Teoria dei Fibrati

Filippo Bracci
DIPARTIMENTO DI MATEMATICA UNIVERSIT
`
A DI ROMA “TOR VERGATA” VIA DELLA
RICERCA SCIENTIFICA 1, 00133 ROMA, ITALY.
E-mail address: fbracci@mat.uniroma2.it
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
Indice
Capitolo 1. Preliminari 5
1. Cenni sulle propriet` a locali delle funzioni olomorfe 5
2. Variet` a differenziabili e complesse 7
3. Partizioni dell’unit` a 12
4. Fascio di struttura di una variet` a 13
5. Lo spazio tangente ad un variet` a e il differenziale di una applicazione 14
6. Sottovariet` a regolari e teoremi di taglio 15
7. Immersioni e sottovariet` a immerse 18
8. Richiami sui Rivestimenti 20
9. Rudimenti della teoria dei Gruppi di Lie 23
10. Azioni di gruppi 27
Capitolo 2. Fibrati 31
1. Sommersioni, fibrazioni e fibrati 31
2. Fibrati vettoriali e fibrati principali 33
3. Sezioni di fibrati 41
4. Operazioni sui fibrati vettoriali 43
5. Metriche lungo le fibre di un fibrato vettoriale 47
6. Fibrato pull-back 48
7. Sottofibrati vettoriali 49
8. Fibrati quoziente 51
9. Nucleo e Immagine di morfismi di fibrati vettoriali 54
10. Successioni esatte di fibrati vettoriali 55
11. Fibrati lineari e gruppo di Picard su variet` a complesse 57
12. Fibrati tautologici sullo spazio proiettivo 58
13. Strutture quasi complesse 63
Capitolo 3. Campi di vettori e forme differenziali 69
1. Campi di vettori e parentesi di Lie 69
2. L’operatore differenziale esterno 70
3. Integrazione su variet` a 74
4. Coomologia di de Rham 76
5. Strutture quasi complesse integrabili 83
3
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4 INDICE
Capitolo 4. Fasci e coomologia 85
1. Piccolo compendio di algebra commutativa 85
2. Prefasci e Fasci 94
3. Successioni esatte di fasci 100
4. Morfismi di fibrati vettoriali e di fasci localmente liberi 106
5. Operazioni sui fasci 109
6. Fasci di moduli coerenti 112
7. Coomologia di
ˇ
Cech di fasci su spazi paracompatti 113
8. Il teorema di de Rham astratto 116
9. Risoluzione canonica soft, teorema di Leray e successione di Meyer-Vietoris 118
10. Applicazioni 122
Capitolo 5. Connessioni su fibrati 131
1. Connessioni su fibrati vettoriali 131
2. La (prima) classe di Atiyah 134
3. Curvatura di una connessione 136
4. Estensione di una connessione all’algebra tensoriale 138
5. Le identit` a di Bianchi 141
6. Fibrati lineari e connessioni 142
7. Teoria di Chern-Weil 144
Capitolo 6. Teoremi di annullamento di classi caratteristiche 153
1. Classi di Chern come ostruzione all’esistenza di sezioni globali 153
2. Connessioni Parziali 153
3. Connessioni su fibrati olomorfi e teorema di annullamento di Bott 156
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CAPITOLO 1
Preliminari
1. Cenni sulle propriet` a locali delle funzioni olomorfe
In C
N
, N ≥ 1 siano fissate coordinate standard (z
1
, . . . , z
N
). Sia U un aperto in C
N
. Per
una funzione f : U →C di classe C
1
si definisce l’operatore formale
∂f :=
N

j=1
∂f
∂z
j
dz
j
,
dove, se x
j
= Re z
j
e y
j
= Imz
j
, definiamo

∂z
j
:=
1
2
_

∂x
j
+i

∂y
j
_
.
DEFINIZIONE 1.1. Sia U un aperto di C
N
, N ≥ 1. Una funzione f : U → C di classe C
1
si dice olomorfa in U se ∂f ≡ 0 in U.
In particolare dunque una funzione f ` e olomorfa se e solo se

∂z
j
f = 0 per j = 1, . . . , N.
Se Z = (z
1
, . . . , z
N
) ∈ C
N
, denotiamo con Z
tt
j
= (z
1
, . . . , z
j−1
, ˆ z
j
, z
j+1
, . . . , z
N
) la (N−1)-
upla di coordinate ottenuta rimuovendo z
j
da Z. Per comodit` a, indicheremo f(Z) = f(Z
tt
j
, z
j
).
Dalla teoria delle funzioni olomorfe in una variabile, si ricava facilmente la seguente:
PROPOSIZIONE 1.2. Sia U un aperto in C
N
e sia f : U →C una funzione di classe C
1
. Le
seguenti affermazioni sono equivalenti:
(1) f ` e olomorfa in U.
(2) Per ogni j ∈ ¦1, . . . , N¦ la funzione z
j
→ f(Z
tt
j
, z
j
) ` e olomorfa laddove ` e definita.
(3) (equazioni di Cauchy-Riemann) Se f(Z) = u(Z) +iv(Z) con u, v : U →R, si ha per
ogni j = 1, . . . , N
_
∂u
∂x
j
=
∂v
∂y
j
∂u
∂y
j
= −
∂v
∂x
j
DEFINIZIONE 1.3. Sia U un aperto di C
n
. Si indica con O(U) lo spazio vettoriale delle
funzioni olomorfe definite su U.
Sia U un aperto in C
N
. Una funzione F : U → C
m
di classe C
1
si dice olomorfa se ogni
sua componente ` e olomorfa. Per la regola della catena, la composizione di funzioni olomorfe ` e
olomorfa.
5
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6 1. PRELIMINARI
Sia r = (r
1
, . . . , r
n
) ∈ R con r
j
> 0 per ogni j. Sia a = (a
1
, . . . , a
n
) ∈ C
n
. Definiamo il
polidisco P(a, r) di centro a e multi-raggio r
P(a, r) := ¦(z
1
, . . . , z
n
) ∈ C
n
: [z
j
−a
j
[ < r
j
, j = 1, . . . , n¦.
Il bordo di Shilov di P(a, r) ` e definito da ∂
S
P(a, r) = ¦(z
1
, . . . , z
n
) ∈ C
n
: [z
j
−a
j
[ = r
j
, j =
1, . . . , n¦. Il bordo di Shilov del polidisco ` e contenuto nella frontiera topologica del polidisco.
Sia U un aperto di C
n
e sia f ∈ O(U). Sia P(a, r) un polidisco contenuto e relativamente
compatto in U. Utilizzando la formula di Cauchy per funzioni olomorfe di una variabile e il
teorema di Fubini, sia ha
(1.1) f(z
1
, . . . , z
n
) =
1
(2πi)
n
_

S
P(a,r)
f(ζ
1
, . . . , ζ
n
)

1
−z
n
) (ζ
n
−z
n
)

1
∧ . . . ∧ dζ
n
,
per ogni z ∈ P(a, r).
Come conseguenza, sviluppando sotto il segno di integrale e utilizzando il teorema della
convergenza dominata di Lebesgue, si ha che f ∈ O(U) ` e analitica, ovvero, per ogni a ∈ U
esiste un intorno V tale che per ogni z ∈ V si ha
(1.2) f(z) =

j
1
,...,j
n
=1
a
j
1
...j
n
(z
1
−a
1
)
j
1
(z
n
−a
n
)
j
n
con a
j
1
...j
n
∈ C e tale serie di potenze converge uniformemente in ogni compatto di V . Vicev-
ersa, per il teorema della convergenza dominata di Lebesgue, ogni serie di potenze definita su
un aperto di C
n
e uniformemente convergente sui compatti di tale aperto ` e olomorfa.
Un vettore α = (α
1
, . . . , α
n
) ∈ N
n
si chiama un multi-indice. La sua lunghezza ` e [α[ =
α
1
+ . . . + α
n
. Se f ∈ O(U) poniamo
D
α
f(a) :=

[α[
f
∂z
α
1
1
∂z
α
n
n
(a).
Dalla (1.2) segue il seguente
TEOREMA 1.4 (Prolungamento analitico). Sia U ⊂ C
n
un aperto connesso e sia f ∈ O(U).
(1) Se esiste a ∈ U tale che D
α
f(a) = 0 per ogni multi-indice α allora f ≡ 0.
(2) Se g ∈ O(U) ` e tale che f ≡ g su un aperto V ⊂ U allora f ≡ g su U.
(3) O(U) ` e un dominio di integrit` a.
DIMOSTRAZIONE. Per provare (1) basta verificare che l’insieme ¦z ∈ U : D
α
f(z) =
0∀α ∈ N
n
¦ ` e aperto e chiuso in U. La chiusura ` e immediata, l’apertura segue dalla (1.2).
(2) segue da (1) applicato a f −g ∈ O(U).
(3) Se f g ≡ 0 e f ,≡ 0, allora esiste un aperto V ⊂ U tale che f(z) ,= 0 per ogni z ∈ V .
Ma allora g(z) = 0 su V e per (2) g ≡ 0 su U.
TEOREMA 1.5 (mappa aperta). Siano U ⊂ C
n
un aperto connesso e f ∈ O(U). Se f non ` e
costante allora ` e aperta.
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2. VARIET
`
A DIFFERENZIABILI E COMPLESSE 7
DIMOSTRAZIONE. Sia f non costante. Sia B una palla di centro a e raggio ρ > 0 contenuta
in U. Proviamo che f(B) ` e aperto in C. Per il Teorema di prolungamento analitico, f[
B
non
` e costante. Dunque esiste b ∈ B tale che f(a) ,= f(b). Si considera allora l’applicazione
ζ → f(a + ζb) definita per ζ ∈ C tale che [ζ[ < 1. Questa ` e una funzione olomorfa di
una variabile, non costante, e dunque ` e aperta per la teoria delle funzioni olomorfe di una
variabile.
Come corollario immediato si ha
TEOREMA 1.6 (Principio del massimo). Sia U ⊂ C
n
un aperto connesso. Sia f ∈ O(U).
Sia a ∈ U. Se [f[ ha un massimo locale in a, allora f ` e costante.
2. Variet` a differenziabili e complesse
Ricordiamo che uno spazio topologico M si dice paracompatto se ogni suo ricoprimento di
aperti ¦U
j
¦ ammette un raffinamento localmente finito, ovvero, esiste un ricoprimento ¦V
i
¦ di
M tale che per ogni j esiste i con V
i
⊆ U
j
e per ogni p ∈ M esiste un intorno W di p che
interseca solo un numero finito di ¦V
i
¦.
Si pu` o provare che ogni spazio topologico localmente compatto e a base numerabile ` e
paracompatto.
DEFINIZIONE 2.1. Uno spazio topologico M di Hausdorff, paracompatto si dice una variet` a
differenziabile di classe C
κ
, κ = 0, . . . , ∞, ω (reale analitica) di dimensione n se esiste un
ricoprimento ¦U
j
¦
j∈J
di M e degli omeomorfismi ϕ
j
: U
j
→ ϕ
j
(U
j
), dove ϕ
j
(U
j
) ` e un aperto
di R
n
per ogni j ∈ J, tali che per ogni j, k ∈ J con U
j
∩ U
k
,= ∅, risulta che l’applicazione
ϕ
j
◦ ϕ
−1
k
: ϕ
k
(U
j
∩ U
k
) → ϕ
j
(U
j
∩ U
k
),
` e di classe C
κ
.
L’insieme delle coppie ¦(U
j
, ϕ
j

j∈J
si dice un atlante C
κ
di M. Se x ∈ U
j
, l’aperto U
j
si
dice un intorno coordinato di x. La coppia (U
j
, ϕ
j
) si chiama un sistema di coordinate locali (o
carta locale), mentre l’applicazione ϕ
−1
j
: ϕ
j
(U
j
) → U
j
si dice una parametrizzazione locale.
In modo simile si pu` o definire una variet` a complessa (detta anche variet` a olomorfa) di di-
mensione (complessa) n chiedendo che per ogni j ∈ J, ϕ
j
(U
j
) sia un aperto di C
n
e che
ϕ
j
◦ ϕ
−1
k
: ϕ
k
(U
j
∩ U
k
) → ϕ
j
(U
j
∩ U
k
) sia olomorfa per ogni j, k ∈ J con U
j
∩ U
k
,= ∅.
OSSERVAZIONE 2.2. Se M ` e una variet` a complessa di dimensione complessa n allora ` e
anche una variet` a differenziabile analitica reale di dimensione (reale) 2n.
Pi` u in generale si pu` o definire una variet` a con bordo. Per farlo, ricordiamo che se U ` e
un aperto di ¦(x
1
, . . . , x
n
) ∈ R
n
: x
1
≥ 0¦, si dice che una applicazione f : U → R
n
` e differenziabile di classe C
k
se per ogni p ∈ U esiste un intorno aperto V ⊂ R
n
di p e una
applicazione
˜
f : V →R
n
differenziabile di classe C
k
tale che
˜
f[
V ∩U
= f[
U
. Ricordiamo inoltre
che se U, U
t
sono aperti di ¦(x
1
, . . . , x
n
) ∈ R
n
: x
1
≥ 0¦ e f : U → U
t
` e un omeomorfismo,
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8 1. PRELIMINARI
allora, ponendo ∂U = U ∩ ¦(x
1
, . . . , x
n
) ∈ R
n
: x
1
= 0¦ risulta che f[
∂U
: ∂U → ∂U
t
` e un
omeomorfismo e f[
U\∂U
: U ¸ ∂U → U
t
¸ ∂U
t
` e un omeomorfismo.
Possiamo allora definire:
DEFINIZIONE 2.3. Uno spazio topologico M di Hausdorff, paracompatto si dice una variet` a
differenziabile di dimensione n con bordo di classe C
κ
, κ = 0, . . . , ∞, ω (reale analitica) di
dimensione n se esiste un ricoprimento ¦U
j
¦
j∈J
di M e degli omeomorfismi ϕ
j
: U
j
→ ϕ
j
(U
j
),
dove ϕ
j
(U
j
) ` e un aperto di ¦(x
1
, . . . , x
n
) ∈ R
n
, x
1
≥ 0¦ per ogni j ∈ J tali che per ogni
j, k ∈ J con U
j
∩ U
k
,= ∅, risulta che l’applicazione
ϕ
j
◦ ϕ
−1
k
: ϕ
k
(U
j
∩ U
k
) → ϕ
j
(U
j
∩ U
k
),
` e di classe C
κ
.
Diciamo che un punto p ` e un punto di bordo di una variet` a con bordo M se esiste una carta
locale ϕ
j
: U
j
→ ϕ
j
(U
j
), dove ϕ
j
(U
j
) ` e un aperto di ¦(x
1
, . . . , x
n
) ∈ R
n
, x
1
≥ 0¦ tale che
ϕ
j
(p) ha coordinate (0, x
2
, . . . , x
n
). L’insieme dei punti del bordo di M si denota ∂M e si dice
il bordo di M, il suo complementare
o
M
= M ¸ ∂M si dice l’interno di M.
ESERCIZIO 2.4. Sia M una variet` a di dimensione n con bordo. Provare che ∂M ` e una
variet` a (senza bordo) di dimensione n − 1 e che
o
M
` e una variet` a (senza bordo) di dimensione
n.
Nel seguito il termine variet` a indicher` a sempre una variet` a senza bordo. Inoltre in ci ` o che
segue considereremo variet` a differenziabili di classe C

e variet` a complesse. Pertanto, salvo
quando esplicitamente detto, una variet` a differenziabile sar` a sempre di classe C

.
Sia M una variet` a (differenziabile o complessa) e siano ¦(U
j
, ϕ
j
)¦ e ¦(V
j
, φ
j
)¦ due atlanti
per M. Tali atlanti si dicono compatibili se per ogni j, k tali che U
j
∩ V
k
,= ∅ l’applicazione
ϕ
j
◦ φ
−1
k
: φ
k
(U
j
∩ V
k
) → ϕ
j
(U
j
∩ V
k
)
` e di classe C

(rispettivamente olomorfa).
Un atlante ` e massimale se contiene tutti gli atlanti compatibili. Per il Lemma di Zorn un
tale atlante esiste sempre.
DEFINIZIONE 2.5. Siano M, N due variet` a differenziabili (rispettivamente complesse). Una
funzione f : M → N si dice differenziabile o liscia (rispettivamente olomorfa) se per ogni
p ∈ M esistono un sistema di coordinate locali (U, ϕ) in M tali che p ∈ U e un un sistema di
coordinate locali (V, φ) in N tali che f(p) ∈ V tali che l’applicazione
φ ◦ f ◦ ϕ
−1
: U → V
sia di classe C

(rispettivamente olomorfa).
ESERCIZIO 2.6. Provare che la nozione di differenziabilit` a (risp. olomorfia) di una fun-
zione tra variet` a differenziabili (risp. complesse) ` e ben data, ovvero non dipende dai sistemi di
coordinate locali scelti.
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2. VARIET
`
A DIFFERENZIABILI E COMPLESSE 9
DEFINIZIONE 2.7. Siano M, N due variet` a differenziabili (risp. complesse). Una ap-
plicazione differenziabile (rispett. olomorfa) f : M → N si dice un diffeomorfismo (risp.
biolomorfismo) se f ` e un omeomorfismo e se f
−1
: N → M ` e differenziabile (risp. olomorfa).
Su uno stesso spazio topologico possono esserci diversi atlanti non compatibili, che per` o
possono definire variet` a diffeomorfe tra loro:
ESEMPIO 2.8. Sia M = R con “atlante” (R, ϕ), dove ϕ(x) = x. Sia N = R con “atlante”
(R, φ), dove φ(x) = x
1/3
. I due atlanti non sono compatibili poich´ e φ(ϕ
−1
(x)) = x
1/3
non ` e di
classe C

in x = 0. Dunque M e N sono due variet` a distinte. Per` o f : M → N definita da
f(x) = x
3
` e un omeomorfismo e si verifica facilmente che ` e un diffeomorfismo. Pertanto nella
categoria delle variet` a differenziabili M, N sono indistinguibili.
ESEMPIO 2.9. Lo spazio delle matrici mn con entrate reali, Mat(nm, R) ` e una variet` a
reale di dimensione m n. Similmente, lo spazio delle matrici m n con entrate complesse,
Mat(n m, C) ` e una variet` a complessa di dimensione mn.
ESEMPIO 2.10. Il gruppo lineare GL(n, R) ` e l’aperto di R
n
2
definito dalle matrici n n
con determinante non nullo. Similmente si definisce GL(n, C).
ESERCIZIO 2.11. Se M, N sono variet` a differenziabili, si pu` o definire su M N una
naturale struttura di variet` a differenziabile per cui le proiezioni su M e su N sono differenziabili.
ESEMPIO 2.12. Lo spazio proiettivo. Definiamo adesso una variet` a complessa compatta di
importanza fondamentale in matematica, lo spazio proiettivo complesso CP
n
(argomentazioni
simili nel caso reale definiscono lo spazio proiettivo reale RP
n
).
Su C
n+1
¸ ¦0¦ si definisca la relazione d’equivalenza seguente: p ∼ q se esiste λ ∈ C¸ ¦0¦
tale che p = λq. Sia CP
n
:= ¦[p] : p ∈ C
n+1
¸ ¦0¦¦ l’insieme quoziente e sia
π : C
n+1
¸ ¦0¦ →CP
n
definita da π(p) = [p]. Su CP
n
mettiamo la topologia quoziente (ovvero, U ⊂ CP
n
` e un aperto
se π
−1
(U) ` e aperto in C
n+1
). Con tale topologia π ` e continua. Sia S
2n+1
:= ¦z ∈ C
n+1
: |z| =
1¦ la sfera di dimensione 2n + 1.
`
E un sottospazio compatto e connesso di C
n+1
. Si verifichi
per esercizio che ` e di Hausdorff. Osserviamo che π[
S
2n+1 : S
2n+1
→ CP
n
` e suriettiva. Pertanto
CP
n
` e connesso e compatto. Fissate delle coordinate su C
n+1
, indichiamo con le coordinate
omogenee [z
1
: . . . : z
n+1
] la classe di equivalenza di (z
1
, . . . , z
n+1
) ∈ C
n+1
¸ ¦0¦.
Definiamo per j = 1, . . . , n + 1
U
j
:= ¦[z
1
: . . . : z
n+1
] ∈ CP
n
: z
j
,= 0¦.
Si verifica subito che U
j
` e aperto in CP
n
e che

U
j
= CP
n
. Definiamo ora delle carte locali
su U
j
, j = 1, . . . , n + 1 nel modo seguente:
ϕ
j
([z
1
: . . . : z
n+1
]) =
_
z
1
z
j
, . . . ,
z
j−1
z
j
, ˆ z
j
,
z
j+1
z
j
, . . . ,
z
n+1
z
j
_
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10 1. PRELIMINARI
dove, come usuale, ˆ z
j
significa omesso. Si verifica facilmente che ϕ
j
: U
j
→ C
n
sono degli
omeomorfismi suriettivi. In pi ` u, per fissati j ,= k, si ha U
j
∩ U
k
= ¦[z
1
: . . . : z
n+1
] : z
j
z
k
,= 0¦
e se poniamo (x
1
, . . . , x
n
) = ϕ
j
([p]), si ha ϕ
j
(U
k
∩U
j
) = C
n
¸¦x
k
= 0¦. Si vede poi facilmente
che le componenti di ϕ
k
◦ϕ
−1
j
sono del tipo
x
m
x
k
, m ∈ ¦1, . . . , n¦¸¦k¦ e 1/x
k
, dunque olomorfe.
Pertanto CP
n
` e una variet` a connessa compatta complessa di dimensione n.
ESERCIZIO 2.13. Sia a = (a
1
, . . . , a
n+1
) ∈ C
n+1
¸ ¦0¦. In CP
n
si consideri
H := ¦[z
1
: . . . : z
n+1
] : a
1
z
1
+ . . . + a
n+1
z
n+1
= 0¦.
Si provi che H ` e una sottovariet` a di CP
n
(detta iperpiano proiettivo).
ESEMPIO 2.14. La Grassmanniana. Generalizziamo la costruzione dello spazio proiettivo
complesso. Definiamo
G
k,n
(C) := ¦V ⊂ C
n
: V ` e un sottospazio vettoriale complesso di dimensione k¦.
Vediamo che G
k,n
(C) ha una struttura naturale di variet` a complessa connessa compatta di
dimensione k(n −k).
Sia M
k,n
(C) l’insieme delle matrici k n a coefficienti complessi di rango k. Si vede
facilmente che M
k,n
(C) ` e un aperto dello spazio delle matrici k n e pertanto ` e una variet` a
complessa di dimensione kn.
Sia ora π : M
k,n
(C) → G
k,n
(C) definito nel modo seguente. Se A ∈ M
k,n
(C) si in-
dichi con a
j
il vettore di C
n
formato dalla j-sima riga di A. Si definisce pertanto π(A) :=
span
C
¸a
1
, . . . , a
k
¸ il sottospazio di C
n
generato dalle righe di A.
Si osservi che
(2.1) π(A) = π(B) se e solo se esiste g ∈ GL(k, C) tale che B = gA.
Pertanto possiamo identificare G
k,n
(C) con l’insieme quoziente di M
k,n
(C) rispetto alla re-
lazione di equivalenza (2.1). Mettiamo su G
k,n
(C) la topologia quoziente. Se U(k, n) := ¦A ∈
M
k,n
(C) : A
t
A = I¦, si vede facilmente che U(k, n) ` e compatto in M
k,n
(C). Poich´ e ogni
sottospazio di C
n
ammette una base ortonormale, ne segue che π[
U(k,n)
: U(k, n) → G
k,n
(C)
` e suriettiva e dunque G
k,n
(C) ` e compatto. Si verifichi per esercizio che ` e di Hausdorff e a base
numerabile.
Definiamo adesso delle carte locali. Sia A ∈ M
k,n
(C) e siano A
1
, . . . , A
t
tutti i minori kk
di A. Poich´ e A ha rango k, esiste j
0
tale che det A
j
0
,= 0 ed esiste una matrice di permutazione
P
j
0
tale che AP
j
0
= [A
j
0
, B
j
0
] dove B
j
0
` e una opportuna matrice k (n − k) e il simbolo
[A
j
0
, B
j
0
] indica la matrice k n formata giustapponendo A
j
0
e B
j
0
. Si pone
U
j
0
:= ¦V ∈ G
k,n
(C) : V = π(A), det A
j
0
,= 0¦.
Si definisce allora ϕ
j
0
: U
j
0
→C
k(n−k)
tramite
ϕ
j
0
(π(A)) := A
−1
j
0
B
j
0
.
La ϕ
j
0
` e un omeomorfismo locale, infatti la sua inversa ` e definita da ϕ
−1
j
0
(B) := π([I
k
, B]). Si
verifichi poi per esercizio che effettivamente ¦(U
j
, ϕ
j

j=1,...,t
` e un atlante olomorfo.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
2. VARIET
`
A DIFFERENZIABILI E COMPLESSE 11
DEFINIZIONE 2.15. Una variet` a differenziabile M si dice orientabile se esiste un atlante
¦(U
j
, ϕ
j
)¦ tale che det(d(ϕ
j
◦ ϕ
−1
k
)) > 0 su ϕ
k
(U
j
∩ U
k
) ogni volta che U
j
∩ U
k
,= ∅. Un tale
atlante si dice orientato.
ESEMPIO 2.16. Il nastro di M¨ obius ` e una superficie (sottovariet` a di codimensione uno di
R
3
) che non ` e orientabile.
PROPOSIZIONE 2.17. Sia M una variet` a complessa di dimensione (complessa) n. Allora
M ` e orientabile come variet ` a analitica reale di dimensione (reale) 2n.
DIMOSTRAZIONE. Sia ¦(U
α
, ϕ
α
)¦ un atlante olomorfo di M. Siano α, β tali che U
α
∩U
β
,=
∅ e definiamo F := ϕ
α
◦ ϕ
−1
β
. Dunque ponendo U = ϕ
β
(U
α
∩ U
β
), un aperto in C
n
, si ha
F : U → C
n
olomorfa. Scriviamo F = u + iv, con u, v : U → R
n
funzioni analitiche reali
(e U riguardato come aperto di R
2n
). Il cambiamento di carte analitico reale ` e dunque dato
da F
r
:= (u, v) : U → R
2n
. Per calcolare il suo differenziale, usiamo la seguente notazione:
se z ∈ U, z = (x
1
+ iy
1
, . . . , x
n
+ iy
n
) con x
j
, y
j
∈ R, pensiamo a u, v come funzioni di
(x
1
, . . . , x
n
, y
1
, . . . , y
n
). Inoltre indichiamo con
∂u
∂x
la matrice n n le cui entrate sono
∂u
i
∂x
j
e
similmente per
∂u
∂y
e per v. Con queste notazioni, utilizzando le equazioni di Cauchy-Riemann,
il differenziale di F
r
` e
dF
r
=
_
∂u
∂x
∂u
∂y
∂v
∂x
∂v
∂y
_
=
_
∂u
∂x
∂u
∂y

∂u
∂y
∂u
∂x
_
.
Ora possiamo calcolare il determinante con delle semplici operazioni elementari sulle righe e
colonne:
det
_
∂u
∂x
∂u
∂y

∂u
∂y
∂u
∂x
_
= det
_
∂u
∂x
−i
∂u
∂y
∂u
∂y
+ i
∂u
∂x

∂u
∂y
∂u
∂x
_
= det
_
∂u
∂x
−i
∂u
∂y
0

∂u
∂y
∂u
∂x
+ i
∂u
∂y
_
da cui det(F
r
) = [ det
_
∂u
∂x
−i
∂u
∂y
_
[ > 0.

PROPOSIZIONE 2.18. Sia M una variet` a reale con bordo ∂M. Supponiamo M orientabile
e sia ¦U
α
, ϕ
α
¦ un atlante orientato di M. Allora ¦U
α
∩∂M, ϕ
α
[
∂M
¦ ` e un atlante orientato per
∂M. In particolare ∂M ha una orientazione naturale determinata dall’orientazione di M.
DIMOSTRAZIONE.
`
E semplice provare che ¦U
α
∩∂M, ϕ
α
[
∂M
¦ ` e un atlante per ∂M. Provi-
amo che ` e orientato. Supponiamo U
α
∩ U
β
∩ ∂M ,= ∅. Sia U := ϕ
β
(U
α
∩ U
β
) e sia
V := ϕ
α
(U
α
∩ U
β
). Poniamo F := ϕ
α
◦ ϕ
−1
β
: U → V . Allora poich´ e F manda U ∩ ¦x
1
= 0¦
in V ∩ ¦x
1
= 0¦, si ha
F(0, x
2
, . . . , x
n
) = (0, y
2
(x
1
, . . . , x
n
), . . . , y
n
(x
1
, . . . , x
n
)).
Occorre provare che det
_
∂y
j
∂x
k
_
j,k=2,...,n
> 0 per ogni (0, x
2
, . . . , x
n
) ∈ U.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
12 1. PRELIMINARI
Per ipotesi det
_
∂y
j
∂x
k
_
j,k=1,...,n
> 0 per ogni (x
1
, . . . , x
n
) ∈ U. Poich´ e y
1
(0, x
2
, . . . , x
n
) ≡ 0,
ne segue che
∂y
1
(0,x
2
,...,x
n
)
∂x
j
≡ 0 per ogni j = 2, . . . , n. Pertanto per q = (0, x
2
, . . . , x
n
) ∈ U si
ha
(2.2)
_
_
∂y
1
∂x
1
_
∂y
1
∂x
j
_
j=2,...,n
_
∂y
k
∂x
1
_
k=2,...,n
_
∂y
k
∂x
j
_
j,k=2,...,n
_
_
(q) =
_
∂y
1
∂x
1
0
_
∂y
k
∂x
1
_
k=2,...,n
_
∂y
k
∂x
j
_
j,k=2,...,n
_
(q).
Poich´ e F manda ¦x
1
≥ 0¦ ∩ U in ¦x
1
≥ 0¦, ne segue che
∂y
1
∂x
1
(0, x
2
, . . . , x
n
) = lim
h→0
+
y
1
(h, x
2
, . . . , x
n
)
h
≥ 0,
e per la (2.2) si ha che
∂y
1
∂x
1
(q) > 0 e dunque det
_
∂y
k
∂x
j
_
j,k=2,...,n
(q) > 0, come volevasi.
3. Partizioni dell’unit` a
LEMMA 3.1. Sia M una variet` a e sia K un compatto in M e U ⊂ M un aperto che contiene
K. Allora esiste una funzione C

ϕ : M → R tale che ϕ ≥ 0, ϕ(x) = 1 per ogni x ∈ K e
supp(ϕ) ⊂⊂ U.
DIMOSTRAZIONE. Il risultato vale in R
n
utilizzando le funzioni esponenziali. Se K ` e
contenuto in una carta locale allora il risultato segue subito. Altrimenti, essendo K compatto,
si pu` o ricoprire con un numero finito di carte locali e dunque K risulta unione di un numero
finito di compatti ¦K
j
¦
j=1,...,N
contenuti ciascuno in una carta locale. Si applica il risultato per
ciascuno di questi compatti e si ottiene una famiglia ¦φ
j
¦
j=1,...,N
di funzioni di classe C

tali
che il supporto ` e contenuto ed ` e relativamente compatto in una carta locale, ϕ
j
≥ 0 e ϕ
j
(x) = 1
per x ∈ K
j
. la funzione cercata ` e data da ϕ(x) = 1 −

N
j=1
(1 −φ
j
(x)).
DEFINIZIONE 3.2. Sia M una varit` a. Sia | = ¦U
α
¦ un ricoprimento di M localmente
finito. Una famiglia ¦ϕ
α
¦ si dice una partizione dell’unit` a associata a | se per ogni α le funzioni
ϕ
α
: U
α
→R sono C

e verificano:
(1) ϕ
α
≥ 0,
(2) supp(ϕ
α
) ⊂⊂ U
α
,
(3)

ϕ
α
(x) = 1 per ogni x ∈ M.
TEOREMA 3.3. Sia M una variet` a differenziabile. Sia | := ¦U
α
¦ un ricoprimento lo-
calmente finito di M tale che ciascun U
α
sia relativamente compatto in M. Allora esiste una
partizione dell’unit` a associata a |.
DIMOSTRAZIONE. Per ogni α si definisce V
α
⊂⊂ U
α
tale che ¦V
α
¦ ` e un ricoprimento di
M. Si definisce ¯ ϕ
α
in modo che ¯ ϕ
α
(x) = 1 per ogni x ∈ V
α
e supp¯ ϕ
α
⊂⊂ U
α
usando il
Lemma 3.1. Si definisce poi ¯ ϕ :=

¯ ϕ
α
(tale somma ` e ben definita poich´ e il ricoprimento ` e
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
4. FASCIO DI STRUTTURA DI UNA VARIET
`
A 13
localmente finito, dunque per ogni x ∈ M esiste solo un numero finito di U
α
tali che x ∈ U
α
).
Inoltre ¯ ϕ(x) > 0 per ogni x. Si pone allora ϕ
α
:= ¯ ϕ
α
/¯ ϕ.
4. Fascio di struttura di una variet` a
Sia M una variet` a reale (rispettivamente complessa) e sia p ∈ M. Consideriamo l’insieme
G
p
:= ¦(U, f)¦ dove U ` e un aperto di M contenente p e f ∈ C

(U) (rispettivamente f ∈
O(U)). Mettiamo una relazione di equivalenza su G
p
definendo (U, f) ∼ (V, g) se esiste W ⊂
U ∩ V con p ∈ W e f = g su W.
DEFINIZIONE 4.1. L’insieme quoziente G
p
/ ∼ si dice lo spazio dei germi di funzioni C

(rispettivamente, olomorfe) in p e si denota C

M,p
(rispettivamente O
M,p
). La classe di (U, f) si
denota con f
p
.
PROPOSIZIONE 4.2. C

M,p
(rispettivamente O
M,p
) ` e un anello commutativo con unit ` a.
DIMOSTRAZIONE. Esercizio.
OSSERVAZIONE 4.3. Nel caso di una variet` a complessa l’anello O
M,p
` e un dominio di
integrit` a, mentre C

M,p
contiene divisori dello zero.
OSSERVAZIONE 4.4. E’ ben definito il morfismo (suriettivo) di anelli
C

M,p
¸ f
p
→ f(p) ∈ R
(e similmente per O
M,p
). Essendo Run campo, il nucleo di tale morfismo ` e un ideale massimale
/
M,p
:= ¦f
p
: f(p) = 0¦,
e C

M,p
//
M,p
· R (similmente O
M,p
//
M,p
· C).
DEFINIZIONE 4.5. Sia M una variet` a. Sia U un aperto in M. Definiamo
C

M
(U) := ¦f : U →R di classe C

¦,
e similmente si definisce O
M
(U) nel caso olomorfo. L’operatore C

M
(rispettivamente O
M
) che
ad ogni aperto U ⊂ M associa C

M
(U) (rispettivamente O
M
(U)) si dice il fascio di struttura di
M.
ESERCIZIO 4.6. Sia M una variet` a complessa connessa e compatta. Provare che non
esistono funzioni olomorfe non costanti f : M →C, ovvero O
M
(M) = C.
Provare quindi che C
n
non contiene sottovariet` a complesse compatte [Suggerimento: se M
` e una tale variet` a, considerare la restrizione di z → z
1
ad M].
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
14 1. PRELIMINARI
5. Lo spazio tangente ad un variet` a e il differenziale di una applicazione
Definiamo adesso lo spazio tangente ad una variet` a reale. Una analoga costruzione vale nel
caso complesso.
DEFINIZIONE 5.1. Una derivazione v su C

M,p
` e un operatore R-lineare v : C

M,p
→ R tale
che
(1) v(f
p
+ g
p
) = v(f
p
) + v(g
p
),
(2) v(f
p
g
p
) = f(p)v(g
p
) + g(p)v(f
p
).
L’insieme delle derivazioni si indica T
p
M.
OSSERVAZIONE 5.2. Si osserva facilmente che T
p
M ` e uno spazio vettoriale reale.
Sia (U, ϕ) una carta locale con coordinate ¦(x
1
, . . . , x
n
)¦. Si noti che
ϕ

: C

R
n
,ϕ(p)
→ C

M,p
` e un isomorfismo di anelli, definito da ϕ

(f) := f ◦ ϕ per f ∈ C

R
n
,ϕ(p)
e che

p
: T
p
M → T
ϕ(p)
R
n
definito da

p
(v)(f) := v(f ◦ ϕ) ∀f ∈ C

R
n
,ϕ(p)
` e un isomorfismo di spazi vettoriali.
Definiamo

∂x
j
(p) ∈ T
p
M tramite

∂x
j
(p)(f) :=
∂f ◦ ϕ
−1
∂x
j
[
ϕ(p)
∀f ∈ C

M,p
.
LEMMA 5.3. ¦

∂x
1
(p), . . . ,

∂x
n
(p)¦ formano una base di T
p
M.
DIMOSTRAZIONE. Applicando (ϕ
−1
)

, dϕ
p
possiamo supporre M = R
n
e p = 0. Per
prima cosa osserviamo che v(c) = 0 per ogni costante c ∈ R. Infatti
v(c) = v(1 c) = 1v(c) + cv(1) = v(c) + v(c) = 2v(c).
Sia f ∈ C

R
n
,O
. Sviluppando f in serie di Taylor si ottiene
v(f) = v
_
f(0) +

c
j
x
j
+ O([x[
2
)
_
=

c
j
v(x
j
).
Ponendo a
j
:= v(x
j
) si ottiene subito che v =

a
j

∂x
j
(0). Dunque ¦

∂x
1
(0), . . . ,

∂x
n
(0)¦
generano T
O
R
n
. La lineare indipendenza segue subito dal fatto che

∂x
j
(0)(x
k
) = δ
k
j
.

Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
6. SOTTOVARIET
`
A REGOLARI E TEOREMI DI TAGLIO 15
DEFINIZIONE 5.4. Siano M, N due variet` a. Sia f : M → N una mappa liscia. Sia p ∈ M.
Si definisce l’operatore lineare df
p
: T
p
M → T
f(p)
N tramite
df
p
(v)(h) := v(h ◦ f) ∀v ∈ T
p
M, h ∈ C

f(p)
.
Ricordiamo che il differenziale di una funzione F : U → R
m
di classe C

in p ∈ U ` e
quella applicazione lineare dF
p
: R
n
→R
m
tale che per ogni v ∈ R
n
risulta
F(p + hv) −F(p) = hdF
p
(v) + o([h[), h ∈ R.
Nelle coordinate canoniche di R
n
la matrice associata a dF
p
` e la matrice Jacobiana mn la cui
entrata di posto (i, j) ` e
∂F
i
∂x
j
(p), dove F = (F
1
, . . . , F
m
).
ESERCIZIO 5.5. Sia f : M → N una mappa liscia tra due variet` a di dimensione n e
m rispettivamente. Sia p ∈ M e sia (U, ϕ) un intorno coordinato di p in M, con ϕ(q) =
(x
1
, . . . , x
n
). Sia (V, φ) un intorno coordinato di f(p) in N, con φ(q
t
) = (y
1
, . . . , y
m
). Provare
che la matrice associata a df
p
rispetto alla base di T
p
M definita da ¦

∂x
1
(p), . . . ,

∂x
n
(p)¦ e alla
base di T
f(p)
N definita da ¦

∂y
1
(f(p)), . . . ,

∂y
m
(f(p))¦ ` e la matrice Jacobiana dell’applicazione
φ
−1
◦ f ◦ ϕ valutata in ϕ(p).
6. Sottovariet` a regolari e teoremi di taglio
DEFINIZIONE 6.1. Sia M una variet` a differenziabile reale o complessa di dimensione n.
Un sottospazio topologico N di M si dice una sottovariet` a regolare di M di codimensione k se
per ogni p ∈ N esiste un intorno coordinato (U, ϕ) di p in M tale che
ϕ(N ∩ U) = ¦(x
1
, . . . , x
n
) ∈ ϕ(U) ⊂ R
n
: x
1
= . . . = x
k
= 0¦.
ESERCIZIO 6.2. Sia M una variet` a di dimensione n. Provare che se N ` e una sottovariet` a
regolare di codimensione k di M allora N ` e una variet` a di dimensione n − k le cui carte sono
date dalle restrizioni delle carte di M ad N.
Dalla definizione segue che se N ` e una sottovariet` a regolare di una variet` a M allora N ` e
localmente chiuso, ovvero per ogni p ∈ N esiste un intorno aperto U ⊂ M tale che N ∩ U ` e
chiuso in U, ma non ` e detto che N sia chiusa in M. Ad esempio, l’intervallo aperto (0, 1) ¦0¦
` e localmente chiuso in R
2
ma non ` e chiuso.
Se N ` e una sottovariet` a regolare di M, l’applicazione naturale ι : N → M data da ι(p) = p
` e una applicazione differenziabile (o olomorfa, a seconda della categoria) iniettiva e il suo
differenziale dι
p
: T
p
N → T
p
M ` e iniettivo in ogni punto p ∈ N. Inoltre, poich´ e per definizione
N ` e un sottospazio topologico di M, ι : N → M ` e un omeomorfismo da N a ι(N) (con la
topologia indotta da M).
Studiamo esempi di sottovariet` a regolari date come luoghi di zero di funzioni. Iniziamo con
il richiamare il seguente:
TEOREMA 6.3 (Teorema della funzione inversa). Sia U ⊂ R
n
un aperto e sia F : U →R
n
una funzione
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16 1. PRELIMINARI
di classe C

. Sia p ∈ U tale che dF
p
` e un isomorfismo. Allora esiste un intorno aperto
V ⊂ U di p tale che F(V ) ` e un aperto in R
n
e F[
V
: V → F(V ) ` e un diffeomorfismo.
ESERCIZIO 6.4. Sia V ⊂ R
n
un aperto. Se F : V → F(V ) ` e un diffeomorfismo, allora
dF
p
` e un isomorfismo per ogni p ∈ U.
OSSERVAZIONE 6.5. Sia U ⊂ R
n
un aperto. Se F : U → F(U) ⊂ R
n
` e iniettiva, in genere
dF
p
non ` e un isomorfismo. Si pensi ad esempio a f : R → R data da f(x) = x
3
. Se per` o
U ⊂ C
n
` e un aperto e F : U → C
n
` e olomorfa e iniettiva, allora dalla teoria delle funzioni
olomorfe segue che dF
p
` e un isomorfismo per ogni p ∈ U e in particolare F ` e un biolomorfismo
sull’immagine.
LEMMA 6.6 (Teorema del rango). Siano U ⊂ R
n
un aperto e F : U →R
m
una funzione di
classe C

. Supponiamo che dF
p
abbia rango costante k ≤ min(n, m) per ogni p ∈ U. Allora
per ogni p ∈ U esistono un intorno aperto V ⊂ U di p, un intorno aperto W ⊂ R
m
di F(p) e
dei diffeomorfismi G : V → G(V ) ⊂ R
n
, H : W → H(W) ⊂ R
m
tali che
H ◦ F ◦ G
−1
(x
1
, . . . , x
n
) = (x
1
, . . . , x
k
, 0, . . . , 0).
DIMOSTRAZIONE. A meno di traslazioni si pu` o assumere p = F(p) = O. Sia F =
(F
1
, . . . , F
m
). Poich` e per ipotesi il rango di dF
O
` e k, a meno di permutazioni delle coordinate,
si pu` o supporre che la matrice
_
∂F
i
∂x
j
(O)
_
i,j=1,...,k
sia invertibile. Si definisce allora la funzione
G : U →R
n
nel modo seguente:
G(x
1
, . . . , x
n
) := (F
1
(x
1
, . . . , x
n
), . . . , F
k
(x
1
, . . . , x
n
), x
k+1
, . . . , x
n
).
Il differenziale di G in O ` e
dG
O
=
_ _
∂F
i
∂x
j
(O)
_
i,j=1,...,k

0 I
n−k
_
dove ∗ indica le derivate di F
i
rispetto a x
k+1
, . . . , x
n
per i = 1, . . . , k e I
n−k
` e la matrice
identica di dimensione n −k. Pertanto dG
O
` e invertibile e dunque per il Teorema 6.3 esiste un
intorno V ⊂ U di p tale che G : V → G(V ) ⊂ R
n
` e un diffeomorfismo. Si noti che
F ◦ G
−1
(x
1
, . . . , x
n
) = (x
1
, . . . , x
k
,
˜
F
k+1
(x
1
, . . . , x
n
), . . . ,
˜
F
m
(x
1
, . . . , x
n
)),
dove
˜
F
j
= F
j
◦ G
−1
per j = k + 1, . . . , m.
Asseriamo che
˜
F
j
dipende solo da x
1
, . . . , x
k
(j = k + 1, . . . , m). Infatti, d(F ◦ G
−1
)
q
=
dF
G
−1
(q)
◦ dG
−1
q
e pertanto il rango di d(F ◦ G
−1
)
q
` e identicamente k per ogni q ∈ G(V ).
D’altra parte
d(F ◦ G
−1
) =
_
I
k
0

_

˜
F
i
∂x
j
_
i=k+1,...,m;j=k+1,...,n
_
da cui segue che

˜
F
i
∂x
j
≡ 0 su G(V ), per i = k + 1, . . . , m, j = k + 1, . . . , n.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
6. SOTTOVARIET
`
A REGOLARI E TEOREMI DI TAGLIO 17
Adesso definiamo
H(y
1
, . . . , y
m
) := (y
1
, . . . , y
k
, y
k+1

˜
F
k+1
(y
1
, . . . , y
k
), . . . , y
k+1

˜
F
m
(y
1
, . . . , y
k
)).
si vede facilmente che dH
O
` e invertibile e dunque ancora per il Teorema 6.3 H ` e un diffeo-
morfismo locale. Restringendo eventualmente V si verifica facilmente che H ◦ F ◦ G
−1
` e ben
definito ed ha la forma cercata.
COROLLARIO 6.7 (Teorema della funzione implicita). Siano U ⊂ R
n
un aperto e F : U →
R
m
una funzione di classe C

. Sia a ∈ R
m
e sia M = F
−1
(a) = ¦p ∈ U : F(p) = a¦.
Supponiamo che M non sia vuoto e che dF
p
sia suriettivo per ogni p ∈ M. Allora M ` e una
sottovariet` a regolare chiusa di U di codimensione m.
DIMOSTRAZIONE. L’insieme M ` e un chiuso, pertanto occorre e basta verificare che ` e una
sottovariet` a regolare localmente. Poich´ e dF
p
` e suriettivo per p ∈ M, significa che il suo rango ` e
massimo ed ` e uguale a m, e dunque esiste un intorno aperto U
t
p
⊂ U di p tale che dF
q
ha rango
costante m per ogni q ∈ U
t
p
. L’insieme U
t
= ∪
p∈M
U
t
p
` e un aperto in U su cui dF ha rango
costante uguale a m. Si applica allora il Lemma 6.6.
ESEMPIO 6.8. La sfera S
n
⊂ R
n+1
essendo definita da
S
n
:= ¦(x
1
, . . . , x
n+1
) ∈ R
n+1
:

x
2
j
= 1¦
` e una sottovariet` a regolare compatta di R
n+1
di codimensione 1.
TEOREMA 6.9 (Teorema del rango su variet` a). Siano M
1
, M
2
due variet` a differenziabili
di dimensione rispettivamente n, m. Sia F : M
1
→ M
2
una applicazione differenziabile.
Supponiamo che per ogni p ∈ M
1
il differenziale dF
p
abbia rango costante uguale a k ≤
min(m, n). Allora per ogni a ∈ M
2
tale che F
−1
(a) sia non vuoto, risulta che F
−1
(a) ` e una
sottovariet` a regolare chiusa di M
1
di codimensione k.
DIMOSTRAZIONE. Poich´ e la funzione F ` e continua, N := F
−1
(a) ` e un chiuso in M
1
.
Pertanto occorre e basta verificare che N ` e una sottovariet` a regolare localmente. Sia p ∈ N e
sia (U, ϕ) un intorno coordinato di p in M
1
. Sia (V, φ) un intorno coordinato di F(p) in M
2
.
Dall’esercizio 5.5 segue che d(φ ◦ F ◦ ϕ
−1
)
ϕ(p)
ha rango costante k. Applichiamo allora il
Lemma 6.6 alla applicazione φ ◦ F ◦ ϕ
−1
. Si ottengono due diffeomorfimi G, H definiti in un
intorno di p e di F(p) rispettivamente, tali che
H ◦ φ ◦ F ◦ ϕ
−1
◦ G
−1
(x
1
, . . . , x
n
) = (x
1
, . . . , x
k
, 0, . . . , 0).
Dunque G ◦ ϕ(N ∩ U) = ¦(x
1
, . . . , x
n
) : x
1
= . . . = x
k
= 0¦, che prova che N ` e una
sottovariet` a di codimensione k.
COROLLARIO 6.10 (Teorema del taglio su variet` a). Siano M
1
, M
2
due variet` a differenzia-
bili di dimensione rispettivamente n, m. Sia F : M
1
→ M
2
una applicazione differenziabile.
Sia a ∈ M
2
. Sia N := F
−1
(a) = ¦p ∈ M
1
: F(p) = a¦. Supponiamo che per ogni
p ∈ N il differenziale dF
p
sia suriettivo. Allora N ` e una sottovariet` a regolare chiusa di M
1
di
codimensione m.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
18 1. PRELIMINARI
ESERCIZIO 6.11. Siano p
1
, . . . , p
r
: C
n+1
→C dei polinomi omogenei. Si definisca
V := ¦[z] ∈ CP
n
: p
1
(z) = . . . = p
r
(z) = 0¦.
Determinare condizioni sufficienti sui p
j
affinch´ e lo spazio V sia una sottovariet` a regolare di
CP
n
.
Se N ` e una sottovariet` a regolare di una variet` a M, allora si pu` o pensare a T
p
N come ad un
sottospazio di T
p
M per ogni p ∈ N. Pi ` u precisamente, se ι : N → M ` e l’immersione naturale
di N in M data da ι(p) = p, allora dι
p
(T
p
N) ` e un sottospazio di T
p
M isomorfo in modo naturale
a T
p
N. Per non appesantire la notazione, si scrive T
p
N invece di dι
p
(T
p
N) quando non occorra
precisare l’immersione. Se (U, ϕ) ` e un intorno coordinato di M, p ∈ U, adattato ad N nel senso
che
ϕ(N ∩ U) = ¦(x
1
, . . . , x
n
) ∈ ϕ(U) : x
1
= . . . = x
k
= 0¦,
allora ¯ ϕ : N∩U → ϕ(U)∩¦x
1
= . . . = x
k
= 0¦ definita tramite ϕ(q) := (x
k+1
(q), . . . , x
n
(q))
` e una carta locale per N e dunque lo spazio tangente T
p
N ` e generato da

∂x
k+1
(p), . . . ,

∂x
n
(p).
Nel caso la sottovariet` a sia data localmente come luogo di zeri di una funzione, si ha:
PROPOSIZIONE 6.12. Sia N una sottovariet` a regolare di codimensione k di una variet` a M
di dimensione n. Sia M
t
una variet` a di dimensione k e sia a ∈ M
t
. Sia U un intorno aperto
in M di p ∈ N, e sia F : U → M
t
una funzione C

tale che N ∩ U = F
−1
(a) e che dF
p
sia
suriettivo per ogni p ∈ U ∩ N. Allora
T
p
N = ¦v ∈ T
p
M : dF
p
(v) = 0¦.
DIMOSTRAZIONE. Sia T
p
N che ker dF
p
hanno la stessa dimensione, quindi basta provare
che uno ` e contenuto nell’altro per avere l’uguaglianza. Sia ι : N → M l’immersione naturale.
Proviamo che d
p
ι(T
p
N) ⊂ ker dF
p
per p ∈ N. In effetti, se v ∈ T
p
N, per ogni g germe di
funzione C

in N vicino a F(p) si ha
dF
p
(dι
p
(v))g = v(g ◦ F ◦ i) = 0,
essendo F ◦ i ≡ a.
7. Immersioni e sottovariet` a immerse
DEFINIZIONE 7.1. Siano N, M due variet` a e sia f : N → M una applicazione differenzia-
bile iniettiva. Se df
p
` e iniettivo per ogni p ∈ N allora f : N → M si dice una immersione e la
sua immagine f(N) si dice una sottovariet` a immersa.
L’immagine di una immersione f : N → M non ` e in generale una sottovariet` a regolare.
Infatti, essendo f continua, la topologia indotta da M su f(N) ` e in genere solo meno fine di
quella definita da f : N → M. Per essere pi ` u precisi occorre dare un’altra definizione:
DEFINIZIONE 7.2. Siano N, M due variet` a e sia f : N → M una immersione. Dotiamo
f(N) della topologia indotta da M. Se f : N → f(N) ` e un omeomorfismo, allora f si dice
una immersione regolare (o, utilizzando il termine inglese, un embedding).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
7. IMMERSIONI E SOTTOVARIET
`
A IMMERSE 19
Dalla definizione si ha che una immersione f : N → M ` e regolare se e solo se f ` e una
mappa aperta da N a f(N) (con la topologia indotta da M). Inoltre, se N ` e una sottovariet` a
regolare di M allora l’immersione canonica ι : N → M data da ι(p) = p ` e regolare. Vale anche
il viceversa:
TEOREMA 7.3. Sia f : N → M una immersione regolare. Allora f(N) ` e una sottovariet` a
regolare di M.
DIMOSTRAZIONE. Sia m = dimN e n = dimM. Per ipotesi sappiamo che f(N) ` e un
sottospazio topologico di M, occorre e basta provare dunque che per ogni f(p) ∈ f(N) esiste
un intorno coordinato (U, ϕ) di f(p) in M tale che
ϕ(f(N) ∩ U) = ¦(x
1
, . . . , x
n
) ∈ ϕ(U) ⊂ R
n
: x
1
= . . . = x
k
= 0¦.
Passando a coordinate locali e utilizzando il Lemma 6.6 si vede che esistono coordinate locali
(V, ψ) attorno a p in N e coordinate locali (U, ϕ) attorno a f(p) in M tali che
ϕ ◦ f ◦ ψ(x
1
, . . . , x
m
) = (x
1
, . . . , x
m
, 0, . . . , 0).
Poich´ e f ` e una immersione regolare, e quindi aperta, ne segue che f(V ) = f(N) ∩ U
t
per un
certo aperto U
t
⊂ M e possiamo supporre U = U
t
. Dunque
ϕ(f(N) ∩ U) = ϕ(f(V )) = ¦(x
1
, . . . , x
n
) ∈ ϕ(U) : x
m+1
= . . . = x
n
= 0¦,
come volevamo.
Le immersioni che sono regolari si caratterizzano utilizzando il fatto che l’immagine ` e una
sottovariet` a regolare. Pi ` u precisamente:
PROPOSIZIONE 7.4. Sia N una variet` a di dimensione m e sia M una variet` a di dimensione
n. Sia f : N → M una immersione. Se per ogni p ∈ f(N) esiste un intorno coordinato (U, ϕ)
in M tale che
(7.1) ϕ(f(N) ∩ U) = ¦(x
1
, . . . , x
n
) ∈ ϕ(U) : x
m+1
= . . . = x
n
= 0¦,
allora f ` e una immersione regolare.
DIMOSTRAZIONE. Sia N
t
= f(N) dotato della topologia indotta da M. Per la (7.1) N
t
` e
una sottovariet` a regolare di M. In particolare ` e una variet` a di dimensione m. Dunque f : N →
N
t
` e una applicazione liscia e df
p
` e un isomorfismo per ogni p ∈ N. Passando a coordinate
locali e utilizzando il teorema della funzione inversa si ha che f ` e un diffeomorfismo locale, in
particolare ` e aperta e pertanto ` e una immersione regolare.
COROLLARIO 7.5. Sia f : N → M una immersione. Allora per ogni p ∈ N esiste un
intorno aperto A ⊂ N di p tale che f[
A
: A → M ` e una immersione regolare.
DIMOSTRAZIONE. Sia m = dimN e n = dimM. Sia p ∈ N. Passando a coordinate
locali e utilizzando il Lemma 6.6 si vede che esistono coordinate locali (A, ψ) attorno a p in N
e coordinate locali (U, ϕ) attorno a f(p) in M tali che
ϕ ◦ f ◦ ψ(x
1
, . . . , x
m
) = (x
1
, . . . , x
m
, 0, . . . , 0).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
20 1. PRELIMINARI
Pertanto f[
A
: A → M soddisfa la propriet` a della Proposizione 7.4 e dunque f[
A
` e una
immersione regolare.
Esistono immersioni non regolari la cui immagine ` e chiusa. Un tale esempio ` e “l’otto”,
realizzato immergendo R in R
2
in modo che 0 vada nell’origine, i valori positivi disegnino un
cerchio che tende a all’origine per x → +∞ e i valori negativi disegnino un altro cerchio che
tende a all’origine per x → −∞.
OSSERVAZIONE 7.6. Whitney ha provato che se M ` e una variet` a differenziabile di dimen-
sione n allora esiste una immersione regolare con immagine chiusa di M in R
2n+1
. Pertanto le
variet` a reali potrebbero essere studiate come sottovariet` a di R
n
. D’altra parte, come mostrato
nel precedente esercizio, non tutte le variet` a complesse possono essere immerse come sotto-
variet` a complesse di C
n
. Le variet` a complesse per cui ci ` o ` e possibile si chiamano variet` a di
Stein.
Da un altro lato, un teorema di Chow afferma che le sottovariet` a regolari complesse di CP
n
sono tutti e soli i luogo di zeri di opportuni polinomi omogenei (cfr. Esercizio 6.11). Tali variet` a
si dicono proiettive algebriche e sono in particolare compatte.
Esistono delle propriet` a geometriche e analitiche che permettono di identificare quali variet` a
complesse astratte sono di Stein o proiettive. Tali propriet` a si leggono attraverso degli invari-
anti legati a fibrati e fasci definiti sulle variet` a stesse e alle loro classi caratteristiche (classi di
Chern). Discuteremo di tali oggetti nei prossimi capitoli. Una trattazione delle variet` a di Stein
o proiettive esula per` o da queste note.
8. Richiami sui Rivestimenti
Richiamiamo brevemente la teoria dei rivestimenti.
DEFINIZIONE 8.1. Siano X,
˜
X due spazi topologici Hausdorff, connessi e localmente con-
nessi per archi. Sia π :
˜
X → X un’applicazione continua e suriettiva. La coppia (
˜
X, π) si dice
un rivestimento di X se per ogni x ∈ X esiste un intorno aperto U (detto intorno onesto) tale
che
(1) π
−1
(U) = ∪
i∈I
˜
U
i
con
˜
U
i

˜
U
k
= ∅ se i ,= k,
(2) π[
˜
U
i
:
˜
U
i
→ U ` e un omeomorfismo.
OSSERVAZIONE 8.2. Si noti che π ` e un’applicazione aperta.
TEOREMA 8.3 (di sollevamento). Sia (
˜
X, π) un rivestimento di X.
(1) Se f : [0, 1] → X un cammino continuo tale che f(0) = x
0
. Allora per ogni ˜ x
i

π
−1
(x
0
) esiste un unico cammino continuo (detto il sollevamento di f)
˜
f : [0, 1] →
˜
X
tale che π ◦
˜
f = f e valga
˜
f(0) = x
i
.
(2) Siano f, g : [0, 1] → X due cammini continui tali che f(0) = g(0) = x
0
e f(1) =
g(1) = x
1
e sia F : [0, 1] [0, 1] → X una omotopia continua con estremi fissi tra f
e g. Sia ˜ x
i
∈ π
−1
(x
0
) e siano
˜
f, ˜ g i due sollevamenti di f, g con origine in ˜ x
i
. Allora
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
8. RICHIAMI SUI RIVESTIMENTI 21
esiste una unica omotopia continua
˜
F : [0, 1][0, 1] →
˜
X tra
˜
f e ˜ g tale che π◦
˜
F = F,
˜
F(0, s) = ˜ x
i
per ogni s ∈ [0, 1] e
˜
F(1, s) = ˜ x
j
con π(˜ x
j
) = x
1
, per ogni s ∈ [0, 1].
(3) Sia W uno spazio connesso e localmente connesso per archi, w ∈ W. Sia φ : W → X
una applicazione continua e sia x
0
= φ(w). Allora per ogni ˜ x
i
∈ π
−1
(x
0
) esiste una
unica applicazione continua
˜
φ : W →
˜
X tale che π ◦
˜
φ = φ e
˜
φ(w) = ˜ x
i
se e solo se
φ


1
(W, w)) ⊂ π


1
(
˜
X, ˜ x
i
)), dove Π
1
indica il primo gruppo fondamentale.
In particolare, dato un cappio in X con origine in x
0
e dato ˜ x
i
∈ π
−1
(x
0
) esiste un solo
sollevamento
˜
: [0, 1] →
˜
X di che ha origine in ˜ x
i
. Il suo punto finale
˜
(1) dipende solo dalla
classe di omotopia di in Π
1
(X, x
0
). Come diretta conseguenza si ha inoltre che l’omomorfismo
π

: Π
1
(
˜
X, ˜ x
i
) → Π
1
(X, x
0
) ` e iniettivo.
DEFINIZIONE 8.4. Sia (
˜
X, π) un rivestimento di X. Indichiamo con
Γ
π
(
˜
X, X) := ¦γ :
˜
X →
˜
X omeomorfismo : π ◦ γ = π¦.
Γ
π
(
˜
X, X) si dice il gruppo delle trasformazioni del rivestimento (dette anche deck transforma-
tions).
ESERCIZIO 8.5. Provare che Γ
π
(
˜
X, X) ` e effettivamente un gruppo rispetto alla compo-
sizione.
TEOREMA 8.6. Sia (
˜
X, π) un rivestimento di X. Sia x
0
∈ X e siano ˜ x
1
, ˜ x
2
∈ π
−1
(x
0
).
(1) π


1
(
˜
X, ˜ x
1
)) e π


1
(
˜
X, ˜ x
2
)) sono coniugati in Π
1
(X, x
0
).
(2) Se H ` e un sottogruppo di Π
1
(X, x
0
) coniugato a π


1
(
˜
X, ˜ x
1
)) allora esiste ˜ x ∈
π
−1
(x
0
) tale che H = π


1
(
˜
X, ˜ x)).
(3) Esiste una unica trasformazione del rivestimento γ ∈ Γ
π
(
˜
X, X) tale che γ(˜ x
1
) = ˜ x
2
se e solo se π


1
(
˜
X, ˜ x
1
)) = π


1
(
˜
X, ˜ x
2
)).
OSSERVAZIONE 8.7. Il coniugio di cui al punto (1) del teorema precedente si realizza
tramite un automorfismo interno di Π
1
(X, x
0
) definito da π

([σ]) dove [σ] ` e la classe di omo-
topia ad estremi fissi di un cammino σ che unisce ˜ x
1
con ˜ x
2
in
˜
X.
DEFINIZIONE 8.8. Un rivestimento (
˜
X, π) di X si dice di Galois (o regolare) se π


