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CITTADINI IN SCENA

CITTADINI IN SCENA
non è solo un laboratorio teatrale è uno spazio aperto, dove
sperimentarsi, giocare, divertrsi, passare il tempo e perchè no...
osare e metersi alla prova.
Un’Ofcina dove con umiltà e con fatca (quella buona che fa star
bene) si prova a “costruire” arte ed emozione.
CITTADINI IN SCENA
è sopratuto un progeto condiviso, un gruppo di lavoro, un
coro, dove ognuno contribuisce, nella massima libertà ma con
responsabilità, con quello che ha, può e vuole dare.
Chiunque può partecipare, anche solo per curiosare, per vedere
quello che si combina, per spetegolare un po’, anche chi ha poco
tempo, anche per un solo incontro, anche chi è tmido, anche chi il
teatro nemmeno sa cosa sia...
Ore 6.30 Suona la radio-sveglia ultmissimo modello sempre sintonizzato a metà tra il canale heavy metal
e Radio Maria. Ti met a sedere, raddrizzi le gambe, punt i piedi e acquist la posizione ereta.
Ma è tuta apparenza: gli occhi sono ancora chiusi.
Ore 6.45 Café. Mentre aspet la moka, prepari la colazione per marito e fgli. Cafelate, late e cacao,
late e cereali, yogurt, biscot, fete biscotate e marmellata. Per te: nulla, non hai tempo.
Sorseggi il café. Ma porc..., mo’ mi tocca rilavarmi i dent!
Ore 7.50 Arrivi in ufcio. Sei in ritardo, tmbri il cartellino, entri a testa bassa, invent una scusa plausibile.
C’era un incidente, sono rimasta imbotgliata dietro a un camion che si è ribaltato, mi hanno fermato
i carabinieri, sono rimasta senza benzina e poi ho trovato tut rossi, una sfga!
Ore 13.00 Pausa pranzo. Riprendi la macchina, torni a casa, apri il freezer, estrai: pasta al forno, melanzane alla
parmigiana, roastbeef con contorno di fegatni e patate – tuto cucinato la sera prima con olio extravergione
di oliva spremuto a freddo e sale povero di sodio per il controllo della pressione. Infli nel microonde e mentre
aspet t sbaf un antpasto di prosciuto e melone diretamente dentro il frigo.
...Lasciare che tut quei casset che ci
portamo dentro, custodit gelosamente,
di rabbie, rancori, follie e tristezze,
esplodessero tuto ad un trato, nonostante
le pesant serrature di anni, in un fragore
fato di paura ma liberazione, lacrime ma
afeto, per me stessa, quasi compassione,
per avere avuto sempre un ateggiamento
di cinismo nei confront degli altri e della
vita...
...Come la paura che mi faceva quella perfda
scaleta rossa che porta al palcoscenico o la
primissima sgradevole sensazione dei piedi
nudi sul parquet e poi il primo, bellissimo,
intmo incontro con gli occhi degli altri...
Emozionante “sentre” gli altri e farsi
sentre, essere lì e non in nessun altro
posto...
...Arrivò poi la fne... come avevo fato
a reggere tuto quel tempo lo sguardo
impassibile di Francesca? Il pomeriggio
contnuò pieno di allegria e con quello
stato d’animo che si ha dopo aver vinto
qualcosa. Ma cosa?
Ogni volta che entro in teatro, al laboratorio,
il giudizio che do a me stesso rimane fuori
dalla porta. Speriamo un giorno si stuf di
aspetarmi lì fuori e se ne vada per sempre.
Indimentcabile sopratuto quando si
è aperto quel sipario e soto i rifetori
c’eravamo noi al centro dell’atenzione,
batto cardiaco a mille per me che ero
sempre stata in platea e che mai avrei
pensato di poter riuscire a stare dalla
parte dei protagonist... tut gli occhi
puntat addosso e quando è stato il
mio momento sono riuscita a dire
quelle poche batute ad occhi chiusi...
sicuramente la più imbranata... ha
commentato mia fglia.
...Ma perchè da quel momento in partcolare capii che
su quel palco ognuno dava davvero tuto se stesso senza
vergognarsi di niente, tute le emozioni venivano messe a
nudo: eravamo una cosa unica, un magmone appunto, se
volevi ridere ridevi, se volevi piangere, beh, che problema
c’era, piangevi... e nessuno t giudicava... nessuno.
