Anno VII, Numero 23 • maggio-settembre 2008 • Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in a.p.

70% - DBC Milano • ISSN 1120-8511

Supplemento al trimestrale di attualità artistiche e culturali “Arte Incontro in Libreria” fondato nel 1990 • Registrazione Tribunale di Milano n. 199 del 19/3/1990 • Direttore Donatella Bertoletti • Responsabile Scientifico e Redattore Capo Antonio D’Amico • Stampa: Advantage Group S.r.l., Milano • Progetto grafico: Fotolito Lombarda, via Valvassori Peroni, 55, Milano - tel. 0270635627 - fax 022665452 - e-mail: fotolito@fotolito.191.it • Tiratura: 5000 copie • Taxe Percue (Tassa Riscossa) Ufficio CMP Verona • In caso di mancato recapito restituire all’Editore che si impegna a pagare la tassa. Libreria Bocca Galleria Vittorio Emanuele II, 12 - 20121 Milano - tel. 0286462321/02860806 - fax 02876572

20DANGELO06

ESTER NEGRETTI

Ester Negretti un nome legato a un mondo di colori. Giovane artista lombarda, conosciuta, come spesso accade, in libreria grazie ad un amico comune Roberto Plevano, collaboratore instancabile e artista eclettico e talentuoso, che cura da oltre sette anni la rubrica delle Segrete di Bocca: Plevano incontra… Ester ha partecipato con successo all’edizione di molti premi di pittura, tra cui: Movimento nelle Segrete di Bocca 2006, e il Premio Dalla Zorza, Galleria Ponte Rosso, menzione speciale. È stata protagonista di una mostra personale nel giugno 2007 da Bocca in Galleria. Oggi sigla questo consolidato rapporto con Redattori: Giorgio Lodetti Giovanni Serafini Collaboratori: Aldo Benedetti Donatella Bertoletti Andrea Bondanini Maurizio Bottoni Gabriella Brembati Grazia Chiesa Franco Colnaghi Gianluca Corona Sara Fontana Angela Govi Emanuele Lazzati Alberto Mari Cristina Muccioli Mariacristina Pianta Roberto Plevano Stefano Soddu Testata - Copertina: Sergio Dangelo Quarta di Copertina: Max Marra Logo Caffè Letterario: AnnaLaura Cantone Uno speciale ringraziamento Giulio Calacoci LeSegretediBocca 2

due opere permanenti. Forte della sua personale capacità nell’utilizzo dei colori, sorprende con la sua pittura il cliente distratto che varca l’ingresso di questo piccolo scrigno, caleidoscopio delle Arti. A simbolo di un nome che è sopravissuto a oltre duecento anni di storia, nel campo dell’editoria italiana, la Bocca, rossa e carnosa di un volto che scompare con i confini della tavola, dipinta da Ester, rende omaggio allo spazio che la ospita. E quasi in disparte, si potrebbe pensare celato, il volto trova lo sguardo nel secondo pannello realizzato dall’artista, che non si svela completamente, ma ci osserva, con occhi fugaci, scuri, e ci tormenta con le sue bellissime labbra socchiuse, quasi a sussurrare un terribile segreto. Forza Ester di storie da raccontare ce ne sono ancora, illumina noi e gli avventori che entrano in questo luogo, svelaci altre parti celate di questa dea che ci mormora e scruta… Giorgio Lodetti

INSTALLAZIONI
Un’idea nata da un’opera di Davide Casari, un autentico artista bergamasco, che in occasione della mostra in libreria ha pensato e realizzato un’installazione capace di colmare lo spazio, stabilendo con esso un rapporto di dialogo,si concretizza in questo appuntamento fisso, all’interno della Bocca. Ogni due mesi viene ospitata un’installazione collocata tra il soffitto e il pavimento di questa piccola e storica bottega della Galleria Vittorio Emanuele II. È con vero piacere che, grazie alla collabo-

razione dei numerosi artisti che ci frequentano, ho iniziato, un anno fa, questo cammino che vede realizzate opere uniche per lo spazio della Bocca. Ad oggi sono numerose le proposte di installazioni per il futuro. A dicembre è stato il turno di Anna Maria Russo, sannita di nascita, artista a tutto tondo, che ha immortalato, in dischi volanti di plexiglass le effigi della Bocca. In febbraio è giunto da Ginevra, Raphael Resasco, con l’opera Due derive per una barca, racconta storie di vita della terra di origine paterna:Vernazza (Cinque terre). A marzo ho ospitato un’artista milanese, Grazia Gabbini che con l’opera Di nidi e altre storie, ha ingabbiato poeticamente lo spazio aereo della libreria, con vele di lana, nidi di carta pesta e filo di ferro. Maggio vedrà protagonista Paolo Lazzarini, poeta filosofo e artista, che ha concepito un’istallazione per celebrare il decennale della morte di Silvio Ceccato, ricercatore del pensiero in formazione e delle sue modalità compositive. Entrate quindi in questo piccolo mondo che vive e si nutre d’arte dal 1775 e soffermatevi a guardare i percorsi intrapresi dall’Arte Contemporanea che nonostante tutte le difficoltà non è morta.
Dall’alto: A.M. Russo, R. Resasco, G. Gabbini

Giorgio Lodetti

Nasce dall’esigenza sempre maggiore di promuovere la giovane Arte Contemporanea italiana, l’esigenza da parte della storica libreria Bocca di Milano di diffondere sempre più capillarmente il proprio notiziario informativo: Le Segrete di Bocca, quadrimestrale d’attualità artistico e culturale nato nel duemila come inserto della rivista Arte Incontro in libreria, oggi si emancipa da inserto a rivista indipendente. Forte della distribuzione gratuita ad oltre duemila clienti fidelizzati alla Bocca, specializzati o semplicemente interessati alle Arti Contemporanee nazionali e internazionali. La rivista cerca collaborazioni mirate a migliorare i propri contenuti, attraverso l’avvallo e il contributo delle Gallerie d’Arte, oltre a stringere rapporti di collaborazione con strutture organizzative di prima linea presenti sul territorio nazionale. Forte dell’appoggio di molti collaboratori, tra cui giornalisti e critici d’arte, è oggi possibile far parte di questo nutrito entourage, formatosi in sette anni di attività editoriale. Insieme saremo in grado di dar voce alle differenti ricerche nel campo dell’Arte Contemporanea Italiana. La Libreria Bocca sempre attiva nella promozione, attraverso il vostro contributo, potrà diventare un faro nella nebbia di questo complicato sistema che è l’Arte Contemporanea. Unisciti a questa nuova iniziativa editoriale e collabora con Le Segrete di Bocca,Artisti in Rivista. Per maggiori informazioni contatta: Giorgio Lodetti: 338 2966557 e.mail: giorgio.lodetti @ libreriabocca.com.