1
(
˜
X, ˜ x
1
))
` e un sottogruppo normale in Π
1
(X, x
0
) per qualche (e quindi per ogni) x
0
∈ X e ˜ x
1
∈ π
−1
(x
0
).
Per il Teorema 8.6 un rivestimento ` e di Galois se e solo se Γ
π
(
˜
X, X) agisce in modo
transitivo sulla fibra π
−1
(x
0
).
Notiamo inoltre che per il Teorema 8.6 una trasformazione del rivestimento γ ∈ Γ
π
(
˜
X, X)
` e univocamente determinata dal suo valore in un punto dato (perch´ e l’unica trasformazione del
rivestimento che fissa un punto dato ` e l’identit` a).
TEOREMA 8.9. Sia (
˜
X, π) un rivestimento di Galois di X. Sia x
0
∈ X e sia ˜ x
0
∈ π
−1
(x
0
).
Allora
Π
1
(X, x
0
)/π


1
(
˜
X, ˜ x
0
)) = Γ
π
(
˜
X, X).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
22 1. PRELIMINARI
DIMOSTRAZIONE. Si definisce una applicazione H : Π
1
(X, x
0
) → Γ
π
(
˜
X, X) nel mo-
do seguente: se [] ∈ Π
1
(X, x
0
) sia
˜
l’unico sollevamento di con origine in ˜ x
0
. Per il
Teorema 8.6, data l’ipotesi di normalit` a di π


1
(
˜
X, ˜ x
1
)), esiste una unica γ ∈ Γ
π
(
˜
X, X)
tale che γ(˜ x
0
) =
˜
(1). Si pone allora H([]) := γ. Tale applicazione ` e suriettiva. Infatti se
γ ∈ Γ
π
(
˜
X, X) allora γ = H(π

[σ])) dove σ ` e un cammino da ˜ x
0
a γ(˜ x
0
). Si prova (esercizio)
che H ` e un omomorfismo di gruppi. Infine, chiaramente ker H = π


1
(
˜
X, ˜ x
0
)).
DEFINIZIONE 8.10. Un rivestimento (
˜
X, π) di X si dice rivestimento universale se Π
1
(
˜
X) =
¦id¦.
Si pu` o provare che ogni spazio topologico di Hausdorff, connesso e localmente connesso
per archi ammette un rivestimento universale. Per il Teorema 8.3 se (
˜
X
1
, π
1
), (
˜
X
2
, π
2
) sono due
rivestimenti universali di X allora esiste un omeomorfismo f :
˜
X
1

˜
X
2
tale che π
2
◦ f = π
1
.
Parlemo quindi del rivestimento universale di uno spazio (sottointendendo l’unicit` a a meno di
omeomorfismi che rispettano il rivestimento come detto sopra). Il rivestimento universale ` e di
Galois.
OSSERVAZIONE 8.11. Sia (
˜
X, π) il rivestimento universale di X. Per il Teorema 8.9 risulta
Γ
π
(
˜
X, X) = Π
1
(X, x
0
). Inoltre, per ogni x ∈ X, la fibra π
−1
(x) ` e in naturale corrispondenza
uno-uno con Γ
π
(
˜
X, X). Infatti, fissato ˜ x
0
∈ π
−1
(x), ad ogni ˜ x ∈ π
−1
(x) si associa in modo
univoco γ
˜ x
∈ Γ
π
(
˜
X, X) tale che γ
˜ x
(˜ x
0
) = ˜ x.
ESERCIZIO 8.12. Sia π : R → S
1
definita da π(x) := exp(2πix). Verificare che (R, π)
` e il rivestimento universale di S
1
. Calcolare direttamente il gruppo delle trasformazioni del
rivestimento.
ESERCIZIO 8.13. Provare che la proiezione naturale da S
n
a RP
n
definisce un rivestimento
a due fogli. Poich´ e Π
1
(S
n
) = ¦id¦ per n > 1, provare che Π
1
(RP
n
) = Z
2
.
PROPOSIZIONE 8.14. Sia M una variet` a differenziabile reale (risp. complessa). Sia (
˜
M, π)
un rivestimento di M. Allora esiste una unica (a meno di diffeomorfismi/biolomorfismi) strut-
tura differenziabile reale (risp. complessa) su
˜
M che renda π differenziabile (risp. olomorfa).
DIMOSTRAZIONE. Ameno di raffinamenti, si pu` o supporre che esista un atlante ¦(U
j
, ϕ
j

j∈J
di M tale che U
j
sia un intorno onesto per ogni j ∈ J. Sia π
−1
(U
j
) = ∪
k
˜
U
jk
tale che gli
˜
U
jk
siano disgiunti per k diversi e π :
˜
U
jk
→ U
j
sia un omeomorfismo. Si definisce allora un atlante
per
˜
M tramite ¦(
˜
U
jk
, ϕ
j
◦ π)¦. Si verifichi per esercizio che con tale scelta
˜
M ` e una variet` a
differenziabile reale (o complessa) e che π :
˜
M → M ` e differenziabile (o olomorfa). Inoltre, si
provi l’unicit` a.
Sia M una variet` a connessa e (
˜
M, π) il suo rivestimento universale con la naturale struttura
di variet` a data dalla proposizione precedente. Se U ⊂ M ` e un intorno onesto, allora π
−1
(U) ` e
in corrispondenza naturale con U Π
1
(M). Infatti, se π
−1
(U) ` e unione disgiunta di aperti ¦
˜
U
j
¦
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
9. RUDIMENTI DELLA TEORIA DEI GRUPPI DI LIE 23
ciascuno diffeomorfo a U tramite π, il gruppo Π
1
(M), che coincide con il gruppo delle trasfor-
mazioni di rivestimento per quanto visto, permuta in modo libero e transitivo i
˜
U
j
, dunque, dato
un
˜
U
j
0
si ha
π
−1
(U) = ∪
γ∈Γ
π
(
˜
M,M)
γ(
˜
U
j
0
).
Di pi ` u, se dotiamo Π
1
(M) della topologia discreta (e dunque diventa una variet` a di dimensione
zero!), l’identificazione precedente ` e un diffeomorfismo.
Questo ` e l’esempio prototipo dei fibrati principali di cui discuteremo nel seguito.
9. Rudimenti della teoria dei Gruppi di Lie
DEFINIZIONE 9.1. Un gruppo G si dice un gruppo di Lie se G ha una struttura di variet` a
differenziabile tale per cui l’applicazione GG ¸ (g, h) → gh
−1
∈ G sia differenziabile.
Il gruppo di Lie si dice complesso se G ` e una variet` a complessa e GG ¸ (g, h) → gh
−1

G ` e olomorfa.
ESEMPIO 9.2. Il gruppo lineare GL(n, R) ` e un gruppo di Lie rispetto alla moltiplicazione di
matrici. Infatti, date A, B ∈ GL(n, R), le entrate della matrice AB
−1
sono polinomi e quozienti
delle entrate di A, B. Similmente, GL(n, C) ` e un gruppo di Lie complesso.
ESERCIZIO 9.3. Provare che S
1
e S
3
sono gruppi di Lie. [Suggerimento: S
1
si pu` o iden-
tificare con l’insieme dei numeri complessi di modulo 1 mentre S
3
` e l’insieme dei quaternioni
di modulo 1]. Si pu` o provare che le uniche sfere che sono gruppi di Lie sono proprio S
1
e S
3
,
infatti, le sfere di dimensione pari non possono essere gruppi di Lie perch´ e non sono paralleliz-
zabili (cfr Esercizio 3.11 del Capitolo 2). Per le sfere di dimensione dispari, si pu` o provare che
solo S
7
` e parallelizzabile, ma non ` e un gruppo di Lie. Questo segue anche dal fatto, che non
proveremo, che per un gruppo di Lie il cui primo gruppo di coomologia di de Rham ` e banale,
necessariamente il terzo gruppo di coomologia di de Rham ` e non banale.
DEFINIZIONE 9.4. Un sottogruppo H di un gruppo di Lie G si dice un sottogruppo di Lie
se H ` e una sottovariet` a immersa di G.
ESEMPIO 9.5. Nel gruppo di Lie S
1
S
1
si consideri il sottogruppo T := ¦(e
ti
, e
tαi
) : t ∈
R¦ con α ∈ R. Allora T ` e un sottogruppo di Lie essendo una sottovariet` a immersa. Se α ,∈ Q
per` o T non ` e una sottovariet` a regolare (perch´ e T ` e denso in S
1
S
1
).
ESEMPIO 9.6. Possiamo vedere GL(n, C) come sottogruppo di Lie (reale) di GL(2n, R)
nel modo seguente. Se A ∈ GL(n, C), si scriva A = X+iY , dove X ` e la matrice nn formata
dalle parti reali delle entrate di A e Y ` e la matrice n n formata dalle parti immaginarie delle
entrate di A. Si pone
A
r
:=
_
X Y
−Y X
_
.
Si verifica facilmente che (AB)
r
= A
r
B
r
. Inoltre, se det A ,= 0, allora det A
r
,= 0. Dunque
GL(n, C) ¸ A → A
r
∈ GL(2n, R) ` e un omomorfismo di gruppi e, poich´ e A
r
= id se e solo
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
24 1. PRELIMINARI
se A = id, ` e iniettivo. L’applicazione A → A
r
` e poi reale analitica. Denotiamo con GL(n, C)
r
l’immagine di GL(n, C) in GL(2n, R). Allora si verifica facilmente che
GL(n, C)
r
= ¦A ∈ GL(2n, R) : AJ = JA¦,
dove
J =
_
0 id
−id 0
_
.
Definiamo ora F : GL(2n, R) → Mat(2n 2n, R) tramite F(A) := AJ − JA. Risulta
GL(n, C)
r
= F
−1
(O). L’applicazione F ` e lineare (quindi di classe C

) e dunque dF = F.
Se A ∈ GL(2n, R) e B ∈ Mat(2n 2n, R), si ha dF
A
(B) = BJ −JB. Si verifica allora che
B ∈ ker dF
A
se e solo se
B =
_
X Y
−Y X
_
.
Con X, Y matrici n n. Pertanto ker dF
A
ha dimensione 2n
2
, indipendentemente da A. Per
il Teorema 6.9 risulta che GL(n, C)
r
` e una sottovariet` a di GL(2n, R) di codimensione 2n
2
,
ovvero dimensione (reale) 4n
2
−2n
2
= 2n
2
.
Definiamo e studiamo brevemente alcuni gruppi di Lie classici.
9.1. Il gruppo ortogonale O(n). Si definisce come
O(n) := ¦A ∈ GL(n, R) : A
t
A = I¦.
Proviamo che O(n) ` e un sottogruppo di Lie di GL(n, R) di codimensione n(n + 1)/2 (e di
dimensione n(n −1)/2.
`
E chiaramente un sottogruppo chiuso di GL(n, R).
Sia F(A) := A
t
A − I. L’applicazione F : GL(n, R) → Mat(2n 2n, R) ` e di classe C

.
Calcoliamo il suo differenziale (identificando Mat(2n 2n, R) con R
4n
2
). Sia A ∈ GL(n, R)
e X ∈ Mat(2n 2n, R). Allora
dF
A
(X) = lim
h→0
1
h
[F(A + hX) −F(A)] = XA
t
+ AX
t
.
Si noti ora che la moltiplicazione a destra per A
t
trasforma ker dF
I
in ker dF
A
, ovvero
¦X : X
t
= −X¦ A
t
= ¦X : AX
t
= −XA
t
¦
Pertanto ker dF
A
ha rango costante. Poich´ e ker dF
id
` e lo spazio delle matrici antisimmetriche,
che ha dimensione n(n−1)/2, il rango di dF
A
` e costante uguale a n
2
−n(n−1)/2 = n(n+1)/2.
Dunque O(n) ` e una sottovariet` a di GL(n, R) di codimensione n(n + 1)/2.
ESERCIZIO 9.7. Provare che O(n) ` e compatto ma non ` e connesso.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
9. RUDIMENTI DELLA TEORIA DEI GRUPPI DI LIE 25
9.2. Il gruppo speciale lineare SL(n, R). Si definisce come
SL(n, R) = ¦A ∈ GL(n, R) : det A = 1¦.
`
E un sottogruppo di GL(n, R) poich´ e det : GL(n, R) → R ¸ ¦0¦ ` e un omomorfismo di gruppi
per il teorema di Binet (considerando R ¸ ¦0¦ come gruppo moltiplicativo) e SL(n, R) =
ker(det).
`
E inoltre chiuso. Sia X una matrice n n. Con una semplice induzione si vede
che
det(I + hX) = 1 + htr(X) + o([h[).
Pertanto d(det)
I
(X) = tr(X). Dunque il differenziale dell’applicazione A → det A ` e suriettivo
vicino a I e per il Teorema 6.10, esiste dunque un intorno aperto U ⊂ GL(n, R) di I tale che
SL(n, R) ∩ U ` e una sottovariet` a. Ora, sia A ∈ SL(n, R). Allora U ¸ B → B A ` e un
diffeomorfismo da U in U A che, per il teorema di Binet, manda SL(n, R) ∩U in SL(n, R) ∩
(U A). Ci ` o prova che SL(n, R) ` e una sottovariet` a di GL(n, R) di codimensione 1.
9.3. Il gruppo speciale ortogonale SO(n).
`
E definito da
SO(n) = ¦A ∈ O(n) : det A = 1¦ = O(n) ∩ SL(n, R).
Osserviamo che se A ∈ O(n), allora det A = ±1, da cui segue che SO(n) = det
−1
(1) ` e un
aperto in O(n). Poich´ e se A, B ∈ SO(n) allora A B ∈ SO(n), risulta che SO(n) ` e un gruppo
di Lie di dimensione n(n −1)/2.
ESERCIZIO 9.8. Provare che SO(n) ` e connesso per archi [Suggerimento: se A ∈ SO(n)
allora A ` e coniugata attraverso una matrice ortogonale ad una matrice n n del tipo
_
I
k
0
0 D
_
dove I
k
` e la matrice identica k k e D ` e formata da blocchi 2 2 sulla diagonale del tipo
_
cos θ −sin θ
sin θ cos θ
_
con θ ∈ (0, π] (si noti che i −1 sono in numero pari essendo det A = 1)].
Provare poi che O(n) ha esattamente due componenti connesse.
ESERCIZIO 9.9. Provare che SO(2) = S
1
.
9.4. Il gruppo simplettico Sp(n, R).
`
E definito tramite
Sp(n, R) := ¦A ∈ GL(2n, R) : A
t
JA = J¦,
dove J ` e definita nell’Esempio 9.6.
ESERCIZIO 9.10. Provare che Sp(n) ` e un gruppo di Lie e calcolarne la dimensione.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
26 1. PRELIMINARI
9.5. Il gruppo unitario U(n).
`
E definito tramite
U(n) = ¦A ∈ GL(n, C) : A
t
A = I¦.
ESERCIZIO 9.11. Provare che U(n) ` e un gruppo di Lie reale (ma non complesso) e calco-
larne la dimensione.
ESERCIZIO 9.12. Provare che, denotando con U(n)
r
l’immagine di U(n) in GL(n, C)
r
(si
veda l’Esempio 9.6), si ha U(n)
r
= Sp(n, R) ∩ O(2n).
9.6. Il gruppo speciale unitario SU(n).
`
E definito tramite
SU(n) = ¦A ∈ U(n) : det A = 1¦.
ESERCIZIO 9.13. Provare che SU(n) ` e un gruppo di Lie reale (ma non complesso) e
calcolarne la dimensione.
ESERCIZIO 9.14. Provare che SU(2) = S
3
.
Valgono i seguenti risultati:
TEOREMA 9.15. Sia G un gruppo di Lie e sia H un suo sottogruppo.
(1) H ` e chiuso (nella topologia) se e solo se H ` e un sottogruppo di Lie di G che ` e una
sottovariet` a regolare di G.
(2) Se H ` e chiuso allora lo spazio quoziente G/H ` e una variet` a differenziabile (detta
variet` a omogenea) e l’applicazione naturale π : G → G/H ` e differenziabile.
Qua G/H indica come d’uso l’insieme delle classi di equivalenza di G date dalla relazione
g ∼ h se gh
−1
∈ H. G/H ` e munito della topologia quoziente. Se H ` e un sottogruppo normale
di G, chiuso nella topologia, allora G/H ` e anch’esso un gruppo di Lie.
TEOREMA 9.16. Sia G un gruppo di Lie e sia (
˜
G, π) il suo rivestimento universale. Sia
e ∈ G l’elemento neutro di G e sia ˜ e ∈
˜
G tale che π(˜ e) = e. Allora esiste una unica struttura di
gruppo di Lie su
˜
G tale che ˜ e sia l’identit` a e π :
˜
G → G un morfismo di gruppi, differenziabile
come applicazione tra variet ` a. In pi` u, ker π = Γ
π
(
˜
G, G) = Π
1
(G) ` e discreto ed ` e contenuto
nel centro di
˜
G.
DIMOSTRAZIONE. Denotiamo con m : GG → G il prodotto di gruppo, m(g, h) := gh.
La coppia (
˜
G
˜
G, π π) ` e il rivestimento universale di G G. L’applicazione F := m ◦
(π π) :
˜
G
˜
G → G ha banalmente la propriet` a che F


1
(
˜
G
˜
G)) = id = π


1
(
˜
G)),
dunque si applica il Teorema 8.3.3 e si definisce una unica applicazione ˜ m :
˜
G
˜
G →
˜
G
imponendo che ˜ m(˜ e, ˜ e) = ˜ e. Similmente si definisce l’inverso sollevando la composizione di π
con G ¸ g → g
−1
∈ G.
Utilizzando le propriet` a dei rivestimenti si verifichino poi per esercizio le asserzioni del
teorema.
OSSERVAZIONE 9.17. Si pu` o provare che Π
1
(SO(n)) = Z
2
per n ≥ 3. Si definisce allora
il gruppo di Lie Spin(n) come il rivestimento universale (a due fogli) di SO(n).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
10. AZIONI DI GRUPPI 27
10. Azioni di gruppi
Se M ` e una variet` a differenziabile si indica con Diff(M) il gruppo dei diffeomorfismi di
M in se con il prodotto dato dalla composizione, ovvero, f ∈ Diff(M) se f : M → M ` e un
diffeomorfismo. Nella categoria olomorfa si considerano biolomorfismi.
DEFINIZIONE 10.1. Sia G un gruppo e sia M una variet` a differenziabile. Si dice che G
agisce su M se esiste un omomorfismo di gruppi G → Diff(M).
Se G agisce su M, si identifica un elemento g ∈ G con la sua immagine in Diff(M).
DEFINIZIONE 10.2. Sia G un gruppo che agisce su una variet` a M. Si dice che l’azione ` e
fedele o effettiva se l’omomorfismo G → Diff(M) ` e iniettivo.
Si dice che l’azione ` e propriamente discontinua se dati K
1
, K
2
compatti di M, l’insieme
¦g ∈ G : g(K
1
) ∩ K
2
,= ∅¦ ` e finito.
Si dice che l’azione ` e libera se dato g ∈ G tale che g(x) = x per qualche x ∈ M risulta
g = id
G
.
ESERCIZIO 10.3. Sia M una variet` a e sia (
˜
M, π) un rivestimento, munito della naturale
struttura di variet` a indotta da M. Sia Γ
π
(
˜
M, M) il gruppo delle trasformazioni del rivestimento.
Provare che Γ
π
(
˜
M, M) agisce liberamente e in modo propriamente discontinuo su
˜
M.
Se G ` e un gruppo che agisce su M, l’orbita di un elemento x ∈ M ` e definita da O
G
(x) :=
¦g(x) : g ∈ G¦ (talvolta l’orbita viene indicata anche con G x). Si pu` o definire una relazione
di equivalenza su M tramite x ∼ y se y ∈ O
G
(x). Per esercizio di verifichi che ` e effettivamente
una relazione di equivalenza. Si indica con M/G l’insieme delle orbite di G, e si denota con
π : M → M/G l’applicazione naturale che a x ∈ M associa la sua classe di equivalenza. Si
munisce M/G della topologia quoziente.
TEOREMA 10.4. Sia G un gruppo e sia M una variet` a differenziabile. Se G opera lib-
eramente e in modo propriamente discontinuo su M, allora M/G ha una naturale struttura
di variet` a differenziabile tale che la proiezione naturale π : M → M/G sia differenziabile.
Inoltre (M, π) ` e un rivestimento di Galois di M/G e G ` e il gruppo delle trasformazioni del
rivestimento.
DIMOSTRAZIONE. Per prima cosa vediamo che ogni x ∈ M ha un intorno U relativamente
compatto in M tale che g(U)∩U ,= ∅ solo se g = id
G
. Infatti, sia ¦U
j
¦ un sistema fondamentale
di intorni numerabile di x tale che U
j+1
⊂ U
j
e U
j
relativamente compatto in M per ogni j.
Poniamo
G
j
:= ¦g ∈ G : g(U
j
) ∩ U
j
,= ∅¦.
Poich´ e G opera in modo propriamente discontinuo, si ha che G
j
` e finito per ogni j e inoltre
G
j+1
⊂ G
j
(poich´ e U
j+1
⊂ U
j
). Asseriamo che esiste j
0
tale che G
j
0
= ¦id
G
¦ (e dunque
scegliamo U = U
j
0
). Se non fosse cosi, allora esisterebbe g ,= id
G
tale che g ∈ G
j
per tutti i j,
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
28 1. PRELIMINARI
ovvero g(U
j
) ∩ U
j
,= ∅ per tutti i j. Quindi

j
g(U
j
) ∩ U
j
,= ∅. D’altra parte

U
j
= ¦x¦ e

g(U
j
) = ¦g(x)¦, pertanto
¦g(x)¦ =

j
g(U
j
) ∩ U
j
= ¦x¦,
e dunque g(x) = x, contro il fatto che G agisce liberamente.
Poich´ e π
−1
(π(U)) =

g∈G
g(U) e g(U) ` e aperto in M, la mappa π ` e aperta. D’altra parte
g(U)∩U = ∅ per g ,= id
G
e pertanto π[
U
: U → π(U) ` e iniettiva. Dunque π ` e un omeomorfismo
locale. Di pi ` u, per quanto visto si verifica subito che l’aperto π(U) ` e un intorno onesto, e dunque
π : M → M/G ` e un rivestimento di Galois.
ESERCIZIO 10.5. Provare che M/G ` e di Hausdorff e a base numerabile.
Dobbiamo ora provare che M/G ` e una variet` a. Per farlo occorre definire delle carte locali.
Sia x ∈ M e sia (U
j
, ϕ
j
) un intorno coordinato di x in M. Sia U un intorno di x contenuto
e relativamente compatto in U
j
tale che g(U) ∩ U ,= ∅ solo se g = id
G
. Definiamo una carta
locale ¯ ϕ
j
: π(U) → ϕ
j
(U) tramite ¯ ϕ
j
([p]) := ϕ
j
(π[
U
−1
([p])).
ESERCIZIO 10.6. Provare che i cambiamenti di coordinate sono differenziabili e che π :
M → M/G ` e differenziabile.

ESEMPIO 10.7. Sia Γ ⊂ C
n
un insieme di 2n vettori ¦w
1
, . . . , w
2n
¦ che sono linearmente
indipendenti su R. Si definisca G il gruppo di biolomorfismi di C
n
i cui elementi sono della
forma T(z) = z +

2n
j=1
p
j
w
j
dove p
j
∈ Z per j = 1, . . . , 2n. In altri termini, G ` e il reticolo di
C
n
definito da span
Z
¦w
1
, . . . , w
2n
¦ e agisce su C
n
per traslazioni. Allora Gopera liberamente e
in modo propriamente discontinuo su C
n
. Il quoziente, indicato C
n
/Γ ` e una variet` a complessa
compatta di dimensione n che si dice toro complesso.
ESEMPIO 10.8. Se M ` e una variet` a e (
˜
M, π) un suo rivestimento di Galois con la struttura
naturale di variet` a ereditata da M allora per il Teorema 8.6 si ha
˜
M/Γ
π
(
˜
M, M) = M. In
particolare ci ` o vale sempre per il rivestimento universale.
Pertanto, se
˜
M ` e una variet` a semplicemente connessa e Γ ` e un sottogruppo di Diff(
˜
M) che
agisce liberamente e in modo propriamente discontinuo su
˜
M allora M :=
˜
M/Γ ` e una variet` a
e l’applicazione naturale π :
˜
M → M ` e un rivestimento di Galois. Pi ` u in generale il Teorema
10.4 permette di classificare tutti i rivestimenti di un dato spazio, enunciamo il risultato per le
variet` a:
TEOREMA 10.9. Sia M una variet` a e sia
˜
M il suo rivestimento universale. Sia H ⊂
Π
1
(M). Allora
˜
M/H ` e una variet` a ed ` e un rivestimento di M. Tale rivestimento ` e di Galois se
e solo se Γ ` e normale in Π
1
(M).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
10. AZIONI DI GRUPPI 29
DIMOSTRAZIONE. Sia π :
˜
M → M l’applicazione di rivestimento. Ricordiamo che
Π
1
(M) si identifica con il gruppo delle trasformazioni del rivestimento Γ := Γ
π
(
˜
M, M) che
agisce in modo libero e propriamente discontinuo su
˜
M e che M =
˜
M/Γ. Essendo H un
sottogruppo di Γ, anche H agisce in modo libero e propriamente discontinuo su
˜
M e pertanto
˜
M/H ` e una variet` a e ρ :
˜
M →
˜
M/H ` e un rivestimento.
Si definisce ora una applicazione σ :
˜
M/H → M nel modo seguente: se ρ(p) ∈
˜
M/H
allora σ(ρ(p)) := π(p). Poich´ e H ` e contenuto in Γ, risulta che tale applicazione ` e ben definita
(ovvero non dipende dal rappresentante p ∈ M scelto per l’orbita di H). Inoltre per costruzione
σ ◦ ρ = π. Da qui si ottiene subito che
˜
M/H ` e un rivestimento di M.
Per l’ultima osservazione, si noti che H ` e il gruppo delle trasformazioni di rivestimento di
˜
M →
˜
M/H e dunque Π
1
(
˜
M/H) = H. Essendo
σ

: H = Π
1
(
˜
M/H) → Π
1
(M) = Γ
iniettiva, ne segue che
˜
M/H ` e di Galois se e solo se H ` e normale in Γ.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
CAPITOLO 2
Fibrati
1. Sommersioni, fibrazioni e fibrati
DEFINIZIONE 1.1. Siano E, M due variet` a e sia π : E → M una mappa differenziabile.
Diciamo che (E, M, π) ` e una sommersione se π ` e suriettiva e se dπ
p
` e suriettivo per ogni p ∈ E.
DEFINIZIONE 1.2. Sia F una variet` a. Una fibrazione con fibra F ` e una sommersione
(E, M, π) tale che per ogni x ∈ M esistono un intorno U ed un diffeomorfismo ϕ : π
−1
(U) →
U F con la propriet` a che, posto E
x
:= π
−1
(x), ϕ[
E
x
: E
x
→ ¦x¦ F ` e un diffeomorfismo.
La variet` a E si dice lo spazio totale della fibrazione, M ` e la base e F ` e la fibra.
DEFINIZIONE 1.3. Sia G un gruppo di Lie. Una fibrazione (E, M, F, π) si dice un fibrato
con gruppo di struttura G se
(1) il gruppo G agisce effettivamente su F (ovvero G → Diff(F) ` e iniettiva),
(2) esiste un ricoprimento ¦U
α
¦ di M (detto atlante trivializzante per E) tale che per ogni
α esiste un diffeomorfismo ϕ
α
: π
−1
(U
α
) → U
α
F (detto di trivializzazione locale)
con la propriet` a che se U
α
∩ U
β
,= ∅ esiste una mappa liscia g
αβ
: U
α
∩ U
β
→ G tale
che
ϕ
α
◦ ϕ
−1
β
(x, f) = (x, g
αβ
(x)f)
per ogni x ∈ U
α
∩ U
β
e f ∈ F.
Le funzioni ¦g
αβ
¦ si dicono funzioni di transizione locali del fibrato.
Dalla definizione di fibrato si verifica facilmente che le funzioni di transizione verificano le
identit` a di cociclo seguenti:
(1) g
αα
= id
G
,
(2) g
αβ
g
βα
= id
G
su U
α
∩ U
β
,= ∅,
(3) g
αβ
g
βγ
g
γα
= id
G
su U
α
∩ U
β
∩ U
γ
,= ∅.
DEFINIZIONE 1.4. Siano M, M
t
due variet` a. Sia E un fibrato su M e E
t
un fibrato su M
t
.
Un morfismo di fibrati ` e una coppia (f, ϕ) di mappe tali che f : M → M
t
, ϕ : E → E
t
sono
mappe C

e π
E
◦ ϕ = f ◦ π
E
. Se le mappe f, ϕ sono diffeomorfismi i due fibrati si dicono
equivalenti.
Se M = M
t
diremo che due fibrati su M sono equivalenti se esiste una equivalenza di fibrati
(f, ϕ) con f = id
M
.
31
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
32 2. FIBRATI
OSSERVAZIONE 1.5. Osserviamo che per definizione, se due fibrati E, E
t
sono equivalenti,
le loro fibre sono diffeomorfe (il diffeomorfismo essendo dato dalla restrizione alla fibra del
diffeomorfismo tra E ed E
t
).
DEFINIZIONE 1.6. Sia U ⊂ M un aperto. Se E ` e un fibrato su M tale che E[
U
sia
equivalente al fibrato banale U F, si dice che E ` e banale su U.
PROPOSIZIONE 1.7. Sia M una variet` a. Sia E un fibrato su M con fibra F e gruppo di
struttura G. Sia ¦U
α
, ϕ
E
α
¦ un atlante trivializzante di E con funzioni di transizione ¦g
αβ
¦. Sia
E
t
un altro fibrato su M con atlante trivializzante ¦U
α
, ϕ
E

α
¦, fibra F
t
, gruppo di struttura G
t
e
funzioni di transizione ¦h
αβ
¦. Una mappa ψ : E → E
t
` e una equivalenza di fibrati se per ogni
α, posto ψ
α
:= (ψ
t
α
, ψ
tt
α
) := ϕ
E

α
◦ ψ ◦ ϕ
E
α
−1
: U
α
F → U
α
F
t
, risulta ψ
t
α
= id e per ogni
α, β tali che U
α
∩ U
β
,= ∅ si ha
(1.1) ψ
tt
β
(x, t) = h
βα
(x)ψ
tt
α
(x, g
αβ
(x)t).
Viceversa, se esiste una famiglia ¦ψ
α
= (ψ
t
α
, ψ
tt
α
)¦ di mappe liscie da U
α
F → U
α
F
t
tali che ψ
t
α
= id e che soddisfa (1.1) e tale che per ogni x fissato ψ
tt
α
(x, ) ` e un diffeomorfismo,
allora esiste ψ equivalenza di fibrati tale che ψ
α
= ϕ
E

α
◦ ψ ◦ ϕ
E
α
−1
per ogni α.
DIMOSTRAZIONE. Sia (x, t) ∈ U
α
F. Si consideri la composizione ψ
α
definita da
U
α
F
ϕ
E
α
−1
−→ π
−1
E
(U
α
)
ψ
−→ π
−1
E

(U
α
)
ϕ
E

α
−→ U
α
F
t
.
Le (1.1) seguono allora da
ψ
β
= ϕ
E

β
◦ ψ ◦ ϕ
E
β
−1
= ϕ
E

β
◦ ϕ
E

α
−1
◦ ϕ
E

α
◦ ψ ◦ ϕ
E
α
−1
◦ ϕ
E
α
◦ ϕ
E
β
−1
.
Viceversa, le (1.1) sono condizioni di compatibilit` a che consentono di incollare le ¦ψ
α
¦ ad una
equivalenza di fibrati.
Le funzioni di transizione determinano i fibrati a meno di equivalenze:
TEOREMA 1.8. Siano M e F due variet` a. Sia G un gruppo di Lie che agisce effettivamente
su F. Sia ¦U
α
¦ un ricoprimento di M tale che se U
α
∩ U
β
,= ∅ esistono mappe liscie g
αβ
:
U
α
∩U
β
→ G che verificano le identit ` a di cociclo. Allora esiste un fibrato E con base M, fibra
F e con gruppo di struttura G che ha ¦g
αβ
¦ come funzioni di transizione. Tale fibrato ` e unico a
meno di equivalenze di fibrati.
DIMOSTRAZIONE. A meno di raffinamenti del ricoprimento ¦U
α
¦, possiamo supporre che
¦U
α
¦ sia anche un atlante coordinato di M.
Poniamo E :=

(U
α
F)/ ∼. Dove (x, f) ∼ (y, f
t
) se esistono α, β tali che (x, f) ∈
U
α
F, (y, f
t
) ∈ U
β
F, x = y e f = g
αβ
(x)f
t
.
Poich´ e ¦g
αβ
¦ soddisfano le identit` a di cociclo la relazione ∼ ` e di equivalenza. Si pone
dunque su E la topologia quoziente determinata da

(U
α
F). La mappa π : E → M definita
da [(x, f)] → x ` e continua. Si definisce poi ϕ
α
: π
−1
(U
α
) → U
α
F tramite ϕ
α
[(x, f)] :=
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
2. FIBRATI VETTORIALI E FIBRATI PRINCIPALI 33
(x, f) per (x, f) ∈ U
α
F (si osservi che questa mappa ` e ben definita poich´ e ogni elemento in
π
−1
(U
α
) ha un unico rappresentante in U
α
F essendo g
αα
= id). La mappa ϕ
α
` e biunivoca ed
` e l’inversa della mappa naturale ρ :

(U
α
F) → E ristretta a U
α
F. Si verifica facilmente
che ρ ` e aperta e dunque ϕ
α
` e un omeomorfismo. L’atlante per E si ottiene allora componendo
tale mappa con carte locali di M e di F nel modo seguente. Sia ¦U
α
, ψ
α
¦ un atlante di M,
¦W
j
, θ
j
¦ un atlante per F. Allora ¦[U
α
W
j
], ¯ ϕ
α,j
)¦ (dove [] indica la classe di equivalenza in
E) ` e un atlante per E, definendo ¯ ϕ
α,j
: [U
α
W
j
] → ψ
α
(U
α
) θ
j
(W
j
) tramite
¯ ϕ
α,j
([x, f]) := (ψ
α
θ
j
) ◦ ϕ
α
([x, f]) = (ψ
α
(x), θ
j
(f)) (x, f) ∈ U
α
W
j
.
Con notazione ovvia, per (p, t) ∈ ψ
β
(U
α
∩ U
β
) θ
k
(W
j
∩ W
k
)
¯ ϕ
α,j
◦ ¯ ϕ
−1
β,k
(p, t) = ¯ ϕ
α,j
([ψ
−1
β
(p), θ
−1
k
(t)]) = ¯ ϕ
α,j
([ψ
−1
β
(p), g
αβ

−1
β
(p))θ
−1
k
(t)])
= (ψ
α

−1
β
(p)), θ
j
(g
αβ

−1
β
(p))θ
−1
k
(t)))
provando che i cambiamenti di carta sono differenziabili. Si pu` o poi verificare che E ` e Haus-
dorff e paracompatto E e dunque ` e effettivamente una variet` a. Si vede facilmente ora che E ` e
un fibrato con gruppo di struttura G, fibra F e base M.
L’unicit` a segue subito dalla Proposizione 1.7.
2. Fibrati vettoriali e fibrati principali
DEFINIZIONE 2.1. Una fibrazione (E, M, π) con fibra R
k
e gruppo di struttura GL(k, R)
si dice un fibrato vettoriale di rango k se esiste un atlante trivializzante ¦(U
α
, ϕ
α
)¦ per E tale
che per ogni x ∈ U
α
la mappa ϕ
α
[
E
x
: E
x
→ ¦x¦ R
k
` e un isomorfismo di spazi vettoriali.
Ovvero, se ϕ
α
(v) = (x, ϕ
tt
α
(x, v)) ∈ ¦x¦ R
k
per v ∈ E
x
, risulta
ϕ
tt
α
(x, λv + µw) = λϕ
tt
α
(x, v) + µϕ
tt
α
(x, w) ∀λ, µ ∈ R, v, w ∈ E
x
.
La definizione di fibrato vettoriale richiede alcuni commenti. Essendo la fibra uno spazio
vettoriale, ` e naturale richiedere che le funzioni di trivializzazione preservino tale struttura. D’al-
tra parte, si possono definire dei fibrati con fibra R
k
e gruppo di struttura GL(k, R) che, per
l’atlante trivializzante dato, non hanno funzioni di transizione che sono lineari sulle fibre. Un
semplice esempio ` e il seguente:
ESEMPIO 2.2. Sia M una variet` a e sia f : R → R un diffeomorfismo non lineare. Sia
E := M R. Sia | := ¦M¦. Allora | ` e un ricoprimento di M che trivializza E con la mappa
ϕ : E → M R data da ϕ(x, v) := (x, f(v)). E ` e un fibrato con fibra R e gruppo di struttura
GL(1, R), ma l’atlante trivializzante scelto non lo rende un fibrato vettoriale.
D’altra parte, se E ` e un fibrato su M con fibra R
k
e gruppo di struttura GL(k, R) e con
funzioni di transizione ¦g
αβ
¦, la costruzione del Teorema 1.8 definisce un fibrato vettoriale
E
t
equivalente (come fibrato) a E per cui le trivializzazioni locali ϕ
α
sono lineari sulle fibre,
ovvero:
LEMMA 2.3. Sia M una variet` a e sia E un fibrato su M con fibra R
k
e gruppo di struttura
GL(k, R). Allora esiste un fibrato vettoriale E
t
su M che ` e equivalente a E come fibrato.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
34 2. FIBRATI
Nel seguito supporremo sempre che se E ` e un fibrato vettoriale, le funzioni di trivializ-
zazione locale ϕ
α
: E[
U
α
→ U
α
R
n
siano lineari sulle fibre. Come notazione, poniamo
ϕ
α,x
:= ϕ
tt
α
[
E
x
: E
x
→R
n
.
Avvertiamo il lettore che, con un usuale lieve abuso di notazione, talvolta ϕ
α,x
denoter` a anche
ϕ
α
[
E
x
.
DEFINIZIONE 2.4. Siano M, M
t
due variet` a. Sia E un fibrato vettoriale su M e E
t
un fibrato
vettoriale su M
t
. Un morfismo (f, ϕ) di fibrati tra E, E
t
si dice un morfismo di fibrati vettoriali
se per ogni x ∈ M la mappa ϕ
x
:= ϕ[
E
x
: E
x
→ E
t
f(x)
` e un morfismo di spazi vettoriali.
Se E ` e un fibrato vettoriale su una variet` a M e se U ⊆ M ` e un aperto tale che E[
U
:=
π
−1
(U) ` e equivalente come fibrato vettoriale al fibrato vettoriale banale U R
k
, diremo che E
` e banale su U.
Definiamo adesso un’altra classe importante di fibrati. Premettiamo alcune osservazioni.
Si dice che un gruppo di Lie Gagisce a destra su una variet` a F se esiste un anti-omomorfismo
di gruppi R : G → Diff(F), ovvero se R(e) = id, R(g
−1
) = R(g)
−1
e R(gh) = R
h
◦ R
g
(cio´ e
l’ordine di composizione ` e invertito). Ad esempio se G agisce (nel senso usuale) su F tramite
L : G → Diff(F), allora R
g
:= L
g
−1 ` e una azione a destra.
Se E ` e un fibrato con fibra G e gruppo di struttura G stesso, allora esiste una ovvia azione
a destra del gruppo di struttura G sulla fibra data dalla moltiplicazione a destra del gruppo su
se stesso. Formalmente, se θ : F → G ` e un diffeomorfismo, allora R : G F → F ` e definito
tramite
R
g
(f) := θ
−1
(θ(f)g).
Nel seguito, salvo quando necessario specificare, indicheremo semplicemente con fg l’azione
a destra R
g
(f).
Possiamo adesso definire i fibrati principali come segue:
DEFINIZIONE 2.5. Sia G un gruppo di Lie. Una fibrazione (P, M, π) con fibra G e gruppo
di struttura G si dice un fibrato principale se esiste un atlante trivializzante ¦(U
α
, ϕ
α
)¦ per P
tale che per ogni x ∈ U
α
la mappa ϕ
α
[
E
x
: P
x
→ ¦x¦ G ` e G-equivariante. Ovvero, se
ϕ
α
(v) = (x, ϕ
tt
α
(x, v)) ∈ ¦x¦ G per v ∈ P
x
, risulta
ϕ
tt
α
(x, vg) = ϕ
tt
α
(x, v)g ∀g ∈ G, v ∈ P
x
.
Notiamo che l’azione a destra del gruppo di struttura G sulla fibra di un fibrato principale
commuta con la naturale azione di G sulla fibra richiesta dalla Definizione 1.3.
Utilizzando l’azione a destra di un gruppo di Lie su se stesso si definisce la nozione di
morfismo tra fibrati principali:
DEFINIZIONE 2.6. Siano M, M
t
due variet` a. Sia P un fibrato principale su M con gruppo
di struttura G e sia P
t
un fibrato principale su M
t
con gruppo di struttura G
t
. Sia ρ : G → G
t
un morfismo di gruppi di Lie. Un morfismo (f, ϕ) di fibrati tra P, P
t
si dice un ρ-morfismo di
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
2. FIBRATI VETTORIALI E FIBRATI PRINCIPALI 35
fibrati principali se per ogni x ∈ M la mappa ϕ
x
:= ϕ[
P
x
: P
x
→ P
t
f(x)
ha la propriet` a che
ϕ
x
(pg) = ϕ
x
(p)ρ(g) per ogni p ∈ P
x
e g ∈ G.
Qualora in un ρ-morfismo di fibrati principali non sia necessario puntualizzare il morfismo
ρ, lo chiameremo semplicemente morfismo di fibrati principali.
Nuovamente, dalla costruzione del Teorema 1.8 si ha che, dato un fibrato con fibra un gruppo
di Lie G e gruppo di struttura G, esiste un fibrato principale equivalente le cui funzioni di
trivializzazione locale sono morfismi di fibrati principali, ovvero:
LEMMA 2.7. Sia M una variet` a e sia P un fibrato su M con fibra un gruppo di Lie G e
gruppo di struttura G. Allora esiste un fibrato principale P
t
su M che ` e equivalente a P come
fibrato.
Un caso particolare di morfismo tra fibrati principali ` e il seguente:
DEFINIZIONE 2.8. Sia G un gruppo di Lie e sia G
t
⊂ G un suo sottogruppo di Lie, con
ρ : H → G l’immersione naturale. Sia P un fibrato principale con gruppo di struttura G su M
e sia P
t
un fibrato principale con gruppo di struttura G
t
su M. Si dice che P
t
` e una riduzione di
P (o che P
t
` e ottenuto da P tramite riduzione del gruppo strutturale) se esiste un ρ-morfismo di
fibrati principali (id
M
, h) con h : P
t
→ P iniettivo.
PROPOSIZIONE 2.9. Sia P un fibrato principale con gruppo strutturale G su M. Sia H un
sottogruppo di Lie di G. Allora si pu` o ridurre il gruppo di struttura di P ad H se e solo se
esiste un atlante trivializzante per P con funzioni di transizione a valori in H.
DIMOSTRAZIONE. Siano ¦h
αβ
¦ delle funzioni di transizione locali per P a valori in H.
Per il Teorema 1.8, si definisce univocamente un fibrato principale P
t
con gruppo strutturale
H. Ricordiamo che dalla costruzione si ha P
t
:=

(U
α
H)/ ∼, dove (x, g) ∼ (y, g
t
) se
esistono α, β tali che (x, g) ∈ U
α
H, (y, g
t
) ∈ U
β
H, x = y e g = h
αβ
(x)g
t
. Similmente,
a meno di equivalenze di fibrati, P :=

(U
α
G)/ ∼, dove (x, g) ∼ (y, g
t
) se esistono α, β
tali che (x, g) ∈ U
α
G, (y, g
t
) ∈ U
β
G, x = y e g = h
αβ
(x)g
t
. Pertanto l’applicazione
U
α
H → U
α
G definita per ogni α tramite (x, h) → (x, h) passa al quoziente e determina
un morfismo iniettivo di fibrati principali da P
t
a P.
Viceversa, supponiamo che h : P
t
→ P sia una riduzione di fibrati principali. Sia ¦U
α
¦ un
atlante trivializzante P e P
t
, e siano ϕ
t
α
: P
t
[
U
α
→ U
α
H le trivializzazioni locali di P
t
(che
assumiamo, come lecito, essere morfismi di fibrati principali) date da
ϕ
t
α
(p
t
) = (x, ¯ ϕ
t
α
(x, p
t
)) = (x, ¯ ϕ
t
α
(x, e)p
t
) ∈ U
α
H ∀p
t
∈ P
t
x
· H.
Se p ∈ P
x
, con x ∈ U
α
, allora esistono (non unici) g ∈ G e p
t
∈ P
t
x
tali che p = h(p
t
)g. Si noti
che se anche p = h(p
t
1
)g
1
con g
1
∈ G e p
t
1
∈ P
t
x
allora
gg
−1
1
= h(p
t
)
−1
h(p
t
1
) = h(p
t−1
p
t
1
) ∈ H,
pertanto essendo h un morfismo di fibrati principali, risulta h(p
t
) = h(p
t
1
)g
1
g
−1
= h(p
t
1
g
1
g
−1
)
e dunque p
t
= p
t
1
g
1
g
−1
. Da qui si ha che
¯ ϕ
t
α
(x, p
t
)g = ¯ ϕ
t
α
(x, p
t
1
g
1
g
−1
)g = ¯ ϕ
t
α
(x, p
t
1
)g
1
g
−1
g = ¯ ϕ
t
α
(x, p
t
1
)g
1
.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
36 2. FIBRATI
Pertanto la mappa
ψ
α
: P[
U
α
→ U
α
G,
definita per p ∈ P
x
, x ∈ U
α
tramite ψ
α
(p) = (x, ¯ ϕ
t
α
(x, p
t
)g) risulta essere ben definita e si
verifica facilmente essere un morfismo di fibrati principali. Dunque, le ¦ψ
α
¦ sono delle nuove
funzioni di trivializzazione locale per P. Per calcolare le funzioni di transizione associate, siano
¦ϕ
t
αβ
¦ le funzioni di transizione di P
t
a valori in H. Si osservi che con la notazione precedente
ϕ
t
αβ
(x) = ¯ ϕ
t
α
(x, e)( ¯ ϕ
t
β
(x, e))
−1
. Sia x ∈ U
α
∩ U
β
e sia p ∈ P
x
dato da p = h(p
t
)g per p
t
∈ P
t
x
,
g ∈ G. Sia t = ¯ ϕ
t
β
(x, p
t
)g = ¯ ϕ
t
β
(x, e)p
t
g. Allora
ψ
α
◦ ψ
−1
β
(x, t) = (x, ¯ ϕ
t
α
(x, p
t
)g) = (x, ¯ ϕ
t
α
(x, p
t
)( ¯ ϕ
t
β
(x, p
t
))
−1
t)
= (x, ¯ ϕ
t
α
(x, e)p
t
p
t−1
( ¯ ϕ
t
β
(x, e))
−1
t) = (x, ¯ ϕ
t
α
(x, e)( ¯ ϕ
t
β
(x, e))
−1
t)
= (x, ϕ
t
αβ
(x)et) = (x, ϕ
t
αβ
(x)t),
che prova che le funzioni di transizione sono ¦ϕ
t
αβ
¦ a valori in H.
OSSERVAZIONE 2.10. Sia P un fibrato principale con gruppo di struttura G su M. Sia K
un sottogruppo compatto massimale di G. Si pu` o provare che P ammette sempre una riduzione
del gruppo di struttura a K.
OSSERVAZIONE 2.11. Sia E un fibrato vettoriale su M con funzioni di transizione ¦g
αβ
¦.
Allora il Teorema 1.8 e il Lemma 2.7 determinano un unico (a meno di equivalenze) fibrato
principale P(E) con gruppo di struttura GL(n, R) con le stesse funzioni di transizione. Tale
fibrato si dice il fibrato principale associato a E. Viceversa, per il Teorema 1.8 e il Lemma
2.3 ogni fibrato GL(n, R)-principale ha un (unico a meno di equivalenze) fibrato vettoriale
associato.
OSSERVAZIONE 2.12. Sia E un fibrato vettoriale di rango k su M. Sia ¦U
α
, ϕ
α
¦ un atlante
trivializzante tale che ϕ
α
siano lineari sulle fibre. Siano v
α
j
(x) := ϕ
−1
α
(x, e
j
) per x ∈ U
α
e
¦e
1
, . . . , e
k
¦ la base standard di R
k
. Allora se v ∈ E
x
risulta v =

a
α
j
v
α
j
(x) e ϕ
α
(v) =
(x, (a
α
1
, . . . , a
α
k
)). Per definizione di funzioni di transizione, su U
α
∩ U
β
,= ∅ risulta
_
_
a
α
1
.
.
.
a
α
k
_
_
= g
αβ
(x)
_
_
_
a
β
1
.
.
.
a
β
k
_
_
_
ovvero
_
_
v
α
1
(x)
.
.
.
v
α
k
(x)
_
_
=
t
[g
αβ
(x)]
−1
_
_
_
v
β
1
(x)
.
.
.
v
β
k
(x)
_
_
_
.
In altri termini, le funzioni di transizione sono le matrici di cambiamento di base dalla base
¦v
α
j
(x)¦ alla base ¦v
β
j
(x)¦.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
2. FIBRATI VETTORIALI E FIBRATI PRINCIPALI 37
DEFINIZIONE 2.13. Se M ` e una variet` a (reale o complessa) e E ` e un fibrato su M con fibra
C
k
e gruppo di struttura GL(k, C), si dice che E ` e un fibrato vettoriale complesso con fibra di
rango (complesso) k.
Se E ` e un fibrato complesso su una variet` a complessa e la mappa di proiezione π : E → M
` e olomorfa, si dice che E ` e un fibrato olomorfo.
PROPOSIZIONE 2.14. Siano L, L
t
due fibrati olomorfi di rango uno su una variet ` a comp-
lessa M. Supponiamo L abbia funzioni di transizione ¦g
αβ
¦ e L
t
abbia funzioni di transizione
¦g
t
αβ
¦ rispettivamente. Allora esiste un isomorfismo di fibrati vettoriali f : L → L
t
se e solo se
per ogni α esistono f
α
: U
α
→C

olomorfe tali che
(2.1)
f
β
f
α
[
U
α
∩U
β
=
g
αβ
g
t
αβ
per ogni α, β. Le f
α
: ϕ
−1
α
(L[
U
α
) → ϕ
t
α
(L[
U
α
) sono date da ϕ
t
α
◦ f ◦ ϕ
−1
α
, essendo ϕ
α
, ϕ
t
α
le
funzioni di trivializzazione locale di L, L
t
.
DIMOSTRAZIONE. Segue subito da (1.1).
2.1. Il fibrato tangente. Costruiamo adesso il fibrato tangente ad una variet` a reale. Una
analoga costruzione vale nel caso complesso.
DEFINIZIONE 2.15. Sia M una variet` a reale. Poniamo
TM :=
_
p∈M
T
p
M.
TM si dice il fibrato tangente a M.
PROPOSIZIONE 2.16. Sia M una variet` a reale di dimensione n. Allora TM ha una strut-
tura naturale di fibrato vettoriale di rango n con proiezione π : TM → M data da T
p
M ¸
v → p ∈ M.
DIMOSTRAZIONE. Sia ¦U
α
, ϕ
α
¦ un atlante per M con ϕ
α
(p) = (x
α
1
(p), . . . , x
α
n
(p)). Poni-
amo TM[
U
α
:= π
−1
(U
α
). Definiamo
ψ
α
: TM[
U
α
→ U
α
R
n
come segue. Sia p ∈ U
α
e sia v ∈ T
p
M. Allora v =

a
α
j

∂x
α
j
(p). Definiamo
ψ
α
(v) := (p, (a
α
1
, . . . , a
α
n
)).
ψ
α
` e bijettiva e π = π
1
◦ ψ
α
(essendo π
1
: U
α
R
n
→ U
α
la proiezione sul primo fattore).
Dotiamo TM della topologia meno fine che rende ψ
α
degli omeomorfismi. Si verifica
facilmente che TM ` e di Hausdorff e paracompatto e π ` e continua.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
38 2. FIBRATI
Troviamo l’espressione di ψ
α
◦ ψ
−1
β
per U
α
∩U
β
,= ∅. Denotiamo con
∂x
α
k
∂x
β
j
[
p
:=

∂x
β
j
(p)(x
α
k
),
ovvero la derivazione

∂x
β
j
(p) applicata alla funzione π
k
◦ ϕ
α
, dove π
k
(a
1
, . . . , a
n
) = a
k
. Abbi-
amo che

∂x
β
j
(p) =
n

k=1
∂x
α
k
∂x
β
j
[
p

∂x
α
k
(p).
Dunque
ψ
α
◦ ψ
−1
β
(p, (a
β
1
, . . . , a
β
n
)) = ψ
α
_
n

j=1
a
β
j

∂x
β
j
(p)
_
= ψ
α
_
n

j=1
a
β
j
_
n

k=1
∂x
α
k
∂x
β
j
[
p

∂x
α
k
(p)
__
= ψ
α
_
n

k=1
_
n

j=1
a
β
j
∂x
α
k
∂x
β
j
[
p
_

∂x
α
k
(p)
_
= (p,
n

j=1
∂x
α
1
∂x
β
j
[
p
a
β
j
, . . . ,
n

j=1
∂x
α
n
∂x
β
j
[
p
a
β
j
).
Definiamo ˜ ϕ
α
: π
−1
(U
α
) → ϕ
α
(U
α
) R
n
tramite ˜ ϕ
α
:= (ϕ
α
id
R
n) ◦ ψ
α
, ovvero
˜ ϕ
α
: (p, v) → (ϕ
α
(p), (a
α
1
, . . . , a
α
n
)).
Essendo su U
α
∩ U
β
,= ∅
˜ ϕ
α
◦ ˜ ϕ
−1
β
(q, (a
β
1
, . . . , a
β
n
)) = (ϕ
α
◦ ϕ
−1
β
(q),
_
∂x
α
k
∂x
β
j
_
[
q
(a
β
1
, . . . , a
β
n
)
t
),
si vede che ¦π
−1
(U
α
), ˜ ϕ
α
¦ ` e un atlante per TM che lo rende una variet` a di dimensione 2n.
Inoltre per la costruzione fatta si verifica subito che TM ` e un fibrato vettoriale con funzioni
di transizione
g
αβ
=
_
∂x
α
k
∂x
β
j
_
.

