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Indice

Pag. Enunciati, significati, norme. Argomenti per una critica dell’ideologia neoscettica, di Paolo Becchi El aguijón derrotable, di Pablo Raúl Bonorino Validity as Disquotation, di Bruno Celano Interpretive Games: Statutory Construction Through Gricean Eyes, di Pierluigi Chiassoni Kelsen vs. Searle: A Tale of Two Constructivists, di Paolo Comanducci Le metafore della vaghezza, di Claudio Luzzati Le juge constitutionnel et la volonté générale, di Michel Troper Normativity in Legal Contexts. An Institutional Analysis, di María Cristina Redondo Modalità de re vs. modalità de dicto nella logica deontica, di Andrea Rossetti Jurisprudencia y teología en Hans Kelsen, di Ulises Schmill O. 1 17 35 79 101 117 131 145 165 183

Un dibattito su J. J. Moreso, La Indeterminación del Derecho y la Interpretación Constitucional Indeterminación y realismo, di Albert Calsamiglia Efficacia, anti-realismo, interpretazione, di Bruno Celano 219 229

VI Pag. ¿Quién salvó a la Constitución?, di Pierluigi Chiassoni Due esercizi di non-cognitivismo, di Riccardo Guastini Appunti su un “nobile sogno”, una “veglia” e il suo “incubo”, di Susanna Pozzolo De nuevo sobre la Vigilia. A modo de réplica a mis críticos, di José Juan Moreso 249 277 281 295

Paolo Becchi

Enunciati, significati, norme. Argomenti per una critica dell’ideologia neoscettica*

Contro il positivismo che si ferma ai fenomeni: “ci sono i fatti”, direi: no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo le interpretazioni. F. Nietzsche Frammenti postumi (1886-1887)

1. Premessa ‘Significato’ e ‘significante’ sono oggi due elementi fondamentali per ogni linguista e filosofo del linguaggio e tuttavia il loro rapporto resta problematico. Il vocabolo ‘norma’ è sulla bocca di ogni giurista e filosofo del diritto e tuttavia anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una nozione controversa. La distinzione presente all’interno della linguistica tra significante (il suono della parola, la traccia visibile della scrittura) e significato (il contenuto ideale dei segni del linguaggio parlato e scritto) è stata ripresa e reinterpretata sia in chiave psicoanalitica sia in chiave schiettamente filosofica in un modo che continua a suggestionare lo scenario dell’odierna cultura forse proprio perché conduce a quegli stessi esiti scettici che oggi dominano il campo del pensiero1.

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Questo testo è stato presentato e discusso il 10 maggio 1999 nell’ambito di un “Jurisprudence Workshop” organizzato nell’anno accademico 1998/1999 dal Dipartimento di cultura giuridica “Giovanni Tarello” (Università di Genova). Sono grato a Mauro Barberis, Pablo Bonorino, Pierluigi Chiassoni, Paolo Comanducci, Cristina Redondo e Realino Marra per le loro critiche; ad alcune ho cercato di rispondere, altre non sono riuscite a smuovermi nelle mie convinzioni (né io credo sono riuscito a fare altrettanto). Ma sono grato soprattutto a Riccardo Guastini per la pazienza con cui mi ha seguito in un’esposizione per nulla caritatevole nei suoi confronti e per aver voluto pubblicare sull’annuario da lui condiretto queste pagine che altrimenti non avrei dato alle stampe. Discutere cercando di trovare i punti d’accordo, le ragioni degli altri, oggi va per la maggiore: non è questa la strada che qui ho seguito. 1 Genealogicamente la distinzione tra significante e significato risale a Ferdinand de Saussure e ai suoi corsi ginevrini, tenuti fra il 1906 e il 1911. Essi furono pubblicati dai suoi allievi nel Cours de linguistique générale del 1922 (trad. it., F. de Saussure, Corso di linAnalisi e diritto 1999, a cura di P. Comanducci e R. Guastini

2 Per molto tempo tra i filosofi del diritto il problema cruciale sembra essere stato quello di trovare un criterio che consentisse di distinguere la norma giuridica dagli altri tipi di norme (e in particolare da quelle morali). Più di recente, soprattutto tra i teorici generali del diritto, l’attenzione si è concentrata sulla norma giuridica in quanto tale, giungendo nell’approccio di alcuni a conclusioni scettiche che sono in perfetta sintonia con quelle attualmente prevalenti in altre discipline. L’obiettivo che mi propongo è di mettere in discussione questo approccio ed il modo migliore per farlo mi pare essere quello di sottoporre a critica l’orientamento di chi ormai da anni nel nostro paese ne è diventato il suo più ostinato sostenitore: Riccardo Guastini. Dal momento che l’intento è dichiaratamente polemico non offrirò una ricostruzione dell’evoluzione del suo pensiero: a dire il vero non so neppure se, con riferimento al punto specifico oggetto delle pagine seguenti, si possa parlare di evoluzione, poiché l’impressione che si ha leggendo le sue opere di quest’ultimo decennio è quello di un “eterno ritorno dell’identico” (tanto per rimanere in sintonia con l’autore citato nell’epigrafe). Considerata la natura radicale del mio dissenso e il rapporto di amicizia che mi lega a Guastini non posso qui che appellarmi al detto amicus Plato, sed magis amica veritas. 2. I limiti dell’interpretazione Nel 1990 il libro Dalle fonti alle norme (Torino, Giappichelli) viene introdotto da un capitolo dedicato alla distinzione tra disposizione e norma; qualche anno dopo nel trattato su Le fonti del diritto e l’interpretazione (Milano, Giuffrè, 1993) il capitolo II, che affronta la nozione di norma, si apre nuovamente con un paragrafo su disposizione e norma; nella raccolta di studi di teoria e metateoria del diritto intitolata Distinguendo (Torino, Giappichelli, 1996) compare un saggio dal titolo “Norma: una nozione controversa”, in cui ancora una volta ritorna la suddetta distinzione; ed essa, infine, non poteva mancare nel poderoso trattato su Teoria e dogmatica delle fonti (Milano, Giuffrè, 1998). L’insistenza su tale aspetto è il segno della sua decisiva importanza: una discussione di esso va dunque a toccare il cuore dell’intera elaborazione teorica. Citerò il passo che intendo confutare dalla più recente delle opere citate, ma

guistica generale, Roma-Bari, Laterza, 1962). Alla distinzione saussuriana si riferiscono sia Lacan, in una conferenza su Freud del 1957, sia Derrida in una conferenza del 1968 intitolata, significativamente, La différence. Non so quanto fedeli siano le loro reinterpretazioni, certo è che entrambi più che sul significante o sul significato insistono sulla “sbarra” che li separa. Entrambi i testi sono tradotti in italiano. Cfr. J. Lacan, L’istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud in Scritti, Torino, Einaudi, 1974, vol. I, pp. 488-523, J. Derrida, La différence in Margini della filosofia, Torino, Einaudi, 1997, pp. 29-57.

3 esso lo si ritrova, con variazioni irrilevanti, già nelle due opere precedentemente menzionate:
«...il vocabolo ‘norma’ è largamente usato – nel linguaggio dottrinale, giudiziale, e legislativo – in riferimento a due oggetti radicalmente differenti. Talvolta, si dice ‘norma’ un enunciato (lato sensu) legislativo. Talaltra, si dice ‘norma’ il significato – il contenuto di senso – di un enunciato legislativo (o di un segmento di enunciato legislativo, o di una combinazione di enunciati legislativi). Prendiamo ad esempio due espressioni ricorrenti nei discorsi dei giuristi e dei giudici: ‘interpretazione di norme’ e ‘applicazione di norme’. Palesemente, il vocabolo ‘norma’ non ha lo stesso significato nella prima e nella seconda espressione. Allorché si parla di ‘interpretazione di norme’, il vocabolo ‘norma’ designa un enunciato del discorso legislativo, giacché l’interpretazione è attività che si esercita su testi. Per contro, quando si parla di ‘applicazione di norme’, il vocabolo ‘norma’ si riferisce al contenuto di significato di un enunciato legislativo, determinato appunto mediante interpretazione, dal momento che nessun testo normativo può essere applicato se non dopo averlo interpretato. Malgrado l’uso comune non distingua, conviene tracciare una netta linea di demarcazione tra i testi normativi e il loro contenuto di significato, introducendo una terminologia ad hoc. (a) Diremo ‘disposizione’ ogni enunciato appartenente ad una fonte del diritto. (b) Diremo ‘norma’ (non la disposizione stessa, ma) il suo contenuto di senso, il suo significato, che è una variabile dipendente dell’interpretazione. In questo senso, la disposizione costituisce l’oggetto dell’attività interpretativa, la norma il suo risultato. La disposizione è un enunciato del linguaggio delle fonti soggetto ad interpretazione e ancora da interpretare. La norma è piuttosto una disposizione interpretata e, in tal modo, riformulata dall’interprete: essa è dunque un enunciato del linguaggio degli interpreti»2.

Da questo passo emerge con particolare evidenza (l’accoglimento di) una teoria scettica dell’interpretazione. Ed è solo sulla base di un tale approccio che Guastini può giungere a proporre di attribuire al vocabolo norma un senso diverso, più specifico, di quello comunemente ad esso attribuito dai giuristi. Questa proposta, in sostanza, consiste in una ridefinizione tale per cui il vocabolo ‘norma’ viene usato solo in una ben delimitata accezione: se nell’uso comune dei giuristi il vocabolo ‘norma’ denota tanto l’enunciato normativo che deve essere sottoposto a interpretazione quanto l’enunciato che risulta prodotto dall’attività interpretativa, per Guastini è solo in questo secondo senso che sarebbe corretto parlare di ‘norma’. Tra l’enunciato che costituisce l’oggetto dell’interpretazione (l’enunciato-significante) e l’enunciato che costituisce il prodotto dell’interpretazione (l’enunciato-significato) esiste «una netta linea di demarcazione», che separa «due oggetti radicalmente differenti». Tanto è netta suddetta separazione che risulta persino opportuno introdurre una terminologia ad hoc: la distinzione tra disposizione e norma.

Così si esprime Guastini in Teoria e dogmatica delle fonti, cit., pp. 15-16. Ma si veda pure Id., Le fonti del diritto e l’interpretazione, cit., pp. 17-18 e Id., Distinguendo, cit., pp. 82-83.

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4 Guastini ritiene che per giustificare la sua conclusione sia sufficiente osservare l’attività interpretativa dei giuristi, vorrei al contrario mostrare come tale conclusione presupponga (non possa fare a meno di presupporre) l’accettazione di un particolare approccio filosofico (di filosofia del linguaggio): quello che riduce il processo semiotico ad una opposizione binaria tra significante e significato. Sgombriamo subito la strada da un possibile equivoco. Non intendo contesta3 re l’importanza della distinzione tra significante e significato . Essa, tra l’altro, consente di evitare il cosiddetto formalismo interpretativo, per il quale sarebbe sempre possibile trovare una (ed una sola soltanto) interpretazione corretta per ogni enunciato. Al contrario proprio quella distinzione mostra come uno stesso enunciato-significante possa avere significati diversi, possa cioè avere contenuti di senso diversi, e, di converso, come uno stesso significato possa essere espresso con enunciati diversi. Prendiamo come esempio il solito
(1) ‘Apri la porta’.

Tale enunciato emesso in presenza di più porte chiuse nel salone d’ingresso di una villa può dar luogo a interpretazioni alternative, tra le quali:
(1a) ‘Apri una porta’ (una qualsiasi); (1b) ‘Apri la porta A’ (e lascia chiuse tutte le altre); (1c) ‘Apri la porta B’ (e lascia chiuse tutte le altre); (1d) ‘Apri la porta di casa’ (il portone e lascia chiuse tutte le altre porte).

È evidente che il significato dell’enunciato ‘Apri la porta’ viene a dipendere dall’interpretazione che di esso darà il destinatario a cui è rivolto. Lo stesso enunciato può avere un significato ambiguo (una porta qualsiasi? la porta A? o la porta B? insomma quale porta?), un significato vago (l’emittente includeva tra le porte anche quella di casa e proprio ad essa si riferiva?). Allo stesso modo diversi enunciati, congiuntamente o disgiuntamente, possono avere lo stesso significato. Gli enunciati:
(A) ‘Non dimenticarti l’ombrello’, (B) ‘Non dimenticarti il cappello’, (C) ‘Non dimenticarti l’impermeabile’,

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Anche se oltre a quella distinzione, introdotta nella linguistica da De Saussure, non bisogna dimenticare il notevole tentativo operato da Peirce di spiegare il rapporto segnico sulla base non di una relazione binaria (significante/significato) bensì ternaria (segno, oggetto, interpretante). Sullo sfondo filosofico da cui trae origine il pragmatismo di Peirce resta fondamentale un lungo saggio di K.-O. Apel: Die Philosophische Hintergrund der Entstehung des Pragmatismus bei Charles Sanders Peirce, Einführung a C. S. Peirce, Schriften I, Frankfurt a.M., Suhrkamp, 1967, pp. 7-153. A volte Peirce viene chiamato in causa a sostegno del principio di una spirale interpretativa infinita, in realtà già l’introduzione dell’oggetto (semiosico) tra il segno (il significante) e l’interpretante (il significato) consente di distinguere la prospettiva di Peirce da qualsiasi deriva decostruzionista. Per un approfondimento, che in questa sede ci porterebbe troppo lontano, si veda U. Eco, Semiosi illimitata e deriva, in U. Eco, I limiti dell’interpretazione, Milano, Bompiani, 1990, pp. 325-338.

5 potrebbero avere tutti il medesimo significato: quello di invitare il destinatario a cui sono rivolti a ripararsi dalla pioggia. Se Guastini facendo propria la distinzione tra enunciati e significati si fosse limitato a dar conto di tutto ciò non vi sarebbe nulla da obiettare. Ma il suo scetticismo interpretativo va oltre: egli sostiene una versione estrema del rapporto tra significante e significato, tale per cui l’uno e l’altro appaiono come i due termini di una coppia dicotomica, che in quanto tali si escludono a vicenda, nel senso che il significato è totalmente altro rispetto al significante. Certo, Guastini potrebbe replicare che anche il significato (pena il restare qualcosa di inattingibile) non può che esprimersi attraverso enunciati (cosicché l’alterità non sarebbe totale); ma mi sembra incontestabile che per lui il significato sia un enunciato-significato (cioè il significato espresso dall’enunciato) separato da una distanza incolmabile (da una «netta linea di demarcazione», per usare le sue parole) dall’enunciato-significante (cioè l’enunciato da interpretare e come tale ancora privo di significato). È ben vero che il significante non è il significato, ma da ciò consegue soltanto che fra entrambi non si dà corrispondenza biunivoca e non che il significante non ha significato. L’enunciato-significante non è in-significante: non è l’oggetto nudo che l’interprete riveste di un qualsivoglia abito. E il significato non è uno degli infiniti possibili vestiti con cui l’interprete, a suo arbitrio, ricopre la nudità dell’oggetto da interpretare. Tra significante e significato non c’è un muro invalicabile, tanto che non si dà mai un enunciato del tutto privo di significato e, d’altro canto, un significato non suscettibile di enunciazione sarebbe per l’appunto inesprimibile. Anche se tra l’uno e l’altro c’è una barriera resistente alla significazione, il significato non può che scaturire dal significante, e quest’ultimo non può non veicolare il primo. Noi non saremmo neppure in grado di percepire una qualsiasi espressione linguistica (o forse soltanto come mero fenomeno fonetico) se non avessimo una sia pure approssimativa precomprensione del suo possibile significato. L’enunciato ‘Apri la porta’, come si è visto, può avere diversi significati, ma non una serie infinita di significati, e ciò vuol dire che vi è come una sorta di guard-rail entro il quale non può non muoversi la ricerca del senso. Se il destinatario del precetto ‘Apri la porta’ al posto di aprire una porta chiudesse l’interruttore della luce, ciò vorrebbe dire che egli non comprende la lingua in cui è espresso l’enunciato e quindi percepisce soltanto dei suoni che non sono determinanti ai fini della significazione. Ma se il destinatario comprende la lingua in cui è emesso l’enunciato, a meno che non soffra di un qualche disturbo mentale e sempre che sia desideroso di eseguire il precetto, cercherà di aprire una porta e questo accade perché l’enunciato, nonostante la sua ambiguità e vaghezza, veicola almeno un nucleo accertabile di significato. Il fruitore del messaggio oltre al suono delle parole percepisce immediatamente le differenze semanticamente rilevanti tra quelle ed altre parole (‘aprire’, ‘non chiudere’; ‘una porta’ non ‘una finestra’). Il significante pertanto non è indipendente dal significato e quest’ultimo non si dà già tutto insieme né “prima” dell’interpretazione, né “dopo” di essa, bensì c’è in parte già “prima” e in parte soltanto “dopo”.

Un significante non è mai completamente privo di significato ed il significato non è mai completamente prodotto dall’interprete. Possiamo qui trascurare il problema. ma quand’anche si ammetta che in molti casi una perfetta traducibilità si rivela impossibile. Torino. Il traduttore. P. Come il traduttore non si inventa il testo da tradurre. resta comunque incontestabile che il testo oggetto della traduzione ponga dei vincoli all’attività del traduttore. per così dire. che conferma comunque la deriva interpretativa guastiniana. Se. Giappichelli. che già aveva affascinato Leibniz. gli enunciati sono di difficile decifrazione. p. 1987. Guastini potrebbe obiettarmi che egli non intendeva sostenere la posizione 4 Cfr. .6 Per chiarire la correlazione tra significante e significato può essere utile soffermarsi su una somiglianza che Guastini introduce a sostegno della sua tesi: quella tra interpretazione e traduzione. Guastini. presuppone che di uno stesso testo si debbano dare traduzioni diverse a seconda del pubblico a cui sono rivolte. Per certi versi le due attività sono effettivamente assimilabili. Torino. deve trasmettere nella lingua in cui traduce solo quel quantum di comunicazione che è trasmesso dalla lingua tradotta. tali difficoltà e tali oscurità dovranno in qualche modo risultare anche dalla traduzione. Per Guastini invece il significato è una sorta di “coscienza portata dall’esterno” (la metafora mi è suggerita dai suoi esordi giovanili) sull’enunciato oggetto dell’interpretazione. Portato alle estreme ma logiche conseguenze il suo ragionamento comporta che gli enunciati da interpretare siano di per sé insignificanti e che significativa sia soltanto l’attività interpretativa. Anche se la sua attività sotto questo profilo si differenzia da quella dell’interprete – il primo. il secondo considera anche il loro contenuto di pensiero – pure l’interprete non crea un significato dal nulla. a produrre la stessa comunicazione. allo stesso modo l’interprete non crea dal nulla il suo significato. forse. infatti. Dalle fonti alle norme. giustificarsi con il fatto che i destinatari di quelle traduzioni erano gli studenti e non gli studiosi. L’analisi del ragionamento giuridico. ad esempio. se le formulazioni sono oscure. Guastini. omettendo alcune note e tagliando alcuni brani di difficile decifrazione» (cfr. 18-20. anche se in modo più debole) pone dei limiti alla sua ricerca di senso. 1990. 6). Il traduttore traduce un testo già dato sostituendo gli enunciati della lingua tradotta con altri enunciati della lingua in cui vuole tradurre equivalenti ai primi: idonei cioè. È pur vero che viene poco prima precisato che quelle libertà dovevano spiegarsi e. Ma anche questo ragionamento a parte implicare implicitamente che gli studenti siano dei cretini. poiché il significante (come il testo da tradurre. La somiglianza istituita tra il traduttore e l’interprete potrebbe avvalorare la tesi di Guastini solo a condizione di sostenere (come a quanto pare egli ritiene) che il traduttore possa procedere nel suo lavoro «semplificando alcune formule. R. ma proprio per questo l’esempio mostra l’esatto contrario 4 di quanto Guastini per suo tramite vorrebbe provare . R. Un presupposto inaccettabile. nel senso che è questa e questa soltanto ad attribuire loro un significato: il significante in sé non ha significato. pp. Giappichelli. si attiene alla forma degli enunciati. Comanducci. dell’“armonia delle lingue”.

ma soltanto. Non c’è infatti in base a questo orientamento niente che garantisca che persone diverse diano lo stesso significato al medesimo enunciato. Vediamo perché. ma poiché i suoi significati sono potenzialmente illimitati risulta in ultima istanza irrilevante ai fini della significazione. Sotto questo profilo dunque la replica di Guastini sfonderebbe una porta aperta. Lo scettico non può non accettare questa conclusione perché per lui il significato è continuamente differito rispetto ad un significante nei confronti del quale non può mai stare in relazione di co-presenza. Questa replica. A ben vedere il nodo della controversia non è se il significante possa avere più di un significato. L’approccio scettico – se vuole essere coerente con le proprie premesse – è costretto.7 estrema che gli ho attribuito. come appunto volevasi dimostrare. ma se Guastini intende farla propria. Dato per uno stesso enunciato un numero indeterminato di interpreti avremo dunque un numero altrettanto indeterminato di interpretazioni (e quindi di significati di quel medesimo enunciato). Per spiegare questa mia conclusione si rifletta sul seguente rapporto di analogia: “Ognuno ha diritto a qualsiasi cosa” vuol dire che “nessuno è proprietario di una cosa determinata”. dipendenti esclusivamente dalle valutazioni degli interpreti. anzitutto. ad aderire alla tesi che non solo non si dia per ogni enunciato-significante un significato univoco (uno solo). ma poiché può avere qualsiasi significato in realtà non ne ha nessuno. allo stesso modo: “Ogni significante ha qualsiasi significato” vuol dire che “nessun significante è significativo per un determinato signi- . qualcosa che in ogni caso non è controverso. più moderatamente. non ho difficoltà ad ammetterlo. che l’enunciato-significante (oggetto dell’interpretazione) sia di per sé insignificante. Ma per contrastare questa pienezza di significato giunge all’estremo opposto di sostenere la sua assenza. ma se una tale pluralità di significati sia finita oppure infinita. confuta la mia argomentazione. la quale è indissolubilmente connessa ad un’idea di interpretazione che mira a scoprire un significato unico e definitivo. esistono soltanto i significati creati ex novo dalla spirale infinita dell’interpretazione. Non solo esso non ha un significato (uno solo). Ma se i significati vengono a dipendere soltanto dalle scelte (fatalmente) soggettive e arbitrarie degli interpreti ciò inoltre comporta. anzi tanto più l’enunciato è complesso tanto più è probabile che si verifichi proprio il contrario. In fondo per lo scettico il significato non esiste. Vorrei. ma che i significati di uno stesso enunciato siano potenzialmente infiniti. allora egli dovrebbe rimettere radicalmente in discussione lo scetticismo interpretativo da lui sostenuto (che sta pure all’origine del suo scetticismo nei confronti delle norme). Egli vuole anzi sfidare questa metafisica della presenza. che il significante non ne ha uno (solo) di significati. Ciò che invece non è ovvio e costituisce materia di discussione è se il significato possa essere individuato a partire dal significante o se invece una tale individuazione sia comunque sempre creazione di significati dal nulla. Il significante non solo ha più di un significato. osservare che quando oggi si dice che uno stesso enunciato può avere più di un significato si dice in fondo una banalità. volente o nolente.

‘Norma’: una (ri)definizione viziata A questo punto è lecito chiedersi se la critica che ho avanzato nelle pagine precedenti non sia andata un po’ sopra le righe. a tal punto decisivo che le norme vengono considerate una variabile esclusivamente da essa dipendente. risultare piuttosto lontano dalle intenzioni dell’autore. Al contrario. sono oggi largamente di moda al di fuori del diritto e Guastini verrebbe a trovarsi in compagnia di autori. Potrei replicare che ai fini della (mia) interpretazione 5 Per quanto possa risultare a prima vista sorprendente credo che le premesse dello scetticismo interpretativo sostenuto da Guastini trovino un ottimo sostegno filosofico proprio nella deriva decostruzionista di Derrida. A Guastini. ma semmai una teoria generale del diritto (che peraltro nonostante la vastità della sua produzione egli non ci ha ancora fornito) in cui l’interpretazione degli enunciati normativi gioca un ruolo decisivo. non voglio affatto contestare la liceità di uno scetticismo radicale in ambito giuridico. come ho mostrato. oppure non l’accetta. Guastini può contrastare efficacemente la mia critica solo al prezzo di autocontraddirsi. trae origine da una reinterpretazione della distinzione saussuriana tra significante e significato. assumendo che i significati siano illimitati e dando quindi credito alla libertà incontrollata degli interpreti. di cui magari sospetta appena l’esistenza. Beninteso. Non ci sarebbe di per sé niente di male a far propaganda in ambito giuridico per posizioni analoghe: avremo un demone in più sulla faccia della terra. con buona pace di Dostoevskij. Posizioni scettiche. Ciò che è stato detto sinora può.8 ficato”. non a caso. È indiscutibile – sia detto qui solo per spiegare il senso della mia epigrafe – che questo modo di pensare affondi le sue radici filosofiche in Nietzsche. ho cercato soltanto di mostrare dove esso va necessariamente a parare quando viene portato alle sue logiche conseguenze. come Rorty con il suo neo5 pragmatismo o come Jacques Derrida sostenitore del decostruzionismo . La mia obiezione è un’altra. il guaio è che egli intende negarlo e così finisce col dare una falsa rappresentazione della sua teorizzazione. non interessa costruire una teoria dell’interpretazione in generale o una teoria generale dell’interpretazione. falsa in quanto occulta le condizioni ideologiche da cui dipende. Il punto debole dell’approccio di Guastini è costituito dalla sua pretesa di fare pura teoria. come Gianni Vattimo. egli sia pure in modo inconsapevole ne adotta una: quella che scettica nei confronti dell’idea che esista un unico significato eccede nella direzione opposta. la quale. 3. Se Guastini fosse disposto ad ammettere questa sua scelta ideologica di fondo non vi sarebbe – ripeto – nulla da ridire. fautore del “pensiero debole”. . tra l’altro. ma allora entra in contraddizione con il proprio scetticismo. quindi. Delle due l’una: o egli resta scettico conseguente e allora deve accettare la deriva interpretativa. in fondo. neutrale rispetto a qualsiasi precostituita Weltanschauung filosofica.

Ma prima di affrontare questo problema vorrei accennare ad altre due accezioni di ‘norma’ che oggi sono compresenti nell’uso corrente del vocabolo. che essa è tutt’altro che ininfluente ai fini della mia critica. enunciati. Credo che l’influenza di Orestano su Tarello sia rimasta più profonda di quanto solitamente si pensi. ad una fonte del diritto. in «Materiali per una storia della cultura giuridica». Studi di teoria e metateoria del diritto (Bologna. Poiché non mi pare si sia data tutta l’importanza che merita a questo saggio mi sia consentito richiamarne brevemente la tesi di fondo. propone una propria definizione di norma. Norma statuita e norma statuente. è di questo che si tratta. 2. Se mi sono soffermato in particolare sul modo di intendere la distinzione tra significante e significato è solo perché volevo mostrare come nell’approccio di Guastini fossero implicite alcune premesse di natura squisitamente filosofica che contribuivano a collocarlo nel quadro già ampio dello scetticismo contemporaneo. 1974). ‘norma’ semantizza la funzione stessa del disporre: non è 6 Cfr. assai più antico del secondo. l’opera più teorica di Tarello. ma che in passato rinviavano a due significati diversi. Guastini prende effettivamente le mosse dalla registrazione di due diversi usi del vocabolo ‘norma’: come enunciato appartenente ad un documento normativo. dove acquista due diversi significati: in un primo. nel passo citato in apertura. . pp. Perché. Orestano venga citato il doppio delle volte di Wittgenstein dovrebbe pure significare qualcosa. Il punto è se sia opportuno introdurre una distinzione concettuale che nell’uso comune non si ritrova e se sia accettabile il modo in cui è stata introdotta. Il fatto che egli non lo voglia ammettere è solo il sintomo del vizio ideologico insito nella sua teoria. tra l’altro. Contributo alle semantiche di una metafora. Vedremo. Rileggiamolo. in un secondo significato. n. 313-350. bensì ne è il risultato. Orestano. Convengo con Guastini che sia (sempre) importante accertare in quale modo vengano adoperate le parole che si usano ed è indubbio che i giuristi usino ‘norma’ tanto per riferirsi all’oggetto quanto al prodotto dell’interpretazione. vale a dire il contenuto di un precetto – secundum normam legis – e lo si ritrova ancora in locuzioni del tipo ‘secondo la norma di legge’. XIII. il Mulino. e non come potrebbe sembrare dalla parte iniziale di quel passo. Ed è precisamente sulla base di questa conclusione (molto più problematica di quanto Guastini non ritenga) che egli. Dunque il vocabolo è usato da principio in senso traslato nel campo giuridico. È infatti a partire da quelle premesse filosofiche che Guastini può giungere a concludere che il significato non preesiste all’interpretazione. che si afferma compiutamente soltanto nel secolo scorso. in fondo. usi.9 le intenzioni dell’autore sono del tutto irrilevanti. Orestano ricorda anzitutto che il vocabolo latino ‘norma’ appartiene originariamente non al linguaggio dei giuristi. significato ‘norma’ semantizza ciò che è disposto. R. Il fatto che persino in Diritto. e come significato che risulta dall’interpretazione del medesimo. di una mera registrazione degli usi lessicali di ‘norma’. ma a quello degli architetti e indica uno strumento indispensabile per la costruzione di edifici: la squadra. Essi sono stati lucidamente indagati da Riccardo 6 Orestano in un saggio del 1983 .

‘norma’ diventa fatto attivo produttivo del suo stesso contenuto. è interessante perché costituisce una ulteriore conferma del fatto che nel linguaggio comune dei giuristi. mentre per Orestano però questo è il senso di norma che storicamente si è affermato. Da risultato passivo. ma soltanto il risultato dell’interpretazione: aspetto questo che invece non rileva nella ricostruzione di Orestano. ‘imperativo’.10 più il ‘disposto’. Nelle due locuzioni ‘interpretazione di norme’ e ‘applicazione di norme’ non è – come presume Guastini – il vocabolo ‘norma’ ad assumere due significati diversi. ma soltanto che applicare una norma sia cosa diversa dall’inter- . solo che il prodotto dell’interpretazione è una proposta del giurista teorico. anzi nel significato che si è andato storicamente affermando. ‘norma’ non venga distinta da ‘disposizione’. ma il ‘disponente’ e lo si ritrova in locuzioni del tipo ‘la norma dispone’. (Ma vedremo subito che fa anche qualcosa di diverso). implica pure l’esistenza di un testo da interpretare. sono i soggetti a cambiare. Tanto è vero che gli enunciati ‘Interpreto la norma X’ e ‘Applico la norma X’ assumono lo stesso significato quando il soggetto parlante è un giudice o un funzionario della pubblica amministrazione nell’esercizio delle loro funzioni e significati diversi quando il soggetto parlante è un professore di giurisprudenza. Ma ammettiamo pure che da un’ottica specificamente semiotica. Nel primo significato ‘norma’ indica la conformità al contenuto di un precetto. ‘la norma dice’. Consideriamolo più da vicino. Sotto questo profilo l’oggetto è lo stesso. in ogni enunciato (e dunque anche in un enunciato normativo) occorra distinguere tra significante e significato. come già si è visto. per Guastini proprio questo senso sarebbe in fondo inappropriato. ‘disposizione’. Giungiamo quindi ad una accezione di ‘norma’ paragonabile a quella data da Guastini. Poiché l’applicazione implica l’interpretazione. Il giurista teorico propone interpretazioni di testi normativi. Entrambe le attività potrebbero pure produrre lo stesso risultato (nel senso che il prodotto dell’attività interpretativa potrebbe avere lo stesso contenuto di significato di quello dell’attività applicativa). mostrando come alla fine si affermi il secondo e ‘norma’ venga oggi prevalentemente impiegato nel lessico giuridico di alcune lingue (tra cui la nostra) nel senso di ‘comando’. questa parola sia sinonimo di disposizione. anche di quelli come Orestano attenti agli usi linguistici. mentre il prodotto dell’applicazione è la decisione di un organo preposto a tale funzione. da cui trae origine e forza. L’esempio addotto da Guastini più che dimostrare tale assunto complica inutilmente le cose. L’esempio adotto da Guastini non prova che il vocabolo ‘norma’ abbia due significati diversi nelle due espressioni ‘interpretazione di norme’ e ‘applicazione di norme’. nel secondo è la ‘norma’ stessa che è il precetto e gli conferisce forza. il giurista pratico fa qualcosa di più li applica. sono piuttosto i vocaboli ‘interpretazione’ e ‘applicazione’ ad indicare due generi differenti di attività. Nel suo contributo Orestano ricostruisce il modo in cui nella storia della cultura giuridica si è verificata la trasposizione dal primo al secondo significato. dunque. anche se in parte (ma solo in parte) sovrapponentesi. poiché la norma non è la disposizione. ecc. L’esempio.

del modo in cui la fattispecie concreta così costruita viene assimilata alla fattispecie astratta prevista dall’enunciato normativo. A ben vedere questo è un modo unilaterale di concepire l’attività applicativa: se lo si segue essa si riduce alla decisione intorno ai diversi significati che è possibile attribuire agli enunciati normativi. Karl Larenz e Friedrich Müller. ma può essere opportuno qui ribadirlo perché leggendo Guastini si ha l’impressione che egli consideri l’applicazione soltanto come momento “aggiuntivo” rispetto all’interpretazione.11 pretarla. L’applicazione appare cioè soltanto dal lato della sua dipendenza dall’interpretazione: «nessun testo normativo può essere applicato se non dopo averlo interpretato». Martin Kriele. Un conto è l’oggetto da sottoporre all’interpretazione. che non prova quanto vorrebbe dimostrare. Non è dunque questo che si è inteso qui contestare. ma altresì con l’interpretazione della natura giuridica del fatto. La selezione degli elementi rilevanti fra i tanti che il caso concreto offre viene dunque fatta a partire dagli enunciati normativi. Winfried Hassemer. certo a che fare con l’interpretazione di enunciati normativi. del resto ben noti. Del resto. in quanto creati dall’interprete. così l’interpretazione di un documento normativo non crea dal nulla la norma. esso compare soltanto a titolo esemplificativo – per distinguere due diversi significati di ‘norma’ in due espressioni ricorrenti nel linguaggio dei giuristi – e si tratta di un esempio. dal momento che quei due significati di ‘norma’ possono essere individuati limitandosi all’attività interpretativa. ma il fatto che dalla (pur condivisibile) critica dell’idea che il significato ci sia già tutto prima dell’interpretazione e si tratti soltanto di scoprirlo. da cui viene completamente a dipendere). Come l’interpretazione di qualsiasi enunciato non crea dal nulla il suo significato. come si è visto. adattato e adeguato al caso concreto. ‘Applicare una norma’ non significa soltanto scegliere tra gli enunciati normativi quello che a detta dell’interprete meglio di adatta a sussumere il fatto concreto sotto di esso. Che vi siano buone ragioni per distinguere le due cose dovrebbe essere risultato chiaro nonostante l’imperizia della mia esposizione. un altro è il prodotto dell’interpretazione. che stanno al centro dell’attenzione di una serie di prestigiosi giuristi tedeschi del calibro di Josef Esser. Tra l’altro l’esempio complica inutilmente le cose. Il diritto ha. Non intendo insistere su questi aspetti. Ma la vita del diritto è ben più ricca e complessa e non può essere ridotta all’applicazione di quanto risulta dall’interpretazione dei testi normativi. ma ciò non comporta che il punto di arrivo – la conseguenza giuridica prevista per la fattispecie astratta applicata al caso concreto – sia già tutto anticipato nel punto di partenza. Joachim Hruschka. E quanto più l’enunciato normativo è generale ed astratto tanto più si avverte l’esigenza che essa venga rielaborato. Non ne avevamo dubbi. bensì al contempo costruzione giuridica del fatto medesimo. nel passo di Guastini citato in apertura. si passi all’idea (accettabile solo in un’ottica di radicale scetticismo) per cui i significati ci sono soltanto dopo. È invece proprio questa la conclusione a cui giunge Guastini so- . Che nessuno dei nomi citati compaia mai nei testi di Guastini è forse il sintomo dello scarso rilievo che egli in realtà attribuisce al momento applicativo (rispetto a quello interpretativo. dunque. Arthur Kaufmann.

Disposizione (e norma). ma disposizioni e soltanto i significati a loro attribuiti. Il dato normativo c’è. ma allora deve rivedere il suo punto di partenza perché in questo caso non sarebbe più vero che le norme abbiano un significato soltanto dopo l’interpretazione. Cfr. cit. Ma un vincolo debole è pur sempre un vincolo. sarebbero qualificabili come norme. Crisafulli. Ciò che egli ci presenta è qualcosa di parziale che si autorappresenta come totale. O Guastini è disposto ad ammettere che il significato non viene a dipendere esclusivamente dall’interpretazione e pertanto l’interprete è in qualche modo vincolato nella sua attività. Guastini ritiene così di aver fornito una definizione teorico-generale di ‘norma’. ma una rigida barra al di qua della quale c’è il significante e al di là il significato. 7 La terminologia non è originale. che si prestano a diverse e confliggenti interpretazioni. egli prende le distanze da essa. Dopo aver spinto sull’acceleratore. oppure resta fermo nelle sue posizioni. 195-209. voce dell’Enciclopedia del diritto. Giuffrè. La volontà degli interpreti. dalla registrazione di due usi lessicali di ‘norma’ siamo passati ad una vera e propria definizione esplicativa di ‘norma’. tale per cui gli enunciati normativi non sarebbero norme. neanche troppo decisa. p. con una mossa a sorpresa. La disposizione è l’oggetto da interpretare. Insomma. Talché costituiscono. 1964. Essa è mutuata nel lessico da Vezio Crisafulli. Così alla fine.12 stenendo una radicale dissociazione tra enunciati e significati che lo spinge sino 7 al punto di escogitare una terminologia ad hoc . Milano. V. a inventarsi effettivamente le norme . ma la distinzione introdotta da Crisafulli è molto meno rigida di quella fatta propria da Guastini. la norma è il prodotto dell’interpretazione. 8 Nel suo ultimo libro Guastini (Teoria e dogmatica delle fonti. A ben guardare la sua definizione di ‘norma’ rispecchia soltanto quanto negli ultimi anni è andato sempre più caratterizzando la nostra organizzazione giuridica: l’accrescimento di potere degli organi giudiziari a scapito degli altri poteri. per il giudice. che comunque non evita l’ostacolo. il significato. Tra questi due elementi non c’è (per usare una parola da brivido) dialettica. dunque le loro interpretazioni. batte gli enunciati fino a dar loro la forma che serve ai loro fini. ma un vincolo debole è pur sempre più forte di nessun vincolo. ma non è una norma e la norma è soltanto una costruzione dell’interprete: è lui a inventarsene. . di volta in volta. Ma anche sotto questo profilo il suo discorso è molto più ideologico di quanto egli non creda. un vincolo piuttosto debole. Guastini tenta una frenata. pp. un limite: è di fatto impossibile per il giudice attribuire ad un testo – letteralmente – “qualsiasi” significato. Vol. a suo piacimento». So8 no ormai loro. mossi da umori giustizialisti. XIII. Dopo aver riesposto la sua tesi di fondo sulla dissociazione tra enunciati normativi e loro contenuto di significato (le norme) Guastini osserva: «è pur vero che i testi legislativi non hanno mai un significato univoco. per il quale ‘disposizioni’ sono soltanto gli enunciati contenuti nelle fonti e ‘norme’ i significati loro attribuiti dagli interpreti.. come in Rorty. è piuttosto debole. un vincolo c’è. 103) sembra consapevole del fatto che tutto il suo discorso vada a parare proprio a questa conclusione ed ecco che allora. ma allora deve essere coerente sino in fondo e ammettere che le norme nascono solo dall’interpretazione e che pertanto siano gli interpreti con la loro attività a crearle. Una norma “debole” che viene unicamente a dipendere dall’interpretazione altro non è che l’altra faccia dello strapotere dei giudici.

it. come ormai tutti siamo convinti. che lo voglia o meno. trad. più diffusamente. Si veda tutta la parte seconda: Introduzione al linguaggio precettivo. Diritto. G. 67-69. Einaudi. Come che sia nell’allievo è del tutto assente quell’approccio storiografico che contraddistingue anche l’atteggiamento analitico-linguistico del maestro. 1976. Torino. vol. G. Hart ha 9 scritto che «lo scettico sulle norme talvolta è un assolutista deluso» . 33-34).13 Così. p. il Mulino. Meglio un uso elastico di una ridefinizione ideologica. Tarello. sulle fonti del diritto rivela qualche significativa differenza rispetto alla guastiniana Teoria e dogmatica delle fonti. I: Assolutismo e codificazione del diritto. Si veda anche. che si afferma con il processo delle codificazioni moderne. 9 . usi. forse. verrebbe malignamente da dire «uno stalinista deluso». Qui. Se. 1-38 (in particolare pp. The Concept of Law (1961). Tarello. 1980. della nozione premoderna di interpretatio11.. Hart. G. i vocaboli hanno un’area di ambiguità e di vaghezza. non si vede allora per quale ragione il vocabolo ‘norma’ dovrebbe alla fine avere un solo significato. Guastini finisce col presentarci una definizione di ‘norma’ che riflette in larga misura i guasti della nostra organizzazione giuridica: la sua ridefinizione risulta viziata ideologicamente ed è pertanto inopportuna e infruttuosa in sede teorica. Non intendo contestarlo: tuttavia un’analisi degli scritti tarelliani sul linguaggio precettivo.. pensando ancora una volta ai suoi trascorsi di gioventù. H. 19653. 4. mai scritto. Il concetto di diritto. 152-158). ad esempio. Guastini. A. cit. 163. pp. L. pp. 135-269. Bologna. Cfr. Forse è proprio questo approccio storiografico che sta alla base della sua diffidenza nei confronti delle (ri)definizioni dei vocabolichiave del lessico giuridico. potrebbe far emergere la presenza di una nozione di significato meno rigida di quella guastiniana10. in fondo. Per rendersene conto è sufficiente rileggere L’interpretazione della legge dove Tarello (nel primo capitolo) distingue la moderna nozione di interpretazione. pp. 10 Cfr. cit. Tarello distingue tre diversi tipi di significato ed è notevole che egli parli in questo contesto di un «significato enunciativo» (op. In conclusione conviene chiedersi se non sia preferibile lasciare il vocabolo ‘norma’ all’uso comune che i giuristi ne hanno fatto sinora e (nonostante Guastini) continuano ancora a fare. Storia della cultura giuridica moderna. 11 Cfr. nel caso di Guastini. enunciati. L’interpretazione della legge. non fa che seguire un ragionamento che era già presente in Giovanni Tarello. Giuffrè. Postilla Qualcuno sicuramente mi rimprovererà per non aver osato alzare il tiro. il linguaggio ha una struttura aperta. Tarello era restìo a definire perché vedeva in ciò pur sempre il tentativo di trovare una definizione univoca. Milano. Tarello. Studi di teoria e metateoria del diritto. pp. E comunque l’indice tarelliano (che riproduco in Appendice) per un libro.

14 Non è questa la sede per discutere se egli sia rimasto sempre coerente con queste posizioni. per chi ha queste preferenze. Cultura giuridica e politica del diritto.. qui mi premeva piuttosto sottolineare le incoerenze dell’allievo nel suo tentativo di dare una definizione univoca di norma. Nella pur vasta produzione scientifica di Tarello non si trova un solo articolo dedicato al vocabolo ‘norma’ e ho l’impressione che se l’avesse scritto (ma è sintomatico che non l’abbia fatto). Ma. ad un processo di specializzazione e tecnicizzazione di ‘norma’. Norma statuita e norma statuente. tale processo non va assecondato da chi preferisce la tecnicizzazione di vocaboli e locuzioni del tipo neutrale. 327). pp. il Mulino. ora ricompresa nell’antologia tarelliana. Non sono invece altrettanto persuaso (anzi non lo sono per nulla) che avrebbe accettato la (mia) seguente conclusione. 13 Quella che conclude il contributo forse più provocatorio di Giovanni Tarello: la sua relazione su Il diritto come ordinamento presentata nel 1974 al X Congresso della Società italiana di filosofia giuridica e politica. 12 . Solo l’italiano l’ha nel suo vocabolario da sempre» . 178-204. ma perché si ritrova tale e quale nel saggio di Orestano che ho già citato (cfr. Ho citato questo passo tra virgolette non solo perché l’ho idealmente attribuito a Tarello. Contributo alle semantiche di una metafora. cit. a mio avviso. 1988. Bologna. Sono pressoché persuaso del fatto che avrebbe cominciato così: «Il francese e l’inglese praticamente ignorano ‘norma’ (…). Nel tedesco Norm appare a molti parola straniera e da evitare (vi sarà persino chi – avendola usata tutta la vita – dirà alla fine che essa suona 12 ‘barbara’). almeno le premesse sarebbero state diverse da quelle di Guastini. p. Meglio. anche se in buona sostanza ne reitera una 13 sua ben nota : «si assiste in talune aree linguistiche e nell’ambito di taluni movimenti dottrinali. lasciare il vocabolo ‘norma’ al flessibile e mutevole uso ordinario… ove sta anche per sinonimo di disposizione».

I Le fonti formali ed i loro rapporti formali Cap. XII Le normazioni di soggetti diversi da organi statali nei loro rapporti con organi di applicazione del diritto statale. IV La legge ordinaria dello Stato Cap. VI I regolamenti interni di organi costituzionali Cap.15 APPENDICE Progetto di indice di un libro di Giovanni Tarello sulle fonti del diritto PARTE PRIMA Teoria delle fonti del diritto Cap. X Il diritto comunitario Cap. V Delegazione legislativa. III Le leggi costituzionali Cap. II Nozione di fonte del diritto Cap. XI Il diritto straniero oggetto di rinvio Cap. Conferimento di “poteri necessari” al governo in caso di guerra Cap. organi dell’applicazione del diritto e gerarchie normative Cap. IV Organi della produzione del diritto. le diverse consuetudini-fonte. In particolare le norme contrattuali collettive e le norme di comportamento di ordini professionali Cap. V Carattere dinamico dei rapporti tra fonti ed organi e carattere riflessivo delle organizzazioni giuridiche PARTE SECONDA Le fonti del diritto nell’organizzazione giuridica italiana attuale Cap. ed il loro uso Cap. IX Il diritto internazionale pubblico generale nell’organizzazione interna italiana Cap. VII La normazione ad ambito regionale Cap. XIV Rapporti reali tra fonti e diverse gerarchie che si stabiliscono presso organi di applicazione rispettivamente diversi . I Nozione di diritto Cap. decreti legislativi. XIII La cosiddetta consuetudine. conversione. II La Costituzione della Repubblica Cap. III Le fonti del diritto come insieme e come sistema Cap. VIII La normazione regolamentare dell’esecutivo Cap. decreti legge.

XIX Codice del 1942. XX Sottrazioni. XXI Codice civile e leggi speciali . XV La codificazione nella storia del diritto Cap. XVIII Struttura del codice del 1942 Cap. XVI Le codificazioni civili moderne nelle terre italiane Cap. modifiche e aggiunte Cap. mutamento di regime e intervento della Costituzione Cap.16 PARTE TERZA Il codice civile italiano Cap. XVII Storia della codificazione del 1942 Cap.

Dworkin concluye que. Las teorías semánticas del derecho. Sin embargo. no pueden explicar los desacuerdos jurídicos como disputas genuinas.Pablo Raúl Bonorino El aguijón derrotable* 1. en última instancia. en adelante TCL). En el inicio de Law’s Empire (Dworkin 1986. existe la costumbre en la literatura sobre el tema de denominar “aguijón semántico” al propio argumento que Dworkin ofrece para fundar sus criticas (ver Marmor 1992: 6. Raz 1998: 259). aquellos desacuerdos que surgen cuando los participantes difieren respecto de los propios criterios que determinan el significado de las expresiones que emplean. a su entender erróneas. Analisi e diritto 1999. De aquí en adelante utilizaré la expresión en este sentido. Dworkin ofreció un argumento extraño y novedoso para criticar el enfoque teórico que Hart defendiera en The Concept of Law (Hart 1994. Guastini * . a quienes doy las gracias por sus sugerencias. Mario Alberto Portela. a cura di P. Como en los desacuerdos jurídicos más comunes e interesantes los contendientes difieren. las mismas deben ser rechazadas (LE: 42-44). especialmente a Paolo Comanducci y a Riccardo Guastini. Sostuvo que dicha obra constituía un claro ejemplo de teoría jurídica infectada por un “aguijón semántico”1. Quienes aceptan estas tesis semánticas no pueden explicar. También he discutido estos argumentos con Juan Antonio García Amado. sobre los criterios con los que utilizan el término “derecho”. Cristina Redondo y José Juan Moreso. Agradezco a todos los que participaron en la discusión por sus comentarios. dado que las teorías semánticas del derecho brindan esta explicación extravagante de algunas de las propiedades salientes de la práctica jurídica. Este trabajo recoge parte del contenido de la conferencia dictada el día 7 de junio de 1999 en el Dipartimento di Cultura Giuridica “Giovanni Tarello” de la ciudad de Génova. respecto del significado de las expresiones lingüísticas. 1 Dworkin utiliza la expresión “aguijón semántico” [semantic sting] para aludir a los problemas que ocasiona en algunas teorías jurídicas contemporáneas la adopción de ciertas tesis. esto es las afectadas por dicho aguijón. María Concepción Gimeno Presa. Juan Carlos Bayón. Comanducci e R. en adelante LE). como casos de disputas genuinas. porque suponen que el significado de los términos en los que se formulan las posiciones encontradas depende de los criterios que se derivan de las reglas que rigen su uso correcto. las teorías semánticas se ven obligadas a entenderlos como seudodisputas verbales.

denominada “derecho como integridad” (LE: 114-275). Schauer 1987. insiste con la caracterización de la teoría de Hart como una teoría semántica. veremos que la primera reacción de los expertos frente a este argumento fue de extrañeza. En primer lugar. . Finalmente. ha llevado a muchos a subestimar su importancia. dichas alternativas se muestran inferiores a la teoría que Dworkin propone. Esta interpretación es defendida por varios autores (Kress 1987. Troper 1988). Hutchinson 1987. no reñida con el propio texto de Dworkin. Gavison 1987. Soper 1987. En segundo lugar. Una vez sometidas a las pruebas del ajuste y del valor. Dworkin sostiene que las únicas alternativas a su concepción del derecho son las versiones interpretativas del positivismo y del realismo jurídicos. el aguijón semántico le permite eludir las críticas a los fundamentos interpretativos de su teoría que no se ajusten a sus propias pautas de 2 Me refiero al Postscript publicado en la segunda edición a TCL. Padley 1988. Stick 1986). aunque sin darle mayor importancia (Kress 1987. es lo que le permite conducir a sus rivales teóricos a ciertas posiciones en las que resultan más vulnerables a sus argumentos (LE: 9495). posiblemente por considerar que su debilidad era demasiado evidente para requerir una argumentación que la pusiera de manifiesto (Abramson 1987. con la que se deben evaluar las propuestas de esa naturaleza. Alexander 1987. pero hace la salvedad de que lo que le impide dar cuenta de los desacuerdos teóricos es el tipo de teoría semántica que presupone. Muy pocos lo tuvieron en cuenta e intentaron responder a su desafío. Soper 1987. El problema residiría en que Hart en TCL supondría una semántica basada en criterios [criterial semantics] (Dworkin 1994d: 9-16). Stavropoulos 1996. la gran mayoría de los filósofos del derecho. Si consideramos los trabajos dedicados a analizar LE publicados desde su edición (1986). Greenawalt 1987. Levenbook 1986. Algunos lo rechazaron expresamente por considerar que no estaba dirigido a ninguna teoría contemporánea reconocible (Fentiman 1986. aludiendo a ciertas posiciones filosóficas preocupadas por explicar el significado de la palabra “derecho”. Guastini 1988. Brink 1988. lo ignoraron en sus comentarios. es la que llevo a Hart a no considerar necesario responder al argumento del aguijón semántico en el escrito en el que se encontraba trabajando antes de su muerte2. Comanducci 1989. encarnadas en los que denomina “convencionalismo” y “pragmatismo”. En el trabajo que Dworkin dedicó a analizar este borrador póstumo de Hart (Dworkin 1994). y sostuvo que su posición y la que éste defendía en LE podían ser entendidas como complementarias (TCL: 246-7). Sin embargo. Endicott 1998). Esta interpretación. Hart 1987). Schauer 1987.18 La forma imprecisa en la que Dworkin presentó el denominado “argumento del aguijón semántico”. el argumento del aguijón semántico es una pieza importante en la estrategia argumentativa de Dworkin que debería ser analizado con más detalle. toda vez que su pretensión no era la de explicar el significado de la palabra “derecho”. El propio Hart consideró que su teoría no se veía afectada por el argumento de Dworkin.

tarea imprescindible para poder llevar adelante la labor crítica y que no resulta sencilla. Dworkin sostiene que su concepción de la interpretación constructiva debe ser verdadera de acuerdo a sus propios criterios. 2. . Cuando esto no ocurre. pero tiene la ventaja de no exigir un compromiso con la forma de concebir el análisis conceptual a la que apelan estos autores para fundar sus críticas. en consecuencia. Si Dworkin no fuera capaz de mostrar que no es posible elaborar una teoría general y descriptiva del derecho. manteniendo incluso algunas imprecisiones de la exposición original en esta primera etapa del análisis. hay quienes lo consideran imprescindible para la defensa del alcance general de su propuesta filosófica. el desacuerdo entre ellos es meramente verbal: creen que discuten pero en realidad están utilizando las palabras con diferentes significados y. Brink 1988). Finalmente. su propuesta quedaría reducida a una teoría normativa de la decisión judicial para la práctica jurídica norteamericana (Raz 1998: 282)3. Dworkin presupone que las reglas del lenguaje se pueden formular en términos de condicionales materiales. No analizaré esta variante en el presente trabajo. Lo primero que haré será reconstruir el argumento del aguijón semántico. están 3 En un sentido más amplio. lo que resulta una caracterización equivocada. dada la imprecisión con la que Dworkin lo formula en el primer capítulo de LE4. es la siguiente: (1) Toda teoría jurídica debe explicar la mayoría de los desacuerdos importantes que se producen en la práctica jurídica como casos de “desacuerdos genuinos” (presupuesto1). los términos en los que se formulan las posiciones enfrentadas deben significar lo mismo para cada uno de los contendientes. esto es. el aguijón semántico también ha sido interpretado como un ataque al convencionalismo en general. Esta refutación resulta similar en muchos aspectos a las que han propuesto recientemente Raz (1998) y Endicott (1998). presupuesto filosófico sobre el que se asienta la propuesta teórica de Hart y gran parte de la filosofía analítica contemporánea (Marmor 1992. la conclusión del argumento no se puede derivar de las premisas que utiliza Dworkin. Una vez puesto de manifiesto que la forma de entender las reglas del lenguaje que mejor se ajusta a los presupuestos filosóficos de los que parte Hart es como condicionales derrotables. considerándose a sí misma como una teoría interpretativa de la interpretación (Dworkin 1993: 4).19 evaluación. La forma de entenderlo que considero más adecuada. (2) Para que un desacuerdo sea considerado “genuino”. 4 Un anticipo de este argumento puede verse en Dworkin 1985a y 1985b. En este trabajo sostendré que el argumento del aguijón semántico no resulta aceptable. porque está dirigido contra una posición teórica que no puede ser atribuida plausiblemente a Hart.

Estas disputas versan sobre Esta distinción fue analizada. (4) Las teorías semánticas del derecho consideran que el significado de los términos está determinado por los criterios que establecen las reglas que rigen su uso correcto6. toda explicación de las disputas jurídicas presupone necesariamente aceptar alguna afirmación semántica. no se pueden concebir disputas genuinas en relación con lo que Dworkin llama “casos centrales” [pivotal cases] a los que dichos términos se aplican. En consecuencia. in using any word: these rules set out criteria that supply the word’s meaning. 1975). Los desacuerdos respecto de casos centrales no pueden ser considerados disputas genuinas. debe afirmar que quienes discuten o bien están hablando idiomas diferentes o bien uno de los dos no puede ser considerado un hablante competente del lenguaje en el que se desarrolla la disputa. y no sobre su aplicación en ciertos casos marginales.20 hablando de cosas diferentes5 (presupuesto 2 ). porque dichos desacuerdos implican una disputa sobre los criterios mismos que determinan el significado de los términos que en ellos se emplean. que dependen.” (LE: 31). Utiliza como punto de partida la distinción entre “caso individual” y “caso genérico” tal como la misma fuera establecida por Alchourrón y Bulygin (1975). de la forma en que se responda a la pregunta “¿qué es el derecho?” [grounds of law]. esto es aquellos casos frente a los que expertos en cuestiones jurídicas difieren a la hora de determinar la solución que el derecho establece para los mismos. 5 . en líneas generales. they say. La forma en que concluye su trabajo muestra que nos encontramos lejos de lograr un consenso en relación con el uso de dicha expresión (Cerutti 1995: 64). quien adopte una semántica basada en criterios. Las dos alternativas conducen a la misma conclusión: una discusión de ese tipo constituiría un típico ejemplo de seudodisputa verbal (LE: 42). resulta de vital importancia determinar previamente qué se entiende por “significado”. (3) Esto muestra que. 7 Ver los cuatro ejemplos que Dworkin toma de la jurisprudencia norteamericana en LE: 15-30. Riccardo Guastini y Ronald Dworkin. por Charles Stevenson (ver Stevenson 1944: capítulo 1). En estos casos. para enfrentar con éxito el análisis de estas cuestiones. según la teoría semántica que Dworkin esta cuestionando. La semántica es la disciplina filosófica que se ocupa de responder la pregunta ¿qué es el significado? En consecuencia. y cuando una explicación resulta poco satisfactoria debemos buscar las razones de esta falla en dichos presupuestos (presupuesto3). Estos desacuerdos teóricos surgen en torno a la verdad de ciertas proposiciones jurídicas. Existe un interesante debate en torno a la forma de caracterizar la noción de “caso difícil”. (5) Las disputas entre juristas en los llamados “casos difíciles”. constituyen lo que Dworkin denomina “desacuerdos teóricos” respecto del derecho7. Cerutti (1995) trata de poner claridad en esta disputa comparando la posición al respecto de Genaro Carrió. 6 “We follow shared rules. tercera parte). en ultima instancia. Genaro Carrió realiza una interesante aplicación de la misma al ámbito jurídico (ver Carrió 1990: capítulo 1. algunos de los cuales ya utilizara en trabajos anteriores (Dworkin 1967.

(6) Las teorías semánticas del derecho. son aquellas que han intentado responder a la pregunta ¿qué es el derecho? explicitando cuáles son los criterios con la que los juristas emplean la expresión “derecho” (LE: 32). no deja de tener cierto viso de verosimilitud9. y que concibe dicha tarea como algo diferente que la mera indagación del significado de las palabras10. no debe olvidarse que la filosofía analítica se ha caracterizado por entender la labor filosófica como una tarea de análisis conceptual. descriptive. or normative. are. This would only be the case if the criteria provided by a system’s rule of recognition and the need for such a rule were derived from the meaning of the word ‘law’.21 casos centrales de aplicación de “derecho”. (7) Según las teorías semánticas del derecho. (Conclusión) Las teorías semánticas del derecho resultan inaceptables porque ofrecen una explicación extravagante de los desacuerdos teóricos que se producen de forma corriente en la práctica jurídica (LE: 44). But there is no trace of such a doctrine in my work. la defensa de Hart ante este argumento consistió en sostener que su teoría no podía ser considerada una “teoría semántica del derecho” porque en ningún lugar de su obra podían encontrarse elementos que permitieran atribuirle la afirmación (6)8. Sin embargo. Como he anticipado en la introducción del trabajo. los desacuerdos de los juristas en los casos difíciles deben ser explicados como ejemplos típicos de seudodisputas verbales (LE: 44). la forma en la que Dworkin entiende la propuesta de algunos de los filósofos del derecho contemporáneos más destacados. Pero aunque resulta cierto que dichas teorías poseen cierta fragancia definicional. attempts at real definition of the concept of law or of a legal system. Creo que la discusión de este tema resulta de vital importancia para evaluar las explicaciones conceptuales que generan las teorías jurídicas de tradición analítica.” (Soper 1977: 473). Such theories. in short. Esta tradición abarca a un grupo muy heterogéneo de filósofos. 8 . 9 Philip Soper. A conceptual theory aims at the identification of those features that are most important in justifying a decision to classify any social structure as a legal system. 10 Nunca ha existido uniformidad entre los filósofos analíticos respecto a la forma de entender las características del análisis conceptual. ubicables entre dos extremos bien marcados en relación con esta cuestión: o bien en la línea de la filosofía del lenguaje ordinario o bien en la línea de la reconstrucción racional o lógica..” (TCL: 247). “So even if the meaning of such propositions of law was determined by definitions or by their truth-conditions this does not lead to the conclusion that the very meaning of the word ‘law’ makes law depend on certain specific criteria. y en consecuencia constituyen discusiones sobre los criterios de aplicación de dicha expresión (LE: 44). Brian Leiter (1998) y Joseph Raz (1998). En lo que a la filosofía analítica del derecho respecta. el debate ha sido reabierto recientemente por Brian Bix (1995). en concordancia con los supuestos que adoptan respecto del significado expresados en 4. por ejemplo. describe la labor de la teoría jurídica de la siguiente manera: “Theories of law may be conceptual.

11 . reconociera como “libros” a la mayoría de los objetos con páginas y encuadernados que encontrara sobre los cuatro estantes adosados a la pared de la sala. en cambio. En este caso. no se muestran en desacuerdo con el argumento en este punto. Su estrategia crítica consiste en cuestionar la forma en la que Dworkin entiende los presupuestos semánticos de la teoría de Hart (premisa 4) y. Las dos expresiones claves para comprender la forma en la que Dworkin entiende y critica la teoría semántica presupuesta en la obra de Hart son las de “regla” y “criterio”. a los efectos de afirmar Un desarrollo pormenorizado de estas posiciones. sigue las reglas de las que surgen. la respuesta que dan a esta cuestión. consideran que. conocer dicho significado requiere identificar las reglas que determinan la forma correcta de utilizar la expresión en el lenguaje cotidiano. que Dworkin critica. es la que considera que el significado de los términos está determinado por los criterios establecidos por las reglas que rigen su uso correcto (LE: 31). rechazar la conclusión de su argumento. reconoceríamos como hablante competente a un sujeto que. La posición semántica comúnmente aceptada por los filósofos del derecho analíticos anglosajones. puede verse en Bonorino 1999: capítulo 2. al entrar en una biblioteca. En nuestro ejemplo. si el significado de “libro” se entiende como sugiere una teoría de este tipo. Para utilizar un ejemplo que Dworkin emplea en LE. en caso de ser aceptable. dicha regla podría ser formulada de la siguiente manera: “se debe llamar libro a todo conjunto de páginas impresas y encuadernadas”. pero por motivos diferentes. Las razones que esgrimiré contra el argumento del aguijón semántico también cuestionan la premisa (4).22 Las dos posiciones a las que también he hecho mención en el inicio del artículo (Endicott 1998. Esta teoría es denominada por algunos autores “teoría semántica tradicional” (Brink 1988) o “teoría semántica basada en criterios” [criterial semantics] (Endicott 1998). Al contrario. Raz 1998). Dworkin no define el alcance con las que las utiliza a lo largo de su exposición. y en consecuencia es competente en el uso de la expresión “libro”? Según Dworkin. es que todo hablante competente debería saber reconocer los casos centrales de aplicación de un término. quienes se comprometen con la posición semántica que estamos analizando. y de las consecuencias de las mismas. Las propiedades de ser un conjunto de páginas impresas y de estar encuadernado constituyen los criterios de los que se valen los usuarios de dicho lenguaje para emplear la expresión “libro”. ¿Cómo sabemos que un sujeto conoce estos criterios. lo que a mi entender permite evitar algunas de las consecuencias indeseables de las respuestas de Endicott y Raz11. en consecuencia. por lo que intentaré reconstruirlas a partir del uso que hace de ellas en su argumentación. el aguijón semántico resultaría mucho más destructivo de lo que la mayoría de los juristas piensan. No resultaría importante.

comprendido con propiedad. Según esta posición. por ejemplo algunos manuscritos de pocas páginas unidos con una grapadora. a su entender. uno de los dos estaría equivocado. entonces no se pueden concebir disputas genuinas en relación con lo que Dworkin llama “casos centrales” [pivotal cases] a los que dichas palabras se aplican. no se puede afirmar que hablan el mismo lenguaje. esto revelaría que los dos grupos . si en el mismo supuesto hipotético que hemos planteado. que las técnicas fotográficas son profundamente extrañas a los objetivos del arte. que se caracterizan por estar generadas por el uso impropio del lenguaje. Esto implica que no pueden estar en desacuerdo respecto de los criterios que rigen el uso de los términos en los que expresan sus respectivas posiciones. y de un ejemplo en el que apela a una disputa hipotética en el terreno de la interpretación artística. y que en consecuencia los llamara “folletos”. Deberíamos considerar a un sujeto un hablante incompetente del lenguaje en cuestión. y dijese que. para que una disputa genuina se produzca. Si se acepta que el significado de las palabras esta determinado por los criterios que surgen de las reglas que rigen su uso correcto. que dicho sujeto tuviera dificultades para reconocer a ciertos objetos con páginas y encuadernados. como casos del término “libro”. Si dos hablantes no comparten los mismos criterios al aplicar una expresión. Y en caso de que los dos pretendieran estar hablando correctamente el lenguaje en cuestión. Dworkin tampoco define con precisión la noción “caso central”. El otro grupo asume la posición contraria de que cualquier comprensión aceptable del carácter del arte muestra que la fotografía cae completamente fuera de él. sino que se vale de la metáfora espacial entre la zona del centro y de la periferia de una superficie. La disputa podría resolverse mostrando cuál de las dos posiciones se ajusta mejor a las reglas que de hecho determinan el uso correcto de las expresiones involucradas en el lenguaje en cuestión. Esto es así pues en esos casos se pone de manifiesto que los contendientes en realidad están en desacuerdo respecto de los criterios mismos con los que emplean el lenguaje (LE: 42). fundamental para su argumento. Esta es la forma en la que se resuelven las llamadas “seudodisputas verbales”. La disputa sería sobre qué es realmente el arte.23 su competencia lingüística. dicha biblioteca resulta muy pobre porque sólo posee cinco libros. Podría resultar un poco equivocado en estas circunstancias describir la disputa como si versara sobre dónde debería ser trazado algún límite. Un grupo sostiene (cualquiera sea lo que otros piensen) que la fotografía es un ejemplo central de una forma artística. “Ahora consideremos un tipo de debate completamente diferente. al entrar en la biblioteca llamara “libro” a los estantes adosados a la pared y a un calendario que pendiera de una de las paredes. los sujetos involucrados deben ser hablantes competentes del mismo lenguaje. Intentaré precisar la forma en la que Dworkin entiende la noción “criterio” analizando en detalle el ejemplo de disputa en relación con un “caso central” del concepto “forma artística” al que apela. y que otra forma de verla exhibiría una incomprensión profunda de la naturaleza esencial del arte.

Lo que deja abierta una intrigante cuestión: ¿alguien ha utilizado alguna vez la expresión “criterio” de forma no idiosincrática? . The argument would be about what art. it would reveal that the two groups had very different ideas about why even standard art forms they both recognize –painting and sculpture– can claim that title” (LE: 41-42). como la pintura y la escultura. 12 “Now consider an entirely different kind of debate. o la aseveración de B. nota 2). It would be quite wrong in these circumstances to describe the argument as one over where some bordeline should be drawn. en todos los casos. Es interesante destacar que la misma acusación de utilizar “criterio” de forma idiosincrática también le fue formulada a Wittgenstein por el uso que hizo de la misma en las Investigaciones Filosóficas (1953) (ver Dancy 1985: 92). a partir de la cita también deberíamos poder reconstruir la forma en la que Dworkin entiende la problemática expresión “criterio”. Tal como describe el origen de la disputa en torno al carácter artístico de la fotografía parecería utilizar “criterio” para aludir a ciertas pruebas incontrovertibles que permiten determinar la correcta aplicación de un término14. De modo que. Tomando el esquema definicional presupuesto en la caracterización que hace Dancy de la noción que estamos analizando (1993: 91-92). Si esta interpretación es correcta. 13 En el mismo sentido Postema 1987: 289.24 tienen ideas muy diferentes aún respecto a por qué formas artísticas estándar que ambos reconocen. pueden pretender ese título. Raz 1998. The others takes the contrary position that any sound understanding of the character of art shows photography to fall wholly outside it. that any other view would show a deep misunderstanding of the essential nature of art. Esto puede inferirse. y no sobre su aplicación en ciertos casos marginales13. y Saber tal cosa es parte del tener competencia en el concepto B. la verdad de A. properly understood. según Endicott. para aludir a ciertas pruebas para la aplicación de una expresión que son mas o menos completas. parte de lo que es conocer el significado de “B”.” (LE: 41-42) [La traducción me pertenece]12. 14 Endicott sostiene a este respecto que Dworkin utiliza en su argumento la noción de “criterio” de forma idiosincrática. One group argues that (whatever others think) photography is a central example of an art form. justifican perfectamente la creencia en B. Los desacuerdos respecto de casos centrales no pueden ser considerados disputas genuinas. porque dichos desacuerdos implican una disputa sobre los criterios mismos que determinan el significado de los términos que en ellos se emplean. de la forma en la que Dworkin sugiere que dos personas que comparten el mismo criterio de aplicación de un concepto no pueden estar en desacuerdo sobre su aplicación (Endicott 1998: 283-84. that photographic techniques are deeply alien to the aims of art. really is. Endicott 1998. Dworkin presupondría en su argumento que la expresión “criterio” puede entenderse de la siguiente manera: A es criterio de B si y sólo si la verdad de A o el hecho de que A suceda es evidencia suficiente e incontrovertible para la verdad de B. según como entiende Dworkin la teoría semántica que esta cuestionando. Kress 1987: 837. o el hecho de que A suceda.

Existe una manera de explicar el origen de la noción de “criterio” que utiliza Dworkin que no lo muestra como un argumentador falaz. en la premisa (4) de su argumento. Posiblemente esta haya sido la razón que llevó a tantos teóricos a no considerar necesario argumentar en su contra. Dancy ofrece una caracterización provisional. podríamos ser nosotros mismos víctimas del defecto antes señalado. sino simplemente como un pensador equivocado. evidencia suficiente. y. y Saber tal cosa es parte del tener competencia en el concepto B. sino que parecerían ineliminables. de la siguiente manera: “A es criterio de B si y sólo si la verdad de A o el hecho de que A suceda es necesariamente una buena –aunque refutable– evidencia para la verdad de B. en cambio. o el hecho de que A suceda. El argumento del aguijón semántico constituiría una sofisticada variante de la vieja falacia del hombre de paja [scarecrow]. parte de lo que es conocer el significado de “B”. aceptamos que los criterios sólo constituyen condiciones siempre revisables.” (Dancy 1993: 91-92). las disputas sobre los mismos no sólo resultarían genuinas. Sin embargo.25 El punto de partida de las teorías semánticas que Dworkin critica en su argumento puede identificarse en la segunda etapa de producción filosófica de Wittgenstein. si aceptáramos sin más esta forma de entender el argumento de Dworkin. la emplea de forma muy imprecisa. De esta manera se podría sostener que Dworkin le atribuye a Hart una posición semántica deliberadamente debilitada a los efectos de favorecer la crítica que pretende formular (cf. la verdad de A. [El resaltado me pertenece] Si comparamos la reconstrucción de la noción “criterio” que se le puede atribuir a Dworkin a partir del ejemplo citado anteriormente. Para ello creo conveniente analizar el segundo de los términos que señale oportunamente como clave en su argumentación: el concepto de regla. que las teorías semánticas basadas en criterios no pueden explicar las disputas sobre dichos criterios como desacuerdos genuinos. y que es aceptado por la mayoría de los intérpretes de la obra de Wittgenstein. Es precisamente esta caracterización de los criterios como condiciones suficientes e incontrovertibles para aplicar un concepto lo que le permite a Dworkin sostener. . Wright 1984). Bud 1984. Sin embargo. Baker 1977). en casos favorables. que encierra alguna de las alternativas interpretativas que se han planteado. veremos que la diferencia más importante radica en el tipo de relación que se establece entre los supuestos criterios y la afirmación (o creencia) a la que pueden dar lugar. con esta otra que Dancy cree atribuible a Wittgenstein. En Dworkin parece haber perdido el carácter revisable que tan marcado estaba en la presentación de Dancy. Hacker 1972. en ausencia de indicaciones de lo contrario. o la aseveración de B. justifican perfectamente la creencia en B. lo que ha generado un intenso debate exegético en torno a cuál es la forma adecuada de formularla (ver Baker y Hacker 1984. De modo que. Este autor utiliza la noción “criterio” en diferentes fragmentos de las Investigaciones Filosóficas (1953). Si.

Dado que la posición semántica que intenta reconstruir en LE también apela a la noción de regla para explicar el significado. Esta forma de entender las reglas presupone que las mismas pueden ser formuladas mediante enunciados condicionales. pero si no lo es. Ambos conjuntos de pautas señalan o apuntan [point to] a decisiones particulares relacionadas con obligaciones jurídicas en circunstancias determinadas. existen dos posibilidades: si la regla es valida. Sin embargo. Brink 1988). En el se sostiene que la distinción entre regla y principio no puede ser establecida apelando a su estructura lógica. Estos argumentos podrían ser utilizados también con éxito para cuestionar el punto de partida del argumento del aguijón semántico. por lo general no puede ser expresada en términos de un “condicional material”. hay uno que me parece sumamente atractivo en este contexto. a diferencia de que ocurre en los llamados condicionales materiales. y discutida en otros (ver Marmor 1999). la regla no contribuye en nada para la decisión (Dworkin 1967: 24). Las reglas son aplicables en una forma todo-o-nada. caso paradigmático de regla jurídica. En “The model of Rules” (1967) sostuvo que una de las formas en las que se podía distinguir una regla de un principio es porque las reglas se aplican a “todo o nada”. la misma continúa siendo utilizada en algunos trabajos (ver por ejemplo Atienza y Ruíz Manero 1997: Cap. 16 Esta forma de entender la falla en el argumento de Dworkin. 15 . puede ser explicada como un reflejo de la forma en la que Dworkin entiende el funcionamiento y la estructura de las reglas. pues la formulación de una regla condicional. el conjunto de posibles excepciones (Dworkin 1967:25) 15. deja abierta la posibilidad de hacer valer contra el mismo todas aquellas razones esgrimidas en oposición a esa manera de establecer la distinción regla-principio.26 Esta forma de caracterizar los “criterios”. 1). Dworkin cree que no existen inconvenientes teóricos que impidan ofrecer una formulación más precisa de la misma incorporando. sino que debe ser representada como un “condicional derrotable. junto a las condiciones positivas de aplicación. Esta posición encuentra fundamento en los últimos trabajos de Carlos Alchourrón (1991a. y resulta claramente la más débil de todas (cf. Existe un tipo de enunciados condicionales en los que. 1991b. Pero no toma en cuenta que existen diversos tipos de estructuras condicionales. resulta plausible pensar que Dworkin considere que las reglas lingüísticas poseen la misma estructura lógica que las reglas jurídicas. esto es que establecen las condiciones suficientes en presencia de las cuales se siguen las consecuencias que determinan. el Esta es sólo una de las maneras en las que Dworkin diferencia los principios de las reglas. pero difieren en el carácter de la dirección que les imprimen. entonces la respuesta que determina debe ser aceptada. En relación con la existencia de excepciones no mencionadas al enunciar una regla. De todos los argumentos que se han elaborado en contra de la distinción lógica entre regla y principio. pues si se dan los hechos que estipula. 1996a) y fue expresamente defendida por José Juan Moreso (1997). esto es que las mismas brindan las condiciones suficientes para aplicar las expresiones lingüísticas cuyo uso regulan16.

nos llevaría a afirmar que el hecho de estar en presencia de un automóvil es una condición suficiente para trasladarse en él de un lugar a otro. 1994a). los criterios que de ellas se derivan forman un conjunto completo de condiciones suficientes para la aplicación de los conceptos. y presuponiendo una función de cierre para el condicional derrotable. la forma de entender las reglas del lenguaje en las teorías semánticas que supuestamente pretende criticar parece ser muy diferente. Esto es. Esto es una condición que. entonces puedes trasladarte de un lugar a otro en él”. sumada a un conjunto de condiciones que se dan por supuestas. pero las mismas se toparon con dos problemas: (1) que una lógica para condicionales derrotables no puede satisfacer la ley de refuerzo del antecedente. Otra manera de presentar este tipo de condicionales es diciendo que los mismos poseen en su antecedente un conjunto de excepciones implícitas no enumerables en forma taxativa. La falsedad de cualquiera de estos enunciados derrota al enunciado condicional. pues del mismo puede derivarse la mencionada ley. (ver Alchourrón. y (2) que eso llevaría también a suprimir el modus ponens. Es por ello que la propuesta que creo más aceptable es la que sostiene que en ciertos contextos de deducción. pues para que uno se pueda trasladar de un lado a otro en un automóvil se requieren una serie de condiciones no enumeradas. Sin embargo. 1993a. Tomemos el siguiente ejemplo de enunciado condicional: “si esto es un automóvil. Los intentos por construir una lógica específica para condicionales derrotables han producido hasta el momento aparatos inferenciales extremadamente débiles como para ser de utilidad. que no tenga las gomas desinfladas. Por ello entiende que. lleva a la verdad del consecuente. para aquellos que conocen dichas reglas. y el mismo fuera verdadero. por lo que comúnmente se los conoce con el nombre de “condicionales derrotables”17. En 17 Recientemente se han ideado sistemas de lógica especiales que intentan reconstruir las condiciones de verdad de estos condicionales. 1993b. como por ejemplo que el mismo tenga suficiente combustible. Todo aquel que ponga en duda la identidad de este conjunto debe ser considerado como un sujeto incompetente en el manejo de las reglas del lenguaje. pueden ser formuladas como condicionales materiales. etc. 1996b). que en caso de cumplirse lo derrotarían. que se posean las llaves de arranque.27 antecedente no expresa una condición suficiente para la verdad del consecuente. Si lo interpretamos como un condicional material. sino sólo una condición contribuyente. de las que se extraen los criterios cuyo conocimiento forma parte de aquello en que consiste tener competencia en dicho concepto o conocer su significado. como enunciados que establecen las condiciones suficientes para la aplicación correcta de ciertos conceptos. Pero esto no es así. . que su motor funcione. Dworkin cree que las reglas que rigen el uso correcto de los conceptos. por lo que no se requeriría de una lógica especial para dar cuenta de dichas inferencias (ver Alchourrón. el mismo podría operar como un condicional material. 1994b.

– ¿No deja este ninguna duda abierta sobre el camino que debo tomar? ¿Muestra en qué dirección debo ir cuando paso junto a él: si a lo largo de la carretera. Bud 1984)18. Estos desacuerdos serían considerados desacuerdos genuinos sobre los criterios de aplicación de las expresiones en cuestión. “. si después de todo no es ella la última?’. a los efectos de poner claramente de manifiesto su estructura condicional. y toda disputa en la que dos sujetos Wittgenstein parece apoyar también esta caracterización. con cierta imprecisión.28 ellas se suele aceptar que las reglas lingüísticas no brindan. en circunstancias normales.” (Wittgenstein 1953: parágrafo 87). Puede fácilmente aparecer como si toda duda mostrase sólo un hueco existente en los fundamentos. Quien conociera esta lista de elementos sería considerado un usuario competente del término “libro”. formado en este caso por las propiedades “tener páginas impresas” y “estar encuadernado”. Dichas reglas constituyen claros ejemplos de lo que podríamos denominar. cuya determinación en casos concretos de aplicación siempre podría dar lugar a desacuerdos. 18 . El indicador de caminos está en orden –si. el conjunto de condiciones suficientes para el uso de expresiones del lenguaje. ni podrían hacerlo.. de modo que una comprensión segura sólo es entonces posible si primero dudamos de todo aquello de lo que pueda dudarse y luego removemos todas esas dudas. pero no: cualquiera que pueda imaginarse.” (Wittgenstein 1953: parágrafo 85). de la siguiente manera: “si x tiene páginas impresas y x esta encuadernado. sino una proposición empírica. Podría decirse: Una explicación sirve para apartar o prevenir un malentendido –esto es. Volviendo al ejemplo con el que inicie la exposición. uno que sobrevendría sin la explicación. “reglas derrotables” (Baker 1977. entonces se debe llamar a x “libro””. sería un conjunto en el que todos sus elementos pueden ser enumerados taxativamente. `¿Pero entonces cómo me ayuda una explicación a entender. o de la senda? ¿Pero dónde se encuentra en qué sentido tengo que seguirlo: si en la dirección de la mano o (por ejemplo) en la opuesta? –Y si en vez de un solo indicador de caminos hubiese una cadena cerrada de indicadores de caminos o recorriesen el suelo rayas de tiza-¿habría para ellos sólo una interpretación?– Así es que puedo decir que el indicador de caminos no deja después de todo ninguna duda abierta. esto es como expresando un condicional material. O mejor: deja a veces una duda abierta y otras veces no. Entendida de esta manera. Podríamos reformular la regla que rige el uso de la expresión “libro”.. una teoría semántica como la que Dworkin caracteriza en la premisa (4) de su argumento podría explicar sin inconvenientes la existencia de desacuerdos sobre el conjunto de criterios. Si la interpretamos de la manera en la que Dworkin entiende las reglas condicionales... cuando afirma que una regla adquiere precisión sólo en una aplicación concreta de la misma y en un contexto determinado: “Una regla esta ahí como un indicador de caminos. cumple su finalidad. A dicho conjunto pertenecerían tanto las condiciones expresamente formuladas en las reglas lingüísticas como el conjunto de excepciones implícitas no enumerables de forma taxativa. entonces el conjunto de criterios. Y ésta ya no es una proposición filosófica.

más todas aquellas condiciones no enumeradas (ni enumerables) requeridas para que se siga aquello expresado en el consecuente del condicional. sirve también para mostrar porque falla el argumento del aguijón semántico. la estructura lógica de las reglas como expresable mediante un condicional material. La conclusión del argumento del aguijón semántico sólo se sigue si se entiende el conjunto de criterios como un conjunto completo de condiciones suficientes para la aplicación de las expresiones lingüísticas. El acuerdo estaría garantizado por la identificación de los elementos listables a partir de la formulación con la que se explica el contenido de la regla. sino también para dar cuenta de las reglas que rigen el uso del lenguaje. entonces deberíamos concebir la posibilidad de que existan disputas genuinas sobre la forma de determinar el contenido (y por ende la identidad) de dicho conjunto. porque concibe. Esta forma de entender el funcionamiento y la estructura de las reglas resulta inadecuada. podría sostener que el conjunto de criterios con los que aplicó la expresión “libro” estaba formado por un solo elemento: “estar suspendido de una pared”. 3. Pero como dichos elementos no agotan el contenido del conjunto de criterios. Si. No hay ninguna posibilidad de concebir las disputas sobre el conjunto de criterios como disputas genuinas. los casos como el mencionado en el final del párrafo anterior seguirían siendo entendidos como casos de incompetencia lingüística. en cambio. Como dicho conjunto resulta diferente del que se puede derivar de la regla que rige el uso de la expresión. y no existe la posibilidad de ofrecer un informe exhaustivo de los elementos restantes. la entendemos como una regla derrotable. no sólo para explicar la estructura y el funcionamiento de las reglas jurídicas. pues el sujeto en cuestión ni siquiera lograba identificar algunos de los elementos listables a partir de la formulación de la regla. entonces el conjunto de criterios estaría formado por las dos propiedades antes mencionadas. Por la misma razón. se debería concluir que LE sólo contiene una teoría de la decisión judicial en .29 difirieran sobre el contenido de la misma podría ser resuelta mostrando cuál de los dos se encuentra equivocado. Como dije en el inicio del trabajo. Raz sostiene que el argumento del aguijón semántico resulta imprescindible para afirmar que Dworkin defiende una teoría sobre la naturaleza del derecho. El mismo argumento que se puede esgrimir para bloquear una de las críticas a la concepción positivista expresada en TCL. Dworkin sostiene esta posición. la situación se puede explicar sosteniendo que el sujeto en realidad utilizó otro lenguaje o bien que era un hablante incompetente del lenguaje en cuestión. Bastaría con explicitar los criterios que cada uno cree que surgen de la regla en cuestión y compararla con la lista que efectivamente surge de la misma. Si el mismo resultara inaceptable. casi desde el inicio de su producción. El sujeto que al entrar en la biblioteca dijo que se trataba de una institución paupérrima. en contra de la interpretación dominante en el tema.

La refutación del argumento del aguijón semántico permite formular estas críticas a la teoría de la interpretación constructiva apelando a distinciones conceptuales no tenidas en cuenta por Dworkin en su defensa. Este argumento se basa en la forma en la que Dworkin entiende el razonamiento judicial (Raz 1998: 272-3). pero como él mismo reconoce de manera indirecta. La refutación del argumento del aguijón semántico no implica negar la posibilidad de que la teoría de Dworkin pueda ser defendida apelando a otros argumentos (Raz 1998: 273. las cuestiones semánticas de fondo siguen pendientes de resolución.30 el mundo jurídico anglosajón (Raz 1998: 282). Considerar la formulación de las normas jurídicas como enunciados condicionales derrotables podría traer aparejadas consecuencias que dificulten la defensa de ciertas posiciones positivistas respecto del derecho (ver Redondo 1998). Raz también avanza algunas razones para oponerse a este aspecto de la teoría de Dworkin. Texas Law Review. 279). Sin embargo. el propio Raz reconoce que Dworkin ofrece dos argumentos independientes en apoyo de su propuesta teórica: su concepción de la interpretación y el aguijón semántico (Raz 1998: 250. 1201-1231. deberían entenderse de forma mucho más modesta de lo que su presentación inicial sugiere. Las conclusiones de Raz en ese trabajo. Pero también permite afirmar que las críticas a otras posiciones que Dworkin formula en la parte central de LE no resultan convincentes por estar dirigidas a posiciones que ningún teórico del derecho defiende ni tendría la necesidad de defender. Jeffrey 1987 “Ronald Dworkin and the Convergence of Law and Political Philosophy”. Pero incluso reconoce que existe en LE un argumento independiente del aguijón semántico con el que Dworkin se opone a las explicaciones conceptuales que apelan a criterios. Por otra parte. nota 5). en lo que respecta a la posibilidad de sostener el enfoque teórico que propone Dworkin. 65. por ser esta el fundamento último de todas sus tesis específicamente jurídicas. La estrategia crítica que he desarrollado no está exenta de problemas. pp. dicha tarea resulta insuficiente si no se combina con una critica a los fundamentos interpretativos de la misma (Raz 1998: 279). sin que este pueda cuestionar la estrategia por no ajustarse a los criterios hermenéuticos de evaluación que su propia teoría establece (ver Bonorino 1999). . Referencias bibliográficas Abramson. Toda crítica que pretenda mostrar que el enfoque teórico que Dworkin defiende en LE resulta inaceptable debería dirigirse a su concepción de la interpretación constructiva.

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in this paper. The notion of validity I shall focus my attention on is Hans Kelsen’s one1. Oxford. however. Comanducci e R. Such an attempt would have required the spelling out of the reasons supporting (what I regard as) a few basic options in legal theory. whether it might prove to be a useful conceptual tool. Some references to the first edition of Reine Rechtslehre (1934) and to Kelsen’s post-1960 works will be provided as well. Analisi e diritto 1999. at meeting some of their more fundamental objections. the beginning of the fourties and the end of the fifties. and raise some questions about it. as far as a reconstruction of Kelsen’s theory of validity is concerned). The subject matter of my inquiry will be the form that Kelsen’s views have taken between. until publication of the second edition of Reine Rechtslehre (1960). and the theory of practical rationality. 1 I shall not. address issues concerning the development of the Pure Theory of Law. such references. My argument is. Jonathan Dancy. maybe a necessary one. And. I would be satisfied if it were acknowledged that the issues these questions arise are worth of further inquiry. are meant to draw the reader’s attention to doctrines of Kelsen’s which are part and parcel of Kelsen’s outlook in the period under consideration. John Finnis. finally. I should add. Catherine’s College. I am simply unable to accomplish this task within the limits of this paper. Second. tentative. and María Cristina Redondo for penetrating comments and criticisms. Guastini . and its periodization. roughly. I am grateful to Eugenio Bulygin. I shall assume that. touching upon background assumptions underlying my argument. Albert Calsamiglia. Maribel Narvaez. Tecla Mazzarese. in the framework of a non-cognitivist account of norms and of normative discourse. as far as the – limited – purposes of my inquiry are concerned (specifically. José Juan Moreso. in this revised version of my paper. the bulk of Kelsen’s work in this period presents us with a basically homogeous.Bruno Celano Validity as Disquotation* 1. whether it may be worked out in a coherent and conceptually satisfactory way. Víctor Ferreres. First. Introduction The topic of this paper is the concept of validity (validity of norms). Pablo Navarro. I shall suggest an affirmative answer to all three questions. stable theory. however. however. October 1998) and at the conference ‘Jurisprudence on the Continent’ (St. I shall focus my attention on a specific notion of validity. Joseph Raz. whether resort to it is compatible with a consistent form of legal positivism. a cura di P. February 1999). metaethics. * Earlier versions of this paper have been presented at a seminar at the University of Girona (Spain. that I made no attempt.

257.36 Many critics have claimed that Kelsen’s doctrine of validity is basically flawed. pp. 267. namely. sect. pp. 9-10. 434-8. or obligatoriness (Verbindlichkeit): a norm is valid if and only if it has binding force (if and only if it is binding. It is a widespread opinion that the concept of validity Kelsen resorts to may be held to be the main responsible for some deep inconsistencies at the very foundations of the Pure Theory of Law. Guastini 1982. pp. 31-4. 59. that one should not put the concept to the same use as Kelsen himself did. that. p. 215. may become an element of crucial importance in a non-cognitivist account of norms and of normative discourse – an account which non-cognitivist legal positivists might well endorse. p. In this paper. 115-6. 181-3. 3. It should be understood as an anàlogon. or internally flawed.3. specifically. ‘validity’ (of a norm) is equivalent to ‘binding force’. and 1999a. I shall claim that. p. concerning the status of legal cognition. and 1990. p. 1957a. 1998a. 7-8. religion. pp. pp. 1945. far from being incoherent. law. pp. on the following assumption (1934. Validity as binding force In the Pure Theory of Law. 1960. it is the main responsible for some implications. equivocal) or incoherent. . Bulygin 1981. Assumption (1) is rooted in Neokantian views. pp. in the framework of the Pure Theory of Law. 313-4. pp. in short. 30. They have held Kelsen’s concept of validity to be either ambiguous (claiming that the word ‘validity’ is. 1942. 1960. p. 1945. 48. The condition is. Kelsen’s concept of validity. relative to a specific sense-domain (the domain. pp. 30-1. 196). I shall attempt a – partial – defense of Kelsen’s concept of validity. 1941. pp.2. subject to one condition. developed in the German-speaking world by the end of the nineteenth and the first decades of the twentieth century. in Kelsen’s theory. 2. or at least strongly misleading. illformed. It is not at all easy to tell what the meaning of this assumption could be. This equivalence rests. Celano 1990. 22): (1) Validity is the specific existence of a norm (being valid is the way in which a norm exists. 70. or both. 2. 7. 64-70. the specific mode of existence of a norm). and 1961. 29-30. 214. 370-86. of normative orders: morality. 1979. 22. 1941. 267. pp. 220. which sharply conflict with Kelsen’s own basic epistemological and metaethical tenets (a charge sometimes summarized under the heading of Kelsen’s “quasi-positivism”)2. social custom) of claims such as the following: 2 See Ross 1958. we shall see presently what I mean by this.

Rather. 6). a scientific theory. it is. or a religious creed. 1960). i. or a religious creed)? Kelsen’s answer runs as follows: asserting that a norm exists amounts to asserting that it has “binding force”. a sense-content. the specific mode of existence of a work of art).. 1) In the present paper I shall simply assume that the Pure Theory of Law is.37 (2) Beauty is the spccific existence of a work of art (being beautiful is the way in which a work of art exists. 1471-3. I shall simply leave assumption (1). 7. pp. 1979. the content of an act of will directed at somebody else’s behaviour (1960. 1457.e. In what follows. and 1999a. may be rescued from any charge of incoherence from a non-cognivitist and positivist standpoint. Some of Kelsen’s doctrines (mainly. the content of an intentional state (Sinngehalt. pp. for a detailed discussion of this tenet of Kelsen’s see Celano 1990. 3 . sect. 108. sect. deeply puzzling. obligatoriness).e. and in what sense. the doctrine of the basic norm) do indeed entail – although this is. 1934. a scientific theory. 6)3. 1484. liable to the charge of quasi-positivism. equivalence (4) may be understood as following from assumption (1) will not be discussed at all (see. pp.. p. below. my starting point will be the following equivalence: (4) A norm is valid if and only if it has (it is endowed with) binding force (i. I find claims (2) and (3). however. as well as the arguments which might be brought for and against it. 1965b.e.g. (3) Truth is the spccific existence of a scientific theory (being true is the way in which a scientific theory exists. it might be asked. the mode of existence peculiar to such sense-contents. just as a novel.2). aside. The mode of existence peculiar to norms is their being binding on their subjects: a norm exists. p. it is a valid norm – if and only if it is binding. according to Kelsen. the specific mode of existence of a scientific theory). for Kelsen. in fact. The problem whether. is there (vorhanden) – i. What I shall argue is that the concept of validity as binding force. a strongly undesired implication. 51-61. a novel. p. exists as an intentional object. 240-8). 21. just as claim (1) itself. in sharp conflict with his own basic epistemological and metaethical tenets – that a scientific description of positive A norm is. A norm. 21. Two caveats and a terminological point are in order here (a third caveat will be introduced later. see below. But. specifically (at least since the second edition of Reine Rechtslehre.. Kelsen terms ‘validity’ the “specific existence” of a norm. pp. leaving its purported connections with the concept of existence aside. 1965a.. where does the peculiarity of a norm’s existence lie – so that ‘validity’ may be taken to designate a phenomenon which is different from the existence of other intentional objects (e. 4-5. 3.

obviously enough. to Kelsen’s own explicit statements thereabout). 203. I shall assume. whatever its content might be. is not a thesis (‘All positive law ought to be obeyed’. 150. corresponds to a restrictive version of Bobbio’s “extreme” form of ideological positivism: positive law ought to be obeyed because of its being positive law. and. For the arguments supporting this conclusion the reader is referred to the works cited in fn. see also Navarro. The difference is. period). not value-free) ideology4. Moreso 1997. and 1965. pp. p. 104. that is. 6 ‘Quasi-positivism’ is defined in Ross 1961. Moreso 1997. 5 On the difference between (‘validity’ in the sense of) membership of a norm in a legal system and (‘validity’ in the sense of) its applicability according to it. in the relevant sense. I. The present inquiry does not aim at showing the truth of these two assumptions. 133-4. namely. 203. legal science turns out to be a set of prescriptions to the effect that positive law should be obeyed. immaterial. in virtue either of its belonging to a positive legal system. pp. Nino 1980. in virtue of its being positive law. 2 above. and because of this fact alone). pp. that. more comprehensive than the one given in the text). 182). or of its being. should we reject ideological positivism? An affirmative answer to both these questions is. that ideological positivism is a substantive ethical position. any norm whatever. pp. does the charge of quasi-positivism in fact apply to the Pure Theory of Law? Nor is it. 266-77. either a fallacious one or (where it is endorsed in its explicit form) an obviously untenable one. 280-3. pp. as it may also be termed.e. What matters is that applicability (in the terminology of Moreso and Navarro. . 147-9. “norms are applicable or not applicable in virtue of other norms which belong to legal systems” (Moreso 1997. 124-5. “Kelsen has never [until at least the second edition of Reine Rechtslehre (my addition)] overcome the idea that a established legal system as such possesses validity in the normative sense of the word” (Ross 1961. It. On ‘ideological positivism’ (“positivism as an ideology”) see Bobbio 1961. “external apllicability”) depends on membership. since. and that it does not qualify as a consistent form of legal positivism. in what follows. rather. as far as the purposes of the present inquiry are concerned. applicable5 – and because of this fact alone – ought to be complied with6. or. more precisely. Navarro. 207). 164.. 113-4. however. p. ought to be obeyed. 178-80 (Ross’ concept of quasipositivism is. an inference.38 law is committed to justifying positive law itself: it prescribes obedience to positive legal norms. as I shall understand it here. ‘ideological’ positivism. I shall simply assume that ideological positivism is wrong. according to such a system. as I shall use this phrase. and because of this fact alone. see Raz 1977. In what follows. pp. Moreso 1997. pp. p. The issue I wish to discuss is not. transl. contrary to Kelsen’s own basic methodological and metaethical requirements (and. By the phrase ‘ideological positivism’ I mean a view to the effect that positive law. 164. 4 To put it in a nutshell. 27-30. 114-7. 2) My second caveat concerns quasi-positivism. 135-8 (‘ideological positivism’. moreover. Notice that ideological positivism. it turns out to be what Kelsen himself would have readily dismissed as a (normatively and evaluatively committed. 154. 152-3. In the Pure Theory of Law. 110-2. it is.