GEHARD DEMETZ

Frammenti di vita un…legname affettivo
va, di richiedere un riscatto, quasi pretendere una ragione di vita: Demetz sembra seguire un percorso opposto a quello dei grandi protagonisti del ’900; così, mentre il Novecento ha proceduto ad una progressiva destrutturazione dell’uomo (le deformazioni allucinate di Bacon e le impietose disgregazioni di Lucien Freud) fino a diluirne anima e contorni fisici, Gehard sembra avventurarsi in un coraggioso sforzo di ricomposizione, un elaborato processo di assemblaggio di tasselli di legno, ciascuno corrispondente ad una precisa parte del corpo. È quasi una forma di aggregazione organicomolecolare che documenta uno sviluppo di vita, la definizione di un’identità di cui si lascia già intravedere maliziosamente la corruzione: il punto di arrivo è sempre lo stesso, ne varia il percorso, più distaccato e concettuale, più apparentemente figurativo, partendo da sembianze adolescenziali. È un’originalissima tecnica ad incastro, analoga a quella utilizzata nella scultura del tardo Rinascimento, quella con cui Demetz realizza i suoi stupendi mosaici antropologici: alcune tessere sono tuttavia appena sbozzate e i loro contorni spesso non combaciano perfettamente, ma lasciano spazi interstiziali, quasi a suggerire un’ansia di fretta costruttiva, zone d’ombra all’interno di corpi ancora in acerba gestazione, ferite geometriche che si riaprono come future cicatrici di aspettative disattese. Si respira un desiderio di crescita in quei corpi minuti, il superamento delle forme in cui si sentono intrappolati, vittime di un arresto metafisico del tempo che li consacra manichini dechirichiani, ma non icone indistinte di eroi senza identità, bensì gladiatori moderni dai lineamenti ben definiti, offerti come vittime sacrificali di una rituale iniziazione, chirurgicamente vivisezionati e amorevolmente ricomposti. I fanciulli di Demetz hanno lo stesso impeto dei cavalieri di Marino Marini, pronti a montare un cavallo dall’energia indomabile, simbolo di quella vita che in ogni istante è pronta a disarcionare la nostra presuntuosa stabilità, a scuotere il loro infrangibile e ostinato entusiasmo. Demetz vuole consegnarci un sogno, ma nel momento stesso in cui lo confeziona, in cui costruisce l’esoterica purezza esteriore dei suoi personaggi, già maliziosamente contaminati da tarli superficiali, ne mostra una ulteriore complice incompletezza nella parte posteriore, lasciata grezza a suggerire il disagio interiore, il turbamento della ragione di fronte a quel magico capriccio scenografico che ha il sapore di un’impalcatura di Cinecittà, pronta a crollare per aprirci al vuoto che ci
You sweat is salty, 2005 (particolare)

The mouth full of stars, 2006 (particolare)

Per me, che ho fatto del Futurismo una patente di vita, un (bi)sogno di ininterrotta creatività, trovarmi nello studio di Gehard Demetz è stato come fermare la macchina del Tempo, accettare una lentezza riflessiva che suona come ammissione di una vanitas soffocante, del rifiuto di guardare negli occhi la nostra inesorabile disgregazione, indifferente al tumultuoso e affannato tentativo di sottrarsi al silenzio, a una nudità sofferta e ostinatamente negata, assimilata ad un incubo di dissolvimento. I personaggi di Demetz hanno il coraggio di fissare la realtà, di guardarla negli occhi e rimanerne imprigionati, come impietriti per aver osservato la Medusa: la mostruosa Gorgone rappresenta in chiave mitologica il nostro moderno disagio a constatare un vuoto d’identità, a tradurre una tragica incomunicabilità, un destino già segnato e rifiutato. Si legge ugualmente in quegli sguardi di adolescenti la volontà di affrontare una pro-

attende. Demetz ci offre così una vasta casistica di Ecce puer, adolescenti che, nel loro concettuale sdoppiamento di forme, in quel contrasto tra la superficie esterna dal pallore lunare costellata di geometrici crateri e l’interna dolomitica increspatura di aggettanti rilievi, sintetizzano in modo personale la lezione del grande Medardo Rosso, una figurazione che è diluizione di contorni e certezze, una premessa iniziatica di vita che si rivela promessa di disgregazione, fisiognomica annunciazione di una umana parabola di disillusione e dissolvenza, drammatica compenetrazione figura-ambiente e indiscusso punto di partenza per la dinamica boccioniana degli stati d’animo. Ma il Nostro vuole soltanto suggerire, persistendo a donarci l’inganno di un sogno preciso, di uno studiato entusiasmo adolescenziale da Sabato del villaggio, in cui i protagonisti manifestano un senso di innocente e incosciente autorevolezza di atteggiamenti. Forse quel bimbo con il cappello giallo da asino di scuola, indispettito e deriso, può sve-

I want to be flexible, 2005 (particolare)

larci un segreto, forse sa di essere il nuovo pinocchio, di alimentare una menzogna che è anche la nostra illusoria capacità di essere protagonisti del nostro destino. E anche la ragazza di I want to be flexible con il suo sguardo assorto impugna un rossetto come una torcia a cercare disorientata una strada da percorrere, forse ad accusarci di una crescita indesiderata, di un’infanzia profanata, costretta a spezzare precocemente la dolcezza di un legame affettivo con un mondo ormai perso e indistinto, quella stagion lieve che Gehard sa evocare e scolpire nel legno e nel tempo con leggera e indiscussa grazia leopardiana.

Aldo Benedetti
LeSegretediBocca 3

GUIDO CADINI
non si tratta di dipingere la vita si tratta di rendere vivente la pittura
Pierre Bonnard

L’arte è un po’ come l’esistenza dell’anima. La si intuisce, la si postula, la si sente. Ma non si può svelare, né definire. Essa è connaturata all’individualità dell’enigma-uomo, manifestandosi in sensazioni nette, dettate da radicati modelli inconsci e dallo stratificarsi di fenomeniche suggestioni di sensi, senza chiarire perché le cose si percepiscano belle o brutte, cosa distingua il capolavoro da un’opera dozzinale, perché quello che alcuni considerano artistico venga misconosciuto da altri. La bellezza è un balzo di cuore: innamoramento impetuoso, attrazione istintuale prima che cerebrale, piacere sottile, bramosia di possesso. Nell’esorbitante panorama dell’arte, incalzante bailamme in cui si esibiscono geni ed eletti mescolati a patetici ciarlatani, e a dispetto di una centenaria valanga di corbellerie moderniste che aggrava non di poco il problema dell’immondizia, sopravvivono inestinguibili tracce di qualità. «Ho notato che sono i semideficienti a credere nell’avanguardia, e i furbi a parlarne» osserva Cioran.Tra gli epigoni di una pittura elegiaca dai toni misurati che si alimenta di armonie discrete nell’attenta osservazione delle cose semplici, troviamo Guido Cadini, artista da una vita pur se per un tratto in concubinato con le meno auliche vie dell’elettronica. Alla domanda «Perché dipingi?» Cadini si rivela genuino: «Non lo so. Ma avverto una spinta interiore ad estrarre colori e pennelli quando qualcosa palesa un suo fascino. L’impulso nasce dal colore, quindi si aggiungono il gioco obliquo delle ombre, il paradosso di accostamenti azzardati nella curiosa quiete apparente di oggetti che di solito non osserviamo e che di colpo si affermano perentori e carichi di significato sul loro limitato orizzonte». Boccette piene di luce, allineate come soldatini in cui squillano inchiostri accesi di rosso e di giallo, iridescenti valve di molluschi, bitorzolute zucchette variegate, carnosi finocchi, vermigli radicchi vengono proposti con una personale armonia cromatica giocata su toni che col tempo si sono smorzati, come un placarsi di giovanili esuberanze, attutendosi in una sorta di composto ravvedimento, con una sensibilità quieta che dispone alla riflessione e al silenzio. È pittura evocatrice di richiami felici, pervasa di una gracile poesia melanconica che ci attrae come una struggente musica scordata che ci torni da lontananze remote. Sono i suoi limoni un po’ anemici su un piatto sbreccato accanto a un boccale d’argento, sono oggetti dispersi tra le pieghe di elaborati drappeggi o madreperlacei cimiterini di ostriche con avanzi di limoni strizzati, salici che carezzano voluttuosi riflessi di fiume, pletoriche ninfee in allarmanti acquitrini nascosti. Cadini sembra aver serbato un suo intimo, particolare candore, scampato alle aspre stravaganze del vivere, sapendo mantenere un occhio sereno nella sua visione morale del LeSegretediBocca 4