ESERCIZIO 2.17. Si provi che TM ` e sempre orientabile.
2.2. Il fibrato dei riferimenti lineari. Sia M una variet` a. Sia E un fibrato vettoriale reale
di rango r su M (considerazioni simili valgono per i fibrati vettoriali complessi). Per x ∈ M
sia
L(E)
x
:= ¦basi ordinate di E
p
¦.
Definiamo
L(E) :=
_
x∈M
L(E)
x
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
2. FIBRATI VETTORIALI E FIBRATI PRINCIPALI 39
con proiezione π : L(E) → M data da L(E)
x
¸ v → x ∈ M. Vediamo che L(E) ` e un fibrato
principale, che ` e detto il fibrato dei riferimenti lineari di E.
PROPOSIZIONE 2.18. Sia M una variet` a e sia E un fibrato vettoriale di rango r su M.
Allora L(E) ha una naturale struttura di fibrato principale con fibra GL(r, R) ed ` e equivalente
come fibrato principale al fibrato principale associato a E.
DIMOSTRAZIONE. Il gruppo GL(r, R) agisce liberamente a destra su L(E)
x
nel modo
seguente. Sia A ∈ GL(r, R) e sia w = ¦w
1
, . . . , w
r
¦ una base di E
x
. Allora definiamo
R : (A, w) → A
t
w,
dove, se A = (a
ij
), allora A
t
w indica la base formata dai vettori ¦

a
i1
w
i
, . . . ,

a
ir
w
i
¦.
Sia ¦e
1
, . . . , e
r
¦ la base standard di R
r
. Se (U, ϕ) ` e un aperto trivializzante di E, poniamo
v
j
(x) := ϕ
−1
(x, e
j
). Allora v := ¦v
1
(x), . . . , v
r
(x)¦ ` e una base di E
x
per ogni x ∈ U.
Pertanto, se u ∈ L(E)
x
, esiste una unica matrice A ∈ GL(r, R) che rappresenta il cambia-
mento di base da v ad u. Dunque π
−1
(x) · GL(r, R). Definiamo ora
h : π
−1
(U) → U GL(r, R)
tramite h(u) = (π(u), ψ(u)), dove ψ(u) ∈ GL(r, R) ` e tale che
u = [ψ(u)]
t
v.
Si dota poi L(E) della topologia meno fine che rende h degli omeomorfismi. Per esercizio si
verifichi che L(E) ` e effettivamente un fibrato principale. Per calcolare le funzioni di transizione,
vediamo che se ¦g
αβ
¦ sono le funzioni di transizione di E, per l’Osservazione 2.12 si ha v
β
=
g
t
αβ
v
α
. Dunque

α
(u)]
t
v
α
= u = [ψ
β
(u)]
t
v
β
= [ψ
β
(u)]
t
g
t
αβ
v
α
= [g
αβ
ψ
β
(u)]
t
v
α
,
da cui segue che
h
α
◦ h
−1
β
(x, ψ
α
(u)) = (x, g
αβ
(x)ψ
β
(u)),
che prova che le funzioni di transizione di L(E) sono effettivamente ¦g
αβ
¦. Si osservi anche
che
h
α
(R(A, u)) = h
α
(A
t
u) = h
α
(A
t

α
(u)]
t
v
α
) = h
α
([ψ
α
(u)A]
t
v
α
) = (x, ψ
α
(u)A),
e dunque le h
α
sono anche morfismi di fibrati principali.
Il fibrato dei riferimenti lineari di TM si denota con LM.
ESERCIZIO 2.19. Sia M una variet` a differenziabile di dimensione n. allora il fibrato dei
riferimenti lineari LM ha gruppo di struttura riducibile a GL(n, R)
+
:= ¦A ∈ Mat(n n, R) :
det A > 0¦ se e solo se M ` e orientabile.
2.3. Esempi di fibrati principali. Descriviamo brevemente alcuni esempi di fibrati prin-
cipali.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
40 2. FIBRATI
2.3.1. Rivestimenti di Galois. Se M ` e una variet` a e
˜
M ` e un suo rivestimento di Galois con
gruppo delle trasformazioni del rivestimento Γ, si pu` o dare a Γ la struttura di gruppo di Lie zero-
dimensionale e dunque
˜
M ` e un fibrato principale su M con gruppo di struttura Γ con atlante di
trivializzazione dato dagli intorni onesti.
2.3.2. SO(n) su S
n−1
con fibra SO(n − 1). Si pu` o vedere SO(n), n > 1 come fibrato
principale con fibra SO(n −1) su S
n−1
. Definiamo la proiezione π : SO(n) →S
n−1
nel modo
seguente. Se A ∈ SO(n), scriviamo A = (a
1
, . . . , a
n
), essendo a
j
la j-sima colonna di A.
Poich´ e A
t
A = id, risulta ¸a
j
, a
k
¸ = δ
jk
per j, k = 1, . . . , n. Definiamo allora π : SO(n) →
S
n−1
come:
π(A) = a
n
.
Osserviamo poi che, essendo S
n−1
= F
−1
(0) con F : R
n
→ R definita da F(x) := ¸x, x¸ − 1
(essendo ¸, ¸ il prodotto scalare standard), per la Proposizione 6.12 del Capitolo 1, risulta
T
p
S
n−1
= ¦v ∈ R
n
: ¸v, p¸ = 0¦.
Pertanto, se A = (a
1
, . . . , a
n
) ∈ SO(n) si ha che ¦a
1
, . . . , a
n−1
¦ ` e una base ortonormale
di T
a
n
S
n−1
. Denotiamo con u(A) tale base. Diamo ora una orientazione a S
n−1
in modo
che la matrice identica in SO(n) definisca una base positiva sullo spazio tangente di S
n−1
in
(0, . . . , 0, 1). Scegliamo un atlante ¦U
α
, ϕ
α
¦ di S
n−1
che sia orientato secondo l’orientazione
scelta. Presa la base ¦

∂x
α
1
(p), . . . ,

∂x
α
n−1
(p)¦, si pu` o applicare il procedimento di Gram-Schmidt
per ottenere una base ortonormale (sempre con la stessa orientazione) per T
p
S
n−1
per p ∈ U
α
.
Tale base, denotiamola v
α
(p), dipende in modo C

da p ∈ U
α
. Data A = (a
1
, . . . , a
n
) ∈
SO(n) esiste una unica A
α
∈ SO(n −1) tale che
u(A) = A
t
α
v
α
(a
n
).
Questo prova che la fibra π
−1
(p) ` e SO(n − 1). Inoltre, SO(n − 1) agisce per moltiplicazione
a destra sulla fibra nel modo seguente. Se B ∈ SO(n −1) e se A ∈ π
−1
(p), allora si definisce
B A = B
t
u(A). Le funzioni di trivializzazione del fibrato sono date da ψ
α
: π
−1
(U
α
) →
U
α
SO(n −1) definite tramite
ψ
α
(A) = (π(A), A
α
).
Si verifica facilmente che queste sono trivializzazioni locali di SO(n) e che le funzioni di tran-
sizione associate (che sono le matrici di cambiamento di coordinate dalla base da v
β
a v
α
sono
matrici in SO(n −1).
Con l’interpretazione data sopra, SO(n) ` e un sottofibrato di LS
n−1
formato dalle basi orien-
tate e ortonormali rispetto al prodotto scalare canonico di R
n
. In effetti SO(n) si ottiene come
riduzione di LS
n−1
riducendo il gruppo di struttura a SO(n). Vedremo in seguito che questo ` e
un processo generale: dare un prodotto scalare definito positivo lungo le fibre di un fibrato di
rango k equivale a ridurre a O(k) il gruppo di struttura del corrispondente fibrato dei riferimenti
lineari e la riduzione a SO(k) corrisponde a sceglierne anche una orientazione come variet` a.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
3. SEZIONI DI FIBRATI 41
2.3.3. Fibrati di Hopf. La restrizione della mappa naturale da C
n+1
→CP
n
a S
2n+1
induce
una fibrazione principale da S
2n+1
a CP
n
con gruppo di struttura S
1
che si chiama la fibrazione
di Hopf. In particolare, per n = 1 si ha S
3
→ S
2
con fibra S
1
. Si provi per esercizio quanto
detto.
2.3.4. Spazi omogenei. Sia G un gruppo di Lie e sia H un suo sottogruppo chiuso. Allo-
ra G → G/H ` e un fibrato principale con gruppo di struttura H. La trivializzazione locale ` e
costruita nel modo seguente. Si prende una sottovariet` a V definita in un intorno di e e trasver-
sa alla fibra di π : G → G/H (ad esempio utilizzando i teoremi del rango si pu` o supporre
che in un intorno di e il sottogruppo H sia dato in coordinate locali da ¦(x
1
, . . . , x
n
) : x
1
=
. . . = x
m
= 0¦ e la proiezione sia π(x
1
, . . . , x
n
) = (x
m+1
, . . . , x
n
); allora si pu` o definire
V = ¦(x
1
, . . . , x
n
) : x
m+1
= . . . = x
n
= 0¦). Pertanto per ogni g ∈ G, π(gV ) ` e un aperto
contenente [g] ∈ G/H. Se k ∈ π
−1
(π(gV )), allora esiste un unico h ∈ H e un unico ele-
mento t ∈ V tali che k = gth. Si definisce allora un atlante trivializzante per G/H dato da
¦(π(gV ), Φ
gV

g∈G
dove Φ
gV
(k) := (π(k), h) per k ∈ π
−1
(π(gV )). Si verifichi per esercizio
che questo ` e effettivamente un atlante di trivializzazione con funzioni di transizione in H e le
Φ
gV
sono morfismi di fibrati principali.
3. Sezioni di fibrati
DEFINIZIONE 3.1. Sia M una variet` a e sia E un fibrato su M con proiezione π : E → M.
Sia U ⊆ M un aperto. Una sezione di E su U ` e una mappa liscia da U in E tale che π◦s = id
U
.
L’insieme delle sezioni di E su U si denota C

(U; E) (oppure O(U; E) nel caso della categoria
olomorfa, nel qual caso la sezione ` e olomorfa). Una sezione di E su M si dice anche una sezione
globale di E.
OSSERVAZIONE 3.2. Si verifica facilmente che se E ` e un fibrato vettoriale su M allora per
ogni aperto U ⊂ M l’insieme C

(U; E) (o O(U; E) nel caso olomorfo) delle sezioni di E su
U ha una naturale struttura di spazio vettoriale.
PROPOSIZIONE 3.3. Sia E un fibrato su M con fibra F e gruppo di struttura G. Sia
¦U
α
, ϕ
α
¦ un atlante di trivializzazione per E e siano ¦g
αβ
¦ le funzioni di transizioni di E. Sia
U un aperto di M. Se s ∈ C

(U; E) (rispettivamente s ∈ O(U; E)), posto s
α
:= π
F
◦ ϕ
α
◦ s
(essendo π
F
: U
α
F → F la proiezione su F) per ogni α, β tali che U ∩ U
α
∩ U
β
,= ∅ risulta
(3.1) s
α
= g
αβ
s
β
.
Viceversa, se ¦s
α
¦ ` e una famiglia di funzioni s
α
: U
α
∩ U → F liscie (rispettivamente olo-
morfe) che soddisfano (3.1), allora esiste una unica sezione s ∈ C

(U; E) (rispettivamente
s ∈ O(U; E)) tale che s
α
= π
F
◦ ϕ
α
◦ s per ogni α.
DIMOSTRAZIONE. Sia s una sezione. Per definizione di s
α
, si ha
(3.2) s(x) = ϕ
−1
α
(x, s
α
(x)), x ∈ U ∩ U
α
.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
42 2. FIBRATI
Da cui, su U ∩ U
α
∩ U
β
,= ∅
(x, s
α
(x)) = ϕ
α
◦ s = ϕ
α
◦ ϕ
−1
β
(x, s
β
(x)) = (x, g
αβ
(x)s
β
(x)),
e risulta s
α
= g
αβ
s
β
.
Viceversa, se la (3.1) ` e soddisfatta, la (3.2) definisce una sezione su U. Infatti, x ∈ U ∩U
α

U
β
, allora per la (3.2)
ϕ
−1
α
(x, s
α
(x)) = ϕ
−1
β

β

−1
α
(x, g
αβ
s
β
(x)))) = ϕ
−1
β
(x, g
βα
g
αβ
s
β
(x) = ϕ
−1
β
(x, s
β
(x)),
e dunque s ` e ben definita su U.
DEFINIZIONE 3.4. Sia E un fibrato su M. Se s ` e una sezione di un E su un aperto U ⊂
M, le ¦s
α
¦ definite nella Proposizione 3.3 si chiamano i dati locali di s (nella trivializzazione
¦U
α
, ϕ
α
¦ di E).
PROPOSIZIONE 3.5. Sia E un fibrato vettoriale di rango k su M. Sia U ⊆ M un aper-
to. Allora E ` e banale su U se e solo se esistono k sezioni s
1
, . . . , s
k
∈ C

(U; E) tali che
¦s
1
(x), . . . , s
k
(x)¦ sono linearmente indipendenti per ogni x ∈ U.
DIMOSTRAZIONE. Se esistono tali sezioni, allora per ogni x ∈ U e per ogni v ∈ E
x
, si pu` o
scrivere v =

a
j
s
j
(x). La mappa Φ : E → U R
k
data da Φ(x)v := (x; (a
1
, . . . , a
n
)) ` e
l’isomorfismo di fibrati vettoriali cercato.
Viceversa, se ¦e
1
, . . . , e
k
¦ ` e la base standard di R
k
e se Φ : E
U
→ U R
k
` e un isomorfismo
di fibrati vettoriali, allora s
j
(x) := Φ
−1
(x, e
j
) sono le sezioni cercate.
La proposizione precedente vale ovviamente anche nella categoria olomorfa.
OSSERVAZIONE 3.6. Sia E un fibrato vettoriale di rango k su M. Se (U
α
, ϕ
α
) ` e una carta
di trivializzazione locale per E (con ϕ
α,p
lineare per ogni p ∈ U), e v ∈ E
p
con p ∈ U, allora
ϕ
α,p
(v) = (a
α
1
, . . . a
α
k
) ∈ R
k
pu` o essere pensato come il vettore delle coordinate di v nella
base data da ¦ϕ
−1
α,p
(e
1
), . . . , ϕ
−1
α,p
(e
k
)¦, dove ¦e
1
, . . . , e
k
¦ ` e la base standard di R
k
. Le funzioni
di transizione ¦g
αβ
(p)¦ possono allora essere pensate come le matrici di cambiamento delle
coordinate dalla base ¦ϕ
−1
α,p
(e
1
), . . . , ϕ
−1
α,p
(e
k
)¦ alla base ¦ϕ
−1
β,p
(e
1
), . . . , ϕ
−1
β,p
(e
k
)¦.
DEFINIZIONE 3.7. Se E ` e un fibrato vettoriale di rango k e ¦e
1
, . . . , e
k
¦ sono k sezioni di
E su U tali che ¦e
1
(x), . . . , e
k
(x)¦ ` e una base di E
x
per ogni x ∈ U, si dice che ¦e
1
, . . . , e
k
¦ ` e
una base locale di sezione di E su U, o semplicemente una base locale di E su U.
OSSERVAZIONE 3.8. Un fibrato vettoriale E su una variet` a M ammette sempre una sezione,
detta sezione zero, definita tramite x → (x, 0) ∈ E
x
.
PROPOSIZIONE 3.9. Sia P un fibrato principale su M con gruppo di struttura G. Allora
P ammette una sezione globale se e solo se P ` e equivalente come fibrato principale al fibrato
banale M G.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
4. OPERAZIONI SUI FIBRATI VETTORIALI 43
DIMOSTRAZIONE. Il fibrato banale M G ammette la sezione globale s(x) := (x, e),
essendo e ∈ G l’elemento neutro. Viceversa, se P ammette una sezione globale s : M → P,
allora per ogni g ∈ P
x
esiste un unico h ∈ G tale che s(x)h = g. Definiamo Φ : P →
M G tramite Φ(g) := (x, h). Si verifica facilmente che Φ ` e l’equivalenza di fibrati principali
cercata.
COROLLARIO 3.10. Sia P un fibrato principale su M. Allora P ` e equivalente come fi-
brato principale al fibrato banale M G se e solo se il suo gruppo di struttura ` e riducibile
all’elemento neutro ¦e¦.
DIMOSTRAZIONE. Una direzione ` e ovvia. Per l’altra, se P ` e riducibile al fibrato M ¦e¦,
allora per definizione esiste un morfismo iniettivo di fibrati principali h : M ¦e¦ → P.
Dunque s(x) := h(x, e) ` e una sezione globale di P che per la proposizione precedente ` e dunque
banale.
ESERCIZIO 3.11. Diciamo che una variet` a reale M ` e parallelizzabile se TM ` e banale,
ovvero TM · M R
n
.
(1) Provare che se M ` e un gruppo di Lie allora ` e parallelizzabile.
(2) Provare che M ` e parallelizzabile se e solo se LM ammette una sezione globale ed ` e
quindi banale.
(3) Provare che la sfera S
2
(e pi ` u in generale la sfera S
2n
) non ` e parallelizzabile [Sugg.:
utilizzare il teorema di Poincar´ e-Hopf.]
4. Operazioni sui fibrati vettoriali
Sia T una operazione lineare tra spazi vettoriali, ovvero, se V, W sono due spazi vetto-
riali di dimensione k e l, allora T(V, W) ` e uno spazio vettoriale di dimensione r = r(k, l).
Consideriamo operazioni lineari T tali che
(1) se V, W sono spazi vettoriali con basi rispettivamente B
V
, B
W
, lo spazio vettoriale
T(V, W) ha una base naturale T(B
V
, B
W
),
(2) Se B
tV
, B
tW
sono altre basi di V e W rispettivamente, e H
V
, H
W
sono le matrici di
cambiamento di base da B
V
a B
tV
e da B
W
a B
tW
rispettivamente, allora la matrice di
cambiamento di base T(H
V
, H
W
) da T(B
V
, B
W
) a T(B
tV
, B
tW
) ha entrate che sono
una combinazione lineare di prodotti dei coefficienti di H
V
e H
W
.
Esempi di operatori lineari T sono ⊕, ⊗, Hom, dualit` a.
In questa sezione M denota una variet` a. Siano E, F due fibrati vettoriali su M di rango
k e l rispettivamente. Descriviamo un metodo generale per definire un nuovo fibrato vettoriale
T(E, F) su M. Sia
T(E, F) :=
_
p∈M
T(E
p
, F
p
).
Sia π : T(E, F) → M la proiezione naturale che associa a v ∈ T(E
p
, F
p
) il punto p ∈ M.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
44 2. FIBRATI
Siano ϕ
E
, ϕ
F
funzioni di trivializzazione locale per E, F su un aperto U ⊂ M. Ricordiamo
che ϕ
E
p
: E
p
→ R
k
e ϕ
F
p
: F
p
→ R
l
sono lineari e che posto s
E
j
(p) := (ϕ
E
)
−1
(p, e
j
), j =
1, . . . , k, allora o
E
(p) := ¦s
E
1
(p), . . . , s
E
k
(p)¦ ` e una base di E
p
, essendo ¦e
1
, . . . , e
k
¦ la base
canonica di R
k
. Similmente si definisce una base o
F
(p) := ¦s
F
1
(p), . . . , s
F
l
(p)¦ di F
p
. Allora,
se v ∈ E
p
, il vettore ϕ
E
p
(v) ∈ R
k
pu` o essere pensato come il vettore delle coordinate di v nella
base ¦e
1
, . . . , e
k
¦.
Definiamo
ψ : π
−1
(U) =
_
p∈U
T(E
p
, F
p
) −→ U T(R
k
, R
l
),
tramite l’applicazione ψ := T(ϕ
E
, ϕ
F
) che ad ogni elemento di T(E
p
, F
p
) associa le sue
coordinate nella base naturale T(o
E
(p), o
F
(p)).
Se ¦U
α
, ρ
α
¦ ` e un atlante di M, si pu` o supporre a meno di passare a sottoraffinamenti che E
ed F siano triviali su ciascun U
α
, con trivalizzazioni locali ¦ϕ
E
α
¦ per E e ¦ϕ
F
α
¦ per F e funzioni
di transizione ¦g
E
αβ
¦ e ¦g
F
αβ
¦. Definiamo ψ
α
:= T(ϕ
E
α
, ϕ
F
α
) e
˜
ψ
α
:= (ρ
α
id) ◦ ψ
α
.
Dotiamo ora T(E, F) della topologia meno fine tale che le ψ
α
siano omeomorfismi locali.
Si verifica subito che π ` e allora continua. E si prova facilmente che T(E, F) ` e di Hausdorff e
paracompatto.
Il dato ¦π
−1
(U
α
),
˜
ψ
α
¦ definisce un atlante per T(E, F). Infatti
ψ
α
◦ ψ
−1
β
(p, (a
β
1
, . . . , a
β
r
)) = (p, T(g
E
αβ
(p), g
F
αβ
(p))(a
β
1
, . . . , a
β
r
)),
e pertanto i cambiamenti di carta sono lisci. Inoltre T(E, F) risulta essere un fibrato vettoriale
su M di rango r e con funzioni di transizione locali date da
¦T(g
E
αβ
(p), g
F
αβ
(p))¦.
4.1. Somma diretta (o somma di Whitney). Qua T = ⊕. Dunque semplicemente E ⊕
F ha funzioni di trivializzazione locale che sono la somma diretta ϕ
E
α
⊕ ϕ
F
α
. Le funzioni di
transizione locale sono allora date da
g
E⊕F
αβ
=
_
g
E
αβ
0
0 g
F
αβ
_
.
4.2. Tensore. Qua T = ⊗. Richiamiamo brevemente la definizione e le principali pro-
priet` a del prodotto tensoriale di due spazi vettoriali V, W su un campo K. Lo spazio V ⊗ W
` e lo spazio vettoriale i cui elementi sono forme bilineari su (V

W

) (dove V

indica il
duale di V ). Se v ∈ V e w ∈ W, l’elemento semplice v ⊗ w ∈ V ⊗ W ` e definito tramite
(v⊗w)(a, b) := a(v)b(w) per a ∈ V

, b ∈ W

. Se ¦v
1
, . . . , v
m
¦ ` e una base di V e ¦w
1
, . . . , w
n
¦
` e una base di W, allora ¦v
1
⊗w
1
, . . . , v
m
⊗w
n
¦ ` e una base di V ⊗W. Sia ¦v
t
1
, . . . , v
t
m
¦ un’altra
base di V con v
j
=

m
k=1
a
jk
v
t
k
e sia ¦w
t
1
, . . . , w
t
n
¦ un’altra base di W con w
j
=

n
k=1
b
jk
v
t
k
.
Allora
v
r
⊗w
s
=
m

k=1
n

h=1
(a
rk
b
sh
)v
t
k
⊗w
t
h
,
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
4. OPERAZIONI SUI FIBRATI VETTORIALI 45
ovvero la matrice di cambiamento di base in V ⊗W ` e data dal prodotto di Cauchy della matrice
di cambiamento di base in V per la matrice di cambiamento di base in W; dove, ricordiamo che
se A = (a
ij
), B = (b
hk
) sono matrici, il prodotto di Cauchy A ⊗B ` e definito tramite
A ⊗B :=
_
_
a
11
B . . . a
1m
B
.
.
.
.
.
.
a
m1
. . . a
mm
B
_
_
.
Possiamo adesso definire il prodotto tensore di due fibrati E di rango r ed F di rango s
tramite E ⊗ F. Questo ha funzioni di trivializzazione locale date da ϕ
E
α
⊗ ϕ
F
α
che ad og-
ni elemento di E
p
⊗ F
p
con p ∈ U
α
, associano le sue coordinate nella base ¦(ϕ
E
α
)
−1
(e
1
) ⊗

F
α
)
−1
(e
1
), . . . , (ϕ
E
α
)
−1
(e
r
)⊗(ϕ
F
α
)
−1
(e
s
)¦. Le funzioni di transizione, sono dunque il prodotto
di Cauchy delle matrici di transizione di E e F.
ESERCIZIO 4.1. Siano E, E
t
, E
tt
fibrati vettoriali reali su M allora
(1) E ⊗(E
t
⊗E
tt
) · (E ⊗E
t
) ⊗E
tt
.
(2) E ⊗(E
t
⊕E
tt
) · (E ⊗E
t
) ⊕(E ⊗E
tt
)
(3) E ⊗(M R) · E (dove M R ` e il fibrato banale su M)
Il prodotto tensoriale di un fibrato E con se stesso k volte si indica E
⊗k
.
4.3. Prodotto Esterno. Qua T =
_
. Ricordiamo brevemente come ` e definito il prodotto
esterno o wedge di uno spazio vettoriale V di dimensione n. Sia S(r) il gruppo delle permu-
tazioni di ¦1, . . . , r¦ e per σ ∈ S(r) si indichi con (σ) il suo segno. Si definisce l’alternatore
A ∈ End(V
⊗k
) sugli elementi semplici nel modo seguente:
A(v
1
⊗. . . ⊗v
r
) :=
1
r!

σ∈S(r)
(σ)v
σ(1)
⊗. . . ⊗v
σ(r)
,
e si estende per linearit` a a tutto lo spazio. Poich´ e A
2
= A, risulta V
⊗k
= Ker(A) ⊕ Im(A). Si
osservi che se k > n allora Ker(A) = V
⊗k
. Si definisce il k-simo prodotto esterno di V tramite
k

V := A(V
⊗k
),
e si indica con v
1
∧ . . . ∧ v
k
:= A(v
1
⊗. . . ⊗v
k
). Gli elementi di
_
k
V possono essere pensati
come k-forme multilineari alternanti su V

. In particolare, con tale interpretazione si ha che
k vettori v
1
, . . . , v
k
sono linearmente indipendenti se e solo se v
1
∧ . . . ∧ v
k
,= 0. Inoltre, se
¦v
1
, . . . , v
n
¦ sono una base di V e se w
j
=

a
jl
v
l
con j = 1, . . . n, allora
w
1
∧ . . . ∧ w
n
= det(a
jl
)v
1
∧ . . . ∧ v
n
.
Se ¦v
1
, . . . , v
n
¦ ` e una base di V , allora
_
k
V ha base data da ¦v
i
1
∧. . .∧v
i
k
¦ con 1 ≤ i
1
≤ . . . ≤
i
k
≤ n. In particolare la dimensione di
_
k
V ` e
_
n
k
_
. Se A ` e una matrice n n di cambiamento
di base in V , allora la matrice di cambiamento di base nelle basi associate in
_
k
V ` e la matrice
_
n
k
_

_
n
k
_
che ha come entrate i determinanti dei minori k k di A.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
46 2. FIBRATI
Se E ` e un fibrato vettoriale su M di rango r, si definisce il fibrato delle k-sime potenze es-
terne
_
k
E. Questo ha funzioni di trivializzazione locale date da (ϕ
α
)

k
E
che ad ogni elemento
di
_
k
(E
p
) con p ∈ U
α
, associano le sue coordinate nella base ¦(ϕ
E
α
)
−1
(e
i
1
)∧. . .∧(ϕ
E
α
)
−1
(e
i
k
)¦,
con 1 ≤ i
1
≤ . . . ≤ i
k
≤ n. Le funzioni di transizione sono matrici
_
r
k
_

_
r
k
_
le cui entrate
sono date dai determinanti dei minori k k delle funzioni di transizione ¦g
αβ
¦ di E. A futura
referenza esplicitiamo il caso di
_
r
E.
PROPOSIZIONE 4.2. Sia E un fibrato vettoriale di rango r su M con funzioni di transizioni
locali date dalle matrici ¦g
αβ
¦ rispetto ad un certo atlante di trivializzazione ¦U
α
¦. Allora
_
r
E ha funzioni di transizioni locali ¦det(g
αβ
)¦ rispetto allo stesso atlante.
Il fibrato di rango uno
_
r
E si dice il fibrato determinante di E e si denota talvolta con
det(E). La ragione del nome ` e evidente dalla Proposizione precedente.
4.4. Hom. Qua T = Hom. Dunque Hom(E, F) ha funzioni di trivializzazione locali date
da ψ
α
:= Hom(ϕ
α
E
, ϕ
α
F
). Esplicitiamo il significato di ψ
α
. Supponiamo E, F banali su U e
siano ¦v
1
, . . . , v
k
¦ delle sezioni locali di E[
U
linearmente indipendenti in ogni punto di U; siano
¦w
1
, . . . , w
l
¦ delle sezioni locali di F[
U
linearmente indipendenti in ogni punto di U. Definiamo
f
ij
: E[
U
→ F[
U
tramite f
ij
(v
m
) = δ
m
i
w
j
ed estendiamole per linearit` a. Allora ¦f
ij
¦ per
i = 1, . . . , k, j = 1, . . . , l sono sezioni di Hom(E, F) su U linearmente indipendenti per ogni
x ∈ U. Sono dunque una base di Hom(E, F)
x
per ogni x ∈ U. Dunque se f ∈ Hom(E, F)
x
risulta f =

a
ij
f
ij
e ψ
α
(f) = (x; (a
11
, . . . , a
kl
)).
Nelle applicazioni, invece di utilizzare la notazione vettoriale, conviene utilizzare la no-
tazione matriciale. In altri termini, conviene descrivere le coordinate di f ∈ Hom(E, F)
x
come
la matrice l k, che denotiamo A
α
, nelle basi ¦v
α
1
(x), . . . , v
α
k
(x)¦ di E
x
e ¦w
α
1
(x), . . . , w
α
l
(x)¦
di F
x
. Dall’usuale regole di cambiamento di coordinate si vede subito che
(4.1) A
α
= g
F
αβ
A
β
g
E
βα
.
4.5. Duale. Qua T = Hom(, (M R)). Il fibrato duale al fibrato E, viene denotato E

.
Dato un atlante di trivializzazione ¦U
α
, ϕ
α
¦ per E, poniamo come al solito v
α
j
(x) := ϕ
−1
α
(x, e
j
)
per x ∈ U
α
e ¦e
1
, . . . , e
k
¦ la base standard di R
k
. Sia ¦w
α
1
(x), . . . , w
α
1
(x)¦ la base duale
di ¦v
α
1
(x), . . . , v
α
1
(x)¦. Dunque se f ∈ E

x
, si ha f =

a
α
j
w
α
j
(x) e dunque le trivializ-
zazioni locali sono ψ
α
(f) := (x, (a
α
1
, . . . , a
α
k
)). Si verifica facilmente con queste funzioni di
trivializzazione che le funzioni di transizione sono
(4.2) g
E

αβ
=
t
(g
E
αβ
)
−1
.
ESERCIZIO 4.3. Siano E, F due fibrati vettoriali su M. Provare che
Hom(E, F) · E

⊗F.
4.6. Coniugato. Se E ` e un fibrato vettoriale complesso su M, si definisce il fibrato coniu-
gato E. Se le funzioni di trivializzazione di E sono definite da ϕ
α
(v) = (x, ϕ
t
α
(v)) ∈ U
α
C
r
per v ∈ E
x
, x ∈ U
α
, le funzioni di trivializzazione di E sono date da ϕ
α
(v) = (x, ϕ
t
α
(v))) e le
funzioni di transizione sono le coniugate delle funzioni di transizione di E.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
5. METRICHE LUNGO LE FIBRE DI UN FIBRATO VETTORIALE 47
5. Metriche lungo le fibre di un fibrato vettoriale
DEFINIZIONE 5.1. Sia E un fibrato vettoriale complesso su una variet` a M. Una metrica
Hermitiana h su E ` e una sezione del fibrato E

⊗E

· Hom(E, E

) tale che per ogni x ∈ M,
h(x) sia un prodotto Hermitiano definito positivo. Ovvero, per ogni v ∈ E
x
, w ∈ E
x
, risulta
h(x)(v, w) = h(x)(w, v) e, se v ,= 0, h(x)(v, v) > 0.
La coppia (E, h) si dice un fibrato vettoriale Hermitiano su M.
OSSERVAZIONE 5.2. Se E ` e un fibrato vettoriale reale, una metrica Hermitiana lungo le
fibre di E ` e detta anche una metrica Riemanniana lungo le fibre di E (nel qual caso h ` e un
prodotto scalare definito positivo sulle fibre di E).
Sia (E, h) un fibrato vettoriale Hermitiano di rango r su M. Sia ¦U
α
, ϕ
α
¦ ` e un atlante di
trivializzazione locale di E con funzioni di transizione ¦g
αβ
¦. Sia ¦v
α
1
, . . . , v
α
r
¦ la base locale
di E su U
α
definita tramite v
α
j
(x) := ϕ
−1
α
(x, e
j
), essendo ¦e
1
, . . . , e
r
¦ la base standard di C
r
.
Possiamo associare ad h su U
α
una matrice quadrata r r, denotata (h
α
jk
), definita tramite
h
α
jk
(x) := h(x)(v
α
k
(x), v
α
j
(x)), j, k = 1, . . . , r
e per cui vale
h(x)(
r

k=1
a
k
v
α
k
(x),
r

j=1
b
j
v
α
j
(x)) =
n

j,k=1
a
k
b
j
h
jk
(x)
= (b
1
, . . . , b
r
)
_
_
h
α
11
(x) . . . h
α
1r
(x)
.
.
.
.
.
.
h
α
r1
(x) . . . h
α
rr
(x)
_
_
_
_
a
1
.
.
.
a
r
_
_
La funzione (h
α
jk
) : U
α
→ Mat(r r, C) ` e di classe C

e la matrice (h
α
jk
(x)) ` e Hermitiana e
definita positiva (tutti gli autovalori > 0) per ogni x ∈ U
α
, ovvero
t
(h
α
jk
(x)) = (h
α
jk
(x)).
Consideriamo h come sezione di Hom(E, E

), allora per le (4.1) e (4.2) risulta su U
α
∩U
β
,= ∅
(h
β
jk
) =
t
g
βα
−1
(h
α
jk
)g
αβ
=
t
g
αβ
(h
α
jk
)g
αβ
.
PROPOSIZIONE 5.3. Sia E un fibrato vettoriale complesso di rango r su M e sia L(E) il
fibrato principale dei riferimenti lineari di E. Allora E ammette una metrica Hermitiana lungo
le fibre se e solo se il gruppo di struttura di L(E) ` e riducibile ad U(r).
DIMOSTRAZIONE. Sia h una metrica Hermitiana lungo le fibre di E. Sia (U, ϕ) una triv-
ializzazione locale di E. Se ¦e
1
, . . . , e
r
¦ ` e la base standard di C
r
, sia v
j
(x) := ϕ
−1
(x, e
j
),
j = 1, . . . , r. Allora ¦v
1
(x), . . . , v
r
(x)¦ ` e una base di E
x
per ogni x ∈ U. Utilizzando il pro-
cedimento di ortonormalizzazione di Gram-Schmidt, si definisce una nuova base locale per E[
U
¦˜ v
1
(x), . . . , ˜ v
r
(x)¦ che ` e h(x)-ortonormale per ogni x ∈ U. Definiamo delle nuove funzioni di
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
48 2. FIBRATI
trivializzazione locale ¯ ϕ : E[
U
→ U C
r
tramite ¯ ϕ(

a
j
˜ v
j
(x)) = (x, a
1
, . . . , a
r
). Si verifi-
ca facilmente che le funzioni di transizione associate stanno in U(r). Il fibrato dei riferimenti
lineari di E, trivializzato localmente a partire da basi h-ortonormali, ha le stesse funzioni di
transizione e dunque la tesi segue ora dalla Proposizione 2.9.
Viceversa, sia P una riduzione di L(E) con gruppo strutturale U(r). Sia U un aperto triv-
ializzante per P e sia u = ¦u
1
, . . . , u
r
¦ una sezione di P[
U
. Se v, w ∈ E
x
, x ∈ U, allora
v =

a
j
u
j
(x), w =

b
j
u
j
(x). Si definisce
(5.1) h(x)(v, w) :=
n

j=1
a
j
b
j
.
Se u
t
` e un’altra sezione di P su U, allora esiste A : U → U(r) tale che u
t
= Au, e dunque (5.1)
` e ben definita e non dipende dalla sezione locale di P scelta. Si verifica poi facilmente che h ` e
la metrica Hermitiana su E cercata.
PROPOSIZIONE 5.4. Ogni fibrato vettoriale complesso su una variet ` a M ammette una
metrica Hermitiana lungo le fibre.
DIMOSTRAZIONE. Sia E un fibrato vettoriale complesso di rango r su M. Sia ¦U
α
¦ un
atlante trivializzante per E. Possiamo supporre che ¦U
α
¦ sia localmente finito e ciascun U
α
sia
relativamente compatto in M. Su ciascun U
α
, sia u
α
:= ¦u
α
1
, . . . , u
α
r
¦ una base locale di E su
U
α
. Definiamo una metrica Hermitiana h
α
su E[
U
α
dichiarando che u
α
` e una base ortonormale.
Sia ora ¦ρ
α
¦ una partizione dell’unit` a subordinata a ¦U
α
¦. Definiamo
h(x) :=

α
ρ
α
(x)h
α
(x).
Si verifichi per esercizio che h ` e una metrica Hermitiana su E.
6. Fibrato pull-back
DEFINIZIONE 6.1. Siano M, N due variet` a, f : M → N una funzione liscia. Sia π : E →
N un fibrato su N con fibra F e gruppo di struttura G. Si definisce il fibrato pull back con fibra
F e gruppo di struttura G:
f

E := ¦(m, e) ∈ M E : f(m) = π(e)¦.
PROPOSIZIONE 6.2. Siano M, N due variet` a, f : M → N una funzione liscia. Sia π :
E → N un fibrato su N con fibra F, gruppo di struttura G e funzioni di transizione locale
¦g
αβ
¦. Il fibrato pull back f

E ` e un fibrato su M con fibra F e gruppo di struttura G e funzioni
di transizione locale ¦g
αβ
◦ f¦. In particolare, se E ` e un fibrato vettoriale di rango r allora
f

E ` e un fibrato vettoriale di rango r.
DIMOSTRAZIONE. Definiamo π
t
: f

E → M tramite π
t
(m, e) := m. Sia ora ¦U
α
, ϕ
α
¦ una
trivializzazione locale del fibrato E. Definiamo ψ
α
: π
t−1
(f
−1
(U
α
)) → f
−1
(U
α
) F tramite
ψ
α
(m, e) := (m, π
F
◦ ϕ
α
(e)),
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
7. SOTTOFIBRATI VETTORIALI 49
dove π
F
: U
α
F → F ` e la proiezione canonica. Si verifica subito che ¦f
−1
(U
α
), ψ
α
¦ ` e un
atlante trivializzante per f

E che ` e dunque localmente diffeomorfo a f
−1
(U
α
) F. Da qui
segue l’enunciato.
ESEMPIO 6.3. Sia x ∈ M e sia ι : ¦x¦ → M l’immersione. Se E ` e un fibrato su M, allora
ι

(E) · E
x
. Pi ` u in generale, se N ` e una sottovariet` a di M e ι
N
: N → M ` e l’immersione
canonica, allora E[
N
:= ι

N
(E) si dice la restrizione di E a N.
Sia f : M → N una applicazione liscia e sia E un fibrato su N. Allora la mappa definita
da
˜
f : f

E → E,
˜
f(m, e) = e, ` e un morfismo di fibrati (morfismo di fibrati vettoriali/fibrati
principali se E ` e fibrato vettoriale/principale) e rende il seguente diagramma commutativo
(6.1)
f

E
˜
f
−−−→ E
π

¸
¸
_
¸
¸
_
π
N
f
−−−→ M
In pi ` u se f ` e un diffeomorfismo allora (f,
˜
f) ` e una equivalenza di fibrati.
Il pull back di un fibrato si pu` o caratterizzare come l’unico fibrato che renda commutativo
il diagramma (6.1).
PROPOSIZIONE 6.4. Sia f : N → M una applicazione liscia tra due variet ` a e sia π : E →
M un fibrato con fibra F e gruppo di struttura G. Sia ρ : E
t
→ M un fibrato con fibra F
e gruppo di struttura G e sia (f, g) : E
t
→ E una equivalenza di fibrati tale che il seguente
diagramma ` e commutativo:
E
t
g
−−−→ E
ρ
¸
¸
_
¸
¸
_
π
N
f
−−−→ M
Allora E
t
` e equivalente come fibrato a f

E.
DIMOSTRAZIONE. Si definisca un morfismo Φ : E
t
→ f

E tramite
Φ(˜ e) := (ρ(˜ e), g(˜ e)), ˜ e ∈ E
t
.
Per la commutativit` a del diagramma f(ρ(˜ e)) = π(g(˜ e)) e pertanto ` e un morfismo ben definito
con immagine f

E.
7. Sottofibrati vettoriali
DEFINIZIONE 7.1. Siano E, F
t
due fibrati vettoriali su M. Se esiste un morfismo di fibrati
vettoriali ι : F
t
→ E che ` e iniettivo sulle fibre si dice che ι(F
t
) ` e un sottofibrato di E.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
50 2. FIBRATI
PROPOSIZIONE 7.2. Sia M una variet` a. Siano (E, M, π) un fibrato vettoriale di rango k
su M e ι : F
t
→ E, F = ι(F
t
) un sottofibrato di E di rango l. Allora, indicando con π[
F
la restrizione di π a F, risulta che (F, M, π[
F
) ` e un fibrato vettoriale su M. In pi` u, esiste
un atlante ¦U
α
, ϕ
α
¦ di trivializzazione per E con la propriet` a che, denotata p
l
la proiezione
(x; (v
1
, . . . , v
k
)) → (x; (v
1
, . . . , v
l
)) si ha che ¦U
α
, p
l
◦ ϕ
α
¦ ` e un atlante di trivializzazione per
F. In particolare le funzioni di transizione ¦g
αβ
¦ di E sono
g
αβ
=
_
h
αβ
k
αβ
0 q
αβ
_
essendo ¦h
αβ
¦ le funzioni di transizione di F.
DIMOSTRAZIONE. Sia V un aperto tale che x ∈ V e che E e F
t
siano banali su V . Dunque
esistono isomorfismi di fibrati vettoriali ψ
E
: E[
V
→ V R
k
e ψ
F
: F
t
[
V
→ V R
l
. Sia
¦e
1
, . . . , e
l
¦ la base canonica di R
l
. Siano v
t
j
(x) := ψ
−1
F

(x, e
j
) per x ∈ V e j = 1, . . . , l.
Allora ¦v
t
1
(x), . . . , v
t
l
(x)¦ ` e una base di F
t
x
per ogni x ∈ V . Siano poi v
j
(x) := ι(x)(v
t
j
(x)), per
j = 1, . . . , l. Poich´ e ι(x) : F
t
x
→ E
x
` e iniettiva, i vettori ¦v
1
(x), . . . , v
r
(x)¦ sono linearmente
indipendenti per ogni x ∈ V .
Sia (x, w
j
(x)) := ψ
E
(v
j
(x)) per j = 1, . . . , l. Allora ¦w
1
(x), . . . , w
l
(x)¦ sono linearmente
indipendenti. Sia ¦e
1
, . . . , e
k
¦ la base canonica di R
k
. A meno di riordinare possiamo supporre
che ¦w
1
(x), . . . , w
l
(x), e
l+1
, . . . , e
k
¦ siano linearmente indipendenti (ovvero formano una base
di R
k
) in x. Dunque lo sono anche in un intorno di x, che possiamo supporre essere V stesso.
Poniamo v
j
(x) := ψ
−1
E
(x, e
j
) con j = l + 1, . . . , k. Definiamo ϕ : E[
V
→ V R
k
nel modo
seguente. Se v ∈ E
x
risulta v =

a
j
v
j
(x). Dunque poniamo
ϕ(v) := (x, (a
1
, . . . , a
k
)).
Per costruzione ϕ ` e un isomorfismo di fibrati vettoriali che fa corrispondere i vettori di F ai
vettori con le ultime k − l coordinate nulle e dunque ϕ[
F
: F[
V
→ V (R
l
¦0¦) ` e un
isomorfismo lineare sulle fibre. Operando cosi per ogni aperto trivializzante si ottiene un atlante
trivializzante per E della forma desiderata e si vede che (F, M, π[
F
) ` e un fibrato vettoriale su
M.
COROLLARIO 7.3. Sia M una variet` a. Siano E, F
t
due fibrati vettoriali su Mdi rango k e
l rispettivamente. Sia ι : F
t
→ E un morfismo di fibrati vettoriali iniettivo sulle fibre. Allora ι
` e una immersione regolare e F ` e una sottovariet` a regolare di E.
DIMOSTRAZIONE. Utilizziamo le notazioni della dimostrazione della Proposizione 7.2 e
si consideri l’atlante ¦U
α
, ϕ
α
¦ di trivializzazione per E dato dalla Proposizione 7.2. Nelle
trivializzazioni ψ
F
[
U
α
di F
t
e ϕ
α
la mappa ι ` e data da
ι(x; a
1
, . . . , a
l
) = (x; a
1
, . . . , a
l
, 0, . . . , 0),
da cui segue subito che dι
p
` e iniettivo per ogni p ∈ F
t
e dunque ι ` e una immersione.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
8. FIBRATI QUOZIENTE 51
Poniamo ora ϕ
α
(v) = (x, ϕ
tt
α
(x, v)) ∈ ¦x¦ R
k
per v ∈ E
x
. A meno di passare a dei
raffinamenti si pu` o supporre che ¦U
α
, ψ
α
¦ sia un atlante di M. Allora la mappa
η
α
(v) := (ψ
α
(x), ϕ
tt
α
(x, v))
` e una carta locale per E su π
−1
(U
α
). In tale atlante si ha
η
α
(F ∩ π
−1
(U
α
)) = ¦(x
1
, . . . , x
n
, v
1
, . . . , v
k
) ∈ ψ
α
(U
α
) R
k
: v
l+1
= . . . = v
k
= 0¦,
e per la Proposizione 7.4 del Capitolo 1 risulta che ι : F
t
→ E ` e una immersione regolare e, dal
Teorema 7.3 del Capitolo 1, F ` e una sottovariet` a regolare di E.
OSSERVAZIONE 7.4. Con le notazioni della Proposizione 7.2, poich´ e ¦g
αβ
¦ soddisfano le
identit` a di cociclo, si vede facilmente che sia ¦h
αβ
¦ sia ¦q
αβ
¦ devono soddisfare le identit` a di
cociclo. Per le ¦h
αβ
¦ questo segue dal fatto che sono le funzioni di transizione del fibrato F. Le
¦q
αβ
¦ sono invece le funzioni di un fibrato vettoriale per il Teorema 1.8. Tale fibrato vettoriale
sar` a il fibrato quoziente che definiremo in seguito.
ESEMPIO 7.5. Sia M una variet` a (reale o complessa). Sia S una variet` a e sia ι : S → M
una immersione. Il differenziale dι definisce allora un naturale morfismo di spazi vettoriali che
` e iniettivo sulle fibre dι : TS → TM[
S
:= ι

(TM). Ovvero TS ` e un sottofibrato vettoriale di
TM[
S
su S.
ESERCIZIO 7.6. Sia F un sottofibrato di un fibrato vettoriale E su una variet` a M. Sia h una
metrica Hermitiana su E. Per ogni x ∈ M si definisca
F

x
:= ¦v ∈ E
x
: h(x)(v, w) = 0 ∀w ∈ F
x
¦.
Sia F

=

x∈M
F

x
. Si provi che F

` e un sottofibrato di E e che E · F ⊕F

. [Sugg: provare
che se U ` e un intorno trivializzante per E, allora esiste una base locale ¦v
1
, . . . v
r
¦ di E su U
che ` e h(x)-ortonormale per ogni x ∈ M e tale che ¦v
1
, . . . v
l
¦, con l il rango di F, ` e una base
locale di F su U. Allora ¦v
l+1
, . . . , v
n
¦ ` e una base locale di F

su U]
8. Fibrati quoziente
In questa sezione supponiamo che M sia una variet` a e E un fibrato vettoriale di rango k su
M. Sia F ⊂ E un sottofibrato di rango l. Definiamo una relazione di equivalenza su E come
segue: e ∼ e
t
se e, e
t
∈ E
x
e se e −e
t
∈ F
x
. Denotiamo con [e] la classe di equivalenza di e e
E/F := ¦[e] : e ∈ E¦,
PROPOSIZIONE 8.1. Esiste una struttura di fibrato vettoriale su E/F per la quale la proiezione
canonica ρ : E → E/F data da ρ(e) := [e] ` e un morfismo di fibrati vettoriali. Inoltre per ogni
x ∈ M si ha (E/F)
x
= E
x
/F
x
. Inoltre, se Q ` e un fibrato vettoriale su M con fibre E
x
/F
x
e
tale che esista un morfismo di fibrati vettoriali ρ
t
: E → Q tale che ρ
t
(x)(v) = [v] per ogni
v ∈ E
x
e per ogni x ∈ M, allora Q ` e equivalente come fibrato vettoriale a E/F.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
52 2. FIBRATI
DIMOSTRAZIONE. Sia ¦U
α
, ϕ
α
¦ un atlante trivializzante per E e per F dato dalla Propo-
sizione 7.2. Sia p
t
la proiezione (x; (a
1
, . . . , a
k
)) → (x; (a
l+1
, . . . , a
k
)). Allora si vede facil-
mente che ¦U
α
, p
t
◦ϕ
α
¦ ` e un atlante di trivializzazione per E/F che ` e dunque un fibrato vettori-
ale con fibra E
x
/F
x
e ρ ` e un morfismo di fibrati vettoriali (verificarlo per esercizio). Le funzioni
di transizione locali di E/F sono le ¦q
αβ
¦ definite in Proposizione 7.2.
Se Q ` e un altro fibrato vettoriale con fibre E
x
/F
x
e ρ
t
: E → Q il morfismo proiezione
naturale, definiamo un morfismo Φ di fibrati vettoriali tra E/F e Q nel modo seguente. Sia
[v] ∈ E/F, allora poniamo Φ([v]) := ρ
t
(v) ∈ Q. Si verifica immediatamente che ` e ben definito
e che ` e un isomorfismo di fibrati vettoriali, da cui segue l’unicit` a.
DEFINIZIONE 8.2. Il fibrato vettoriale E/F di rango k −l si chiama fibrato quoziente.
OSSERVAZIONE 8.3. Sia E un fibrato vettoriale e F ⊂ E un sottofibrato. Se ¦U
α
, ϕ
α
¦
` e un atlante di trivializzazione di E dato dalla Proposizione 7.2, dalla dimostrazione della
Proposizione 8.1 risulta che le funzioni di transizione di E/F sono ¦q
αβ
¦.
8.1. Fibrato normale ad una sottovariet` a. Sia M una variet` a (reale o complessa) e sia
S una sottovariet` a immersa (reale o complessa) di M. Allora come abbiamo visto TS ` e un
sottofibrato di TM[
S
su S. Il fibrato quoziente TM[
S
/TS si denota N
S
e si chiama il fibrato
normale a S in M.
`
E un fibrato (reale o complesso) su S di rango (reale o complesso) uguale
alla codimensione (reale o complessa) di S in M.
Troviamo adesso le funzioni di transizione di N
S
. Poich´ e una immersione ` e localmente re-
golare per la Proposizione 7.5 del Capitolo 1, possiamo ricondurci a costruire un atlante di triv-
ializzazione per N
S
fatto da aperti su cui l’immersione ` e regolare. Dunque, possiamo supporre
che S sia una sottovariet` a regolare di M.
Se S ` e una sottovariet` a regolare di dimensione m e codimensione k di una variet` a M di
dimensione n (n = m + k), sia ¦U
α
¦ un atlante adattato a S, ovvero, se (x
α
1
, . . . , x
α
n
) :=
ψ
α
(x) : U
α
→ ψ
α
(U
α
) sono coordinate locali, si ha
ψ
α
(S ∩ U
α
) = ¦(x
α
1
, . . . , x
α
n
) : x
α
m+1
= . . . = x
α
n
= 0¦.
In queste coordinate x
α
j
= 0 per j = m+ 1, . . . , n se e solo se x
β
j
= 0 per j = m+ 1, . . . , n su
U
α
∩U
β
. Questo significa che su U
α
∩U
β
la funzione x
α
j
= x
α
j
(x
β
1
, . . . , x
β
n
) per j = m+1, . . . , n
` e tale che ` e identicamente 0 quando x
β
j
= 0 per j = m + 1, . . . , n (ovvero su S). Pertanto
∂x
α
j
∂x
β
l
[
S
≡ 0 per j = m + 1, . . . , n, l = 1, . . . , m.
Dunque, in queste coordinate TS ` e adattato a TM[
S
nel senso della Proposizione 7.2. Le
funzioni di transizione di TM[
S
sono date da (
∂x
α
j
∂x
β
k
[
S
). Queste sono matrici n n invertibili
della forma
_
∂x
α
j
∂x
β
k
[
S
_
j,k=1,...,n
=
_
_
(
∂x
α
j
∂x
β
k
[
S
)
j,k=1,...,m
(
∂x
α
j
∂x
β
k
[
S
)
j=1,...,m,k=m+1,...n
0 (
∂x
α
j
∂x
β
k
[
S
)
j,k=m+1,...,n
_
_
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
8. FIBRATI QUOZIENTE 53
dove
_
∂x
α
j
∂x
β
k
[
S
_
j,k=1,...,m
sono le funzioni di transizione locale di TS e (
∂x
α
j
∂x
β
k
[
S
)
j,k=m+1,...,n
sono le
funzioni di transizione locale di N
S
.
In particolare, se S ha codimensione 1, allora il fibrato N
S
ha rango 1 e, nelle coordinate
adattate di cui sopra, le sue funzioni di transizione locale sono ¦
∂x
α
n
∂x
β
n
[
S
¦.
ESERCIZIO 8.4. Sia E un fibrato vettoriale su una variet` a M con proiezione π : E →
M. Sia M
0
⊂ E l’immagine della sezione zero s
0
: M → E definita da s
0
(x) = (x, 0).
Ovviamente s
0
` e un diffeomorfismo (o biolomorfismo se tutto ` e olomorfo) da M a M
0
con
inversa data da π[
M
0. Sia N
M
0 il fibrato normale a M
0
in E, ovvero N
M
0 = TE[
M
0/TM
0
. Si
provi che s

0
(N
M
0) · E.
ESERCIZIO 8.5. Sia M una variet` a orientabile e sia S una sottovariet` a immersa di M di
codimensione reale uno. Provare che S ` e orientabile se e solo se N
S
` e equivalente come fibrato
vettoriale al fibrato banale S R.
8.2. Divisori di Cartier. Sia M una variet` a complessa. Un divisore (effettivo) di Cartier
D su M ` e il dato di un atlante ¦U
α
¦ di M e funzioni olomorfe f
α
: U
α
→C non identicamente
nulle tali che se U
α
∩U
β
,= ∅ risulti f
αβ
:= f
α
/f
β
: U
α
∩U
β
→C olomorfa e mai zero. Questo
significa che f
α
, f
β
hanno su U
α
∩ U
β
gli stessi zeri con la stessa molteplicit` a. Si verifica
facilmente (per esercizio) che ¦f
αβ
¦ verificano le identit` a di cociclo e dunque sono le funzioni
di transizione di un fibrato vettoriale complesso di rango uno su M che indichiamo con O(D).
Si osservi anche che, per costruzione, le ¦f
α
¦ sono i dati locali di una sezione olomorfa di
O(D). Viceversa, dato un fibrato vettoriale olomorfo di rango uno su M munito di una sezione
olomorfa globale non identicamente nulla, i dati locali di tale sezione determinano un divisore
di Cartier.
Osserviamo che se S ` e una sottovariet` a regolare complessa di codimensione uno di M allora
S determina in modo naturale un divisore di Cartier su M, denotato [S]. Infatti, se ¦U
α
¦ ` e un
atlante adattato a S come definito poc’anzi, risulta S ∩ U
α
= ¦(z
α
1
, . . . , z
α
n
) : z
α
n
= 0¦. Su
U
α
∩ U
β
,= ∅ risulta z
α
n
= 0 se e solo se z
β
n
= 0 pertanto su U
α
∩ U
β
si ha
z
α
n
(z
β
1
, . . . , z
β
n
) = (z
β
n
)
k
u(z
β
1
, . . . , z
β
n
),
per unc erto k ≥ 1 e u ∈ O
M
(U
α
∩ U
β
) tale che u(p) ,= 0 per ogni p ∈ S ∩ U
α
∩ U
β
.
Poich´ e le funzioni di cambiamento di carta sono biolomorfismi, ne risulta che per p ∈
U
α
∩ U
β
det
_
_
(
∂z
α
j
∂z
β
l
)
j,l=1,...,n−1
(
∂z
α
j
∂z
β
n
)
j=1,...,n−1
(
∂z
α
n
∂z
β
l
)
l=1,...,n−1
∂z
α
n
∂z
β
n
_
_
(p) ,= 0.
Per p ∈ S come abbiamo gi` a osservato in precedenza si ha (
∂z
α
n
∂z
β
l
)
l=1,...,n−1
≡ 0, pertanto deve
essere necessariamente
∂z
α
n
∂z
β
n
(p) ,= 0 ∀p ∈ S.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
54 2. FIBRATI
Ma
∂z
α
n
∂z
β
n
= k(z
β
n
)
k−1
u + (z
β
n
)
k
∂u
∂z
β
n
,
da cui segue che k = 1 e che
z
α
n
z
β
n
` e una funzione olomorfa mai nulla in U
α
∩ U
β
.
Ponendo f
α
:= z
α
n
si ha allora che ¦U
α
, f
α
¦ determina un divisore di Cartier [S] su M.
Inoltre, per il calcolo precedente risulta
z
α
n
z
β
n
[
S
= u[
S
=
∂z
α
n
∂z
β
n
[
S
da cui segue subito che
(8.1) N
S
= O([S])[
S
.
Si noti infine che la sezione olomorfa globale s si O([S]) definita da ¦f
α
¦ si annulla esattamente
all’ordine uno su S.
9. Nucleo e Immagine di morfismi di fibrati vettoriali
Siano E, F due fibrati vettoriali su una variet` a M. Un morfismo di fibrati vettoriali ϕ : E →
F ` e per definizione una sezione di Hom(E, F) su M.
PROPOSIZIONE 9.1. Siano E, F due fibrati vettoriali su una variet ` a M e sia ϕ : E → F
un morfismo di fibrati vettoriali. Allora Ker(ϕ) ` e un sottofibrato di E e Im(ϕ) ` e un sottofibrato
di F se e solo se rankϕ(x) ` e costante.
DIMOSTRAZIONE. Una implicazione ` e vera per definizione di (sotto)fibrato.
Viceversa, proviamo che Ker(ϕ) ` e un sottofibrato di E. Sia m il rango di E e sia l il rango
di F. Supponiamo che rankϕ(x) sia costante. Sia U un aperto di M su cui E, F siano banali.
Passando a trivializzazioni locali per E e F su U il morfismo ϕ : U R
m
→ U R
l
` e definito
tramite:
ϕ(x, a) = (x, A(x)a),
dove a = (a
1
, . . . , a
m
)
t
rappresenta un vettore della fibra di E
x
nella trivializzazione fissata.
Fissiamo x
0
∈ U. Se il rango di A(x
0
) ` e k, possiamo supporre che le prime k righe della
matrice A(x
0
) siano linearmente indipendenti. Per continuit` a, le prime k righe di A(x) sono
allora linearmente indipendenti in un intorno di x
0
che possiamo supporre essere U stesso. Sia
B(x) la matrice k m formata dalle prime k righe della matrice A(x). Allora
Ker(ϕ) = ¦(x, a) ∈ U R
m
: B(x)a = 0¦.
Osserviamo subito che, definita F : U R
m
→ R
k
tramite F(x, a) := B(x)a, si ha che la
matrice Jacobiana di F ` e rappresentata da (B
t
(x)a, B(x)) e pertanto ha rango massimo k. Per
il Teorema 6.9 del Capitolo 1 risulta che Ker(ϕ) ` e una sottovariet` a regolare di E.
Inoltre, a meno di restringere U possiamo supporre che il minore k k di B(x) formato
dalle prime k colonne, indicato con B
t
(x), abbia determinante diverso da 0 per ogni x ∈ U.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
10. SUCCESSIONI ESATTE DI FIBRATI VETTORIALI 55
Scrivendo B(x) = (B
t
(x)B
tt
(x)), e a = (a
t
, a
tt
) ∈ R
k
R
m−k
, il sistema lineare B(x)a = 0
diventa B
t
(x)a
t
+ B
tt
(x)a
tt
= 0, da cui
a
t
= −B
t
(x)
−1
B
tt
(x)a
tt
.
Pertanto, si ottengono m − k soluzioni ¦a
1
(x), . . . , a
m−k
(x)¦ linearmente indipendenti che
generano Ker(ϕ(x)) per ogni x ∈ U e che dipendono in modo liscio da x.
Sia v
j
(x) ∈ E
x
l’immagine di (x, a
j
(x)) mediante la trivializzazione data su U, j =
1, . . . , m−k. Ragionando come nella dimostrazione della Proposizione 7.2, si possono trovare
v
m−k+1
(x), . . . , v
m
(x) sezioni liscie di E su U tali che ¦v
1
(x), . . . , v
m
(x)¦ siano una base lo-
cale di E su U. Trivializzando E su U rispetto a tale base locale (ovvero facendo corrispondere
a E
x
¸

b
j
v
j
(x) → (x, b
1
, . . . , b
m
) ∈ U R
m
), risulta che
Ker(ϕ(x)) = ¦(x, b
1
, . . . , b
m
) ∈ U R
m
: b
m−k+1
= . . . = b
m
= 0¦.
Pertanto si definisce la funzione di trivializzazione per Ker(ϕ) su U tramite
Ker(ϕ)
x
¸
m−k

j=1
b
j
v
j
(x) → (x, b
1
, . . . , b
m−k
) ∈ U R
m−k
.
Operando cosi su ogni aperto trivializzante si ottiene un atlante trivializzante di Ker(ϕ). Per
esercizio si verifichi che effettivamente con tale atlante Ker(ϕ) ` e un fibrato vettoriale su M di
rango m−k ed ` e un sottofibrato di E.
Proviamo infine che Im(ϕ) ` e un sottofibrato di F. Sia Q = E/Ker(ϕ) il fibrato quoziente.
Allora il morfismo di fibrati vettoriali ϕ : E → F passa al quoziente e definisce un morfismo
di fibrati vettoriali ρ : Q → F che ` e iniettivo sulle fibre (verificarlo per esercizio). Poich´ e
evidentemente ρ(Q) = Im(ϕ), si ha la tesi.
10. Successioni esatte di fibrati vettoriali
Sia M una variet` a. Siano E
t
, E, E
tt
fibrati vettoriali su M. Siano α : E
t
→ E e β : E → E
tt
dei morfismi di fibrati vettoriali. Se α ` e iniettivo, β ` e suriettivo e Imα = Kerβ allora si dice che
la successione
0 −→ E
t
α
−→ E
β
−→ E
tt
−→ 0
` e una successione esatta corta di fibrati vettoriali.
OSSERVAZIONE 10.1. Se 0 −→ E
t
α
−→ E
β
−→ E
tt
−→ 0 ` e una successione esatta di
fibrati vettoriali, allora dall’unicit` a della struttura di fibrato quoziente (vedi Proposizione 8.1)
segue che E
tt
` e isomorfo a E/E
t
.
ESERCIZIO 10.2. Sia 0 −→ E
t
α
−→ E
β
−→ E
tt
−→ 0 ` e una successione esatta di fibrati
vettoriali su una variet` a M. Allora rankE = rankE
t
+ rankE
tt
.
PROPOSIZIONE 10.3. Sia 0 −→ E
t
α
−→ E
β
−→ E
tt
−→ 0 ` e una successione esatta
di fibrati vettoriali su una variet ` a M. Sia F un fibrato vettoriale su M. Allora le seguenti
successioni corte di fibrati vettoriali sono esatte
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
56 2. FIBRATI
• 0 −→ E
t
⊗F
α⊗1
−→ E ⊗F
β⊗1
−→ E
tt
⊗F −→ 0
• 0 −→ Hom(F, E
t
)
α◦
−→ Hom(F, E)
β◦
−→ Hom(F, E
tt
) −→ 0
• 0 −→ Hom(E
tt
, F)
◦β
−→ Hom(E, F)
◦α
−→ Hom(E
t
, F) −→ 0
• 0 −→ (E
tt
)

β

−→ E

α

−→ (E
t
)

−→ 0
Inoltre, se f : N → M ` e una mappa liscia, la seguente successione ` e esatta:
• 0 −→ f

(E
t
)
f

(α)
−→ f

(E)
f

(β)
−→ f

(E
tt
) −→ 0
DIMOSTRAZIONE. Esercizio.
TEOREMA 10.4 (Formula del Determinante). Sia 0 −→ E
t
α
−→ E
β
−→ E
tt
−→ 0 una
successione esatta di fibrati vettoriali su una variet ` a M. Supponiamo che E abbia rango k, E
t
abbia rango k
t
e E
tt
abbia rango k
tt
. Allora
k

E ·
k

E
t

k

E
tt
.
DIMOSTRAZIONE. Prendiamo un atlante adattato a E
t
, E come in Proposizione 7.2. Poich´ e
E
tt
= E/E
t
, le funzioni di transizione di E, E
t
, E
tt
sono legate da
g
E
αβ
=
_
g
E

αβ
k
αβ
0 g
E

αβ
_
.
Ma allora det(g
E
αβ
) = det(g
E

αβ
) det(g
E

αβ
), ed essendo ¦det(g
E
αβ
)¦ le funzioni di transizione di
_
k
E, ¦det(g
E

αβ
)¦ le funzioni di transizione di
_
k

E e ¦det(g
E

αβ
)¦ le funzioni di transizione di
_
k
E
tt
, si ha la tesi.
DEFINIZIONE 10.5. Se M ` e una variet` a complessa di dimensione n, si denota con
K
M
:=
n

TM

il fibrato complesso di rango uno e si chiama il fibrato canonico di M.
10.1. La formula di aggiunzione. Sia S una sottovariet` a immersa complessa di codimen-
sione k di una variet` a complessa M. Dalla successione esatta corta
0 → TS → TM[
S
→ N
S
→ 0,
applicando la Proposizione 10.3 si ottiene la successione esatta corta di fibrati vettoriali
0 → N

S
→ TM

[
S
→ TS

→ 0.
Il fibrato N

S
si dice il fibrato conormale di S in M.
Dalla Formula del Determinante 10.4 si ottiene
(10.1) K
M
[
S
= K
S

k

N

S
.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
11. FIBRATI LINEARI E GRUPPO DI PICARD SU VARIET
`
A COMPLESSE 57
In particolare, se k = 1, ovvero se S ` e una ipersuperficie non singolare di M, si ottiene
K
M
[
S
= K
S
⊗N

S
.
Se inoltre S ` e una sottovariet` a regolare di M, dalla (8.1) si ha dunque
(10.2) K
M
[
S
= K
S
⊗O([S])

[
S
.
OSSERVAZIONE 10.6. Sia L un fibrato di rango uno. Poich´ e L ⊗ L

= Hom(L, L) e
Hom(L, L) ammette una sezione globale non nulla (data da x → id
x
) e dunque ` e global-
mente banale, risulta che L ⊗ L

` e globalmente banale. Dunque, se E, F sono altri due fibrati
(qualunque rango) e se E = F ⊗L, allora risulta E ⊗L

· F.
Dall’Osservazione 10.6 e dalla (10.2) segue la cosidetta formula di aggiunzione per ipersu-
perfici (sottovariet` a regolari di codimensione uno):
(10.3) K
S
= (K
M
⊗O([S])) [
S
.
11. Fibrati lineari e gruppo di Picard su variet` a complesse
In questa sezione M ` e una variet` a complessa di dimensione n.
DEFINIZIONE 11.1. Un fibrato olomorfo di rango complesso uno su M si dice un fibra-
to lineare su M. L’insieme dei fibrati lineari su M (modulo equivalenze di fibrati) si denota
Pic(M) e si dice il gruppo di Picard di M.
OSSERVAZIONE 11.2. In taluni libri di geometria algebrica viene pi ` u o meno esplicitamente
indicato con Pic(M) il gruppo dei cosidetti “fasci invertibili” (ovvero fasci di O
M
moduli lo-
calmente liberi di rango uno—come definiti successivamente). Questo si ripercuote nella scelta
delle funzioni di transizione o delle loro inverse (e dunque in segni − che variano a seconda di
tale scelta).
PROPOSIZIONE 11.3. Il gruppo di Picard Pic(M) ` e un gruppo abeliano rispetto all’oper-
azione di prodotto tensoriale di fibrati, con elemento neutro il fibrato banale e inverso il fibrato
duale.
DIMOSTRAZIONE. Siano L, L
t
due fibrati lineari. Allora L ⊗ L
t
= L
t
⊗ L. Inoltre, (M
C) ⊗L = L e dall’Osservazione 10.6 segue che L ⊗L

` e il fibrato banale.
OSSERVAZIONE 11.4. Denotiamo con T (M) l’insieme dato da ricoprimenti ¦U
α
¦ di M
insieme alle funzioni g
αβ
: U
α
∩ U
β
→ C

olomorfe che soddisfano le identit` a di cociclo.
Ogni elemento ¦U
α
, g
αβ
¦ ∈ T (M) definisce un fibrato lineare e viceversa ogni fibrato lineare
definisce un tale elemento. Per la Proposizione 1.7, a meno di passare ad un raffinamento
comune, un dato ¦g
αβ
¦ definisce un fibrato isomorfo ad un dato ¦h
αβ
¦ se e solo se esistono
f
α
: U
α
→C

olomorfe tali che su U
α
∩ U
β
si ha
f
β
= h
βα
f
α
g
αβ
,
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
58 2. FIBRATI
ovvero
(11.1)
f
β
f
α
=
g
αβ
h
αβ
su U
α
∩ U
β
.
Dunque, ponendo la relazione di equivalenza (11.1) su T (M), si pu` o affermare che Pic(M) =
T (M)/ ∼. Questo ultimo gruppo vedremo successivamente essere H
1
(M; O

