NUMERO 44 | ESTATE 2013 | COPIA GRATUITA | WWW.BEAUTIFULFREAKS.

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5 Banda Putiferio 8 Primavera Sound Festival 11 Eterea Post Bong Band

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12 Full length 36 Full-length Estero 40 Ep 45 L’opinione dell’incompetente 46 33 Giri di piacere 48 Chi l’ha visti?

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BEAUTIFUL FREAKS Sito web: www.beautifulfreaks.org E-mail: redazione@beautifulfreaks.org Twitter: http://twitter. com/bf_mag Facebook: http://www.facebook.com/beautifulfreaksmag Direttore responsabile: Mario De Gregorio Direttore editoriale: Andrea Piazza Caporedattore: Agostino Melillo Redazione: Maruska Pesce, Marco Petrelli, Fabrizio Papitto, Piergiorgio Castaldi, Pablo Sfirri, Luca James, Bernando Mattioni, Marco Mazzinga, Alessandro Grimaldi Ferraro, Hanno collaborato: Plasma, Alberto Sartore, Ciceruacchio, Rubby, Anthony Ettorre, G. Montag, Vincenzo Pugliano, Alesiton, Faber Pallotta. Un ringraziamento particolare a Marco M, Pablo Le illustrazioni sono di Aenis (www.aenisart.com) Beautiful Freaks è una testata edita da Associazione Culturale Hallercaul, registrazione al Roc n° 22995

editoriale

Il PC acceso segna il valore record di 90°C. Nella home page di una testata online leggo: “A Beethoven manca il ritmo. Quello lo possiede Jovanotti”. La frase è di tal Giovanni Allevi, non un fine musicista, mi dicono, né un colto critico, e di ciò ne avevo avuto sentore sin da l suo Evolution: nell’album dirige un’orchestra e dunque, per segnalarcelo, nella minimale copertina si sceglie di mettere il suo riccioluto faccino nascosto dietro una bacchetta. Non c’è peggior cosa del minimale banale, non puoi neanche distrarti a seguire gli orpelli; sei obbligato alla banalità… E quanto infastidiscono le copertine delle riviste in cui il personag gio che campeggia nella sua fiera posa da rocker non trova un adeguato spazio nelle pagine interne, deludendo le aspettative di chi la rivista l’ha comprata. Quando poi questo perso naggio è F.Z. la cosa te la leghi al dito e decidi non solo di non comprare più quella rivista, ma di non sfogliarla più nemmeno quando è gratis. La copertina è importante, è la chiave d’accesso al contenuto, la chiave di lettura dell’argo mento generale, la chiave di volta dell’impianto editoriale, la chiave di violino che regola i toni, la chiave bulgara per forzare la disposizione d’animo del lettore, la chiave primaria che rende unico quell’oggetto, è ‘a chiave ‘e ll’acqua, si direbbe in gergo partenopeo. E non è vero che un libro non si giudica dalla copertina. L’aforisma di successo popolare che sostiene l’esatto contrario avrebbe voluto indurre la gente ad andare oltre le apparenze, ma in realtà l’unica conseguenza che ha prodotto è un fondato pretesto per perdonare le pessime copertine… La copertina è una responsabilità, una responsabilità che in questo numero vogliamo condividere simbolicamente con voi lettori: come nel classico gioco della settimana enigmi stica, “Che cosa apparirà?”, nella nostra copertina il lettore deve colorare gli spazi segnalati con un puntino e lasciare in bianco gli altri. Questo era l’enigma della settimana che da bambino i grandi ti riservavano, troppo facile per loro. Ignoravano la complessità delle scel te che si possono fare in questo gioco, sicuramente più di quelle che richiede l’inserimento della lettera giusta nella casella giusta per formare la parola giusta richiesta dalla definizione. In questo gioco c’è più indefinizione. Certo ci sono spazi da colorare, ma di che colore? Con che stile? Con quale strumento colorante? E se colorassi anche le caselle senza puntino, ma di un altro colore? E se volessi trovare un’altra figura all’interno di quelle confuse aree irregolari trascurando la presenza o meno del puntino? Fate il cruciverba voi, ingegni senza estro – dovrebbe dire il fanciullo – e fate fare a me questo giuoco, che sarà più utile allo svi luppo della mia mente! (vent’anni dopo lo stesso fanciullo, barbuto e di stramberie vestito, scoprirà che sarebbe stato meglio imparare sin da allora a fare il cruciverba, ché la società e il mondo del lavoro sono fatti per lo più di caselle e definizioni da completare correttamen te… sin dalla compilazione di un curriculum vitae… ma fermiamoci qui o rischiamo di finire nell’ennesima retorica artista/impiegatodufficio e libertà/conformità, o forse ci siamo già finiti). Al di là dell’esito qualitativo della vostra performance disegnativa, siete invitati ad un comportamento attivo sulla nostra copertina, come quando fate i baffi a Capovilla, le rughe ad Agnelli, o togliete i peli dalla lingua di Rolling Stone. Inizialmente non volevamo uscire con un gioco interattivo in copertina, ma con un riferi mento colto, sottile e ricercato. Una citazione di un pezzo della cultura popolare italiana, un tributo a uno di quegli episodi irripetibili, laddove l’elevatezza della capacità e destrezza

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espositiva di musico e paroliere sposano la fruibilità e la facilità d’assimilazione popolare. Un testo talmente radicato nella cultura italiana, che alla vista del numero 44 il collegamen to scatta in automatico, incolonnando i pensieri in fila per sei e attendendo pazientemente il resto rigorosamente di due, pena la necessità del conteggio manuale. 44 gatti, come gli spettatori di gran parte dei concerti indie. E non stiamo parlando di quell’indie-rock che ri empie le platee, e che di indie spesso ha ben poco se non un certo stile (certo bisognerebbe sistematizzare un po’ queste nomenclature...), parliamo di quelle piccole realtà che portano buona musica in giro per l’Italia in piccoli live club, quando non rosticcerie, con modici rim borsi spese, con complimenti e il solito sgomento dei 44 “strano che non siete famosi?” di cui sopra, a cui solitamente segue un “forse è giusto che sia così, suoniamo per una nicchia” (anche se spesso la risposta giusta sarebbe un “è inevitabile: pur facendo musica potenzial mente per un grande pubblico, non siamo dotati dell’apparato di divulgazione giusto per raggiungerlo“). Ma adesso è estate e la maggiore vetrina per gli emergenti sono i festival. L’estate è la cartina al tornasole per determinare l’aumento e la diminuzione della popolarità delle band o scoprire le nuove favorite. Qui i gatti possono essere più di 44, ma l’impressione spesso è che questi piccoli festival finiscano per replicarsi e sovrapporsi a vicenda, anche in quanto ad artisti in cartellone e date. A noi piacerebbe che ci fosse maggior dialogo tra i promoter, i direttori artistici e tutti gli addetti per coordinare le offerte a beneficio di pubblico e anche di chi organizza. Sappiamo che è difficile sincronizzare una grande quantità di manifestazio ni diverse, ma sarebbe costruttivo se si creasse una rete di comunicazione che consentisse a tutte di muoversi allo stesso ritmo verso il comune fine. Il ritmo. Avevamo cominciato a parlare del ritmo di Beethoven, quello che annoia i con temporanei, a differenza di Jovanotti, nell’alleviano pensiero… Prendendo con serietà e coerentemente questa provocazione, forse si tratta dell’ennesimo sintomo del bisogno di rallentare, dilatare i tempi, diradare gli spazi, tornare a respirare. Decelerare. Basta correre e accaldarsi, questa estate torrida di crisi è asfissiante, e la Cpu del mio Pc segna ancora 90°C. In attesa di epifaniche visioni che indichino soluzioni per attenuare la tachicardia collettiva, offriamo una selezione di nuovi ascolti musicali. Band, come consuetudine, che i più non conosceranno, ma che noi riteniamo meritevoli della vostra curiosità. Se volete dirci la vostra sulla rivista o qualsiasi altra cosa, contattateci senza remore o peli sulla lingua, e colorate la nostra copertina.e ritagliatevi un momento della vostra giornata per ascoltare una sinfonia di Beethoven, ma non distrattamente, mentre scaldate un toast al microonde o aprite una scatoletta di tonno, o scaricate un’app per misurare gli spaghetti, siete bloccati nel traffico della tangenziale, o state per comprare un disco di un compositore italiano con folti ricci neri. Prendiamoci un po’ di tempo per essere lenti e vediamo che succede, se riusciamo ad essere più lucidi o se rimaniamo indietro, distanti dai nostri traguardi sociali. Iniziamo noi, proponendovi non soltanto le ultime uscite, i live imminenti, il gossip musicale, ma anche qualche articolo su eventi passati, recensioni di dischi a distanza di un po’ di tempo dall’uscita, riflessioni su cose per le quali abbiamo avuto il giusto tempo di pensarci su. Nel nostro piccolo è un modo per decelerare. Per Ludovico Van Beethoven possiamo farlo. E anche auguri Marco, 44 nel BF44.

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BANDA PUTIFERIO
Il Teatro-Canzone nasce con Giorgio Gaber e Sandro Luporini e la sua nascita fu probabilmente anche il suo momento di maggior notorietà e splendore. Si tratta di una forma d’arte che pone in stretto contatto teatro e musica, una rappresentazione teatrale imperniata su testi musicati o un insieme di canzoni interconnesse messe in scena su un palco di fronte a spettatori. Gaber scelse il teatro canzone perché «espressione diretta, senza la mediazione del disco o di una telecamera frapposta tra l’artista e il suo pubblico» . Immediatezza, dunque, è la priorità. Ciò che serve quando l’artista ha come primaria necessità quella di trasferire un messaggio al suo pubblico, che sia incisivo, penetrante, e non lasciar prevalere l’evasione, la distrazione, il semplice ascolto musicale. Potrebbe sembrare una forma d’arte retrò, in un momento storico in cui gran parte della musica è fruita in formato mp3 attraverso dispositivi ultracompatti perlopiù come sottofondo mentre si fa altro, eppure nei recital sono spesso toccati temi di grande attualità con tecniche a volte molto moderne. Non è nostra intenzione intraprendere un vero approfondimento sul genere. Per avere qual che informazione in più e conoscere realtà impegnate con questa forma d’arte, abbiamo scelto di intervistare una formazione che il teatro canzone lo pratica da oltre un decennio ormai e continua ad alto livello la sua attività: la Banda Putiferio. Abbiamo posto qualche domanda a uno dei membri fondatori, Daniele Manini. Daniele Manini, cos’è Banda Putiferio? Come descrive il progetto uno dei suoi principali autori? Banda Putiferio è un gruppo di teatro canzone nato nei primi anni del 2mila, dall’esigenza del sottoscritto e di Roberto Barbini, fisarmonicista e compositore, di accrescere il nostro percorso creativo fondendo le espe rienze musicali del nostro passato (Faded Image, Circo Fantasma) con il lavoro di scrittura teatrale del presente. E la vostra produzione? Dal giorno della fondazione ad oggi, cos’è cambiato nella sostanza in questo percorso creativo e cosa invece è rimasto inalterato? Nulla è cambiato nelle intenzioni. Il nostro lavoro è stato fino ad ora legato a tre uscite ufficiali: il cd “Le stanze dei giochi” con il recital “Parole Stanze”, il cidilibro con racconti “Attenzione!Uscita operai” con il re cital “Flessibilina - Flexy cerca lavoro” e il recente cd-libro a fumetti “Il paradiso delle trottole” con il recital “Children Solution - la fabbrica di bambini perfetti”. Negli anni, tra le molteplici collaborazioni, molti musicisti, registi, fumettisti, scrittori, hanno pensato bene di entrare nel “Collettivo Putiferio”, e a tutt’oggi si alternano con noi, nelle varie attività artistiche, una ventina di validi col laboratori. Molti artisti e molte forme spettacolari: concerto, recital, teatro canzone, reading,

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ecc… Quale vi è più congeniale? Dove riscontrate maggiore attenzione da parte del pubblico? I nostri diversi approcci dal vivo non possono avere una sorta di “classifica”, in quanto cerchiamo di organizzare le nostre uscite pensando sempre al meglio per quanto riguarda la proposta. Certamente il recital di teatro canzone è la dimensione più completa e studiata, in quanto c’è un lavoro di drammaturg ia e regia, che negli altri “format” (scusate la volgarità ma rende l’idea) per forza di cose non è necessario. Il reading con scrittori e/o poeti ci permette di contaminarci con altre produzioni. Si è conclusa da poco la mostra “Cantiere Putiferio”, di che si tratta? “Cantiere Putiferio” è la mostra che rappre senta gran parte dei lavori di grafica, video e fumetto che negli anni sono stati realizzati per diffondere i nostri lavori editi. Can tiere inteso soprattutto sotto l’aspetto dei fumetti e della grafica, con disegni originali e canovacci ricavati dai vari laboratori degli artisti. Ci sono anche le migliori realizzazioni in “action painting” dei disegnatori coinvolti nelle nostre performances live. E chi è il destinatario ideale della vostra arte, della vostra musica?  Chiunque cerchi nell’ascolto dei concetti ol tre la musica, delle storie, delle riflessioni. A chi ama ancora sedersi (o stare in piedi) ed ascoltare qualcosa senza fare qualcos’altro nel frattempo. Leggo fra le righe una certa nota polemica.. ai concerti in molti passano la metà del tempo ad armeggiare con cellulari, iPad, fotocamere digitali, ecc. A volte penso che la distrazione trovi un incoraggiamento nel fatto che l’evento non sia più vissuto come irripetibile: in Rete si può sempre cercare un video del concerto in cui si è appena stati e riguardare ciò che si è perso mentre si cercava di impostare il flash della Nikon ultracompatta. Ma è un bene che si possa disporre di questo enorme archivio globale di prodotti culturali ed esibizioni artistiche? A tuo avviso, il web ha danneggiato o agevolato la diffusione e la produzione culturale? Entrambe le cose. Il web ha migliorato la possibilità di far conoscere parte del proprio lavoro a più gente. Peccato che poi è anche internet che ha contribuito a globalizzare al ribasso i gusti delle nuove generazioni, che, prive di basi concrete legate al territorio, sono catapultati nel tutto di tutti uguale niente. Solo grossi investimenti che passano dalle tivù generaliste danno sicura visibilità nel web, per cui è cambiato poco ed anche chi potrebbe farsi una cultura “alternativa” si limita, un pò per pigrizia ed un pò per mancanza di esperienza, a non sostenere che virtualmente un progetto. Il delinearsi delle collette per progetti discografici, o altro, non è che il triste risultato della morte del mercato della diffusione tradizionale della cultura. Qual è il rapporto della Banda Putiferio con il proprio territorio?  Viviamo in Brianza, luogo metà cemento in dustria in disfacimento e metà collina verde idilliaca. La maggioranza delle genti brianzole, giovani o meno giovani, hanno ancora il triste privilegio di vivere la superficialità in tutto lo splendore consumistico e tristemente autoreferenziale. Il nulla culturale in questi anni è stato sostituito da piccole realtà che resistono ad oltranza all’imbarbarimento. Noi proviamo a proporre i nostri spettacoli, e quando ci danno gli spazi giusti ci accorgiamo che non tutto è perduto, ma il futuro qui è grigio scuro. Una tonalità, il grigio scuro, presente spesso nelle vostre opere, da sempre volte a mettere in luce problematiche sociali che sembrano ripresentarsi di anno in anno sempre uguali. La vostra Flexy, ad esempio, è un personaggio che ha cinque anni ormai, ma potrebbe essere nata questa mattina… È proprio vero allora, non è cambiato nulla nella nostra società in questo lustro? Nulla. Quello spettacolo, a parte piccoli cam biamenti formali, potremmo averlo scritto ieri. Non per niente è il recital che ci richiedono più spesso. Quando uscì “Attenzione! uscita operai” ci fu, per un caso decisamente tragico, l’incidente alla ThyssenKrupp. Da al lora il lavoro precario ed il rapporto con il

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lavoro più o meno dipendente non ha fatto che peggiorare. Si sono poi moltiplicati spettacoli su questo argomento, ma il percorso volutamente “sghembo” di Flessibilina rimane legato al concetto del lavoro come specchio delle miserie umane, e quindi purtroppo è un evergreen, come gran parte delle nostre canzoni. E invece in ambito musicale, cosa è cambiato o sta cambiando in questi ultimi anni? L’appiattimento culturale ha distrutto la sperimentazione nell’ambito del pop e si può solo trovare in piccoli progetti “antagonisti” ed ovviamente nella musica cosiddetta “col ta”. Io e Roberto Barbini, negli anni ‘80, da ventenni esplorammo la new-wave italiana, che era un modo per integrare la cultura anglosassone con la nostra. Già negli anni ‘90 ci interessammo agli sviluppi derivanti dal folk, inteso come musica legata al territorio. Da quegli anni fino a oggi abbiamo continuato a contaminarci con il nostro passato e parallelamente si è impoverito l’intero panorama musicale, con nuove generazioni di validis simi musicisti che clonano, disprezzando la sperimentazione. Cosa ti piace dell’attuale cantautorato italiano e cosa proprio non ti piace? In generale apprezzo il comune senso del disagio sociale del nuovo cantautorato ital iano. Quello che non mi piace sono i testi furbetti di ventenni che si fingono quarantenni e i testi furbetti d’amore sfigato che fanno i nuovi Umberto Tozzi da centro sociale. I nomi che apprezzo sono Alessio Lega, Lorenzo Monguzzi, Stefano Vergani, Iotatola. Ha o dovrebbe avere un valore sociale la musica oggi? In che modo? Non sono mai stato militante. Penso che però socialmente bisognerebbe diffondere alle nuove generazioni valori e cultura non solo mainstream. A tal proposito il ruolo della scuola dovrebbe essere fondamentale. Nella nostra esperienza sul campo, negli istituti di scuole superiori dove abbiamo rappresenta to i nostri spettacoli abbiamo sempre riscontrato interesse e vivacità intellettiva. Quali sono le vostre prossime esibizioni, cosa promuovete? C’è ancora qualcosa in cantiere? In questo periodo stiamo portando in giro i due recital di cui ho parlato e stiamo lavo rando a due reading con lo scrittore Gianluca Mercadante e al poeta e attore Mario Bertasa. Il nuovo lavoro dovrà uscire (faccio le corna) nel 2014 e sarà l’ennesima “opera”. Ci stiamo lavorando da tre anni e, dopo aver toccato temi sociali, il lavoro e l’infanzia, ci occuperemo di assassini… Non vi dirò altro.. • A.M.