. he writes “the sources thesis refers to social facts which can be described without resort to moral argument. all things considered. No conclusion about what the law is does. “all law is source-based”. “tests for identifying the content of the law and determining its existence depend exclusively on facts of human behaviour capable of being described in value-neutral terms. pp. by itself. rather.e. This. p. or its condemnation) – i. p. No defense of a theory of law satisfying these conditions as against its possible rivals is. “every law has a source” (Raz 1977. “this is why”. p. it should be stressed. see also 1979a. on their implications concerning the concept of validity as binding force. is only a terminological point. which theoretical attitude should a would-be (consistent) non-cognitivist legal positivist adopt towards the concept of validity as binding force (i. 3) By a ‘consistent form of legal positivism’ I shall understand a theory of law maintaining the following two tenets. towards Kelsen’s concept of validity)? The focus of the present inquiry is neither on the objections which may be raised against the Pure Theory of Law. as far as the theoretical attitude a would-be noncognitivist legal positivist should take towards Kelsen’s concept of validity is concerned. 151-2). and vice versa8.e. It is. “the existence and content of every law is fully determined by social sources”.. i. 235. The position is termed ‘consistent’ as contrasted with ideological positivism. 209). on their import. endorse. . rather. 9 By terming ‘consistent’ such a form of legal positivism I do not mean to suggest that it is a position we should. p. “the existence and content of the law is a matter of social fact which can be established without resort to moral argument” (Raz 1985. a) The “social thesis”: “what is law and what is not is a matter of social fact” (Raz 1979a. 40: “that the test is capable of being described in value-neutral terms does not mean that no value or deontic conclusions are entailed by it”). see also 1977. 39)7.] certain moral consequences”. Raz. p. 46. and its moral evaluation (its justification. p. 234. Specifically. p. The issue I wish to discuss is. logically independent enterprises. Raz’s sources thesis. p. Granted that the Pure Theory of Law is a form of ideological positivism. forthcoming9. 8 The first tenet reiterates J..e. 1979a. 7 The test for identifying law “requires no resort to moral or any other evaluative argument” (Raz 1983. 1985. p. within the limits of the present inquiry. however. wants to leave the possibility open that a “social fact” may “entail[.. and that ideological positivism is wrong. p. the following. 151. 209). 210).39 presupposed. It is not clear to me whether this possibility is consistent with the second tenet. inquiry into what the law ought to be – are conceptually different. nor on the arguments supporting the rejection of ideological positivism. and applied without resort to moral argument” (Raz 1979a. b) Scientific description of the law as it actually is. Thus. law “can be identified without resort to moral arguments” (Raz 1983. 27). entail any conclusion about what the law ought to be. and not to ‘a social fact which does not entail any moral consequences’” (Raz 1985.

of the concept of obligation (Pflicht. 61-2. in the framework of the Pure Theory. pp. 10. True. 1934. 10 This is. Kelsen emphatically rejects such an account of ‘ought’ (Sollen). or. were the norm-subject to violate the norm (were he not to behave as the norm prescribes him to do. the concept of efficacy (an ‘is’. see Celano 1999a. In the framework of Kelsen’s theory.e. a statement to the effect that it is efficacious. the way in which. The problem Equivalence (4) above entails that we may meaningfully ascribe to norms the property ‘having (being endowed with) binding force’ (or ‘obligatoriness’. a sanction will be executed (or. 171. in the Pure Theory of Law. Binding force: three possible attitudes 3. pp. it is not necessary to address difficulties concerning the structure of a complete (Kelsenian) legal norm. 17181). 215-21). then S (sanction) ought to be’ is meant. 10-1. the chance of incurring in a sanction may be said to be a condition of the corresponding obligation. or duty (see 1832. 48-9. pp. 11 The scheme ‘If D (delict). In the present context. 22). . then S ought to be’11) has binding force are not equivalent to – nor do they entail – statements of the form: (6) If an A does not phy (or. 167-8. if it is the case that D). it is highly probable that a sanction will be executed). and 1960. any legal norm (save for the possibility of categorical individual legal norms) reconnects a sanction (a coercive measure). accordingly. on a predictive account of legal obligation. as a canonical formulation of a (Kelsenian) primary legal norm. 35.1. 1960. the sanction the norm provides for is actually applied (1945. “two entirely different concepts” (Kelsen 1945.40 3. here. Sein). efficacy may be said to be a necessary condition of validity of legal norms is utterly different from the way in which. according to the Pure Theory of Law efficacy is a necessary condition of the validity of a legal order and (at least since the second edition of Reine Rechtslehre. According to Kelsen. 39-40. pp. statements of the form: (5) The norm ‘All As ought to phy’ (or. However. I submit. to a delict. pp. 215-21) of any single legal norm. they are. as its conditioning fact (see Celano 1999a. or. he would (or. ‘If D. p. ascription to a norm of the property under consideration is not conceptually equivalent to – nor does it entail – a prediction to the effect that. According to Kelsen. a coercive measure would be executed against him)10.. 24. a norm’s being ‘binding’). and. p. and 1945. a legal norm may be said to be efficacious if the act it characterizes as a delict is not performed. John Austin’s notion of obligation. 11). pp. Validity and efficacy “refer to quite different phenomena”. What should our attitude towards this property be? According to Kelsen. and 1960. it is highly probable that he would) be punished (i. 166-238). as a consequence. 39-42. as one of its defining features. pp. were he to perform the act which the norm characterizes as a delict). the concept of validity (the concept of ‘ought’) does not include. p. as part of its meaning. in case it is. a statement to the effect that a norm is valid does not include.

of the property of being true.. I suggest. (1) The first reason is internal to Kelsen’s account of norms. to the norm.. which theoretical attitude should we take towards statements of the form: (7) Norm N has binding force (or. Asserting that one ought to behave in a certain way amounts to asserting a fact. according to Kelsen. 182-3). thus. to our present purposes. and should. both belief. 13 I shall use the word ‘desire’ as a term of art. ascription of validity to a norm is the same as the ascription. the following: which theoretical attitude should we take towards the property ‘having (being endowed with) binding force’. On this interpretation. most obvious interpretation of statements instantiating (7) is a straightforwardly cognitivist one. pp.g. 68-71) does not. be discarded. According to such an interpretation. and they may actually succeed in stating.e. however. that an objective (i. 170-1. ill-formed. neither true nor false. pp. a fact which. pp. incur in the infliction of a punitive sanction12? I. provided that attribution of this property to a norm does not express either probability or certainty that those who are subject to the norm will. validity is not. . make any difference. we shall be forced to draw the conclusion that the concept of validity (validity as binding force) is. statements of this kind are meant to state. therefore.. to refer to non-cognitive intentional states generally (see Smith 1994. Norms are.and desire-independent) property belongs to the norms they are about13. is binding) on the hypothesis that such statements do not express predictions concerning the execution of punitive sanctions? I shall now scrutinize three candidate answers to this question.41 Our question is. in this section. 3. 178. Asserting that a norm is binding (that it has binding force) amounts to asserting that it is true. sub (1). may either obtain or not independently of the speaker’s beliefs and desires.e. in case they fail to do what the norm prescribes them to do. we interpret statements instantiating (7) according to this hypothesis. The relevant difference between cognitive and non-cognitive intentional states will be made explicit below. 104-16). e. in the framework of Kel12 The possibility that the sanction be directed against some other individual held to be responsible for the delict (see Kelsen 1945. as far as the purposes of the present inquiry are concerned. Two reasons support this conclusion. asserting that the norm ‘Children ought to obey their parents’ is valid amounts to asserting that it is true that children ought to obey their parents (see Ross 1961.2. it is assumed. Validity as truth The first. If.

if they say. Anscombe (1957. 224). on the other hand. rather. 110. for further references and discussion see Celano 1993. the values ‘true’ and ‘false’ simply do not apply to them (1945. into these issues. The relevant difference between statements of fact. Metaphysica. and norms. Trivially. it does not express an ‘is’ (Sein). p. p. that things ought to stand. however. Dancy 1993. sect. or that they do not stand. according to Kelsen. that it is. or of what is not. 4. No satisfactory account of – both normative and motivating – reasons for action could. and that. rather dogmatically. 1979. p. that it is. I shall assume. A true statement. whether Kelsen’s concept of validity may prove to be a useful conceptual tool from the standpoint of a non-cognitivist account of norms. that it is not. the same as truth. in the following paragraphs. 51. I shall simply say. in a certain way. something more about this assumption will be said below. 14 . E. therefore. and 1994. 1960. as utterly incoherent. here. 210). p. The question we are addressing is. 58-60. ‘Is’ (Sein) and ‘ought’ (Sollen) are. that truth is correspondence to facts. rather. 76. on Kelsen’s own standards. neither true nor false. According to Kelsen. which cannot be reduced to each other (1945. they say. pp. false. do without it. (2) although extant accounts of the distinction may be held to be defective in various respects – basically. a notion wich counts. Acording to Kelsen. and 1994. 32. the basic intuition only will be spelt out. 5. 1011b 26-7. or of what is. if and only if. primitive. the distinction between opposite directions of fit14. truisms about truth suggest. 19. M. on the interpretation now under consideration the relevant notion of nalidity is not Kelsen’s notion of validity. on the one hand. or mind-toworld) directions of fit raises deep problems. a norm does not – it does not even purport to – say that things stand. and the shopping list example (see below). 44-5. 2. 27) – I find the underlying intuition both compelling and illuminating. or that they ought not to stand. non-analysable) sense-contents. 48-9). of what is not. as far as I know. unknown to This concept. Talk of different kinds of intentional states (and their expressions) as having opposite (world-to-mind.e. Suppose that Tom goes shopping with a shopping list. what they say is. “says that things stand in a certain way when they do so stand” (Blackburn 1984. that it is not (Aristotle. that (1) the distinction between opposite directions of fit is a conceptual device capable of integrations and refinements. Norms do not say that things stand. or that they do not stand. an ‘ought’. a norm says neither that something ‘is’. have first been introduced. elementary (i. namely. in a certain way. p. 19. and a consistent form of legal positivism. and has been the object of penetrating criticism. pp. sect. may be rephrased (although Kelsen does not himself rephrase it this way) by resorting to a well-known conceptual device. it expresses. Statements of fact – I shall assume here – are true just in case they correspond to facts. 112. 693-713). pp. I think. two different. it is. however. p.42 sen’s theory. pp. thus. 37.. the distinction is usually stated in more or less metaphorical terms (see Platts 1979. They are.3). of what is. or “modes”. 52-4. moreover. it does not express an ‘is’. pp. 256. 1960. nor that something ‘is not’. I shall not go. by G. in a certain way. Smith 1987. p.

both correspondence and failure of correspondence between what is said (a sense-content) and the facts are possible. The world itself – i. is of crucial importance. or does not correspond. in the latter case. if an item on the list is not actually contained in the trolley (or. the way things are. as it were. Failure lies. the list itself. the goods in Tom’s trolley (in fact. the point of the shopping list is that what is contained in the trolley should correspond to the list itself. In the case of statements of fact. The detective’s list has a mind-to-world (or words-to-world) direction of fit.e. the world itself will be judged to be. ceteris paribus. according as to whether it corresponds. we will. in Tom’s actual performance). generally. In case it doesn’t. Tom’s actions) – is supposed to fit the list. not the other way round. A statement of fact has to fit the world. a detective is following him.. And. that there is something wrong with the trolley (i. on the other hand.e. of statemens of fact. of norms. the detective’s list will in the end be identical to Tom’s shopping list. under this respect. that there is something wrong with the list. failure of correspondence between the list and the world legitimates us in blaming the world itself. if an item in Tom’s trolley is not on the detective’s list). however. the shopping list sets out how things ought to stand. failure of correspondence shows the world. The direction of this relation is. different in the two cases. on the other hand. in the list. be allowed to count this as a fault in the list itself. Tom’s shopping list has. one and the same relation.e. A norm has. in the former case. Thus. failure of correspondence undermines the statement itself (what is said).e. has to fit the facts. opposite directions of fit.. A statement of fact is true. ceteris paribus. it is assumed. in the world (i. If neither of them commits any mistake. the oppo- . in Tom’s actions). Correspondence is. faulty. however. under this respect. namely. that Tom made a mistake). Tom’s shopping list and the detective’s list have. on the other hand. namely. writing down a list of what he is buying. the way things are. The point of the detective’s list is that it should correspond to what in fact is in Tom’s trolley. What holds of the shopping list holds. legitimates us in blaming. faulty. that an item on the list is not contained in the trolley). we will be allowed to say. or false. in both cases. the way things are. a world-to-mind (or world-to-words) direction of fit. however. Suppose that in the trolley there’s something which is not on the list (or. what holds of the detective’s list holds. the list itself will be judged to be.. the way things are. the detective’s list is supposed to provide a faithful record of the way things are. we will then be allowed to count this as a fault in the trolley (i. whether it corresponds or does not correspond to the facts is of crucial importance as far as an assessment of the statement itself is concerned. In the case of norms. in both cases correspondence between what is written (a sense-content) and reality. generally. we will be allowed to say.. on the other hand. In the case of both norms and statements of fact. In the latter case. On the other hand. to the way things are. vice versa. the statement is counted as false. on the other hand. in case it doesn’t. to be faulty. In the former case – the detective’s list – failure of correspondence between the list and the world. vice versa.e. There is.43 him.. the list. a difference. i.

it has the world-to-mind direction of fit). There is. things stand the way it says that they stand.e. following Kelsen.. Asking oneself whether. the following: granted that we adopt a non-cognitivist position as far as metaethical issues are concerned. it prescribes that things ought to stand in a certain way (i. A third caveat is in place here. should be held to exist between validity. but – whether it is obeyed or not. whether it corresponds or does not correspond to the facts is of crucial importance as far as an assessment – not. of the norm itself..e. a second reason why.3). but – of the facts is concerned.44 site. apart from its being in sharp conflict with Kelsen’s own views.. whether. and the prospects for. Ascription of truth and falsity to norms. however. it is. I have provided in the previous paragraphs should be understood in the light of this question. The question I am addressing is. sharply conflicts with Kelsen’s own account of norms. things stand as the norm prescribes amounts to asking oneself – not. The issue I wish to discuss is whether Kelsen’s concept of validity may be regarded as a useful – perhaps even a necessary – conceptual tool in the framework of a non-cognitivist account of normative discourse. accordingly. whether the norm is true. be discarded. an exploration of the structure of. direction of fit. ex hypothesi. What the present inquiry aims at is not an independent defense of metaethical non-cognitivism against cognitivist objections. as a matter of fact. in the case of a statement of fact we may decide whether the statement itself is true or false by examining whether. on the one hand. as a matter of fact. is it possible to mould a notion of validity as binding force in such a way as to avoid blurring the distinction which. on the present hypothesis. would simply be inconsistent with a noncognitivist position15. i. 4. on the other hand. as a matter of fact. and of normative discourse. on the other hand (thereby nullifying the non-cognitivist assumption)? The argument which. as a matter of fact. and truth. The norm does not (purport to) provide an answer to the latter question. . sect. it is efficacious or not. as far as the purposes of the present inquiry are concerned. decide whether it is to be endorsed or rejected by examining whether. things stand as the norm itself says that they stand. The norm does not (purport to) say that things stand in a certain way (i. Both Kel- 15 A qualification of this claim will be introduced later (see below. rather. Thus. thus. namely. its direction of fit is not the mind-to-world direction of fit). rather. and should. the concept of validity (validity as binding force) turns out to be. therefore. ascription of validity. world-to-mind. (2) Ascription of truth or falsity – and. we cannot. The question whether things ought to stand as the norm says is different from the question whether things. on the hypothesis now under consideration – to norms. actually stand as the norm says that they should. in the same way. ill-formed.e. therefore. a particular version of a non-cognitivist account of norms. In the case of norms.

3.. that is. in the last resort. a magical property: the notion of a normative.. devoid of any content and point whatever. cognitivist interpretation of the concept of validity as binding force (ascription of validity as identical to ascription of truth) should. Thus. a diametrically opposed attitude towards statements of form (7) (‘Norm N has binding force’) looks. however. from the standpoint of a would-be non-cognitivist legal positivist). . The property such statements purport to ascribe to norms – i. neither true nor false). in fact. 17 The best known recent statement of an error theory of moral judgments is to be found in Mackie 1977. p. and its rephrasing in terms of the distinction between opposite directions of fit are meant to illustrate – to point to a possible way of substantiating – the claim that norms are neither true nor false (i. 8 (“the belief in an objective validity has its place in the lumberroom of religious-moral metaphysics”). 1958.45 sen’s talk of norms as not saying that things stand. or that they do not stand. Belief in the existence of such a property is comparable to animistic belief in the existence of spirits and demons. the non-cognitivist’s main claim). 325-63. p. at first glance. Rational thought and inquiry must simply get rid of it18. This appearance is. both belief. in a certain way. statements of form (7) are. bond (a norm’s being ‘binding’ on its subjects) is a paradigm case of a magico-metaphysical thought. pp. A wholly sceptical attitude – in conjunction. deceptive. they would obviously prove to be defective)16. 68. sincerely asserting them amounts to falling prey of a linguistic trompe l’oeil. perhaps.e. of the issue whether imperatives. Scepticism Our first. They do not provide – nor are they meant to provide – independent support in favour of this claim (if so understood. True. Statements of form (7) are necessarily false (or. 18 This attitude is best exemplified by the position of so-called Scandinavian realists. neither physical nor logical. According to such a sceptical view. nonexistent property. the predicate ‘valid’ (validity as binding force) is. Ross 1941. with an error theory of statements of form (7) – seems to be the only course left17. 16 For a general discussion. compelling (compelling. in its extreme versions. sect. Given this result. ch. be discarded.g. It is. norms and value-judgments may be said to be either true or false see Celano 1994. such statements purport to state that an objective (i..e. 178 (“the word [‘validity’. 3. 1. their being endowed with binding force – is a fictitious. and 1961. See e. therefore. nonsensical.and desire-independent) property belongs to the norms they are about. as far as rational thought and inquiry are concerned.e. on independent grounds. understood as meaning ‘binding force’] has no meaning at all for a doctrine denying all ethical truths”).

I submit. What sort of metaethical theory would be capable of supporting the suggested interpretation? On the face of it.3). a different course is open to would-be non-cognitivists. its being endowed with binding force) may be understood in such a way as to satisfy two apparently conflicting requirements. Were it a viable option. second. an account of candidate answers to practical questions. should be constructed as the expression – a projection. p.and desire-independent) property. the result of a projection of our desires on the external world. Perhaps.4. 21) consists in explaning them away by resorting to an error theory of normative and evaluative talk (see above. irrelevant to our present purposes) meant as attributing objective properties to what they are about. no error theory of statements of form (7) would be needed. though designating no objective (i. expressing true or false beliefs. on the one hand. First. a requirement to the effect that ascription of this property to norms should not simply be dismissed as deceptive. however. the claim such statements apparently raise of being ordinary statements of fact. regard endorsement of the claim that rational thought and inquiry should simply get rid of the concept of validity (validity as binding force) as a necessary constraint on any satisfactory theory of norms (of both legal and non-legal norms? I shall address this question later. 3. there is a third possible interpretation of statements having form (7) – and.. The predicate ‘valid’. One non-cognitivist strategy of dealing with such “surface facts” (Williams 1996. as it were. Many old-fashioned positivists would. sections 5. however. thus. statements made by using such sentences usually look capable of being assessed as true or false.4.46 Such an answer to our question (the question. I think. provide a justification of their apparently cognitive character. Maybe. or as the expression of magico-metaphysical beliefs.. perhaps – of human non-cognitive attitudes. thereby vindicating. as to the theoretical attitude to be taken towards statements of form (7)) seems to be the only one compatible with non-cognitivist assumptions.e. sect. that the property under examination. and they are usually (with exceptions. But it would also. belief. 6). on the other hand. And. normative and evaluative sentences behave in the same way as ordinary indicative sentences. a norm’s being ‘binding’. Phenomenological adequacy Perhaps. see below. It would be endorsed. Let me . namely. show them to be the expression of our desires – maybe. On what conditions would such an interpretation of statements ascribing binding force to norms be possible? Let us understand by a ‘metaethical theory’ an account of normative and evaluative discourse – generally speaking. a third possible attitude towards the property ‘having binding force’. would not be regarded as espressing a notion rational thought and inquiry should simply get rid of.e. by many old-fashioned legal positivists. a norm’s being valid (i. On this interpretation. such an account of statements of form (7) would. 3.

An expressivist metaethical theory satisfying the phenomenological adequacy requirement would. 286-90). 5-6. on the other hand. normative and evaluative statements are regarded as candidate answers to practical questions – i. pp. This is. on the other hand. apparently cognitive (descriptive. (1) I shall not.47 term ‘phenomenological adequacy’ the ability. 20 Three remarks are in place here. But it would also be capable of avoiding. expressivist. between ethical judgments (or moral reasons for action). for a detailed discussion of the phenomenological adequacy constraint on metaethical theories. an account of normative and evaluative discourse – a metaethical theory – satisfying the following two conditions: (1) non-cognitivism. and non-moral normative and evaluative judgments (or ordinary reasons for action). Satisfactorily coping with the so-called Frege-Geach problem (the occurrence of unasserted normative and evaluative sentences in embedded contexts. tackle this issue here. the distinction has no specific relevance as far as the purposes of the present inquiry are concerned. our ordinary understanding of the relevant classes of answers of practical questions)19.e. Celano 1994. so called ‘metaethical’ theories are often theories of practical discourse and practical reasoning as such. on the one hand. or obligatoriness.e. thus. (2) In the text. emotivistic. our ordinary. in the framework of non-cognitivist assumptions. and non-ethical normative and evaluative judgments. is a viable option. precisely. Such a theory. And. thereby implicitly dismissing such statements as necessarily deceptive. Were a metaethical theory satisfying these conditions a viable option. questions concerning the course of action to be taken on a given occasion. Perhaps. It would. I know of no satisfactory way of tracing it. and related references. or on a 19 . in the framework of a non-cognitivist metaethical outlook.e. the Scyllas represented by a dismissal of normative and evaluative talk as nonsensical. and this is what I am interested in. The reasons supporting this strategy are the following. in this paper. or to mere stipulation. be capable of avoiding. realism). pp. within the field of practical discourse (or of practical rationality). I will not. realistic). the Carybdis of metaethical cognitivism (descriptivism. be capable of doing justice. on the one hand. too. to what M. the feeling that ascription of binding force. it would then perhaps be possible to vindicate. often boil down either to an – implicit – endorsement of a substantive ethical view (i.. between ethical judgments. within the field of practical discourse.. finally. therefore. would nonetheless be capable of vindicating. is to be understood as implied by the requirement of phenomenological adequacy. not to fall back on an error theory of normative and evaluative statements. the claim I shall argue for in the following sections20. on the part of a metaethical theory. and (2) phenomenological adequacy. Attempts at discriminating. 343-6). First.1. In fact. however.2) has obviously close connections with the Frege-Geach problem. the analogy between validity and truth deployed in the following sections (below. Smith has termed the “objectivity” feature of moral judgments (Smith 1994. see Celano 1994. to providing a persuasive definition of the word ‘moral’). attempt to distinguish. 4. on the other hand. Second. on the one hand. pp. non-realistic).. see. though non-cognitivist (nondescriptivist. as a proper way of expressing our attitudes and commitments. or deceptive. to norms does not necessarily manifest some kind of deception. sections 4. normative and evaluative talk (i. for references and discussion.

48 Needless to say. Different positions. Each one of these labels (just as each one of the different oppositions related thereto) calls for a careful discussion. 1984. Part II. and ask ourselves questions about – “as if” (Blackburn 1984. while self-contradictory – achievement (see Wiggins 1976. 1993. 11. connection between normative and evaluative judgments. p. about the basic features of the quasi-realist project see esp. Trivially. and 1963. he is motivated to act accordingly (see Hare 1952. 169-71. on the “practicality” of moral judgments see Smith 1994. p. pp. pp.. and 1993. 3-4). though being belief. Simon Blackburn’s projectivist quasi-realism (Blackburn 1984. pp. 167. the subject matter of the present inquiry may be held to be restricted to norms and value-judgments which do satisfy this condition. Korsgaard 1986. ch. Smith 1994. on the one hand. would have to be sorted out. I shall assume that paradigmatic (focal) instances of normative and evaluative judgments satisfy what has sometimes been termed the ‘internalism’ requirement (in one of the many senses the word ‘internalism’ has taken in current philosophical debate): there is a conceptual. chs. Such facts. were it a tenable position. 224. 180. depression. rather. 159. I think. 1). 3. 20. and 1998. 79. a non-cognitivist metaethical theory meeting the phenomenological adequacy constraint is a difficult – some would simply say an impossible. 224) they were natural. pp. describe. would be understood as facts we may legitimately talk about – facts we can refer to. attitude-independent facts. p. my strategy will be the following. see Hare 1952. though existing only as a projection of human attitudes). sect. facts men produce by imitating truth. 5.and desire-dependent (i. 168. I shall assume the reader to be acquainted with the family of oppositions the argument deployed in the text generically refers to. ceteris paribus (save for the possibility of weakness of the will. In the next sections. following a widespread (though not unanimous) view. 1). ‘emotivist’. I have contrasted ‘non-cognitivist’. The roots of the internalism requirement lie in the intuition that “morality is essentially practical” (Dancy 1993. Projectivist quasi-realism. in a metaphor. 102. it is. A defense of this approach is not. . and other kinds of psychic or psycho-physical disturbances). realist’ views. on the other hand. ‘non-descriptivist’. ‘expressivist’. I shall given kind of occasion (‘What shall I do?’. Wallace 1990. 69. I already made it clear (see above. 60-3. in the present context. 97-108). and 1996. an exploration of the prospects for a particular version of a non-cognitivist account of norms and of normative discourse. and their mutual relations. 162. in this paper. 162.e. 7. Celano 1994. The best contemporary example of a non-cognitivist metaethical theory purporting to satisfy the phenomenological adequacy condition is. see Williams 1980. on the other hand: if an agent sincerely assents to a normative or evaluative statement. (3) In the text. ‘descriptivist’.2) that what the present inquiry aims at is not an independent defense of metaethical non-cognitivism. 210. More precisely. p. and to the extent that they do satisfy it. the internalism requirement may also be stated as a requirement in the theory of reasons for action. 356-9). p. though defeasible. necessary (see. I shall not. on the one hand. argue in defense of the possibility of a non-cognitivist metaethical theory meeting the phenomenological adequacy requirement. 6. then. pp. p. would satisfactorily account for normative and evaluative facts as. pp. pp. 96-108). 221. 4. ‘non-realist’ metaethical views. with ‘cognitivist’. however. pp. and dispositions to act.

it does not follow that ascription of validity (validity as binding force) to norms on other. An account of a predicate fulfilling this function is a fragment – perhaps a necessary one – of a satisfactory. p. is not. should Kelsen’s notion of validity lend itself to this use? In a nutshell. though non-cognitivist in its basic assumptions. reasons for action are desirebased. although ascription of validity (validity as binding force) to legal norms. of candidate answers to practical questions. is a metalinguistic predicate whose function – a function analogous to the function fulfilled by the predicate ‘true’. my answer to this question will be the following. Dancy). or some other metaethical theory satisfying the conditions set out two paragraphs above (non-cognitivism plus phenomenological adequacy). thereby dismissing statements of form (7) as nonsensical. actually is a viable option (i. . adopting Kelsen ‘s concept of validity – provided that. thus. different grounds should also be dismissed as incompatible with a positivist approach to law. or are applicable according to it. that one such theory might in fact prove to be capable of providing a satisfactory account of normative and evaluative discourse)21. indeed. incompatible with a consistent form of legal positivism. But why. to repeat. are. more generally. the normative concept of validity (that is. i. 22 According to J. be a fruitful. roughly. for adopting a a non-cognitivist position about metaethical issues – are rooted in the endorsement of a broadly Humean view of rationality in action. it is. the claim that there is a conceptual. E. ‘Validity’. 26). it will be asked. and in this fact alone. one does not put it to the same use Kelsen did (see below. Rather. What indeed is incompatible with a positivist approach to law is not. I take it. Moreso and P. I shall argue that.49 merely assume that projectivist quasi-realism. the claim that norms which belong to a positive legal system. the concept of validity as binding force) is “incompatible with a positivist approach to law”. and resorting to an error theory of such statements. valid.4. rather. resort to the concept of validity as binding force. if grounded in the fact that they belong to a positive legal system (or that they are applicable according to such a system). I have attempted a defense of desire-based reasons theories against some possible objections in Celano 1998c (I owe the label ‘desire-based reasons theory’ to J. Validity as binding force does not commit us to letting the notion of validity collapse on the notion of truth.. in the last resort. understood as binding force. perhaps even a necessary step in building a theory of normative discourse which.. in the relevant sense). that a consistent form of non-cognitivist legal positivism need not take a sceptical attitude towards the concept of validity (validity as binding force). manifesting animistic beliefs in the existence of magical properties and relations22. phenome- 21 My reasons for this assumption – and. bound to dismiss normative talk as a form of deceptively meaningful nonsense. sections 5. is. so understood (i. 6) – may. Navarro (1993. I shall argue. as such. in fact. necessary connection between legal norms and validity. according to which..e. What I shall argue is that the concept of validity as binding force may play a key role in the framework of a non-cognitivist account of norms of this sort.e. thereby endorsing metaethical cognitivism. J.e. generally speaking. as referred to statements of fact – is to warrant disquotation of normative sentences.

namely. and this is not the place to address controversies among defenders of different conceptions. 201): (1) A statement of fact is true if an only if it corresponds to – is in agreement with – the facts. p. E. asserting that the sentence ‘Snow is white’ is true is logically equivalent to asserting that snow is white).2). it is commonly held. I suggest.g. Or so. and endorsed.. ‘p’. that is. in case it’s not raining. understanding what statements of the form ‘Norm N is valid’ might mean) are concerned. is an anàlogon of the predicate ‘true’. as referred to statements of fact. what do statements of the form ‘Norm N is binding’ mean? The core of Kelsen’s answer to this question may be spelt out.. if an only if. see above. asserting that ‘p’ is true is logically equivalent to asserting ‘p’ itself. For any declarative sentence ‘p’. Let me explain. Let us consider a declarative sentence. In the framework of the Pure Theory of Law. validity is to norms what truth is to statements of fact. An implication of the correspondence account of truth is of crucial importance for our present purposes.e. ‘Snow is white’). a statement to the effect that it’s raining is true if an only if it’s raining.1. True statements of fact are statements that say. sect. the statement is false. Thus. Different. equivalent to asserting that p (e. 151. by resorting to an analogy.e. capable of being used in order to make a statement of fact (e. As far as our present purposes (i. 4. of what it is. that it is.g.. p. according to the correspondence account a statement may be said to be true (or false) according to “whether things in the world really are the way the statement says they are” (Searle 1995. conflicting accounts of truth are available. at least. non-cognitivist account of normative discourse. by the phrase ‘binding force’? I. namely. one capable of taking full account of the claim that norms and statements of fact have opposite directions of fit. it will be remembered. it is. the correspondence account is such as to yield an equivalence of the form: . the predicate ‘valid’. as referred to norms.2). I shall now argue. things stand just as the statement says that they stand. Statements of fact. Validity and truth What should be meant. 3. then.g.. 200). Validity as disquotation: the concept 4. or of what is not. p. According to the correspondence account of truth.50 nologically adequate. 3. the relevant conception is the conception of truth as correspondence to facts (a conception which. The conception of truth as correspondence to facts is rooted in the following assumption (see Wolfram 1989.. sect. may be true or false. I have already introduced. that it is not (see above. Searle 1995.

. “ascription of truth just cancels the quotation marks”. an explicit treatment of such problems. In short. e. propositions (‘The proposition that p is true if and only if p’. ‘p’. on the contrary. The predicate ‘true’ is. normative sentences. they have. I shall not attempt. pp. At first glance. 201-2)23. Quine 1970.) become even more intractable. therefore. problems about bearers of the relevant property (e. they have. Where the disquotational scheme is applied to normative discourse (see below. e. Platts 1979. we may legitimately move from mentioning a sentence.. namely. make it possible to disquote declarative sentences: they logically warrant disquotation.g. ‘p’ and ‘“p” is true’ are logically equivalent (if it is the case that p. pp. but – about sentence ‘p’ itself. now. in fact. . ascriptions of truth allow us to move from talking about propositions to talking about the states of affairs propositions are about). “Truth is disquotation” (Quine 1990.g. statements)?’. 14). but – about the fact that p itself (e. in this section).g. etc. mentioned (it occurs between quotation marks). p. as well as its instances. it is. Equivalences instantiating (2). that part of (2) which precedes the words ‘if and only if’ – the sentence ‘p’ is not used.. rather. the same sentence. about snow’s being white). will not be addressed here. 12.g. First. Third. a disquotational account of truth needs to be refined in order to account for. The two statements. the intuition underlying the disquotational account may also be phrased in terms of. p. to assert that snow is white. used (the sentence does not. and to this extent. p. normative propositions. (2).. p.51 (2) ‘p’ is true if and only if p. to using it. Searle 1995. therefore. here. a proper way of generalizing over T-sentcnes (“quoting the schematic letter ‘p’ produces a name only of the sixteenth letter of the alphabet.g. 2001). Instances of (2) – e. norms.. 16.e. is not mentioned. ‘What are the bearers of truth (e. In the left-hand side of (2) – i.. Searle 1995. Thanks to such equivalences. look quite trivial. their utterances. in this sense. ‘p’. p. an interesting feature. p.g. pp. their utterances. In the right-hand side of (2). and vice versa). logically redundant. 80..g. 103-4. In its left-hand side. sentences.. then. the – notoriously intractable – problem. 13. ascription of truth to sentences containing indexicals or demonstratives. occur between quotation marks). it doesn’t say anything about snow’s being white). 513. it is not. a disquotational account of truth commits us to holding that sentences are the bearers of truth. it is. Second. the equivalence says something – not about the fact that p (e. In its right-hand side.. propositions. the same 23 A number of complexities will be left aside here. however. then sentence ‘p’ is true. To ascribe truth to the sentence ‘Snow is white’ “is to ascribe whiteness to snow”. and 1987. the equivalence says something – not about sentence ‘p’ (e. or to sentences in an object language not contained in the metalanguage (see Horwich 1990. and no generality over sentences”. In fact. equivalence (2) in the text is meant only as an expository device. p. it doesn’t say anything about the sentence ‘Snow is white’). it is. see also Platts 1979. rather. 213. 14. in this sense. and 1992. ‘The sentence “Snow is white” is true if and only if snow is white’ – are usually called ‘T-sentences’.g. see also Quine 1970. however.

2. p.52 content (they provide the same piece of information). as a schematic representation of a norm. this is a rough simplification. accepting. the predicate ‘valid’. Validity (of norms) is. I shall now argue. p. for the following steps. 22. according to Kelsen. 1941. however. therefore. 1960. A norm has binding force. then S ought to be’. a norm has binding force if and only if one ought to do what it prescribes him to do. 214. According to Kelsen. 7-8. assenting to – the sentence itself. That is. 115-6. according to Kelsen. an anàlogon of the latter. For simplicity’s sake. Asserting that a norm has binding force amounts to asserting that it ought to be complied with (obeyed.e. the statement: (3) The sentence ‘Snow is white’ is true the concept of truth is such as to warrant us in disquoting the sentence. the form ‘A ought to phy’ will be used. 11). (6) The norm ‘A ought to phy’ is valid if and only if it ought to be obeyed. (7) The norm ‘A ought to phy’ is valid if and only if A ought to do what the norm prescribes him to do. 2). thereby getting the further statement: (4) Snow is white. 1957a. however. Thus. Asserting that a declarative sentence is true amounts to asserting – i. binding force: a norm is valid if and only if it is binding (see above.). 257. 24 . in particular. to the scheme ‘If D. p. The former is. 1979. Let us now turn back to Kelsen’s concept of validity. In the Pure Theory of Law. 48. 25 See. Obviously enough. see above.g. that a norm ‘ought to be obeyed’? It means that one ought to behave as the norm prescribes. 1945. 196. fn. According to Kelsen. and vice versa. As far as I can see. 30-1. as referred to norms. as referred to statements of fact. under this respect. understood as the canonical formulation of a – Kelsenian – primary legal norm. Given a statement attributing truth to a sentence. when it ought to be complied with (the binding force of a norm is its “Befolgt-Werden-Sollen”)25. p. such as. etc. whoever asserts that ‘p’ is true is at the same time asserting that p. pp. pp. in short. e. (5) The norm ‘A ought to phy’ is valid if and only if it has binding force. 1942. reiterating. 136.. Let us see why. Kelsen explains. plays the same role as the predicate ‘true’. therefore24. Kelsen 1934.. pp. nothing substantial hinges on resorting to more complex formulations (and. What does it mean. Or. 267. sect. in this section.

(9). in this sense. The two statements. the equivalence says something – not about the norm ‘Op’ (e. They have. Validity – validity as binding force (Kelsenian validity) – is disquotation. and the equivalences instantiating it. that part of (9) which precedes the words ‘if and only if’ – the norm ‘Op’ is not used. then the norm ‘Children ought to obey their parents’ is valid.e.. e. The predicate ‘valid’. therefore. e.. but – about a given kind of behavior being such that somebody ought to behave in that way (about. e. rather. moreover. just as the predicate ‘true’. they logically warrant disquotation. Given a norm having. and vice versa).g.g. Instances of (9) – e. Given a statement attributing validity to a norm. ‘Op’ and ‘The norm “Op” is valid’ are logically equivalent (if children ought to obey their parents. therefore. For any given norm. is. Kelsen’s definition of the concept of validity yields an equivalence having the form: (9) The norm ‘Op’ is valid if and only if Op. then.g. to using it.. it is. Thus. but – about norm ‘Op’ itself. the form ‘Op’. what does the norm under consideration prescribe A to do? It prescribes him to phy. in this sense. ‘The norm “Children ought to obey their parents” is valid if and only if children ought tyo obey their parents’ – may be tremed ‘Vsentences’. it logically warrants disquotation). such as. occur between quotation marks). or action (e. the same guidance). as well as its instances. and to this extent. ‘Op’. (8) The norm ‘A ought to phy’ is valid if and only if A ought to phy. rather. Equivalences instantiating (9).53 Now. make it possible to disquote norms. ascription of validity to a norm cancels the quotation marks. Ascribing validity to the norm ‘Children ought to obey their parents’ is to say that children ought to obey their parents. on the contrary.g. it is. we may legitimately move from mentioning a norm. the norm ‘Op’ is not mentioned.. In the left-hand side of (9) – i. the same content (they both purport to guide action – to provide guidance for somebody’s conduct – and.. it doesn’t say anything about children’s having to obey their parents). used (the norm does not. ascription of the predicate ‘valid’ to a norm makes it possible to disquote the norm itself (i. the equivalence says something – not about a given kind of behaviour.. now. have the same interesting feature as (2). therefore. In the right-hand side of (9). In short.g.g. In its left-hand side. children’s having to obey their parents). logically redundant. Thanks to such equivalences..e. the statement: (10) The norm ‘Children ought to obey their parents’ is valid . Kelsen’s concept of validity is such that asserting that ‘Op’ is valid is logically equivalent to asserting that Op. In its right-hand side. it doesn’t say anything about the norm ‘Children ought to obey their parents’). mentioned (it occurs between quotation marks). According to Kelsen..

. On Kelsen’s concept of validity. We might perhaps ask him why it is. in short. 26 See. 71. 1982. whether it ought to obeyed. It follows that the question whether a given norm is valid is logically equivalent to the question whether it should be accepted (endorsed. Raz 1974. question (12) above) will have the form: (16) The reason for the validity of N is R. 150. p. 182. asserting that a given norm is valid amounts to (is logically equivalent to) asserting – i. p. according to his judgment. accepting. Ross 1961. namely. thereby getting the further statement: (11) Children ought to obey their parents. Since. pp. question (14) is equivalent to the question: (15) Why ought A phy? An aswer to the question as to the reason for the validity of a norm (‘What is the reason for the validity of norm N?’. 435. 22. endorsing. 173-4. p. equivalent to the further question: (14) Why should the norm ‘A ought to phy’ be obeyed? And. 316-9. whoever asserts that a norm. Answering this question amounts to providing a suitable reason for the validity of the norm (in Kelsen’s parlance. 137. pp. Or.. valid.). and 1991.e. Wróblewski 1966. finally. p. p. and 1977. in turn. is valid is at the same time asserting that Op. ‘Op’. for arguments and suggestions leading to this conclusion. the question. reiterating. Geltungsgrund). The question: (12) What is the reason for the validity of the norm ‘A ought to phy’? is equivalent to the question: (13) Why is the norm ‘A ought to phy’ valid? Question (13) is. however. the norm’s “ground of validity”. asking why a norm is valid amounts to asking why it should be obeyed. and vice versa. etc. asserting that a norm is valid is logically equivalent to asserting that it ought to obeyed. Guastini 1981. 34.54 Kelsen’s concept of validity is such as to warrant us in disquoting the norm. assenting to – the norm itself26. p. Suppose that somebody says that a given norm is valid. Bulygin 1981.

g. the question. 134-7. endorsing. 64. I have claimed. and obeying it). ‘Why should N be obeyed?’. is valid is logicallly equivalent to asking why it should be obeyed (question (14) above). whether it ought to be obeyed. Therefore. p. endorsing. p.e. Let us now take stock. . The question as to the reason for the validity of a norm is.55 R designates. the question about what justifies that norm (i. Therefore. an answer to the question as to the reason for the validity of a norm – e. And. second. 319). about what justifies accepting. disquotation. and 1960. in fact. In short. The question. finally. 373. 223). namely. 218. 219. Answering this question amounts to providing a justification of N. pp.e. 5. pp. The question. the question as to the reason for the validity (Geltungsgrund) of a given norm is logically equivalent to the question about what justifies that norm (i. the question. 150. see also 1957a. see also Scarpelli 1965.). Kelsenian validity – validity as binding force – is. an answer to the question as to the reason for the validity of a norm will have the form: (17) Norm N is valid because R. p. p. 196. “the reason for the validity of a norm supplies the answer to the question: why ought one to behave as the norm prescribes?” (Kelsen 1942. the norm ‘A ought to phy’ – will have the form: (18) The norm ‘A ought to phy’ ought to be obeyed because R. 257. and 1977. ‘Why is N valid?’ (question (13) above). etc.. etc. ‘Why is N a valid norm?’ is the question. about what justifies accepting. an answer to the question as to the reason for the validity of the norm ‘A ought to phy’ will have the form: (19) A ought to phy because R. N. ‘Why should the norm “A ought to phy” be obeyed?’ is logically equivalent to the question. etc. ‘Why ought A phy?’ (question (15) above)... p. Kelsen’s concept of validity is the concept of “justified normativity” (Raz 1974. Two consequences follow. Asking why a norm. and obeying it). ‘What is the reason for the validity of N?’ is logically equivalent to the question. pp.. Thus. Nino 1978.. the question whether a given norm is valid is logically equivalent to the question whether it should be accepted (endorsed. First. 358. And. the reason the validity of N. answering this question amounts to providing a justification of the norm. the norm itself. Paulson 1992. the norm itself. 199. here.

disquotation. is a concept analogous to the concept of truth – i.e. aimed at discovering whether things actually stand as a given statement of fact says that they do. as a matter of fact. Truth (i.g. once again. the following: granted that we adopt a non-cognitivist position as far as metaethical issues are concerned. precluded. A difficulty There is. if we ask ourselves. once again. however. Both strategies lead. When answering the question. ex hypothesi. now. ‘On what grounds may we draw the conclusion that a statement of fact (e. of truth) in such a way as to avoid blurring the distinction which.. 93 (“if to call a sentence true is simply to affirm it..2. the answer to the latter question will have to be: ‘On condition that things actually stand. to the same conclusions. such a strategy is. . the answer thereto will have to be: by examining how things. it is. On the correspondence account of truth. is it possible to mould a notion of validity as disquotation (a notion of validity. Consider the following two questions: ‘On what canditions is a norm valid?’. Platts 1979. 3. p. is different from it? Why does not validity as disquotation simply collapse on truth? Two alternative replies to this objection are. it might be asked. Providing the grounds for assenting to (i. I have claimed. then how can we tell whether to affirm it? The lazy answer is: ‘That all depends on what the sentence is. so understood. though fulfilling the same function as the latter. thus. a concept which.2) that what the present inquiry aims at is not an independent defense of metaethical non-cognitivism. The alternative between them is. I think. a difficulty. It is not. merely verbal. p. the statement ‘Tom has red hair’) is true?’.. available. sect. justifying) a statement of fact amounts to its verification. Wolfram 1989. It will suffice. But why. The relevant issue here is. at bottom. rather.e. an exploration of the structure of a particular non-cognitivist account of norms. thus.e. therefore. as the statement under consideration says that they stand’. to fill in the argument the notion of disquotation. according to Kelsen. as we shall see presently. an independent argument in support of the non cognitivist’s claim that norms are neither true nor false. answers such as the ones I have just hinted to (checking what the colour of Tom’s hair is) 27 Let me emphasize once again (see above. in the following way27. In the case of “Snow is white” you just look at snow and check the color’”).g. truth as correspondence) is disquotation. 28 See Quine 1990. under this respect. The first strategy consists in resorting.. which turns out to be an anàlogon. the colour of Tom’s hair)28. stand (by examining. ‘On what grounds may we draw the conclusion that a norm is valid?’. 151. ‘On what conditions is a statement of fact true?’..56 4. 12. as a matter of fact. should be held to exist between validity and truth (thereby nullifying the non-cognitivist assumption)? The argument provided in the present section should be understood as supporting an affirmative answer to this question. p. Validity as binding force is. to the directions of fit argument to the effect that norms are neither true nor false. may be termed the latter’s ‘verification’. e. should we say that the concept of validity. Such a procedure.

Thus.. namely. 196: “der Geltungsgrund einer Norm kann nur die Geltung einer anderen Norm sein”). pp.) A norm is not a statement about reality and is therefore incapable of being ‘true’ or ‘false’ (.3. the key conceptual distinction to be drawn here is the distinction between statements (or intentional states) having opposite directions of fit. 339-50. 110: “when we assume the truth of a statement about reality. but – whether it is obeyed. Validating a norm (i. judging whether a given statement of fact is to be accepted amounts to examining whether. that they ought to stand in a certain way (i. Where a norm is concerned. here. Once again. I have assumed. have a mind-to-world direction of fit. whether. We might as well. may we ascribe validity to a norm? Or. judging whether a norms is valid amounts to judging whether it is to be endorsed and obeyed. This is not. Validity. That a statement of fact is true means that things stand as it says. 291-319). The norm does not.e. nor that they do not stand. On a disquotational account of validity. 30 On what grounds. though fulfilling the same function as truth – i. asking ourselves whether things stand. because our experience confirms it.. judging whether a given statement of fact is true amounts to judging whether it is to be accepted. My account of validity as disquotation draws on the notion of truth as correspondence to facts. have a mind-to-world direction of fit.. it has. answering to the question as to its reason of validity) is conceputally different from – although analogous to – verifying a statement of fact. and 1999a. a norm does not say that things stand. however. pp. we cannot decide its validity by examining whether things stand as the norm prescribes. we might. how29 See Kelsen 1945. Deflationism. in other words. According to a disquotational account of truth. like the test of the truth of an ‘is’ statement. p.) A norm is not valid because it is efficacious”. (. According to Kelsen. (. however. 1960. 111: “the reason for the validity of a norm is always a norm. rather. (. Statements of fact. thus. minimalism and directions of fit And now for the second strategy.e. p..2). . however. its conformity to reality. what are the possible reasons for the validity of norms? Kelsen’s answer to this question is wellknown: the reason for the validity of a norm may only be another valid norm (see 1945. proceed a few steps further in reconstructing Kelsen’s theory of validity.e.57 are simply beside the point.. then.. it says. it is because the statement corresponds to reality. as a matter of fact. necessary to our present purposes (see Celano 1991. 4. things stand as the statement says that they stand. it is efficacious29.. p. not a fact”... a world-to-mind direction of fit. it prescribes that things should stand in a certain way). The reason is straightforward (see above. disquotation – does not collapse on the latter30. A norm is either valid or non-valid.).. on the other hand.. rather. whether the norm is valid. sect. Taking this assumption as out starting point. as the norm prescribes amounts to asking ourselves – not. in a certain way. as a matter of fact. 3.) The reason for the validity of a norm is not.

On such accounts of truth. 31). Thus. 87-8. however. though fulfilling the same function. present itself as a disagreement about whether norms and evaluative statements may be said to be true or false. validity would. In short. Williams 1996. on a deflationary or minimalistic account or truth. as B. p. “advance beyond the minimalist account” (“beyond the territory of minimalism”. 151. or to a minimalist. for “substantive additions to mere minimalism” – for moving. whether. p. 19. and 1990. deliver “more than minimal truth”. pp. disquotation exhausts truth. does not by itself blur any distinction the non-cognitivist may be anxious to make. be able to rephrase the very same claim in a different idiom.58 ever. but – efficacious).. in the field of normative discourse. are different notions. “a step beyond minimalist truth into objectivism” (Williams 1996. Wolfram 1989. 4. pp. in fact. and resort to a deflationary. 224-6. that is. the crucial distinciont – the distinction the non-cognitivist is anxious to preserve – may be traced by claiming that norms and statements of fact have opposite directions of fit. we only have truth (disquotation) without correspondence. pp. Williams 1996. According to such conceptions. take a different course. a would-be non-cognitivist in metaethics will have to say that norms and evaluative statements are. Williams puts it. i.e. however. Blackburn 1984. It takes.g. 25. account of truth is endorsed. collapse on truth. 213. true or false (see Horwich 1990. roughly (very roughly. while in the field of descriptive discourse we have both truth (i. In short. Horwich 1992. A would-be non-cognitivist may still meaningfully hold on to the distinction between norms and statements of fact he is after. p. pp.. 26). It does not. a different shape31. true. the directions of fit machinery may even help to shed some light on the concept of truth itself. specifically. does not even deserve the name of a ‘theory’ commands widespread agreement (see e. 21-2. on the other hand. He will not. are there any good prospects. however. Dissatisfaction with the idea that truth is correspondence to the facts is a commonplace in contemporary theorizing about truth. xii). 510. or a minimalist. conception of truth. 28. whether and how we can. 79-80. it should be stressed). turn out to be the same. once again. disquotation) and correspondence (that is. Wright 1996. in the field of ethics. and to what extent. pp. I shall now argue. the norm will be regarded as being – not. taken by itself. indeed. now. p. by claiming that. sect.e. a mind-to-world direction of fit). indeed. we can. This is obviously not the place to sort Where a deflationary. the alternative between cognitivism and non-cognitivism does not. as far as ethical judgments are concerned. in ethics. the two would. He will. the issue becomes. The opinion that the socalled ‘correspondence theory of truth’.2). claim that validity (validity as disquotation) and truth. truth is disquotation without correspondence. Indeed. pp. “beyond minimal truth”. 34)? 31 . blur the distinction between norms and statements of fact my account of validity is meant o illustrate (see above. 33. True. and 1994. Quine 1987. what we do have instead of the latter is a world-to-mind direction of fit (in case what the norm prescribes actually is the case. This.

on the one hand. p. p. on the other hand. 3. according to a would-be noncognitivist. What is true is the sentence. namely. The “It is not in virtue of our truthfully believing that you are white that you are white. according to the traditional theory. in which the detective’s list. however. that. rather. in the two cases – i. suffices in providing an adequate understanding of truth. No sentence is true but reality makes it so. their mutual relations. the relation is. Searle 1995. One of the main difficulties usually associated with the correspondence account of truth is that of specifying what the relation of ‘correspondence’ amounts to. 202.2). p. but its truth consists in the world’s being as the sentence says”). the fact that. I think. There is. not the shopping list.) if and only if real snow is really white”). and between Tom’s shopping list and what is contained in his trolley.e. not the other way round)32. precisely. what it means to say that the goods in the trolley ‘correspond’ to Tom’s shopping list. to tell. Whatever ‘correspondence’ might turn out to mean in this context.59 out different conceptions of truth. when saying that you are white. a related. whether the list ‘corresponds’ to the goods. and 1970. let us turn back to the shopping list example (see above.. oriented correspondence. What makes a statement of fact true is its being the case that things stand as the statement says that they stand. has opposite orientation (in the sense I have just specified). say something true” (Aristotle. Metaphysica. 81 (“the truth predicate is an intermediary between words and the world. In order to see how this might happen. by claiming that a statement of fact is true it is not generally meant that what makes things stand as the statement says that they stand is the statement’s being true (what makes the statement that p true is its being the case that p. It is in this sense that truth – the dimension. 32 . I would like to suggest. often neglected point to be made. and the case of statements of fact – the very same relation. however. See also Quine 1990. Whatever ‘correspondence’ might be. namely. not the other way round. sect. nor do I mean to claim that ‘correspondence to facts’. or that the detective’s list ‘corresponds’ to the goods in the trolley. ‘correspondence’.. namely. taken by itself. The very same relation – ‘correspondence’ – may hold between the detective’s list and what is in contained Tom’s trolley. while in the former case the issue is whether the goods do actually ‘correspond’ to the list. on the contrary. truth is. rather. there is one feature of the situation which is. non cognitivism debate in metaethics is concerned is not to provide an account of the relation of correspondence. It is. is to be assessed – is oriented correspondence. in the latter case the issue is. 10 (“truth [hinges] on reality. The sentence ‘Snow is white’ is true (. 1051b 6-9). it is in virtue of your being white that we. It is certainly very difficult to understand what. and their degree of affinity with (or descendance from) the correspondence conception. plain.. however. Leaving this difficulty aside. the statement that p is made true by its being the case that p. the case of norms. that the distinction between opposite directions of fit may give a point to the idea that truth is correspondence to facts. What is of crucial importance as far as the cognitivism vs.

we may understand ‘truth’ either as disquotation plus oriented correspondence (mind-to-world direction or fit).. or as disquotation alone. and 1990. 1987. on the other hand. from the standpoint of the present inquiry. thereby endorsing a deflationary. p. p. in fact – between norms. p. Thus. make snow white. p. by itself. isn’t my position on these issues somewhat muddled? My reply to this is twofold. For the purposes of the present inquiry. Here (. and statements of fact. nothing substantial hinges on this alternative. 80). the concept of truth somehow requires on oriented reading of such biconditionals. according to which sentences are made true by the obtaining of states of affairs (the latter being understood as “a matter settled (. conception of truth. obviously enough. the redundancy reading of Tsentences may plausibly be held to be (extreme versions of the redundancy theory notwithstanding) fully compatible with a realistic reading of such sentences. however. 33 The disquotational account of truth I have resorted to in my account of Kelsen’s concept of validity is taken over mainly from Quine. 7). on the one hand. I suggest. he also builds into the very concept of truth as disquotation the claim that what makes the statement that p true is its being the case that p. On the other hand. on the other hand. 1970. the notion of a mind-to-world direction of fit – gives a minimal content – it provides a point – to the claim that truth is correspondence33.) is the significant residue of the correspondence theory of truth”. 80). A decision to disquote the sentence ‘Snow is white’ would not qualify as a good ground for believing that snow is white. it may plausibly be argued that “on a natural interpretation... Platts 1979. 214. not the other way round (see Quine’s passages quoted above. 213.60 notion of direction of fit – specifically. Quine’s account is. it might be asked. (1) The relations between these various accounts of truth are much more complex than the objection implies. So. 202). it would not. 9. p. On both hypotheses. and. 1987. 1990. on the other hand. This is. p. So. by an extra-linguistic reality”. p. and he sometimes writes as if disquotation. 28 and 32). or a minimalist. though Tsentences are biconditionals (‘The sentence “Snow is white” is true if and only if snow is white’). 1987. very close to the so-called redundancy theory of truth (the affinity is remarked by Quine himself. exhausted truth (“our account of the truth of ‘Snow is white’ in terms of facts has now come down to this: ‘Snow is white’ is true if and only if snow is white. Or. (2) Quine represents his own account as capturing all that there is to the corresponce theory of truth (1987. the redundancy theory is often thought to be in sharp opposition to the correspondence theory of truth. 11.) by the world. p. pp. to take another example. the very thought aptly captured by the directions of fit machinery. together with an appropriate understanding of the notions of ‘fact’ and ‘correspondence’. by itself. fn. 214). a would-be non-cognitivist will be granted the possibility of holding that there is a crucial difference – the very same difference. the relation of a minimalist account to the claim that truth is correspondence is not one of straightforward rejection (see Horwich 1990. a merely verbal one. 33-4). p.. 11-2. imply the correspondence theory of truth” (Searle 1995. The alternative is. . That is. 213. While.g.. the disquotational criterion of truth. “we saw the correspondence theory dwindle to disquotation”. and ch. e.

to understanding the truth-conditions of the obediencestatement corresponding to it. to dwell on the details of this approach. elegant. Navarro 1996. Let us assume that a satisfactory theory of the sense of declarative sentences may be provided by looking at their truth-conditions.4. A requirement to the effect that a materially adequate theory of the sense of deontic sentences should entail all equivalences of form (1) relative to the language under consideration – a requirement.. in the field of a semantics for normative discourse. see Moreso. Understanding a norm amounts to understanding on what conditions it might be said to have been obeyed. such obediencestatements being ordinary statements of fact34. such an account seems to conflict with a different. according to convention E. and 1994. efficacy. namely. p. i. 269-82. by B. here. it is. On this assumption. and it has by now a long history (for a recent. pp. pp. 325. for references and discussion. and semantics I have provided an account of validity as an anàlogon. they are. Moreso 1997. therefore. . p. ch. The semantic value pertaining to deontic sentences – that is. Given a norm. parasitic upon logical relations between ordinary descriptive statements (see. following Moreso and Navarro. 1). efficacy.e. namely. ‘convention E’. Validity. 28-9). relative to the field of normative discourse. of truth – is. Moreso 1997. namely. highly sophisticated proposal. of truth. 163-4. Celano 1990. strictly parallel to Davidson’s reading of Tarski’s convention T (Davidson 1967) – may be termed. a satisfactory theory of the sense of deontic sentences – may be worked out by looking at their efficacy-conditions. of the form: (1) N is efficacious if and only if p where p is the obedience-statement corresponding to N. it amounts. therefore.61 4. What convention E shows is that the semantic value pertaining to deontic sentences. I only wish to make the following remark. by equivalences.e. At first glance. I have 34 The phrase ‘obedience-statement’ was first introduced.. The sense of a deontic sentence may therefore be said to be determined by the truth-conditions of the corresponding obediencestatement. it is possible to build an obedience-statement correponding to it. Validity. highly plausible view. The basic intuition supporting this view is simple. pp. just as truth. 35 A theory of the sense of deontic sentences along these lines may be taken to support a specific interpretation of deontic logic: purported logical relations between norms are to be interpreted as mirroring logical relations between the corresponding obediencestatements. a satisfactory semantic theory of normative discourse – i. it may plausibly be argued. efficacy. 188). Williams (1966. 70-7. There is no need. the anàlogon. 182-6. as far as I know. is parasitic upon the semantic value pertaining to declarative sentences. see also Hart 1968. parasitic on truth35. is disquotation.

the account of validity as disquotation I have provided in section 4. 36 . so convention T runs. Both in Tarski’s theory of truth and in its Davidsonian extension T-sentences (i. this intuition does indeed remain. as far as the purposes of a semantic theory for normative discourse are concerned. I have not claimed. for my present purposes. that. 2. open questions.1 above is not as ambitious. 4.. of Tarski’s notion of truth (in its Davidsonian reading). in order to qualify as a satisfactory account. comparable to Tarski’s theory of truth and to its Davidsonian extension to non-formalized languages. namely. see above.e. Thus. Both the question whether validity could be taken as such an anàlogon.. sect. here. here. just as truth is the semantic value pertaining to declarative sentences.62 claimed. We may simply leave this question open. adopting convention E) may be held to be fully satisfactory36. in the last resort. it only states its main material adequacy condition (a materially adequate theory of truth. however. sentences such as ‘The sentence “Snow is white” is true if an only if snow is white’. V-sentences. It is not to be taken for granted.. in a theory of the sense of deontic sentences). Were we to argue that validity is the semantic value pertaining to deontic sentences. Nor is it necessary. to provide a fully worked out formal theory of validity as disquotation.1) are theorems of a formalized. it might plausibly be argued. see above. In sharp contrast to Tarski’s approach. 4. Could my account of validity as disquotation be developed into a formalized. along the lines of Tarski’s theory of truth? I am simply unable to answer this question.2. will remain. that the concept of validity should be taken as the anàlogon. should entail all T-sentences relative to the language under consideration). axiomatical theory. axiomatical theory. on the issue whether a semantic approach to normative discourse taking efficacy as the semantic value pertaining to deontic sentences (an approach. sect. however. the core of the account I have proposed. there is no need for us to take sides.1). the anàlogon of truth’. such a requirement would probably be a reasonable one. it should indeed be capable of being so developed. sect. and the question whether it should be so taken. Appearances notwithstanding. that is.e. Its basic intuition is the idea that the notion of validity as binding force may be moulded by starting from equivalences such as ‘The norm “Chilfren ought to obey their parents” is valid if and only if children ought to obey their parents’ (i. in a theory of the sense of deontic sentences. Obviously enough. Convention T is not the core of the theory itself.e. my claim is not that the predicate ‘valid’ should be taken to be the key notion in a satisfactory semantic theory of normative discourse (i. ‘If you wish to claim that validity is. ‘then you have to provide a formal theory of validity along the lines of Tarski’s I have provided an argument intended to cast some doubts on the exhaustiveness of such an approach in Celano 1999b.

does the the predicate ‘valid’. is valid is logically equivalent to asserting that A ought to phy. misplaced. it amounts to reiterating the norm itself (see above.. disquotation. 3. Validity as disquotation: its point 5. and is parasitic upon the latter.e. conceptual resource. to repeat. 1) does indeed follow. hopelessly trivial? What could the point of such statements be? In other words. An analogous objection might also be 37 The theory of efficacy as the semantic value pertaining to deontic sentences developed by J. wholly pointless? Aren’t statements attributing the predicate ‘valid’ to norms.e. i. perhaps even a necessary. have any point at all? Why should our normative vocabulary be built up so as to include a predicate warranting disquotation of normative sentences? Why should such a predicate – such a disquotational device – be held to be a useful. 5. if ever. . it might be objected. We now have to ask ourselves whether. in the same way as truth is the semantic value pertaining to declarative sentences. Moreso 1997. validity is. unwilling to fall back on an error theory of normative discourse. a metaethical theory striving to meet both the non-cognitivism and the phenomenological adequacy requirements. for instance. so understood.63 theory of truth’37.1). welcome the availability of this notion? I shall now suggest an answer to this question. projectivist quasi-realism). Navarro (Moreso. in the previous sections. But. in the framework of a non-cognitivist account of normative discourse of the kind suggested in sect. Moreso and P. my claim is not that the concept of validity should be taken as the key concept in a semantic theory for deontic sentences.4 above (i. J.1. let us assume. it might be objected. I have claimed. But. The problem I have provided. so understood. Tarski’s theory of truth. 4. This issue will remain open here. E. ‘A ought to phy’. Navarro 1996. disquotation.. I think. I have not claimed that validity is the semantic value pertaining to normative sentences. Why. isn’t the notion of validity. Validity is. conceptual resource? This objection is. in its formal respects. asserting that a norm. sect. ch. perhaps even a necessary. should a would-be non-cognitivist. the notion of validity as disquotation may prove to be a useful. But. on such an account. an account of Kelsen’s concept of validity (validity as binding force). A pointless notion? According to my account. 5.2.

thereby asserting it in oratio recta. however. once we have apprehended what the sentence referred to is. n of the penal code’. once we have apprehended that Tom 38 On the disquotational account. xiv. but unjustly. assenting to – the norm itself. Where this happens. 31-4. 14. pp. see Quine 1970. should be held to be pointless. 1992. pp. from the premiss ‘The norm Tom has just stated is valid’ we may. asserting that a sentence is true amounts to asserting that sentence itself. On the disquotational account. namely. It does not follow. The predicate ‘true’ cannot be said to be redundant. to reiterating – the sentence itself. such sentences being referred to by. that. thereby asserting it in oratio recta... for instance. to reiterating. by resorting to. about the way things are. pp. in this sense.. so understood. ‘true’ is a logically redundant predicate. we will be legitimated in disquoting the sentence our definite description refers to. i. and 1994. it legitimates us in disquoting the norm our definite description refers to. that the predicate ‘valid’ should be held to be pointless. So. So. 3-4. 134-6.. nor that ascription of validity to norms should necessarily turn out to be a trivial exercise.64 raised against a disquotational account of truth. and 1990. For the argument deployed in the following paragraph.e. It does not follow. we will be legitimated in drawing conclusions about the way things are. 143.g. e.e. definite descriptions. 214. that the predicate ‘true’. stronger sense. Wolfram 1989. It does not follow.. however. i. that the predicate ‘true’ could be dispensed with without our vocabulary suffering any loss in its expressive capacities. The predicate ‘true’ may be attributed to non-mentioned sentences. pp. asserting that a norm is valid amounts to asserting – i. “the attribution of truth to a statement is equated to the statement itself. This has been called the disappearance theory of truth. once we have apprehended that Tom has just said that snow is white. 92-4. a disquotation predicate for statements of fact enables us to draw conclusions (to draw inferences) about the world. We do sometimes refer to norms without mentioning them. 82. On a disquotational account of truth. draw a conclusion to the effect that snow is white. accepting. 1987. Let us see how. and so on). nor that ascription of the predicate ‘true’ to statements of fact should necessarily turn out to be a trivial exercise38. however.g. 11-2. or superfluous.e. Ascription of validity to a non-mentioned norm enables us to draw.e. normative conclusions concerning the kind of behaviour the norm is about. Horwich 1990. On the disquotational account. endorsing. ‘Art.. a (descriptive) vocabulary not including the predicate ‘true’ would be as powerful in expressive capacity as one including it. White 1970. e. 511-2. the quotation marks are not to be taken lightly” (Quine 1987. asserting that a declarative sentence is true amounts to asserting – i. Crucially. definite descriptions (‘The norm Tom has just issued’. pp. Sentences may be referred to without mentioning them. An analogous possibility holds in the case of normative statements (i. e. . p. once we have apprehended what the norm referred to is.g. p.e. 80. in the case of validity as disquotation). in this further. 214). too. from the premiss ‘What Tom just said is true’ we can.. p. p.

has to satisfy in order to ground a satisfactory answer to the problem at hand. In such contexts. A normative vocabulary including the disquotation predicate ‘valid’ answers to this need. gives us a clue as to the point of having a disquotational device. as part of our normative vocabulary. which one of them. 5. Disquotation and deliberation Why should our normative vocabulary be built up so as to include a predicate warranting disquotation of normative sentences? First of all. p.. we need to work out the implications of our normative commitments (Blackburn 1981. disagreement about the normative solution to be given to the problem at hand amounts to disagreement about which. however. Validity as disquotation affords us a way of handling – indeed. the possibility of both deliberation and argumentation in the field of substantive ethical inquiry.. of building – such complex chains of reasoning. 178). . asking oneself which course of action is to be chosen amounts to asking which one. the predicate ‘valid’. I shall now argue.e. Thus. is to be endorsed. infer that children ought to obey their parents. of different (sets of) norms. Deliberation (practical reasoning) partly consists in scrutinizing candidate answers to the practical problems we find ourselves facing. in short. I submit. of an inquiry into the criteria a norm.3. quantification) over – sometimes partly unspecified – sets of norms. i.e. exploring their implications. or set of norms. likewise. so. is a question I shall not address here) take the form of an examination of the respective merits of different norms applying to the case (or. to the kind of case) at hand. the point of the predicate ‘valid’ is to enable us to scrutinize alternative candidate answers to practical questions. namely. deliberation and argumentation about the solution to be given to practical problems) is concerned. attempt to provide a conclusive argument to this effect – as a necessary condition in order for deliberation and argumentation to be generally possible. under various respects. may be said to be valid. and the different practical solutions related thereto. it affords. Deliberation may sometimes (under what conditions. among the various norms under consideration. may be regarded as valid (in the relevant sense). In this case. It may therefore involve generalization (thus. and their mutual relations. among the various norms different parties endorse. because such a disquotational device enables us to scrutinize candidate answers to practical questions.65 has just said that children ought to obey their parents. The same possibility holds in the case of dialogical argument concerning the solution to be given to practical problems. Availability of such a vocabulary may perhaps be regarded – I shall not. This possibility. Just as we need to explore the implications of our statements of fact. a normative vocabulary including a disquotation predicate is. Where this happens. a useful conceptual resource. The relevant inquiry may sometimes take the form of a comparison. as far as rational discussion of issues in normative ethics (i.

pp. The predicate ‘valid’ when understood as a disquotational device. authoritative’. namely. enables us to frame inferences of this kind. in focal cases (to the extent that x’s pronouncements are regarded. because it has been originated by facts of a certain kind. and 1985. namely. characterized by a peculiar form of practical reasoning. x’s being believed to be authoritative) is a necessary condition. Let us see why. Part I. following procedure P. A disquotation predicate enabling us to draw inferences of this kind belongs to the conceptual resources of a substantive normative theory of authority. pp. p. Talk in terms of practical (normative) authority is. e.66 5. of its being authoritative. 5. and 1960. mag die Antwort lauten: weil der Vater es be- . by the speaker. more generally. The relationship between these two ways of using the word ‘authoritative’ is the following: x’s being claimed to be authoritative (or. sect. Suppose validity is ascribed to non-mentioned norms satisfying previously specified criteria.e. 234-6). Disquotation and authority There is. 40 This is. once we have identified a norm satisfying such criteria. 110-3. pp. obviously enough. not a sufficient one. draw a conclusion as to how we ought to behave. it has been issued by a certain subject.. So. pp. a paradigm answer to this question. granted the further premiss ‘S has issued. see also Finnis 1980. normative authority provides reasons for action of a particular kind. the basic intuition underlying Kelsen’s concept of a dynamic normative system. 39 The word ‘authoritative’ may be used “as a short for ‘claimed to be authoritative’” (Raz 1983. Finnis 1980. a further point to be made. 62-3. that its authority be legitimate (see Raz 1986. I think.g.e. 27-8. as being authoritative39). in fact. This is obviously not its primary use. 211. moreover. where it means. 198-200 (“auf die Frage des Kindes: warum soll ich zur Schule gehen. One distinctive feature of practical reasoning appealing to normative authority (i. roughly.4. and being. because. meeting previously specified criteria. It is. and 1986. a further necessary condition for x’s in fact being authoritative is that the claim (or the belief) that it is be justified. and it does provide them in a peculiar way (see Raz 1975. we may. enables us to draw inferences of a peculiar kind (see above. i. 38. from the premiss. following previously specified procedures. and it is not the way it is used in the text. of practical reasoning resting on the ascription of authoritativeness to x) lies in the thought that a norm ought to be obeyed because of its having originated from a certain source. the conclusion that A ought to phy40.2). see Kelsen 1945. alternatively. The predicate ‘valid’. ‘Norms issued by subject S following procedure P are valid’ we may infer. 216. or.. I have suggested. What could the point of such inferences be? There is. the norm “A ought to phy”’. pp. ‘claimed to be authoritative. in our very understanding of what a claim to authority amounts to. a significant – maybe a necessary – conceptual tool in shaping our views about somebody’s being (or not being) endowed with authority – indeed. 42. pp. 205). 2334). pp. 26..

and 1985. In this sense. in the sense in which this phrase is used in the text. 1960. 231). a non-cognitivist metaethical theory satisfying the phenomenological adequacy requirement is a viable option (see above. the law) may reasonably be regarded as authoritative. pp.g. under what conditions. successfully coping with the hypothesis that – as Kelsen suggests. on such a view. to the conceptual resources of a substantive normative theory of authority. Scientific description of positive law as it actually is would not. the predicate ‘valid’ is a conceptual element in the criterion whose application. I submit. 379-80). and 1987. 205. a theory whose aim is to provide an answer to the question whether. Granted this assumption. from a positivist standpoint.. according to a positivist theory of law (see above. Generally speaking. under which conditions. 41 A satisfactory ‘substantive normative theory of authority’. p. rather. 212). 23-4. Suppose that. Or. where it is under scrutiny whether) x’s pronouncements are authoritative. i. purports to be. legal norms) may “have for me the authority of a fully critical conclusion of authentic practical reason” (Finnis 1980. 199 – the child might go on asking. ex hypothesi.g. where it is assumed that (and. turn out to be the same as an inquiry into what the law ought to be. to somebody who keeps on asking. namely.. namely. and to what extent the law should be obeyed (whether. in the specified sense (a theory. 231.) to be a reason for following it” (in which. p. it is assumed that x’s directives ought to be followed because x issued them). pp. 219.4). It is also. pp. p. sect. the predicate ‘valid’ belongs to that portion of our normative vocabulary which enables us to understand situations in which x’s very utterance of a prescription “is claimed (.. nor would it merge into the latter. This issue will be left open here. 3. p. namely. in other words. see Raz 1977. pp. here. sect. as I have – merely – assumed. logically independent.e. in a fully satisfactory way. under what conditions. Such a theory would be fully compatible with a consistent form of legal positivism.67 Thus. 1985. 2). would be a theory providing a satisfactory answer to the question whether. They would. 284-5. and 1985. validity as disquotation would perhaps enable us to work out a non-cognitivist substantive theory of the authority of law. the formal backbone of determinatio as a non-deductive mode of derivation of positive law from natural law (on seterminatio see Finnis 1980. and to what extent either somebody or something (e. ‘Why should I obey my father’s commands?’). validity as disquotation belongs to the conceptual resources peculiar to practical reasoning (deliberation and argumentation) of the required kind. 221. 152-3.. Such a theory would succeed in showing how x’s pronouncements (e.. and to what extent the law may be said to be authoritative). the relevant inference form is the key to the understanding of what a legal source. . 289-90. That such a situation holds may be regarded as a necessary (albeit not a sufficient) condition of x’s having authority (see Raz 1983. A paradigm case of such a theory is. ‘And why should I obey x?’). that such a theory is a possible achievement (that. fohlen hat und das Kind den Befehlen des Vaters gehorchen soll”). it might be possible to answer. pp. and mutually compatible rational enterprises41. I am not claiming. provides us with answers to practical questions. mutatis mutandis. be two conceptually different.

its proper place and its most fruitful application. or as being applicable according to it. from a positivist standpoint. I have assumed. may provide any answer. Finnis’ schema is. incoherent. as such (i. and because of this fact alone). within the boundaries of such a theory.e. however. a conceptual. 314-6. 316). or quasi-positivism. on the other hand.e.). I am suggesting. in claiming that Kelsen’s concept of validity may belong to the vocabulary of a non-cognitivist normative theory of the authority of law I am not claiming that legal norms are. The latter is. on the other hand: positive legal norms are. nor is it a useless concept. it should be stressed. Such a theory would be a substantive ethical theory purporting to specify the conditions under which the law. pp. sect. Finnis’ reconstruction of the schema of practical reasoning showing how “an obligation-imposing law provides a reason for action which would not exist independently of that law and is indeed provided by ‘the law’ or legal system itself” (Finnis 1980. not. This. by Kelsen himself. in the Pure Theory of Law. intended as a “means-end schema of practical reasoning” (ibid.. rather. a 42 The disquotational step is pivotal in J. prove to be a conceptual device belonging to the vocabulary of an inquiry concerning what the law ought to be. as belonging to a positive legal order. that Kelsen’s concept of validity (validity as disquotation) should be understood as belonging to the vocabulary of a theory providing us with criteria apt to discriminate between two different sets of legal norms: those which are valid (i. the relevant deontic sentence appears. what the charge of ideological positivism. is a mistake.. the law may be said to be authoritative (i. . Validity as disquotation is not. endowed with binding force. 2) – a specific doctrine of political obligation in disguise (this is. “without enclosing quotation marks”. It does not follow. and those which – though belonging to a positive legal order (or being applicable according to it) – are not valid. In the framework of the Pure Theory of Law. Kelsen’s concept of validity (validity as disquotation) would find. however. to the vocabulary of a scientific description of positive law as it actually is42. in fact. I have claimed. as such.e. on the one hand. the reason why. rather. precisely the use to which validity as disquotation has been put. p. binding. namely. however. binding). a question to which a scientific description of positive law. M. in the last resort. boils down to).68 Thus. or particulat legal norms. if reserved to the vocabulary of a substantive normative inquiry into whether. and under what conditions. as it actually is. it is. of a non-cognitivist substantive theory of the authority of law). on this hypothesis. in the conclusion. and validity (validity as disquotation). It would. that a would-be noncognitivist positivist should necessarily hold the concept of validity as binding force to be incoherent. it is – as I have assumed (see above. This is not. This – the fact that Kelsen did put the concept of validity as binding force to this specific use – is. ought to be obeyed.. the reason why the Pure Theory of Law does not qualify as a consistent form of legal positivism. Were it possible to work out such a noncognitivist theory of the authority of law. on the one hand. necessary relation holds between positive law.

moreover. so understood. For it would then become all too easy – albeit not unavoidable – to fall back on the assumption that there are no binding obligations at all other than those established by positive law. in fact. specifically. on the one hand. is my concept of validity still Kelsen’s own concept? Isn’t my account of binding force (binding force as disquotation). may have or lack. It is within the field of attempts to provide an answer to this question that – paradoxical as this might be – Kelsen’s concept of validity has its proper and most fruitful application. and normative inquiries into what the law ought to be. self-stultifying form of natural law theory. in fact. The account of validity as disquotation I have provided in the previous sections is meant as an account of a property which norms. And. and that such obligations are binding solely in virtue of their having been so established. meaningless. to assume that the question is. on its own methodological and metaethical standards. does not make it eo ipso meaningless. it might be objected. see Ross 1961. it would be illadvised. however. Kelsen himself would have regarded such a substantive normative theory of authority as a form of natural law theory. Kelsen’s concept of validity belongs to the vocabulary proper to inquiries whose aim is to provide an answer to this question. may be held to have. sect. The question itself is a substantive ethical question. On quasi-positivism as a degenerated. for a would-be legal positivist. this. 166. Thus. 176-80.69 question about what the law ought to be. and quasi-positivism But. Bulygin 1981. on the other hand. as such (both legal and non-legal ones). The scope of my inquiry is. True. it is the Pure Theory of Law itself which. A view of legal phenomena capable of (1) holding on to the distinction between a scientific description of what the law. Precisely this assumption (i. is. So. and of the point the notion of validity. 43 . which laws ought to be obeyed) makes no sense. qualifies.. does indeed qualify as a form – an obviously perverted one – of natural law theory43. pp. however. see above. a non-cognitivist and positivist theory of law does not have to maintain that the question as to whether the law ought to be obeyed (and. as a variety of natural law theory.e. this objection is obviously to the point. remain wholly faithful to the basic tenets of (consistent) legal positivism. before getting to the conclusion. quasipositivism’s identifying claim. membership. Binding force. and (2) providing a non-cognitivist normative account of the authority of law would. Unfortunately. and by implication only – as an account of a property belonging to legal norms. 6. 2). not – not primarily. 435. all too distant from Kelsen’s own views? In a sense. p. as a form of political ideology in disguise. let me add some clarifications about this issue. as a matter of fact.

are valid. to characterization of legal norms as valid norms). Only when used in the context of a scientific description of positive normative orders is the notion of binding force free from metaphysical implications (see Kelsen 1960. and 1999a. in Kelsen’s theory the concept of validity appears. that Kelsen’s own theoretical interest is focused on the application of the concept of validity to the field of legal norms (i. of a self-evident norm (a norm. The concept of validity. on the face of it. applicability of a norm according to such a system). whose content is immediately evident to the human mind). the field of norms. to norms judged to be valid in virtue of their belonging to a dynamic normative order). Rather. see 1960. when conjoined with the doctrine of the basic norm. 341-52. on the other hand (or. such an approach to the concept of validity (validity as binding force) sharply conflicts with Kelsen’s own approach. True. 8. turns out to be a magico-metaphysical pseudo-concept44. Kelsen’s theory of validity. and its being endowed with binding force. necessary relation between membership of a norm in a positive legal system (or. Its intended subject matter is validity of ‘ought’ statements purporting to provide guidance of our conduct – validity. the notion of binding force. but simply to describe positive law as it actually is. the notion of validity as 44 According to Kelsen. Obviously enough.. The Pure Theory of Law. a privileged domain of application. 352-65. however. The account leaves the possibility that legal norms may turn out to be invalid entirely open. be regarded as a concept whose domain of application is the whole field of normative discourse. its domain of application is. sect.e.. The account does not entail that legal norms.). p. is a form of quasi-positivism. no conceptual. I have suggested that (1) Kelsen’s concept of validity may. I have assumed.. pp. as such. 2). follows from it. . that is. According to Kelsen. I have not followed Kelsen on this score. at first glance.e. fully general. at bottom. itself an incoherent one. however. What is responsible for Kelsen’s quasi-positivism is not. in other words. fn. that is. on the one hand. to be wholly general in scope. moreover. has. No conceptual. alternatively.70 under this respect. and should. where it is not applied to positive norms (i. of a set of possible answers to practical questions. a condemnation – of positive law. that is. leads to implications sharply in conflict with the postulate of methodological purity (i. in the relevant sense. in the framework of the Pure Theory of Law. the concept of a static normative system is. for that matter. while it rests on the notion. Kelsen’s basic postulate to the effect that the task of legal science is not to provide a justification – nor. Celano 1991. and its validity (binding force). specifically. pp. the field of positive law. for further references and discussion. p.e. incoherent. necessary relation between existence of a norm as a legal norm. on the other hand). and that (2) privileged application of this notion to the domain of legal norms generates the appearance that the notion itself necessarily has quasi-positivistic implications. 199 and. without qualifications (not. It is obvious. of legal norms). see above. on the one hand.

My reply is as follows. therefore. So. on the one hand. It is. or a negative. ill-formed. pp. as such. or applicability according to such a system45) of legal norms. and their validity (binding force).e. on the disquotational account. 110: “A norm is not a statement about reality and is therefore incapable of being ‘true’ or ‘false’ (. internally flawed. on the other hand46. no norm at all (see Kelsen 1945. therefore. provided that it is not put to the same use as Kelsen humself did put it. pp. p. and. Raz 1977. instead of trying to argue for a positive. necessary connection between the existence (membership in a positive legal system. pp. 146-8). see also Celano 1990. it might perhaps be said. (1) Validity is. perhaps. wholly immaterial to our present purposes. I wholly subscribe – although. that there is a conceptual. 159. it might be objected. however. Existence. and necessarily misleading concept. a property which norms may have or lack. 1). 57-61.g. the specific existence of norms. answer to the question. therefore. try the following: ‘A norm . In this sense. Kelsen’s concept of validity may prove to be a useful conceptual resource. then. so understood. unless one treats the word ‘valid’ as a predicate which may be ascribed to norms47. according to Kelsen. and 1965b. This is the reason why rejection of Kelsen’s quasi-positivism does not. An invalid norm is.. I think. for different reasons – to J. and his refusal may be regarded as a considerable flaw in the Pure Theory of Law (see Raz 1977. see e. “the way out of this confusion is to reject the identification of the validity of a norm with the justification of a norm”. it is not. by itself. Is. This point is. i. I shall simply discuss a few related points. A norm is either valid or non-valid”.. One simply cannot make sense of huge portions of the Pure Theory of Law unless validity is regarded as a property which norms may have or lack. Raz’s claim (1970. plain: it depends. as stated above (sect. 1472. rather. pp. 47 Textual evidence directly supports this claim. validity is not. is not a predicate. The roots of Kelsen’s quasi-positivism lie in his having adopted the concept of validity (validity as binding force) as the key concept of a scientific theory of positive law. according to Kelsen. 155. for a version of this objection. Kelsen 1945. p. 135-6) to the effect that “Kelsen is trapped by his identification of validity with the existence of a norm on the one hand and with its justification on the other”. a non-existent norm. the concept of validity as binding force. that is. validity is. a property norms may have or lack. compel us to dismiss the concept of validity as binding force as an incoherent. (If you still have any doubt. it is. 45 Kelsen refuses himself to allow any significant distinction between membership in a legal system and applicability according to it.). in the claim. 46 Thus. pp. The objection amounts to claiming that there is no way open from assumption (1) in sect 2 above to a disquotational account of validity. 148-9). Kelsen’s claim to the effect that this notion is the relevant one as far as a scientific. But. still Kelsen’s concept of validity? The answer to this question is.71 binding force. value-free description of positive law is concerned.

applicability according to such an order). Kelsen’s rejection of this suggestion is grounded in his views about the necessary conditions a norm has to satisfy in order to belong to a dynamic normative order (specifically. Kelsen’s mistake. according to Kelsen. first. why?’ (see above. I submit. and truth (of statements of fact). the specific existence of norms. a dilemma. What I have claimed is. lies in his having established a conceptual. on the one hand.e. On the one hand. Celano 1990. and 1998b). (2) It is well known that. second. validity is. An invalid norm is a non-existent norm. And. such a train of thought. 4. validity is. i. the late Kelsen’s sceptical views about the possibility of logical relations between norms do indeed provide – indirect – support in favour of the conclusions we reached in the previous sections. that (consistent) non-cognitivist legal positivists should sharply distinguish between validity as disquotation. 3. whether it is valid or not. the main reason Kelsen adduces for holding that neither the principle of non-contradiction.. apply to norms (see Mazzarese 1989. that. on the other hand. it is. then. necessary connection between validity as binding force. if so. moreover. however. I have claimed. It should be noticed. On the other hand. a non-valid norm is a non-existent norm. On this reading. ch. in his post-1960 works. Kelsen explicitly and emphatically rejects the suggestion that any significant analogy holds between validity (of norms). nor the rule of deductive inference. makes no sense. validity is not a predicate. is in terms of answers to questions of the form: ‘Should I do A. precisely. as shown in the previous sections. no norm at all’. and validity as membership in a positive legal order (or. if. some acts of will actually take place). on the one hand. too. on the other hand. sect. it is relative to this notion that. no norm at all.72 Kelsen’s standard account of the question as to the reason for the validity of a norm. The ‘no-analogy’ claim is.) . We seem to face. namely. and of candidate answers thereto. in the framework of the Pure Theory of Law. that the latter only should be held to be relevant as far as a scientific description of positive law is is either valid or non-valid. Asking whether a norm ought to be obeyed or not amounts to asking whether it has the property of being binding. norms may be said to belong to a dynamic normative order only if some specific facts actually obtain. it is. a significant analogy between validity and truth may be drawn. 5. ch. the notion of validity as binding force remains in place. in Kelsen’s post1960 writings. on the other hand. and validity as membership (or applicability). Considerations concerning the necessary conditions for the latter (validity qua membership) led the late Kelsen to the conclusion that no significant analogy holds between validity and truth. just as truth is a value which statements of fact may have or lack. therefore. Is there any way of reconciling these two apparently conflicting views? I shall not tackle this issue here. a value which norms may have or lack. on the one hand. and.1). therefore. however.

7. Kelsen’s claim is not that ‘validity’ and ‘membership’ have the same meaning. and. it would be wrong to claim that. though not as an analiticity claim. finally. according to Kelsen. The claim is. the former notion has its proper place in the field of substantive ethical inquiry. 6.e.73 concerned. Raz 1977. much stronger than a claim to the effect that ‘valid according to legal system S’ and ‘belonging to S’ are extensionally equivalent. as far as the purposes of the present inquiry are concerned. Kelsen’s view – the view I have assumed to be mistaken (i. should our normative vocabulary be built up so as to include a predicate warranting disquotation of normative sentences? Why should such a predicate – such a disquotational device – be held to be a useful. and membership in a legal system. 48 See. simply mean membership. on the one hand. “the question is what is a reason for what”. Navarro 1998.e. or disquotation). leave open. According to Kelsen. on the other hand. establishes a conceptual. p. necessary relation between validity (validity as binding force. perhaps even a necessary.e. on this issue. that the relevant relation has to be understood as stronger than mere co-extensivity. too. this being so because belonging to S is the reason why a norm may be said to have binding force. whether it exists or not depends (this dependence being understood as a conceptual relation of the required sort) on whether it has binding force. nonetheless. then. ‘validity’. Kelsen’s claim to the effect that a norm is a valid (i. however. Raz (1977. What exactly is the nature of the relevant conceptual relation is a question we may. finally. validity as disquotation may be held to fulfill a twofold important function. Kelsen’s quasi-positivism) – is that a norm may be said to be valid (i. conceptual resource? I have argued that. What matters is. As J.. 148) puts it. (3) Kelsen. however. or ‘binding force’. from the standpoint of a noncognitivist metaethical approach.. nor. and in virtue of this fact alone. to be endowed with binding force) because it belongs to the normative order under consideration. generally. On the other hand. Validity as binding force and validity as membership are not. I have claimed. Conclusion Why. as an analiticity claim48. that ‘valid according to S’ and ‘belonging to S’ are necessarily coextensive. being understood as a conceptual relation of the required sort) on whether it belongs to the normative system at hand. p. in the framework of the Pure Theory of Law. rather. whether a norm has binding force or not depends (this dependence. . p. 148. binding) legal norm if and only if it belongs to a legal system is not meant as a mere stipulation as to the meaning of the word ‘valid’. merely coextensive. It is. and that.. a norm is a valid norm if and only if it exists.

deliberation and argumentation in the field of substantive ethical inquiry. Saggio sulla Legge di Hume. B. Second. Torino.. M. Oxford. “Law and Philosophy”.74 First. “Ratio Juris”. Oxford U. 3. play a key role in a substantive normative theory of the authority of law. Rumble. E. ed. Bobbio. forthcoming. S. availability of a normative vocabulary including the disquotation predicate ‘valid’ turns out to be of crucial importance in allowing a would-be non-cognitivist to regard normative discourse as rationally admissible. Cambridge U. P. Gianformaggio (a cura di). Celano. Leich (eds. nonsensical story-telling. an account of the notion of validity as disquotation may be held to be a significant. Under both respects. Celano. 1832 The Province of Jurisprudence Determined. 2 . 1998a Kelsen’s Concept of the Authority of Law. Torino. in C. E. Holtzman. Giappichelli. Blackburn. in S. J. 1991 Il problema delle norme autonome. B. References Anscombe. Oxford 1957. S. London 1981. I think..). Metaphysica. W. Celano. ed. W. B. 1993 Grande Divisione e teoria degli atti linguistici. A Theory of Practical Reasoning. Giappichelli. Oxford 1963 . B. S. Jaeger. Torino 1991. 1965 Giusnaturalismo e positivismo giuridico. Celano. Blackwell. C. Alchourrón. Analisi di una tipologia kelseniana. Bobbio. Torino 1993. N. 1961 Il positivismo giuridico. repr. Oxford. 1990 An Antinomy in Kelsen’s Pure Theory of Law. and in particular. Guastini (a cura di). Bulygin. Torino. Comunità. Blackburn. P. Ricerche di giurisprudenza analitica. P. enables us to scrutinize candidate answers to practical questions. Clarendon Press. Una critica all’ultimo Kelsen. in P. B. the inferences we may draw by attributing validity to non-mentioned norms play a key role in practical reasoning dealing with claims to authority. E. Blackburn. and in general. E. Clarendon Press. Blackburn. 1984 Spreading the Word. Oxford. Giappichelli. 1980 . Austin. Cambridge 1995. thereby rejecting its dismissal as a form of deceptive. Analisi e diritto 1993. Bulygin. Comanducci. 1981 Enunciados jurídicos y positivismo: Respuesta a Raz. 1994 Dialettica della giustificazione pratica. Giappichelli. perhaps a necessary fragment of a satisfactory noncognitivist theory of norms. N. Wittgenstein: To Follow a Rule. Giappichelli. Milano. Centro de Estudios Constitucionales. It allows. S. G. the predicate ‘valid’. 1998 Ruling Passions. Oxford U. E. E. namely. Madrid 1991. specifically. They may. This is why. R. understood as such a disquotational device. 1981 Reply: Rule-Following and Moral Realism. Routledge & Kegan Paul. H.. 1957 Intention. Bulygin. Sistemi normativi statici e dinamici. 1990 Dover essere e intenzionalità. H. 1993 Essays in Quasi-Realism. Análisis lógico y derecho. 7 Aristotle. in L. Celano.

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Centro de Estudios Politicos y Constitucionales. Oxford. in Raz 1979b. M. P. Nino. Moral Luck. M. C. S. in Raz 1994. repr. in M. B. Dartmouth. White. 7. Comunità. Hutchinson. Law and Morality.. Raz. 1986 The Morality of Freedom. Aldershot 1992. 1980 Internal and External Reasons. J. P. W. Quine. Invention. 1958 On Law and Justice. 1970 Philosophy of Logic.76 Mackie. J. repr. Cambridge (Mass. “Theoria”. repr. Padova. repr. E. 1998 Enunciados jurídicos y proposiciones normativas. Quine. 1983 The Problem about the Nature of Law. Cambridge 1981. London. Raz. Giappichelli. Williams. 1980 Introducción al análisis del derecho. J. J. P. J. 1974 Kelsen’s Theory of the Basic Norm. 1977 Ethics: Inventing Right and Wrong. R. Routledge & Kegan Paul. in Raz 1994. Ross. ms. 12.. 16. Clarendon Press. 1992 The Neo-Kantian Dimension of the Pure Theory of Law. 1993 Orden jurídico y sistema jurídico. P. Cambridge (Mass. in Raz 1979b. 1941 Imperatives and Logic. Navarro. 1975 Practical Reason and Norms. Raz. J. Blackwell. Cambridge 1973. 1994 Ethics in the Public Domain. J. Smith. Ross. R. J. J. Wiggins.) 19862. “Mind”. J. “Theoria”. 1997 Applicability and Effectiveness of Legal Norms. Oxford.. P. Nino. 1965 Cos’è il positivismo giuridico.. 1996 Verdad y eficacia. Torino. Clarendon Press. Essays in the Philsophy of Value.und Sozialphilosophie”. W. repr. J. Values. Williams. repr. Harvard U. 1997 La indeterminación del derecho y la interpretación de la Constitución. Blackwell. E. It. 1978 Some Confusions around Kelsen’s Concept of Validity. Truth. 1985 Authority. C. and the Meaning of Life. A. 1990 Pursuit of Truth. in Williams. Introduzione all’analisi del diritto. Oxford 1987. Navarro. 1990 How to Argue about Practical Reason. L. 64. “Mind”. Smith. J. P. U. B. 1970 The Concept of a Legal System. 1996 Internalism’s Wheel. in Wiggins. 1979 Ways of Meaning. Raz. 26. A. 99. P. Macmillan. Mazzarese. 1979a Legal Positivism and the Sources of Law. Cambridge U. in Hooker (ed. Harmondsworth. P. R. 96. V. Platts. M. Scarpelli. J. 1987 Quiddities. Jori (ed. “Law and Philosophy”. “Oxford Journal of Legal Studies”. Smith. Quine. Oxford. Legal Positivism. 1987 The Humean Theory of Motivation.). 1966 Consistency and Realism. S. Ocford 19962. E. CEDAM. 1995 The Construction of Social Reality. S. Problems of the Self.. P. Stevens & Sons. transl. Clarendon Press. Cambridge U. Raz. Moreso. Penguin. Clarendon Press. J. Moreso. in Raz 1979b. 1961 Validity and the Conflict between Legal Positivism and Natural Law. 1976 Truth. W. Moreso. Needs. Raz. D. Astrea. 1989 Logica deontica e linguaggio giuridico.. Madrid. Cambridge (Mass.). J. “Archiv für Rechts. J. Harvard U. V. 1979b The Authority of Law. J. London. Paulson. T. repr. J. E. Raz. Navarro. Milano. 1970 Truth. L. Raz. A. M. Raz. Moreso. J. London. An Intermittently Philosophical Dictionary. Raz.. V. .) 1996. Centro de Estudios Constitucionales. 1977 Legal Validity. A. Navarro. An Introduction to a Philosophy of Language. 1996.).. Harmondsworth. J. Searle. Ross. Oxford. Penguin. Buenos Aires. Harvard U. Wallace. London. in Williams. Madrid. 1994 The Moral Problem. J.

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.

On the contrary. and it has always been. in turn. Accordingly. mirrors deeply felt exigencies of past and present times: indeed. and are the chartered representatives of. provided one might look at the practice of statutory construction as a sort of “game”. (c) by singling out (some of) the rules which are seemingly at work in the statutory construction game. Analisi e diritto 1999. First. The tradition. these theories may be roughly divided into two sides. a cura di P. etc. New York. Comanducci e R. and do currently. * Comunicazione presentata al Congresso internazionale di filosofia del diritto (IVR 99). 1. what do legal theorists actually know about legal interpretation? A cursory look at some piece of an overwhelming literature shows that there is no general agreement about how interpretation “really” is. compete in the marketplace of ideas.Pierluigi Chiassoni Interpretive Games: Statutory Construction Through Gricean Eyes* Abstract. Guastini . which kind of rules is it played by? A tentative answer to these questions will be outlined: (a) by distinguishing between several kinds of interpretive games. Two different. an enduring tradition of inquiries upon the subject. issues will be coped with in this paper. (b) by casting light on the peculiar structure of the “statutory construction game”. For the purpose of the present paper. interpretation is. Provided that is the case. which is the structure of the process of statutory construction? Secondly. by way of a comparison with the Gricean conversational game. legal theorists do not only presume to know a lot about interpretation.). though related. they have to know it in order to comply with one of their basic professional duties. “statutory law”. The Challenge of Linguistic Theories Legal theorists on both sides of the Atlantic Ocean presume to know a lot about interpretation. 23 giugno 1999. several descriptive theories of legal interpretation did. a basic aspect of the everyday working of any legal system characterized by written legal sources (“written law”. Pace University. They presume so because they belong to.

. In the following. there are those theories openly or tacitly claiming that legal interpretation in general or.1. some interpretive practice within the legal domain. because of “vagueness”. “open texture”. which in turn are due to a failure of current semantic rules. Sentences are made up of words. and other syntactic connectives. i. Bulygin 1991b. have borrowed from the works of linguists and philosophers of language to support their claim. etc. pp.g. respectively. 22). if statutory construction runs in that way – and it does in fact run in that way – there is nothing peculiar about it: nothing which makes it a different enterprise from the interpretation of any other linguistic document. p. at least. Bulygin 1989. descriptive words. The Word-Meaning Theory The core of the word-meaning theory of statutory interpretation may be set forth as follows. On the other side.. (1) Statutes are made up of sentences. Two theories. there are those theories which purport either to deny the specificity of legal interpretation as a whole. in the light of current semantic rules. In the following. (4) Stipulations of semantic rules take place any time the words to be interpreted prove indeterminate. by a competent speaker of the natural language by means of which the document has been formulated (see Alchourrón. on the other. “if”. 34-35. . like “and”. or they do make it up. pp.e. (2) Statutory interpretation consists in determining the meaning of the descriptive words within statutory-sentences. I will refer to these “linguistic” theories of legal interpretation as the “word-meaning theory” and the “sentence-meaning theory”. any analogy with them notwithstanding. not plainly reducible to other kinds of interpretation. There are two basic kinds of words (or linguistic “signs”): logical words. Let’s have a swift look at them.80 On the one side. (3) The process of interpretation usually takes one of the two following courses: interpreters – including judges – either do discover the meaning of the words employed by the legislator. “or”. Bulygin 1991a. (5) Accordingly. these theories will be referred to as “specificity theories” of legal interpretation. among the no-specificity ones. like e. these theories will be referred to as “no-specificity theories” of legal interpretation. 1. ordinary language interpretation. 306-310. on the one hand. has something special in it: it is a peculiar enterprise. names expressing subjects and/or predicates. by stipulating the semantic rules establishing which their proper meaning should be as to a case at hand. or of some interpretive practice within the legal domain particularly. “fuzziness”.

