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Consiglio Nazionale delle Ricerche

Progetto Finalizzato Beni Culturali

Provincia di Siena

Maria Elena Cortese

lacqua, il grano, il ferro


opifici idraulici medievali nel bacino Farma-Merse Edizioni allInsegna del Giglio
Firenze 1997
isbn 88-7814-111-9 Copyright 1997 - Edizioni AllInsegna del Giglio s.a.s. Firenze, Via R. Giuliani, 152 r

Presentazione

Il volume di Maria Elena Cortese sui mulini della Valle della Merse, che andiamo a pubblicare nella sede dei Quaderni del Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dellUniversit di Siena, sezione archeologica, rientra nelle attivit previste nel quadro delle ricerche portate

avanti nellambito del Progetto Finalizzato Beni Culturali del C.N.R. Larticolazione del volume, infatti, vede la seconda parte dedicata ad una banca-dati sulle strutture idrauliche della vallata, dove rivestono un ruolo estremamente significativo quelle destinate alle lavorazioni metallurgiche, mentre una prima parte affronta con rigore i problemi di storia della tecnologia e quelli storico-territoriali di questa parte del Senese. Seppure di per s significativo, il repertorio dei documenti materiali e delle aree archeologiche destinate alla produzione, dove possibile verificare le prime applicazioni della forza idraulica alla metallurgia toscana, avulso da un inquadramento storico-sociale non assumerebbe il significato e limportanza che questo riveste. Non ha senso, infatti, studiare le tecnologie delle societ preindustriali prescindendo dai contesti sociali, e soprattutto sarebbe una strategia destinata a creare equivoci ed errori interpretativi: la flessibilit delle applicazioni tecnologiche e lottimizzazione dei saperi empirici ai diversi bisogni rendevano il quadro produttivo assai ricco ed articolato. Ogni tentativo di lettura lineare o evoluzionistica dellorganizzazione produttiva non servirebbe a chiarire la complessit della realt. La ricerca e linsistenza nel tentativo di mettere in relazione le forme di organizzazione sociale con le forme di organizzazione produttiva ci che, a mio avviso, caratterizza la lucida e determinata ricostruzione della Cortese e mi auguro che costituisca non solo un contributo archeologico ad una storia sociale delle tecnologie, ma anche un possibile strumento per valorizzare una risorsa preziosa, localizzata in un territorio eccezionalmente interessante sia dal punto di vista storico ed archeologico che naturalistico, in un quadro di

progettualit congiunta fra Universit, Provincia di Siena e governi locali, nello spirito e negli indirizzi presenti negli obiettivi del Progetto Finalizzato per i Beni Culturali del C.N.R.
Riccardo Francovich

Prefazione

Una compatibilit difficile delle diverse fonti: questo il problema energetico fondamentale di ogni civilt agraria; soprattutto quando la popolazione in aumento. La popolazione che cresce richiede nuove risorse di energia, e in particolare il cibo, che la risorsa energetica fondamentale di ogni essere animato. Ma per produrre pi cibo sono necessari quantitativi maggiori di forza meccanica. E questi, prima di unepoca assai recente, sono forniti, oltre che dagli uomini stessi, da convertitori animati quali gli schiavi o gli animali. Per nutrire schiavi o animali c bisogno, per, di pi spazio coltivato. Pi spazio coltivato pu essere ottenuto allargando le superfici agricole a spese degli alberi. Ma, cos facendo, viene intaccata unaltra risorsa fondamentale delle economie agrarie, il bosco, che col suo legname permette di far fronte al riscaldamento domestico e alla cottura dei cibi, oltre che alla costruzione di tanti attrezzi, delle case, delle navi... Si tratta proprio di un gioco di equilibrio fra i diversi convertitori di energia: gli uomini, gli animali, gli alberi. Veramente un problema di difficile soluzione! Le

civilt antiche del Mediterraneo lavevano almeno in parte risolto con la schiavit. La riduzione e poi la scomparsa della schiavit non permetteva alle civilt medievali europee di percorrere la stessa strada. E allora? Alla crescita della popolazione dal X secolo in poi in tutta Europa fece fronte innanzitutto la moltiplicazione degli spazi coltivati. Laffermazione dei campi a spese degli alberi non presentava difficolt a quellepoca, considerate le tante foreste a disposizione. Per coltivare pi terra fu poi necessario uno sfruttamento della forza degli animali assai pi intensivo di quanto non fosse mai accaduto prima. Fu questa, durante i secoli intorno al Mille, la conquista pi importante, in termini quantitativi, nel campo dellenergia meccanica. Sembra che nel Mezzogiorno del continente i buoi si siano moltiplicati. Nel Nord dellEuropa aument anche il numero dei cavalli, fino ad allora poco usati nei lavori dei campi e nei trasporti. E i commerci via terra in tutto il continente, come sarebbero stati possibili senza cavalli e muli allepoca della cosiddetta rivoluzione commerciale del Medioevo? Ma su questa strada, sulla strada, cio, dello sfruttamento pi intensivo dei convertitori organici di energia, come gli animali e gli alberi, era difficile progredire a lungo. Gli ostacoli si dovettero gi avvertire nel tardo Medioevo, quando le autorit cercarono con interventi legislativi di porre freno alla distruzione dei boschi. I campi e, insieme ad essi, i cantieri cittadini per costruire case e navi e le officine metallurgiche erano i pericoli maggiori per le foreste. Occorreva trovare qualche nuova fonte di energia che non provenisse dal suolo come le altre. Fu in questa cornice che gli uomini del Medioevo fecero allora ricorso allo sfruttamento dellacqua e del vento, e cio di due

risorse energetiche non organiche, non provenienti dalla terra. A ben guardare, come spesso accade, non si trattava dinvenzioni. Le imbarcazioni a vela esistevano negli antichi imperi dOriente gi forse 6000 anni prima di Cristo. C anche chi ritiene che esse fossero precedenti alla rivoluzione del neolitico. Quanto al mulino azionato dallacqua, esso era conosciuto almeno sin dal I secolo avanti Cristo. Il mulino a vento sembra poi che sia stato uninvenzione persiana. In Persia gi documentato nel VII secolo dopo Cristo. Il fatto che queste conoscenze tecniche gi esistessero nulla toglie allimportanza economica della loro utilizzazione e del loro sfruttamento su larga scala in Europa. Nei secoli che vanno dal IX al XIII le macchine a vento e ad acqua si moltiplicarono. Una sorta di rivoluzione, dunque? S e no. No di sicuro dal punto di vista quantitativo. Nonostante la loro moltiplicazione, navi, mulini ad acqua e mulini a vento mai rappresentarono pi dell1-2 per cento della dotazione complessiva di energia. S, invece, se si considera la novit che questo grappolo di innovazioni introduceva nelle forze a disposizione degli uomini. Si trattava veramente di una svolta nella struttura economica delle civilt. Si passava, per la prima volta su scala ampia, dallo sfruttamento di convertitori organici dipendenti dal suolo, allo sfruttamento di convertitori inanimati. Visto in questa prospettiva, allora, il processo che condusse allaffrancamento del consumo energetico dalla terra non inizi con la rivoluzione industriale. Cominci circa un millennio prima. La rivoluzione industriale fu solo la continuazione su una strada che era stata imboccata da secoli. La vera rivoluzione, anche in questo campo, come in tanti altri, si ebbe nel cuore del mondo feudale europeo.

Data limportanza di questa svolta naturale, dunque, che abbia attirato lattenzione degli storici da tempo. Di studi, su questo tema, ne esistono gi tanti. Rimangono, tuttavia, numerosi dubbi. Vi sono, da risolvere, problemi di cronologia, problemi di diffusione geografica, problemi relativi alladattamento allambiente di ogni congegno e alle sue varianti. E qui cominciano le difficolt! Nello studio del mondo medievale, le ricerche sul tema della tecnica non sono certo fra le pi agevoli. I documenti - lo sappiamo - sembrano sempre pi avari per quegli aspetti della realt che sono sotto gli occhi di tutti e tutti i giorni. Gli elementi consueti non richiamano mai lattenzione come quelli eccezionali. Farsi lidea della struttura di un aratro, di un telaio, di un filatoio, di un mulino, di unimbarcazione... diventa veramente unimpresa faticosa. Lo storico deve far ricorso, in questi casi, oltre che al documento scritto pi tradizionale, anche allo studio iconografico, allanalisi linguistica, alla ricerca archeologica... Linvestimento di energie - proprio il caso di dirlo - considerevole a voler precisare anche pochi particolari del quadro. La sfida non , per, di poco conto: si tratta di portare un contributo ad aspetti di grande rilievo nel quadro delleconomia; dilluminare una svolta decisiva. quanto ha fatto Maria Elena Cortese con la ricerca sullo sfruttamento dellenergia idraulica nel Senese, e in particolare nel bacino del Farma-Merse. Siamo di fronte, qui, a una ricerca specifica, che introduce, per, elementi di novit e dinteresse in una problematica assai pi generale. Il percorso dellanalisi si snoda attraverso i temi della diffusione geografica del mulino in area toscana, della cronologia dei progressi, della trama dei poteri e delle propriet che ne favoriscono lavanzata. Si vedano le pagine sui monaci e lenergia

idraulica. Lanalisi del caso particolare, necessaria in ogni ricerca, si lega alla consapevolezza, anche questa necessaria in ogni ricerca, di come la vicenda toscana, anzi senese, si collochi nel quadro pi generale delle tecniche e dellenergia che gli storici sono venuti precisando. Ci vale in particolare per lesame della siderurgia e delladattamento dellenergia idraulica ai procedimenti della lavorazione del ferro e soprattutto alla riduzione. Qui il caso senese porta un contributo di rilievo a un tema assai dibattuto: quello della lavorazione di un materiale come il ferro, cos importante in ogni processo di sviluppo, tramite luso di una fonte denergia inorganica quale la corrente dellacqua. Il ferro e lacqua, dunque, sei-sette secoli prima del ferro e del carbone.
Paolo Malanima

Introduzione

In questo volume confluiscono i dati scaturiti da una ricerca volta a ricostruire la rete di opifici idraulici

sviluppatasi lungo le valli del Merse e del Farma nei secoli del basso Medioevo. Lindagine, che trova il suo punto centrale nello studio delle tecnologie medievali, stata portata a termine nellambito del Progetto Strategico e Finalizzato Beni Culturali del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Comitato 15. Il mio percorso, dunque, inizialmente partiva da domande di carattere puramente storico-tecnologico: quando si erano diffuse nellarea le tecnologie idrauliche? Quali erano i tipi di ruote impiegati? Come funzionavano i meccanismi necessari per utilizzare lenergia dellacqua nella lavorazione del ferro? E cos via. Tali tematiche, certamente di estremo interesse, mi portavano tuttavia a catalizzare lattenzione soprattutto sulle macchine, sulla struttura dei meccanismi, sulla loro efficienza e produttivit, facendomi talvolta perdere di vista gli uomini. Uomini che tali macchine avevano costruito, presumibilmente sulla base di precise esigenze, e che possedevano ed erano in grado di trasmettere il sapere, cio il bagaglio di conoscenze tecniche indispensabili affinch le ruote girassero, il macchinario si muovesse e tutto il meccanismo entrasse in funzione. Ed era ancora necessario tentare di capire quali persone, o meglio poteri, fossero stati in possesso della prerogativa di imbrigliare le acque correnti - che nel Medioevo non erano certo di tutti - , dei capitali e della forza-lavoro che servivano a realizzare le dighe, i canali di derivazione, gli edifici entro cui lenergia dellacqua svolgeva la sua azione. Infine: da dove venivano le materie prime; come erano trasportate nei luoghi, spesso lontani, in cui la risorsa idrica era disponibile; chi consumava o rimetteva in circolazione i prodotti usciti dagli opifici idraulici? Dunque, quanto pi mi addentravo nello studio delle fonti documentarie, tanto pi si

moltiplicavano e cambiavano le domande, intrecciandosi profondamente con quelle che scaturivano dallindagine sui resti materiali, poich le une non potevano prescindere dalle altre. Per questo, andando avanti, mi sono sempre pi resa conto delle potenzialit di un metodo di ricerca che integri continuamente il lavoro archeologico, sul campo, con lo scavo entro le fonti scritte. Venendo pi in dettaglio al contenuto del testo, ho due considerazioni da fare. La prima riguarda un vuoto che si nota anche semplicemente scorrendo lindice degli argomenti: dalla trattazione infatti rimasto escluso un tipo particolare di strutture produttive idrauliche sicuramente presenti nel territorio in oggetto, cio le gualchiere; ci a causa dellassoluta sporadicit delle informazioni reperite sia nelle fonti documentarie, sia durante lindagine sul terreno. Probabilmente sarebbe possibile trovare molti dati riguardo a questi impianti produttivi nella documentazione relativa allArte della Lana di Siena, ma una ricerca entro tale fondo costituirebbe gi di per s loggetto di un intero libro. Delle gualchiere esistite nel nostro comprensorio, dunque, ci si limita a segnalare la presenza nella cartografia e nelle schede relative ai mulini, cui spesso erano associate, come ricaviamo dai pochi accenni dei documenti. Non sono state reperite informazioni anche riguardo ad altri tipi di opifici idraulici, oltre a quelli per la macinazione del grano e la lavorazione del ferro, quali ad esempio frantoi, concerie, mulini per la carta o la lavorazione di altri metalli. La seconda considerazione relativa al diverso arco cronologico che caratterizza la trattazione nelle sezioni rispettivamente dedicate ai mulini ed agli impianti

siderurgici: nella prima, infatti, non si va oltre la met del XIV sec., nella seconda, invece, si arriva fino al XV, con ampie incursioni anche nel periodo successivo. Tale differenza trova la sua giustificazione in motivi questa volta soprattutto di ordine storico-tecnologico. Infatti le caratteristiche tecniche del mulino da grano, conosciuto fin da epoca classica, sembrano essersi ormai stabilizzate gi prima del Duecento: entro questo secolo trovano diffusione tutte le sue varianti, ed entro la met del successivo questa macchina raggiunge anche lapice dellespansione quantitativa. Il numero dei mulini diminuir o aumenter, in relazione alle fluttuazioni demografiche, ma il meccanismo in s non subir che variazioni minime, in una sorta di stasi che si protrarr fino allavvio dellindustrializzazione contemporanea. Gli impianti siderurgici idraulici, invece, invenzione medievale, erano macchine capaci di apportare radicali cambiamenti nel potenziale produttivo delle aree in cui si diffondevano e furono oggetto di continua ricerca e modifiche strutturali, destinate ad aumentarne lefficienza, anche durante i secoli dellEt Moderna. Riguardo ad essi, dunque, fino alla scoperta del vapore, si pu parlare di continua innovazione e non solo di diffusione capillare delle novit, come per i mulini; basti pensare, ad esempio, che soltanto grazie allimpiego dellenergia dellacqua fu possibile giungere alla fusione del minerale e quindi al metodo siderurgico indiretto. Il volume articolato in quattro parti. Si comincia con una sezione introduttiva, nella quale ho trattato gli aspetti relativi al quadro geografico dellarea in esame e le questioni riguardanti limpostazione della ricerca. Si passa poi al capitolo dedicato agli impianti molitori: una prima parte relativa al contesto tecnologico italiano ed

europeo, basata sui dati ricavabili dalla letteratura esistente; segue una seconda incentrata sullanalisi dei dati disponibili riguardo alle caratteristiche tecnologiche degli impianti individuati nel nostro comprensorio, ricostruite in base ad una lettura incrociata delle fonti scritte ed archeologiche; infine una parte dedicata alla storia degli opifici in questione: loro comparsa e diffusione nel territorio, problemi riguardanti i diritti sulle acque, la propriet e la gestione degli impianti, loro rilevanza economica. Il terzo capitolo, strutturato in tre parti in modo analogo al precedente, dedicato invece agli impianti siderurgici idraulici. Segue una breve conclusione in cui si riepilogano in maniera sintetica le considerazioni fatte nelle sezioni precedenti, unitamente ad ulteriori spunti di discussione ed interpretazione. Lultima parte, di taglio analitico, comprende un catalogo dettagliato di tutti gli opifici censiti, compresi quelli scomparsi o sostituiti da fabbricati di pi recente edificazione, e delle strutture accessorie ad essi collegate. Lappoggio ed i consigli di molte persone si sono rivelati indispensabili nel portare a termine questo lavoro. Vorrei ringraziare qui il Prof. Riccardo Francovich per la stima dimostratami, per i suoi suggerimenti e per avermi sempre incoraggiato a pubblicare questa ricerca. Sono estremamente grata alla Dott.ssa Maria Ginatempo, il cui aiuto stato pi che prezioso e mi ha permesso di migliorare molto il testo nella struttura e nel contenuto. Ringrazio il Prof. Paolo Malanima, che ha pazientemente riletto la stesura finale e con il quale ho avuto modo di discutere e scambiare idee in particolare riguardo alle tematiche storico-tecnologiche; inoltre il Dott. Andrea Augenti per i suoi consigli. Un indispensabile apporto bibliografico mi stato fornito, con grande gentilezza, dal

Prof. Jean Fraois Belhoste e dal Prof. Gert Magnusson. Un grazie di cuore, infine, alla mia famiglia, per linfinita pazienza e disponibilit.

Fonti e bibliografia

Fonti inedite *
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* Tutte le fonti inedite consultate sono conservate presso lArchivio di Stato di Siena (ASS).

I. La ricerca

tale frase sinteticamente definisce si voluto procedere nellaffrontare il tema oggetto di questa indagine; seguendo un sistema, cio, che prevede un sostanziale equilibrio tra lo spazio dedicato alla ricerca topografico-archeologica propriamente intesa, e quello preliminarmente, o piuttosto parallelamente, dedicato ad un sistematico lavoro sulle fonti. Si trattava in sostanza di integrare, senza privilegiare luna o laltra attivit, lindagine diretta svolta sul terreno con lo studio della produzione storiografica, della letteratura tecnica, della cartografia storica, e soprattutto delle fonti documentarie edite ed inedite. doveroso sottolineare che si dovuto talora procedere per tentativi e con alcune incertezze sul piano metodologico, sostanzialmente dovute al fatto che in Italia gli studi riguardanti gli impianti idraulici medievali si collocano per la gran parte nellarea della produzione storiografica e sono basati esclusivamente sullanalisi delle fonti documentarie. Sono invece in genere pi scarsi i contributi che forniscono spunti e suggerimenti metodologici per quanto riguarda lanalisi archeologica, stratigrafico-architettonica e topografica . 1. Presentazione del territorio: lambiente naturale I bacini del Merse e del Farma, che rientrano nel sistema idrografico facente capo al fiume Ombrone, sono situati al centro della Toscana meridionale; in particolare la Val di Farma delimita proprio il confine attuale tra le province di Siena e Grosseto. Il territorio delle vallate suddiviso tra i comuni di Montieri, Chiusdino, Monticiano, Sovicille, Murlo, Roccastrada, Civitella Paganico. Il rilievo, in questa zona, fa parte di una grande dorsale arcuata, con convessit rivolta ad oriente, che da Iano, attraverso la Montagnola Senese ed i rilievi di Monticiano-Roccastrada, si estende fino al M. Leoni. Le alture si mantengono mediamente intorno ai 400-500 metri s.l.m. (quota massima nel M. Quoio, m 647), ma presentano una morfologia accidentata, con profonde incisioni vallive di aspetto piuttosto selvaggio. Ai margini dei rilievi sono dislocate aree pianeggianti corrispondenti a preesistenti bacini fluvio-lacustri, come ad esempio il Pian del Lago, il Pian di Feccia, il Piano di Rosia. Sotto il profilo geologico lestremit meridionale della Dorsale Medio-Toscana costituita essenzialmente da formazioni carbonatico-argillose silicee di et mesozoica e paleozoica, denominate Unit di Monticiano-Roccastrada. Nella zona di Monticiano la formazione dominante quella del Verrucano, che presenta una composizione litologica molto eterogenea, con sedimenti caratterizzati da una alternanza notevolmente irregolare e da una grande variabilit di spessore, litotipi e durezza. Lungo i principali corsi dacqua si estendono per ampi tratti vaste coltri alluvionali, sia pi recenti, in fase di evoluzione e diffuse soprattutto nei tratti inferiori dei fiumi, sia di et pi antica, terrazzate a varie altezze sopra gli alvei attuali. Tutti i fiumi e torrenti dellarea, infatti, sono attualmente in fase erosiva, per cui anche le alluvioni pi recenti appaiono reincise lungo il fiume Merse ed il torrente Farma e disposte in almeno tre ordini di terrazzi. I depositi alluvionali sopraindicati sono costituiti in prevalenza da sabbie, ciottolami e talora da
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Una analisi a fonti e scale integrate1: secondo il metodo che

elementi di grosse dimensioni con una frazione limosa molto subordinata . La valle percorsa dal torrente Farma presenta una forma allungata, orientata est-ovest, lunga circa 28 Km e larga raramente pi di 3 Km nella parte orientale, mentre in quella occidentale ampia circa 7 Km. La valle del Merse, lunga complessivamente circa 60 Km, si presenta angusta nel suo tratto pi a monte, tra Boccheggiano e Chiusdino, circondata da rilievi piuttosto alti, ripidi ed intensamente coperti da bosco. Il fiume segue un andamento sud/ovest-nord/est fino al Masso degli Zingari e da questo punto scorre in direzione nord profondamente incassato in una gola, fino a sboccare nella vasta pianura di Orgia; inverte poi completamente il suo corso e prosegue attraversando unampia valle pianeggiante con orientamento nord-sud fino allo sbocco nellOmbrone. Il fiume Merse il pi ricco per tributo perenne di tutto il bacino idrografico dellOmbrone; nasce fra il Poggio di Croce di Prata ed il poggio di Montieri ed annovera tra i suoi maggiori affluenti di sinistra un gruppo di grosse sorgenti, dette vene di Ciciano, il fosso Gallessa, il fiume Feccia - poderoso influente nelle piene ma completamente asciutto nei mesi di magra , i torrenti Rosia e Serpenna, infine le acque calde delle sorgenti sulfuree dei Bagni del Doccio, presso il ponte di Macereto. Dalla sponda destra, invece, si versano nel Merse il torrente detto La Gonna, il fosso Ricausa, il torrente Ornate ed il canale con le acque perenni del Pantano di Orgia. Sempre sulla destra, pochi chilometri prima di confluire nellOmbrone, il Merse riceve le acque del Farma. La Val di Farma formata dal bacino di drenaggio del torrente omonimo (ca. 120 Kmq), corso dacqua montano che scorre in modo rapido per la maggior parte dei suoi 35 Km di percorso. Nasce sui monti di Sassofortino, si amplia con i piccoli torrenti Farmicciola e Farmulla, oltre a molti altri minori, ed assume un andamento meandreggiante circa 4 Km prima di confluire nel Merse, dopo essersi completato con le acque delle sorgenti termali di Petriolo e delle Caldanelle . Il bacino idrografico Farma-Merse situato in una zona caratterizzata da una buona concentrazione delle precipitazioni: i massimi valori di tutta la Toscana meridionale, infatti, si riscontrano, oltre che nellarea del Monte Amiata, proprio sui rilievi dellalta Val di Merse . Il Merse si distingue inoltre per il fatto di registrare portate minime assai costanti nellarco dellanno, cio con scarti limitati tra quelle relative al periodo autunno-inverno e quelle estive. Ci sicuramente da mettere in relazione con la presenza nel bacino di manifestazioni sorgentizie perenni, con portata elevata, che alimentano il deflusso anche durante i periodi pi siccitosi . Anche il torrente Farma va raramente in secca: solo per circa 10 giorni allanno le portate giornaliere sono inferiori ai 10 litri al secondo. Il comportamento idrologico nei due bacini tale che il deflusso avviene rapidamente entro quei pochi giorni durante i quali si verificano le precipitazioni pi intense e le corrispondenti ondate di piena, mentre rimane un flusso di base di lunga durata, alimentato dallinfiltrazione profonda delle acque sotterranee . Un dato particolarmente interessante costituito dal risultato del calcolo della risorsa idrica nei principali corsi dacqua della Toscana meridionale, proposto da Barazzuoli e Salleolini : infatti sono stati rilevati in questo bacino idrografico i
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valori pi alti in assoluto di tutta larea considerata, caratteristica che lo rende evidentemente molto adatto ed affidabile per quanto riguarda lo sfruttamento dellenergia idraulica. Per concludere, rimane da fare un accenno ad una delle caratteristiche peculiari di questo comprensorio, cio lestesa copertura boschiva, che annovera vari tipi di vegetazione prossima a quella naturale, contribuendo a renderlo unarea di rilevante interesse naturalistico sia dal punto di vista vegetazionale che faunistico . Questi estesi boschi sono laspetto che colpisce di pi locchio dellosservatore, dato che la maggior parte delle aree collinari simili di altre parti dItalia stata ampiamente messa a coltura. Un discorso a parte meritano i vasti boschi di castagno diffusi in tutto il bacino Farma-Merse, che fino agli anni 40 avevano una estensione molto maggiore di quella attuale . Questa specie arborea, infatti, stata per secoli una delle pi importanti per leconomia della zona, basti pensare al ruolo svolto dalla farina di castagne nellalimentazione della popolazione rurale. Inoltre, fino allavvento della moderna siderurgia, il carbone di castagno era considerato il migliore per la lavorazione del ferro; cos il castagno stato diffuso artificialmente in tutti i terreni che lo consentivano, venendo a costituire fino agli anni 50 uno degli elementi fondamentali nel paesaggio vegetale della Toscana meridionale collinare e submontana. 2. Stratificazione toponomastica, emergenze monumentali, siti noti La programmazione della ricerca ha preso le mosse con il censire, facendo uso della cartografia moderna e della bibliografia disponibile, la stratificazione toponomastica presente sul territorio, le notizie storiche riguardanti opifici ancora individuabili o scomparsi, le emergenze monumentali ed i rinvenimenti noti. Sulla base della cartografia regionale in scala 1: 25.000 si impostato un rapido studio dei toponimi: con ci non si intende, naturalmente, uno studio della stratificazione toponomastica volta a ricostruire modelli insediativi, operazione che evidentemente non avrebbe avuto alcun senso in una ricerca come questa. Ci si riferisce, invece, molto semplicemente, allindividuazione e schedatura di tutti i toponimi che richiamavano la presenza, attuale o nel passato, di impianti produttivi probabilmente idraulici; denominazioni, cio, che potevano fornire un primo orientamento nella comprensione della toponomastica contenuta nelle fonti documentarie ed anche indicare altrettante localit da controllare autopticamente durante la ricognizione sul campo. Questa operazione preliminare si rivelata in seguito molto utile, anche se, col procedere della ricerca, ci si ben resi conto della povert ed inadeguatezza del reticolo toponimico I.G.M., da cui rimangono assenti tutti i nomi attribuiti localmente a case sparse, campi, porzioni di bosco, corsi dacqua minori , i quali spesso risultano in certa misura corrispondere alla toponomastica reperibile nelle fonti. Come stato notato, infatti, lidentificazione dei nomi di luogo contenuti nei documenti medievali presenta difficolt crescenti a mano a mano che dalle designazioni territoriali e circoscrizionali si passa a quelle insediative ed agrarie; ogni cartografia, anche la pi moderna, offre informazioni sempre selezionate ed uno degli elementi pi soggetti a selezione
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proprio la toponomastica locale, la miriade dei nomi di luogo con cui i residenti designano il singolo campo o segmento dello spazio agrario, talora addirittura il singolo masso o la macchia o lalbero . I toponimi censiti sono quelli che apparivano riferibili alla presenza di una attivit molitoria (ad es. Molino, Molinello, Mulinaccio, le Gore, le Macine, Pod. Macinatoio, Fosso Rimacinaio, ecc.) oppure di una probabile attivit siderurgica (ad es. Ferriera, Ferrieraccia, Ferraia, Ferrale, Fabbrica, Defizio ecc.). Scarsissimi risultati ha prodotto il tentativo di individuare, tramite lo studio delle fotografie aeree , siti da sottoporre a controllo autoptico in aree caratterizzate dalla presenza di toponimi promettenti. Ci dovuto principalmente al fatto che gli impianti produttivi erano dislocati nel fondovalle, spesso in anguste strisce di terreno pianeggiante, circondati dalla fitta vegetazione che si sviluppa di solito subito a ridosso dei corsi dacqua. Lesame delle foto aeree, invece, produce risultati positivi soprattutto nellindividuazione di insediamenti daltura in aree boschive, oppure di siti sepolti in aree pianeggianti e collinari coperte da vegetazione erbacea . Si tenga inoltre presente che gli opifici idraulici erano in genere di piccole e medie dimensioni ed i ruderi, ove ne restino, sono quindi difficilmente individuabili sulle foto aeree, soprattutto a causa della qualit dei voli, che presentano caratteristiche tecniche diverse da quelle richieste per analisi di tipo archeologico. Se questa osservazione valida per ogni tipo di indagine topografica, a maggior ragione si rivelata fondata per questa ricerca in particolare, dove non si dovevano individuare siti imponenti, come ad esempio fortificazioni e castelli, ma strutture produttive di ben pi modesta entit. Per una raccolta preliminare dei dati bibliografici sono stati presi in esame alcuni repertori del XVIII e XIX secolo , che si sono per rivelati solo marginalmente utili per la localizzazione degli opifici idraulici: le segnalazioni di strutture di questo tipo sono piuttosto esigue e, ad esempio nel caso del Repetti, limitate ad edifici particolarmente imponenti e ben conservati, come la serie dei mulini fortificati nei pressi di Brenna ed Orgia. Molto pi utile si dimostrata la consultazione della monografia dedicata allabbazia di S. Galgano dal Canestrelli, che contiene diverse informazioni, basate sullo studio delle carte raccolte nei tre Caleffi dellabbazia, riguardanti le opere idrauliche realizzate nella zona dai monaci cistercensi ed i mulini di loro propriet . Sul fronte dei contributi pi recenti vediamo che, dagli anni 70 in poi, alcune ricerche di carattere storico hanno trattato, anche se spesso marginalmente, il tema dello sfruttamento dellenergia idraulica in questarea in epoca medievale e moderna. Mi riferisco soprattutto allarticolo di Duccio Balestracci sullapprovvigionamento e la distribuzione dei prodotti alimentari a Siena in epoca comunale ed allo studio di Andrea Barlucchi dedicato alle propriet fondiarie del monastero di S. Galgano. Questultimo, basato su una approfondita analisi dei Caleffi dellAbbazia e della Tavola delle Possessioni, fornisce molte informazioni su numerosi mulini posseduti dal monastero, sia sul Merse che su altri corsi dacqua lontani da questa zona
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Riguardo alle strutture idrauliche destinate alla siderurgia, si deve osservare che pochi sono i contributi dedicati a questo territorio, talvolta citato solo marginalmente in studi relativi alla siderurgia di area maremmana ; si tratta essenzialmente della pubblicazione di alcuni documenti che attestano lesistenza di ferriere idrauliche in Val di Merse nel XIV secolo, e di alcuni accenni a resti di impianti produttivi individuati nel corso di indagini topografiche . Rimane infine da citare un contributo per la conoscenza della siderurgia di Et Moderna nel comune di Monticiano ad opera di Giovagnoli, il quale ha pubblicato integralmente la memoria scritta nel 1571 da Agnolo Venturi, imprenditore in questo settore, sul modo di far lavorare la ferriera di Ruota 3. Fonti documentarie
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3.1. Cartografia storica e fonti retrospettive Prima di arrendersi alla constatazione di un vasto naufragio della microtoponomastica agraria, nota Cammarosano, un primo passo da tentare consiste nellimpiego di fonti cartografiche intermedie tra il Medioevo ed i nostri giorni, anche di matrice privata, ma soprattutto della cartografia dei catasti setteottocenteschi con le relative sezioni descrittive. Infatti una ricerca condotta su queste fonti consente di ridurre lo scarto tra il numero dei toponimi menzionati nei documenti medievali ed il numero dei corrispondenti luoghi identificati o localizzati con buona approssimazione . Se tale suggerimento valido in generale per la maglia insediativa e lorganizzazione del territorio, a maggior ragione si rivela utile per quanto riguarda lindividuazione delle strutture produttive. noto, infatti, che la cartografia antica, vale a dire le raffigurazioni cartografiche pre-scientifiche o catastali anteriori al 1860 circa, rappresenta una fonte preziosa per larcheologo, il geografo, lo storico, in quanto riesce a fissare nella loro localizzazione esatta e col rispettivo toponimo, anche determinate emergenze, come edifici e resti di edifici, corsi dacqua e canali artificiali con le relative strutture di derivazione come le gore, i bottacci e le steccaie, cave e miniere, talora con le loro discariche [...], di cui non di rado le generazioni coeve al rilevatore avevano perduto ogni memoria . Si deciso dunque di affrontare lo studio delle fonti archivistiche compiendo una sorta di cammino a ritroso, con un percorso che partisse dai documenti pi recenti per arrivare a quelli medievali. Per prima cosa, quindi, sono stati presi in esame i fondi cartografici disponibili per questa zona. Importanti notizie si ricavano innanzitutto dallo studio delle mappe del Catasto Toscano , fonte preziosa in quanto fornisce una sorta di fotografia estremamente precisa circa la distribuzione degli abitati, lutilizzazione del suolo, la viabilit allinizio del XIX secolo, situazione che riflette senza dubbio aspetti che risalgono anche ai secoli precedenti e che non sono al giorno doggi rintracciabili. Vi inoltre registrata una gran quantit di toponimi attualmente non pi riportati nella cartografia, e soprattutto vi posizionata con precisione lintera maglia di distribuzione dei
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mulini e di altre strutture produttive (ferriere, fornaci) ancora in funzione, e talvolta anche di quelle gi allepoca allo stato di rudere . Un notevole interesse per questo genere di ricerche riveste poi la Carta Idrografica dItalia (fine XIX sec.) , che rappresenta il primo censimento, a base cartografica, degli opifici andanti ad acqua, e fornisce unidea precisa circa la distribuzione territoriale di queste strutture, prima che la diffusione dei motori a vapore ed elettrici provocasse il rapido mutamento dellassetto economico maturato nellet preindustriale o paleo-industriale . La carta presenta, comunque, alcune imprecisioni relative alla localizzazione, mentre inesattezze sono state riscontrate anche nelle note tecniche riguardanti i singoli opifici nel volume di Relazioni. Alcuni esempi pi antichi di cartografia che hanno per oggetto la nostra zona sono poi reperibili nel gruppo di Piante, raccolta di pezzi sparsi, quasi esclusivamente iconografica, che lArchivio di Stato di Siena annovera allinterno del fondo dei Quattro Conservatori . Si tratta di circa 300 pezzi che rappresentano solo una piccola parte del ragguardevole nucleo di reperti cartografici sparsi nelle oltre 3000 filze di cui consta il fondo in questione. La magistratura dei Quattro Conservatori, istituita da Cosimo I subito dopo la caduta di Siena, ebbe, tra laltro, incarichi di controllo tecnico su opere pubbliche, acque, strade e mulini; di conseguenza un buon numero dei disegni, alcuni dei quali particolarmente curati e pregevoli nella realizzazione, riguarda visuali di tratti di fiumi e torrenti, opere di derivazione delle acque, canalizzazioni ed impianti molitori, fornendo in taluni casi interessanti particolari tecnici, pur nella imprecisione topografica che talvolta li caratterizza. Tra le fonti retrospettive non strettamente cartografiche, un certo interesse rivestono le richieste di concessioni per il recupero delle scorie antiche ai fini di riciclaggio che, a partire dal periodo dellautarchia fascista e con una ripresa su vasta scala nel 1952, dopo linterruzione dovuta alla guerra, venivano inoltrate al Distretto Minerario di Grosseto . Lesame di questa documentazione ha infatti permesso di individuare nei bacini idrografici Farma-Merse alcuni siti di accumulo di scorie derivanti dalla lavorazione idraulica del ferro. Pochi risultati ha prodotto lo spoglio di alcuni registri relativi alle concessioni di uso delle acque pubbliche del fondo del Genio Civile, e di quelli relativi ai mulini, gli altiforni e le ferriere del fondo del Governo Francese . Relativamente utile si dimostrata anche la consultazione del manoscritto opera del Gherardini , dellanno 1676, in cui lautore fornisce una descrizione generale, ordinata per localit, delle principali vicende storico-politiche, dellassetto territoriale e delle attivit economiche riguardanti lo stato senese: le notizie relative agli impianti idraulici sono infatti esigue e in genere poco significative. 3.2. Fonti coeve Sulla linea di confine tra fonti retrospettive e fonti coeve si situa il fondo archivistico che conserva le carte della famiglia Venturi-Gallerani. Tale materiale, preso in esame sistematicamente, si rivelato una vera e propria miniera di
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notizie sulle strutture produttive dislocate nei bacini del Merse e del Farma . In questo archivio, di formazione piuttosto tarda, sono confluiti anche documenti originali e copie di documenti risalenti fino agli inizi del XIV sec. ed in particolare un nucleo di carte che attestano i possedimenti e lattivit degli Azzoni, veri e propri imprenditori nel settore siderurgico tra XIV e XV secolo. Ci avvenuto in seguito allacquisto in blocco, da parte dei Venturi, nel XVI sec., dei beni e delle terre appartenenti a questa famiglia dislocati in tutto il territorio di Monticiano. La maggior parte della documentazione riguarda, comunque, lattivit industriale e mercantile dei Venturi e dei Venturi-Gallerani e lamministrazione dei loro possedimenti. Di particolare interesse sono i tomi contenenti le compravendite di beni e le notizie sulla lavorazione del ferro nelle ferriere di Monticiano e di Ruota, oltre a notizie sparse relative a numerosi altri impianti produttivi della zona . Qualche altro documento interessante ai fini di questa ricerca reperibile nel Diplomatico Bichi Borghesi
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, nel Diplomatico Tolomei, e nel Diplomatico

Prefettura ; questultimo, composto da varie pergamene che in origine dovevano essere collocate nellarchivio dei Quattro Conservatori o in quello del Governatore, contiene numerosi atti concernenti i comuni di Monticiano e Chiusdino, fra i quali alcuni riguardanti mulini di XIII-XIV secolo. Una fonte documentaria di importanza basilare per qualunque studio che riguardi lassetto del territorio senese nel Medioevo costituita dalla Tavola delle Possessioni. Agli inizi del Trecento, sotto il governo dei Nove, furono create delle commissioni incaricate di accertare la consistenza di tutti i beni immobili, dai terreni alle case, dalle capanne ai mulini, ai castelli, al fine di razionalizzare il sistema delle imposte dirette. I dati raccolti per questa sorta di catasto furono trascritti, tra il 1318 ed il 1320, in oltre 500 registri, dei quali sono sopravvissuti solo 94, definiti Tavolette preparatorie. Infatti, dopo il lavoro di identificazione dei singoli beni secondo criteri topografici, si procedette a stendere dei volumi, la vera e propria Tavola, in cui si raggrupparono sotto il nome di ogni singolo proprietario tutti i suoi possedimenti. Si stese dunque un volume per ogni comune o popolo o circoscrizione cittadina, in cui vennero registrati in ordine alfabetico i nomi di tutti i proprietari di beni immobili, compresi gli enti laici e gli enti o persone ecclesiastiche, seguiti dallelenco di tutti i loro beni. In fondo allelenco dei possessi di ogni proprietario fu fatta la somma del loro valore e per qualche decennio si tent di registrare anche i passaggi di propriet . La Tavola, che fornisce un quadro molto dettagliato circa la situazione del popolamento e dello sfruttamento del territorio agli inizi del XIV secolo, contiene anche numerosi riferimenti a strutture produttive. Una gran quantit di notizie su molti mulini da grano ubicati lungo il corso del Farma e del Merse, dei quali si riesce spesso a seguire la storia ed i passaggi di propriet nellarco di diversi decenni, reperibile nella documentazione relativa al monastero di S. Galgano , raccolta in tre registri (un quarto si trova nellArchivio di Stato di Firenze), chiamati Caleffi, che contengono le trascrizioni di atti datati a partire dal 1147, ma risalenti per la maggior parte al XIII secolo . Pi precisamente i tre volumi riproducono, in copia autenticata da 17 notai senesi,
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quello che doveva essere larchivio del monastero, o comunque una sua parte consistente, al secondo decennio del XIV secolo. Il criterio di ordinamento delle carte nei Caleffi prevalentemente topografico, anche se con molte eccezioni. La realizzazione dellopera avvenne tra il 1319 ed il 1321, come attestano le autenticazioni notarili, ma diversi indizi, tra i quali soprattutto la mancanza di documenti per un certo numero di propriet, di cui siamo a conoscenza per altre fonti, fanno avanzare lipotesi che in origine esistesse un quarto volume. La compilazione dei Caleffi, pi o meno contemporanea alla realizzazione della Tavola delle Possessioni, fu probabilmente attuata proprio per dotarsi di uno strumento utile a certificare le propriet del monastero e facile a consultarsi in confronto allarchivio originale, che doveva essere divenuto enorme. Del resto era consuetudine piuttosto diffusa nei monasteri, fin da epoca altomedievale, quella di trascrivere le pergamene possedute in un unico codice, di solito raggruppando i documenti secondo un criterio topografico; una volta compilato tale codice, avveniva spesso che i documenti originali fossero tenuti in minor cura e andassero dispersi . In effetti larchivio originale del monastero di S. Galgano andato completamente perduto ed anche possibile che le carte trascritte non rappresentino necessariamente la totalit della documentazione accumulata presso lente. La storia di alcune strutture molitorie dislocate sul Merse pu essere seguita quasi ad annum anche nelle pergamene dellOpera Metropolitana , istituzione antichissima il cui compito principale era la vigilanza sulla fabbrica della cattedrale, ma che amministrava anche un vasto patrimonio immobiliare distribuito nel contado. Per le notizie riguardanti la legislazione sui mulini e soprattutto la tassazione di queste strutture, preziosa stata infine la consultazione del pi antico statuto degli Esecutori di Gabella, magistratura preposta alla percezione di imposte indirette ed altri proventi per conto del Comune; scritto attorno al 1298, rispecchia una precedente stesura del 1273, ed elenca le varie voci di entrata con i relativi prezzi da pagare . Completano il quadro le fonti edite consultate; si tratta essenzialmente della documentazione relativa al comune di Siena raccolta nel Caleffo Vecchio e della legislazione di epoca comunale contenuta negli Statuti: sia nel pi antico Statuto edito, compilato nel 1262, ma contenente capitoli che risalgono a precedenti redazioni, sia nella traslazione in lingua volgare del 1310, si trovano diverse citazioni di impianti molitori e soprattutto alcune norme relative alla loro costruzione e gestione
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4. La ricerca sul campo

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Alla precisa delimitazione dellambito territoriale da sottoporre ad indagine si giunti gradualmente con il progredire della ricerca sulle fonti, in quanto in una prima fase si era ritenuto utile procedere ad un sondaggio almeno parziale delle fonti stesse, prima di operare demarcazioni rigide che avrebbero potuto provocare

lesclusione a priori di aree particolarmente rilevanti . stata scartata quasi immediatamente lidea iniziale di limitare la raccolta delle informazioni sul terreno al solo corso del fiume principale; questa possibilit apparsa infatti molto riduttiva in quanto da subito, nellindagine preliminare, cominciavano ad emergere segnalazioni di siti assai importanti, soprattutto per quanto riguarda la siderurgia, dislocati lungo il torrente Farma. Tra laltro la scelta di considerare i bacini dei due corsi dacqua come un insieme per certi versi omogeneo, sembrava essenzialmente corretta anche sulla base delle indicazioni provenienti dalle fonti documentarie stesse; da queste ultime, infatti, il sistema Farma-Merse sembra emergere come un complesso territoriale unitario, con forti collegamenti interni fra i due bacini, del resto fisicamente contigui. Non essendo possibile, per evidenti motivi pratici, includere nellindagine le centinaia di chilometri di torrenti e fossi affluenti dei corsi dacqua principali questo avrebbe significato, infatti, considerare la definizione bacino idrografico nella sua accezione geografica pi corretta - si quindi imposta la seguente scelta di compromesso: prendere in considerazione gli affluenti minori solo per i comuni di Chiusdino, Monticiano e Sovicille ed escludere il tratto iniziale dellalta Val di Merse, situato nel comune di Montieri, area che per la presenza di numerosi giacimenti minerari ha caratteristiche e vicende storiche peculiari, che richiederebbero piuttosto una trattazione a s. Si per deciso di allargare sistematicamente lindagine anche alle strutture ubicate s lungo i due corsi dacqua principali, ma sulla sponda non compresa nel territorio dei comuni succitati, in quanto appariva una notevole forzatura il considerare linea di demarcazione rigida i confini amministrativi moderni. Per quanto riguarda lintensit di copertura, sono stati scartati sia il metodo di ricognizione totale del territorio, che avrebbe significato percorrere per intero tutti i corsi dacqua compresi entro unarea di enorme estensione e spesso in condizioni di accessibilit proibitive, sia il sistema di campionamento, che appariva inadatto per una indagine finalizzata alla catalogazione del maggior numero possibile di strutture. Le emergenze legate allo sfruttamento delle potenzialit idriche rientrano senza dubbio in quel gruppo di siti e tracce particolari , i cui resti visibili sul paesaggio attuale non sono rappresentati da spargimento di manufatti sui campi, come avviene invece per la stragrande maggioranza dei siti di solito individuati durante il field-walking. Per questo tipo di evidenze, dunque, possibile programmare una ricerca sulla base di criteri del tutto peculiari: nel nostro caso, ad esempio, non volendo trascurare alcuna indicazione proveniente dalle fonti, si optato per il metodo di ricognizione mirata, diretto a verificare sul campo tutte le segnalazioni emerse dallindagine preliminare, di qualsiasi tipo e per quanto labili esse fossero. La tecnica di ricognizione non stata omogenea, ma si via via adeguata sia al tipo di fonti utilizzate, sia al terreno su cui ci si trovati ad operare (talvolta campi lavorati, talvolta aree fabbricate, pi spesso aree boschive). Una difficolt intrinseca per unindagine sistematica in questa zona insita nel fatto che gran parte del territorio, quasi senza soluzione di continuit, coperta da un fitto manto boschivo, che limita fortemente la visibilit del suolo. I corsi dacqua stessi offrono una via di penetrazione, e questo pu talvolta rappresentare una
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soluzione parziale, come stato proposto in alcune esperienze recenti . tuttavia necessario osservare che questo sistema, impiegato nel caso di corsi dacqua minori, non quasi mai utilizzabile per i fiumi e torrenti maggiori, quali il Farma o il Merse, il cui greto non praticabile a causa delleccessiva portata dacqua. La situazione ulteriormente complicata dallassenza quasi totale di viabilit o sentieri lungo lalveo e dalla presenza costante di una inestricabile vegetazione riparia sulle sponde . Si sono spesso rivelati fondamentali, quindi, oltre alle indicazioni ricavabili dalla cartografia storica, laiuto e la collaborazione delle persone del posto, che sanno spesso indicare i luoghi in cui sono presenti i ruderi e talvolta, nel caso di anziani, sono stati testimoni degli ultimi anni di attivit di alcuni impianti molitori giunti fino a noi . Per quanto riguarda invece le problematiche legate alla lettura dei resti materiali individuati sul terreno, si rilevato che tutti questi antichi impianti da tempo non sono pi in funzione, e che in certi casi interventi moderni hanno determinato modifiche funzionali (ad es. abitative) le quali, pur permettendo la conservazione dei fabbricati, ne hanno tuttavia stravolto i caratteri originari. Molte strutture versano nel pi completo abbandono, che ha coinvolto anche i sistemi di derivazione e raccolta delle acque, per non parlare della viabilit di accesso. Certo nel territorio molte chiuse giunte fino a noi restano spesso in posizioni usate fin dal Medioevo, ma sicuramente la manutenzione continua che richiedevano fa s che ben poco della struttura sia originale, cos come le saracinesche di accesso dellacqua ai canali sono state anchesse modificate da interventi recenti e quelle rimaste sono state riequipaggiate con parti in ferro e meccanismi . Molto pi spesso i meccanismi in pietra, legno e ferro che servivano per lo sfruttamento dellenergia idraulica sono andati del tutto perduti o asportati da collezionisti. Tanto pi allora sembra valida losservazione che i resti materiali degli impianti idraulici, scavati o no, sono spesso difficili da interpretare a meno che non si conoscano interamente le circostanze della loro costruzione . A quanto detto si aggiunga unultima notazione: estremamente raro, in una indagine di questo tipo, riuscire ad individuare reperti ceramici datanti; ci dipende soprattutto, a mio avviso, dalla scarsissima visibilit riscontrata in quasi tutti i siti, dovuta alla presenza di una fitta vegetazione boschiva o riparia, di coltri alluvionali, di forte dilavamento. Per la documentazione dei siti sul campo stata elaborata una scheda adatta a registrare le diverse evidenze presenti quali, ad esempio, strutture in elevato, sistemi di derivazione, aspetti tecnologici. Si quindi deciso di affiancare alla scheda Sito/UT tradizionale , della quale sono state riempite le voci di carattere generale utili allidentificazione del sito, una Scheda di Opificio Idraulico, le cui voci sono state definite sulla base delle indicazioni desunte dalla letteratura tecnica e della terminologia in essa utilizzata. Per quanto riguarda poi i siti ove era presente una attivit siderurgica, si fatto riferimento anche alla specifica Scheda di Sito Archeometallurgico in uso presso il Dipartimento di Archeologia dellUniversit di Siena
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Definizione di Leonardo Rombai nellintroduzione ad Azzari, 1990, p. 12.

Come nota ancora Rombai, ivi, p. 11; in queste pagine si fornisce anche una panoramica bibliografica dei contributi, di varia impostazione, sugli opifici idraulici in Toscana. Per maggiori informazioni sugli aspetti geologici della zona si vedano soprattutto Bas Pedroli et alii, 1988; Lazzarotto, 1993a; Lazzarotto, 1993b. Maggiori dettagli sulle caratteristiche idrografiche dellarea in oggetto in Carta Idrografica dItalia, 1904, p. 97; Bas Pedroli et alii, 1988, p. 22.
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Barazzuoli-Salleolini, 1993, p. 186 e fig. 21 a p. 87. Ivi, p. 196. Bas Pedroli et alii, 1988, p. 137; Barazzuoli-Salleolini, 1993, p. 198. Barazzuoli-Salleolini, 1993, pp. 206-209.

De Dominicis-Casini, 1979a, pp. 4 e sgg.; De Dominicis-Casini, 1979b, pp. 12 e sgg., 24; Bas Pedroli et alii, 1988, pp. 195-197; De dominicis, 1993, pp. 286289, 294.
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De Dominicis-Casini, 1979a; De Dominicis-Casini, 1979b.

Carta Topografica Regionale, scala 1: 25 000, quadranti 120 I, 120 II, 120 III, 120 IV, edizione aggiornata al 1978. Questa carta deriva dai tipi dellIstituto Geografico Militare, ciascun quadrante risulta dal mosaico di unione delle quattro corrispondenti tavolette I.G.M.
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Cfr. Rombai, 1985, pp. 15-29. Cammarosano, 1991b, p. 77.

Si tratta delle strisciate (scala 1: 13.000) scattate per conto della Regione Toscana negli anni 1975-1976 ed utilizzate anche per la realizzazione delle ortofotocarte regionali. Per una trattazione degli aspetti metodologici della fotointerpretazione aerea si veda Cosci, 1988.
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Targioni Tozzetti, 1768-1779; Repetti, 1833-1846; Grottanelli, 1876.

Canestrelli, 1896. Qualche accenno su questi stessi argomenti reperibile anche nello studio, a carattere principalmente architettonico, dedicato allabbazia stessa da Enlart (Enlart, 1891). Balestracci, 1981, si occupa soprattutto dei grandi impianti molitori realizzati sul Merse dal comune di Siena con labbazia di Torri nel XIII sec. (altre note sullo stesso argomento sono reperibili in Balestracci, 1988); alcuni accenni alle gualchiere possedute dallArte della Lana di Siena sullo stesso fiume in Cherubini, 1974, e Piccinni-Francovich, 1976. Ancora soltanto agli edifici
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monumentali della zona Brenna-Orgia sono dedicate le descrizioni fornite nel repertorio delle strutture fortificate di area senese-grossetana (CammarosanoPasseri, 1976); pi o meno le stesse notizie sono reperibili anche in MorettiPasseri, 1988.
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Barlucchi, 1991 e 1992. Sui Caleffi e la Tavola v. infra, par. 3.2. Ad es. Tognarini, 1980, p. 244. Borracelli, 1984; Borracelli 1989b; Cucini-Paolucci, 1985; Guideri, 1986-

1987. Giovagnoli, 1992. Il Giovagnoli fornisce nella parte introduttiva numerose indicazioni tratte dalle carte dellArchivio Venturi Gallerani, che mi sono servite da spunto e da prima base di partenza per lo studio diretto di questo fondo stesso. Tutte le fonti inedite consultate, dove non altrimenti specificato, sono conservate presso lArchivio di Stato di Siena (ASS): dora in avanti se ne ometter quindi il riferimento, sia per i documenti citati nel testo, sia per quelli riportati nel Catalogo. Cammarosano, 1991b, p. 78. Sulla cartografia storica e la sua utilit durante la fase di impostazione di un progetto di ricerca sul territorio v. anche Cambi-Terrenato, 1994, pp. 52-55.
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Francovich-Rombai, 1990, p. 695. V. anche Rombai-Vivoli, 1996. Catasto Toscano (Leopoldino), poi Italiano, dora in avanti Catasto Toscano.

Le mappe sono redatte alla scala 1: 5.000 per tutto il territorio regionale, e divise per Comunit, che pi o meno corrispondono alle suddivisioni territoriali dei comuni di oggi. La redazione delle mappe consultate risale agli anni 1820-1826, con minime variazioni cronologiche a seconda delle comunit in questione. Un registro per ogni comunit, ordinato per sezioni, riporta il numero della particella catastale, il tipo di terreno o fabbricato di cui si tratta, il nome del proprietario. Carta Idrografica dItalia, 1891, edita a scala 1: 100.000. Per la Toscana disponibile un volume di Relazioni (Carta Idrografica dItalia, 1893) diviso per province, che comprende per ciascuna di esse un elenco degli opifici e corsi dacqua industriali, raggruppati per bacini idrografici, con indicati il tipo di impiego degli impianti e dati sul corso dacqua, le derivazioni ed i canali alimentatori.
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Rombai nellintroduzione ad Azzari, 1990, p. 5.

Quattro Conservatori (dora innanzi QC), Piante, dal 1578 al XVIII secolo. Queste piante sono attualmente raccolte in un gruppo a s, con una numerazione propria, la cui catalogazione stata curata da Vichi (Vichi, 1990). Oltre alle piante, sono state consultate anche alcune filze relative agli affari di Acque e Strade e Fabbriche Civili, e quelle contenenti una serie di relazioni di ingegneri su opere di derivazione e regimentazione delle acque (QC, filze 1961-1974, periodo 16671778).

La procedura prevedeva la presentazione di una domanda di ricerca corredata dalla documentazione cartografica con indicati i limiti della superficie richiesta, dopodich un funzionario del Distretto ispezionava larea, redigendo una relazione descrittiva dei banchi di scorie presenti, con una stima approssimativa del quantitativo e del tenore presunto di ferro, v. Baiocco et alii, 1990, pp. 21-27; Cucini-Tizzoni, 1992, pp. 25-26. Non si trattato dello spoglio della documentazione originale conservata presso il Corpo Minerario di Grosseto (dora innanzi C. M. GR.), ma dellesame del materiale ivi selezionato e riprodotto fotostaticamente, compresa la cartografia, dal dott. Francesco Cuteri, ed attualmente depositato presso lIstituto di Archeologia Medievale dellUniversit di Siena. Genio Civile, 20, 50, 53; Governo Francese, 234 (Etat des Moulins farine an activit dans le departement, 1809); Governo Francese, 235 (Etat de situation des hauts fourneaux et forges pendant le 1811-1813). B. Gherardini, Visita fatta nellanno 1676 alle citt, terre e castella dello stato della citt di Siena, Mss. D 82-86 (dora in avanti Gherardini, Visita).
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Archivio Venturi Gallerani (dora in avanti AVG).

Il materiale documentario fu riordinato e diviso in 100 tomi nel 1772, e di esso fu compilato un repertorio-regesto ove gli affari trattati sono segnati in ordine alfabetico. Questo regesto, oltre a rendere pi facile la consultazione del fondo stesso, ha permesso che si conservasse, almeno nelle linee generali, il contenuto di alcune carte, fra laltro le pi antiche, che sono andate in seguito disperse. Non ha invece prodotto i risultati sperati lo studio di alcuni fondi appartenenti a famiglie private senesi, che raccolgono carte di varie epoche a partire dal XIV sec., basato sulle indicazioni reperite nell Archivio Venturi Gallerani, relative a nomi di famiglie proprietarie di impianti siderurgici: Particolari Famiglie Senesi, Azzoni (b. 2, sec. XVIII), Bandinelli (b. 4, 1326-1786), Bulgarini (b. 28, 1462-1841), Gabrielli (b. 71, 1474-1796), Saracini (b. 166, 1389-1776). Dora in avanti DBB: di esso si passato in rassegna per intero lo spoglio in vari volumi compilato dallabate Galgano Bichi, che si occup del riordinamento dellarchivio di famiglia (Legato Bichi Borghesi, Mss. B 25, B 73-76, dora in avanti LBB); sono state poi consultate le pergamene originali che rivestivano un interesse per questa ricerca.
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Dora in avanti DT e DP.

Sui criteri di compilazione della Tavola (denominazione archivistica: Estimo) e la storia della sua formazione si vedano Cherubini, 1974, pp. 231-237; Bowsky, 1976, pp. 118-131; Cammarosano, 1983, pp. 58 e sgg.; Giorgi, 1994, p. 256; Passeri-Neri, 1994, pp. III-VII.
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Conventi, 161, 162, 163 (dora in avanti KSG I, II, III). Sui Caleffi di S. Galgano si veda soprattutto Barlucchi, 1991, pp. 66-67.

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Sui chartularia medievali, cfr. Cammarosano, 1991b, p. 65. Diplomatico Opera Metropolitana (dora innanzi DOM). Gabella, I. Zdekauer, 1897; Lisini, 1903.

Per una trattazione generale degli aspetti metodologici riguardanti la ricerca di superficie si rimanda a Cambi-Terrenato, 1994. Sui criteri che possibile adottare nella scelta del contesto da sottoporre ad indagine autoptica, cfr. ivi, Cap. 3, in particolare il par. 3.2.4., pp. 99-101. La scelta di indagare questi comprensori comunali stata dettata essenzialmente dal fatto che per queste aree era stata affrontata una ricerca documentaria particolarmente approfondita ed era di conseguenza disponibile una vasta gamma di notizie storiche e di indizi promettenti.
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Cambi-Terrenato, par. 5.2.1, pp. 163-167. Corretti, 1990, p. 26; Cucini-Tizzoni, 1992, p. 24.

Bisogna inoltre sgomberare il campo dallidea, piuttosto diffusa, che gli impianti idraulici fossero situati nelle immediate vicinanze del letto del fiume; al contrario essi si trovavano, nella maggioranza dei casi, ad una certa distanza dal corso dacqua ed erano alimentati da canali di derivazione. Ho verificato direttamente che, di conseguenza, anche risalendo il corso dacqua stesso, nel caso in cui la presa dacqua non sia pi visibile - cosa che si verifica di frequente , pu capitare di passare a pochi metri dai ruderi di un mulino senza vederli affatto. Anche per quanto riguarda i siti archeometallurgici, che sono stati in altre indagini individuati per la presenza di scorie lungo il corso dei torrenti, si deve dire che nel nostro caso succede molto spesso che lungo il greto dei corsi dacqua di una certa portata non sia rimasta alcuna traccia di scorie, a causa delle violente piene, mentre gli accumuli si trovano spesso a qualche decina di metri di distanza dallalveo stesso. Ci non significa, naturalmente, che si sia rinunciato a svolgere una ricognizione di alcuni tratti di fiume in localit dove le fonti indicavano la presenza di strutture idrauliche, in particolare di quelle legate allattivit metallurgica.
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Cfr. Cambi-Terrenato, 1994, p. 164. Cfr. le osservazioni di Crossley, 1985, p. 120. Ivi, p. 107.