La vecchia scuola, 2005

mondo. Stato d’animo che si appaga di un liquefatto deliquio di mulinelli nell’acqua, di nitori di neve che rabbrividiscono a una folata di vento, dello sfinirsi del chiarore sugli oggetti incalzati dall’ombra, di riscatti di luce: il guizzo di un bagliore attraverso l’acqua di un vaso, un insolente balenio di rimbalzo sul bordo di una zuppiera o sull’erotica formosità di una mela. Cadini non fa esercizio di traslati, non ci parla per allusioni: gli basta mostrare le cose nella loro occasionale postura, scenari minimi in cui posano la fenditura gocciante di un fico, una padella acciaccata, due aringhe stecchite, la crepa granata di un melograno, screziature di conchiglie, un asparago a mo’ di solitario reperto, il roseo petalo moribondo di sfatte peonie ai piedi di una brocca smaltata di blu, improvvisando dal vero con lo stesso fervore di quando si pone con cavalletto e pennelli davanti a un paesaggio all’aperto. Egli trova ragione bastante in ciò che accade o sembra sul punto di accadere – chè nelle nature morte l’ostentata staticità degli ogget-

ti sembra preludere a imminenze di convulsione – e la sua riflessione sulle “cose da niente” trasmette una gioia semplice, diretta, di appena sussurrato lirismo. I suoi paesaggi sono deserti di umani. Si saziano del lussureggiare dei verdi, della scabrosità dei bruni, dei declivi maculati di ulivi, talvolta approdanti a una remota, sognante linea di mare. Muri lambiti dal fogliame di chiome ventose che hanno visto passare e giocato con i capelli e le vesti di una donna bruna, di cui è scomparsa ogni traccia. Sussulti di solitudine, singulti nascosti dell’anima da reprimere in fretta, come ci era stato insegnato da un’antica, virile abitudine. Forse il pensiero è già solitudine. Meditando sull’apparente fissità delle cose, sul loro fermo respiro, ben sapendo che alcune di esse da tempo non sono più e che altre dureranno beffarde molto più a lungo di noi. Fin quando anch’esse non saranno che ricordi di cenere. Poiché «tutto è unico e perduto per sempre». Giovanni Serafini

Spruzzaprofumo, 2005

SATURNO BUTTÒ
Maggio Duemilaotto resterà nella memoria di Saturno Buttò come un mese da ricordare. Sabato 3 maggio si inaugura presso Mondo Bizzarro in Via Reggio Emilia, 32/C a Roma una personale dei suoi incisivi dipinti.Mercoledì 7 maggio si inaugura presso la Libreria Bocca in Galleria Vittorio Emanuele II, 12 a Milano un’altra personale dei suoi sulfurei oli su tavola. Pochi giorni dopo ricorrerà il suo compleanno. Ad majora! I visitatori scopriranno il realismo di una pittura di vigoroso nitore, di impianto classicamente figurativo con spregiudicate connotazioni inventive, in cui spiccano prevaricanti rossi squillanti e contrastanti bituminose cupezze che ci raccontano di riti avvincenti e paurosi, allusivi e sardonici. L’apparente normalità del quotidiano copre un’infinita serie di impensate sventure e di sofferenze cruente, su cui l’originalità descrittiva dell’autore ci porta con fascinosa ridondanza a riflettere. Sono l’ossessione dei ferri chirurgici e di altri brutali, offensivi strumenti con cui coscienziosi medici seviziano umani debilitati e indifesi, cavie vive secondo la nobilissima logica – cinismo ipocrita già stigmatizzato due secoli fa dal Divino Marchese – di “sacrificarne qualcuno per salvarne milioni”! Sono interrogativi sull’isteria mistica, sulle scomode e roventi com-

Roma - Milano
mistioni tra sacro e profano, sulla sublimità del martirio come via al delirio contemplativo, sulle equivoche ambiguità di “sepolcri imbiancati”, sulle nefandezze di spregiudicati filibustieri intenti a sfruttare dabbenaggini, superstizioni, smanie dissacratorie, aneliti di trascendenza. Dipinti in cui si fronteggiano forze divine e diaboliche negli sguardi e nelle intenzioni dei protagonisti, nelle loro nudità allusive, nelle masochistiche ulcerazioni della carne, nel contatto crudo e doloroso coi ferri, nell’ergersi di imprevedibili eletti nobilitati da stillicidi di sofferenza e di sangue.Tavole in cui ossessioni religiose e buone intenzioni preludono a efferatezze, innocenti fanciulle ignorano l’urto di imminenti malvagità, madri di famiglia si mutano in perverse dark ladies guantate di nero, ritualità sospette si snodano tra lancinanti, blasfemi presentimenti in un avvicendarsi di dramma e humor nero.Teste avvenenti di peccatrici paiono già circonfuse da aloni dorati, predestinate – senza saperlo – a una santità che dovrà essere pagata giorno per giorno con le amare traversie di una vita costantemente in agguato. Solange è forse l’estrema, idealizzata speranza. Non è ancora umiliata, ignora il rimorso. Ci osserva con una sua disarmata innocenza, inconscia o non tur-

Red Skull, 2007

bata dalla sua nudità che ogni occhio dovrebbe trovare naturale.Assorta ad ascoltare la pioggia o una solitaria canzone che non contiene rimpianti.Testimone edificante e serena che procede indenne attraverso mille inganni di angeli tentatori e malvagi. Esempio di bellezza del creato immaginata da un Dio esteta o scaturita dal mistero di una forza ctonia, capace di investirci con una folgore di ammirata, consolante felicità. Per un momento dimentichi del dolore che annidato nel tempo perseguita il nostro incerto, accidentato incedere. Giovanni Serafini
ture colorate. Napoli compone col colore. La musica, l’armonia e il suono, derivati dalla sua attività di musicista, rivendicano un’appartenenza e una significazione indubbiamente tangibili. Le stesure di colore nelle sue opere arrivano al nostro occhio con la medesima pacatezza e risonanza di partiture musicali sentite dal nostro orecchio. Come nella musica il suono da percezione diventa emozione sentita, l’arte di Franco Napoli è così indiscutibilmente un fatto percettivo da cui far affiorare, in un secondo tempo, il lato nascosto dell’emotività. Nel maturare il passaggio che trasferisce percezione in emozione si cela tutta la tensione dell’intimo significato della sua ricerca. Ma questo sarà il nuovo capitolo del suo racconto. Ci sono i riferimenti storici, ci sono i richiami ai grandi maestri, ci sono legami e interessi all’arte che ha fatto la storia, ma avremo tempo per riparlarne.Avremo occasioni per compiere una ricognizione critica sul suo lavoro, per risentire il suo colore; Franco Napoli ha iniziato un percorso che difficilmente ora potrà abbandonare, la misura del viaggio iniziato è consapevolmente definita, sconosciuta resta solo la meta, che si rinnova e si sposta ogni volta allungando la via della scoperta. L’atmosfera da lui dipinta si aprirà come sipario per lasciare vedere ogni volta un nuovo paesaggio emotivo, un nuovo orizzonte, un novo universo incentrato sempre sul colore. Le sue battute dipinte sono solo agli inizi, la partitura per la sua sinfonia, il suo concerto sono ancora tutti da scrivere. Li ascoltiamo, poco a poco, con la giusta lentezza, lasciandoci negli occhi, ogni volta, la loro grande suggestione.

