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Nicola Flocchini Piera Guidoti Bacci Marco Moscio

Lingua e cultura latina

grammatica essenziale

La straordinaria vicenda della lingua latina


Il latino, una lingua indoeuropea
La lingua latina, le cui tracce risalgono a iscrizioni del VI secolo a.C., fa parte della grande famiglia delle lingue indoeuropee. Con questa espressione si indica un complesso di lingue appartenenti a unarea geografica molto estesa (si va infatti dallEuropa occidentale al subcontinente indiano) che presentano numerosi e significativi tratti comuni (isoglosse). Ecco qualche esempio: 1. per indicare la madre in sanscrito troviamo il termine mata, in greco mater, in latino mater, in antico irlandese mathir, in antico tedesco muoter, in slavo mati; 2. per indicare la 3a persona del verbo essere in sanscrito troviamo asti in greco est, in latino est, in tedesco ist, in lituano esti; 3. per indicare il numerale tre in sanscrito troviamo trayas, in greco treis, in latino tres, in antico irlandese tri, in lituano trys, in antico tedesco treis. In tutti questi casi appare evidente che, al di l di alcune piccole differenze, si tratta delle medesime parole, il che non pu essere casuale. In effetti gli studiosi di grammatica storica e comparativa attraverso un confronto sistematico e accurato fra le strutture fonetiche, morfologiche e sintattiche di lingue appartenenti ad aree geografiche che vanno dallEuropa allIndia, hanno evidenziato numerosissimi tratti comuni che consentono di ipotizzare una comune lingua madre, detta indeuropeo, della quale, tuttavia, non si ha alcun documento scritto e che quindi non identificabile con alcuna lingua nota usata da una comunit di parlanti ben definita. Lindeuropeo quindi un insieme di tratti comuni che stavano alla base dei dialetti usati da alcune popolazioni a struttura tribale esistite tra il IV e il III millennio a.C. in diverse zone comprese fra lEuropa e lIndia. Successive migrazioni, fra il III e il II millennio, dispersero in mille rivoli quelle trib in territori sempre pi lontani dal luogo dorigine e le loro lingue, in un primo tempo molto affini, si differenziarono sempre pi pur conservando alcuni tratti comuni che ne rivelano la comune origine. Lo studio dei tratti comuni, cio delle isoglosse, permette di stabilire rapporti insospettati fra zone geograficamente lontanissime e getta sprazzi di luce nelle tenebre del passato remoto dellEurasia, lasciandoci intravvedere le ombre di gigantesche migrazioni; si rimane per esempio sconcertati, scoprendo che il termine usato dai Romani per indicare il re (rex) presenta la medesima radice reg- sia in Gallia (nelle lingue celtiche compare nel nome del grande avversario di Cesare: Vercingetorix) sia, allestremo geografico opposto, in India, nel sanscrito rja (da mah rja, grande re, deriva il moderno maragi), mentre non ha alcun riscontro nelle lingue delle popolazioni poste fra le due aree citate, per esempio nel greco, in cui per designare il re veniva usato il termine basilus. Alcune delle lingue indoeuropee sono totalmente scomparse (per esempio littita); altre, come il latino, hanno a loro volta dato origine a nuove lingue ancora oggi vive. Ecco un quadro sommario delle principali lingue indoeuropee e di quelle da esse derivate.

Lingue antiche
indiane Vedico: lingua dei libri Vedici, testi sacri del Bramanesimo. Sanscrito: lingua dei grandi poemi epici Mahbhrata e Rmyana. iraniche Avestico: lingua dellAvesta, il libro sacro di Zarathustra (VII-VI secolo a.C.). Persiano antico. tocario Ne furono scoperti due dialetti (documentati dal V secolo d.C.) nel Turkestan, punto di massimo allontanamento delle lingue indoeuropee dalla loro sede dorigine. armeno Lingua di antica tradizione letteraria, ininterrottamente documentata dal V secolo d.C. sino a oggi. ittita Era la lingua dellantico impero ittita, fiorito in Asia Minore nel II millennio a.C. slave Lantico bulgaro (o paleoslavo), testimoniato a partire dal IX secolo d.C., rappresenta la fase pi antica.

Lingue moderne derivate Hindi e numerosi dialetti quali il panjabi e il bengali. Persiano moderno, afgano e vari dialetti parlati nellaltopiano iranico, per esempio il curdo. Nessuna.

Armeno moderno, parlato presso gli armeni della dispora. Nessuna.

Le altre lingue slave sono: gruppo orientale: grande russo, piccolo russo, bielorusso; gruppo occidentale: polacco, ceco e slovacco; gruppo meridionale: bulgaro, sloveno, serbo-croato.
baltiche Le pi antiche testimonianze sono del XVI secolo d.C. Lituano e lettone. Antico prussiano. greco Nel periodo pi antico era un conglomerato di dialetti raggruppabili in: eolico, dorico e ionico-attico. Trov nei poemi omerici (IX-VIII secolo a.C.) la prima grande espressione letteraria. albanese Pur essendo una delle lingue pi antiche dei Balcani, le prime attestazioni scritte di albanese risalgono solo al XV secolo d.C. germaniche Gruppo orientale: gotico.

La sostanziale unit dellarea linguistica slava giustificata dal fatto che lantico bulgaro ha con le altre lingue slave lo stesso rapporto che il latino ha con le lingue romanze. Russo, ucraino, bielorusso. Polacco, ceco e slovacco moderni. Bulgaro, sloveno, serbo-croato moderni.

Lituano e lettone moderni. Nessuna. Greco moderno, nella duplice versione catharfsa, lingua letteraria, e della dimotik, lingua popolare. Albanese moderno.

Gruppo settentrionale: danese e svedese (area orientale), norvegese, islandese e groenlandese (area occidentale). Gruppo occidentale: dialetti tedeschi, vari dialetti inglesi.
celtiche Continentali: gallico. Insulari: antico irlandese, antico cornovagliese. italiche Dialetti osco-umbri: parlati da alcune popolazioni dellItalia centro-meridionale. Latino.

Sopravvissuto fino al XVI secolo nel gotico di Crimea. Danese, svedese, norvegese, islandese e groenlandese moderni. Tedesco, neerlandese, fiammingo, inglese moderni. Irlandese, bretone, gallese, scozzese.

Nessuna diretta, ma vi furono forti influssi sul latino parlato. Lingue neolatine: italiano, ladino, sardo, francese, provenzale, spagnolo, catalano, portoghese, rumeno.