Questa scheda il risultato di una serie di discussioni e confronti metodologici per laggiornamento di schede gi esistenti (vedi Celuzza, 1981; Ricci, 1983) sviluppatisi in Italia negli ultimi decenni: al proposito v. CambiTerrenato, 1994, pp. 183-184.
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Tale scheda, elaborata dalla dott.ssa S. Guideri, che ringrazio molto per i

suoi consigli, tiene conto in particolare dei criteri suggeriti in Bachmann, 1982. Fig. 1 - Localizzazione geografica dellarea in esame. Fig. 2 - Schizzo della ferriera di Ruota e dei dintorni ( ASS, Archivio Venturi Gallerani, tomo 42, fasc. 3, sec. XVI). II. I mulini

1. Lo sfruttamento dellenergia idraulica dalle origini al XIV sec.: uno sguardo al contesto tecnologico italiano ed europeo 1.1. Tipologia delle ruote ad acqua e classificazioni possibili Per millenni luomo trov nei propri muscoli o in quelli degli animali domestici la principale fonte dellenergia necessaria a trasformare in farina il grano e gli altri cereali. Le cose cambiarono quando entr a far parte del suo patrimonio tecnologico un meccanismo che gli permise di sfruttare la forza inanimata dellacqua corrente: la ruota idraulica. Il pi antico riferimento ad un congegno di tale tipo si trova in un epigramma di Antipatro di Tessalonica, databile attorno all85 a.C.: in esso il poeta celebra la libert che il mulino idraulico donava alle donne, prima costrette a muovere per ore la macina con la forza delle loro braccia . Circa un secolo pi tardi Strabone ricorda il mulino fatto costruire da Mitridate nel suo palazzo di Cabeira, nel Ponto, intorno al 65 a.C. . Entrambi questi riferimenti sono estremamente vaghi e non permettono in alcun modo di stabilire quale fosse il tipo specifico di ruota idraulica utilizzata. Nonostante ci, studiosi di storia della tecnologia come Richard Bennet e John Elton, fra i primi ad occuparsi di questo argomento, sono partiti da tali generici accenni per sostenere che le ruote descritte fossero orizzontali, a causa della loro natura primitiva, e che questa tipologia fosse stata presto adottata in gran parte dellItalia rurale . Tale supposizione si basava essenzialmente sulla testimonianza di Plinio il Vecchio, che per il periodo attorno al 75 d.C. parla di una larga diffusione in Italia del mulino orizzontale . Ma gi quasi un secolo prima, attorno al 20 a.C., Vitruvio aveva descritto con sufficiente chiarezza il funzionamento di una ruota idraulica verticale : nonostante il testo abbia dato adito a varie interpretazioni, generalmente accettato che egli descriva una ruota colpita dallacqua nella sua parte inferiore . Sulla base dei pochi accenni contenuti nelle fonti scritte, si sono dunque succedute numerose ipotesi riguardo alla tipologia dei primi meccanismi idraulici, alla cronologia della loro comparsa, al luogo di origine ed alle modalit di
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diffusione . Sino a tempi recenti la tendenza generale degli studiosi di storia della tecnologia stata quella di ipotizzare due linee evolutive rigidamente alternative, delle quali luna soppianta laltra, facenti capo rispettivamente alla tipologia di ruota orizzontale ed a quella di ruota verticale. Unaltra idea comunemente riscontrabile nella letteratura tecnica tradizionale quella di una presunta primitivit o rozzezza del mulino orizzontale, rispetto a quello verticale, che avrebbe fatto del primo lo strumento tipico di civilt poco evolute. Lo stesso Marc Bloch, il cui classico studio sulle origini del mulino idraulico ha posto le basi fondamentali per il successivo dibattito storiografico sul ruolo economico e sociale di questo meccanismo durante il Medioevo, per quanto riguarda gli aspetti tecnologici si limita a dire che il mulino orizzontale, rudimentale e primitivo, potrebbe rappresentare una forma di regresso tecnico avvenuto presso popolazioni abituate ad una vita materiale piuttosto povera . Negli ultimi anni, tuttavia, alcuni studiosi si sono opposti decisamente allidea di un evoluzionismo tecnologico secondo il quale il tipo pi efficiente succede al tipo ritenuto pi primitivo soppiantandolo, ed hanno negato nella fattispecie che per la ruota orizzontale si possa parlare di arretratezza o regresso tecnico . In ambito toscano, ad esempio, John Muendel si opposto a questo luogo comune, in base ai risultati di una vasta ricerca condotta entro i fondi archivistici notarili di Pistoia e Firenze, sulla quale torneremo ampiamente in seguito. I dati reperiti, infatti, mostrano che proprio il mulino orizzontale rappresenta il tipo pi antico conosciuto, il pi diffuso nellarea esaminata e probabilmente in tutta la regione . Le diverse tipologie, dunque, non sono da ritenersi interdipendenti e probabilmente coesistono fin dalle origini, adattandosi alle diverse esigenze locali secondo le caratteristiche quantitative e qualitative dellenergia disponibile. quindi estremamente importante cercare di chiarire quali fattori ambientali, congiunture economiche, linee di trasmissione del sapere tecnologico o elementi di resistenza locali, abbiano determinato il prevalere di un certo tipo in alcune aree piuttosto che in altre. Pur avendo bene in mente le precedenti considerazioni, abbiamo ugualmente deciso di proporre qui un tentativo di classificazione delle diverse ruote idrauliche. Si tratta di uno schema, infatti, che non intende presentarsi come una evoluzione di tipi che si succedono luno allaltro, in un rigido percorso che vede ladozione, attraverso i secoli, di soluzioni a sempre maggior rendimento. Ci che si sottolineer pi volte, al contrario, sar proprio la coesistenza, negli stessi luoghi e negli stessi periodi, di tecnologie differenti, ed anzi spesso il prevalere, in determinate aree, di tipologie contraddistinte da una bassa produttivit, ma che evidentemente presentavano minori difficolt di sfruttamento, minori costi, maggiore duttilit nelladattarsi alle caratteristiche ambientali di taluni territori. Le pagine che seguono hanno inoltre lobbiettivo di rendere pi chiaro al lettore il funzionamento delle varie macchine idrauliche, fornendo anche alcuni dettagli tecnici indispensabili per comprendere con maggiore facilit i caratteri strutturali degli impianti individuati allinterno del bacino idrografico Farma-Merse. Una classificazione delle ruote idrauliche, infine, si rende necessaria per capire come proprio questo elemento dellintero meccanismo sia stato la chiave di volta per
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limpiego dellenergia dellacqua in altre attivit produttive, oltre che nella macinazione del grano: i cosiddetti usi industriali, quali soprattutto la follatura della lana, cui soltanto accenneremo nelle pagine seguenti, o la metallurgia, argomento trattato nel terzo capitolo. Il tipo pi semplice di mulino era quello a ruota orizzontale o ritrecine: allestremit inferiore di un albero verticale era fissata una piccola ruota sistemata orizzontalmente, detta appunto ritrecine, composta di pale, piatte o a cucchiaio, che venivano colpite e fatte girare da un getto dacqua a forte pressione. Lestremit superiore dellalbero passava attraverso la macina inferiore fissa ed era ancorata, mediante una barra trasversale, alla macina superiore rotante . Poich non era necessario ribaltare il piano di macinazione rispetto a quello di rivoluzione della ruota idraulica, limpianto non necessitava di meccanismi, ma funzionava meglio se dotato di un bacino di riserva e di una condotta forzata. Questo tipo di mulino aveva il vantaggio della semplicit: era facile e poco costoso da costruire e da mantenere, non prevedeva complicati ingranaggi da riparare continuamente a causa dellattrito ; daltra parte, per, non forniva di solito un grande quantitativo di energia (1-2 CV) e con un rendimento piuttosto scarso (infatti le macine giravano lentamente, compiendo lintera rotazione una volta per ogni rivoluzione della ruota idraulica, per cui non riuscivano a macinare che modeste quantit di grano) . Esso poteva funzionare unicamente con piccoli volumi dacqua a flusso rapido ed era quindi adatto anche per le zone montane e per quelle prive di fiumi e torrenti di una certa consistenza. Un mulino orizzontale, tipologia come abbiamo visto gi nota a Plinio, stato scavato in un abitato romano di II sec. d.C. in Tunisia, mentre altri due esempi, risalenti ai primi secoli dellera cristiana, sono stati individuati in scavi nello Jutland . I mulini orizzontali furono estremamente diffusi fino al tardo Medioevo e molti esempi se ne ritrovano ancora oggi in Grecia, nelle isole Orkney e Shetland, in Romania, in Scandinavia: di qui la definizione mulino greco o scandinavo adottata da alcuni studiosi
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. Tale tipologia era praticamente la sola conosciuta in


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Provenza nel periodo medievale e moderno


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, era diffusa in tutte le zone

accidentate della Francia e fu probabilmente anche il tipo pi frequente in Toscana durante il Medioevo. Quasi tutti i mulini pistoiesi presi in esame dal Muendel, ad esempio, erano a ruota orizzontale e non possedevano meccanismi
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. Il ritrecine, inoltre, dominava incontrastato nel territorio di Lucca e


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di Pescia ed rimasto il tipo pi comune fino ai nostri giorni . Anche nel pratese tutti i mulini idraulici giunti fino a noi sono di tipo a ritrecine, ed ipotizzabile che questa prevalenza si verificasse gi nel periodo medievale . Lo stesso discorso valido per la zona del Mugello, dove i mulini documentati posteriormente al XV sec. sono di tipo orizzontale
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, e per il Chianti, ove sembra che luso del ritrecine


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fosse diffuso e del tutto comune

. da segnalare infine, sempre per lambito

toscano, il recente studio e recupero di un notevole complesso di mulini a ritrecine presso Rio nellElba, il cui stato di conservazione, piuttosto buono, permette di avere unidea abbastanza chiara sul funzionamento di impianti di questo tipo . Notevole interesse suscit poi questo meccanismo, ma soprattutto le sue possibilit di miglioramento, nei due ingegneri senesi del 400 Mariano Taccola e Francesco di Giorgio Martini
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: estremamente sensibili verso i molteplici

problemi dello sfruttamento dellenergia idraulica , ci offrono nei loro trattati tecnici alcune delle pi antiche raffigurazioni di ritrecini, talvolta in associazione con il meccanismo vitruviano che ne aumentava la velocit e lefficienza . Il mulino descritto da Vitruvio, e probabilmente anche quello citato nellopera di Lucrezio , era invece verticale, di tipo azionato per di sotto: si trattava, cio, di una ruota a palette radiali piane fissate alla circonferenza, azionata dallimpatto dellacqua che fluiva lungo la sua parte inferiore spingendo contro le palette stesse. Le principali componenti consistevano nellalbero orizzontale terminante in un mozzo, in un numero variabile di bracci radiali che da questo si dipartivano, in un cerchione esterno entro il quale si incastravano i bracci e su cui erano fissate le pale per mezzo di supporti sporgenti in legno o metallo, in eventuali cerchioni laterali per rendere pi compatto linsieme . Questo tipo di ruota poteva funzionare in qualsiasi corso dacqua dotato di un flusso discretamente costante, che scorresse a velocit piuttosto rapida, ma lavorava con il massimo rendimento in un canale limitato, possibilmente fornito di una saracinesca che regolasse lafflusso dellacqua contro la ruota. Lenergia fornita andava da 2 a 3 CV con un rendimento del 20-30% . La grande novit, rispetto al mulino a ritrecine, era la presenza di ingranaggi che permettevano di ribaltare su un asse verticale il movimento fornito da un albero orizzontale: questo era possibile grazie ad una ruota dentata, il lubecchio, fissata ad una delle estremit dellasse della ruota idraulica, i cui denti si incastravano nella lanterna, ingranaggio costituito da due dischi di legno collegati da fuselli e a sua volta fissato su un asse verticale. Il sistema lubecchio-lanterna permetteva anche di aumentare la velocit di rotazione delle macine rispetto a quella della ruota idraulica, in quanto il rapporto tra il numero dei denti del lubecchio e quello dei denti della lanterna poteva variare . Ingranaggi di tale genere sono gi noti a Vitruvio, che li cita allinterno della sua descrizione del mulino per di sotto . Naturalmente la costruzione della coppia lubecchiolanterna richiedeva abilit e conoscenze meccaniche specializzate da parte dei carpentieri; gli ingranaggi erano inoltre sottoposti ad una forte usura che ne provocava spesso il danneggiamento e la sostituzione . I pi antichi resti conosciuti di un mulino per di sotto sono venuti alla luce nei pressi di Pompei: la ruota idraulica era stata sepolta dalleruzione del 79 d.C., ma la sua impronta, compresa persino quella dei chiodi usati per costruirla, era rimasta impressa nella lava
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. Altre testimonianze ci vengono, per il III sec. d.C.,

dallo scavo inglese di Haltwhistle Burn e per il V sec. d.C. dalla raffigurazione in un mosaico di Bisanzio . Per il Medioevo spesso difficile distinguere, a causa dellelusivit dei documenti, se le ruote verticali fossero colpite dallacqua in basso o in alto. Si tratta, infatti, di documenti legali e non tecnici, che considerano i particolari sulla costruzione di dighe, invasi, canali o ruote dettagli non importanti e quindi da non menzionare. Le prime raffigurazioni su questo tema cominciano solo nel XII sec. e sono talmente generiche che spesso lunica informazione da esse ricavabile se si trattava di mulini orizzontali o verticali e, nel migliore dei casi, se possedevano ruote per di sopra o per di sotto . A questo proposito si fatto notare che in generale, per ora, questo tipo di indagine non ha dato informazioni esaurientemente probanti a favore di una determinata soluzione tecnologica . In genere, comunque, le pi antiche ruote idrauliche ad essere raffigurate furono quelle verticali per di sotto riguardo alle quali, nonostante alcuni problemi interpretativi, si possono cogliere dei particolari interessanti. Infatti, a differenza di quelli romani, la maggior parte dei mulini medievali non era dotata di cerchioni laterali che fissavano le pale. probabile, quindi, che i tecnici dellepoca avessero capito il miglior rendimento delle ruote non cerchionate (i cerchioni laterali, impedendo un veloce defluire dellacqua dopo limpatto sulle pale, di fatto rallentavano il movimento della ruota) ed avessero sviluppato migliori metodi di ancoraggio della ruota allalbero e delle pale alla circonferenza . Un aspetto simile doveva avere il tipo di mulino denominato orbicum nei documenti medievali pistoiesi: si capisce abbastanza chiaramente che si trattava di un mulino dotato del meccanismo vitruviano e colpito per di sotto, in quanto la terminologia usata lo distingue da quello colpito da sopra, detto molendinum franceschum . Esso sembra essere posto sempre su fiumi navigabili o alle bocche di tributari dove la corrente era costante, ed appare sconosciuto nel territorio di Firenze per quasi tutto il Duecento . Nei documenti bolognesi, invece, la terminologia usata nel XIII sec. indica con una certa chiarezza che le ruote di questo tipo erano le pi diffuse . da citare, infine, per il suo carattere eccezionale, un documento lombardo del 918 d.C.: la menzione dello scutus, termine che in molti dialetti dellItalia settentrionale indica ancor oggi il lubecchio, induce a supporre che in questo mulino le ruote esterne fossero in posizione verticale, sebbene manchi la citazione dellaltro elemento essenziale per la trasformazione del moto, cio la lanterna. Se questa ipotesi ha valore ci troveremmo di fronte, fin dallinizio del X sec., ad un livello di applicazione tecnologica sorprendente . Una maggiore efficienza, rispetto al mulino verticale per di sotto, si ottenne facendo cadere lacqua dallalto sul quadrante superiore della ruota entro cassette fissate alla circonferenza. In questo caso era il peso dellacqua, pi che il suo impatto, a far girare la ruota; ogni cassetta versava poi fuori lacqua nel punto inferiore della rivoluzione e tornava vuota in alto per ricominciare il ciclo. I principali componenti erano un albero orizzontale terminante in un mozzo da cui
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si dipartivano i bracci radiali, i cerchioni che formavano le pareti esterne delle cassette, le cassette o compartimenti perimetrali entro cui si riversava lacqua (costruite in forma tale da mantenere al loro interno il peso di questa il pi a lungo possibile), infine un cerchione concentrico con il mozzo, formato da tavole che costituivano la parte interna delle cassette ed alle quali queste ultime erano fissate . Tali ruote erano pi costose, sia perch pi complicate da costruire, sia perch richiedevano unalimentazione ben diretta e regolata: raccolta in una gora dai fiumi o dalle sorgenti, lacqua veniva di qui avviata verso una chiusa posta in posizione elevata, da cui cadeva per colpire sul punto voluto le cassette della ruota. Con un volume dacqua anche molto piccolo ed una caduta da altezza variabile tra 3 e 12 m, queste ruote operavano con un rendimento compreso tra il 50 ed il 70% e fornivano una potenza da 2 a 40 CV (la rendita media era tra 5 e 7 CV) . La ruota per di sopra era dunque particolarmente adatta per le regioni con rilievi che offrivano dei dislivelli notevoli ed anche per quelle in cui lacqua non era abbondante, a condizione di avere una buona altezza di caduta. Una variante della ruota per di sopra il tipo cosiddetto alle reni nel quale, a causa dellinsufficiente dislivello, lacqua si riversa nella cassette allaltezza dellasse e non alla sommit della circonferenza: dal punto di vista tecnico una ruota per di sopra, poich lagente meccanico la pesantezza dellacqua, ma la caduta e limpatto sono minori ed il senso di rotazione quello di una ruota per di sotto . Anche il mulino verticale per di sopra ha origini molto lontane ed era gi impiegato, pur se in rari casi, nei primi secoli dellera cristiana: ad esempio a Barbegal, presso Arles, allinizio del IV sec. d.C. un acquedotto riforniva un doppio canale con una pendenza di 30 e un dislivello di oltre 18 m, entro il quale furono costruite due serie di ben otto ruote per di sopra, con ingranaggi di legno, che macinavano farina a livello industriale . Quasi tutti i mulini di epoca romana erano alimentati da acquedotti: la ragione principale era probabilmente economica, in quanto era pi facile usare canalizzazioni pubbliche gi esistenti che costruire un sistema indipendente di alimentazione. Durante il Medioevo, invece, fu necessario compiere un notevole sforzo per utilizzare lenergia anche di torrenti e di fiumi medio-grandi, attraverso la costruzione di appropriate strutture ausiliarie come dighe, bacini di riserva, canali di alimentazione. Furono inoltre modificati in epoca medievale alcuni dettagli tecnici della ruota idraulica, che la resero pi efficiente: fu alleggerito il peso del mozzo e fu ridisegnata la forma delle cassette il cui fondo, da semplicemente inclinato, assunse un profilo a gomito, che tratteneva lacqua pi a lungo e permetteva una resa migliore . Illustrazioni medievali di ruote per di sopra esistono, ma non prima del XIIIXIV sec., mentre il loro numero aumenta notevolmente nel XV sec., soprattutto nei trattati del Taccola e di Francesco di Giorgio Martini . In Toscana il mulino per di sopra talvolta identificabile nei documenti grazie alla definizione molendinum franceschum. Con tale termine si designava un mulino che aveva s la coppia lubecchio-lanterna come il gi citato molendinum orbicum, ma che se ne distingueva semplicemente per la direzione dellacqua
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sulla sua ruota esterna; Taccola aveva infatti disegnato una ruota a cassette colpita dallalto definendola mulino francese o gallicano
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. Il primo documento in
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cui compare un mulino di tale tipo si ha per Lucca nel 1195

, in seguito lo
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troviamo a Firenze nel 1312 ed un altro esempio, del 1315, noto per Prato . Rimane il problema di quando avvenne questa innovazione e se tale tipologia fosse conosciuta in altre parti della Toscana prima che a Firenze, dove linfluenza francese sembra arrivare solo quando la citt aumenta di importanza ed inizia ad espandere la sua industria laniera incorporando metodi di manifattura nordeuropei . Sembra quindi che le ruote verticali, sia per di sotto che per di sopra (e di conseguenza il meccanismo vitruviano), fossero impiegate nella macinazione piuttosto tardi in Toscana. Il mulino orbicum era diffuso lungo le sponde di fiumi navigabili come lArno o lElsa, mentre quello franceschum nei piccoli torrenti delle colline o montagne del contado . Essi non sostituirono affatto i preesistenti ritrecini, ma li affiancarono, cosicch alla fine del XV sec. si arriv ad applicare il meccanismo vitruviano anche al ritrecine per modificare la velocit delle macine . La pi antica modifica della ruota verticale tradizionale che permise di sfruttare direttamente lacqua di grandi fiumi navigabili, nonostante le variazioni di flusso, fu il mulino su nave. Durante il Medioevo se ne svilupparono essenzialmente due tipi: il primo prevedeva due ruote montate su entrambi i lati di una nave, il secondo una sola ruota verticale che girava in mezzo a due navi, comunicando il moto ad una o due coppie di macine . Questultimo era il tipo pi efficiente, in quanto i fianchi delle navi incanalavano lacqua verso la ruota, che poteva essere anche molto grande e quindi pi potente e pi stabile. Tali imbarcazioni venivano spesso ancorate sotto grandi ponti, i cui archi offrivano un attracco sicuro e funzionavano contemporaneamente da diga. La prima menzione di mulini su nave si trova in Procopio: durante la Guerra Gotica e lassedio di Roma del 537 d.C., Belisario avrebbe inventato questi congegni galleggianti per ovviare al taglio degli acquedotti operato dagli assedianti
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. Questo tipo si diffuse nei secoli successivi lungo i grandi corsi


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dacqua di pianura europei

: le fonti iconografiche sono piuttosto abbondanti a

partire dal XIV sec. e numerose raffigurazioni, con ruote verticali per di sotto ma anche ritrecini, si trovano nei manoscritti del Taccola e di Francesco di Giorgio Martini . In Toscana numerosi mulini galleggianti si trovavano sullArno: i pi sono detti in navibus e dovevano quindi essere ad una sola ruota, mentre alcuni detti in navim, ad navem, a nave dovevano prevedere o due ruote su una sola barca, oppure che uno dei due lati della nave fosse fissato ad un attracco o ad un ponte. Essi sparirono dal territorio di Firenze alla met del XV sec. . Sempre sullArno, presso Signa, una grande quantit di mulini su nave si concentrava in un tratto di fiume lungo 1,5 Km nella prima met del XIII secolo
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. Data la grande diffusione

di questi congegni durante il Medioevo, non si pu assolutamente pensare ad una soluzione tecnica di ripiego: essi infatti per molte comunit rappresentarono la risposta tecnicamente ed economicamente pi adeguata alla necessit della molitura . Tuttavia certamente presentavano diversi inconvenienti: la mancanza di stabilit, la facilit con cui potevano venire distrutti dalle piene, la difficolt di controllarne i movimenti, che li rendeva un pericolo per le altre imbarcazioni; inoltre erano poco produttivi e troppo dipendenti dalle variazioni di corrente. La pratica di ancorare i mulini galleggianti ad un attracco lungo la riva, o meglio ancora sotto le arcate dei ponti, port probabilmente ad un pi sofisticato tentativo di adattare la ruota verticale ai grandi fiumi. Si trattava di una ruota idraulica montata su una struttura di pali, che aveva nel suo pavimento delle aperture che permettevano alla ruota stessa di essere alzata o abbassata in accordo con laltezza dellacqua. Si hanno notizie dellesistenza di tali macchine a partire dal sec. XII e pi tardi anche alcune raffigurazioni, che per non sono abbastanza chiare da farci capire con precisione il tipo di meccanismo utilizzato . Questo genere di mulino, detto molendinum penzolum, era, dopo il ritrecine, il pi comune a Firenze nel XIII sec.: si trovava esclusivamente sullArno e sullElsa e dalle fonti risulta che contenesse il meccanismo vitruviano del ribecco, mentre non sono stati trovati documenti che nominino il ritrecine; quindi, per quanto esista la possibilit che la ruota orizzontale vi fosse impiegata, tuttavia certo che il meccanismo vitruviano predominava
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1.2.AffermazioneediffusionedelmulinodamacinaduranteilMedioevo Come abbiamo visto in precedenza, nellantichit classica la tecnologia idraulica per la macinazione del grano era gi conosciuta, ma non era diffusa estesamente . Gli studiosi di storia della tecnologia sono in linea generale daccordo nellindicare il IV sec. d.C. come un momento cruciale in cui, soprattutto a causa del forte calo demografico, della diminuzione della schiavit e della conseguente minore disponibilit di manodopera, si cre una congiuntura favorevole per il diffondersi degli impianti idraulici: da questo momento si moltiplicano le citazioni nelle fonti letterarie e cominciano i primi tentativi di regolamentazione da parte del potere centrale, che proseguiranno nel periodo immediatamente successivo . inoltre accertato che nei secoli che seguirono al collasso dellimpero romano, luso dellenergia idraulica, forse con una prima battuta darresto ed una successiva ripresa , si diffuse in ogni angolo dEuropa. Le conoscenze tecnologiche riguardo allinstallazione di meccanismi idraulici non vennero del tutto sommerse dalle invasioni barbariche di IV, V e VI sec., ma sopravvissero in alcune zone dellItalia e del sud della Francia, in particolare attorno ad aree urbane come Roma ed a pochi centri monastici. Da queste aree la ruota idraulica sembra diffondersi verso lesterno con una serie quasi regolare di isocrone il cui centro di radiazione, senza possibilit di contestazione, si pu collocare nel bacino mediterraneo . Gregorio di Tours (540-594 ca.) parla di mulini idraulici presso Digione e pi o
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meno contemporaneamente il poeta Venanzio Fortunato ne cita uno sulla Mosella. Al tempo dei Merovingi tali meccanismi erano abbastanza importanti da essere protetti nelle leggi saliche e compaiono come fonte di reddito fiscale nel Capitulare de villis di Carlomagno. In Svizzera il pi antico mulino conosciuto risale al VI sec., nella Germania meridionale si ha una rapida diffusione dopo le invasioni di VII, nellVIII mulini compaiono nelle leggi alamanna e bavara, mentre comincia una pi lenta diffusione verso nord. Ruote idrauliche erano usate in Belgio alla met del VII sec., in Olanda nellVIII, in Austria e nelle Alpi orientali nel IX. Per lInghilterra il primo riferimento attendibile ad un mulino idraulico compare nel 762 e nel X sec. tali meccanismi avevano invaso lIrlanda . Questo processo di espansione, che fu non solo geografica ma anche quantitativa, si pu visualizzare nel suo momento culminante facendo riferimento ai ben 5624 mulini inglesi, censiti attorno al 1080 nel pluricitato Domesday Book . Restringendo il quadro pi in particolare allItalia, sappiamo ad esempio che in Lombardia le prime menzioni di mulini idraulici compaiono in documenti del 767 e del 776, continuano con regolarit durante il IX sec. e si moltiplicano nel X . Tali meccanismi sono documentati nel Trevigiano dal 710, a Brescia dal 767, in Abruzzo dal IX sec.
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, nel territorio padovano dall819, a Parma dall860, a Pavia


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dall863, a Cremona dall891 , a Verona dal 905 , a Bologna dal 1074 . In Toscana i primi documenti risalgono allanno 726 per il territorio di Pistoia ed al 798 per Lucca . Praticamente tutti i mulini la cui storia siamo in grado di seguire per il periodo altomedievale erano di pertinenza di monasteri e di vescovi: ci dipende, ovviamente, in primo luogo dal fatto che lunica documentazione scritta che possediamo per questo periodo di origine monastica. A ci si aggiunga la considerazione che per installare impianti idraulici era necessario essere in possesso di diritti pubblicistici sulle acque (che in questo periodo ancora potevano essere concessi solo tramite autorizzazione regia) e soprattutto poter disporre di manodopera e di risorse economiche notevoli, dato che la costruzione di una struttura costosa come un mulino comportava forti investimenti (considerazione valida, naturalmente, anche per laristocrazia laica, riguardo alla quale, per, le fonti ci dicono poco). Da questa ultima osservazione consegue anche che, fin quando la popolazione si manteneva ancora poco numerosa, linstallazione di tali meccanismi era vantaggiosa solo se essi servivano alla molitura di molto grano, cio allapprovvigionamento di comunit consistenti (ad esempio quelle monastiche), oppure operavano in regime di monopolio. Per arrivare al banno il passo era certamente breve: investire in mulini, infatti, pur se costoso, diveniva estremamente remunerativo, in quanto le rendite di un signore potevano aumentare considerevolmente se egli era in grado di imporre a tutti i contadini delle sue terre di servirsi esclusivamente del proprio impianto molitorio, ed obbligarli, anche con la forza, ad abbandonare le macine a mano . Alcuni dati suggeriscono che il momento di pi forte espansione numerica degli impianti idraulici in Europa si verific tra XII e fine XIII sec., in corrispondenza
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con un periodo di prosperit economica e soprattutto di forte incremento demografico . A partire dal Mille, in concomitanza con laumento delle fonti scritte, le menzioni di mulini nei documenti crescono in maniera esponenziale, talvolta al punto che non vale la pena di citarle tutte . Come nei secoli altomedievali, anche in questo periodo i mulini appartengono per la maggior parte ad enti ecclesiastici ed ai vescovi, ora molto pi spesso affiancati, tuttavia, dai nascenti organismi comunali
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e dalle grandi famiglie dellaristocrazia laica


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(riguardo alla quale la documentazione si fa adesso pi abbondante) . Questultima comincia a comparire sempre pi frequentemente come proprietaria di impianti molitori: si vedano i chiari esempi delle famiglie aristocratiche di Bologna tra XI e XII sec., di Verona e Reggio Emilia nel XII, di Piacenza a fine XIIinizi XIII sec. . Ma in numero ancora maggiore i mulini furono costruiti o si concentrarono nelle mani dei vescovi cittadini, soprattutto con levolversi del processo che vide i diritti sulle acque divenire sempre pi di loro pertinenza: basti pensare al chiarissimo esempio di Reggio Emilia, dove il vescovo il solo ad avere diritto di costruire mulini sui corsi dacqua urbani e ne il maggiore proprietario tra IX e XIII sec.
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, o al caso di Padova, dove tra X ed XI sec. fra le patrimonialit


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dei vescovi che fanno la loro comparsa i primi mulini . Per quanto riguarda invece gli enti ecclesiastici, si ha limpressione che nessun monastero di una qualche consistenza sia stato privo di propri impianti molitori . Invece di lanciarci in un lungo elenco di esempi, dunque, preferiamo limitarci a considerare, come caso emblematico, un ordine monastico particolarmente studiato, sia in ambito europeo che italiano, proprio sotto il particolare aspetto dellinteresse mostrato verso le tecnologie idrauliche: quello cistercense. Del resto una delle pi note ed esplicite testimonianze letterarie medievali dellattenzione con cui si guardava allimpiego dellenergia dellacqua, ci viene proprio da questo ordine: si tratta di un famoso e spesso citato brano di Arbois de Jubainville, monaco del XIII sec., che dedica ampio spazio ad una accurata descrizione di come i confratelli di Clairvaux avevano organizzato tutto il complesso degli edifici in modo da sfruttare le acque del fiume Aube, che scorreva nelle vicinanze, deviandolo e canalizzandolo per irrigare gli orti del monastero e far funzionare le mole per il grano, la gualchiera, la birreria e la conceria . Tutti i monasteri maschili francesi si dotarono di almeno un mulino entro i primi 2 o 3 decenni che seguirono alla fondazione, ma nella maggior parte dei casi la quantit fu molto pi elevata: gli impianti andavano da 2 a 3 per moltissime abbazie, a 5 o 6 per le pi ricche . Ma questo fu solo linizio: lacquisto di impianti idraulici segu una curva in continua ascesa secondo una politica economica ben precisa in pi e pi monasteri. Per la Borgogna, centro di irradiazione dellordine, Chauvin arriva a parlare di una vera e propria bulimia dacquisto, immagine incisiva per definire il processo che, a partire dal 1210-1220 per una ventina danni, o anche con una politica di acquisti concentrata in 2 o 3 anni, port ad una presa di possesso cistercense quasi completa
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. In certi casi la gestione dei mulini si

svilupp fino a divenire la principale fonte di reddito con la costituzione di veri e propri monopoli . La situazione italiana non era diversa dal resto dEuropa: molti monasteri cistercensi sembrano indirizzarsi da subito verso laccaparramento dei diritti sulle acque e di un numero elevatissimo di impianti idraulici. Fu questa, ad esempio, la politica di Chiaravalle Milanese, Casanova, Lucedio, Morimondo, Casamari, Fossanova, Chiaravalle di Fiastra e dei monasteri liguri . Molto interessante, infine, il caso del monopolio instaurato dallabbazia di S. Salvatore a Settimo sugli impianti molitori lungo un tratto notevole dellArno. A partire dal loro arrivo sul luogo, nel 1236, i Cistercensi cominciarono lacquisto di singole quote-parti o di interi sbarramenti utilizzati dai mulini naviganti di Signa e li eliminarono progressivamente, fino a costruire, nel 1253, una pescaia a sbarramento totale dellalveo, che riforniva un loro grande impianto a 6 mole. In tale modo essi non solo imposero il monopolio sulla macinazione nella zona, ma probabilmente anche alle navi cariche di grano che risalivano verso Firenze, costrette a sbarcare il carico in questo punto ed a farlo proseguire via terra aggirando lo sbarramento
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Una cos massiccia espansione delle tecnologie idrauliche, comport naturalmente un notevole sforzo di ingegneria civile per la costruzione di una serie di strutture accessorie come dighe, gore di derivazione, bacini di riserva, canali di rifiuto . Di rado, infatti, le ruote erano mosse direttamente dalla corrente: in genere veniva invece scavata una derivazione che deviava lacqua dal fiume in un canale, parallelo al corso dacqua, che riforniva i bacini di riserva e serviva sia ad isolare le ruote dalle variazioni stagionali del livello dei fiumi, sia ad evitare di ostruire lalveo con strutture ingombranti in caso di piena . Gli sbarramenti che consentivano il deflusso delle acque dal fiume alla gora potevano essere di vari tipi: si andava da semplici strutture costruite con materiali deperibili che richiedevano una continua manutenzione , a delle vere e proprie dighe in muratura a sbarramento totale dellalveo del fiume. Realizzare strutture di questo secondo genere comportava evidentemente notevoli capacit ingegneristiche ed il superamento di alcune difficolt tecniche: le dighe dovevano reggere la forza delle piene ed essere dotate di saracinesche di scolmo, erano inoltre soggette da un lato allerosione delle parti alte, dallaltro al deposito di fango e materiali alluvionali che ne determinavano il progressivo interro
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. Dighe imponenti erano

state gi costruite da Romani ed Arabi , ma i dati per il Medioevo suggeriscono un progresso tecnico ed una diffusione notevole, tanto che le descrizioni nelle fonti, le citazioni nei documenti e le tracce sul territorio sono numerosissime . Per quanto riguarda la struttura materiale dei canali di derivazione, bisogna dire che nella maggioranza dei casi si trattava di semplici fossati a cielo aperto, delimitati da argini in terra battuta, talvolta con pareti rivestite in muratura o in legno. Nei punti depressi il canale poteva essere tenuto in quota mediante ponti su archi in muratura o rinforzato con muri di sostegno, mentre un sistema di paratoie distribuite lungo il percorso permetteva di deviare le eventuali eccedenze
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dacqua oppure di interrompere del tutto lafflusso . Una buona manutenzione del canale era indispensabile per lefficienza degli opifici e le operazioni di ripulitura periodica erano spesso espressamente previste nelle legislazioni medievali . La lunghezza dei canali poteva variare notevolmente, a seconda dei casi, e vi sono esempi di gore molto lunghe, anche diverse centinaia di metri, talvolta con tratti scavati nella roccia e gallerie . Per il XII sec. particolarmente articolato di un vero e proprio sistema di canali raccolta per lapprovvigionamento e controllo delle acque, oltre drenaggio di una intera vallata, ci viene dalle indagini archeologiche
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un esempio e bacini di che per il sullabbazia

cistercense inglese di Bordesley . Per la Toscana vi sono casi di veri e propri sistemi di gore e canali: ad esempio per Prato numerosi documenti di varia provenienza, datati a cominciare dai primissimi anni dellXI sec., descrivono un complesso articolarsi di derivazioni idriche e canalizzazioni, che dovevano aver assunto una propria fisionomia gi prima del Mille . Anche la presenza di canali di rifiuto, talvolta di notevole lunghezza, era di grande importanza: dovevano, infatti, far scorrere via lacqua senza impedire alla ruota di girare ed era fondamentale che non si ostruissero a valle . La realizzazione di strutture di sbarramento ed opere di derivazione per lo sfruttamento dellenergia idraulica provocava spessissimo vertenze giudiziarie e scontri anche violenti tra i proprietari. Infatti la presenza di dighe determinava gravi danni alla navigazione sui grandi fiumi e talvolta disastri in caso di piena. Le controversie si moltiplicano in proporzione col diffondersi delle nuove tecnologie, i casi sono innumerevoli
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e riguardano molto pi spesso la costruzione di chiuse


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piuttosto che i mulini veri e propri . Solo a titolo di esempio interessante riportare i toni asprissimi che assunse la vertenza tra il comune di Firenze ed il monastero di Settimo a proposito della gi citata pescaia a sbarramento totale dellArno . Il comune ne decret la distruzione nel 1254 in quanto la struttura provocava danni per la navigazione ed allagamenti a Signa ed altri luoghi su entrambe le rive fino alla citt stessa. La questione si trascin comunque per anni, aggravata dalle carestie che costrinsero Firenze a far giungere via acqua il grano dal Sud Italia e dalla Provenza. Nonostante le minacce di scomunica alla Parte Guelfa, nel 1331 il monastero dovette cedere, lo sbarramento fu demolito ed i mulini abbandonati; la perdita finanziaria fu notevolissima, ma perlomeno i monaci di Settimo non furono travolti dal biasimo popolare contro i proprietari di pescaie sullArno dopo la tremenda alluvione del 1333. 1.3. Altri opifici idraulici Per pi di nove secoli dopo la sua scoperta, non si hanno notizie sicure che in Europa la forza motrice dellacqua fosse impiegata in altri processi produttivi oltre che nella macinazione del grano; a partire dal IX sec. che cominciano a comparire indizi di una diversificazione nelluso delle ruote idrauliche. Uno dei primi procedimenti in cui furono impiegate fu la preparazione del malto per la
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birra ; altri impieghi si ebbero nella macinazione delle olive, dello zucchero e dei pigmenti per tingere. Ancora una applicazione medievale dellenergia idraulica fu nella concia delle pelli, per ridurre in polvere la corteccia di quercia da cui si estraeva il tannino . Per tutti questi casi ci troviamo di fronte ad usi che richiedevano un semplice moto rotatorio continuo, in tutto simile a quello necessario per la macinazione dei cereali; si trattava dunque di una diversificazione del medesimo procedimento e non di una vera e propria innovazione tecnica. Il discorso si fa invece del tutto diverso per quelle applicazioni industriali dellenergia idraulica che richiedevano una grande novit, ovvero la trasformazione del moto circolare in moto alternato (gualchiere, cartiere, impianti metallurgici ecc.). Mentre in tutte le operazioni elencate in precedenza, infatti, era possibile adottare anche la ruota orizzontale, per queste ultime era necessario limpiego esclusivo di ruote idrauliche verticali. Tali ruote non richiedevano la presenza del complicato meccanismo vitruviano, poich lasse di rotazione non doveva essere ribaltato ma doveva rimanere orizzontale. Per la creazione del moto alternato la tecnologia medievale adott essenzialmente un meccanismo molto semplice e molto antico, conosciuto gi nellantichit classica, ma mai applicato a macchine per la produzione su vasta scala prima del Medioevo: lalbero a camme . La camma non era altro che una sporgenza, in legno o metallo, fissata su un albero, applicata diffusamente soprattutto per azionare pestelli, mazzuoli e martelli. Nel pestello verticale una camma montata su un albero posto orizzontalmente ruotava entrando in contatto con una sporgenza analoga solidale con lasse verticale che portava al suo estremo inferiore il pestello. La camma, ruotando, sollevava lasse verticale finch durava il contatto, dopodich esso ricadeva battendo con il pestello sul materiale da frantumare . Nel caso del martello azionato a leva, la camma veniva fatta ruotare contro lestremit munita di martello di un asse orizzontale che faceva leva dallaltra estremit; la camma prima sollevava il martello e poi, proseguendo la rotazione, si disimpegnava lasciandolo ricadere. La prima applicazione del sistema a magli e martelli idraulici avvenne probabilmente nella gualcatura - o follatura - della lana (e forse anche nella battitura della canapa). Le notizie pi antiche di un impiego in questo settore provengono dalla penisola italiana e sono note per lAbruzzo nel 962, per Parma nel 973, e per il territorio di Verona nel 985 . Nei secoli successivi tale macchina si diffuse in tutta Europa, dando il via ad una serie di nuove utilizzazioni, quali ad esempio lindustria della carta da stracci, che comparve quasi simultaneamente in Spagna ed Italia alla fine del XII sec. . Dalle mazze battenti per la follatura dei tessuti venne probabilmente anche lo stimolo per luso dellenergia idraulica in un settore produttivo di fondamentale importanza, la metallurgia, con linvenzione dei primi magli idraulici: di questo parleremo ampiamente in seguito. Dunque, quando il mulino da grano ha ormai raggiunto il suo optimum tecnologico , gi diffuso ovunque, in grande quantit ed in tutte le sue varianti, per la tecnologia idraulica medievale si apre un nuovo, vastissimo
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orizzonte. I mulini per la macinazione continueranno a moltiplicarsi, punteggiando il paesaggio rurale ed urbano, per rispondere alle esigenze alimentari di una popolazione che fino alla met del XIV sec. sar in continuo aumento; ma il meccanismo in s, le ruote, le macine, gli ingranaggi, non subiranno che variazioni minime, in una sorta di stasi che si protrarr fino allet industriale. La ricerca di nuove soluzioni tecniche avverr, invece, in altri settori, che possono veramente essere definiti protoindustriali. La forza dellacqua, imbrigliata per ottenere lenergia necessaria a trasformare le materie prime in prodotti semilavorati o finiti, determiner un aumento notevolissimo del potenziale produttivo entro alcuni poli manifatturieri gi esistenti, ne far nascere di completamente nuovi; la sua mancanza o scarsit, invece, sar uno dei maggiori fattori di crisi per interi sistemi produttivi. Le conseguenze sul piano economico, sociale e politico saranno davvero di grande portata. 2. Strutture materiali e tecnologie nel bacino idrografico Farma-Merse 2.1. Strutture idrauliche accessorie
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Nessuno degli opifici idraulici individuati nel corso di questa indagine era azionato direttamente dal fiume o dal torrente presso cui si trovava; tutti ricevevano invece lacqua per mezzo di un canale di derivazione, di lunghezza estremamente variabile, che ne permetteva un migliore controllo ed una pi attenta regolazione. Limpianto vero e proprio poteva quindi venirsi a trovare anche a notevole distanza dal corso dacqua alimentatore ed essere dislocato, ad esempio, su unarea pianeggiante sufficientemente comoda per gli abitati e relativamente ben raggiungibile dalla viabilit principale; la presa dacqua, invece, poteva trovarsi in una zona maggiormente disagiata. Lesempio pi macroscopico certamente quello dei grandi mulini edificati alla met del XIII sec. dallabbazia delle SS. Trinit e Mustiola di Torri, in collaborazione con il comune di Siena, nel bel mezzo della pianura sottostante agli abitati di Brenna ed Orgia: la presa dacqua dista, dal pi lontano di essi, ben 4 Km in linea daria . inoltre piuttosto ovvia la constatazione che, quanto pi distante era un edificio dal corso dacqua principale, tanto pi era scongiurato il pericolo di distruzioni dovute a piene e straripamenti. Molto spesso limpianto era dislocato nella parte interna di unansa pi o meno ampia del fiume o torrente, la quale veniva in un certo qual modo tagliata dal canale che conduceva lacqua alledificio e da quello di rifiuto, cos che limpianto veniva in pratica a trovarsi posizionato su una porzione di terreno completamente delimitata, su tutti i lati, da acqua corrente . Altre volte, quando ledificio si trovava nelle vicinanze di un tratto rettilineo del corso dacqua, i canali che servivano limpianto, scorrendo parallelamente al fiume, venivano a delimitare unangusta striscia di terra, larga talvolta pochi metri; ci si verificava soprattutto in situazioni morfologicamente accidentate ed in aree in cui mancavano zone pianeggianti di una certa estensione. Per quanto riguarda il rifornimento idrico, possiamo distinguere fra le opere di
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intercettazione delle acque e le opere di derivazione. Le prime sono quelle che sbarrano il corso del fiume in parte o totalmente e servono per innalzare il livello del pelo dellacqua, assicurando una efficiente derivazione e nello stesso tempo creando una zona di relativa calma a monte. Al di sopra dello sbarramento, infatti, lalveo si presenta in genere piuttosto profondo, compatto, non eccessivamente largo, il pelo dellacqua calmo; a valle dello sbarramento, invece, lacqua cade formando piccole cascate e si disperde su un alveo notevolmente allargato, dividendosi in diramazioni separate da isolotti ed aree asciutte talvolta coperte da vegetazione . Lo sbarramento, se sviluppato in altezza, poteva servire anche per aumentare la caduta. La scelta del sito per la localizzazione della struttura di sbarramento era strettamente legata alle caratteristiche del corso dacqua: questultimo non doveva avere un eccessivo trasporto di materiale solido, non doveva dar luogo ad improvvisi fenomeni di piena, n approfondire per erosione il proprio alveo; doveva altres garantire un minimo apporto di acqua per tutto lanno . Solitamente veniva quindi scelto un settore del percorso in prevalenza rettilineo, che desse garanzia di una portata costante, spesso per, come abbiamo visto sopra, immediatamente precedente ad una grande ansa, la quale gi di per s creava una strozzatura a valle della presa. La presenza dello sbarramento, elemento fondamentale per lattivit dellimpianto, viene sempre citata nelle fonti medievali in connessione con lopificio vero e proprio. Il termine che ricorre nei documenti consultati esclusivamente steccaria , sia per il periodo medievale che per quello successivo. Gi la parola stessa suggerisce che doveva trattarsi di una struttura in cui non erano previste parti in muratura, ma piuttosto semplici palificazioni con impiego di materiali deperibili. La tecnica costruttiva utilizzata consisteva nellinfiggere profondamente entro il letto del fiume numerosi grossi pali, disposti in file parallele, in modo tale che sporgessero in parte al di sopra del livello naturale dellacqua. Gli spazi fra i pali venivano riempiti con fascine, intrecci di giunchi e sassi; il fiume stesso, poi, trasportando fango e pietrisco, contribuiva a rendere pi solida la struttura . Queste opere di intercettazione, ove conservate, sono ovviamente il risultato di continui rifacimenti attraverso i secoli dal Medioevo ai nostri giorni, ma certo che la tecnica costruttiva si tramandata inalterata . Le steccaie dovevano essere di solito a sbarramento totale dellalveo e potevano attraversarlo con una linea ortogonale alle sponde oppure obliquamente . Difficile dire, poich non se ne sono conservate, se esistessero strutture ancora pi piccole e pi semplici, che non attraversavano tutto lalveo, ma erano costituite da semplici palificazioni, lunghe pochi metri, situate nelle immediate vicinanze dellimbocco della presa ed atte a convogliare la corrente verso di essa . anche possibile che, per gli impianti pi piccoli, specialmente nelle zone particolarmente impervie, lopera di intercettazione non esistesse nemmeno, in quanto si sfruttavano piccoli bacini di raccolta, formatisi con laccumulo naturale di pietre in certi tratti del torrente, dai quali poteva essere
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fatto partire il canale adduttore. I vantaggi principali di una struttura come la steccaia, rispetto ad una vera e propria diga in muratura, consistevano essenzialmente nel fatto che era relativamente semplice e poco costosa da costruire, non necessitava di conoscenze tecniche troppo complesse per la messa in opera, era meno pericolosa in caso di piena perch il fiume, tracimando con facilit al di sopra delle palificazioni, pi difficilmente provocava allagamenti a monte. Daltra parte, per, necessitava di una continua manutenzione, era meno efficace e pi dispersiva nellinnalzare il livello dellacqua in caso di scarsa portata, veniva facilmente distrutta dalle piene stesse . Riguardo alla tipologia di sbarramento maggiormente diffusa nel nostro ambito territoriale, lindagine sul campo ha permesso di riscontrare che quasi tutti i mulini della zona erano alimentati da steccaie di pali e fascine, mentre in genere non si sono conservate strutture in muratura . Solamente in due casi, nelle ferriere di Ruota e di Torniella (Siti 4 e 23), si riscontra la presenza di vere e proprie dighe stabili in materiali non deperibili . Il fatto non appare casuale, ma strettamente legato allesigenza di un apporto idrico particolarmente regolare e costante, fattore importantissimo soprattutto per lazionamento continuo dei mantici per periodi piuttosto lunghi, senza che si verificassero interruzioni dannose per la buona riuscita del processo metallurgico. Si tratta comunque, in entrambi i casi, di realizzazioni di epoca moderna; nel caso di Ruota, poi, la diga fu costruita in seguito al progetto di ampliare e modificare limpianto produttivo, che in precedenza veniva alimentato da una steccaia del tipo esaminato sopra . Lo sbarramento, in epoca medievale, rappresentava un elemento molto importante dal punto di vista giuridico ed era spesso fonte di aspre controversie; una sua eccessiva altezza poteva, infatti, causare inondazioni a monte. quanto avveniva, ad esempio, per la steccaia del mulino di S. Lorenzo a Merse, di cui, nel 1282, il comune di Siena decret la distruzione e lo spostamento in altro luogo, a causa dei danni da essa causati al ponte di Foiano ed ai bagni di Macereto . In altri casi, quando si era in presenza di diversi impianti idraulici dislocati in successione lungo lo stesso corso dacqua, le dispute potevano riguardare lo scarso apporto idrico che uno sbarramento posto a monte poteva causare agli impianti localizzati pi a valle . Liti di questo genere potevano sorgere non solo riguardo alla steccaia principale, posta sul fiume alimentatore, ma anche a proposito di quelle opere di intercettazione minori, dette torcitorii, che venivano realizzate lungo una gora che alimentava diversi opifici e che servivano a convogliare lacqua verso ogni singolo impianto . Su questo tema possiamo riportare, in quanto caso particolarmente esplicativo, la controversia sorta tra i proprietari del Mulino delle Guazzine e quelli del Mulino Palazzo, posti rispettivamente a monte ed a valle lungo la stessa gora, a proposito del torcitorium chiamato Stecchatella, che era situato a met strada tra i due mulini. Nel 1262 gli arbitri chiamati a dirimere la questione stabilirono che il detto torcitorio doveva stare et permanere allaltezza que indicet scilicet quod ponatur corda in cruce et in fundo crucis que est in lapide seu termino lapideo
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cum calcina murato posito et fixo in terra seu lama [...] prope dictum torcitorium et pretendatur dicta corda usque ad crucem et in fundo crucis que est in alio lapide seu termino lapideo cum calcina murato posito et fixo in terra heredum Spinelli Pandolfini. Le minuziosissime disposizioni prevedevano inoltre che tale corda fosse tesa in linea perfettamente diritta, con laiuto dellarchipendolo, sopra lacqua della gora, in modo che essa non superasse mai laltezza designata dalle croci; nessuna delle due parti in causa avrebbe potuto innalzare o abbassare il livello dellacqua, e se ci fosse avvenuto, sarebbe stato lecito allaltra parte ripristinare laltezza stabilita . Limportanza dello sbarramento, tanto per fare un ultimo esempio, ribadita in una norma del Constituto del 1262, con specifico riferimento proprio al Mulino Palazzo (Sito 17): in essa si prevedeva che fosse punito con una multa quicumque goram vel stecchatam molendini olim comunis Senarum, positi in plano de Orgia, ruperit vel fregerit vel in aliquo alio leserit [...] vel aliquid fecerit, propter quod aqua libere ad molendinum venire non possit. Le opere di derivazione erano quelle che consentivano di far arrivare lacqua dal fiume alimentatore fino alledificio vero e proprio e consistevano nella presa, nel canale di alimentazione e nel bacino di raccolta. La presa era semplicemente il dispositivo che, posto poco pi a monte dello sbarramento, permetteva allacqua di immettersi nel canale adduttore. In molti casi era costituita soltanto da un imbocco scavato nel terreno, privo di qualsiasi struttura muraria. Nei documenti, in genere, non compare una terminologia specifica per designare tale elemento , a meno di non supporre che proprio il termine torcitorium stesse talvolta ad indicare anche la presa dacqua principale vera e propria . Sono stati riscontrati alcuni casi di prese costruite in muratura: la struttura prevede in genere due tratti di muro paralleli che accompagnano gli argini della gora nella porzione pi vicina al fiume, formando cos un imbocco che era spesso dotato di una saracinesca ; ci permetteva di regolare lafflusso dellacqua nella gora ed eventualmente anche di interromperlo del tutto. Tale saracinesca era costituita da una imposta in legno che scorreva incastrata entro scanalature verticali ricavate nel muro stesso; la regolazione avveniva tramite una catena, fissata allimposta, che si avvolgeva attorno ad un arganello superiore, posto trasversalmente sopra a due montanti a stipite litici o lignei . Un caso singolare, per la sua struttura articolata ed imponente, rappresentato dalla presa della ferriera di Ruota, costruita insieme alla steccaia in muratura alla met del XVII sec. circa. Si tratta infatti di un grosso muro (spessore 2,80 m, altezza ca. 3 m) che forma con la diga un angolo retto ed accompagna la parte iniziale della gora, con andamento parallelo al torrente, per un tratto di 27 m. Circa alla met della lunghezza del muro si trova una apertura rettangolare, che doveva un tempo essere dotata di saracinesca, attraverso la quale lacqua si immetteva nel canale tutto interrate
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. Ai nostri giorni le prese si presentano quasi sempre del

, talvolta distanti diversi metri dallattuale corso del fiume, con

le saracinesche rimaneggiate in tempi recenti. Il canale di alimentazione degli opifici, nei documenti consultati, viene quasi esclusivamente definito gora, sia in epoca medievale che moderna . Il termine gora, nel significato di canale artificiale, non compare nel repertorio romano, bens nel latino medievale e sembra che lattestazione pi antica del termine in Toscana sia contenuta in una carta pistoiese del 726 . La struttura materiale consisteva in un semplice canale scavato artificialmente nel terreno, la cui lunghezza poteva variare notevolmente: si va da poche decine di metri chilometri
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fino a diversi

, ma naturalmente sono pi frequenti le situazioni intermedie. Il


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percorso poteva costeggiare molto da vicino il fiume

oppure allontanarsene

notevolmente dopo il tratto iniziale : possibile che ci non dipendesse esclusivamente, come si potrebbe pensare in un primo momento, da fattori morfologici di pendenza del terreno, ma anche da questioni riguardanti le confinazioni delle propriet ed i diritti sulle acque . Particolarmente chiaro, a questo proposito, lepisodio verificatosi nel 1337 a Monticiano, quando il Capitolo dellabbazia di S. Galgano, per impedire ai Monticianesi di costruire un mulino sul Merse, decise di acquistare un appezzamento di terreno, attraverso il quale si sarebbe dovuta scavare la gora per il nuovo impianto: di conseguenza neppure il mulino progettato pot essere edificato . La gora era scavata a sezione rettangolare con fondo piatto ed era delimitata da semplici argini di terra senza rivestimento; non si sono riscontrati, durante lindagine sul campo, casi di canali con argini foderati in muratura o in legno (ma in questo secondo caso il rivestimento potrebbe essere andato perduto). Periodicamente lafflusso dellacqua alla gora, cos come agli altri canali, doveva essere interrotto, ed essi dovevano venire svuotati e ripuliti. Si trattava di una operazione importantissima che viene talvolta descritta nelle carte medievali: ad esempio in un contratto di vendita del 1288 (Sito 5) si prevede che gli acquirenti abbiano la possibilit di evacuandi et evacuari faciendi reaptandi et reactari faciendi dicta molendina vendita et eorum goram fuitum torcitorium. Eccezionale, per il notevole livello di applicazione tecnica che vi si raggiunge, la struttura della gora che alimentava i mulini di Brenna ed Orgia (Siti 5, 15, 16, 17), costruita nella prima met del XIII sec. dai monaci dellabbazia di Torri. Si tratta di un canale, lungo complessivamente oltre 6 Km, sostenuto in parte da argini di terra e in parte scavato nella roccia, talvolta con lapertura di gallerie artificiali, dotate di sostegni in muratura, attraverso speroni di calcare che ostruivano il percorso. Il canale di Brenna viene mantenuto in quota, lungo il fianco dellaltura di Montestigliano, ad un dislivello di oltre 15 m rispetto al fiume sottostante, in modo da ottenere una pendenza costante e controllata su tutto il percorso a partire dalla presa fino allultimo opificio alimentato. Un tipo particolare di canale quello che alimentava il Mulino di Mugnone (Sito 14): non si tratta, infatti, di una derivazione da un corso dacqua ma piuttosto di un fosso di drenaggio che raccoglieva, e ancora raccoglie, le acque di scolo della pianura circostante e quelle che scendono dalle alture retrostanti ad
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Orgia, per evitare limpaludamento della zona . Naturalmente anche la larghezza e la profondit di una gora erano molto variabili, a seconda della portata del corso dacqua alimentatore o delle dimensioni dellimpianto . I canali ancora visibili attualmente si presentano comunque in buona parte interrati, per cui non possibile determinarne loriginaria profondit. Questo uno dei motivi che spiegano perch talvolta, osservando i canali adduttori dalla sponda del fiume, essi appaiono inclinati verso il corso dacqua anzich in pendenza verso lopificio che alimentavano; un secondo motivo rappresentato dal fatto che, nella situazione originale, la presenza della steccaia innalzava notevolmente il livello del pelo dellacqua in corrispondenza del punto di presa: poich attualmente la struttura di sbarramento non esiste pi, talvolta si verifica questo inganno ottico . Talora lungo il percorso della gora sono presenti delle prese laterali secondarie, da cui poteva essere prelevata acqua per lirrigazione, oppure per tenere ulteriormente sotto controllo il livello nella gora e quindi lafflusso allopificio ; anche in questo caso la regolazione della luce di accesso avveniva per mezzo di paratoie lignee. Lacqua proveniente dalla gora, passando talvolta attraverso tratti sotterranei, o bocchette che potevano essere dotate di griglie, si immetteva di solito in una grande vasca, chiamata bottaccio . Si trattava di un bacino di raccolta che aveva la funzione di immagazzinare lacqua, per permetterne un ulteriore controllo prima della caduta sulle ruote. Inoltre, nel caso di modesto apporto del fiume o torrente alimentatore, il bottaccio serviva per accumulare le acque in determinati periodi dellanno, quando la portata naturale non era pi sufficiente per creare lenergia idraulica necessaria al funzionamento degli impianti. Nei periodi di magra o di insufficiente o non continuo afflusso delle acque, queste venivano raccolte fino a completo riempimento del bottaccio, dopodich esso veniva svuotato del tutto permettendo la macinazione per alcune ore. La vasca poteva essere semplicemente scavata nel terreno, e quindi delimitata solo da argini di terra, o pi spesso essere circondata almeno in parte da muri; era comunque sempre situata ad un certo dislivello rispetto alledificio, per permettere la caduta dellacqua sulle ruote. Le dimensioni dei bottacci variavano a seconda dei casi, cos come la profondit, che per impossibile determinare con esattezza poich si presentano attualmente quasi sempre interrati. Non sempre, per, una vera e propria vasca era presente: infatti, soprattutto negli impianti dislocati in pianura, la gora, giunta in prossimit del mulino, che di solito sottopassava, subiva semplicemente un allargamento della sezione formando un bacino di forma triangolare allungata . In questo caso lacqua, chiusa frontalmente a valle dal muro stesso delledificio rivolto verso la gora, si innalzava di livello rispetto al piano di campagna e si immetteva dentro le condotte che la conducevano alle ruote . Potrebbe essere proprio questa mancanza di una vera e propria vasca di raccolta delle acque, il motivo per cui nei documenti medievali il bottaccio viene raramente nominato e, quando lo , questo avviene solamente in connessione con impianti non dislocati in pianura.
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Un altro elemento ricorrente, tra le strutture accessorie di un opificio idraulico, era la presenza di un canale derivatore, che permetteva il deflusso delle acque in eccedenza dal bacino di raccolta: esso viene denominato nei documenti traboccatorium e nella terminologia locale attuale trabocco . Tale elemento appare particolarmente importante nel caso di pi impianti dislocati lungo la stessa gora. Infine, per completare il quadro delle strutture accessorie di un impianto idraulico, una grande importanza rivestiva il canale di rifiuto. La sua funzione era quella di far scorrere via lacqua, dopo che questa aveva azionato la ruota, e reimmetterla velocemente nel fiume senza impedire alla ruota stessa di girare. Ad esempio, nel Sito 17, i quattro archi acuti originali da cui lacqua, dopo essere passata al di sotto delledificio, defluiva nel canale di rifiuto, sono stati tagliati e rialzati; probabilmente questa modifica si rese necessaria, per assicurare un regolare deflusso, in una fase in cui il rialzamento del fondo della gora aveva causato un aumento eccessivo del livello dellacqua nella camera dei ritrecini. Nella documentazione medievale la presenza di questo canale viene citata spesso: il termine usato fuitum/fiutum . Si trattava in genere di un semplice canale aperto, simile per aspetto alla gora di alimentazione, ma di solito piuttosto corto. Nel caso di diversi opifici posti lungo la stessa gora, ovviamente non esisteva un vero e proprio rifiuto, ma lacqua che fuoriusciva in basso sul fronte delledificio defluiva di nuovo nel canale principale proseguendo il suo percorso verso limpianto successivo 2.2. Il mulino da macina Tentare di ricostruire nei dettagli laspetto esteriore, la struttura interna, il funzionamento ed i meccanismi dei mulini esistenti nel Medioevo in questa zona, nonch leventuale evoluzione del sistema tecnico attraverso i secoli, non impresa facile. I documenti scritti sono avari di descrizioni particolareggiate, alludendo al molendinum come a cosa ben nota a chi legge, e per let comunale in genere capita di rado di imbattersi in testi che diano unidea non vaga della consistenza di un impianto idraulico . La scarsit di descrizioni riguardanti la struttura o il meccanismo dei mulini e lassenza di dettagli tecnici comunque caratteristica generale della documentazione scritta precedente al XV secolo . In effetti, come abbiamo gi accennato, la documentazione disponibile sugli impianti idraulici costituita per buona parte da atti che hanno per oggetto liti e controversie riguardanti le opere di derivazione ed intercettazione delle acque vero nodo cruciale in cui si incontrano diritti signorili, consuetudinari o di propriet , mentre pi raramente riguardano limpianto molitorio in s. Tuttavia certamente possibile integrare le scarse informazioni reperibili nei documenti scritti con losservazione e lanalisi delle strutture ancora conservate sul territorio, sia medievali che moderne, e con i dati provenienti dallo studio di svariate fonti che si estendono cronologicamente dai secoli medievali allOttocento, fino a tracciare un quadro sufficientemente esauriente . Uno dei principali interrogativi cui questa indagine si prefiggeva di dare una risposta, sia pure parziale, riguardava innanzitutto il tipo di ruota idraulica
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maggiormente diffuso negli impianti molitori del bacino Farma-Merse: si trattava, cio, di mulini a ruota orizzontale oppure a ruota verticale? I documenti medievali consultati non sono al riguardo molto eloquenti; di rado, infatti, nellelenco delle parti che costituivano il mulino, si nominano le ruote idrauliche: nella nostra documentazione questo avviene 6 volte e si tratta sempre di ritrecini
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. La ruota orizzontale viene inoltre citata altre due volte in documenti