Non lo so, ma c’è un istante preciso che si è messo davant ai miei occhi
come una fotografa... Eravamo al Teatrino De Larderel, un pomeriggio
della primavera scorsa. Ognuno di noi doveva rappresentare i “dieci
esercizi di verità” di un altro compagno, che Marco ci aveva fato scrivere
qualche tempo prima. Uno di noi saliva sul palco e gli altri stavano giù
in platea ad osservare. Mi ricordo che dovevamo individuare i moment
in cui il compagno fosse “PRESENTE” e analizzare che cosa stesse
succedendo nella sua voce, nel suo corpo, in quel preciso istante. Io
avevo scelto gli esercizi di Franca. Quando è il mio turno, mi siedo sul
bordo del palco con le gambe che mi penzolano di soto in un contnuo,
ma inconsapevole, movimento altalenante. Inizio a snocciolare a rafca
i dieci esercizi di verità ma sento che non ci sono, che la voce trema, che
non c’è convinzione in quello che dico, che, come succede spesso, un
atmo prima mi sento sicura di me stessa e poi appena tocco il palco
mi si sciolgono le gambe, la voce e la convinzione. Poi, non so che cosa
accade ma accade qualcosa. Il tempo si ferma, diventa lentssimo. La
stanza si deforma e ho la sensazione che divent circolare e che questo
cerchio si chiuda esatamente ai lat delle mie spalle. Ora ho tut i
miei compagni davant a me, vicini vicini. Vedo, senza guardarla, la mia
gamba destra che lentamente smete di dondolare e poi la sinistra che
si ferma. E‘ un microscopico, minuscolo atmo. Dentro me un peso
enorme scende piano piano, senza fare male, e si appoggia in fondo
allo stomaco. Un tonfo sordo ma pieno mi esplode nella pancia e si
difonde, lentamente, dappertuto. Sento che i miei occhi fssano la
parete davant con un’intensità tale che è come se la direzione dello
sguardo fosse diventata solida. Ascolto la mia voce ferma, sicura, pacata
dire: “la verità è... che non sono felice per niente”. Tuto intorno è un
silenzio assoluto che mi rimbomba nella testa. E’ un momento che mi
sa di infnito. Poi, basta. Mi rialzo subito e faccio di tuto per dissacrare
questo momento così strano, così profondo, per me. Ma io so che ora
c’è qualcosa che prima non c’era.
Le serate passate alla Rocca Sillana per
le prove dello spetacolo sono i moment
che ricordo con più emozione, moment
di intensità emotva irripetbili. Ecco, lì
ho pensato, che basta veramente poco
per stare bene: gli amici, i tramont, il
luogo, che mi da una sensazione di libertà
indescrivibile... Cos’è cambiato? Per me
molto, il fato che sia qui a scrivere è per
me una cosa strana, ma che dico strana,
STRANISSIMA.
...Io vestta da Cappucceto Rosso,
con i mutandoni bianchi con le
trine e la mantellina rossa, seduta
sul palco a gambe incrociate come
una bimba, avvinghiata al braccio di
qualcuno, guardo tute le nostre foto
che scorrono sullo schermo, un anno
insieme ai miei compagni di teatro,
una carrellata di emozioni, risate,
piant, coraggio di metersi in gioco...
l’emozione mi prende, piango anche,
meno male che c’è il cappuccio di
Cappucceto Rosso che mi copre.. una
sensazione così non si dimentca... t
rendi conto della ricchezza che hai,
della fortuna ad essere li in quel
momento...
Io il gruppo di Citadini in Scena l’ho
conosciuto prima come spetatore;
sono rimasto colpito dalla vitalità,
dall’energia che emanava, dalle azioni
e dalle scene. Ho imparato un modo
nuovo di recitare e stare in scena.
La famosa e ripetuta indicazione
“meno, meno” era per me totalmente
sconosciuta; prima avevo sempre
appreso il “più, più”.
Ho imparato che la purezza e la
semplicità della recitazione non
appiatscono la forza del racconto,
anzi lo rendono più sentto ed
autentco. Ho imparato a fare
convivere la tensione con l’agio.
Sento cambiato anche il mio
approccio con il teatro che faccio.
Insomma quello che pensavo fosse
un momento passeggero è diventato
importante.
“NON PUOI DIRE PASSO!” io arrossisco e... cavolo che
imbarazzo! Si perchè la mia avventura con “Citadiniinscena”
inizia proprio con questo, circa 4 anni fa... mani sudate e
pressione arteriosa alle stelle.
CITTADINI IN SCENA è un progeto di
Teatro Sociale in cui un gruppo di citadini
di Pomarance lavora in ofcina teatrale
producendo uno spetacolo. Il teatro diventa
strumento per stare insieme, fare gruppo,
ma anche e sopratuto per afrontare temi
important del vivere sociale e quotdiano,
per interrogarsi sulla propria identtà.