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Primavera Sound Barcellona|22-26 maggio 2013

Bollettino di Guerra

Questo non è un live report, è scritto nel titolo. È un bollettino di guerra. Dopo che tutte le cartucce sono state sparate, si fa la conta dei corpi, si raccattano i cocci e si sbaracca. Cominciamo proprio parlando di corpi: pare che siano 170.000 quelli passati sotto le lettere mobili all’ingresso del Parc del Fòrum, un’immensa area funzionale a ri dosso della Barceloneta, dal 22 al 26 maggio. La venue divide i pareri della gente che incontro durante il festival, c’è chi dice che quella specie di parabolica che finge di tuffarsi nel mare sembri un enorme tentativo di stupro ai danni delle maree (parafrasando) e chi invece si diverte ad individuare nella sua estremità il punto dove sorgerà il sole, mentre muoiono gli ultimi concerti della giornata. Questi ultimi, per inciso, ammon tavano a più di 200 nella settimana della kermesse musicale “migliore al mondo” (cit. Primaverasound Management) organizzata su 95.000 metri quadrati tra palchi, clubs, furgoni, auditorium (sì, è plurale)... tutto sold-out, of course. Seguendo un principio fondamentale del giornalismo, detto “Approccio Cucciolone”, vi parlo subito delle cose negative, in modo da lasciare il cioccolato per ultimo. Se non fosse bastato l’atterraggio turbo lento a farmelo presagire, il festival ci ha tenuto a confermare che nemmeno le spiagge della Costa Brava sono state risparm iate dalle gelide volute eoliche di Ginevra, le quali sono andate ad infierire su due fattori fondamentali nell’economia del festival,

la resa fonica lontano dai palchi ed i nostri culi. Detto questo, rispetto alla precedente edizione il palco dei main-event, il Notabirra-di-Amsterdam-presso-la-cui-fabbricatutti-ci-siamo-fatti-un-giro Stage, è stato posizionato nell’area più lontana, a circa due giorni di cammino/cinque ore a cavallo dall’ingresso, nella parte più a sud della venue. Più che la distanza, il problema è consistito nel fatto che accanto al suddetto Palcone, questi m’hanno piazzato il Festi val-nonché-label-MadeInUK-omonimi-dellaassociazione-tennisti-professionisti Stage. Risultato: nelle pause del concerto dei Phoenix arrivavano delle leggerissime bottarelle di Death Grips da destra. Inezie, rispetto alla portata mastodontica di un evento del ge nere. E poi hanno fatto questo investimento fondamentale della ruota panoramica, che beh effettivamente… Ma vediamo cosa è successo. Escludendo mercoledì 22 maggio, si parte con il primo giorno di programmazione intensiva, vale a dire il 23 . Cominciare con i Tame Impala rende tutto più semplice. Si avverte la chiara sensazione di essere nell’hic et nunc, insieme ad un gruppo che sembra aver rag giunto una nuova vetta. Il sole che tramonta alle spalle del palco, e i gabbiani che si lasciano sostenere dal vento fanno da cornice alla band australiana più in voga del momento, con il mare che sembra riflettersi nella Rickenbacker di Kevin Parker, con i delay al pos to delle onde. Si portano dentro gli anni ‘70

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i ragazzi di Perth, anche se le grafiche sullo sfondo sembrano riprese da Windows Media Player. Molta improvvisazione e psichedelia nel loro set, uno dei migliori act dell’intero festival. Il tempo di dare un’occhiata ai Dino saur Jr. (Sludgefeast) che ci troviamo subito al Bivio, archetipo fondante del Primavera: la sovrapposizione. Il dialogo tipico dell’ansia da sovrapposizione si conclude con un “ok, voi di là, io di qua, ci rivediamo a mezzanotte ESATTAMENTE al terzo palo da destra, tra il paninaro e quel tipo svenuto da tre ore. A dopo.” Me ne vado a vedere i Deerhunter. Confesso di non aver sentito an cora Monomania, ma devo dire che, non essendomi informato prima, non mi aspettavo cotanta viu lenza da quelli di Atlanta, GA, essendo un grosso fan di Halcyon Digest. Non rimango deluso tuttavia, visto che i Nostri avranno modo di suonare, risuonare e ririsuonare ancora, come sostituti dei Band of Horses, persi tra i tornado dell’Oklahoma. Salto a pie’ pari Grizzly Bear e The Postal Service, e mi convinco di aver fatto bene, visto che mi sono giunte voci, per quanto possano valere, di concerti relativamente soporiferi (gli uni) e privi di senso (gli altri). Mi appog gio un momento alle transenne con Menomena, brillanti, apparentemente essenziali ma estremamente sofisticati e profondi nelle scelte e nei suoni, riproposti dal vivo come su disco. È tempo di andare a farsi prendere a schiaffi da Death Grips. Forse tra le cose più d’impatto qui al Primavera. Arrivi da lontano e ti vedi MC Ride a petto nudo che scapoccia sulle basi di Morin, sputando rime (non sempre riconoscibili, eh) come un cane rabbioso. Peccato per l’assenza dell’altro produttore/ batterista, Zach Hill. A pochi passi c’è la zona main stage, quello della birra (cit. Fantozzi), dove hanno appena iniziato i Phoenix. Dopo l’ultimo disco avevano qualcosa da farsi perdonare. Aprono e chiudono con Entertainment, ma nel finale ci infilano la comparsata che non t’aspetti: J Mascis! Primi tre pezzi nazionalpopolari (Lasso e Lisztomania) e poi una serie di medley ed “esperimenti” pop, se così vogliamo chiamarli, prima del commos so bagno di folla tra le prime file. Voto positivo, non sempre bisogna diffidare dei grup poni. Alla fine del piatto principale, rimane il dessert. Four Tet fa la parte del sorbetto al limone, dj set non a livelli eccelsi, un po’ ballereccio e sporcato dal vento... ALT FER MA TUTTO mi sono ricordato di un pensiero fondamentale. Sono pronto a scommettere che nel giro di tre anni al massimo la musica house tornerà a dominare il mondo. Torniamo a noi e agli ottimi Animal Collective. Ormai sfiancati dalla giornata, ci assiepiamo sul prato in salita antistante. Appena arrivati all’altezza giusta, ci si gira e bam, ci troviamo davanti il Primavera Stage, con il Collettivo e la loro caleidoscopica sce nografia. Ottimi, ottimi, ottimi. 24 maggio . L’unico difetto di seguire toutcourt gli eventi serali del festival è che ci si perde il giorno, a meno di non stimolare chimicamente la propria produttività. Ergo, ci si alza poco prima di pranzo – non tanto perché si è tirato fino a tardi, ma perché le giunture non sono più quelle di una volta – e si trangugia qualcosa da mangiare. Nel nos tro caso, un bocadillo con caprino, mango e prosciutto. Fine degli avvenimenti significa tivi extra musicali. La giornata comincia con Kurt Vile alle 18:10. Praticamente all’alba. L’interesse è vivo, vivissimo, e viene ripagato per metà. L’intensità del set e la risposta del pubblico

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calano di pari passo quando i Violators non accompagnano il Vile, nelle fasi acustiche. Forse aspettative troppe aspettative, ma il capelluto Philadelphino di bianco vestito porta comunque a casa la pagnotta. E via di corsa dentro all’Auditori, RockDelux Stage. Si esibisce Daniel Johnston, storia vivente, leggenda dell’ansia, guru indiscusso degli hipster dal cuore tenero. Personalmente, ritengo che commentare questo artista sia irrispettoso. Credo che per apprezzarlo non servano le parole scritte su qualche rivista. Al massimo posso consigliare il film “The Devil and Daniel Johnston”. Ah, per quanto riguarda il live dico solo che l’auditorium si riempieva sempre, ma mai come stavolta. Non si trova va posto nemmeno in piedi. Quando la leggenda supera la realtà. Menzione d’onore per i nostrani, Honeybird & The Birdies; siamo felici di vederli qui al Pri mavera. Anche qui hanno portato tutti i colori che aveva no a disposizione, e anche più del solito. Ma bisogna fuggire in fretta e furia. Live della rivelazione Django Django. Scusate il tecnicismo, ma Default dal vivo spacca. A parte questo dettaglio emozionale, il live dei nostri è davvero intel ligente. Posso essere d’accordo sul riciclato, ma i quattro di Edimburgo si dimenano tra scuola di Canterbury, Rinuncio a malincuore ai portoghesi Paus ed agli Shellac, per andare a sentirmi qualche pezzo dei Breeders, i/le quali optano per un esordio duro con la hit che ha consacrato la band come secondo pezzo (Cannonball) ma la festa finisce più o meno lì. Forse sal tare dall’urgenza di rimescolare, proporre, colpire, ad un tuffo nei 90s li penalizza un po’. Certo sul palco c’è un pezzo di storia, (il bassista dei Pixies) e il concerto è un vero e proprio tributo al passato (…performing Last Splash) ma non sempre rinvangare il tempo perduto è garanzia di successo. Dal Primavera Stage si passa al sottostante Prima-marca-di-occhiali-da-sole-che-ti-vi ene-in-mente Stage dove ci sono i Tinariwen, uno dei gruppi che aspettavo. Per chi non lo sapesse, il collettivo Maliano è composto da un gruppo di Tuareg, la cui storia merita ulteriore indagine. Il suono è ipnotico, etereo, rilassante e inquietante al tempo stesso. Assistere ad un loro concerto, se si riesce a calarsi nello stesso, è quasi zen. Per dare una definizione tagliata con l’accetta, pro pongono musica della loro tradizione popolare filtrata da transistor, valvole e pickup. Da vedere assolutamente, soprattutto all’aperto. L’aria del deserto si fa talmente viva nell’anfiteatro, che mi viene sete. E poi è già cominciato il concerto di The Jesus and Mary Chain, altri veterani dello shoegaze. Mi sono perso l’inizio, ma anche in questo caso i fratelli Reid lasciano ai posteri una performance gradevole, estesa, ma nulla più. Memorabile Just Like Honey con Bilinda Butcher dei My Bloody Valentine, che apre ad un finale in crescendo, riscattando parzialmente il resto del live. Aspettiamo fidu ciosi il probabile nuovo disco. Un po’ delusi, ci spostiamo verso il Primavera Stage dove James Blake dovrebbe cominciare a momen ti, ma come non indugiare sulle “melliflue” tonalità dei Neurosis per qualche istante? Sono talmente cazzuti che verrebbe da rimanere… ma no, largo ai giovani. Non c’è tempo per pentirsi, c’è sempre tempo per redimersi. E passare dall’ottimo al sublime non è mai una delusione. Perché sublime è il concerto del golden boy. I never learnt to share è commovente, Digital Lion geniale, Limit to your love fa venire la pelle d’oca a tutto il mondo e così per il resto del set. 10, punto. Tirando su la lacrima, mi dirigo con tutto il gregge umano al rendez-vous con la mia adolescenza. Sì, lo so di aver detto “tanto gli Swans me li vedo a Barcellona”,

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ma ahimé al cor non si comanda. Arriviamo fortunosamente oltre le transenne che delimitano l’area calda dal resto del mondo, i Wedding Present finiscono la loro improv visata dal palco laterale sopraelevato… e “streets like a jun-goooool” si comincia subito a bailar. Come resistere ai dittonghi di quel figonaccio di Damon Albarn? C’è poco da dire sul concerto sing-along Primaveraestate 2013, se non che i Blur ci riservano un trattamento di tutto rispetto, con gli ottoni quando c’è da fare Universal e i chitarroni su Beetlebum, sopra le righe [...] 25 maggio... [continua...] • BERNARDO MATTIONI (integrale sul sito web (www.beautifulfreaks.org)

Eterea post bong band @ESC 17.05.2013
Da qualche anno a Roma è sempre più frequente il fenomeno di riqualificazione dei locali abbandonati con occupazioni e autogestioni volte a dare spazi, ritrovi culturali e quei servizi per la solidarietà sociale, altrimenti negati. Il fenomeno è in grande ascesa soprattutto negli innumerevoli ex cinema di Roma, visto che ormai va bene sacrificare la cultura fino allo strazio ma per decenza il ricambio con i bingo non poteva essere uno a uno. Questo però non riguarda l’ESC atelier; un’enorme spazio, quasi cattedrale, fra i famosi intagliatori di marmi con dedica a San Lorenzo. Non è una di quelle classiche sale da concerto dove l’orario di inizio esibizione (e di fine) è sacro anzi mi piace pensare che qui si cerchi di più il pretesto di incontro sociale considerato anche che ultimamente di sociale ai concerti c’è solo il fare il classico video da condividere per gli spettatori a casa. Ok questa è la mia visione, il concerto è iniziato un’ora e spiccioli dopo l’orario dichiarato (le undici) e del perché effettivamente non ho chiesto al gruppo quando ci siamo ritrovati per quattro chiacchiere improvvisate davanti a una pizza. Ero più preso da altro rispetto al classico leit motiv da bianconiglio “è tardi, è tardi sai..” che ci culla quasi giornalmente, ed era preso da altro anche il pubblico pagante che non apprezza spesso i ritardi marcati; il che mi ha predisposto bene. Ero preso dalla curiosità di sentire gli Eterea post bong band, e più che altro, di vederli all’opera. Avevo apprezzato tantissimo la copertina del cd, uno zoom di un broccolo per far apprezzare la bellezza della geometria che lo compone, ed ero curioso sulla loro esibizione live. Dai pochi video di youtube che ho scovato avevo immaginato qualche gioco di proiettori alla ISAM di Amon Tobin, mentre parlando con il gruppo prima del concerto mi hanno gentilmente spiegato che si, ok, ma avevo un po’ perso il senso della misura… Il concerto viene aperto da un corto che spiega in linea di massima il loro progetto. Suonare cioè attraverso strutture matematiche prendendo ad esempio la sequenza di Fibonacci e mostrare quindi una base comune per ogni genere musicale. È un esibizione quasi teatrale dove gli Eterea arrivano sul palco vestiti con camice bianco da scienziato come a voler dire che loro no, purtroppo non sono i musicisti della serata però grazie a sequenze matematiche possono esser scambiati come tali e divincolarsi agevolmente tra i vari generi. Parliamoci chiaro. Essendo mezzanotte passata questo tipo di math rock può risultare indigesto e non è facile girarsi e trovare quelli che han già capito che di matematica si parla, nell’atto di accarezzare distrattamente il tele fonino come tanto piace alle persone con gli smartphone touch. Però gli Eterea ci sanno fare e conquistano nel giro di qualche canzone lo sparuto pubblico, purtroppo non più di 50 persone, e dico purtroppo perché avrebbero meritato una platea molto più ampia, ma questo è. La promozione riguarda l’ultimo album appena uscito, BIOS, e la maggior parte delle tracce proposte viene da quel cd giusto per far apprezzare il tema. Unica nota stonata è l’acustica del posto che, per la forma della stanza, non rende moltissimo. Ma sono inezie. • ANDREA

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Il Magnetofono IL MAGNETOFONO Il Magnetofono Records, 2013 Musica di altissima classe. Metto su questi tizi dal nome strano e attraente e dopo quattro decimi di secondo mi dico: Mondo Cane! Non tanto come imprecazione, piuttosto pensavo al progetto del sempre geniale Mike Patton che, spalleggiato da Roy Paci, per un po’ si dedicò a interpretare un mucchio di canzoni italiane dagli anni cinquanta e sessanta raccolte poi in un album: Mondo Cane. E infatti, manco a farlo apposta, tra i musicisti del disco c’è un certo Vincenzo Vasi, che vanta collaborazioni al theremin col citato Patton. Non finisce qua, i tre de Il Magnetofono hanno anche Freak Antoni che recita rime deliranti dedicate ai maghi (La dichiarazione del mago) e l’ombroso Capovilla in uno dei suoi reading ringhiosi (Non ho finito). Alan Bedin, che presta le proprie versatili e deliranti corde vocali all’opera, urla e sussurra e stride e impreca e tossisce, rendendosi narratore semiserio e malinconicoridicolo di queste undici storie d’autore che sono un vero piacere da ascoltare. Bedin, come Patton (al di là delle grida disumane), è essenzialmente un crooner che innesta di follia postmoderna un tessuto canoro che ricorda vermouth, tavoli di zinco e Ford Thunderbird a tavoletta nella notte. C’è di tutto: kazoo, sezioni d’archi malinconici, fiati in sordina che cullano i testi, persino una ballerina di tip tap che si dichiara in codice morse. Ah, e una macchina espresso con relativa tazzina tintinnante. Le atmosfere sono suggestive e raffinatamente decadenti, Marco Penzo (contrabbasso) ed Emmanuele Gardin (pianoforte) sono jazzy e brillanti negli arrangiamenti, perfettamente bilanciati con i fluidi funambolismi vocali. Chiusura con la cover di It’s a man’s, man’s, man’s world con testo tradotto in italiano praticamente alla lettera e inevitabile effetto comico. L’ironia di certo non manca, sostenendo e nutrendo questo piccolo gioiello di disco e rendendolo piacevole come pochi. Gli applausi salgono piano nel locale fumoso, e piano scompaiono; gli ultimi clienti finiscono i drink e schiacciano i mozziconi nei portacenere già mezzi pieni mentre un barista asciuga bicchieri in silenzio. Geniali, un po’ sbronzi, adorabili. [ 8.5/10 ] • MARCO PETRELLI

Zona MC SCRIVERE COL SANGUE Corpoc, 2013 «Lottare con le opinioni è lottare anche con sé stessi/contro i propri pensieri più meschini e sottomessi/e sopportando l’odore di carcassa nauseante/strofinarli sopra il foglio per scrivere col sangue» (Nemici Miei). Chi scrive conosce il rap più per apertura mentale che per assidua frequentazione del genere. Ma basta un primo ascolto per riconoscere in questo album un’opera freschissima e piena di talento. Dopo il precedente Caosmo (2011), Zona MC è giunto così al settimo disco, (sono tutti scaricabili gratuitamente in rete). La formula rimane la stessa eppur si muove, e l’impressione è che sia stato fatto un ulteriore passo in avanti. Rap che è prima di tutto stream, flusso, magma critico e in alcuni casi criptico, non vi aspettate un ritornello perché non lo troverete. Ma il tiro viene affinato e la riuscita è sorprendente. Le basi abbandonano la circolarità dei beat rumoristici e spaziano in una dimensione che regala un piacere dell’ascolto tutto nuovo. Grazie anche a featuring musicali dei Dawn Under Eclipse, Uochi Toki, Luigi Funcis ora con gli Skillaci ora con gli Eterea Post Bong Band, si costruisce una musica che non pesa più tutta sulla parola, come testimonia anche l’episodio strumentale Notte. I testi, estinto il veleno autobiografico, si impegnano in una radiografia impietosa degli anni zero: si condannano i neoschiavisti del mondo globale (I sofisti del 2000), si costruisce una traiettoria tra le antiche divinità e la nuova religione dei media nel tracciare una Genealogia del debito (pubblico e spirituale), ci si appella alla memoria storica nel riversare su base rap una registrazione vocale della partigiana Adriana Locatelli (Donne resistenti); c’è spazio perfino per un riuscitissimo quadretto narrativo come nella tragicomica Odissea di Ulisse pensionato di Bellaria. Ma a dare i brividi sono soprattutto l’iniziale Amici miei (speculare alla messa a nudo di Nemici Miei) - dove la vicenda di Socrate viene riletta con straordinaria modernità per divenire una parabola sul degrado morale dei nostri tempi – e la conclusiva Monomortologo, una summa epigrafica e leopardiana che pesa come un macigno sul cadavere della nostra civiltà. Il risultato finale è quello di un lavoro compatto e coerente, ma soprattutto una testimonianza culturale di assoluto valore. [ 8.5/10 ] • FABRIZIO PAPITTO

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Crimea X ANOTHER Hell Yeah Recordings, 2013 I Crimea X sono un duo composto da Jukka Reverberi (chitarrista dei Giardini di Mirò) e DJ Rocca (alias Luca Roccatagliati, già Ajello e Maffia Soundsystem), emiliani, fortemente legati alla tradizione della disco italiana (Daniele Baldelli su tutti), ma proiettati sulla scena europea; la partecipazione nel lavoro di produzione e nel missaggio con Bjørn Torske, dj e producer di punta della scena elettronica norvegese (collaborazioni, tra gli altri, con Royksopp e Biosphere), ne testimonia, infatti, la dimensione internazionale. Another, seconda fatica del gruppo, è un album di house, in parte strumentale, scandita da minimoog, drum machine e synth analogici, caratterizzandolo in tal modo con un suono anni Ottanta, caldo e melodico e, allo stesso tempo, vibrante ed ipnotico. Non mancano tuttavia frequenti incursioni digitali con campionature di fiati, pianoforte, bassi e batterie, più incalzanti e ritmiche. Ma la particolarità del disco sta nelle esplicite influenze di altri generi: dal krautrock (I Feel Russian e Summer Rain), all’elettro pop (Essential, Haunted Love e Dream Is Gone), dal prog minimale e cosmico (Portable Water e Yev) alla new wave più oscura e martellante (A Present). Il risultato è un lavoro concepito e arrangiato non esclusivamente per essere base di remix e sessioni di house dance, ma orientato anche ad un ascolto più meditato, aperto alla mescolanza di generi ed atmosfere. Another mostra l’evoluzione della musica elettronica da ballo, almeno in alcune sue componenti, verso orizzonti dove psichedelica, influenze etniche, dream pop sono componenti considerevoli del tessuto sonoro, degli ambienti e del groove. Ma l’operazione di recupero di stili e suggestioni, peraltro non originale, e la sua filosofia sincretica, richiedono un intenso lavoro di editing che probabilmente fa perdere spontaneità ed immediatezza all’album. E che vi sia un grande impegno nel lavoro di produzione e missaggio lo dimostrano la chiarezza e la pulizia del suono, nonostante la grande quantità di strumenti, effetti e campionamenti, sia analogici sia digitali, utilizzati. Dunque un album che potrebbe presentarsi un po’ troppo costruito, ma che risulta efficace e divertente. Da ascoltare battendo il tempo con il piede, se temete le piste da ballo. [ 7/10 ] • VINCENZO PUGLIANO

DuChamp NAR Boring Machines, 2013 Boring Machines continua imperterrita nella sua missione cosmica di pubblicazione di perle di stupefacente estetica il cui l’ascolto diventa meditazione attraverso esplorazioni ipnotiche di soundscapes pregne di misticismo contemporaneo. L’esperienza proposta da artisti come DuChamp ridefinisce l’idea di avanguardia, portandola a sperimentazioni intime e personali, non sempre definibili… DuChamp è il progetto di una scienziata italiana che vive, lavora e crea a Berlino. NAR è il suo primo disco solista nato attraverso un anno, il 2012, di vita berlinese. E’ un disco sullo spazio e sul tempo permeato da onde armoniche fluttuanti e luminose. La sua fede è rivolta ai drone ed ha sviluppato un lavoro sulla memoria, quella più intima che ci riporta all’infanzia e, come spiega lei stessa, al suono familiare del phone che sua madre usava per asciugarle i capelli. I suoni di DuChamp sono filtrati dall’impercettibile liquido amniotico che ci portiamo addosso, dal grembo materno alla nostra morte. DuChamp usa basso, chitarra, tastiere e fisarmonica per elaborare non solo minimali e profonde suggestioni emozionali, Gemini e Protect Me From What I Want, ma propone anche, con A Worship, una sorta di PJ Harvey sensualmente doom in una cupa e ripetitiva ninna nanna dei sensi. A Way To Grasp My Joy Immediately è un superlativo esempio di Musica Cosmica d’altri tempi. La traccia di chiusura, Seisachtheia, è una sublime improvvisazione tra la chitarra baritono di Duchamp e il sitar di Filipe Dias. Il trip psichedelico è garantito! NAR induce a una sorta di stato di trance sintetica che evoca esperienze analogiche dettate da strutture sonore dilatate. Una sorta di mantra elettroacustico senza tempo. [ 8/10 ] • ANTHONY ETTORRE