.m. it does by no means exhaust it.m. they cannot but convey to their addressees some piece of information about the way they are required. (4) In order to interpret the corresponding descriptive sentence. 14-15).00 a. . Legislative sentences purport to direct human behavior. The Sentence-Meaning Theory The core of the sentence-meaning theory of statutory interpretation may be set forth as follows.” – or of the corresponding propositional clause: “that planes land between 8. pp. of being a competent speaker of the language through which the legislative sentence to be interpreted has been expressed – which means. For the following reasons. or the corresponding propositional clause. pp.00 p. (1) Statutes are strings of sentences purporting to express legal standards: rules and principles about the way people are legally required and/or permitted to behave. among other things. because the conditions of efficacy of the legal norm coincide. it is beforehand necessary to grasp the meaning of the corresponding descriptive sentence: “Planes land between 8.00 a. From the standpoint of the sentence-meaning theory. say. and cannot but coincide. For the following reasons. no special skills are required. If my account is correct. Accordingly. by contrast. or tacitly assume. in order to get the meaning of a legislative sentence like. Moreso 1999. This is so. It is just a matter of “mastering the language”: i. “The landing of planes between 8. (2) Sentences are the minimal units of linguistic communication and. or allowed. But they are wrong. pp. 4-5.2. the sentence-meaning theory looks like an improved version of the word-meaning theory.00 p. Ordinary declarative/descriptive sentences purport to convey true or false information about the world. In order to do so.e. and 6.”. A few remarks as to this view of statutory interpretation are in order.81 1. and 6. that process to be different from the interpretation of ordinary declarative/descriptive sentences. namely: the syntactic dimension and the pragmatic dimension. however. an important part of the interpretation business. (3) How do we get to the meaning of legislative sentences? Is there anything in it of basically different from the way we get the meaning of ordinary declarative/descriptive sentences? Some jurists and legal theorists claim. is hereby prohibited”. knowing its semantic rules (Moreso 1997a.m. they are the basic objects of interpretation: the process through which we get to the meaning of sentences.00 p.m. to be sure. Both dimensions. to behave. and 6. the interpretation of legislative words is.m.00 a. seem to be utterly overlooked by the word-meaning perspective. Two further dimensions of actual discourses are taken into account. accordingly. 218-223). with the conditions of truth of the corresponding statement (Moreso 1997b.m. however.

a command. say. as I said in passing. as I will suggest in a moment. or any other standard of behavior (to limit myself to this kind of rules) – one has to take into account. the central interpretive thesis of the sentence-meaning theory seems quite odd. an order. and interpret. but sentences. In my opinion. Sentences are syntactic constructs and their syntax is likely to be taken into account while interpreting them. 2.e. a sentence purporting to express a norm. such a bias mirrors a certain (neo-positivistic) theory of meaning as the “proper” or “paramount” one. of course. and from the perspective of an “ordinary lawyer” (which. In turn. laying down .. and argue for the specificity of statutory interpretation (§ 5) – at least so far as ordinary linguistic transactions are concerned – by means of an interpretive game perspective (§ 3) and a comparison with Grice’s conversational game (§ 4). for the way legislative sentences are being interpreted? As I suggested at the end of § 1. in order to interpret a normative sentence – i. The thesis says that. Taking side. Though. or the corresponding propositional clause. may be the perspective of an ordinarily unsophisticated. the pragmatic outlook of the sentence-meaning theory is. if somebody. the corresponding declarative/descriptive sentence. From this perspective. has to interpret a normative sentence like. Linguistic Theories: Some Food for Puzzles At first sight. narrow-minded. The sentence-meaning theory also takes into account the pragmatic dimension of actual discourses. giving orders. here and now. “semantically-laden” and “inegalitarian”: it is biased towards the word-to-world relationships and. “The door ought to be closed at eight o’clock” she has first to figure out and interpret the corresponding declarative/descriptive sentence: “The door is closed at eight o’clock”. lawyer). as we shall see in moment. Let’s have a closer look at it. linguistic theories provide a misleading picture of statutory interpretation. it seems to assign semantic and pragmatic priority to a certain type of speech acts – namely: statements or assertions – over any other type. the theory apparently endorses an “assertioncentered” view of sentence-meaning: a view according to which independently from their linguistic function – making questions. accordingly. so to speak. with the specificity theories of statutory interpretation. If only because they do not tell the whole story about it. I will cast some doubt on the linguistic theories (§ 2). the sentence-meaning theory holds that the basic units of linguistic transactions are not words. for the sake of the argument. Why is that so? What theory of the meaning of linguistic expressions is presupposed by the thesis above? Is that a viable theory of meaning to account.82 The syntactic dimension is taken into account because. a rule. being the lawyer of somebody else.

the ascription. about how it could work as a theory of interpretation: i. One may wonder. expressing feelings. do they play a role both in interpreting speech acts as questions. or the piece of expressive discourse is about (Hare 1949. independently of its specific content (where “interpretation” is “interpretation1”. one must first identify what such a propositional content is. or commands. ). p. the order. rather. 10. 21-23)? In the latter case. etc. in virtue of the role they play in such assertions. and this sort of making explicit is parasitic on claiming. and the propositional contents appealed to can be understood only in connection with practices of saying or describing. Brandom (1994. . ch. Do they play a role only in interpreting any speech act as a question.e. III. and offering an answer is making an assertion – not in every individual case.e. for instance. that the door is shut or that it is not shut […] In the same way. but the exceptions (for example. or determination. is recognizable in virtue of its relation to possible answers. Accordingly. 172-173. by means of interpretation1: Wróblewski 1985. of asserting what are. i. questions answered by orders or other questions) are themselves intelligible only in terms of assertions. but on how they are ascribed to sentences. and of the practice of making assertions. or requests.83 regulations. more precisely. etc. from such a perspective. their “propositional content” – is the meaning of their corresponding descriptive sentence: it is the propositional content of the corresponding assertion. promises are not just undertakings of responsibility to perform in a certain way.. or “value”. declarative sentences [italics added]». the theory of interpretation one may derive from that standpoint is far from satisfactory. as a theory which does not focus on meanings. pp. the regulation. and therefore assertions. in order to understand what the question. however. as a theory of the relationships between speech acts – though it might be contested by staunch Austinians. Saying “Shut the door!” counts as an order only in the context of a practice that includes judgments. of the meaning of something previously identified as a linguistic expression. Hare 1952. however. or a piece of advice. to a cultural object)? Or. This view has been recently expressed by the philosopher of language Robert B. and in interpreting the uttered or written expressions through which they are performed (“interpretation2”. actually is. etc. Orders and commands are not just performances that alter the boundaries of what is permissible or obligatory. i. having such-and-such function. They are performances that do so specifically by saying or describing what is and is not appropriate. or a request. 172-173) in the following terms: «It is only because some performances function as assertions that others deserve to be distinguished as speech acts. Indeed. – the “meaning” of sentences – or. or a command. the ascription of a certain “sense”. (interpretation1). They are performances that undertake such responsibility by saying or describing explicitly what one undertakes to do. Scarpelli 1959. pp. One promises in effect to make a proposition true. II. pp. II. Brandom 1994.e.. the passage above does not make clear what the interpretive role of assertions. chs. The class of questions. of ta[l]king true – in short.. All that may be fine.

language like the one we use to perform our everyday linguistic transactions (indeed. a language is “hard” when its descriptive. solicitors. it heavily depends on the latter.). etc. or conceptual. as I suggested in the introductory section. either x does belong to the extension of a term A. see also Wróblewski 1983. What about this theory? Is it really true to the facts of statutory construction? One way of raising some doubt about it may consist in arguing from what might be called the “double fuzziness” of legislative language. In that case. pp. the “negative core reference”. The word-meaning theory assumes legislative language to be a “fuzzy” language. not-formalized. however. or it is answered. avvocati. i. 217-221). pp. drawing from it its grammar and most of its words). not-formalized language. By contrast.e. or they do not belong to it. barristers. Indeed – it claims – any natural. that either do belong to the extension of a term A.e. and nobody can deny legislative language to be – at least. or not clearly answered (like in the passage from Brandom). (F2) There are some objects x. see also Hart 1961. 2426. 25-26. Dascal. a language is “fuzzy” when its descriptive. the “positive core reference”. or conceptual. This assumption. the sentence-meaning theory boils down to the word-meaning theory. here and now – a natural. pp. by pointing out to the current semantic rules of the relevant language. terms work in a way which makes the two following theses at once true: (F1) There are some objects x. or it does not belong to it. (b) there are some x for which there is no doubt that x does not belong to A. According to Peczenik and Wróblewski (Peczenik. The argument runs as follows. that neither do belong to the extension of a term A. i. 122-132): «In a fuzzy language. Wróblewski 1985. 32-34. abogados. However: how do we get the meaning of such a declarative/descriptive sentence? This question either remains unanswered. . but also because of the working of two other distinctive factors: jurists (law school professors and judges) and lawyers (attorneys. Wróblewski 1988. The basic feature of a fuzzy language is summed up by Peczenik and Wróblewski in the following terms (Peczenik. i.e. avocats.84 Given a certain normative sentence – so the theory runs – its propositional content coincides with the propositional content of the corresponding declarative/descriptive sentence: the sentence expressing the assertion which is made true by a due obedience to the norm expressed by the normative sentence. terms work in a way that makes the following thesis true: (H1) For every object x. pp. Wróblewski 1985. a use of a name (description) occurs in three types of situations: (a) there are some x for which there is no doubt that they belong to A. penumbra reference». nor they do not belong to it. not-formalized. is misleading insofar as it overlooks that legislative language is fuzzy not only because of its being a natural. (c) there are some x for which there is a controversy or a doubt whether x belongs to A or not. language is fuzzy.

nor it does not belong to it. And words take their meanings after the notorious Humpty Dumpty Rule. in turn. (2) On the one hand. are the heaven of politicians and the masters of propaganda. or conceptual. to exploit jurists’ conceptual disagreements. It rather depends on pragmatic factors connected with the way the law – i. that practice may be roughly conceived as follows (this is. (4) Jurists. spreading and fuelling them in the courtrooms and among the people at large. incompatible. cathedral). so to speak. This move is basically advocated by the “bad men” and their lawyers. Unlike hard and fuzzy languages. like ambiguity. – advocating the working out of rigorous conceptual arrangements. Indeed. I believe the distinction between hard. like that of the so-called “exact sciences” (Bobbio 1950. mathematicians. terms work in a way that makes the following thesis true: (S1) For every object x. just “one view” of an immense. open texture. (6) The two opposite pulls I have just mentioned add to legislative language a. a language is “soft” when its descriptive. fuzziness. fuzzy language – is subject to interferences by qualified users and interpreters. there is a pull towards greater softness. many-sided. and fuzzy languages to be a quite useful tool to approach statutory construction. vagueness. the pull by jurists towards greater hardness usually works to a (unintended) greater softness. Accordingly. by a well-known process of “heterogenesis of the goals”. however. neither x does belong to the extension of a term A. do not agree about the “proper” way to make legislative concepts hard. etc. artificial. hard languages do not leave any room for those structural failures of natural languages. there is a pull towards greater hardness. from its standpoint. Soler 1962). there are competing proposals for hardening legislative language. of course. directions. The remarks above should make clear why linguistic theories seem to provide an impoverished picture of statutory interpretation.85 Finally. where it does suit the interests of their clients. (3) On the other hand. second-order. who pull it in two different. (5) Lawyers are eager. etc. By design. like being the legislative language a natural language. by contrast. Hard languages are the ideal languages of scholars – logicians. Penumbra is general all over the language.e. they work in such a way as to leave no room for a settled core of positive or negative reference. Accordingly. . legal practices and experience – is. who want to turn legislative language into a hard language.. This move is basically advocated by “conceptualist” jurists. soft. multiply the meanings which can reasonably be ascribed to legislative sentences. (1) Any actual legislative language – being a natural. These proposals. Soft languages. fuzziness: a fuzziness which does not depend on purely linguistic factors.

Semantic rules are stipulations about the way a term should be interpreted. at working out interpretations of legal materials. In fact. in classrooms. pragmatic. but in that case they should make it clear). This is a very trivial statement indeed. like the man on the Greenwich bus. very broadly speaking. the standard form of a semantic rule is: “The term ‘x’ should mean ‘y’ in context C”. and in accordance with its grammatical and semantic rules. they seldom take a bus. man- . linguistic games: games played by means of a language (one might say. 3. games played on words by means of words). according to rules drawn from a long-standing argumentative tradition. Lawyers and jurists. more precisely: by means of a natural language. An “interpretive game” is an individual or social activity. by definition. Grammatical rules are stipulations about the way a certain syntactic pattern should be understood in a given context.86 They overlook artificial fuzziness and its social. Interpretive Games A “game” is. and “methodological rules”. Interpretive games are. They represent lawyers and jurists like any “ordinary speaker” of a natural language. they have good normative reasons to do so. following Wittgenstein (but in no way pretending or purporting to solve any problem of wittgensteinian exegesis). A “linguistic game”. is any social activity performed by means of language – or. Though they may be worded in many different ways. They point out its “proper” meaning as to one or more contexts of use. But linguistic theories seem to overlook this fact. any individual or social activity performed in accordance with a discrete set of rules. like fostering some kind of “linguistic naturalism” or “linguistic legalism”. are not just “ordinary speakers” of a natural language. Which rules are interpretive games played by? It is possible to single out at least three kinds of interpretive rules (using “interpretive rule” in a very broad sense). Methodological rules establish which interpretive moves are permitted. Lawyers and jurists play a different game. court-rooms and offices. “grammatical rules”. The standard form of a grammatical rule is: “The pattern s should be understood as z in context C”. while focussing on natural fuzziness only. for no apparent theoretical reason (maybe. namely: “semantic rules”. consisting in the ascription of a meaning to a piece of discourse (a sentence or a string of sentences). factors. It is time to cast some light on the sort of game it might be. busy as they are. however.

or allowed. or … n-ordered criteria. or more. (4) which grammatical rules. speaker’s genuine interests. the natural order of things. (10) which consequences follow. and when. interpreters are required. criteriaordering rules. outcomes-ordering rules. or allowed. They apply whenever interpreters. respectively. or more. or allowed. different meanings for the same utterance or inscription. (11) which interpretive attitude interpreters are required. addressee’s genuine interests. (2) which grammatical regularities. third-ordered. to follow. (12) which. and under what conditions – speaker’s intention. for instance: (a) which set of interpretive criteria. departing from. and under what conditions. for instance: (1) which semantic regularities. interpreters are required. or allowed. to assume as regards the objects of interpretation – full co-operation. and under what conditions. within the game. to make grammatical rules. criteria-ordering. (9) which interpretive outcome should prevail whenever two. if any. The interpretive rules mentioned above at point (9) are second-order. and under what conditions. uncharitable stance.87 datory. or allowed. players’ basic values. if any. if any. should be used in the first place. outcomes-evaluating rules: they establish how specific interpretations should be regarded and acted upon. or allowed. (b) in which cases interpreters are required. (5) if. out of two or more previously selected ones. from abiding by. in the light of the relevant criteriaselective. The interpretive rules mentioned above at point (8) are second-order. . by resorting to the required. etc. if any. different outcomes are identified on the basis of the established criteria. They establish. if any. etc. or violating any methodological rules. or required. within the game. interpreters are required. They establish. charitable stance. self-interest-seeking with guile. or grammatical uses. to resort to second-ordered. neglecting. and when. interpreters are required. or prohibited within a given interpretive game.. interpreters are required.. and under what conditions. hard-lined sabotage. or allowed. interpretive criteria. (8) which methodological rule(s) should take precedence over others. or semantic uses. speaker’s objective interests. The interpretive rules mentioned above at point (10) are second-order. criteria-selective rules: they directly single out which interpretive criteria are allowed. to take into account. if any. or allowed. to take into account. is the basic goal of the game. to make semantic rules. and outcomes-ordering rules. (6) if. to take into account. The interpretive rules mentioned above from (1) to (7) are first-order. have identified two. (3) which semantic rules. or allowed. to follow. or allowed. (7) which extra-linguistic criteria interpreters are required. mild cooperation. interpreters are required.

1) “L-utterances and L-inscriptions shall be interpreted according to the ordinary syntactic and semantic uses of L-words” (CSR2. Simple Games vs. or required. or voidable. i. The basic criteria-selective rules of a complex interpretive game may require. namely: semantic regularities as to the use of words. the interpretive rules mentioned above at points (11) and (12) are attitude-selective and goal-selective rules. according to the outcomes-evaluation rules of the game. “discretionally-ordered” games. any interpretation which cannot be justified on the basis of the relevant criteria-selective rules is “invalid”: i. there seems to be at least five. and methodological rules. or (b) by referring to their sources. (6) “no-reinterpretation” games. semantic rules. namely: (1) “simple” games and “complex” games. To conclude.1. (5) “separate rule-making” games and “contextual rule-making” games. for instance: (CSR1) “L-utterances and L-inscriptions shall be interpreted according to the ordinary syntactic and semantic uses of L-words” where “L” indicates the specific language referred to.e. the relevant criteria are those which may be traced back to the relevant custom. current grammatical patterns.. (4) “privileged rule-making” games and “widespread rule-making” games. By contrast. it is void. and “mixed” games. From the standpoint of methodological rules. for instance: (CSR2. grammatical rules.2) “L-utterances and L-inscriptions shall be interpreted according to the syntactic and semantic rules established by interpreter A”. to use more than one set of interpretive criteria. the relevant sets of interpretive criteria may be identified in several different ways.or will. Complex Games An interpretive game is “simple” if interpreters are allowed to use only one definite set of interpretive criteria. A few of them will be briefly considered below. The basic criteria-selective rule of a simple interpretive game may require. In the latter case.88 Finally. . For instance: (a) by singling them out directly. 3. (3) “cognitive” games and “practical” games. an interpretive game is “complex” if interpreters are allowed. “purely reinterpretative” games. different kinds of assets in any interpretive game. it is possible to distinguish several types of interpretive games. to the practice (“custom-source”) and/or to the agent(s) (“will-source”) which may produce them. (2) “stably-ordered” games. unlawful. respectively: they establish what may be called the overall “spirit” of the game. and “standard reinterpretative” games. Of course.sources.e. In simple and complex games alike.

unacceptable. crazy. Which one.1. of both stably-ordering and discretionconferring rules. as regards the complex game identified by criteria-selective rules CSR2. – from the interpreted discourse. if any. about what they said and/or have meant to say. “casual”. and CSR2. Stably-Ordered Games. Cognitive Games vs. namely: (a) information about the speakers or writers: basically. (c) Finally. If the cognitive interpreters are involved in an exchange of information with . “enlightened”. (a) A stably-ordered game is characterized by one or more outcomesordering rules. dubious. (b) information about the subject-matter which the speakers or writers have dealt with.2.1 and CSR2. “right”. the application of the established interpretive criteria may result in a variety of interpretive outcomes. In both types of game. “reflective”.3. “true”. verifiable or falsifiable assertions.2 points to different interpretive outcomes. should be preferred? Apart from “bewilderment games”. it is worthwhile distinguishing two (related) types of information interpreters may want to gather. Discretionally-Ordered Games. preposterous. – judgment. “fair”. according to some criteria-selective rule. “malicious”. 3. there might be an outcomes-ordering rule like the following: (OOR1) “If the application of the criteria referred to by CSR2. defeasible. etc. (b) “discretionally-ordered” games. on different levels and/or for different kinds of uncertainties. empowering interpreters to overcome uncertainties according to their – “ruthless”.1 criteria”.2. namely: (a) “stably-ordered” games. (b) A discretionally-ordered game is characterized by a discretion-conferring rule. “wise”. three different interpretive games may be singled out from this perspective. Perhaps. and the games come to an end there (a final outcome sanctioned by a “non liquet” statement). purporting to settle in advance any uncertainty due to different interpretive outcomes for the same piece of discourse.89 unreasonable. 3. fake. or required. Practical Games “Cognitive games” are played by interpreters willing to draw as much information as possible – as much true or false statements. to make use of. however. absurd. a mixed game is characterized by the presence. For instance.2 criteria shall prevail over whichever output resulting from the application of the CSR2. “equitable”. and (c) “mixed” games. weird. Mixed Games Simple and complex games are identified from the perspective of how many sets of interpretive criteria the players are allowed. above. whichever output resulting from the application of the CSR2. etc. etc. likely or unlikely predictions. where interpreters are prohibited to overcome such difficulties.

90 other agents. there is no necessary connection between “making rules”. which by design are different from any interest in obtaining. practical. and along time and situations within it. to such a rule-making activity are likely to vary according to each interpretive game. very roughly. informations: for instance. in “contextual rule-making” games. grammatical. thou art afoot…”). follow. etc. and methodological – interpretive rules is allowed to certain agents only: be they different agents from the actual interpreters (who take interpretive rules as something “given”– of course. fostering the Progress of Mankind. Widespread Rule-Making Games In “privileged rule-making” games. in “widespread rule-making” games. as I have pointed out in passing while dealing with widespread rule-making games. the interpretive game is part of a larger linguistic game which. may be dubbed “cognitive conversational game”. The limits. Separate Rule-Making Games vs. on the other. interpreters are empowered to make new interpretive rules while playing the game. pulling someone’s leg or making a fool of her. selling widgets to reluctant customers. as follows: (GR1) “L-utterances and L-inscriptions shall be interpreted so as to get to as many as possible cognitive statements”. Indeed. or a sub-class of interpreters. On the contrary. very roughly. By contrast. within “practical games” interpreters’ basic purpose consists in getting from the interpreted discourse the meaning(s) that better foster their interests. jailing villains. Privileged Rule-Making Games vs. with any leeway accorded by the game of interpreting interpretive rules). and forwarding. 3. promoting or hindering somebody else’s political career. on the one side.4. the basic goal-selective rule of practical games runs. arousing discontent and hatred among the populace (“Mischief. and “making binding rules”. the making and changing of – semantic. interests”. new interpretive rules may be made by the empowered agents outside of interpretive processes only. Contextual Rule-Making Games In “separate rule-making” games. winning a lawsuit. By contrast. 3. every interpreter is entitled to make new interpretive rules – though such an empowerment does not necessarily carry with it that the rules she makes are somehow binding upon other interpreters. or “cognitive conversation”. By contrast. if any. and contextually apply. .5. unless it is so established. following Grice. The basic goal-selective rule of cognitive games runs. as follows: (GR2) “L-utterances and L-inscriptions shall be interpreted so as to secure at best your non-cognitive. This means that interpreters are empowered both to make new rules. or use them. freeing wild animals from zoos.

ideal model (something of a Weberian “ideal-type”). The outcome of the re-interpretation stage is an interpretive sentence having the following standard structure: “All things considered (as to the situation at hand). may not only confirm. of the interpreters themselves and/or of other agents. On the contrary. for present purposes. or somehow depart from it. or ultimate. No-Reinterpretation Games. meaning. According to the ideal model. where interpreters do apply in turn to the same sentence several interpretive criteria. At the first-interpretation stage. sentence ‘S’ means ‘Z’ in context C”. respectively. tentative. This “final” or “ultimate” meaning: (a) represents the final outcome of the interpretive process. interpreters ascribe to previously identified and interpreted sentences a final. at once. but also modify the outcome of the first stage. Furthermore. until they reach an outcome they deem. According to the model. far from being a one-shot. The outcome of the first-interpretation stage is an interpretive sentence having the following standard structure: “At a first interpretation. Purely Reinterpretative Games. interpreters perform the following activities: (a) they identify an object as a sentence. Standard Reinterpretative Games Actual processes of interpretation – which will be roughly understood. or the same criteria repeatedly. meanings. or “All things considered (as to the situation at hand). in a (to them) familiar language. sentence ‘S’ means that Z in context C”. and resort to criteria-ordering and outcomes-ordering rules. if any. The ideal model provides a tool for classifying real interpretive processes. Indeed. an interpretive process.6. in the light of factors brought into play at the second stage. At the re-interpretation stage. sentence ‘S’ means that Z in context C”. nothing guarantees that interpreters will reach the same outcomes in both stages. the second stage should be understood as a complex. and the “re-interpretation” stage. viable and satisfactory. which may be externalized in speech or writing – may be analyzed and classified on the basis of a two-stages. (b) they ascribe to the sentence(s) a first. or multiple-stages stage. mostly mysterious and unaccountable activity. the basic idea behind the twostages structure is accounting for the possibility that interpreters. possible. sentence ‘S’ means ‘Z’ in context C”. multilayered. if any. contains two logically distinct stages: the “first-interpretation” stage. or a string of sentences. every process may be regarded as an interpretive game . as mental activities of a discursive kind. from its standpoint. or “At a first interpretation. (b) it is the meaning upon which are based the non-interpretive activities. meaning – or an array of tentative.91 3.

probably. At least three classes of interpretive games are worthwhile considering here. Each of the two passengers. a game where rule-making is privileged. though closer to the purely reinterpretative side. apparently. being not allowed to players. Interpreters do apply just one set of interpretive criteria. Grice’s Conversational Game Consider the following exchange. in these games the outcome of the first-interpretation stage is something interpreters take for granted. on the one side. as in the ideal model above. and Humpty Dumpty Rule is paramount. . the outcomes of a first-interpretation stage. (c) it is a separate rule-making game. by “noreinterpretation” games. as a two-stages process. (c) “Standard reinterpretative” games are in between the two extremes above. In these games. in the light of the distinctions introduced in the previous section. where the outcome of the first-interpretation stage is usually open to interpreters’ bound interference. (a) In “no-reinterpretation” games. respectively. (b) it is a simple game. is playing an interpretive game that. the final interpretive outcomes upon which Passenger 1 asks further questions to Passenger 2 and the latter gives her answers to the former are. 4. the interpretive process consists in a firstinterpretation stage only. interpreters are allowed to regard the sentences they interpret as belonging to a soft language.92 within a range between the two extreme types represented. on the other. in these games the outcome of the firstinterpretation stage is at the unbound mercy of the interpreters. may be characterized as follows: (a) it is a cognitive game. or unreflective way. and “purely reinterpretative” games. P1: “Which time the train for Yuma?” P2: “Noon sharp!” P1: “Which platform?” P2: “Platform 2” P1: “Any fourth-class wagon?” P2: “Just behind the tender!”. (b) In “purely reinterpretative” games. Accordingly. Accordingly. spontaneous. in such a way that the interpretive outcome may even be regarded as something they get in a mechanical. where ordinary syntactic and semantic regularities are taken into account as the only viable interpretive criteria. (e) it is a no-reinterpretation game (or something very close to this extreme type): in fact. besides being involved in an ordinary conversation game. the interpretive process can typically be depicted. at least on the part of Passenger 1. (d) it is.

information”). however. clearly echo some wellknown principle of “discursive rationality”: Alexy 1978. the principle of “clarity” requires each player to answer in a plain language. “Gricean” Interpretive Maxims The Gricean maxims above. are meant to direct the behavior of any participant to a cognitive conversation. (3) The principle of “strict-pertinence” requires each player to abstain from any digression (“You shall not digress”). or confusing expression (“You shall provide plain. and foremost. namely: (1) the principle of “full and sufficient answer”. maxims (which. “Gricean”. untidy. easily understandable. Which maxims may we reasonably suppose to work as their interpretive. is going to reply. way. (2) the principle of “sincerity”. The first. one may perhaps assume a “principle of interpretive cooperation”. When the purpose of the linguistic transaction consists in the exchange. ruled by certain “maxims”. (3) the principle of “strict-pertinence”. maxim is the “principle of co-operation”. the information required”). according to which: the contribution of each participant to the conversation ought to conform to what is required by the purpose. of the linguistic exchange to which she is a part. it may be useful to profit from some ideas of Paul H. (1) The principle of “full and sufficient answer” requires each player to provide all the information required. (4) the principle of “clarity”. or one-sided forwarding. each participant is also subject to the following. or unsound. (2) The principle of “sincerity” requires each player not to provide informations she knows to be false. Grice (Grice 1967). (4) Finally. or for which she does not have enough evidence (“You shall not provide knowingly false. 4. who. Grice’s Maxims From Grice’s perspective. avoiding any obscure. answers”). of pieces of information. Let’s have a look at them. according to which: each participant to the conversation ought to in- . counterparts? To begin with. vague. Aarnio 1987). any conversation like the one above may be understood as a “co-operative transaction”.1.93 It is worthwhile focussing on the interpretive rules which make of this conversation (something very close to) a no-reinterpretation game. and only the information required – like the oath witnesses do take in front of a trial-court (“You shall provide all. more specific. and only. To do so. having previously interpreted somebody else’s discourse.2. apparently unreflective. 4. ambiguous. where interpreters seem to ascribe meanings in a quasi-mechanical. or the accepted thrust. by the way.

or has good reasons to presume. the man on the Greenwich bus does not have a say in the process. sentences of her own (“You shall provide plain. violated. (3) the principle of “strictly-pertaining interpretation”. jurists. and judges – apparently. having their sources in legislative enactments. (3) The principle of “strictly-pertaining interpretation” requires each player to abstain from “reading” into other people’s sentences any unnecessary content (“You shall not over-interpret”). . more specific. or otherwise non-co-operative. enforced. a discretionally-ordered game. the everyday practice of judicial interpretation of statutes – i.. easily understandable. interpretations”). the making of interpretive rules is usually reserved to legislators. eluded. (2) the principle of “sincere interpretation”. Furthermore. (b) it is. or clearer. In fact. – appears quite different from an ordinary-conversation interpretive game. or the accepted thrust. of the linguistic exchange to which she is a part (“You shall not provide knowingly uncharitable.94 terpret what other participants say in ways which are on line with the purpose. and judicial opinions. Statutory Construction Through Gricean Eyes From the perspectives of interpretive games and Gricean maxims. etc. interpretive maxims: (1) the principle of “full interpretation”. derogated. nothing excluded (“You shall interpret the whole set of sentences to which you have to reply”).e. was not intended by the speakers. such a game may be characterized as follows: (a) it is a complex game: judges are required and/or allowed to take into account several sets of interpretive criteria. one may perhaps assume the following. usually. where at least some uncertainties as to the “proper” final interpretive outcome are overcome by discretionary judicial decisions. Accordingly. challenged. interpretations”). the principle of interpretive co-operation may be understood as a general principle of interpretive fidelity to the game. (2) The principle of “sincere interpretation” requires each player to abstain from ascribing to other players’ sentences any meaning which she knows. the principle of “clear interpretation” requires each player to translate other players’ sentences by means of clear. declared unconstitutional. 5. (4) Finally. Accordingly. the “game” being played by judges any time there are statutes to be applied. juristic proposals. declared void. the principle of sincere interpretation may also be conceived as an interpretive principle of fidelity to speaker’s intention (“You shall not knowingly misunderstand what other players say”). (1) The principle of “full interpretation” requires each player to take into account every part of the discourse to be interpreted. (c) it is a privileged rule-making game: indeed. (4) the principle of “clear interpretation”.

I said that in the second stage. the one I happen to know a little (Chiassoni 1999.. “Interpret so as to make the rule you apply the element of a consistent and coherent whole”. V.95 (d) it is a contextual rule-making game: at least. where judges ought to “discover” the true meaning of statutory sentences. or legally correct.e. they usually make new interpretive rules while interpreting. providing the normative basis of the internal justification of a decision. Indeed. to pursue while interpreting statutes? Apparently. Which purpose are judges allowed. one may single out the following rules – which. the interpretive outcome is “proper” as an outcome of a re-interpretation stage. Aarnio 1987. also in the light of reasons like “Do not betray people’s expectations. or finally established. “Interpret so as to give effect to legislative intent”. so far as judicial interpretive rule-making is concerned. general rules. or required. it seems difficult to deny that their interpretive game about statutes is a practical game. that judicial interpretation of statutes is a cognitive game. compatible with the need to present their interpretive outcomes as imposed. interpretation of the applied legal sources. What about judges? Even assuming. or in order to get to some interpretive outcome. Wróblewski 1992). That seems to be the case also in front of judicial decisions grounded on “isomorphic” normative premises: i. from a theoretical perspective. Indeed. the basic purpose is getting to the “proper”. which either are identical with legislative sentences. cannot be answered but with reference to some real interpretive game. Summers 1997). where literal interpretation is confirmed. to pursue within the game. which are its basic methodological rules? Such a question. (e) it is (something very close to) a standard reinterpretative game: a game where the interpretive process may be conceived as a two-stages process. interpreters may confirm. according to the purpose they are allowed. meaning (Makkonen 1965. even in isomorphic cases. or required. the paramount rule is a “principle of prudent interpretive judicial freedom”: judges are empowered with the maximum interpretive liberty. ch. While dealing with reinterpretative games in general (§ 3. I suspect.). As regards to the Italian legal system. “Interpret so as to take into account the history of the legal text”. Is it a cognitive or a practical interpretive game? So far as lawyers and jurists – at least for a relevant part of their activity – are concerned. or are anyway assumed to represent their plain. or literal. totally change. are not very far away from the rules of other Western legal systems (see MacCormick. or modify the outcome of the first stage. characterized by interpreters’ bound interference with the outcome of the firstinterpretation stage. To begin with. etc. for the sake of the argument.6 above). or . unless you have good reasons to do so”.

and/or (d) to the objective will. Let’s have a look at a few of them. 1. Such a principle. and principles of “the system” (“You shall not interpret legislative sentences as utterly isolated pieces of discourse”). (3) The legal principle of “fidelity” runs roughly as follows: “According to your stable preferences (which. (3) the legal principle of “fidelity”.96 anyhow drawn. enjoins interpreters from “derogating” parts of the legislative discourse.. (1) The legal principle of “full interpretation” requires judges to take into account every part of the legislative document they are supposed to interpret. and ordinary-conversation construction. the argumentative needs and bounds of the moment. The systemic interpretive principle is traced back to Roman law. and establishes the presumption according to which statutes do not contain anything worthless (“You shall interpret the whole text of the statute you have to apply”). or some combination of the two. where it was worded in the following terms by Celsus: “Incivile est nisi tota lege perspecta una aliqua particula eius proposita iudicare vel respondere” (D. and/or (b) to the historical intention of the legislator. and/or (g) to the supreme values embodied in the constitutional document as the founding fathers would have understood them right now. It is. of the law itself at the time it has to be applied. from legal materials. and/or (e) to the objective will. on the one hand. also known as “totality rule”.”. a very different maxim from the Gricean “principle of interpretive cooperation”. showing quite a gap between statutory construction by judges. and/or (c) to the counter-factual intention of the legislator. (4) the legal principle of “clear interpretation”. on the other. of the law itself at the time it was enacted. may even include a stable preference for the triumph of justice). and/or (h) to the supreme objective values embodied in the constitution. 3. (2) the legal principle of “contextual” or “systemic” interpretation. namely: (1) the legal principle of “full interpretation”. 24). Further. some of which – at least from certain perspectives – would seem no “cooperative” at all. on the same footing as the Gricean maxims above. etc. interpret legislative sentences so as to be faithful: (a) to the letter of the law. according to the principle Iudex iudicare debet secundum ius (“The judge ought to adjudicate according to the law”). etc. it allows for a wide range of interpretive attitudes and goals. of course. . more specific. rules may be singled out. apparently. Indeed. or purpose. (2) The legal principle of “contextual” or “systemic” interpretation requires each judge to interpret any legislative sentence in the light of the other sentences. and/or (f) to the supreme values embodied in the constitutional document as understood by the founding fathers. or purpose. rules.

Reidel. Comunità. ARSP-Beiheft 53. is nonetheless misleading insofar as it is conceived as telling the whole story about the way statutory construction is being performed.L. Bulygin. . like the one I have outlined above. scetticismo. A Theory of Legal Argumentation. pp. and Discursive Commitment. The Theory of Rational discourse as Theory of Legal Justification. it seems worthwhile having a picture richer in details. 927]. tr. Alchourrón. Uberto (ed. Análisis lógico y derecho. Carlos E. pp.. Neumann. S. II. Studi in memoria di Giovanni Tarello. Bulygin. Cambridge / London. Franz Steiner.). statutory interpretations”). Expert Systems in Law. though by no means incorrect. Robert (1978): Theorie der juristische Argumentation: Der Theorie des rationalen Diskurses als Theorie der juristischen Begründung. jurists. 121-161. sentences of their own. in Martino. here and now. Milano. by judges. 11-22. 287-324. Madrid. Giuffrè. such a picture may be provided from an interpretive game perspective. Centro de Estudios Constitucionales. giochi interpretativi. and lawyers. Diritto e analisi del linguaggio. Aulis (1987): The Rational as Reasonable.VV. Norberto (1950): Scienza del diritto e analisi del linguaggio. vol. North-Holland. Eugenio. Harvard University Press. 6. in Alchourrón. Concluding Remarks Linguistic theories purport to challenge the specificity of statutory interpretation. Gianformaggio. 11-35. Perhaps. Antonio (ed. Carlos E. in Koch. 1994. 303-328 [also published as: Limits of Logic and Legal Reasoning.97 (4) Finally. Amsterdam-London-New York-Tokyo.. Bulygin. Chiassoni. Torino. pp. pp.). or clearer. eng. according to the circumstances (“You shall provide plain.). References Aarnio.. Ulfrid (eds. Hans-Joachim. easily understandable. Cognition and Interpretation of Law. in AA. 1989. Clarendon Press. Eugenio (1989): Los límites de la lógica y el razonamiento jurídico. 1995. 1976. Paulson (eds. Bulygin. Eugenio (1991a): Cognition and Interpretation of Law. Milano. Dordrecht-Boston-Lancaster-Tokyo. Reasoning. Even at the rarefied level of legal theory. the legal principle of “clear interpretation” requires judges to translate legislative sentences by means of clear. 1992. Giappichelli. Bobbio. Eugenio (1991b): On Legal Interpretation.). in Scarpelli. Praktische Vernunft und Rechtsanwendung / Legal System and Practical Reason. Stuttgart. pp. A Treatise on Legal Justification. pp. Brandom. Pierluigi (1990): L’interpretazione della legge: normativismo semiotico. Robert B. I tried to suggest that their picture. (1994): Making It Explicit. Alexy. Oxford.. 1991. Representing. and profiting from linguistic outlooks unbiased towards assertions. in L.

pp. Summers. 1968. Riccardo (1998): Teoria e dogmatica delle fonti. Makkonen. Aleksander. Barcelona. Ariel. Bruxelles.).). 11. forthcoming in Comanducci. Paul H. anche in Scritti in memoria di Widar Cesarini Sforza. 1985. pp. Paolo. Osservazioni sulla «parte descrittiva» degli enunciati precettivi. Presses Universitaires D’Aix-Marseille. Tarello. Peczenik. Richard M. Dartmouth. (1961): The Concept of Law. Pierluigi (1999): La giurisprudenza civile. in P. Giuffrè. Neil D. Hare. Dipartimento di Cultura Giuridica “Giovanni Tarello” (Genoa. Giovanni (1974): Diritto. Turun Yliopisto. Moreso. Marcelo. Studi di teoria e metateoria del diritto. in Hare. Apunte para un debate. pp. Dordrecht / Boston / London. Bologna. Milano. 1999. interpretación y proposiciones normativas.. Giuffrè. Harvard University Press. 24-44.. 1985. Hart. Herbert L. Richard M. Milano. Guastini. pp. 1997). A Comparative Study. Turku. (1949): Imperative Sentences. unpublished presentation at the “Jurisprudence Workshop”. Robert S (eds. Riccardo (1985): Produzione di norme a mezzo di norme. Centro de Estudios Políticos y Constitucionales [also published as: Legal Indeterminacy and Constitutional Interpretation. Moreso. Giuffrè. Riccardo (1995): Interprétation et description de normes. 51. Studies in the Way of Words. Jerzy (1988): Transparency and Doubt: Understanding and Interpretation in Pragmatics and in Law. pp. Il Mulino. in Grice. Pierluigi (1998): L’ineluttabile scetticismo della “scuola genovese”. 1985. Ricerche di giurisprudenza analitica. Macmillan. nuova edizione. (1952): The Language of Morals. Uberto (1959): Contributo alla semantica del linguaggio normativo. Milano. Guastini. 7-31. December 15. 203224. José Juan (1997a): La indeterminación del derecho y la interpretación de la Constitución. Giappichelli. 1999). Studi di teoria e metateoria del diritto. Scarpelli. pp. enunciati. Oxford. Moreso. José Juan (1997b): Significado. Guastini. Clarendon Press. Kluwer. Giovanni (1968a): La semantica del neustico. Soler. Madrid. (1967): Logic and Conversation. Wróblewski. Tarello. Sebastián (1962): La interpretación de la ley. Hare. Clarendon Press. MacCormick. in Tarello (1974). Metodi d’interpretazione e tecniche argomentative. Jerzy (1985): Fuzziness and Transformation: Towards Explaining Legal Reasoning. 329-361. unpublished presentation at the “Jurisprudence Workshop”. Guastini. 7. Giuffrè. Riccardo (1996): Distinguendo. May 20. 1971. Milano. Amselek (ed. Eine strukturanalytische Studie. José Juan (1999): De nuevo sobre la Vigilia. Cambridge-London.) (1991): Interpreting Statutes. . 1998]. A modo de réplica a mis críticos italianos. Analisi e diritto 1998. 1-21.A.98 Chiassoni. Torino. Giuffrè. Riccardo (eds. Dipartimento di Cultura Giuridica “Giovanni Tarello” (Genoa. in «Law and Philosophy». usi. in «Theoria». 22-40. Giovanni (1980): L’interpretazione della legge. pp. Richard M. Giappichelli. Dascal. London. Interprétation et Droit. Bruylant. Paul H. 761-795 (con titolo senza sergenti) [il saggio è apparso originariamente nel 1965]. in «Informatica e diritto». Chiassoni. pp. Milano. Torino. 1989. Tarello. 89-101. Kaarle (1965): Zur Problematik der juridischen Entscheidung. Oxford. Practical Inferences. Grice. Guastini. Wróblewski. Aldershot-Brookfield-Hong Kong-Singapore-Sydney.

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from the very beginning of their books. they solve it differently.. for the first time. See also B. may be thought of as part of life in general and hence of nature. 1 J. Giappichelli. It seems to me that both authors are facing almost the same problem. because society. p. In the following. Searle. Filosofia analitica 1996-1998. a cura di P. but.. an administrative Testo rivisto della relazione presentata al congresso su “The Nature of Social and Institutional Reality”. Berkeley-Los Angeles-London. Penguin Books. Fatti istituzionali e fatti convenzionali.] the clean delimitation between nature and society is not easy. D. 2 H. understood as the actual living together of humans beings. Ricerche di giurisprudenza analitica. The Construction of Social Reality1 I was amazed by the similarity between the starting point of this book and the starting point of Hans Kelsen’s Pure Theory of Law2. Celano. Guastini * . Comanducci. 3 Ibid. For if you analyze any body of facts interpreted as “legal” or somehow tied up with law. Milano. P.). Introduction When I began to read. Searle. the differences between the solutions they propose are not so deep as it may appear at a first sight.). transl. Marconi. Fatti istituzionali: la teoria di J. probably.. writes: «[.. Kelsen.] seems at least partly to be rooted in nature and to have a “natural” existence. The Construction of Social Reality (1995). 396-403. Analisi e diritto 1997. in M. Guerini e Associati. I will critically compare their solutions. Pure Theory of Law (1960). Searle: A Tale of Two Constructivists* 1. law [. whether law is a natural or a social phenomenon»3. in P. 17-19 giugno 1999.. Prospettive teoriche e revisioni storiografiche. Celano. Besides. London. Knight. University of California Press. 1996. 2. University of Jyväskylä (Finlandia). 1998. Department of Social Sciences and Philosophy. Guastini (eds. R. 1998. facing the question «whether the science of law is a natural or a social science. in the second edition of Pure Theory. R. Di Francesco. Analisi e diritto 1999. B. 1978. by M. R. such as a parliamentary decision. Comanducci e R. cf. pp. Parrini (eds. 19-54. pp. Torino. and then I will contrast both of them with Alf Ross’s alternative. Even though.Paolo Comanducci Kelsen vs. Kelsen. For a critical assessment of Searle’s book.

[. as in Searle’s one. more specifically. some raise their hands. for. in so far as this cognition is a shared. a contract. in a sense. Giappichelli.. Kelsen. this means they have concluded a legally binding contract. in the same sense.. explained and classified. Its meaning is that a statute is being passed.] explicitly recalls Finn Collin’s characterization [. according to the classification of different kinds of constructivism recently established by Vittorio Villa5. 5 Cf. a judgment. and. it is. In Kelsen’s theory. however. who. not only by a mere natural fact (“brute” fact in Searle’s terminology). Collin. that constructs it as a social (or legal) fact. forthcoming. however. an act or series of acts – a happening occurring at a certain time and in a certain place. and the paths of the two authors diverge. in another sense. and the contrasting answers they present to the so called question of “institutional reality”. Torino. A merchant writes a letter of a certain content to another merchant. concerning the scope of their theories. Introduction to the Problems of Legal Theory (1934). Routledge. Clarendon Press. Social Reality.. legally. social facts are. the meaning conferred upon the act by the law. by our consensus about its nature. 2-3)». 1997. two elements are distinguishable: one. make speeches. by the way we explain it to each other. others do not – this is the external happening. two. collective one” (F. legally this external happening means: a judicial decision was passed. he was interested in explaining legal phenomena only – is constituted. Here. the legal meaning of this act. Ibid. but. both Kelsen and Searle could in fact be considered as constructivists. Social facts are thought to be a product of the very cognition.102 act. Villa. Litschewski Paulson and S. a norm that ascribes to a natural fact such specific social (or legal) “meaning”. the distinct kinds of constructivism they endorse. pp. pp.] of the thesis according to which “social reality is somehow generated by the way we think or talk about it. 8-9. “social” constructivists. We can notice. For example: People assemble in a large room. but by a further element too: its specific social (or legal) “meaning”. perceived by our senses: an external manifestation of human conduct. 1992. in turn answers with a letter. V. natural facts (and then legal science could be reduced to natural science).] A man in a robe and speaking from a dais says some words to a man standing before him. that is. 4 . the first edition of Reine Rechtslehre: H. by B. at bottom. Costruttivismo e teorie del diritto. or a crime. London. For Kelsen too. Somebody causes the death of somebody else. In the next section I shall focus on three main differences. Villa writes that this label «[. transl. this means murder»4. the analogies between the two theories fall short. as for Searle. they are not reducible to natural facts. 1999. the very intellectual processes through which they are cognised. Oxford. From what I have said so far. unlike Searle. some differences between Kelsen and Searle. the law is created. from Kelsen’s perspective... and by the concepts we use to grasp it. Paulson. This is so because every social fact – legal fact. Cf.. L..

9 Ibid. Kelsen presents. 106. Kelsen writes of his own theory: «It characterizes itself as a ‘pure’ theory of law because it aims at cognition focused on the law alone. Introduction to the Problems of Legal Theory. 7. Tübingen. c) Thirdly. Therefore. Kelsen. b) Secondly. 1911.] the law – the sole object of legal cognition – is norm»9. 11. the fundamental antithesis between Sein and Sollen. Kelsen wants to purify also the object of legal theory. The division between causal and normative sciences – hence the difference between sociology and legal theory – reflects. it seeks to know the real and possible. p. Pure Theory of Law. p. quot. Tübingen. he carries out (at least) a triple “purification”: a) To begin with. p. respectively. religious or moral evaluation: «[. Kelsen’s aim is to build up a pure theory of law. and in Über Grenzen zwischen juristischer und soziologischer Methode. Mohr. from any political. In this sense.. not as it ought to be. .103 2..] the Pure Theory has an outspoken anti-ideological tendency. Kelsen. quot. Mohr. in Kelsen’s opinion. The scope of their theories The first sharp difference refers to the aims and scope of Kelsen’s and Searle’s theories. Some differences between Kelsen and Searle 2. 1911. Kelsen restrains the scope of his analysis to legal norms only: «The obvious statement that the object of the science of law is the law includes the less 6 7 H.. for the first time. logic and grammar)7.. the “right” law. a theory of legal positivism»6. and consequently. 8 H. these ideas in Hauptprobleme der Staatsrechtslehre entwickelt aus der Lehre vom Rechtssatz.. Thus. provided that «[. Kelsen aims at avoiding any methodological syncretism – that is the combined use of tools proper to different disciplines –. Kelsen wants to avoid methodological syncretism between sociology and legal theory: the first one belongs to the causal sciences (together with natural sciences and history).1. The Pure Theory exhibits this tendency by presenting positive law free from any admixture with any “ideal” or “right” law. that is from any value judgement.. especially in the field of social sciences. and because it aims to eliminate from this cognition everything not belonging to the object of cognition. Kelsen wants to purify the methodology of legal theory from any influence of different sciences. where only the methods of inquiry could draw a line between disciplines having the same object. precisely specified as the law»8. In particular. is and ought. As it is well-known. Kelsen wants to purify legal theory from any ideological element. The Pure Theory desires to present the law as it is. not the “ideal”. that is. the Pure Theory is a radical realistic theory of law.. while the second one belongs to normative sciences (together with ethics.

Social Ontology and the Philosophy of Society. pp. on the other hand. as relations constituted by legal norms. has a more ambitious aim and a broader scope than Kelsen’s. It is true that we cannot compare Searle’s and Kelsen’s theories as such. To comprehend something legally means to comprehend something as law. 1969. 12 Cf. New York. that is. R. 20. 1983. J. pp. therefore. in my view. Pure Theory of Law. in “Analyse & Kritik”.-London. J. for at least three reasons. J. being concerned with all social facts. of phenomena which do not seem reducible to the phenomena described by natural sciences. Cambridge. Accordingly every social fact constitutes the scope of Searle’s theory: not only legal facts – as in Kelsen’s pure theory –. Searle.. quot. to many legal concepts and institutions. Like a great fresco. The science of law endeavors to comprehend its object “legally”. MIT Press. 70. but also those labelled. this is not the case. But. as examples of social facts. Second. 1998. Kelsen.. First. 143-58. Interhuman relations are objects of the science of law as legal relations only. the explanation of the legal dominion is not a matter of secondary import in Searle’s work: not only because he often refers. that is. The three theories purport. in our unique world. Social Ontology and the Philosophy of Society. Searle. that the two theories differ too much to be compared. Searle’s work now includes a theory of speech acts12. Cambridge-New York. Cambridge University Press. Cambridge-New York. R. The Rediscovery of the Mind. Cambridge University Press. having different aims and scope: but we can compare them in so far as both offer an explanation of the legal dominion. R. because he maintains that his analysis «at bottom is about power»14. Searle. quot. about power relations in H. 156-57: «We are talking about how society organises power relations. J. economic. to provide an answer to the puzzling existence. as a whole. It seems. 1979. 14 J. 1992. Mass. J. 143.] centering essentially around questions of social ontology»11. Expression and Meaning: Studies in the Theory of Speech Acts. 13 Cf.104 obvious statement that the object of the science of law is legal norms. namely from the viewpoint of the law. is consequently concerned with legal facts. and chiefly. as political. R. R. for example. Intentionality: An Essay in the Philosophy of Mind. but also. to the extent that human behavior is the content of legal norms. p. but human behavior only to the extent that it is determined by legal norms as condition or consequence. at p. Searle. too. It normally does it through the in11 10 . He wants to build up a «philosophy of society [. a theory of mind13 and a theory of social reality.. R.. in other words. Searle. Searle. John Searle’s work. as legal norm or as the content of a legal norm – as determined by a legal norm»10. Searle. and moral ones. Cambridge University Press. Speech Acts: An Essay in the Philosophy of Language.

Searle. whether facts exist and/or how facts are. Third. Constructivism has to do with one’s ontology and epistemology. the existence and/or the essence of things. The Construction of Social Reality. even if. what is the nature of things that do exist. You have to have the ability to buy and to sell. and defines it as «the view that reality is socially constructed. Etymologically. on the other hand. using an old-fashioned terminology. social reality included (if any). it is not an answer but the beginning of an answer. So. in fact. Searle. Social constructivism and scientific constructivism Both Kelsen and Searle seem to be constructivists..2. The differences between Searle’s and Kelsen’s constructivisms. But what kind of constructivists are they? To name both of them “social constructivists”. Ontology studies. 15 Searle labels this position as “social constructionism”. This label. a realistic ontology: there is a world outside. it does not exhaust them. b) how it is what there is. And all of this is designed precisely to intersect with other elements of the society. and it is one world. ontology is the study of what is. They share. is observerdependent15. That’s what we have the system for. the “being” and/or the “is”. Well. who think any kind of reality. natural reality included. But. Kelsen’s theory. So. i. do not explicitly distinguish the two meanings of ‘ontology’ – share a similar ontology. from radical empiricists. Somebody is the boss and somebody else an employee. 183. is used for keeping them apart: on the one hand. that is the reason for the interlocking complexity. of course. And there is no doubt that law has much to do with power relations. in both meanings of the word. lay more at the epistemological level than at the ontological one. that what we think of as “the real world” is just a bunch of things constructed by groups of people». is observer-independent. to store value in the form of money as payment for services rendered. e. from radical constructivists.105 society. from the point of view of a legal philosopher. . in power relations». it is interesting to test the impact of Searle’s philosophy of society in the legal field. on this stitution of status function. I guess Kelsen and Searle – who. in my opinion. in order to have money you have to have a system of rights and obligations. which things do exist. somebody is an elected president. J. “what is” means. R. because. exactly comparing it with the most important legal theory of our century. p. and. who think any kind of reality. It is designed and has developed to enable people to cope in complex social groups. alternatively or cumulatively: a) what exists. 2. quot. somebody is defeated and so on. as we have done above. since classical philosophy. in the sense of ‘ontology’ as the study of the existence of things. in my view.

155.. H. is more explicit than Kelsen. If they are dualist in epistemology. the basic norm as represented by the science of law may be characterized as the transcendental-logical condition of this interpretation. 8. There is not time enough. their essence. could subscribe Searle’s external realism. is independent of our representations: ontologically objective things (simplifying: nature) are described by natural sciences. Searle. for example. the idea that. that is. their essence. according to Kelsen. without serious difficulties. On the other hand. p.. For example. the sciences which use as explanatory tool the principle of causality.. their dualism is rather different. Pure Theory of Law. on the 16 17 Ibid. the sciences which are concerned with what is (by nature or by convention). in terms of Searle’s ontology. I guess.. is dependent on our representations: ontologically subjective things (simplifying: society) are described by social sciences18. p. p. 18 Cf. by neo-kantianism. esp. 44. we could affirm that. On one hand. now. if it is permissible to use by analogy a concept of Kant’s epistemology»20. on the other hand. Searle’s epistemology looks different from Kelsen’s. as in the case of “basic norm”: «Insofar as only the presupposition of the basic norm makes it possible to interpret the subjective meaning of the constitution-creating act (and of the acts established according to the constitution) as their objective meaning. however. ibid. that is «[. 19 Cf. the kelsenian use of a priori categories as conditions of intelligibility of legal facts qua legal facts. the sciences which are concerned with what ought to be. would not accept. p. but also the latter. quot. as objectively valid legal norms. Kelsen distinguishes between causal and normative sciences: on one hand. 202. I insist: both Kelsen and Searle are social constructivists since they affirm that social facts are “constructed” by men.106 subject matter. that has the function of guiding human behaviors. The «mode of existence»17 of the first ones. Both Kelsen and Searle are nonreductionists. in the second edition of Reine Rechtslehre. . Both share.. pp. I believe. Cf. among what exists. 20 Ibid. but I guess that Kelsen’s ontology could be translated. since they do not believe that (the language of) natural science suffices for a description of the whole reality.. Kelsen. there are ontologically objective things and ontologically subjective things..] the view that there is a way that things are that is logically independent of all human representations»16. to do it. still influenced. ibid. and they are not completely reducible to natural facts. The «mode of existence» of the second ones. 190-91. the law is a complex network of brute facts to which we have imposed the status of “normative coercive order”19. in the sense of ‘ontology’ as the study of the essence of things.

Ibid. that are “constructed” by legal science qua its object of inquiry. because are dependent on human acts. is the dualism between natural sciences (the language of physics and chemistry) and social sciences. theory-dependent terms. Searle too would be an epistemological constructivist: for example. rather. pp. puts together. 449-58. R. The first level is that of legal materials. J. 1997. quot. to describe reality. from an epistemological point of view. at pp. natural sciences and empirical social sciences. 23 But not a radical one: cf. and sometimes it enters in a state of tension with them. The interpretation I am providing may look “strained”. has constitutive character – it “creates” its object insofar as it comprehends the object as a meaningful whole. It is fundamentally different from the creation of objects by human labor or the creation of law by the legal authority»22. 75-91. becomes a unitary system.107 other hand. Unless we are using ‘constructivist’ in a very weak sense. Villa. nor are they linguistic entities. like any cognition. the sciences which use the principle of imputation21. Kelsen. philosophy of society. is also an epistemological constructivist23. because they use. in conclusion. they are conditions. a language partially “constructed” or reconstructed by themselves. but I would say that there is. p. created by the legal organs. p. 2. in his work. “fact”24 and “action”25 seem to me. a scientific one: it is legal science. In my opinion. The Construction of Social Reality. not people at large. But this “creation” has a purely epistemological character. 455-56. R. perhaps. therefore. J. V. 24 Cf. quot. Responses to Critics of The Construction of Social Reality. that is. The second level is that of legal norms.. Costruttivismo e teorie del diritto. on the contrary. Kelsen. . In this weak sense. who “constructs” legal reality. that is the legal order and legal norms. Just as the chaos of sensual perceptions becomes a cosmos. 25 Cf.. particularly.. 21 22 Cf. through the cognition of natural science.] true that. or. ibid. LVII. specifically. at least in his long neo-kantian phase. in “Philosophy and Phenomenological Research”. and. in Kelsen’s epistemology. Searle. 211: «On this account facts are not complex objects. with descriptivistic attitudes. we cannot label Searle as an epistemological constructivist. the science of law as cognition of the law. according Kant’s epistemology. and they are described by social sciences. Searle’s dualism. the idea of “two levels of reality”. a legal “order”. 72. according to which all scientists and philosophers would be so. seems to be a constructivist also from the epistemological point of view: «It is [. pp. in his maturity works. This kelsenian constructivism lives together. so the multitude of general and individual legal norms.. they are conditions in the world that satisfy the truth conditions expressed by statements». through the science of law. Searle. And he carefully distinguishes both of them from legal science. “nature” as a unified system. besides being a social constructivist. Kelsen. that are not “constructed” by legal science: they are a product of social construction..

26 I am following here the standard English translation of the German word Sinn. the law is created». in his criticism. and their objective legal meaning (the enactment of a statute). But one thing we can learn from my account is that this is false. The fact that the actions are different will indeed generate different descriptions because there are different facts that the descriptions must describe. cannot be transcended –. is not here the translation of the German word Bedeutung: Kelsen is not speaking of a semantic notion. The fact that those physical movements count as the action of scoring a touchdown can only exist because of the rules of football». for Searle. In one case movements of a certain physical type constitute the action of scoring a touchdown. There is hence a family resemblance between the two positions. that an “action per se” is just a physical movement and that everything else is “relative to a description”. from an essence-relative ontological point of view. Furthermore. as I said above. But. 2. Ruben simply assumes that “same physical movements” implies “same action”. Different true descriptions correspond to different actions. there are some differences left in Kelsen’s and Searle’s nonreductionisms. certain physical entities. This resemblance is concealed by the different epistemological approach of the two authors and by the different lexicon they use.108 the meaning of which is constructed inside the very theory he works out. it is not only false but question begging to identify action with bodily movement alone because the distinction I am making is that between actions which are made possible by the existence of the rules and those which are not. basically. Those acts of will – in Kelsen’s words – have the objective legal meaning of the enactment of a statute because they conform with the con- where he affirms that David-Hillel Ruben. these “things” are for Kelsen. I shall try to show briefly a few similarities and differences in their positions on the puzzling question of institutional reality. Nevertheless. . ‘Meaning’. physical entities.3. some “brute” facts. on the other hand. and not completely reducible to. in a sense. on the one hand. Facts and norms Kelsen and Searle agree. institutional facts. namely. that there are in the world “things” different from. others do not – this is the external happening. radical linguistic differences usually make us to believe that there are radical differences in the two authors’ ontologies. We have certain human acts. as it is used in these contexts by Kelsen. Since it is impossible to deal with ontological questions without using language – language. meanings26. «makes a mistaken and question begging identification between physical movements and actions. Let us consider the passage by Kelsen I quoted above: «People assemble in a large room. In the other case movements of the same physical type do not. make speeches. Its meaning is that a statute is being passed. some raise their hands. If we limit our inquiry to the legal field – for the reasons mentioned above –. Same movements different actions. basically. this is not the case.

is “If X. If that norm had not existed – or if it had not been valid. Kelsen. it was not an administrative directive but a delict. Objectively. When members of a secret society. the validity of a norm – its «specific existence» in Kelsen’s words – attributes an objective legal meaning to the acts that conform to its content. 9-10: «It is necessary. then X does not count as Y. but the institutional fact Y would not exist. 27 28 H. the structure of a rule. that is. Namely. Searle. according to Searle. Therefore. Introduction to the Problems of Legal Theory. Now I would focus on two main differences. would say that “X (those human acts) count as Y (enacting a statute) in C (the context of a parliamentary legal system)”. condemn to death someone they regard as a traitor. then Y ought to be”. that these events have this ‘meaning’). however. ibid. If collective intentionality does not obtain. according to Searle. and instruct their agent to kill the condemned party. of guiding behaviours. The structure of a norm. pp. collective intentionality – the shared belief that Y is enacting a statute – constructs the institutional fact Y. The act of the famous Captain from Köpenick was to have been – its subjective meaning – an administrative directive. a) According to Kelsen. p. two different facts. given X. They call it that. Till now I have stressed some similarities between Kelsen’ and Searle’s solutions. says simply that the material facts as a whole correspond to certain provisions of the constitution. for example. quot. two different meanings28. the content of an actual event corresponds to the content of a given norm»27.. then. according to Kelsen. with the associated function. and not the carrying-out of a death penalty. intending to rid their country of undesirables. and that the result of their activity is a statute (in other words. subjectively. And this is so even though the external circumstances of the act cannot be distinguished from those of carrying out a death penalty». Objectively – in the system of objective law – the killing is murder by secret tribunal. 10. That is. . the objective legal meaning of an act depends on a (regulative) norm which has a different structure from the (constitutive) rule that. the legal system. The same acts could obtain. This is a constitutive rule that imposes the status of enacting a statute to the acts of that group of persons. to distinguish between the subjective and the objective meaning of an act. Cf. imposes status and function on a fact. in the context C. the same acts would not have had that objective legal meaning: they would only have had a subjective one. is “X counts as Y in C”. what for Kelsen is equivalent –. but need not. that could have roughly this formulation: “What is determined by the supreme original power in a society counts as the first constitution in that society”. and it constructs those acts as the enactment of a statute: «That an assembly of people is a parliament. The subjective meaning may. coincide with the objective meaning attributed to the act in the system of all legal acts.. from a dynamic point of view. as a constitutive rule. faced with the same example. Same acts. Same acts. This sharp difference can be weakened if we interpret (at least) the kelsenian basic norm. to be a pronouncement of the death penalty. they themselves consider their act.109 tent of a valid norm.

for him. this acceptance is nevertheless not sufficient to ascribe an objective legal meaning to that act31. are totally irrelevant on this point. In such a case a particular token instance would be money. Second. 30 29 . According to Searle. R. for Kelsen the sole constitutive rule (the basic norm) is a presupposition of the legal science. 32: «[. in a legal system. however. a constitutive element). Cf. social beliefs. in this case too. J. They can only determine the subjective meaning of an act. not the legal objective one. and other forms of collective intentionality are necessary and sufficient to create it». however. are regulative. It is true that for Kelsen the existence of every objective legal meaning only depends on the very existence of a valid legal norm. that for Searle too not every single act or fact should be socially accepted in order to become an institutional fact. even if we interpret the basic norm as a constitutive rule. «within systems of constitutive rules»29. p. and.110 Two differences. for Searle. Kelsen’s epistemology prevents him from taking into systematic account the notion of “efficacy” – a notion that. on the contrary. only one constitutive rule that attributes objective legal meaning to human acts. 51: «The point is that the Y term must assign some new status that the entities named by the X term do not already have. the collective acceptance. that is. a transcendental-logical condition of intelligibility of the whole legal order. would nonetheless persist. acceptance. collective intentionality. Whereas for Kelsen it seems to be neither a necessary nor a sufficient condition. quot. Searle. is a necessary and sufficient condition for the existence of institutional facts30. even though no one ever thought it was money or thought about it or used it at all». 31 It is worth to notice. p. social acceptance. all constitutive rules that contribute to produce institutional reality seem to be socially constructed and/or accepted. therefore. p. J. Searle. I would suggest. and this new status must be such that human agreement. R. that carry out the same function.. But. but it would still be money. all the rules that construct institutional facts are constitutive (or they have. The Construction of Social Reality. Ibid.. 28. we need to distinguish between types and tokens..] we need to distinguish between institutions and general practices on the one hand and particular instances on the other. at least. The Construction of Social Reality. according to Searle. all other norms. Whereas.. quot. properly belongs to causal sciences and not to the normative ones: even if collective acceptance makes effective a status and function imposition on some act. b) The above mentioned collective acceptance of the imposed status and function constitutes.. according to Kelsen there would be. and so on. A single dollar bill might fall from the printing presses into the cracks of the floor and never be used or thought of as money at all. the second main difference between Kelsen and Searle. First. the differences are less sharp than they appear at a first sight.

consists in keeping separate the belief which creates the institutional fact from the false belief which functions as justification of the first belief.111 But it is also true that. as building blocks of institutional reality. in which the second belief collapses on the first one. 2.. This is a pre-analytical condition of the existence of law that constitutes. Self-referentiality. 32 .. I guess. and they may hold all sorts of other false beliefs about what they are doing and why they are doing it»32. Ibid... In conclusion..] institutional facts being belief-dependent is not compatible with people having false beliefs about them». 47-48. As long as people continue to recognize the X as having the Y status function. which may not even be true. Some open questions Now I would point out two open questions in Kelsen’s and Searle’s theories. They do not in addition have to recognize that they are so recognizing. Celano. Searle’s strategy.. in “Analyse & Kritik”. namely the (institutional) fact that such a legal order is socially considered. the law of that society. and False Beliefs: Some Issues Concerning Institutional Facts. as it is well-known. the opposition between objective legal meanings and institutional facts. the institutional fact is created and maintained. Let us start with Searle. Collective Intentionality. The same passage is the very object of a deep and brilliant criticism by B. a very problematic point of Reine Rechtslehre. Kelsen would regard at least an important part of Searle’s institutional facts as norms or objective legal meanings of acts. he admits that collective intentionality. There are cases. 3. These questions have to do with a basic ontological tenet of both authors: the need to postulate a specific mode of existence of institutional reality.. In some passages of his book. 1999.]. on the other hand. roughly speaking. They may believe that it is money only if it is “backed by gold” or that is a marriage only if it is sanctified by God or that so and so is the king only because he is divinely authorized [. however. which creates and maintains institutional facts. in my view. some difficulties arise for Searle’s theory. as a whole. Searle would regard kelsenian norms and objective legal meanings of acts as different sorts of institutional facts. 21. could be based on false beliefs: «[. A mode of existence that would make true some statements which do not refer to physical entities. we find the idea according to which a necessary condition of the existence of a legal order in a society is its overall efficacy. The conclusion of Celano’s argument is that «[. I shall not discuss here his argument. is less sharp than it appears: on the one hand. in Kelsen’s work.] in extreme cases they [the participants] may accept the imposition of function only because of some related theory. pp. In such a situation.

Searle. If this conclusion is sound. according to which. remains but a brute fact. We do not need assuming the existence of any institutional fact to affirm the truth of these last statements. Then. that is to say it is exactly the same belief which creates the institutional fact. I suppose that Searle would agree. for example. a serious problem for Searle’s theory35. that ancient Greeks’ theory is false. even if people believe it to be a sanction imposed by God. Oxford. R. which corresponds to that institutional fact..volume III). I guess. This statement should not to be confused with other true statements. as corresponding to an institutional fact. with associated normative consequences for them. p. namely that the ancient Greeks’ belief according to which “Blindness is a divine sanction” is a false belief. which functions as justification of the belief which creates the institutional fact. Knowledge. 35 An obvious solution could be to reject the nature of institutional fact attributed. which.112 Let us take the following example. that constituted by the natural law doctrine in the antiquity. Blackwell. and Modality (Philosophical Papers . the content of ancient Greeks’ belief. atemporally false.. Searle should conclude that a statement like “Blindness of Oedipus is a divine sanction” is false. there is. H. Well. In other words. Let us suppose that. 1984. the application of a constitutive rule according to which “Blindness counts as a divine sanction” had created the institutional fact named “divine sanction”. for example. The Construction of Social Reality. and so on. XI. describe «[. “The ancient Greeks shared the belief that ‘Blindness of Oedipus is a divine sanction’”. But the very point of Searle is that institutional facts make true – in the sense of truth as correspondence – the statements referring to them.. Truth. and atemporally false. In this case. 5. I guess that Searle’s very definition of institutional facts should be partially 33 . On the other hand. “The ancient Greeks accepted the constitutive rule ‘Blindness counts as divine sanction’”. such as to be considered blameworthy. in our example. according to von Wright’s definition33 – a statement like “Blindness of Oedipus is a divine sanction”. to be marginalized. quot. that blindness is an illness and not a divine sanction. People collectively accept this rule. to the divine sanction: blindness. in the antiquity. If a divine sanction is an institutional fact. the «related theory» that justify the status and function imposition on blindness is that “Blindness is a divine sanction”. however. is just that “Blindness is a divine sanction”. 34 J. The normative background could be. G. The amazing conclusion is that the same statement (“Blindness of Oedipus is a divine sanction”) would be atemporally true. then it is true – atemporally or plainly true. in the example. for Searle. according to the paradigms of natural sciences. p. on the basis of modern natural sciences paradigms. and then the function of punishing blind persons. Cf. I guess. and so on. von Wright. which imposes to blindness (a brute fact) the status of a divine sanction. because of such a belief being false.] the most fundamental features»34 of our only world.

contrary to Searle’s explicit tenet. Krawietz. G. to argue for the consistency of Kelsen’s idea with the whole structure of pure theory. and it is atemporally true. a legal norm which might be said to be in conflict with the norm that determines its creation could not be regarded as a valid legal norm – it would be null. etc.] is a selfcontradiction. P. we meet a statement. at least according to legal realism. in Kelsen’s Stufenbau a norm is valid if and only if it was enacted by an authorized organ. quot. pp. Taking Kelsen Seriously.). From a dynamic point of view. for example between a statute and a judicial decision. in my opinion.. as well as between the constitution and a statute. because the statute conflicts with the constitution. duties. 37 Cf. Berlin. Dealing with the conflict between norms of different levels. affects Searle’s theory? modified. Is there also any solution for the analogous problem that. 267-76. in this case the statute which is deemed to be against the constitution keeps its validity till it is repealed. there is.. pp.. The problem is the following. ibid. In the legal domain.113 It seems to me that Kelsen faces an analogous dilemma when he deals with the subject matter of irregular norms. for example “The statute X is valid at time t in the legal system S” which is atemporally false.. von Wright. would be institutional facts. or whose meaning-content contradicts the meaning-content of a superior norm? If and when that statute is annulled by a competent organ (for example a constitutional court). p. even if I tried. in fact. Garzón Valdés. etc. His solution is of course highly problematic. Then. Kelsen writes: «A “norm contrary to a norm” [. that is an organ that was empowered to enact that norm by a superior valid norm. Kelsen is aware of the existence of this problem inside his own theory. Pure Theory of Law. 165-82. 1997. and tries to overcome it by resorting to the so called “tacit alternative clause”37: the question is answered affirming that the previous statement is atemporally true and not false. as in Searle’s case. duties. 36 H. what about irregular norms? What about. Here again. in E. Zimmerling (eds. plenty of cases in which people share false beliefs on the existence of supposed institutional facts (rights. Duncker & Humblot. contracts. Normative Systems in Legal and Moral Theory. a statute enacted by an unauthorized organ. contracts. The legal system is thus necessarily consistent. for example.): if blindness as a divine sanction is not deemed by Searle to be an institutional fact. because every valid norm (except the basic one) conforms to a superior one. which means it would not be a legal norm at all»36. But it happens sometimes that such a statute is not annulled and remains in force. then neither legal rights. Comanducci. H. W. Kelsen. . According to Kelsen. elsewhere38. there is no problem.. R. 38 Cf. because the statute is not (yet) repealed by the constitutional court. 267.

An alternative? Alf Ross’s approach A possible way out39. As it is well-known..] which is highly important if we are to achieve clarity and order in a complicated series of legal rules»41. Kluwer. 155. in the legal field. Tû-Tû.. 40 For a smart analysis of both Ross’ and Searle’s solutions to the question of institutional reality. And these terms are completely hollow: «[. Ross. is presented by Scandinavian legal realism and by Alf Ross. and passim. when he says: «The word “money” functions as a summary term or as a place holder for being a medium of exchange. nationality. at least: D. and serve a purpose only as a technique of presentation. p. p. would be rejecting the mode of existence of institutional facts and to reduce institutional facts to brute facts. Lewis. 1957.. Cambridge. are institutional facts40.. at p. And believing in their existence would show. a measure of value of other currencies and so on»42. 812-25. 45 Ibid. On Law and Justice. it is possible to talk with meaning about rights.] to a disjunctive plurality of conditioning facts»43. 820. a payment for services rendered. But... The Opposite Mirrors. but obviously not acceptable for Searle. 1995.] a considerable structural resemblance to primitive magic thought concerning the invocation of supernatural powers which in turn are converted into factual effects.114 4.. If we adopt this perspective. Tû-Tû. marriage. 39 . following Ross: «[. 821-22. Cf. manuscript.. these terms connect «a cumulative plurality of legal consequences [. Lagerspetz. Cf. Mass. Celano. 170 ff.. Ross analyses legal terms such as ownership. 1958. pp. without any semantic reference. institutional facts are not partially constructed by language: they simply do not exist. who deny the need to postulate the existence of institutional facts in order to formulate true statements referring to the same phenomena that. 818. E. 70. in “Harvard Law Review”. a store of value. 5. right. both in the form of prescriptions and assertions»44.] they are words without meaning. 1999. pp. There are of course other solutions: a very interesting one is offered by the conventionalist approach. Dordrecht. but also for scientists and philosophers who claim they are making true statements about them. An Essay on the Conventionalist Theory of Institutions.... Institutional Facts: The Realist Approach.. cf. Harvard University Press. And that would be so. 42 J. Convention. In my opinion. territory. for Searle. 1969. p. Nor can we deny the possibility that this resemblance is rooted in a tradition which. also A. 44 Ibid. 41 A. 43 A. Nevertheless. etc. as a «technique of presentation [. Ross. quot. quot. Searle. 821. Social Ontology and the Philosophy of Society. R. B. something like that seems maintained also by Searle. This solution. Ross. is an age-old legacy from the infancy of our civilization»45. London. not only for people who share common beliefs about such supposed institutional facts and socially accept them.. bound up with language and its power over thought. Stevens & Sons. Ross adds. pp.

. hic salta. in Searle’s opinion. Hic Rhodus. would refer to institutional facts would be but void words. without any semantic reference.115 Accordingly. the terms which.

.

337-339. voll. Moore. it. Dictionary of Philosophy and Psychology. The Logic of Vagueness and the Category of Synechism. e Id. McKeon. cit. sempre sulla medesima posizione di realismo concettuale. Wiener-F.).69-96. 748. Comanducci e R. Vagueness. Milano 1987. a cura di P. pp. e. tuttavia. Introduzione a Peirce. in “Philosophie”. si verificano anche alcuni casi-limite (borderline cases). S. in “Versus”. voce Vague. T. M. 238-250. Cambridge (Mass. Routledge. G. tr. 151-294. A causa di tali fluttuazioni dell’uso..) 1952. S. C. cit. 58 (1985). Le vague est-il réel? Sur le realism de Peirce. L’impostazione seguita nel testo è un’impostazione nominalista. M.) 1983. The Relevance of Charles Peirce. Peirce. Freeman (ed. Harvard University Press. Baldwin. Premessa Un’espressione linguistica si dice vaga allorché i confini della sua area di applicazione. p. riprendendo la tradizione stoica. Collected Papers. Analisi e diritto 1999. o paradigmatiche. Quando i membri di una comunità linguistica si trovano di fronte a un caso-limite sono intrinsecamente incerti se l’espressione considerata si applichi o non si applichi alla situazione in esame. 247-259. pp. e Id. non sono delineati in modo netto. pp. 61-63 (1992). Young (eds. accanto a una serie di ipotesi applicative non particolarmente controverse e relativamente chiare. London 1994. 54 (1981). C. Proni. Williamson. linguaggio e realtà di R. 1 Cfr. attuale o meramente possibile (a seconda che si tratti di vaghezza estensionale oppure di vaghezza intensionale). in P.. pp. S. La Salle (Ill. in E. pp. Peirce. 277-398. Monist Library of Philosophy. Studies in the Philosophy of Charles Sanders Peirce. L’incertezza è “intrinseca” in quanto dipende dalle regole di significato e. Macmillan.. VVI. Mente. Cordeschi. Nadin. 71 ss. pp. C. detti altresí casi marginali o di penombra. La terminologia scientifica e la precisione linguistica secondo C. London 1902. Adelphi. Si consultino Id. ivi.Claudio Luzzati Le metafore della vaghezza 1. Si consultino anche H. II. 10 (1986). in J. pp.. Mind. in “Southern California Law Review”. è assai più complesso e articolato. sui concetti-agglomerato (clusters). che dipende essenzialmente da una nostra ridotta capacità di cogliere la “realtà” dei concetti. All’opposto. A Natural Law Theory of Interpretation. P. Il pensiero di Peirce sulla vaghezza. Putnam. 154-166. Guastini . M. Milano 1990. Language and Reality (1975).). pp. Engel-Tiercelin.. guarda alla vaghezza come a un problema epistemologico. Bompiani. Peirce’s Scotistic Realism. The Semantics of Judging. pertanto. non può venire ridotta accrescendo le informazioni sul mondo esterno1.

8492. in “Australasian Journal of Philosophy”. attraverso cui si verificherebbe una lenta e sfumata transizione dalla chiarezza solare dei casi centrali. confondere la dimensione puramente sintattica del calcolo con la dimensione semantica sottesa nella rappresentazione di un modello fisico: una cosa sono i numeri e le formule in astratto. R. pp. 24 (1927). Concepts and Twilight Zones. notoriamente.P. nell’altra si preferisce lasciare mano libera – o più libera – alle autorità inferiori. però. Il problema del “dosaggio” fra la rigidità e la flessibilità dei testi legislativi è una questione assai delicata che non può venire affrontata senza toccare gli aspetti pragmatici e funzionali del linguaggio giuridico. Altri. 2. cercare di frenare questo inevitabile mutamento con la rigidità e la precisione o invece assecondarlo con formulazioni più fluide e flessibili. sia pure molto approssimativamente. pp. invece. l’area di applicazione di un termine in zone contigue – pensare alla vaghezza come a una caratteristica che penetra nella struttura stessa delle idee. 539-629.118 La vaghezza si configura come un problema quantitativo. Russell. Cfr. 71 (1958). but only to an imagined celestial existence”2. es. al buio più completo dei casi la cui sussumibilità sotto quel concetto chiunque negherebbe3. p. Alcuni si servono dell’immagine della penombra. infatti. I redattori delle leggi devono dunque tener conto di questo fenomeno linguistico onnipervasivo. H. 88-89. Positivism and the Separation of Law and Morals.U. Metafore e/o costruzioni logiche Di solito la discussione in questa materia stenta a uscire da un terreno prevalentemente metaforico. A. un’altra sono le misure le quali. 673-683. “All traditional logic habitually assumes that precise symbols are being employed. Innanzi tutto. 1 (1923). London 1961. ma una simile opinione è frutto di un equivoco. secondo i casi. È quanto mi propongo di fare in questa sede. Si è talvolta tentati di sostenere che i termini numerici e quelli logici sono assolutamente precisi. Nella prima eventualità si spera di vincolare ex ante le decisioni future. Non bisogna. preferiscono – anziché suddividere. vengono sempre espresse con un qualche grado di approssimazione. pp.. occorre chiarire meglio il concetto di vaghezza. in “Harvard Law Review”. Cohen.. ossia di una zona crepuscolare o di mezza luce. che costituiscono il nucleo del concetto. B. O. Com’ebbe a dire Bertrand Russell. Hart. It is therefore not applicable to this terrestial life. in modo tale che le ipotesi dubbie e quelle paradigmatiche appaiano strettamente intrecciate: e allora emergono im2 3 Cfr. e non come un problema qualitativo. cap. in part. di un alone. perché tutti i termini sono più o meno vaghi. L. in part. . in “The Journal of Philosophy”. Essendo il diritto una realtà in perpetuo divenire. M.. Vagueness. 607 ss. gli estensori delle leggi possono. VII. Id. The Concept of Law. pp. pp.

Fluid Concepts and Creative Analogies.. 338-353. Non c’è allora da meravigliarsi se qualcuno tenta di trasformare la fuzziness in una sorta di filosofia a tutto campo. New York 1995. “vago”. mettono l’accento sulla fluidità. Giappichelli. in Id. 7 Cfr. Advances in Fuzzy Sets. 119-150. Perelman-R. Kosko. Una nuova prospettiva. New York-London 1983. Milano 1995. afferma: “Devo questo termine al Sig. “ricoperto di peluria” e. Giberti e M. senza sviluppare quello specifico sistema logico nei dettagli tecnici. Altri autori. Bruylant. p. Essays in Legal Theory in Honour of Kaarle Makkonen. Economic Theory of Fuzzy Equilibria. A. seguendo le orme di Lofti Zadeh5. Kluwer. 19 (1945). p. Zadeh. H. dove. “sfrangiato”. 5 L. cfr. pp.119 magini quali la porosità (Porosität der Begriffe) e la struttura aperta (open texture)4. Fuzziness and Legal System.). Per gli ultimi sviluppi cfr. Mazzarese. 313-330. per traslato “sfuocato”. 4-6. Corbò. Se dobbiamo credere alla testimonianza di A. it. e T. Baldini & Castoldi. pp. P. quindi. come il fiume di Eraclito. pp. “Oikeustiede Jurisprudentia”. Zimmerman. 8 (1965). Fuzzy Set Theory and its Applications. T. Altri ancora. 6 Il termine “fuzziness” è ormai stabilmente associato alla fuzzy logic. II ediz. F. suppl. Possibility Theory. es. in “PAS”. 49. “Fuzzy” significa letteralmente “lanuginoso”. Hofstadter (ed.J. il dilettantesco B. dove sussiste un vasto interesse in merito a queste tematiche. dopo il successo della fuzzy logic. Ross.. Adelphi. Milano 1996. Concetti fluidi e analogie creative di M. che muta.). pp. An Overview. tr. utilizzano i vocaboli “fuzzy” e “fuzziness” che oggigiorno. 4 . Codogno. cfr. Attualmente si pubblicano varie riviste dedicate esclusivamente a questo tema. R. Bruxelles 1984 e D. Springer. nota 2. Analisi linguistica e filosofia. and Applications. Advances in Fuzzy Sets. Computer Models of the Fundamental Mechanisms of Thought (1995). Capita però che vi siano autori che lo adottano allusivamente. Cfr. capp. Wang (ed. Fuzzy Logic with Engineering Applications. J. che. 47-73. Boston-Dordrecht 1991. sulla variabilità e qui – essendo presente l’idea di qualcosa che scorre. in AA. pp. Les notions à contenu variable en droit. es. J. Verifiability. Verificabilità di A. Il FuzzyPensiero. Teoria e applicazioni della logica fuzzy. Waismann. 13-30. Ubaldini. Billot. in “Information and Control”. non resta mai uguale a se stessa – fa la sua comparsa anche un elemento storico-temporale7. sembrano particolarmente à la page6. del resto. il quale me lo suggerí come una traduzione dell’espressione tedesca Porosität der Begriffe. sicché accade sovente che metafore diversissime finiscano in ultima analisi con l’applicarsi alla medesima spiegazione della vaghezza. Roma 1970.. Berlin 1991. A. Forme di razionalità delle decisioni giudiziali. p. Wróblewski. es. è ritenuto concordemente il “seminal paper” della fuzzy logic. in part. Vander Elst (eds. a proposito del termine “struttura aperta” (open texture). Del resto la moda della fuzzy logic è ormai inarrestabile. “indistinto”. it.VV. tali studi influenzano la stessa tecnologia e hanno raggiunto persino la Cina. I. in P. Fuzzy Sets. 16 (1983). Plenum Press. da coniata”. solo nel 1980 la bibliografia in questa materia si è arricchita di circa settecento titoli. Kneale. Verdino. Torino 1996.. Tuttavia occorre avvertire che non contano tanto le immagini prescelte quanto le costruzioni logiche sottostanti. Kaufmann. p. infine. tr.). C.

339. Fuzzy Sets. pp. V. pp. Local and Fuzzy Logics. Urquhart. Cfr. G. Questa impostazione.. Reidel. 105-116. Gabbay-F. viene contrassegnato da un numero reale dell’intervallo [0. L. op. pp. pp. in modo che si possa tracciare sugli assi cartesiani una curva più o meno ripida a seconda della vaghezza del concetto (sul modello del consistency profile di Max Black)10. rischieremmo di condannarci. R. L. cit. Bristol-Philadelphia 1989. in J. op. 458-508. p. “altamente” etc. per esempio. J. classes of objects in which the transition from membership to non-membership is gradual rather than abrupt”. in genere. 427-455. in un numero rilevante di casi. Epstein (eds. A. 30 (1975). Lakoff. invece.) che producono modificazioni tipiche su una curva siffatta. G.). Bellman-Id. An Exercise in Logical Analysis. op. pp.. 10 Cfr. cit. pp. Zadeh.. in “Journal of Philosophical Logic”. 407-428. 8 . del fatto che la vaghezza non può mai venire completamente eliminata. A. “all’incirca”. Un insieme classico è individuato da una funzione caratteristica che.. A. pp. 110 ss. 48. verrebbe incontro alla “relativizzazione delle esigenze di precisione e trasparenza del linguaggio giuridico”. G. Vagueness. Padova 1990. p. Novak. CEDAM. p. “in un certo qual senso”. Fuzzy Logic and Approximate Reasoning. M. si astrae momentaneamente da un siffatto ordine (parziale). in part. Dordrecht 1986. e V. Zaccaria. 107. L’arte dell’interpretazione. Novak. Viceversa. A. in part. Ma la sostanza non cambia. es. Hilger. p. Ora. M. Fuzzy Sets and Their Applications. 106: “To provide an appropriate conceptual framework for approximate reasoning. in D. pp. è individuato da una funzione caratteristica che associa ad ogni elemento dell’universo in questione un grado di appartenenza (grade of membership) il quale ultimo. in part. per ogni elemento di un universo non vuoto. 19 (1968-1969). Apparentemente hanno ragione. Bellman-L. un insieme fuzzy. cit. in part. ritengono che la metafora della porosità linguistica sia più appropriata della metafora dell’area di penombra8.. Nel caso della porosità. o vago. 478 ss. pp. 330 ss. Zadeh. p.. 325-373.120 Vi sono scrittori i quali. pp. E. Saggi sull’ermeneutica giuridica contemporanea. “quasi”. es. Lakoff. il quale guarda con favore al termine “porosità” di Waismann. Hedges: A Study in Meaning Criteria and the Logic of Fuzzy Concepts. Many-valued logic. 29. 1]9. Handbook of Philosophical Logic. nel caso della metafora della progressiva penombra.. The Logic of Inexact Concepts. “più o meno”. for the most part. Invece: “Se accettassimo fino in fondo la famosa tesi hartiana di un’incertezza interpretativa circoscritta ai soli margini del linguaggio normativo. A.). 105-165.. fuzzy logic is based on the premise that human perceptions involve. 2 (1973). Modern Uses of Multiple-Valued Logic. “alquanto”. p. si immagina che i membri dell’insieme siano ordinati in ragione di un grado decrescente di appartenenza all’insieme stesso. Goguen. Cfr. pp. di conseguenza. E. 461 ss. in “Synthese”. Black. fuzzy sets. cit. III. Ma supponiamo che si esca dalle metafore e si costruisca davvero un fuzzy set. Dunn. L’ovvio sviluppo di una simile impostazione è rappresentato dalla definizione di operatori logici detti hedges o linguistic modifiers (come “molto”. a detta dell’autore. p. decide se quell’elemento appartiene o non appartiene all’insieme considerato. a negare la possibilità di interpretazione del diritto”. 9 Cfr. 441 ss. in “Philosophy of Science”. 4 (1937). in quanto questo sarebbe il più atto a dare l’idea della limitatezza della nostra esperienza e. in part. in “Synthese”. Dordrecht 1977. that is. Zadeh. “in linea di massima”. e V.G. anche R. Guenthner (eds.

56 (1955-1956). ovviamente. 26 (1974). Giappichelli. se si accetta l’accostamento precedente. Feltrinelli. R. pp. Engelwood Cliffs (N. ossia del tutto arbitrarie12. VI. pp.) 1964. ma formano un continuum di minuscole variazioni13. Sacconi. Vagueness. VIII. 30. in part. usano discrezionalità non solo nel decidere la soluzione di controversie che ricadono nella “zona di penombra”. Campbell. 156: “Il punto è. Torino 1989. V. L’analisi del ragionamento giuridico. P. Laterza. Del pari. Per contro. 11 . la penombra stessa è il risultato della discrezionalità degli interpreti”.. cap. p. cap. cap. in I. cit. p. e M. peso etc. pp. Criticism and the Growth of Knowledge. Lakatos-A. 12 Cfr. per cosí dire. (eds. 175191. molto semplicemente. bensí totalmente indeterminabile. Genaro Carrió e la trama aperta del diritto.U. già immanente11. S.P. it.. 13 Cfr. Kuhn. 1]. in “Philosophical Studies”. Novak. la vaghezza combinatoria non è poi molto lontana dalle somiglianze di famiglia di Wittgenstein.. Vagueness. Essentially Contetsted Concepts.). lunghezza. “The kernel of a fuzzy set A is a classical set”. tr. Philosophy of Language. op. frequenza. l’appartenenza di una fattispecie al nucleo di un concetto normativo oppure alla zona di mezza luce. B. II. 187 ss. o no. The Structure of Scientific Revolutions (1962). Di primo acchito si potrebbe pensare che. se manca un nucleo (in questo senso). 12 (1962). V. numero. London 1970. 129-163. incerti. anche T. in “Philosophical Quarterly”. sarebbe materia di decisioni manipolative. R. Carugo. H. cioè 1 nell’intervallo reale [0. nella “zona di luce”. Critica e crescita della conoscenza. Williamson. confini tra “luce” e “penombra”. 173 ss.138-152.). Einaudi. 167-198. dove all’idea di una “higher order borderline” si preferisce la tesi dei “degrees of uncertainty”. in “PAS”. Roma-Bari 1997. ma anche nel decisere se una controversia ricada.121 perché la logica sottostante è sempre la medesima: una volta che a ogni elemento dell’insieme corrisponde un valore numerico. il nucleo di un insieme fuzzy coincide con i casi il cui grado di appartenenza è massimo. pp. I giudici. cit. e L. 153-160. pp. pp. in P.) a una vaghezza che dipende dalla presenza o assenza di numerose caratteristiche. Id. Il che riduce la discreSi consideri che però la situazione potrebbe farsi più complessa quando si passa da una vaghezza che dipende dal variare di una sola caratteristica lungo una dimensione quantitativa (età. peraltro B. Milano 1976. Economia etica organizzazione. Prentice-Hall. parla rispettivamente di degree vagueness e di combinatory vagueness. Fuzzy Sets and Their Applications. In realtà. non essendo esattamente determinata. cioè. Musgrave (eds. Tecnicamente. In altre parole ancora. La struttura delle rivoluzioni scientifiche di A. coloro che respingono lo scetticismo semiotico e coltivano il valore della certezza non devono nutrire una venerazione “feticistica” della nozione di nucleo (lo hard core of settled meaning di Hart o ciò che gli studiosi di fuzzy logic denominano il kernel di un fuzzy set). Russell. si ha un concetto non solo indeterminato. i valori associati al grado di membership a un fuzzy set non sono suddivisibili in tre zone ben delimitate. Perciò. come afferma V. cfr. Masterman. Torino 1978. Gallie. Comanducci-Id. poiché la vaghezza è essa stessa vaga. J. l’ordine è. Guastini. questo: chi decide se un caso ricada nella “zona di luce” o nella “zona di penombra”? Chi traccia i confini tra le due aree? I giudici. in part. p. Vagueness. The Nature of a Paradigm. Khatchadourian. Sul tema della higherorder vagueness si sofferma T. V.. pp.. W. The Sorites Paradox. sono frutto di decisioni interpretative gli stessi. Insomma. cit. D’altronde.. W. Alston. ha avuto un qualche seguito l’argomento addotto dai giusrealisti alla stregua del quale. C. 87.

le quali ultime fanno salvo il principio del terzo escluso rinunciando alla bivalenza15. G. it. in “American Philosophical Quarterly”. in “Synthese”. In alternativa si può anche pensare. 47-78.. infatti. e tanto più il concetto è preciso. in Id. 29-39. Tuttavia. non rappresenta l’unico metodo concepibile per trattare i problemi di vaghezza. però. Vagueness. 225-233. pp. Truth. d’altronde. rendendo le scelte concernenti il grado d’incertezza dei termini assai meno drammatiche. pp. Napoli 1979. vorrei ricostruire brevemente le caratteristiche del calcolo proposizionale fuzzy. e C. a cui si è accennato sopra.. e Id. Singular Terms. verità e paradosso. Machina. ciò che conta è l’andamento della curva che si può ricavare ordinando i gradi di appartenenza: quanto più questa è ripida. 2 (1965). Margins of Precision. pp. Paradossi. pp. 195-210. Truth-Value Gaps. in “American Philosophical Quarterly”. ritiene che la vaghezza vulneri senz’altro il principio del terzo escluso. Boringhieri. in “Synthese”. nella fuzzy logic le variabili proposizionali assumono il valore 1 quando sono vere. 1819. 265-300. l’intera discussione sull’esistenza o meno del nucleo è oziosa. 7 (1970). ci limiteremo per semplicità al discorso aletico. e un valore intermedio. Torino 1976. Competing Semantics of Vagueness: Many Values Versus Super-Truth. van Fraassen. pur essendo molto diffusa.. in “Journal of Philosophical Logic”.VV. in E. pur facendo difetto il nucleo – in quanto non ci sono casi che appartengono al 100% all’insieme – il concetto sottostante è relativamente determinato.... .. 9 (1972). pp. 5 (1976). 3. Montecatini Terme 1-5 ottobre 1979. and Vagueness. F. Ithaca 1970. Un’analisi del linguaggio giuridico. pp. In primo luogo. Disjunctive Predicates. 343-351. il valore 0 quando sono false. Usberti. ivi. pp.9 o anche 0... H. V. pp. quando viene preso in considerazione un caso borderline la cui appartenenza a un insieme dato non può venire affermata o negata in modo del tutto certo. Reasoning with Loose Concepts (1963). Borderline Logic. Truth and Logic. In conclusione. Milano 1990. Belief. in “American Philosophical Quarterly”. 12 (1975). La vaghezza delle norme. and Free Logic (1966).. pp. pp. Giuffrè. verità e bivalenza.122 zionalità nella rilevazione degli usi lessicali. Id. In questa sede. pp. Fine. inoltre. se avessimo un buon numero di casi il cui grado di appartenenza è abbastanza alto (0. Black. e Id. Meaning. e K. per esempio. Cenni alla fuzzy logic La fuzzy logic. 33 (1976). Feltrinelli. Logica. Atti del congresso nazionale di logica. 95 ss. 30 (1975). però le critiche mosse contro questi indirizzi da K. Bibliopolis. Bencivenga (ed. rappresentato da un numero reale tra 0 e 1. Vagueness. tr. Luzzati.8) si potrebbe tranquillamente affermare che. Id. C. 14 Cfr. cit. invece Id. 1-13. Essays of Logic and Language. Non si può. Sanford. parlare di casi (assolutamente) facili e di casi (assolutamente) difficili. Si consideri. In parte diversa è l’accostamento di D. Vague Predicates. pp. che se M. Milano 1980. 162-170. and Absurdity. Qui. 119-129. 381-398. 15 Cfr. rovescia questa tesi. in AA. Cornell University Press. B. Le logiche libere.). Questi autori utilizzano la tecnica delle supervalutazioni. a tecniche analogiche oppure a semantiche con lacune di valori14.

v. di conseguenza. p. ¬ P v P ≠ 1. p.3 e Q=0. Lakoff. F. 62.9 avremo che ¬ P=0.. allora la negazione ¬ P assume il valore 1-n. e K. F. cit. and Vagueness. cit. op. non esaurisce tutto lo spazio logico. 17 Questo tra l’altro contribuisce a mostrare che nella fuzzy logic non vale la regola classica per cui P ⊃ Q = ¬ P v Q.. è opportuno notare. ossia quando la fuzzy logic non coincide con la logica standard. 21 Cfr. Ma. Hedges. e A.4. F. Machina. 18 Cfr. Belief. P ⊃ Q=1. D’altronde. p. per esempio. cit. In terzo luogo. se la proposizione P. Nella fuzzy logic. 53 e 56 ss. dipende dalle distribuzioni dei valori delle proposizioni semplici su cui i connettivi operano18. come vedremo tra poco nel testo. ult. Inoltre. Se. Del resto. P= 0.1 e. P v ¬ P=0. tuttavia in essa viene meno in una qualche misura non solo il principio del terzo escluso. 16 .. sostituendo l’asseribilità alla verità e rifiutando la di- K. Ne segue che la formula P ⊃ P è una tautologia sia nella logica classica sia nella fuzzy logic17. infatti. 19 Cfr. Lo si ricava in modo banale dalle regole del punto precedente. ⊃ etc. In fondo l’intuizionismo. sia pure per inciso. Questo dimostra come l’accostamento di Zadeh ai concetti indeterminati abbia poco a che vedere con la logica intuizionistica di Brouwer e di Heyting21. Many-valued logic. Borderline Logic. op. il grado di appartenenza di x al complemento di A è 0. in caso contrario l’implicazione assumerà come valore la differenza tra il valore di P e quello di Q.. 97 ss.3 e la disgiunzione P v Q=0. per esempio.7. vige lo stesso la regola della doppia negazione: ¬¬ P ↔ P resta insomma una tautologia20. 108109.).7 avremo la congiunzione P & Q=0. Cfr.. K. pp. mentre la disgiunzione logica P v Q assume il valore maggiore tra i valori dei due disgiunti. Milano 1993.6 a un insieme fuzzy A. la formula P v ¬ P non è una tautologia19. D. cit. 62 ss.. p. anche se cade il terzo escluso. pp. (Se quindi P=0. un elemento x ha un grado di appartenenza 0.. Sandford. Lakoff. anche pp. C. ma anche il principio di noncontraddizione. Sostituendo Q con P avremmo infatti che la formula P ⊃ P = ¬ P v P. ult. Infatti quando.9 (essendo 0. allorché il valore di P è inferiore a 1. la congiunzione logica P & Q assume il valore minore tra i valori dei due congiunti P e Q. LED. come nella logica classica l’implicazione P ⊃ Q è falsa se la premessa P è vera e la conclusione Q è falsa. Machina.123 In secondo luogo. es. p. H. G. Da un lato. è chiaro che. Machina. un’affermazione del tipo “piove o non piove” non è tautologica. 20 Cfr. pp. cosí nella fuzzy logic la conclusione di un’implicazione vera deve essere almeno tanto vera quanto la più falsa delle sue premesse16. cit. V. 29.9 il maggiore dei due valori). Truth. cit. op. es. Urquhart. ossia l’implicazione P ⊃ Q sarà vera. p. p. in quanto il valore dei connettivi &. la logica fuzzy è verofunzionale. 70: “A form of argument is truthpreserving iff its conclusion must be at least as true as its falsest premise”. Franchella (eds. 466. affermante che x è A. cit. Mangione-M. G. Letture di logica. 465.) Per quello che infine riguarda l’implicazione materiale. assume il valore n. ogniqualvolta il valore di P sia minore o uguale a quello di Q. che nella fuzzy logic.