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di epoca moderna . Dalle fonti scritte non vengono altre indicazioni, ma la ricerca sul campo, con losservazione delle strutture superstiti relative a mulini di XIII-XIV sec., e talvolta il ricorso alle fonti orali nel caso di mulini che hanno funzionato fino al nostro secolo, ha comunque permesso di determinare quale tipo di ruota era collocato in altri 17 impianti: anche per tutti questi casi la tipologia impiegata era quella orizzontale . Poich gli impianti molitori individuati sono in totale 37, questo significa una percentuale certa di oltre il 65% di ruote di questo tipo. Si deve poi sottolineare il fatto che le descrizioni dei rimanenti mulini non contengono alcun elemento che possa indicare limpiego di un tipo differente di ruota idraulica; non sembra quindi scorretto ipotizzare che probabilmente anche gli altri impianti individuati nella zona utilizzassero il ritrecine e quindi concludere che la larga maggioranza dei mulini da grano del bacino Farma-Merse fossero a ruota orizzontale, sia nel Medioevo che nei secoli successivi. Tale conclusione conferma quindi un modello gi documentato per altre parti della Toscana e dello stesso territorio senese . Ci non significa che la ruota verticale fosse sconosciuta in questo ambito territoriale. Tale tipologia, infatti, come vedremo in seguito, era impiegata negli impianti siderurgici e sembra inoltre attestata dalla presenza di gualchiere associate talvolta ai mulini da grano. Ci che sembra essere sconosciuto - o meglio forse non applicato perch probabilmente ritenuto poco funzionale e troppo costoso rispetto al ritrecine - il complicato meccanismo lubecchiolanterna per la trasmissione del moto da una ruota verticale al piano orizzontale di macinazione
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Per quanto riguarda la struttura architettonica di un mulino medievale, ovviamente la planimetria e le dimensioni potevano variare notevolmente, a seconda dellimportanza dellimpianto e del numero di macine che ospitava . Tuttavia ledificio doveva essere articolato sempre in almeno due livelli: un piano terra, in genere costituito da un unico locale destinato alla lavorazione, nel quale si trovavano le macine, ed un piano inferiore, cio un vano seminterrato occupato interamente dallalloggiamento delle ruote e dei meccanismi. Questo vano rappresenta un elemento caratteristico delle strutture in cui era adottato il meccanismo di macinazione a pale orizzontali anzich verticali. Si tratta di un ambiente stretto e lungo, simile ad una galleria, sottostante al locale dove erano alloggiate le macine; solitamente era voltato a botte e largo quanto bastava per consentire la rotazione
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. Il nome che gli viene attribuito generalmente, sia nella


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letteratura tecnica che nel linguaggio popolare, carceraio

Quasi sempre, per, il mulino doveva prevedere anche un piano superiore, destinato ad abitazione per il mugnaio. A questo proposito interessante vedere come nei documenti medievali si specifichi spesso che il molendinum cum domo, evidentemente alludendo ad una distinzione fra i locali destinati alle operazioni di macinazione e allalloggio dellapparato tecnico - ovvero il mulino vero e proprio - e la soprastante, o talvolta forse adiacente, abitazione . I termini edificium e casamentum sembrano invece riferirsi ad ambienti e corpi secondari di servizio, probabilmente destinati a stalla, magazzino per il grano e la farina, deposito di attrezzi. Le descrizioni dei documenti, per quanto riguarda la struttura architettonica delledificio, non vanno molto al di l di quanto detto finora; solo in un caso si specifica che i mulini da costruirsi dovevano essere duas domos eque bonas de muro et calce et altitudine et amplitudine ut sunt domus dicte abbatie que sunt ibi supra in dicto flumine [...] bene actata et preparata cum stecchatis, goris, fuitis et molis et feramentis . Sempre nel medesimo documento si prevedeva la futura edificazione di unum hedificium in quo possint quattuor molendina, dove con molendinum ci si riferiva evidentemente al singolo palmento. Succede talvolta, infatti, che si parli di molendina anche riguardo ad impianti che sembrerebbero essere singoli; di conseguenza luso del plurale va probabilmente inteso non come riferimento a pi edifici diversi, ma a diverse macine funzionanti allinterno di uno stesso edificio . Il testo citato poco sopra fa riferimento ai mulini costruiti alla met del XIII sec. dallabbazia di Torri, in compropriet col comune di Siena, nei pressi di Brenna. Si tratta di edifici ancora ben conservati e particolarmente notevoli sia per dimensioni che per struttura architettonica. Il Mulino del Pero (Sito 15) si presenta come unalta torre quadrangolare in filaretto con parte inferiore a scarpa, piccole finestre ad arco tondo, porta dingresso ad arco tondo allaltezza del primo piano, alla sommit mensole in pietra aggettanti e completa merlatura con feritoie in molti merli. Il Mulino di Serravalle (Sito16), anche se estremamente rimaneggiato, presenta una struttura molto simile al precedente, a torrione quadrangolare in pietra, con mensole aggettanti alla sommit. Laspetto massiccio e lo sviluppo verticale di entrambi gli edifici risalgono forse alla fase di fortificazione che essi subirono nel corso del XIV secolo. Una tipologia a torre quadrangolare con murature in pietra e sviluppo prevalentemente verticale si riscontra anche nel vicino Molinello di Torri (Sito 21), che pure un edificio pi piccolo dei precedenti, e nel Mulino delle Pile (Sito 9) con un grande corpo rettangolare allungato sormontato da una torre quadrata. Particolarmente massiccia, a giudicare dai resti delle murature, doveva essere anche la struttura del Sito 5. Il tipo del mulino fortificato, che stato felicemente definito come una sintesi che riassume i caratteri di edificio destinato alla produzione, e quindi industriale, con quelli di un edificio militare , si riscontra anche in aree limitrofe a quella qui presa in esame: ad esempio nel territorio di Massa, e in quello di Roccastrada . La struttura pi imponente, fra quelle censite, comunque il vicino Mulino Palazzo (Sito 17), costruito dal comune di Siena alla met del XIII secolo. Si tratta
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di un grande edificio a tre piani in filaretto, a pianta rettangolare, con alcune aperture originali, fra cui la porta dingresso sormontata da uniscrizione in volgare che ne ricorda la costruzione, piccole finestrine con architrave monolitico sagomato ad arco, finestre ad arco tondo, mensole in pietra aggettanti alla sommit. Il piano seminterrato presenta tre aperture ad arco acuto per la fuoriuscita dellacqua; il piano terra interamente occupato da un vasto ambiente voltato a botte, dove un tempo erano collocate le macine. evidente che un edificio di tali dimensioni, direi eccezionali, si discostava dalla struttura, generalmente pi modesta, di un mulino-tipo. Possiamo farci unidea pi precisa a questo riguardo tramite un esempio particolarmente significativo e perfettamente conservato di impianto di XIII secolo: il mulino situato sul Farma nei pressi di Torniella (Sito 23 UT 2). Si tratta di un edificio rettangolare, con un piano seminterrato in cui erano alloggiati i ritrecini, un piano terra diviso in due ambienti (di cui il pi grande destinato alla macinazione), un piano superiore. In facciata si trovano alcune aperture originali, tra cui la porta dingresso ad arco e due finestre rettangolari con architrave monolitico. Sul lato posteriore una porta a livello del primo piano dava accesso al bottaccio; il tetto a due falde coperto da coppi ed embrici. Proprio in questo mulino si riscontra una tecnica muraria tra le pi raffinate di quelle censite, in filaretto con corsi regolari di grandi bozze squadrate . In un altro gruppo di edifici, databili al XIII-XIV sec., si riscontra la presenza di murature in pietre non squadrate, disposte su corsi regolari o subregolari, con grandi pietre angolari perfettamente squadrate, uso di laterizi come zeppe e talvolta per delimitare porte e finestre . In epoca moderna, invece, si riscontrano in genere murature piuttosto irregolari di ciottoli e pietre non sbozzate, con largo uso del laterizio. Come materiali da costruzione si utilizzavano essenzialmente le materie prime locali; da alcune indicazioni dei documenti si ricava che molto legname doveva essere impiegato sia per la costruzione degli edifici veri e propri, che per i meccanismi, che per la manutenzione delle infrastrutture . In genere al mulino era unito un pezzo di terreno, talvolta coltivato a orto, oppure seminativo; in alcuni casi nella propriet dellimpianto compaiono anche porzioni di bosco . Per quanto concerne il funzionamento dellapparato macinante interno al mulino, purtroppo pochi sono i dati a nostra disposizione: scarse le notazioni tecniche contenute nei documenti, ma soprattutto del tutto perduti, perch distrutti o asportati, i meccanismi in legno e in ferro che un tempo erano alloggiati dentro gli edifici . Se quindi non era pensabile effettuare misurazioni e calcoli sulla potenzialit delle varie componenti o unanalisi dei materiali costruttivi impiegati, tuttavia possibile esaminare il meccanismo di macinazione scomponendolo nei suoi elementi costitutivi principali . Lasse verticale del mulino era costituito da un grosso palo, chiamato appunto palus, che poteva essere di ferro o di legno . Lestremit superiore di questo palo passava attraverso un foro aperto nella volta del carceraio, poi
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attraverso locchio della macina

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inferiore, ed era fissata alla macina superiore


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mediante una barra trasversale, detta nottola o noctola . Ci permetteva alla macina superiore, mobile, di ruotare liberamente sopra la macina inferiore, che rimaneva fissa. Fra le due macine cera una grande differenza di spessore: mentre la superiore si aggirava intorno ai 10 cm, linferiore poteva raggiungere anche il mezzo metro . La pietra da cui erano ricavate doveva, ovviamente, essere durissima ed era quindi importante che cave adatte allapprovvigionamento di nuove mole non fossero troppo lontane. Per la zona di Brenna sappiamo dal Constituto del 1262 che cave esistevano sul poggio di Montestigliano (detto podium mole): a questo proposito si stabiliva di dislocare dei custodi nei boschi in corte di Mallecchi, Ripinata, Montestigliano e Cerbaione ne incidantur nemora infrascripta, propter conservationem et retentionem molendinorum comunis Senarum et monasterii de Turri [...] et debeant dicti forestarii custodire quod mole non fiant in dictis nemoribus, nisi ad opus molendinorum comunis Senarum et monasterii dicti . Interessante anche vedere come, fra i beni di pertinenza del Mulino del Pero, nella vendita del 1258, siano citate anche delle cave di pietra
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Dei grandi cerchi in ferro, detti circuli , circondavano ciascuna macina per proteggerla dalla rottura; inoltre, se le macine si fossero fessurate, queste bande avrebbero impedito loro di cadere in pezzi. Appesa al di sopra delle macine, si trovava la tremogia , contenitore in legno sagomato ad imbuto che portava il grano da macinare ed alimentava dallalto lapertura della macina rotante. Generalmente un contenitore in legno di forma circolare, detto palmentus , circondava la coppia di macine in modo tale che la fuoriuscita della farina poteva avvenire soltanto da unapposita apertura praticata nel palmento stesso . Allestremit inferiore dellalbero motore si trovava il meccanismo cruciale per il movimento, il gi pi volte citato ritrecine. Questultimo era assicurato saldamente al palus, e poteva muoversi appoggiandosi al puntaruolus , una sporgenza di ferro sagomata a punta con la quale in basso terminava lalbero. Il puntaruolo girava su un perno di ferro, la ralla , a sua volta inserito in un ceppo fissato al pavimento del carceraio. Lacqua, dal bacino di raccolta, entrando in una apertura, detta doccia o duccia , probabilmente dotata di paratoia, arrivava alla ruota acquistando velocit e pressione tramite la caduta attraverso una condotta forzata, di lunghezza variabile, inclinata e strombata . La parte finale di questo canale, nel punto in cui sfociava sulla parete di fondo del carceraio, presentava una bocca di legno sporgente . Ogni mulino richiedeva, per garantire una buona efficienza, un continuo lavoro di manutenzione: innanzitutto le macine, che venivano sostituite dopo un certo numero di anni duso, dovevano essere continuamente scalpellate, in quanto con lattrito tendevano a diventare lisce. In particolare la macina inferiore
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doveva essere incisa con solchi obliqui a raggiera, che permettevano una maggiore resa e facilitavano la fuoriuscita della farina. A tal fine doveva esistere anche nei nostri mulini un congegno che permetteva il sollevamento della macina superiore, cio una sorta di argano dotato allestremit di un aggancio in ferro: in un documento del 1329 esso viene descritto come uno palo ferreo pro molendino levando(Sito XI). Una certa idea possiamo farci a proposito del corredo di attrezzi mobili necessari per il funzionamento di un mulino medievale: nei documenti vengono citati spesso i ferramenta , probabilmente quellinsieme di martelli, martelline e scalpelli necessari alla manutenzione delle macine; ma forse il termine era usato anche con riferimento a tutte le parti in ferro presenti nei meccanismi. Quasi sempre, poi, nei contratti ricorre la formula generica cum omnibus massaritiis, con riferimento in generale a tutto linsieme di beni mobili interni al mulino. Con estrema precisione, ancora nel succitato contratto del 1329, entro il corredo di attrezzi del mulino si elencano una caldaria raminis cum sua canna raminis pro dictis gualcheriis, cum quinque circulis ferreis macinarum, cum uno boolo cum sua catena ferrea, tribus tendis, uno stario ferreo cum duobus martellis pro macinis, cum uno picchone cum duabus punctis, uno scarpello ferreo, una mauola de ferro, una ascia ferrea, uno palo grosso ferreo pro molendino levando [...], una lucerna, uno pennato ferreo, uno succhiello fracto, una tina et cum duabus vegetibus fractis seu sfondatis, cum uno bigonello et uno crivello et cum una scala. In un altro contratto di vendita del 1338 relativo al Sito VIII, si specifica che lattrezzatura consisteva in molarum seu macinarum palmentorum bocolorum palorum tremogiarum noctularum bigonzorum et ceterorum instrumentorum et arnesium et massaritiarum tam de ferro quam ligno. A distanza di qualche secolo lattrezzatura-tipo del mulino si ripresenta con diverse somiglianze, se nel 1693 si nominano una mazza di ferro, un palo di ferro, una martellina, uno scarpello tutto ferro, unascia, una statera grossa, una pala di ferro, una zappa, un Bozzolo di rame, un cassone, un bigonzo et una lucerna
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Non facile fornire dati certi, vista la vaghezza delle fonti, sul numero di macine con le quali lavoravano i mulini del bacino Farma-Merse nel Medioevo. Talvolta, infatti, problematica la valutazione del termine molendinum menzionato dai documenti, perch con questa definizione generica si designa qualsiasi meccanismo mosso da forza idraulica, sia esso un semplice mulino rurale, di piccole dimensioni, sia un complesso ragguardevole contenente molte coppie di macine. Tuttavia certo che il modello a pi di un palmento era assai comune sia nei secoli medievali che successivamente. Pi di una coppia di macine (non sappiamo quante) possedevano i Siti 5, 16, 13, IVa, V, VIII; due coppie i Siti 1 (UT 2), 2 (UT 1), 18, 23, 24, XIII; tre coppie i Siti 9, 10 UT 1, 15, 17 , 20, XI; ben cinque coppie il Sito X. Del resto, vista la stasi tecnologica che caratterizza i meccanismi di macinazione sia per il Medioevo che per i secoli dellEt Moderna, la risposta tecnica che si era in grado di offrire alla richiesta di cereali da parte di una popolazione in aumento, sembra essere stata quella di moltiplicare sia il numero degli impianti sia, cosa pi conveniente dal punto di vista dello spreco di risorse, moltiplicare il numero delle ruote entro uno stesso impianto.
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La maggiore potenzialit di un mulino, comunque, non derivava automaticamente dal numero di ruote installate, ma dal maggior numero di ruote attivabili contemporaneamente e dalla maggior durata del loro periodo di attivit. Infatti un impianto con un minor numero di ruote poteva raggiungere una maggiore potenzialit produttiva rispetto ad un mulino con un maggior numero di ruote, se era in grado di azionare tutte le coppie di macine contemporaneamente, quando invece nellaltro avesse potuto funzionare una sola ruota per volta e non per tutto larco dellanno . La possibilit di azionare pi macine era data principalmente dalla portata dacqua disponibile. A questo riguardo possediamo alcuni dati, relativi agli impianti della nostra zona ancora attivi alla fine del XIX secolo, censiti nei volumi di corredo della Carta Idrografica dItalia. Da essi risulta che disponevano di un regime perenne i Siti 9, 10 (UT 1), 15, 16, 17, 20, cio tutti quelli dislocati sul Merse, ed il Sito 23, sul Farma; tutti gli altri , situati su corsi dacqua minori, dovevano interrompere la macinazione almeno per qualche mese allanno. Tra questi, i Siti 18, 19, 21 lavoravano tutto lanno esclusivamente a raccolta o a gorate, cio facendo riempire il bottaccio e poi lasciandolo svuotare completamente ogni volta. Da tali dati, presupponendo che non si siano verificate enormi variazioni di flusso attraverso i secoli, si pu dedurre che anche gli altri impianti dislocati sul Merse e sul Farma, dei quali non si hanno pi notizie perch scomparsi in epoca medievale, potessero usufruire di una portata perenne e quindi di una discreta potenzialit . Soltanto per il Sito X i documenti medievali sono espliciti e ci dicono che nel 1290 esso poteva lavorare ad quinque palmenta in ieme et estate; possiamo tuttavia ipotizzare una analoga risorsa idrica anche per i Siti 15, 16, 17, che erano collocati lungo lo stesso canale alimentatore. Dalla Carta Idrografica sappiamo poi che disponevano di una portata continua sufficiente per tre macine in inverno, una destate, due nei periodi intermedi i Siti 9, 10 (UT1), mentre i Siti 15, 16, 17 potevano azionare sempre almeno due macine, in inverno tre. Le massime portate in litri si riscontrano nei Siti 9 e 10 (UT 1) e nei Siti 15, 16, 17 . Da questi dati si pu facilmente desumere lenorme differenza fra la capacit produttiva delle piccole strutture distribuite lungo i corsi dacqua minori, evidentemente destinate a consumi locali, e le potenzialit di impianti come gli ultimi citati, che erano i pi importanti mulini di tutto il comprensorio fin dai secoli del Medioevo, dotati di risorse idriche e di sistemi di derivazione tali da garantire una produzione di farina a livello almeno subregionale e oseremmo dire industriale
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3. Diritti sulle acque, propriet, gestione (secc. XIII-XIV) 3.1. Leprimeattestazioni:lageografiadelpotereedilproblemadellefonti Trattare di strutture produttive medievali, siano esse mulini ad acqua o altri tipi di impianti, e del loro ruolo nel contesto economico-sociale dei secoli centrali del Medioevo, significa affrontare non soltanto questioni inerenti strettamente al

campo della storia tecnologica, ma piuttosto e soprattutto una serie di interrogativi di carattere pi globale. Essi riguardano, ad esempio, i modi ed i tempi di diffusione delle tecnologie idrauliche in determinate aree, le persone, gli enti e pi in generale i poteri che si dimostrarono principalmente interessati allo sviluppo di tali tecnologie, il modo in cui essi sfruttarono i diritti sulle acque in loro possesso o cercarono di procurarseli se non li avevano, infine i tipi di gestione degli impianti e gli effetti economici derivanti da una loro massiccia presenza sul territorio. In tali domande, infatti, inevitabile imbattersi nel tentativo di chiarire la dinamica del processo di sfruttamento della potenzialit idrica che durante il Medioevo port ad un progressivo e talmente massiccio aumento delle strutture idrauliche, da rendere ledificio del mulino un elemento del tutto consueto del paesaggio rurale . Tentare questo tipo di ricostruzione significa in primo luogo avere ben chiaro in mente il quadro della geografia del potere esistente sul territorio oggetto dellindagine. questa una operazione sempre difficile per il periodo medievale, riguardo al quale necessario tenere presente lavvertenza, data dal Bloch ormai molti anni orsono, sullimpossibilit di poter fissare in una carta, per mezzo di contorni lineari, i confini delle signorie o delle zone di influenza, a causa del massiccio e continuo sovrapporsi delle propriet e dei diritti giurisdizionali . A maggior ragione tale osservazione valida per una zona come il bacino idrografico Farma-Merse, territorio tuttaltro che marginale nei secoli centrali del Medioevo, che si configura in modo piuttosto evidente come una zona di confine , disomogenea, nella quale interagiscono e si intrecciano in primo luogo i diritti patrimoniali e giurisdizionali di signorie laiche, enti ecclesiastici, vescovi, ed in una seconda fase comunit di villaggio, poteri cittadini e borghesi di citt. Su una parte dellalta Val di Merse, che rientrava nei limiti meridionali della diocesi e della contea di Volterra, si estendeva il patrimonio della famiglia Gherardeschi. Niente sappiamo sulle origini e sulla formazione della casata comitale prima della fine del X sec. , mentre un documento del 1004, di particolare interesse per larea qui indagata, permette per la prima volta di identificare le principali zone di dislocazione dei beni della famiglia, tra i quali un nucleo consistente si trovava nellalta Val di Merse. Il documento in questione latto di fondazione del monastero benedettino maschile di S. Maria, nel castello di Serena, su un poggio alla sponda sinistra del Merse, a poca distanza dallattuale Chiusdino. Fondatori furono il conte Gherardo II, titolare della contea di Volterra, insieme alla moglie Willa: essi donarono allabbazia il loro intero patrimonio, costituito da castelli con i rispettivi territori e chiese, distribuiti tra diverse contee della Toscana occidentale e meridionale . Il documento non ci informa esattamente sui rapporti tra il cenobio ed i fondatori e neppure sulle modalit di gestione del patrimonio, ma certamente la fondazione di un monastero sui propri possessi, da parte dei Gherardeschi, ebbe anche lo scopo di riorganizzare territorialmente, unificare e controllare un vasto patrimonio fondiario. Al nuovo monastero fu concessa limmunit ed esso divenne unabbazia regia, anche se soggetta allegemonia dei conti fino al XII sec., svincolata invece dal controllo
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vescovile ; essa fu anzi, in seguito, a pi riprese coinvolta nei contrasti che in Val di Merse opposero i vescovi volterrani ai Gherardeschi. Proprio queste vicende dettero inizio alla progressiva crisi che colp labbazia nel corso del XII sec., costringendola allalienazione dei beni pi lontani, e che port infine, nel 1196, allingresso nellordine vallombrosano . Nello stesso tempo, in questarea, la famiglia Gherardeschi perdeva progressivamente di importanza, spostando i propri interessi soprattutto verso la citt di Pisa, mentre cresceva il potere del vescovo volterrano. A partire dalla met dellXI sec., la casata si era inoltre suddivisa in quattro rami, ognuno dei quali concentrava i propri beni in un determinato ambito territoriale, assumendo il titolo comitale dalla localit pi importante in proprio possesso. In Val di Merse un ramo gherardesco si incentrava sul castello di Frosini e manteneva legami col vescovo di Volterra, ma anche una forte autonomia, che provoc continui scontri per tutto il XII sec. . In questo stesso periodo, infatti, i vescovi volterrani estendevano la propria giurisdizione, pur se in concorrenza con altri enti ecclesiastici e signorie laiche, sui castelli di Chiusdino, Monticiano e sulla pieve di Luriano, tentando a pi riprese di impadronirsi anche del castello minerario di Miranduolo . Fu poi probabilmente con una politica che mirava al consolidamento del proprio potere nella zona - gravemente incrinato per i contrasti con i Gherardeschi, ma come vedremo anche per i tentativi di inserimento da parte dellepiscopato senese - che il vescovo volterrano Ugo de Saladini promosse, intorno al 1185, la fondazione del cenobio cistercense di S. Galgano, sullaltura di Monte Siepi, tra Frosini e Chiusdino. Esso diverr, nel volgere di pochi anni, una delle realt patrimoniali e dei centri di potere pi importanti della zona . Nella bassa Val di Merse e nella Val di Farma era la potente casata comitale degli Ardengheschi ad imporre in modo massiccio il proprio dominio. Alla fine dellXI sec. la famiglia constava di un patrimonio disperso e disgregato, ma, dai primi anni del XII, si notano uno spostamento ed una concentrazione patrimoniale a sud di Siena cosicch, a partire dal 1100, il patrimonio di questa casata trovava il suo centro nella zona detta appunto Ardenghesca, tra il Farma, il Merse e lOmbrone. Nello stesso tempo allinterno della famiglia si andavano distinguendo progressivamente tre rami, che nel XII sec. facevano capo ai castelli di Pari, Fornoli e Civitella . Nel 1108 il conte Bernardo invest labbazia dei SS. Salvatore e Lorenzo al Lanzo, fondazione monastica della famiglia, del castello di Civitella ed altri beni, che da atti successivi, del 1124 e 1143, risultano comprendere Orgia, Stigliano, Brenna, Belagaio . Da un atto del 1179 emerge poi che la famiglia possedeva un territorio assai vasto, che si estendeva in maniera pressoch continua da Orgia a Civitella, con orientamento nord-sud, lungo i corsi di Merse, Ornate, Farma e Ombrone, su una zona montuosa e fittamente incastellata . Castelli della consorteria, nel XII sec., esercitavano un controllo sui corsi dacqua e sulle strade che portavano verso la Maremma: Orgia,
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forse il pi importante, Brenna, Stigliano, Capraia, Belagaio, Montepescini, Civitella, Pari; agli inizi del XIII sec. sono documentati anche S. Lorenzo a Merse, Tocchi, Rosia, Castiglion della Farma . Ma laristocrazia laica, in questa zona, doveva fare i conti ed intrecciare rapporti con unaltra forma di signoria, quella dei vari enti ecclesiastici. Oltre alla presenza di numerose pievi, si riscontrano propriet del monastero di S. Eugenio, presente nella zona fin dalla fondazione, nel 730, da parte del gastaldo senese Warnefred. Tali beni nel XII sec. comprendevano alcuni possedimenti ad Orgia, Filetta e la chiesa di Cerreto a Merse, in piena zona ardenghesca . Ma in questo periodo cominciavano soprattutto a formarsi le fortune dellabbazia delle SS. Trinit e Mustiola di Torri: fondata verso la met del secolo XI, nel 1070 fu posta sotto la diretta dipendenza della Sede Apostolica e, nel 1156 circa, unita alla congregazione vallombrosana. Essa raggiunse il massimo della potenza nel XII secolo, mantenendo una posizione di netta autonomia nei riguardi di Roma e mostrando una notevole partecipazione, in varie occasioni, allo sviluppo ed alle affermazioni del comune cittadino, fino ad essere presa sotto formale tutela di Siena nel 1245 . Dal XII sec., poi, una nuova forza comincia ad affacciarsi su questo territorio, la chiesa cattedrale di Siena, che persegue una politica di consolidamento della propria presenza in questa zona di confine con la diocesi volterrana. Abbiamo gi visto le iniziative dei vescovi senesi nei castelli di Chiusdino e Monticiano e sappiamo che, nel 1178, la chiesa pievana di Sovicille, situata proprio sul confine con la diocesi di Volterra, rientrava nella giurisdizione ecclesiastica senese . Ma gi dal secolo precedente il Capitolo della cattedrale di Siena aveva intrecciato rapporti con gli Ardengheschi, a proposito di alcuni possedimenti lungo il Merse: nel 1055 parte del castello di Montepescini apparteneva al Capitolo in condominio con la famiglia comitale ed alla met dellXI sec. la Canonica di Siena era in possesso di alcune terre presso Orgia, donate dagli Ardengheschi . Su questa complessa rete di insediamenti e giurisdizioni si espande quindi, a partire dalla seconda met del XII sec., il dominio del comune di Siena. In una prima fase lespansione senese non si attua con vaste conquiste territoriali, ma attraverso acquisti patrimoniali e forme di assoggettamento che interessano questa o quella comunit con i relativi territori. In questo periodo laffermazione del comune si manifesta attraverso il vescovo, che assume la funzione di persona giuridicamente individuata, in grado di ricevere le propriet e gli atti di sottomissione . Abbiamo gi visto ci che accade a Chiusdino nel 1137 e a Monticiano nella seconda met del secolo e intanto la pressione senese si fa sentire a Frosini, dove il comune approfitta delle lotte tra i Gherardeschi ed il vescovo di Volterra per imporre la propria autorit, a Luriano e a Miranduolo . Siena si muove poi con decisione contro gli Ardengheschi: il primo atto di ingerenza cittadina nelle vicende della famiglia risale al 1151, quando il conte Ugolino d in pegno al vescovo Ranieri terre, castelli, ville e borghi, con vari obblighi di alleanza e fedelt
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. Nel 1156 i Senesi attaccano e danno alle fiamme

il castello di Orgia, cosicch i conti sono costretti a cederlo al vescovo. Nel 1158, inoltre, il comune otterr, dallimperatore Federico I, il divieto per i conti Ardengheschi di ricostruire castelli nel raggio di 12 miglia dalla citt, limite entro cui rientrava proprio Orgia: era questa la consacrazione del recente acquisto compiuto dai Senesi nel territorio della famiglia comitale . Nei decenni successivi seguiranno numerosi altri scontri, fino al definitivo atto di sottomissione del 1202, ottenuto con la forza delle armi: castelli, ville, uomini dellArdenghesca, furono elencati nominativamente nel giuramento con cui i conti e labate di S. Lorenzo al Lanzo si impegnavano a pagare un censo al comune di Siena. In tale atto compaiono Pari, Civitella, Belagaio, Montepescini, Castiglion della Farma, Petriolo, Tocchi, Capraia, S. Lorenzo a Merse, Stigliano, Rosia . Lacquisizione di questo territorio sotto il dominio senese pu dirsi ormai definitiva, anche se i conti manterranno in seguito vasti diritti patrimoniali nella zona. Se questa era, a grandi linee, la geografia delle strutture di potere presenti sul territorio, molto problematica si presenta invece la situazione delle fonti documentarie ad esse relativa prima del XIII secolo. Sono andati perduti, infatti, gli archivi dei principali enti ecclesiastici della zona, il che significa che sono scomparsi tutti i filoni documentari di una certa consistenza in cui sarebbe stato possibile ricercare le pi antiche attestazioni di strutture idrauliche eventualmente presenti nellarea
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. andato disperso larchivio del monastero di S. Maria di


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Serena , cos come quello dellAbbazia Ardenghesca , praticamente inaccessibile larchivio vescovile di Volterra, manca la documentazione riguardante le abbazie di S. Eugenio e Torri . Soltanto dalla seconda met del XII sec. compare un filone documentario laico comunale, in cui sono reperibili notizie riguardo alla famiglia Ardengheschi nei suoi rapporti con Siena: si tratta della documentazione inserita nel Caleffo Vecchio, che comprende per solo atti di carattere pubblico relativi a guerre, paci, sottomissioni, mentre mancano i documenti privati, che sono i pi preziosi per questo tipo di ricerca . Invece gli archivi scomparsi delle fondazioni monastiche dovevano essere costituiti in prevalenza, come di regola, da atti di carattere privato concernenti donazioni, compravendite, permute, locazioni di vario genere di beni fondiari, ed in questo tipo di fonti che si possono in genere riscontrare menzioni di strutture produttive come i mulini. Il quadro cos tracciato serve in gran parte per spiegare la mancanza di attestazioni scritte relative a strutture idrauliche, in questo ambito territoriale, precedentemente al XIII sec.: infatti la prima menzione a me nota risale allanno 1209, quando quattro mulini ed una gualchiera sul Merse, in localit Campora (Sito VII), vengono venduti ad un certo Burgundione di Dono di Luriano. Una prima attestazione nel XIII sec. appare decisamente tarda ed improponibile pensare che in tutto il bacino del Farma e del Merse i mulini fossero assenti prima di tale epoca, soprattutto sulla base di considerazioni che riguardano la diffusione delle strutture molitorie in Toscana e nellarea senese. Infatti la presenza della tecnologia idraulica ben documentata in aree geograficamente non lontane dallambito territoriale qui trattato gi molto prima del XIII secolo. Ad esempio
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alcuni molina sono attestati nella zona amiatina dal IX sec.

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, diversi impianti
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molitori idraulici compaiono nel territorio della Berardenga nellXI e XII sec. , un mulino presente tra i beni dellabbazia di Abbadia a Isola nella seconda met dellXI . In pratica si pu dire che per tutti quei territori riguardo ai quali esiste documentazione precedente al XIII sec., sono rintracciabili anche menzioni di strutture molitorie idrauliche di pertinenza monastica o signorile . Nella nostra zona, dunque, le prime attestazioni relative a mulini cominciano solo con il comparire degli atti raccolti nei Caleffi di S. Galgano. tuttavia possibile tentare di ricavare, anche dai documenti a nostra disposizione, alcuni indizi che permettono di retrodatare lesistenza di impianti molitori idraulici nel bacino Farma-Merse almeno al XII secolo, ma forse anche pi indietro. Gi la notevole fioritura documentata nella prima met del Duecento appare di per s un po troppo improvvisa e sembra dipendere proprio dalla disponibilit di abbondanti fonti scritte solo a partire da questo periodo. Lo stesso documento del 1209, citato sopra, attesta la presenza, nella zona di Campora, di un complesso idraulico di notevole entit, gi articolato in vari opifici con produzioni differenziate, che appare diviso in almeno 4 quote appartenenti a quattro diversi conti di Civitella, della casata ardenghesca . Si tratta quindi di impianti di pertinenza signorile e possiamo supporre che siano stati divisi tra eredi, con vari passaggi di propriet, in un arco di tempo forse non brevissimo. importante poi un documento del 1220, mediante il quale labate di S. Maria di Serena permuta con il monastero di S. Galgano alcune terre, situate nelle vicinanze di questultimo e nei pressi delle localit di Ticchiano e Campora, in cambio di met delle terre citra et ultra Mersam ubi constructa fuerunt molendina quondam Guaschi et construenda et rehedificanda sunt . probabile, infatti, che ci si riferisca a mulini di pertinenza signorile, appartenenti un tempo ad un signore locale della famiglia dei Guaschi, consorteria dominante a Roccatederighi dalla seconda met del XII sec. e attiva anche in questa zona . possibile che il signore avesse ceduto o donato allabbazia le terre su cui sorgevano; laccenno alla necessit di una riedificazione significa probabilmente che i mulini esistevano gi da tempo ed erano andati in rovina: ci potrebbe essere avvenuto in coincidenza con uno dei numerosi periodi di turbolenze che interessarono questarea. Facendo un ulteriore passo indietro, sempre a proposito del monastero di Serena, si pu ricordare che nellatto di fondazione del 1004, entro lelenco dei beni donati, si citano espressamente i diritti su pantaneis, piscareis, puteis, fontibus et rivis, et aquis, molendinis . Si tratta ovviamente di una formula fissa e di carattere generale, riferibile a tutti i possedimenti e castelli donati, dalla quale non si pu trarre nessuno specifico riferimento a strutture esistenti nella zona qui indagata. Tuttavia essa costituisce certamente un indizio per ipotizzare che labbazia, fondata su un colle proprio sulle sponde del fiume Merse e dotata di ampi diritti sulle acque, nel momento di sua massima prosperit probabilmente fosse in possesso di strutture molitorie dislocate nelle vicinanze.
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Unultima notazione a proposito dellabbazia di Torri: in un documento del 1245, relativo allaccordo tra il monastero ed il comune di Siena per ledificazione di mulini sul Merse, di cui tratteremo in seguito, si accenna a diversi impianti molitori, gi in precedenza in possesso dellabbazia sullo stesso fiume. Da questo non si ricava, ovviamente, una cronologia, ma ancora una indicazione, sulla base della quale sembra probabile che linizio della politica di sfruttamento delle acque, da parte di questo ente monastico, risalga almeno al XII secolo, cio al momento di sua maggiore potenza politica ed espansione economica e territoriale. 3.2. Labbazia di San Galgano Qualsiasi ricerca svolta su un ambito territoriale al cui interno era presente una filiazione di Citeaux, quasi inevitabilmente soggetta ad approfondimenti riguardo al come, in base ai dettami della regola cistercense, si sfruttarono le risorse esistenti sul territorio e come, nel modo tipico di questo ordine, si procedette allorganizzazione della propriet fondiaria. Nel caso particolare di una indagine come questa, poi, il tentativo di verificare lesistenza o meno, nellarea in questione, del binomio sfruttamento delle acque-monaci cistercensi, riscontrabile spessissimo in tutte le zone di diffusione dellOrdine , si prefigurava fin dallinizio come uno dei punti cardine della ricerca, anche in considerazione del fatto che la maggior parte dei documenti esaminati proviene dai cartulari dellabbazia di S. Galgano. Le linee generali delle soluzioni adottate dai Cistercensi in fatto di gestione della propriet fondiaria e delle strutture produttive sono ormai sufficientemente conosciute a livello europeo, cos da non richiedere pi di qualche rapido accenno in questa sede. Si tratta, infatti, di tendenze ben note, che vanno dalla reazione al monachesimo cluniacense ormai lontano dalle istanze originali al rifiuto di privilegi e diritti di signoria territoriale, dal divieto di acquisizioni di decime, rendite, mulini ed ogni fonte di reddito non derivante dal proprio lavoro allorganizzazione del sistema delle grange, dalla ricerca di autosufficienza in luoghi spesso molto isolati allimpiego di una forza lavoro costituita dai conversi . Tutti questi aspetti sono stati oggetto di numerose indagini storiografiche e sono ormai ben conosciuti, cos com nota e ben assodata una tendenza che a noi particolarmente interessa: la specializzazione dei monaci bianchi in materia di regolamentazione e sfruttamento delle acque, ed il successo che lapplicazione delle tecnologie idrauliche ottenne presso questo ordine, in misura che sembra spesso nettamente maggiore rispetto ad altri ordini monastici che pure si erano in precedenza applicati in questo campo. Baster sottolineare qui levoluzione che sub latteggiamento cistercense proprio nei confronti degli impianti molitori: dopo la proibizione iniziale, sancita dalla Regola, di possedere mulini, alla met del XII sec. veniva concesso di prenderli in affitto, agli inizi del XIII si proibiva di costruirli o acquistarli (segno di una tendenza in atto in tal senso), nel 1215 si concedeva di riceverli in dono, con una progressiva inversione di tendenza, che trasform liniziale reticenza anche nei confronti dei mulini che venivano offerti ai monaci, in quella che, a met XIII sec., si pu ormai definire una sorta di predilezione che lordine manifestava sempre pi per questo genere di impianti
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A proposito delle abbazie cistercensi si spesso posto laccento sul fatto che molte delle prime fondazioni si impiantarono su terre marginali, talvolta ancora disabitate e difficili da far fruttare ; per questi territori talvolta ipotizzabile che i monaci, iniziandone per primi lo sfruttamento, abbiano importato nuove tecnologie, soprattutto nel campo idraulico. Ma, come sempre, bisogna guardarsi dal generalizzare e si deve piuttosto tener conto proprio delle peculiari coordinate geografiche, politiche, economiche e demografiche entro cui ciascun monastero si svilupp. noto, infatti, che molte delle filiazioni pi tarde frequentemente fiorirono in territori ove la rete del popolamento ed il sistema di utilizzazione delle risorse costituivano da tempo una solida realt, e di sicuro non nel bel mezzo di un deserto . senza dubbio questo il caso di S. Galgano, eppure anche stavolta, secondo una caratteristica comune agli insediamenti cistercensi sparsi in tutta Europa, la fondazione del monastero avvenne entro un paesaggio che sembra presentare caratteri tipici: profondi profili vallivi, vasti boschi, aree paludose e soprattutto lessenziale presenza nelle vicinanze di un consistente corso dacqua, il fiume Merse . Vista la morfologia del luogo, probabile che anche la pianura sottostante al colle di Monte Siepi, circondata dal fiume Merse e dai fossi Gallessa e Righineto, sia stata in parte paludosa al momento della fondazione del primo cenobio. quindi ipotizzabile che i monaci, prima di intraprendere ledificazione della chiesa maggiore, abbiano provveduto alla sistemazione idrica dei terreni pianeggianti ai piedi del Monte Siepi, sui quali doveva sorgere la grande abbazia . Sappiamo, ad esempio, che essi avevano scavato un fossato di drenaggio che, passando sotto al dormitorio del monastero, andava dal fonte Righineto fino al Merse . Nel 1242, inoltre, il vicario imperiale presso il comune di Chiusdino concesse ai monaci di prendere acqua dalla sorgente Righineto, di condurla fino agli edifici del monastero e costruire per proprio uso una fonte, a condizione, peraltro, che questa restasse aperta anche per comodo dei viandanti . Del resto, lo stato di degrado della situazione idrologica in cui ripiombarono i terreni nei pressi dellabbazia quando essa era ormai da tempo abbandonata, salta subito agli occhi leggendo la testimonianza del Targioni Tozzetti, il quale descrive la propria visita alle rovine del monastero nel 1742 . Oltre che della sistemazione idrica nelle aree immediatamente adiacenti allabbazia, i monaci di S. Galgano, pi o meno nello stesso periodo, si occupavano della bonifica anche in zone pi lontane: ad esempio nel 1229 erano impegnati a rendere coltivabile larea impaludata che si trovava lungo il medio corso del Feccia, alla confluenza con il torrente Cona, prosciugandola mediante lo scavo di un canale di drenaggio . Una prospezione archeologica nella zona del Pian di Feccia, ha poi individuato tracce di canalizzazioni artificiali e delluso di strutture lignee, che i ricercatori attribuiscono allintervento dei monaci, per controllare lerosione degli argini e forse anche come peschiere . Se da un lato labbondanza di acque nella zona creava qualche problema ai monaci in fatto di regimentazione, dallaltro lato non dovevano sfuggire loro i
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vantaggi che poteva offrire la vicinanza di fiumi o torrenti, ed in particolare del Merse, oltre che per lirrigazione, soprattutto come forza motrice per i mulini e le officine del monastero. Abbiamo visto che mulini nella zona esistevano gi e che non furono certo i monaci bianchi ad introdurre in questarea la tecnologia idraulica; tuttavia da rilevare il modo in cui i Cistercensi di S. Galgano adottarono e sfruttarono mezzi gi noti: in un momento in cui le macchine idrauliche toccavano il massimo della diffusione e cresceva la domanda di poterne usufruire, essi cominciarono ad investire in modo massiccio in questo settore, mostrando fin dallinizio un forte interesse verso lacquisto di quote-parti, la riparazione o ledificazione ex novo di una grande quantit di mulini. Gi nel 1216 il privilegio del vescovo Pagano Pannocchieschi, una delle prime importanti concessioni al monastero, d larghissimo spazio al trasferimento ai monaci di diritti sulle acque in connessione con i mulini dellabbazia. Si concede, infatti, plenam facultatem integraliter et totaliter faciendi et construendi aque ductus per terram nostram et episcopatus et per terram nostrorum hominum ubicumque est, et reperiri poterit in loco et vocabulo quod dicitur Campora et pro aliis molendinis nobis sub ipsis positis et pro aliis molendinis veteribus et construendi ac ponendi steccatas, goras, fiutos pro tempore necessario infrascriptis molendinis presentibus et futuris in perpetuum infra dictas terras nostras et terras nostrorum hominum ; si specifica, tra laltro, che tale concessione viene fatta dietro richiesta dellabate Giovanni. Del resto, gi nel 1209 un diploma dellimperatore Ottone IV aveva confermato tutti i possedimenti ricevuti in dono precedentemente dallabbazia cum pascuis, nemoribus, silvis, terris, cultis et incultis, aquis, aquarumque decursibus . I diritti sulle acque che scorrevano nelle terre del monastero passarono quindi, dalla giurisdizione imperiale e vescovile, sotto il controllo diretto dei monaci ed chiaro che questi atti ufficiali potevano servire al monastero per far valere la propria volont nelle eventuali successive dispute in proposito . Bisogna notare, inoltre, che proprio nel privilegio del 1216 viene citato il mulino ai piedi del Monte Siepi, identificabile con il Mulinaccio (Sito 10 UT 1), con la definizione molendinum vetus Sancti Galgani: ci significa che fin dai primissimi anni di esistenza del monastero, forse prima ancora di iniziare ledificazione dellabbazia maggiore, i monaci avevano provveduto a costruire quello che sembra essere stato, o che comunque divenne, uno dei pi importanti impianti molitori di tutta la Val di Merse. possibile individuare una fase iniziale di acquisti di mulini nel primo trentennio di esistenza dellabbazia, rivolta soprattutto allarea pi vicina al monastero, cio lalta Val di Merse. In questo periodo i monaci, impegnati nella creazione di un patrimonio fondiario in Maremma e nelle Masse di Siena, in tale zona si dedicano soprattutto allampliamento della propriet di Ticchiano , allacquisto di particelle di terreno lungo il Merse e appunto ai mulini. Come abbiamo visto, nel 1216 gi stato edificato il Mulinaccio
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viene ampliata la propriet dei quattro mulini di Campora , nel 1220 si effettua lacquisto di altre due strutture, di cui una da ricostruire, situate sempre in zona

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, tra 1216 e 1223

sul Merse, che non stato per possibile identificare con precisione . Inoltre abbiamo visto in precedenza che, sempre nel 1220, il monastero era in possesso delle terre su cui sorgevano i mulini diruti detti quondam Guaschi; non sappiamo quando e in che modo queste strutture erano finite nelle sue mani, ma vediamo che in tale anno si preferisce cederle allabbazia di Serena - forse perch piuttosto decentrate verso monte - in cambio di beni pi vicini situati a Ticchiano, propriet il cui ampliamento, come gi accennato, oggetto di particolare cura da parte dei monaci in questo periodo. piuttosto evidente che tutta larea dellalta Val di Merse stava attraversando in quegli anni un periodo di forte espansione economica, testimoniata da numerose fonti , ed probabile che tale clima di mobilit abbia favorito il monastero nei suoi investimenti. Scopo principale di questo gruppo di operazioni sembra quello di ottenere il controllo sulle strutture molitorie dislocate nelle vicinanze dellabbazia, eliminando di fatto la propriet privata che esisteva in precedenza; ci garantiva, come vedremo in seguito, la copertura del fabbisogno interno del monastero, ma costituiva anche un primo passo verso un tentativo di monopolio sulla molitura lungo un tratto consistente del fiume principale. Per allargare il quadro su questa prima fase di investimenti dellabbazia in mulini, opportuno ricordare che, al di fuori della nostra zona, il monastero prendeva liniziativa anche in Maremma, costruendo alcune strutture molitorie nei possedimenti di Ischia dOmbrone intorno al 1227-1228 . Una seconda serie di acquisti, sempre in alta Val di Merse, si svolse poi dopo la met del XIII secolo, talvolta approfittando delle occasioni favorevoli rappresentate dalle difficolt finanziarie di comuni ed altri enti ecclesiastici. Tali acquisti andarono avanti fino ai primi decenni del Trecento: il monastero entr in possesso di un mulino sul Frelle presso Frosini
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e sul fiume Merse acquist


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quote dei mulini di Ripetroso , Lupinari , Campo Buolichi e Gonfienti . Agli inizi del XIV sec. risulta inoltre essere proprietario di un mulino sul Farma presso Moverbia
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, e di un mulino a due palmenti sul Feccia, inserito in una propriet


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immobiliare di grande valore allinterno della grangia di Valloria . Questa volta il monastero non prende liniziativa di costruire nuovi impianti, ma acquista quote sempre maggiori di tutti i mulini documentati nella zona, scalzando sia la propriet privata laica, che quella di altri enti ecclesiastici, che quella collettiva della comunit di Monticiano. Alla conclusione di questa fase, possiamo dire che il monastero possiede la maggior parte degli impianti molitori in tutta larea di Frosini, Chiusdino e Monticiano. probabile che i monaci stessero tentando di instaurare un vero e proprio monopolio sulla molitura della zona, anche se non detto che il tentativo sia riuscito. Questa ipotesi a mio avviso confermata da un episodio avvenuto nel 1337: il Capitolo dei monaci, per impedire al comune di Monticiano di costruire un mulino per uso degli abitanti in localit Gonfienti (dove gi esisteva un impianto di propriet del monastero, che a quanto pare ne sarebbe stato danneggiato), decise allunanimit di acquistare da un tal Ranieri di Cenni di Siena un appezzamento di terreno, sul quale sarebbe dovuta passare la gora del nuovo mulino, impedendo in questo modo

ledificazione della struttura stessa . Per quanto riguarda invece la bassa Val di Merse, dai Caleffi risulta che i Cistercensi si affacciarono in questa zona relativamente tardi, con una politica di investimenti concentrati tra gli anni 60 e 90 del XIII secolo . Questa volta il loro intervento si limit allacquisizione di quote via via crescenti della propriet di mulini che gi esistevano, senza mai prendere liniziativa di costruirne di nuovi. Anche in questo caso, talvolta si approfitt dei problemi economici dei precedenti proprietari. Il monastero invest ingenti capitali nei mulini del Palazzo Pero
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, di Serravalle

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, de Saxis

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, de Volta

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, del

, delle Guazzine Vecchie e

Nuove , di Petriera e di Foiano . Sempre per allargare il quadro, si pu ricordare che in questo periodo, al di fuori della nostra zona, il monastero appare impegnato in una lunga vertenza con la pieve di S. Gimignano, a proposito del possesso di tre mulini e quattro gualchiere sullElsa, nei pressi di Villa Castelli ; possiede inoltre, presso lAbbazia Ardenga, alcune quote in compropriet di mulini sul fiume Ombrone . In sintesi si pu dire che il monastero di S. Galgano praticamente onnipresente, sia come unico proprietario che in compartecipazione con altri, negli impianti molitori della nostra zona per tutto larco del XIII secolo e parte del XIV. In questo senso credo che anche per questa abbazia si possa parlare dellattuazione di una strategia economica volta allacquisizione del controllo sul maggior numero possibile di strutture produttive . da notare, infatti, il dinamismo che caratterizza le operazioni finanziarie del monastero, il quale diversifica i propri investimenti distribuendoli su una quantit davvero impressionante di strutture molitorie. Colpiscono, soprattutto, la capacit di approfittare immediatamente delle difficolt economiche dovute allaccumularsi dei debiti che affliggevano altri proprietari per accaparrare quote di mulini in cambio di denaro liquido, e la spregiudicatezza con cui il monastero riesce a trarre vantaggio dalle controversie scoppiate con i propri stessi soci nella propriet . Ma quali furono le motivazioni che indussero i monaci ad una operazione che, tra acquisti e spese di costruzione, assorbiva somme ingentissime? La questione non semplice e non prevede una sola risposta. Per le primissime campagne di investimenti, infatti, si pu ancora pensare che il motivo principale fosse la necessit di disporre di impianti destinati alla trasformazione dei prodotti delle grange, da gestire in proprio e per i fabbisogni interni del monastero, con costi di conduzione praticamente inesistenti grazie alla manodopera dei conversi. Ma a partire almeno dagli anni 20 del XIII secolo, i massicci investimenti del monastero in mulini ed altri opifici idraulici non si spiegano pi, se non si tiene conto del sempre maggiore orientamento dellOrdine verso lottenimento di rendite fisse da parte di utenti esterni, e della partecipazione dellabbazia ad attivit commerciali nei mercati rurali ed urbani . Che lattivit dei mulini posseduti da S. Galgano nella bassa Val di Merse fosse rivolta essenzialmente alla lavorazione per conto di terzi e non alle esigenze del monastero, lo dimostra il fatto che una caratteristica
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comune della propriet dellabbazia in questarea lesiguit dei terreni circostanti i mulini, appena pochi ettari . stato sottolineato come il periodo tra la met del XIII sec. ed i primi decenni del XIV sia un momento doro per chi in grado di gestire un mulino e come linvestimento in questo settore, con lapertura agli utenti esterni, rappresenti la prima risposta al crescente fabbisogno della popolazione del contado, ma soprattutto della citt in piena espansione. La domanda di cereali panificabili era molto alta e, nel caso di una gestione diretta degli impianti, il prelievo di una quantit fissa di farina o di grano come quota per la macinazione preservava anche dalleventuale svalutazione della moneta . Le precedenti considerazioni possono spiegare il fatto che S. Galgano continui ad investire capitali in mulini anche nellultimo ventennio del XIII sec. e nel primo del XIV, quando comincia ad attraversare una profonda crisi finanziaria . Infatti la macinazione del grano era ancora un ottimo affare, le cui alte rendite erano preziose per le casse dellabbazia, e tale attivit non aveva ormai che in minima parte a che vedere col fabbisogno interno del monastero, ma si era diretta soprattutto alle esigenze della citt di Siena. Basti solo pensare che proprio S. Galgano fu uno degli acquirenti che subentr al comune cittadino nella propriet dei mulini del Pero, Serravalle e Palazzo (Siti 15, 16, 17), grandi impianti che macinavano grano in quantit industriale, quando, a causa dei debiti, Siena fu costretta a venderli. Soltanto intorno al 1320, analizzando i dati provenienti dalla Tavola delle Possessioni, si possono notare i primi segnali di una inversione di tendenza, forse interpretabile come una crisi, che porta alla contrazione delle quote spettanti allabbazia in alcune delle strutture censite . Ma veniamo adesso al tipo di gestione adottato per questo notevole patrimonio di impianti produttivi. Il modo in cui la nostra abbazia decise di sfruttare i propri mulini un fattore di grande importanza per capire quale fu, qui come altrove, la differenza fra gli ideali originari dellOrdine e la realt. Si possono distinguere tre diversi tipi e momenti nella gestione degli impianti molitori, in parte corrispondenti anche ai tipi di gestione adottati per le terre coltivabili: una primissima fase di sfruttamento in proprio, rivolta esclusivamente al fabbisogno interno, una seconda fase che vede lapertura degli impianti agli abitanti delle terre del monastero ed anche a clienti esterni, in cambio di una percentuale sulla molitura, infine una fase in cui i mulini vengono concessi in affitto dietro pagamento di un canone. noto che inizialmente i mulini dei Cistercensi avrebbero dovuto essere utilizzati solo dai monaci e per i monaci, sfruttando la manodopera a basso costo fornita dai conversi: la Regola vietava esplicitamente la concessione in uso o gestione a terzi di tali strutture, al pari delle terre coltivabili . Tuttavia, quando nel corso del XIII secolo la maggior parte delle terre dei monasteri venne ceduta in affitto a famiglie di contadini, i nuovi affittuari divennero i clienti principali dei mulini delle abbazie e la macinazione si trasform cos in una vera e propria operazione commerciale, sempre pi rivolta verso lesterno . A S. Galgano la conduzione indiretta delle terre, non limitata a singoli appezzamenti ma estesa a
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delle zone intere, una pratica che i monaci adottarono molto presto , ed anche la molitura sembra di conseguenza diventare per labbazia un vero e proprio affare, che coinvolgeva a vasto raggio una clientela proveniente anche dal di fuori delle terre del monastero. del 1223 il gi citato contratto stipulato dallabbazia con un gruppo di privati, che acquistarono la met del Mulinaccio (Sito 10 UT 1), ove compaiono alcune clausole interessanti: era infatti previsto limpegno, da parte dei mercanti acquirenti, di far portare senza interruzione n frode salme di frumento a macinare al mulino e di non portarlo a macinare in altro luogo; si specificava inoltre che, se per qualche motivo il mulino in questione non avesse potuto funzionare, i soci avrebbero dovuto portare il grano ai mulini che il monastero possedeva a Campora. Sembra di capire, quindi, che labbazia, dovendo in quel momento vendere o impegnare la struttura per necessit finanziarie contingenti, tendesse a ribadire chiaramente il proprio tentativo di monopolio sulla molitura nella zona, cercando di impedire che ci si rivolgesse ad altri impianti vicini, i quali esistevano
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e sui quali il monastero avrebbe messo

le mani solo dopo la met del secolo . Quello del Mulinaccio , tra laltro, il primo esempio di gestione in compropriet fra il monastero e terzi. Anche la compropriet dei mulini ed altre strutture produttive era vietata dalla Regola che per, dopo un periodo iniziale, venne un po dovunque largamente disattesa. La gestione dei mulini di S. Galgano nella nostra area proprio un chiaro esempio di tale inversione di tendenza, in quanto il monastero cogestiva le strutture con chiunque capitava, da altri enti ecclesiastici ai comuni, da consorzi di privati a famiglie aristocratiche. I soci del monastero cistercense erano, infatti, il monastero di Torri (Siti 5, 15, 16 dal 1258; Siti XII, XVI dal 1288), il monastero di S. Eugenio (Siti 17, X dal 1289), gli Eremitani di Camerata e la Canonica di Monticiano (Sito V dal 1264), lOpera Metropolitana (Sito XI, dal 1271), il comune di Monticiano (Siti IVa, V dal 1249), il conte di Frosini (Sito 19, nel 1271), le famiglie Incontri e Bonsignori (Sito XI dal 1271), un consorzio di membri delle famiglie Scotti, Giulli e Angelini (Siti 15, 16, 17, X, XII dal 1256) ed una gran quantit di piccoli proprietari e artigiani non meglio identificabili. Limportante sembra essere solo laccaparramento del maggior numero possibile di quote-parti delle strutture molitorie. La terza fase, nella politica di gestione degli impianti, rappresentata dalla concessione in affitto dei mulini ad operatori laici in cambio di un canone. Di questa pratica, che dalla seconda met del XIII sec. viene spesso adottata dallordine cistercense , anche per il monastero di S. Galgano sono noti alcuni casi. Ad esempio, nel 1289 abbiamo la notizia che i possedimenti di Monticiano, e forse anche i mulini ivi esistenti, erano gestiti in proprio da un converso , mentre nel 1304 il mulino di Moverbia (Sito 7) viene ceduto in affitto ad un abitante del Belagaio per tre moggia e dodici staia di grano; infine nel 1313 i monaci decidono, in pieno accordo con lOpera di S. Maria di Siena, di dare in affitto la propria met del Mulino di Foiano (Sito XI), i cui contratti di locazione si susseguono poi regolarmente fin dopo la met del Trecento. Sulla base di questi soli dati non si pu dire molto, ma limpressione che si ricava quella di una certa reticenza, fino ad epoca relativamente tarda, a rinunciare alla gestione diretta
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delle strutture molitorie, mentre come abbiamo detto per le terre essa viene adottata piuttosto presto e su larga scala. Soltanto alcune parole, infine, a proposito del ruolo svolto dai Cistercensi nella diffusione delle tecnologie idrauliche. Riguardo alle prime filiazioni di questo ordine ci si spesso chiesti se i monaci siano stati degli innovatori ed abbiano sperimentato ed inserito nuove tecnologie nei territori in cui si insediavano, oppure se abbiano sfruttato mezzi tecnici gi noti localmente. Per il caso dei mulini ad acqua di S. Galgano, fondazione tarda, abbiamo gi visto che si pu escludere lintroduzione della tecnica molitoria idraulica nella zona da parte dei monaci. Tuttavia, proprio le vicende di questa abbazia offrono diversi elementi che confermano lipotesi secondo la quale i Cistercensi avevano messo in piedi, ad uso interno dellOrdine, una sorta di formazione tecnica e professionale che permetteva loro di disporre immediatamente, anche in filiazioni lontanissime, di esperti in possesso di ampie conoscenze in materia tecnica . notissimo, ad esempio, che fu a Donno Gnolo, monaco di S. Galgano esperto nelle discipline idrauliche, che il comune di Siena si rivolse nel 1267 per avere un parere tecnico sulla possibilit di realizzare una derivazione dal fiume Merse fino alla citt, cronicamente afflitta dalla scarsit di acqua ; e ancora i monaci di S. Galgano ricoprirono a partire dal 1258 limportante incarico di operarii dellOpera del Duomo di Siena , anche se non sappiamo se si trattava di un incarico tecnico in senso stretto oppure prevalentemente manageriale, come quello di Camarlinghi di Biccherna . Un converso di S. Galgano, per fare un ultimo esempio, sovrintendeva ai lavori di costruzione delle mura del nuovo borgo che il comune di Siena stava edificando a Paganico . Una situazione analoga si ritrova anche a Firenze, dove i Cistercensi di Settimo, filiazione di S. Galgano, ricoprirono le cariche di tesorieri e camarlinghi del comune, oltre ad assumere la direzione di cantieri per la costruzione di fortificazioni, come quello per le mura di Buggiano dal 1346 in poi . Per il caso di S. Galgano si pu comunque concludere che i monaci, per poter in parte creare e in parte gestire una tale rete di opifici idraulici, dovevano sicuramente distinguersi per capacit tecniche e conoscenze nel campo. Alla fine, per, forse non questo che colpisce di pi nelle vicende dei loro mulini, bens lo spirito di imprenditorialit, loculatezza nella gestione, la capacit di approfittare di una buona congiuntura economica, che permisero loro di realizzare un progetto di cos vasta portata. 3.3. Altri enti ecclesiastici Durante il XIII secolo, e soprattutto nella seconda met, il monastero di S. Galgano ricopr indubbiamente un ruolo di primo piano nella gestione dei mulini nella nostra zona, ma molti altri enti ecclesiastici costruirono impianti molitori o ne furono in possesso almeno in parte. Bisogna, infatti, sottolineare ancora una volta limportanza che riveste il tipo di documentazione disponibile nella ricostruzione di questo quadro. La principale fonte di informazioni riguardo agli impianti molitori della zona costituita proprio dai Caleffi dellabbazia cistercense;
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di conseguenza, se sono innegabili la politica di accaparramento attuata da S. Galgano ed una preponderante presenza del monastero nellattivit molitoria di tutta larea considerata, probabile che esse appaiano ai nostri occhi in un certo senso ingigantite entro la prospettiva offerta dalle fonti consultate. Come vedremo, infatti, sulla base dei dati ricavabili da un pugno di documenti superstiti, sembra che nella nostra zona altri ordini monastici, quali ad esempio i Vallombrosani, siano stati pi precoci e probabilmente maggiormente innovatori, rispetto ai Cistercensi, nel campo delle tecnologie idrauliche applicate alla macinazione. Per quanto riguarda lalta Val di Merse abbiamo gi proposto lipotesi che labbazia di Serena possedesse, fin dallXI-XII sec., alcuni mulini nelle terre lungo il fiume in prossimit di Chiusdino. Nellarea possedevano mulini anche alcuni enti ecclesiastici minori: i frati Eremitani di Camerata, presso Monticiano, e la Canonica di Monticiano. I primi gi precedentemente al 1223 possedevano degli impianti che vengono citati in modo indiretto, quando ormai sono in rovina, in un documento che riguarda il Mulinaccio di S. Galgano ; nel 1276, inoltre, tentarono di acquistare dal comune di Monticiano, che era gravato dai debiti, 2/24 del mulino di Ripetroso (Sito V) e del mulino con gualchiera di Lupinari (Sito IVa), ma li cedettero immediatamente al monastero di S. Galgano non avendo sufficienti disponibilit per pagarli. Della Canonica di S. Giusto di Monticiano sappiamo che nel 1264 possedeva la sesta parte delle due strutture citate sopra, in compropriet col comune: erano concesse in affitto a privati per 13 moggia e 12 staia di grano. Sempre nellalta Val di Merse si riscontrano interessi nei mulini da parte delle pievi della zona. La pieve di Luriano riscuoteva lo ius decimarum sui mulini di Campora (Sito VII); il diritto di decima, comunque, che pertiene tradizionalmente alle pievi ed ai vescovi, non implica affatto la propriet delle strutture o di parti di esse
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. Le decime in questione risultano cedute dal pievano, prima del 1221, al