Il latino lingua di Roma


Da lingua del Lazio a lingua dellImpero
Fra il 1400 e il 1000 a.C., con successive ondate, varie popolazioni di lingua indoeuropea entrarono in Italia ove erano stanziati popoli che parlavano lingue di ceppo diverso, come i Reti (dal Trentino-Alto Adige sino al lago di Como), i Liguri (nellItalia settentrionale sino al Rodano), i Sicani (nella Sicilia occidentale), i Piceni (nellItalia centrale che si affaccia sul mare Adriatico) e gli Etruschi, la popolazione pi importante che diede vita fra il VII e il IV secolo a.C. a una grande civilt nellItalia centrale. Fra i diversi gruppi di lingua indoeuropea, uno si insedi fra il IX e il VII secolo a.C. su un colle posto alla sinistra del Tevere, ove costru un villaggio fortificato a cui venne dato il nome di Roma, probabilmente da una voce etrusca che indicava il fiume. Il piccolo villaggio si ingrand e, nel giro di qualche secolo, riusc a imporre la propria egemonia dapprima sul territorio circostante (il Latium vetus), poi sullItalia centrale, quindi sullintera penisola e infine su tutto il bacino del Mediterraneo. La lingua dei vincitori, il latino, cio la lingua del Lazio, accompagn le loro vittorie e in Italia soppiant rapidamente le altre lingue, sia quelle non indoeuropee (come il rtico, letrusco e il ligure), sia quelle indoeuropee (come i dialetti osco-umbri e, nellItalia meridionale, il greco). Il latino accompagn i proconsoli di Roma oltre i confini dItalia e divenne la lingua dellimpero, capace di unificare, al di l degli idiomi regionali usati dalle popolazioni, lintero bacino del Mediterraneo. Non si deve, naturalmente, pensare che entro i confini dellimpero romano tutti parlassero in latino! Il latino era la lingua superregionale, insegnata nelle scuole, capace di costituire un tratto comune entro una complessa e variegata realt multilinguistica e multiculturale. Il latino, inoltre, non penetr con eguale efficacia in tutti i territori: maggiore fu la sua diffusione nei paesi occidentali abitati da popolazioni che, venendo a contatto con Roma, ne assorbirono di buon grado le strutture culturali e quindi anche la lingua; minore, o quasi inesistente, fu invece la latinizzazione dei territori orientali, gi ricchi di civilt e di cultura millenarie, a cui gli stessi Romani attinsero a piene mani. Se un nobile Gallo considerava un dovere e un onore imparare il latino e diffonderne linsegnamento presso il suo popolo, ci non accadeva in Grecia, ove i Romani non cessarono mai di essere considerati i barbari e rozzi conquistatori doccidente. Lunica nazione orientale in cui il dominio di Roma lasci una profonda traccia anche linguistica fu la Dacia, il selvaggio territorio al di l del Danubio conquistato da Traiano nel II secolo d.C.: lantica Dacia divenne la Romania e dallincrocio del latino con la lingua indigena nacque il rumeno, unica lingua neolatina in ambito slavo.

Le variet del latino


Il latino, come qualsiasi altra lingua viva, presentava numerose variet in rapporto ai concreti usi della lingua, alla cultura del parlante, alla destinazione dei messaggi ecc. Ai livelli pi alti c il latino basato sulluso degli scrittori e dei poeti (lingua letteraria scritta) e questo era sostanzialmente identico a Roma e a Eboracum (York), a Lutetia (Parigi) e a Vindobona (Vienna), poich veniva insegnato nelle scuole di tutta Europa e costituiva la lingua della cultura, della scienza, del diritto e di chiunque volesse dare dignit artistica e letteraria al proprio pensiero; un linguaggio pi semplice e piano, ma sempre sostanzialmente rispettoso delle regole, caratterizzava anche la conversazione quotidiana (sermo cotidianus) della persona colta. Accanto ai registri colti, conformi a precise norme morfosintattiche e stilistiche, cera poi il latino volgare, quello usato, cio, dalla massa (vulgus) priva di istruzione scolastica (che costituiva la stragrande maggioranza dei parlanti!): la sua distanza dalla lingua colta era notevole e aumentava a mano a mano che ci si allontanava da Roma.

Comunque, anche il latino letterario non affatto monolitico: presenta, infatti, diversit anche notevoli a seconda del genere letterario (il latino usato da un commediografo, per esempio, molto pi vicino al sermo cotidianus di quello usato da un poeta epico), oltre che, ovviamente, a seconda delle varie epoche: si parla al proposito di latino arcaico, classico, postclassico e tardo.

Che cosa conosciamo realmente della lingua di Roma antica?


In verit non moltissimo, se si considera che gli unici documenti a nostra disposizione sono alcuni testi scritti (iscrizioni pubbliche e private, opere letterarie), mentre poco o nulla sappiamo della lingua parlata che la gente usava nella conversazione quotidiana. Per di pi, il patrimonio letterario, che interessa sei-sette secoli, pervenuto solo in piccola parte: lelenco delle opere di cui abbiamo solo notizia , infatti, molto pi lungo di quello delle opere che ci sono giunte per intero. Non sappiamo neppure esattamente come i Latini pronunciassero la loro lingua e, visto che abbiamo smarrito il senso della quantit (la distinzione fra la vocale breve e la vocale lunga), non abbiamo nemmeno la possibilit di riprodurre laccento latino. Della lingua di Roma conosciamo dunque, e solo parzialmente, il latino letterario, quello cio che usavano le persone colte per scrivere opere in prosa o in versi. Del latino volgare conosciamo qualcosa per via letteraria (per esempio dalle commedie o da opere in cui lautore ha dato la parola a personaggi rozzi e illetterati, riproducendone anche il linguaggio 1), o grazie a qualche epigrafe e a una manciata di graffiti scritti da antichi writers sulle pareti delle case e fortunosamente giunti sino a noi 2 o, ancora, leggendo le osservazioni di antichi maestri che cercavano di portare i loro giovani allievi alla correttezza ortografica e grammaticale 3.

Dal latino alle lingue neolatine


Come si detto, il latino volgare, quello cio parlato dalla gente comune (vulgus) priva di cultura scolastica, non era affatto una lingua unitaria, anzi assumeva caratteristiche molto diverse nelle varie aree geografiche, a seconda delle vicende storiche e culturali di ogni regione (grado di colonizzazione, intensit dei rapporti con la capitale, presenza di eserciti e di funzionari romani ecc.); di conseguenza gli idiomi regionali si diversificarono sempre pi sul piano fonetico, morfologico e sintattico, a mano a mano che pi grave si faceva la crisi sociale e politica dellimpero e che si allentavano i rapporti fra centro e periferia. In questo processo ebbe poi un peso determinante anche linflusso delle lingue parlate dagli invasori barbari. Nei secoli che seguirono la caduta dellImpero romano dOccidente (476 d.C.), la spaccatura fra lingua colta e lingue volgari si fece sempre pi ampia, al punto che in Francia, nell813, il Concilio di Tours esort il clero a predicare in volgare, e non in latino, affinch il popolo potesse capire. Dal latino parlato stavano dunque nascendo nuove lingue, con caratteristiche molto diverse fra loro e sempre pi lontane dal latino colto che, nellarcipelago variegato della frammentazione linguistica dellEuropa medievale, continu a esistere e a essere insegnato, assumendo il ruolo di lingua della religione, del diritto, della scienza e del sapere intellettuale in genere. Fra i numerosi volgari regionali ne prevalsero poi alcuni che, per varie ragioni storiche e culturali, riuscirono a imporsi sugli altri, dando vita alle lingue neolatine, dette anche romanze, dallespressione romanice loqui (parlare con lingua romana), contrapposta a barbarice loqui

1. Se ne hanno alcuni esempi nel Satyricon di Petronio. 2. Tali sono, per esempio, i graffiti ancora oggi leggibili sui muri delle case dellantica Pompei. 3. Particolarmente interessante la Appendix Probi, un testo

composto da un maestro del III o del IV secolo d.C.: un elenco di oltre duecento parole con, a fianco di ciascuna, la forma scorretta ormai entrata nelluso degli studenti.