M
), il primo
gruppo di coomologia di M con coefficienti nel fascio delle funzioni olomorfe mai nulle.
12. Fibrati tautologici sullo spazio proiettivo
DEFINIZIONE 12.1. Il fibrato tautologico su CP
n
` e definito da
O(−1) := ¦([p], v) ∈ CP
n
C
n+1
: v ∈ Cp¦.
Il fibrato tautologico ` e un fibrato lineare su CP
n
(si chiama cosi perch` e la fibra in un punto
[p] ` e la retta generata da p). Infatti, se U
α
= ¦[z
0
: . . . : z
n
] : z
α
,= 0¦, α = 0, . . . , n, le funzioni
di trivializzazione di O(−1)[
U
α
sono date da
O(−1)[
U
α
¸ ([z
0
: . . . : z
n
], (v
0
, . . . , v
n
))
ϕ
α
−→ ([z
0
: . . . : z
n
], v
α
) ∈ U
α
C.
Se p = (z
0
, . . . , z
n
) allora v ∈ Cp se e solo se esiste λ ∈ C tale che v
j
= λz
j
per j = 0, . . . , n.
Su U
α
, poich´ e z
α
,= 0, risulta λ = v
α
/z
α
. Pertanto la ϕ
α
` e invertibile con inversa:
U
α
C ¸ ([z
0
: . . . : z
n
], a
α
)
ϕ
−1
α
−→ ([z
0
: . . . : z
n
],
a
α
z
α
(z
0
, . . . , z
n
)) ∈ O(−1)[
U
α
.
Le funzioni di transizione locali sono date su U
α
∩ U
β
da
ϕ
α
◦ ϕ
−1
β
([z
0
: . . . : z
n
], v
β
) = ϕ
α
([z
0
: . . . : z
n
],
v
β
z
β
(z
0
, . . . , z
n
)) = ([z
0
: . . . : z
n
],
v
β
z
β
z
α
)
dunque si ha su U
α
∩ U
β
g
αβ
([z
0
: . . . : z
n
]) =
z
α
z
β
.
Se dotiamo U
α
di coordinate (x
α
0
, . . . , x
α
α−1
, 1, x
α
α+1
, . . . , x
α
n
) date da x
α
j
= z
j
/z
α
si ha
(12.1) g
αβ
(x
α
0
, . . . , x
α
n
) =
1
x
α
β
.
DEFINIZIONE 12.2. Definiamo O(1) = O(−1)

e, per k ∈ Z
O(k) :=
_
¸
¸
¸
_
¸
¸
¸
_
O(1)
⊗k
= O(1) ⊗. . . ⊗O(1)
. ¸¸ .
k
k > 0,
O(−1)
⊗−k
= O(−1) ⊗. . . ⊗O(−1)
. ¸¸ .
−k
k < 0
con O(0) = CP
n
C.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
12. FIBRATI TAUTOLOGICI SULLO SPAZIO PROIETTIVO 59
OSSERVAZIONE 12.3. Dalla definizione si ha O(m) ⊗O(k) = O(k) ⊗O(m) = O(k +m)
per k, m ∈ Z.
In particolare se g
αβ
sono le funzioni di transizione di O(−1) si ha che le funzioni di tran-
sizione di O(k) sono date da g
k
αβ
. Dunque, nell’atlante canonico di CP
n
dato da ¦U
j
:= ¦[z
1
:
. . . : z
n+1
] : z
j
,= 0¦¦ le funzioni di transizione di O(k) sono date da
g
C(k)
αβ
([([z
0
: . . . : z
n
]) =
_
z
α
z
β
_
−k
.
OSSERVAZIONE 12.4. Sia H l’iperpiano proiettivo di CP
n
definito tramite ¦[z
1
: . . . :
z
n+1
] : a
1
z
1
+ . . . + a
n+1
z
n+1
= 0¦ per un certo (a
1
, . . . , a
n+1
) ∈ C
n+1
¸ ¦0¦. L’iperpiano
H determina un divisore di Cartier [H] in CP
n
le cui funzioni di definizione locale sull’aperto
U
j
:= ¦[z
1
: . . . : z
n+1
] : z
j
,= 0¦ sono date da
f
j
(
z
1
z
j
, . . . ,
z
n+1
z
j
) := a
1
z
1
z
j
+ . . . + a
n+1
z
n+1
z
j
.
Pertanto il fibrato lineare O([H]) ha funzioni di transizione locali date da
g
αβ
([z
1
: . . . : z
n+1
]) =
f
α
f
β
=
z
β
z
α
.
Abbiamo perci ` o
O([H]) = O(1) = O(−1)

.
Denotiamo con Pol
k
(C) lo spazio dei polinomi omogenei di grado k in n+1 variabili con co-
efficienti in C. Ovvero, P(z
1
, . . . , z
n+1
) ∈ Pol
k
(C) se P(λz
1
, . . . , λz
n+1
) = λ
k
P(z
1
, . . . , z
n+1
)
per ogni λ ∈ C. Possiamo allora descrivere le sezioni globali di O(k) nel modo seguente:
PROPOSIZIONE 12.5. Lo spazio delle sezioni (olomorfe) globali di O(k) ` e :
(1) O(CP
n
; O(k)) = 0 se k < 0,
(2) O(CP
n
; O(k)) = Pol
k
(C) se k ≥ 0
DIMOSTRAZIONE. Sia ¦U
j
:= ¦[z
1
: . . . : z
n+1
] : z
j
,= 0¦¦ l’atlante canonico di CP
n
con la triviliazzazione di O(k) descritta in precedenza. Sia s ∈ O(CP
n
; O(k)) e siano ¦s
α
¦
i dati locali della sezione s rispetto a tale trivializzazione. Le s
α
sono funzioni olomorfe da
U
α
· C
n
→C. Su U
α
∩ U
β
,= ∅ si ha
s
α
(
z
1
z
α
, . . . , ˆ z
α
, . . . ,
z
n+1
z
α
) =
_
z
α
z
β
_
−k
s
β
(
z
1
z
β
, . . . , ˆ z
β
, . . . ,
z
n+1
z
β
),
dove come al solito, ˆ z
α
significa “omesso”. Guardando le espressioni sopra come funzioni da
C
n+1
→C si ha
(12.2) z
k
α
s
α
(
z
1
z
α
, . . . , ˆ z
α
, . . . ,
z
n+1
z
α
) = z
k
β
s
β
(
z
1
z
β
, . . . , ˆ z
β
, . . . ,
z
n+1
z
β
).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
60 2. FIBRATI
Poich´ e il secondo membro della (12.2) ` e una funzione olomorfa su C
n+1
¸ ¦z
β
= 0¦, dal
principio del prolungamento analitico segue che (z
1
, . . . , z
n+1
) → z
k
α
s
α
(
z
1
z
α
, . . . , ˆ z
α
, . . . ,
z
n+1
z
α
) ` e
olomorfa su C
n+1
¸ ¦z
α
= z
β
= 0¦ e dunque
1
` e olomorfa su C
n+1
. Poniamo
P(z) := z
k
α
s
α
(
z
1
z
α
, . . . , ˆ z
α
, . . . ,
z
n+1
z
α
)
Dalla definizione di P segue che su C
n+1
¸¦z
α
= z
β
= 0¦ si ha P(λz) = λ
k
P(z). Per continuit` a
dunque P ` e una funzione omogenea di grado k su tutto C
n+1
. Sviluppando in serie di potenze
in 0 l’equazione λ
k
P(z) = P(λz) si ottiene allora che k ≥ 0 e P ∈ Pol
k
(C) rappresenta la
sezione s.
Viceversa, dato un polinomio omogeneo P(z
1
, . . . , z
n+1
) di grado k ≥ 0, si definisce su U
α
s
α
(
z
1
z
α
, . . . , ˆ z
α
, . . . ,
z
n+1
z
α
) := P(
z
1
z
α
, . . . ,
z
n+1
z
α
).
Essendo P omogeneo di grado k, risulta verificata la (12.2) e dunque ¦s
α
¦ sono i dati locali di
una sezione olomorfa di O(k).
Si verifica infine facilmente che l’applicazione da O(CP
n
; O(k)) → Pol
k
(C) ` e un isomor-
fismo di spazi vettoriali.
In particolare
dim
C
O(CP
n
; O(k)) = dim
C
Pol
k
(C) =
_
0 k < 0
_
n+k
n
_
k ≥ 0
COROLLARIO 12.6. Siano k, m ∈ Z. Allora O(k) = O(m) se e solo se k = m.
DIMOSTRAZIONE. Supponiamo k ,= m. Se O(m) = O(k), allora
O(m−k) = O(m) ⊗O(−k) = O(0) = CP
n
C.
Ma O(0) ammette una sezione globale mai nulla mentre, per la Proposizione 12.5 il fibrato
O(m − k) per m ,= k non ha sezioni globali mai nulle. Quindi ` e una contraddizione e il
risultato ` e provato.
TEOREMA 12.7 (Successione esatta di Eulero). Vale la seguente successione esatta di fibrati
vettoriali su CP
n
:
0 → O(−1) −→CP
n
C
n+1
−→ TCP
n
⊗O(−1) → 0.
DIMOSTRAZIONE. Sia π : C
n+1
¸ ¦0¦ → CP
n
la proiezione naturale π(v) = [v]. Allora

v
: T
v
(C
n+1
¸ ¦0¦) · C
n+1
→ T
[v]
CP
n
` e suriettiva e
ker dπ
v
= Cv ∀v ∈ C
n+1
¸ ¦0¦.
1
qua si utilizza il fatto—che non proviamo—che se f ` e una funzione olomorfa definita in un aperto meno una
sottovariet` a di codimensione almeno 2, allora f si estende in modo olomorfa su tale sottovariet` a
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
12. FIBRATI TAUTOLOGICI SULLO SPAZIO PROIETTIVO 61
Infatti, supponiamo v = (v
1
, . . . , v
n+1
) con v
1
,= 0 (argomentazioni simili valgono per gli
altri casi). Sia U
1
l’aperto coordinato di CP
n
contenente vettori con la prima coordinata non
nulla. Allora in coordinate locali su U
1
risulta π(w) = (
w
2
w
1
, . . . ,
w
n+1
w
1
) per w = (w
1
, . . . , w
n+1
),
w
1
,= 0. Pertanto la matrice associata a dπ
v
in tali base risulta essere
(12.3)
_
_
_

v
2
v
2
1
1
v
1
0 . . . 0
.
.
.
.
.
.

v
n+1
v
2
1
0 . . . 0
1
v
1
_
_
_
,
da cui segue subito che dπ
v
` e suriettivo e dπ
v
(v) = 0. Dalla (12.3) segue inoltre che dπ
λv
=
λ
−1

v
per ogni λ ∈ C ¸ ¦0¦. Definiamo
R : (CP
n
C
n+1
) → TCP
n
⊗O(−1),
tramite
R([v])(a) := dπ
v
(a) ⊗([v], v).
Bench´ e dπ
v
dipenda da v, l’applicazione R ` e ben definita e dipende solo da [v], infatti
R([λv])([a]) = λ
−1

v
(a) ⊗([v], λv) = dπ
v
(a) ⊗([v], v) = R([v])([a]).
Si verifichi per esercizio che R ` e un morfismo di fibrati vettoriali suriettivo.
Il nucleo di R([v]) su ciascuna fibra coincide con il nucleo di dπ
v
che come abbiamo visto
` e Cv · O(−1)
[v]
. Da cui segue la tesi.
Tensorizzando la successione esatta di Eulero con O(1) e dualizzando si ottiene la succes-
sione esatta
0 → T

CP
n
−→ (CP
n
C
n+1
)

⊗O(−1) −→ (CP
n
C)

→ 0.
Dalla formula del determinante si ottiene allora
K
CP
n =
n+1

((CP
n
C
n+1
)

⊗O(−1)).
OSSERVAZIONE 12.8. Sia E un fibrato di rango k con funzioni di transizione ¦g
αβ
¦ (sono
matrici k k invertibili). Sia L ` e un fibrato lineare con funzioni di transizione ¦h
αβ
¦ (sono
funzioni mai nulle). Allora E ⊗ L ha funzioni di transizione h
αβ
g
αβ
. Il fibrato
_
k
(E ⊗ L) ha
funzioni di transizione date da det(h
αβ
g
αβ
) = h
k
αβ
det(g
αβ
). Pertanto
k

(E ⊗L) = L
⊗k

k

E.
Dunque si ottiene
n+1

((CP
n
C
n+1
)

⊗O(−1)) = O(−n −1) ⊗
n+1

(CP
n
C
n+1
)

= O(−n −1),
da cui
(12.4) K
CP
n = O(−n −1).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
62 2. FIBRATI
COROLLARIO 12.9. Sia S una sottovariet` a regolare complessa di CP
n
di codimensione
uno definita tramite ¦[z
0
: . . . : z
n
] : P(z
0
, . . . , z
n
) = 0¦ per un certo polinomio omogeneo P
di grado k ≥ 1. Allora
K
S
= O(k −n −1)[
S
.
DIMOSTRAZIONE. Dalla formula di aggiunzione 10.3 e dalla (12.4) risulta
K
S
= (O((−n −1) ⊗O([S]))[
S
.
D’altra parte, poich´ e
P(
z
1
z
α
, . . . ,
z
n+1
z
α
) =
_
z
β
z
α
_
k
P(
z
1
z
β
, . . . ,
z
n+1
z
β
)
risulta che il divisore di Cartier [S] ha funzioni di transizione (z
β
/z
α
)
k
e dunque O([S]) = O(k).
Da cui la formula.
12.1. Scoppiamento di un punto in C
n+1
. Restringendo le proiezioni da CP
n
C
n+1
sul
primo e sul secondo fattore a O(−1) abbiamo il seguente diagramma:
O(−1)
π
2
−−−→ C
n+1
π
1
¸
¸
_
CP
n
Sia E = π
−1
(0) la sezione zero di O(−1), ovvero
E
[p]
= ([p], 0).
Dunque E · CP
n
.
La proiezione di O(−1) su C
n+1
` e tale che
π
2
: O(−1) ¸ E →C
n+1
¸ ¦0¦
` e un biolomorfismo. Questo pu` o essere visto facilmente notando che
O(−1) = ¦([z
0
: . . . : z
n
], (v
0
, . . . , v
n
)) ∈ CP
n
C
n+1
: z
j
v
k
−z
k
v
j
= 0∀j, k¦
e dunque se v
j
,= 0 per qualche j, esiste un unico [p] ∈ CP
n
tale che ([p], v) ∈ O(−1) e
π
2
([p], v) = v. Oppure, considerando la mappa
r : C
n+1
¸ ¦0¦ → O(−1) ¸ E,
definita tramite r(v) = ([v], v), si vede facilmente che r ` e olomorfa ed ` e l’inversa di π
2
[
C(−1)\E
.
DEFINIZIONE 12.10. La coppia (O(−1), π
2
) si dice lo scoppiamento di C
n+1
in 0 e la
sezione nulla E si dice il divisore eccezionale.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
13. STRUTTURE QUASI COMPLESSE 63
Ovviamente, a meno di cambiamenti affini di coordinate, si pu` o scoppiare ogni punto di
C
n+1
. Pi ` u in generale, se M ` e una variet` a complessa di dimensione n e p ∈ M, si definisce una
nuova variet` a complessa,
˜
M, detta lo scoppiamento di M in p nel modo seguente.
˜
M ` e definito
come insieme dall’unione disgiunta di M ¸ ¦p¦ e CP
n
. Per dotarlo di struttura olomorfa, si
considera un atlante ¦U
α
¦ tale che esista una sola carta, diciamo U
0
, che contiene p ∈ U
0
. Se
ϕ
0
: U
0
→ V ⊆ C
n
` e una carta locale tale che ϕ
0
(p) = 0, si dota U
0
¸ ¦p¦ ∪CP
n
della struttura
olomorfa ottenuta imponendo che la biiezione naturale
¯ ϕ
0
: U
0
¸ ¦p¦ ∪ CP
n
→ π
−1
2
(V ) ⊂ O(−1),
definita da ¯ ϕ
0
(z) = π
−1
2

0
(z)) = ([ϕ
0
(z)], ϕ
0
(z)) per z ,= p e ¯ ϕ
0
([v]) = ([v], 0) per [v] ∈ CP
n
,
sia un biolomorfismo. Il resto dell’atlante di
˜
M ` e formato dalle altre carte ¦U
α
¦
α,=0
. Poich´ e
fuori dal divisore eccezionale si ha un biolomorfismo tra π
−1
2
(V ) ¸ E e V ¸ ¦p¦, ` e chiaro che i
cambiamenti di carta dell’atlante ¦U
α
¦ sono olomorfi e danno una struttura di variet` a complessa
a
˜
M.
Sia U ⊆ C
n
un aperto contenente 0. Sia f ∈ O
C
n(U). Sia S = ¦z ∈ C
n
: f(z) = 0¦.
Allora S si dice una ipersuperficie (possibilmente singolare). Definiamo la trasformata stretta di
S mediante scoppiamento nel punto O, indicata con
˜
S, come la chiusura topologica in O(−1)
di π
−1
2
(S ¸ ¦O¦).
Si pu` o dimostrare che se n = 2 e S ` e una curva con singolarit` a in O, allora con un numero
finito di scoppiamenti si desingolarizza S. Ovvero la trasformata stretta di S dopo un numero
finito di scoppiamenti ` e una curva non singolare che ` e biolomorfa alla curva S tranne un numero
finito di punti.
ESERCIZIO 12.11. Trovare la trasformata stretta mediante lo scoppiamento di C
2
in O delle
curve
(1) ¦(z
1
, z
2
) : z
1
= az
2
2
¦, a ∈ C,
(2) ¦(z
1
, z
2
) : z
2
1
= z
3
2
¦,
(3) ¦(z
1
, z
2
) : z
2
1
= z
2
2
¦.
13. Strutture quasi complesse
Sia M una variet` a complessa di dimensione complessa n. Si pu` o considerare M
R
come una
variet` a (analitica) reale di dimensione reale 2n mediante la struttura reale soggiacente ottenuta
identificando C
n
con R
2n
. La moltiplicazione per i su ogni spazio tangente T
p
M definisce un
endomorfismo J
p
: T
p
M
R
→ T
p
M
R
tale che J
2
p
= −id. Tale endomorfismo si dice una struttura
quasi-complessa su T
p
M
R
. Si verifica facilmente che
M ¸ p → J
p
∈ Hom
p
(TM
R
, TM
R
)
` e una sezione C

globale J di Hom(TM
R
, TM
R
) [in effetti basta provare che ` e una sezione
liscia di tale fibrato, si verifica direttamente in coordinate locali, farlo per esercizio] .
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
64 2. FIBRATI
Si consideri il fibrato banale M C, visto come fibrato reale banale di rango due, e si
definisca il prodotto tensoriale di fibrati vettoriali reali
TM
R
⊗C := TM
R
⊗(M C).
Si noti che TM
R
⊗ C ` e un fibrato vettoriale con fibra reale di dimensione reale 4n, ovvero un
fibrato vettoriale con fibra complessa di dimensione complessa 2n.
La struttura quasi complessa J
p
determina un endomorfismo naturale
J
C
p
: TM
R
⊗C → TM
R
⊗C,
definito sugli elementi semplici tramite
J
C
p
(v ⊗α) := J
p
(v) ⊗α.
Dunque ` e determinato una sezione liscia J
C
∈ Hom(TM
R
⊗C, TM
R
⊗C).
Poich` e per ogni p ∈ M si ha (J
C
p
)
2
+ id = 0, il polinomio minimo di J
C
p
` e x
2
+ 1, che si
spezza in due fattori lineari, (x − i)(x + i). Denotiamo E
z
(i) e E
z
(−i) gli autospazi di J
C
p
in
TM
R
z
⊗C e denotiamo con E(i) =

z∈M
E
z
(i) e E(−i) =

z∈M
E
z
(−i).
Il fibrato vettoriale TM
R
⊗C ammette un automorfismo naturale dato dal coniugio, definito
sugli elementi semplici tramite v ⊗α := v ⊗α. Dunque, se X =

v
j
⊗α
j
∈ E(i) si ha

J(v
j
) ⊗α
j
= J
C
(X) = iX =

v
j
⊗iα
j
,
da cui coniugando

J(v
j
) ⊗α
j
= J
C
(X) = −iX =

v
j
⊗−iα
j
.
Da questo segue che E(i) = E(−i). Dunque E(i) e E(−i) hanno lo stesso rango (complesso)
pari a n. Da cui segue che il rango di J
C
p
±iid ` e costante in p e pertanto E(i) e E(−i) sono dei
sottofibrati vettoriali di TM
R
⊗C.
Definiamo
TM
1,0
:= E(i), TM
0,1
:= E(−i).
Dunque
TM
R
⊗C = TM
1,0
⊕TM
0,1
,
con TM
1,0
= TM
0,1
.
LEMMA 13.1. TM ` e isomorfo come fibrato vettoriale C

con fibra complessa a T
1,0
M.
DIMOSTRAZIONE. Sia v ∈ TM
p
. Si definisce ϕ : TM → T
1,0
M tramite
ϕ(p)(v) := v
R
⊗1 −(Jv
R
) ⊗i,
dove abbiamo denotato con v
R
l’immagine di v in T
p
M
R
. Si verifica che ϕ ` e effettivamente una
sezione liscia di Hom(TM, TM
1,0
) (in particolare ` e liscia ed ` e C-lineare sulle fibre). Si ha
J
C
(ϕ(p)(v)) = (Jv
R
) ⊗1 −J(Jv
R
) ⊗i = (Jv
R
) ⊗1 + v
R
⊗i
= i[v
R
⊗1 −(Jv
R
) ⊗i] = iϕ(p)(v).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
13. STRUTTURE QUASI COMPLESSE 65
Ora, supponiamo ϕ(p)(v) = 0. Pertanto v
R
⊗1 = (Jv
R
) ⊗i. Ma allora
−(Jv
R
) ⊗i = (Jv
R
) ⊗i = v
R
⊗1 = v
R
⊗1 = (Jv
R
) ⊗i
che implica Jv
R
= 0, ed essendo J un isomorfismo, si ha v
R
= 0, ovvero v = 0.
Dunque Kerϕ(p) = 0 per ogni p e ϕ ` e l’isomorfismo cercato.
OSSERVAZIONE 13.2. Per costruzione, TM ` e un fibrato olomorfo di rango complesso n,
mentre T
1,0
M e TM
0,1
sono fibrati complessi (cio´ e di classe C

) con fibra complessa e di
rango complesso n.
DEFINIZIONE 13.3. Sia N una variet` a reale. Se esiste J ∈ Hom(TN, TN) tale che J
2
=
−id, si dice che (N, J) ` e una variet` a quasi complessa.
Se N = M
R
` e la struttura di variet` a analitica reale soggiacente ad una struttura di vari-
et` a complessa e J ` e la struttura quasi complessa naturale, si dice che J ` e una struttura quasi
complessa integrabile.
OSSERVAZIONE 13.4. Se (N, J) ` e una variet` a quasi complessa, allora dim
R
N = 2n e N ` e
orientabile (provarlo per esercizio).
OSSERVAZIONE 13.5. Se (N, J) ` e una variet` a quasi complessa si pu` o ripetere la precedente
costruzione e scrivere TN ⊗C = T
1,0
N ⊕T
0,1
N con T
1,0
N = T
0,1
N, essendo T
1,0
N e T
0,1
N
i sottofibrati vettoriali di TN ⊗C con fibra complessa data dagli autospazi di J
C
.
DEFINIZIONE 13.6. Sia (N, J) una variet` a quasi complessa. Si definiscono i fibrati vettori-
ali con fibra complessa
TN
p,q
:= TN
1,0
⊗. . . ⊗TN
1,0
. ¸¸ .
p
⊗TN
0,1
⊗. . . ⊗TN
0,1
. ¸¸ .
q
Risulta ovviamente
TN
⊗m
⊗C = (TN ⊗C)
⊗m
=

p+q=m
TN
p,q
.
Si possono poi definire i fibrati delle (p, 0)-forme e delle (0, q)-forme nel modo seguente:
p,0

N :=
p

(TN
1,0
)

,
0,q

N :=
p

(TN
0,1
)

.
Poich´ e T
1,0
N ` e un sottofibrato vettoriale di TN ⊗ C, si ha un naturale morfismo iniettivo di
fibrati vettoriali
_
p,0
N →
_
p
(TN ⊗ C)

. Similmente, si ha un naturale morfismo iniettivo
_
0,q
N →
_
q
(TN ⊗ C)

. Pertanto si pu` o definire il fibrato delle forme di bigrado (p, q) (o
(p, q)-forme) come il sottofibrato di
_
p+q
(TN ⊗ C)

generato da
_
p,0
N ∧
_
0,q
N. In altri
termini un elemento τ ∈
_
p,q
N ` e tale che τ(v) = 0 se v ,∈ TN
p,q
.
Risulta
m

(TN

) ⊗C =
m

(TN

⊗C) =

p+q=m
p,q

N.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
66 2. FIBRATI
13.1. Espressioni in coordinate locali. Sia M una variet` a complessa di dimensione n, U
una carta locale con coordinate locali (z
1
, . . . , z
n
). Allora M
R
ha coordinate locali su U date da
(x
1
, . . . , x
n
, y
1
, . . . , y
n
), dove abbiamo posto C
n
= R
2n
ponendo z
j
= x
j
+iy
j
.
Su U una base locale di TM ` e data da ¦

∂z
1
, . . . ,

∂z
n
¦ mentre una base locale di TM
R
su U ` e data da ¦

∂x
1
, . . . ,

∂x
n
,

∂y
1
, . . . ,

∂y
n
¦ e T
p
M
R
⊗ C su U ha una base locale data da
¦

∂x
1
⊗1, . . . ,

∂x
n
⊗1,

∂y
1
⊗1, . . . ,

∂y
n
⊗1¦.
Sia p ∈ U. Osserviamo che T
p
M ` e lo spazio delle derivazioni dei germi di funzioni olo-
morfe in p, in particolare (per il momento) ` e ben definito

∂z
j
f solamente per funzioni olomorfe
f ∈ O
M,p
.
Mentre T
p
M
R
` e lo spazio delle derivazioni dei germi di funzioni C

a valori reali in p,
C

M,R,p
.
Possiamo identificare T
p
M
R
⊗ C con lo spazio delle derivazioni dei germi di funzioni C

a valori complessi in p. Infatti, Se f : U →C ` e una funzione C

, scriviamo f = a+ib. Allora
per un elemento semplice v ⊗α ∈ T
p
M
R
⊗C si definisce
(v ⊗α)(f) := α(v(a) + iv(b)).
D’altra parte se v ` e una derivazione di germi di funzioni C

a valori complessi in p, si ha
v =

α
j

∂x
j
⊗1 +

β
j

∂y
j
⊗1
con α
j
:= v(x
j
) e β
j
:= v(y
j
) numeri complessi.
Similmente, TM

ha una base locale su U data da ¦dz
1
, . . . , dz
n
¦, mentre (TM
R
)

ha una
base locale su U data da ¦dx
1
, . . . , dx
n
, dy
1
, . . . , dy
n
¦ e (TM
R
)

⊗ C ha una base locale su U
data da ¦dx
1
⊗1, . . . , dx
n
⊗1, dy
1
⊗1, . . . , dy
n
⊗1¦.
Ora, se f ∈ O
M,p
, il suo differenziale df : TM
p
→ C, definito tramite df(v) := v(f)(p)
per v ∈ T
p
M, ` e un elemento di TM

. La sua immagine (df)
R
⊗ 1 ∈ (TM
R
)

⊗ C ` e data da
((df)
R
⊗1)(v) := v(f) per ogni v ∈ TM
R
⊗C (utilizzando il fatto che TM
R
⊗C ` e lo spazio
delle derivazioni dei germi di funzioni C

a valori complessi). Pertanto
((dz
j
)
R
⊗1)(

∂x
k
⊗1) = (

∂x
k
)(z
j
) =
∂z
j
∂x
k
= δ
j
k
e
((dz
j
)
R
⊗1)(

∂y
k
⊗1) = (

∂y
k
)(z
j
) =
∂z
j
∂y
k
= iδ
j
k
,
che implica
(dz
j
)
R
⊗1 = (dx
j
⊗1) + i(dy
j
⊗1).
Passando al duale, si ha
(

∂z
j
)
R
⊗1 =
1
2
[(

∂x
j
⊗1) −i(

∂y
j
⊗1)].
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
13. STRUTTURE QUASI COMPLESSE 67
In genere, con un leggero abuso di notazione, si omette di scrivere ⊗1, e si scrive

∂z
j
=
1
2
(

∂x
j
−i

∂y
j
) dz
j
= dx
j
+ idy
j
.
In tal modo, l’operatore

∂z
j
viene esteso ad una derivazione di funzioni a valori complesse ma
non necessariamente olomorfe. Da ora in poi ometteremo di scrivere ⊗1 quando non necessario.
A livello di struttura quasi complessa, con le coordinate scelte, si ha che
(13.1) J
C
=
_
O id
−id O
_
.
Dunque
J
C
(

∂z
j
) =
1
2
J
C
(

∂x
j
−i

∂y
j
)
=
1
2
(

∂y
j
+ i

∂x
j
) = i
_
1
2
(

∂x
j
−i

∂y
j
)
_
= i

∂z
j
.
Pertanto ¦

∂z
1
, . . . ,

∂z
n
¦ sono una base di T
1,0
M.
Si definisce per j = 1, . . . , n

∂z
j
:=

∂z
j
=
1
2
(

∂x
j
+ i

∂y
j
).
Allora si verifica facilmente che ¦

∂z
1
, . . . ,

∂z
n
,

∂z
1
, . . . ,

∂z
n
¦ ` e una base di TM
R
⊗ C e che
¦

∂z
1
, . . . ,

∂z
n
¦ ` e una base di TM
0,1
.
La base duale ` e ¦dz
1
, . . . , dz
n
, dz
1
, . . . , dz
n
¦, con dz
j
:= dx
j
−idy
j
.
Dunque le sezioni C

locali di TM
p,q
sono espresse su U da

a
j
1
...j
p+q

∂z
j
1
⊗. . . ⊗

∂z
j
p


∂z
j
p+1
⊗. . . ⊗

∂z
j
p+q
dove a
j
1
...j
p+q
: U → C sono funzioni C

. Similmente, le sezioni C

locali di
_
p,q
M sono
espresse su U da
(13.2)

b
j
1
...j
p+q
dz
j
1
∧ . . . ∧ dz
j
p
∧ dz
j
p+1
∧ . . . ∧ dz
j
p+q
dove b
j
1
...j
p+q
: U →C sono funzioni C

.
OSSERVAZIONE 13.7 (Equazioni di Cauchy-Riemann). Sia f : U → C una funzione C

.
Si ha che f ` e olomorfa se e solo se df ` e C-lineare. Ovvero df
p
: T
p
M → C ` e tale che
df
p
(iv) = idf
p
(v) per ogni v ∈ T
p
M. Vedendo df come elemento di (TM
R
)

⊗ C, questo
significa che f ` e olomorfa se e solo se
(13.3) df ◦ J
C
= idf.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
68 2. FIBRATI
Scrivendo f = a + ib, nelle coordinate locali scelte, risulta
df = da + idb =

_
∂a
∂x
j
dx
j
+
∂a
∂y
j
dy
j
+ i(
∂b
∂x
j
dx
j
+
∂b
∂y
j
dy
j
)
_
,
e dalla (13.1)
df ◦ J
C
=

_

∂a
∂y
j
dx
j
+
∂a
∂x
j
dy
j
+ i(−
∂b
∂y
j
dx
j
+
∂b
∂x
j
dy
j
)
_
.
Dunque (13.3) si ha che f ` e olomorfa se e solo se
_
∂b
∂x
j
=
∂a
∂y
j
∂b
∂y
j
= −
∂a
∂x
j
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
CAPITOLO 3
Campi di vettori e forme differenziali
1. Campi di vettori e parentesi di Lie
DEFINIZIONE 1.1. Sia M una variet` a. Sia U ⊂ M un aperto. Un sezione v ∈ C

(U; TM)
si dice un campo di vettori su U.
OSSERVAZIONE 1.2. Lo spazio vettoriale C

(U; TM) ` e un modulo su C

M
(U). Ovvero,
se f ∈ C

M
(U) e v ∈ C

(U; TM), allora fv ∈ C

(U; TM) e soddisfa tutti gli assiomi di
modulo su un anello.
Se v ` e un campo di vettori su U e f ∈ C

M
(U), allora si pu` o definire una nuova funzione di
classe C

data da v(f) := v(x)(f) ∈ C

M
(U). In particolare, se f ∈ C

M,p
e v ` e un campo di
vettori definito in un intorno di p, risulta ben definito il germe v(f) ∈ C

M,p
. Pertanto, se w ` e un
altro campo di vettori definito in un intorno di p, si pu` o definire lo scalare w(p)(v(f)) (ovvero
la derivazione in p del germe v(f) tramite il vettore w(p)).
Se v, w ∈ C

(U; TM) si definisce allora un nuovo campo di vettori [v, w] ∈ C

(U; TM)
tramite la formula
[v, w](p)(f) := v(p)(w(f)) −w(p)(v(f)) ∀f ∈ C

M,p
.
DEFINIZIONE 1.3. Se v, w ∈ C

(U; TM), il campo di vettori [v, w] ∈ C

(U; TM) si
dice la parentesi di Lie di v, w.
Dalla definizione segue immediatamente che la parentesi di Lie soddisfa alle seguenti pro-
priet` a:
(1) [v, w] = −[w, v] per ogni v, w ∈ C

(U; TM),
(2) [λv + µv
t
, w] = λ[v, w] + µ[v
t
, w] per ogni v, v
t
, w ∈ C

(U; TM), λ, µ ∈ R,
(3) (identit` a di Jacobi) [u, [v, w]]+[v, [w, u]]+[w, [u, v]] = 0 per ogni u, v, w ∈ C

(U; TM).
DEFINIZIONE 1.4. Uno spazio vettoriale V munito di una forma bilineare antisimmetrica
che soddisfa l’identit` a di Jacobi si dice una algebra di Lie.
OSSERVAZIONE 1.5. C

(U; TM) ` e dunque un’algebra di Lie.
Notiamo che se f ∈ C

M
(U) e se v, w sono campi di vettori su U, allora risulta
(1.1) [fv, w] = fv(w) −w(fv) = fv(w) −fw(v) −w(f)v = f[v, w] −df(w)v.
69
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
70 3. CAMPI DI VETTORI E FORME DIFFERENZIALI
Se U ` e una carta locale di M con coordinate ¦x
1
, . . . , x
n
¦ allora v(p) =

a
j
(p)

∂x
j
(p) e
w(p) =

b
j
(p)

∂x
j
(p). Notiamo che
(1.2) [

∂x
j
,

∂x
k
] = 0 ∀j, k = 1, . . . , n.
Pertanto dalla (1.1) e dalla (1.2):
[v, w] = [

a
j

∂x
j
,

b
k

∂x
k
] =

j,k
[a
j

∂x
j
, b
k

∂x
k
]
=

j,k
_
a
j
∂b
k
∂x
j

∂x
k
−b
k
∂a
j
∂x
k

∂x
j
_
=

j
_

k
_
a
k
∂b
j
∂x
k
−b
k
∂a
j
∂x
k
_
_

∂x
j
.
2. L’operatore differenziale esterno
Denotiamo con
_
p
M :=
_
p
(TM

) il fibrato delle p-forme differenziali su M. Le sezioni
globali di tale fibrato le denotiamo con Ω
p
M
, ovvero Ω
p
M
:= C

(M;
_
p
M).
In una carta locale U di M con coordinate ¦x
1
, . . . , x
n
¦ si ha che TM[
U
ha una base locale
data da ¦

∂x
1
, . . . ,

∂x
1
¦. La base di TM

[
U
` e allora data da dx
1
, . . . , dx
n
dove
dx
j
(

∂x
k
) = δ
jk
.
In particolare, si noti che se v ∈ T
p
M con p ∈ U, allora
dx
j
(v) = v(x
j
).
Ricordiamo infine che, per definizione di prodotto esterno di un fibrato vettoriale, una base
locale di Ω
p
M
su U ` e data da ¦dx
j
1
∧ . . . ∧ dx
j
p
¦
1≤j
1
<...<j
p
≤n
.
TEOREMA 2.1. Sia M una variet` a. Esiste uno ed un solo operatore R-lineare
d : Ω
p
M
→ Ω
p+1
M
tale che
(1) per ogni f ∈ C

(M) = Ω
0
M
si ha df(v) = v(f) per ogni v ∈ C

(M; TM),
(2) per ogni ω ∈ Ω
p
M
e ω
t
∈ Ω
q
M
si ha d(ω ∧ ω
t
) = dω ∧ ω
t
+ (−1)
p
ω ∧ dω
t
(3) d
2
:= d ◦ d = 0.
DIMOSTRAZIONE. Per prima cosa proviamo che d se esiste ` e un operatore locale, ovvero,
se ω, ω
t
∈ Ω
p
M
e se U ` e un aperto in M tale che ω[
U
= ω
t
[
U
allora (dω)[
U
= (dω
t
)[
U
.
Sia V un aperto relativamente compatto in U. Sia η una funzione C

, η : M →R tale che
η ≥ 0, η(x) = 1 per ogni x ∈ V e supp(ϕ) ⊂⊂ U data dal Lemma 3.1 del Capitolo 1. Allora
η(ω −ω
t
) ≡ 0 su M. Dunque
0 = d(η(ω −ω
t
)) = dη ∧ (ω −ω
t
) + ηd(ω −ω
t
).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
2. L’OPERATORE DIFFERENZIALE ESTERNO 71
Su V risulta dη ≡ 0 e dunque (dω)[
V
= (dω
t
)[
V
come si voleva. Per l’arbitrariet` a di V risulta
(dω)[
U
= (dω
t
)[
U
, che prova che d, se esiste, ` e un operatore locale.
Sia ora U una carta locale con coordinate x
1
, . . . , x
n
. Se ω ∈ Ω
p
M
risulta ω[
U
=

a
j
1
...j
p
dx
j
1

. . . ∧ dx
j
p
. Sostituendo ω con ηω (con η come sopra) e utilizzando il fatto che d ` e un operatore
locale, si pu` o supporre che ω = 0 fuori da U. Dunque, se d esiste, dalla (1), (2) e (3) risulta
(2.1) dω =

da
j
1
...j
p
∧ dx
j
1
∧ . . . ∧ dx
j
p
.
Poich´ e l’espressione a destra di (2.1) non dipende dalla definizione di d, risulta che se d esiste,
` e univocamente determinato.
Possiamo adesso utilizzare (2.1) per definire d. Sia ω ∈ Ω
p
M
. Sia ¦U
α
¦ un atlante di M con
coordinate locali ¦x
α
1
, . . . , x
α
n
¦. Allora
ω[
U
α
=

a
α
j
1
...j
p
dx
α
j
1
∧ . . . ∧ dx
α
j
p
.
definiamo dω[
U
α
utilizzando (2.1). Occorre allora provare che ¦dω[
U
α
¦ si incollano bene per
formare una sezione globale di
_
p
M. Poich´ e ω[
U
α
= ω[
U
β
su U
α
∩ U
β
risulta
ω[
U
α
=

a
α
j
1
...j
p
dx
α
j
1
∧ . . . ∧ dx
α
j
p
=

a
α
j
1
...j
p
∂x
α
j
1
∂x
β
l
1

∂x
α
j
p
∂x
β
l
p
dx
β
l
1
∧ . . . ∧ dx
β
l
p
=

a
β
l
1
...l
p
dx
β
l
1
∧ . . . ∧ dx
β
l
p
e dunque su U
α
∩ U
β
si ha
(2.2) a
β
l
1
...l
p
=

a
α
j
1
...j
p
∂x
α
j
1
∂x
β
l
1

∂x
α
j
p
∂x
β
l
p
.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
72 3. CAMPI DI VETTORI E FORME DIFFERENZIALI
Pertanto
dω[
U
β
=

da
β
l
1
...l
p
∧ dx
β
l
1
∧ . . . ∧ dx
β
l
p
(2.2)
=

d
_

a
α
j
1
...j
p
∂x
α
j
1
∂x
β
l
1

∂x
α
j
p
∂x
β
l
p
_
dx
β
l
1
∧ . . . ∧ dx
β
l
p
=

_
∂x
α
j
1
∂x
β
l
1

∂x
α
j
p
∂x
β
l
p
_
da
α
j
1
...j
p
∧ dx
β
l
1
∧ . . . ∧ dx
β
l
p
+

a
α
j
1
...j
p
d
_
∂x
α
j
1
∂x
β
l
1

∂x
α
j
p
∂x
β
l
p
_
∧ dx
β
l
1
∧ . . . ∧ dx
β
l
p
=

da
α
j
1
...j
p
∧ dx
α
j
1
∧ . . . ∧ dx
α
j
p
+

a
α
j
1
...j
p
_
∂x
α
j
1
∂x
β
l
1


2
x
α
j
k
∂x
β
l
k
∂x
β
h

∂x
α
j
p
∂x
β
l
p
_
dx
β
h
∧ dx
β
l
1
∧ . . . ∧ dx
β
l
p
=

da
α
j
1
...j
p
∧ dx
α
j
1
∧ . . . ∧ dx
α
j
p
= dω[
U
α
,
dove si ` e utilizzato il fatto che
∂x
α
j
1
∂x
β
l
1


2
x
α
j
k
∂x
β
l
k
∂x
β
h

∂x
α
j
p
∂x
β
l
p
` e simmetrico in l
k
, h mentre dx
β
h
∧dx
β
l
k
` e
antisimmetrico in l
k
, h, pertanto sommando su tutti gli indici si ottiene zero.
Dunque d ` e ben definito. Resta da provare che l’operatore soddisfa (1), (2) , (3). La propriet` a
(1) ` e ovvia per costruzione. Proviamo che d soddisfa la (2).
Siano ω ∈ Ω
p
M
e ω
t
∈ Ω
q
M
. Per la definizione di d, occorre e basta provare la propriet` a (2)
su una carta locale U con coordinate (x
1
, . . . , x
n
). Siano ω[
U
=

a
j
1
...j
p
dx
j
1
∧ . . . ∧ dx
j
p
e
ω
t
[
U
=

b
l
1
...l
q
dx
l
1
∧ . . . ∧ dx
l
q
. Allora
d(ω ∧ ω
t
)[
U
=

d(a
j
1
...j
p
dx
j
1
∧ . . . dx
j
p
∧ b
l
1
...l
q
dx
l
1
∧ . . . ∧ dx
l
q
)
=

b
l
1
...l
q
da
j
1
...j
p
∧ dx
j
1
∧ . . . ∧ dx
j
p
∧ dx
l
1
∧ . . . ∧ dx
l
q
+

a
j
1
...j
p
db
l
1
...l
q
∧ dx
j
1
∧ . . . ∧ dx
j
p
∧ dx
l
1
∧ . . . ∧ dx
l
q
=

b
l
1
...l
q
da
j
1
...j
p
∧ dx
j
1
∧ . . . ∧ dx
j
p
∧ dx
l
1
∧ . . . ∧ dx
l
q
+ (−1)
p

a
j
1
...j
p
dx
j
1
∧ . . . ∧ dx
j
p
∧ db
l
1
...l
q
∧ dx
l
1
∧ . . . ∧ dx
l
q
= dω[
U
∧ (−1)
p

t
[
U
.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
2. L’OPERATORE DIFFERENZIALE ESTERNO 73
Per provare (3), con le notazioni precedenti, abbiamo
d(dω[
U
) = d

da
j
1
...j
p
∧ dx
j
1
∧ . . . ∧ dx
j
p
= d

∂a
j
1
...j
p
∂x
l
dx
l
∧ dx
j
1
∧ . . . ∧ dx
j
p
=


2
a
j
1
...j
p
∂x
l
∂x
k
dx
k
∧ dx
l
∧ dx
j
1
∧ . . . ∧ dx
j
p
= 0,
poich´ e

2
a
j
1
...j
p
∂x
l
∂x
k
` e simmetrico in l, k mentre dx
k
∧ dx
l
` e antisimmetrico in l, k, pertanto som-
mando su tutti gli indici si ottiene zero.
PROPOSIZIONE 2.2. Sia M una variet` a. Sia ω ∈ Ω
p
M
e siano v
1
, . . . , v
p+1
campi di vettori
su M. Allora
(p + 1)!(dω)(v
1
, . . . , v
p+1
) =
p+1

l=1
(−1)
l+1
v
l
ω(v
1
, . . . , ˆ v
l
, . . . , v
p+1
)
+
p+1

j<k=2
(−1)
j+k+1
ω([v
j
, v
k
], v
1
, . . . , ˆ v
j
, . . . , ˆ v
k
, . . . , v
p+1
).
DIMOSTRAZIONE PER p = 1. Dobbiamo provare che dω(v
1
, v
2
) = v
1
ω(v
2
) −v
2
ω(v
1
) −
ω([v
1
, v
2
]). Poich´ e d ` e R-lineare e locale, si pu` o supporre ω = fdg per qualche funzione f, g.
Dunque
dω(v
1
, v
2
) = df ∧ dg(v
1
, v
2
) = A(df ⊗dg)(v
1
, v
2
) =
1
2
[df(v
1
)dg(v
2
) −df(v
2
)dg(v
1
)]
=
1
2
[v
1
(f)v
2
(g) −v
2
(f)v
1
(g)] =
1
2
[v
1
(f)v
2
(g) −v
2
(f)v
1
(g)
+ fv
1
(v
2
(g)) −fv
1
(v
2
(g)) + fv
2
(v
1
(g)) −fv
2
(v
1
(g))]
=
1
2
[v
1
(fdg(v
2
)) −v
2
(fdg(v
1
)) −fdg([v
1
, v
2
])].

DEFINIZIONE 2.3. Siano M, N variet` a e sia f : M → N una funzione C

. Si definisce un
operatore R-lineare
f

: Ω
p
N
→ Ω
p
M
,
dato da
f

(ω)(x)(v
1
, . . . , v
p
) := ω(f(x))(df
x
(v
1
), . . . , df
x
(v
p
)),
per ogni ω ∈ Ω
p
N
, x ∈ M e v
1
, . . . , v
p
∈ T
x
M,
LEMMA 2.4. Sia f : M → N C

. Allora
(1) f

(ω ∧ ω
t
) = f

(ω) ∧ f


t
) per ogni ω ∈ Ω
p
N
e ω
t
∈ Ω
q
N
.
(2) f

(dω) = d(f

ω) per ogni ω ∈ Ω
p
N
.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
74 3. CAMPI DI VETTORI E FORME DIFFERENZIALI
DIMOSTRAZIONE. (1) segue subito dalla definizione.
(2) Si osserva che per ω ∈ Ω
p
N
, ω
t
∈ Ω
q
N
si ha
f

(d(ω ∧ ω
t
)) = f

(dω) ∧ f


t
) + (−1)
p
f

(ω) ∧ f

(dω
t
).
Dunque, essendo d un operatore locale e le forme localmente definite da prodotti wedge di
1-forme, basta provare che f

d(hdg) = d(f

hdg) per h, g funzioni lisce. Osserviamo prelimi-
narmente che
(2.3) f

(hdg) = (h ◦ f)d(g ◦ f).
Infatti, se v ` e un campo vettoriale su M, si ha
f

(hdg)
x
(v) := (h(f(x))dg
f(x)
(df
x
(v)) = (h ◦ f)d(g ◦ f)
x
(v).
Pertanto
f

(d(hdg)) = f

(dh ∧ dg) = f

(dh) ∧ f

(dg) = d(h ◦ f) ∧ d(g ◦ f)
= d((h ◦ f)d(g ◦ f)) = d(f

(hdg)).

3. Integrazione su variet` a
Denotiamo con [dx
1
. . . dx
n
[ la misura di Lebesgue su R
n
nelle coordinate x = (x
1
, . . . , x
n
).
Supponiamo Q un aperto in R
n
e Φ = (Φ
1
, . . . , Φ
n
) : Q → Φ(Q) un diffeomorfismo. Sia
y = (y
1
, . . . , y
n
) := (Φ
1
(x), . . . , Φ
n
(x)). Allora per ogni funzione f : Φ(Q) → R liscia e
sommabile si ha
(3.1)
_
Φ(Q)
f(y)[dy
1
. . . dy
n
[ =
_
Q
(f ◦ Φ)(x)
¸
¸
¸
¸
det
_
∂Φ
j
∂x
k

¸
¸
¸
[dx
1
. . . dx
n
[.
OSSERVAZIONE 3.1. Sia ω ∈ Ω
n
R
n. Siano (x
1
, . . . , x
n
) coordinate locali su R
n
. Poich´ e
_
n
R
n
ha rango 1 e dx
1
∧ . . . ∧ dx
n
` e una base di Ω
n
R
n, allora esiste f : R
n
→R liscia tale che
ω = f(x)dx
1
∧ . . . ∧ dx
n
.
DEFINIZIONE 3.2. Sia ω ∈ Ω
n
R
n. Se ω = f(x
1
, . . . , x
n
)dx
1
∧ . . . ∧ dx
n
ha supporto
relativamente compatto in R
n
, si pone
_
R
n
ω :=
_
R
n
f(x)[dx
1
. . . dx
n
[.
OSSERVAZIONE 3.3. In R
2
con coordinate (x
1
, x
2
) sia Φ(x
1
, x
2
) = (x
2
, x
1
). Sia f : R
2

R una funzione liscia e sia ω = f(x)dx
1
∧ dx
2
. Per (3.1) si ha
_
R
2
ω =
_
R
2
f(y)[dy
1
dy
2
[ =
_
R
2
f(Φ(x))[dx
1
dx
2
[ = −
_
R
2
Φ

ω.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
3. INTEGRAZIONE SU VARIET
`
A 75
Pertanto la definizione di integrazione di forme dipende dalle coordinate scelte. Pi ` u corret-
tamente, l’integrale ` e ben definito se si consentono solo cambiamenti di coordinate che preser-
vano l’orientazione, ovvero si ammettono solo diffeomorfismi Φ : R
n
→R
n
tali che la matrice
jacobiana ha determinante positivo.
LEMMA 3.4. Sia ω ∈ Ω
n
R
n tale che supp(ω) ⊂⊂ R
n
. Sia ω = f(x)dx
1
∧ . . . ∧ dx
n
. Sia
Φ : R
n
→R
n
un diffeomorfismo che preserva l’orientazione. Allora
_
R
n
ω =
_
R
n
Φ

ω.
DIMOSTRAZIONE. Infatti, posto y = Φ(x), si ha
Φ

(ω) = (f ◦ Φ) det
_
∂Φ
j
∂x
k
_
dy
1
∧ . . . ∧ dy
n
,
e dunque essendo det
_
∂Φ
j
∂x
k
_
=
¸
¸
¸det
_
∂Φ
j
∂x
k

¸
¸ per ipotesi, si ha
_
R
n
ω =
_
R
n
Φ

ω per la (3.1).
Per definire l’integrazione di una n-forma su una variet` a M dobbiamo richiedere che M sia
orientabile e scegliere un atlante orientato (ovvero con cambiamenti di carta con determinante
dello jacobiano positivo).
DEFINIZIONE 3.5. Sia M una variet` a reale di dimensione n, orientata, e sia ¦U
α
, ϕ
α
¦ un
atlante orientato per cui ¦U
α
¦ sia localmente finito e ciascun U
α
sia relativamente compatto in
M. Sia ¦η
α
¦ una partizione dell’unit` a subordinata a ¦U
α
¦. Sia ω ∈ Ω
n
M
tale che supp(ω) ⊂⊂
M. Si definisce
_
M
ω :=

α
_
ϕ
α
(U
α
)

−1
α
)


α
ω).
Osserviamo che per il Lemma 3.4 l’integrale ` e ben definito, essendo l’atlante orientato.
Utilizzando la (3.1) si vede facilmente che
_
M
ω non dipende dall’atlante orientato scelto n´ e
dalla partizione dell’unit` a scelta.
Denotiamo con Ω
n
M,c
lo spazio delle n-forme su M a supporto compatto.
OSSERVAZIONE 3.6. L’operatore
_
M
: Ω
n
M,c
→R ` e un operatore R-lineare.
Sia ora M una variet` a con bordo. Sia i : ∂M → M l’immersione. Se M ` e orientata, allora
∂M ha una orientazione naturale indotta da M.
TEOREMA 3.7 (Teorema di Stokes). Sia M una variet` a orientata di dimensione n con bordo
∂M orientato in modo naturale. Sia ω ∈ Ω
n−1
M,c
. Allora
_
∂M
i

ω =
_
M
dω.
DIMOSTRAZIONE. usando le carte locali e la linearit` a dell’integrale ci si riconduce al clas-
sico teorema di Stokes in R
n
(che segue dal teorema fondamentale del calcolo e dal teorema di
Fubini-Tonelli).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
76 3. CAMPI DI VETTORI E FORME DIFFERENZIALI
COROLLARIO 3.8. Sia M una variet` a compatta orientata di dimensione n senza bordo.
Allora per ogni ω ∈ Ω
n
M
risulta
_
M
dω = 0.
ESERCIZIO 3.9. Sia M una variet` a di dimensione n. Provare che M ` e orientabile se e solo
se esiste ω ∈ Ω
n
M
tale che ω(x) ,= 0 per ogni x ∈ M. Una tale forma si dice una forma volume
su M.
OSSERVAZIONE 3.10. Sia M una variet` a reale di dimensione n. Allora esiste una sezione
globale mai nulla di
_
n
M se e solo se
_
n
M · M R. Dunque per l’Esercizio 3.9, M ` e
orientabile se e solo se
_
n
M ` e banale.
4. Coomologia di de Rham
4.1. Richiami di algebra (co)omologica.
DEFINIZIONE 4.1. Sia ¦V
j
¦
j∈N
una famiglia di gruppi abeliani (pi ` u in generale le consider-
azioni che seguono valgono per moduli su un anello commutativo). Supponiamo che per ogni j
esista un morfismo α
j
: V
j
→ V
j+1
di gruppi. La successione
0 → V
1
α
1
−→ V
2
α
2
−→ V
3
α
3
−→ . . .
si dice un complesso coomologico se α
j+1
◦α
j
= 0 per ogni j ∈ N. Un complesso coomologico
si dice esatto (la successione corrispondente si dice una successione esatta) se Kerα
j+1
= Imα
j
per ogni j.
Una successione esatta tale che V
j
= ¦0¦ per ogni j ≥ 4, ovvero 0 → V
1
→ V
2
→ V
3
→ 0,
si dice una successione esatta corta.
OSSERVAZIONE 4.2. Se 0 → V
1
α
1
−→ V
2
α
2
−→ V
3
α
3
−→ . . . ` e una successione esatta α
1
` e
iniettiva.
Se esiste un j
0
tale che V
j
= 0 per ogni j > j
0
allora l’esattezza della successione implica
α
j
0
−1
suriettiva.
ESERCIZIO 4.3. Sia ¦V
j
¦
j∈N
una successione esatta di gruppi abeliani. Se V
j−1
= ¦0¦ e
V
j+2
= ¦0¦ allora V
j
· V
j+1
.
DEFINIZIONE 4.4. Sia ¦V

, α

¦ il complesso coomologico
V
1
α
1
−→ V
2
α
2
−→ V
3
α
3
−→ . . .
Allora si definisce la coomologia di ¦V

, α

¦, e si indica H

(¦V

, α

¦) nel modo seguente:
H
0
(¦V

, α

¦) := Ker(α
1
)
H
p
(¦V

, α

¦) := Kerα
p+1
/Imα
p
, p > 0.
Si noti che poich´ e per definizione di complesso coomologico α
p
◦α
p−1
= 0, risulta Imα
p−1

Kerα
p
e dunque la coomologia ` e ben definita.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
4. COOMOLOGIA DI DE RHAM 77
ESERCIZIO 4.5. Un complesso di coomologia ` e esatto se e solo se la sua coomologia ` e zero
per ogni p > 0.
DEFINIZIONE 4.6. Siano ¦A

, α

¦, ¦B

, β

¦ due complessi coomologici. Un morfismo
di complessi coomologici ` e una famiglia ¦ϕ

¦ di morfismi di gruppi tali che per ogni j il
diagramma
A
j
ϕ
j
−−−→ B
j
α
j
¸
¸
_
¸
¸
_
β
j
A
j+1
ϕ
j+1
−−−→ B
j+1
sia commutativo.
OSSERVAZIONE 4.7. Sia ¦ϕ

¦ un morfismo tra due complessi coomologici ¦A

, α

¦, ¦B

, β

¦.
Poich´ e ϕ
j+1
◦ α
j
= β
j
◦ ϕ
j
risulta che ¦ϕ

¦ induce per ogni p ≥ 0 un morfismo in coomologia
ϕ
p
: H
p
(¦A

, α

¦) → H
p
(¦B

, α

¦).
DEFINIZIONE 4.8. Una successione
0 → ¦A

, α

¦
ϕ

−→ ¦B

, β

¦
ψ

−→ ¦C

, γ

¦ → 0
di complessi coomologici si dice esatta se per ogni j la successione
0 → A
j
ϕ
j
−→ B
j
ψ
j
−→ C
j
→ 0
` e esatta.
TEOREMA 4.9 (Lemma del Serpente). Sia
0 → ¦A

, α

¦
ϕ

−→ ¦B

, β

¦
ψ

−→ ¦C

, γ

¦ → 0
una successione esatta di complessi coomologici. Allora esiste una successione esatta lunga in
coomologia
. . . −→ H
p
(¦A

, α

¦)
ϕ
p
−→ H
p
(¦B

, β

¦)
ψ
p
−→ H
p
(¦C

, γ

¦)
δ
p
−→ H
p+1
(¦A

, α

¦) −→ . . .
DIMOSTRAZIONE. Per esercizio provare che la successione
H
p
(¦A

, α

¦)
ϕ
p
−→ H
p
(¦B

, β

¦)
ψ
p
−→ H
p
(¦C

, γ

¦)
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
78 3. CAMPI DI VETTORI E FORME DIFFERENZIALI
` e esatta. Dobbiamo poi definire δ
p
. Per ipotesi abbiamo il seguente diagramma commutativo
con righe esatte
.
.
.
.
.
.
.
.
.
¸
¸
_
¸
¸
_
¸
¸
_
0 −−−→ A
p−1
ϕ
p−1
−−−→ B
p−1
ψ
p−1
−−−→ C
p−1
−−−→ 0
α
p−1
¸
¸
_
β
p−1
¸
¸
_
¸
¸
_
γ
p−1
0 −−−→ A
p
ϕ
p
−−−→ B
p
ψ
p
−−−→ C
p
−−−→ 0
α
p
¸
¸
_
β
p
¸
¸
_
¸
¸
_
γ
p
0 −−−→ A
p+1
ϕ
p+1
−−−→ B
p+1
ψ
p+1
−−−→ C
p+1
−−−→ 0
¸
¸
_
¸
¸
_
¸
¸
_
.
.
.
.
.
.
.
.
.
Sia c
p
∈ C
p
tale che γ
p
(c
p
) = 0 (cosi che [c
p
] ∈ H
p
(¦C

, γ

¦)). Poich´ e ψ
p
` e suriettiva esiste
b
p
∈ B
p
tale che ψ
p
(b
p
) = c
p
. Sia b
p+1
:= β
p
(b
p
). Poich´ e
ψ
p+1
(b
p+1
) = ψ
p+1

p
(b
p
)) = γ
p

p
(b
p
)) = γ
p
(c
p
) = 0,
per esattezza delle righe del diagramma, esiste a
c
p
p+1
tale che ϕ
p+1
(a
c
p
p+1
) = b
p+1
. Si definisce
allora
δ
p
([c
p
]) := [a
c
p
p+1
].
Occorre provare che δ
p
` e ben definito, ovvero non dipende dal rappresentante scelto per rapp-
resentare [c
p
]. Siano c
p
, c
t
p
tali che [c
p
] = [c
t
p
]. Allora esiste c
p−1
∈ C
p−1
tale che γ
p−1
(c
p−1
) =
c
p
− c
t
p
. Per esattezza delle righe, esiste allora b
p−1
∈ B
p−1
tale che ψ
p−1
(b
p−1
) = c
p−1
.
Sia b
p
:= β
p−1
(b
p−1
). Nuovamente si verifica usando la commutativit` a del diagramma che
ψ
p
(b
p
) = 0. Dunque esiste a
p
∈ A
p
tale che ϕ
p
(a
p
) = b
p
. Sia a
p+1
:= α
p
(a
p
). Si verifica allora
facilmente che a
c
p
p+1
−a
c

p
p+1
= a
p+1
.
Continuando la “caccia sul diagramma” si dimostra che δ
p
rende la successione esatta (farlo
per esercizio).
4.2. Coomologia di de Rham. Sia M una variet` a reale di dimensione n. Poich´ e d
2
= 0 la
successione di spazi vettoriali
0 → Ω
0
M
d
−→ Ω
1
M
d
−→ Ω
3
M
d
−→ . . .
` e un complesso coomologico che si chiama il complesso di de Rham di M. La sua coomologia
si indica con H

dR
(M).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
4. COOMOLOGIA DI DE RHAM 79
Pi` u esplicitamente
Z
p
(M) := ¦ω ∈ Ω
p
M
: dω = 0¦,
B
p
(M) := ¦ω ∈ Ω
p
M
: ∃ω
t
∈ Ω
p−1
M
, dω
t
= ω¦.
Un elemento di Z
p
(M) is dice una p-forma chiusa mentre un elemento di B
p
(M) si dice una
p-forma esatta. E abbiamo
H
p
dR
(M) := Z
p
(M)/B
p
(M).
Lo spazio vettoriale quoziente H
p
dR
(M) si dice p-mo gruppo di coomologia di de Rham di M.
OSSERVAZIONE 4.10. H
0
dR
(M) = Z
0
(M) sono le 0-forme f (funzioni C

) tali che df ≡ 0,
ovvero sono funzioni reali costanti sulle componenti connesse di M. Dunque
H
0
dR
(M) =
m

R
dove m ` e il numero di componenti connesse di M. Inoltre, poich´ e
_
p
M = M¦0¦ per p > n,
risulta
H
p
dR
(M) = 0, p > n.
OSSERVAZIONE 4.11. Definiamo H

dR
(M) :=

n
p=0
H
p
dR
(M). Allora H

dR
(M) ha una
naturale struttura di algebra in cui il prodotto tra due classi ` e definito da
[ω] [ω
t
] := [ω ∧ ω
t
].
Si osservi che se ˜ ω := ω + dθ, essendo dω
t
= 0, allora
˜ ω ∧ ω
t
= ω ∧ ω
t
+ dθ ∧ ω
t
= ω ∧ ω
t
+ d(θ ∧ ω
t
),
e dunque [ω ∧ ω
t
] = [˜ ω ∧ ω
t
] e il prodotto ` e ben definito.
Sia f : M → N una mappa C

. Poich´ e per il Lemma 2.4 si ha d ◦ f

= f

◦ d, risulta
f

(B
p
(N)) ⊂ B
p
(M) e f

(Z
p
(N)) ⊂ Z
p
(M), pertanto passando al quoziente f induce una
mappa (ancora indicata f

)
f

: H
p
dR
(N) → H
p
dR
(M).
La mappa f

` e funtoriale nel senso che se f ` e un diffeomorfismo allora f

` e un isomorfismo
di gruppi.
LEMMA 4.12 (Poincar´ e). Sia U ⊂ R
n
un aperto stellato rispetto ad un punto. Allora
H
p
dR
(U) = ¦0¦ per ogni p > 0.
DIMOSTRAZIONE. Definiremo un operatore κ :
_
q
U →
_
q−1
U tale che d◦κ+κ◦d = id.
Supponiamo di aver definito tale operatore. Se ω ∈ Z
q
(U), q > 0, allora
ω = d(κω) + κdω = d(κω) + 0 = d(κω),
il che prova che ω ` e esatta e pertanto Z
q
(U) = B
q
(U) e H
q
dR
(U) = ¦0¦.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
80 3. CAMPI DI VETTORI E FORME DIFFERENZIALI
Per definire κ utilizziamo il fatto che U ` e stellato rispetto ad un punto che possiamo supporre
O. Per ω = f(x)dx
1
∧ . . . dx
q

_
q
U si pone
κ(f(x)dx
1
∧ . . . ∧ dx
q
) := F(x)
q

j=1
(−1)
j−1
x
j
dx
1
∧ . . . ∧
´
dx
j
∧ . . . dx
q
,
con F(x) :=
_
1
0
t
q−1
f(tx)dt. Si osserva che F(x) ` e ben definito poich´ e U ` e stellato rispetto a
O e d ◦ κ + κ ◦ d = id per costruzione (verificarlo per esercizio).
ESERCIZIO 4.13. Sia M una variet` a e supponiamo che M = A∪B con A, B aperti. Provare
che ¦Ω