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conte di Civitella Bonifazio , che in precedenza era proprietario di parte di questi mulini. Certamente di propriet si trattava invece nel caso della pieve di S. Giovanni a Monte, presso Frosini: nel 1245, infatti, a causa dei debiti accumulati, il pievano vendette la met di un mulino sul Frelle al monastero di S. Galgano (Sito 19). Per quanto riguarda la bassa Val di Merse, iniziatore e maggiore protagonista dello sfruttamento idraulico, nella zona di Brenna ed Orgia, fu il monastero di Torri. probabile, come accennato in precedenza, che il monastero avesse costruito mulini nellarea gi dal XII secolo, momento della sua massima fioritura, o dai primi anni del XIII. Nel 1245, infatti, anno in cui si progettava di costruire nuovi mulini in compropriet col comune di Siena, labbazia risultava gi proprietaria di altri impianti sul Merse: erano almeno due, uno denominato de Saxis (Sito 5) e laltro de Volta . Questi impianti, ancora in un documento della seconda met del XIII sec. risultano infatti interamente di propriet del monastero, senza la partecipazione di altri soci. Le strutture superstiti del mulino de Saxis, inoltre, individuate sul versante del poggio di Montestigliano, sono costruite con una tecnica muraria molto accurata, che sembra riportare ad un ambito cronologico di
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XII. Per alimentare questi due mulini, i monaci realizzarono lo scavo del primo tratto di una lunga gora, che probabilmente solo in seguito fu prolungata per servire i mulini del Pero, Serravalle e Palazzo nella pianura tra Brenna, Stigliano ed Orgia (Siti 15,16,17). Al 1245, infatti, risale latto con il quale il monastero fu preso sotto la formale tutela del comune di Siena: in quella occasione labate Alberto promise al podest di Siena di costruire su terra del monastero, nel tratto tra il mulino de Saxis e la steccaia Cathalani et filiorum Guazini, due edifici ospitanti quattro palmenti. Tutte le spese di costruzione e manutenzione dovevano essere a carico dellabbazia, la quale in cambio si riservava i proventi di tali strutture per cinque anni, dopodich esse sarebbero state gestite in compropriet con il comune. Si prevedeva, inoltre, di costruire eventualmente in seguito, a monte del mulino de Saxis, un altro edificio con quattro palmenti, sempre su terra del monastero, i cui proventi sarebbero stati subito a met con il comune. Infine si concedeva al comune di costruire per proprio conto, se lo avesse voluto, dei mulini su terra del monastero, con la possibilit di prelevare tutto il legname e le pietre necessarie alledificazione . Le due strutture in questione erano il Mulino del Pero (Sito 15) ed il Mulino di Serravalle (Sito 16); quando, nel 1258, il comune di Siena vender la sua parte di questi due notevolissimi impianti, labbazia di Torri si ritrover in compropriet col monastero di S. Galgano e con i suoi tre soci. Oltre a questi opifici, labbazia di Torri nel 1262 risulta proprietaria, sempre nel piano di Orgia, di una quota non precisata del mulino delle Guazzine (Sito XII), che appare suddiviso tra numerosi soci. Per il terzo mulino citato nel documento del 1245, rimangono dubbi se esso fu poi effettivamente costruito: nella zona immediatamente a monte del mulino de Saxis non si sono riscontrate tracce di altre strutture, ed difficile fare delle ipotesi sul luogo dove eventualmente poteva trovarsi, data la mancanza di qualsiasi indicazione topografica nel documento in questione. Si potrebbe comunque ipotizzare che ci si riferisse alle strutture di Mallecchi, luogo in cui labbazia possedeva delle terre, sulle quali mulini erano sicuramente presenti nel 1262 e dove, agli inizi del XIV sec., si trovavano le gualchiere possedute in compropriet tra il monastero di Torri e lArte della Lana di Siena (Sito IX). Sulla base di quanto detto sin qui, nonostante le notizie riguardanti i mulini di Torri provengano da un ristrettissimo numero di documenti, ritengo che in questo monastero si possa individuare uno dei primi e principali innovatori nel campo delle tecnologie idrauliche per la zona indagata: labbazia non acquist mulini, ma fu tra i primi a costruirne, e si tratta delle pi imponenti strutture tra tutte quelle individuate, in grado di raggiungere altissimi livelli produttivi . La gora che i monaci scavarono per alimentare questi opifici era una realizzazione di alta ingegneria idraulica, che comport il superamento di notevoli difficolt tecniche e limpiego di una grande forza-lavoro , ma che una volta ultimata era in grado di garantire la macinazione in pi impianti per tutto larco dellanno. Dal punto di vista economico, piuttosto chiaro che loperazione del 1245 fu un investimento di tipo essenzialmente commerciale: anche in questo caso, come abbiamo visto avvenire per S. Galgano, se per le strutture molitorie preesistenti si poteva pensare al fabbisogno interno del monastero, o a strumenti di controllo sul
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territorio, o a rendite provenienti dagli abitanti del luogo, laccordo col comune di Siena si inseriva ormai in una prospettiva pi vasta, che guardava soprattutto al crescente fabbisogno alimentare del vicino centro urbano. Lungo il basso corso del fiume principale, nel tratto rettilineo e pianeggiante a sud di Orgia, investivano in mulini altre tre importanti istituzioni: il monastero di S. Eugenio di Siena, lOspedale del S. Maria della Scala e lOpera del Duomo. Il primo, di antichissima fondazione, era stato fin dallorigine dotato di terre nella zona di Orgia, Montecapraia, Filetta, Cerreto a Merse, ma di questi possedimenti non si hanno molte notizie nei secoli successivi . Di mulini del monastero non sappiamo niente fino al 1289, quando esso risulta proprietario del mulino della Petriera ubicato nei pressi di Frontignano (Sito X): possibile che tale impianto, sorto in una zona dove si trovavano antichi possedimenti dellabbazia, fosse gi da tempo di pertinenza di questultima. Come spesso avviene, veniamo a sapere dellesistenza della struttura in seguito ad una controversia, nella fattispecie quella sorta tra S. Eugenio ed il monastero di S. Galgano coi suoi soci, a causa dei danni reciproci che la vicinanza dei due mulini, evidentemente ubicati lungo la stessa gora, provocava per la regolarit di afflusso delle acque. La lite venne risolta mettendo in piena compropriet le due strutture ed alcuni appezzamenti di terreno su cui passava il canale alimentatore. LOspedale del S. Maria della Scala, probabilmente lente religioso-laicale economicamente pi importante della Siena bassomedievale , dotato di un vastissimo patrimonio fondiario dislocato soprattutto nella Val dArbia, mostra piuttosto precocemente un interesse anche verso una struttura molitoria in Val di Merse: il mulino di Mugnone (Sito 14). Questultimo compare per la prima volta nella documentazione nel 1237, quando due privati donano allOspedale 3/8 dellimpianto; a questa prima donazione ne seguiranno altre ed anche acquisti da parte dellente tra 1240 e 1248. LOspedale, inoltre, intorno al 1275 si mostra estremamente pronto ad appropriarsi di alcune quote dello stesso mulino in seguito al mancato pagamento dei debiti che alcuni comproprietari avevano contratto con lente stesso. Acquisti di piccole quote della struttura, da parte del S. Maria della Scala, proseguono nel 1281, 1284, 1286: il tentativo di ricostruire la propriet appare piuttosto lungo e difficoltoso, soprattutto a causa dellestrema frammentazione delle quote, che arrivavano fino ad 1/32. Linteressamento a questo mulino - fra laltro piuttosto decentrato rispetto ai nuclei pi consistenti dei possessi fondiari dellOspedale - come abbiamo detto ci appare piuttosto precoce in confronto ai grandi investimenti in impianti molitori che questo ente, il pi grosso produttore di cereali del Senese, dispieg soprattutto nella prima met del XIV secolo . Di un altro mulino appartenente al S. Maria della Scala, questa volta sul Farma, abbiamo notizia molto pi tardi, nel 1380, quando lOspedale vender la propria met di un impianto ubicato nei pressi dei Bagni di Petriolo (Sito 12). Ad un altro opificio sul Merse, quello di Foiano (Sito XI), si volgono invece gli interessi dellOpera Metropolitana di Siena, istituzione il cui compito principale era la vigilanza sulla fabbrica della Cattedrale, ma che amministrava anche un vasto patrimonio immobiliare nel contado
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. LOpera, congiuntamente al monastero di

S. Galgano, attorno al 1271-72 comincia a rilevare quote del mulino soprattutto da membri della famiglia Bonsignori. Principale artefice di tali acquisti fu il famoso Frate Melano, che agiva sia in qualit di monaco di S. Galgano, sia in qualit di operarius, ossia responsabile, dellOpera di S. Maria. Lente nel 1282 possedeva 16/60 della struttura e la stessa quota nel 1305. interessante notare come in due documenti di quegli anni la propriet dellOpera sia ambiguamente identificata con quella del comune di Siena: ci si spiega evidentemente con il fatto che in questo momento in pratica ormai assoluta la compenetrazione tra ente di governo cittadino ed ente preposto alla fabbrica del Duomo 3.4. I proprietari laici Quello del ruolo svolto dai privati laici nella costruzione o gestione di impianti molitori entro la nostra zona rimane un capitolo abbastanza oscuro nel quale, con le poche informazioni disponibili, possibile aprire solo alcuni spiragli. Ci dipende essenzialmente dal tipo di documentazione rimasta, per lo pi di origine ecclesiastica, che rischia di falsare in parte le prospettive, evidenziando e testimoniando soprattutto quanto concerne il mondo degli enti religiosi, ma lasciando pi in ombra il resto. Anche nel nostro caso, infatti, ci troviamo di fronte ad un problema tipico della documentazione di questo periodo, cio lassenza di gruppi di documenti giuntici per tramite di archivi familiari. Come spesso avviene, quindi, la possibilit di conoscere qualcosa riguardo ai laici dipende in generale dal fatto che essi abbiano intrecciato relazioni con qualche ente ecclesiastico - nel nostro specifico caso con labbazia di S. Galgano, vista la quasi totale dispersione degli archivi appartenenti agli altri organismi religiosi della zona - tra le cui carte possono essere stati inglobati documenti che li riguardano . Per quanto ci concerne, dunque, possiamo contare sul fatto che entro la documentazione dellabbazia cistercense si trovano spesso delle carte il cui oggetto costituito da determinate propriet per il periodo precedente alla loro acquisizione da parte dellente monastico, o naturalmente molte in cui laici compaiono come cedenti delle strutture: questo consente di fare qualche osservazione anche riguardo alla loro presenza ed al loro ruolo. A ci si aggiungono, ma solo a partire dalla seconda met del XIII sec., alcune sporadiche notizie provenienti da fondi di famiglie private, che possono fornire qualche ulteriore informazione perlomeno sullidentit di certi proprietari. Due problemi in gran parte da chiarire sono leventuale origine signorile di alcuni mulini - documentati a partire dal XIII sec., ma che probabilmente esistevano gi in precedenza - e leventuale esistenza, precedentemente al periodo in cui i mulini cominciano a comparire nella nostra documentazione, di diritti signorili sugli impianti dislocati nel territorio sottoposto al controllo delle grandi famiglie comitali, come gli Ardengheschi o i Gherardeschi. Queste consorterie, infatti, detenevano il dominatus loci sulle aree controllate, che si esprimeva esercitando diritti non solo sulle terre proprie, ma anche su tutto il territorio sottoposto alla loro giurisdizione. In genere questi diritti riguardavano le strade pubbliche, i corsi dacqua, le foreste, i pascoli, cio tutti quei beni che non rientravano nella propriet privata, ma erano per tradizione destinati ad uso
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comune . Dai diritti esercitati sui corsi dacqua derivava, com ovvio, il controllo sui mulini, in quanto la costruzione di queste strutture era in genere subordinata ad uno speciale permesso del signore, il quale ritraeva poi un utile da tutti i mulini del territorio o sotto forma di una percentuale sul macinato, oppure della disponibilit gratuita degli impianti per determinati periodi . altamente probabile, dunque, che un legame tra mulini e signori locali sia esistito anche nella nostra zona, ma su tale aspetto la documentazione scarsissima . Dobbiamo dunque accontentarci, ancora una volta, di indizi: in primo luogo il gi citato atto di fondazione dellabbazia di Serena dove, tra i diritti concessi dai conti Gheradeschi, compaiono esplicitamente quelli sulle acque e sui mulini. In un secondo caso, ma il contesto non chiarissimo, forse possibile riscontrare una traccia di residui diritti bannali sui mulini. Si tratta della cessione ad un certo Burgundione di Dono di Luriano, avvenuta nel 1209, dei quattro mulini con gualchiera di Campora (Sito VII), i quali risultano suddivisi tra Ranieri di Ciolo, Paganello e Bernardino di Ugolino e Bonifazio di Guido, tutti conti di Civitella, appartenenti cio al ramo ardenghesco . Nel 1221 Bonifazio dona al monastero di S. Galgano ogni azione e diritto sui mulini sunnominati ed inoltre lo ius decimarum, che era stato a lui concesso dal pievano di Luriano. Questa cessione si differenzia dalle altre, riguardanti questi ed altri mulini, in quanto lunica in cui non ci si riferisce in concreto alla propriet delle strutture o loro parti (che fra laltro il conte aveva gi venduto in precedenza), ma si parla solo dei diritti su di esse. Infatti in quasi tutti i documenti di questo tipo si specifica, spesso con lespressione fissa cum omnibus iuris et pertinentiis, la cessione di diritti di derivazione delle acque, ma sempre con preciso riferimento alla parte o alle parti vendute della struttura. Ma lindizio certamente pi chiaro, ancorch piuttosto tardo, riguarda il mulino sul Frelle, presso Frosini, che nel 1271 risulta appartenere in parte al monastero di S. Galgano ed in parte ad Ugolino di Bartalo, detto Moscone, conte del soprastante castello e membro della casata gherardesca. Quando nel 1273 Ugolino, insieme a Filiano di Filiano della Suvera, ceder al monastero il castello di Frosini con tutte le sue propriet (tra cui la quota del suddetto mulino), latto di cessione elencher numerosi diritti signorili, tra i quali espressamente quelli sui molendinis et in difitiis molendinorum del distretto castrense. Non un caso che il pi esplicito riferimento a diritti bannali sui beni di uso comune e sui mulini compaia in relazione ad una signoria di castello forte e ben strutturata, anche se ormai in declino, quale era stata quella dei Gherardeschi su Frosini. Al di l di questi casi, le fonti su tale questione non ci dicono altro. Va fatta comunque una constatazione: quando i mulini, ormai in pieno XIII sec., cominciano a comparire numerosi nei documenti, essi risultano svincolati da ogni residuo di banno signorile, sembrerebbero cio propriet allodiali, patrimonio di singoli privati, aristocratici e non, soggette senza alcun vincolo limitativo a trasmissione ereditaria, donazione, compravendita. Raramente compaiono notizie esplicite, nelle fonti consultate, riguardo ad iniziative di costruzione ex novo di mulini da parte di famiglie aristocratiche o comunque in generale di laici, ma ci dovuto quasi certamente alla carenza
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della documentazione stessa. Una chiara iniziativa da parte di due importanti famiglie senesi si riscontra, ad esempio, per il mulino di Foiano (Sito XI): costruito attorno al 1260, era diviso in quote tra alcuni membri della famiglia Bonsignori e di quella Incontri; soltanto a partire dal 1271 nella propriet della struttura subentreranno il monastero di S. Galgano e lOpera del Duomo di Siena, che assorbiranno progressivamente le quote dei proprietari laici - i quali pi volte sembrano versare in difficolt e sono costretti ad impegnare parti del mulino come garanzia di prestiti mascherati - fino alla loro definitiva estromissione. A parte il caso citato, comunque, anche per altri mulini, riguardo ai quali non compare mai, o solo tardivamente, la propriet di enti ecclesiastici, logico presumere una iniziativa laica nelloriginaria edificazione . Anche per il mulino di Torniella, riguardo ai cui proprietari non sappiamo assolutamente nulla se non in epoca tarda, possibile ipotizzare una iniziativa laica e probabilmente signorile: infatti, lassenza nella zona di grandi domini ecclesiastici e la dislocazione topografica del mulino in stretta connessione con il castello soprastante, potrebbero far pensare ad una relazione con i signori locali, della dinastia di un Ranieri, qui attestati tra fine XII e met XIII sec. ed inseriti nel pi ampio dominio aldobrandesco . Ma passiamo rapidamente in rassegna i proprietari di queste strutture. Innanzitutto abbiamo visto che mulini erano compresi tra i possedimenti di grandi famiglie comitali o di signori locali: il caso dei mulini citati tra le propriet dei Gherardeschi nel 1004, dei mulini sul Merse quondam Guaschi, di quelli appartenenti ai conti Ardengheschi a Campora e dellimpianto posseduto in parte dal conte di Frosini. In secondo luogo compaiono le casate aristocratiche senesi o membri di famiglie agiate probabilmente della ricca borghesia: ho infatti inserito in questo gruppo, oltre che gli appartenenti a famiglie senesi i cui nomi sono ben noti ed identificabili, anche tutti quei personaggi che compaiono nei documenti insigniti del titolo di dominus. da notare che, tra i proprietari laici di mulini, coloro che sono indicati con tale titolo rappresentano la netta maggioranza . Tra i nomi pi noti di importanti famiglie cittadine nel XIII sec. compaiono i gi citati Incontri e Bonsignori per il mulino di Foiano (Sito XI), e ancora gli Incontri e i Tolomei nel mulino di Mugnone (Sito 14). A partire dal 1258 i principali soci dellabbazia di S. Galgano nei mulini del Pero (Sito 15), Serravalle (Sito 16), Palazzo (Sito 17), Guazzine (Sito XII), Frontignano (Sito X) sono un ricco componente della famiglia Scotti ed uno della famiglia Ardengheschi . Per quanto riguarda il XIV secolo vediamo che i Saracini possiedono un mulino nella loro corte di Castiglion Balzetti (Sito XIV) e che il mulino di Montarrenti (Sito XV) appartiene per una porzione non specificata a Johannes domini Meschiati, della famiglia dei Petroni, padrone anche del cassero e della maggior parte dei beni in zona. Sempre a Giovanni dei Petroni, probabilmente la stessa persona, apparteneva nel 1318 un mulino con gualchiera in corte di Montecapraia (Sito XVIII), il cui cassero e fortezza risultavano divisi tra lui ed il fratello Caterino. Infine nel 1338 alcune quote del mulino di Rigocervio (Sito XVIII) vennero vendute da un Tolomei ad un Forteguerri. Nelle carte concernenti i mulini della nostra zona compare anche, pur se in
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minore misura, una folla di piccoli proprietari privati, dei quali poco sappiamo, che potrebbero essere artigiani o mercanti, ma di cui solo in pochi casi si specifica lattivit: ad esempio nel 1223 tra gli acquirenti del Mulino Vecchio (Sito 10 UT 1) definiti genericamente mercatores - compare anche un medico e nel 1303 due maestri dellarte della legna posseggono una quota del mulino di Ripetroso (Sito V). Questi personaggi detenevano in prima persona piccole quote dei mulini, oppure erano riuniti in una sorta di consorzi, come nel caso dei 14 privati che acquistarono la met del succitato Mulino Vecchio. Un altro esempio sono i numerosi proprietari elencati nel 1262, insieme allabbazia di Torri e ad un dominus iudex Tommaso di Pietro, per il mulino delle Guazzine (Sito XII). Di altri non conosciamo che i nomi e talvolta non viene nemmeno precisamente specificata la loro quota di propriet. Una buona porzione possedevano Simone di Giovanni di Torri (1/3) e Guiduccio di Andrea di Rosia (1/2) nel piccolo mulino di Montarrenti (Sito XV); una certa dose di iniziativa nel settore mostra poi un certo Paganello di Iammorde, che tra il 1258 e il 1261 ricostruisce la propriet del mulino di Pelago Mare (Sito 7) ricomprandone varie quote divise tra alcuni domini precedentemente proprietari. difficile da inquadrare, infine, la figura di Iacopo Angelini, che nel 1258 compare come socio del monastero di S. Galgano, Pietro Scotti e Viviano Giulli nel grosso affare dei mulini di Orgia e Brenna (Siti 15, 16, 17), ma che gi nel 1262 completamente sparito dalla propriet di questi mulini e le cui quote sono state riassorbite dagli altri soci: probabile che abbia dovuto ritirarsi per problemi finanziari. Un dato emerge con una certa chiarezza: a fianco di una propriet ecclesiastica consistente, tendenzialmente omogenea e piuttosto salda nel lungo periodo, quella laica risulta pi mobile, frazionata (soprattutto a causa delle suddivisioni ereditarie), spesso freneticamente soggetta a passaggi di mano. Proprio per questo essa anche pi difficile da definire con chiarezza nei suoi contorni, in quanto raramente possibile seguirne levolversi attraverso una documentazione di matrice essenzialmente ecclesiastica. Si deve tuttavia sottolineare la massiccia presenza in questo settore di un po tutta laristocrazia mercantile senese ed il forte carattere di investimento che assumono le strutture molitorie, spesso costruite, acquistate e gestite mediante dei veri e propri consorzi, sistema che evidentemente permetteva di ammortizzare meglio le ingenti spese che gli interessi in questo settore comportavano. 3.5. Il comune di Siena Com noto, Siena sorge al centro di un territorio fra i pi aridi della Toscana: mancano, nelle immediate vicinanze della citt, non solo fiumi navigabili, o perlomeno a portata perenne, ma anche torrenti di una certa consistenza. Per tutta lepoca medievale, e soprattutto nei secoli di maggiore sviluppo demografico ed economico del centro urbano, la storia di Siena segnata dalla mancanza o almeno dalla scarsit dacqua, che condizion pesantemente gli usi alimentari ed industriali della citt, costringendo i vari governi cittadini ad affrontare, spesso in situazioni di emergenza, questa spinosa questione
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. A tale proposito Duccio

Balestracci , nellambito di un contributo sullorigine e lo sviluppo della rete di bottini - cio acquedotti - sotterranei medievali, ha messo in luce tutta una serie

di problematiche strettamente legate alla scarsit dacqua in Siena durante il periodo comunale: le difficolt alimentari derivanti dai problemi per la macinazione, linsufficienza di acqua potabile nel momento di massima espansione della citt, la situazione di inferiorit rispetto alla vicina Firenze nella produzione dei panni di lana, le difficolt per le attivit produttive del cuoio e del ferro, la conseguente continua, affannosa ricerca di nuove vene dacqua, cui si riconnettono le famose leggende sullesistenza di fiumi sotterranei sotto la citt . Proprio il problema della macinazione divenne particolarmente urgente a partire dalla prima met del Duecento, quando la domanda di farina da parte di una popolazione in rapido aumento si fece sempre pi alta. Il Duecento difatti il secolo nel quale landamento demografico della citt medievale sembra raggiungere il culmine
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, mentre le colture cerealicole si estendono al limite del

possibile , ed evidente la stretta connessione che lega questi due fenomeni allattivit molitoria. Per poter macinare si cercarono varie soluzioni e, nonostante intorno alla citt non ci fossero corsi dacqua di rilievo, ci si arrangi come si poteva, costruendo mulini sul torrentello Tressa, che scorreva in prossimit delle mura, soprattutto fuori della porta di Fontebranda
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, o su altri rigagnoli dei dintorni, come il

Riluogo, il Bozzone, il Bolgione . Il comune rivolse inoltre la sua attenzione, tra 200 e 300, al progetto di costruzione di una serie di molendina sicca nella Montagnola ed alta Val dElsa, per impedire che gli abitanti, in caso di estrema necessit, fossero costretti ad andare a macinare fuori del territorio senese . Negli anni 30 del XIII sec. abbiamo anche notizia di un tentativo di utilizzo del motore eolico, dei cui esiti, probabilmente scarsi, non sappiamo nulla . Ma evidente che per ovviare ad un cos forte condizionamento ambientale, lunica soluzione radicale era quella di portare il grano a macinare in localit pi lontane dalla citt. Una zona ricca dacqua tra quelle dislocate ad una distanza relativa, e da Siena politicamente controllate, era proprio larea oggetto di questa indagine e ad essa, a partire dagli anni 40 del Duecento, il comune guard come al principale polo di macinazione del grano. Che tale soluzione fosse inevitabile, per quanto economicamente onerosa rispetto alla situazione di citt che potevano contare sulla presenza di corsi dacqua al loro interno, lo si legge a chiare note ancora in un testo del 1388 dove si lamenta la caristiam macinatus propter defectum aque molendinorum Tresse et aliorum propinquorum unde expedit eis ire ad macinandum ad molendina Merse et alia loca remota civitatis Senarum . Dopo il 1245, dunque, in seguito allaccordo gi descritto e citato pi volte nei paragrafi precedenti, il comune di Siena divenne comproprietario, insieme allabbazia di Torri, dei due grandi complessi molitori a quattro palmenti del Pero e di Serravalle (Siti 15 e 16), oltre che di un altro impianto a quattro palmenti, sempre in zona, se effettivamente esso fu costruito. Decisamente tale accordo contiene in s delle clausole particolarmente vantaggiose per il comune: tutte le spese di edificazione e manutenzione ricadevano sullabbazia, anche se essa
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come compenso si riservava gli utili per cinque anni; il monastero doveva quindi garantire di mettere a disposizione sia le terre di sua propriet, sulle quali dovevano essere costruiti gli edifici e realizzati i canali di derivazione, che la manodopera ed i materiali da costruzione, oltre naturalmente al bagaglio di competenze tecniche necessarie per portare a termine tali opere. In questa prima fase, dunque, il comune non sembra poter prescindere dalla collaborazione con lente monastico per la realizzazione del progetto: lappoggio fornito dai monaci di Torri - evidentemente dotati di collaudata esperienza nel campo degli impianti idraulici e particolarmente partecipi alle affermazioni ed allo sviluppo dellorgano di governo cittadino - dovette quindi essere decisivo, sia dal punto di vista economico che tecnico, per garantire il successo dellente comunale nellarricchire di ruote il paesaggio del contado. Tuttavia la formazione di una vera e propria societ con il comune di Siena, che si era da tempo avviato verso un controllo integrale dei flussi di grano , poteva portare anche allabbazia dei vantaggi economici notevoli, con larrivo di grossi introiti derivanti dalla molitura su vasta scala di cereali destinati al mercato urbano. Che su questa zona si fosse ormai concentrata lattenzione del comune lo dimostra poi la costruzione nellanno seguente, il 1246, sotto limpulso del podest Gualtieri da Calcinaia, del grande Mulino Palazzo (Sito 17) ai piedi dellaltura di Orgia, questa volta assumendo lintero carico delledificazione, ma sfruttando le stesse opere di derivazione realizzate dai monaci di Torri . Lo dimostra, inoltre, anche il progetto, inserito nel Constituto del 1262, de construendis molendinis pro comuni Senarum et quot in flumine Merse a molendinis de Mallecchio usque ad molendina de Rigocervio (lindicazione topografica estremamente vaga ed ampia, comprendendo in pratica tutto il tratto di fiume dalla zona di Mallecchi fino a quella sottostante Montepescini). Progetto che per probabilmente rimase tale, dato che di questi impianti non si trova pi alcuna traccia documentaria successivamente e che lente cittadino non risulter proprietario di altre strutture. Oltre che nei mulini, in questa zona il comune di Siena si impegn nella bonifica del Padule di Orgia, che occupava la porzione di pianura prospiciente Torri e Stigliano. La palude, prima posseduta in compropriet con labbazia di Torri, nel 1240 fu concessa dal comune ad un consorzio di cittadini, che si organizzarono in una societ con propri Statuti, in cui si prevedevano lo scavo di fossati, la realizzazione di argini e limposizione di norme severe per la manutenzione di questi ultimi . Venne inoltre potenziata, o realizzata ex novo, la rete viaria, spesso dotata di ponti, che collegava la citt con labbazia di Torri ed i mulini del Merse, ed inoltre il tragitto che percorreva la bassa Val di Merse in direzione di Macereto e Petriolo . Linteresse del comune nei riguardi di questa zona culmina poi nel gi citato progetto di adduzione delle acque del Merse fino alla citt, la cui prima menzione si trova ancora una volta nel Constituto del 1262 , progetto del quale non si fece mai nulla e che era del resto sostanzialmente irrealizzabile. Ma torniamo ai mulini che il comune possedeva lungo il Merse, per constatare
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il verificarsi di un importante cambiamento: nel 1258, infatti, solo pochi anni dopo che erano entrati in funzione, il comune vendette i propri mulini di Orgia e Brenna, cio la met di quelli del Pero e Serravalle e lintero Mulino Palazzo. Il motivo era la carenza di denaro liquido necessario per la costruzione delle mura cittadine e per estinguere i debiti contratti presso alcuni usurai. Al comune subentrarono, come gi visto, il monastero di S. Galgano in societ con dei privati e nel Constituto del 1262 fu inserita una rubrica specifica, riguardante la vendita di questi importanti mulini . Da questo momento in poi, nella documentazione reperita, il comune non comparir pi come proprietario o anche solo comproprietario di mulini in tutta la zona . Ci non significa affatto che il governo cittadino non continuasse ad avere un controllo sulle strutture molitorie: infatti lintervento del potere pubblico in questo campo, se altrove si attu mediante la costruzione e gestione in proprio di una rete di impianti molitori , per Siena sembra realizzarsi essenzialmente tramite strumenti legislativi. Essi erano diretti alla regolamentazione dellattivit molitoria e soprattutto a garantire lefficienza e lincremento delle strutture. Le acque costituivano per Siena un bene talmente agognato e la cui fonte di ricchezza era tanto evidente, che esse non potevano non richiamare lattenzione delle autorit pubbliche, tanto pi che, dopo i secoli centrali del Medioevo, si andava reimponendo un po dovunque il concetto che i corsi dacqua fossero un bene pubblico, la cui tutela e salvaguardia spettava perci agli organi comunali . Di conseguenza, anche l dove non esistevano mulini pubblici, o essi erano poco importanti, il servizio della molitura, proprio perch ritenuto essenziale per una buona organizzazione della citt, era rigidamente controllato dalle autorit comunali, che dettavano norme tassative circa le modalit di svolgimento . questo un passaggio importante che, a Siena come altrove, segna di fatto la scissione tra il concetto di propriet privata e allodiale dei mulini e dellacqua che li azionava, ed un concetto di pubblicit delle acque e delle strutture molitorie, supporto ideologico ad una politica comunale che non necessita pi della propriet di fatto per imporsi, ma interviene ormai a vasto raggio anche sulle strutture private ritenute di pubblica utilit. Gli interventi sono molteplici, precisi, particolareggiati e vale la pena di elencarli in dettaglio, cominciando in primo luogo dalle norme inserite negli Statuti cittadini. Ad esempio si impone ai proprietari dei terreni rivieraschi di vendere a chi voglia costruire nuovi mulini le strisce di terra necessarie allo scavo di canali
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e si concede a chi possiede almeno tre parti di un terreno di edificarvi


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un mulino anche contro la volont del comproprietario . Inoltre si vieta di occupare fossati alterando il consueto corso dellacqua, nel caso che ci impedisca il regolare afflusso ai mulini, e si obbliga a costruire ponti nei punti in cui i canali tagliavano delle strade pubbliche
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. Si impedisce poi la costruzione di


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nuovi opifici nel caso che danneggino quelli preesistenti struttura e laltezza delle steccaie dei mulini
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, si controllano la

, si regolamentano con precisione

le modalit di trasporto delle granaglie

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, si impone un controllo minuzioso sul


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grano che arriva al mulino e la farina che ne esce

, codificando rigidamente le
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misure di capacit dei bozoli di rame in cui si riponeva la farina


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ed il prezzo

da corrispondere ai mugnai per la molitura . Si crea infine una sorta di commissione addetta alla risoluzione delle controversie che sorgevano frequentissime tra i comproprietari dei mulini . evidente che, in particolare con alcune di queste norme, il comune ha ormai avocato a s il controllo dei diritti sulle acque, esautorandone di fatto i proprietari dei terreni rivieraschi in base al principio dellutilit pubblica. Tale acquisizione non appare tuttavia ancora completa nei confronti degli enti ecclesiastici, i cui diritti sembrano pi difficili da scalzare. In questo caso il comune deve accontentarsi di formulare e perseguire un simile proposito destinato in realt solo a parziale realizzazione: infatti, per quanto concerne le norme relative alla distruzione delle novit costruite nei mulini ed al controllo dellaltezza delle steccaie, si specifica che esse non valgono per gli ecclesiastici, a meno che questi ultimi non vogliano spontaneamente sottoporvisi . Un altro punto da sottolineare levidente protezione pubblica accordata ai mulini, che traspare da molte delle direttive sopra elencate. Questa sorta di favore concesso dalle autorit comunali ai mulini ad acqua, giustificato innanzitutto dalla indispensabile funzione che essi svolgevano nel settore dellapprovvigionamento alimentare, tanto pi urgente quanto pi popolosa era la citt. La mancanza o scarsit di grano, pane, farina, o il loro alto prezzo, oltre che affamare ampie categorie di cittadini, poteva infatti costituire anche un ottimo pretesto per rivolte e sommovimenti popolari ; di qui tutta una serie di provvedimenti tesi ad impedire laccaparramento o lesportazione dei grani fuori del contado, se non dietro concessione di speciali licenze dette tratte, e a favorirne viceversa laffluenza sul mercato cittadino, a regolamentarne le modalit di trasporto, ammasso e vendita, a controllarne i prezzi . Oltre alle norme contenute nei Costituti, per Siena possediamo anche lo Statuto degli Ufficiali sopra i Mugnai, che fu redatto nel 1281 anche se di una magistratura con competenze in materia, i domini mugnariorum, abbiamo notizia gi a partire dal 1226, e sappiamo che essi provvedevano al trasporto del grano, alla sua compravendita, alla macinazione ed alla riscossione della relativa gabella . I domini erano nominati e stipendiati dal comune e considerati come ufficiali minori dello Stato, segno evidente di un particolare interesse e controllo, da parte della comunit intera, verso i problemi dellapprovvigionamento e della limitazione del commercio di generi alimentari fondamentali. Dallo Statuto del 1281 risulta che i compiti pi importanti degli ufficiali erano la cura delligiene nei mulini, la sorveglianza dei bozoli e la punizione delle frodi nella misurazione della farina. Essi dovevano inoltre garantire che i mugnai adempissero continuamente alla molitura e che gli incaricati del trasporto (portitores) facessero ininterrottamente affluire il grano ai mulini (anche dirottandolo su altre strutture
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nel caso che alcune non potessero macinare), e viceversa la farina verso la citt. Questi ufficiali dovevano poi sorvegliare i mulini dei luoghi pii e religiosi e delle chiese tramite i tres homines de penitentia, i quali avevano il compito di pregare i rettori delle chiese affinch facessero osservare quanto stabilito dallo Statuto. In caso di inadempienza era prevista la proibizione a tutti gli uomini della giurisdizione senese di portare a macinare in tali mulini . A proposito di questa ultima norma, ci si pu ricollegare a quanto detto in precedenza riguardo alla progressiva acquisizione, da parte del comune, del controllo anche sulle strutture private o di pertinenza ecclesiastica: si pu notare, infatti, che, se le norme degli Statuti rispettano formalmente lautonomia degli impianti ecclesiastici, il comune aveva altri mezzi molto efficaci per far rientrare di fatto anche le strutture appartenenti ad enti religiosi sotto il proprio controllo normativo. La comparsa di una legislazione specifica e la creazione di magistrature con competenze in materia sono da interpretarsi come tappe di quel fenomeno di portata generale che vede ogni comune, con maggiore o minore lentezza, cercare di avocare a s i diritti sulle acque. In questo senso sono da interpretarsi anche le lunghe dispute che spesso si scatenavano, a proposito di mulini, tra comuni, vescovi o enti religiosi . Tuttavia per Siena non si segnalano evidenze di tale tipo ed anzi molti provvedimenti comunali sembrano mostrare una convivenza tutto sommato pacifica con questi poteri, e talvolta una stretta collaborazione con essi. Sembra dunque che il passaggio delle consegne sia avvenuto in modo indolore, senza episodi di imperio e contrasti clamorosi come altrove, anzi spesso trovando delle convergenze di interessi: riesaminando latto con cui il comune prende sotto la sua tutela labbazia di Torri e stipula laccordo sulla costruzione dei mulini, si nota che si tratta di un contratto che, anche se in parte sbilanciato in favore dellorgano cittadino, procura certamente notevoli vantaggi ad entrambe le parti stipulanti. Lattenzione delle autorit verso i mulini e lattivit molitoria era comunque spesso dettata anche da un altro motivo, cio dalla potenzialit di gettito fiscale che potevano rappresentare. Vi sono esempi di citt italiane in cui diverse imposizioni del fisco comunale gravavano sui mulini o sulla molitura con dazi di vario genere, che andavano da una imposta fissa annuale sulla base del censimento dei fuochi, ad un dazio da pagare direttamente al mulino in proporzione alla quantit di grano macinato, ad imposizioni calcolate in base al numero dei palmenti alloggiati nella struttura molitoria . Si osservato che, analizzando la fiscalit in materia annonaria in generale, e quella legata alla molitura in particolare, siamo spinti a ridimensionare il peso degli obiettivi di rifornimento alimentare che in un primo momento ci erano sembrati decisivi per motivare la sorveglianza cittadina sulle derrate . Siena non costituisce una eccezione a questa tendenza generale: nella selva di dazi e gabelle stabilite dal comune, che colpivano in particolare i prodotti alimentari nei loro movimenti, sono certamente previste imposte anche sulla farina proveniente dal contado, da pagarsi direttamente alle porte di Siena ; ma si trattava tutto sommato di dazi ordinari, che colpivano questa merce al pari di decine di altri prodotti. Molto pi degni di nota sono invece gli interventi
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comunali in fatto di tassazioni che colpivano direttamente loperazione della molitura. De Colli riporta la notizia secondo la quale vi sono tracce, nei libri di Biccherna e Consiglio Generale, di un ordinamentum in materia granaria almeno dal 1249 e di una delibera sulla violazione di questo, cio linvio di grano al mulino senza il relativo permesso: tale permesso potrebbe sottintendere una forma di tassazione . Il primo Statuto della Gabella, comunque, della fine del XIII sec., dedica numerose rubriche ad una minuziosa e severa regolamentazione delle entrate che dovevano pervenire alle casse comunali dalla macinazione del grano. Ci si preoccupava innanzitutto che tutti i mulini esistenti nel contado senese dovessero essere stimati da una commissione apposita ed essere affittati e quindi operativi (bisogna notare che i membri della commissione non dovevano partecipare alla propriet delle strutture, evidentemente per evitare frodi) . Inoltre, cosa ancora pi importante, si stabiliva che tutte le persone sottoposte alla giurisdizione senese dovessero andare a macinare solo ai mulini che pagavano la gabella al comune, sotto pena, in caso di trasgressione, di una multa di 10 lire per ogni salma e della perdita del carico e delle bestie (la met di questi ultimi sarebbe andata alleventuale delatore, laltra met al comune); la tassa consisteva in 5 soldi per moggio di frumento e ci si doveva assicurare che tutti i mulini, anche quelli di pi recente edificazione, la pagassero . Si noti bene il modo in cui questo gruppo di norme tendeva a stabilire un monopolio, da parte del comune, sui proventi che derivavano dalla molitura. Si stabiliva infine che anche chi non era soggetto alla giurisdizione cittadina, ma era proprietario di un mulino o sua parte nel contado senese, doveva ugualmente pagare la tassa al comune, sotto pena di essere escluso dalla protezione pubblica
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. Direttive simili erano previste

anche per i mulini a vento e per i molendina sicca . Il comune, dunque, non usava certo mano leggera anche in materia di imposizioni fiscali e di eventuali trasgressioni alla normativa. Gli interessi in gioco, come pi volte sottolineato, erano alti, sia in fatto di approvvigionamento, che di ordine pubblico, che di risorse finanziarie: la legislazione sui mulini appare dunque come il corollario della vasta ed articolata politica annonaria cittadina, perfezionata attraverso varie tappe per tutto il XIII secolo. 3.6. Considerazioni conclusive Diritti pubblicistici sulle acque e disponibilit economiche per gli investimenti necessari alla realizzazione degli impianti: non diciamo nulla di particolarmente nuovo individuando, anche per il nostro territorio, questi fattori come gli elementi chiave di cui era indispensabile essere in possesso per poter installare strutture molitorie idrauliche. Per quanto concerne i diritti sulle acque, dai dati a nostra disposizione emergono almeno tre fasi con caratteristiche diverse. La prima, cronologicamente pi antica, vede rientrare il controllo sui corsi dacqua, e quindi sui mulini, allinterno dei diritti signorili esercitati da famiglie aristocratiche o enti ecclesiastici su un determinato territorio. Di questo momento, come abbiamo gi

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sottolineato, con la documentazione disponibile si possono in realt soltanto individuare degli indizi, intravedere dei residui: ad esempio i diritti trasferiti dai Gheradeschi al monastero di Serena, quelli ceduti dal vescovo volterrano allabbazia di S. Galgano, quelli esercitati dal conte di Civitella sui mulini di Campora o dal conte di Frosini sulle strutture presenti nella giurisdizione del castello, anchessi ceduti allo stesso monastero. Una seconda fase, centrale e ben documentata dai dati a nostra disposizione, si individua invece in pieno XIII sec.: i diritti bannali sui mulini sembrano scomparire e tali strutture paiono rientrare ormai pienamente tra le propriet allodiali, oggetto di transazioni, passaggi ereditari, compravendite, cos come luso delle acque sembra adesso dipendere esclusivamente dalla propriet dei terreni rivieraschi e degli appezzamenti attraverso i quali si devono realizzare le opere di derivazione. Contemporaneamente, per, si va delineando una nuova situazione, ovvero lintervento degli organismi comunali che, soprattutto a partire dalla met del Duecento, cominciano a stabilire norme legislative che riguardano tutti i mulini, anche appartenenti a privati ed organismi religiosi, dislocati allinterno della giurisdizione senese. In pratica, con un procedimento che si pu definire circolare, il comune reintroduce il concetto di acque pubbliche, il cui controllo, in un tempo molto lontano, spettava addirittura allautorit regia, era stato poi assorbito nelle prerogative signorili locali, era infine andato perduto identificandosi ormai con la propriet privata. Passando a considerazioni prettamente economiche, quando si parla di mulini si richiama in genere lattenzione sugli alti costi che comportava linstallazione di una di queste strutture, derivanti da tre operazioni fondamentali: in primo luogo la realizzazione di sbarramenti, canali, bacini di raccolta, in secondo luogo ledificazione delledificio vero e proprio, infine la costruzione dei meccanismi interni in legno e ferro. Allinvestimento iniziale si dovevano poi aggiungere le continue spese necessarie per le opere di manutenzione, quali il ripristino degli sbarramenti via via che essi venivano danneggiati dalle piene, la ripulitura periodica dei canali, la riparazione o sostituzione delle parti usurate dei meccanismi; basti pensare soltanto alle mole, che da sole dovevano costituire un piccolo capitale sia per il loro valore intrinseco che per lonere del trasporto di cui erano gravate . A ci si deve aggiungere la semplice considerazione che i mulini erano edifici particolarmente soggetti alla completa rovina portata dalle piene e non era infrequente il caso in cui essi dovevano essere riparati, ricostruiti, o addirittura del tutto spostati di luogo, in seguito a violente alluvioni, con conseguente grave danno economico. Avendo bene in mente questa serie di caratteristiche, anche prescindendo da altre considerazioni riguardanti i diritti sulle acque, appare abbastanza logico constatare che i mulini si concentrassero nelle mani di quegli organismi o persone che avevano maggior potere ed un patrimonio pi solido: in primo luogo gli enti ecclesiastici, le grandi famiglie aristocratiche o borghesi, il comune. Lalto costo e valore degli impianti molitori spiega in parte anche il fatto che la propriet dei mulini appaia estremamente frazionata: si parla spesso di 1/9, 1/18, 1/24 e persino 1/36 o 1/60 di una struttura molitoria. Quasi mai i documenti riportano transazioni relative allintera propriet, mentre generalmente si tratta di porzioni pi o meno piccole. Ad esempio nellarco del XIII secolo soltanto in 6 casi
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gli impianti appartengono integralmente ad un unico proprietario e non si tratta mai di privati laici ; bisogna inoltre notare che in tutti questi casi si trattava di alcuni dei pi grandi impianti della zona. Anche la propriet di almeno met di un mulino piuttosto rara e riguarda ancora una volta quasi esclusivamente il comune di Siena o enti ecclesiastici. Il cerchio dei proprietari comincia ad allargarsi sensibilmente soltanto a partire dalla frazione 1/4, venendo a comprendere anche diversi privati laici. Negli altri casi ci troviamo di fronte a frazioni molto piccole ed ai gi citati esempi di consorzi, probabilmente formatisi per affrontare le spese dellacquisto e manutenzione di un mulino . fattore che verosimilmente pu aver contribuito a determinare questa frammentazione, pu essere stata loriginaria appartenenza a grandi aristocratiche, con le successive suddivisioni ereditarie secondo dellindiviso
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Un altro estrema famiglie listituto

; essa infine pu essere talvolta il segnale di beni appartenenti ad

intere comunit . Il continuo e progressivo frazionamento dei patrimoni favoriva, in un periodo di aumento demografico ed espansione economica, la mobilit e commerciabilit dei beni fondiari ed immobiliari, dando luogo a tutta una serie di transazioni. In particolare i mulini, per il loro alto valore intrinseco e per le notevoli rendite che garantivano, sembrano estremamente appetibili e quindi maggiormente soggetti ad operazioni finanziarie. Non solo: importante sottolineare come essi risultino essere considerati quasi alla stregua di moneta corrente, alla cui vendita, oppure pegno come garanzia di un credito, si ricorre per ottenere denaro liquido in caso di gravi difficolt economiche. Di questa ultima tendenza ci sono almeno quattro casi molto chiari nella nostra documentazione, cio la met del mulino sul Frelle ceduta a causa dei debiti dalla Pieve di S. Giovanni a Monte al monastero di S. Galgano, la vendita dei mulini di Brenna ed Orgia da parte del comune di Siena nel 1258, la cessione, ancora una volta per debiti, di met del mulino de Saxis, da parte del monastero di Torri nel 1288, infine la vendita di alcune quote dei mulini di Ripetroso e Lupinari, da parte del comune di Monticiano, avvenuta nel 1276. naturale che una tale mobilit favorisse chi poteva contare su una situazione patrimoniale pi stabile e quindi era pi in grado di approfittare della congiuntura favorevole: evidente ad esempio il caso di S. Galgano e del suo tentativo, portato avanti con tenacia, di razionalizzare ed allargare attraverso acquisti successivi il proprio controllo sugli impianti molitori di questo bacino idrografico. Ma la parzialit della documentazione non deve ingannarci: attorno a queste strutture ruotava un vasto mondo di interessi, che coinvolgevano anche molti altri enti ecclesiastici - praticamente tutti, come abbiamo avuto modo di vedere - e soprattutto le famiglie mercantili senesi, le cui operazioni immobiliari, per, non sono purtroppo percepibili nei dettagli. Laffare della molitura in fondo uno spaccato di vita medievale che coinvolge una folla di personaggi pi o meno piccoli, con le loro dispute per assicurarsi un po di acqua in pi, col loro frenetico andirivieni nella documentazione, con le loro fortune che talvolta aumentano e talvolta sfumano nellarco di pochi anni, travolte dai debiti o da una piena improvvisa del fiume.
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Antipatro di Tessalonica, Anth. Pal., IX, 418.

2 3 4 5 6 7

Strabone, Geograph., XII, 3, 30. Bennet-Elton, 1898-1904, vol. 2, p. 6, cit. in Muendel, 1974, p. 204. Plinio, Nat. Hist., XVIII, 97. Vitruvio, De Arch., X, V, 1-2. Cuomo di Caprio, 1985, p. 98.

Bennett ed Elton affermavano, ad esempio, che il mulino vitruviano doveva essere certamente conosciuto al tempo di Plinio, ma soltanto dai tecnici romani, mentre non doveva essere diffuso estesamente perch troppo complicato e costoso (Bennet-Elton, 1898-1904, vol. 2, p. 6, cit. in Muendel, 1974, p. 204). Gille riteneva che il mulino greco-romano comportasse una ruota verticale e che la presenza della ruota orizzontale in alcune zone dellEuropa occidentale fosse stata una recente importazione dei secc. XVI-XVII (Gille, 1954, pp.1-2). Secondo Curwen, che riesaminava la teoria di Bennett ed Elton alla luce di nuove fonti, il mulino orizzontale era giunto dallEst nel mondo mediterraneo e vi era conosciuto nel I sec. a. C. (Curwen, 1944, pp. 130-132). Forbes riteneva che lorigine della ruota orizzontale fosse incerta, ma che probabilmente essa fosse apparsa per la prima volta nelle zone montuose del Vicino Oriente e da qui si fosse diffusa ad Est ed Ovest, cfr. Forbes, 1962a, p. 603. Lynn White ipotizzava invece che la ruota orizzontale fosse stata uninvenzione barbarica, diffusasi da un ignoto centro posto a Nord-Est dellimpero romano, cfr. White, 1967, p. 147. Del tutto diversa limpostazione del problema proposta dal Needham, il quale, avendo dimostrato che i pi antichi mulini cinesi erano orizzontali, ritiene che prima dellera cristiana questo tipo abbia raggiunto il Ponto e si sia poi affermato lungo le coste mediterranee nei primi secoli dopo Cristo (Needham, 1981, vol. IV, cap. 27, par. 6). Bloch, 1969, p. 82 (ed. orig. 1935). Lidea che il mulino orizzontale rappresenti un meccanismo primitivo stata ancora ribadita in Makkai, 1981, pp. 169-170 e Reynolds, 1983, pp. 7 e 23. Dockes, 1991, p. 120; Balestracci, 1981, p. 133; Berretti-Jacopi, 1987, p. 33; Comet, 1992, p. 438, ha definito il mulino orizzontale un moulin denigr.
10 11 12 13 9 8

Muendel, 1974, p. 206; Muendel, 1984, p. 219. V. la ricostruzione proposta in Pierotti, 1993 p. 87. Comet, 1992, p. 443.

Attorno al 5-15% secondo Reynolds, 1984, p. 110, tra 10 e 20% secondo Makkai, 1981, p. 169. I calcoli presentati in Foresti-Baricchi-Tozzi Fontana, 1984, p. 75, riporterebbero un rendimento pi alto, attorno al 30-40%, ma ci si riferisce a meccanismi pi moderni, con maggiore impiego di parti in ferro.
14

Forbes, 1962a, p. 603: fornisce alcuni dati quantitativi sulla produzione

media.

15 16 17 18

White, 1967, p. 147; Comet, 1992, p. 441. Forbes, 1962a, p. 603; Comet, 1992, p. 440. Comet, 1992, p. 440.

Alpi, Prealpi, Massiccio Centrale, Jura, Pirenei, Bretagna, Corsica; alcuni esemplari sono rimasti in funzione almeno fino al XVIII sec., cfr. Dockes, 1991, p. 120.
19 20 21

Muendel, 1974, pp. 200-201; Muendel, 1984, pp. 218-219. Berretti-Jacopi, 1987, p. 24.

Moretti, 1985, pp. 241-242: i documenti medievali sono poco espliciti, in un solo caso si specifica che si trattava di un retrecinis. A questo proposito lautore propende per per una maggiore diffusione della ruota orizzontale anche nel Medioevo. Romby-Capaccioli, 1981, pp. 28-29: nessun esempio di ruota verticale presente nel comune di Barberino ed il mulino denominato Il Rotone, in cui si trovava la ruota verticale, rappresenta un caso isolato e piuttosto recente.
23 24 22

Carnasciali-Stopani, 1981, p. 6.

Pierotti, 1993. Si tratta di 22 piccoli impianti molitori, risalenti al XVII-XVIII sec., tutti a ruota orizzontale, concentrati lungo un tratto di circa 2 Km, alimentati da un complesso sistema di canalizzazioni e bottacci intercomunicanti. Allinterno di uno di essi si eccezionalmente conservato lintero ritrecine in legno. Raffigurazione di mulino a ritrecine orizzontale dal libro I del De Ingeneis, riprodotta in Taccola, Corpus, tav. 8.
26 27 25

Martini, Trattati, vol. 1, tavv. 63-68: pi di una dozzina di raffigurazioni.

Sullinteresse qualificato dei tecnici senesi nel settore delle applicazioni idrauliche, anche oltre i confini del XV sec., v. Galluzzi, 1991b, pp. 15, 26-27, 31 e Galluzzi, 1996, pp. 33 e sgg. Marchis, 1991, p. 115: in particolare Francesco di Giorgio raggiunge nei propri disegni la massima raffinatezza nella costruzione della palettatura, quasi anticipando la turbina idraulica. Le ruote orizzontali sono chiamate retecine o mulino terragnolo e devono avere delle pale costruite come gusci scavati et aperti alquanto da la parte di fore. Anche se non in maniera esplicita traspare che le ruote a gusci sono ruote veloci, che abbisognano di una piccola quantit dacqua ma cacciata con impeto, cio con elevata velocit dimpatto, erogata da un condotto distributore fatto a corno con una piccola uscita.
29 30 28

Lucrezio, De Rer. Nat., V, 515-516. Su questo tipo di ruota v. Makkai, 1981, p. 170 e Reynolds, 1983, p. 10, fig.

1.1.

31 32 33 34

Reynolds, 1984, p. 110. Comet, 1992, p. 42. Si tratta del tympanum e del tympanum dentatum, cfr. nota 5.

Si tent fino ad epoca tarda di migliorare il sistema: Leonardo da Vinci lavor a lungo tentando di inclinare i denti conici del lubecchio per diminuire lattrito, cfr. Comet, 1992, p. 424. Lalbero portava 18 pale unite da cerchioni sui lati esterni, formanti una ruota di 1,85 m di diametro; lacqua era fornita da un acquedotto. Cfr. Forbes, 1962a, p. 608; Reynolds, 1983, p. 36.
36 37 38 35

Reynolds, 1983, pp. 18 (e fig. 1.8), 36.

Ivi, pp. 97-98: si fornisce un elenco molto dettagliato delle pi antiche fonti iconografiche raffiguranti mulini idraulici. Moretti, 1985, pp. 242-243 e nota 93: il problema principale rappresentato dal fatto che il mulino a ritrecine non mostra allesterno alcuna parte del meccanismo e perci un artista che voleva rendere lidea di mulino doveva necessariamente ispirarsi al tipo di ruota verticale, che di solito posta allesterno delle strutture. Comunque spesso i mulini sono rappresentati senza riferimento al tipo di ruota anche nel XV e XVI sec. (presumibilmente era interna). Reynolds, 1983, pp. 97-98. Si vedano anche le caratteristiche tecniche della ruota idraulica scavata a Bordesley ( infra, Cap. III, par. 1.2), anche se si tratta di una ruota impiegata in un opificio metallurgico. Secondo Makkai, 1981, p. 174, il numero delle palette nelle ruote idrauliche verticali andava da 18 a 28 ed il diametro variava da 1 a 3 metri.
40 41 42 43 44 45 46 47 39

Muendel, 1984, p. 225. Il primo esempio del 1282, ivi, p. 227. Pini, 1987, p. 7. Chiappa Mauri, 1984, p. 18.

Forbes, 1962a, p. 606; Makkai, 1981, p. 171; Reynolds, 1983, p. 12, fig. 1.2; Reynolds, 1984, p. 110. Secondo il calcolo proposto in Reynolds, 1984, p. 110. Secondo Makkai, 1981, p. 175, il rendimento era di circa il 63%. Comet, 1992, p. 437. Il rendimento di una ruota di questo genere si aggirava attorno al 40% (Makkai, 1981, p. 175). Cfr. Forbes, 1962a, pp. 608-609; Reynolds, 1983, pp. 39-41. Un altro esempio di mulino idraulico verticale proviene dagli scavi dellAgor di Atene: risale al V sec. d.C. ed era alimentato da un lungo canale rifornito da un acquedotto; gli ingranaggi erano molto simili, anche per dimensioni, a quelli

descritti da Vitruvio. Sempre un acquedotto alimentava il mulino scoperto nelle Terme di Caracalla e databile al III-IV sec. d.C., cfr. Cuomo di Caprio, 1985, p. 99.
48 49

Reynolds, 1983, pp. 43, 54-55, 100.

Raffigurazioni di ruote per di sopra in Taccola, Corpus, tav. 36 e Martini, Trattati, vol. I, tavv. 63, 65, 66, 69; v. anche le riproduzioni in Galluzzi, 1996, pp. 184 e sgg.
50 51 52

Muendel, 1984, p. 225 e fig. 12. Ivi, p. 216: molinum franceschum.

Un molendinum franceschum viene aggiunto ad una vecchia struttura che conteneva gi un ritrecine, cfr. ivi, p. 228. Inoltre a Pistoia, nel 1387, lOpera di S. Iacopo possedeva un molino francesco dotato di ribecco e rocchetto, cio della coppia lubecchio/rocchetto-lanterna, cfr. Muendel, 1974, p. 214. Moretti, 1985, p. 242: nellEstimo pratese registrato unum molendinum franceschum.
54 53

Sulla manifattura laniera toscana e soprattutto fiorentina, si veda Melis,

1989. Berretti-Jacopi, 1987, p. 24. Inoltre unindagine svolta nel comune di Calci (Pisa), ha evidenziato che tutti gli opifici esistenti nei secoli XVII-XIX avevano ruote verticali a cassetta, mentre la lettura dei documenti darchivio pi antichi non consente di stabilire che tipo di ruote idrauliche fossero qui presenti in precedenza. Si ipotizza che fossero del tipo verticale azionato per caduta, dato che non si sono riscontrate tracce di strutture murarie relative alle condotte inclinate che, passando allinterno delledificio, mettevano in azione i ritrecini; inoltre la morfologia del territorio, a forte pendenza naturale, consentiva di sfruttare gli sbalzi del terreno per far cadere lacqua sopra le ruote idrauliche. Vi sono solo tre esempi di ritrecini ed uno di ruota a pale, tutti dislocati su unarea pianeggiante, cfr. Manetti, 1985, pp. 37-38. Questo ibrido non compare in nessuno dei manoscritti del Taccola, mentre una voce importante dei Trattati di Francesco di Giorgio Martini, completati nel 1489. A questa data, quindi, esso era divenuto una entit ormai formata nella tecnologia italiana. Su questo tipo di mulino, v. Makkai, 1981, p. 171; Reynolds, 1983, pp. 5758; Comet, 1992, p. 430.
58 59 57 56 55

Procopio, De Bel. Goth., V, 19, 19-20.

Se ne conoscono a Tolosa nel XII sec., in Provenza, a Venezia; sono numerosi a Parigi nel sec. XIV (ben 68) dove perdurano fino al sec. XIX; a Roma funzionavano sul Tevere ancora nel 1870: cfr. Forbes, 1962a, pp. 616-618; Comet, 1992, pp. 429-430. Un gran numero di mulini galleggianti sono presenti a Moncalieri nel XIII sec. e nel Monferrato agli inizi del XV (si veda la trattazione di Benedetto, 1993); nel territorio di Padova sono documentati dalla fine del XII sec.

ed in numero estremamente consistente, il pi alto in assoluto per lItalia, a met XIV sec. entro il centro urbano stesso: Bortolami, 1988, pp. 292-294.
60 61 62 63 64 65 66 67

Vedi Reynolds, 1983, p. 57.

Martini, Trattati, vol. I, tavv. 67-68; Taccola, Corpus, tav. 40; cfr. anche Galluzzi, 1991b, pp. 440-442. Muendel, 1984, pp. 224-225. Pirillo, 1989, p. 25. Cfr. le osservazioni di Benedetto, 1993, p. 67. Reynolds, 1983, p. 59; Comet, 1992, p. 433. Muendel, 1984, pp. 222-224.

