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Vanni Codeluppi: All'università di Birmingham è nata e si è sviluppata la più importante scuola sociologica inglese del dopoguerra.

Una scuola che ha messo al centro della sua analisi gli spettacolari stili espressivi delle sottoculture giovanili (dai mods ai punk) e ha fornito la più efficace spiegazione teorica delle ragioni che si trovano alla base della nascita e del funzionamento di tali sottoculture. L'epoca d'oro della Scuola di Birmingham è durata però dagli anni Sessanta agli anni Ottanta ed era basata sulla tesi secondo cui le sottoculture rappresentavano la risposta che i giovani tentavano di dare alle spinte contrapposte che ricevevano nella particolare situazione sociale in cui si trovavano. Le sottoculture erano cioè un tentativo di risolvere la contraddizione sperimentata dai giovani tra il puritanesimo tradizionalmente condiviso dalla classe operaia dei loro genitori e il nuovo edonismo proposto da quel mondo del consumo che cominciava a circondarli grazie al boom economico di quegli anni. Le sottoculture nascevano da un processo di sintesi tra le forme di adattamento/resistenza elaborate dai genitori e quelle dei loro figli: grazie alla sottocultura, il disagio dei giovani veniva generalmente incanalato in uno spazio non pericoloso per la società e in qualche misura indebolito rispetto alla carica potenzialmente distruttiva che poteva contenere; veniva trasformato cioè in una forma di opposizione di tipo simbolico, ma conservava comunque una volontà di contrapposizione sociale in grado di trasformarsi anche in movimento politico di protesta. Dopo gli anni ‘80 le sottoculture inglesi sono diventate meno visibili nella società oppure si sono fatte pop, puri fenomeni di consumo intrecciati con le dinamiche dell'industria culturale. Pertanto è venuta meno anche quella capacità che esse possedevano di funzionare come «ammortizzatori sociali», cioè di ridurre l'impatto dei conflitti tra i giovani e la società. L'ultima sottocultura a possedere le caratteristiche individuate dagli studiosi di Birmingham è stata quella grunge dei primi anni ‘90 che è stata rapidamente cancellata dal sistematico «saccheggio» che ne hanno fatto i media e l'industria della moda. Agli inizi del XXI secolo le nuove sottoculture sono in parte nascoste (hanno preso coscienza dei processi di sfruttamento commerciale e mediatico che la società sviluppa abitualmente nei loro confronti e per sfuggire ad essi si sono trasferite in spazi sociali fisici e digitali nei quali è difficile vederle) ma soprattutto hanno perso il loro spessore perché hanno esaurito il loro ruolo storico. Si è infatti affievolito quel conflitto sociale da cui nascevano, cioè quello tra la cultura puritana della classe operaia e la nuova società affluente, in quanto si è indebolita la classe operaia. Con la crisi del modello industriale fordista e il passaggio del capitalismo occidentale al modello postfordista, basato principalmente sul commercio e sui servizi, la classe operaia ha infatti visto ridotta la propria importanza sul piano sociale. In un immaginario sociale in cui dominano il frammento e l’elemento transitorio quasi istantaneo, non resta che la possibilità di una combinazione infinita di materiali espressivi, un'identità così eclettica e ibrida da essere non solo difficilmente classificabile ma anche incapace di produrre un vero coinvolgimento di gruppo. Inoltre è molto più difficile sfuggire all'egemonia esercitata sull'immaginario sociale dai linguaggi delle marche e del consumo: i

giovani hanno imparato a reinterpretare i significati di questi linguaggi. . ma rimangono fortemente condizionati da essi.

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