FRANCO NAPOLI

Il colore armonia percezione emozione
Silenzi 17, 2007

La radice essenziale del dipingere, della Pittura, è il colore: qualsiasi scelta cromatica si compia, e a qualunque soggetto sia poi indirizzata, lasciare su un supporto un segno, che si traduca nell’immaginario come visibile, è il gradiente insostituibile ed irrinunciabile di qualsiasi azione artistica. Si ritrova declinato nell’astrazione o nella figurazione, attraverso forme definite o raccolto in sfumature eteree e impalpabili, pesante o leggero, materico o rarefatto… Franco Napoli, dopo percorsi e sperimentazioni differenti che hanno comportato una ricerca che fondeva in un unico insieme l’alternanza espressiva di forme e materiali, unitamente ai colori, ha trovato lentamente la sua via. Come spesso avviene la sua è stata un’azione a togliere, a ripulire, a ridurre all’essenziale. L’eliminazione progressiva del superfluo, di tutti quegli ele-

menti che si accalcavano ridondanti sulla scena pittorica, ha maturato una linearità che ha trascritto efficacemente il suo desiderio di esprimersi nell’arte visiva con l’apertura, forse insperata e non del tutto conscia, di un vero dialogo poetico. Franco Napoli ha, timidamente, imboccato la via della sua ricerca, si è ormai lasciato alle spalle l’esuberante voglia di dire, tipica di chi inizia, per affrontare ora il percorso più difficile: quello di una riflessione concentrata nel comunicare attraverso un linguaggio la cui pratica diventa, nell’artista che la esercita, esclusiva. Le sue opere sono atmosfere tutte incentrate sul puro colore. Il suo campo d’azione diventa il luogo in cui lente stesure stratificano le evoluzioni del colore stesso. La materia pittorica si rivela così in trasformazione continua ed inesorabile, non si fissa, non si lega a null’altro se non a sé stessa. Senza evocarsi in altre forme diventa cangiante, mutevole ed umorale rimanendo pura ed uguale a sé stessa. Il colore agisce nella dissolvenza del segno che si smaterializza in stratificazioni di cromie; tanto nelle scelte diverse e contrastanti quanto nelle variabili di tinte su tinte, la sua pittura avviene per emersioni ed immersioni appena accennate, in continua alternanza, nelle variabili delle sfuma-

Matteo Galbiati
LeSegretediBocca 5

CLAUDIO MAGRASSI
Dissolutio, 2008

I ris…volti

Paul Klee diceva: «L’Arte non ha lo scopo di riprodurre (mimesi) la realtà, ma di renderla visibile». Il famoso San Bartolomeo scorticato del Duomo di Milano, opera di Marco d’Agrate, ci rende immagine di questa frase, priva il corpo di quella guaina protettiva che ci distoglie dal martirio che ci attende, materializzando un incubo e, al contempo, conquistando un sogno di riscatto: così Magrassi ci mette a nudo, mostra i nostri veri volti, ne analizza ogni ruga, rende tangibile il tempo. E in ogni volto si avverte quello di Dio, come nel Caravaggio della Vocazione di San Matteo: la sua presenza si manifesta nella quotidianità, nella volgare e tormentata, sofferta vita di ogni giorno, è una chiamata improvvisa. Si adombra un soffio di luce che illumina i volti e ne suggerisce una laica trasfigurazione, l’inaspettato risvolto in una sorta di moderna annunciazione: sembra quasi rompersi il guscio terreno che ci avvolge, schiudersi a una speranza di sopravvivenza alla contaminazione del tempo. È il Michelangelo della Sistina che dipinge il proprio autoritratto su una pelle nelle mani di San Bartolomeo nel momento del Giudizio: in Magrassi ogni istante è giudizio, sfumatura del vuoto, recupero di un volto. Via Crucis,Via Lucis, è questo il risvolto della vita, la lotta per non soccombere alla sofferenza, alternativa alla passione e al calvario in cui protagonista è stavolta la luce, la vittoria sulle ombre che si allungano a renderci vittime sacrificali: il rito della Via Lucis, parallelo a quello della Via Crucis, si sofferma sulla resurrezione e insieme costituiscono un virtuale biglietto di andata e ritorno. I ritratti di Magrassi sono assorti testimoni di questo viaggio e i loro sguardi sono sempre rivolti verso l’alto, quasi a ringraziare di una illuminazione non solo fisica, non tradiscono il terrore delle anime dannate di Caronte, pronte ad essere raccolte e traghettate verso l’oLeSegretediBocca 6

blio, ma ti guardano diretti negli occhi, ti svelano che il segreto della vita è proprio quella dignitosa comunicazione, una composta comunanza di destini, ecumenica solidarietà di valenza quasi leopardiana. E il tempo viene accolto come compagno di questo processo di disgregazione che è poi aggregazione, corale accettazione di un transito collettivo: proprio i nostri volti rappresentano questa propensione a una consapevole complicità, a ricevere le stimmate di un calvario quotidiano, quelle rughe espressive che Magrassi sa accarezzare e lenire come piaghe di un’epidemia inarrestabile. Se i dannati di Caravaggio escono come lucidi fantasmi da un’oscurità avvolgente che ne dichiara la rivolta e l’urlata insofferenza alla mediocrità assurda della vita, quasi ribelli di un romanzo di Camus, i soggetti di Magrassi si spogliano delle tenebre, vivono delle tinte sanguigne delle opere di Rembrandt, sembrano ospiti dell’Albergo Trivulzio delle tele di Morbelli, spettri di una vita che si sta spegnendo, ma che ancora li scalda di una luce divisionista, morbida e soffusa, allungata come i filamenti del ricordo: ma il Nostro supera quel senso di isolata incomunicabilità e straziante abbandono, la luce non è quella di una esile candela che si sta spegnendo, non è socialismo del dolore, è all’opposto comunione distribuita agli appestati, come nella tela di Tanzio da Varallo, abbandono a un sogno di salvataggio collettivo degno dei personaggi della Zattera di Géricault. Giovanni Testori sarebbe certamente coinvolto in questa tessitura di speranza, attratto da questo orgoglioso naufragio oceanico che dipinge i personaggi come i suoi pestanti, artisti lombardi del Seicento con l’occhio rivolto a un’umanità annientata dal morbo della peste, di una vita oscura trascinata nella povertà e illuminata solo da esempi di religiosa devozione e umana solidarietà. Testori vi avrebbe raccolto un evangelico messaggio di riscatto, sottolineando quell’aura di luce che li circonda, esattamente come fece per gli stupendi ritratti di Andrea Martinelli di Prato, stupendo cantore di un mondo appartato di legami affettivi che fa della vita un piccolo, ma esauriente hortus conclusus, granitico assertore di una preziosa eroicità quotidiana.Anche Magrassi è profeta della stessa terrena santità, conquistata con la testimonianza di una passione e una dedizione costante, di attenzione verso l’altro, attraverso la ricerca di una divinità che si oppone alla visione eterea e virtuale di un dio che si limiti ad osservare l’umanità: quello che vede Magrassi è un uomo che si confonde tra noi, che ha il coraggio di scrivere l’equazione uomo-Cristo e ideare una nuova Divina Commedia, in cui l’Inferno si con-

Camelia 28, 2007

cilia con il Paradiso, in cui l’appestato si ritrova portatore sano di un germe di santità. È così che i ritratti di Magrassi sembrano acquisire l’espressione di serena limpidezza che ricorda l’equilibrio rarefatto e la compostezza dignitosa delle figure di Piero della Francesca, ne acquisiscono un analogo solido impianto geometrico, quasi una infrangibile regola francescana. I personaggi di Magrassi paiono i protagonisti dell’ultimo capolavoro del regista Ermanno Olmi, Cento chiodi, in cui si narra la storia di un professore che è stanco di cercare Dio tra astratte dottrine teologiche e finisce per crocifiggere, appunto con cento veri chiodi, libri e incunaboli che ne sono ideali e distaccati custodi per fuggire dal suo mondo teorico e rifugiarsi sulle rive del Po, a cercare un Dio reale, tra la gente comune, ripercorrendo il cammino stesso di Cristo e il miracolo della sua storia di generosa condivisione di dolore e ricerca di verità. Dobbiamo osservare con attenzione i visi ingombranti di Magrassi per leggerne i più segreti risvolti e udirne la preghiera ad unirci alla loro umile grandezza, a condividere una preziosa promessa accennata con la ruvida dolcezza di una sofferta follia e l’imbarazzo di un evangelico abbraccio. Aldo Benedetti
Résurgit, 2008

