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MIDDA’S CHRONICLES

VOLUME PRIMO

IL TEMPIO NELLA PALUDE


E ALTRE STORIE

Sean MacMalcom

Un libro New Wave Novelers


in collaborazione con Lulu.com
2 Sean MacMalcom

Prima pubblicazione nel 2008 su http://middaschronicles.blogspot.com/


Prima pubblicazione cartacea in Italia nel 2009 da Lulu.com

© Sean MacMalcom 2008

Stampato e venduto
da Lulu.com

Tutti i contenuti di questa pubblicazione sono sotto


protezione del diritto d'autore (legge 22 aprile 1941 n. 633 e seguenti).
Qualsiasi plagio dell'opera o parte di essa verrà perseguito
a norma delle vigenti leggi internazionali.

Immagine di copertina e grafica interna a cura di


Giuliana Lagi

La pubblicazione giornaliera degli episodi di Midda's Chronicles


è disponibile all’indirizzo
http://middaschronicles.blogspot.com/

Altre pubblicazioni New Wave Novelers


sono disponibili all’indirizzo
http://newwavenovelers.altervista.org/
MIDDA’S CHRONICLES 3

In memoria di
Emilio G. G.
quest’opera
è rispettosamente dedicata
dall’autore
4 Sean MacMalcom
MIDDA’S CHRONICLES 5

Introduzione

Caro lettore,

il libro che reggi fra le mani è per me motivo di smisurato orgoglio per
molteplici ragioni. Il fatto stesso che questo sia un libro e che tu stia
leggendo queste righe è sicuramente la prima fra le tante, ma non l’unica.

Le origini - Midda Bontor, la protagonista delle cronache qui raccolte


e presentate, nasce il pomeriggio del 10 gennaio 2008, delineandosi come
eroina di fantasy sword & sorcery per una striscia a fumetti
successivamente mai completata. Appena l’immagine della donna
guerriero circondata da zombie si concesse davanti al mio sguardo, infatti,
l’interesse verso il carattere grafico dell’opera venne meno e, a esso,
preferii quello letterario, nella speranza di trovare maggiore
soddisfazione. Il giorno dopo, la pubblicazione del primo episodio della
blog novel (http://middaschronicles.blogspot.com/) inaugurò così un
anno di impegno continuo e puntuale, ritrovando in essa il desiderio di
una personale ricerca di maturazione, nella volontà di distacco dal passato
e continuo bisogno di approvazione nelle mie azioni, di sostegno nelle mie
scelte. Midda’s Chronicles si propone, pertanto, con la prerogativa di creare
qualcosa che possa innanzitutto soddisfare le mie esigenze, il mio
desiderio di scrivere, senza pretese, senza ambizioni di sorta, nonostante il
traguardo oggi raggiunto.
Dal loro esordio, le Cronache hanno offerto e continuano a offrire con
cadenza quotidiana, un appuntamento fisso per coloro che hanno voluto
concedermi fiducia senza che io ne avessi fatto richiesta, coloro fra cui,
forse, sei conteggiato anche tu. Per festeggiare questo particolare
anniversario, ho deciso di farmi un regalo, raccogliendo in questo stesso
volume i primi cinque racconti già presentati, in una nuova edizione
riveduta e corretta, nonché abbellita da splendidi disegni a opera di
Giuliana Lagi. Grazie ai creatori di Lulu.com e alla splendida iniziativa a
cui hanno dato vita, oggi è finalmente possibile anche per me poter
stringere fra le mani questo volume, quale coronamento di un lavoro che,
spero, di poter continuare ancora a lungo.

New Wave Novelers – Accanto al risultato puramente personale,


l’uscita di questo volume si propone, invero, con una particolare
importanza nel ruolo di prima pubblicazione del progetto New Wave
6 Sean MacMalcom
Novelers (http://newwavenovelers.altervista.org/). Nato da una
community di giovani appassionati di scrittura creativa che già aveva dato
vita, in passato, a un complesso universo di fan fiction, New Wave Novelers
si offre quale punto di riferimento coloro che, attraverso il tramite offerto
da internet e dalla blogosfera, hanno deciso di fare della blog novel la
propria forma di espressione artistica.
La speranza che questo volume d’esordio di Midda’s Chronicles
desidera accendere all’interno del progetto, espressa chiaramente dal logo
in copertina, è quella di poter vedere presto altre pubblicazioni seguirla,
non solo nel continuo della raccolta cartacea delle avventure di Midda
Bontor, che certamente non mancherà, ma anche nell’offerta di altri
protagonisti e altre storie, scritte da altri autori miei pari e amici.

Yeshe Norbu e Tibetan Children's Villages - Altra ragione


d’orgoglio, forse la più importante fra tutte, si pone essere l’iniziativa di
beneficienza che mi è stata data occasione di legare all’uscita di questo
volume.
In collaborazione con Yeshe Norbu Appello per il Tibet o.n.l.u.s.
(http://www.adozionitibet.it/), per ogni copia venduta la cifra simbolica
di 1 euro, pari al mio personale guadagno sul prezzo di copertina, verrà
infatti devoluta in favore dei Tibetan Children's Villages
(http://www.tcv.org.in/).
A seguito dell’occupazione cinese del Tibet, Tsering Dolma, sorella del
Dalai Lama, decise di iniziare a occuparsi dei troppi bambini che, orfani,
ammalati e malnutriti, stavano cercando rifugio in India, fuggendo
lontano dalla terra loro negata, dalle famiglie loro sottratte, istituendo nel
1960 la Nursery for Tibetan Refugee Children. Originariamente pensata per
offrire unicamente cure primarie ai bambini in esilio, la Nursery, sotto la
direzione di Jetsun Pema, in sostituzione della sorella scomparsa
prematuramente nel 1964, e sostenuta dall’impegno del volontariato, ebbe
modo di ampliare le proprie competenze e veder crescere le proprie
dimensioni fino a raggiungere quelle un piccolo villaggio, offrendo al
proprio interno ai bambini nuove case e scuole in cui trovare rifugio e
istruzione: nel 1972 venne così formalmente registrato il primo Tibetan
Children's Village (TCV), diventando anche membro del SOS Children’s
Villages. Da allora il TCV ha dato vita a numerose installazioni in tutta
l’India, arrivando oggi a ospitare più di 16.000 bambini, offrendo loro una
speranza di vita altrimenti negata.
Senza volontà di entrare nel merito di questioni politiche che da oltre
mezzo secolo cercano di proporsi senza successo all’attenzione del
panorama internazionale, non ci si può e non ci si deve dimenticare come
gli errori dei “grandi” finiscono per ricadere sui “piccoli” e la violenza, di
MIDDA’S CHRONICLES 7
scelte dettate dalla ricerca di denaro o di potere, trova immancabilmente
quali prime vittime i bambini. Nel desiderio di non rendere fine a se stessa
la pubblicazione di questo libro, ho voluto così contribuire, per quanto
modestamente, a questa iniziativa, non potendo che riconoscere il merito e
l’importanza della stessa, come di ogni altra sua pari, per il futuro di tutti
noi. In mio aiuto nella realizzazione di questa raccolta di beneficienza si
sono concessi i volontari di Yeshe Norbu: nata come iniziativa di un gruppo
di frequentatori dell'Istituto Lama Tsong Khapa per il sostegno dei
bambini tibetani, profughi in India e Nepal, questa organizzazione si offre
oggi come membro della Foundation for the Preservation of the
Mahayana Tradition, gestendo circa un migliaio di adozioni a distanza e
diversi progetti comunitari.

Molte ancora sarebbero le ragioni che non possono evitare di rendermi


personalmente fiero di questo risultato, ma ritengo ormai superfluo che io
mi dilunghi ulteriormente, approfittando della tua pazienza e attenzione.
A questo punto, pertanto, non mi resta che ringraziarti per il tuo
acquisto, anche a nome di Yeshe Norbu, e augurarti una buona lettura,
nella speranza che il frutto del mio impegno possa esserti gradito.

Sean MacMalcom
8 Sean MacMalcom
MIDDA’S CHRONICLES 9

Sommario

Introduzione ...................................................................................................... 5
Sommario ........................................................................................................... 9

Il tempio nella palude..................................................................................... 11


La città del peccato.......................................................................................... 73
Gli spettri della nave .................................................................................... 195
Alla deriva ..................................................................................................... 322
Un ricatto letale ............................................................................................. 469

Ringraziamenti .............................................................................................. 613


Prossimamente… .......................................................................................... 615
10 Sean MacMalcom
MIDDA’S CHRONICLES 11

Il tempio nella palude

ue occhi color ghiaccio.

D Il primo particolare che risaltava in lei era quello: un azzurro


chiaro al punto da sembrar brillare di luce propria, tanto di
giorno quanto di notte; un colore intenso tale da incantare in sé non solo
gli amici ma anche i nemici; una tonalità perfetta, siffatta da non potersi
mostrare quale appartenente a un comune mortale, a un banale umano
quale ella era.
Ma quegli occhi non erano semplici adornamenti, comuni pietre
preziose poste a offrire grazia e bellezza alla loro proprietaria: erano vigili
nello scrutare, fulminei nei movimenti, precisi nelle valutazioni, spietati
nelle condanne. Gli occhi come specchio dell'anima mostravano uno
spirito forte, forse anche eccessivamente risoluto, una passione che
avrebbe potuto far vacillare anche il cuore più saldo, un sentimento che
mai si sarebbe tratto indietro di fronte a un pericolo.

Due occhi color ghiaccio troneggiavano sul suo viso, adorno anche con
rosee labbra e un sottile naso, ove una manciata di lentiggini apparivano
quasi lì spruzzate, gettate distrattamente al centro di quel volto ovale
leggermente appuntito verso il mento. Proprio nella parte mediana di
quest’ultimo, poi, si offriva una piccola fossetta, quasi a voler sottolineare
un carattere ribelle in quella forma perfetta: non solo essa, però, si
proponeva in tale compito, laddove sulla pelle chiara, quasi candida, uno
sfregio si concedeva simile a blasfemia, nell’esser posizionato in
corrispondenza dell’occhio sinistro nella forma di una lunga cicatrice
verticale.
Attorno al viso, non sufficientemente corti da lasciarle scoperte le
orecchie ma non così lunghi da celarle il collo tornito, erano capelli
corvini, lucenti nei riflessi, incantevoli nella fluidità: essi si offrivano lisci e
compatti, tali da apparire come un unico manto, ma al tempo stesso quasi
singolarmente enumerabili in ogni fremito del suo capo. La maggior parte
delle donne, e degli uomini, avrebbero considerato sprecato un simile
tesoro, nell’essere modellato in un taglio così poco femminile, così
castigato, che non permetteva di porre in risalto capelli tanto meravigliosi,
tanto attraenti: se solo fossero giunti fino alla schiena, se solo avessero
offerto un velo maggiore attorno a quelle spalle, sicuramente la sua
bellezza sarebbe apparsa decuplicata. Ma colei che si proponeva in grado
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di sfoggiare senza timori una cicatrice sul viso come ella faceva,
evidentemente, non desiderava assolutamente porre in risalto la propria
beltà.

Scendendo lungo il collo perlaceo, scoperto e disadorno da ogni


gioiello, per quanto qualsiasi artefatto non sarebbe mai potuto stonare
attorno a quella forma meravigliosa, veniva offerta una vista di fronte alla
quale alcun dubbio sarebbe potuto permanere in merito alla sua natura:
donna e guerriera.
La natura di donna era concessa dalla visione dei seni, probabilmente
prosperosi, difficile dirlo, i quali si presentavano strettamente legati da
una fascia di un colore indefinito fra l’azzurro e il blu, a sua volta
ricoperta dai resti sgualciti di una casacca grigio scura. Di entrambi i capi
di abbigliamento sarebbe stato difficile comprendere una qualsivoglia
datazione e ancor peggio sarebbe stato tentare di identificare la natura del
tessuto e il suo esatto colore: sporco e sudore, invero, impregnavano la
stoffa in maniera tanto viva da sembrare averne preso il posto, segno di
una vita che non voleva affatto esaltare i valori che normalmente erano
considerati indicatori di femminilità, favorendo qualcosa di decisamente
diverso.
La natura di guerriero si mostrava negli arti superiori, muscolosi fin
dalle spalle, così larghe e forti che non si sarebbero distinte da quelle un
giovane cavaliere: il braccio sinistro sfoggiava con orgoglio un complicato
tatuaggio tribale, nelle cui spire sembravano impresse mille immagini
senza che alcuna fosse però chiaramente identificabile; il braccio destro, al
contrario, si presentava scoperto fino a pochi pollici sotto la spalla,
concedendo altresì alla vista una solida armatura da quel punto in giù. Il
metallo della corazza era scuro, con tonalità tendenti al rosso nei propri
riflessi: non un frammento di carne poteva essere visto, né in
corrispondenza delle pieghe di congiunzione, né fra una lastra e l’altra
all’altezza della mano.
E se quegli arti, con simili decorazioni e tali ornamenti, con muscoli
agilmente guizzanti sotto la pelle tesa e lievemente rigata dal sudore, non
fossero stati sufficienti a descrivere la loro proprietaria come guerriero più
che come donna, nella mano mancina una spada si proponeva con vigore,
lasciando scintillare la lama splendente di fronte a lei, in una lucentezza
forse innaturale, riflessi azzurri inquietanti non meno di quelli dei due
occhi color ghiaccio.

Guerriero ancor prima di donna, quindi, ciò nonostante ella non


appariva desiderosa di protezione sul proprio ventre, appena convesso e
parzialmente scoperto dalla stoffa strappata della casacca superiore. Ai
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suoi fianchi, poi, si stringeva una sottile cinta atta a reggere i pantaloni: la
stoffa, rosso scuro, non era ridotta in condizioni migliori della parte
superiore dell’abito, e nella propria usura sarebbe stata forse giudicabile
fin troppo attillata attorno a quelle incantevoli forme, ponendo in risalto le
gambe lunghe e affusolate, e i glutei alti e sodi, curve scolpite dai muscoli
formati nel corso di forse troppe avventure.
I piedi, a completare il quadro presentato, erano rivestiti da due
calzari, troppo rovinati per essere definibili stivali, legati attorno alle
gambe da strisce di stoffa allo scopo di evitare lo spiacevole inconveniente
derivante dalla loro perdita inattesa.

Tale era Midda Bontor.


Con piedi piantati solidamente nel terreno. Con gambe appena piegate
mantenendo i muscoli tesi, pronti a scattare. Con addominali induriti a
voler emergere sopra i pantaloni. Con braccio destro teso in avanti, a
offrire una protezione migliore rispetto a ogni scudo. Con braccio sinistro
appena girato sull’esterno, reggendo in posizione di guardia la spada. Con
respiro ritmico e silenzioso appena denotabile da un leggero movimento
del petto e dei seni su di esso. Con denti serrati sotto labbra appena
dischiuse. Con sguardo serio e fronte corrucciata. Con capelli scompigliati
al vento innaturale di quella palude insidiosa. Con dozzine di cadaveri
putrefatti attorno a lei, frementi di una demoniaca e innaturale forza
vitale: energia per alzarsi, per muoversi, per combattere, per uccidere…
energia contro di lei.

«E’ in momenti come questo che penso di non farmi pagare mai
abbastanza…» sussurrò fra i denti.

Il principale vantaggio nel lottare contro dei non morti del genere
zombie, da sempre, si poteva ritrovare nella lentezza fisica dei medesimi: i
cadaveri rianimati, anche in virtù delle migliori negromanzie, non
avrebbero mai potuto recuperare l’agilità posseduta in vita. E maggiore la
loro putrefazione si fosse proposta, minore la possibilità di movimento e i
riflessi si sarebbero mostrati presenti in qualsiasi atto, anche nel più
semplice come il camminare. Nel combattimento fisico qualsiasi essere
vivente, anche non allenato come guerriero, avrebbe pertanto dimostrato
una velocità maggiore rispetto anche al più rapido degli zombie.
Dove la lentezza fisica, l’assenza di riflessi, l’impaccio di movimenti
dati da un corpo privo di una propria anima si sarebbero offerti quali i
principali vantaggi nel lottare contro dei simili non morti, decisamente
molte si sarebbero potute contestare le difficoltà che avrebbero reso lo
scontro improponibile anche al migliore dei combattenti. Uno zombie non
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avrebbe mai conosciuto stanchezza, sconforto, dolore e, soprattutto, non si
sarebbe mai arrestato se anche solo una minima possibilità di movimento
gli fosse stata concessa. Altri generi di non morti avrebbero potuto essere
vinti nella distruzione dei loro cuori o delle loro teste, fonti focali in un
attaccamento alla vita anche oltre la morte, ma non gli zombie: essi non
avevano di questi limiti, di queste debolezze e se privati del cuore o della
testa stessa, avrebbero ugualmente avanzato inesorabilmente contro i
propri avversari, contro le proprie prede, spronati dal desiderio di
adempiere alla missione della negromanzia fonte per loro di rianimazione.
Oltre all’apparente mancanza di punti deboli e all’impossibilità di
arrestare la loro avanzata, che già avrebbero reso uno solo fra simili
cadaveri un nemico temibile anche per il più forte dei guerrieri, gli zombie
trovavano la propria principale forza nel numero: non agivano
praticamente mai in unità singole, dato che tutti i malefici fonti di simili
abomini erano da sempre destinati ad ampie schiere, le quali, ancor
peggio, avrebbero potuto rinvigorire le proprie fila a ogni nemico
abbattuto, a ogni avversario ucciso.
Le negromanzie, atte a generare ciò che si stava offrendo in quel
frangente di fronte allo sguardo della donna, erano solitamente legate a
uno specifico luogo, poste in essere da stregoni o chierici oscuri desiderosi
di preservare contesti a loro sacri dall’assalto di avventurieri, soldati o
semplici ladri che avrebbero altresì potuto violare quei luoghi
semplicemente con la propria presenza o, peggio, con le proprie razzie.
Molti dei cadaveri in movimento davanti a lei, i meno decomposti,
appartenevano sicuramente a disgraziati giunti in quell’immonda palude
in un passato non remoto, per uno scopo o, forse, per semplice e tragico
caso, e mostravano in evidenza i segni di quelle che erano state le
esistenze ormai perdute. Simboli i quali un tempo li avevano visti
contrapposti in vita, li proponevano uniti nella morte, concedendo allo
sguardo soldati dell’esercito di Kofreya, vestiti nelle proprie tradizionali
uniformi blu e argento, accanto a briganti delle valli, riconoscibili dalle
vesti di nera lana grezza. Nell’ammasso eterogeneo di corpi straziati dalla
putrefazione della morte, talvolta ormai così decomposti da apparire come
veri e propri scheletri, non mancavano poi di dimostrare la propria
presenza anche molti pastori e semplici contadini, giunti fino a quel luogo
maledetto per chissà quale imperscrutabile ragione.

Dalle gole di simili cadaveri, spesso straziate dai segni inequivocabili


della morte violenta a cui erano stati destinati, non un suono si concedeva
al mondo, né si sarebbe mai potuto concedere, laddove non si proponeva
aria nei loro polmoni o, peggio, non si proponevano neanche polmoni
MIDDA’S CHRONICLES 15
stessi nei loro toraci, a offrire la possibilità di emettere qualsivoglia genere
di suono.

«Non credo che mi permetterete di giungere al santuario senza


propormi l’annessione al vostro variegato gruppo… vero?» domandò la
donna guerriero, cercando di mostrarsi sprezzante di fronte a quel mortale
pericolo.

Ovviamente Midda non attendeva risposta alle proprie domande, non


solo perché non vi fosse possibilità di produrre verbo per quelle vittime
del fato, ma anche perché non vi sarebbero comunque state menti utili a
generare affermazioni degne di attenzione o, prima ancora, per
comprendere le frasi da lei pronunciate. Nonostante una simile
consapevolezza, ella non aveva mancato di concedere la propria voce: del
resto, quella attuale non era la prima volta in cui si era ritrovata ad
affrontare situazioni giudicabili da chiunque come disperate, e ciò che in
ogni occasione le aveva permesso di riportare a casa, quasi sempre per
intero, il proprio amabile corpo era stata proprio la capacità di non
concedere ai propri nervi di offrirle distrazione, non permettere alla
propria coscienza di farle elaborare l’orrore che la circondava, tanto in un
momento pari a quello, quanto in un qualsiasi territorio di guerra. Allo
scopo di ottenere un tale risultato, a volte, ella giungeva a infrangere la
propria rinomata laconicità per rivolgersi verso i propri avversari: parlare
con i propri nemici, soprattutto quando essi non potevano comprendere o
rispondere, era per lei un trucco psicologico utile a considerarli comunque
come affrontabili e vincibili.

Lo zombie a lei più prossimo, offrendo movimenti inarticolati e


inesorabili, per quanto caratterizzati da una lentezza assoluta, giunse ad
accostarsi al suo fianco destro, tendendo le proprie mani corrose dal
lavoro dei vermi verso il braccio di metallo.
Midda restò immobile a osservarlo, forse per un istante con un
sentimento di umana compassione: egli era stato, da vivo, un giovane
soldato kofreyota, dai corti capelli ramati e dalla pelle resa bronzea dal
sole delle pianure ove era cresciuto, era vissuto e forse aveva anche amato.
La sua uniforme, non ancora intaccata dall’azione del tempo, mostrava
quasi con orgoglio i fregi argentati sopra il velluto scuro, color del mare
più profondo: quegli intarsi si intrecciavano in lunghe e devote preghiere
a un dio, un riferimento divino per la fedeltà al quale egli doveva aver
votato in vita il proprio cuore e il proprio corpo all’esercito, un’entità
suprema verso cui probabilmente si era dichiarato più volte anche
disposto a morire… e per la quale, forse, era anche realmente morto
16 Sean MacMalcom
insieme ai propri compagni in quella blasfema palude. Ella socchiuse le
palpebre nel volgere il proprio sguardo verso i suoi occhi bianchi, privi di
ogni luce di vita, derubati anche della propria anima: quello che un tempo
era stato il corpo di un giovane pieno di sogni e di speranze, ora si
proponeva solo quale un involucro vuoto, rianimato dalla negromanzia e
legato in eterno a quella palude, in qualità di guardiano dei tesori e dei
segreti in essa custoditi. Che senso poteva aver avuto tutta la fede di quel
giovane, tutta la voglia di vivere e di combattere per il suo signore e per il
suo dio, se quella era la fine che la morte gli aveva riservato?
Il metallo freddo del braccio destro della donna guerriero non si mosse
sotto la presa di quelle dita prive di energia vitale, dimostrando come ella
non fosse nulla intimorita da ciò che la stava toccando. Ma
quell’immobilità durò il tempo di un battito di ciglia, di una palpitazione
dell’unico cuore ancor vivo in quello scenario: dopo tale breve ed eterna
attesa, come una molla, l’intero corpo scattò forte, preciso, inarrestabile, e
con un solo movimento verticale, la lama della spada stretta nella sua
mano sinistra, percorse il corpo del primo avversario, attraversandolo dal
capo all’inguine, tagliandolo di netto in due parti nel mentre in cui la
mano destra, ora ripresasi, si mosse a spingerlo all’indietro per liberare
l’arma e renderla disponibile verso il prossimo nemico.

Lo scontro aveva avuto inizio…

idda si mosse con passo non veloce, ma costante, all’interno


del fiume di decomposizione formato dai suoi avversari non
M morti.
La spada, inesorabile, fendeva l’aria da sinistra a destra,
dall’alto in basso, falciando i corpi con freddezza: ogni incertezza le
sarebbe potuta costare la vita, ogni distrazione l’avrebbe potuta portare
all’eterna dannazione in quella negromantica palude. La lama chiara
dell’arma scintillava nell’oscurità di quella selva di corpi un tempo umani,
ora quasi irriconoscibili: nel muoversi attraverso l’aria e la carne,
sembrava lasciare una scia azzurrina, disegnando il proprio percorso
composto da mille rotazioni, spirali, in una sorta di macabra e letale danza
di morte. I suoi occhi guidavano con precisione l’arma in quel balletto,
percorrendo la medesima traiettoria un istante prima che venisse
effettivamente compiuta: lo sguardo attento, addestrato nel corso di
innumerevoli battaglie, sembrava quasi poter anticipare le scelte degli
avversari. Certo, contro la lentezza degli zombie prevedere l’evolversi
MIDDA’S CHRONICLES 17
della situazione non appariva come un’impresa complicata, ma il loro
numero si proponeva comunque tale da rendere quella lotta praticamente
disperata.
Molti soldati, briganti, combattenti di ogni terra erano presenti in
quella schiera di non morti, segno della pericolosità letale di quella
palude: ma ella non si lasciò intimorire da ciò che la circondava, non
permise ad alcuna di quelle possibili incertezze di rallentarla allo stesso
modo in cui non concesse ad anche solo uno dei suoi avversari di
avvicinarsi a lei nel mentre in cui i passi delicati, felpati quasi, si
spingevano ad avanzare nell’unica direzione verso la quale nessuno al
mondo, al suo posto, si sarebbe diretto.

«Signori… comprendo di essere un boccone prelibato per ognuno di


voi, ma vi prego… non ammassatevi in questo modo o mi porrete in
imbarazzo!» commentò, sorridendo a denti stretti.

Dove il braccio sinistro si concedeva impegnato nel liberare la via


verso l’interno di quell’oceano di corpi posti attorno a lei, il braccio destro
si proponeva ben lontano dall’essere considerabile a riposo: il metallo
scuro lasciava balenare i propri riflessi rossi in movimenti sicuri e
contenuti, tali da riequilibrare il corpo nei gesti di offesa principali e,
contemporaneamente, utili a offrire difesa dagli attacchi che le erano
proposti in risposta ai propri. Il metallo colpiva con forza le carni
putrefatte e le ossa sotto di esse, schiantandole in suoni tutt’altro che
gradevoli, ricoprendosi disgustosamente della sostanza, dei liquidi
interiori a tali creature: le dita si aprivano e chiudevano nei momenti
giusti, ad afferrare le ossa nei punti nevralgici per spezzarle, per
distruggerle, nel tentativo di ridurre all’impotenza quei corpi maledetti.

«Per Thyres…» non poté evitare di esclamare a un certo punto «Ma


quanti siete? Inizio a comprendere perché Kofreya sta perdendo la guerra
contro Y’Shalf: tutti i suoi soldati sono venuti qui a morire…»

In altre condizioni, un esercito kofreyota non avrebbe affaticato il


corpo di Midda, non l’avrebbe mai posta in difficoltà: i sapienti colpi della
spada sarebbero sempre stati mortali, avrebbero sempre aperto un varco
di fronte a lei, riducendo presto il numero dei propri avversari nel
portarla, in conseguenza, facilmente alla vittoria. Ma in quel contesto,
nelle condizioni dettate da quella palude, non uno, non due e spesso
neanche tre colpi erano utili allo scopo di offrire respiro alla donna
guerriero: nonostante nessuno avrebbe mai posto in dubbio la sua abilità
con l’arma impugnata, infatti, ella non si poteva considerare vittoriosa sui
18 Sean MacMalcom
propri avversari neppure in conseguenza di un colpo come il primo
inflitto, con cui un intero corpo era stato diviso in due metà simmetriche.
Anche laddove un movimento perfetto si fosse concesso in grado di
tagliare in due una di quelle creature, ulteriori offese avrebbero dovuto
immediatamente seguire la prima, allo scopo di eliminare ogni possibilità
di movimento per le due singole parti: esse, altrimenti, avrebbero
continuato a muoversi verso di lei, contro quelle amabili forme, in
un’immagine nauseante e mortale. E purtroppo, nonostante ogni sforzo,
nessuno di quei corpi morti sarebbe stato nuovamente offerto
all’abbraccio della morte, per il riposo eterno.
Midda, apparentemente inarrestabile e implacabile, conosceva fin
troppo bene i limiti del proprio fisico, della propria forza, della propria
energia combattiva: se anche l’attacco frontale si era proposto quale unica
possibilità di sopravvivenza nella trappola in cui era stata inviata in
missione, tale tattica non avrebbe potuto offrire frutti sul lungo periodo. Il
respiro, prima controllato e ritmico, aveva ormai iniziato ad apparire più
intenso e irregolare, mentre il sudore era scivolato a rigare la chiara pelle,
incollando ciocche di capelli ai bordi del volto, quasi a voler essere
dimostrazione di quanto la donna, pur guerriero, era e sarebbe restata
sempre umana, al contrario degli avversari che le si proponevano innanzi.

«Scusatemi, belli… ma credo di aver bisogno di una pausa…»


sussurrò.

Lo sguardo di ghiaccio si mosse a spaziare oltre ai nemici offerti in


un’amplia giravolta, venendo seguito immancabilmente da un eguale
movimento della lama utile invero a crearle un istante di libertà di
movimento: fu in simile frangente che ella vide, vicino a sé, poco sopra le
teste di alcuni cadaveri, pendere dei rami di salice o di un albero a esso
similare. Impossibile, infatti, essere certi della natura di ogni cosa in quel
terreno nefasto, fosse anche una pianta. Ma, in quel momento, non era suo
desiderio offrire un’analisi botanica di ciò che stava osservando: che esso
fosse stato un salice o un pino o un’insalata gigante, sinceramente non le
sarebbe importato. Per lei quella avrebbe comunque rappresentato una via
di fuga.
L’azione fu così rapida che sarebbe risultata troppo complessa da
elaborare in tempo reale per un qualsiasi essere vivente, per quanto
addestrato alla lotta, per quanto istintivamente predatorio: la lama
attraversò l’aria in orizzontale, dividendo all’altezza del ventre due corpi
di fronte a lei, allo scopo di offrirle, in tal modo, un “gradino” sul quale
saltare con un forte slancio delle gambe. Solo il piede sinistro appoggiò
per il tempo di un battito di ciglia su quei corpi mutilati e decadenti,
MIDDA’S CHRONICLES 19
mentre il destro già spingeva il suo peso oltre, verso le teste di altri zombie
ammassati dietro ai primi e proprio sotto ai rami precedentemente
individuati. E così, mentre un nuovo movimento della mancina vibrò
nell’aria tagli controllati e perfetti contro gli avversari, la mano destra si
richiuse in una morsa metallica attorno a quei rami flessibili,
appendendosi a essi come a una corda offertale dal cielo oscuro di quella
palude blasfema: ai fianchi, in tale contesto, fu lasciato il compito di
slanciare il resto del corpo per permetterle di allontanarsi da quella bolgia
infernale, sopra le teste di quella colonna putrefacente.
Il piano della donna, per quanto semplice, era stato efficace e la
guerriera, finalmente, poté riprendere respiro e rilassare i muscoli dolenti,
sedendosi sopra a un ramo superiore di quell’albero: appoggiando la
schiena contro il tronco, ella osservò tranquilla la marea di non morti
ammassata ai piedi del medesimo, impossibilitati in conseguenza della
loro scarsa mobilità a innalzarsi abbastanza da porla in pericolo.

«Per lo meno non siete rumorosi… o a quest’ora mi avreste fatto


venire un mal di testa con i fiocchi.» commentò, guardando in basso.

Purtroppo per lei, però, l’obiettivo da raggiungere si concedeva ancora


distante ed escludendo di poter volare, l’unica via sarebbe rimasta quella
da cui era appena fuggita.
Avrebbe dovuto tornare a lottare fra gli zombie.

La palude di Grykoo si estendeva lungo il confine meridionale di


Kofreya, lambendo i territori della penisola maggiore di Tranith: si
narrava come un tempo, più lontano di quanto chiunque potesse avere
memoria, quella zona non fosse il mortale acquitrino conosciuto da tutti e,
al contrario, si presentasse come una placida zona lagunare, piena di vita e
di colori. Impossibile comprendere se quelle che erano ormai leggende
raccontassero il vero, soprattutto nell’osservare la desolazione attorno a
Midda, e, ancor più di quello, impossibile dire se il mutamento avvenuto
fosse stato conseguenza della natura, dell’intervento di qualche divinità o,
semplicemente, dell’uomo. Certo era che, laddove un tempo forse si
proponevano acque fresche e ricche di pesce all’interno delle quali i
pescatori avrebbero potuto gettare con gioia le proprie reti e confidare
sempre in un ritorno a casa fruttuoso, ora solo fango e morte risiedevano.
Quello della palude era un ambiente dove neanche gli insetti o i roditori
avrebbero potuto trovare accoglienza e dove la fine avrebbe potuto
giungere anche senza bisogno di richiamare non morti o altre
negromanzie: un passo errato in quel terreno insidioso, infatti, avrebbe
20 Sean MacMalcom
potuto significare finire risucchiati all’interno di sabbie mobili da cui
nessun mortale avrebbe potuto trovare scampo.

La donna guerriero si impegnò a osservare attorno a sé con cura,


scrutando ogni orizzonte e cercando di pianificare la migliore strategia da
attuare nell’immediato futuro.
In basso, ai piedi dell’albero su cui aveva trovato rifugio, l’esercito di
non morti attendeva silente e immobile: i tentativi di raggiungerla erano
ormai cessati, forse nella consapevolezza che comunque ella non avrebbe
potuto restare lassù per sempre. A nord si trovava la via da cui ella era
giunta e che avrebbe potuto riprendere solo a missione conclusa: il nero di
desolazione e morte dominante nella palude sembrava rischiararsi in tale
direzione, mostrando in lontananza alcuni barlumi di vita, oltre i limiti di
quel territorio dannato. A est e a ovest il paesaggio offerto non era poi
diverso: la palude sembrava non trovare fine, nonostante ella fosse conscia
di come, da un lato, avrebbe potuto incontrare le montagne del confine
con Y’Shalf mentre, dall’altro, avrebbe potuto spaziare nelle vaste pianure
fra Kofreya e Tranith. Ma non verso ovest e non verso est la donna
guerriero avrebbe dovuto dirigere i propri passi: non allo scopo di
intraprendere tali direzioni ella era stata pagata, ma per volgere verso
meridione. A sud la palude celava il proprio cuore più tenebroso, in cui
solo gli adepti del santuario osavano spingersi, certi di ritrovare in esso
protezione e accoglienza dove chiunque altro avrebbe ottenuto morte e
disperazione, e proprio in tale direzione era il tempio che ella doveva
raggiungere e depredare.
Midda osservò con sguardo serio e calcolatore il percorso propostole
innanzi: inutile notare come proprio in tale verso l’esercito di non morti si
concedeva più compatto e pericoloso, non lasciando apparire alcun
margine di salvezza. Secondo le informazioni che le erano state offerte
insieme all’incarico, la sua meta era situata a non meno di due miglia dalla
sua attuale posizione: pensare di riuscire a percorrere due miglia
ritrovandosi circondata da zombie, e sopravvivere a essi, sarebbe stata
un’idea che solo un folle avrebbe avuto ed ella era tutto ma non folle. La
forza di un guerriero, quale era, non risiedeva nell’ignorare i propri umani
limiti ma nel riconoscerli, nel saperli valutare così bene da poter prendere
sempre la decisione utile a non essere uccisa: ella non temeva la morte, ma
non aveva desiderio di raggiungerla senza prima aver vissuto ogni
singolo giorno che sarebbe riuscita a guadagnarsi con la propria volontà.
Non potendo intraprendere la via più ovvia, qualsiasi altra strada, per
quanto assurda, sarebbe dovuta essere presa in esame. Lo sguardo della
donna, pertanto, si portò a osservare gli alberi presenti nella palude: non
erano molti in quella zona esterna, tutti similari a quello su cui aveva
MIDDA’S CHRONICLES 21
trovato rifugio. Guardando verso sud, il primo albero che riuscì a
identificare attraverso la foschia e l’oscurità si posizionava a non meno di
duecento piedi: duecento piedi attraverso la folla di non morti erano
fattibili, ma se avesse trovato qualche altra soluzione al fine di evitare
quella possibilità non ne avrebbe avuto dispiacere. Non aveva idea di
cos’altro l’avrebbe attesa dopo quel primo fronte di pericolo e non poteva
permettersi di giungere al santuario priva di energie.
Improvvisamente un’idea estremamente rischiosa e di non facile
attuazione le venne in mente e, per quanto azzardata, le sembrò essere la
soluzione migliore.

