Charles A.

Kupchan

Guardando a ovest in un mondo di nessuno
L’Occidente sta rapidamente perdendo potere – sia economico che politico – a vantaggio dei paesi emergenti: il mondo prossimo venturo avrà molteplici centri di potere, fondati su modelli alternativi. Questa transizione può avvenire in modo più ordinato e pacifico se l’Occidente recupererà un ruolo di leadership: per farlo dovrà rilanciare la sua economia e le sue istituzioni democratiche.
La distribuzione globale del potere sta rapidamente cambiando. Europa e Stati Uniti, che per circa due secoli hanno dominato insieme la scena internazionale, stanno cedendo potere e influenza a Cina, India, Brasile e altri paesi emergenti. Le conseguenze di questo riassetto saranno amplifiCharles A. Kupchan è docente di Relazioni cate dal fatto che le nazioni in ascesa stanno svilupinternazionali alla Georgetown University e pando i loro peculiari modelli di governo e di econoWhitney Shepardson Senior Fellow presso il mia capitalistica, che non corrispondono ai criteri Council on Foreign Relations. politici ed economici occidentali. Il xxi secolo non apparterrà all’Europa, agli Stati Uniti, alla Cina o ad altre potenze: sarà un mondo di nessuno.

COME CAMBIA LA DISTRIBUZIONE GLOBALE DEL POTERE. Le democrazie occidentali si trovano dunque di fronte alla prospettiva di un mondo ben diverso da quello che conoscevano. La loro influenza è in declino; e la loro versione della modernità – democrazia liberale, capitalismo industriale, Stato laico – dovrà misurarsi con altri modelli politici ed economici, tra cui il capitalismo di Stato in Cina e in Russia, l’Islam politico in Medio Oriente, e il populismo di sinistra in America Latina. Per adattarsi a questi rapidi sviluppi della situazione internazionale, l’Occidente dovrà

ritrovare il suo slancio economico e recuperare la sua vitalità politica: compiti non facili nel momento in cui l’Europa subisce pesantemente l’impatto della crisi del debito e gli Stati Uniti sono quasi paralizzati dall’aspro conflitto fra i partiti. Nei prossimi decenni assisteremo a un totale stravolgimento dell’ordine gerarchico globale. Ai tempi della guerra fredda, gli alleati occidentali producevano oltre due terzi della ricchezza mondiale; oggi ne producono circa la metà e ben presto scenderanno molto al di sotto di questa soglia. Ancora nel 2010 Stati Uniti, Giappone, Germania e Francia erano tra le cinque principali economie del mondo. Fra i paesi in via di sviluppo, solo la Cina era giunta in vetta, piazzandosi al secondo posto. Entro il 2050, secondo le proiezioni di Goldman Sachs, quattro delle cinque principali potenze economiche del mondo saranno paesi emergenti: India, Cina, Brasile e Russia. Fra i paesi oggi più avanzati, solo gli Stati Uniti rientreranno in questa classifica, ma saranno al secondo posto e la loro economia sarà quasi la metà rispetto a quella della Cina. Questo nuovo scenario è destinato a prendere corpo in tempi molto rapidi. La Banca mondiale prevede che il dollaro perderà la sua egemonia internazionale entro il 2025: la moneta americana, l’euro e il renmimbi cinese acquisteranno pari importanza in un sistema monetario basato su più valute. Entro il 2032 – sempre secondo Goldman Sachs – l’output economico complessivo dei primi quattro paesi in via di sviluppo (Brasile, Cina, India e Russia) eguaglierà quello dei paesi del G7. Questa ridistribuzione della ricchezza mondiale deriverà principalmente dall’ascesa di altri paesi, non dal declino assoluto dell’Occidente. Anzi, grazie alla capacità di ripresa della sua economia e alla sua superiorità militare, l’America resterà al vertice o comunque ai primissimi posti nella gerarchia negli anni a venire. E fintanto che l’Unione Europea rimarrà unita, continuerà a essere uno dei principali poli commerciali e di investimento nel prossimo futuro. Ciò nonostante, l’Occidente sta indubbiamente perdendo la sua posizione egemonica. La storia insegna che questi cambiamenti della distribuzione del potere globale sono pericolosi e creano di solito instabilità provocando, non di rado, guerre fra grandi potenze. Una delle principali sfide strategiche di questo secolo sarà quella di riuscire a governare questa fase di transizione garantendo che si svolga pacificamente.