A
⊕ Ω

B
, d ⊕ d¦ definito da (ω, ω
t
) → (dω, dω
t
) per ω ∈ Ω
p
A
, ω
t
∈ Ω
p
B
, ` e un complesso
coomologico.
TEOREMA 4.14 (Meyer-Vietoris). Sia M una variet` a e supponiamo che M = A ∪ B con
A, B aperti. La successione
0 → Ω
p
M
α
p
−→ Ω
p
A
⊕Ω
p
B
β
p
−→ Ω
p
A∩B
→ 0,
dove α(ω) := (ω[
A
, ω[
B
), β(ω, ω
t
) := (ω−ω
t
)[
A∩B
` e esatta per ogni p e determina un morfismo
esatto di complessi coomologici.
DIMOSTRAZIONE. L’unica cosa non ovvia ` e che β sia suriettiva. Siano ¦µ
A
, µ
B
¦ una cop-
pia di funzioni C

tali che µ
A
+ µ
B
≡ 1, che µ
A
abbia supporto (non compatto in genere)
contenuto in A e µ
B
abbia supporto contenuto in B. Data ω ∈ Ω
p
A∩B
poniamo ω
A
:= µ
B
ω e
ω
B
:= −µ
A
ω. allora ω
A
∈ Ω
p
A
, ω
B
∈ Ω
p
B
e (ω
A
−ω
B
)[
A∩B
= ω.
ESERCIZIO 4.15. Provare che per ogni p
H
p
(¦Ω
p
A
⊕Ω
p
B
, d ⊕d¦) · H
p
dR
(A) ⊕H
p
dR
(B).
COROLLARIO 4.16 (Meyer-Vietoris in coomologia di de Rham). Sia M una variet` a tale
che M = A ∪ B con A, B aperti. Allora esiste una successione esatta lunga in coomologia
data da
. . . → H
q
dR
(A ∩ B) → H
q+1
dR
(M) → H
q+1
dR
(A) ⊕H
q+1
dR
(B) → H
q+1
dR
(A ∩ B) → . . .
DIMOSTRAZIONE. Segue subito dal Teorema 4.14, dal Lemma del Serpente 4.9 e dall’Es-
ercizio 4.15.
ESERCIZIO 4.17. Sia M una variet` a e sia N ⊂ M una sottovariet` a immersa. Sia ι : N → M
l’immersione data da ι(p) = p. Si dice che N ` e un retratto di deformazione C

di M se esiste
una mappa f : M → N di classe C

tale che f ◦ ι = id
N
e f, i siano C

-omotope. Provare
che se N ` e un retratto diffeomorfo di deformazione di M allora H
p
dR
(M) · H
p
dR
(N) per ogni
p.
ESEMPIO 4.18 (Coomologia di de Rham delle sfere). Sia S
m
= ¦x ∈ R
m+1
: |x| = 1¦ la
sfera m-dimensionale. Allora H
p
dR
(S
m
) = R per p = 0, m e H
p
dR
(S
m
) = ¦0¦ per 0 < p < m.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
4. COOMOLOGIA DI DE RHAM 81
Infatti, per S
0
` e vero. Ragioniamo per induzione su m. Siano N il polo nord e S il polo sud di
S
m
. Siano U = S
m
¸¦N¦ e V = S
m
¸¦S¦. Per il Teorema di Meyer-Vietoris 4.16 la successione
H
p
dR
(U) ⊕H
p
dR
(V ) → H
p
dR
(U ∩ V ) → H
p+1
dR
(S
m
) → H
p+1
dR
(U) ⊕H
p+1
dR
(V )
` e esatta. Tramite la proiezione stereografica risulta U · R
m
e V · R
m
. Dunque per p > 0,
H
p
dR
(U) = H
p
dR
(V ) = ¦0¦ per il Lemma di Poincar´ e 4.12. Pertanto H
p
dR
(U ∩ V ) · H
p+1
dR
(S
m
)
per p ≥ 1. Ora per m = 1, U ∩V ` e unione disgiunta di due aperti A, B diffeomorfi a R pertanto
0 → H
0
dR
(S
1
) → H
0
dR
(U) ⊕H
0
dR
(V ) → H
0
dR
(U ∩ V ) → H
1
dR
(S
1
) → 0.
Si ha H
0
dR
(S
1
) · R, H
0
dR
(U) · R, H
0
dR
(V ) · R e dalla definizione del morfismo β nella
successione esatta di Meyer-Vietoris, risulta che l’immagine di H
0
dR
(U)⊕H
0
dR
(V ) → H
0
dR
(U ∩
V ) ha dimensione uno. Pertanto, essendo H
0
dR
(U ∩ V ) · R ⊕R risulta H
1
dR
(S
1
) · R.
Per m > 1, il lettore pu` o verificare che U ∩ V si retrae per deformazione C

sull’equatore
di S
m
che si identifica in modo naturale con S
m−1
. Pertanto H
p
dR
(U ∩ V ) · H
p
dR
(S
m−1
) e
dunque
H
p+1
dR
(S
m
) · H
p
dR
(S
m−1
) m > 1, p > 0,
e il risultato segue per induzione. Resta da provare il caso m > 1, p = 0. Per questa dalla
successione esatta in coomologia di Meyer-Vietoris si ha
0 → H
0
dR
(S
m
) = R → H
0
dR
(U) ⊕H
0
dR
(V ) = R ⊕R → H
0
dR
(S
m−1
) = R → H
1
dR
(S
m
) → 0,
da cui segue che H
1
dR
(S
m
) = ¦0¦ per m > 1.
PROPOSIZIONE 4.19. Sia M una variet` a compatta connessa. Allora H
p
dR
(M) ` e uno spazio
vettoriale finito dimensionale per ogni 0 ≤ p ≤ n.
IDEA DELLA DIMOSTRAZIONE. Si pu` o provare che esiste un ricoprimento finito di M fatto
da carte locali ¦U
j
¦
j∈J
tali che per ogni insieme di indici ¦j
0
, . . . , j
k
¦ ⊂ J si ha che U
j
0
∩. . . ∩
U
j
k
` e diffeomorfo ad R
n
. Si prova allora il risultato per induzione sul numero degli aperti
utilizzando Meyer-Vietoris.
ESEMPIO 4.20. Sia M = R
2
¸(N¦0¦). M ` e una variet` a reale connessa di dimensione due
non compatta. Proviamo che H
1
dR
(M) ` e infinito dimensionale. Per ogni m ∈ N siano ¦ρ
m
, θ
m
¦
coordinate polari centrate in (m, 0). L’angolo θ
m
` e una funzione C

in M ¸ (−∞, m], la
forma dθ
m
invece si prolunga come forma C

chiusa ma non esatta su M. Proviamo che
¦[dθ
1
], . . . , [dθ
m
], . . . , ¦ sono linearmente indipendenti in H
1
dR
(M). Infatti, se C
m
` e il cerchio
di raggio 1/2 e centro (m, 0), i : C
m
→ M l’immersione, risulta
_
C
m
i


l
= 2πδ
lm
,
da cui segue subito la lineare indipendenza.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
82 3. CAMPI DI VETTORI E FORME DIFFERENZIALI
4.3. Dualit` a di Poincar´ e per variet` a compatte. Sia M una variet` a compatta orientabile
(senza bordo) di dimensione reale n. Allora
_
M
definisce un operatore lineare
_
M
: H
n
dR
(M) →R
dato da
_
M
[ω] :=
_
M
ω, [ω] ∈ H
n
dR
(M).
OSSERVAZIONE 4.21. Poich´ e ω
t
∈ [ω] se e solo se esiste θ ∈ Ω
−1
M
(M) tale che ω−ω
t
= dθ,
risulta per il Teorema di Stokes
_
M
ω =
_
M
ω
t
+
_
M
dθ =
_
M
ω
t
+
_
∂M
θ =
_
M
ω
t
,
e dunque
_
M
` e ben definito.
Pi` u in generale, per 0 ≤ q ≤ n, si definisce
_
M
: H
q
dR
(M) H
n−q
dR
(M) →R
tramite
_
M
([ω], [ω
t
]) :=
_
M
ω ∧ ω
t
.
OSSERVAZIONE 4.22. Siano [ω] ∈ H
q
dR
(M), [ω
t
] ∈ H
n−q
dR
(M). Se η = ω + dθ, ricordando
che dω
t
= 0, si ha d(θ ∧ ω
t
) = dθ ∧ ω
t
+ (−1)
q−1
θ ∧ dω
t
= dθ ∧ ω
t
, da cui per il Teorema di
Stokes,
_
M
η ∧ ω
t
=
_
M
ω ∧ ω
t
+
_
M
dθ ∧ ω
t
=
_
M
ω ∧ ω
t
+
_
M
d(θ ∧ ω
t
)
=
_
M
ω ∧ ω
t
+
_
∂M
θ ∧ ω
t
=
_
M
ω ∧ ω
t
.
Un argomento simile mostra che
_
M
([ω], [ω
t
]) non dipende dal rappresentante di ω
t
scelto per
definirlo, e dunque l’operatore
_
M
` e ben definito.
TEOREMA 4.23 (Dualit` a di Poincar´ e). Sia M una variet ` a compatta orientabile di dimen-
sione n. Sia 0 ≤ q ≤ n. Allora
_
M
: H
q
dR
(M) H
n−q
dR
(M) → R ` e una forma bilineare
non-degenere, in particolare
H
q
dR
(M) · (H
n−q
dR
(M))

.
DIMOSTRAZIONE. Si veda ad esempio [Bott-Tu, Differential forms in algebraic topology,
p.44 Springer]
ESERCIZIO 4.24. Provare che se M ` e una variet` a compatta e connessa di dimensione n
allora H
n
dR
(M) · R.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
5. STRUTTURE QUASI COMPLESSE INTEGRABILI 83
4.4. Classe duale di Poincar´ e di una sottovariet` a orientata. Sia S una sottovariet` a rego-
lare compatta orientata di dimensione k di una variet` a M compatta orientata di dimensione n.
Sia i : S → M l’immersione. Allora
H
k
dR
(M) ¸ [ω] →
_
S
i

ω
` e ben definito grazie al teorema di Stokes e definisce un funzionale lineare su H
k
dR
(M). In altri
termini definisce un elemento di (H
k
dR
(M))

. Per la Dualit` a di Poincar´ e, esiste [η
S
] ∈ H
n−k
dR
(M)
tale che
_
S
i

ω =
_
M
ω ∧ η
S
∀ [ω] ∈ H
k
dR
(M).
La classe [η
S
] si chiama la classe duale di Poincar´ e di S.
5. Strutture quasi complesse integrabili
Sia M una variet` a complessa. Ricordiamo che
_
m
M ⊗C =

m=p+q
_
p,q
M. Definiamo
allora
π
p,q
:
m

M ⊗C →
p,q

M,
la proiezione naturale.
Si pu` o estendere in modo ovvio l’operatore d alle sezioni di
_
m
M ⊗ C definendolo sugli
elementi semplici tramite d(ω ⊗α) := (dω) ⊗α.
Dalla espressione in coordinate locali (13.2) e dalla definizione di d, risulta che d : Ω
m
M

C → Ω
m+1
M
⊗C si pu` o decomporre come
d = ∂ + ∂,
dove ∂ : C

(M,
_
p,q
M) → C

(M,
_
p+1,q
M) e ∂ : C

(M,
_
p,q
M) → C

(M,
_
p,q+1
M)
sono definiti tramite ∂ := π
p+1,q
◦ d e ∂ := π
p,q+1
◦ d per p +q = m.
In particolare dalla d ◦ d = 0 si ha (∂ + ∂) ◦ (∂ + ∂) = 0, ovvero
(∂ ◦ ∂) + (∂ ◦ ∂ +∂ ◦ ∂) + (∂ ◦ ∂) = 0.
Poich` e forme di bigrado diverso sono linearmente indipendenti, da questo segue che
_
¸
_
¸
_
∂ ◦ ∂ = 0
∂ ◦ ∂ = −∂ ◦ ∂
∂ ◦ ∂ = 0.
OSSERVAZIONE 5.1. Se (N, J) ` e una variet` a quasi complessa, l’operatore d si decompone
come d = ∂ +∂ se e solo se la struttura quasi complessa J ` e integrabile [la dimostrazione della
sufficienza di tale condizione non ` e banale].
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
84 3. CAMPI DI VETTORI E FORME DIFFERENZIALI
Il complesso di Dolbeault ` e definito dal complesso coomologico di gruppi abeliani
C

(M, C)

−→ C

(M,
0,1

M)

−→ C

(M,
0,2

M) . . .
dove abbiamo denotato con C

(M, C) il gruppo delle funzioni C

su M a valori complessi
e con C

(M,
_
0,q
M) il gruppo delle (0, q)-forme su M. La coomologia di tale complesso si
chiama la coomologia di Dolbeault di M e si denota con H
q

(M). Poich` e le funzioni f di classe
C

a valori complessi tali che ∂f = 0 sono esattamente le funzioni olomorfe, si ha
H
0

(M) = O
M
(M),
le funzioni olomorfe su M.
Vale il seguente lemma di Poincar´ e la cui dimostrazione omettiamo
LEMMA 5.2 (Grothendieck). Sia U ⊂ C
n
un aperto stellato rispetto ad un punto. Allora
H
q

(M) = ¦0¦ per ogni q > 0.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
CAPITOLO 4
Fasci e coomologia
1. Piccolo compendio di algebra commutativa
In questa sezione richiamiamo quelle nozioni di algebra commutativa che utilizzeremo nel
seguito.
In questa sezione R indica un anello commutativo con unit` a. Ricordiamo che un anello R si
dice Noetheriano se ogni suo ideale ` e finitamente generato come R-modulo (o equivalentemente
se ogni catena ascendente di ideali si stabilizza).
1.1. Moduli su un anello commutativo.
DEFINIZIONE 1.1. Un modulo A su R (o un R-modulo) ` e un gruppo abeliano rispetto alla
somma munito di una operazione R A → A che soddisfa
(1) r(sm) = (rs)m per ogni s, r ∈ R e m ∈ A,
(2) r(m + n) = rm + rn per ogni r ∈ R e m, n ∈ A,
(3) (r +s)m = rm +sm per ogni r, s ∈ R, m ∈ A
(4) 1m = m per ogni m ∈ A.
ESEMPIO 1.2. Un gruppo abeliano ` e uno Z-modulo. Uno spazio vettoriale ` e un modulo su
un campo. Un anello R ` e un R-modulo su se stesso. Se R ` e un anello e I ` e un ideale, allora I ` e
un R-modulo.
ESEMPIO 1.3. Sia M ` e una variet` a complessa e E un fibrato vettoriale olomorfo su M di
rango k. Se U ` e un aperto, allora O
M
(U) ` e un anello commutativo con unit` a e O
M
(U; E) le
sezioni olomorfe di E su U formano un O
M
(U)-modulo. Se U ` e un aperto trivializzante per E
allora O
M
(U; E) ` e un O
M
(U)-modulo di rango k. Simili considerazioni valgono per i fibrati
vettoriali reali.
Se A, B sono R-moduli, si pu` o definire la loro somma diretta A⊕B := ¦(m, n) ∈ AB¦
che ` e un R-modulo tramite la moltiplicazione r(m, n) = (rm, rn). Pi ` u in generale se ¦A
j
¦ ` e
una famiglia di R-moduli si pu` o definire il prodotto diretto

j
A
j
:= ¦(a
j
) : a
j
∈ A
j
¦ e dotarlo
di una struttura di R-modulo tramite r(a
j
) := (ra
j
).
Un morfismo di R-moduli ` e una omomorfismo di gruppi f : A → B che soddisfa f(rm) =
rf(m) per ogni r ∈ R e m ∈ A.
Un R-modulo A si dice libero di rango k se ` e isomorfo come R-modulo al modulo R
⊕k
,
ovvero il modulo formato dalla somma diretta di k copie di R.
85
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
86 4. FASCI E COOMOLOGIA
Un R-sottomodulo di un modulo A ` e un sottogruppo di A che ` e chiuso rispetto alla molti-
plicazione per R. Se ¦A
j
¦
j∈J
` e una famiglia di R-moduli si definisce la somma diretta

A
j
come il sottomodulo di

j
A
j
formato dagli elementi (a
j
) tali che a
j
= 0 tranne per un numero
finito di j ∈ J.
Il nucleo e l’immagine di un morfismo f : A → B di R-moduli sono R-sottomoduli di A e
di B rispettivamente. Se B ` e un R-sottomodulo di un R-modulo A, il gruppo quoziente A/B
ha una naturale struttura di R-modulo definita tramite r[m] := [rm] per r ∈ R, m ∈ A (dove
[m] indica la classe in A/B).
Se A, B, C sono R-moduli e α : A → B, β : B → C sono morfismi di R-moduli, si dice
che la successione
A
α
−→ B
β
−→ C
` e esatta se ker β = Imα. Una successione esatta corta di R-moduli
(1.1) 0 −→ A
α
−→ B
β
−→ C −→ 0.
` e una successione esatta di moduli in cui α ` e iniettivo e β ` e suriettivo.
Si dice che la successione esatta corta di R-moduli (1.1) spezza se esiste un morfismo di
R-moduli f : B → A tale che f ◦ α = id
A
.
LEMMA 1.4. Sono equivalenti:
(1) La successione (1.1) spezza.
(2) Esiste un morfismo di R-moduli g : C → B tale che β ◦ g = id
B
.
(3) Esiste un isomorfismo di R-moduli ϕ : B → A ⊕ C e il seguente diagramma ` e
commutativo:
0 −−−→ A
α
−−−→ B
β
−−−→ C −−−→ 0
id
¸
¸
_
ϕ
¸
¸
_ id
¸
¸
_
0 −−−→ A
ι
−−−→ A ⊕C
π
−−−→ C −−−→ 0
dove ι : A → A⊕C ` e l’inclusione naturale e π : A⊕C → C ` e la proiezione naturale.
DIMOSTRAZIONE. (3) implica (1) e (2) ovviamente.
(1) implica (2). Poniamo f
t
:= id
B
−α ◦ f : B → B. Allora
f
t
◦ α = α −α ◦ (f ◦ α) = α −α = 0.
Questo implica Im(α) ⊆ Ker(f
t
). D’altra parte se v ∈ Ker(f
t
) allora f
t
(v) = 0, ovvero
v = α(f(v)) e dunque v ∈ Im(α). Pertanto Im(α) = Ker(f
t
). Per l’esattezza della successione
risulta Ker(f
t
) = Im(α) = Ker(β). Inoltre,
β ◦ f
t
= β −(β ◦ α) ◦ f = β,
da cui segue che β ` e iniettiva su Im(f
t
) (provarlo per esercizio). Pertanto β : Im(f
t
) → C ` e un
isomorfismo. Posto g := (β[
Im(f

)
)
−1
, la (2) risulta verificata.
Con un ragionamento analogo si prova che (2) implica (1) (esercizio).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
1. PICCOLO COMPENDIO DI ALGEBRA COMMUTATIVA 87
Per concludere, se valgono (1) e (2), ponendo ϕ := f ⊕β si ha (3).
PROPOSIZIONE 1.5. Siano A, B, C degli R-moduli. Supponiamo che la successione di
R-moduli (1.1) sia esatta. Se C ` e R-libero allora la successione spezza.
DIMOSTRAZIONE. Se C ` e R-libero e v
1
, . . . , v
k
sono dei suoi generatori liberi, poich´ e β
` e suriettiva esistono a
1
, . . . , a
k
∈ B tali che β(a
j
) = v
j
per ogni j. Pertanto definendo g :
C → B tramite g(v
j
) = a
j
ed estendendo per R-linearit` a ad ogni elemento di C si ottiene un
R-morfismo tale che β ◦ g = id
C
e per il Lemma 1.4 la successione spezza.
OSSERVAZIONE 1.6. Sia Run anello locale (ovvero con un unico ideale massimale) Noethe-
riano. Se la successione (1.1) di R-moduli ` e esatta, spezza e B ` e R-libero si pu` o provare che an-
che Ae C sono R-liberi [infatti B essendo libero ` e un modulo proiettivo e poich´ e B · A⊕C ne
segue che A, C sono moduli proiettivi. Ma i moduli proiettivi su anelli locali Noetheriani sono
liberi]. Dunque dalla proposizione precedente segue che se B, C sono R-liberi e la successione
(1.1) spezza, allora anche A ` e R-libero.
Un R-modulo A si dice finitamente generato se esiste un morfismo suriettivo di R-moduli
R
⊕k
ϕ
−→ A → 0.
In altri termini, un R-modulo ` e finitamente generato se esistono k elementi m
1
, . . . , m
k
tali che
ogni m ∈ A si pu` o scrivere come combinazione lineare m =

k
j=1
r
j
m
j
per qualche r
j
∈ R.
Il nucleo di tale morfismo ϕ ` e un R-sottomodulo di R
⊕k
, detto il modulo delle relazioni. Se il
modulo delle relazioni ` e finitamente generato, si dice che A ` e R-coerente.
Se R ` e un anello Noetheriano, allora ogni R-modulo finitamente generato ` e R-coerente (di
fatto ogni R-sottomodulo di un R-modulo finitamente generato ` e finitamente generato).
1.2. Morfismi di moduli. Se A, B sono due R-moduli, il gruppo abeliano dei morfis-
mi di R-moduli tra A e B, denotato con Hom
R
(A, B) ` e un R-modulo tramite l’operazione
(rϕ)(m) := r(ϕ(m)) per r ∈ R, m ∈ A, ϕ ∈ Hom
R
(A, B).
Se α : A → B ` e un morfismo di R-moduli e C ` e un altro R-modulo, allora si ha un naturale
morfismo di R-moduli Hom
R
(C, A) ¸ f → α ◦ f ∈ Hom
R
(C, B) e Hom
R
(B, C) ¸ f →
f ◦ α ∈ Hom
R
(A, C).
Valgono le seguenti propriet` a (qua A, B, C, D sono R-moduli):
(1) Hom
R
(R, A) · A tramite la mappa ϕ → ϕ(1),
(2) Hom
R
(A ⊕B, C) · Hom
R
(A, C) ⊕Hom
R
(B, C),
(3) Hom
R
(A, B ⊕C) · Hom
R
(A, B) ⊕Hom
R
(A, C),
(4) se 0 → A → B → C ` e una successione esatta, allora
0 → Hom
R
(D, A) → Hom
R
(D, B) → Hom
R
(D, C)
` e una successione esatta di R-moduli,
(5) se A → B → C → 0 ` e una successione esatta, allora
0 → Hom
R
(C, D) → Hom
R
(B, D) → Hom
R
(A, D)
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
88 4. FASCI E COOMOLOGIA
` e una successione esatta di R-moduli.
Le propriet` a (4) e (5) si condensano nella frase Hom
R
` e un funtore esatto a sinistra.
ESERCIZIO 1.7. Se D ` e un R-modulo libero allora Hom
R
(D, ) ` e un funtore esatto, ovvero
trasforma successioni esatte corte in successioni esatte corte.
PROPOSIZIONE 1.8. Sia 0 → A → B → C → una successione esatta di R-moduli, e
supponiamo C sia R-libero. Allora per ogni R-modulo D la successione
0 → Hom
R
(C, D) → Hom
R
(B, D) → Hom
R
(A, D) → 0
` e esatta.
DIMOSTRAZIONE. Per la Proposizione 1.5 la successione esatta spezza, e quindi possiamo
supporre che sia 0 → A → A ⊕ C → C → 0 la successione esatta con il morfismo α :
A → A ⊕C dato da a → (a, 0). Applicando Hom
R
(, D) a tale successione esatta si ottiene la
successione esatta
0 → Hom
R
(C, D) → Hom
R
(A ⊕C, D) → Hom
R
(A, D),
dove l’ultimo morfismo ` e definito tramite Hom
R
(A ⊕ C, D) ¸ f → f ◦ α ∈ Hom
R
(A, D).
Verifichiamo che esso ` e suriettivo, provando che la successione ` e esatta. Se g ∈ Hom
R
(A, D)
allora si definisce f ∈ Hom
R
(A⊕C, D) tramite f(a, c) := g(a). Si verifica subito che f ◦ α =
g.
OSSERVAZIONE 1.9. Di fatto la dimostrazione della proposizione precedente mostra che
Hom
R
(, D) trasforma successioni esatte che spezzano in successioni esatte.
In generale per` o Hom non trasforma successioni esatte di R-moduli in successioni esatte di
R-moduli.
ESEMPIO 1.10. Sia R = C[z] l’anello dei polinomi, e si consideri la successione esatta di
R-moduli
(1.2) 0 →C[z]
z
−→C[z]
π
−→C[z]/(C[z] z) → 0,
dove z indica la moltiplicazione per z e π ` e il morfismo naturale sul quoziente (e C[z] ` e
visto come modulo su se stesso). Applichiamo Hom
C[z]
(, C[z]) a tale successione. Poich´ e
Hom
C[z]
(C[z], C[z]) · C[z] si ottiene la successione esatta
0 → Hom
C[z]
(C[z]/(C[z] z), C[z])
a
−→C[z]
b
−→C[z].
Il morfismo b non ` e suriettivo. Infatti, se h(z) ∈ C[z] allora b(h(z)) = zh(z) e pertanto 1 ,∈ Imb.
Si osservi anche che b ` e iniettivo, e pertanto, essendo a iniettivo, si ha Hom
C[z]
(C[z]/(C[z]
z), C[z]) = 0.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
1. PICCOLO COMPENDIO DI ALGEBRA COMMUTATIVA 89
1.3. Prodotto tensore. Siano A, B due R-moduli. Sia C un altro R-modulo. Una mappa
f : A⊕B → C si dice R-bilineare se ` e un omomorfismo di gruppi abeliani tale che ` e R-lineare
in ciascun fattore. Il gruppo delle applicazioni R-bilineari da A ⊕B a C ` e un R-modulo che si
denota con Bil
R
(A ⊕B, C).
PROPOSIZIONE 1.11. Siano A, B due R-moduli. Allora esiste una coppia (A ⊗
R
B, θ)
formata da un R-modulo A ⊗
R
B (detto prodotto tensoriale di A, B su R) e da un morfismo
R-bilineare θ : A ⊕B → A ⊗B tale che
(1) Per ogni R-modulo C e ogni applicazione R-bilineare f : A ⊕ B → C esiste un
unico morfismo di R-moduli f
t
: A ⊗
R
B → C tale che f = f
t
◦ θ. In particolare
Bil
R
(A ⊕B, C) · Hom
R
(A ⊗B, C).
(2) La coppia (A⊗
R
B, θ) ` e unica a meno di isomorfismi, nel senso che se (D,
˜
θ) ` e un’altra
coppia che verifica la propriet ` a sopra, allora esiste un isomorfismo di R-moduli i :
A ⊗
R
B → D tale che i ◦ θ =
˜
θ.
DIMOSTRAZIONE. (1) Si consideri l’R-modulo libero T generato dagli elementi della for-
ma (a, b) con a ∈ A e b ∈ B. Ovvero, gli elementi di T sono della forma

k
j=1
r
j
(a
j
, b
j
) con
r
j
∈ R e (a
j
, b
j
) ∈ A B. Sia Z il sottomodulo di T generato dagli elementi della forma
(a + a
t
, b) −(a, b) −(a
t
, b) ∀a, a
t
∈ A, b ∈ B
(a, b + b
t
) −(a, b) −(a, b
t
) ∀a ∈ A, b, b
t
∈ B
(ra, sb) −rs(a, b) ∀r, s ∈ R, a ∈ A, b ∈ B.
Si pone A⊗B := T/Z e si denota con a⊗b la classe di (a, b). Il morfismo θ : A⊕B → A⊗B
` e definito allora tramite (a, b) → a ⊗ b ed ` e R-bilineare. Se f : A ⊕ B → C ` e una qualsiasi
applicazione, si estende f per linearit` a ad un morfismo di R-moduli da T a C. Se in particolare
f ` e R-bilineare, allora l’estensione di f si annulla su Z e dunque passa al quoziente e definisce
il morfismo f
t
cercato.
(2) segue dalla (1), provarlo per esercizio.

OSSERVAZIONE 1.12. Se R ` e un campo e A, B sono spazi vettoriali finito dimensionali
su R il prodotto tensore A ⊗
R
B coincide con l’usuale prodotto tensoriale di A, B come spazi
vettoriali, ovvero A ⊗
R
B · Bil
R
(A

B

, R).
Valgono le seguenti propriet` a (qua A, B, C, D sono R-moduli):
(1) A ⊗
R
R · A tramite la mappa a ⊗r → ra,
(2) A ⊗
R
B · B ⊗
R
A tramite la mappa a ⊗b → b ⊗a,
(3) (A ⊗
R
B) ⊗
R
C · A ⊗
R
(B ⊗
R
C) · A ⊗
R
B ⊗
R
C,
(4) (A ⊕B) ⊗
R
C · A ⊗
R
C ⊕B ⊗
R
C,
Differentemente dal caso di spazi vettoriali finito dimensionali su un campo, gli isomorfismi
sopra devono essere ottenuti tramite la propriet` a universale della Proposizione 1.11. A titolo di
esempio vediamo come, dato α : A → B un morfismo di R-moduli, sia possibile ottenere il
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
90 4. FASCI E COOMOLOGIA
morfismo di R-moduli α ⊗ id : A ⊗
R
C → B ⊗
R
C. Si considera il morfismo R-bilineare
f : A ⊕C → B ⊗
R
C definito da f(a, c) = α(a) ⊗c. Per la propriet` a universale del prodotto
tensore, esiste un morfismo R-lineare α ⊗id : A ⊗
R
C → B ⊗
R
C che fattorizza f.
Sia f ∈ Bil
R
(A ⊕ B, C). Sia b ∈ B. Allora A ¸ a → f(a, ) : B → C ` e un mor-
fismo di R-moduli, ovvero un elemento di Hom
R
(B, C). Abbiamo dunque una corrisponden-
za A ¸ f → f(a, ) ∈ Hom
R
(B, C), e, poich´ e f(a, ) ` e R-lineare in a, tale corrisponden-
za ` e un morfismo di R-moduli, ovvero f determina un elemento di Hom
R
(A, Hom
R
(B, C)).
Viceversa ogni elemento f ∈ Hom
R
(A, Hom
R
(B, C)) determina una applicazione R-bilineare
da A ⊕ B → C, tramite (a, b) → f(a)(b). Dunque c’` e un isomorfismo tra l’R-modulo
Bil
R
(A⊕B, C) delle applicazioni R-bilineari da A⊕B a C e Hom
R
(A, Hom
R
(B, C)). Poich´ e
Bil
R
(A ⊕ B, C) · Hom
R
(A ⊗ B, C) come R-moduli per la propriet` a universale del prodotto
tensoriale, si ha
(1.3) Hom
R
(A ⊗B, C) · Hom
R
(A, Hom
R
(B, C)).
Se A → B → C → 0 ` e una successione esatta, allora
A ⊗
R
D → B ⊗
R
D → C ⊗
R
D → 0
` e una successione esatta di R-moduli. Questa propriet` a si condensa nella frase ⊗
R
D ` e un
funtore esatto a destra. In generale, ⊗
R
non ` e un funtore esatto a sinistra:
ESEMPIO 1.13. Si consideri la successione esatta di C[z]-moduli definita da (1.2). Ten-
sorizzando con C[z]/(z C[z]) si ottiene la successione esatta
C[z]⊗
C[z]
C[z]/(zC[z]) →C[z]⊗
C[z]
C[z]/(zC[z]) →C[z]/(C[z]z)⊗
C[z]
C[z]/(zC[z]) → 0,
in cui il primo morfismo ` e
(p(z) ⊗[q]) → (zp(z) ⊗[q]) = (p(z) ⊗[zq]) = 0.
ESERCIZIO 1.14. Sia D un R-modulo libero. Provare che ⊗
R
D ` e un funtore esatto, ovvero
trasforma successioni esatte corte in successioni esatte corte.
Se f : R
t
→ R ` e un morfismo di anelli si pu` o riguardare R come un R
t
modulo tramite
r
t
r := f(r
t
) r. Se A ` e un R
t
-modulo si pu` o definire dunque A⊗
R
R. Quest’ultimo ha allora
una naturale struttura di R-modulo definita tramite s(a ⊗r) := a ⊗(rs) per a ∈ A, r, s ∈ R.
1.4. Limiti diretti. Un insieme parzialmente ordinato di indici (I, ≤) ` e un insieme I dotato
di una relazione ≤ che soddisfa le seguenti propriet` a:
(1) i ≤ i per ogni i ∈ I,
(2) se i ≤ j e j ≤ i allora i = j per i, j ∈ I,
(3) se i ≤ j e j ≤ k allora i ≤ k per i, j, k ∈ I.
Un insieme parzialmente ordinato (I, ≤) si dice filtrante se per ogni i, j ∈ I esiste k ∈ I tale
che i ≤ k, j ≤ k.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
1. PICCOLO COMPENDIO DI ALGEBRA COMMUTATIVA 91
Un sistema diretto (o induttivo) di R-moduli ` e una famiglia di R-moduli ¦A
j
¦ indicizzata
da un insieme filtrante I tale che per ogni coppia i, j ∈ I con i ≤ j esista un morfismo di
R-moduli f
ij
: A
i
→ A
j
che verifichi le seguenti propriet` a:
(1) f
ii
= id,
(2) se i ≤ j ≤ k allora f
ik
= f
jk
◦ f
ij
.
PROPOSIZIONE 1.15. Sia ¦A
j
¦
j∈I
un sistema diretto di R-moduli. Allora esistono un R-
modulo, denotato con lim
−→
A
j
, e una famiglia di morfismi di R-moduli f
j
: A
j
→ lim
−→
A
j
tali che
f
i
= f
j
◦f
ij
e tali che per ogni R-modulo B e ogni famiglia di morfismi di R-moduli g
i
: A
i
→ B
che soddisfi g
i
= g
j
◦ f
ij
per ogni i ≤ j esiste un morfismo di R-moduli g : lim
−→
A
j
→ B tale
che g
i
= g ◦ f
i
per ogni i ∈ I.
La coppia (lim
−→
A
j
, ¦f
j
¦) si dice il limite diretto (o induttivo). Esso ` e unico a meno di
isomorfismi.
DIMOSTRAZIONE. L’unicit` a segue subito dalla propriet` a di universalit` a del limite diretto.
Per l’esistenza, sia T :=

j
A
j
, la somma diretta. Riguardiamo A
j
come un sottomodulo di T.
Sia Z il sottomodulo di T generato dagli elementi (z
j
)
j∈I
tali che per i ≤ j si ha z
j
= −f
ij
(z
i
)
e z
k
= 0 per k ,= i, j. Si definisce allora
lim
−→
A
j
:= T/Z.
Se π : T → T/Z ` e la naturale proiezione, si definisce f
i
:= π[
A
i
per ogni i ∈ I. Si verifica
subito che f
j
◦ f
ij
= f
i
se i ≤ j. Sia ora (B, ¦g
i
¦) come nell’enunciato. Allora si definisce
g : lim
−→
A
j
→ B estendendo per linearit` a la seguente applicazione:
g(π(a
j
)) = g
j
(a
j
).
Si verifica facilmente che g ` e ben definita e che g
i
= g ◦ f
i
.
OSSERVAZIONE 1.16. Sia ¦A
j
¦
j∈J
un sistema diretto di R-moduli. Con le notazioni della
dimostrazione della Proposizione 1.15, sia π : T → lim
−→
A
j
la naturale proiezione. Allora per
ogni a ∈ lim
−→
A
j
esiste j ∈ J e a
j
∈ A
j
tale che f
j
(a
j
) = π(a
j
) = a. Infatti a = π(a
j
1
, . . . , a
j
m
)
per qualche a
j
l
∈ A
j
l
. Poich´ e l’insieme di indici ` e filtrante, esiste k ∈ J tale che j
1
≤ k e
j
2
≤ k. Dunque f
j
1
k
(a
j
1
), f
j
2
k
(a
j
2
) ∈ A
k
e per costruzione
π(a
j
1
, . . . , a
j
k
) = π(f
j
1
k
(a
j
1
) + f
j
2
k
(a
j
2
), a
j
3
, . . . , a
j
m
).
L’asserzione segue allora per induzione su m.
Similmente si pu` o provare che dati un numero finito di elementi α
1
, . . . , α
m
di lim
−→
A
j
esistono j ∈ J e a
1
, . . . , a
m
∈ A
j
tali che f
j
(a
k
) = α
k
per k = 1, . . . , m.
La precedente osservazione ` e di cruciale importanza per costruire limiti diretti di moduli su
sistemi diretti di anelli (come nel caso dei fasci). Osserviamo preliminarmente che se A ` e un
R-modulo, poich´ e R ` e un anello commutativo con unit` a, allora A ha una naturale struttura di
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
92 4. FASCI E COOMOLOGIA
Z-modulo indotta dal morfismo iniettivo di Z-moduli Z → A definito da m → m 1 (dove 1
indica l’unit` a di R). Cominciamo con la seguente:
PROPOSIZIONE 1.17. Sia ¦R
j
, ρ
ij
¦ un sistema diretto di anelli commutativi con unit ` a (visti
come Z-moduli) tali che i morfismi ρ
ij
: R
i
→ R
j
siano morfismi di anelli con unit ` a. Allora
il limite diretto di Z-moduli R := lim
−→
R
j
ha una naturale struttura di anello commutativo con
unit` a per cui i morfismi ρ
i
: R
i
→ R sono morfismi di anelli commutativi con unit ` a.
DIMOSTRAZIONE. Siano r, s ∈ R. Per l’Osservazione 1.16 esistono j ∈ J, r
j
, s
j
∈ R
j
tali
che ρ
j
(r
j
) = r, ρ
j
(s
j
) = s. Si definisce allora
rs := ρ
j
(r
j
s
j
).
Utilizzando le propriet` a del limite diretto ` e facile verificare che tale prodotto ` e ben definito
indipendentemente da j e dai rappresentanti r
j
, s
j
scelti.
DEFINIZIONE 1.18. Sia ¦R
i
, ρ
ij
¦ un sistema diretto di Z-moduli tali che ciascun R
i
` e un
anello commutativo con unit` a e i morfismi ρ
ij
: R
i
→ R
j
, i ≤ j sono morfismi di anelli con
unit` a. Un sistema diretto di ¦R
i
¦-moduli ` e un sistema diretto di Z-moduli ¦A
i
, f
ij
¦ tali che
(1) M
i
` e un R
i
-modulo per ogni i ∈ I, e la sua struttura di Z-modulo ` e indotta da questa,
(2) il morfismo f
ij
: M
i
→ M
j
` e tale che f
ij
(r
i
a
i
) = ρ
ij
(r
i
)f
ij
(a
i
) per ogni i ≤ j e per
ogni r
i
∈ R
i
e a
i
∈ A
i
.
La dimostrazione della seguente proposizione ` e simile a quella della Proposizione 1.17 e la
omettiamo:
PROPOSIZIONE 1.19. Sia ¦A
i
, f
ij
¦ un sistema diretto di ¦R
i
¦-moduli. Sia R := lim
−→
R
j
e
sia A := lim
−→
A
j
(limiti diretti come Z-moduli). Allora A ` e un R-modulo.
DEFINIZIONE 1.20. Siano ¦A
i
, f
ij
¦ e ¦B
i
, g
ij
¦ due sistemi diretti di ¦R
i
¦-moduli. Un
morfismo di ¦R
i
¦-moduli ` e una famiglia ¦ϕ
i
¦ tale che
(1) ϕ
i
: A
i
→ B
i
` e un morfismo di R
i
-moduli per ogni i,
(2) g
ij
◦ ϕ
i
= v
j
◦ f
ij
per ogni i ≤ j.
Il funtore limite diretto ` e esatto, ovvero:
PROPOSIZIONE 1.21. Sia ¦ϕ
i
¦ un morfismo di ¦R
i
¦-moduli tra due sistemi diretti di ¦R
i
¦-
moduli ¦A
i
, f
ij
¦ e ¦B
i
, g
ij
¦. Sia R := lim
−→
R
j
, A := lim
−→
A
j
e B := lim
−→
B
j
. Allora esiste un
morfismo di R-moduli ϕ : A → B tale che ϕ ◦ f
i
= g
i
◦ ϕ
i
per ogni i.
Inoltre, se ϕ
i
: A
i
→ B
i
` e iniettivo (rispettivamente suriettivo) per ogni i allora ϕ : A → B
` e iniettivo (rispettivamente suriettivo).
DIMOSTRAZIONE. Sia a ∈ A, allora esistono i ∈ I e a
i
∈ A
i
tale che f
i
(a
i
) = a. Si
definisce ϕ(a) := g
i

i
(a
i
)). Utilizzando le propriet` a di compatibilit` a tra i morfismi si verifica
facilmente che ϕ ` e ben definito e soddisfa alla propriet` a richiesta.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
1. PICCOLO COMPENDIO DI ALGEBRA COMMUTATIVA 93
Supponiamo adesso che per ogni i sia ϕ
i
iniettivo. Sia a ∈ A tale che ϕ(a) = 0. Allora
esistono i ∈ I e a
i
∈ A
i
tale che f
i
(a
i
) = a e g
i

i
(a
i
)) = 0. Questo significa che esiste
i ≤ j tale che g
ij

i
(a
i
)) = 0 in B
j
. Ma g
ij

i
(a
i
)) = v
j
(f
ij
(a
i
)) ed essendo ϕ
j
iniettiva, si ha
f
ij
(a
i
) = 0 in A
j
, e dunque a = f
j
(f
ij
(a
i
)) = 0 in A, provando che ϕ ` e iniettiva.
Se invece ϕ
i
sono suriettivi per ogni i ∈ I, dato b ∈ B, esiste b
i
∈ B
i
tale che g
i
(b
i
) = b.
Dunque esiste a
i
∈ A
i
tale che ϕ
i
(a
i
) = b
i
e per costruzione, a := f
i
(a
i
) ha la propriet` a che
ϕ(a) = b, provando che ϕ ` e suriettiva.
OSSERVAZIONE 1.22. Dalla dimostrazione della proposizione precedente si verifica facil-
mente che se ¦A
i
¦, ¦B
i
¦ sono anelli e ϕ
i
: A
i
→ B
i
sono morfismi di anelli, allora ϕ : A → B
` e un morfismo di anelli.
1.5. Limiti diretti e operazioni interne. Vediamo adesso come si comporta il limite diret-
to rispetto alle operazioni di somma diretta, prodotto tensore e Hom.
Se ¦A
i
, f
ij
¦ ` e un sistema diretto di R-moduli e A ` e un R-modulo, allora si verifica facil-
mente che ¦Hom
R
(A, A
j
)¦ (con i morfismi indotti) ` e un sistema diretto di R-moduli.
OSSERVAZIONE 1.23. Se ¦A
i
, f
ij
¦ e ¦B
i
, g
ij
¦ sono due sistemi diretti di ¦R
i
¦-moduli,
la famiglia ¦Hom
R
i
(A
i
, B
i
)¦ non ` e in genere un sistema diretto di ¦R
i
¦-moduli perch` e non
esistono in genere dei morfismi naturali Hom
R
i
(A
i
, B
i
) → Hom
R
j
(A
j
, B
j
).
D’altra parte, se ¦A
i
, f
ij
¦ ` e un sistema diretto di R-moduli e A ` e un R-modulo, allora
¦Hom
R
(A
j
, A)¦ non ` e un sistema diretto di R-moduli (poich´ e i morfismi naturali sono invertiti).
`
E quello che si chiama un sistema inverso di R-moduli (una teoria duale a quella dei sistemi
diretti pu` o essere sviluppata analogamente a quanto fatto per i sistemi diretti).
Il limite induttivo non commuta con il funtore Hom
R
in generale:
ESEMPIO 1.24. Sia Pol
≤n
C
il C-modulo formato dai polinomi di grado ≤ n e definiamo
f
ij
= id se i ≤ j. Allora
lim
−→
Pol
≤n
C
= C[z].
Pertanto
Hom
C
(C[z], C[z]) = Hom
C
(C[z], lim
−→
Pol
≤n
C
) ,= lim
−→
Hom
C
(C[z], Pol
≤n
C
)
perch´ e id
C[z]
,∈ lim
−→
Hom
C
(C[z], Pol
≤n
C
).
Se ¦A
i
, f
ij
¦ e ¦B
i
, g
ij
¦ sono due sistemi diretti di ¦R
i
¦-moduli allora ¦A
i

R
i
B
i
, f
ij
⊕g
ij
¦,
e ¦A
i

R
i
B
i
, f
ij
⊕g
ij
¦ sono sistemi diretti di R-moduli (con i morfismi naturali indotti).
ESERCIZIO 1.25. Siano ¦A
i
, f
ij
¦ e ¦B
i
, g
ij
¦ due sistemi diretti di ¦R
i
¦-moduli. Siano
R := lim
−→
R
i
, A := lim
−→
A
i
e B := lim
−→
B
i
. Si provi che
lim
−→
(A
i

R
i
B
i
) · A ⊕
R
B.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
94 4. FASCI E COOMOLOGIA
PROPOSIZIONE 1.26. Siano ¦A
i
, f
ij
¦ e ¦B
i
, g
ij
¦ sono due sistemi diretti di ¦R
i
¦-moduli.
Siano R := lim
−→
R
i
, A := lim
−→
A
i
e B := lim
−→
B
i
. Allora
lim
−→
(A
i

R
i
B
i
) · A ⊗
R
B.
DIMOSTRAZIONE. Sia H := lim
−→
(A
i

R
i
B
i
). Per ogni i i morfismi f
i
⊗g
i
: A
i

R
i
B
i

A⊗
R
B hanno la propriet` a che (f
i
⊗g
i
)◦(f
ij
⊗g
ij
) = f
j
⊗g
j
e pertanto per la propriet` a universale
del prodotto tensoriale esiste un morfismo di R-moduli h : H → A ⊗
R
B. Costruiamo la sua
inversa. Sia θ
i
: A
i

R
i
B
i
→ A
i

R
i
B
i
il morfismo naturale R-bilineare. Allora ¦θ
i
¦ ` e un
morfismo R-bilineare di sistemi diretti di ¦R
i
¦-moduli. Ragionando come nella Proposizione
1.21 si vede che esiste un morfismo R-bilineare
θ : lim
−→
(A
i

R
i
B
i
)
Es. 1.25
= A ⊕
R
B → H.
Dunque dalla propriet` a universale del prodotto tensoriale si fattorizza attraverso un morfismo
R-lineare
k : A ⊗
R
B → H.
Utilizzando le definizioni dei vari morfismi si provi che h ◦ k = k ◦ h = id.
2. Prefasci e Fasci
Se X ` e uno spazio topologico, denotiamo con τ(X) la sua topologia, ovvero τ(X) ` e
l’insieme formato dagli aperti di X.
DEFINIZIONE 2.1. Sia X uno spazio topologico. Un prefascio T di Z-moduli ` e una appli-
cazione che ad ogni aperto di X associa uno Z-modulo per cui per ogni coppia di aperti V ⊆ U
esiste un morfismo di Z-moduli, detto restrizione, r
UV
: T(U) → T(V ) tale che
(1) r
UU
= id,
(2) r
UW
= r
V W
◦ r
UV
per ogni tripla di aperti W ⊆ V ⊆ U.
OSSERVAZIONE 2.2. Similmente si pu` o definire un prefascio di insiemi, di anelli, di R-
moduli su un dato anello R, di spazi vettoriali richiedendo che le restrizioni siano morfismi
nella categoria appropriata. Per quello che ci serve nel seguito la nozione di prefasci di Z-
moduli ` e sufficiente e quando non esplicitamente detto la parola prefascio indicher` a sempre un
prefascio di Z-moduli.
ESEMPIO 2.3. (1) Sia X = C, sia 1

C
il prefascio che ad ogni aperto associate le fun-
zioni olomorfe limitate definite su tale aperto. Si noti che per il teorema di Liouville,
1

C
(C) = C.
(2) Sia X uno spazio topologico e denotiamo con C
C
il prefascio costante che ad ogni
aperto di X associa l’anello C(similmente si definisce C
R
, C
Q
, etc..), ovvero C
C
(U) =
C per ogni aperto U ⊂ X.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
2. PREFASCI E FASCI 95
(3) Siano p
1
, . . . , p
n
∈ X dei punti di uno spazio topologico. Definiamo (
C
il prefascio
grattacielo tale che (
C
(U) = ∅ se p
j
,∈ U per ogni j = 1, . . . , n; (
C
(U) = C
l
se U
contiene esattamente l dei n punti ¦p
1
, . . . , p
n
¦.
DEFINIZIONE 2.4. Siano T, ( due prefasci su uno spazio topologico X. Un morfismo di
prefasci h : T → ( ` e una collezione di mappe ¦h
U
¦
U∈τ(X)
tali che per ogni U ∈ τ(X)
h
U
: T(U) −→ ((U)
` e un morfismo di Z-moduli e il seguente diagramma commuta per ogni coppia di aperti V ⊆ U:
T(U)
h
U
−−−→ ((U)
r
UV
¸
¸
_
¸
¸
_
r
UV
T(V )
h
V
−−−→ ((V )
Se per ogni aperto U il morfismo h
U
` e iniettivo, T si dice un sotto-prefascio di (.
DEFINIZIONE 2.5. Sia T un prefascio su uno spazio topologico X. Sia U ⊆ X un aperto.
Una sezione di T su U ` e un elemento di T(U).
Un morfismo di prefasci h : T → ( ` e un isomorfismo di prefasci se esiste un morfismo di
prefasci g : ( → T tale che g ◦ h = id
T
e h ◦ g = id
Ç
.
DEFINIZIONE 2.6. Sia T un prefascio su uno spazio topologico X. T si dice un fascio se
per ogni collezione ¦U
j
¦ di aperti in X, posto U = ∪U
j
, risultano soddisfatti i due assiomi
seguenti:
S1: se f, g ∈ T(U) e r
UU
j
(f) = r
UU
j
(g) per ogni j, allora f = g,
S2: se per ogni i esistono f
j
∈ T(U
j
) tali che per ogni i, j con U
i
∩ U
j
,= ∅ risulta
r
U
i
U
j
(f
i
) = r
U
i
U
j
(f
j
), allora esiste f ∈ T(U) tale che r
UU
j
(f) = f
j
.
OSSERVAZIONE 2.7. Se T ` e un prefascio di Z-moduli, per la linearit` a delle mappe di re-
strizione, la S1 si pu` o sostituire con la richiesta che se f ∈ T(U) e r
UU
j
(f) = 0 per ogni j,
allora f = 0.
DEFINIZIONE 2.8. Se T, ( sono fasci su X, un morfismo di fasci ` e semplicemente un
morfismo di prefasci h : T → (. Un sotto-fascio di un fascio ` e semplicemente un sotto-
prefascio che sia anche un fascio.
ESEMPIO 2.9. (1) Il fascio di struttura di una variet` a ` e un fascio.
(2) Sia K = N, Q, R, C, ... con la topologia discreta. Il fascio delle funzioni localmente
costanti K
X
, ` e definito tramite
K
X
(U) := ¦f : U →K continua¦.
Si osserva che se U ` e connesso allora K
X
(U) = K.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
96 4. FASCI E COOMOLOGIA
(3) Il prefascio 1

C
non ` e un fascio. Infatti siano U
j
:= ¦z ∈ C : [z[ < j¦. Sia f
j
(z) =
z ∈ 1

C
(U
j
). Si ha C = ∪
j
U
j
, ma non esiste f ∈ 1

C
(C) = C tale che f[
U
j
(z) = z.
Dunque S2 non ` e soddisfatto.
(4) Se X, Y sono spazi topologici, sia C
X,Y
definito da
C
X,Y
(U) := ¦f : U → Y continua¦.
Si verifica facilmente che C
X,Y
` e un fascio.
(5) Sia X = ¦a, b¦ con la topologia discreta. Sia / definito tramite /(a) = Z, /(b) = Z
e /(X) = Z, con restrizioni date da r
X,a
= r
X,b
= 0. Allora / ` e un prefascio che non
verifica S1.
DEFINIZIONE 2.10. Sia X uno spazio topologico. Sia 1un (pre)fascio di anelli commuta-
tivi con unit` a su X. Sia T un (pre)fascio di gruppi abeliani su X. T si dice un (pre)fascio di
1-moduli (o semplicemente un 1-modulo) se
(1) T(U) ` e un 1(U)-modulo per ogni aperto U ⊆ X,
(2) per ogni V ⊂ U coppia di aperti, e per ogni α ∈ 1(U) e v ∈ T(U), risulta
r
T
UV
(αv) = r
1
UV
(α)r
T
UV
(v).
ESEMPIO 2.11. (1) Sia M una variet` a complessa, O
M
il fascio delle funzioni olo-
morfe su M e C

M,C
il fascio delle funzioni C

a valori complessi. Allora C

M,C
` e un
O
M
-modulo.
(2) Sia M una variet` a complessa. O
M
` e un fascio di domini di integrit` a. Si definisce
allora un prefascio di campi M
t
M
assegnando a U il campo M
t
M
(U) delle frazioni di
O
M
; ovvero, se U ` e connesso, M
t
M
(U) ` e dato dalle classi di equivalenza di O
M
(U)
O
M
(U) ¸ ¦0¦ rispetto alla relazione di equivalenza (f, g) ∼ (f
t
, g
t
) se fg
t
−gf
t
= 0.
Allora M
t
M
` e un prefascio di O
M
-moduli (che non ` e in genere un fascio perch` e non
soddisfa S2).
DEFINIZIONE 2.12. Sia T un (pre)fascio su X spazio topologico. Sia U ⊂ X un aperto.
Allora si denota T[
U
il (pre)fascio restrizione di T a U definito da T[
U
(V ) := T(V ) per ogni
aperto V ⊂ U.
DEFINIZIONE 2.13. Sia M una variet` a e sia 1un fascio di anelli commutativo con unit` a su
M. Sia m ∈ N. Il fascio
τ(M) ¸ U → 1
m
(U) := 1(U) ⊕. . . 1(U)
. ¸¸ .
m
` e un fascio di 1-moduli.
Se T ` e un fascio su M che ` e isomorfo come fascio di 1-moduli a 1
m
, si dice che T ` e un
fascio 1-libero di rango m.
Un fascio di 1-moduli T si dice localmente libero di rango m se per ogni z ∈ M esiste un
aperto U ¸ z tale che T[
U
` e 1[
U
-libero di rango m.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
2. PREFASCI E FASCI 97
I fasci localmente liberi sono essenzialmente fibrati vettoriali:
PROPOSIZIONE 2.14. Sia M una variet` a reale. Sia E un fibrato vettoriale reale di rango
r su M. Allora si definisce il fascio delle sezioni C

c associando ad un aperto U le sezioni
liscie di E su tale aperto. Il fascio c ` e un fascio di C

M
-moduli localmente libero di rango r.
Viceversa ad ogni fascio c di C

M
–moduli localmente libero di rango r si associa un fibrato
vettoriale reale di rango r su M di cui c ` e il fascio delle sezioni.
La corrispondenza sopra costruita ` e univoca a meno di isomorfismi, ovvero, se i fibrati
vettoriali reali E, E
t
sono isomorfi, allora i fasci delle loro sezioni sono isomorfi e viceversa.
DIMOSTRAZIONE. Chiaramente c ` e un fascio. Per verificare che ` e localmente libero,
scegliamo un atlante ¦U
α
, ϕ
α
¦ di M che trivializza E. Poniamo v
α
j
(x) := ϕ
−1
α
(x, e
j
) con
¦e
1
, . . . , e
r
¦ la base canonica di R
r
. Abbiamo che c[
U
α
· (C

M
)
r
[
U
α
grazie alla mappa che ad
s ∈ c(V ), con V ⊂ U
α
, con s(x) =

a
j
(x)v
j
(x) associa (a
1
(x), . . . , a
r
(x)) ∈ C

M
(V )
r
.
Viceversa, se c ` e un fascio di C

M
-moduli localmente libero, esiste un ricoprimento ¦U
α
¦ di
M tale che c[
U
α
` e libero. Ovvero, esiste un isomorfismo ϕ
α
di fasci di (C

M
)[
U
α
-moduli
ϕ
α
: c[
U
α
→ (C

M
)
r
[
U
α
.
Se e
j
= (0, . . . , 1, 0, . . . 0) con 1 nella j-ma posizione, poniamo v
α
j
:= ϕ
−1
α
[
U
α
(e
j
). Allora per
ogni aperto V ⊂ U
α
le restrizioni di v
α
1
, . . . , v
α
r
a V generano c(V ) su C

M
(V ). Dunque, se
U
α
∩ U
β
,= ∅, esistono delle funzioni liscie M
αβ
: U
α
∩ U
β
→ GL(r, R) tali che
v
j
α
=
r

k=1
M
jk
αβ
v
k
β
.
Si verifica facilmente che ¦M
αβ
¦ verificano le identit` a di cociclo e dunque definiscono (a meno
di isomorfimi) un fibrato vettoriale F su M. Il fascio c ` e allora il fascio delle sezioni del fibrato
E := F

(e non di F! Questo perch` e le matrici M
αβ
sono le matrici di cambiamento di base
dei vettori e non delle coordinate che sono invece
t
M
−1
αβ
).
L’univocit` a della corrispondenza ` e lasciata come esercizio.
Una analoga corrispondenza vale tra fibrati vettoriali olomorfi su una variet` a complessa M
e fasci di O
M
-moduli localmente liberi.
OSSERVAZIONE 2.15. Si presti attenzione che, per quanto visto nella dimostrazione prece-
dente, se E ` e un fibrato vettoriale di rango k con funzioni di transizione ¦g
ij
αβ
¦
i,j=1,...,k
e
¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦ sono basi locali di E su U
α
, risulta
e
β
j
=

g
ij
αβ
e
α
i
.
DEFINIZIONE 2.16. Sia T un prefascio su uno spazio topologico X. Sia x ∈ X. L’insieme
τ
x
(X) degli aperti U di X che contengono x ` e un insieme di indici parzialmente ordinato
filtrante quando si ponga U ≤ V se V ⊆ U per U, V ∈ τ
x
(X). Allora ¦T(U)¦
U∈τ
x
(X)
` e un
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
98 4. FASCI E COOMOLOGIA
sistema diretto di Z-moduli e si pu` o definire il limite diretto
T
x
:= lim
−→
T(U).
In altri termini, gli elementi di T
x
sono classi di equivalenza [a] dove a ∈ T(U) per qualche
aperto U ¸ x e b ∈ [a] se esiste V aperto tale che x ∈ V , b ∈ T(V ) e r
U,W
(a) = r
U,W
(b)
qualche aperto W ∈ τ
x
(X) tale che W ⊆ U ∩ V . La classe [a] si denota con a
x
.
T
x
si dice la fibra (o la spiga) di T su x.
Per quanto visto sui limiti diretti, se T ` e un prefascio di moduli su un anello R fissato
(rispettivamente un prefascio di anelli), allora T
x
` e un R-modulo (rispettivamente un anello).
OSSERVAZIONE 2.17. Sia h : T → ( un morfismo di prefasci. Allora, passando al limite
diretto, per ogni x ∈ X si definisce un morfismo di Z-moduli (o di anelli se i prefasci sono
prefasci di anelli)
h
x
: T
x
→ (
x
.
Dalla definizione segue che h
x
` e dato tramite h
x
(a
x
) := (h
U
(a))
x
, se a
x
ha un rappresentante
a ∈ T(U).
TEOREMA 2.18. Sia X uno spazio topologico e siano T, ( due fasci su X. Sia h : T → (
un morfismo di fasci.
(1) h ` e iniettivo se e solo se h
x
: T
x
→ (
x
` e iniettivo per ogni x ∈ X.
(2) h ` e un isomorfismo se e solo se h
x
: T
x
→ (
x
` e un isomorfismo per ogni x ∈ X.
ESEMPIO 2.19. Per le propriet` a dei limiti diretti, per ogni U ⊆ X aperto, h
U
: T(U) →
((U) ` e suriettivo allora h
x
: T
x
→ (
x
` e suriettivo, ma il viceversa non ` e vero. Si consideri
infatti X = C, e il morfismo di fasci

∂z
: O
C
→ O
C
.
`
E ben noto che per ogni insieme
semplicemente connesso U ⊂ C ogni funzione olomorfa f ∈ O
C
(U) ammette una primitiva,
ovvero

∂z
[
U
: O
C
(U) → O
C
(U)
` e suriettivo. Di conseguenza, poich´ e ogni punto ha un sistema fondamentale di intorni sem-
plicemente connessi, per ogni x ∈ C risulta

∂z
[
x
: O
C,x
→ O
C,x
suriettivo. Per` o

∂z
[
C\¡0¦
:
O
C
(C¸ ¦0¦) → O
C
(C¸ ¦0¦) non ` e suriettivo, dato che f(z) = 1/z ∈ O
C
(C¸ ¦0¦) non ha una
primitiva in C ¸ ¦0¦ (essendo
_
[z[=1
f(z)dz = 2πi).
DIMOSTRAZIONE TEOREMA 2.18. (1) Per le propriet` a dei limiti diretti, se h
U
` e iniettiva
per ogni aperto U, allora h
x
` e iniettiva.
Viceversa, supponiamo che h
x
sia iniettiva per ogni x ∈ X. Supponiamo U ⊂ X un aperto
e a, b ∈ T(U) tali che h
U
(a) = h
U
(b). Allora per ogni x ∈ X risulta h
x
(a
x
) = h
x
(b
x
). Essendo
h
x
iniettiva, risulta a
x
= b
x
per ogni x ∈ X. Dunque esiste un ricoprimento ¦U
j
¦ di U tale che
r
UU
j
(a) = r
UU
j
(b). Essendo T un fascio, per S1 si ha a = b e dunque h
U
` e iniettiva, ovvero h
` e iniettiva.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
2. PREFASCI E FASCI 99
(2) Per le propriet` a dei limiti diretti, se h
U
` e un isomorfismo per ogni aperto U, allora h
x
` e
un isomorfismo per ogni x ∈ X.
Viceversa, supponiamo h
x
: T
x
→ (
x
isomorfismo per ogni x ∈ X. Per (1) per ogni aperto
U ⊂ X risulta h
U
: T(U) → ((U) iniettivo. Dobbiamo provare che h
U
` e suriettiva per ogni
aperto U ⊂ X. Sia b ∈ ((U). Per ipotesi per ogni x ∈ X esiste a
x
∈ T
x
tale che h
x
(a
x
) = b
x
.
Dunque esiste un ricoprimento ¦U
j
¦ di U e a
j
∈ T(U
j
) tali che h
U
j
(a
j
) = r
UU
j
(b). Essendo
h iniettiva, risulta r
U
j
,U
j
∩U
i
(a
j
) = r
U
i
,U
j
∩U
i
(a
i
) per ogni U
j
∩ U
i
,= ∅. Pertanto essendo T un
fascio, per S2, esiste a ∈ T(U) tale che r
UU
j
(a) = a
j
. Poich` e r
UU
j
(h
U
(a)) = h
U
j
(a
j
) =
r
UU
j
(b), essendo ( un fascio, per S1 risulta h
U
(a) = b.
TEOREMA 2.20. Sia T un prefascio su X. Allora esiste un fascio T
+
e un morfismo di
prefasci θ : T → T
+
tale che per ogni morfismo ϕ : T → ( con ( fascio su X esiste
ϕ
+
: T
+
→ ( morfismo di fasci tale che ϕ = ϕ
+
◦ θ. Inoltre (T
+
, θ) ` e unico a meno di
isomorfismi e, per ogni x ∈ X, θ
x
: T
x
→ T
+
x
` e l’identit` a.
DIMOSTRAZIONE. Per U ∈ τ(X) definiamo
T
+
(U) := ¦f : U →
_
x∈U
T
x
: f(x) ∈ T
x
, ∀x ∈ U, ∃V ¸ x, g ∈ T(V ) : g
y
= f(y)∀y ∈ V ¦.
Proviamo che T
+
` e un fascio su X con restrizione definita da
r
UV
(f) = f[
V
f ∈ T
+
(U).
Chiaramente T
+
` e un prefascio. Resta da verficare che gode delle propriet` a S1 e S2. Ma sono
entrambe ovvie (esercizio).
Il morfismo θ : T → T
+
lo si definisce tramite
θ : T(U) ¸ f → f
+
∈ T
+
(U),
dove
f
+
(x) := f
x
∈ T
x
.
Dalla definizione segue subito che θ
x
= id.
Sia ora ϕ : T → ( un morfismo, con ( un fascio su X. Definiamo ϕ
+
: T
+
→ ( nel modo
seguente: se f ∈ T
+
(U), esiste un ricoprimento ¦V
j
¦
j∈U
di U e sezioni a
j
∈ T(V
j
) tali che
f(y) = a
j,y
per ogni y ∈ V
j
. Poich´ e
r
V
j
,V
j
∩V
k