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BAR SI

Galleria Vittorio Emanuele II

La Libreria Bocca ha il piacere di invitarla all’apertura ufficiale del primo

Caffé Letterario
in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano

G i ov e d ì 1 5 m ag g i o o r e 1 8 S e r g i o Da n g e l o
Opere Storiche alle pareti ● Nel frigobar I Documenti Nelle vetrine ad arco gli Hand Mades

EVENTI

Presentazione della rivista di poesia

Nel cuore dell’inverno
a cura di

Grazia Chiesa

Sergio Dangelo, Elegia, 1952, cm 40 x 30

Elegia, 1966, cm 50 x 40 (esposto alla Biennale Venezia)

Elegia, 1985, cm 100 x 70

“Letteralmente” Apprendiamo da un recente sondaggio che Annibale sedette al “Select” prima di attraversare le, allora, fiorite Alpi e abbiamo notizia di Voltaire che degusta gelati nello stesso “café hululant” dove, un secolo dopo, Pablo Ruiz avrebbe assaporato il suo prezioso quarto di “eau Perrier”. Si dice oggi di un declino del caffé letterario ma, attenti alla profezia di Hundertwasser e in ascolto al grido di Dalì (che titola “sì” il suo diario), a Milano, malgrado tutto capitale del mondo, si inaugura il luogo già sin da ora deputato ai più felici incontri. Non si fa obbligo, ai frequentatori di questa nuova isola felice, di indossare pastrani di tweed, di portare occhiali da sommozzatore e neppure di confondere l’ombra con il soggetto. Il vantaggio del caffé letterario nei confronti del bar illetterato consiste soprattutto nel fatto che una calamìta magnetica attira, salvamento contro ogni calamità di spiaggia, monte, valle, i clienti, poi amici, di questa vasta famiglia che comprende manipolatori di pennellesse, reggitori di penne a sfera, indagatori della e contro la noia, tutti accomunati da una sola certezza: il parossismo non è regola fissa e in uno spazio minimo può evidenziarsi il cosmo. Giorgio, il principe, indica a noi la strada; salita la scala il bancofrigo ospita libri, le sedie accoglienti ci consolano della inadeguata accoglienza del MiArt e delle sale di vendita d’arte dell’oggi, ostili. “Vengo anch’io?” sento chiedere in galleria. “Sì, tu sì” è la risposta. “Ma perché?” “Perché sì!”

BAR SI

Galleria Vittorio Emanuele II, 19 - 20121 Milano
info: 0 2 8 6 4 6 4 6 3 6 - 0 2 8 6 0 8 0 6 - 0 2 8 6 4 6 2 3 2 1

Eventi Caffé letterario Vi aspettiamo alle 18
Martedì 20 maggio Il restauro dell’opera: Alfabeto senza fine 1982 di Emilio Scanavino rivista di restauro presentata da: Elisabetta Longari intervengono: Manuela Turchetti e Greta Pretese Giovedì 22 maggio Across the universe Tiziana Mesiano, opere presenta: Patrizia Tamarozzi (giornalista di Repubblica) musiche di Emanuele Lasorella e Luca Luciani Martedì 27 maggio Poesia, pittura, scultura, musica testi poetici di Mariacristina Pianta ispirati dalle opere d’arte di: Francesca Fornerone, pittrice; Andrea Melloni, scultore; Gianantonio Ossani, scultore; Emilio Palaz, pittore; Aldo Scorza, pittore presenta: Mariacristina Pianta Giovedì 29 maggio I Salmi illustrati e calligrafati da Renata Aghina Feige presenta: Grazia Chiesa Martedì 3 giugno Lasciatemi Divertire, raccolta scelta di articoli di Carlo Castellaneta, tratti dal Corriere della Sera a cura di Cristina Rossi intervengono: Carlo Castellaneta, Cristina Rossi, Antonio Steffenoni, Stefano Soddu Giovedì 5 giugno Demattè, Gente di confine, romanzo presenta: Giovanni Serafini Martedì 10 giugno Traduzionetradizione, quaderno internazionale di traduzione poetica intervengono: Daniele Balcet, Gérard Philippe Broutin, Grabriella Galzio, Marica Larocchi, Francesco Macciò, Tiziano Rossi, Tiziano Salari, Antonio Staude presentano: Claudia Azzola, Tiziano Salari Giovedì 12 giugno Luciano Spadanuda, Un bicchiere e una passera, romanzo presenta: Giovanni Serafini Martedì 17 giugno Filmati d’arte, edizioni Scoglio di Quarto ritratti di: Alessandro Savelli e Pierantonio Verga regia e realizzazione di Umberto Corni intervengono: Umberto Corni, Matteo Galbiati e Stefano Soddu Giovedì 19 giugno D’Ars, 50 anni d’Arte Gino Cosentino scultore, raccolta di scritti presenta: Grazia Chiesa Martedì 24 giugno Aldo Pancheri dipinti lettura critica e poetica di Guido Oldani Giovedì 26 giugno Poesia al femminile, testi poetici di Mariella De Santis, Barbara Gabotto musiche di: Barbara Gabotto, Giacomo Guidetti presenta: Mariacristina Pianta

20/05

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Martedì 16 settembre Il Monte Analogo, n. 7, maggio 2008, rivista di poesia e ricerca intervengono: Giampiero Neri, Assunta Finiguerra, i direttori della rivista: Meeten Nasr, Paolo Rabissi, Roberto Caracci, il poeta: Beno Fignon che si accompagnerà con la fisarmonica, gli scrittori: Vincenzo Guarracino, Federico Zuliani Giovedì 18 settembre La censura nell’arte, dibattito intervengono: Agostino Arrivabene, Saturno Buttò, Antonella Lucarella, Patrizia Masserini, Carlo Previtali, Paolo Schmidlin, Federico Severino relatore: Giovanni Serafini Martedì 23 settembre Australia, Diario di viaggio e opere dell’artista Marilena Sassi presenta: Grazia Chiesa

Giovedì 25 settembre Orchestra: poeti all’opera direttore Giampiero Neri: 10 autori a confronto presenta: Mariacristina Pianta Martedì 30 settembre Fatti e Misfatti dell’Arte, dibattito intervengono: Andrea Bondanini, Sara Fontana, Cristina Muccioli Pierangelo Turroni relatore: Giorgio Lodetti Lucio Scortegagna, sculture Giovedì 2 ottobre Testuale, critica della poesia contemporanea, compie 25 anni intervengono: Stefano Agosti, Marisa Bulgheroni, Giancarlo Buzzi, Luciano Erba, Fernanda Fedi, Gilberto Finzi, Gino Gini, Milli Graffi, Vincenzo Guarracino, Marica Larocchi, Alberto Mari, Giulia Niccolai, M. Pia Quintavalla, Fuasta Squatriti

OK IL PREZZO È GIUSTO
Si sbagliava o si illudeva Giorgio de Chirico quando nei suoi scritti d’arte, ironici e intensi, preconizzava l’imminente fine di quell’arte da lui stesso tanto contrastata dei modernisti, come amava definirli. Non poteva il pictor optimus certo immaginare a quali esiti catastrofici questi modernisti avrebbero portato l’arte stessa. Un patetico e deludente cuore di San Valentino di enormi dimensioni, opera di un noto artista americano, ha raggiunto quotazioni stratosferiche. Complimenti! Un’operazione di comunicazione, di critica e di mercato perfettamente riuscita, perché con il raggiungimento di un’altissima quotazione si è conferita sacralità a un’opera d’arte che rappresenta il nulla della contemporaneità. Di questo cuore, anche non ci fosse stato, nessuno avrebbe sentito la mancanza. Un’operazione di marketing lecita, ma che nulla ha a che fare con l’arte. Purtroppo, la conseguenza di questa operazione ha drammatici risvolti culturali e morali. Mi avvilisce vedere schiere di giovani artisti ripetere e ispirarsi a questi stessi modelli. I giovani americani, giapponesi, cinesi, indiani, europei… che si incontrano nelle varie manifestazioni artistiche (biennali, fiere ecc) affascinati dai risultati di mercato hanno una visione dell’arte solo contemporanea,