CitadiniInScena è, per Ofcine Papage
Compagnia Teatrale, un progeto politco,
che si sviluppa nel tempo e con rispeto per il
tempo, con pazienza e misura, in condivisione
virtuosa con un’atenta Amministrazione
Comunale. Un’occasione concreta di “fare arte
e cultura dal basso”, uno spazio di rifessione
e scambio per la valorizzazione del territorio
e della sua creatvità. Un processo pragmatco
per ritrovare un teatro che sia necessario,
presente, vivo, nuovamente capace di
accogliere e far crescere un pubblico atento,
consapevole e partecipe. CitadiniInScena
è anche un percorso di ricerca sull’arte del
teatro, uno spazio culturale che è anche
propriamente artstco, un luogo in cui,
con umiltà, i linguaggi e i sistemi simbolici
contemporanei sono atraversat, indagat,
reinventat. CitadiniInScena è alla sua quarta
edizione: quatro anni di stupore, di gioia, di
sorrisi; da qui la voglia e la necessità di fare
il “punto”, di metere a fuoco un’identtà
in quello che si è fato e, dunque, il senso
di questa pubblicazione. Il fruto del primo
anno di laboratorio è lo spetacolo O NINI...
VEDRAAI!, che nasce da una esigenza urgente
del gruppo; quella di parlare di sé, di indagare
e interrogarsi sul tema dell’appartenenza,
del paese, dei ricordi, di quello che unisce e
fonda una comunità: gioie e dolori del vivere
in un paesino di provincia. Presentato in uno
strapieno ed emozionato Teatro dei Coraggiosi,
ha scosso i cuori del pubblico accorso. Come
ogni crescita che si rispet, al secondo anno di
atvità i Citadini sono pront per una prova più
impegnatva, che richiede una messa in gioco
ancora maggiore. Il tema afrontato è il confito:
scontro di forze contrapposte, che sprigiona
energia, che origina movimento, spostamento,
cambiamento. Si parla di vita, quindi. Nasce così
lo spetacolo CONFLITTI. Il primo allestmento
va in scena nella maestosa cornice della Rocca
Sillana, non solo per esigenze scenografche
ma anche e sopratuto per tener fede allo
spirito di un progeto inserito in una realtà
locale ben defnita e valorizzare le sue notevoli
risorse ambientali. Con Confit il gruppo
CitadiniInScena ha avuto inoltre l’onore di
essere incluso nel prestgioso festval Volterra
Teatro 2010. CONFESSIONI è il ttolo dell’ultmo
lavoro, dedicato al tema della “Verità” e all’idea
dell’ato scenico come “confessione” oferta
al pubblico. Confessioni vede la luce in una
piazza del paese: portare il teatro fuori dalle
sue mura ufciali e far vivere lo spetacolo
negli spazi quotdiani, pubblici, è diventata per
i CitadiniInScena quasi una necessità, come
a dire: “Siamo qui, tra di voi, con voi, e non ci
sono palchi o quinte a dividerci.” La rimessa
in scena di Confessioni è anche la prima tappa
dell’edizione 2011 di CitadiniInScena, che
proseguirà per tuto il 2012 indagando ancora
il tema della verità con un lavoro corale ispirato
liberamente, questa volta, ad un grande
classico del Teatro Italiano: Così è, se vi pare di
Pirandello. CitadiniInScena è, e sarà sempre,
uno spazio aperto, un gruppo di lavoro atento,
consapevole e presente.
Perchè sento suonare le campane
Perchè le mie radici sono qui
Perchè in ogni angolo ho un ricordo
Perchè la gente si interessa e non sei anonimo
Perchè c’è l’aria pulita
Perchè quando esci hai sempre chi salutare
Perchè da bambini si può giocare per strada
Perchè l’aperitvo costa la metà rispeto alla cità
Perchè, francamente, io qui ci sto bene
Perchè adesso sono qui su questo palco davant a tuta la mia gente
(dal Testo di O nini Vedraai!)
O NINI VEDRAAI!
O nini...Vedraai!
Un paese in scena.
“O nini... Vedraai!”
con quella pausa in mezzo e quella “a” fnale strascicata e allungata
per dire: è ovvio, naturale, normale... inevitabile.
È l’intercalare più frequente sulla bocca del “Pomarancino D.O.C.”,
l’intma essenza dell’autentco “collo di papero”.
Il bar Novo, luogo di ritrovo dei giovani di tute le generazioni;
il motorino a 16 anni, simbolo di libertà e agognata autonomia;
la fera del paese;
la vecchia Zoe, quella che vendeva le “cingomme” che facevano le bolle
(il cui ricordo fa commuovere i nonni e i papà ma è sconosciuto alle
nuove generazioni);
quello che vuole andarsene perché tuto è lontano e fatcoso, quella
che invece ci sta bene, quella che non ce la fa a staccarsi, quello che è
venuto da fuori...
Abitudini, storie, vizi e petegolezzi, dinamiche della vita di un “ridente”
paese della collina toscana.
Il paese in scena si racconta alla sua gente.