V
j
(a
j
)) = r
V
k
,V
j
∩V
k

V
k
(a
k
)) ∀j, k
ed essendo ( un fascio, esiste una sezione di ((U), che chiamiamo ϕ
+
U
(f) tale che r
UV
j

+
U
(f)) =
ϕ
V
j
(a
j
) per ogni j. Inoltre
ϕ
+
U
◦ θ
U
(f) = ϕ
U
(f) f ∈ T(U)
infatti θ
U
(f) = f
+
e ϕ
+
U
(f
+
) ` e dato dal rincollamento delle sezioni ¦ϕ
V
j
(a
j
)¦ dove possiamo
prendere a
j
:= f per ogni j. Pertanto ϕ
+
U
(f
+
) = ϕ
U
(f).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
100 4. FASCI E COOMOLOGIA
Infine, per l’unicit` a, se (
˜
T
+
,
˜
θ) ` e un altro fascio con le stesse propriet` a, sono definite
˜
θ
+
:
˜
T
+
→ T
+
e θ
+
: T
+

˜
T
+
tali che θ
+

˜
θ = θ e
˜
θ
+
◦ θ =
˜
θ, dunque
θ
+

˜
θ
+
◦ θ = θ,
ora, poich´ e θ
x
= id
x
, risulta che θ
+
` e un isomorfismo sulle fibre e dunque e’ un isomorfismo di
fasci per il Teorema 2.18.
DEFINIZIONE 2.21. Se T ` e un prefascio il fascio T
+
si dice il fascio associato ad T.
OSSERVAZIONE 2.22. Se T ` e un fascio, allora T
+
` e isomorfo a T tramite θ (poich´ e θ ` e un
isomorfismo sulle fibre).
ESEMPIO 2.23. (1) Il fascio 1

C,loc
` e il fascio le cui sezioni sono funzioni olomorfe
localmente limitate.
`
E il fascio associato al prefascio 1

C
.
(2) Se M ` e una variet` a complessa, il fascio delle funzioni meromorfe /
M
` e il fascio
associato al prefascio /
t
M
definito in precedenza. Si noti che una sezione globale di
/
M
(M) (quella che si dice una “funzione meromorfa”) ` e il dato di un ricoprimento
¦U
j
¦ di M e di sezioni f
j
/g
j
∈ /
t
M
(U
j
).
(3) Il prefascio L
1
R
definito associando ad un aperto U le funzioni sommabili secondo
Lebesgue su U, ha come fascio associato il fascio delle funzioni L
1
R,loc
, ovvero funzioni
localmente sommabili.
DEFINIZIONE 2.24. Sia X uno spazio topologico e sia ( un fascio su X. Se T ` e un sotto-
fascio di (, se definisce il fascio quoziente (/T come il fascio associato al prefascio 1
t
definito
su un aperto U tramite 1
t
(U) := ((U)/T(U).
OSSERVAZIONE 2.25. Poich´ e il limite diretto ` e un funtore esatto, passando al limite diretto
per U ∈ τ
x
(X) nella successione esatta di Z-moduli
0 → T(U) → ((U) → ((U)/T(U) → 0,
si ha che ((/T)
x
= (
x
/T
x
.
3. Successioni esatte di fasci
Siano T e ( due fasci (di Z-moduli o di anelli o di spazi vettoriali) su uno spazio topologico
X. Sia ϕ : T → ( un morfismo di fasci.
DEFINIZIONE 3.1. Il nucleo Ker(ϕ) ` e il prefascio su X definito da
Ker(ϕ)(U) := Ker(ϕ
U
) U ∈ τ(X).
L’immagine Im
t
(ϕ) ` e il prefascio su X definito da
Im
t
(ϕ)(U) := Im(ϕ
U
) U ∈ τ(X).
OSSERVAZIONE 3.2. Poich´ e Ker(ϕ) ` e un sottoprefascio di T e Im
t
(ϕ) ` e un sottoprefascio
di (, per entrambi vale la propriet` a S1.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
3. SUCCESSIONI ESATTE DI FASCI 101
ESEMPIO 3.3. Sia

∂z
: O
C
→ O
C
il morfismo di fasci definito nell’Esempio 2.19. Allora
1
z
,∈ Im(

∂z
[
U
) con U = C ¸ ¦0¦. Sia log z il logaritmo definito su U
1
= C ¸ (−∞, 0]. Allora
∂ log z
∂z
= 1/z. Se log
t
z, ` e il logaritmo definito in U
2
= C¸ [0, +∞) si ha
∂ log

z
∂z
= 1/z. Pertanto
risulta 1/z ∈ Im(

∂z
[
U
1
) e 1/z ∈ Im(

∂z
[
U
2
), ma non esiste una sezione di Im
t
(

∂z
) su U la cui
restrizione ad U
1
e ad U
2
sia 1/z. Dunque Im
t
(

∂z
) non soddisfa S2.
PROPOSIZIONE 3.4. Ker(ϕ) ` e un fascio e (Ker(ϕ))
x
= Ker(ϕ
x
) per ogni x ∈ X.
DIMOSTRAZIONE. Occorre solo verificare S2. Sia ¦U
j
¦ un ricoprimento di U, aperto in
M, e siano f
j
∈ Ker(ϕ)(U
j
) sezioni tali che r
U
j
,U
j
∩U
i
(f
j
) = r
U
i
,U
j
∩U
i
(f
i
) per ogni i, j. Poich` e
T ` e un fascio, esiste f ∈ T(U) tale che r
UU
j
(f) = f
j
. D’altra parte per ogni j si ha
r
UU
j

U
(f)) = ϕ
U
j
(r
UU
j
(f)) = ϕ
U
j
(f
j
) = 0,
poich` e ( ` e un fascio risulta ϕ
U
(f) = 0 come volevasi, ovvero, f ∈ Ker(ϕ)(U).
La seconda asserzione segue subito dalla definizione.
DEFINIZIONE 3.5. Siano T e ( due fasci su uno spazio topologico X. Sia ϕ : T → ( un
morfismo di fasci. Il fascio immagine Im(ϕ) ` e il fascio associato al prefascio Im
t
(ϕ), ovvero,
Im(ϕ) = (Im
t
(ϕ))
+
.
OSSERVAZIONE 3.6. Si osservi che (Im(ϕ))
x
= (Im
t
(ϕ))
x
= Im(ϕ
x
).
OSSERVAZIONE 3.7. Sia ϕ : T → ( un morfismo di fasci. Si osservi che l’immersione
i : Im
t
(ϕ) → ( rende Im
t
(ϕ) un sotto-prefascio di ( e dunque determina una immersione
i
+
: Im(ϕ) → ( che rende Im(ϕ) un sotto-fascio di (. Per definizione di i
+
, segue che g ∈ ((U)
sta in Im(ϕ)(U) se e solo se esiste un ricoprimento ¦U
j
¦ di U e sezioni f
j
∈ T(U
j
) tali che
ϕ
U
j
(f
j
) = r
UU
j
(g) per ogni j.
DEFINIZIONE 3.8. Siano T e ( due fasci su uno spazio topologico X. Sia ϕ : T → ( un
morfismo di fasci. ϕ ` e suriettivo se Im(ϕ) = (.
OSSERVAZIONE 3.9. Se ϕ ` e suriettivo non vuol dire che ϕ
U
: T(U) → ((U) ` e suriettivo
per ogni aperto U. Significa che per ogni aperto U e per ogni g ∈ ((U), esiste un ricoprimento
¦U
j
¦ di U e f
j
∈ T(U
j
) tali che ϕ
U
j
(f
j
) = r
UU
j
(g) per ogni j.
DEFINIZIONE 3.10. Siano T, (, 1 tre fasci su uno spazio topologico X. Siano ϕ : T → (
e φ : ( → 1 due morfimi di fasci. La successione
T
ϕ
−→ (
φ
−→ 1
` e esatta se Im(ϕ) = Ker(φ).
OSSERVAZIONE 3.11. In particolare, se ϕ : T → ( ` e un morfismo di fasci, posto i :
Ker(ϕ) → T il morfismo immersione, la successione
Ker(ϕ)
i
−→ T
ϕ
−→ (
` e esatta.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
102 4. FASCI E COOMOLOGIA
PROPOSIZIONE 3.12. Siano T, (, 1 tre fasci su uno spazio topologico X. Siano ϕ : T →
( e φ : ( → 1 due morfimi di fasci. Allora T
ϕ
→ (
φ
→ 1 ` e esatta se e solo se per ogni x ∈ X
la successione T
x
ϕ
x
→ (
x
φ
x
→ 1
x
` e esatta.
DIMOSTRAZIONE. Una direzione segue dal fatto che il limite diretto trasforma successioni
esatte in successioni esatte.
Viceversa, sia U un aperto di X e sia g ∈ Im(ϕ)(U). Allora esiste un ricoprimento ¦U
j
¦ di
U e f
j
∈ T(U
j
) tali che ϕ
U
j
(f
j
) = r
UU
j
(g). Per ipotesi dunque φ
x
(g
x
) = 0 e dunque, a meno
di restringere U
j
, abbiamo φ
U
j
(r
UU
j
(g)) = 0. Pertanto r
UU
j

U
(g)) = 0 e dunque, essendo 1
un fascio, risulta φ
U
(g) = 0. Questo prova che Im(ϕ) ⊂ Ker(φ).
Sia ora g ∈ Ker(φ). Allora per ogni x ∈ U risulta φ
x
(g
x
) = 0 e dunque per ipotesi esiste
f
x
∈ T
x
tale che ϕ
x
(f
x
) = g
x
. Dunque esiste un ricoprimento ¦U
j
¦ di U e sezioni f
j
∈ T(U
j
)
tali che ϕ
U
j
(f
j
) = r
UU
j
(g). Ovvero g ∈ Im(ϕ), questo prova che Ker(φ) ⊂ Im(ϕ).
OSSERVAZIONE 3.13. Se poniamo 1 = 0 nella proposizione precedente, risulta che ϕ :
T → ( ` e suriettivo come morfismo di fasci se e solo se ϕ
x
: T
x
→ (
x
` e suriettivo per ogni
x ∈ X.
La successione
0 −→ T
ϕ
−→ (
φ
−→ 1 −→ 0
si dice un successione esatta corta di fasci se ϕ ` e iniettivo, φ ` e suriettivo (come morfismi di
fasci) e Im(ϕ) = Ker(φ).
OSSERVAZIONE 3.14. Se T ` e un sottofascio di un fascio di gruppi abeliani (, si ha una
successione esatta corta di fasci
0 −→ T−→(−→T/( −→ 0.
Infatti, poich´ e (T/()
x
= T
x
/(
x
e la successione ` e esatta a livello di fibre, la successione ` e
esatta a livello di fasci per la Proposizione 3.12.
PROPOSIZIONE 3.15. Sia 0 → T
ϕ
−→ (
φ
−→ 1 → 0 una successione esatta di fasci di
Z-moduli su X. Allora per ogni aperto U ⊂ X la successione di Z-moduli
0 −→ T(U)
ϕ
U
−→ ((U)
φ
U
−→ 1(U)
` e esatta.
DIMOSTRAZIONE. Sappiamo gi` a che T(U)
ϕ
U
−→ ((U) ` e iniettiva.
`
E chiaro che Imϕ
U

ker φ
U
. Sia ora v ∈ ker φ
U
. Poich´ e Imϕ = ker φ, esiste un ricoprimento aperto ¦|
α
¦ di U e
w
α
∈ T(U
α
) tali che ϕ
U
α
(w
α
) = r
UU
α
(v) per ogni α. Per U
α
∩ U
β
,= ∅ si ha
ϕ
U
α
∩U
β
(r
U
α
U
α
∩U
β
(w
α
)) = r
U
α
U
α
∩U
β

U
α
(w
α
))
= r
U
α
U
α
∩U
β
(r
UU
α
(v)) = r
UU
α
∩U
β
(v)
= r
U
β
U
α
∩U
β
(r
UU
β
(v)) = r
U
β
U
α
∩U
β

U
β
(w
β
))
= ϕ
U
α
∩U
β
(r
U
β
U
α
∩U
β
(w
β
)).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
3. SUCCESSIONI ESATTE DI FASCI 103
Poich´ e ϕ
U
α
∩U
β
` e iniettiva, risulta r
U
α
U
α
∩U
β
(w
α
) = r
U
β
U
α
∩U
β
(w
β
), ed essendo T un fascio, esiste
w ∈ T(U) tale che r
UU
α
(w) = w
α
per ogni α.
Asseriamo che ϕ
U
(w) = v. Infatti per ogni α si ha
r
UU
α

U
(w)) = ϕ
U
α
(r
UU
α
(w)) = ϕ
U
α
(w
α
) = r
UU
α
(v),
ed essendo ( un fascio, risulta ϕ
U
(w) = v, provando che ker φ
U
⊂ Imϕ
U
.
3.1. La successione esponenziale. Sia M una variet` a complessa. Sia Z
M
il fascio delle
funzioni continue su M a valori intere (dunque localmente costanti), visto come fascio di gruppi
abeliani rispetto alla somma di funzioni. Sia O
M
il fascio di struttura di M, visto come fascio
di gruppi abeliani rispetto alla somma di funzioni. Sia poi O

M
il fascio definito da
O

M
(U) = ¦f : U →C

olomorfa¦
visto come fascio di gruppi abeliani rispetto alla moltiplicazione di funzioni.
Il morfismo di immersione ι : Z
M
→ O
M
definito sull’aperto U ⊂ M tramite ι
U
:
Z
M
(U) → O
M
(U), ι(c) := c, ` e un morfismo iniettivo di fasci di gruppi abeliani rispetto
alla somma.
Definiamo poi exp : O
M
→ O

M
sull’aperto U ⊂ M tramite
exp
U
(f) := exp(2πif) ∀f ∈ O
M
(U).
Si osserva che exp ` e un morfismo di fasci (O
M
ha la struttura di fascio di gruppi abeliani rispetto
alla somma e O

M
ha la struttura di fascio di gruppi abeliani rispetto al prodotto).
PROPOSIZIONE 3.16. Sia M una variet ` a complessa. La successione di fasci di gruppi
abeliani, detta successione esponenziale,
0 −→Z
M
ι
−→ O
M
exp
−→ O

M
−→ 0
` e esatta.
DIMOSTRAZIONE. Per quanto visto in precedenza basta provare che per ogni x ∈ M la
successione
0 −→Z
M,x
ι
x
−→ O
M,x
exp
x
−→ O

M,x
−→ 0
` e esatta. Ora, ` e ovvio che ι ` e iniettivo. Inoltre, Im(ι)
x
= ¦(z → c)¦ per c ∈ Z. Poich´ e
exp(2πic) = 1 (e 1 ` e l’elemento neutro in O

M,x
) si ha Imι
x
⊂ Ker exp
x
. Viceversa, se
exp
x
(f
x
) = 1, esiste un intorno U di x, che possiamo supporre connesso, e f ∈ O
M
(U) tale
che f rappresenta il germe f
x
e exp
U
(f) ≡ 1. Dunque f ≡ c ∈ Z e quindi Ker exp
x
= Imι
x
per ogni x ∈ M.
Proviamo che exp
x
: O
M,x
→ O

M,x
` e suriettiva per ogni x ∈ M. Sia f
x
∈ O

M,x
. Allora
esiste un intorno U di x che possiamo prendere semplicemente connesso e f ∈ O

M
(U) tale che
f
x
` e il germe in x di f. Poich´ e f(y) ,= 0 per ogni y ∈ U ed U ` e semplicemente connesso, esiste
log f ∈ O
M
(U). Poniamo g(z) =
f(z)
2πi
e si ha exp
x
g
x
= f
x
, dunque exp
x
` e suriettiva.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
104 4. FASCI E COOMOLOGIA
OSSERVAZIONE 3.17. La stessa costruzione precedente vale per il fascio delle funzioni C

M
a valori complessi, ovvero si ha la successione esatta
0 −→Z
M
ι
−→ C

M
exp
−→ (C

M
)

−→ 0.
3.2. Fasci di ideali e sottovariet` a (singolari). Sia M una variet` a complessa con fascio di
struttura O
M
. Sia J un sottofascio di ideali di O
M
. Ovvero, per ogni U, J(U) ⊆ O
M
(U) ` e un
ideale. Supponiamo che J sia localmente finitamente generato
1
, ovvero, per ogni x ∈ M esiste
un aperto U contenente x e q ∈ N tale che la successione di O
M
-moduli
O
⊕q
M
[
U
→ J[
U
→ 0
` e esatta. Al variare di x ∈ M si definisce
V (J) := ¦p ∈ M : f(p) = 0 ∀f ∈ J
x
¦.
Poich´ e J ` e localmente di tipo finito, per ogni x ∈ M esistono ¦f
1
, . . . , f
q
¦ funzioni olomorfe
definite in un intorno U di x tali che
V (J) ∩ U = ¦p ∈ U : f
1
(p) = . . . = f
q
(p) = 0¦.
L’insieme V (J) si dice il supporto di J ed ` e una sottovariet` a analitica (singolare) di M, ovvero
un sottoinsieme di M localmente definito come luogo di zeri di un numero finito di funzioni
olomorfe. Ad esempio, se S ` e una sottovariet` a regolare di M, si pu` o definire J
S
(U) := ¦f ∈
O
M
(U) : f[
S
≡ 0¦ e risulta V (J
S
) = S (lo si vede facilmente passando a coordinate locali
adattate ad S).
Si ha allora la successione esatta di O
M
-moduli
0 → J → O
M
→ O
V (7)
→ 0,
dove O
V (7)
:= O
M
/J
S
. Il fascio O
V (7)
ha una naturale struttura di anello ed ` e il fascio di
struttura di V (J), ovvero ` e il fascio delle funzioni olomorfe “definite” su V (J).
Nel caso in cui S sia una sottovariet` a regolare, il fascio di ideali J
S
` e un fascio di ideali primi.
In generale per` o J pu` o non essere un fascio di ideali primi anche se V (J) ` e una sottovariet` a
regolare. Ad esempio, in C
2
con coordinate (z, w) si pu` o considerare il fascio J generato da z
2
.
Allora V (J) = ¦(z, w) : z = 0¦ ma J non ` e primo.
3.3. fascio dei divisori. Sia M una variet` a complessa e sia M

M
il gruppo moltiplicativo del
fascio di campi M
M
(fascio delle funzioni meromorfe)—ovvero M

M
= M
M
¸ ¦0¦. Dunque si
ha una immersione di fasci di gruppi moltiplicativi O

M
→M

M
. Il quoziente D
M
:= M

M
/O

M
si dice il fascio dei divisori su M. La successione
0 −→ O

M
−→M

M
−→D
M
−→ 0
` e esatta.
1
questa ipotesi ` e superflua poich´ e per il Teorema di Oka ogni fascio di ideali di O
M
` e coerente, quindi in
particolare finitamente generato
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
3. SUCCESSIONI ESATTE DI FASCI 105
Una sezione globale di D
M
si dice un divisore di Cartier di M. Sia D ∈ D
M
(M). Allora per
definizione esiste un ricoprimento ¦U
α
¦ di M e “funzioni meromorfe”
f
α
g
α
∈ M

M
(U
α
) (ovvero
tali che f
α
,≡ 0 in U
α
) tali che D(y) = [
f
α
g
α
]
y
per ogni y ∈ U
α
, dove [
f
α
g
α
] ∈ M

M
(U
α
)/O

M
(U
α
).
Pertanto, su U
α
∩ U
β
,= ∅ esistono f
αβ
∈ O

M
(U
α
∩ U
β
) tali che
f
α
g
α
= f
αβ
f
β
g
β
.
Le funzioni ¦f
αβ
¦ soddisfano le identit` a di cociclo e determinano pertanto un fibrato lineare
olomorfo O(D) come nella Sezione 8.2 del Capitolo 2.
Sia ora dato un divisore D definito da ¦[
f
α
g
α
]¦, sia V
+
= ¦z ∈ M : z ∈ U
α
, f
α
(z) = 0¦
e sia V

= ¦z ∈ M : z ∈ U
α
, g
α
(z) = 0¦. Queste sono ben definite perch` e su U
α
∩ U
β
le
funzioni che definiscono D sono uguali a meno di una funzione olomorfa mai nulla. Allora
V
+
` e una ipersuperficie (con singolarit` a) unione di componenti irriducibili che chiamiamo V
+
j
(finite se M ` e compatta) e similmente per V

. Sia J
V
+
j
l’ideale delle funzioni olomorfe che si
annullano identicamente su V
+
j
. Allora se z ∈ V
+
j
∩ U
α
e f
α
(z) = 0, si ha (f
α
)
z
∈ J
m
j
V
+
j
,z
ma
(f
α
)
z
,∈ J
m
j
+1
V
+
j
,z
per qualche m
j
≥ 1. Il numero m
j
non dipende da z ∈ V
+
j
. Similmente per V

j
(dove prendiamo −m
j
con m
j
≤ −1 al posto di m
j
). Pertanto si scrive la somma formale (se
` e infinita) D =

m
j
V
j
, dove m
j
> 0 su V
+
e m
j
< 0 su V

. Essendo D
M
(M) un gruppo
abeliano rispetto alla somma, se M ` e compatto, risultano V
j
∈ D
M
(M) e D =

N
j=1
m
j
V
j
in
D(M).
Un divisore di Cartier definito da ¦[
f
α
g
α
]¦ si dice effettivo se g
α
(x) ,= 0 per ogni x ∈ U
α
e
per ogni α, ovvero se D ` e definito (localmente) come il luogo di zeri di funzioni olomorfe su
M, ovvero anche se D =

m
j
V
j
con m
j
> 0 e V
j
ipersuperfici irriducibili.
Se M ` e una superficie di Riemann, ovvero una variet` a complessa di dimensione uno, un
divisore di Cartier ` e determinato da una serie formale


j=1
a
j
p
j
, dove ¦p
j
¦ ` e una successione
discreta di punti in M e a
j
∈ Z (in particolare se M ` e compatta, risulta a
j
= 0 tranne un numero
finito di valori). Infatti, se ¦[
f
α
g
α
]¦ determina il divisore D, si determinano i punti p
2j
come gli
zeri di f
α
e a
2j
la loro molteplicit` a, e i punti p
2j+1
come gli zeri di g
α
e −a
2j+1
come la loro
molteplicit` a.
3.4. Il complesso di de Rham. Sia M una variet` a reale di dimensione n. Il fascio delle
sezioni del fibrato
_
p
M :=
_
p
(TM

) lo denotiamo C
∞,p
M
. Le sezioni globali di tale fascio le
abbiamo denotate con Ω
p
M
, ovvero Ω
p
M
:= C
∞,p
(M). Sia x ∈ M. Se U ` e un intorno stellato
contenente x, per il Lemma di Poincar´ e la successione di gruppi
0 →R
M
(U) → C

M
(U)
d
→ C
∞,1
M
(U)
d
→ . . . → C
∞,n
M
(U) → 0
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
106 4. FASCI E COOMOLOGIA
` e esatta. Poich´ e gli intorni stellati di un punto formano un sistema fondamentale di intorni,
risulta che per ogni x la successione di gruppi
0 →R
M,x
→ C

M,x
d
→ C
∞,1
M,x
d
→ . . . → C
∞,n
M,x
→ 0
` e esatta. Dunque la successione di fasci di gruppi abeliani
0 →R
M
→ C

M
d
→ C
∞,1
M
d
→ . . . → C
∞,n
M
→ 0
` e esatta. Tale successione di chiama il complesso di fasci di de Rham.
4. Morfismi di fibrati vettoriali e di fasci localmente liberi
Sia M una variet` a complessa (tutte le considerazioni qui fatte valgono anche per variet` a
reali, ove si sostituisca C

M
a O
M
). Siano E, F due fibrati vettoriali e sia ϕ : E → F un
morfismo di fibrati vettoriali. Si definisce allora un morfismo di fasci di O
M
-moduli ¯ ϕ : c → T
nel modo seguente: se f ∈ c(U) allora f : U → E ` e una sezione e ϕ ◦ f ` e una sezione di F su
U, ovvero ¯ ϕ
U
(f) := ϕ ◦ f ∈ T(U).
LEMMA 4.1. Se ϕ : E → F ` e iniettivo, allora ¯ ϕ : c → T ` e iniettivo. Se ϕ : E → F ` e
suriettivo, allora ¯ ϕ : c → T ` e suriettivo.
DIMOSTRAZIONE. Basta provare il corrispondente risultato per ogni x ∈ M. Supponiamo
prima ϕ iniettivo. Dunque se ¯ ϕ
x
: c
x
→ T
x
` e tale che ¯ ϕ
x
(f
x
) = 0, allora esiste un intorno
U ¸ x e f ∈ c(U) tale che ¯ ϕ(f) = 0, ovvero, per definizione, ¯ ϕ(f) = ϕ ◦ f : U → F ` e
la sezione nulla. Dunque per ogni y ∈ U si ha ϕ(y)f(y) = 0, essendo ϕ(y) iniettiva, si ha
f(y) = 0 per ogni y ∈ U, ovvero f
x
= 0.
Sia ora ϕ suriettiva. Sia g
x
∈ T
x
. Sia U una carta trivializzante per E e F che contiene
x. A meno di restringere U, si pu` o supporre che esista g ∈ T(U) tale che g
x
sia il germe di
g in x. Passando a coordinate locali, si pu` o scrivere su U, ϕ : (y, v) → (y, A(y)v) dove v
` e un vettore e A una matrice con coefficienti olomorfi, suriettiva per ipotesi. Se in tali carte,
g(y) = (y, w(y)) ∈ U C
k
, si ha che l’equazione A(y)v = w(y) ha una soluzione olomorfa
y → v(y) in un intorno di x. Dunque esiste un intorno V di x e una sezione f ∈ c(V ) tale che
¯ ϕ
V
(f) = g
V
e pertanto ¯ ϕ
x
(f
x
) = g
x
e ¯ ϕ ` e suriettiva.
In particolare, se
0 → E → F → G → 0
` e una successione esatta di fibrati vettoriali, allora
0 → c → T → ( → 0
` e una successione esatta di fasci di O
M
-moduli localmente liberi.
Vediamo ora cosa accade se ¯ ϕ : c → T ` e un morfismo di fasci di O
M
-moduli local-
mente liberi, ovvero fasci di sezioni olomorfe dei fibrati olomorfi E ed F rispettivamente. Sia
/
x
l’ideale massimale in O
M,x
dato dai germi f
x
tali che la valutazione f
x
(x) = 0. Allora
c
x
//
x
c
x
` e uno spazio vettoriale finito dimensionale su C = O
M,x
//
x
. Se f ∈ c(U), allora
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
4. MORFISMI DI FIBRATI VETTORIALI E DI FASCI LOCALMENTE LIBERI 107
la sua valutazione f
x
(x) ∈ E
x
, dunque E
x
= c
x
//
x
c
x
. Si definisce pertanto ϕ : E → F nel
modo seguente. Sia a ∈ E
x
. Dunque esiste un intorno U di x e f ∈ c(U) tali che a = [f
x
],
dove [f
x
] rappresenta la classe di f
x
in c
x
//
x
c
x
. Pertanto si definisce
(4.1) ϕ(x)a := [ ¯ ϕ
x
(f
x
)] ∈ T
x
//
x
T
x
= F
x
.
Si vede facilmente che ϕ ` e un morfismo di fibrati vettoriali complessi.
ESEMPIO 4.2. Se ¯ ϕ : c → T ` e un morfismo di fasci di O
M
-moduli iniettivo, ϕ : E → F
non ` e in genere iniettivo. Sia ¯ ϕ : O
C
→ O
C
definito da ¯ ϕ
U
(f) := zf per ogni f ∈ O
C
(U),
U ⊂ C aperto. Allora
0 −→ O
C
z
−→ O
C
` e iniettivo come morfismo di fasci. Il fibrato banale C C ` e il fibrato le cui sezioni sono O
C
(perch´ e ` e globalmente libero di rango 1). Il morfismo associato ϕ : C C →C C ` e definito
da
ϕ(z, v) := (z, zv),
dunque ϕ(0, v) = (0, 0), ovvero ϕ non ` e iniettivo in z = 0. Si noti che, posto Q := O
C
/zO
C
il
fascio (di O
C
-moduli) quoziente, la successione di fasci
0 −→ O
C
z
−→ O
C
−→ Q → 0
` e esatta, ma Q non ` e localmente libero. Infatti Q
z
= 0 per z ,= 0 e Q
0
= C.
PROPOSIZIONE 4.3. Sia ¯ ϕ : c → T un morfismo iniettivo di fasci di O
M
-moduli localmente
liberi. Sia Q := T/¯ ϕ(c). Sia x ∈ M. Allora ϕ(x) : E
x
→ F
x
` e iniettivo come morfismo di
fibrati vettoriali se e solo se Q
x
` e un O
M,x
-modulo libero.
DIMOSTRAZIONE. Se Q
x
` e libero, allora per la Proposizione 1.5 la successione esatta di
O
M,x
-moduli
0 → c
x
→ T
x
→ Q
x
→ 0
spezza. Per il Lemma 1.4 esiste un morfismo di O
M,x
-moduli
˜
h : T
x
→ c
x
tale che h◦ ¯ ϕ
x
= id.
Il morfismo
˜
h definisce una applicazione lineare h : E
x
= c
x
//
x
c
x
→ T
x
//
x
T
x
= F
x
che
verifica h ◦ ϕ(x) = id. Da cui segue che ϕ(x) ` e iniettiva.
Viceversa, se ϕ ` e iniettiva in x, lo ` e in un intorno U di x. Pertanto Im(ϕ[
U
) ` e un sottofibrato
di F[
U
e dunque F[
U
/Im(ϕ[
U
) ` e un fibrato vettoriale su U il cui fascio delle sezioni ` e Q[
U
, che
` e dunque localmente libero su U e in particolare Q
x
` e libero.
OSSERVAZIONE 4.4. Dalla (4.1) segue subito che se ¯ ϕ : c → T ` e un morfismo di fasci di
O
M
-moduli liberi suriettivo, allora ϕ : E → F ` e suriettivo come morfismo di fibrati vettoriali.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
108 4. FASCI E COOMOLOGIA
4.1. Spezzamento. Sia M una variet` a (reale o complessa). Sia 1 un fascio di anelli
commutativi con unit` a su M. Siano T, c, ( tre fasci di 1-moduli su M.
DEFINIZIONE 4.5. La successione esatta corta di fasci di 1-moduli
(4.2) 0 −→ T
α
−→ c
β
−→ ( −→ 0
spezza se esiste un morfismo di fasci di 1-moduli f : c → T tale che f ◦ α = id
T
.
Poich´ e il limite diretto ` e un funtore esatto e l’esattezza di una successione di 1-moduli ` e
equivalente all’esattezza su ciascuna fibra (Proposizione 3.12), per il Lemma 1.4 si ha:
LEMMA 4.6. Sono equivalenti:
(1) La successione (4.2) spezza.
(2) Esiste un morfismo di fasci di 1-moduli g : ( → c tale che β ◦ g = id
Ç
.
(3) Esiste un isomorfismo di fasci di 1-moduli ϕ : c → T ⊕( e il seguente diagramma ` e
commutativo:
0 −−−→ T
α
−−−→ c
β
−−−→ ( −−−→ 0
id
¸
¸
_
ϕ
¸
¸
_ id
¸
¸
_
0 −−−→ T
ι
−−−→ T ⊕(
π
−−−→ ( −−−→ 0
dove ι : T → T ⊕( ` e l’inclusione naturale e π : T ⊕( → ( ` e la proiezione naturale.
ESERCIZIO 4.7. Se ( ` e localmente 1-libero allora la successione esatta corta (4.2) spezza
localmente, ovvero esiste un ricoprimento ¦U
α
¦ di M tale che la restrizione della successione
ad ogni U
α
spezza.
Le stesse definizioni si possono dare ovviamente nel caso di fibrati vettoriali.
COROLLARIO 4.8. Siano F, E, G dei fibrati vettoriali su M. Se
0 → F → E → G → 0
` e una successione esatta corta di fibrati vettoriali allora spezza localmente, ovvero, esiste un
ricoprimento ¦U
j
¦ di M tale che
0 → F[
U
j
→ E[
U
j
→ G[
U
j
→ 0
spezza per ogni j.
DIMOSTRAZIONE. La successione esatta corta di fibrati vettoriali determina una succes-
sione esatta corta di fasci (delle sezioni dei fibrati) di 1-moduli localmente liberi (con 1 =
C

M
, O
M
a secondo della categoria). Per l’esercizio precedente la successione di fasci spezza
localmente e dunque spezza localmente la successione di fibrati.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
5. OPERAZIONI SUI FASCI 109
ESEMPIO 4.9. In generale, anche se ( ` e 1-libero la successione esatta corta (4.2) non
spezza (questo ` e conseguenza della nozione di “suriettivit` a” tra fasciche non implica suriettivit` a
a livello di sezioni globali). Infatti, si assuma che 0 → F → E → G → 0 sia una successione
esatta corta di fibrati vettoriali olomorfi con G di rango uno, che non spezza (come vedremo
questo ` e possibile solo nella categoria olomorfa). Tensoriziamo con G

. Allora si ottiene una
successione esatta corta 0 → F ⊗ G

→ E ⊗ G

→ G ⊗ G

→ 0 in cui l’ultimo fibrato ` e
banale, ovvero globalmente O
M
-libero. Se tale successione spezza, tensorizzando di nuovo con
G si ottiene che anche la successione iniziale spezza, contro l’ipotesi.
5. Operazioni sui fasci
In questa sezione 1 ` e un fascio di anelli commutativi con unit` a.
5.1. Somma diretta. Siano T, ( due fasci di 1-moduli su uno spazio topologico X. Al-
lora si definisce il fascio somma diretta T ⊕
1
( tramite
τ(X) ¸ U → T(U) ⊕
1(U)
((U).
Si verifica facilmente che T ⊕
1
( ` e un fascio di 1-moduli. Poich´ e il limite diretto commuta
con la somma diretta, si ha inoltre che per ogni x ∈ X,
(T ⊕
1
()
x
= T
x

1
x
(
x
.
Pertanto, se
0 → T → ( → 1 → 0
` e una successione esatta di 1-moduli, allora per ogni 1-modulo T la successione di 1-moduli
0 → T ⊕
1
T → ( ⊕
1
T → 1⊕
1
T → 0
` e esatta.
5.2. Hom. Siano T e ( due fasci di 1-moduli su uno spazio topologico X. Si definisce un
prefascio di 1-moduli 1om
1
(T, () tramite
τ(X) ¸ U → 1om
1
(T, ()(U) := 1om
1[
U
(T[
U
, ([
U
),
con mappe di restrizione date da
1om
1[
U
(T[
U
, ([
U
) ¸ ¦ϕ
W
¦
W∈τ(U)
→ ¦ϕ
W
¦
W∈τ(V )
∈ 1om
1[
V
(T[
V
, ([
V
), V ⊆ U.
Si noti bene che non si pu` o definire un prefascio di morfismi tra due fasci T e ( di 1-
moduli associando ad ogni aperto U gli 1(U)-morfismi da T(U) a ((U) perch` e non sarebbero
ben definite le mappe di restrizione.
PROPOSIZIONE 5.1. Siano T, ( due 1-moduli. Allora 1om
1
(T, () ` e un fascio di 1-
moduli.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
110 4. FASCI E COOMOLOGIA
DIMOSTRAZIONE. Proviamo che 1om
1
(T, () soddisfa alla propriet` a S1. Sia U ∈ τ(X) e
sia ¦U
j
¦ un ricoprimento aperto di U. Sia ϕ ∈ 1om
1
(T, ()(U) e supponiamo che r
UU
j
(ϕ) = 0
per ogni j. Sia s ∈ T(V ) per qualche V ⊂ U. Allora ϕ
V
(s) ha la propriet` a che r
V V ∩U
j

V
(s)) =
0 per ogni j. Essendo ( un fascio, questo implica che ϕ
V
(s) = 0. Per l’arbitrariet` a della sezione
questo implica che ϕ = 0.
Proviamo adesso che 1om
1
(T, () soddisfa alla propriet` a S2. Sia U ∈ τ(X) e sia ¦U
j
¦ un
ricoprimento aperto di U. Sia ¦ϕ
j
¦ una famiglia tale che ϕ
j
∈ 1om
1
(T, ()(U
j
) e r
U
j
U
j
∩U
i

j
) =
r
U
i
U
j
∩U
i

i
) per ogni U
i
∩ U
j
,= ∅. Definiamo ϕ ∈ 1om
1
(T, ()(U) nel modo seguente: se V
` e un aperto in U e s ∈ T(V ), allora posto s
j
:= r
V V ∩U
j
(s), si ha che ¦ϕ
j
(s
j
)¦ ` e una famiglia
di sezioni di ( su V ∩U
j
che coincidono nelle intersezioni V ∩U
j
∩U
i
. Pertanto essendo ( un
fascio, si incollano ad una sezione su V che denotiamo ϕ
V
(s).
Sia x ∈ X. Per la propriet` a universale del limite diretto il morfismo
1om
1[
U
(T[
U
, ([
U
) ¸ ϕ → ϕ
x
∈ Hom
1
x
(T
x
, (
x
)
definito per U ∈ τ
x
(X), determina un morfismo di 1
x
-moduli
(1om
1
(T, ())
x
→ Hom
1
x
(T
x
, (
x
).
Tale morfismo non ` e in genere n´ e iniettivo n´ e suriettivo.
Siano T, T
t
, T
tt
, T
ttt
dei 1-moduli. Allora
(1) 1om
1
(1, T) · T
(2) 1om
1
(T
t

1
T
tt
, T) · 1om
1
(T
t
, T) ⊕
1
1om
1
(T
tt
, T),
(3) 1om
1
(T, T
t

1
T
tt
) · 1om
1
(T, T
t
) ⊕
1
1om
1
(T, T
tt
),
(4) Se
0 → T
t
→ T
tt
→ T
ttt
` e una successione esatta di 1-moduli, allora
0 → 1om
1
((, T
t
) → 1om
1
((, T
tt
) → 1om
1
((, T
ttt
)
` e una successione esatta di 1-moduli.
(5) Se
T
t
→ T
tt
→ T
ttt
→ 0
` e una successione esatta di 1-moduli, allora
0 → 1om
1
(T
ttt
, () → 1om
1
(T
tt
, () → 1om
1
(T
t
, ()
` e una successione esatta di 1-moduli.
(6) Se T ` e un 1-modulo localmente libero allora 1om
1
(T, ) trasforma successioni esatte
corte di 1-moduli in successioni esatte corte di 1-moduli.
(7) Se
0 → T
t
→ T
tt
→ T
ttt
→ 0
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
5. OPERAZIONI SUI FASCI 111
` e una successione esatta di 1-moduli e T
ttt
` e localmente 1-libero allora per ogni
1-modulo T la successione
0 → 1om
1
(T, T
ttt
) → 1om
1
(T, T
tt
) → 1om
1
(T, T
t
) → 0
` e esatta.
Le propriet` a (4) e (5) si condensano nella frase 1om
1
` e un funtore esatto a sinistra.
Le precedenti propriet` a sono conseguenza diretta delle analoghe propriet` a per moduli su
anelli e delle definizioni di fascio e la loro dimostrazione ` e lasciata come esercizio.
A titolo di esempio vediamo come provare la suriettivit` a del morfismo 1om
1
(T, T
tt
) →
1om
1
(T, T
t
) nella propriet` a (7). Sia U un aperto in X e sia ϕ ∈ 1om
1
(T, T
t
)(U). Occorre
trovare un ricoprimento aperto ¦U
j
¦ di U e sezioni φ
j
∈ 1om
1
(T, T
tt
) tali che φ
j
→ r
UU
j
(ϕ)
per ogni j. Dall’Esercizio 4.7 la successione esatta spezza localmente e dunque possiamo pren-
dere ¦U
j
¦ un ricoprimento aperto di U su cui la restrizione della successione esatta spezza. Su
ciascun U
j
ragionando come in Proposizione 1.8 si ottiene allora la sezione φ
j
cercata.
5.3. Prodotto tensore. Siano T, ( due fasci di 1-moduli su uno spazio topologico X.
Siano r
T
UV
i morfismi di restrizione del fascio T e r
Ç
UV
quelli del fascio (. Il fascio associato al
prefascio
τ(X) ¸ U → T(U) ⊗
1(U)
((U),
con le mappe di restrizione r
T
UV
⊗r
Ç
UV
, si denota con T⊗
1
( e si dice il fascio prodotto tensore.
Poich´ e il limite diretto di moduli commuta con il prodotto tensoriale (Proposizione 1.26) e
le fibre di un prefascio sono le stesse del fascio associato, si ha
(5.1) (T ⊗
1
()
x
= T
x

1
x
(
x
,
per ogni x ∈ X.
Se T, (, 1 sono 1-moduli, si ha
(1) T ⊗
1
( · ( ⊗
1
T,
(2) (T ⊗
1
() ⊗
1
1 · T ⊗
1
(( ⊗
1
1),
(3) T ⊗
1
(( ⊕
1
1) · (T ⊗
1
() ⊕
1
(T ⊗
1
1),
(4) 1⊗
1
T · T,
(5) 1om
1
(T ⊗
1
(, 1) · 1om
1
(T, 1om
1
((, 1)),
(6) se T
t
→ T
tt
→ T
ttt
→ 0 ` e una successione esatta di 1-moduli, allora
T
t

1
T → T
tt

1
T → T
ttt

1
T → 0
` e esatta,
(7) se 0 → T
t
→ T
tt
→ T
ttt
→ 0 ` e una successione esatta di 1-moduli e T ` e localmente
1-libero allora
0 → T
t

1
T → T
tt

1
T → T
ttt

1
T → 0
` e esatta.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
112 4. FASCI E COOMOLOGIA
Per dimostrare le propriet` a precedenti, dati i morfismi naturali, per la (5.1) occorre e basta
provare l’esattezza sulle fibre. Ma questa segue dalle analoghe propriet` a per i moduli.
ESEMPIO 5.2. Sia S una sottovariet` a regolare complessa di una variet` a complessa M e sia
J
S
il fascio di ideali di S. Sia O
S
:= O
M
/J
S
. Se T ` e un O
M
-modulo, allora T ⊗
C
M
O
S
` e
un O
S
-modulo. In particolare se T ` e il fascio delle sezioni olomorfe di un fibrato vettoriale
olomorfo F su M, allora T ⊗
C
M
O
S
` e il fascio delle sezioni olomorfe (su S) della restrizione
F[
S
di F a S.
5.4. Immagine diretta. Sia f : X → Y una funzione continua tra due spazi topologici.
Sia T un fascio su X. Allora si definisce un prefascio f

(T) su Y tramite
f

(T)(U) := T(f
−1
(U)).
Si vede facilmente che f

(T) soddisfa S1 e S2 ed ` e dunque un fascio, che si chiama il fascio
immagine diretta.
Se X ` e un chiuso in Y e ι : X → Y ` e l’immersione naturale, allora (ι

(T))
x
= T
x
se
x ∈ X e (ι

(T))
x
= 0 altrimenti.
Se T ` e un fascio di 1-moduli su X, allora f

(T) ` e un fascio di f

(1)-moduli su Y .
5.5. Immagine inversa. Sia f : X → Y una funzione continua tra due spazi topologici.
Sia ( un fascio su Y . Si definisce un prefascio su X tramite
τ(X) ¸ U → lim
−→
((V ),
dove il limite diretto ` e fatto su tutti gli aperti V tali che f(U) ⊂ V (e questo ` e in modo naturale
un insieme di indici filtrante dove si ponga V ≤ V
t
se f(U) ⊂ V
t
⊂ V ).
Il fascio associato a tale prefascio si chiama il fascio immagine inversa e si indica con
f
−1
(().
ESEMPIO 5.3. Sia p ∈ X e sia t : X → ¦p¦ data da t(x) ≡ p. Allora il fascio delle funzioni
localmente costanti K
N
` e dato da t
−1
(N), dove N ` e il “fascio” su ¦p¦ definito da N(¦p¦) = N.
Se T ` e un fascio di 1-moduli su Y , allora f
−1
(T) ` e un fascio di f
−1
(1)-moduli su X.
Se X ` e un sottospazio topologico di Y , e ι : X → Y ` e la naturale immersione ι(p) = p,
dato un fascio T su Y si definisce il fascio restrizione
T[
X
:= ι
−1
(T).
6. Fasci di moduli coerenti
1-fibre di 1om
2-coerenza dei tre
3-cenni su fasci analitici coerenti (teoremi A e B di Cartan)
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
7. COOMOLOGIA DI
ˇ
CECH DI FASCI SU SPAZI PARACOMPATTI 113
7. Coomologia di
ˇ
Cech di fasci su spazi paracompatti
Sia T un fascio di gruppi abeliani (rispetto alla operazione di somma) su uno spazio topo-
logico paracompatto X e sia | := ¦U
α
¦ un ricoprimento di X localmente finito. Si definisce
(
0
(|, T) :=

α
T(U
α
),
(
1
(|, T) :=

α
0

1
T(U
α
0
∩ U
α
1
),
.
.
.
(
p
(|, T) :=

α
0

1
,...,α
p
T(U
α
0
∩ . . . ∩ U
α
p
)
Un elemento di (
p
(|, T) ` e il dato di una famiglia ¦f
α
0
...α
p
¦ di sezioni di T su U
α
0
∩. . .∩U
α
p
al variare di tutti gli indici. I (
p
(|, T) sono dei gruppi abeliani rispetto alla somma delle
componenti.
Si osservi che, per definizione, non si esclude che qualche indice in T(U
α
0
∩ . . . ∩ U
α
p
) sia
uguale all’altro. Per comodit` a di notazione, invece di denotare con r
UV
(f) la restrizione di un
elemento f ∈ T(U) a V ⊂ U, scriveremo semplicemente f[
V
.
Un elemento di (
p
(|, T) ` e detto una p-cocatena di T. Si definisce un operatore di cobordo
δ
p+1
: (
p
(|, T) → (
p+1
(|, T) tramite
δ
p+1
(¦f
α
0
...α
p
¦) := ¦
p+1

j=0
(−1)
j
f
α
0
... ˆ α
j
...α
p+1
[
U
α
0
∩...∩U
α
p+1
¦,
dove abbiamo usato la notazione f[
V
:= r
UV
(f) se f ∈ T(U) e V ⊂ U.
In particolare, se ¦f
α
¦ ∈ (
0
(|, T), si ha
δ
1
(¦f
α
¦)
αβ
= ¦f
β
[
U
α
∩U
β
−f
α
[
U
α
∩U
β
¦,
mentre, se ¦f
αβ
¦ ∈ (
1
(|, T), si ha
δ
2
(¦f
αβ
¦)
αβγ
= ¦f
αβ
[
U
α
∩U
β
∩U
γ
−f
αγ
[
U
α
∩U
β
∩U
γ
+ f
βγ
[
U
α
∩U
β
∩U
γ
¦.
Si osservi che, avendo scelto di considerare anche indici uguali nella definizione delle cocatene,
risulta che se δ
2
(¦f
αβ
¦) = 0 allora f
αα
= 0 (l’elemento identit` a), f
αβ
= −f
βα
(ovvero f
αβ
` e
l’elemento inverso di f
βα
).
LEMMA 7.1. Sia ha δ
p+1
◦ δ
p
= 0 per ogni p ∈ N.
DIMOSTRAZIONE.
`
E un calcolo diretto, lasciato per esercizio.
DEFINIZIONE 7.2. Gli elementi di ker δ
p+1
si dicono p-cocicli mentre gli elementi di Imδ
p
si dicono p-cobordi.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
114 4. FASCI E COOMOLOGIA
DEFINIZIONE 7.3. La coomologia del complesso coomologico ¦(

, δ

¦ si denota
ˇ
H

(|, T)
e si chiama coomologia di
ˇ
Cech di T relativa al ricoprimento |.
Si osservi che
ˇ
H
0
(|, T) = T(X), ovvero sono le sezioni globali di T su X. Infatti se
¦f
α
¦ ∈ (
0
(|, T) e se δ
1
(¦f
α
¦) = 0, significa che f
α
[
U
α
∩U
β
= f
β
[
U
α
∩U
β
per ogni α, β e
pertanto, essendo T un fascio, esiste f ∈ T(X) tale che f[
U
α
= f
α
. Pertanto,
ˇ
H
0
(|, T) = T(M)
ˇ
H
p
(|, T) = Kerδ
p+1
/Imδ
p
, p ≥ 1.
Nel seguito, quando non sia necessario, scriveremo solo δ invece di δ
p
.
Se |
t
= ¦U
t
β
¦
β∈I
` e un raffinamento di | = ¦U
α
¦
α∈I
, scriviamo |
t
≺ |. Sia ϕ : I
t
→ I
tale che ϕ(β) = α se U
t
β
⊂ U
α
. Allora ` e ben definito un morfismo di gruppi abeliani
ρ
p
ϕ
: (
p
(|, T) → (
p
(|
t
, T)
dato da
ρ
p
ϕ
(¦f
α
0
...α
p
¦)
β
0
...β
p
= ¦f
ϕ(β
0
)...ϕ(β
p
)
[
U

β
0
∩...∩U

β
p
¦.
Per definizione, risulta che δ ◦ρ
ϕ
= ρ
ϕ
◦δ e dunque ρ
ϕ
` e un morfismo di complessi coomologici
e pertanto induce un morfismo in coomologia
ρ :
ˇ
H
p
(|, T) →
ˇ
H
p
(|
t
, T), p ≥ 0,
si pu` o provare che tale morfismo non dipende dalla mappa ϕ scelta.
DEFINIZIONE 7.4. La coomologia (di
ˇ
Cech) su X del fascio T ` e data dal limite diretto
rispetto al raffinamento di ricoprimenti,
H
p
(X, T) := lim
−→
ˇ
H
p
(|, T), p ≥ 0.
Dunque per ogni ricoprimento | esiste un morfismo di gruppi Φ
|
:
ˇ
H
p
(|, T) → H
p
(X, T).
In particolare, se σ ∈ H
p
(X, T) esiste un ricoprimento | = ¦U
j
¦ di X e ¦g
α
0
...α
p
¦ ∈ (
p
(|, T)
tale che [¦g
α
0
...α
p
¦] ∈
ˇ
H
p
(|, T) viene mandato in σ dal morfismo Φ
|
.
TEOREMA 7.5. Sia M una variet` a complessa. Allora il gruppo abeliano (H
1
(M, O

M
), )
e il gruppo abeliano di Picard di M (Pic(M), ⊗) sono isomorfi.
DIMOSTRAZIONE. Se σ ∈ H
1
(M, O

M
) allora esiste un ricoprimento ¦U
α
¦ di M e g
αβ

O

M
(U
α
∩ U
β
) tali che σ ` e rappresentato da ¦g
αβ
¦ in (
1
(|, O

M
) e δ(¦g
αβ
¦) = 0. Il fascio di
gruppi abeliani O

M
` e un gruppo rispetto alla operazione di prodotto e la condizione δ(¦g
αβ
¦) =
0 significa che g
αβ
g
βγ
g
γα
= id su U
α
∩ U
β
∩ U
γ
,= ∅, ovvero ¦g
αβ
¦ soddisfa le identit` a di
cociclo e dunque d` a luogo ad un fibrato lineare L

. Se ¦g
t
αβ
¦ ` e un altro rappresentate di σ che
determina il fibrato lineare L
t∗
, si pu` o supporre a meno di passare ad un raffinamento comune
che sia definito in (
1
(|, O

M
). Dunque esiste f
α
∈ O

M
(U
α
) per ogni α tale che
δ(¦f
α
¦) = ¦g
αβ
¦(¦g
t
αβ
¦)
−1
.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
7. COOMOLOGIA DI
ˇ
CECH DI FASCI SU SPAZI PARACOMPATTI 115
Questa relazione significa
f
β
f
α
[
U
α
∩U
β
=
g
αβ
g
t
αβ
,
e dunque le ¦f
α
¦ determinano un isomorfismo di fibrati lineari tra L

e L
t∗
per la (2.1) del
Capitolo 2.
Viceversa, se ¦L¦ ` e un fibrato su M, le sue funzioni di transizione determinano un elemento
σ
−1
L
∈ H
1
(M, O

M
) e, come sopra, se L
t
` e isomorfo a L, risulta σ
−1
L
= σ
−1
L

. Essendo le
funzioni di transizione di L ⊗L
t
il prodotto delle funzioni di transizione di L con quelle di L
t
,
la corrispondenza risulta un isomorfismo di gruppi con le rispettive operazioni.
ATTENZIONE: Si osservi che abbiamo scelto di far corrispondere al fibrato L con funzioni di
transizione ¦g
αβ
¦ l’elemento σ
L
rappresentato dagli uno-cocicli ¦g
βα
¦. In altri termini, in tal
modo ` e come se considerassimo Pic(M) il gruppo dei fibrati lineari e (H
1
(M, O

M
), ) il gruppo
dei fasci delle loro sezioni.
OSSERVAZIONE 7.6. Con una prova analoga alla prova del Teorema 10.1 si dimostra che
(H
1
(M, (C

M
)

), ) ` e isomorfo al gruppo dei fibrati vettoriali complessi con fibra di rango
complesso uno a meno di equivalenze di classe C

.
Siano T, ( due fasci di gruppi abeliani su uno spazio topologico X. Sia ϕ : T → ( un
morfismo di fasci. Sia | := ¦U
α
¦ un ricoprimento aperto di X. Poich´ e r
Ç
UV
◦ϕ
U
= ϕ
V
◦r
T
UV
per
ogni U, V ∈ τ(X), si verifica facilmente che il morfismo ¯ ϕ
p
: (
p
(|, T) → (
p
(|, (), definito
tramite ¯ ϕ
p
(¦f
α
0
...α
p
¦¦ := ¦ϕ
U
α
0
∩...∩U
α
p
(f
α
0
...α
p
)¦ ∈ (
p
(|, () per ¦f
α
0
...α
p
¦ ∈ (
p
(|, T), ` e tale
che
¯ ϕ
p+1
◦ δ
p
= δ
p+1
◦ ¯ ϕ
p
.
Pertanto ϕ definisce un morfismo di gruppi abeliani
ϕ
p
|
:
ˇ
H
p
(|, T) →
ˇ
H
p
(|, ().
Inoltre, se |
t
` e un raffinamento di | e ρ :
ˇ
H
p
(|, T) →
ˇ
H
p
(|
t
, T) ` e il morfismo indotto, si
vede facilmente che ϕ
p
|

◦ ρ = ρ ◦ ϕ
p
|
e dunque ` e determinato un morfismo di gruppi abeliani
ϕ
p
: H
p
(X, T) → H
p
(X, ().
Si noti che, per costruzione:
(1) ϕ
0
= ϕ
X
: T(X) → ((X),
(2) se ϕ = id allora ϕ
p
= id per ogni p ≥ 0,
(3) se ψ : ( → 1 ` e un altro morfismo di fasci, allora ψ
p
◦ ϕ
p
= (ψ ◦ ϕ)
p
per ogni p ≥ 0.
TEOREMA 7.7. Sia X uno spazio topologico paracompatto. Sia 0 → c → T → ( → 0
una successione esatta di fasci di gruppi abeliani su X. Allora esiste una successione esatta
lunga di gruppi abeliani
. . . −→ H
p
(X, c) −→ H
p
(X, T) −→ H
p
(X, () −→ H
p+1
(X, c) −→ . . .
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
116 4. FASCI E COOMOLOGIA
DIMOSTRAZIONE. Per la Proposizione 3.15, per ogni ricoprimento | di X e per ogni p ∈
N, la successione di gruppi abeliani
0 → (
p
(|, c) → (
p
(|, T) → (
p
(|, ()
` e esatta. Se l’ultimo omomorfismo fosse suriettivo, utilizzando il Lemma del Serpente 4.9 del
Capitolo 3 si otterrebbe il risultato voluto. In generale per` o l’ultimo omomorfismo non ` e suri-
ettivo. Per ovviare a questo, utilizzando la paracompattezza, si prova che dato σ ∈ H
p
(X, ()
esistono un ricoprimento | di X e ¦g
α
0
...α
p
¦ ∈ (
p
(|, () tale che σ = Φ
|
[¦g
α
0
...α
p
¦] ed esiste
¦f
α
0
...α
p
¦ ∈ (
p
(|, T) tale che f
α
0
...α
p
→ g
α
0
...α
p
per ogni α
0
, . . . , α
p
. Una volta che questo ` e
provato, ragionando come nel Lemma del Serpente 4.9 del Capitolo 3 si ottiene l’asserto.
Per ottenere il ricoprimento | e il cociclo ¦g
α
0
...α
p
¦ ∈ (
p
(|, () come sopra, si parte da un
ricoprimento localmente finito |
t
= ¦U
t
α
¦
α∈I
di X e da un cociclo ¦g
t
α
0
...α
p
¦ ∈ (
p
(|
t
, () che
rappresenta σ. Per la paracompattezza, per ogni x ∈ X esiste un intorno aperto U
x
tale che
U
x
` e contenuto in un numero finito di U
t
α
. Poich´ e solo un numero finito di U
t
α
contengono x, a
patto di cambiare U
x
con U
x

α:x∈U

α
U
t
α
possiamo scegliere U
x
in modo che se x ∈ U
t
α
allora
U
x
⊂ U
α
.
A meno di restringere U
x
possiamo anche assumere che g
t
α
0
...α
p
[
U
x
∩U

α
0
∩...U

α
p
abbia una
preimmagine in T(U
x
) per ogni x ∈ X ogni qual volta U
x
∩ U
t
α
0
∩ . . . U
t
α
p
,= ∅ (poich´ e tale
condizione ` e soddisfatta solo da un numero finito di indici).
Scegliamo una funzione ϕ : X → I tale che x ∈ U
t
ϕ(x)
per ogni x ∈ X. Allora | := ¦U
x
¦
` e un raffinamento di |
t
. L’immagine di ¦g
t
α
0
...α
p
¦ in (
p
(|, () ` e il cociclo ¦g
x
0
...x
p
¦ cercato.
OSSERVAZIONE 7.8. Con le notazioni della proposizione precedente, si osservi che se | ` e
un ricoprimento aperto di X tale che
0 → (
p
(|, c) → (
p
(|, T) → (
p
(|, () → 0
` e esatta per ogni p ≥ 0, allora si ha una successione esatta lunga
. . . −→
ˇ
H
p
(|, c) −→
ˇ
H
p
(|, T) −→
ˇ
H
p
(|, () −→
ˇ
H
p+1
(|, c) −→ . . .
DEFINIZIONE 7.9. Se E ` e un fibrato vettoriale su una variet` a M si definisce per j ≥ 0
H
j
(M, E) := H
j
(M, c)
dove c indica il fascio delle sezioni di E.
8. Il teorema di de Rham astratto
Sia T un fascio di gruppi abeliani su uno spazio topologico paracompatto X.
DEFINIZIONE 8.1. Una risoluzione di T ` e il dato di una famiglia di gruppi abeliani ¦T
j
¦
j∈N
su X per cui esistano dei morfismi di fasci ϕ : T → T
0
e ϕ
j
: T
j
→ T
j+1
per ogni j ≥ 0, tali
che la successione
(8.1) 0 → T
ϕ
−→ T
0
ϕ
0
−→ T
1
ϕ
1
−→ T
2
. . .
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
8. IL TEOREMA DI DE RHAM ASTRATTO 117
sia esatta.
Se H
k
(X, T
j
) = 0 per ogni j ≥ 0 e k ≥ 1 si dice che la risoluzione (8.1) ` e una risoluzione
aciclica di T.
Data una risoluzione di T come in (8.1), si ha un complesso di coomologia (non esatto in
genere) dato da
(8.2) 0 → T(X)
ϕ
X
−→ T
0
(X)
ϕ
0
X
−→ T
1
(X)
ϕ
1
X
−→ T
2
(X) . . .
Si osservi che per la Proposizione 3.15, il morfismo ϕ
X
: T(X)
ϕ
X
−→ T
0
(X) ` e iniettivo e
Imϕ
X
= ker ϕ
0
X
, ma in generale la successione (8.2) non ` e esatta.
Indichiamo con H
k
(T

) la coomologia del complesso coomologico
T
0
(X)
ϕ
0
X
−→ T
1
(X)
ϕ
1
X
−→ T
2
(X) . . .
Si noti che
H
0
(T

) = Kerϕ
0
X
= T(X) = H
0
(X, T).
ESEMPIO 8.2. Il complesso di de Rham ` e un esempio di risoluzione aciclica per il fascio
R
M
(o anche C
M
considerando forme a coefficienti complessi).
TEOREMA 8.3 (de Rham astratto). Sia T un fascio di gruppi abeliani su X, spazio topo-
logico paracompatto. Sia
0 → T
ϕ
−→ T
0
ϕ
0
−→ T
1
ϕ
1
−→ T
2
. . .
una risoluzione aciclica di T. Allora per ogni k ≥ 0 risulta
H
k
(T

) · H
k
(X, T).
DIMOSTRAZIONE. Il teorema vale per k = 0 come gi` a visto.
Sia /
i
:= Ker(ϕ
i
), per i = 0, 1, . . .. Allora la successione corta
(8.3) 0 → /
i−1

−→ T
i−1
ϕ
i−1
−→ /
i
→ 0,
` e esatta per i ≥ 1 (essendo  : /
i−1
→ T
i−1
l’immersione canonica).
Per definizione
H
i
(T

) =
Ker(ϕ
i
X
)
Im(ϕ
i−1
X
)
=
/
i
(X)
Im(ϕ
i−1
X
)
=
H
0
(X, /
i
)
Im(ϕ
i−1
X
)
.
Inoltre
Im(ϕ
i−1
X
) = Im(T
i−1
(X) → /
i
(X)) = Im(H
0
(X, T
i−1
) → H
0
(X, /
i
)),
da cui
(8.4) H
i
(T

) =
H
0
(X, /
i
)
Im(H
0
(X, T
i−1
) → H
0
(X, /
i
))
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
118 4. FASCI E COOMOLOGIA
Per il Teorema 7.7 la (8.3) induce una successione esatta lunga in coomologia:
0 → H
0
(X, /
i−1
) → H
0
(X, T
i−1
) → H
0
(X, /
i
)