SCRITTI D’ ARTISTA
di MAURIZIO BOTTONI

Jeff Koons

senza capire che la vera arte è sempre moderna. Le diverse culture di questi stessi giovani si omologano in un unico modello e la tragicità sta proprio in questo: nella mancanza di desiderio nel riconoscersi provenienti da una propria tradizione rischiando di cancellare per sempre il valore della propria storia, che è storia di tutti. Moderno è ciò che è eterno, tutto quello che è capace di parlare al futuro senza ignorare il passato. Contemporaneo è il presente, senza futuro, come il cuore di San Valentino. LeSegretediBocca 9

LAMPI CRITICI
La rubrica di Andrea Bondanini conterrà una intervista a chi opera nell’arte, o la segnalazione di un’opera.

LE RUBRICHE
di ANDREA BONDANINI

ARIMO

LE RUBRICHE
di CRISTINA MUCCIOLI

getto ma ne rendevano incomprensibile l’uso avendo disposto le tele a prisma triangolare in modo che chi vi passava davanti cambiava la visione e solo da un punto di vista si capiva che era un divano. Altrimenti era un oggetto inquietante, con la terza tela posta a terra, evocatore di mostruosità tecnologiche. Non doveva decorare, non era un quadro, non era un divano perché diviso dagli elementi modulari, e poco accomodante per la sua posizione in basso e a terra. Imago traformava Simone in un trompe l’oeil, illusorio come illusorio era il lusso evanescenImago, 1968, Istallazione con l’autore Claudio Papola, Museo dell’Aquila te di Simone. L’opera fu pensata per uscire dal circuito di Claudio Papola, pittore Ha seguito dal 1950 a oggi un percorso arti- mercificazione privata per inserirsi in uno spastico anticipatore di tendenze tecniche e ar- zio pubblico. Fu scelto un divano “non quatistiche successive, rifiutando formule e ripe- dro” per non seguire la sorte del quadro solitamente collocato sopra il divano, trascutizioni di sé stesso. Qui riproduciamo l’opera Imago del 1968, og- randone i moventi e percependone solo il figi al Museo dell’Aquila, ispirato dal divano ne di arredo. Simone di Cassina. Il design pretenzioso di Fu anche esposto alla Galleria San Fedele, in Simone non univa comodamente tre perso- un’importante collettiva sulle ultime ricerche ne ma le separava con la sua triplice ampia a Milano. Dunque da una parte una espresdivisione, come tre loculi. Papola ne fu colpi- sione creativa e critica dell’anno 1968, dall’alto e espresse la sua critica creando una istal- tra adozione anticipatoria di non pittura con lazione composta da tre tele con emulsione la emulsione fotografica su tela pur rimanenfotografica di 120x50, che riproducevano l’og- do immagine.

Agostino Arrivabene,Vanitas, 2005 (particolare)

FOLLIA NELL’ARTE
In occasione di alcuni interventi parlati e auspicabilmente

LE RUBRICHE
di CRISTINA MUCCIOLI
la come drammatica, seppur geniale, espressione intima ed esistenziale dell’artista. Emblematici, dicevamo, ma tutt’oggi chiaroscurali nella loro infinita riserva interpretativa, nell’attualizzazione costante di un pensiero e di un atteggiamento che, riscoprendoli nel proprio oggi, rende contemporanei anche gli antichi. Dalla manìa platonica alla Malinconia di Duerer, dall’Incubo di Fuessly all’Urlo di Munch, dalla Nave dei folli di H. Bosch alla Barca Sola di W. Lazzaro, da Van Gogh a Sironi, da Goya a Bacon, da Picasso a Pollock, per citare e sfiorare alcuni nomi della storia dell’arte che sono per noi già immagini, ci inoltreremo nelle selve oscure che ogni epoca ha vissuto e ha magistralmente rappresentato, consegnandocele sublimate dal genio. Più di un “Virgilio” ci accompagnerà in questo percorso, tracciato sin da subito da quel che Giacomo Leopardi chiamava il pensiero emozionale: un approccio delicato ma capace di arginare la definitività claustrofobica di una ragione carnefice: della critica, della storia, dei benpensanti di impensate Recanati.

Marco Bernacchia

dialogati con il pubblico, la Libreria Bocca tratterà di alcuni esempi emblematici della follia secondo due possibili raggruppamenti: quella interpretata dagli artisti come oggetto tematico; quelLeSegretediBocca 10

Il mio ringraziamento grande, innanzitutto, all’editore Giorgio Lodetti che mi ha rivolto l’invito ad occuparmi di quanto amo di più, l’arte, la filosofia, la critica, in questa rubrica, ben sapendo che l’amore non è per nessuno una garanzia. Ho suggerito il titolo di Arimo perché al lettore chiederò in effetti una pausa – di lettura – nell’affaccendarsi frenetico e utile di ogni giorno. Non è utile l’arte, ancor meno rischiano fatalmente di esserlo le parole sull’arte. Secondo me è vitale, questione diversa. Utile non è vitale, tant’è che si può benissimo sopravvivere, senza provare davvero a vivere. Le parentesi che andrò ad aprire e a chiudere, lo spero vivamente, con i lettori, riguarderanno la ricerca e la riflessione sui classici contemporanei, i nuovi classici, provando sin d’ora a muovere dall’origine, dall’etimologia di questa parola: classico ci insegnava al liceo Valentino De Marchi, deriva da classis, flotta. I classici erano marinai specializzati, pagati piuttosto bene, tanto da poter contribuire con le loro sostanze al bene collettivo. Per questo cercavano di mimetizzarsi tra gli infra classem. E per questo, cioè diremmo oggi per ragioni fiscali, Catone, meritandosi l’appellativo di censore, sentenziò nel 169 a.C. senza possibilità di equivoco, le loro basi patrimoniali. Oggi le possibilità interpretative sono multiple, certo meno riduttive e distanti dai criteri degli antichi Romani. Ma anche tanto nebulose da suscitare un senso di straniamento dall’arte e dal suo nuovo prodursi. Alla scultura, alla pittura, alla decorazione e al mosaico, si aggiungono le installazioni, la videoart, la bodyart, la fotografia, che ancora abbisogna di riscatto per essere considerata appieno una forma d’arte, non una semplice fonte documentaria. Siamo in un labirinto di cui non cerchiamo l’uscita. Vorremmo stare nell’arte, con l’arte, condividere con essa una relazione più empatica, non sovraccaricata di linguaggi critici eruditissimi ma ostici ai non addetti ai lavori, per concederci con un arimo la possibilità di godere degli scenari più nuovi e affascinanti dell’arte.