Sui motivi della mancata diffusione di tali meccanismi in epoca classica si molto discusso, cfr. Bloch, 1969, pp. 43-47; Forbes, 1965, pp. 98-99; Reynolds, 1983, pp. 32-35. Ausonio, Mos., 361-364; Prudenzio, C. Symm., II, 950; Procopio, De Bel. Goth., V, 19, 8-9. Editto di Diocleziano del 301 d.C., nel quale si fissa il prezzo di un mulino ad acqua (Malanima, 1988, p. 41); editto protezionistico di Onorio e Arcadio del 398 d.C. (Reynolds, 1983, p. 31); editti di Zeno del 485, di Teodorico del 500 ca., di Giustiniano del 538 (ibidem e Forbes, 1965, p. 97). Il processo di diffusione non sembra essere stato del tutto lineare, ad es. cfr. Malanima, 1988, pp. 41-42 e Idem, 1996: alcuni indizi portano a pensare che nei secc. V-VI si sia verificata in alcune aree una netta caduta nellimpiego delle macchine antiche, ed un forte ritorno alle mole a mano. Bloch, 1969, p. 77. In tale saggio Bloch fu il primo a sottolineare con estrema decisione limportanza dei secoli altomedievali per i progressi nel campo della tecnica e soprattutto dello sfruttamento di nuove fonti di energia. Si vedano le testimonianze pi antiche riguardo ai mulini idraulici europei raccolte negli studi di Bloch, 1969, pp. 75-77; Forbes, 1962a, pp. 618-621; Reynolds, 1983, pp. 49-50. V. anche Malanima, 1996, pp. 97 e sgg. Sulla base dei dati ricavabili dal Domesday Book stata calcolata una media di 1 mulino ogni 250 persone. importante notare come tali cifre siano state confermate anche per altre regioni europee nel Medioevo, e come calcoli effettuati per il XIX sec. abbiano mostrato un parallelismo perfetto tra laumento della popolazione e quello delle ruote idrauliche, cfr. Makkai, 1981, p. 176. Chiappa Mauri, 1984, pp. 8-9. Un andamento simile si riscontra per la Sabina, cfr. Toubert, 1976, pp. 106-107; Toubert, 1977, v. I, pp. 460-461.
75 74 73 72 71 70 69 68

Malanima, 1988, p. 42.

76 77 78 79

Bortolami, 1988, pp. 283-285. Varanini, 1988, pp. 342-343. Pini, 1987, p. 7.

Muendel, 1972, p. 39; Berretti-Jacopi, 1987, p. 23. Sul diffondersi dei termini molendinum, molinum, nei documenti italiani a partire dalla seconda met dellVIII sec., cfr. anche Aebischer, 1932.
80 81 82 83

V. infra, nota 259.

Su tali aspetti cfr. ancora Bloch, 1969, in particolare le pp. 54 e sgg e Malanima, 1996, p.100. Gille, 1954, p. 3; Forbes, 1962a, p. 618; Gimpel, 1977, p. 57; Reynolds, 1983, pp.52-53. Chiappa Mauri, 1984, p. 14; v. anche Pini, 1987, pp. 7-8 e 21. In Malanima, 1995, pp. 64-65, 74-75 una sintesi sui dati quantitativi riguardo alla presenza di mulini in Europa nei secoli centrali del Medioevo. Per visualizzare il punto di arrivo di tale espansione attraverso i secoli si pensi ai 500-600.000 mulini calcolati per lEuropa del XVIII secolo (Braudel, 1979, p. 312; Makkai, 1981, pp. 175-176) La politica comunale in proposito di controllo sulle acque e la conseguente creazione e gestione in proprio di una rete di impianti molitori si dispiega a ritmo crescente dalla fine del XII sec. e per tutto il XIII, quando lespansione numerica dei mulini ha toccato ormai il suo apice; per le iniziative comunali v. infra, nota 347.
85 86 87 88 84

Balestracci, 1992, pp. 432 e 435.

Cfr. Pini, 1987, p. 8; Varanini, 1988, pp. 359-372; Dussaix, 1979, p. 121; Balestracci, 1992, p. 443. Dussaix, 1979.

Bortolami, 1988, p. 287. Si vedano inoltre vari altri esempi di mulini vescovili in Balestracci, 1992. una tendenza assolutamente generale: per citare solo alcuni esempi si vedano i monasteri liguri (Origone, 1974), quelli lombardi (Chiappa Mauri, 1984), bolognesi (Pini, 1987, p. 8), della zona chiantigiana (Carnasciali-Stopani, 1981, p. 4); altri esempi anche in Varanini, 1988, p. 343 e Balestracci, 1992. De Jubainville, Descriptio, pp. 570-571. Una descrizione analoga della rete idrica di Clairvaux ritroviamo anche in un pi antico passo dellabate Arnold de Bonneval, il quale descrive la ricostruzione dellabbazia nel 1136: non fa nessuna menzione della chiesa, ma mostra verso le opere idrauliche realizzate la stessa ammirazione del suo successore, cfr. De Bonneval, San. Bern. p. 285.
91 90 89

Chauvin, 1983, pp. 30-31.

Verso la met del XIII sec. sono rare le abbazie che dispongono di meno di mezza dozzina di mulini, la media una decina, mentre qualche monastero, come Bellevaux, Charlieu o Citeaux, ne possiede il doppio, cfr. Chauvin, 1983, pp. 30-31. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi sia per la Francia che per lInghilterra, cfr. Reynolds, 1983, p. 110; Lekai, 1989, p. 386. Cfr. inoltre lamplissima bibliografia recentemente raccolta in Righetti Tosti-Croce, 1993a. quanto avvenne nelle abbazie di Reinfeld e Doberan, in Germania, e Poblet in Catalogna nel XIII sec., cfr. Lekai, 1989, p. 387. Per Chiaravalle si vedano gli acquisti massicci di mulini e gualchiere a partire dal 1139, cfr. Chiappa Mauri, 1985, p. 300, Chiappa Mauri, 1990, pp. 6869; per Casanova e Lucedio cfr. Comba, 1985, p. 256; per Morimondo cfr. Occhipinti, 1983, p. 548; per Casamari cfr. De Benedetti, 1952, p. 9 e sgg.; per Fossanova e Chiaravalle di Fiastra cfr. Righetti Tosti-Croce, 1993a, pp. 48-51, 7879; per i monasteri liguri di Tiglieto, S. Eustachio di Chiavari, S. Andrea di Sestri, cfr. Origone, 1974, pp. 95-96.
95 96 97 98 99 94 93

92

Pirillo, 1989.

Sulle strutture accessorie di un mulino v. in generale Makkai, 1981, pp. 171-172. Reynolds, 1983, p. 62; Chiappa Mauri, 1984, p. 16; Crossley, 1985, p. 117. Cfr. Bellero, 1985, p. 347, Pirillo, 1989, p. 30 e nota 33.

Si vedano gli esempi riportati in Cleere-Crossley, 1985, pp. 222-225; Crossley, 1985, p. 120.
100 101

Gordon, 1985, p. 85.

Crossley, 1985, p. 117. Tra gli esempi pi famosi la diga di terra costruita ad Arlesford nel 1189, che rimane ancora in piedi (cfr. Gordon, 1985, p. 85) ed il triplo sbarramento della Garonna presso Tolosa nel XII sec., cfr. Reynolds, 1983, p. 65, che riporta inoltre molti altri esempi per tutta lEuropa. Particolarmente imponenti anche le dighe di terra costruite dai monaci di Fontenay intorno al 1130 per sbarrare i corsi dacqua che scorrevano in due valloni, alla cui confluenza doveva sorgere il monastero, e bonificare il sito (Benoit, s.d., pp. 224 e sgg.).
102 103

Cleere-Crossley, 1985, p. 224; Crossley, 1985, p. 120.

Ad esempio a Prato questa operazione obbligatoria per i mugnai e prevista nello Statuto medievale dellArte, cfr. Moretti, 1985, p. 247. A Colle Val dElsa il sistema delle gore era di propriet della Comunit, cui spettava una parte della ripulitura, mentre il resto della loro estensione era distribuito fra chi ne usufruiva: a partire dal 1491 si regolamentarono con uno Statuto specifico i compiti dei proprietari ed i tratti di gora da ripulire, cfr. Roselli-Forti-Ragoni, 1984, p. 16.
104

Ad esempio il monastero di Clairvaux riceveva lacqua dallAube tramite

un canale lungo 3,5 Km, ad Obazine sempre i Cistercensi scavarono nella roccia un canale lungo 1,6 Km per assicurare un sufficiente apporto energetico, cfr. Chauvin, 1983, p. 30. A Citeaux il corso del fiume Sansfonds fu deviato entro un canale in parte sopraelevato, per consentire il superamento di ostacoli naturali, cfr. Righetti Tosti-Croce, 1993a, p. 44 ed altri numerosi esempi ivi riportati.
105 106 107

Astill, 1993, in particolare le pp. 246-252. Moretti, 1985, pp. 231-232.

Cleere-Crossley, 1985, pp. 233-238; Crossley, 1985, p. 120. Ad esempio nei mulini pratesi, che non erano dotati di bacino di raccolta, ma solo di un canale passante con flusso di acqua continuo che si allargava e rialzava in prossimit dellimpianto, un aumento anche minimo del livello di acqua per scarso deflusso dalla camera del ritrecine poteva ostacolare seriamente il libero movimento di questultimo: v. Moretti, 1985, p. 247. Per citarne solo alcuni, v. Occhipinti, 1983, pp. 543-544; Bellero, 1985, pp. 346-347; Chiappa Mauri, 1990, pp. 150-153. Chiappa Mauri, 1984, p. 17. A questo proposito il Crossley (Crossley, 1985, p. 107) fa notare che spesso, proprio a causa di problemi giuridici e vertenze riguardanti la propriet, le confinazioni ed i diritti sulle acque, accade che le chiuse, i bacini di riserva ed i canali siano posizionati in modo diverso da come sembrerebbe logico a noi moderni. V. sopra, in questo stesso paragrafo. Tutte le notizie relative a questa vertenza sono tratte da Jones, 1980, pp. 317-344 e Pirillo, 1989, pp. 36-37. In una pianta del monastero di S. Gallo, risalente all820, sono raffigurati oggetti simili a magli, detti pilae, accanto ad altri chiamati molae, probabilmente macine; alcuni studiosi hanno ipotizzato che si tratti di magli azionati da un albero a camme, ma la questione estremamente dibattuta, cfr. Reynolds, 1985, pp. 6768. Altre evidenze per questo uso ci vengono dalla Picardia nell861, cfr. White, 1972, p. 129. Sui vari impieghi dellenergia idraulica a partire dal Mille cfr. Gille, 1954, p. 7; Forbes, 1962, p. 610; Braudel, 1979, p. 311; Reynolds, 1983, pp. 73-75; Reynolds, 1984, p. 113. Sintesi in Malanima, 1995, pp. 68-69. Gille, 1954, pp. 8-10; Gille, 1962, p. 652; Reynolds, 1983, p. 79; Reynolds, 1984, p. 114.
114 115 113 112 111 110 109 108

Illustrazioni in Agricola, 1563, libro VIII, pp. 240-243.

Riguardo alle origini della gualchiera idraulica e la sua diffusione in Italia ed Europa durante il Medioevo si rimanda al saggio di Malanima, 1988, in particolare le pp. 45 e sgg., 51 e sgg.
116 117

Malanima, 1995, p. 69. Giuffrida, 1981, p. 220.

Si scelto di trattare questo argomento considerando come un blocco unico le strutture idrauliche accessorie annesse a tutti gli opifici censiti, senza operare una distinzione fra impianti molitori ed impianti siderurgici; non si sono riscontrate, infatti, consistenti differenze funzionali che ne consigliassero una trattazione in gruppi separati. Anche le variazioni allinterno dellarco cronologico considerato sono risultate minime.
119 120

118

Siti 5, 15, 16, 17; v. sotto, in questo stesso paragrafo.

Siti:1 (UT 1 e UT 2), 2 (UT 1), 3 (UT 1), 9, 10 (UT 1), 18, 19. probabilmente questo il motivo per cui il luogo su cui sorgeva il mulino veniva talvolta definito insula nelle carte medievali (cfr. Chiappa Mauri, 1984, p. 16 nota 60; Pirillo, 1992, p. 27 e nota 90); nella nostra zona questo avviene per uno dei pi antichi impianti documentati, il Mulinaccio (Sito 10 UT 1), a proposito del quale, nel 1218, si parla dellinsulam positam ad molendinum.
121 122

V. ad esempio Siti 4, 15, 25.

Tuttavia negli opifici alimentati dai torrenti secondari il periodo di attivit rimaneva comunque limitato ai mesi di autunno-inverno, come vedremo pi avanti. Nelle sue varianti steccata, stecharia, steccatum, stecchatum (v. Catalogo, sotto la voce Fonti, passim); non ricorre mai, ad esempio, il termine pescaia, comunemente usato nel territorio di Firenze (Pirillo, 1989), oppure clusa, diffuso nel Nord Italia (Chiappa Mauri, 1984, p. 17). Un esempio ancora perfettamente visibile la steccaia a sbarramento totale del fiume Merse, che alimentava la gora dei mulini di Brenna ed Orgia (v. Siti 5, 15, 16, 17); si conservata in parte anche la palificazione principale della steccaia del Mulino delle Pile, presso Chiusdino: v. Sito 9. Una conferma ci viene anche dalle raffigurazioni di sbarramenti di questo genere in piante di XVI-XVII secolo, nelle quali si pu apprezzare perfettamente la corrispondenza della tecnica costruttiva illustrata con i resti di steccaie ancora visibili attualmente: ad esempio una pianta relativa al Mulino delle Pile raffigura, con un disegno curato e chiarissimo nei particolari, la steccaia costruita con file parallele di grandi pali, ed altre opere di derivazione (v. Sito9). La steccaia del mulino di Pari (v. Sito 20) raffigurata in una pianta settecentesca come una grande palificazione che attraversava con andamento obliquo tutto lalveo del fiume Merse; nel documento relativo viene definita steccata traverza quattro ordini con fascine di scopo, pali, e pertiche. Qualche cosa di simile alle siepi che nel XIII sec. sullArno alimentavano i mulini galleggianti nei pressi di Signa, cfr. Pirillo, 1989, p. 30 nota 33. Per questo in alcuni contratti di locazione (ad es. v. Sito 7, anno 1304) si prevedeva che si contingeret quod dicta steccharia dicti molendini prefati propter pluviam vel fortunam temporis ledaret vel magagnaret in modo tale da impedire
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la macinazione, venisse decurtata una parte dellaffitto. Si veda anche, per un esempio di epoca pi tarda, la descrizione dei danni subiti dalla steccaia del mulino di Pari in seguito alla piena del 1741 (Sito 20): fu divelta per met ampiezza dal fiume Merse, tanto che fu necessario costruire una piccola steccaia provvisoria allo sbocco del vicino Farma e prolungare il gorello a captare lacqua di questultimo. Unica eccezione la steccaia semicircolare in laterizi e pietra che alimentava il Molinello di Monticiano (Sito 2 UT 1): deve trattarsi per di una costruzione molto recente, se ancora la Carta Idrografica del 1893 ci conferma lesistenza di una steccaia di pali e fascine. Per il Sito 21 la Carta Idrografica parla invece di una pietraia stabile, ma pure in questo caso doveva trattarsi di una realizzazione semplice, probabilmente un accumulo di ciottoli e pietrame a secco, vista anche la scarsa portata del corso dacqua alimentatore. A Ruota, alla met del XVII sec. ca., fu edificata una diga larga 3,5 m a sbarramento totale dellalveo del Farma, realizzata in conglomerato tipo calcestruzzo; di essa, oltre ai resti ancora ben visibili, possediamo una serie di piante e disegni. Il sito per la costruzione era stato accuratamente scelto, in base alle caratteristiche dellalveo del torrente, gi precedentemente al 1627. A Torniella esisteva una diga di pietre e ciottoli con basamento in muratura affiancata sulle due sponde da muraglioni di contenimento. Nella ferriera di Gonna (Sito 1 UT 1) lo sbarramento era certamente una steccaia di pali: le tracce di murature irregolari di sostegno agli argini, in corrispondenza dellimbocco della gora, rappresentano probabilmente i resti di strutture di rinforzo laterali. Sulla ferriera di Ruota, v. infra, Cap. III, par. 3.5. Lidea risale al 1631: si potria ridur ledifitio con due fuochi essendone capacissimo il guscio di esso, ma bisognerebbe farci una stechaia di muro. Per quanto riguarda la steccaia vecchia di Ruota, nel 1571-73 Agnolo Venturi cos scrive: Come entra il mese daosto si avertisca con grande diligentia di fare vedere la steccaia della ferriera se la sta bene o male, e se bisogno di acconciare ci si metti mano in fatto fatta S. Maria daosto che a quindici daosto e con diligenza si aconci di tu(tt)o quello fa bisogno di travi, stecaia con passoni dinanzi, perch in questo tempo sono finite le ricolte e ci poca acqua e si trova delli omini che possono aiutare, sich si facci questo con grandissima cura; evvi do questa avertenzia, che quando non vi paresse che vi fusse di bisogno niente, sempre fortificate dinanzi alle travi con passoni e fascine e pontelli alle travi di dietro e sempre tenere delli auti da travi fatti e tenere sempre nella ferriera dieci canne di tavole di farnia fatte per monisione perch si adoparano di continuo a ghore e alla steccaia; e questo si facci con diligentia grande che non manchi perch [...] se qualche volta andata via una parte di detta stechaia di verno smesso questo, oltre al danno che ne resulta che la ferriera non lavora, cresce la spesa (Venturi, Ruota, p. 29). Sito XI: stecchatum quod est supra pontem de Foiano pro eo quod multum offendit et possit offendere Balneum de Macereto. Nel 1289 gli arbitri scelti per dirimere una lite sorta tra il monastero di S. Galgano e quello di S. Eugenio stabilirono, tra le altre cose, che non si potessero
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mutare di luogo la gora, il rifiuto, il torcitorio, e che non si potesse tagliare o abbassare la steccaia in modo che il mulino rimanesse privo dellacqua del Merse (per la trascrizione del documento v. Sito 17). Nel 1317, quando il comune di Monticiano vendette a Ghino Azzoni il sito per costruire la ferriera di Gonna, si specific che non potevano altri prelevare lacqua dal di sopra della steccaia (v. Sito 1 UT 1). Alcune regole tendenti ad impedire una eccessiva concentrazione di mulini in spazi limitati sono inserite nel Constituto del comune di Siena del 1262 (Zdekauer, 1897, pp. 350-351): nullum hedificium nec aliud fieri permittam; et si factum est, illud destrui faciam, propter quod suus vicinus perdat vel dissipetur suum molendinum vel prius inceptum, ita quod superiora molendina non impediantur molere per inferiora et e contra. Nel Constituto del 1310 (Lisini, 1903, pp. 66-67) si prevede che missere la podest di Siena sia tenuto et debia [...] fare terminare, infra IIII mesi de lentrata del suo regimento [...] tutte e ciascune steccate de le molina del contado et giurisditione di Siena [...]. Et neuno debia, n possa, fatta la terminagione predetta, essa alzare o vero mutare in alcuna cosa [...]. Et se apparir essa mutatione o vero alienatione, tollasi via a postutto et pongasi nel primo stato, nel quale per li predetti saranno terminate; inoltre si specifica che se alcuna novit fatta fusse in alcuno molino, fatto dipo laltro, et quella novit impedisse el prima fatto macinare, quella novit disfare far. Il termine torcitorium ricorre spessissimo nella documentazione scritta, quasi sempre in associazione con termini quali steccaia, gora, fuitum, allinterno di elenchi degli elementi accessori di un mulino (v. Catalogo, passim). Tuttavia non risultano del tutto chiare la struttura e la funzione di questo dispositivo: sembra comunque che si trattasse di unopera atta a captare lacqua di un canale comune deviandola ( da notare anche la radice del nome, che implica lazione del torcere, del deviare) verso le condotte di ciascun edificio; in pratica una presa dacqua, forse dotata di palificazione e paratoia regolabile. In epoca moderna, negli opifici idraulici di Colle Val dElsa, il torcitoio era una specie di argano, disposto orizzontalmente, che chiudeva o apriva laccesso dellacqua dalla gora verso le prese delle ruote, cfr. Roselli-Forti-Ragoni, 1984, p. 73.
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V. Sito 17.

Solo in un documento del 1290 (Sito X) si specifica cui desuper est imboccatorium et desubtus est torcitorium mentre in un documento settecentesco la si designa col nome di incile, o abboccatoio (Sito 20). V. sopra, nota 134; in un caso si parla infatti della fovea torcitorii sive torcitorium (Sito XII). La presa della ferriera di Gonna (Sito 1 UT 1) era costituita da due tratti paralleli di muro a sacco con paramento in pietre parzialmente sbozzate, spessi rispettivamente 70 ed 85 cm, che accompagnavano il tratto iniziale della gora per almeno 14 m; limbocco era largo 90 cm e presentava su entrambi i lati una scanalatura verticale entro cui scorreva una saracinesca. La presa che alimenta tuttora la gora dei mulini di Brenna (Siti 5, 15, 16, 17), situata pochi metri a monte della steccaia, presenta due murature parallele in pietra ed un imbocco sbarrato
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da un muro in pietra largo 3 m ed alto altrettanti sopra il pelo dellacqua, nel quale si apre una bocchetta rettangolare la cui luce viene tuttora regolata tramite una paratoia lignea con meccanismi in ferro. Conservata in parte la presa del Mulinaccio (Sito 10 UT 1) ma completamente interrata e rimaneggiata in epoca moderna con parti in cemento: anche qui troviamo due tratti di muro paralleli che formano unimboccatura larga 2 m. V. Siti 5, 15, 16, 17, 10 (UT 1),1 (UT 1). In una raffigurazione del 1580 ca. relativa al Mulino delle Pile (Sito 9), si vede bene una struttura simile ad una chiusa equipaggiata con saracinesca, dalla quale lacqua si riversa nella gora. Vedi Sito 4. Per avere unidea sulla funzione svolta da murature di tale genere si pu citare come confronto una relazione dellingegnere Giovanni Bruno, dellanno 1580, relativa ai danni causati dalle piene alla ferriera di Ferriere in Val di Nure (pubblicata in Calegari, 1989, nota 28): la Travata andata in ruina et sar bisogno che vol fare lavorare il forno reffarla di novo dove che la vol fare perpetua bisogner farvi un buon muro della parte dove si cava il canallo che fa andar le rode; laltra sponda sicura che lacqua non vi puolo.
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Lunico esempio di presa e gora ancora in funzione quello relativo ai Siti

15-17. V. Catalogo, sotto la voce Fonti, passim. Soltanto in pochi casi (Sito VII anno 1216, Sito XIX anno 1220, Sito XX anno 1220, Sito IVa anno 1277, Sito V anno 1277) si usa il termine aque ductus, evidentemente anche qui ad indicare un canale di derivazione delle acque; tuttavia il termine, tranne che nel documento pi antico, viene sempre citato in unione a quello di gora.
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Moretti, 1985, p. 230 e nota 37. Siti 3, 19.

Ad esempio la gora che alimenta il Sito 20, lunga ca. 2 Km, e quella che alimenta i Siti 5, 15, 16, 17 lunga oltre 6 Km. Siti 2 (UT 1), 7, 12, 13, 18, 20, 26. Siti 1 (UT 1), 1( UT 2), 4, 9, 10 (UT 1). Cfr. nota 259.

V. Catalogo, Sito IIIb. Sempre su questo tema possiamo citare la clausola contenuta nel contratto con cui il comune di Siena vendette il mulino del Palazzo nel 1258 (Sito 17): si garantiva ai compratori che si contingeret vobis esse necessarias vel utiles aliquas terras vel de aliquibus terris pro bono statu et acconciamento dictorum molendinorum sive gore sive fuiti vel cursus aque sive fluminis Merse promictimus vobis compellere omnes homines quorum fuerint terre dicte vendere vobis. Anche nel Constituto del 1262 sono contenute norme generali riguardanti i terreni entro i quali si poteva derivare una gora: nella Rubrica CCLVII (Zdekauer, 1897, p. 353) previsto che habentes terras et possessiones prope flumen Merse teneantur et debeant, comuni extimatione,

volentibus hedificare vel reactare aliquod molendinum in dicto flumine seu facere fiutum vel goram sive stecchatam, eas vendere, statuimus et ordinamus quod idem fiat et observetur in omnibus aliis fluminibus et aquis et aliis locis omnibus, in quibus sunt molendina vel vellent hedificari. Questa la situazione attuale, ma improbabile che risalga al periodo medievale: infatti gli interventi di bonifica e costruzione di canali di drenaggio nel Padule di Orgia, effettuati nel XIII-XIV secolo, riguardavano esclusivamente la zona prospiciente Rosia, Torri, Stigliano ed Orgia, mentre questa zona pi meridionale rimase allo stato paludoso fino a tempi recenti. molto probabile, quindi, che nel XIII sec. questo mulino fosse circondato dallacqua stagnante e dal fiume e collocato su una sorta di insula. A proposito delle zone oggetto della bonifica medievale cfr. le rubriche del Constituto del Comune di Siena del 1262 (Zdekauer, 1897, pp. 361-362); inoltre v. Banchi, 1871b e Bizzarri, 1937. Sito 1 UT 1: argini di terra alti allo stato attuale 1,70 m, con larghezza media di 1,60 m. Sito 10 UT 1: canale che scorre su un letto pensile con argini di terra sopraelevati in alcuni tratti di circa 2 m rispetto al livello del terreno circostante, largo 1 m, profondo allo stato attuale 80 cm ma in gran parte interrato. Sito 23: canale largo alla base 2 m, con argini di terra alti 1,20 m ma in gran parte interrato. Sito 26: canale largo circa 2 m, in parte interrato, ma del quale sono ben conservati gli alti argini laterali (talvolta oltre 2 m). Un fenomeno del genere si riscontra anche per le gualchiere trecentesche di Quintole sullArno, cfr. Salvini, 1986, p. 573. Siti 1 (UT 1), 5, 10 (UT 1), 23 (UT 1), 26; in un disegno seicentesco relativo al sito 9, si nota la presenza di due punti di scolmo, di cui uno in muratura. Questo elemento accessorio del mulino non sempre viene ricordato nei documenti di epoca sia medievale che moderna: nel 1351 si nomina un bottaccio (Sito IIIb), nel 1390 un bottacium (Sito 4); nel 1402 un bottaccio (Sito II); nel 1571 un bottaccio (Sito 4); nel 1582 un bottaccio (Sito 1 UT 1); nel 1622 ancora un bottaccio (Sito 2 UT 1). Soltanto in un caso, in un documento settecentesco, il bacino viene definito colta (Sito 20). questa una caratteristica generale, ad esempio, dei mulini di pianura nel pratese, cfr. Moretti, 1985, p. 246. quanto avviene nei Siti 15, 16, 17, nei quali le strutture medievali, ancora molto ben conservate, permettono di cogliere perfettamente il funzionamento di tali impianti in antico. Caratteristiche simili dovevano avere, sulla base di quanto si coglie dalla mappa del Catasto Toscano, anche il Sito 10 (UT 1) ed il Sito 14; anche nella raffigurazione settecentesca del Sito 20 il bottaccio manca e la gora sottopassa ledificio. Sito 5 anno 1288 traboccatorium vel traboccatoria, e testimonianze orali relative al Sito 15. Per un confronto si veda Moretti, 1985, p. 247. Un canale di questo tipo, anchesso regolabile con una paratoia, presente nei Siti 15, 16,
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10 (UT 1) ed raffigurato nel disegno settecentesco del Sito 9 con la didascalia cataratta. Nel Sito 2 UT 1 si riscontra la presenza di una canaletta sotterranea, scavata nella roccia, che devia le acque dal bottaccio nel canale di rifiuto.
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Catalogo, passim. V. Siti 15, 16, 17.

Tanto pi che per il territorio senese mancano fonti come lelenco dei mulini redatto per Pistoia alla met del 300 (Muendel, 1972; Muendel, 1974), o quello della met del 200 relativo ai mulini di Reggio Emilia (Dussaix, 1979).
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Cfr. Chiappa Mauri, 1984, pp. 14-16 e 152.

forse opportuno, infatti, richiamare qui una osservazione di metodo: il semplice impianto molitorio idraulico per il grano sembra raggiungere l optimum tecnologico nel XII sec., mentre nei secoli successivi furono effettuate solo varianti minime; fino allintroduzione del motore elettrico, quindi, non c molto da distinguere tra i metodi di costruzione ed installazione delle ruote idrauliche nel XIII o nel XVIII secolo, e pare dunque sostanzialmente corretto utilizzare fonti ed informazioni concernenti anche i secoli post-medievali. Per la trattazione delle origini e delle principali caratteristiche delle varie tipologie di ruote idrauliche, si rimanda al par. 1.1. Sito 5, a. 1288: reticinorum. Sito IVa, a. 1277, retecinis. Sito V, a. 1277, retecinis. Sito X, a. 1290 reticinorum. Sito 17, a. 1290, reticinorum. Sito XI, a. 1329, tribus retecenis. Il termine ritrecine, che ha raggiunto un significato ormai stabilizzato di ruota da mulino posta orizzontalmente, risulta comunemente usato nel Medioevo, cfr. Cherubini, 1974, p. 221. In Muendel, 1974, pp. 208-209, si tenta una analisi etimologica del termine e delle sue varianti, fino alla conclusione che la parola si form probabilmente nel latino medievale e non classico. V. inoltre Foresti-Baricchi-Tozzi Fontana, 1984, p. 108, con bibliografia.
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Sito 20, a. 1741: ritrecini. Sito 2 UT 1, a. 1693: retrecini.

Siti 1 (UT 2), 3, 10 (UT 1), 13, 14, 15, 16, 18, 21, 23, 24; con tutta probabilit anche nei Siti 12 e 26; si comprendono nel gruppo anche il Sito XII (2 mulini), ed il Sito XVI, in quanto situati con certezza sulla stessa gora, che scorre sempre in pianura, alimentante i Siti 15-17.
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V. supra, par. 1.1. Cfr. ivi.

Si va da impianti molto piccoli, come i Siti 3, 12 (secondo la raffigurazione del Catasto Toscano), 18, 19, 24, a impianti di medie dimensioni, come i Siti 2 UT 1, 1 UT 2, 23, fino ad edifici di proporzioni notevoli come i Siti 9, 10 UT 1(oggi distrutto, dalla raffigurazione del Catasto Toscano sembrerebbe essere stato uno dei pi grandi mulini di tutta la zona), 14, 15, 16, 17, 20.
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Esempi ben conservati di questi ambienti seminterrati, di epoca moderna,

talvolta ancora praticabili, sono presenti per i Siti 1 UT 2 (un unico carceraio per due ritrecini affiancati), 2 (UT 1) (un unico carceraio per due ritrecini affiancati), 18 (due carcerai affiancati), 24 (due carcerai affiancati). Nelle raffigurazioni riguardanti i Siti 9 e 20, sono chiaramente rappresentati, nella parte bassa delledificio, tre archi di uscita dellacqua dai carcerai. Pierotti, 1993, pp. 85-86. Nei documenti consultati, tuttavia, questo termine ricorre una sola volta, nel 1741, per il Sito 20: si tratta forse di una denominazione di origine tarda? Sito 5, a.1288: molendini sive molendinorum [...] et domorum ipsorum molendinorum. Sito 7, a. 1304: unum molendinum aque cum unam casettam. Sito 10 UT 1, a. 1223: molendinorum [...] et edificii et suppelletilium que sunt in domibus dictorum molendinorum. Sito 15, a. 1245: duas domos [...] cum stecchatis, goris, fuitis et molis et feramentis et omnibus apparatibus suis; a. 1258: duarum domorum et molendinorum [...] cum hedificiis. Sito 17, a. 1258: molendinum [...] cum domo palatio seu domibus [...] edificiis. Sito XII, a. 1256: molendini [...] et domorum ipsius [...] et unius domus posite subtus dictum molendinum et domos eiusdem. Sito 26, a. 1318-1320: terre laboratorie [...] cum palatio, domo cum molendino. Sito IVa, a. 1277: molendini [...] cum domo. Sito VII, a. 1210: molendina [...] cum casis; a. 1223: cum [...] hedificiis et curte. Sito VIII, a. 1338: molendini [...] domorum et casamentorum. Sito XI, a. 1271: molendini [...] et eius casamenti et domorum.
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Sito 15, a. 1245.

Sito 5, a. 1288: totius molendini sive molendinorum; Sito 10 UT 1, a. 1223: molendinorum positorum in Mersa in loco qui dicitur Molendinum vetus; Sito XI, a. 1329, molendina, domos molendinorum [...] cum tribus molendinis macinantibus [...] tribus retecinis; Sito VII; Sito VIII.
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Balestracci, 1981, p. 137.

Cfr. il mulino di Botricoli, edificio fortificato a torre a pianta quadrilatera (Cucini, 1985, pp. 250-251) ed il Molino di Molinpresso, opificio fortificato di aspetto massiccio, a pianta rettangolare, a due piani con base a scarpa ( ivi, pp. 260-261). Inoltre il mulino di Giugnano, edificio fortificato con corpo centrale a torre quadrata (Farinelli, 1992, p. 47). Questo tipo di tecnica, tipica del XII-XIII secolo, si riscontra anche nel Sito 5, nel Sito 17, nei resti di murature inglobate nel Sito 2 (UT 1).
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Siti 15, 17, 21, 26.

Sito 10 UT 1, a. 1223: labate di S. Galgano promette che far trasportare con buoi e bufali del monastero la legna grossa necessaria al mulino. Sito 15, a. 1244: il monastero di Torri concede tutta la legna e le pietre necessarie per la costruzione di mulini a Cetinaia Longa. Sito 7, a. 1261: cum toto legnamine quod fuerit necesse de inceps ad dictum molendinum. Sito 10, a. 1290: anche se vengono messi in compropriet con il mulino Palazzo alcuni appezzamenti di

terreno, labate di S. Eugenio si riserva per 12 anni luso del legname che vi si trovava. Sito VII, a. 1210: cum terris. Sito 7, a. 1243: in quodam molendino [...] et in resedio eius; a. 1259: et eius resedio rapediarterio(?); a. 1261: unius molendini et resedii [...] cum rispareco et terra; a. 1304: unum molendinum aque cum [...] uno sive jardino. Sito 15, a. 1258: plateis, terris cultis et incultis. Sito 17, a. 1258: plateis terris cultis et incultis. Sito IVa, a. 1277: cum terris et nemoribus atque lamis. Sito IIIb, a. 1281: et terrarum et lamarum et nemorum ad dicta molendina pertinentium; a. 1351: cum quadam petia terre [...] boschis terris et pratis ad dictum molendinum pertinentibus. Sito X, a. 1290: unius petie terre et lame [...] unius petie terre vinee et lame, inoltre alcuni orti e tre parti del bosco di Filetta. Sito VIII, a. 1338: petie terre super qua est dictum molendinum et lame et prati et orti positorum iuxta et prope dictum molendinum. In alcuni casi, dove per la cessazione dellattivit in epoca molto recente possibile che si siano conservati alcuni meccanismi, laccesso ai locali seminterrati non stato possibile per problemi di propriet privata o inaccessibilit dovuta al timore di crolli. Per tale ricostruzione si tenuto presente il modello proposta in Muendel, 1974, pp. 175 e sgg., per i mulini pistoiesi di XIII-XIV sec.; cfr. anche Pierotti, 1993, pp. 75-97. Sito XI, a. 1329: tribus palis de ferro; Sito VIII, a. 1338: palorum. In un solo caso gli alberi motori si sono conservati in situ: nel Sito 20 rimane un albero in legno, privo del mozzo e delle pale del ritrecine, in ciascuno dei due carcerai. Le macinae, molte volte dette anche molae, ricorrono spessissimo nelle descrizioni dei mulini medievali: vedi Catalogo, sotto la voce Fonti, passim. Sito XI, a. 1329: tribus nottolis ferreis [...] et una nottola de ferro; Sito VIII, a. 1338: noctularum.
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Alcune macine rimangono nei Siti 1 UT 2, 15, 17, 18, 21, 23. Zdekauer, 1897, p. 316. Si veda anche Catalogo, Sito 15. Catalogo, Sito 15: il termine usato lapidiciniis. Sito XI, a. 1329: quinque circulis ferreis macinarum. Sito XI, a. 1329: tribus tremogiis. Sito VIII, a. 1338: tremogiarum.

Sito 5, a. 1288: palmentorum. Sito 15, a. 1258: palmentis. Sito 17, a. 1258: palmentis. Sito IVa-Sito V, a. 1277: palmentis. Sito X, a. 1290: quinque palmenta. Sito VIII, a. 1338: palmentorum. Sito XIII, a. 1318-20: cum duobus palmentis. Sito 15, a. 1391: duo palmenta. importante notare che un mulino che possedeva pi di una coppia di macine veniva solitamente designato, nella sua capacit produttiva, indicando il numero dei palmenti.
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Sito 2 UT 1, a. 1622: pontaroli. Sito XI, a. 1329: tribus rallis de ferro. Sito 2 UT 1, a. 1622: ralle .

Sito 15, a. 1258: ducciis. Sito 17, a. 1258: ducciis. Probabilmente a questo componente si riferisce anche la parola gittus usata in due documenti del 1305 (Sito XI). Alcuni esempi sono ancora ben visibili, per la descrizione v. Catalogo, Sito 2 (UT 1), Sito 23, Sito 24.
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Visibile nel Siti 1 (UT 1) e 18.

Siti 10 (UT 1), a. 1223; 15, a. 1258; 17, a. 1258; IIIb, a. 1280; IVa, a. 1276; V, a. 1276, ecc. Sito 2 (UT 1). Si veda anche la perfetta corrispondenza con i documenti pubblicati in Balestracci, 1981, p. 133. In questo caso i palmenti erano forse quattro, visto il numero degli archi duscita per lacqua. Cfr. Foresti-Baricchi-Tozzi Fontana, 1984, p. 75. In tale pubblicazione vengono anche proposti dei calcoli della potenzialit assoluta dei singoli impianti, basati su grandezze quali la portata, laltezza di caduta, il rendimento relativi ai mulini di XIX-XX secolo. ovvio che per una indagine come quella qui presentata, che prende in considerazione impianti di et pi antica, la mancanza di dati quantitativi di questo tipo esclude ogni possibilit di effettuare calcoli del genere.
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Siti 1 (UT 2), 2 (UT 1), 3, 7, 12, 13, 14, 18, 19, 21, 24.

Per i dati relativi alla portata dei due corsi dacqua e quindi alla potenzialit come fornitori di energia idraulica nellambito della Toscana meridionale, si rimanda al Cap. I, par. 1. Ancora oggi si pu vedere che la gora che alimenta questi mulini si presenta quasi piena anche nei periodi pi siccitosi.
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Per la storia di questi mulini v. infra, par. 3.3 e 3.5. Secondo la definizione di Cherubini, 1974, p. 273. Bloch, 1987 (ed. orig. 1939), p. 429.

Ad esempio confine di diocesi tra Siena e Volterra, area sulla quale il vescovo volterrano estende la propria influenza piuttosto tardi e contemporaneamente a quello, ben pi agguerrito, di Siena. Cfr. Ceccarelli Lemut, 1993, pp. 49-55, riguardo alle notizie reperibili su questa famiglia per lultimo trentennio del X secolo. Ivi, pp. 47-49 e nota 5: in Val di Merse i conti donarono il castello di Serena, ove sorgeva il monastero, con il suo territorio e le chiese, met della
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vicina chiesa di S. Andrea di Padule, i castelli di Miranduolo e di Sovioli con le loro chiese, 1/6 del castello di Frosini e della sua chiesa. Ceccarelli Lemut, 1981, p. 172 e Ceccarelli Lemut, 1993, pp. 58 e 61, anche sullulteriore ampliamento dei possedimenti abbaziali nella nostra zona. Intorno al 1120 labbazia fu coinvolta nella lotta tra Ugo di Gherardo di Guido ed il vescovo Crescenzio; dallarbitrato del 1133 sappiamo che nel contrasto fu distrutto anche il castello di Serena. Questi fatti dovettero avere pesanti conseguenze per lente monastico: infatti i conti si impegnarono a non ricostruire il castello di Serena e riconobbero al vescovo il possesso dei castelli di Frosini e di met di Chiusdino, mentre dei diritti patrimoniali del monastero su questi beni non si fa menzione, v. Ceccarelli Lemut, 1993, p. 63. Cammarosano-Passeri, 1976, p. 306; Ceccarelli Lemut, 1981, pp. 175-176 e 180-181. Nel 1004 il castello di Chiusdino non esisteva: la Ceccarelli Lemut (1993, p. 63) ipotizza che sia stato fondato dai monaci della Serena, ai quali per rimaneva, alla met del XII sec., solo la cappella castrense. Nel XII sec. il castello era certamente di pertinenza dei vescovi di Volterra, ma ad esempio gi nel 1137 il vescovo di Siena Ranieri acquistava una superficie nel castello e due nel borgo, dando il via alla futura penetrazione del comune senese, cfr. CammarosanoPasseri, 1976, p. 305. A met XII sec. Monticiano rientrava nella giurisdizione del vescovo volterrano; nel castello erano tuttavia insediati dei nobili locali, i Lambardi; nello stesso periodo cominciava anche qui la penetrazione del vescovo senese, che afferm i suoi diritti su castello e corte nel 1189, ivi, p. 343; su Luriano e Miranduolo, ivi, p. 306.
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V. nota precedente e pi avanti in questo stesso paragrafo.

Per una trattazione delle prime vicende del monastero si rimanda soprattutto a Canestrelli, 1896 e Barlucchi, 1991, pp. 63 e sgg. Angelucci, 1982, p. 119: ad es. il ramo di Willa ha possessi a Capraia, Orgia, Ancaiano. Ivi, p. 135. Ivi, p. 126; Rocchigiani, 1983, p. 31. Angelucci, 1982, p. 126. V. Cammarosano-Passeri, 1976, alle schede corrispondenti. Ivi, pp. 396 e 397 e Rocchigiani, 1983, p. 31.

Cammarosano-Passeri, 1976, p. 399: nel 1156 labate dona il poggio di Monte Acuto al Comune di Siena, nel 1179 assiste al trattato fra Senesi ed Ardengheschi. Si veda anche Balestracci, 1988, pp. 153-154.
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V. sopra, nota 214.

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Cammarosano-Passeri, 1976, p. 394. Ivi, p. 346 e Rocchigiani, 1983, p. 22. Cammarosano, 1991a, pp. 38-39 e 43. Cammarosano-Passeri, 1976, p. 306. Angelucci, 1982, p. 128; Rocchigiani, 1983, p. 33. Angelucci, 1982, pp. 128-129. Cfr. Cammarosano-Passeri, 1976, alle voci corrispondenti.

Paolo Cammarosano sottolinea pi volte il fatto che praticamente tutta la tradizione scritta antecedente al XII-XIII sec. si inquadra nelle maggiori strutture ecclesiastiche, n vi speranza di individuare, nella pratica di ricerca locale e territoriale, un filone documentario di una qualche consistenza, se lo spazio che si indaga non inserito nellambito di interesse di una chiesa importante o di un monastero, cfr. Cammarosano, 1991b, pp. 50-51, 53-54.
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Ceccarelli Lemut, 1993, p. 61.

Angelucci, 1982, p. 119; Rocchigiani, 1983, p. 7. Solo alcuni atti sono sparsi in fondi vari, conservati presso lArchivio di Stato di Siena: un sondaggio effettuato su buona parte delle pergamene superstiti (conservate soprattutto nel Diplomatico, fondo S. Maria degli Angeli) non ha riscontrato alcuna attestazione di strutture idrauliche nel patrimonio del monastero; non si tratta, tuttavia, di atti privati, ma di atti ufficiali ed in particolare bolle papali, nelle quali si elencano castelli e chiese senza entrare in ulteriori dettagli riguardo alla consistenza del patrimonio abbaziale. Un rapido e chiaro quadro dei pochi fondi documentari disponibili per tutta larea senese prima del XIII sec. delineato in Cammarosano, 1979. Essi riguardano quasi esclusivamente i monasteri di S. Salvatore allAmiata, S. Salvatore a Fontebona nella Berardenga, S. Salvatore allIsola, il Capitolo della Cattedrale di S. Maria di Siena. Dopo il 1140 si aggiungono gli atti raccolti nel Caleffo Vecchio. Solo con linizio del XIII sec. si verifica un nuovo incremento delle fonti ed una grande dilatazione qualitativa con la comparsa, ad esempio, dei primi registri notarili, degli archivi familiari privati, degli atti comunali di giurisdizione. Si veda ora anche, sulle fonti documentarie toscane, Ginatempo-Giorgi, 1996. Angelucci, 1982, Cammarosano, 1991a.
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p.

119;

in

generale

sul

Caleffo

Vecchio,

v.

Farinelli, 1996, pag. 41 e sgg. Valenti, 1988, pp. 87-88.

Cammarosano, 1993, doc. 41, p. 267. Un altro mulino nel 1188, ivi, doc. 96, p. 371.

Si tratta di fonti come il Cartulario della Berardenga, pubblicato in Cammarosano, 1974b, i cui atti, rogati tra la seconda met del IX sec. e gli inizi del XIII, hanno permesso lindividuazione dei mulini della zona chiantigiana, sorti dietro liniziativa del monastero di S. Salvatore a Fontebona. I mulini dellAmiata compaiono nel Codex Diplomaticus Amiatinus, che raccoglie atti dal 736 al 1198 riguardanti il monastero di S. Salvatore (pubblicato da Kurze, 1974 e 1982). Infine si veda la recente pubblicazione del cartulario del monastero di Abbadia Isola, con documenti datati a partire dal X sec. (Cammarosano, 1993).
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240

Si veda la nota 320. Si veda il Catalogo, Sito XX.

Cammarosano-Passeri, 1976, p. 367: agli inizi del 200 Roccatederighi era detta Rocca filiorum Guaschi, dal nome della consorteria dominante. Nella seconda met del 200 alcune fonti documentano rapporti litigiosi col vescovo di Volterra per diritti giurisdizionali sul castello di Montecastelli, tra Radicondoli e Pomarance, mentre alla met del secolo vi sono scontri col comune di Massa.
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Cfr. la trascrizione del documento in Ceccarelli Lemut, 1993, p. 72.

Riguardo al ruolo svolto dai Cistercensi, in ambito europeo, nello sfruttamento delle potenzialit idriche e nella diffusione dei macchinari idraulici, v. sopra, par. 1.2 e Cap.III, par. 1.1. La bibliografia su questi argomenti vastissima: si vedano soprattutto il saggio di Comba, 1985 e tutto il volume Lconomie cistercienne, 1983, in particolare i saggi di Barrire, Comba, Chauvin, Higounet. Si veda anche lampia bibliografia raccolta in Righetti Tosti-Croce, 1993a e 1993b.
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Pirillo, 1989, pp. 25-26.

A questo proposito v. ad es. Lekai, 1989, p. 341. Sul mito dei Cistercensi dissodatori e solitari protagonisti della storia agraria medievale si vedano le osservazioni di Righetti Tosti-Croce, 1993a, p. 858, ove si sottolinea come non si debba n estrapolare lazione colonizzatrice dei Cistercensi dal contesto storico dellEuropa tra XII e XIII sec., sopravvalutando il loro contributo, n daltro canto opporsi a questa eccessiva considerazione sottovalutando in modo altrettanto errato la loro azione. Si vedano le osservazioni di Comba, 1988, p. 21, a proposito dellalto grado di adattabilit, nellesperienza cistercense, a diverse situazioni sociali e politiche e della contraddittoriet implicita nella compresenza di una aspirazione a vivere nel desertum e di una forte attrazione, ad esempio, verso le citt. La geografia dellinsediamento cistercense, noto, sceglie di preferenza siti di fondovalle in cui lacqua sia abbondante, o zone paludose situate in aree spesso poco invitanti. Inizialmente ci rispondeva alla ricerca del desertum, ossia del luogo in cui, secondo le prescrizioni della Regola, lunico mezzo di sussistenza consisteva nel lavoro manuale dei monaci per la bonifica delle terre di cui
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disponevano; tuttavia in seguito la ricerca di luoghi con abbondanti risorse idriche sembra rispondere a ragioni soprattutto economiche. innegabile che in tutta Europa fossero quasi sempre luoghi molto ricchi dacqua ad attirare i monaci bianchi per le loro fondazioni: pu darne unidea anche solo lesame dei toponimi col continuo ricorrere in essi dei termini valle, fonte, acqua (cfr. Righetti Tosti-Croce, 1993a, p. 39). Per questo tipo di insediamento sono numerosi gli esempi anche in Italia e ne citer solo alcuni per il settentrione della penisola, zona particolarmente studiata: Chiaravalle Milanese (cfr. Chiappa Mauri, 1985, p. 264; Chiappa Mauri, 1990, p. 65 e sgg.), S. Maria di Lucedio (Bellero, 1985, p. 337), Morimondo (Occhipinti, 1983, Occhipinti, 1985); in generale sulle abbazie cistercensi del nord Italia v. Comba, 1983. Essa appare per la prima volta almeno gi in parte edificata nel 1224, quando si nomina lAbbatiam novam Sancti Galgani, v. Canestrelli, 1896, p. 69. Ivi, p. 71 e doc. XXXVIII: lesistenza di questo fossato viene citata in un documento del 1244, quando alcuni uomini di Monticiano cedono allabate Forese tutti i diritti sui terreni, boschi, case e vigne compresi tra il fonte Righineto, il Gallessa, il Merse e sicut trahit fossatum quod est subtus dormitorium monachorum Sancti Galgani usque ad fontem de Righineto usque ad flumen Mersem. La presenza dellacqua, infatti, che in molte fondazioni cistercensi aveva una importanza determinante nella scelta del sito, condizionava anche la disposizione degli edifici allinterno del monastero; infatti nelle abbazie cistercensi la posizione del chiostro variava talvolta rispetto alla chiesa, in seguito allesigenza di innalzare questultima nel punto pi alto del complesso monastico e poter convogliare le acque di scolo di cucina, refettorio, lavandini e servizi in una fogna che scaricava lontano dalle abitazioni dei monaci e dei conversi. A tale proposito si vedano le piante di varie abbazie in Canestrelli, 1896, pp. 80 e sgg., dalle quali si osserva chiaramente che il chiostro si trovava sempre sul lato della chiesa verso il quale si dirigeva lo scorrimento delle acque, nel caso di S. Galgano a sud. Numerosi esempi, italiani ed europei, di complessi sistemi di canalizzazione finalizzati sia allo smaltimento che alladduzione delle acque sono illustrati in Righetti Tosti-Croce, 1993a, p. 39 e sgg.: essi costituiscono una costante delle abbazie cistercensi ed in molti casi (Fossanova, Maubisson, Royaumont, Fountains, Rielvaux, Tre Fontane ecc.) sono opere architettoniche di eccezionale rilievo. In certi monasteri, come a Senanque, lesigenza di regolamentare lo scolo delle acque prevalse persino sullorientamento della chiesa (Farina-Vona, 1988, p. 252). Di tutte queste esigenze si teneva conto durante lispezione previa del sito, in un primo momento affidata allabate ed in seguito ad una commissione dinchiesta, composta da 2 o 3 abati, secondo le disposizioni del 1267 (ivi, p. 245).
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Canestrelli, 1896, p. 71.

Targioni-Tozzetti, 1768-1779, IV, p. 27: Conviene per credere che anticamente questo soggiorno non fosse insalubre, perch le rovine della Badia fanno conoscere che essa era piuttosto una mezza citt che una Badia ma adesso la umidit dellaria rende la chiesa impraticabile [...] le pareti sembrano muffate, lintonaco tutto corroso.

Barlucchi, 1991, p. 73 e nota 30: larea di impaludamento, nel 1228, aveva il nome di Melma di Filicaia; nel 1229 i monaci, ormai proprietari di vari appezzamenti a valle dellimpaludamento, ottennero il permesso dal proprietario del luogo di costruire una chiusa ed un canale per far defluire le acque. In un documento del 1233 ancora compare la Melma di Filicaia, ma nella seconda parte del secolo rimane solo il toponimo Milmone (1270); nella Tavola delle Possessioni non si riscontra pi neanche il toponimo. Si veda anche Barlucchi, 1992, pp. 5657.
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Gilbertson-Hunt-Redon, 1987, p. 404. V. Catalogo, Sito VII. Canestrelli, 1896, p. 118, doc. VIII.

Il problema dei diritti sulle acque argomento vasto e di non facile trattazione in una semplice parentesi, in quanto la situazione giuridica sub sostanziali trasformazioni attraverso un ampio arco cronologico e present aspetti diversi nelle varie aree geografiche, a seconda della situazione politica e sociale che in ciascuna di esse si andava creando. Limitandoci ad accennare solo alle linee generali della questione, possiamo ricordare che, dopo il periodo altomedievale, durante il quale le acque non dovevano aver perso del tutto quella connotazione di res publica che le aveva caratterizzate nel periodo romano, a partire dal X sec., come gli altri iura regalia, finirono per essere allodializzate, donate, concesse, usurpate, nel generale fenomeno di frantumazione del potere centrale. Re e imperatori, cui teoricamente spettavano ancora queste prerogative, fecero concessioni sempre pi ampie in primo luogo ai vescovi, ma sempre pi spesso anche ai signori laici. In questa situazione luso delle acque e limpianto di mulini divennero elementi costituenti il banno del signore e tratti di fiumi poterono essere patrimonializzati o considerati pertinenza dei terreni rivieraschi. Dal XII sec., inoltre, lo sviluppo delle comunit rurali determin talvolta una appropriazione dei diritti di uso dei beni comuni e delle acque in particolare. Al 1158 risale il tentativo di Federico I di riaffermare la demanialit delle acque sottraendole al dominio privato; si tratt di un tentativo effimero, in quanto nel 1183 i comuni urbani, la nuova forza che dal XII sec. era entrata nel gioco, ottennero dallimperatore una generica regalia sulle acque e cominciarono a tentare di imporvi il proprio controllo. Ma sulla politica comunale torneremo in seguito. Per una trattazione pi approfondita di questo argomento si rimanda a Dussaix, 1979; Chiappa Mauri, 1984 pp. 24-25, 101 e sgg.; Chiappa Mauri, 1990, pp. 133-134; Balestracci, 1992. Sulle vicende della formazione del patrimonio di S. Galgano, oltre a Canestrelli, 1896, si veda soprattutto Barlucchi, 1991. Sito 10 UT 1: nel 1216 si parla della planities montis qui dicitur Seppi ad pedes cuius montis ab orientali parte est situm suprascriptum molendinum vetus Sancti Galgani cum planities sibi pertinenti. Nel 1223 il monastero vende per 500 lire senesi, con varie convenzioni, met dellimpianto ad un consorzio di privati (ma su questo episodio torneremo in seguito). Da questa vendita deriv una lite
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che si protrasse tra il 1246 ed il 1249, fino al pronunciamento, a favore dellabbazia, sia del rettore del castello di Monticiano che del podest di Siena, da cui si capisce che la propriet intera del mulino era tornata allabbazia. Sito VII: dal privilegio del vescovo Pagano del 1216 si ricava che essi appartenevano, almeno in parte, al monastero; nel 1218 si parla della gora cum steccaria quattuor molendinorum et unius gualcherie dicti monasterii; nel 1221 Bonifazio di Guido, conte di Civitella, dona allabbazia tutti i diritti e lo ius decimarum sui mulini di Campora; nel 1223 se ne acquistano altre quote da Ildibrandino di Ugo Turacci e da Burgognone di Novellino da Luriano. Da questo momento non si hanno altri contratti riguardanti tali strutture, segno che probabilmente esse erano ormai totalmente nelle mani del monastero. V. Catalogo siti XIX e XXI: nel 1220 Bernardo di Ranieri di Ticchianello vende al monastero la terza parte di una terra in localit detta Molendinum Bernardesarum allo scopo di costruirvi e riedificarvi un mulino. Nel 1223 Rutifredo Bonaccorsi vende al priore del monastero dei mulini sul Merse chiamati molendina Bonacorsi.
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Cfr. Barlucchi, 1991, p. 99.

In parte anche nel 1247, cfr. Barlucchi, 1991, p. 88. Nel 1227 Pepo, vescovo di Grosseto, cedette il distretto di Ischia allabbazia di S. Galgano con la facolt di costruirvi alcuni mulini, che risultano terminati nel 1229, e suddivisi a met tra il monastero ed il vescovo grossetano, cfr. Canestrelli, 1896, p. 29. Sito 19: nel 1245 ne acquista la met appartenente alla vicina pieve di S. Giovanni al Monte, gravata dai debiti; nel 1270 il monastero risulta in possesso di 3/4 del mulino. Sito V: nel 1249 il comune di Monticiano ne deve cedere una parte allabbazia in seguito ad una sentenza sfavorevole nella lite riguardante un altro impianto molitorio (Sito 10 UT 1); nel 1276 il monastero ne acquista 4 /24 e mezzo sempre dal comune afflitto dai debiti e nello stesso giorno altre 2 parti e mezzo dagli Eremitani di Camerata, che le hanno a loro volta acquistate dal comune, ma hanno difficolt a pagarle. Nel 1280 si acquista 1/18 da Contessa di Ottinello, nel 1303 una parte non specificata da due maestri di legna, nel 1317 probabilmente ancora un ventiquattresimo. Sito IVa: nel 1276 se ne acquistano quattro parti e mezzo su 24 dal comune di Monticiano e nello stesso giorno altre 2 parti e mezzo dagli Eremitani di Camerata, che le hanno acquistate dal comune, v. la nota precedente. Sito IIIb: nel 1280 1/18 venduto da Contessa di Ottinello; nel 1337 ancora di propriet del monastero.
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Sito 7: nel 1304 viene concesso in affitto ad un abitante del Belagaio.

Sito XIII: si tratta dellunico mulino documentato sul Feccia; nella seconda met del XIII rientra tra i possessi dellabbazia, nel 1318-20 appartiene ancora interamente a S. Galgano e fa parte di una propriet composta da sei case con

vari annessi del valore complessivo di 3721 lire. Cfr. Catalogo, Sito IIIa. Non possediamo il documento originale ma uno spoglio molto particolareggiato in cui si legge che il nuovo mulino sarebbe stato edificato in danno del detto monastero e che il Sottopriore propose che si comprasse detto pezzo di terra per il prezzo di sopra (50 lire senesi) acci venisse impedita la fabbrica di detto mulino, alla qual proposta acconsent il detto Capitolo e monaci, giudicandosi tal compra utilissima per il detto monastero. Barlucchi ha calcolato che soltanto negli anni 1256-60 labbazia invest nei mulini di questa zona la notevole somma di 7325 lire, cfr. Barlucchi, 1991, p. 102. Sito 17. Nel 1258 il monastero, insieme a tre privati, acquista lintero mulino dal comune di Siena: la quota acquistata dal monastero corrisponde ai 4/5 della met; nel 1262 labbazia risulta ancora in possesso di 4 parti su 9 totali; nel 1273, con due contratti distinti, acquista 4/8 di altre 4 quote del mulino; nel 1289, per dirimere una lite sorta col monastero di S. Eugenio a proposito del mulino di Petriera, i due impianti molitori vengono messi integralmente in compropriet. Nel 1318 il monastero di S. Galgano ancora in possesso di 1/4 della struttura. Sito 15: nel 1258 il monastero, insieme a tre privati, acquista la met appartenente al comune di Siena (laltra appartiene allabbazia di Torri) dei mulini del Pero e Serravalle (oltre che quello di Palazzo, cfr. nota precedente); nel 1260 acquista dai propri soci altri 5/18 del mulino del Pero. Sito 16: v. la nota precedente, a. 1258; inoltre nel 1280 il monastero acquista da Viviano di Pandolfino due parti del mulino. Sito 5: nel 1288, i monaci acquistano la met dei mulini e della gualchiera situati in questa localit dallabate di Torri che si trovava indebitato presso usurai; nel 1318 il monastero risulta ancora in possesso di 1/3 della struttura. Sito XVI, nel 1288 si acquista la met di questa struttura dallabbazia di Torri, v. nota precedente. Sito XII: nel 1256 se ne acquistano alcune quote da Bartolomeo di Pietro, nel 1266 altrettante da Tommaso di Pietro (nel primo caso di tratta forse di una falsa vendita). Sito X: il mulino, appartenente allabbazia di S. Eugenio, nel 1289, per risolvere una lite, viene messo in compropriet col monastero di S. Galgano ed i suoi soci, insieme al mulino Palazzo. Nel 1290 il monastero di S. Galgano ne acquista ancora 1/4 e nel 1318 risulta in possesso della medesima quota. Sito XI: nel 1271 il monastero ne compera 1/3 da alcuni membri della famiglia Incontri, affiancato nelle operazioni di acquisto dallOpera Metropolitana. Seguono diversi e complicati contratti riguardanti laffitto o lacquisto di parti del mulino, alcuni dei quali mascherano senza dubbio dei prestiti su pegno fondiario, che coinvolgono alcuni membri della famiglia Bonsignori ed altri privati loro soci.
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Nel 1305 il monastero ancora in possesso di 1/3 della struttura, mentre nel 1318 essa risulta spartita esattamente a met con lOpera di S. Maria. Si vedano Canestrelli, 1896, pp. 31-32 e Barlucchi, 1991, p. 91. Uno di questi mulini fu acquistato, in compropriet col comune di S. Gimignano, con varie operazioni a partire dal 1274; il secondo fu costruito in compropriet col comune stesso dopo il 1281; un terzo mulino apparteneva per intero al monastero (acquisto nel 1281). Il possesso dei beni e dei mulini da parte del monastero di S. Galgano fu pi volte contestato, con varie molestie, dal Capitolo della pieve, che arriv ad accusare i monaci cistercensi dellomicidio di un dipendente della pieve e ne approfitt per confiscare i beni di Villa Castelli; nel 1290 la causa fu portata davanti al pontefice Niccol IV, che riconobbe innocenti i monaci ed ordin che i beni confiscati fossero restituiti, il che avvenne solo nel 1296.
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Canestrelli, 1896, pp. 28-29.