La donna, ormai riposata dall’impegno posto nella precedente lotta,


iniziò a inspirare ed espirare in maniera ritmica e controllata, per
prepararsi a ciò che stava per compiere, per riportare il proprio cuore al
giusto battito in vista dello sforzo che l’avrebbe coinvolta.
Con un gesto immediato e imprevedibile, che trovò impreparata la
folla sotto di sé, ella saltò dal ramo su cui aveva raggiunto rifugio e
appoggiò i piedi sulle teste di due zombie: il suo peso e la debolezza di
quelle carni non permisero all’instabile sostegno di sorreggerla a lungo,
crollando nel tempo di un battito di ciglia. Ma in quel brevissimo
frangente ella era già passata oltre, muovendosi leggera e agile, quasi
come una farfalla, verso altri due sostegni similari, e altri due a seguire, in
una sfrenata e ardita corsa sopra la marea di non morti, troppo lenti e
troppo stupiti, in conseguenza di un comportamento oltre a ogni loro
aspettativa, per poter reagire in maniera adeguata a fermarla. Con la
spada in pugno e il peso rivolto in avanti, Midda sembrò volare come il
vento sopra agli avversari, mantenendo il controllo assoluto su ogni
membro del proprio corpo, sul respiro, sul cuore. Una corsa perfetta,
costante, rapida, che la condusse fino all’albero che aveva localizzato e
scelto quale proprio traguardo.
Ma un istante prima di saltare sul ramo più basso a sua disposizione,
per trovare un nuovo rifugio, ella si accorse della presenza di un altro
albero, a una distanza non maggiore di quella appena percorsa…

«Rischiare o non rischiare?» sussurrò fra sé, passando con lo sguardo


fra l’obiettivo più vicino e quello più distante, cercando di trovare una
risposta al proprio dubbio.

Simile indecisione, però, le costò più caro di quanto non avesse preso
in considerazione: il piede destro si pose in fallo su un cranio già segnato
dalla rovina del tempo, portandola a scivolare nell’oceano di putrefazione
dal quale aveva cercato fuga.
22 Sean MacMalcom

«Per Thyres…» imprecò, contro se stessa.

Midda, pagando aspramente la distrazione di un attimo, cadde sopra


ai non morti, fra gli zombie, ritrovandosi in un istante sommersa dai
propri avversari. I corpi sui quali rovinò si frantumarono nella loro
decadenza e le acque melmose della palude cercarono subito di avere la
meglio su lei, la quale, senza perdere la calma a seguito di quel madornale
errore, ritornò rapidamente padrona di sé. Falciando con la spada tutti gli
avversari che, in modo rapace, cercarono di imporsi su di lei,
contemporaneamente fece leva con il braccio metallico al fine di rialzarsi.

«Va bene… va bene… sono caduta.» commentò, sputando quell’acqua


infetta con disgusto «Ma farmelo tutti notare in questo modo non è
carino…»

Ritrovata la posizione eretta, con la mano destra gettò via un braccio


putrefatto e mutilato, ancora in movimento, che cercava di squartarle il
ventre, mentre con la mancina mosse la lama della sua spada a colpire di
piatto una testa aggrappata con i denti alle sue gambe. Non perdonandosi
per la distrazione avuta, ricominciò con freddezza e costanza a lottare
contro i non morti, cercando di mantenere la posizione di dominanza su di
essi come era avvenuto nella prima parte di quella battaglia. Ma, forse in
conseguenza di quella caduta o, più probabilmente, a seguito del suo
avanzamento verso il santuario, il numero dei non morti sembrò essersi
decuplicato rispetto all’inizio, offrendosi sempre più compatti attorno a
lei. Dove prima avrebbe anche potuto spingere il proprio sguardo oltre
all’avversario che stava fronteggiando, ora il gruppo si poneva quale un
vero e proprio muro, a bloccarle il passo e a cercare di soffocarla in una
prigione di carne in decomposizione.
Midda, capace di tenere testa ai più grandi guerrieri del suo tempo, in
grado di piegare sotto i propri colpi legioni di soldati, si trovò pertanto a
essere intrappolata in quella situazione. Se, infatti, un nemico riusciva a
essere abbattuto dall’abilità della donna, simile successo non le concedeva
alcuna possibilità di avanzare, alcun guadagno in termini di spazio là
dove, immediatamente, al suo posto ne subentrava un altro. Uno stallo,
quello in cui si ritrovava a essere posta, che non avrebbe mai potuto
vederla vittoriosa e che presto l’avrebbe probabilmente condannata alla
sconfitta, quando il suo corpo non avrebbe più offerto forza ai colpi che
insistentemente menava attorno a sé.
MIDDA’S CHRONICLES 23
«Il doppio della ricompensa.» sbottò a denti stretti, senza interrompere
il movimento continuo della spada «Questa volta me la merito… e se quel
figlio d’un cane non me la concederà lo manderò a farvi compagnia.»
aggiunse, come a confidarsi con i suoi silenti avversari.

Purtroppo per lei, le gambe dovettero iniziare a muoversi in direzione


opposta a quella che avrebbe gradito, retrocedendo sotto l’impeto di
quella violenza: solo pochi pollici, ma pochi pollici che ne richiamarono
presto altri, in una sconfitta che ormai invocava il suo nome a forza.
Iniziando a sentire la rabbia crescere in sé per quella posizione di
inferiorità a cui non era abituata, ella ruggì con tutta la propria forza,
come a cercare di distruggere i nemici con la propria stessa voce: in quel
grido di battaglia, puntò i piedi nella melma fangosa della palude, prima
di piegarsi in avanti e scattare con una mossa decisa. Era certa che quello
non sarebbe stato il giorno della sua sconfitta, ma se così fosse stato, ella
sarebbe morta come era vissuta: da guerriero.
Sotto il ritrovato vigore dei colpi della donna, gli zombie caddero
senza potersi opporre, aprendo una breccia in quel muro di carne
putrefatta. Notando la possibilità di fuga, Midda gridò nuovamente,
cercando di trarre forza dalla rabbia espressa in quel gesto primordiale,
impugnando l’arma ora a due mani e falciando senza più alcuna tecnica i
propri avversari: non poteva permettersi di metterli fuori combattimento
uno alla volta, non poteva concedersi di cercare una vittoria assoluta sui
propri nemici come era solita fare. Poteva… doveva invece aprirsi la
strada a colpi di spada, come in una selva, quasi si trovasse a essere nel
fitto di una foresta, correndo fra di essi nel tentativo di guadagnarsi il
diritto a nuova aria, a spazi aperti. I corpi mutilati, ma tutt’altro che
inermi, cadevano in conseguenza dei colpi della spada, mentre i suoi
piedi, ora con passo deciso, calpestavano quelle carni morte che ancora si
muovevano a cercare di afferrarla.

La maestra d’armi che ella era, aveva così lasciato spazio a un


combattimento più istintivo, più barbaro, ma forse più efficace nello scopo
che si era prefissa di raggiungere. Avanzare in quel modo le richiedeva
indubbiamente minore attenzione, minore concentrazione, ma ciò si
concedeva come compensato da un maggiore sforzo fisico, un maggiore
impiego di energie che ella non avrebbe potuto offrire in eterno e che,
anzi, avrebbe visto prosciugate in tempi più rapidi le sue forze. Ma il fato,
una volta tanto, sembrò arriderle, mostrandole la fine di quell’incubo: a
pochi passi di distanza, al limite del suo sguardo, la marea di non morti
sembrò terminare di colpo, offrendo un’amplia radura finalmente libera,
finalmente priva di zombie.
24 Sean MacMalcom
La donna guerriero chiamò a sé le proprie forze per non cedere in quel
momento, per non lasciarsi andare all’oblio a un passo dalla salvezza: i
corpi dei suoi avversari, straziati dai colpi di spada che imponeva su essi e
dalla loro stessa decadenza, continuavano a soccombere sotto la mannaia
che ormai ella sembrava sorreggere nelle proprie mani, fino a quando non
raggiunse la libertà, la salvezza non scontata.
La salvezza rappresentata da un imprevista apertura nel terreno: un
largo dirupo che si concesse oscuro e ignoto di fronte a lei.

«Ehy… non si era parlato di precipizi.» protestò, voltandosi di colpo.

Le informazioni che ella aveva raccolto in merito alla palude erano


assolutamente incomplete, dove per ovvie ragioni non esisteva una
cartografia precisa del luogo: tutto ciò si era sicuramente proposto a
sfavore di quella missione, un’incognita che, prima, aveva fatto apparire
invero la sfida ancora più interessante ma che, ora, sembrava voler porre
in dubbio la sopravvivenza stessa della donna.

Midda osservò con la coda dell’occhio il baratro aperto alle proprie


spalle: era troppo largo per sperare di saltarlo, ma esso rappresentava
l’unica via disponibile, laddove gli zombie, approfittando di quel
momento, erano tornati a chiudersi compatti in fronte e lateralmente a lei,
soffocandola in una morsa letale

«O la va… o mi spacco.» commentò, in un sorriso amaro, prima di


saltare con una capriola rovesciata verso quell’oscuro destino.

l tempo parve fermarsi nell’istante in cui il corpo della donna si


ritrovò a vibrare in aria.
I Flettendo o, alternativamente, tendendo ogni muscolo, ella tentò
di ricondursi a una posizione nuovamente verticale, piegandosi
successivamente in avanti, posizionandosi simile a un felino nella
speranza di attutire l’impatto e sopravvivere a quell’insano salto, a quella
decisione che avrebbe potuto costarle la vita o avrebbe, peggio, potuto
renderla inerme di fronte agli orrori di quel terreno maledetto.
L’oscurità del baratro parve accoglierla in un abbraccio protettivo più
che offensivo: se fuori da ogni dubbio era l’assunto per cui ella non aveva
idea di ciò che avrebbe potuto attenderla al termine di quel volo, al
MIDDA’S CHRONICLES 25
contempo si proponeva pur vero come ella avesse piena coscienza di ciò
da cui era fuggita.
Il destino imprevedibile contro una fine certa.

Pochi attimi, o forse un’eternità, dopo il salto, la donna guerriero si


concedeva ancora in piena caduta, reggendo salda nella mancina la spada
e tendendo in avanti la destra, mentre tentava di aguzzare la vista nella
ricerca, ora fredda e calcolata, di qualche indizio all’interno di quel
budello tenebroso. Ma nonostante tutti gli sforzi per poter anche solo
intuire l’ambiente attorno a sé, ella non ebbe modo di accorgersi della fine
della propria caduta se non al momento dell’impatto. I piedi e la mano
destra affondarono violentemente in una melma calda e viscosa, attutendo
il colpo e permettendole, anche grazie alla posizione assunta, di non
rompersi nessun osso, pur accusando un deciso dolore agli arti inferiori e
alla schiena. L’improvvisa collisione, poi, le fece sbalzare la spada di
mano, lasciandola così momentaneamente disarmata oltre che
leggermente frastornata.

«Thyres…» commentò a denti stretti, ringraziando intimamente il


proprio braccio destro per essere sempre una risorsa verso cui poter fare
affidamento.

Riaprendo gli occhi, chiusi istintivamente al momento dell’impatto al


suolo, Midda cercò di distinguere qualche forma attorno a sé, ma
l’oscurità di quella voragine si propose totale e il cielo, già grigio, sopra di
lei si mostrò quale una linea decisamente distante, troppo lontana per
offrirle anche solo una vaga speranza di semplice penombra.
In una situazione simile, dopo aver ringraziato il fato di essere ancora
viva e di avere la possibilità di combattere un altro giorno, la prima
esigenza della donna fu quella di recuperare la spada: privata della
propria arma, ella si sentiva come mutilata, rischiando in ciò di essere
troppo esposta ai pericoli che la palude non avrebbe mancato di proporle
innanzi. La melma in cui era affondata conservava un’innaturale calore e
una strana viscosità, proponendosi molto diversa dal fango in cui fino a
poco prima la donna aveva immerso i propri piedi: ciò nonostante, ella
cercò di non lasciarsi suggestionare dai propri sensi, consapevole che se
essere sopravvissuta agli zombie non l’aveva comunque posta al sicuro,
farsi dominare da un’eccessiva prudenza l’avrebbe negativamente
immobilizzata. Melma o non melma, ella avrebbe dovuto procedere:
pertanto, con movimenti controllati e affilando l’udito, unico senso su cui
avrebbe potuto fare affidamento in quella situazione, ella iniziò a muovere
le mani nella sostanza in cui si era trovata immersa, alla ricerca della
26 Sean MacMalcom
propria arma, impegnandosi per non produrre eccessivo rumore allo
scopo di non attirare inutilmente pericoli su di sé.

Quando Midda sentì la propria gamba destra essere sfiorata da


qualcosa all’interno della melma, sferrò con prontezza un colpo con il
pugno metallico, offesa che però andò a smorzarsi nel nulla di quella
materia viscosa. Dimentica in quel momento di ogni cosa, anche della
propria spada, in favore della necessaria sopravvivenza, la donna
guerriero si posizionò in una stretta guardia: non era sola, non aveva
neanche supposto di poterlo essere, in realtà, ma quel contatto sfiorato
aveva dissipato ogni speranza di superare quel nuovo ostacolo senza
eccessivi problemi. Mantenendo la destra in una posizione più raccolta
rispetto alla mancina, la donna piantò saldamente le gambe nel terreno e
sembrò quasi arrestare anche il proprio respiro per riuscire a spingere le
proprie percezioni sensoriali oltre al consueto limite.

Una leggera vibrazione nella quiete della melma la mise in guardia nei
confronti di un pericolo alle proprie spalle ed ella fu abbastanza rapida e
scattante da rigirarsi e sferrare un nuovo colpo con il pugno destro, l’unica
arma che ora aveva a disposizione. Questa volta, il metallo non si smorzò
nella sostanza viscida ma andò a schiantarsi con decisione su una
superficie più consistente: fu in conseguenza di quell’impatto che la donna
guerriero dovette ricredersi su ogni considerazione in merito a quella
palude immonda. Il pugno, infatti, colpendo un’area evidentemente
organica, generò una profonda ferita nella medesima e da essa una
sostanza simile a sangue fluorescente si riversò all’esterno, sul terreno e
sul suo braccio, colpevole di quella violenza. In quella fluorescenza
improvvisa, che per un istante abbagliò lo sguardo della donna, ormai
abituato all’oscurità, quel budello tenebroso rivelò un mondo prima
impensabile all’interno della palude di Grykoo.
La melma, in cui ella affondava i piedi in quel momento, non era
fango, ma una sorta di bava riversata sul terreno da dozzine e dozzine di
larve mollicce, di dimensioni variabili da quelle di un grosso ratto a quelle
di una piccola pecora: le larve, muovendosi lente nei loro stessi fluidi
corporei, ricoprivano tutto il suolo fin dove il suo sguardo era capace di
spingersi. Ma tali creature non erano le sole ad abitare quell’anfratto:
lungo le pareti, parzialmente immerse nella bava, erano dei bachi enormi,
di dimensioni mostruose, la cui vista fece increspare la pelle della donna
guerriero al pensiero di cosa sarebbe potuto uscire da essi.
Quell’immagine mentale la portò a cercare rapidamente altre informazioni
attorno a sé, alla ricerca raccapricciata dei “genitori” di quelle creature
orride, nella semioscurità concessa dalla linfa fluorescente della larva che
MIDDA’S CHRONICLES 27
il suo pugno aveva violentemente ucciso. Lo sguardo percorse ogni pollice
di ciò che le fu concesso vedere, ritrovando anche la posizione della sua
lama e individuando molti cunicoli scavati lungo le pareti di quel baratro:
gallerie sotterranee sicuramente perfette quali accoglienti rifugi per le
creature che la circondavano, raggiunto il secondo stadio della loro
esistenza. Forse, o almeno così ella sperava, in quel momento tali esseri
stavano riposando e solo simile eventualità le avrebbe concessa salva la
vita: non avrebbe mai avuto problemi ad affrontare uomini, vivi o morti,
ma doversi confrontare con fenomeni simili laddove era il loro terreno, la
loro casa, sarebbe equivalso probabilmente a un suicidio.

Recuperando di colpo ogni energia, Midda percorse rapida e leggera


una tortuosa via attraverso le larve già in agitazione per la morte di una di
loro, al fine di riappropriarsi al volo della spada e poi gettarsi contro la
parete più vicina alla sua posizione e meno ricca di cavità potenzialmente
abitate. Senza spendere un solo istante a domandarsi se quella fosse la
parete che l’avrebbe portata verso il santuario o, al contrario, quella che
l’avrebbe riconsegnata all’abbraccio dei non morti, ella iniziò ad
arrampicarsi veloce e silenziosa, penetrando con le mani e con i piedi nel
terreno molle della palude per crearsi punti d’appoggio. Zombie o no,
l’importante in quel momento sarebbe stato lasciare l’incubo in qui era
precipitata.
L’ascesa della donna dalle oscurità del precipizio non fu semplice: il
terreno della palude non offrì appigli stabili e, più di una volta, ella si
ritrovò a scivolare per diversi piedi solo a causa di uno smottamento
improvviso. Se fosse stato un muro di roccia, per quanto liscio, esso
avrebbe comunque offerto degli appigli stabili, dei punti su cui fare leva
senza timori: così, invece, ogni passo verso la superficie si proponeva a
rischio. E la profondità di quel budello, che già in discesa era apparsa
spropositata, in risalita non sembrò essere da meno. Le mani della donna
guerriero affondavano in maniera incerta nella terra, cercando di
compattarla, di renderla più stabile prima di ogni movimento: il timore
ancestrale, che l’aveva spronata a quella scalata senza porsi troppe
domande, stava ormai svanendo nel mentre in cui ella si allontanava da
quelle creature immonde e, con la scomparsa di esso, molti furono i dubbi
che iniziarono a porsi alla sua attenzione, molti i rimproveri per il modo in
cui aveva gestito quella serie di situazioni. Gli zombie, prima, le larve, poi,
l’avevano spinta a gesti più estremi di quanto non sarebbe stato
necessario: quel genere di comportamento non le era comunemente
proprio e di questo non si sarebbe perdonata.
28 Sean MacMalcom
«Sembro una recluta dell’esercito di Kofreya alla sua prima
missione…» si rimproverò sottovoce, proseguendo nell’improba scalata
«Sapevo bene che non sarebbe stato semplice uscire viva di qui e ho
accettato. Basta con i colpi di testa.»

Le punte dei piedi cercarono di trovare appoggio nelle medesime


fenditure marcate dalle mani, là dove la terra era stata compattata dal suo
passaggio e dove sapeva che il peso del suo corpo sarebbe stato
sopportato. Un piede dopo l’altro, una mano dopo l’altra, la scalata
proseguì senza offrirle possibilità di riposo: restare ferma per troppo in un
punto avrebbe aumentato il rischio di perdere la presa e di precipitare
nuovamente sul fondo del crepaccio.

Il metallo del suo braccio destro si stava concedendo ancora


risplendente a causa del “sangue” fluorescente fuoriuscito dalla larva
colpita, offrendo in quella leggera luminosità quanto necessario a Midda
per riuscire ad avere percezione visiva sul proprio avanzamento e sul
mondo attorno a sé. Il precipizio, nel quale tanto scioccamente aveva
deciso di cercare la fuga dai non morti, era largo non più di trenta piedi,
probabilmente profondo non meno di cento e di chiara origine non
geologica: l’ipotesi più probabile sembrava essere quella di un intervento
umano o, forse, animale. L’intervento umano avrebbe, in effetti, ritrovato
il suolo scavato in maniera totalmente diversa, più regolare sotto certi
punti di vista e più innaturale sotto altri: al contrario, la terra ancora
morbida, la conformazione quasi naturale del budello, nonché la presenza
di tutti i cunicoli che si diramavano in mille direzioni nel terreno,
lasciavano intendere in modo sufficientemente chiaro come le artefici di
tutto, probabilmente, fossero le stesse creature che ne popolavano il fondo.
L’idea di una tana, di un nido, sembrava quindi essere la più attendibile e
le dimensioni di quello scavo non avrebbero permesso di supporre nulla
di positivo in merito agli ipotetici abitanti: probabilmente un gruppo di
accademici, di quei studiosi che affollavano le capitali dei principali regni
e di cui la maggior parte dei sovrani sembrava amare circondarsi come
segno della propria “illuminata” civiltà, avrebbe trovato interesse in tutto
quello che ora, per lei, rappresentava solo un ostacolo e un pericolo.

Ancora una volta, però, ogni deduzione di Midda fu messa in dubbio


nel momento in cui un nuovo elemento si pose di fronte al suo cammino:
improvvisamente, infatti, il metallo della mano destra risuonò vivo
nell’impatto inatteso con una roccia… e non una roccia qualsiasi.
Alzando lo sguardo, infatti, la donna poté osservare alla luce fioca
della propria fluorescente “torcia” la presenza di un’amplia porta in pietra
MIDDA’S CHRONICLES 29
posta poco sopra alla posizione raggiunta. Le pietre, marmi bianchi e
travertini, si proponevano lavorate con cura, squadrate dall’azione
sapiente dei migliori artigiani e decorate, una a una, da intarsi ricchi di
decorazioni e intrecci: disposte in maniera precisa, delimitavano una porta
dalla volta arrotondata con due colonne scolpite lungo i lati verticali,
tipica di alcune vecchie tradizioni architettoniche kofreyote e tranithe. Le
decorazioni, non segnate dal tempo nonostante quella soglia fosse
sicuramente lì da epoche remote, mostravano i visi di oscure divinità nella
volta e rappresentazioni di empi sacrifici nella base, esattamente dove la
donna guerriero era giunta e stava ora guardando.

Nel preciso lavoro della pietra centrale del basamento, proprio di


fronte al suo sguardo, era rappresentato l’interno di un tempio, di un
santuario, con un altare nella sua zona centrale, sotto un’ampia cupola a
base poligonale. Attorno all’altare era una moltitudine di uomini, in
assorta contemplazione, mentre sull’ara appariva legata una vittima
sacrificale, forse femminile, sulla quale si stagliava la figura di un monaco
armato di una lunga falce. Dietro all’officiante di quell’oscuro rito, poi, era
una grande figura oscura, volutamente non delineata dall’artista, che
all’attenzione di Midda parve quasi sorridere. L’opera dell’autore, colui
che aveva raffigurato la mortale scena nella roccia, si proponeva con tale
perfezione che, osservandola con attenzione, si sarebbe potuto avere
l’impressione di vedere i personaggi inanimati prendere vita e azione:
fissandola, essa non appariva più come un semplice bassorilievo, ma come
una visione su un passato remoto, un momento impresso per sempre nella
roccia e al contempo mai concluso, forse ancora in atto.
La donna guerriero, turbata dalle emozioni offerte da quell’incisione,
si riprese improvvisamente dalla trance in cui era precipitata osservando
tale scena e, portando anche la sinistra a contatto con il bordo del gradino
di roccia, fece leva per issarsi fino a quella soglia oscura.

Senza prendere fiato dal lungo sforzo compiuto nella scalata, ella si
pose immediatamente in piedi, sfoderando di nuovo la spada, prima a
riposo sul fianco destro, nell’assumere una posizione di guardia.
Sfruttando la luminescenza del braccio libero, ormai sempre minore a
causa del parziale essiccamento della linfa fluorescente, cercò di scrutare
avanti a sé, nel tunnel che le era offerto oltre la porta, per valutare la
nuova via così proposta.
Secondo una prima valutazione, il percorso in ascesa compiuto l’aveva
condotta appena a metà della risalita totale: avrebbe potuto, quindi,
ignorare quella via e proseguire oltre. O, altrimenti, avrebbe potuto
imboccare quel percorso in pietra, solido e amplio, nella speranza che esso
30 Sean MacMalcom
la potesse condurre a qualche destinazione, se non addirittura alla meta
della sua missione: il santuario.

«Due volte e mezzo la ricompensa pattuita.» stabilì sottovoce,


iniziando a camminare all’interno del corridoio, diretta verso l’ignoto.

a luminescenza, offerta dal sangue della larva uccisa, svanì


nel tempo necessario a tale linfa per perdere la propria
L consistenza liquida, essiccandosi sul metallo del braccio
destro di Midda. E in quel lento ma inesorabile processo, il
mondo attorno alla donna si fece sempre più oscuro all’interno del
corridoio intrapreso.
Fortunatamente per lei, quella via non sembrava offrire particolari
insidie. La struttura si concesse solida e compatta, realizzata pietra su
pietra a formare non solo il pavimento sotto i suoi piedi, ma anche le
pareti ai lati e il soffitto arrotondato sopra il capo: un percorso il quale, al
di là della consapevolezza in merito alla sua localizzazione nel cuore della
palude, non sarebbe apparso distante da un qualsiasi passaggio in una
qualunque fortezza di nobili proprietari. A differenza di quanto presente
nell’ingresso, ormai distante alle sue spalle, le pietre dell’andito, sempre in
travertino e marmo bianco, non presentavano bassorilievi di sorta, fatta
eccezione per due sequenze continue di decorazioni agli angoli bassi delle
pareti, probabilmente limitate unicamente dall’estensione fisica di quel
passaggio: tali incisioni, nel dettaglio, mostravano un intreccio senza
interruzioni di sette diverse componenti, precisamente individuabili da un
particolare aspetto che proponeva ogni elemento riconoscibile da una
propria caratterizzazione. Anche in quel caso, come già all’ingresso, il
lavoro concesso al fine di realizzare un simile operato, per quanto relegato
a semplice decorazione, non avrebbe dovuto essere stato assolutamente
banale.
La donna guerriero, per un breve periodo, aveva provato a seguire con
lo sguardo quei continui intrecci, nella speranza di comprendere un
eventuale messaggio celato in essi: ma l’intrico appariva costante e
perpetuo, non concedendo indicazioni di sorta almeno a un’analisi
superficiale come quella offerta in tale frangente, nella rapidità di quello
studio. A causa dell’oscurità crescente e del desiderio di restare all’erta per
eventuali pericoli, ella non prestò ulteriore attenzione a simili dettagli,
proseguendo con decisione nel proprio cammino.
MIDDA’S CHRONICLES 31
Sfortunatamente, però, il corridoio si rivelò presto essere parte di un
complesso viluppo. Se al primo bivio ella non si pose dubbi sulla
direzione da intraprendere, proseguendo nella via che le si parò di fronte
e ignorando ogni diramazione, al successivo comprese che la situazione
avrebbe potuto rapidamente degenerare in un dedalo e farla
irrimediabilmente perdere nei meandri di quel sotterraneo. Se, oltre a
quella spiacevole condizione, si fosse considerata l’autonomia visiva
limitata, che presto l’avrebbe lasciata vittima dell’oscurità totale, chiara si
poneva l’esigenza di intervenire in maniera ponderata. Già in passato si
era ritrovata all’interno di un labirinto e aveva appreso la tecnica utile a
uscirne: ciò nonostante, ella non riusciva a considerare saggio pensare di
addentrarsi nel buio totale in un inesplorato dedalo sotterraneo, con la
tutt’altro che remota possibilità di incorrere in qualche diabolica trappola,
confidando solo e unicamente nel contatto perpetuo con una parete di
riferimento. Sollevando la spada, quindi, scelse di incidere profondamente
la roccia liscia sul lato sinistro della via da cui era giunta, prima di
proseguire oltre al bivio: in quel modo, anche qualora si fosse ritrovata in
balia delle tenebre, avrebbe potuto orientarsi in maniera inequivocabile e
ritornare all’ingresso, al baratro delle larve giganti.
Nelle tenebre ormai quasi completamente dominanti, la donna
guerriero proseguì pertanto all’interno della via sotterranea, procedendo
ora nel mantenere la mano destra, e la spada sorretta nella sinistra, a
contatto con le due pareti, allo scopo di avere possibilità di rilevare la
presenza di eventuali diramazioni. A ogni crocevia, poi, ella replicò
quanto già compiuto al secondo incrocio, marcando la direzione da cui era
giunta e scegliendo di proseguire, comunque, sempre nel percorso innanzi
a sé. Una parte di lei era certa di essere rivolta proprio verso il santuario
celato nel cuore della palude e che quel corridoio sotterraneo non avrebbe
riservato insidie quanto, piuttosto, un passaggio sicuro verso la meta
prefissa. La ragione per cui, poi, tale percorso conducesse al budello da cui
ella era evasa non riusciva a esserle chiara o, forse, non desiderava esserle
chiara: il ricordo di quei bruchi e delle loro pupe, invero, le accapponava
ancora la pelle lungo la schiena e per tale ragione preferiva evitare di
soffermarsi troppo su simili pensieri.

Camminare a lungo in un labirinto, immersi nelle tenebre, si propose


quale un’esperienza che avrebbe potuto far perdere a chiunque il senno,
soprattutto nella consapevolezza del luogo maledetto in cui ci si trovava a
essere in quel momento. Nella terra entro cui arditamente, o forse
incoscientemente, ella proseguiva il proprio cammino, erano periti valenti
guerrieri, di ogni regno, di ogni epoca: nessuno, al di fuori degli adepti ai
riti oscuri che lì si compivano, era mai entrato nella palude di Grykoo
32 Sean MacMalcom
facendone poi ritorno; nessuno era sopravvissuto a quel suolo blasfemo
per poterne portare testimonianza.
Per tale ragione, nel proseguire ormai d’istinto in quell’esplorazione,
una vecchia ballata riaffiorò dai ricordi della donna, quasi a volerle tenere
compagnia nel tragitto mortale.

Ferse nella notte lesto andava,


nel petto tremante mesto portava:
un sentimento da tempo cercato,
che il suo cuore aveva negato.

Quando Morte in vita lo guardava,


un uomo morto in egli trovava:
non nell’amore aveva sperato,
non il riposo avea conquistato.

Ferse nella notte lesto andava,


nel petto tremante mesto portava:
un male che l’aveva ammazzato,
nella fossa lo aveva gettato.

Quella storia il becchino cantava,


della triste fine d’egli narrava:
se la pace l'aveva ignorato,
l’uomo restava non dimenticato.

Ferse nella notte lesto andava,


nel petto tremante mesto portava:
un infelice e meschino fato,
che a vendetta lo avea legato.

Quando al fin...

Ma le parole di quella canzone, insieme alla ricordo della vendetta di


Ferse, soffocarono nella sua mente nel momento in cui ella scorse una luce
in lontananza: era infine giunta a destinazione, ovunque quel tunnel
l’avesse effettivamente condotta.
Con la gola riarsa dalla sete, tanto a causa della fatica quanto in
conseguenza delle immonde acque che aveva a suo malanimo assaporato
in quella palude, Midda cercò di ritrovare le proprie forze e la propria
concentrazione nell’avvicinarsi alla fonte di luce in fondo al sotterraneo
corridoio in pietra che stava percorrendo.
MIDDA’S CHRONICLES 33

Rinfoderando la spada, portò le mani a sistemarsi i capelli dietro alle


orecchie: fatto questo, ella iniziò a muovere il capo prima verso destra e
poi verso sinistra, allo scopo di sciogliere i muscoli tesi in movimenti
delicati ma continui che la videro giungere a roteare completamente la
testa e il collo con essa. Concludendo in tal senso, si dedicò alle spalle e
alle braccia, stimolando, prima, le giunture fra omero, scapola e clavicola e
tendendo, poi, il tricipite nel trarre contro un braccio il gomito di quello
opposto. Successivamente pose le proprie attenzioni all’avambraccio e al
polso sinistro, e ancora ai muscoli addominali e alla schiena: in simili gesti
ella giunse a far scricchiolare l’intera colonna vertebrale, ricavandone, in
conseguenza, una decisa sensazione di piacere. A concludere quella
preparazione, infine, offrì il proprio interesse alla parte bassa del corpo:
vita, glutei, gambe, ginocchia, caviglie.
Il tutto non le richiese eccessiva perdita di tempo, ma come sempre la
ritemprò fisicamente e, ancor più, mentalmente, conducendola a una
condizione utile ad affrontare qualsiasi prova le sarebbe ulteriormente
stata richiesta. Quell’esercizio fisico, a cui si dedicava puntualmente prima
di iniziare o proseguire nelle proprie disavventure, era diventato con il
tempo un vero e proprio rituale dal quale era in grado di trarre
paradossalmente maggiore riposo e ristoro di quanto non le avrebbe
permesso un breve periodo di sonno. Molti guerrieri, al contrario,
preferivano concedersi anche solo una minima occasione di sopore, ma
ella riteneva tale pratica negativa laddove non sarebbe riuscita a donarle
un reale riposo e, peggio, l’avrebbe lasciava proseguire in uno spiacevole
stato di torpore: con tale tecnica, con quel suo “rito”, invece, era in grado
di ristorare il corpo e la mente senza per questo ritrovarsi a essere
indolente di fronte a nuove prove, a nuovi pericoli.
Conclusi i preparativi e ripulito il metallo del suo braccio destro dalla
terra, dal fango e dalla sporcizia che lo avrebbero potuto ostacolare
ponendosi nelle giunture e rendendo i suoi movimenti troppo legati, la
donna guerriero sfoderò di nuovo la spada e riprese ad avanzare verso la
luce, pronta a guardare di nuovo in faccia il proprio destino e a
combattere contro di esso fino allo stremo delle forze.

iabituati gli occhi chiari alla presenza della luce, Midda avanzò
con discrezione e decisione nel corridoio, accostandosi fino
R all’apertura. Oltre alla medesima, una porta in pietra non
dissimile da quella che l’aveva condotta dal budello al
34 Sean MacMalcom
corridoio, le si offrì la visione di un’amplia grotta sotterranea, una
conformazione naturale di origine calcarea che si estendeva in ampiezza
per una cinquantina di piedi e in lunghezza per un centinaio, prima di
curvare verso sinistra e non permetterle, in tal modo, di spingersi oltre con
lo sguardo. La grotta apparve illuminata dalla presenza di due file di
torce, disposte lungo i lati della medesima: tali fiaccole creavano un
bagliore incerto ma costante, raggi di luce che andavano a infrangersi
contro ogni forma generando danze di inquietanti ombre. L’inquietudine
di quelle ombre, in realtà, non nasceva tanto dal chiaroscuro, quanto dalle
figure che lo generavano: un’infinità incalcolabile di ossa sbiancate, le
quali riempivano quasi integralmente la superficie visibile della grotta
ammassandosi in maniera scomposta sul fondo della stessa. Ossa umane
che di umano avevano ormai solo la forma, dove tutto ciò che un tempo
erano state si proponeva perso, dimenticato nelle carni non più presenti.
Quella visione lasciò interdetta la donna guerriero, nel dubbio di quale
insana fede potesse aver generato un simile mattatoio. Abituata alla morte
in ogni suo aspetto, anche in quelli più sgradevoli, non vi furono timori
alla vista di quell’orrido spettacolo: solo domande, questioni che, sperava,
non avrebbero mai trovato risposta.
Non scorgendo alcun apparente pericolo, ella oltrepassò la soglia
senza soffermarsi a offrirle alcuno sguardo come invece si era concessa
alla prima, nel desiderio di non lasciarsi distrarre inutilmente. Ciò che
aveva generato un simile cimitero avrebbe potuto giungere da un
momento all’altro ed ella non desiderava permettere alle proprie ossa di
aggiungersi a quella macabra collezione.