m a rc o a rd u i n i .it

Verso Torrechiara. 2007

DAVOLIANI INTERNI
Tempo fa, in occasione di una personale che Angelo Davoli tenne nello spazio suggestivo della chiesa sconsacrata San Mattia a Bologna mi imbattei in alcuni suoi lavori che colpirono particolarmente la mia attenzione. Conoscevo bene il suo lavoro principale dedicato alle vedute con archeologie induGianluca Corona striali ma in quell’occasione vidi approfondito, in qualche modo definito, un genere che egli aveva affrontato, se non sbaglio, solo sporadicamente fino ad allora. Quello degli interni. Successivamente alla visita di quella mostra ho guardato e riguardato quelle immagini in catalogo e ancora oggi non smettono di emozionarmi. Credo che con questa serie, meno nota, egli abbia toccato vette poetiche davvero notevoli. In questi dipinti si percepisce un senso di smarrimento assoluto, di profonda inquietudine. Sono come dei percorsi nel buio dell’anima, attimi sospesi nel tempo. Inside è un’opera che riporta a certe atmosfere dei dipinti del Parmigianino o del Beccafumi, Nascita della Vergine. C’è la stessa luce calda che avvolge un’ambientazione, in questo caso, attualissima. Sono spazi gelidi e silenziosi di cui non riusciamo a vedere i confini in profondità o in altezza e questo ci crea turbamento. In Interno 23 e Interno 24 è come se si riuscisse a percepire la polvere di anni sul terreno o sospe-

SCRITTI D’ARTISTA
di GIANLUCA CORONA

sa nell’aria immobile mentre viene colpita dalla luce che filtra violentemente di lato. Vediamo noi stessi all’interno di quei luoghi come proiettati indietro nel tempo, fino alla nostra infanzia quando, spinti dalla curiosità, ci divertivamo a esplorare i luoghi misteriosi e abbandonati. Lì dentro è come se si creasse un dialogo immaginario tra noi e l’infinito quasi fossero dei luoghi sacri (Alessandro Riva le aveva a suo tempo definite archeologie dello spirito). Simboli di un epoca dimenticata dove poter ritrovare un senso più intimo e umano di se. Ma se solitamente, nei quadri di Davoli, vediamo questi relitti industriali ripresi dall’esterno, qui vi penetriamo nelle viscere, siamo nello scheletro del mostro. Pare udire il tonfo dei nostri passi che echeggia in questi desolati abissi facendo un viaggio attraverso l’ignoto. Un viaggio che ci inquieta ma che ci fa anche riflettere. Guardando questi lavori mi è capitato di ascoltare una musica del ‘600 spagnolo per voce sola e accompagnamento per viole da gamba: soliloquio amoroso di un anima a Dio di Francesco Guerriero con testo di Lope de Vega. Ho notato che, pur appartenendo a un’ epoca remota, questo brano si sposava perfettamente con l’atmosfera rarefatta dei dipinti. Forse proprio per lo stesso contrasto che c’è tra la

Angelo Davoli, Interno 24

luce e il luogo, tra la tecnica pittorica quasi rinascimentale, fatta di sottili velature, e la modernità dei soggetti. Tanti pittori di oggi lavorano sul tema dell’archeologia industriale spesso in modo banale e dilettantistico. Davoli, con ispirazione e mestiere, è riuscito ad andare oltre l’esprimibile.

Interno 23

LA VITA IN ARTE

SCRITTI D’ARTISTA
di ANGELA GOVI
senza neppure rendermi conto; la vita dei miei affetti, quelli passati che silenziosamente ringrazio per ciò che mi hanno dato e che mai potrò scordare; la vita di quelli che dal passato mi hanno scortata fino ad oggi, quelli più grandi, più importati che mai potranno esser dati per scontati; la vita degli amori futuri, di ogni tipo, quelli che accenderanno immancabilmente nuove luci nell’anima; la vita straordinaria dei miei figli, il mio più autentico progetto di vita. Ho guardato poi la mia arte dall’esterno, da spettatore, per poter riflettere sul da farsi, e l’unica risposta che ho trovato è: «continua a declamare la vita, finchè ne hai una». Quindi, più che un canto di malinconia e di tristezza, o un moto di trasgressione o di maledizione come molti vorrebbero attribuire all’animo di un’artista, il mio è un grido di forza, di grande energia positiva. Un inno alla potenza divina che ci fa guardare al di là dell’esistenza. Ebbene l’arte è questo per me: reclamare quel respi-

Ho iniziato a dipingere per rispondere ad un atroce urlo di dolore: quello della morte di mia madre. Ho continuato a dipingere implorando un disperato bisogno di felicità: quello della vita. La vita che mi ritrovo addosso LeSegretediBocca 12

ro di felicità, quel brivido a fior di pelle che mi spetta di diritto e che voglio condividere col mondo. E li reclamo con la mia energia, un tesoro da far sgorgare al di fuori di me. Un’energia pulsante, quasi una preghiera che lascio spontaneamente debordare come un urlo di gioia, dandole di volta in volta forme diverse o sempre simili tra loro. Ho lavorato sul concetto di energia positiva: il più delle volte occorre alimentare questo stato, sostenerlo, irrobustirlo, farlo crescere. Sì, più che uno stato d’animo è un muscolo, che scaldato ed allenato risponde dovutamente. Costa fatica la vita per ognuno di noi, ma ancor di più costa renderla bella, interessante, sorprendente senza disperare, senza cedere, credendoci. Ecco in opera la mia testarda visione e di qui, l’uso della materia per rappresentarla sulle tele, l’uso dei colori, la ricerca delle pietre e la scoperta delle forme solide. Nella pittura le mie icone sono elementi del mare: nicchi, anemoni, conchiglie, ondate, dune ed altro, perché ho traslato nel mare il senso dell’esistenza il senso di pace e burrasca, quiete e tormenta, tenebra e arcobaleno, come sempre, in ogni nostra vita.

MARCO ARDUINI

on the road anni ’60 e dintorni
rio che va dagli anni Cinquanta agli anni Settanta e in cui l’auto o la motocicletta interpretano il ruolo del primo attore, rappresentano l’epifania del mito on the road. Il palcoscenico, infatti, è tutto per loro poiché gli uomini e gli oggetti che appaiono in Lungomare Adriatico 1970, 2007 scena – rade presenze da comprimari – contribuiscono ad amplificare non solo l’idea del viaggio, ma anche l’assoluta supremazia del veicolo che domina uno scarno paesaggio di sintesi, immobile nella luce artificiale di timbriche cromie. Così, per illustrare questo diario di viaggio, e questo campionario di scintillanti veicoli, Arduini si serve di un brillante vocabolario neopop (utilizzando acrilici e tempere) praticando una sterilizzazione linguistica che rifiuta ogni ipotesi mimetica, ogni profondità di volumi, ogni drammatizzazione dinamica. L’artista impiega infatti il freddo e oggettivo linguaggio dello stereotipo, a metà strada tra grafica pubblicitaria e fumetto, che tuttavia sa unire ad una stringata pulizia formale una felice disposizione verso il racconto di sintesi. Ma – e qui scatta il cortocircuito voluto dall’artista – la sterilizzazione dell’immagine rappresenta anche il massimo della sua evidenziazione, la sua astrazione il massimo della sua concretezza. E solo così il viaggio on the road può continuare verso altri luoghi, verso altri approdi dell’arte. Giuseppe Berti

L’IO

SCRITTI D’ARTISTA
di LUCIO SCORTEGAGNA

Prisma a seno III, 2000

Mito, Memoria e Storia sono alla base di questa singolare rivisitazione degli anni Sessanta operata da Marco Arduini; il quale scandisce le tappe del suo personale amarcord attraverso le automobili e le moto dell’epoca, protagoniste assolute delle sue opere: veicoli che appartengono ormai all’ immaginario collettivo, testimonianza dei nostri giovanili ardori on the road quando l’Italia conobbe, per la prima volta, l’ebbrezza e la frenesia della motorizzazione di massa. È grazie dunque a queste storiche icone da Italian Graffiti – dalla Fiat 500 alla Vespa – che Arduini compie i suoi molteplici viaggi nel tempo e nell’arte lungo le strade di un turismo d’annata: strade che portano alla Riviera Adriatica, alle Dolomiti, presso i laghi, o nelle grandi città come Roma e Parigi. E se nel dipinto manca il nome dei luoghi, ecco i titoli dei quadri supplire alla stilizzata indeterminatezza del paesaggio di sfondo con l’indicazione precisa delle coordinate spaziali e temporali del viaggio: Marina di Ravenna1967,ad esempio,oppure Passo Pordoi 1968, Lugano 1960, ecc. ecc. I titoli, dunque, si pongono come le indispensabili pagine di un dia-

