MIDDA’S CHRONICLES

VOLUME PRIMO

IL TEMPIO NELLA PALUDE
E ALTRE STORIE

Sean MacMalcom

Un libro New Wave Novelers in collaborazione con Lulu.com

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Sean MacMalcom

Prima pubblicazione nel 2008 su http://middaschronicles.blogspot.com/ Prima pubblicazione cartacea in Italia nel 2009 da Lulu.com © Sean MacMalcom 2008

Stampato e venduto da Lulu.com Tutti i contenuti di questa pubblicazione sono sotto protezione del diritto d'autore (legge 22 aprile 1941 n. 633 e seguenti). Qualsiasi plagio dell'opera o parte di essa verrà perseguito a norma delle vigenti leggi internazionali.

Immagine di copertina e grafica interna a cura di

Giuliana Lagi
La pubblicazione giornaliera degli episodi di Midda's Chronicles è disponibile all’indirizzo http://middaschronicles.blogspot.com/ Altre pubblicazioni New Wave Novelers sono disponibili all’indirizzo http://newwavenovelers.altervista.org/

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In memoria di

quest’opera è rispettosamente dedicata dall’autore

Emilio G. G.

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Introduzione
Caro lettore, il libro che reggi fra le mani è per me motivo di smisurato orgoglio per molteplici ragioni. Il fatto stesso che questo sia un libro e che tu stia leggendo queste righe è sicuramente la prima fra le tante, ma non l’unica. Le origini - Midda Bontor, la protagonista delle cronache qui raccolte e presentate, nasce il pomeriggio del 10 gennaio 2008, delineandosi come eroina di fantasy sword & sorcery per una striscia a fumetti successivamente mai completata. Appena l’immagine della donna guerriero circondata da zombie si concesse davanti al mio sguardo, infatti, l’interesse verso il carattere grafico dell’opera venne meno e, a esso, preferii quello letterario, nella speranza di trovare maggiore soddisfazione. Il giorno dopo, la pubblicazione del primo episodio della blog novel (http://middaschronicles.blogspot.com/) inaugurò così un anno di impegno continuo e puntuale, ritrovando in essa il desiderio di una personale ricerca di maturazione, nella volontà di distacco dal passato e continuo bisogno di approvazione nelle mie azioni, di sostegno nelle mie scelte. Midda’s Chronicles si propone, pertanto, con la prerogativa di creare qualcosa che possa innanzitutto soddisfare le mie esigenze, il mio desiderio di scrivere, senza pretese, senza ambizioni di sorta, nonostante il traguardo oggi raggiunto. Dal loro esordio, le Cronache hanno offerto e continuano a offrire con cadenza quotidiana, un appuntamento fisso per coloro che hanno voluto concedermi fiducia senza che io ne avessi fatto richiesta, coloro fra cui, forse, sei conteggiato anche tu. Per festeggiare questo particolare anniversario, ho deciso di farmi un regalo, raccogliendo in questo stesso volume i primi cinque racconti già presentati, in una nuova edizione riveduta e corretta, nonché abbellita da splendidi disegni a opera di Giuliana Lagi. Grazie ai creatori di Lulu.com e alla splendida iniziativa a cui hanno dato vita, oggi è finalmente possibile anche per me poter stringere fra le mani questo volume, quale coronamento di un lavoro che, spero, di poter continuare ancora a lungo. New Wave Novelers – Accanto al risultato puramente personale, l’uscita di questo volume si propone, invero, con una particolare importanza nel ruolo di prima pubblicazione del progetto New Wave

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Novelers (http://newwavenovelers.altervista.org/). Nato da una community di giovani appassionati di scrittura creativa che già aveva dato vita, in passato, a un complesso universo di fan fiction, New Wave Novelers si offre quale punto di riferimento coloro che, attraverso il tramite offerto da internet e dalla blogosfera, hanno deciso di fare della blog novel la propria forma di espressione artistica. La speranza che questo volume d’esordio di Midda’s Chronicles desidera accendere all’interno del progetto, espressa chiaramente dal logo in copertina, è quella di poter vedere presto altre pubblicazioni seguirla, non solo nel continuo della raccolta cartacea delle avventure di Midda Bontor, che certamente non mancherà, ma anche nell’offerta di altri protagonisti e altre storie, scritte da altri autori miei pari e amici. Yeshe Norbu e Tibetan Children's Villages - Altra ragione d’orgoglio, forse la più importante fra tutte, si pone essere l’iniziativa di beneficienza che mi è stata data occasione di legare all’uscita di questo volume. In collaborazione con Yeshe Norbu Appello per il Tibet o.n.l.u.s. (http://www.adozionitibet.it/), per ogni copia venduta la cifra simbolica di 1 euro, pari al mio personale guadagno sul prezzo di copertina, verrà infatti devoluta in favore dei Tibetan Children's Villages (http://www.tcv.org.in/). A seguito dell’occupazione cinese del Tibet, Tsering Dolma, sorella del Dalai Lama, decise di iniziare a occuparsi dei troppi bambini che, orfani, ammalati e malnutriti, stavano cercando rifugio in India, fuggendo lontano dalla terra loro negata, dalle famiglie loro sottratte, istituendo nel 1960 la Nursery for Tibetan Refugee Children. Originariamente pensata per offrire unicamente cure primarie ai bambini in esilio, la Nursery, sotto la direzione di Jetsun Pema, in sostituzione della sorella scomparsa prematuramente nel 1964, e sostenuta dall’impegno del volontariato, ebbe modo di ampliare le proprie competenze e veder crescere le proprie dimensioni fino a raggiungere quelle un piccolo villaggio, offrendo al proprio interno ai bambini nuove case e scuole in cui trovare rifugio e istruzione: nel 1972 venne così formalmente registrato il primo Tibetan Children's Village (TCV), diventando anche membro del SOS Children’s Villages. Da allora il TCV ha dato vita a numerose installazioni in tutta l’India, arrivando oggi a ospitare più di 16.000 bambini, offrendo loro una speranza di vita altrimenti negata. Senza volontà di entrare nel merito di questioni politiche che da oltre mezzo secolo cercano di proporsi senza successo all’attenzione del panorama internazionale, non ci si può e non ci si deve dimenticare come gli errori dei “grandi” finiscono per ricadere sui “piccoli” e la violenza, di

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scelte dettate dalla ricerca di denaro o di potere, trova immancabilmente quali prime vittime i bambini. Nel desiderio di non rendere fine a se stessa la pubblicazione di questo libro, ho voluto così contribuire, per quanto modestamente, a questa iniziativa, non potendo che riconoscere il merito e l’importanza della stessa, come di ogni altra sua pari, per il futuro di tutti noi. In mio aiuto nella realizzazione di questa raccolta di beneficienza si sono concessi i volontari di Yeshe Norbu: nata come iniziativa di un gruppo di frequentatori dell'Istituto Lama Tsong Khapa per il sostegno dei bambini tibetani, profughi in India e Nepal, questa organizzazione si offre oggi come membro della Foundation for the Preservation of the Mahayana Tradition, gestendo circa un migliaio di adozioni a distanza e diversi progetti comunitari. Molte ancora sarebbero le ragioni che non possono evitare di rendermi personalmente fiero di questo risultato, ma ritengo ormai superfluo che io mi dilunghi ulteriormente, approfittando della tua pazienza e attenzione. A questo punto, pertanto, non mi resta che ringraziarti per il tuo acquisto, anche a nome di Yeshe Norbu, e augurarti una buona lettura, nella speranza che il frutto del mio impegno possa esserti gradito. Sean MacMalcom

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Sommario
Introduzione ...................................................................................................... 5 Sommario ........................................................................................................... 9 Il tempio nella palude..................................................................................... 11 La città del peccato.......................................................................................... 73 Gli spettri della nave .................................................................................... 195 Alla deriva ..................................................................................................... 322 Un ricatto letale ............................................................................................. 469 Ringraziamenti .............................................................................................. 613 Prossimamente… .......................................................................................... 615

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Il tempio nella palude
ue occhi color ghiaccio.

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Il primo particolare che risaltava in lei era quello: un azzurro chiaro al punto da sembrar brillare di luce propria, tanto di giorno quanto di notte; un colore intenso tale da incantare in sé non solo gli amici ma anche i nemici; una tonalità perfetta, siffatta da non potersi mostrare quale appartenente a un comune mortale, a un banale umano quale ella era. Ma quegli occhi non erano semplici adornamenti, comuni pietre preziose poste a offrire grazia e bellezza alla loro proprietaria: erano vigili nello scrutare, fulminei nei movimenti, precisi nelle valutazioni, spietati nelle condanne. Gli occhi come specchio dell'anima mostravano uno spirito forte, forse anche eccessivamente risoluto, una passione che avrebbe potuto far vacillare anche il cuore più saldo, un sentimento che mai si sarebbe tratto indietro di fronte a un pericolo. Due occhi color ghiaccio troneggiavano sul suo viso, adorno anche con rosee labbra e un sottile naso, ove una manciata di lentiggini apparivano quasi lì spruzzate, gettate distrattamente al centro di quel volto ovale leggermente appuntito verso il mento. Proprio nella parte mediana di quest’ultimo, poi, si offriva una piccola fossetta, quasi a voler sottolineare un carattere ribelle in quella forma perfetta: non solo essa, però, si proponeva in tale compito, laddove sulla pelle chiara, quasi candida, uno sfregio si concedeva simile a blasfemia, nell’esser posizionato in corrispondenza dell’occhio sinistro nella forma di una lunga cicatrice verticale. Attorno al viso, non sufficientemente corti da lasciarle scoperte le orecchie ma non così lunghi da celarle il collo tornito, erano capelli corvini, lucenti nei riflessi, incantevoli nella fluidità: essi si offrivano lisci e compatti, tali da apparire come un unico manto, ma al tempo stesso quasi singolarmente enumerabili in ogni fremito del suo capo. La maggior parte delle donne, e degli uomini, avrebbero considerato sprecato un simile tesoro, nell’essere modellato in un taglio così poco femminile, così castigato, che non permetteva di porre in risalto capelli tanto meravigliosi, tanto attraenti: se solo fossero giunti fino alla schiena, se solo avessero offerto un velo maggiore attorno a quelle spalle, sicuramente la sua bellezza sarebbe apparsa decuplicata. Ma colei che si proponeva in grado

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di sfoggiare senza timori una cicatrice sul viso come ella faceva, evidentemente, non desiderava assolutamente porre in risalto la propria beltà. Scendendo lungo il collo perlaceo, scoperto e disadorno da ogni gioiello, per quanto qualsiasi artefatto non sarebbe mai potuto stonare attorno a quella forma meravigliosa, veniva offerta una vista di fronte alla quale alcun dubbio sarebbe potuto permanere in merito alla sua natura: donna e guerriera. La natura di donna era concessa dalla visione dei seni, probabilmente prosperosi, difficile dirlo, i quali si presentavano strettamente legati da una fascia di un colore indefinito fra l’azzurro e il blu, a sua volta ricoperta dai resti sgualciti di una casacca grigio scura. Di entrambi i capi di abbigliamento sarebbe stato difficile comprendere una qualsivoglia datazione e ancor peggio sarebbe stato tentare di identificare la natura del tessuto e il suo esatto colore: sporco e sudore, invero, impregnavano la stoffa in maniera tanto viva da sembrare averne preso il posto, segno di una vita che non voleva affatto esaltare i valori che normalmente erano considerati indicatori di femminilità, favorendo qualcosa di decisamente diverso. La natura di guerriero si mostrava negli arti superiori, muscolosi fin dalle spalle, così larghe e forti che non si sarebbero distinte da quelle un giovane cavaliere: il braccio sinistro sfoggiava con orgoglio un complicato tatuaggio tribale, nelle cui spire sembravano impresse mille immagini senza che alcuna fosse però chiaramente identificabile; il braccio destro, al contrario, si presentava scoperto fino a pochi pollici sotto la spalla, concedendo altresì alla vista una solida armatura da quel punto in giù. Il metallo della corazza era scuro, con tonalità tendenti al rosso nei propri riflessi: non un frammento di carne poteva essere visto, né in corrispondenza delle pieghe di congiunzione, né fra una lastra e l’altra all’altezza della mano. E se quegli arti, con simili decorazioni e tali ornamenti, con muscoli agilmente guizzanti sotto la pelle tesa e lievemente rigata dal sudore, non fossero stati sufficienti a descrivere la loro proprietaria come guerriero più che come donna, nella mano mancina una spada si proponeva con vigore, lasciando scintillare la lama splendente di fronte a lei, in una lucentezza forse innaturale, riflessi azzurri inquietanti non meno di quelli dei due occhi color ghiaccio. Guerriero ancor prima di donna, quindi, ciò nonostante ella non appariva desiderosa di protezione sul proprio ventre, appena convesso e parzialmente scoperto dalla stoffa strappata della casacca superiore. Ai

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suoi fianchi, poi, si stringeva una sottile cinta atta a reggere i pantaloni: la stoffa, rosso scuro, non era ridotta in condizioni migliori della parte superiore dell’abito, e nella propria usura sarebbe stata forse giudicabile fin troppo attillata attorno a quelle incantevoli forme, ponendo in risalto le gambe lunghe e affusolate, e i glutei alti e sodi, curve scolpite dai muscoli formati nel corso di forse troppe avventure. I piedi, a completare il quadro presentato, erano rivestiti da due calzari, troppo rovinati per essere definibili stivali, legati attorno alle gambe da strisce di stoffa allo scopo di evitare lo spiacevole inconveniente derivante dalla loro perdita inattesa. Tale era Midda Bontor. Con piedi piantati solidamente nel terreno. Con gambe appena piegate mantenendo i muscoli tesi, pronti a scattare. Con addominali induriti a voler emergere sopra i pantaloni. Con braccio destro teso in avanti, a offrire una protezione migliore rispetto a ogni scudo. Con braccio sinistro appena girato sull’esterno, reggendo in posizione di guardia la spada. Con respiro ritmico e silenzioso appena denotabile da un leggero movimento del petto e dei seni su di esso. Con denti serrati sotto labbra appena dischiuse. Con sguardo serio e fronte corrucciata. Con capelli scompigliati al vento innaturale di quella palude insidiosa. Con dozzine di cadaveri putrefatti attorno a lei, frementi di una demoniaca e innaturale forza vitale: energia per alzarsi, per muoversi, per combattere, per uccidere… energia contro di lei. «E’ in momenti come questo che penso di non farmi pagare mai abbastanza…» sussurrò fra i denti. Il principale vantaggio nel lottare contro dei non morti del genere zombie, da sempre, si poteva ritrovare nella lentezza fisica dei medesimi: i cadaveri rianimati, anche in virtù delle migliori negromanzie, non avrebbero mai potuto recuperare l’agilità posseduta in vita. E maggiore la loro putrefazione si fosse proposta, minore la possibilità di movimento e i riflessi si sarebbero mostrati presenti in qualsiasi atto, anche nel più semplice come il camminare. Nel combattimento fisico qualsiasi essere vivente, anche non allenato come guerriero, avrebbe pertanto dimostrato una velocità maggiore rispetto anche al più rapido degli zombie. Dove la lentezza fisica, l’assenza di riflessi, l’impaccio di movimenti dati da un corpo privo di una propria anima si sarebbero offerti quali i principali vantaggi nel lottare contro dei simili non morti, decisamente molte si sarebbero potute contestare le difficoltà che avrebbero reso lo scontro improponibile anche al migliore dei combattenti. Uno zombie non

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avrebbe mai conosciuto stanchezza, sconforto, dolore e, soprattutto, non si sarebbe mai arrestato se anche solo una minima possibilità di movimento gli fosse stata concessa. Altri generi di non morti avrebbero potuto essere vinti nella distruzione dei loro cuori o delle loro teste, fonti focali in un attaccamento alla vita anche oltre la morte, ma non gli zombie: essi non avevano di questi limiti, di queste debolezze e se privati del cuore o della testa stessa, avrebbero ugualmente avanzato inesorabilmente contro i propri avversari, contro le proprie prede, spronati dal desiderio di adempiere alla missione della negromanzia fonte per loro di rianimazione. Oltre all’apparente mancanza di punti deboli e all’impossibilità di arrestare la loro avanzata, che già avrebbero reso uno solo fra simili cadaveri un nemico temibile anche per il più forte dei guerrieri, gli zombie trovavano la propria principale forza nel numero: non agivano praticamente mai in unità singole, dato che tutti i malefici fonti di simili abomini erano da sempre destinati ad ampie schiere, le quali, ancor peggio, avrebbero potuto rinvigorire le proprie fila a ogni nemico abbattuto, a ogni avversario ucciso. Le negromanzie, atte a generare ciò che si stava offrendo in quel frangente di fronte allo sguardo della donna, erano solitamente legate a uno specifico luogo, poste in essere da stregoni o chierici oscuri desiderosi di preservare contesti a loro sacri dall’assalto di avventurieri, soldati o semplici ladri che avrebbero altresì potuto violare quei luoghi semplicemente con la propria presenza o, peggio, con le proprie razzie. Molti dei cadaveri in movimento davanti a lei, i meno decomposti, appartenevano sicuramente a disgraziati giunti in quell’immonda palude in un passato non remoto, per uno scopo o, forse, per semplice e tragico caso, e mostravano in evidenza i segni di quelle che erano state le esistenze ormai perdute. Simboli i quali un tempo li avevano visti contrapposti in vita, li proponevano uniti nella morte, concedendo allo sguardo soldati dell’esercito di Kofreya, vestiti nelle proprie tradizionali uniformi blu e argento, accanto a briganti delle valli, riconoscibili dalle vesti di nera lana grezza. Nell’ammasso eterogeneo di corpi straziati dalla putrefazione della morte, talvolta ormai così decomposti da apparire come veri e propri scheletri, non mancavano poi di dimostrare la propria presenza anche molti pastori e semplici contadini, giunti fino a quel luogo maledetto per chissà quale imperscrutabile ragione. Dalle gole di simili cadaveri, spesso straziate dai segni inequivocabili della morte violenta a cui erano stati destinati, non un suono si concedeva al mondo, né si sarebbe mai potuto concedere, laddove non si proponeva aria nei loro polmoni o, peggio, non si proponevano neanche polmoni

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stessi nei loro toraci, a offrire la possibilità di emettere qualsivoglia genere di suono. «Non credo che mi permetterete di giungere al santuario senza propormi l’annessione al vostro variegato gruppo… vero?» domandò la donna guerriero, cercando di mostrarsi sprezzante di fronte a quel mortale pericolo. Ovviamente Midda non attendeva risposta alle proprie domande, non solo perché non vi fosse possibilità di produrre verbo per quelle vittime del fato, ma anche perché non vi sarebbero comunque state menti utili a generare affermazioni degne di attenzione o, prima ancora, per comprendere le frasi da lei pronunciate. Nonostante una simile consapevolezza, ella non aveva mancato di concedere la propria voce: del resto, quella attuale non era la prima volta in cui si era ritrovata ad affrontare situazioni giudicabili da chiunque come disperate, e ciò che in ogni occasione le aveva permesso di riportare a casa, quasi sempre per intero, il proprio amabile corpo era stata proprio la capacità di non concedere ai propri nervi di offrirle distrazione, non permettere alla propria coscienza di farle elaborare l’orrore che la circondava, tanto in un momento pari a quello, quanto in un qualsiasi territorio di guerra. Allo scopo di ottenere un tale risultato, a volte, ella giungeva a infrangere la propria rinomata laconicità per rivolgersi verso i propri avversari: parlare con i propri nemici, soprattutto quando essi non potevano comprendere o rispondere, era per lei un trucco psicologico utile a considerarli comunque come affrontabili e vincibili. Lo zombie a lei più prossimo, offrendo movimenti inarticolati e inesorabili, per quanto caratterizzati da una lentezza assoluta, giunse ad accostarsi al suo fianco destro, tendendo le proprie mani corrose dal lavoro dei vermi verso il braccio di metallo. Midda restò immobile a osservarlo, forse per un istante con un sentimento di umana compassione: egli era stato, da vivo, un giovane soldato kofreyota, dai corti capelli ramati e dalla pelle resa bronzea dal sole delle pianure ove era cresciuto, era vissuto e forse aveva anche amato. La sua uniforme, non ancora intaccata dall’azione del tempo, mostrava quasi con orgoglio i fregi argentati sopra il velluto scuro, color del mare più profondo: quegli intarsi si intrecciavano in lunghe e devote preghiere a un dio, un riferimento divino per la fedeltà al quale egli doveva aver votato in vita il proprio cuore e il proprio corpo all’esercito, un’entità suprema verso cui probabilmente si era dichiarato più volte anche disposto a morire… e per la quale, forse, era anche realmente morto

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insieme ai propri compagni in quella blasfema palude. Ella socchiuse le palpebre nel volgere il proprio sguardo verso i suoi occhi bianchi, privi di ogni luce di vita, derubati anche della propria anima: quello che un tempo era stato il corpo di un giovane pieno di sogni e di speranze, ora si proponeva solo quale un involucro vuoto, rianimato dalla negromanzia e legato in eterno a quella palude, in qualità di guardiano dei tesori e dei segreti in essa custoditi. Che senso poteva aver avuto tutta la fede di quel giovane, tutta la voglia di vivere e di combattere per il suo signore e per il suo dio, se quella era la fine che la morte gli aveva riservato? Il metallo freddo del braccio destro della donna guerriero non si mosse sotto la presa di quelle dita prive di energia vitale, dimostrando come ella non fosse nulla intimorita da ciò che la stava toccando. Ma quell’immobilità durò il tempo di un battito di ciglia, di una palpitazione dell’unico cuore ancor vivo in quello scenario: dopo tale breve ed eterna attesa, come una molla, l’intero corpo scattò forte, preciso, inarrestabile, e con un solo movimento verticale, la lama della spada stretta nella sua mano sinistra, percorse il corpo del primo avversario, attraversandolo dal capo all’inguine, tagliandolo di netto in due parti nel mentre in cui la mano destra, ora ripresasi, si mosse a spingerlo all’indietro per liberare l’arma e renderla disponibile verso il prossimo nemico. Lo scontro aveva avuto inizio…

idda si mosse con passo non veloce, ma costante, all’interno del fiume di decomposizione formato dai suoi avversari non morti. La spada, inesorabile, fendeva l’aria da sinistra a destra, dall’alto in basso, falciando i corpi con freddezza: ogni incertezza le sarebbe potuta costare la vita, ogni distrazione l’avrebbe potuta portare all’eterna dannazione in quella negromantica palude. La lama chiara dell’arma scintillava nell’oscurità di quella selva di corpi un tempo umani, ora quasi irriconoscibili: nel muoversi attraverso l’aria e la carne, sembrava lasciare una scia azzurrina, disegnando il proprio percorso composto da mille rotazioni, spirali, in una sorta di macabra e letale danza di morte. I suoi occhi guidavano con precisione l’arma in quel balletto, percorrendo la medesima traiettoria un istante prima che venisse effettivamente compiuta: lo sguardo attento, addestrato nel corso di innumerevoli battaglie, sembrava quasi poter anticipare le scelte degli avversari. Certo, contro la lentezza degli zombie prevedere l’evolversi

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della situazione non appariva come un’impresa complicata, ma il loro numero si proponeva comunque tale da rendere quella lotta praticamente disperata. Molti soldati, briganti, combattenti di ogni terra erano presenti in quella schiera di non morti, segno della pericolosità letale di quella palude: ma ella non si lasciò intimorire da ciò che la circondava, non permise ad alcuna di quelle possibili incertezze di rallentarla allo stesso modo in cui non concesse ad anche solo uno dei suoi avversari di avvicinarsi a lei nel mentre in cui i passi delicati, felpati quasi, si spingevano ad avanzare nell’unica direzione verso la quale nessuno al mondo, al suo posto, si sarebbe diretto. «Signori… comprendo di essere un boccone prelibato per ognuno di voi, ma vi prego… non ammassatevi in questo modo o mi porrete in imbarazzo!» commentò, sorridendo a denti stretti. Dove il braccio sinistro si concedeva impegnato nel liberare la via verso l’interno di quell’oceano di corpi posti attorno a lei, il braccio destro si proponeva ben lontano dall’essere considerabile a riposo: il metallo scuro lasciava balenare i propri riflessi rossi in movimenti sicuri e contenuti, tali da riequilibrare il corpo nei gesti di offesa principali e, contemporaneamente, utili a offrire difesa dagli attacchi che le erano proposti in risposta ai propri. Il metallo colpiva con forza le carni putrefatte e le ossa sotto di esse, schiantandole in suoni tutt’altro che gradevoli, ricoprendosi disgustosamente della sostanza, dei liquidi interiori a tali creature: le dita si aprivano e chiudevano nei momenti giusti, ad afferrare le ossa nei punti nevralgici per spezzarle, per distruggerle, nel tentativo di ridurre all’impotenza quei corpi maledetti. «Per Thyres…» non poté evitare di esclamare a un certo punto «Ma quanti siete? Inizio a comprendere perché Kofreya sta perdendo la guerra contro Y’Shalf: tutti i suoi soldati sono venuti qui a morire…» In altre condizioni, un esercito kofreyota non avrebbe affaticato il corpo di Midda, non l’avrebbe mai posta in difficoltà: i sapienti colpi della spada sarebbero sempre stati mortali, avrebbero sempre aperto un varco di fronte a lei, riducendo presto il numero dei propri avversari nel portarla, in conseguenza, facilmente alla vittoria. Ma in quel contesto, nelle condizioni dettate da quella palude, non uno, non due e spesso neanche tre colpi erano utili allo scopo di offrire respiro alla donna guerriero: nonostante nessuno avrebbe mai posto in dubbio la sua abilità con l’arma impugnata, infatti, ella non si poteva considerare vittoriosa sui

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propri avversari neppure in conseguenza di un colpo come il primo inflitto, con cui un intero corpo era stato diviso in due metà simmetriche. Anche laddove un movimento perfetto si fosse concesso in grado di tagliare in due una di quelle creature, ulteriori offese avrebbero dovuto immediatamente seguire la prima, allo scopo di eliminare ogni possibilità di movimento per le due singole parti: esse, altrimenti, avrebbero continuato a muoversi verso di lei, contro quelle amabili forme, in un’immagine nauseante e mortale. E purtroppo, nonostante ogni sforzo, nessuno di quei corpi morti sarebbe stato nuovamente offerto all’abbraccio della morte, per il riposo eterno. Midda, apparentemente inarrestabile e implacabile, conosceva fin troppo bene i limiti del proprio fisico, della propria forza, della propria energia combattiva: se anche l’attacco frontale si era proposto quale unica possibilità di sopravvivenza nella trappola in cui era stata inviata in missione, tale tattica non avrebbe potuto offrire frutti sul lungo periodo. Il respiro, prima controllato e ritmico, aveva ormai iniziato ad apparire più intenso e irregolare, mentre il sudore era scivolato a rigare la chiara pelle, incollando ciocche di capelli ai bordi del volto, quasi a voler essere dimostrazione di quanto la donna, pur guerriero, era e sarebbe restata sempre umana, al contrario degli avversari che le si proponevano innanzi. «Scusatemi, belli… ma credo di aver bisogno di una pausa…» sussurrò. Lo sguardo di ghiaccio si mosse a spaziare oltre ai nemici offerti in un’amplia giravolta, venendo seguito immancabilmente da un eguale movimento della lama utile invero a crearle un istante di libertà di movimento: fu in simile frangente che ella vide, vicino a sé, poco sopra le teste di alcuni cadaveri, pendere dei rami di salice o di un albero a esso similare. Impossibile, infatti, essere certi della natura di ogni cosa in quel terreno nefasto, fosse anche una pianta. Ma, in quel momento, non era suo desiderio offrire un’analisi botanica di ciò che stava osservando: che esso fosse stato un salice o un pino o un’insalata gigante, sinceramente non le sarebbe importato. Per lei quella avrebbe comunque rappresentato una via di fuga. L’azione fu così rapida che sarebbe risultata troppo complessa da elaborare in tempo reale per un qualsiasi essere vivente, per quanto addestrato alla lotta, per quanto istintivamente predatorio: la lama attraversò l’aria in orizzontale, dividendo all’altezza del ventre due corpi di fronte a lei, allo scopo di offrirle, in tal modo, un “gradino” sul quale saltare con un forte slancio delle gambe. Solo il piede sinistro appoggiò per il tempo di un battito di ciglia su quei corpi mutilati e decadenti,

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mentre il destro già spingeva il suo peso oltre, verso le teste di altri zombie ammassati dietro ai primi e proprio sotto ai rami precedentemente individuati. E così, mentre un nuovo movimento della mancina vibrò nell’aria tagli controllati e perfetti contro gli avversari, la mano destra si richiuse in una morsa metallica attorno a quei rami flessibili, appendendosi a essi come a una corda offertale dal cielo oscuro di quella palude blasfema: ai fianchi, in tale contesto, fu lasciato il compito di slanciare il resto del corpo per permetterle di allontanarsi da quella bolgia infernale, sopra le teste di quella colonna putrefacente. Il piano della donna, per quanto semplice, era stato efficace e la guerriera, finalmente, poté riprendere respiro e rilassare i muscoli dolenti, sedendosi sopra a un ramo superiore di quell’albero: appoggiando la schiena contro il tronco, ella osservò tranquilla la marea di non morti ammassata ai piedi del medesimo, impossibilitati in conseguenza della loro scarsa mobilità a innalzarsi abbastanza da porla in pericolo. «Per lo meno non siete rumorosi… o a quest’ora mi avreste fatto venire un mal di testa con i fiocchi.» commentò, guardando in basso. Purtroppo per lei, però, l’obiettivo da raggiungere si concedeva ancora distante ed escludendo di poter volare, l’unica via sarebbe rimasta quella da cui era appena fuggita. Avrebbe dovuto tornare a lottare fra gli zombie. La palude di Grykoo si estendeva lungo il confine meridionale di Kofreya, lambendo i territori della penisola maggiore di Tranith: si narrava come un tempo, più lontano di quanto chiunque potesse avere memoria, quella zona non fosse il mortale acquitrino conosciuto da tutti e, al contrario, si presentasse come una placida zona lagunare, piena di vita e di colori. Impossibile comprendere se quelle che erano ormai leggende raccontassero il vero, soprattutto nell’osservare la desolazione attorno a Midda, e, ancor più di quello, impossibile dire se il mutamento avvenuto fosse stato conseguenza della natura, dell’intervento di qualche divinità o, semplicemente, dell’uomo. Certo era che, laddove un tempo forse si proponevano acque fresche e ricche di pesce all’interno delle quali i pescatori avrebbero potuto gettare con gioia le proprie reti e confidare sempre in un ritorno a casa fruttuoso, ora solo fango e morte risiedevano. Quello della palude era un ambiente dove neanche gli insetti o i roditori avrebbero potuto trovare accoglienza e dove la fine avrebbe potuto giungere anche senza bisogno di richiamare non morti o altre negromanzie: un passo errato in quel terreno insidioso, infatti, avrebbe

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potuto significare finire risucchiati all’interno di sabbie mobili da cui nessun mortale avrebbe potuto trovare scampo. La donna guerriero si impegnò a osservare attorno a sé con cura, scrutando ogni orizzonte e cercando di pianificare la migliore strategia da attuare nell’immediato futuro. In basso, ai piedi dell’albero su cui aveva trovato rifugio, l’esercito di non morti attendeva silente e immobile: i tentativi di raggiungerla erano ormai cessati, forse nella consapevolezza che comunque ella non avrebbe potuto restare lassù per sempre. A nord si trovava la via da cui ella era giunta e che avrebbe potuto riprendere solo a missione conclusa: il nero di desolazione e morte dominante nella palude sembrava rischiararsi in tale direzione, mostrando in lontananza alcuni barlumi di vita, oltre i limiti di quel territorio dannato. A est e a ovest il paesaggio offerto non era poi diverso: la palude sembrava non trovare fine, nonostante ella fosse conscia di come, da un lato, avrebbe potuto incontrare le montagne del confine con Y’Shalf mentre, dall’altro, avrebbe potuto spaziare nelle vaste pianure fra Kofreya e Tranith. Ma non verso ovest e non verso est la donna guerriero avrebbe dovuto dirigere i propri passi: non allo scopo di intraprendere tali direzioni ella era stata pagata, ma per volgere verso meridione. A sud la palude celava il proprio cuore più tenebroso, in cui solo gli adepti del santuario osavano spingersi, certi di ritrovare in esso protezione e accoglienza dove chiunque altro avrebbe ottenuto morte e disperazione, e proprio in tale direzione era il tempio che ella doveva raggiungere e depredare. Midda osservò con sguardo serio e calcolatore il percorso propostole innanzi: inutile notare come proprio in tale verso l’esercito di non morti si concedeva più compatto e pericoloso, non lasciando apparire alcun margine di salvezza. Secondo le informazioni che le erano state offerte insieme all’incarico, la sua meta era situata a non meno di due miglia dalla sua attuale posizione: pensare di riuscire a percorrere due miglia ritrovandosi circondata da zombie, e sopravvivere a essi, sarebbe stata un’idea che solo un folle avrebbe avuto ed ella era tutto ma non folle. La forza di un guerriero, quale era, non risiedeva nell’ignorare i propri umani limiti ma nel riconoscerli, nel saperli valutare così bene da poter prendere sempre la decisione utile a non essere uccisa: ella non temeva la morte, ma non aveva desiderio di raggiungerla senza prima aver vissuto ogni singolo giorno che sarebbe riuscita a guadagnarsi con la propria volontà. Non potendo intraprendere la via più ovvia, qualsiasi altra strada, per quanto assurda, sarebbe dovuta essere presa in esame. Lo sguardo della donna, pertanto, si portò a osservare gli alberi presenti nella palude: non erano molti in quella zona esterna, tutti similari a quello su cui aveva

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trovato rifugio. Guardando verso sud, il primo albero che riuscì a identificare attraverso la foschia e l’oscurità si posizionava a non meno di duecento piedi: duecento piedi attraverso la folla di non morti erano fattibili, ma se avesse trovato qualche altra soluzione al fine di evitare quella possibilità non ne avrebbe avuto dispiacere. Non aveva idea di cos’altro l’avrebbe attesa dopo quel primo fronte di pericolo e non poteva permettersi di giungere al santuario priva di energie. Improvvisamente un’idea estremamente rischiosa e di non facile attuazione le venne in mente e, per quanto azzardata, le sembrò essere la soluzione migliore. La donna, ormai riposata dall’impegno posto nella precedente lotta, iniziò a inspirare ed espirare in maniera ritmica e controllata, per prepararsi a ciò che stava per compiere, per riportare il proprio cuore al giusto battito in vista dello sforzo che l’avrebbe coinvolta. Con un gesto immediato e imprevedibile, che trovò impreparata la folla sotto di sé, ella saltò dal ramo su cui aveva raggiunto rifugio e appoggiò i piedi sulle teste di due zombie: il suo peso e la debolezza di quelle carni non permisero all’instabile sostegno di sorreggerla a lungo, crollando nel tempo di un battito di ciglia. Ma in quel brevissimo frangente ella era già passata oltre, muovendosi leggera e agile, quasi come una farfalla, verso altri due sostegni similari, e altri due a seguire, in una sfrenata e ardita corsa sopra la marea di non morti, troppo lenti e troppo stupiti, in conseguenza di un comportamento oltre a ogni loro aspettativa, per poter reagire in maniera adeguata a fermarla. Con la spada in pugno e il peso rivolto in avanti, Midda sembrò volare come il vento sopra agli avversari, mantenendo il controllo assoluto su ogni membro del proprio corpo, sul respiro, sul cuore. Una corsa perfetta, costante, rapida, che la condusse fino all’albero che aveva localizzato e scelto quale proprio traguardo. Ma un istante prima di saltare sul ramo più basso a sua disposizione, per trovare un nuovo rifugio, ella si accorse della presenza di un altro albero, a una distanza non maggiore di quella appena percorsa… «Rischiare o non rischiare?» sussurrò fra sé, passando con lo sguardo fra l’obiettivo più vicino e quello più distante, cercando di trovare una risposta al proprio dubbio. Simile indecisione, però, le costò più caro di quanto non avesse preso in considerazione: il piede destro si pose in fallo su un cranio già segnato dalla rovina del tempo, portandola a scivolare nell’oceano di putrefazione dal quale aveva cercato fuga.