Procedendo al centro della grotta, posizione nella quale sicuramente si


sarebbe maggiormente esposta a eventuali pericoli, ma dalla quale
avrebbe potuto dominare comodamente la situazione, Midda avanzò con
passo fermo e posizione di guardia attraverso quel reliquiario, cercando di
smuovere il meno possibile le ossa, nonostante fosse quasi impossibile
avanzare senza calpestarle in conseguenza della loro moltitudine.
Lo sguardo che attento rimbalzava da un lato all’altro del vasto spazio
di fronte a lei, non poteva evitare di offrirle sovente ragione di
deconcentrazione, nel soffermarsi su quei resti umani per osservare
l’assoluta pulizia di quelle ossa, una nitidezza la quale non avrebbe potuto
derivare da un naturale processo di decomposizione: un cadavere,
putrefacendosi, avrebbe lasciato frammenti della propria essenza sullo
scheletro, si sarebbe forse anche parzialmente mummificato, conservando
in tal modo una minima parvenza di quella che in tempo era stata la sua
vita. Ossa tanto pulite, perfette nella loro purezza, non avrebbero potuto
evitare il pensiero dell’azione di qualche necrofago.
MIDDA’S CHRONICLES 35

Raggiunta la svolta in fondo alla grotta, la donna guerriero si rese


conto della reale vastità di quei sotterranei e, in conseguenza, dell’effettiva
portata di quell’orrore. La grotta non terminava, infatti, nel punto da lei
raggiunto, ma proseguiva ben oltre, per almeno un altro centinaio di piedi
prima di assottigliarsi in uno stretto passaggio. Oltre tale cunicolo, tanto
breve quanto ridotto rispetto all’ampiezza della caverna, si riusciva a
intuire la presenza di un nuovo antro e nulla concedeva di ipotizzare che
lo spettacolo, là offerto, sarebbe apparso diverso da quello in cui ella era
già immersa.
All’attento sguardo non sfuggì, poi, una nuova soglia non dissimile da
quella che aveva pocanzi attraversato, posizionata sulla parete a destra e
sempre realizzata in marmo bianco e travertino, ancora presentante dei
dettagliati bassorilievi su cui ella non osò indugiare con la propria
curiosità. Non vi era bisogno di particolari doti intuitive per supporre
come simile varco altro non fosse che l’estremità di un nuovo oscuro
corridoio scavato nel cuore della palude, non diverso da quello che aveva
percorso.
Accelerando il passo verso il passaggio naturale individuato fra la
grotta in cui si trovava e la successiva, Midda iniziò a intuire la funzione
del dedalo di corridoi che aveva percorso e, soprattutto, delle caverne che
stava attraversando. E ammettendo che simile intuizione fosse stata
corretta, ella non avrebbe avuto alcun desiderio di permanere lì sotto per
trovarne conferma.

Dopo la prima grotta, Midda si ritrovò ad attraversare quattro diversi


antri, di dimensioni e strutture non dissimili gli uni dagli altri: tutte quelle
cavità sotterranee dimostravano una chiara origine naturale,
probabilmente derivante dall’erosione della roccia calcarea che le
costituiva, in tempi ancora antecedenti alla comparsa della palude al posto
della precedente laguna di Grykoo. Le caverne che la donna attraversò
non erano, del resto, le uniche presenti in quei sotterranei: mentre ella,
infatti, si impegnò al fine di mantenere una direzione più possibile
costante, lasciandosi guidare dal proprio istinto verso quello che
ipotizzava essere l’accesso principale, non poté fare a meno di notare la
presenza di altre diramazioni, altre cavità che lasciò ben volentieri
inesplorate. In ogni spelonca, inoltre, almeno una porta era stata ricavata
nelle pareti calcaree, realizzata e adornata da marmi e travertini, dai quali
lunghi e oscuri corridoi si dipanavano in ogni direzione nella palude, non
solo verso quella da cui era giunta.
L’idea che in lei si era ormai formata, chiara al punto che non avrebbe
avuto incertezze a scommetterci sopra, risultava essere tanto semplice
36 Sean MacMalcom
quanto tremenda: i fautori della realizzazione del santuario avevano
creato quei passaggi sotterranei al fine di rendere possibile una
convergenza di tutte le creature native di quell’immondo terreno, gli
esseri in cui anche le larve giganti incontrate nel burrone si sarebbero
trasformate uscendo dalle loro crisalidi, verso il tempio stesso. I corridoi,
quindi, non erano vie d’accesso o di uscita per esseri umani, quanto
piuttosto per mostri, sicuramente necrofagi, che il tempo aveva reso quasi
addomesticati nel ritrovare nutrimento regolare, in conseguenza del
rapporto simbiotico con gli oscuri riti compiuti dagli adepti del santuario,
i resti delle cui vittime ricoprivano la superficie delle grotte ora da lei
attraversate.

La conferma della propria macabra e terribile deduzione venne offerta


a Midda nel momento in cui un assordante rombo riempì l’aria: qualcosa
aveva iniziato a muoversi nei corridoi, e il suono di quel movimento fu
amplificato dagli effetti eco delle cavità sotterranee, trasformandosi in un
rumore tremendo e insopportabile. Per quanto ella fosse usualmente
fredda e controllata, di fronte a quell’ignoto orrore non poté fare altro che
accelerare il proprio incedere, fino a gettarsi in una sfrenata corsa verso
l’uscita che sperava di poter presto raggiungere. Non più passi leggeri e
controllati, allo scopo di evitare rumori e ridurre al minimo il contatto con
le ossa delle vittime del santuario, ma falcate lunghe e animate, che
calpestarono senza alcun riguardo i resti di quei sacrifici nel desiderio di
non congiungersi a essi. Nonostante la frenesia di quella fuga, il respiro
della donna riuscì a restare regolare e ritmico, quasi in sincronia con il
cuore e gli stessi movimenti di ogni muscolo del corpo, in un’armonia
perfetta, impeccabile e, sicuramente, più efficiente di uno sconclusionato e
rocambolesco fuggifuggi.

«Per Thyres…» imprecò a denti stretti «Tre volte la ricompensa


pattuita!»

Il rombo assordante si fece sempre più vicino, sempre più stordente, in


un crescere ansioso, animale, e Midda spinse il proprio corpo al massimo,
chiedendo a ogni muscolo ogni oncia di energia che avrebbe potuto
offrirle: se avesse dovuto affrontare quelle creature lo avrebbe fatto,
concedendosi impavidamente al pericolo, ma se fosse esistita anche solo
una possibilità remota di evitare un confronto diretto e sicuramente
mortale ella non l’avrebbe di certo sprecata.

Nel momento in cui riuscì a raggiungere la via di fuga che sperava di


trovare, comprese però che ogni speranza era stata purtroppo mal riposta:
MIDDA’S CHRONICLES 37
l’apertura in cui aveva confidato altro non era che un pozzo scavato nel
soffitto dell’ennesima e più estesa grotta, varco che si spingeva a risalire di
oltre quaranta piedi in direzione della superficie conformandosi quale un
tunnel di pietra. Ella non avrebbe avuto problemi a percorrere quel
passaggio se solo lo avesse potuto raggiungere, dove altresì esso distava
dalla sua posizione altri cinquanta piedi in verticale: solo volando avrebbe
potuto giungere a quel pozzo, ma il volo non era fra le prerogative a cui
avrebbe potuto fare affidamento.

«Maledizione!» non poté fare a meno di esclamare, iniziando a girare


su di sé in cerca della migliore guardia da assumere per prepararsi
all’ormai inevitabile scontro.

Ed esso giunse, insieme all’orrore che solo un’orda spaventosa di


creature innaturali avrebbe potuto offrire.

«Thyres…» sussurrò sbarrando gli occhi «Falene!»

Tali esse apparvero agli occhi della donna, nonostante i loro corpi si
concedessero in dimensioni maggiori di quelle di un cavallo, con peli
lunghi e ispidi più di quelli di un orso: posta innanzi a tale spettacolo,
Midda non ebbe del resto dubbi nell’ipotizzare come un cavallo o un orso
sarebbero potuti essere divorati senza problemi da creature tanto
raccapriccianti. Il rumore prodotto dalle ali, grandi come vele di
un’imbarcazione di pescatori, risultò tremendo, assordante, in uno
spostamento d’aria tale per cui un uomo sarebbe potuto essere sbalzato a
terra se colto di sorpresa. La gamma di colore in cui si proposero, non
differenziandosi da quello dei loro parenti minori, spaziò fra molte
tonalità di marrone, partendo da sfumature più chiare sulle ali per
giungere a gradazioni più intense sul corpo. I loro capi erano poi ornati da
antenne lunghe come frecce d’arco e occhi composti grandi come meloni
maturi. La principale, forse unica, differenza nel confronto con i loro
corrispettivi naturali, era infine dettata dalle bocche: non spiritrombe
come quelle di qualsiasi altro lepidottero, ma grandi fauci armate di
piccoli e sottili denti, inadatti a un predatore ma perfetti per divoratori di
carogne.
Il loro numero si impose quale difficilmente calcolabile, data la loro
grandezza e il caos che, con la loro presenza, erano capaci di creare: essi si
rigettavano confusi e in continuo movimento nella grotta maestra,
emettendo sordi brontolii, versi incomprensibili all’orecchio umano i quali
avrebbero potuto esprimere qualsiasi sentimento, dal semplice e naturale
stupore alla fame più incontenibile. Falene, colossali creature necrofaghe,
38 Sean MacMalcom
che da tempi remoti in quelle caverne avevano trovato nutrimento e
protezione, vivendo dei sacrifici offerti dal santuario maledetto, il quale
attraverso il lungo pozzo sopra il capo di Midda procurava loro cibo e
vita.

La donna guerriero piantò i propri piedi saldi nel terreno, al fine di


evitare di essere sbalzata dall’impeto dell’aria mossa da quelle creature
infernali. Portando entrambe le mani a impugnare la spada e piegando le
gambe a cercare una posizione di guardia più contenuta, restò immobile
in attesa del primo attacco, nella fredda consapevolezza che forse, questa
volta, la sua ricompensa non sarebbe mai stata ritirata.

idda era donna.


Nessuno, incontrandola, avrebbe mai avuto dubbi a tal
M proposito. Il corpo appariva estremamente femminile: le
curve non risultano assolutamente mortificate dalla presenza
di una muscolatura atletica e temprata; il viso non veniva in alcun modo
umiliato dalla cicatrice presente sull’occhio mancino, mostrandosi
attraente e conturbante come quello di una principessa d’oriente nello
sguardo penetrante e nelle labbra carnose; la pelle traspirava sensualità da
ogni fibra del suo essere.
Nulla in lei poneva incertezze sul suo essere donna.
Era donna, e proprio quel suo essere donna ella trovava il ruolo di
guerriero come una conquista maggiore di quanto non sarebbe stato per
un uomo: non tanto per un discorso di sessismo, non tanto per
un’impronta ovviamente maschilista nella società in cui viveva, che in
molte terre vedeva addirittura le donne essere proprietà dei propri padri o
mariti, quanto per un mero discorso di sopravvivenza. Per poter essere la
donna guerriero che era diventata, ella aveva dovuto affrontare i migliori
soldati di ogni esercito, aveva dovuto vincere i più forti combattenti di
ogni terra, imponendosi su essi in duelli spesso privi di ogni regola al di
fuori dell’unica legge naturale che richiedeva di uccidere per non essere
uccisa. Proprio in conseguenza di ciò, il fatto che ella fosse sempre
sopravvissuta non si sarebbe potuto addurre a mera fortuna, così come
non si sarebbe potuto di certo imputare a una forza fisica superiore: se
fosse stato solo il vigore a decretare la vita o la morte per lei, un qualsiasi
schiavo nero, un qualsiasi selvaggio delle isole o barbaro del nord
l’avrebbe vinta. Per poter essere la donna guerriero che era diventata, le
MIDDA’S CHRONICLES 39
doti su cui aveva da sempre dovuto far affidamento non erano state
fortuna o forza: al contrario esse erano abilità, esperienza e strategia.
Molti, in un combattimento corpo a corpo, consideravano futile una
riflessione tattica, ritenevano quale debolezza e perdita di tempo l’utilizzo
della mente oltre ai muscoli. Ma i veri grandi guerrieri, i migliori
combattenti del mondo noto, da sempre avevano compreso l’importanza
della strategia, tanto nelle grandi battaglie quanto nei piccoli scontri:
l’elaborazione di un piano era tutto ciò che divideva un banale picchiatore
da un guerriero degno di tale titolo. E anche solo lo svolgimento di una
rissa in un locale, con l’applicazione di semplice intelletto, avrebbe potuto
considerarsi conclusa ancor prima del suo inizio.
Tutto ciò ella, donna guerriero, lo sapeva molto bene.

Pochi istanti dopo aver assunto la posizione di guardia, impugnando


la spada con entrambe le mani, nella mente di Midda erano già state prese
in considerazione quattro diverse possibilità, tutte scartate in favore di
una quinta: la più azzardata, sicuramente, ma l’unica che l’avrebbe potuta
condurre, se fosse sopravvissuta, esattamente nel punto dove era suo
desiderio giungere. Aveva attraversato la palude di Grykoo per arrivare
fino al santuario, compiendo un’impresa che nessuno prima di lei aveva
mai considerato possibile: ella era lì per uno scopo, per una missione, e
non sarebbe mai tornata indietro senza averla portata a termine. Non era
solo una questione di denaro, che comunque avrebbe preteso in una
misura di almeno tre volte superiore rispetto a quanto pattuito
inizialmente: era diventata una sfida personale, l’ennesima prova per
dimostrare di essere la migliore, per provare di poter realizzare ciò che
chiunque avrebbe considerato follia.
La strategia da lei scelta si fondava su un assunto, il quale costituiva
anche uno dei rischi maggiori di quel piano tattico: le falene giganti, al di
là dell’orrore che potevano suscitare o delle proprie dimensioni innaturali,
non avrebbero dovuto essere abituate all’idea di affrontare una creatura
ancora in vita e, soprattutto, dotata di aggressività. In conseguenza della
loro stessa natura necrofaga, infatti, quei mostri dovevano inevitabilmente
essere soliti nutrirsi di vittime già morte o, eventualmente, moribonde,
senza offrire alcun contribuito a tale condizione, senza avere necessità di
imporre violenza in opposizione al proprio pasto: ella, però, non era né
morta né moribonda e confidava, pertanto, che un attacco diretto e
improvviso avrebbe potuto cogliere di sorpresa i propri possibili carnefici,
offrendole conseguentemente un indubbio vantaggio. Certamente, per
quanto sconvolti e, forse, spaventati, quegli enormi lepidotteri sarebbero
ugualmente stati temibili avversari: un impatto con il loro corpo, o anche
solo con una loro ala, avrebbe potuto ucciderla sul colpo. Esso era,
40 Sean MacMalcom
comunque, un rischio che ella avrebbe dovuto accettare, soprattutto per il
fine che si era imposta.
Lasciando così sciamare per qualche istante le falene attorno a sé,
Midda restò il più possibile immobile e silenziosa attendendo il momento
migliore, aspettando che, in quel movimento vorticoso e continuo da parte
dei mostri volanti, le loro posizioni potessero risultare secondo i propri
desideri, le proprie aspettative. Fu impossibile quantificare il tempo che
servì a tale scopo, in un frastuono assordante e in un turbinio di corpi
ciclopici attorno a lei, attentamente e rapidamente osservati uno a uno:
quando alla fine il momento chiave giunse, ella lo colse prontamente,
negandosi ogni possibilità di indugio.

Svuotando i polmoni in un urlo barbaro, in grado di infrangere il


frastuono monotono delle falene, forse a informarle della propria presenza
fra loro, la donna guerriero estese di colpo le gambe contratte, in un balzo
che vide la spada essere caricata da entrambe le braccia fin dietro il capo
per poi, immediatamente, saettare contro una delle creature, posta poco
innanzi a sé. La lama squarciò di netto l’occhio composto del mostro,
aprendone il capo e lasciandone sprizzare fuori una linfa fluorescente non
diversa da quella delle loro larve: in quello stesso balzo, Midda appoggiò
rapidamente i piedi sopra il corpo morente della creatura, usandola come
gradino per saltare sopra un’altra, proposta in una posizione superiore e
di passaggio proprio nell’istante utile.
La morte della prima falena e l’aggressione alla seconda colsero il
gruppo del tutto impreparato: i mostri iniziarono a volare in maniera
ancora più confusa, evidentemente sorpresi e spaventati da quello che
stava accadendo. La creatura sopra cui la donna guerriero era saltata
iniziò ad agitarsi come impazzita, cercando di liberarsi da quel non
gradito ospite, probabilmente temendo la morte ancora più di quanto non
la temesse ella stessa: questa, afferrando con forza nella mano destra
metallica il lungo e ispido pelo del corpo della sua improvvisata
cavalcatura, lo tirò con prepotenza, cercando di domarla, di guidarla, forte
della propria posizione di temporanea superiorità, verso la direzione
desiderata. Ella sapeva bene che il terrore fra gli avversari non sarebbe
durato in eterno: presto, come per qualsiasi essere vivente, quell’iniziale
paura derivante dall’orrore di una morte si sarebbe trasformata in ira, in
rabbia violenta che avrebbe preteso vendetta contro la responsabile di tale
crimine. Ma l’assassina, quasi senza respirare nella concentrazione
assoluta di quel momento, stava cercando di raggiungere la propria
salvezza, la via di fuga rappresentata da quella fessura sul soffitto: una
pozzo abbastanza largo in termini assoluti, il quale in simile frangente
apparve fin troppo stretto per lo scopo di gettarsi al volo in esso, sperando
MIDDA’S CHRONICLES 41
di trovare qualche appiglio ed evitare una conseguente e mortale ricaduta
a terra.
La falena, cavalcata a suo discapito, cercò di trovare scampo dalla
presenza orrida di quel parassita: ciò che avrebbe dovuto essere un loro
usuale banchetto, le aveva lasciate sbigottite, aggredendole con una furia
della cui esistenza non avrebbero potuto mai concedere supposizione.
Muovendosi freneticamente, essa si rigirò più volte nell’aria, cercando di
sbalzare lontano da sé l’assassina: ma l’altra restava saldamente
aggrappata al suo pelo, facendola gridare per il dolore di quella presa. In
un tentativo disperato, la creatura cercò di trovare libertà gettandosi verso
la volta superiore della grotta: l’impatto con la roccia calcarea non avrebbe
permesso al cavaliere di mantenere la posizione.
E Midda, già senza fiato per la difficoltà della presa nei movimenti
rotatori, non poté evitare di gemere nel vedere la propria cavalcatura
alzarsi con violenza verso il soffitto: non sarebbe mai sopravvissuta a un
simile impatto.

Senza aver tempo per concedersi indugi, la donna guerriero lasciò di


colpo la propria posizione a cavallo dell’enorme falena per gettarsi nel
vuoto, cercando di coordinare il proprio salto con il movimento compiuto
da un’altra creatura in senso opposto al suo. Per un istante, sospesa nel
vuoto, ebbe il timore di aver giocato eccessivamente d’azzardo in quel
gesto, di aver sbagliato a lasciare la presa: forse l’impatto con il soffitto
non si sarebbe rivelato eccessivamente dannoso, forse avrebbe avuto delle
speranze di sopravvivere, al contrario di un’eventuale caduta contro il
suolo. Ma quel rimorso scomparve nel contatto, abbastanza violento, con
l’altra falena e il suo pelo ispido che subito ella strinse con forza nella
mano destra.
Mentre, pertanto, il mostro da cui era fuggita impattò con fragore
contro la volta calcarea della grotta, lasciando rimbombare l’intera
struttura in quel colpo, Midda si ritrovò a cercare di domarne un altro,
tirando il lungo pelo quasi fosse una sorta di briglia, al fine di indirizzare
il volo del medesimo a risalire verso il pozzo, l’unica possibilità di fuga
che le era rimasta per sopravvivere a una fine altrimenti certa in quel caos
assordante.
Le falene, ancora in parte terrorizzate da quell’inaspettata aggressione,
stavano però iniziando a recuperare coscienza di loro stesse, delle proprie
possibilità, della propria forza indubbiamente superiore nel confronto a
un essere tanto minuscolo. I movimenti in volo che compirono, pertanto,
iniziarono a essere meno caotici e, anzi, alcune più temerarie fra esse si
spinsero a cercare uno scontro diretto con la loro avversaria. La donna
guerriero, mantenendo salda la presa sull’animale e mantenendo ancora
42 Sean MacMalcom
più salde le proprie emozioni, impugnò con vigore la propria lama,
lasciandola scintillare di azzurri riflessi nell’aria vorticosa attorno a sé e
cercando di colpire il maggior numero di nemici possibili. La spada andò
a segno molteplici volte, portando a sprizzare e a brillare nell’aria, oltre
che inevitabilmente su Midda stessa, il sangue fluorescente di quelle
creature, riempiendo la vasta grotta delle loro incomprensibili grida di
dolore e di odio.
Nonostante simile apparente successo, la donna era consapevole di
non poter continuare a lungo a mantenere la posizione di superiorità
raggiunta: se una simile battaglia, a terra, avrebbe richiesto concentrazione
assoluta per riuscire a seguire tutte le variabili coinvolte e mantenere il
controllo sull’azione, una situazione pari al combattimento attuale, in aria,
pretendeva da lei una gestione sovrumana dell’intero ambiente, un spazio
diventato tridimensionale nel quale il pericolo la circondava in maniera
assoluta. Colpendo l’ennesima falena, il controllo da parte di lei venne per
un istante meno, permettendo all’ala di un’altra falena in volo lì accanto di
colpirla con violenza, facendole perdere la presa e sbalzandola,
conseguentemente, in aria.
La donna guerriero, trattenendo a stento un gemito per quell’impatto
improvviso, cercò di restare lucida, facendo roteare la spada nella
mancina allo scopo di impugnarla con la lama rivolta verso il basso nel
tentativo di crearsi un appiglio saldo nel corpo di un’altra creatura in
movimento, nella quale affondò la propria arma fino all’elsa. Frenando in
tal modo la propria caduta, che l’avrebbe altrimenti vista rovinare a terra,
ella si ritrovò trascinata dall’insetto ferito verso il soffitto, in quello che
sarebbe stato l’ultimo ed estremo volo del mostro stesso. Quando vide a
meno di nove piedi dalla sua attuale direzione l’imboccatura del pozzo,
agì d’istinto ruotando la lama della spada nel ventre della creatura ferita e,
in quel gesto, portandola a puntare fortunatamente verso la sua via di
salvezza. Proprio quando il pozzo sembrò essere alla sua portata, un’altra
falena giunse dal basso, aggredendola alle gambe e sbalzandola di
prepotenza verso l’alto. Incredibilmente, però, quel gesto d’aggressione si
rivelò essere la cosa migliore per la donna guerriero, che venne catapultata
proprio all’intero della via di fuga cercata.

Quasi stordita in conseguenza della violenza subita, ella ebbe


sufficiente prontezza di riflessi per tendere immediatamente il proprio
corpo, a puntarsi con i piedi e la schiena all’interno del tunnel di pietra,
sospesa nel vuoto.

«Lode a Thyres…» non poté fare a meno di sussurrare, concedendosi


un istante per riprendere fiato.
MIDDA’S CHRONICLES 43

«E’ in momenti come questo che penso di


non farmi pagare mai abbastanza…»
44 Sean MacMalcom
Una rapida e silenziosa analisi sembrò decretare l’assenza di ossa rotte
e o di eventuali ferite aggiuntive rispetto a quelle già calcolate a seguito
dello scontro con gli zombie, per quanto ella si propose ovviamente
indolenzita e piena di lividi, i quali ben presto avrebbero mostrato vaste
macchie violacee su tutto quel magnifico corpo. Solo un dolore al costato,
sul fianco destro dove l’ala di una delle creature l’aveva colpita, lasciava
supporre una costola incrinata, ma un danno tanto lieve a seguito di
quanto aveva affrontato appariva, invero, una benedizione divina.
Muovendosi in maniera controllata, al fine di non rischiare di scivolare
e precipitare al suolo, nella grotta abbandonata sotto di sé in cui le falene
non si concedeva ancora pace, Midda rifoderò la propria spada, per poter
impiegare entrambe le mani nella ricerca di appigli utili. Fortunatamente
il pozzo non era stato semplicemente scavato nella roccia, ma rivestito nel
suo interno di marmi e travertini al pari di tutti i corridoi che aveva
attraversato poco prima, per giungere in quelle grotte sotterranee. Le
pietre, per quanto lavorate con cura e perfettamente squadrate, non
avrebbero così potuto evitare di offrire molteplici punti d’appoggio per le
sue sottili ma forti dita, che trovarono facilmente dove far leva a
permettersi di iniziare l’arrampicata. Ricoperta quasi integralmente, come
era, dalla linfa fluorescente delle creature ferite o uccise, la donna
guerriero sarebbe apparsa quasi sovrannaturale a uno sguardo esterno,
nell’aura luminosa che ne circondava le forme, lasciando a lei in ciò
guadagnare una chiara visione dell’interno del pozzo, riducendo i
possibili rischi in quella risalita.

Per quanto stanca e provata, quel pozzo non avrebbe potuto


assolutamente rappresentare per lei un ostacolo, laddove ella era e restava
una provetta scalatrice: in breve tempo, gli oltre quaranta piedi che aveva
stimato come profondità per quel percorso vennero compiuti, portandola
fino all’imbocco del medesimo.

Giunta in prossimità della meta, Midda arrestò la propria risalita,


ponendosi nell’ascolto di qualcosa che fino a poco prima non le era stato
concesso di sentire, coperto dal frastuono rimbombante delle falene
giganti: un canto, un coro salmodiante di voci profonde, che intonavano
parole indecifrabili in un ritmo solenne e cadenzato.
Il tempio era stato raggiunto ed, evidentemente, un oscuro rito si stava
svolgendo in esso. Una celebrazione che, data la presenza delle creature
sotto di sé, avrebbe probabilmente visto compiersi un ennesimo sacrificio
di sangue, offrendo un’altra vittima a un dio maledetto nel darla in pasto
a quegli orrendi mostri necrofagi da cui ella era riuscita a fuggire.
MIDDA’S CHRONICLES 45
«E ora?» si domandò, senza emettere suoni.

Indubbiamente la donna guerriero avrebbe potuto mantenere la


propria posizione all’interno del pozzo, attendendo lì aggrappata la
conclusione del rito per poi avere via libera nel santuario. Avrebbe
sicuramente rischiato di affrontare nuovi pericoli, ma almeno avrebbe
avuto la certezza di non emergere all’interno di una congrega blasfema, la
quale di certo non avrebbe gradito la sua presenza. Una vita, però, si
sarebbe spezzata nella sua attesa, ammesso che la vittima fosse ancora
viva: in fondo, ella non era stata pagata per salvare la pelle di qualcuno e
non si considerava votata all’eroico martirio in nome di principi superiori.
D’altra parte, comunque, ella sarebbe potuta emergere da quel pozzo
subito, offrendo sorpresa agli adepti di quel culto oscuro con la propria
foga, la propria combattività, la propria presenza dove nessuno avrebbe
mai dovuto essere giunto prima, almeno per quanto le era dato di sapere.
Dopo aver affrontato zombie e falene giganti, tornare a scontrarsi con
comuni mortali, probabilmente neanche addestrati alla guerra, sarebbe di
certo apparso quasi un passatempo, più che un ennesima sfida: avrebbe
pertanto potuto salvare una vita, una persona che sicuramente per
qualcuno avrebbe avuto un valore, un’importanza che avrebbe potuto
rappresentare una ricompensa con la quale arrotondare quanto avrebbe
preteso per quella missione, una volta compiuta.

Era una mercenaria, non un’eroina. E proprio in qualità di mercenaria,


il pensiero di una ricompensa maggiore non avrebbe dovuto essere
ignorato.
La scelta, perciò, era stata compiuta.

rrampicandosi lungo la parete fangosa del precipizio nel quale si

A era gettata per sfuggire alla morsa degli zombie, Midda aveva
trovato una porta in pietra con un complicato bassorilievo alla sua
base, raffigurante la celebrazione di un oscuro e sacrilego rito.
Quella scultura, che l’aveva attratta e, per un istante, quasi ipnotizzata nel
lavoro di intarsio estremamente curato realizzato dal suo autore, sembrò
prendere vita nel momento in cui ella balzò fuori dal pozzo, gridando
selvaggiamente.

Il tempio, o per lo meno la parte del santuario in cui ella si ritrovò, era
stato realizzato su pianta ottagonale, con lati di oltre cinquanta piedi di
46 Sean MacMalcom
lunghezza e altrettanti di altezza. La volta, come già nel bassorilievo,
risaliva nelle forme di un’enorme cupola, di cui era praticamente
impossibile scorgere la cima nella semioscurità che imperava a tale
altezza: la luce delle torce e dei bracieri presenti all’interno, difatti, si
diffondeva solo per pochi piedi, non riuscendo a vincere su un’innaturale
oscurità dominante. L’intera struttura apparve edificata in pietra
massiccia, in apparenza costituita degli stessi marmi e travertini con i
quali il pozzo e tutti i sotterranei erano stati rivestiti: diversamente da
quanto già offerto agli occhi della donna, però, quelle nuove pareti
sembrarono rilucere di strane tonalità sanguigne, venature rosso acceso
delle quali ella non era in grado di comprendere l’esatta natura e di certo,
per quanto un primo istinto potesse far pensare veramente al sangue, quel
vermiglio non avrebbe potuto essere tale, date le tonalità troppo vive e
intense che lo caratterizzavano. A ogni spigolo delle alte pareti, poi, era
distinguibile un’ampia colonna, a base anch’essa ottagonale, che dal
terreno si levava a sostegno delle volte della cupola superiore. Su ogni
colonna una statua era posta, scolpita in essa, quasi a voler apparire
fuoriuscente dalla pietra stessa di quei pilastri: le otto statue, fra loro
diverse, raffiguravano sagome similmente umane ma che, senza troppo
impegno, dimostravano una natura mostruosa. Divinità, probabilmente,
divinità oscure non diverse da quelle raffigurate sulle volte di ogni porta
che ella aveva oltrepassato e sulle quali non aveva voluto soffermare lo
sguardo.

La prima statua rappresentava una figura maschile, di proporzioni


fisiche disarmoniche in conseguenza di una muscolatura eccessiva
soprattutto nelle braccia, enormi, maggiori rispetto al resto del corpo. Solo
un corto perizoma non rendeva evidenti le vergogne di quell’essere
mostruoso, unico indumento che in minima parte copriva la sua pelle: una
cute non regolare e non levigata, ma evidentemente ruvida, graffiante,
fatta eccezione per l’addome e il viso. Il volto della divinità, al centro di un
capo troppo piccolo in confronto al resto del corpo, concedeva parvenze
umane, con un mento squadrato, un naso corto e appiattito, e due occhi
piccoli, quasi invisibili sotto arcate sopraccigliari prominenti. Non capelli a
adornare quell’immagine, ma una corona di corte corna, disposte in
circolo in maniera regolare attorno al cranio.
La seconda statua, come la prima, presentava un’altra figura maschile,
questa volta più aggraziata ed equilibrata nel proprio corpo, con una
muscolatura atletica e muscolosa ma non eccessiva. Tali proporzioni, in
effetti, non era poste in evidenza, ma lasciate coperte, quasi da intuire,
sotto una lunga veste, che l’avvolgeva completamente diventando,
all’altezza delle gambe, una cosa sola con la colonna: solo volto e arti
MIDDA’S CHRONICLES 47
superiori erano realmente evidenti in quell’opera. Le mani di quella
scultura, in realtà, non mostravano dita degne di tale nome, ma
lunghissimi e affilati artigli che si spingevano aggressivamente in avanti,
quasi a carpire i fedeli a lui adoranti. Il viso, poi, contornato da
lunghissimi capelli, non offriva nulla di umano: il naso, al pari delle
orecchie, era assente; gli occhi quasi impercettibili, in opposizione alla
bocca che si presentava fin troppo estesa e adornata da una fila di lunghi e
sottili denti.
Della terza statua era impossibile definire una natura sessuale,
presentando solo una minima essenza di umanità: un corpo deforme, il
quale mostrava lunghi e arrotolati tentacoli al posto di mani e braccia,
risultava rivestito da un’armatura lucente adatta più a un uomo che a un
simile mostro. Fra i tentacoli che avrebbero dovuto essere braccia e mani
per tale creatura, due lunghe lance si estendevano verso il cielo, con
picche simili ad arpioni più che ad armi da guerra. Il capo, a sua volta
protetto da un elmo nella parte superiore e sui lati, proponeva nel viso
l’unica caratteristica umana in quel complesso: il volto di un anziano,
segnato da profonde rughe e forme spigolose.
La quarta statua, l’ultima visibile in quel momento a Midda, era
assolutamente e indiscutibilmente femminile: praticamente nuda,
presentava una stupenda donna, dai lunghi e morbidi capelli sparsi a
celarle parzialmente i seni prosperosi. Il volto della medesima, quasi in
contrasto con la propria bellezza indescrivibile, lasciava trasparire
un’indicibile angoscia, una sofferenza disumana che per un istante chiuse
la bocca dello stomaco della donna guerriero, nella veridicità proposta da
tale rappresentazione, più simile a carne che a pietra, più vicina a
esistenza che a statua. Le braccia e le gambe della divinità raffigurata, se
tale essa si fosse rivelata essere, apparivano circondate, avvolte, strette in
lunghe e pesanti catene, che ne violentavano le carni, che ne torturavano
l’anima, piagandone la pelle e offrendo giustificazione per tutto il dolore li
raffigurato.
Le altre quattro statue, che Midda poteva solo supporre fossero alle
sue spalle, non erano da lei visibili in quel momento e non desiderava di
certo cercarle: altre erano le priorità che avrebbero preteso la sua completa
attenzione.