Qualcosa del genere avviene ad esempio, sempre verso la met del XIII sec., per i mulini dellabbazia di S. Salvatore allAmiata: diversi impianti molitori esistevano nei territori sottoposti al monastero gi molto tempo prima dellarrivo dei Cistercensi, ma erano stati in parte venduti, in parte affittati a privati; invece, alla met del XIII, labate Manfredi, nel suo tentativo di restaurazione, cerc di riprendere il controllo sui mulini ricomprandone alcune parti e approfittando delle occasioni favorevoli, nate da controversie, per confiscarne altre (cfr. Redon, 1982, pp. 117-119). Si veda il caso eloquente del Mulino Vecchio (Sito 10 UT 1): nel 1223 il monastero ne vende la met ad un gruppo di mercanti, probabilmente a causa di necessit contingenti (si pensi ad esempio alla costruzione, in questo lasso di tempo, dellabbazia maggiore). Nel 1249, in seguito ad una lite coi comproprietari, il monastero, appoggiato dalle autorit senesi, rientra in possesso dellintera struttura; non solo: il podest di Siena impone alla comunit di Monticiano di cedere al monastero una quota del mulino di Ripetroso, come risarcimento delle perdite di guadagno conseguite alla proibizione, imposta dal rettore del castello agli ex-soci dellabbazia, di portare grano a macinare nei mulini del monastero. questo un fenomeno riscontrabile non soltanto qui, ma di portata generale: si vedano per un confronto le osservazioni di Comba, 1985, pp. 256257, a proposito delle abbazie cistercensi nel milanese. probabilmente in questa tendenza che, anche a livello europeo, va individuato il fattore scatenante di quella bulimia dacquisto (v. sopra, par. 1.2) nei confronti dei mulini, verificatasi a partire dai primi decenni del XIII secolo anche nelle abbazie che gi da molto tempo avevano iniziato lo sfruttamento delle acque.
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Barlucchi, 1991, p. 93.

Si vedano le osservazioni di Pirillo, 1989, p. 31. Anche in Chiappa Mauri, 1984, pp. 24 e sgg. si fa notare che tanto pi vicina o perlomeno facilmente raggiungibile la sede di un grande mercato urbano, tanto maggiore laccanimento con cui gli enti ecclesiastici liberi di accedere al mercato cittadino tentano con ogni mezzo di appropriarsi di mulini o di farsi riconoscere dalle

autorit in carica il diritto di realizzarli. Si vedano in generale anche le osservazioni di Righetti Tosti-Croce, 1993a, p. 24, a proposito del notevole interesse verso i centri urbani, e soprattutto verso i loro mercati, da parte di molte abbazie, alcune delle quali gi dal XII sec. possiedono delle case urbane incaricate di commercializzare i prodotti delle grange. A proposito di queste difficolt si vedano Barlucchi, 1991 e Barlucchi, 1992, pp. 73-74, ove si riporta la notizia che, intorno al 1280, il monastero rischi di dover alienare, per i debiti accumulati, gran parte del patrimonio di Frosini e fu salvato da un prestito di ben 1450 fiorini doro ottenuto dai Gallerani. Sito 5: il testo della Tavola del 1318 stato corretto nel 1320; la quota di S. Galgano da 1/3 (valutato 1420 lire) scesa ad 1/4 (valutato 1065 lire). Sito 15: allo stesso modo la quota che nel 1318 consiste in 1/4 (549 lire) scesa nel 1320 a 4/18 (488 lire). Sito VII: nel 1318 la Tavola cita un solo mulino in possesso del monastero a Campora, contro i 4 mulini con gualchiera documentati nella prima met del XIII secolo.
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Exordium Parvum, citato in Farina-Vona, 1988, pp. 34-36.

Si veda ad esempio il caso eclatante dellabbazia di Settimo, presso Firenze (cfr. supra, par. 1.2); altri confronti, per il Nord Italia, sono le abbazie di Lucedio, Morimondo e Chiaravalle, cfr. Comba, 1985, p. 256.
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Sullargomento si veda Barlucchi, 1992, pp. 70-71.

Ad esempio doveva gi esistere quello di Ripetroso, Sito V, in mano alla comunit di Monticiano. Qualcosa di simile, ma un po pi tardi, avvenne nel caso dei mulini posseduti dal monastero di S. Galgano insieme al comune di S. Gimignano: nel 1281 si stabil un accordo secondo il quale venivano ripartite a met le spese per edificare uno dei mulini in compropriet (laltro fu rilevato da certi privati) ed il godimento degli utili; il monastero fu inoltre libero di trasportare e commerciare grani senza pagare dazi, mentre il comune si impegnava a far s che i contadini portassero a tali mulini i loro prodotti da macinare, cfr. Barlucchi, 1991, p. 91. Qualche esempio: nel XIII sec. in Liguria i monasteri, al pari dei privati, locano i propri mulini con contratti di varia scadenza e condizione, cfr. Origone, 1974, pp. 96 e sgg.. Alcuni mulini della signoria di S. Salvatore allAmiata, soggetti allabate allo stesso titolo delle terre, sono in mano a privati che pagano un canone, cfr. Redon, 1982, p. 117.
297 298 296

Barlucchi, 1992, p. 73.

Bertrand Barrire ritiene che in campo tecnologico i cistercensi abbiano molto meno innovato che migliorato, tuttavia constata che a diverse riprese lOrdine invi a questa o quella abbazia di recente fondazione degli istruttori in campi specializzati e non solo in materia di liturgia o canto, ma anche in lavori idraulici o altro, cfr. Barrire, 1983, p. 82. Marina Righetti Tosti-Croce (1993a, p. 41) osserva che se non si conosce nei singoli dettagli quale sia stato lapporto dei

Cistercensi allelaborazione di nuove metodologie del lavoro idraulico, sappiamo per che la loro pratica abituale li port ad una applicazione su vasta scala di questo tipo di opere e conseguentemente ad una efficace messa a punto delle varie metodologie, continuamente confrontata grazie agli incontri annuali dei Capitoli, e dunque omogenee in tutta Europa, senza sacche di arretratezza. Canestrelli, 1896, p. 17, riporta il testo della proposta fatta da Bartolomeo Saracini nel Consiglio Generale: Supra flumine Merse consuluit et dixit quod mittatur pro donno Gnolo ordinis de Cestello, qui debeat videre flumen Merse bene et diligenter et si potest derivari et deduci prope Senas, et id quod ipse dixerit faciendum.
300 301 302 303 299

Carli, 1979, p. 13. Canestrelli, 1896, p. 20. Angelucci, 1980, pp. 102-103.

Pirillo, 1989, p. 34, nota 43. Per questo caso Pirillo propone lipotesi che il sempre pi intenso coinvolgimento dellabbazia nellamministrazione cittadina derivasse in gran parte anche dalla volont dei monaci di ottenere aiuto e soccorso in caso di incursioni del nemico nel territorio, durante le quali si dava sistematicamente il guasto proprio a tutte le strutture, ed in primo luogo i mulini, legate al vettovagliamento. Sito 10 UT 1: in occasione della vendita di met del mulino, tra gli accordi stipulati con gli acquirenti, si prevede che, in caso di necessit, limpianto possa essere spostato e ricostruito in terre del monastero che confinano coi mulini un tempo appartenenti agli Eremiti; nello stesso documento labate si riserva la possibilit di restaurare o ricostruire mulini nel luogo, dal che consegue che probabilmente gli edifici preesistenti erano allepoca in rovina.
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Cfr. Castagnetti, 1986, p. 510.

La cessione delle decime a laici, da parte di vescovi o rettori di chiese, sotto forma di livello perpetuo o limitato alla vita dellinvestito, documentata gi a partire dal IX sec. e diventa usuale dopo il X, cfr. ivi, pp. 516-519. Sito XVI: nel 1288 citato nel contratto di vendita del mulino de Saxis come casa que domus dicitur molendinum de Volta, posta nelle immediate vicinanze del mulino precedente; la definizione di questa struttura come casa, potrebbe far pensare che essa fosse in questo periodo ormai inattiva e ridotta a semplice abitazione.
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Per questo documento v. Catalogo, Sito 15. Cfr. supra, par. 2.2. Per la descrizione dei particolari tecnici di questa struttura cfr. supra, par. Cammarosano-Passeri, 1976, p. 389.

2.1.
311

LOspedale, che compare per la prima volta nella documentazione nel 1090, fu probabilmente fondato nella seconda met dellXI sec. su ispirazione del Capitolo della Cattedrale. Esso si stacc tuttavia piuttosto rapidamente dalla tutela canonicale e vide un sempre pi profondo coinvolgimento nel governo della cosa pubblica e nelleconomia senese: basti pensare alla funzione di prestatore di denaro allerario e a quella di calmiere del prezzo del grano cui il comune, in casi di carestia, imponeva la vendita dei cereali a prezzo controllato. Tali funzioni erano imposte dal comune in cambio di protezione, sgravi fiscali, appoggio nelle cause civili. Sulle vicende dellOspedale, la formazione del patrimonio fondiario, lintreccio profondo tra matrice religiosa e laica nella sua storia, si rimanda a Balestracci-Piccinni, 1985, pp. 22 e 25; Epstein, 1986, p. 7 e sgg.. Sono ben note le vicende dei grandi mulini sullArbia costruiti dallOspedale: intorno al 1323-24 quello fortificato di Monteroni, dal 1343 quello di Buonconvento, dagli anni 70 quello di Isola dArbia, v. Epstein, 1986, pp. 73 e sgg., 83-90; Balestracci, 1990b. Inoltre nella prima met del XIV sec. lOspedale entr in possesso, per donazione o acquisto, di numerosi altri mulini sparsi su tutto il territorio senese, v. Epstein, 1986, p. 89.
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SullOpera di S. Maria v. Moscadelli, 1995. Su tale aspetto ivi, p. 13. Su questi aspetti cfr. Cammarosano, 1991b, p. 55.

Sulla signoria, i diritti giurisdizionali, il dominatus loci e il banno, si vedano: Cammarosano, 1974a, pp. 15-92; Tabacco, 1979, pp. 240-257; Sergi, 1986, pp. 381-386 (in particolare sui mulini p. 384); Cammarosano, 1991b, pp. 8485. Per degli esempi toscani si vedano Cherubini, 1974, pp. 207 e 221 ed il caso del mulino di Tintinnano in Cammarosano, 1974a, p. 22 e doc. 10 a p. 51. Riguardo ai diritti esercitati sulle acque da signori laici, si rimanda a quanto accennato nella nota 259 ma soprattutto alla bibliografia ivi citata. Abbiamo visto in precedenza, nel paragrafo 3.1, i problemi derivanti dalla perdita dei fondi documentari dei maggiori enti ecclesiastici della zona, in particolare labbazia di Serena e quella di S. Lorenzo al Lanzo, che avrebbero potuto fornire notizie sul tipo di diritti signorili esercitati dalle due pi importanti famiglie della zona, i Gherardeschi e gli Ardengheschi. Si tratta di Paganello e Bernardino di Ugolino, che in una sottomissione del 1179 risultano conti di Pari mentre nel 1187 e 1194 sono nominati come comites de Civitella (Angelucci, 1982, p. 123 e genealogia a p. 153). Abbiamo poi Ranieri di Ciolo, certamente identificabile con Ranieri di Giollo, personaggio meno noto, ma che compare nellatto del 1194 tra i conti di Pari e Civitella ( ivi, p. 132 e genealogia a p. 153); infine il conte Bonifazio figlio di Guido, che in un privilegio del 1221 concesso da Federico II a Ildibrandino Aldobrandeschi compare tra i suoi fideles (ivi, p. 126 e genealogia a p. 154).
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Per la trascrizione del documento si veda il Catalogo, Sito 19.

Ad esempio, nel XIII sec., i gi citati mulini di Campora (Sito VII), il mulino di Pelago Mare (Sito 7), il Mulino di Mugnone (Sito 14), e nel XIV sec. quelli di Castiglion Balzetti (Sito XIV), di Montarrenti (Sito XV) e di Montecapraia (Sito XVII).
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Cfr. Cammarosano-Passeri, 1976, p. 368.

V. Catalogo, passim. Per un confronto di vedano le osservazioni di Catherine Dussaix (Dussaix, 1979) sul caso di Reggio Emilia: su 172 nomi di proprietari solo 23 non hanno la qualifica dominus. Tuttavia questo titolo crea alcuni problemi interpretativi per quanto riguarda una precisa collocazione sociale di chi lo deteneva, in quanto nel XIII secolo ha s ancora valore di titolo onorifico, ma non riservato solo alle grandi famiglie aristocratiche, bens anche ai nobili inurbati, ai magistrati comunali, agli uomini di legge ed ai grossi mercanti e banchieri, cfr. Bowsky, 1986, p. 54. Si tratta di Pietro di Scotto. A questo stesso personaggio, nel 1265, labate di S. Lorenzo al Lanzo, oberato dei debiti, vender alcune ville, nonch redditi, affitti e servizi tributati al monastero da alcuni coloni; la vendita fu approvata e ratificata dai signori di Pari, Fornoli, e Civitella, cfr. Angelucci, 1982, p. 124. Si tratta di Viviano Giulli o di Giollo; suo figlio, Dietaviva o Viva Viviani, che compare pi volte come suo erede nella nostra documentazione (v. Sito 17), citato nel 1318-20 tra i signori di Pari e di terre tra Ombrone e Merse (cfr. Cherubini, 1974, p. 291): quindi molto probabile lidentificazione del Viviano Giulli socio di S. Galgano nel 1258 con un discendente di Ranieri Giulli, conte di Pari e Civitella (cfr. nota 320). Si pensi invece alla situazione diametralmente opposta delle ricchissime risorse idriche in molte citt del nord Italia - ma anche nelle pi vicine Firenze e Pistoia , con conseguente enorme diffusione delle ruote idrauliche allinterno delle stesse mura cittadine. Per citare solo alcuni esempi si vedano Reggio Emilia (Dussaix, 1979), Bologna (Pini, 1987), Padova (Bortolami, 1988), Verona (Varanini, 1988) e appunto Firenze (Muendel, 1981; Muendel 1991a) e Pistoia (Muendel, 1972).
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Balestracci, 1984 a.

Vale la pena di richiamare alcune osservazioni, che si vanno moltiplicando negli studi sulla diffusione delle macchine idrauliche in et comunale, a proposito dello stretto rapporto tra lo sfruttamento dellenergia dellacqua e levoluzione economica e sociale delle citt nei secoli decisivi della loro crescita. I mulini e le altre macchine idrauliche, infatti, si rivelano spesso essenziali per il decollo delleconomia cittadina e sono inoltre strutture capaci di produrre particolari esiti socio-ambientali nella organizzazione dello spazio urbano. Cfr. Bortolami, 1988, p. 282; Varanini, 1988, pp. 334-335; Montanari Pesando, 1993, pp. 11 e sgg.

Si ricordi che Siena nei decenni tra fine 200 e anni 30 del 300 certamente una delle maggiori citt italiane, con pi di 40.000 abitanti, cfr. Ginatempo-Sandri, 1990, p. 106. Per laccrescimento demografico ed urbanistico della citt dopo la met del XII secolo, v. anche Sestan, 1961. Per lespansione della cerealicoltura anche su terreni poco adatti cfr., a livello europeo, Duby, 1970, I, pp. 99 sgg.; sulla produzione cerealicola toscana e in particolare quella senese, cfr. Pinto, 1982, pp. 140 e sgg.; per lespansione delle colture nella nostra area durante il XIII, si veda la bonifica del padule di Orgia, cfr. infra, nota 340. Balestracci, 1981, p. 128: nel XIV sec. sono almeno otto, ma lamentano grossi problemi di scarsit dacqua. Allinterno delle mura cittadine si ha notizia, nel tardo Trecento, di un mulinetto per arrotare il ferro situato nel Borgo Nuovo di S. Maria e del mulino di un tintore nel Piano di Follonica, che utilizzavano piccole vene locali, cfr. Balestracci-Piccinni, 1977, p. 161. Dalla Tavola delle Possessioni risulta che ne esistevano tre sul Riluogo, tre sul Bolgione, due sul Bozzone, cfr. Cherubini, 1974, pp. 273-274. Balestracci, 1981, pp. 128-131: di questo progetto si parla fino al 1334, ma forse non se ne fece mai di niente. Anche nel Constituto del 1262 ci si preoccupa di quid faciendum sit de blada perferenda ad molendinum vel molendina comunis et ad alia de iurisdictione Senarum, et non ad alia extra iurisdictionem Senarum (Zdekauer, 1897, p. 351). La notizia si trova nel Caleffo Vecchio (Cecchini, 1932-1991, II, p. 534): nel 1237 due magistri molendinorum ad ventum domandano al comune di Siena di poter costruire mulini a vento in cima al Monte Martini.
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Balestracci-Piccinni, 1977, p. 163, nota 38.

Sullargomento si vedano in generale De Colli, 1957, pp. 155-157, Bowsky, 1976, pp. 42 e sgg., Bowsky, 1986, pp. 285 e sgg. Una delle pi antiche memorie attestanti una tutela da parte del governo in fatto di grano si ha nel 1213, quando, in un atto di sottomissione degli Ardengheschi, inclusa tra le varie imposizioni la clausola di non portare a vendere cereali fuori dal contado senese (per questa notizia in particolare cfr. Angelucci, 1982, p. 131, nota 35). Nel 1223 una commissione appositamente addetta stabiliva di vietare che dalla citt o contado si esportasse grano, specialmente a Firenze. Si ritiene che fin da allora venissero create, in determinati momenti, apposite commissioni e bale che dovevano tutelare lapprovvigionamento dei cereali, stabilirne il prezzo, esaminarne la cessione ai particolari: si veda al proposito il pagamento dei provveditori di Biccherna, nel 1226, ad un balitore inviato in vari luoghi del contado e ad mercatum de Ardenghesca [...] super facto blade ne portaretur extra comitatum Senensem (per questa notizia in particolare, cfr. Angelucci, 1982, nota 35). Siena attuava una politica annonaria articolata, ben documentata soprattutto per il periodo del governo dei Nove. Il comune cercava di ottenere il controllo sulla distribuzione del grano prodotto nel contado in linea generale

perch fosse disponibile innanzitutto per le masse cittadine: ci avveniva spesso, specialmente in periodi di carestia, ricorrendo ad imposizioni di cereali sulle comunit del contado, cui si richiedeva di inviare determinate quantit a vendere nella citt, a prezzi fissati dal governo senese, e addirittura concedendo lasciapassare ai contadini indebitati per recare almeno minime quantit di grano a vendere in citt. Il comune amministrava e ammassava le granaglie nelle canove o dogane, cio depositi collocati in punti determinati della citt e del contado. Allinterno dello stato senese, a zone molto produttive come la Val di Chiana e la Maremma si contrapponevano zone poco fertili come le Colline Metallifere ed i poggi tra Val dElsa, Val di Cecina e Val di Merse, il che dava luogo ad intensi scambi di prodotti tra le varie zone, sopperendo alle necessit di quelle pi improduttive (cfr. Pinto, 1982, p. 141). Sulla politica annonaria in Italia fra XIII e XIV sec. si veda anche Pinto, 1985. Si noti che nel novembre del 1246 le autorit cittadine deliberarono di vendere la parte senese della palude di Canneto, presso Monteriggioni (di cui il comune si era appropriato dopo una lunga disputa con il monastero dellIsola) proprio per finanziare le spese per questo mulino, cfr. Cammarosano, 1983, p. 49. In questo stesso anno, per far fronte ai bisogni di una accresciuta popolazione, il comune di Siena si impegn in grandi spese nella nuova ricerca di vene dacqua per alimentare Fontebranda, costruendo un lungo bottino in muratura, e inoltre riadattando e scavando ex novo altri rami per aumentare la portata delle fonti cittadine, cfr. Balestracci, 1984a, p. 17
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Zdekauer, 1897, p. 351.

Sullargomento: Banchi, 1871b; Zdekauer, 1897, pp. 361-362; Bizzarri, 1937; Cammarosano-Passeri, 1976, p. 397; Balestracci, 1988, p. 158. Si veda Balestracci, 1988, p. 150, che riporta lesempio del ponte sul fosso della Testiera, sotto Stigliano, largo abbastanza per permettere il transito di un carro tirato da due buoi; inoltre le rubriche del Constituto del 1262 De fiendis spondis pontis de Orgia, Quod fiat pons super flumen Rosie inter Turrim et Rosiam, De via fienda per vallem aputinis usque ad fossatum in pede podii de Petriolo, De ponte fiendo super Farmam apud balneum de Petriolo (Zdekauer, 1897, pp. 314, 316, 359). Si veda anche Szab, 1975. Zdekauer, 1897, p. 349: Et per totum mensem Ianuarii faciam consilium campane et populi, in quo proponatur et consilium petatur de providendo per bonos magistros subtiles et ingeniosos, et alios sapientes viros, qualiter possit derivari et deduci aqua fluminis Merse prope civitatem Senarum, et quomodo et ubi et quot expensis. Si tratta probabilmente della costruzione delle porte Ovile e S. Marco, con il corrispondente tratto di mura, e dellantiporto di Camollia, cfr. CammarosanoPasseri, 1976. Zdekauer, 1897, p. 393: in tale testo si specificano i nominativi di tutti gli acquirenti, cio il monastero di S. Galgano, Pietro Scotti, Viviano Guillielmi e Iacopo Angeleri. Sempre nel Constituto del 1262 fu inserita una rubrica
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riguardante la pena da comminare a chi avesse danneggiato le strutture di derivazione idrica del Mulino Palazzo impedendo la macinazione, cfr. supra, p. 70. Soltanto in un documento del 1282 ed in uno del 1305, riguardanti alcune quote del mulino di Foiano, si parla ambiguamente della propriet del comune identificadola con quella dellOpera Metropolitana (Sito XI). Come avviene a Firenze, dove il comune nel XIV sec. crea una propria rete di mulini sullArno (Muendel, 1991a), a Pistoia, dove nel XIV sec. i mulini sono in gran parte in mano al comune e ad enti ecclesiastici (Berti-Gori, 1976, p. 72), a Reggio Emilia nel XIII sec. (Dussaix, 1979). Il caso pi eclatante sembra comunque quello di Bologna, dove il governo cittadino giunge alla vera e propria espropriazione di tutti mulini privati sul canale del Reno (Pini, 1987). Di grande interesse, soprattutto per la sua precocit, anche il caso di Ardesio, nelle Alpi lombarde, ove nel 1179 il comune acquista tutti i diritti sui mulini da grano e per la follatura ed inoltre su tutti i forni da argento e da ferro (Menant, 1987, p. 787 e nota 57). Si vedano inoltre i numerosi esempi di propriet comunale riportati in Balestracci, 1992. A partire dalla fine del XII sec. i comuni urbani volsero il loro interesse alla questione delle acque e tentarono a varie riprese di imporvi il proprio controllo. La prima politica di acquisizione dei diritti sulle acque si mosse nei confronti di vescovi, enti ecclesiastici e parte dellaristocrazia, con maggiore decisione dopo la pace di Costanza, che sanc il riconoscimento sovrano di una politica comunale iniziata spesso molto prima. Naturalmente questo processo di acquisizione conobbe fasi, strategie e tempi molto diversi tra comune e comune, ma si intensific in genere a ritmo crescente durante il XIII secolo, soprattutto in seguito al maggior peso assunto dalle attivit manifatturiere ed allaumento demografico. Da questo periodo si moltiplicarono gli interventi comunali e si tent anche una certa regolamentazione con lelaborazione di normative specifiche. Nel corso del Duecento, inoltre, la giurisdizione comunale, ormai definitivamente affermata dopo aver assorbito i diritti imperiali e vescovili, procedette allesautorazione anche dei signori del contado. Da questo momento in poi le norme statutarie si faranno pi rigide e minuziose, nasceranno alcune magistrature apposite competenti in materia e, pur restando valido il principio della propriet privata, i comuni si riserveranno il diritto di intervento sui terreni rivieraschi secondo il principio della pubblica utilit: cfr. la bibliografia citata alla nota 259. Cfr. le osservazioni della Chiappa Mauri a proposito della legislazione milanese sui mulini anche in assenza di una propriet pubblica, Chiappa Mauri, 1984, pp. 101 e sgg. Zdekauer, 1897, p. 353; cfr. anche supra, nota 149. Tale norma confermata anche nel Costituto del 1309-10 (Lisini, 1903, II, p. 70).
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Ibidem. Ivi, p. 350 e p. 324. Ibidem. Una norma simile viene confermata nel Costituto del 1309-10

(Lisini, 1903, II, p. 67). Cfr. anche supra, nota 133.


353 354

Lisini, 1903, II, pp. 66-67. Cfr. anche supra, nota 133.

Si stabilisce che i padroni dei mulini debbano possedere delle bestie da soma per il trasporto al mulino delle granaglie (Zdekauer, 1897, p. 353); inoltre che chiunque possieda un mulino sul Merse a molendinis alexassa usque ad molendina domini Orlandi Bonsignoris et consortum de Foiano, cio nella zona pi lontana dalla citt, debba tenere un mulo o un cavallo per ciascun palmento per portare le granaglie a macinare al mulino durante tutto larco dellanno (Zdekauer, 1897, p. 352); questultima norma confermata nel Costituto del 1309-10 (Lisini, 1903, II, pp. 68-70).
355 356

Lisini, 1903, II, p. 68.

Ibidem: questi bozoli devono essere di rame e ampi otto once alla bocca, devono stare appesi alla tramoggia con robuste catene di ferro ed essere suggellati con marchi del comune. Si controlla inoltre con frequenza che essi non vengano alterati.
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Zdekauer, 1897, pp. 351-352.

Ivi, pp. 350-351: si stabilisce che venga scelto unus bonus et legalis homo et bone fame per ciascun Terzo cittadino e che tale commissione riassegni a ciascun proprietario in causa la parte a lui spettante della struttura in questione. Lisini, 1903, II, p. 67: Et questo capitolo abia luogo per li laici et infra li laici, et non per li cherici o vero religiosi; salvo che se li cherici o vero religiose persone vorranno et consentiranno che le loro molina et steccate si debiano terminare, abia luogo et intendasi ancora per quelli cherici et religiose persone, e quali et le quali vorranno et consentiranno che le loro steccate et molina si terminino. Ivi, II, p. 70: Et lo detto capitolo abia luogo per li laici et contra li laici, et anco per li cherici et contra li cherici, se missere lo vescovo et li cherici religiosi diceranno con effetto. Et che essi cherici et le chiese sieno tenuti et oservino de le loro terre et de le chiese per li laici et di quelle cose le quali nel predetto capitolo si contengono.
360 361 359

Si veda Bowsky, 1976, pp. 47 e 50, episodi del 1295 e 1328.

Largomento molto vasto e, anche se strettamente connesso con questa parte della trattazione, esula in parte da essa e non potrebbe essere comunque esaurientemente affrontato. In ogni caso si vedano al proposito De Colli, 1957, p. 156; Bowsky, 1976, pp. 42-46, 51, 53, 73 e sgg.; Bowsky, 1986, pp. 285 e sgg.; Pinto, 1982, p. 140; Pinto 1985.
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Pubblicato da De Colli, 1957. Ivi p. 156. Ivi, p. 164. Si vedano, ad esempio, tutte le vicende relative allabbazia di Settimo

(Pirillo, 1989), o le dispute sorte tra il comune di Reggio Emilia ed il vescovo della citt per il controllo sui mulini in seguito al tentativo attuato dal comune nel XIII sec. di accaparrarsi tutti i mulini del territorio, rimanendo infine escluso solo da quelli degli enti ecclesiastici (Dussaix, 1979, pp. 133, 138-139, 141); inoltre la lunga lite, iniziata nel 1252, tra il monastero di S. Salvatore allAmiata ed il comune di Abbadia a proposito della costruzione di una gualchiera sul Vivo, risoltasi con una netta vittoria del potere comunale, (Redon, 1982, p. 118). Si vedano i numerosi esempi di tasse di vario tipo nella Milano di XIII-XIV sec. riportati in Chiappa Mauri, 1984, pp. 109-114. Inoltre le notizie di imposizioni fiscali del genere riguardanti la zona di Padova, Bassano, Monselice, Cittadella, Este, in Collodo, 1990, p. 395 e sgg.
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Collodo, 1990, p. 399.

Nella gabella delle Otto Gabelle si tassavano vari generi di primo consumo tra cui la farina, la legna da ardere, il carbone, cfr. Bowsky, 1976, p. 198. In Consiglio Generale, 60, c. 87 r-v, anno 1301, tale gabella inserita tra quelle da raddoppiare e vi compresa la farina, oltre a bestie da cortile, uova, formaggio, polli, legna ecc.: sullargomento cfr. Ginatempo, 1989-1990, pp. 120-121, note 26 e 32. La farina rientrava anche tra i generi compresi nella cabella portarum agli inizi del XIV sec., ed era tassata 1 denaro allo staio, cfr. Banchi, 1871, p. 128.
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De Colli, 1957, p. 155.

In primis statutum et ordinatum est quod omnia et singula molendina que sunt in comitatu et iurisdictione Senarum que non sunt affictata debeant affictari et extimari eorum et cuiuslibet eorum redditus hoc modo. Scilicet quod per dominos Novem eligantur tres boni homines et sapientes viri, scilicet unus de quolibet tererio in secreto ita quod non sciatur, qui habeant notitiam molendinorum qui iurent bona fide sine fraude affictare et extimare valutam affictus et redditus molendinorum que sunt in flumine Umbronis que affictata et extimata non sunt. Et alii tres simili modo eligantur qui debeant dicto modo affictare et extimare redditus molendinorum que sunt in flumine Arbie que extimata et affictata non sunt. Et alii tres simili modo eligantur qui debeant dicto modo affictare et extimare redditus molendinorum que sunt in flumine Boonis et Bulgionis Tresse Riluoghi et Malene et in aliis aquis que sunt in comitatu et iurisdictione senarum que extimata et affictata non sunt, alia vel omnia et singula molendina que sunt in comitatu et iurisdictione senarum que sunt affictata stare debeant et esse in extimatione et affictu in quo nunc affictata sunt. Et alii qui eligentur ut dictum est ad affictandum et extimandum supradicta molendina que affictata et extimata non sunt non sint de illis qui habeant aliquam partem in aliquo dictorum molendinorum et omnes redditus cuiuslibet molendini debeant affictari et extimari ad frumentum solum et non alium bladum. ( Gabella, I, cc. 52v-53r). Item statutum et ordinatum est quod supradicti offitiales qui debent affictare et extimare molendina predicta ut dictum est debeant in flumine in quo posita fuerint invenire si est ibi aliquid molendinum affictatum. Et si ille vel illi cuius vel quorum fuerit molendinum dixerit quod dictum molendinum fuerit affictatum faciant sibi ostendi instrumentum affictus et reducant illud in scriptis

silicet quo anno et qua die dictum istrumentum fuit conditum et manus cuius notari et in quantum est affictatum. Et si dictum instrumentum non ostenditur dictis offitialibus debeant et teneatur predicti offitiales dictum molendinum affictare et extimare sicut tenentur affictare et extimare alia molendina non affictata (Ivi, cc. 53r-54r). Item statutum et ordinatum est quod quilibet de civitate et comitatus Senarum teneatur et debeat ire ad molendum frumentum vel aliud bladum solum ad illa molendina que dant redditum sive kabellam comuni Senarum. Et qui non fecerit scilicet qui iverit ad aliud molendinum quam ad illud molendinum quod dat redditum vel kabellam comuni Senarum condempnetur pro quolibet vice et qualibet salma in 10 librarum denariorum Senarum et perdat salmam et bestiam et cuilibet sit licitum accusare et capere bestiam et salmam et medietas sit accusatoris vel capientis et alia sit comunis (ivi, c. 54r). Item statutum et ordinatum est quod de quolibet molendino quod est in comitatu et districtu Senarum debeat solvi pro intrata comunis Senarum 5 soldorum denariorum de quolibet modio frumenti in quo est vel fuerit affictatum vel extimatum ( ivi, c. 54r54v). Item statutum et ordinatum est quod per dominos Novem gubernatores et defensores comunis et populi senarum de mense decembris venturi debeant eligi duo boni homines per tererium qui teneantur et debeant taxare omnia molendina que taxata non sunt que facta et constructa fuerunt sive sunt a taxatione citra que sunt in comitatu senarum. Et quod dicti taxatores teneantur et debeant minuere de taxatione illorum molendinorum veterum que fuerunt vicina predictis novis molendinis si deteriorationem receperunt propter constructiones novorum molendinorum (ivi, c. 56 r-v). Item statutum et ordinatum est quod quilibet qui non fuerit suppositus iurisdictioni Senarum qui habuerit aliquid molendinum vel partem in aliquo molendino comitatus et iurisdictionis Senarum et non solverit comuni Senarum de redditus molendini ut supradictum est illa talis persona vel ille talis locus et eorum bona et eorum familiares sint exempti et extracti de protectione comunis Senarum et eis et cuilibet eorum nullum ius nec constitutum servetur. ( ivi, cc. 54v-55r)
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Ivi, c. 54v.

Per questo aspetto cfr. supra, p. 89; per tutti gli altri aspetti tecnici riguardanti la costruzione e la struttura materiale dei mulini si rimanda ai par. 2.1 e 2.2. Sono i mulini de Saxis (Sito 5) e de Volta (Sito XVI) nel 1245 appartenenti allabbazia di Torri; il Mulinaccio (Sito 10 UT 1, ca. 1220), i mulini di Campora (Sito VII, ca. 1220: le cui quote sono state ricostruite) ed il mulino sul Feccia (Sito XIII, inizi XIV sec.) di propriet di San Galgano; il Mulino Palazzo (Sito 17) del comune di Siena. Un estremo frazionamento della propriet dei mulini diffuso anche in altre aree, ad es. in Liguria (Origone, 1974, pp. 89 e sgg.), a Reggio Emilia (Dussaix, 1979, p. 136), in Lombardia (Chiappa Mauri, 1984, p. 28).
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Il mulino di Castiglion Balzetti (Sito XIV) diviso in quote fino ad 1/36 tra appartenenti alla consorteria dei Saracini, il mulino di Foiano (Sito XI), diviso in piccole quote tra Bonsignori ed Incontri. probabilmente il caso dei mulini di Ripetroso (Sito V) e Lupinari (Sito IVa) che, da quando cominciano a comparire nella documentazione, appaiono divisi in quote fino ad 1/24, delle quali una buona fetta appartiene al comune di Monticiano, che sar poi costretto ad alienarle; altre quote spettano in parte alla Canonica di S. Giusto di Monticiano, in parte a privati del luogo. Cfr. anche 1/6 del mulino appartenente alla Comunit di Montepescini nel 1318 (Sito 26). Fig. 5 - Ruota idraulica per di sopra. Fig. 6 - Schema di funzionamento dellalbero a camme nellazionare un pestello verticale. Fig. 7 - Albero a camme azionato da una ruota idraulica (Agricola, 1563, libro IX, p. 327). Fig. 8 - Steccaia di pali e fascine presso Brenna Fig. 9 - Sbarramento in muratura che alimentava la ferriera di Ruota (Sito 4). Fig. 10 - Canale che alimentava il Mulinaccio di Monticiano (Sito 10 UT 1). Fig. 11 - Archi di uscita dellacqua dal Mulino Palazzo (Sito 17) Fig. 12 - Archi di uscita dellacqua del Mulino del Pero (Sito 15) Fig. 13 - Il Mulino del Pero (Sito 15) Fig. 14 - Il Mulino Serravalle (Sito 16) Fig. 15 - Il Molinello di Torri (Sito 21) Fig. 16 - Il Mulino Palazzo (Sito 17) Fig. 17 - Il Mulino di Torniella (Sito 23 UT 2) Fig. 18 - Meccanismi interni del mulino orizzontale (1: tremogia; 2: macina superiore; 3: macina inferiore; 4: doccia; 5: palus; 6: puntaruolus; 7: noctola; 8: palmentus; 9: circuli; 10: ritrecine; 11: ralla) Fig. 19 - Iscrizione posta sopra larco dingresso del Mulino Palazzo (Sito 17) che ne ricorda la costruzione avvenuta nel 1246. Fig. 20 - Distribuzione degli opifici (secc. XIII-prima met XIV). Fig. 3 - Mulino orizzontale. Fig. 4 - Ruota idraulica per di sotto e meccanismi per la trasmissione del moto. III. Gli impianti siderurgici
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1. Lapplicazione dellenergia idraulica alla siderurgia in Italia e in Europa (secc. XII-XVII)

1.1. Origini e diffusione del mulino da ferro Lapplicazione dellenergia idraulica alla siderurgia generalmente indicata come una delle innovazioni tecniche chiave del periodo medievale. accertato, infatti, che in tutta Europa il processo di riduzione del ferro basato sul metodo diretto abbia subto una notevole evoluzione ed un rapido aumento della produttivit grazie alluso delle ruote idrauliche nellazionamento di magli e mantici. Nonostante la sua importanza, per, le origini del mulino da ferro rimangono piuttosto oscure ed ancora ampiamente dibattuta la questione del dove e quando lenergia motrice dellacqua fu per la prima volta utilizzata nellazionare alcune delle macchine coinvolte nella produzione di oggetti in ferro. Ci dovuto al fatto che le prime evidenze documentarie di questa innovazione tecnologica, oltre a provenire da aree geografiche molto distanti tra loro, sono spesso ambigue, talvolta basate su documenti vaghi o equivoci, e quindi suggeriscono, pi che provare, la presenza di impianti di questo genere. Maggiormente chiari e probanti, come vedremo in seguito, sono i dati provenienti da alcune indagini archeologiche: essi hanno fatto molta luce sul problema, ma sono tuttavia ancora troppo rari per permettere un approccio ampio alla questione e qualunque conclusione definitiva a livello europeo. Un ulteriore problema costituito dallidentificazione tecnica delle operazioni svolte nei siti siderurgici dotati di impianto idraulico. La sola caratteristica comunemente espressa nei testi medievali, infatti, la presenza di una installazione che utilizzava lenergia dellacqua, ma della quale la funzione non viene quasi mai chiarita. Non riusciamo a capire, in parole semplici, se le ruote ad acqua erano utilizzate per azionare magli oppure mantici e, nel caso di questi ultimi, se quelli delle forge o dei focolari di riduzione . Pare assai probabile, tuttavia, che la prima applicazione dellenergia idraulica alla siderurgia, forse soprattutto a partire dallarea dellarco alpino, abbia riguardato solamente i magli meccanizzati, che utilizzavano un sistema di camme simile a quello gi da tempo usato per le mazze battenti nella follatura della lana e nella lavorazione della canapa. Soltanto pi tardi sembra che sia stato adottato il pi complicato sistema necessario per i mantici idraulici . Alcuni degli studi classici sulla prima comparsa di macchine idrauliche nella siderurgia hanno tentato di dimostrare che questa innovazione fosse gi operante, in varie parti dEuropa, a partire almeno dagli inizi dellXI secolo . Tali ipotesi, tuttavia, non si basano su attestazioni sicure dellesistenza di mulini da ferro, ma piuttosto su indizi, talvolta contenuti in testi la cui autenticit appare dubbia, o i cui termini sono stati letti in modo inesatto, o infine su frasi ambigue, che in alcuni studi recenti sono state per la massima parte reinterpretate in modo tale da escludere che si tratti di attestazioni delluso di mantici o magli idraulici . Lasciando dunque da parte tutti gli indizi di dubbia interpretazione o autenticit, la prima allusione sicura ad un mulino da ferro risale al 1136 e riguarda la forgia del monastero cistercense di Clairvaux: si tratta di un testo di Arnaud de Bonneval che contiene la descrizione, gi citata in precedenza, della costruzione dellabbazia . Si passa poi ad una attestazione di fine XII, riguardante
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le concessioni fatte dal vescovo Absalon di Lund al monastero cistercense di Soroe in Svezia. Il documento originale del 1197 andato perduto, ma conosciamo il suo contenuto grazie ad una trascrizione del 1201 con la quale il vescovo Andreas definisce i limiti della donazione del suo predecessore (nella quale erano compresi boschi, un corso dacqua ed una miniera di ferro): nelle confinazioni di tali beni rispetto a quelli appartenenti agli abitanti del villaggio di Tvaaker, viene citato come punto di riferimento il molendino ubi fabricatur ferrum . In tale contesto di estremo interesse notare il coinvolgimento sia dei due vescovi, entrambi membri della casa reale danese, sia di un monastero cistercense, nella produzione di ferro probabilmente destinato allapprovvigionamento del regno di Danimarca, cui allepoca questi territori appartenevano. Ma sul mulino di Tvaaker torneremo tra breve. In area italiana luso dellenergia idraulica per la lavorazione dei metalli probabilmente attestato nel 1179 per la regione di Bergamo, ove il vescovo concede diritti duso di un corso dacqua in connessione con un forno per largento ; inoltre da una carta del 1214, pertinente allo sfruttamento delle miniere argentifere del vescovo di Trento, dove vengono citate delle rotae cum uno furno . Il quadro offerto dalle poche testimonianze documentarie certe stato recentemente ampliato con i dati scaturiti da alcune indagini archeologiche. Gli scavi condotti a Lapphyttan (Svezia centrale) e le indagini attualmente in corso nel gi citato distretto di Tvaaker (regione di Halland, Svezia meridionale), sembrano indicare larea scandinava come uno dei primi luoghi in cui fu utilizzata questa tecnologia. In particolare il caso di Tvaaker si presenta come eccezionale, per la corrispondenza tra le indicazioni delle fonti scritte ed i risultati delle ricerche sul campo. Nel distretto minerario di Halland sono stati individuati numerosi siti di lavorazione del ferro ed in particolare quello di Ugglehult, che si differenzia dagli altri per la vicinanza con un torrente e la presenza di tracce di una ruota, due canalizzazioni ed uno sbarramento per il controllo dellacqua. Molti indizi portano a credere che si tratti di una forgia idraulica, una delle pi antiche conosciute in Europa: un campione delle scorie recuperate sul luogo, infatti, stato datato, tramite il radiocarbonio, al XII secolo . A Lapphyttan stata riportata alla luce unarea di produzione del ferro che includeva un bacino di riserva, strutture di sbarramento ed una canalizzazione per lazionamento di una ruota idraulica collegata ai mantici di una fornace. Numerose analisi effettuate sui resti di questa struttura fanno propendere per una datazione delle pi antiche fasi duso alla fine del XII secolo . Di estremo interesse sono poi i dati provenienti da una vasta indagine archeologica condotta sul sito produttivo siderurgico legato allattivit dellabbazia cistercense di Bordesley, in Gran Bretagna : lo scavo ha evidenziato un complesso sistema di controllo delle acque di un fiume prossimo allabbazia, mediante la creazione di canali di deviazione, canali di drenaggio, bacini di raccolta. Il bacino principale alimentava una struttura di produzione metallurgica, pi specificamente una forgia per la produzione di piccoli oggetti sia semilavorati
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che finiti, la riparazione di manufatti ed il riutilizzo del ferro di scarto. La fase pi antica dellattivit siderurgica con impiego dellenergia idraulica a Bordesley stata datata con estrema precisione, grazie al ritrovamento di una quantit impressionante di strutture lignee, al 1174/75 circa . Gi a questa data, dunque, la forza motrice dellacqua era certamente utilizzata in Inghilterra per muovere macchinari complessi, probabilmente sia magli che mantici; ci ha permesso di anticipare di circa 175 anni la prima evidenza di un martinetto nellisola (prima attestazione documentaria nel 1349), fornendo una datazione molto pi vicina alle prime citazioni inglesi di mulini a follone . In attesa di nuove informazioni, in particolare provenienti da scavi archeologici, il quadro cos tracciato con i pochi dati sicuri a nostra disposizione porterebbe a concludere che limpiego dellenergia idraulica nella siderurgia europea fosse operante almeno dagli inizi del XII secolo, con una successiva espansione nel corso del XIII. Un ruolo preponderante nellapplicazione e nella trasmissione delle nuove tecnologie in campo siderurgico pare sia stato svolto dai Cistercensi. Bertrand Gille , nel suo articolo ormai classico sulle origini del mulino da ferro, parla di una ipotesi cistercense, a sottolineare il fatto che moltissimi documenti in materia siderurgica indicano un forte coinvolgimento dellOrdine nella produzione di ferro e tendenze monopolistiche che ambiscono a dominare il commercio europeo di questo metallo, qualitativamente e quantitativamente. Moltissimi atti del XII e degli inizi del XIII sec., relativi alla siderurgia di area francese, inglese, spagnola e tedesca, sono collegati allo sfruttamento cistercense , che dava largo spazio alluso dellenergia idraulica. Di tutte le concessioni per miniere in Francia, il 75% vede liniziativa dei Cistercensi, in Inghilterra il 100% . Per quanto riguarda la Francia, centro di irradiazione dellordine, Catherine Verna ha evidenziato lesistenza di una siderurgia cistercense dai tratti peculiari, che vede lestrazione e la lavorazione del ferro avvenire allinterno del sistema produttivo delle grange, con accumulo di un surplus e sua vendita allesterno . La metallurgia cistercense, documentata a partire dal 1140 circa, vede ben presto il coinvolgimento di numerose abbazie, che acquistano diritti sulle miniere, i boschi, le acque, accettano qualunque giacimento di ferro loro offerto, mettono in funzione numerose forge . anche possibile che i Cistercensi siano stati chiamati da signori laici per sfruttare con le nuove tecniche i giacimenti di ferro nelle loro signorie , ma soprattutto importante la tesi secondo la quale la fondazione di certi monasteri avvenne in funzione della presenza di un giacimento. ben studiato il caso di Clairvaux , che cominci lo sfruttamento di miniere probabilmente subito dopo la fondazione, avvenuta nel 1115, e che nel 1330 possedeva almeno 8 forge, tutte situate lungo corsi dacqua, e numerosi impianti di lavaggio. Lo studio del Karlsson sulla mappa delle filiazioni di questa abbazia mostra che esse, in ogni parte dEuropa, erano in stretta connessione con miniere conosciute di ferro . Una ipotesi simile propone anche Astill per la provenienza del ferro lavorato nella
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forgia di Bordesley: probabile, infatti, che i blumi arrivassero da Flaxley Abbey, filiazione di Bordesley, fondata nel 1151 entro la regione mineraria della foresta di Dean, probabilmente proprio allo scopo di sfruttarne il minerale tramite gli ampi privilegi reali ottenuti in proposito . Lo sfruttamento dellenergia idraulica documentato dal progressivo spostamento di forge e ferriere presso corsi dacqua in luoghi anche molto lontani dai monasteri
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o spesso dalla presenza entro i monasteri stessi di edifici di forgia


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e officine a forza idraulica che univano diverse attivit sotto uno stesso tetto . Lesempio pi impressionante, anche perch perfettamente conservato fino ad oggi, forse la forgia dellabbazia di Fontenay, alla cui eccezionale struttura architettonica, in connessione con lattivit metallurgica di questo monastero, recentemente stato dedicato un vasto ed accurato studio . In questo stesso volume, che tratta il tema specifico dei rapporti fra ordini monastici e sviluppo tecnologico della metallurgia in Francia, sono state in gran parte confermate e rafforzate le ipotesi formulate, ormai molti anni orsono, dal Gille : il modello cistercense esistito in Borgogna e Champagne, Franca-Contea, Lorena, Ardenne, Berry e conferma un ruolo determinante nella diffusione delle prime tecniche idrauliche nella metallurgia. Il forte interesse in questo campo dovette portare allaccumulo di un sapere tecnico specializzato che, grazie alla struttura interna centralistica dellOrdine, pot essere rapidamente trasmesso verso filiazioni fondate in siti lontanissimi tra di loro. Accanto ai Cistercensi anche altri ordini monastici ed ordini militari dettero il loro contributo in questo settore quando, nel XII sec., la metallurgia del ferro cominci il lungo processo che la condusse a stabilirsi presso i corsi dacqua necessari a mettere in azione i magli idraulici, prime macchine destinate a rimpiazzare la forza umana nella fabbricazione dei metalli. La concentrazione delle strutture siderurgiche lungo i corsi dacqua, a partire dalla met del XII sec., appare essenzialmente compiuta prima della met del XIV, periodo durante il quale le attestazioni delluso dellenergia idraulica nella metallurgia del ferro si moltiplicano, mostrando una diffusione di magli e mantici dalla Spagna alla Scandinavia, dallInghilterra alla Boemia. Particolarmente studiato, ancora una volta, il caso della Francia, per la quale molto recentemente Jean Franois Belhoste ha realizzato un inventario delle testimonianze documentarie datate con sicurezza, esaminando il contesto in cui sono collocate e soprattutto il vocabolario tecnico utilizzato per designare le diverse installazioni . Vediamo dunque dei molina ferrea fare la loro comparsa a partire dal 1311 in concessioni reali in Linguadoca e nel 1300 circa nella zona dei Pirenei . Una ferreria o fusina idraulica in funzione ad Arvieux nel 1311, una fusina seu martinetus ad ferrum faciendum documentata nella Svizzera francese nel 1344. Nel 1313 ben 14 forge idrauliche sono in funzione a Carcassonne , nel 1315 gli abitanti di Allevard nel Delfinato ricevono la concessione di costruire fabrica, martinetus, fusina utilizzando lenergia
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dellacqua. Una forge per yawe compare come installazione di tipo innovativo in Lorena nel 1323 ed una forge eawe a Namur nel 1345. Seguono testimonianze sempre pi esplicite nei loro particolari tecnici durante la seconda met del XIV secolo. Luso della forza motrice dellacqua in edifici di forgia documentato archeologicamente prima della fine del XIII sec. per la Westfalia dove, grazie ad analisi al radiocarbonio ed ai resti ceramici, una soffieria idraulica stata datata al 1270 ca.
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. In Stiria le tecnologie idrauliche sono certamente presenti intorno al


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1290, in Slesia dal 1328 . In Boemia luso dellenergia idraulica per azionare i magli esplicitato in testimonianze scritte del 1344, 1390, 1399 e pare unintroduzione recente che segna linizio di una nuova fase nella produzione siderurgica della regione . Per quanto riguarda lInghilterra, abbiamo visto come i dati archeologici collochino lintroduzione di tali tecnologie almeno alla seconda met del XII sec.; inoltre lo scavo della struttura produttiva di Chingley, dipendente dallabbazia cistercense di Boxley, mostra una situazione ove fortemente ipotizzabile una attivit di forgia con utilizzo di un maglio idraulico nella prima met del XIV secolo, mentre non sembrano essere in uso mantici meccanizzati . Per lItalia le notizie disponibili sono piuttosto scarse e frammentarie: accertato limpiego dellenergia idraulica nelle ferriere liguri durante il XIII sec. , un forno da ferro munito di installazioni idrauliche situato a Scalve (Alpi lombarde) descritto in una carta del 1251 1274
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, un mulino da ferro citato in Calabria nel


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. Nel 1282 a Brusolo in Val di Suse (Piemonte) documentata una fusina

idraulica ed ancora una fusina a Bovegno in Val Trompia nel 1314 . Estremamente interessante, infine, la descrizione del 1346 di unam fossinam ab aqua pro coquendo ferro et aliam fossinam a manu pro laborando ferrum coctum et illud bazegando, ambas cum manticis et aliis instrumentis et feramentis necessariis, situate ad Edelo (Brescia) : si tratta evidentemente di un esplicito riferimento a mantici idraulici utilizzati per la riduzione del minerale. Limpiego della forza dellacqua per la ventilazione dei forni nelle strutture siderurgiche va indicato come innovazione decisiva ed elemento fondamentale per la possibilit di ottenere temperature particolarmente elevate e soprattutto per stabilire un controllo costante su queste ultime, evitando gli sbalzi improvvisi, fatali per la buona riuscita delle operazioni. Limpiego di mantici idraulici fu dunque certamente il fattore chiave, insieme alla struttura dei forni, per lintroduzione di un nuovo sistema siderurgico, il cosiddetto metodo indiretto. Infatti, se per tutta lAntichit e buona parte del Medioevo il processo generalmente utilizzato nella lavorazione del ferro consisteva nella riduzione diretta del minerale entro bassi fuochi , il metodo indiretto prevedeva una produzione sistematica, entro forni a manica o altoforni, di ghisa destinata ad essere ulteriormente trasformata in ferro e acciaio nelle affinerie. Tale tecnica richiedeva una installazione idraulica possente e complessa, suscettibile di
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muovere simultaneamente i mantici del forno, quelli dellaffineria ed il maglio della forgia, con vincoli di localizzazione ancora pi stretti, poich lazionamento dei macchinari costringeva ad una collocazione lungo corsi dacqua con portata e salti adeguati per le ruote . Fu forse per caso che, nei secoli medievali, durante un processo di riduzione in un basso fuoco particolarmente ben costruito ed efficiente, fu raggiunta lalta temperatura necessaria alla fusione del ferro ed alla produzione di una colata di ghisa; ma ci che potrebbe essere accaduto per un caso fu messo in uso regolare in varie parti del continente alla fine del Medioevo
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. Sulla base degli scavi


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archeologici condotti negli ultimi anni a Lapphyttan in Svezia

, a Kierspe (contea

di Mark) e nel Baden-Wuerttemberg in Germania , adesso siamo in grado di dire che nel XIII secolo il sistema dellaltoforno con mantici idraulici per la produzione della ghisa esisteva almeno in queste due regioni europee, dove tale tecnologia sembra essere apparsa quasi simultaneamente ed in forme molto simili, anche se il caso svedese sembra per il momento leggermente pi antico. Ancora molti dubbi permangono invece sulle prime applicazioni del metodo indiretto in Lombardia: lipotesi di Sprandel che - basandosi essenzialmente sugli indizi ricavabili dalla terminologia utilizzata nelle fonti scritte - indicava questa regione come la prima in Europa dove sarebbe stato praticato il metodo indiretto
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riproposta che criticata . Il procedimento indiretto appare sotto la sua forma classica nelle fonti scritte vallone alla met del XIV sec., si diffonde in Borgogna, nel bacino di Parigi e nel nord-est della Francia nel corso del Quattrocento; in questo stesso periodo utilizzato nellarea alpina, sul finire del secolo in Normandia ed in Inghilterra . Dal XV sec. in ambiente centroalpino viene elaborata una versione di forno a manica molto alto, capace di una produzione elevata, che i ferrieri locali chiamano cannecchio . Da questo momento il sistema comincia a diffondersi in Italia. Bresciane e bergamasche sono le maestranze che, a partire dal XV sec. e poi per tutto il XVI e parte del XVII hanno esclusivo controllo su tutta larea italiana del processo indiretto; costruiscono forni in Garfagnana, a Fornovolasco (Lucca), a Isolasanta, nellarea laziale, in Sicilia, proponendosi agli occhi dei contemporanei come depositari di una soluzione tecnica dalla validit indiscutibile . Tuttavia importante notare come il procedimento indiretto non si sia imposto in effetti a tutto lOccidente che a partire dal XIX secolo e come il sistema di produzione basato sui bassi fuochi e sul pi antico mulino da ferro abbia continuato ad essere operante ed economicamente conveniente in alcuni bacini siderurgici europei, quali la Liguria, la Normandia, i Paesi Baschi, la Spagna, fino a tempi estremamente recenti. Lo studio di ciascun caso porta a rinunciare al facile schema evoluzionistico che prevede tecniche anacronistiche soppiantate da tecniche portatrici di avvenire e piuttosto conduce a constatare che ci troviamo di fronte a due sistemi diversi, talvolta coesistenti entro lo stesso ambito geografico, ma in entrambi i quali il problema dellacqua costituisce un fattore
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, non appare del tutto convincente ed stata recentemente sia