(parlare con lingua barbarica). Si formarono quindi il portoghese, lo spagnolo, il catalano, la lingua doc (o provenzale), la lingua doil (da cui deriv il francese), litaliano, il sardo, il rumeno e il ladino (ancor oggi parlato da alcune comunit del Friuli, dellAlto Adige e del cantone svizzero dei Grigioni). Verso il XII secolo le nuove lingue volgari acquistarono anche dignit letteraria, furono cio usate al posto del latino per comporre poemi epici e poesie damore, romanzi davventura e novelle, da parte di gente colta che sapeva anche scrivere in latino, ma che non voleva rinunciare ad avere un pubblico pi vasto: esemplare fu il caso di Dante Alighieri che compose opere sia in volgare (come la Vita nuova e la Commedia) sia in latino (come la Monarchia e il De vulgari eloquentia), a seconda del pubblico a cui intendeva rivolgersi.

Il latino medievale, lingua della cultura europea


Laffermazione dei volgari, tuttavia, non segn la scomparsa del latino; esso, infatti, rimase vivo per diversi secoli come lingua della Chiesa cattolica, della diplomazia e della cultura (religiosa e laica), assumendo quindi il ruolo di lingua comune non solo entro i confini del vecchio impero romano, ma anche presso popolazioni di lingua e cultura germanica, celtica, ungherese e slavo-occidentale. una vicenda, quella della lingua latina, per definire la quale il grande filologo Giorgio Pasquali non esita a usare il termine miracolo: Il latino un miracolo: esso originariamente la lingua non di una nazione, ma di una citt, Roma, e ha conquistato progressivamente lItalia, la Romnia, il mondo4. Non si trattava naturalmente pi del latino di Cesare e di Cicerone, ma di una lingua che si era venuta continuamente trasformando nelle sue strutture fonetiche, morfologiche e sintattiche e che, per di pi, si era andata sempre pi diversificando a seconda dei settori di impiego (dissertazioni teologiche e filosofiche, strumenti notarili, leggi e decreti, verbali e sentenze dei tribunali, trattati internazionali, cronache, testi di medicina ecc.): dal tronco comune della lingua di Roma antica, infatti, nacque una serie di lingue settoriali, ciascuna caratterizzata da un lessico specialistico e da precise convenzioni retorico-stilistiche. E proprio questo insieme di latini costitu, per cos dire, la nervatura della civilt europea, diede forma ed espressione linguistica a un sapere comune, accogliendo e facendo propri anche gli elementi che provenivano da altre culture, prime fra tutte quella greca e quella araba5. Fu grazie al latino, insomma, che nel Medioevo non si ebbe la nascita di una serie di culture regionali, ma una robusta cultura unitaria che accomunava e continua ad accomunare lintera civilt occidentale. Sui latini settoriali, soprattutto in ambito scientifico, scarsa incidenza ebbe anche lo sforzo degli Umanisti di restaurare il latino classico sul modello di Cicerone e di Quintiliano: il matematico o il medico che scriveva un trattato non si preoccupava, infatti, di essere fedele agli usi del latino classico e alla retorica ciceroniana, ma si atteneva alle regole di un linguaggio tecnico codificato e univoco, in grado di garantire lesattezza della comunicazione. Laffermazione delle lingue nazionali ridusse, ovviamente, sempre pi lo spazio del latino come lingua della cultura, e rese sempre meno indispensabile la sua conoscenza per svolgere determinate attivit, per esempio quella di notaio: sin dal XIII secolo, infatti, si incominci a redigere atti pubblici in volgare6; a partire poi dal XVI secolo, anche la scienza incominci a utilizzare le lingue nazionali, che avevano ormai raggiunto una piena maturit nella produ-

4. G. Pasquali, Pagine stravaganti di un filologo, I, Le Lettere, Firenze 1994, p. 124. 5. Nel XII secolo si ebbe una massa imponente di traduzioni sia dal greco sia dallarabo: vennero per esempio tradotte in latino diverse

opere di Aristotele, di Ippocrate, di Galeno, di Tolomeo. 6. Uno dei primi documenti la Charte de lchevinat douaisien risalente al 1204 e redatta nella lingua in uso in Piccardia.

zione letteraria. Se Galilei nel 1610 scrisse in latino il Sidereus nuncius, tredici anni dopo us genialmente il volgare nel Saggiatore e in tutte le opere successive. Il latino, tuttavia, continu a essere presente almeno sino al XVIII secolo nella societ europea sia come lingua della Chiesa cattolica, sia come lingua di alcuni settori specialistici della cultura, non in contrapposizione alle lingue nazionali, ma come mezzo di comunicazione universale, come lingua sovranazionale, in grado di esprimere con precisione e con rigore i diversi saperi organizzati e di garantire lesattezza della comunicazione filosofica e scientifica in ogni angolo dEuropa. In latino scrissero filosofi come lolandese Spinoza (16321677)7, il francese Descartes, che latinizz il suo nome in Cartesio (1596-1650)8, il tedesco Leibniz (1642-1716)9, litaliano Vico (1668-1744)10, il prussiano Kant (1724-1804)11 e scienziati come il polacco Copernico (1473-1543)12, litaliano Galilei (1564-1642)13 e linglese Newton (1642-1727)14; in latino lo svedese Carlo Linneo (1707-1778) scrisse la sua celebre classificazione degli animali e delle piante15 e ancora in latino nel 1826 un grande matematico tedesco, Carlo Federico Gauss (1777-1855), descrisse i fondamenti del calcolo combinatorio16. Ma quello di Gauss fu uno degli ultimi documenti scientifici redatti in latino, il cui ruolo di lingua ecumenica della cultura, a partire dal secolo XVIII stava inesorabilmente tramontando, come testimonia la sua progressiva scomparsa, come lingua duso, anche dalle Universit: in Italia, nel 1754, Antonio Genovesi, chiamato a ricoprire la cattedra di Commercio ed Economia civile presso lUniversit di Napoli, tenne lezioni in italiano e non in latino: la cosa suscit non poco scandalo nel mondo accademico, ma il suo esempio, nel giro di pochi decenni, fu seguito da tutti. Anche nella Chiesa cattolica il latino and progressivamente perdendo il suo ruolo di lingua ecumenica, ben conservato sino al secolo scorso: il Concilio Vaticano II (1962-1965) fu, infatti, lultima grande assise in cui il latino fu ancora realmente usato dai Padri conciliari come lingua comune durante i lavori, raccolti in Atti non solo scritti, ma anche pensati in latino17. Oggi il latino, scomparso anche dalla liturgia, pur continuando a essere formalmente la lingua ufficiale della Chiesa, non ha pi alcuna reale funzione comunicativa.