A pochi passi dal perimetro più esterno del santuario, una fila di basse
e sottili colonne prive di volte superiori segnava il contorno di una breve
scalinata in discesa, utile a lasciar affossare l’intero cuore del tempio. Se la
zona fra le pareti esterne e quell’ornamentale colonnato appariva
praticamente vuota, nella sola eccezione rappresentata dai bracieri
disposti a distanza regolare l’uno dall’altro, all’interno di quel margine un
48 Sean MacMalcom
numero incredibile di uomini e donne erano presenti: sicuramente gli
adepti di quel culto blasfemo. Essi, indossando tuniche bianche o beige,
senza apparente regolarità in tali colori, celavano i propri capi sotto ampli
cappucci, che non poterono però nascondere le espressioni stupite, se non
anche sconvolte, come reazione alla comparsa della donna guerriero fra
loro.
Tutti gli adepti sembravano stretti attorno a lei, ma più che verso il
pozzo, in realtà, la loro concentrazione era rivolta, almeno fino a prima di
quell’ingresso in scena, a un altare, posto a pochi passi da lei in quello che
era il vero centro del santuario. Sollevato rispetto al resto del tempio, esso
si proponeva in forma squadrata, lungo almeno nove piedi e largo tre, in
pietra nera e lucente scolpita con cura non inferiore a quanto presente
all’interno del gotico delubro e dei suoi sotterranei, raffigurante
probabilmente altre empie scene. Midda, però, non ebbe attenzione da
rivolgere all’arte di quell’oscena ara: tutta la sua concentrazione fu infatti
richiamata, prima, dalla vittima posta su di essa e, poi, dal carnefice
accanto a lei.
L’ostia, la vittima sacrificale, si concesse quale una giovane donna,
come raffigurato nel bassorilievo: ella presentava un corpo ancora
fanciullesco, con pelle chiara e lentigginosa, lunghi capelli rossi scomposti
e scure vesti squarciate, le quali a malapena ne coprivano le intimità. Priva
di sensi, forse per il terrore, forse in conseguenza di qualche droga o,
peggio, perché già morta, era stata incatenata all’altare con lunghe e
avvolgenti catene, non dissimili da quelle della divinità raffigurata nelle
colonne del tempio stesso. La presenza di quelle spire metalliche si
propose quale controverso indizio: se, da un lato, avrebbe potuto lasciare
supporre che la vita non avesse ancora abbandonato quel corpo, dove
inutile altrimenti sarebbe stato costringerla all’altare in quel modo,
dall’altro lato non garantiva assolutamente tale ipotesi, soprattutto nel
presentare tanta rassomiglianza con l’oscura e sofferente dea scolpita.
Sopra la vittima, infine, si presentava la figura del celebrante,
dell’officiante di quel blasfemo e violento credo. E fu proprio nei suoi
occhi che la donna guerriero ritrovò la ragione della propria missione in
quel luogo sacrilego.

«Tre volte e mezza la ricompensa…» sussurrò fra sé la mercenaria,


sfoderando la propria spada.

L’officiante del rito oscuro si offrì allo sguardo di Midda con la


parvenza di un giovane uomo, dal fisico imponente e sicuramente
muscoloso, coperto però da un saio non diverso da quello degli altri
adepti salvo per il colore, nero come la notte più tenebrosa. In contrasto,
MIDDA’S CHRONICLES 49
forse voluto, con l’oscurità di quella veste monacale era altresì la pelle
dell’uomo, tanto chiara da essere considerabile praticamente bianca, in un
pallore mortale disumano: non capelli erano presenti sul suo capo, ma un
complesso tatuaggio dal significato non evidente. Nelle mani, similmente
a quanto era già stato mostrato dal bassorilievo che la donna guerriero si
era soffermata a osservare, reggeva una lunga falce, dal manico nero e
dalla lama bianca, brillante nella penombra del santuario.
Invero, però, non era la veste nera, la pelle bianca, il tatuaggio
indecifrabile o la falce mortale ad attirare l’attenzione della donna verso
quella figura: erano i suoi occhi a rappresentare ogni suo interesse verso il
proprio nemico. Quegli occhi si proponevano quale ragione stessa per la
missione di Midda all’interno della palude maledetta: essi non erano
organici, non appartenevano al corpo che li ospitava, mostrandosi
piuttosto quali due pietre, due grandi pietre ambrate, incastonate nel
cranio dell’officiante, nelle sue orbite in sostituzione ai naturali bulbi
oculari. Non semplici gemme, ma magiche reliquie, scintillanti di temibili
bagliori, dotate di un potere con cui lei avrebbe preferito non avere a che
fare: solo con tali gioielli avrebbe potuto dare un senso a tutto quello che
le era successo, alla lotta contro gli zombie e le falene, all’ascesa fino al
santuario, laddove ella avrebbe dovuto impossessarsi di quelle pietre per
ottenere la propria ricompensa.

«Cosa cerchi, donna?» esordì l’oscuro monaco, unico a non mostrare


stupore o sorpresa per quella comparsa, parlando con voce profonda,
quasi cavernosa, in una distorsione inumana di quello che sarebbe stato
un normale tono.
«Belli i tuoi occhi.» rispose Midda, sprezzante «Dove ne posso trovare
due uguali?»
«Le sacre gemme di Sarth’Okhrin sono figlie del ventre del monte
Gorleheist, forgiate dalle mani divine di Gorl, signore d...»
«Ti prego, albino… evitami tutta la filastrocca. La mia era una
domanda retorica.» lo interruppe ella, facendo ruotare la spada ai propri
lati prima di riportarla davanti a sé, dimostrandosi pronta alla battaglia
«Voglio quelle pietre e se non desideri concedermele di tua iniziativa, sarò
costretta a strapparle dal tuo corpo morto.»

Ma in quelle parole, evidentemente sacrileghe per gli adepti del culto


blasfemo, lo sconcerto scomparve dai visi dei presenti, prima sbigottiti in
conseguenza della sua comparsa attraverso il pozzo, lucente di linfa
fluorescente tanto da sembrare invero più divina che umana: non più
stupore, di fronte a quell’infedele, ma solo rabbia, ira dirompente in grado
di accecarli anche in opposizione alla minaccia della lunga lama,
50 Sean MacMalcom
rendendoli bramosi di sangue e di morte. E in un coro di grida furenti,
come un fiume in piena non dissimile da quello degli zombie della palude,
se non per la diversa vivacità, gli adepti si riversarono in massa contro di
lei, a mani nude.
Midda, considerando troppo precaria la propria posizione sul bordo
del pozzo, saltò agilmente in avanti, contro la folla che si stava riversando
in proprio contrasto, scavalcandola e calpestandola, aprendosi la via con il
movimento mortale della propria spada. Ora che i suoi avversari si
concessero come comuni mortali, la donna guerriero sembrò essere rinata
nonostante tutta la fatica e il dolore accumulato dal suo corpo: con
movimenti assolutamente controllati, privi di impulsività o frenesia,
sembrò quasi danzare in quella massa umana, lasciando saettare
nuovamente la lama azzurra nell’aria e facendo sprizzare di sangue rosso i
corpi dilaniati dei propri avversari con una freddezza assoluta. Al
contrario di quelle persone, ella non combatteva spinta dall’ira, non
cercava vendetta o soddisfazione: tutto quello era semplicemente il suo
lavoro, ciò che sapeva fare meglio, e che compiva con una competenza
totale, quasi ammirevole.

Se da un lato la si sarebbe potuta accusare di star realizzando una


strage senza ragione alcuna, eccezion fatta per il denaro della sua
ricompensa, dall’altro sarebbe apparso evidente, anche solo dal triste
spettacolo offerto nei sotterranei di quel santuario, che ella non avrebbe
avuto mai il diritto a uscire da quel luogo se non ricoperta del sangue di
tali fanatici. Non erano vittime innocenti coloro contro cui stava
rivolgendo i propri colpi e, per questo, la sua coscienza non avrebbe avuto
nulla da rimproverarle, ammesso di concederle ascolto: ognuno di quei
folli, alla ricerca della di lei morte, era colpevole di genocidio e le ossa
bianche delle loro vittime, sepolte nelle grotte sotto la palude di Grykoo,
ne erano non solo prova inequivocabile ma anche mortale sentenza.

«Siete insani.» commentò ella verso gli avversari, mentre instancabile


la sua spada squartava e mutilava ogni corpo che le si offriva di fronte
«Desistete da questa pazzia… lasciate perdere questa folle fede… o sarò
costretta a uccidervi tutti.»

Ma tali parole, le quali sembrarono quasi volersi offrire pietose verso


di essi, le quali parvero quasi voler concedere loro una possibilità di
salvezza, vennero ignorate. Tutti i presenti all’interno del tempio, fatta
eccezione per il monaco nero e per, ovviamente, la vittima incatenata,
continuavano ad affollarsi attorno a lei, incuranti di calpestare i corpi
morti o agonizzanti dei propri compagni, incuranti della sorte certa che li
MIDDA’S CHRONICLES 51
avrebbe attesi: uomini e donne, di ogni età, si spingevano contro la
mercenaria, tendendo verso le sue carni unghie e denti, con foga,
desiderosi di ucciderla, di smembrarla. In tale orrore di morte, ogni
sguardo rivolto contro di lei era lucido e cosciente, non offrendo alcuna
possibilità di giustificazione ai sentimenti che dominavano i loro animi:
comprendevano perfettamente ciò che stavano facendo, erano certi di
quello che avrebbero voluto fare, e probabilmente sapevano anche la fine
che avrebbero fatto sotto l’impietosa lama della loro nemica.
Lo scontro trovò conclusione in meno tempo del previsto: Midda si
ergeva coperta in ogni pollice di pelle e di abiti, dalla radice alla punta dei
capelli, del sangue rosso dei propri avversari, mischiato e sovrapposto a
quello fluorescente delle falene giganti, offrendo se stessa quasi come
un’oscura dea della guerra e della morte. Attorno a lei, figura eretta e
dominatrice, solo corpi morti o moribondi, ventri dilaniati, arti mutilati, in
un orrore di dolore e morte più adatto a un mattatoio che al centro di un
tempio, per quanto blasfemo come quello. Pochi erano ancora in vita ai
suoi piedi, anche se ormai prossimi alla fine, nel rantolare ultime
maledizioni contro quella donna, nell’invocare, soffocati dal proprio stesso
sangue, le proprie oscure divinità, chiedendo vendetta.
Il celebrante, l’albino, era ancora immobile, vicino all’ara dove si era
proposto fin dall’inizio di quel massacro: la sua posa, al pari della sua
espressione, non era ancora mutata. Un’innaturale sicurezza, o forse
un’arida freddezza, mascherava il viso di quell’uomo senza umanità,
come se il mondo attorno a lui non avesse valore ai suoi occhi, come se la
morte di tutti quelli che erano suoi compagni nella comune fede malata
non lo potesse riguardare. Anzi, osservandolo, alla donna guerriero parve
di cogliere soddisfazione su quel volto, come se tutto ciò che ella aveva
compiuto fosse stato da lui desiderato, addirittura sperato.

«Vi avevo domandato di desistere, razza di folli.» sussurrò Midda,


guardando la strage che aveva compiuto.
«Sono morti per la loro fede, la nostra fede.» sentenziò il monaco
albino, osservando la controparte «Grazie a te hanno potuto compiere
l’estremo sacrificio senza timori, senza remore.»
«Che diavolo stai dicendo?» domandò ella, ponendosi di nuovo in
guardia, ora rivolta verso l’unico nemico rimasto: il celebrante stesso.
«La morte non è la fine di ogni cosa… ma solo il principio. Grazie a te,
oggi, questi uomini e donne hanno trovato il coraggio di disfarsi delle
proprie frustrazioni, delle proprie paure, dei propri dolori abbracciando
un bene superiore. La morte, per loro, è stata salvezza.»
52 Sean MacMalcom
«Risparmiati queste prediche per i tuoi simili, albino.» replicò
aspramente «E, dato che sembri provare tanto affetto per la morte,
preparati pure al grande passo.»

Scattando in un movimento fulmineo, Midda percorse rapida i pochi


passi che la dividevano dal monaco oscuro, levando la spada e
preparandosi a colpire. Senza rabbia, senza ira, ma con una furia
controllata e al tempo stesso appassionata, la donna guerriero attraversò
l’aria con la propria lama, tracciando ancora una scia azzurra nella
semiombra del tempio. Nell’istante in cui, però, l’arma avrebbe dovuto
andare a colpire l’albino all’altezza del collo, l’immagine stessa del
blasfemo sacerdote sembrò fremere, per poi scomparire lasciando un
vuoto d’aria al proprio posto. Sorpresa da quella scomparsa e sbilanciata
dall’impeto del proprio colpo, la donna guerriero si ritrovò a dover
compiere una rapida giravolta per non cadere a terra: in grazia di quel
movimento, invero, ella trovò la propria salvezza.

Il monaco, infatti, scomparso dal fronte anteriore rispetto a lei, si era


proposto nuovamente presente su quello posteriore, alle spalle della
stessa, pronto a squartarla con un gesto della propria falce. La donna,
d’istinto, recuperò rapida il controllo del proprio corpo e della propria
lama, completando la rotazione di entrambi in tempo per parare l’attacco
nemico. Le due armi si intrecciarono in un fragore metallico che risuonò
forte nel silenzio del tempio, mentre una spruzzata di scintille per un
istante riempì lo spazio fra essi.
Gli occhi ambrati dell’albino fissarono con aria sardonica la donna,
proponendole uno sguardo da cui traspariva tutta l’aura di superiorità di
cui egli si sentiva forte: nell’opinione dell’uomo, probabilmente Midda
non era neppure considerabile al pari di una nemica, di un’avversaria, ma
solo come una bambina, un’infante desiderosa di giocare in un ruolo
troppo grande per lei. La donna guerriero, dal canto suo, non si scompose
per quello sguardo, per quanto innaturale e inumano esso fosse: il tempo
l’aveva abituata a essere oggetto di tali giudizi, sentenze di inferiorità che
le venivano imputate anche senza l’utilizzo di parole prima di ogni
scontro da parte di uomini troppo fiduciosi di se stessi per comprendere
contro chi stavano cercando guai.
Senza indebolire la morsa in cui le due armi si erano legate, ella mosse
rapida il braccio destro, a sferrare una serie di tre violenti pugni contro
quel volto: il metallo della sua mano affondò ripetutamente contro il viso
del nemico, con forza, con potenza forse inattendibile da una donna. Ma
nessuno di quei colpi sembrò ferire l’albino, nessuna di quelle percosse
sembrò infastidirlo. Non una goccia di sangue comparve dal suo naso,
MIDDA’S CHRONICLES 53
non un graffio comparve su quel viso dal pallore mortale, che continuò a
fissare la donna con aria quasi divertita.

«Non puoi sconfiggermi, donna.» commentò egli «Rinuncia. Accetta


l’abbraccio della morte per mano mia e la tua anima sarà salva.
Combattimi, e io ti condannerò all’eterna sofferenza.»

Senza perdersi d’animo per quel primo insuccesso, comprendendo


bene di aver a che fare con una sorta di stregone e non un banale uomo,
Midda cercò di interrompere quel contatto forzato fra le loro armi,
sferrando un nuovo e violento colpo con il braccio metallico, questa volta
nell’utilizzo del gomito contro il collo avversario. Sebbene nuovamente
alcuna ferita comparve sulla pelle dell’uomo, l’impeto di quell’attacco fu
tale da interrompere il vincolo fra la spada e la falce, permettendole di
balzare all’indietro prima di tentare un nuovo e immediato fendente.

Ancora una volta, come già al primo attacco, l’immagine dell’uomo


sembrò vibrare nell’aria, per poi svanire come un miraggio e lasciar la
lama della spada colpire a vuoto l’aria. La donna, però, ebbe sufficiente
prontezza di riflessi da non tentennare nel proprio equilibrio come era
avvenuto invece prima e, anzi, da portare immediatamente il proprio
movimento a condurre l’arma verso la posizione a lei posteriore, dove già
si attendeva di ritrovare l’avversario. E, offrendole ragione, la spada andò
a colpire nuovamente la falce, calante verso di lei, in un rinnovato fragore
di metallo e scintille.

«Voi stregoni siete tutti uguali.» sussurrò ella, abbozzando un sorriso


«Troppe vanterie… pochi fatti.»
«Mia speranza è realizzare ogni tuo desiderio.» replicò l’albino,
mentre un bagliore illuminò i suoi occhi ambrati.

Senza poter fare nulla per opporsi a quell’attacco, Midda venne


sbalzata in aria con violenza disumana, al punto da mozzarle il fiato. Con
lo sguardo annebbiato dal dolore, ella poté solo assistere alla scena che
vide il proprio corpo, quasi fosse quello di una bambola di pezza, essere
ripetutamente colpito e risalire, in conseguenza di ciò, sempre di più verso
la volta superiore del tempio, nel mentre in cui il monaco oscuro restava
assolutamente immobile là dove il loro scontro aveva avuto inizio.
L’impeto di quell’azione si concluse nel momento in cui la schiena della
donna andò a impattare violentemente contro la cupola marmorea, con
tanta forza da farle perdere la presa persino sulla propria spada. E dopo
54 Sean MacMalcom
un istante, in cui parve sospesa nel vuoto, il peso del suo corpo tornò a
farsi sentire, sospingendola verso il pavimento ormai lontano sotto di sé.
Un simile impatto non avrebbe potuto lasciare illesa la donna
guerriero che, al contrario, sarebbe probabilmente morta nell’infrangersi
contro la compattezza del lastricato: in un innato istinto di sopravvivenza,
Midda riuscì, però, a ritrovare sufficiente lucidità necessaria a permetterle
di allungare il braccio destro verso la parete al suo fianco, aggrappandosi
alla cieca a una sporgenza, a un appiglio offerto da una delle statue
scolpite sulle otto colonne portanti. Il contraccolpo per poco non le
disarticolò la spalla, ma ella riuscì, per lo meno, a frenare in tal modo la
caduta, ritrovandosi però praticamente tramortita, in balia di un possibile
nuovo attacco.

«Thyres…» sussurrò, mentre tutto di fronte a sé parve annebbiarsi e


perdere consistenza.
«Hai combattuto con valore, lo ammetto.» commentò il monaco
oscuro, guardandola, ancora immobile vicino all’altare «Ma non hai
accettato la possibilità di redenzione che ti avevo offerto, e per questo la
tua anima si perderà nel dolore che non conosce pace, nelle tenebre che
non conoscono luce, nella morte che non conosce ritorno.»

Midda, dalla statua a cui era riuscita ad aggrapparsi con la propria


mano destra, udiva a malapena quelle parole. I colpi subiti erano stati di
un’intensità sconcertante: non vi era un singolo membro del suo corpo che
non gridasse per il dolore, che non la straziasse supplicandole pietà. La
spada era ormai lontana, più in basso, smarrita sul pavimento del tempio
che appariva così distante, così sfocato ai suoi occhi ottenebrati dal
patimento. In quel momento ella si rese conto di aver sbagliato tutto
nell’affrontare l’albino a viso aperto: chiunque fosse dotato del potere
delle gemme di Sarth’Okhrin, non avrebbe potuto essere considerato un
avversario qualunque ed ella, stupidamente, si era gettata nello scontro
come una dilettante. Ma ormai il danno era compiuto e stare a
rimproverarsi dei propri errori non l’avrebbe di certo aiutata a uscire viva
da quella situazione assurda. Avrebbe dovuto riprendere il controllo sulla
propria mente e sul proprio corpo, avrebbe dovuto ricominciare a
combattere: colei che della guerra aveva fatto la propria vita, avrebbe
dovuto ora lottare per la propria sopravvivenza.

«E ora…» riprese il monaco, levando una mano verso di lei «…


muori!»
MIDDA’S CHRONICLES 55
Un oscuro bagliore risplendette sul palmo bianco della mano
dell’albino, scintillante di nere scariche di pura energia.
In quel momento, nel cuore della donna guerriero il battito riprese ad
accelerare, riguadagnò intensità, ridonando forza ai polmoni. L’aria
ricominciò a fluire nel suo petto, lasciando sollevare e abbassare
ritmicamente i seni e concedendo nuova vitalità a tutto il suo corpo. E lo
sguardo ritornò lucido nell’istante esatto in cui la sfera di tenebre lasciò la
mano del suo avversario per dirigersi nella sua direzione, scagliata con
forza incredibile.
Nel cogliere quel nuovo pericolo, tutti i muscoli del suo corpo
ripresero la propria energia, contraendosi e rilassandosi nello spingerla
prima indietro e poi in avanti. L’azione fu simultanea: nell’attimo in cui il
mortale incantesimo raggiunse il punto dove era appesa, Midda lasciò tale
appiglio, saltando con agilità e controllo in avanti. L’impatto del globo
energetico con la statua provocò un’improvvisa detonazione, che vide
scomparire nel nulla la pietra della colonna per un raggio di oltre tre
piedi: se la donna guerriero fosse stata ancora lì appesa, di lei non sarebbe
rimasto neanche lo scheletro.
Per sua fortuna, però, ella era già distante, portandosi con una
capovolta ad atterrare in punta di piedi sulla cima di una delle basse
colonne del perimetro interno, a soffermarsi lì in equilibrio: aveva bisogno
di tempo, tempo per pianificare una qualche strategia, tempo per
recuperare ancora le proprie forze, tempo per scoprire come porre fine alla
vita del suo nemico.

«Mi dichiaro sinceramente stupito.» esclamò egli, osservandola con i


propri occhi d’ambra «Nessun uomo al mondo avrebbe resistito alla
violenza del mio attacco.»
«Ma io non sono un uomo.» rispose ella, abbozzando un sorriso e
stringendo i denti.

Nell’annebbiamento parziale che ancora dominava la sua mente e il


suo sguardo, alla donna guerriero parve di scorgere un movimento
nell’aria, un passaggio che, purtroppo, fu tanto rapido e immediato da
non poter essere evitato: colpita ancora in pieno come già prima, venne
sbalzata dalla colonna su cui stava cercando ristoro per essere
nuovamente sbattuta contro il muro alle proprie spalle, scivolando poi a
terra senza avere alcuna possibilità di controllare i propri movimenti o la
propria caduta. Se al primo attacco ella non aveva avuto modo di
comprendere ciò che era accaduto, di fronte a questo secondo evento
offensivo la sua mente iniziò però a intuire qualcosa.
56 Sean MacMalcom
Distratta come era stata dall’uomo che aveva di fronte e dallo scopo
della propria missione, nella sua morte, la donna guerriero aveva
totalmente ignorato la possibilità che altri avversari potessero essere
presenti. Non era stato il monaco a colpirla, né fisicamente né con qualche
maleficio: altre creature dovevano essere intervenute, in soccorso di quel
blasfemo celebrante, in sua difesa, a sua protezione. Midda era
consapevole di non avere ancora modo di riuscire a vederli, di non avere
ancora possibilità di difendersi da essi, ma la consapevolezza che altri
partecipanti fossero coinvolti in quel gioco di morte sarebbe comunque
tornata solo a suo vantaggio. Doveva riuscire a guadagnare tempo, a
resistere a quegli attacchi per poterne intuire le dinamiche, per poter
apprendere di più sui propri inumani nemici: la conoscenza di essi,
invero, sarebbe stata l’unica possibilità di sopravvivenza per lei.

«Te ne devo dare atto.» riprese l’albino «Non sei uomo. Ciò che la
maggior parte degli stolti ignora è che proprio in voi donne risiede una
forza superiore, una resistenza incredibile al dolore e alla fatica. Voi
donne, create per essere madri, per offrire la vita, siete in questo superiori
agli uomini e per questo essi vi temono.»

Lasciando vaneggiare il proprio avversario in quel monologo di


insolita lode verso il suo genere sessuale, Midda cercò di richiamare
nuovamente a sé le proprie energie, di ritrovare ancora una volta il
controllo sul proprio corpo. Il discorso del monaco le stava concedendo
attimi preziosi che non avrebbe dovuto sprecare. Ma quello che stava
tentando di ottenere, quella nuova forza che stava disperatamente
cercando, era sempre più difficile da raggiungere, sempre più difficile da
trovare. Ella era quasi giunta allo stremo… e se ne rendeva perfettamente
conto.

«Ciò non toglie che, uomo o donna, la tua vita stia per venir meno.»
continuò l’altro «Non combattere oltre. Non opporre ulteriore resistenza:
accetta la fine, posso ancora essere clemente verso di te. Posso ancora
offrirti salvezza se accetterai volontariamente l’abbraccio della morte: non
desidero lasciare sprecata la tua esistenza, la tua forza vitale, il tuo
animo.»

La donna guerriero, gemendo a denti stretti per il dolore che le stava


dilaniando il cervello giungendo da ogni parte del proprio corpo, si sforzò
di alzare il braccio destro, tastando con la mano metallica la parete dietro
di sé alla ricerca di qualche appiglio. Doveva sollevarsi, doveva lottare,
senza arrendersi: se anche quella fosse stata veramente la sua fine, non
MIDDA’S CHRONICLES 57
avrebbe mai ceduto allo sconforto, non si sarebbe mai lasciata andare. Se
l’albino avesse voluto ucciderla, non avrebbe mai trovato in lei un’alleata:
forse avrebbe dovuto davvero morire, ma se così fosse stato sarebbe morta
in piedi, a testa alta, come sempre aveva vissuto.

«Peggio per te, donna.» concluse il monaco, non potendo equivocare


in alcun modo quell’atteggiamento assurdamente combattivo anche di
fronte a un destino apparentemente inevitabile «Spremerò la vita dal tuo
corpo fino all’ultima goccia, non consegnando alcuna memoria della tua
esistenza alla storia. Sarai dimenticata da tutti, priva di gloria, priva di
nome.»

Midda riuscì a risollevarsi, facendo forza con entrambe le braccia


contro il muro, con entrambe le gambe contro il pavimento. Il suo
equilibrio era assolutamente precario, come sottile era il filo che ancora
pareva legarla alla vita. L’albino, fermo di fronte a lei, a distanza da lei,
non offrì alcun movimento, non accennò ad alcun gesto offensivo:
nonostante ciò, ogni cellula del proprio essere gridava pericolo, portando
nuova lucidità alla sua mente.
E in quel misto fra coscienza e confusione, fra chiarezza e
inconsapevolezza, un’immagine risultò per un istante chiara ai suoi occhi,
concedendole l’evidenza dei propri nemici davanti a sé.

Le creature che la donna guerriero si ritrovò a osservare non avevano


nulla di umano o di naturale, ma ella, dopo l’esperienza vissuta con le
falene giganti, volle essere prudente prima di giungere alla conclusione di
un’evocazione negromantica. I suoi avversari celati erano due, similari fra
loro e posti ai fianchi dell’albino, in posizione leggermente arretrata
rispetto a lui. Il loro corpo era scuro, tendente al nero ma privo di una
tonalità compatta e uniforme: quel loro colore, unito alla penombra
imperante nel santuario e all’attenzione che ella aveva concentrato
totalmente sull’uomo, aveva permesso alla coppia di essere quasi
invisibile, di potersi mimetizzare in maniera completa sullo sfondo
marmoreo del complesso. Riuscire a individuarli da fermi appariva
difficile, in movimento, poi, avrebbe richiesto certamente un livello di
concentrazione decisamente alto, che conseguentemente avrebbe reso
impossibile gestire qualsiasi altra azione, offensiva o difensiva che fosse.
Nonostante la complessità nel focalizzare lo sguardo su tali creature, una
volta individuate le loro posizioni ella riuscì a cogliere maggiori dettagli
sul loro aspetto.
Un capo grosso e tondeggiante vedeva l’assenza di qualsiasi
caratteristica umana fatta eccezione per due specie di occhi
58 Sean MacMalcom
semiluminescenti: non una bocca, non un naso, non delle orecchie, non dei
capelli erano presenti su quelle teste rotonde. Sotto il capo, praticamente
senza alcun collo, si congiungeva un corpo corto e tozzo, dal quale braccia
e gambe più simili a tentacoli d’ombra che ad arti si estendevano sinuose:
laddove i tentacoli dei piedi avrebbero dovuto congiungersi al suolo,
Midda non riuscì a distinguere alcun contatto con il pavimento in pietra.
Quell’assenza non offrì altro che conferma a quanto già aveva sospettato
dopo il primo attacco subito: le creature, qualsiasi fosse la loro natura,
erano in grado di volare. E quel particolare si concedeva solo a suo
svantaggio: ella, in aria, non avrebbe avuto possibilità di combattere,
restando di conseguenza in loro totale balia esattamente come già era
accaduto.
Al di là della natura infida e pericolosa dei due nuovi nemici
individuati, la donna guerriero dalla propria parte aveva una certezza che
le offriva forza e speranza: come quegli esseri erano stati in grado di
colpirla, in egual modo ella avrebbe potuto colpire loro. Forse i suoi colpi
non avrebbero offerto danni a quelle creature o forse sì, ma l’evidenza di
quella possibilità era tutto ciò che le era necessario per avere la forza di
combattere.

«Io non sarò mai dimenticata. Il mio nome non sarà mai scordato.»
sussurrò, inarcando un angolo della bocca in un lieve sorriso beffardo «Al
contrario di te, albino.»
«Come riesci a trovare ancora speranza?» domandò il monaco, mentre
dietro di lui le due creature d’ombra iniziavano a fremere di impazienza
«Come riesci a credere ancora di poter sopravvivere? Sei in piedi a
stento… disarmata… rifiutare l’idea dell’imminente fine è da stolti!»
«Sottovalutare il proprio avversario è da stolti.» replicò la donna.

Lo sguardo di Midda, senza staccarsi per troppo tempo dai tre


avversari onde evitare di smarrire la presenza delle due creature nella
penombra del tempio, si mosse rapido a spaziare attorno a sé, a cogliere
ogni particolare che potesse offrirle vantaggi tattici in quello che si
preannunciava essere l’ultimo scontro. Fra lei e gli avversari era l’intero
raggio del santuario, con il colonnato interno e due scalinate: la sua spada,
nella fattispecie, si trovava praticamente a metà strada fra la sua posizione
e quella degli altri, infilata di punta nei corpi morti di due adepti da lei
stessa precedentemente uccisi. Quella particolare collocazione della sua
arma avrebbe potuto tornarle utile, ma se ella fosse corsa in avanti,
ammesso di riuscire a correre, non l’avrebbe mai raggiunta: i due esseri
oscuri sarebbero di certo volati nella sua direzione e l’avrebbero
nuovamente colpita con la medesima violenza degli attacchi precedenti,
MIDDA’S CHRONICLES 59
brutalità che ormai non si poteva permette di subire. Quei mostri
tentacolati sicuramente ignoravano di poter essere visti e simile vantaggio
non avrebbe dovuto essere trascurato. Ove il primo attacco l’aveva colta in
assoluta sorpresa con una furia incredibile e il secondo l’aveva
nuovamente investita con irruenza disumana offrendole però dei dubbi, la
terza offensiva, forse, sarebbe potuta diventare per essi una sconfitta. E a
differenza di quanto avrebbe potuto ritenere l’albino, ella era tutt’altro che
disarmata.

«Fai un piacere a te stessa, donna…» scosse il capo l’uomo, sorridendo


beffardo «… muori!»

Come già avvenuto nei precedenti due attacchi, il monaco restò


assolutamente immobile nel mentre in cui, al contrario, furono le due
creature a scattare rapide e mortali, volando nell’aria tenebrosa del
santuario in un silenzio completo, innaturale.
Midda, questa volta, fu però in grado di seguirne il movimento, che li
vide dirigersi in direzioni opposte verso i lati del santuario: un attacco non
frontale, quindi, forse per evitare che ella potesse attendersi ancora dei
colpi simili ai precedenti, ma un duplice attacco laterale, che l’avrebbe
dovuta vedere schiacciata fra gli avversari. La donna restò inerte, come a
ignorare quell’imminente pericolo, come a dimostrare la propria
inferiorità, la propria incapacità difensiva, dissimulando la nuova realtà
dei fatti: questa volta ella aveva piena coscienza dei propri avversari,
controllo assoluto dei loro movimenti, delle loro posizioni, della loro
offensiva. E quando le due creature giunsero a lei, ella si mosse rapida,
allungando il braccio metallico verso l’essere alla propria destra e
abbassando di colpo il proprio baricentro.
Troppo slanciati nel volo e troppo sicuri della propria invisibilità,
nessuna delle due creature avrebbe potuto prevedere quella reazione e
nessuna fra esse poté reagire adeguatamente in sua opposizione. La sua
mano destra, così, si chiuse in una morsa, metallica e mortale, sul capo del
nemico, affondando in una carne morbida e gommosa, quasi viscida nel
ricordare quella di un invertebrato marino: un grido disumano squarciò il
silenzio di quell’istante, mentre in quella stretta il mostro tentò un’ultima
fuga, prima dell’inevitabile morte. Il suo compagno, quello che stava
giungendo alla sinistra della donna guerriero, non riuscì a frenare in alcun
modo il proprio volo, al punto tale per cui, sorpassando la nemica ormai
al di fuori della propria traiettoria, non poté fare altro che assistere
inorridito all’assurda fine del suo simile.
Gioendo dentro di sé per quella prima vittoria, Midda con un gesto
liberò la mano destra dal viscido e nero resto del suo avversario,
60 Sean MacMalcom
ponendosi in guardia in attesa della reazione dell’altro. Ed essa non tardò
ad arrivare, ora non più fredda e controllata, ma trasudante d’ira pura e
sfrenata come solo la vendetta a caldo avrebbe potuto instillare: in un
ampio movimento parabolico, la creatura d’ombra ancora in vita invertì il
proprio volo, dirigendosi nuovamente contro la donna. L’attacco si mostrò
così nuovamente frontale e condotto a una velocità tale da non poter
essere percepito dallo sguardo dell’avversaria: ella, però, affidandosi al
proprio istinto combattente più che ai propri sensi, mosse rapida il braccio
destro con il pugno chiuso, riuscendo a colpire di striscio il nemico e
costringendolo, in ciò, a una variazione di traiettoria che lo portò a
scontrarsi contro il muro lì accanto.
Quell’impatto, energico tanto da far rimbombare l’intero tempio, non
sembrò comunque sortire danni sull’essere, che in un istante fu di nuovo
pronto alla lotta, tornando verso di lei e colpendola al ginocchio sinistro
con una forza disarmante. La donna non poté evitare di gemere a denti
stretti, cadendo genuflessa ed esponendosi in tal modo più facilmente al
proprio nemico.
Allontanatosi dalla donna guerriero, la creatura d’ombra risalì
rapidamente verso la cupola del santuario, a cercare nelle tenebre della
stessa il vantaggio di non visibilità che aveva compreso di aver perduto.
L’uccisione dell’altro essere da parte di lei e il modo in cui aveva respinto
il penultimo attacco con apparente sicurezza di movimenti, avevano reso
il mostro tentacolato superstite più prudente di quanto non si fosse
dimostrato in precedenza. Era ormai evidente come la presenza delle due
ombre dell’albino non fosse più un segreto e, soprattutto, un vantaggio. La
donna si era così dimostrata più combattiva e determinata di quanto non
sarebbe potuto trasparire nell’osservarla: nonostante la sua stanchezza e la
sua spossatezza fossero evidenti, e nonostante ogni movimento che si
ostinava a compiere, anche offensivo, le costasse quasi lo stesso dolore che
infliggeva, ella continuava a lottare, desiderando ancora il patimento della
vita piuttosto della tranquillità e del riposo offerto dall’abbraccio della
morte.
Tanta energia, tanta ferrea volontà si proposero spiazzanti per la
creatura di tenebre e per il monaco oscuro: non era il primo mortale a
giungere in quel santuario, nonostante le letali insidie della palude di
Grykoo, ma nessuno fra i suoi predecessori aveva mai offerto tanta
resistenza. Chiunque fosse giunto lì, in passato, era perito sotto l’attacco
degli adepti, senza neppure arrivare a confrontarsi con il monaco o con le
due oscure ombre che lo accompagnavano. Tutto quello, al di là della
maschera di sicurezza e superiorità che l’albino continuava a mostrare, era
quindi assolutamente spiazzante.
MIDDA’S CHRONICLES 61
Quella donna, chiunque lei fosse, stava iniziando a rappresentare una
seria minaccia.

«Io non sono giunta qui per perire.» sussurrò Midda, a denti stretti,
mentre lottando contro il dolore di un ginocchio quasi fratturato, tornò a
sollevarsi in posizione eretta «E chiunque cercherà di offrirmi morte,
dovrà affrontare le conseguenze di tale folle tentativo.»
«Mi hai rimproverato di sottovalutare il mio avversario…» rispose
sprezzante il monaco «… e non posso che prendere atto di come tu non sia
una donna comune, un guerriero come altri. Ma, ora, sono io che vorrei
offrirti un consiglio: non sopravvalutarti. Le forze che stai sfidando vanno
al di là di ogni tua possibilità di immaginazione.»