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MODELLI ALTERNATIVI DI MODERNITÀ. L’Occidente dovrà adattarsi alla
perdita non solo del suo primato materiale, ma anche della sua egemonia ideologica. I paesi emergenti non seguono più i suoi modelli di sviluppo, accettando passivamente il ruolo loro assegnato nell’ordine internazionale liberale costruito dalle democrazie

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nel dopoguerra: quei paesi stanno costruendosi le loro proprie versioni della modernità e respingono i modelli ideologici dell’Occidente. La gestione dei nuovi scenari globali dovrà dunque fare i conti con un mondo sempre più diversificato e sempre meno malleabile. Se i leader occidentali non ne prenderanno atto, se continueranno a pretendere che gli altri si conformino ai loro valori, non solo non riusciranno a capire le potenze emergenti ma si alieneranno anche molti paesi stanchi di vedersi imporre gli standard di governance occidentali, che stanno rapidamente acquisendo i mezzi economici e politici per consolidare le proprie versioni della modernità alternative a quella occidentale. Negli ultimi trent’anni, per esempio, la Cina ha seguito un percorso di sviluppo completamente diverso da quello dell’Europa e del Nord America, la cui ascesa era stata guidata, politicamente ed economicamente, dalla borghesia. In Cina, invece, ha prevalso lo Stato autoritario che ha conquistato il consenso della classe media, con buone ragioni: la sua economia è oggi più produttiva di quella dei paesi occidentali, sta arricchendo la borghesia emergente e ha fatto uscire dalla povertà milioni di cittadini. Inoltre, in un’economia globale fluida e veloce, il controllo esercitato dal capitalismo di Stato ha i suoi palesi vantaggi. La Cina – in buona parte proprio perché detiene il controllo di quegli strumenti politici che sono stati abbandonati dagli Stati liberali – ha dimostrato una grande capacità di sfruttare i benefici della globalizzazione, limitandone al tempo stesso i costi. Non sorprende perciò che la Russia, il Vietnam e altri paesi seguano il suo modello. Anche il Medio Oriente è destinato a deludere chi si aspetta che si adegui ai modelli occidentali. La partecipazione alla vita politica è certamente cresciuta, ma la maggior parte del mondo islamico non ammette distinzioni tra la sfera religiosa e quella laica: la moschea e lo Stato sono inseparabili, garantendo così l’ascesa dell’Islam politico quando i regimi autoritari crollano. La primavera araba ha dimostrato che la democratizzazione non coincide con l’occidentalizzazione, e che è ormai tempo che Europa e Stati Uniti rivedano la loro tradizionale alleanza con i partiti laici della regione. È vero che potenze emergenti come l’India e il Brasile sono democrazie stabili e laiche che sembrano aderire al modello occidentale: ma le loro popolazioni sono composte prevalentemente da masse urbane e rurali povere, non da classi medie. E questo ha alimentato l’espansione di un populismo di sinistra ostile al libero mercato e a istituzioni rappresentative che sembrano offrire vantaggi solo a un’élite privilegiata. Le nuove democrazie seguono una propria via autonoma anche nel campo della politica estera. L’India, per esempio, ha accolto con una netta ambivalenza i tentativi degli

Stati Uniti di farne un loro alleato strategico. New Delhi è in contrasto con Washington su una serie di questioni che vanno dall’Afghanistan al cambiamento climatico, e ha intensificato gli scambi commerciali con l’Iran proprio mentre Europa e America inasprivano le sanzioni contro Teheran. La contrapposizione con l’Occidente è ancora una carta vincente in India e in Brasile, e questo spiega perché i due paesi si trovino a fianco di Washington solo nel 25% dei voti alle Nazioni Unite.