La questione resta aperta. come accade nella logica ordinaria e nel calcolo delle probabilità). cap.. it. cit. dove si riferisce sull’alternative set theory (AST). 407 ss. VI. se non altro perché gli ideatori di questo tipo di ragionamento non la pensano cosí. la formula P & ¬ P è la negazione di P v ¬ P. e 425 ss. non sono un’estensione della logica classica. V. che. è una logica dell’iperprecisione più che della vaghezza: nel suo ambito sono accettabili solo le dimostrazioni costruibili mediante un processo effettivo. sviluppata fin dal 1975 da un gruppo di matematici praghesi.. cit. Questo stabilisce un certo legame fra la non tenuta del principio del terzo escluso e quella del principio di non-contraddizione. a differenza della maggior parte dei sistemi di logica deontica. la formula P & ¬ P non costituisce una totale contraddizione.. Parrini. Mazzarese. tr.124 mostrazione per assurdo. in quanto P e ¬ P non si escludono completamente22. Local and Fuzzy Logics.) 1970. Fuzzy Logic and Approximate Reasoning. intr. II ediz. però L.2 (anziché aversi che P & ¬ P=0. Se P=0. pp. truth and inference . 227 ss. anche nel calcolo fuzzy. Benelli. di P. 109. quando il È ovvio. cit.J. 22 . più che un totale annullamento. non va sottovalutato il fatto che la logica classica può essere vista come un caso di specie della logica fuzzy. Dall’altro lato. valgono le leggi di De Morgan. essi sono un esempio di quelle che usualmente sono denominate ‘logiche devianti’”. Forme di razionalità.. D’altra parte. p. Haack. per adottare l’infelice terminologia di Quine. it constitutes – so far at least – an extension rather than a total abandonment of the currently held views on 25 meaning.8 abbiamo che P & ¬ P= 0. W. come in quello classico. Quine. A. se P ≠ 1. in fact. (contrary to the assertion of many authors) does not leave classical set theory”. 25 R. pp. 24 Cfr.. Novak. Fuzzy Logic. A. Philosophy of Logic. poiché. si prova una forte tentazione di considerare la fuzzy logic come una sorta di “logica deviante”23. che affronta questi problemi in modo forse un po’ troppo tranchant e liquidatorio24. Logica e grammatica di D.. Infatti Bellman e Zadeh affermano apertis verbis che Although fuzzy logic represents a significant departure from the conventional approaches to the formalization of human reasoning. per la quale “I sistemi di logica fuzzy. Chicago 1996. Logica classica e logiche devianti Indubbiamente. corsivo mio. delle istanze della logica classica. Zadeh. d’altronde. Cfr. Anche qui. V. 125 ss. cit. occorrerebbe una maggior cautela di giudizio. Probabilmente la fuzzy logic rappresenta un indebolimento. V. 4. anche S. Milano 1981. Il Saggiatore. E. Fuzzy Sets and Their Applications. pp. osservando che tale teoria “departs from classical mathematics and is much more radical than fuzzy set theory which. Engelwood Cliffs (N. un impoverimento. Prentice-Hall. Beyond the Formalism. 23 Cfr. infatti. Bellman-L. p. Deviant Logic. The University of Chicago Press. T. anche V. Zadeh. A tale proposito. 166.

es. d’altronde. non dalle speculazioni dei filosofi.. 181 ss. al teorico della legislazione e al sociologo. Essa di solito viene impiegata per fronteggiare a) situazioni troppo complesse perché sia possibile costruire un modello affidabile con i metodi tradizionali28. cit. Spesso si è pensato alla vaghezza come a un’anomalia. che questa mescolanza di decisione e d’indecisione. 30. la fuzzy logic può aiutare i redattori legislativi a graduare la precisione. Il diritto come struttura del conflitto. Ad ogni modo.. Credo. perché contribuisce a mostrare che il conflitto d’interessi a cui il parlamento ha dato una risposta legislativa è solo parzialmente risolto dalla legge. Tomeo. 18 (1967). 28 Cfr. come per esempio: riconoscere le lettere dell’alfabeto o i suoni. Goguen. cioè l’insieme di tutti gli elementi dell’universo tali che il loro grado di appartenenza ad F non sia nullo e 2) ogni insieme di elementi il cui grado di appartenenza alfuzzy set F sia uguale (o comunque non inferiore) a un valore prefissato (che. di una rinegoziazione attraverso gli organi del sistema – mescolanza che poi è una commistione di pace e guerra. Fuzzy Sets and Their Applications. p. Una analisi sociologica. cit. 27 Cfr. Milano 1981. Novak. V. A. p. l’imprecisione e la variabilità siano il caso normale. Ma si potrebbe anche ritenere che gli insiemi non esattamente delimitati in qualche misura. 145-174.. L-Fuzzy Sets. in part.. La (completa) stabilità della soluzione legislativa è solo apparente: esiste sempre un margine di apertura in cui i conflitti si possono (e talvolta si devono) riaprire in altre sedi (principalmente: presso le autorità inferiori). 29 Cfr. 26 . sarà necessariamente preciso). p. 11. sono insiemi classici anche 1) il supporto (support) di un fuzzy set F. ve ne sono altri in cui la nostra mente si muove con molta più agilità delle macchine. l’invarianza e gli insiemi privi di una zona di “frangia” siano un caso eccezionale. V. Questa inversione degli schemi abituali può giovare anche al giurista. V. Non per nulla questo accostamento ha tratto origine dalle esigenze tecniche degli ingegneri e dei cibernetici. Se vi sono compiti in cui le macchine elettroniche sono superiori all’uomo..125 valore di appartenenza degli elementi dell’universo ai rispettivi insiemi è 1. c) situazioni dove è necessario emulare con i computers il pensiero intuitivo. mentre la stabilità. in “Journal of Mathematical Analysis and Applications”. di una revisione. es. pp. Novak. p. corrispondendo a un numero reale. J. la quale offre agli interessi temporaneamente sconfitti la possibilità di una rivalsa. 192. Fuzzy Sets and Their Applications. Angeli. pp. tornano a valere tutti gli assiomi della logica standard26. eliminare un refuso tipo- D’altronde. ossia una limitazione razionale degli inevitabili conflitti – sia essenziale per assicurare un’effettiva vitalità all’ordinamento democratico27. b) situazioni dove si devono soppesare approssimativamente i fattori di scelta o si devono impostare problemi di decisione e di ottimizzazione che non ammettono un’unica risposta giusta29. Cfr.

Non a caso. in “Informatica e diritto”. vi sono due modi differenti d’intendere le definizioni. in part. Novak.. in M. Philipps. 30 (1975). Giuffrè. Per evitare questa difficoltà. 113. Cfr. es. i valori di appartenenza a un fuzzy set e quelli di verità risulteranno notevolmente precisi. Dummett. R. in “Synthese”. 45 ss. le applicazioni della fuzzy logic mirano proprio a rendere maggiormente flessibile la programmazione. . L. vi sarà una serie ben definita di passi di programmazione del tipo if … then… e. p. 5. talvolta si associano i valori della fuzzy logic. cit. Fuzzy Sets and Their Applications. Local and Fuzzy Logics... Ad ogni buon conto. invece che a punti. in AA. 33 Cfr. direi quasi come scorciatoie euristiche.). Orbene. pp. L’idea che tale impostazione 30 31 V. Vague Legal Concepts and Fuzzy Logic. cit. seguire una serie di indicazioni o istruzioni imprecise per trovare una strada. 32 Cfr. 2O novembre 1992. non molto vero etc. queste metodiche comportano fasi di fuzzification in cui i termini matematici vengono tradotti in termini vaghi e fasi di defuzzification in cui avviene l’inverso onde consentire di prendere decisioni32. Bellman-L. pp. H. e S. ovviando a paradossi. Quanto si scivola sulla china? Nuove fortune del vecchio sorite. Losano (ed. la fuzzy logic finisca il più delle volte col fungere da interfaccia del pensiero preciso. Da un lato. pp. Le definizioni degli interpreti Quando la fattispecie concreta che viene affrontata riguarda un caso-limite della previsione astratta.126 grafico. The Computer and Vagueness: Fuzzy Logic and Neural Nets.VV. Competing Semantics of Vagueness. p. V. Milano 1990. cit. A. 18 (1993). 1] caratterizzati da etichette linguistiche quali vero. a (ri)definizioni delle espressioni usate dal legislatore. 201: “There is admittedly something ironic about responding to the imprecision of natural language by adopting a semantics which allows infinitely precise discriminations of truth-value”. D. dire che 5000 mattoni sono un “mucchio” di mattoni senza incominciare neppure a contarli. Wang’s Paradox. per ironia della sorte. 37-51. Sanford. è inevitabile che l’interprete ricorra. d’altro canto. Cfr. implicitamente o esplicitamente. pp. si può venire indotti a cercare la vera definizione delle espressioni usate dal legislatore. E. a sottoinsiemi dell’intervallo reale [0. p. quasi le definizioni potessero essere vere o false. quali quelli del sorite. 111-120. sotto l’influsso di una metafisica spesso inconsapevole. Del resto. Parrebbe tuttavia che. al postutto. per tutti M. G. Tuttavia. Castignone. An Attempt to Determine the Required Period of Waiting After Traffic Accidents. II. cap. una altissima precisione33. molto vero. i cultori di questi studi si sono già accorti da tempo che molte volte il trattamento della vaghezza comporta.. Munich. per fare una torta o parcheggiare l’automobile30. 301-324. Studi in memoria di Giovanni Tarello. in cui la prova per induzione matematica sembra non funzionare più31. Osservo che queste tecniche hanno avuto successo quali procedimenti di semplificazione. Zadeh.

altrimenti popoleremmo il nostro universo di ogni sorta di entità immaginarie. l’unica risposta possibile è che in simili questioni l’onere della prova spetta sempre a colui che afferma qualcosa. Esse precisano i termini correnti in alcune direzioni senza rompere del tutto con gli usi precedenti (come fanno invece le stipulazioni). II ediz. ma che noi non abbiamo una sufficiente capacità di discernimento per individuarli. una regola d’uso delle espressioni verbali. le definizioni riguardano il linguaggio e non le cose. Le stesse definizioni lessicali del linguaggio ordinario – quelle che troviamo in un comune dizionario —. essendo frutto di una scelta. a un livello meta-metalinguistico. Da questa prospettiva. non può essere sconfitto con argomenti semiotici o filosofici risolutivi. chi definisce statuisce. non sono suscettibili di un controllo semantico. Questa soluzione può allettare il filosofo. Realism. sia pure di una scelta che avviene – o si pensa debba avvenire – senza uscire dal quadro linguistico-normativo. le definizioni che riducono la vaghezza delle norme giuridiche. V. sono regole nate dagli usi collettivi. però. . Al realismo concettuale corrisponde una visione epistemologica della vaghezza: si ritiene che i criteri per decidere i casi-limiti vi siano. Oxford 1993. che i vocaboli vengono impiegati in una data accezione e non in un’altra. Secondo questo orientamento. (Naturalmente. la quintessenza. Di una medesima espressione potranno essere date molte ridefinizioni diverse per scopi differenti. Qui ci si muove su un terreno convenzionale. Harvard University Press. Un simile schema cognitivistico. che rimuove la discrezionalità degli interpreti. Basil Blackwell. perché consente di preservare il principio di bivalenza e la logica ordinaria34. a un livello metalinguistico. una volta che la definizione si è consolidata. Questo accostamento confonde i problemi linguistici con quelli epistemici o fattuali. una vaghezza intesa come l’inesistenza (non come l’inconoscibilità) di una linea netta che delimiti i confini dei concetti. Wright. dunque. Truth and Objectivity. al pari di tutte le altre.) Tipiche per la riduzione della vaghezza sono le definizioni esplicative (o ridefinizioni). per il nominalista le definizioni sono lo strumento-principe per ridurre – ridurre.. in campo giuridico dà manforte a tutti gli orientamenti che credono che in simili questioni esista sempre un “risposta corretta”. Cambridge (Mass. Non c’è più la soluzione giusta. Somiglia all’atteggiamento mentale di che asserisce l’esistenza degli angeli. cit.127 presuppone è che le definizioni colgano la natura profonda. Essa. Williamson. si potrà dire in modo veritiero. pur non essendo state foggiate appositamente da qualcuno per qualche scopo. D’altra parte. altrimenti il comunicare mediante proposizioni diventerebbe impossibile.. anche C. Meaning and Truth. È questa una concezione quid rei delle definizioni: si pensa che per mezzo loro si conosca una sorta di prototipo concettuale. ma ciò 34 Cfr. T. di determinati fenomeni. Piuttosto: le definizioni servono a mettersi d’accordo sul significato dei termini. Vagueness.) 1992 e Id. non eliminare – la vaghezza. Non vi sono definizioni vere o false. Dall’altro lato.

116. in “Rivista di filosofia”. Tralasciando per un attimo le difficoltà relative all’individuazione della regola sociale rilevante. Torino 1993. gravida di entità immaginarie. in anticipo alla dinamica del diritto positivo fa sí che – oltre alla mera indeterminatezza delle regole staticamente intesa – si debba prendere in esame anche la loro fluidità e variabilità35. Le questioni che prima erano risolte con una semantica ontologizzante. ma la regola è chiaramente fissata. la quale si svolge eminentemente sul piano delle finalità che si desidera conseguire. e D. 114 ss. Marx e la logica contemporanea. dei rapporti fra la vaghezza e la logica standard che è stato affrontato sopra. Mela. L. la vaghezza più che a una fuzzy logic potrebbe dar luogo a una logica del mutamento. Dalla Chiara Scabia. pp.). nota 212. La formalizzazione della dialettica. infatti. quando queste caratteristiche non dipendono da atti nomotetici espliciti. Hegel. 64 (1973). Un positivismo che riconosce gli spazi di discrezionalità entro le maglie della legge. Istanti e individui nelle logiche temporali. L’apertura del diritto ai valori extragiuridici L’opportunità che il linguaggio legislativo reagisca. in part. pp. Marconi (ed. Vi è. bensí dallo sfondo delle consutudini sociali in cui le norme autorita- Sotto questi aspetti. per cosí dire. C’è del resto un contrasto di mentalità fra chi ritiene che bisogna “scoprire” la logica della vaghezza e chi pensa che se un linguaggio non serve a un dato scopo. comunque già cruciale. non muta. 95-122. ciò che più importa per la certezza del diritto è che qui non sappiamo in anticipo come varierà il parametro cui si fa rinvio. Rosenberg & Sellier. D’altra parte. 18 ss. inatti. diventa vieppiú importante il problema. quello realistico in materia di indeterminatezza e di definizioni. bisogna modificarlo. vengono ora risolte portandosi sul terreno della pragmatica. secondo Mela.128 non significa che le definizioni siano arbitrarie. M. Per un tentativo di scindere i rapporti tra vaghezza e variabilità a proposito delle clausole generali. Giappichelli. pp. questo è soprattutto un problema di scelta relativa al modello teorico che si preferisce adottare: la vaghezza. tuttavia. è invece tipico del giusnaturalismo e della giurisprudenza dei concetti. è suscettibile di molte metafore e di molte ricostruzioni diverse. cfr. 35 . A mio modo di vedere. Cfr. Il concetto di possesso. inquadrarla anche da una prospettiva diacronica. come quello a cui cerca di conformarsi il presente scritto. l’esigenza di una giustificazione pragmatica delle definizioni. p.. Torino 1979. Un’indagine di teoria generale del diritto. A. 6. nell’ambito di una concezione strumentalistica e convenzionalistica. in part. Sotto tale profilo. mi chiedo perché la vaghezza dei concetti normativi dovrebbe essere considerata solo sincronicamente e non si possa. Il primo accostamento. Ben diverso sarebbe il caso in cui si stabilisse una relazione determinata fra il numero di iscritti a una certa università e i finanziamenti che riceverà: non conosciamo ancora il numero di iscritti per un dato anno accademico. segue la seconda impostazione riguardo alle definizioni e alla indeterminatezza.

129 tive vengono a collocarsi. Questo capita allorché nelle disposizioni compaiono termini come “buona fede”, “diligenza del buon padre di famiglia”, “buon costume”, “ragionevolezza”, “normalità”, “comune sentimento morale”, “ordine pubblico”, “onorabilità” e via dicendo. I concetti connotati da tali espressioni vengono chiamati o standards, alla maniera degli americani, o clausole generali, alla maniera dei tedeschi. La seconda denominazione, tuttavia, è particolarmente ambigua: per un verso, designa una fattispecie non casistica, riassuntiva di una pluralità di casi, e, per l’altro, designa – ed è questo l’apetto che qui più ci interessa – una norma aperta ai mutevoli valori sociali. In quest’ultima ipotesi, le parole vaghe esprimono, sotto una certa interpretazione, concetti valutativi i cui criteri applicativi non sarebbero neppure parzialmente determinabili se non si facesse implicito rinvio ai variabili parametri di giudizio della morale sociale o del costume36. Qui siamo davanti a “organi respiratori” – per ripetere ciò che ebbe a dire Vittorio Polacco nel suo noto discorso Le cabale del mondo legale – i quali consentono al diritto di cogliere le istanze del mondo pregiuridico37. Una siffatta elasticità non dà soltanto luogo a norme incomplete, come lo sono in una qualche misura tutte le norme, ma anche – e soprattutto – a norme multiple. Vi è perciò una duplice incertezza: quella relativa all’esatta individuazione dei confini di una fattispecie astratta e quella relativa alla esatta individuazione delle mutevoli re-

Cfr. K. Engisch, Einführung in das juristische Denken, IV ediz., Kolhammer, Stuttgart 1968, tr. it. Introduzione al pensiero giuridico di A. Baratta e di F. G. Répaci, Giuffrè, Milano 1970, pp. 192-3. Relativamente alla legislazione per clausole generali esiste una vasta letteratura, cfr. p. es. J. W. Hedemann, Die Flucht in die Generalklauseln. Eine Gefahr für Recht und Staat, Mohr, Tübingen 1933; J. Esser, Grundsatz und Norm in der richterlichen Fortbildung des Privatrechts, Mohr, Tübingen 1956; S. Rodotà, Ideologie e tecniche della riforma del diritto civile, in “Rivista del diritto commerciale”, 65 (1967), I, pp. 83-125; Id., Il tempo delle clausole generali , in AA.VV., Il principio di buona fede, Giornata di studio-Pisa 14 giugno 1985, Giuffrè, Milano 1987, pp. 247-272; A. Belvedere, Le clausole generali tra interpretazione e produzione di norme, in “Politica del diritto”, 19, (1988), pp. 631-53; A. Pizzorusso, Clausole generali e controllo di costituzionalità delle leggi, ivi, pp. 655-665; F. Roselli, Clausole generali: l’uso giudiziario, ivi, pp. 667-681; Id., Il controllo della Cassazione civile sull’uso delle clausole generali, Jovene, Napoli 1983; M. Taruffo, La giustificazione delle decisioni fondate su standards, in “Materiali per una storia della cultura giuridica”, 19 (1989), pp. 151-73, e, per ulteriori riferimenti, C. Luzzati, La vaghezza delle norme, cit., cap. X. 37 V. Polacco, Le cabale del mondo legale, in “Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti”, 67 (1907-1908), pp. 155-186, in part. 172. L’allusione ai Ventilbegriffe di K. G. Wurzel, Das juristische Denken, Perles, Wien 1904 è scoperta. Per un inquadramento più generale, cfr. P. Grossi, “Il coraggio della moderazione”. (Specularità dell’itinerario riflessivo di Vittorio Polacco), in “Quaderni fiorentini”, 18 (1989), pp. 197-251, in part. pp. 229 ss. V. infine J. J. Moreso, La indeterminación del derecho y la interpretación de la Constitución, Centro de Estudios Políticos y Constitucionales, Madrid 1997.

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130 gole socialmente tipiche cui rinvia la metaregola giuridica che contiene la clausola generale. Siamo cosí messi di fronte a nuove metafore e a una più complessa ricostruzione della vaghezza. La tecnica di legal drafting che utilizza diffusamente le clausole generali viene spesso presentata come quella che meglio si adatterebbe alle esigenze di una società in rapida evoluzione. In realtà, a mio avviso, essa è più congeniale a una società tradizionale ove sussista una forte omogeneità nei valori. Del resto, l’impiego delle “clausole generali” assurge a ovvio fattore d’incertezza giuridica. È d’altra parte curioso il fatto che gli standards siano ampiamente presenti anche in quei settori del diritto, penso soprattutto alle norme penali, in cui è vietata l’analogia e l’interpretazione dovrebbe essere più stretta. A volte – non sempre però, in quanto vi sono parecchi controesempi – le previsioni che stabiliscono oneri e sanzioni sono letteralmente impregnate di vaghi assunti morali. Parrebbe che il diritto, cosí com’è vissuto e attuato, non sopporti la chiusura. O forse, in realtà, si tende a ritenere socialmente accettabile l’incertezza solo quando questa opera a favore del cittadino, essendo mitigata dal principio in dubio pro reo, e non quando gioca a suo sfavore. Questo rilievo, oltre a tutto, ci consente di scorgere la non perfetta coincidenza fra certezza del diritto e garantismo. La certezza, infatti, non è il garantismo, ma rappresenta uno strumento a disposizione del garantismo. La vaghezza, però, alla luce delle considerazioni qui svolte, non può in nessun caso venire ignorata dal legislatore, poiché non è un fenomeno qualitativo che riguardi poche espressioni, come, per esempio, “buona fede”, ma è un fenomeno quantitativo che, pur essendo riducibile per mezzo di ridefinizioni, è ineliminabile. Perciò, al legislatore orientato verso il valore della certezza, non si pone tanto il problema di scegliere se produrre disposizioni indeterminate, quanto il problema della misura in cui è sensato e auspicabile, da un punto di vista pragmatico, che le sue disposizioni siano indeterminate (o precise). 7. A guisa di una conclusione Sintetizzando all’estremo quanto è stato detto finora, bisogna distinguere fra il fenomeno della vaghezza, le metafore con cui lo si raffigura, le costruzioni logiche sottostanti e, infine, gli aspetti applicativi. Risulta d’altronde evidente quanto siano condizionanti sulla stessa indagine semiotica gli impegni metodologici e filosofici di partenza. Come spesso accade si scontrano le opposte visioni di chi va alla ricerca di un fondamento ultimo di qualcosa e di chi, al contrario, cerca di foggiare i mezzi adatti a conseguire le finalità che si prefigge.

Michel Troper

Le juge constitutionnel et la volonté générale

On pose généralement la question de la compatibilité du contrôle de constitutionnalité avec la démocratie de la manière suivante: si la volonté de la majorité du Parlement est la volonté du peuple, comment comprendre ou justifier que cette volonté puisse être brisée par des hommes et des femmes qui n’expriment pas la volonté du peuple? Elle peut être traitée de deux points de vue très différents. Le point de vue le plus fréquent est un point de vue normatif. D’un point de vue normatif, on s’efforce de montrer que le contrôle de constitutionnalité est incompatible avec la démocratie – qu’il n’est qu’une forme d’oligarchie – ou au contraire qu’il est parfaitement compatible avec elle. On peut même aller jusqu’à soutenir qu’il est une conditio sine qua non de la démocratie. Il faut noter que les justifications peuvent être – et sont en fait – présentées indifféremment par la doctrine ou par les cours constitutionnelles elles-mêmes. Mais on peut aussi se placer d’un point de vue purement descriptif. On s’efforcera alors de rapporter les justifications fournies par les cours ou par la doctrine. Le point de vue descriptif est ainsi un point de vue métalinguistique. Bien entendu, le point de vue normatif conduit aussi à rapporter des justifications et, à ce titre, il peut également être métalinguistique. Toutefois, il rapporte avant tout ces justifications afin de les évaluer et les doctrines seront approuvées si elles fournissent une bonne justification et critiquées dans le cas contraire. A l’inverse d’un point de vue descriptif, on ne se soucie pas de porter un jugement sur les doctrines, de justifier les justifications. On s’efforce avant tout de comprendre leurs formes et leurs contenus par les fonctions qu’elles remplissent au sein du discours juridique. C’est exclusivement à ce point de vue descriptif qu’on se placera ici. On tentera notamment d’examiner la forme particulière prise par la justification de certaines pratiques liées au contrôle de constitutionnalité lorsque celui-ci a dû être concilié avec la doctrine française de la volonté générale. Il est frappant que la question brutale, évoquée au début, celle de la légitimité d’un système qui permet à la volonté d’hommes non élus de prévaloir sur la volonté du peuple, ne se posait pas en ces termes lorsque le contrôle de constitutionnalité a été conçu et théorisé par Hans Kelsen dans la première moitié du siècle. Ceci s’explique par plusieurs raisons.
Analisi e diritto 1999, a cura di P. Comanducci e R. Guastini

132 En premier lieu, la théorie pure du droit se présente à ses débuts comme une critique de la théorie volontariste. La volonté ne peut créer du droit. Certains actes de volonté peuvent seulement avoir, du point de vue d’une norme supérieure, la signification objective de norme. C’est ainsi que la loi est loi non pas parce qu’elle émane de la volonté du Parlement, mais seulement parce que la constitution fait de la volonté du Parlement la condition pour qu’une loi entre en vigueur. La constitution elle-même n’est pas vue comme le produit d’une volonté, mais son caractère de norme, sa validité, provient seulement de ce qu’on la présuppose valide, dès lors que les normes dont elle fonde elle-même la validité, sont efficaces en gros et d’une manière générale. Ce présupposé est la fameuse norme fondamentale. Par conséquent, l’interprétation de la constitution ne peut être conçue comme la recherche de l’intention de ses auteurs. Il n’est donc pas question non plus de “peuple” ou de “volonté générale”, qui ne sont que des fictions. La seule réalité est l’acte d’une majorité du Parlement. Si le Parlement est élu, le système est appelé démocratique, mais la volonté du Parlement n’est pas rapportée à une entité appelée peuple. Finalement, la question du caractère démocratique ne se pose pas parce que si la constitution donne à l’acte de volonté d’un Parlement élu la signification d’une loi, l’acte par lequel cet acte de volonté est lui-même examiné n’est pas un acte de volonté. Ce dernier point appelle une remarque importante: Kelsen a soutenu par ailleurs que toute application d’une norme juridique impliquait une interprétation et que cette interprétation était une fonction de la volonté, mais il l’a fait dans des écrits postérieurs à ceux par lesquels il a soutenu l’institution d’une cour constitutionnelle. Quand il défend l’institution de la cour, il présuppose toujours que la cour, si elle est législateur, n’exprime aucune volonté à la différence du Parlement. Ainsi, la théorie kelsenienne ne peut pas analyser la décision par laquelle une cour constitutionnelle prive une loi de sa validité comme l’expression d’une volonté qui s’oppose à une autre volonté. Or, l’introduction du contrôle de constitutionnalité dans le système français produit des effets inattendus sur le mode de légitimation de la cour. Pour une part sans doute, cette introduction est facilitée par certains traits de la culture juridique française, notamment par l’idée, dérivée de Montesquieu, que le juge n’est que la bouche de la loi, qu’il n’a qu’une puissance nulle et qu’il se borne à appliquer mécaniquement la loi par voie de syllogismes. Néanmoins, cette culture comporte un autre trait d’une importance décisive: Il s’agit de l’idée, inscrite dans la Déclaration des droits de l’homme et du citoyen et jamais contestée à l’époque contemporaine, que la loi est l’expression de la volonté générale. Pour concilier le contrôle de constitutionnalité avec cette idée, il a fallu faire appel à l’imagination des juristes pour procéder à quelques constructions théoriques, qui affectent la manière dont on se représente aussi bien l’institution

133 que les méthodes de travail de la juridiction constitutionnelle. Pour éviter d’admettre que le Conseil constitutionnel est en mesure de substituer sa propre volonté à celle du peuple souverain, il faut soutenir qu’il se soumet à cette volonté. Cette solution se présente sous deux formes. Une théorie de l’interprétation: On soutiendra que le processus de l’interprétation consiste à retrouver la volonté de l’auteur du texte original Une théorie de l’imputation: on soutiendra que la volonté qui est exprimée dans la décision de la cour est celle du peuple souverain. Il convient de formuler une dernière remarque: les théories justificatives qui sont décrites ici ne sont pas toujours des théories effectivement soutenues, mais il s’agit aussi de théories présupposées par les formulations et le contenu de la jurisprudence. 1. Légitimité de l’interprétation: La recherche de la volonté, objet du processus d’interprétation Toute interprétation ne se donne pas pour but de rechercher la volonté de l’auteur du texte. Il est évidemment possible de considérer qu’il y a une signification objective qui réside par exemple dans la fonction qu’il est nécessaire de remplir dans le contexte politique, social ou économique ou dans l’arrangement des mots. Cependant, la question de savoir pourquoi il faut s’en remettre à un arrangement des mots qui ne révélerait pas une intention de l’auteur, ni celle de l’interprète ou comment on peut établir la nécessité économique ou sociale d’une norme, ou encore, comment on peut choisir en cas de conflit entre ces différentes significations, ne peut être résolue qu’en faisant jouer des préférences personnelles ou en invoquant l’objectivité d’un droit naturel. Dans un système où le juge n’est censé appliquer que la loi expression de la volonté générale, de telles solutions sont exclues par hypothèse et c’est de cette définition de la loi que résulte la seule conception possible de la nature de la signification. La constitution établit en effet entre la loi voulue par le législateur et la volonté générale une équivalence stricte: ce que veut le législateur est réputé être la volonté générale et la volonté générale est ce qu’a voulu le législateur. Pour connaître le sens de la loi, le contenu de la volonté générale, il suffit de connaître l’intention du claire ou cachée du législateur. Ceci explique d’une manière générale le recours aux travaux préparatoires. Mais le plus souvent, la volonté ou l’intention dont il est question n’est pas une intention ou une volonté psychologique réelle, mais une intention supposée ou construite. Aussi, l’introduction du contrôle de constitutionnalité dans une culture juridique fondée sur une conception volontariste du droit devait elle conduire le

134 juge constitutionnel à faire apparaître l’usage de principes naturels comme l’application de la volonté supposée du constituant. On en prendra deux exemples. A. la justification de la définition des principes fondamentaux reconnus par les lois de la République Le Conseil constitutionnel exerce son contrôle par rapport au préambule de la constitution de 1958, qui se réfère à celui de la constitution de 1946, par lequel le peuple français “réaffirme les principes fondamentaux reconnus par les lois de la République”. Quels sont ces principes? Comment comprendre que des principes exprimés dans des lois aient une valeur constitutionnelle et puissent servir de standard pour contrôler d’autres lois? De quelle république s’agit-il? On aurait pu songer à une interprétation de type jusnaturaliste, qui aurait donné au Conseil constitutionnel un pouvoir considérable. Plusieurs éléments pouvaient inciter à une pareille attitude, notamment le mot “reconnu”. Si des principes ont pu être reconnus par des lois, c’est qu’ils avaient une existence objective antérieure à ces lois. Ainsi, aurait-on pu s’expliquer que, bien qu’énoncés par des lois ordinaires, ils aient une valeur constitutionnelle. Cette valeur ne leur viendrait pas de la volonté du législateur, mais de leur nature propre. Dans ces conditions, il n’était pas nécessaire que la “reconnaissance” par le législateur fût explicite, et le Conseil constitutionnel aurait pu invoquer sa connaissance de ces principes objectifs pour “reconnaître” les lois qui ont reconnu des principes fondamentaux et pour en déterminer librement le contenu1. Cette attitude aurait néanmoins comporté un inconvénient important: elle aurait heurté de front l’idée, fondamentale dans le droit français, notamment pour justifier l’existence même du Conseil constitutionnel, que le peuple est Souverain, qu’il n’y a rien que ce peuple ne puisse faire et qu’il n’y a aucune règle juridique qui n’émane directement ou indirectement de sa volonté. Il fallait donc recourir à une interprétation positiviste: si les principes fondamentaux reconnus par les lois de la République font partie de la constitution, ce n’est pas parce qu’ils sont naturels, mais seulement par la volonté du peuple Souverain. C’est le peuple qui, en 1958 s’est référé au préambule de 1946 et c’est lui qui, en 1946, a “réaffirmé” les principes. Cette interprétation comporte des avantages considérables. Elle fournit d’abord un premier critère pour déterminer quelles sont les lois de la République, qui ont pu reconnaître des principes fondamentaux: il ne peut s’agir que des lois des républiques antérieures à 1946, car le constituant n’aurait pu “réaffirmer” des principes dont la reconnaissance était à venir. En outre, en

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Champeil-Desplats, Les principes fondamentaux reconnus par les lois de la République. Principes constitutionnels et justification dans les discours juridiques, thèse Paris X – Nanterre, 1997.

135 décidant que les lois postérieures à 1946 n’ont pas pu reconnaître des principes fondamentaux, le Conseil constitutionnel peut soutenir que les principes ne sont pas créés de façon arbitraire, et qu’il est enfermé dans des limites qui lui interdise de reconnaître n’importe quel principe dans n’importe quelle disposition législative. Mais le Conseil constitutionnel n’est pas pour autant privé de tout pouvoir d’appréciation. C’est ainsi qu’il n’est nullement lié par l’intention réelle des constituants de 1946, qui en réalité étaient très loin d’imaginer que les principes ainsi réaffirmés pourraient avoir valeur constitutionnelle et qui songeaient avant tout à la liberté de l’enseignement. La volonté dont il est question est seulement le fondement du caractère juridique des principes, mais ce n’est pas une volonté réelle, une volonté au sens psychologique du terme, de sorte que, dans la détermination de la liste et du contenu des principes ainsi réaffirmés, le Conseil constitutionnel peut se laisser guider par sa propre perception du juste. C’est ainsi que, bien que l’intégration parmi les normes de référence des principes fondamentaux reconnus par les lois de la République soit justifiée par la volonté présumée des constituants de 46, ces principes peuvent néanmoins être compris comme des principes de droit naturel positivés. Le Conseil constitutionnel s’interdit sans doute d’identifier un principe qui n’aurait pas été reconnu par au moins une loi, ou qui aurait été contredit par une loi de la République, mais il lui reste encore une très grande liberté pour décider quelles sont les lois qui ont reconnu des principes. D’autre part, si le peuple a réaffirmé des principes de droit naturel reconnus par les lois, le juge constitutionnel n’est évidemment pas lié par la forme linguistique dans laquelle a eu lieu cette reconnaissance. Il en va de même pour “les immortels principes de 89”. B. la volonté des constituants de 58 pour le recours aux principes de 89. Pendant près de deux siècles, la Déclaration des droits de l’homme et du citoyen a été dépourvue sinon de toute valeur juridique – la question était controversée – du moins de toute valeur constitutionnelle et supra-législative. En 1971, le Conseil constitutionnel a donné valeur juridique au préambule de la constitution de 1958, qui proclame “l’attachement du peuple français aux droits de l’homme” et renvoie comme on l’a vu au préambule de 1946, qui lui-même a “réaffirme solennellement les droits et libertés de l’homme et du citoyen consacrés par la Déclaration des droits de 1789”. Mais comment convenait-il d’interpréter un texte aussi ancien. Deux voies s’offraient au Conseil constitutionnel. Ou bien considérer ce texte comme l’énoncé de principes naturels, ou bien comme l’expression d’une volonté. Si elle était interprétée comme une déclaration, l’interprète ne serait pas lié par la forme linguistique, ni par les conceptions des hommes de 89 et il devrait seulement justifier philosophiquement le contenu qu’il donnerait aux immortels principes. Contrairement au cas des principes fondamentaux reconnus par les lois de la République, il existait un argument qui pouvait inciter à emprunter cette

136 voie: c’est que, en 1789, l’Assemblée constituante avait précisément conçue ce texte comme une “déclaration”, c’est-à-dire, comme la reconnaissance par l’assemblée constituante d’un ensemble de principes naturels, objectifs et naturellement préexistants. On aurait donc pu fonder un mode d’interprétation jusnaturaliste sur la volonté de l’auteur du texte originel. Néanmoins cet argument devait être écarté: rien, en effet, n’aurait pu justifier que l’on donnât tout à coup valeur juridique à des principes de droit naturel, qui en avaient été dépourvus jusqu’en 1971. Rien n’aurait pu justifier non plus que l’on se soumît brusquement à une volonté aussi ancienne. Il a donc été procédé comme pour les principes fondamentaux reconnus par les lois de la République: ce qui justifie qu’on lui donne valeur constitutionnelle, c’est bien la volonté du constituant, mais non pas celle des hommes de 89; c’est celle qui a été exprimée dans les préambules de 58 et de 46. Le Conseil constitutionnel lui-même a explicitement justifié cette interprétation: dans sa décision sur les nationalisations (16 janvier 1982). Il a souligné que le peuple français a rejeté en 1946 par référendum un premier projet de constitution, qui comportait une nouvelle Déclaration des droits de l’homme et approuvé le deuxième projet, devenu la constitution de la IVème République. C’est donc le peuple souverain de 46 qui a voulu la Déclaration des droits de l’homme de 89, ce qu’il a confirmé par un autre référendum en 1958. Cette interprétation comporte pour le juge constitutionnel plusieurs avantages, outre la justification non jusnaturaliste qu’il apporte à la référence à des droits naturels. En premier lieu, il offre une solution au délicat problème de la conciliation entre le texte de 89 et le préambule de 462. Ce problème s’est posé en 1982 à propos des lois de nationalisation. Deux textes pouvaient être invoqués, d’une part l’article 17 de la Déclaration de 1789 La propriété étant un droit inviolable et sacré, nul ne peut en être privé, si ce n’est lorsque la nécessité publique, légalement constatée, l’exige évidemment, et sous la condition d’une juste et préalable indemnité. D’autre part, l’alinéa 9 du préambule de la constitution de 1946: Tout bien, toute entreprise, dont l’exploitation a ou acquiert les caractères d’un service public national ou d’un monopole de fait, doit devenir la propriété de la collectivité. Si l’on avait considéré que la force de la Déclaration des droits de 89 provenait de ce qu’elle avait été énoncée par la volonté des hommes de la Constituante, ce texte aurait dû le céder en cas de conflit, conformément au principe lex posterior priori derogat, à la volonté exprimée postérieurement par

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Favoreu, L., La jurisprudence du Conseil constitutionnel et le droit de propriété proclamé par la Déclaration de 1789, ds. Conseil Constitutionnel, La déclaration des droits de l’homme et du citoyen et la jurisprudence, Paris, PUF, (1989), p. 123.

137 le peuple souverain en 1946. Si, au contraire, la Déclaration de 89 est imputée au souverain de 46, qui a en même temps énoncé le droit de nationaliser, les deux textes doivent être considérés comme contemporains et il faut opérer entre eux une conciliation. Le second avantage est qu’il laisse le juge constitutionnel libre d’user des droits proclamés en 89, comme il le ferait de droits simplement fondés en nature. Puisque ce sont les hommes de 1946 qui ont voulu des principes déjà reconnus en 89, ils n’ont pu vouloir que rappeler les principes eux-mêmes, mais non leur signification précise au début de la Révolution. Ils ont voulu l’égalité, mais non pas telle qu’on la comprenait en 89, où elle ne concernait ni les esclaves des colonies, ni les femmes. Ils ont voulu l’égalité devant l’impôt, mais, à la différence des révolutionnaires, ils comprenaient comme égalitaire un impôt progressif. On pourrait multiplier les exemples. Le Conseil constitutionnel se fonde précisément sur ce décalage pour interpréter le texte de la Déclaration des droits de l’homme et du citoyen à la lumière de la fonction que peuvent et doivent remplir ces droits dans la société contemporaine. C’est ainsi que, dans la décision de 82, il comprend le droit de propriété à la lumière de ses nouvelles “finalités”. S’il y a des ruses de l’Histoire, il y a aussi des ruses de la jurisprudence. Hobbes donnait à l’obéissance au droit positif un fondement dans le droit naturel, le Conseil constitutionnel donne à la découverte du droit naturel un fondement dans le droit positif, c’est-à-dire dans la volonté du constituant de 1946. 2. Légitimité de l’interprète: La recherche de la volonté dans le processus de l’imputation Il faut employer ici le mot dans son sens classique et non dans celui que lui donne la théorie kelsenienne. Pour Kelsen, qui n’admet pas que la volonté soit créatrice de droit, l’imputation est seulement le lien que le droit établit entre deux faits ou entre deux normes, tel que si l’un a lieu, l’autre doit ou peut avoir lieu. Le lien entre une norme supérieure et une norme inférieure est ainsi un lien d’imputation. Mais au sens habituel, il s’agit de l’attribution par le droit d’un acte à une personne, de telle manière que c’est cette personne qui est présumée l’avoir accompli. Dans un système où l’on affirme que le peuple est souverain, il faut que toutes les règles puissent lui être soit imputées soit dérivées de règles qui lui sont imputées. Dès lors que le Conseil constitutionnel contrôle la validité d’une loi, il doit être en mesure de justifier son rôle par rapport à cette idée et il doit le faire de deux manières ou sur deux plans: la loi doit pouvoir continuer d’être imputée au peuple souverain, mais la constitution doit pouvoir l’être également. A. la loi imputée au souverain (la décision du Conseil constitutionnel comme lien avec la volonté générale).

138 L’un des principaux arguments contre le contrôle de constitutionnalité des lois est en France que la loi est l’expression de la volonté générale. Dès lors, si le juge constitutionnel annule une loi, il se dresse contre la volonté générale. Pour réfuter cet argument, deux stratégies sont envisageables: On peut d’abord l’ignorer délibérément ou soutenir que cette volonté générale n’est qu’une fiction, car la loi n’exprime que la volonté des parlementaires et non pas celle du peuple, de sorte qu’il convient de maintenir le législateur dans les limites de la compétence, qui lui a été attribuée. Mais cette voie est définitivement fermée pour le juge constitutionnel français. En effet, sa jurisprudence vise à assurer sa propre légitimité, à un moment où elle est contestée et il ne peut pas traiter la volonté générale de fiction, car son pouvoir sur une interprétation du préambule qui lui a permis d’intégrer dans le bloc de constitutionnalité la Déclaration des droits de l’homme et du citoyen. Or, c’est la Déclaration, qui proclame que la loi est l’expression de la volonté générale. La deuxième stratégie, celle que le Conseil constitutionnel est contraint d’adopter, consiste dès lors à accepter l’idée que la loi est l’expression de la volonté générale, puisque c’est ce que proclame la Déclaration des droits de l’homme, mais à soutenir que tout acte du Parlement n’est pas une loi. D’où le fameux obiter dictum: “la loi n’exprime la volonté générale que dans le respect de la constitution”. Mais qui est le sujet de cette volonté générale? Selon la constitution, c’est le peuple souverain. Le Conseil constitutionnel se maintient donc dans la tradition du droit public français. Cependant, la logique le conduit un peu plus loin, car il s’ensuit que c’est la loi déclarée conforme à la constitution par le Conseil constitutionnel qui exprime la volonté générale et qui émane du souverain. Mais pourquoi et de quelle manière cette conformité à la constitution signifiet-elle une imputation au souverain? A cette question, on peut envisager de faire deux réponses: La première est que le Conseil constitutionnel est lui aussi un représentant du peuple souverain. Si la loi n’est parfaite que par l’intervention du Conseil constitutionnel et si, comme il est admis par le droit français, tous ceux qui participent à la formation de la loi, de façon décisionnelle, parce qu’ils sont en mesure de s’opposer à son édiction, sont des représentants, alors le Conseil constitutionnel est lui aussi un représentant3.
3 Cette thèse est présentée d’un point de vue descriptif dans Troper, M., “Justice constitutionnelle et démocratie”, ds. Revue française de droit constitutionnel, n. 1, 1990, p. 29 s., traduct. angl. ds. Cardozo Law Review, 1996, 29, reproduit ds. Troper, M., Pour une théorie juridique de l’Etat, Paris, PUF, 1994, p. 329 et d’un point de vue normatif dans Rousseau, D., “The Constitutional Judge: Master or Slave of the Constitution”, ds. Cardozo Law Review, vol. 14, numbers 3-4, 1993, pp. 775 s.

les représentants sont chargés de vouloir pour le peuple. mais le pouvoir constituant. vol. lorsque le Conseil constitutionnel décide qu’une loi est inconstitutionnelle. Quels que soient les arguments que l’on peut invoquer contre cette théorie (conflit avec la théorie de la décision majoritaire de Kelsen.139 Rien ne s’oppose dans la tradition du droit public français à l’idée que le Conseil constitutionnel est un représentant: le représentant en effet n’est pas nécessairement élu et d’ailleurs selon dans la constitution de 1791. comme les autres juges français. Carlos-Miguel . 38-50 s. “Les décisions du Conseil Constitutionnel dans l’affaire des nationalisations”. dans une démocratie. M. comme l’aiguilleur. P. Bien au contraire. March. pp. le Conseil constitutionnel. mais dans un gouvernement mixte. Dans ces conditions. n. ds. D’une part. France. mais seulement sur la procédure: quand il déclare qu’une loi n’est pas valide. Or. prétend n’exprimer aucune volonté.. il n’affirme pas que les prescriptions contenues dans cette loi ne devaient pas être adoptées. il faut employer une deuxième voie. difficulté ou impossibilité pratique de la révision constitutionnelle. selon une formule du doyen Favoreu reprise par le doyen Vedel. comme le soutient d’ailleurs Pasquale Pasquino4. ds. Il se borne à indiquer qu’elles ne pouvaient pas l’être dans la forme législative. existence d’un pouvoir discrétionnaire du juge constitutionnel6). L. elle se heurte à des obstacles 4 Pasquino. le roi avait la qualité de représentant. Il se comporte donc. 419 s. constatant la nature du train. il n’oppose pas sa volonté à celle du souverain. ds. une telle position est politiquement difficile. Italy”. pp. C’est alors la constitution doit alors elle aussi être considérée comme l’expression de la volonté du peuple. Comparative Perspectives: USA. Favoreu. 1982. mais seulement dans la forme constitutionnelle. 11. RDP. qui. il fait prévaloir la volonté du véritable souverain exprimée dans la constitution. Mais si l’on ne veut pas admettre cette idée du gouvernement mixte ou si l’on ne veut pas renoncer à l’idée de démocratie. mais se limiter à l’application d’une constitution réputée claire. “Kelsen et le contrôle de constitutionnalité”.. à la différence du Parlement. l’envoie sur une voie plutôt qu’une autre5. Troper. 5 Cf. D’autre part. 1. Kelsen avait élaboré une théorie connue en France sous le nom de théorie de l’aiguilleur. “Constitutional Adjudication and Democracy. Ratio Juris. Selon cette théorie. il faudrait considérer que nous sommes non dans une démocratie. 1998. B. Herrera. 2) la seconde réponse possible est que le souverain n’est pas le pouvoir législatif. Néanmoins. 6 Cf. les représentants sont élus et si l’on admettait que le Conseil constitutionnel est représentant. La décision du pouvoir constituant imputée au souverain: la théorie du lit de justice Pour justifier les cours constitutionnelles. le juge constitutionnel ne se prononce pas sur le fond de la loi..

. 1998. de Richet. pp. Il exerçait ainsi sa souveraineté7. Roma-Bari. 32 et 157. Laterza. ital. une tentative de réponse par la théorie de la norme fondamentale est vouée à l’échec pour deux raisons: la première est que la norme fondamentale. Sans doute répondra-t-on “parce que la constitution ellemême l’ordonne”.. elle permet de comprendre pourquoi la voie constitutionnelle est supérieure à la voie législative. Fr. Histoire du Droit français des origines à la Révolution. Olivier-Martin. . CNRS. comment justifier que la constitution ordonne d’employer pour certaines matières la forme constitutionnelle plutôt que la forme législative? Sur ce point. Domat-Montchrestien. même si l’on voulait admettre que la norme fondamentale prescrit l’obéissance à la constitution. D. La seconde est que. mais pourquoi faut-il obéir à la constitution plutôt qu’à la loi? Et si l’on accepte l’obligation d’obéir à la constitution. Paris. elle. Hans Kelsen. On se rend compte de ces obstacles lorsqu’on examine la forme qu’elle a prise dans certains écrits du Doyen Vedel. La France moderne: l’esprit des institutions. pp. Rien ne justifie qu’on envoie le train des mesures à prendre sur la voie constitutionnelle plutôt que la voie législative. le politique. (sous la dir. Le lit de justice est une institution de l’ancienne monarchie française. introduction à la trad. En d’autres termes. Lorsque le roi édictait des lois. ils lui adressaient des “remontrances”. qui a complété la métaphore de l’aiguilleur par celle du lit de justice. Carl Schmitt. 1995. 543 s.). Le roi pouvait passer outre en envoyant des “lettres de jussion” mais si celles-ci demeuraient sans effet.140 spécifiques lorsqu’elle est importée dans une culture juridique fondée sur le dogme que le droit est produit par la volonté du souverain. mais sert seulement de fondement de validité à la constitution. La France moderne: l’esprit des institutions. Paris. Les Parlements étaient des cours dotées de fonctions judiciaires. qui devaient les enregistrer pour les rendre exécutoires. Flammarion. mais aussi législatives. Cette métaphore du lit de justice appelle plusieurs remarques: Elle présente par rapport à celle de l’aiguilleur un avantage considérable:. où il s’asseyait sur un “lit de justice” et rendait l’arrêt ordonnant l’enregistrement. cette obéissance est prescrite indépendamment du contenu de la constitution. quel que soit son contenu et ne justifie en aucune manière ce contenu. Di Donato. F... ne le permet pas. D. 1984). c’est-à-dire au souverain. 157 s. “Un costituzionalismo di antico regime? Prospettive socio-istituzionali di storia giuridica comparata”. Paris. 1948 (réédit. Le droit. Si les Parlements s’opposaient aux lois.. L’Harmattan. Richet. 7 Cf. la norme fondamentale prescrit l’obéissance à la constitution positive. il se rendait lui-même au Parlement. p. par laquelle le roi surmontait l’opposition des Parlements. celles-ci étaient transmises aux Parlements. est seulement un présupposé épistémologique et qu’elle ne prescrit rien. dans la meilleure version de cette théorie. La métaphore de l’aiguilleur. autour de Max Weber. 1973.

Kelsen n’a pas donc pas recours à la norme fondamentale et se tourne vers un type de justification par la théorie de la démocratie. La procédure de révision serait ainsi plus démocratique que la procédure législative ordinaire qui ne requiert qu’une majorité simple. En d’autres termes. on ne peut imposer à personne d’obéir à une norme à laquelle il n’aurait pas consenti. c’est-à-dire avec le consentement d’un plus grand nombre. il faut que la volonté majoritaire au sein du parlement coïncide avec la volonté de la majorité des sujets. Elle présuppose en effet une conception de la représentation-correspondance: pour qu’un vote à la majorité dans un parlement signifie l’autonomie du plus grand nombre. Quoi qu’il en soit. Mais. Kelsen est d’ailleurs parfaitement cohérent sur ce point: pour que cette coïncidence soit assurée. on ne trouve pas dans la norme fondamentale de justification à l’institution de cette procédure spéciale.141 Si. parce que la majorité peut alors être empêchée par une minorité d’adopter la norme qu’elle désire. Celle de Kelsen est simplement que la révision est plus difficile à mettre en oeuvre et ne peut être réalisée qu’à la majorité qualifiée. le système parlementaire implique la représentation proportionnelle et un . Il sera donc nécessaire de conclure un compromis entre plusieurs groupes et notamment d’obtenir le consentement d’au moins une partie de la minorité. la justification démocratique à la Kelsen est difficilement adaptable dans le contexte français. Si une mesure ne peut être adoptée qu’à la majorité qualifiée. la démocratie est définie par Kelsen comme un système d’autonomie. il y a plusieurs réponses possibles. Le système de la majorité simple est donc simplement justifié sur le mode utilitariste par l’idée que le nombre des sujets autonomes est plus grand que celui des non autonomes. Ce serait donc en définitive la hiérarchie dans les degrés de démocratie qui justifierait la hiérarchie des normes. on pourrait penser que le système de l’unanimité en est une variété et même la plus accomplie. Pourtant. puisque un seul peut empêcher l’adoption d’une norme que tous les autres désirent. qui est également utilisé par d’autres auteurs dans des cultures juridiques très différentes: la forme constitutionnelle serait plus démocratique que la forme législative. que Kelsen a d’ailleurs luimême utilisé dans un autre contexte: selon cette définition de l’autonomie. Le même raisonnement conduit à appeler hétéronomie tout système de majorité qualifiée. distincte de la procédure législative ordinaire. dans ce système. On peut noter qu’il existe un contre-argument. le degré de l’autonomie est plus grand. à la question de savoir en quoi la procédure de révision constitutionnelle serait plus démocratique que la procédure législative. il faut que le parlement représente réellement les sujets. Or. on peut le considérer aussi comme une manifestation de l’hétéronomie la plus absolue. la constitution organise une procédure de révision. celui dans lequel le plus grand nombre d’hommes est soumis à des normes qu’ils ont eux-mêmes posées ou auxquelles ils ont consenti. par conséquent. puisque.

depuis le début de la Révolution. 8 . Toutes deux sont l’expression de la volonté du souverain. mais non pas la doctrine juridique française. mais la volonté réelle des électeurs. La métaphore du lit de justice paraît donc bien mieux adaptée au cas français que celle de l’aiguilleur. si la loi constitutionnelle intervient pour surmonter la décision du Conseil constitutionnel.142 système de partis eux-mêmes organisés de manière démocratique et fonctionnant sous le contrôle des militants. 293 s. Or. Dans le contexte français. Du reste. au contraire. ds. De même. mais seulement la volonté générale. il n’y a aucune différence entre la loi ordinaire et la loi constitutionnelle8. mais une fonction législative. comme le roi de France pour surmonter l’opposition du Parlement. ce système est incompatible avec l’idée que ce ne sont pas les électeurs. vol. F. les anciens parlements qui refusaient d’enregistrer un acte royal exerçaient une fonction incontestablement législative. parce qu’elle est adoptée par un plus grand nombre de députés. mais uniquement si elle est conforme à la constitution. C’est un aveu involontaire du fait que la cour constitutionnelle a exercé non une fonction juridictionnelle. tout le système de justification consistant à dire que la loi constitutionnelle par laquelle est repris le fond d’une disposition législative annulée par la cour est plus démocratique que la loi elle-même. Or. mais le Souverain qui est représenté. Ainsi. En réalité. La présomption ne serait ici que relative. Constellations. “Can Constitutional Democrats be Legal Positivists? or Why Constitutionalism?”. pp. on ne peut donc pas considérer que la loi constitutionnelle présente un plus haut degré de démocratie. cela signifierait que le souverain lui-même est intervenu. mais sur un Cf. Michelman. c’est-à-dire la volonté du Souverain. en ce sens. qui. Il faut d’abord relever rapidement qu’elle constitue un double aveu involontaire. fonde la légitimité du Conseil constitutionnel sur son caractère juridictionnel et qui s’efforce toujours de nier que le juge constitutionnel participe à la législation. ni une volonté générale fictive.. 2 (3). 1996. La représentation est donc seulement une présomption et elle ne dépend en rien de l’importance de la majorité qui s’est manifestée au sein d’une l’assemblée. le droit public français repose sur une conception de la représentation profondément différente. En revanche. Les députés sont des délégués des partis politiques choisis par les citoyens en raison de leurs programmes. Que la loi exprime la volonté générale signifie que la volonté qu’exprime les députés n’est pas celle des électeurs. l’emploi de cette métaphore ne va pourtant pas sans problème. Il faut nécessairement soutenir que la loi votée par le parlement n’est pas toujours l’expression de la volonté générale. Kelsen l’admettait. quand le roi intervenait pour briser une opposition des Parlements portant non sur une loi. On présume donc que les députés expriment non pas leur volonté propre.

. tout l’effort du Conseil constitutionnel a consisté précisément – on l’a vu – à nier qu’en s’opposant à une loi émanant du Parlement il s’oppose à la volonté du Souverain. le pouvoir est exercé par les gouvernants. sur la volonté du peuple actuel10. Il écrit ainsi. c’est bien au souverain qu’on s’est opposé et que le souverain peut se manifester en majesté pour briser cette opposition. Paris. “Le lit de justice” des rois de France. Aubier. si l’on accepte la justification du lit de justice. peut être considérée comme une variante de cette présentation: en temps normal. le seul véritable souverain. 1995. la métaphore du lit de justice est tout-à-fait inadaptée. L’idéologie constitutionnelle dans la légende. soit conformément aux procédures de révision. 1991. malgré le commandement exprès manifesté par la lettre de jussion et il faut la volonté du roi pour le briser. il faisait non pas un lit de justice.. il est en charge de mettre en représentation le fait qu’elle doit avoir le dernier mot”. faute d’avoir respecté la constitution. mais une séance royale9. La thèse de Bruce Ackerman selon laquelle le peuple. car on ne comprend plus pourquoi le souverain devrait se manifester en majesté. puisqu’en France. Or.. On peut faire la même constatation à propos de la vision que propose Marcel Gauchet. Mais dans ce cas. C’est surtout un aveu involontaire du fait que le Conseil constitutionnel s’est opposé au Souverain. mais de temps à autre. La thèse de Bruce Ackerman paraît bien adaptée à la métaphore du lit de justice. Gauchet. le rituel et le discours. mais elle inadaptée à la culture constitutionnelle française. soit par tout autre moyen. Paris. page 42. le peuple s’en empare et modifie la constitution. parce que la 9 Hanley S. La Révolution des pouvoirs. 1789-1799. M. Ce n’est donc que dans les moments constituants que se manifeste le souverain. qui ne fait qu’exercer une fonction de la connaissance – il constate que la mesure est de nature législative ou constitutionnelle – le Parlement d’ancien régime refuse d’enregistrer une loi. Elle est différente de la présentation d’Ackerman. qui estime que le juge constitutionnel fait prévaloir la volonté d’un peuple “transcendant” ou “perpétuel”. alors que nul ne s’est opposé à lui. mais aussi dans l’exercice du pouvoir législatif. le souverain est réputé s’exprimer non seulement dans l’exercice du pouvoir constituant. On ne peut éviter cette conséquence que de trois manières. Mais. il faut admettre qu’en s’opposant au législateur. le peuple et la représentation. A la différence de l’aiguilleur. 10 . de sorte que personne ne s’est opposé au souverain. La souveraineté. c’est-à-dire le souverain n’intervient qu’à certains moments.143 problème d’ordre juridictionnel. on peut revenir en arrière et soutenir que le législateur auquel s’est opposé le Conseil constitutionnel n’exprimait pas réellement la volonté générale.. dont aucune n’est véritablement satisfaisante En premier lieu. Gallimard. “le juge constitutionnel n’est pas en charge de représenter la souveraineté du peuple .

il ne peut y avoir entre eux aucune hiérarchie. Paris. Economica. la volonté générale. on peut estimer que le Souverain auquel on s’est opposé n’est pas le même. est évidemment un oxymore et qu’un législateur souverain et néanmoins soumis est une contradictio in adjecto. 1931). qu’il y a un Souverain législateur et un Souverain constituant. . si chacun exprime ou représente le souverain. La démocratie. mais seulement par le juge constitutionnel. car l’idée d’un souverain dédoublé et hiérarchisé. qui lui est supérieur. En revanche. chacun selon la procédure qui lui est propre. 1984 (1è édit. qui est un processus réel chez Ackerman. 11 Carré de Malberg. le législateur n’est qu’un délégué du Souverain. On peut enfin. c’est donc comparer la volonté des délégués à celle du Souverain. réédit. en France. R. n’est ici qu’une fiction.. On préserve alors la métaphore du lit de justice. comme la thèse d’Ackerman. La loi expression de la volonté générale. prétendre que ni le législateur ni le pouvoir constituant ne sont le Souverain. le législateur est le représentant du Souverain et son interprétation de la constitution ne peut être contrôlée. p. Aux Etats-Unis. fait d’un souverain législateur et d’un souverain constituant. c’est-à-dire la volonté du souverain. Cependant.144 volonté de ce peuple perpétuel n’est évidemment jamais exprimée directement. seul le constituant est souverain. comme la loi est l’expression de la volonté générale. Cependant. Carré de Malberg remarque d’ailleurs que le problème se pose différemment aux Etats-Unis et en France. la thèse de Gauchet. 109. Exercer le contrôle de constitutionnalité. n’est pas conciliable avec l’idée française que le législateur comme le constituant expriment tous deux la volonté du souverain. mais que tous deux expriment. comme l’a justement souligné Carré de Malberg11. mais le prix à payer est très élevé. En second lieu.

I propose to apply Prof. a cura di P. I will try to show that these theses are a necessary foundation if we want to explain the specific practical character of law. There is an ongoing debate in legal theory about the interpretation of some typical normative properties ascribed to legal dispositions2. 17-19 giugno 1999. Penguin. I am talking about properties such as «obligatoriness». »binding force». The Construction of Social Reality. I am aware of the fact that in investigations about the structure of legal systems ‘validity’ is understood in this latter sense. Sometimes.María Cristina Redondo Normativity in Legal Contexts. Analisi e diritto 1999. but in others. London. here I am not talking of validity as a systemic relation internal to law reconstructed as a system. etc. Guastini * . I will suggest that the approach needs to be developed further. against possible objections. John. or to confer a power in legal contexts. 2 I will use the terms ‘legal norm’ and ‘legal disposition’ indiscriminately to refer to meaningful language intending to prohibit or to make obligatory some conduct. I would like to raise some doubts and pose some questions about the content and the grounds of these ontological and epistemological theses as such. Searle’s theory – which I will call the ‘social-reality theory’ – support a certain positivistic analysis against two classical reductionist approaches used in jurisprudence. I basically wish to suggest two things. Regarding this point. If I am right. «genuine normativity». Department of Social Sciences and Philosophy. what is needed is only greater precision. »practical character». Comanducci e R. 1 I will refer especially to: Searle. the aim must be to show. Secondly. Searle’s epistemological and ontological thesis regarding institutional reality to a central discussion in jurisprudence1. ‘validity’ is understood in the sense of ‘binding force’. First of all. These properties are predicated in order to express a kind of evaluation. the epistemic and the ontological thesis of Prof. 1995 (hereafter. University of Jyväskylä (Finlandia). which is sometimes covered by the notion of ‘validity’3. Introduction With the following remarks. that the proposal is possible. CRS). and it is Testo rivisto della relazione presentata al congresso su “The Nature of Social and Institutional Reality”. 3 Of course. An Institutional Analysis* 1. In some cases.

Lagerspetz. ‘norms’. all legal dispositions explicitly intended to prohibit. Although they start from different premises and with different commitments. In the other. neither in the social nor in the moral sense. and theories that admit it are regarded as nothing but justificatory ideologies. its contents correspond with morality. In the second sense. norms which have ‘binding force’: they are precisely what is called ‘moral norms’. those who believe in such a thing are assumed to be wrong. but also by a larger class of critics of positivism – claim that it is possible to identify »genuine» valid norms. it refers only to the practical nature or binding force which I intend to discuss now.146 thought to exist only when certain moral requisites are satisfied. as binding force. left aside – I will call this the ‘skeptical position’ –. legal dispositions may be assessed as having binding force or normativity. Dordrecht. Regarding this issue. I will be concerned with the practical force which is a necessary element of obligations but a contingent element of norms. it is a strictly moral predicate. pp. whether it is admitted or rejected. The difference is that skeptical approaches – generally represented by so-called »legal realism» – hold that there is nothing that can be identified as »genuine» validity or normativity. whereas post-positivistic approaches do admit one single kind. a legal system is authentically binding or normative if. and ‘obligations’. normativity. that is. Cf. or a power. Lagerspetz distinguishes between ‘rules’. In this view. obligate or empower are norms. 141-142. rather than to a positive morality. 4 It is important to take note of the ambiguity of the word ‘normativity’. both positions agree on the same kind of reduction since both reject the idea that legal dispositions may have a specific social normativity which is not necessary related to a moral property but can also not be reduced merely to agents’ beliefs. where this refers to a critical or ideal. not all of them are normative. Eerik. not all of them succeed in constituting a right. But what matters is to underline that whenever this normative meaning is at issue. 1995. there are two alternative positions which are usually considered to be exhaustive. In a narrower sense. the basic difference between the two perspectives lies in the fact that skepticism rejects all kinds of non-reducible normativity. and to determine its specific meaning requires an ethical discussion – this I will call the ‘moral position’. In the first sense. From a classical point of view. An Essay on the Conventionalist Theory of Institutions. In one case. because even if they intend to. it is generally regarded as a moral property4. In other words. Consequently. In a very wide sense it refers to all language with a world-to-word direction of fit. . The Opposite Mirrors. a duty. Thus. is to be demystified or. Kluwer. Of course. In turn. moral approaches – classically represented by natural-law theory. and only if. The ontological and epistemological status of this property is what I intend to analyse. and the ontological status of the moral properties they refer to depend on what metaethical theory one adopts. namely moral normativity. not all legal theories admit ‘validity’ or ‘binding force’ as referring to a normative property. The epistemological status of statements ascribing such properties. at least.

One can counter the two reductionist approaches by seriously taking into account a dimension of institutional normative facts and by explaining. social-reality theory also provides an explanation of the practical character of law in a positivistic way. Social-reality theory is a non-reductionist theory about social institutional real- . nor does it imply a metaphysical commitment with a strange kind of entities (which would contradict its empirical philosophical background). Here. Socialreality theory can attempt to explain social normativity. it competes with other explanatory attempts. (Although I will later point out some problems concerning these premises. I think it is important to recall the distinction between two different kinds of discourse. because its purpose is a totally different one. it is said. With respect to this. on this basis. And that world is. Instead. In summary. we can see clearly where the difference of the approach of social-reality theory lies. In this context. it is generally accepted that law as a social reality is an agent-relative «reality». maintaining or rejecting such institutions. and specifically with all dualistic or reductionist theories regarding the deontic element involved in institutional reality. Social-reality theory does not compete with these approaches. more or less as the empirical sciences describes it. which are sometimes expressed in the same terms. 2. the normativity of law – if it is not to be of a moral kind – is thought to be reducible to agents’ beliefs. Its purpose is neither to identify nor to explain real normative institutions. If we look at social reality. or a law to be just. the specific way how law can be said to be normative or binding. But precisely because of this. these positions are not exhaustive. but a reductionist approach. We can find and explain only what is considered to be a normative fact. For instance. Rather. we cannot find genuine normative facts. That is to say. in explaining the practical character of institutions in general. Some necessary premises In order to carry out my purpose I will mention some premises of socialreality theory that must be taken for granted.147 In my view. it tries to establish what would be good justificatory reasons for creating. This explanation does not resort to an ideal morality (which would contradict the positivistic thesis of the separation between law and morality). I think. we can explain genuine legal normativity as an irreducible social phenomenon which does not necessarily depend on critical morality. It does not intend to offer good justificatory reasons in support of the existence of institutions in general or specific institutional facts in particular. even when it is formulated in descriptive language. if it is coherent. is either a critical (evaluative) or a metaphysical discussion. I think that.) a) b) Social-reality theory is based on a monistic philosophical thesis: We live in one single world. the ethical discussion about the conditions that must be satisfied for an authority to be legitimate. we hope. cannot – simply because it denies the existence of such a thing.

duties and powers. we can determine the truth-value of statements about them. if one assumes certain metaphysical theses. That is to say. A theory may say that. It offers us a structure or a pattern of interpretation according to which under certain conditions we can assert the existence of a special kind of facts. For instance. The metaphysical assumptions of the theory regarding the external world are something completely different. To sustain nonreductionism about some kind of facts or properties means to distinguish the existence of two kinds of things or realities: those which are considered to be irreducible. and the philosophical metaphysical thesis underlying it. on the contrary. then we can certainly say that it also includes legal rights.148 ity. Institutional reality is epistemically objective. The truth-condition of a statement about an institutional fact is precisely the institutional fact referred to by the statement. In other words. In that case. namely 5 institutional facts. c) d) I would like to make a comment on this first group of ideas. at the end of the day. that all the theoretical distinctions correspond to independent external realities. Subjective ontology means only that this fact would not exist if the appropiate attitudes did not obtain. on the other. that means that it offers a language and establishes the conditions under which the facts in question can be said to exist. But this does not mean that such attitudes are the truth-condition of a statement about institutional facts. In contrast. to sustain a reductionist thesis means to deny this distinction and to defend the thesis that the first kind of entity or reality is actually nothing other than the second. I am not trying to say that there cannot be any logical relations between theoretical and metaphysical theses in general. This kind of reality includes human rights . there are then not two types of ontologies. That is to say. There are different kinds of reductions that a theory may propose or refuse. regarding specific objects or properties. if a theory offers a non-reductionist thesis regarding certain facts. And if that is so. and those to which they are said to be irreducible. But the arguments for or against a reductionist or a non-reductionist stand regarding a specific property analysed by a theory are not arguments for or against metaphysical presuppositions. An existential statement in this sense is internal to a theory. there is nothing out there. but only one. its mode of existence depends on agents’ attitudes and background capacities. Searle. In other words. The existence of institutional facts can be objectively known. or. 93. Reductionism and non-reductionism are theoretical theses regarding specific properties or facts. monism or pluralism. But in this particular case I am saying that the theoretical recognition of two different ontologies does not imply 5 Cf. p. some theoretical reconstructions must be rejected as logically incompatible. CSR. Institutional reality is ontologically subjective. . on the one hand. it must be understood in the sense proposed by the theory. we must not confuse the non-reductionist thesis of social-reality theory with its monistic philosophical assumption. In order to interpret them correctly I think it would be useful to keep in mind a distinction between the theoretical proposal. such as idealism.

By examining the direction of fit of the respective speech-acts we can determine whether they constitute a directive or a despcriptive use of language. since it is trying to sustain that we can distinguish two kinds of entities in a unique metaphysical world6. the main goal is rather to constitute justificatory reasons for actions. In legal theory. that obedience may not be the principal aim of a directive discourse. then social-reality theory would be ab initio contradictory. Practical Reasons and Norms. 3. Legal normativity as institutional existence of rights and duties As we know. This does not mean that when it comes to action there cannot be any way to rank the different results reached from each one of these different normative perspectives. In resumed terms. following MacCormick. According to MacCormick. monistic or dualistic background. Raz. Leaving aside the discussion regarding the kind of reasons legal discourse intends to produce8. In this respect. 215. directive discourse is not always legal. Taking these ideas into account. ‘rules of strict application’. Joseph. we can say. one could accept metaphysical realism regarding moral properties and still explain social normativity as an irreducible institutional fact independent of moral properties. it has been underlined that obedience is neither the only nor the principal purpose or aspiration of authorities. Princeton University Press. CSR. For example. To be sure. let us suppose that legal theory provides us with a sufficiently clear criterion to recognize which discourse should be considered a legal one. p. The theoretical identification of multiple kinds of entities is logically compatible with the philosophical idealistic. 2nd ed. it should be noted. respectively. 8 Central on this issue is the proposal of Joseph Raz. however.(or word)-toworld direction of fit or with a world-to-mind (or -word) one. we can say that since Herbert Hart’s 6 I am suggesting that the irreducibility of institutional normativity is independent of a monistic or dualistic metaphysical thesis. Cf. we should recognize . Searle. 1990.. Princeton. 7 Cf. NJ. and ‘rules of discretionary application’.149 two different external worlds. This aim is generally considered as the trait that distinguishes legal authorities from a gangster. that by taking into account the force of the rules it is possible to distinguish ‘rules of absolute application’. It may have further purposes and may therefore be evaluated in additional ways. the same set of words may be uttered with a mind. If this were not admitted. we also have words for describing success or failure in achieving fit for directive discourse. which has given rise to many others contributions. and the terms for directive discourse are ‘obeyed’ and ‘disobeyed’7. The third one corresponds to rules of thumb. just as we have words for describing success or failure in achieving fit for statements. According to social-reality theory. The first and the second correspond to Raz’s and to Schauer’s models. The terms for statements are ‘true’ and ‘false’.

To be sure. Like ‘truth’ and ‘obedience’. Institutions and Institutional Facts». one of the central aims of legal dispositions is to give rise to new rights. pp. Nonetheless. In doing so. 1999. it is generally acknowledged that a legal disposition reaches its goal in establishing a new duty or right when it has binding force. On the basis of these ideas. Cf.150 proposal. Now. Neil. we can say that. 10 For a different analysis of this property cf. But if. if what I said before is correct. ‘normativity’ is another word of evaluation10. not all legal dispositions succeed in this attempt. manuscript. Obedience. we can see legal dispositions as specific institutional facts9. in his view. directive discourse intending to create rights and duties can be evaluated as valid or invalid (binding or non-binding). duties and powers. In addition to this. the principal aim of law is not obedience but acceptance. Celano. a parallel can be drawn. and not all dispositions that do succeed are legal ones. existing law. rights. only when some basic constitutive rules are accepted. Bruno. I mention these Hartian ideas at this point only to emphasize that. Law and Philosophy 17. For that to be true. the new lawgiver would first have to gain new obedience from the addressee[s]. 9 Using the schema provided by social-reality theory we can interpret the rule of recognition as the constitutive rule acceptance of which allows us to identify the laws which belong to and have to be applied in a legal system. to a great extent. . «Validity as Disquotation». the lawgiver disappeared. If this were the only way to evaluate legal discourse we could not understand the law as a continuous phenomenon that persists even when authorities change. 1998. That is to say. is a relationship between a lawgiver and the addressee(s) of the law. – law. the legal system would collapse and it would not be possible to say that a new lawgiver has the right to command. It would then have to be understood as a set of orders related to each other by their origin in one single lawgiver. 316-318. and commands to be obeyed or disobeyed. understood as nor- that these last ones have a specific force as tie-breakers when the balance of reasons does not determine a result. according to Herbert Hart. we produce statements – validity statements or statements of binding force. for whatever reason. MacCormick. and validity statements are true or false. be judged as true or false. in turn. Such statements can. a nonreductionist account of the existence of rights and duties as institutional facts permits a non-reductionist account of this property – validity. or powers. In this line of thought sophisticated contributions distinguishing between mere obedience and acceptance have been developed in legal philosophy. Just as statements can be judged to be true or false. legal dispositions are valid or invalid. To predicate the normativity or binding force of a legal disposition means to assert the existence of the corresponding duties. whose rule of recognition is accepted – is better understood as a set of justificatory reasons for action than as a set of orders backed by threats. that is. «Norms.

As explained above. Law and Interpretation: Essays in Legal Philosophy. that is. Kelsen’s theory. Therefore. Searle. [This question corresponds to a sense of ‘validity’ that could also be analysed in terms of institutional facts. According to social-reality theory. The disquotation and the correspondence theory are both tautologically true. truth and facts are necessarily related because a fact is what makes a statement true. Cf. and facts are the conditions in the world that satisfy the truth-conditions expressed by statements13. Once a misleading interpretation of the notions of ‘facts’ and ‘correspondence’ is avoided. p. The (brute or institutional) facts referred to by statements are not at all metaphysically strange objects. In virtue of the correspondence theory of truth. which makes it true. pp. 211. That is to say: ‘Prescription P is valid’ is true if. or in virtue of which it is true. if a legal norm has no binding force. CSR. The truth of the validity statement ‘Prescription P is valid’ should be analysed in terms of disquotation. 1995. According to social-reality theory. 13 Cf. also Coleman. has been criticized precisely for confusing two different meanings of ‘validity’. in contrast. «Determinacy. that is. we can ask whether this prescription is ‘valid’ in a different sense. For instance.151 mativity or binding force – with which we evaluate legal dispositions about rights and duties. the notion of truth must be understood in terms of ‘disquotation’ and ‘correspondence’. in: Andrei Marmor (ed). that is. a given legal system. 12 Cf. we can accept both views as completely compatible. it does not give rise to a right or obligation. we should not therefore confuse the two things. 203-278. But although it is true that Searle’s theory enables us to explain as institutional facts both the existence of legal norms and the existence of rights and duties. Prescription P is valid. or exists within. cf. p. the truth of a statement predicating the validity or binding force of some ought-statement must be assessed on the basis of whether or not it corresponds with the existence of the duty in question 11. the institutional existence of the right to vote14. even though it may exist. and only if. 215. Jules and Leiter. Oxford. every statement determines its own truth-conditions»12. Objectivity and Authority». whether it has ‘binding force’. 11 Regarding ontology in the legal context. Searle. for equating the existence of a legal norm with the existence of the duty to do what that norm says. normativity or validity in this sense means that the corresponding right does in fact exist. «the whole point of having a notion of ‘fact’ is to have a notion for that which stands outside the statement. In this view. On this account. Brian. the ‘fact’ that makes the statement true is the validity of Prescription P. 14 It might be said that there is a similarity between the results of application of Searle’s theory and Kelsen’s theory of law. . In the approach I am presenting now. but I will not discuss it here. take the following prescription P: P: ‘All citizens aged 18 and older are allowed to vote in presidential elections. if it is true. footnote 3] Additionally.’ Now we can ask whether this prescription P belongs to. CSR. Clarendon Press.

the moral approach would be a normative proposal from which we can criticize real or potential institutions. Likewise. however. there are many specific metaethical theories that contradict the monistic ontological thesis. is the social existence of institutional powers. without constituting. It must be stressed that if. but do not always successfully. morality is to be understood as an institutional social phenomenon. it may well be that a right or duty is only formally established by legal dispositions. Note. On this interpretation. namely social institutional normativity. . or binding force. 4. or refusing to accept.152 It could be said that one of the principal goals of directive language in legal contexts. as far as metaethics engages in ontological reflections. we would have only an apparent disagreement if moral approaches did not intend to analyse normativity or normative institutions. but still do not exist. as far as it claims to have binding force and normativity. it would then be necessary to recognize that there are two genuine senses of normativity. and rational or moral normativity that is a regulating ideal15. in the last resort. a right or a duty as an institutional fact. By making this distinction we make explicit the difference between the institutional existence of law or legal dispositions and the institutional existence of the rights and duties that they intend to. and that is a moral one. or corresponding to. In this case such rights or duties are the content of legal dispositions which have been formally promulgated. In the approach of social-reality theory. nor the procedures in the context of which it has been uttered. most legal theorists reject this last proposal and consider that there is only one sense of genuine or nonreducible normativity. On that account. Some general remarks on reductionism As I have already said. that neither such language by itself. that is to say. and that ascribing normative or practical force to social institutions independently of critical moral requirements amounts to a fallacy 15 Of course. create. duties and rights can be said to exist when a constitutive rule is accepted and some status functions are thus assigned to certain persons or things. rights and duties. from the predominant perspective. the corresponding legal dispositions lack binding force. To the extent that the existence of these rights and duties is the truth-condition of statements of validity. there is only one sense – if at all – in which a legal disposition may be authentically normative or binding. such statements are false. then the confrontation between a moral and a social approach to normativity is merely a verbal dispute. but to propose – with a world-to-word direction of fit – the conditions people should consider before accepting. In this case. However. nor the intentions of the utterers can guarantee that the alleged rights and duties come to exist. certain norms.

if all participants in the practice of authority were to reject the idea that the concept of authority implies that they are believed to be. participants attach different kinds of meaning to statements about powers. or they might think that the accepted rules have binding force independently of the attitudes of human beings17. Neil. «On Analytical Jurispruence» in MacCormick. The participants may not be aware of it. the alternative is the following. 18 In fact this is an example of a ‘non-extreme external point of view’ or ‘hermeneutic point of view’. ‘rights’.153 committed by ideological positivism. This is not a claim about the meaning with which people use normative language from an internal point of view. The Ethics of Human Rights. MacCormick. Searle. prohibitions and rights19. But. pp. 118. Also. we need an argument for upholding the recognition of a genuine -non-reducible. Carlos S. 1986. where consent is essential. Hart. Neil and Weinberger. «Social Rules» in H. an interesting point must be underlined. Clarendon Press. for something to be a genuine duty. Neil. Here. 1981. If this were not the case (for instance. normativity is to be understood as a moral property or as sheer coercion plus beliefs. 16 Cf. p. a great deal of pomp. Moral approaches do not deny that socially accepted norms exist. the continuous acceptance of the members of a group is strictly necessary in order for institutional normative reality to exist. their practical character. Oxford. From the perspective of social-reality theory we only need a philosophy of society and a theory of institutional social facts. such authori- .. or binding force. 16-24. such social rules cannot be genuine reasons for action. p. duties. on this hypothesis. can be reduced to pure coercion or false beliefs. ‘money’ and the like – with a meaning that does not correspond to the reconstruction provided by social-reality theory. London. do not succeed in their attempt when they do not conform to moral requirements. A. 104. In virtue of what has been called the principle of the unity of practical reason. MacCormick. Dordrecht. 38. An Institutional Theory of Law.social normativity. 17 «Where the institution demands more of its participants than it can extract by force. Reidel Publishing Company.» Cf. New Approaches to Legal Positivism. because from the former point of view. What they say instead is that if the content of such accepted norms does not conform to moral standards. Nor is it a claim about participants’ beliefs. from an internal point of view. All this amounts to a real disagreement between the moral approach and the socialtheory approach. Edward Arnold. social authorities attempting to establish duties. according to social-reality theory. in order to understand and identify authentically normative facts or binding norms we must rely on metaethics and a critical morality. 19 It is important to admit that the agents who participate in the practice can use the institutional words – ‘authority’. p. or regarded as. even if they are accepted. and razzmatazz is used in such a way as to suggest that something more is going on than simple acceptance of the formula X counts as Y in C. Summing up. Ota. On the one hand. rights and powers. Nino. ceremony. Cf. 1991. L. Social-reality theory is an external18explanation compatible with the fact that. CSR. From this point of view. it must be in last resort a duty in a moral sense16. Against this alternative.

1998. «Social Ontology and the Philosophy of Society». Cambridge. and it is irrelevant whether they think that it could have been otherwise. an institutional fact or. for whatever reasons they may have. In other words. Ronald. 22 Cf. Nevertheless. Law’s Empire. 20. we must abandon the idea that there is a realm of ought («ein Reich des Sollens») alongside the physical one. in this case. and False Beliefs: Some Issues Concerning Institutional Facts». for instance. In the example. the theory would have to admit that authority is not an institucional fact. Only after certain institutional facts come to exist. this last thesis does not imply that we cannot. this approach doesn’t require that participants believe in the arbitrariness of these rights and duties (as would be required by a strict conventionalist reconstruction). Self-Referentiality. On the other hand. In the same vein.154 In order to explain the practical character of authoritative language regarding duties and rights as the institutional existence of the rights and duties that they propose. All it requires is that participants assign these status-functions. according to social-reality theory. In fact. 21 It is obviously true that many aspects that can be analysed with this theory can also be analysed with a strict conventionalist theory. Dworkin. participants must accept that «x (being a citizen aged 18 or older) counts as y (having the right to vote) in context C». Analyse & Kritik. The institutional theory matches well in both cases21. . «Collective Intentionality. Bruno. Mass. or the case in which institutions emerge independently of any coordination problem. 1986. John. namely: to say that money is not. it neither requires that participants believe that they are constituting rights as institutional facts nor that they believe in the existence of these facts as metaphysical entities. the quote of Davidson in Searle. Cf. We must remember that for social-reality theory. Regarding this issue. the beliefs referring to them can be evaluated as objectively true or false. for necessary moral reasons. that the participants use the word with a meaning which is different from the reconstruction proposed by the theory. from a theoretical point of view. The important point here is that social-reality theory can explain the existence of these rights. there are only two alternatives. «part of the content of the claim that something is money is the claim that it is believed to be money». cases where the arbitrariness clause does not obtain. even if they are considered a matter of conviction or arbitrary convention20. But it is also true that social-reality theory can explain more than the conventionalist approach. distinguish different kinds of entities that we can claim to exist when the condi- ties). cf. 144. 20 On this subjetc I am referring to the well known discussion related to Ronald Dworkin’s criticism regarding convetionalist approaches to law. or that it ought to be that way. as I am suggesting. Celano. Analyse & Kritik. We must abandon the idea that there is a mental world besides our physical one. we should renounce the classical is/ought distinction as metaphysical.. 1999 (forthcoming). we live in one single world – at most22. If all participants refuse the claim. p. For example. Harvard University Press.

we can find a reflection about why we are able to reduce phenomena as heat. «Surely when you get down to brass tacks. MIT Press. In this work. 121-122. But we can’t make that sort of appearance-reality distinction for consciousness because consciousness consists in the appearances themselves. we can realize that the same may be said about normative phenomena of rights and duties. 1992. 24 Searle. such as the existence of rights or duties. CSR. we can say that our interest in some contexts is directed towards its objective appearance rather than its underlying subjective basis.). Concerning the question «Why do we regard heat as reducible and pain as irreducible? The answer is» – Searle says – «that what interests us about heat is not the subjective appearance but the underlying physical causes. Emergence and Naturalism». This is so because this non-reductionism does not reflect any metaphysically necessary feature. in Leonard Linsky (ed. because they consist in the appearances themselves. Rudolf. Extending this argument to normative reality. XVIII/1. without metaphysical consequences. 28 I take this argument as a good one. Cf. Teorema. John. 25 Ibid. to their physical foundations. 120.155 tions stated in the respective theory obtain23. Urbana. Sabates. the reduction is possible. Semantics and Ontology». vol. If we keep this idea in mind. even if linguistic practices have been considered as an insufficient basis for preventing reductionism. 45. p. Where appearance is concerned we cannot make the appearance-reality distinction because the appear26 ance is the reality. Ill. To consider different kinds of reductions in Prof. 26 Ibid.»25. Searle. pp.» . color.. «Empirism. etc. Marcelo. 208-230. 1999. pp. we should move on to the arguments presented in his «The Rediscovery of the Mind»24. Semantics and the Philosophy of Language. solidity. 1952. «Consciousness. The interesting point to remark is that if the parallel to the non-reducibility of mental entities can be drawn. but a trait of our definitional practices28. Cambridge. Regarding consciousness. . Searle observes: «Part of the point of the reduction in the case of heat was to distinguish between the subjective appearance on the one hand and the underlying physical reality on the other. while we are unable to do the same regarding mental entities. We thus do not need to reduce our mental or institutional normative reality in order to be coherent with the rejection of metaphysical dualism. 27 Cf. it is a general feature for such reductions that the phenomenon is defined in terms of the ‘reality’ and not in terms of the ‘appearance’. The Rediscovery of the Mind. we can say something more about the recognition of a specific institutional norma- 23 Carnap. p. University of Illinois Press. Indeed. there are no real facts»27. sound. Following the parallelism we should say that. of course. Prof. Searle’s approach. We cannot make the appearancereality distinction for normative facts. Mental and normative reality can exist according to a theory.

Ethical Objectivism and Moral Indeterminacy». does not mean indetermination. when acceptance is not yet. 32. 8. In social-reality theory. June. a cognitivist thesis about institutional reality. or no longer. Objective knowledge supposes that «disagreement does not undermine the thesis that there is a fact of the matter awaiting discovery. Rather. clearly established. however. Cf. Joseph Raz talk about normative. Some epistemological and ontological remarks 1. it would simply mean that we stop calling them by their old names29. Also. p. 1963. CSR. Joseph. we can Searle. «Ethical Disagreement. or between institutions – and the general rights and duties related to them – on the one hand. Georg Henrik. p. on the other. Institutional reality is epistemologically objective. It is. p. This may be the case. We can say that true or false statements about institutions are either pure or applicative. 2. We could try to reduce and redefine institutional normative properties like binding force in terms of what is believed or considered to be binding. Searle. Hence. or that questions about it have a correct answer. No. That something can be objectively known entails that statements about it are true or false. Clarendon. in a reductionist way. 33 I take this category from Joseph Raz. 1980. institutional reality can be objectively known only if collective acceptance and the practice supporting it are also clearly established. for instance. Russ. John. LIV. CSR. The Concept of Legal System. Shafer-Landau. Uncertainty. It is an applicative statement if there is an institution and an individual fact. Routledge and Kegan Paul. A statement is pure if the existence of an institution suffices to make it true. rather than institutional statements. 123. just as we redefine ‘red’. 31 Cf. 30 29 . We may be uncertain about the truthvalue of a «pure statement» regarding the very existence of an institution33. Even if this is apparently simple and sound. We can still maintain bivalence regarding this kind of statements. Norm and Action. Vol. we could say. The Rediscovery of the Mind. The problems we may encounter here are of different kinds. That is to say. such disagreement suggests a fault of at least one of the interlocutors»30. 2nd ed. 5. 1994.. Philosophy and Phenomenological Research. Oxford. Searle. the contrast between epistemic objectivity and epistemic subjectivity is a matter of degree31. But this would not mean that we eliminate the appearance of normativity (as we also don’t really eliminate the subjectivity of red). 32 Von Wright. as the reflection of light of a specific kind. New York. I think that some difficulties arise when we distinguish between act-categories and act-individuals32. and individual instantiations of such institutions. pp. John. Raz. which together are sufficient to make it true. 49 and 218. while none of them separately suffices to do so.156 tive reality.

the indeterminacy of a proposition is a semantic problem. first of all. objectivism suggests bivalence. There will always be borderline cases. concerning whether some agent A on a particular occasion has performed a commercial transaction or a donation. that is to say. regarding the problem of vagueness. duties and powers is semantically indeterminate or when there are unresolved conflicts. in The Authority of Law. 1979. On the one hand. and that implies that the answer to the question is. we cannot determine whether it is a sale or a donation. pp. powers and duties. they are neither true nor false35. Helsinki. commercial transaction or donation – are objectively true if the institution has reached a certain level x of acceptance. vol. because there may be unresolved conflicts between equally valued rights and duties. Joseph. There may. arise additional problems related to the truth-value of «applicative statements» referring to individual instances of some clearly existent institution – for instance. indeterminacy is an epistemical problem.157 stipulate that statements about the existence of an institution – for instance. Propositions about borderline cases are semantically indeterminate. institutional statements referring to such cases lack truthvalue. there are certain kinds of inescapable gaps. it is an open question whether or not epistemological objectivism regarding institutional facts implies that any single – pure or applicative – proposition about social reality has a truth-value. For example. however. i. Our ignorance about this fact. On the other hand. pp. there are two classical approaches. The problem is that the meaning of ‘sale’ and ‘donation’ is partially indeterminate. e. Yes. about the level of acceptance. Perhaps it is not always possible to know the truth-value of some propositions. imagine a transaction X where. in: Six Essays in Philosophical Logic. and secondly. and that they are false in all other cases. is a lack of knowledge. «Legal Reasons. Here social-reality theory leaves room for discussion. Acta Philosophica Fennica. Clarendon. or between incommensurable ones34. . as well as the possibility of genuine conflicts suggest that the answer in these cases should be No. Raz. 35 Von Wright. This is so. From one point of view. Georg Henrik. and what the corresponding rights and duties are. taking into account all the relevant characteristics of X. 34 This could be presented with the language of Joseph Raz. in this view. For instance. the gradual nature of the objective-subjective distinction. Raz affirms that in virtue of the social sources of legal rights. Sources and Gaps». 1996. powers and duties having no truthvalue. 53-77. which correspond to statements about rights. and that presupposes that there is something to be known. from which our statements cannot escape. they do. Indeterminacy. 60. does not undermine the truth-value of propositions about the existence of the institution. because the concepts referring to institutions and the rights or duties related to them may be vague. On the second approach. For social-reality theory. They arise when the language of rights. but this does not mean that they do not have any. «Truth Logics». 71-91. Cf. the general problem of vagueness.

158 Summing up. what matters is not the issue of determining who or how many agents should sustain an institution in order to make such statements objectively true. Now I want to move on to another point concerning the ontological and epistemological thesis of social-reality theory. Institutional reality exists because of the acceptance and practice of agents. In principle. The existence of this feeling is relative only to that agent. Nor does it mean . unavoidable. although it can be objectively recognized or known by others. namely an ideal reality that can be known objectively because it is ontologically objective. when can we truly say that A is an authority or B is a duty within a given group? The answer is: When it is an institutional fact that A is an authority or that B is a duty within that group. then «A is an authority for me» is also objectively true. it exists independently of human beings. we can say that this does not represent any problem to the theory. A feeling of pain exists if one agent feels pain. in this sense. Only if the (subjective) conditions of existence obtain. If the sentence «A is an authority in group G» is objectively true. provided I am a member of group G. it is ontologically subjective. It is an agent-relative reality and. in contrast. The interesting point here is that we are allowed to state that it is objectively true that A is an authority. Usually. as seems to be the case. For example. it seems compatible with both classical opposite answers regarding borderline cases and unresolved conflicts. Hence. we are facing a problem of asymmetry. at least that is clearly suggested by the fact that we characterize them as ‘social’ facts. exists in relation to me even if I do not accept it. this does not mean that the theory assesses this fact as a morally good thing. epistemic objectivism regarding normative facts which are nonreducible to empirical reality has been associated with a problematic ontology. Institutional facts. that authority. even if not all the members of the group do accept the respective institution. At this point it is easy to slide into a futile discussion about the ‘real’ existence of an authority if we do not remember the different directions of fit with which the same words can be used. objective truth-judgements are possible. The only purpose of this remark is to underline that these doubts reflect others about the special ontological status of this kind of reality. even if I don’t accept the institution of authority. This mean that according to this theory. or that B is a duty for the members of the group as a whole. as far as the explicit thesis of social-reality theory goes. At this point. do not exist relative to each agent. unless we are willing to admit that social entities exist merely in relation to each single acceptant (in which case we should stop characterizing them as part of a social reality). with all its practical consequences. This asymmetry emerges because social entities are not strictly subjective mental ones. 2. When we affirm that according to the premises of social-reality theory. Let’s suppose that I reject the institution of authority. To conserve an objective epistemological thesis regarding a gradually man-made reality may have paradoxical consequences for applicative statements if semantic and valorative disagreements about them are. that is to say. A is an authority also for me or relative to me.

that something exists subjectively means that it exists only for. 37 Institutional facts require acceptance by a sub-group or some relevant individuals. This means that such facts exist only within groups and do not exist outside of them. Cf. Summing up. but I think it might be relevant to stress the difference. it is relative to all agents belonging to the group. The second sense of «subjectivity» stresses the fact that agents’ attitudes constitute a necessary condition for the existence of an institutional fact. 1993. In this sense. The Journal of Philosophy. as a member of the relevant group. From this point of view. Hence. in the example. it is perhaps useful to introduce a distinction which was originally drawn with a different purpose36. does not refute the explanation. 38 Note that if Searle’s theory defined ‘authority’ (or any other institutional concept) as . or in relation to. In particular.159 that I should accept the authority simply because it is an institutional normative fact according to the theory. institutional reality is subjective because it exists relative to a social group. In this context. A may well be an authority in relation to myself and relative to my actions. 621. Ernest. The theory offers a language in which we can identify and explain that kind of reality. 90. This first kind of «subjectivity» implies a threshold beyond which the ontological claim vanishes. Sosa. To say that something is relative to some group does not tell us anything about why it exists or what the necessary conditions for that existence are. A is an authority that will have practical consequences even for those that reject it. This may seem a purely linguistic movement. To say that an object is subjective in that sense is to say that it would not exist if the person or group of persons in question did not have the right attitudes. But it is also subjective because it exists in virtue of certain agents. or should think. 6 and 156. 36 Cf. From this point of view. independently of any agent’s attitudes. but it does not say that the members of the group must be aware of that. the fact that participants believe that their institutions exist in a non-relative way. cit. op. Eerik. It offers a reconstruction according to which we can state that. Lagerspetz. In the first sense. The existence of something may be subjective in two different senses. p. An object can be subjective in both of the senses mentioned even when that subjectivity is denied by the agents in relation to whom that object exists and on whose attitudes it depends. a mental entity is relative to one person while institutional facts are always relative to a group. it does not tell us whether it exists because it is accepted. «Putnam’s Pragmatic Realism». Its purpose is not to explain what I think. Social-reality theory asserts that institutional entities are subjective in both senses. It is possible to distinguish between existence relative to someone and existence in virtue of someone. without being at the same time an authority in virtue of my actions and myself38. pp. namely those who give their acceptance. institutional reality exists in virtue of the acceptance of certain individuals and not in virtue of the acceptance of the whole group37. a person or group of persons.

for the existence of only one external reality – or non-reductionism concerning institutional reality – that is to say. However. It says nothing about reductionism and nonreductionism of a specific institutional ontology. provided that it is objectively true that x is an authority relative to the group and it is also true that I belong the group. It could be sustained that a theory which explains the structure and the conditions of existence of such entities – just like other theories about entities like electrons. metaphysical realism about genuine normative properties (which are usually conceptually assimilated to moral ones) rejects neither external physical realism nor a correspondence theory of truth. because it is not directly relevant in the discussion about the ontological subjective thesis and the epistemological objective thesis regarding institutional reality. In the example. but it would at the same time also be true. but rather completes it with the recognition of an objective normative reality. this argument is not a support for the two central theses here discussed. In fact. instead of this clear argument for the existence of an objective independent reality it would have been desiderable to find an argument for this special subjective-objective institutional reality. as a theory about social reality the theory under scrutiny competes with that which is subjectively considered to be an authority. It only shows that institutional facts – which depend on our representations – presuppose a different kind of reality independent of any representation. the one which I had called the ‘skeptical approach’. provided that I do not consider x to be an authority. first of all.160 3. This argument does not refer to institutional reality. It is worth noting that. which does not reject the first. there is no need for a philosophycal argument for every theoretical distinction. the plausibility of the argument for external realism does not exclude the plausibility of another argument for external moral realism . numbers. Secondly. In a work devoted to institutional normative facts. A theory’s success or failure depends on its capacity to account for the problems it intends to explain and to formulate useful hypotheses about them. This is not a fault of the argument for external reality as it is presented in social-reality theory because it does not intend to be an argument for monism – that is to say. In other words. I am not asking for another transcendental argument about institutional reality. Likewise. normative world independent of the first. and so on – does not need to produce a transcendental argument for the acknowledgment of these entities. Finally I wish to say a few words about the transcendental argument for external realism on which social-reality theory is founded. mathematical relationships. for the recognition of institutional normative facts which can be distinguished from the subjective attitudes on which they depend. the argument for external realism is even more compatible with a subjective reductionist view of institutional normative reality – namely. it would have a logical problem. ‘x is an authority’ would be false regarding to me. . In other words. it says nothing to those who hold that alongside the external physical world there is another.

Moore. W. Concerning this point. in J. On this view. If we take its nonreductionism seriously we must accept dualism. that is. Moral Realism and the Foundations of Ethics. 1982. but which explain the structure and the emergence of institutional normativity in other ways. 945-1027. On the opposite side. Dordrecht. Hockney. rights or duties39. they are usually considered to be not only mutually exclusive. Reidel. 1989. D. the thesis that we live in only one single world. 99. In other words. 40 Cf. Its implausibility is not shown by merely asserting that we live in only one single world it must be shown as the result of an argument. 1990. «Sovereignty in silence». Realism is necessarily connected with monism. David. Michael.161 various other theories. the analysis of norms as ideal entities amounts to non-reductionism. Wilson (eds. and W. Michael. we can be either realists (empiricists) or idealists regarding norms. we must produce an argument to show the possibility of that logical space in which monism does not imply reductionism. theories which accept monism. von Wright. together with the thesis that social institutions are normative insofar as they correspond – or in some way relate – to that moral reality. external moral realism is considered to be the best explanation for nonreducible normative properties40. it is assumed that there is no logical space for a third approach. and non-reductionism does not imply dualism. I have called them the moral and the skeptical approaches. Therefore. If we take its commitment with monism seriously we must be reductionist regarding all non-physical properties. Georg Henrik.) Philosophical Logic. which may be extended to the ontology of rights and duties. Brink. is not a new theoretical proposal. In practical philosophy. Without such an argument. there are two classical approaches to the ontology of norms. but also exhaustive. pp. 89-90. because this does not follow from the transcendental argument for an external world. Moral Realism as the Best Explanation of Moral Experience. Davis. which are philosophically compatible with it. I would like to go back to something I have said earlier. K. Yale Law Journal. but also with reductionism about normative properties. The commitment with the existence of an objective moral reality. and not only assert. pp. a central critique of the social-theory account of normative social reality says that it is logically impossible. Heidi. A general argument for non-reducibility of social normativity and against dualism seems to needed if we are to debate – as I think we should- Cf. Cambridge University Press. It is a philosophical thesis that contradicts the assumptions of social-reality theory. 1061-1156. pp. Cambridge. As I already said. 39 . «On the Logic and Ontology of Norms». «Moral Reality». Moore. external realism and the correspondence theory of truth. Hurd. J. Considering this classical dichotomy. January 1989. In other words. Wisconsin Law Review. 1969. but it is at the same time committed to the existence of an independent ideal world. we must still argue for. We must not overlook that on a different account. Discussion Group of Southern California Legal and Political Philosophers.

This argument is a necessary basis if we want to defend – as I have intended here – that an institutional approach constitutes the only coherent foundation of a positivistic conception about legal normativity as a possible genuine property. Cambridge.). June 1994. MacCormick.. Kluwer. «Validity as Disquotation». Philosophy and Phenomenological Research. Ill. 1990. 1989. 1061-1156. New Approaches to Legal Positivism. Michael. January 1989. 1992. 945-1027 Lagerspetz. Michael. 1995. London. Shafer-Landau. The Ethics of Human Rights. pp. Rudolf. Joseph. Law and Interpretation: Essays in Legal Philosophy.. in MacCormick. Hurd. Dworkin. MacCormick. Oxford. Jules and Leiter. 99. 1999. The Rediscovery of the Mind. 1986. «On Analytical Jurispruence». Heidi. Princeton. Objectivity and Authority». in: Andrei Marmor (ed.. Mass. 203-278. Brian. The Construction of Social Reality. 143-158. Moral Realism as the Best Explanation of Moral Experience. Moore. XVIII/1. David. Ota. Mass. Russ. 1990. Clarendon. 2nd ed. Cambridge. Marcelo. Law’s Empire. Emergence and Naturalism».. «Moral Reality». John. vol. 208-230. pp. Clarendon. . 1982. Semantics and the Philosophy of Language. 1999 (forthcoming).162 with those who sustain alternative positions.. «Social Ontology and the Philosophy of Society». Vol. Institutions and Institutional Facts». Essays on Law and Morality. NJ. Self-Referentiality. which does not depend on morality. Dordrecht. An Institutional Theory of Law. manuscript. «Collective Intentionality. Moore. Eerik. Princeton University Press. pp. and False Beliefs: Some Issues Concerning Institutional Facts». «Determinacy. Analyse & Kritik. Bibliography Brink. Ethical Objectivism and Moral Indeterminacy». Ronald. Searle. Carnap. Penguin. Raz. Raz. Celano. 1998. John. Searle. Bruno. LIV. Discussion Group of Southern California Legal and Political Philosophers. Cambridge University Press.). The Opposite Mirrors. Neil. Analyse & Kritik. Semantics and Ontology». 301-345. 1995. Dordrecht. Oxford. An Introduction to the Theory of Legal Systems. The Concept of Legal System. Joseph. Cambridge. Coleman. Urbana. Celano. p. «Empirism. John. Law and Philosophy 17. An Essay on the Conventionalist Theory of Institutions. Joseph. University of Illinois Press. 1986. Bruno. 2nd ed. 1999. Oxford. «Sovereignty in silence». Wisconsin Law Review. Oxford. Clarendon Press. 2. 1991. No. 1995. in Leonard Linsky (ed. MIT Press. Harvard University Press. 1998. Reidel Publishing Company. «Consciousness. Practical Reasons and Norms. Clarendon. «Ethical Disagreement. 20. Teorema. 1980. 1979. The Authority of Law. Nino. Raz. pp. «Norms. Neil-Weinberger. Sabates. 1952. Carlos S. Moral Realism and the Foundations of Ethics. Searle. Neil. Yale Law Journal. pp.

