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ritratti
di enzo boddi
Alcuni tuoi Cd recenti, come quelli con Clear Frame (con Lol Coxhill, Orphy Robinson e Charles Hayward) e Brainville3 (con Daevid Allen e Chris Cutler), sembrano stabilire una relazione stretta e stimolante tra passato e presente della scena britannica. Be’, mi fa piacere che nascano ancora nuove opportuni­ tà. Sono aperto a qualsiasi suggerimento e progetto, se qualcuno che rispetto (e con cui posso suonare) mi chia­ ma proponendomi idee. Naturalmente un gruppo come Brainville3 è fatto da musicisti della stessa «famiglia». band softmachiniana. Tutti noi avevamo altri progetti e, sulle prime, non eravamo neanche troppo interessati ma Leonardo ci procurò un buon contratto con la Universal giapponese e diverse date, e finì che accettammo. L’attività di etichette come Cuneiform e Moonjune dimostra che la scena britannica degli anni Sessanta-Settanta gettò le basi dell’identità musicale di molti gruppi attuali. Sì ma non dimentichiamo che anche noi avevamo avuto le nostre influenze. La musica è in evoluzione permanen­ te e ogni generazione influenza la successiva. Non credi che i musicisti della tua generazione fossero molto più disposti alla sperimentazione di

Hopper Com’era bello
prima dell’arrivo dei contabili
«Numero d’vol» (Moonjune 2007, con Simon Picard, Steve Franklin e Hayward) offre ampie prospettive ritmiche e armoniche, il che ha ben poco a che vedere con quello che i critici definivano «rockjazz britannico» o progressive. Voglio sperarlo! Il disco è completamente improvvisato: non abbiamo fatto altro che recarci al Delta Studio vicino a Canterbury e suonare per parecchie ore di fila, senza idee prestabilite né programmi. Poi ho montato la musi­ ca per la pubblicazione su Cd. Con i musicisti giusti, la musica vien fuori da sola. I Soft Machine Legacy cercano di sviluppare le intuizioni del gruppo originale. Com’è cominciata questa nuova esperienza? Da un’idea di Leonardo Pavkovic, agente, proprietario della Moonjune e grande appassionato di Soft Machine e progressive. Ci suggerì di formare una specie di reunion

Hugh

Il composItore e bassIsta, Icona del rockjazz brItannIco, afferma dI aver trovato tra glI «acustIcI» del jazz I verI modellI
nuovi linguaggi e molto più desiderosi di fondere i generi, indipendentemente dai loro differenti retroterra? Alcuni sì. Altri erano altrettanto reazionari e chiusi, come un sacco di musicisti ed etichette odierni. A noi ventenni della metà degli anni Sessanta andò bene, dal momen­ to che esisteva uno spirito d’avventura, in musica e nel­ l’industria musicale. In seguito, i contabili hanno preso possesso delle case discografiche e quello spirito av­ venturoso s’è indebolito. Come valuti la tua esperienza quinquennale con i Soft Machine? Indubbiamente vi furono bei momenti, con tanti viaggi in altri Paesi. Però sono molto più soddisfatto e realizza­ to adesso, dal punto di vista musicale e personale. Da giovani più che altro si lotta per definire le proprie idee e ottenere l’approvazione di coloro che ci circondano. E

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PAOLA BERTOZZI

naturalmente a farlo erano tutti i componenti del grup­ po: una chiave per il conflitto. Ti ha mai disturbato o ha limitato la tua attività essere sempre citato come «ex Soft Machine»? No, non mi disturba. Quel periodo della mia vita è stato molto importante anche per me. E probabilmente ho più opportunità di lavoro perché in passato ho fatto parte di un gruppo famoso. Alcune tue composizioni, come Virtually e 1983 o gran parte del materiale di «1984», evidenziano influenze di compositori europei del XX secolo. Come hai messo a confronto la tua identità di musicista con il tuo bagaglio europeo? Ben prima di cominciare a suo­ nare avevo ascoltato molta mu­ sica classica, che era rimasta impressa nel mio subconscio giovanile. Quello che però c’era di buono nella scena musicale inglese degli anni Sessanta era l’improvvisa e positiva esposi­ zione a influenze disparate: jazz, rock, blues, classica, etnica, mi­ nimal. La «famiglia» dei musici­ sti di Canterbury ascoltava già da tempo tutti quei generi. Direi però che su di me – soprattutto come musicista live – influì con maggior forza il jazz statuniten­ se (sia free sia classico), insie­ me al rhythm’n’blues.
PAOLA BERTOZZI