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Sean MacMalcom «Per Thyres…» imprecò, contro se stessa.

Midda, pagando aspramente la distrazione di un attimo, cadde sopra ai non morti, fra gli zombie, ritrovandosi in un istante sommersa dai propri avversari. I corpi sui quali rovinò si frantumarono nella loro decadenza e le acque melmose della palude cercarono subito di avere la meglio su lei, la quale, senza perdere la calma a seguito di quel madornale errore, ritornò rapidamente padrona di sé. Falciando con la spada tutti gli avversari che, in modo rapace, cercarono di imporsi su di lei, contemporaneamente fece leva con il braccio metallico al fine di rialzarsi. «Va bene… va bene… sono caduta.» commentò, sputando quell’acqua infetta con disgusto «Ma farmelo tutti notare in questo modo non è carino…» Ritrovata la posizione eretta, con la mano destra gettò via un braccio putrefatto e mutilato, ancora in movimento, che cercava di squartarle il ventre, mentre con la mancina mosse la lama della sua spada a colpire di piatto una testa aggrappata con i denti alle sue gambe. Non perdonandosi per la distrazione avuta, ricominciò con freddezza e costanza a lottare contro i non morti, cercando di mantenere la posizione di dominanza su di essi come era avvenuto nella prima parte di quella battaglia. Ma, forse in conseguenza di quella caduta o, più probabilmente, a seguito del suo avanzamento verso il santuario, il numero dei non morti sembrò essersi decuplicato rispetto all’inizio, offrendosi sempre più compatti attorno a lei. Dove prima avrebbe anche potuto spingere il proprio sguardo oltre all’avversario che stava fronteggiando, ora il gruppo si poneva quale un vero e proprio muro, a bloccarle il passo e a cercare di soffocarla in una prigione di carne in decomposizione. Midda, capace di tenere testa ai più grandi guerrieri del suo tempo, in grado di piegare sotto i propri colpi legioni di soldati, si trovò pertanto a essere intrappolata in quella situazione. Se, infatti, un nemico riusciva a essere abbattuto dall’abilità della donna, simile successo non le concedeva alcuna possibilità di avanzare, alcun guadagno in termini di spazio là dove, immediatamente, al suo posto ne subentrava un altro. Uno stallo, quello in cui si ritrovava a essere posta, che non avrebbe mai potuto vederla vittoriosa e che presto l’avrebbe probabilmente condannata alla sconfitta, quando il suo corpo non avrebbe più offerto forza ai colpi che insistentemente menava attorno a sé.

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«Il doppio della ricompensa.» sbottò a denti stretti, senza interrompere il movimento continuo della spada «Questa volta me la merito… e se quel figlio d’un cane non me la concederà lo manderò a farvi compagnia.» aggiunse, come a confidarsi con i suoi silenti avversari. Purtroppo per lei, le gambe dovettero iniziare a muoversi in direzione opposta a quella che avrebbe gradito, retrocedendo sotto l’impeto di quella violenza: solo pochi pollici, ma pochi pollici che ne richiamarono presto altri, in una sconfitta che ormai invocava il suo nome a forza. Iniziando a sentire la rabbia crescere in sé per quella posizione di inferiorità a cui non era abituata, ella ruggì con tutta la propria forza, come a cercare di distruggere i nemici con la propria stessa voce: in quel grido di battaglia, puntò i piedi nella melma fangosa della palude, prima di piegarsi in avanti e scattare con una mossa decisa. Era certa che quello non sarebbe stato il giorno della sua sconfitta, ma se così fosse stato, ella sarebbe morta come era vissuta: da guerriero. Sotto il ritrovato vigore dei colpi della donna, gli zombie caddero senza potersi opporre, aprendo una breccia in quel muro di carne putrefatta. Notando la possibilità di fuga, Midda gridò nuovamente, cercando di trarre forza dalla rabbia espressa in quel gesto primordiale, impugnando l’arma ora a due mani e falciando senza più alcuna tecnica i propri avversari: non poteva permettersi di metterli fuori combattimento uno alla volta, non poteva concedersi di cercare una vittoria assoluta sui propri nemici come era solita fare. Poteva… doveva invece aprirsi la strada a colpi di spada, come in una selva, quasi si trovasse a essere nel fitto di una foresta, correndo fra di essi nel tentativo di guadagnarsi il diritto a nuova aria, a spazi aperti. I corpi mutilati, ma tutt’altro che inermi, cadevano in conseguenza dei colpi della spada, mentre i suoi piedi, ora con passo deciso, calpestavano quelle carni morte che ancora si muovevano a cercare di afferrarla. La maestra d’armi che ella era, aveva così lasciato spazio a un combattimento più istintivo, più barbaro, ma forse più efficace nello scopo che si era prefissa di raggiungere. Avanzare in quel modo le richiedeva indubbiamente minore attenzione, minore concentrazione, ma ciò si concedeva come compensato da un maggiore sforzo fisico, un maggiore impiego di energie che ella non avrebbe potuto offrire in eterno e che, anzi, avrebbe visto prosciugate in tempi più rapidi le sue forze. Ma il fato, una volta tanto, sembrò arriderle, mostrandole la fine di quell’incubo: a pochi passi di distanza, al limite del suo sguardo, la marea di non morti sembrò terminare di colpo, offrendo un’amplia radura finalmente libera, finalmente priva di zombie.

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La donna guerriero chiamò a sé le proprie forze per non cedere in quel momento, per non lasciarsi andare all’oblio a un passo dalla salvezza: i corpi dei suoi avversari, straziati dai colpi di spada che imponeva su essi e dalla loro stessa decadenza, continuavano a soccombere sotto la mannaia che ormai ella sembrava sorreggere nelle proprie mani, fino a quando non raggiunse la libertà, la salvezza non scontata. La salvezza rappresentata da un imprevista apertura nel terreno: un largo dirupo che si concesse oscuro e ignoto di fronte a lei. «Ehy… non si era parlato di precipizi.» protestò, voltandosi di colpo. Le informazioni che ella aveva raccolto in merito alla palude erano assolutamente incomplete, dove per ovvie ragioni non esisteva una cartografia precisa del luogo: tutto ciò si era sicuramente proposto a sfavore di quella missione, un’incognita che, prima, aveva fatto apparire invero la sfida ancora più interessante ma che, ora, sembrava voler porre in dubbio la sopravvivenza stessa della donna. Midda osservò con la coda dell’occhio il baratro aperto alle proprie spalle: era troppo largo per sperare di saltarlo, ma esso rappresentava l’unica via disponibile, laddove gli zombie, approfittando di quel momento, erano tornati a chiudersi compatti in fronte e lateralmente a lei, soffocandola in una morsa letale «O la va… o mi spacco.» commentò, in un sorriso amaro, prima di saltare con una capriola rovesciata verso quell’oscuro destino.

l tempo parve fermarsi nell’istante in cui il corpo della donna si ritrovò a vibrare in aria. Flettendo o, alternativamente, tendendo ogni muscolo, ella tentò di ricondursi a una posizione nuovamente verticale, piegandosi successivamente in avanti, posizionandosi simile a un felino nella speranza di attutire l’impatto e sopravvivere a quell’insano salto, a quella decisione che avrebbe potuto costarle la vita o avrebbe, peggio, potuto renderla inerme di fronte agli orrori di quel terreno maledetto. L’oscurità del baratro parve accoglierla in un abbraccio protettivo più che offensivo: se fuori da ogni dubbio era l’assunto per cui ella non aveva idea di ciò che avrebbe potuto attenderla al termine di quel volo, al

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contempo si proponeva pur vero come ella avesse piena coscienza di ciò da cui era fuggita. Il destino imprevedibile contro una fine certa. Pochi attimi, o forse un’eternità, dopo il salto, la donna guerriero si concedeva ancora in piena caduta, reggendo salda nella mancina la spada e tendendo in avanti la destra, mentre tentava di aguzzare la vista nella ricerca, ora fredda e calcolata, di qualche indizio all’interno di quel budello tenebroso. Ma nonostante tutti gli sforzi per poter anche solo intuire l’ambiente attorno a sé, ella non ebbe modo di accorgersi della fine della propria caduta se non al momento dell’impatto. I piedi e la mano destra affondarono violentemente in una melma calda e viscosa, attutendo il colpo e permettendole, anche grazie alla posizione assunta, di non rompersi nessun osso, pur accusando un deciso dolore agli arti inferiori e alla schiena. L’improvvisa collisione, poi, le fece sbalzare la spada di mano, lasciandola così momentaneamente disarmata oltre che leggermente frastornata. «Thyres…» commentò a denti stretti, ringraziando intimamente il proprio braccio destro per essere sempre una risorsa verso cui poter fare affidamento. Riaprendo gli occhi, chiusi istintivamente al momento dell’impatto al suolo, Midda cercò di distinguere qualche forma attorno a sé, ma l’oscurità di quella voragine si propose totale e il cielo, già grigio, sopra di lei si mostrò quale una linea decisamente distante, troppo lontana per offrirle anche solo una vaga speranza di semplice penombra. In una situazione simile, dopo aver ringraziato il fato di essere ancora viva e di avere la possibilità di combattere un altro giorno, la prima esigenza della donna fu quella di recuperare la spada: privata della propria arma, ella si sentiva come mutilata, rischiando in ciò di essere troppo esposta ai pericoli che la palude non avrebbe mancato di proporle innanzi. La melma in cui era affondata conservava un’innaturale calore e una strana viscosità, proponendosi molto diversa dal fango in cui fino a poco prima la donna aveva immerso i propri piedi: ciò nonostante, ella cercò di non lasciarsi suggestionare dai propri sensi, consapevole che se essere sopravvissuta agli zombie non l’aveva comunque posta al sicuro, farsi dominare da un’eccessiva prudenza l’avrebbe negativamente immobilizzata. Melma o non melma, ella avrebbe dovuto procedere: pertanto, con movimenti controllati e affilando l’udito, unico senso su cui avrebbe potuto fare affidamento in quella situazione, ella iniziò a muovere le mani nella sostanza in cui si era trovata immersa, alla ricerca della

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propria arma, impegnandosi per non produrre eccessivo rumore allo scopo di non attirare inutilmente pericoli su di sé. Quando Midda sentì la propria gamba destra essere sfiorata da qualcosa all’interno della melma, sferrò con prontezza un colpo con il pugno metallico, offesa che però andò a smorzarsi nel nulla di quella materia viscosa. Dimentica in quel momento di ogni cosa, anche della propria spada, in favore della necessaria sopravvivenza, la donna guerriero si posizionò in una stretta guardia: non era sola, non aveva neanche supposto di poterlo essere, in realtà, ma quel contatto sfiorato aveva dissipato ogni speranza di superare quel nuovo ostacolo senza eccessivi problemi. Mantenendo la destra in una posizione più raccolta rispetto alla mancina, la donna piantò saldamente le gambe nel terreno e sembrò quasi arrestare anche il proprio respiro per riuscire a spingere le proprie percezioni sensoriali oltre al consueto limite. Una leggera vibrazione nella quiete della melma la mise in guardia nei confronti di un pericolo alle proprie spalle ed ella fu abbastanza rapida e scattante da rigirarsi e sferrare un nuovo colpo con il pugno destro, l’unica arma che ora aveva a disposizione. Questa volta, il metallo non si smorzò nella sostanza viscida ma andò a schiantarsi con decisione su una superficie più consistente: fu in conseguenza di quell’impatto che la donna guerriero dovette ricredersi su ogni considerazione in merito a quella palude immonda. Il pugno, infatti, colpendo un’area evidentemente organica, generò una profonda ferita nella medesima e da essa una sostanza simile a sangue fluorescente si riversò all’esterno, sul terreno e sul suo braccio, colpevole di quella violenza. In quella fluorescenza improvvisa, che per un istante abbagliò lo sguardo della donna, ormai abituato all’oscurità, quel budello tenebroso rivelò un mondo prima impensabile all’interno della palude di Grykoo. La melma, in cui ella affondava i piedi in quel momento, non era fango, ma una sorta di bava riversata sul terreno da dozzine e dozzine di larve mollicce, di dimensioni variabili da quelle di un grosso ratto a quelle di una piccola pecora: le larve, muovendosi lente nei loro stessi fluidi corporei, ricoprivano tutto il suolo fin dove il suo sguardo era capace di spingersi. Ma tali creature non erano le sole ad abitare quell’anfratto: lungo le pareti, parzialmente immerse nella bava, erano dei bachi enormi, di dimensioni mostruose, la cui vista fece increspare la pelle della donna guerriero al pensiero di cosa sarebbe potuto uscire da essi. Quell’immagine mentale la portò a cercare rapidamente altre informazioni attorno a sé, alla ricerca raccapricciata dei “genitori” di quelle creature orride, nella semioscurità concessa dalla linfa fluorescente della larva che

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il suo pugno aveva violentemente ucciso. Lo sguardo percorse ogni pollice di ciò che le fu concesso vedere, ritrovando anche la posizione della sua lama e individuando molti cunicoli scavati lungo le pareti di quel baratro: gallerie sotterranee sicuramente perfette quali accoglienti rifugi per le creature che la circondavano, raggiunto il secondo stadio della loro esistenza. Forse, o almeno così ella sperava, in quel momento tali esseri stavano riposando e solo simile eventualità le avrebbe concessa salva la vita: non avrebbe mai avuto problemi ad affrontare uomini, vivi o morti, ma doversi confrontare con fenomeni simili laddove era il loro terreno, la loro casa, sarebbe equivalso probabilmente a un suicidio. Recuperando di colpo ogni energia, Midda percorse rapida e leggera una tortuosa via attraverso le larve già in agitazione per la morte di una di loro, al fine di riappropriarsi al volo della spada e poi gettarsi contro la parete più vicina alla sua posizione e meno ricca di cavità potenzialmente abitate. Senza spendere un solo istante a domandarsi se quella fosse la parete che l’avrebbe portata verso il santuario o, al contrario, quella che l’avrebbe riconsegnata all’abbraccio dei non morti, ella iniziò ad arrampicarsi veloce e silenziosa, penetrando con le mani e con i piedi nel terreno molle della palude per crearsi punti d’appoggio. Zombie o no, l’importante in quel momento sarebbe stato lasciare l’incubo in qui era precipitata. L’ascesa della donna dalle oscurità del precipizio non fu semplice: il terreno della palude non offrì appigli stabili e, più di una volta, ella si ritrovò a scivolare per diversi piedi solo a causa di uno smottamento improvviso. Se fosse stato un muro di roccia, per quanto liscio, esso avrebbe comunque offerto degli appigli stabili, dei punti su cui fare leva senza timori: così, invece, ogni passo verso la superficie si proponeva a rischio. E la profondità di quel budello, che già in discesa era apparsa spropositata, in risalita non sembrò essere da meno. Le mani della donna guerriero affondavano in maniera incerta nella terra, cercando di compattarla, di renderla più stabile prima di ogni movimento: il timore ancestrale, che l’aveva spronata a quella scalata senza porsi troppe domande, stava ormai svanendo nel mentre in cui ella si allontanava da quelle creature immonde e, con la scomparsa di esso, molti furono i dubbi che iniziarono a porsi alla sua attenzione, molti i rimproveri per il modo in cui aveva gestito quella serie di situazioni. Gli zombie, prima, le larve, poi, l’avevano spinta a gesti più estremi di quanto non sarebbe stato necessario: quel genere di comportamento non le era comunemente proprio e di questo non si sarebbe perdonata.

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«Sembro una recluta dell’esercito di Kofreya alla sua prima missione…» si rimproverò sottovoce, proseguendo nell’improba scalata «Sapevo bene che non sarebbe stato semplice uscire viva di qui e ho accettato. Basta con i colpi di testa.» Le punte dei piedi cercarono di trovare appoggio nelle medesime fenditure marcate dalle mani, là dove la terra era stata compattata dal suo passaggio e dove sapeva che il peso del suo corpo sarebbe stato sopportato. Un piede dopo l’altro, una mano dopo l’altra, la scalata proseguì senza offrirle possibilità di riposo: restare ferma per troppo in un punto avrebbe aumentato il rischio di perdere la presa e di precipitare nuovamente sul fondo del crepaccio. Il metallo del suo braccio destro si stava concedendo ancora risplendente a causa del “sangue” fluorescente fuoriuscito dalla larva colpita, offrendo in quella leggera luminosità quanto necessario a Midda per riuscire ad avere percezione visiva sul proprio avanzamento e sul mondo attorno a sé. Il precipizio, nel quale tanto scioccamente aveva deciso di cercare la fuga dai non morti, era largo non più di trenta piedi, probabilmente profondo non meno di cento e di chiara origine non geologica: l’ipotesi più probabile sembrava essere quella di un intervento umano o, forse, animale. L’intervento umano avrebbe, in effetti, ritrovato il suolo scavato in maniera totalmente diversa, più regolare sotto certi punti di vista e più innaturale sotto altri: al contrario, la terra ancora morbida, la conformazione quasi naturale del budello, nonché la presenza di tutti i cunicoli che si diramavano in mille direzioni nel terreno, lasciavano intendere in modo sufficientemente chiaro come le artefici di tutto, probabilmente, fossero le stesse creature che ne popolavano il fondo. L’idea di una tana, di un nido, sembrava quindi essere la più attendibile e le dimensioni di quello scavo non avrebbero permesso di supporre nulla di positivo in merito agli ipotetici abitanti: probabilmente un gruppo di accademici, di quei studiosi che affollavano le capitali dei principali regni e di cui la maggior parte dei sovrani sembrava amare circondarsi come segno della propria “illuminata” civiltà, avrebbe trovato interesse in tutto quello che ora, per lei, rappresentava solo un ostacolo e un pericolo. Ancora una volta, però, ogni deduzione di Midda fu messa in dubbio nel momento in cui un nuovo elemento si pose di fronte al suo cammino: improvvisamente, infatti, il metallo della mano destra risuonò vivo nell’impatto inatteso con una roccia… e non una roccia qualsiasi. Alzando lo sguardo, infatti, la donna poté osservare alla luce fioca della propria fluorescente “torcia” la presenza di un’amplia porta in pietra

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posta poco sopra alla posizione raggiunta. Le pietre, marmi bianchi e travertini, si proponevano lavorate con cura, squadrate dall’azione sapiente dei migliori artigiani e decorate, una a una, da intarsi ricchi di decorazioni e intrecci: disposte in maniera precisa, delimitavano una porta dalla volta arrotondata con due colonne scolpite lungo i lati verticali, tipica di alcune vecchie tradizioni architettoniche kofreyote e tranithe. Le decorazioni, non segnate dal tempo nonostante quella soglia fosse sicuramente lì da epoche remote, mostravano i visi di oscure divinità nella volta e rappresentazioni di empi sacrifici nella base, esattamente dove la donna guerriero era giunta e stava ora guardando. Nel preciso lavoro della pietra centrale del basamento, proprio di fronte al suo sguardo, era rappresentato l’interno di un tempio, di un santuario, con un altare nella sua zona centrale, sotto un’ampia cupola a base poligonale. Attorno all’altare era una moltitudine di uomini, in assorta contemplazione, mentre sull’ara appariva legata una vittima sacrificale, forse femminile, sulla quale si stagliava la figura di un monaco armato di una lunga falce. Dietro all’officiante di quell’oscuro rito, poi, era una grande figura oscura, volutamente non delineata dall’artista, che all’attenzione di Midda parve quasi sorridere. L’opera dell’autore, colui che aveva raffigurato la mortale scena nella roccia, si proponeva con tale perfezione che, osservandola con attenzione, si sarebbe potuto avere l’impressione di vedere i personaggi inanimati prendere vita e azione: fissandola, essa non appariva più come un semplice bassorilievo, ma come una visione su un passato remoto, un momento impresso per sempre nella roccia e al contempo mai concluso, forse ancora in atto. La donna guerriero, turbata dalle emozioni offerte da quell’incisione, si riprese improvvisamente dalla trance in cui era precipitata osservando tale scena e, portando anche la sinistra a contatto con il bordo del gradino di roccia, fece leva per issarsi fino a quella soglia oscura. Senza prendere fiato dal lungo sforzo compiuto nella scalata, ella si pose immediatamente in piedi, sfoderando di nuovo la spada, prima a riposo sul fianco destro, nell’assumere una posizione di guardia. Sfruttando la luminescenza del braccio libero, ormai sempre minore a causa del parziale essiccamento della linfa fluorescente, cercò di scrutare avanti a sé, nel tunnel che le era offerto oltre la porta, per valutare la nuova via così proposta. Secondo una prima valutazione, il percorso in ascesa compiuto l’aveva condotta appena a metà della risalita totale: avrebbe potuto, quindi, ignorare quella via e proseguire oltre. O, altrimenti, avrebbe potuto imboccare quel percorso in pietra, solido e amplio, nella speranza che esso

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la potesse condurre a qualche destinazione, se non addirittura alla meta della sua missione: il santuario. «Due volte e mezzo la ricompensa pattuita.» stabilì sottovoce, iniziando a camminare all’interno del corridoio, diretta verso l’ignoto.

a luminescenza, offerta dal sangue della larva uccisa, svanì nel tempo necessario a tale linfa per perdere la propria consistenza liquida, essiccandosi sul metallo del braccio destro di Midda. E in quel lento ma inesorabile processo, il mondo attorno alla donna si fece sempre più oscuro all’interno del corridoio intrapreso. Fortunatamente per lei, quella via non sembrava offrire particolari insidie. La struttura si concesse solida e compatta, realizzata pietra su pietra a formare non solo il pavimento sotto i suoi piedi, ma anche le pareti ai lati e il soffitto arrotondato sopra il capo: un percorso il quale, al di là della consapevolezza in merito alla sua localizzazione nel cuore della palude, non sarebbe apparso distante da un qualsiasi passaggio in una qualunque fortezza di nobili proprietari. A differenza di quanto presente nell’ingresso, ormai distante alle sue spalle, le pietre dell’andito, sempre in travertino e marmo bianco, non presentavano bassorilievi di sorta, fatta eccezione per due sequenze continue di decorazioni agli angoli bassi delle pareti, probabilmente limitate unicamente dall’estensione fisica di quel passaggio: tali incisioni, nel dettaglio, mostravano un intreccio senza interruzioni di sette diverse componenti, precisamente individuabili da un particolare aspetto che proponeva ogni elemento riconoscibile da una propria caratterizzazione. Anche in quel caso, come già all’ingresso, il lavoro concesso al fine di realizzare un simile operato, per quanto relegato a semplice decorazione, non avrebbe dovuto essere stato assolutamente banale. La donna guerriero, per un breve periodo, aveva provato a seguire con lo sguardo quei continui intrecci, nella speranza di comprendere un eventuale messaggio celato in essi: ma l’intrico appariva costante e perpetuo, non concedendo indicazioni di sorta almeno a un’analisi superficiale come quella offerta in tale frangente, nella rapidità di quello studio. A causa dell’oscurità crescente e del desiderio di restare all’erta per eventuali pericoli, ella non prestò ulteriore attenzione a simili dettagli, proseguendo con decisione nel proprio cammino.

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Sfortunatamente, però, il corridoio si rivelò presto essere parte di un complesso viluppo. Se al primo bivio ella non si pose dubbi sulla direzione da intraprendere, proseguendo nella via che le si parò di fronte e ignorando ogni diramazione, al successivo comprese che la situazione avrebbe potuto rapidamente degenerare in un dedalo e farla irrimediabilmente perdere nei meandri di quel sotterraneo. Se, oltre a quella spiacevole condizione, si fosse considerata l’autonomia visiva limitata, che presto l’avrebbe lasciata vittima dell’oscurità totale, chiara si poneva l’esigenza di intervenire in maniera ponderata. Già in passato si era ritrovata all’interno di un labirinto e aveva appreso la tecnica utile a uscirne: ciò nonostante, ella non riusciva a considerare saggio pensare di addentrarsi nel buio totale in un inesplorato dedalo sotterraneo, con la tutt’altro che remota possibilità di incorrere in qualche diabolica trappola, confidando solo e unicamente nel contatto perpetuo con una parete di riferimento. Sollevando la spada, quindi, scelse di incidere profondamente la roccia liscia sul lato sinistro della via da cui era giunta, prima di proseguire oltre al bivio: in quel modo, anche qualora si fosse ritrovata in balia delle tenebre, avrebbe potuto orientarsi in maniera inequivocabile e ritornare all’ingresso, al baratro delle larve giganti. Nelle tenebre ormai quasi completamente dominanti, la donna guerriero proseguì pertanto all’interno della via sotterranea, procedendo ora nel mantenere la mano destra, e la spada sorretta nella sinistra, a contatto con le due pareti, allo scopo di avere possibilità di rilevare la presenza di eventuali diramazioni. A ogni crocevia, poi, ella replicò quanto già compiuto al secondo incrocio, marcando la direzione da cui era giunta e scegliendo di proseguire, comunque, sempre nel percorso innanzi a sé. Una parte di lei era certa di essere rivolta proprio verso il santuario celato nel cuore della palude e che quel corridoio sotterraneo non avrebbe riservato insidie quanto, piuttosto, un passaggio sicuro verso la meta prefissa. La ragione per cui, poi, tale percorso conducesse al budello da cui ella era evasa non riusciva a esserle chiara o, forse, non desiderava esserle chiara: il ricordo di quei bruchi e delle loro pupe, invero, le accapponava ancora la pelle lungo la schiena e per tale ragione preferiva evitare di soffermarsi troppo su simili pensieri. Camminare a lungo in un labirinto, immersi nelle tenebre, si propose quale un’esperienza che avrebbe potuto far perdere a chiunque il senno, soprattutto nella consapevolezza del luogo maledetto in cui ci si trovava a essere in quel momento. Nella terra entro cui arditamente, o forse incoscientemente, ella proseguiva il proprio cammino, erano periti valenti guerrieri, di ogni regno, di ogni epoca: nessuno, al di fuori degli adepti ai riti oscuri che lì si compivano, era mai entrato nella palude di Grykoo

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facendone poi ritorno; nessuno era sopravvissuto a quel suolo blasfemo per poterne portare testimonianza. Per tale ragione, nel proseguire ormai d’istinto in quell’esplorazione, una vecchia ballata riaffiorò dai ricordi della donna, quasi a volerle tenere compagnia nel tragitto mortale. Ferse nella notte lesto andava, nel petto tremante mesto portava: un sentimento da tempo cercato, che il suo cuore aveva negato. Quando Morte in vita lo guardava, un uomo morto in egli trovava: non nell’amore aveva sperato, non il riposo avea conquistato. Ferse nella notte lesto andava, nel petto tremante mesto portava: un male che l’aveva ammazzato, nella fossa lo aveva gettato. Quella storia il becchino cantava, della triste fine d’egli narrava: se la pace l'aveva ignorato, l’uomo restava non dimenticato. Ferse nella notte lesto andava, nel petto tremante mesto portava: un infelice e meschino fato, che a vendetta lo avea legato. Quando al fin... Ma le parole di quella canzone, insieme alla ricordo della vendetta di Ferse, soffocarono nella sua mente nel momento in cui ella scorse una luce in lontananza: era infine giunta a destinazione, ovunque quel tunnel l’avesse effettivamente condotta. Con la gola riarsa dalla sete, tanto a causa della fatica quanto in conseguenza delle immonde acque che aveva a suo malanimo assaporato in quella palude, Midda cercò di ritrovare le proprie forze e la propria concentrazione nell’avvicinarsi alla fonte di luce in fondo al sotterraneo corridoio in pietra che stava percorrendo.

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Rinfoderando la spada, portò le mani a sistemarsi i capelli dietro alle orecchie: fatto questo, ella iniziò a muovere il capo prima verso destra e poi verso sinistra, allo scopo di sciogliere i muscoli tesi in movimenti delicati ma continui che la videro giungere a roteare completamente la testa e il collo con essa. Concludendo in tal senso, si dedicò alle spalle e alle braccia, stimolando, prima, le giunture fra omero, scapola e clavicola e tendendo, poi, il tricipite nel trarre contro un braccio il gomito di quello opposto. Successivamente pose le proprie attenzioni all’avambraccio e al polso sinistro, e ancora ai muscoli addominali e alla schiena: in simili gesti ella giunse a far scricchiolare l’intera colonna vertebrale, ricavandone, in conseguenza, una decisa sensazione di piacere. A concludere quella preparazione, infine, offrì il proprio interesse alla parte bassa del corpo: vita, glutei, gambe, ginocchia, caviglie. Il tutto non le richiese eccessiva perdita di tempo, ma come sempre la ritemprò fisicamente e, ancor più, mentalmente, conducendola a una condizione utile ad affrontare qualsiasi prova le sarebbe ulteriormente stata richiesta. Quell’esercizio fisico, a cui si dedicava puntualmente prima di iniziare o proseguire nelle proprie disavventure, era diventato con il tempo un vero e proprio rituale dal quale era in grado di trarre paradossalmente maggiore riposo e ristoro di quanto non le avrebbe permesso un breve periodo di sonno. Molti guerrieri, al contrario, preferivano concedersi anche solo una minima occasione di sopore, ma ella riteneva tale pratica negativa laddove non sarebbe riuscita a donarle un reale riposo e, peggio, l’avrebbe lasciava proseguire in uno spiacevole stato di torpore: con tale tecnica, con quel suo “rito”, invece, era in grado di ristorare il corpo e la mente senza per questo ritrovarsi a essere indolente di fronte a nuove prove, a nuovi pericoli. Conclusi i preparativi e ripulito il metallo del suo braccio destro dalla terra, dal fango e dalla sporcizia che lo avrebbero potuto ostacolare ponendosi nelle giunture e rendendo i suoi movimenti troppo legati, la donna guerriero sfoderò di nuovo la spada e riprese ad avanzare verso la luce, pronta a guardare di nuovo in faccia il proprio destino e a combattere contro di esso fino allo stremo delle forze.

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iabituati gli occhi chiari alla presenza della luce, Midda avanzò con discrezione e decisione nel corridoio, accostandosi fino all’apertura. Oltre alla medesima, una porta in pietra non dissimile da quella che l’aveva condotta dal budello al

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corridoio, le si offrì la visione di un’amplia grotta sotterranea, una conformazione naturale di origine calcarea che si estendeva in ampiezza per una cinquantina di piedi e in lunghezza per un centinaio, prima di curvare verso sinistra e non permetterle, in tal modo, di spingersi oltre con lo sguardo. La grotta apparve illuminata dalla presenza di due file di torce, disposte lungo i lati della medesima: tali fiaccole creavano un bagliore incerto ma costante, raggi di luce che andavano a infrangersi contro ogni forma generando danze di inquietanti ombre. L’inquietudine di quelle ombre, in realtà, non nasceva tanto dal chiaroscuro, quanto dalle figure che lo generavano: un’infinità incalcolabile di ossa sbiancate, le quali riempivano quasi integralmente la superficie visibile della grotta ammassandosi in maniera scomposta sul fondo della stessa. Ossa umane che di umano avevano ormai solo la forma, dove tutto ciò che un tempo erano state si proponeva perso, dimenticato nelle carni non più presenti. Quella visione lasciò interdetta la donna guerriero, nel dubbio di quale insana fede potesse aver generato un simile mattatoio. Abituata alla morte in ogni suo aspetto, anche in quelli più sgradevoli, non vi furono timori alla vista di quell’orrido spettacolo: solo domande, questioni che, sperava, non avrebbero mai trovato risposta. Non scorgendo alcun apparente pericolo, ella oltrepassò la soglia senza soffermarsi a offrirle alcuno sguardo come invece si era concessa alla prima, nel desiderio di non lasciarsi distrarre inutilmente. Ciò che aveva generato un simile cimitero avrebbe potuto giungere da un momento all’altro ed ella non desiderava permettere alle proprie ossa di aggiungersi a quella macabra collezione. Procedendo al centro della grotta, posizione nella quale sicuramente si sarebbe maggiormente esposta a eventuali pericoli, ma dalla quale avrebbe potuto dominare comodamente la situazione, Midda avanzò con passo fermo e posizione di guardia attraverso quel reliquiario, cercando di smuovere il meno possibile le ossa, nonostante fosse quasi impossibile avanzare senza calpestarle in conseguenza della loro moltitudine. Lo sguardo che attento rimbalzava da un lato all’altro del vasto spazio di fronte a lei, non poteva evitare di offrirle sovente ragione di deconcentrazione, nel soffermarsi su quei resti umani per osservare l’assoluta pulizia di quelle ossa, una nitidezza la quale non avrebbe potuto derivare da un naturale processo di decomposizione: un cadavere, putrefacendosi, avrebbe lasciato frammenti della propria essenza sullo scheletro, si sarebbe forse anche parzialmente mummificato, conservando in tal modo una minima parvenza di quella che in tempo era stata la sua vita. Ossa tanto pulite, perfette nella loro purezza, non avrebbero potuto evitare il pensiero dell’azione di qualche necrofago.