In quelle stesse parole, la creatura d’ombra piombò con rapidità


mortale nuovamente verso la donna, sulla sua verticale, come a tentare di
schiacciarla al suolo con la propria forza. La violenza di cui quei mostri
sarebbero stati capaci si poneva già nota alla donna guerriero, ed ella
riuscì a salvarsi da morte certa solo grazie alla propria prontezza di
riflessi: con un gesto istintivo ma controllato, Midda scartò lateralmente il
nemico che, non potendo frenare l’irruenza del proprio volo, finì con
l’impattare sul pavimento. Come già contro la parete, lo schianto offrì una
brutalità straordinaria, che fece tremare il suolo sotto i piedi della donna:
ella, prevedendo che comunque la creatura si sarebbe immediatamente
ripresa come prima occorso, non sprecò neanche un istante dell’occasione
offertale, allungando immediatamente il pugno destro verso il capo della
creatura, per poterla colpire inchiodandola a terra. Il corpo dell’essere,
però, proponendosi viscoso e molliccio come quello del suo compare
ucciso, non concesse alcuna presa per quell’attacco, lasciando scivolare il
pugno a percuotere le pietre del pavimento. Per tutta risposta, anzi,
l’oscuro avversario tentò di aggredire quello stesso braccio armato,
scagliandosi contro il metallo della donna con energia non inferiore a
quella già presentata in precedenza e la donna guerriero, offesa da
quell’impeto, si ritrovò a ruotare sul proprio corpo. Questa volta, però,
non accusò alcun dolore per quella violenza e, anzi, recuperò rapidamente
posizione di guardia cercando con lo sguardo il proprio nemico.
Il mostro, sicuro del risultato del proprio attacco, era scioccamente
restato vicino a lei, forse per godere della propria vittoria sull’avversaria, e
quell’immediata ripresa della donna lo colse tanto impreparato da
sconvolgerlo e non permettergli di reagire alla sua risposta. La mano
metallica, pertanto, si gettò ora aperta contro di esso, per afferrarlo come
già era avvenuto con il suo compagno, allo scopo di cercare di compiere di
nuovo il destino di quell’immonda creatura: le dita della donna , in questa
62 Sean MacMalcom
occasione, affondarono all’altezza del tentacoli inferiori dell’avversario,
vincendo l’elasticità gommosa di quel corpo e straziandone le carni. Con
un grido disumano, l’essere dimostrò tutto il proprio dolore per
quell’aggressione e, in un gesto disperato, cercò di allontanarsi da colei
che tanto aveva osato contro di esso: tirando con tutta la propria energia, il
mostro riuscì a sfuggire alla presa della donna, pagando però un caro
prezzo nel vedere la parte inferiore del proprio corpo essere orrendamente
mutilata. Qualsiasi fosse stato l’esito di quello scontro, sia che la donna
fosse morta, sia che ella fosse sopravvissuta, il destino dell’essere appariva
pertanto ormai segnato. E questo, inevitabilmente, lo avrebbe reso un
avversario ancora più temibile: nella certezza della morte, la creatura
avrebbe affrontato fino allo stremo la donna colpevole del suo assassinio.

«Stai osando troppo, donna.» intervenne verbalmente l’albino, ancora


immobile accanto all’altare.
«Osare è lo scopo della mia vita.» sussurrò ella, muovendo la mano
destra per gettare via i frammenti del corpo dell’avversario che ancora
stringeva.
«La tua vita è già terminata… e non vuoi rendertene conto.» replicò il
monaco, sempre più impressionato interiormente da lei al di là di quello
che cercava di mostrare esteriormente.
«Stai diventando noioso, albino.»

In quella risposta al suo principale avversario, Midda riuscì a scorgere


l’ultimo tentativo d’attacco del nemico già ferito a morte: esso si concesse
veloce, violento, reso folle dal dolore e dall’imminenza della propria
morte, ma la tremenda ferita subita dal proprio corpo risultò tanto grave
da non farlo essere efficiente come prima, da non renderlo letale come già
era stato. Alla donna, per quanto stanca e provata, non fu offerta eccessiva
difficoltà nel riconoscere il movimento del proprio nemico, non risultò
complicato impostare la propria difesa e non risultò arduo trasformare
tale guardia in un attacco di controffensiva.
La creatura, gettandosi folle e quasi priva di coscienza contro la
propria avversaria, consapevole che quello sarebbe stato il suo canto del
cigno, tentò così un’ultima incursione, un’ultima discesa in volo questa
volta non frontale, ma diretta alle spalle della donna. Le avrebbe distrutto
la schiena, spezzandole la spina dorsale, lasciandola morente a terra…
l’avrebbe guardata perire, l’avrebbe osservata spirare in un dolore tale da
non poter neanche avere la forza di gemere. E in quella morte avrebbe
avuto vendetta, per se stesso e per il proprio compagno. Ma ogni sogno di
vendetta e gloria fu spezzato dal movimento che vide la mercenaria
ruotare sul proprio centro di equilibrio, offrendo non la fragilità della
MIDDA’S CHRONICLES 63
propria schiena ma la forza della propria mano metallica, che assorbì in
un movimento del braccio tutta la violenza dell’offesa e si chiuse, con
freddezza e controllo, sul capo dell’essere, stritolandolo, strappandogli la
vita dal corpo nella frazione di un battito di ciglia.

«Ora sei solo… albino.» sussurrò, a denti stretti.

l corpo molliccio e privo di vita della seconda e ultima creatura


ombra pendeva ancora viscosamente dalla mano metallica di
I Midda quand’ella, con passo fermo nonostante la debolezza
intrinseca in ogni suo muscolo, iniziò ad avanzare verso il centro
del tempio, verso la sua spada e il suo avversario. La mano si aprì,
lasciando cadere a terra l’essere tanto innaturale, eppur mortale, che ella
era riuscita a sconfiggere e che, insieme al suo compagno, l’avevano prima
condotta a un passo dalla morte. Ma la donna guerriero era ancora viva, al
contrario dei suoi avversari, e per quando dolente nelle ossa e nelle
membra, non aveva assolutamente smarrito il proprio obiettivo.
Il monaco albino in nere vesti era ancora dove il loro scontro era
iniziato, al fianco dell’altare blasfemo su cui la vittima sacrificale
attendeva inanimata il proprio orrido destino: la mercenaria avrebbe
ucciso il proprio nemico, gli avrebbe strappato gli occhi d’ambra per
compiere la propria missione e avrebbe portato in salvo la giovane
sventurata. Perché al di là di ogni possibile dubbio, ella si sentiva certa che
la fanciulla fosse ancora in vita e quell’esistenza risparmiata avrebbe
trovato sicuramente una ricompensa ad aspettarla da qualche parte nel
mondo.
Prima di ogni altra considerazione, però, lo scontro finale
l’attendeva… e l’esito di quel duello non sarebbe stato scontato.

«Puoi aver sconfitto i miei fedeli e i miei servitori, donna, ma questo


non ti deve far presumere una vittoria lontana dall’essere tale.» commentò
freddamente l’uomo, muovendo in rotazione la lunga e oscura falce nel
porla dietro la schiena, in una nuova posizione di guardia.
«I tuoi gesti negano le tue parole, albino.» sorrise ella, beffarda,
zoppicando fino a raggiungere la propria spada, senza staccare lo sguardo
dal proprio avversario, non potendo permettersi di subire ulteriori
violenze a cui non sarebbe potuta fisicamente resistere «Offri sicurezza
con la voce, ma il tuo corpo assume posizione di difesa.»
64 Sean MacMalcom
L’uomo restò in silenzio a quella frase, forse in un tacito
riconoscimento della veridicità di tale constatazione. Per quanto egli
potesse essere sicuro delle proprie possibilità, dei propri poteri, della
propria superiorità rispetto a una donna stremata, posta al limite dello
svenimento, dopo tutto ciò che l’aveva relegato al ruolo di inorridito
spettatore non avrebbe potuto permettersi di sottovalutare la propria
nemica. Quella donna, chiunque ella fosse, aveva dimostrato una
determinazione degna di un eroe, un semidio, e non di una banale
mortale.
Ma Midda, al di là dei timori del proprio avversario, non era né
un’eroina né una semidea: era una donna, un guerriero, con umani limiti
oltre i quali si era già fin troppo spinta. Il suo corpo, straziato da eccessivo
dolore, era ormai sorretto unicamente dalla forza di volontà, dove anche
l’adrenalina sembrava essere un vago ricordo. Quella era sua vita, il solo
modo che apprezzava per vivere giorno dopo giorno: spingersi sempre
oltre, oltre i limiti imposti da uomini e dei, per dimostrare l’energia
indomabile del proprio spirito libero. Un giorno, forse, ella avrebbe fallito
in una delle proprie missioni, nel tentare di superare uno di quei mortali
limiti: in tale giorno avrebbe allora rimesso la propria anima nelle mani di
Thyres, accettando di pagare il prezzo della propria inquietudine. Ma
dentro di sé, ella era quasi certa che simile giorno fosse ancora lontano a
venire e che il suo destino non si sarebbe compiuto per mano di
quell’albino.
Quando la mano mancina della donna guerriero si ricongiunse alla
propria arma, ella si sentì rinascere interiormente: il rapporto che aveva
con la spada era qualcosa che andava ben oltre al semplice possesso. Ai
suoi occhi, al suo cuore, quella lama era un’estensione del proprio stesso
corpo, una parte essenziale della propria vita da cui il solo distacco
portava già sofferenza, senso di smarrimento, dolore. La sua mano
sinistra, lontana dall’elsa dell’arma, era come mutilata: al contrario, stretta
attorno all’impugnatura della spada, sembrava trovare energia in essa,
completezza in quell’unione, pienezza in quel contatto. Un rapporto che
andava oltre al semplice possesso, quindi, tendendo quasi a quello fra due
amanti: quella lama, da anni, era stata l’unico compagno su cui ella avesse
sempre potuto contare, l’unico complice in cui avesse sempre ritrovato
fedeltà.
Sollevando così la spada, estraendola dai corpi in cui si era infilata,
ella la mosse a compiere due rotazioni attorno ai propri fianchi, solcando
nuovamente l’aria con una lunga scia azzurrina, quasi una firma posta
nell’angolo di un’opera d’artista. La fatica e il dolore che provava non
erano dimenticati, ma nel ritrovare la propria arma, la donna guerriero
MIDDA’S CHRONICLES 65
aveva improvvisamente riconquistato fiducia nell’esito di quell’ultimo
scontro.

«Avevo domandato i tuoi occhi, albino… e ora verrò a reclamarli.»


avvertì, ritrovando anche voce laddove prima era stato sempre un
sussurro stentato.
«L’unica cosa che otterrai sarà la perdizione eterna.» rispose egli.

L’uomo, in un movimento rapido e deciso, si lanciò in avanti, verso di


lei, lasciando tagliare l’aria dalla lunga e ricurva lama della propria falce,
in un colpo che avrebbe potuto tranciare di netto il corpo avversario,
dividendolo in due parti. Ma quel gesto mortale vide impattare la lama
della falce contro quella della spada della donna guerriero, levatasi a
difesa bloccante nella traiettoria compiuta dall’attacco dell’albino. Come
già nei primi scontri diretti fra essi, una cascata di scintille si sprigionò in
quel contatto, illuminando per un istante la semioscurità del santuario. Il
monaco, impugnando saldamente il lungo e nero manico della falce con
entrambe le mani, non cercò distacco da quell’aderenza metallica,
sperando di avere la meglio in virtù della propria forza fisica, consapevole
della propria energia, del proprio essere riposato al contrario rispetto a lei.
E la donna, per tutta risposta, tentò come già aveva provato, un nuovo
attacco, colpendolo ripetutamente con il pugno della mano destra, quel
metallo forte e compatto con cui aveva segnato la fine dei due mostruosi
servi dell’uomo: come era accaduto prima, ancora una volta i suoi sforzi
non parvero sortire effetto contro quel volto, il quale non presentò
sofferenza o ferita in reazione a tale offesa, apparendo al contrario sempre
uguale, quasi derisorio.
Consapevole di non poter reggere in quelle condizioni un confronto di
pura forza con l’uomo, Midda mosse agilmente la propria lama a scartare
il blocco impostole, tentando un attacco contro l’albino il quale,
prevedibilmente, scomparve in un fremito d’immagine da davanti ai suoi
occhi. Ma l’attacco, questa volta, era fittizio: la reale violenza del fendente
non era diretta verso il fronte della mercenaria, ma verso il suo retro, in
un’amplia giravolta che vide, così, la spada andare a colpire con
precisione e controllo totale il collo del monaco, ricomparso puntuale alle
sue spalle. La lama, in conseguenza di simile movimento, squarciò il
proprio obiettivo, aprendo quella carne fino quasi all’altezza della colonna
vertebrale e proseguendo oltre nella propria traiettoria per altri due piedi.

«E’ finita.» sorrise lei, bloccandosi con la lama ancora sollevata,


nell’osservare gli occhi di gemma del proprio avversario, attendendo di
cogliere l’istante in cui la vita sarebbe scomparsa da essi.
66 Sean MacMalcom

Ma ciò che accadde cancellò il sorriso che, forse troppo impunemente,


si era affrettata a mostrare: l’albino, restando immobile di fronte a lei dopo
il colpo subito, non vide sangue uscire dal proprio collo ferito, non vide
dolore dominare il proprio volto o i propri gesti, non vide morte giungere
a coglierlo e portarlo al suo eterno destino.

«Stolta.» scandirono le stolta labbra, in un silente sarcasmo.

La donna guerriero restò per un istante inorridita davanti a ciò che il


suo sguardo si ritrovò a osservare. La gola dell’albino era completamente
aperta come conseguenza del passaggio nella sua carne della spada e quel
taglio si concedeva così profondo e violento da lasciare slabbrati i bordi
del medesimo, permettendo addirittura di intravedere l’anatomia interna
di tale corpo: nonostante tutto quello, però, non una goccia di sangue
sprizzò da esso, non una smorfia di dolore conquistò il viso dell’uomo.
Il monaco, anzi, si presentò beffardo più di quanto non fosse già
apparso, guardandola ora senza più timori: ogni paura sul proprio destino
era scomparsa, ogni dubbio sulla possibile superiorità della donna si era
sciolto come brina al sole. Dove ella aveva offerto la propria migliore
offesa, egli non aveva ceduto.

«Stolta.» ripeté, iniziando a riacquistare voce nel mentre in cui il suo


collo rimarginava la propria ferita, tornando rapidamente a essere sano
come se nulla fosse mai occorso «Pensavi davvero che il detentore delle
sacre gemme di Sarth’Okhrin potesse essere abbattuto tanto facilmente?
La tua ignoranza è superata solo dalla tua imprudenza.»

Midda, riprendendosi rapidamente dallo smarrimento per ciò a cui


aveva assistito, tentò una nuova offesa, scagliando ancora la propria lama
contro il corpo nemico. Ma l’uomo, questa volta, si mosse sufficientemente
rapido e sicuro da fermare il colpo, da vanificare l’offesa. Ella tentò rapida
di aggredirlo un’altra volta, ma puntualmente egli bloccò l’attacco, quasi
distrattamente. E mentre in cui l’energia della donna continuava a
scemare, nell’uomo sembrava crescere gesto dopo gesto, colpo dopo
colpo.

Ella, di fronte a quella situazione, cercò distacco dal proprio


avversario, ritraendosi con un balzo: quel movimento improvviso le costò
più di quanto non avrebbe potuto prevedere, straziandola dalla punta dei
piedi fino al collo in una scarica di puro dolore per la situazione precaria
in cui il suo fisico si trovava. Stringendo i denti e l’elsa della spada con
MIDDA’S CHRONICLES 67
entrambe le mani, cercò di non demordere, di non vedere la propria difesa
abbassarsi, la propria guardia smarrirsi. Non poteva e non voleva
accettare l’idea di un avversario invincibile: nel corso della propria vita
aveva incontrato e affrontato ogni genere di nemici e molti fra essi si erano
definiti imbattibili, inarrestabili, immortali. Ma, per quanto essi potessero
essere forti e resistenti, per quanto l’apparenza di quelle affermazioni
potesse sembrare trovare realtà nel corso della lotta, alla fine un punto
debole riusciva immancabilmente a emergere, una breccia di umana
fallibilità si concedeva. L’albino, di certo, non avrebbe potuto fare
eccezione a tale regola: egli, prima ancora di fondersi in tale orripilante
maniera con quelle due gemme ambrate, doveva essere stato comunque
un umano, un comune mortale. E per quella ragione, per quanto potere
potesse aver conseguito nel diventare tutt’uno con le pietre, avrebbe
dovuto conservare una natura mortale, avrebbe dovuto riservarsi una
debolezza che in quel momento ella non riusciva a cogliere, ma che
avrebbe potuto concederle la vittoria.
Se così non fosse stato, il monaco non si sarebbe dimostrato timoroso
di affrontarla, non avrebbe esitato nel prevedere la conclusione di
quell’incontro: invece aveva offerto prudenza, si era ritratto di fronte a lei,
e simile gesto dimostrava chiaramente la vulnerabilità che pur non voleva
ammettere.

«Sarò forse stata imprudente nel reputare semplice la tua sconfitta…»


sussurrò ella, a denti stretti «Ma tu mi temi e questa tua paura conferma
che abbatterti è nelle mie possibilità.»
«Non ti sarà concesso alcun tentativo per cercare conferma a queste
tue vane illusioni.» esclamò egli, in risposta.

In quella replica, l’uomo si scaglio con violenza contro la donna,


alzando l’oscura falce e preparandosi a colpirla con forza, con un impeto
da cui ella difficilmente avrebbe potuto salvarsi. Consapevole che la prima
esigenza di ogni guerriero sarebbe sempre stata quella di sopravvivere per
poter combattere un nuovo giorno, Midda non ebbe esitazione a cercare di
evadere da quell’attacco invece di tentare un’insana difesa: attendendo
l’ultimo istante concessole, l’attimo prima della discesa della lunga e
ricurva lama bianca della falce, ella di gettò lateralmente a terra,
lasciandosi rotolare sopra i corpi morti degli adepti.
L’arma dell’albino tagliò così solo l’aria, senza conseguenze a
discapito dell’avversaria, ma ciò non lo fece assolutamente desistere: nel
tempo di un battito di ciglia, prima ancora che la donna completasse il
proprio tentativo di allentarsi, l’immagine del monaco vibrò ancora
nell’aria, svanendo e ricompattandosi esattamente nella direzione in cui
68 Sean MacMalcom
ella aveva diretto il proprio moto. La falce, nuovamente, cercò quel
magnifico corpo e solo la prontezza di riflessi della donna guerriero, in un
sovrumano istinto di conservazione, la portò a levare il braccio destro
quale scudo: la lama bianca generò una pioggia di scintille nello scontrarsi
con il nero metallo, che pur accusando il colpo riuscì a dimostrarsi
sufficientemente forte da resistere.

«Muori, cagna!» inveì l’albino, pesando con tutto il proprio corpo e


tutta la propria forza sulla lunga falce, cercando di abbattere le difese
dell’avversaria.

Il volto dell’uomo, per la prima volta, non celò più alcun sentimento,
dimostrando tutta la rabbia, tutta l’ira, tutta la paura dello stesso in quel
combattimento: sentimenti forti e quasi infantili, di chi si era troppo
abituato ad avere facilmente la meglio sui propri nemici e si ritrovava
sconvolto da tanta volontà di vivere.
Midda, non potendo mantenere la posizione a lungo, sdraiata a terra
sotto egli nell’equilibrio precario offerto dai corpi morti, decise di agire
d’impulso, tentando il tutto per tutto in un ultimo gesto d’offesa. La mano
destra si mosse, quindi, con tutta la rapidità che avrebbe potuto
concedere, ruotando sul gomito che ancora reggeva l’impeto dell’arma
avversaria e portandosi ad afferrare con forza il manico della medesima
per tirarla lateralmente, guidando in tal modo la stessa energia nemica a
sbilanciarne la postura: l’albino, colto di sorpresa da tale gesto, non poté
fare altro che seguire quel sbilanciamento, piegandosi in avanti sulla
donna e offrendosi per un attimo scoperto di fronte a ogni possibile
attacco. Proprio in quell’attimo fuggevole, la spada scattò rapida e
mortale, dirigendosi verso il volto avversario, verso gli occhi di ambra del
suo nemico: in un movimento netto e controllato, la punta della lama
squarciò il volto avversario da tempia a tempia, frantumando il suo setto
nasale e sbalzando le pietre oculari fuori dai propri bulbi.
Il tempo stesso sembrò fermarsi in conseguenza di quel gesto che
sapeva di blasfemia: le due gemme magiche vennero sbalzate lontano dai
contendenti, compiendo un lungo moto parabolico che le condusse a
scontrarsi con l’orlo dell’abisso da cui la donna era emersa, al centro del
tempio. E nel momento in cui esse ricaddero al suolo, tintinnando nel
silenzio di quell’istante, un’immensa esplosione di luce scaturì dal volto
dell’albino mentre un grido di puro e disumano dolore esplose dalla sua
gola. Allontanandosi dalla donna, cieco nei movimenti, egli si portò le
mani al viso, sfogando in un urlo straziante tutto il patimento che lo stava
dilaniando: la luce irradiata dalle orbite ormai vuote aumentò, diventando
MIDDA’S CHRONICLES 69
insopportabile e richiedendo anche alla mercenaria di coprirsi gli occhi,
nel non riuscire a sopportare ulteriormente tanta intensità.
E in un boato che scosse le colonne stesse del santuario maledetto,
tutto ebbe fine.

essuno poté dire quanto tempo potesse essere trascorso dalla


morte dell’albino a quando Midda fu in grado di riprendere i
N sensi.
La stanchezza e le ferite alla fine avevano prevalso su lei e, nel
momento in cui l’esplosione di luce aveva inondato il santuario, il suo
fisico aveva preteso il giusto compenso per tutti gli sforzi offerti,
portandola irrimediabilmente a una perdita di coscienza. Quando la
ragione tornò alla sua mente, prima ancora di aprire gli occhi, ella ebbe
bisogno di qualche istante per ripercorrere gli eventi occorsi, a
comprendere cosa avrebbe potuto vedere attorno a sé: con un istante di
incertezza, intontita come era da quell’improprio sonno, rivisitò
mentalmente tutta l’ultima avventura, dall’arrivo nella palude al
combattimento con gli zombie, dalla fuga dalle falene giganti all’uccisione
del monaco. Nel suo ultimo ed estremo gesto d’offesa, la donna guerriero
aveva individuato quello che probabilmente doveva essere il solo punto
debole del proprio avversario: dai globi oculari d’ambra egli traeva il
proprio potere e, privato degli stessi, tale energia doveva averlo
annientato.

Riaprendo gli occhi e guardandosi attorno, la donna guerriero ritrovò


la stessa desolazione di cui aveva memoria: l’interno del tempio
ristagnava di morte e di putrefazione, nella strage che ella aveva compiuto
e che, ormai, permeava i pavimenti di pietra, trasudando nelle
fondamenta stesse del santuario quasi a voler dissacrare definitivamente
la blasfemia di quel luogo nel sangue dei suoi stessi adepti. Un lieve
bagliore si sforzava di filtrare dall’alto, a dimostrare che una nuova alba
era giunta anche in quella palude maledetta e che ella, ancora una volta,
era sopravvissuta. Guardando la propria mano sinistra, la mercenaria vide
la propria spada ancora stretta in essa: le nocche erano praticamente
sbiancate in tanto sforzo e per riuscire a offrire di nuovo vitalità alle dita
dovette impiegare diverso tempo. Spostando poi l’attenzione alla mano e
al braccio destro, vide che nessun danno era stato offerto dalla falce
avversaria, fatta eccezione per pochi graffi che una lucidata avrebbe
cancellato senza conseguenze di sorta. Prima ancora di tentare di
70 Sean MacMalcom
muoversi, la donna cercò di analizzare la propria situazione fisica,
prendendo in esame mentalmente ogni punto del proprio corpo nel
desiderio di comprendere quanti danni potesse aver riportato. Fatta
eccezione per i numerosi ematomi, che ricoprivano quasi metà della sua
candida pelle, ella riuscì a individuare un paio di costole incrinate e una
lieve slogatura alla caviglia destra: nulla di irrimediabile, fortunatamente.
Anzi, poté tranquillamente dire di essersela cavata con un ampio margine
di buona sorte: persino il ginocchio destro, su cui era stata colpita con
violenza da una delle creature ombra, non si concedeva come
compromesso.
Completato il controllo sul proprio stato di salute, Midda tentò un
primo movimento. Tutto il proprio corpo, per un istante, sembrò gridarle
dolore, richiederle di non spostarsi da quella posizione, ma ella insistette
nel tentare di sollevarsi. Era stanca dell’idea stessa di essere sdraiata in
quel mattatoio, era stanca dell’odore di morte lì presente, era stanca, in
generale, di quella palude. Voleva uscire di lì, con le pietre e con la
ragazza, per ritornare a Kriarya, dove avrebbe avuto la propria
ricompensa e dove si sarebbe presa un lungo periodo di riposo.

«Per almeno una settimana non voglio muovermi dalla locanda…»


dichiarò con convinzione e voce impastata.

Facendo leva sulla propria spada, ella ritrovò una posizione verticale,
ergendosi sopra la massa di cadaveri ed estendendo il proprio sguardo
all’intero tempio. Le gemme di Sarth’Okhrin giacevano ancora dove erano
state sbalzate dal colpo di grazia, vicino al bordo del pozzo: ormai prive di
un detentore, senza più energia vitale ad animarle, esse apparivano quasi
spente. Due comunissime gocce di ambra, che in un mercato non
sarebbero state valutate neanche per il valore di un pezzo d’oro, ma che,
in esse, racchiudevano un potere quasi divino, per cui molti uomini erano
morti in passato e molti altri sarebbero probabilmente morti in futuro.
Poco lontano, invece, si proponevano i resti del corpo dell’albino.
L’esplosione di luce non era stata fine a se stessa: del volto del monaco,
infatti, rimaneva solo il ricordo, laddove l’intero capo e la parte superiore
del busto, fino a sotto le spalle, risultava essere scomparsa, lasciando un
residuo a metà fra il bruciato e il molliccio.

«Questo mi fa ricordare perché non amo la stregoneria.» commentò


ella, distogliendo lo sguardo dai resti del suo avversario.

Sull’altare la ragazza dai capelli rossi giaceva esattamente come Midda


l’aveva vista emergendo dall’abisso: seminuda, praticamente coperta a
MIDDA’S CHRONICLES 71
stento solo nelle intimità, ella era avvolta da lunghe e strette catene che ne
piagavano le braccia e le gambe.
Ancora priva di sensi, sembrava essere addirittura morta, non
diversamente dal resto del santuario, ma nell’avvicinarsi a quell’altare
blasfemo, la donna guerriero riconobbe un lievissimo fremito all’altezza
dei seni della giovane vittima: la vita non l’aveva ancora abbandonata.
Giungendo, pertanto, zoppicante fino alla prigioniera, la mercenaria
osservò per un istante i gioghi che la costringevano alla nera ara sacrilega,
individuandone i ceppi metallici: sollevando, con non poca fatica, la spada
sopra di sé, ella fece scendere con violenza la lama della stessa sul metallo
che vincolava la giovane, frantumandolo così in molteplici piccole
esplosioni di scintille dorate. Le catene, fortunatamente, non offrirono
eccessiva resistenza e poco dopo ella poté lasciare nuovamente riposare la
propria spada nel fodero, dedicandosi a liberare in maniera più delicata
possibile la fanciulla.
Osservandola ora da vicino, al di là del dolore che ne dominava il viso,
la donna comprese di essere di fronte a una ragazza poco più che
bambina, con un corpo appena formato che ancora non aveva però
dimenticato l’innocenza dell’infanzia. Il suo cuore, posto innanzi a
quell’orrido spettacolo, le si colmò per un istante di odio, portandola a
disprezzare con fermezza il monaco e tutti gli adepti, rimpiangendo quasi
di aver offerto loro una morte tanto rapida in contrasto con le atroci
sofferenze che avrebbero meritato. Ma quel pensiero fuggevole venne
presto scordato in favore di necessità più immediate, prima fra tutte
l’esigenza di non lasciare quel fragile corpo così liberamente offerto alle
insidie del mondo.
Gettando fragorosamente le catene a terra, lontane dalla loro
prigioniera, ella si volse verso la sala, iniziando a osservare i vari cadaveri
presenti per scegliere una delle loro bianche tonache, in realtà ormai
tendenti a un colore fra rosso e marrone per il sangue rappreso su esse. Le
alternative non mancarono e alla fine ella individuò un abito indossato da
una donna di dimensioni e proporzioni non eccessivamente dissimili da
quelle della fanciulla, ancora integro laddove la sua precedente
proprietaria aveva trovato morte nel essere decapitata per sua mano con
un colpo secco e preciso.
E nel mentre in cui rivestiva delicatamente la fanciulla, cercando di
non premere troppo sulle braccia e sulle gambe già ferite dalle catene che
su di esse avevano lasciato i segni della propria prepotenza, Midda non
colse il fremito che fece vibrare le ciglia della ragazza e che, poco dopo,
vide socchiudere i suoi occhi.
72 Sean MacMalcom
«Dairlan…» sussurrò, quasi inudibile, prima di ricadere in uno stato di
incoscienza.
MIDDA’S CHRONICLES 73

La città del peccato

riarya, una delle tre province della zona meridionale di Kofreya:

K insieme a Karesya e Lysiath, essa si poneva quale confine


meridionale del regno.

Nel territorio di Kriarya era una vasta parte della palude di Grykoo: un
tempo, secondo quanto narravano leggende e ballate, laguna ricca di vita
animale e vegetale nonché di attività umane, ora ridotta a una landa
desolata e infetta, in cui nessuno si sarebbe mai voluto inoltrare e da cui
nessuno, inoltratosi in essa, ne aveva mai fatto ritorno. Nella palude di
Grykoo, infatti, non la vita ma la morte si poneva dominatrice su ogni
cosa: lo stesso concetto di esistenza, paradossalmente, appariva quasi in
contrasto con la natura di quella zona, una minaccia che non avrebbe
potuto, che non avrebbe dovuto, turbare la quiete lì presente. Non i vivi,
ma i morti avrebbero per sempre abitato le nere acque fangose di ciò che
un tempo era stata definita laguna: i morti che entro quei confini
giacevano, lì erano in grado di rianimarsi nel difendere la loro palude da
invasori viventi. Nel cuore di quell’area, poi, un santuario consacrato a
oscure divinità si ergeva da epoche remote maestoso e mortale: quasi
nessuno, salvo gli adepti di quei riti blasfemi, era mai giunto fino a tale
edificazione; nessuno, poi, era mai sopravvissuto per poterne riportare
voce, per offrire descrizione degli incubi orrendi che lì trovavano
concretizzazione.
Nessuno prima di lei…

La terra malsana conosciuta come palude di Grykoo, invero, non era


l’unica piaga della provincia: se il confine meridionale era infatti
posseduto da quella fetida presenza, il confine orientale presentava un
fronte di guerra aperto da ormai troppi anni con il vicino regno di Y’Shalf.
La maggior parte di coloro che continuavano a combattere quel conflitto a
ogni possibile livello gerarchico essi fossero, dalla recluta volontaria al
sommo generale, si erano scordati le ragioni scatenanti della medesima.
Purtroppo, però, l’ordigno bellico, una volta innescato, non avrebbe
potuto essere arrestato: se una delle due parti avesse ritratto le proprie
truppe, infatti, avrebbe ammesso la propria inferiorità nei confronti
dell’avversario. Impossibile, quindi, ipotizzare una conclusione diversa
dalla vittoria di una delle due parti e dalla sconfitta dell’altra: chiunque fra
Kofreya e Y’Shalf avesse avuto la meglio, avrebbe conquistato e
74 Sean MacMalcom
soggiogato l’avversario, annettendolo, nel migliore dei casi, ai propri
territori o vessandolo, nella peggiore delle ipotesi, con le più sadiche
piaghe che l’umano intelletto avrebbe saputo ideare, fino alla fine dei
tempi o fino a una nuova guerra.
Se i confini meridionali e orientali della provincia non offrivano
attrattive, a sua volta il territorio interno alla medesima non si riusciva a
presentare migliore: tanta desolazione periferica, del resto, non avrebbe
potuto assolutamente offrire il clima di tranquillità utile a incentivare gli
insediamenti rurali o le rotte commerciali che avrebbero potuto portare
ricchezza alla zona. Le fattorie che un tempo esistevano nelle valli erano
state le prime a essere saccheggiate all’inizio del conflitto con Y’Shalf,
razziate in ogni risorsa dagli stessi soldati dell’esercito kofreyota, troppo
entusiasti della guerra e del proprio ruolo di potere per prendere in
considerazione la dignità umana, per perdere tempo a riflettere sull’onore
che avrebbe dovuto distinguere un guerriero da una bestia selvaggia e
priva di controllo. Del resto, quell’assenza di ordine e disciplina era anche
da imputarsi a una scelta dei loro comandanti, che solo attraverso quei
saccheggi, nella baldoria delle violenze offerte alle stesse persone che
avrebbero dovuto difendere, sapevano offrire distrazione ai propri
subalterni come altrimenti non sarebbero stati in grado di fare.
Di fronte a un simile scenario, ovviamente, nessun insediamento ebbe
modo di sopravvivere ai primi anni di guerra e terra bruciata si creò
laddove un tempo erano stati fertili campi coltivati e prolifici allevamenti:
i contadini e gli allevatori persero rapidamente ogni fiducia verso i propri
governanti, verso un regno che permetteva simili soprusi, e tale stato
emotivo diede origine nel tempo al fenomeno poi definito “brigantaggio”.
L’organizzazione dei briganti delle valli, così, era divenuta
paradossalmente la sola possibilità di vita civile per tutte le persone
comuni, per tutti coloro che desideravano vivere la propria vita in pace,
lontano da ogni intrigo di potere politico, lontano dalla falsità e dalla
menzogna offerta da ogni sovrano e feudatario.

In un tale contesto, la popolazione della provincia di Kriarya si poteva


quindi classificare in tre principali categorie: i soldati, impegnati nella
morte della guerra; i briganti, impegnati nella pace della vita; e tutti gli
altri, impegnati nella sopravvivenza quotidiana.
Alla terza categoria appartenevano i più differenti generi di persone,
interessati a diversi campi d’azione: dalle prostitute ai ladri, dagli
assassini ai bari, dai ricettatori ai mercenari. Tutti, normalmente, si
affollavano nella città di Kriarya, al centro dell’omonima provincia di
competenza, che si offriva in questo modo tutt’altro che accogliente per
chiunque non appartenesse a una simile masnada. Al contrario, per tutti
MIDDA’S CHRONICLES 75
coloro che invece dominavano realmente la vita quotidiana di quella
capitale, essa era tutto ciò che avrebbero potuto desiderare, in un
equilibrio di forze e poteri tanto perfetto da apparire quasi civile, benché
lontano da tutto ciò che si sarebbe potuto definire tale.
Il potere economico e sociale era accentrato in diverse figure, fra loro
concorrenti e antagoniste, che si spartivano in maniera perfetta l’urbe ben
sapendo che qualsiasi tentativo di espansione in un territorio non proprio
avrebbe significato la rottura di quell’armonia e la perdita di tutto ciò che
erano riusciti a ottenere. Tali figure avevano al proprio servizio sicari e
mercenari, che operavano secondo le direttive loro offerte, guadagnando
somme più che generose che finivano, però, puntualmente spese nei
divertimenti effimeri offerti da bari e prostitute, i quali, a loro volta,
dipendevano ovviamente dalle stesse figure di potere per ottenere
protezione e sicurezza. Un circolo vizioso, pertanto, che vedeva il
mantenimento costante dell’equilibrio all’interno della società, in una
soddisfazione collettiva: nulla che ovviamente potesse essere definito
“vivere”, ma sicuramente una maniera più che dignitosa di
“sopravvivere”.