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Danamaste LE TESTE DEGLI ALTRI I make record, 2013 I campani Danamaste giungono al terzo album ufficiale, dopo aver riassestato la formazione e aver leggermente modificato il nome del gruppo (prima era Da’namaste). Riassaporare coloro che mi ammaliarono con Come ora nel 2008 è un piacere che va di pari passo alla gioia personale di aprire un cartonato fatto come quelli di una volta: semplice, diretto, pulito. Poi comincia l’ascolto. E il piacere diventa puro godimento. Quindici tracce che sembrano provenire da mondi diversi, legate da un unico filo rosso, ovvero la voce di Francesco Tedesco, che nei suoi momenti più puliti ricorda Federico Zampaglione, ma che, se ti lasci trasportare, in realtà esporta suoni tipicamente battiateschi. L’opera alterna il prog degli anni Settanta con il math dei Novanta, trovando ritmi dispari (il 5/4 dell’iniziale e bellissima “90”), arrangiamenti dall’umoralità variabile e dall’impatto granitico (Beat Generation), e un senso spericolato per la melodia, pur mantenendo un tasso notevole di emotività (Le scarpe). È un disco strano a dire il vero, difficile da comprendere per i non addetti ai lavori: il fatto di mostrare brani con impronte art rock, progressive e blues in una versione più personale e ricercata rispetto a quello a cui si è abituati all’inizio lascia un po’ interdetti. Soltano all’inizio però... proseguendo con l’ascolto non puoi non apprezzare le entrate vibranti e passionali della voce solista femminile alla Antonella Ruggiero (Acqua o Le scarpe), o il ritorno all’elettronica minimale di Centomani es. n°1, che ti trascina in uno slalom di generi difficili da catalogare in un unico settore: dentro questo album vige l’anarchia, regna la sperimentazione, prevale la voglia di fare musica, ottima musica, condita da testi degni di nota, specchio di un epoca dove tutto è confuso e arrabbiato. Ultimo cenno merita la title track che, oltre la voce femminile ruggente e il testo struggente, ha portato alla creazione di un videoclip degno di nota, basato sulla costruzione di una storia unendo scene di film muti degli anni ’20 e riprese effettuate al giorno d’oggi. [ 8.5/10 ] • LUCAJAMES Il Fratello IL FRATELLO Dischi del minollo, 2013 Gravita su questo disco un’aurea diversa rispetto agli altri. Ogni tanto lo prendo e lo rimetto su anche se ormai conosco già più o meno a memoria i pezzi che contiene... So per certo che non è un capolavoro, questo sì, e più o meno del background di Andrea Romano, alias Il Fratello, ho già avuto modo di fare piacevolmente conoscenza. Un ex Albanopower, da cui è uscito anche Colapesce, ormai più che svezzato a livello solistico. I due hanno in comune la ricerca cantautoriale con delle sonorità ormai marchio di fabbrica, prive delle incursioni elettroniche del loro ex gruppo. Il Fratello è un disco godibile, cerca di prenderti nell’intimità piano piano, zitto zitto, non te ne accorgi e si instaura un legame molto più profondo di quel che potevi immaginare. E questo cd è anche un’istantanea della Sicilia musicante dei giorni nostri, nello specifico Siracusa. Molte le collaborazioni di questo progetto tra Mauro Giovanardi (La Crus), il già citato Colapesce, il catanese Cesare Basile per citare i più famosi, che hanno arricchito la produzione di questo esordio. Il Fratello che non ti aspettavi di sentire. [ 7.5/10 ] • PLASMA Gazebo Penguins RAUDO To Lose La Track, 2013 Tutta la strafottente energia dei Gazebo incanalata ed “educata” al servizio della musica si sente veramente e con i migliori propositi. Loro stessi ammettono che ci sia stata una differenza di preparazione vera e propria per questo disco: il precedente fu più casuale, questo invece è stato prodotto con maggiore cognizione di causa. Il sound è sicuramente diverso, maturo, studiato e adattato alla causa, cose suonate da grandi insomma. Si abbandonano alcune caratteristiche peculiari della primissima veste musicale del gruppo, quelle prettamente casiniste, per dare spazio alla forza d’impatto da rockettari duri e crudi, che il casino lo fanno lo stesso, ma almeno suona perfettamente. Temi cruciali di una generazione che cresce e si trova davanti le avversità della vita, il tutto condito dalla sottile ironia che ha sempre contraddistinto la band. I testi quasi urlati si contrappongono alle distorsioni delle chitarre e ai cambi di ritmo della batteria, quasi a volerne sottolineare il loro essere semplici e diretti, spiazzanti. Con queste premesse il futuro dei Gazebo non può che riservare piacevoli sorprese. Attendiamo con curiosità la prossima mossa. [ 7.5/10 ] • MARUSKA PESCE

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Eterea Post Bong Band BIOS Trovarobato, 2013 Un packaging davvero molto bello. Jewel case dagli angoli arrotondati e un bellissimo artwork con protagonista un verde e florido vegetale: il broccolo romanesco. L’ortaggio, noto ai romani per accompagnarsi all’arzilla nella tradizionale minestra, è stato scelto dai numerofili Etera Post Bong Band per l’interesse che suscita nel campo della geometria. Questa varietà di broccolo è difatti interessante in quanto: a) è organismo biologico costituito da una struttura regolare fondata sul rapporto aureo, b) costituisce una forma frattale, c) l’ordine delle cimette che compongono il broccolo è una successione di Fibonacci (una serie in cui ogni numero è la somma dei due che lo precedono, es.1-2-3-5-8). Numeri e natura, questo è il tema che percorre Bios (“vita”) e lo candida a conceptalbum. Il preludio è invitante, The rise of Ramanjuan. Predispone all’attenzione calando lentamente nel contesto elettronico. Con Homo siemens siamo subito presi in rocambolesche e fantasiose variazioni di tempo e di genere: da uno speach su base elettronica si finisce al rock’n’roll di Jerry Lee Lewis, passando attraverso trascinanti episodi ballabili. Anche in Scipstep c’è di tutto, forse troppo (nel booklet si dichiarano campionamenti da Barrett, Verdena, Eno, Mum, Sepultura, Green Day). Uno spezzone del Pi greco di Aronofsky introduce al brano seguente, Fibo. Il titolo è un’affettuosa alterazione del nome del grande protagonista di questo concept, la cui nota serie di numeri nel brano è utilizzata scolasticamente come modello per la composizione della linea melodica; ma è tutto molto prevedibile: pur con momenti divertenti si esaurisce l’estro tra l’uno e l’otto della serie, con qualche cambio di modalità e salto di genere. Il matematico è solo scomodato. In molti si sono dilettati fra i numeri della serie con più slancio, J.M. Keenan in Lateralus ad esempio, e a dir la verità anche Paperino nel mondo della Matemagica ne aveva combinate di migliori... Ci sono alcuni momenti di scarsa ispirazione, ma molti momenti stimolanti. Homo Sapiens resta la vetta dell’album, ma parzialmente in Mentina e compiutamente in Essi si ritrova la capacità di dipanare un tessuto musicale coeso e godibile, istintivamente trascinante, che riporta in alto l’asticella complessiva della prova discografica. Gli Eterea Post Bong Band non accompagnano di certo per mano l’ascoltatore nel mondo della matematica come il Mago dei numeri, ma se non li si prende troppo seriamente in questa esplorazione numerologica e si ascolta Bios nel mood giusto, c’è il rischio di diventare loro aficionados. [ 7/10 ] • ALBERTO SARTORE

La notte dei lunghi coltelli MORTE A CREDITO Black Candy Records, 2013 Morte a credito è il primo album de La Notte Dei Lunghi Coltelli, progetto ideato da Karim Qqru degli Zen Circus accompagnato da Izio Orsini e Ale Demonoid, rispettivamente al programming e alla batteria. Morte a credito è un album duro, difficile da digerire al primo ascolto. Il titolo chiama in causa Louis-Fernand Céline. All’interno troviamo rimandi narrativi anche verso altri scrittori del ‘900: Prevert, Tolstoj, Camus. Il nome del gruppo, invece, rievoca il famoso evento avvenuto durante il periodo nazista, l’uccisione in una sola notte di tutte le S.A. da parte delle future S.S. Appena aver premuto il tasto play si viene travolti da sonorità tetre, ruvide, incazzate. Decisamente molto rock. Un rock nostrano, non di importazione. Energici e ricchi di spessore anche i testi. L’urlo che precede l’urto della open-track, La caduta, è come un urlo di insurrezione, di ribellione che dà il via a tutto il resto dell’album con una scossa adrenalinica. J’ai Toujours Été Intact De Dieu è un interessate industrial rap e La nave marcia un hardcore per stile ma molto punk nel testo. Un nota per Ivan Iljc, elettric instrumental che spezza l’album in due tempi. Morte a credito invece è un oi! talentuoso con una parentesi narrativa all’interno. Meravigliosa D’isco Deo: qui è il momento clou dove tutto si placa ed emerge un sola voce in dialetto sardo. Un capolavoro semplice e poetico, il punto più alto dell’album! Levami le mani dalla faccia mi riporta a Catartica, dei primissimi Marlene Kuntz. Ottimo ritmo di esecuzione, testo rovente, un rock che punge ma riesce ad emozionare. Infine La notte dei lunghi coltelli, forse un appello, forse un delirante e disperato discorso all’umanità, forse un modo per prendere le distanze da quell’umanità capace di compiere crudeltà e morte. Karim Qqru ci dice la sua verità, senza più avvalersi del filtro degli autori letterari precedentemente scomodati. C’è anche una ghost-track in fondo all’album, ma di questa non vi parlo... Nel complesso il disco è ben organizzato e con una profondità non facile da trovare. Dopo vari ascolti l’album si trasforma in una piccola storia dell’uomo in cui il filo conduttore è la sua follia, la quale ha come unico scopo e risultato una Morte a credito. [ 7/10 ] • G. MONTAG

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Progetto Panico MACISTE IN PARANOIA Taratura Limitata Record, 2013 Quanto mi piacciono questi album. C’è chi la musica la prende come un lavoro, chi come un impegno sociale, chi come un divertimento. E chi tutti e tre questi fattori contemporaneamente, come i Progetto Panico. I ragazzi di Spoleto, dopo un primo Ep del 2011 con cui sono riusciti a farsi conoscere nel giro, hanno affinato le loro qualità, portando alla luce questo lavoro. Diciassette pezzi che scorrono veloci, di massimo 3 minuti ciascuno, che non annoiano mai, che fanno ballare, che ti portano anche a concentrarti sulle parole. Eh si, perché i Progetto Panico amano cantare in italiano, cosa non assolutamente facile, ma che svolgono egregiamente. Vedere ad esempio “Scimmia d’acciaio”, dove il testo è travolgente e veloce, portatore di sonorità tipicamente ska-punk. Ed è infatti questo lo stile del gruppo: sorgono facili i paragoni con i Peter Punk o con i Marsh Mallows, anche per le voci alte e i coretti onnipresenti. In certi momenti virano anche sull’hardcore più londinese, come in “Rasta rancoroso”, senza però perdere quella genuinità tutta tipicamente nostrana, o in “I ching”, dove il pogo parte spontaneo. Comunque, superando gli inquadramenti di genere, e viste le numerose variazioni in generi affini, verso il reggae, il pop-punk e lo ska, non agiranno certo in un contesto privo di artisti, ma riescono perfettamente nel loro intento: consegnare un album variegato che permetta di analizzare in maniera un po’ più “leggere” le attuali paranoie, grazie a chitarre veloci, batteria che rallenta raramente, frasi ripetute in maniera ipnotica, ritmica che si impenna senza sosta. Non mi sento neanche di criticare il numero eccessivo di brani presenti nell’album, perché in questo mondo dove tutti si limitano a consegnare lo stretto necessario, un gruppo che tira fuori più idee, anche se non tutte estremamente valide, è sicuramente da apprezzare. [ 7.5/10 ] • LUCAJAMES

Danso Key GOLPE Viceversa records, 2013 Da tempo non ascoltavo un gruppo al femminile così. Sembra strano che nel 2013 ci sia ancora questa enorme disparità di genere nella produzione di album musicali, e se mi trovo a ripetere ogni volta questa frase, vuol dire che qualcosa non sta funzionando in qualche ingranaggio, decisamente non sta funzionando. Le Danso Key si ritrovano per caso nello stivale più rock che potessero incontrare, provenienti dai quattro angoli di quella sfera schiacciata ai poli che è la Terra. Sonorità dissonanti e spigole come pesci di violoncelli elettrici, una particolare assenza del basso nel far noise, con un’attitudine a clacksonarti le orecchie quando serve, non te ne sei accorto ma il barista, dopo una lunga traversata di Ocean Songs dei Dirty Three, ti ha dato un bicchiere pieno di sabbia polverosa invece del tuo cocktail. È un cd grezzo, perfino nella registrazione, che mi aveva già predisposto positivamente dai primi secondi della prima traccia, segno positivo di quelle sensazioni a pelle poi confermatesi dall’evoluzione dell’album. Era da tempo che non ascoltavo un gruppo al femminile così. Sembra strano che nel 2013 ci sia ancora questa enorme disparità di... [ 7.5/10 ] • PLASMA The crazy crazy world of Mr Rubik URNA ELETTORALE (The crazy crazy crisi) Locomotiv Records, 2013 Anche abituarsi alle sorprese diventa normale quando si ha a che fare con realtà musicali strambe e i sinonimi di questo aggettivo potrebbero non bastare per descrivere questo progetto. Un disco permeato di anarchia e “schifosa” realtà quotidiana, di intransigenza e disgusto per una crisi che sta mettendo a dura prova qualunque individuo su questa terra. I toni sono quelli di sempre, ironici, forse un po’ troppo irriverenti, i suoni sempre più cupi e anche se molteplici e di matrice stilistica differente, concentrati sull’essenzialità geniale che da sempre ha contraddistinto il mondo folle di questo fantomatico Signor Rubik. Con queste premesse aggiunte alla cattiveria legata al contesto sociale e alla crescita musicale legata all’esperienza su prestigiosi palchi, non poteva che venir fuori un disco notevole. Forse poco chiaro e assolutamente fuori da ogni schema stilistico possibile, ma senza dubbio musicalmente ricco e camaleontico, cambia di ascolto in ascolto, di play in replay. Consigliatissimo. [ 7/10 ] • MARUSKA PESCE

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Tomakin EPOPEA DI UNO QUALUNQUE The prisoner records/Audioglobe, 2013 Si passa dal new-wave all’elettro-pop in questo lavoro dei Tomakin, band divisa tra Genova ed Alessandria, e sono varie le influenze evidenziate nell’album, dai nostri Bluvertigo e Subsonica, ai Talking Heads. L’album parte molto forte con Avanguardisti, un pezzo molto veloce sui motociclisti della domenica, che tanto ricordano, inconsapevolmente per loro, i futuristi di inizio Novecento. I testi sono tutti incentrati su personaggi che tanto spesso si incontrano nelle nostre province, passando appunto dai guidatori della domenica, ai figli di papà o alle signore che sembrano ragazzine. A volte sembra un po’ forzato voler ogni volta criticare qualcosa o qualcuno, però spesso riescono ad essere molto ironici e giustamente pungenti. Le musiche sono ovviamente piene di sinth e batterie computerizzate e non, con la voce che segue sempre melodie molto orecchiabili ma comunque ricercate. Quasi mai delusi è la più talkingheadsiana ma con chitarre che ricordano quasi gli U2 degli inizi. La successiva Poser parte in modo molto diverso con un giro di basso molto possente e la chitarra d’accompagnamento molto piena, anche se nel ritornello i sinth tornano a farsi sentire; sicuramente la canzone più rock dell’album. Rave invece ci porta verso Samuel e soci, soprattutto per i sinth davvero degni di Boosta: tutto il pezzo è lento e prepara giustamente l’esplosione finale strumentale davvero molto potente. In Bluff art invece è Morgan ad aver fatto scuola, non solo nella musica ma anche nel testo un po’ più “sofisticato”. L’album è chiuso dalla title track Epopea di uno qualunque e da Flotta interstellare, che chiude degnamente un lavoro molto coerente sia nei suoni che nei testi. Nell’insieme quindi un buon lp che traccia una chiara linea di suono, personale anche se innestato su delle radici ben evidenti; in Inghilterra forse avrebbero già avuto un buon successo, noi arriviamo sempre tardi si sa... [ 7.5/10 ] • PIERGIORGIO CASTALDI Cortex CINICO ROMANTICO Autoprodotto, 2013 Enrico Cortellino, alias Cortex, compone ed esegue le dieci tracce del suo secondo disco, Cinico Romantico. Dieci canzoni di matrice blues registrate prevalentemente in casa. L’incipit è incerto, Aspettando di impazzire. Due brevissime intro di chitarra lievemente distorta, poi la strofa: due accordi ripetuti oltranzisticamente ai piedi di una orecchiabilissima melodia che potrebbe aver scritto Agnelli in una pausa pranzo. Con la seconda traccia il cantautore abbandona parzialmente la dimensione alternative/lo-fi ritrovando la sua attitudine blues e la vena pop. Permane l’uso dell’overdrive a strozzare la chitarra: un colore fosco che con l’armonica e i fischiettii restituisce bene l’atmosfera di decadenza e di mal sopportazione (tendente alla pazzia) verso il mondo esterno evocata dai testi. Per avere il tuo cuore è il momento rock, supportato dalla batteria di Francesco Valente (Il Teatro degli Orrori); ma la successiva Bori$ non incide: buonista e pettinata vuole ingaggiare una tenzone sull’equazione ricchezza=potere. Con L’era della pietra il lo-fi si fa più deciso e rabbioso, con una denuncia anticapitalista alle derive economiche contemporanee che potrebbe essere una rielaborazione sottovoce, stremata, della Spendi Spandi Effendi che egli stesso chiama in causa. Alcuni buoni malinconici momenti sull’altalenante finale, con le pop-ballads Viversi per comprendersi e Ho di meglio da fare. Cortex è ancora Malato d’amore, come sanciva nel precedente album, e adesso deve fare i conti anche con una serie di altri malanni, sociali e individuali, reali o fantasmatici, vissuti ed espressi con chiarezza. Deve fare i conti però anche con un’orchestrazione dei brani non sempre all’altezza, talvolta carente più che minimale, da curare per sostenere adeguatamente e appieno le sue potenzialità cantautorali. [ 6/10 ] • ALBERTO SARTORE

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Strip in Midi Side NON TI AMO PIÙ, AMORE New Model Label, 2012 Strip in Midi Side. L’accenno di morbosità, insito nella prima parola, o forse il taccogamba in copertina, mi riportano alla mente un vinile. Porno Club’s Mix o qualcosa di simile, pieno di effetti e loop utili al collega per i compiti a casa di skretch. Alcuni di questi suddetti li trovo anche qui, perciò il collegamento non è solo malizioso. É ‘elettronico’. I SiMS sono neuro-pop, vestito che si sono cuciti da sé per incontrare i Subsonica. Abbondante uso di synth sul quali i casertani srotolano mantra di propaganda intellettuale. Depeche Mode in-bordello. Pillole di sessualità drogano concetti di resistenza e reazione, ed è tipo un’attivista sugli spillo. Non capisco se è più manifestante o più manifesto, più concetto o più apparenza; fatto sta che hanno più di un’idea intrigante e con la strumentazione a supporto

hanno ampi mezzi espressivi. Proprio per questo li vorrei vedere sulla loro pista, uscendo un po’ dalla tangente subsonica di cui ancora si avverte l’incipit. Devono ‘metterci la faccia’ ancora di più, le similitudini le fa già spotify, però intanto da par loro, sdoganeranno un paragone massiccio che fa bene all’ego ma non all’identità dell’attivista, degli spillo, del porno. [ 6.5/10 ] • PABLO