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Raggiunta la svolta in fondo alla grotta, la donna guerriero si rese conto della reale vastità di quei sotterranei e, in conseguenza, dell’effettiva portata di quell’orrore. La grotta non terminava, infatti, nel punto da lei raggiunto, ma proseguiva ben oltre, per almeno un altro centinaio di piedi prima di assottigliarsi in uno stretto passaggio. Oltre tale cunicolo, tanto breve quanto ridotto rispetto all’ampiezza della caverna, si riusciva a intuire la presenza di un nuovo antro e nulla concedeva di ipotizzare che lo spettacolo, là offerto, sarebbe apparso diverso da quello in cui ella era già immersa. All’attento sguardo non sfuggì, poi, una nuova soglia non dissimile da quella che aveva pocanzi attraversato, posizionata sulla parete a destra e sempre realizzata in marmo bianco e travertino, ancora presentante dei dettagliati bassorilievi su cui ella non osò indugiare con la propria curiosità. Non vi era bisogno di particolari doti intuitive per supporre come simile varco altro non fosse che l’estremità di un nuovo oscuro corridoio scavato nel cuore della palude, non diverso da quello che aveva percorso. Accelerando il passo verso il passaggio naturale individuato fra la grotta in cui si trovava e la successiva, Midda iniziò a intuire la funzione del dedalo di corridoi che aveva percorso e, soprattutto, delle caverne che stava attraversando. E ammettendo che simile intuizione fosse stata corretta, ella non avrebbe avuto alcun desiderio di permanere lì sotto per trovarne conferma. Dopo la prima grotta, Midda si ritrovò ad attraversare quattro diversi antri, di dimensioni e strutture non dissimili gli uni dagli altri: tutte quelle cavità sotterranee dimostravano una chiara origine naturale, probabilmente derivante dall’erosione della roccia calcarea che le costituiva, in tempi ancora antecedenti alla comparsa della palude al posto della precedente laguna di Grykoo. Le caverne che la donna attraversò non erano, del resto, le uniche presenti in quei sotterranei: mentre ella, infatti, si impegnò al fine di mantenere una direzione più possibile costante, lasciandosi guidare dal proprio istinto verso quello che ipotizzava essere l’accesso principale, non poté fare a meno di notare la presenza di altre diramazioni, altre cavità che lasciò ben volentieri inesplorate. In ogni spelonca, inoltre, almeno una porta era stata ricavata nelle pareti calcaree, realizzata e adornata da marmi e travertini, dai quali lunghi e oscuri corridoi si dipanavano in ogni direzione nella palude, non solo verso quella da cui era giunta. L’idea che in lei si era ormai formata, chiara al punto che non avrebbe avuto incertezze a scommetterci sopra, risultava essere tanto semplice

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quanto tremenda: i fautori della realizzazione del santuario avevano creato quei passaggi sotterranei al fine di rendere possibile una convergenza di tutte le creature native di quell’immondo terreno, gli esseri in cui anche le larve giganti incontrate nel burrone si sarebbero trasformate uscendo dalle loro crisalidi, verso il tempio stesso. I corridoi, quindi, non erano vie d’accesso o di uscita per esseri umani, quanto piuttosto per mostri, sicuramente necrofagi, che il tempo aveva reso quasi addomesticati nel ritrovare nutrimento regolare, in conseguenza del rapporto simbiotico con gli oscuri riti compiuti dagli adepti del santuario, i resti delle cui vittime ricoprivano la superficie delle grotte ora da lei attraversate. La conferma della propria macabra e terribile deduzione venne offerta a Midda nel momento in cui un assordante rombo riempì l’aria: qualcosa aveva iniziato a muoversi nei corridoi, e il suono di quel movimento fu amplificato dagli effetti eco delle cavità sotterranee, trasformandosi in un rumore tremendo e insopportabile. Per quanto ella fosse usualmente fredda e controllata, di fronte a quell’ignoto orrore non poté fare altro che accelerare il proprio incedere, fino a gettarsi in una sfrenata corsa verso l’uscita che sperava di poter presto raggiungere. Non più passi leggeri e controllati, allo scopo di evitare rumori e ridurre al minimo il contatto con le ossa delle vittime del santuario, ma falcate lunghe e animate, che calpestarono senza alcun riguardo i resti di quei sacrifici nel desiderio di non congiungersi a essi. Nonostante la frenesia di quella fuga, il respiro della donna riuscì a restare regolare e ritmico, quasi in sincronia con il cuore e gli stessi movimenti di ogni muscolo del corpo, in un’armonia perfetta, impeccabile e, sicuramente, più efficiente di uno sconclusionato e rocambolesco fuggifuggi. «Per Thyres…» imprecò a denti stretti «Tre volte la ricompensa pattuita!» Il rombo assordante si fece sempre più vicino, sempre più stordente, in un crescere ansioso, animale, e Midda spinse il proprio corpo al massimo, chiedendo a ogni muscolo ogni oncia di energia che avrebbe potuto offrirle: se avesse dovuto affrontare quelle creature lo avrebbe fatto, concedendosi impavidamente al pericolo, ma se fosse esistita anche solo una possibilità remota di evitare un confronto diretto e sicuramente mortale ella non l’avrebbe di certo sprecata. Nel momento in cui riuscì a raggiungere la via di fuga che sperava di trovare, comprese però che ogni speranza era stata purtroppo mal riposta:

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l’apertura in cui aveva confidato altro non era che un pozzo scavato nel soffitto dell’ennesima e più estesa grotta, varco che si spingeva a risalire di oltre quaranta piedi in direzione della superficie conformandosi quale un tunnel di pietra. Ella non avrebbe avuto problemi a percorrere quel passaggio se solo lo avesse potuto raggiungere, dove altresì esso distava dalla sua posizione altri cinquanta piedi in verticale: solo volando avrebbe potuto giungere a quel pozzo, ma il volo non era fra le prerogative a cui avrebbe potuto fare affidamento. «Maledizione!» non poté fare a meno di esclamare, iniziando a girare su di sé in cerca della migliore guardia da assumere per prepararsi all’ormai inevitabile scontro. Ed esso giunse, insieme all’orrore che solo un’orda spaventosa di creature innaturali avrebbe potuto offrire. «Thyres…» sussurrò sbarrando gli occhi «Falene!» Tali esse apparvero agli occhi della donna, nonostante i loro corpi si concedessero in dimensioni maggiori di quelle di un cavallo, con peli lunghi e ispidi più di quelli di un orso: posta innanzi a tale spettacolo, Midda non ebbe del resto dubbi nell’ipotizzare come un cavallo o un orso sarebbero potuti essere divorati senza problemi da creature tanto raccapriccianti. Il rumore prodotto dalle ali, grandi come vele di un’imbarcazione di pescatori, risultò tremendo, assordante, in uno spostamento d’aria tale per cui un uomo sarebbe potuto essere sbalzato a terra se colto di sorpresa. La gamma di colore in cui si proposero, non differenziandosi da quello dei loro parenti minori, spaziò fra molte tonalità di marrone, partendo da sfumature più chiare sulle ali per giungere a gradazioni più intense sul corpo. I loro capi erano poi ornati da antenne lunghe come frecce d’arco e occhi composti grandi come meloni maturi. La principale, forse unica, differenza nel confronto con i loro corrispettivi naturali, era infine dettata dalle bocche: non spiritrombe come quelle di qualsiasi altro lepidottero, ma grandi fauci armate di piccoli e sottili denti, inadatti a un predatore ma perfetti per divoratori di carogne. Il loro numero si impose quale difficilmente calcolabile, data la loro grandezza e il caos che, con la loro presenza, erano capaci di creare: essi si rigettavano confusi e in continuo movimento nella grotta maestra, emettendo sordi brontolii, versi incomprensibili all’orecchio umano i quali avrebbero potuto esprimere qualsiasi sentimento, dal semplice e naturale stupore alla fame più incontenibile. Falene, colossali creature necrofaghe,

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che da tempi remoti in quelle caverne avevano trovato nutrimento e protezione, vivendo dei sacrifici offerti dal santuario maledetto, il quale attraverso il lungo pozzo sopra il capo di Midda procurava loro cibo e vita. La donna guerriero piantò i propri piedi saldi nel terreno, al fine di evitare di essere sbalzata dall’impeto dell’aria mossa da quelle creature infernali. Portando entrambe le mani a impugnare la spada e piegando le gambe a cercare una posizione di guardia più contenuta, restò immobile in attesa del primo attacco, nella fredda consapevolezza che forse, questa volta, la sua ricompensa non sarebbe mai stata ritirata.

idda era donna. Nessuno, incontrandola, avrebbe mai avuto dubbi a tal proposito. Il corpo appariva estremamente femminile: le curve non risultano assolutamente mortificate dalla presenza di una muscolatura atletica e temprata; il viso non veniva in alcun modo umiliato dalla cicatrice presente sull’occhio mancino, mostrandosi attraente e conturbante come quello di una principessa d’oriente nello sguardo penetrante e nelle labbra carnose; la pelle traspirava sensualità da ogni fibra del suo essere. Nulla in lei poneva incertezze sul suo essere donna. Era donna, e proprio quel suo essere donna ella trovava il ruolo di guerriero come una conquista maggiore di quanto non sarebbe stato per un uomo: non tanto per un discorso di sessismo, non tanto per un’impronta ovviamente maschilista nella società in cui viveva, che in molte terre vedeva addirittura le donne essere proprietà dei propri padri o mariti, quanto per un mero discorso di sopravvivenza. Per poter essere la donna guerriero che era diventata, ella aveva dovuto affrontare i migliori soldati di ogni esercito, aveva dovuto vincere i più forti combattenti di ogni terra, imponendosi su essi in duelli spesso privi di ogni regola al di fuori dell’unica legge naturale che richiedeva di uccidere per non essere uccisa. Proprio in conseguenza di ciò, il fatto che ella fosse sempre sopravvissuta non si sarebbe potuto addurre a mera fortuna, così come non si sarebbe potuto di certo imputare a una forza fisica superiore: se fosse stato solo il vigore a decretare la vita o la morte per lei, un qualsiasi schiavo nero, un qualsiasi selvaggio delle isole o barbaro del nord l’avrebbe vinta. Per poter essere la donna guerriero che era diventata, le

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doti su cui aveva da sempre dovuto far affidamento non erano state fortuna o forza: al contrario esse erano abilità, esperienza e strategia. Molti, in un combattimento corpo a corpo, consideravano futile una riflessione tattica, ritenevano quale debolezza e perdita di tempo l’utilizzo della mente oltre ai muscoli. Ma i veri grandi guerrieri, i migliori combattenti del mondo noto, da sempre avevano compreso l’importanza della strategia, tanto nelle grandi battaglie quanto nei piccoli scontri: l’elaborazione di un piano era tutto ciò che divideva un banale picchiatore da un guerriero degno di tale titolo. E anche solo lo svolgimento di una rissa in un locale, con l’applicazione di semplice intelletto, avrebbe potuto considerarsi conclusa ancor prima del suo inizio. Tutto ciò ella, donna guerriero, lo sapeva molto bene. Pochi istanti dopo aver assunto la posizione di guardia, impugnando la spada con entrambe le mani, nella mente di Midda erano già state prese in considerazione quattro diverse possibilità, tutte scartate in favore di una quinta: la più azzardata, sicuramente, ma l’unica che l’avrebbe potuta condurre, se fosse sopravvissuta, esattamente nel punto dove era suo desiderio giungere. Aveva attraversato la palude di Grykoo per arrivare fino al santuario, compiendo un’impresa che nessuno prima di lei aveva mai considerato possibile: ella era lì per uno scopo, per una missione, e non sarebbe mai tornata indietro senza averla portata a termine. Non era solo una questione di denaro, che comunque avrebbe preteso in una misura di almeno tre volte superiore rispetto a quanto pattuito inizialmente: era diventata una sfida personale, l’ennesima prova per dimostrare di essere la migliore, per provare di poter realizzare ciò che chiunque avrebbe considerato follia. La strategia da lei scelta si fondava su un assunto, il quale costituiva anche uno dei rischi maggiori di quel piano tattico: le falene giganti, al di là dell’orrore che potevano suscitare o delle proprie dimensioni innaturali, non avrebbero dovuto essere abituate all’idea di affrontare una creatura ancora in vita e, soprattutto, dotata di aggressività. In conseguenza della loro stessa natura necrofaga, infatti, quei mostri dovevano inevitabilmente essere soliti nutrirsi di vittime già morte o, eventualmente, moribonde, senza offrire alcun contribuito a tale condizione, senza avere necessità di imporre violenza in opposizione al proprio pasto: ella, però, non era né morta né moribonda e confidava, pertanto, che un attacco diretto e improvviso avrebbe potuto cogliere di sorpresa i propri possibili carnefici, offrendole conseguentemente un indubbio vantaggio. Certamente, per quanto sconvolti e, forse, spaventati, quegli enormi lepidotteri sarebbero ugualmente stati temibili avversari: un impatto con il loro corpo, o anche solo con una loro ala, avrebbe potuto ucciderla sul colpo. Esso era,

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comunque, un rischio che ella avrebbe dovuto accettare, soprattutto per il fine che si era imposta. Lasciando così sciamare per qualche istante le falene attorno a sé, Midda restò il più possibile immobile e silenziosa attendendo il momento migliore, aspettando che, in quel movimento vorticoso e continuo da parte dei mostri volanti, le loro posizioni potessero risultare secondo i propri desideri, le proprie aspettative. Fu impossibile quantificare il tempo che servì a tale scopo, in un frastuono assordante e in un turbinio di corpi ciclopici attorno a lei, attentamente e rapidamente osservati uno a uno: quando alla fine il momento chiave giunse, ella lo colse prontamente, negandosi ogni possibilità di indugio. Svuotando i polmoni in un urlo barbaro, in grado di infrangere il frastuono monotono delle falene, forse a informarle della propria presenza fra loro, la donna guerriero estese di colpo le gambe contratte, in un balzo che vide la spada essere caricata da entrambe le braccia fin dietro il capo per poi, immediatamente, saettare contro una delle creature, posta poco innanzi a sé. La lama squarciò di netto l’occhio composto del mostro, aprendone il capo e lasciandone sprizzare fuori una linfa fluorescente non diversa da quella delle loro larve: in quello stesso balzo, Midda appoggiò rapidamente i piedi sopra il corpo morente della creatura, usandola come gradino per saltare sopra un’altra, proposta in una posizione superiore e di passaggio proprio nell’istante utile. La morte della prima falena e l’aggressione alla seconda colsero il gruppo del tutto impreparato: i mostri iniziarono a volare in maniera ancora più confusa, evidentemente sorpresi e spaventati da quello che stava accadendo. La creatura sopra cui la donna guerriero era saltata iniziò ad agitarsi come impazzita, cercando di liberarsi da quel non gradito ospite, probabilmente temendo la morte ancora più di quanto non la temesse ella stessa: questa, afferrando con forza nella mano destra metallica il lungo e ispido pelo del corpo della sua improvvisata cavalcatura, lo tirò con prepotenza, cercando di domarla, di guidarla, forte della propria posizione di temporanea superiorità, verso la direzione desiderata. Ella sapeva bene che il terrore fra gli avversari non sarebbe durato in eterno: presto, come per qualsiasi essere vivente, quell’iniziale paura derivante dall’orrore di una morte si sarebbe trasformata in ira, in rabbia violenta che avrebbe preteso vendetta contro la responsabile di tale crimine. Ma l’assassina, quasi senza respirare nella concentrazione assoluta di quel momento, stava cercando di raggiungere la propria salvezza, la via di fuga rappresentata da quella fessura sul soffitto: una pozzo abbastanza largo in termini assoluti, il quale in simile frangente apparve fin troppo stretto per lo scopo di gettarsi al volo in esso, sperando

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di trovare qualche appiglio ed evitare una conseguente e mortale ricaduta a terra. La falena, cavalcata a suo discapito, cercò di trovare scampo dalla presenza orrida di quel parassita: ciò che avrebbe dovuto essere un loro usuale banchetto, le aveva lasciate sbigottite, aggredendole con una furia della cui esistenza non avrebbero potuto mai concedere supposizione. Muovendosi freneticamente, essa si rigirò più volte nell’aria, cercando di sbalzare lontano da sé l’assassina: ma l’altra restava saldamente aggrappata al suo pelo, facendola gridare per il dolore di quella presa. In un tentativo disperato, la creatura cercò di trovare libertà gettandosi verso la volta superiore della grotta: l’impatto con la roccia calcarea non avrebbe permesso al cavaliere di mantenere la posizione. E Midda, già senza fiato per la difficoltà della presa nei movimenti rotatori, non poté evitare di gemere nel vedere la propria cavalcatura alzarsi con violenza verso il soffitto: non sarebbe mai sopravvissuta a un simile impatto. Senza aver tempo per concedersi indugi, la donna guerriero lasciò di colpo la propria posizione a cavallo dell’enorme falena per gettarsi nel vuoto, cercando di coordinare il proprio salto con il movimento compiuto da un’altra creatura in senso opposto al suo. Per un istante, sospesa nel vuoto, ebbe il timore di aver giocato eccessivamente d’azzardo in quel gesto, di aver sbagliato a lasciare la presa: forse l’impatto con il soffitto non si sarebbe rivelato eccessivamente dannoso, forse avrebbe avuto delle speranze di sopravvivere, al contrario di un’eventuale caduta contro il suolo. Ma quel rimorso scomparve nel contatto, abbastanza violento, con l’altra falena e il suo pelo ispido che subito ella strinse con forza nella mano destra. Mentre, pertanto, il mostro da cui era fuggita impattò con fragore contro la volta calcarea della grotta, lasciando rimbombare l’intera struttura in quel colpo, Midda si ritrovò a cercare di domarne un altro, tirando il lungo pelo quasi fosse una sorta di briglia, al fine di indirizzare il volo del medesimo a risalire verso il pozzo, l’unica possibilità di fuga che le era rimasta per sopravvivere a una fine altrimenti certa in quel caos assordante. Le falene, ancora in parte terrorizzate da quell’inaspettata aggressione, stavano però iniziando a recuperare coscienza di loro stesse, delle proprie possibilità, della propria forza indubbiamente superiore nel confronto a un essere tanto minuscolo. I movimenti in volo che compirono, pertanto, iniziarono a essere meno caotici e, anzi, alcune più temerarie fra esse si spinsero a cercare uno scontro diretto con la loro avversaria. La donna guerriero, mantenendo salda la presa sull’animale e mantenendo ancora

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più salde le proprie emozioni, impugnò con vigore la propria lama, lasciandola scintillare di azzurri riflessi nell’aria vorticosa attorno a sé e cercando di colpire il maggior numero di nemici possibili. La spada andò a segno molteplici volte, portando a sprizzare e a brillare nell’aria, oltre che inevitabilmente su Midda stessa, il sangue fluorescente di quelle creature, riempiendo la vasta grotta delle loro incomprensibili grida di dolore e di odio. Nonostante simile apparente successo, la donna era consapevole di non poter continuare a lungo a mantenere la posizione di superiorità raggiunta: se una simile battaglia, a terra, avrebbe richiesto concentrazione assoluta per riuscire a seguire tutte le variabili coinvolte e mantenere il controllo sull’azione, una situazione pari al combattimento attuale, in aria, pretendeva da lei una gestione sovrumana dell’intero ambiente, un spazio diventato tridimensionale nel quale il pericolo la circondava in maniera assoluta. Colpendo l’ennesima falena, il controllo da parte di lei venne per un istante meno, permettendo all’ala di un’altra falena in volo lì accanto di colpirla con violenza, facendole perdere la presa e sbalzandola, conseguentemente, in aria. La donna guerriero, trattenendo a stento un gemito per quell’impatto improvviso, cercò di restare lucida, facendo roteare la spada nella mancina allo scopo di impugnarla con la lama rivolta verso il basso nel tentativo di crearsi un appiglio saldo nel corpo di un’altra creatura in movimento, nella quale affondò la propria arma fino all’elsa. Frenando in tal modo la propria caduta, che l’avrebbe altrimenti vista rovinare a terra, ella si ritrovò trascinata dall’insetto ferito verso il soffitto, in quello che sarebbe stato l’ultimo ed estremo volo del mostro stesso. Quando vide a meno di nove piedi dalla sua attuale direzione l’imboccatura del pozzo, agì d’istinto ruotando la lama della spada nel ventre della creatura ferita e, in quel gesto, portandola a puntare fortunatamente verso la sua via di salvezza. Proprio quando il pozzo sembrò essere alla sua portata, un’altra falena giunse dal basso, aggredendola alle gambe e sbalzandola di prepotenza verso l’alto. Incredibilmente, però, quel gesto d’aggressione si rivelò essere la cosa migliore per la donna guerriero, che venne catapultata proprio all’intero della via di fuga cercata. Quasi stordita in conseguenza della violenza subita, ella ebbe sufficiente prontezza di riflessi per tendere immediatamente il proprio corpo, a puntarsi con i piedi e la schiena all’interno del tunnel di pietra, sospesa nel vuoto. «Lode a Thyres…» non poté fare a meno di sussurrare, concedendosi un istante per riprendere fiato.

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«E’ in momenti come questo che penso di non farmi pagare mai abbastanza…»

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Una rapida e silenziosa analisi sembrò decretare l’assenza di ossa rotte e o di eventuali ferite aggiuntive rispetto a quelle già calcolate a seguito dello scontro con gli zombie, per quanto ella si propose ovviamente indolenzita e piena di lividi, i quali ben presto avrebbero mostrato vaste macchie violacee su tutto quel magnifico corpo. Solo un dolore al costato, sul fianco destro dove l’ala di una delle creature l’aveva colpita, lasciava supporre una costola incrinata, ma un danno tanto lieve a seguito di quanto aveva affrontato appariva, invero, una benedizione divina. Muovendosi in maniera controllata, al fine di non rischiare di scivolare e precipitare al suolo, nella grotta abbandonata sotto di sé in cui le falene non si concedeva ancora pace, Midda rifoderò la propria spada, per poter impiegare entrambe le mani nella ricerca di appigli utili. Fortunatamente il pozzo non era stato semplicemente scavato nella roccia, ma rivestito nel suo interno di marmi e travertini al pari di tutti i corridoi che aveva attraversato poco prima, per giungere in quelle grotte sotterranee. Le pietre, per quanto lavorate con cura e perfettamente squadrate, non avrebbero così potuto evitare di offrire molteplici punti d’appoggio per le sue sottili ma forti dita, che trovarono facilmente dove far leva a permettersi di iniziare l’arrampicata. Ricoperta quasi integralmente, come era, dalla linfa fluorescente delle creature ferite o uccise, la donna guerriero sarebbe apparsa quasi sovrannaturale a uno sguardo esterno, nell’aura luminosa che ne circondava le forme, lasciando a lei in ciò guadagnare una chiara visione dell’interno del pozzo, riducendo i possibili rischi in quella risalita. Per quanto stanca e provata, quel pozzo non avrebbe potuto assolutamente rappresentare per lei un ostacolo, laddove ella era e restava una provetta scalatrice: in breve tempo, gli oltre quaranta piedi che aveva stimato come profondità per quel percorso vennero compiuti, portandola fino all’imbocco del medesimo. Giunta in prossimità della meta, Midda arrestò la propria risalita, ponendosi nell’ascolto di qualcosa che fino a poco prima non le era stato concesso di sentire, coperto dal frastuono rimbombante delle falene giganti: un canto, un coro salmodiante di voci profonde, che intonavano parole indecifrabili in un ritmo solenne e cadenzato. Il tempio era stato raggiunto ed, evidentemente, un oscuro rito si stava svolgendo in esso. Una celebrazione che, data la presenza delle creature sotto di sé, avrebbe probabilmente visto compiersi un ennesimo sacrificio di sangue, offrendo un’altra vittima a un dio maledetto nel darla in pasto a quegli orrendi mostri necrofagi da cui ella era riuscita a fuggire.

MIDDA’S CHRONICLES «E ora?» si domandò, senza emettere suoni.

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Indubbiamente la donna guerriero avrebbe potuto mantenere la propria posizione all’interno del pozzo, attendendo lì aggrappata la conclusione del rito per poi avere via libera nel santuario. Avrebbe sicuramente rischiato di affrontare nuovi pericoli, ma almeno avrebbe avuto la certezza di non emergere all’interno di una congrega blasfema, la quale di certo non avrebbe gradito la sua presenza. Una vita, però, si sarebbe spezzata nella sua attesa, ammesso che la vittima fosse ancora viva: in fondo, ella non era stata pagata per salvare la pelle di qualcuno e non si considerava votata all’eroico martirio in nome di principi superiori. D’altra parte, comunque, ella sarebbe potuta emergere da quel pozzo subito, offrendo sorpresa agli adepti di quel culto oscuro con la propria foga, la propria combattività, la propria presenza dove nessuno avrebbe mai dovuto essere giunto prima, almeno per quanto le era dato di sapere. Dopo aver affrontato zombie e falene giganti, tornare a scontrarsi con comuni mortali, probabilmente neanche addestrati alla guerra, sarebbe di certo apparso quasi un passatempo, più che un ennesima sfida: avrebbe pertanto potuto salvare una vita, una persona che sicuramente per qualcuno avrebbe avuto un valore, un’importanza che avrebbe potuto rappresentare una ricompensa con la quale arrotondare quanto avrebbe preteso per quella missione, una volta compiuta. Era una mercenaria, non un’eroina. E proprio in qualità di mercenaria, il pensiero di una ricompensa maggiore non avrebbe dovuto essere ignorato. La scelta, perciò, era stata compiuta.

rrampicandosi lungo la parete fangosa del precipizio nel quale si era gettata per sfuggire alla morsa degli zombie, Midda aveva trovato una porta in pietra con un complicato bassorilievo alla sua base, raffigurante la celebrazione di un oscuro e sacrilego rito. Quella scultura, che l’aveva attratta e, per un istante, quasi ipnotizzata nel lavoro di intarsio estremamente curato realizzato dal suo autore, sembrò prendere vita nel momento in cui ella balzò fuori dal pozzo, gridando selvaggiamente.

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Il tempio, o per lo meno la parte del santuario in cui ella si ritrovò, era stato realizzato su pianta ottagonale, con lati di oltre cinquanta piedi di

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lunghezza e altrettanti di altezza. La volta, come già nel bassorilievo, risaliva nelle forme di un’enorme cupola, di cui era praticamente impossibile scorgere la cima nella semioscurità che imperava a tale altezza: la luce delle torce e dei bracieri presenti all’interno, difatti, si diffondeva solo per pochi piedi, non riuscendo a vincere su un’innaturale oscurità dominante. L’intera struttura apparve edificata in pietra massiccia, in apparenza costituita degli stessi marmi e travertini con i quali il pozzo e tutti i sotterranei erano stati rivestiti: diversamente da quanto già offerto agli occhi della donna, però, quelle nuove pareti sembrarono rilucere di strane tonalità sanguigne, venature rosso acceso delle quali ella non era in grado di comprendere l’esatta natura e di certo, per quanto un primo istinto potesse far pensare veramente al sangue, quel vermiglio non avrebbe potuto essere tale, date le tonalità troppo vive e intense che lo caratterizzavano. A ogni spigolo delle alte pareti, poi, era distinguibile un’ampia colonna, a base anch’essa ottagonale, che dal terreno si levava a sostegno delle volte della cupola superiore. Su ogni colonna una statua era posta, scolpita in essa, quasi a voler apparire fuoriuscente dalla pietra stessa di quei pilastri: le otto statue, fra loro diverse, raffiguravano sagome similmente umane ma che, senza troppo impegno, dimostravano una natura mostruosa. Divinità, probabilmente, divinità oscure non diverse da quelle raffigurate sulle volte di ogni porta che ella aveva oltrepassato e sulle quali non aveva voluto soffermare lo sguardo. La prima statua rappresentava una figura maschile, di proporzioni fisiche disarmoniche in conseguenza di una muscolatura eccessiva soprattutto nelle braccia, enormi, maggiori rispetto al resto del corpo. Solo un corto perizoma non rendeva evidenti le vergogne di quell’essere mostruoso, unico indumento che in minima parte copriva la sua pelle: una cute non regolare e non levigata, ma evidentemente ruvida, graffiante, fatta eccezione per l’addome e il viso. Il volto della divinità, al centro di un capo troppo piccolo in confronto al resto del corpo, concedeva parvenze umane, con un mento squadrato, un naso corto e appiattito, e due occhi piccoli, quasi invisibili sotto arcate sopraccigliari prominenti. Non capelli a adornare quell’immagine, ma una corona di corte corna, disposte in circolo in maniera regolare attorno al cranio. La seconda statua, come la prima, presentava un’altra figura maschile, questa volta più aggraziata ed equilibrata nel proprio corpo, con una muscolatura atletica e muscolosa ma non eccessiva. Tali proporzioni, in effetti, non era poste in evidenza, ma lasciate coperte, quasi da intuire, sotto una lunga veste, che l’avvolgeva completamente diventando, all’altezza delle gambe, una cosa sola con la colonna: solo volto e arti

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superiori erano realmente evidenti in quell’opera. Le mani di quella scultura, in realtà, non mostravano dita degne di tale nome, ma lunghissimi e affilati artigli che si spingevano aggressivamente in avanti, quasi a carpire i fedeli a lui adoranti. Il viso, poi, contornato da lunghissimi capelli, non offriva nulla di umano: il naso, al pari delle orecchie, era assente; gli occhi quasi impercettibili, in opposizione alla bocca che si presentava fin troppo estesa e adornata da una fila di lunghi e sottili denti. Della terza statua era impossibile definire una natura sessuale, presentando solo una minima essenza di umanità: un corpo deforme, il quale mostrava lunghi e arrotolati tentacoli al posto di mani e braccia, risultava rivestito da un’armatura lucente adatta più a un uomo che a un simile mostro. Fra i tentacoli che avrebbero dovuto essere braccia e mani per tale creatura, due lunghe lance si estendevano verso il cielo, con picche simili ad arpioni più che ad armi da guerra. Il capo, a sua volta protetto da un elmo nella parte superiore e sui lati, proponeva nel viso l’unica caratteristica umana in quel complesso: il volto di un anziano, segnato da profonde rughe e forme spigolose. La quarta statua, l’ultima visibile in quel momento a Midda, era assolutamente e indiscutibilmente femminile: praticamente nuda, presentava una stupenda donna, dai lunghi e morbidi capelli sparsi a celarle parzialmente i seni prosperosi. Il volto della medesima, quasi in contrasto con la propria bellezza indescrivibile, lasciava trasparire un’indicibile angoscia, una sofferenza disumana che per un istante chiuse la bocca dello stomaco della donna guerriero, nella veridicità proposta da tale rappresentazione, più simile a carne che a pietra, più vicina a esistenza che a statua. Le braccia e le gambe della divinità raffigurata, se tale essa si fosse rivelata essere, apparivano circondate, avvolte, strette in lunghe e pesanti catene, che ne violentavano le carni, che ne torturavano l’anima, piagandone la pelle e offrendo giustificazione per tutto il dolore li raffigurato. Le altre quattro statue, che Midda poteva solo supporre fossero alle sue spalle, non erano da lei visibili in quel momento e non desiderava di certo cercarle: altre erano le priorità che avrebbero preteso la sua completa attenzione. A pochi passi dal perimetro più esterno del santuario, una fila di basse e sottili colonne prive di volte superiori segnava il contorno di una breve scalinata in discesa, utile a lasciar affossare l’intero cuore del tempio. Se la zona fra le pareti esterne e quell’ornamentale colonnato appariva praticamente vuota, nella sola eccezione rappresentata dai bracieri disposti a distanza regolare l’uno dall’altro, all’interno di quel margine un