Il latino oggi
Il latino definitivamente scomparso come lingua comune del sapere, sostituito da una delle lingue moderne dominanti ieri era il francese, oggi linglese , tuttavia esso sempre presente nella lingua colta e soprattutto nei linguaggi settoriali, nei quali la sua vitalit non accenna affatto a diminuire. Era infatti inevitabile che i linguaggi settoriali fossero modellati su quelli elaborati in latino e ne fossero profondamente e intimamente permeati: attraverso questa strada, dunque, il latino, assieme al greco, penetr e continua a penetrare con forza, sia nel lessico, sia nella sintassi, anche in lingue non neolatine (come linglese), assumendo il ruolo di lingua di superstrato, cio di lingua che ha fornito ininterrottamente il maggior contributo alla formazione del linguaggio intellettuale. In effetti qualsiasi linguaggio settoriale, anche quello relativo alle discipline pi nuove e moderne, come linformatica, tuttora profondamente permeato di latino (oltre che di greco, naturalmente), dal computer, termine che attraverso linglese risale al verbo computare, ai bit (da bi[nary digi]t, espressione
7. Ethica more geometrico demonstrata (1661-1665). 8. Meditationes de prima philosophia (1641); Principia philosophiae (1644). 9. Meditationes de cognitione, veritate atque ideis (1684). 10. De antiquissima Italorum sapientia (1710). 11. De mundi sensibilis atque intellegibilis forma et principiis (1770). 12. De revolutionibus orbium caelestium (1543).

13. Sidereus nuncius (1610). 14. Philosophiae naturalis principia mathemathica (1687). 15. Genera plantarum (1737); Systema Naturae (10 ed. 1758). 16. Disquisitiones arithmeticae (1801); Supplementum theoriae combinationum (1826). 17. Enchiridion Vaticanorum, Bologna 1966.

che richiama il numerale bini e il sostantivo digitus, il pi antico e naturale strumento di calcolo), ai data18 che mettiamo in memoria e che eliminiamo con il comando delete (che ovviamente richiama il verbo deleo). Persino quando ci colleghiamo alla rete abbiamo a che fare col latino, sia pure riciclato attraverso linglese, se non altro perch dobbiamo collegarci a un provider (cfr. provideo, provisor ecc.) o a un server (cfr. servio, servus ecc.) per connetterci (cum-necto) a internet (inter + necto)! Ma, oltre che nei linguaggi settoriali, il latino ben presente anche nella lingua materna di un italiano, sia nei registri colti della tradizione letteraria, sia in quelli informali della conversazione quotidiana, dal momento che qualunque frase un italiano produca sar formata, anche se il parlante non ne consapevole, per il 90% da parole di origine latina. Conoscere la madrelingua, di conseguenza, significa acquisire capacit e competenze per un efficace dominio dellitaliano, oltre che possedere un formidabile strumento per penetrare pi a fondo nelle nostre radici e, di conseguenza, per comprendere meglio chi siamo.

Quale latino studieremo


Quando parliamo di latino dobbiamo distinguere fra: il latino classico, cio la lingua in cui si espressa la civilt romana antica; il latino medievale, cio il latino usato in Europa per tutto il Medioevo per comunicare negli ambienti alti della societ; il latino della Chiesa, cio il latino che costituisce tuttora la lingua ufficiale della Chiesa cattolica e che sino a pochi anni fa stato usato sia come lingua sacra nella liturgia, sia come lingua per la comunicazione con il clero; il latino umanistico, cio una lingua ricostruita sulla base della grammatica del latino classico e di integrazioni lessicali moderne, coltivato da amatori presenti in ogni nazione, che se ne servono come lingua viva sia per parlare sia per comporre opere letterarie. Obiettivo del nostro studio sar la lingua usata dai Romani antichi cos come documentata attraverso i testi che ci sono pervenuti per raggiungere due obiettivi: 1. essere in grado di comprendere e tradurre i messaggi che ci giungono da quel lontano passato; 2. conoscere i tratti fondamentali del sistema linguistico latino in modo da poterlo porre a confronto con quelli del sistema linguistico italiano. Il nostro punto di riferimento sar, come peraltro secolare tradizione nella scuola, il latino dellet classica, cio quello usato dagli autori dei secoli I a.C e I d.C, e questo non per una presunta superiorit del latino classico su quello arcaico o tardo, ma perch rappresenta una fase matura nella storia della lingua latina nella quale convergono forme e costrutti di epoche precedenti e stilemi destinati a svilupparsi in seguito. Una buona conoscenza del latino classico permette poi di passare agevolmente anche agli altri latini di cui abbiamo parlato.

18. Con questo neutro plurale (magari pronunciato allinglese!) vengono indicate le informazioni memorizzate.

Preliminari allo studio della grammatica latina


La grammatica e le sue partizioni
La grammatica la scienza che descrive come funziona una lingua, cio il complesso delle regole che permettono di comunicare attraverso il linguaggio verbale. Secondo la scansione tradizionale, la grammatica comprende la fonetica, la morfologia e la sintassi.

La fonetica studia come si pronunciano i suoni articolati di una certa lingua. La morfologia studia le forme che la parola pu assumere per esprimere le varie funzioni grammaticali (maestro/a/i/e, corro/i/e ecc.). Oggetto specifico della morfologia sono dunque le parti del discorso e la flessione nominale e verbale. La sintassi studia le modalit con cui le parole si uniscono per formare frasi di senso compiuto, capaci cio di trasmettere un messaggio. Oggetto della sintassi sono di conseguenza le funzioni che le parole assumono in una proposizione (soggetto, oggetto ecc.) e che le proposizioni assumono nel periodo (completiva, circostanziale, ecc.) e i rapporti fra le proposizioni (principale, sovraordinata, subordinata, ecc.).

evidente che fra morfologia e sintassi esiste un rapporto molto stretto, poich lo studio delle forme che designano le funzioni sintattiche non pu prescindere dalle funzioni stesse. Per esempio, dato lenunciato Mario vede Pierino, lanalisi grammaticale si limita a classificare le singole parole e ci dice che Mario e Pierino appartengono alla stessa classe dei nomi propri, ma non fornisce alcuna informazione sulla funzione che Mario e Pierino hanno in relazione allazione verbale: solo lanalisi sintattica permette di cogliere il messaggio e di capire che a vedere Mario (soggetto) mentre a essere visto Pierino (oggetto). Di qui la necessit che lo studio delle forme sia condotto il pi possibile di pari passo con le funzioni che la forma assume nella frase, cio in una prospettiva morfosintattica.