Rain Dogs LIES, ALIBIS AND LULLABIES Presslabrecords/ Soffici Dischi, 2013 Nelle dieci tracce di Lies, Alibis and Lullabies si sente l’influsso di band come i Depeche Mode, i Kasabian o i Klaxons, per una atmosfera elettro-pop anni ‘80, un po’ dance e un po’ indie, molto melodica. Sonorità di matrice anglosassone ed elettronica, frutto dell’incontro/scontro dei due componenti del progetto: il cantautore andrea Ferrante e il dj e produttore Luigi Gori. L’album d’esordio del duo in effetti rispecchia la dialettica tra la voce calda e armoniosa e le incursioni dei sintetizzatori, a volte trascinanti (Rockin’ on my own), altrove più leggeri e pop (Goodfellas never die). Il progetto nasce ad Arezzo nella piccola etichetta indipendente Presslabrecords, dove le tracce scritte da Andrea Ferrante con la chitarra acustica vengono vestite e truccate da Luigi Gori in una continua tensione artistica tra due culture musicali distanti ma perfettamente bilanciate in un lavoro ammiccante, piacevole e ben riuscito, con l’ultima traccia (Psychotic Morning) a chiudere nel migliore dei modi il nostro viaggio oltremanica. [ 7/10 ] • CICERUACCHIO Koinè COME PIETRE Alka Records, 2013 I Koinè vengono da Ferrara e ci propongono un lp molto fluido, con sonorità che vanno dall’alternative rock al pop/rock, melodie molto belle e suoni sempre precisi. Certo non sono pienamente originali, ricordano molto i Negramaro per fare un esempio. La prima canzone è la title track e preannuncia quello che sarà l’intero lavoro, con chitarre che si mantengono soft nelle strofe per poi diventare più power nel ritornello, con la voce chiara e le linee melodiche orecchiabili. Il secondo pezzo è Ninfa che rimane nel solco della precedente traccia; i testi delle canzoni, in italiano, sono apprezzabili, ed è chiaro che comunque le sonorità e i temi risentono dell’attuale situazione italiana. L’album scorre senza molti intoppi anche se forse le canzoni sono tutte troppo simili. Freddo fuori, terza traccia, sembra di averla ascoltata pochi minuti prima. L’intro di Brutalmente, con il basso - finora quasi assente - e il piano, danno invece un tocco nuovo, anche se il ritornello e il sound delle chitarre ci riportano sulle stesse rotaie. Forse la più riuscita è La ballata dei panni sporchi, che è un po’ più punk, più veloce e sembra meno “autoreferenziale”. Molto azzeccato lo stacco con Segui la notte che è quasi una ballad, anche in questo caso molto orecchiabile, che ricorda il Francesco Renga solista. Verso la fine dell’album arriva invece la sorpresa con la cover della celebre Se telefonando, riscritta in modo personale e sicuramente in linea con il resto del lavoro. Insomma un lavoro ben fatto, ben registrato e sicuramente molto radiofonico, ma ci vuole qualcosa di un po’ più originale per aumentarne la valutazone. [ 7/10 ] • PIERGIORGIO CASTALDI

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BF 19
Maddai NON È FACILE ESSERE ALLA MODA Madaski, 2013 La vedete qui sopra: la grafica di copertina è una delle cose più oscene e kitsch che ci siano capitate tra le mani. Ma non vi preoccupate, stavolta l’ironia giustifica i mezzi. L’esordio della band torinese è insieme meglio di quanto farebbe pensare la barbie esposta sulla cover del disco e peggio di quanto ci si aspetta una volta riconosciute le loro qualità. In pratica ingannano, illudono e un po’ deludono. Questo significa che in sostanza non ci sono discpiaciuti troppo e anzi li abbiamo apprezzati per più di un verso. Le melodie sono accattivanti e i brani entrano in testa dopo metà ascolto, e pur mancandone lo spessore i Baustelle della Moda del lento sono paricamente dietro l’angolo tanto da far sospettare l’emulazione. Ove non ci si culli nella scrittura dei sentimenti (Berremo Gioia, Difatti, Inciampare in te, Castello di sabbia), non sempre riuscita, i testi sono impegnati con disimpegno, ovvero percorrono una vena critica senza voler appesantire un discorso che rimane comunque leggero, pregi e difetti: Borsa, Ragazza Ubriachella, Perché sono una pecora, prendono tutti di mira comportamenti sociali effimeri rischiando a volte l’ingenuità di cadere essi stessi nel luogo comune. In ogni caso i Maddai sanno come tenere viva l’attenzione, ci siamo lasciati divertire dallo squarcio bizzarro del Professore Antonio Boninsegna e confessiamo che un singolo come Fingo di essere un nerd lo riascolteremmo ancora e ancora e ancora. [ 7/10 ] • FABRIZIO PAPITTO Absolut Red A SUPPOSEDLY FUN THING WE’LL PROBABLY DO AGAIN Unhip Records, 2013 Affascinante e complicato, variegato e semplicemente essenziale, questo disco è una piccola perla, ma di quelle naturali, non perfette eppure così belle da togliere il fiato. Se la valutazione dovesse essere assegnata solamente per parametri tecnici e/o musicali, allora non raggiungerebbe chissà quali vette, eppure è impossibile valutarlo negativamente, perché, con poco sforzo legato all’originalità del sound, reca con sé un fascino e un’illogica magnificenza che difficilmente passa in secondo piano. Otto tracce, otto piccole storie preziose raccontate con minuziosa delicatezza, come favole ultraterrene sono accompagnate da suoni pacati e di radice romantica, un po’ radical per far parte del panorama cantautoriale e troppo pop per appartenere al piattume dello scenario indie italiano, variegato di molta inutilità e finta apparenza. Potrebbe sfociare in qualcosa di qualitativamente eccellente o potrebbe rimanere così com’è e ingabbiarsi in una banalità ripetuta, propendiamo assolutamente per la prima evoluzione. Per ora molta sostanza quasi inespressa. [ 6.5/10 ] • MARUSKA PESCE Galleria Margò FUORI TUTTO Rocketman Records/Vololibero Edizioni, 2013 Luci ed ombre in questo esordio sulla linea di un certo cantautorato critico, o aspirante tale, dell’ultima generazione e non. Citazionismo in abudantiam a sostenere un lavoro non sempre all’altezza delle ambizioni; dal Nanni Moretti di Ecce Bombo al Franco Battiato di Up patriots to arms (richiamato anche nei ritmi della finale Distretto Nove), ai tanti spunti offerti da un mondo, il nostro, esaminato forse con qualche ingenuità. Musicalmente siamo molto vicini alle sonorità di un Max Gazzè, e anche il livello sembra essere esattamente quello, un po’ debole nella linea vocale e con testi da 6 in pagella anche quando sono armati delle migliori intenzioni. Ma spunti buoni ce ne sono. Gli episodi migliori risultano essere l’iniziale Giro di vite, aperta da un primaverile intro di violino e condita da immagini che sanno centrare l’obiettivo («perché la moda sai/ha ucciso anche le rose), e il singolo Glitter, orecchiabile e sapiente nel dosare l’ironia con una punta d’amarezza («Dove sarò quando ti sarai stancata/ dell’amo arruginito con il quale t’ho pescata?»); prevale la frustrazione nella più introversa Dovessi mai («e sarebbe da evitare la solita tendenza/di trovare interessanti le foto un po’ sfocate»), e i riferimenti all’attualità non mancano nel cinismo stile I cani di Paga tu («Fidati di me noi due siamo irraggiungibili/ come diceva Vodafone quella sera in galleria»). In definitiva la strada da fare è ancora molta, ma per ora constatiamo come le intenzioni siano buone e questo rsisulti comunque un discreto lavoro. Bella l’illustrazione di copertina realizzata da Davide “Zark” Chiello. [ 6.5/10 ] • FABRIZIO PAPITTO

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La jeunesse dorée SAREMO SANTI UN GIORNO Red Cat Records, 2013 Quando si entra in questo insolito mondo sonoro non si può non notare la poesia che permea tutto il contesto in cui si trova a nascere, iniziando dai testi, al tappeto musicale, per finire alla stessa bio del gruppo, un racconto astratto di una realtà che sembra nata quasi sospinta da forze mistiche. È vero, le otto tracce di questo disco esprimono concetti molto strani, insoliti, ma lo fanno sfruttando un atteggiamento tutt’altro che banale. Il primo ascolto sicuramente non rende giustizia alla ricchezza di questo lavoro, apparentemente leggero, che pecca di sostanza musicale nonostante il groviglio di suoni e stili che si intrecciano nel trascorrere del disco. Debolezza facilmente colmabile. I presupposti sono più che convincenti, manca solo un po’ di determinazione e una più consona presa di posizione stilistica. Così assomiglia a molte cose, ma non è facilmente riconducibile ad una determinata realtà musicale, come invece questa band meriterebbe. [ 6/10 ] • MARUSKA PESCE

Underfloor QUATTRO Suburban Sky Records, 2013 Quattro è un album semplice, ciònonostante di una maturità sconvolgente. Ennesima sensazione positiva per un’altra band proveniente da quella fucina di artisti che tanto sta dando al panorama della musica indipendente italiana, ovvero la Toscana. Mentre ascoltavo i vari brani sono incappato nella settima traccia, Intorno a me: eureka, fratelli. Una nostrana sintesi di Tame Impala, R.E.M. ed il primo Phil Collins. In certi frangenti la scelta della nostra lingua madre sbilancia il risultato verso un limbo in cui giacciono pop cantautorale e P.F.M. Le sonorità sono classiche ma fresche, i flauti ed il tremolo di don’t mind non sono sicuramente i suoni spaziali di cui molti si avvalgono ora, ma la coesione e l’orchestrazione tengono gli Underfloor sempre sul pezzo. La ricerca si fa introspezione, l’avveniristico è intimità, gli interventi di strumenti ad arco rispettano la dignità dello strumento reale, mentre la necessità di snaturare lascia spazio all’espressione. Per quanto riguarda le linee vocali, l’intero album è caratterizzato da scelte poetiche dilatate unite a melodie flessuose. Il risultato è un album adulto, che sa rivolgersi tanto ad un pubblico mainstream quanto agli ascoltatori più selettivi. La psichedelia ed il prog si intersecano e si impastano in tutto l’album, con un occhio di riguardo per l’improvvisazione (Indian song) rispettando un bagaglio di ciò che è stato fatto prima per poter andare verso ciò che sarà fatto poi. [ 7.5/10 ] • BERNARDO MATTIONI The Erotik monkey TUTTI I COLORI DEL BUIO Autoprodotto, 2013 Arrivano da Capoterra, centro industriale della regione di Campidano di Cagliari, e si chiamano The Erotik Monkey. Un quartetto molto interessante qui al terzo album, Tutti i colori del buio, lavoro della maturazione artistica, che promette ma che non mantiene a fondo le premesse o le aspettative. Sin dal titolo, azzeccatissimo, si intuisce il gioco di sfumature, un preludio ad un binomio perfetto tra luci ed ombre, e tra grunge e garage alternativo, con improvvisi raptus di chitarra aggressive e la sensibilità lasciata a riflessioni personali e alle introspezioni cupe delle liriche. L’apertura del disco è affidata a Golden Gate bridge chiaro esempio di questo chiaroscuro in continuo ed eterno contrasto, definito da voce spigolosa. L’album risulta stilisticamente ben strutturato, lo si denota nelle tracce come Voci e in particolar modo ne L’alito del doposole, di certo tra i brani più riusciti e apprezzabili. In gergo calcistico si direbbe che la squadra sta sulle gambe, mi sembra che siano abbastanza statici nel genere senza lasciarsi troppo influenzare da alcuni stili, solo sfiorati nell’album. Nel giorno della mia morte I- II e III è una mini serie, con la prima parte molto grunge con ottimi e improvvisi intervalli di pura disperazione rock. La seconda parte, per quanto possa risultare difficile crederlo, è ancora più aggressiva della prima e il testo sempre più urlato con ritmiche pesanti. La terza ed ultima parte ricorda le ballate dark in stile elettrorock fino ad un finale che squarcia l’atmosfera con ritorno alle distorsioni violente. [ 5/10 ] • G. MONTAG

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BF 21
iVenus DASVIDANIJA DreaminGorilla records/Audioglobe, 2013 Strani questi tizi. Strani già nei suoni, una sorta di powerpop anfetaminizzato a colpi di sintetizzatori un po’ acidi e un po’ dance. Giovani, tra l’altro, giovanissimi, e già con una lista di date alle spalle da riempirci un bloc-notes. Dopo aver letto il presskit e i commenti autografi ai pezzi del disco non puoi che avvicinarti con un certo interesse, quelle poche righe esplicative hanno un’irriverenza amara e brillante non facile da trovare. Sappiamo tutti quanto rompono le scatole i giovani musicisti sul loro essere seri, supercolti e supermaledetti. Che palle. Decisamente non il mio genere, comunque, questi quattro savonesi, anche se, da figlio della provincia, non posso che apprezzare i loro affreschi di noie e sfighe lontane dalla vita. Dasvidanija è un disco molto omogeneo e compatto sotto ogni punto di vista, un rock che s’arrende ai synth e ricorda un po’ lo space rock di gente come Muse (con l’apertura di Ventricoli che ricorda molto da vicino Hyper Music…). Non ci sono grandi sorprese né grosse oscillazioni di frequenze, gli iVenus hanno una ricetta collaudata e la ripropongono pressoché invariata in ognuno dei nove pezzi. Il primo ascolto è spiazzante, al secondo riesci a ricordare qualche verso qui e là o una melodia particolarmente azzeccata e poi via così, fino all’assorbimento totale. Apprezzo molto le ossature robuste di power chords mediosi, che danno energia ad arrangiamenti semplici ma funzionali, incrociando un po’ di rabbia e un po’ di pop a cuor leggero a sostegno di tanti piccoli affreschi grigiastri di vita comunissima e però mai banale (come ogni vita… vabbè, quasi ogni vita). Grana grossa per palati fini scrivono, e mi sembra azzeccato. Descrivono e musicano quello che vedono intorno, scegliendo prospettive strabiche (dicono loro) e sempre sbagliate. Pischelli nudi e crudi, e l’onestà è una medaglia da appuntare bene in vista quando si parla di musica. Meglio di tanti altri, e qualche soddisfazione dovranno pur togliersela, no? [ 7/10 ] • MARCO PETRELLI Edaq DALLA PARTE DEL CERVO Autoprodotto, 2013 Mi capita a volte di essere stanco del rock. Ore spese a frugare online o su suggerimento di conoscenti vari alla ricerca di qualche buona band odierna, e il più delle volte si finisce con un pugno di mosche in mano e una marea di turpi bestemmie sullo stato miserando di un certo tipo di musica. Non è che sia snob, raramente qualcosa mi fa schifo, ma raramente riesco a trovare qualcosa che mi piaccia sul serio. Mi viene sottoposto questo disco con la testa di un cervo in copertina e la prima cosa che noto è un packaging curatissimo, elegante e un po’ sinistro, non so spiegare meglio. Gli Edaq sono un ensemble electrofolk raffinato e rifinito. Già la line-up ti dice qualcosa, non capita tutti i giorni di leggere “ghironda elettroacustica” tra i ruoli. Ognuno dei pezzi di Dalla Parte Del Cervo è cesellato con cura, dodici piccole suites autunnali eseguite con la scaltrezza del jazzista consumato e il rigore dell’etnomusicologo per un totale di un’ora o poco più. Un paesaggio sonoro che è un mashup di suggestioni popolari piene di valli, cieli serenovariabili, montagne e folti prati verdi, con l’aggiunta di qualche cane di passaggio. C’è la Francia medievale dell’Occitania, un po’ di Higlands, un po’ d’Irlanda, senza dimenticare nervature balcaniche e pulsazioni ancestrali d’Africa. Uno studio serio e impeccabile del fondo dell’animo umano che è la musica folk nei suoi momenti più cristallini e felici su un tappeto elettronico un po’ oscuro e mai invasivo; un’operazione colta ma non intellettualistica e una specie d’accompagnamento spirituale e pagano che affonda nei secoli e li attraversa, rielaborando senza mai tradire, aggiungendo nuova linfa a un materiale praticamente archetipico. Polche, valzer, mazurche e rondeaux crepuscolari che hanno un effetto ansiolitico e analgesico, praticamente da prescrivere a chiunque per riallacciare i pensieri dopo aver subito attacchi RnB e indie dall’ennesima giornata di musica contemporanea che vorrebbe correre verso il futuro e invece si lancia a tavoletta giù per un burrone. Tanta roba, non potrà che piacervi. Altrimenti non avete un’anima, ve l’assicuro. Fatevi un favore e concedetevi sessantasette minuti e quarantadue secondi di musica vera, e se poi penserete di aver sprecato il vostro tempo ve lo rimborserò personalmente, giuro. [ 8/10 ] • MARCO PETRELLI

Invia il tuo Ep alla casella email redazione@beautifulfreaks.org o all’indirizzo postale che trovi sul nostro sito web. Potrebbe trovare spazio tra i dischi recensiti su questa rivista.

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22 BF
Neve su di lei CERCO LA BELLEZZA Rpm Produzioni Musicali, 2013 Neve Su Di Lei cerca la bellezza, come ogni persona sana di mente su questo pianeta. È una mistura curiosa di d’estetica hippie e immaginario infantile la bellezza che ci presenta, delicata e ingenua, solare anche quando spennella righe malinconiche nelle tessiture generalmente quiete dei pezzi. Spesso le riesumazioni zombesche dell’aspetto più squisitamente “flowerpower” degli anni sessanta (decade ben più complessa, a conti fatti) mi lasciano indifferente se non apertamente scazzato, nonostante trovi che il folk fosse (e forse è), una delle scene più interessanti là fuori. Recentemente ho visto, in un film, un elegante vampiro vittoriano far fuori un gruppo di figli dei fiori dopo essersene educatamente scusato. No ho potuto trattenere un ghigno. Non posso farci niente, sono una persona orribile. Comunque, accantonate idiosincrasie irrazionali e poco professionali, devo spendere qualche parola buona per Neve Su Di Lei perché indubbiamente le merita. Già il fatto di essere scappata dalla scuola di Alessandro-ora-vi-spiegoperché-sono-meglio-di-voi-Baricco la fa partire in ottima posizione. È uno degli epigoni di Joni Mitchell, e questo è chiaro dopo pochi secondi d’ascolto (nonché chiaramente dichiarato dall’artista stessa) e ne utilizza forme e stilemi con una certa maestria: droni di accordature aperte ed erratiche e monotone armonie in voce sopranile sono il suo tratto distintivo. Gli arrangiamenti sono essenziali ed efficaci, in punta di piedi come li definisce la cantante, soffusi di quiete serotina; ora che il sole inizia appena a tramontare, sembrano accompagnarsi magnificamente al vento. La pecca, che però è anche un’estetica appositamente ricercata, credo, è un certo andamento monocorde del tutto che rende Cerco La Bellezza a tratti ipnotico come il ticchettio di un vecchio orologio da taschino. Dice di non avere l’oro nei suoi sogni, ma di essere comunque importante, e in fondo ha ragione. Le sue parole hanno una certa inspiegabile, flebile bellezza. Con buona pace dei riccioli snob di Baricco. [ 6.5/10 ] • MARCO PETRELLI Mamasuya MAMASUYA Ultrasound Records, 2013 I MamaSuya, trio originario di Torino, colpiscono fin dal primo ascolto, con una traccia, Boogaloo street, che fa ben capire quali potenzialità abbiano i nostri: energia, dinamismo, poliedricità. Magari pensate che sia esagerato. E allora provate per credere, anche perché, tra le altre cose, il pezzo di cui sopra lo trovate anche sotto forma di video, e anche qui niente da dire. Partendo da sonorità tipicamente jazz, si lasciano spesso andare ad aperture verso altri generi, con riff tipicamente blues e stacchi rockeggianti che rendono questo album tutto meno che noioso. La bravura musicale ed il tecnicismo dei Mamasuya compensa decisamente l’assenza di una voce, dato che non c’è un solo spazio vuoto. I tre mettono in scena un album che è una vera e propria miscela di generi musicali differenti che mette completamente in risalto la qualità tecnica e creativa della band, come in Count down basie. Se vi fermate ad ascoltare My irish kangaroo ditemi se non vi sembra di avere a che fare con un gruppo hard-rock. Benissimo. Ora passate a Seattle confidential blues e assaporate la facilità con cui cambiano genere che, come dice il titolo, diventa un blues tipico dell’America anni’90. C’è da dire che in realtà la composizione dei brani è molto semplice e lineare, e questo li distanzia dai grandi compositori, ma la loro bravura sta nel riempire il tutto con assoli di chitarra precisi e mai identici, con fiati e tastiere con un forte impatto e, soprattutto, con una batteria che non sbaglia un colpo. Giurerei che in certi momenti i Mamasuya abbiano solo un’idea di canzone per poi lasciarsi andare all’inventiva, come in Tommy & Jeff. La sensazione principale è che i tre utilizzino le loro capacità per divertimento, loro e di chi li ascolta, senza restringersi in schemi prefissati. Ed è per tale motivo che, se dovessero continuare a proporre musica di tale livello, consiglio caldamente di provare a dare loro fiducia. E magari, perché no, provare a vederli dal vivo, perché sicuramente promettono spettacolo. [ 8/10 ] • LUCAJAMES