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numero incredibile di uomini e donne erano presenti: sicuramente gli adepti di quel culto blasfemo. Essi, indossando tuniche bianche o beige, senza apparente regolarità in tali colori, celavano i propri capi sotto ampli cappucci, che non poterono però nascondere le espressioni stupite, se non anche sconvolte, come reazione alla comparsa della donna guerriero fra loro. Tutti gli adepti sembravano stretti attorno a lei, ma più che verso il pozzo, in realtà, la loro concentrazione era rivolta, almeno fino a prima di quell’ingresso in scena, a un altare, posto a pochi passi da lei in quello che era il vero centro del santuario. Sollevato rispetto al resto del tempio, esso si proponeva in forma squadrata, lungo almeno nove piedi e largo tre, in pietra nera e lucente scolpita con cura non inferiore a quanto presente all’interno del gotico delubro e dei suoi sotterranei, raffigurante probabilmente altre empie scene. Midda, però, non ebbe attenzione da rivolgere all’arte di quell’oscena ara: tutta la sua concentrazione fu infatti richiamata, prima, dalla vittima posta su di essa e, poi, dal carnefice accanto a lei. L’ostia, la vittima sacrificale, si concesse quale una giovane donna, come raffigurato nel bassorilievo: ella presentava un corpo ancora fanciullesco, con pelle chiara e lentigginosa, lunghi capelli rossi scomposti e scure vesti squarciate, le quali a malapena ne coprivano le intimità. Priva di sensi, forse per il terrore, forse in conseguenza di qualche droga o, peggio, perché già morta, era stata incatenata all’altare con lunghe e avvolgenti catene, non dissimili da quelle della divinità raffigurata nelle colonne del tempio stesso. La presenza di quelle spire metalliche si propose quale controverso indizio: se, da un lato, avrebbe potuto lasciare supporre che la vita non avesse ancora abbandonato quel corpo, dove inutile altrimenti sarebbe stato costringerla all’altare in quel modo, dall’altro lato non garantiva assolutamente tale ipotesi, soprattutto nel presentare tanta rassomiglianza con l’oscura e sofferente dea scolpita. Sopra la vittima, infine, si presentava la figura del celebrante, dell’officiante di quel blasfemo e violento credo. E fu proprio nei suoi occhi che la donna guerriero ritrovò la ragione della propria missione in quel luogo sacrilego. «Tre volte e mezza la ricompensa…» sussurrò fra sé la mercenaria, sfoderando la propria spada. L’officiante del rito oscuro si offrì allo sguardo di Midda con la parvenza di un giovane uomo, dal fisico imponente e sicuramente muscoloso, coperto però da un saio non diverso da quello degli altri adepti salvo per il colore, nero come la notte più tenebrosa. In contrasto,

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forse voluto, con l’oscurità di quella veste monacale era altresì la pelle dell’uomo, tanto chiara da essere considerabile praticamente bianca, in un pallore mortale disumano: non capelli erano presenti sul suo capo, ma un complesso tatuaggio dal significato non evidente. Nelle mani, similmente a quanto era già stato mostrato dal bassorilievo che la donna guerriero si era soffermata a osservare, reggeva una lunga falce, dal manico nero e dalla lama bianca, brillante nella penombra del santuario. Invero, però, non era la veste nera, la pelle bianca, il tatuaggio indecifrabile o la falce mortale ad attirare l’attenzione della donna verso quella figura: erano i suoi occhi a rappresentare ogni suo interesse verso il proprio nemico. Quegli occhi si proponevano quale ragione stessa per la missione di Midda all’interno della palude maledetta: essi non erano organici, non appartenevano al corpo che li ospitava, mostrandosi piuttosto quali due pietre, due grandi pietre ambrate, incastonate nel cranio dell’officiante, nelle sue orbite in sostituzione ai naturali bulbi oculari. Non semplici gemme, ma magiche reliquie, scintillanti di temibili bagliori, dotate di un potere con cui lei avrebbe preferito non avere a che fare: solo con tali gioielli avrebbe potuto dare un senso a tutto quello che le era successo, alla lotta contro gli zombie e le falene, all’ascesa fino al santuario, laddove ella avrebbe dovuto impossessarsi di quelle pietre per ottenere la propria ricompensa. «Cosa cerchi, donna?» esordì l’oscuro monaco, unico a non mostrare stupore o sorpresa per quella comparsa, parlando con voce profonda, quasi cavernosa, in una distorsione inumana di quello che sarebbe stato un normale tono. «Belli i tuoi occhi.» rispose Midda, sprezzante «Dove ne posso trovare due uguali?» «Le sacre gemme di Sarth’Okhrin sono figlie del ventre del monte Gorleheist, forgiate dalle mani divine di Gorl, signore d...» «Ti prego, albino… evitami tutta la filastrocca. La mia era una domanda retorica.» lo interruppe ella, facendo ruotare la spada ai propri lati prima di riportarla davanti a sé, dimostrandosi pronta alla battaglia «Voglio quelle pietre e se non desideri concedermele di tua iniziativa, sarò costretta a strapparle dal tuo corpo morto.» Ma in quelle parole, evidentemente sacrileghe per gli adepti del culto blasfemo, lo sconcerto scomparve dai visi dei presenti, prima sbigottiti in conseguenza della sua comparsa attraverso il pozzo, lucente di linfa fluorescente tanto da sembrare invero più divina che umana: non più stupore, di fronte a quell’infedele, ma solo rabbia, ira dirompente in grado di accecarli anche in opposizione alla minaccia della lunga lama,

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rendendoli bramosi di sangue e di morte. E in un coro di grida furenti, come un fiume in piena non dissimile da quello degli zombie della palude, se non per la diversa vivacità, gli adepti si riversarono in massa contro di lei, a mani nude. Midda, considerando troppo precaria la propria posizione sul bordo del pozzo, saltò agilmente in avanti, contro la folla che si stava riversando in proprio contrasto, scavalcandola e calpestandola, aprendosi la via con il movimento mortale della propria spada. Ora che i suoi avversari si concessero come comuni mortali, la donna guerriero sembrò essere rinata nonostante tutta la fatica e il dolore accumulato dal suo corpo: con movimenti assolutamente controllati, privi di impulsività o frenesia, sembrò quasi danzare in quella massa umana, lasciando saettare nuovamente la lama azzurra nell’aria e facendo sprizzare di sangue rosso i corpi dilaniati dei propri avversari con una freddezza assoluta. Al contrario di quelle persone, ella non combatteva spinta dall’ira, non cercava vendetta o soddisfazione: tutto quello era semplicemente il suo lavoro, ciò che sapeva fare meglio, e che compiva con una competenza totale, quasi ammirevole. Se da un lato la si sarebbe potuta accusare di star realizzando una strage senza ragione alcuna, eccezion fatta per il denaro della sua ricompensa, dall’altro sarebbe apparso evidente, anche solo dal triste spettacolo offerto nei sotterranei di quel santuario, che ella non avrebbe avuto mai il diritto a uscire da quel luogo se non ricoperta del sangue di tali fanatici. Non erano vittime innocenti coloro contro cui stava rivolgendo i propri colpi e, per questo, la sua coscienza non avrebbe avuto nulla da rimproverarle, ammesso di concederle ascolto: ognuno di quei folli, alla ricerca della di lei morte, era colpevole di genocidio e le ossa bianche delle loro vittime, sepolte nelle grotte sotto la palude di Grykoo, ne erano non solo prova inequivocabile ma anche mortale sentenza. «Siete insani.» commentò ella verso gli avversari, mentre instancabile la sua spada squartava e mutilava ogni corpo che le si offriva di fronte «Desistete da questa pazzia… lasciate perdere questa folle fede… o sarò costretta a uccidervi tutti.» Ma tali parole, le quali sembrarono quasi volersi offrire pietose verso di essi, le quali parvero quasi voler concedere loro una possibilità di salvezza, vennero ignorate. Tutti i presenti all’interno del tempio, fatta eccezione per il monaco nero e per, ovviamente, la vittima incatenata, continuavano ad affollarsi attorno a lei, incuranti di calpestare i corpi morti o agonizzanti dei propri compagni, incuranti della sorte certa che li

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avrebbe attesi: uomini e donne, di ogni età, si spingevano contro la mercenaria, tendendo verso le sue carni unghie e denti, con foga, desiderosi di ucciderla, di smembrarla. In tale orrore di morte, ogni sguardo rivolto contro di lei era lucido e cosciente, non offrendo alcuna possibilità di giustificazione ai sentimenti che dominavano i loro animi: comprendevano perfettamente ciò che stavano facendo, erano certi di quello che avrebbero voluto fare, e probabilmente sapevano anche la fine che avrebbero fatto sotto l’impietosa lama della loro nemica. Lo scontro trovò conclusione in meno tempo del previsto: Midda si ergeva coperta in ogni pollice di pelle e di abiti, dalla radice alla punta dei capelli, del sangue rosso dei propri avversari, mischiato e sovrapposto a quello fluorescente delle falene giganti, offrendo se stessa quasi come un’oscura dea della guerra e della morte. Attorno a lei, figura eretta e dominatrice, solo corpi morti o moribondi, ventri dilaniati, arti mutilati, in un orrore di dolore e morte più adatto a un mattatoio che al centro di un tempio, per quanto blasfemo come quello. Pochi erano ancora in vita ai suoi piedi, anche se ormai prossimi alla fine, nel rantolare ultime maledizioni contro quella donna, nell’invocare, soffocati dal proprio stesso sangue, le proprie oscure divinità, chiedendo vendetta. Il celebrante, l’albino, era ancora immobile, vicino all’ara dove si era proposto fin dall’inizio di quel massacro: la sua posa, al pari della sua espressione, non era ancora mutata. Un’innaturale sicurezza, o forse un’arida freddezza, mascherava il viso di quell’uomo senza umanità, come se il mondo attorno a lui non avesse valore ai suoi occhi, come se la morte di tutti quelli che erano suoi compagni nella comune fede malata non lo potesse riguardare. Anzi, osservandolo, alla donna guerriero parve di cogliere soddisfazione su quel volto, come se tutto ciò che ella aveva compiuto fosse stato da lui desiderato, addirittura sperato. «Vi avevo domandato di desistere, razza di folli.» sussurrò Midda, guardando la strage che aveva compiuto. «Sono morti per la loro fede, la nostra fede.» sentenziò il monaco albino, osservando la controparte «Grazie a te hanno potuto compiere l’estremo sacrificio senza timori, senza remore.» «Che diavolo stai dicendo?» domandò ella, ponendosi di nuovo in guardia, ora rivolta verso l’unico nemico rimasto: il celebrante stesso. «La morte non è la fine di ogni cosa… ma solo il principio. Grazie a te, oggi, questi uomini e donne hanno trovato il coraggio di disfarsi delle proprie frustrazioni, delle proprie paure, dei propri dolori abbracciando un bene superiore. La morte, per loro, è stata salvezza.»

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«Risparmiati queste prediche per i tuoi simili, albino.» replicò aspramente «E, dato che sembri provare tanto affetto per la morte, preparati pure al grande passo.» Scattando in un movimento fulmineo, Midda percorse rapida i pochi passi che la dividevano dal monaco oscuro, levando la spada e preparandosi a colpire. Senza rabbia, senza ira, ma con una furia controllata e al tempo stesso appassionata, la donna guerriero attraversò l’aria con la propria lama, tracciando ancora una scia azzurra nella semiombra del tempio. Nell’istante in cui, però, l’arma avrebbe dovuto andare a colpire l’albino all’altezza del collo, l’immagine stessa del blasfemo sacerdote sembrò fremere, per poi scomparire lasciando un vuoto d’aria al proprio posto. Sorpresa da quella scomparsa e sbilanciata dall’impeto del proprio colpo, la donna guerriero si ritrovò a dover compiere una rapida giravolta per non cadere a terra: in grazia di quel movimento, invero, ella trovò la propria salvezza. Il monaco, infatti, scomparso dal fronte anteriore rispetto a lei, si era proposto nuovamente presente su quello posteriore, alle spalle della stessa, pronto a squartarla con un gesto della propria falce. La donna, d’istinto, recuperò rapida il controllo del proprio corpo e della propria lama, completando la rotazione di entrambi in tempo per parare l’attacco nemico. Le due armi si intrecciarono in un fragore metallico che risuonò forte nel silenzio del tempio, mentre una spruzzata di scintille per un istante riempì lo spazio fra essi. Gli occhi ambrati dell’albino fissarono con aria sardonica la donna, proponendole uno sguardo da cui traspariva tutta l’aura di superiorità di cui egli si sentiva forte: nell’opinione dell’uomo, probabilmente Midda non era neppure considerabile al pari di una nemica, di un’avversaria, ma solo come una bambina, un’infante desiderosa di giocare in un ruolo troppo grande per lei. La donna guerriero, dal canto suo, non si scompose per quello sguardo, per quanto innaturale e inumano esso fosse: il tempo l’aveva abituata a essere oggetto di tali giudizi, sentenze di inferiorità che le venivano imputate anche senza l’utilizzo di parole prima di ogni scontro da parte di uomini troppo fiduciosi di se stessi per comprendere contro chi stavano cercando guai. Senza indebolire la morsa in cui le due armi si erano legate, ella mosse rapida il braccio destro, a sferrare una serie di tre violenti pugni contro quel volto: il metallo della sua mano affondò ripetutamente contro il viso del nemico, con forza, con potenza forse inattendibile da una donna. Ma nessuno di quei colpi sembrò ferire l’albino, nessuna di quelle percosse sembrò infastidirlo. Non una goccia di sangue comparve dal suo naso,

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non un graffio comparve su quel viso dal pallore mortale, che continuò a fissare la donna con aria quasi divertita. «Non puoi sconfiggermi, donna.» commentò egli «Rinuncia. Accetta l’abbraccio della morte per mano mia e la tua anima sarà salva. Combattimi, e io ti condannerò all’eterna sofferenza.» Senza perdersi d’animo per quel primo insuccesso, comprendendo bene di aver a che fare con una sorta di stregone e non un banale uomo, Midda cercò di interrompere quel contatto forzato fra le loro armi, sferrando un nuovo e violento colpo con il braccio metallico, questa volta nell’utilizzo del gomito contro il collo avversario. Sebbene nuovamente alcuna ferita comparve sulla pelle dell’uomo, l’impeto di quell’attacco fu tale da interrompere il vincolo fra la spada e la falce, permettendole di balzare all’indietro prima di tentare un nuovo e immediato fendente. Ancora una volta, come già al primo attacco, l’immagine dell’uomo sembrò vibrare nell’aria, per poi svanire come un miraggio e lasciar la lama della spada colpire a vuoto l’aria. La donna, però, ebbe sufficiente prontezza di riflessi da non tentennare nel proprio equilibrio come era avvenuto invece prima e, anzi, da portare immediatamente il proprio movimento a condurre l’arma verso la posizione a lei posteriore, dove già si attendeva di ritrovare l’avversario. E, offrendole ragione, la spada andò a colpire nuovamente la falce, calante verso di lei, in un rinnovato fragore di metallo e scintille. «Voi stregoni siete tutti uguali.» sussurrò ella, abbozzando un sorriso «Troppe vanterie… pochi fatti.» «Mia speranza è realizzare ogni tuo desiderio.» replicò l’albino, mentre un bagliore illuminò i suoi occhi ambrati. Senza poter fare nulla per opporsi a quell’attacco, Midda venne sbalzata in aria con violenza disumana, al punto da mozzarle il fiato. Con lo sguardo annebbiato dal dolore, ella poté solo assistere alla scena che vide il proprio corpo, quasi fosse quello di una bambola di pezza, essere ripetutamente colpito e risalire, in conseguenza di ciò, sempre di più verso la volta superiore del tempio, nel mentre in cui il monaco oscuro restava assolutamente immobile là dove il loro scontro aveva avuto inizio. L’impeto di quell’azione si concluse nel momento in cui la schiena della donna andò a impattare violentemente contro la cupola marmorea, con tanta forza da farle perdere la presa persino sulla propria spada. E dopo

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un istante, in cui parve sospesa nel vuoto, il peso del suo corpo tornò a farsi sentire, sospingendola verso il pavimento ormai lontano sotto di sé. Un simile impatto non avrebbe potuto lasciare illesa la donna guerriero che, al contrario, sarebbe probabilmente morta nell’infrangersi contro la compattezza del lastricato: in un innato istinto di sopravvivenza, Midda riuscì, però, a ritrovare sufficiente lucidità necessaria a permetterle di allungare il braccio destro verso la parete al suo fianco, aggrappandosi alla cieca a una sporgenza, a un appiglio offerto da una delle statue scolpite sulle otto colonne portanti. Il contraccolpo per poco non le disarticolò la spalla, ma ella riuscì, per lo meno, a frenare in tal modo la caduta, ritrovandosi però praticamente tramortita, in balia di un possibile nuovo attacco. «Thyres…» sussurrò, mentre tutto di fronte a sé parve annebbiarsi e perdere consistenza. «Hai combattuto con valore, lo ammetto.» commentò il monaco oscuro, guardandola, ancora immobile vicino all’altare «Ma non hai accettato la possibilità di redenzione che ti avevo offerto, e per questo la tua anima si perderà nel dolore che non conosce pace, nelle tenebre che non conoscono luce, nella morte che non conosce ritorno.» Midda, dalla statua a cui era riuscita ad aggrapparsi con la propria mano destra, udiva a malapena quelle parole. I colpi subiti erano stati di un’intensità sconcertante: non vi era un singolo membro del suo corpo che non gridasse per il dolore, che non la straziasse supplicandole pietà. La spada era ormai lontana, più in basso, smarrita sul pavimento del tempio che appariva così distante, così sfocato ai suoi occhi ottenebrati dal patimento. In quel momento ella si rese conto di aver sbagliato tutto nell’affrontare l’albino a viso aperto: chiunque fosse dotato del potere delle gemme di Sarth’Okhrin, non avrebbe potuto essere considerato un avversario qualunque ed ella, stupidamente, si era gettata nello scontro come una dilettante. Ma ormai il danno era compiuto e stare a rimproverarsi dei propri errori non l’avrebbe di certo aiutata a uscire viva da quella situazione assurda. Avrebbe dovuto riprendere il controllo sulla propria mente e sul proprio corpo, avrebbe dovuto ricominciare a combattere: colei che della guerra aveva fatto la propria vita, avrebbe dovuto ora lottare per la propria sopravvivenza. «E ora…» riprese il monaco, levando una mano verso di lei «… muori!»

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Un oscuro bagliore risplendette sul palmo bianco della mano dell’albino, scintillante di nere scariche di pura energia. In quel momento, nel cuore della donna guerriero il battito riprese ad accelerare, riguadagnò intensità, ridonando forza ai polmoni. L’aria ricominciò a fluire nel suo petto, lasciando sollevare e abbassare ritmicamente i seni e concedendo nuova vitalità a tutto il suo corpo. E lo sguardo ritornò lucido nell’istante esatto in cui la sfera di tenebre lasciò la mano del suo avversario per dirigersi nella sua direzione, scagliata con forza incredibile. Nel cogliere quel nuovo pericolo, tutti i muscoli del suo corpo ripresero la propria energia, contraendosi e rilassandosi nello spingerla prima indietro e poi in avanti. L’azione fu simultanea: nell’attimo in cui il mortale incantesimo raggiunse il punto dove era appesa, Midda lasciò tale appiglio, saltando con agilità e controllo in avanti. L’impatto del globo energetico con la statua provocò un’improvvisa detonazione, che vide scomparire nel nulla la pietra della colonna per un raggio di oltre tre piedi: se la donna guerriero fosse stata ancora lì appesa, di lei non sarebbe rimasto neanche lo scheletro. Per sua fortuna, però, ella era già distante, portandosi con una capovolta ad atterrare in punta di piedi sulla cima di una delle basse colonne del perimetro interno, a soffermarsi lì in equilibrio: aveva bisogno di tempo, tempo per pianificare una qualche strategia, tempo per recuperare ancora le proprie forze, tempo per scoprire come porre fine alla vita del suo nemico. «Mi dichiaro sinceramente stupito.» esclamò egli, osservandola con i propri occhi d’ambra «Nessun uomo al mondo avrebbe resistito alla violenza del mio attacco.» «Ma io non sono un uomo.» rispose ella, abbozzando un sorriso e stringendo i denti. Nell’annebbiamento parziale che ancora dominava la sua mente e il suo sguardo, alla donna guerriero parve di scorgere un movimento nell’aria, un passaggio che, purtroppo, fu tanto rapido e immediato da non poter essere evitato: colpita ancora in pieno come già prima, venne sbalzata dalla colonna su cui stava cercando ristoro per essere nuovamente sbattuta contro il muro alle proprie spalle, scivolando poi a terra senza avere alcuna possibilità di controllare i propri movimenti o la propria caduta. Se al primo attacco ella non aveva avuto modo di comprendere ciò che era accaduto, di fronte a questo secondo evento offensivo la sua mente iniziò però a intuire qualcosa.

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Distratta come era stata dall’uomo che aveva di fronte e dallo scopo della propria missione, nella sua morte, la donna guerriero aveva totalmente ignorato la possibilità che altri avversari potessero essere presenti. Non era stato il monaco a colpirla, né fisicamente né con qualche maleficio: altre creature dovevano essere intervenute, in soccorso di quel blasfemo celebrante, in sua difesa, a sua protezione. Midda era consapevole di non avere ancora modo di riuscire a vederli, di non avere ancora possibilità di difendersi da essi, ma la consapevolezza che altri partecipanti fossero coinvolti in quel gioco di morte sarebbe comunque tornata solo a suo vantaggio. Doveva riuscire a guadagnare tempo, a resistere a quegli attacchi per poterne intuire le dinamiche, per poter apprendere di più sui propri inumani nemici: la conoscenza di essi, invero, sarebbe stata l’unica possibilità di sopravvivenza per lei. «Te ne devo dare atto.» riprese l’albino «Non sei uomo. Ciò che la maggior parte degli stolti ignora è che proprio in voi donne risiede una forza superiore, una resistenza incredibile al dolore e alla fatica. Voi donne, create per essere madri, per offrire la vita, siete in questo superiori agli uomini e per questo essi vi temono.» Lasciando vaneggiare il proprio avversario in quel monologo di insolita lode verso il suo genere sessuale, Midda cercò di richiamare nuovamente a sé le proprie energie, di ritrovare ancora una volta il controllo sul proprio corpo. Il discorso del monaco le stava concedendo attimi preziosi che non avrebbe dovuto sprecare. Ma quello che stava tentando di ottenere, quella nuova forza che stava disperatamente cercando, era sempre più difficile da raggiungere, sempre più difficile da trovare. Ella era quasi giunta allo stremo… e se ne rendeva perfettamente conto. «Ciò non toglie che, uomo o donna, la tua vita stia per venir meno.» continuò l’altro «Non combattere oltre. Non opporre ulteriore resistenza: accetta la fine, posso ancora essere clemente verso di te. Posso ancora offrirti salvezza se accetterai volontariamente l’abbraccio della morte: non desidero lasciare sprecata la tua esistenza, la tua forza vitale, il tuo animo.» La donna guerriero, gemendo a denti stretti per il dolore che le stava dilaniando il cervello giungendo da ogni parte del proprio corpo, si sforzò di alzare il braccio destro, tastando con la mano metallica la parete dietro di sé alla ricerca di qualche appiglio. Doveva sollevarsi, doveva lottare, senza arrendersi: se anche quella fosse stata veramente la sua fine, non

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avrebbe mai ceduto allo sconforto, non si sarebbe mai lasciata andare. Se l’albino avesse voluto ucciderla, non avrebbe mai trovato in lei un’alleata: forse avrebbe dovuto davvero morire, ma se così fosse stato sarebbe morta in piedi, a testa alta, come sempre aveva vissuto. «Peggio per te, donna.» concluse il monaco, non potendo equivocare in alcun modo quell’atteggiamento assurdamente combattivo anche di fronte a un destino apparentemente inevitabile «Spremerò la vita dal tuo corpo fino all’ultima goccia, non consegnando alcuna memoria della tua esistenza alla storia. Sarai dimenticata da tutti, priva di gloria, priva di nome.» Midda riuscì a risollevarsi, facendo forza con entrambe le braccia contro il muro, con entrambe le gambe contro il pavimento. Il suo equilibrio era assolutamente precario, come sottile era il filo che ancora pareva legarla alla vita. L’albino, fermo di fronte a lei, a distanza da lei, non offrì alcun movimento, non accennò ad alcun gesto offensivo: nonostante ciò, ogni cellula del proprio essere gridava pericolo, portando nuova lucidità alla sua mente. E in quel misto fra coscienza e confusione, fra chiarezza e inconsapevolezza, un’immagine risultò per un istante chiara ai suoi occhi, concedendole l’evidenza dei propri nemici davanti a sé. Le creature che la donna guerriero si ritrovò a osservare non avevano nulla di umano o di naturale, ma ella, dopo l’esperienza vissuta con le falene giganti, volle essere prudente prima di giungere alla conclusione di un’evocazione negromantica. I suoi avversari celati erano due, similari fra loro e posti ai fianchi dell’albino, in posizione leggermente arretrata rispetto a lui. Il loro corpo era scuro, tendente al nero ma privo di una tonalità compatta e uniforme: quel loro colore, unito alla penombra imperante nel santuario e all’attenzione che ella aveva concentrato totalmente sull’uomo, aveva permesso alla coppia di essere quasi invisibile, di potersi mimetizzare in maniera completa sullo sfondo marmoreo del complesso. Riuscire a individuarli da fermi appariva difficile, in movimento, poi, avrebbe richiesto certamente un livello di concentrazione decisamente alto, che conseguentemente avrebbe reso impossibile gestire qualsiasi altra azione, offensiva o difensiva che fosse. Nonostante la complessità nel focalizzare lo sguardo su tali creature, una volta individuate le loro posizioni ella riuscì a cogliere maggiori dettagli sul loro aspetto. Un capo grosso e tondeggiante vedeva l’assenza di qualsiasi caratteristica umana fatta eccezione per due specie di occhi

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semiluminescenti: non una bocca, non un naso, non delle orecchie, non dei capelli erano presenti su quelle teste rotonde. Sotto il capo, praticamente senza alcun collo, si congiungeva un corpo corto e tozzo, dal quale braccia e gambe più simili a tentacoli d’ombra che ad arti si estendevano sinuose: laddove i tentacoli dei piedi avrebbero dovuto congiungersi al suolo, Midda non riuscì a distinguere alcun contatto con il pavimento in pietra. Quell’assenza non offrì altro che conferma a quanto già aveva sospettato dopo il primo attacco subito: le creature, qualsiasi fosse la loro natura, erano in grado di volare. E quel particolare si concedeva solo a suo svantaggio: ella, in aria, non avrebbe avuto possibilità di combattere, restando di conseguenza in loro totale balia esattamente come già era accaduto. Al di là della natura infida e pericolosa dei due nuovi nemici individuati, la donna guerriero dalla propria parte aveva una certezza che le offriva forza e speranza: come quegli esseri erano stati in grado di colpirla, in egual modo ella avrebbe potuto colpire loro. Forse i suoi colpi non avrebbero offerto danni a quelle creature o forse sì, ma l’evidenza di quella possibilità era tutto ciò che le era necessario per avere la forza di combattere. «Io non sarò mai dimenticata. Il mio nome non sarà mai scordato.» sussurrò, inarcando un angolo della bocca in un lieve sorriso beffardo «Al contrario di te, albino.» «Come riesci a trovare ancora speranza?» domandò il monaco, mentre dietro di lui le due creature d’ombra iniziavano a fremere di impazienza «Come riesci a credere ancora di poter sopravvivere? Sei in piedi a stento… disarmata… rifiutare l’idea dell’imminente fine è da stolti!» «Sottovalutare il proprio avversario è da stolti.» replicò la donna. Lo sguardo di Midda, senza staccarsi per troppo tempo dai tre avversari onde evitare di smarrire la presenza delle due creature nella penombra del tempio, si mosse rapido a spaziare attorno a sé, a cogliere ogni particolare che potesse offrirle vantaggi tattici in quello che si preannunciava essere l’ultimo scontro. Fra lei e gli avversari era l’intero raggio del santuario, con il colonnato interno e due scalinate: la sua spada, nella fattispecie, si trovava praticamente a metà strada fra la sua posizione e quella degli altri, infilata di punta nei corpi morti di due adepti da lei stessa precedentemente uccisi. Quella particolare collocazione della sua arma avrebbe potuto tornarle utile, ma se ella fosse corsa in avanti, ammesso di riuscire a correre, non l’avrebbe mai raggiunta: i due esseri oscuri sarebbero di certo volati nella sua direzione e l’avrebbero nuovamente colpita con la medesima violenza degli attacchi precedenti,

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brutalità che ormai non si poteva permette di subire. Quei mostri tentacolati sicuramente ignoravano di poter essere visti e simile vantaggio non avrebbe dovuto essere trascurato. Ove il primo attacco l’aveva colta in assoluta sorpresa con una furia incredibile e il secondo l’aveva nuovamente investita con irruenza disumana offrendole però dei dubbi, la terza offensiva, forse, sarebbe potuta diventare per essi una sconfitta. E a differenza di quanto avrebbe potuto ritenere l’albino, ella era tutt’altro che disarmata. «Fai un piacere a te stessa, donna…» scosse il capo l’uomo, sorridendo beffardo «… muori!» Come già avvenuto nei precedenti due attacchi, il monaco restò assolutamente immobile nel mentre in cui, al contrario, furono le due creature a scattare rapide e mortali, volando nell’aria tenebrosa del santuario in un silenzio completo, innaturale. Midda, questa volta, fu però in grado di seguirne il movimento, che li vide dirigersi in direzioni opposte verso i lati del santuario: un attacco non frontale, quindi, forse per evitare che ella potesse attendersi ancora dei colpi simili ai precedenti, ma un duplice attacco laterale, che l’avrebbe dovuta vedere schiacciata fra gli avversari. La donna restò inerte, come a ignorare quell’imminente pericolo, come a dimostrare la propria inferiorità, la propria incapacità difensiva, dissimulando la nuova realtà dei fatti: questa volta ella aveva piena coscienza dei propri avversari, controllo assoluto dei loro movimenti, delle loro posizioni, della loro offensiva. E quando le due creature giunsero a lei, ella si mosse rapida, allungando il braccio metallico verso l’essere alla propria destra e abbassando di colpo il proprio baricentro. Troppo slanciati nel volo e troppo sicuri della propria invisibilità, nessuna delle due creature avrebbe potuto prevedere quella reazione e nessuna fra esse poté reagire adeguatamente in sua opposizione. La sua mano destra, così, si chiuse in una morsa, metallica e mortale, sul capo del nemico, affondando in una carne morbida e gommosa, quasi viscida nel ricordare quella di un invertebrato marino: un grido disumano squarciò il silenzio di quell’istante, mentre in quella stretta il mostro tentò un’ultima fuga, prima dell’inevitabile morte. Il suo compagno, quello che stava giungendo alla sinistra della donna guerriero, non riuscì a frenare in alcun modo il proprio volo, al punto tale per cui, sorpassando la nemica ormai al di fuori della propria traiettoria, non poté fare altro che assistere inorridito all’assurda fine del suo simile. Gioendo dentro di sé per quella prima vittoria, Midda con un gesto liberò la mano destra dal viscido e nero resto del suo avversario,

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ponendosi in guardia in attesa della reazione dell’altro. Ed essa non tardò ad arrivare, ora non più fredda e controllata, ma trasudante d’ira pura e sfrenata come solo la vendetta a caldo avrebbe potuto instillare: in un ampio movimento parabolico, la creatura d’ombra ancora in vita invertì il proprio volo, dirigendosi nuovamente contro la donna. L’attacco si mostrò così nuovamente frontale e condotto a una velocità tale da non poter essere percepito dallo sguardo dell’avversaria: ella, però, affidandosi al proprio istinto combattente più che ai propri sensi, mosse rapida il braccio destro con il pugno chiuso, riuscendo a colpire di striscio il nemico e costringendolo, in ciò, a una variazione di traiettoria che lo portò a scontrarsi contro il muro lì accanto. Quell’impatto, energico tanto da far rimbombare l’intero tempio, non sembrò comunque sortire danni sull’essere, che in un istante fu di nuovo pronto alla lotta, tornando verso di lei e colpendola al ginocchio sinistro con una forza disarmante. La donna non poté evitare di gemere a denti stretti, cadendo genuflessa ed esponendosi in tal modo più facilmente al proprio nemico. Allontanatosi dalla donna guerriero, la creatura d’ombra risalì rapidamente verso la cupola del santuario, a cercare nelle tenebre della stessa il vantaggio di non visibilità che aveva compreso di aver perduto. L’uccisione dell’altro essere da parte di lei e il modo in cui aveva respinto il penultimo attacco con apparente sicurezza di movimenti, avevano reso il mostro tentacolato superstite più prudente di quanto non si fosse dimostrato in precedenza. Era ormai evidente come la presenza delle due ombre dell’albino non fosse più un segreto e, soprattutto, un vantaggio. La donna si era così dimostrata più combattiva e determinata di quanto non sarebbe potuto trasparire nell’osservarla: nonostante la sua stanchezza e la sua spossatezza fossero evidenti, e nonostante ogni movimento che si ostinava a compiere, anche offensivo, le costasse quasi lo stesso dolore che infliggeva, ella continuava a lottare, desiderando ancora il patimento della vita piuttosto della tranquillità e del riposo offerto dall’abbraccio della morte. Tanta energia, tanta ferrea volontà si proposero spiazzanti per la creatura di tenebre e per il monaco oscuro: non era il primo mortale a giungere in quel santuario, nonostante le letali insidie della palude di Grykoo, ma nessuno fra i suoi predecessori aveva mai offerto tanta resistenza. Chiunque fosse giunto lì, in passato, era perito sotto l’attacco degli adepti, senza neppure arrivare a confrontarsi con il monaco o con le due oscure ombre che lo accompagnavano. Tutto quello, al di là della maschera di sicurezza e superiorità che l’albino continuava a mostrare, era quindi assolutamente spiazzante.