Sono arrivat? si sono arrivat. Ma quant banchi ci sono? E in via Serafni?
Via della libertà è piena. Speriamo che un piova...
(si sente il rumore di un tuono)
driiiinn... Adriaana t sbrighi!
Ore oto, Bar Nuovo, colazione e via per il primo giro di ricognizione.
Tassatvo: non comprare niente prima di averlo ultmato.
Primo giro con le amiche, secondo giro con le mie cugine,
terzo giro con mamma e vai primo regalo,
quarto (il più bello di tut) con mio nonno che mi comprava le peggio schifezze.
Saluta quello, saluta quell’altro,
saluta quello, saluta quell’altro,
saluta quello, saluta quell’altro...
Quante volte salut le stesse persone... mille milioni di volte.
Non vedo l’ora di spendere, camminare, girare, guardare...
Madonna come stai bene! Cosa hai comprato oggi? Hai visto quant banchi?
Sì ma son tut cinesi e peruviani! Pazienza qualcosa si trova lo stesso.
Ho comprato un paio di calzini, le ciabate con la mucca, un pigiama,
ed un maglione di lana che forse non meterò mai... ma chi se ne frega!
psssssss cic psssss cic... Il rumore ripettvo della macchina per fare i brigidini.
L’animale simbolo della fera per me è sempre stato il pesce rosso,
che dopo qualche giorno trovo sempre però a pancia in su.
Torrone, Croccante, Brigidini, Duri di menta, Zucchero flato.
Il banco delle olive e della fruta secca l’ho sempre odiato, un puzzo che s’avella!
E la porcheta!!! Bona, grassa, bona, salatssima... anche se fa un po’ pillone.
Il pigia pigia delle 18.00 in via Gramsci davant Rudy...
e ci mancava anche quella con il passeggino...
La fera è tristezza, fne della bella stagione, gente che spinge, stringe, si accalca,
camminare in lungo e in largo per ore ed ore... ma t levi di culo!!
Allora comprerò un duro di menta.
Non ho comprato nulla, se torni a casa senza il croccante che fera è!
Mi fanno male i piedi, i brigidini fanno schifo, ma se non li compri che fera è?
Mi fanno male i piedi...
A sera il pigia pigia scompare e rimangono solo pochi banchi,
giusto il tempo per bere un birrino e per un ultmo giro
tra le cartacce, i nylon e lo sporco della giornata di festa...
peccato, è già fnita!
( “La Fiera”: dal testo di O nini Vedraai!)
Piccoli, enormi, assolutamente fastdiosi, però piacevoli, a volte
indispensabili, decisamente irrisolvibili, sinceramente cercat, spesso
irresistbili, comunque divertent e quasi quasi... spetacolari.
Eterna lota tra forze che instancabilmente coesistono, si
contrappongono, si afrontano, si sfdano, producono energia; motore
indispensabile al movimento, al cambiamento... alla vita.
In confito ci siamo sempre e tut, con tuto: con il corpo, il partner,
il passato, lo stato, la giustzia, fnanche con Dio...
Nella magica cornice della Rocca di Sillano, il gruppo teatrale
CitadiniInScena alle prese con i confit del vivere quotdiano.
CONFLITTI
Zuppa Amara di Frustrazioni Stagionate
Ingredient
5 kg di compromessi belli scomodi; 1 kg di insicurezza cronica;
200 gr di bisogni fsiologici impellent;
200 gr di esigenze afetve ben frustrate ;
50 gr di desiderio di indipendenza;
1 mestolo zeppo di paura del cambiamento;
1 bicchiere colmo di rabbia repressa;
4 cucchiai di apata integrale in polvere;
1 cucchiaio... meglio 2 di orgoglio extravergine spremuto a caldo;
fuga q.b.
Preparazione
Prendete una vescica gonfa che avrete lasciato lievitare dalla note prima dopo una
notata di abbondant bevute; svuotate e mescolate accuratamente col desiderio
insopprimibile di rimanere a leto. Lasciate agire altri 5 minut e poi alzatevi di
malavoglia evitando di guardarvi allo specchio. Portate il tuto a ebollizione sul fuoco
sacro del dovere e recatevi al lavoro generosamente spolverat di apata che avrete
ammollato in precedenza in una salamoia di rabbia verso chi otene molto più di voi
dando molto meno di voi. Mondate le esigenze afetve e il desiderio di raccontarvi,
frustateli accuratamente, indi scordatevi di aggiungerli al composto. Incorporate la
paura di perdere la serenità dei rapport, la paura dell’aggressione verbale e la paralisi
delle emozioni montate a neve. Afetate il desiderio di indipendenza e scartatelo
subito. Mescolate il tuto per evitare ataccament, aggiungete i 5 kg di compromessi
belli scomodi, irrorate di orgoglio extravergine e lasciate cuocere sino a che si formi una
spessa crosta di fnta serenità. Spolverate di illusioni e sogni di isole felici. Schiumate e
servite fumante... tut i sant giorni.