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BF 23
BeMyDelay HAZY LIGHTS Boring Machines, 2013 BeMyDelay è Marcella Riccardi, che tra gli altri ha suonato coi Massimo Volume, e Hazy Lights è il suo secondo album. Non mentirò: è lento, tenebroso, sembra provenire da qualche innominabile, antichissimo luogo di cui restino solo racconti sinistri. E però da questa materia nera scaturiscono luce e bellezza in forme solenni ed eleganti che conferiscono all’album tutto un carattere ieratico che solo la musica più remota può possedere. Uno scavo archeologico alla ricerca delle melodie minimaliste che appartengono ai chitarrismi folk primordiali del blues arcaico e del folk anglo-celtico (Il disco, poi, è distribuito in vinile, giusto a dimostrare che qui le anticaglie vengono prese sul serio). Praticamente tutti i nove pezzi dell’album sono tenuti insieme da ossature acustiche fatte di una manciata di note utilizzate a mo’ di droni cui fa da contrappunto una voce angelica ma sporca, dolorosamente terrena, accompagnata da accenni di lapsteel, chitarre elettriche discrete e armoniche eteree. Se William Butler Yeats avesse avuto una chitarra, probabilmente le sue poesie avrebbero suonato così: gentili e malinconiche. È come se per tutta la durata dell’ascolto scorresse sopra di noi un cielo nordico che vira lentamente al rosso del crepuscolo, affondando nella notte solo per qualche istante prima di illuminarsi di nuovo, questa volta più roseo e morbido. È musica che accompagna i cicli infiniti della natura, l’alternanza per sempre invariata dei corpi celesti e le stagioni della vita umana. Tant’è che, se sento bene, pioggia, sole, neve e aria sono nominati piuttosto spesso, come se l’ispirazione primaria per quest’opera fossero proprio gli elementi archetipici dell’universo e della psiche umana. C’è una bella parola inglese, difficile da tradurre, che è “haunting”. Riguarda infestazioni spiritiche, ma anche qualcosa che (come un fantasma, appunto), s’installa nella nostra coscienza e la perseguita, non necessariamente in maniera negativa. Questo disco è “haunting”, è invisibile eppure ti segue, non fa rumore, eppure senti che è lì. Fragile ed eterno. “Day brings round the night, that before dawn/His glory and his monuments are gone” (W.B.Yeats, “Supernatural Songs”). [ 8.5 /10 ] • MARCO PETRELLI

Suez ILLUSION OF GROWTH Seahorse Recording, 2013 Illusione della crescita, titola l’album dei cesenati Suez, ma qui ormai l’illusione è svanita e un senso di stanchezza compare, una forma di uggia nichilistica, un nuovo mal du siècle. Nella opening track, i 10000 years a cui si riferisce il testo sono quelli che sembrano trascorsi dall’inzio della propria vita. È un personaggio profondamente tediato dall’esistenza a prendere parola. La caducità dell’essere è un dato di fatto, ma di gran lunga preferibile alla pesantezza di un essere gravato dal fardello di un eterno ritorno nietzschiano (e sulla complicata assegnazione dei poli positivo e negativo alla categoria leggerezza-pesantezza in riferimento all’essere rimando alla questione di kunderiana memoria...). Il brano è posto all’inizio dell’album, ma più che un accesso al lavoro discografico si presenta come un episodio a sé. Inizio sussurrato sopra un morbido arpeggio di piano, ipnotico. La voce è lontana, malinconica, crea una vertiginosa sensazione di vuoto, che mai più tornerà nell’album. Con il nodo ancora alla gola si entra nella seconda e poi nella terza traccia, con uno scarto che determina un malaugurato effetto-compilation. Bloop s’aggira (e decreta l’ingresso) nei paraggi della darkwave coniugata a un’incerta moda presente, Boys must cry (citando i Cure) attinge dalla declinazione più radiofonica del genere per un pasticcio tutto sommato orecchiabile. Chains è il collante che riporta unità all’album: riprende perspicuamente e amplifica il tema della prima traccia («everybody’s in a daze, everything just happened»), e musicalmente resta sulla scia delle due tracce precedenti. Trasuda disperazione come fosse una work song dei tempi moderni: vite frammentate e uomini in catene. Un momento pregnante, come più in là Head bang: un delirio psicotico di bassa intensità ma efficace, inevitabile quanto logica conclusione agli umori cupi seminati brano dopo brano... Ma non è qui che si chiude l’album. Una triste ballads, Anything, con piano e controparte vocale femminile, riconcilia lo strappo aperto dall’episodio precedente. Una coda convenzionale, un compromesso che permette alla band di rimettersi in riga, insidiata da una volontà di evasione o forse sperimentazione (che noi invece avremmo tanto gradito...). C’è qualità, ma attenderemo il prossimo album nella speranza di elevare i Suez al di sopra della massa di buoni prodotti dell’underground italiano. [ 7/10 ] • ALBERTO SARTORE

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Misachenevica COME PECORE IN MEZZO AI LUPI Dischi Soviet Studio/Audioglobe, 2013 Misachenevica: gruppo rock padovano composto da Walter Zanon (voce, chitarra), Antonio Marco Miotti (batteria, percussioni, cori) e Marco Amore (basso, cori) che confermano quanto di buono avevano espresso nell’ EP d’esordio La mia prima guerra fredda e proseguono il loro cammino evolvendosi ulteriormente. In questo full-length Come pecore in mezzo ai lupi, le atmosfere malinconiche e profonde in tipico stile pop inglese sono il filo conduttore che, unito alla potenza e alla crudezza dei testi, trattano la confusione generazionale in modo ironico, a tratti nostalgici. Fanno un ottimo lavoro dove il sound del grunge-garage incontra la loro anima più pop. Proprio questo incontro Grunge-Pop con venature Punk rende l’album prepotentemente affascinante. Apertura con Figlio Illegittimo Di Kurt Cobain, carico di disillusione sembra voler urlare il disagio di essere figli illegittimi di un mondo che non ci appartiene. Tra le altre spiccano Apridenti, sound pop-inglese musicalmente e nervosamente vicini allo stile The Strokes. Retromania apre con l’incipit: «Quest’anno va di moda avere nostalgia di qualsiasi cosa», amara ironia del non saper guardare al futuro. Ne La Partita Di Calcetto Infrasettimanale emerge la difficoltà esistenziale e generazionale di organizzare una partita a calcetto con gli amici con il doppio senso rivolto alla quotidianità. In Tasche Piene, invece, emerge prepotente un’atmosfera scura e cupa. Infine, degno di nota, Il Nostro Paese Diviso In Due, dove l’intento sembra essere quello di migliorarsi sempre, o almeno di provarci per un mondo migliore... Testi mai banali dove la crisi generazionale e la confusione dei nostri tempi sono il tema centrale. Un ottimo lavoro dove i vari sound e stili pop e grunge si sposano alla perfezione con liriche ora ironiche, ora profonde e cupe. La strada segnata e intrapresa sembra molto chiara. [ 7/10 ] • G. MONTAG

Ground Wave GOODBYE NEIL Black Vagina Records, 2013 I Ground Wave sono un trio di Foligno e Goodbye Neil è la loro seconda uscita, chiaramente dedicata all’astronauta Neil Alden Armstrong, recentemente scomparso. Con un registro completamente diverso dal loro precedente lavoro, Le cose cambiano, più indie e cantato in italiano, i nostri si accostano a un sound che potremmo definire post rock, per quanto questa etichetta sia abusata e forse consunta. Registrata in modo completamente home made (e si sente in alcune incertezze nelle linee armoniche della chitarra e di alcuni inserti elettronici o nella batteria a volte eccessivamente in primo piano rispetto agli altri strumenti), Goodbye Neil si ispira alle cavalcate malinconiche dei Mogwai e ai riff ipnotici e cosmici degli Explosions in the Sky. In realtà, quello che risalta immediatamente all’ascolto è la concessione eccessiva data al timbro vocale e melodico di Bono e ai suoi ammiccamenti distorti e in falsetto. L’album, dopo un intro caratterizzato dalle voci degli astronauti in partenza per un viaggio lunare, inizia con l’onirica e incalzante Spaceman che mostra immediatamente l’impostazione sopra descritta, senza però mancare di originalità e potenza. È nei brani successivi, Don’t Speak Just Whistle, Dreamer, Wonder Town che l’influenza del gruppo irlandese emerge fortemente e il risultato è francamente deludente. Anche il fischiettato presente in Don’t Speak Just Whistle, in stile Scorpions, Wind of Change, non convince. La carica espressiva dei brani appare limitata dalla forma impressa, troppo canonica ed enfatica, schiacciata dai modelli e dalla necessità di rientrare nello schema canzone classico (strofa, ritornello, solo…), pur nel tentativo di trascinare l’ascoltatore, con un suono caldo ed emotivo che non manca di certo alle composizioni dei Ground Wave. In un certo senso il rammarico è proprio questo: l’incertezza nelle registrazioni e l’ossequio nei confronti dei modelli ispiratori riducono la qualità del lavoro, anche se lasciano intuire le capacità espressive e compositive del gruppo. Doti che emergono nell’ultimo pezzo del disco, Orca Slut, strumentale e ben più originale dei brani che lo precedono. Gli effetti elettronici risultano più definiti, il suono pulito e l’andamento ritmico coinvolgente dando l’idea di un inseguimento lunare e psichedelico, in netta controtendenza col resto dell’album. Goodbye Neil è un album di passaggio verso una fase più consapevole dei Ground Wave ma è necessaria una presa di distanza da scorciatoie musicali ed esitazioni compositive. [ 5/10 ] • VINCENZO PUGLIANO

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Wonder Vincent THE AMAZING STORY OF ROLLER KOSTNER Cura Domestica, 2013 Il primo album di questo quartetto umbro parte da un’idea divertente e accattivante: tutto ruota intorno alla figura di questo fantomatico Rolle Kostner, di cui i nostri ci forniscono un’accurata descrizione, in inglese, sin dal retrocopertina, delineando un personaggio che è eroe e antieroe, vittima del suo tempo, ma carnefice di ciò che accade intorno a lui. Il lavoro finale che ne esce fuori è alquanto interessante, cattura parecchio, ti porta ad ascoltare il brano successivo per capire ciò che accadrà, il tutto seguendo ritmi tipicamente yankee. L’album infatti si snoda su ritmi blues, dinamici ed irresistibili, che vengono interrotti da sfumature tipicamente funky (Funk’o’saur), o che rimandano ad immagini country (Venus in Darfur). Affascinanti sono poi le uscite stile punkabilly, che ti obbligano a muovere la testa e il piede al ritmo della batteria e con quei riff che non ti escono più dalla testa (My little bunny), provare per credere. Infine fa sorridere Piss & Love, titolo azzeccatissimo, con un testo crudo ma che lascia pensare e sonorità un po’ più rockeggianti, tipiche dell’America anni ’80. Fondamentalmente i ragazzi sono interessanti, hanno ottime capacità e, per essere un album d’esordio, ci troviamo di fronte a un’energia incontrollata ma tipica di chi si affaccia per la prima volta su panorami maggiori. Non mi sento però di essere troppo precipitoso, l’idea è buona, la voglia c’è, ma questo album è una piccola pietra, una dimostrazione delle loro capacità che però non apporta nulla di nuovo nel confuso e saturo mondo musicale. Se i nostri riusciranno a portare avanti uno stile omogeneo e che li contraddistingua, allora è possibile che risentiremo a breve parlare di loro. [ 7/10 ] • LUCAJAMES Limone SPAZIO, TEMPO E CIRCOSTANZE Dischi soviet studio, 2013 Spazio, tempo e circostanze, quelle che quadrano il cerchio di Limone e che raccolgono il punto dei pensieri attuali di Limone. Il cantautore vicentino che dopo diverse autoproduzioni e registrazioni casalinghe sforna il suo primo cd. È un cd intimista e quasi onirico, supportato dal chitarrista Federico Pigato, in un cantautoriale molto minimalista sul pop elettronico, con ogni traccia ben sviluppata. Ogni canzone risulta molto orecchiabile, i paragoni con Bersani Samuele si sprecano ed è effettivamente così. Personalmente, però, ho avuto molta difficoltà a rapportarmi con i testi, mi sono trovato in disaccordo con un paio di tracce. Lungi da me incentrare questo spazio sui miei pensieri, ma ho trovato i temi di carattere generale ormai esausti, un po’ opinabili e forse un po’ passati in alcuni ambiti, ed ho preferito di gran lunga quelli sulle sue esperienze personali. Forse è proprio su questa disparità che si può notare il lungo lavoro di preproduzione che riguarda questo lavoro, un esordio comunque di tutto rispetto, soprattutto per chi cerca un erede di Chicco e Spillo. [ 6.5/10 ] • PLASMA

Omid Jazi ONDE ALFA Hot Studio, 2013 Qualcuno lo ricorderà sul palco con i Verdena a strimpellare con decine di diavolerie elettroniche durante l’ultimo e fortunato tour della band… Da sempre ottimo producer di se stesso, dà vita ad un progetto d’esordio che suona esattamente come un disco degli anni Ottanta, con un sapore leggermente retrò legato allo stile patinato dei sixties. Omid suona qualunque strumento gli capiti per le mani; in questo caso specifico ritroviamo effettistica e mix sonori ad altissimi livelli qualitativi, deboli gli intrecci testuali, ma il tappeto sonoro è veramente notevole e come potrebbe essere altrimenti. Il disco, molto articolato, di divide in forse troppe tracce, che rischiano di sembrare ripetitive, monotematiche, anche se ognuno di essi nasconde un’intensità e un groove particolare. Pochi giri di parole complicate, alcuni e determinanti concetti presi d’assalto e affrontati con molta schiettezza. Sicuramente non il disco dell’anno, ma sicuramente tecnicamente curato nei minimi particolari; musicalmente non pecca di nulla. Potrebbe ritrovare la forza di cui necessita in qualche interprete, diverso dal produttore stesso, ma questo è solo un consiglio spassionato. [ 6.5/10 ] • MARUSKA PESCE

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Synful Ira BETWEEN HOPE AND FEAR Logic(il)logic Records/Andromeda Dischi, 2012 Nonostante ami con tutto me stesso le atmosfere doom, non posso negare le mie origini e non posso assolutamente rimanere indifferente nell’ascoltare Between Hope and Fear, che mi riporta alla mente, con le sue sonorità leggere (meno tese e in generale più elastiche del doom) le colonne sonore dei miei viaggi d’oltre frontiera, quando la ricerca di una risposta a quella stessa domanda che i Synful Ira si pongono in Sound Of Life, mi spingeva a sfidare me stesso lungo il cammino dell’esistenza. Qual è il segreto della vita, qual è il nostro destino (BB)? Letizia Chiozzi, (lead voice) si pone la madre di tutte le domande nell’intro di questo piccolo capolavoro, un debut album (promettente), ricco di atmosfere evocative con qualche tendenza power come in Inside my Fears, che segna il passaggio da tribute band a “gothic army”. L’influenza della major league è evidente ma ben interpretata & valorizzata con l’inserimento di sottili contaminazioni/citazioni che rendono i brani conformi alle regole, senza renderli scontati! A pochi passi dal primo EP, Between Hope and Fear è una buona prova d’autore dalla struttura narrativa lineare, a più voci, con un concept basato sulla true story, sul viaggio introspettivo e sulla molteplicità degli stati d’animo mutualmente presenti nel ciclo della vita quotidiana (paragonabili ai “dieci mondi” del Sutra del Loto). [ 7/10 ] • ALESSANDRO GRIMALDI FERRARO

Celeb Car Crash AMBUSH! Antstreet records, 2013 Nato dall’ispirazione di Nicola Briganti (Klogr, Lena’s Baedream), Carlo Alberto Morini (Lena’s Baedream), Michelangelo Naldini (Violet Gibson, Waiting For Titor) e Simone Benati (Octave, Opposite Sides) prende forma il nuovo progetto Celeb Car Crash al debutto assoluto con Ambush! che in inglese vuol dire imboscata, agguato mentale (così lo traduce la band). L’album è composto da dodici brani più una cover dei Beatles, molto ben riuscita: I’m the walrus. L’apertura è micidiale con Dead Poets Society, Celeb Car Crash e Tied Up. Possenti giri di chitarra e basso, ottime melodie. Le altre tracce, tra cui Ambush!, si mantengono costantemente su buoni livelli con picchi raggiunti con la sofferta Blinded By The Light e con Something Wrong About Him, in cui sembra di ascoltare gli Smashink Pumpkins. Nel finale la bella Bushido. Riproponendo un genere del secolo passato, i Celeb Car Crash riescono a mantenere uno stile proprio e una personalità molto forte, ma alla lunga non emerge niente di nuovo: tutto ben fatto e ben riuscito, ma purtroppo già sentito molte volte. Consigliato agli amanti del genere e ai nostalgici del rock duro anni ‘90. [ 5/10 ] • G. MONTAG

Tristema DOVE TUTTO È POSSIBILE Autoprodotto, 2012 Un disco elaborato. Questa è l’impressione che fanno i Tristema al primo ascolto. Un disco elaborato gia dall’artwork, che nel suo insieme sancisce a colpo d’occhio lo spirito catartico di questo album. Definirlo progetto sperimentale sarebbe forse un po’ riduttivo. La presenza di Daniel Gildenlöw dei Pain of Salvation e del trittico rap Fuossera rende la ricerca musicale intricata, i pezzi tendono a confondere le idee di chi li ascolta. Forse non siamo abituati a cambi così frenetici, anche se in definitiva il filo conduttore di tutto è un ottimo pop rock all’italiana che sa farsi apprezzare anche da orecchie dure come le nostre. La title track, attraverso un suono dinamico ed un testo efficace, entra subito nella testa, pone al centro dell’attenzione la realtà nel senso più ampio del termine e nonostante molte analogie al pop più mainstream, al quale (non) siamo abituati, essa ci offre una visione un po’ fiabesca ma al contempo non utopistica di ciò che dovrebbe essere la nostra esistenza dove appunto tutto è possibile. Altro momento topico è il duetto con il sopracitato Gildenlöw, che (non me ne vogliano gli amici Tristema) spicca anche troppo in alto. A livello tecnico abbiamo apprezzato tutti, e dico tutti, i membri del progetto: Candido di Svevo (voce/basso), Alessandro Galdieri (voce/chitatta/synth), Romolo d’Amaro (chitarra), Dario Bruno (batteria). [ 5/10 ] • FABER PALLOTTA

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Il Maniscalco Maldestro …SOLO OPERE DI BENE Maninalto!, 2013 …solo opere di bene è un disco veramente complicato da decifrare. Devo ammettere di aver cambiato idea un bel po’ di volte prima di esprimere un giudizio sul quarto full-length del quartetto volterrano. Partiamo dalla copertina: l’idea di mettere una modella non troppo vestita in copertina, sessismo a parte, è un leitmotiv che si perde nei tempi in cui le prime rocce cominciavano a rotolare. L’aspetto più innovativo della copertina sta sicuramente nel QR-code “impresso” sul ventre della signorina in déshabillé, che permette il free-download dell’album: una scelta ben precisa, con questi chiari di luna. Il singolo Al Diavolo ricorda le atmosfere dell’Eretico Tour di Caparezza, il resto è “tuttomatto”, coralità grottesche unite a un incalzare ossessivo (Niente d’importante) declamano la personalissima opinione de il Maniscalco Maldestro in materia di prog-rock. Ma non ci si ferma qui: il disco è in continua evoluzione, e non è un modo di dire. Partenza e arrivo non coincidono assolutamente. Parole strizza l’occhio ai Porcupine Tree e di per contro, Battisti strizza l’occhio ai maldestri nella cover Nessun Dolore, con il suo ritornello hard rock. Si ritorna subito ai ritmi dispari con Piove, con la quale si percepisce il tipo di percorso che i quattro toscani si sono lasciati alle spalle. E proprio quando si pensava di essersi riabituati ad una sonorità e di esser tornati nel locus amoenus da cui si suppone che il Maniscalco Maldestro dovrebbe provenire, ecco che il grotesque sbuca fuori da un cespuglio, con chitarre quasi brit-pop e velleità da brano indie rock all’italiana (Confessioni di un italiano medio). Una volta ascoltato e riascoltato, questo album ci lascia in testa una netta sensazione di rispetto per il lavoro, dove le infinite ispirazioni musicali convivono e coesistono (le tastiere su Declino Lento e Non sento niente non sono casuali) per sorreggere l’ingente quantità di materiale che è andata a comporre le dodici tracce di questo album prog-folkalternative-electro-etc.-rock. [ 6/10 ] • BERNARDO MATTIONI