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L’Europa e gli Stati Uniti hanno dato troppo a lungo per scontato che le democrazie di tutto il mondo si sarebbero schierate automaticamente con l’Occidente, e che valori comuni e comuni interessi fossero la stessa cosa. A giudicare dall’esempio di India e Brasile, invece, anche altre potenze emergenti con stabili sistemi democratici decideranno autonomamente il proprio percorso, accelerando l’avvento di un mondo che non segue più le regole occidentali. Non è certo la prima volta che le principali potenze mondiali adottano sistemi di governo e di commercio completamente diversi: nel xvii secolo il sacro romano impero, l’impero ottomano, quello dei Moghul, la dinastia Qing e lo shogunato di Tokugawa amministravano ciascuno i propri affari secondo le proprie regole e la propria cultura. Ma si trattava di potenze in larga misura chiuse in se stesse, che interagivano poco con l’esterno e non avevano perciò bisogno di concordare una serie di regole comuni per gestire i loro rapporti. In questo secolo, al contrario, per la prima volta nella storia, molteplici versioni di modernità coesistono in un mondo interconnesso. L’Occidente non sarà più il fulcro e l’an-

coraggio della globalizzazione. Avremo vari centri di potere, fondati su modelli alternativi, che si sfideranno in condizioni di maggiore parità. Per governare efficacemente a livello globale questi processi sarà necessario trovare un terreno comune d’intesa.

L’OCCIDENTE E L’AMARO PREZZO DELLA GLOBALIZZAZIONE. Se
l’Occidente vuole avere gli strumenti politici adeguati per gestire questa radicale trasformazione della politica globale, dovrà superare la crisi della governance democratica che colpisce entrambe le sponde dell’Atlantico. In gioco c’è la capacità dell’Europa e degli Stati Uniti non solo di guidare questo processo di transizione, ma anche di garantire che la loro versione liberale e democratica della modernità conservi la sua attrattiva nel confronto internazionale con altri modelli alternativi. Non è un caso che l’Europa e gli Stati Uniti stiano vivendo contemporaneamente una crisi politica. Sebbene abbia molteplici cause, questa crisi di governabilità è innanzitutto la conseguenza dell’impatto socioeconomico della globalizzazione sulle principali democrazie del mondo. La globalizzazione può favorire la crescita del resto del pianeta, ma sta facendo anche pagare un prezzo salato all’Occidente. Deindustrializzazione e outsourcing, commercio internazionale e squilibri fiscali, eccesso di capitale e credito e bolle finanziarie: sono tutti effetti della globalizzazione che hanno precipitato l’elettorato dei paesi democratici in una condizione di insicurezza e sofferenza quale non viveva da generazioni. Il disagio creato dalla crisi economica iniziata nel 2008 è particolarmente acuto, ma i problemi che ne stanno alla base risalgono a molto prima. Da quasi vent’anni anni, gli stipendi della classe media nelle principali democrazie del mondo sono stagnanti e le disuguaglianze economiche sono notevolmente cresciute, perché la globalizzazione premia ampiamente i vincitori ma si lascia dietro molti perdenti. Queste tendenze non sono sottoprodotti temporanei del ciclo economico, né mere conseguenze dell’insufficiente regolamentazione del settore finanziario, o di tagli alle tasse e guerre costose o altri errori politici. La stagnazione dei salari e la crescita delle disuguaglianze sono innanzitutto la conseguenza dell’integrazione di miliardi di lavoratori a basso salario nell’economia globale e della crescita di produttività derivante dall’applicazione delle tecnologie informatiche al settore manifatturiero. Questi due fattori hanno reso la capacità produttiva globale di gran lunga superiore alla domanda, penalizzando pesantemente i lavoratori dei paesi occidentali industrializzati, abituati a percepire stipendi elevati. Lo sconcerto e la disaffezione degli elettori occidentali sono stati anche esacerbati

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dall’aggravarsi dei pericoli provenienti dall’esterno, come la criminalità e il terrorismo internazionali e il degrado dell’ambiente su scala planetaria. La coltivazione del papavero in Afghanistan, le rivalità tribali nello Yemen e la deforestazione in Indonesia sono tutti fenomeni che provocano ripercussioni internazionali. Inoltre, la porosità dei confini e l’immigrazione indesiderata rafforzano fra gli elettori occidentali la sensazione di essere esposti a intrusioni incontrollate dall’estero. La dice lunga il fatto che gli Stati Uniti abbiano costruito barriere lungo il confine con il Messico e che gli europei abbiano intensificato i controlli alle frontiere: per ironia della storia, la globalizzazione ha riportato in vita i confini.