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.

anche se non ricorre mai ai sintagmi ‘de re’ e ‘de dicto’2. norme su norme. An Essay in Modal Logic.. Amedeo G. p. 1951 von Wright nega recisamente che tale distinzione sia applicabile alla logica deontica: “The deontic modalities cannot be taken alternatively de dicto and de re. Nel libro An Essay in Modal Logic. a cura di P. nel 1957. Introduzione: Il paradigma de re / de dicto nella logica aletica In questo lavoro studierò il problema dell’applicazione del paradigma modalità de re / modalità de dicto alle modalità deontiche. probabilmente.-J. in cui sono esposti criticamente i principali sistemi 1 2 G. 1 Non tutti gli autori sono. 66. un suggerimento di Arthur Norman Prior. Wieringa. come dichiara Hintikka. egli implicitamente analizza il sillogismo pratico nei termini di una logica deontica de re. Herbert Fiedler. 1955. d’accordo con la tesi sostenuta da von Wright: sei anni dopo An Essay in Modal Logic. Ch. 1951. modalità de dicto nella logica deontica 0. È questo il primo saggio esplicitamente dedicato alla logica deontica quantificata (sei anni dopo la pubblicazione di Deontic Logic di Georg Henrik von Wright) e riprende. Il primo a sostenere esplicitamente la tesi dell’esistenza di modalità deontiche de dicto è. H. Secondo Fiedler. 40. Analisi e diritto 1999. se con l’aggettivo deontico si intendono anche modi come ‘valido’ (gelten) e ‘che-deveessere-valido’ (gelten-sollend)3. modi deontici de dicto vi sono. Jaakko Hintikka. 1997. Sicuramente. von Wright. validità quale análogon deontico della verità. il problema modalità de re/ modalità de dicto non è uno dei più studiati nell’àmbito della logica deontica: nel saggio di Dagfinn Føllesdal e Risto Hilpinen. Meyer e R. Ma non si pone il problema di una logica deontica de dicto. esamina la differenza de re / de dicto nella logica deontica. J. 1970. Modi deontici de dicto. p. 3 Conte. Nel suo lavoro Théorie des propositions normatives. e nel più recente lavoro di J. Deontic Logic: A Concise Overview del 1993. Deontic Logic: An Introduction. Comanducci e R. però.Andrea Rossetti Modalità de re vs. George Kalinowski è l’unico dei tre autori che nel 1952 pubblicano i lavori che sono considerati i fondatori della logica deontica (gli altri due sono Georg Henrik von Wright e Oskar Becker) ad avere introdotto dei quantificatori nel suo sistema. che appare nel libro: Formal Logic.” . Guastini . in Quantifiers in Deontic Logic.

). 1991. non si cita nessun sistema di logica deontica quantificata e. 1973. il quale sosteneva che ogni proposizione modale è una proposizione sul senso di un’altra proposizione: ad esempio. Fondamenti dell’etica. 6 Probabilmente neppure Guglielmo di Champeaux è lo scopritore della distinzione de re / de dicto. Al contrario. Nella quarta e conclusiva parte (§ 4. e la sua formalizzazione nella logica aletica contemporanea.) esporrò brevemente la storia dell’opposizione de re / de dicto. nella sua Dialectica. nel § 2. (ii) William Calvert Kneale e Martha Kneale. Nel seguito di questa parte (§ 0. un autore sconosciuto. mentre già Teofrasto di Efeso (allievo di Aristotele e capo della scuola peripatetica dopo la morte del fondatore). La genesi della distinzione4 0. Nel § 1. aveva sviluppato una teoria delle modalità de dicto che respinge una delle tesi fondamentali del sistema aristotelico: per Teofrasto il funtore della modalità deve essere pensato come determinante l’intero enunciato e non soltanto gli argomenti dell’enunciato. distingue tra expositio de sensu ed expositio de rebus. 1970. 5 È da osservare che la distinzione risale al Medioevo. la proposizione “Possibile est Socratem currere” è una proposizione nella quale si predica la possibilità del sensus della proposizione “Socrates currit”. una proposizione che ammetta una tale interpretazione non è stricto sensu modale: questo tipo di proposizione è soltanto la semplice applicazione di uno speciale genere di aggettivo a un contenuto proposizionale semplice. Pietro Abelardo (1079-1142). di Alberto Magno (1205-1280).1. Nella prima metà del XIII secolo la dottrina sulla struttura delle proposizioni modali è ormai consolidata e insegnata nelle nascenti università. The Development of Logic. non si prende in considerazione la distinzione de re / de dicto. Il primo autore a rilevare la distinzione è. nel § 3.2. ad opera principalmente di Kit Fine. 1962. esporrò le tesi sostenute da Franz von Kutschera. Norms and Logic. nelle Introductiones di Guglielmo 4 Le indicazioni storiche di questo § 1.1. . di conseguenza. Secondo Abelardo. analizzerò il lavoro di Jaakko Hintikka. La distinzione tra modalità de re e modalità de dicto risale al Medioevo5. 1956. noto a noi moderni solo come lo pseudo-Scoto (cfr. come invece riteneva Aristotele.2.166 di logica deontica. In librum I Priorum Analyticorum Aristotelis Quaestiones). forse. Nella Dialectica Abelardo espone la tesi di un suo maestro (forse Guglielmo di Champeaux). (iii) Robert Blanché. Duns Scoto. esporrò il saggio di Georges Kalinowski. Histoire de la logique. Quantifiers in Deontic Logic. mostrerò che le tre analisi colgono tre diversi aspetti della distinzione de re / de dicto. Bochenski. una proposizione è realmente de re quando il termine modale qualifica il legame tra il soggetto e la copula6. Di questa dottrina si può trovare un’esposizione in varie opere del XIII secolo: nel Liber II Perihermenias. Formale Logik. 0. sono tratte da tre opere di storia della logica: (i) Joseph M.1. 1957.

2. in a de dicto formula each sub-formula of the form …ψ is also a sentence. due mi sembrano particolarmente rilevanti: (i) una proposizione modale de dicto è sempre singolare. ma non viceversa. eo quod modus praedicatur de hoc vel de illo sicut de quodam singulari”). mentre una proposizione modale de re può essere sia universale sia particolare secondo il segno di quantità (“modales de re diiudicatur: universalis particularis indefinita vel singu7 laris secundum subiectum dicti”) . una proposizione su di una proposizione. Tommaso distingue così modalità de re e modalità de dicto: Una proposizione modale de re è una proposizione in cui il segno modale è essenzialmente interno. brevemente la differenza tra modalità de dicto e modalità de re nel caso della modalità aletica. de dicto nella logica aletica Esamino. invece una proposizione modale de dicto è una proposizione del secondo ordine. in un lavoro giovanile: Opusculum de propositionibus modalibus. . Questa distinzione fu ripresa da Tommaso d’Aquino. in Model Theory for Modal Logic: “A formula ϕ is de dicto if no free variable occurs within the scope of …. 8 Nel formalismo della logica modale quantificata. sin dall’inizio degli studi sulle modalità de re e sulle modalità de dicto si è rilevato il carattere metalinguistico delle modalità de dicto: il linguaggio delle modalità de dicto non si pone sullo stesso piano della linguaggio della proposizione su cui le modalità stesse vertono. 0. Tra le tesi sostenute da Tommaso. nelle Summulae Logicales di Pietro Ispano (1220-1277). de dicto può anche essere formalizzata. Ad esempio. la formalizzazione delle modalità de dicto e delle modalità de re è la seguente: de re: ∀ x … F (x) de dicto: … ∀ x F (x) La differenza tra le due formalizzazioni risulta dalla differenza dell’àmbito dell’operatore modale: in un enunciato contenente una modalità de re. ora. Kit Fine. In other words. Model Theory for Modal Logic. l’operatore 7 8 Thomae.1. Part I. in grado di rappresentare la logica modale del primo ordine. Ecco la definizione data da Kit Fine.” La modalità de re è. si può definire la modalità de dicto.2. (ii) ogni proposizione modale de re vera.167 di Shyreswood.1. da Fine. La formalizzazione del paradigma de re vs. 0. 1978. sarà vera anche intesa de dicto. poiché ha sempre un dictum come soggetto (“omnes modales de dicto sunt singulares. De propositionibus modalibus. all’interno di un linguaggio formalizzato L. L’opposizione paradigmatica de re vs. 0.The de re / de dicto distinction. nella Summa totius logicae Aristotelis dello pseudo-Tommaso d’Aquino. Dunque. definita ex negativo: “A formula is de re if it is not de dicto.” .2.

con la riserva di non mantenere la promessa. traduzione di Vittorio Mathieu. p. traduzione di Pietro Chiodi. p. 0. Grundlegung zur Metaphysik der Sitten. pp. 422. renderebbe impossibile [würde [. invece. 127-129. Si potrebbe dire che la necessità de dicto sia necessità in e per un sistema. was ihm einfällt mit dem Vorsatz. Dal punto di vista semantico.2. si considerano modalità de re. 80 (pp. daß jeder. 54-55. Tale definizione può essere formalizzata nel modo seguente: ¬M (x) (Fx⊃ ¬ Gx) dove ‘M’ rappresenta la possibilità aletica. . può promettere ciò che gli viene in mente. Quando.2. 75).. es nicht zu halten. selbst unmöglich machen [. ‘F’ sta per “promettere”. 1785.” . quando si considerano modalità de dicto. relazione che appare evidente all’analisi dei termini della proposizione.168 modale ricorre entro l’àmbito del quantificatore (sia esso universale od esistenziale).2. quando uno crede di essere in bisogno.. Gli enunciati modali de dicto non sono enunciati puramente referenziali. ‘G’ rap- 9 Immanuel Kant. versprechen könne.] unmöglich machen] il promettere [Versprechen] e lo scopo [Zweck] stesso perse9 guito attraverso la promessa.. è il quantificatore a ricorrere entro l’àmbito dell’operatore modale. Ecco un esempio di proposizione modale de dicto: È necessario che l’uomo sia mortale. 0. p.3.3.2. Traduzione di Pantaleo Carabellese. la proposizione modalizzata ‘p’ è una proposizione la cui verità è determinata dalla relazione esistente tra i termini che compongono la proposizione stessa. Quando consideriamo modalità de dicto diremo: “La proposizione ‘p’ è una proposizione necessaria”. 51-52). la modalità sarà de dicto. 0. den man damit haben mag. pp. Più precisamente si può dire che una modalità è de re se l’àmbito dell’operatore modale contiene almeno una variabile libera. Una esemplificazione della modalizzazione de dicto è la definizione kantiana della promessa: “Die Allgemeinheit eines Gesetzes.]. mentre in un enunciato contenente una modalità de dicto. nachdem er in Not zu sein glaubt. traduzione di Anna Maria Marietti. Se tutte le variabili nell’àmbito dell’operatore modale sono vincolate. IV.. Ecco un esempio di proposizione modale de re: L’uomo è necessariamente mortale.1. si stabilisce una relazione tra il valore di verità di una proposizione e il valore di verità delle altre proposizioni appartenenti al medesimo sistema. würde das Versprechen und den Zweck. AkademieAusgabe. 155.” “L’universalità d’una legge [Allgemeinheit eines Gesetzes] secondo la quale. p. 56 (p. ma esprimono il modo in cui l’enunciato si trova in relazione con gli altri enunciati del sistema.

2.. In altri termini.] pretese ed obbligazioni.” . Questo significa: promettere è un atto che necessariamente genera un’obbligo in colui che promette. es werden den Engeln und Teufeln Ansprüche und Verbindlichkeiten erwachsen. 1951. viz. ‘MA’ denotes a property. Così spiega la sua tesi von Wright: “The operator ‘P’ and ‘O’. sul rapporto tra il promettere e il mantenere la promessa (che sono i termini della relazione). Il paradigma de re vs. ‘O’ rappresenta l’obbligo di mantenere la promessa. La modalizzazione non verte. 1994. the property of possibly being A. ma. yield sentences. resterebbe una promessa.3. Questa impossibilità di non mantenere tutte le promesse non deriva dalla definizione stessa di promessa. forse anche a causa dell’icastica negazione di von Wright nel libro An Essay on Modal Logic. siano. when prefixed to name of properties (acts). Come ho accennato all’inizio di questo lavoro. diavoli o angeli a promettere gli uni agli altri. nel mondo in cui esiste. de dicto nella logica deontica Sin qui la distinzione de re / de dicto nella logica aletica. una esemplificazione della modalizzazione de re: “Quali che siano i soggetti nei quali la promessa si realizza. . 0.” “In welchem Subjekte auch immer ein Versprechen sich realisieren mag. in questo caso. von Wright. G. An Essay in Modal Logic. i logici deontici non hanno prestato particolare attenzione al problema né a livello formale.” E.. But ‘PA’ expresses a proposition. se la promessa esiste. p. ma dalla funzione sociale della promessa. e una pretesa in colui che riceve la promessa. Sull’etica di Kant. Una promessa che non fosse mai mantenuta. è impossibile che le promesse siano tutte non mantenute.” Questa definizione può essere così formalizzata: (x) L (Fx ⊃ Ox) dove ‘L’ rappresenta la necessità aletica. invece. verte sul rapporto tra i termini della relazione: il rapporto tra obbligo e promessa si fonda su di una legge necessitante. ‘F’ sta per “promettere”. ma sarebbe socialmente inutile.2. ad esempio. 1951. noi possiamo immaginare un mondo in cui la promessa non esista. 10 11 Un’analoga formalizzazione è in S. essa genera necessariamente obblighi e pretese. nasceranno per gli angeli e per i diavoli [.3. quindi. H. welche einander versprechen. Per Kant. von Wright. La modalizzazione.169 presenta “mantenere la promessa”10. in questo modo conclude la sua spiegazione: “It follows from the above that the deontic modalities cannot be taken alternati11 vely de dicto and de re. ma sulla funzione che la promessa ha nella società. ob es Engel oder Teufel sind. Landucci. viz. allora. La caratterizzazione che della promessa dà Adolf Reinach è. 0. 40. the proposition that it is permitted to do A. né a livello di interpretazione.

p. diversamente da von Wright. né nomi degli atti.g. Rather. von Wright. il fumare. Questi tre autori rappresentano tre diverse concezioni della logica deontica: (i) la logica deontica come logica di atti generici (Jaakko Hintikka). Mentre. mentre l’azione è un 12 .) e gli operatori modali come predicati di atti (valori deontici)14 . Fondamenti dell’etica. 1996. 1973 (§ 2. la distinzione tra comportamento e azione: il comportamento è la struttura materiale di un’azione. l'omicidio. esporrò le tesi di tre autori contemporanei (Jaakko Hintikka.)) che. al fine di ampliare la sua portata euristica. 15 e. Hintikka. 1957. Ad esempio. quantifiers seems to me indispensable for any satisfactory analysis of the notion with which every system of deontic lo13 gic is likely to be concerned. the usual sentential connectives [. L’intento di Hintikka è di ampliare il sistema di von Wright. Franz von Kutschera. Questi elementi si ritrovano tutti nel sistema di Hintikka con alcune modifiche. La logica di atti deontici di Oskar Becker. Nel sistema di von Wright le variabili sono intese come denominazioni di atti generici (il furto. 1.” . Quantifiers in Deontic Logic.). 3.” . A. 124. (ii) la logica deontica come logica di norme e come logica su norme (Georges Kalinowski). (iii) la logica deontica come logica di enunciati assertivi sull’esistenza di atti deontici (Franz von Kutschera)12. . Rossetti.. p. De re e de dicto nella logica deontica di Jaakko Hintikka Il sistema logico di Hintikka si ricollega strettamente al sistema di von Wright del 1951. H.]. and the variables p.170 Ora. Georges Kalinowski. 15 G.. Scrive Hintikka a proposito del suo fine: “It appears that the use of quantifiers in more than just a way of making the current systems more comprehensive. Quantifiers in Deontic Logic. 14 G. Norms and Logic. . 1999. e non atti (né gli atti generici né gli atti individuali).. Logica deontica.. von Wright. gli operatori deontici rappresentano concetti deontici. viz. In Deontic Logic. The variables were thought to represent categories or types of human action such as. q. p. (§ 3. ‘O’ for obligation and ‘P’ for permission. Sulla logica di atti deontici cfr. utilizzano il paradigma de re / de dicto nella rappresentazione del deontico. 16 Questo distinzione tra un’azione e la sua qualificazione si riscontra frequentemente nell’ambito delle scienze sociali e giuridiche. e nella proprietà (property) che a tale azione si può attribuire16...). Is there a Logic of Norm?. 1957 (§ 1.. H. Scrive von Wright a proposito del suo sistema del 1951: “Its formal ingredients were two deontic operators. una distinzione analoga è quella operata nel quadro dell’interazionismo simbolico. necessarie per quantizzare il sistema: l’atto viene scomposto in una generica azione. 36. 13 J. murder or theft.

5-6. ad esempio. 17 J. con ‘p’. La tabella mostra tutte le possibilità combinatorie: ∃x ∃x O F(x) O ∃x F(x) ∃x P F(x) P ∃x F(x) ∀x ∀x O F(x) O ∀x F(x) ∀x P F(x) P ∀x F(x) O F(x) P F(x) Nel suo articolo Hintikka fornisce direttamente o indirettamente (ossia. 1. nel sistema di von Wright è rappresentabile. Le formule de re e le loro interpretazioni (i) La formula “(∀x) O A(x)” (1) deve essere letta: “Ogni azione deve essere di tipo A”. Quantifiers in Deontic Logic. 3.171 ad esempio.1.” . ‘F’ la proprietà ascrivibile a quella particolare azione. 17 La quantificazione introdotta da Hintikka interviene. ‘F(x)’. Formule deontiche de re e formule deontiche de dicto Le formule in termini di obbligo o di permesso che possono essere considerate de re o de dicto sono otto. il furto. e non sulle proprietà.” . 1982). ne dà esemplificazione come antecedente di una implicazione) un esempio per ciascuna di queste formule. 1957. Baratta. . sugli atti. 18 J. (Cfr. Nel seguito della mia esposizione io adotterò la seguente terminologia: per ‘azione’ intenderò il mero movimento fisico. Hintikka.1. (ii) La formula “(∀x) P A(x)” (2) deve essere letta: “Ogni azione di tipo A può essere compiuta in ogni situazione”. Qui di seguito enumero le sette formule (prima le quattro de re e poi le tre de dicto). Ecco l’esemplificazione di Hintikka: “The most natural way of explicating the notion of permission seems to be to say comportamento al quale un senso o un significato sociale è stato attribuito all’interno dell’iterazione. we have do to with a numbers of properties of acts. nel sistema di Hintikka sarà rappresentato con. Hintikka. p. Sebbene Hintikka non nomini mai esplicitamente la distinzione tra modalità de re e modalità de dicto. essa viene utilizzata per rappresentare diversi tipi di obbligo e di permesso deontici. comunque. p. A.1. tranne che per la formula de dicto “O (∀x) Ax”. Criminologia critica e critica del diritto penale. Quantifiers in Deontic Logic. Scrive Hintikka: “In the current system. 1. per ‘atto’ intenderò ogni azione fornita di senso. ad esempio. Ecco l’esempio proposto da Hintikka: 18 “We are obliged to do A only if every act of ours ought to be an instance of A. dove ‘x’ è un’azione. 1957. le loro interpretazioni e i sette relativi esempi proposti da Hintikka.

Quantifiers in Deontic Logic. p. 1957. per la modalità de dicto. Hintikka prende in considerazione.172 that acts of certain kind are permitted if. p.1. Hintikka. Hintikka. it means that each year the act of paying the income tax ought to be among the 21 things one done. propone il seguente esempio: (iv) La formula “(∃x) O A(x)” (4) deve essere letta: “Esiste un’azione tipo A che deve essere fatta in una particolare situazione”. Ecco l’esempio corrispondente: “Let us suppose there is in fact an occasion in which one’s action must be of the kind A if one is to do what one ought to do. (iii) La formula “(∃x) P A(x)” (3) è considerata da Hintikka controintuitiva. J. Hintikka. Quantifiers in Deontic Logic. 1957. one is al”19 lowed to perform an act of this kind. Quantifiers in Deontic Logic. p. 6. 1957. 20 19 . Essa dovrebbe essere letta: “Un atto di tipo A è permesso una (ed una sola) volta. 1957. Per mostrare la controintuitività della formula Hintikka. adducendo il seguente esempio: “In most countries. it is legally permissible to consume alcoholic beverage.” J. “When it is said that each year one ought to pay one’s income tax. p. L’interpretazione di questa formula presuppone un impegno ontologico: l’esistenza di azioni. but it is absurd to say that this permission is logically the same as a permission to drink on every occasion. (vii) La formula “P(∃x) A(x)” (7) rappresenta una deroga. . L’esempio relativo è il seguente: “In most countries. 6-7. Essa dovrebbe essere letta: “Una (e una sola) azione x di tipo A che è permessa (in una sola occasione)”. Ecco l’esempio di Hintikka: “We assume that acts of a certain kind A may only be done if a special permission is applied for and obtained. in every particular situation. 22 J. Essa dovrebbe essere letta: “Ogni azione di tipo A è sempre permessa”. but it is absurd to say that this permission is logically the same as a permission to drink 22 on every occasion.” . 7.” “Being permitted to drive a car means more than that one may at least once drive 20 a car without being liable to punishment. this does not mean that each year one’s every act ought to be an instance of taxpaying.” .” L’esempio di Hintikka sembra implicitamente respingere anche l’implicazione: ‘(∀x)PA(x) ⊃ P(∀x)A(x)’ che Hintikka non prendere in considerazione esplicitamente. Le formule de dicto e le loro interpretazioni (v) La formula O (∃x) A(x) (5) deve essere letta: “È obbligatorio che una delle azioni sia di tipo A”. 1.” .2. e la respinge. it is legally permissible to consume alcoholic beverage. 21 J. solo la seguente formula: ‘P(∀x) A (x)’. Quantifiers in Deontic Logic. (vi) La formula “P (∀x) A (x)” (6) è una delle formule respinte da Hintikka come controintuitive. Hintikka.” Riduce la deroga ad un atto deontico. 6. Rather.

Ad esempio. secondo Hintikka. (3) e (4). (ii) se l’interpretazione della formula de re è in termini di azione. è in termini di occasione. L’unione del quantificatore esistenziale e della modalità de re non fornisce. in termini di permesso. Nel primo insieme sono compresi gli esempi (1). quantificata esistenzialmente. Mi limito qui a segnalare l’ambiguità presente nella formula de dicto . anche in questo esempio. Il permesso di guidare un’auto non è un permesso univocamente deontico. nell’altro a essere rappresentate sarebbero. In altri termini. Ma in una norma del tipo: “Ai maggiori di anni diciotto è permesso firmare assegni”. Al primo insieme appartengono quegli esempi in cui le variabili intervenienti sono effettivamente solo gli atti (che sono le variabili formalizzate del sistema). (6). modalizzati de dicto. 23 Gli esempi di Hintikka sono variamente eterogenei sono solo per struttura. è interessante raggruppare gli esempi in due insiemi23. un risultato intuitivamente accettabile. A prima vista potrebbe sembrare che questa divisione ricalchi la distinzione tra modalità de re e modalità de dicto. la sua interpretazione può essere anche adeontica: pone le condizioni che un assegno sia validamente firmato (il permesso non è il correlato di nessun obbligo deontico). La divisione degli esempi travalica il limite formale della distinzione tra modalità de re e modalità de dicto: (i) l’esempio (1). ossia di un divieto). le situazioni in cui gli atti devono essere compiuti. (3). modalizzato de re. non è così.1. e viceversa. mentre tutti gli altri giustificano le formule a loro relative. Si potrebbe ipotizzare che ciò che muta è l’àmbito di definizione delle variabili: in un caso a essere rappresentate dalle variabili del sistema sarebbero effettivamente le azioni. con la formula: ‘( ∃x) P A(x)’ non è possibile rappresentare il permesso deontico. ma anche per funzione: gli esempi (3) e (6) mostrano la controintuitività delle relative formule. per mostrare la controintuitività della formula: “Being permitted to drive a car means more than that one may at least once drive a car without being liable to punishment. non necessariamente la corrispondente formula de dicto è interpretata in termini di occasione. (5). Al secondo insieme appartengono gli esempi nei quali compare una variabile che non è formalizzata nel calcolo: l’occasione.” Il controesempio di Hintikka mi sembra ambiguo. in una norma del tipo: “La domenica è permesso guidare automobili con targa pari” il permesso di condurre è effettivamente un permesso deontico (è il correlato di un obbligo deontico negativo. così come gli esempi (2). così come gli esempi (5) e (7). L’esempio (6). (4). quindi. distinguere tra permessi deontici e permessi adeontici. modalizzato de dicto. . è in termine di atti. Nell’analisi di Hintikka non sembra possibile.173 1. Al secondo insieme appartengono gli esempi (2). interpretabile in senso deontico. Topologia degli esempi di Hintikka Più utile di un esame delle singole formule e dei singoli esempi.3. modalizzati de re. benché ‘permesso’ sia. (7). in realtà . Purtroppo. Ecco l’esempio che Hintikka propone.

2. Quantifiers in Deontic Logic. Does it follow that there is an obligation to do an act of the kind A in some occasion or other. or is it conceivable that one should do no act of this kind without thereby violating any obligation? It 24 seems to me that the latter is the case. 22. 1.1. Hintikka. Relazione tra modalità de re e modalità de dicto nella rappresentazione del permesso Dopo aver rifiutato come intuitivamente non giustificabili nel suo sistema le due formule: ‘P(∃x) A(x)’ e ‘(∃x) P A (x)’.” . De re e de dicto nella logica deontica di Georges Kalinowski 2.2. Nell’esempio viene presa in considerazione l’occasione in cui l’atto deve essere compiuto. 1957. p.” .1. Quantifiers in Deontic Logic. Hintikka. 1957.2. Irrespective of whether a permission is in fact applied for or not. J. p. there is no particular act a of 26 which we could truly say that it may legally be of the kind A.” . Il carattere metalinguistico della modalità de dicto Prenderò ora in esame la tesi di Kalinowski. 21. anzi la 24 25 J. 1957. 26 J. 23. Relazione tra modalità de re e modalità de dicto nella rappresentazione dell’obbligo (∃x) O A(x) ⊃ O (∃x) A(x) Hintikka rifiuta come ingiustificabile intuitivamente l’implicazione: Ecco l’esempio che Hintikka propone a sostegno della sua tesi: “Let us suppose there is in fact an occasion in which one’s action must be of the kind A if one is to do what one ought to do. Hintikka esamina la possibilità di una loro eventuale relazione di implicazione: P(∃x) A(x) ⊃ (∃x) P A (x) Anche l’implicazione delle due formule è rifiutata da Hintikka.2. che sostiene la possibilità. Hintikka. there is nothing forbidden about a state of affairs in which an act of the kind A in done.174 1.2. Ecco l’esempio che Hintikka propone: “We assume that acts of a certain kind A may only be done if a special permission is applied for and obtained. . But if no application is ever made. come intuitivamente non accettabile. p. Scrive Hintikka: “Our criticism was based on the insight that for any given act occurring under certain circumstances we can imagine a course of events under which this act 25 does not occur. Quantifiers in Deontic Logic. Relazioni tra la modalità de re e la modalità de dicto 1.

1973.” . Kalinowski propone una notazione leggermente differente da quella abituale: nel caso delle modalità de dicto le usuali espressioni “Np” e “Op”. Kalinowski sostiene che il carattere metalinguistico delle proposizioni de dicto non è rispettato quando in espressioni modalizzate aleticamente “p” è interpretato come “È necessario che p”. in the first case. in expression such as “Np”. “The norm p is a truly mandatory norm. Norms and Logic. a proposition and. 2. Kalinowski individua due sensi di questa espressione: (i) Primo senso: La norma ‘p’ è una norma la cui struttura sintattica e quindi il suo contenuto. (ii) Secondo senso: La norma ‘p’ è una “truly mandatoty norm”. e in espressioni modalizzate deonticamente “p” è interpretato “È mandatory che p”. non si potrebbe trascurare che argomento degli operatori modali è non una proposizione o una norma. ma il nome di proposizione o il nome di norma. 27 28 Georges Kalinowski. 1973. “For if this character were respected.2. Norms and Logic. . “The metalinguistic character of de dicto modal proposition is not respected when “p”. Interpretazione della modalità de dicto Ma come interpretare i funtori deontici de dicto? Come interpretare. sono la struttura e il contenuto di una norma prescrittiva e positiva. una norma che ha una mandatory force. or “Op” the interpretation “It is mandatory that p”. cioè una norma che è una “positive prescriptive norm in force”. ad esempio. as unique argument.” . “O ‘p’”.. La tesi è sostenuta da Kalinowski nell’articolo Norms and Logic. but also a norm 28 which is a positive prescriptive norm in force. not only a norm whose syntactical structure and content are those of a positive prescriptive norm. but either name of a proposition (the case of “N”) or the name of a norm 27 (the case of “O”) or the name of the corresponding variable. in altre parole. 1973. Come ovviare a questa abituale interpretazione errata? Per rendere anche dal punto di vista formale l’interpretazione corretta (poiché il sistema non è quantificato). p. not a proposition or a norm or the corresponding variable. we would know that functors such as “N” or “O” have. i. 186. l’interpretazione può essere la seguente: “O ‘p’”: La norma ‘p’ è una mandatory norm. se il carattere metalinguistico delle espressioni de dicto fosse riconosciuto. dell’applicazione della distinzione de dicto / de re al deontico. saranno scritte “N ‘p’”. cioè di una norma costruita con l’aiuto del funtore deontico ‘should do’ o uno dei suoi sinonimi. a norm (we do mean “a norm” and not “a proposition on a norm”). p. per sottolineare il loro carattere metalinguistico. is given the interpretation “It is necessary that p”. for a symbol of variable representing. 187. in the second. Georges Kalinowski. “O ‘p’”? Secondo Kalinowski.e. Per prima cosa Kalinowski rileva un errore nell’abituale interpretazione delle modalità de dicto.” Infatti.175 necessità.

176 In ogni caso, sostiene Kalinowski, nell’interpretazione della modalità de dicto siamo di fronte non a norme, ma a proposizioni su norme:
“These are the propositions corresponding to the dicto deontic functions presently examined and which are, in fact, the propositions on norms (normative statements) of which von Wright speaks in the preface of his Logical Studies and more 29 in particular in his Norm and Action.” .

Conclude, dunque, Kalinowski:
“If we desire to distinguish between the logic of norms and the logic of propositions on norms (normative statements), and if we want to form the logic of these propositions, then it is these de dicto deontic functions such as “O’p’“, “P’p’“, etc., interpreted in the manner described above, which it is proper to select as constituent elements of the theses of the planned deontic logic. On the other hand, the de re deontic functions are the only possible elements of deontic logic, when 30 it is conceived as the logic of norms.” .

2.3. Logica di norme vs. logica su norme Dunque Kalinowski (riducendo la distinzione tra de re e de dicto alla differenza tra linguaggio e metalinguaggio) riduce la distinzione tra modalità deontiche de re e modalità deontiche de dicto alla distinzione tra logica deontica come logica di norme e logica deontica come logica di proposizioni su norme. Segnalo tre conseguenze implicite all’analisi di Kalinowski che mi sembrano rilevanti. (i) Se la logica deontica è concepita come logica modale de re, allora essa riguarda il rapporto tra l’agente (l’análogon deontico del soggetto delle modalità aletiche) e l’atto (l’análogon deontico degli attributi delle modalità aletiche). Ossia, l’agente sta all’atto come il soggetto sta all’attributo. Se la logica deontica è concepita come logica modale de dicto, allora essa può riguardare: (i.i.) l’adeontico rapporto tra analoga deontici della verità, rapporto in cui le norme sono concepite come le entità atomiche dell’analisi; (i.ii) la relazione adeontica tra proposizioni su norme, e dunque tra entità logoidali (ed è questa l’ipotesi di Kalinowski). In ogni caso, non più l’obbligo, ma un adeontico predicato metalinguistico (ad esempio: la validità o l’obbligatorietà31) sarebbe oggetto di una logica modale de dicto. (ii) Come conseguenza di quando detto in (i) , in logica deontica, si può par-

Georges Kalinowski, Norms and Logic, 1973, p. 187-188. Georges Kalinowski, Norms and Logic, 1973, p. 188. 31 Come rileva Amedeo G. Conte nel saggio Deontica aristotelica, 1992, il termine italiano ‘obbligatorietà’ ha sia un senso de re (obbligatorietà come doverosità di comportamenti) sia un senso de dicto (obbligatorietà coma validità di norme). La stessa cosa avviene per il verbo tedesco ‘gelten’, ma non per i sostantivi ‘Geltung’ e ‘Gültigkeit’.
30

29

177 lare di modalità de dicto solo in presenza di una sorta di iterazione dell’operatore deontico: un operatore deontico per poter essere interpretato de dicto deve avere nel suo àmbito o una proposizione deontica o una entità deontica, e, dunque, una modalità deontica de re. (iii) Naturalmente, il fatto che vi siano predicati de dicto che convengano a norme, non implica e non presuppone che anche le norme siano dicta, ossia entità logoidali: modalità de re e modalità de dicto sono, nel modello di Kalinowski, categorialmente distinte (poiché distinta è la natura ontologica delle entità considerate). Ma se le norme sono concepite come status deontici (è il caso i.i.) di cui è possibile predicare un analogon della verità, allora tra modalità de re e modalità de dicto esiste una relazione inversa rispetto a quella che esiste tra le modalità aletiche. Mentre dalla verità di una proposizione aletica de re, si può inferire la verità della sua corrispondente dicto, dalla mandatory di una norma deontica, si può risalire all’esistenza di uno status deontico. Ma non vale il viceversa. In altre parole, dall’obbligatorietà di una norma, si può risalire all’esistenza di uno status deontico, ma dall’esistenza di un’obbligo, non si può risalire alla sua obbligatorietà. 3. De re e de dicto nella logica deontica di Franz von Kutschera 3.1. La logica dei comandi La tesi che Franz von Kutschera sostiene nel libro Fondamenti dell’etica, è diversa: l’autore propone come uno dei principî più importanti della logica deontica un principio di riduzione delle modalità de re a modalità de dicto:
[α]∀x O(Fx) ⊃ O (∀x Fx)

ossia, interpreta Kutschera: “Se è comandato ad ognuno di fare p, allora è anche comandato che tutti facciano p”. La concezione della logica deontica di Kutschera è particolare. Kutschera riduce la logica deontica ad una logica di enunciati assertivi sull’esistenza di comandi. Inoltre, tutti i concetti deontici sono, secondo Kutschera, funzione del concetto deontico primitivo: il concetto di comando. Ecco la tesi sostenuta da Kutschera :
Il concetto di comando può essere considerato addirittura come l’unico concetto deontico primitivo, poiché i divieti ed i permessi si possono definire a partire dai comandi: un’azione è vietata se e solo se è comandato di tralasciarla; ed essa è permessa se e solo se non è vietata, ossia se non è comandato di tralasciarla.

La parola ‘comando’ ha, in Kutschera, sia un senso pragmatico sia un senso ontologico: essa significa, sia un atto di comando (ossia, chiarisce l’autore stesso, l’atto di posizione di una norma) sia l’obbligo prodotto dall’atto di comando.

178 3.2. Relazioni tra modalità de re e modalità de dicto 3.2.1. Riduzione della modalità aletica de re alla modalità aletica de dicto La riduzione della modalità de re alla modalità de dicto per l’aletico è operata, nell’ambito della logica aletica, dalla formula di Barcan:
(x) … Fx ⊃ … (x) Fp

ossia: “Se tutte le cose sono necessariamente F (de re), allora è necessario che tutte le cose siano F (de dicto)”32. La formula è dimostrabile in S5 così come la sua conversa:
¬… (x) Fx ⊃ ¬(x) … Fx. ◊ (∃x) Fx ⊃ (∃x) ◊ Fx

Ancora più interessante è trasporre la sua conversa in termini di ‘◊‘: ossia: “Se è possibile che esista qualcosa che è F (de dicto), allora esiste qualcosa che è possibilmente F (de re)”. Interpretata nel contesto della semantica kripkiana, la formula di Barcan significa che, per ogni coppia di mondi w e z, se wRz e se un oggetto x esiste nel mondo w, allora lo stesso oggetto x deve esistere anche nel mondo z accessibile dal mondo w. Questa interpretazione ha un’implicazione: tutti e solo gli oggetti esistenti nel mondo di partenza esistono anche in tutti i mondi accessibili (cioè esistono, nell’insieme dei mondi accessibili, tutti e solo quegli oggetti che già esistono nel mondo di partenza)33. 3.2.2. Riduzione della modalità deontica de re alla modalità deontica de dicto 3.2.2.1. Oltre all’implicazione [α] “∀x O(Fx) ⊃ O (∀x Fx)”, nel sistema di Kutschera valgono anche le sue due converse:
[β] ¬ O (∀x Fx) ⊃ ¬∀x O Fx [γ] P (∃x Fx) ⊃ ∃x (P Fx).

3.2.2.1.1. La prima espressione [β], seguendo l’interpretazione di Kutschera, dovrà essere interpretata come segue: “Se non è obbligatorio per tutti chiudere la porta, allora per nessuno è obbligatorio chiudere la porta”.

32 Anche Rudolf Carnap sostiene, nell’àmbito aletico, che la modalità de re sia sempre riducibile a modalità de dicto. Scrive Carnap, Meaning and Necessity, 1947: “Un quantificatore universale che preceda ‘N’ deve venire interpretato come se seguisse la ‘N’.” 33 Nei sistemi kripkiani, al contrario, non si pongono restrizioni sui domini di individui nei vari mondi possibili: in un mondo alternativo possono mancare individui presenti nel mondo designato oppure possono essere presenti individui assenti nel mondo designato. Questo equivale ad assumere come ammissibile e non riducibile la modalità de re; in tali sistemi né la formula di Barcan né la sua conversa sono valide.

179 3.2.2.1.2. Nella seconda espressione [γ], riprendendo l’esempio proposto da Kutschera e trasponendolo nei termini di permesso, l’antecedente dell’implicazione dovrà essere letto:
È permesso che qualcuno chiuda la porta;

mentre il conseguente dovrà essere letto:
C’è una persona alla quale è permesso chiudere la porta.

Di conseguenza l’implicazione dovrà essere letta: “Se è permesso che un x faccia P (de dicto), allora esiste un x a cui è permesso fare P(de re)”. 3.2.2.2. Un’altra implicazione che mi sembra implicitata dal sistema di Kutschera è:
[δ] ∃x O(Fx) ⊃ O(∃x Fx). (i) ∃x O(Fx); (ii) O(∃x Fx).

Kutschera distingue accuratamente tra le due formule quantificate esistenzialmente: La prima formula (modalità de re) è, per Kutschera, la formalizzazione dell’enunciato:
C’è una persona tale che è comandato che essa chiuda la porta.

La seconda formula (modalità de dicto) è, per Kutschera, la formalizzazione dell’enunciato:
È comandato che qualcuno chiuda la porta.

Tali enunciati, scrive Kutschera, “hanno chiaramente significati diversi, dal momento che essi possono avere valori di verità diversi”. Ma è facile osservare che i due enunciati possono avere valori di verità diversi, poiché diversi (ma non disgiunti) sono gli insieme delle loro condizioni di verità. La prima proposizione (modalizzata de re) presuppone l’esistenza di un agente ed è vera se a questo agente è stato comandato di compiere l’atto. Quindi, la proposizione è vera se esistono sia l’agente sia l’obbligo di compiere l’atto. La seconda proposizione (modalizzata de dicto) non presuppone l’esistenza dell’agente; essa è vera se e solo se esiste l’obbligo di compiere l’atto (indipendentemente dall’esistenza dell’agente). È evidentemente che tra i valori di verità delle due proposizioni esiste una relazione: quando la prima proposizione è vera, vera deve essere anche la seconda. Secondo la mia analisi, nell’interpretazione di Kutschera, varrebbe dunque anche la formula: [δ] ∃x O(Fx) ⊃ O(∃x Fx). 3.3. Conseguenze delle formule di riduzione Le quattro formule [α], [β], [γ] e [δ] hanno una serie di interessanti (a volte paradossali) interpretazioni, tra loro non omogenee: (i) la formula [α] potrebbe essere interpretata come segue: se ogni agente ha, come individuo, l’obbligo di fare qualche cosa, allora l’insieme degli agenti ha, come tutto, l’obbligo di fare qualche cosa. Ossia, l’insieme degli obblighi, è un obbligo per l’insieme;

180 (ii) la formula [β] implica che ciò che non è un obbligo per tutti, non è obbligatorio per nessuno. Questa formula sembra non una formula sull’obbligo, ma una formula sull’obbligatorietà. Essa può essere interpretata come la legge dei rapporti tra obbligo e obbligatorietà; (iii) le formule considerate sembrano comportare una sorta di essenzialismo deontico: sembrano esistere doveri connaturati all’esistenza di un agente34; (iv) le formule considerate sembrano permettere di derivare validamente l’esistenza attuale di un agente, in base alla semplice esistenza di uno status deontico. 4. De re e de dicto nel deontico I tre studi che ho preso in esame differiscono non solo per l’oggetto formalizzato nei sistemi logici (rispettivamente azioni, norme e atti deontici), ma anche per il punto di vista da cui le modalità de re e le modalità de dicto vengono studiate. (i) La logica deontica di Hintikka è una logica di atti generici, di cui si predica un predicato deontico. In essa, la distinzione tra de dicto e de re serve a differenziare tipi di obbligo. L’analisi di Hintikka mette in rilievo soprattutto l’insufficienza di una logica di atti senza una sua articolazione temporale (in termini di occasioni). (ii) Kalinowski analizza sia una (deontica) logica di norme sia una (adeontica) logica di proposizioni su norme (la cui deonticità è implicita nell’oggetto rappresentato dalla proposizioni). In essa, la distinzione tra de dicto e de re serve a differenziare la logica di norme dalla logica su norme. L’analisi di Kalinowski privilegia soprattutto l’aspetto metalinguistico della modalità de dicto. Infatti, solo nella sistema di Kalinowski che ho presentato, la modalità de dicto ha come oggetto effettivamente un dictum, un’entità logoidale (una proposizione su norme). (iii) La logica deontica di Kutschera è una logica di asserti sull’esistenza di atti deontici (anzi dell’atto deontico per eccellenza: il comando). La distinzione tra de dicto e de re serve a differenziare l’insieme delle condizioni di felicità di un comando: nel caso della modalità de dicto condizione di felicità è l’esistenza di uno status deontico, nel caso della modalità de re è condizione di felicità è l’esistenza di un agente soddisfa le condizioni di felicità dell’atto deontico.

34

Questa specie di essenzialismo deontico non è necessariamente giusnaturalistico: infatti, ad esempio, le regole che costituiscono particolari cariche istituzionali, ascrivono anche a tali cariche una serie di obblighi deontici, che possono essere considerati essenzialmente appartenenti a quella carica, senza riferimento a una teoria di carattere giusnaturalistico.

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Prólogo a la segunda edición. relaciones que anteriormente no eran posibles. Para realizar este doble propósito es necesario citar en múltiples ocasiones diversos textos de Kelsen. no sospechadas en un principio. puede afirmarse que existe una confirmación indirecta de lo correcto de la hipótesis postulada. La importancia teórica de los diversos ensayos de Kelsen relativos al paralelismo entre los problemas y las soluciones de la Jurisprudencia y la Teología estriba en que muestran. entre diversas disciplinas científicas y. exponer las tesis fundamentales de la teoría del Derecho y del Estado de Kelsen que sean el antecedente inmediato para los rendimientos doctrinarios sobre el paralelismo entre la Jurisprudencia y la Teología. 1 Cf. en la medida que con ella y otras hipótesis adicionales se logra conseguir unificaciones de problemas y de ciencias. La ciencia procede por sucesivas unificaciones. no siempre accesibles en lengua española. El hecho al que me refiero pudiera denominarse unificación no primariamente intencionada. Cuando estos hechos acontecen. (Véanse las siglas identificatorias de las obras que se citan en la Bibliografía). p. Comanducci e R. también suele acontecer que la nueva hipótesis permite establecer relaciones conceptuales con otras ciencias. en otras ocasiones se encuentran analogías o simetrías. 15. a menudo conduce a explicar otro conjunto de fenómenos no comprendidos originariamente dentro del objeto de explicación o a resolver otro conjunto de problemas distinto. con el objeto de hacer comprensibles las tesis centrales en esta materia. Página VII de la Segunda Edición Alemana. en la que esto es particularmente observado. las tesis fundamentales de tal paralelismo doctrinario. a cura di P. Pueden aducirse diversos ejemplos en las ciencias naturales. un hecho fundamental que se presenta cuando se crea una hipótesis científica sobre un determinado objeto.Ulises Schmill O. presentar. la postulación de una hipótesis que tiene por objeto la explicación de un conjunto específico de fenómenos. CRP. que generan como correlato psicológico el entusiasmo y una alegría específica. Guastini . con toda claridad. para emplear la expresión kantiana1. por otra parte. por último. de manera esquemática. Jurisprudencia y teología en Hans Kelsen El propósito de este trabajo es doble: por una parte. en especial en la física. Analisi e diritto 1999. Con esta expresión quiero significar lo siguiente: cuando se está en “el camino seguro de una ciencia”.

US. que unificó en la teoría electromagnética. especialmente en la forma en que ha sido formulada por Hans Kelsen. Cf. Kelsen está ahora en este país. El fenómeno histórico de la unificación no primariamente intencionada que hemos mencionado más arriba se encuentra implícita en el siguiente párrafo de Rudolf Carnap. que expondremos brevemente en lo que sigue. 36-43. generó una serie de problemas que no era posible evitar y que requerían una solución unitaria. Steven Weinberg. “Scientific American”. 3 HP. No fue ésta la única 2 Cf. observaciones que reseñaremos brevemente más adelante. Al analizar problemas filosóficos relacionados con el Derecho. 6 Los resultados de estas investigaciones se encuentran consignados en EKV. December 1999. pero he leído con interés lo que Hans Kelsen ha escrito sobre ello. Es pertinente mencionar este ensayo. el aparentemente se 5 interesó en los orígenes históricos del concepto de la causalidad» . Can Physics Be Unified?. él fue uno de los autores principales de la nueva constitución de la República. en especial en los Problemas Capitales3.184 desde el ejemplo paradigmático de estos fenómenos históricos con la hipótesis de James Clerk Maxwell. porque contiene algunas tempranas consideraciones sobre la observable identidad fundamental en las soluciones que la teoría del Derecho proporciona a sus problemas con las que contiene la Teología. . Lo mismo ha acontecido con la teoría del Derecho. Yo no he hecho estudios propios en esta dirección. es instructivo considerar el origen histórico del concepto. El interés de Kelsen por los orígenes históricos de la ley de causalidad fue un resultado directo de su teoría sobre el Derecho positivo6. en la consecuencia. cuando demostró que la luz es una onda electromagnética. lo condujo en 1913 a hacer un análisis muy importante sobre el concepto de los actos antijurídicos estatales y a postular una teoría sobre la irregularidad de las normas y la nulidad de ellas4. La física actual. transcurre por los caminos de la progresiva unificación de las ciencias y los conocimientos. p. teorías originariamente disyuntas. igualmente SN. cuya esencia se expresa a través de enunciados condicionales en los que. referente al origen histórico de la ley de la causalidad: «Para entender la causalidad desde este punto de vista moderno. Desde el inicio de su labor teórica. La postulación de la hipótesis central de considerar al Derecho como un orden coactivo de la conducta humana. Cuando surgió la revolución en 1918 y la República Austríaca fue fundada en el siguiente año. pp. 5 PFP. 4 Cf. se encuentra un acto coactivo y en el supuesto un hecho que es calificado de antijurídico o delictivo. 204. si hemos de hacer caso a lo que sobre ella ha expresado en varias ocasiones Steven Weinberg2. como la óptica. pero en otro tiempo era profesor de Derecho constitucional e internacional en la Universidad de Viena. la postulación de la hipótesis central de la imputación periférica.

que se expondrán someramente en lo que sigue. y entonces matarlo?» . donde no se cree nada de esto ¿para qué conservar vivo al demente 7 hasta que se recupere. que funcionan como fundamentos justificativos de ellas. es que si se ejecuta a un hombre mientras está fuera de sí no tendrá la oportunidad de confesar libremente sus pecados y recibir el sacramento de la sagrada comunión. referente a todo lo que se dirá en lo que sigue. Pero. Existen en diversos autores lo que podría denominarse “Paralelismo material entre Jurisprudencia positiva y Teología”. en Occidente. 177-8. Debemos hacer una aclaración previa. Tratamos de mostrar en lo que sigue la manera cómo fue posible que un profesor de Derecho constitucional y Derecho internacional se interesase en investigar los orígenes históricos de la ley de causalidad. cuyos resultados. . su ejecución será aplazada hasta que recobre la cordura. pero antes de cumplida la sentencia se vuelve loco. cómo estas investigaciones lo condujeron a determinar la identidad fundamental de las soluciones a los problemas planteados en dos disciplinas aparentemente tan ajenas como la ciencia del Derecho y la Teología. Se le deberá permitir que recupere la razón antes de que muera. su naturaleza y estructura física y espiritual. incluso. más que un paralelismo. ideológico). si se trata de doctrina teológicas. son aceptados por un filosofo de la física como lo fue Carnap y. En este ejemplo se nota claramente el contenido del Derecho positivo y los fundamentos metafísicos y Teológicos que subyacen a esas normas y conductas. En términos generales. entrar en el Reino de los Cielos. cuál fue el curso de pensamiento que lo llevó a realizar tal clase de investigación. el día del Juicio Final. para que su alma no sea condenada al fuego eterno. Si un hombre cuerdo queda convicto de asesinato y es sentenciado a muerte. sino que en cambio pueda expiar sus pecados en el purgatorio y por último. Hay otras unificaciones logradas a partir de su teoría. determina a estos contenidos y constituye. como fundamento ideológico del contenido de ciertas normas jurídicas positivas. El paralelismo entre la Jurisprudencia y la Teología que Kelsen establece en los ensayos que ahora se comentan. tiene un carácter relativamente formal. una conexión interna ideológica entre instituciones positivas contenidas en las normas jurídicas y ciertas doctrinas de carácter teológico (en general. La doctrina teológica o metafísica que subyace. pp. un “Paralelismo material 7 FTJO. En este caso se observa.185 unificación no primariamente intencionada obtenida de la hipótesis fundamental de su teoría. ésta es la ley en los países occidentales y también en muchos no occidentales. en el sentido de que se derivan de las concepciones fundamentales de la Teoría General del Derecho. Véase lo que dice Berman al respecto: «Un ejemplo extravagante puede arrojar luz sobre las paradojas de una tradición jurídica que ha perdido contacto con sus fuentes teológicas. por tanto. por último. ¿Porqué? La respuesta histórica. Los contenidos de los Derechos positivos son el reflejo de concepciones de distinta índole sobre las relaciones humanas y el hombre mismo.

. la Psicología y la Teología. Asimismo. El Derecho. el pecado. Esta pregunta es necesario contestarla debido a que el interés teórico fundamental de sus investigaciones fue la Teoría del Derecho.. Berman dice: «Lo que muestra esta explicación es que instituciones. Esta limitación tiene profundas consecuencias: entraña el rechazo del Derecho natural como objeto de estudio. presenta una continuidad verdaderamente digna de llamar la atención. pues define a su objeto de estudio. el perdón y la salvación. Su preocupación teórica no se centrará en estudiar las posibles relaciones entre dos sistemas de normas. la Jurisprudencia general. además de esta obra. en la que no quedan comprendidas estrictamente las otras investigaciones de carácter sociológico. La hipótesis central formulada por Kelsen. que reflejan nuevas actitudes hacia la muerte. sobre el cual no nos ocuparemos en lo que sigue. Esta es una decisión metodológica fundamental. el castigo. Cf. liturgias y doctrinas religiosas de los siglos XI y XII. La hipótesis fundamental Debemos preguntarnos.. Esta decisión metodológica primera va acompañada de otras dos. La hipótesis central de su teoría es el concepto de la imputación periférica. Sin embargo. en las que. El sentido de la norma jurídica es expresado con proposiciones que tienen estructura hipotética o condicional. o el primero y la moral.. no existe solución de continuidad en su pensamiento. cuál es la hipótesis originaria que permitió que las investigaciones de Kelsen desembocaran en el campo de la Sociología. válido en un lugar y en un tiempo determinados. por el contrario. pues son ampliamente conocidas: la pureza metódica (neutralidad valorativa) y la ausencia de consideraciones sociológicas en la explicación del Derecho positivo. como veremos. en la consecuencia. 177. que sólo mencionaré. o mejor. filosófico o histórico. concebido como un orden coactivo de la conducta humana. constituye una limitación de carácter esencial: sus consideraciones se constriñen a explicitar y describir al Derecho positivo. conceptos y valores básicos de los sistemas jurídicos occidentales tienen su fuente en rituales. el Derecho positivo y el natural.186 entre Jurisprudencia positiva y Teología”. se describe por medio de proposiciones que tienen carácter condicional o hipotético. construido de manera análoga a la ley de causalidad. NP. tiene por función la explicación. ante todo. debe ser posible establecer una conexión entre ellas. p. La ciencia jurídica occidental es una teología secular …» . así como nuevas suposiciones respecto a la relación de lo divino con lo humano y de la fe con la 8 razón . pues. se establece una sanción y el 8 FTJO. de la que parten todas sus investigaciones y de la que se desprende la casi totalidad de su labor teórica. 1. la descripción de un objeto específico: el Derecho positivo. sino.

“es” también b. no proporcionar una explicación de carácter causal del contenido del Derecho positivo. . Ahora bien. Esta última problemática es la tarea específica de la sociología jurídica. Resulta conveniente hacer una transcripción de un párrafo contenido en una obra posterior. ni la consecuencia jurídica es el “efecto”. las segundas. Lo que expresa esta autonomía normativa del Derecho frente a la legalidad de la naturaleza es el “deber ser”. su labor teórica no contenía valoración alguna sobre su objeto de conocimiento. Esta legalidad tiene por objeto explicitar. 62. a un determinado supuesto de hecho o condición. mientras que la ley natural dice: si a es. 9 TGE. con toda pulcritud. La ley jurídica dice: si a es. cada norma jurídica habrá de prescribir y regular el ejercicio de la coacción. Con esto pudo distinguir. radicalmente distinto: la imputación. Con ello. que es considerado como delito o acto antijurídico. hay aquí un específico enlace de dos elementos: la condición y la consecuencia. A la manera de la ley natural. Esta concepción del Derecho condujo a Kelsen a afirmar la autonomía de la ciencia jurídica de las demás ciencias. la consecuencia del acto coactivo sigue al hecho de la condición por vía jurídica. pues lo que pretendía era presentar la legalidad inmanente de los contenidos de las normas positivas. Como el Derecho positivo está constituido por un conjunto de normas establecidas o creadas por actos humanos. Adicionalmente a esta exclusión de consideraciones sociológicas de carácter causal. no por vía naturalista. la concepción imperativista de las normas jurídicas es expresamente rechazada. donde presenta el concepto de la imputación periférica de manera muy clara: «Si el Derecho es un orden coactivo. por necesidad del 9 Derecho. Mientras las primeras hacen uso de la ley de causalidad y su función es exclusivamente explicativa. Y esta distinción expresa lo siguiente: la condición jurídica no es la “causa” de la consecuencia jurídica. no por necesidad de la naturaleza» . es una conexión artificial establecida por los actos creadores de las normas jurídicas. hacen uso de un principio apriorístico. sino en un sentido específicamente jurídico. p. las ciencias causales de las ciencias normativas. aunque tienen una función explicativa. en la cual se enlaza un acto coactivo. en sentido kantiano. “debe ser” b. la condición jurídica – el “supuesto de hecho” en sentido estricto – no se enlaza con el hecho de la “consecuencia jurídica” en el mismo sentido que se enlazan la causa y el efecto en la ley natural.187 supuesto de la proposición tiene por contenido la descripción de un acto específico. la conexión normativa entre el supuesto que describe el acto antijurídico y la consecuencia coactiva en la proposición que expresa el sentido de la norma. como consecuencia jurídica. Su esencia tradúcese en una proposición. pues aquélla se pregunta sobre las condiciones causales que determinan el contenido de los actos positivos de establecimiento del Derecho e investiga cuáles son los efectos que la ejecución o cumplimiento de las normas producen. no de la teoría jurídica.

que pueden éstas ser válidas unas junto a las otras. así como sobre el uso anfibológico de términos. sino que se complementan directamente entre sí. tenemos un primer rendimiento: la distinción categorial. tanto a regularidades causales como a normas expedidas por el legislador. en el sentido de la filosofía trascendental kantiana. que dichos términos se refieren a las relaciones existentes dentro de la sociedad y a las funciones del Estado. de los actos creadores de normas. que se necesitan unas a otras.. se encuentra en el ensayo Ueber Staatsunrecht (Sobre la Antijuridicidad Estatal.188 sacar a la luz. entre la imputación y la causalidad.. aplicando estos términos de origen psicológico a las normas del Derecho. El primer trabajo que contiene consideraciones sobre el paralelismo entre los problemas jurídico-estatales y la Teología. 957-1057. es notorio el significado dual de muchos términos gramaticales. Se habla de la voluntad del Estado y de las personas jurídicas. a los que ahora concebimos como fenómenos naturales. en dicha obra primera establece que la voluntad del Estado es una voluntad de coacción y analiza este uso de la terminología jurídica.e. el sentido inmanente de los actos jurídicos. que forman un sistema unitario. completamente ajenos a la sociedad. i. etc. 2. Términos descriptivos del ser humano y de sus funciones psicológicas son usados en la descripción de fenómenos y funciones puramente normativas. en la mitología y en las primeras reflexiones filosóficas entre los griegos. ajenas totalmente a la psicología. apriorística. que no se excluyen unas a otras. preñada de elementos antropomórficos. . del querer jurídico. significa que las múltiples y diferentes proposiciones jurídicas no se contradicen unas a otras. Piensa Kelsen que el uso originario de esta terminología era de carácter social. En consecuencia. A partir de estos conceptos. más abajo referido como Los Desafueros del Estado) publicado en 191410. En él puede leerse el siguiente párrafo: «Que cada proposición jurídica exprese la voluntad de los mismos sujetos. distinto del concepto de la sociedad. Con este supuesto no es difícil entender que en la religión primitiva (y en la avanzada también). sea posible comprobar una proyección de concepciones normativas (de origen social). La aceptación de que un 10 US. Conceptos antropomórficos y el concepto de la persona En Problemas Capitales ya Kelsen había observado que en el uso del concepto de “ley” para referirse tanto a las leyes naturales como a las leyes jurídicas. pp. No era posible desentenderse de este fenómeno tan peculiar: al Estado y al Derecho se les describe con palabras que tienen marcados significados antropocéntricos. Entre los primitivos no existe un concepto de la naturaleza específico.

se significa con ello. Una voluntad psíquica sólo puede ser la voluntad de un hombre y no existe voluntad humana que quisiera permanentemente la gran totalidad del orden jurídico de un Estado moderno. en la grandiosa personificación de todas las normas que rigen en el Universo. el otro lo subordina al orden jurídico. que pone en movimiento un proceso mental mucho más complejo y que remonta a varias fuentes. tienen que ser referidas a un punto único. si se dice del Estado que su voluntad está contenida en la totalidad del orden jurídico. como aquella que conduce al concepto de Dios. Si se piensa a la totalidad del orden jurídico. en tanto es pensado como un sistema significativo y sin contradicciones. Si es permitida una analogía entre el microcosmos del orden jurídico y el macrocosmos del orden del Universo – y ella no es de manera alguna nueva pues ya era consciente de ella el pensamiento primitivo – entonces se coloca. Con la personificación que acompaña a esto. p. que es una suma de proposiciones jurídicas con contenidos diferentes. y la persona del Dios. que la multiplicidad de proposiciones jurídicas de contenido diferente. de manera similar (o con una economía del pensamiento parecida) como en la construcción jurídica de un portador personal unitario del orden jurídico. Sólo puede ser la expresión de que el orden jurídico total. la 11 persona del Estado. 11 US. en relación con la totalidad del universo. como ha acontecido con algunos teóricos del Derecho político. sino solamente lógico. se relacionan de manera muy significativa los conceptos de la persona jurídica en relación con la totalidad del orden jurídico. en tanto que se le dota de Derechos subjetivos y obligaciones. considerando la función puramente normativa que está en su base. . Sin embargo. engañados por la terminología. Más adelante. es sólo la expresión para la unidad lógica. Con objeto de presentar a los lectores de habla española algunos de los textos de Kelsen donde analiza la función de las expresiones antropomórficas. 964. Puede observarse en este texto la forma como Kelsen logra desentrañar el sentido de algunas expresiones antropomórficas referidas al Derecho y el Estado. en el mismo ensayo.189 orden jurídico sea la voluntad de la persona unitaria del Estado. transcribo a continuación un párrafo muy ilustrativo de la problemática que ostenta la utilización de la terminología personalista: «Uno se actualiza solamente el sentido y el significado de cada uno de ambos procesos de pensamiento. el Estado personal unitario» . de los cuales uno hace al Estado el portador o el sujeto del orden jurídico objetivo. esto no puede tener naturalmente ningún sentido psicológico. No puede tener un significado psicológico pensar el orden jurídico como voluntad de un único sujeto. se habla de la voluntad del Estado y de la voluntad del Derecho para significar la unidad sistemática de una pluralidad de contenidos normativos. obtiene su satisfacción una similar necesidad intelectual. El Estado y el Derecho no tienen una voluntad. si se representa a la totalidad del orden jurídico como el contenido de una única voluntad. como querido por un único sujeto. la interna ausencia de contradicción de un sistema de normas jurídicas. esta idea de un Dios personal y unitario. en el mismo sentido que la tienen los seres humanos.

14 ZTJF. p. lógicas. también operan con ficciones de diversa índole y función. pp. aquéllas cuyo objeto de estudio son las normas. es decir. El supuesto que el orden jurídico sea la voluntad de la persona unitaria del Estado. Las tesis fundamentales de Kelsen contenidas en su ensayo Zur Theorie der Juristischen Fiktionen (Sobre la Teoría de las Ficciones Jurídicas)13. Veamos cómo Kelsen presenta este concepto en el primer trabajo que le dedica a ello. pp. es solamente la expresión de una unidad lógica. Personificación e hipóstasis La siguiente aportación conceptual de importancia para los temas que estamos tratando se encuentra en el concepto de “persona”. 1217. es decir. Ya el uso del concepto de la voluntad en el Derecho.190 ante todo. unas se refieren a otras. después de exponer brevemente la teoría de las ficciones de Vaihinger entendidas como un mecanismo conceptual tendiente a la aprehensión intelectual de ciertos fenómenos por medio de un concepto expresamente falso pero útil. Que cada proposición jurídica expresa la voluntad del mismo sujeto significa que la multiplicidad y diversidad de proposiciones jurídicas no se contradicen entre sí. que entre sí lógicamente no se excluyen. Las ciencias normativas. una única voluntad. b) La persona como una ficción. que pueden estar en vigor unas en relación con las otras. la ausencia interna de 12 contradicciones de un sistema de normas jurídicas» . como se ha mostrado. precisamente. etc. . que «la ciencia jurídica opera. 3. 1217-1245. el concepto de persona. efectivamente. ZTJF. como morales. 14 Una ficción es. una voluntad no contradictoria.. Afirma. estrechamente ligado con el uso anfibológico de términos antropocéntricos. que la totalidad del orden jurídico contiene una voluntad. 963-964. que forman un sistema unitario. A menudo. son las siguientes: a) Existencia de ficciones en la ciencia del Derecho. La tesis central es la siguiente: se proyectan en el Derecho conceptos utilizados originariamente para comprender al ser humano y se comprende al Derecho (o al Estado) como un macroántropos. tanto jurídicas. Ya se dijo que la función de toda ficción es la comprensión del modo de operar de un conjunto específico de fenómenos. gramaticales. con lo que el uso de las ficciones resulta ampliado a otras ciencias distintas de la ciencia natural. con ficciones» . sino que se complementan unas a otras. es una proyección de ese tipo. para la aprehensión 12 13 US.

que se acostumbra designar como “portadora” de derechos y obligaciones y que se corresponde. destinada a aprehender por medio del 16 pensamiento el objeto de la ciencia del Derecho. p. con una existencia real. es afirmada como un ser real. 18 ZTJF. no reproductor. Es necesario establecer una restricción al uso de este concepto ficticio de la persona: su única función debe ser ayudar a concebir y aprehender intelectualmente a las normas jurídicas. entonces significa esta acrecentada ficción de la persona una contradicción con la realidad natural. «En este sentido existen auténticas ficciones. en el rodeo por el concepto ficticio. ficciones teóricocognoscitivas de la ciencia jurídica. como pueden denominarse. hacia el dominio intelectual del orden jurídico. diversa del orden jurídico. 15 16 ZTJF. 1219. siguiendo a Gilbert Ryle17. Ibidem. Es igual aquí si se restringe esta realidad a la persona física o – como en la teoría orgánica – también a las llamadas personas jurídicas. más o menos. La persona no es un concepto que reproduzca. p. Que la persona sea un concepto o una construcción auxiliar significa que es un concepto de la ciencia del Derecho relativo a su objeto de estudio y cuya función es. 17 Cf. sino un concepto no real. lo que sólo es posible si se rebasan por la mala las fronteras de una teoría del Derecho que se imagina tener 18 como objeto hechos reales de la naturaleza» . c) Restricción teórica a la función de la ficción de la persona jurídica. 20 y ss. como una estructura frente a éste. que ayuda. se usa un concepto ficticio que resulta ser un cómodo e intuitivo instrumento para esas finalidades.Y si la persona. . el orden jurídico…» . ficciones de la teoría del Derecho. 1218. «Se trataría de una construcción mental. que originalmente había sido creada como un simple recurso mental específico para aprehender el orden jurídico. que auxilia al conocimiento de las normas jurídicas. De esta cita debemos resaltar las expresiones de concepto o construcción auxiliar. Una ficción de este tipo. pp. es decir. Este error consiste en que «La persona – tanto la física como la jurídica – vive en la representación de los juristas como una esencia autónoma existente. como una especie de objeto natural. Ficciones dirigidas por el pensamiento hacia el conocimiento del Derecho. Esto acontece en la ciencia jurídica con el concepto de persona. CM. la aprehensión intelectual de las normas del Derecho positivo. como el de toda ficción. a las normas del Derecho. es decir. Es suficiente la comprobación de una expresa tendencia a hipostasiar a la persona…. a errores categoriales.191 intelectual de ciertas unidades o totalidades de fenómenos u objetos determinados. en el ámbito del pensamiento. En la realización de esta tarea. se recorren caminos que pueden conducir a errores muy graves. un concepto o una 15 construcción auxiliar es el concepto de sujeto de Derecho…» .

una descripción más atinada que a través de las palabras de Vaihinger. en el caso el orden jurídico Oj. tal palabra es una simple cubierta. que reproducen la cosa real bajo un ropaje exterior”» . que es un constructo conceptual ficticio. R(Oj. sino el de fuerza: “Tales conceptos se han creado en gran número. personificamos el objeto: Persona (término ficticio)ÆOj. 19 20 Ibidem. como es el concepto de persona.. de esta tautología presente en el concepto de persona de Derecho. El uso de ficciones. d) La cubierta y la duplicación. así estas palabras o conceptos constituyen 20 simples tautologías. ha sido caracterizada de manera perfectamente acertada por Vaihinger. PÆOj. el siguiente esquema de la hipóstasis: P Æ Oj ⁄ Of (objeto ficticio producto de la hipóstasis) Con lo cual surge necesariamente el problema de establecer. que arroja alguna claridad conceptual sobre el modus operandi de este concepto ficticio de la persona: «La duplicación del objeto de conocimiento. dice Kelsen: «El concepto de sujeto de Derecho debe incluirse básicamente dentro de esas ficciones que Vaihinger califica de “personificativas”. pp. ZTJF. i. sin embargo. por ej. a otorgarles un referente sustancial. por tanto. Tenemos. pues el objeto construido por la hipóstasis es ficticio. teóricamente. a considerarlas el nombre de un objeto real. y sería difícil dar de esta peculiar duplicación del Derecho. en todas sus formas. tener relación alguna con el objeto real. usando su clasificación de las ficciones. Este es un falso problema. Oj.. puede conducir a la hipóstasis de ellas. no es real y no puede.e.192 En relación con la teoría de Vaihinger. el cual no tiene en mente el concepto jurídico de persona. La hipóstasis consiste en hacer corresponder al concepto ficticio de la persona P un objeto propio. distinto de aquél que es su objetivo. . Transcribiré a continuación un párrafo de Kelsen referente a otro de Vaihinger.e. i. 1219-1220. tendiente a la captación unitaria de un objeto específico cualquiera. Of). un orden jurídico. destinada a mantener cohesionada y a preservar la sustancia objetiva. en todas las ciencias. entonces. Este es el proceso de pensamiento que se sigue: existe un término gramatical determinado. que se opera a través de la ficción en general. particularmente durante el siglo XVII. Por tanto.. las relaciones entre los dos objetos: el originalmente designado Oj y el objeto construido por la hipóstasis Of . se amolda a la sustancia y se limita a reproducirla exteriormente en forma duplicada. Y de la misma manera que la cubierta. y a través de la personificación en lo particular. Éstas provienen del impulso antropomórfico de personificación que desde siempre domina nuestro 19 aparato representativo…» . en aquel entonces se creía que con ello se había realmente comprendido algo.

amoldar. en el hombre de carne y hueso. Estas son formas metafóricas de referirse a las funciones de los términos o conceptos ficticios de nuestra exposición anterior. tautología. que en la realidad no existe en parte alguna 21. la teoría acrecienta la contradicción en la cual el Derecho como sujeto (es decir. reproduciéndolo en sus características fundamentales. Por consiguiente. . p. se independiza. ¿cuál es la relación del hombre como persona con el orden jurídico? Hace su aparición el Derecho natural. entonces hace su aparición de manera inmediata un problema acuciante. 1221. Si la persona se hipostatiza y se le convierte en un objeto natural. duplicación. la duplicación. el sujeto de Derecho) se encuentra. a saber. puede utilizarse con provecho. El error es considerar que la persona es un término que se aplica a algo diferente del objeto al que se amolda. ya de por sí y sin hipóstasis. Al concebir un simple reflejo como un objeto real. pero no agrega nada sustancial al mismo. Si al orden jurídico total se le personifica en el Estado y éste se sustancializa en acontecimientos o entes naturales (p. 4. frente al Derecho como objeto (es decir. Sin embargo. sino es forma externa duplicada del objeto. mientras el concepto de persona de Derecho siga considerándose como aquello que es conforme a su estructura lógica. se vuelve objeto natural o sujeto natural y hace su aparición el problema consistente en establecer la relación entre el objeto originario al que se refería la ficción.193 De este párrafo pueden hacerse varias observaciones: la peculiar terminología usada por Kelsen y por Vaihinger. creada para visualizar y simplificar la exposición de un complejo de normas jurídicas y el nuevo objeto construido por la hipóstasis del concepto ficticio. La metáfora de la cubierta es especialmente apta para expresar intuitivamente la función de estos conceptos: la cubierta se amolda a la forma del objeto. reproducción. el Derecho objetivo). pero falso: la cubierta exterior. convirtiéndola en una contradicción con la realidad. Kelsen le atribuye una función de visualización y simplificación: el manejo de un complejo de normas se simplifica y se visualiza con claridad cuando se usa la ficción del concepto de persona. Con la persona de Derecho se afirma una realidad natural.. resulta que éste no ha eludido el peligro que encierra toda personificación: la hipostatización que lo convierte en un objeto real de la naturaleza. ropaje exterior. Los falsos problemas generados por el mal uso de la ficción La hipóstasis de la ficción conduce a la generación de falsos problemas que obstaculizan la investigación con interminables argumentaciones totalmente inútiles. cubierta. como aparato de coacción) ¿cuál es la relación entre este Estado natural y sociológico y el orden 21 ZTJF. ej. un reflejo. Si el constructo ficticio se hipostatiza.

se opone el Derecho como sujeto. mientras se sea consciente de su carácter. cuando se toma a la personificación por real. es representada en la imagen de una voluntad unitaria – la llamada voluntad del orden jurídico es idéntica con la persona del Estado. un orden unitario. construida con la finalidad de simplificarla y hacerla intuitiva. de las categorías) de manera análoga (hago la hipótesis) Kelsen comienza a desarrollar su teoría jurídica en una analítica del Derecho (Teoría Pura del Derecho) y una Dialéctica del Derecho (Crítica al Derecho Natural y al dualismo de Derecho y Estado). una duplicación del objeto de conocimiento: el orden jurídico como objeto.194 jurídico? Si a la naturaleza se personifica en Dios ¿cuál es la relación entre Dios y el mundo? «Es precisamente esta indebida hipostatización de la persona. de las cuales la doctrina de las personas “jurídicas” está llena. p. la persona del Estado. como una visualización de toda la complejidad de sus normas. la Crítica de la Razón Pura. como si el Estado fuera algo distinto que un orden obligatorio para los hombres y de pronto se está frente a la cuestión de cómo sea posible que el Estado. Ella se convierte en una peligrosa fuente de errores. p. que es el creador del Derecho. Kelsen había leído a Kant y para 1920 ya había tenido oportunidad de conocer las obras de Hermann Cohen sobre el filósofo de Königberg. Esta duplicación permanece como una útil ayuda del pensamiento. la Analítica trascendental (en la que hace consideraciones meta-teóricas sobre la física de Newton) y la Dialéctica trascendental (en donde analiza los falsos problemas que surgen cuando se hace un uso especulativo. no empírico. 18. a todas esas “dificultades artificialmente creadas” y “contradicciones autogeneradas”. para emplear esta terminología kantiana. como sistema de normas objetivamente válidas de la conducta humana. en dos partes. la que conduce – como lo ha demostrado Vaihinger en el caso de otras ficciones – a todos esos “falsos problemas”. 1222. con objeto de señalar el aparente paralelismo entre las teorías kantianas y las kelsenianas. En Das Problem der Souveränität und die Theorie des Völkerrechts (El Problema de la Soberanía y la Teoría del Derecho Internacional) (1920) dice Kelsen: «Por ello se introduce en la ficción personificativa. PSTV. el Estado “crea” el Derecho. pueda estar obligado por este mismo Derecho…Se olvida que la persona del Estado ha creado solamente. que es el substrato de la personificación. como un permanente motivo de molestos problemas aparentes. . i. La persona del Estado es solamente en un medida más grande lo que es 22 23 ZTJF.. que la unidad lógica de las proposiciones jurídicas de uno y el mismo sistema. lo mismo que todas las teorías filosóficas y científicas que 22 se constituyen en torno a un concepto ficticio» . es su “portador”. se le hipostatiza y se opera con la persona del Estado como con una esencia autónoma distinta del orden jurídico. Así como Kant había dividido su obra teórica principal.e. “voluntad” y personalidad son 23 jurídicamente iguales» .

La proclividad a la personificación. cuando debe operar con el orden jurídico como una unidad. se ha duplicado el objeto de conocimiento. Kritische Untersuchung des Verhältnisses von Staat und Recht (El Concepto Jurídico y el Sociológico del Estado. p. incluso la persona física: la personificación de normas jurídicas. 20. Sin embargo. es un signo inequívoco de que se ha realizado una hipostatización y. se deja representar de la manera más sencilla con la analogía de una experiencia interna que se da en el acto psíquico del querer algo. Si se poseen conceptualmente estas dos legalidades y una de ellas ha tenido un avance y un éxito explicativo indudable. como aconteció con la ciencia natural. 5. SJS. tener presente) el complicado mecanismo de una pluralidad de normas abstractas. es posible. también la del Estado cumple la función de visualizar y simplificar el pensamiento. así la comunidad del orden comunitario. surgiendo de esta manera la sociología y la teoría sociológica del Estado y el Derecho.195 cualquier otra persona jurídica. tanto las jurídicas como la llamada persona física. La tendencia. y de hecho así ha ocurrido. El éxito alcanzado por las ciencias naturales indujo a los científicos a aplicar la ley de causalidad a los fenómenos sociales. No es cómodo para el pensamiento humano. . 205-6. Kelsen destaca los siguientes puntos: «Como toda personificación. Investigación Crítica de las Relaciones entre el Estado y el Derecho). que la legalidad exitosa quiera ser utilizada igualmente en un ámbito de problemas que ha sido tradicionalmente tratado con la otra legalidad. La manera propia en que la conducta humana es regulada. confundiendo las dos legalidades explicativas que más arriba se han reseñado: la causalidad y la imputación. por tanto. la sociedad por acciones de los Estatutos. parece profundamente enraizada en el espíritu humano. como debida. Esto es lo que aconteció con el Estado. En Der soziologische und der juristische Staatsbegriff. La Teoría de la Identidad del Derecho y del Estado Las anteriores consideraciones nos conducen a exponer la teoría de la 24 25 PSTV. En especial la llamada persona física: la personificación de las todas las normas que regulan la conducta de un hombre 24. que es idéntica a la tendencia de comprender todo en analogía con el propio Yo (comprenderlo como un Yo). pp. las otras personas. de utilizar términos de otras ciencias en el campo del Derecho y del Estado. se representa este orden normativo bajo la imagen intuitiva de una persona humana. cuya cualidad esencial es la “voluntad”. mientras que el Estado es la personificación del orden jurídico total. etc. son personificaciones de órdenes parciales. casi irrefrenable. igualmente la inclinación a hipostasiar este medio auxiliar del pensamiento en una esencia 25 “real”» . figurarse (representarse.

pero Kelsen pudo desarrollarla en todas sus direcciones e implicaciones y aplicarla a la ciencia empírica sobre el Estado. por lo tanto. Consideraciones epistemológicas La primera forma de fundar la teoría de la identidad del Derecho y el Estado tiene carácter epistemológico. y con argumentos de carácter empírico. No fue sino hasta más tarde. entonces. por otra. de la ética y. 12. En relación con esta obra dice nuevamente Métall: «Le pareció. vio él 26 la idea del sujeto que crea el objeto en el proceso del conocimiento» . advirtió a Kelsen su paralelo con la Ética de la Voluntad Pura. Es conveniente. que era urgente establecer una rigurosa distinción de la ciencia jurídica. Esta teoría puede fundarse de dos formas: con argumentos de carácter epistemológico. Métall. Después de un conocimiento más detenido de las obras de Schopenhauer. fue para él una conmoción espiritual profunda tomar conciencia de que la realidad del mundo exterior es problemática. el autor que comentamos había leído y estudiado a Kant: «Más duradera fue la impresión que la llamada filosofía idealista ejerció sobre el adolescente de dieciséis años. HK. Confirmando lo anterior. en el Prólogo a la Segunda edición de los Problemas Capitales. 15. dice que. empezó Kelsen. por una parte. p. a quien se puede atribuir el que Kelsen haya escogido más tarde la denominación de 27 “teoría pura del Derecho”» . R. desde el Gymnasium. los Problemas Capitales fue escrita en 1910 y vio la luz pública en 1911. Habrá que decir. de modo más instintivo que sistemático. repasar brevemente los antecedentes de biografía intelectual de Kelsen. no es de extrañar que la fundamentación metódica de la teoría de la identidad del Estado con el Derecho se halle influida por la filosofía coheniana. que se le hizo claro que era a la pureza metódica a lo que él. a leer a Kant. Kelsen siempre reconoció la deuda intelectual que contrajo con Cohen y. que la teoría de la identificación del Derecho y del Estado ya estaba prefigurada y expuesta esquemáticamente por la filosofía neokantiana. A. p.196 identidad del Estado y el Derecho.1. en la biografía que escribió sobre la vida y la obra de Kelsen. por tanto. La primera gran obra de Kelsen. aún en la preparatoria. Fue en 1913 cuando Kelsen se entrevistó con Hermann Cohen en Marburgo. por Oscar Ewald. desde ahora. . Como núcleo de la filosofía kantiana. de la sociología. Es a la terminología de Cohen. 5. de Hermann Cohen. cuando la reseña de sus Problemas Capitales. y tras de una visita al propio Cohen en Marburgo. pues ello permitirá exponer el curso del pensamiento que lo llevó a la teoría de la identificación mencionada. había aspirado. bajo cuya influencia cayó. Kelsen expresamente narra la influencia decisiva que el pensamiento de Cohen ejerció en su concepción de la identidad del Derecho y del Estado: 26 27 HK.

publicada en 1912 en los Kant-Sudien y en que se reconocía esta obra nuestra como un plausible esfuerzo por aplicar a la ciencia del Derecho el método trascendental. cuyas obras había estudiado detenidamente. llamó nuestra atención hacia el marcado paralelismo existente entre nuestro concepto de la voluntad jurídica y los planteamientos de Cohen. ¿Cuál fue presumiblemente el proceso mental que siguió Kelsen para arribar a la teoría de la identidad del Derecho y el Estado? Ya conocemos su formación kantiana y conocemos la distinción entre ser y deber ser. Encontró que la teoría del Estado estaba escindida en una teoría sociológica y una jurídica del Estado: «Si se plantea la antítesis de Estado y Derecho como una antítesis de ser y deber ser (la cual es. en cuanto objeto del conocimiento jurídico. una contraposición de métodos y. L. El método de la teoría del Estado se halla en al ciencia jurídica. TGE. A partir de ahora. al que cita profusamente. empezamos a darnos cuenta de que el Estado. el fundamento metódico está formado indiscutiblemente por la ciencia del Derecho. como es frecuente. en las obras principalmente de Hermann Cohen y Ernst Cassirer. tuvo oportunidad de tomar un seminario con Georg Jellinek. Una crítica de mi obra. nos ayudó la interpretación que Cohen da a la doctrina de Kant. de tal modo que éste es creado partiendo de un origen lógico. ERW. de objetos de conocimiento). sin el cual no habríamos podido llegar a enfocar certeramente los conceptos de Estado y Derecho. según el cual es la dirección del conocimiento la que determina el objeto del conocimiento.197 «A encontrar el punto de vista epistemológico decisivo. . 486. por tanto. Para la fecha en que escribió Der soziologische und der juristischer Staatsbegriff. es una consecuencia natural distinguir. Antes de visitar a Cohen en Marburgo. una antítesis de puntos de vista. entre una teoría sociológica del Estado (metódicamente orientada en las ciencias naturales) y la teoría jurídica del Derecho – si se permite el pleonasmo – (orientada en sentido normativo). y como una consecuencia consciente y clara del enfoque epistemológico de Cohen. El concepto y el método de la ciencia del Estado está condicionado preferentemente por la 29 ciencia del Derecho» . La primera se pregunta cómo se comportan de hecho los hombres. ya que el conocer o concebir jurídicamente no significa nunca sino el concebir algo como 28 Derecho» . p. principalmente en su Ethik des reinen Willens (Ética de la Voluntad Pura). reconociéndolo como antecedente conceptual de la teoría de la identidad del Estado y el derecho: «La teoría del Estado es necesariamente teoría del Derecho político. cuáles son las 28 29 HP. Aun cuando para constituir el concepto de la ciencia política deben cooperar otras ciencias. entre causalidad e imputación. p. El propio Kelsen transcribe un párrafo de la obra de Cohen Ethik des reinen Willens. 1922 (mencionada más arriba) ya era conocedor de la filosofía crítica neokantiana. no puede ser otra cosa que Derecho. que hasta entonces no había tenido yo la ocasión de conocer. 54. a su vez. p.

. con arreglo a los conceptos apriorísticos que nos proporcionan el concepto del objeto en general. el Derecho positivo. 30 31 TGE. 7. qué conducta les prescribe el Derecho. CRP.198 causas que han determinado ese comportamiento. 32 TGE. creyendo de este modo poder llegar a la entraña de ese objeto específico llamado “Estado”. p. en una palabra. construcciones teóricas. de una teoría orientada a las normas jurídicas. desde el momento en que se hace del Estado – es decir. la identidad del objeto sólo está garantizada por el método de conocimiento. La tesis kantiana del conocimiento afirma que la identidad del objeto del conocimiento está determinado por conceptos a priori. en cambio. están llenos de teoría. en el hecho de que sólo gracias a ellas sea posible la experiencia (por lo que hace a la forma del pensar). por qué razones se deben comportar así y no de otro modo…Aceptado. que determinan el concepto del objeto en general que se encuentra en la base de toda construcción teórica empírica. aparece la teoría normativa del Derecho político» . La validez objetiva de las categorías como conceptos a priori residirá. las categorías. 7-8. 126. pp. que existe «… la imposibilidad metodológica de someter uno y el mismo objeto a la consideración de dos ciencia s distintas. resulta necesariamente una separación entre la teoría sociológica del Estado y la teoría jurídica del Derecho. como condiciones a priori. La tesis de Kant dice que tenemos un objeto cuando podemos organizar en un sistema un conjunto de fenómenos. como dados cargados. todos los hechos. con notoria contradicción. en consecuencia…» . por afirmarse que el Derecho es distinto del Estado – un objeto de la misma teoría normativa del Derecho. en tal caso se refieren de modo necesario y a priori a los objetos de la experiencia 31 porque sólo a través de ellas es posible pensar algún objeto de la experiencia» . además de la intuición sensible mediante la cual algo está dado. sin embargo. el concepto de un objeto dado o manifestado en la intuición. habrá conceptos de objetos que. se prescinde. de la cual. cuyas orientaciones gnoseológicas tienen supuestos esencialmente divergentes. cuyos objetos de conocimiento no pueden 32 ser los mismos. Consiguientemente. que el Estado y el Derecho constituyen dos objetos diferentes entre los cuales existe una distinción esencial. son. En efecto. es decir. cómo se deben comportar los hombres. En lugar de la Sociología del Estado. del mismo objeto para el cual se siente la obligación de crear una teoría orientada en las ciencias de causalidad distinta de la Teoría del Derecho. sirvan de base a todo conocimiento experimental. No hay hecho sin observación y sin teoría. si se acepta este punto de vista filosófico. en lugar de la doctrina social que estudia el Estado a través del punto de vista de las ciencias de la 30 causalidad. p. Dice Kant: «Pero resulta que toda experiencia contiene. La otra doctrina se pregunta. Con la fundamentación kantiana del conocimiento y la interpretación de Cohen a ella. con arreglo a qué leyes naturales se regula. pues. Por tanto puede concluirse. pues.

con el objeto de presentar intuitivamente funciones muy complejas de los órdenes jurídicos. que contiene un sincretismo mortal. Podemos obtener de modo inmediato la siguiente conclusión: si el Estado es un cuadro o aparato coactivo y el Derecho es un orden coactivo. causalmente determinada. Por eso. “Todo Estado está fundado en la violencia”. Si solamente existieran configuraciones sociales que ignorasen el medio de la violencia habría desaparecido el concepto de “Estado” y se habría instaurado lo que. Consideraciones empíricas Hay otra manera de demostrar la identidad del Derecho y el Estado.199 En la teoría del Estado tradicional se aduce que el Estado es un ser con dos caras. La violencia no es. reclama (con éxito) para sí el monopolio de la 34 violencia física legítima» . dentro de un determinado territorio (el “territorio” es elemento distintivo). Voluntad del Estado es voluntad de coacción. ni el medio normal ni el único medio de que el Estado se vale. por la 33 identidad de la dirección. . por el contrario.2. 83. de los caminos del conocimiento» . que mira en la dirección de la región del ser. es decir. a saber: que la identidad del objeto de conocimiento no está garantizada más que por la identidad del proceso cognoscitivo. han utilizado la violencia como un medio enteramente normal. precisamente. posee: la violencia física. como toda asociación política. Hoy. dijo Trotsky en Brest-Litovsk. «…es impotente para salvar una objeción suscitada por la Teoría del conocimiento. Objetivamente esto es cierto. con terminología sociológica. que no se encuentra en las nubes de la reflexión epistemológica. 5. es decir. llamaríamos “anarquía”. Vimos especialmente el concepto de “voluntad”. en este sentido específico. es considerar a las normas que lo integran como normas coactivas. jurídicamente determinada. p. PV. Hay. Weber decía que el Estado «…sólo es definible sociológicamente por referencia a un medio específico que él. sino que tiene un carácter empírico. una especie de Jano: una cara sociológica. tendremos que decir que el Estado es aquella comunidad humana que. De la transcripción del párrafo contenido en el Prólogo de la Segunda Edición de los Problemas Capitales se sabe que este argumento fue tomado de la Ethik des reinen Willens de Hermann Cohen. que mira en la dirección de la región del deber ser. 8. es especialmente íntima la relación del Estado con la violencia. y una cara normativa. p. tomando en 33 34 TGE. Esta teoría grotesca. comenzando con la asociación familiar (Sippe). naturalmente. se le considera un “aparato de coacción”. pero sí es su medio específico. En el pasado las más diversas asociaciones. Ya hemos mostrado que la teoría jurídica tradicional y las teorías sobre el Estado tenían la proclividad a utilizar términos cuyo referente es el ser humano.

Si. el uso de la coacción dispuesta por la norma. p. . los actos de violencia física legítima. sino su función específica. la coacción es el contenido propio de las normas jurídicas y lo que le era ajeno y extraño. al Derecho se le concibe como un conjunto de normas que imponen obligaciones y otorgan Derechos o en cualquier otra forma que excluya. como una especie de factor de garantía o protección. tanto por lo que respecta a los órganos como al procedimiento correspondiente. A partir de esta identificación debe afirmarse que el contenido propio y directo del Derecho no es la conducta humana establecida como obligatoria. por ser garantía de las obligaciones. «Por eso es completamente equivocado pretender construir un sistema parcial de “Derecho” propiamente dicho separando del sistema total de proposiciones jurídicas – al cual podemos denominar indistintamente con los nombres de Estado o Derecho – aquellas normas secundarias que estatuyen la conducta debida a fin de eludir la coacción. Y lo mismo es erróneo representarse “tras” o “junto” a este “Derecho” al “Estado” (esto es. entonces el Estado es idéntico al Derecho. El orden jurídico mismo es coactivo. se convierte en la función fundamental de la norma jurídica. 69. con objeto de llegar a una clara desarticulación del hecho complejo condicionante del acto coactivo.200 cuenta que el cuadro coactivo del Estado posee un orden con base en el cual es posible hacer la imputación de ciertos actos a su unidad. Seguramente. dispone y regula el ejercicio de la coacción. haciendo uso de la fuerza física y la determinación de las condiciones de su ejercicio. las que entonces deben entenderse como normas que establecen obligaciones y conceden Derechos. Por lo tanto. cuya misión es únicamente la de construcciones auxiliares. Si el Derecho es concebido como un orden coactivo de la conducta humana. incluso. en la terminología de Weber.. como su contenido específico. directamente. En la concepción de Kelsen. contrariamente a lo anterior. no son extraños al Derecho. Debe quedar claro que el orden coactivo regula primariamente. es que puede afirmarse que éstos últimos se encuentran obligados a llevar a cabo una conducta que es contraria a aquella que es la condición o supuesto de la sanción. la antítesis que se plantea entre 35 Derecho y Estado aliméntase de esta representación» . las normas primarias que estatuyen de modo inmediato el acto de coacción) como un aparato coactivo en sentido estricto y genuino. se han convertido en problemas normativos y el Estado tiene que ser concebido como el mismo orden jurídico. sino la conducta del órgano estatal encargado de la aplicación de las sanciones que pueden ejecutarse. la conducta de aquellos sujetos que impondrán la sanción y la ejecutarán coactivamente. 35 TGE. Con ello queda rechazada la tesis de que los actos de coacción sean la garantía del cumplimiento de las normas del Derecho. Sólo por virtud de que estos sujetos están facultados para imponer coactivamente una sanción a otros sujetos. por disposición de la norma de Derecho. i. entonces se tiene una teoría constreñida a afirmar la dualidad del Derecho y del Estado.e. como contenido de la misma. todos los problemas relacionados con el Estado en la concepción tradicional. al quedar incorporados en la norma jurídica.

sino que. los mismos conceptos con los que comprendían y organizaban su vida en común. mit besonderer Berücksichtigung der österrechischen Verfassung (Sobre la Teoría de la Ley en Sentido Formal y Material. 1533 y ss. proporciona al más antiguo conocimiento humano el Analogon del orden de la naturaleza. existía una indistinción. «Ellos interpretan la naturaleza según otro esquema. fácilmente comprensible: el hombre primitivo y los primeros pensadores griegos muestran que la ley de causalidad y el principio de retribución no estaban distinguidos como dos legalidades diferentes del acontecer observable. p. como los ciudadanos deben obedecer las prescripciones del legislador. cuyos elementos se piensan igualmente sometidos a la voluntad de una deidad superior. el principio de retribución. regula la conducta de la comunidad. 1533.201 6. Lo que el civilizado entiende por naturaleza es para el primitivo. aquél que la Biblia formula de manera muy tajante diciendo “Ojo por ojo y diente por diente”. en especial. con su apercepción animista o. distinto del causal. Los hombres primitivos sólo disponían de una manera de explicar lo que se presentaba a su conciencia: utilizaban conceptos sociales. el que a través de leyes. Como la conducta de los súbditos en la vida dentro del Estado. por el contrario. adelantando muchas de las tesis que más adelante desarrollará en su labor teórica: «No solamente porque entre la ley natural y la norma exista una simple diferencia gradual en relación al ámbito de validez y a la intensidad de la validez. personalista. es decir. estos es. Para los primitivos no hay una Naturaleza en el sentido de una cierta conexión de los elementos regida por la ley de la causalidad y ajena a la sociedad. El pensamiento que subyace en este ensayo. pp. Kelsen afirma lo siguiente. sólo un trozo 36 37 LGS. El Estado con el gobernante en la cúspide. El origen de la ley de la causalidad En un trabajo aparecido en 1913 Zur Lehre vom Gesetz im formellen und materiallen Sinn. en el fondo. que se designa como Ley 37 tanto en el Universo como en el Estado» . con arreglo a categorías sociales. . en el sentido de que la causalidad aún no había surgido dentro del pensamiento humano. LGS. por mandatos obligatorios para los súbditos. sino inversamente ha pasado de la ciencia del Derecho y del Estado a la ciencia natural. a saber. 38 EKV. El ensayo Die Entstehung des Kausalgesetzes aus dem Vergeltungsprinzip (La Aparición de la Ley de la Causalidad a Partir del Principio de Retribución)38 contiene un resumen de tesis anteriores y un desarrollo y evolución de las mismas. se retrotrae en la naturaleza la conducta de todos los objetos a una voluntad superior y exterior. mejor dicho. sino porque la historia del concepto de ley no ha pasado de la ciencia natural a la ciencia del Derecho y el Estado. con Especial Referencia a la Constitución Austríaca)36. tan denso conceptualmente es.

que es una ordenación jurídica. El principio básico de que se sirve la escuela de Mileto para la construcción de su idea del mundo es designado expresivamente por Anaximandro como αρκη. . El llamado hombre de naturaleza – que en verdad es en todos los aspectos un hombre social – cree que la ordenación de su sociedad. 40 sino al mismo tiempo “dominación”» . y cuando Tales cree encontrar ese algo – todavía muy próximo al mito homérico que declara que el dios Oceano es el origen de todas las cosas – en el agua. es una necesidad normativa. No es de seguro una casualidad el que esta filosofía de la naturaleza florezca en un tiempo en que se hace notar cada vez con más fuerza en Grecia el influjo de los Despotismos orientales. Anaximandro en el infinito (απειρον). plantas y objetos inanimados. cit. La norma fundamental de la ordenación social primitiva es el principio de retribución. p.. y sobre 39 todo en su religión y en sus mitos» . las auxiliadoras de Dike sabrían sujetarlo”. no sólo “comienzo”.. la coacción de Dike. es una norma que 39 40 Op. Op. y Dike es la diosa de la retribución…Lo significativo para la historia del conocimiento científico en la frase de Heráclito es que la inviolabilidad de la ley causal en virtud de la que el sol se mantiene en su curso. cit. Anaxímenes en el aire. y. los tres constituían el Universo como una monarquía. que domina por completo la conciencia del hombre primitivo. 59. lo conciben a la manera de algo que domine el mundo como un monarca. la obligatoriedad de la norma jurídica. lo que aquí significa también. expresa del modo más inequívoco que esa ley jurídica es la ley de la retribución. todos los cuales constituyen casi una pequeña historia de la filosofía griega: «Ahora bien: el célebre fragmento que podría emparejarse con el de Anaximandro y que dice: “El sol no sobrepasará su medida. En este ensayo Kelsen analiza la filosofía griega para descubrir que en los pensamientos de los primeros filósofos griegos se pueden encontrar rastros – y más que rastros – de esta concepción social de la Naturaleza. porque la ley de universo. 56. La ley de la αρκη funda aquí una µοναρχια. Sólo presentaré dos o tres ejemplos de ello. como dice Heráclito: “Ley (νοµος) se llama también seguir la voluntad de uno únicamente. Las Erinias son los conocidos espíritus de la venganza de la religión griega. pero si lo hiciera. y la interpreta según los mismos postulados que determinan su relación con los compañeros de grupo.202 de su sociedad dominado por las mismas leyes que ésta. Otro ejemplo. Y que la inviolabilidad de la ley del mundo no consiste en que sea observada siempre – el caso de que el sol rebase sus medidas no está excluido absolutamente – sino en que su violación es castigada siempre y sin excepción. rige también para la Naturaleza. La interpretación de la Naturaleza según el principio de retribución se manifiesta en su efectiva conducta para con animales. orientada en un sentido enteramente social. de los muchos que presenta. las Erinias. p. como ley jurídica. «Cuando Tales de Mileto con quien comienza la filosofía griega y después de él Anaximandro y Anaxímenes investigan en busca de un principio original a partir del cual pueda explicarse el mundo de manera unitaria.

cit. abandonando con esto la concepción imperativa de las normas. d) La identidad del Derecho y del Estado. el social. era necesario investigar si en el pensamiento primitivo existía una indistinción de estos principios. Estos elementos permiten comprender las tesis centrales de Kelsen sobre el paralelismo entre la Jurisprudencia y la Teología y. podía funcionar en la explicación de todos los fenómenos. por lo tanto. Conclusiones En resumen. hemos mostrado que de 1911 a 1925. Se trataba. cuya función es expresar esa unidad de manera intuitiva.203 estatuye sanciones. como la unidad de una pluralidad de normas. Si Kelsen había establecido la dualidad de causalidad e imputación (normatividad). 7. pero puede conducir a la duplicación del objeto de conocimiento. de una proyección de las concepciones sociales sobre la naturaleza y la comprensión de lo observado en ésta con base en los conceptos sociales y normativos con los que el hombre se comporta con sus semejantes. c) La persona jurídica. El Prólogo a la segunda edición de los Problemas Capitales contiene un párrafo que constituye el eslabón que encadena las tesis que hemos estado exponiendo. b) El Derecho es un orden coactivo de la conducta humana compuesto por normas cuyo sentido se expresa por juicios hipotéticos que conectan un supuesto de hecho (la antijuridicidad) con una consecuencia coactiva. consecuentemente. el más evidente. en realidad. permite relacionar las tesis que hemos expuesto sobre el Derecho y el 41 Op. y según su tenor una ley de retribución. y aquélla era una adquisición muy tardía del pensamiento humano. .. la diferencia entre causalidad y imputación. como lo afirmaba Cassirer. se rechaza la concepción dualista del Derecho y el Estado por estar fundada en una hipóstasis o sustancialización del concepto de la persona jurídica. p. Estas explicaciones son un ejemplo del hecho que hemos denominado unificación no primariamente intencionada. con las que se contienen en los ensayos que ahora se publican. es una proyección de conceptos antropomórficos al orden jurídico. 65. de sus problemas y soluciones. y como tal expresa la 41 voluntad inconmovible de la divinidad» . es decir. sólo uno de ellos. e) Se determinan los falsos problemas que se suscitan derivados de la hipóstasis del concepto del Estado. Kelsen desarrolló las siguientes tesis fundamentales: a) El dualismo de ser y deber ser. o mejor.

en especial los constitutivos de su comunidad política. Ambas doctrinas han proyectado en el material dado a sus consideraciones el mismo conjunto de conceptos normativos: los que el hombre utiliza para comprender las relaciones con sus semejantes. . que comprende todos los conceptos necesarios para explicar a los Derechos positivos desde un punto de vista unitario. por otro el Derecho o el Estado. Este concepto se ha analizado en su uso detallado.e. Y aquí. en esta locación teórica. Estas consideraciones son la base para establecer la teoría de la identidad de ambos objetos y comprender que la dualidad de los mismos. es una consecuencia necesaria de que ambas tienen la misma metodología para comprender su objeto de estudio: por un lado Dios. el concepto de la normatividad es utilizado por ambas disciplinas para comprender sus respectivos objetos de estudio.204 Estado con los problemas que se tratan en la Teología. la consideración de que el Derecho y el Estado son dos objetos distintos. proporcionado por la que hemos denominado “hipótesis central”. que utiliza la ciencia jurídica para describir su objeto de manera económica y para referirse a una pluralidad de normas de materia unitaria: me refiero al concepto de persona. Esta profundización epistemológica del problema se manifiesta en nuestro ensayo sobre “La ciencia jurídica como ciencia normativa o como ciencia cultural”. aparece un fenómeno que es clave: la duplicación del objeto de conocimiento. en el trabajo publicado en 1919 con el título de “Sobre la teoría de las ficciones jurídicas” y. desde el punto de vista de una ciencia evolucionada de la naturaleza o del Derecho. entre la personificación del universo en Dios y la personificación del Derecho en el Estado. Expresado en otros términos: primeramente. no podrían confundirse entre sí. distinto de aquel que pretende originalmente exponer de manera simplificada e intuitiva. se ha analizado establecido un concepto específico. la identidad de los problemas de ambas disciplinas no es accidental. es decir. heurístico. conceptos jurídicos. Todo esto contribuyó también a derramar nueva luz sobre la analogía. sobre las relaciones de Dios y el Universo: «También nos ayudó a ver claro en este camino el análisis de las ficciones personificadas realizado por Vahinger (Philosophie des Als-Ob). no es otra cosa que la operancia de 42 HP. así como también sobre el paralelismo entre los problemas de la teología y la jurisprudencia. trazada ya incidentalmente en nuestra primera obra. i. apuntado ya en 1913 en nuestro estudio “Sobre los desafueros del Estado”. Como puede verse. auxiliar. se ha desarrollado una teoría del Derecho. llamándonos la atención hacia la existencia de situaciones análogas en otras ciencias. por el contrario.. L. sobre todo. luego. La unidad de una pluralidad de normas se sustancializa y se le convierte en un objeto específico. en nuestro libro “El problema de la soberanía y la teoría del Derecho 42 internacional”» . Si bien los objetos de estudio son diferentes y. entendiendo a éste último como la personificación de un orden jurídico. Este fenómeno es analizado en relación con el Derecho y el Estado. p.

trascendente al derecho. Los falsos problemas que se suscitan cuando se ha realizado la hipóstasis a las que nos hemos referido son los siguientes: El dualismo del Estado y el Derecho.205 la hipóstasis del concepto auxiliar de la persona en relación con la totalidad de las normas que integran un orden jurídico nacional. el que tiene el monopolio de la violencia física legítima. El Estado. es poder y. Tesis Fundamentales del Paralelismo entre la Jurisprudencia y la Teología Kelsen ha afirmado desde sus primeros trabajos. negándolo. surgen de manera inmediata los temas del paralelismo entre la Jurisprudencia y la Teología: a) Se concibe a Dios como una grandiosa personificación del Universo y luego se realiza la hipóstasis correspondiente (hipóstasis de la unidad del mundo). en contraposición. «En tanto que el dualismo de Estado y Derecho es el fruto de una hipóstasis dogmática en la cual la expresión personificativa de la unidad del Derecho se convierte en el Estado metajurídico. al frente del cual existe un soberano todopoderoso. En esta concepción se ha proyectado el modelo de la sociedad al universo y se ha concebido a éste como un reino. como un Estado. ha sido el modelo más utilizado en la explicación del universo. para emplear la terminología de Weber. el concepto de la retribución). por la sustancialización. pues aparece como la negación del mismo. el Estado es concebido como la personificación del Derecho positivo y se realiza sobre ella la correspondiente hipóstasis. Entonces. que lo ha creado. La inferencia inmediata que puede hacerse de estos supuestos consiste en la aplicación de los resultados de los análisis jurídicos a este nuevo orden normativo gigantesco. es decir. la situación epistemológica de la Teoría del Estado es la misma que la de la Teoría de Dios. Existe el problema de imputar el acto antijurídico al Estado. como hemos tenido oportunidad de mostrar. pero como persona jurídica. específicamente. que es el universo. El Estado como poder soberano. se duplica el objeto de conocimiento en ambas disciplinas. entendido como ser natural. correlativamente. es la razón de Estado. actuar fuera del Derecho. El Estado comprendido es como un ser natural. 7. poder soberano. de manera que los actos estatales son determinados con base en el orden jurídico. comprendido como el conjunto de elementos ordenados por el principio normativo de la retribución. el Derecho es comprendido como conjunto de normas. la . el Estado puede. lo que determina la igualdad de problemas y de soluciones doctrinales en la Jurisprudencia y en la Teología. es el creador del Derecho. que la norma jurídica coactiva (y su expresión más primitiva. esto demuestra el paralelismo existente en la estructura lógica de estos conceptos. En casos excepcionales. Con ello. como poder. luego se crea la teoría de la autolimitación del Estado al Derecho. tiene que estar en relación con él. al someterse al mismo.1.