1
−→ H
1
(X, /
i−1
) → 0,
essendo H
1
(X, T
i−1
) = 0 poich´ e la risoluzione ` e aciclica.
Pertanto dalla (8.4) si ottiene che la mappa γ
i
1
indotta da ∂
1
` e un isomorfismo:
H
i
(T

) =
H
0
(X, /
i
)
Im(H
0
(X, T
i−1
) → H
0
(X, /
i
))
γ
i
1
−→ H
1
(X, /
i−1
).
Adesso per 2 ≤ r ≤ i si consideri la successione esatta corta
0 → /
i−r

−→ T
i−r
ϕ
i−r
−→ /
i−r+1
→ 0.
Questa induce una successione esatta lunga in coomologia (tenendo conto che la risoluzione ` e
aciclica)
0 = H
r−1
(X, T
i−r
) → H
r−1
(X, /
i−r+1
)
γ
i
r
−→ H
r
(X, /
i−r
) → H
r
(X, T
i−r
) = 0,
dunque γ
i
r
: H
r−1
(X, /
i−r+1
) → H
r
(X, /
i−r
) ` e un isomorfismo.
Pertanto la composizione γ
i
:= γ
i
i
◦ γ
i
i−1
◦ . . . ◦ γ
i
1
` e un isomorfismo
H
i
(T

)
γ
i
1
−→ H
1
(X, /
i−1
)
γ
i
2
−→ H
2
(X, /
i−2
) → . . .
γ
i
i
−→ H
i
(X, /
0
).
Ora, /
0
= Ker(ϕ
0
) = T, da cui
γ
i
: H
i
(T

) → H
i
(X, T),
` e un isomorfismo.
OSSERVAZIONE 8.4. Dalla dimostrazione del Teorema di de Rham astratto segue che se la
risoluzione non ` e aciclica, esiste un morfismo γ
i
: H
i
(T

) → H
i
(M, T) che in generale non ` e
per` o un isomorfismo.
9. Risoluzione canonica soft, teorema di Leray e successione di Meyer-Vietoris
DEFINIZIONE 9.1. Sia X uno spazio topologico paracompatto e sia T un fascio di gruppi
abeliani su M. Il fascio T
[0]
delle sezioni discontinue di T ` e definito su un aperto U ⊂ X
tramite
T
[0]
(U) := ¦f : U →
_
x∈U
T
x
: f(x) ∈ T
x
¦.
Si noti che T
[0]
` e un fascio di gruppi abeliani e che T ` e un sottofascio di T
[0]
.
PROPOSIZIONE 9.2. Sia T un fascio di gruppi abeliani su uno spazio topologico para-
compatto X. Allora per ogni ricoprimento aperto localmente finito | di X e per ogni p ≥ 1
vale
ˇ
H
p
(|, T
[0]
) = 0.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
9. RISOLUZIONE CANONICA SOFT, TEOREMA DI LERAY E SUCCESSIONE DI MEYER-VIETORIS 119
In particolare il fascio delle sezioni discontinue T
[0]
` e aciclico (ovvero H
j
(X, T
[0]
) = 0 per
ogni j > 0).
DIMOSTRAZIONE. Sia | = ¦U
α
¦ un ricoprimento aperto localmente finito di X. Sia ¦T
α
¦
una famiglia di insiemi (non aperti) tale che per ogni α si abbia T
α
⊆ U
α
, che T
α
∩ T
β
= ∅ per
α ,= β e che X = ∪T
α
. Sia ρ
α
: X →N la funzione caratteristica di T
α
.
Sia ¦g
α
0
...α
p
¦ ∈ (
p
(|, T
[0]
) tale che δ(¦g
α
0
...α
p
¦) = 0. Possiamo estendere g
α
0
...α
p
ad una
sezione di T
[0]
(X) ponendo g
α
0
...α
p
(x) = 0 per x ,∈ U
α
0
∩ . . . ∩ U
α
p
. Poniamo allora
f
α
0
...α
p−1
:=

β
ρ
β
g
βα
0
...α
p−1
.
Poich` e il ricoprimento ` e localmente finito, la somma sopra ` e finita per ogni x ∈ X e dunque
¦f
α
0
...α
p−1
¦ ∈ (
p−1
(|, T
[0]
). Si verifica direttamente che δ(¦f
α
0
...α
p−1
¦) = ¦g
α
0
...α
p
¦. Vedi-
amolo per p = 1; omettendo di scrivere le restrizioni,
δ(¦f
α
0
¦)
α
0
α
1
= f
α
1
−f
α
0
=

β
ρ
β
(g
βα
1
−g
βα
0
) = g
α
0
α
1

β
ρ
β
= g
α
0
α
1
,
come volevasi.
Sia Q
0
:= T
[0]
/T e sia T
[1]
il fascio delle sezioni discontinue di Q
0
. Sia poi Q
1
= T
[1]
/Q
0
e sia T
[2]
il fascio delle sezioni discontinue di Q
1
e cosi via. Dalle successioni esatte di fasci di
gruppi abeliani
0 → T →T
[0]
→ Q
0
→ 0,
0 → Q
0
→T
[1]
→ Q
1
→ 0
.
.
.
0 → Q
p−1
→T
[p]
→ Q
p
→ 0
Si ottiene una successione esatta
(9.1) 0 → T → T
[0]
→ T
[1]
→ T
[2]
→ . . .
che, per la Proposizione 9.2 ` e una risoluzione aciclica di T (detta la risoluzione canonica soft).
Per il Teorema di de Rham astratto 8.3 si ha
(9.2) H
p
(X, T) = H
p
(T
[•]
).
DEFINIZIONE 9.3. Sia X uno spazio topologico paracompatto e sia T un fascio di gruppi
abeliani su X. Sia | := ¦U
α
¦ un ricoprimento aperto localmente finito di X. Diciamo che |
` e di Leray per T (o T-aciclico) se per ogni m ≥ 0, per tutti gli indici α
0
, . . . , α
m
e per ogni
p ≥ 1 si ha
H
p
(U
α
0
∩ . . . ∩ U
α
m
, T) = 0.
Ricordiamo che, per definizione di coomologia di
ˇ
Cech, per ogni fascio di gruppi abeliani
( su X esiste un omomorfismo di gruppi Φ
q
|
:
ˇ
H
q
(|, () → H
q
(X, ().
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
120 4. FASCI E COOMOLOGIA
TEOREMA 9.4 (Leray). Sia X uno spazio topologico paracompatto, sia T un fascio di
gruppi abeliani su X. Sia | un ricoprimento aperto localmente finito di X che ` e di Leray per
T. Allora per ogni p ≥ 0,
Φ
p
|
:
ˇ
H
p
(|, T) → H
p
(X, T),
` e un isomorfismo.
DIMOSTRAZIONE. Si consideri la successione esatta di fasci di gruppi abeliani
0 → T → T
[0]
→ Q
0
→ 0,
dove T
[0]
` e il fascio delle sezioni discontinue di T.
Proviamo che | ` e di Leray per Q
0
. Infatti, restringendo la successione esatta all’aperto
V := U
α
0
∩ . . . ∩ U
α
m
si ottiene una nuova successione esatta di fasci di gruppi abeliani e,
passando alla successione esatta lunga in coomologia, si ha la successione esatta di gruppi
abeliani per p ≥ 1
0
Prop. 9.2
= H
p
(V, T
[0]
) → H
p
(V, Q
0
) → H
p+1
(V, T) → H
p+1
(V, T
[0]
)
Prop. 9.2
= 0,
da cui H
p
(U
α
0
∩ . . . ∩ U
α
m
, Q
0
) · H
p+1
(U
α
0
∩ . . . ∩ U
α
m
, T) = 0 per ipotesi e dunque | ` e
di Leray per Q
0
. Inoltre, guardando la successione esatta lunga in coomologia al livello p = 0,
poich´ e | ` e di Leray per T, si ha che
0 → T(U
0
∩ . . . ∩ U
α
m
) → T
[0]
(U
0
∩ . . . ∩ U
α
m
) → Q
0
(U
0
∩ . . . ∩ U
α
m
) → 0
` e esatta per ogni m ≥ 0 e indici α
0
, . . . , α
m
. Pertanto per ogni p ≥ 0 la successione
0 → (
p
(|, T) → (
p
(|, T
[0]
) → (
p
(|, Q
0
) → 0
` e esatta. Per l’Osservazione 7.8 si ha dunque una successione esatta lunga
(9.3) . . . →
ˇ
H
p
(|, T) →
ˇ
H
p
(|, T
[0]
) →
ˇ
H
p
(|, Q
0
) →
ˇ
H
p+1
(|, T) → . . .
Proviamo il risultato per induzione su p. Per p = 0, come gi` a visto, si ha
ˇ
H
0
(|, () · ((X) · H
0
(X, (),
per ogni fascio ( su X, e Φ
0
|
` e chiaramente un isomorfismo.
Supponiamo adesso il risultato valga per p ≥ 0 e per ogni fascio di gruppi abeliani per
cui | sia di Leray. Per la (9.3) e utilizzando la Proposizione 9.2, si ha il seguente diagramma
commutativo con righe esatte
(9.4)
ˇ
H
0
(|, T
[0]
) −−−→
ˇ
H
0
(|, Q
0
) −−−→
ˇ
H
1
(|, T) −−−→ 0
Φ
0
U
¸
¸
_
· Φ
0
U
¸
¸
_
· Φ
1
U
¸
¸
_
H
0
(X, T
[0]
) −−−→ H
0
(X, Q
0
) −−−→ H
1
(X, T) −−−→ 0
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
9. RISOLUZIONE CANONICA SOFT, TEOREMA DI LERAY E SUCCESSIONE DI MEYER-VIETORIS 121
da cui segue che Φ
1
|
:
ˇ
H
1
(|, T) → H
1
(X, T) ` e un isomorfismo. Per p ≥ 1, utilizzando
l’ipotesi induttiva, si ha il seguente diagramma commutativo con righe esatte:
0 −−−→
ˇ
H
p
(|, Q
0
) −−−→
ˇ
H
p+1
(|, T) −−−→ 0
Φ
p
U
¸
¸
_
· Φ
p+1
U
¸
¸
_
0 −−−→ H
p
(X, Q
0
) −−−→ H
p+1
(X, T) −−−→ 0
da cui segue che Φ
p+1
|
:
ˇ
H
p+1
(|, T) → H
p+1
(X, T) ` e un isomorfismo.
OSSERVAZIONE 9.5. Sia X uno spazio topologico paracompatto e sia T un fascio di gruppi
abeliani su X. Per ogni ricoprimento aperto localmente finito | di X il morfismo
Φ
1
|
:
ˇ
H
1
(|, T) → H
1
(X, T)
` e iniettivo. Infatti, con le notazioni del Teorema di Leray, a partire dalla successione esatta di
complessi coomologici
0 → (
p
(|, T) → (
p
(|, T
[0]
) → (
p
(|, Q
0
)
si ottiene la successione esatta di complessi coomologici
0 → (
p
(|, T) → (
p
(|, T
[0]
) → (
p
L
(|, Q
0
) → 0,
dove (
p
L
(|, Q
0
) ⊂ (
p
(|, Q
0
) ` e il sottogruppo delle p-cocatene che sono immagini di p-cocatene
di (
p
(|, T
[0]
). Allora, ponendo
ˇ
H

L
(|, Q
0
) la coomologia del complesso ¦(

L
(|, Q
0
), δ

¦, si
ottiene una successione esatta lunga in coomologia, da cui, guardando i primi termini si ha il
diagramma commutativo con righe esatte
ˇ
H
0
(|, T
[0]
) −−−→
ˇ
H
0
L
(|, Q
0
) −−−→
ˇ
H
1
(|, T) −−−→ 0
Φ
0
U
¸
¸
_
· ι
¸
¸
_
⊆ Φ
1
U
¸
¸
_
H
0
(X, T
[0]
) −−−→ H
0
(X, Q
0
) −−−→ H
1
(X, T) −−−→ 0
dove ι :
ˇ
H
0
L
(|, Q
0
) → H
0
(X, Q
0
) ` e l’immersione naturale. Da questo segue facilmente che
Φ
1
|
` e iniettiva.
TEOREMA 9.6 (Meyer-Vietoris). Sia X uno spazio topologico paracompatto. Siano U, V
due aperti di X tali che X = U ∪ V . Sia T un fascio di gruppi abeliani su X. Allora la
successione seguente ` e esatta:
. . . → H
p
(X, T) → H
p
(U, T[
U
) ⊕H
p
(V, T[
V
) → H
p
(U ∩ V, T[
U∩V
) → H
p+1
(X, T) → . . .
DIMOSTRAZIONE. Sia 0 → T → T
[0]
→ T
[1]
→ . . . la risoluzione canonica soft di T. Si
considerino i complessi coomologici ¦T
[•]
(X)¦, ¦T
[•]
(U) ⊕T
[•]
(V )¦, ¦T
[•]
(U ∩ V )¦ definiti
in precedenza. Per ogni p ≥ 0 la successione di gruppi abeliani
0 → T
[p]
(X)
θ
p
−→ T
[p]
(U) ⊕T
[p]
(V )
η
p
−→ T
[p]
(U ∩ V ) → 0
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
122 4. FASCI E COOMOLOGIA
definita tramite θ
p
(s) = (s[
U
, s[
V
) e η
p
(a, b) = a[
U∩V
− b[
U∩V
` e esatta. Infatti, ` e chiaro che θ
p
` e iniettiva e che Imθ
p
= ker η
p
poich´ e T
[p]
` e un fascio. La suriettivit` a di η
p
segue dal fatto che
ogni sezione di T
[p]
(U ∩ V ) si estende (ponendo 0 fuori da U ∩ V ) ad una sezione di T
[p]
(U).
Pertanto le θ

, η

determinano una successione esatta di complessi coomologici e per il
Lemma del Serpente 4.9 del Capitolo 3 e per il Teorema di de Rham astratto 8.3 si ottiene il
risultato.
10. Applicazioni
10.1. Aciclicit` a dei fasci di C

-moduli.
TEOREMA 10.1. Sia M una variet` a (reale o complessa) e sia T un fascio di C

M
-moduli su
M. Allora
H
p
(M, T) = 0, per p > 0.
DIMOSTRAZIONE. Sia | = ¦U
α
¦ un ricoprimento localmente finito di M tale che cias-
cun U
α
sia relativamente compatto in M e sia ¦ρ
α
¦ una partizione dell’unit` a associata. Sia
¦g
α
0
...α
p
¦ ∈ (
p
(|, T) tale che δ(¦g
α
0
...α
p
¦) = 0. Estendendo ρ
β
g
βα
0
...α
p−1
a 0 fuori dal sup-
porto di ρ
β
in U
α
0
∩ . . . U
α
p−1
, si pu` o pensare a ρ
β
g
βα
0
...α
p−1
come una sezione C

di T su
U
α
0
∩ . . . U
α
p−1
. Poniamo allora
f
α
0
...α
p−1
:=

β
ρ
β
g
βα
0
...α
p−1
.
Poich` e il ricoprimento ` e localmente finito, la somma sopra ` e finita per ogni x ∈ M e dunque
¦f
α
0
...α
p−1
¦ ∈ (
p−1
(|, T). Si verifica direttamente che δ(¦f
α
0
...α
p−1
¦) = ¦g
α
0
...α
p
¦. Vediamolo
per p = 1; omettendo di scrivere le restrizioni,
δ(¦f
α
0
¦)
α
0
α
1
= f
α
1
−f
α
0
=

β
ρ
β
(g
βα
1
−g
βα
0
) = g
α
0
α
1

β
ρ
β
= g
α
0
α
1
,
come volevasi.
10.2. Coomologia del fascio localmente costante. Sia M una variet` a. Se K = Z, Q, R, C
allora H
p
(M, K
M
) · H
p
(M, K) (dove H
p
(M, K) rappresenta il p-simo gruppo di coomologia
simpliciale di M). In particolare, H
p
(M, K
M
) ` e un invariante topologico di M.
10.3. Successione esponenziale. Se M ` e una variet` a, la successione esponenziale nella
categoria C

d` a luogo ad una successione esatta lunga, di cui esaminiamo la parte:
H
p
(M, C

M
) → H
p
(M, (C

M
)

) → H
p+1
(M, Z
M
) → H
p+1
(M, C

M
),
qui C

M
` e il fascio delle funzioni C

a valori complessi. Per il Teorema 10.1, per p ≥ 1 si ha
H
p
(M, C

M
) = 0. Dunque
H
p
(M, (C

M
)

) · H
p+1
(M, Z
M
) · H
p+1
(M, Z).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
10. APPLICAZIONI 123
Per p = 1 risulta allora
(10.1) H
1
(M, (C

M
)

) · H
2
(M, Z).
Poich´ e H
1
(M, (C

M
)

) rappresenta a meno di isomorfismi di classe C

i fibrati vettoriali con
fibra complessa e rango 1 (si veda l’Osservazione 7.6), si ha che
PROPOSIZIONE 10.2. Sia M una variet` a tale che H
2
(M, Z) = 0 (in particolare ci` o ` e vero
se M ` e contrattile). Allora ogni fibrato vettoriale con fibra complessa di rango uno ` e banale in
modo C

.
10.4. La prima classe di Chern di un fibrato lineare. Sia M una variet` a complessa.
Dalla successione esponenziale, si ha un morfismo c
1
: Pic(M) → H
2
(M, R) dato dalla
composizione
c
1
: Pic(M) · H
1
(M, O

M
) → H
2
(M, Z
M
) → H
2
(M, R
M
) · H
2
(M, R).
DEFINIZIONE 10.3. L’immagine c
1
(L) ∈ H
2
(M, R) si dice la prima classe di Chern del
fibrato lineare L.
Si noti che, per definizione, c
1
: Pic(M) → H
2
(M, R) ` e un omomorfismo di gruppi
abeliani, ovvero
c
1
(L ⊗L
t
) = c
1
(L) + c
1
(L
t
).
PROPOSIZIONE 10.4. Sia M una variet` a complessa e sia | = ¦U
j
¦ un ricoprimento di M
tale che U
j
∩ U
k
sia semplicemente connesso per ogni j, k. Sia L un fibrato lineare su M con
funzioni di transizione ¦g
jk
¦. Allora c
1
(L) ` e rappresentato da [¦z
jkl
¦] ∈
ˇ
H
2
(|, R
M
) con
z
jkl
=
i

[(log g
jk
)[
U
j
∩U
k
∩U
l
−(log g
jl
)[
U
j
∩U
k
∩U
l
+ (log g
kl
)[
U
j
∩U
k
∩U
l
],
dove log indica una qualunque determinazione olomorfa del logaritmo.
DIMOSTRAZIONE. Poich´ e U
j
∩ U
k
` e semplicemente connesso, allora g
jk
ammette un log-
aritmo (e questo ` e unico modulo 2πiZ).
Per la convenzione fatta nella scelta dell’isomorfismo tra Pic(M) e H
1
(M, O
M
), il fibrato
L corrisponde alla classe σ
L
:= [¦g
−1
jk
¦] ∈
ˇ
H
1
(|, O

M
).
Abbiamo c
1
(L) = δ(σ
L
), dove δ :
ˇ
H
1
(|, O

M
) →
ˇ
H
2
(|, Z) ` e l’operatore costruito tramite
la “caccia nel diagramma” come nel Lemma del Serpente 4.9 del Capitolo 3. Per costruzione:
(
1
(|, O
M
) ¸ −
1
2πi
log g
jk
exp(2πi)
−−−−−→ ¦g
−1
jk
¦ ∈ (
1
(|, O

M
) → 0
¸
¸
_
0 → (
2
(|, Z
M
) −−−→ (
2
(|, O
M
) ¸ ¦z
jkl
¦
da cui segue il risultato.
OSSERVAZIONE 10.5. Se M ` e una variet` a ` e sempre possibile trovare un ricoprimento |
tale che U
j
∩ U
k
sia semplicemente connesso per ogni j, k.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
124 4. FASCI E COOMOLOGIA
10.5. Fibrati lineari, sezioni meromorfe e divisori di Cartier. Sia M una variet` a comp-
lessa. Dalla successione esatta che definisce il fascio dei divisori, si ha il morfismo
H
0
(M, D
M
)

−→ H
1
(M, O

M
)
χ
−→ Pic(M),
essendo χ un isomorfismo.
DEFINIZIONE 10.6. Se D ∈ D
M
(M) ` e un divisore di Cartier, si definisce
O(D) := χ(∂(D)),
e si dice il fibrato lineare associato al divisore D.
Se D ` e un divisore di Cartier allora per definizione esiste un ricoprimento | = ¦U
α
¦ di M e
m
α
∈ M

M
(U
α
) tali che m
α
/m
β
∈ O

M
(U
α
∩U
β
) per ogni U
α
∩U
β
,= ∅. Per la definizione di ∂,
si verifica subito che ∂(D) ` e rappresentato dalla classe ¦
m
β
m
α
¦ in
ˇ
H
1
(|, O

M
), e per la definizione
di χ, si ottiene che O(D) ` e il fibrato lineare su M che ha funzioni di transizione locali rispetto
a | date da ¦
m
α
m
β
¦.
ESERCIZIO 10.7. Si verifichi che la precedente definizione coincide con la costruzione fatta
nella Sezione 8.2 del Capitolo 2 per i divisori di Cartier effettivi.
Si osserva inoltre che due divisori D, D
t
danno luogo allo stesso fibrato lineare se e solo se
esiste una sezione f su M di M

M
tale che D − D
t
= (f), dove (f) indica il divisore su M
determinato da f nel morfismo H
0
(M, M

M
) → H
0
(M, D
M
). Due divisori che danno luogo
allo stesso fibrato lineare si dicono linearmente equivalenti.
DEFINIZIONE 10.8. Sia L un fibrato lineare su una variet` a complessa M e sia / il fas-
cio delle sezioni olomorfe di L. Una sezione meromorfa globale di L ` e un elemento m ∈
H
0
(M, M
M

C
M
/)).
PROPOSIZIONE 10.9. Sia L un fibrato lineare su M con funzioni di transizione ¦g
αβ
¦ rela-
tive ad un dato ricoprimento ¦U
α
¦ di M trivializzante per L. Se ¦m
α
¦ ` e una famiglia tale che
m
α
∈ M
M
(U
α
) e m
α
= g
αβ
m
β
per ogni U
α
∩ U
β
,= ∅ allora ¦m
α
¦ determina una sezione
meromorfa globale m(¦m
α
¦) di L.
Viceversa, se m ` e una sezione meromorfa globale di L, allora esistono un ricoprimento
¦U
α
¦ di M trivializzante per L e su cui L abbia funzioni di transizione ¦g
αβ
¦, e m
α
∈ M
M
(U
α
)
tali che m
α
= g
αβ
m
β
per ogni U
α
∩ U
β
,= ∅ e si abbia m(¦m
α
¦) = m.
DIMOSTRAZIONE. Sia ¦U
α
¦ un ricoprimento di M trivializzante per L con funzioni di
transizione ¦g
αβ
¦ e sia ¦m
α
¦ una famiglia tale che m
α
∈ M
M
(U
α
) e m
α
= g
αβ
m
β
per ogni
U
α
∩U
β
,= ∅. Sia / il fascio delle sezioni olomorfe di L. Sia e
α
∈ /(U
α
) una sezione mai nulla
di L[
U
α
(esiste perch` e L[
U
α
` e banale). Ricordiamo (si veda l’Osservazione 2.15) che e
α
= g
βα
e
β
su U
α
∩ U
β
,= ∅. Per ogni α si ha che m
α
⊗e
α
∈ M
M
(U
α
) ⊗
C
M
(U
α
)
/(U
α
). Inoltre, poich´ e su
U
α
∩ U
β
,= ∅ si ha
m
α
⊗e
α
= m
α
⊗(g
βα
e
β
) = (g
βα
m
α
) ⊗e
β
= m
β
⊗e
β
,
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
10. APPLICAZIONI 125
le ¦m
α
⊗ e
α
¦ definiscono un elemento di (M
M

C
M
/)(M) = H
0
(M, M
M

C
M
/) che
denotiamo m(¦m
α
¦).
Viceversa, se m ∈ H
0
(M, M
M

C
M
/) = (M
M

C
M
/)(M), per definizione esistono
un ricoprimento aperto ¦U
α
¦ di M e delle sezioni v
α
∈ M
M
(U
α
) ⊗
C
M
(U
α
)
/(U
α
) tali che
v
α
[
U
α
∩U
β
= v
β
[
U
α
∩U
β
per ogni U
α
∩ U
β
,= ∅ e v
α
= m[
U
α
. Si pu` o supporre che ¦U
α
¦ sia un
aperto trivializzante per L con funzioni di transizione ¦g
αβ
¦. Sia e
α
∈ /(U
α
) una sezione mai
nulla. Allora possiamo scrivere v
α
= m
α
⊗e
α
per qualche m
α
∈ M
M
(U
α
). Poich´ e e
α
= g
βα
e
β
e m
α
⊗ e
α
[
U
α
∩U
β
= m
β
⊗ e
β
[
U
α
∩U
β
su U
α
∩ U
β
,= ∅, risulta (m
α
− g
αβ
m
β
) ⊗ e
α
= 0 su
U
α
∩ U
β
,= ∅ e pertanto m
α
= g
αβ
m
β
.
`
E infine chiaro dalla costruzione che m = m(¦m
α
¦)
perch´ e le loro restrizioni a U
α
coincidono per ogni α.
PROPOSIZIONE 10.10. Sia L un fibrato lineare su una variet ` a complessa M. Allora esiste
un divisore di Cartier D ∈ D
M
(M) tale che L = O(D) se e solo se L ammette una sezione
meromorfa globale m non identicamente nulla. Inoltre, D ` e effettivo se e solo se m ` e olomorfa.
DIMOSTRAZIONE. Posto ι : H
1
(M, O

M
) → H
1
(M, M

M
) il morfismo naturale, dalla suc-
cessione esatta lunga associata alla successione esatta corta che definisce il fascio dei divisori
si ha la successione esatta
H
0
(M, D
M
)
χ◦∂
−→ Pic(M)
ι◦χ
−1
−→ H
1
(M, M

M
).
Per l’esattezza della successione abbiamo che dato L ∈ Pic(M), ι(χ
−1
(L)) = 0 se e solo se
esiste D ∈ H
0
(M, D
M
) tale che χ(∂(D)) = L—e dunque, per definizione O(D) = L.
Esplicitiamo la condizione ι(χ
−1
(L)) = 0 in H
1
(M, M

M
). Se L ` e determinato dai cocicli
¦g
αβ
¦, allora χ
−1
(L) ` e determinato da [¦g
βα
¦] ∈
ˇ
H
1
(|, O

M
) (essendo | = ¦U
α
¦ un ricopri-
mento di M trivializzante L). Dire che ι([¦g
βα
¦]) = 0 ∈
ˇ
H
1
(|, M

M
) significa che esistono
m
α
∈ M

M
(U
α
) tali che
δ(¦m
α
¦)
αβ
:=
m
β
m
α
[
U
α
∩U
β
= g
βα
.
Pertanto il divisore D ∈ H
0
(M, D
M
) tale che O(D) = L ` e definito dalle ¦m
α
¦ e per la Propo-
sizione 10.9 le ¦m
α
¦ determinano una sezione globale meromorfa m di L non identicamente
nulla. Si noti che m ` e olomorfa se e solo se D ` e effettivo.
Viceversa, se m ` e una sezione meromorfa di L, allora per la Proposizione 10.9 esistono un
ricoprimento ¦U
α
¦ di M trivializzante per L e su cui L abbia funzioni di transizione ¦g
αβ
¦, e
m
α
∈ M
M
(U
α
) tali che m
α
= g
αβ
m
β
per ogni U
α
∩ U
β
,= ∅. Pertanto se D ` e il divisore di
Cartier definito da ¦m
α
¦ risulta χ(∂(D)) = L, essendo ∂(D) definito da ¦
m
β
m
α
[
U
α
∩U
β
¦.
OSSERVAZIONE 10.11. Con le notazioni della Proposizione 10.9, sia m = m(¦m
α
¦)
una sezione meromorfa globale non identicamente nulla di un fibrato lineare L. Sia q ∈ Z.
Si definisce allora una sezione meromorfa globale m
⊗q
di L
⊗q
(dove L
−1
= L

) tramite
m(m
⊗q
) := ¦m
q
α
¦. Il lettore verifichi che effettivamente tale definizione determina una sezione
meromorfa globale di L
⊗q
.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
126 4. FASCI E COOMOLOGIA
ESEMPIO 10.12. Sia U
0
= ¦[z
0
: . . . : z
n
] ∈ CP
n
: z
0
,= 0¦. Definiamo
s
0
: U
0
→ O(−1)
tramite
s
0
([z
0
: . . . : z
n
]) := ([z
0
: . . . : z
n
], (1,
z
1
z
0
, . . . ,
z
n
z
0
)).
Allora s
0
` e una sezione olomorfa di O(−1)[
U
0
. Si provi che s
0
si estende ad una sezione
meromorfa m di O(−1) su CP
n
con poli di ordine uno sull’iperpiano H = ¦[z
0
: . . . : z
n
] :
z
0
= 0¦. Dunque m
⊗−1
` e una sezione olomorfa di O(1) = O(−1)

e per quanto visto sopra il
divisore associato ` e [H]. Pertanto otteniamo nuovamente che O([H]) = O(1).
ESERCIZIO 10.13. Sia p(z
0
, . . . , z
n
) un polinomio omogeneo di grado m ≥ 1. Provare
che p definisce un divisore di Cartier effettivo S su CP
n
supportato su ¦p = 0¦. Provare poi
che f :=
z
m
0
p(z)
` e una funzione meromorfa globale di CP
n
non identicamente nulla, ovvero un
elemento di H
0
(CP
n
, M

CP
n). Dedurne che m[H]−[S] = (f) in H
0
(CP
n
, D
CP
n), dove abbiamo
indicato con (f) il divisore di Cartier associato ad f e con m[H] il divisore di Cartier definito
da [H] + . . . + [H], ovvero, dato da z
m
0
. Da qui risulta che O(m) = O(m[H]) = O([S]).
10.6. Il complesso di de Rham.
COROLLARIO 10.14. Sia M una variet` a reale. Allora per ogni i = 0, 1, . . . risulta
H
i
dR
(M) · H
i
(M, R
M
) · H
i
(M, R).
DIMOSTRAZIONE. Il primo isomorfismo segue dal Teorema di de Rham astratto applicato
alla risoluzione aciclica del fascio localmente costante R
M
data dal complesso di de Rham. Il
secondo isomorfismo segue dalla Sezione 10.2.
OSSERVAZIONE 10.15. Dal Corollario 10.14 segue che H
i
(M, R
M
) ` e un invariante topo-
logico di una variet` a reale M che pu` o essere calcolato tramite metodi di geometria differen-
ziale. In particolare, se M ` e un retratto (topologico) di deformazione di N, allora H
i
(M, R) =
H
i
(N, R). Dunque, se M ` e contrattile, allora H
i
(M, R
M
) = 0 per ogni i ≥ 1.
10.7. Il complesso di Dolbeault. Sia M una variet` a complessa. Il fascio delle sezioni del
fibrato
_
p,q
M lo denotiamo C
∞,(p,q)
M
. Essendo fasci di C

M
-moduli, si ha H
j
(M, C
∞,(p,q)
M
) = 0
per ogni j > 0 e per ogni p, q. Per il Lemma di Poincar´ e-Grothendieck 5.2 del Capitolo 3
abbiamo dunque una risoluzione aciclica
0 → O
M
→ C

M
= C
∞,(0,0)
M
→ C
∞,(0,1)
M
→ . . . C
∞,(0,2n)
M
→ 0
del fascio O
M
. Dunque per il Teorema di de Rham astratto si ha
TEOREMA 10.16 (Dolbeault). Sia M una variet ` a complessa. Risulta per ogni j ≥ 0
H
j
(M, O
M
) = H
j

(M).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
10. APPLICAZIONI 127
10.8. Fibrati lineari, ipersuperfici e divisori su C
n
. Dal Lemma di Poincar´ e-Grothendieck
5.2 del Capitolo 3 e dal Teorema di Dolbeault 10.16 risulta
H
j
(C
n
, O
C
n) = 0, j ≥ 1.
Dalla successione esponenziale passando alla successione esatta lunga in coomologia si ha
Pic(C
n
) = H
1
(C
n
, O

C
n) = H
2
(C
n
, Z) = 0,
ovvero ogni fibrato lineare su C
n
` e olomorficamente triviale.
Sia D ⊂ C
n
un divisore di Cartier effettivo definito da un ricoprimento ¦U
j
¦ di C
n
e da
f
j
∈ O
C
n(U
j
). Allora esistono f
jk
: U
j
∩ U
k
→ C

olomorfe tali che f
j
/f
k
= f
jk
su U
j
∩ U
k
.
Le ¦f
jk
¦ determinano un fibrato lineare O(D) che ` e banale per quanto appena visto; ovvero
(a meno di passare ad un sottoricoprimento) esistono g
j
∈ O

C
n(U
j
) tali che g
k
/g
j
= g
jk
su
U
j
∩ U
k
. Dunque
f
j
/f
k
= g
k
/g
j
in U
j
∩ U
k
.
Ponendo
˜
f
j
:= f
j
g
j
, risulta che il divisore D ` e definito anche da ¦U
j
,
˜
f
j
¦. Ma
˜
f
j
=
˜
f
k
su
U
j
∩ U
k
e dunque esiste f ∈ O
C
n(C
n
) tale che f[
U
j
=
˜
f
j
e dunque D ` e definito da f su C
n
.
In particolare se Z ` e una sottovariet` a regolare di C
n
di codimensione 1, allora esiste una
funzione olomorfa f : C
n
→C tale che Z = ¦f = 0¦.
In generale, dalla successione esatta corta che definisce il fascio dei divisori di Cartier D
C
n
passando alla successione esatta lunga in coomologia si ha
H
0
(C
n
, D
C
n) · H
0
(C
n
, M

C
n)/H
0
(C
n
, O

C
n).
Ovvero, ogni divisore D su C
n
` e definito da una sezione globale di M

C
n.
10.9. Alcuni fatti—senza dimostrazione—sulla coomologia di CP
n
.
(1)
H
p
(CP
n
, Z) =
_
Z p = 2k, 0 ≤ k ≤ m
0 altrimenti
(2)
H
p
(CP
n
, O
CP
n) =
_
C p = 0
0 p > 0
(3) dalla successione esponenziale segue dunque Pic(CP
n
) · Z, l’isomorfismo essendo
dato dalla prima classe di Chern c
1
(a valori interi).
(4) L’algebra di coomologia H

(CP
n
, Z) · Z[h]/h
n+1
dove h = c
1
(O(1)).
Dai fatti precedenti segue che tutti e soli i fibrati lineari (a meno di isomorfismi di fibrati
olomorfi) su CP
n
sono i fibrati tautologici O(k).
Essendo O(1) = O([H]) il fibrato iperpiano, risulta che O(1) ha una sezione olomorfa
globale s (che determina l’iperpiano H). Pertanto O(k) ha una sezione olomorfa globale s
⊗k
per ogni k ≥ 0 e O(−k) ha una sezione meromorfa globale 1/s
⊗k
per ogni k < 0.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
128 4. FASCI E COOMOLOGIA
In particolare, ogni fibrato lineare su CP
n
ammette una sezione meromorfa e dunque per la
Proposizione 10.10 ` e il fibrato associato ad un divisore. In altri termini
H
0
(CP
n
, D
CP
n) → H
1
(CP
n
, O

CP
n) → 0
` e suriettiva.
10.10. Successioni esatte e spezzamento. Sia
0 → F
α
−→ E
β
−→ G → 0
una successione esatta corta di fibrati vettoriali, che denotiamo con E, su una variet` a M. Per la
Proposizione 10.3 del Capitolo 2 ` e determinata una successione esatta corta di fibrati vettoriali
(10.2) 0 → Hom(G, F)
α◦
−→ Hom(G, E)
β◦
−→ Hom(G, G) → 0
che determina una successione esatta lunga in coomologia (per i fasci delle rispettive sezioni).
In particolare si ha il morfismo
δ : H
0
(M, Hom(G, G)) → H
1
(M, Hom(G, F)).
DEFINIZIONE 10.17.
a(E) := δ(id
G
).
Vale allora il seguente teorema
TEOREMA 10.18 (Grothendieck). Sia M una variet` a e sia E una successione esatta corta
di fibrati vettoriali su M. Allora E spezza se e solo se a(E) = 0.
DIMOSTRAZIONE. Supponiamo a(E) = 0. Allora per definizione δ(id
G
) = 0. Dalla
successione esatta lunga in coomologia
H
0
(M, Hom(G, E)) → H
0
(M, Hom(G, G)) → H
1
(M, Hom(G, F))
risulta che esiste g ∈ H
0
(M, Hom(G, E)) tale che β ◦ g = id
G
e dunque per il Lemma 4.6 la
successione E spezza.
Viceversa, se la successione E spezza, allora esiste g ∈ H
0
(M, Hom(G, E)) tale che β ◦
g = id
G
, dunque id
G
appartiene all’immagine H
0
(M, Hom(G, E)) → H
0
(M, Hom(G, G)) e
pertanto δ(id
G
) = 0, ovvero a(E) = 0.
COROLLARIO 10.19. Sia M una variet` a (reale o complessa). Sia
0 → F → E → G → 0
una successione esatta corta di fibrati vettoriali. Se H
1
(M, Hom(G, F)) = 0 allora la succes-
sione spezza.
COROLLARIO 10.20. Sia M una variet` a e sia
0 → F → E → G → 0
una successione di fibrati vettoriali (con fibra reale o complessa). Allora la successione spezza
in modo C

.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
10. APPLICAZIONI 129
DIMOSTRAZIONE. Il fascio delle sezioni C

di Hom(G, E) ` e un fascio di C

M
-moduli,
dunque ` e aciclico. La tesi segue allora dal corollario precedente.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
CAPITOLO 5
Connessioni su fibrati
1. Connessioni su fibrati vettoriali
Sia E un fibrato vettoriale con fibra complessa (o reale) su una variet` a (reale o complessa)
M e sia c il fascio delle sezioni C

di E. Con il simbolo Ω
1
(c) si denota il fascio delle uno
forme a valori in E, ovvero, per definizione, Ω
1
(c) ` e il fascio delle sezioni C

del fibrato

1
(E) :=
_
1
M ⊗E.
OSSERVAZIONE 1.1. Se M ` e una variet` a complessa e E ` e un fibrato olomorfo, Ω
1
(c) ` e
un fascio di O
M
-moduli localmente libero, che pu` o essere considerato anche come un fascio
di C

M
-moduli localmente libero (con C

M
il fascio delle funzioni C

a valori complessi). Nel
seguito considereremo, salvo avviso contrario, solo sezioni C

dei fibrati con fibra complessa,
dunque solo fasci di C

M,C
-moduli localmente liberi. Pertanto M indicher` a, salvo avviso con-
trario, una variet` a reale mentre TM, T

M, ... indicano i fibrati complessi, ovvero TM ⊗(M
C), T

M ⊗(M C), ...
DEFINIZIONE 1.2. Una connessione ∇ per E ` e un morfismo C-lineare (ovvero anche un
morfismo di fasci di C
M
-moduli)
∇ : c −→ Ω
1
(c)
tale che per ogni aperto U ⊂ M, f ∈ C

M
(U) e e ∈ c(U) risulta
∇(fe) = df ⊗e + f∇e.
OSSERVAZIONE 1.3. Sia ∇una connessione per un fibrato E. Allora se U ⊂ M ` e un aperto
ed e ∈ c(U), per definizione ∇e ∈ C

(U, T

M). In particolare, se v ∈ T
p
M si denota

v
e := (∇e)
p
(v).
Si pu` o pensare a ∇
v
e come la “derivata” di e nella direzione v in p.
Si noti che, per definizione,

av+bw
= a∇
v
+ b∇
w
∀a, b ∈ C

M
(U), v, w ∈ C

(U, TM).
ESEMPIO 1.4. Sia E un fibrato vettoriale su M isomorfo al fibrato banale M C
k
. Sia
¦e
1
, . . . , e
k
¦ una base di E su M. Allora c · C
k
M
e ogni sezione e ∈ c(U) si pu` o scrivere
in modo unico come combinazione lineare e(x) =

k
j=1
s
j
(x)e
j
(x) per x ∈ U, essendo s :=
131
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
132 5. CONNESSIONI SU FIBRATI
(s
1
, . . . , s
k
) : U → C
k
una funzione C

. Si definisce allora una connessione banale per E
rispetto alla base ¦e
1
, . . . , e
k
¦ imponendo
∇e
j
= 0, j = 1, . . . , k.
Per definizione di connessione risulta allora
∇e = ∇(

s
j
e
j
) =

∇(s
j
e
j
) =

ds
j
⊗e
j
.
Si osservi che tale connessione dipende dalla trivializzazione scelta per E.
TEOREMA 1.5. Sia E un fibrato vettoriale su M. Allora E ammette connessioni.
DIMOSTRAZIONE. Sia ¦U
α
¦ un ricoprimento localmente finito di M con ciascun U
α
rela-
tivamente compatto in M e tale che E[
U
α
sia banale. Sia ¦ρ
α
¦ una partizione dell’unit` a subor-
dinata a ¦U
α
¦. Per ogni α sia ¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦ una base di E[
U
α
. Sia ∇
α
la connessione banale per
E[
U
α
rispetto alla base ¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦. Si definisca
∇ :=

ρ
α

α
.
Si verifica allora immediatamente che ∇ ` e una connessione per E.
1.1. Espressioni in basi locali. Sia ∇ una connessione per E. Sia ¦U
α
¦ un ricoprimento
trivializzante per E, tali che E[
U
α
· U
α
C
k
. Sia ¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦ una base locale di E su U
α
.
Poniamo
(1.1) ∇e
α
j
=
k

i=1
θ
α
ij
⊗e
α
i
per opportune 1-forme θ
α
ij
su U
α
.
Data s una sezione C

di E su U
α
, si ha s(x) =

a
α
j
(x)e
α
j
(x), essendo le a
α
j
: U
α
→ C
funzioni C

, e dunque
∇s =

j
∇a
α
j
e
α
j
=

j
_
da
α
j
⊗e
α
j
+a
α
j
∇e
α
j
_
=

j
_
da
α
j
⊗e
α
j
+
k

i=1
a
α
j
θ
α
ij
⊗e
α
i
_
=

j
_
da
α
j
+
k

h=1
a
α
h
θ
α
jh
_
⊗e
α
j
.
In altri termini, se indichiamo con s
α
(x) =
_
_
a
α
1
(x)
.
.
.
a
α
k
(x)
_
_
il vettore delle componenti di s, e
denotiamo con θ
α
= (θ
α
jh
) la matrice k k con entrate le 1-forme θ
α
jh
, si ha
(1.2) ∇s
α
= ds
α
+ θ
α
s
α
.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
1. CONNESSIONI SU FIBRATI VETTORIALI 133
DEFINIZIONE 1.6. La k k matrice θ
α
si dice la matrice di 1-forme di connessione di ∇
rispetto alla base ¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦.
Ricordiamo che se ¦g
αβ
¦ sono le funzioni di transizione di E, le sezioni del fascio associato
(come basi di vettori) cambiano tramite ¦
t
g
−1
αβ
¦ (si veda l’Osservazione 2.15 del Capitolo 4).
Dunque, cambiando aperto trivializzante si ha e
α
i
=

h
g
hi
βα
e
β
h
su U
α
∩ U
β
. Dalla (1.1) si ha da
un lato
∇e
α
j
=
k

i=1
θ
α
ij
⊗e
α
i
=
k

i=1
θ
α
ij

h
g
hi
βα
e
β
h
=
k

h=1
_
k

i=1
θ
α
ij
g
hi
βα
_
⊗e
β
h
,
e dall’altro
∇e
α
j
= ∇
_

h
g
hj
βα
e
β
h
_
=

h
_
dg
hj
βα
⊗e
β
h
+ g
hj
βα
∇e
β
h
_
=

h
_
dg
hj
βα
⊗e
β
h
+ g
hj
βα
k

i=1
θ
β
ih
⊗e
β
i
_
=
k

h=1
_
dg
hj
βα
+
k

i=1
g
ij
βα
θ
β
hi
_
⊗e
β
h
da cui si ottiene per h = 1, . . . , k
k

i=1
θ
α
ij
g
hi
βα
= dg
hj
βα
+
k

i=1
g
ij
βα
θ
β
hi
Moltiplicando ambo i membri per g
lh
αβ
e sommando in h, tenendo presente che

h
g
lh
αβ
g
hi
βα
= δ
l
i
,
si ottiene
k

i,h=1
θ
α
ij
g
lh
αβ
g
hi
βα
=

h
g
lh
αβ
dg
hj
βα
+
k

i,h=1
g
ij
βα
θ
β
hi
g
lh
αβ
ovvero
θ
α
lj
=

h
g
lh
αβ
dg
hj
βα
+
k

i,h=1
g
ij
βα
θ
β
hi
g
lh
αβ
e in forma matriciale
(1.3) θ
α
= g
αβ
dg
βα
+ g
αβ
θ
β
g
βα
.
OSSERVAZIONE 1.7. Se ¦θ
α
¦ ` e una famiglia di k k matrici di 1-forme definite su un
ricoprimento ¦U
α
¦ di M che trivializza E e soddisfa (1.3), allora esiste (ed ` e unica) una con-
nessione ∇ per E con 1-forme di connessioni date da θ
α
, definita tramite la (1.1). Il lettore
verifichi per esercizio.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
134 5. CONNESSIONI SU FIBRATI
2. La (prima) classe di Atiyah
Sia E un fibrato vettoriale con fibra complessa su una variet` a M. Definiamo il fascio J
1
c
di spazi vettoriali su C dato da
τ(M) ¸ U → J
1
c(U) := c(U) ⊕Ω
1
(c)(U).
Si verifichi che ` e effettivamente un fascio di gruppi abeliani. Dotiamo adesso J
1
c di una strut-
tura di fascio di C

M
-moduli nel modo seguente. Sia α := e
1
⊕ω ∈ J
1
c(U) = c(U)⊕Ω
1
(c)(U)
e f ∈ C

M
(U). Si pone
fα := fe
1
⊕(fω +df ⊗e
1
).
Si verifica (per esercizio) che la successione corta di C

M
-moduli data da
(2.1) 0 → Ω
1
(c)
a
−→ J
1
c
b
−→ c → 0
dove a(ω) := 0 ⊕ω e b(e
1
⊕ω) := e
1
, ` e esatta.
Poich´ e c ` e localmente libero, la successione (2.1) spezza localmente (si veda l’Esercizio
4.7 nel Capitolo 4). Dunque esiste un ricoprimento ¦U
α
¦ di M tale che c[
U
α
e Ω
1
(c)[
U
α
sono
liberi, ovvero
J
1
c[
U
α
· Ω
1
(c)[
U
α
⊕c[
U
α
· (C

M
)
nk
[
U
α
⊕(C

M
)
k
[
U
α
.
Pertanto J
1
c ` e un fascio di C

M
-moduli localmente libero. Il fibrato vettoriale ad esso associato
si denota J
1
E.
DEFINIZIONE 2.1. Sia E un fibrato vettoriale su M. Il fibrato vettoriale J
1
E si chiama il
fibrato degli uno getti di E.
OSSERVAZIONE 2.2. Si osservi che se M ` e una variet` a complessa e E ` e un fibrato olomorfo,
la stessa costruzione precedente rende J
1
E un fibrato vettoriale olomorfo.
PROPOSIZIONE 2.3. Ogni connessione per E determina uno spezzamento della successione
esatta corta (2.1). Viceversa, ogni spezzamento della successione esatta corta (2.1) determina
una connessione per E.
DIMOSTRAZIONE. Se ∇ ` e una connessione per E, si definisce j : c → J
1
c tramite
j(e) := e ⊕∇e.
In effetti j ` e un C

M
-morfismo, essendo per f ∈ C

M
(U), e ∈ c(U)
j(fe) = fe ⊕∇(fe) = fe ⊕(df ⊗e +f∇e) = f(e ⊕∇e).
Ovviamente b ◦ j = id e dunque ∇ determina uno spezzamento della successione (2.1).
Viceversa, se la successione (2.1) spezza, esiste un C

M
-morfismo j : c → J
1
c tale che
b ◦ j = id. Sia π : J
1
E → Ω
1
(E) definita sugli elementi semplici da
π(e ⊕ω) := ω.
Si noti che π ` e C-lineare ma non C

M
-lineare.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
2. LA (PRIMA) CLASSE DI ATIYAH 135
Si pone allora
∇ := π ◦ j.
Si ha ∇ : c → Ω
1
(c). Inoltre ∇ ` e C-lineare. Infine per f ∈ C

M
(U), e ∈ c(U)
∇(fe) = π(fj(e)) = π(f(e ⊕ω)) = π(fe ⊕(fω + df ⊗e))
= fω +df ⊗e = f∇e + df ⊗e.
Dunque ∇ ` e una connessione per E.
OSSERVAZIONE 2.4. La Proposizione precedente d` a una dimostrazione alternativa dell’e-
sistenza di connessioni per fibrati vettoriali. Infatti la successione di C

M
-moduli (2.1) spezza
sempre per il Corollario 10.20 del Capitolo 4.
Se E ` e un fibrato olomorfo sulla variet` a complessa M, si pu` o considerare la successione
esatta corta E di O
M
-moduli data dalle sezioni olomorfe dei fibrati:
(2.2) 0 → O
M
(Ω
1
(E))
a
−→ O
M
(J
1
E)
b
−→ O
M
(E) → 0.
Sia a(E) ∈ H
1
(M, O
M
(Hom(E, Ω
1
(E))) la classe definita in Definizione 10.17 nel Capitolo 4.
DEFINIZIONE 2.5. La (prima) classe di Atiyah a(E) di E, ` e data da
a(E) := a(E) ∈ H
1
(M, O
M
(Hom(E, Ω
1
(E))).
ESERCIZIO 2.6. Si trovi l’espressione dell’1-cociclo che rappresenta a(E) nella coomolo-
gia di
ˇ
Cech.
DEFINIZIONE 2.7. Sia E un fibrato vettoriale olomorfo su una variet` a complessa M. Una
connessione olomorfa ∇ per E ` e un morfismo C-lineare
∇ : O
M
(E) −→ O
M
(Ω
1
(E))
tale che per ogni aperto U ⊂ M, f ∈ O
M
(U) e e ∈ O
M
(E)(U) risulta
∇(fe) = df ⊗e + f∇e.
PROPOSIZIONE 2.8. Sia E un fibrato vettoriale olomorfo su una variet ` a complessa M.
Allora E ammette una connessione olomorfa se e solo se a(E) = 0.
DIMOSTRAZIONE. Basta ragionare come in Proposizione 2.3, tenendo presente che a(E) =
0 se e solo se la successione esatta corta (2.2) spezza come successione di O
M
-moduli local-
mente liberi.
Si osservi che in genere un fibrato olomorfo non ammette connessioni olomorfe (mentre
ammette sempre connessioni C

).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
136 5. CONNESSIONI SU FIBRATI
3. Curvatura di una connessione
Sia E un fibrato vettoriale con fibra complessa su una variet` a M. Sia ∇un connessione per
E. Sia Ω
p
(c) il fascio delle p-forme a valori in E. Ovvero Ω
p
(c) ` e il fascio delle sezioni del
fibrato vettoriale
_
p
M ⊗E. Si pu` o estendere la connessione ∇ come morfismo C-lineare
∇ : Ω
p
(c) → Ω
p+1
(c)
tramite
∇(ω ⊗e) := dω ⊗e + (−1)
p
ω ∧ ∇e,
per ω ∈ Ω
p
(U), e ∈ c(U).
OSSERVAZIONE 3.1. Si noti che se ω ⊗e ∈ Ω
p
(c)(U), e f ∈ C

M
(U) si ha
∇(f(ω ⊗e)) = ∇((fω) ⊗e) = d(fω) ⊗e + (−1)
p
fω ∧ ∇e
= df ∧ ω ⊗e +f∇(ω ⊗e).
DEFINIZIONE 3.2. L’operatore R := ∇◦ ∇ : c → Ω
2
(c) si dice la curvatura di ∇.
PROPOSIZIONE 3.3. La curvatura R ` e un morfismo C

M
-lineare, ovvero
R ∈ C

M
(M, Hom(E,
2

M ⊗E)) · C

M
(M, E

⊗E ⊗(T

M ∧ T

M)).
DIMOSTRAZIONE. Sia e ∈ c(U) e f ∈ C

M
(U). Allora
R(fe) = ∇(f∇e + df ⊗e) = ∇(f∇e) +∇(df ⊗e)
= df ∧ ∇e + fR(e) + d
2
f ⊗e −df ∧ ∇e = fR(e),
che prova che R ` e un morfismo di C

M
-moduli e dunque la tesi segue per quanto visto nella
Sezione 4 del Capitolo 4.
3.1. Espressioni in basi locali. Studiamo l’espressione della curvatura di una connessione
in termini di una base locale (con le notazioni poc’anzi introdotte). Scriviamo
(3.1) R(e
α
j
) =
k

h=1
K
α
hj
⊗e
α
h
,
con K
α
= (K
hj
) una k k matrice le cui entrate sono 2-forme su U
α
. Per definizione
R(e
α
j
) = ∇(∇e
α
j
) = ∇(
k

i=1
θ
α
ij
⊗e
α
i
) =
k

i=1
∇(θ
α
ij
⊗e
α
i
)
=
k

i=1
_

α
ij
⊗e
α
i
−θ
α
ij
∧ ∇e
α
i
_
=
k

i=1
_

α
ij
⊗e
α
i
−θ
α
ij

k

l=1
θ
α
li
⊗e
α
l
_
=
k

h=1
_

α
hj

k

t=1
θ
α
tj
∧ θ
α
ht
_
⊗e
α
h
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
3. CURVATURA DI UNA CONNESSIONE 137
da cui si ottiene per h, j = 1, . . . , k
(3.2) K
α
hj
= dθ
α
hj

k

t=1
θ
α
tj
∧ θ
α
ht
= dθ
α
hj
+
k

t=1
θ
α
ht
∧ θ
α
tj
.
Definendo θ
α
∧ θ
α
la matrice k k ottenuta facendo il prodotto esterno riga per colonna di θ
α
con se stessa (ovvero l’entrata di posto h, j ` e

k
t=1
θ
α
ht
∧θ
α
tj
), la (3.2) si pu` o esprimere in forma
matriciale come
(3.3) K
α
= dθ
α
+ θ
α
∧ θ
α
.
Le (3.2) e (3.3) sono dette equazioni di struttura.
OSSERVAZIONE 3.4. Si osservi che
t

α
∧ θ
α
) = −
t
θ
α

t
θ
α
.
In particolare ne segue che la traccia della matrice θ
α
∧ θ
α
` e nulla, ovvero
(3.4) tr(θ
α
∧ θ
α
) = 0.
Cambiando base locale per E, dalla (3.3) si ha
R(e
α
j
) = R
_

h
g
hj
βα
e
β
h
_
=

h
g
hj
βα
R(e
β
h
) =

h
g
hj
βα

l
K
β
lh
⊗e
β
l
=

l,h
g
hj
βα
K
β
lh

t
g
tl
αβ
⊗e
α
t
=

t
_

h,l
g
hj
βα
K
β
lh
g
tl
αβ
_
⊗e
α
t
e confrontando con (3.1) si ottiene
(3.5) K
α
tj
=

h,l
g
hj
βα
K
β
lh
g
tl
αβ
t, j = 1, . . . , k.
In termini matriciali, la (3.5) ` e equivalente a
(3.6) K
α
= g
αβ
K
β
g
βα
,
come si poteva desumere anche direttamente dal fatto che R ` e una sezione del fibrato Hom(E, E)⊗
_
2
M.
OSSERVAZIONE 3.5. Se k = 1, ovvero se E ` e un fibrato con fibra complessa di rango uno,
tenuto presente che θ
α
, K
α
sono delle forme e g
αβ
(x) sono funzioni complesse mai nulle, le
formule precedenti diventano
(3.7) θ
α
−θ
β
=
dg
βα
g
βα
= d log(g
βα
),
(3.8) K
α
= dθ
α
,
(3.9) K
α
= K
β
,
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
138 5. CONNESSIONI SU FIBRATI
ovvero, ¦K
α
¦ determina una sezione globale di
_
2
M (cio` e una 2-forma su M). Si osservi che
questo segue anche astrattamente dal fatto che Hom(E, E) = E ⊗ E

= M C e dunque
R ∈ H
0
(M, Hom(E, E) ⊗
_
2
M) = H
0
(M,
_
2
M).
PROPOSIZIONE 3.6 (Identit` a di Ricci). Sia ∇ una connessione per un fibrato vettoriale E
con fibra complessa di rango k su M. Sia R la sua curvatura. Siano v, w due germi di campi
di vettori su M in un intorno di p e sia s ∈ c
p
. Allora
R(v, w)s = ∇
v
(∇
w
s) −∇
w
(∇
v
s) −∇
[v,w]
s.
DIMOSTRAZIONE. Per semplicit` a si prova per k = 1 (tediosi calcoli analoghi valgono per
ogni k). Per prima cosa si verifica che se e ` e una base locale di E[
U
, allora per ogni f ∈ C

M
(U)
risulta

v
(∇
w
fe) −∇
w
(∇
v
fe) −∇
[v,w]
fe = f
_

v
(∇
w
s) −∇
w
(∇
v
s) −∇
[v,w]
s
_
.
Dunque basta provare l’identit` a di Ricci prendendo s = e. Dalla (3.8) (omettendo di scrivere
α) abbiamo
R(v, w)e = dθ(v, w)e.
D’altra parte

v
(∇
w
e) = ∇
v
(θ(w)e) = d(θ(w))(v)e + θ(w)∇
v
e = (vθ(w) + θ(w)θ(v))e,
e similmente

w
(∇
v
e) = (wθ(v) + θ(v)θ(w))e,
da cui

v
(∇
w
e) −∇
w
(∇
v
e) −∇
[v,w]
e = (vθ(w) −wθ(v) −θ([v, w]))e.
Pertanto l’identit` a di Ricci equivale a
dθ(v, w) = vθ(w) −wθ(v) −θ([v, w]),
ma questa formula ` e il contenuto della Proposizione 2.2 nel Capitolo 3.
4. Estensione di una connessione all’algebra tensoriale
In questa sezione vedremo come sia possibile estendere una (o pi ` u) connessioni ai fibrati
vettoriali definiti dalle naturali operazioni tra fibrati vettoriali.
4.1. Somma diretta. Siano E, E
t
due fibrati vettoriali su M. Sia ∇ una connessione per
E e ∇
t
una connessione per E
t
. Sia F = E ⊕E
t
. Si definisce

tt
:= ∇⊕∇
t
.
Si verifica facilmente che ∇
tt
` e effettivamente una connessione su F. Si verifica poi facilmente
che, se ¦θ
α
¦ ` e la matrice di 1-forme di connessione di ∇rispetto alla base locale ¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦ di
E e se ¦
˜
θ
α
¦ ` e la matrice di 1-forme di connessione di ∇
t
rispetto alla base locale ¦e
t
α
1
, . . . , e
t
α
h
¦
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
4. ESTENSIONE DI UNA CONNESSIONE ALL’ALGEBRA TENSORIALE 139
di E
t
, allora la la matrice di 1-forme di connessione di ∇
tt
rispetto alla base locale ¦e
α
1

0, . . . , e
α
k
⊕0, 0 ⊕e
t
α
1
, . . . , 0 ⊕e
t
α
h
¦ di E ⊕E
t
` e data da
_
θ
α
0
0
˜
θ
α
_
.
Dalle equazioni di struttura si ha che se K
α
` e la matrice di curvatura di ∇rispetto alla base locale
¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦ di E e se
˜
K
α
` e la matrice di curvatura di ∇
t
rispetto alla base locale ¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦
di E
t
, allora la matrice di curvatura di ∇
tt
rispetto alla base locale ¦e
α
1
⊕ 0, . . . , e
α
k
⊕ 0, 0 ⊕
e
t
α
1
, . . . , 0 ⊕e
t
α
h
¦ di E ⊕E
t
` e data da
(4.1)
_
K
α
0
0
˜
K
α
_
.
4.2. Prodotto tensoriale. Siano E, E
t
due fibrati vettoriali su M. Sia ∇ una connessione
per E e ∇
t
una connessione per E
t
. Sia F = E ⊗E
t
. Si definisce

tt
:= ∇
t
⊗id
E
+ id
E
⊗∇.
Si verifica he ∇
t
` e effettivamente una connessione su F. Infatti, con ovvie notazioni,

tt
f(e ⊗e
t
) = ∇
tt
(fe) ⊗e
t
= ∇(fe) ⊗e
t
+ fe ⊗∇
t
e
t
= df ⊗(e ⊗e
t
) + f(∇
tt
e ⊗e
t
+ e ⊗∇
t
e
t
) = df ⊗(e ⊗e
t
) + f∇
tt
(e ⊗e
t
).
ESEMPIO 4.1. Sia E un fibrato vettoriale di rango k e sia L un fibrato di rango uno. Siano
∇ una connessione per E e ∇
t
una connessione per L. Fissiamo un ricoprimento ¦U
α
¦ di M,
trivializzante per E, L. Sia ¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦ una base locale di E su U
α
e sia ¦s
α
¦ una base locale di
L su U
α
. Siano ¦θ
α
¦ (matrice kk) e ¦θ

¦ (matrice 11) le matrici di 1-forme di connessione
rispetto alle basi scelte. Il fibrato E ⊗L ha basi locali naturali data da ¦e
α
1
⊗s
α
, . . . , e
α
k
⊗s
α
¦.
Rispetto a tale base le 1-forme della connessione ∇
tt
= ∇⊗1 + id ⊗∇
t
sono

h
θ
ttα
hj
⊗e
α
h
⊗s
α
= ∇
tt
(e
α
j
⊗s
α
) =

h
θ
α
hj
⊗e
α
h
⊗s
α
+ θ
α
⊗e
α
j
⊗s
α
,
da cui
θ
ttα
= θ
α
+ θ

id.
Dall’equazione di struttura si ha K
ttα
= dθ
ttα

ttα
∧θ
ttα
, e, sostituendo l’equazione precedente
si ottiene
K
ttα
= K
α
+ K

id.
4.3. Prodotto esterno. Sia E un fibrato vettoriale su M di rango k. Sia ∇una connessione
per E. Si definisce una connessione naturale ∇
t
per il prodotto esterno
_
r
E (con r ≤ k)
estendendo per linearit` a la seguente:

t
(e
1
∧ . . . ∧ e
r
) := (∇e
1
) ∧ e
2
∧ . . . ∧ e
r
+. . . +e
1
∧ . . . ∧ e
r−1
∧ (∇e
r
).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
140 5. CONNESSIONI SU FIBRATI
Nel caso in cui r = k, e dunque
_
k
E = det(E) ` e il fibrato determinante di E, se θ
α
` e la
matrice di 1-forme della connessione ∇ rispetto alla base locale ¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦ di E, la 1-forma
di connessione
˜
θ
α
di ∇
t
rispetto alla base locale e
α
1
∧ . . . ∧ e
α
k
di det(E) ` e ottenuta tramite

t
(e
α
1
∧ . . . ∧ e
α
k
) = (∇e
α
1
) ∧ e
α
2
∧ . . . ∧ e
α
r
+. . . +e
α
1
∧ . . . ∧ e
α
r−1
∧ (∇e
α
r
)
=
k

j=1
θ
α
j1
e
α
j
∧ e
α
2
∧ . . . ∧ e
α
r
+. . . +e
α
1
∧ . . . ∧ e
α
r−1
∧ (
k

j=1
θ
α
jk
e
α
j
)
= θ
α
11
e
α
1
∧ e
α
2
∧ . . . ∧ e
α
r
+ . . . + e
α
1
∧ . . . ∧ e
α
r−1
∧ θ
α
kk
e
α
k
= tr(θ
α
)e
α
1
∧ . . . ∧ e
α
k
.
Da cui
˜
θ
α
= tr(θ
α
).
Se K
α
` e la matrice di curvatura di ∇ rispetto alla base locale ¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦ di E, la 2-forma di
curvatura
˜
K
α
di ∇
t
rispetto alla base locale e
α
1
∧ . . . ∧ e
α
k
di det(E) si ottiene dalla equazione
di struttura tenendo conto della (3.4):
˜
K
α
= d
˜
θ
α
= dtr(θ
α
) = tr(dθ
α
)
= tr(dθ
α
) + tr(θ
α
∧ θ
α
) = tr(dθ
α
+ θ
α
∧ θ
α
)
= tr(K
α
).
(4.2)
4.4. Duale. Sia E un fibrato vettoriale su M e sia ∇ una connessione per E. Definiamo
adesso una natuarle connessione per E