Midda Bontor, donna guerriero, era comparsa alcuni anni prima a


Kriarya da lande ignote, pronta a offrire i propri servigi come mercenaria.
In quella provincia, all’epoca del suo arrivo, le uniche donne capaci di
impugnare le armi erano briganti ed, escludendo che ella potesse esserlo
dato che essi non si sarebbero mai avvicinati alla città, il suo aspetto
florido e femminile non le aveva permesso, inizialmente, di essere accolta
con la dovuta serietà. Molti l’avevano derisa, altri le avevano proposto
una promettente carriera come prostituta, offrendole anche cifre di fronte
alle quali chiunque altro avrebbe venduto non solo il proprio corpo ma
anche quello della madre, della sorella e, magari, della figlia. Ella, però,
aveva offerto rapidi chiarimenti a tutti, facendo sì che rapida si
diffondesse l’inequivocabile voce che una donna guerriero dai capelli
corvini, gli occhi di ghiaccio e con una cicatrice in viso, era giunta in città e
sarebbe riuscita laddove nessun altro avrebbe potuto farcela in cambio
della giusta ricompensa.

Proprio davanti alle alte mura di Kriarya, ella aveva appena fatto
ritorno dall’ultima sua missione, nel corso della quale aveva espugnato il
santuario perduto nella palude di Grykoo, sterminando gli adepti di quel
blasfemo culto per impossessarsi di due gemme magiche, che le avrebbero
fruttato una grande ricompensa, pari a non meno di quattro volte il prezzo
inizialmente pattuito.
76 Sean MacMalcom
Accanto a lei, stretta al punto di sembrare aggrappata quasi come una
bambina alla madre, era una giovane fanciulla con lunghi capelli rossi e
forme ancora adolescenziali avvolte in una tunica di tessuto bianco,
adornato con vaste macchie di sangue rappreso. Gli occhi verdi della
ragazza osservavano spaventati il centro urbano che si estendeva davanti
a loro, con le mille insidie di esso che l’avrebbero attesa oltre quelle mura.

«Ora stammi vicina, Camne.» le raccomandò la donna guerriero


«Questo posto non è adatto a una ragazza come te.»

Camne era il nome con cui la giovane dai capelli rossi si era presentata
alla sua salvatrice quando aveva ripreso conoscenza.
La fuga di Midda dal tempio, dopo il recupero delle pietre, non aveva
offerto fortunatamente eccessivi ostacoli: persino gli zombie, infatti, non
erano apparsi di fronte al suo cammino, forse in conseguenza della
sconfitta del monaco albino, celebrante dei riti oscuri del santuario, forse
in virtù del possesso da parte della donna delle gemme di Sarth’Okhrin,
con le misteriose e occulte capacità delle quali comunque ella non
intendeva assolutamente avere a che fare. Il suo incarico si era esaurito nel
recupero di quelle due gocce d’ambra e al di fuori di tale compito ella non
aveva alcun desiderio d’azione. L’unica difficoltà incontrata nel lasciare le
lande desolate della palude di Grykoo era stata proprio la presenza della
fanciulla, inizialmente trasportata di peso perché ancora priva di sensi: la
donna guerriero, per quanto forte e tenace, non aveva alcuna inumana
capacità di riprendersi dalle ferite che aveva subito. Solo il tempo le
avrebbe riconcesso tutte le proprie energie, tutta la propria combattività e,
per tale ragione, il condurre seco l’ultima prigioniera del tempio blasfemo
non era stata un’impresa banale: nonostante il lieve peso della ragazza e il
minimo ingombro che ella le offriva, la donna era stata costretta a farsene
carico in spalla, sulla schiena ancora dolente per i troppi colpi incassati, e a
condurla passo dopo passo attraverso la melma e le sabbie mobili, a denti
stretti per non gemere il proprio male.
Dopo quasi un intero giorno dall’uscita dal territorio della palude di
Grykoo, la giovane aveva finalmente ritrovato coscienza di sé, riaprendo
gli occhi e presentandosi con il nome di Camne Marge, dell’isola di
Dairlan.

«Dairlan?» aveva ripetuto Midda, nel sentire quel nome «Sei


decisamente lontana da casa, ragazza.»
«D-dove siamo?» aveva domandato la fanciulla.
«A sud. Nel regno di Kofreya.» le aveva chiarito la donna.
MIDDA’S CHRONICLES 77

Dairlan era una piccola isola lungo la costa nord-ovest del continente,
a molte settimane di nave dalla loro attuale posizione. Come la maggior
parte delle piccole isole, essa non era controllata da alcun monarca, ma
riconosciuta e rispettata da tutti quale territorio libero e autonomo,
autogestito dai propri abitanti in una sorta di sistema democratico che la
garantiva quale porto sicuro per navi di qualsiasi bandiera. Pensare che la
fanciulla fosse stata rapita tanto a nord per essere condotta fino a quel
tempio maledetto aveva un qualcosa di perverso.
Dopo alcuni giorni di cammino nelle valli kofreyote, nel corso delle
quali la donna guerriero aveva avuto modo di iniziare a ritemprarsi al fine
di non giungere a Kriarya eccessivamente debole, Midda e Camne
giunsero quindi alle porte della capitale di quella provincia: la prima
desiderosa di riscuotere la propria ricompensa e rimettersi completamente
in forze prima di intraprendere il viaggio verso nord, la seconda
intimorita da ciò che avrebbe potuto trovare all’interno dei quelle mura.

Kriarya si presentò al loro sguardo alta e imponente, con scintillanti


torri di pietra tendenti al cielo quasi come una sfida agli dei, ognuna
diversa eppur tutte simili.
Nessun edificio all’interno della città offriva forme tondeggianti,
preferendo anche nelle proprie basi delle strutture poligonali, per
differenziarsi dalla vicina Y’Shalf con cui in realtà condivideva molto più
di quanto non volesse ammettere. Lo stile architettonico dei due regni, per
quanto fra loro nemici, era infatti molto simile nelle preferenze estetiche, a
partire da quelle strutture altissime e appariscenti, concludendo con i
particolari minori, quali il taglio delle porte e delle finestre, praticamente
assimilabile: dove, però, a oriente ogni angolo sembrava voler essere
eliminato in favore di un’armonia di curve e superfici lisce e lucenti; a
occidente, ogni curva appariva superflua, eliminata a vantaggio di spigoli
e superfici rudi, di pietra nuda. Due volti della stessa medaglia, i quali
comunque non desideravano accettare la propria somiglianza e che,
grottescamente in quei tentativi fallimentari di diversificazione, cercavano
di rinnegare la propria stessa natura per imporsi una sull’altra.

Le mura che abbracciavano l’intero perimetro dell’urbe rispettavano a


loro volta lo stile kofreyota, offrendosi in un’ampia pianta a dodecagono,
forte e compatta nella nuda pietra grigia della propria superficie,
interrotta unicamente sui bastioni più elevati da file regolari e alternate di
finestre, abbastanza larghe da permettere alle guardie al loro interno di
scorgere e attaccare eventuali nemici, ma sufficientemente strette da
impedire a qualsiasi offesa nemica di superare tale protezione. Ai dodici
78 Sean MacMalcom
angoli del baluardo, poi, si ergevano dodici larghe torri dalla pianta
egualmente a dodecagono, in cima a ognuna delle quali ardeva
perennemente, giorno e notte, un grande braciere: il colore delle fiamme
di quei fuochi, opportunamente modificato attraverso polveri minerali
adeguate, poteva così permettere di comunicare rapidamente messaggi di
interesse generale da ogni estremo del perimetro all’intera città,
segnalando i più vari pericoli ed emergenze in un complesso codice visivo
che ogni abitante della capitale aveva imparato rapidamente a conoscere.
Le porte della città erano solo quattro, disposte nei quattro punti
cardinali. Inizialmente, prima della guerra, esse in realtà si potevano
addirittura contare nel numero di dodici, ognuna al centro di uno dei lati
delle mura: con l’esplosione del conflitto, però, la presenza di così tante
vie di accesso era stato considerato strategicamente negativo e per questo
si era preferito murare otto ingressi, conservando liberi solo quelli ritenuti
estremamente necessari. Il tempo, successivamente, aveva cancellato
anche il ricordo di quelle vie occluse, ricoperte da polvere, terra e muschio
così tanto da non poter più essere distinte dal resto della cinta difensiva.

Midda e Camne, giungendo da sud-est avrebbero avuto l’imbarazzo


della scelta in due diverse e comode alternative, ma la donna guerriero
aveva preferito allungare il cammino e penetrare nella città dall’ingresso
occidentale, più vicino alla locanda in cui era solita alloggiare. Benché non
lo avrebbe mai ammesso, infatti, la presenza della ragazza al suo fianco la
preoccupava: al di là dei segni delle catene sulle giovani e delicate braccia
e gambe, che ancora piagavano quella bianca pelle, la fanciulla offriva una
certa avvenenza in quel suo non essere ancora donna ma non essere più
neanche bambina. Un corpo così giovane e puro avrebbe certamente
attratto molti sguardi all’interno di Kriarya e, inevitabilmente, a seguito
delle occhiate sarebbero giunti tentativi di approccio più o meno violenti:
normalmente la donna guerriero non avrebbe temuto nessuno di tutti gli
abitanti della capitale, ma sapeva di essere ancora estremamente provata
dalla missione all’interno della palude, e rischiare di ritrovarsi ad
affrontare orde di pendagli da forca per proteggere quell’investimento dai
capelli rossi era l’ultima cosa che desiderava.
Per tale ragione un poco di prudenza non sarebbe certamente
guastata.
L’ingresso a ponente dell’urbe ci proponeva, al pari degli altri ingressi,
presidiato da un drappello di soldati kofreyoti: la sorveglianza,
ovviamente, era minima, atta unicamente a ridurre il rischio della
presenza di eventuali spie y’shalfiche. Nessuno invero avrebbe comunque
prestato attenzione a coloro che sarebbero entrati e usciti dalla città, specie
durante il giorno: anche al suo primo ingresso a Kriarya, Midda non aveva
MIDDA’S CHRONICLES 79
dovuto fare altro che offrire il proprio nome e lo scopo della propria visita,
domande che successivamente non le erano più state poste laddove ben
presto ella era riuscita a imporre una certa fama, utile a non concedere più
dubbi sulla propria identità.

Giungendo così alla porta, la donna guerriero avanzò con passo fermo
e schiena dritta attraverso la solita folla di mercanti nomadi lì impegnati in
ogni genere di affari, tenendo accanto a sé la ragazza e non offrendo
alcuno sguardo a tutti coloro che, al contrario, a loro ne donavano
parecchi. Era ormai abituata a una simile accoglienza e nonostante la
maggior parte di quelle persone sapessero, ora, con chi avevano a che fare,
essi non rinunciavano a bearsi per pochi istanti della vista di quel corpo
inarrivabile, considerato più che sprecato nell’attività mercenaria che ella
aveva scelto per la propria vita.

’ingresso della donna e della ragazza in città non poté passare


inosservato. Se sulla porta occidentale molti sguardi si erano
L rivolti verso entrambe, all’interno delle mura non fu diverso
se non che, oltre agli sguardi, anche qualche esplicito
commento non si fece attendere, come Midda aveva purtroppo previsto.
Sebbene il passo dettato dalla donna guerriero restò regolare e ritmico,
controllato al fine di dimostrare assoluta sicurezza e alcuna fretta
altrimenti interpretabile come chiaro segno di timori e debolezza, ella
cercò di non rendere il cammino verso la locanda di un solo piede più
lungo del dovuto. Negli occhi color ghiaccio, le pupille si contrassero fino
a risultare due punti neri quasi indistinguibili, offrendole un’apparenza
spettrale: nessuno avrebbe osato rivolgersi direttamente verso di lei, né
accennare un solo commento in suo merito, anche qualora si fosse già
allontanata, temendo l’ira di quella mercenaria la quale sembrava essere
stata forgiata dagli dei solo per combattere e uccidere.
Al suo fianco, però, Camne non si propose egualmente protetta
dall’aura che avvolgeva la sua salvatrice: per quanto reverenziale timore
potesse essere in grado di generare la donna guerriero, la presenza di una
preda tanto giovane e attraente in un simile covo di disperati senza anima
od onore appariva simile a quella di un cerbiatto ferito e spaesato in
mezzo a un branco di lupi. Neanche la tonaca bianca macchiata di sangue
rappreso fu un sufficiente disincentivo a tanto interesse: quel viso così
innocente e puro, circondato da folti capelli simili a fuoco, era troppo
candido per poter creare dubbi sull’assoluta inoffensività della fanciulla.
80 Sean MacMalcom
Certamente in quel momento ella si concedeva protetta da Midda e solo
uno stolto senza alcun amore per la propria esistenza avrebbe osato
avvicinarsi, ma in tutti gli spettatori era la certezza che la donna guerriero
non avrebbe potuto proteggere quel bocconcino prelibato in eterno. Prima
o poi, la fanciulla sarebbe rimasta sola, e in quell’esatto istante ella sarebbe
diventata loro.
Ma se era vero che solo uno stolto senza alcun amore per la propria
esistenza avrebbe osato avvicinarsi alla donna guerriero, era purtroppo
altrettanto vero che in Kriarya, in effetti, candidati a un tale ruolo non
sarebbero mai mancati. E il primo fra essi decise di mostrarsi tale proprio
quando solo pochi passi separavano ormai la coppia dalla loro meta.

«Sei stata gentile a portarci una tua amica, sfregiata.» commentò una
voce maschile.

La donna guerriero si voltò verso il proprietario di quelle parole,


ritrovandosi a osservare un uomo più alto rispetto a lei di almeno un
piede. I capelli, castani con riflessi dorati per effetto del sole, e la pelle,
abbronzata al punto da concedersi praticamente bronzea, lo qualificavano
immediatamente come tranitha. Tagliata corta, pur senza esagerare, la
chioma quasi felina incorniciava un viso duro, spigoloso nei suoi tratti e
nei suoi zigomi, sul quale un unico occhio blu risplendeva nel lato sinistro
del viso: laddove avrebbe dovuto offrirsi l’occhio destro, altresì, una
benda marrone avvolgeva il capo, perdendosi fra i capelli. Il corpo
dell’uomo, poi, si presentava muscoloso e forte, lucente nella tonalità della
sua pelle e nel misto di olio e sudore che lo ricopriva: nessun abito celava
le membra guizzanti sotto l’epidermide tesa, fatta eccezione per un
perizoma e due sandali di cuoio. Al suo collo erano i resti di qualche altro
abbigliamento, forse una casacca o una tunica, che stracciati pendevano
frementi sul largo petto scolpito, agitati da un respiro aritmico, a tratti
affannoso. Le braccia, poi, si mostravano bendate attorno a entrambe le
mani fino ai polsi, imitando le usanze di alcuni combattenti provenienti
dalle terre a oriente, e ricoperte fino alle spalle da un fitto intreccio di
tatuaggi tribali, non troppo diversi in effetti da quelli del braccio sinistro
di Midda al di fuori del colore, il quale, invece di risplendere azzurro, si
confondeva quasi con la pelle stessa dell’uomo in una tonalità di marrone.
A completare il quadro non piacevole offerto allo sguardo della
donna, infine, era l’arma che egli impugnava nella mancina: una medrath,
una sorta di spada corta dalla lama triangolare a doppio filo, dotata di
un’impugnatura da tirapugni che ne permetteva l’utilizzo come
estensione del proprio braccio, della propria mano, rendendola facile da
adoperare e particolarmente letale anche in soggetti non addestrati alla
MIDDA’S CHRONICLES 81
scherma. Tali lame, per quanto pericolose, non erano armi da guerriero
ma, piuttosto, da bassa manovalanza, da semplici picchiatori che
desideravano elevarsi a un rango superiore al proprio, spesso per proporsi
come mercenari a qualche potere locale: individui quindi non
particolarmente pericolosi per un vero guerriero come era lei, ma
comunque da non sottovalutare.
Un orso, per quanto dotato di un intelletto elementare animale e privo
di qualsiasi istruzione all’uso delle armi, sarebbe restato pur sempre una
bestia temibile: non diverso era l’uomo che ella aveva di fronte, un orso
selvaggio, il cui alito lasciava trasparire le ragioni di tanta imprudenza da
parte sua. Alcool.

«Sei ubriaco, guercio.» rispose ella, stringendo nella mano sinistra


l’impugnatura della sua spada «Cedimi il passo e soprassederò su questo
tuo affronto nei miei riguardi.»
«E tu sei una cagna che non vuole accettare il proprio ruolo.»
sentenziò l’uomo.

Il vociare che caratterizzava i viottoli della città si arrestò di colpo a


quelle parole, mentre ogni sguardo, ogni attenzione si rivolse verso il
guercio e la donna guerriero. Entrambi erano volti più che noti in quelle
vie, conosciuti da tempo, entro certi limiti anche apprezzati o temuti, e ciò
che stava accadendo in quel momento, se ne rendevano conto tutti,
avrebbe potuto avere risvolti anche molto gravi. L’uomo doveva aver
ovviamente ecceduto nell’alcool, forse a festeggiare qualche propria
scorribanda notturna, forse per altre ragioni, e ciò l’aveva condotto in
quello stato di assenza di raziocinio tale da permettergli di sfidare
apertamente Midda, di insultarla davanti a tutta la città: certo, ciò che
aveva manifestato altro non era che un pensiero condiviso da molti, ma
nessuno avrebbe mai osato offrire voce a tale idea. Per quanto femminile
potesse essere il corpo concesso al loro sguardo, il suo animo si poneva
irrimediabilmente guerriero, pronto a seminare morte con la stessa
naturalezza con cui un contadino avrebbe sparso chicchi di grano su un
campo arato.

La mercenaria socchiuse gli occhi a quelle parole, valutando


rapidamente il da farsi: prevedibilmente l’uomo avrebbe atteso solo pochi
altri istanti prima di tentare un raffazzonato attacco, offesa che ella,
nonostante non fosse al pieno delle proprie energie, non avrebbe dovuto
avere alcun problema a scartare, estraendo la propria lama e ponendo
rapidamente fine a quell’assurdo scontro. Nelle leggi non scritte di
Kriarya, ella avrebbe avuto pieno diritto a prendere la vita dell’uomo,
82 Sean MacMalcom
come risposta sia all’offesa subita, sia al tentativo di attacco che egli stava
per compiere: nessuno attorno a loro, anzi, si sarebbe atteso qualcosa di
diverso da simile conclusione, dalla morte del tranitha che, per propria
disgrazia, era apparso nel luogo sbagliato al momento sbagliato.
Nonostante però quella morte le fosse dovuta, ella non riteneva utile
pretenderla in quel frangente. Era una mercenaria e, come tale, era
abituata a dare un valore a ogni propria azione: la morte dell’uomo
sarebbe stata del tutto gratuita, non offrendole nessun vantaggio, non
concedendole alcun privilegio, neanche sociale, superiore a quelli che già
possedeva.
In quel pensiero, la strategia di difesa si propose già pianificata con
chiarezza nella sua mente.

Come previsto da Midda e atteso da tutta la folla apertasi attorno a


loro, per assistere allo scontro, l’uomo inspirò affannosamente una grande
boccata d’aria, prima di gettarsi in modo sconclusionato contro
l’avversaria, con foga animale, tendendo il braccio destro in avanti per
riuscire ad afferrarla e bloccarla, e il braccio sinistro indietro, a caricare il
colpo di grazia. Nell’offuscamento offerto dall’alcool, egli non desiderava
neanche tentare di possederla, di dominarla: era solo la morte a
interessarlo, unicamente la distruzione perché ciò che egli non avrebbe
potuto avere non avrebbe avuto senso di esistere. La donna guerriero,
senza scomporsi, lascio ricadere con delicatezza ma decisione la
compagna a terra, al proprio fianco, liberando così il braccio destro,
lucente nel metallo nero dai riflessi rossi dell’armatura che perennemente
la rivestiva in quel punto. Quando il guercio la raggiunse, mirando al collo
con la propria enorme estremità, ella mosse la propria mano sinistra ad
afferrarne il polso, in un gesto rapido come quello di un serpente,
muovendosi lateralmente per evitarne la traiettoria: tirandolo con minimo
di forza, ella riuscì a rivoltare contro di lui tutta quell’enfasi,
sbilanciandolo nella propria stessa irruenza.
Impossibilitato a controllare i propri movimenti, l’uomo si ritrovò così
trasformato da predatore a preda, privato del proprio equilibrio e di ogni
possibilità di difesa in opposizione a qualsiasi attacco che ella avrebbe
desiderato offrirgli. La donna non mancò di avventarsi contro di lui,
guidando in un’ampia parabola il proprio braccio destro, la propria mano
metallica, a impattarsi sul retro di quel collo taurino, colpendolo di taglio
con violenza controllata all’attaccatura del capo stesso.
Un’azione che, complessivamente, non si protrasse per più di pochi
attimi e che vide l’uomo crollare privo di sensi ai piedi della donna,
impassibile sopra l’avversario sconfitto.
MIDDA’S CHRONICLES 195

Gli spettri della nave

l mare: l’ultima grande frontiera dell’umanità.

I Con le sue insidie, i suoi tesori nascosti, le sue leggi, il suo potere,
il mare da sempre era apparso agli occhi di ogni mortale come la
più evidente manifestazione dell’esistenza degli dei: dove la terra stessa
avrebbe potuto essere piegata ai voleri degli uomini, forgiata per costruire
città e fortezze, templi e campi coltivati, il mare si sarebbe concesso
indomito e indomabile, capace di dispensare vita o morte a chiunque in
esso avesse osato avventurarsi in base ai propri esclusivi capricci. Come
per ogni divinità, anche i desideri del medesimo sarebbero potuti essere
interpretati e, soprattutto, avrebbero dovuto essere rispettati: a coloro che
si fossero dimostrati in grado di compiere questo, comprendendo il mare e
i suoi voleri, esso avrebbe offerto la propria generosità, concedendo
abbondantemente i propri frutti non diversamente da una madre che dona
il proprio seno al figlio per nutrirlo.
Ma la capacità di sapersi avvicinare al mare, di saperlo rispettare e
interpretare non era mai stata concessa a tutti: al contrario, tale conoscenza
era da sempre risultata, invero, più arcana e mistica della stessa
stregoneria, della negromanzia, dove anche stregoni e negromanti nulla
avrebbero potuto di fronte a tanta indomabile e fiera volontà. Il dono di
poter comprendere il mare era, infatti, concesso solo ai suoi eletti, ai suoi
figli prediletti, coloro che per sorte, per destino avevano avuto la fortuna
di nascere nella sua grazia: pescatori e marinai quindi, concepiti e cresciuti
a contatto con il mare ancor più che con la terra, capaci di nuotare ancor
prima di camminare, che mai avrebbero sfidato o contrastato il volere
delle correnti ma a esse si sarebbero affidati, lasciandosi trascinare nel
compimento del loro e del proprio desiderio di vita. Solo essi, coloro che
avevano avuto la fortuna di nascere con il mare nell’animo e l’animo nel
mare, sarebbero stati in grado di veleggiare sulla sua superficie, di
attraversarne le mille insidie con una possibilità di fare ritorno a casa. Non
una certezza ma solo una viva speranza perché, nonostante la benedizione
del mare verso di essi, anche marinai e pescatori non avrebbero mai
dovuto considerare la sua potenza domata, i suoi pericoli scampati: così
come il mare si proponeva a offrir loro la vita, esso si sarebbe potuto
impegnare nel toglierla con altrettanta facilità, freddamente, cinicamente
forse, ma concedendosi assolutamente equo e imparziale, non osservando
volto alcuno prima di compiere le proprie scelte. Il più ricco fra i potenti e
196 Sean MacMalcom
il più povero fra i derelitti si sarebbero offerti sempre uguali di fronte a
esso ancor più che nell’impegno improrogabile con la morte: se l’ultimo
grande appuntamento di ogni mortale avrebbe potuto essere rimandato,
seppur non a tempo indeterminato, grazie alla forza e al denaro, nel
confronto con il mare nessuna preferenza sarebbe mai stata offerta, nessun
distinguo sarebbe mai stato compiuto.
Equo era il mare, imparziale giudice davanti al quale alcun uomo,
donna o bambino avrebbe mai potuto mancare di rispetto tentando raggiri
e menzogne: il più saggio e il più folle fra i tiranni dell’umanità avrebbero
potuto anche essere ingannati, piegati a un volere esterno dal proprio, ma
non il mare, non la sua divina potenza.

Le azzurre distese d’acqua circondavano ogni territorio su cui l’uomo


avesse mai messo piede, di cui qualsiasi cronaca avesse mai parlato.
Coloro che si erano mai posti dubbi e domande riguardo a come terra
e mare fossero disposti sulla superficie del pianeta, principalmente
studiosi, religiosi e folli, avevano da tempo raggiunto accordo in una
conclusione comune. Il mondo doveva avere in qualche modo una propria
intrinseca delimitazione fisica nonostante esso apparisse infinito
all’orizzonte, perché senza l’esistenza di confini alla propria estensione il
sole, la luna e gli altri astri del cielo non avrebbero potuto compiere le
proprie rivoluzioni nel passaggio fra giorno e notte, muovendosi attorno a
tutto ciò che era. Tale delimitazione, di qualsiasi natura essa fosse, avrebbe
dovuto pertanto essere presente oltre il mare, oltre lo stesso orizzonte,
nella direzione verso la quale chiunque avventurandosi non aveva e non
avrebbe mai fatto ritorno. Sulla forma del pianeta stesso, poi, tutti si
sarebbero concessi più che disponibili a offrire le proprie ipotesi, in
inevitabile contrasto l’una con l’altra, dove comunque, a fini pratici, alla
gente comune poco sarebbe importato di conoscere simili dettagli:
l’importante sarebbe stato solo comprendere e sapere come tutte le terre
fossero circondate dall’acqua, dalla presenza del mare, simili a un vasto
arcipelago nel quale i continenti, Hyn, Myrgan e Qahr, si offrivano al pari
di isole maggiori.
Tre erano, infatti, le principali terre emerse sulla superficie del mare,
tanto vaste e ricche di variegata natura da essersi nel tempo frammentate
in dozzine di diversi regni, con proprie culture, proprie regole, proprie
convinzioni religiose, propria storia: ma al di là dei regni, delle culture,
delle regole, delle convinzioni religiose e della storia, al di là della fisicità
stessa dei continenti, una forza primordiale, un potere incontrollabile
avrebbe sempre accomunato tutto ciò che esisteva nel mondo.
Tale energia era il mare.
MIDDA’S CHRONICLES 197
Nonostante anche il territorio sotto la giurisdizione di Kriarya, nel
regno di Kofreya, fosse a contatto con il mare nel proprio confine sud-
orientale, la presenza insorta della palude di Grykoo aveva reso
impraticabile tale via, distruggendo nel corso del tempo ogni tradizione
marittima presente in passato. Chiunque da quella zona avesse voluto
intraprendere un viaggio in nave avrebbe dovuto, pertanto, spostarsi
innanzitutto via terra alla ricerca di una costa, diversa da quella del
terreno maledetto della palude, e di una città portuale. E pertanto, da tale
area, solo due sarebbero state le alternative offerte nel voler minimizzare
la durata del tragitto terrestre e nell’evitare di oltrepassare il confine con
Y’Shalf, con la quale Kofreya era impegnata da anni in una violenta e
distruttiva guerra: Lysiath, sotto lo stesso controllo kofreyota, e Seviath,
appartenente al regno di Tranith.
Entrambe le città, invero, erano state originariamente fondate
all’interno dei confini di Tranith, ma nel corso dei secoli la prima era stata
ceduta al controllo di Kofreya: tale alienazione, se da un lato aveva
concesso nuovamente al regno beneficiario uno sbocco marittimo verso
meridione, dall’altro aveva diviso il territorio tranitha in due penisole fra
loro separate e impossibilitate a qualsiasi comunicazione diretta esterna.
L’omonima capitale della provincia di Lysiath, in realtà, non aveva mai
concesso comunque un contatto immediato con la costa, situandosi troppo
lontana dalla stessa e vedendo conseguentemente delegate le proprie
attività portuali a un centro minore. Al contrario, la città di Seviath si
ergeva completamente sul litorale risultando, anche grazie alla posizione
protetta offerta dal golfo a essa frontale, uno dei migliori e più frequentati
crocevia nautici del versante sud-occidentale del continente. Da una tale
situazione geografica si proponeva pertanto evidente la scelta di Seviath
come destinazione di passaggio per ogni viaggiatore, mercante o
avventuriero che da Kriarya avesse desiderato raggiungere la costa e da lì
partire per il resto del mondo conosciuto, o viceversa: nessuna frontiera,
del resto, si sarebbe frapposta a rallentare il cammino da e verso tale meta,
in conseguenza di un clima politico assolutamente collaborativo e pacifico
esistente fra i due regni confinanti.
A differenza di Kofreya, Tranith nella propria storia recente e remota
non ricordava infatti grandi guerre o desideri di predominazione: forse
complice l’intrinseca natura dedicata al mare, con un territorio metà
insulare e metà peninsulare, essa aveva da sempre preferito attività di
commercio e di pesca a quelle militari, arrivando a stipulare anche patti a
proprio svantaggio pur di evitare conseguenze belliche. Lo stesso
territorio di Lysiath, non a caso, era stato ceduto ai sovrani kofreyoti senza
colpo ferire: la modifica dei confini fra i due regni era stata sancita come
controparte alla stipulazione di un trattato di pace che avrebbe impegnato
198 Sean MacMalcom
Kofreya a non intraprendere azioni militari di alcun genere nei confronti
di Tranith almeno fino a quando, testualmente, nella palude di Grykoo
non fossero tornati a germogliare i fiori e i pesci non avessero ripreso a
nuotare nelle acque tornate trasparenti.
Una serenità, quindi, praticamente eterna, almeno nei propositi delle
parti in causa.

Avendo necessità di raggiungere una città portuale per fare rotta verso
l’isola di Dairlan, situata lungo la costa nord-occidentale del continente,
Midda Bontor, donna guerriero nonché mercenaria, e Camne Marge, sua
protetta, seguirono la soluzione più semplice, che apparve essere anche la
migliore. Esse diressero il proprio cammino verso Seviath, ponendosi al
seguito di una carovana commerciale partita da Kriarya pochi giorni
prima: la mercenaria, in cambio di un posto per se stessa e per la propria
compagna in tale convoglio, aveva offerto i propri servigi di guerriera, in
uno scambio di favori che non avrebbe potuto lasciare insoddisfatti i
mercanti della carovana, più che lieti di averla al proprio fianco, e che, in
realtà, non le aveva poi richiesto alcun reale impegno.
Il viaggio, infatti, ebbe modo di dimostrarsi assolutamente tranquillo,
nel percorrere vie già note e normalmente sicure, concedendo così alla
donna la possibilità di riposare il proprio fisico e curare le proprie ferite,
conseguenza delle sue ultime disavventure, opportunamente nascoste
sotto un amplio manto per non offrire notorietà di tale debilitata
condizione presso i nuovi compagni di viaggio.
La penisola principale del regno di Tranith si mostrava attraversata
dal proseguo della catena montuosa di Rou’Farth, la medesima che
divideva il confine fra Kofreya e Y’Shalf, e proprio nel punto in cui i monti
giungevano a incontrare il mare era stata fondata in tempi immemori la
città di Seviath.
Essa si offriva alta e imponente lungo il litorale, costruita sul crinale
stesso dei monti tale da apparire appoggiata come un velo a essi,
risplendente di marmi bianchi e bordi dorati, luminescente di mille piccoli
smalti che in mosaici multicolori decoravano ogni tetto, rendendola simile
a un meraviglioso gioiello, un diadema forse lì appoggiato da qualche dea
dei mari per non essere perso fra i flutti. Le forme delle architetture si
mostravano molto differenti dallo stile kofreyota e da quello y’shalfico:
laddove infatti le costruzioni in quelle terre erano solite tendersi verso il
cielo quasi a volerlo sfidare, in Tranith esse preferivano seguire le curve
del territorio, crescendo su di esso come un manto vegetale in edifici bassi
ma, spesso, molto contorti. Nessuno avrebbe saputo dire come e perché
fosse nato un tale stile, ma in tutto il regno e in particolare a Seviath le
case, le locande, i templi sembravano volersi sbizzarrire in ogni forma che
MIDDA’S CHRONICLES 199
mente umana fosse in grado di concepire, plasmandosi in aspetti sempre
originali e quasi mai ripetuti, mostrandosi a volte geometriche altre
caotiche, a volte più simili alla normalità altre tanto fantasiose da non
permettere comprendere cosa volessero rappresentare. Scalinate spesso
attorcigliate in spirali vertiginose congiungevano i vari livelli della città,
dalla costa frastagliata, nella forma di dozzine di moli diversi, fino a
sfiorare quasi le nuvole, fra le estremità degli edifici eretti più in alto sul
crinale del monte.
Nel versante più basso della città era accentrato il maggiore interesse
economico e commerciale, accalcandosi spontaneamente e naturalmente
attorno ai numerosi approdi, alle lunghe banchine in pietra che
sembravano voler violare il mare pur addentrandosi in esso con assoluto
rispetto, nella consapevolezza dei limiti da non poter prevaricare, da non
dover oltrepassare. Tante, tantissime erano le navi lì attraccate, apparendo
sulla superficie tranquilla dell’acqua come una vera e propria foresta di
alberi e vele, dondolanti quasi all’unisono eppur ognuna con un proprio
ritmo, una propria indipendenza, come le infinite onde del mare. Più
vicino ai moli, più accostate al porto, erano accentrate tutte le attività
mercantili, presenti in lunghe distese di banchi e banconi originariamente
forse concepiti per poter essere mobili e itineranti ma divenuti, nel tempo,
più immobili degli edifici stessi alle loro spalle. In un così vasto mercato
ogni genere di beni avrebbe potuto trovare il proprio giusto spazio, allo
scopo di soddisfare qualsiasi richiesta, esigenza, desiderio o sfizio di
qualsivoglia possibile cliente: sebbene la maggior parte degli acquirenti
fossero in realtà i mercanti delle varie carovane, in una ripartizione delle
competenze territoriali verso l’interno del continente, non mancavano
infatti anche compratori privati, persone comuni di ogni estrazione e ceto
sociale, anche se per lo più benestanti, che aggirandosi in quella fiera
cercavano di trasformare in realtà ogni propria fantasia. Stoffe preziose,
gioielli lucenti, spezie rare, ma anche terribili armi, attrezzature di ogni
natura e persino schiavi trovavano i propri spazi in quel contesto,
presentano le migliori offerte da ogni parte dei tre continenti.
Nel lato superiore della città era concentrato il potere politico della
medesima, in alcuna contrapposizione con quello economico,
rappresentato qual era dalle più antiche e ricche famiglie di mercanti di
tutta Seviath: in un regno che aveva fatto del commercio la propria
principale attività, tanto da arrivare a vendere interi territori nel
mantenere la pace e l’indipendenza, non avrebbe infatti mai potuto essere
una nobiltà di sangue a guidare le questioni politiche interne ed esterne.
Nobili e feudatari risultavano così sostituiti in quelle terre da potenti
mercanti, proprietari e armatori di flotte intere di navi che
quotidianamente attraversavano i mari a raggiungere mete per chiunque
200 Sean MacMalcom
altro inarrivabili: a loro, alla loro bravura, alla loro capacità di gestire i
propri affari era offerto l’onere e l’onore di scegliere in merito alle
questioni pubbliche, richiedendo ai medesimi lo stesso impegno e la stessa
dedizione che avrebbero posto in quelle private. E per quanto ovviamente
gli interessi privati spesso arrivassero a interferire in quelli pubblici,
l’assoluta libertà di mercato e la conseguente frammentazione dei domini
commerciali permettevano un’equa ripartizione dell’autorità, non
concedendo eccessi ad alcuna famiglia, non permettendo l’accentramento
del potere nelle mani di uno solo. Sul versante più alto della città, così, le
più sfarzose e lucenti costruzioni offrivano il bagliore delle proprie
decorazioni smaltate, dei propri colori abbaglianti, presentandosi quasi
come una lunga fila di luci guida per le navi più lontane, laddove neanche
i reali fari eretti lungo la frontiera dei moli sarebbero riusciti a mostrarsi.
Nessuna muraglia, nessuna cinta era mai stata eretta a difesa della
città, in quanto alcun pericolo per essa era mai stato previsto o sentito: la
filosofia di vita da sempre imperante in Tranith era infatti rivolta al
compromesso, non al conflitto. Nessun altro regno aveva mai cercato di
dichiarare loro guerra: tutti avevano invece preferito scendere a patti per
garantirsi la possibilità di scambi commerciali con le famiglie tranithe, per
riservarsi il diritto di poter usufruire delle loro reti di contatti, delle loro
risorse economiche. Poter essere loro alleati risultava da sempre offrire più
benefici che costi, ma nonostante ciò anch’essi avrebbero dovuto
confrontarsi con un’antagonista, una nemesi: i veri nemici del regno, i soli
avversari della quiete e della serenità di quelle terre si concedevano essere
i pirati, figli delle acque non diversamente dalla maggior parte dei tranithi
e degli abitanti degli altri regni delle coste. Votati fin dalla nascita al mare,
avevano fatto di esso il proprio unico luogo di vita, sfruttandone il potere,
accompagnandone la furia per compiere le proprie razzie, per accumulare
tesori e influenza al di fuori di qualsiasi legge, del rispetto per qualsiasi
regno o governo costituito: contro di essi alcuna barriera avrebbe mai
potuto difendere Seviath o qualsiasi altra città portuale, dato che il
pericolo da loro rappresentato sarebbe sempre giunto dal mare, dalla
stessa e sola direzione verso la quale mai si sarebbero potuti proteggere,
mai si sarebbero potuti chiudere a meno di non rinunciare alla propria
stessa natura.