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determinante . Per quanto riguarda un caso italiano, la Liguria, il Calegari fa notare che nel Genovese laltoforno bresciano coesiste in molte aree col metodo diretto fino al XIX secolo e non elimina affatto la tecnologia precedente. Spesso, infatti, lespansione del nuovo sistema legata a progetti imprenditoriali e commerciali di grande scala, per lo pi collegati alliniziativa del potere centrale; di conseguenza la soluzione tecnica si afferma perch capace di rispondere agli impulsi determinati dal processo politico e non si spiega solo sulla base di criteri evoluzionistici delle tecnologie 1.2. Le ruote idrauliche Per avere unidea riguardo alla struttura materiale delle ruote verticali impiegate negli impianti siderurgici, dobbiamo ricorrere a pochi dati di scavo ed alle raffigurazioni dei trattati quattro-cinquecenteschi. Resti di ruote venute alla luce in scavi di impianti siderurgici medievali e postmedievali sono conosciuti per lInghilterra: lesempio pi antico, eccezionale per la quantit dei dati raccolti riguardo al funzionamento dellimpianto, la gi citata forgia idraulica di Bordesley Abbey. Si tratta di una ruota verticale per di sotto, priva di cerchioni laterali, della quale sono stati recuperati alcuni frammenti entro un canale rivestito in legno parallelo alledificio. Dai calcoli effettuati sulla base delle misure di una delle palette perimetrali e della distanza tra fondo del canale e pavimento delledificio, risulta che doveva trattarsi di una ruota del diametro di circa 3-3,5 metri e dello spessore di circa 55 cm . Astill fa notare che la ruota idraulica di Bordesley, oltre ad essere il pi antico esempio scavato, anche lunico del tipo per di sotto conosciuto per lInghilterra, mentre tutti gli 11 esempi di ruote scavate in impianti siderurgici datati tra met XIV e XVII sec., raccolti dal Crossley , sono di tipo verticale per di sopra. Astill propone quindi lipotesi che la ruota di Bordesley appartenga probabilmente ad una diversa tradizione tecnologica, pi antica, che derivava dai mulini da grano di XII secolo e che potrebbe essersi protratta fino al XIV . Tornando agli esempi di ruote analizzati dal Crossley, esse presentano una comune struttura, in cui si prevede la presenza di raggi a compasso inseriti entro le tavole della circonferenza e cassette delimitate da cerchioni laterali. Non sono ben chiari i metodi impiegati per il fissaggio dei raggi della ruota al mozzo centrale, ma sappiamo che il numero dei raggi stessi poteva variare da 4, a 6, ad un massimo di 8. Le assi che formavano la circonferenza della ruota erano ricavate da pezzi di legno spessi 70-110 mm, sagomati con unascia secondo il profilo necessario; i raggi, che terminavano con un tenone, erano incastrati entro mortase ricavate nelle assi della circonferenza, che spesso trapassavano per essere inchiodati allesterno. I cerchioni, o dischi laterali, erano sempre inchiodati alle assi della circonferenza ed erano composti da fasciami di lunghezza variabile, fino a 2,40 m, a seconda del tipo di legname a disposizione. Le cassette esterne venivano di solito inchiodate ai cerchioni laterali, ma in un caso si sono riscontrate scanalature tagliate nei dischi laterali stessi per migliorarne la tenuta. Il diametro delle ruote andava da un minimo di 2,44 m, per Chingley, ad un massimo di 3,9 m
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per Batsford . Crossley nota che laspetto delle ruote inglesi era molto simile a quello delle ruote raffigurate nelle pitture fiamminghe, sia per le proporzioni che per laspetto delicato, quasi fragile
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, che contrasta con il tipo centro-europeo raffigurato

dallAgricola . Nel suo trattato, infatti, lAgricola riporta i disegni di un grandissimo numero di ruote idrauliche verticali, sia per di sopra che per di sotto, impiegate nel drenaggio delle miniere, nelle fasi di trattamento del minerale prima della fusione, nellazionamento di mantici. I disegni, molto curati, abbondano di dettagli tecnici e ci mostrano un tipo di ruota particolare, con caratteristiche che si distaccano anche da quelle delle ruote raffigurate da Francesco di Giorgio Martini e Biringuccio, che esamineremo pi avanti. Il tratto peculiare pi vistoso rappresentato dalla presenza di tavole trasversali a coppie (in genere 4) inchiodate allesterno dei dischi laterali e del mozzo centrale, irrobustendo notevolmente la struttura. I dischi laterali sono formati da tavole sagomate, in numero variabile (minimo 4), inchiodate fra loro fino a formare una circonferenza; le cassette perimetrali non sono molto numerose, ma particolarmente larghe e profonde. Data la complessit di tali realizzazioni di carpenteria, che dovevano certamente essere realizzate da maestranze specializzate, non sorprende il fatto che queste ruote richiedessero riparazioni frequenti. In quasi tutti gli scavi inglesi sono stati rinvenuti pezzi di ruote rotte e scartate, che rivelano talvolta anche dettagli costruttivi differenti rispetti a quelli delle ruote pi recenti: a Panningridge una ruota completamente nuova fu necessaria solo 12 anni dopo che la fornace era stata costruita . Crossley nota che durante il Medioevo le impalcature lignee che alloggiavano le ruote si svilupparono fino ad esempi impressionanti di carpenteria, con strutture spesso integrate entro le fondamenta degli edifici che servivano . Pochissimi sono i dati riguardanti le ruote per di sotto, limitati essenzialmente ai rinvenimenti di Bordesley Abbey: qui la ruota era collocata entro una struttura lignea saldamente ancorata entro la piattaforma su cui sorgeva ledificio, mentre il dislivello tra la fine del canale alimentatore e linizio di quello di rifiuto era di 91 cm su una lunghezza di 3, 2 m, il che garantiva un rapido passaggio dellacqua nel punto in cui essa colpiva le pale della ruota. Inoltre lo spazio tra i lati della ruota e le pareti del canale era limitato a pochi millimetri, consentendo di sfruttare al meglio limpatto dellacqua, senza alcuno spreco di energia . Delle impalcature associate a ruote per di sopra sappiamo che erano alloggiate entro fosse scavate di fianco alledificio, subito a valle del bacino di raccolta, e formavano una sorta di scatola di assi lignee che alloggiava la ruota nella sua parte inferiore e costituiva la prima sezione del canale di rifiuto. In alcuni casi addirittura pali verticali sostenevano una struttura che inscatolava tutta la ruota e supportava la condotta afferente lacqua dal bacino a cadere entro le cassette Altri reperibili verticale
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. dettagli costruttivi sulle ruote impiegate negli impianti siderurgici sono in Francesco di Giorgio Martini e Biringuccio. Il primo raffigura una ruota per di sotto che aziona una coppia di mantici: lalbero motore non

dotato di mozzo centrale nel punto in cui si incastrano i raggi, questi ultimi sono solo 4 (nelle ruote raffigurate per mulini arrivano ad un massimo di 6) e costituiti da tavole non molto spesse, di larghezza costante dallincastro nellalbero allincastro nelle tavole di circonferenza; i dischi laterali sono assai sottili, le cassette poco profonde ma numerose ed estremamente inclinate . Non sono presenti le tavole trasversali inchiodate allesterno come in Agricola. A proposito delle ruote idrauliche scriveva Biringuccio: fatto eletion del sito dove tale edifitio fabricar vogliate, e che habbi le comodit de lacque, e che similmente sia commodo alla miniera e a legname daffar il carbone, e che gi habbiate fabricato la grandezza e forma de la casa, e coperta e terminato li tramezzi e tutte le muraglie, e cos messo in atto cannali e ruote, e fatto li mantaci e le muraglie i forni siano accostati alla parete de una muraglia commoda per lacqua al edificio de le ruote che han da menare i mantaci [...] e cos se adattano lingegni che alzino i mantaci che con lacqua e mezzo duna ruota sola a un tempo tutti o qual vogliano dessi che li mantaci lavorino, che certamente oltre allesser cosa ingeniosa molto utile, perch tal ruota uno operario gagliardo da supportar molta fadiga, e mai fin che non volete si possa n straccha e va forte e piano come di vostro contento, e certamente senza esso mal si pu fare, e sel si facesse farebbe un logro de infiniti huomini . Ledizione del 1540 corredata da numerose raffigurazioni di ruote idrauliche verticali, i cui dettagli costruttivi non sono per particolarmente curati: si tratta sempre di ruote a cassette, con compartimenti numerosi, piccoli, fortemente inclinati. I raggi della ruota sono di solito otto, soltanto in un caso se ne contano sei, e sono sagomati in modo da assottigliarsi allestremit inserita nel mozzo centrale, mentre appaiono pi larghi allaggancio nelle tavole della circonferenza. I cerchioni laterali sono piuttosto larghi, e ci conferisce alla ruota un aspetto abbastanza robusto. 1.3. Struttura materiale del maglio idraulico Nella sua struttura essenziale, il maglio non altro che un pesante martello il cui manico ha il suo fulcro su un asse di oscillazione. Il movimento alternato della macchina ottenuto per mezzo di camme montate su un albero mosso da una ruota idraulica. A seconda del punto nel quale agiscono le camme, si possono classificare tre diversi tipi di maglio: un tipo terminale, in cui la camma agisce sul tratto finale (coda) dellasta, un tipo laterale, in cui la camma agisce tra il punto di oscillazione e la testa del martello, e infine un tipo frontale, in cui la camma agisce sulla testa stessa del martello . Il maglio terminale era montato su di una incastellatura realizzata con due pesanti montanti litici, o pi raramente lignei, collegati fra loro da due coppie di traverse, la prima situata in alto e la seconda nella parte sepolta. Tra i due montanti veniva collocata lasta portante la mazza battente, mentre sul braccio minore agivano le camme, costringendo ad un brusco sollevamento il martello fino a scagliarlo, una volta finito il contatto, sullincudine . Il maglio laterale aveva forti analogie con il precedente: le differenze pi consistenti riguardavano lincastellatura, di solito interamente lignea e molto pi imponente, e la posizione dellalbero motore, che era cio parallela allasta oscillante, in modo che le
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camme agissero sul braccio lungo dellasta, in un punto situato tra la testa del maglio ed il fulcro di oscillazione . Il maglio frontale, che compare in epoca pi tarda rispetto ai precedenti, era in genere costituito da un macchinario di notevoli dimensioni, interamente costruito in ghisa, nel quale un grande volano a camme agiva direttamente sulla mazza battente sollevandola e poi lasciandola andare per semplice gravit . Nel meccanismo del maglio un problema non secondario era quello rappresentato dal punto di oscillazione dellasta: era infatti difficile far penetrare in questultima un pezzo metallico senza diminuirne la solidit; tale difficolt era aggirata mediante un anello di ferro entro cui passava lasta, ad essa fissato con grossi chiodi, che portava due elementi conici impegnati sui montanti per servire da fulcro . Il manico del maglio doveva essere sovente protetto con elementi metallici dallattrito prodotto dalle camme, costituite da sporgenze lignee fissate direttamente entro lalbero motore . Il manico, o asta, del maglio, era necessariamente un pezzo di legno resistente, scelto da una buona pianta, che doveva restare molto tempo immerso in acqua (pi di una dozzina danni) e poi venir rapidamente disseccato . Il numero delle camme, e di conseguenza la velocit di lavoro del martello, costituisce un elemento importante: per il tipo frontale e laterale, per, si contano sempre solo quattro camme e quindi la velocit era regolata mediante lafflusso dellacqua alla ruota . quanto avveniva, ad esempio, nella forgia idraulica di Bienno (XVII sec.), il cui maglio produceva in media circa 200 colpi al minuto (cio 50 rotazioni per 4 camme), ma che poteva essere regolato, a seconda del lavoro da svolgere, mediante lazionamento della saracinesca dellacqua . Alcuni dati di scavo riguardo ai magli idraulici medievali ci vengono ancora una volta dallInghilterra: certamente azionato dallenergia dellacqua era il maglio della pi volte ricordata Bordesley Abbey (seconda met XII sec.), che si ipotizza fosse collocato con asse parallelo al canale della ruota e mosso non direttamente da camme fissate sullalbero motore della ruota idraulica, ma piuttosto da un asse secondario, a sua volta azionato da una ruota motrice solidale con lalbero motore principale . Per Ardingly e Chingley i dati di scavo delle fasi post-medievali restituiscono evidenza di magli il cui intero meccanismo era sostenuto da una pesante incastellatura di legno collocata entro ledificio della forgia. Ad Ardingly non certo quale tipo di maglio fosse utilizzato, mentre a Chingley (inizi XVII) la posizione del canale della ruota e dellincudine suggeriscono luso di un maglio terminale, in seguito sostituito da uno laterale . Le raffigurazioni di magli idraulici sono piuttosto scarse: le prime compaiono in un codice di Leonardo e in un dipinto di Jean Bruegel (1568-1625) . Nessuna illustrazione o descrizione troviamo nelledizione del 1540 del De la Pirotechnia di Biringuccio, mentre pochi anni dopo lAgricola fornisce nel suo trattato due immagini, anche se non chiarissime, di maglio laterale, che descrive molto sommariamente
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. Nel 1565 Olaus Magnus offre un disegno schematico in cui

compaiono vari impianti di maglio meccanizzato, forse di tipo terminale . La scarsit di raffigurazioni forse spiegabile col fatto che nei secoli XV-XVI, quando i trattatisti affrontano il problema delle tecniche metallurgiche, la tecnologia del maglio, a differenza di quella del mantice, decisamente matura e consolidata, al punto che una descrizione dettagliata appariva priva di significato . Pur non trattandosi di raffigurazioni iconografiche, molto importanti sono infine le descrizioni contenute in un mazzo di documenti notarili genovesi di met XV sec. che, fornendo dettagliati elenchi delle attrezzature di opifici siderurgici, consentono di ricostruire bene la struttura materiale del maglio terminale tardomedievale e soprattuto la terminologia tecnica specifica usata per designare le singole parti del meccanismo
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1.4. Struttura materiale del mantice idraulico Limportanza cruciale della ventilazione nella metallurgia fece s che la macchina destinata ad insufflare aria durante i processi metallurgici fosse oggetto di continua ricerca e che, particolarmente nei secoli XV-XVI, un grande dibattito si sviluppasse intorno alle possibilit di migliorare lefficacia e la potenza del sistema di ventilazione . Infatti nel tardo Medioevo e nella prima Et Moderna, fino a tutto il secolo XVI, lalimentazione dei forni per la riduzione o la fusione del ferro era assicurata esclusivamente da mantici idraulici, mentre soltanto nel secolo successivo venne introdotta una nuova macchina, la tromba idroeolica, che fin col soppiantare almeno in parte luso dei grandi mantici . La struttura fondamentale del mantice azionato ad acqua deriva dalla corrispondente macchina manuale, le cui origini si perdono nella preistoria. I primi mantici dovevano essere costituiti da una semplice pelle di animale legata ad una estremit in cui era inserita la tuyre, mentre laltra estremit poteva essere aperta e chiusa, come una sorta di valvola rudimentale, che permetteva limmagazzinamento dellaria . In seguito si diffuse un nuovo tipo, pi perfezionato, che consisteva in due grandi palmenti di legno fulcrati ad una estremit, rivestiti di cuoio e muniti di una valvola, i quali agivano come un soffietto e potevano aspirare e comprimere una notevole quantit daria . Soltanto col basso Medioevo, come si visto in precedenza, lenergia idraulica fu applicata allazionamento dei mantici: il mantice meccanizzato medievale veniva utilizzato nei forni a manica o nei bassi fuochi, e pi raramente nelle forge, che di solito funzionavano con mantici azionati a mano . Come gi detto nelle pagine precedenti, per due casi di impianti siderurgici scavati si proposta la presenza di mantici idraulici gi nel XII secolo: Lapphyttan e Bordesley . Parti del cuoio di rivestimento dei mantici e caratteristici chiodi sono stati trovati, inoltre, nei livelli post-medievali di Chingley, Pippingford e Panningridge . Gli impianti meccanizzati tramite energia idraulica, al fine di garantire un getto continuo di aria, elemento essenziale per la buona riuscita del processo di riduzione o di fusione, prevedevano una coppia di mantici affiancati. Vincolando a
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uno dei due palmenti di ognuno dei mantici unasta collegata ad un bilanciere, era possibile comprimere la camera di un mantice nel momento in cui quella dellaltro si dilatava e viceversa . Questi attrezzi potevano essere anche molto massicci, con tavole lunghe fino a 4,5-5 m, e di conseguenza dovevano essere di solito sostenuti da una incastellatura, in genere di pali di legno, cui erano ancorate le parti fisse del meccanismo . Data la complessit costruttiva e i materiali impiegati (pelle, cuoio, legno), essi erano assai costosi ed il loro valore superava talvolta quello del forno; per di pi, la loro manutenzione era difficile ed onerosa, poich spesso si incendiavano a causa dei lapilli, anche se generalmente venivano protetti da un muro di mattoni . Lazionamento dei mantici tramite una ruota idraulica poteva avvenire per mezzo di un albero a camme o un sistema biella-manovella . Il sistema a camme, pi antico e pi semplice, consisteva in una coppia di mantici i cui palmenti superiori rimanevano in posizione fissa, mentre quelli inferiori, lasciati liberi di cadere, portavano a termine la fase di aspirazione; le camme montate sullalbero di una ruota idraulica verticale eseguivano lo schiacciamento verso lalto alternativamente di uno e dellaltro palmento mobile, assicurando cos un soffio continuo . Nel sistema biella-manovella la parte finale dellalbero motore, terminante con un elemento ricurvo (manovella), era collegata tramite una biella ad una delle estremit di un bilanciere fulcrato al centro e con un contrappeso allaltra estremit, che innalzava e abbassava alternativamente i palmenti superiori dei mantici . Per le prime raffigurazioni iconografiche di mantici idraulici si devono attendere le opere dei tecnici ed ingegneri rinascimentali: Mariano Taccola mostra una coppia di tali attrezzi azionati da un albero a camme mosso da una ruota per di sopra . Un secondo impianto, basato su un sistema biella-manovella azionante la coppia asta-bilanciere, descritto a breve distanza di tempo da Bartolomeo Neroni detto il Ricco . Le due strutture appaiono entrambe funzionali e quindi possiamo ritenere che nel corso del XV sec. fossero piuttosto diffuse. Un disegno di mantice verticale a tre palmenti, di cui i laterali fissi e quello centrale azionato dal sistema biella-manovella con ruota per di sopra, compare nel Taccuino di Francesco di Giorgio Martini . Quasi un secolo pi tardi Biringuccio dedicher un intero capitolo del De la Pirotechnia alla costruzione dei mantici, fornendone ben otto disegni, tra i quali tre raffiguranti il tipo meccanizzato, di cui abbiamo gi parlato in precedenza . Una menzione particolare meritano infine, per la loro peculiarit, i mantici descritti dal Filarete nel 1460 per il forno di Ferriere in Val di Nure: si trattava di attrezzi di grandi dimensioni (alti 6 braccia, larghi 4, con una valvola quadrata di 1 braccio di lato) , riguardo ai quali lautore enfatizza il fatto che erano installati verticalmente, in coltello, e non orizzontalmente come avveniva di solito. Tylecote fa notare a questo proposito che una tale struttura poteva essere azionata anche da una ruota idraulica orizzontale ed istituisce un confronto con un disegno cinese del 1313, raffigurante un doppio mantice simile a
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quello del Filarete, mosso da una ruota di questo tipo . Pi recentemente una accurata analisi del testo e del disegno di Filarete stata proposta dal Calegari , anche in base al confronto con altre raffigurazioni coeve : si conclude che i mantici descritti da questo autore erano due, distinti luno dallaltro, posti verticalmente nel senso della loro maggiore lunghezza, paralleli al forno, dove soffiavano laria con una canna posta invece in senso trasversale; ai palchi dei mantici il movimento era impresso da un albero basculante, mosso da una ruota verticale, che trasmetteva il suo movimento alternato a due braccia metalliche snodate. 2. Struttura e caratteristiche tecnologiche degli impianti siderurgici nel bacino Farma-Merse La ricostruzione delle tecnologie impiegate negli impianti siderurgici di et comunale nel nostro comprensorio, ancor pi che per la struttura materiale dei mulini da macina, presenta notevoli difficolt, dovute alle scarne indicazioni delle fonti scritte (si pensi che mancano, ad esempio, accenni di qualsiasi tipo alla lavorazione del ferro in questa zona nelle normative comunali) ed alla sporadicit dei dati provenienti dalla sola ricognizione di superficie. Buona parte degli impianti abbandonati fin dallepoca medievale, infatti, sono completamente spariti, cos che non stato neanche possibile individuarli sul territorio, oppure hanno lasciato come unica traccia gli accumuli di scorie della lavorazione o pochi resti murari quasi completamente distrutti dalle piene. Quelli che invece hanno proseguito lattivit in epoca post-medievale sembrano aver subto pesanti modifiche strutturali, soprattutto in seguito allintroduzione di nuove tecnologie metallurgiche; di conseguenza spesso difficile ricostruirne la situazione originaria in assenza di scavi. A causa di tutti questi fattori, per il Medioevo sono pochi gli interrogativi cui si in grado di rispondere in modo esauriente, mentre molti sono i punti che rimangono oscuri. Riguardo ad essi possiamo solo rimanere nel campo delle ipotesi, formulate per confronto con casi esterni allarea indagata, oppure talvolta utilizzare notizie relative agli impianti della nostra area ma risalenti ai secoli postmedievali, nel tentativo di ricostruire retrospettivamente alcuni aspetti che forse non furono oggetto di rilevanti modificazioni attraverso il tempo. Una notevole mole di dati tecnici per gli impianti di XVI-XVII sec., infatti, ci proviene soprattutto dalle carte raccolte nellArchivio Venturi Gallerani; queste notizie riguardano talvolta, ad esempio, la struttura materiale dei magli idraulici e dei mantici, riguardo ai quali, invece, pochissimo sappiamo per i secoli precedenti. Nei paragrafi in cui si trattano le caratteristiche tecnologiche di tali macchinari, dunque, abbiamo in parte attinto a queste fonti, pur con tutta la cautela del caso. Abbiamo inoltre deciso di accennare sinteticamente, nellultimo paragrafo, ai tentativi attuati tra la fine del XVI sec. e linizio del secolo successivo, per introdurre nella nostra zona il metodo indiretto di lavorazione del ferro: come vedremo, infatti, il diffondersi in Toscana di tali tecnologie e la crisi del sistema basato sul basso fuoco, segneranno di fatto il declino delle attivit siderurgiche in questo bacino.
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2.1. Impianti di riduzione e forge Uno dei primi interrogativi che necessario affrontare consiste nel valutare quali, tra le strutture idrauliche documentate in questarea, fossero destinate alla vera e propria riduzione del minerale in ferro e quali, invece, alla forgiatura del ferro grezzo prodotto in altri impianti. Alcuni anni fa, quando furono pubblicate le prime testimonianze documentarie riguardanti la siderurgia della Val di Merse, venne proposto un criterio di distinzione, fra impianti di riduzione e forge, basato esclusivamente sulla terminologia impiegata nelle fonti, cio fabrica ed hedificium . In realt la distinzione proposta difficilmente applicabile in modo rigido senza incorrere in errori o perlomeno notevoli incomprensioni: per fare solo alcuni esempi, si noti che la ferriera di Gonna, certamente una struttura destinata alla riduzione del minerale, nella Tavola delle Possessioni del 1318-1320 viene definita hedificio fabrice et fabrica ed allo stesso modo il Sito IIIa, viene definito nel 1308 edifitium e nel 1318-1320 hedificio fabrice. Anche per descrivere la ferriera di Ruota (Sito 4), certamente un impianto di riduzione, nel 1390 si impiega la locuzione medietatem pro indiviso unius edifitii sive fabrice apte ad fieri faciendum et cudendum ferrum e poco pi avanti ipsum edificium seu fabricam: tutte definizioni, cio, che mostrano dunque una notevole intercambiabilit nelluso dei termini. Per questo riteniamo che si debba procedere con estrema prudenza nel voler tentare di distinguere fra impianti di riduzione e forge solamente in base alle laconiche indicazioni dei testi due-trecenteschi, spesso redatti da notai probabilmente del tutto ignari del significato tecnico di alcuni termini. Pesanti dubbi rimangono, insomma, sul reale significato da attribuire sia alla parola fabrica, sia alla parola hedificium/edificium. Questultima, in un caso, viene addirittura chiaramente impiegata per designare le unit produttive del ferro inserite allinterno di pi generiche strutture edilizie: edifitiorum in ipsis domibus existentium actorum ad faciendum ferrum . Riguardo alla natura delle operazioni metallurgiche svolte in un dato impianto, possibile utilizzare anche altri criteri interpretativi, i quali possono scaturire dalla sola indagine di superficie sul sito, ancor prima di ricorrere, ad esempio, allo scavo e ad analisi di laboratorio . un indicatore importante, innanzitutto, la consistenza degli accumuli di scorie eventualmente documentati per il sito: essi, se presenti in grande quantit, indicano la probabile presenza sul luogo, in passato, di un impianto di riduzione. Anche losservazione macroscopica delle scorie pu fornire indicazioni in questo senso: la presenza di grandi quantitativi di scorie di tipo tapped , in particolare di grossa taglia, forte indizio a favore dellesistenza di una struttura di riduzione, mentre quelle di tipo non-tapped, nel caso di impianti idraulici, sembrano piuttosto indicare la presenza di forge. Nei siti individuati in Val di Merse sono spesso presenti entrambi i tipi, il che confermerebbe lassociazione, nello stesso sito, tra impianto di riduzione e forgia. Venendo ad una conclusione, ipotizziamo che nellarea indagata si operasse la riduzione del minerale in ferro grezzo, oltre che nei gi citati Siti 1 (UT 1), 4, IIIa, anche nei Siti 8
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, 10 (UT 3)

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, 11

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, 22

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, 23 (UT 1)

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, 25

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, II , mentre incertezze rimangono per i Siti IVb ,VI , XVIII . Se certo che tutti questi impianti utilizzavano lenergia idraulica, non abbiamo indicazioni precise riguardo alla loro consistenza tecnica, in quanto solo raramente le fonti citano in modo esplicito lesistenza di magli o mantici, mentre in genere si limitano a specificare lubicazione delle strutture produttive lungo i corsi dacqua e la presenza di opere di derivazione e canalizzazione. Coi soli dati della ricognizione di superficie, dunque, non possiamo che rimanere nel campo della pura ipotesi, proponendo un confronto con impianti coevi sul tipo dei francesi moulins fer . I siti in cui avveniva la riduzione erano probabilmente officine equipaggiate di maglio idraulico e di focolare alimentato da mantici, forse anchessi azionati ad acqua. In questi impianti di prima produzione avvenivano la riduzione del minerale ed una immediata battitura al maglio; invece nelle forge il primo prodotto dei bassi fuochi, costituito da masselli molto grossolani, veniva trasformato in semilavorati. Questi opifici dovevano essere dotati di maglio idraulico, forse anche pi magli di varie dimensioni, mentre possibile che i mantici non fossero idraulici, in quanto non era strettamente necessario raggiungere altissime temperature nei focolari. Per quanto riguarda la circolazione nel senese del ferro a vari stadi di lavorazione, per il XIV sec. siamo in parte informati dai libri della Gabella del comune e da alcuni libri contabili : sappiamo, infatti, che circolava sul mercato vena di ferro alla stessa condizione in cui usciva dalla miniera, cio senza aver subto trattamenti pre-riduzione; erano inoltre presenti masselli o blumi (ferro in pei, ferro, fero, frero), cio masse spugnose ottenute nel basso fuoco con peso variabile tra 6 e 12,4 libbre (anche il ferro cosiddetto grosso probabilmente da identificarsi con il ferro in pei). Tutti questi prodotti venivano trasportati con carri o a soma e fuori dal mercato senese subivano un aumento di prezzo del 63%. Circolavano inoltre semilavorati ferrosi con forma ben definita come le spiagie, le spiagiuole ed i verghonni: questi ultimi prodotti erano trasportati a soma e costavano il 13% in pi del ferro grezzo . Una tale circolazione, dunque, sottintende lesistenza, anche nel territorio senese, di una siderurgia abbastanza organizzata per una produzione differenziata, in grado di rifornire sia il mercato interno che mercati pi lontani. Non si pu comunque specificare in che quantit questi prodotti (minerale, blumi, ecc.), fossero lavorati negli impianti del senese - e meno ancora in quale area , ed in quale quantit invece soltanto vi transitassero. A partire dal XV secolo gli edifici destinati alla produzione di semilavorati ferrosi, e non alla riduzione del minerale, saranno ben distinguibili in quanto detti distendini, cio opifici in cui si poteva preparare il ferro alla vendita e distenderlo per successive lavorazioni nelle botteghe dei fabbri cittadini o per immediata produzione di oggetti finiti di largo consumo (ad es. chiodi) . Tali strutture lavoravano in connessione con le ferriere vere e proprie, ma erano costruzioni separate, che potevano trovarsi subito accanto alledificio principale oppure ad una certa distanza, ma comunque sempre in zona . Per i secoli XIII-XV non abbiamo dati, n provenienti dalle fonti scritte, n
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dalla ricognizione di superficie, che permettano di ricostruire quale specifico tipo di forno per la lavorazione del ferro fosse adottato negli opifici siderurgici del bacino Merse-Farma. Per lassetto degli impianti nel periodo precedente al XV secolo, dunque, possibile fare soltanto delle osservazioni di carattere molto generale, sulla base del contesto tecnologico toscano. ragionevole ipotizzare, per prima cosa, che si trattasse di bassi fuochi, nei quali con il metodo diretto il ferro era prodotto allo stato solido sotto forma di spugna o blumo grezzo. Le impurit venivano eliminate tramite la formazione di scorie, poi rimosse per liquefazione, mentre quelle ancora rimanenti venivano spremute dal blumo con successivi riscaldamenti e passaggi al maglio . Nelle nostre fonti, infatti, fino al tardo XVI sec., non possibile rintracciare elementi che possano far pensare allimpiego del metodo indiretto, e quindi di forni a manica o cannecchi; al contrario compaiono, come vedremo anche poco pi avanti, alcuni espliciti riferimenti alla permanenza del sistema basato sul basso fuoco fino almeno a tutto il Cinquecento . possibile che i bassi fuochi qui impiegati rientrassero in una tipologia collocabile tra il tipo a catasta
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punti di analogia con questultimo . Tale ipotesi si basa sul fatto che gli impianti erano sempre collocati allinterno di un edificio e non allaperto e che risultano essere caratterizzati da una struttura materiale piuttosto consistente: si pensi alla ferriera di Castiglion della Farma, che nel 1318 ca. ci viene descritta come duarum domorum et hedifitiorum actorum ad ferrum colandum et faciendum cum eorum apparatibus. La costruzione di un impianto siderurgico alimentato da energia idraulica, infatti, impegnava una buona dose di conoscenze tecniche, una notevole accuratezza nella messa in opera delle infrastrutture idrauliche, delle canalizzazioni, delle ruote; il focolare, cos come il maglio, doveva essere collocato in un punto stabilito e fisso delledificio, che richiedeva una organizzazione spaziale rigida e vincolata alla posizione degli alberi motori delle ruote idrauliche. quindi probabile che il basso fuoco prevedesse delle murature abbastanza solide, che potevano essere via via restaurate ed in parte rifatte, ma che non venivano quasi mai spostate del tutto di luogo. Lintrinseca fissit delle strutture legate allo sfuttamento dellenergia idraulica sembra quindi contrapporsi allestrema labilit dei forni a catasta indagati in altre aree della Toscana meridionale per il periodo precedente al XIV secolo. Riguardo a questi ultimi, infatti, sappiamo che non prevedevano limpiego dellenergia idraulica ma erano alimentati da mantici manuali, che quasi sempre erano collocati allaperto o sotto semplici tettoie, che venivano continuamente smontati, ricostruiti, spostati in altro luogo, e talvolta sembravano quasi seguire il bosco via via che con il taglio esso si andava esaurendo . Solo per il XV secolo e oltre possiamo contare su alcune testimonianze pi esplicite riguardo alla struttura degli impianti di riduzione: alcuni dati interessanti provengono da documenti scritti di XVII sec., che fanno per riferimento alla situazione esistente nei secoli precedenti. In particolare tra 1602 e 1620 Ascanio Venturi, in lite con la comunit di Monticiano a proposito del taglio di boschi per le ferriere, dichiara che pretendano che dal Venturi non si possa far tagliare cerri il
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e quello catalano-ligure, forse con maggiori

per che dicano che quando la Comunit alien ledificio (che a que tempi lavorava alla casentina) non se ne consumava [...] e quanto challa casentina non sia solito adoperarsi cierro, se li niegha [...] come la ferriera de Signori Bolgherini nella corte di Torniella ha lavorato sempre alla casentina [...] e quanto a far lavorare alla bresciana questo alla Comunit non ha da importare. Da queste parole veniamo dunque a sapere che nella ferriera di Torniella si sempre lavorato alla casentina, e che nella ferriera di Gonna, alla quale in questo periodo il Venturi sta apportando modifiche per passare al metodo indiretto alla bresciana, si lavorava alla casentina nel 1460, anno in cui la comunit vendette ledificio. Non conosciamo altri particolari su questa variante locale di basso fuoco, che appare in crisi nel Casentino durante il 500 ; un altro impianto alla casentinese fu fatto costruire nel 1546 a Follonica dagli Appiano, e nel 1578 fu fatto riassettare [...] dalla casentina alla bresciana, cio messo in condizioni di lavorare la ghisa 2.2. Edifici e ruote idrauliche Abbiamo detto in precedenza che le strutture di riduzione individuate sono descritte sempre come inserite allinterno di un edificio e non allaperto o sotto coperture in materiali deperibili. Che aspetto avessero questi edifici e come fossero articolati, non facile da stabilire: le indicazioni delle fonti scritte, come gi pi volte sottolineato, sono ancora pi avare di informazioni che per i mulini, mentre i ruderi rimasti sul terreno sono spesso praticamente illeggibili. Per il periodo dei secoli XIII-XIV, riguardo alla vera e propria officina produttiva, nelle fonti ricorrono esclusivamente i termini hedificium e fabrica, nelle loro diverse varianti, dei quali abbiamo gi trattato in precedenza. Sappiamo che talvolta il complesso produttivo comprendeva anche edifici destinati ad abitazione
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, carbonili

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, depositi per il minerale


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, stalle

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, forse ambienti
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di servizio aperti con copertura

; in pratica gli stessi annessi che vengono

elencati anche nella documentazione dei secoli successivi . In una raffigurazione settecentesca i ruderi dellimpianto siderurgico di S. Galgano (Sito 8), vengono rappresentati in pianta con la didascalia Vestige dellAntiche Ferriere: si tratta di un ambiente unico, con tre pilastri centrali, un lato absidato, un altro lato con un piccolo ambiente esterno . I resti materiali individuati si limitano talvolta ad accumuli di pietre, miste a frammenti di coppi di copertura, laterizi e refrattari . Soltanto in pochi casi si sono riscontrati lacerti di murature sicuramente medievali: ad esempio nel Sito 25, dove si conserva una lunga muratura a sacco, spessa 75 cm, a corsi regolari di pietre sbozzate legate con malta, che segue con andamento parallelo il torrente per oltre 12 m; sono inoltre presenti altre strutture murarie poco leggibili, ma che denotano comunque un complesso piuttosto articolato. Nel Sito 2 UT 1 il mulino cinquecentesco si impianta sui resti di un edificio pi antico, presumibilmente la ferriera che qui sappiamo essere esistita in precedenza: si tratta di un angolo formato da due grossi muri in filaretto; nel Sito 6, invece, i resti delledificio
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cinque-seicentesco riutilizzano nelle murature delle grandi bozze perfettamente squadrate, probabilmente provenienti da un edificio preesistente. Del Sito 22, una ferriera attiva dal XIV al XVII sec., si conservano vari lacerti murari in pessime condizioni: due ambienti rettangolari, vicini al torrente, interpretabili come carbonili di servizio della ferriera vera e propria, che consiste in un edificio rettangolare largo 10 m e lungo almeno 14, diviso in due ambienti stretti ed allungati; le murature sono molto irregolari in pietre e ciottoli. Un discorso a parte va fatto invece per il Sito 1 UT 1 ed il Sito 4, nei quali si sono conservate notevoli strutture disposte in un insieme piuttosto articolato e ben leggibile. Un grosso problema per rappresentato dal fatto che questi impianti hanno proseguito la loro attivit fino almeno al XVIII secolo ed hanno quindi subto notevoli ristrutturazioni e modifiche attraverso gli anni. Tuttavia, in entrambi i casi, sembra di poter individuare come nucleo pi antico e presumibilmente originario, sulla base della tecnica costruttiva, lambiente rettangolare principale immediatamente sottostante al bottaccio. Entrambe le strutture presentano delle forti analogie: sono rettangolari, ampie, a vano unico senza traccia di suddivisioni interne n di solai, nonostante un notevole sviluppo verticale; ad entrambe stato successivamente addossato di lato un ambiente esterno rettangolare. In entrambi i casi lambiente principale si appoggia al declivio del terreno, in posizione sottostante al bottaccio, che sostiene con la propria parete. Nel Sito 1 UT 1 si nota che la parete di sostegno al bottaccio, ora inglobata dal successivo mulino, proseguiva verso sud, cosicch la forma originaria delledificio sembra essere stata ad elle. Nel Sito 4, invece, i carbonili, di pi recente edificazione, sono leggermente staccati dalledificio principale, disponendosi comunque ortogonalmente ad esso, sempre a valle del bottaccio (quindi la pianta complessiva assume anche in questo caso un aspetto ad elle). Questa tipologia trova un confronto esterno con gli edifici in cui erano collocati i bassi fuochi liguri : questi ultimi avevano di solito una forma ad elle ed erano costituiti da due ambienti giustapposti ad angolo retto, uno destinato a carbonile, e laltro, detto mandraccio, destinato alle operazioni metallurgiche. Sopra al mandraccio si trovava il bacino di raccolta dellacqua, che alimentava la ruota del maglio ed i mantici o la tromba idroeolica. Linterno della ferriera era suddiviso in tre parti: a monte si trovavano la tromba idroeolica o i mantici, al centro il focolare appoggiato ad un muretto in cui si inseriva lugello per la ventilazione, nella parte a valle si trovava il maglio. Una articolazione molto simile documentata anche per le officine canavesane e crse
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.
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Abbiamo sottolineato in precedenza il fatto che lapplicazione dellenergia idraulica alla metallurgia strettamente legata allimpiego di ruote verticali : solo una ruota di tale tipo, infatti, essendo dotata di albero motore orizzontale, poteva azionare magli o mantici con i gi descritti sistemi a camme o biellamanovella. Di conseguenza, anche se nella nostra documentazione scritta precedente al XVI sec. gli accenni alle ruote idrauliche sono quasi inesistenti , possiamo presumere che tutti gli opifici siderurgici individuati, sia ferriere che forge, fossero dotati di una o pi ruote verticali
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Questi impianti dovevano quindi notevolmente differenziarsi, anche nellaspetto esteriore, dai mulini da grano coevi, che come abbiamo visto erano in genere dotati di ritrecine. Una traccia di quella che agli occhi dei contemporanei doveva apparire in un certo senso come una caratteristica insolita e peculiare di tali opifici, implicita gi nel nome che anche nei documenti pi antichi viene attribuito al Sito 4, cio Ruota. Questo impianto doveva infatti essere dotato di una ruota idraulica verticale, probabilmente piuttosto imponente, che, ben visibile sullesterno delledificio, gli conferiva un aspetto molto diverso da quello dei mulini della zona . Abbiamo visto, infatti, che la ruota verticale sembra essere stata relativamente rara in Toscana fino al XIV secolo, quella colpita dallalto addirittura rarissima . Per gli opifici della nostra zona, soltanto sulla base della morfologia del terreno, e soltanto in alcuni casi, possibile fare qualche ipotesi sul tipo di ruote verticali utilizzate, se esse fossero cio colpite dallacqua in basso, di fianco o dallalto . Nei Siti 1 (UT 1) e 4 gli edifici sono appoggiati ad un dislivello del terreno, al di sopra del quale si trova il bottaccio, il che permetteva una caduta sufficiente per ipotizzare la presenza di ruote verticali per di sopra. Un certo dislivello era utilizzabile anche nei Siti 2 (UT 2) e 23 (UT 1), e ci avrebbe permesso linstallazione di ruote per di sopra o pi probabilmente alle reni. Invece la morfologia dei Siti 10 (UT 2), 8, 25 suggerisce la presenza di ruote per di sotto; in particolare nel Sito 25 i resti murari sono collocati quasi alla stessa quota del torrente ed il terreno pianeggiante avrebbe permesso lo scavo di un canale grossomodo orizzontale con portata dacqua abbastanza costante. La ruota, o ruote verticali, erano collocate sul fianco dellofficina, allesterno, parallelamente alledificio, mentre lalbero motore orizzontale, un massiccio tronco di legno lungo diversi metri, attraverso unapertura nel muro penetrava allinterno del locale principale. Si veda a questo proposito la testimonianza, anche se tarda, di Agnolo Venturi relativa alla ferriera di Ruota: si muri a secho le buce delle ruote perch non possi entrare nella ferriera per dette buche, com avvenuto pi volte che per dette buche e per lasse primo del maglio centrato qualche tristo che ci guasti i mantici e furati feramenti . Per quanto riguarda la posizione delle ruote nelledificio, soltanto per i Siti 1 (UT 1) e 4, dove i resti di murature sono ancora leggibili, possibile fare delle ipotesi. Nel Sito 4 almeno due ruote sono probabilmente presenti dal XIV sec. , una per i mantici ed una per il maglio, e lo stesso ritengo avvenisse per il Sito 1 UT 1, vista la capienza e la struttura delledificio e le testimonianze dei secoli successivi. Lipotesi pi probabile che le due ruote fossero collocate su due pareti diverse e cio ciascuna su uno dei due lati ortogonali alla curva di livello al di sopra della quale era situato il bottaccio. Lacqua, da due aperture differenti, doveva essere condotta a cadere sulle ruote per mezzo di canalette lignee pensili agganciate alle pareti. Si ritiene probabile una tale disposizione perch per collocare due ruote sulla stessa parete sarebbe stato necessario molto pi spazio di quello disponibile e ci avrebbe creato anche delle difficolt per lorganizzazione dellambiente interno in cui si trovavano sia il focolare che il maglio.
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Come abbiamo visto nel capitolo precedente, le ruote idrauliche, realizzate quasi interamente in legno, erano sottoposte ad una forte usura e richiedevano riparazioni frequenti. Infatti, specialmente nel caso degli impianti siderurgici, dove il lavoro si svolgeva con cicli stagionali, le ruote dovevano necessariamente rimanere ferme per lunghi periodi, alcune parti erano lasciate allasciutto, altre parti restavano immerse nellacqua, senza contare lazione della pioggia, che riempiva le cassette radiali e poi si asciugava per evaporazione. Era inoltre particolarmente notevole, rispetto alle ruote dei mulini, lo stress dovuto ad un carico intermittente per lazionamento di magli e mantici, che si concentrava specialmente sui raggi e sui loro giunti. Una preoccupazione pressante per problemi di questo genere traspare dallo scritto di Agnolo Venturi sulla manutenzione della ferriera di Ruota, del 1571 ca., ma nel quale si fa riferimento ad una serie di aspetti tecnici che possiamo ragionevolmente ritenere del tutto simili a quelli riscontrabili negli impianti dei secoli precedenti: si cuopri infatti le ruote di frasche perch il sole non le guasti e alsi le canalette e canale e il canale piano si cuopri di vena, per il sole non le facci fendare e crepare; e si metti un pontello alla ruota del maglo di drento, che andandovi mai aqua non possa far andare el maglo e mettare a pericolo di rompare lancudine e maglo. Si levi laqua di modo che si lassi alla cateratta solo un pezzetto di (?) che vada tanta acqua alla ferriera che mantenghi le ruote e canali [...]. Si rimondi le gore e il fiuto e sotto le ruote, e finite queste cose si lassi venire tanta acqua che basti a mantenere molli le ruote e i canali [...]. E bisogna avartire che sempre quando e maestri vengano come quando se ne vanno si riveda da loro le ruote, canali e canalette . In questo testo sono presenti anche alcuni accenni relativi ad elementi accessori della ruota ed alla sua installazione come i canali, le canalette, la cateratta, il canale piano . Infatti lopificio idraulico, per funzionare efficientemente, aveva bisogno non solo di grande cura ed abilit da parte dei carpentieri nella costruzione della ruota, ma anche di una buona installazione della ruota stessa e di un ben regolato rifornimento dellacqua
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2.3. Magli, mantici, attrezzi Riguardo alla struttura materiale delle due macchine ad azionamento idraulico pi importanti nella metallurgia del ferro, il maglio ed il mantice, possiamo contare soltanto su pochissime testimonianze di epoca medievale. Nonostante il maglio meccanizzato sia da ritenersi con probabilit la prima macchina idraulica ad essere stata inserita anche nelle officine siderurgiche della nostra zona
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, la presenza di magli viene citata raramente in modo esplicito nei


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documenti di XIV-XV sec. e senza fornire mai alcun dettaglio che permetta di fare ipotesi sulla loro tipologia e funzionamento, se ad esempio fossero ad azionamento terminale o laterale. Soltanto con le descrizioni di XVI sec. si aggiungono alcuni particolari, ma a questo proposito doveroso sottolineare come non sia possibile determinare le eventuali differenze esistenti rispetto ai congegni di epoca precedente. Nel 1570

(Sito 1 UT 1) si citano il maglio, la boga ed un paio di primacioli per il maglio; nel 1582 maglio, ciabatta, bogha; nel 1571-73 Agnolo Venturi raccomanda: ancora si tenga uno maglo e una boga davanzo perch aviene che spesse volte si rompe o luno o laltro. La boga era il grosso cerchio di ferro entro il quale passava il manico del maglio, ed era dotato di due elementi conici laterali che si imperniavano entro appositi cuscinetti incastrati nei montanti dellincastellatura fissata al suolo
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. I primacioli sono appunto i cuscinetti in


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ferro di sostegno per loscillazione del maglio , mentre non ho reperito confronti per chiarire il significato del termine ciabatta; comunque abbastanza chiaro che si riferisca ad una parte del maglio stesso. Riguardo allincastellatura del maglio, nel 1571-73 si nominano i ciocchi e ciochelli , ovvero le pesanti travi di legno, interrate nel pavimento della ferriera, sulle quali si impostavano i montanti laterali , e nel 1616 (Sito 1 UT 1) si specifica un par di ciocchi grandi [...]. Cavare i ciocchi vecchi e far le buche recipienti per mettare i nuovi. In stretta connessione col maglio vero e proprio era lincudine, che viene pi volte citata nella documentazione , mentre nel 1612, ormai in clima di passaggio al metodo indiretto, si cita Una cieppa per mettare sopra la massa secondo che usano i bresciani. [...] Far cavare la buca per mettare la cieppa che ci va la massa, ovvero un massiccio tronco di legno confitto nel terreno, sul quale si poneva la massa cio un grosso parallelepipedo di ghisa, anchesso parzialmente infossato nel pavimento, sul quale batteva il maglio . Anche i mantici sono nominati due sole volte nella documentazione di XIV-XV sec. , mentre si moltiplicano i particolari nei secoli successivi, spesso con notazioni precise e minuziose sulla loro costruzione e manutenzione, il che conferma quanto gi visto in precedenza , cio che i mantici restano lo strumento cardine e pi delicato del ciclo produttivo, soggetto a continuo ripristino a causa dellusura, e riguardo al quale si sentiva la necessit di trasmettere consigli tecnici che ne permettessero il buon funzionamento. Non ci sono tracce dellintroduzione della tromba idroeolica nella documentazione esaminata, che arriva fino al XVIII secolo, neanche in occasione del passaggio al metodo indiretto alla bresciana nei Siti 1 UT 1 e 4 . Nel 1570 (Sito 1 UT 1) si parla di mantaci che sono nuovi e co le tavole nuove e ferramenti de le tavole da le canne in fuore e di un ogiello buono; nel 1582 si nominano di nuovo mantaci e augello; nel 1616 si raccomanda di schonficare le cuoia dei mantaci che aviamo a Brenna e rivederle di quello avessero bisogno con ogni sorta di ligna; nel 1634 per la ferriera di Gonna (Sito 1 UT 1), si d incarico al maestro Obizo Martinelli di Castel del Piano di costruire un mantaco murato ed un mantaco fatto di muraglia citato anche per Ruota (Sito 4) nel 1631, in entrambi i casi con evidente riferimento al muro che proteggeva i mantici stessi dal calore. Uno spazio tutto particolare merita poi la lunga descrizione sul modo di conciare il cuoio dei mantici che Agnolo Venturi fa nella sua memoria riguardante la ferriera di Ruota (anno 1571), consapevole di tramandare ai figli un ricco
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bagaglio di conoscenze tecniche e segreti del mestiere di cui pochi erano a conoscenza. Egli sottolinea infatti che questa cosa de mantaci di grandissima importanza e nellavere i mantaci buoni consiste e importa il guadagnare e perdare e perch molte volte non si trova cuoia buone da comprare conce in allume in Siena, io sempre usato di farle conciare da me per mio logro delle ferriere che lavorato e anco ne conce molte volte per vendare ad altri per ferriere e ci guadagnato di molti denari . Si raccomanda inoltre che di queste cuoia conce bisogna sempre tenerne perch aviene qualche volta a mezo il lavoro che i mantaci non soffiano bene che mette conto fare quella spesa di rifarli e non lavorare con mantaci gattivi, ed io mi so sempre ingengnato di tenere buoni mantaci ancora che molte volte viene da maestri che li fanno farli buoni o gattivi . Inoltre si avertisca di tenere sempre uno ugello di rame davanzo che qualche volta uno ugello nuovo si rompe e non avendone uno altro da mettare su sarebbe grande disordine e si perdarebbe tempo alla ferriera 8 o 10 d . Riguardo agli attrezzi che costituivano il corredo di oggetti mobili necessari per le operazioni che si svolgevano nelle officine siderurgiche, i pochi documenti di XIV-XV sec. sono come al solito estremamente laconici, limitandosi a parlare genericamente di ferramenta ed instrumenta
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, con un solo riferimento

specifico alle tanalliae , che servivano per estrarre il massello dal focolare e tenerlo fermo sotto il maglio. Un po pi eloquenti sono i documenti di XVI secolo: nel 1570 (Sito 1 UT 1) si elencano paiuolo, padella, accetta, ascia, segha, bacinetta; nel 1582 (Sito 1 UT 1) la volta di achaletta ferramenti e massaritie [...] tanaglie, verghelle
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, ruote et tutti li altri


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, oncini da colar la vena

zeppe e mazze ; nel 1600 (Sito 6) si parla di nuovo semplicemente di massaritie [...] cio li ferramenti a peso di stadera. 2.4. Il passaggio al metodo indiretto Nel bacino Merse-Farma due sono gli impianti nei quali si attu forse il passaggio dal metodo diretto a quello indiretto : la ferriera di Gonna (Sito 1 UT 1) e quella di Ruota (Sito 4), come vedremo anche nel prossimo capitolo. Il primo a prendere liniziativa di ampliare e rinnovare le strutture introducendo le nuove tecnologie produttive fu Ascanio Venturi, figlio di Agnolo, che a partire dal 1580 appare fortemente impegnato nellattivit siderurgica in questa ed in altre aree . Il primo impianto ad essere riconvertito sembra essere la ferriera di Gonna: nel 1582, Ascanio, insieme al fratello, prende in affitto limpianto e lo acquista nel 1587. Al 1612 risale il contratto con cui egli commissiona al Maestro Pavolo di Santi una ruota da mantaci alla bresciana con la sua cighagnola
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e quanto fa di bisogno per menare i mantaci [...] essia della


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maggiore grandezza che si potr fare con li spalloni

alti, e li coppi

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spessi, e
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longhi acci consumi manchacqua che sia possibile, e sia a sei remi

. Le

canalette e setolo per la detta ruota chuperte e assetto il ...ottone(?) al setolo; si richiede inoltre una cieppa per mettare sopra la massa secondo che usano i bresciani, il che testimonia che era in atto un processo di ristrutturazione dellintero impianto. Tra 1602 e 1620, poi, si colloca la gi citata lunga lite fra Ascanio Venturi e la comunit di Monticiano riguardo al taglio di legname per far lavorare a la bresciana limpianto siderurgico, che prima lavorava alla casentina, ovvero col metodo diretto. Infine nel 1622, entro il quadro della generale ristrutturazione, Ascanio commissiona la costruzione di un mantaco murato [] che renda fiato bastevole per posser lavorare il ferro. da notare, inoltre, che, forse proprio in previsione di tale ristrutturazione, nel 1585 Augusto ed Ascanio Venturi avevano costruito un distendino sul Gonna (Sito 2 UT 2) a pochissima distanza dalla ferriera in questione. Per quanto riguarda la ferriera di Ruota, prima del 1627 Ascanio Venturi aveva progettato la costruzione di una steccaia murata, forse in previsione di una ristrutturazione dellimpianto produttivo, ma la mancanza di fondi ne aveva impedito ai suoi figli la realizzazione, tanto che ancora nel 1631 si osservava: la quantit di boschi e ragioni di taglio che ha la predetta ferriera [...] tale che per servitio di un fuoco sono di avanzo [...] e per si potria ridur ledifitio con due fuochi essendone capacissimo il guscio di esso; ma bisognarebbe farci una stechaia di muro. Sembra chiaro che con il termine fuoco si intenda in questo contesto ancora il basso fuoco o focolare contenuto allinterno delledificio (guscio). Alla met del XVII sec. circa, per, la nuova steccaia in muratura venne effettivamente costruita ed estremamente probabile che, in coincidenza con la sua edificazione, sia avvenuta anche una ristrutturazione generale dei sistemi di alimentazione idrica e probabilmente laggiunta del nuovo ambiente visibile allesterno del lato N-E. Per quanto riguarda leventuale introduzione del metodo diretto sia nellimpianto di Ruota che in quello di Gonna (questione che necessiterebbe di ulteriori indagini sulle fonti documentarie e soprattutto sulle strutture di epoca moderna presenti in situ), sulla base dei primi sopralluoghi, si era ipotizzato di poter identificare gli ambienti addossati rispettivamente sui lati NE e N delle due ferriere, con dei forni. Ci tenendo conto della presenza di notevoli strati di cenere bianca presso le aperture di accesso ed anche delle numerose corrispondenze, sia per quanto riguarda la forma che le dimensioni, con le descrizioni dei forni a manica reperibili a partire dalla fine del XV sec. nelle opere di tecnici quali Filarete e Biringuccio
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, e con i cannecchi alla bresciana descritti nelle pi


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tarde testimonianze di Della Fratta (1678) e del Brocchi (1802 e 1808) . Entrambi gli ambienti esterni hanno profilo rettangolare, muratura in pietra con blocchi ben squadrati agli angoli, in basso un voltino in laterizi, che nel caso dellimpianto di Ruota dava accesso ad un ambiente stretto e profondo simile ad una galleria. La struttura di Gonna poco leggibile, in quanto completamente crollata: non possediamo quindi dati sullo sviluppo in altezza, n sul profilo della cavit interna. Lambiente esterno addossato alla ferriera di Ruota invece conservato in elevato per circa 4 metri; il profilo interno a forma di tronco di piramide rovesciata a base rettangolare, con le facce e gli spigoli leggermente curvi, fasciati da una muratura in laterizi. Ulteriori sopralluoghi effettuati in

condizioni di migliore visibilit, tuttavia, hanno riscontrato lassenza di forti segni di combustione sullarco esterno di accesso agli ambienti e, fin dove visibile, sulle pareti interne. Nel Sito 1, invece, si riscontra la presenza di spesse concrezioni calcaree, evidentemente traccia di scorrimento di acqua dal soprastante bacino idrico. Linterpretazione di tali ambienti rimane quindi incerta: potrebbe anche trattarsi, infatti, di strutture destinate a direzionare la caduta dellacqua su una ruota idraulica posta allinterno. Riguardo alla produzione annua col metodo bresciano, abbiamo una sola notizia, relativa a Ruota, secondo la quale alla fine del XVII sec. limpianto produceva da 60 a 120 migliara di ferro allanno, cio da 20000 a 40000 Kg. Tale standard produttivo appare per stranamente basso, se si pensa che quasi un secolo prima, con il metodo diretto, a Ruota si producevano fino a 78 migliara di ferro allanno . possibile, comunque, che si tratti di un dato inesatto e nuove informazioni potrebbero venire dallesame dellabbondante documentazione inedita di XVIII secolo relativa a questo impianto. 3. Nascita, sviluppo e declino di un polo produttivo (secc. XIII-XV) 3.1. Prima dellenergia idraulica: gli antecedenti Negli ultimi dieci anni numerose ricerche, di taglio principalmente archeologico, hanno notevolmente ampliato le nostre conoscenze riguardo alle attivit siderurgiche nellarea toscana durante i secoli centrali del Medioevo. In tali contributi particolare attenzione stata rivolta anche al tipo di organizzazione del lavoro ed agli aspetti pi specificamente tecnologici nella produzione del ferro. Il moltiplicarsi dei dati a nostra disposizione, soprattutto per larea elbana, il campigliese e la costa maremmana, ma anche per zone pi interne del territorio senese e grossetano, ci permette dunque di inserire i risultati scaturiti dallindagine sul nostro comprensorio entro un quadro generale delle varie fasi in cui si articol lattivit siderurgica toscana dallalto Medioevo allEt Moderna . Un dato comune, emerso per tutti gli impianti di lavorazione del ferro documentati archeologicamente per il periodo X-XIII sec., lassoluta mancanza di tracce che attestino limpiego dellenergia idraulica per muovere mantici e magli. La forza dellacqua non era utilizzata n in connessione con il basso fuoco scavato nel castello di Montarrenti
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, n nellimpianto siderurgico
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recentemente
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individuato in localit Castelluccio

(entrambi ubicati allinterno del bacino del

Merse), n nei punti di riduzione localizzati presso alcuni castelli maremmani . Indizi a questo proposito mancano completamente anche per gli impianti di XIIinizi XIV sec. attribuibili ai fabri pisani in tutto il comprensorio interessato dalla loro attivit. Riguardo ai punti di riduzione dellElba e a quelli della costa maremmana si giunti, infatti, a conclusioni molto simili. Quasi tutti i siti individuati erano dislocati lungo i corsi dacqua locali, ma per essi tuttavia necessario escludere limpiego dellenergia idraulica sulla base di diversi fattori: ad esempio i siti si trovavano in posizione troppo alta e distante dai torrenti per consentire una derivazione, i corsi dacqua hanno una portata scarsissima ed un

regime torrentizio talmente accentuato che sarebbe stato impossibile comunicare il movimento alle ruote con una certa continuit. Per di pi ricorre nei documenti la citazione di un lavorante stagionale, detto menafollis, evidentemente addetto allo specifico compito di azionare manualmente il mantice . Il Corretti fa inoltre notare che, proprio quando in Toscana si diffondono massicciamente le nuove tecnologie idrauliche e poi il metodo indiretto, sulle attivit siderurgiche elbane cala un silenzio quasi completo e lindustria di lavorazione del ferro si sposta sul continente . Una utilizzazione dellenergia idraulica esclusa anche per le strutture siderurgiche scavate nel castello di Rocca S. Silvestro, e del resto sono del tutto assenti le disponibilit idriche in loco. Sia il basso fuoco a catasta di XI-XII sec. che la forgia con basso fuoco a pozzetto di XII-inizi XIII sec. utilizzavano mantici manuali . Anche per S. Silvestro si fa notare come fra le principali cause dellabbandono del villaggio vada annoverata limpossibilit di sviluppare le tecnologie estrattive e soprattutto metallurgiche, mancando la forza idraulica per lattivazione dei mantici e dei magli, che proprio a partire dal Duecento si stava affermando in questarea della penisola 3.2. Primi impianti siderurgici idraulici in Val di Merse (XIII sec.) Sulla base del quadro tracciato sin qui abbiamo visto che, allo stato attuale delle conoscenze, in aree limitrofe al nostro comprensorio non si riscontrano attestazioni di impiego della tecnologia idraulica nella metallurgia prima del XIV secolo. Questa osservazione vale in generale per tutta la Toscana, n la situazione varia di molto allargando il quadro allItalia intera, in quanto le notizie riguardanti la comparsa di tali tecnologie sono estremamente scarse e frammentarie nellarco del XIII secolo. Del resto in tutta Europa luso della forza idrica nella lavorazione dei metalli, attestato almeno dal XII sec., comincia a diffondersi con una certa ampiezza soltanto nel corso del Duecento . Tornando al contesto toscano, sembra quindi di poter individuare nel secolo XIII il momento in cui si verifica un primo impiego delle tecnologie idrauliche nella metallurgia, forse anche a livello sperimentale, in quanto tale applicazione apparir poi piuttosto diffusa, in varie aree della regione, dagli inizi del XIV secolo. Restringendo di nuovo il campo al bacino Farma-Merse, vedremo come questa innovazione tecnica nelle strutture produttive del ferro sembri determinare, a partire dal Duecento, una vera e propria cesura nellassetto economico della zona, dando vita ad una fase completamente nuova, che vede labbandono di attivit siderurgiche marginali e la nascita di un polo produttivo specializzato. La prima attestazione documentaria dellesistenza di una ferriera idraulica azionata dal fiume Merse risale allanno 1278 : Giovanna, figlia di Giacomo Lambardi di Monticiano e moglie di Ruberto del fu Gioacchino, vende allabbazia di S. Galgano un vasto complesso patrimoniale, che comprende alcune case nel castello e nel borgo di Monticiano e molti appezzamenti di terra sparsi tra le localit di Lupinari, Campora, Piano Gonfienti, Filicaia, Collegrande. Vende inoltre la octavam decimam partem pro indiviso duorum molendinorum et unius hedifitii
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a ferro et unius ghualcherie cum terris et lamis et nemoribus et arboribus et omnibus suis pertinentiis sitos in aqua fluminis Merse. Unanalisi approfondita di questo documento, il pi antico di tale genere per il nostro comprensorio, pu indubbiamente fornire alcuni elementi utili al fine di formulare delle ipotesi riguardo alla prima comparsa di opifici siderurgici idraulici nella zona. In primo luogo nel contratto compare un cedente: si tratta di una donna, che evidentemente appartiene ad una fascia di grossi possidenti del luogo, vista lentit e la quantit dei beni immobili venduti e la loro dislocazione un po su tutto il territorio di Monticiano . Di pi: insieme alle terre, alle case ed alle strutture produttive, Giovanna cede ai monaci alcuni diritti, che hanno tutta laria di residuali prerogative signorili . Una ulteriore informazione ricavabile dal documento riguarda lacquirente dei beni citati: si tratta del monastero di S. Galgano, che anche in questa occasione dimostra il proprio interesse verso gli investimenti in opifici idraulici, stavolta non limitandosi ad impianti molitori, ma investendo anche in altri tipi di strutture produttive. Terzo punto: sulla base delle sole indicazioni contenute nel documento non possibile tentare di localizzare limpianto siderurgico in questione, n gli altri opifici idraulici, in quanto non se ne specificano i toponimi; essi potevano quindi trovarsi in una qualsiasi delle localit citate nel testo, in molte delle quali si riscontra gi da tempo, o documentata per questo periodo, la presenza di una attivit molitoria (Campora, Lupinari, Gonfienti) . Ultima osservazione: la propriet degli opifici idraulici appare gi notevolmente frazionata (1/18). Tale fenomeno, comunemente riscontrabile nelle strutture molitorie, suggerisce innanzitutto lipotesi di una esistenza degli opifici gi da un lasso di tempo non brevissimo, rispetto alla loro prima comparsa nella documentazione; esso costituisce inoltre una ulteriore indicazione a favore della eventuale originaria appartenenza ad una grande famiglia aristocratica, con successive suddivisioni ereditarie secondo listituto dellindiviso. In sintesi sono tre le indicazioni che si possono trarre dal documento: la probabile origine laica e forse signorile di questo impianto siderurgico, una possibile cronologia attribuibile almeno alla prima met del XIII secolo, linteresse dellabbazia di S. Galgano verso lattivit siderurgica. Mentre non vi sono, per il momento, altri dati che permettano di mettere a fuoco il ruolo signorile in questa primissima fase di sviluppo della siderurgia idraulica nella valle, possediamo invece diversi elementi che permettono di affrontare un altro tema di grande importanza, ovvero quale fu il ruolo svolto dai monaci di S. Galgano nellintroduzione delle tecnologie idrauliche nel bacino del Merse. Largomento affascinante, ma proprio per questo necessita di essere trattato con una certa cautela, in quanto contiene in s il rischio di forzare gli elementi oggettivamente esistenti entro un modello storiografico, ormai riconosciuto valido per molte fondazioni cistercensi in tutta Europa, che vede questi monaci impegnati nel sistematico sfruttamento delle risorse minerarie presenti nei territori di molte delle loro abbazie, e soprattutto introdurre per la prima volta luso dellenergia idraulica nella metallurgia . Pur con tutta la prudenza necessaria, tuttavia, siamo nelle condizioni di affermare che anche nel nostro caso esiste una serie di indizi significativi i quali, se considerati nella loro
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globalit, sembrano avvalorare proprio la tesi di una precoce iniziativa in questo campo da parte dellabbazia cistercense. Vediamo di passarli in rassegna. Consideriamo innanzitutto la presenza dei resti di un impianto di riduzione del ferro a poche centinaia di metri dai ruderi della chiesa , nella sottostante pianura lungo il fiume Merse. Tale impianto sorgeva su terreni che furono in possesso del monastero fin dai primi anni dopo la fondazione e si trovava in stretta relazione topografica con labbazia stessa. Pur in assenza di materiali datanti, lipotesi pi probabile sembra quella secondo la quale limpianto potrebbe essere sorto nel momento della prima forte espansione del monastero e soprattutto in connessione con le grandi attivit edilizie della prima met del XIII sec., relative alla costruzione della chiesa maggiore e degli edifici monastici . Si noti, infatti, che diffuse tracce di una attivit di forgia sono state riscontrate proprio nelle immediate vicinanze della chiesa, nellarea ove un tempo sorgevano gli edifici conventuali, sia nei terreni retrostanti
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che in quelli

prospicienti . Tale situazione permette di ipotizzare la presenza di varie fasi di lavorazione del ferro tra le attivit dei monaci: una prima riduzione del minerale grezzo con lausilio dellenergia idraulica, che doveva svolgersi nella ferriera presso il Merse, ed una successiva forgiatura di prodotti finiti - in particolare chiodi, ma probabilmente anche attrezzi agricoli, strumenti per la lavorazione della pietra e la carpenteria , che avveniva in pi officine situate nellinsieme degli edifici monastici, senza impiego dellenergia idraulica. Altre tracce di attivit siderurgiche sono poi attestate per larea circostante il grande impianto molitorio vicino allabbazia, il Mulinaccio ; esse potrebbero forse venir messe in relazione con lattivit produttiva del monastero. Il fatto che la lavorazione del ferro da parte dei monaci di S. Galgano non si svolgesse solo nellimpianto i cui resti sono stati localizzati, poi documentato dalla notizia che nel 1369 essi diedero in affitto a membri della famiglia Azzoni due ferriere sul Merse, segno evidente che doveva esistere almeno un secondo impianto (Siti 8 e XVIII). Possiamo ancora ricordare che i Cistercensi di S. Galgano, al di fuori dellarea qui indagata, avevano impiantato un opificio siderurgico idraulico nei pressi dellabbazia di Giugnano. Questa abbazia benedettina era stata concessa al monastero di S. Galgano dal pontefice Innocenzo II gi agli inizi del XIII secolo ed a poca distanza dalla chiesa preesistente sorse per iniziativa cistercense un complesso produttivo metallurgico, che faceva largo uso dellenergia idraulica fornita dal torrente Bai, mediante notevoli opere di canalizzazione, probabilmente gi agli inizi del 200 . Del resto, che i monaci di S. Galgano dovessero verosimilmente essere in possesso delle competenze tecnologiche relative non solo alle discipline idrauliche in generale, ma in particolare a quelle siderurgiche, lo suggerisce il fatto che allinizio del XIII secolo un gruppo di nuovi monaci giunse qui direttamente da Clairvaux
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, abbazia ben nota per lo sfruttamento delle