Sun King PRISONERS OF ROCK U.d.u. Records, 2012 Esiste un modo migliore di iniziare la giornata che con un assolo di Angus Young o una pentatonica di Jimmy Page? I Sun King prendono in prestito il nome da un pezzo di Abbey Road ma sono la perfetta sintesi del canonico rock/metal anni ‘80 e questo ci piace molto. Al primo ascolto del loro album Prisoners of rock non si rimane particolarmente colpiti, soprattutto dalla traccia di apertura Turn me on che non spicca per l’originalità. Andando avanti con la scaletta però non si può non ascoltare per due volte consecutive A sign, una ballad dalla struttura un po’ insolita e coadiuvata da una voce leggera di violino (ottima scelta) che fa apprezzare molto il lavoro di produzione. Chitarre dalle distorsioni potenti, tecnicamente ineccepibili e scale rigidamente inquadrate nel rock più convenzionale rendono il lavoro indiscutibilmente di ottima fattura, ma quella che purtroppo manca è la fantasia, il carattere compositivo. Inoltre brani come I just want che partono con un riff molto potente avrebbero dovuto rispettare quel canovaccio, mantenere quella dinamica che purtroppo nel corso dell’ascolto tende a ingolfarsi troppo spesso. In ultimo, i pezzi che mostrano le potenzialità di questo trio e che lasciano una buona impressione definitiva sono le tracce di chiusura Hippogriff e Man of the mountain, nei quali la band si concede un momento di maggior creatività ed emotività. [ 6.5/10 ] • FABER PALLOTTA

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Gambardellas SLOPPY SOUNDS BigWave Records, 2013 Il disco si ascolta veramente bene, ve lo dico subito. Parte subito forte con il primo singolo Flash, praticamente un pezzo garage pop che all’inizio sembrano gli Hives col cantato dei Dandy Warhols. L’attenzione non cala quando in Freeway si cita Immigrant Song (per l’ennesima volta nella storia della musica), un brano che sta in piedi da solo e che ricorda le sonorità grunge più mainstream degli anni ’90. Tra l’altro il ritorno dei 90s sta creando più hype di un maledetto aiFòn, a meno che l’attacco non sia già in atto... Ma continuiamo a parlare del progetto solista di Mauro Gambardella, batterista e polistrumentista (come si può evincere dal video di Flash), qualificatissimo musicista già nelle fila, tra gli altri, degli ottimi The R’s. Più avanti il disco si avvicina ad atmosfere diverse, che ricordano i primi Lit (Living the Night). L’intera stesura dell’album è stata programmata a quattro mani insieme a Fabio “Fazthedale” Dalé. Il disco non sbaglia un colpo, al primo ascolto tutto rimane impresso, tutto è fruibile, tutto funziona. Se dobbiamo fare un appunto a questa riuscitissima opera prima (dove l’esperienza in studio del frontman milanese funge da collante, caricandosi sulle proprie spalle l’intero progetto), potremmo dire che forse funziona tutto “troppo bene”. Con qualche eccezione, l’urgenza di arrivare in faccia all’ascoltatore, di prenderlo subito, di scuoterlo, di chiedere “oh, mi stai ascoltando?” sembra prevalere. Questa tuttavia è una prerogativa del tipo di linguaggio con cui i Gambardellas hanno deciso di farsi sentire. E su questo non si discute. I Gambardellas si fanno sentire. [ 6.5/10 ] • BERNARDO MATTIONI

La Costituente PER QUANTO VI PREGO Altipiani, 2013 ”Un nuovo laboratorio aperto per la composizione di canzoni”. Costituente, come quel momento in cui l’atto creativo converge in politica, per comporre la spina dorsale di un paese. Essì, che la politica è un bel teatro e pure loro fanno della teatralità un ambiente, tra comparse e protagonisti, in libera esibizione su un palcoscenico immaginato. Un’ associazione di artisti fluida, alcuni stabili altri forfaittari reciprocamente estimatori delle loro arti, e poi del vino e del jazz. Un disco jazz in merito all’educazione dei musicisti, alla ricercatezza, che però non è vanagloria cieca, poiché strizzano occhiolini a destra e a manca: al popolo, ai boleri e per me inviterebbero pure Rino Gaetano a farsi un goccio. La loro è arte interpretativa, aldilà del suono si percepisce una partecipazione di umore all’esecuzione, tanto (e tanta) da perdersi in espressioni sofisticate. Le molteplici rette strumentali proseguono in mare aperto e tratteggiano una vocazione che non è da tutti. Ho perso la bussola varie volte, sebbene il disco possa essere ascoltato anche ad un livello meno attento, come sottofondo pomeridiano; oltretutto il lessico viene scandagliato, bandite le rime facili, a rimarcare la pulizia intellettuale e la capacità evocativa: pitture del sud-est, di una notte esotica. A tutto annuiscono Battiato e Conte seduti in prima fila. Ma la platea non è tutta così geniale, da capire tutto. [6.5/10 ] • PABLO

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Cesare Basile S/T Urtovox, 2013 Dopo l’ottimo Sette pietre per tenere il diavolo a bada l’ottavo lavoro di Cesare Basile ci riporta nella sua terra di Sicilia, che respira forte già dalla bellissima Introduzione e sfida. Cantautorato di alto profilo, arrangiamenti sghembi e ridotti all’osso, testi che si riservano quando vogliono il diritto di non farsi capire, canzoni polverose che masticano spesso il dialetto materno per lanciare un messaggio globale; la violenza sulle donne (Canzone addinucchiata, Minni spartuti), la condizione «ca non ppo fari vuci» di quelli che erano i lavoratori di giornata («jurnatari») e che oggi si chiamano immigrati (Maliritta Carni), la guerra e l’oppresione (Nunzio e la libertà), la necessità di arrivare al cuore della parole (L’orvu). Ma gli episodi in cui si torna all’idioma continentale sono al pari convincenti. Parangelia è dedicata all’attrice e poetessa greca Katerina Gogou, morta per suicidio e autrice di versi anarchici - richiamati con latente ipertestualità - contro la dittatura dei colonnelli; il nome del brano, che in greco sta per “richiesta”, fa riferimento alla vicenda di Nicos Koemtzis, da cui è stato tratto il film intitolato appunto Parangelia! del regista Pavlos Tasios, marito della stessa Gogou che vi si ritaglia una parte e vi recita alcune delle sue poesie. Il ritmo percussivo (praticamente Heart and Soul dei Joy Division riletta da Tom Waits), la chitarra distorta e le veloci incursioni dei fiati ne fanno uno degli episodi migliori del disco. Si torna invece agli arpeggi della migliore tradizione italiana con gli ultimi brani. Caminanti è una dolorosa rappresentazione di quelli che la vita ha ridotto al nome di “pazzi”, e che in un verso di poesia altissima Basile definisce «appunti smarriti di altri capolavori»; la voce si assottiglia e ricorda da vicino quella di Claudio Lolli. Convince meno Lettera di Woody Guthrie al giudice Thayer, ovvero colui che condannò a morte Sacco e Vanzetti, ai quali il cantautore americano dedicò un album di ballate. Inarrivabile è invece la finale Sotto i colpi di mezzi favori, che descrive la corruzione di un’Italia a cui troppi hanno voltato le spalle e costruisce insieme una gemma di inestimabile valore etico e musicale (da una poesia di Danilo Dolci). L’edizione in vinile pubblicata dalla Viceversa Record aggiunge un secondo disco intitolato Le ossa di Colapesce in cui Basile rilegge in acustico sette suoi brani più una ripresa di Maria nella bottega del falegname dal De Andrè della Buona novella. [ 8/10 ] • FABRIZIO PAPITTO Trouble Vs Glue DIE TRAUERWEIDE NO=FI Recordings, 2013 Quanti non si chiedono o non sanno chi si nasconde dietro Mr. Trouble e Mrs. Glue devono fare imprevedibili conti con l’ascolto di Die Trauerweide. Provenienti dalla famigerata e infame Borgata Boredom, superlativa entità collettiva popolata da musici bizzarri e altri esseri non meglio identificati provenienti da Roma Est, sfornano il loro secondo disco senza alcuna esitazione o pudore. La vibrante Intro offre il benvenuto nell’estroso e sbilenco mondo dei Trouble Vs Glue. L’incedere porno groove della seconda traccia, All The Things That I Want, provoca un incessante sussulto pelvico che è difficile contrastare. In My Holy Sake prende forma, in una sorta di ibridazione Devo/The Residents. Rudders in the Air sfocia in suggestioni deviate e inclassificabili degne dei migliori Butthole Surfers. In a strangers’ town è un brano dal sapore squisitamente californiano, nel senso più underground del termine, con una improbabile ma efficace sezione straniante di percussioni sintetiche. Metal Lead, dall’incedere pudicamente marziale, si rivela una sci-fi song dal forte retrogusto teutonico pre-caduta del muro. Dopo aver inserito la monetina invece inizia Directions, ideale soundtrack del primo videogioco noise della storia degli anni ‘80. Spacegrave si spinge invece verso toni più epici ribaltati dadaisticamente in una curiosa weird song. Ma è Loose il brano apripista del disco, industrial disco music che scalda i sensi nel suo sonico e sensuale perpetuo tzum tzum psycho-noise. Ma è su Jungle Hall che inevitabilmente entra in campo la “cassa dritta” e le sinuose voci dei nostri due eroi sorprendono ancora per la loro singolare personalità. Nel complesso si tratta di 35 minuti di superlativa avant-garde elettro nippo punk. Futuribile dance music, sintetico stupefacente sincretismo di no wave e minimal techno pop. Probabilmente gli unici eredi ideali dei primissimi Krisma, seppur lo spessore e il bagaglio estetico-culturale che si portano dietro i Trouble Vs. Glue sia di tutt’altro spessore. I componenti del gruppo sono due ma gli elementi in gioco sono molti di più. [ 9/10 ] • ANTHONY ETTORRE

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Oslo Tapes OSLO TAPES (UN CUORE IN PASTO A PESCI CON TESTE DI CANE) Deambula Records, 2013 Oslo Tapes è il titolo dell’album e del progetto musicale, una proposta in duo di Marco Campitelli, leader dei Marigold, nonché creatore della Deambula Records, e Amaury Cambuzat (Ulan Bator). I due si incontrano, si scontrano e alla fine si mescolano a meraviglia, dando vita ad un album perfettamente equilibrato, ricco di collaborazioni, tra cui quelle di Nicola Manzan (Bologna Violenta), Gioele Valenti (Herself), Luca Di Bucchianico, Mauro Spada (buenRetiro) Stefano Venturini (Ka Mate Ka Ora), ad impreziosire l’album. Gli undici brani dell’album risultano godibili, inseriti in un’ambientazione di stampo nordico che si percepirà appieno solo nell’ultima traccia, strizzando l’occhio ai Sigur Ros. Ma andiamo per gradi. L’opentrack Alghe schiaccia l’ascoltatore con ritmi pesanti e violini sul limite della psichedelia. Distanze è un cupo folk-poetico. Imprinting, una delle migliori dell’album, molto diversa dal resto del cd, inizia dolcemente cullando con colori e suoni, in una progressione musicale che sfocia nel brano successivo, Nove Illusioni, come continuum sperimentale di post-rock, riuscito perfettamente. Il new wave si respira a pieni polmoni con Elogio, e il gran finale di Crocefissione Privee mette a nudo tutto il loro sperimentale approccio alle atmosfere e ai rumori in perfetta armonia e sintonia con un equilibrio delirante. [ 6/10 ] • G. MONTAG Livia Ferri TAKING CARE BlackBackCalico Records/ M.i.l.k., 2012 Cosa dobbiamo dirvi dell’esordio di questa ragazza romana? Che di cose degne di nota questo disco ne ha più di una. La voce, prima di tutto; pulita, delicata, calda nel prendere certe pieghe intime. Ma anche i pezzi ci sono, e sembrano distanti dalle ingenuità del dilettantismo. Folk-pop che non vuole tracciare nuovi confini ma proteggere quelli che ha. Taking Care, prendersi cura appunto. E così il singolo Hopefully con cui inizia l’album è un buonissimo biglietto da visita per chi voglia chiudersi alle spalle la porta di casa e aprirsi al sole che c’è fuori, come fa la meravigliosa tartaruga del videoclip che promuove il pezzo. La dolce In my dreams, l’incantata Pavlov come l’ottima Cassius Clay, la più turbinosa The Flow, l’intro secco di Homesick che suona vicinissimo aTracy Chapman. No, certo, siamo distanti da lei come ovviamente siamo distanti da Ani DiFrancotanto amata dalla nostra; ma aldilà di paragoni impossibili, mancano soprattutto il carattere e la personalità che sono il punto debole di questo disco. Anche quando si prendono buone linee melodiche non si riesce ad incidere in modo decisivo sul pezzo, e l’impressione è quella di un amalgama molto garbato ma a tratti anonimo. Ma un passo alla volta, taking care e anche taking time, prendersi il giusto tempo. Per ora pensiamo a Livia Ferri come alla tartaruga di cui sopra, animale tenero e curioso che si affaccia per la prima volta dal suo guscio, così com’è. Alcune tartarughe sanno fare molta strada… [ 7/10 ] • FABRIZIO PAPITTO Roberta Gulisano DESTINI COATTI Autoprodotto, 2012 Avete presente un bel pomeriggio d’estate all’ombra di un enorme ulivo?!? Quale altra colonna sonora potreste ascoltare se non questa… il talento indiscusso di Roberta LaGuli non è stato mai un mistero, pluripremiata e osannata da critica e pubblico in occasione di questa autoproduzione non fa altro che confermare le voci positivissime che l’hanno vista protagonista. Una passeggiata rilassata e molto piacevole tra note popolari, accenni di bande mistiche e provinciali, stornelli da bambini e folk spensierato, eppure tanto spessore letterario e rigore in ciò che ogni canzone dell’album esprime. Una voce piacevole e delicata accompagna l’ascoltatore per mano, attraversando sentieri tortuosi e complicati, i sentieri della vita, sempre più ingestibili e difficili da tenere sotto controllo quando si parla di violenza o sofferenza. La qualità che contraddistingue questa eclettica cantautrice è la capacità di affrontare con una leggerezza spiazzante, quasi volutamente infantile, delle storie di ordinaria cattiveria, racconti che farebbero rabbrividire anche il più impassibile degli esseri umani. E’ come voler spiegare ad un bambino come togliere una vita, ma con la semplicità di una ninnananna. Alcuni concetti, espressi in un determinato modo non possono che essere partoriti da molta intelligenza. Destini Coatti è un diamante in mezzo al fango, stupendo ma tremendamente sporco. [ 7.5/10 ] • MARUSKA PESCE

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Lef DOPPELGÄNGER Toast records, 2013 I Lef sono un sestetto angloitaliano, ma il mezzo sangue sassone è la parte più viva del loro organismo, secondo me. Puramente e deliberatemente new wave anche nell’estetica (scuri e cupi che Cheyenne & The Fellows sarebbero stati fieri, se solo fossero mai esistiti). Citano Burroughs, Freud e Lacan, e questo li renderebbe pretenziosi, se non fosse che non ne parlano mai a sproposito, almeno. Se la wave fosse esistita ai tempi dell’espressionismo, sarebbe sicuramente stata la colonna sonora di angosce in celluloide come Il gabinetto del dottor Caligari e Nosferatu, nonché di capolavori letterari come Dal mattino a mezzanotte o Il pazzo. E infatti, a quanto leggo, i sei accompagnano le loro performance live con videoproiezioni d’epoca. È un concept album nel senso più libero del termine, e naturalmente il tema è lo sdoppiamento (anche se doppelganger non si scrive così) e il contatto con l’angolo più oscuro e profondo delle nostre coscienze. Come Dorian Gray, messo di fronte all’incarnazione dipinta della propria mostruosità, i Lef dialogano continuamente con il buio, tessendo riff fatti d’ansia in un’atmosfera generalmente cupa e soffocante che parla sì delle nostre recondite interiorità, ma anche del peso poliziesco dell’establishment sulla psiche. C’è anche tempo per la cover di You really got me dei Kinks, che non si capisce bene cosa c’entri, però non è affatto malriuscita. Qualcuno ha detto Joy Division? Beh, sì, ma anche Talking Heads ed Editors, con un cantato che viene direttamente dai vecchi, vecchissimi Litfiba (quando Pelù voleva fare il poeta dannato, non il camionista di lungo corso). Mi è piaciuta Freedom (la cella) un brano recitato e, nonostante la claustrofobia del tema, più arioso e speranzoso rispetto al tono generalmente depresso dell’opera. Testi highbrow in un misto d’italiano e inglese, con pretese da spoken poetry, a volte azzeccati, a volte esageratamente aulici ed ermetici, ma questa è una tendenza tipica del genere, e non gliene si può fare troppo una colpa, anche perché i sei non toccano mai vette realmente liricoridicole (grazie al cielo). È un buon disco, non è originale, e non è particolarmente vario, ma è eseguito con perizia e amore per il milieu darkwave, e gli appassionati non potranno che divertirsi con la schizofrenia psicanalitica dei Lef. [ 6.5/10 ] • MARCO PETRELLI

Chaos Conspiracy WHO THE FUCK IS ELVIS? Overdub Recordings | Worm Hole Death | Aural Music, 2013 Se ho qualche critica che devo rivolgere ai Chaos Conspiracy la esterno subito così provo a lasciarmela alle spalle. La loro attitudine mediatica appare sin troppo auto compiaciuta e il fatto di ostentare ‘sta cosa un po’ mi irrita. Tra l’altro ce lo ribadiscono anche attraverso i testi che condiscono la loro produzione squisitamente strumentale. “Chi cazzo è Elvis?” è – tradotto – il titolo del loro ultimo disco. Il loro concept detta che Elvis non è mai stato il loro dio e che non è il padre del rock ma il padre del music business. Qualcuno dall’alto mi hai introdotto i CC come una grande band. Una grande band non spara stronzate di tale fattura o, alla meglio, spara stronzate con classe. Anche “la nostra musica non è entertainment, è rivoluzione” mi ha fatto tentennare. Ho provato poi ad ascoltarli con il volume a manetta… strano! Stavolta i vicini non mi hanno bussato per protestare. Ma ben lontano dalla consapevolezza di qualsivoglia intento rivoluzionario dei tre giovani campani, direi che la comunicazione andrebbe un po’ rivista... Se non altro per ora mi esaltano giusto i titoli di alcuni brani: I Don’t Wanna Be Your iPod e Manganello Is Not A Dildo su tutti. Dimenticavo la musica: il disco è math rock di ottima fattura e, per quanto il combo sia una macchina perfettamente funzionante, compatta, stimolante e impeccabile nell’assetto esecutivo, non propone nel corso delle 8 tracce nessuna impennata di viscerale originalità. Qualcuno, nel trattarli, ha osato scomodare i Cop Shoot Cop o Zu. Forse è il caso di ridimensionarsi un po’!!! Decisamente. I CC sono un fiume in piena, non si discute, e il loro suono ha una forte impronta jazz-noise, che fa sempre cool… seppur un po’ troppo sdoganato in questi termini… Gli accostamenti e le ibridazioni proposte (fusion, metal, punk, avantgarde) sono superlativamente proposte con brutale vitalità. Purtroppo manca l’elemento principale per una band potenzialmente sovversiva come i Chaos Conspiracy: quello rivoluzionario! La superlativa e matura attitudine proposta, proprio perché ennesima variante dell’universo math, non porta niente di nuovo nel vitale mondo dell’underground italiano. Non so quanti mi odieranno ma i Chaos Conspiracy, nonostante il cazzutissimo background che si portano dietro, puzzano di mediocrità. Che cazzo ci volete fare! (Ooops, mi sa che alle spalle non mi sono lasciato un bel niente!). [ 5/10 ] • ANTHONY ETTORRE

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Slobber Pup BLACK ACES Rare Noise Records, 2013 Ho ascoltato Black Aces prima di realizzare che si trattasse di un supergruppo e la reazione è stata di puro sconcerto. Non sapevo da dove cominciare a scrivere. Poi scopro che dietro questo bizzarro nome, Slobber Pup, si cela Jamie Saft (New Zion Trio, Metallic Taste Of Blood), quel genio di Trevor Dunn (Mr Bungle, The Melvins, Fantomas, Tomahawk), Balazs Pandi (Metallic Taste Of Blood, Obake) e uno dei più importanti chitarristi free-jazz, Joe Morris! La RareNoiseRecords con Black Aces pubblica quello che probabilmente si rivelerà uno dei migliori dischi del 2013, senza esitazione. La matrice è elettro rock, l’incedere è free-jazz, l’impeto è grindcore, la sensibilità è psichedelia. Cinque tracce di pura improvvisazione i cui tratti distintivi sono nel mood inebriante che percorre i brani del disco. Come esempio basti la traccia di apertura di ben 27 minuti, Accuser, che si rivela una magniloquente session che risucchia in un vortice di suggestioni jazz rock e progressive senza tempo. Immerso in un magma sensoriale il cui cordone ombelicale è legato agli anni settanta, resta un disco visceralmente zappiano ed esteticamente zorniano. Costruito sull’improvvisazione, forma espressiva assoluta, in un connubio tra jazz rock e avant-garde, Black Aces si manifesta in tutta la sua efferata bellezza! Ipnotico, celebrativo, hendrixiano, è un tripudio sonoro senza tempo. Il tempo si ferma e il jazz d’avanguardia si manifesta nella sua forma più completa, impregnata di eccessi ed estremismi. Non è un disco da fissare al primo ascolto, va meditato, contemplato, divorato, metabolizzato… non può e non deve essere semplicemente un nuovo tassello di contemporaneità da consumare in tutti i merdosi iPod di questo fottuto pianeta… è molto di più! [9.5/10] • ANTHONY ETTORRE