(dal testo di Confit)
Dal silenzio eterno, dalle paret del nulla si staccò un mistero rotondo.
Cadde e viaggiò per spazi immutabili atraverso vuot infnit
atrato, chiamato, istgato lungo un cono di tempo, inevitabile via,
l’unica percorribile: troppo forte il richiamo di un altro mistero rotondo.
Una scintlla. Un’esplosione. Nel convegno divamparono famme.
Fischiarono i vent, il fango schiumò, le pietre cozzarono in un digrignare di dent.
L’acqua arrivò da altezze immense in vortci che succhiavano l’aria e riempì di sé
le ferite della terra che si allargavano gorgogliando, crepitando, implorando.
I vent non si piegarono e portarono il fuoco dov’era la terra.
Il fuoco non si piegò e si insinuò soto il fango.
La terra non si piegò e sputò il fuoco fuori da sé in get altssimi a ergere montagne.
Ognuno provava la sua forza, scagliandosi in un fragore che non poteva tacere.
Finché insieme si confusero e fu un unico grido.
Quando arrivò per la prima volta, il bambino sapeva già cosa fare.
Usò la forza degli occhi per sfdare la luce
ma il sole lo costrinse a distogliere lo sguardo.
Usò la forza delle gambe contro i vincoli della terra ma subito ricadde.
Urlò insult e bestemmie per provare la forza della gola
ma un bruciore lo avvert che era troppo.
Allora guardò le ombre lievi, con voce lieve cantò,
lieve accarezzò il suolo, e fu in piedi.
E quando ebbe imparato e pesato a una a una tute le forze,
quando ebbe provato e scoperto tute le misure, di colpo si ritrovò adulto.
Adulto tra mille adult, mille gambe, mille mani, gole e labbra che ognuno doveva provare.
Nel gran rumore nessuno poteva tacere e tut dimentcarono di essere cresciut.
Come nel primo atmo di vita, tut consumarono il loro peso senza misurare.
Per millenni divamparono famme. Ognuno provava la sua forza,
scagliandosi in un fragore che non poteva tacere.
Finché insieme si sconvolsero e fu un unico grido.
Quando furono stanchi e vollero riposare si accorsero di essere vecchi.
Si accorsero che la loro luce colava oltre l’orizzonte e si spegneva.
Di nuovo fu un mistero rotondo ataccato alle paret del nulla.
Per spazi immutabili atraverso vuot infnit a lungo tornò a sofare il silenzio.
( di Davide Tolu, dal testo di Confit)
CONFESSIONI
... eh caro! chi è il pazzo di noi due?
eh lo so. Io dico: tu, e tu col dito indichi me.
Va’ la, che così a tu per tu,
ci conosciamo bene noi due!
Il guajo è che come t vedo io
non t vedono gli altri!
e allora, caro, che divent tu?
dico per me che,
qua di fronte a te mi vedo e mi tocco
-tu- per come t vedono gli altri ,
che divent?
un fantasma, caro, un fantasma!
Eppure, vedi quest pazzi?
senza badare al fantasma
che portano con sé in se stessi,
vanno correndo pieni di curiosità,
dietro al fantasma altrui!
e credono che sia una cosa diversa.
(“Così è, se vi pare”, Pirandello)
Confessioni
Confessioni è un tentatvo, un esperimento...
è la prima tappa del progeto Verità
verità che esce, che salta fuori, che non ce la fa a star dentro, che esplode,
sussurrata, spiegata, urlata..
Confessioni è un percorso in parallelo, volutamente caotco, confuso,
in cui confessioni riecheggiano libere e rombant a formar una nenia,
un sotofondo, un silenzio urlante
escono strisciano, straripano, ci inondano
verità che si svelano...
nel togliere, nel sotrarre,
disarmate, pure, fragili ma potent,
con la forza della fragilità, della profondità
la verità dell’esserci
commovente e pura.
Verità perchè...
perchè ora se ne ha voglia, perchè oggi ce n’è bisogno, perchè è necessario
ridefnirne un signifcato comune e condiviso.
Confessioni
è un esercizio,
è una performance,
dove larghi sono i margini di improvvisazione,
preparata in poco tempo e con poco.
Ogni citadino ha generato una propria drammaturgia, ha creato un
personaggio con una verità da “confessare” e da condividere con un
pubblico,
un caotco, sommesso mormorio di confessioni simultanee.