I MOTIVI DELLA PARALISI POLITICA. Le democrazie occidentali risentono
anche degli effetti socioeconomici della tecnologia digitale e della rivoluzione informatica. Soprattutto negli Stati Uniti, la proliferazione di internet e di canali “all news” via cavo sta alimentando la polarizzazione ideologica, piuttosto che un dibattito più informato e consapevole. I costi crescenti delle campagne elettorali combattute sui media accrescono l’influenza politica dei donatori, favorendo interessi particolari a scapito di quelli più generali. La contrapposizione faziosa tra i partiti sta rafforzando le divisioni tra aree e regioni e allargando la distanza ideologica tra l’America progressista del nordest e quella più conservatrice del sud. Gli stessi fattori hanno contribuito a rinfocolare le tensioni fra i valloni francofoni e i fiamminghi di lingua olandese in Belgio, e hanno alimentato le rivendicazioni di una maggiore autonomia da parte di alcune regioni in Spagna. Di fronte alle difficoltà economiche, agli sconvolgimenti sociali e alle divisioni politiche, gli elettori chiedono aiuto ai loro rappresentanti. Ma la risposta è disperatamente insufficiente, e proprio per effetto della globalizzazione. Sono tre i motivi principali di questa condizione di grave inefficacia in cui si trovano i governi dell’Occidente industrializzato. Anzitutto, la globalizzazione ha reso praticamente inservibili gli strumenti tradizionalmente adoperati dalle democrazie liberali. Washington ha sempre fatto leva sulla politica fiscale e monetaria per regolare l’economia; ma di fronte alla competizione globale e a un debito senza precedenti, l’economia americana non reagisce adeguatamente all’iniezione di spesa per stimolarla, né alle recenti manovre sui tassi di interesse da parte della Federal Reserve. L’ampiezza e la velocità dei mercati internazionali fanno sì che decisioni e sviluppi che hanno luogo altrove – l’intransigenza di Pechino sul valore del renmimbi, un miglioramento della qualità degli ultimi modelli della Hyundai, la torpida risposta

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dell’Europa alla crisi finanziaria, il comportamento degli investitori e delle agenzie di rating – abbiano la meglio sulle decisioni di Washington. Le democrazie europee hanno sempre fatto ricorso alla politica monetaria per gestire le fluttuazioni delle loro economie nazionali; ma hanno rinunciato a questo strumento entrando nell’eurozona. In un mondo globalizzato le democrazie hanno meno strumenti efficaci a disposizione e quindi meno controllo sui processi che le investono. In secondo luogo, molti problemi che gli elettori occidentali chiedono ai loro governi di risolvere necessitano di un livello di cooperazione internazionale oggi irraggiungibile. La perdita di potere dall’Occidente a vantaggio di altri paesi significa che oggi ci sono troppi cuochi in cucina; per un’azione efficace non basta più la collaborazione tra democrazie affini, occorre la cooperazione di una più ampia cerchia di Stati diversi. Oggi, Europa e Stati Uniti guardano al G20 per riequilibrare l’economia internazionale, non più al G7. Ma è difficile raggiungere un consenso tra nazioni che hanno diversi livelli di sviluppo e modelli divergenti di governo dell’economia. La soluzione di problemi come il riscaldamento globale o il bagno di sangue in Siria dipende da un impegno collettivo che oggi sembra lontanissimo. Infine, le democrazie possono essere rapide e reattive quando gli elettori sono soddisfatti e c’è un consenso basato sulle aspettative di crescita, ma sono lente e impacciate quando i cittadini sono demoralizzati e divisi. Funzionano bene quando si tratta di distribuire benefici, molto meno quando si tratta di imporre sacrifici. I problemi politici che l’Europa e gli Stati Uniti devono risolvere sono già abbastanza difficili di per sé; ma diventano insormontabili quando i governi si trovano di fronte a opinioni pubbliche diffidenti, parlamenti paralizzati e gruppi d’interesse che si contendono accanitamente risorse sempre più scarse. L’incapacità di adottare politiche efficaci da parte delle democrazie non fa che rendere gli elettori più scettici e i governi più vulnerabili e impotenti. Questo circolo vizioso sta creando un divario crescente fra la domanda di buon governo e la capacità di soddisfarla.