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Quella donna, chiunque lei fosse, stava iniziando a rappresentare una seria minaccia. «Io non sono giunta qui per perire.» sussurrò Midda, a denti stretti, mentre lottando contro il dolore di un ginocchio quasi fratturato, tornò a sollevarsi in posizione eretta «E chiunque cercherà di offrirmi morte, dovrà affrontare le conseguenze di tale folle tentativo.» «Mi hai rimproverato di sottovalutare il mio avversario…» rispose sprezzante il monaco «… e non posso che prendere atto di come tu non sia una donna comune, un guerriero come altri. Ma, ora, sono io che vorrei offrirti un consiglio: non sopravvalutarti. Le forze che stai sfidando vanno al di là di ogni tua possibilità di immaginazione.» In quelle stesse parole, la creatura d’ombra piombò con rapidità mortale nuovamente verso la donna, sulla sua verticale, come a tentare di schiacciarla al suolo con la propria forza. La violenza di cui quei mostri sarebbero stati capaci si poneva già nota alla donna guerriero, ed ella riuscì a salvarsi da morte certa solo grazie alla propria prontezza di riflessi: con un gesto istintivo ma controllato, Midda scartò lateralmente il nemico che, non potendo frenare l’irruenza del proprio volo, finì con l’impattare sul pavimento. Come già contro la parete, lo schianto offrì una brutalità straordinaria, che fece tremare il suolo sotto i piedi della donna: ella, prevedendo che comunque la creatura si sarebbe immediatamente ripresa come prima occorso, non sprecò neanche un istante dell’occasione offertale, allungando immediatamente il pugno destro verso il capo della creatura, per poterla colpire inchiodandola a terra. Il corpo dell’essere, però, proponendosi viscoso e molliccio come quello del suo compare ucciso, non concesse alcuna presa per quell’attacco, lasciando scivolare il pugno a percuotere le pietre del pavimento. Per tutta risposta, anzi, l’oscuro avversario tentò di aggredire quello stesso braccio armato, scagliandosi contro il metallo della donna con energia non inferiore a quella già presentata in precedenza e la donna guerriero, offesa da quell’impeto, si ritrovò a ruotare sul proprio corpo. Questa volta, però, non accusò alcun dolore per quella violenza e, anzi, recuperò rapidamente posizione di guardia cercando con lo sguardo il proprio nemico. Il mostro, sicuro del risultato del proprio attacco, era scioccamente restato vicino a lei, forse per godere della propria vittoria sull’avversaria, e quell’immediata ripresa della donna lo colse tanto impreparato da sconvolgerlo e non permettergli di reagire alla sua risposta. La mano metallica, pertanto, si gettò ora aperta contro di esso, per afferrarlo come già era avvenuto con il suo compagno, allo scopo di cercare di compiere di nuovo il destino di quell’immonda creatura: le dita della donna , in questa

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occasione, affondarono all’altezza del tentacoli inferiori dell’avversario, vincendo l’elasticità gommosa di quel corpo e straziandone le carni. Con un grido disumano, l’essere dimostrò tutto il proprio dolore per quell’aggressione e, in un gesto disperato, cercò di allontanarsi da colei che tanto aveva osato contro di esso: tirando con tutta la propria energia, il mostro riuscì a sfuggire alla presa della donna, pagando però un caro prezzo nel vedere la parte inferiore del proprio corpo essere orrendamente mutilata. Qualsiasi fosse stato l’esito di quello scontro, sia che la donna fosse morta, sia che ella fosse sopravvissuta, il destino dell’essere appariva pertanto ormai segnato. E questo, inevitabilmente, lo avrebbe reso un avversario ancora più temibile: nella certezza della morte, la creatura avrebbe affrontato fino allo stremo la donna colpevole del suo assassinio. «Stai osando troppo, donna.» intervenne verbalmente l’albino, ancora immobile accanto all’altare. «Osare è lo scopo della mia vita.» sussurrò ella, muovendo la mano destra per gettare via i frammenti del corpo dell’avversario che ancora stringeva. «La tua vita è già terminata… e non vuoi rendertene conto.» replicò il monaco, sempre più impressionato interiormente da lei al di là di quello che cercava di mostrare esteriormente. «Stai diventando noioso, albino.» In quella risposta al suo principale avversario, Midda riuscì a scorgere l’ultimo tentativo d’attacco del nemico già ferito a morte: esso si concesse veloce, violento, reso folle dal dolore e dall’imminenza della propria morte, ma la tremenda ferita subita dal proprio corpo risultò tanto grave da non farlo essere efficiente come prima, da non renderlo letale come già era stato. Alla donna, per quanto stanca e provata, non fu offerta eccessiva difficoltà nel riconoscere il movimento del proprio nemico, non risultò complicato impostare la propria difesa e non risultò arduo trasformare tale guardia in un attacco di controffensiva. La creatura, gettandosi folle e quasi priva di coscienza contro la propria avversaria, consapevole che quello sarebbe stato il suo canto del cigno, tentò così un’ultima incursione, un’ultima discesa in volo questa volta non frontale, ma diretta alle spalle della donna. Le avrebbe distrutto la schiena, spezzandole la spina dorsale, lasciandola morente a terra… l’avrebbe guardata perire, l’avrebbe osservata spirare in un dolore tale da non poter neanche avere la forza di gemere. E in quella morte avrebbe avuto vendetta, per se stesso e per il proprio compagno. Ma ogni sogno di vendetta e gloria fu spezzato dal movimento che vide la mercenaria ruotare sul proprio centro di equilibrio, offrendo non la fragilità della

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propria schiena ma la forza della propria mano metallica, che assorbì in un movimento del braccio tutta la violenza dell’offesa e si chiuse, con freddezza e controllo, sul capo dell’essere, stritolandolo, strappandogli la vita dal corpo nella frazione di un battito di ciglia. «Ora sei solo… albino.» sussurrò, a denti stretti.

l corpo molliccio e privo di vita della seconda e ultima creatura ombra pendeva ancora viscosamente dalla mano metallica di Midda quand’ella, con passo fermo nonostante la debolezza intrinseca in ogni suo muscolo, iniziò ad avanzare verso il centro del tempio, verso la sua spada e il suo avversario. La mano si aprì, lasciando cadere a terra l’essere tanto innaturale, eppur mortale, che ella era riuscita a sconfiggere e che, insieme al suo compagno, l’avevano prima condotta a un passo dalla morte. Ma la donna guerriero era ancora viva, al contrario dei suoi avversari, e per quando dolente nelle ossa e nelle membra, non aveva assolutamente smarrito il proprio obiettivo. Il monaco albino in nere vesti era ancora dove il loro scontro era iniziato, al fianco dell’altare blasfemo su cui la vittima sacrificale attendeva inanimata il proprio orrido destino: la mercenaria avrebbe ucciso il proprio nemico, gli avrebbe strappato gli occhi d’ambra per compiere la propria missione e avrebbe portato in salvo la giovane sventurata. Perché al di là di ogni possibile dubbio, ella si sentiva certa che la fanciulla fosse ancora in vita e quell’esistenza risparmiata avrebbe trovato sicuramente una ricompensa ad aspettarla da qualche parte nel mondo. Prima di ogni altra considerazione, però, lo scontro finale l’attendeva… e l’esito di quel duello non sarebbe stato scontato.

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«Puoi aver sconfitto i miei fedeli e i miei servitori, donna, ma questo non ti deve far presumere una vittoria lontana dall’essere tale.» commentò freddamente l’uomo, muovendo in rotazione la lunga e oscura falce nel porla dietro la schiena, in una nuova posizione di guardia. «I tuoi gesti negano le tue parole, albino.» sorrise ella, beffarda, zoppicando fino a raggiungere la propria spada, senza staccare lo sguardo dal proprio avversario, non potendo permettersi di subire ulteriori violenze a cui non sarebbe potuta fisicamente resistere «Offri sicurezza con la voce, ma il tuo corpo assume posizione di difesa.»

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L’uomo restò in silenzio a quella frase, forse in un tacito riconoscimento della veridicità di tale constatazione. Per quanto egli potesse essere sicuro delle proprie possibilità, dei propri poteri, della propria superiorità rispetto a una donna stremata, posta al limite dello svenimento, dopo tutto ciò che l’aveva relegato al ruolo di inorridito spettatore non avrebbe potuto permettersi di sottovalutare la propria nemica. Quella donna, chiunque ella fosse, aveva dimostrato una determinazione degna di un eroe, un semidio, e non di una banale mortale. Ma Midda, al di là dei timori del proprio avversario, non era né un’eroina né una semidea: era una donna, un guerriero, con umani limiti oltre i quali si era già fin troppo spinta. Il suo corpo, straziato da eccessivo dolore, era ormai sorretto unicamente dalla forza di volontà, dove anche l’adrenalina sembrava essere un vago ricordo. Quella era sua vita, il solo modo che apprezzava per vivere giorno dopo giorno: spingersi sempre oltre, oltre i limiti imposti da uomini e dei, per dimostrare l’energia indomabile del proprio spirito libero. Un giorno, forse, ella avrebbe fallito in una delle proprie missioni, nel tentare di superare uno di quei mortali limiti: in tale giorno avrebbe allora rimesso la propria anima nelle mani di Thyres, accettando di pagare il prezzo della propria inquietudine. Ma dentro di sé, ella era quasi certa che simile giorno fosse ancora lontano a venire e che il suo destino non si sarebbe compiuto per mano di quell’albino. Quando la mano mancina della donna guerriero si ricongiunse alla propria arma, ella si sentì rinascere interiormente: il rapporto che aveva con la spada era qualcosa che andava ben oltre al semplice possesso. Ai suoi occhi, al suo cuore, quella lama era un’estensione del proprio stesso corpo, una parte essenziale della propria vita da cui il solo distacco portava già sofferenza, senso di smarrimento, dolore. La sua mano sinistra, lontana dall’elsa dell’arma, era come mutilata: al contrario, stretta attorno all’impugnatura della spada, sembrava trovare energia in essa, completezza in quell’unione, pienezza in quel contatto. Un rapporto che andava oltre al semplice possesso, quindi, tendendo quasi a quello fra due amanti: quella lama, da anni, era stata l’unico compagno su cui ella avesse sempre potuto contare, l’unico complice in cui avesse sempre ritrovato fedeltà. Sollevando così la spada, estraendola dai corpi in cui si era infilata, ella la mosse a compiere due rotazioni attorno ai propri fianchi, solcando nuovamente l’aria con una lunga scia azzurrina, quasi una firma posta nell’angolo di un’opera d’artista. La fatica e il dolore che provava non erano dimenticati, ma nel ritrovare la propria arma, la donna guerriero

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aveva improvvisamente riconquistato fiducia nell’esito di quell’ultimo scontro. «Avevo domandato i tuoi occhi, albino… e ora verrò a reclamarli.» avvertì, ritrovando anche voce laddove prima era stato sempre un sussurro stentato. «L’unica cosa che otterrai sarà la perdizione eterna.» rispose egli. L’uomo, in un movimento rapido e deciso, si lanciò in avanti, verso di lei, lasciando tagliare l’aria dalla lunga e ricurva lama della propria falce, in un colpo che avrebbe potuto tranciare di netto il corpo avversario, dividendolo in due parti. Ma quel gesto mortale vide impattare la lama della falce contro quella della spada della donna guerriero, levatasi a difesa bloccante nella traiettoria compiuta dall’attacco dell’albino. Come già nei primi scontri diretti fra essi, una cascata di scintille si sprigionò in quel contatto, illuminando per un istante la semioscurità del santuario. Il monaco, impugnando saldamente il lungo e nero manico della falce con entrambe le mani, non cercò distacco da quell’aderenza metallica, sperando di avere la meglio in virtù della propria forza fisica, consapevole della propria energia, del proprio essere riposato al contrario rispetto a lei. E la donna, per tutta risposta, tentò come già aveva provato, un nuovo attacco, colpendolo ripetutamente con il pugno della mano destra, quel metallo forte e compatto con cui aveva segnato la fine dei due mostruosi servi dell’uomo: come era accaduto prima, ancora una volta i suoi sforzi non parvero sortire effetto contro quel volto, il quale non presentò sofferenza o ferita in reazione a tale offesa, apparendo al contrario sempre uguale, quasi derisorio. Consapevole di non poter reggere in quelle condizioni un confronto di pura forza con l’uomo, Midda mosse agilmente la propria lama a scartare il blocco impostole, tentando un attacco contro l’albino il quale, prevedibilmente, scomparve in un fremito d’immagine da davanti ai suoi occhi. Ma l’attacco, questa volta, era fittizio: la reale violenza del fendente non era diretta verso il fronte della mercenaria, ma verso il suo retro, in un’amplia giravolta che vide, così, la spada andare a colpire con precisione e controllo totale il collo del monaco, ricomparso puntuale alle sue spalle. La lama, in conseguenza di simile movimento, squarciò il proprio obiettivo, aprendo quella carne fino quasi all’altezza della colonna vertebrale e proseguendo oltre nella propria traiettoria per altri due piedi. «E’ finita.» sorrise lei, bloccandosi con la lama ancora sollevata, nell’osservare gli occhi di gemma del proprio avversario, attendendo di cogliere l’istante in cui la vita sarebbe scomparsa da essi.

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Ma ciò che accadde cancellò il sorriso che, forse troppo impunemente, si era affrettata a mostrare: l’albino, restando immobile di fronte a lei dopo il colpo subito, non vide sangue uscire dal proprio collo ferito, non vide dolore dominare il proprio volto o i propri gesti, non vide morte giungere a coglierlo e portarlo al suo eterno destino. «Stolta.» scandirono le stolta labbra, in un silente sarcasmo. La donna guerriero restò per un istante inorridita davanti a ciò che il suo sguardo si ritrovò a osservare. La gola dell’albino era completamente aperta come conseguenza del passaggio nella sua carne della spada e quel taglio si concedeva così profondo e violento da lasciare slabbrati i bordi del medesimo, permettendo addirittura di intravedere l’anatomia interna di tale corpo: nonostante tutto quello, però, non una goccia di sangue sprizzò da esso, non una smorfia di dolore conquistò il viso dell’uomo. Il monaco, anzi, si presentò beffardo più di quanto non fosse già apparso, guardandola ora senza più timori: ogni paura sul proprio destino era scomparsa, ogni dubbio sulla possibile superiorità della donna si era sciolto come brina al sole. Dove ella aveva offerto la propria migliore offesa, egli non aveva ceduto. «Stolta.» ripeté, iniziando a riacquistare voce nel mentre in cui il suo collo rimarginava la propria ferita, tornando rapidamente a essere sano come se nulla fosse mai occorso «Pensavi davvero che il detentore delle sacre gemme di Sarth’Okhrin potesse essere abbattuto tanto facilmente? La tua ignoranza è superata solo dalla tua imprudenza.» Midda, riprendendosi rapidamente dallo smarrimento per ciò a cui aveva assistito, tentò una nuova offesa, scagliando ancora la propria lama contro il corpo nemico. Ma l’uomo, questa volta, si mosse sufficientemente rapido e sicuro da fermare il colpo, da vanificare l’offesa. Ella tentò rapida di aggredirlo un’altra volta, ma puntualmente egli bloccò l’attacco, quasi distrattamente. E mentre in cui l’energia della donna continuava a scemare, nell’uomo sembrava crescere gesto dopo gesto, colpo dopo colpo. Ella, di fronte a quella situazione, cercò distacco dal proprio avversario, ritraendosi con un balzo: quel movimento improvviso le costò più di quanto non avrebbe potuto prevedere, straziandola dalla punta dei piedi fino al collo in una scarica di puro dolore per la situazione precaria in cui il suo fisico si trovava. Stringendo i denti e l’elsa della spada con

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entrambe le mani, cercò di non demordere, di non vedere la propria difesa abbassarsi, la propria guardia smarrirsi. Non poteva e non voleva accettare l’idea di un avversario invincibile: nel corso della propria vita aveva incontrato e affrontato ogni genere di nemici e molti fra essi si erano definiti imbattibili, inarrestabili, immortali. Ma, per quanto essi potessero essere forti e resistenti, per quanto l’apparenza di quelle affermazioni potesse sembrare trovare realtà nel corso della lotta, alla fine un punto debole riusciva immancabilmente a emergere, una breccia di umana fallibilità si concedeva. L’albino, di certo, non avrebbe potuto fare eccezione a tale regola: egli, prima ancora di fondersi in tale orripilante maniera con quelle due gemme ambrate, doveva essere stato comunque un umano, un comune mortale. E per quella ragione, per quanto potere potesse aver conseguito nel diventare tutt’uno con le pietre, avrebbe dovuto conservare una natura mortale, avrebbe dovuto riservarsi una debolezza che in quel momento ella non riusciva a cogliere, ma che avrebbe potuto concederle la vittoria. Se così non fosse stato, il monaco non si sarebbe dimostrato timoroso di affrontarla, non avrebbe esitato nel prevedere la conclusione di quell’incontro: invece aveva offerto prudenza, si era ritratto di fronte a lei, e simile gesto dimostrava chiaramente la vulnerabilità che pur non voleva ammettere. «Sarò forse stata imprudente nel reputare semplice la tua sconfitta…» sussurrò ella, a denti stretti «Ma tu mi temi e questa tua paura conferma che abbatterti è nelle mie possibilità.» «Non ti sarà concesso alcun tentativo per cercare conferma a queste tue vane illusioni.» esclamò egli, in risposta. In quella replica, l’uomo si scaglio con violenza contro la donna, alzando l’oscura falce e preparandosi a colpirla con forza, con un impeto da cui ella difficilmente avrebbe potuto salvarsi. Consapevole che la prima esigenza di ogni guerriero sarebbe sempre stata quella di sopravvivere per poter combattere un nuovo giorno, Midda non ebbe esitazione a cercare di evadere da quell’attacco invece di tentare un’insana difesa: attendendo l’ultimo istante concessole, l’attimo prima della discesa della lunga e ricurva lama bianca della falce, ella di gettò lateralmente a terra, lasciandosi rotolare sopra i corpi morti degli adepti. L’arma dell’albino tagliò così solo l’aria, senza conseguenze a discapito dell’avversaria, ma ciò non lo fece assolutamente desistere: nel tempo di un battito di ciglia, prima ancora che la donna completasse il proprio tentativo di allentarsi, l’immagine del monaco vibrò ancora nell’aria, svanendo e ricompattandosi esattamente nella direzione in cui

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ella aveva diretto il proprio moto. La falce, nuovamente, cercò quel magnifico corpo e solo la prontezza di riflessi della donna guerriero, in un sovrumano istinto di conservazione, la portò a levare il braccio destro quale scudo: la lama bianca generò una pioggia di scintille nello scontrarsi con il nero metallo, che pur accusando il colpo riuscì a dimostrarsi sufficientemente forte da resistere. «Muori, cagna!» inveì l’albino, pesando con tutto il proprio corpo e tutta la propria forza sulla lunga falce, cercando di abbattere le difese dell’avversaria. Il volto dell’uomo, per la prima volta, non celò più alcun sentimento, dimostrando tutta la rabbia, tutta l’ira, tutta la paura dello stesso in quel combattimento: sentimenti forti e quasi infantili, di chi si era troppo abituato ad avere facilmente la meglio sui propri nemici e si ritrovava sconvolto da tanta volontà di vivere. Midda, non potendo mantenere la posizione a lungo, sdraiata a terra sotto egli nell’equilibrio precario offerto dai corpi morti, decise di agire d’impulso, tentando il tutto per tutto in un ultimo gesto d’offesa. La mano destra si mosse, quindi, con tutta la rapidità che avrebbe potuto concedere, ruotando sul gomito che ancora reggeva l’impeto dell’arma avversaria e portandosi ad afferrare con forza il manico della medesima per tirarla lateralmente, guidando in tal modo la stessa energia nemica a sbilanciarne la postura: l’albino, colto di sorpresa da tale gesto, non poté fare altro che seguire quel sbilanciamento, piegandosi in avanti sulla donna e offrendosi per un attimo scoperto di fronte a ogni possibile attacco. Proprio in quell’attimo fuggevole, la spada scattò rapida e mortale, dirigendosi verso il volto avversario, verso gli occhi di ambra del suo nemico: in un movimento netto e controllato, la punta della lama squarciò il volto avversario da tempia a tempia, frantumando il suo setto nasale e sbalzando le pietre oculari fuori dai propri bulbi. Il tempo stesso sembrò fermarsi in conseguenza di quel gesto che sapeva di blasfemia: le due gemme magiche vennero sbalzate lontano dai contendenti, compiendo un lungo moto parabolico che le condusse a scontrarsi con l’orlo dell’abisso da cui la donna era emersa, al centro del tempio. E nel momento in cui esse ricaddero al suolo, tintinnando nel silenzio di quell’istante, un’immensa esplosione di luce scaturì dal volto dell’albino mentre un grido di puro e disumano dolore esplose dalla sua gola. Allontanandosi dalla donna, cieco nei movimenti, egli si portò le mani al viso, sfogando in un urlo straziante tutto il patimento che lo stava dilaniando: la luce irradiata dalle orbite ormai vuote aumentò, diventando

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insopportabile e richiedendo anche alla mercenaria di coprirsi gli occhi, nel non riuscire a sopportare ulteriormente tanta intensità. E in un boato che scosse le colonne stesse del santuario maledetto, tutto ebbe fine.

essuno poté dire quanto tempo potesse essere trascorso dalla morte dell’albino a quando Midda fu in grado di riprendere i sensi. La stanchezza e le ferite alla fine avevano prevalso su lei e, nel momento in cui l’esplosione di luce aveva inondato il santuario, il suo fisico aveva preteso il giusto compenso per tutti gli sforzi offerti, portandola irrimediabilmente a una perdita di coscienza. Quando la ragione tornò alla sua mente, prima ancora di aprire gli occhi, ella ebbe bisogno di qualche istante per ripercorrere gli eventi occorsi, a comprendere cosa avrebbe potuto vedere attorno a sé: con un istante di incertezza, intontita come era da quell’improprio sonno, rivisitò mentalmente tutta l’ultima avventura, dall’arrivo nella palude al combattimento con gli zombie, dalla fuga dalle falene giganti all’uccisione del monaco. Nel suo ultimo ed estremo gesto d’offesa, la donna guerriero aveva individuato quello che probabilmente doveva essere il solo punto debole del proprio avversario: dai globi oculari d’ambra egli traeva il proprio potere e, privato degli stessi, tale energia doveva averlo annientato.

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Riaprendo gli occhi e guardandosi attorno, la donna guerriero ritrovò la stessa desolazione di cui aveva memoria: l’interno del tempio ristagnava di morte e di putrefazione, nella strage che ella aveva compiuto e che, ormai, permeava i pavimenti di pietra, trasudando nelle fondamenta stesse del santuario quasi a voler dissacrare definitivamente la blasfemia di quel luogo nel sangue dei suoi stessi adepti. Un lieve bagliore si sforzava di filtrare dall’alto, a dimostrare che una nuova alba era giunta anche in quella palude maledetta e che ella, ancora una volta, era sopravvissuta. Guardando la propria mano sinistra, la mercenaria vide la propria spada ancora stretta in essa: le nocche erano praticamente sbiancate in tanto sforzo e per riuscire a offrire di nuovo vitalità alle dita dovette impiegare diverso tempo. Spostando poi l’attenzione alla mano e al braccio destro, vide che nessun danno era stato offerto dalla falce avversaria, fatta eccezione per pochi graffi che una lucidata avrebbe cancellato senza conseguenze di sorta. Prima ancora di tentare di

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muoversi, la donna cercò di analizzare la propria situazione fisica, prendendo in esame mentalmente ogni punto del proprio corpo nel desiderio di comprendere quanti danni potesse aver riportato. Fatta eccezione per i numerosi ematomi, che ricoprivano quasi metà della sua candida pelle, ella riuscì a individuare un paio di costole incrinate e una lieve slogatura alla caviglia destra: nulla di irrimediabile, fortunatamente. Anzi, poté tranquillamente dire di essersela cavata con un ampio margine di buona sorte: persino il ginocchio destro, su cui era stata colpita con violenza da una delle creature ombra, non si concedeva come compromesso. Completato il controllo sul proprio stato di salute, Midda tentò un primo movimento. Tutto il proprio corpo, per un istante, sembrò gridarle dolore, richiederle di non spostarsi da quella posizione, ma ella insistette nel tentare di sollevarsi. Era stanca dell’idea stessa di essere sdraiata in quel mattatoio, era stanca dell’odore di morte lì presente, era stanca, in generale, di quella palude. Voleva uscire di lì, con le pietre e con la ragazza, per ritornare a Kriarya, dove avrebbe avuto la propria ricompensa e dove si sarebbe presa un lungo periodo di riposo. «Per almeno una settimana non voglio muovermi dalla locanda…» dichiarò con convinzione e voce impastata. Facendo leva sulla propria spada, ella ritrovò una posizione verticale, ergendosi sopra la massa di cadaveri ed estendendo il proprio sguardo all’intero tempio. Le gemme di Sarth’Okhrin giacevano ancora dove erano state sbalzate dal colpo di grazia, vicino al bordo del pozzo: ormai prive di un detentore, senza più energia vitale ad animarle, esse apparivano quasi spente. Due comunissime gocce di ambra, che in un mercato non sarebbero state valutate neanche per il valore di un pezzo d’oro, ma che, in esse, racchiudevano un potere quasi divino, per cui molti uomini erano morti in passato e molti altri sarebbero probabilmente morti in futuro. Poco lontano, invece, si proponevano i resti del corpo dell’albino. L’esplosione di luce non era stata fine a se stessa: del volto del monaco, infatti, rimaneva solo il ricordo, laddove l’intero capo e la parte superiore del busto, fino a sotto le spalle, risultava essere scomparsa, lasciando un residuo a metà fra il bruciato e il molliccio. «Questo mi fa ricordare perché non amo la stregoneria.» commentò ella, distogliendo lo sguardo dai resti del suo avversario. Sull’altare la ragazza dai capelli rossi giaceva esattamente come Midda l’aveva vista emergendo dall’abisso: seminuda, praticamente coperta a

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stento solo nelle intimità, ella era avvolta da lunghe e strette catene che ne piagavano le braccia e le gambe. Ancora priva di sensi, sembrava essere addirittura morta, non diversamente dal resto del santuario, ma nell’avvicinarsi a quell’altare blasfemo, la donna guerriero riconobbe un lievissimo fremito all’altezza dei seni della giovane vittima: la vita non l’aveva ancora abbandonata. Giungendo, pertanto, zoppicante fino alla prigioniera, la mercenaria osservò per un istante i gioghi che la costringevano alla nera ara sacrilega, individuandone i ceppi metallici: sollevando, con non poca fatica, la spada sopra di sé, ella fece scendere con violenza la lama della stessa sul metallo che vincolava la giovane, frantumandolo così in molteplici piccole esplosioni di scintille dorate. Le catene, fortunatamente, non offrirono eccessiva resistenza e poco dopo ella poté lasciare nuovamente riposare la propria spada nel fodero, dedicandosi a liberare in maniera più delicata possibile la fanciulla. Osservandola ora da vicino, al di là del dolore che ne dominava il viso, la donna comprese di essere di fronte a una ragazza poco più che bambina, con un corpo appena formato che ancora non aveva però dimenticato l’innocenza dell’infanzia. Il suo cuore, posto innanzi a quell’orrido spettacolo, le si colmò per un istante di odio, portandola a disprezzare con fermezza il monaco e tutti gli adepti, rimpiangendo quasi di aver offerto loro una morte tanto rapida in contrasto con le atroci sofferenze che avrebbero meritato. Ma quel pensiero fuggevole venne presto scordato in favore di necessità più immediate, prima fra tutte l’esigenza di non lasciare quel fragile corpo così liberamente offerto alle insidie del mondo. Gettando fragorosamente le catene a terra, lontane dalla loro prigioniera, ella si volse verso la sala, iniziando a osservare i vari cadaveri presenti per scegliere una delle loro bianche tonache, in realtà ormai tendenti a un colore fra rosso e marrone per il sangue rappreso su esse. Le alternative non mancarono e alla fine ella individuò un abito indossato da una donna di dimensioni e proporzioni non eccessivamente dissimili da quelle della fanciulla, ancora integro laddove la sua precedente proprietaria aveva trovato morte nel essere decapitata per sua mano con un colpo secco e preciso. E nel mentre in cui rivestiva delicatamente la fanciulla, cercando di non premere troppo sulle braccia e sulle gambe già ferite dalle catene che su di esse avevano lasciato i segni della propria prepotenza, Midda non colse il fremito che fece vibrare le ciglia della ragazza e che, poco dopo, vide socchiudere i suoi occhi.

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«Dairlan…» sussurrò, quasi inudibile, prima di ricadere in uno stato di incoscienza.

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La città del peccato

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riarya, una delle tre province della zona meridionale di Kofreya: insieme a Karesya e Lysiath, essa si poneva quale confine meridionale del regno.

Nel territorio di Kriarya era una vasta parte della palude di Grykoo: un tempo, secondo quanto narravano leggende e ballate, laguna ricca di vita animale e vegetale nonché di attività umane, ora ridotta a una landa desolata e infetta, in cui nessuno si sarebbe mai voluto inoltrare e da cui nessuno, inoltratosi in essa, ne aveva mai fatto ritorno. Nella palude di Grykoo, infatti, non la vita ma la morte si poneva dominatrice su ogni cosa: lo stesso concetto di esistenza, paradossalmente, appariva quasi in contrasto con la natura di quella zona, una minaccia che non avrebbe potuto, che non avrebbe dovuto, turbare la quiete lì presente. Non i vivi, ma i morti avrebbero per sempre abitato le nere acque fangose di ciò che un tempo era stata definita laguna: i morti che entro quei confini giacevano, lì erano in grado di rianimarsi nel difendere la loro palude da invasori viventi. Nel cuore di quell’area, poi, un santuario consacrato a oscure divinità si ergeva da epoche remote maestoso e mortale: quasi nessuno, salvo gli adepti di quei riti blasfemi, era mai giunto fino a tale edificazione; nessuno, poi, era mai sopravvissuto per poterne riportare voce, per offrire descrizione degli incubi orrendi che lì trovavano concretizzazione. Nessuno prima di lei… La terra malsana conosciuta come palude di Grykoo, invero, non era l’unica piaga della provincia: se il confine meridionale era infatti posseduto da quella fetida presenza, il confine orientale presentava un fronte di guerra aperto da ormai troppi anni con il vicino regno di Y’Shalf. La maggior parte di coloro che continuavano a combattere quel conflitto a ogni possibile livello gerarchico essi fossero, dalla recluta volontaria al sommo generale, si erano scordati le ragioni scatenanti della medesima. Purtroppo, però, l’ordigno bellico, una volta innescato, non avrebbe potuto essere arrestato: se una delle due parti avesse ritratto le proprie truppe, infatti, avrebbe ammesso la propria inferiorità nei confronti dell’avversario. Impossibile, quindi, ipotizzare una conclusione diversa dalla vittoria di una delle due parti e dalla sconfitta dell’altra: chiunque fra Kofreya e Y’Shalf avesse avuto la meglio, avrebbe conquistato e

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soggiogato l’avversario, annettendolo, nel migliore dei casi, ai propri territori o vessandolo, nella peggiore delle ipotesi, con le più sadiche piaghe che l’umano intelletto avrebbe saputo ideare, fino alla fine dei tempi o fino a una nuova guerra. Se i confini meridionali e orientali della provincia non offrivano attrattive, a sua volta il territorio interno alla medesima non si riusciva a presentare migliore: tanta desolazione periferica, del resto, non avrebbe potuto assolutamente offrire il clima di tranquillità utile a incentivare gli insediamenti rurali o le rotte commerciali che avrebbero potuto portare ricchezza alla zona. Le fattorie che un tempo esistevano nelle valli erano state le prime a essere saccheggiate all’inizio del conflitto con Y’Shalf, razziate in ogni risorsa dagli stessi soldati dell’esercito kofreyota, troppo entusiasti della guerra e del proprio ruolo di potere per prendere in considerazione la dignità umana, per perdere tempo a riflettere sull’onore che avrebbe dovuto distinguere un guerriero da una bestia selvaggia e priva di controllo. Del resto, quell’assenza di ordine e disciplina era anche da imputarsi a una scelta dei loro comandanti, che solo attraverso quei saccheggi, nella baldoria delle violenze offerte alle stesse persone che avrebbero dovuto difendere, sapevano offrire distrazione ai propri subalterni come altrimenti non sarebbero stati in grado di fare. Di fronte a un simile scenario, ovviamente, nessun insediamento ebbe modo di sopravvivere ai primi anni di guerra e terra bruciata si creò laddove un tempo erano stati fertili campi coltivati e prolifici allevamenti: i contadini e gli allevatori persero rapidamente ogni fiducia verso i propri governanti, verso un regno che permetteva simili soprusi, e tale stato emotivo diede origine nel tempo al fenomeno poi definito “brigantaggio”. L’organizzazione dei briganti delle valli, così, era divenuta paradossalmente la sola possibilità di vita civile per tutte le persone comuni, per tutti coloro che desideravano vivere la propria vita in pace, lontano da ogni intrigo di potere politico, lontano dalla falsità e dalla menzogna offerta da ogni sovrano e feudatario. In un tale contesto, la popolazione della provincia di Kriarya si poteva quindi classificare in tre principali categorie: i soldati, impegnati nella morte della guerra; i briganti, impegnati nella pace della vita; e tutti gli altri, impegnati nella sopravvivenza quotidiana. Alla terza categoria appartenevano i più differenti generi di persone, interessati a diversi campi d’azione: dalle prostitute ai ladri, dagli assassini ai bari, dai ricettatori ai mercenari. Tutti, normalmente, si affollavano nella città di Kriarya, al centro dell’omonima provincia di competenza, che si offriva in questo modo tutt’altro che accogliente per chiunque non appartenesse a una simile masnada. Al contrario, per tutti

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coloro che invece dominavano realmente la vita quotidiana di quella capitale, essa era tutto ciò che avrebbero potuto desiderare, in un equilibrio di forze e poteri tanto perfetto da apparire quasi civile, benché lontano da tutto ciò che si sarebbe potuto definire tale. Il potere economico e sociale era accentrato in diverse figure, fra loro concorrenti e antagoniste, che si spartivano in maniera perfetta l’urbe ben sapendo che qualsiasi tentativo di espansione in un territorio non proprio avrebbe significato la rottura di quell’armonia e la perdita di tutto ciò che erano riusciti a ottenere. Tali figure avevano al proprio servizio sicari e mercenari, che operavano secondo le direttive loro offerte, guadagnando somme più che generose che finivano, però, puntualmente spese nei divertimenti effimeri offerti da bari e prostitute, i quali, a loro volta, dipendevano ovviamente dalle stesse figure di potere per ottenere protezione e sicurezza. Un circolo vizioso, pertanto, che vedeva il mantenimento costante dell’equilibrio all’interno della società, in una soddisfazione collettiva: nulla che ovviamente potesse essere definito “vivere”, ma sicuramente una maniera più che dignitosa di “sopravvivere”. Midda Bontor, donna guerriero, era comparsa alcuni anni prima a Kriarya da lande ignote, pronta a offrire i propri servigi come mercenaria. In quella provincia, all’epoca del suo arrivo, le uniche donne capaci di impugnare le armi erano briganti ed, escludendo che ella potesse esserlo dato che essi non si sarebbero mai avvicinati alla città, il suo aspetto florido e femminile non le aveva permesso, inizialmente, di essere accolta con la dovuta serietà. Molti l’avevano derisa, altri le avevano proposto una promettente carriera come prostituta, offrendole anche cifre di fronte alle quali chiunque altro avrebbe venduto non solo il proprio corpo ma anche quello della madre, della sorella e, magari, della figlia. Ella, però, aveva offerto rapidi chiarimenti a tutti, facendo sì che rapida si diffondesse l’inequivocabile voce che una donna guerriero dai capelli corvini, gli occhi di ghiaccio e con una cicatrice in viso, era giunta in città e sarebbe riuscita laddove nessun altro avrebbe potuto farcela in cambio della giusta ricompensa. Proprio davanti alle alte mura di Kriarya, ella aveva appena fatto ritorno dall’ultima sua missione, nel corso della quale aveva espugnato il santuario perduto nella palude di Grykoo, sterminando gli adepti di quel blasfemo culto per impossessarsi di due gemme magiche, che le avrebbero fruttato una grande ricompensa, pari a non meno di quattro volte il prezzo inizialmente pattuito.