Confessioni è un percorso di ricerca sull’arte del teatro,
l’ato dell’andare in scena concepito come spoliazione, come
destruturazione, come rinuncia consapevole e struturata alla “protezione”
fornita dagli strument convenzionali della tecnica teatrale, per arrivare
all’essenza, per mostrare la fragilità, per afrontare l’osceno.
Un grande personaggio del teatro come Eugenio Barba ha descrito il delicato rapporto fra
teatro, cultura e società una ragnatela: “Non erano e non sono i discorsi e le giustfcazioni a
tenere i teatri in vita. E’ la capacità di intessere artgianalmente la ragnatela che incontra gli
altri e di sapersela motvare con parole mute”. L’esperienza di e con i Citadiniinscena è stata
per noi proprio questa costruzione lenta, artgianale, di una ragnatela di senso e di relazioni
capace di caturare lo sguardo, il proprio e quello degli altri. Il laboratorio-ragnatela è stato
un momento di ascolto, di ricerca, di esperienza, dove spogliarsi dell’inutle e svelare il
vero e il necessario. Un processo artgianale dove ognuno ha cercato e tessuto fsicamente
il flo della sua presenza ed insieme a tut gli altri ha costruito una piccola ragnatela di
risonanze con il pubblico. E’ in questo partcolare momento amplifcato della condivisione,
del “risuonare” di chi guarda e ascolta, che si svela la magia e il potere del teatro. Un gioco
di rimandi che sotolineano la contnuità fra chi guarda e chi “fa”. La performance mostra il
cambiamento, il percorso, il viaggio, in un otca di contnuità e non nella conclusione di un
processo. Sono stat davvero molt i moment che ci hanno regalato stupore, che ci hanno
emozionat, radicando ancora di più la convinzione che il teatro possa davvero essere uno
spazio utle e prezioso per tut e di tut, capace di assolvere e raccogliere fnalità non solo
artstche e culturali ma anche sociali, di emancipazione e libertà, di salute e di benessere,
di solidarietà e di dialogo.
Marco Pasquinucci e Paola Consani
Pensare ad un progeto culturale per un territorio signifca prima di tuto intrecciare
relazioni con coloro che su quel territorio vivono e che sono i protagonist primi del progeto
medesimo: i CITTADINI.
Un progeto culturale deve fondarsi, altresì, sull’osservazione della realtà entro la
quale i citadini operano per penetrarla ma, sopratuto, per cogliere e stmolare le sue
trasformazioni: la “SCENA” del vivere quotdiano.
Il fulcro del progeto è costtuito dal ponte che congiunge queste due enttà.
Nel progeto che Ofcine Papage sta radicando a Pomarance il ponte è sintetzzato dalla
preposizione “IN”, una preposizione semplice ma che, in realtà, è carica di signifcat: indica,
in primis, uno “stato in luogo”, lo stare sul territorio di Pomarance in forma stanziale per
costruire, atraverso lo strumento della residenza teatrale, una relazione forte fra citadini
ed il “contemporaneo”. La preposizione “IN” indica altresì “un moto a luogo”, la tensione
verso la formazione di un pensiero critco sulla realtà che, partendo dalla conoscenza di sé,
vada ad incentvare un processo di partecipazione civica.
CITTADINI IN SCENA non è, dunque, solo un laboratorio di teatro; rappresenta, invero, un
pilastro fondante del progeto culturale che vogliamo per Pomarance.
Grazie a Ofcine Papage, ai nostri citadini atvi ma sopratuto a Marco che è il garante
primo di questa importante sfda.
Billy Cerri, Assessore alla Cultura del Comune di Pomarance
Ho iniziato a fotografare il laboratorio “Citadini in
scena” un po’ per caso. Nel 2008 ho iniziato a lavorare
alla realizzazione di un reportage sul Palio di Pomarance
e il laboratorio sembrava nato per “afancare” tale
esperienza. Non è stato così; agganciato certo al
“vissuto” paesano ma allo stesso tempo completamente
autonomo.
Il teatro, ma in partcolar modo il laboratorio organizzato
da Ofcine Papage, è stato per me come metere a “nudo”
alcuni “citadini/paesani” di Pomarance.
Osservarli, studiarli.
Un laboratorio all’interno del laboratorio.
Una “sorta” di “scommessa antropologica”. Stare ai
“margini” della scena e guardare le reazioni degli atori.
Per me è stato come scoprire un “nuovo” modo di fare
teatro; fato di “rigore” formale e allo stesso tempo di
relazioni interpersonali.
Nonostante la mia atavica “rilutanza” a partecipare
mi sono ritrovato senza accorgermene a “recitare” una
parte: il fotografo. Non uno esterno alla “compagnia”, non
il fotografo di scena ma IN scena. Così tuto è diventato
molto più naturale, la macchina fotografca non era avulsa
al contesto ma parte integrante, una mia appendice, un
“oggeto di scena”.