LA CRISI DI GOVERNABILITÀ IN EUROPA. La crisi di governabilità si manifesta in modo diverso in Europa e negli Stati Uniti. Il problema principale del vecchio continente deriva dalla rinazionalizzazione della politica. Le opinioni pubbliche sono in rivolta contro gli effetti congiunti dell’integrazione europea e della globalizzazione. Gli Stati membri dell’ue puntano a riappropriarsi delle loro prerogative sovrane, minacciando così il progetto d’integrazione politico-economica. Alla radice del problema, vi sono le condizioni dell’economia: negli ultimi vent’anni,

il reddito reale della classe media nei principali paesi europei è precipitato e le disuguaglianze sono aumentate. L’austerità derivante dalla crisi del debito nell’eurozona non ha fatto che peggiorare le cose. La disoccupazione giovanile in Spagna ha superato il 50%. E persino in Germania la classe media si è ridotta del 13% fra il 2000 e il 2008. Quelli che scivolano verso il basso trovano una rete di sicurezza sfilacciata; i generosi sistemi di welfare europei sono diventati insostenibili di fronte alla competizione globale e vengono drasticamente ridimensionati. L’invecchiamento della popolazione europea rende l’immigrazione una necessità economica, ma la mancata integrazione dei migranti islamici nella società ha acuito l’insofferenza per l’apertura delle frontiere interne dell’ue. I partiti di estrema destra hanno speculato su queste paure e oggi il loro intransigente nazionalismo è rivolto non solo contro gli immigrati ma anche contro la stessa Unione. Le nuove generazioni sono molto meno entusiaste delle precedenti del progetto europeo: chi ha vissuto la seconda guerra mondiale vede nell’Unione la salvaguardia da un passato sanguinoso, mentre i più giovani non hanno alcun passato da superare. I governanti attuali tendono a dare dell’ue una fredda – e spesso negativa – valutazione in termini di costi e benefici. L’Europa è ormai a un bivio: con i governi nazionali stretti alle corde da cittadini esasperati, l’ue ha tortuosamente e faticosamente messo a punto un piano di salvataggio dell’euro, ma questa risposta lenta e timida si scontra con l’impazienza dei mercati globali, con l’effetto di esacerbare e prolungare la crisi finanziaria. La governance collettiva, di cui l’ue ha un disperato bisogno per prosperare in un mondo globalizzato, risulta scarsamente compatibile con la crescente ostilità delle piazze al progetto di unificazione. Le istituzioni europee potrebbero assecondare questi sentimenti prevalenti negli Stati membri: così l’ue si ridurrebbe a poco più di un blocco commerciale. Oppure, potrebbero alimentare un nuovo fervore europeista, che infonderebbe nuova legittimità nell’Unione. Un’alternativa, questa, di gran lunga preferibile, che richiede però una capacità di leadership di cui al momento non vi è traccia. Nel frattempo, l’Europa diventa sempre più introversa e frammentata e conta sempre meno sulla scena internazionale.