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Accanto a lei, stretta al punto di sembrare aggrappata quasi come una bambina alla madre, era una giovane fanciulla con lunghi capelli rossi e forme ancora adolescenziali avvolte in una tunica di tessuto bianco, adornato con vaste macchie di sangue rappreso. Gli occhi verdi della ragazza osservavano spaventati il centro urbano che si estendeva davanti a loro, con le mille insidie di esso che l’avrebbero attesa oltre quelle mura. «Ora stammi vicina, Camne.» le raccomandò la donna guerriero «Questo posto non è adatto a una ragazza come te.» Camne era il nome con cui la giovane dai capelli rossi si era presentata alla sua salvatrice quando aveva ripreso conoscenza. La fuga di Midda dal tempio, dopo il recupero delle pietre, non aveva offerto fortunatamente eccessivi ostacoli: persino gli zombie, infatti, non erano apparsi di fronte al suo cammino, forse in conseguenza della sconfitta del monaco albino, celebrante dei riti oscuri del santuario, forse in virtù del possesso da parte della donna delle gemme di Sarth’Okhrin, con le misteriose e occulte capacità delle quali comunque ella non intendeva assolutamente avere a che fare. Il suo incarico si era esaurito nel recupero di quelle due gocce d’ambra e al di fuori di tale compito ella non aveva alcun desiderio d’azione. L’unica difficoltà incontrata nel lasciare le lande desolate della palude di Grykoo era stata proprio la presenza della fanciulla, inizialmente trasportata di peso perché ancora priva di sensi: la donna guerriero, per quanto forte e tenace, non aveva alcuna inumana capacità di riprendersi dalle ferite che aveva subito. Solo il tempo le avrebbe riconcesso tutte le proprie energie, tutta la propria combattività e, per tale ragione, il condurre seco l’ultima prigioniera del tempio blasfemo non era stata un’impresa banale: nonostante il lieve peso della ragazza e il minimo ingombro che ella le offriva, la donna era stata costretta a farsene carico in spalla, sulla schiena ancora dolente per i troppi colpi incassati, e a condurla passo dopo passo attraverso la melma e le sabbie mobili, a denti stretti per non gemere il proprio male. Dopo quasi un intero giorno dall’uscita dal territorio della palude di Grykoo, la giovane aveva finalmente ritrovato coscienza di sé, riaprendo gli occhi e presentandosi con il nome di Camne Marge, dell’isola di Dairlan.

«Dairlan?» aveva ripetuto Midda, nel sentire quel nome «Sei decisamente lontana da casa, ragazza.» «D-dove siamo?» aveva domandato la fanciulla. «A sud. Nel regno di Kofreya.» le aveva chiarito la donna.

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Dairlan era una piccola isola lungo la costa nord-ovest del continente, a molte settimane di nave dalla loro attuale posizione. Come la maggior parte delle piccole isole, essa non era controllata da alcun monarca, ma riconosciuta e rispettata da tutti quale territorio libero e autonomo, autogestito dai propri abitanti in una sorta di sistema democratico che la garantiva quale porto sicuro per navi di qualsiasi bandiera. Pensare che la fanciulla fosse stata rapita tanto a nord per essere condotta fino a quel tempio maledetto aveva un qualcosa di perverso. Dopo alcuni giorni di cammino nelle valli kofreyote, nel corso delle quali la donna guerriero aveva avuto modo di iniziare a ritemprarsi al fine di non giungere a Kriarya eccessivamente debole, Midda e Camne giunsero quindi alle porte della capitale di quella provincia: la prima desiderosa di riscuotere la propria ricompensa e rimettersi completamente in forze prima di intraprendere il viaggio verso nord, la seconda intimorita da ciò che avrebbe potuto trovare all’interno dei quelle mura. Kriarya si presentò al loro sguardo alta e imponente, con scintillanti torri di pietra tendenti al cielo quasi come una sfida agli dei, ognuna diversa eppur tutte simili. Nessun edificio all’interno della città offriva forme tondeggianti, preferendo anche nelle proprie basi delle strutture poligonali, per differenziarsi dalla vicina Y’Shalf con cui in realtà condivideva molto più di quanto non volesse ammettere. Lo stile architettonico dei due regni, per quanto fra loro nemici, era infatti molto simile nelle preferenze estetiche, a partire da quelle strutture altissime e appariscenti, concludendo con i particolari minori, quali il taglio delle porte e delle finestre, praticamente assimilabile: dove, però, a oriente ogni angolo sembrava voler essere eliminato in favore di un’armonia di curve e superfici lisce e lucenti; a occidente, ogni curva appariva superflua, eliminata a vantaggio di spigoli e superfici rudi, di pietra nuda. Due volti della stessa medaglia, i quali comunque non desideravano accettare la propria somiglianza e che, grottescamente in quei tentativi fallimentari di diversificazione, cercavano di rinnegare la propria stessa natura per imporsi una sull’altra. Le mura che abbracciavano l’intero perimetro dell’urbe rispettavano a loro volta lo stile kofreyota, offrendosi in un’ampia pianta a dodecagono, forte e compatta nella nuda pietra grigia della propria superficie, interrotta unicamente sui bastioni più elevati da file regolari e alternate di finestre, abbastanza larghe da permettere alle guardie al loro interno di scorgere e attaccare eventuali nemici, ma sufficientemente strette da impedire a qualsiasi offesa nemica di superare tale protezione. Ai dodici

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angoli del baluardo, poi, si ergevano dodici larghe torri dalla pianta egualmente a dodecagono, in cima a ognuna delle quali ardeva perennemente, giorno e notte, un grande braciere: il colore delle fiamme di quei fuochi, opportunamente modificato attraverso polveri minerali adeguate, poteva così permettere di comunicare rapidamente messaggi di interesse generale da ogni estremo del perimetro all’intera città, segnalando i più vari pericoli ed emergenze in un complesso codice visivo che ogni abitante della capitale aveva imparato rapidamente a conoscere. Le porte della città erano solo quattro, disposte nei quattro punti cardinali. Inizialmente, prima della guerra, esse in realtà si potevano addirittura contare nel numero di dodici, ognuna al centro di uno dei lati delle mura: con l’esplosione del conflitto, però, la presenza di così tante vie di accesso era stato considerato strategicamente negativo e per questo si era preferito murare otto ingressi, conservando liberi solo quelli ritenuti estremamente necessari. Il tempo, successivamente, aveva cancellato anche il ricordo di quelle vie occluse, ricoperte da polvere, terra e muschio così tanto da non poter più essere distinte dal resto della cinta difensiva. Midda e Camne, giungendo da sud-est avrebbero avuto l’imbarazzo della scelta in due diverse e comode alternative, ma la donna guerriero aveva preferito allungare il cammino e penetrare nella città dall’ingresso occidentale, più vicino alla locanda in cui era solita alloggiare. Benché non lo avrebbe mai ammesso, infatti, la presenza della ragazza al suo fianco la preoccupava: al di là dei segni delle catene sulle giovani e delicate braccia e gambe, che ancora piagavano quella bianca pelle, la fanciulla offriva una certa avvenenza in quel suo non essere ancora donna ma non essere più neanche bambina. Un corpo così giovane e puro avrebbe certamente attratto molti sguardi all’interno di Kriarya e, inevitabilmente, a seguito delle occhiate sarebbero giunti tentativi di approccio più o meno violenti: normalmente la donna guerriero non avrebbe temuto nessuno di tutti gli abitanti della capitale, ma sapeva di essere ancora estremamente provata dalla missione all’interno della palude, e rischiare di ritrovarsi ad affrontare orde di pendagli da forca per proteggere quell’investimento dai capelli rossi era l’ultima cosa che desiderava. Per tale ragione un poco di prudenza non sarebbe certamente guastata. L’ingresso a ponente dell’urbe ci proponeva, al pari degli altri ingressi, presidiato da un drappello di soldati kofreyoti: la sorveglianza, ovviamente, era minima, atta unicamente a ridurre il rischio della presenza di eventuali spie y’shalfiche. Nessuno invero avrebbe comunque prestato attenzione a coloro che sarebbero entrati e usciti dalla città, specie durante il giorno: anche al suo primo ingresso a Kriarya, Midda non aveva

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dovuto fare altro che offrire il proprio nome e lo scopo della propria visita, domande che successivamente non le erano più state poste laddove ben presto ella era riuscita a imporre una certa fama, utile a non concedere più dubbi sulla propria identità. Giungendo così alla porta, la donna guerriero avanzò con passo fermo e schiena dritta attraverso la solita folla di mercanti nomadi lì impegnati in ogni genere di affari, tenendo accanto a sé la ragazza e non offrendo alcuno sguardo a tutti coloro che, al contrario, a loro ne donavano parecchi. Era ormai abituata a una simile accoglienza e nonostante la maggior parte di quelle persone sapessero, ora, con chi avevano a che fare, essi non rinunciavano a bearsi per pochi istanti della vista di quel corpo inarrivabile, considerato più che sprecato nell’attività mercenaria che ella aveva scelto per la propria vita.

’ingresso della donna e della ragazza in città non poté passare inosservato. Se sulla porta occidentale molti sguardi si erano rivolti verso entrambe, all’interno delle mura non fu diverso se non che, oltre agli sguardi, anche qualche esplicito commento non si fece attendere, come Midda aveva purtroppo previsto. Sebbene il passo dettato dalla donna guerriero restò regolare e ritmico, controllato al fine di dimostrare assoluta sicurezza e alcuna fretta altrimenti interpretabile come chiaro segno di timori e debolezza, ella cercò di non rendere il cammino verso la locanda di un solo piede più lungo del dovuto. Negli occhi color ghiaccio, le pupille si contrassero fino a risultare due punti neri quasi indistinguibili, offrendole un’apparenza spettrale: nessuno avrebbe osato rivolgersi direttamente verso di lei, né accennare un solo commento in suo merito, anche qualora si fosse già allontanata, temendo l’ira di quella mercenaria la quale sembrava essere stata forgiata dagli dei solo per combattere e uccidere. Al suo fianco, però, Camne non si propose egualmente protetta dall’aura che avvolgeva la sua salvatrice: per quanto reverenziale timore potesse essere in grado di generare la donna guerriero, la presenza di una preda tanto giovane e attraente in un simile covo di disperati senza anima od onore appariva simile a quella di un cerbiatto ferito e spaesato in mezzo a un branco di lupi. Neanche la tonaca bianca macchiata di sangue rappreso fu un sufficiente disincentivo a tanto interesse: quel viso così innocente e puro, circondato da folti capelli simili a fuoco, era troppo candido per poter creare dubbi sull’assoluta inoffensività della fanciulla.

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Certamente in quel momento ella si concedeva protetta da Midda e solo uno stolto senza alcun amore per la propria esistenza avrebbe osato avvicinarsi, ma in tutti gli spettatori era la certezza che la donna guerriero non avrebbe potuto proteggere quel bocconcino prelibato in eterno. Prima o poi, la fanciulla sarebbe rimasta sola, e in quell’esatto istante ella sarebbe diventata loro. Ma se era vero che solo uno stolto senza alcun amore per la propria esistenza avrebbe osato avvicinarsi alla donna guerriero, era purtroppo altrettanto vero che in Kriarya, in effetti, candidati a un tale ruolo non sarebbero mai mancati. E il primo fra essi decise di mostrarsi tale proprio quando solo pochi passi separavano ormai la coppia dalla loro meta. «Sei stata gentile a portarci una tua amica, sfregiata.» commentò una voce maschile. La donna guerriero si voltò verso il proprietario di quelle parole, ritrovandosi a osservare un uomo più alto rispetto a lei di almeno un piede. I capelli, castani con riflessi dorati per effetto del sole, e la pelle, abbronzata al punto da concedersi praticamente bronzea, lo qualificavano immediatamente come tranitha. Tagliata corta, pur senza esagerare, la chioma quasi felina incorniciava un viso duro, spigoloso nei suoi tratti e nei suoi zigomi, sul quale un unico occhio blu risplendeva nel lato sinistro del viso: laddove avrebbe dovuto offrirsi l’occhio destro, altresì, una benda marrone avvolgeva il capo, perdendosi fra i capelli. Il corpo dell’uomo, poi, si presentava muscoloso e forte, lucente nella tonalità della sua pelle e nel misto di olio e sudore che lo ricopriva: nessun abito celava le membra guizzanti sotto l’epidermide tesa, fatta eccezione per un perizoma e due sandali di cuoio. Al suo collo erano i resti di qualche altro abbigliamento, forse una casacca o una tunica, che stracciati pendevano frementi sul largo petto scolpito, agitati da un respiro aritmico, a tratti affannoso. Le braccia, poi, si mostravano bendate attorno a entrambe le mani fino ai polsi, imitando le usanze di alcuni combattenti provenienti dalle terre a oriente, e ricoperte fino alle spalle da un fitto intreccio di tatuaggi tribali, non troppo diversi in effetti da quelli del braccio sinistro di Midda al di fuori del colore, il quale, invece di risplendere azzurro, si confondeva quasi con la pelle stessa dell’uomo in una tonalità di marrone. A completare il quadro non piacevole offerto allo sguardo della donna, infine, era l’arma che egli impugnava nella mancina: una medrath, una sorta di spada corta dalla lama triangolare a doppio filo, dotata di un’impugnatura da tirapugni che ne permetteva l’utilizzo come estensione del proprio braccio, della propria mano, rendendola facile da adoperare e particolarmente letale anche in soggetti non addestrati alla

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scherma. Tali lame, per quanto pericolose, non erano armi da guerriero ma, piuttosto, da bassa manovalanza, da semplici picchiatori che desideravano elevarsi a un rango superiore al proprio, spesso per proporsi come mercenari a qualche potere locale: individui quindi non particolarmente pericolosi per un vero guerriero come era lei, ma comunque da non sottovalutare. Un orso, per quanto dotato di un intelletto elementare animale e privo di qualsiasi istruzione all’uso delle armi, sarebbe restato pur sempre una bestia temibile: non diverso era l’uomo che ella aveva di fronte, un orso selvaggio, il cui alito lasciava trasparire le ragioni di tanta imprudenza da parte sua. Alcool. «Sei ubriaco, guercio.» rispose ella, stringendo nella mano sinistra l’impugnatura della sua spada «Cedimi il passo e soprassederò su questo tuo affronto nei miei riguardi.» «E tu sei una cagna che non vuole accettare il proprio ruolo.» sentenziò l’uomo. Il vociare che caratterizzava i viottoli della città si arrestò di colpo a quelle parole, mentre ogni sguardo, ogni attenzione si rivolse verso il guercio e la donna guerriero. Entrambi erano volti più che noti in quelle vie, conosciuti da tempo, entro certi limiti anche apprezzati o temuti, e ciò che stava accadendo in quel momento, se ne rendevano conto tutti, avrebbe potuto avere risvolti anche molto gravi. L’uomo doveva aver ovviamente ecceduto nell’alcool, forse a festeggiare qualche propria scorribanda notturna, forse per altre ragioni, e ciò l’aveva condotto in quello stato di assenza di raziocinio tale da permettergli di sfidare apertamente Midda, di insultarla davanti a tutta la città: certo, ciò che aveva manifestato altro non era che un pensiero condiviso da molti, ma nessuno avrebbe mai osato offrire voce a tale idea. Per quanto femminile potesse essere il corpo concesso al loro sguardo, il suo animo si poneva irrimediabilmente guerriero, pronto a seminare morte con la stessa naturalezza con cui un contadino avrebbe sparso chicchi di grano su un campo arato. La mercenaria socchiuse gli occhi a quelle parole, valutando rapidamente il da farsi: prevedibilmente l’uomo avrebbe atteso solo pochi altri istanti prima di tentare un raffazzonato attacco, offesa che ella, nonostante non fosse al pieno delle proprie energie, non avrebbe dovuto avere alcun problema a scartare, estraendo la propria lama e ponendo rapidamente fine a quell’assurdo scontro. Nelle leggi non scritte di Kriarya, ella avrebbe avuto pieno diritto a prendere la vita dell’uomo,

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come risposta sia all’offesa subita, sia al tentativo di attacco che egli stava per compiere: nessuno attorno a loro, anzi, si sarebbe atteso qualcosa di diverso da simile conclusione, dalla morte del tranitha che, per propria disgrazia, era apparso nel luogo sbagliato al momento sbagliato. Nonostante però quella morte le fosse dovuta, ella non riteneva utile pretenderla in quel frangente. Era una mercenaria e, come tale, era abituata a dare un valore a ogni propria azione: la morte dell’uomo sarebbe stata del tutto gratuita, non offrendole nessun vantaggio, non concedendole alcun privilegio, neanche sociale, superiore a quelli che già possedeva. In quel pensiero, la strategia di difesa si propose già pianificata con chiarezza nella sua mente. Come previsto da Midda e atteso da tutta la folla apertasi attorno a loro, per assistere allo scontro, l’uomo inspirò affannosamente una grande boccata d’aria, prima di gettarsi in modo sconclusionato contro l’avversaria, con foga animale, tendendo il braccio destro in avanti per riuscire ad afferrarla e bloccarla, e il braccio sinistro indietro, a caricare il colpo di grazia. Nell’offuscamento offerto dall’alcool, egli non desiderava neanche tentare di possederla, di dominarla: era solo la morte a interessarlo, unicamente la distruzione perché ciò che egli non avrebbe potuto avere non avrebbe avuto senso di esistere. La donna guerriero, senza scomporsi, lascio ricadere con delicatezza ma decisione la compagna a terra, al proprio fianco, liberando così il braccio destro, lucente nel metallo nero dai riflessi rossi dell’armatura che perennemente la rivestiva in quel punto. Quando il guercio la raggiunse, mirando al collo con la propria enorme estremità, ella mosse la propria mano sinistra ad afferrarne il polso, in un gesto rapido come quello di un serpente, muovendosi lateralmente per evitarne la traiettoria: tirandolo con minimo di forza, ella riuscì a rivoltare contro di lui tutta quell’enfasi, sbilanciandolo nella propria stessa irruenza. Impossibilitato a controllare i propri movimenti, l’uomo si ritrovò così trasformato da predatore a preda, privato del proprio equilibrio e di ogni possibilità di difesa in opposizione a qualsiasi attacco che ella avrebbe desiderato offrirgli. La donna non mancò di avventarsi contro di lui, guidando in un’ampia parabola il proprio braccio destro, la propria mano metallica, a impattarsi sul retro di quel collo taurino, colpendolo di taglio con violenza controllata all’attaccatura del capo stesso. Un’azione che, complessivamente, non si protrasse per più di pochi attimi e che vide l’uomo crollare privo di sensi ai piedi della donna, impassibile sopra l’avversario sconfitto.

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Gli spettri della nave
l mare: l’ultima grande frontiera dell’umanità.

I

Con le sue insidie, i suoi tesori nascosti, le sue leggi, il suo potere, il mare da sempre era apparso agli occhi di ogni mortale come la più evidente manifestazione dell’esistenza degli dei: dove la terra stessa avrebbe potuto essere piegata ai voleri degli uomini, forgiata per costruire città e fortezze, templi e campi coltivati, il mare si sarebbe concesso indomito e indomabile, capace di dispensare vita o morte a chiunque in esso avesse osato avventurarsi in base ai propri esclusivi capricci. Come per ogni divinità, anche i desideri del medesimo sarebbero potuti essere interpretati e, soprattutto, avrebbero dovuto essere rispettati: a coloro che si fossero dimostrati in grado di compiere questo, comprendendo il mare e i suoi voleri, esso avrebbe offerto la propria generosità, concedendo abbondantemente i propri frutti non diversamente da una madre che dona il proprio seno al figlio per nutrirlo. Ma la capacità di sapersi avvicinare al mare, di saperlo rispettare e interpretare non era mai stata concessa a tutti: al contrario, tale conoscenza era da sempre risultata, invero, più arcana e mistica della stessa stregoneria, della negromanzia, dove anche stregoni e negromanti nulla avrebbero potuto di fronte a tanta indomabile e fiera volontà. Il dono di poter comprendere il mare era, infatti, concesso solo ai suoi eletti, ai suoi figli prediletti, coloro che per sorte, per destino avevano avuto la fortuna di nascere nella sua grazia: pescatori e marinai quindi, concepiti e cresciuti a contatto con il mare ancor più che con la terra, capaci di nuotare ancor prima di camminare, che mai avrebbero sfidato o contrastato il volere delle correnti ma a esse si sarebbero affidati, lasciandosi trascinare nel compimento del loro e del proprio desiderio di vita. Solo essi, coloro che avevano avuto la fortuna di nascere con il mare nell’animo e l’animo nel mare, sarebbero stati in grado di veleggiare sulla sua superficie, di attraversarne le mille insidie con una possibilità di fare ritorno a casa. Non una certezza ma solo una viva speranza perché, nonostante la benedizione del mare verso di essi, anche marinai e pescatori non avrebbero mai dovuto considerare la sua potenza domata, i suoi pericoli scampati: così come il mare si proponeva a offrir loro la vita, esso si sarebbe potuto impegnare nel toglierla con altrettanta facilità, freddamente, cinicamente forse, ma concedendosi assolutamente equo e imparziale, non osservando volto alcuno prima di compiere le proprie scelte. Il più ricco fra i potenti e

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il più povero fra i derelitti si sarebbero offerti sempre uguali di fronte a esso ancor più che nell’impegno improrogabile con la morte: se l’ultimo grande appuntamento di ogni mortale avrebbe potuto essere rimandato, seppur non a tempo indeterminato, grazie alla forza e al denaro, nel confronto con il mare nessuna preferenza sarebbe mai stata offerta, nessun distinguo sarebbe mai stato compiuto. Equo era il mare, imparziale giudice davanti al quale alcun uomo, donna o bambino avrebbe mai potuto mancare di rispetto tentando raggiri e menzogne: il più saggio e il più folle fra i tiranni dell’umanità avrebbero potuto anche essere ingannati, piegati a un volere esterno dal proprio, ma non il mare, non la sua divina potenza. Le azzurre distese d’acqua circondavano ogni territorio su cui l’uomo avesse mai messo piede, di cui qualsiasi cronaca avesse mai parlato. Coloro che si erano mai posti dubbi e domande riguardo a come terra e mare fossero disposti sulla superficie del pianeta, principalmente studiosi, religiosi e folli, avevano da tempo raggiunto accordo in una conclusione comune. Il mondo doveva avere in qualche modo una propria intrinseca delimitazione fisica nonostante esso apparisse infinito all’orizzonte, perché senza l’esistenza di confini alla propria estensione il sole, la luna e gli altri astri del cielo non avrebbero potuto compiere le proprie rivoluzioni nel passaggio fra giorno e notte, muovendosi attorno a tutto ciò che era. Tale delimitazione, di qualsiasi natura essa fosse, avrebbe dovuto pertanto essere presente oltre il mare, oltre lo stesso orizzonte, nella direzione verso la quale chiunque avventurandosi non aveva e non avrebbe mai fatto ritorno. Sulla forma del pianeta stesso, poi, tutti si sarebbero concessi più che disponibili a offrire le proprie ipotesi, in inevitabile contrasto l’una con l’altra, dove comunque, a fini pratici, alla gente comune poco sarebbe importato di conoscere simili dettagli: l’importante sarebbe stato solo comprendere e sapere come tutte le terre fossero circondate dall’acqua, dalla presenza del mare, simili a un vasto arcipelago nel quale i continenti, Hyn, Myrgan e Qahr, si offrivano al pari di isole maggiori. Tre erano, infatti, le principali terre emerse sulla superficie del mare, tanto vaste e ricche di variegata natura da essersi nel tempo frammentate in dozzine di diversi regni, con proprie culture, proprie regole, proprie convinzioni religiose, propria storia: ma al di là dei regni, delle culture, delle regole, delle convinzioni religiose e della storia, al di là della fisicità stessa dei continenti, una forza primordiale, un potere incontrollabile avrebbe sempre accomunato tutto ciò che esisteva nel mondo. Tale energia era il mare.

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Nonostante anche il territorio sotto la giurisdizione di Kriarya, nel regno di Kofreya, fosse a contatto con il mare nel proprio confine sudorientale, la presenza insorta della palude di Grykoo aveva reso impraticabile tale via, distruggendo nel corso del tempo ogni tradizione marittima presente in passato. Chiunque da quella zona avesse voluto intraprendere un viaggio in nave avrebbe dovuto, pertanto, spostarsi innanzitutto via terra alla ricerca di una costa, diversa da quella del terreno maledetto della palude, e di una città portuale. E pertanto, da tale area, solo due sarebbero state le alternative offerte nel voler minimizzare la durata del tragitto terrestre e nell’evitare di oltrepassare il confine con Y’Shalf, con la quale Kofreya era impegnata da anni in una violenta e distruttiva guerra: Lysiath, sotto lo stesso controllo kofreyota, e Seviath, appartenente al regno di Tranith. Entrambe le città, invero, erano state originariamente fondate all’interno dei confini di Tranith, ma nel corso dei secoli la prima era stata ceduta al controllo di Kofreya: tale alienazione, se da un lato aveva concesso nuovamente al regno beneficiario uno sbocco marittimo verso meridione, dall’altro aveva diviso il territorio tranitha in due penisole fra loro separate e impossibilitate a qualsiasi comunicazione diretta esterna. L’omonima capitale della provincia di Lysiath, in realtà, non aveva mai concesso comunque un contatto immediato con la costa, situandosi troppo lontana dalla stessa e vedendo conseguentemente delegate le proprie attività portuali a un centro minore. Al contrario, la città di Seviath si ergeva completamente sul litorale risultando, anche grazie alla posizione protetta offerta dal golfo a essa frontale, uno dei migliori e più frequentati crocevia nautici del versante sud-occidentale del continente. Da una tale situazione geografica si proponeva pertanto evidente la scelta di Seviath come destinazione di passaggio per ogni viaggiatore, mercante o avventuriero che da Kriarya avesse desiderato raggiungere la costa e da lì partire per il resto del mondo conosciuto, o viceversa: nessuna frontiera, del resto, si sarebbe frapposta a rallentare il cammino da e verso tale meta, in conseguenza di un clima politico assolutamente collaborativo e pacifico esistente fra i due regni confinanti. A differenza di Kofreya, Tranith nella propria storia recente e remota non ricordava infatti grandi guerre o desideri di predominazione: forse complice l’intrinseca natura dedicata al mare, con un territorio metà insulare e metà peninsulare, essa aveva da sempre preferito attività di commercio e di pesca a quelle militari, arrivando a stipulare anche patti a proprio svantaggio pur di evitare conseguenze belliche. Lo stesso territorio di Lysiath, non a caso, era stato ceduto ai sovrani kofreyoti senza colpo ferire: la modifica dei confini fra i due regni era stata sancita come controparte alla stipulazione di un trattato di pace che avrebbe impegnato

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Kofreya a non intraprendere azioni militari di alcun genere nei confronti di Tranith almeno fino a quando, testualmente, nella palude di Grykoo non fossero tornati a germogliare i fiori e i pesci non avessero ripreso a nuotare nelle acque tornate trasparenti. Una serenità, quindi, praticamente eterna, almeno nei propositi delle parti in causa. Avendo necessità di raggiungere una città portuale per fare rotta verso l’isola di Dairlan, situata lungo la costa nord-occidentale del continente, Midda Bontor, donna guerriero nonché mercenaria, e Camne Marge, sua protetta, seguirono la soluzione più semplice, che apparve essere anche la migliore. Esse diressero il proprio cammino verso Seviath, ponendosi al seguito di una carovana commerciale partita da Kriarya pochi giorni prima: la mercenaria, in cambio di un posto per se stessa e per la propria compagna in tale convoglio, aveva offerto i propri servigi di guerriera, in uno scambio di favori che non avrebbe potuto lasciare insoddisfatti i mercanti della carovana, più che lieti di averla al proprio fianco, e che, in realtà, non le aveva poi richiesto alcun reale impegno. Il viaggio, infatti, ebbe modo di dimostrarsi assolutamente tranquillo, nel percorrere vie già note e normalmente sicure, concedendo così alla donna la possibilità di riposare il proprio fisico e curare le proprie ferite, conseguenza delle sue ultime disavventure, opportunamente nascoste sotto un amplio manto per non offrire notorietà di tale debilitata condizione presso i nuovi compagni di viaggio. La penisola principale del regno di Tranith si mostrava attraversata dal proseguo della catena montuosa di Rou’Farth, la medesima che divideva il confine fra Kofreya e Y’Shalf, e proprio nel punto in cui i monti giungevano a incontrare il mare era stata fondata in tempi immemori la città di Seviath. Essa si offriva alta e imponente lungo il litorale, costruita sul crinale stesso dei monti tale da apparire appoggiata come un velo a essi, risplendente di marmi bianchi e bordi dorati, luminescente di mille piccoli smalti che in mosaici multicolori decoravano ogni tetto, rendendola simile a un meraviglioso gioiello, un diadema forse lì appoggiato da qualche dea dei mari per non essere perso fra i flutti. Le forme delle architetture si mostravano molto differenti dallo stile kofreyota e da quello y’shalfico: laddove infatti le costruzioni in quelle terre erano solite tendersi verso il cielo quasi a volerlo sfidare, in Tranith esse preferivano seguire le curve del territorio, crescendo su di esso come un manto vegetale in edifici bassi ma, spesso, molto contorti. Nessuno avrebbe saputo dire come e perché fosse nato un tale stile, ma in tutto il regno e in particolare a Seviath le case, le locande, i templi sembravano volersi sbizzarrire in ogni forma che

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mente umana fosse in grado di concepire, plasmandosi in aspetti sempre originali e quasi mai ripetuti, mostrandosi a volte geometriche altre caotiche, a volte più simili alla normalità altre tanto fantasiose da non permettere comprendere cosa volessero rappresentare. Scalinate spesso attorcigliate in spirali vertiginose congiungevano i vari livelli della città, dalla costa frastagliata, nella forma di dozzine di moli diversi, fino a sfiorare quasi le nuvole, fra le estremità degli edifici eretti più in alto sul crinale del monte. Nel versante più basso della città era accentrato il maggiore interesse economico e commerciale, accalcandosi spontaneamente e naturalmente attorno ai numerosi approdi, alle lunghe banchine in pietra che sembravano voler violare il mare pur addentrandosi in esso con assoluto rispetto, nella consapevolezza dei limiti da non poter prevaricare, da non dover oltrepassare. Tante, tantissime erano le navi lì attraccate, apparendo sulla superficie tranquilla dell’acqua come una vera e propria foresta di alberi e vele, dondolanti quasi all’unisono eppur ognuna con un proprio ritmo, una propria indipendenza, come le infinite onde del mare. Più vicino ai moli, più accostate al porto, erano accentrate tutte le attività mercantili, presenti in lunghe distese di banchi e banconi originariamente forse concepiti per poter essere mobili e itineranti ma divenuti, nel tempo, più immobili degli edifici stessi alle loro spalle. In un così vasto mercato ogni genere di beni avrebbe potuto trovare il proprio giusto spazio, allo scopo di soddisfare qualsiasi richiesta, esigenza, desiderio o sfizio di qualsivoglia possibile cliente: sebbene la maggior parte degli acquirenti fossero in realtà i mercanti delle varie carovane, in una ripartizione delle competenze territoriali verso l’interno del continente, non mancavano infatti anche compratori privati, persone comuni di ogni estrazione e ceto sociale, anche se per lo più benestanti, che aggirandosi in quella fiera cercavano di trasformare in realtà ogni propria fantasia. Stoffe preziose, gioielli lucenti, spezie rare, ma anche terribili armi, attrezzature di ogni natura e persino schiavi trovavano i propri spazi in quel contesto, presentano le migliori offerte da ogni parte dei tre continenti. Nel lato superiore della città era concentrato il potere politico della medesima, in alcuna contrapposizione con quello economico, rappresentato qual era dalle più antiche e ricche famiglie di mercanti di tutta Seviath: in un regno che aveva fatto del commercio la propria principale attività, tanto da arrivare a vendere interi territori nel mantenere la pace e l’indipendenza, non avrebbe infatti mai potuto essere una nobiltà di sangue a guidare le questioni politiche interne ed esterne. Nobili e feudatari risultavano così sostituiti in quelle terre da potenti mercanti, proprietari e armatori di flotte intere di navi che quotidianamente attraversavano i mari a raggiungere mete per chiunque

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altro inarrivabili: a loro, alla loro bravura, alla loro capacità di gestire i propri affari era offerto l’onere e l’onore di scegliere in merito alle questioni pubbliche, richiedendo ai medesimi lo stesso impegno e la stessa dedizione che avrebbero posto in quelle private. E per quanto ovviamente gli interessi privati spesso arrivassero a interferire in quelli pubblici, l’assoluta libertà di mercato e la conseguente frammentazione dei domini commerciali permettevano un’equa ripartizione dell’autorità, non concedendo eccessi ad alcuna famiglia, non permettendo l’accentramento del potere nelle mani di uno solo. Sul versante più alto della città, così, le più sfarzose e lucenti costruzioni offrivano il bagliore delle proprie decorazioni smaltate, dei propri colori abbaglianti, presentandosi quasi come una lunga fila di luci guida per le navi più lontane, laddove neanche i reali fari eretti lungo la frontiera dei moli sarebbero riusciti a mostrarsi. Nessuna muraglia, nessuna cinta era mai stata eretta a difesa della città, in quanto alcun pericolo per essa era mai stato previsto o sentito: la filosofia di vita da sempre imperante in Tranith era infatti rivolta al compromesso, non al conflitto. Nessun altro regno aveva mai cercato di dichiarare loro guerra: tutti avevano invece preferito scendere a patti per garantirsi la possibilità di scambi commerciali con le famiglie tranithe, per riservarsi il diritto di poter usufruire delle loro reti di contatti, delle loro risorse economiche. Poter essere loro alleati risultava da sempre offrire più benefici che costi, ma nonostante ciò anch’essi avrebbero dovuto confrontarsi con un’antagonista, una nemesi: i veri nemici del regno, i soli avversari della quiete e della serenità di quelle terre si concedevano essere i pirati, figli delle acque non diversamente dalla maggior parte dei tranithi e degli abitanti degli altri regni delle coste. Votati fin dalla nascita al mare, avevano fatto di esso il proprio unico luogo di vita, sfruttandone il potere, accompagnandone la furia per compiere le proprie razzie, per accumulare tesori e influenza al di fuori di qualsiasi legge, del rispetto per qualsiasi regno o governo costituito: contro di essi alcuna barriera avrebbe mai potuto difendere Seviath o qualsiasi altra città portuale, dato che il pericolo da loro rappresentato sarebbe sempre giunto dal mare, dalla stessa e sola direzione verso la quale mai si sarebbero potuti proteggere, mai si sarebbero potuti chiudere a meno di non rinunciare alla propria stessa natura. Alcuna alta parete, alcuna torre di guardia, alcun blocco di militari armati si offrì pertanto allo sguardo di Camne quando, affacciandosi dal carro all’interno del quale aveva percorso il lungo viaggio dalla violenta e bellica Kriarya, poté per la prima volta scorgere le luci di Seviath giungendo da uno stretto passo fra le montagne al di sopra della città stessa.