.
PROPOSIZIONE 4.2. Sia E un fibrato vettoriale su M e sia ∇una connessione per E. Allora
esiste unica una connessione ∇

per E

con la propriet` a che per ogni e ∈ c(U) e ϕ ∈ c

(U)
vale
d(ϕ(e)) = (∇

ϕ)(e) + ϕ(∇e) ∀ϕ, e.
DIMOSTRAZIONE. Supponiamo che una tale connessione esista. Sia U un aperto tale che
E[
U
sia banale. Sia ¦e
1
, . . . , e
k
¦ una base di E su U e sia ¦ϕ
1
, . . . , ϕ
k
¦ la base duale di E

su
U. Abbiamo
∇e
j
=

i
θ
ij
⊗e
i
, ∇

ϕ
j
=

i
θ

ij
⊗ϕ
i
.
Dunque, per definizione
θ

lj
=

i
θ

ij
⊗ϕ
i
(e
l
) = (∇

ϕ
j
)(e
l
) = dϕ
j
(e
l
) −ϕ
j
(∇e
l
)
= −ϕ
j
(

i
θ
il
⊗e
i
) = −θ
jl
.
Pertanto
(4.3) θ

= −
t
θ.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
5. LE IDENTIT
`
A DI BIANCHI 141
Sia ora ¦U
α
¦ un atlante di trivializzazione per E, e per ogni α sia fissata una base locale per
E[
U
α
. Siano ¦g
αβ
¦ le matrici di transizione di E rispetto a ¦U
α
¦ e siano ¦θ
α
¦ le matrici di
1-forme di connessione di ∇ rispetto alle basi locali scelte.
Ricordiamo che le matrici di transizione del fibrato E

rispetto a ¦U
α
¦ sono date da ¦
t
g
−1
αβ
¦
(si veda la (4.2) del Capitolo 2). Definiamo (θ

)
α
:= −
t
θ
α
. Se proviamo che le ¦(θ

)
α
¦
verificano la condizione di compatibilit` a (1.3) (con le g
αβ
sostituite dalle
t
g
−1
αβ
), allora esiste una
unica connessione ∇

che ha le ¦(θ

)
α
¦ come matrici di 1-forme nelle basi locali di E

su U
α
duali alle basi locali di E su U
α
. Dunque queste soddisfano la (4.3) e pertanto il teorema risulta
privato.
La verifica delle condizioni di compatibilit` a di ¦(θ

)
α
¦ ` e lasciata come esercizio (per il
calcolo si tenga conto che le ¦θ
α
¦ verificano la (1.3) e che 0 = (dg
αβ
)g
βα
+ g
αβ
dg
βα
).
OSSERVAZIONE 4.3. Sia E ` e un fibrato vettoriale con connessione ∇. Fissiamo una base
di E su un aperto. Sia E

il fibrato duale con la connessione ∇

. Sia θ la matrice di 1-forme di
connessione di ∇ rispetto alla base fissata e sia K la matrice delle due forme di curvatura. Sia
K

la curvatura di ∇

nella base duale della base fissata. Tenuto conto che
t
θ ∧
t
θ = −
t
(θ ∧θ),
dalla (4.3) e dall’equazione di struttura K

= dθ



∧ θ

= −d
t
θ −
t
(θ ∧ θ), da cui
K

= −
t
K.
4.5. Pull-back. Sia f : N → M una funzione liscia. Sia E un fibrato vettoriale su M con
connessione ∇. Se ¦θ
α
¦ sono le matrici di 1-forme di connessione rispetto a qualche insieme
di basi locali per E, le ¦f


α
)¦ verificano le equazioni di compatibilit` a (1.3) per il fibrato f

E
e dunque definiscono una connessione per f

E, detta pull-back di ∇.
Con le operazioni ora introdotte, data una connessione ∇ per E, questa si pu` o estendere in
modo naturale ad una connessione sull’algebra tensoriale di E, ovvero su tutti i fibrati del tipo
E
⊗m
⊗E
∗⊗t

_
l
E ⊗
_
p
M ⊗TM
⊗q
.
Con un usuale abuso di notazione, data una connessione ∇ per un fibrato E, indicheremo
con la stessa lettera ∇ogni estensione “naturale” (come definita in precedenza) di ∇all’algebra
tensoriale.
ESERCIZIO 4.4. Sia h una metrica Hermitiana su un fibrato vettoriale E. Una connessione
∇ per E si dice compatibile con la metrica h se ∇h = 0 (intendendo la connessione ∇ estesa
a E

⊗E

in modo naturale). Si provi che una connessione ∇ ` e h-compatibile se e solo se per
ogni e, e
t
∈ c
p
, v ∈ T
p
M si ha
v(h(e, e
t
)) = h(∇
v
e, e
t
) + h(e, ∇
v
e
t
).
5. Le identit` a di Bianchi
TEOREMA 5.1. Sia E un fibrato vettoriale su M. Sia ¦U
α
¦ un ricoprimento di M trivializ-
zante per E. Sia ∇una connessione per E con matrici di 1-forme di connessione ¦θ
α
¦ rispetto
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
142 5. CONNESSIONI SU FIBRATI
ad una base ¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦ di E[
U
α
. Sia R la curvatura di ∇ con 2-forme di curvatura ¦K
α
¦
rispetto alla stessa base. Allora
dK
α
= K
α
∧ θ
α
−θ
α
∧ K
α
, (5.1)
∇R = 0. (5.2)
DIMOSTRAZIONE. Dalla (3.3) si ottiene
dK
α
= d(dθ
α
) + d(θ
α
∧ θ
α
) = dθ
α
∧ θ
α
−θ
α
∧ dθ
α
.
Sostituendo dθ
α
= K
α
−θ
α
∧ θ
α
si ottiene allora la prima identit` a di Bianchi.
Sia ¦ϕ
α
1
, . . . , ϕ
α
k
¦ la base di E

[
U
α
duale di ¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦. Essendo R una sezione globale di
_
2
M ⊗E ⊗E

, si pu` o scrivere
R =

ij
K
α
ij
⊗e
α
i
⊗ϕ
α
j
.
La connessione ∇si estende in modo naturale come spiegato in precedenza ad una connessione
su
_
2
M ⊗E ⊗E

, che denotiamo sempre con la lettera ∇. Dobbiamo provare che, rispetto a
questa estensione naturale, ∇R = 0. Dunque
∇R =

ij
_
dK
α
ij
⊗e
α
i
⊗ϕ
α
j
+ (−1)
2
K
α
ij
∧ ∇(e
α
i
⊗ϕ
α
j
)
¸
=

ij
_
dK
α
ij
⊗e
α
i
⊗ϕ
α
j
+K
α
ij
∧ (∇e
α
i
) ⊗ϕ
α
j
+ K
α
ij
∧ e
α
i
⊗(∇

ϕ
α
j
)
¸
(4.3)
=

ij
_
dK
α
ij
⊗e
α
i
⊗ϕ
α
j
+ K
α
ij

t

α
ti
⊗e
α
t
) ⊗ϕ
α
j
+ K
α
ij
∧ e
α
i

t
(−θ
α
jt
⊗ϕ
α
t
)
_
=

tj
_
dK
α
tj
+

i
(K
α
ij
∧ θ
α
ti
−K
α
ti
∧ θ
α
ij
)
_
⊗e
α
t
⊗ϕ
α
j
=

tj
_
dK
α
tj

i
(K
α
ti
∧ θ
α
ij
−θ
α
ti
∧ K
α
ij
)
_
⊗e
α
t
⊗ϕ
α
j
= 0,
essendo dK
α
tj

i
(K
α
ti
∧ θ
α
ij
−θ
α
ti
∧ K
α
ij
) = 0 per la prima identit` a di Bianchi.
6. Fibrati lineari e connessioni
In questa sezione consideriamo L un fibrato con fibra complessa di rango uno su una variet` a
M. Sia ∇ una connessione per L con curvatura R. Dalle (3.8) e (3.9) risulta che la 2-forma di
curvatura ¦K
α
¦ ` e la restrizione di una due forma globale che denotiamo con K, e che dK = 0.
Dunque K rappresenta una classe che denotiamo con [∇] ∈ H
2
dR
(M) (qui si considera il gruppo
di de Rham a coefficienti complessi).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
6. FIBRATI LINEARI E CONNESSIONI 143
LEMMA 6.1. Sia L un fibrato con fibra complessa di rango uno su M. Siano ∇, ∇
t
due
connessioni per L. Allora
[∇] = [∇
t
].
DIMOSTRAZIONE. Sia ¦U
α
¦ un ricoprimento trivializzante per L con base e
α
per L[
U
α
.
Siano ¦θ
α
¦ le 1-forme di connessione per ∇ rispetto alla base ¦e
α
¦. Siano¦
˜
θ
α
¦ le 1-forme di
connessione per ∇
t
rispetto alla stessa base ¦e
α
¦. Dalla (3.7) risulta
θ
α

˜
θ
α
= θ
β

˜
θ
β
,
su U
α
∩ U
β
. Pertanto ¦θ
α
−θ
β
¦ definiscono una 1-forma globale ω su M. Posto K la 2-forma
data dalla curvatura di ∇e K
t
quella data da ∇
t
, dalla (3.8) si ha
K −K
t
= dω,
dunque [∇] = [∇
t
] come volevasi.
DEFINIZIONE 6.2. Sia L un fibrato con fibra complessa di rango uno su M. Sia ∇ una
connessione per L. Mediante l’isomorfismo tra H
2
dR
(M) e H
2
(M, C) la classe [∇] definisce un
elemento di H
2
(M, C) che non dipende da ∇e che si indica con [L] ∈ H
2
(M, C).
TEOREMA 6.3. Sia L un fibrato con fibra complessa di rango uno su M. Allora
c
1
(L) =
i

[L].
in H
2
(M, C).
DIMOSTRAZIONE. Per dimostrare l’enunciato dobbiamo scrivere esplicitamente l’isomor-
fismo del teorema di de Rham astratto γ
2
: H
2
dR
(M) → H
2
(M, C) nel caso della risoluzione
aciclica di C data dal complesso di de Rham:
0 →C
M
→ C

M,C
d
→ C
∞,1
M,C
d
→ . . . → C
∞,n
M,C
→ 0.
Da questo si ottengono le successioni esatte corte
(6.1) 0 →C
M
−→ C

M,C
d
−→ /
1
→ 0
(6.2) 0 → /
1
−→ C
∞,1
M,C
d
−→ /
2
→ 0
essendo /
1
= Ker(C
∞,1
M,C
d
→ C
∞,2
M,C
) e /
2
= Ker(C
∞,2
M,C
d
→ C
∞,3
M,C
). Dalla dimostrazione del
Teorema di de Rham astratto (Teorema 8.3 nel Capitolo 4) si ha che γ
2
:= γ
2
2
◦ γ
2
1
. Ora
γ
2
1
: H
2
dR
(M) ·
H
0
(M, /
2
)
Im(H
0
(M, C
∞,1
M,C
) → H
0
(M, /
2
))
−→H
1
(M, /
1
)
` e definito dall’operatore di cobordo ∂
1
della successione esatta lunga in coomologia associata
alla (6.2).
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
144 5. CONNESSIONI SU FIBRATI
Calcoliamo dunque ∂
1
([L]). Sia ∇ una connessione per L. Sia | := ¦U
α
¦ un ricoprimento
trivializzante per L tale che U
α
∩ U
β
sia semplicemente connesso per ogni α, β e sia ¦e
α
¦ una
base di L[
U
α
. Siano ¦θ
α
¦ le 1-forme di connessione per ∇relative alla base ¦e
α
¦ e siano ¦K
α
¦
le 2-forme di curvatura. La classe [∇] ` e definita dalla 2-forma K tale che K[
U
α
= K
α
. Dunque
¦K
α
¦ ` e lo zero cociclo che rappresenta [∇] nella coomologia di
ˇ
Cech
ˇ
H
0
(|, /
2
). Ricordiamo
che K
α
= dθ
α
per la (3.8). L’operatore di cobordo ∂
1
:
ˇ
H
0
(|, /
2
) →
ˇ
H
1
(|, /
1
) ` e dunque
definito tramite il Lemma del Serpente da
(
0
(|, C
∞,1
M,C
) ¸ ¦θ
α
¦
d
−−−→ ¦K
α
¦ ∈ (
0
(|, /
2
) → 0
¸
¸
_
0 → (
1
(|, /
1
) −−−→ (
1
(|, C
∞,1
M,C
) ¸ ¦(θ
β
−θ
α
)[
U
α
∩U
β
¦
da cui, essendo (θ
α
−θ
β
)[
U
α
∩U
β
=
dg
βα
g
βα
= d log(g
βα
) per la (3.7), e g
βα
= g
−1
αβ
, risulta
(6.3) γ
2
1
([∇]) = [¦d log(g
αβ
)¦] ∈ H
1
(M, /
1
).
Inoltre, γ
2
2
: H
1
(M, /
1
) → H
2
(M, C) ` e un isomorfismo dato dall’operatore di cobordo ∂
2
relativo alla successione esatta lunga in coomologia associata alla successione esatta corta (6.1).
Nuovamente, dal Lemma del Serpente abbiamo
(
1
(|, C

M,C
) ¸ ¦log(g
αβ

d
−−−→ ¦d log(g
αβ
)¦ ∈ (
1
(|, /
1
) → 0
¸
¸
_
0 → (
2
(|, C
M
) −−−→ (
2
(|, C

M,C
) ¸ ¦z
αβγ
¦
dove
z
αβγ
= log(g
βγ
)[
U
α
∩U
β
∩U
γ
−log(g
αγ
)[
U
α
∩U
β
∩U
γ
+ log(g
αβ
)[
U
α
∩U
β
∩U
γ
.
Pertanto
[L] = γ
2
([∇]) = [¦z
αβγ
¦] ∈
ˇ
H
2
(|, C
M
).
Dalla Proposizione 10.4 del Capitolo 4 segue dunque che
c
1
(L) =
i

γ
2
([∇]) ∈
ˇ
H
2
(|, C
M
),
da cui la tesi.
7. Teoria di Chern-Weil
7.1. Polinomi Invarianti. Indichiamo con Mat(k, C) lo spazio delle matrici k k con
entrate complesse.
DEFINIZIONE 7.1. Un funzione P : Mat(k, C) → C tale che sia polinomiale nelle entrate
delle matrici si dice un polinomio invariante se
P(C
−1
AC) = P(A)
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
7. TEORIA DI CHERN-WEIL 145
per ogni matrice A ∈ Mat(k, C) e ogni matrice G ∈ GL(k, C). Lo spazio dei polinomi invarianti
si indica con Inv(k).
ESEMPIO 7.2. Se A ` e una matrice k k si pu` o definire
det(I + tA) =
k

j=0
σ
j
(A)t
j
.
Le σ
j
: Mat(k, C) → C sono polinomi invarianti, in particolare essi sono le funzioni simmet-
riche elementari degli autovalori di A. Infatti, se J ` e la forma di Jordan di A, allora J = CAC
−1
per qualche matrice invertibile C. E se λ
0
, . . . , λ
k
sono gli autovalori di A (e di J) si ha
det(I + tA) = det(C
−1
(I + tJ)C) = det(I + tJ) =

(1 + tλ
j
)
= 1 + t(λ
1
+ . . . + λ
k
) + t
2

j<k
λ
j
λ
k
+ . . . + t
k

1
λ
k
).
da cui si vede che, indicando con M(j) l’insieme dei minori principali j j di A,
σ
j
(A) =

1≤l
1
<...<l
j
≤k
λ
l
1
λ
l
j
=

M∈M(j)
det M,
in particolare
σ
0
(A) = 1, σ
1
(A) = trA, . . . , σ
k
(A) = det A.
7.1.1. Formula di polarizzazione. Una applicazione m-lineare simmetrica
˜
P : Mat(k, C)
. . . Mat(k, C) →C si dice invariante se per ogni C ∈ GL(k, C) si ha
˜
P(C
−1
A
1
C, . . . , C
−1
A
m
C) =
˜
P(A
1
, . . . , A
m
)
per ogni A
1
, . . . , A
m
∈ Mat(k, C).
Ad ogni applicazione m-lineare simmetrica invariante
˜
P : Mat(k, C). . .Mat(k, C) →C
` e associato un unico polinomio invariante omogeneo di grado mdato da P(A) :=
˜
P(A, . . . , A).
Viceversa, sia P : Mat(k, C) → C un polinomio omogeneo invariante di grado m. Al-
lora esiste una unica applicazione m-lineare simmetrica invariante
˜
P : Mat(k, C) . . .
Mat(k, C) →C tale che P(A) =
˜
P(A, . . . , A) per ogni A ∈ Mat(k, C). Tale
˜
P ` e definita dalla
formula di polarizzazione nel modo seguente. Per A
1
, . . . , A
m
∈ Mat(k, C) sia T(A
1
, . . . , A
m
)
il coefficiente di t
1
t
m
nell’espansione del polinomio P(t
1
A
1
+ . . . + t
m
A
m
). Allora
˜
P(A, . . . , A) :=
1
m!
T(A
1
, . . . , A
m
).
7.2. L’omomorfismo di Weil. In questa sezione supponiamo M sia una variet` a (reale o
complessa) e E un fibrato con fibra complessa di rango k munito di una connessione ∇. Fis-
siamo un ricoprimento ¦U
α
¦ di M trivializzante per E e su ciascun aperto scegliamo una base
¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦ di sezioni di E[
U
α
. In tali basi siano ¦θ
α
¦ le matrici di 1-forme di connessione di
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
146 5. CONNESSIONI SU FIBRATI
∇e ¦K
α
¦ le matrici di 2-forme di curvatura di ∇. Siano infine ¦g
αβ
¦ le funzioni di transizione
di E. Abbiamo visto dalla (3.6) che K
α
= g
αβ
K
β
g
βα
.
Notiamo che se ω, ω
t
sono 2-forme, il prodotto wedge ` e commutativo, ovvero ω ∧ ω
t
=
ω
t
∧ ω. Pertanto, se P : Mat(k, C) → C ` e una funzione polinomiale nelle entrate, si pu` o ben
definire P(Θ) per ogni matrice k k di 2-forme Θ.
ESEMPIO 7.3. Sia P(A) = a
11
a
12
a
13
, dove abbiamo posto A = (a
ij
) ∈ Mat(k, C). Se
Θ = (ω
ij
) ` e una k k matrice di 2-forme, risulta P(Θ) = ω
11
∧ ω
12
∧ ω
13
.
Dato P ∈ Inv(k) risulta pertanto P(K
α
) = P(K
β
) per ogni α, β. Pertanto per ogni
P ∈ Inv(k) le ¦P(K
α
)¦ definiscono una forma globale su M, denotata P(∇), il cui grado
dipende dal grado del polinomio. In particolare se P ` e un polinomio invariante omogeneo di
grado m, allora P(∇) ` e una forma di grado 2m.
PROPOSIZIONE 7.4. Sia E un fibrato vettoriale con fibra complessa di rango k su M. Sia
P ∈ Inv(k). Allora
(1) per ogni connessione ∇per E vale dP(∇) = 0.
(2) Se ∇, ∇
t
sono due connessioni per E, esiste una forma differenziale P(∇, ∇
t
) su M
tale che P(∇) −P(∇
t
) = dP(∇, ∇
t
).
Per dimostrare la Proposizione ci occorrono due lemmi:
LEMMA 7.5. Sia E un fibrato vettoriale con fibra complessa di rango k su M. Sia ∇ una
connessione per E. Fissato x ∈ M esiste un intorno U di x e una base ¦e
1
, . . . , e
k
¦ di E[
U
tale
che la matrice di uno-forme di connessione θ di ∇ rispetto a ¦e
1
, . . . , e
k
¦ ha la propriet` a che
θ(x) = 0.
DIMOSTRAZIONE. Fissiamo un intorno U
α
di x tale che E[
U
α
sia banale e sia ¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦
una base di E su U. Sia θ
α
la matrice di uno-forme per ∇ rispetto alla base ¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦.
Se ¦e
1
, . . . , e
k
¦ ` e un’altra base di E in un intorno U ⊂ U
α
di x e θ ` e la matrice di uno-
forme rispetto a tale base, per la (1.3) si ha θ = g
−1
dg + g
−1
θ
α
g dove g : U → GL(k, C)
` e una funzione C

che rappresenta il cambiamento di base. Pertanto, θ(x) = 0 equivale a
g
−1
(x)dg
x
+g
−1
(x)θ
α
(x)g(x) = 0, ovvero
dg
x
+ θ
α
(x)g(x) = 0.
Questa equazione ha chiaramente soluzione definita su un intorno U di x tale che g sia una
matrice k k invertibile con entrate C

su U. Ad esempio, possiamo prendere g la soluzione
al problema di Cauchy
_
dg
q
= −θ
α
(q)
g(x) = id
Per costruzione, se ¦e
1
, . . . , e
k
¦ ` e la base ottenuta cambiando base tramite g da ¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦,
la matrice di uno-forme di connessione in tale base ` e θ = g
−1
dg + g
−1
θ
α
g, e in x risulta
θ(x) = 0.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
7. TEORIA DI CHERN-WEIL 147
LEMMA 7.6. Sia
˜
P una forma m-lineare simmetrica invariante. Siano η, θ delle uno-forme
su un aperto U e sia K una due forma su U. Allora
(7.1)
˜
P(η ∧ θ +θ ∧ η, K, . . . , K) = (m−1)
˜
P(η, θ ∧ K −K ∧ θ, K, . . . , K).
DIMOSTRAZIONE. Per prima cosa, fissate A
1
, . . . , A
m
∈ Mat(k, C) si consideri la fun-
zione f : GL(k, C) →C definita da
f(g) :=
˜
P(gA
1
g
−1
, . . . , gA
m
g
−1
).
Per l’invarianza, f(g) = f(id). Scriviamo g = id − H per qualche H ∈ Mat(k, C). Allora
espandendo nelle variabili H si ottiene g
−1
= (id −H)
−1
= id + H +O(2). Da questo segue
f(g) =
˜
P((id −H)A
1
(id −H)
−1
, . . . , (id −H)A
m
(id −H)
−1
)
=
˜
P((id −H)A
1
(id + H), . . . , (id −H)A
m
(id + H)) + O(2)
=
˜
P(A
1
+ A
1
H −HA
1
, . . . , A
m
+A
m
H −HA
m
) + O(2)
=
˜
P(A
1
, . . . , A
m
) +
m

j=1
˜
P(A
1
, . . . , A
j−1
, A
j
H −HA
j
, A
j+1
, . . . , A
m
) + O(2).
Da qui segue che
(7.2)
˜
P(A
1
H −HA
1
, A
2
, . . . , A
m
) = −
m

j=2
˜
P(A
1
, . . . , A
j−1
, A
j
H −HA
j
, A
j+1
, . . . , A
m
).
Ora, per dimostrare la (7.1), per la m-linearit` a di
˜
P, basta provare
˜
P(η ∧ θ + θ ∧ η, K
2
, . . . , K
m
)
=
m

j=2
˜
P(η, K
2
, . . . , K
j−1
, θ ∧ K
j
−K
j
∧ θ, K
j+1
, . . . , K
m
)
(7.3)
per η = ψA
1
, θ = ωH e K
j
= κ
j
A
j
, j = 2, . . . , m con A
j
, H ∈ Mat(k, C), ψ, ω ∈
C

(M;
_
1
M) e κ
j
∈ C

(M;
_
2
M). Tenendo conto che κ
j
∧ω = ω∧κ
j
e ψ∧ω = −ω∧ψ,
si osservi che
η ∧ θ + θ ∧ η = ψ ∧ ωA
1
H + ω ∧ ψHA
1
= ψ ∧ ω(A
1
H −HA
1
)
θ ∧ K
j
−K
j
∧ θ = ω ∧ κ
j
HA
j
−κ
j
∧ ωA
j
H = −κ
j
∧ ω(A
j
H −HA
j
), j = 2, . . . , m.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
148 5. CONNESSIONI SU FIBRATI
Dunque
˜
P(η ∧ θ +θ ∧ η, K
2
, . . . , K
m
) =
˜
P(ψ ∧ ω(A
1
H −HA
1
), κ
2
A
2
, . . . , κ
m
A
m
)
=
˜
P(A
1
H −HA
1
, A
2
, . . . , A
m
)ψ ∧ ω ∧ κ
2
. . . ∧ κ
m
(7.3)
= −
m

j=2
˜
P(A
1
, . . . , A
j−1
, A
j
H −HA
j
, A
j+1
, . . . , A
m
)ψ ∧ ω ∧ κ
2
. . . ∧ κ
m
=
m

j=2
˜
P(ψA
1
, κ
2
A
2
, . . . , κ
j−1
A
j−1
, −κ
j
∧ ω(A
j
H −HA
j
), κ
j+1
A
j+1
, . . . , κ
m
A
m
)
=
m

j=2
˜
P(η, K
2
, . . . , K
j−1
, θ ∧ K
j
−K
j
∧ θ, K
j+1
, . . . , K
m
),
ovvero vale la (7.3) e dunque il risultato ` e provato.
Possiamo adesso dimostrare la Proposizione 7.4:
DIMOSTRAZIONE PROPOSIZIONE 7.4. (1) Per linearit` a dell’operatore d, possiamo sup-
porre P omogeneo di grado m. Sia x ∈ M. Proveremo che (dP(∇))(x) = 0. Siano ¦θ
α
¦
le matrici di uno-forme di connessione per E rispetto a qualche base e ¦K
α
¦ le matrici di cur-
vatura rispetto alle stesse basi locali. Sia α l’indice tale che x ∈ U
α
. Poich´ e P(K
α
) ` e invariante
per cambiamenti di base locale di E, per il Lemma 7.5, si pu` o supporre che θ
α
(x) = 0.
Sia
˜
P la forma m-lineare simmetrica invariante ottenuta polarizzando P. Allora per linearit` a
dP(K
α
) = d
˜
P(K
α
, . . . , K
α
) =

˜
P(K
α
, . . . , dK
α
, . . . , K
α
).
Dalla prima identit` a di Bianchi (5.1) si ottiene
˜
P(K
α
, . . . , dK
α
, . . . , K
α
) =
˜
P(K
α
, . . . , θ
α
∧ K
α
−K
α
∧ θ
α
, . . . , K
α
).
Dunque
˜
P(K
α
(x), . . . , θ
α
(x) ∧ K
α
(x) −K
α
(x) ∧ θ
α
(x), . . . , K
α
(x)) = 0,
che prova l’enunciato.
(2) Siano ∇, ∇
t
due connessioni per E. Poniamo Ψ := ∇
t
− ∇. Dalla definizione di
connessione, per ogni f ∈ C

M
(U) e e ∈ c(U), risulta
Ψ(fe) = ∇
t
(fe) −∇(fe) = df ⊗e + f∇
t
e −df ⊗e −f∇e = fΨ(e),
ovvero Ψ ` e una sezione globale di T

M ⊗E

⊗E = Ω
1
(E) ⊗E

.
Per t ∈ [0, 1] si definisce una connessione ∇
t
per E nel modo seguente:

t
= (1 −t)∇+ t∇
t
= ∇+ tΨ.
Fissiamo un aperto U sul quale E sia triviale e una base di E. Siano θ, θ
t
, θ
t
le matrici di
uno-forme di connessione di ∇, ∇
t
, ∇
t
rispetto alla base fissata. E similmente denotiamo con
K, K
t
, K
t
le matrici di due forme di curvatura rispetto a tale base. Si noti che θ = θ
0
, θ
t
= θ
1
e
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
7. TEORIA DI CHERN-WEIL 149
K = K
0
, K
t
= K
1
. Inoltre, denotiamo con η la k k matrice di uno-forme di Ψ relativa alla
base di E fissata. Si noti che cambiando base per una matrice invertibile g, la matrice associata
a Ψ ` e gηg
−1
, essendo una sezione di T

M ⊗E

⊗E. Per costruzione si ha
θ
t
= θ +tη.
Dalla formula di struttura (3.3) si ha K
t
= dθ
t

t
∧θ
t
. Le matrici di uno-forme θ
t
dipendono
in modo C

da t e dunque possono essere derivate rispetto a t. Si osservi che

∂t

t
∧ θ
t
) =
∂θ
t
∂t
∧ θ
t
+ θ
t

∂θ
t
∂t
. Inoltre, la derivazione rispetto a t commuta con l’operatore d, e dunque
∂K
t
∂t
=

∂t
(dθ
t
+ θ
t
∧ θ
t
) = d
∂θ
t
∂t
+
∂θ
t
∂t
∧ θ
t
+ θ
t

∂θ
t
∂t
= dη + η ∧ θ
t

t
∧ η.
Sia ora P un polinomio omogeneo invariante di grado m e sia
˜
P la forma simmetrica m-lineare
data dalla formula di polarizzazione. Dunque
P(K
t
) −P(K) = P(K
1
) −P(K
0
) =
_
1
0
∂P(K
t
)
∂t
dt
polarizzazione
=
_
1
0

˜
P(K
t
, . . . , K
t
)
∂t
dt
linearit` a
=

_
1
0
˜
P(K
t
, . . . ,
∂K
t
∂t
, . . . , K
t
)dt
simmetria
= m
_
1
0
˜
P(
∂K
t
∂t
, K
t
, . . . , K
t
)dt
= m
_
1
0
˜
P(dη, K
t
, . . . , K
t
)dt + m
_
1
0
˜
P(η ∧ θ
t
+ θ
t
∧ η, K
t
, . . . , K
t
)dt
(7.1)
= m
_
1
0
˜
P(dη, K
t
, . . . , K
t
)dt
+ m(m−1)
_
1
0
˜
P(η, θ
t
∧ K
t
−K
t
∧ θ
t
, . . . , K
t
)dt
Bianchi(5.1)
= m
_
1
0
˜
P(dη, K
t
, . . . , K
t
)dt + m(m−1)
_
1
0
˜
P(η, dK
t
, . . . , K
t
)dt
lin.+simm.
= m
_
1
0
d(
˜
P(η, K
t
, . . . , K
t
))dt = d
_
m
_
1
0
˜
P(η, K
t
, . . . , K
t
)dt
_
.
Si noti che cambiando base di E per una matrice invertibile g risulta
˜
P(gηg
−1
, gK
t
g
−1
, . . . , gK
t
g
1
) =
˜
P(η, K
t
, . . . , K
t
)
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
150 5. CONNESSIONI SU FIBRATI
e dunque
˜
P(η, K
t
, . . . , K
t
) non dipende dalla base di E scelta e definisce una 2m−1 forma su
M. Ponendo
P(∇, ∇
t
)[
U
:= m
_
1
0
˜
P(η, K
t
, . . . , K
t
)dt
si ha la tesi.
DEFINIZIONE 7.7. Sia E un fibrato vettoriale con fibra complessa di rango k su M. Sia
P ∈ Inv(k). Allora si definisce
P(E) := [P(∇)] ∈ H
2∗
dR
(M)
dove ∇ ` e una qualsiasi connessione per E.
Si osservi che per la Proposizione 7.4 la classe P(E) ` e ben definita e non dipende dalla
connessione scelta per definirla.
Se dotiamo Inv(k) della naturale struttura di algebra ottenuta moltiplicando i polinomi
invarianti e

j
H

dR
(M) della struttura di algebra data nella Osservazione 4.11 del Capitolo 3,
il morfismo
W
E
: Inv(k) → H
2∗
dR
(M)
definito da W
E
(P) := [P(E)] ` e un morfismo di algebre e si chiama l’omomorfismo di Weil.
7.3. Classi di Chern. Si consideri il polinomio invariante c ∈ Inv(k) definito da
c(A) = det(I +
i

A).
DEFINIZIONE 7.8. Sia E un fibrato con fibra complessa di rango k su M. La classe c(E) si
dice la classe di Chern totale del fibrato E.
Se σ
j
sono le funzioni simmetriche elementari degli autovalori di una k k matrice definite
nell’Esempio 7.2, poniamo
c
j
(E) := σ
j
(
i

E) =
_
i

_
j
σ
j
(E).
Si noti che
c(E) = 1 + c
1
(E) + . . . + c
k
(E).
DEFINIZIONE 7.9. La classe c
j
(E) ∈ H
2j
dR
(M) si dice la j-sima classe di Chern di E.
ESEMPIO 7.10. Sia E il fibrato banale di rango k su M, E · M C
k
. Sia ¦e
1
, . . . , e
k
¦
una base di E su M. Sia ∇ la connessione banale su E, ovvero ∇e
j
= 0 per j = 1, . . . , k. Si
noti che, rispetto alla base scelta, la matrice di uno-forme di connessione ` e identicamente zero,
e cosi dunque la matrice di due-forme di curvatura. In particolare c(E) = 1, ovvero c
j
(E) = 0
per ogni j > 0.
Vediamo come si comportano le classi di Chern rispetto alle operazioni tra fibrati.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
7. TEORIA DI CHERN-WEIL 151
PROPOSIZIONE 7.11. Sia M una variet` a.
(1) Se L ` e un fibrato vettoriale di rango uno su M, allora c
1
(L) coincide con al classe di
Chern definita tramite la coomologia di
ˇ
Cech.
(2) (Formula di Whitney) Se E, F sono due fibrati vettoriali su M allora c(E ⊕ F) =
c(E) c(F).
(3) Se f : N → M ` e liscia e E ` e un fibrato vettoriale di rango k su M si ha f

(c
j
(E)) =
c
j
(f

E) per ogni j.
(4) Se E ` e un fibrato vettoriale complesso di rango k su M e L ` e un fibrato di rango uno
su M, risulta c
1
(E ⊗L) = c
1
(E) + kc
1
(L).
(5) Se E ` e un fibrato vettoriale di rango k su M, risulta c
j
(E

) = (−1)
j
c
j
(E) per j =
0, . . . , k.
(6) Per ogni fibrato vettoriale E risulta c
1
(E) = c
1
(det(E)).
DIMOSTRAZIONE. (1) Segue subito dal Teorema 6.3.
(2) Se ∇ ` e una connessione per E e ∇
t
` e una connessione per F, poniamo su E ⊕ F
la naturale connessione ∇ ⊕ ∇
t
. Se ¦K
α
¦ sono le 2-forme di curvatura di ∇ rispetto ad un
insieme di basi locali ¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦ per E e ¦K

¦ sono le 2-forme di curvatura di ∇
t
rispetto ad
un insieme di basi locali ¦e
t
1
α
, . . . , e
t
l
α
¦ per F, allora nelle basi locali ¦e
1
α
⊕0, . . . , e
k
α
⊕0, 0⊕
e
t
1
α
, . . . , 0 ⊕ e
t
l
α
¦ di E ⊕ F la matrice delle 2-forme di curvatura ` e data dalla (4.1). Pertanto
det(I + K
tt
α
) = det(I + K
α
) ∧ det(I + K
t
α
), da cui segue subito l’enunciato.
(3) Se ∇ ` e una connessione per E, dotiamo f

della connessione pull-back f

(∇). Poich´ e
se ¦K
α
¦ sono le matrici di 2-forme di curvatura di ∇ rispetto a qualche base locale di E, per
definizione la connessione pull-back ha matrici di 2-forme di curvatura ¦f

(K
α
)¦, la tesi segue
subito.
(4) Sia ∇ una connessione per E e sia ∇
t
una connessione per L. Dotiamo E ⊗ L della
connessione naturale ∇⊗1+id⊗∇
t
. Allora, dall’Esempio 4.1, la matrice di 2-forme di curvatura
rispetto alla base naturale ` e K
α
+K

id (essendo K
α
la matrice di 2-forme di curvatura di ∇e
K

la 2-forma di curvatura di ∇
t
rispetto a qualche base). Pertanto c
1
(E ⊗ L) ` e determinato
dalla classe della 2-forma definita su ciascun U
α
da
i

[tr(K
α
+ K

id)] =
i

[tr(K
α
) + kK

],
da cui segue la formula.
(5) Sia ∇ una connessione per E e dotiamo E

della connessione duale ∇

. Allora l’enun-
ciato segue subito dalla Osservazione 4.3.
(6) Data una connessione ∇ per E, dotando det(E) della connessione naturale, il risultato
segue subito dalla (3.4).
OSSERVAZIONE 7.12. Dalla Formula di Whitney segue che se E ` e un fibrato vettoriale di
rango k e F ` e un fibrato vettoriale di rango r allora
c(E ⊕F) = (1 + c
1
(E) + . . . + c
k
(E)) (1 + c
1
(F) + . . . + c
r
(F))
= 1 + (c
1
(E) + c
1
(F)) + (c
1
(E) c
1
(F) + c
2
(E) + c
2
(F)) + . . . ,
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
152 5. CONNESSIONI SU FIBRATI
da cui, in particolare, c
1
(E ⊕F) = c
1
(E) + c
1
(F).
ESERCIZIO 7.13. Sia E un fibrato vettoriale di rango k su M. Si provi che c
1
(End(E, E)) =
c
1
(E ⊗E

) = 0.
DEFINIZIONE 7.14. Sia M una variet` a. Poniamo
c
j
(M) := c
j
(TM) ∈ H
2j
dR
(M).
La classe c
j
(M) si dice la j-sima classe di Chern di M.
ESEMPIO 7.15. Dalla successione esatta di Eulero (Teorema 12.7 del Capitolo 2), tensori-
azzando per O(1) si ottiene la successione esatta di fibrati
0 →CP
n
C → (CP
n
C
n+1
) ⊗O(1) → TCP
n
→ 0.
Poich´ e (CP
n
C
n+1
) ⊗ O(1) = O(1)
⊕(n+1)
(come si pu` o verificare facilmente guardando le
funzioni di transizione) e la successione spezza in modo C

per il Corollario 10.20 del Capitolo
4, si ha
TCP
n
⊕(CP
n
C) = O(1)
⊕(n+1)
.
Dunque c(TCP
n
⊕(CP
n
C)) = c(O(1)
⊕(n+1)
). Per la Proposizione 7.11.(2), risulta
c(O(1)
⊕(n+1)
) = c(O(1))
(n+1)
= (1 + c
1
(O(1)))
(n+1)
.
E similmente
c(TCP
n
⊕(CP
n
C)) = c(TCP
n
)c((CP
n
C)) = c(TCP
n
).
Pertanto
c(TCP
n
) = (1 + c
1
(O(1)))
(n+1)
.
Dalla formula binomiale si ricava poi c(TCP
n
) =

n+1
m=0
_
n + 1
m
_
c
1
(O(1))
m
e confrontando
i gradi delle forme
(7.4) c
m
(CP
n
) := c
m
(TCP
n
) :=
_
n + 1
m
_
c
1
(O(1))
m
, m = 0, . . . , n.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
CAPITOLO 6
Teoremi di annullamento di classi caratteristiche
1. Classi di Chern come ostruzione all’esistenza di sezioni globali
In questa sezione si prova che le classi di Chern sono “ostruzioni al primo ordine” all’e-
sistenza di sezioni globali linearmente indipendenti di un fibrato vettoriale. Vale infatti
TEOREMA 1.1. Sia E un fibrato vettoriale con fibra complessa di rango k su una variet` a M.
Se E ammette m ≤ k sezioni globali linearmente indipendenti in ogni punto, allora c
j
(E) = 0
per j = k −m + 1, . . . , k.
DIMOSTRAZIONE. Siano e
1
, . . . , e
m
le sezioni globali di E linearmente indipendenti in
ogni punto e sia E
t
il sottofibrato di E generato da esse, ovvero E
x
` e lo spazio vettoriale generato
da ¦e
1
(x), . . . , e
m
(x)¦. La successione esatta corta
0 → E
t
→ E → E/E
t
→ 0.
spezza in modo C

, dunque E = E
t
⊕E/E
t
(isomorfismo di fibrati vettoriali C

). Poich´ e E
t
` e globalmente banale, c(E
t
) = 1. Dalla formula di Whitney, Proposizione 7.11 del Capitolo 5 ,
risulta allora
c(E) = c(E
t
) c(E/E
t
) = c(E/E
t
) = 1 + c
1
(E/E
t
) + . . . + c
k−m
(E/E
t
),
dunque c
j
(E) = 0 per j > k −m.
ESEMPIO 1.2. Non esistono campi di vettori C

mai nulli su CP
n
. Infatti, un tale vet-
tore sarebbe una sezione C

di TCP
n
mai nulla. Per il Teorema 1.1 ci ` o implicherebbe che
c
n
(TCP
n
) = 0, contraddicendo la (7.4) del Capitolo 5.
2. Connessioni Parziali
Sia E un fibrato con fibra complessa di rango k su una variet` a M di dimensione n. Sia
Q ⊂ TM un sottofibrato di rango m. Indichiamo con Ω
1
Q
(c) il fascio delle sezioni C

del
fibrato Q

⊗E.
Osserviamo che esiste un naturale morfismo di fibrati vettoriale suriettivo
π
Q
: T

M → Q

,
ottenuto dualizzando il morfismo di immersione Q → TM.
153
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
154 6. TEOREMI DI ANNULLAMENTO DI CLASSI CARATTERISTICHE
DEFINIZIONE 2.1. Una connessione parziale ∇ per E lungo Q ` e un morfismo C-lineare
∇ : c −→ Ω
1
Q
(c)
tale che per ogni aperto U ⊂ M, f ∈ C

M
(U) e e ∈ c(U) risulta
∇(fe) = π
Q
(df) ⊗e +f∇e.
Con ovvi cambiamenti, tutta la teoria svolta per le connessioni vale per le connessioni
parziali. In particolare ricalcando quanto fatto nella sezione 2 del Capitolo 5, si pu` o definire
J
1
Q
E, il fibrato degli uno getti di E lungo Q. Questo ` e ottenuto, come fascio di gruppi abeliani
tramite J
1
Q
(c) = c ⊕Ω
1
Q
(c) e come fascio di C

M
-moduli tramite
f(e ⊕ω) = fe ⊕(π
Q
(df) ⊗e + fω),
essendo e ∈ c(U), ω ∈ Ω
1
Q
(c)(U), f ∈ C

M
(U). Si ha la successione esatta
(2.1) 0 → Ω
1
Q
(c) → J
1
Q
(c) → c → 0,
da cui risulta che J
1
Q
(c) ` e localmente libero e il fibrato vettoriale associato ` e J
1
Q
E. Analoga-
mente a quanto fatto nella Proposizione 2.3 del Capitolo 5 si prova che ogni spezzamento della
successione esatta corta (2.1) determina una connessione parziale per E lungo Q e viceversa.
In particolare, poich´ e le successione di C

M
-moduli localmente liberi spezzano, si ha
PROPOSIZIONE 2.2. Sia E un fibrato su M e sia Q ⊂ TM un sottofibrato. Allora esistono
connessioni parziali per E lungo Q.
La Proposizione 2.2 si pu` o anche dimostrare direttamente utilizzando le partizioni dell’u-
nit` a.
DEFINIZIONE 2.3. Sia E un fibrato vettoriale su M. Sia Q ⊂ TM un sottofibrato. Sia ∇
una connessione parziale per E lungo Q e sia ∇
t
una connessione per E. Si dice che ∇
t
estende
∇ se per ogni v ∈ Q
p
e per ogni p ∈ M, risulta ∇
t
v
= ∇
v
.
PROPOSIZIONE 2.4. Sia E un fibrato vettoriale con fibra complessa su M. Siano Q, Q
t

TM due sottofibrati tali che Q
x
∩ Q
t
x
= ¦0¦ per ogni x ∈ M. Sia ∇ una connessione parziale
per E lungo Q e sia ∇
t
una connessione parziale per E lungo Q
t
. Allora esiste una unica
connessione parziale ∇
tt
per E lungo Q ⊕ Q
t
che estende ∇, ∇
t
, ovvero tale che ∇
tt
v = ∇
v
per ogni v ∈ Q
x
e ∇
tt
v
= ∇
t
v
per ogni v ∈ Q
t
x
, per ogni x ∈ M.
DIMOSTRAZIONE. Si ha la successione esatta corta
0 → Q → TM → TM/Q → 0.
Questa spezza in modo C

e dunque possiamo scrivere TM = Q ⊕ H. Similmente, poich´ e
Q
t
x
∩ Q
x
= ¦0¦ per ogni x ∈ M, risulta essere esatta la successione
0 → Q
t
→ H → H/Q
t
→ 0.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
2. CONNESSIONI PARZIALI 155
Dunque, in modo C

abbiamo TM = Q ⊕ Q
t
⊕ H
t
per un certo sottofibrato H. Siano ρ
Q
:
TM → Q e ρ
Q
: TM → Q
t
le naturali proiezioni definite dalla TM = Q ⊕ Q
t
⊕ H
t
. Allora
si definisce

tt
v
:= ∇
ρ
Q
(v)
⊕∇
t
ρ

Q
(v)
v ∈ Q⊕Q
t
.
Poich´ e π
Q⊕Q
= π
Q
⊕ π
t
Q
: T

M → Q

⊕ Q
t∗
, si verifica immediatamente che ∇
tt
` e la
connessione voluta.
Notiamo infine che ogni connessione parziale si pu` o estendere ad una connessione:
PROPOSIZIONE 2.5. Sia E un fibrato vettoriale su M. Sia Q ⊂ TM un sottofibrato e sia ∇
una connessione parziale per E lungo Q. Allora esiste una connessione ∇
t
per E che estende
∇, ovvero tale che ∇
t
v
= ∇
v
per ogni v ∈ Q
x
.
DIMOSTRAZIONE. Si ha la successione esatta corta
0 → Q → TM → TM/Q → 0.
Questa spezza in modo C

e dunque possiamo scrivere TM = Q ⊕ H. Per la Proposizione
2.2 esiste una connessione parziale
˜
∇ per E lungo H. Per la Proposizione 2.4 esiste una unica
connessione parziale per E lungo Q ⊕ H = TM che estende ∇,
˜
∇, cio` e una connessione per
E che estende ∇, come volevasi.
Se ∇ ` e una connessione parziale per E lungo Q ⊂ TM, si pu` o estendere la connessione ∇
come
∇ : Ω
p
Q
(c) → Ω
p+1
Q
(c)
tramite
∇(ω ⊗e) := π
Q
(dω) ⊗e + (−1)
p
ω ∧ ∇e,
per ω ∈ Ω
p
Q
(U), e ∈ c(U), dove qua π
Q
denota la proiezione π
Q
:
_
p
M →
_
p
Q

.
Si pu` o allora definire la curvatura R := ∇ ◦ ∇ : c → Ω
2
Q
(c). Si verifica come in
Proposizione 3.3 che R ` e C

-lineare, ovvero ` e una sezione del fibrato E

⊗E ⊗(Q

∧ Q

).
Nel caso di sottofibrati involutivi vale la formula di Ricci:
PROPOSIZIONE 2.6 (Identit` a di Ricci per connessioni parziali). Sia Q ⊂ TM un sottofibra-
to involutivo, ovvero [Q, Q] ⊂ Q. Sia ∇ una connessione parziale per il fibrato vettoriale E
lungo Q. Sia R la sua curvatura. Allora per ogni v, w ∈ Q
p
e s ∈ c
p
risulta
R(v, w)s = ∇
v
(∇
w
s) −∇
w
(∇
v
s) −∇
[v,w]
s.
DIMOSTRAZIONE. Per la Proposizione 2.5 si pu` o estendere ∇ ad una connessione ∇
t
per
E. L’identit` a di Ricci (Proposizione 3.6) vale per ∇
t
. Ma, se v, w ∈ Q, poich` e Q ` e involutivo,
allora [v, w] ∈ Q. Essendo ∇
t
v
= ∇
v
, ∇
t
w
= ∇
w
, ∇
t
[v,w]
= ∇
[v,w]
per v, w ∈ Q, si ha
l’enunciato.
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156 6. TEOREMI DI ANNULLAMENTO DI CLASSI CARATTERISTICHE
3. Connessioni su fibrati olomorfi e teorema di annullamento di Bott
In questa sezione supponiamo che M sia una variet` a complessa di dimensione complessa n
ed E sia un fibrato olomorfo di rango k su M.
Utilizzando le notazioni complesse, TM · T
1,0
M indica il fibrato olomorfo (cio` e le
derivazioni di germi di funzioni olomorfe) mentre per come definito in precedenza Ω
1
(c) ` e
il fascio delle sezioni C

del fibrato (
_
1
M
R
⊗C) ⊗E.
PROPOSIZIONE 3.1. Sia M una variet` a complessa di dimensione complessa n ed E sia un
fibrato olomorfo di rango k su M. Allora esiste una naturale connessione parziale per E lungo
T
0,1
M, che denotiamo con ∂
E
, tale che per ogni s ∈ O
M
(U; E) risulta ∂
E
s = 0.
DIMOSTRAZIONE. Dobbiamo definire ∂
E
: c → Ω
1
T
0,1
M
(c). Sia ¦U
α
¦ un ricoprimento che
trivializza E, e siano ¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦ delle basi locali olomorfe di E[
U
α
, ovvero e
α
j
: U
α
→ E
U
α
` e olomorfa per ogni j, α. Si noti che e
α
i
=

h
g
hi
βα
e
β
h
su U
α
∩ U
β
con g
hi
βα
∈ O

M
(U
α
∩ U
β
).
Definiamo

E
(fe
α
j
) := ∂f ⊗e
α
j
per ogni α, j e f ∈ C

M
(U
α
). Proviamo che ∂
E
` e ben definito.
Sia e ∈ c(U
α
∩ U
β
). Allora e =

j
a
α
j
e
α
j
=

j
a
β
j
e
β
j
, con a
α
j
, a
β
j
: U
α
∩ U
β
→ C funzioni
C

. Essendo ∂g
hi
βα
= 0 per ogni i, h, si ha

E
e =

j
∂a
α
j
⊗e
α
j
=

j
∂a
α
j

h
g
hj
βα
e
β
h
=

h
∂(

j
g
hj
βα
a
α
j
) ⊗e
β
h
=

h
∂a
β
h
⊗e
β
h
,
che prova che ∂
E
` e ben definito. Le propriet` a di ∂
E
seguono allora immediatamente dalla sua
definizione.
DEFINIZIONE 3.2. Sia E un fibrato olomorfo su una variet` a complessa M. Una connessione
∇ per E si dice una connessione di tipo (1, 0) se ∇ estende la connessione parziale ∂
E
per E
lungo T
0,1
M.
PROPOSIZIONE 3.3. Sia E un fibrato olomorfo su una variet ` a complessa M. Allora es-
istono connessioni di tipo (1, 0) per E.
DIMOSTRAZIONE. Segue immediatamente dalla Proposizione 3.1 e dalla Proposizione 2.5
del Capitolo 5.
PROPOSIZIONE 3.4. Sia E un fibrato olomorfo su una variet ` a complessa M. Una connes-
sione ∇per E ` e di tipo (1, 0) se e solo se per ogni sezione olomorfa s ∈ O
M
(E)(U) e per ogni
v ∈ C

(U, T
(0,1)
M) risulta ∇
v
s = 0.
DIMOSTRAZIONE. Supponiamo che ∇ sia di tipo (1, 0). Se s =

a
j
e
j
per ¦e
1
, . . . , e
k
¦
una base olomorfa locale di E, e a
j
funzioni olomorfe, per definizione

v
s = (∂
E
s)v =


E
(a
j
e
j
)(v) =

j
(∂a
j
)(v) ⊗e
j
= 0.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
3. CONNESSIONI SU FIBRATI OLOMORFI E TEOREMA DI ANNULLAMENTO DI BOTT 157
Viceversa, se ∇
v
s = 0 per ogni sezione olomorfa s e vettore v di tipo (0, 1), data f ` e una
funzione C

e ¦e
1
, . . . , e
k
¦ una base olomorfa locale di E, risulta per v vettore di tipo (0, 1)

v
(fe
j
) = df(v) ⊗e
j
+ f∇
v
e
j
= ∂f(v)e
j
+ ∂f(v)e
j
= ∂f(v)e
j
,
essendo ∇
v
e
j
= 0 per ipotesi e ∂f(v) = 0 per costruzione. Dunque ∇
v
= (∂
E
)
v
per ogni
v ∈ T
(0,1)
M
p
e pertanto ∇ ` e una connessione di tipo (1, 0).
Il nome connessione di tipo (1, 0) ` e giustificato dalla seguente proposizione:
PROPOSIZIONE 3.5. Sia E un fibrato olomorfo su una variet ` a complessa M. Sia ¦U
α
¦ un
ricoprimento di M e sia ¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦ una base locale di sezioni olomorfe di E[
U
α
. Sia ∇ una
connessione per E con uno-forme di connessione ¦θ
α
¦ rispetto alle basi ¦e
α
1
, . . . , e
α
k
¦. Allora
∇ ` e una connessione di tipo (1, 0) se e solo se θ
α
ij
∈ C

(U
α
;
_
(1,0)
M) per ogni α e per ogni
i, j = 1, . . . , k.
DIMOSTRAZIONE. Se ∇ ` e una connessione di tipo (1, 0) poich´ e ∇
v
e
α
j
= 0 per ogni v ∈
T
(0,1)
p
M, p ∈ U, per l’Osservazione 3.4, risulta che θ
α
ij
∈ C

(U
α
;
_
(1,0)
M). Viceversa, se le
uno-forme di connessione soddisfano la condizione, sia v ∈ T
(0,1)
M e s =

a
α
j
e
α
j
sezione
olomorfa di E (dunque a
α
j
funzioni olomorfe). Abbiamo θ
α
ij
(v) = 0 essendo θ
α
ij
forme di tipo
(1, 0) e v vettore di tipo (0, 1). Inoltre da
α
j
= ∂a
α
j
+∂a
α
j
= ∂a
α
j
e pertanto da
α
j
(v) = ∂a
α
j
(v) = 0.
Dunque

v
s =

j

v
a
α
j
e
α
j
=

j
da
α
j
(v)e
α
j
+

jh
θ
α
hj
(v)e
α
h
= 0,
che, per la Proposizione 3.4, prova che ∇ ` e di tipo (1, 0).
OSSERVAZIONE 3.6. Sia E un fibrato olomorfo su una variet` a complessa M. Sia ∇ una
connessione di tipo (1, 0) per E. Sia K la matrice di due forme di curvatura rispetto ad una
base olomorfa di E su un aperto U. Allora K non ha entrate con componenti di tipo (0, 2).
Infatti dalla Proposizione 3.5 la matrice di uno forme di connessione θ ha entrate di tipo (1, 0).
Dall’equazione di struttura K = dθ + θ ∧ θ e dunque, dθ = (∂ + ∂)θ ` e di tipo (1, 1) e (2, 0)
mentre θ ∧ θ ` e di tipo (2, 0).
Se il fibrato E ` e olomorfo, ha senso parlare di connessioni parziali olomorfe per E, la
definizione formale ` e la seguente. Ricordiamo che se M ` e una variet` a complessa e TM indica
il fibrato tangente olomorfo (ovvero le derivazioni di germi di funzioni olomorfe), TM ` e iso-
morfo (come fibrato C

) in modo naturale a T
(1,0)
M (si veda il Lemma 13.1 del Capitolo 2).
Denotiamo con ι : TM → T
(1,0)
M tale isomorfismo.
DEFINIZIONE 3.7. Sia E un fibrato vettoriale olomorfo su una variet` a complessa M. Sia
F ⊂ TM un sottofibrato. Una connessione parziale per E lungo ι(F) ⊂ T
(1,0)
M si dice
olomorfa se per ogni sezione olomorfa s ∈ O(E)(U) su un aperto U si ha che ∇s ` e una sezione
olomorfa del fibrato F

⊗E su U.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
158 6. TEOREMI DI ANNULLAMENTO DI CLASSI CARATTERISTICHE
Nel seguito, ometteremo sempre di indicare l’isomorfismo ι se non indispensabile e quindi
denoteremo con F sia il sottofibrato di TM sia la sua immagine in T
(1,0)
M.
Per enunciare il teorema di annullamento di Bott ci occorre un’altra definizione:
DEFINIZIONE 3.8. Sia E un fibrato vettoriale con fibra complessa su una variet` a complessa
M di dimensione complessa n. Sia F ⊂ TM
R
⊗ C un sottofibrato complesso involutivo. Una
connessione parziale ∇ per E lungo F si dice piatta se K(v, w) = 0 per ogni v, w ∈ F
p
per
ogni p ∈ M (dove K indica la curvatura della connessione parziale ∇).
TEOREMA 3.9 (Bott). Sia E un fibrato vettoriale olomorfo di rango complesso k su una
variet` a complessa M di dimensione n. Sia F ⊆ TM un sottofibrato di rango (complesso) .
Sia ∇ una connessione parziale per E lungo F. Allora
(1) c
h
(E) = 0 per ogni h ≥ n − + [

2
] + 1.
(2) Se inoltre F ` e involutivo e la connessione ∇ ` e piatta, allora c
h
(E) = 0 per ogni
h ≥ n − + 1.
DIMOSTRAZIONE. Per la Proposizione 2.4 e la Proposizione 2.5, esiste una connessione

t
di tipo (1, 0) per E che estende ∇. Fissiamo un aperto di U su cui E e TM sono banali
e sia ¦ξ
1
, . . . , ξ

¦ una base di F su U. Siano v
+1
, . . . , v
n
sezioni di T
(1,0)
M su U tali che
¦ξ
1
, . . . , ξ

, v
+1
, . . . , v
n
¦ ` e una base di T
(1,0)
M su U. Sia ¦

∂z
1
, . . . ,

∂z
n
¦ una base di T
(0,1)
M
su U. Sia ¦ξ
t
1
, . . . , ξ
t

, v
t
+1
, . . . , v
t
n
¦ la base di T
(1,0)
M

su U duale di ¦ξ
1
, . . . , ξ

, v
+1
, . . . , v
n
¦.
Dunque ξ
t
j

h
) = δ
j
h
, ξ
t
j
(v
h
) = 0, v
t
j

h
) = 0 e v
t
j
(v
h
) = δ
j
h
. Sia infine ¦dz
1
, . . . , dz
n
¦ la base
canonica di T
(0,1)
M

.
Sia ¦e
1
, . . . , e
k
¦ una base olomorfa di E su U. Sia K
t
= (K
t
jh
) la matrice di curvatura di

t
rispetto a tale base. Allora
K
t
jh
=

t
1
,t
2
=1,...,
A
jh
t
1
t
2
ξ
t
t
1
∧ ξ
t
t
2
+

t
1
=1,...,,t
2
=+1,...,n
B
jh
t
1
t
2
ξ
t
t
1
∧ v
t
t
2
+

t
1
,t
2
=,...,n
C
jh
t
1
t
2
v
t
t
1
∧ v
t
t
2
+

t
1
,=1,...,,t
2
=1,...,n
D
jh
t
1
t
2
ξ
t
t
1
∧ dz
t
2
+

t
1
=+1,...,n,t
2
=1,...,n
H
jh
t
1
t
2
v
t
t
1
∧ dz
t
2
+

t
1
,t
2
=1,...,n
G
jh
t
1
t
2
dz
t
1
∧ dz
t
2
,
per certe funzioni A
jh
t
1
t
2
, B
jh
t
1
t
2
, C
jh
t
1
t
2
, D
jh
t
1
t
2
, H
jh
t
1
t
2
, G
jh
t
1
t
2
di classe C

su U.
Dalla Osservazione 3.6 si ha
G
jh
t
1
t
2
≡ 0
per ogni h, j, t
1
, t
2
. Per costruzione poi, se R
t
` e la curvatura di ∇
t
, si ha
R(ξ
t
1
,

∂z
t
2
)e
h
=

j
K
t
jh

t
1
,

∂z
t
2
)e
j
=

j
D
jh
t
1
t
2
e
j
, t
1
= 1, . . . , , t
2
= 1, . . . , n.
Filippo Bracci - Teoria dei Fibrati
3. CONNESSIONI SU FIBRATI OLOMORFI E TEOREMA DI ANNULLAMENTO DI BOTT 159
Per la formula di Ricci
R
t

t
1
,

∂z
t
2
)e
h
= ∇
t
ξ
t
1
(∇
t

∂z
t
2
e
h
) −∇
t

∂z
t
2
(∇
t
ξ
t
1
e
h
) −∇
t

t
1
,

∂z
t
2
]
e
h
.
Ora, essendo ∇
t
una connessione di tipo (1, 0) risulta ∇
t

∂z
t
2
e
h
≡ 0. Inoltre, poich` e ∇
t
ξ
t
1
= ∇
ξ
t
1
e ∇ ` e una connessione parziale olomorfa, si che ∇
ξ
t
1
e
h
` e una sezione olomorfa di E su U e
dunque

t

∂z
t
2
(∇
t
ξ
t
1
e
h
) = ∇
t

∂z
t
2
(∇
ξ
t
1
e
h
) ≡ 0.
Infine, poich` e [T
(1,0)
M, T
(0,1)
M] = 0, risulta ∇
t

t
1
,

∂z
t
2
]
= 0. Da qui segue che R
t

t
1
,

∂z
t
2
)e
h
=
0 e dunque
D
jh
t
1
t
2
≡ 0
per t
1
= 1, . . . , , t
2
= 1, . . . , n e j, h = 1, . . . , k.
Dunque le entrate di K
t
sono due forme date da combinazioni lineari a coefficienti C

di
(3.1) ξ
t
t
1
∧ ξ
t
t
2
, ξ
t
t
1
∧ v
t
t
2
, v
t
t
1
∧ v
t
t
2
, v
t
t
1
∧ dz
t
2
.
Dunque prendendo prodotti wedge di pi ` u di n − + [

2
] di questi elementi si ottiene zero.
Pertanto, per definizione di c
h
(E) si ottiene la (1).
Per dimostrare la (2), si osserva che se F ` e involutivo e la connessione parziale ∇ ` e piatta,
dalla lista (3.1) si tolgono le due forme di tipo ξ
t
t
1
∧ ξ
t
t
2
(essendo K(ξ
t
1
, ξ
t
2
) = 0 per ogni
t
1
, t
2
= 1, . . . , . Pertanto i prodotti wedge di pi ´ u di n − di tali elementi ` e zero, e dunque vale
la (2).

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