Hot Head Show PERFECT Tentacle entertainments, 2013 Leggenda narra che questo terzetto londinese, capitanato nientepopòdimenoche da Jordan Copeland, figlio del ancorapiùnientepopòdimeno che di Stewart dei Police, con il suo Lp di esordio, “The Lemon LP”, colpì in maniera talmente viscerale Les Claypool da convincerlo a portarsi appresso i tre ragazzi come band di supporto per il tour europeo dei Primus nel 2011, dopo ben undici anni di assenza dalle scene. Questo evento portò al gruppo tanta notorietà che ben presto diventano loro stessi gli headliner in vari festival. Per questo nuovo disco c’era un’attesa da parte degli addetti ai lavori non indifferente. Attesa che fondamentalmente è stata ben ripagata, se non fosse che il sound non è dei migliori. Ma senza soffermarsi su un dettaglio che ritengo ininfluente poiché gruppi del genere valgono molto di più live, ascoltando il disco si nota subito una cosa: se Les li ha scelti è perché i nostri hanno il sincopato nel sangue, e veramente ricordano i Primus dei tempi d’oro. Il disco si snoda su sonorità funky, richiamando i primi RHCP e, come in Bang Now, omaggiando l’ecletticità di Zappa. I riferimenti in realtà sono molti, e non per demeriti del gruppo, ma perché in questo genere, il crossover inizi anni ’90, è stato consumato da gruppi notevoli, oltre a quelli menzionati. La marcia forsennata di Some money è un richiamo ai SOAD di Toxicity, voce roca e ritmi graffianti; Banghfish è figlio della vena metal e forsennata dei Beastie Boys; Little Kitty rievoca Nick Cave in chiave ironica; Hello Doctor ha quel basso ipnotico e la carica narcolettica degli Incubus vecchia maniera. Fermi tutti però. I vari richiami non sono un’accezione negativa, ma semplicemente dimostrano la versatilità degli Hot Head Show, che riescono a comporre un album tutto da ascoltare e una piccola gemma per coloro che amano i cambi di ritmo. Unica pecca forse è che, rispetto all’opera precedente, perdono un po’ di completezza e di incisività, cosa dimostrata dal fatto che non c’è, a mio parere, un pezzo che si fissi completamente in testa. Ma ciò non toglie la soddisfazione che resta dopo un disco del genere. [ 8/10 ] • LUCAJAMES

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BF 37
Soldout MORE FlatCat Records/Family Affair, 2013 Duo belga composto da Charlotte Maison, voce, e David Baboulis, tastiere, sulla scena da quasi dieci anni. Si ripresentano con questo lavoro ben confezionato, pulito, con effetti e distorsioni mai eccessive, mai singolari. I Soldout creano, o meglio assemblano, un suono influenzato decisamente da quello degli anni Ottanta, un synth pop dancereccio, mai alterato, lieve come la voce della cantante. Non mancano spunti che declinano verso territori più inquieti e oscuri come nell’iniziale Right Now, o in A Drop Of Water o in About You. La drum machine diventa più marcata e pulsante, il tono delle composizioni assume un carattere meno rassicurante e melodico, come nella traccia nascosta alla fine del disco. Vengono in mente dei Death in Vegas meno ossessivi e abrasivi o una versione meno sensuale dei Garbage. Nondimeno la cifra stilistica del lavoro resta un’altra, più leggera, malinconica, orientata a recuperare atmosfere soffuse, da club con un’attitudine nostalgica, senza eccessi o scosse. Ma il risultato di questa operazione non è del tutto persuasivo. All’ascolto More risulta eccessivamente levigato, freddo e calligrafico per suscitare emozioni profonde e durature. Le suggestioni orientaleggianti, che richiamano un Giappone colorato e pop, penso a Far Away e soprattutto a Wazabi sono tediose e troppo ammiccanti; così come le evidenti divagazioni synth pop di 94 e Relics non si emancipano dal revival dando l’impressione di puro esercizio formale, peraltro ben fatto, eppure troppo evanescente, non in grado di coinvolgere sentimentalmente. In un mercato discografico dominato dal mainstream, i Soldout hanno una loro parte, non è un caso che un loro pezzo sia stato scelto come colonna sonora per un video promozionale di un’importante multinazionale francese della moda, ma nulla aggiungono a un genere saturo e abusato. La fruizione di More può risultare gradevole per un ascoltatore distratto, ma non lascia tracce nella memoria e nel cuore e il disco non può che finire nel dimenticatoio. [ 6/10 ] • VINCENZO PUGLIANO

The Computers LOVE TRIANGLES, HATE SQUARES One Little Indian, 2013 È molto difficile definire questo gruppo inglese, perchè la loro musica ti spiazza continuamente. La prima traccia Bring me the head of a hipster parte indie rock, ma poi ci sono dei coretti alla Beach Boys, e sembra di essere negli States di molti anni fa, con le armoniche a bocca che si risentono; ma non finisce qui, alla fine della canzone ci sono invece degli urlacci punk, e il tutto in un unico brano! Poi c’è la title track e sembra invece di essere rientrati in stile indie-rock, ma subito ci ricrediamo con Mr. Saturday night, con Moog pienamente anni 70 e un ritmo molto incalzante, con tanto di accompagnamento al battito di mani (nel ritornello sembra quasi di aspettarsi Whoopy Goldberg in abito da Sister Act). Nothing to say e C.R.U.E.L sono invece una parentesi non troppo felice, perchè rientrano in una specie di pop/rock non molto originale come invece il resto dell’album. Interessante è invece Disco sucks, molto punk anche se sempre fuori dagli schemi e poi Selina Chinese, il pezzo migliore in quanto racchiude perfettamente ciò che loro definiscono punk’n’roll, con musica totalmente rockabilly anni 50 e voce che invece urla come il miglior punk. Purtroppo questa loro peculiarità non riescono a mantenerla sempre, spesso rientrano nel già sentito, a volte richiamando sonorità già trite e ritrite, ma quando riescono a fondere/fondare questo loro genere meritano davvero molto più di un ascolto. Emblematica della loro fusione di generi è la canzone finale Single beds, in cui una melodia, molto simile a When a man loves a woman, viene cantata con una voce à la Axl Rose o Steven Tyler. Se non riuscite ad immaginarvelo, prendete questo disco e ascoltate l’ultima traccia. [ 7/10 ] • PIERGIORGIO CASTALDI

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38 BF
Dj Scientist SOLID STEEL RADIO SHOW Ninja Tune, 2013 Solid Steel Radio Show è parte di una lunga storia progettata sin dalla fine degli anni ottanta a base di Dj set radiofonici iniziati dal duo inglese Coldcut, Matt Black & Jonathan More, che andarono oltre la semplice playlist sviluppando abilità nel mettere in atto tecniche di cut-up dal vivo. Nel 1990 i Coldcut diedero vita alla Ninja Tune, indipendentissima etichetta entrata ormai nella storia dell’elettronica e dell’hip hop. Tra i progetti discografici dei nostri eroi vi è Solid Steel una serie di albums MIX dei DJs più affermati (Goldie, DJ Shadow, The Orb, De La Soul, solo per citarne alcuni). Dj Scientist celebra i 25 anni di questa singolare tradizione con la pubblicazione di Solid Steel Radio Show in una sorta di editing musicale di insoliti e sconosciuti lidi musicali. Si viene catapultati in una dimensione culturale totalmente aliena, tanto da sembrare un mockumentary sonoro. Il blob acustico promosso è unicamente rivolto a suoni provenienti da rari vinili dell’Unione Sovietica (SSSR è l’acronimo di Solid Soviet Steel Radio). Un coacervo di stimolanti suoni provenienti da Mongolia, Ucraina, Moldavia, Russia, Lituania e non solo in un’unica avventura musicale della durata di un ora… funky, rock, jazz, pop, western, vintage e musica tradizionale shakerati ad arte. Un modo sorprendente per riscoprire tesori nascosti e comunque una leccornia per i cultori dell’eredità di culture così lontane da noi… L’operazione è anche filologicamente coerente vista l’estrazione di brani unicamente pubblicati da dischi Melodiya, un’etichetta che i cultori del raro conoscono a dovere. In conclusione, direi un ascolto interessante per orecchie curiose e per chi ama sorprendersi. Se non avete ascoltato mai il progressive mongolo o l’easy listening ucraino, se avete voglia di scoprire i Bayan Mongol Variety Group o Vizerunki Shlyakhiv tra i tanti, DJ Scientist ve li offre (in ben 38 gustosi brani remixati) su un piatto d’argento. [ 7/10 ] • ANTHONY ETTORRE Nils Frahm SCREWS Erased Tapes, 2012 Nils Frahm è un pianista, compositore e produttore di Berlino. La sua formazione, prettamente classica, vede come suo insegnante Nahum Brodski, a sua volta allievo di Tchaikovsky. Nel 2008 fonda la Durton Studio e infatti oggi Nils Frahm lavora come compositore e produttore dalla sua sede a Berlino Durton Studio, dove ha collaborato con molti musicisti contemporanei. Il suo ultimo lavoro si chiama Screws (viti). La scelta di tale nome non è per nulla casuale; si riferisce ad un incidente avvenuto nel proprio studio dove il musicista si è rotto il pollice. Come lui stesso afferma, a causa dell’infortunio, non ha potuto fare concerti per diverso tempo e quindi si è ritrovato in “un’inaspettata vacanza” nella quale ha composto l’album solistico Screws. Il disco è di 9 tracce (You-Do-Re-Mi-Fa-Sol-La-SiMe) esattamente come le dita che potuto utilizzare per comporlo. Ascoltandolo si percepisce chiaramente la formazione classica ed una ricerca del suono del pianoforte molto personale. Nell’intero album non è presente altro che il piano, ma la giusta durata delle tracce (da un minimo di 02:25 ad un massimo di 03:59) evita nell’ascoltatore si possa generare noia. Nonostante Frahm sia un compositore contemporaneo non c’è nulla di moderno, sia nell’armonia che nella melodia, in questo album. Malgrado la durata delle tracce, è difficile ascoltarlo per intero, poiché sembra che Nils voglia dare lo stesso messaggio in ogni pezzo all’ascoltatore, che ne è già saturo dopo le prime tracce. [5.5/10] • ALESITON

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BF 39
derTANZ KAKTUSZ Autoprodotto, 2013 I derTANZ arrivano da Budapest e ci propinano con sgraziata immediatezza una miscela esplosiva di punk sperimentale, noise e avanguardia post lo-fi. Kaktusz è il loro primo lavoro ed è rigorosamente eseguito dal vivo in un piccolo paese (Érsekvadkert) in una ex-colonia socialista abbandonata. I derTANZ sono un trio, Árpád Gulyás al basso, Ákos Tornyos alle pelli e Gábor Kovács alla voce. L’epica vocale di Kovács ricorda in modo impressionante l’espressività penetrante dello svizzero Franz Treichler dei The Young Gods. Un disco selvaggio, dai ritmi ossessivi degno dei migliori Swans. Stridii e noise straniante che inebria l’ascolto con sensazionale efficacia. Il free punk di questi strabilianti ungheresi ci catapulta in un universo post-punk forgiato da ritmi marziali di ispirazione industriale. Ciniche distorsioni e rivendicazioni elettro-analogiche rabbiose e rovinosamente punk, ricordano senza riserve la migliore decadenza espressa in passato dai The Bithyday Party di Nick Cave. E ancora… se da un lato ci ricordano alcune escursioni alla Dirk Ivens (in arte DIVE) e le sonorità siano brutalmente penetranti ed originali quanto lo è stata l’intera discografia degli Alboth!, dall’altro i derTANZ spiccano di originalità trascendendo da qualsiasi fonte d’ispirazione. Kaktusz corre veloce nella mente e sorprende in ogni istante senza retorica alcuna. Basso, batteria e voce sono l’essenza di un minimalismo che non richiede interpretazioni. Grottesche sperimentazioni allucinatorie percorrono le tredici tracce del disco per accompagnarci in un trip esclusivo di psichedelia contemporanea dalle sfumature bizzarre e imprevedibili. Il disco d’esordio di questi giovani extracomunitari che sorprende traccia per traccia si spinge avanti in una sequenza di apologie del rumore celebrate in uno dei migliori dischi di post-harcore dell’anno. Degna di nota la splendida copertina disegnata da Márton Tornyos. [ 8.5/10 ] • ANTHONY ETTORRE

The End Men PLAY WITH YOUR TOYS Autoprodotto, 2013 Forse sconosciuti ai più in terra italica, il duo di New York, provenienti dal quartiere di Brooklin, dove formare un duo è ormai la consuetudine, sono già al loro secondo disco. Una sonorità e una vocalità che rimandano immediatamente a paragoni importanti, come Tom Waits, fin dalla prima traccia Cleaning your mind, dove la voce ammaliante di Matthew Hendershot fa capire subito che tipo di progetto hanno in mente i due. Con Livia Ranalli a dimenarsi tra batteria, percussioni e backwords, l’album si evolve in suoni tipicamente garage-rock intervallati da interessanti sperimentazioni musicali, come in Play with your toys Pt. I, dove le cornamuse la fanno da padrone. Il pezzo introduce l’episodio più carico dell’album, ovvero The ballad of Billy Polk. Tutto il lavoro si basa, ovviamente, sulla potenza vocale di Hendershot che farebbe invidia a gruppi come i White Stripes o ai Black Keys: un tono roco, un accento americano spiccatamente marcato, bassi spigolosi, che ben si accompagnano con chitarre aggressive e batteria martellante, senza però mai essere troppo invasiva, creando atmosfere cupe e leggermente demoniache. A conferma di ciò vi è l’ultimo pezzo, di oltre 7 minuti, che restituisce suoni lugubri e sensazioni angoscianti. Sostanzialmente un lavoro ben riuscito, che, grazie anche alle sonorità calde della chitarra, permette ai The End Men di canalizzare e indirizzare la loro musica verso un settore non ancora completamente saturo, anche se ritengo che il duo americano abbia ancora molta strada da percorrere prima di riuscire a sfruttare a pieno le proprie evidenti potenzialità. [ 7/10 ] • LUCAJAMES

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40 BF
Mosch METAMORPHOSIS AS A METAPHOR Duzz Down San, 2013 In territori elettronici come quelli proposti dall’austriaco Mosch, al suo primo album, non sempre è facile descrivere e riprodurne in parole i connotati. Spesso le ispirazioni sono astratte e quindi tendenti a mutazioni, trasformazioni imprevedibili, a metamorfosi, appunto. Il cosmo dell’elettronica, poi, è pieno di territori sonori inesplorati. Metamorphosis As A Metaphor è parte di quell’esteso universo sonoro i cui confini non si definiranno mai: l’elettronica è l’arte contemporanea per definizione! La tessitura di fondo degli elettro-arazzi di Mosch è ambient. Tappeti sonori su cui la sperimentazione più raffinata prende forma attraverso intrecci tra triphop, dub e IDM. Ogni singolo brano è cesellato a dovere per dar vita a 9 tracce di interessante neominimalismo dance. Seguono 6 tracce che ripropongono diversi remix dei brani ascoltati in precedenza. Un’opera futuribile che offre calda elettronica, calibrata con cura e singolare gusto estetico. L’eredità lasciata da Steve Reich si immerge nella club music per generare il personale mondo di Mosch. L’integrazione di strumenti tradizionali come basso e sassofono arricchiscono alcune tracce, tanto da rendere un brano come Fractured Black Velvet un gioiello di rara bellezza: cupo ipnotismo dub eseguito con rarefatta eleganza, decisamente il migliore brano dell’intera opera. Il disco, pubblicato in vinile con una incredibile artwork, offre un’esperienza non lontana dalle cose più raffinate di Venetian Snares e Aphex Twin, anche se trovo il disco a tratti autocompiaciuto e a momenti stucchevole, per l’eccesso di piacevolezza che tende a generare. Il soundtrack che l’intero lavoro rischia nel suo complesso di produrre è un’estetica sterile: quella da privé e club esclusivi per intenderci. L’impronta che lascia Mosch è ad ogni modo interessante seppur volga ad una sorta di sperimentazione conformista, quindi riconoscibile. Le versioni remix che vanno dalla decima all’ultima traccia sono l’elemento più trascurabile. Queste anziché valorizzare il lavoro originale di Mosch lo banalizzano vezzosamente rendendolo ancora più vuoto. Metamorphosis As A Metaphor è comunque un disco che tutti gli appassionati di Massive Attack, Tricky e Portishead, per citare i più mainstream, devono assolutamente possedere. [ 6.5/10 ] • ANTHONY ETTORRE

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Omosumo CI PROVEREMO A NON FARCI MALE Ep Malintenti Dischi, 2013 Assolutamente uno dei dischi più belli usciti quest’anno, poche parole vanno sprecate in merito ad un lavoro del genere, così ricco di contenuti. Potenza allo stato puro, uno schiaffo musicale che non può trovare altra definizione se non quella di “capolavoro”. Groove perfetto e talento miscelato a tecnica ineccepibile fanno di questa insolita band una delle promesse dell’elettro-rock. Tre percorsi differenti, corrispondenti ad altrettante radici musicali, nelle viscere degli Omosumo si nascondono il rock graffiante e duro di Roberto Cammarata (brillante chitarra dei grandissimi Waines), l’elettronica pura e fredda di Angelo Sicurella e il talento già riconosciuto di Antonio Di Martino (Dimartino band). Impossibile da credere che tale diversità abbia portato ad un risultato tanto enorme e assolutamente inaspettato e, considerando che questo è un ep, le aspettative in futuro saranno enormi. Ci proveremo a non farci male è selvaggia apoteosi di suoni: il cristallo che si scontra con il cemento armato, l’elettronica più spietata che fa a cazzotti con i riff della chitarra elettrica. Per non parlare dell’impatto live di un disco del genere, potente, esageratamente bello, una trascinante valanga di suoni convulsi e compulsivi, un’esplosione continua che non molla mai la presa sul battito cardiaco e sulle orecchie di chi lo ascolta. Celati dietro a questo irrefrenabile sfogo al cardiopalma una valanga di parole taglienti, “cattive”, troppo poco trascurabili. Con un disco del genere è impossibile “non farsi male”. [ 8.5/10 ] • MARUSKA PESCE

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BF 41
Bob Meanza THREE DIAMOND OHMS Ep suRRism-Phonoethics, 2013 Michele Pedrazzi (in arte Bob Meanza) vive a Berlino. Sperimentatore indefesso e incurabile improvvisatore, dopo un’attività iniziata nel 2005, approda con Three Diamond Ohms ad un insolito EP realizzato suonando un CRB Diamond 900, organo a transistor degli anni Settanta. Il risultato è sconcertante. Si viene catapultati in un mondo surreale popolato da strane creature. Echi di tanto progressive rock d’altri tempi o ambientazioni sonore che solo pochi hanno saputo ricreare, su tutti Wendy Carlos (autore della colonna sonora di Arancia Meccanica per intenderci). Un disco strumentale, quindi, suonato con un solo organo, che riflette un immaginario bizzarro che sembra ispirarsi a stranezze psicotiche del cinema underground tardo anni settanta. Lasciarsi sorprendere e stupire per solo 15 minuti non è cosa da tutti. Mr Bob ci riesce in modo sbalorditivo. [ 7/10] • ANTHONY ETTORRE

Lubomyr Melnyk COROLLARIES Ep Erased Tapes, 2013 Lubomyr Melnyk è un compositore e pianista di origine Ucraina noto per essere il pioniere di questo nuovo linguaggio prettamente pianistico che viene definito “continous piano music”. Questo linguaggio si basa su una continua onda di note molto veloci che creano una sorta di vortice che deve essere percorso da chi ascolta. Corollaries, il suo ep, è strutturato proprio così: ogni traccia (sono cinque) è un viaggio in questo favoloso mondo di continuità. Nel disco il pianista si avvale anche della collaborazione di due ottimi musicisti come Nils Frahm e Martyn Heyne; lo stesso Peter Broderick, che ne è il produttore, è un musicista di fama internazionale. Poiché alcune delle tracce sono di una durata inusuale è di difficile ascolto. Se il pezzo non riesce a coinvolgere il risultato sarà una serie di note senza alcun punto di riferimento che creeranno nell’ascoltatore solo un senso di fastidio e di noia. Tutto sommato possiamo affermare che Melnyk con questo suo progetto ha dato una visione della tecnica pianistica e della composizione musicale molto moderna e per niente banale. Ultimo, ma non per importanza, è da notare la copertina del disco disegnata da Gregory Euclide, ed è molto affascinante. [ 6/10 ] • ALESITON