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… come un uccello colpito in volo, ella si ritrovò a precipitare…

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L’incanto di essa si concesse alla fanciulla in tutto il proprio splendore, abbagliando la ragazza con i propri colori così brillanti, in una lucentezza quasi magica offerta dal sole ancora lontano dal proprio zenit, da poco sorto da dietro le montagne per salutare tutti gli abitanti della costa: al confronto con Kofreya, con le sue tenebre di morte, Tranith appariva un mondo a sé stante, una realtà che avrebbe potuto riempire di entusiasmo e di gioia il cuore di chiunque, soprattutto quello di una giovane come ella era. «Un primo commento in merito a Seviath?» sorrise Midda, muovendo il proprio cavallo ad accostarsi alla carrozza dove era la sua protetta. «Beh…» rispose ella, guardandosi attorno con occhi spalancati ma al contempo coprendosi lo sguardo con la mano per non restare accecata da tanta luce «E’… wow…» «Wow?» rise sommessamente la donna guerriero, di fronte alla genuina e innocente semplicità dimostrata in quell’affermazione «La prendo come una valutazione positiva.» «Lo è!» confermò Camne, annuendo vistosamente e scuotendo così la folta chioma rossa che circondava il proprio capo. «Bene.» replicò la mercenaria, tirando appena le redini dell’animale per rallentarne il cammino e tornare nuovamente nella propria posizione in fondo al convoglio «Preparati… fra poco riprenderemo la nostra strada.» Lasciata la carovana mercantile come d’accordo all’arrivo in Seviath, Midda e Camne proseguirono infatti sole per il proprio destino, dirigendosi immediatamente verso il porto alla ricerca della possibilità di compiere il medesimo. La donna guerriero apriva la strada, camminando fiera e quasi altera, con usuale passo sicuro e ritmico ma senza incedere in atteggiamenti marziali: dal suo corpo, avvolto nei suoi classici e fin troppo rovinati quattro stracci con l’addizionale offerta da un ampio mantello rosso scuro, non poteva evitare di traspirare un’intrinseca femminilità, in una sensualità spontanea come lo stesso respirare, come il battere del cuore. Una fascia di colore indefinito fra azzurro e violaceo, una casacca grigia tanto stracciata da apparire più simile a canottiera, pantaloni e stivali di tonalità rosse e marroni non meglio identificabili e tenuti insieme forse solo dalla sua forza di volontà: nonostante la povertà di quelli che solo ella poteva osare definire abiti, fosse stata vestita anche con spazzatura peggiore a quella, la mercenaria non avrebbe mai potuto apparire spiacevole allo sguardo, non avrebbe mai potuto far allontanare le attenzioni invece di attrarle. Gli occhi azzurro ghiaccio non si

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concedevano ad alcuno fra tutti coloro che li ricercavano quasi grottescamente nell’eccessivo affanno e, anzi, mentre il suo braccio sinistro ondeggiava tranquillo al ritmo di quei passi, il braccio destro in nera armatura restava appoggiato quasi stancamente all’elsa della sua azzurra spada: un monito per tutte le possibili cause di disturbo che avrebbero potuto incontrare in un istinto forse eccessivamente protettivo, più che indispensabile in una città come Kriarya ma quasi del tutto superfluo in una come Seviath. Nessun ladro si sarebbe avvicinato a loro, nessun ubriaco avrebbe cercato di molestarle, nessun assassino avrebbe attentato alle loro vite: la città del peccato era un lontano ricordo alle loro spalle, ma nonostante la luminosità dei mille mosaici, la vita che scorreva forte in quelle vie come sangue nelle vene, in Midda la guardia non sarebbe potuta essere abbassata. Ella non avrebbe potuto concedersi un momento di quiete interiore, non, soprattutto, dopo che qualcuno non ancora identificato, e quindi ancora in vita, aveva tentato di ucciderla a tradimento: la ferita subita alla spalla era ormai guarita nel suo corpo, rimarginata seppur con pelle ancora delicata, ma nel suo animo quella freccia non era mai stata estratta, conficcata con violenza tale da renderle difficile controllare le proprie emozioni, di rabbia e rancore, a tali ricordi. «Il clima in questa città è molto diverso da quello dell’altra….» commentò la donna guerriero verso la propria compagna di viaggio «Ma attenta a non restare abbagliata dall’apparente splendore di tutto ciò che ci circonda.» aggiunse, raccomandandola. «Cosa intendi dire?» domandò Camne, restandole vicina. «E’ meglio non dare mai per scontato di essere al sicuro.» spiegò la donna, avanzando con tranquilla fermezza «Meglio un paranoico vivo di un ottimista morto.» La fanciulla seguiva la propria protettrice, camminando con passo quasi affrettato per non rischiare di perderla fra la gente che iniziava ad affollare le vie della città, ma al tempo stesso distraendosi continuamente per lo stupore di tutto ciò che la circondava, di tutto ciò che vedeva attorno a sé: quegli edifici, quelle forme, quei giochi di luci e colori non le concedevano tregua, richiamando la sua attenzione in mille direzioni diverse, più bambina che donna in tale situazione. Gli occhi verdi della giovane apparivano spalancati a cogliere ogni minimo particolare attorno a sé, mentre i capelli rossi e lunghi, appena arruffati, si muovevano a destra e a sinistra in contrapposizione ai movimenti del suo capo. Il suo corpo, finalmente, si concedeva rivestito di vesti più che degne di lei, scelte dalla donna guerriero al mercato di Kriarya: un’attillata ma

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elegante casacca, trapuntata nei punti giusti a renderla più forte e resistente, capace in tal modo di unire senso pratico a eleganza risaltando le sue esili forme pur coprendole dal collo ai polsi; un paio di pantaloni color arancione, di stoffa robusta ulteriormente rinforzata da sottili scaglie metalliche, frutto di un sapiente artigianato utile a offrire una maggiore e più completa protezione per chiunque l’avesse indossata, per nulla inferiore a una leggera cotta di maglia; e due stivaletti in morbida pelle marrone, utili per lunghe camminate senza affaticare i piedi, a completare un quadro semplice ma di ottima resa estetica. Camne, così vestita, era riuscita a celare parzialmente la propria spontanea e naturale innocente presenza, apparendo più matura, più decisa e sicura rispetto a prima: di certo l’illusione di tale forza d’animo si concedeva estremamente effimera, ma Midda confidava di riuscire, con il tempo, a proseguire nell’opera di indurimento del suo carattere, già iniziata in quegli ultimi giorni. «Quanto tempo ci tratterremo qui?» riprese la parola la fanciulla, dimostrando alla compagna l’evidenza di un primo successo nella lotta contro la sua innata timidezza. «Spero il meno possibile.» rispose la donna, con serenità ma serietà, voltandosi appena verso la protetta «Non dovremmo avere difficoltà a trovare almeno una nave diretta verso nord. Non importa se anche non proprio verso la tua isola: è sufficiente avvicinarci a essa e poi potremo proseguire con altri mezzi…» «Oh…» commentò la ragazza, guardandola con aria lievemente delusa «E’ tutto così bello qui. Non mi sarebbe dispiaciuto se ci fossimo dovute fermare… almeno per pochi giorni.» La mercenaria non poté evitare di sorridere e poi scuotere il capo di fronte a simili parole: non aveva idea di cosa la sua compagna avesse dovuto affrontare prima del loro incontro, di come fosse stata catturata dalla setta di fanatici assassini poi sterminata e di cosa essi avessero mai potuto compiere con lei. Ma, nonostante tutto ciò che poteva aver passato, nonostante il successivo rapimento fra le mura della città in cui la sua stessa salvatrice aveva promesso difesa, la nuova prigionia e la guerra scatenata per la sua liberazione, quella ragazza sembrava non aver perso la propria sincera e innocente natura, così aperta alla bellezza dell’universo intero come fosse di fronte a un fiore appena emerso dalla propria gemma, così ben disposta alla purezza del creato come se nulla potesse celare pericoli, potesse offrire violenza e morte. Da un certo punto di vista, la donna guerriero invidiava una simile ingenuità, ammirava quello sguardo capace di far risaltare il meglio di

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Alla deriva
ppartenente all’arcipelago di Lodes’Mia, la piccola Konyso’M era in esso la principale isola, sede del governo della repubblica marinara lì costituita. La sua superficie, di forma vagamente romboidale, si concedeva ricoperta nella metà settentrionale da una selva non curata di piante e arbusti bassi e cespugliosi, adatti alla vita offerta dal terreno prevalentemente sabbioso, mentre nella metà meridionale ospitava la città, omonima rispetto alla stessa isola, con una popolazione non superiore al migliaio di anime. Sita nel mare di ponente, non distante dalle coste del continente di Qahr, Konyso’M vedeva come la maggior parte delle sue simili nel commercio e nella pesca la principale risorsa dell’economia locale: una piccola oasi di pace, in cui tutte le guerre e i dissidi delle grandi terre emerse sarebbero apparsi sempre come problemi lontani, appartenenti a una realtà straniera, aliena quasi. La maggior parte dei konyso’mani era e sarebbe nato, vissuto e morto all’interno dell’abbraccio protettivo offerto dall’isola e dalle altre sue pari nell’arcipelago, nutrendosi dei frutti concessi dagli dei del mare e proponendo solo pace e rispetto verso chiunque a loro fosse giunto. Per i regni del versante sud-occidentale del continente, del resto, la presenza di Konyso’M o delle altre isole di Lodes’Mia non aveva mai rappresentato motivo di disturbo né aveva mai offerto ragione di conquista: in una politica di assoluta neutralità, quelle presenze nei mari, così come ogni altra piccola isola loro simile, si proponevano unicamente quali porti da poter sfruttare, scali in cui potersi rifugiare in ogni momento, non diversamente da quello che sarebbe stato nel caso di una dominazione diretta. Prendersi l’onere di annettere quelle realtà a un regno avrebbe rappresentato per gli stessi regnanti solo uno spreco di risorse, non potendo ottenere vantaggi diversi da quelli di cui già essi godevano e avrebbero potuto godere: tale evidente verità, pertanto, si dimostrava essere la miglior protezione per quelle piccole isole e per tutte le repubbliche loro pari, grazie alla quale esse potevano vivere serenamente le proprie esistenze senza preoccuparsi di nulla, o quasi. Un solo problema, invero, gravava periodicamente su Konyso’M, una seccatura comune a tutte le umane attività coinvolgenti i mari o le coste: la pirateria.

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I banditi dei mari, privi di qualsiasi bandiera e irrispettosi di qualunque legge sovrana, si muovevano periodicamente intorno all’intero continente, spingendosi forse anche oltre, per depredare le risorse loro offerte e vivere così in conseguenza della fatica e del lavoro di altri, non diversamente da uno sciame di locuste. La maggior parte delle flotte piratesche, comunque, raramente finiva con il ricorrere alla violenza, preferendo limitarsi alla razzia e al ladrocinio nel rispetto delle popolazioni autoctone: ovviamente, dove esse avessero offerto difesa alle loro azioni, l’utilizzo delle armi sarebbe stato necessario. Tali occasioni, comunque, raramente coinvolgevano le comunità democratiche delle isole, le quali, nel rispetto della propria intrinseca natura pacifica, preferivano offrirsi volontariamente ai fuorilegge, quasi quella loro imposta fosse una vera e propria riscossione tributaria, piuttosto che incorrere in problemi peggiori. Nonostante ciò, non erano mai mancate anche bande di pirati capeggiati da uomini o donne privi di scrupoli, i quali per nulla interessati alla prosecuzione pacifica delle proprie e altrui esistenze, preferivano invece ricercare nella brutalità quasi sadica un vero e proprio sfogo fisico e psicologico da un’esistenza per loro insoddisfacente. E proprio durante l’avvistamento di una di queste ultime spiacevoli e inattendibili brigate, un lieto evento stava avendo luogo nella piazza principale di Konyso’M, vedendo raggruppata quasi la totalità della popolazione locale, nonché diversi equipaggi di navi lì ormeggiate per ragioni di commercio o, semplicemente, per rifornire le proprie stive prima di proseguire nella navigazione. Heska e Mab’Luk si conoscevano fin da bambini: le loro famiglie, entrambe di artigiani, avevano case e botteghe adiacenti nel centro di Konyso’M e i due, praticamente coetanei, erano cresciuti insieme, affrontando con l’aiuto uno dell’altra le piccole e grandi insidie dell’infanzia, dell’adolescenza, della maturità. Prima amici, poi improvvisamente, o forse naturalmente, amanti, i due avevano atteso fino all’ultimo giorno del mese di Khooc per unirsi in matrimonio. La tradizione, in effetti, avrebbe richiesto di attendere il nuovo anno, con l’inizio della primavera e il rifiorire della vita piuttosto che affidarsi all’autunno, soprattutto in una data tanto vicina al successivo mese di Tynov, considerato di malaugurio: la coppia, però, appariva tanto perfetta, così affiata, assolutamente meravigliosa in un completamento reciproco da non essere proponibile per loro attendere ancora quattro mesi prima di consacrarsi una all’altro. Heska, accanto allo sposo, si donava allo sguardo come una ninfa, se non addirittura una dea, dalla bellezza incomparabile. Lunghi capelli

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biondo chiaro, simile a raggi di sole, circondavano lisci e ordinati un viso ovale, dalla pelle delicata e limpida: al centro dello stesso, due grandi e luminosi occhi blu risplendevano della stessa tonalità del mare più profondo, ponendosi al di sopra di sottili labbra rese rosso corallo da uno strato di delicato trucco. Sulla cima del capo era posta una ghirlanda di fiori bianchi, simbolo della dea Vehnea, signora dei cieli, a cui la sposa si proponeva consacrata nella tradizione locale. Celeste era il corpetto indossato, ad avvolgere i seni giovani e delicati e i fianchi sinuosi e sensuali. In bianco e oro una corta giacchetta, utile in realtà solo a coprire le spalle e le scapole, risaliva alta attorno al tornito collo, il quale si mostrava circondato a sua volta da un girocollo di pendenti cristallini in sintonia a similari orecchini ai suoi lobi. La braccia, lunghe e affusolate, si concedevano coperte da altra stoffa, formata in due maniche fra loro separate ma collegate da un velo, a circondarle la schiena e a ridiscendere lungo i fianchi. Agli stessi fianchi era poi un corto gonnellino argentato e decorato in azzurre pietre, sopra il quale si lasciava ricadere un altro velo simile a lunga veste ma risultante aperto nella sua parte anteriore. Le sue gambe, a completare quel quadro di purezza, si concedevano avvolte in altissimi stivali bianchi, ornati in oro, intonati alla giacchetta sopra le spalle. Mab’Luk, accanto alla sposa, si presentava quale un giovane atletico, dal fisico snello e prestante. Corti e arruffati capelli rossi, tendenti praticamente all’arancione, si ponevano a cornice di un viso poco più che adolescenziale, ornato da due occhi castani e da lieve lanugine, non ancora definibile come barba. Attorno al capo, similmente alla compagna, anch’egli presentava una corona di fiori, ma in questo caso di colore rosso vivo: quali simbolo del dio Thare, signore della terra, essi avrebbero offerto la loro benedizione sullo sposo. La parte superiore del suo corpo era avvolta da una casacca egualmente rossa, tendente al bordeaux, lasciando parzialmente scoperte le braccia a loro volta però ricoperte da un velo traforato, del medesimo colore: nessun tatuaggio segnava la pelle né si poteva intravedere su quegli arti, qual figlio di artigiani e non di marinai. La parte inferiore del corpo, similmente, si presentava con ampli pantaloni rosso chiaro, legati nel loro bordo inferiore sopra ai suoi polpacci, per lasciare libere le sue gambe fino ai piedi, dove semplici sandali ugualmente purpurei li proteggevano. Splendidi i due sposi, circondati da parenti, amici, conoscenti e anche totali estranei, tutti riuniti in quel gaudio giorno per festeggiare quel matrimonio, quell’unione sacra che avrebbe per sempre legato due anime, due cuori, due menti e due corpi, rendendoli uno solo: da quel momento fino alla fine dei loro giorni, le loro due vite sarebbero state una,

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condividendo i momenti gioiosi e quelli tristi, la forza e la debolezza, la ricchezza e la povertà. Nulla dei beni dello sposo sarebbero appartenuti solo a lui, nulla dei beni della sposa sarebbero appartenuti solo a lei: due famiglie, in quel matrimonio, avrebbero visti legati insieme i rispettivi futuri nell’unione dei due eredi. E una vita di pace e amore sarebbe stato tutto ciò che essi avrebbero avuto, tutto ciò che essi avrebbero desiderato avere. Ma, in quell’ultimo giorno prima del mese di Tynov, il cattivo presagio di quell’infausto periodo violò la serenità dell’evento, presentando la tragedia e la morte in tutta la propria maledetta sciagura. «Pirati! I pirati sono all’orizzonte!» L’annuncio dell’arrivo dei pirati sconvolse l’intera isola: quello che avrebbe dovuto essere un giorno di gioia e di felicità era improvvisamente diventato un appuntamento infausto, che avrebbe portato tragedia, dolore e, probabilmente, morte per tutti. Lontani quali erano dai periodi in cui le flotte banditesche “amiche” erano abituate a far scalo all’isola, per riscuotere le proprie tasse, a nessuno dei presenti fu offerto il dubbio sulla natura delle navi avvistate: esse non potevano che appartenere a un’armata selvaggia e incontrollata, contro cui non avrebbero potuto opporre alcuna difesa, non avrebbero saputo erigere alcuna protezione, ammesso che avessero avuto istinto a procedere in tal senso. Non era infatti nella mentalità di Konyso’M e dell’intera Lodes’Mia la predisposizione alla guerra, neppure per motivazioni di salvaguardia della propria vita o della propria libertà: incredibilmente rare, del resto, erano le incursioni di reali nemici, di avversari decisi a offrire loro violenza, al punto che qualsiasi organizzazione in tal senso avrebbe perso rapidamente di significato. In effetti, nel passato remoto dell’arcipelago era la memoria di una flotta militare, una risposta volontaria e spontanea degli autoctoni ai pericoli offerti dal resto del mondo: ma, col trascorrere delle stagioni e degli anni, dei lustri e dei decenni, quello stesso resto del mondo sembrava essersi dimenticato della loro esistenza, se non per ragioni di commercio, di pacifica interrelazione, e in quella nuova distensione, in quel nuovo clima di pace anche il mantenimento di un esercito, di una marina militare, aveva presto perduto di significato. «Quante navi? A che distanza?» si informò l’alcalde, facendosi spazio fra i due giovani promessi sposi per avvicinarsi al messo di una sì triste novella.

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«Sono tre.» ansimò il giovane, proveniente da uno dei due fari del porto dell’isola, dove prestava servizio come tuttofare «Tre grandi fregate: montano vele bianche e bandiere nere. Sono pirati!» aggiunse, ribadendo il concetto già espresso con enfasi dettata dalla paura. L’alcalde di Konyso’M, eletto regolarmente quattro anni prima dall’intera popolazione dell’isola, rispondeva al nome di Hayton Kipons. Originario dell’isola, egli era stato un tempo marinaio, prima, e capitano, poi, fino a quando, raggiunto un numero di inverni sulle spalle giudicato eccessivo per continuare nel proprio incarico, aveva preferito affidare a spalle più giovani e forti il compito di condurre uomini e donne attraverso i mari e le mille avventure in tali viaggi, attraccando definitivamente nel luogo in cui la sua vita aveva avuto inizio. Nella tranquillità dell’isola, priva di troppi formalismi in opposizione alla terra ferma, nulla avrebbe contraddistinto quell’uomo da qualsiasi altro vecchio pescatore: la ruvida pelle bruciata dal sole, i corti capelli ingrigiti dall’età, gli occhi chiari, il viso spigoloso e le braccia ricoperte di troppi tatuaggi lo rendevano fisicamente simile a un uomo qualunque, e le sue vesti non gli concedevano di certo un aspetto di particolare rilievo, in una gialla camicia tenuta aperta sull’addome e bianchi pantaloni indossati sopra piedi scalzi. In quella giornata di festa un particolare paramento dorato, una sorta di mantello appoggiato sopra la spalla destra, lo contraddistingueva nel proprio ruolo, nel proprio incarico d’autorità: al di là di ciò, egli appariva normalmente semplice perché tale era ed era sempre stato. Un uomo pratico, privo di ambizioni al di fuori di quella che egli giudicava essere l’unica importante: vivere serenamente la propria esistenza, senza permettersi rimpianti o rimorsi. «A che distanza sono?» chiese nuovamente Hayton, cercando restare calmo mentre ormai tutta la folla lì radunata offriva segni sempre più forti di impazienza, di timore se non anche di terrore. «Non più di mezz’ora di navigazione, continuando alla velocità attuale.» rispose il garzone, deglutendo affannosamente. Erano trascorsi tredici anni dall’ultima incursione violenta di un’armata di bucanieri: un periodo molto lungo, troppo lungo per potersi dimostrare preparati ad affrontare il peggio, per saper immediatamente come agire, cosa fare e cosa non fare. La maggior parte dei presenti era troppo giovane per ricordarsi di tali eventi e coloro che, al contrario, ne avevano memoria avrebbero preferito poter dimenticare: Heska apparteneva a quest’ultima categoria, motivo per il quale si strinse immediatamente a Mab’Luk, in cerca di protezione.

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Tredici anni prima, ancora bambina, ella aveva visto sua madre, sua sorella maggiore e la madre del suo compagno venir prima stuprate e poi uccise insieme a un altro gruppo di donne, salvandosi da un analogo destino di morte solo per l’intervento provvidenziale di suo padre e del padre di Mab’Luk: essi, separati come tutti gli altri uomini da loro per mano degli stessi pirati, di fronte alle grida strazianti delle vittime avevano trovato la forza di ribellarsi agli aguzzini e in un impeto d’irrefrenabile ira avevano scoperto di possedere la forza di imbracciare delle armi improvvisate allo scopo di difendere ciò che amavano. Ma tutta la loro rabbia non era valsa a evitare una vera e propria carneficina, nel corso della quale quasi la metà degli abitanti dell’intera isola erano stati sterminati: il ricordo di quell’infausto evento non poteva pertanto evitare di perseguitare la giovane sposa e chi, come lei, ne era stato innocente testimone. «No…» sussurrò la giovane, stringendosi al quasi marito «Non ancora. Non oggi.» aggiunse, scuotendo il capo sull’orlo evidente di un crollo nervoso. «Alcalde… cosa possiamo fare?» domandò il giovane, stringendola nel proporre anche la propria voce in aggiunta a un coro sempre più numeroso di simili richieste. Hayton restò per un lungo momento in silenzio, cercando richiamare a sé tutta la propria esperienza, tutto il proprio bagaglio ricordi di una vita vissuta sul mare, in lotta contro ogni genere avversità. E quando prese parola, la sua voce sembrò tuonare sopra altre, paradossalmente nel tono calmo e contenuto da lui adottato. di di di le

«Dati gli eventi funesti, mi ritrovo a richiedere la collaborazione di tutti i capitani qui presenti, certo che non vorranno abbandonare coloro che hanno da sempre offerto loro ospitalità.» esordì, passando in rassegna con lo sguardo uno a uno tutti i volti estranei fra gli abitanti dell’isola «Le donne, le fanciulle, le bambine e i maschi al di sotto dei quattordici anni vengano imbarcati sulle navi più grandi e più veloci: partite immediatamente, con solo ciò che avete indosso e null’altro. Non vi è tempo da perdere.» «E verso dove dovremmo far rotta?» intervenne a domandare uno dei capitani interpellati. «Non è importante.» rispose l’alcalde «Dirigetevi verso levante, a raggiungere un porto sicuro sul continente, oppure andate dove preferite. L’importante è che possiate portare al sicuro le nostre famiglie.»

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Un movimento affermativo più o meno deciso di teste fu la risposta che venne offerta all’autorità principale di Konyso’M da parte degli equipaggi delle varie imbarcazioni: tutti figli del mare, non avrebbero concepito una risposta alternativa a quella, una negazione alla richiesta d’aiuto loro proposta da parte di coloro che avevano imparato a considerare concittadini, conterranei, essendo oltretutto loro privi di una reale città, di una precisa terra a cui fare riferimento come casa. «E voi cosa farete?» domandò Heska, unendosi a molte altre eguali domande poste dalle donne lì presenti. «Noi resteremo qui, a lottare per ciò che è nostro.» rispose Hayton, con voce ferma e fiera «Non saremo dei guerrieri, non saremo dei soldati… ma quest’isola è la nostra isola, queste case sono le nostre case, questa terra è la nostra terra e a nessuno potrà essere concesso di portare nuova violenza ritrovando in noi solo la quiete del gregge condotto al macello.» «Io non c’ero…» aggiunse rapido l’uomo, prima che qualche protesta potesse prendere voce, che qualche consiglio di fuga o, peggio, di arrendevolezza potesse diffondersi nella popolazione «Io non ero qui tredici anni fa. Ma so che in coloro che fra voi erano presenti, il ricordo degli orrori vissuti non può che essere vivo e forte.» «Volete davvero offrire alle nuove generazioni quegli stessi ricordi?» continuò egli, ora quasi gridando tanto aveva alzato il tono di voce lasciandosi trasportare dallo stesso spirito con cui un tempo si imponeva sul proprio equipaggio «I nostri morti gridano ancora vendetta… vogliamo davvero negargliela?» Il destino non era mai apparso avverso agli occhi di Heska e Mab’Luk: fatta eccezione per la tragedia comune risalente a tredici anni prima, alla loro vita era sempre stata offerta gioia, pace e serenità. Fin da bambini non avevano mai avuto preoccupazioni da affrontare, non avevano mai visto drammi incombere sopra i loro futuri: figlia di un fabbro, lei, e di un carpentiere, lui, avevano ritrovano nelle rispettive famiglie da sempre una stabile collaborazione lavorativa e una conseguente unione di fatto ancora prima di scoprire il proprio amore. Quando quest’ultimo, poi, era esploso in una dirompente e giovanile passione, i loro padri non avevano avuto da opporre alcuna obiezione, alcun ostacolo alla consacrazione di tale puro sentimento: al contrario, essi si erano impegnati molto più di quanto fosse loro richiesto per rendere tutto in quel giorno praticamente perfetto, per celebrare al meglio l’unione dei loro unici eredi e in esso vedere finalmente legate due realtà che a tutti gli effetti, da oltre vent’anni, erano una sola.

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Come era noto, purtroppo, laddove gli uomini desideravano proporre in merito al proprio destino, solo agli dei era concesso realmente di disporre di esso: e così, la coppia di promessi sposi si stava ritrovando a dover accettare l’inevitabile fato, l’imposizione che esso aveva dettato sopra quella giornata da loro sperata fausta ma divenuta troppo presto tragica. «Non voglio lasciarti…» sussurrò Heska, stringendosi con forza a colui che non poteva evitare di considerare quale marito «Non oggi.» «Devi partire.» rispose Mab’Luk con la morte nel cuore a pronunciare quelle parole, al pensiero di allontanarsi da colei per cui sola egli aveva ragione di respirare «E quando tutto sarà finito potremo sposarci… e non ci lasceremo più.» Come tutta la popolazione dell’isola, seguendo l’ordine dell’alcalde, anche la coppia si stava muovendo verso il porto, non distante a tutti gli effetti dalla piazza centrale ove erano già radunati: lì gli equipaggi delle navi straniere ormeggiate erano impegnati nel compimento tutti i preparativi del caso, per essere pronti a salpare non appena gli abitanti della città si fossero imbarcati. Ma similmente ai due giovani, anche molte altre coppie non sembravano intenzionate a separarsi, molte famiglie apparivano recalcitranti di fronte all’idea di lasciare lì i propri mariti, i propri padri, i propri figli: di fronte, però, al freddo raziocinio offerto da Hayton nessuno fra gli uomini dell’isola ebbe cuore di trattenere a sé le persone amate, proprio per l’amore che a esse li legava. «Ma…» tentennò ella, allentando appena la propria presa, ancora senza avere la forza di lasciarlo. «Abbi fiducia…» sussurrò egli, accarezzandole piano il viso «Non mi accadrà nulla di male: li abbiamo già respinti tredici anni fa, quando stupidamente non abbiamo pensato di difenderci da loro. Questa volta, invece, saremo preparati.» Heska avrebbe voluto obiettare, avrebbe desiderato ricordare all’amato che non era un guerriero, non era un combattente, non era un soldato né mai aveva avuto nella propria esistenza la necessità di esserlo: come tutti gli abitanti dell’isola, egli era una persona tranquilla, ricca di virtù, colma d’amore e lenta all’ira. Coloro contro cui, invece, si apprestava a offrire offesa per ragioni di difesa sarebbero stati i peggiori scarti della società, gente abituata alla violenza, allo stupro, all’omicidio. Ella temeva per il compagno di sempre, aveva paura di non poterlo più riabbracciare, di non potersi più unire a lui e di vedere la gioia di una vita

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scomparire nel nulla, svanire come placida rugiada notturna al primo calore dell’alba. «Ti amo…» sussurrò la donna, gettandosi contro di lui un’ultima volta, cercando ancora per un momento il calore di quelle labbra, di quell’abbraccio, di quella passione, come se da esse potesse dipendere la propria esistenza, ragione di vita qual’era egli per lei. Mab’Luk, similmente alla maggior parte dei giovani della sua età, era ancora pieno di illusioni, pieno di ideali, pieno di sogni: la vita serena offerta dall’isola in cui era nato e cresciuto, poi, non gli aveva mai permesso di affrontare con più realismo, con più pragmatismo o, addirittura, con più cinismo la vita e questo, ovviamente, rappresentava un pericolo per sé e per la propria incolumità. Egli, comunque, non era uno stolto: comprendeva perfettamente il pericolo rappresentato dai pirati, dalla loro violenza, dalla loro bramosia di sangue e morte e non si aspettava assolutamente di poter uscire illeso da quella prova. Ma, nonostante ciò, aveva intenzione di affrontarla, era deciso a non ignorare quello che riteneva essere un suo dovere come uomo, come futuro marito della propria amata: egli voleva dimostrare a lei e, prim’ancora, a se stesso di essere in grado di poterla proteggere, di poterla difendere da eventuali pericoli che il mondo avrebbe potuto loro porre di fronte. E per tale ragione, per quell’ideale forse troppo romantico, egli avrebbe affrontato fieramente gli invasori, convinto di poter trovare in sé la forza necessaria a respingerli così come tredici anni prima era stato in grado di fare suo padre. «Ti amo…» rispose egli, accogliendola con gioia, stringendola a sé con desiderio in quel bacio, a cercare fusione con lei, a cercare di trarre da quell’amore la forza necessaria per affrontare l’impresa verso cui si stava gettando. Quando la nave, dove Heska aveva trovato rifugio, salpò dal molo di Konyso’M, la donna non poté evitare di sentire una parte del proprio cuore e del proprio animo morire: nell’osservare Mab’Luk salutarla con enfasi dalla spiaggia, gridando incomprensibili dichiarazioni d’eterno amore e fedeltà, a lei parve ascoltare i lamenti lontani di un condannato a morte. All’orizzonte, sempre più visibili, distinguibili, grandi erano le navi nemiche in costante avvicinamento e con esse appariva essere la sentenza per il suo sposo, per l’uomo a cui avrebbe desiderato essere legata in eterno, desiderio forse sgradito agli dei che in quello stesso giorno, nel

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momento in cui le loro promesse stavano per essere pronunciate, avevano permesso una così tragica evoluzione degli eventi. La giovane osservò accanto a sé altre donne impegnate a salutare i propri compagni, i propri mariti, non diversamente da madri che piangendo lanciavano ultimi strazianti richieste di prudenza alla volta dei propri figli: ella si senti una persona orrenda nel non riuscire a trovare la forza di levare la mano, nel non riuscire a trovare l’impulso di salutare il proprio quasi sposo, ricambiando i suoi gesti, offrendo almeno in quell’atto il proprio amore. Ma il funereo presagio di morte che anelava nel suo animo, nel suo cuore non le concedeva speranza, non le offriva entusiasmo: e salutare in quel momento il proprio amato sarebbe stato come l’estremo addio durante una cerimonia funebre, gesto per cui ella non si sentiva ancora pronta, tappa a cui non desiderava ancora giungere. E piegando il capo fra le mani, a Heska non rimase altro che piangere, a cercare sfogo al dolore che la straziava dall’interno.

l tempo non si dimostrò a favore di Hayton e degli abitanti di Konyso’M: l’evacuazione, per quanto fosse avvenuta rapidamente, aveva assorbito quasi ogni istante loro concesso, portando ormai le navi nemiche a distinguersi nettamente e a dimostrarsi sempre più vicine all’isola e al suo porto. Fortunatamente per tutti, comunque, gli stessi venti che stavano sospingendo i pirati verso quelle coste di pace e serenità si erano anche impegnati a offrire energia alle vele delle imbarcazioni salpate dai moli, per allontanarsi in direzione opposta agli invasori e condurre seco le donne e i giovani, allontanandoli dalle grinfie dei predoni: qualsiasi cosa fosse accaduta su quelle spiagge, in quella terra, nella loro città, in quella nuova occasione non si sarebbe mai ripetuto lo stesso dramma di tredici anni prima.