La grammatica e le altre discipline linguistiche


Perch una comunicazione sia comprensibile e trasmetta un messaggio necessario che venga espressa nel rispetto delle regole proprie di un determinato codice linguistico. Ma ogni parlante, nel pieno rispetto delle regole del codice, pu formulare il medesimo messaggio in modo molto diverso: tocca alla stilistica studiare il concreto modo di esprimersi di una persona, cio le scelte che ciascuno opera fra le numerose possibilit che la lingua mette a sua disposizione e che sono in rapporto al tipo di messaggio (formale, informale, settoriale ecc.), al destinatario, allo stato danimo del parlante, alla sua cultura ecc. Un discorso elaborato si avvale spesso di artifici (per esempio, figure di senso e di suono), che costituiscono lo specifico oggetto di studio della retorica. Una lingua, infine, fatta di parole, ha cio un lessico pi o meno esteso, e ogni parola denota un certo oggetto o un concetto o unazione.

Oggetto di questa trattazione sar la grammatica della lingua latina, cio linsieme delle regole di base, ma inevitabilmente il nostro discorso toccher anche la stilistica (cio gli usi concreti della lingua degli antichi Romani) e la semantica (ovvero la disciplina che studia i significati delle parole e la loro evoluzione nella storia).

La terminologia grammaticale
La terminologia grammaticale non univoca, ma pu variare, anche in misura notevole, a seconda delle diverse scuole linguistiche. Per evitare equivoci, ecco i termini ai quali ci atterremo. Parola Eviteremo anzitutto, considerata la vastit e la genericit della sua area semantica, di utilizzare con valore grammaticale il termine parola. Lo useremo soltanto con significato generico per indicare un segmento di testo posto fra due spazi bianchi. Fonema Parleremo di fonma per indicare lunit minima distintiva della lingua, cio la vocale o la consonante capace di distinguersi opponendosi a un altro suono ( per esempio il fonema /c/, che, opponendosi a /p/, determina la differenza di significato fra cane e pane). Monema Useremo il termine monma per definire lunit minima del significato, cio ununit dotata di suono e senso. Raramente il monema si identifica con una parola: ci avviene solo nel caso di preposizioni, congiunzioni, interiezioni ecc. Costituiscono, per esempio, monemi la congiunzione e o la preposizione con. Pi spesso la parola risulta formata da almeno due monemi: uno portatore del significato (radice, tema), laltro portatore di informazioni grammaticali (desinenza, terminazione). Per esempio, la parola libro costituita dai monemi libr- (che suggerisce lidea delloggetto libro) e -o (che precisa il genere maschile e il numero singolare). Mofema Useremo il termine morfma per indicare il monema portatore di informazioni grammaticali, per esempio una desinenza che specifica il genere o il numero. Sintagma Useremo il termine sintagma per indicare due o pi monemi uniti fra loro da una relazione sintattica. Poposizione Parleremo di proposizione per definire unespressione di senso compiuto costruita secondo le regole della grammatica, caratterizzata dalla presenza di un nucleo incentrato sul verbo. Una proposizione pu essere indipendente o subordinata (dipendente). Peiodo Il complesso di pi proposizioni legate fra loro da un rapporto di coordinazione o subordinazione costituisce il periodo. Pincipali, sovaodinate e subodinate In un periodo si hanno una o pi proposizioni principali, dalle quali dipendono una o pi proposizioni subordinate (o dipendenti). Chiameremo sovraordinata (o reggente) la proposizione dalla quale dipende direttamente una subordinata: essa non si identifica necessariamente con la principale. Se, per esempio, analizziamo il periodo Pierino dice che Giovanni cadde mentre giocava, definiremo in questo modo i rapporti fra le proposizioni: Pierino dice la principale ed sovraordinata rispetto a che Giovanni cadde; che Giovanni cadde subordinata rispetto a Pierino dice, ma sovraordinata rispetto a mentre giocava; mentre giocava subordinata rispetto a che Giovanni cadde. Fase Eviteremo di usare frase con uno specifico significato grammaticale, per esempio come sinonimo di proposizione o di periodo: come nel caso di parola, useremo frase soltanto per indicare un segmento di testo sintatticamente autonomo.

Enunciato Parleremo di enunciato per indicare lunit minima sul piano della comunicazione, cio unespressione posta fra due segni di interpunzione forti e in grado di fornire una comunicazione completa. Lenunciato pu essere costituito da una sola parola (es. Ciao!) o da periodi complessi: per esempio, la frase Sono contento perch splende il sole sul piano della comunicazione costituisce un unico enunciato, mentre sul piano grammaticale si configura come un periodo formato da una proposizione indipendente principale (Sono contento) e da una proposizione subordinata di primo grado causale (perch splende il sole). Testo Pi enunciati disposti in una successione logica e coerente costituiscono un testo, cio un messaggio il cui significato globale va oltre la somma dei significati dei singoli enunciati. Non piove pi e Vado a passeggio sono due enunciati completi, ma la loro associazione nel testo Non piove pi. Vado a passeggio crea un messaggio complesso, nel quale fra le due azioni si stabilisce un preciso rapporto logico-funzionale (Dal momento che non piove pi, vado a passeggio).

Grammatica latina e grammatica italiana


Rimandando ai singoli capitoli lanalisi delle affinit/differenze, si richiama lattenzione sui seguenti punti.

Le parti del discorso


Le parti del discorso sono le classi in cui vengono ripartite le parole (o meglio i monemi) in base alla loro funzione. In italiano sono nove, mentre in latino sono otto, quattro dette variabili, perch vi appartengono parole che mutano la loro forma (a seconda che siano, per esempio, singolari o plurali, maschili o femminili), e quattro invariabili, perch non sono mai soggette a modifiche.
parti variabili parti invariabili sostantivo avverbio aggettivo preposizione pronome congiunzione verbo interiezione

Come si vede dalla tabella, vi perfetta corrispondenza con le parti del discorso italiane tranne che per larticolo, assente in latino. Sar dunque il contesto a suggerire quando opportuno rendere in italiano un vocabolo latino con larticolo, e in tal caso se sia preferibile larticolo determinativo o quello indeterminativo: lupus pu infatti esser reso con lupo, il lupo, un lupo.

La flessione nominale e verbale


Anche in latino, come in italiano, le parti variabili del discorso (nomi1, pronomi e verbi) sono soggette a mutamenti che interessano la loro terminazione. Linsieme di tali mutamenti si chiama flessione.

La flessione nominale o pronominale (cio la serie dei mutamenti delle terminazioni di sostantivi, aggettivi e pronomi per definire il numero, il genere e, come vedremo in seguito, il caso) si chiama declinazione. La flessione verbale (cio linsieme dei mutamenti che interessano le voci verbali e che definiscono modi, tempi, numero, persone) si chiama coniugazione.

1. Seguendo i grammatici antichi, intenderemo per nomi sia i sostantivi sia gli aggettivi.

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Tema, desinenza, terminazione

Nella flessione nominale e verbale, come in italiano, necessario distinguere fra la parte della parola che rimane fissa (tema) e quella che muta (desinenza).