Ho potuto così vivere, percepire, con gli altri le emozioni
che di volta in volta circondavano il fare teatro. Far foto
al laboratorio non era più “semplicemente” raccontare
ma voleva dire esserci. Per un reportagista è importante
riuscire a capire, ad entrare in cio’ che lo circonda in
modo da poter raccontare atraverso le immagini;
quando quest’ alchimia si compie, il reportage ha una
forma, segue una logica “comprensibile” all’osservatore.
Credo di poter dire che le fotografe che ho prodoto in
quest anni seguendo “citadini in scena” testmoniano il
clima, le emozioni, gli sforzi che sono stat necessari per
trasformare un laboratorio in una realtà teatrale.
Giacomo Saviozzi
Era l’estate del 2009 e Marco mi chiamò a fare delle foto al neonato laboratorio teatrale.
L’accordo fu: tu frequent il laboratorio e quando vuoi fai le foto, così tanto per documentare.
L’idea era quella di integrarsi all’interno del gruppo in modo da diventare uno di loro, così da
non disturbare e capire quando era il momento giusto per scatare e quando no.
Avevo tant dubbi su quali scat fare, sulle otche, sulle inquadrature; ma di una cosa ero
sicuro: “Marco! lo spetacolo fnale non lo faccio!”
Alla fne del laboratorio non avevo fato neppure uno scato, ma avevo una parte.
Una piccola parte. Una batuta. Dovevo dire: “e la porcheta?!”.
Non c’ho dormito per tre giorni. Dopo tre mesi la replica, avevo una parte più grossa ed
impegnatva. Di nuovo not insonni e nessuno scato.
Poi venne Confit, c’era pure Roberto e fnalmente siamo riuscit a fare molte foto.
L’idea era quella di raccontare un anno di prove, con tuto quello che succede dalla creazione
alla messa in scena dello spetacolo. Quando riguardo le foto non riesco a dare un giudizio
tecnico e oggetvo ma riguardandole mi fanno una strana sensazione: torno lì.
Con Nilo con che ripete il suo pezzo, con Veronica che ride quando Marco mi rimprovera, con
David che non sai mai se è serio o se scherza.
Mi viene il groppo in gola perché so cosa sta per dire Franca o mi scappa da ridere quando vedo
Angela che fa capolino dal frigo. Spero di trasmetere anche a voi un po’ di queste emozioni.
Giulio Garfagnini
Devo ammetere che mi sono ritrovato quasi per caso nel laboratorio teatrale.
Le prime sere guardavo tut lì sul palco che si davano un gran dafare, ero piutosto distaccato
e francamente non sapevo che farci con la macchina fotografca, poi il regista mi ha invitato a
salire sul palco e mi sono trovato così senza volere, coinvolto dalla passione che si respirava e
che tut metevano nel loro lavoro, era veramente bello. Ero a mio agio nel gruppo, sapevo
quando e come muovermi tra di loro in modo “invisibile” per non recare disturbo.
Solo allora mi sono reso conto di avere un’opportunità incredibile: documentare con le foto
non tanto lo spetacolo in sè ma raccontare il duro lavoro che passa dalla creazione alla messa
in scena.
E’ così che li ho seguit tut fno alla Rocca, e scato dopo scato acquistavo una tale empata
che non so ancora oggi chi fosse il più emozionato tra me e loro. Riguardo il lavoro di fotografo
non posso comunque negare che il tmore e la responsabilità erano grandi, anche perché
questa era la mia prima vera esperienza di reportage, in quanto prediligo da sempre la foto di
paesaggio, e ciò che dovevo invece ritrarre, erano i piccoli grandi atmi irripetbili che formano
un’ emozione. Dura no?
Roberto Bartoli
Il progeto CitadininScena ha acquisito fn da subito un
valore rilevante perché è divenuto l’innesco di un processo di
approfondimento e rifessione della stessa identtà di Ofcine. Il
confronto con i citadini e l’esperienza di laboratorio ha coinciso
per noi con il progeto di residenza artstca e dunque con le
motvazioni e il ruolo che una residenza al Teratro dei Coraggiosi
avrebbe portato con sé.
La condivisione di un idea di Teatro aperto a tut, non solo come
luogo di incontro e socializzazione ma anche e sopratuto come
spazio di rifessione, di confronto, capace di accogliere le persone
e di parlare ad un paese, ha trovato nel laboratorio dei Citadini la
possibilità di atuazione concreta.
Il teatro dei Coraggiosi si è gradualmente modifcato in uno spazio
vissuto: la porta aperta a tut, il senso di appartenenza a quel
luogo speciale occupato da “persone”, impregnato di domande e
curiosità; lo spazio possibile per un po’ di verità.
Il teatro perde la connotazione impersonale di contenitore
saltuario di spetatori e diviene il Teatro.