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Non più di duecento anime erano pertanto rimaste sull’isola e di esse la maggior parte contavano un numero troppo limitato o troppo elevato di estati alle spalle per potersi dimostrare effettivamente idonei alla sfida che avevano deciso di affrontare. L’alcalde era consapevole di quella triste realtà dei fatti e delle conseguenti scarse possibilità di sopravvivenza sulle quali essi avrebbero potuto contare in caso di un confronto diretto con i bucanieri: al tempo stesso, quella scelta appariva ai suoi occhi quale la sola utile ad assicurare un futuro all’intera isola, principale suo compito in qualità di responsabile eletto dai propri concittadini. Se fossero rimasti tutti insieme nulla avrebbe

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Un ricatto letale
monti Rou’Farth rappresentavano la catena montuosa più estesa nei regni meridionali del continente di Qahr, espandendosi longitudinalmente all’interno del territorio e attraversando, con le proprie alte vette sprezzanti verso il cielo, diverse aree di influenza politica. Esistenti da epoche antecedenti a ogni stirpe di sovrani, a ogni dominio umano, dove, probabilmente, avevano assistito all’alba della civiltà moderna e dove, verosimilmente, sarebbero rimasti come silenziosi spettatori alla scomparsa di ogni forma di vita, essi si erano ritrovati stupidamente spartiti dagli uomini, quasi potessero essere proprietà di creatura mortale. Essi apparivano, pertanto, politicamente divisi fra quattro diversi regni che ne condividevano l’estensione, nell’ignoranza e nell’egoismo tipici di menti limitate e irrispettose: Tranith, Kofreya, Y’Shalf e Gorthia.

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Più a meridione era il pacifico regno di Tranith: fondato su ideali di pace e serenità per favorire scambi economici e commerciali più che sulla reciproca dominazione, in tale penisola i monti Rou’Farth erano osservati, nonostante tutto, con un certo rispetto, con decisa ammirazione, risultando in questo sfruttati per le proprie ricchezze naturali. Molti erano gli insediamenti che, con estensioni più o meno vaste, avevano posto le proprie fondamenta su quella roccia, traendo da essa il materiale per le proprie modeste erezioni rivolte alla terra più che al cielo, per i propri splendenti edifici adattati a quelle forme antiche e sacre agli dei. La catena montuosa si poneva, pertanto, come una fonte di ricchezza e di vita per i residenti e, meno rispettosamente, quale una scomodità per i mercanti itineranti. Questi ultimi, in particolare, erano i soli entro i confini del regno a non amare la presenza di quella naturale meraviglia: all’interno di quelle forme aspre, infatti, essi si ritrovavano costretti a condurre le proprie carovane percorrendo sentieri forzati, muovendosi attraverso un numero limitato di passi noti, da sempre battuti nel corso della storia, lungo i quali venivano sprecati inutilmente tempo ed energie e, con esse, il denaro che avrebbero altresì potuto rappresentare impiegati in altro modo. Ma questo era e sarebbe restato un problema di pochi, che nulla avrebbe tolto al rispetto offerto nei confronti di simili dimostrazioni del potere e della forza degli dei dalla popolazione tranitha.

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Sopra alla penisola di Tranith, i monti Rou’Farth erano visti, al contrario, come un confine, una doppia barriera di difesa e un doppio fronte d’offesa a divisione dei regni di Kofreya e Y’Shalf. In quelle zone, da tempi tanto lontani da essere dimenticati e perduti nella memoria, ogni giorno furiose e sanguinose battaglie trovavano luogo, versando un quotidiano e abbondante pegno di morte, vedendo soldati perire a dozzine su quelle cime altrimenti silenziose e solitarie in conflitto sempiterno. Tale, purtroppo, era l’avversione fra i due regni, così simili fra loro eppur così nemici, forse proprio in conseguenza di tanta somiglianza. Gli stessi dei, a levante e a ponente di quella catena montuosa, erano adorati nell’adempimento dei medesimi riti, ritrovando come sola differenza l’appellativo con cui a essi ci si offriva. Gli stessi edifici, a est e a ovest di quelle montagne, erano eretti all’interno di città fra loro quasi identiche, vedendo come unica diversità la presenza o l’assenza di spigoli nelle forme di tali architetture. Gli stessi problemi sociali, su un versante o su quello opposto di tale giogaia, erano vissuti e affrontati quotidianamente da popolazioni fra loro del tutto assimilabili, diversificate solo da lievi caratteristiche somatiche spesso tanto impercettibili da richiedere un elevato sforzo di concentrazione all’eventuale osservatore. Nelle praterie kofreyote a ovest delle montagne e sotto l’influenza di Kriarya, città del peccato, vi era il fenomeno del brigantaggio: nelle proprie vesti di nera lana grezza, essi cercavano sopravvivenza quotidiana da una nazione alla quale non sentivano di appartenere, dalla quale non si sentivano desiderati o amati, piagati quali erano dalla guerra e dalle violente conseguenze del passaggio degli stessi soldati che avrebbero dovuto essere considerati amici e protettori. Non diversamente, in vesti di bianca lana grezza, anche a est delle montagne era condotta una simile guerriglia, portata avanti quotidianamente contro il proprio stesso Paese, per il proprio diritto a esistere, per offrire un futuro ai propri figli: un tempo pastori e cacciatori, anch’essi erano stati costretti a divenire predoni spietati, in conseguenza del conflitto e dei suoi orrori, sempre più interni che esterni, vagando e lottando nelle praterie y’shalfiche a est, sotto la giurisdizione della provincia di Y’Lohaf. Solo odio e diffidenza, pertanto, potevano essere offerti dai due popoli verso la catena montuosa, a rappresentanza di una guerra senza fine. Risalendo ulteriormente lungo la linea generata dai monti Rou’Farth, spingendosi fra le cime più alte e impervie, si giungeva infine all’interno del controllo politico di Gorthia: in quella particolare zona, nonostante un confine chiaramente delineato e rispettato, il territorio concesso dalla catena montuosa si proponeva estremamente sfavorevole agli

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insediamenti umani, così nemico dei mortali, al punto tale da non subire, in effetti, alcun reale controllo politico. Ma anche in una simile terra priva di ogni risorsa, la vita umana non veniva meno e popolazioni nomadi, esuli senza patria, trovavano lì possibilità di vivere insieme, tranquilli, lontani da guerre e violenze: la maggior parte di essi era costituita da soldati disertori o da ex-mercenari, i quali avendo ormai abbandonato ogni velleità bellica, fra quei monti cercavano solo la pace, lontano da un mondo che non avrebbe mai potuto offrirla a loro. Celati quali erano fra le cime più alte, essi avevano dato vita a piccole comunità, all’interno delle quali mutuo soccorso era assicurato e offerto a chiunque ne avesse avuto bisogno, accogliendo, non senza un minimo di sospetto, coloro si fossero avvicinati a essi alla ricerca come loro di serenità. Semplice si concedeva la vita lì condotta nelle condizioni così offerte dal territorio. Nessuna legge era a regolamentazione della vita del gruppo, in quanto fedeltà e rispetto verso chiunque erano i soli principi ritenuti necessari al mantenimento della quiete e dell’equilibrio, prevedendo come unica punizione, di fronte a qualsiasi violazione di tale naturale norma, l’allontanamento, l’esilio, l’interdizione perpetua da quelle comunità. Nessun commercio era condotto all’interno delle stesse: nel momento in cui qualcuno avesse posseduto in eccesso, avrebbe immediatamente offerto tale esubero ai propri compagni, prendendo a propria volta da essi ciò di cui altrimenti avrebbe difettato. Il nutrimento, la dieta con la quale essi vivevano, trovava il proprio apice nella carne derivata dalla caccia, principale attività di vita, accompagnata raramente da frutta o verdura, beni altresì rari e preziosi su quelle vette, a simili quote. I letti nei quali riposavano si concedevano nella forma di folte pellicce, principalmente di orso, all’interno delle quali ci si sarebbe potuti avvolgere in inverno, a ricercare tepore, o sopra le quali ci si sarebbe potuti adagiare in estate, a trovare un giaciglio più morbido del semplice e nudo terreno altrimenti offerto sotto le loro schiene. Le abitazioni della comunità, infine, erano costituite da tende, realizzate con pelli di animale, soprattutto camosci e montoni, tese attorno a tre o quattro lunghi pali in legno legati al vertice: elementari nella propria architettura, simili temporanee costruzioni potevano essere montate e smontate rapidamente, per permettere pronte capacità di movimento al gruppo, pur concedendo, una volta posate nel luogo prescelto, un caldo e asciutto riparo dalle intemperie del tempo, pioggia o neve che venisse loro concessa. Proprio all’interno di una delle varie tende di uno di quei gruppi nomadi, in una notte di metà Phamja, un uomo e una donna impegnavano le proprie energie intrattenendosi reciprocamente nel piacere offerto dal

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loro rapporto fisico, donandosi bruciante passione, intenso ardore e assoluta dedizione, in un connubio di sensi raro e prezioso. I due amanti, ritrovatisi da oltre una settimana, non si erano più frequentati per lungo tempo, avendo entrambi intrapreso scelte di vita decisamente distanti, ma ciò non si sarebbe mai detto in quel momento: essi apparivano simili a divinità dell’amore, incarnatesi in sembianze mortali solo per poter godere appieno di ogni aspetto di quel sentimento unico. «A-aspetta…» invocò egli, costringendo le proprie labbra a separarsi dalla carne della compagna, nella quale avrebbe potuto perdersi «Ddammi… un attimo. Devo bere, o credo potrei svenire.» «Mmm…» protestò ella, mordendo delicatamente la pelle del suo collo, a volerlo trattenere a sé «Stai invecchiando.» lo canzonò con aria sorniona. «Se avere necessità di fermarmi un istante dopo oltre tre ore significa “invecchiare”… sì, sto invecchiando.» replicò l’uomo, aggrottando la fronte e guardando divertito la compagna. «Un tempo avresti resistito per almeno quattro, vecchio brontolone.» sorrise la donna, spostandosi sinuosamente dal suo corpo, per lasciarlo libero di muoversi. «Un tempo non passavo le mie giornate a prendermi cura di due figli.» commentò scuotendo il capo e allungando una mano verso la bisaccia dell’acqua, appesa appena sopra di loro. «Chi è causa del suo mal...» citò, appoggiandosi su un fianco e osservandolo con desiderio evidente. «Ehy… e questi graffi cosa significano?» esclamò osservando la pelle della propria spalla arrossata da cinque leggere escoriazioni «Devo ancora comprendere se è meno pericoloso fare l’amore con te o sfidarti a duello, Midda Bontor!» «Muoviti a bere, Ma’Vret…» lo rimproverò la mercenaria, socchiudendo gli occhi predatori «Se hai ancora fiato per lamentarti significa che non sei abbastanza stremato.» Il nome dell’uomo era Ma’Vret Ilom’An. Nel fisico possente, con un’altezza di quasi sei piedi e una massa muscolare di oltre duecentotrenta libbre, dimostrava in maniera ancora assolutamente degna quella che era stata la sua principale attività di vita fino a due lustri passati. Guerriero e mercenario, egli era disceso infatti dai desertici regni centrali per offrire il proprio braccio e la propria mente al servizio di coloro che avrebbero offerto un sufficiente compenso e si era guadagnato una vasta fama con il soprannome di Ebano, in ovvio

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riferimento al colore della sua pelle. Temuto dai nemici, bramato dai mecenati e, spesso, anche dalle loro mogli, seppur per ragioni assolutamente diverse, egli aveva goduto di un’esistenza decisamente movimentata e ricca di emozioni, non rifiutandosi di fronte ad alcun pericolo e ad alcun eccesso almeno fino al giorno in cui, nell’adempimento di una missione, non aveva incrociato il proprio cammino con colei che in quella notte, e da una settimana, divideva il letto con lui, avvolgendosi stretta al suo corpo all’interno della stessa pesante pelle di orso. Il nome della donna era Midda Bontor. Un fisico degno di una dea, in forme generose e femminili, mal celava il suo indomito spirito combattente nelle numerose cicatrici disegnate sulla sua candida e leggermente lentigginosa carnagione, nel braccio destro in nero e lucente metallo dai rossi riflessi e in un profondo sfregio che attraversava il suo volto, segnandone l’occhio sinistro. Più che in tutti quei segni comunque evidenti, proprio nello sguardo, in un azzurro tanto chiaro da tendere al bianco nell’assomigliare al ghiaccio, si sarebbe potuto leggere il suo animo, il destino di donna guerriero: tale fato ogni giorno la spingeva a imbracciare la propria lama, talvolta per diletto personale, più spesso offrendola come mercenaria a coloro che si erano guadagnati i suoi servigi, unicamente professionali. La sua fama, creata nel proprio sudore e nel sangue dei suoi avversari mortali e immortali, non la poneva come seconda ormai a nessuno in quella parte di continente, o forse nella sua integrità, e in tempi recenti un nuovo nome, offertole dal destino, aveva portato ulteriore risalto alla sua forza, richiamando in esso la dea della guerra delle isole dell’arcipelago di Lodes’Mia: Figlia di Marr’Mahew. All’epoca in cui Ma’Vret si era scontrato per la prima volta con Midda, ella non aveva ancora conquistato la medesima aura di leggenda che, al contrario, la circondava in quei nuovi tempi, rendendola forse qualcosa di troppo anche per lui: in quel passato ormai lontano, ella era ancora giovane, ma evidentemente già votata all’assolvimento di compiti oltre ogni umano destino, che sicuramente l’avrebbero condotta lontano se solo fosse riuscita a sopravvivere alle infinite insidie che, in essi, l’avrebbero attesa. In effetti, pur conoscendola da una vita, egli poco o nulla sapeva in merito alla compagna, relegato alle sole esperienze dirette che aveva vissuto insieme a lei: prima avversari, poi compagni di ventura, i due erano divenuti in maniera quasi naturale amanti e, forse, innamorati. Così era stato fino al giorno in cui egli si era dichiarato stanco della vita che stavano conducendo, dei continui rischi a cui votavano le proprie esistenze e che, prima o poi, avrebbero posto termine alle medesime: solo una tale decisione aveva condotto alla fine del loro rapporto, alla divisione

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dei loro cammini. Nello stesso modo in cui era entrata nella sua vita, più silenziosa di un alito nella notte, ella ne era uscita, lasciandolo fra quelle stesse montagne dove ora si erano ritrovati dopo tanti anni. Ovviamente, in un arco di tempo tanto lungo, la vita era proseguita per entrambi ed egli, all’interno della comunità nomade di cui presto era divenuto il principale referente, quasi il responsabile pur non esistendo una simile e ufficiale figura in quell’organizzazione, aveva dato vita a un nuovo capitolo della propria esistenza, riscoprendo l’amore fra le braccia di una donna che presto era divenuta sua moglie e che, dopo pochi anni, era purtroppo deceduta nel mettere alla luce il loro secondogenito. L’uomo, un tempo temuto nel nome di Ebano, si era ritrovato così a piangere nel ricordo di una compagna tanto amata e tanto tristemente strappatagli di mano, e a essere padre di una bambina e di un bambino, i quali non avrebbero avuto altro futuro se non in lui. Come nel passato si era tanto impegnato a offrire la morte, così egli si era dedicato con tutto il cuore, la mente, l’animo e il corpo a concedere la vita all’unica famiglia rimastagli, ai suoi figli, H’Anel e M’Eu come erano stati chiamati nei desideri della madre da loro quasi non conosciuta. E, in effetti, nessuno gli avrebbe mai potuto rimproverare mancanza di passione nel ruolo di padre da lui intrapreso, guidando con premura e amore incontrastato i propri eredi, il frutto dell’amore della moglie perduta, attraverso i lunghi anni e le molte insidie presenti in quelle montagne, forse l’ultimo dei luoghi in cui si sarebbe potuto pensare di farli crescere. Egli era riuscito in tale compito, con costanza, con serietà aveva cresciuto una bambina, ormai al suo settimo anno di vita, e un bambino, di due inverni inferiore alla sorella: ancora molto giovani, ma già temprati dalla durezza della vita che li aveva accolti, i figli di Ma’Vret concedevano allo sguardo gli stessi occhi scuri come la notte del padre e i suoi capelli altrettanto neri e ricci, tipici della sua etnia, ereditando altresì una pelle più chiara, vellutata nei propri toni marroncini, dalla perduta madre. Entrambi i pargoli, H’Anel già da qualche anno e il piccolo M’Eu solo da pochi mesi, avevano lasciato la tenda del padre per trovare rifugio e riposo in un’altra, divisa con bambini loro coetanei secondo le usanze della comunità: questa situazione, normalmente pesante per Ma’Vret, che pur mai l’avrebbe ammesso per non apparire debole nel sentimento che provava a separarsi dai figli, era tornata in effetti solo a suo vantaggio una settimana prima quando, quasi dal nulla, la chioma corvina di Midda era rientrata nella sua vita. Sebbene tanti anni fossero passati dal loro ultimo incontro, sebbene il tempo li avesse molto cambiati dentro e fuori, il legame che era stato fra loro non aveva avuto problemi a riemergere, esplodendo in una nuova e irrefrenabile passione. Non vi erano state domande da parte sua verso la

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compagna, sebbene la curiosità dei figli avesse continuamente cercato, durante il giorno e nei momenti di pasto comune, di estorcere alla nuova giunta informazioni sul proprio passato, sulla propria vita, nell’innocenza priva di malizia tipica dei bambini: la mercenaria, dal canto proprio, si era offerta con dolcezza meravigliosa ai due fratelli, subito conquistandone la simpatia e la fiducia non diversamente da come aveva conquistato quella del loro genitore in anni ormai dimenticati. L’uomo, ovviamente, non era uno sciocco e non si era concesso alcuna illusione verso di lei: quella visita, casuale o volontaria che essa fosse, sarebbe stata sicuramente destinata a terminare molto prima di quanto egli avrebbe mai desiderato e un nuovo addio sarebbe dovuto essere rivolto a colei che probabilmente, unica oltre alla moglie, non avrebbe mai lasciato il suo cuore e i suoi pensieri. Ma egli conosceva bene le regole di quel gioco, conosceva bene la donna che gli si offriva di fronte: ella era come il mare, infinito e indomabile, capace di concedere vita e morte con la medesima semplicità, di meravigliarti e di terrorizzarti nello stesso istante. Non avrebbe mai potuto trattenerla allo stesso modo in cui sarebbe risultato impossibile fermare le onde degli oceani: poteva solo accettare il dono che ella gli stava concedendo, con la sua compagnia, con la sua presenza, con suo amore in quel momento della propria vita, non pensando al giorno, alla settimana, al mese dopo, non preoccupandosi di nulla di così lontano ma vivendo con lei un istante alla volta, come se ognuno di essi sarebbe potuto essere l’ultimo. Purtroppo per lui, Ma’Vret non aveva idea di quanto quel suo pensiero, quella sua filosofia fosse terribilmente vicino alla realtà. «Amami.» lo incitò ella, sdraiata sotto il compagno, sotto quel possente corpo, osservandolo con desidero, quasi graffiandogli il petto con le proprie mani, con le dita di metallo della destra e con le unghie della mancina. «Sì.» sussurrò egli, eretto sopra la compagna, ricco di passione e di ardore incontenibile, fremente nella morsa offertagli dalle sue gambe attorno ai propri fianchi nel seguire i ritmi del loro piacere comune. Un istante, il tempo di un battito di ciglia, trasformò quello che sarebbe potuto essere il culmine di quel diletto, di quel meraviglioso appagamento reciproco, nell’apice di un orrore ingestibile, che vide il cuore infuocato dell’uomo spegnersi come la fioca luce di una candela nel soffio rappresentato da una violenta freccia, lanciata con forza tale da uscire in parte dal suo petto dopo avergli colpito a tradimento il centro della schiena.

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o sciagurato autore di quell’atto mortale, l’assassino prescelto per porre fine alla vita di Ma’Vret, non ebbe modo di poter gioire della precisione della propria mira, non ebbe occasione di ricevere complimenti dai propri compagni per la freddezza di quell’omicidio. Nel mentre in cui il corpo del mercenario conosciuto con il nome di Ebano ricadeva sanguinante sopra quello della propria compagna, una lama, simile ad azzurra saetta, venne rivolta in opposizione al sicario, squarciandogli il petto con la forza di un dardo bellico e conficcandosi in lui per oltre quattro piedi, fino alla propria elsa. Essa era la spada della Figlia di Marr’Mahew, gettata dalla sua proprietaria con furore privo d’eguali: la stessa Midda, un istante dopo la ricaduta a terra dell’avversario, si poneva già in piedi, nuda e maestosa nella neve che aveva imbiancato le cime dei monti Rou’Farth da qualche settimana, a recuperare la propria arma per offrirsi bellissima e spietata a coloro che tanto avevano osato in quel luogo di pace, in quel santuario che sarebbe dovuto restare inviolabile.

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L’intero accampamento appariva sotto l’assalto di un vasto contingente di guerrieri, forse addirittura composto da un centinaio di elementi, pesantemente vestiti e protetti, armati oltremisura per essere pronti a qualsiasi sfida. Nel colore rosso che distingueva, in un modo o nell’altro, ognuno di loro, proponendosi talvolta in lunghe sciarpe, altre in giacconi e pantaloni, altre ancora in pennacchi sopra lucenti elmi, essi dichiaravano in maniera inequivocabile la propria appartenenza alla Confraternita del Tramonto, una delle maggiori organizzazioni mercenarie di tutta Kofreya. Senza alcuna pietà, evidentemente nell’esecuzione di un ordine ricevuto da un qualche cliente, un qualche mecenate, quel piccolo esercito stava conducendo un violento attacco ai danni di quell’oasi di pace, nel cuore della notte. Nessun onore sarebbe mai potuto essere in un’azione tanto vile, tanto ignobile, non percettibile minimamente come un atto di guerra ma, piuttosto, come un deliberato genocidio: del resto, comunque, nessuna gloria diversa da quella economica era probabilmente ricercata dai mercenari, da quei soldati di ventura. In condizioni di normalità, se quell’assalto fosse stato condotto in pieno giorno, sarebbe stata sicura battaglia fra le due parti: evidentemente consapevoli di questo, gli uomini della Confraternita non avevano voluto ricercare rischi, nella certezza che contro di loro, oltre a normali uomini, donne e bambini, sarebbe stata una comunità di guerrieri, ex-soldati ed

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ex-mercenari contro i quali le possibilità di vittoria avrebbero potuto essere facilmente poste in discussione. In piena notte, al contrario, con il favore delle tenebre e la complicità del sonno, gli invasori stavano rapidamente avendo la meglio, in quella configuratasi quale una vera e propria carneficina. Alcun indugio fu nella donna guerriero, la quale contro tali avversari aveva avuto più volte occasione di levare il proprio braccio: con un movimento deciso strappò dal corpo del primo nemico caduto la propria arma, tornando a impugnarla nella mancina mentre con la destra si impossessava del suo rosso e pesante mantello per coprire il proprio corpo. Nessun pudore la guidava in quel gesto, la incitava a celare le proprie generose e sensuali forme, quanto piuttosto il semplice e puro raziocinio: nel clima gelido di quelle vette, combattendo scalza e nuda nella neve, avrebbe visto la propria forza venire rapidamente messa in discussione a causa del freddo, rischiando di ritrovare i propri sensi e le proprie reazioni rallentati per l’intorpidimento naturale che in un simile ambiente sarebbe ovviamente conseguito. Elegante e letale, ella condusse i propri movimenti come in un balletto, tramite essi contemporaneamente avvolgendo la larga stoffa del mantello attorno alla propria sagoma e portando la lama dagli azzurri riflessi della propria arma a suggellare mortali condanne sopra i corpi avversari. Per quanto la sproporzione fosse ineguagliabile, per quanto probabilmente non avrebbe potuto godere di alcuna speranza, la mercenaria non offrì timori, falciando con un moto praticamente perpetuo della propria mancina i corpi degli uomini e delle donne della Confraternita a sé offerti, mentre essi, trovando in lei distrazione dai propri ruoli di morte, concessero ad altre spade di levarsi in tutto l’accampamento, cercando di organizzarsi in una estemporanea resistenza. Nessuno dei nomadi, in quel clima di morte e distruzione, di strage attorno a sé, riusciva a confidare di avere una qualche speranza di sopravvivenza contro gli invasori: per tale ragione nessuna incertezza era nei loro gesti, nel tornare a impugnare le proprie armi, perché anche laddove fossero morti, lo sarebbero stati non offrendosi come vittime sacrificali ma combattendo, nella speranza di trascinare con sé quanti più nemici possibili. «Alle armi!» gridò in un ruggito la donna, mentre una pesante ascia da guerra veniva arrestata dalla sua mano destra vedendo un istante dopo decapitato colui che troppo aveva indugiato nella tentazione di attaccarla «Alle armi!»

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Fascino. Quella parola, nel momento in cui la mercenaria si propose allo sguardo…

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Ringraziamenti
“Il futuro sarebbe giunto senza dubbio troppo presto”: Midda non ha la minima idea di quanta ragione abbia nel proporre un simile pensiero. Se desideri saperne di più, volta pagina e getta uno sguardo a Prossimamente…. Per quanto mi riguarda, invece, con la conclusione di questo quinto racconto di Midda’s Chronicles e il termine del primo volume di raccolte, sono arrivato a un momento irrinunciabile, per quanto sempre estremamente complesso: i ringraziamenti! Nonostante possa sembrare, scrivere una pagina di ringraziamenti è sempre qualcosa di decisamente complicato, nel voler coniugare l’esigenza di non perdersi nel citare tutto il Creato, a cominciare dal Creatore, con la volontà di offrire una parola di grazie a ognuna delle persone che, in un modo o nell’altro, hanno permesso il raggiungimento di un traguardo. All’epoca della tesi, per risolvere tale situazione, ricorsi alla canzone dei Nomadi Ma che film la vita, soluzione che per un momento ho pensato di adottare anche in questo contesto. Ma già dove la dedica delle prime pagine si è proposta con limitate possibilità espressive, almeno ora vorrei offrire qualche nome in più. Ovviamente non mi sarà possibile citare proprio tutti ma tutti i nomi di coloro che meriterebbero essere qui riportati: spero che per questo vorrete perdonarmi dove prometto di impegnarmi a recuperare altri ringraziamenti nelle prossime pubblicazioni. Iniziamo con la curatrice dell’aspetto grafico di questo, e spero delle futuri, volumi: Giuliana, meglio conosciuta da me con il nome di “mamma”. A lei un immancabile grazie per aver accettato il carico di lavoro non indifferente e la sfida, psicologica e fisica, rappresentata da tutto questo. Per dovere di cronaca tengo a sottolineare una sua importante presenza anche nella fase di revisione e correzione, in quanto ha collaborato nella terza e conclusiva rilettura dell’opera. Da citare e ringraziare, poi, tre presenze importanti le quali, pur non avendo avuto modo di leggere per intero le Cronache fino a oggi, hanno appoggiato moralmente questa iniziativa fin dai suoi arbori, incitandomi in un modo o nell’altro ad andare avanti fino a giungere a questo risultato: Daniela, Elena e Monica.

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Giungiamo a questo punto a tre fra i più affezionati lettori che il blog ha avuto, costanti nel seguire giorno dopo giorno la pubblicazione e nel proporre i propri consigli, le proprie critiche, i propri suggerimenti e i propri “insulti” di fronte ad alcuni colpi di scena, chi intervenendo sul sito stesso chi addirittura anche di persona: Gabriele, Osvaldo e Robin. Grazie a ognuno di voi. Impossibile scordare di citare un’iniziativa senza la quale probabilmente, non avrei mai avuto voglia di imbarcarmi in questa avventura, progetto che ricade sotto due diversi nomi: virtualMARVEL & Friends e New Wave Novelers. A tutti coloro che ne sono stati o ne sono ancora parte, il mio più sincero ringraziamento per avermi dimostrato come non sempre è necessario essere grandi autori o scrivere opere di rilievo storico per potersi divertire facendolo. Per concludere, infine, vorrei ringraziare anche una mia docente che da anni non ho l’occasione di incontrare, che probabilmente neanche è informata dell’esistenza delle Cronache, ma che, senza dubbio, ha svolto un ruolo importante nel lungo cammino chiamato vita che ha condotto fino a questa pubblicazione: prof.ssa Del Miglio. Grazie a lei, infatti, ho avuto modo di incominciare ad apprezzare le arti umanistiche più di quelle tecniche, scoprendo un aspetto che prima, pur già cimentandomi nella scrittura e drogandomi di lettura, non avevo avuto modo di cogliere. (Messaggio personale per la medesima: se per caso si ritrova fra le mani questo volume, La prego di essere indulgente nell’utilizzo della penna rossa!) Bene. Con questo penso che sia abbastanza… almeno per ora! Ops… quasi dimenticavo: naturalmente grazie a te che stai leggendo e che hai avuto la forza e il coraggio di giungere al termine di questo mattone, titoli di coda inclusi. Sean MacMalcom

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Prossimamente…
Midda Bontor, già ricercata per reati di pirateria, fa ritorno a Kirsnya, per affrontare le responsabilità del passato, i pericoli del presente e i rischi di un futuro assolutamente incerto. Ad attenderla si proporrà una nuova e potente figura femminile per la capitale kofreyota: un’alleata o una nuova nemica? Fra sei mesi, in esclusiva per Lulu.com, il secondo volume di Midda’s Chronicles offrirà quattro nuove avventure della mercenaria conosciuta con l’appellativo di Figlia di Marr’Mahew, a confronto con nuovi nemici e vecchi amici, con un mondo caotico e, soprattutto, con il caos che solo domina nel suo animo. Tutto questo, e molto altro ancora, in…

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VOLUME SECONDO

CONDANNATA
E ALTRE STORIE

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Siamo un gruppo di persone assolutamente normali, lavoratori e studenti, che si ritrovano accomunate da una medesima passione, da uno stesso interesse: quello per la scrittura creativa. Uniti da questo piacere comune, abbiamo deciso di scrivere sfruttando le virtù della blogosfera, per esprimere indipendentemente le nostre fantasie, i frutti del nostro tempo libero e del nostro impegno, trovando l'un l'altro reciproco aiuto, consiglio, sostegno, per rendere la forza di ognuno di noi quella di tutti ed essere uniti di fronte all'immensità del World Wide Web, in cui altrimenti potremmo perderci. Non fingiamo di essere nulla di più di ciò che siamo, non ci arroghiamo il diritto di ambire a nulla di più di ciò che la libertà di Internet ci consente di cercare: non crediamo di essere grandi scrittori, non vogliamo cambiare il mondo con ciò che scriviamo. Semplicemente seguiamo un interesse, con passione e umiltà, accogliendo a braccia aperte chiunque voglia unirsi a noi in questo cammino.

Se ti ritrovi descritto in queste parole, se hai voglia di metterti in gioco insieme a noi... unisciti a NWN!

Una nuova frontiera del blog novelizing in Italia

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Midda Bontor:
donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione. In un mondo dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi, ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.

Continua a seguire le avventure di Midda sul blog che ha dato origine a questo libro:

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http://middaschronicles.blogspot.com/ Ogni giorno un nuovo episodio, un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un nuovo universo fantasy sword & sorcery, nel narrare le Cronache di Midda.