. 100. Teoría de las dos caras de Dios y del Estado. exaltado a la omnipotencia 45 absoluta. Vale la pena transcribir un párrafo muy ilustrativo de Kelsen. por esencia. p. d) Se correlacionan la teoría de la Encarnación de Dios con la teoría de la autoobligación del Estado. «Y así como el Estado es la unidad personificativa del Derecho merced a la hipóstasis de un ser metajurídico. «Si el Estado es soberano. que es considerada comúnmente como la característica más esencial del Estado. p. en el que presenta el paralelismo de problemas y soluciones entre la Jurisprudencia y la 43 44 TGE. 46 Cf. significa fundamentalmente no otra cosa sino que el Estado es el poder supremo. Así como el Derecho es la voluntad del Estado. 181-182. b) Se afirma la trascendencia de Dios en relación con la naturaleza y del Estado en relación con el Derecho. que no puede existir dios alguno distinto de él. el cual. diciendo que no existe un poder superior y que es un poder no derivado de. 100. como una persona.206 Teología. Dios es imaginado. el contenido de la voluntad de Dios está formado por las 43 normas y leyes naturales que constituyen el sistema del universo» . p. Op. c) Se equipara la teoría de la omnipotencia de Dios con la teoría de la soberanía (omnipotencia normativa) del Estado y en ambas disciplinas existe la tendencia inmanente a afirmar la unicidad de Dios y el Estado. a lo divino –» . si sobre él no existe ni puede existir un poder u orden superior. «La soberanía. . cit. 45 GS. Lo mismo que el Estado. tiene que aceptarse que es único. ni limitado por. cuya relación con él es la cuestión fundamentalísima de la Teoría del Estado. que no puede ser determinado sino de manera negativa. se proclama también del Estado» . del mundo como sistema de normas o leyes naturales. es claro que esta entidad absolutamente suprema tiene que afirmarse como única. del orden del mundo. igualmente toda Teología declara que el poder es la esencia de Dios. otro poder superior. pp. A lo mismo conduce en la teología el énfasis en la trascendencia de Dios. afirmándose la omnipotencia de Dios. pues la soberanía de un Estado excluye la soberanía de todos los demás. trascendente al Derecho. en esencia. del mismo modo enseña la Teología que la esencia de Dios consiste en su trascendencia frente al mundo. como personificación de un orden universal. por esencia. en la Teología. y el objeto principal de la teología hállase constituido por el contradictorio problema de la relación entre Dios – ajeno. 46 pues con ello se caería en una contradicción absoluta» . o sea. GS. a toda relación – y el mundo – 44 extraño. a describir su naturaleza en términos negativos…Si la soberanía del Estado es interpretada como poder.182. de manera similar.

pues Dios es. pero. “soberano”. precisa conciliar de algún modo estos dos principios que mutuamente se excluyen: la supremacía de Dios sobre el mundo y su relación positiva con éste. el Estado es algo de la naturaleza del 47 Derecho. ilimitado. El acaecer universal no se dirige ya por su voluntad. Cuantas dudas se han suscitado desde el sector jurídico en contra de esta teoría de la autolimitación. por tanto. “puro” en su esencia. p. en sus representantes. Sin embargo. ilimitado y libre por esencia y. en definitiva. en ser Derecho. persona jurídica» . sobre de él. vivir. dice la Teoría del Estado: el Estado crea un orden jurídico. Esta teoría de la Encarnación del Verbo divino es aceptada en la Teología desde el punto de vista de la “autolimitación” o “autoobligación” de Dios. es incluso esencial al Estado crear un orden jurídico. Ese “Estado” que no está ligado por ninguna norma. lo crea y lo recrea de continuo…Por tanto. En cuanto Dios-Hombre. sin duda. el Dios-Hombre o Dios-Mundo. que es un poder omnipotente. cuya naturaleza. En la persona del Dios-Hombre sométese Dios al orden del Universo por Él mismo creado. Dios renuncia a su omnipotencia. tanto al orden ético como al natural. al tener “sobre” sí el orden jurídico. no Derecho. de la voluntad divina se autolimita. Y los juristas 47 TGE. someterse al mismo tiempo en cuanto hombre a las leyes naturales (nacer. 101. A este paralelismo de problemas se correlaciona el paralelismo de las soluciones en ambas disciplinas. por relación al dogma de la Encarnación de Dios. es metajurídica. es poder. que es por esencia distinto del Derecho. Lo mejor es transcribir la forma en cómo presenta Kelsen la solución en ambas teorías: «El Dios supramundanal se transforma en mundo. queda planteado el problema en toda su dimensión y con toda claridad se puede ver el paralelismo de los problemas. el poder ilimitado. pero ni es posible representarse a Dios sin el mundo ni al mundo sin Dios. El pendant de esta doctrina represéntalo la teoría de la autolimitación del Estado […] que constituye la médula de la teoría política tradicional. El Estado es creador y soporte del Derecho. en hombre. padecer. ¿Cómo puede Dios ser omnipotente y soberano. han hallado eco casi literal en la Teología. no es posible pensar el Estado sin el Derecho ni el Derecho sin el Estado. o mejor. La misma violencia sufre la Lógica en la Teoría del Derecho político. el DiosHijo se impone el deber de obediencia para con el Dios-Padre. sin embargo. Ésta hace una afirmación análoga: el Estado es un ser distinto e independiente del Derecho. como expresamente se la llama. deriva de él todo su “poder”…Pero ¿cómo se verifica esta metamorfosis del Estado-Poder en Estado-Derecho. Con esto. en persona jurídica. en principio. y después se somete espontáneamente a esta creación “suya”. . a la inversa. desde el momento que el ser divino se parte en dos personas: en el Dios-Padre y en el Dios-Hijo. a la cual califican continuamente de misteriosa los críticos del dogma de la autolimitación? Muy sencillamente. está.207 Teología: «Dios es causa del mundo. la cual. morir) y vincularse por la ley moral? Este ha sido el lenguaje que los herejes y heterodoxos han usado en todo tiempo. por otra parte. está sometido a éste: es ser jurídico. acaba en definitiva por convertirse en Derecho. sino que.

. que purifica. Así caracteriza Kelsen el problema: «La correlación entre los procedimientos de la Teología y los de la Teoría jurídico-política aparece con la máxima nitidez en la analogía existente entre el problema de la Teodicea y el de la llamada ilegalidad del Estado. más sí mediata e indirectamente. como personificación del orden ético del mundo. En ambos casos. al Estado. 104. Del mismo modo. es decir. de la Teología. Sin embargo. para comprender jurídicamente lo antijurídico. lo malo. ha de 49 imputarse al Estado» . Dios no puede querer lo malo. en la “voluntad” del Estado. La existencia del mal en el mundo y en la vida humana es incompatible con la omnipotencia de Dios y con su bondad infinita. «La tendencia inmanente de ambas disciplinas – dirigida a superar el dualismo entre el sistema y su negación – motiva la transformación de lo malo y antijurídico en “condición” del Bien y del Derecho. para emplear la expresión de Kelsen. para una Teoría jurídica profunda. la dificultad conceptual origínase del hecho de que a la unidad del sistema precisa referir su negación. la antijuridicidad no es más que un supuesto de hecho. es preciso encajarlo en tal sistema. como todo. Tanto la Teoría jurídica como la Teología encuentran un procedimiento similar para resolver la contradicción entre el sistema y su negación. en resumen. de lo bueno. de hacer congruentes dos afirmaciones contradictorias. 103. no quiere Dios lo malo de modo inmediato. Según la Teología. La ilegalidad como el pecado se insertan en el sistema. 50 TGE. como condición de la pena. ha de ser encajado en el sistema del Derecho.208 críticos se preguntaban: ¿cómo es posible que el Estado. el Estado no puede cometer ilegalidad. como personificación del Derecho. Si se absolutizan los conceptos no es posible establecer la unidad sistemática 48 49 TGE. nada sucede que sea contrario a la divina voluntad. imputado a Dios. con el hecho observable empíricamente de la existencia del mal en el mundo. dejando de ser la “negación” de los mismos. aun cuando éste sea “su propio Derecho”?» . 102. por tanto. se “encajan” en él. TGE. 50 determinado por el orden jurídico como condición del acto coactivo estatal» . sea querido por Dios. p. p. de quien nos han enseñado que su esencia no es Derecho sino poder. cuando se les hace ser condición del Bien y de la juridicidad. para que pueda explicarse el pecado desde el punto de vista del sistema de Dios. en el orden jurídico. Del mismo modo. especialmente el pecado. lo antijurídico. siempre y cuando no se absoluticen los términos contrapuestos. El problema de la Teodicea consiste en tratar de hacer compatible la afirmación de la omnipotencia de Dios. como su cualidad esencial. a Dios. p. y es intrínsecamente buena porque realiza la justicia. la ilegalidad. Se trata. pues nada hay en el mundo que no sea querido por Él. e) El problema de la Teodicea es paralelo al de concebir dentro del concepto unitario del Derecho a la llamada antijurídicidad. pueda estar jurídicamente 48 vinculado por un Derecho. es preciso que también lo malo.

en ese operar con dos órdenes diferentes.. f) La relación Dios-alma se equipara a la relación Estado-persona. y sólo en algún caso extremo debe suponerse la existencia de un milagro divino. en la forma señalada por Kelsen. pero que el “Estado” tiene la misión de proteger el bien público incluso sin el Derecho o aún contra el Derecho. todo debe ocurrir en la medida de lo posible. la voluntad de Dios inescrutable. de la misma manera que la imputación de un acto ilícito no tiene que llegar hasta la persona del Estado. con esto. Sin embargo. g) Se concibe a Dios como principio anulador de la naturaleza. el orden natural entendido como un sistema de mandatos emitidos por Dios y. sino lo 51 Ibidem. a las leyes naturales. sino que se detiene en el centro provisional de la persona física del funcionario. por el otro lado. por un lado. la propia Teología enseña que para explicar el acontecer universal debe recurrirse en principio. como personificación del orden del mundo. así también la imputación del acto malo a un determinado sujeto no tiene porqué llegar hasta la totalidad del orden del mundo. hasta Dios. de ordinario. dentro de los cauces de la juridicidad. creador de aquél. según se ha demostrado. el infierno 51. en general. el orden estatal. adopta el Estado la significación de un principio que.e. en los milagros. el orden jurídico positivo creado por el Estado y. en ciertos casos. sino que el proceso de la imputación puede detenerse en unidades provisionales y transitorias. en la Jurisprudencia. como el concepto equivalente. Cuando se opera con dos órdenes normativos de manera ineludible pueden presentarse contradicciones entre ellos. Así como el procedimiento de imputar un acto a una persona no tiene porqué comprender a la totalidad de las normas de un orden jurídico nacional. la solución paralela en la Jurisprudencia es la concepción del Estado como principio anulador del Derecho: el estado de excepción y la razón de Estado.209 de los conceptos contrapuestos. pero esto no significa. dícese que “en caso de necesidad”. Entonces. Este camino impide la imputación del acto malo a Dios. puede destruir la ley jurídico positiva. sino que puede detenerse en centros de imputación parciales y provisionales. al concepto de persona. Es extraordinariamente característico que. en la Teología. surge el concepto del alma humana. aparece la figura del Diablo y su reino. i. con una doble verdad. . y mientras sea posible. se enfrentan a los problemas que derivan de operar con una dualidad de órdenes normativos. situaciones en las cuales sólo puede valer uno con la exclusión del otro. «Ahí radica precisamente el método característico de la Teología: en esa hipótesis de un orden sobrenatural de la voluntad divina distinto del orden de la naturaleza (en el sistema de las leyes naturales) e independiente de él. del pecado y si se hipostatiza dicho orden y se personifica. Tanto la Jurisprudencia como la Teología. tiene que crearse un orden o sistema de lo malo. por otro. precisamente en su contraposición con el Derecho. los que son personas como Dios o participan de su esencia y. Así se enseña que. por un lado.

Consideraciones análogas deben hacerse en relación con el Derecho y el Estado53. Lo mismo pasa con la experiencia religiosa: «La experiencia religiosa no se agota en la conciencia de un ser autoritario supraindividual. 104-105. Si el orden de la naturaleza. Sabido es que Kelsen fue amigo de Sigmund Freud y que era un conocedor profundo de la teoría psicoanalítica. con especial referencia a la teoría de la Masa de Freud) y Die Platonische Liebe (El Amor Platónico). por parte del sujeto que experimenta lo divino. formular observaciones muy agudas de carácter psicológico y sociológico. SJS. incluido en una totalidad comprensiva. no una dualidad de ellos. de encontrarse implicado en una interconexión universal. i) Se hacen algunas consideraciones sobre el origen sociológico y psicológico del concepto de la autoridad y de la dependencia del individuo dentro de la sociedad: la imagen del padre como el origen familiar del concepto de la autoridad. si el orden del Universo es un sistema de leyes. como lo demuestran los ensayos Der Staatsbegriff der Psychoanalyse (El concepto del Estado del psicoanálisis). su unidad puramente conceptual y. 247-253. pp. h) La identidad del Derecho y el Estado es el Analogon del panteísmo. por tanto. sobre diversos temas sociales y culturales. Su ensayo Gott und Staat contiene algunas consideraciones muy interesantes sobre el surgimiento de la experiencia social. Esto le permitió. que abarca a otros 52 53 TGE. no surge el falso problema de establecer las relaciones entre el objeto ficticio. el dualismo del Estado y el Derecho es el dualismo de dos sistemas de normas diferentes. si éste no se personifica y no se lleva a cabo la hipóstasis de la personificación de la que tanto se ha hablado. . Der Begriff des Staates und die Sozialpsychologie. creado por el error lógico de llevar a cabo la hipóstasis. que Kelsen ha postulado. Por lo tanto. una de cuyas funciones es facilitar la introducción de postulados políticos en contra del Derecho positivo. con el orden de leyes cuya unidad ha sido hipostasiada. Mit besonderer Berücksichtigung von Freuds Theorie der Masse (El Estado y la Psicología Social. La teoría de la identidad del Derecho y del Estado. capítulo 12. en ocasiones. A su contenido característico pertenece el sentimiento. tiene la misma estructura conceptual del panteísmo. Con el rechazo de la hipóstasis sólo se tiene un orden.210 siguiente: “cuando así conviene a ciertos intereses políticos contrarios al Derecho 52 positivo”» . como ya se ha demostrado más arriba. la identidad de Dios con el Universo. de la vivencia de la dependencia del hombre con sus semejantes y de la subordinación del individuo al grupo y a la autoridad del mismo. pp. Cf. entendido como la posición teórica que identifica a Dios con el todo: Deus sive Natura. entonces.

211 además de a sí mismo y que se manifiesta a través de la deidad» . como con la social. “mi” autoridad no es sólo la autoridad ante la que me inclino porque la 56 reconozco. 56 GS. por lo menos. GS. sino la autoridad en la que yo soy» . a los que. Posteriormente. el príncipe amado con temor reverencial. en tanto que los veo sometidos a la autoridad que yo he escogido y se doblegan ante mi bandera. siempre se han sometido a un Dios. para el niño. «La similitud psicológica de las actitudes religiosas y sociales son explicables. más poderosamente es exaltada la deidad. sólo como representantes del padre pueden estas autoridades provocar esos afectos psíquicos que convierten a los hombres en niños sin 55 voluntad y opiniones propias» . como no puedo dominarlos directamente. 176-177. El uso de la metáfora de las máscaras. Esta no es. soporto en un plano igual al mío y sean iguales a mí y a quienes. es. de una crudeza sobrecogedora: «Si tomamos la religión en sus manifestaciones históricas. toda autoridad se experimenta como al padre y aparecen como sustitutos del padre. p. nunca ha existido un creyente que se haya contentado con estar con Dios en la soledad. Kelsen analiza la función social que desempeña el sometimiento a Dios y la dependencia a Él. m) Se afirma que la religión y el Derecho son ideologías (en un sentido NO peyorativo). para poder someter a los demás a ese Dios. por el hecho de que tales nexos se retrotraen a una y la misma experiencia psíquica. puedo hacerlo indirectamente. 172. entre más fanática sea la propia renuncia religiosa. para que los demás de igual manera se sometan. Con los párrafos que siguen comienza una serie de consideraciones de carácter realista. la psicología del hombre social: autosujeción a la autoridad del grupo. 54 55 GS. cuando mucho. como una fuerza todopoderosa y es. la autoridad en cuanto tal. pp. Se trata de la relación del niño con el padre. simplemente. que es igualmente efectiva en relación tanto con la autoridad religiosa. sin embargo. 175. 54 Estas afirmaciones tienen su apoyo en algunas tesis de Durkheim. Y entre más profunda es la propia subordinación. más ilimitado es el impulso para dominar a los demás en su nombre y más triunfante en su victoria. p. más apasionada es la lucha por esta deidad. porque es la victoria del guerrero de la fe que se identifica con su deidad. l) Se hacen consideraciones muy importantes sobre la función social de la identificación religiosa con Dios y se compara con la función del patriotismo. según el punto de vista de Freud. el que se presenta en el alma del niño como un gigante. de crítica a la ideología. la psicología especial del hombre religioso. el dios venerado. el héroe admirado. al cual cita y tienen cierta similitud con las que con posterioridad formularía Rudolf Otto en su famoso libro Lo Santo y las contenidas en el libro de Van der Leeuw Fenomenología de la Religión. precisamente aquellos que no quiero se encuentren sobre mí. . En relación con las consideraciones hechas en el punto anterior.

su nación o su Estado. 177-178. es despreciado como fanfarrón. Para terminar. tiene que reprimir dentro de él. ¡una vez que han sido arrancadas las máscaras.212 Con las anteriores afirmaciones se comprende fácilmente porqué Kelsen considera a la religión. dominarlos o incluso matarlos. a los que por esa razón ama. ni sociedad. Todo esto demuestra la tesis central del paralelismo de la Jurisprudencia y la Teología y corrobora indirectamente la hipótesis central del pensamiento kelseniano por la unificación no primariamente intencionada que lleva a cabo entre las diversas problemáticas que se han tratado en este ensayo. puede cometer todas las transgresiones que de otra manera se encuentran prohibidas por normas estrictas. 57 nos sean dados» . no se contempla ni religión. como ideologías. Una vez que han caído las máscaras. sino como constructos conceptuales que llevan a cabo importantes funciones de carácter social. sistemas ideales de relaciones valorativas o normas que el espíritu humano crea para sí. de igual manera el hombre civilizado. en cambio. con los que amorosamente se identifica. de las almas y de los cuerpos. de la nación o del Estado. naturalmente necesarios. transcribiré un párrafo largo de su ensayo. en ciertas épocas. el drama pierde su sentido propio. a los que se les designa religión. se renuncia precisamente a esa interpretación específica en que consiste la religión o la sociedad! En esta imagen está contenido un punto de vista metodológico: este prescindir de las máscaras. es la perspectiva adoptada por una psicología y una biología científico-naturalísticamente orientadas. puede desvergonzadamente alabar a su Dios.. les arrancamos la máscara de sus rostros. pues estas son las “máscaras”. “su” Estado. como “su” Dios. ya sea el señor X triunfando sobre el señor Y o a una bestia que acalla su nuevamente revivida sed de sangre. como simple miembro del grupo. puede hacer todo esto con el máximo de sus derechos si lo hace en el nombre de Dios. o al Estado condenado o haciendo la guerra. sino hombres que coaccionan a otros hombres. Estado. nación. . etc. detrás de la máscara de su dios. en cuyas legalidades propias inmanentes uno tiene que compenetrarse e instalarse. entonces no hay ya más Dios castigando o premiando. para que con ello cualquiera de estos objetos. cuando se coloca la máscara del animal totémico. Si a los actores. a su nación o a su Estado y al hacerlo sólo se abandona a su propia vanidad. utilizando esta palabra no en un sentido peyorativo. “su” nación. Aquel que se alaba. como al Estado y a la sociedad. las ideologías específicas que surgen sobre la infraestructura de los hechos reales. que representan en el escenario político su papel en el drama religioso o social. que es el ídolo de la tribu. 57 GS. determinados causalmente. Desde ella. y aunque el individuo en cuanto tal no está legitimado para coaccionar a otros. con el objeto de que el lector conozca y experimente las propias palabras de Kelsen: «De igual manera que el primitivo. puede dar rienda suelta a todos esos instintos que. ni nación. pp. este mirar a través de ellas a los movimientos desnudos.

cuya voluntad es inmanente a la naturaleza creada por ella. Conforme a esto. a las circunstancias o a la naturaleza del hombre o de su razón. . Niega la existencia de normas inmanentes a la naturaleza. cuando no es más que una serie de acontecimientos conectados entre sí por relaciones causales: «Una voluntad en la naturaleza es o una superstición o es la voluntad de Dios en 58 la naturaleza creada por él. La fundamentación de esta tesis se encuentra en la no-aceptación por parte de Kelsen de la existencia de normas que no sean el sentido de actos de voluntad de seres humanos o sobrehumanos. la problemática que se presenta en los ensayos que hemos comentado consiste en el manejo. Con Especial Consideración a la Teoría de la Masa de Freud). Der Begriff des Staates und die Sozialpsychologie. Debemos concluir con la siguiente observación: si se adopta un punto de vista general. en particular. En este ensayo sostiene que las teorías del Derecho Natural sólo son posibles bajo un supuesto específico: la creencia en una deidad justa. dentro de la misma esfera de conocimiento. puesto que toda norma es el sentido de un acto de voluntad dirigido a la conducta de otro hombre. no pueden contener norma alguna. Hans. la inmanencia de valores divinos en la realidad» . Penguin Books. Jahrgang. Mit besonderer Verücksichtigung von Freuds Theorie der Masse (El Concepto del Estado y la Psicología Social. de dos sistemas normativos independientes y distintos. en general. “Imago”. p. con la no positividad o naturalidad de las normas cuya existencia afirma la Teoría del Derecho Natural. Se pregunta Kelsen de dónde puede surgir en la naturaleza una voluntad inmanente a ella. la tesis que afirma la inmanencia de ciertas normas en la naturaleza debe necesariamente aceptar la inmanencia de una voluntad en la naturaleza. CM: Ryle. porque uno consiste en la hipóstasis del otro. 1968. propio de la teoría general del Derecho. 5. comparándolas con el Estado y la Jurisprudencia. Gilbert. 58 GN. The Concept of Mind (El Concepto de lo Mental). o del hombre. creadas por actos de voluntad humanos. es conveniente citar el trabajo denominado Die Grundlage der Naturrechtslehre (El Fundamento de la Teoría del Derecho Natural) en el que contrasta la positividad y relatividad de las normas del Derecho positivo. 1922. 8. los que no pueden unificarse en un orden unitario. Bibliografía BSS: Kelsen. El dualismo de ser y deber ser hace su aparición y el Ser o la realidad o la naturaleza.213 Para completar la información sobre las tesis de Kelsen en relación con Dios y la Teología.

S. An Introduction to the Philosophy od Science (Fundamentos Filosóficos de la Física. pág. Madrid. “Österreichische Zeitschrift für öffentliches Recht”. Trad. Wenceslao Roces. B. Trad. Philosophical Foundations of Physics. Ediciones Alfaguara.A. Die Grundlage der Naturrechtslehre (El Fundamento de la Teoría del Derecho Natural). mit besonderer Berücksichtigung der österrechischen Verfassung en Juristische Blätter. New York. Harold J. Verlag Franz Deuticke. Página VII de la Segunda Edición Alemana. LS: Otto. J. GS: Kelsen. 1946. Prólogo a la segunda edición. Buenos Aires. Rudolf. Editorial Losada. Desarrollados con Base en la Doctrina de la Proposición Jurídica. Wien.. London. 8.. Francisco Ayala (Traduccón al español del ensayo Die Entstehung des Kausalgesetzes aus dem Vergeltungsprinzip. Una Introducción a la Filosofía de la Ciencia). México. 1939. s. C. 1976. 1922/1923. Notas. 1921. Springer Verlag. Traducción y Notas de Pedro Ribas. Hans.. Tübingen. Vol. Crítica de la Razón Pura. Javier Esquivel de Hans Kelsen. 229-232. ERW: Cohen. México. PFP: Carnap. Ernesto de la Peña. 3ª Ed.. México. Trad. Trad. 1923. G. Problemas Capitales de la Teoría Jurídica del Estado. UNAM. Taurus Ediciones. Trad. “Logos”. HP: Kelsen. EKV: Kelsen. FTJO: Berman.. 1981. Mohr (Paul Siebeck). “Jahrgang”. en La Idea del Derecho Natural y Otros Ensayos. Leben und Werk. Basic books. 1998. Es traducción de Hauptprobleme der Staatsrechtslehre entwickelt aus der Lehre vom Rechtssatz. HK: Métall.214 CRP: Kant. Fondo de Cultura Económica. Inc. El Nacimiento del Purgatorio. Fernando Vela. 1978. La Formación de la Tradición Jurídica de Occidente. Fondo de Cultura Económica. 1964. Jacques. Madrid. NP: Le Goff. Trad. 1966. S. Aparece publicado en WRS. Zur Lehre vom Gesetz im formellen und materiallen Sinn. Hans. edited by Martin Garner. 1987. . Lo Santo. La Aparición de la Ley de la Causalidad a Partir del Principio de Retribución. Immanuel. Revisión y Presentación de Ulises Schmill. Wien. LGS: Kelsen. Editorial Porrúa. contenido en WRS. 1969. S. GN: Kelsen. 15. México. Hans. Hans Kelsen. Lo racional y lo irracional en la idea de Dios. 42. Publishers. Vida y Obra. A. Francisco Pérez Gutiérrez. Hermann. Band. Ethik des reinen Willens (Ética de la Voluntad Pura). Alianza Editorial. Hans. Rudolf Aladár. Trad. 1963. Fenomenología de la Religión. Prólogo. Hans. Gott und Staat (Dios y Estado). aparecido en “The Journal of Unified Science” (“Erkenntniss”). FR: Van der Leeuw. Mónica Utrilla de Neira.A. 11. Rudolf.

“Imago. Wien. Band. Francisco Rubio Llorente. Der soziologische und der juristischer Staatsbegriff.. ihre Grenzgebiete und Anwendung”.A. Jaime Perriaux del original en inglés Society and Nature. Barcelona. Zur Theorie der Juristischen Fiktionen. WRS: Die Wiener Rechtstheoretische Schule. Luis Legaz Lacambra de Allgemeine Staatslehre.215 PL: Kelsen. C. VSR: Kelsen. Hans. Band XIX. en Grünhutsche Zeitschrift für das Privatund öffentliche Recht der Gegenwart. SP: Kelsen. Tübingen. Beitrag zu einer reinen Rechtslehre (El Problema de la Soberanía y la Teoría del Derecho Internacional. Ueber Staatsunrecht. S. Hans. Buenos Aires. Aparece publicado en WRS. Kritische Untersuchung des Verhältnisses zwischen Staat und Recht (El Concepto Jurídico y el Concepto Sociológico del Estado. Chicago. Das Problem der Souveränität und die Theorie del Völkerrechtes. Der Staatsbegriff der Psychoanalyse (El concepto del Estado del psicoanálisis). Sigm. C. Europa Verlag. 1921. A Sociological Inquiry. Verlag Alfred Hölder. J. Band. Madrid. J. ZTJF: Kelsen. Hans. B. Hans. 1. Hans. PSTV: Kelsen. Band. 1968. Sociedad y Naturaleza. 2. 1943. B. “Zeitschrift für öffentliches Recht”. Trad. Hans. Hans. PV: Weber. 1927. 1967. Wien. The University of Chicago Press. Investigación Crítica de las Relaciones entre el Estado y el Derecho). Enziklopädie der Rechts. Hans. 1933. 42. s. Trad. Berlin. Aparece publicado en WRS. 1913. mit besonderer Berücksichtigung der österrechischen Verfassung en Juristische Blätter. Editorial Labor. 1945. Zur Lehre vom Gesetz im formellen und materiallen Sinn. 23. SN: Kelsen. Teoría General del Estado. Freud. Julius Springer. Das Verhältnis von Staat und Recht im Lichte der Erkenntniskritik. US: Kelsen. Internationaler Psychoanalytischer Verlag. Tübingen. Una Investigación Sociológica. ZLG: Kelsen. mit besonderer Berücksichtigung von Vaihingers Philosophie des Als-ob (Sobre la Teoría de las Ficciones Jurídicas. SJS: Kelsen. Mohr (Paul Siebeck). Aparece publicado en WRS.Aportación a una teoría Pura del Derecho). 1913. Hans. con especial consideración a la Filosofía del “Como Si” de Vaihinger). v. Mohr (Paul Siebeck). publicado en “Annalen der Philosophie”. Hans. hrg. 1922. Die Platonische Liebe (El Amor Platónico). René Marcic y Herbert Schambeck. La Política como Vocación. . 1925. 1920. editado por Hans Klecatsky. Trad. Editorial Depalma.und Staatswissenschaften. contenido en WRS. Alianza editorial. 229-232. 1934. TGE: Kelsen. Aparece publicado en WRS. Zeitschrift für psychoanalytische Psychologie. “Jahrgang”. Max. 1919. “Almanach für das Jahr 1927”.

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Moreso.Un dibattito su J. J. La Indeterminación del Derecho y la Interpretación Constitucional .

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La Indeterminación del Derecho y la Interpretación Constitucional. CEPC. Su impacto se ha hecho notar en la corta vida que el libro tiene ya desde su publicación. a cura di P. En sentido filosófico el realismo moral es una teoría filosófica que cree en la objetividad de los valores mientras que el realismo jurídico es una doctrina jurídica que enfoca el derecho desde el punto de vista de los jueces y sostiene que el derecho es una profecía acerca de lo que decidirán los jueces. El espíritu de esta intervención es hacer honor a nuestra convicción de que desde el diálogo discrepante puede mejorar nuestra comprensión de la teoría jurídica. Analisi e diritto 1999. Comanducci e R. Guastini . El trabajo de José Juan relaciona directamente la teoría del derecho con el trasfondo filosófico contemporáneo y específicamente con la filosofía del lenguaje. El trabajo muestra un dominio y una madurez intelectual extraordinaria y es uno de esos libros que a uno le gusta mostrar cuando se le pregunta sobre los nuevos desarrollos de la teoría jurídica de habla hispana. Madrid. El realismo jurídico normalmente va asociado con el escepticismo – de distintas intensidades – hacia la objetividad de las reglas. pero espero que sus tesis serán ampliamente divulgadas y discutidas. 1998. Hace poco tiempo se publicó la versión inglesa en Kluwer. Desde mi punto de vista quisiera destacar algunas críticas a algunas de las tesis del libro. Pero. Para mí ha sido un privilegio – del que me siento orgulloso – el haber tenido como interlocutor durante mucho tiempo a José Juan Moreso.Albert Calsamiglia Indeterminación y realismo1 El libro de José Juan Moreso2 constituye una aportación importante a la teoría jurídica y a la teoría de la interpretación constitucional. 1 El término realismo se utiliza en dos sentidos diferentes. el hecho de que considere que es un buen libro no quiere decir que no tenga desacuerdos. Moreso. J. porque me obligan o a aprender algo nuevo en lo que no había pensado o a intentar ofrecer argumentos para mostrar mi desacuerdo. Formalmente el libro ya ha tenido un reconocimiento. 2 J. Casi siempre me ocurre que los libros que me gustan son los libros con los que no estoy de acuerdo y precisamente por eso.

establece sobre las demás generaciones. no se explica convincentemente por qué una generación puede justificadamente atar a las siguientes generaciones si estas últimas creen que sus soluciones son mejores que las primeras. Una posibilidad de determinación sería asumir alguna forma de realismo moral. Si suponemos que el realismo moral no sólo afirma la existencia de valores en el mundo sino que tiene un procedimiento epistémico que permite descubrirlos. 180). es una tarea muy complicada y arriesgada. La Constitución sería un precompromiso que una generación. 167). En el caso de Ulises se podría discutir si el Ulises atado al mástil tiene la misma identidad que el Ulises que establece el precompromiso. En un cierto sentido la táctica del precompromiso supone una gran desconfianza hacia la democracia. hacia los votos de las futuras generaciones. . También podría discutirse por qué el Ulises anterior en el tiempo vence al Ulises posterior en el tiempo. En otras palabras. valores convencionales y prejuicios. los valores que hoy consideramos importantes. Tengo mis dudas acerca del significado del precompromiso en el ámbito constitucional. Congelar los valores actuales. La primacía de la constitución y el precompromiso Primero. sabemos cuál es el significado del precompromiso. La teoría del precompromiso necesita criterios de determinación de las cláusulas abstractas. José Juan acepta la tesis de la racionalidad imperfecta de Elster y fundamentándose en la imagen de Ulises y las sirenas sugiere que la primacía de la constitución es uno de esos casos en los cuales la generación constituyente determina qué es lo que no se puede discutir o qué es lo que es difícilmente modificable. ¿por qué esta prevención hacia la ebriedad de las próximas generaciones? (p. Pero. la constituyente. de autolimitarse como hubiera sugerido Jellinek. José Juan señala que el constitucionalismo moderno se basa en esta idea que ha sido aceptada por la teoría política. Dejaré de lado los problemas de la teoría del precompromiso y de la debilidad de la voluntad y dedicaré mi atención al precompromiso aplicado al constitucionalismo. que ofrecería criterios para distinguir entre valores eternos. El constituyente establece qué temas están fuera del ámbito de la mayoría y ata a la comunidad en el respeto de unos derechos y valores constitucionales. En el precompromiso existe una excesiva desconfianza hacia la democracia de las generaciones futuras. entonces la cláusula general tiene un criterio de determinación que puede atar a las generaciones futuras. En un cierto sentido la autoridad constitucional se considera como una persona sobria. El mecanismo del precompromiso es un mecanismo de atarse a sí mismo. Sobre el precompromiso podrían plantearse numerosos problemas. ¿Cómo sabemos cuál es el valor que vale la pena defender y cuáles son los prejuicios que introduce en la constitución la generación constituyente? La teoría del precompromiso requiere un criterio de distinción entre lo que es valioso para siempre y lo que es valioso para una generación. (p.220 1. En primer lugar.

¿Cuál es la teoría del significado en el precompromiso?. Sería aquélla interpretación que deja a la generación actual la determinación del significado de las cláusulas abstractas. Un originalista tendría problemas para justificar el precompromiso de igualdad acudiendo a las convicciones de los constituyentes y. Esta teoría es coherente pero implausible si tratamos de construir una teoría que tenga algo que ver con lo que sucede en la práctica. Es posible justificar en algunos casos la primacía constitucional a través del control judicial. Los mundos posibles son tan indeterminados que diluye la propia noción de precompromiso porque no se sabe a qué obliga. al mismo tiempo. la teoría del precompromiso. excepto en los casos de un formalismo extremo del que no me puedo ocupar3. José Juan acepta la tesis del precompromiso pero no se compromete ni con el realismo moral ni con la teoría originalista de la interpretación. Víctor Ferreres ha defendido una versión flexible y 3 Sería el caso de una teoría de la jerarquía normativa que estableciera que el criterio jerárquico vence a cualquier otro criterio interpretativo. el de la Corte Suprema americana. Los jueces constitucionales limitan el poder de las mayorías. como por ejemplo el tribunal constitucional español o el italiano. ¿Podemos precomprometer algo que luego ampliará su significado? José Juan acepta el precompromiso pero en el terreno de las cláusulas abstractas – que es un aspecto muy importante del precompromiso y de la primacía de la constitución – no sabemos exactamente dónde están los límites. ha tendido a ser activista y eso muestra una falta de deferencia hacia el poder legislativo y hacia el poder de las mayorías y quizá una desconfianza excesiva hacia la democracia. . El intérprete perteneciente a generaciones posteriores debería realizar un ejercicio de investigación histórico para averiguar el sentido originario de la cláusula. Un realista moral podría considerar que las convicciones interpretativas de los Constituyentes americanos que excluían de la cláusula de la igualdad a las mujeres eran erróneas porque en el mobiliario de los valores objetivos del mundo las mujeres son iguales a los hombres. Pero la tercera vía es incompatible con la determinación del significado del precompromiso. La tercera posibilidad supone la disolución del precompromiso. va ligada con el poder contramayoritario.221 La otra posibilidad sería rechazar el realismo moral y defender una teoría de la interpretación originalista que permitiera determinar el contenido del precompromiso. defender la igualdad de las mujeres. En otros casos.. Según esta teoría el criterio para determinar el significado de la cláusula abstracta es el que tenían los padres de la constitución. En segundo lugar. el poder judicial ha sido más deferente con el poder de la mayoría. La tercera vía interpretativa sugiere que es la generación actual la que debe determinar el significado de la cláusula general y no tiene problemas para reconocer que hoy la igualdad constitucional exige la igualdad de las mujeres. el caso paradigmático de control constitucional. Parece ser que su teoría de la interpretación aboga por la tercera vía. Sin embargo.

Quizá el tirano peligroso. de modo que permitan estos cambios en su significado” (p. hoy. IV y ss. Hoy. Madrid. implementado con el poder contramayoritario. consideraríamos una persona de 35 años madura. el contenido del precompromiso sólo sería aceptable en reglas pero nunca en los valores constitucionales fundamentales ni en las cláusulas abstractas. CEPC. los significados de las cláusulas abstractas y las reglas que se comprometen a respetar? En tercer lugar. Pero si en vez de la cláusula de 35 años la constitución establece que el presidente debe ser una persona madura el alcance del precompromiso es mucho menor. ya no es el Parlamento sino el juez constitucional. pero es posible que en el siglo XXI se considere madura aquélla que tiene sus neuronas en mejor estado y. 231). Para que el precompromiso – especialmente en cláusulas abstractas – funcionara deberíamos tener una teoría de la interpretación originalista defendible que precisara el alcance del precompromiso. Justicia Constitucional y Democracia. desde este punto de vista. pero como el propio José Juan señala el originalismo no es defendible. Hablar de la dignidad de la persona o del desarrollo de la personalidad como precompromiso puede suponer que una concepción determinada de dignidad o de desarrollo de la personalidad triunfe sobre las futuras concepciones de esos mismos conceptos. sin ninguna duda. 1997. José Juan parece diluir el precompromiso cuando afirma que las cláusulas constitucionales “han de ser interpretadas en su forma más abstracta. pero los precompromisos constitucionales se articulan en cláusulas muy abstractas y precisamente por su abstracción no se sabe el alcance del precompromiso. Si miramos atrás ¿podemos distinguir los prejuicios de una generación de sus valores? ¿Son las generaciones anteriores quienes definen qué es substancial o serán las posteriores a través de los jueces o de interpretaciones constitucionales quienes establezcan la línea de demarcación? Si ése fuera el caso.222 convincente de la deferencia hacia el poder legislativo ( V. Cap.). Eso quiere decir que el precompromiso no impide que se produzcan cambios dramáticos bajo la misma constitución. no es un sistema para evitar que las generaciones decidan por sí mismas y por mayoría cuáles son los valores. Entiendo el precompromiso de Ulises porque sus condiciones de aplicación son claras. En realidad el peligro de abuso de poder de las mayorías se ha visto contrarrestado por un diseño institucional que tiende a dispersar la soberanía en sentido clásico y ello supone la introducción del mecanismo del poder judicial constitucional como poder contramayoritario. deberíamos pensar cuál es el ámbito del precompromiso. Por ejemplo. ¿Qué precompromiso es ése que permite justificar y abolir la esclavitud bajo la misma Constitución? ¿Acaso no son las generaciones posteriores quiénes determinan el . Pero el peligro de tiranía puede coexistir con el aumento del poder de los jueces constitucionales. si una constitución establece que el presidente de la República debe tener 35 años el precompromiso parece claro. ¿Acaso el precompromiso. una persona de 28 años está en mejores condiciones que una de 35. Ferreres.

en un tiempo diferente pero no distante y en unas condiciones determinadas. La crítica que hace del escepticismo y del pragmatismo está basada en una serie de argumentos. Con independencia de este último punto. Pero si exigimos precisión en las constituciones las convertimos en constituciones de detalle. sugiere recuperar en toda su extensión la tesis hartiana de la Vigilia. Defiende las tesis del positivismo metodológico y aboga por una teoría de la interpretación de filiación hartiana. No sé hasta qué punto José Juan está dispuesto a defender esta tesis. Incluso podríamos decir que esa obsesión la comparte Hart cuando coloca a los jueces en la posición de ser los sujetos que reconocen el derecho. En el caso de Ulises ya es discutible si en el tiempo posterior Ulises es la misma persona que en el tiempo anterior. La teoría realista o pragmática ha elegido los desacuerdos. La crítica al realismo jurídico José Juan sigue la senda de Hart y de Alchourrón y Bulygin. es la misma persona. para que el precompromiso fuera aplicable necesitaríamos una teoría de la identidad comunitaria unitaria como la que sostenía. presentes y futuras. Son dos visiones distintas. por ejemplo. podríamos afirmar que la teoría positivista poco puede decir de los desacuerdos mientras que las teorías realistas jurídicas ven en el conflicto y el desacuerdo el núcleo más relevante del derecho. La teoría positivista ha elegido los acuerdos y este enfoque tiene su rendimiento cognoscitivo suficientemente desarrollado por las teorías kelsenianas y hartianas. Destacaré algunos que me parecen criticables. más bien diría que su posición se acerca a la crítica de la constitución de detalle y a la defensa de una constitución de principios. Por último. Burke según la cual la identidad de la comunidad está formada por el conjunto de generaciones pasadas. En el caso de las comunidades creo que el problema es mucho más difícil y controvertido. 213). Pero no sólo es una preocupación del pragmatismo sino de la mayoría de las teorías jurídicas contemporáneas. (a) José Juan – siguiendo a Hart – considera que la teoría escéptica tiene una obsesión injustificada con el proceso judicial. No puedo dedicar atención a todos los problemas que sugiere José Juan. (p. En líneas generales creo que la crítica que hace al pragmatismo no ofrece buenas razones para abandonarlo y por las noches – y a veces durante el día – el fantasma de la Pesadilla nos desafía. Frente al Noble Sueño del realismo moral y la Pesadilla del pragmatismo. 2. Podemos elegir como objeto de estudio los acuerdos existentes o los desacuerdos existentes en el derecho. Cada una tiene sus límites pero es indudable que en la batalla entre los dos paradigmas en los últimos años ha ganado terreno el .223 alcance del precompromiso? ¿Qué valor tiene y qué determina el precompromiso? El caso de Ulises y las sirenas es sencillo porque están predeterminadas muchas cosas.

Dos filósofos tan importantes como Habermas y Rawls consideran que la teoría de la adjudicación es el enfoque más atractivo y genuino de la teoría del derecho contemporánea y en sus últimas publicaciones dedican especial atención a la teoría del derecho como teoría de la adjudicación. este enfoque no es exclusivo del realismo jurídico clásico sino de un sector muy importante de la teoría jurídica contemporánea que incluye desde Dworkin hasta Posner.224 paradigma que enfoca los problemas desde el punto de vista judicial y de la controversia. y no sólo los americanos. porque su preocupación fundamental está en los acuerdos. El hecho de que nos preocupe más la resolución de los casos difíciles es una buena muestra del impacto del paradigma realista y escéptico no sólo en el ámbito estrictamente jurídico sino también en el filosófico general. enfocar el estudio del derecho desde el punto de vista de la adjudicación no es una obsesión injustificada sino el desarrollo de una teoría que muchos. Hace treinta años no se prestaba especial atención a las sentencias de los tribunales supremos o constitucionales en Europa. (b) Por otra parte. el Noble Sueño y la Pesadilla? Algunos autores como Dworkin negarían legitimidad al análisis hartiano y abogarían por una teoría que explicara y justificara el derecho desde el paradigma de la adjudicación y del desacuerdo. El propio José Juan está preocupado por la indeterminación del derecho porque este problema está en la agenda de la teoría jurídica contemporánea. Por último. La teoría hartiana se pregunta por los acuerdos y la dworkiniana por los desacuerdos. El estudio de los casos difíciles constituye una parte muy importante de las licenciaturas de derecho europeas. han considerado atractiva. Los hartianos se han visto obligados a responder al problema de la adjudicación ante el desafío realista. Pero ésta no es la única posibilidad ya que sería posible defender que los dos paradigmas son inconmensurables porque se preocupan de problemas distintos. por tanto. y no han sido los hartianos quienes han tenido la iniciativa de incluir el tema de la adjudicación en la agenda de la teoría del derecho. Además. en su trabajo The Forum of Principle el control constitucional ha mejorado y ampliado la discusión y el debate de los principios constitucionales. la crítica de circularidad que usa para criticar al realismo jurídico puede revertirse al propio Hart pues la regla de reconocimiento ¿no nos . La teoría del derecho hartiana debe rechazarse in toto y debe ser sustituida por la teoría del derecho como integridad. El impacto de las sentencias de los tribunales constitucionales y supremos en el estudio del derecho es una novedad importante y hoy no se concibe el estudio del derecho sin una teoría de la adjudicación. es un campo especialmente adecuado para el uso de estas teorías filosóficas. En la agenda de la filosofía política contemporánea ocupa un lugar destacado la teoría de la deliberación pública y la teoría de la adjudicación genera una cultura de las razones públicas y. En todo caso. como señaló Dworkin. ¿No hace eso Hart con la Vigilia.

son exigencias del pensamiento. poner de manifiesto el aspecto sociológico de la función de juzgar. jueces o órganos encargados de la coacción. Reducir el pragmatismo y el realismo a problemas de motivación y pensar que en el ámbito de la teoría realista los problemas de justificación no ocupan un lugar relevante es inexacto. puede mantenerla también el realismo jurídico. son. ¿no se es juez en virtud de una regla jurídica de competencia? La circularidad es un problema tanto para los hartianos como para los realistas. Consciente del problema. La distinción que sugirió Reichenbach era muy rígida y desde planteamientos de Sociología de la Ciencia fue criticada y con fundamento. Kelsen sugirió una hipótesis lógico trascendental o una concepción de la norma fundamental como una ficción en el sentido de la filosofía del “como si “ de Vaihinger. Creo que el uso de esta distinción no es del todo afortunada ya que el positivismo lógico sostuvo que no existían reglas que rigieran el contexto de descubrimiento y enfocó el análisis filosófico en el contexto de justificación. no se justifican: se aceptan por razones pragmáticas. Por otra parte. Creo que la respuesta de Kelsen era más elegante. La noción de paradigma parece clave al determinar qué tipo de agenda científica y qué tipo de justificación se puede establecer y no sólo la lógica y el método científico justifican. dogmas que se justifican porque tienen un rendimiento explicativo.225 identifica el derecho? Pero ¿no son los jueces y los officials quiénes reconocen o son reconocidos por la regla de reconocimiento? ¿cómo identificamos los sujetos que reconocen el derecho si son ellos los que permiten identificar el derecho? ¿Acaso serán jueces antes de que se reconozca el derecho? Pero. No parece muy equitativo criticar a los realistas jurídicos por un problema que los propios hartianos también tienen. son conceptos primitivos. si se quiere. los realistas jurídicos y los hartianos tienen un problema semejante. existen algunas reglas – ¿serán las del método científico? – que nos ayudan a descubrir la verdad y en el contexto jurídico de descubrimiento la teoría de la argumentación ha tratado de encontrar reglas o modelos que permitan reducir la complejidad del descubrimiento de la . precisamente allí en donde el kantismo había quedado más rezagado. si no la presupones no juegas el juego cognoscitivo de la teoría pura del derecho. La posible respuesta de Hart. (c) Otro punto que José Juan usa para criticar al realismo jurídico es la distinción entre contexto de descubrimiento y contexto de justificación. si no que hay algunas razones más…metafísicas. Esos conceptos primitivos se asumen. Esta norma es una exigencia del pensamiento. En la ciencia encontramos conceptos y dogmas que sólo se asumen. por su rendimiento explicativo o por su capacidad de generar problemas interesantes. Kuhn podría considerarse uno de los artífices del restablecimiento de las relaciones entre el contexto de descubrimiento y el de justificación. La salida será considerar que tanto la regla de reconocimiento como la regla que define officials. es decir. En síntesis. Si quieres entender el derecho desde el punto de vista de la teoría pura del derecho debes suponer una norma fundamental hipotética que fundamenta la validez del derecho positivo.

Pero del argumento de Wittgenstein no se sigue que Kripke estuviera equivocado. José Juan usa la tesis de Putnam y su concepción de realismo interno para señalar que la teoría de la respuesta correcta de Dworkin es fantástica (o fantasiosa). la tesis de la bivalencia y la tesis jurídica. El argumento de autoridad nunca es un argumento definitivo y me pregunto si el desafío kripkeano puede tener una buena respuesta desde el mundo de la Vigilia que defiende José Juan. en realidad lo es. La imagen platónica (mecánica.216). la posición de Wittgenstein puede considerarse intermedia entre esta hipostización de las reglas y la negación de su existencia. El desafío kripkeano no tiene una respuesta convincente en su libro. Desde mi punto de vista éste es el desafío más importante que debe resolver el planteamiento de José Juan y exige establecer una relación interna entre reglas y actos que garantice la objetividad en el seguimiento de reglas. como supondría un formalista extremo) de las reglas como raíles es lo que está en cuestión. que el realismo interno de Dworkin no fuera idéntico al de Putnam y que la opinión de Putnam no afectara al argumento de Dworkin. Pienso que para refutar la tesis de Dworkin . Pero creo que el argumento no es adecuado porque sería posible. Moreso sugiere que se puede interpretar a Wittgenstein de otra forma más acorde con los intereses de la teoría hartiana. Cuando hablamos del color de los ojos de Madame Bovary estamos . (d) José Juan reconoce que el principal argumento del escepticismo es el argumento de Kripke sobre el seguimiento de reglas. En la agenda de la teoría del derecho quien ha puesto en cuestión la discreción y ha sostenido la respuesta correcta ha sido Dworkin. Estoy de acuerdo con él. Wittgenstein no pretende negar que las reglas puedan determinar su correcta aplicación y así lo hace en los casos claros. que puede ser ilustrativa en algún sentido no lo es en otro. Sin embargo. Podemos pensar que el argumento kripkeano es válido aunque no fuera fiel a Wittgenstein. Lo que Wittgenstein cuestiona es que tenga que haber alguna entidad mediadora entre nuestra captación de la regla y nuestro seguimiento de ella.226 premisa relevante en el silogismo de la aplicación del derecho. Además la crítica de Putnam es incidental y la analogía entre el realismo interno putnamiano y el dworkiniano es forzada. Por otra parte. 3. La crítica de Kripke es devastadora y para mantener la Vigilia es absolutamente necesario luchar contra la indeterminación radical del derecho. Una coda sobre el realismo interno (en sentido filosófico) Una última cuestión hace referencia al realismo interno de Dworkin y su teoría de la respuesta correcta. Dice que “ Wittgenstein no cuestiona que la idea de corrección sea aplicable al seguimiento de reglas. debe acudirse al realismo interno del propio Dworkin y no al de Putnam. quizá deberíamos resaltar que la analogía entre el proceso judicial y la crítica literaria.” (pág.

merece. que desconocen la lógica formal. pero en el derecho. Por último. éste es un libro que merece leerse y que no sólo es de interés para los teóricos del derecho. Desde aquí animaría a los juristas a que lo leyeran – saltándose si es necesario las fórmulas – porque el libro no decepciona. exigimos que la respuesta esté fundada en derecho y la mejor reconstrucción de los argumentos y valores jurídicos es la respuesta correcta. Dentro de la práctica parece implausible el empate o la indeterminación y para eso no necesitamos un mobiliario del mundo sino una teoría que construya una justificación. Pienso que una de las mayores dificultades para su divulgación reside en las continuas fórmulas demostrativas que disuaden y limitan el uso del libro especialmente para aquellos juristas. ¿correctas? . con los materiales que poseemos y con las mejores herramientas que nos convenza. en los casos controvertidos. cuando planteamos un problema. Adjudicamos derechos y deberes. responsabilidades y beneficios.227 presuponiendo que eso no es muy relevante para la interpretación de la novela y la pregunta puede quedar sin respuesta. exige atención y exige respuestas. Eso es lo que hacemos los juristas y – parafraseando a Dworkin – quizá haríamos bien en creer en ello. Ofrece herramientas para el análisis del derecho y la interpretación constitucional. El juego del derecho es distinto al juego literario. la mejor. El juego de la adjudicación es distinto del juego literario o del juego descriptivo de normas. yo diría la mayoría.

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anti-realismo. l’interpretazione della logica deontica come un riflesso dell’ordinaria logica aletica. Le mie osservazioni verteranno su tre ambiti problematici: 1. da condividere.) e nell’Appendice A (pp. 43-56) del libro di Moreso è stata originariamente presentata in Moreso. 2. essa potrebbe 1 La teoria formale del senso di prescrizioni esposta nel cap. (1) Moreso presenta una teoria del senso di prescrizioni1. (D’ora in avanti. Introduzione Nel suo La indeterminación del derecho y la interpretación de la Constitución (1997). il ricorso alla distinzione fra direzioni di adattamento. le indicazioni di numeri di pagina. la posizione anti-realista. si riferiscono a Moreso 1997). 87). è in generale possibile costruire un obedience-statement ad essa corrispondente. in particolare. Comanducci e R. La teoria proposta da Moreso mi sembra. e la sua relazione con un approccio teorico giuspositivista. Guastini . cioè. 2. In estrema sintesi: data una prescrizione. con esemplare lucidità teorica e rigore argomentativo. 3. 43-56. 3. José Juan Moreso affronta. imperniata sulla convenzione-E. a cura di P. così come la verità è il valore semantico che conviene a enunciati dichiarativi. gran parte dei temi attualmente al centro del dibattito filosoficogiuridico. e presenta. la teoria del senso di prescrizioni. l’efficacia è il valore semantico che conviene a prescrizioni. interpretazione 1. 24-32.Bruno Celano Efficacia. 2. la teoria del significato di prescrizioni. tre tratti decisamente convincenti: 1. 24 sgg. ed è parassitaria di quest’ultima (pp. il problema dell’indeterminazione interpretativa. Comprendere il senso di una prescrizione equivale a sapere che cosa ne costituisca osservanza. nel complesso. 1 (pp. senza ulteriori specificazioni. Nella teoria di Moreso. Analisi e diritto 1999. tali obedience-statements sono ordinari asserti di fatto. Teoria del significato Moreso propone una teoria del significato (senso e forza) di prescrizioni (enunciati deontici e imperativi). Navarro 1996. a quali condizioni.

In questo modo. 182-6. pp. wie es ist. 52-4. p. ed è stata variamente sviluppata. sono. dunque. it. 1998). 28-9). wissen. secondo cui una teoria materialmente adeguata del senso di prescrizioni deve implicare tutte le equivalenze aventi la forma appena specificata relative al linguaggio preso in considerazione).. 1994. analogo alla convenzione-V di Tarski-Davidson. dunque. Conte (1982. 1994. Si veda in particolare Wittgenstein 1953. 421: “. was der Fall ist.. secondo Moreso. comprendere l’ordine significa sapere come stanno le cose quando l’ordine è stato eseguito”). “comprendere una proposizione vuol dire sapere che accada se essa è vera”) è stato messo in luce da A. dunque. Celano 1993. Anche in questo caso. p.024 (“Einen Satz verstehen heißt. l’efficacia di una prescrizione è l’anàlogon della verità di un enunciato dichiarativo2. pp. pp. il senso di un enunciato deontico o imperativo è fissato dalle condizioni di verità dell’obediencestatement ad esso corrispondente. sono d’accordo con Moreso: la distinzione fra stati intenzionali (e la loro espressione) aventi direzione di adattamento mente-a-mondo (in senso 2 L’intuizione di fondo ha. 163-4. Per una discussione più ampia e ulteriori riferimenti cfr. 70-7. 269-82. anche pp. un modo ragionevole di risolvere il dilemma di Jörgensen (pp. In questo senso. È questo. (3) La teoria del significato di prescrizioni proposta da Moreso si avvale della distinzione fra direzioni di adattamento (pp.. (2) Interpretazione della logica deontica (logica di norme): le (presunte) relazioni logiche fra norme (o fra imperativi) sono da intendere come il riflesso delle relazioni logiche intercorrenti fra gli obedience-statements ad esse corrispondenti. il valore semantico che conviene a enunciati dichiarativi (in particolare. 37. G. 33-4. agli obedience-statements corrispondenti a prescrizioni). wissen. Sono del tutto d’accordo con lui (cfr. wenn er wahr ist”. da equivalenze della forma: (E) La prescrizione X è efficace se e solo se p. a conoscere le condizioni di verità dell’obedience-statement corrispondente. tale valore è parassitario rispetto alla verità. Il parallelismo di questo passo wittgensteiniano con Wittgenstein 1922. equivale. dove p è l’obedience-statement corrispondente a X (Moreso denomina ‘convenzione-E’ l’assunto. 74). den Befehl verstehen heiße. L’interpretazione della logica deontica come un riflesso delle relazioni logiche che intercorrono fra gli obedience-statements corrispondenti a norme è una conseguenza della tesi che l’efficacia sia il valore semantico che conviene a prescrizioni: come l’efficacia è parassitaria della verità. 231). .. p. allo stesso modo la logica deontica è parassitaria rispetto all’ordinaria logica aletica. 173: “. cfr. in proposito Celano 1990. una lunga tradizione. wenn er ausgeführt wurde” (trad. pp. ormai.230 dirsi osservata. 4. L’efficacia è il valore semantico che conviene a prescrizioni. 704-7. parassitarie rispetto a relazioni logiche fra asserti descrittivi. è fissato.

direi. mio). 28. 51. 2. l’enunciato dichiarativo corrispondente esprime una condizione meramente sufficiente. è fortemente controintuitivo. cap. Nessuna teoria plausibile delle ragioni – normative e motivanti – d’azione. inoltre. alcune difficoltà. rilevata dallo stesso Moreso (pp. “posto che. il che. Convenzione-E e permessi Vi sono. “posto che. Moreso riconosce esplicitamente che la ricostruzione da lui proposta (cioè. cors. dunque. relativamente a norme di obbligo. nel primo caso (il caso della norma ‘Op’) l’enunciato dichiarativo corrispondente alla norma esprime una condizione necessaria e sufficiente di efficacia della norma medesima. Stando a quanto scrive lo stesso Moreso. beninteso. 2) l’enunciato dichiarativo corrispondente a ‘Pp’ è ‘∨p’ (‘Qualche volta – almeno una volta – p’).1. 5). e stati intenzionali aventi direzione d’adattamento opposta. 58-60. si dovrà dire che la norma non è efficace. tuttavia. In breve. in effetti. 54). C’è. e del discorso prescrittivo. Nella teoria di Moreso (p. essa deve esserlo in tutte le occasioni durante l’esistenza della norma medesima”. E. relativamente a norme permissive.231 lato. Celano 1993. illuminante. Così come. Si consideri il caso di una norma che qualifica come facoltativo un comportamento. può farne a meno (cfr. però. credenze). Il primo problema che vorrei sollevare – si tratta. nel caso dei permessi. di una questione relativamente marginale – riguarda il rapporto fra convenzione-E e permessi. la convenzione-E (l’anàlogon normativo della convenzione-V) stabilisce. 52-4. essa stabilisce che: (E1) ‘Op’ è efficace se e solo se ‘∧p’ (ossia: ‘Sempre p’) è vera (p. 1994. e non necessaria. 27. 49-50. desideri) è. nel secondo caso (il caso della norma ‘Pp’). di efficacia della norma medesima. o di una teoria davidsoniana del senso di enunciati dichiarativi) sono equivalenze: esprimono una relazione di condizione necessaria e sufficiente. In questo caso. La difficoltà è. che: (E2) ‘Pp’ è efficace se e solo se ‘∨p’ (ossia: ‘Qualche volta p’) è vera (p. basta [affinché la norma sia “cumplida”] che il permesso sia usato. pp. dunque. si supponga. mondo-a-mente (in senso lato. affinché una norma di obbligo sia osservata (cumplida). 28). cors. che il comportamento in questione non venga mai tenuto “durante l’esistenza della norma”. gli enunciati-E (così come gli enunciati-V di una teoria tarskiana della verità. mio): 1) l’enunciato dichiarativo corrispondente a ‘Op’ è ‘∧p’ (‘Sempre p’). ritengo. in almeno un’occasione”. durante la storia della norma. (E2)) . qualcosa che non va.

sono. . una nozione che. alla stregua della quale l’efficacia di una norma non dipende dalle motivazioni del comportamento. Si deve assumere. Moreso suggerisce qui (seguendo Alchourrón. La norma appare qui. 50). come fattore motivante del comportamento effettivo da parte del suo destinatario. il destinatario si avvale del permesso accordatogli. Non. 3 Una norma che qualifichi come facoltativa un’azione individuale in un momento determinato “sarà sempre inefficace (nessuno può compiere un’azione e ometterla allo stesso tempo)” (pp. non lo è. però.232 “ha alcune conseguenze controintuitive”3. che. cfr. dunque. 49). ritengo. Più precisamente. una questione di importanza secondaria. come una stipulazione (una “convenzione”. Ed è quest’ultima. p. p. Questa asimmetria mostra. dunque. la stipulazione non convince. di contro. 139). 27. Quella che ho appena sollevato è. che la nozione di efficacia rilevante ai fini della convenzione-E sia. la nozione (kelseniana. che la stipulazione proposta da Moreso non è opportuna. lo confesso. it. o atti di abrogazione anticipata” (p. però. che inducono i destinatari a tenere un comportamento corrispondente alla norma). Bulygin 1981) una “via alternativa”: “poiché i permessi non appaiono. Il termine ‘efficacia’ possiede. Per di più. Tuttavia. la nozione di efficacia rilevante ai fini della convenzione-E. seguendo G. l’idea che una norma permissiva sia efficace solo se il comportamento permesso ha effettivamente luogo (in almeno un’occasione) può apparire del tutto plausibile. forse. quali che siano i motivi. ritengo. espressione di atti di abrogazione di divieti anteriori. alla trattazione di un problema non marginale. fa espressamente riferimento alla motivazione del comportamento effettivo dei destinatari: una norma permissiva è efficace se e solo se è “usata” dal destinatario (pp. 50). da (E2). (E2) è espressamente presentata da Moreso. un significato relativamente determinato. 40) secondo la quale l’efficacia di una norma consiste solo ed esclusivamente nella corrispondenza fra il comportamento effettivo e la norma. insomma. in generale. suscettibili di osservanza (cumplimiento). 49) delle condizioni di efficacia di un permesso. Se si assume questa nozione di efficacia. H. nell’accezione rilevante ai fini della convenzione-E l’efficacia di una norma non “si leghi alla motivazione dei comportamenti” (p. in linea di principio. trad. Tale significato è adeguatamente riflesso da (E1). allora non esprimono realmente prescrizioni allo stesso modo degli obblighi e dei divieti. p. 40. cioè. se si assume una nozione motivazionalmente neutrale di efficacia. non ho la più pallida idea di quali possano esserne le implicazioni. p. o le ragioni. quali che siano le cause di tale corrispondenza (in particolare. Kelsen 1945. ritengo. comunque. al livello intuitivo. Allo scopo di evitare l’obiezione. Orbene: l’argomento addotto da Moreso a sostegno della propria proposta di stipulazione fa leva su una diversa nozione di efficacia. 49-50). quando. von Wright (1983. Passo.

Con ciò non intendo suggerire che l’intuizione di fondo. il seguente: si può sostenere che una semantica di prescrizioni imperniata sulla convenzione-E sia in grado di fornire una teoria com4 La tesi che la verità sia de-citazione è la riformulazione quineana del nocciolo della teoria della verità come corrispondenza. 16. p. sta alla base della convenzione-E. Una caratteristica peculiare del predicato ‘vero’. È in virtù di questo tratto che si può ritenere che un’equivalenza-V (un’equivalenza. “l’attribuzione di verità a ‘La neve è bianca’ non fa che cancellare le virgolette. Questa intuizione. 80. assai plausibile. Questa tesi. a mio giudizio. La verità è de-citazione (disquotation)”). e tale valore è parassitario della verità (il valore semantico che conviene a enunciati dichiarativi). comunque sia. C’è. cioè. inoltre Platts 1979. Ma c’è. asserire che l’enunciato ‘La neve è bianca’ è vero equivale ad asserire che la neve è bianca (ad asserire. come si è visto. la tesi. l’enunciato ‘La neve è bianca’). però. ma asserire che la norma ‘Op’ è efficace non equivale ad asserire che Op (ad asserire. fissi. e la convenzione-E siano affette da un vizio – che vi sia un qualche errore concettuale nascosto. 213 (attribuire verità all’enunciato ‘La neve è bianca’ “è attribuire bianchezza alla neve”. trova espressione in una tesi: l’efficacia è il valore semantico che conviene a enunciati prescrittivi. 201-2. p. a differenza dell’attribuzione del predicato ‘vero’ a un enunciato dichiarativo. di de-citare l’enunciato prescrittivo medesimo. cfr. La difficoltà è la seguente. al tempo stesso. la cui natura e le cui implicazioni non mi sono affatto chiare. Sono. La norma ‘Op’ è efficace se e solo se ‘Sempre p’. convinto del contrario. p.2. Efficacia e validità L’idea di fornire una semantica (e di costruire una logica) di enunciati prescrittivi mediante la semantica (e la logica) di enunciati dichiarativi ad essi corrispondenti (obedience-statements. per l’appunto. 1987. pp. . della forma: ‘L’enunciato “p” è vero se e solo se p’). cfr. Il problema è. a sua volta. ‘Op’). il significato (il senso) di tale enunciato medesimo. dunque. un problema residuo. grosso modo. Searle 1995. o come li si voglia chiamare) è. Orbene: l’attribuzione del predicato ‘efficace’ a un enunciato prescrittivo (normativo o imperativo) non consente. e dice che la neve è bianca. p. essa è anche decitazione)4. Davidson 1967) è la seguente: l’attribuzione del predicato ‘vero’ a un enunciato (dichiarativo) consente di ‘decitare’ l’enunciato medesimo: la verità è de-citazione (lascerò qui in sospeso il problema se la verità sia solo de-citazione. fissando le condizioni di verità dell’enunciato menzionato nella parte sinistra dell’equivalenza. 1990. 12. una difficoltà. o che l’intuizione non colga nel segno.233 2. cioè. anzi. Quine 1970. Di contro. caratteristica che assume un’importanza cruciale nelle teorie del significato (del senso) à la Davidson (teorie che sfruttano la convenzione-V come il mezzo che consente di determinare il senso di enunciati.

parrebbe. (1) Gli enunciati deontici (ma non gli imperativi. 1971) sotto l’impulso delle obiezioni mosse da P. o aggirare. almeno a prima vista. pp. 707-9). cfr. 6 Geach 1960. Da qui l’introduzione. Bulygin 1981). 286-90. pp. sembra si possa rappresentare la componente deontica del significato di un enunciato deontico come un elemento situato sullo stesso piano del segno di asserzione di Frege: prescrivere che p è un atto. Dunque.234 pleta del senso di prescrizioni. Searle 1962. il cosiddetto Frege-Geach problem. pp. in effetti. A prima vista. . la consapevolezza del problema risale a L. Hare 1949. R. Searle6 – questo modello di analisi si rivela insufficiente: enunciati prescrittivi possono ricorrere non affermati (non ‘asseriti’). Sembra. 7 La stessa difficoltà. con essa. ma non del senso di prescrizioni complessivamente considerato5? Questo interrogativo sottende. 1952. pp. 71-4. 13-4. 222-3. M. 17-22). com’è noto. Ma – come rilevato dallo stesso Hare (1970. neustico e tropico7. I. 1965. Wittgenstein: “Si vuol dire che un comando è un’immagine (Bild) dell’azione compiuta in conformità al comando? Ma è anche un’immagine dell’azione che si deve (soll) compiere in conformità al comando” (1953. cfr. in disgiunzioni o in condizionali (è questo. Hare. embedded. questa difficoltà? Oppure essa si ripropone anche nella teoria di Moreso? La difficoltà. da parte di Hare. 519). La teoria del significato di prescrizioni proposta da Moreso è in grado di superare. si noti. la componente prescrittiva deve essere rappresentata come un aspetto del senso di enunciati prescrittivi. dunque. par. dei sentence-radicals. una difficoltà ricorrente della teoria prescrittivista di norme: la componente deontica del significato di un enunciato deontico va rappresentata come attinente alla sua forza. T. in proposito Celano 1994. è ulteriormente acutizzata da tre circostanze. o come li si voglia chiamare) di prescrizioni. e. cfr. le condizioni fissate dalla nozione di proposizione definita da von Wright (1984): un enunciato (ben formato) E 5 Anche in questo caso. si è imbattuto in questa difficoltà. ritengo. è questa un’ulteriore asimmetria) soddisfano. coordinato all’asserire che p. allo stesso modo in cui una semantica imperniata sulla convenzione-V è – in ipotesi – in grado di fornire una teoria completa del senso di enunciati dichiarativi? O non si dovrà piuttosto dire che il ricorso alla convenzione-E consente di fornire una semantica degli argomenti (dei frastici. Geach e J. 17-8. anche Ross 1968. fra gli altri. 259-60. si possa utilizzare uno schema di analisi di prescrizioni a due caselle: frastico (cioè: senso) e neustico (l’equivalente prescrittivo del segno di asserzione fregeano. pp. ma a tre caselle: frastico. di una nuova nozione analitica – la nozione di “tropico” – avente la funzione di rappresentare il modo dell’enunciato quale componente del suo senso. sta alla base dell’alternativa fra concezione iletica e concezione espressiva delle norme (Alchourrón. il ricorso a un modello di analisi non più a due. o come attinente al suo senso? R.

pp. di una norma. dalla teoria della verità di Tarski. 17. . Sembra si possa stipulare (accanto alla convenzione-E?) una convenzione-VAL. pp. La funzione adempiuta dal predicato ‘valido’ (validità come obbligatorietà. secondo la quale una teoria soddisfacente della validità (nell’accezione rilevante: validità come obbligatorietà. l’anàlogon normativo di quest’ultimo8. it. In questo senso. o forza vincolante). Quanto si è appena detto sembra legittimare un’ipotesi. una norma ha forza vincolante (è obbligatoria) se e solo se si deve fare ciò che essa prescrive di fare. 116-7. dunque. 48. o forza vincolante) deve implicare (condizione di adeguatezza materiale) tutte le equivalenze aventi la forma (E3). 59. rende più plausibile l’ipotesi che vi siano proposizioni prive di valore di verità. o forza vincolante. pp. Premettendo a un enunciato deontico ben formato l’espressione ‘è vero che’ si ottiene un enunciato – almeno apparentemente – ben formato (cfr. la norma ‘I bambini devono obbedire ai propri genitori’ è valida se e solo se ha forza vincolante (è obbligatoria). pp. una funzione di de-citazione. allo stesso modo in cui il predicato ‘vero’ si comporta relativamente a enunciati dichiarativi. ancora una volta. attribuibile a enunciati normativi (ma non. Moreso sembra adottare questa nozione di proposizione (la sua adozione.235 esprime una proposizione se e solo se l’enunciato ottenuto premettendo a E la clausola ‘è vero che’ è anch’esso ben formato. 81). un senso del predicato ‘valido’ nel quale tale predicato consente di formulare equivalenze della forma: (E3) La norma ‘Op’ è valida se e solo se Op. riferito a enunciati dichiarativi. in breve. trad. il ricorso alla nozione di proposizione definita da von Wright sembra implicare che anche gli enunciati deontici esprimano proposizioni. Kelsen 1945. il predicato ‘valido’ si comporta. La nozione di validità rilevante è quella – kelseniana (cfr. In estrema sintesi: una norma – ad es. in proposito Celano 1994. (2) Forse.. relativamente a norme. Tuttavia. sostiene Moreso. è. analogamente alla funzione adempiuta dal predicato ‘vero’. it. 7-8. infatti. la norma ‘I bambini devono obbedire ai propri genitori’ è valida se solo se i bambini devono obbedire ai propri genitori. E che da essa si possa ricavare – allo stesso modo in cui Davidson ha ricavato. o enunciati-VAL. 341-5). 115-6. 1960. 217) – secondo la quale con il termine ‘validità’ si intende l’obbligatorietà. riferito a norme. C’è. p. pp. a enunciati imperativi). che ne consente – allo stesso modo in cui la consente l’attribuzione del predicato ‘vero’ a enunciati dichiarativi – la de-citazione. 30-1. relative al linguaggio preso in considerazione. 196. è possibile costruire un predicato. trad. è. una teoria 8 Ho sviluppato la nozione di validità come de-citazione in Celano 1999. 30-1.

così prosegue l’obiezione. 26). 6. forse. di questa duplice analogia? È effettivamente possibile costruire una teoria della validità (validità come de-citazione) imperniata su una – ipotetica – convenzione-VAL. cioè. la soluzione del Frege-Geach problem (l’occorrenza di enunciati deontici embedded sarebbe da interpretare come una sorta di esplorazione delle implicazioni e delle relazioni reciproche fra i nostri eventuali commitments normativi. banalmente. Su questo punto. nell’accezione nella quale è stato appena introdotto. per di più. non sia una teoria completa del senso di prescrizioni. Quanto detto sinora sembra suffragare l’ipotesi che la teoria del senso di prescrizioni proposta da Moreso. però. al contempo. non cognitivista. In questo modo. p. 87-8. secondo la quale. parte II). Forse. in proposito Celano 1999).236 del senso di enunciati dichiarativi – una teoria del senso di enunciati deontici. se si ritiene che le prescrizioni non siano suscettibili di verità o falsità. cioè. cfr. come espressione di una proprietà indipendente da credenze e desideri umani). 19. cfr. 5. Horwich 1990. Blackburn 1984. la verità è de-citazione senza corrispondenza). 21-2. forse. 2) Alternativamente. imperniata sulla convenzione-E. Blackburn 1981. o una concezione minimalista. pp. Qualcuno. Williams 1996. così inteso. e concedere che il predicato ‘vero’. non è affatto l’anàlogon normativo del predicato ‘vero’. 1) È possibile. al contempo. convenga a enunciati deontici (cfr. Quale potrebbe essere il senso. e quali le implicazioni. percorrere questa prima via. pp. e analoga alla teoria tarskiana della verità? Si può ritenere che la convenzione-VAL sia atta a fornire una teoria completa del senso di prescrizioni? Non cercherò qui di rispondere a queste domande. è. la costruzione di un simile predicato – un predicato di de-citazione di enunciati deontici – è non soltanto compatibile con una ricostruzione espressivistica (proiettivista) del discorso normativo. sarebbe possibile fornire una semantica di enunciati deontici in termini di valori di . capp. 1993. Wright 1996. e non in termini cognitivistici. e la costruzione di una semantica adeguata. mi limiterò a due considerazioni. Sembrano quindi valere. si dovrà rigettare l’ipotesi appena formulata). grosso modo. Se la teoria del senso di prescrizioni fornita da Moreso dovesse rivelarsi incompleta si potrebbe. definire il predicato ‘valido’ (nell’accezione specificata: validità come obbligatorietà) nei termini di una metaetica espressivistica (un buon candidato a questo scopo potrebbe essere il quasi-realismo proiettivista. 178). ma necessaria ai fini di quest’ultima (cfr. del discorso normativo. si può accogliere una concezione deflazionistica. o oggettivistici (non. potrebbe obiettare che il predicato ‘valido’. due analogie: (1) Verità : asserto di fatto = efficacia : norma (2) Verità : asserto di fatto = validità : norma Questo risultato è sorprendente. della verità (una concezione. Essa consentirebbe. il predicato ‘vero’ (dunque.

anziché del senso. percorrere questa seconda via. Tuttavia. “è intimamente connessa con il positivismo giuridico. come ho accennato. della distinzione fra direzioni di adattamento. o costruttivista. Questa tesi. di conseguenza.). per chi ritenga che il diritto sia una costruzione umana non è forse naturale ritenere che. o costruttivismo. sia necessario fare riferimento alla distinzione fra direzioni di adattamento. Moreso prende le distanze dall’anti-realismo come progetto filosofico globale. fra l’anti-realismo giuridico e il positivismo giuridico? La tesi metafisica dell’anti-realismo giuridico asserisce che: “Non esiste un mondo giuridico che trascenda la nostra capacità di conoscere il diritto costruito dagli esseri umani. pp. ai fini della sua integrazione. incompletezza. Anti-realismo e positivismo giuridico Moreso propone una forma di anti-realismo. 79). Le mie pretese qui sono più modeste. nel campo del discorso normativo. suggerisco che. si ha sì verità.. però. e che. Se non lo è. appare plausibile sostenere una concezione anti-realista. la contrapposizione fra le due direzioni di adattamento mondo-aparole e parole-a-mondo attiene (non al senso.237 verità. ci si potrebbe chiedere. enunciati prescrittivi e enunciati descrittivi. Dummett. 37). D’altro lato. almeno in alcuni settori della conoscenza . Ancora una volta.. Ma. non si possa relegare tale distinzione (come invece fa Moreso) sul piano della forza. 33-4. ma non corrispondenza. e lasciare al non-cognitivista la possibilità – e l’onere – di argomentare che. ma) alla forza di enunciati (rispettivamente. (3) La teoria del significato di prescrizioni fornita da Moreso si avvale. 80). È possibile che il realismo sia la concezione adeguata a certi settori della conoscenza umana. Qual è la relazione che intercorre. proposto e difeso da M.1. secondo Moreso. Questa soluzione non mi sembra del tutto convincente. per la classe delle proposizioni giuridiche” (p. incoerenza 3. 3. 80). con la tesi secondo la quale l’esistenza del diritto in una società dipende soltanto da certi fatti sociali. poiché il diritto è una costruzione umana. sottolinea Moreso. però. di enunciati prescrittivi. giuridico. Ho formulato l’ipotesi che la teoria del senso di prescrizioni fornita da Moreso non sia una teoria completa. e che sia atto a rendere vere o false le proposizioni giuridiche” (p. se la teoria del senso di prescrizioni fornita da Moreso dovesse rivelarsi incompleta si potrebbe. Nella teoria di Moreso. Anti-realismo. “Il progetto di Dummett – scrive Moreso – è ambizioso (. forse. dipende unicamente dall’attività umana” (p. Non intendo sostenere una posizione anti-realista globale.

ritengo. è compatibile con – sebbene non la implichi necessariamente – l’adozione della posizione antirealista come posizione filosofica globale. rifiutare una posizione anti-realista globale. in ultima istanza. umano. 79). o comunque richiedere. da parte di un teorico del diritto giuspositivista. all’assunto – l’assunto costitutivo del positivismo giuridico – secondo il quale il diritto è un fenomeno (non naturale.238 umana – specificamente. Questa tesi è. . e l’adozione di una forma di anti-realismo giuridico. dubbia. dal punto di vista di un teorico del diritto giuspositivista. però. e accettare. Non intendo sostenere che un approccio giuspositivista. Credo la si possa considerare una formulazione eccezionalmente perspicua dell’intuizione di fondo del positivismo giuridico. l’adozione di un approccio anti-realista in materia di analisi delle proposizioni giuridiche sono riconducibili. in quanto posizione filosofica globale. per un giuspositivista conseguente. tratta da un’opera di W. come abbiamo appena visto. del libro di Moreso. piuttosto. secondo cui sono possibili proposizioni giuridiche prive di valore di verità). Ma – ecco il punto cruciale – questo tipo di giustificazione dell’adozione di un approccio anti-realista in materia di proposizioni giuridiche sembra presupporre. Secondo Moreso. un approccio anti-realista in materia di analisi delle proposizioni giuridiche si adatta in modo del tutto naturale a una teoria del diritto positivistica (sussiste una “intima connessione” fra le tesi fondamentali del costruttivismo giuridico e il positivismo giuridico). Se la ragione per la quale 9 “Truth was their model as they strove to build / a world of lasting objects to believe in” è l’epigrafe. dunque. la sfera della conoscenza di fatti naturali – il realismo sia la posizione filosofica corretta? E non sarebbe forse incongruente assumere una posizione anti-realista globale? Insomma: non è forse naturale. Auden. una posizione realista per quanto attiene alla sfera dei fatti naturali? E. siano concettualmente incompatibili con l’adesione al programma dell’anti-realismo globale. prodotti da agenti umani imitando la verità9? Mi spiego. da parte di un giuspositivista conseguente. l’abbandono del principio di bivalenza per quanto attiene a una logica delle proposizioni giuridiche (la tesi. cioè. sia da accettare o meno (p. che le ragioni che stanno alla base dell’adesione. però. Le ragioni che giustificano. È questa. l’adozione di un approccio realista in materia di asserti descrittivi vertenti su fatti naturali. Ai fini di un giudizio sull’opportunità di adottare un approccio anti-realista in materia di analisi delle proposizioni giuridiche non è necessario prendere posizione sulla questione se l’anti-realismo. la premessa che rende plausibile. ma) artificiale: un artefatto. Mi sembra. ritengo. e la condivido. Secondo Moreso. Questa ulteriore tesi mi sembra. l’adozione di un approccio anti-realista in materia di analisi delle proposizioni giuridiche. al programma dell’anti-realismo giuridico spingano nella direzione del rifiuto del programma dell’anti-realismo globale. individuare nell’anti-realismo la posizione teorica appropriata all’ambito della conoscenza di lasting objects to believe in. assai plausibile. agli occhi del giuspositivista. H. o un prodotto. tuttavia.

Una teoria del diritto positivista (una teoria che aspiri a rendere conto del diritto in quanto insieme di oggetti duraturi costruiti dall’uomo imitando la verità) deve essere in grado di rendere conto della possibilità che il diritto sia. Secondo Moreso. un’opera incompiuta). accade o si verifica per natura. frutto di costruzione umana. in modo altrettanto soddisfacente e perspicuo. in breve. ritengo. della possibilità di proposizioni giuridiche prive di valore di verità) adempie. indeterminato. Ma: la teoria di Moreso è in grado di rendere conto. l’attrattiva dell’approccio anti-realista sparisce non appena lo si coniughi con un approccio anti-realista globale (in particolare. 10 . che essa sia in grado di rendere conto della possibilità che un ordinamento giuridico sia antinomico. nella sua idoneità a rendere conto della possibilità che il diritto. come tale. Tuttavia. della possibilità che il diritto sia incoerente? La logica degli enunciati giuridici (proposizioni giuridiche) elaborata da Moreso è in grado di dare conto della possibilità di ordinamenti giuridici antinomici? Non mi pare. L’attrattiva che esso riveste agli occhi di un aspirante giuspositivista risiede. non soltanto incompleto (che il diritto sia. questa funzione (e la adempie. 74). “questa definizione Più precisamente.2. L’adozione della posizione anti-realista in sede di analisi delle proposizioni giuridiche (l’ammissione. In altri termini. La posizione di Moreso in materia di antinomie è la seguente: un sistema giuridico (in generale: un sistema normativo) che contenga antinomie non ha alcuna conseguenza logica rilevante (pp. Ebbene: il costruttivismo giuridico di Moreso (la teoria moresiana delle proposizioni giuridiche) è. per così dire. o delle incrinature). in grado di rendere conto in modo soddisfacente della possibilità che il diritto sia incompleto. delle crepe. ritengo. È necessario. precisamente. sia in se stesso incompiuto. l’adozione dell’approccio anti-realista non è atta a esprimere lo scarto in questione. per così dire. cioè. a meno che non la si coniughi con una posizione (non anti-realista. e che. Alla radice del positivismo giuridico si trova l’assunto che vi sia per così dire uno scarto. una cesura. precisamente.239 appare plausibile l’idea che alcune proposizioni giuridiche siano prive di valore di verità è l’assunto che il diritto sia opera umana. fra ciò che è. 73-4)10. non-finito. Anti-realismo e antinomie C’è di più. è possibile definire un sistema normativo incoerente come (‘se e solo se’) un sistema privo di conseguenze logiche rilevanti (p. in modo assai perspicuo). e gli oggetti e i fatti giuridici. in quanto oggetto costruito dall’uomo. ma anche incoerente (che il diritto abbia. 3. un approccio anti-realista per quanto attiene alla sfera degli asserti di fatto vertenti su fatti naturali). L’approccio anti-realista si presta in modo del tutto plausibile a esprimere questo scarto. possa essere incompiuto. ma) realista in materia di fatti naturali.

Mi sembra. essa “presuppone (. 1017-8) ha mosso contro la tesi che i sistemi giuridici siano sistemi logici. 88). conservi un quantum di contenuto direttivo. cfr. 74. ciò nonostante (sotto certe condizioni. Concepire il diritto come un insieme di oggetti prodotti dall’uomo imitando la verità implica che una logica adeguata delle proposizioni giuridiche debba rendere conto non soltanto della possibilità di lacune (mediante l’abbandono del principio di bivalenza. però. in altri termini. del tutto privo di contenuto direttivo (è. Poiché “la verità delle proposizioni giuridiche (. n. tutte. debba essere tale da lasciare aperta la possibilità che un sistema normativo sia inconsistente. dal momento che i sistemi giuridici sono artefatti umani. il sistema non ha alcuna conseguenza logica rilevante. deve essere lasciata aperta la possibilità che essi abbiano delle crepe.. von Wright (pp. Mi spiego. e ciò è – in generale – controintuitivo.) presuppone l’appartenenza di determinate conseguenze rilevanti al sistema preso in considerazione”. prive di valore di verità. e che. per così dire. sostiene Moreso. Non intendo mettere in questione la coerenza della costruzione di Moreso.. però. possibile controreplicare: nella teoria di Moreso. 128-9. in generale. A questa obiezione Moreso (p. sostiene Atienza.. per l’appunto. Questa conclusione mi sembra fortemente controintuitiva. il che è palesemente assurdo. che concepisca il diritto come un insieme di oggetti prodotti dall’uomo imitando la verità. e per la medesima ragione.) che tale sistema sia consistente” (pp. sebbene ogni stato di cose sia normativamente determinato da infinite conseguenze irrilevanti”. Non condivido. si desse un’inconsistenza. pp. 19) replica che la conclusione non segue dalle premesse. 81 sgg. si dovrebbe concludere che qualsiasi norma possibile appartiene a S. 74). tutte prive di valore di verità).240 aiuta a comprendere in che senso un sistema normativo inconsistente è difettoso” (p. Un sistema giuridico inconsistente è. È. 74. di un evidente caso di overkilling. questa tesi. poiché.. che una teoria giuspositivistica plausibile. non tutte le sue conseguenze logiche siano irrilevanti. ciò nondimeno. che M. esistenti (anti-realismo dell’incoerenza)11. nell’ipotesi che in un sistema giuridico. H. che esso. però. o un espediente analogo12. se si dà inconsistenza nessuna conseguenza normativa rilevante appartiene al sistema. Questa obiezione è in un certo senso speculare rispetto a quella.. Se. Credo. Se i sistemi giuridici fossero sistemi logici. si noti. si tratta. direttivamente nullo. che non cercherò qui di specificare). Atienza (1992. allo stesso modo. Nei sistemi (normativi) giuridici inconsistenti. nella teoria di Moreso. “qualsiasi stato di cose è normativamente indeterminato in forma rilevante. Dunque. deve essere concessa la possibilità che essi siano opere incompiute (anti-realismo dell’incompletezza). 12 Nella teoria di Moreso. l’adozione della logica della verità elaborata da G. in caso di inconsistenza. che essa comporti una sorta di overkilling. o vacuo). S.). però. le proposizioni giuridiche aventi ad oggetto tale sistema sono.. e siano. n. criticata da Moreso (p. 11 . anche p. “le proposizioni giuridiche riferite a sistemi inconsistenti (. allora. In altri termini. 19).) sono prive di valore di verità” (sono.

241 mediante l’ammissione della possibilità di proposizioni giuridiche prive di valore di verità). e chi nega. Ci troveremmo. dunque. però. una domanda relativa al significato da attribuire a enunciati di fatto presenti nel testo di Flaubert. Che.. tutte. l’enunciato ‘Il sangue di M. Ci sono. o vacuo). può.me Bovary soffre di una grave forma di frustrazione’).me Bovary è del gruppo A. la stessa: il diritto è un’opera umana. che la (1) sia una domanda interpretativa. disposto a concedere che vi sono enunciati. a un esito inaccettabile. dunque. 4. La (1) è. sul problema se nel romanzo di Flaubert sia di fatto presente l’enunciato ‘Il sangue di M. insomma.me Bovary) Si consideri la domanda (p. La (1) è. La ratio teorica è.me Bovary è del gruppo A’ abbia. un valore di verità (sia.me Bovary è del gruppo A’ (se non altro perché Madame Bovary è in francese). in particolare. di fronte a un disaccordo. Indeterminazione interpretativa (a proposito di M. una domanda interpretativa: una domanda relativa a quale sia l’interpretazione appropriata del romanzo di Flaubert (relativamente a una questione particolare). Ci sono ottime ragioni per supporre che la (1) sia una cattiva domanda.me Bova- . di contro. il cui valore di verità è. vero). ma anche della possibilità di antinomie. prive di valore di verità. implica per così dire l’azzeramento di un sistema giuridico antinomico: un sistema giuridico antinomico è del tutto privo di contenuto direttivo (è. oppure è falso?) Che tipo di domanda è la (1)? La (1) non verte. nei due casi.me Bovary è del gruppo A’ sia privo di valore di verità. cioè direttivamente nullo. l’enunciato ‘Il sangue di M. non soltanto essere incompiuto. ottime ragioni per ritenere che il romanzo di Flaubert non fornisca gli elementi necessari per rispondere alla (1). Il problema è però: che tipo di ragioni sono le ragioni in questione? Immaginiamo che qualcuno sostenga che il sangue di M. in questo caso. per quanto attiene alla possibilità di antinomie essa conduce. dunque. che. perché incoerente.me Bovary è del gruppo A’ è vero. determinato (ad es. l’enunciato ‘M. effettivamente. in particolare. Attribuire significato a enunciati è interpretare.me Bovary è del gruppo A o no? (Cioè: l’enunciato ‘Il sangue di M. assenti nel romanzo di Flaubert. piuttosto. ritengo. 79): (1) Il sangue di M. Il problema sul quale verte il disaccordo – il disaccordo fra chi afferma. ritengo. Dunque. se per quanto attiene alla possibilità di lacune la teoria moresiana dell’indeterminazione (logica) del diritto appare soddisfacente e perspicua. Assumiamo. ed esserlo. che l’enunciato ‘Il sangue di M. le proposizioni giuridiche vertenti su tale sistema sono. in particolare. ma anche essere mal fatto. dunque. La teoria delle proposizioni giuridiche presentata da Moreso. Moreso sarebbe. relativamente al mondo-Flaubert.

privo di valore di verità) è il risultato di ciò che tutti noi saremmo disposti a qualificare come l’interpretazione più plausibile. Dal momento che vi sono più modi di ricostruire il romanzo su questo punto. il colore degli occhi di Madame Bovary. è preferibile dire che le proposizioni relati- . La (1) è.me Bovary è del gruppo A. allora è una questione di interpretazione se l’enunciato ‘Il sangue di M. e che l’enunciato ‘Il sangue di M. o ragionevole (‘sensata’).me Bovary è del gruppo A’ non è né vero né falso. allora non si ottiene nulla assumendo che vi sia un modo migliore di ricostruire il romanzo che conferirebbe un valore di verità alla proposizione relativa al colore degli occhi di Madame Bovary. Si noti: non è di fatto impossibile che qualcuno sostenga che. se la risposta è affermativa – se.me Bovary è del gruppo A’ ha un valore di verità. né. Dunque: la tesi secondo cui l’enunciato ‘Il sangue di M. Chi afferma che l’enunciato ‘Il sangue di M. Ma. di fatto.me Bovary è del gruppo A’ ha il valore di verità ‘vero’ o ‘falso’. Tutti noi. debba pervenire a questa conclusione.me Bovary è del gruppo A’ non è né vero né falso sta formulando (ciò che egli ritiene essere) l’interpretazione più plausibile del romanzo di Flaubert (per quanto attiene a questo punto). a tale enunciato. oppure è privo di valore di verità?) Ebbene: la (2) è anch’essa una domanda interpretativa? Ossia: le buone ragioni che ci inducono a supporre che la (1) sia una cattiva domanda.me Bovary è del gruppo A’ abbia o non abbia un valore di verità. Si consideri ora l’argomento addotto da Moreso contro la tesi dworkiniana dell’unica risposta corretta. del romanzo di Flaubert (in relazione a questo punto). anche la (2) è una domanda interpretativa -. in conformità al romanzo di Flaubert. il sangue di M. né non è. sufficientemente attento alle sfumature del testo. come abbiamo visto.me Bovary è del gruppo A’ sia privo di valore di verità. giudicheremmo del tutto priva di plausibilità questa ipotesi interpretativa. tutti noi saremmo disposti a sostenere che. del gruppo A? (Cioè: l’enunciato ‘Il sangue di M. è che nessuna interpretazione plausibile del romanzo di Flaubert autorizza l’attribuzione del valore ‘vero’. quando affermiamo che l’enunciato ‘Il sangue di M.242 ry è del gruppo A’ abbia un valore di verità – è: (2) Il sangue di M. però. si può escludere la possibilità che. una domanda interpretativa. nel mondo-Flaubert. cioè.me Bovary è del gruppo A. Scrive Moreso: “Se non c’è alcun modo di determinare. qualcuno sostenga che un interprete oculato. o del valore ‘falso’. Ciò che intendiamo dire. cioè. in particolare. dato l’insieme delle interpretazioni plausibili di Madame Bovary. sono ragioni di ordine interpretativo? Non vedo come si possa rispondere negativamente a questa domanda.me Bovary è del gruppo A’ non è né vero né falso (è. in nessuna di tali interpretazioni l’enunciato ‘Il sangue di M. oppure né è.

cioè. la proposizione p è vera. se l’antecedente di questo condizionale sia vero dipende da un’interpretazione – da quale si ritenga essere l’interpretazione più plausibile – del testo in questione. in casi siffatti. e il caso delle norme giuridiche). in una interpretazione plausibile del romanzo.me Bovary sono azzurri’ sia vero o falso. cioè. sono possibili più interpretazioni di un unico e medesimo testo. se un caso non ha una soluzione normativa univoca e può essere risolto in più modi. in conformità al romanzo di Flaubert. Il che. falsa. a tale proposizione. l’enunciato ‘Gli occhi di M. secondo Moreso. 204-5. L’argomento di Moreso ha la struttura seguente: in certi casi.me Bovary”. alcun valore di verità. in una di esse. uno e un solo “modo di ricostruire il romanzo di Flaubert su questo punto”). se le cose stiano così o meno – se. vi siano o no più modi di ricostruire il romanzo su questo punto – è. priva di valore di verità. ecco il punto. Dunque. affermare che.243 ve al colore degli occhi di Madame Bovary sono prive di valore di verità. relativamente a entrambi i casi. in conformità al romanzo di Flaubert. è opportuno riconoscere che p non è né vera né falsa – è. Allo stesso modo: a quali condizioni. dal momento che vi sono più modi di ricostruire il romanzo su questo punto (ossia: se non c’è alcun modo di determinare. a condizione. allora l’interpretazione più plausibile di Madame Bovary non consente di attribuire. che vi siano più modi di ricostruire il romanzo su questo punto. cors. se. Lo stesso può dirsi a proposito delle proposizioni giuridiche. Dunque.me Bovary. (il caso di Madame Bovary. cioè.me Bovary è priva di valore di verità? A condizione che non vi sia alcun modo di determinare. secondo Moreso. cioè. A quali condizioni. p è priva di valore di verità è. allora non si ottiene nulla insistendo che deve esserci una ricostruzione migliore delle altre” (pp.me Bovary). viziato da una petizione di principio. Ciò da cui dipende se sia possibile o meno “determinare. e in un’altra. anch’essa. Ma. il colore degli occhi di M.me Bovary.me Bovary” (se vi sia o no. mio). in conformità al romanzo di Flaubert. Ma. in conformità al romanzo di Flaubert. costituisce una tautologia. il colore degli occhi di M. In altri termini. precisamente. il colore degli occhi di M. in altri termini. è possibile concludere che la proposizione relativa al colore degli occhi di M. si può affermare che una proposizione giuridica è priva di valore di verità? A condizione che un caso non abbia “una soluzione normativa univoca”. è scarsamente sensato andare alla ricerca di “un modo migliore di ricostruire il romanzo che conferirebbe un valore di verità alla proposizione relativa al colore degli occhi di M. equivale a dire che. il colore degli occhi di M. la tesi secondo cui. Credo che questo argomento sia. tali che. mi sembra. e possa “essere risolto in più . se il modo più plausibile di ricostruire il romanzo non consente di attribuisce alcun valore di verità alla proposizione relativa al colore degli occhi di M. una fra le interpretazioni possibili del testo preso in considerazione. in casi siffatti. è l’insieme dei criteri interpretativi adottati da chi legge il romanzo. una questione di interpretazione: se.me Bovary. vi sia o no un modo di determinare.

