la Repubblica

DOMENICA 28 LUGLIO 2013

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LA DOMENICA

FOTO DI GIORGIO TARASCHI / INVISION / LUZPHOTO

L’attualità
Vite spericolate

Eremiti
PAOLO RODARI
ntonella Lumini vive a Firenze, lavora part-time alla Biblioteca nazionale centrale e ogni giorno, terminato il lavoro, dopo l’ora di pranzo, torna nel suo eremo, un piccolo appartamento in centro. Mario Dumini, invece, anni fa decise di abbandonare tutto e tutti e di andare a vivere in una caverna, sulle colline intorno a Tivoli, e da allora il suo eremo è là. Ma che abbiano per se stessi scelto «i deserti della città», come li ha chiamati la mistica russa Catherine de Hueck Doherty, oppure i più classici tra gli eremi, letteralmente “luoghi di difficile accesso” dove incontrare solo la più estrema delle solitudini, che insomma vivano in un condominio o dentro una chiesa abbandonata e sperduta tra le montagne dell’Appenino, ciò che que-

I Nuovi
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FIRENZE

sti eremiti contemporanei cercano è sempre e soltanto un canale diretto con Dio. Eremiti. Parola antichissima eppure fenomeno che negli ultimi anni è sorprendentemente in ascesa in tutta Europa. In una sua indagine il sociologo Isacco Turina, docente a Bologna, ne ha contati solo in Italia circa duecento, uomini e donne, età media cinquantasei anni. La maggior parte di loro abbandona il mondo senza chiedere permesso a nessuno, e in questo si avvicinano agli antichi eremiti della tradizione ortodossa. Anche loro lasciavano tutto senza preavviso, come ha raccontato nel suo Pustinia (edito in Italia da Jaca Book) la Doherty, un nome che forse dice poco ai più ma che è stata accostata per profondità spirituale a tre grandi donne dell’ultimo secolo: Madre Teresa, Dorothy Day e suor Emmanuelle. Nata in Russia sul finire dell’Ottocento, poi emigrata in Canada, Doherty ha vissuto in città quelle esperienze del deserto — “pustinia” in russo — che nel suo paese natìo abbracciano appunto gli eremiti. I “pustinikki” sono persone che scelgono la vocazione eremitica senza bisogno di alcun riconoscimento istituzionale. Un giorno decidono di lasciare tutto e partono per trovare Dio e lui soltanto, silenzio e solitudine nell’assordante mondo contemporaneo. Così descriveva Doherty il suo ritiro assoluto: «Una barca senza timone né remi per lasciarmi andare alla deriva dove Dio vuol portarmi. Può essere che io raggiunga un incantevole ruscello vicino al quale mi piacerebbe fermarmi per fare colazione. Ahi. Viene un temporale. Dunque non mi fermo per mangiare e mi tuffo nel temporale. L’essenza del distacco è questo: andare con Dio dovunque voglia portarmi». La pustinia di Antonella Lumini non è semplicemente un appartamento in centro città eretto a rifugio personale. È un’esigenza profonda, una spinta a nascondersi che fin da quando era piccola le faceva mancare il fiato. Dopo un periodo di lontananza dalla Chiesa cattolica, un forte richiamo al silenzio la portava a scappare dalla città, a camminare per ore da sola nelle campagne, a sedersi in contemplazione su una pietra per gustare delle meraviglie del creato. Allo stesso tempo una resistenza, un dubbio la portava a chiedersi: perché? Sono pazza o è davvero alla solitudine che sono chiamata? E ancora: dove vuole portarmi questa strada? Sessant’anni, Antonella oggi racconta così la sua scelta:

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FOTOGLORIA

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C’è chi, come gli antichi anacoreti, sceglie di vivere lontano da tutto. E chi invece ha trovato anche negli anonimi palazzoni di città la propria via alla solitudine. Gli uni e gli altri cercano il silenzio per poter ascoltare soltanto Dio. Ne abbiamo incontrati alcuni. Ecco le loro storie
«Per anni, dopo i tempi dell’università, ho frequentato eremi, monasteri, ma lo spirito eremitico mi chiedeva di restare nel mondo. Il vero distacco, la vera vertigine, è lo svincolamento dalla voce dell’ego collettivo, per aprirsi al silenzio. Percepivo sempre più il desiderio di stare in silenzio, in questa dimensione di ascolto interiore. Da lì è cominciata a scaturire una parola, una voce che iniziai a scrivere». La voce di Dio? «Sì, ma prima sono dovuta discendere negli inferi. Dio per anni mi ha come spogliata. Quando s’inizia a fare silenzio si entra in contatto con il dolore. Siamo portati sulla soglia del trauma profondo dove ci sentiamo separati dalla vita, messi fuori, messi al bando. Non ci possiamo abbandonare all’amore divino perché ci sentiamo abbandonati. Riaffiora potente il trauma del primo abbandono, quello del parto, un trauma di separazione mai recuperato. Occorre prendere coscienza di questo trauma. Lì c’è il nostro dolore, il dolore del mondo. Viviamo in uno stato di separazione dalla vita, cioè da Dio stesso. Questo è il dolore di tutti i dolori. Si resta sospesi nel vuoto. La terra sotto di noi trema. Ma è allora che si entra nel luogo della verità. È allora che Dio inizia a parlare. E quando Dio mi parla metto la sua parola su carta, non ne posso fare a meno». La scrittrice Cristina Saviozzi ne ha incontrati parecchi di eremiti del nostro tempo. E ognuno di loro le si è presentato con un’esperienza singolare e diversa. Di loro ha parlato in Come gufi nella notte (edizioni San Paolo, 2010) — ma sull’argomento sono usciti anche altri libri interessanti recentemente, a firma Espedita Fisher e Francesco Antonioli. Dice: «Ho incontrato veri anacoreti, separati dal resto del mondo anche geograficamente, completamente abbandonati alla provvidenza, sistemanti in piccole abitazioni prive di acqua corrente e di illuminazione elettrica, dediti alla preghiera continua. Ma anche solitari che invece vivono nella vicinanza di centri abitati, in vecchie canoniche o antiche pievi abbandonate o addirittura nel cuore di una città, e che per esercitare un piccolo lavoro, necessario a sostentarsi, hanno persino il collegamento internet». Giuseppe Castelli è sacerdote, monaco e moderno eremita. Vive, tra le campagne della Toscana, nei pressi di Castiglione Fiorentino. Un luogo di preghiera, di lavoro e di contemplazione, a cento metri dal sentiero sul quale san Francesco camminava per andare da Assisi a La Verna. Il mattino si alza presto e canta le Lodi in solitudine, a bassa voce. “Io ho dato a loro la tua parola”, recita un cartello su un albero fuori casa. Giuseppe ha dovuto lasciare la Congregazione sacerdotale nella quale era incardinato perché spinto ad andare oltre. La vita eremitica per lui è fatta di tanto silenzio, ore trascorse seduto o in ginocchio in una piccola cappella a pregare. E ad ascoltare Dio. «Nel deserto — spiega — non si va con i libri o con dei maestri, perché lì c’è il Maestro. È lui che dobbiamo ascoltare». Ancora Firenze, non lontano dal centro storico. Un modesto appartamento pieno di libri. Qui vive un’altra eremita, suor Julia. Londinese, madre di tre figli e insegnante universitaria negli Stati uniti, poco prima di andare in pensione entra in un convento anglicano. Vi rimane per quattro anni. Ne trascorre altri quattro in una camera senza riscaldamento a Firenze, vicino all’eremo di don Divo Barsotti. Qui conosce Fioretta Mazzei, storica collaboratrice di Giorgio La Pira. Negli anni della grande povertà post-bellica, il sindaco le affidò, ventottenne, le iniziative “samaritane”: il latte ai bambini nelle scuole; i cantieri di lavoro; la battaglia quotidiana per risolvere le necessità più stringenti della povera gente. È quasi emulando Mazzei che suor Julia oggi accoglie, e soprattutto istruisce, nella sua biblioteca coloro che lei chiama «gli ultimi fra gli ultimi», i rom di Firenze. Un eremitaggio atipico il suo. In silenzio e in preghiera dalle quattro del mattino fino alle sette, l’ora della Messa, trascorre il resto della giornata ad accogliere i rom. «Nessuno si occupa di loro», spiega. «C’è tanto pregiudizio, mentre sono persone profonde. Se accolte con rispetto possono dare tanto a tutti. Da me vengono molti rom-romeni. Sono europei e da sette secoli cristiani ortodossi. Un tempo erano schiavi. Hanno subìto l’olocausto e sono stati deportati nei gulag. I giovani raccontano le storie dei loro nonni e bisnonni, che fuggirono a piedi dalla Siberia per tornare in Romania. Hanno una fede unica. Digiunano tutti i venerdì, sempre in Quaresima. Le donne sono molto caste. Ma non hanno un tetto sotto cui abitare». Contemplazione e azione, è stata questa la scelta di suor Julia. Una terza via all’eremitismo, ma la meta è sempre la stessa.
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FOTO DI JESCO DENZEL / VISUM / LUZPHOTO

LE IMMAGINI
Dall’alto in senso orario Marco Puchetti: ex manager Yamaha oggi eremita tra i monti abruzzesi; Gianfranco Galfetti si è isolato dal mondo e vive a Vira, nel Canton Ticino; l’anziano Clement fa il pescatore su un’isola polinesiana, come pure Clodomiro Assencio a Cape Dungeness, in Patagonia; Mario Dumini, da diciotto anni ha scelto come casa una grotta vicino Tivoli; Ahmet Seyhan, pastore, una cava di pietra a Cipro; Richard Proenneke ha abbandonato tutto per una capanna a Twin Lakes, Alaska

FOTO DI JEAN-MARC CAIMI / REDUX / CONTRASTO

FOTO DI THOMAS HOEPKER / CONTRASTO