Alcuna alta parete, alcuna torre di guardia, alcun blocco di militari


armati si offrì pertanto allo sguardo di Camne quando, affacciandosi dal
carro all’interno del quale aveva percorso il lungo viaggio dalla violenta e
bellica Kriarya, poté per la prima volta scorgere le luci di Seviath
giungendo da uno stretto passo fra le montagne al di sopra della città
stessa.
MIDDA’S CHRONICLES 201

… come un uccello colpito in volo,


ella si ritrovò a precipitare…
202 Sean MacMalcom
L’incanto di essa si concesse alla fanciulla in tutto il proprio splendore,
abbagliando la ragazza con i propri colori così brillanti, in una lucentezza
quasi magica offerta dal sole ancora lontano dal proprio zenit, da poco
sorto da dietro le montagne per salutare tutti gli abitanti della costa: al
confronto con Kofreya, con le sue tenebre di morte, Tranith appariva un
mondo a sé stante, una realtà che avrebbe potuto riempire di entusiasmo e
di gioia il cuore di chiunque, soprattutto quello di una giovane come ella
era.

«Un primo commento in merito a Seviath?» sorrise Midda, muovendo


il proprio cavallo ad accostarsi alla carrozza dove era la sua protetta.
«Beh…» rispose ella, guardandosi attorno con occhi spalancati ma al
contempo coprendosi lo sguardo con la mano per non restare accecata da
tanta luce «E’… wow…»
«Wow?» rise sommessamente la donna guerriero, di fronte alla
genuina e innocente semplicità dimostrata in quell’affermazione «La
prendo come una valutazione positiva.»
«Lo è!» confermò Camne, annuendo vistosamente e scuotendo così la
folta chioma rossa che circondava il proprio capo.
«Bene.» replicò la mercenaria, tirando appena le redini dell’animale
per rallentarne il cammino e tornare nuovamente nella propria posizione
in fondo al convoglio «Preparati… fra poco riprenderemo la nostra
strada.»

Lasciata la carovana mercantile come d’accordo all’arrivo in Seviath,


Midda e Camne proseguirono infatti sole per il proprio destino,
dirigendosi immediatamente verso il porto alla ricerca della possibilità di
compiere il medesimo.
La donna guerriero apriva la strada, camminando fiera e quasi altera,
con usuale passo sicuro e ritmico ma senza incedere in atteggiamenti
marziali: dal suo corpo, avvolto nei suoi classici e fin troppo rovinati
quattro stracci con l’addizionale offerta da un ampio mantello rosso scuro,
non poteva evitare di traspirare un’intrinseca femminilità, in una
sensualità spontanea come lo stesso respirare, come il battere del cuore.
Una fascia di colore indefinito fra azzurro e violaceo, una casacca grigia
tanto stracciata da apparire più simile a canottiera, pantaloni e stivali di
tonalità rosse e marroni non meglio identificabili e tenuti insieme forse
solo dalla sua forza di volontà: nonostante la povertà di quelli che solo ella
poteva osare definire abiti, fosse stata vestita anche con spazzatura
peggiore a quella, la mercenaria non avrebbe mai potuto apparire
spiacevole allo sguardo, non avrebbe mai potuto far allontanare le
attenzioni invece di attrarle. Gli occhi azzurro ghiaccio non si
MIDDA’S CHRONICLES 203
concedevano ad alcuno fra tutti coloro che li ricercavano quasi
grottescamente nell’eccessivo affanno e, anzi, mentre il suo braccio sinistro
ondeggiava tranquillo al ritmo di quei passi, il braccio destro in nera
armatura restava appoggiato quasi stancamente all’elsa della sua azzurra
spada: un monito per tutte le possibili cause di disturbo che avrebbero
potuto incontrare in un istinto forse eccessivamente protettivo, più che
indispensabile in una città come Kriarya ma quasi del tutto superfluo in
una come Seviath.
Nessun ladro si sarebbe avvicinato a loro, nessun ubriaco avrebbe
cercato di molestarle, nessun assassino avrebbe attentato alle loro vite: la
città del peccato era un lontano ricordo alle loro spalle, ma nonostante la
luminosità dei mille mosaici, la vita che scorreva forte in quelle vie come
sangue nelle vene, in Midda la guardia non sarebbe potuta essere
abbassata. Ella non avrebbe potuto concedersi un momento di quiete
interiore, non, soprattutto, dopo che qualcuno non ancora identificato, e
quindi ancora in vita, aveva tentato di ucciderla a tradimento: la ferita
subita alla spalla era ormai guarita nel suo corpo, rimarginata seppur con
pelle ancora delicata, ma nel suo animo quella freccia non era mai stata
estratta, conficcata con violenza tale da renderle difficile controllare le
proprie emozioni, di rabbia e rancore, a tali ricordi.

«Il clima in questa città è molto diverso da quello dell’altra….»


commentò la donna guerriero verso la propria compagna di viaggio «Ma
attenta a non restare abbagliata dall’apparente splendore di tutto ciò che ci
circonda.» aggiunse, raccomandandola.
«Cosa intendi dire?» domandò Camne, restandole vicina.
«E’ meglio non dare mai per scontato di essere al sicuro.» spiegò la
donna, avanzando con tranquilla fermezza «Meglio un paranoico vivo di
un ottimista morto.»

La fanciulla seguiva la propria protettrice, camminando con passo


quasi affrettato per non rischiare di perderla fra la gente che iniziava ad
affollare le vie della città, ma al tempo stesso distraendosi continuamente
per lo stupore di tutto ciò che la circondava, di tutto ciò che vedeva
attorno a sé: quegli edifici, quelle forme, quei giochi di luci e colori non le
concedevano tregua, richiamando la sua attenzione in mille direzioni
diverse, più bambina che donna in tale situazione. Gli occhi verdi della
giovane apparivano spalancati a cogliere ogni minimo particolare attorno
a sé, mentre i capelli rossi e lunghi, appena arruffati, si muovevano a
destra e a sinistra in contrapposizione ai movimenti del suo capo.
Il suo corpo, finalmente, si concedeva rivestito di vesti più che degne
di lei, scelte dalla donna guerriero al mercato di Kriarya: un’attillata ma
204 Sean MacMalcom
elegante casacca, trapuntata nei punti giusti a renderla più forte e
resistente, capace in tal modo di unire senso pratico a eleganza risaltando
le sue esili forme pur coprendole dal collo ai polsi; un paio di pantaloni
color arancione, di stoffa robusta ulteriormente rinforzata da sottili scaglie
metalliche, frutto di un sapiente artigianato utile a offrire una maggiore e
più completa protezione per chiunque l’avesse indossata, per nulla
inferiore a una leggera cotta di maglia; e due stivaletti in morbida pelle
marrone, utili per lunghe camminate senza affaticare i piedi, a completare
un quadro semplice ma di ottima resa estetica.
Camne, così vestita, era riuscita a celare parzialmente la propria
spontanea e naturale innocente presenza, apparendo più matura, più
decisa e sicura rispetto a prima: di certo l’illusione di tale forza d’animo si
concedeva estremamente effimera, ma Midda confidava di riuscire, con il
tempo, a proseguire nell’opera di indurimento del suo carattere, già
iniziata in quegli ultimi giorni.

«Quanto tempo ci tratterremo qui?» riprese la parola la fanciulla,


dimostrando alla compagna l’evidenza di un primo successo nella lotta
contro la sua innata timidezza.
«Spero il meno possibile.» rispose la donna, con serenità ma serietà,
voltandosi appena verso la protetta «Non dovremmo avere difficoltà a
trovare almeno una nave diretta verso nord. Non importa se anche non
proprio verso la tua isola: è sufficiente avvicinarci a essa e poi potremo
proseguire con altri mezzi…»
«Oh…» commentò la ragazza, guardandola con aria lievemente delusa
«E’ tutto così bello qui. Non mi sarebbe dispiaciuto se ci fossimo dovute
fermare… almeno per pochi giorni.»

La mercenaria non poté evitare di sorridere e poi scuotere il capo di


fronte a simili parole: non aveva idea di cosa la sua compagna avesse
dovuto affrontare prima del loro incontro, di come fosse stata catturata
dalla setta di fanatici assassini poi sterminata e di cosa essi avessero mai
potuto compiere con lei. Ma, nonostante tutto ciò che poteva aver passato,
nonostante il successivo rapimento fra le mura della città in cui la sua
stessa salvatrice aveva promesso difesa, la nuova prigionia e la guerra
scatenata per la sua liberazione, quella ragazza sembrava non aver perso
la propria sincera e innocente natura, così aperta alla bellezza
dell’universo intero come fosse di fronte a un fiore appena emerso dalla
propria gemma, così ben disposta alla purezza del creato come se nulla
potesse celare pericoli, potesse offrire violenza e morte.
Da un certo punto di vista, la donna guerriero invidiava una simile
ingenuità, ammirava quello sguardo capace di far risaltare il meglio di
322 Sean MacMalcom

Alla deriva

ppartenente all’arcipelago di Lodes’Mia, la piccola Konyso’M era

A in esso la principale isola, sede del governo della repubblica


marinara lì costituita.
La sua superficie, di forma vagamente romboidale, si concedeva
ricoperta nella metà settentrionale da una selva non curata di piante e
arbusti bassi e cespugliosi, adatti alla vita offerta dal terreno
prevalentemente sabbioso, mentre nella metà meridionale ospitava la
città, omonima rispetto alla stessa isola, con una popolazione non
superiore al migliaio di anime.
Sita nel mare di ponente, non distante dalle coste del continente di
Qahr, Konyso’M vedeva come la maggior parte delle sue simili nel
commercio e nella pesca la principale risorsa dell’economia locale: una
piccola oasi di pace, in cui tutte le guerre e i dissidi delle grandi terre
emerse sarebbero apparsi sempre come problemi lontani, appartenenti a
una realtà straniera, aliena quasi. La maggior parte dei konyso’mani era e
sarebbe nato, vissuto e morto all’interno dell’abbraccio protettivo offerto
dall’isola e dalle altre sue pari nell’arcipelago, nutrendosi dei frutti
concessi dagli dei del mare e proponendo solo pace e rispetto verso
chiunque a loro fosse giunto. Per i regni del versante sud-occidentale del
continente, del resto, la presenza di Konyso’M o delle altre isole di
Lodes’Mia non aveva mai rappresentato motivo di disturbo né aveva mai
offerto ragione di conquista: in una politica di assoluta neutralità, quelle
presenze nei mari, così come ogni altra piccola isola loro simile, si
proponevano unicamente quali porti da poter sfruttare, scali in cui potersi
rifugiare in ogni momento, non diversamente da quello che sarebbe stato
nel caso di una dominazione diretta. Prendersi l’onere di annettere quelle
realtà a un regno avrebbe rappresentato per gli stessi regnanti solo uno
spreco di risorse, non potendo ottenere vantaggi diversi da quelli di cui
già essi godevano e avrebbero potuto godere: tale evidente verità,
pertanto, si dimostrava essere la miglior protezione per quelle piccole
isole e per tutte le repubbliche loro pari, grazie alla quale esse potevano
vivere serenamente le proprie esistenze senza preoccuparsi di nulla, o
quasi.
Un solo problema, invero, gravava periodicamente su Konyso’M, una
seccatura comune a tutte le umane attività coinvolgenti i mari o le coste: la
pirateria.
MIDDA’S CHRONICLES 323
I banditi dei mari, privi di qualsiasi bandiera e irrispettosi di
qualunque legge sovrana, si muovevano periodicamente intorno all’intero
continente, spingendosi forse anche oltre, per depredare le risorse loro
offerte e vivere così in conseguenza della fatica e del lavoro di altri, non
diversamente da uno sciame di locuste. La maggior parte delle flotte
piratesche, comunque, raramente finiva con il ricorrere alla violenza,
preferendo limitarsi alla razzia e al ladrocinio nel rispetto delle
popolazioni autoctone: ovviamente, dove esse avessero offerto difesa alle
loro azioni, l’utilizzo delle armi sarebbe stato necessario. Tali occasioni,
comunque, raramente coinvolgevano le comunità democratiche delle
isole, le quali, nel rispetto della propria intrinseca natura pacifica,
preferivano offrirsi volontariamente ai fuorilegge, quasi quella loro
imposta fosse una vera e propria riscossione tributaria, piuttosto che
incorrere in problemi peggiori. Nonostante ciò, non erano mai mancate
anche bande di pirati capeggiati da uomini o donne privi di scrupoli, i
quali per nulla interessati alla prosecuzione pacifica delle proprie e altrui
esistenze, preferivano invece ricercare nella brutalità quasi sadica un vero
e proprio sfogo fisico e psicologico da un’esistenza per loro
insoddisfacente.
E proprio durante l’avvistamento di una di queste ultime spiacevoli e
inattendibili brigate, un lieto evento stava avendo luogo nella piazza
principale di Konyso’M, vedendo raggruppata quasi la totalità della
popolazione locale, nonché diversi equipaggi di navi lì ormeggiate per
ragioni di commercio o, semplicemente, per rifornire le proprie stive
prima di proseguire nella navigazione.

Heska e Mab’Luk si conoscevano fin da bambini: le loro famiglie,


entrambe di artigiani, avevano case e botteghe adiacenti nel centro di
Konyso’M e i due, praticamente coetanei, erano cresciuti insieme,
affrontando con l’aiuto uno dell’altra le piccole e grandi insidie
dell’infanzia, dell’adolescenza, della maturità. Prima amici, poi
improvvisamente, o forse naturalmente, amanti, i due avevano atteso fino
all’ultimo giorno del mese di Khooc per unirsi in matrimonio. La
tradizione, in effetti, avrebbe richiesto di attendere il nuovo anno, con
l’inizio della primavera e il rifiorire della vita piuttosto che affidarsi
all’autunno, soprattutto in una data tanto vicina al successivo mese di
Tynov, considerato di malaugurio: la coppia, però, appariva tanto
perfetta, così affiata, assolutamente meravigliosa in un completamento
reciproco da non essere proponibile per loro attendere ancora quattro
mesi prima di consacrarsi una all’altro.
Heska, accanto allo sposo, si donava allo sguardo come una ninfa, se
non addirittura una dea, dalla bellezza incomparabile. Lunghi capelli
324 Sean MacMalcom
biondo chiaro, simile a raggi di sole, circondavano lisci e ordinati un viso
ovale, dalla pelle delicata e limpida: al centro dello stesso, due grandi e
luminosi occhi blu risplendevano della stessa tonalità del mare più
profondo, ponendosi al di sopra di sottili labbra rese rosso corallo da uno
strato di delicato trucco. Sulla cima del capo era posta una ghirlanda di
fiori bianchi, simbolo della dea Vehnea, signora dei cieli, a cui la sposa si
proponeva consacrata nella tradizione locale. Celeste era il corpetto
indossato, ad avvolgere i seni giovani e delicati e i fianchi sinuosi e
sensuali. In bianco e oro una corta giacchetta, utile in realtà solo a coprire
le spalle e le scapole, risaliva alta attorno al tornito collo, il quale si
mostrava circondato a sua volta da un girocollo di pendenti cristallini in
sintonia a similari orecchini ai suoi lobi. La braccia, lunghe e affusolate, si
concedevano coperte da altra stoffa, formata in due maniche fra loro
separate ma collegate da un velo, a circondarle la schiena e a ridiscendere
lungo i fianchi. Agli stessi fianchi era poi un corto gonnellino argentato e
decorato in azzurre pietre, sopra il quale si lasciava ricadere un altro velo
simile a lunga veste ma risultante aperto nella sua parte anteriore. Le sue
gambe, a completare quel quadro di purezza, si concedevano avvolte in
altissimi stivali bianchi, ornati in oro, intonati alla giacchetta sopra le
spalle.
Mab’Luk, accanto alla sposa, si presentava quale un giovane atletico,
dal fisico snello e prestante. Corti e arruffati capelli rossi, tendenti
praticamente all’arancione, si ponevano a cornice di un viso poco più che
adolescenziale, ornato da due occhi castani e da lieve lanugine, non ancora
definibile come barba. Attorno al capo, similmente alla compagna,
anch’egli presentava una corona di fiori, ma in questo caso di colore rosso
vivo: quali simbolo del dio Thare, signore della terra, essi avrebbero
offerto la loro benedizione sullo sposo. La parte superiore del suo corpo
era avvolta da una casacca egualmente rossa, tendente al bordeaux,
lasciando parzialmente scoperte le braccia a loro volta però ricoperte da
un velo traforato, del medesimo colore: nessun tatuaggio segnava la pelle
né si poteva intravedere su quegli arti, qual figlio di artigiani e non di
marinai. La parte inferiore del corpo, similmente, si presentava con ampli
pantaloni rosso chiaro, legati nel loro bordo inferiore sopra ai suoi
polpacci, per lasciare libere le sue gambe fino ai piedi, dove semplici
sandali ugualmente purpurei li proteggevano.

Splendidi i due sposi, circondati da parenti, amici, conoscenti e anche


totali estranei, tutti riuniti in quel gaudio giorno per festeggiare quel
matrimonio, quell’unione sacra che avrebbe per sempre legato due anime,
due cuori, due menti e due corpi, rendendoli uno solo: da quel momento
fino alla fine dei loro giorni, le loro due vite sarebbero state una,
MIDDA’S CHRONICLES 325
condividendo i momenti gioiosi e quelli tristi, la forza e la debolezza, la
ricchezza e la povertà. Nulla dei beni dello sposo sarebbero appartenuti
solo a lui, nulla dei beni della sposa sarebbero appartenuti solo a lei: due
famiglie, in quel matrimonio, avrebbero visti legati insieme i rispettivi
futuri nell’unione dei due eredi. E una vita di pace e amore sarebbe stato
tutto ciò che essi avrebbero avuto, tutto ciò che essi avrebbero desiderato
avere.
Ma, in quell’ultimo giorno prima del mese di Tynov, il cattivo
presagio di quell’infausto periodo violò la serenità dell’evento,
presentando la tragedia e la morte in tutta la propria maledetta sciagura.

«Pirati! I pirati sono all’orizzonte!»

L’annuncio dell’arrivo dei pirati sconvolse l’intera isola: quello che


avrebbe dovuto essere un giorno di gioia e di felicità era improvvisamente
diventato un appuntamento infausto, che avrebbe portato tragedia, dolore
e, probabilmente, morte per tutti. Lontani quali erano dai periodi in cui le
flotte banditesche “amiche” erano abituate a far scalo all’isola, per
riscuotere le proprie tasse, a nessuno dei presenti fu offerto il dubbio sulla
natura delle navi avvistate: esse non potevano che appartenere a
un’armata selvaggia e incontrollata, contro cui non avrebbero potuto
opporre alcuna difesa, non avrebbero saputo erigere alcuna protezione,
ammesso che avessero avuto istinto a procedere in tal senso. Non era
infatti nella mentalità di Konyso’M e dell’intera Lodes’Mia la
predisposizione alla guerra, neppure per motivazioni di salvaguardia
della propria vita o della propria libertà: incredibilmente rare, del resto,
erano le incursioni di reali nemici, di avversari decisi a offrire loro
violenza, al punto che qualsiasi organizzazione in tal senso avrebbe perso
rapidamente di significato.
In effetti, nel passato remoto dell’arcipelago era la memoria di una
flotta militare, una risposta volontaria e spontanea degli autoctoni ai
pericoli offerti dal resto del mondo: ma, col trascorrere delle stagioni e
degli anni, dei lustri e dei decenni, quello stesso resto del mondo
sembrava essersi dimenticato della loro esistenza, se non per ragioni di
commercio, di pacifica interrelazione, e in quella nuova distensione, in
quel nuovo clima di pace anche il mantenimento di un esercito, di una
marina militare, aveva presto perduto di significato.

«Quante navi? A che distanza?» si informò l’alcalde, facendosi spazio


fra i due giovani promessi sposi per avvicinarsi al messo di una sì triste
novella.
326 Sean MacMalcom
«Sono tre.» ansimò il giovane, proveniente da uno dei due fari del
porto dell’isola, dove prestava servizio come tuttofare «Tre grandi fregate:
montano vele bianche e bandiere nere. Sono pirati!» aggiunse, ribadendo
il concetto già espresso con enfasi dettata dalla paura.

L’alcalde di Konyso’M, eletto regolarmente quattro anni prima


dall’intera popolazione dell’isola, rispondeva al nome di Hayton Kipons.
Originario dell’isola, egli era stato un tempo marinaio, prima, e capitano,
poi, fino a quando, raggiunto un numero di inverni sulle spalle giudicato
eccessivo per continuare nel proprio incarico, aveva preferito affidare a
spalle più giovani e forti il compito di condurre uomini e donne attraverso
i mari e le mille avventure in tali viaggi, attraccando definitivamente nel
luogo in cui la sua vita aveva avuto inizio. Nella tranquillità dell’isola,
priva di troppi formalismi in opposizione alla terra ferma, nulla avrebbe
contraddistinto quell’uomo da qualsiasi altro vecchio pescatore: la ruvida
pelle bruciata dal sole, i corti capelli ingrigiti dall’età, gli occhi chiari, il
viso spigoloso e le braccia ricoperte di troppi tatuaggi lo rendevano
fisicamente simile a un uomo qualunque, e le sue vesti non gli
concedevano di certo un aspetto di particolare rilievo, in una gialla
camicia tenuta aperta sull’addome e bianchi pantaloni indossati sopra
piedi scalzi. In quella giornata di festa un particolare paramento dorato,
una sorta di mantello appoggiato sopra la spalla destra, lo
contraddistingueva nel proprio ruolo, nel proprio incarico d’autorità: al di
là di ciò, egli appariva normalmente semplice perché tale era ed era
sempre stato. Un uomo pratico, privo di ambizioni al di fuori di quella che
egli giudicava essere l’unica importante: vivere serenamente la propria
esistenza, senza permettersi rimpianti o rimorsi.

«A che distanza sono?» chiese nuovamente Hayton, cercando restare


calmo mentre ormai tutta la folla lì radunata offriva segni sempre più forti
di impazienza, di timore se non anche di terrore.
«Non più di mezz’ora di navigazione, continuando alla velocità
attuale.» rispose il garzone, deglutendo affannosamente.

Erano trascorsi tredici anni dall’ultima incursione violenta di


un’armata di bucanieri: un periodo molto lungo, troppo lungo per potersi
dimostrare preparati ad affrontare il peggio, per saper immediatamente
come agire, cosa fare e cosa non fare. La maggior parte dei presenti era
troppo giovane per ricordarsi di tali eventi e coloro che, al contrario, ne
avevano memoria avrebbero preferito poter dimenticare: Heska
apparteneva a quest’ultima categoria, motivo per il quale si strinse
immediatamente a Mab’Luk, in cerca di protezione.
MIDDA’S CHRONICLES 327
Tredici anni prima, ancora bambina, ella aveva visto sua madre, sua
sorella maggiore e la madre del suo compagno venir prima stuprate e poi
uccise insieme a un altro gruppo di donne, salvandosi da un analogo
destino di morte solo per l’intervento provvidenziale di suo padre e del
padre di Mab’Luk: essi, separati come tutti gli altri uomini da loro per
mano degli stessi pirati, di fronte alle grida strazianti delle vittime
avevano trovato la forza di ribellarsi agli aguzzini e in un impeto
d’irrefrenabile ira avevano scoperto di possedere la forza di imbracciare
delle armi improvvisate allo scopo di difendere ciò che amavano. Ma tutta
la loro rabbia non era valsa a evitare una vera e propria carneficina, nel
corso della quale quasi la metà degli abitanti dell’intera isola erano stati
sterminati: il ricordo di quell’infausto evento non poteva pertanto evitare
di perseguitare la giovane sposa e chi, come lei, ne era stato innocente
testimone.

«No…» sussurrò la giovane, stringendosi al quasi marito «Non ancora.


Non oggi.» aggiunse, scuotendo il capo sull’orlo evidente di un crollo
nervoso.
«Alcalde… cosa possiamo fare?» domandò il giovane, stringendola nel
proporre anche la propria voce in aggiunta a un coro sempre più
numeroso di simili richieste.

Hayton restò per un lungo momento in silenzio, cercando di


richiamare a sé tutta la propria esperienza, tutto il proprio bagaglio di
ricordi di una vita vissuta sul mare, in lotta contro ogni genere di
avversità. E quando prese parola, la sua voce sembrò tuonare sopra le
altre, paradossalmente nel tono calmo e contenuto da lui adottato.

«Dati gli eventi funesti, mi ritrovo a richiedere la collaborazione di


tutti i capitani qui presenti, certo che non vorranno abbandonare coloro
che hanno da sempre offerto loro ospitalità.» esordì, passando in rassegna
con lo sguardo uno a uno tutti i volti estranei fra gli abitanti dell’isola «Le
donne, le fanciulle, le bambine e i maschi al di sotto dei quattordici anni
vengano imbarcati sulle navi più grandi e più veloci: partite
immediatamente, con solo ciò che avete indosso e null’altro. Non vi è
tempo da perdere.»
«E verso dove dovremmo far rotta?» intervenne a domandare uno dei
capitani interpellati.
«Non è importante.» rispose l’alcalde «Dirigetevi verso levante, a
raggiungere un porto sicuro sul continente, oppure andate dove preferite.
L’importante è che possiate portare al sicuro le nostre famiglie.»
328 Sean MacMalcom
Un movimento affermativo più o meno deciso di teste fu la risposta
che venne offerta all’autorità principale di Konyso’M da parte degli
equipaggi delle varie imbarcazioni: tutti figli del mare, non avrebbero
concepito una risposta alternativa a quella, una negazione alla richiesta
d’aiuto loro proposta da parte di coloro che avevano imparato a
considerare concittadini, conterranei, essendo oltretutto loro privi di una
reale città, di una precisa terra a cui fare riferimento come casa.

«E voi cosa farete?» domandò Heska, unendosi a molte altre eguali


domande poste dalle donne lì presenti.
«Noi resteremo qui, a lottare per ciò che è nostro.» rispose Hayton, con
voce ferma e fiera «Non saremo dei guerrieri, non saremo dei soldati… ma
quest’isola è la nostra isola, queste case sono le nostre case, questa terra è
la nostra terra e a nessuno potrà essere concesso di portare nuova violenza
ritrovando in noi solo la quiete del gregge condotto al macello.»
«Io non c’ero…» aggiunse rapido l’uomo, prima che qualche protesta
potesse prendere voce, che qualche consiglio di fuga o, peggio, di
arrendevolezza potesse diffondersi nella popolazione «Io non ero qui
tredici anni fa. Ma so che in coloro che fra voi erano presenti, il ricordo
degli orrori vissuti non può che essere vivo e forte.»
«Volete davvero offrire alle nuove generazioni quegli stessi ricordi?»
continuò egli, ora quasi gridando tanto aveva alzato il tono di voce
lasciandosi trasportare dallo stesso spirito con cui un tempo si imponeva
sul proprio equipaggio «I nostri morti gridano ancora vendetta…
vogliamo davvero negargliela?»

Il destino non era mai apparso avverso agli occhi di Heska e Mab’Luk:
fatta eccezione per la tragedia comune risalente a tredici anni prima, alla
loro vita era sempre stata offerta gioia, pace e serenità. Fin da bambini non
avevano mai avuto preoccupazioni da affrontare, non avevano mai visto
drammi incombere sopra i loro futuri: figlia di un fabbro, lei, e di un
carpentiere, lui, avevano ritrovano nelle rispettive famiglie da sempre una
stabile collaborazione lavorativa e una conseguente unione di fatto ancora
prima di scoprire il proprio amore. Quando quest’ultimo, poi, era esploso
in una dirompente e giovanile passione, i loro padri non avevano avuto da
opporre alcuna obiezione, alcun ostacolo alla consacrazione di tale puro
sentimento: al contrario, essi si erano impegnati molto più di quanto fosse
loro richiesto per rendere tutto in quel giorno praticamente perfetto, per
celebrare al meglio l’unione dei loro unici eredi e in esso vedere
finalmente legate due realtà che a tutti gli effetti, da oltre vent’anni, erano
una sola.
MIDDA’S CHRONICLES 329
Come era noto, purtroppo, laddove gli uomini desideravano proporre
in merito al proprio destino, solo agli dei era concesso realmente di
disporre di esso: e così, la coppia di promessi sposi si stava ritrovando a
dover accettare l’inevitabile fato, l’imposizione che esso aveva dettato
sopra quella giornata da loro sperata fausta ma divenuta troppo presto
tragica.

«Non voglio lasciarti…» sussurrò Heska, stringendosi con forza a


colui che non poteva evitare di considerare quale marito «Non oggi.»
«Devi partire.» rispose Mab’Luk con la morte nel cuore a pronunciare
quelle parole, al pensiero di allontanarsi da colei per cui sola egli aveva
ragione di respirare «E quando tutto sarà finito potremo sposarci… e non
ci lasceremo più.»

Come tutta la popolazione dell’isola, seguendo l’ordine dell’alcalde,


anche la coppia si stava muovendo verso il porto, non distante a tutti gli
effetti dalla piazza centrale ove erano già radunati: lì gli equipaggi delle
navi straniere ormeggiate erano impegnati nel compimento tutti i
preparativi del caso, per essere pronti a salpare non appena gli abitanti
della città si fossero imbarcati. Ma similmente ai due giovani, anche molte
altre coppie non sembravano intenzionate a separarsi, molte famiglie
apparivano recalcitranti di fronte all’idea di lasciare lì i propri mariti, i
propri padri, i propri figli: di fronte, però, al freddo raziocinio offerto da
Hayton nessuno fra gli uomini dell’isola ebbe cuore di trattenere a sé le
persone amate, proprio per l’amore che a esse li legava.

«Ma…» tentennò ella, allentando appena la propria presa, ancora


senza avere la forza di lasciarlo.
«Abbi fiducia…» sussurrò egli, accarezzandole piano il viso «Non mi
accadrà nulla di male: li abbiamo già respinti tredici anni fa, quando
stupidamente non abbiamo pensato di difenderci da loro. Questa volta,
invece, saremo preparati.»

Heska avrebbe voluto obiettare, avrebbe desiderato ricordare


all’amato che non era un guerriero, non era un combattente, non era un
soldato né mai aveva avuto nella propria esistenza la necessità di esserlo:
come tutti gli abitanti dell’isola, egli era una persona tranquilla, ricca di
virtù, colma d’amore e lenta all’ira. Coloro contro cui, invece, si
apprestava a offrire offesa per ragioni di difesa sarebbero stati i peggiori
scarti della società, gente abituata alla violenza, allo stupro, all’omicidio.
Ella temeva per il compagno di sempre, aveva paura di non poterlo più
riabbracciare, di non potersi più unire a lui e di vedere la gioia di una vita
330 Sean MacMalcom
scomparire nel nulla, svanire come placida rugiada notturna al primo
calore dell’alba.

«Ti amo…» sussurrò la donna, gettandosi contro di lui un’ultima


volta, cercando ancora per un momento il calore di quelle labbra, di
quell’abbraccio, di quella passione, come se da esse potesse dipendere la
propria esistenza, ragione di vita qual’era egli per lei.

Mab’Luk, similmente alla maggior parte dei giovani della sua età, era
ancora pieno di illusioni, pieno di ideali, pieno di sogni: la vita serena
offerta dall’isola in cui era nato e cresciuto, poi, non gli aveva mai
permesso di affrontare con più realismo, con più pragmatismo o,
addirittura, con più cinismo la vita e questo, ovviamente, rappresentava
un pericolo per sé e per la propria incolumità. Egli, comunque, non era
uno stolto: comprendeva perfettamente il pericolo rappresentato dai
pirati, dalla loro violenza, dalla loro bramosia di sangue e morte e non si
aspettava assolutamente di poter uscire illeso da quella prova. Ma,
nonostante ciò, aveva intenzione di affrontarla, era deciso a non ignorare
quello che riteneva essere un suo dovere come uomo, come futuro marito
della propria amata: egli voleva dimostrare a lei e, prim’ancora, a se stesso
di essere in grado di poterla proteggere, di poterla difendere da eventuali
pericoli che il mondo avrebbe potuto loro porre di fronte. E per tale
ragione, per quell’ideale forse troppo romantico, egli avrebbe affrontato
fieramente gli invasori, convinto di poter trovare in sé la forza necessaria a
respingerli così come tredici anni prima era stato in grado di fare suo
padre.

«Ti amo…» rispose egli, accogliendola con gioia, stringendola a sé con


desiderio in quel bacio, a cercare fusione con lei, a cercare di trarre da
quell’amore la forza necessaria per affrontare l’impresa verso cui si stava
gettando.