Su un altro fronte, Out-Bloody-Rageous di Mike Ratledge e The Soft Weed Factor di Karl Jenkins palesano sorprendenti affinità con compositori come Terry Riley… Sì, Ratledge era un patito di Ri­ ley e dell’uso di loops. Anch’io (e lo sono ancora!). Come sei arrivato a sviluppare un interesse così spiccato per i loops? A diciotto o diciannove anni provai per la prima volta droghe come Lsd ed erba, quando abi­ tavo a Parigi con Daevid Allen e Gilli Smyth. Daevid stava lavo­ rando a certe ambientazioni so­ nore basate sulla stratificazione di loops. I suoni, le atmosfere e i ritmi ipnotici delle sue creazio­ ni ebbero immediatamente un effetto notevole su di me e co­ minciai a tentare di costruirne di mie. La musica dei sogni…

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Il tuo stile bassistico è sempre stato additato come modello, specialmente per l’impiego originale del distorsore. Come bassista a chi ti sei ispirato? Per la verità, più ai contrabbassisti jazz che ai bassisti elettrici: Charlie Haden, Charles Mingus, Scott LaFaro, Ron Carter. Ma anche all’uso dei bordoni nella musica indiana. Sono pure molto influenzato dai batteristi. Da chi, per esempio? Elvin Jones, Mitch Mitchell, Ginger Baker ma anche dai tamburi dell’Africa occidentale e dalle tabla indiane… Per me le percussioni sono una parte vitale della musica. A tuo modo di vedere, quali sono i bassisti elettrici che hanno dato il maggior contributo all’evoluzione dello strumento? James Jamerson, Jack Bruce, Jaco Pastorius e i bassisti di James Brown. E quali sono invece le tue fonti di ispirazione come compositore? Troppe per essere ricordate tutte! Bach, Bartók, So­ stakovic, i Beatles, Zappa… oltre a quelle che mi hanno influenzato come bassista. Potresti brevemente descrivere il tuo metodo compositivo? Ricerco più che altro suoni, armonie, melodie e struttu­ re. Se compongo alla chitarra, magari cerco una frase melodica e poi la sviluppo. Quindi trovo una se­ quenza armonica interessante per con­ ferire movimento al pezzo, proprio come fosse un viaggio. Se costruisco un brano basato su un paesaggio sonoro, ecco allora che riemerge l’intenzione di trasfor­ marlo in una sorta di viaggio, con tutte le visuali e i suoni che si succedono a destra e a sinistra durante il percorso. Parlando della scena odierna, quali musicisti citeresti per potenziale creativo e innovativo? Il gruppo austriaco Fuzz Noir; gruppi in­ glesi come Polar Bear, Acoustic Ladyland, Partisans; i francesi Régis Huby e Patrice Meyer; i giap­ ponesi Hoppy Kamiyama e Tatsuya Yoshida. Puoi fornire dettagli sulla registrazione Bbc con John Surman e John Taylor? Nel 2006 sono stato invitato a suonare alla Roundhouse di Londra per i Bbc Electric Proms. Erano in programma tre duetti: Surman con il chitarrista David Okumu, Taylor con il trombettista Tom Arthurs, mentre io ho improvvisa­ to con Seb Rochford, batterista dei Polar Bear. Alla fine della serata abbiamo improvvisato tutti insieme, sotto la denominazione di Electric Sextet. La tua attività recente è stata intensa quanto varia. Be’, sì: ho inciso «Dune» con la cantante e tastierista giapponese Yumi Hara Cawkwell; sono stato ospite del Delta Saxophone Quartet in «Dedicated To You, But You Weren’t Listening (The Music Of Soft Machine)». L’an­ no scorso, prima di iniziare le cure (e annullare un tour giapponese e impegni con Soft Machine Legacy, Clear Frame e altri), ho suonato in Estonia e Finlandia con i francesi Colorphone, in Grecia con il violista David Cross (ex King Crimson), a New York con i Bone e in Italia con i Brainville3. Enzo Boddi