è una questione di interpretazione. una certa proposizione giuridica sia vera. e. se il termine ‘possibile’ venisse inteso. p è vera. anch’essa. o corretta. data l’interpretazione più plausibile degli enunciati giuridici (o degli enunciati-Bovary) rilevanti. secondo un’altra. Chi sostiene che una proposizione giuridica (o una proposizione-Bovary) è priva di valore di verità. argomentare nel modo seguente: se. la sfera dell’interpretazione non è trascendibile. tratto dai 13 Si noti: ‘possibile’ non può. in alcune delle quali la proposizione p è vera. Non si può. secondo una terza. qui. in alcune di esse. precisamente.244 modi”. o né vera né falsa) è una questione di carattere interpretativo. Riassumendo. Dunque. È sempre di fatto possibile. allora è opportuno riconoscere che p è priva di valore di verità’. l’interpretazione migliore. sostiene che. L’argomento: ‘Dal momento che sono possibili più interpretazioni dell’enunciato E. una tesi interpretativa: è il frutto di ciò che colui che propone questa tesi medesima ritiene essere l’interpretazione più plausibile. cioè. Chi sostiene che certe proposizioni giuridiche (certe proposizioni-Bovary) sono prive di valore di verità sostiene che questa è la migliore interpretazione possibile del sistema giuridico preso in considerazione (del romanzo di Flaubert). p è falsa. che di esso siano fornite interpretazioni confliggenti. p non è né vera né falsa (e si può. dato un qualsiasi testo o enunciato. la conclusione suggerita dal passo di J. forse. in tale interpretazione la proposizione in questione non risulta essere né vera né falsa. si dovrebbe concludere che tutte le proposizioni giuridiche (tutte le proposizioni-Bovary) sono. nel presente contesto. però. certamente. tali che in una di esse la proposizione giuridica p è vera. allo stesso titolo della tesi secondo cui p è vera. è anch’essa una questione interpretativa. Ma. Se l’antecedente di questo condizionale sia vero è una questione interpretativa. Può ben darsi il caso che la conclusione ‘La proposizione giuridica (o. prive di valore di verità. del testo interpretato. ciò che Moreso intende sostenere. o da accettare. falsa. p è vera. allora è opportuno riconoscere che p è priva di valore di verità. e della tesi secondo cui è falsa. dunque. 205). Borges riportato da Moreso a sostegno della propria posizione (p. se lo sia o meno. di conseguenza. in un sistema giuridico dato. Il passo. Questa è. sono possibili più interpretazioni. una fra le diverse interpretazioni possibili del testo. la proposizione-Bovary) p è priva di valore di verità’ sia plausibile. una soluzione normativa univoca (se. Il che non è. sempre e comunque. nel senso di ‘di fatto possibile’. dunque. e in altre falsa. proseguire all’infinito). L. tali che. essere inteso come ‘di fatto possibile’. se un caso abbia o non abbia. è circolare: la questione se siano possibili più interpretazioni di E. e in un’altra falsa. la tesi secondo cui p è priva di valore di verità è anch’essa. Secondo un’interpretazione. e quando. La tesi secondo cui alcune proposizioni giuridiche (o alcune proposizioni-Bovary) sono prive di valore di verità è. la tesi secondo cui p è priva di valore di verità è anch’essa una fra le diverse interpretazioni possibili di E. la cui soluzione dipende dai criteri interpretativi adottati. e in altre falsa. la cui soluzione dipende dai criteri interpretativi adottati13. . In questo senso.

P. 1981 The Expressive Conception of Norms. suggerisce che sia – se. il frutto.). Bulygin. Vorrei svegliarmi da questo incubo. Holtzman. Ricerche di giurisprudenza analitica. Hilpinen (ed. Concludo con un’osservazione di carattere personale. secondo Borges. è la strana materia della quale egli è fatto”. 1984 Spreading the Word. H. sono prive di valore di verità. Oxford. in S. mio). scrive lo stesso Moreso. Se il diritto fosse davvero come la tesi del Nobile Sogno. P. Reidel. questa è. Blackburn. Ossia: la tesi secondo cui certe proposizioni riferite al conte Ugolino sono prive di valore di verità è il risultato. Si potrebbe dire. Alcune proposizioni riferite a Ugolino. B. 1993 Essays in Quasi-Realism. però. Wittgenstein: To Follow a Rule. Saggio sulla Legge di Hume. Torino. E. S. S. New Studies in Deontic Logic. da cima a fondo.). V). Guastini (a cura di). mette nella luce migliore i versi della Divina Commedia dedicati al conte Ugolino. B. ciò che in essa si esprime è – scrive sempre Moreso – una “concezione della critica letteraria” (p. dunque. Routledge & Kegan Paul. Giappichelli. Dordrecht 1981. in R. si toccano: Scilla e Cariddi condividono la tesi della non-trascendibilità dell’interpretazione. Comanducci. 7. Leich (eds. Torino 1993. S. e questa ondulante imprecisione. 1994 Dialettica della giustificazione pratica. Analisi e diritto 1993. della – di ciò che colui che la propone ritiene essere la – migliore interpretazione possibile del testo dantesco. Ma non ci riesco. Moreso presenta la propria teoria dell’indeterminazione interpretativa del diritto – la “Veglia” – come una soluzione in grado di evitare sia la Scilla del “Nobile Sogno” dworkiniano.. “Theoria”. Blackburn. 205.245 Nuovi saggi danteschi. C. London 1981. 1990 Dover essere e intenzionalità Una critica all’ultimo Kelsen. B. Oxford. 1993 Grande Divisione e teoria degli atti linguistici. Seguendo Hart (1977). Celano. ciò costituirebbe. nella versione dworkiniana. Ma. Giappichelli. R. Giappichelli. 1992 Sobre los limítes del análisis lógico en el derecho. il diritto fosse davvero. in P. “la migliore interpretazione” del verso di Dante (p. alla luce di una concezione complessiva della critica letteraria in quanto pratica interpretativa. Celano. sia la Cariddi dell’“Incubo” dell’indeterminazione radicale (cap. questa umbratile incertezza. Oxford U. Riferimenti bibliografici Alchourrón. cioè. cors.. E. C.. Oxford U. Celano. una questione di interpretazione -. parafrasando Dworkin: si tratta dell’interpretazione che. H. ha ad oggetto i versi dedicati da Dante al conte Ugolino: “nella tenebra della sua torre – scrive Borges – Ugolino divora e non divora gli amati cadaveri. un incubo. . per me. 204). M. Atienza. Gli estremi. Torino. Blackburn. 1981 Reply: Rule-Following and Moral Realism.

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la teoria del diritto occidentale nell’ultimo decennio – e considerate le mie (invero assai modeste) possibilità. tesi: (G1) gli enunciati interpretativi sono simili a definizioni stipulative. Analisi e diritto 1999. infatti. nel resoconto che ne offre Moreso (Moreso 1997a. Carrió «Se il metodo [interpretativo] più diffuso nella dottrina giuridica del nostro ambiente culturale sia da sostenere o no.). gli articoli di un codice. un regolamento governativo. los abogados.Pierluigi Chiassoni ¿Quién salvó a la Constitución? «Los legisladores. (G3) per sostenere il carattere prescrittivo dell’interpretazione giuridica. Premessa Desidero ringraziare il professor Albert Calsamiglia per il cortese invito a partecipare a questa tavola rotonda sul libro di José Juan Moreso: La indeterminación del Derecho y la interpretación de la Constitución (Madrid. costituito dalla teoria ermeneutica di una presunta “scuola genovese”. Guastini . ma prescrittivo. principali. su due tesi che Moreso formula in difesa di una certa posizione teorica – che denomina “Vigilia” (Veglia) – e contro un particolare tipo di “Pesadilla”(Incubo). non è necessario ricorrere ad alcuna teoria del significato. è materia di scelte personali: anche il sistematico sabotaggio di ogni politica legislativa mediante impiego di “concetti unitari” è. mi limiterò a poche considerazioni su alcuni aspetti della “teoria moresiana dell’interpretazione”: e precisamente. Moreso 1997b). (G2) l’attività interpretativa non ha carattere conoscitivo. los jueces. 1997).. a cura di P. e ancora arrovellano. avvocati – quando interpretano un documento normativo (la costituzione. ecc. La “scuola genovese”. usan normas jurídicas. si caratterizzerebbe per l’adesione a una «teoria scettica dell’interpretazione giuridica». materia di scelta personale» Giovanni Tarello 0. Comanducci e R. Los profesores hablan de ellas» Genaro R. Trattandosi di un libro dai contenuti pressoché inesauribili – offre infatti al lettore una sofisticata rassegna dei problemi che hanno arrovellato. giudici. connotata dalle seguenti. ma è sufficiente osservare cosa fanno i giuristi – professori di diritto.

es posible mostrar que de la Constitución se sigue una norma [corsivo redazionale] contradictoria con la norma expresada por el artículo 21. Da ciò consegue che la prima tesi di Moreso non sembra trovare conferma: quantomeno non con riguardo al caso in esame. […] hay suficiente objetividad y determinación.250 (G4) il neustico degli enunciati prescrittivi. al tempo stesso.1.2 de la Ley Orgánica enjuiciada». José Juan Moreso (1997a. non avrebbe offerto ragioni adeguate in favore della (peculiare) indeterminatezza degli enunciati prescrittivi. della realtà indagata). influisce sull’interpretazione della parte frastica di tali enunciati. “salvata da sé”. tuttavia. in uno degli scritti più venerati dalla “scuola” (La semantica del neustico. alquanto deformante della realtà indagata. rendendola peculiarmente indeterminata. Fuor di metafora. Apparentemente.e. i vizi della Pesadilla (genovese) – Moreso usa come banco di prova una vicenda tratta dalla recente giurisprudenza del Tribunal Constitucional spagnolo. credo. 1. Se. tenterò di accreditare la seguente conclusione: la Vigilia offre una ricostruzione della vicenda in esame meno perspicua di quella formulabile nella prospettiva della “scuola genovese”. la Vigilia suggerisce la seguente conclusione: che in quel caso la Costituzione spagnola si sia. e non deformanti. Invero. inclusi gli enunciati prescrittivi giuridici. (M2) Seconda tesi di Moreso: lo scetticismo genovese appare. 1. fra gli altri incubi scettici). Cercherò di sollevare qualche dubbio su entrambe le tesi. i. per così dire. a ben vedere. La tutela costituzionale del domicilio: Vigilia moresiana o incubi ligustici? Per mettere in luce le virtù esplicative della Vigilia – ed esibire. le considerazioni che formulerò tra breve sono plausibili. all’intervento di un “cavaliere bianco” (la cui identità apparirà presto in chiara luce). Osservazioni sulla «parte descrittiva» degli enunciati precettivi). così caratterizzata. en masse. e. teoricamente infondato. Moreso avanza le due tesi seguenti: (M1) Prima tesi di Moreso: la Vigilia è una teoria dell’interpretazione preferibile rispetto alla teoria genovese (inclusa. poiché è in grado di fornire migliori spiegazioni dei fenomeni interpretativi (ove per “migliori spiegazioni” intendo: spiegazioni maggiormente perspicue. Contro la “scuola genovese”. pp. parrebbe invece che la Costituzione debba la sua salvezza. Il caso In un paragrafo del suo libro La indeterminación del derecho y la interpretación de la Constitución. 218-223) esamina un caso di diritto costituzionale in cui: «según el punto de vista de la Vigilia. inclusi gli enunciati prescrittivi giuridici (Moreso 1997b). Giovanni Tarello. come peraltro è usuale in simili frangenti. .

secondo cui: «A los efectos de lo dispuesto en el párrafo anterior. no cabe sino reconocer [corsivo redazionale] que estas connotaciones de la flagrancia (evidencia del delito y urgencia de la actividad policial) están presentes en el concepto inscrito en el artículo 18. en materia de drogas tóxicas […] castiga el Código penal. il Parlamento spagnolo approvava una legge in materia di pubblica sicurezza (Ley Orgánica 1/1992 de Protección de la Seguridad Ciudadana). i quali intrattengono «ideas generalizadas y convicciones generalmente admitidas».2 Cost. salvo en el caso de flagrante delito». 341 del 1993. 18.2 de la Norma fundamental. in particolare. secondo cui: «El domicilio es inviolable. Alcune considerazioni in margine La prima impressione. ne darò brevemente conto per esigenze espositive (e per permettervi di valutare se sono incorso.2 della Costituzione spagnola. Abusando un poco della vostra pazienza. Nel 1992. esaminando la motivazione del Tribunal. ha delimitado un derecho fundamental y. Ninguna entrada o registro podrá hacerse en él sin el consentimiento del titular o resolución judicial. di estremo interesse.251 Il caso.2. conclude il Tribunal: «Si el lenguaje constitucional ha de seguir siendo significativo – y ello es premisa firme de toda interpretación –. in genere. siempre que la urgente intervención de los agentes sea necesaria […]». in una situazione di vuoto («vacío jurídico»). al servirse de la noción tradicional [corsivo redazionale]. tuttavia. (ii) la Costituzione. será causa legítima para la entrada y registro en domicilio por delito flagrante el conocimiento fundado por parte de las Fuerzas y Cuerpos de Seguridad del Estado que les lleve a la constancia de que se está cometiendo o se acaba de cometer alguno de los delitos que. Il Tribunal. si ha “flagrancia” di reato allorquando: (a) sussista la «evidencia o percepción sensorial del delito». specialisti del diritto. ma all’interno di una «sociedad jurídicamente organizada». (v) dimodoché. per contrasto con l’art. confermi in toto le tesi della (presunta) scuola genovese. come ben potrebbe essere accaduto. La disposizione veniva prontamente sottoposta al giudizio del Tribunal Constitucional (in seguito: Tribunal).2). 21. vi è sicuramente noto in tutti i dettagli. met- . dichiarava l’illegittimità dell’art. 18. 1. correlativamente. nella sentenza n. e. in palesi fraintendimenti). (iv) nei discorsi degli specialisti. la intervención sobre el mismo del poder público».2 della legge citata. (b) sussista «la urgencia de la actuación policial». contenente una disposizione (art. 21. paradossalmente. precepto que. giudici. (iii) in tale società giuridicamente organizzata operano giuristi. per asserita incompatibilità con l’art. In base alla seguente argomentazione: (i) la Costituzione non contiene alcuna disposizione che definisca il concetto di “flagrante delito”. è che essa. non è sorta dal nulla.

alcuna disposizione che. al contempo. costituita dall’art. nel primo passaggio della sua argomentazione. la Vigilia moresiana. secondo la Vigilia. sostiene che: (V1) Dalla Costituzione si deduce / si ricava / si deriva («se sigue») una norma contraddittoria rispetto alla norma desumibile dall’art. come si è visto. presumibilmente in quanto concetti atti ad assicurare la certezza del diritto sotto il profilo della univocità e della costanza terminologica del discorso delle fonti. 10. In che modo. invece. ancorché sommaria. (i) Lo stesso Tribunal ammette. Apparentemente.252 tendo in luce.2. il testo costituzionale. nella Costituzione spagnola c’è un’unica disposizione in materia di interpretazione costituzionale. non esprimerebbe alcuna preferenza per una possibile interpretazione di “flagrante delito” a scapito di altre. La Costituzione non contiene. inoltre. in sé e per sé considerato. che la Costituzione tace quanto alla nozione di “flagrante delito”. dell’obiettivo di una maggiore efficienza repressiva in materia di stupefacenti – è stata espressamente . pertanto. e in quanto corrispondente all’opinione generalizzata degli specialisti. Questa premessa. il carattere parzialmente mistificatorio del resoconto che dell’intera vicenda offre. Questa impressione. sulla base di un’opzione valutativa in favore dei concetti che godano di un pedigree dottrinale. il Tribunal ha utilizzato un criterio interpretativo non espressamente prescritto dalla Costituzione: un criterio che lo stesso Tribunal ha scelto – e non può non aver scelto – scartando tacitamente altri criteri. non contiene alcuna disposizione sull’interpretazione della costituzione medesima. darebbero conto della situazione. secondo cui: «Las normas relativas a los derechos fundamentales y a las libertades que la Constitución reconoce se interpretarán de conformidad con la Declaración Universal de Derechos Humanos y los tratados y acuerdos internacionales sobre las mismas materias ratificados por España». tuttavia. imponga o suggerisca ai giudici. assiologicamente compromessa in favore di una certa idea del valore della certezza – e a totale scapito. Se non erro. letteralmente intesa. 21. ad esempio. della tesi che. nell’interpretare i termini tecnico-giuridici usati nelle disposizioni costituzionali. Tale tesi. In altre parole. la norma costituzionale “[…] salvo il caso di delitto la cui commissione sia evidente o percepibile mediante i sensi e sussista urgenza di un intervento delle forze dell’ordine” si deduce / si ricava / si deriva («se sigue») dal testo costituzionale «[…] salvo il caso di delitto flagrante»? Vediamo in breve.2 della legge organica censurata. risulta corroborata da un’analisi. (ii) Il testo costituzionale. per usare un’espressione cara ad alcuni legislatori settecenteschi. di “deferire” alle opinioni dei dottori. se non m’inganno. che imponga di attribuire ai vocaboli e alle locuzioni tecnico-giuridiche utilizzate nella Costituzione – come “flagrante delito” – il significato corrispondente all’opinione generalizzata degli specialisti del diritto al momento dell’applicazione delle rilevanti disposizioni.

la protezione della salute o della morale. l’ordine pubblico. sotto quest’ultimo profilo.2 della Cost. Peraltro. un rinvio a documenti quali la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” (rinvio espresso e nominato). no cabe sino reconocer [corsivo redazionale] que […]». (b) La Convezione europea stabilisce che: «Ogni persona ha diritto al rispetto […] del suo domicilio […] Non può esservi ingerenza della pubblica autorità nell’esercizio di tale diritto se non in quanto tale ingerenza sia prevista dalla legge e in quanto costituisca una misura che. una insidia alla certezza terminologica del discorso delle fonti dell’ordinamento spagnolo. un poco sibillinamente. desumere da essi argomenti in favore della conclusione interpretativa cui il Tribunal è pervenuto. in ogni caso. che è assai probabile dovrà rinnegare in successive occasioni: che fare a fronte di disposizioni costituzionali. È ragionevole desumere da essi il criterio interpretativo adottato dal Tribunal. Comanducci 1998). (a) La Dichiarazione universale stabilisce che: «Nessun individuo potrà essere sottoposto a interferenze arbitrarie […] nella sua casa […] Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze […]» (art. qualora la definizione dogmatica tradizionale di tali locuzioni si riveli. non costituiva. 30). la prevenzione dei reati. che: «Si el lenguaje constitucional ha de seguir siendo significativo – y ello es premisa firme de toda interpretación –. è necessaria per la sicurezza nazionale. si può osservare: (a) che l’articolo della legge organica “incriminato”. ad esclusione di altre? Vediamo brevemente cosa statuiscono tali documenti in materia di libertà di domicilio e di interpretazione delle relative disposizioni (tutti i corsivi sono redazionali). nonché la “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” e il “Patto internazionale sui diritti civili e politici” (rinvio generico o recettizio). e in virtù della generale irretroattività delle disposizioni penali in malam partem.253 formulata dal Tribunal laddove afferma. col passare del tempo. 8) «Nessuna disposizione della presente Convenzione può essere interpretata come . ad esclusione di altri? È ragionevole. 12). «Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato […] di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuni dei diritti e delle libertà in essa enunciati» (art. in una società democratica. “insoddisfacente”? (iii) L’art. 10. né alla determinatezza ex ante del diritto in materia di protezione del domicilio (su questa nozione. (b) che il Tribunal si è compromesso con una tesi sulla costanza terminologica delle disposizioni costituzionali. o la protezione di diritti e delle libertà altrui» (art. il benessere economico del paese. per la specificità della formulazione e dell’àmbito di applicazione. contenenti locuzioni tecnico-giuridiche. contiene. come si è visto. a modo di regola tecnica rivolta a se stesso. a ben vedere.

e ciò sia necessario per la «sicurezza nazionale». oppure a criteri desumibili dalle disposizioni di rango legislativo. in una società democratica – ed è parimenti pacifico che la società spagnola sia tale. (c) Infine. Alla luce di tali disposizioni. 3. in secondo luogo. «la prevenzione dei reati». ecc. 1. 4). che la Convenzione europea permette di introdurre dei limiti alla libertà domiciliare.1. 17). 1. Ad esempio. 1. sono contenute nel “Titulo preliminar” del Código civil spagnolo (artt.7. la cui utilizzazione nell’interpretare un documento sovraordinato comporta fatalmente delle opzioni di politica del diritto. .6. l’opzione di subordinare l’interpretazione costituzionale a criteri stabiliti dal legislatore ordinario. che né il criterio interpretativo (canone del significato dottrinale tradizionale. o ab exemplo). ivi incluso il discorso costituzionale. che un’interpretazione di “flagrante delito” conforme a quanto prescritto dal legislatore ordinario spagnolo nella legge organica n. Si osservi. Si tratta. «l’ordine pubblico».254 implicante il diritto per uno Stato […] di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione dei diritti o delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione o porre a questi diritti e a queste libertà limitazioni maggiori di quelle previste in detta Convenzione» (art.– ed è pacifico che uno o più di questi profili possano ragionevolmente essere invocati a giustificazione della disciplina della “flagranza di reato” formulata dal legislatore spagnolo.). 5.1. accolti dal Tribunal risultano essere gli unici conformi al diritto umanitario internazionale di cui il Tribunal doveva tenere conto nell’interpretare l’art. nonché sull’interpretazione delle «norme» in generale. 18. in quanto espressioni di princìpi generali informatori dell’intero discorso delle fonti. che in nessun punto esse impongono ai giudici nazionali di interpretare le disposizioni in materia di domicilio deferendo unicamente alle opinioni dei giurisperiti locali. pertanto. però. sembra del tutto ragionevole sostenere: in primo luogo. di disposizioni di rango legislativo. 17) «Nessuna disposizione del presente Patto può essere interpretata nel senso di implicare un diritto di qualsiasi Stato […] di intraprendere attività o di compiere atti miranti a sopprimere uno dei diritti o delle libertà riconosciuti nel presente Patto ovvero a limitarlo in misura maggiore di quanto è previsto dal Patto stesso» (art. (iv) Disposizioni sulla rilevanza ermeneutica della dottrina e della giurisprudenza. 1 del 1992 non appare affatto manifestamente incompatibile con la protezione della libertà domiciliare da esse accordata ai singoli. il Patto internazionale sui diritti civili e politici stabilisce che: «Nessuno può essere sottoposto ad interferenze arbitrarie o illegittime […] nella sua casa […]. purché ciò avvenga: per legge – ed è pacifico che la Ley organica sia una “legge”.2 della Costituzione spagnola.. Ne consegue. né la conclusione interpretativa (incompatibilità tra legge organica e costituzione). in proposito. sotto-ordinate rispetto alla Costituzione. «la protezione della salute o della morale». Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze […]» (art..

Di questa operazione. l’attribuzione alla locuzione costituzionale del significato dottrinale. en el contexto de las prácticas interpretativas y aplicadoras del derecho. tutt’altro che di “mera scoperta” di norme preesistenti. di per sé. Tale attribuzione di significato. compiendo una tipica operazione interpretativa. afferma: «el significado de “flagrante delito”. si se me . Es importante destacar aquí que el Tribunal maneja una noción. In secondo luogo. è avvenuta a titolo esclusivo: nel senso che “flagrante delito” è stato inteso a significare ciò che suggerisce la dottrina. si dà. cap. In quarto luogo. poniamo. una disposizione costituzionale contenente una locuzione tecnico-giuridica (“flagrante delito”). ha subordinato il dettato costituzionale alle elaborazioni dottrinali. dei concetti dottrinali non tralatici. excluye algunos de los casos incluidos por el legislador. VIII. dei concetti legislativi. e la susseguente invalidazione di quest’ultima (e vanificazione della connessa politica criminale) Due ultime osservazioni sul presente ricorso a un concetto unitario. non si “servono” dei concetti dottrinali tralatici (a esclusione. e soltanto ciò che suggerisce la dottrina. Moreso (1997a. assumendo l’identità concettuale tra “flagrante delito” in quanto usata nella Costituzione e “flagrante delito” in quanto usata nella giurisprudenza penale e negli scritti dei processualpenalisti. e può darsi. interpretando la locuzione “delito flagrante” nel senso (presentato come) corrente nella cultura giuridica. nel censurare. a seconda dei casi. una disposizione nella quale il legislatore ordinario introduce un’ipotesi di “flagranza di reato” che esula dalle ipotesi contemplate dalla tradizione dottrinale.255 (v) Il Tribunal. una (forse secolare) elaborazione dottrinale sul “concetto” di flagrante delito – all’interno della quale. con manifesti intenti retoricoargomentativi. o perfino nel sabotare le politiche legislative mediante ricorso a “concetti unitari” (Tarello 1968a). nel dare conto del modo di procedere del Tribunal. secondo lo schema dell’argomento sistematico di tipo dogmatico-concettualistico (Tarello 1980. Si tratta di un uso evidentemente metaforico del linguaggio. In primo luogo. un solo – e quel solo – concetto di “flagrante delito”. p. In un passo della motivazione.): come non si servono della lavanderia all’incrocio di via Belgrano. assumendo che. Le disposizioni costituzionali infatti. molto probabilmente avrebbero potuto rinvenirsi opinioni contrastanti e accezioni più o meno estese rispetto a quella accolta. il Tribunal afferma che la disposizione costituzionale si sarebbe «servita» della «nozione tradizionale» di “flagrante delito” («precepto que. il caso in esame presenta tutti gli ingredienti. In quinto luogo. In terzo luogo. ecc. Guastini 1996). per un evidente fine di politica criminale. al servirse de la noción tradicional […]»). Un’operazione che consiste invece. nel vanificare. né si servono martini ghiacciati sulla veranda del Circolo degli imbalsamatori. l’“accertamento” di un’antinomia (“per esclusività unilaterale”) fra norma costituzionale e norma di legge organica. peraltro. come logica conseguenza della norma costituzionale così identificata. si noti. nel diritto spagnolo. 220).

la intervención sobre el mismo del poder público».2 de la Norma fundamental. dall’esterno. Se. una corretta delimitazione della libertà domiciliare e della facoltà dei pubblici poteri di interferire su di essa. invece. fede). secondo cui la norma applicata dal Tribunal nel caso appena esaminato “deriva” dalla Costituzione. ma ad essa sovrapposta. wittgensteniana de significado. presuppone una certa idea dei “giusti” limiti alla libertà domiciliare. (vi) Il Tribunal accenna. invece. invece. In conclusione: si può certo assentire alla tesi V1. il discorso interpretativo del Tribunal potrebbe essere . imperativistica. non desumibile dalla Costituzione in se e per se considerata. tacitamente compiuto e presupposto dal Tribunal. a quella che è forse la principale ragione per interpretare “flagrante delito” secondo i suggerimenti della dottrina tradizionale. e magari in ottima. Questa sorprendente conclusione evoca un viluppo di antiche dottrine. correlativamente. e descrizioni di fattispecie. nella motivazione della sentenza. sia pure mediante accenni. comunque. definizioni. el significado de “flagrante delito” es una función de los usos – de los usos jurídicos. su quali debbano esserne i contorni e i limiti. e non. (b) la dottrina secondo cui le definizioni legislative non sono “norme” o. tuttavia. nell’indugiare in classificazioni. A condizione. la sostanza dell’operazione.256 permite decirlo. en este caso. O. sia pure fugacemente. Soltanto il concetto tradizionale di “flagrante delito” offrirebbe. secondo il compito del legislatore consiste nel formulare norme di condotta. comunque. Tale giudizio di razionalità strumentale. credo. invece. ha delimitado un derecho fundamental y. Quale potrebbe essere. di non occultare che tale “derivazione” è il risultato di una serie di opzioni interpretative e assiologiche: alcune tacite. paradossalmente. però. per così dire. altre chiaramente documentate. nell’opinione del Tribunal. (c) la dottrina secondo cui la definizione dei termini tecnico-giuridici spetta. Che tali dottrine siano riproposte sulla base di un apparato concettuale wittgensteiniano non muta. con la tesi V1. l’uso di “flagrante delito” stipulato dal legislatore non sarebbe. che è utile richiamare per mettere (ulteriormente) in luce la compromissione ideologica insita nel ragionamento in apparenza “adiaforo” del Tribunal: (a) la dottrina. dado que se trata de un término técnico – de esta expresión». laddove afferma che: «el artículo 18. la ricostruzione dello stesso caso nei termini dell’apparato concettuale della (presunta) scuola genovese? In questa prospettiva. ai giuristi (e ai giudici): dimodoché soltanto i loro usi di tali espressioni sono “usi giuridici” o. […] al servirse de la noción tradicional [corsivo redazionale]. giuridicamente rilevanti. Nella prospettiva del Tribunal. in altri termini: un giudizio sul valore della libertà domiciliare. allora tale tesi sfugge difficilmente all’accusa di mistificazione della realtà (ancorché in buona. non sono discorsi giuridicamente rilevanti. si pretende di sostenere che il Tribunal non abbia fatto altro che “trovare” il diritto precostituito e applicarlo al caso di specie. un uso “giuridico”.

una definizione fondata sulla rilevazione dell’unica accezione dottrinale della locuzione “flagrante delito”. . Questa circostanza. Altre norme potevano del pari essere “scoperte” e “derivate” dalla Costituzione. sono state infatti le scelte del Tribunal: sia rispetto a valori (certezza e costanza concettuale. come proposto dall’esimio prof. § 2.. a seconda dei dati di esperienza. una “ridefinizione esplicativa” è. e varie. né X + K. né Z. restrizione.). come proposto dal legislatore ordinario nella legge L. questo Tribunal interpreta / definisce la locuzione ‘flagrante delito’ a esprimere il significato X (come suggerito dalla tradizione dottrinale. ecc. o suggeriti dal diritto internazionale umanitario. o comunque coniato da altri. Tale enunciato definitorio potrebbe. non comporta affatto – come credo di aver suggerito nelle considerazioni precedenti – che il Tribunal si sia limitato a “scoprire” una norma precostituita. o conformi rispetto alle mutate circostanze. Molteplici. formularsi così: “Ai fini dell’applicazione dell’art. rispetto a efficienza nella repressione di certi reati. né di procedere a una ridefinizione esplicativa1: “Ai fini dell’applicazione dell’art. a designare l’unico concetto di ‘flagrante delito’ desumibile dalla secolare elaborazione dottrinale e giurisprudenziale)”. dopo avere rilevato gli usi di un termine. ha scelto. Una definizione in cui il Tribunal. (a) Come un discorso contenente una definizione stipulativa del tipo delle ridefinizioni selettive: ovverossia. più o meno ampi). e non invece a esprimere il significato X + Y. tuttavia. 18 Cost.) di una delle accezioni rilevate. ma lo ha trovato (o ha assunto di averlo trovato) bello e pronto nei discorsi dei giudici. una definizione fondata sulla rilevazione di una pluralità di accezioni dottrinali (e non). ecc. come proposto dal Tribunale di Trujillo nel caso Habanera. 1 Secondo l’apparato concettuale presupposto dalle presenti note (Chiassoni 1998. un discorso mediante il quale l’emittente.257 inteso alternativamente. stabilisce di attribuirgli un significato che costituisce una rielaborazione (precisazione.)”. ad esempio. un significato interamente nuovo.. conformisticamente. nei due seguenti modi. libertà domiciliare con i limiti indicati dalla dottrina tradizionale rispetto a libertà domiciliare con limiti diversi. una “definizione stipulativa quoad significationem” è un discorso mediante il quale l’emittente stabilisce di attribuire a un termine corrente. rispetto a significati dottrinali non tradizionali. estensione. invece.).2. 18 Cost. dei giuristi. tra loro difformi. ecc. pur potendo procedere a stipulazioni (anche in virtù della sua posizione istituzionale e del prestigio dei suoi componenti). di non stipulare quoad significationem. (b) Come un discorso contenente una definizione stipulativa adesiva: ovverossia.. o conformi alle intenzioni dei costituenti. sia rispetto a criteri interpretativi (significato dottrinale tradizionale. e degli specialisti del diritto in genere. ecc. questo Tribunal interpreta / definisce ‘flagrante delito’ a esprimere il significato X (ovverosia. In entrambi i casi. della locuzione “flagrante delito” e sulla scelta di una di esse a scapito delle altre. Tiburrón nel suo celebre Tractatus maleficiorum. il Tribunal non ha “creato” il significato della locuzione “flagrante delito”.

È utile. come anticipato (retro. Moreso v.1. (i) Come è noto. o viceversa. È nondimeno utile esaminarli.1. che contraddistinguono le asserzioni. chiudi una finestra! è utile distinguere in ciascuno di essi (o meglio: nel significato espresso da ciascuno di essi) due elementi: un elemento referenziale. il neustico descrittivo e il neustico prescrittivo. inoltre. intendo brevemente discutere è la seguente: (M2) Lo scetticismo genovese appare. Giovanni Tarello. poiché la loro discussione permetterà di chiarire meglio la posizione di Tarello e dei genovesi. senza perdita di significato. Alla luce di ciò. anche se fondati. 2. non avrebbe offerto ragioni adeguate in favore della (peculiare) indeterminatezza degli enunciati prescrittivi.). Hare ritiene che enunciati come (1) e (2) possano essere riformulati. e un elemento funzionale. che contraddistinguono le prescrizioni (fra cui gli imperativi). si appuntano le obiezioni di Moreso. inclusi gli enunciati prescrittivi giuridici. a ben vedere. e neustici prescrittivi. (2a) Mario chiudere una finestra.258 2. sì. sarebbero non rilevanti perché rivolti a un diverso bersaglio. Ciò comporta che gli argomenti di Moreso. Semantica del neustico. dati ad esempio gli enunciati: (1) Mario chiude una finestra. Asserzioni e precrizioni sono infatti comunicazioni eterogenee: non è possibile “ridurre” le prescrizioni ad asserzioni. La posizione di Tarello Occorre anzitutto riferire brevemente i contenuti dello scritto di Tarello (1968a) su cui. . rispettivamente. e (2) Mario. influisce sull’interpretazione della parte frastica di tali enunciati. secondo cui: (G4) Il neustico degli enunciati prescrittivi. nel seguente modo: (1a) Mario chiudere una finestra. per favore. § 0. Tarello 2. giochi interpretativi La seconda tesi di Moreso di cui. inclusi gli enunciati prescrittivi giuridici. secondo Richard M. come accennato. nessuna delle tesi sostenute da Tarello nel saggio in questione (Tarello 1968) coincide esattamente con la tesi G4. distinguere fra neustici descrittivi. Invero. alla quarta tesi attribuita da Moreso alla presunta “scuola genovese”. rendendola peculiarmente indeterminata. in uno degli scritti più venerati dalla “scuola” (La semantica del neustico. Tale tesi si contrappone. o “frastico”. o “neustico”. servizi della dottrina. Come cercherò di suggerire tra poco. ove “Mario chiudere una finestra” rappresenta il frastico di ciascuno dei due enunciati. Osservazioni sulla «parte descrittiva» degli enunciati precettivi). e le espressioni “sì” (yes) e “per favore” (please) ne simboleggiano. se non m’inganno.1. teoricamente infondato. Hare (1952).

disinteressare totalmente del fatto che l’esito dell’interpretazione sia un precetto oppure un’asserzione). una fastidiosa corrente d’aria si stabilisce tra una delle finestre e uno degli oblò. Da ciò conseguono due ulteriori tesi: (H3) per individuare il significato della parte frastica di un enunciato (prescrittivo o assertivo) si può – e si deve – ritenere del tutto irrilevante il neustico dell’enunciato stesso (ovverossia. e la porta. due oblò. per brevità. empiricamente corretta la tesi della “semantica del neustico”. secondo Tarello. invece. sarà invece ritenuto esprimere un’asserzione falsa se. In tale caso. e la porta sono aperti. (b) che sia. sarà ritenuto esprimere una asserzione vera se. con: “tesi di Hare”): (H1) interpretare un enunciato precettivo consiste nell’individuare il significato della sua parte frastica.259 (ii) Tarello osserva che l’analisi di Hare può suggerire (e ha. il frastico di (1) “Mario chiude una finestra” sarà pacificamente («in qualunque ambiente sociale») identificato con: (1a) Mario chiudere una (qualunque) finestra. L’enunciato (1) inoltre. 771). come sostenuto invece dalle tesi di Hare. a suo avviso. di cui uno assertivo e uno precettivo. l’individuo chiamato Mario sta chiudendo la porta. le finestre. (H2) i criteri interpretativi e i limiti all’interpretazione di un enunciato «non mutano con il mutare del neustico» (Tarello 1968. gli oblò. allora hanno lo stesso frastico. (H4) se due enunciati (formulati in relazione a una stessa situazione). tuttavia: (a) che le tesi di Hare siano erronee. dell’enunciato (2) “Mario. (iv) Per sostenere la tesi della “semantica del neustico”. suggerito) le seguenti tesi sulla interpretazione degli enunciati in funzione precettiva (cui mi riferirò. al momento del suo proferimento. due enunciati come (1) e (2). e una porta. così inteso alla luce del significato corrente di “chiudere” e di “finestra”. p. 761). indipendentemente dall’avere un neustico differente. chiudi una finestra!”. In tale situazione. un individuo chiamato Mario sta effettivamente chiudendo una (qualunque) finestra. di fatto. o simultaneamente tutte le quattro finestre. dall’altra. pp. identici sotto il profilo della parte frastica. non avrebbero lo stesso frastico. e ci si deve. (iii) Tarello ritiene. Siamo in una stanza con quattro finestre. . secondo cui: la funzione precettiva di un enunciato – «la presenza cioè di un neustico precettivo nella proposizione che un enunciato esprime» – è «un fattore rilevante in sede d’interpretazione dell’enunciato» (Tarello 1968. in quella stessa situazione. Tarello ipotizza una situazione nella quale. 772. o tutti gli oblò. poniamo. da una parte. non sarebbe affatto pacifico – e in particolare: non sarebbe affatto pacifico per il destinatario del precetto e «provocherebbe sorpresa e perplessità in qualunque ambiente sociale» – che il frastico di (2) venisse identificato con: (2a) Mario chiudere una (qualunque) finestra. ci si può. o uno degli oblò. sono identici sotto il profilo delle parole usate per designare il loro rispettivo frastico. Si consideri ora il proferimento.

Le obiezioni di Moreso Moreso. Ciò che. per ragioni sempre contingenti ma non puramente casuali. inclusi gli enunciati prescrittivi giuridici. secondo Tarello. invece. individuali. 2. individuale e concreto. Giovanni Tarello. e concreti). in particolare. L’esempio. o corrente. secondo gli usi lessicali correnti delle parole in essa utilizzate. incidentalmente. invero.260 anziché con: (2b) Mario chiudere la finestra e l’oblò da cui penetra la corrente che mi fa volare i fogli.2. nella situazione così descritta. (b) interpretare la parte frastica dell’enunciato precettivo tenendo conto della presumibile intenzione del precipiente e/o del presumibile scopo del precetto. come anticipato. occorre esaminare le obiezioni di Moreso alle posizioni su esposte. e contrappone a tale tesi la tesi secondo cui: (M2) Lo scetticismo genovese appare. In conclusione. due enunciati identici sotto il profilo della parte frastica hanno lo stesso frastico. nella interpretazione degli enunciati assertivi appare di solito del tutto adiafora. a ben vedere. Ma prima di affrontare quest’ultimo argomento. metterebbe inoltre in luce almeno un profilo di specifica rilevanza interpretativa del neustico precettivo. per gli enunciati precettivi giuridici. delle parole in essi utilizzate. se il destinatario del precetto avesse seguito quel criterio a scapito del criterio dell’intenzione dell’emittente e/o dello scopo del precetto. attribuisce a Tarello la tesi secondo cui gli enunciati prescrittivi. e irriflessivamente. Invero. infatti. Invero. invece. L’esempio addotto da Tarello. del tutto contingente e casuale. in tale situazione sarebbe pacifico. che in quanto precede a Tarello non preme mettere in luce la peculiare indeterminatezza degli enunciati prescrittivi (esprimenti precetti personali. secondo Tarello. della interpretazione degli enunciati secondo il significato lessicale. che è opportuno segnalare: il neustico precettivo trasforma in assiologicamente compromettente (e compromessa) una mossa che. la stessa cosa non può invece affermarsi. ma ragionevolmente in spregio al suo “spirito”. nella cultura e organizzazione giuridica italiana (degli anni ’50 e ’60). non accadrebbe. in uno degli scritti più venerati dalla “scuola” (Tarello . sia per il destinatario del precetto personale. Si noti. per l’interpretazione della parte frastica dell’enunciato assertivo “Mario chiude una finestra”. indipendentemente dal loro neustico (H4). sarebbero peculiarmente indeterminati (G4). Secondo Tarello. L’indeterminatezza di quel tipo di enunciati precettivi è. se plausibile. in nessun caso il neustico (assertivo o precettivo) di un enunciato è un fattore rilevante nell’interpretazione della sua parte frastica (H3) – e in tutti i casi. sia nella prospettiva di “qualunque ambiente sociale”: (a) non interpretare la parte frastica dell’enunciato precettivo unicamente. avrebbe tenuto un comportamento “in frode al precetto”: ligio alla lettera.1. sarebbe di per se sufficiente a inficiare le tesi di Hare: per esse. Si tratta. teoricamente infondato.

(OM2) La indeterminatezza non è affatto una caratteristica peculiare degli enunciati precettivi (non ancora eternizzati). p. fra loro correlate. così accedendo a uno «scetticismo globale che. se non erro. ignorino tali distinzioni. dall’altro. dall’altro. . una lettura ingannevole del saggio di Tarello). el mismo contenido significativo. una respuesta asertiva de carácter afirmativo también será falsa si va referida a una ventana irrelevante al contexto al que me refiero». fra enunciati precettivi esprimenti precetti personali. Se quanto ho detto prima è corretto. Tarello voleva evitare» (Moreso 1997b. (OM3) Contrariamente a quanto sostiene Tarello. da un lato. ed enunciati prescrittivi del discorso delle fonti del diritto. è nondimeno utile esaminarle (invero potrei avere offerto. Sebbene le obiezioni di Moreso. indipendentemente dal loro rispettivo neustico e in virtù del processo di eternizzazione: «Si tomamos en cuenta la idea de oraciones eternas. Una volta eternizzati. fra la questione della rilevanza interpretativa del neustico. e la questione della “indeterminatezza” degli enunciati prescrittivi giuridici (intesa come non prevedibilità e non controllabilità degli esiti della loro interpretazione in un particolare contesto spazio-temporale). un enunciato assertivo eterno ha lo stesso frastico del corrispondente enunciato precettivo eterno.261 1968). tali enunciati si rivelano determinati (o univoci). individuali. La seconda distinzione è operata per mettere in luce che non c’è connessione necessaria fra la rilevanza interpretativa del neustico e la indeterminatezza degli enunciati. como portadoras de valores de verdad. così formulabili: (OM1) la indeterminatezza di enunciati prescrittivi come l’enunciato (2) non dipende affatto dalla presenza di un neustico precettivo. sia pure inconsapevolmente. con particolare riguardo al diritto italiano negli anni ’50 e ’60. La prima distinzione è operata per mettere in luce la specificità della rilevanza interpretativa del neustico di enunciati precettivi giuridici del diritto italiano. a quanto pare. non avrebbe offerto ragioni adeguate in favore della (peculiare) indeterminatezza degli enunciati prescrittivi. inclusi gli enunciati prescrittivi giuridici. e in particolare del neustico precettivo. accogliendo le obiezioni OM1-OM3. entonces una oración asertiva eterna comparte con su correspondiente oración prescriptiva eterna el mismo frástico. y sólo se distingue por su néustico». apparentemente. rinuncia a configurare l’indeterminatezza degli enunciati precettivi come una variabile dipendente del neustico precettivo. Di che obiezioni si tratta? Si tratta. y por el contexto es claro a que ventana me refiero. Tarello si trova di fronte al seguente dilemma: o. (OM4) Alla luce della precedenti obiezioni. anche gli enunciati assertivi (non ancora eternizzati) sono tipicamente indeterminati: «Si yo pregunto si la ventana está cerrada. in secondo luogo. oppure è costretto ad ammettere che anche gli enunciati assertivi siano parimenti indeterminati. nel discutere la tesi della “semantica del neustico” Tarello distingue: in primo luogo. di non meno di quattro obiezioni. infatti. ma dal difetto di eternizzazione. 5). e concreti. da un lato.

molto presumibilmente. con conseguente necessità. alle ore 17.3.262 2. . in sé e per sé considerati. a ben vedere.54 del giorno 4 ottobre 1998! Ebbene. ripropongono gli stessi problemi degli enunciati di partenza. Tarello intendeva unicamente mettere in luce. L’enunciato assertivo addotto da Moreso come controesempio alla tesi tarelliana è. 13-14). né. 54 del 4 ottobre 1998. non può essere messo in luce in base a una semplice eternizzazione degli enunciati sotto il profilo spaziotemporale. Quanto alla prima obiezione (OM1) si potrebbe replicare che non è affatto chiaro in che consista il processo di eternizzazione di un enunciato. Così facendo. il controesempio di Moreso non è calzante. (a) In primo luogo. Seconda contro-obiezione. Tarello non intendeva escludere che anche gli enunciati assertivi possano rivelarsi indeterminati. non già un enunciato assertivo in sé e per sé considerato (come è. che costituisce apparentemente la fonte da cui Moreso ha tratto l’idea della eternizzazione degli enunciati.54 del giorno 4 ottobre 1998. Seguendo le indicazioni di Quine (1970. Quanto alla seconda obiezione (OM2) si potrebbe replicare come segue. pp. questi enunciati. in ogni caso. rispetto alla quale gli interpreti si troveranno. la emissione di un enunciato assertivo in sé e per sé – mi sembrano alquanto diverse. esplicitandone le coordinate spaziali.1. di ricorrere a informazioni supplementari fornite dall’emittente e/o dal contesto. nelle posizioni indicate da Tarello. ma un enunciato assertivo che costituisce la risposta a un particolare enunciato interrogativo. Alcune contro-obiezioni Assumendo che le quattro obiezioni siano pertinenti. chiudi una finestra dello studio di Arrigo Verdi. Quale finestra deve chiudere Mario Rossi. apparentemente. cosa replicare? Vediamo in breve. per i destinatari o fruitori. è pacifico che tale processo possieda le virtù che Moreso gli attribuisce. contro le tesi di Hare. Se la tesi di Tarello è scorretta. in via del Sicomoro 37. potremmo ad esempio pervenire ai seguenti due enunciati: (1’) Mario Rossi (di Filippo) chiude una finestra dello studio di Arrigo Verdi. ciò. temporali. e personali. (2’) Mario Rossi (di Filippo). invece. alle ore 17. procediamo alla eternizzazione degli enunciati (1) e (2). che vi sono casi in cui il neustico precettivo ha una rilevanza interpretativa. nell’esempio di Tarello). alle ore 17. Le due situazioni – rispettivamente: la emissione di un enunciato assertivo in risposta di un enunciato interrogativo. in via del Sicomoro 37. diversa dalla rilevanza interpretativa del neustico assertivo di un enunciato avente la stessa parte frastica dell’enunciato precettivo. Gli enunciati devono essere eternizzati anche sotto il profilo del loro contenuto: dei comportamenti su cui vertono. Per la seguente ragione. (b) In secondo luogo. Prima contro-obiezione. nello studio di Arrigo Verdi? Questi problemi possono essere risolti soltanto procedendo a un’interpretazione complessiva degli enunciati di partenza.

nella prospettiva dell’emittente. di passare per tonto o per maleducato. Si può quindi concedere che. magari casuale. e fino a che punto. dipenda non soltanto dallo stato dei luoghi. Alla luce di quali fattori sarà verificata tale asserzione? Sembra di poter concludere quanto segue: mentre nelle due situazioni precedenti (precetto e domanda) si hanno delle transazioni tra le cui regole v’è la regola della cooperazione. la quale impone di tenere conto anche dell’intenzione dell’emittente. un secondo tipo di corrispondenza va. o tutte aperte. In questo caso. che confutare. Alla terza obiezione di Moreso (OM3) si può replicare quanto segue. data l’analogia tra la situazione di chi risponde a quella domanda e la situazione di chi riceve l’ordine di chiudere la finestra. in proposito. a conferma di ciò. cooperare con l’interlocutore. invece. ma altresì dall’intenzione di chi pone la domanda (sulla chiusura di quale finestra vuole costui che gli fornisca una risposta?). Si pensi. ecc. due diversi rapporti fra un enunciato prescrittivo e un enunciato assertivo. sotto il profilo della “direzione” della corrispondenza: un primo tipo di corrispondenza va dall’enunciato assertivo all’enunciato prescrittivo.). oltre che allo stato dei luoghi e al senso corrente delle parole. la cooperazione comporta solitamente di rispondere tenendo conto non solo dello stato dei luoghi (se nella stanza vi sia una o più finestre. “Mario sta chiudendo una finestra” – ma chiede al destinatario di fornirgliene una: “Mario ha chiuso una finestra?”. l’emittente non comunica al destinatario un’informazione – “Mario ha chiuso una finestra”. Ma ciò. dall’enunciato prescrittivo all’enunciato assertivo. di un enunciato assertivo come: “Mario sta chiudendo una finestra”. . ponendolo nella situazione di dover scegliere se. la tesi di Tarello. Che cosa vuol dire che un enunciato assertivo “corrisponde” a un enunciato precettivo? Si possono ipotizzare. l’emittente chiede al destinatario di tenere un certo comportamento nei suoi confronti: a pena. Nel caso del destinatario della domanda “Mario ha chiuso una finestra?”. se tali finestre siano tutte chiuse. In entrambi i casi. sembra piuttosto confermare. come mette in luce Moreso.263 Mediante un enunciato interrogativo come quello esemplificato da Moreso. o alcune chiuse ed altre aperte. Il destinatario non deve fare nulla. l’emittente dell’asserzione non sta chiedendo al destinatario alcuna forma di cooperazione. ma altresì dall’intenzione dell’emittente stesso (e dal significato da esso specificamente attribuito alle parole usate nella domanda). nella migliore delle ipotesi. In particolare. in questo caso non v’è alcuna transazione: e il ricorso all’intenzione dell’emittente. al destinatario. al destinatario della comunicazione si chiede di fare qualcosa. appare tutt’al più eventuale. La situazione del destinatario di tale domanda presenta pertanto forti analogie con quella del destinatario di un precetto (tralasciando la questione della riducibilità degli interrogativi a precetti o ad asserzioni). la verità o la falsità di tale asserzione. non sistematico. Terza contro-obiezione. infatti. come.

oppure significa “Mario. qualora il precetto sia stato (eternamente) adempiuto. alle ore 17. cita il seguente passo di Jörgensen (Moreso 1997a. 26): «El significado de las oraciones prescriptivas o imperativas está determinado por las condiciones de verdad de determinadas oraciones que describen un mundo en donde los imperativos siempre son cumplidos. i due enunciati hanno per ipotesi lo stesso frastico. nella situazione ipotizzata. p. chiudi una qualunque finestra! – è possibile individuare le condizioni di efficacia del precetto – ad esempio. per cui l’interprete non sa che dalla identificazione delle condizioni di verità di (1) dipende l’identificazione delle condizioni di efficacia di (2). in altre parole. es significativa». l’interpretazione della parte frastica dell’enunciato prescrittivo (2) “Mario. l’asserzione è (eternamente) vera. in base a ciò. appare condizionata da tale risultato. chiudi la finestra e l’oblò che fanno corrente!”. una variabile dipendente dell’identificazione del frastico dell’enunciato prescrittivo. Se. stabilendo quali ne siano le condizioni di efficacia. p. (1’. Credo che Moreso avesse in mente il primo tipo di corrispondenza: un’asserzione è “corrispondente” a un precetto se le condizioni di verità dell’asserzione coincidono con le condizioni di efficacia del precetto.54 del giorno 12 febbraio 1998.54 del giorno 12 febbraio 1998. a un certo . Quale? In proposito. in via del Sicomoro 37. que puede derivarse de ella y que describe su contenido [corsivo redazionale]. Scrive infatti Moreso (1997a. Enunciati prescrittivi “corrispondenti” a enunciati assertivi. pp. a meno di configurarla come un’operazione sotto un “velo d’ignoranza”. e poche pagine dopo. chiudi una finestra!” è una variabile dipendente della previa interpretazione della parte frastica dell’enunciato assertivo (1) “Mario ha chiuso una finestra”. chiudere una certa finestra e un certo oblò dello studio di Arrigo Verdi. tuttavia. In questo caso. sembra di poter ragionevolmente sostenere che l’identificazione del frastico dell’enunciato assertivo sia. solo dopo aver stabilito che “Mario. In questo caso. in via del Sicomoro 37. non pare irragionevole sostenere che anche in questa prospettiva.264 Enunciati assertivi “corrispondenti” a enunciati prescrittivi. i due enunciati assertivi eterni la cui verità dipende dall’osservanza del precetto (come previamente precisato): (1’. chiudi una finestra!” significa “Mario. e diviene altresì possibile formulare. alle ore 17. un mundo deonticamente perfecto». In altre parole: l’interpretazione dell’enunciato assertivo (1’) presuppone che si sia previamente interpretato (2’). nell’interpretazione di un enunciato assertivo correlato. Ross 1941. Dimodoché. Ciò significa che le condizioni di efficacia di (2) coincidono con le condizioni di verità di (1).2) Mario Rossi (di Filippo) chiude una qualunque finestra dello studio di Arrigo Verdi. 29. nel modo indicato. e cfr.1) Mario Rossi (di Filippo) chiude la finestra e l’oblò che fanno corrente nello studio di Arrigo Verdi. 77-78): «Una oración imperativa tiene significado si y sólo si la oración indicativa correspondiente. oppure chiudere una qualunque finestra dello studio di Arrigo Verdi. Solo dopo aver stabilito ciò – ad esempio. L’interpretazione di (1).

alcuni passi di Tarello (1968a. la tesi permane oscura. come sopra formulata. appare opportuno distinguere dalla tesi della “semantica del neustico”. 787. 788).265 enunciato prescrittivo. Al contrario. giocaranno gli stessi fattori che giocherebbero se si dovesse interpretare per primo l’enunciato prescrittivo. I servizi della dottrina Alla luce delle considerazioni precedenti. giocherebbero invece un ruolo perturbativo nell’interpretazione delle disposizioni? Soccorrono. quali mai potrebbero essere. Se un enunciato assertivo è indeterminato. Se le precedenti considerazioni sono corrette. Invero.1) Il neustico degli enunciati prescrittivi giuridici (o “disposizioni”) influisce sull’interpretazione dei termini designanti il frastico di tali enunciati. lo scetticismo globale agitato da Moreso. apparentemente. Ma in tale caso l’attribuzione di significato all’enunciato assertivo (1) è una variabile dipendente della (previa) attribuzione di significato all’enunciato prescrittivo (2). dal suo punto di vista. a onor del vero. Quarta contro-obiezione. 2. che. Tarello non avrebbe alcuna difficoltà a perseverare nella tesi della (contigente) indeterminatezza degli enunciati precettivi e degli enunciati assertivi (anche se di questi ultimi. paradossalmente. In che modo il neustico “influirebbe” sull’interpretazione della parte frastica delle disposizioni? In che senso le disposizioni sarebbero “peculiarmente” indeterminate? Quali fattori. in particolare. la seguente tesi sulla semantica e l’indeterminatezza degli enunciati prescrittivi giuridici: (G4. le conseguenze di ciò? Non. Né offre alcun argomento per negare che il neustico precettivo possa influire sul frastico nei modi indicati da Tarello. indipendentemente dal loro neustico. in proposito. anche sull’interpretazione della parte frastica degli enunciati assertivi “corrispondenti” a enunciati prescrittivi. l’esempio mette in luce: che il neustico prescrittivo influisce. Nonostante la precisazione. Dei quali si potrà solitamente indagare la verità o falsità. non è indeterminata ciascuna delle diverse proposizioni assertive che ne costituiscono possibili e/o ragionevoli significati. il frastico di (1) coincide con il frastico di (2) sicuramente in un caso: quando (1) esprime l’asserzione le cui condizioni di verità coincidono con le condizioni di efficacia (previamente e indipendentemente identificate) del precetto. pp. il “test di eternizzazione” non offre apparentemente alcun sostegno alla tesi secondo cui (1) e (2) avrebbero lo stesso frastico. assenti nell’interpretazione degli enunciati assertivi (e degli enunciati precettivi formulati in contesti ordinari). non si interessa).2. Alla quarta obiezione di Moreso (OM4) si potrebbe replicare quanto segue. rendendoli peculiarmente indeterminati. a mio avviso estremamente illuminanti: .

e in che modo. Le regole sintattiche consistono in prescrizioni relative alla costruzione sintattica degli enunciati e delle espressioni in lingua in genere.1. e di conseguenza la loro determinatezza o indeterminatezza nella prospettiva degli interpreti. dipendono. astratti. (3) regole metodologiche. (e) se e quali regole sintattiche considerare rilevanti. (2) regole sintattiche. e in che modo. ha sulla interpretazione della parte descrittiva dell’enunciato una particolare influenza. Infatti la presenza del neustico precettivo. ad esempio: (a) quali atteggiamenti tenere rispetto ai discorsi oggetto d’interpretazione. vale ad escludere una interpretazione della parte descrittiva che non tenga conto della intermediazione del servizio della dottrina giuridica [corsivo redazionale] […]. come sono per lo meno una parte importantissima dei precetti giuridici. “interesse” secondo l’uso del linguaggio ordinario. Di fronte […] ad un enunciato […] secondo cui “per proporre una domanda o per contraddire alla stessa occorre [è necessario. è ragionevole. e in che modo. una volta assunto che si tratta di un enunciato esprimente un precetto che fa parte dell’ordinamento giuridico italiano […] a nessuno verrebbe in mente di interpretare “domanda”. (c) se e quali usi grammaticali considerare rilevanti. ndr] avervi interesse”. se si preferisce. “contraddire”. la riconducibilità cioè dell’enunciato ad un sistema di precetti giuridici. e senza tener conto del servizio della cosiddetta dottrina giuridica (magari per criticare questo servizio e per dire che l’enunciato non ha senso: ma ecco che così facendo si farebbe di nuovo della dottrina giuridica) […] la presenza di un neustico precettivo. e in che modo. introdurrò la nozione di “regole interpretative”. variamente articolato. cioè la riconducibilità dell’enunciato al sistema dei precetti costituenti l’ordinamento giuridico italiano. si può. o è irragionevole. . attribuire significato ai vocaboli che compongono gli enunciati. (d) se e quali regole semantiche considerare rilevanti. di regole che chiamerò “regole interpretative”. I passi permettono di precisare ulteriormente la posizione di Tarello – e il contenuto della tesi G4. la presenza di un neustico precettivo non è senza influenza sul significato della parte descrittiva dell’enunciato che esprime il precetto (o. oltre che da usi linguistici e grammaticali.266 «Anche nel caso di precetti impersonali. Nell’àmbito delle regole interpretative latamente intese. è possibile distinguere quantomeno fra: (1) regole semantiche. generali. Le regole semantiche consistono in definizioni stipulative del significato di vocaboli o locuzioni. Al fine di renderla maggiormente perspicua. della parte dell’enunciato precettivo che esprime il frastico). Tali regole determinano in quali modi si deve. L’interpretazione degli enunciati in una lingua naturale. (b) se e quali usi linguistici considerare rilevanti. costituita dall’assoggettamento di tale interpretazione ad una serie di altri precetti (più deboli: precetti del tipo “consigli” o “proposte” e non del tipo “norme giuridiche”) costituiti appunto dalle proposte della dottrina giuridica [corsivo redazionale]». da un complesso. nonché agli enunciati complessivamente considerati. Le regole metodologiche prescrivono.

allora divengono ragionevolmente applicabili regole interpretative che sarebbe (sentito come) irragionevole applicare all’interpretazione di enunciati assertivi (o precettivi) ordinari.267 (f) quali fattori extralinguistici considerare rilevanti. è disciplinata da un complesso di regole interpretative – semantiche. L’interpretazione delle disposizioni. con le opportune precisazioni. L’interpretazione di questi ultimi dipende da un insieme alquanto limitato di regole interpretative. un effetto moltiplicatore delle pertinenti regole interpretative. sostenendo la tesi della semantica del neustico con riguardo agli enunciati prescrittivi giuridici (G4. ha.). poiché. quantomeno nell’esperienza giuridica italiana (ma la conclusione credo possa valere.1). per uno stesso enunciato. nella cultura e nell’organizzazione giuridica italiana (degli anni ’50 e ’60: ma la situazione mi sembra sia rimasta immutata). Tarello 1980). Fuor di metafora: se si è stabilito che un enunciato non è un enunciato assertivo (o precettivo) ordinario. Occorre peraltro distinguere due elementi nella ricostruzione precedente: un dato strutturale e un dato contingente. peculiarmente indeterminati. per attribuire a quasi tutte le disposizioni una pluralità di significati alternativi. in conclusione. Il neustico prescrittivo “influisce” pertanto sull’interpretazione delle disposizioni. a causa delle peculiari caratteristiche delle regole interpretative utilizzabili nell’attribuire loro un significato. una pluralità di interpretazioni-prodotto alternative. e sono spesso usate. per contro. che possono essere usate. è un insieme di regole in buona parte concorrenti e confliggenti. per così dire. interessi dell’emittente. e dai giuristi (“regole interpretative dottrinali”) – queste ultime soltanto espressamente menzionate in Tarello (1968a). o irrilevanti. per buona parte delle esperienze giuridiche occidentali). ecc. è un’insieme di regole diverso e più ampio dell’insieme di regole che presiedono all’interpretazione degli enunciati assertivi ordinari (ovverossia. che fosse questo. interessi del destinatario. composto essenzialmente di regole metodologiche “ordinarie” (come metterò in luce tra breve). Di che caratteristiche si tratta? In primo luogo. la tesi G4. Nella prospettiva delle “regole interpretative”. ma un enunciato prescrittivo del discorso delle fonti. e non altro. dai giudici (“regole interpretative giudiziali”). in questo modo. e metodologiche – formulate dai legislatori (“regole interpretative legislative”). natura delle cose. sintattiche. In secondo luogo. per la particolare preminenza rispetto a quelle legislative e giudiziali (ma cfr. Ritengo. degli enunciati esprimenti asserzioni nel contesto del comune conversare).1 può essere intesa nel seguente modo: Di fatto. le quali regole permettono solitamente di accreditare. le disposizioni presentano tipicamente un margine di indeterminatezza maggiore rispetto a quello degli enunciati assertivi (e precettivi) ordinari. nell’interpretare vocaboli ed enunciati (volontà dell’emittente. ciò che a Tarello premeva mettere in luce. rendendoli. .

(iv) giochi a nomopoiesi separata e giochi a nomopoiesi contestuale. un gioco interpretativo nel quale gli interpreti possono (ragionevolmente) utilizzare due o più insiemi di regole interpretative metodologiche. invece. legislative. e senza pretese di esclusività o di esaustività. “irragionevoli”. ecc. “bizzarre”.1 appare particolarmente feconda. nell’attribuire significato a enunciati. (v) giochi senza reinterpretazione e giochi reinterpretativi.)”. § 2. “nulle”. In altre parole. funzionano tipicamente da generatori di indeterminatezza. nell’attribuire significato alle disposizioni. rudimentale. l’uso di regole diverse da quelle (ritenute) appartenenti all’insieme è precluso e dà luogo a interpretazioni. a tale fine. . “inaccettabili”. (ii) giochi con finalità cognitive e giochi con finalità pratiche. (iii) giochi a nomopoiesi riservata e giochi a nomopoiesi diffusa. Nelle pagine seguenti. I due dati. tali da volgerli in generatori di maggiore determinatezza. di che si tratta. com’è ovvio. ecc. 2. regolamentari. ai fini di una teoria realistica dell’interpretazione delle disposizioni giuridiche. un gioco interpretativo diverso dai giochi di “interpretazione delle disposizioni (costituzionali. cercherò di esporre le principali differenze fra i due tipi di giochi (oltre a quelle prima accennate: retro. Giochi interpretativi La discussione della tesi G4.).268 Il dato strutturale è rappresentato dall’utilizzabilità.. Giochi semplici e giochi complessi Per “gioco semplice” intendo un gioco interpretativo nel quale gli interpreti. possono (ragionevolmente) usare un solo insieme di regole interpretative metodologiche. per le particolari vicende della cultura e delle istituzioni giuridiche occidentali. 2. Vediamo. Giochi interpretativi: una tipologia provvisoria Può essere utile distinguere quantomeno fra i seguenti tipi di gioco interpretativo: (i) giochi semplici e giochi complessi. Ben potrebbe darsi un’esperienza giuridica nella quale al dato strutturale si accompagnino modi di utilizzare i tre insiemi di regole interpretative. Per “gioco complesso” intendo. servendomi. Il dato contingente è rappresentato dal fatto che quei tre insiemi.2. di una tipologia dei giochi interpretativi affatto provvisoria. di non meno di tre insiemi di regole interpretative (nei quali possono essere variamente richiamate le regole interpretative ordinarie).1. per come possono essere utilizzati qui ed ora. l’interpretazione di enunciati assertivi ordinari è. “invalide”.3. per così dire. non sono necessariamente connessi. per la seguente ragione: essa mette in luce che. a seconda dei casi. schematicamente.3.

attribuita a qualunque interprete-giocatore. a trovare un terreno d’accordo con gli avversari politici. Giochi a nomopoiesi riservata e giochi a nomopoiesi diffusa Nei “giochi a nomopoiesi riservata” la produzione delle regole interpretative (semantiche. può denominarsi “gioco conversazionale (con finalità di scambio di informazioni)” o “conversazione in funzione informativa”. la produzione delle regole interpretative è. i giocatori-interpreti cui è at- . a liberare le bestie feroci dagli zoo. a seminare discordia fra consanguinei. il gioco interpretativo è parte di un più ampio gioco comunicativo che. i quali istituiranno delle gerarchie mobili. I primi contengono delle meta-regole metodologiche che istituiscono un ordine preferenziale tendenzialmente fisso fra i diversi insiemi di regole metodologiche utilizzabili. dai discorsi ad essi indirizzati o da essi comunque fruibili. a promuovere la causa dell’umanità. ecc. Giochi a nomopoiesi separata e giochi a nomopoiesi contestuale Nei “giochi a nomopoiesi separata” i giocatori-interpreti cui è attribuita la competenza a produrre regole interpretative – a titolo riservato o non riservato – possono produrre regole soltanto quando non interpretano. dai discorsi ad essi indirizzati o da essi comunque fruiti. Nei “giochi a nomopoiesi contestuale”. a vincere una causa. l’assolvimento di eventuali oneri di argomentazione e giustificazione). improbabili. a seconda dei casi: a individui diversi dagli interpreti-giocatori. il maggior numero possibile di informazioni – vere o false. o i significati.. invece. verificabili o falsificabili. a offrire tutela a un certo interesse materiale. diversi dall’interesse ad acquisire (ed eventualmente a trasmettere) conoscenze: ad esempio. ad hoc. o “non riservata”. I secondi non contengono alcuna regola siffatta: dimodoché l’ordine preferenziale è affidato ai giocatori-interpreti. Nei “giochi con finalità pratiche”. ecc. Nel quale caso. invece. sulla falsariga di Grice. a una sottoclasse di interpreti-giocatori (contenente. invece. – relativamente all’oggetto delle loro indagini. ecc. Può accadere che l’interprete giochi altresì il ruolo di emittente di messaggi con un qualche (presumibile) contenuto informativo. a privare di tutela un certo interesse materiale. probabili. che meglio favoriscano certi loro interessi. o anarchici”. sintattiche. può essere utile distinguere ulteriormente fra giochi “stabilmente ordinati” e giochi “ordinati ad hoc. l’obiettivo primario degli interpreti consiste nel ricavare. e/o metodologiche) di cui gli interpreti possono servirsi è riservata. un solo individuo). a favorire l’avanzamento sociale di un ambizioso conoscente. Giochi con finalità cognitive e giochi con finalità pratiche Nei “giochi con finalità cognitive” l’obiettivo primario degli interpreti consiste nel ricavare. a ristabilire la concordia condominiale. l’interesse a mettere in difficoltà l’interlocutore. al limite. beninteso. necessarie. il significato. Nei “giochi a nomopoiesi diffusa”. in linea di principio. secondo gli interessi di volta in volta perseguiti (salvo.269 All’interno dei giochi complessi.

sulla quale si basano eventuali reazioni non interpretative degli interpreti. infine. La reinterpretazione prodotto rappresenta. esprimibile se del caso mediante un enunciato del tipo: “A prima vista. quali. di una prima decodificazione di un messaggio. Per “attività di prima interpretazione” intenderò l’attività che consiste nell’individuare la struttura enunciativa di un messaggio linguistico e nell’attribuire a esso un primo. a sua volta variamente articolata e complessa. ad esempio: fornire l’informazione o il parere richiesti. In questi giochi. ecc. una fase. Per “prima interpretazione prodotto” intenderò il risultato dell’attività di prima interpretazione. idealmente scindibile in un frastico e in un neustico. eseguire una certa operazione materiale. Giochi senza reinterpretazione e giochi reinterpretativi Le attività interpretative dei destinatari e/o dei fruitori di discorsi possono. È pertanto possibile distinguere. e tal punto interiorizzate dagli . non tutti i giochi interpretativi presentano una struttura bifasica del tipo appena accennato. più o meno provvisorio. replicare alle accuse dell’emittente. o ancora “L’enunciato ‘E’ significa S”. Nella realtà. in una parte referenziale e in una parte funzionale o illocutoria. oppure “A prima vista. in altre parole. fra due tipi di giochi. ellitticamente. Un gioco senza reinterpretazione può essere retto da regole interpretative metodologiche così rigorose. o infine. il prodotto della prima interpretazione costituisce la reazione interpretativa conclusiva. sotto questo profilo. ove Z può anche essere diverso da S. “S”. un enunciato interpretativo della forma “A ben vedere. inclusiva della prima interpretazione attività e del suo risultato. imbarcarsi senza indugio sul primo volo per *** e fare perdere le proprie tracce. ‘E’ significa Z”. negare l’attribuzione di un (mis)fatto. “Reazione interpretativa conclusiva” in quanto è su di essa che si fondano eventuali reazioni non interpretative dell’interprete. la reazione interpretativa conclusiva del destinatario e/o fruitore di un discorso in un certo contesto. ‘E’ potrebbe significare S”. inclusiva dell’attività di reinterpretazione e del suo risultato. eseguire una certa operazione intellettuale. essere analizzate e tipizzate anche alla luce di un modello di procedimento ermeneutico articolato in due fasi: una fase di “prima interpretazione”. (i) Nei “giochi senza reinterpretazione” l’attività interpretativa dei destinatari e/o dei fruitori di un discorso consiste unicamente nella fase di prima interpretazione. Si tratta. di “reinterpretazione”. ‘E’ significa S”. significato – intendendo per “significato” un quid e un quantum di comunicazione.270 tribuita la capacità di produrre regole interpretative – a titolo riservato o non riservato – possono produrre regole anche contestualmente allo svolgimento di attività interpretative e alla formulazione di discorsi interpretativi. che costituisce la “reinterpretazione prodotto”: ad esempio. anche diverso dal significato attribuito in sede di prima interpretazione. Per “attività di reinterpretazione” intenderò l’attività che consiste nell’attribuire a un discorso previamente decodificato quel particolare significato. dato ‘E’. nei giochi interpretativi bifasici.

3. un insieme di regole?). come l’automatismo dipenda.271 interpreti. Il dialogo – che esemplifica una qualunque “transazione linguistica” ordinaria – dà luogo a un gioco interpretativo con le seguenti caratteristiche: (i) è un gioco con finalità cognitive. P1: “A che ora parte il treno per Batavia?” P2: “Alle 12. dall’interiorizzazione delle regole metodologiche del gioco (invero. e nei limiti delle regole dei singoli giochi. Due giochi interpretativi Alla luce delle delle distinzioni appena tracciate.01” P1: “Da quale binario?” P2: “Binario 6” P1: “Vi sono carrozze di terza classe?” P2: “In coda”. a seconda degli scopi perseguiti. Grice (1975). modificare. (2) l’interpretazione giudiziale di enunciati legislativi. 2. tuttavia. il risultato di un processo interpretativo “automatico”. (iii) è un gioco a nomopoiesi separata e probabilmente riservata a non giocatori. Di che regole si tratta? Per rispondere. 1. che ha appena riposto in valigia l’orario dei treni. e la reazione interpretativa conclusiva coincide con il risultato della reinterpretazione. gli interpreti-giocatori possono confermare. ancorché in modo sommario. la “padronanza di una tecnica”? E una “tecnica” non è. fra due passeggeri può essere configurata come una “transazione cooperativa” . In sede di reinterpretazione. una conversazione. o mutare del tutto il risultato della prima interpretazione. l’uso di un linguaggio non richiede forse. a questa domanda può essere utile prendere spunto da un saggio di Paul H. assimilabile a un riflesso condizionato. come è stato autorevolmente affermato. (iv) è un gioco senza reinterpretazione: la reazione interpretativa conclusiva è. esaminerò e comparerò brevemente due attività interpretative: (1) l’interpretazione (con finalità cognitive) di enunciati proferiti nel corso di una conversazione occasionale a scopo informativo. apparentemente. forse. Nella prospettiva di Grice.2. Accennavo. che l’interpretazione diviene assimilabile a un’attività automatica: a una sorta di riflesso condizionato. (ii) è un gioco semplice. in particolare. Interpretazione di enunciati proferiti nell’àmbito di una conversazione occasionale a scopo informativo Un passeggero (P1) a un altro passeggero (P2). molto probabilmente. come quella appena esemplificata. (ii) Nei “giochi reinterpretativi” l’attività interpretativa si articola invece in nelle due fasi della prima interpretazione e della reinterpretazione.

– presenta. ciascun partecipante è altresì soggetto alle seguenti massime specifiche. Le massime di Grice. l’interpretazione? In primo luogo. (c) Principio di pertinenza (ed economicità): “Non divagare”. o la trasmissione unilaterale. In secondo luogo. il gioco “interpretazione giudiziale delle leggi” – ovverossia. univoci. violare. “Evita le espressioni ambigue”. far invalidare. concisi. “Sii conciso”. il principio (interpretativo) di cooperazione. apparentemente. si appresta a rispondere. e solo le informazioni richieste”. Quali massime si può ragionevolmente supporre che regolino. In secondo luogo. così formulabili: (a’) Principio interpretativo di puntualità: “Sii interprete attento” (“Non trascurare nessuna parte dei discorsi che ti sono indirizzati”). (d’) Principio interpretativo di chiarezza: “Sii interprete perspicuo” (“Traduci. salvo che la manifesta intenzione dell’emittente indichi un significato diverso”). fare osservare. “Sii ordinato nell’esposizione”. (c’) Principio interpretativo di pertinenza: “Sii interprete pertinente” (“Interpreta i discorsi dell’emittente secondo il significato usuale delle parole.272 retta dalle seguenti massime (che esporrò in modo estremamente semplificato). se necessario. il “principio di cooperazione”. e ordinati”). di informazioni il più possibile efficiente. eludere. E in particolare: “Evita le espressioni oscure”. In primo luogo. così formulabili: (a) Principio di puntualità: “Cerca di fornire tutte le informazioni richieste. ecc. secondo cui ciascun conversatore deve intendere i discorsi degli altri conversatori in modi conformi a quanto richiesto dallo scopo o dall’orientamento accettato dello scambio linguistico di cui è parte. sono formulate nella prospettiva del conversatore che. secondo cui il contributo di ciascun partecipante alla conversazione dev’essere conforme a quanto richiesto dallo scopo o dall’orientamento accettato dello scambio linguistico di cui è parte. assumendo che lo scopo sia lo scambio. frodare. 2. (d) Principio di chiarezza: “Sii perspicuo”. le seguenti caratteristiche: . l’altrui discorso in enunciati chiari. come si sarà notato. avendo già interpretato un discorso a lui indirizzato. quel gioco quotidianamente giocato dai giudici ovunque vi siano leggi da applicare. (b) Principio di sincerità: “Non dire ciò che credi essere falso. alcune massime specifiche. Interpretazione giudiziale di enunciati legislativi Nella prospettiva della distinzioni prima tracciate. far riformare. o per cui non hai prove adeguate”. (b’) Principio di fedeltà: “Sii interprete fedele” (“Non attribuire significati che credi non conformi all’intenzione dell’emittente e allo scopo condiviso e/o accettato della transazione linguistica”). invece.

pare difficile negare che il gioco “interpretazione delle leggi” sia un gioco a scopi pratici (fra cui. In primo luogo. quantomeno con riguardo a parti rilevanti dell’attività di questi ultimi. nomopoiesi contestuale. i giuristi. dalle fonti del diritto positivo. giudiziali. dottrinali. . modificare. sulla falsariga del modello di Grice. nel quale ciascun interprete tende a conservare. ma dettate. Di che regole si tratta? Vediamone brevemente alcune. sintattiche. dottrinali.273 (i) è un gioco complesso: gli interpreti possono usare più e diversi insiemi di regole interpretative (legislative. è tipicamente contestuale. o sostituire del tutto il risultato della fase di prima interpretazione. nel quale i rapporti gerarchici fra le diverse regole interpretative metodologiche. semantiche. Si tratta di un gioco a scopo informativo oppure di un gioco a scopo pratico? Nel caso degli avvocati e dei giuristi. (iv) è un gioco nel quale la nomopoiesi. e i legislatori. metodologiche). apparentemente. sarebbe comunque un gioco assai diverso da quest’ultimo: sia sotto i profili appena accennati (complessità. anarchia tendenziale. sia come è suggerito dalle sue (presumibili) meta-regole metodologiche. anche se provenienti da una stessa fonte. Che dire nel caso dei giudici? Mi limiterò. da cui potresti desumere elementi per l’identificazione dell’interpretazione corretta della pertinente disposizione”). non sono. Di quale obiettivo si tratta? L’obiettivo ufficiale del gioco sembra essere questo: ricavare dal discorso delle fonti la regola adeguata alla decisione del caso sottoposto alla cognizione giudiziale. lo scopo pratico del trionfo della giustizia). al pari del gioco “conversazione ordinaria” prima esaminato. è possibile articolare alcune massime specifiche. a seconda del particolare obiettivo di volta in volta perseguito. la regola fondamentale (quantomeno con riguardo al gioco “interpretazione giudiziale delle leggi italiane”) è il principio della “prudente libertà dell’interprete”. in proposito. ovviamente. e giudiziali. fissati una volta per tutte. struttura bifasica). (ii) è un gioco tendenzialmente anarchico. così formulabile: “La massima libertà interpretativa compatibile con l’esigenza di presentare le decisioni come non arbitrarie. (iii) è un gioco a nomopoiesi tendenzialmente riservata ad alcune classi di giocatori: i giudici. del seguente tenore: (a”) Principio interpretativo di puntualità: “Sii interprete attento” (“Non trascurare nessuna parte dei discorsi legislativi. anche ove si trattasse di un gioco a scopi informativi (“scoprire l’interpretazione giusta della rilevante disposizione”). o quantomeno desunte. in ossequio al fondamentale precetto Iudex iudicare debet secundum jus”. a osservare che. In secondo luogo. da parte dei giudici. (v) è un gioco tipicamente articolato in una fase di prima interpretazione e in una fase di reinterpretazione.

In questa prospettiva. il discorso legislativo in enunciati chiari. conclusioni (1) La Vigilia offre dell’interpretazione giuridica un resoconto che sembra peccare di semplicismo: ignora le peculiarità dei giochi interpretativi giuridici (se non sotto il profilo della presenza di vocaboli tecnico-giuridici) e. secondo quanto richiesto dall’esigenza di pervenire a una decisione corretta”). (c”) Principio interpretativo di pertinenza: “Sii interprete pertinente” (“Interpreta gli enunciati legislativi secondo i metodi interpretativi che riterrai più corretti e adeguati allo scopo dell’identificazione della soluzione corretta”). se ad alcuni scettici può imputarsi la “fissazione” sulle attività interpretative e applicative dei giudici. ecc. vi) ai supremi valori della costituzione formale. Forse. e tendenzialmente anarchico. che è un gioco di reinterpretazione. sii interprete fedele: i) alla lettera della legge. ii) all’intenzione del legislatore storico al momento della promulgazione della legge da interpretare. e ordinati. 3. (2) La Veglia sembra confondere. v) alla volontà oggettiva della legge da interpretare. ix) ai dettami della recta ratio. la “creazione” del significato di una disposizione con la “scelta” del significato da attribuire a una dispo- . univoci. (d”) Principio interpretativo di chiarezza: “Sii interprete perspicuo” (“Traduci. per quanto possibile. sottesa al diritto positivo. viii) ai supremi precetti desumibili dallo spirito del popolo.”. concisi. Miers 1976). ai fautori della Vigilia può specularmente imputarsi la “fissazione” sulle attività interpretative dei comuni cittadini e sul quotidiano fuzionamento delle lingue naturali. vii) ai supremi valori della costituzione materiale. e/o di una qualche combinazione delle due cose. e sovrapporre. iv) alla volontà oggettiva della legge da interpretare. con riguardo a specifiche esperienze. del gioco “interpretazione giudiziale degli enunciati legislativi”.. ecc. al momento della sua promulgazione. iii) all’intenzione del legislatore storico attualizzata con riferimento al contesto di applicazione della legge da interpretare. complesso. seguendo un risalente suggerimento (Twining. sia pure provvisorie.274 (b”) Principio di fedeltà: “A seconda delle tue preferenze stabili. ovvero delle esigenze argomentative del momento. attualizzata con riferimento al contesto di applicazione. la teoria dell’interpretazione giuridica trarrebbe vantaggio dall’abbandono degli stereotipi correnti e dalla elaborazione di modelli descrittivi ed esplicativi dei diversi giochi interpretativi giuridici. in particolare. I limiti della Vigilia e la vigile insonnia dello scetticismo È giunto il momento di formulare alcune.

senza concedere alcunché a “delusioni assolutiste” e all’insegna di quella “mentalità moderna” che. insomma. Guastini.). Guastini. Torino. dei loro limiti. un atteggiamento di vigile insonnia: una prospettiva volta a mettere costantemente in luce le scelte e le responsabilità di ciascuno degli operatori della normazione giuridica (legislatori. può servire ad accreditare dottrine del carattere parzialmente tecnico dell’applicazione giudiziale del diritto. dattiloscritto inedito. le quali oscurano l’inevitabile compromissione assiologica e metodologica – o. invece. Riccardo (1991-1992): Legal Interpretation. una scelta.275 sizione in vista della sua utilizzazione a fini eristici e/o decisori. II ed. della loro argomentazione. 199-219. Paul H. Anche il conformismo interpretatativo. Tarello (1994). tuttavia. Riccardo (1985b): Produzione di norme a mezzo di norme. in Castignone. Comanducci. Comanducci. Milano. E che tali scelte indaga sotto il profilo della loro formazione. ecc. oltre a essere distinte. dove non vi sia stata creazione. stenta tuttora ad affermarsi. in “Annali della Facoltà di Giurisprudenza di Genova”. 7-31. non vi sia stata neppure scelta. in senso lato. pp. suggerisce che vi sia scelta soltanto laddove vi è creazione. in “Informatica e diritto”. Gli atti linguistici. Logica e conversazione. Guastini. della loro convenienza. Riferimenti bibliografici Chiassoni. dimodoché si ha – si può avere – scelta di un significato anche laddove non vi sia stata creazione di quel significato. Riccardo (1992): Dalle fonti alle norme. dei loro esiti interni. Questa confusione è stata probabilmente ingenerata dalla diffusa abitudine a dare conto delle teorie (e/o dottrine) dell’interpretazione (giudiziale) ricorrendo alla dicotomia “scoperta / creazione” (o simili). Torino. Riccardo (1994a): Introduzione all’analisi del linguaggio normativo. Riccardo (1993): Le fonti del diritto e l’interpretazione. infatti. dei loro presupposti ideologici. giuristi). Grice. pp. che si manifesta in definizioni stipulative adesive è. R. dei loro presupposti fattuali. dei loro esiti esterni.). non sono nemmeno necessariamente connesse. del loro occultamento. 127-143. Feltrinelli. 11. Giappichelli. 1978. però. 1997. e che. pp.. (3) La Veglia. Marina (ed. Le due operazioni. Guastini. Guastini (eds. sovrapponendo i due concetti. Aspetti e problemi di filosofia del linguaggio. tr. Giappichelli. pp. della loro formulazione. La Veglia. pp. Pierluigi (1998): L’ineluttabile scetticismo della “scuola genovese”. it. Paolo (1997): Principi giuridici e indeterminazione del diritto. in Sbisà. Guastini. Giuffrè. pertanto. 55-68. Milano. giuspolitica – insita nel giudicare. (4) Lo scetticismo genovese (per quel poco che è dato scorgerne da quanto sopra) favorisce. Analisi e diritto 1997. giudici. in P. 31-53. per il cospirare di molteplici fattori d’ordine culturale e materiale. (1975): Logic and Conversation. Guastini. 24. . Ricerche di giurisprudenza analitica.

Il Mulino. in Tarello (1974). usi. Guastini. (1952): The Language of Morals. Bruxelles. pp. pp. Moreso. Centro de Estudios Políticos y Constitucionales.276 Guastini. Bologna. Riccardo (1998): Teoria e dogmatica delle fonti. Giuffrè. anche in Scritti in memoria di Widar Cesarini Sforza. Weidenfeld and Nicolson. Studi di teoria e metateoria del diritto. 73-96. it. relazione a un seminario di teoria del diritto presso il Dipartimento di Cultura Giuridica “Giovanni Tarello” (Genova. . 1991. Miers. Tarello. Giovanni (1980): L’interpretazione della legge. in Id. Clarendon Press. enunciati. tr. Critica del diritto e analisi del linguaggio.. Tarello. interpretación y proposiciones normativas. in Castignone. Torino. pp. 89-101. Tarello. Il Mulino. Guastini. 15 dicembre 1997). 761-795 (con titolo senza sergenti) [il saggio è apparso originariamente nel 1965]. Apunte para un debate. José Juan (1997b): Significado. Amselek (ed. William. Richard M. Giovanni (1974a): Diritto. III ed. Giappichelli. Interprétation et Droit. Guastini. Twining. Moreso. Bruylant. Ross. pp. Osservazioni sulla «parte descrittiva» degli enunciati precettivi. Giovanni (1968): La semantica del neustico. pp. Oxford. in P. Febbrajo e R. Guastini. Guastini. Madrid. Giuffrè.. Studi di teoria e metateoria del diritto. a ura di A. Imperativi e logica.). A Primer of Interpretation. Bologna. Milano. Presses Universitaires D’Aix-Marseille. Tarello (1994). David (1976): How To Do Things With Rules. 239-266. Giuffrè. 1982. Riccardo (1995): Interprétation et description de normes. London. Alf (1941): Imperatives and Logic. Milano. Hare. 1968. Riccardo (1994b): Problemi d’analisi dei discorsi dei giuristi. Riccardo (1996): Distinguendo. Milano. José Juan (1997a): La indeterminación del derecho y la interpretación de la Constitución. 329-361.

Normativismo La versione hartiana del positivismo giuridico suppone – o è comunque compromessa con – una concezione normativista del diritto. o altro). gli atti linguistici del legislatore. a cura di P. non hanno). Conoscere il diritto è conoscere norme “dal punto di vista interno”. Conoscere il diritto non è conoscere fatti (come in ogni altra scienza naturale e sociale): ad esempio. 2. di cui condivido molte tesi (quasi tutte. un insieme di norme. in verità). per ‘normativismo’ intendo molto semplicemente una concezione del diritto radicalmente antirealista (beninteso: nel senso del realismo giuridico. dei giuristi. Pertanto. Ebbene. ovviamente. Guastini . sociale. Tuttavia. la conoscenza del diritto è cosa del tutto diversa da qualsivoglia altra conoscenza scientifica. vi sono tra noi due divergenze: la prima riguarda il problema della forma logica delle proposizioni normative. o dei giudici. non del realismo filosofico). ma un fenomeno “normativo”. conoscere il diritto è conoscere norme. vorrei avanzare la congettura che tali divergenze dipendano entrambe dall’adesione di JJM ad una particolare teoria del diritto: la versione hartiana del positivismo giuridico. (2) Per questa ragione. hanno un “aspetto interno” (che i fatti. Mi pare che questo modo di vedere si caratterizzi per le due tesi seguenti. Due forme di “cognitivismo giuridico” In che senso si può intendere la tesi secondo cui le norme sono entità nonAnalisi e diritto 1999. non fatti: le norme sono entità non-fattuali. (1) Il diritto è non già un fenomeno fattuale (linguistico. ‘Normativista’ in che senso? In questo contesto. Comanducci e R. la seconda riguarda la teoria dell’interpretazione.Riccardo Guastini Due esercizi di non-cognitivismo Il libro di José Juan Moreso è un lavoro eccellente. 1.

Ecco dunque che le proposizioni normative sono enunciati che vertono su doveri. etc. (b) Dall’altro lato. ma statuire doveri. poteri. Per conseguenza. Ebbene. poteri. bensì conoscere ciò che si deve (si può. e per conseguenza. poteri.) fare (secondo il diritto). ossia significati. (2) Secondo: conoscere doveri. conoscere il diritto implica: (i) Da un lato. facoltà. poteri. Il che non avrebbe alcun senso se tali formulazioni normative avessero un significato totalmente indeterminato o. occorre interpretare tali formulazioni. Ma. il significato delle formulazioni è sempre – o quasi sempre – discutibile: nel senso che sempre – o quasi sempre – si possono addurre argomenti in favore di interpretazioni diverse (diverse tra loro. implica che ogni formulazione normativa abbia un solo significato (anche se vago). per conoscere i propri doveri. etc. poteri. (1) Primo: conoscere il diritto è conoscere doveri. facoltà. facoltà. Il normativismo si risolve così in una duplice forma di “cognitivismo giuridico”. ovvero del mondo del Sollen (nel senso di Kelsen): entità normative. Ciò suppone che ciò che fanno i legislatori sia non dettare formulazioni normative. (ii) Dall’altro lato. Primo esercizio di non-cognitivismo: scetticismo interpretativo Ad una osservazione empirica non risulta che i legislatori stauiscano doveri. facoltà. ma di conoscenza (una funzione della conoscenza. Si tratta di cose molto diverse. Questo tipo di cognitivismo giuridico somiglia fortemente al cognitivismo etico. le norme sono entità del “mondo tre” (nel senso di Popper). quali doveri. etc. è conoscere il significato di formulazioni normative. poteri. Insomma: proprietà normative o deontiche della condotta. le norme non sono entità pragmatiche (atti linguistici). disgraziatamente. facoltà. etc. peggio.) fare. etc. Essi semplicemente compiono atti linguistici. Per “sapere” che cosa si debba (si possa non si debba. etc. i giudici. Questa è una forma di cognitivismo interpretativo: l’interpretazione è un’attività non di decisione. facoltà. le facoltà. i poteri. e comunque . poteri. ambiguo. e neppure sintattiche (enunciati. non si deve. i giuristi. facoltà occorre accertare il contenuto di significato delle formulazioni normative emanate dai legislatori. etc. proferendo formulazioni normative. (a) Da un lato. facoltà. sono entità suscettibili di conoscenza. pare a me che il normativismo non sia una buona teoria della conoscenza giuridica. etc. Dunque le formulazioni normative incorporano un significato (per quanto vago) univoco e oggettivo. etc. 3. suscettibile di conoscenza. Ciò per due distinte ragioni. non della volontà). conoscere non ciò che hanno detto i legislatori. Dunque i doveri.278 fattuali? Credo che questa tesi abbia un duplice senso. Ammettere la possibilità di conoscere doveri. formulazioni normative): sono entità semantiche. poteri.

I problemi interpretativi più gravi sono problemi di “ambiguità” (in senso ampio): non si tratta. i casi facili sono “marginali”. Ma. non di conoscenza. o non sono proposizioni affatto. rilevare in qual modo le formulazioni normative dei legislatori sono state – e prevedere in qual modo saranno – interpretate dai giuristi. di “trama aperta”. anche casi facili o testi chiari? Non so dire se davvero vi siano testi chiari o casi facili. Non si possono “conoscere” doveri: i doveri possono solo essere oggetto di accettazione. La conoscenza. poco interessanti per una teoria dell’interpretazione. non sono i problemi interpretativi più importanti. non può avere altro oggetto che fatti. di definire i confini del campo di applicazione di una norma. infatti. Non è un problema di vaghezza: a mia conoscenza. Secondo esercizio di non-cognitivismo: le proposizioni normative come asserti fattuali Non comprendo perché la conoscenza guridica non possa essere una conoscenza puramente fattuale. Non interessa sapere se gli enunciati in lingua naturale abbiano un nucleo di significato certo accanto ad una zona di penombra: interessa ricostruire concettualmente la pratica degli operatori giuridici. assiologiche) e di antinomie. Se si accetta questo punto di vista (è il punto di vista del non-cognitivismo etico). allora gli enunciati deontici – gli enunciati su doveri – o sono proposizioni fattuali (formulate in modo fuorviante). nel senso che sono rari e. comunque. E nulla più. piuttosto. 4. si tratta. o come una proposizione sopra una norma. è altra cosa da una teoria del significato degli enunciati in lingua naturale. Una teoria dell’interpretazione (giuridica). nondimeno. anche se vi sono.279 diverse da quella che appare come l’interpretazione “naturale” o “prima facie”). tecniche. prevedere quali decisioni assumeranno i giudici e i funzionari amministrativi. Piuttosto. . per la buona ragione che le discussioni dottrinali e i contrasti giurisprudenziali hanno ad oggetto precisamente i casi difficili e i testi oscuri. Ciò accade non solo (e non tanto) nei casi di ambiguità sintattica e semantica in senso stretto. di identificare la norma stessa. Conoscere il diritto vuol dire conoscere ciò che hanno detto i legislatori. nego che sia interessante fondare una teoria dell’interpretazione sui casi facili e sui testi chiari. E’ falso che i casi difficili siano “marginali” (nella zona di “penombra”. credo. come ogni altro tipo di conoscenza. Conoscere doveri mi pare una contraddizione in termini. E non vi è – si può dire – problema giuridico che non involga discussioni su lacune e (soprattutto) antinomie. al margine della zona di luce). cioè. Ciò accade soprattutto nei casi di lacune (normative. i problemi di vaghezza. Prendiamo ad esempio l’enunciato deontico (1) Gli assassini devono essere puniti Ammettiamo che questo enunciato possa essere interpretato in due modi distinti: o come una norma. Vi sono.

se Tizio è un assassino. L’enunciato (2) implica. (1) esprime una proposizione normativa. ma (metalinguisticamente) la norma che la prescrive. ad esempio. (b) Seconda possibilità: gli enunciati deontici vertono su doveri. allora Tizio deve essere punito. non vertono su doveri: vertono su fatti. perché i due enunciati hanno implicazioni diverse. In questo caso. ossia atteggiamenti di accettazione di norme (quando sono formulati da chiunque sia privo di competenze normative). vi sono due possibilità. In questo caso. Mentre l’enunciato (3) – non diversamente dal (4) – è privo di conseguenze normative. che. essi non esprimono alcuna conoscenza di doveri o di entità affini: esprimono solo conoscenze fattuali (altre conoscenze non si danno). qualificano deonticamente la condotta. . E ciò è quanto dire che (1) costituisce una formulazione ingannevole di qualcosa come: (3) Il legislatore ha emanato N1 ovvero (4) Il legislatore ha prescritto che gli assassini siano puniti Questi enunciati tuttavia.280 Se (1) esprime una norma (o reitera una norma). per contro. (1) menziona la norma N1 e dice qualcosa sopra questa norma. allora il suo significato è che (2) N1: “Gli assassini devono essere puniti” Se. Dall’avvenuto compimento di un atto linguistico (la emanazione di N1. credo. Detto in altre parole. Esprimono norme (quando sono formulati da un legislatore). non la punizione degli assassini. l’atto di prescrizione) non si può inferire alcun dovere. essi non esprimono alcuna conoscenza per la semplice ragione che non sono proposizioni. La differenza tra (2) e (3) – ma lo stesso potrebbe dirsi per (2) e (4) – e evidente. ma una norma. o esprimono atteggiamenti normativi. Interpretato come proposizione normativa. (a) Prima possibilità: gli enunciati deontici sono un modo ingannevole o maldestro di esprimere proposizioni fattuali. allora esso nasconde la sua stessa struttura logica: esso ha ad oggetto non una condotta.

J. 39.Susanna Pozzolo Appunti su un “nobile sogno”. Political Liberalism. Columbia UP. argomentando in favore della tesi sopra esposta. citato da J. o ci ostiniamo a sostenere il contrario. una “veglia” e il suo “incubo”1 1. p. in “Ragion pratica”. Moreso si propone di rispondere ai due quesiti sopra richiamati. Diritti e giustizia procedurale imperfetta. Comanducci e R. in tal caso. per quanto filosofi dello spessore di Rawls […] ci dicano che la costituzione è quello che “noi consentiamo di dire alla Suprema Corte”. o organizziamo manifestazioni per indurre i giudici a prendere questa o quella decisione»4. Diritti e giustizia procedurale imperfetta. Moreso. 72. a cura di P. 4 R. Rather. Analisi e diritto 1999. Vegliando la costituzione L’interpretazione della costituzione ha importanti risvolti politici. come si attribuisca significato alle disposizioni costituzionali. pp. 1997). 3 J. in “Ragion pratica”. 1339. cit. J. New York. Moreso. svoltasi presso l’Universidad Pompeu Fabra di Barcelona nell’ottobre del 1998. Roberto Gargarella ha sostenuto che le considerazioni di Moreso sono più che altro retoriche: «È evidente infatti che. 237. pp. Madrid. Guastini 1 . Il ruolo dei giudici di fronte al “terreno proibito”. In un recente articolo Moreso scrive: «… ancorché vi sia un procedimento di controllo giudiziale della costituzionalità. «The constitution is not what the Court says it is. Nel suo La indeterminación del derecho y la interpretación de la constitución. tuttavia. 39. p. ciò non determina in nessun caso che la costituzione sia ciò che la corte costituzionale dice che è»2. bensì. Gargarella. Rawls. 1993.. in realtà […] la costituzione è quello che i giudici dicono che sia. rilevanti sia per la teoria del diritto sia per la dottrina costituzionale. Moreso. come dice Rawls. 65-73. si chiede se sia possibile formulare una teoria dell’interpretazione costituzionale indipendente da considerazioni politiche e. p. Vorrei ringraziare Albert Calsamiglia per l’invito rivoltomi a partecipare alla tavola rotonda sul libro di José Juan Moreso. e ciò è così anche se la cosa non ci piace. p. it is what the people acting constitutionally through the other branches eventually allow the Court to say it is»3. 2 J. 10. 10. La indeterminación del derecho y la interpretación de la constitución (Centro de Estudios Constitucionales.