Monkey Mono & The Machine Orchestra LA TEMPESTA PERFETTA Ep Warner Chappell Music Italiana/Music Waves, 2013 Suoni più duri, più marcatamente elettronici (rispetto all’esordio del 2011) per il nuovo lavoro di Monkey Mono & The Machine Orchestra, duo di vocalist (Ray e Beekay, mc del gruppo) che in questo breve ep, ventidue minuti circa, passa in rassegna e gioca con alcune delle tendenze della scena elettronica internazionale ed italiana degli ultimi anni: dalla tecno e dal big beat dei Prodigy all’hip hop irrequieto e scuro dei Subsonica, dalla new wave anni Ottanta stile Depeche Mode al pop elettrico e decadente dei Bluvertigo. Il tutto segnato da un continuo contrappunto tra rap e melodia, tra ritmi e timbri che si inseguono senza elidersi, ma completandosi in un muro sonoro compatto, denso di vibrazioni e suggestioni, e al tempo stesso policromo e mutevole, più convincente nei momenti più incalzanti e pulsanti. E così il lavoro, che a un ascolto distratto può sembrare discontinuo e contraddittorio, tra rap, elettronica e synth pop, rivela invece un’acuta unità di ispirazione e ricerca musicale. La contaminazione di generi e impronte musicali serve a raccontare una realtà confusa e insostenibile, dove linguaggi (anche sonori) e alfabeti vanno rinnovati nel profondo per poter entrare nel magma della crisi contemporanea. Quella crisi che è il soggetto principale dei testi dei sei pezzi dell’ep. Sia essa sociale (Il primo passo sulla luna) o personale (Afterlife) e alla quale si reagisce con rabbia invocando La tempesta perfetta o vivendo ai margini come Cattivi ragazzi. I testi, caustici e intensi, dunque fungono da ulteriore collante di tutta l’opera anche nei momenti meno centrati (Ombre cinesi). Conclude l’album una cover di Bravi ragazzi, brano di Miguel Bosè, apparentemente del tutto fuori contesto, ma riarrangiata come se a reinterpretarla fosse il grande Alberto Camerini e con degli inserti rap corrosivi e sferzanti che ne mutano completamente il senso, in una deriva quasi nichilista. Un ascolto interessante quindi, che mostra lo sforzo dei Monkey verso una soluzione originale per ridefinire l’approccio alla produzione pop ed elettronica della penisola. [ 6.5/10 ] • VINCENZO PUGLIANO

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42 BF
Il Fieno I BAMBINI CRESCONO Ep TdE Music Productionz, 2013 I quattro del Fieno hanno cercato rifugio durante l’estate in Val d’Aosta, per curare la produzione del loro terzo EP presso i TdE Studio. ‘I Bambini Crescono EP’ esce dai monti con l’anno nuovo, distribuito alla critica esclusiva di XL Repubblica prima, al mercato libero di Youtube poi. La cover di ‘Vincenzina e la fabbrica’ di Jannacci esordisce sul canale del gruppo con un video fico in illustrazione animata, una riedizione del pezzo meno riflessiva, al galoppo su un basso pop. Gli altri quattro pezzi di cui si compone l’album navigano in un brodino leggero, orecchiabile quanto basta, educato, senza particolari intuizioni da acchiappo che rendono il new-wave, un’esperienza abbastanza reiterata. Il concept sottotesto dell’album è la crescita, l’adolescenza; il turbamento è scemato da qualche stagione nei Nostri, e così sembrano attingere da ricordi mutuati, ai quali un esercizio di Photoshop vuole attribuire un livello vintage. Avverto soprattutto la mancanza di un disordine, della rivolta in quest’album che è un adolescente troppo perbene; ordinario e ordinato. Bellissima la bambina con lo stoppino in copertina; anche lei forse non è su polaroid, ma è così che va. [ 5.5/10 ] • PABLO

North DIFFERENCES Ep Autoprodotto, 2012 Ci sono vari problemi in questo EP del gruppo marchigiano North: il primo e più evidente è la voce, che nel missaggio rimane molto bassa, difficile da decifrare, e soprattutto, a mio modesto avviso, non è sempre intonata (forse per questo è tenuta bassa?!); questo non permette di apprezzare molto bene le linee melodiche in inglese e il testo del cantato. Per quanto riguarda la musica è un indie rock molto novantiano con chitarre taglienti e ritmica forte, ma l’originalità è davvero pochina e ci si stanca abbastanza presto di ascoltare: è tutto molto simile, senza spunti che attirino l’attenzione del pubblico e per questo non si riescono nemmeno a segnalare canzoni di particolare rilevanza. L’album scorre fino alla fine senza quasi soluzione di continuità, ma se in alcuni casi questo può essere un aspetto positivo e segno di un’ottima amalgama, in questo caso è solo la reiterazione di una stessa canzone, e non è per niente positivo. Insomma c’è molto da lavorare. [ 4.5/10 ] • PIERGIORGIO CASTALDI

Necronache NECRONACHE Ep Autoprodotto, 2012 Clark Humphrey editore del Desperate Times, nell’81 usò per la prima volta il termine grunge per etichettare le band di Seattle che in quegli anni si affacciavano prepotentemente sulla scena musicale statunitense. A dire il vero, Humphrey non fece altro che citare il termine, derivato da una storpiatura slang dell’aggettivo grungy (sporco), usato qualche tempo prima da Mark Arm dei Green River per definire il suo gruppo. Sporco e rabbioso come il sound di Seattle ma allo stesso tempo melodico, triste ed ipnotico l’EP dei Necronache, registrato nel 2012 presso il Purple Studio, è decisamente oltre il grunge; tecnicamente ben strutturati, i brani lasciano trasparire qualche affascinante intro, cupa e decadente, come in Autohypnosis che rappresenta la trasmigrazione dallo stile originale verso tendenze più ipnotiche supportate dall’ammaliante timbro di Scarlet (Rosa Borgonovi) che nel 2009, con il suo ingresso nella formazione emiliana, ha allontanato dal pericoloso baratro dell’emulazione questa band promettente. Anche Celosia, la close track in italiano è interessante ma non completamente convincente, forse perché la madrelingua poco si presta al sound! [ 6.5/10 ] • ALESSANDRO GRIMALDI FERRARO

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BF 43
Monday SMOOTH PHASE Ep Autoprodotto, 2013 C’è stato un lungo periodo, tutti gli anni Dieci di questo millennio, nel quale un’ampia serie di gruppi di qua e al di là dell’Atlantico (Editors, National, White Lies, ecc.) ha attinto a piene mani dall’estetica musicale dark wave dei lontani anni Ottanta. Un’attitudine fatta di suoni sintetici e incalzanti, virati in atmosfere crepuscolari, metropolitane, a volte quasi industriali. Una musica che forse coglieva il passaggio verso un’epoca nuova, ma molto più oscura di quanto si pensasse in precedenza. Quel filone si sta esaurendo, rientrando nella logica più fredda del marketing, che impone alle band di allargare il proprio seguito confermando le formule compositive, riducendo le spigolosità sonore, o addirittura ammiccando ambiguamente alla pop dance elettronica, gli She Wants Revenge ne sono un’esemplare testimonianza. In Italia tuttavia il revival dark wave non è del tutto dissolto, gode anzi di una certa salute e i riminesi Monday ne sono un ottimo esempio. Smooth Phase è il loro secondo lavoro, dopo il precedente ep White Lies del 2010, e fin dal primo ascolto dimostra di essere interessante e decisamente ben riuscito. Fake Words è il primo pezzo e la sua ispirazione è subito evidente: Peter Murphy e i suoi Bauhaus, ma innervato da una decisa presenza di elettronica che lo rende frenetico e avvolgente al tempo stesso, con la voce di Stefano Spada, calda e sofferta, in primo piano. Con Look Around e You Belong, le atmosfere si fanno più dilatate e si aprono verso territori new wave meno oscuri, ma non per questo meno velati di malinconia e comunque segnati da una linea ritmica serrata e incombente, grazie ai bassi di Andrea Muccioli e alla batteria di Davide Quadrelli. La presenza di inserti elettronici e campionamenti riacquista il sopravvento con Brother e soprattutto con Heaven’s Gate, brani nei quali l’influenza dei grandi del passato, New Order e Cure su tutti, è indiscutibile, ma anche il tentativo di declinarla in chiave contemporanea grazie anche agli spunti quasi industrial e all’uso dell’elettronica. Il risultato non è del tutto riuscito, lasciando nell’ascoltatore la sensazione di echeggiare troppo generi del passato. La piacevolezza delle linee melodiche e la forza evocativa della composizione si esprimono al meglio in Swan, che conclude il lavoro. Smooth Phase non è un prodotto compiaciuto, le atmosfere notturne che lo caratterizzano non sono semplici pose estetiche, ma il frutto del tentativo di interpretare un tempo, il nostro, che è tutt’altro che solare. Il rischio tuttavia per i Monday è di cadere nel cliché, soprattutto se lo sforzo per una maggiore originalità compositiva non sarà accresciuto, al fine di liberarli dall’ingombrante e inarrivabile eredità del passato. [ 6.5/10 ] • VINCENZO PUGLIANO Piatcions HEAVEN’S SINS Ep Fuzz Club Record, 2013 I giovani Piacionts sono originari di Domodossola e hanno debuttato nel 2011 con il loro primo album Senseless Sense. Nel 2012 attirano l’attenzione del mondo indie rock anglosassone tanto da essere invitati all’International Festival della Psichedelia a Liverpool. A febbraio 2013 porgono all’attenzione dei più attenti un piccolo EP che include solo 3 tracce: Heaven’s Sin. L’ascolto esplode sin dai primi accordi. I Piatcions sembrano emersi dal periodo d’oro della psichedelia inglese della seconda metà degli anni 80. Chi ha amato band ormai di culto come i londinesi Loop o gli Spacemen 3, non può sottrarsi dal fare i conti con questa straordinaria band made in Italy! La psichedelia proposta si sposta entro confini che partono dai Jesus & Mary Chain in chiave shoegaze ricreando efficacemente suggestive atmosfere krautrock. Da tenere d’occhio! [ 7/10 ] • ANTHONY ETTORRE D-Slaves STRANA Ep Dcave records, 2013 Il progetto Distorsion’s Slaves nasce nel 2011 dalla voglia di quattro musicisti siciliani di dare vita a un sound fresco e divertente, un semplice ed essenziale rock dal gusto retrò. Il primo lavoro del quartetto, totalmente autoprodotto, è Vision. Nel 2012 la band vince il premio Dcave per Indie Concept, poi la produzione di questo Ep di tre tracce, Strana. Nella title track si impara che, crescendo, sentirsi dire di “essere strani” diventa un bel complimento da ricevere. In Instabile, ci si chiede cos’è che ci rende stabile/instabile? L’amore, sicuramente. Viva la campagna è una cover di Nino Ferrer, migliore della riproposizione della Bandabardò. C’è personalità. Musicalmente tutto l’EP si regge sulla splendida voce di Laura Flores, potente, graffiante e all’occorrenza soave e morbida. Lavoro divertente e orecchiabile, ma è solo un primo passo in attesa dell’album che sicuramente partirà da quel che di buono si è sentito in questo EP. [ 5/10 ] • G.MONTAG

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l’opinione dell’incompetente
NASHVILLE PUSSY, Let them eat pussy.
Per fortuna so per certo che la mia portinaia non parla l’inglese. Non voglio pensare a che faccia avrebbe fatto nel consegnarmi il cd se avesse anche potuto tradurre il nome della band o il titolo del disco. Ma dico io .... ma si può .... non siamo a Nashville, siamo in Italia, a Roma .... c’è il Papa! Ci sono le suore, gli asili con le suore, le scuole con le suore, gli ospedali con le suore e le portinaie con la statua di Padre Pio in guardiola! Arrossisco lievemente, bofonchio che trattasi di disco e non di filmetto, ringrazio e me ne vado. Ma porc .... ma tu guarda se io all’età mia mi devo giustificare con la portinaia. Inserisco il cd nel lettore ma sono contrariato e, quindi, prevenuto, e, quindi, intimamente convinto che deve per forza trattarsi di cagata intercontinentale. Invece no. Da incompetente ovviamente, posso dirvi che le smitragliate di chitarra elettrica e il ritmo frenetico dei piatti della batteria sono degni dei più blasonati gruppi heavy metal. In questo cd la famosa triade “sex-drug-Rock&roll” ci sta tutta. Con un titolo come Let Them Eat Pussy, non ci si aspetta certo decoro e buone maniere ma la band di Atlanta non è solo voglia di scandalizzare. Un disco coraggioso con un certo suo fascino e stile Vegas. Testi inzuppati di sex per questa band pesante e rumorosa. Un saluto dal vostro incompetente di fiducia. Enjoy! RUBBY

GENERE: Alternative Metal, Alternative/Indie Rock, Heavy Metal, Indie Rock, Post-Grunge, Psychobilly, Alternative Pop/Rock Rincasavo l’altro giorno che erano circa le sette della sera, quando mi blocca la portinaia che, con un’espressione di riprovazione, mi dice che un ragazzo “alto e riccetto” le ha lasciato un filmetto per me. Filmetto? Forse si tratta del cd da recensire, ho pensato, ma perché la signora me lo dice con quella faccia? Non è la prima volta che le lasciano un cd per me. Poi ho visto il cd ed ho capito. In copertina due avvenenti (molto aggressive per la verità) cow-girls che poggiano le mani sulle capocce di due omaccioni che, inginocchiati davanti a loro, sono intuibilmente indaffarati nel l’allietare le due damigelle con del banale sesso orale.

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46 BF

33 GIRI DI PIACERE
BOSSTOWN SOUND: La scena psichedelica di Boston (1967-70)
Una recente ristampa dei due album dei Beacon Street Union, realizzata dall’etichetta Tune-In, mi ha riportato alla mente la molto blasonata scena di Boston della fine degli anni Sessanta. Se a cavallo tra la prima e la seconda metà dei Sessanta i grandissimi Remains, Rising Storm, Rockin’ Ramrods e Lost di un giovanissimo Willie Alexander, rappresentavano il meglio che la città americana potesse offrire in campo frat-rock e garage, sul finire dei Sessanta la civilissima e molto europea Boston ha la sua scena di rock psichedelico. Si tratta di gruppi che, a differenza del sound californiano o di quello di Detroit, appare però molto differenziata. In realtà, il termine “Bosstown Sound” viene creato da Alan Lorber della MGM, produttore che nel gennaio del 1968 cercava un modo efficace per lanciare tre gioiellini dell’etichetta: Beacon Street Union, Ultimate Spinach e Orpheus. Con questo termine si voleva creare una sorta di risposta a quello che stava accadendo a San Francisco. Il termine dunque è puramente fittizio: con gli anni però ha preso la sua connotazione ed è stato utilizzato per etichettare la musica tra il 1967 e il 1970 di una città che, come sarà dieci anni dopo con il punk, era molto viva. Vediamo alcuni tra i più importanti esponenti del Bosstown Sound. Beacon Street Union: Gruppo dal sound buono e anche se un po’ frammentato che spazia dal rock acido al blues-rock fino a qualche arrangiamento orchestrale. Nel secondo album una versione di “Baby Please Don’t Go” dura 16 minuti. Da non perdere anche gli Eagle, seconda versione della band che nel 1970 registra “Come Under Naney’s Trent”, interessantissimo album di hard rock psichedelico. Gli Ultimate Spinach nascono nel 1968 e registrano tre album. Guidati da Ian Bruce-Douglas Wise e dalla cantante Barbara Hudson, gli Ultimate sono una sorta di Jefferson Airplane in versione forse un po’ più pretenziosa. La musica e i testi rubano a piene mani dalla cultura dei “figli dei fiori”: tra i tre album, “Behold & See” del 1969 è il più efficace. Gli Orpheus registrano tre album e rappresentano l’anima più commerciale tra i gruppi della MGM. Non mancano tuttavia anche qui brani interessanti soprattutto nell’album “Orpheus”, il primo, registrato nel 1968. Oltre ai gruppi della MGM, il Bosstown Sound, come detto, offre una lunga lista di band. Ecco le più importanti. Eden’s Children: hard rock psichedelico, due album tra il 1968 e il 1969. Listening: Un album acido uscito nel 1968 ricordato per largo uso di Hammond B-2. Ill Wind: Il loro album “Flashes” è molto bello. Anche qui lo stile è simile a quello che stavano facendo i Jefferson Airplane dall’altro lato dell’America. Stesso discorso vale anche per altre tre band della città: i gradevolissimi Art of Lovin’, i Fort Mudge Memorial Dump e i St.Stevens hanno infatti un suono molto californiano.

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BF 47 Earth Opera: band famosa se non altro perché sotto contratto con l’Elektra. Due dischi che spaziano dal jazz, al country, al rock. Bo Grumpus: “Before the war” del 1968 è un capolavoro. Il produttore dell’album è Felix Pappalardi. Phluph: I Phluph registrano un album nel 1968 che contiene la grandiosa “Dr Mind”. Apple Pie Motherhood Band: due album molto ben riusciti, registrati tra il 1968 e 1969. Tangerine Zoo: due dischi per la Mainstream nel 1968. Grande uso di organo e di fuzz. Ford Theatre: il nome ricorda il luogo in cui Abramo Lincoln venne assassinato. Due album tra il 1968 e il 1969. Fantastico “Trilogy For The Masses”. “Time Changes” è un’opera-rock. Quill: l’omonimo album dei Quill esce nel 1970. Disco di psichedelia “ordinaria” che in alcuni brani ricorda sonorità progressive. Bead Game: due album tra il 1968 e il 1970. Molto interessanti. Puff: i Rockin’ Ramrods post-garage. Da sentire. Bagatelle: un progetto “blue-eyed soul” a cui partecipa Willie Alexander. Bel disco. Flat Earth Society: il gruppo venne sovvenzionato da una compagnia di caramelle. L’album esce nel 1968 e si fa apprezzare. Bear: il loro album “Greetings children of paradise” uscito nel 1968 per la Verve è favoloso. Teddy and the Pandas: band molto pop. Il disco è del 1968. Chameleon Church: il disco omonimo del 1968 è un grande album di “sunshine pop”. Timothy Clover: Con “The Cambridge Concept “ Timothy Cliver prova a realizzare, riuscendoci, la sua versione di Sgt. Pepper’s dei Beatles. Per chi volesse approfondire consiglio questo sito http://www.punkblowfish.com/ BosstownSound.html

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“CHI L’HA VISTI?”
Ovvero: Breve scheda di identità di gruppi inutili scomparsi nel nulla e che (per ora) ci hanno risparmiato una reunion ancora più inutile.
a cura di Mazzinga M.

Gay Dad
GENERE: Britpop. NAZIONALITÀ: inglese. FORMAZIONE: Cliff Jones (chitarra e voce); Tim Forster (tastiere dal ’94 al ‘96) sostituito da James Riseboro (dal’96 al 2000); Nigel Hoyle (basso); Charley Stone (chitarra fino al 2000 e per un breve periodo sostituita da Andy Bell l’attuale componente dei “Beady Eye” ex “Oasis”); Nicholas “Baz” Crowe (batteria). DISCOGRAFIA: Leisure Noise (1999, Lp); Transmission (2001, Lp). SEGNI PARTICOLARI: Odi et Amo. Prima amati poi detestati. DATA E LUOGO DELLA SCOMPARSA: 2002, in uno studio di registrazione di Austin, Texas. MOTIVO PER CUI SARANNO (FORSE) RICORDATI: a parte la natura ambigua del nome del gruppo? Nessuno. MOTIVO PER CUI DOVREBBERO ESSERE DIMENTICATI E MAI PIÙ RIESUMATI: perché la brevissima ma intensissima luna di miele con la stampa specializzata è durata lo spazio di un singolo brano. Ed è durata tre minuti di troppo.

Menswear (Menswe@r)
GENERE: Britpop. NAZIONALITÀ: inglese. FORMAZIONE: Johnny Dean (voce); Chris Gentry (chitarra); Simon White (chitarra); Stuart Black (basso); Todd Parmenter (batteria) subito sostituito nel ’94 da Matt Everitt a sua volta rimpiazzato nel luglio del 1996 dall’ex roadie Darren Tudgay. DISCOGRAFIA: Nuisance (1995, Lp); ¡Hay Tiempo! (1998, Lp solo per il mercato nipponico). SEGNI PARTICOLARI: nati per essere visti. Non per essere ascoltati. DATA E LUOGO DELLA SCOMPARSA: 1998 a Camden Palace, Londra. MOTIVO PER CUI SARANNO (FORSE) RICORDATI: per essere stati ai Blur come i Monkees sono stati ai Beatles. MOTIVO PER CUI DOVREBBERO ESSERE DIMENTICATI E MAI PIÙ RIESUMATI: perché anche se venissero paragonati ai Monkees farebbero comunque una brutta figura.