Il tema il monema portatore del significato. Il tema di un nome (tema nominale) o di un verbo (tema verbale) pu coincidere con la radice, cio con lelemento irriducibile in comune con intere famiglie di parole, ma pi spesso comprende, oltre alla radice, anche altri elementi portatori di significati particolari. Per esempio, nel sostantivo genitor, genitoris, genitore, abbiamo un tema nominale genitor- formato dalla radice gen- (comune a numerose altre parole come genus, genero, ingenium ecc.) e dal suffisso -tor tipico di una particolare categoria di sostantivi (i nomina agentis). La desinenza un monema portatore di informazioni grammaticali (morfema). Nella flessione verbale (coniugazione) indica, come in italiano, il modo, il tempo e la persona; nella flessione nominale (declinazione) indica, come in italiano, il numero e, talvolta, il genere e, a differenza dellitaliano, indica sempre il caso, cio la funzione logica che un nome assume nella proposizione. Lunione fra tema e desinenza ha dato spesso origine a complessi fenomeni fonetici che rendono in molti casi difficile distinguere fra i due elementi. Per questo, sia descrivendo la flessione verbale sia quella nominale parleremo generalmente di terminazioni.

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Parte I
Elementi di fonetica
Sezione 1 Fonetica 14

Fonetica

Segni e suoni
Lalfabeto
Lalfabeto latino deriva, forse attraverso la mediazione etrusca, dallalfabeto greco in uso nelle colonie greche dellItalia meridionale. Introdotto probabilmente nel corso del VI secolo a.C., fu pi volte ritoccato prima di assumere forma definitiva nel I secolo a.C. Risulta costituito di 23 segni, ciascuno dei quali veniva chiamato littera. a b c d e f g h I k l m n o p q r s t v x y z a b c d e f g h i k l m n o p q r s t u x y z

Il segno v (minuscolo u) indicava sia il suono vocalico sia quello semiconsonantico della u (cfr. in italiano la distinzione fra la u di uno e quella di uomo); non aveva dunque il valore della nostra consonante v, un suono che il latino non conosceva. I Latini scrivevano dunque VITA (maiuscolo) e uita (minuscolo), ma pronunciavano in entrambi i casi uita. Il segno v, distinto dal segno u, fu introdotto nella trascrizione dei testi latini dagli Umanisti nel Cinquecento e riflette la pronuncia scolastica del latino ( p. 5). Tre lettere erano poco usate: la y e la z servivano solo per la trascrizione di parole straniere, la k era impiegata soltanto in pochissimi casi. Luso della maiuscola e della minuscola corrisponde pi o meno a quello italiano, con una differenza di rilievo: in latino viene utilizzata liniziale maiuscola non soltanto per i nomi propri, ma anche per gli aggettivi e gli avverbi da essi derivati. Richiedono dunque liniziale maiuscola, per esempio, Latinus, aggettivo derivato da Latium (Lazio), e Romanus, derivato da Roma. Ecco come i ragazzi di una scuola romana del I secolo d.C. recitavano a memoria lalfabeto: a, be, ce (pron. ke), de, e, ef, ge (pron. ghe), ha, i, ka, el, em, en, o, pe, qu, er, es, te, u, ics, hi, zeta.

Vocali e dittonghi
I segni che indicano le vocali sono sei: aeiouy Ogni segno per a eccezione della y, usata solo in parole di origine greca d luogo a due distinti suoni vocalici, a seconda della quantit, cio della durata del suono. La vocale pu essere, in altri termini, breve o lunga e questo rappresenta uno dei tratti distintivi del sistema fonetico latino. Le vocali i e u quando sono seguite da altra vocale assumono, come in italiano, valore di semiconsonante. I dittonghi sono nessi vocalici che costituiscono ununica sillaba. In latino i pi comuni sono tre:

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dittongo au ae oe

pronuncia au e e

esempi aurum (oro), laudo (io lodo) saepe (spesso), Caesar (Cesare) poena (pena), tragoedia (tragedia)

Pi raramente formano dittongo i nessi vocalici eu (per esempio, nella parola Europa), ei, ui. Non formano mai dittongo, contrariamente alluso italiano, i nessi io, ia, ie ecc.

Le consonanti
Le consonanti latine si possono classificare secondo questo schema.
durata mute (o oCClusIve) ContInue nasali spiranti liquide

labiali sorde p f

sonore b m

dentali sorde sonore t s l, r d n

velari sorde c, k

sonore g

labiovelari sorde sonore qu (n)gu

La labiovelare la combinazione di un suono velare e di unappendice labiale; indicata dal digramma (segno costituito da due lettere) qu se sorda, e dal digramma gu, sempre preceduto dalla nasale, se sonora.

Le sillabe
Per sillaba si intende un gruppo di suoni che si articola in ununica emissione di fiato. Una sillaba pu essere costituita: da una vocale; da un dittongo; da una vocale o un dittongo preceduti o seguiti da una o pi consonanti. La sillaba si dice aperta se termina in vocale, chiusa se termina in consonante. Per esempio, la parola luna (luna) costituita da due sillabe aperte: lu-na. Poich la vocale costituisce il fulcro della sillaba, il numero delle sillabe di una parola coincide con quello delle vocali (o dei dittonghi) in essa presenti. Per esempio: cor (cuore) parola monosillabica; amor (amore) parola bisillabica (a-mor); senatus (senato) trisillabica (se-na-tus); foederatus (confederato) quadrisillabica (foe-de-ra-tus); diligentia (diligenza) pentasillabica (di-li-gen-ti-a). Per la divisione in sillabe si seguono in genere le stesse regole dellitaliano, con alcune differenze.

Nei gruppi s + consonante e g + n, allinterno di una parola, la s e la g formano sillaba con la vocale che precede. Per esempio: castus > cas-tus (in italiano, ca-sto); regnum > reg-num (in italiano, re-gno). La vocale i davanti a unaltra vocale non forma mai dittongo, per cui Italia si sillaba I-ta-li-a (in italiano, I-ta-lia).

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I digrammi qu e gu dopo una nasale rappresentano un unico suono consonantico e quindi formano sillaba con la vocale che segue. Per esempio: antiquus (antico) > an-ti-quus (e non an-ti-qu-us); sanguis (sangue) > san-guis (e non san-gu-is). Le parole composte si dividono secondo i loro componenti. Per esempio: inhabilis (inabile), formato da in + habilis, si sillaba in-ha-bi-lis (in italiano, i-na-bi-le).