La strategia argomentativa di Moreso è volta. sembra aderire ad un moderato convenzionalismo linguistico – adottando una prospettiva di accostamento al fenomeno linguistico di tipo culturale. ovvero pensando al fenomeno della lingua come a qualcosa che è . il linguaggio nel suo complesso risulterà essere parzialmente indeterminato. b) la tesi delle fonti sociali del diritto. c) tesi logica: non tutte le proposizioni costituzionali sono vere o false. ossia dalla possibilità di dimostrare che certe conseguenze si ottengono dal sistema giuridico originario. infatti. A questo.282 Muovendosi esplicitamente nel solco della teoria hartiana. non sembra affatto riferirsi alla sola interpretazione costituzionale: si direbbe piuttosto una teoria dell’interpretazione in generale. consente l’identificazione solo di un gran numero di singnificati ma non di tutti. esse possono sbagliarsi. si concentra sull’interpretazione della costituzione e il problema che ad essa soggiace è racchiuso nelle domande da cui ha preso le mosse la mia riflessione. Il criterio dell’uso. in ogni caso. Ma nel primo caso. La teoria del significato da lui assunta identifica il senso di termini e locuzioni in base all’uso che di essi viene fatto dalla comunità dei parlanti. che si direbbe far sua una qualche versione rivista e aggiornata della teoria dell’open texture hartiano. quasi a corollario. perché egli reputa insufficiente la sola osservazione della pratica giuridica. La concezione della Vigilia si caratterizza per le seguenti quattro tesi: a) tesi metafisica: non esiste un mondo giuridico indipendente dalla capacità umana di conoscere il diritto positivo e in grado di rendere vere o false le proposizioni costituzionali. talaltra non esiste e le corti creano dei significati. in definitiva. evidentemente. Moreso. che sia necessaria e/o preliminare all’elaborazione di una teoria dell’interpretazione costituzionale l’adozione di una teoria del significato e ciò. e la ormai più che nota distinzione fra “casi chiari” e “casi difficili”. neppure riferita al solo discorso giuridico. si collega l’adesione ad una teoria mista – composta da una dose limitata di scetticismo e da una dose di formalismo – dell’interpretazione giuridica. nella prima parte. La concezione proposta da Moreso. sicché una parte di essi resterà non determinata e. quindi. Moreso costruisce una teoria dell’interpretazione costituzionale – denominata Vigilia – che ambisce a rispettare le tre tesi che Hart attribuisce al positivismo giuridico: a) la tesi della separazione concettuale fra diritto e morale. non sembra pensare che l’interpretazione del diritto presenti problemi genuini e specifici rispetto a qualsiasi altro tipo di interpretazione. cioè. Moreso. però. per la verità. L’opera. d) tesi giuridica: talvolta esiste una risposta corretta per i casi costituzionali. ad esempio dalla costituzione. quando le corti applicano un diritto preesistente. c) la tesi della discrezionalità giudiziale. b) tesi semantica: il significato degli enunciati giuridici puri è determinato dalle loro condizioni di affermabilità. a erigere una teoria del significato che sarà prodromica a quanto sostenuto nella seconda parte del libro. secondo Moreso. L’autore ritiene.

come già aveva fatto Dworkin. secondo cui le regole semantiche. sul modello proposto da Jon Elster e Stephen Holmes. sostenendo. perché essa dissolverebbe ogni pretesa di superiorità e negherebbe senso alla stessa idea costituzionale: ogni giudice delle leggi sarebbe il solo responsabile delle scelte interpretative fatte e le disposizioni della più elevata fonte ordinamentale sarebbero svuotate di contenuto significativo e prescrittivo6. 6 Cfr. per quanto in tal senso orientata. Una volta costruita la concezione della Vigilia. tuttavia. Il futuro della costituzione. Una volta attribuita superiorità alla costituzione nel sistema delle fonti. P. p. Dalla prospettiva di Moreso appare necessario rifiutare la tesi scettica dell’interpretazione. sul modello dworkiniano. sarebbero in grado di determinare almeno alcuni significati.. al realismo giuridico americano. Per dimostrare quest’ultima tesi Moreso propone un esempio letterario. cit. P. Einaudi. . di poter rigettare la logica della bivalenza ‘vero/falso’ per le proposizioni.283 emerso inintenzionalmente dalle azioni umane – compensato da un moderato oggettivismo – o formalismo –. J. Le divergenze fra la concezione dell’autore e la Pesadilla si presentano a partire dalla seconda tesi. J. Vincoli costituzionali e paradosso della democrazia. Moreso. bensì accetta una concezione anti-realista in metafisica – secondo cui non esiste un mondo indipendente dalle capacità conoscitive in grado di rendere vere o false le proposizioni costituzionali7 – e ritiene. che in taluni casi esse possano essere ‘né vere/né false’. La prima corrisponde. Nella seconda parte dell’opera. 187. p. Moreso concentra l’attenzione sulla costituzione. l’autore rigetta la tesi scettica dell’interpretazione giuridica e nel contempo non aderisce alla tesi formalista. Moreso. all’oggettivismo dworkiniano e la seconda. in G. 201. comunque formatesi. J. che presiedono all’uso della lingua. grosso modo. Luther. non adotta neppure una teoria formalista dell’interpretazione costituzionale. non meramente giuridica. 7 Cfr. confermando di voler offrire una teoria dell’interpretazione in generale. a) Tesi metafisica: non esiste un mondo giuridico indipendente dalla capacità umana di conoscere il diritto positivo e in grado di rendere vere o false le proposizioni costituzionali. grosso modo. Torino. aderisce alla tesi della superiorità costituzionale. Portinaro. questa seconda in particolare si caratterizza per le seguenti tesi. ivi. J. J. S. La indeterminación del derecho …. Richiamando l’idea di precompromesso. Holmes. Zagrebelsky. al contrario. b) Tesi semantica: non è possibile attribuire significato 5 Cfr. si pone il problema di come attribuire significato alle sue disposizioni. non avrà mani’5. riassunto nella massima ‘Se il popolo non ha le mani legate. 167-208. Moreso. pp. 1996. 221. In questo modo. altresì. una volta costruito lo scheletro della sua concezione. l’autore passa a verificarla. proponendone un confronto con altre due concezioni che denomina Noble Sueño e Pesadilla. La prima tesi è condivisa anche da Moreso. p.

giacché si riferiscono alla presupposta esistenza di significati attribuiti alle formulazioni costituzionali e questi significati non esistono. Moreso afferma. Moreso riporta un caso deciso dal Tribunal Constitucional spagnolo. le corti creano sempre diritto e non lo applicano. d) Tesi giuridica: non esiste mai una risposta corretta per i casi costituzionali. La concezione della Vigilia. bensì solo di indicare ciò che i giudici devono giuridicamente fare. Le critiche che Moreso muove alla concezione realista hanno il loro punto di forza nella necessità di evitare che le disposizioni costituzionali perdano significato. collocandola fra due proposte “integraliste” e facendola così apparire come quella dotata di maggior “buonsenso” e “saggezza pratica”. esse.284 agli enunciati costituzionali puri. 21. per contro. c) Tesi logica: le proposizioni costituzionali non hanno valori di verità. la cui verità dipenderebbe dall’esistenza di determinate norme costituzionali. Moreso sceglie un terreno relativamente facile per presentare la teoria della Vigilia.. Richiamandomi alle critiche che Moreso rivolge allo scetticismo vorrei tentare di ridimensionare le suggestioni evidenziando. tutti al pari interessanti.2. Anch’io. non pretende di essere una teoria normativa. regolato dal codice penale in . come il suo autore. vorrei assumere una prospettiva moderata. e allo scetticismo in generale. perché è impossibile attribuire significato alle formulazioni normative della costituzione. a ben guardare. L’autore non condivide neppure la terza tesi della Pesadilla. come causa di giustificazione per il legittimo ingresso della forza pubblica nel domicilio. alcuni punti della concezione proposta che non sono. Con questo l’autore ambisce a sottolineare le pretese scientifico-descrittive della sua concezione. Moreso presenta la Vigilia come quella concezione in grado di risolvere il maggior numero di problemi interpretativi. ma non aderirò ad una prospettiva vigilmente moderata. così indiscutibili come l’autore sembra ritenere o come tende a presentarli. Il Parlamento aveva approvato la Ley Orgánica 1/1992 de Protección de la Seguridad Ciudadana (una legge in materia di pubblica sicurezza) che all’art. risulta piuttosto agevole per la Vigilia giocare con le suggestioni che può creare nel lettore. Sebbene La indeterminación del derecho y la interpretación de la constitución offra innumerevoli spunti di riflessione. escludendo ogni slittamento verso discorsi di tipo normativo. Anche la quarta tesi non è condivisa da Moreso. dunque. Una volta posta in quel contesto. Evidenziando i limiti e le difficoltà di queste due prospettive. bensì ne adotterò una realisticamente moderata. svolgerò alcune considerazioni muovendo dalle critiche che Moreso rivolge al realismo giuridico americano. considerava la ‘flagranza di reato’ intesa come ‘conoscenza fondata da parte della forza pubblica del verificarsi di un reato. non si possono sbagliare nello stabilire i diritti e i doveri dei cittadini. Per esemplificare la concezione della Vigilia e per rafforzarne l’argomentazione. senza fuoriuscire dall’ambito coperto dal sintagma ‘positivismo giuridico’.

oltre i casi costituzionalmente consentiti: perché impiegando la locuzione ‘flagranza di reato’ senza ulteriore specificazione la costituzione rinviava necessariamente (pena la sua perdita di senso) alla nozione tradizionale usata dalla comunità giuridica8. P. In ogni caso.285 materia di stupefacenti. . 2. in questo stesso volume. L’argomentazione del Tribunale presenta il suo punto nevralgico nel richiamo al senso con cui la comunità giuridica spagnola usa la locuzione ‘flagranza di reato’. A mio parere. e non pienamente probante come vorrebbe far pensare Moreso. 2) non tutti i casi costituzionali sono difficili. recita che nessun ingresso nel domicilio potrà essere eseguito senza il consenso del titolare o senza una decisione giudiziale. In linea con i miei limitati propositi. 341 del 1993. L’esempio riportato della decisione del Tribunal Constitucional spagnolo metterebbe in evidenza come non sia stato creato alcun si- 8 9 Sentenza n. sia esso in corso o già compiuto. b) il giusrealismo sottovaluta la distinzione fra contesto di scoperta e contesto di giustificazione. come ritiene Moreso. ¿Quien salvó a la constitución?. d) il giusrealismo si scontra con il paradosso del “seguire le regole”. indipendentemente da considerazioni poliche. Enfasi processuale e tesi semantica Moreso si propone di scalfire il ruolo centrale che il giusrealismo riconosce al momento processuale. Svolgerò solo alcune brevissime riflessioni sui primi tre punti. salvo il caso di flagranza di reato. e rinviando alle considerzioni svolte da Pierluigi Chiassoni sull’argomento9. l’esame della motivazione del Tribunal Constitucional permette di formulare qualche argomento a sostegno non tanto della Vigilia. Chiassoni. Cfr. Moreso pretende. quanto piuttosto a favore di una concezione moderatamente scettica. sempreché la necessità di tale intervento fosse urgente’.2 della Costituzione – che. a mio parere. Dimostrando questi tre punti. inoltre. di suffragare le seguenti critiche allo scetticismo dei giusrealisti: a) il giusrealismo concede eccessiva rilevanza al momento processuale. può essere al più considerato “prova indiziaria”. Moreso con l’esempio proposto vuole dimostrare che: 1) è possibile avere risposte corrette. c) il giusrealismo dimentica la distinzione fra infallibilità e definitività dei giudicati. Il Tribunale dichiarava incostituzionale l’articolo esaminato per contrasto con la costituzione. non pretendo affatto di offrire alcuna “contro teoria” dell’interpretazione costituzionale. senza alcuna pretesa di esaustività. delle ragioni della vigilia. grosso modo. 3) è possibile scoprire il significato dei testi costituzionali. bensì solo di porre in risalto ciò che. quindi. 18. Tale disposizione venne quasi subito sottoposta al giudizio del Tribunal Constitucional per asserita incompatibilità con l’art. ma con la dichiarata intenzione di continuare il dibattito. Da tale uso era difatti possibile evincere (secondo il Tribunale) che la legge si estendeva oltre i casi coperti dal sintagma e.

non potrà essere verificato. nel senso più banale di ‘più importante’ per un determinato fine. perché la loro verità dipenderà dalla verità degli enunciati interpretativi. che si sarebbe limitata ad estrarlo dall’uso linguistico della comunità giuridica. Moreso. pp. Moreso condivide la tesi secondo cui il significato dei testi normativi è dato dall’uso del linguaggio. almeno nei casi chiari. ivi. possono) fare Q’”. di tal che. Vi sono molti modi di guardare al diritto positivo. occorre in primo luogo considerare chi sia il soggetto che formula l’enunciato interpretativo: se l’enunciato interpretativo esaminato è formulato da un giurista (giudici e dottrina) che rileva (o registra) l’uso di quel significato da parte di altri giuristi potrà essere verificato confrontando la nuova formulazione (o registrazione) con quella prodotta antecedentemente da altri giuristi.. E questi ultimi saranno veri se è vero che esiste una norma che prescrive quanto affermato nell’enunciato interpretativo. Uso qui il termine ‘rilevanza’. dato che Vigilia e Pesadilla sono concordi nel ritenere che non esiste un mondo giuridico indipendente dalla capacità umana di conoscere il diritto positivo in grado di rendere vere o false le proposizioni costituzionali. 1998. È per la consapevolezza della natura volitiva dell’attività svolta dalla giurisdizione che il momento processuale assume autonoma e centrale rilevanza12. infatti. Troper. come ben sa Moreso. Il fatto. Troper. Le condizioni di verità di questo enunciato dipendono dall’attribuzione di significato a determinati testi costituzionali. Se così fosse. con le parole di Moreso: «“Alle conseguenze normative della costituzione appartiene una norma che stabilisce ‘Gli F devono (non devono. È osservando la decisione. non tutte le interpretazioni-prodotto hanno la stessa rilevanza istituzionale11. A mio modo di vedere. Orbene. bensì consiste in un’ascrizione di significato. non potrà dirsi né vero né falso. diversamente da Moreso. M.286 gnificato da parte della corte. si potrebbe dire che l’attività interpretativa è di tipo conoscitivo. ad esempio. per sapere se è vero l’enunciato interpretativo dovremo guardare al diritto positivo. In base all’uso. infatti. Guida. Dipendono dalla verità di enunciati interpretativi come “Il testo costituzionale T significa che …”»10. semplicemente significa che ha scelto quel significato particolare. Napoli. pp. Funzione giurisdizionale o potere giudiziario?. 184-185. poi. è chiaro che confrontando il significato d’uso e il significato attribuito dalle corti si potrebbe verificare la correttezza della decisione interpretativa di queste ultime. che il sin10 11 J. 12 Cfr. perché in tal caso esso non rappresenta una semplice rilevazione. che il giudice abbia usato un significato non inviso al maggior numero di giuristi non significa affatto che abbia conosciuto il significato della disposizione. sarebbe possibile determinare il valore di verità delle proposizioni normative. Per una teoria giuridica dello stato. Se l’eunciato interpretativo esaminato è formulato da un giudice che lo pone a fondamento della propria sentenza. in M. J. . 109-121. è una norma. però (diversamente dalla situazione poco sopra ipotizzata). ma.

oltre ad essere difficilmente rintracciabile negli ordinamenti positivi. sia soggetta a repentine smentite. che può dirsi effettivamente diritto positivo. ma lo rifiuta per quanto riguarda i “casi chiari”. Insomma. anzi è possibile attribuire loro più d’un significato alla volta. Non mi addentrerò in questa discussione e rinvio alla letteratura in argo- . quale che sia l’uso linguistico in proposito. Tra i diversi significati possibili. almeno. scegliendolo tra quelli veicolati dalla disposizione. Rispetto alla prima questione. è attraverso la decisione giudiziale che si procede alla ricostruzione del sistema o di quella parte del sistema interessato dalla pronuncia che diviene in senso stretto vincolante. tutt’al più sarà possibile sondare e rilevare “i” significati attribuibili o attribuiti a tale disposizione. ossia quando c’è costante giurisprudenza. In questo senso non mi pare possibile individuare “il” significato di una formulazione costituzionale indipendentemente dal processo. Credo. però. sono le questioni che questa tesi solleva: i) il discorso giuridico presenta o non presenta aspetti per i quali si possa affermare che esiste una specificità dell’interpretazione giuridica. oppure un’interpretazione potrebbe dirsi chiaramente errata quando fuoriesce dall’ambito dei significati possibili e/o accettabili nella lingua utilizzata. Alla luce della prospettiva assunta da Moreso il momento e la decisione processuale assumono rilevanza nella soluzione dei soli casi difficili. Ma cos’è un caso chiaro? A mio parere. Moreso accetta tutto questo per quanto riguarda i “casi difficili”. in ogni caso. a me pare che l’interpretazione giuridica presenti problemi specifici. sia esso chiaro o difficile.287 golo può essere in grado di conoscere la norma. è ben possibile attribuire significato ai testi costituzionali. almeno). Se così è. che la prima situazione. è l’attività della corte che fissa “il” significato giuridico. sia pure un caso definibile chiaro. la seconda situazione non credo arrivi a dar vita a un processo giudiziale. se quello assegnato raccoglie consenso tra i giuristi: tanto meglio (per la corte. senza che ciò comporti l’adire una corte ad ogni piè sospinto. inoltre. Comunque. non riscontrabili nell’interpretazione di altri tipi di discorso. è quello scelto e applicato dalla corte che appare rilevante per conoscere cosa dice il diritto. è anche vero che quando sorge una questione interpretativa è la decisione di una corte che fissa il significato definendo la controversia. Ma la scelta di un significato resta un’attività volitiva. la centralità del momento processuale appare innegabile per un’analisi descrittiva del diritto positivo: se è ben vero ciò che afferma Moreso. un caso potrebbe dirsi chiaro quando essendosi proposto più volte ha ottenuto sempre la stessa soluzione interpretativa. ossia che le persone seguono quotidianamente delle norme giuridiche. Ma. Due. sia che questo venga fatto da una corte o sia che venga fatto dalla dottrina. non si può dire che l’attività di accertamento della norma sia conoscitiva. ii) come definire “caso”.

. L’interpretazione della legge. inoltre. Da questo punto di vista non ci sono casi facili. il discorso normativo differisce da discorsi di altro tipo in quanto alla sua funzione. mi sembra siano verificabili attraverso un’indagine empirica. Nell’altro caso. come a-problematica la tesi che alle proposizioni normative (ossia. si propongono come discorsi persuasivi. E questo mi porta alla seconda questione. quando si sostiene che non esistono casi facili credo ci si ponga nella prospettiva dell’interpretazione giuridico-concreta. § I e V. Cosa s’intende quando si parla di ‘casi’? A me sembra che permanga una certa confusione che conduce a dibattere di cose diverse. per tutti. Giuffré. da un lato. In primo luogo. la tesi secondo cui l’interpretazione del diritto non presenta problemi diversi e peculiari rispetto a qualsiasi altro tipo di interpretazione. i discorsi interpretativi che vengono sviluppati nelle aule di un tribunale non sono diretti alla normale comprensione. In tali sedi. quando non vertono sulla disposizione applicabile. Cfr. dato che le questioni interpretative sono alla fine risolte dai giudicati delle corti. bensì a sostenere quella che si afferma sia la migliore interpretazione rispetto alle altre. Il momento processuale torna allora a rivestire quella rilevanza che il realismo giuridico gli attribuisce. Nel primo caso. In realtà che le cose stiano così non è per nulla pacifico. allora. ancor prima di essere difendibili ricorrendo ad analisi logiche sulle prescrizioni. entrano in gioco tutta una serie di altre regole interpretative stabilite dal diritto positivo e/o dalla specificità del discorso giuridico. i parlanti faranno uso di criteri generali di interpretazione non per attribuire significato ma per rilevare significati altrui. Moreso sottovaluta il momento processuale e la differenza fra interpretazioni-prodotto di operatori diversi poiché accetta. 1980. sottostà alle stesse leggi che presiedono all’interpretazione di qualsiasi altro discorso quando di esso si discute in generale. che queste interpretazioni non hanno scopi conoscitivi. Milano. persuasivi e non descrittivi.288 mento13. almeno. Così. che vertono su norme) si possano applicare i valori di verità. forse. Vorrei fare solo due brevi osservazioni. Tarello. Risulta evidente. 13 . così non mi pare che sia quando sorge una questione interpretativa che assurge alle aule di giustizia. ogni caso che assurge alle aule del tribunale offre almeno due interpretazioni: due interpretazioni che. Queste considerazioni. Diversamente. d’altro lato. nonché l’amplia letteratura ivi citata. quando si voglia conoscere “il” significato di un precetto giuridico per adeguarvi o no il proprio comportamento occorre guardare alle decisioni giudiziali. vertono sul fatto e sulla sua qualificazione giuridica. Quando si afferma che vi sono casi facili e casi difficili mi pare si faccia riferimento all’interpretazione di casi generici in astratto. Se tale discorso. altrimenti la loro attività si caratterizzerà in termini volitivi o. che ritengo determinante anche nell’interpretazione. G. ma precettivi. che non operano in altri generi di interpretazione.

1952. sempre che di contesti si voglia parlare. Torino. in P. il realismo – sottovaluta la distinzione fra contesto di scoperta e contesto di giustificazione. II. ma decide in base a preconcetti ed esperienze di vario genere. Sembra. più appropriato suddividere tali attività in molteplici contesti. Mazzarese. Torino. Si può supporre. sicché nella motivazione può esporre ciò che meglio gli aggrada. sebbene giusrealisti. Da questo punto di vista. se non attraverso una scelta in qualche senso arbitraria. che una decisione sia fondata sulla legge significa solo che essa si mantiene entro la cornice legislativa15. come attività conoscitiva. Comanducci. vol.. a ben guardare. Vi possono essere vari modi di sottovalutare la distinzione fra contesti. it. Torino. Traslare all’ambito giuridico la distinzione in questione non è un’operazione scevra da difficoltà. 1989. H. per contro. L’attività che individua la norma da applicare scegliendola tra i significati contenuti nella cornice non si configura. 14 Cfr. da un punto di vista moderatamente realista “l’accertamento della norma” non può esser altro che l’accertamento della cornice offerta dalla disposizione interpretata: quindi la conoscenza delle varie e possibili interpretazioni che si presentano nella cornice. che nel contesto di scoperta – che concerne i problemi di come si pervenga alla formulazione di un’ipotesi – s’inserisca l’attività diretta all’accertamento della norma. . Kelsen. come se non ho mal compreso fa Moreso. Da un punto di vista moderatamente realista non vi è alcun bisogno di arrendersi alla tesi sopra accennata. considererò la distinzione in questione solamente in relazione a quanto è strettamente connesso ad una decisione giudiziale. si è detto. § VI. Giappichelli. T. Forme di razionalità delle decisioni giudiziali. La dottrina pura del diritto (1934). Alcuni potrebbero ritenere che il contesto di giustificazione. Per esempio. è molto difficile. inteso come motivazione della sentenza. Id.289 3. Orbene. dividere in due contesti esaustivi e mutuamente escludenti tutte le attività che portano a una decisione giudiziale14. 1996.. la pensano diversamente. però. Altri. ma di cui una sola diverrà diritto positivo attraverso la decisione giudiziale. L’interpretazione conduce a più risposte possibili. Giappichelli. dunque. Contesti e valori di verità Moreso afferma che la Pesadilla – lo scetticismo. tutte ipoteticamente corrette perché contenute nella cornice. Dato che l’incubo processuale affligge anche me. L’analisi del ragionamento giuridico. non ha nulla a che fare: perché il giudice in realtà non segue alcuna regola. Se così fosse l’analisi del contesto di giustificazione non sarebbe di nessun aiuto nella conoscenza del diritto positivo. Guastini (a cura di). Sulla teoria dell’interpretazione (1934). Einaudi. 15 Cfr. 1952. trad. R. rappresenta semplicemente una razionalizzazione ex post di un processo decisorio con il quale.

che nello stato di diritto al giudice si impone un dovere di motivare la sua decisione. 192 c. In sostanza l’analisi del contesto di giustificazione. da un punto di vista moderatamente realista. non ne farà parte oppure. In tal senso essa. l’individuazione di un contesto di giustificazione permette di ricostruire in un modello necessariamente semplificato il ragionamento interpretativo. 113 c. . non deve necessariamente condurre ad una sua a-critica accettazione16. in particolare.290 bensì come attività volitiva. sulla congruenza e. infatti. se l’attività viene inserita nel contesto. giuridico e politico. In questo senso. 4. Il contesto di giustificazione ha un’indubbia importanza esplicativa. almeno nei sistemi giuridici contemporanei. appare più significativo prendere in considerazione. consente un controllo argomentativo che verte sulla coerenza. a certi giudici è consentito di decidere secondo equità e non secondo diritto (art. L’importanza dell’utilizzo pratico.p. Il contesto di giustificazione concerne i problemi di come un’ipotesi sia convalidata ed è questo tipo di contesto che. su cui non mi soffermo. Egli critica la lettura kripkiana di Wittgenstein. concentra l’attenzione sul contesto di giustificazione. come quello italiano.). dimostra la centralità del momento giustificativo. allora quest’ultimo dovrà dirsi normativo. d’altro lato. e dato che è più facile il controllo dell’attività giudiziale attraverso l’analisi delle giustificazioni piuttosto che attraverso indagini psicologiche e/o sociologiche sui processi mentali svolti dal giudice. forse. Si potrebbe affermare. a partire dalle ragioni del primo. una ragione che considera la difficoltà se non addirittura l’impossibilità pratica di procedere ad analisi su quei processi che non sono esplicitati nella motivazione della sentenza. sull’opportunità della decisione presa. quindi.p. Infallibilità. separare il contesto di giustificazione dal contesto di scoperta serve ad isolare un ambito di discorso giudiziale sottoponibile ad un controllo logico-giuridico ed anche politico. Dato. se con il contesto di scoperta ci si riferisce ad un’attività conoscitiva.) e ad altri secondo il proprio libero apprezzamento delle prove (art. un secondo tipo che. La ragione che presiede all’accettazione della distinzione fra contesto di scoperta e contesto di giustificazione in ambito giuridico mi sembra. allora. che deriva dalla distinzione in oggetto. che esistono almeno due tipi di realismo giuridico: un primo tipo che concentra l’attenzione sul contesto di scoperta e nega qualsiasi rilevanza al contesto di giustificazione. e of16 Questo vale a maggior ragione sol che si consideri che in certi ordinamenti. definitività e risposte corrette Moreso afferma che il realismo giuridico suole dimenticare la distinzione fra infallibilità e definitività dei giudicati. da un lato.c. sempreché con esso s’intenda la motivazione della decisione.p.

Diverso è il discorso se ciò che si vuol sostenere è la giustificazione e/o la correttezza morale della decisione. che la decisione presa è “l’unica” che giustamente si poteva prendere. La definitivà delle decisioni interpretative giudiziali ascrive “il” significato normativo. quindi. J. L. non significa che tale significato sia l’unico o quello giusto. ‘Definitività del giudicato’ significa che “non c’è appello”. 166. . essa richiederebbe un’analisi. sebbene ciò che i tribunali decidono sia definitivo […]. che prenderò brevemente in esame: «È definitiva anche la decisione dell’arbitro […] ma questo non la rende infallibile. Il concetto di diritto (1961). H. senza con ciò esprimere un giudizio di valore. il diritto non è ciò che i tribunali dicono che sia. Einaudi. […] Nello stesso modo. Ma la decisione giudiziale potrà ritenersi giuridicamente giustificata e/o corretta fino a quando sarà possibile farla rientrare nella cornice delimitata dalla disposizione. Ciò che accade è che tali decisioni rendono alcune norme applicabili»17. 1991. né che la decisione giudiziale inappellabile sia infallibile. né che non si possa ritenere quella decisione sbagliata. Torino. Ritengo sia sufficiente ai fini del mio discorso sollevare qualche dubbio ponendo attenzione all’argomentazione proposta. certo. Questo. e ritengo anche. p. Moreso. un approfondimento e un’attenzione che vanno oltre gli obiettivi di questo lavoro. una volta che la decisione sia presa. Ritengo sia un dato di fatto che certe corti emettano sentenze inappellabili. ‘Infallibilità del giudicato’ significa che ciò che è stato deciso “è giusto”. che tali decisioni siano per ciò stesso infallibili o giuste. ‘infallibilità dei giudicati’ e ‘definitività dei giudicati’ sono locuzioni che si esprimono a due livelli di discorso differenti. ma è a quel significato che “l’uomo buono” hartiano e “ l’uomo cattivo” dei giusrealisti devono guardare se vogliono conoscere cos’è diritto e cosa non lo è in un dato ordinamento. che questo non significhi. 215. ma in questo caso il sistema di riferimento non è più quello giuridico. ivi. 17 18 J. p. da un punto moderatamente realista. In primo luogo. che tale decisione è l’ultima e non può essere modificata secondo le regole del sistema giuridico.291 fre due altri argomenti. Quando una corte suprema ha l’ultima parola nel decidere cosa è diritto. il sostenere che la corte ha torto non produce alcun effetto nell’ambito dell’ordinamento. giuridicamente non si modificano i diritti e i doveri di nessuno18. Cfr. Non mi soffermerò sulla nozione di applicabilità enunciata da Moreso. Procedendo in una prospettiva descrittiva si può certo affermare che una decisione è definitiva nell’ambito dell’ordinamento considerato. A. La corte con ciò ha trasformato la disposizione in norma. Quando si dice che una decisione è passata in giudicato significa che è definitiva. Hart. Vale la pena ricordare che le decisioni errate dei tribunali non mutano norme incostituzionali (e per questo invalide) in costituzionali (o valide).

Troper. prima della sentenza […]. dal Tribunale Costituzionale spagnolo sia corretta in relazione alla pratica comunicativa consolidata. L’affermazione che la corte ha sempre avuto un insito potere di decidere in questo modo sarebbe certamente soltanto un modo di far apparire la situazione più ordinata di quanto lo sia 19 Cfr. lo sono proprio perché riconosco i limiti della mera analisi del contesto di scoperta. permette di derivare la norma dalla disposizione costituzionale. verrebbe da chiedersi: se il significato della disposizione era così cristallino. Considerando: «l’elaborazione da parte dei tribunali inglesi delle norme che riguardano la forza vincolante dei precedenti – Hart afferma che essa – riceve una descrizione più onesta se la si presenta in questo modo. Se mi trovo d’accordo con Moreso. a mio parere. M. Così. sia essa costituzionale o no19? In secondo luogo. Ritengo si possa realisticamente pensare di descrivere l’attività interpretativa analizzando le giustificazioni che le stesse corti offrono. Lo stesso Hart. In definitiva. se l’accertamento della norma è l’accertamento di una cornice. Ma come ho già detto. dunque. Ma la sentenza è stata pronunciata ed è ora seguita come diritto. Qui il potere acquista autorità ex post facto mediante la riuscita. cit. come sembra pensare Moreso. Egli afferma che questa concezione non si adegua alla pratica interpretativa abituale dei tribunali e ritiene che la decisione presa. la questione se quel tribunale avesse l’autorità di decidere che esso non era vincolato dai propri precedenti in questioni relative alla libertà dei sudditi avrebbe potuto apparire del tutto aperta. la possibilità di scegliere una interpretazione-prodottotra le altre lascia spazio a diverse ipotesi. In terzo luogo.292 Moreso scrive che lo scetticismo lascia la corte responsabile di aver stipulato e/o creato un significato e non permette di derivarlo dalla costituzione. . d’altra parte. tra i quali. perché mai il legislatore democratico avrebbe emanato una legge palesemente incostituzionale? Perché sarebbe il legislatore a “forzare” l’interpretazione costituzionale? Perché dovremmo ritenere “corretta” l’interpretazione della corte e/o della dottrina e sbagliata quella del legislatore? Sembra quasi che si voglia far giocare il ruolo del bad man al legislatore. ho seri dubbi sulla plausibilità della descrizione della pratica interpretativa abituale delle corti offerta da Moreso. sapendo bene che esse fanno appello a molteplici argomenti. almeno in un’occasione da il benvenuto agli scettici. ad esempio. ma sottolinea che anche altre norme sono al pari di quella scelta dalla corte derivabili dalla stessa disposizione. rispetto all’importanza pratica dell’analisi del contesto di giustificazione. come un tentativo riuscito di assumere dei poteri e di usarli. alle volte. op. trova un posto anche la dottrina. Una concezione moderatamente realista. una concezione moderatamente realista non mira a sollevare dalle sue responsabilità le corti: e perché mai dovrebbe farlo? Perché negare gli insopprimibili aspetti politici della giurisdizione.

d’altro lato. è possibile comunque “scoprire” in alcuni casi il significato corretto. al limite di questi problemi fondamentali. Ma se anche in qualche caso vi fosse. L. In quest’ambito essa pretende di dimostrare. Moreso sostiene che. In questi casi “estremi” il diritto è ciò che i giudici dicono che sia.cit. 180. 5. infatti. ma questa è e rimane pur sempre una scelta. Si può essere d’accordo con tale scelta per i motivi più svariati. che assume una dose limitata di indeterminazione nell’interpretazione costituzionale.. la pratica argomentativa dei tecnici del diritto. attraverso un’indagine empirica che si può rilevare come “il” significato delle disposizioni giuridiche venga fissato e individuato attraverso il giudizio. se non sulla base di una scelta di politica del diritto? È sufficiente ripercorrere la giustificazione offerta dal Tribunale Costituzionale spagnolo per accorgersi che essa si basa. possiamo accogliere lo 20 scettico sulle norme» . semplicemente. È. e questo sarebbe quello che meglio si collega con. ma è diretto a suggerire l’uso di quel significato e/o l’uso di quella tecnica argomentativa. E 20 H. come viene chiamata da Moreso l’attenzione per il processo. La Pesadilla de la Noble Vigilia Moreso afferma che la Vigilia è una ricostruzione della concezione giuspositivista moderatamente oggettiva. il discorso non è descrittivo. su una certa scelta argomentativa: il Tribunale ha scelto il significato che alla locuzione esaminata è comunemente attribuito dalla dottrina. perché scegliere l’interpretazione della dottrina e non quella del legislatore? Su quali basi si può affermare che il legislatore “ha forzato” l’interpretazione costituzionale. sempreché si resti coerenti con la tesi metafisica. però. Se così stanno le cose. l’enfasi processuale. Qui. Hart. sebbene il giudicato non possa dirsi infallibile.293 realmente. ma a compiere questa scelta interpretativa non era obbligato da nessuna regola. da un lato. sostenere che la decisione è corretta. significa formulare un discorso adesivo a quella scelta interpretativa. A. op. p. come quest’attività possa essere in qualche misura un’attività conoscitiva sganciata da considerazioni politiche. e/o segue. A questo proposito occorre rilevare che non c’è uniformità di interpretazioniprodotto neppure fra i tecnici del diritto. Alla luce di quanto detto credo che Moreso non abbia raggiunto il suo l’obiettivo. che nega l’esistenza di un mondo guridico indipendente dalla capacità di conoscere il diritto positivo e in grado di rendere vere o false le proposizioni costituzionali. . come si attribuisca significato alle formulazioni della costituzione e. si dimostra un elemento centrale per comprendere cosa prescriva il diritto. In tal caso. In primo luogo.

Da ciò sembrerebbe conseguire che. a mio parere. quando il significato ascritto venga generalmente avvertito come ingiusto. Moreso vuole proporre una teoria dell’interpretazione costituzionale indipendente da considerazioni politiche. se la verità delle proposizioni costituzionali – che si riferiscono “al” significato “in astratto” delle formulazioni – dipende dalla possibilità di attribuire loro “il” significato di cui sopra. quando ascrivesse un significato chiaramente non compreso nella cornice (tesi giuridica). è un insieme di considerazioni di politica del diritto. e in secondo luogo. È chiaro che anche in questo caso una corte si potrebbe sbagliare: giuridicamente. la tesi contraria ritengo dovrebbe essere. ritengo sia un giudizio di valore. È chiaro poi che ogni scelta fatta dalla corte sarà criticabile alla luce di una qualche concezione della giustizia. tutt’al più. ma in tal caso si va ben oltre la tesi giuridica. motivata e non la si dovrebbe dare per presupposta. le proposizioni costituzionali non hanno valori di verità (tesi logica).294 come i cittadini per sapere cosa sia diritto e che cosa non lo sia debbano guardare a tali norme. sebbene chiunque possa attribuire significato alle disposizioni costituzionali. che esistono molteplici risposte corrette: tutte quelle comprese nella cornice normativa. In tal senso. Sostenere che esiste una risposta corretta. almeno. non è possibile attribuire loro “il” significato “in astratto”. Sembra. ma ciò che offre. dato che le loro condizioni di affermabilità consentono di individuare (in astratto) molteplici significati (tesi semantica). sebbene nei soli “casi chiari”. si potrebbe dire. e moralmente. infine. ossia alle interpretazioni-prodotto istituzionalmente rilevanti. Volendo parlare ad ogni costo in termini di correttezza. . che la Noble Vigilia non sia ancora riusicta a scacciare la Pesadilla che l’affligge.

anti-realismo. por esta razón. en su mayor parte. Analisi e diritto 1999. La indeterminación del Derecho y la interpretación de la Constitución. Varios colegas y amigos vinculados estrechamente con el grupo de Filosofía del Derecho de la Universitat Pompeu Fabra. A modo de réplica a mis críticos En octubre de 1998 tuvo lugar en la Universitat Pompeu Fabra (Barcelona) un seminario de discusión sobre mi libro La indeterminación del Derecho y la interpretación de la Constitución1. Dordrecht: Kluwer.J. Bruno Celano. 2 En concreto. y con el grupo de Filosofía del Derecho de la Università di Genova formularon diversas y poderosas críticas a mi trabajo2. al que yo mismo pertenezco. Comanducci e R. traducido al inglés por R. una ‘veglia’ e il suo ‘incubo’. Algunas reflexiones sobre el libro de José Juan Moreso. Pierluigi Chiassoni. ¿Quién salvó a la Constitución? Notas sobre la teoría de la interpretación de José Juan Moreso. Moreso. Riccardo Guastini y Susanna Pozzolo. 1997. La indeterminación del Derecho y la interpretación constitucional (1997). 1998. Riccardo Guastini. sobre todo. interpretazione. Quiero decir de antemano que las mejores experiencias en mi vida académica han sido los largos seminarios de apasionadas discusiones iusfilosóficas y que en el Dipartimento di Cultura Madrid: Centro de Estudios Políticos y Constitucionales. las intervenciones estuvieron a cargo de Albert Calsamiglia. Prescrizioni. con él he discutido (a veces. Legal Indeterminacy and Constitutional Interpretation. 3 Me refiero a Albert Calsamiglia. Pero muchos otros de los participantes tomaron la palabra para mostrar la debilidad de algún argumento u ofrecer una mejor presentación de alguno de los puntos debatidos. sus debilidades y límites. Guastini 1 . les estoy inmensamente agradecido. Zimmerling.José Juan Moreso De nuevo sobre la Vigilia. hasta la extenuación) muchos aspectos del libro y sus observaciones me han servido para comprender mejor los aciertos que el libro pueda contener y. a cura di P. Appunti su un ‘nobile sogno’. especial mención merece Pablo Navarro. A todos ellos. Due esercizi di non-cognitivismo y Susanna Pozzolo. 1997. fueron discutidos en un seminario en el Dipartimento di Cultura Giuridica Giovanni Tarello de la Universidad de Génova el 20 de mayo de 1999. en esa misma sesión o posteriormente me entregaron una versión escrita de su intervención3. Madrid CEPC. Pierluigi Chiassoni. Bruno Celano. Más aún. Osservazioni su J. En este trabajo pretendo discutir algunos de los puntos que se incluyen en esas versiones escritas y que.

Las objeciones son poderosas y es muy posible que. La primacía de la Constitución y el precompromiso. mostrarían algunas profundas grietas del edificio que traté de edificar hasta el punto de amenazarlo de ruina. en algún caso. sean suscitadas por una presentación deficiente de mis argumentos. tratando de delimitar algunas de las críticas centrales que en ellas se contienen y articulando un intento de respuesta para cada una.1. me conformaré con intentar argumentar que. es un acicate. dados determinados presupuestos que me parecen plausibles. En especial a Paolo Comanducci. 4 Deseo expresar mi agradecimiento a todos los participantes en dicho seminario genovés por sus observaciones que me han permitido mejorar el texto que allí presenté. en realidad él es uno de los que han hecho posible un debate como éste. Procederé de la siguiente manera: Analizaré las intervenciones una por una.2. La crítica a Kripkenstein y 1. 1. sin embargo.3 Las consecuencias del realismo interno. también para mí. Jordi Ferrer. disfrutar de una vida mejor4. Contar con la posibilidad de tener estos intercambios con algunos amigos lo considero como una afortunada recompensa de mi vida académica que me ha permitido no sólo progresar en el conocimiento sino también. Calsamiglia: precompromiso.296 Giuridica Giovanni Tarello he disfrutado de manera inolvidable de algunos de estos momentos. si estuvieran fundadas. Antes que nada quiero señalar que. Pierluigi Chiassoni. Terminaré presentando unas reflexiones finales dedicadas a mostrar las vías por las que el proyecto iusfilosófico que subyace al libro debería seguir avanzando. Las objeciones tienen que ver con: 1. Riccardo Guastini. . Tecla Mazzarese y Cristina Redondo. las consecuencias que de ellos se siguen no ceden a las objeciones de Albert. ha sido y continua siendo un privilegio contar a Albert entre mis interlocutores. sinceramente que las objeciones pueden ser replicadas con una presentación más perspicua de mis ideas y esto es lo que trataré de hacer a continuación. seguimiento de reglas y realismo interno Albert presenta tres objeciones fundamentales a la concepción filosófica que subyace a la Vigilia y que. y más importante. 1. guiado por la honestidad intelectual y en el cual la discrepancia teórica no es nunca un escollo sino que. Quiero añadir también una cautela: en lo que sigue no pretendo mostrar que los presupuestos filosóficos de mi libro son los adecuados – se trata de una tarea más allá del alcance de esta réplica –. a menudo. Creo.

Ragion Pratica 10 (1998). I si pregues als teus companys que et deslliguin. 13-40 y ‘Sulla portata del vincolo preventivo’. es necesario realizar algunas aclaraciones previas. però tapa a la teva gent les orelles amb cera dolça que hauràs remollit. concepto normativo y concepto descriptivo de primacía de la Constitución. rechaza estas dos concepciones entonces debe rechazar la idea de la primacía de la Constitución defendida con el argumento del compromiso6. se me permitirá no decir nada sobre ello. Sólo dos concepciones de la Constitución y de la interpretación constitucional nos prometen dicha identificación: el realismo moral. El concepto normativo hace referencia a que la primacía de la Constitución está Dado que Albert (su apellido de origen italiano no ha de llevarnos a la conclusión errónea de que en este comentario todos mis interlocutores son italianos) y yo somos catalanes. En primer lugar. i ho manes. ells una cosa han de fer. es posible sostener la idea de primacía de la Constitución y rechazar el realismo moral y el originalismo. y una concepción originalista. representaría una grave dificultad para mi concepción de la interpretación constitucional. Si sus premisas fueran correctas. que és estrènyer – te encara amb més nusos. La primacía de la Constitución y el precompromiso Passa de llarg. fes que et lliguin de mans i de peus dins del ràpid navili. Antes de mostrar cómo. cuando hablamos de la primacía de la Constitución. 5 . a fi que no hi senti cap dels altres. estoy seguro de que a Albert le agradará recordar estos versos homéricos en la excelente versión catalana de Carlos Riba. 75-84 y que no tengo nuevos argumentos que ofrecer. 48-55 Creo que la objeción fundamental de Albert en este punto puede formularse así: la primacía de la Constitución defendida con el argumento del precompromiso (expresado en la imagen de Ulises atado al mástil de la nave disfrutando de los cantos de las sirenas) implica que podemos identificar con claridad que es aquello que la Constitución ha atrincherado y no puede cambiar la mayoría legislativa ordinaria.1. según la cual averiguar el significado de las cláusulas constitucionales equivale a recuperar las intenciones de los autores de la Constitución. dado que de todo ello me he ocupado en ‘Diritti e giustizia procedurale imperfetta’. a dos conceptos que tal vez podemos denominar. al menos. XII. en mi opinión. dret a la paramola. Ragion Pratica 10 (1998). però si el cor a tu et diu d’escoltarles. 5 Homer. Si uno. podemos referirnos.. Sin embargo.g.297 1. el problema de la identidad cuando se traslada este mecanismo de la racionalidad imperfecta individual a las decisiones sociales) que son importantes. L’Odissea. y este es mi caso. Se trata de un sólido argumento. con arreglo al cual las cláusulas constitucionales refieren a algo como géneros naturales de carácter moral. Ahora bien. i que fermin les cordes ben altes. 6 Albert se refiere a otros problemas del precompromiso (e. perquè sentis a pler la veu de les dues Sirenes.

aunque algunos dudan de que ello sea legítimo. La indeterminación del Derecho y la interpretación de la Constitución. 6 (1998). sólo usé la idea del precompromiso como lo que llamé una explicación contextual de la primacía7. incluso. 1997.298 justificada. En el capítulo IV del libro. No deseo. vd. . Pero vale la pena hacer notar que este no era el propósito central del libro. mi apelación (descriptiva y normativa) a la primacía de la 7 Vd. el control jurisdiccional de la constitucionalidad. es decir. esto es.g. ha sido defendida por Ronald Dworkin con su defensa de una lectura moral de la Constitución8 y desde una concepción republicana de la justicia por Philip Pettit9. cit. por así decirlo. 6. mi noción de primacía de la Constitución era primordialmente descriptiva. se reducían de hecho a señalar una idea que aún me parece valiosa. en el cual las pretensiones normativas eran muy colaterales. Tampoco este trabajo ha escapado a la crítica del más destacado de los opositores contemporáneos del judicial review. el coto vedado de los derechos básicos atrincherado por una declaración de derechos con rango constitucional). Jeremy Waldron. Oxford: Oxford University Press. a que desde el punto de vista de la teoría de la justicia es legítimo atrincherar algunas cuestiones y substraerlas de la agenda del poder legislativo ordinario (e. nadie duda de que en muchos ordenamientos jurídicos actuales (como el español o el italiano) la Constitución tiene primacía. Cambridge. Mass. sin embargo. Freedom’s Law: The Moral Reading of the American Constitution. cap. la idea de que la teoría de la justicia exige una conexión entre democracia y derechos que conlleva el atrincheramiento de estos en relación con la decisión legislativa ordinaria. sólo una instanciación de una idea más general: una teoría de la justicia que reconozca derechos básicos a las personas ha de favorecer un diseño institucional que garantice la protección de tales derechos y el diseño institucional que conocemos más capaz de realizar esta función consiste en otorgar algún tipo de primacía a la Constitución que los establece. Quiero decir con ello que mi forma de contemplar el precompromiso es. escurrir el bulto: en los trabajos citados en la nota 6 he vindicado también el concepto normativo de primacía de la Constitución. Republicanism. p. 8 Ronald Dworkin. En tercer lugar. en ambos casos sin mención alguna de la idea de precompromiso. El concepto descriptivo. Por señalar sólo dos ejemplos. The Journal of Political Philosophy. el mecanismo del precompromiso no es el único posible cuando se trata de justificar la primacía de la Constitución e. 1996. que el precompromiso podía verse como una circunstancia de la interpretación constitucional en el contexto de las democracias constitucionales. A Theory of Freedom and Government. En segundo lugar. en cambio. ‘Judicial Review and the Conditions of Democracy’.: Harvard University Press. 167. En este sentido. es únicamente un instrumento conceptual para el análisis de los sistemas constitucionales (en particular de aquellos que disponen de constituciones rígidas) existentes en la realidad. 335-355. en nota 1. 9 Philip Pettit. José Juan Moreso.

Democrazia. aún aceptando el mecanismo del control jurisdiccional de la constitucionalidad. el más débil consiste en confiar en que el órgano legislativo respetará los derechos establecidos en la Constitución (el mecanismo es entonces débil. Y en segundo lugar. p. acerca de ello Albert me recuerda la valiosa aportación de nuestro común amigo Víctor Ferreres. Justicia constitucional y democracia. Víctor Ferreres Comella. para ello deberían – si son competentes – proceder a enmendar la Constitución). 11 Me refiero a ella en ‘Sulla portata del vincolo preventivo’. cit. sostener que esta pueda ser una cuestión disputada. en su art. Sobre el carácter contramayoritario del poder judicial. 10 . pero no inexistente: los legisladores no podrán argumentar que aprueban determinada ley porque tienen la mayoría aunque viola algún derecho constitucional. como es bien sabido.299 Constitución no determina en qué modo concreto debe institucionalizarse dicha primacía. pero dicha posición no es contraria a la idea de primacía de la Constitución. 6 y 7.g. 12 Por ello no comporta conclusiones como en las que parece pensar Albert: ‘¿qué precompromiso es ése que permite justificar y abolir la esclavitud bajo la misma constitución?’ En los Estados Unidos de América no fue la misma constitución la que permitió justificar y abolir la esclavitud: Por el contrario abolirla. es más la presupone y presupone también que se ha establecido un control jurisdiccional de la constitucionalidad. en mi opinión. cabe preguntarse cuál ha de ser el grado de deferencia de los detentores de dicha facultad de control hacia los órganos legislativos. 1998. porque también en una Constitución de principios (que. Madrid: Centro de Estudios Políticos y Constitucionales. queda mucho. queda por contestar el núcleo del argumento de Albert: ¿qué resta de la primacía de la Constitución si se rechaza el realismo moral y el originalismo? En mi opinión. Barcelona: Ariel. defendidos por dos críticos del control jurisdiccional de constitucionalidad como son Juan Carlos Bayón (‘Diritti. entre ambos hay múltiples ejemplos en el Derecho Constitucional comparado10. Vd. Es más. La justicia frente al gobierno. 15 la Constitución española de 1978 prohibe la pena de muerte y ninguna teoría aceptable de la interpretación puede. e. porque cabe una Modelos como el canadiense o el sueco. en mi opinión esta cláusula aumenta la posibilidad de que nuestras decisiones sean justas (puesto que considero siempre injusta la aplicación de la pena de muerte)12. El más conocido y debatido es el mecanismo del control jurisdiccional de constitucionalidad. costó una guerra civil y un proceso de profunda enmienda constitucional que llevo a la decimotercera enmienda que abolió la esclavitud. ciertamente. 41-64 y Roberto Gargarella. Costituzione’. Para permitir la pena de muerte (en tiempo de paz) en España es preciso reformar la Constitución. En primer lugar. Ragion Pratica 10 (1998). No es cierto que sólo una Constitución de detalle pueda gozar de primacía y que las Constituciones de principios abstractos conviertan la idea de primacía en una idea vacía. vindico desde un punto de vista normativo) hay lugar para el detalle. la tengo y la he tenido en cuenta11. en nota 6. 83 nota 18. Sin embargo. caps.

En mi opinión. ¿En qué tipo de formalismo está pensando Albert? Más allá del análisis del criterio jerárquico en general. No es éste un asunto que pueda resolverse únicamente con argumentos conceptuales. el criterio jerárquico vence siempre. En los casos difíciles. aunque la idea de libertad de expresión es controvertida. Cómo debe ser esta posición institucionalmente privilegiada es una cuestión que.g. New York: Columbia University Press. que él relaciona contingentemente con el precompromiso. la cuestión es más compleja y aquí la objeción contramayoritaria recobra toda su fuerza: si hay un desacuerdo sobre si determinada legislación viola algún derecho constitucional y se prima la posición activista de un órgano jurisdiccional (como un Tribunal Constitucional) sobre la posición del órgano legislativo. 1993. 237. Political Liberalism. una concepción deliberativa de la democracia autoriza (pero tal vez no requiere) un espacio para que la voz del Tribunal Constitucional sea una voz institucionalmente privilegiada en el coro que constituye el foro del debate público.300 teoría de la interpretación que rechace el realismo moral y el originalismo. como John Rawls señala: ‘The constitution is not what the Court says it is. podemos – como Albert argumenta – estar pasando de la tiranía de la mayoría a la tiranía del Tribunal Constitucional. e. la idea de primacía constitucional no es vacía. todos consideramos una violación de tal libertad la clausura de un medio de comunicación por la única razón de que propaga posiciones sobre determinados temas opuestas a las del gobierno. al menos en dichos casos. a la que Albert está cercano. 13 14 John Rawls. precisamos de argumentos normativos. p. no puede contestarse con argumentos generales y válidos para todas las culturas políticas. Al fin y al cabo. debe ser de manera que aumente la posibilidad de alcanzar resultados justos. su nota 2 ). En este limitado sentido. Según Albert. . No alcanzo a comprender exactamente el sentido de esta breve nota. por ello. esta teoría es coherente pero implausible si atendemos a lo que sucede en la práctica. it is what the people acting constitutionally through the other branches eventually allow the Court to say it is’13. en mi opinión. puedo añadir que también las cláusulas abstractas tienen casos claros de aplicación y. según el cual el criterio jerárquico vence a cualquier otro criterio interpretativo (vd. es una – y una de las eminentes – de ellas. y en cambio acepte que hay respuestas correctas para los casos de aplicación de cláusulas abstractas: la teoría de Dworkin. podemos abrigar muchas dudas acerca del significado de una cláusula constitucional y. No quiero cerrar este epígrafe sin referirme a lo que Albert denomina un formalismo extremo. Rather. En mi caso. pero su diseño institucional está contingentemente vinculado a la idiosincrasia de la sociedad en la que va a implementarse14. pero ello no implica la asunción del formalismo extremo. creo que hay acuerdo en que en los sistemas constitucionales las normas infraconstitucionales contrarias a la Constitución son inválidas y los criterios interpretativos actúan con este presupuesto. no saber si determinada norma infraconstitucional es válida o no.

todos tienen conocimiento común al respecto. en el segundo apartado de su comentario. 2) Albert también afirma que la amenaza de circularidad que acecha al realismo jurídico. tienen graves problemas a la hora de calificar qué son las decisiones judiciales y cómo es que las interpretamos como decisiones dotadas de autoridad (vd. es obvio que una teoría adecuada del Derecho debe contener una teoría de la adjudicación. consiste en tomar la regla de reconocimiento como una reconstrucción no sólo de la práctica de los jueces. pp. 124-134). Creo que de formas distintas. then it is about the justification for my following the rule in the way I do. La crítica a Kripkenstein ‘How am I able to obey a rule?’ – if this is not a question about causes. también acecha a una teoría como la hartiana. el hecho de ser juez es también convencional. una lúcida presentación del problema y un intento de solución en Juan Ruiz Manero.g. el realismo jurídico italiano o Critical Legal Studies). pero no más que en la existencia de cualquier hecho convencional. 1990. como Albert sugiere. entrelazado con la existencia convencional de la regla de reconocimiento. 217 Albert. plantea algunas dificultades a mis críticas a las posiciones escépticas en teoría de la interpretación jurídica (e. En este sentido. dado que la regla de reconocimiento suele entenderse como la reconstrucción de la práctica seguida por los jueces. Los realistas que sostienen que las normas jurídicas son predicciones de lo que los jueces decidirán acerca de las disputas. Jurisdicción y Normas. Then I am inclined to say: ‘This is simply what I do’. ambas teorías (y cualquier teoría del derecho adecuada) deberá pergeñar un trasfondo que explique tanto los acuerdos como los desacuerdos. aunque por la división del trabajo. 213-4 del libro). Philosophical Investigations. La teoría hartiana tiene que establecer como identificamos a los jueces. salvo por lo que se refiere a una objeción 15 Con todo. . de que Hart se base en los acuerdos y Dworkin en los desacuerdos. pp.2. Pero creo que no se trata. pero para saber quiénes son los jueces precisamos de las reglas de adjudicación que identificamos mediante la regla de reconocimiento (vd. If I have exhausted the justifications I have reached bedrock. Madrid: Centro de Estudios Constitucionales. No deseo analizar este punto. A veces los escépticos han hecho de su teoría de la aplicación jurídica. el realismo jurídico americano. de ahí la distorsión. de hecho. and my spade is turned. preferencias recíprocas y condicionadas y todos saben que esta forma de identificarlo es arbitraria). sino de todos los operadores jurídicos (y. Hay aquí alguna circularidad. Mi propuesta para disolver este círculo. Ludwig Wittgenstein. de esta manera la existencia de la regla de reconocimiento deviene un fenómeno convencional (todos identifican el Derecho español de determinada manera. Dado que las mismas críticas son evaluadas por Susanna Pozzolo me remito a lo que más adelante diré15. la mayoría de ella defiere en una minoría dicha tarea). de toda la sociedad en su conjunto. quiero referirme a dos cuestiones menores: 1) Albert sostiene que el énfasis en la aplicación del Derecho de las teorías escépticas muestra que ha habido algo como un cambio de paradigma en la teoría del Derecho.301 1. una teoría obsesionada en los desacuerdos.

302 referida a mis comentarios sobre la lectura escéptica que Saul Kripke realiza de las reflexiones witggensteinianas sobre el seguimiento de reglas (la posición de Kripkenstein)16. Albert dice, y no le falta parte de razón, que mi argumento contra Kripkenstein se basa en tratar de mostrar que Kripke no interpretó fielmente a Wittgenstein y añade: ‘Pero del argumento de Wittgenstein no se sigue que Kripke estuviera equivocado. Podemos pensar que el argumento kripkeano es válido aunque no fuera fiel a Wittgenstein’. Pues bien, lo que quería decir es no sólo que Kripke no interpretara bien a Wittgenstein, sino que sobre el seguimiento de reglas Wittgenstein tenía razón y Kripke estaba equivocado, por esta razón sugerí las líneas básicas de lo que, a mi juicio, consiste la interpretación adecuada de Wittgenstein. Esta es una cuestión demasiado compleja, es la cuestión de la normatividad del significado, para tratar de resolverla aquí. Ahora bien, mi idea es la siguiente: podemos comprender que un caso es una aplicación correcta o incorrecta de una regla sin suponer que hay algún estado mental, o hechos del pasado o lo que fuere, que justifica nuestra afirmación. También podemos explicar porque hemos seguido una regla en un determinado caso (porque hemos sido adiestrados a hacerlo así), o bien porque tenemos los conceptos que tenemos y sabemos usarlos y no otros (porque tenemos los conceptos de los colores tal como los tenemos e identificamos fácilmente casos paradigmáticamente correctos de aplicación de rojo)17. Pero explicar no es justificar. Tal vez, la única justificación reside en que nosotros somos, como Wittgenstein sugiere tantas veces, participantes en una práctica y sólo en el interior de esa práctica, que presupone una determinada forma de vida, tiene sentido la pregunta sobre la normatividad del significado. En palabras de Gary Ebbs (que constituyen una interesante vía de respuesta a las preocupaciones de Albert, compartidas por mi)18:
The crucial point is that it is only from the perspective of our participation in

16 Vd. Ludwig Wittgenstein, Philosophical Investigations, trad. de G.E.M. Anscombe, Oxford: Basil Blackwell, 1953, 138-242 y Saul Kripke, Wittgenstein on Rules and Private Language, Oxford: Basil Blackwell, 1982 (en la p. 5 Kripke afirma: ‘So the present paper should be thought of as expounding neither ‘Wittgenstein’s’ argument nor ‘Kripke’s’: rather Wittgenstein’s argument as it struck Kripke, as it presented a problem for him’). 17 Una sugerente explicación de ello se halla en W. V. Quine, ‘Géneros naturales’, trad. de M. Garrido, en La relatividad ontológica y otros ensayos, Madrid: Tecnos, 1974, pp. 147-177. 18 Gary Ebss, Rule-Following and Realism, Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1997, p. 299. Me refiero a esta obra en virtud de su interés por el tema y porque no había sido todavía publicada cuando escribí mi libro, sin embargo en la nota 30 de la p. 215 de mi libro me refiero a varios filósofos (Blackburn, McDowell, Baker y Hacker, Wright) y teóricos del derecho (Bjarup, Schauer, Bix, Marmor, Radin, Smith, Endicott) que, con mayor competencia que yo en esta cuestión, han señalado las razones por las cuales la paradoja escéptica planteada por Wittgenstein no tiene una solución escéptica – como Kripke pretende – y, además, que la solución de Wittgenstein es la adecuada.

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shared linguistic practices that rule-following and meaning can be properly understood. Just as a group of dancers can have a dispute about how to dance a dance only if they share a practical ability to dance the dance and to recognize performances of it, so a community of speakers can dispute about how to apply their words in particular cases only if they share a practical ability to make and to recognize archetypical applications of their words.

Tal vez pueda decirse así: el problema de Kripke reside en buscar una noción de regla independiente de la noción de sus actos de seguirla o contravenirla, dicha noción no existe puesto que sólo hay reglas en la medida en que hay prácticas de seguimiento. 1.3. El realismo interno Una de mis críticas a la tesis dworkiniana de la respuesta correcta es la siguiente: Si Dworkin rechaza el realismo metafísico y favorece algún tipo de realismo interno, entonces Dworkin no puede defender la tesis lógica de la bivalencia ni la tesis jurídica de la única respuesta correcta. Para ello, usaba determinadas ideas de H. Putnam con la intención de mostrar que el realismo interno era incompatible con una defensa de la bivalencia y de la respuesta correcta19. La objeción de Albert en este punto es la siguiente: ‘creo que el argumento no es adecuado porque sería posible, en realidad lo es, que el realismo interno de Dworkin no fuera idéntico al de Putnam y que la opinión de Putnam no afectara al argumento de Dworkin’. No tiene sentido que reitere aquí mi argumento. De hecho, no hago más que evocar un argumento desarrollado minuciosamente por Michael Moore20. Aunque, como es obvio, Moore lo hace para defender la tesis de la respuesta correcta, apoyándose en el realismo metafísico acerca del Derecho, y yo lo hago para rechazarla, basándome en el antirrealismo jurídico. En palabras de Moore: ‘My proper conclusion about all of this is that there is no way for Dworkin to hang on to both his conventionalist and his right answer theses. It is obvious to me which he should hang on to and which he should give up, although anyone with legal positivist inclinations will doubtlessly think just the opposite’21. Sin embargo, dos recientes trabajos – que no podía conocer cuando escribí el libro –, que siguen muy de cerca las ideas dworkinianas, tal vez conlleven la moraleja de que mi argumento no andaba desencaminado. Por una parte Nicos Stavropoulos, ha tratado de robustecer metafísicamente las ideas de Dworkin (con una elegante reconstrucción a partir de la teoría causal de la referencia de Kripke y

José Juan Moreso, La indeterminación del Derecho y la interpretación de la Constitución, cit. en nota 1, pp. 203-6. 20 Michael Moore, ‘Methaphysics, Epistemology and Legal Theory’, Southern California Law Review, 60 (1987), 453-506. 21 Ibidem, p. 494.

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304 Putnam), arguyendo que esa es la lectura que mejor ilumina sus tesis centrales22. Una lectura muy distinta, si se me permite decirlo deflacionaria metafísicamente, es la que ofrece nuestra colega y amiga Marisa Iglesias (con una no menos elegante reconstrucción del coherentismo), según la cual ‘en algunas ocasiones, la alternativa de la indeterminación es la más adecuada y hay razones interpretativas para apoyar un juicio de estas características’23. Por lo tanto, o bien la teoría interpretativa dworkiniana se robustece metafísicamente y entonces obtenemos la tesis de la única respuesta correcta o bien se debilita metafísicamente y entonces la tesis de la única respuesta correcta no tiene validez general. Termino con una consideración más atrevida que sólo puedo anunciar tentativamente: supongamos que aceptemos el realismo moral, ¿implica tal aceptación que el valor de verdad de todas las proposiciones morales está determinado, esto es, implica la bivalencia? En dos recientes trabajos Russ Shafer-Landau ha impugnado esta implicación24. Obviamente, esto significaría abandonar mi pretensión con arreglo a la cual el realismo metafísico implica la bivalencia, pero creo ahora que habría que prestar mayor atención a la hipótesis de Shafer-Landau: ‘My analysis requires that we abandon bivalence for some moral propositions. This sort of move is taken by most metaphysicians to imply some form of antirealism. A major aim of this paper is to show this assumption mistaken. Moral realism can allow for the existence of an indeterminate moral order that is properly captured by semantically indeterminate propositions’25. Si esta conjetura fuera correcta, tampoco el realismo metafísico conseguiría apuntalar la tesis de la única respuesta correcta. 2. Celano y el entramado filosófico del libro Me referiré a cinco cuestiones tratadas por Bruno: 2.1. Permisos y eficacia, 2.2. Eficacia y validez, 2.3. Antirrealismo filosófico y positivismo jurídico, 2.4. Antirrealismo y antinomias y 2.5. Indeterminación interpretativa. La mayoría de cuestiones sugeridas por Bruno bucean en las profundas aguas
22 Nicos Stavropoulos, Objectivity in Law, Oxford: Oxford University Press, 1996, vd. especialmente el epígrafe 10 del cap. 5 titulado significativamente ‘Is Dworkin a Metaphysician?’, pp. 160-2. 23 Marisa Iglesias, El problema de la discreción judicial. Una aproximación al conocimiento jurídico, Madrid: Centro de Estudios Políticos y Constitucionales, 1999, p. 279, vd. también pp. 238-248 y 278-280. 24 Russ Shafer-Landau, ‘Ethical Disagreement, Ethical Objectivism and Moral Indeterminacy’, Philosophy and Phenomenological Research, 54 (1994), 331-344 y ‘Vagueness, Borderlines Cases and Moral Realism’, American Philosophical Quarterly, 32 (1995), 83-96. 25 Russ, Shafer Landau, ‘Vagueness, Borderlines Cases and Moral Realism’, cit. en nota 24, p. 83.

305 de la filosofía del lenguaje y de la epistemología por lo que algunas de mis respuestas han de comprenderse únicamente como sugerencias tentativas, necesitadas de ulterior desarrollo. 2.1. Permisiones y eficacia
‘... Understanding the order means knowing what it is like for it to have been carried out ...’. Ludwig Wittgenstein Philosophical Investigations, 451

Hay tres aspectos de la teoría del significado de los enunciados prescriptivos, presentada en el libro, que a Bruno le parecen convincentes. Los resumo brevemente: 1. El significado de un enunciado prescriptivo viene dado por la comprensión de las condiciones en que dicho enunciado es eficaz. A cada enunciado prescriptivo le corresponde un enunciado declarativo que muestra en qué condiciones dicho enunciado es cumplido. Brevemente: el enunciado prescriptivo ‘Juan, ¡cierra la puerta!’ es eficaz si y sólo si el enunciado declarativo correspondiente ‘Juan cierra la puerta’ es verdadero o, lo que es lo mismo, si y sólo si Juan cierra la puerta. En este sentido, la semántica de los enunciados prescriptivos depende de la semántica de los enunciados declarativos y la eficacia es parasitaria de la verdad. 2. Esta semántica de los enunciados prescriptivos permite una interpretación de la lógica deóntica. Decir que una norma N implica otra norma N’ significa que si N es eficaz, entonces N’ es necesariamente eficaz y como N y N’ son eficaces cuando sus enunciados correspondientes declarativos (S y S’) son verdaderos, entonces N implica N’ si y sólo si S implica S’. Con estas consideraciones se sugiere que la lógica deóntica no es más que una extensión de la lógica clásica y que su legitimidad semántica es proporcionada por la verdad. 3. Una teoría del significado de los enunciados prescriptivos tiene que dar cuenta de lo que G.E.M. Anscombe26 denominó la dirección de encaje (direction of fit). En palabras de Bruno: ‘la distinzione fra stati intenzionali aventi direzione di adattamento parola-a-mondo (in senso lato, credenze), e stati intenzionali aventi direzione d’adattamento opposta, mondo-a-parola (in senso lato, desideri) è, ritengo, illuminante. Nessuna teoria plausibile delle ragioni – normativi e motivanti – d’azione, e del discorso prescrittivo, può farne a meno’. En realidad, por las razones que discutiré en 1.2 y que Bruno sugiere, algunos de estos puntos también merecen ser reconsiderados a la luz del lugar que la dirección de encaje haya de ocupar en una teoría global del significado. Pero antes de referirme a ello he de detenerme en una crítica de Bruno referida a una

26

G.E.M. Anscombe, Intention, Oxford: Basil Blackwell, 1957.

306 cuestión menos importante, pero en ningún caso irrelevante, de mi construcción: el significado de los enunciados permisivos. Siguiendo a von Wright27, sugiero que mientras la oración declarativa correspondiente de un enunciado prescriptivo de obligación o prohibición, como por ejemplo,
Op es Sp,

donde ‘S’ significa ‘siempre’, es decir, una norma de obligación es eficaz si y sólo si es cumplida en todas las ocasiones a través de la historia de la norma; una norma permisiva como
Pp

tiene como enunciado declarativo correspondiente a
Ap,

donde ‘A’ significa ‘alguna vez’, puesto que – y esta es la estipulación que Bruno discute – para que una norma permisiva sea eficaz basta con que la norma sea usada en alguna ocasión durante su historia. Las críticas de Bruno a esta caracterización del significado de las permisiones son dos: (i) Comporta una asimetría no justificada entre las normas permisivas y las normas de obligación (y de prohibición), mientras las primeras únicamente establecen condiciones suficientes de la eficacia de la norma, las segundas establecen condiciones necesarias y suficientes. Ello da lugar a algunas consecuencias contraintuitivas: así, una norma facultativa (como ‘Fp’, que equivale a ‘Pp ∧ P¬p’) es eficaz únicamente cuando alguna vez se da p y alguna vez se da no-p. Si nunca se da p, la norma facultativa es ineficaz28. (ii) Se usan dos nociones de eficacia29: la noción de eficacia usada para las normas de obligación y prohibición es aquella que Pablo Navarro ha denominado ‘correspondencia’:
Una norma (N) prescribe el estado de cosas o la acción p y los sujetos normativos producen p. Este caso será denominado ‘correspondencia’.

En cambio, la noción de eficacia usada para las norma permisivas es la que Pablo Navarro denomina ‘cumplimiento’:
Una norma (N) prescribe el estado de cosas o la acción p, los sujetos normativos conocen la existencia de (N) y producen p en virtud de (N). Este caso será denominado ‘cumplimiento’.

27 Georg Henrik von Wright, ‘Norms, Truth, and Logic’ en Practical Reason. Philosophical Papers, I, Oxford: Basil Blackwell, 1983, p. 160. 28 La más contraintuitiva de todas es reconocida por mi en p.49-50, nota 5: el facultamiento de una acción individual en un momento determinado siempre sería ineficaz puesto que nadie puede hacer una acción y omitirla en el mismo instante. 29 Pablo E. Navarro, La eficacia del Derecho, Madrid: Centro de Estudios Constitucionales, 1990, p. 16. Una idea muy semejante puede hallarse en W. L. Sumner, The Moral Foundation of Rights, Oxford: Oxford University Press, 1987, pp. 63-64.

307 En relación con la primera crítica, he de decir que la asimetría se diluye si tenemos en cuenta que la convención-E (la que establece, por analogía a la tarskiana y davidsoniana convención-T, las condiciones en que un enunciado prescriptivo tiene significado) debe ser suplementada con una teoría de la fuerza que nos suministre una función para relacionar la oración en cuestión con una determinada oración del lenguaje objeto. En el caso de las oraciones declarativas la función es muy simple – es la función de identidad:
f(p) = p,

pero en el caso de los enunciados prescriptivos la función f, en palabras de M. Platts de quien proceden estas ideas, ‘will be more complex’30. Pues bien, mi sugerencia es que la función es distinta según se trate de normas de obligación o de normas de permisión. En la p. 35 del libro las funciones son presentadas así:
f (Op) = Sp f (Pp) = Ap.

Que estas sean las funciones adecuadas puede ser discutido, pero si se acepta esta conjetura entonces para que ‘Op’ sea eficaz es necesario y suficiente que siempre se de p, y para que ‘Pp’ sea eficaz es necesario y suficiente que se de alguna vez p. Por otra parte, en virtud de la interdefinibilidad de los operadores temporales:
S= ¬A¬ A = ¬S¬,

es fácil mostrar que las definiciones y los axiomas centrales de la lógica deóntica pueden ser así comprendidos. Bastará, espero, con algunos pocos ejemplos:
Op = ¬P¬p,

se corresponde con
Sp = ¬A¬p,

y, por ejemplo, los axiomas de lo que von Wright ha denominado ‘the Classical system of deontic logic’31:
P (p ∨ q) = Pp ∨ Pq Op → Pp,

se corresponden con

A (p ∨ q) = Ap ∨ Aq S p → Ap.

Para la cuestión de las normas facultativas, en cambio, mi respuesta es más débil: parece que una norma que, por ejemplo, faculta a los estudiantes a fumar durante el examen, cobra su significación si algunos estudiantes fuman y otros no fuman. De todas maneras, comprendo que esta intuición puede ser desafiada, sin

Mark de Bretton Platts, Ways of Meaning, London: Routledge & Kegan Paul, 1979, p. 63. Georg Henrik von Wright, ‘On the Logic of Norms and Actions’, en cit. en nota 27, p. 102.
31

30

308 embargo – como bien sabemos – ninguna reconstrucción conceptual puede dar cuenta de todas nuestras intuiciones (a menudo, porque algunas de nuestras intuiciones son contradictorias entre sí). En relación con la segunda crítica, creo que la observación de Bruno exige una reformulación en la presentación de la noción de eficacia de las permisiones. Debería decir que una norma como ‘Pp’ es eficaz si y sólo si p sucede alguna vez en la historia de la norma y no si y sólo si p es usada alguna vez en la historia de la norma. Es cierto que la noción de eficacia relevante a los fines de la convención-E es una noción motivacionalmente neutral y esto no era claro en la presentación del concepto de eficacia de las permisiones. 2.2. Eficacia y validez
One wants to say that an order is a picture of the action which was carried out on the order, but also that it is a picture of the action which is to be carried out on the order. Ludwig Wittgenstein, Philosophical Investigations, 519.

La disyuntiva que Wittgenstein plantea en el párrafo 51932 de sus Investigaciones filosóficas expresa con claridad el problema que Bruno plantea en este punto. Mi concepción del significado de los enunciados prescriptivos conlleva contemplarlos como imágenes de las acciones realizadas de acuerdo con ellos. Sin embargo, existe otra posibilidad: considerarlos imágenes de las acciones que deben ser realizadas de acuerdo con ellos. Esta segunda posibilidad ha sido desarrollada más ampliamente por Celano con posterioridad al seminario de Barcelona33, si bien algunos de sus rudimentos se hallaban ya en algunas de sus obras anteriores34. Existe todavía otra posibilidad: considerar que ambos enfoques son compatibles, algo que sugiere Bruno en su intervención, pero que ahora – por las razones que expondré más adelante – me parece implausible. En este epígrafe, voy a exponer las dudas que Bruno manifiesta acerca de mi concepción del sentido y de la fuerza de los enunciados prescriptivos, en especial del lugar que debe ocupar la distinción acerca de la dirección de ajuste en tal

Ludwig Wittgenstein, Philosophical Investigations, trad. de G.E.M. Anscombe, Oxford: Basil Blackwell, 1953, 519. Bruno, que cita en su trabajo esta observación de Wittgenstein, me señaló la importancia filosófica del pasaje. 33 Bruno Celano, Validity as Disquotation, en Jurisprudence on the Continent. Symposium on analytical jurisprudence, St. Catherine’s College, Oxford, February 13, 1999. 34 En Bruno Celano, Dovere essere e intenzionalità. Una critica all’ultimo Kelsen, Torino: Giappichelli, 1990 y en su impresionante Dialettica della giustificazione pratica. Saggio sulla legge di Hume, Torino: Giappichelli, 1994.

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pp. The Moral Problem. 1996. 1978.309 teoría. Mientras el contenido de las creencias son proposiciones que tratan de representar el mundo tal como es. A Treatise of Human Nature. 36 Bernard Williams. de acuerdo con nuestros deseos. A Theory of Practical Reason. Está concepción suele ir unida a una concepción expresivista o proyectivista de los juicios de valor38. 58-72. 1994. 7-9. Dado que esta cuestión está estrechamente vinculada con otras cuestiones centrales en la discusión filosófica actual relativas a la naturaleza de los juicios prácticos. 38 Una concepción como la de Simon Blackburn. considero oportuno comenzar señalando aquellas tesis en las que Bruno y yo estamos de acuerdo (aunque. Esta concepción estándar de la psicología humana es importante porque nos suministra un modelo de explicación de la acción humana. 1981. Voy a exponer también las dudas que yo mismo albergo acerca de la concepción alternativa del significado de los enunciados prescriptivos. Wise Choices. Madrid: Centro de Estudios Constitucionales. también una clara presentación de esta tesis humeana en Michael Smith. Oxford: Oxford University Press. 456-458. L. pp. Juan Carlos Bayón. lamentablemente. no dispongo de razones concluyentes para optar por una o por otra concepción. si está de alguna manera – que ahora no precisaré – 37 conectada con el conjunto motivacional del agente. pp. 37 Vd. Cristina Redondo.A. una posición compartida también por Bruno y por mí. . vd. para los problemas que ello suscita. como es fácil comprender. Oxford: Oxford University Press. el contenido de los deseos son normas que tratan de representar el mundo tal como debe ser. Y voy a mostrar las razones por las cuales considero ahora que una versión mixta es implausible. 74-95 y 196-247. 1984 y Ruling Passions. Spreading the Word. para decirlo con términos de B. Una razón para la acción sólo puede ser tal. Lamentablemente. La noción de razón para la acción en el análisis jurídico. La tesis humeana con arreglo a la cual las creencias – en sentido amplio – y los deseos – en sentido amplio – son existencias separadas35. Y ahí radica la importancia de la distinción entre direcciones de ajuste. La normatividad del Derecho: deber jurídico y razones para la acción. Apt Feelings. aunque tal vez mis reflexiones nos ayuden a comprender más claramente la naturaleza del problema. 35 David Hume. pp. Selby-Bygge ed. Una concepción (también sugerida por Hume) internalista de las razones para la acción. A grandes rasgos: una acción es el producto de un deseo que nos señala como el mundo debe ser y una creencia que nos dice cómo ha de cambiar el mundo para llegar a ser como debe ser. Madrid: Centro de Estudios Constitucionales. conforme a la cual dichos juicios no son aptos para la verdad (no tienen truthaptness). 2. 101-113. 1990. 1998 y Allan Gibbard. por ejemplo. Oxford: Basil Blackwell. ‘External and Internal Reasons’. Oxford: Oxford University Press. [1739-40].. Oxford: Oxford University Press. Cambridge: Cambridge University Press. en Moral Luck. pp. de las razones para la acción y de la teoría de la verdad. Williams36. lo son todo menos pacíficas en el debate actual): 1.

aunque como veremos no puede ser sólo desentrecomillado)41. no autoriza a desentrecomillar el enunciado. interpretazione. por ejemplo. “el enunciado ‘la nieve es blanca’ es verdadero si y sólo si la nieve es blanca” y. que permite construir una teoría à la Davidson del sentido de los enunciados declarativos. al menos. Philosophical Papers. que permite construir una teoría del sentido de los enunciados prescriptivos. Geach42: If doing a thing is bad. etc. Otra cuestión relacionada con la anterior hace referencia al conocido como Frege-Geach problem.T. III. dos importantes y recientes contribuciones en Paul Horwich. Frank Jackson. Una consideración según la cual hay una parte importante de buen sentido en una teoría minimalista de la verdad39: la verdad como desentrecomillado (disquotation) que subyace a la convención-T. Knowledge and Modality. Mientras la convención-T. autoriza a desentrecomillar el enunciado. Truth. cit.: Harvard University Press. Georg Henrik von Wright. ‘Assertion’. Oxford: Basil Blackwell. ‘Demystifying Propositions’. por ejemplo.310 3. 74 (1965).. getting your little brother to do it is bad. En algunos contextos. p. Veamos ahora algunos de los problemas planteados por Bruno: 1. Graham Oppy and Michael Smith. 2. ‘Minimalism and Truth Aptness’. Cambridge. Truth and Objectivity. Vd. Tormenting the cat is bad. Esto nos lleva a otra cuestión relevante: ¿el componente deóntico de un enunciado prescriptivo debe ser integrado en la fuerza de tal enunciado o en su sentido? Y ¿es correcto relegar la distinción entre direcciones de ajuste a la fuerza o tiene relevancia para la determinación del sentido de los enunciados? 3. 463-464. estableciendo las condiciones de verdad del enunciado mencionado en la parte izquierda del bicondicional se establece el sentido de tal enunciado. 1990 y Crispin Wright. en disyunciones. p. condicionales. la verdad es desentrecomillado. 40 Vd. no podría darse cuenta de razonamientos como el siguiente de P. 39 . Aunque. como trataré de mostrar. anti-realismo. dicha matización en el texto de Bruno Celano.. en Philosophical Review. los enunciados deónticos no son usados para prescribir ni para aseverar (por ejemplo cuando figuran como antecedentes de condicionales) y. Es un misterio para mí por qué muchas de las reflexiones de von Wright al respecto (por ejemplo. 42 P. 14-25) que contienen una teoría minimalista de la verdad y que plantean muchos de los problemas a ella asociados. desentrecomillado. estén casi ausentes del debate actual. Geach. O sea que una teoría de la verdad ha de ser. 103 (1994). entonces. puesto que ‘Op’ no significa ‘siempre p’. de esta forma. pp. 1992. contextos encapsulados (embedded contexts). en Mind. Prescrizione. minimalismo acerca de la verdad no equivale a minimalismo acerca de la truth-aptness40. en nota 2. Mass. esto es. en Truth. Oxford: Basil Blacwell. 287-302.. 5. 41 Vd. la convención-E.T.

Así podemos elaborar una convención-V para los enunciados prescriptivos: (V) La norma ‘Op’ es válida si y sólo si Op Dicha noción permite. cit.311 Ergo. también el antecedente de esta premisa expresa una actitud. 4. getting your little brother to torment the cat is bad. let us suppose) is certainly not uttering acts of condemning: one could hardly take him to be condemning just doing a thing. de acuerdo con Bruno. 43 44 En Validity as Disquotation. en nota 33. Tomar el segundo término del párrafo de Wittgenstein (una orden se corresponde con la imagen de la acción que debe ser llevada a cabo de acuerdo con ella) tal y como ha sido desarrollada por Bruno43. no es posible que E sea verdadero y no lo sea E’. sino del sentido de dichos enunciados. The whole nerve of the reasoning is that ‘bad’ should mean exactly the same at all four occurrences – should not. entonces también lo es inducir a tu hermano pequeño a hacerla’) representa una implicación entre nuestras actitudes y. puesto que la primera premisa del argumento. Por otra parte. Finalmente. conlleva la construcción de una noción análoga a la verdad que permita desentrecomillar los enunciados prescriptivos. reside en primer lugar en que permite desentrecomillar los enunciados de los que predica ‘ser verdadero’.4. entendida como obligatoriedad o fuerza vinculante. Expondré ahora algunas de las dudas que la propuesta de Bruno me plantea: 1) El atractivo de la noción de verdad para los enunciados declarativos. for example. Esto es reconocido por Bruno Celano en Validity as Disquotation. cit. Dicha noción es. . pero no nos suministra un aparato para determinar el sentido de tales enunciados44 ni para dotarnos de una noción de consecuencia lógica entre las normas. Ahora bien. en este sentido. Por otra parte. como puede verse. la noción de validez permite desentrecomillar los enunciados prescriptivos. y sólo si. formar parte de la definición clásica de consecuencia lógica: un enunciado declarativo E’ es consecuencia lógica de otro enunciado declarativo E si. la noción de validez. mientras la noción de eficacia no permite el desentrecomillado. dicha noción de validez permite conjeturar que la dirección de ajuste mundo-a-palabra debe formar parte no de la fuerza de los enunciados prescriptivos. But in the major premise the speaker (a father. en nota 33. está en condiciones (o al menos eso creo) de proporcionar una teoría del sentido de los enunciados prescriptivos y de suministrarnos una noción de consecuencia lógica para las normas. de Geach (‘Si hacer una cosa es incorrecto. pero además en un enfoque à la Tarski-Davidson. de hecho un modus ponens. finalmente. como yo sugería en el libro. desentrecomillar la expresión ‘Op’. permite construir una teoría del sentido de los enunciados declarativos y. dicha concepción permite construir una vía para resolver el FregeGeach problem. shift from an evaluative to a descriptive or conventional or inverted-commas use.

El desarrollo es sofisticado y complejo y no me voy a detener ahora en él. capaces de expresar proposiciones.) manteniendo su carácter prescriptivo y desarrollar una lógica en todo análoga a la lógica clásica. 46 En Spreading the Word. ‘The Compleat Projectivist’. 6 y. Oq. The Language of Morals. a pesar de su apariencia lingüística.312 2) Por otra parte. también. 1993. 74-93. 1971. si la dirección de ajuste forma parte del sentido de los enunciados prescriptivos. ‘Moral Modus Ponens’. London. pp. Si. 65-84 y Nick Zangwill. 337365. no veo claro cómo la propuesta de Bruno podría resolver el desafío. en la versión de la lógica de normas que subyace a mi libro. 3) Resta por resolver el problema Frege-Geach. pp. pp.). 36 (1986). que un argumento simple como el siguiente: (1) Si Bill robó el dinero. pp.. 17-28 – sino tres: frástico. los juicios de valor – no son aptos para la verdad y no son. en John Haldane. la dirección de ajuste está reflejada no en el sentido sino en la fuerza de los enunciados prescriptivos. en Ratio 2 (1992) 177-193. 1993. Reality. y así lo planteó Geach. etc. trópico y neústico. 47 Vd. 1952. M. podemos encapsular dichos enunciados (para que formen parte de condicionales. no puede ser justificado en la lectura expresivista de Blackburn. entonces de be ser castigado (2) Bill robó el dinero Ergo. disyunciones. En cambio. este argumento sería representado así: (1’) p → Oq (2’) p Ergo. Oxford: Oxford University Press. Bob Hale. Oxford: Oxford University Press. por ejemplo. Es un problema. convincentemente en mi opinión. MacMillan. Sin embargo. tal vez él confíe en que dado que ‘validez’ se comporta como ‘verdad’. Crispin Wright (eds. cap. En realidad. Bill debe ser castigado. Baste con señalar que los problemas de esta vía son muchos47. ‘Meaning and Speech Acts’ en Practical Inferences. ‘Can There Be a Logic of Attitudes’. entonces la convención-E no es suficiente para elaborar una teoría de tales enunciados y no soy capaz de ver cómo deberíamos proceder a elaborar tal teoría45. 48 Bob Hale. Vd. en cambio. en Philosophical Review. vd. Oxford: Oxford University Press. sobre todo. 182-197. Hare de distinguir no sólo dos elementos en la teoría del significado – frástico y neústico. Representation and Projection. Oxford: Oxford University Press. en ‘Attitudes and Contents’. donde por ejemplo vale el modus ponens de Geach. entonces la convención-E determina plenamente el sentido de tales enunciados. 45 . 1984. para todos aquellos que pensamos (parcialmente por la importancia de la distinción entre direcciones de ajuste) que los enunciados prácticos – los enunciados prescriptivos y. Esta dificultad (junto con el problema Frege-Geach) es la que está detrás de los intentos de R. La propuesta de desarrollar tal lógica más completa que conozco es la de Simon Blackburn46. en Essays in Quasi-Realism. y destacar el siguiente48: Bob Hale muestra.

entre normas y proposiciones normativas. X ‘Assertion’. Cambridge. it is necessary to have a rule determining which verbs in a complex sentence are to be put into a imperative mood. or any co-ordinated main clauses. p. también lo es inducir a tu hermano pequeño a hacer x. es un argumento en favor de contemplarlos como juicios declarativos. (2) Torturar a los gatos es incorrecto Ergo. habitual en filosofía del derecho.: Harvard University Press. second edition. que son aptas para la verdad. mi lógica de la eficacia no permite todos los encapsulamientos de enunciados prescriptivos: un condicional no puede tener como antecedente una prescripción. todo el cap. 50 Sin embargo. and the rule is that only the verb in the main clause. (2’) Torturar a los gatos está prohibido por una norma moral Ergo. Con estas ideas hay. Philosophy of Language. pero algunas veces significa únicamente que x está prohibido por alguna norma de algún sistema normativo determinado por el contexto. en realidad. entonces hay una norma moral que prohibe inducir a tu hermano pequeño a hacer x. Michael Dummett – con el enfoque del cual lo que digo está fundamentalmente de acuerdo – piensa que este rasgo es un rasgo superficial de la gramática de nuestros lenguajes: ‘Since the imperatival force is signified in natural language by the mood of the verb. dos formas de interpretar el argumento de Geach. inducir a tu hermano pequeño a torturar a los gatos está prohibido por una norma moral. Esta es una posible versión del argumento de Geach: (1) Si hacer x es incorrecto. este debate se beneficiaría si tomara en cuenta la distinción. ‘No hagas x’ –. un condicional generalizado respecto de las circunstancias. Vd. suponiendo que el sistema de normas de referencia sea un determinado sistema moral (o tal vez. 1981. En mi opinión. En primer lugar. 49 . Mass. Si ‘incorrecto’ no significa lo mismo en las cuatro instancias en este argumento entonces el argumento no es válido. Algunas veces decir que x es incorrecto significa ‘Prohibido x’ – o bien. 306 y. cualquier sistema moral): (1’) Si x está prohibido por una norma moral. inducir a tu hermano a torturar a los gatos es incorrecto. cabe que sea un argumento entre enunciados que expresan proposiciones normativas. al menos. De hecho la premisa (1’’) equivale a un condicional estricto. porque a diferencia de la lógica de actitudes de Blackburn. Frege. Pienso que ello está de acuerdo con nuestras intuiciones: no hay forma – significativa – de que un enunciado imperativo figure en el antecedente de un condicional50. q. Más compleja es la respuesta al argumento de Geach. y – como es sabido – el condicional estricto valida el modus ponens. Michael Dummett. is affected’.313 y se justifica en la validez de la siguiente implicación entre los enunciados declarativos correspondientes (sus obedience-statements): (1’’) S (p → q) (2’’) p 49 Ergo. Por esto Geach sugiere que la naturaleza gramatical de nuestros juicios de valor.

1981.). En cambio. Actions and the Foundations of Ethics. mientras el consecuente de (1) y la conclusión son normas genuinas (puede apreciarse que esto también valida el modus ponens): (1’’) Si x está prohibido por una norma moral. prohibido inducir a tu hermano pequeño a torturar a los gatos. creo. Esto no tiene nada de extraño: así suelen nuestros códigos penales castigar la inducción a cometer delitos51. . La convención-E es parasitaria de la convención-T. Creo ahora que esta combinación es implausible. si están prohibidos. sólo la verdad tiene la capacidad de desentrecomillar aquellos enunciados que son aptos para la verdad. una especie de like-propositions. Para la primera concepción. Hilpinen (ed.314 En segundo lugar. cabe que sólo el antecedente de (1) y la premisa (2) sean proposiciones normativas. Alchourrón y Eugenio Bulygin. para la segunda concepción. el argumento de Geach es un argumento normativo. O bien la distinción entre direcciones de ajuste pertenece a la teoría de la fuerza en nuestra teoría del significado o bien pertenece a la teoría del sentido. ‘The Expressive Conception of Norms’ en R. Carlos E. Entonces. Si pertenece a la fuerza. conjuntamente exhaustivas y mutuamente excluyentes: la concepción hilética (el carácter prescriptivo forma parte del sentido de los enunciados prescriptivos) y la concepción expresiva (el carácter prescriptivo es únicamente un indicador pragmático que no integra el sentido de los enunciados prescriptivos). entonces la convención-E determina el sentido de los enunciados prescriptivos y la fuerza sirve precisamente como un índice para determinar si el enunciado es apto o no para la verdad. Bruno sugiere también que la noción de validez para los enunciados prescriptivos sea complementada con la convención-E para determinar parte del sentido de dichos enunciados. New Studies in Deontic Logic. Wise Choices. Apt Feelings. pero puede suministrar una teoría del sentido de los enunciados prescriptivos y mostrar cómo la lógica de normas es el reflejo de la lógica de los enunciados declarativos correspondientes a dichas normas. pp. 52 Por esta razón. 95-124. entonces prohibido inducir a tu hermano pequeño a hacer x (2’’) Torturar a los gatos está prohibido por una norma moral Ergo. son leídas descriptivamente. cap. cit. pero el antecedente de su condicional y la premisa (2) son proposiciones normativas. Alchourrón y Eugenio Bulygin creen que hay dos concepciones de las normas. en nota 38. 5. nuestro sistema moral contiene una norma (metalingüística) que prohibe inducir a realizar aquellos comportamientos. Si pertenece al sentido. En este caso. Dordrecht: Reidel. la validez tiene la capacidad de 51 Creo que esta forma de considerar el problema de los contextos encapsulados está de acuerdo con las sugerencias de Allan Gibbard. Para conocer los comportamientos prohibidos es necesario acudir a la lista de las normas que prohiben comportamientos y que pertenecen a nuestro sistema moral. entonces la convención-V habría de determinar el sentido de los enunciados prescriptivos que serían normas. Vd. C. Tertium non datur52.

Wise Choices. en nota 33. he expresses a state of mind. Cambridge. 3 y 4. creo que no es una teoría adecuada de los enunciados prescriptivos. y a pesar de las relevantes reflexiones de Bruno al respecto53.: Harvard University Press. En el primer caso necesitamos un test o filtro para discriminar entre nuestras creencias aquellas verdaderas de aquellas falsas. estas ideas proceden de Robert Nozick. 99. Este es un tema de epistemología muy complejo. y hemos de cambiar el mundo real para que se adecue a aquellas de nuestras actitudes que siguen el rastro de la corrección. caps. pero que – creo – es compatible con ello. Una cosa distinta. dicho de otra manera. dejando entonces en una posición más difícil la distinción entre direcciones de ajuste que Bruno y yo. necesitamos también una teoría epistémica de las condiciones en qué podemos aceptar (endorse) un enunciado prescriptivo. Gibbard55: A normative statement rules out various combinations of factual possibilities with normative principles. Como es sabido.. the state of mind he expresses consists in his ruling out various combinations of normative systems with factual possibilities. Dado que no veo cómo podría la convención-V proporcionarnos todo esto.. lies in the set of combinations it rules out. 1981. Creo que esta idea permite mantener la importancia de la distinción entre direcciones de ajuste: mientras nuestras creencias están orientadas hacia el mundo y hemos de cambiarlas si no se corresponden con el mundo. pero entonces la convención-V debería suministrarnos una teoría del sentido de los enunciados prescriptivos y una lógica de normas en sentido estricto. Now. entre muchos otros. It is a way of capturing the logical relations that hold among normative statements. . en el segundo necesitamos un filtro para discriminar entre nuestras actitudes aquellas correctas de aquellas incorrectas. and its meaning. O. cit. Apt Feelings. nuestras actitudes están orientadas hacia un mundo proyectado por nosotros: un mundo deónticamente perfecto. 53 54 En Validity and Disquotation. though. pero termino sugiriendo muy tentativamente que de una forma semejante a como nuestras creencias constituyen conocimiento teórico cuando siguen el rastro de la verdad (track the truth). Mass. Philosophical Explanations. The formal representation lets us talk systematically about what rules out what. we now say. cit. when a speaker makes a normative statement. el significado de nuestros enunciados normativos reside en lo que excluye (rules out). 55 Allan Gibbard. no veo con claridad – aunque esto puede deberse sólo a mi torpeza – cómo huir de la objeción de que dicha noción de validez no es superflua frente a una noción minimalista de verdad. En palabras de A. es sostener que de forma semejante a cómo una teoría de la verdad proporciona sólo una definición de la noción de verdad y no una teoría (epistémica) de en qué condiciones podemos afirmar que un enunciado es verdadero. un mundo en donde todas las normas que siguen el rastro de la corrección son eficaces. p. Es más. nuestras actitudes son adecuadas desde el punto de vista práctico cuando siguen el rastro de la corrección (track rightness)54. en la que creo que Bruno lleva razón. and those include mutual inconsistency. queremos preservar. en nota 38.315 desentrecomillar.

de que el Derecho es una construcción humana y. también en este punto puedo ser breve. 2. Y puedo serlo porque también aquí Bruno lleva razón. ya concedía este punto y trataba de rectificar señalando lo siguiente: La forma en que trato de mostrar en el libro que en caso de antinomias normativas las proposiciones normativas carecen de valor de verdad me parece ahora inadecuada. Según Bruno. ‘Truth-Logics’. 71-92. aunque yo tomé ciertas distancias en relación con el antirrealismo dummettiano como proyecto filosófico global. Una idea de G. Helsinki.316 2. 1996. Universitat Pompeu Fabra. la posición mantenida en el libro acerca de las antinomias era overkilling. por esta razón. Bruno señala. inacabada y susceptible de dejar indeterminada la calificación normativa de algunos comportamientos. en Six Essays in Philosophical Logic. que si el atractivo de considerar el positivismo jurídico como una forma de antirrealismo procede. es adecuado un enfoque antirrealista para ellos. si se sugiere que los hechos jurídicos son construidos y. Dummett en mi caracterización del antirrealismo como concepción adecuada para el Derecho. puesto que mi acuerdo con las observaciones de Bruno es completo. como yo afirmo. Antirrealismo y positivismo jurídico Afortunadamente en este punto seré mucho más breve. Estoy de acuerdo con Bruno y abandono mi injustificada prudencia: el antirrealismo jurídico del positivismo jurídico ha de asociarse al realismo filosófico acerca de otras clases de proposiciones. con razón. von Wright57 me parece ahora más prometedora y más de acuerdo con la lógica de la verdad 56 Précis a La indeterminación del Derecho y la interpretación de la Constitución. las referidas al mundo natural). Sostenía que dado que un sistema normativo inconsistente carece de consecuencias relevantes (de acuerdo con la noción de consecuencia relevante definida en el apéndice B del capítulo I del libro) entonces todas las proposiciones normativas referidas a un sistema normativo inconsistente carecen de valor de verdad. porque mezcla de una forma innecesaria las consideraciones acerca de la relevancia con la lógica de la verdad. Acta Philosophica Fennica. Antirrealismo y antinomias Por fortuna. . dije únicamente que el positivismo jurídico no necesita involucrarse en tal proyecto y que es compatible con una posición realista acerca del mundo de los hechos naturales. Barcelona. 57 Georg Henrik von Wright.3.g. Es decir. pp. es adecuado un enfoque realista para ellos.4. entonces este proyecto debe ir acompañado de una posición realista para otras clases de proposiciones (e. por esta razón. como tal. entonces otros hechos no tienen que ser construidos y. Dada la influencia de M.H. octubre de 1998. En el Précis que introdujo la discusión en el Seminario de Barcelona56.

by a second use of modus ponens. But in classical logic pv ¬p is valid. En cambio. usados en el cap.5. sostengo que una proposición normativa interpretativa carece de valor de verdad cuando un supuesto de hecho no tiene asignada de manera unívoca una solución normativa y puede resolverse de varias formas incompatibles entre sí. an arbitrary proposition. Ugolino devora y no devora los amados cadáveres. the implication is equivalent with its consequent. haciendo uso de la analogía de la crítica literaria. asumiendo que es o bien verdadera o bien falsa. Hence. inédito.e. y esa ondulante imprecisión. Indeterminación interpr