PUNTO DI VISTA
Sorprendente l’impatto con questa seconda mostra milanese, direi quasi aggressivo, per quei volti incavernati, i carnosi collaterali delle figure di Léger e di Bonnard, d’un esasperato espressionismo, pur richiamantesi al cinquecentesco milanese Giuseppe Arcimboldi. Ogni pezzo esposto è sotto l’insegna di un realismo concettuale definizione sovrabbondante alla quale può ascriversi l’intera produzione di Francis Bacon. Sorprende altresì la disperante angoscia evocativa, un orrore esistenziale unito a un freddo nitore, mutuato dalla spettro infernale delle vampe londinesi nella seconda guerra mondiale, osservato dallo studiolo sul Tamigi, che gli avevano ricordato la placida Leffey, umida culla della sua infanzia dublinese. Samuel Beckett, suo connazionale, ricorda lo sconcerto degli astanti, stoici all’imperversare dei missili tedeschi, affollanti la Tate Gallery

LE RUBRICHE
di EMANUELE LAZZATI
nell’ammirazione dei Tre studi di figure per la base di una crocifissione e la palese avversione per questo cattolico Gaelico di bell’aspetto, anzi un vero disprezzo anglicano, memore dell’illustre omonimo vissuto nell’epica gloriosa degli Stuart.

Corona la mostra quello studio da Innocenzo X, esempio di destrutturazione

Quale arcano ha smosso la volontà di usare colori e materie? Ricordo il fascino adolescienziale che mi suscitavano dipinti e sculture e la voglia di fare per realizzare qualcosa di simile. Come avranno fatto? Era l’interrogativo. Il tempo e gli eventi mi hanno portato a fare e a cercare nelle idee un momento per sentire l’Io autore. Idee ed elaborazioni crescevano, si sviluppavano, cedevano alle insoddisfazioni una sofferenza che si mischiava, si scontrava con il mondo della conoscenza, della cultura dell’attualità, ma su ciò dominava la volontà di perseguire l’obiettivo e di sfidare la chimera che, dentro, sfuggente mi perseguitava. Fascino per tutto ciò che poteva defininirsi creativo, in particolare per volume e forma che dominavano e si perpetuavano nel tempo.Vivo nel mio lavoro, ascoltando il fascino che da esso scaturisce, assaporandone il risultato. Scoperto l’arcano, ecco il passaggio a cercare oltre, per scoprire altre fascinazioni in una continua volontà di superare la forma acquisita, verso altri elementi che mi avvicinino ad altri elementi gratificanti. Ricerca per sfuggire al tempo che, comunque, mi colloca in questo agone di sfide. Ricerca di un assoluto: ambizione peregrina? Forse! Ricerca di qualcosa che mi dia stabilità, equilibrio certo, e che idealmente definisce l’Io, la mia identità profonda e la consegna al tempo: ricerca di un connubio tra emozione e ragione, in un unicum che ingloba surrealtà metafisica in un contesto anche di strutturazione architettonica. Un fare vincolato alla legge gravitazionale, ma che ad essa vorrebbe sfuggire; certo, l’appoggio, l’ancoraggio, condizioni gravose per la scultura, ma anche un fatto transitorio per un’opera in grado di proporsi libera e docile, pronta ad interagire con il fruitore. Non il definito statico, predeterminato, ma forma fluida che ha in sé gli input per essere modificata da nuove prospettive ed emozioni in continuo divenire; un essere che espande le sue connotazioni, rinvigorisce e sviluppa la sorgente creativa in un sentire dinamico e propulsivo, che si concretizza in suggestionate forme del pensiero, pronte ad essere colte e trasformate, vibranti e vitali, nella mateLeSegretediBocca 13

STANZE DELL’ARTE
La recente kermesse del Salone del Mobile è stata l’ennesima occasione per ribadire l’annullamento dei confini che ancora potevano esistere tra arte, design e graphic design. Diretti a un’inevitabile ibridazione sembrano anche i ruoli tradizionali del sistema arte: l’artista, il curatore, il gallerista, il designer tradizionale e forse anche il critico rischiano di trasformarsi in stereotipi rispetto al nuovo che avanza. Inoltre è sempre più difficile circoscrivere i luoghi e gli spazi per l’arte. Si propongono alla ribalta spazi insoliti e originali, frutto del crescente interesse degli artisti a poter esporre i propri prodotti ma anche esito di una filosofia nuova. Quindi, nonostante i cronici timori di inflazione suscitati dal proliferare di fiere, di aste televisive e non e di spazi alternativi, pare che le gallerie tradizionali siano al culmine di un periodo di prosperità, anche nel contesto del mercato internazionale e del dialogo con le istituzioni. Questa rubrica cercherà di dare uno sguardo alle proposte delle gallerie private e dei nuovi spazi che operano oggi sulla scena.Al centro del mirino ci saranno Milano e provincia, ma sarà impossibile escludere del tutto la presenza di altre realtà nazionali interessanti. Milano resta comunque la situazione più vivace, dato che vi convivono gallerie sto-

LE RUBRICHE
di SARA FONTANA
riche che hanno saputo rinnovarsi nei decenni (è il caso di Claudia Gian Ferrari e di Gio’ Marconi) e i nuovi poli di ZonaVentura, ZonaTortona, Bicocca e Bovisa che accolgono gallerie e studi giovani, il neonato spazio sperimentale Conduits/Gea Politi e la galleria di Jonathan Zebina, calciatore francese in forza alla Juventus e noto appassionato d’arte, che in controtendenza ha scelto una location nel cuore di Brera. Non sarà quindi facile, date le scadenze non troppo serrate di questa rubrica, individuare il nuovo e il meglio, offrendo una sintesi il più possibile esaustiva della programmazione ancora in corso al momento della distribuzione del foglio. Potrebbe degenerare in un contenitore informativo di materiale eclettico indifferenziato, ma spero di riuscire ad approfondire, almeno qualche volta, il lavoro di un artista, la fortuna di un tema o la vitalità di un quartiere, o addirittura ad affrontare questioni più generali inerenti il sistema dell’arte. Per oggi resta lo spazio per una rapida carrellata sulla chiusura di stagione a Milano, certo in grande stile, fra standard di livello museale (le mostre di Fausto Melotti e di Jannis Kounellis da Christian Stein e quella di Alighiero Boetti e Dadamaino da Matteo

Alighiero Boetti, Immaginando tutto, 1998

Lampertico), artisti noti internazionalmente (John Bock alla Galleria Giò Marconi) e una rosa di promettenti giovani artisti italiani (Carlo Benvenuto da Suzy Shammah, Michael Fliri da Raffaella Cortese, Linda Fregni Nagler da Alessandro De March, Karin Andersen allo Studio d’Arte Cannaviello, Marco Campanini da Fotografia Italiana Arte contemporanea, Alberto Gianfreda, Michele Napoli, Daniela Novello, Nada Pivetta e Fabrizio Pozzoli nella collettiva S-cultura#1 da Guido Iemmi). A ciò andrebbe aggiunta l’attesa riscoperta di due artisti difficilmente inquadrabili per la ricchezza della loro ricerca: Claudio Costa, unico rappresentante in Italia dell’arte antropologica, in mostra alla Galleria Blu, e Betty Danon, artista concettuale e protagonista della poesia visiva, presentata da Maria Cilena.

STREET ARTISTS EVENT
NOTTE BIANCA GIUGNO 2008 CRISTIAN

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GALLERIA VITTORIO EMANUELE II, 12 - MILANO

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Passaggio, 2007

massimo_bollani @fastwebnet.it

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