Pronuncia classica e pronuncia scolastica


Per pronuncia classica o restituta si intende il tentativo di riprodurre la pronuncia delle classi clte di Roma nei secoli I a.C. e I d.C. Per pronuncia scolastica o ecclesiastica si intende la pronuncia che si andata formando nella tradizione medievale e umanistica, e soprattutto nellambito della Chiesa cattolica, di cui il latino stato ed tuttora lingua ufficiale. Entrambe le pronunce hanno una loro legittimazione: in Italia prevale la pronuncia scolastica, in altri paesi (per esempio in Germania) quella classica. Ecco le principali differenze:
grafia ae, oe pronuncia scolastica e (es. aetas > tas, poena > pna); le due vocali vengono pronunciate separate quando non formano dittongo e in tal caso si usa porre sulla seconda il segno della dieresi: es. ae r > er; poe ta > pota sempre muta f (es. philosophus > filsofus) zi (es. gratia > grzia; laetitia > letzia); ti, quando la vocale i accentata o il nesso preceduto da s, t, x: es. totius (di tutto) > totus; bestia (bestia) > bstia; o in parole di origine greca (es. tiara) ce, ci, come nellitaliano cena, citt: es. cena > cna; Cicero (Cicerone) > Ccero; questa pronuncia vale anche quando la c seguita dal dittongo ae, pronunciato e: es. caelum (cielo) > clum ge, gi, come nellitaliano gelo, giro: es. gens (stirpe) > gens gn, come nellitaliano gnomo: es. cognosco (io conosco) > cognsco quando la u semiconsonante, scritta e pronunciata v, come in italiano pronuncia classica e, e (es. aetas > etas; poena > pena)

h ph ti + vocale

leggera aspirazione p seguito da leggera aspirazione ti (es. gratia > grtia; laetitia > laettia)

ce, ci

ke, ki (es. cena > kna; Cicero > Kkero)

ge, gi gn u/v

ghe, ghi (es. gens > ghens) g-n, come nel tedesco Wagner (es. cognosco > cog-nsco) quando la u semiconsonante, scritta V nella maiuscola e u nella minuscola, ma pronunciata sempre u (es. vivere > uuere)

Quantit e accento
Tratto distintivo del vocalismo latino la quantit, cio la durata dellarticolazione di una vocale o di una sillaba. unicamente la quantit, per esempio, che consente di distinguere fra lgit (egli legge), pronunciato con la e breve, e lgit (egli lesse), con la e lunga, fra mlus (malvagio), con la a breve, e mlus (il melo), pronunciato con la a lunga.

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Questa fondamentale distinzione manca in italiano, o meglio, esiste come fenomeno fonetico ( intuitivo che la o di note viene pronunciata in un tempo superiore alla o di notte), ma del tutto ininfluente dal punto di vista semantico (non influisce cio sul significato delle parole).

La quantit vocalica
La vocale, in rapporto alla durata della sua pronuncia, pu essere lunga o breve.
tipo di vocale lunga breve simbolo caratteristica tempo di articolazione doppio rispetto alla vocale breve tempo di articolazione dimezzato rispetto alla vocale lunga esempi , , , , , , , ,

La y nelle parole latine di derivazione greca breve. Conserva la quantit originale nella traslitterazione di parole greche (es. Msia).

La quantit sillabica
La quantit della vocale non va confusa con quella della sillaba: una vocale per natura breve, infatti, pu costituire il fulcro di una sillaba lunga. Valgano le seguenti regole.

La sillaba aperta, che termina cio in vocale, ha la stessa quantit della vocale: breve se contiene una vocale breve (l-go, io leggo; p-ter, il padre), lunga se contiene una vocale lunga o un dittongo (m-ter, la madre; au-rum, loro).

La sillaba chiusa, che termina cio con una consonante, anche se contiene una vocale per natura breve, sempre lunga, poich alla durata del suono vocalico va sommato quello della consonante che segue. Per esempio, in pctus la vocale e breve per natura, ma la sillaba pec- lunga. Particolare importanza assume in ogni parola la quantit della penultima sillaba, poich definisce la posizione dellaccento.

Laccento
In una parola latina laccento pu cadere soltanto sulla penultima o terzultima sillaba (legge del trisillabismo). Di conseguenza:

nelle parole bisillabiche laccento cade sempre sulla penultima sillaba: es. luna (luna), civis (cittadino), manus (mano) si accentano lna, cvis, mnus. nelle parole con pi di due sillabe laccento cade sulla penultima se questa lunga, sulla terzultima se invece la penultima breve. Per esempio, magster (maestro) va letto magster, mentre disciplus (alunno) va letto discpulus; amavrunt (essi amarono) va letto amavrunt, mentre amavrant (essi avevano amato) va letto amverant.

Sullultima sillaba sono accentate soltanto alcune parole nelle quali si verificata la caduta o della vocale finale (apcope), come nel caso degli avverbi di luogo illic, illuc, illac (che derivano da illce, illce, illce e vanno letti illc, illc, illc) o di una sillaba interna (sincope), come nel caso di alcuni nomi propri in -as e in -is: es. Maecenas (Mecenate), Arpinas (Arpinate),

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Samnis (Sannita) che derivano rispettivamente da *Maecenatis1, *Arpinatis e *Samnitis e vanno letti Maecens, Arpins, Samns.

La quantit da considerare quella della sillaba, non della vocale: per esempio, la vocale e nella radice liber-, portatrice dellidea di libert, breve e come tale compare in libro, poich -be- sillaba aperta, mentre nella parola librtas, trovandosi in sillaba chiusa, diventa lunga per posizione. La quantit della penultima sillaba, quando non risulta evidente in base alle regole generali (quando, per esempio, si tratta di sillaba aperta), normalmente fornita dai vocabolari.

Accento di nclisi

Alcuni monosillabi, come il pronome indefinito quis, le congiunzioni -que e -ve, o le particelle -ne, -ce, -met sono enclitici, sono cio privi di accento proprio e si appoggiano anche graficamente alla parola precedente, come accade in italiano per i pronomi atoni ti, mi, ci, lo ecc. in sintagmi come dimmi o dimmelo. Dalla unione di una parola accentata e una enclitica nasce una nuova unit fonica con un nuovo accento, detto accento di nclisi, collocato sulla sillaba che precede lenclitica, indipendentemente dalla sua quantit. Di conseguenza filique e la figlia, populsve o il popolo, egmet proprio io vanno sempre letti filique, populsve, egmet. Quando lenclitica non pi sentita come tale ma avvertita come parte integrante di una parola, questa ricade sotto la legge della penultima (fenomeno della epctasi): il caso di utnam, totdem, edem, parole per le quali nella coscienza dei parlanti era andata perduta la percezione della unione di due distinti monemi, uno accentato, laltro enclitico ( uti-nam, totidem, ea-dem), e che venivano pertanto accentate secondo le leggi generali (tnam, ttdem, dem). Lepectasi sicura, oltre che per utnam, totdem, edem, anche in qualche altro caso come denque (leggi dnique) e undque (leggi ndique), molto probabile per itque (leggi taque). Non pare invece verificarsi per utrque e plerque che vanno letti di conseguenza utrque e plerque.

Mutamenti fonetici
Vari e complessi fenomeni di natura vocalica e consonantica hanno modificato il sistema fonetico del latino nel corso della sua evoluzione storica. Presentiamo i casi pi significativi.