Nato a Whitstable nel 1945 e cresciuto a Canterbury, Hopper ha respirato fin da metà anni Sessanta i fermenti del fervido movimento musicale locale: già nel 1963 con Robert Wyatt nel Daevid Allen Trio (in bilico tra free jazz, r’n’b e jazz & poetry) e nel 1965 con i Wilde Flowers, dai quali sarebbero poi sca­ turiti Caravan e Soft Machine. La sua fondamentale militanza con questi ultimi dal 1969 al 1973 è contraddistinta dall’incisione di cinque album e dal loro graduale spostamento verso un jazz rock cerebrale. Al 1972 risale il primo Lp a suo nome, «1984», dalla concezione decisamente avanzata per la sperimenta­ zione sul suono con l’ausilio di loops. Altre importanti incisioni degli anni Settanta sono «Hopper Tunity Box» (1977) e «Cruel But Fair» (1978, insieme a Elton Dean, Keith Tippett e Joe Gallivan). Da non dimenticare, nello stesso decennio, le parentesi con gli East Wind di Sto­ mu Yamash’ta e gli Isotope di Gary Boyle; la parteci­ pazione a «Rock Bottom», indimenticato capolavoro di Wyatt; la militanza nella Carla Bley Band di «European Tour 1977». Successivamente, il bassista ha ulteriormente am­ pliato e diversificato il proprio raggio di azione. Da leader ha formato la Hugh Hopper Band e registrato dischi come «Hooligan Romantics» (1994) e «Jazz­ loops» (2002) fino al «Numero d’vol» dove ha ritrovato la batteria di Hayward (già al suo fianco negli Oh Moscow di Lindsay Cooper e poi nei Clear Frame, cui s’è unita su disco la cornetta di Robert Wyatt). Come contitolare, ha dato vita non tanto a una riunione quanto a una prose­ cuzione dei Soft Machine, a nome Soft Works prima (con Dean, Allan Holds­ worth e John Marshall) e Soft Machine Legacy poi (con John Etheridge anzi­ ché Holdsworth, e Theo Travis dopo la prematura scomparsa di Dean). Una discografia molto dettagliata ma non aggiornata è in tinyurl.com/ d6qxbe (per i Cd successivi si può fare riferimento a www.hugh­hopper. com/ dove si trovano anche sue partiture – e un suo racconto – liberamente scaricabili in pdf). Un’ottima panoramica su tutta la carriera di Hopper è in tinyurl.com/hhcalyx e sue interviste in italiano si trovano nei siti www.cloud­ sandclocks.net (quattro, rilasciate tra 1999 e 2008) e Quaderni d’altri tempi (tinyurl.com/hhquad), mentre un suo articolo in italiano sulle tecniche com­ positive dei Soft Machine è nel sito della facoltà di musicologia di Cremona (tinyurl.com/hhsofts). Nel giugno 2008 a Hopper è stata diagnosticata la leucemia: da allora ha sospeso concerti e tour ed è quindi privo di mezzi di sostentamento per sé e per la propria famiglia fintanto che proseguono le cure. In dicembre vari jazzisti – Orphy Robinson & Lol Coxhill, Annie Whitehead, Etheridge­Bab­ bington­Marshall, In Cahoots, Delta Saxophone Quartet, Maguire­Meyer­ Baker­Fletcher­vanderKooij­Jarvis, Domancich & Goubert, Jim Dvorak, Ger­ ry Fitzgerald, il poeta Mike Horovitz e altri: vedi tinyurl.com/hhbenefit – hanno raccolto fondi da devolvergli con due concerti a Whitstable e Londra ma qualunque altra donazione (sul conto corrente della Banque Postale­Centre de la Source intestato alla moglie Christine Janet, iban: fr22 2004 1010 1238 8672 4r03 336; bic: psstfrppsce) sarà la benvenuta.

UN AUDACE SPERIMENTATORE DI SONORITÀ E DI COMPAGNIE