Un piccolo miracolo in cui Ofcine riconosce un proprio fare
artstco, un suo ruolo e un’ identtà culturale e teatrale.
Sul piano artstco la compagnia si è misurata nella capacità di
ascoltare un paese e le sue storie: un tufo nella spontaneità e
nella freschezza di un lavoro espressivo lontano dagli artfci e dai
manierismi del professionista che ci ha arricchito ogni giorno, ben
ancorat alla concretezza della realtà quotdiana.
Da questa esperienza, da questo tufo nella verità, si è rinnovata
la spinta ad un lavoro di ricerca di nuove commistoni di linguaggi,
di drammaturgie e tematche che incontrino l’uomo in un teatro.
Ofcine Papage si apre oggi ad una sua ricerca teatrale portando
con sé i segni che l’esperienza di quest tre anni le ha lasciato:
un identtà teatrale ed artstca tesa verso una propria poetca
dell’incontro.
Ofcine Papage Compagnia Teatrale è
Ilaria Pardini, Marco Pasquinucci, Davide Tolu, Paola Consani
www.ofcinepapage.it
info@ofcinepapage.it
Ore 18.00 Stacchi. Aferri la borsa e t precipit alla macchina. Torni in ufcio, hai dimentcato la giacca.
Torni alla macchina. Scoppia a piovere. Torni in ufcio, t fai prestare un ombrello, torni alla macchina,
met in moto e part. Dopo un’ora e mezza di coda nel trafco, arrivi in piscina per prendere i fgli.
Ore 20.00 Rientri a casa, scongeli la cena per i fgli, infli un cartone nel dvd e li met a leto mentre t met
in ghingheri per l’aperitvo. Ne approft per azionare il videoregistratore e registrare l’ultma puntata
di Desperate Housewives. Raggiungi tuo marito al bar per l’happy hour.
Ore 22.30 Lasciate il Teatro e andate a ballare. Salsa, rumba e cha cha cha. Ti si stacca un orecchino.
Costringi tuta la sala a fermarsi per cercarlo. Altro giro di valzer. Bevi tre vodka una di fla all’altra e
t macchi la camiceta. Ma porc... E’ il momento dell’hullygully...
ore 5.00 Si rientra a casa. Ma prima ci si ferma al bar che apre all’alba per fare colazione. A casa t cambi,
met su la lavatrice, la lavapiat, passi l’aspirapolvere, la cera e il pronto sui mobili. Infli il pigiama e t met
a leto con un buon libro. Al momento stai leggendo Anna Karenina. Ti addorment e sogni di essere Anna
Karenina. Sveglia! Un’altra frutuosa giornata lavoratva ha inizio! (dal testo di “Confit”)
OFFICINE PAPAGE
Angela Ameli, Roberto Bartoli, Francesca Bertoli, Beatrice Cipriani, Franca Capriot,
Nilo Cigni, Martna Frosali, Adriana Funaioli, Lucia Ghilli, Gabry Gabriellini, Serenella
Garfagnini, Giulio Garfagnini, Marco Gistri, Simone Guerrieri, Silvia Marziali, David
Pierella, Roberto Raspollini, Alessandro Togoli, Manuela Salvadori, Giacomo Saviozzi,
Carlo Schivo.
in quest anni il nostro grazie di cuore
a Billy Cerri e a tuto il Comune di Pomarance, all’ufcio Tecnico per la disponibilità,
alla Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra, alla Protezione Civile, alla Pubblica
Assistenza di S. Dalmazio, a Uccio, Annalia, Marisa, Giorgio, al Gemello Catvo, Ghigo,
Piero, Mario Rossi per le sedie, Don Renzo per l’inginocchiatoio, la famiglia Frosali
pratcamente per tuta la loro casa, Giuseppina e tuta la Pro Loco di Pomarance,
Cinzia de Felice e Armando Punzo e tuta l’organizzazione di VolterraTeatro2010,
Nicoleta Valentno, Marco Caviglia, Angela Ferrari, Tatana Bicchielli, Gilda Ciao,
i Rioni del Palio per a loro disponibilità, Carlo Schivo per le registrazioni, Nicola
Raspollini per l’atrezzatura tecnica, Diego Ribechini e Margherita Vannini per il
servizio d’ordine, Estro’ Parrucchieri per le forniture. Ringraziamo inoltre tut gli
abitant di piazzeta San Dalmazio per la gentlezza, l’accoglienza e la pazienza con
cui hanno sopportato le nostre rumorose prove.
Un grazie partcolare a Giuseppe D’Amato, per il suo indispensabile aiuto concreto
e perchè è uno che crede ancora nei sogni, e tanto.
Grafca e impaginazione: Nicoleta Valentno e Ilaria Pardini
CIttadini in scena è

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