Mutamenti vocalici
Nelle sillabe interne delle parole, le vocali brevi e i dittonghi subirono dei cambiamenti, connessi al forte accento intensivo protosillabico (che cadeva, cio, sulla prima sillaba) tipico del latino arcaico (mentre nel latino classico, come sappiamo, laccentazione regolata da altre leggi). In alcuni casi tale accento provoc la caduta (sncope) della vocale breve interna: es. naufragus deriva da *navifragos; nel latino classico coesistono forme come valde e valde, audacter e audacter. In altri casi laccento iniziale determin lindebolimento della vocale o del dittongo interni.

In sillaba aperta, tutte le vocali brevi passano a . cdo / decdo; rgo / dirgo; slio / inslio; capt / captis; lgo / collgo; mils / miltis. Davanti a r levoluzione si arresta a . cins / cinris; dre / reddre.

1. lasterisco premesso a una parola indica che si tratta di una forma ricostruita e non storicamente attestata.

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Davanti a l velare (l non seguita da e, i, l) lesito . similis /simlo; epistla dal greco epistol

In sillaba chiusa > . dmno / condmno; rma / inrmis. davanti a n velare (n seguita da c, g) > , davanti a l velare > . frngo / perfrngo; slsus / inslsus; tngo / contngo. I dittonghi si chiudono2. ae > : es. aestimo / exstimo; aequus / inquus; caedo / incdo; au > : es. claudo / incldo; ou (< eu) > : es. *douco (< *deuco) > dco. In sillaba finale la si oscura passando a . Luciom > Lucium; consol > consul.

Mutamenti consonantici
Rotacismo

La spirante sorda s in posizione intervocalica prima si sonorizzata e poi passata a r (fenomeno del rotacismo). Per esempio: *arbses > arbres3; *lupsom > luprum; *gensis > genris. Secondo la tradizione, il primo a introdurre il segno r per la s rotacizzata fu il dittatore del 340 a.C. Papisius Crassus nella trascrizione del suo nome, che divent cos Papirius. La s intervocalica presente nelle parole del latino classico o il risultato della semplificazione del nesso -ss- (es. caussa > causa; quaesso > quaeso) o si trova in termini di origine non latina, come rosa, casa.
Assimilazione e dissimilazione

Quando due consonanti vengono a contatto si possono verificare fenomeni di alterazione fonetica. Si definisce assimilazione regressiva ladeguamento della prima consonante alla seconda: pu essere totale in casi come occdo, da ob-caedo; accdo, da ad-cedo; illdo, da in-ludo; summus, da *sup-mos; puella, da *puer-la; o parziale in casi come actus, da *ag-tos; scripsi, da *scrib-si (con passaggio della consonante sonora a sorda per influsso della sorda seguente) e impar, da in-par (con passaggio della nasale dentale a nasale labiale per influsso della labiale seguente). Se la seconda consonante ad adeguarsi alla prima, lassimilazione viene chiamata progressiva, come in velle, da *vel-se; tollo, da *tol-no; torreo, da *tor-seo; ferre, da *fer-se; mollis, da *mol-duis. Lassimilazione pu riguardare anche le vocali: homo risale a *hemo (cfr. nemo, che deriva da ne-hemo); momordi il perfetto raddoppiato di mordeo, ma la forma arcaica era memordi. In certi casi quando in una parola si susseguono due suoni simili (soprattutto consonanti liquide), uno dei due viene modificato (fenomeno della dissimilazione): es. caeruleus, deriva da *caeluleus (cfr. caelum); carmen risale a *canmen (cfr. cano); meridies deriva da *medi-dies. Talvolta si pu verificare la caduta di uno dei suoni o di unintera sillaba: es. agrestis risale ad *agre-stris (cfr. campestris, silvestris); nutrix deriva da *nutri-trix (cfr. genetrix).

2. si tratta di una tendenza generale della lingua che interessa anche le sillabe toniche, come testimoniano le grafie arcaiche: oino per nus; decreivit per decrvit; Loucilius per Lcilius, ecc. 3. lerudito verrio Flacco attesta che Catone il Censore, vissuto fra il III e il II secolo a.C., diceva spesso arboses anzich arbores.

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Parte 2
Tavole morfologiche
Sezione 2 Sezione 3 Sezione 4 Sezione 5 Sezione 6 Sezione 7 Sezione 8 Sezione 9 Declinazione dei sostantivi e degli aggettivi Coniugazioni verbali I pronomi I numerali Gli avverbi Le preposizioni Le congiunzioni Le interiezioni 22 37 77 89 93 99 103 107

Declinazione dei sostantivi e degli aggettivi

GLOSSARIO
Caso Ilcaso,marcatoconappositedesinenze,indicalafunzionelogico-sintattica(soggetto,oggettoecc.)cheilnomeassumenellaproposizione.Inlatinoicasisonosei(nominativo,genitivo,dativo,accusativo,vocativo,ablativo)eciascunoraggruppadiversefunzioni sintatticheattornoaunideafondamentale(tabellaap.115).

Nellafasepianticadellalinguaesistevaancheunsettimocaso,illocativo,dicuirimangono traccesignificative. Alcunicasi,comeilnominativoeilvocativo,esprimonounasolafunzione,glialtripossono,invece, esprimernediverse.Inparticolarelaccusativoelablativoneesprimonomoltissime,precisate spessodapreposizioni.

Declinazione Seriedellediverseformecheunnomeounpronomeassumonoaseconda delcasocheesprimono.Ledeclinazionidelnomeinlatinosonocinqueesidistinguono empiricamentedallaterminazionedelgenitivosingolarechesitrovasempreregistratasul vocabolarioaccantoalnominativo:-aeperlaIdeclinazione,-iperlaII,-isperlaIII,-usper laIV,-eiperlaV. Genere Unnomeinlatinopuesseremaschile,femminileoneutro.

Alcunisostantivicheindicanoesserianimatipossonoesseresiamaschilisiafemminili,peresempio sacerdos(sacerdote/sacerdotessa)enumerosinomidianimalicomevulpes(volpe),pavo(pavone) ecc. Sonomaschiliinomideifiumiedeiventi(es.Padus,ilPo;Zephyrus,loZefiro). Sonofemminiliinomidellepiante,mentresononeutriinomideifrutti:peresempio malus(il melo)femminile,mentremalum(lamela)neutro. Sononeutriinomideimetalli(es. aurum,loro),gliaggettiviusaticomesostantiviastratti(es. verum,laverit,propriamenteilvero)egliinfinitiusaticomesostantivi(es.legre,illeggere).

Numero Inumerisono,comeinitaliano,due:singolareeplurale.

Alcunisostantivisitrovanousatisoloalpluraleeperquestosonodettipluralia tantum(ciosolo plurali):peresempiodivitiae,ricchezza;Syracusae,Siracusa. Talvoltailsostantivocambiasignificatoasecondadelnumero:peresempiofortunaalsingolare significasorte,fortuna,alplurale(fortunae)significainvecebeni,mezzi,patrimonio. Tracciadiunnumeroduale,benpresenteindiverselingueindoeuropee,rimastasoltantonei numeraliduo(due)eambo(entrambi).

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