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LA CRISI DI GOVERNABILITÀ NEGLI STATI UNITI. Sull’altra sponda
dell’Atlantico, la contrapposizione faziosa sta paralizzando la politica americana, complice soprattutto il cattivo stato dell’economia. Dal 2008 in poi molti americani hanno perso casa, lavoro e risparmi. E questo dopo decenni di stagnazione dei redditi della classe media. Negli ultimi dieci anni il reddito medio delle famiglie americane è dimi-

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nuito di oltre il 10%, mentre gli squilibri sociali si aggravavano, facendo degli Stati Uniti il paese con le disuguaglianze più elevate nel mondo industrializzato: nel 2010, l’1% più ricco degli americani possedeva quasi il 25% della ricchezza nazionale. La causa principale del declino dei lavoratori americani è la competizione globale, che ha significato la perdita di tantissimi posti di lavoro. Inoltre, molte delle aziende più competitive nel settore informatico creano scarsa occupazione: Facebook, che vale quasi 70 miliardi di dollari, impiega circa 2.000 dipendenti, mentre General Motors, che vale la metà, ha 77.000 dipendenti negli Stati Uniti e 208.000 all’estero. La ricchezza delle aziende all’avanguardia ha scarse ricadute sulla classe media. Questa dura realtà fa riemergere contrapposizioni ideologiche rimaste a lungo sopite grazie alla crescita economica complessiva del dopoguerra, che per decenni ha sospinto democratici e repubblicani verso il centro. Oggi, invece, a Capitol Hill tira una brutta aria per una politica centrista e bipartisan. I democratici propongono ulteriori stimoli all’economia, aiuti ai disoccupati e più tasse per i ricchi, mentre i repubblicani chiedono drastici tagli alla spesa pubblica. E il fatto che le divisioni ideologiche spesso ricalchino quelle regionali rende ancora più difficile il compromesso politico. Lo svuotamento del centro è accelerato da un perverso sistema di finanziamento delle campagne elettorali, dalla frequente ridefinizione – realizzata in modo strumentale – dei collegi elettorali e dal fatto che i media fomentano scontento più che fornire informazioni. La polarizzazione che ne consegue sta aggravando i problemi del paese. Ben consapevole di questo, Barack Obama aveva promesso, nel 2008, di essere un presidente post partisan. Ma il fallimento dei suoi tentativi di rilanciare l’economia e ristabilire la collaborazione bipartisan ha mostrato la natura sistemica delle disfunzioni economiche e politiche. Il suo pacchetto di incentivi per 787 miliardi di dollari – approvato senza il voto di un solo repubblicano alla Camera – non è riuscito a stimolare la ripresa di un’economia gravata dal debito, dalla mancanza di posti di lavoro per la classe media e dalla recessione internazionale. Nel 2010, i repubblicani hanno conquistato la maggioranza alla Camera e, da allora, l’aspro antagonismo tra i due partiti ha impedito qualsiasi accordo su molte questioni. I partiti si scontrano anche sulla politica estera e le divisioni al loro interno – per esempio fra i repubblicani neoconservatori e gli isolazionisti del Tea Party – possono essere altrettanto debilitanti. La scarsa capacità di governo, combinata con uno stillicidio quotidiano di veleni polemici, ha ridotto ai minimi storici la stima del pubblico per il Congresso. E il malcontento degli elettori non fa che rendere più difficile la governabilità, poiché i politici vulnerabili preferiscono assecondare gli interessi ristretti della propria base elettora-

le: in questo modo, il sistema politico nazionale perde quel poco di vento nelle vele che ancora gli restava. Anche la politica estera risente di queste tensioni interne: i finanziamenti per l’attività diplomatica, gli aiuti all’estero e la difesa sono a rischio di tagli e moltissimi americani sono ormai convinti che il paese debba “badare ai propri affari” concentrandosi sui problemi domestici. Così, le divisioni interne e le difficoltà di bilancio finiscono per ostacolare l’esercizio di una leadership responsabile in campo internazionale.