Quando la nave, dove Heska aveva trovato rifugio, salpò dal molo di
Konyso’M, la donna non poté evitare di sentire una parte del proprio
cuore e del proprio animo morire: nell’osservare Mab’Luk salutarla con
enfasi dalla spiaggia, gridando incomprensibili dichiarazioni d’eterno
amore e fedeltà, a lei parve ascoltare i lamenti lontani di un condannato a
morte. All’orizzonte, sempre più visibili, distinguibili, grandi erano le navi
nemiche in costante avvicinamento e con esse appariva essere la sentenza
per il suo sposo, per l’uomo a cui avrebbe desiderato essere legata in
eterno, desiderio forse sgradito agli dei che in quello stesso giorno, nel
MIDDA’S CHRONICLES 331
momento in cui le loro promesse stavano per essere pronunciate, avevano
permesso una così tragica evoluzione degli eventi.
La giovane osservò accanto a sé altre donne impegnate a salutare i
propri compagni, i propri mariti, non diversamente da madri che
piangendo lanciavano ultimi strazianti richieste di prudenza alla volta dei
propri figli: ella si senti una persona orrenda nel non riuscire a trovare la
forza di levare la mano, nel non riuscire a trovare l’impulso di salutare il
proprio quasi sposo, ricambiando i suoi gesti, offrendo almeno in
quell’atto il proprio amore. Ma il funereo presagio di morte che anelava
nel suo animo, nel suo cuore non le concedeva speranza, non le offriva
entusiasmo: e salutare in quel momento il proprio amato sarebbe stato
come l’estremo addio durante una cerimonia funebre, gesto per cui ella
non si sentiva ancora pronta, tappa a cui non desiderava ancora giungere.
E piegando il capo fra le mani, a Heska non rimase altro che piangere,
a cercare sfogo al dolore che la straziava dall’interno.

l tempo non si dimostrò a favore di Hayton e degli abitanti di


Konyso’M: l’evacuazione, per quanto fosse avvenuta
I rapidamente, aveva assorbito quasi ogni istante loro concesso,
portando ormai le navi nemiche a distinguersi nettamente e a
dimostrarsi sempre più vicine all’isola e al suo porto. Fortunatamente per
tutti, comunque, gli stessi venti che stavano sospingendo i pirati verso
quelle coste di pace e serenità si erano anche impegnati a offrire energia
alle vele delle imbarcazioni salpate dai moli, per allontanarsi in direzione
opposta agli invasori e condurre seco le donne e i giovani, allontanandoli
dalle grinfie dei predoni: qualsiasi cosa fosse accaduta su quelle spiagge,
in quella terra, nella loro città, in quella nuova occasione non si sarebbe
mai ripetuto lo stesso dramma di tredici anni prima.

Non più di duecento anime erano pertanto rimaste sull’isola e di esse


la maggior parte contavano un numero troppo limitato o troppo elevato di
estati alle spalle per potersi dimostrare effettivamente idonei alla sfida che
avevano deciso di affrontare.
L’alcalde era consapevole di quella triste realtà dei fatti e delle
conseguenti scarse possibilità di sopravvivenza sulle quali essi avrebbero
potuto contare in caso di un confronto diretto con i bucanieri: al tempo
stesso, quella scelta appariva ai suoi occhi quale la sola utile ad assicurare
un futuro all’intera isola, principale suo compito in qualità di responsabile
eletto dai propri concittadini. Se fossero rimasti tutti insieme nulla avrebbe
MIDDA’S CHRONICLES 469

Un ricatto letale

monti Rou’Farth rappresentavano la catena montuosa più estesa


nei regni meridionali del continente di Qahr, espandendosi
I longitudinalmente all’interno del territorio e attraversando, con le
proprie alte vette sprezzanti verso il cielo, diverse aree di
influenza politica.
Esistenti da epoche antecedenti a ogni stirpe di sovrani, a ogni
dominio umano, dove, probabilmente, avevano assistito all’alba della
civiltà moderna e dove, verosimilmente, sarebbero rimasti come silenziosi
spettatori alla scomparsa di ogni forma di vita, essi si erano ritrovati
stupidamente spartiti dagli uomini, quasi potessero essere proprietà di
creatura mortale. Essi apparivano, pertanto, politicamente divisi fra
quattro diversi regni che ne condividevano l’estensione, nell’ignoranza e
nell’egoismo tipici di menti limitate e irrispettose: Tranith, Kofreya,
Y’Shalf e Gorthia.

Più a meridione era il pacifico regno di Tranith: fondato su ideali di


pace e serenità per favorire scambi economici e commerciali più che sulla
reciproca dominazione, in tale penisola i monti Rou’Farth erano osservati,
nonostante tutto, con un certo rispetto, con decisa ammirazione,
risultando in questo sfruttati per le proprie ricchezze naturali. Molti erano
gli insediamenti che, con estensioni più o meno vaste, avevano posto le
proprie fondamenta su quella roccia, traendo da essa il materiale per le
proprie modeste erezioni rivolte alla terra più che al cielo, per i propri
splendenti edifici adattati a quelle forme antiche e sacre agli dei.
La catena montuosa si poneva, pertanto, come una fonte di ricchezza e
di vita per i residenti e, meno rispettosamente, quale una scomodità per i
mercanti itineranti. Questi ultimi, in particolare, erano i soli entro i confini
del regno a non amare la presenza di quella naturale meraviglia:
all’interno di quelle forme aspre, infatti, essi si ritrovavano costretti a
condurre le proprie carovane percorrendo sentieri forzati, muovendosi
attraverso un numero limitato di passi noti, da sempre battuti nel corso
della storia, lungo i quali venivano sprecati inutilmente tempo ed energie
e, con esse, il denaro che avrebbero altresì potuto rappresentare impiegati
in altro modo. Ma questo era e sarebbe restato un problema di pochi, che
nulla avrebbe tolto al rispetto offerto nei confronti di simili dimostrazioni
del potere e della forza degli dei dalla popolazione tranitha.
470 Sean MacMalcom
Sopra alla penisola di Tranith, i monti Rou’Farth erano visti, al
contrario, come un confine, una doppia barriera di difesa e un doppio
fronte d’offesa a divisione dei regni di Kofreya e Y’Shalf.
In quelle zone, da tempi tanto lontani da essere dimenticati e perduti
nella memoria, ogni giorno furiose e sanguinose battaglie trovavano
luogo, versando un quotidiano e abbondante pegno di morte, vedendo
soldati perire a dozzine su quelle cime altrimenti silenziose e solitarie in
conflitto sempiterno. Tale, purtroppo, era l’avversione fra i due regni, così
simili fra loro eppur così nemici, forse proprio in conseguenza di tanta
somiglianza. Gli stessi dei, a levante e a ponente di quella catena
montuosa, erano adorati nell’adempimento dei medesimi riti, ritrovando
come sola differenza l’appellativo con cui a essi ci si offriva. Gli stessi
edifici, a est e a ovest di quelle montagne, erano eretti all’interno di città
fra loro quasi identiche, vedendo come unica diversità la presenza o
l’assenza di spigoli nelle forme di tali architetture. Gli stessi problemi
sociali, su un versante o su quello opposto di tale giogaia, erano vissuti e
affrontati quotidianamente da popolazioni fra loro del tutto assimilabili,
diversificate solo da lievi caratteristiche somatiche spesso tanto
impercettibili da richiedere un elevato sforzo di concentrazione
all’eventuale osservatore.
Nelle praterie kofreyote a ovest delle montagne e sotto l’influenza di
Kriarya, città del peccato, vi era il fenomeno del brigantaggio: nelle
proprie vesti di nera lana grezza, essi cercavano sopravvivenza quotidiana
da una nazione alla quale non sentivano di appartenere, dalla quale non si
sentivano desiderati o amati, piagati quali erano dalla guerra e dalle
violente conseguenze del passaggio degli stessi soldati che avrebbero
dovuto essere considerati amici e protettori. Non diversamente, in vesti di
bianca lana grezza, anche a est delle montagne era condotta una simile
guerriglia, portata avanti quotidianamente contro il proprio stesso Paese,
per il proprio diritto a esistere, per offrire un futuro ai propri figli: un
tempo pastori e cacciatori, anch’essi erano stati costretti a divenire predoni
spietati, in conseguenza del conflitto e dei suoi orrori, sempre più interni
che esterni, vagando e lottando nelle praterie y’shalfiche a est, sotto la
giurisdizione della provincia di Y’Lohaf.
Solo odio e diffidenza, pertanto, potevano essere offerti dai due popoli
verso la catena montuosa, a rappresentanza di una guerra senza fine.

Risalendo ulteriormente lungo la linea generata dai monti Rou’Farth,


spingendosi fra le cime più alte e impervie, si giungeva infine all’interno
del controllo politico di Gorthia: in quella particolare zona, nonostante un
confine chiaramente delineato e rispettato, il territorio concesso dalla
catena montuosa si proponeva estremamente sfavorevole agli
MIDDA’S CHRONICLES 471
insediamenti umani, così nemico dei mortali, al punto tale da non subire,
in effetti, alcun reale controllo politico.
Ma anche in una simile terra priva di ogni risorsa, la vita umana non
veniva meno e popolazioni nomadi, esuli senza patria, trovavano lì
possibilità di vivere insieme, tranquilli, lontani da guerre e violenze: la
maggior parte di essi era costituita da soldati disertori o da ex-mercenari, i
quali avendo ormai abbandonato ogni velleità bellica, fra quei monti
cercavano solo la pace, lontano da un mondo che non avrebbe mai potuto
offrirla a loro. Celati quali erano fra le cime più alte, essi avevano dato vita
a piccole comunità, all’interno delle quali mutuo soccorso era assicurato e
offerto a chiunque ne avesse avuto bisogno, accogliendo, non senza un
minimo di sospetto, coloro si fossero avvicinati a essi alla ricerca come
loro di serenità.
Semplice si concedeva la vita lì condotta nelle condizioni così offerte
dal territorio. Nessuna legge era a regolamentazione della vita del gruppo,
in quanto fedeltà e rispetto verso chiunque erano i soli principi ritenuti
necessari al mantenimento della quiete e dell’equilibrio, prevedendo come
unica punizione, di fronte a qualsiasi violazione di tale naturale norma,
l’allontanamento, l’esilio, l’interdizione perpetua da quelle comunità.
Nessun commercio era condotto all’interno delle stesse: nel momento in
cui qualcuno avesse posseduto in eccesso, avrebbe immediatamente
offerto tale esubero ai propri compagni, prendendo a propria volta da essi
ciò di cui altrimenti avrebbe difettato. Il nutrimento, la dieta con la quale
essi vivevano, trovava il proprio apice nella carne derivata dalla caccia,
principale attività di vita, accompagnata raramente da frutta o verdura,
beni altresì rari e preziosi su quelle vette, a simili quote. I letti nei quali
riposavano si concedevano nella forma di folte pellicce, principalmente di
orso, all’interno delle quali ci si sarebbe potuti avvolgere in inverno, a
ricercare tepore, o sopra le quali ci si sarebbe potuti adagiare in estate, a
trovare un giaciglio più morbido del semplice e nudo terreno altrimenti
offerto sotto le loro schiene. Le abitazioni della comunità, infine, erano
costituite da tende, realizzate con pelli di animale, soprattutto camosci e
montoni, tese attorno a tre o quattro lunghi pali in legno legati al vertice:
elementari nella propria architettura, simili temporanee costruzioni
potevano essere montate e smontate rapidamente, per permettere pronte
capacità di movimento al gruppo, pur concedendo, una volta posate nel
luogo prescelto, un caldo e asciutto riparo dalle intemperie del tempo,
pioggia o neve che venisse loro concessa.

Proprio all’interno di una delle varie tende di uno di quei gruppi


nomadi, in una notte di metà Phamja, un uomo e una donna impegnavano
le proprie energie intrattenendosi reciprocamente nel piacere offerto dal
472 Sean MacMalcom
loro rapporto fisico, donandosi bruciante passione, intenso ardore e
assoluta dedizione, in un connubio di sensi raro e prezioso.
I due amanti, ritrovatisi da oltre una settimana, non si erano più
frequentati per lungo tempo, avendo entrambi intrapreso scelte di vita
decisamente distanti, ma ciò non si sarebbe mai detto in quel momento:
essi apparivano simili a divinità dell’amore, incarnatesi in sembianze
mortali solo per poter godere appieno di ogni aspetto di quel sentimento
unico.

«A-aspetta…» invocò egli, costringendo le proprie labbra a separarsi


dalla carne della compagna, nella quale avrebbe potuto perdersi «D-
dammi… un attimo. Devo bere, o credo potrei svenire.»
«Mmm…» protestò ella, mordendo delicatamente la pelle del suo
collo, a volerlo trattenere a sé «Stai invecchiando.» lo canzonò con aria
sorniona.
«Se avere necessità di fermarmi un istante dopo oltre tre ore significa
“invecchiare”… sì, sto invecchiando.» replicò l’uomo, aggrottando la
fronte e guardando divertito la compagna.
«Un tempo avresti resistito per almeno quattro, vecchio brontolone.»
sorrise la donna, spostandosi sinuosamente dal suo corpo, per lasciarlo
libero di muoversi.
«Un tempo non passavo le mie giornate a prendermi cura di due
figli.» commentò scuotendo il capo e allungando una mano verso la
bisaccia dell’acqua, appesa appena sopra di loro.
«Chi è causa del suo mal...» citò, appoggiandosi su un fianco e
osservandolo con desiderio evidente.
«Ehy… e questi graffi cosa significano?» esclamò osservando la pelle
della propria spalla arrossata da cinque leggere escoriazioni «Devo ancora
comprendere se è meno pericoloso fare l’amore con te o sfidarti a duello,
Midda Bontor!»
«Muoviti a bere, Ma’Vret…» lo rimproverò la mercenaria,
socchiudendo gli occhi predatori «Se hai ancora fiato per lamentarti
significa che non sei abbastanza stremato.»

Il nome dell’uomo era Ma’Vret Ilom’An.


Nel fisico possente, con un’altezza di quasi sei piedi e una massa
muscolare di oltre duecentotrenta libbre, dimostrava in maniera ancora
assolutamente degna quella che era stata la sua principale attività di vita
fino a due lustri passati. Guerriero e mercenario, egli era disceso infatti dai
desertici regni centrali per offrire il proprio braccio e la propria mente al
servizio di coloro che avrebbero offerto un sufficiente compenso e si era
guadagnato una vasta fama con il soprannome di Ebano, in ovvio
MIDDA’S CHRONICLES 473
riferimento al colore della sua pelle. Temuto dai nemici, bramato dai
mecenati e, spesso, anche dalle loro mogli, seppur per ragioni
assolutamente diverse, egli aveva goduto di un’esistenza decisamente
movimentata e ricca di emozioni, non rifiutandosi di fronte ad alcun
pericolo e ad alcun eccesso almeno fino al giorno in cui, nell’adempimento
di una missione, non aveva incrociato il proprio cammino con colei che in
quella notte, e da una settimana, divideva il letto con lui, avvolgendosi
stretta al suo corpo all’interno della stessa pesante pelle di orso.
Il nome della donna era Midda Bontor.
Un fisico degno di una dea, in forme generose e femminili, mal celava
il suo indomito spirito combattente nelle numerose cicatrici disegnate
sulla sua candida e leggermente lentigginosa carnagione, nel braccio
destro in nero e lucente metallo dai rossi riflessi e in un profondo sfregio
che attraversava il suo volto, segnandone l’occhio sinistro. Più che in tutti
quei segni comunque evidenti, proprio nello sguardo, in un azzurro tanto
chiaro da tendere al bianco nell’assomigliare al ghiaccio, si sarebbe potuto
leggere il suo animo, il destino di donna guerriero: tale fato ogni giorno la
spingeva a imbracciare la propria lama, talvolta per diletto personale, più
spesso offrendola come mercenaria a coloro che si erano guadagnati i suoi
servigi, unicamente professionali. La sua fama, creata nel proprio sudore e
nel sangue dei suoi avversari mortali e immortali, non la poneva come
seconda ormai a nessuno in quella parte di continente, o forse nella sua
integrità, e in tempi recenti un nuovo nome, offertole dal destino, aveva
portato ulteriore risalto alla sua forza, richiamando in esso la dea della
guerra delle isole dell’arcipelago di Lodes’Mia: Figlia di Marr’Mahew.

All’epoca in cui Ma’Vret si era scontrato per la prima volta con Midda,
ella non aveva ancora conquistato la medesima aura di leggenda che, al
contrario, la circondava in quei nuovi tempi, rendendola forse qualcosa di
troppo anche per lui: in quel passato ormai lontano, ella era ancora
giovane, ma evidentemente già votata all’assolvimento di compiti oltre
ogni umano destino, che sicuramente l’avrebbero condotta lontano se solo
fosse riuscita a sopravvivere alle infinite insidie che, in essi, l’avrebbero
attesa.
In effetti, pur conoscendola da una vita, egli poco o nulla sapeva in
merito alla compagna, relegato alle sole esperienze dirette che aveva
vissuto insieme a lei: prima avversari, poi compagni di ventura, i due
erano divenuti in maniera quasi naturale amanti e, forse, innamorati. Così
era stato fino al giorno in cui egli si era dichiarato stanco della vita che
stavano conducendo, dei continui rischi a cui votavano le proprie
esistenze e che, prima o poi, avrebbero posto termine alle medesime: solo
una tale decisione aveva condotto alla fine del loro rapporto, alla divisione
474 Sean MacMalcom
dei loro cammini. Nello stesso modo in cui era entrata nella sua vita, più
silenziosa di un alito nella notte, ella ne era uscita, lasciandolo fra quelle
stesse montagne dove ora si erano ritrovati dopo tanti anni.
Ovviamente, in un arco di tempo tanto lungo, la vita era proseguita
per entrambi ed egli, all’interno della comunità nomade di cui presto era
divenuto il principale referente, quasi il responsabile pur non esistendo
una simile e ufficiale figura in quell’organizzazione, aveva dato vita a un
nuovo capitolo della propria esistenza, riscoprendo l’amore fra le braccia
di una donna che presto era divenuta sua moglie e che, dopo pochi anni,
era purtroppo deceduta nel mettere alla luce il loro secondogenito.
L’uomo, un tempo temuto nel nome di Ebano, si era ritrovato così a
piangere nel ricordo di una compagna tanto amata e tanto tristemente
strappatagli di mano, e a essere padre di una bambina e di un bambino, i
quali non avrebbero avuto altro futuro se non in lui. Come nel passato si
era tanto impegnato a offrire la morte, così egli si era dedicato con tutto il
cuore, la mente, l’animo e il corpo a concedere la vita all’unica famiglia
rimastagli, ai suoi figli, H’Anel e M’Eu come erano stati chiamati nei
desideri della madre da loro quasi non conosciuta. E, in effetti, nessuno gli
avrebbe mai potuto rimproverare mancanza di passione nel ruolo di
padre da lui intrapreso, guidando con premura e amore incontrastato i
propri eredi, il frutto dell’amore della moglie perduta, attraverso i lunghi
anni e le molte insidie presenti in quelle montagne, forse l’ultimo dei
luoghi in cui si sarebbe potuto pensare di farli crescere.
Egli era riuscito in tale compito, con costanza, con serietà aveva
cresciuto una bambina, ormai al suo settimo anno di vita, e un bambino,
di due inverni inferiore alla sorella: ancora molto giovani, ma già temprati
dalla durezza della vita che li aveva accolti, i figli di Ma’Vret concedevano
allo sguardo gli stessi occhi scuri come la notte del padre e i suoi capelli
altrettanto neri e ricci, tipici della sua etnia, ereditando altresì una pelle
più chiara, vellutata nei propri toni marroncini, dalla perduta madre.
Entrambi i pargoli, H’Anel già da qualche anno e il piccolo M’Eu solo da
pochi mesi, avevano lasciato la tenda del padre per trovare rifugio e
riposo in un’altra, divisa con bambini loro coetanei secondo le usanze
della comunità: questa situazione, normalmente pesante per Ma’Vret, che
pur mai l’avrebbe ammesso per non apparire debole nel sentimento che
provava a separarsi dai figli, era tornata in effetti solo a suo vantaggio una
settimana prima quando, quasi dal nulla, la chioma corvina di Midda era
rientrata nella sua vita.
Sebbene tanti anni fossero passati dal loro ultimo incontro, sebbene il
tempo li avesse molto cambiati dentro e fuori, il legame che era stato fra
loro non aveva avuto problemi a riemergere, esplodendo in una nuova e
irrefrenabile passione. Non vi erano state domande da parte sua verso la
MIDDA’S CHRONICLES 475
compagna, sebbene la curiosità dei figli avesse continuamente cercato,
durante il giorno e nei momenti di pasto comune, di estorcere alla nuova
giunta informazioni sul proprio passato, sulla propria vita, nell’innocenza
priva di malizia tipica dei bambini: la mercenaria, dal canto proprio, si era
offerta con dolcezza meravigliosa ai due fratelli, subito conquistandone la
simpatia e la fiducia non diversamente da come aveva conquistato quella
del loro genitore in anni ormai dimenticati. L’uomo, ovviamente, non era
uno sciocco e non si era concesso alcuna illusione verso di lei: quella visita,
casuale o volontaria che essa fosse, sarebbe stata sicuramente destinata a
terminare molto prima di quanto egli avrebbe mai desiderato e un nuovo
addio sarebbe dovuto essere rivolto a colei che probabilmente, unica oltre
alla moglie, non avrebbe mai lasciato il suo cuore e i suoi pensieri. Ma egli
conosceva bene le regole di quel gioco, conosceva bene la donna che gli si
offriva di fronte: ella era come il mare, infinito e indomabile, capace di
concedere vita e morte con la medesima semplicità, di meravigliarti e di
terrorizzarti nello stesso istante. Non avrebbe mai potuto trattenerla allo
stesso modo in cui sarebbe risultato impossibile fermare le onde degli
oceani: poteva solo accettare il dono che ella gli stava concedendo, con la
sua compagnia, con la sua presenza, con suo amore in quel momento della
propria vita, non pensando al giorno, alla settimana, al mese dopo, non
preoccupandosi di nulla di così lontano ma vivendo con lei un istante alla
volta, come se ognuno di essi sarebbe potuto essere l’ultimo.
Purtroppo per lui, Ma’Vret non aveva idea di quanto quel suo
pensiero, quella sua filosofia fosse terribilmente vicino alla realtà.

«Amami.» lo incitò ella, sdraiata sotto il compagno, sotto quel


possente corpo, osservandolo con desidero, quasi graffiandogli il petto
con le proprie mani, con le dita di metallo della destra e con le unghie
della mancina.
«Sì.» sussurrò egli, eretto sopra la compagna, ricco di passione e di
ardore incontenibile, fremente nella morsa offertagli dalle sue gambe
attorno ai propri fianchi nel seguire i ritmi del loro piacere comune.

Un istante, il tempo di un battito di ciglia, trasformò quello che


sarebbe potuto essere il culmine di quel diletto, di quel meraviglioso
appagamento reciproco, nell’apice di un orrore ingestibile, che vide il
cuore infuocato dell’uomo spegnersi come la fioca luce di una candela nel
soffio rappresentato da una violenta freccia, lanciata con forza tale da
uscire in parte dal suo petto dopo avergli colpito a tradimento il centro
della schiena.
476 Sean MacMalcom

o sciagurato autore di quell’atto mortale, l’assassino prescelto


per porre fine alla vita di Ma’Vret, non ebbe modo di poter
L gioire della precisione della propria mira, non ebbe occasione
di ricevere complimenti dai propri compagni per la freddezza
di quell’omicidio. Nel mentre in cui il corpo del mercenario conosciuto
con il nome di Ebano ricadeva sanguinante sopra quello della propria
compagna, una lama, simile ad azzurra saetta, venne rivolta in
opposizione al sicario, squarciandogli il petto con la forza di un dardo
bellico e conficcandosi in lui per oltre quattro piedi, fino alla propria elsa.
Essa era la spada della Figlia di Marr’Mahew, gettata dalla sua
proprietaria con furore privo d’eguali: la stessa Midda, un istante dopo la
ricaduta a terra dell’avversario, si poneva già in piedi, nuda e maestosa
nella neve che aveva imbiancato le cime dei monti Rou’Farth da qualche
settimana, a recuperare la propria arma per offrirsi bellissima e spietata a
coloro che tanto avevano osato in quel luogo di pace, in quel santuario che
sarebbe dovuto restare inviolabile.

L’intero accampamento appariva sotto l’assalto di un vasto


contingente di guerrieri, forse addirittura composto da un centinaio di
elementi, pesantemente vestiti e protetti, armati oltremisura per essere
pronti a qualsiasi sfida.
Nel colore rosso che distingueva, in un modo o nell’altro, ognuno di
loro, proponendosi talvolta in lunghe sciarpe, altre in giacconi e pantaloni,
altre ancora in pennacchi sopra lucenti elmi, essi dichiaravano in maniera
inequivocabile la propria appartenenza alla Confraternita del Tramonto,
una delle maggiori organizzazioni mercenarie di tutta Kofreya. Senza
alcuna pietà, evidentemente nell’esecuzione di un ordine ricevuto da un
qualche cliente, un qualche mecenate, quel piccolo esercito stava
conducendo un violento attacco ai danni di quell’oasi di pace, nel cuore
della notte. Nessun onore sarebbe mai potuto essere in un’azione tanto
vile, tanto ignobile, non percettibile minimamente come un atto di guerra
ma, piuttosto, come un deliberato genocidio: del resto, comunque,
nessuna gloria diversa da quella economica era probabilmente ricercata
dai mercenari, da quei soldati di ventura.
In condizioni di normalità, se quell’assalto fosse stato condotto in
pieno giorno, sarebbe stata sicura battaglia fra le due parti: evidentemente
consapevoli di questo, gli uomini della Confraternita non avevano voluto
ricercare rischi, nella certezza che contro di loro, oltre a normali uomini,
donne e bambini, sarebbe stata una comunità di guerrieri, ex-soldati ed
MIDDA’S CHRONICLES 477
ex-mercenari contro i quali le possibilità di vittoria avrebbero potuto
essere facilmente poste in discussione. In piena notte, al contrario, con il
favore delle tenebre e la complicità del sonno, gli invasori stavano
rapidamente avendo la meglio, in quella configuratasi quale una vera e
propria carneficina.

Alcun indugio fu nella donna guerriero, la quale contro tali avversari


aveva avuto più volte occasione di levare il proprio braccio: con un
movimento deciso strappò dal corpo del primo nemico caduto la propria
arma, tornando a impugnarla nella mancina mentre con la destra si
impossessava del suo rosso e pesante mantello per coprire il proprio
corpo. Nessun pudore la guidava in quel gesto, la incitava a celare le
proprie generose e sensuali forme, quanto piuttosto il semplice e puro
raziocinio: nel clima gelido di quelle vette, combattendo scalza e nuda
nella neve, avrebbe visto la propria forza venire rapidamente messa in
discussione a causa del freddo, rischiando di ritrovare i propri sensi e le
proprie reazioni rallentati per l’intorpidimento naturale che in un simile
ambiente sarebbe ovviamente conseguito. Elegante e letale, ella condusse i
propri movimenti come in un balletto, tramite essi contemporaneamente
avvolgendo la larga stoffa del mantello attorno alla propria sagoma e
portando la lama dagli azzurri riflessi della propria arma a suggellare
mortali condanne sopra i corpi avversari.
Per quanto la sproporzione fosse ineguagliabile, per quanto
probabilmente non avrebbe potuto godere di alcuna speranza, la
mercenaria non offrì timori, falciando con un moto praticamente perpetuo
della propria mancina i corpi degli uomini e delle donne della
Confraternita a sé offerti, mentre essi, trovando in lei distrazione dai
propri ruoli di morte, concessero ad altre spade di levarsi in tutto
l’accampamento, cercando di organizzarsi in una estemporanea
resistenza. Nessuno dei nomadi, in quel clima di morte e distruzione, di
strage attorno a sé, riusciva a confidare di avere una qualche speranza di
sopravvivenza contro gli invasori: per tale ragione nessuna incertezza era
nei loro gesti, nel tornare a impugnare le proprie armi, perché anche
laddove fossero morti, lo sarebbero stati non offrendosi come vittime
sacrificali ma combattendo, nella speranza di trascinare con sé quanti più
nemici possibili.

«Alle armi!» gridò in un ruggito la donna, mentre una pesante ascia da


guerra veniva arrestata dalla sua mano destra vedendo un istante dopo
decapitato colui che troppo aveva indugiato nella tentazione di attaccarla
«Alle armi!»
478 Sean MacMalcom

Fascino. Quella parola, nel momento in cui


la mercenaria si propose allo sguardo…
MIDDA’S CHRONICLES 613

Ringraziamenti

“Il futuro sarebbe giunto senza dubbio troppo presto”: Midda non ha
la minima idea di quanta ragione abbia nel proporre un simile pensiero.
Se desideri saperne di più, volta pagina e getta uno sguardo a
Prossimamente….
Per quanto mi riguarda, invece, con la conclusione di questo quinto
racconto di Midda’s Chronicles e il termine del primo volume di raccolte,
sono arrivato a un momento irrinunciabile, per quanto sempre
estremamente complesso: i ringraziamenti!

Nonostante possa sembrare, scrivere una pagina di ringraziamenti è


sempre qualcosa di decisamente complicato, nel voler coniugare
l’esigenza di non perdersi nel citare tutto il Creato, a cominciare dal
Creatore, con la volontà di offrire una parola di grazie a ognuna delle
persone che, in un modo o nell’altro, hanno permesso il raggiungimento
di un traguardo.
All’epoca della tesi, per risolvere tale situazione, ricorsi alla canzone
dei Nomadi Ma che film la vita, soluzione che per un momento ho pensato
di adottare anche in questo contesto. Ma già dove la dedica delle prime
pagine si è proposta con limitate possibilità espressive, almeno ora vorrei
offrire qualche nome in più. Ovviamente non mi sarà possibile citare
proprio tutti ma tutti i nomi di coloro che meriterebbero essere qui
riportati: spero che per questo vorrete perdonarmi dove prometto di
impegnarmi a recuperare altri ringraziamenti nelle prossime
pubblicazioni.

Iniziamo con la curatrice dell’aspetto grafico di questo, e spero delle


futuri, volumi: Giuliana, meglio conosciuta da me con il nome di
“mamma”. A lei un immancabile grazie per aver accettato il carico di
lavoro non indifferente e la sfida, psicologica e fisica, rappresentata da
tutto questo. Per dovere di cronaca tengo a sottolineare una sua
importante presenza anche nella fase di revisione e correzione, in quanto
ha collaborato nella terza e conclusiva rilettura dell’opera.
Da citare e ringraziare, poi, tre presenze importanti le quali, pur non
avendo avuto modo di leggere per intero le Cronache fino a oggi, hanno
appoggiato moralmente questa iniziativa fin dai suoi arbori, incitandomi
in un modo o nell’altro ad andare avanti fino a giungere a questo risultato:
Daniela, Elena e Monica.
614 Sean MacMalcom
Giungiamo a questo punto a tre fra i più affezionati lettori che il blog
ha avuto, costanti nel seguire giorno dopo giorno la pubblicazione e nel
proporre i propri consigli, le proprie critiche, i propri suggerimenti e i
propri “insulti” di fronte ad alcuni colpi di scena, chi intervenendo sul sito
stesso chi addirittura anche di persona: Gabriele, Osvaldo e Robin. Grazie
a ognuno di voi.
Impossibile scordare di citare un’iniziativa senza la quale
probabilmente, non avrei mai avuto voglia di imbarcarmi in questa
avventura, progetto che ricade sotto due diversi nomi: virtualMARVEL &
Friends e New Wave Novelers. A tutti coloro che ne sono stati o ne sono
ancora parte, il mio più sincero ringraziamento per avermi dimostrato
come non sempre è necessario essere grandi autori o scrivere opere di
rilievo storico per potersi divertire facendolo.
Per concludere, infine, vorrei ringraziare anche una mia docente che
da anni non ho l’occasione di incontrare, che probabilmente neanche è
informata dell’esistenza delle Cronache, ma che, senza dubbio, ha svolto un
ruolo importante nel lungo cammino chiamato vita che ha condotto fino a
questa pubblicazione: prof.ssa Del Miglio. Grazie a lei, infatti, ho avuto
modo di incominciare ad apprezzare le arti umanistiche più di quelle
tecniche, scoprendo un aspetto che prima, pur già cimentandomi nella
scrittura e drogandomi di lettura, non avevo avuto modo di cogliere.
(Messaggio personale per la medesima: se per caso si ritrova fra le mani
questo volume, La prego di essere indulgente nell’utilizzo della penna
rossa!)

Bene. Con questo penso che sia abbastanza… almeno per ora!
Ops… quasi dimenticavo: naturalmente grazie a te che stai leggendo e
che hai avuto la forza e il coraggio di giungere al termine di questo
mattone, titoli di coda inclusi.

Sean MacMalcom
MIDDA’S CHRONICLES 615

Prossimamente…

Midda Bontor, già ricercata per reati di pirateria, fa ritorno a Kirsnya,


per affrontare le responsabilità del passato, i pericoli del presente e i rischi
di un futuro assolutamente incerto. Ad attenderla si proporrà una nuova e
potente figura femminile per la capitale kofreyota: un’alleata o una nuova
nemica?

Fra sei mesi, in esclusiva per Lulu.com, il secondo volume di Midda’s


Chronicles offrirà quattro nuove avventure della mercenaria conosciuta con
l’appellativo di Figlia di Marr’Mahew, a confronto con nuovi nemici e
vecchi amici, con un mondo caotico e, soprattutto, con il caos che solo
domina nel suo animo.

Tutto questo, e molto altro ancora, in…

MIDDA’S CHRONICLES
VOLUME SECONDO

CONDANNATA
E ALTRE STORIE
616 Sean MacMalcom
MIDDA’S CHRONICLES 617

Siamo un gruppo di persone assolutamente normali, lavoratori e studenti,


che si ritrovano accomunate da una medesima passione, da uno stesso
interesse: quello per la scrittura creativa.

Uniti da questo piacere comune, abbiamo deciso di scrivere sfruttando le


virtù della blogosfera, per esprimere indipendentemente le nostre fantasie,
i frutti del nostro tempo libero e del nostro impegno, trovando l'un l'altro
reciproco aiuto, consiglio, sostegno, per rendere la forza di ognuno di noi
quella di tutti ed essere uniti di fronte all'immensità del World Wide Web,
in cui altrimenti potremmo perderci.

Non fingiamo di essere nulla di più di ciò che siamo, non ci arroghiamo il
diritto di ambire a nulla di più di ciò che la libertà di Internet ci consente
di cercare: non crediamo di essere grandi scrittori, non vogliamo cambiare
il mondo con ciò che scriviamo. Semplicemente seguiamo un interesse,
con passione e umiltà, accogliendo a braccia aperte chiunque voglia unirsi
a noi in questo cammino.

Se ti ritrovi descritto in queste parole, se hai voglia di metterti in gioco


insieme a noi... unisciti a NWN!

NEW WAVE NOVELERS


Una nuova frontiera del blog novelizing in Italia

http://newwavenovelers.altervista.org/
618 Sean MacMalcom

Midda Bontor:
donna guerriero per vocazione,
mercenaria per professione.

In un mondo dove l'abilità nell'uso di un'arma


può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul
numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide
per offrire un senso alla propria esistenza.

Continua a seguire le avventure di Midda


sul blog che ha dato origine a questo libro:

MIDDA’S CHRONICLES
http://middaschronicles.blogspot.com/

Ogni giorno un nuovo episodio,


un nuovo tassello ad ampliare il mosaico
di un nuovo universo fantasy sword & sorcery,
nel narrare le Cronache di Midda.