UN’AGENDA PER IL RILANCIO DELL’OCCIDENTE. Non è un caso che la
crisi di governabilità dell’Occidente coincida con la nuova forza politica acquisita dalle potenze emergenti, cioè con il mutamento dei rapporti di forza economici e politici a vantaggio della “periferia” del sistema internazionale. Nello stesso momento in cui – integrandosi in un mondo globalizzato – i paesi più democratici perdono capacità di controllo sulle loro società, quelli illiberali come la Cina mantengono invece una stretta deliberata sui loro sistemi, attraverso la centralizzazione dei processi decisionali, la censura sui media e la regolamentazione statale dei mercati e dei flussi finanziari. Se le principali democrazie continuano a perdere lustro e prestigio mentre i paesi emergenti acquistano vigore, gli effetti destabilizzanti di questa transizione del potere globale rischiano di essere ingigantiti. Al contrario, il riassetto degli equilibri e delle gerarchie internazionali avverrà in modo molto più ordinato se le democrazie occidentali recupereranno un ruolo di leadership. Oggi, dunque, è più importante che mai che l’Occidente riacquisti vitalità economica e infonda nuovo slancio nelle sue istituzioni democratiche. Quel che serve è una risposta moderna e vincente alle tensioni di fondo tra democrazia, capitalismo e globalizzazione; una nuova agenda politica che deve mirare a riaffermare il controllo dei popoli sull’economia, orientando lo Stato a dare risposte efficaci alle realtà dei mercati globali, ma anche alla richiesta delle società di una più equa distribuzione dei costi e dei benefici. Per recuperare la sua forza e credibilità politica, l’Occidente deve raggiungere tre grandi obiettivi. In primo luogo, le democrazie occidentali devono perseguire – sia individualmente che collettivamente – strategie di rinnovamento economico che vadano ben oltre le solite ricette. Se vogliono competere con il capitalismo di Stato cinese e far fronte alle potenti spinte della globalizzazione, Europa e Stati Uniti devono impegnarsi in una pianificazione economica strategica su una scala senza precedenti. Per rilanciare economie alle prese con cambiamenti strutturali così ampi, occorrono

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progetti di lungo respiro e massicci investimenti nell’occupazione, nelle infrastrutture, nell’istruzione e nella ricerca. In secondo luogo, i leader occidentali dovrebbero elaborare una sorta di “populismo progressista”, che incanali il malcontento dell’elettorato verso traguardi costruttivi e consenta alle tendenze centriste di prevalere sugli interessi particolari e sulle ali estreme dell’arco politico. In altri termini, le élite devono infondere fiducia ai cittadini nella capacità delle istituzioni di creare un benessere diffuso. Questi due elementi – un attivismo progressista e la mobilitazione del centro politico – offrono la concreta speranza di ridare slancio e credibilità ai sistemi democratici. Il presidente Barack Obama sembra averlo capito, e questo è uno dei motivi principali per cui è stato rieletto. Infine, i governi occidentali devono scongiurare la tentazione delle loro società di ripiegarsi su se stesse. In America, stretti tra la recessione economica e le guerre inconcludenti e interminabili in Afghanistan e in Iraq, i cittadini vorrebbero scrollarsi di dosso i fardelli geopolitici. Quanto agli europei, si stanno tirando indietro rispetto non solo agli impegni di integrazione reciproca, ma anche a quelli internazionali. La soluzione della crisi fiscale negli Stati Uniti comporta certamente tagli alle spese militari e un retrenchment strategico: ma né l’America né i suoi alleati europei possono permettersi una ritirata precipitosa. L’Alleanza atlantica deve misurarsi con una fase di incertezza e turbolenza della politica globale in cui il potere si sta spostando inevitabilmente dall’Occidente verso i paesi emergenti. Gli sconvolgimenti che accompagneranno, per forza di cose, questo terremoto possono essere affrontati con maggiore efficacia attraverso una più stretta intesa fra Stati Uniti ed Europa. Ma ciò presuppone innanzitutto la soluzione dei problemi interni, in modo che gli alleati occidentali riconquistino credibilità economica e politica. Le due sponde dell’Atlantico condividono cruciali settori di azione e obiettivi: resta da vedere se avranno la forza di agire a difesa di questa comunanza di valori e interessi.
Questo saggio si basa sul libro No One’s World: the West, the rising rest, and the coming global turn, Oxford University Press, 2012 (sarà pubblicato in italiano da Il Saggiatore) e sul saggio “The democratic malaise”, Foreign Affairs, gennaio-febbraio 2012, entrambi dell’autore.

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