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miniere e la lavorazione del ferro su vasta scala gi dal XII secolo . Nel contesto relativo alle attivit siderurgiche dellabbazia, si deve invece negare valore alla notizia riportata dal Targioni Tozzetti, secondo la quale i monaci di S. Galgano

avrebbero posseduto una miniera allElba, da cui importavano il ferro che veniva lavorato nelle loro officine ; tale dato appare privo di fondamento, in quanto nella prima met del XIII sec. lisola era ancora strettamente in mano ai Pisani, che detenevano un rigido monopolio sul minerale
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Anche se le attestazioni non sono numerosissime, gli elementi in nostro possesso ci permettono di dire che nel corso del XIII secolo cominciarono a sorgere in Val di Merse, per iniziativa monastica ma probabilmente anche laica (ricordiamo che la ferriera citata nel 1278 viene venduta da un laico ai monaci), alcuni impianti specializzati nella lavorazione del ferro tramite limpiego dellenergia idraulica. Si deline quindi una fase nuova nelle attivit produttive di questa zona, tra le quali la siderurgia, prima poco presente, cominci a diventare una voce di rilievo. Nella fase precedente, infatti, per la quale purtroppo non possediamo molti dati, lapprovvigionamento dei manufatti in ferro doveva avvenire probabilmente tramite lacquisto di oggetti finiti o semilavorati prodotti allesterno, forse soprattutto sul mercato pisano, oppure tramite una limitata produzione in strutture siderurgiche parcellizzate, destinate allautoconsumo di centri locali. A questo primo periodo appartengono la gi citata struttura scavata nel castello di Montarrenti e quella individuata recentemente in localit Castelluccio; per tali lavorazioni si utilizzavano probabilmente alcuni affioramenti di minerale locale , ma non escluso limpiego di piccoli quantitativi di ematite provenienti dallElba o di limonite del massetano. La comparsa delle prime ferriere idrauliche nella nostra zona dovette dunque rappresentare uno stacco tecnologico e produttivo, determinando la creazione di centri metallurgici specializzati, con attivit qualitativamente e quantitativamente elevata . Questo passaggio si inserisce nel quadro che, in base alle ricerche degli ultimi anni, si va delineando per i secoli centrali del Medioevo toscano: ad una prima fase che vede una dispersione di labili centri di fabbrica destinati al consumo di piccole comunit, spesso in aree incastellate, segue un momento di forti investimenti cittadini, facenti capo essenzialmente a Pisa, ed una diffusa attivit siderurgica in numerosi impianti parcellizzati, con forti migrazioni stagionali di manodopera itinerante ed intenso sfruttamento delle miniere elbane. Segue infine una fase che vede la creazione di alcuni poli siderurgici con strutture produttive tecnologicamente pi evolute, fisse, specializzate, che richiedevano una diversa organizzazione degli spazi ed una non meno vitale vicinanza con corsi dacqua consistenti . Tale evoluzione, quindi, determin successivi spostamenti degli opifici secondo uno schema che in un primo momento vede sorgere gli impianti nei luoghi di escavazione del minerale (Elba), poi dislocarsi sulla costa (area maremmana), in una zona ancora abbastanza vicina ai giacimenti minerari ma dove erano reperibili le risorse boschive che sullisola si andavano esaurendo, infine una fase di dislocazione in zone lontane dai punti di estrazione ma particolarmente ricche, oltre che di boschi, di corsi dacqua perenni (ad esempio le Alpi Apuane, la Montagna Pistoiese, i Monti Pisani, il Casentino, la Garfagnana ed inoltre lAppennino ligure) . Tra i fattori che favorirono il diffondersi della siderurgia idraulica in Val di
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Merse e la localizzazione di un certo numero di ferriere in questa zona a partire dal XIII secolo, bisogna in primo luogo annoverare labbondanza di risorse naturali, cio la disponibilit dacqua in questo bacino idrografico, soprattutto in confronto alle zone circostanti, e la presenza di estesi boschi che potevano fornire il legname necessario alla produzione di carbone. In particolare era caratteristica di questa zona unampia diffusione del castagno, specie arborea dalla quale si ricavava un carbone molto adatto alla lavorazione del ferro . Quello che mancava era la materia prima, cio il minerale di ferro, come si visto presente in zona solo in modo episodico. Anche se non si pu escludere, ancora in questa fase, un parziale impiego dei modesti affioramenti locali, certamente la stragrande maggioranza del ferro qui ridotto doveva provenire dallesterno ed in particolare dallisola dElba. Frammenti di ematite proveniente da grandi giacimenti, sicuramente non locali, e abbondante minerale polverizzato misto alle scorie, sono stati rinvenuti nella ferriera presso labbazia di S. Galgano e, come vedremo in seguito, presso alcuni impianti del primo XIV secolo. Una produzione tecnologicamente avanzata, infatti, doveva collocarsi a dei livelli produttivi piuttosto consistenti, che richiedevano ingenti quantitativi di minerale, per il cui approvvigionamento non ci si poteva rivolgere che alle principali aree estrattive . Del resto, lalta resa del minerale elbano giustificava i costi derivanti dal trasporto a lunga distanza, riguardo al quale per questo periodo non abbiamo notizie, ma che doveva avvenire completamente a soma, o forse su carri, dopo lo sbarco sulla costa . In questo periodo lestrazione ed il commercio della vena elbana erano in mano alla citt di Pisa che, gi massicciamente presente sullisola fin dagli inizi del XII secolo, dal 1192 aveva visto la completa legalizzazione del proprio dominio sullElba . Alcune notizie provenienti dalle fonti documentarie hanno fatto ipotizzare che in un primo momento Pisa abbia attuato una politica protezionistica, forse limitando le esportazioni di minerale allesterno, per favorire lo sviluppo di una lavorazione cittadina del ferro . Tuttavia a varie riprese le esportazioni di minerale grezzo, note fin dal XII sec., resero sempre meno rigido, nel corso del XIII, il monopolio per le industrie cittadine ; ci permette di ipotizzare che partite di ferro venissero esportate anche verso la nostra area. Oltre ai fattori relativi alla presenza di risorse naturali ed alla disponibilit di conoscenze tecnologiche, certamente anche altri elementi, legati soprattutto alla richiesta di metallo, contribuirono a localizzare qui questa attivit siderurgica e determinarono gli investimenti necessari a rendere applicabili ed economicamente convenienti tali tecnologie. Mi riferisco innanzitutto alla presenza di un polo di attrazione quale il grande centro monastico di S. Galgano, che doveva gi al suo interno assorbire, almeno in una prima fase, una notevole quantit di metallo (si pensi soltanto al fabbisogno delle numerose grange direttamente amministrate dallabbazia o ai lavori di riparazione della chiesa e degli edifici monastici). Se poi una parte della produzione fosse commercializzata allesterno, questo non provato dai documenti, ma ipotizzabile, anche instaurando un parallelo con la politica attuata dallabbazia cistercense nello
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sfruttamento dei mulini . Un secondo elemento catalizzatore forte fu poi probabilmente il centro urbano in pieno sviluppo, da parte del quale la richiesta di metallo si faceva sempre pi alta. In funzione di questo mercato dovettero sorgere gi nel XIII sec. gli impianti siderurgici che compariranno ben pi numerosi nella documentazione del primo Trecento. 3.3. Il XIV secolo: sviluppo e crisi Con laprirsi del XIV secolo assistiamo ad un rapido aumento di attestazioni documentarie che testimoniano un largo e generalizzato impiego dellenergia idraulica nella siderurgia toscana, ed al moltiplicarsi nella regione di poli siderurgici specializzati, ove si lavorava il ferro elbano, talvolta misto a ferro locale . Per quanto riguarda il senese, un forte sviluppo della siderurgia idraulica si riscontra principalmente in tre aree: nella zona dellAmiata, in Maremma e nel bacino Farma-Merse. Nellarea amiatina almeno quattro impianti siderurgici compaiono nella Tavola delle Possessioni del 1318/20
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ed altri

impianti sono documentati alla met ed alla fine del secolo . Nel massetano e nellarea maremmana lutilizzo dellenergia idraulica nella siderurgia sembra invece diffondersi soprattutto dopo la met del Trecento, con ledificazione di impianti a Valpiana e nella zona della Marsiliana . Nel bacino Merse-Farma linizio del XIV sec. vede una sorta di boom della siderurgia idraulica, quando agli almeno due impianti documentati con certezza nel Duecento si aggiungono altri 8 sicuramente attivi nel primo trentennio del 300 ed un nono a partire almeno dalla seconda met del secolo (Sito 22) . ragionevole pensare, comunque, che tale sviluppo non sia stato in realt cos improvviso, ma che fosse iniziato gi nella seconda met del XIII secolo . Di questi impianti tre erano localizzati sul Merse (Siti IIIa, IVb, 11), tre sul Farma (Siti 4, 22, 25), tre sul torrente Gonna (Siti 1 UT 1, I, II), uno su un corso dacqua minore affluente del Feccia (Sito VI). Passandoli rapidamente in rassegna vediamo che si tratta delle ferriere di Piana/Piano Gonfienti Defizio
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, di Lupinari
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, del

, di Ruota
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, di Castiglion della Farma


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, del Belagaio

, Nuova/ di
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Sotto/ di Gonna , di Ripaccio , Vecchia/ del Lago/ di Sopra , di Frosini . Le notizie ricavabili dalla documentazione di XIV sec. sono relative ai proprietari degli impianti stessi e ad alcune alienazioni delle strutture o di parti di esse, oltre che naturalmente alle successioni ereditarie. Il primo dato che salta immediatamente agli occhi che si trattava di strutture in mano esclusivamente a privati proprietari laici, alcuni dei quali rivestivano un ruolo di veri e propri imprenditori del settore, con interessi spesso non in un solo ma in pi impianti della zona. Escludendo le gi citate ferriere di S. Galgano, nella documentazione esaminata non si riscontra nessuna ulteriore iniziativa nel campo siderurgico da parte di enti religiosi, e non compare adesso n comparir in seguito alcun intervento del comune cittadino. Venendo ai proprietari, essi appartenevano in generale ad una fascia di

grandi e medi possidenti, tra cui compaiono alcuni aristocratici locali; quasi tutti risiedevano nella zona in cui erano sorti gli impianti siderurgici. Grossi possidenti erano sicuramente Nerio e Tollo di Giovanni, entrambi allirati a Monticiano. Allinizio del XIV sec. il primo era proprietario della ferriera di Piano Gonfienti (Sito IIIa) e di estesi beni nel luogo per un valore complessivo di 8533 lire, mentre il secondo nel 1331 possedeva 2/3 dellimpianto di Ruota (Sito 4) ed altri beni a Monticiano per un totale di 4857 lire. Entrambi si trasferirono a Siena, nel popolo di S. Marco, attorno al 1319-20 . Non sappiamo invece nulla sul proprietario dellaltro terzo della ferriera di Ruota, Cennino di Giannino, se non che era anche lui di Monticiano. Poco conosciamo direttamente su Pigino Pieri, residente a Monticiano, proprietario dellimpianto di Ripaccio, ma risulta che suo fratello Mone, definito faber, aveva estesi possessi in questa localit ed anche fuori zona per un totale di 1540 lire . Si distinguono in maniera del tutto particolare ed evidente, per gli investimenti nel campo della siderurgia locale, i membri della famiglia Azzoni, anchessi originari di Monticiano : a partire da Ghino Azzoni, che agli inizi del XIV sec. costruisce la ferriera Nuova sul Gonna (Sito 1 UT 1), impianto che rimane di propriet della famiglia per tutto il secolo con successivi passaggi ereditari; poi suo figlio Pietro, che intorno al 1370 proprietario di met della ferriera di Ruota (Sito 4) e infine i figli di Pietro, Gabriello e Antonio, che nel 1390 rilevano laltra met di Ruota dai Lottorenghi e risultano aver riunito lintera propriet della ferriera di Gonna nelle loro mani, probabilmente rilevando le quote dei propri cugini . Ancora dei componenti della famiglia Azzoni, non meglio identificabili, tengono in affitto nel 1369 le due ferriere sul Merse di propriet del monastero di S. Galgano. Appartengono allaristocrazia e sono signori del castello del Belagaio Iacopo e Quirico Lottorenghi, che appaiono piuttosto impegnati nellattivit siderurgica, risultando proprietari di met dellimpianto di Ruota nel 1379 e negli stessi anni della ferriera detta appunto del Belagaio, posta a pochissima distanza dalla precedente, ma sullaltra sponda del Farma, in posizione sottostante al castello, per ledificazione della quale si pu verosimilmente ipotizzare una iniziativa dei Lottorenghi stessi. I membri di questa famiglia, in epoca imprecisata, si trasferiranno a Siena e nel XVI sec. faranno parte del Monte dei Gentiluomini . Nulla sapendo sui proprietari degli impianti di Frosini, Lupinari e Defizio, rimane infine da considerare il caso, particolarmente interessante, della ferriera di Castiglion della Farma, forse un esempio di impianto siderurgico di origine signorile. I resti della ferriera, registrata nella Tavola delle Possessioni del 1318/20 , sono ubicati lungo il Farma in posizione esattamente sottostante alle rovine del castello, ed appaiono quindi in stretta connessione topografica con esso. Dalla Tavola risulta che la struttura aveva un alto valore (1500 lire), era articolata in vari edifici, era divisa in tre quote delle quali una spettava ad Angelo Chiarimbaldi, cittadino senese e possessore di molti beni in zona, unaltra a Vanni Cambi, ed una ai figli ed eredi del conte Ugolino Ardengheschi, signori del vicino castello
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, i cui possedimenti circondavano limpianto su tutti i lati. Fermo

restando che la limitatezza della nostra documentazione non ci consente di contare su elementi di assoluta certezza per una retrodatazione, tuttavia ipotizzabile che la ferriera esistesse gi da tempo e che, data la sua dislocazione nelle immediate adiacenze del castello, su terreni appartenenti ai signori dello stesso, essa vi fosse stata costruita proprio per iniziativa di questi ultimi . In sintesi possiamo concludere che, in un periodo collocabile tra la met del XIII sec. e gli inizi del XIV, per iniziativa di un gruppo tutto sommato ristretto di imprenditori, la siderurgia del bacino Farma-Merse conosce un momento di notevole vivacit ed espansione. Come pi volte sottolineato, erano disponibili localmente ampie risorse boschive ed acqua in abbondanza per azionare quei meccanismi idraulici la cui tecnologia, sia stata essa introdotta dai Cistercensi o da altri nella prima met del XIII sec., appare ormai largamente diffusa. poi importante notare che gli impianti siderurgici individuati si dispongono su unarea ben precisa, che potremmo definire una sottozona, allinterno del bacino idrografico complessivo. Osservando la carta di distribuzione per questo periodo, infatti, possiamo senzaltro individuare lepicentro dellattivit siderurgica nel territorio di Monticiano. Le strutture produttive erano concentrate soprattutto sui torrenti Farma e Gonna, solo alcune erano dislocate nellalta Val di Merse, ma comunque sempre gravitanti su questo comprensorio, mentre la siderurgia sembra del tutto assente nella bassa valle del fiume principale. Si delinea cos una sorta di specializzazione geografica rispetto alla coeva attivit molitoria, che abbiamo visto svolgersi soprattutto proprio nella bassa Val di Merse. Questa differenziazione pu essere spiegata sulla base di vari fattori: ad esempio la maggiore vocazione agricola e minore presenza della forestazione nellarea pianeggiante lungo il tratto di fiume a valle di Brenna, e allopposto la maggiore diffusione di boschi, in particolare di castagno, sui rilievi dellalta Val di Merse, della Val di Farma e di tutto il territorio di Monticiano. In secondo luogo si consideri che i mulini, per fornire una macinazione continua nellarco dellanno, necessitavano di disporre di una risorsa idrica sufficiente anche nel periodo estivo (il pane si mangia sempre e la farina non si conserva a lungo), garantita maggiormente dal fiume principale. Gli impianti siderurgici potevano invece disporsi anche sui corsi dacqua a regime torrentizio pi accentuato, in quanto lorganizzazione del lavoro poteva facilmente concentrarsi solo in alcuni mesi dellanno e prevedere una interruzione nel periodo estivo. Infine, ma si tratta di un elemento molto importante, si deve ricordare che la creazione di un polo siderurgico nella zona di Monticiano, del tutto sganciato dal contiguo polo siderurgico monastico, sembra determinata essenzialmente dalle iniziative di imprenditori locali, con interessi fortemente legati a questo territorio, che si dimostrano particolarmente attivi e lungimiranti nel valorizzare le risorse naturali peculiari di una zona ad economia scarsamente agricola e prevalentemente silvopastorale. Il momento di forte espansione del centro urbano e delle sue attivit mercantili, la maggiore disponibilit di capitali per gli investimenti, dovettero incoraggiare fortemente limpianto di questa serie di officine siderurgiche in una zona relativamente vicina alla citt. Limpiego della tecnologia idraulica, che determinava un aumento della produttivit ed una riduzione dei costi di produzione, dovette contribuire alla maggiore circolazione dei manufatti,
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supportata da un notevole commercio sia della vena grezza, che dei semilavorati, che dei prodotti finiti . Il ferro ridotto negli impianti dislocati lungo i corsi dacqua, a vari stadi di lavorazione, doveva affluire principalmente verso il mercato urbano - che probabilmente assorbiva buona parte della produzione per il suo fabbisogno interno - ma veniva certamente in parte smerciato in varie direzioni al di fuori dello Stato senese . probabile che gli operatori del settore siderurgico, almeno in questa fase, si occupassero delle varie operazioni necessarie alla produzione, muovendosi direttamente ed autonomamente sul mercato, dal prelievo del minerale, al trasporto, alla lavorazione, alla vendita del prodotto . La congiuntura favorevole determinata dalla disponibilit di risorse, tecnologie, espansione delleconomia di mercato, fu con probabilit ulteriormente favorita da altri due fattori: la mancanza, in questo periodo, di vincoli signorili forti sulluso delle acque ed i mutamenti avvenuti nel controllo del minerale elbano nellultimo quarto del XIII secolo. Infatti, se Pisa fino alla prima met del Duecento sembrava attuare una politica protezionistica nei confronti del ferro, a partire dal 1274 circa si orient invece con chiarezza verso una politica economica che tendeva a vendere ferro non lavorato allesterno, senza operare pi un rigido monopolio per le industrie cittadine . Nella seconda met del XIII secolo la Liguria assorbe grandi quantit di minerale e nel 1280 Genova occupa temporaneamente lisola. Dal XIV secolo si verifica lacquisto di ingenti quantitativi di vena da parte di famiglie nobili pisane e genovesi, che ricoprono un ruolo di veri e propri imprenditori, i quali acquistano il minerale per rivenderlo a terzi e non sempre sono direttamente interessati alla lavorazione siderurgica . Il minerale viene esportato soprattutto in Liguria e Toscana: ad esempio nel 132021 si esporta minerale grezzo a Firenze in cambio di prodotti finiti . Dopo lo sbarco sulle coste il trasporto via terra del minerale fino ai punti di riduzione nelle zone interne doveva impegnare un buon numero di vetturali, probabilmente con una certa difficolt dovuta alla scarsa viabilit. Tuttavia questo elemento, come appare proprio nel caso del bacino Farma-Merse, forse non costituiva un fattore eccessivamente limitante . Un elemento che sarebbe molto interessante valutare, per questo periodo di sviluppo della siderurgia nel nostro comprensorio, limpatto che tale attivit determin sulle risorse boschive presenti nellarea, certamente soggette a notevole consumo da parte di una tecnica metallurgica poco raffinata, che comportava un forte bisogno di combustibile. Tuttavia per il XIV sec. le fonti consultate al proposito tacciono. Possediamo solo un indizio, che forse significativo: sembra infatti che le ferriere siano in genere impiantate sui terreni appartenenti a persone che disponevano di vaste estensioni fondiarie, spesso boschive e a castagno, dislocate nelle immediate vicinanze dellimpianto siderurgico o comunque in zona. Ci potrebbe far pensare che il sorgere di una ferriera fosse anche vincolato o piuttosto favorito dalla possibilit, da parte del proprietario, di approvvigionarsi direttamente in proprio del legname. In ogni caso, le prime dispute con la popolazione locale a proposito del taglio di boschi
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cominciano a comparire solo con il XV secolo, fatto da cui si pu cautamente dedurre che fino a quel momento la situazione del patrimonio boschivo non fosse ancora grave. anche possibile, comunque, che scontri con gli abitanti non si verificassero, in questo periodo, in quanto lattivit siderurgica gestita in loco e da proprietari del posto, comportava un vantaggio economico consistente anche per una parte della popolazione. Per concludere, rimangono alcune considerazioni da fare a proposito dellandamento dellattivit siderurgica nella seconda met del XIV-inizi XV sec., per tentare di valutare limpatto che ebbe, in questo settore, la generale crisi economica e demografica che comincia alla met del Trecento. Si da diverse parti sottolineato come nella seconda met del XIV sec., in seguito al tracollo demografico, lindustria estrattiva e metallurgica toscana subisca una forte battuta darresto conseguente al lievitare del costo del lavoro ed al calo della domanda per quasi un secolo ; si per anche fatto notare che alcuni prodotti come il ferro resistono tutto sommato alla crisi per poi tornare ad un aumento della produttivit nel 400 . Questa osservazione, tuttavia, non pare valida per larea qui indagata, in seguito allesame dei dati disponibili per il periodo della grande crisi europea. Infatti, se il Trecento si era aperto con una notevole fioritura di impianti, il secolo si chiude con una loro drastica diminuzione. Di tutti gli opifici citati quattro spariscono completamente (Siti 25, IIIa, IVa, VI) e non se ne hanno pi notizie dopo la met del secolo, tanto che solo in un caso i resti materiali sono ancora individuabili. Altri due sono sicuramente abbandonati e ridotti a ruderi agli inizi del XV sec. (Siti I e II), mentre non sappiamo quando cessarono lattivit le ferriere di S. Galgano, lultima notizia delle quali riguarda laffitto del 1369. Facendo un rapido calcolo, pur con i dovuti margini di cautela, in particolare riguardo ad eventuali carenze nella documentazione, si pu constatare che il numero degli opifici in funzione nella nostra area risulta alla fine del XIV sec. perlomeno dimezzato. Anche se il rapporto tra attivit siderurgica e demografia estremamente pi mediato rispetto a quello tra popolazione e risorse, ne risulterebbe una corrispondenza, forse non casuale, con i dati relativi alla crisi demografica conosciuti per il territorio senese. 3.4. La ripresa nel XV secolo Se nella seconda met del 300 la generale crisi economica e demografica sembra aver pesantemente ridotto lattivit siderurgica nel bacino Farma-Merse, a partire dagli anni 20 del XV sec. si comincia a manifestare una inversione di tendenza, con alcuni segnali di ripresa nella produzione. Nel corso del 400, infatti, in concomitanza con fattori che hanno poco a che fare con landamento demografico , ma sono piuttosto legati ad un incremento delle richieste di ferro sul mercato dovuto alla frequenza delle guerre ed alla introduzione delle artiglierie, si verifica in tutta Europa un aumento delle attivit minerarie e soprattutto dellescavazione del minerale ferrifero . Tra XV e XVI sec. lEuropa conosce una impennata nel consumo di questo metallo e la Toscana partecipa alla nuova corsa al ferro con il minerale elbano, producendo 2/3 di quello necessario in
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Italia . Comincia in questo secolo anche linteresse specializzato di ingegneri e tecnici (Francesco di Giorgio Martini, Filarete, Taccola) verso lo studio di macchinari destinati alla lavorazione dei metalli ed in particolare allottimale sfruttamento dellenergia idraulica, fattore considerato ormai indispensabile per la produttivit . In questo clima di generale ripresa si collocano anche alcuni segnali positivi provenienti dalla nostra zona. Mentre continuano a lavorare la ferriera Nuova di Gonna (Sito 1 UT 1), quella di Ruota (Sito 4) e quella del Belagaio (Sito 22), che non erano state travolte o almeno non completamente dalla crisi del secolo XIV, vengono rimessi in funzione due impianti precedentemente abbandonati, la ferriera del Lago e quella di Ripaccio. Infatti nel 1427 un gruppo di piccoli imprenditori locali ottiene un prestito dal banco Bichi ex causa faciendi duo hedifitia destructa apta ad faciendum ferrum, ricevuti in affitto dalla comunit di Monticiano . Nella prima met del XV sec. si hanno poi le prime notizie sullattivit della ferriera di Brenna, che probabilmente fin da ora appartiene alla famiglia Saracini , mentre sul finire del secolo i Venturi costruiranno un distendino per produrre chiodi (Sito 10 UT 3) presso il Mulinaccio di S. Galgano. Soprattutto la riparazione di strutture andate in rovina sembra un sintomo abbastanza chiaro di una certa ripresa nellindustria siderurgica della zona, dopo gli sconvolgimenti del secolo precedente, mentre lattivit di fabbri sia in citt che nel contado, diretta probabilmente in modo particolare alla produzione delle armi da fuoco, appare piuttosto diffusa . Certamente il ferro prodotto nella nostra zona veniva anche in parte commercializzato fuori del territorio senese in varie direzioni, tra le quali sicuramente documentata Arezzo . Una generale ripresa di questo settore produttivo testimoniata poi, un po in tutto il territorio senese, dalla costruzione ex novo di strutture siderurgiche o riattivazione di alcuni vecchi impianti
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toscane . Gli operatori impegnati nel settore siderurgico nella nostra zona, con leccezione del gruppo di piccoli imprenditori locali che rimettono in funzione le strutture di Monticiano, appartengono anche in questa fase a famiglie di livello medio-alto. ancora notevole lattivit degli Azzoni, divenuti ormai da tempo cittadini senesi, ma che continuano a mantenere forti interessi nel campo per tutto il secolo
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, mentre chiari segnali in questa direzione arrivano anche da altre aree

, anche se a partire dalla met del 400 si nota una certa


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tendenza a non gestire pi le strutture direttamente ma a concederle in affitto . I Lottorenghi continuano a possedere la ferriera del Belagaio, mentre i Saracini, padroni del castello di Castiglion Balzetti e di vasti beni in zona, sono probabilmente i proprietari della sottostante ferriera di Brenna. Nuove figure imprenditoriali residenti nel luogo, che compaiono in questo periodo, sono Cristofano di Nanni Gabrielli, che nel 1460 acquista dalla comunit di Monticiano le due ferriere Vecchia e Nuova sul Gonna, poi rivendute dai suoi eredi alla fine del secolo, e inoltre Federigo di Meo Galli, che acquista la ferriera Vecchia nel 1498 e

la gestisce anche nel primo ventennio del secolo successivo. A partire dalla seconda met del Quattrocento, poi, si inseriscono nella siderurgia della zona i componenti della famiglia Venturi, che vi svolgeranno un ruolo di primissimo piano durante il Cinque-Seicento. Nel 1448 Tommaso e Giovanni di Agnolo prendono in affitto la ferriera di Ruota, mantenendone la gestione fino alla fine del secolo, mentre sullo scorcio del Quattrocento Mariano ed Antonio, figli di Giovanni, costruiscono un distendino per produrre chiodi nei pressi del Mulinaccio di S. Galgano (Sito 10 UT 2), formando una compagnia commerciale con alcuni membri della famiglia fiorentina Squarcialupi. Sempre a fine 400 Camillo Venturi acquista la ferriera Nuova di Gonna dagli eredi di Cristofano Gabrielli. Per quanto riguarda lorganizzazione dellattivit siderurgica, non sappiamo precisamente come i proprietari o i gestori delle ferriere acquistassero la vena dal signore di Piombino, in quanto non vi sono notizie dellesistenza di una Magona senese prima del 1513, mentre ad esempio i Genovesi si erano organizzati in una propria Magona gi dalla prima met del 400 . probabile che per Siena ancora in questo periodo, come in quello precedente, i proprietari o affittuari degli impianti si occupassero personalmente dellacquisto e prelievo del minerale; ci sembrerebbe confermato anche dai rapporti personali di parentela stabiliti da Mariano Venturi con gli Appiano, signori di Piombino . A partire dal Quattrocento i conflitti tra i padroni di ferriere e le comunit locali, proprietarie dei castagneti da frutto o che sui boschi vantavano antichi diritti consuetudinari, iniziano a manifestarsi o perlomeno aumentano di dimensioni al punto di apparire nella documentazione scritta, sia per la nostra zona che per altre . noto, infatti, che il castagno, suscettibile di svariate forme di sfruttamento e diffuso con assidue e secolari cure ben oltre lestensione che gli spetterebbe naturalmente, assunse una funzione fondamentale per la vita delle popolazioni di zone montagnose o poco coltivabili come la nostra, divenendo un vero e proprio albero da pane . Un esempio del tipo di conflitti che potevano scatenarsi offerto dalla petizione inviata dagli uomini di Torniella al comune di Siena nel 1406: ci si lamenta infatti che Gabriello Azzoni, proprietario di ferriere e dei boschi di Ristonsa, volendo sfruttare il legname esclusivamente per produrre carbone, ha impedito con azioni violente ai Torniellini di raccogliervi legna e mandarvi i porci a pascolare, secondo i loro antichi diritti consuetudinari. Il lodo del 1407 cerca di accontentare un po tutti ma non risolve affatto il problema: si ribadisce che la propriet dei boschi spetta incontestabilmente allAzzoni, il quale pu farne luso che vuole, compreso produrre carbone, tuttavia si aggiunge che egli non pu impedire agli abitanti di raccogliere legna o mandarvi gli animali (Sito 4). Ma anche senza arrivare a degli scontri diretti si nota una notevole attenzione, sia da parte dei proprietari delle ferriere che da parte della comunit, nello stabilire e ribadire con molta precisione i confini delle aree boschive spettanti a ciascun impianto, e nelle quali possibile effettuare il taglio per fare carbone. Ad esempio nel 1460, quando la comunit di Monticiano aliena i due impianti sul Gonna a Cristofano Gabrielli, si specifica espressamente che con
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questa vendita si concedono anche i diritti di taglio nei boschi al di qua e al di l del torrente. Quando nel 1493 Paolo Azzoni acquister uno degli impianti, far richiesta alla comunit di poter tagliare per fare carbone in tutti i propri possessi di Monticiano ed usare indifferentemente il legname sia per ledificio di Gonna che per laltra sua ferriera di Ruota. Non solo: quando pochi anni dopo rivender la ferriera di Gonna a Federigo Galli, si riserver i boschi per uso della ferriera di Ruota, segno evidente che lestensione dei terreni un tempo necessari per lalimentazione di due impianti ora bastava per uno solamente. 3.5. Continuit e declino: cenni sullandamento dellattivit siderurgica nel periodo XVI-met XVII sec. Durante la ricerca sistematica entro le fonti documentarie, ed in particolare lArchivio Venturi Gallerani, stata esaminata una gran quantit di materiale archivistico che concerne lattivit siderurgica nel comprensorio Farma-Merse nellarco dei secoli XVI-XVII. Nonostante tale materiale appartenga quindi ad un ambito cronologico ormai di piena Et Moderna, si ritenuto opportuno trattarne molto sinteticamente gli aspetti principali in questo ultimo paragrafo. Infatti ci permette di completare in qualche modo un quadro che, iniziato con i primi esordi della siderurgia nellarea, ne contempli anche le ultime manifestazioni. Molte delle tematiche qui solo accennate, senza pretese di esaustivit, rappresentano dunque altrettanti spunti di ricerca, che potrebbero essere approfonditi in seguito, tramite lo spoglio completo delle abbondanti fonti documentarie conservate per questo periodo. La prima met del XVI secolo presenta un andamento che sembra di continuit con il secolo precedente: il numero complessivo degli opifici attivi non subisce in pratica variazioni di rilievo e la capacit produttiva di questo bacino idrografico sembra rimanere la stessa. Viene abbandonata la ferriera Vecchia sul Gonna
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, mentre compaiono le prime notizie della ferriera di Torniella


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appartenente alla famiglia Bulgarini . In questo periodo allargano ulteriormente i loro interessi nella siderurgia locale diversi membri della famiglia Venturi, che per tutto il secolo appaiono a vario titolo impegnati nella quasi totalit degli impianti attivi. Nella prima met del Cinquecento la ferriera Nuova di Gonna passa da Camillo ad Achille Venturi , che nel 1545 acquista anche i diritti sui boschi dellex ferriera Vecchia (Sito I). I Venturi tengono in affitto dal 1448 la ferriera di Ruota (Sito 4), appartenente agli Azzoni, finch Agnolo Venturi non la acquista nel 1567, lasciandola poi in eredit ai figli Augusto e Ascanio; sempre di propriet dei Venturi il distendino nei pressi del Mulinaccio di S. Galgano, che per intorno agli anni 30 smette di funzionare . Agnolo Venturi nel 1559 forma una compagnia con Paris Bulgarini per cogestire le ferriere di Torniella e di Ruota e dal 1560 tiene in affitto anche la ferriera del Belagaio, di propriet dei Lottorenghi, affitto poi continuato dal figlio di Agnolo, Ascanio, nei primi anni del XVII secolo. Ancora Ascanio nel 1612 prender in gestione la ferriera di Brenna di propriet dei Saracini
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In questa fase sembra quindi di notare una generale tendenza, da parte dei vecchi proprietari delle ferriere della zona, a non occuparsi pi direttamente della gestione degli impianti ma a darli in affitto. Emerge invece con decisione un nuovo gruppo di imprenditori-mercanti, originari di Monticiano, ma da molto tempo inseriti nella classe dirigente senese , che gestiscono personalmente gli impianti, come proprietari o affittuari, occupandosi di tutti gli aspetti della produzione. Per averne unidea basti leggere le memorie che Agnolo Venturi lascia ai figli sul modo di gestire la ferriera di Ruota, in cui si ritrovano consigli pratici che vanno dal modo di scegliere il minerale a quanti muli tenere per il trasporto, da come sorvegliare i boschi da cui si ricavava il carbone a quanto pagare i lavoranti, e cos via . I proprietari e gli affittuari delle ferriere del senese, a partire dal 1513, per lacquisto del minerale sono legati alla compagnia Tolomei-Borghesi, di fatto una Magona, che acquista il ferro dal signore di Piombino e lo distribuisce tra i vari impianti sul territorio della Repubblica . Dopo la met del XVI sec. la siderurgia senese subisce una progressiva marginalizzazione , soprattutto in conseguenza dellintervento di Cosimo I de Medici nella siderurgia toscana e dei profondi mutamenti che ne derivarono. Tognarini rileva che la crisi sembra cominciare gi prima della guerra di Siena e ritiene che le cause siano da ricercarsi nella storia politica, economica e sociale della citt verso la met del XVI secolo. Tra gli altri elementi vanno annoverati il costo del minerale, lincidenza dei noli marittimi, le difficolt logistiche e di trasporto, ma soprattutto il ritardo tecnologico di fronte alla vera e propria rivoluzione operata da Cosimo in Toscana con lintroduzione dei forni alla bresciana . Nel 1543, infatti, Cosimo de Medici si era accordato con Iacopo V dAppiano per acquistare per i successivi 15 anni tutta la vena dellElba; nel periodo seguente, quindi, tutte le varie Magone (Genova, Roma, Napoli, Bologna, Lucca, Siena, Pistoia, Ferrara ecc.) diventarono clienti della societ granducale, che deteneva di fatto il monopolio
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. Dal 1543 cominci in Toscana ledificazione


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di una serie di altoforni di tipo bresciano ed il Granduca divenne il maggior consumatore di ferro e produttore di ghisa del Mediterraneo. In alcune zone della Toscana liniziativa granducale si sovrappose alla tradizione siderurgica locale, determinandone il rapido decadimento, in quanto le ferriere o fucine private vennero emarginate dalla impari concorrenza delle fabbriche medicee; in molti casi la Magona acquist gli impianti dismessi e li ristruttur inserendoli nel nuovo ciclo produttivo. Per la nostra zona, nella documentazione esaminata, non si riscontra alcuna traccia di interventi diretti o investimenti granducali nella riconversione degli impianti a basso fuoco in ferriere di seconda e terza produzione, n risultano acquisti di impianti dismessi. Larea sembra di fatto rimanere esclusa dal progetto di riorganizzazione della siderurgia toscana e subisce pesantemente la concorrenza con le strutture medicee maremmane. Le ferriere locali continuano in parte a lavorare anche durante il XVII secolo - Siti 1 (UT 1), 2 (UT 2), 4, 6, 22, 23 (UT 1) , ma principalmente con i
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vecchi sistemi: come abbiamo visto, solo in due casi, nei primissimi anni del 600, si effettu con certezza una conversione degli impianti dal metodo diretto a quello indiretto , tra laltro fra notevoli difficolt dovute alle dispute con gli abitanti del luogo a proposito dellaumento nel consumo di legname che il nuovo sistema comportava . il caso del lungo processo tra Ascanio Venturi e gli uomini di Monticiano, cominciato nel 1594 in seguito allintimazione ad Ascanio, da parte dei magistrati dei Quattro Conservatori, di non tagliare castagni di alcuna specie per uso delle ferriere, e trascinatosi fino al 1620 con ripetuti appelli e richieste di intervento, provenienti da entrambe le parti in causa, ai magistrati senesi ed allo stesso Granduca
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1 2

Si vedano, a questo proposito, le osservazioni di Arnoux, 1994, p. 33.

Ibidem e Reynolds, 1983, p. 85. Si trova in Reynolds, 1985, lipotesi di una origine del maglio idraulico dalla zona alpina, riguardo alla quale sappiamo che il monastero di Bellevaux nel 1119 possedeva un moulin martin, definizione che probabilmente implica luso di un maglio idraulico; inoltre nella regione mineraria della Stiria il monastero di Admont nel 1135 possedeva un molendinum unum et stanf unum, mentre un documento analogo del 1175, dallo stesso sito, menziona un mulino ed uno stanf: sono entrambi riferimenti interpretabili, forse, come meccanismi a pestelli per frantumare il minerale ( ibidem e Forbes, 1962b, p. 70). Nelle Alpi occidentali il monastero di Saint Hugon aveva forge lungo il fiume Bens nel 1170 (ibidem). Alcuni esempi: la presenza nel sud della Germania di un luogo chiamato Smidimulni (schmied=fabbro, muehle= mulino) suggerirebbe lassociazione fra energia idraulica e ferro nel 1024 (White, 1967, p. 149; Gimpel, 1977, p. 14; Reynolds, 1983, p. 86); due mulini del Somersetshire censiti nel Domesday Book del 1086, pagavano tributi sotto forma di blumi di ferro (Gille, 1960a, p. 26); per la Catalogna documenti del 1004, 1138, 1155, 1190 mostrano la vicinanza di grandi forge con corsi dacqua, suggerendo lapplicazione della ruota idraulica ( ivi, p. 26). Sempre in Spagna un documento che cita un molinum fornacium potrebbe essere interpretato come indizio della presenza di un mulino da ferro (Reynolds, 1985, p. 63). Anche lipotesi riguardo alla possibile esistenza di mulini da ferro nellarea del Monte Amiata (Toscana meridionale) fin dal IX sec. deve basarsi solo sullindizio del pagamento di un censo in attrezzi di ferro da parte di un molino nellanno 890, cfr. Farinelli, 1996. Cos come non convince del tutto linterpretare il termine gualciera, attestato nella documentazione amiatina di XII sec., attribuendogli il significato di opificio metallurgico idraulico piuttosto che destinato alla lavorazione dei tessuti (ivi, p. 44). Molto interessanti sono i documenti di seconda met X-inizi XI sec. citati a proposito di opifici siderurgici della zona sud dei Pirenei, che appaiono spesso in connessione con corsi dacqua (Sancho i Planas, 1995), in attesa dei risultati definitivi dello scavo in corso in uno di essi
4 3

Braunstein, 1987, nota 35; Belhoste, 1995, p. 389: questo autore ha

proposto un riesame completo ed una reinterpretazione globale di tutti i testi precoci che vengono di solito citati a proposito della siderurgia idraulica europea, giungendo spesso ad accettare come attestazioni sicure solo quelle contenute in testi a partire dalla met del XIII secolo. Cfr. Cap. II, nota 90: Alii caedebant ligna, alii lapides conquadrabant, alii muros struebant, alii diffusis limitibus partiebantur fluvium, et extollebant saltus aquarum ad molas. Sed et fullones et pistores et coriarii et fabri, aliique artifices, congruas aptabant suis operibus machinas, ut scaturiret et prodiret, ubicumque opportunum esset, in omni domo subterraneis canalibus deductus rivus ultro ebulliens. A proposito di questo documento, si vedano anche Benoit-Cailleaux, 1991, p. 357; Verna-Benoit, 1991.
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Karlsson, 1985, p. 62; Magnusson, 1995b, p. 33; Magnusson, 1995d. Arnoux, 1994, p. 31.

Braunstein, 1987, p. 753. Tuttavia Braunstein fa notare che necessaria una certa cautela nellipotizzare un trasferimento di tecnologie dalla lavorazione dellargento a quella del ferro.
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Magnusson, 1995d.

Magnusson, 1994, p. 365; Magnusson, 1995b; Magnusson, 1995c, p. 65 e comunicazione personale.


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Si veda ledizione completa dello scavo: Astill, 1993.

Proprio la presenza di una enorme quantit di reperti in legno, tra i quali si annoverano i rivestimenti dei canali di adduzione dellacqua alla ruota e parti della ruota stessa e dei meccanismi, costituisce la caratteristica peculiare di questo scavo e gli conferisce un carattere di eccezionalit.
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Astill, 1993, pp. 302-303. Gille, 1960a.

Le gi citate Soroe e Bordesley sono abbazie cistercensi; Chaligny sfruttava miniere nel 1161, Byland e Rielvaux, in Inghilterra, attorno al 1143, Fountains nel 1166-1177. Loccum, in Baviera, appena fondata, a fine XII, immediatamente sfrutta miniere e sembra quasi che il sito sia stato scelto per la presenza di giacimenti. Waldrassen, sempre in Baviera, nei primi anni del 1300 possiede ben 7 martinetti idraulici, cfr. Gille, 1960a, pp. 27-28. Un aggiornamento completo delle pi recenti acquisizioni documentarie riguardo alla siderurgia francese stato proposto da Chauvin, 1991. Si vedano inoltre i dati relativi allattivit mineraria e metallurgica delle abbazie spagnole di Moreruela e Castaneda recentemente pubblicati in Larrazabal, 1996.
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Karlsson, 1985, p. 346; si veda anche Astill, 1993, in particolare pp. 302Verna, 1983.

303.
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Fossier, 1961; Girardot, 1970; Gimpel, 1977, pp. 67-68; Karlsson, 1985; Verna-Benoit, 1991; Benoit, s.d.
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Girardot, 1970, p. 16. Fossier, 1961. Cfr. Karlsson, 1985. Astill, 1993, p. 298. Gille, 1960b, a proposito delle abbazie dello Champagne; Karlsson, 1985,

p. 347. Si vedano gli esempi in Gille, 1960a, p. 29; Gille, 1962, pp. 660-661; Righetti Tosti-Croce, 1983, p. 116. Cfr. Benoit-Cailleaux, 1991, parte III, con contributi di P. Benoit, I. Guillot, C. Deschamps, D. Cailleaux. Si veda anche Benoit, s.d.
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Benoit-Cailleaux, 1991, p. 357. Mordefroid, 1991. Cailleaux, 1991.

Belhoste, 1995, pp. 386 e sgg.: a questo contributo si rimanda per le notizie riportate qui di seguito e soprattutto come punto della situazione riguardo agli studi editi precedentemente. Il caso della contea di Foix nei Pirenei stato in particolare studiato da Catherine Verna: le prime installazioni siderurgiche idrauliche appaiono nelle fonti scritte attorno al 1300 e sembrano una acquisizione recente, che succede ad una fase di equipaggiamento idraulico caratterizzato da mulini da grano e per la follatura. Il pi antico mulino da ferro in funzione di certo tra 1300 e 1304 e in seguito i testi ci rivelano una vera e propria esplosione di tali opifici fino al 1349. Purtroppo pochi sono i dettagli tecnici forniti dalle fonti: ad esempio impossibile sapere se i mantici erano azionati dalla forza idraulica gi agli inizi del XIV sec., mentre certamente lo era il maglio (cfr. Verna, 1995, in particolare le pp. 53-54; inoltre Verna, 1996). Sempre riguardo alla zona dei Pirenei sappiamo che in Andorra lenergia dellacqua era utilizzata in opifici siderurgici di XIII-XIV sec. (Solans et alii, 1995) e nei Paesi Baschi dal XIV e molto probabilmente gi dal XIII sec. (Arbide Elorza - Urcelay Urcelay, 1995; Urteaga Artigas, 1995).
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Per questa notizia v. Arnoux, 1994, p. 31. Soennecken, 1977, pp. 19 e sgg. cit. in Braunstein, 1987, p. 753. Belhoste, 1995, nota 25. Mihok, 1995. Crossley, 1985, pp. 36-37; Cleere-Crossley, 1985, pp. 106-107: si deve

tuttavia sottolineare il fatto che lo scavo di Chingley ha provocato molte discussioni a proposito della reale consistenza della struttura produttiva nella prima fase duso, a causa del disturbo provocato dagli interventi successivi.
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Calegari, 1977. Sprandel, 1968, p. 373; Menant, 1987, pp. 784-785 Gille, 1960a, p. 25. Belhoste, 1995, p. 387. Menant, 1987, nota 53. V. infra note 124 e 126.

Per una trattazione generale delle caratteristiche del sistema, il suo diffondersi, la tipologia dei forni, si rimanda soprattutto a Calegari, 1989; Cima, 1991b; Cima 1991a; Arnoux, 1994 ed a molti dei contributi raccolti in Magnusson, 1995a, con le fonti e la bibliografia ivi citate; si veda anche infra note 53 e 281.
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Cleere-Crossley, 1985, p. 219; Cima, 1991b, pp. 140 e sgg.

Bjoerkenstan-Fornander, 1985; Magnusson, 1985; Magnusson, 1995c, p. 65; Magnusson, 1995b. Il forno, collocato su unarea aperta, presenta un corpo di fabbrica rettangolare in pietra connessa con argilla concotta e la parte interna con profilo rettangolare arrotondato dalle fasi duso; presente una apertura fortemente strombata per laccesso al crogiuolo e sul lato destro una cavit per lalloggio dei mantici idraulici. Sul sito di Kierspe, scavato nel 1992, venuto alla luce un forno a base rettangolare con pareti in pietra, che si suppone alto circa 4 m e che presenta forti analogie tipologiche con il forno di Lapphyttan. Laffinaggio della ghisa avveniva in piccoli focolari vicini al forno, che stato datato dai reperti ceramici al XIV-XV sec.. Sono state individuate altre 200 strutture di questo tipo, collocate lungo corsi dacqua utilizzati per muovere i mantici, le quali a partire dal XIII sec. si sostituiscono ai bassi fuochi qui precedentemente in uso tra XI e XIII sec. (su Kierspe v. Knau-Soennecken, 1994; Knau 1995; Rehren-Ganzelewsky, 1995). Nel Baden-Wuerttenberg sono stati individuati numerosi siti databili a fine XII-inizi XIII, dove sembra che si producesse ferro altamente carburizzato (Kempa, 1995). Sprandel, 1968, pp. 226-231: secondo questo autore il principale indizio che permette di collocare lapparizione di questa pratica nelle Alpi lombarde agli inizi del XIII sec. lo sdoppiamento delle operazioni descritte nei documenti tra un furnus ed una fusina, il primo che produceva ferrum crudum, cio ghisa, trasformata nella seconda in acciaio (ferrum coctum). Un altro indizio importante secondo Sprandel anche la menzione delluso della forza idraulica, che per, come abbiamo visto, era ampiamente utilizzata anche nelle installazioni con basso fuoco. Menant, 1987, pp. 784-785 e note 7, 51, 52: lautore ritiene che alcuni testi inediti confermino lipotesi di Sprandel di un impiego del procedimento
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indiretto dagli inizi del XIII sec. in Valtellina e Valleve, ed una sua generale diffusione nelle valli bergamasche alla met del secolo (v. ad es. la menzione di acciaio e ghisa nelle tariffe doganiere di Bergamo attorno al 1240). Mathieu Arnoux (Arnoux, 1994, p. 31) non accetta lipotesi di Sprandel, in quanto ritiene che lutilizzo del metodo indiretto non sia compatibile con la taglia ridotta delle installazioni (furnus e fusina) descritte nei documenti, n con levoluzione semantica del termine fusina, che nel XII sec. designava in genere lofficina di affinaggio dellargento ed il suo equipaggiamento idraulico, ma era anche applicato ad ogni tipo di stabilimento per la lavorazione del metallo. Si veda la bibliografia citata alla nota 42, inoltre Belhoste et alii, 1991 per la Normandia, Cleere-Crossley, 1985, pp. 111 e sgg. per il Weald.
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Cima 1991a, p. 150. Calegari, 1989, p. 78. Si vedano le osservazioni di Arnoux, 1994, in particolare pp. 29-30.

Calegari, 1989, p. 76. Un progetto politico vasto e minuzioso fu, ad esempio, alla base di ci che avvenne nella siderurgia toscana alla met del XVI sec., quando Cosimo deMedici decise di assicurarsi il monopolio della vena elbana ed importare tecnici dal bresciano per costruire altoforni. Essi costruirono i forni di Campiglia (1559), Valpiana (tra 1578 e 1580), Follonica (1577-78), Cecina (1595-97), Pracchia. Con liniziativa di Cosimo lassetto medievale, incentrato sul basso fuoco e parcellizzato sul territorio, lasci spazio ad una nuova organizzazione dei mezzi di produzione e ad un chiaro processo di concentrazione e specializzazione geografica, che privilegiava la fascia costiera maremmana e lentroterra massetano per la prima fusione, e la dorsale appenninica e la montagna pistoiese come sede di ferriere di seconda produzione, dove la ghisa veniva trasformata in prodotti lavorati. Liniziativa di Cosimo poi, oltre a portare alla nascita di altoforni, sollecit la conversione di una densa rete di ferriere, dove in passato si operava la riduzione al basso fuoco, in una rete di seconda lavorazione, cio riduzione della ghisa in ferro; incoraggi inoltre il potenziamento di impianti di terza lavorazione, cio forge. A questo proposito si rimanda alla bibliografia citata nella nota 281.
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Astill, 1993, p. 254. Crossley, 1985; si veda anche Cleere-Crossley, 1985, pp. 239-242.

Astill, 1993, p. 267. Una paletta simile a quella di Bordesley, datata 10901100, stata rinvenuta nel Leicestershire, mentre altri dati di scavo dalla stessa regione restituiscono evidenza di palette inserite in una ruota dotata di cerchioni laterali, datata al 1140 ca.; ci significa che nella stessa area e nello stesso periodo erano in uso tipi differenti di ruota (ibidem).
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Cleere-Crossley, 1985, p. 242. La larghezza delle ruote, ad esempio, va da un minimo di 32 cm ad un

massimo di 72 cm, ma con una netta prevalenza di ruote larghe meno di mezzo metro, ibidem.
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Agricola, 1563, passim.

Crossley, 1985, p. 112. Si vedano anche le osservazioni del Muendel riguardo alle caratteristiche delle ruote utilizzate nei mulini del territorio fiorentino nel XIV secolo, Muendel, 1991b, pp. 510-511.
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Crossley, 1985, p. 113. Astill, 1993, pp. 252 e sgg. Crossley, 1985, p. 113. Martini, Trattati, vol. I, tav. 87. Biringuccio, 1540, 49 v.

V. la classificazione proposta in Esquisse dune morphologie, 1960, pp. 910. Si veda anche Cleere-Crossley, 1985, p. 271. Esquisse dune morphologie, 1960, pp. 13-14; Cima, 1991b, p. 209. Esquisse dune morphologie, 1960, pp. 14-15; Cima, 1991b, p. 210. Cima, 1991b, p. 210.

Nei notarili genovesi di met XV sec., tale anello viene denominato boga, mentre gli zochi sono i montanti che costituiscono lincastellatura rigida del maglio, cfr. Baraldi, 1979, pp. 122, 124-125.
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Esquisse dune morphologie, 1960, p. 12. Ivi, p. 16. Ibidem. Cuomo di Caprio, 1985, p. 104.

Astill, 1993, pp. 267-271. Per Bordesley stato ipotizzato un complesso sistema di macchinari, alloggiati nello spazio compreso tra il canale della ruota idraulica e ledificio della forgia: si tratterebbe di tre diverse ruote motrici montate su uno stesso albero, sulle quali erano fissate delle sporgenze facenti le funzioni di camme, che azionavano degli alberi secondari collegati al maglio e ad un bilanciere per due coppie di mantici (ma che i mantici fossero azionati idraulicamente non sicuro, anche se ipotizzabile).
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Cleere-Crossley, 1985, p. 271. Gille, 1960a, p. 30. Agricola, 1563, libro IX, pp. 365 e 369. Cfr. Tylecote, 1985, p. 171.

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Cima, 1991b, p. 200. Baraldi, 1979.

Sullimportanza dei mantici nella metallurgia, basti citare le osservazioni di Biringuccio (Biringuccio, 1540, libro VII, cap. VII, p. 110): Importante e necessario effetto al pi delle fusioni sonno li mantaci quali oltre al vedere di averli che sieno morbidi e richi di panno longhi e larchi di tratto e bene garbati, e che habbino buone ventole longhe e buone canne, e che per rottura non perdino laere [...] e perch le forze del huomo sonno alle cose grandi debili si va cerchando lingegni con adattare diverse lieve overo ladiuto de lacque. Il periodo di introduzione e diffusione della tromba idroeolica questione dibattuta: cfr. Cucini, 1990b, p. 750 e nota 7. Il Calegari (Calegari, 1977, pp. 2325) ritiene che lintroduzione del nuovo tipo di macchina soffiante nellAppennino genovese sia avvenuta solo intorno alla prima met del 1600, anche se lorigine sarebbe lontanissima; si veda anche Calegari, 1989, p. 87. Luso di tale macchina nel Pistoiese viene invece posticipato di un secolo in Breschi-Mancini-Tosi, 1983, p. 89. Cucini, 1990b, p. 749 e note 2-3: si forniscono bibliografia ed alcuni esempi di confronti tratti dalliconografia antica.
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Ivi, note 4-5: si citano esempi di epoca romana.

Cima, 1991b, p. 215. Un accurato studio stato dedicato da Costanza Cucini ad un esemplare di mantice a mano, risalente probabilmente al XVI sec., conservato a Bergamo: nellarticolo si cita un apparato di confronti iconografici e descrizioni tecniche di mantici manuali tratti dalla trattatistica di XVI-XVII sec., riguardanti in particolare macchine di piccole dimensioni impiegate nella fucinatura e nella lavorazione dei metalli preziosi (Cucini, 1990b). Si vedano inoltre la descrizione ed i disegni del mantice ad azionamento manuale per la fucinatura del rame ancora conservato in situ nel villaggio abbandonato di Buttifinera (Val Soana): Cima-Nisbet, 1982, pp. 484-488.
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Magnusson, 1985; Astill, 1993, pp. 267-269. Cleere-Crossley, 1985, p. 251. Ivi, p. 252; Cima, 1991b, pp. 216-217. Cleere-Crossley, 1985, pp. 252-253. Montagni, 1993, p. 178.

un metodo che richiede che un organo meccanico con cerniere cilindriche alle due estremit, cio la biella, sia interposto tra un elemento a gomito, cio la manovella, fatto girare dallalbero della ruota idraulica, e loggetto cui si vuol trasmettere il moto alternato. La manovella semplice era gi conosciuta nellantichit (White, 1967, pp. 166-167) ma la prima raffigurazione risale al IX sec. (nel Salterio di Utrecht, cfr. Reynolds, 1984, p. 116). In epoca piuttosto tarda

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sostitu la camma soprattutto nella metallurgia e per azionare pompe e pistoni, cfr. Reynolds, 1983, pp. 89-90 ed illustrazioni in Agricola, 1563, lib. VI, pp. 161163. Si veda lesempio dellalbero motore dei mantici della forgia di Chingley, sul quale erano montate due serie di tre camme; ci significava che erano presenti due coppie di mantici che insufflavano aria tre volte per ciascuna rivoluzione della ruota idraulica (Cleere-Crossley, 1985, pp. 252-253). Molto chiara risulta la descrizione particolareggiata di questo tipo di mantici fornita da Biringuccio (Biringuccio, 1540, libro VII, cap. VII, p. 110), corredata dallillustrazione di una coppia di mantici mossa da un albero a quattro camme: Per il che alcuni sonno che acconciano una ruota a bottacci grande di diametro 6, 7, et 8 bracci secondo li luochi e quantit dacqua che il fuossi e passi sotto alla ponta della tavola che viene sotto li mantaci dalla banda di dietro, e che in esso sieno fatte alli suoi luochi due lieve traverse poste al contrario luna dallaltra, e la tavola di sopra alli mantaci sia ferma e quella di sotto per non essere dalcuna cosa tenuta caschi e venga a aprire el mantace, e tanto sestenda che larrivi sopra alla traversa dello stile della ruota. Per il che dala forza de lacqua fatta girare le traverse dello stile che venghino a levare in su la ponta delle tavole che sonno sotto li mantaci e a ferrarla con la parte di sopra e cos passata el mantaco recaschi, e che sempre dalla ponta delle lieve traverse sia presa la ponta delle tavole che avanzano di sotto alli mantaci. Ancora esplicativa la descrizione di Biringuccio (Biringuccio, 1540, libro VII, cap. VII, pp. 110-111), che illustra due varianti di coppie di mantici di questo tipo e ne fornisce le raffigurazioni: Fassi prima una ruota a bottacci come quella che vho detto avanti, e nela fine del suo biligo dove si possa si fa di ferro uno asse torto come quello dun manicho di ruota da coltelli, el quale alzando abassi, et abassando tiri al alto un stile che sta biligato sopra alli mantaci che ha due braccioli come una croce alli quali sonno attachate le tavole de mantaci de sopra de quali la ruota girando in alto sempre ne tiene suspesa una. Laltro modo sie facendo simile alle sopradette una ruota e in capo del biligo sia un simile asse, e sopra alli mantaci sia una traversa biligata che a una testa habbi un contrapeso, e da laltra sia el manicho che presso dalasse torto che girando tira gi e spegne in su, e cos legati alli loro luochi li mantaci, uno sene viene abassar quando el contrapeso salza, laltro ha alzare quando cala. La differenza nei due disegni consiste solo nella presenza, nel secondo, del contrappeso posto allestremit del bilanciere; entrambi non raffigurano con esattezza lelemento biella di raccordo tra la manovella ed il bilanciere.
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Cfr. Cima, 1991b, fig. 10. 47. Ivi, fig. 10. 48.

Ivi, fig. 10. 51. Del resto questo autore raffigura anche mantici mossi da un albero a camme e ruota per di sotto: Martini, Trattati, tav. 87. V. note 93 e 94. Biringuccio descrive inoltre la grande ruota idraulica che, con un sistema di bilanceri collegati, azionava ben quattro coppie di mantici nella

ferriera di Boccheggiano (Biringuccio, 1540, libro VII, cap. VII, p. 112). Calegari, 1989, p. 85 e tavv. 2-3: pubblica le ricostruzioni degli impianti di Ferriere e Fornovolasco. Tylecote, 1985: su questa base lautore lancia lipotesi di una eventuale origine orientale dellapplicazione dellenergia idraulica alla siderurgia.
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Baraldi-Calegari, 1991, p. 136.

Tra le quali un disegno di un manoscritto anonimo, conservato al British Museum, di autore italiano della seconda met del Quattrocento di probabile ambiente senese (Baraldi-Calegari, 1991, fig. 7). Borracelli, 1984, pp. 51-52: il termine fabrica starebbe ad indicare il luogo in cui lavoravano i fabri, che trasformavano in prodotti finiti i semilavorati provenienti dalle ferriere; solo in seguito, dal 500 in poi, fabrica avrebbe acquistato il significato generico di manifattura produttiva. Invece gli impianti definiti hedificium o defizio sarebbero stati opifici in cui il minerale veniva ridotto nei bassi fuochi in semilavorati atti alla vendita; tuttavia a tale proposito si faceva notare che talvolta una certa confusione pu essere ingenerata dal fatto che allimpianto di riduzione era annessa la fucina per la forgiatura. Per questa ipotesi il Borracelli proponeva un opinabile parallelo con la situazione ligure, in cui peraltro la terminologia usata nelle fonti si presenta ben chiara, ma ben diversa da quella riscontrata nei documenti senesi. In Liguria, infatti, a partire dal XV sec., ledificio in cui si convertiva la vena in ferro col metodo del basso fuoco e la si lavorava al maglio, era chiamato sempre ferriera o ferreria, mentre invece il maglietto o fucina era una costruzione, separata dalla ferriera vera e propria, in cui il primo prodotto molto grossolano veniva tirato in verghe e pi raramente in prodotti finiti, v. Baraldi, 1979, p. 12. Sito 1 UT 1: posteriormente al succitato accenno della Tavola delle Possessioni, riguardo a questo sito non possediamo testi originali fino al 1406, quando limpianto definito hedificium ferri. La terminologia impiegata nei regesti di epoca post-medievale non elemento probante in favore di tale o tal altra soluzione tecnica, in quanto non sappiamo quali fossero le parole latine che comparivano nel testo originale; tuttavia, sulla base delle trascrizioni dei compilatori si ricava limpressione che anche negli originali per questo sito si facesse riferimento ad un impianto di una certa consistenza, destinato alla riduzione del minerale. Sito 25, a. 1320. Sullambiguit nelluso dei termini nella documentazione scritta, diversi confronti provengono da altre aree toscane: per gli impianti siderurgici dellElba si parla genericamente di fabricae, con riferimento ad opifici nei quali si operava certamente la riduzione del minerale, mentre non chiaro il significato del termine carsornia, v. Corretti, 1990, pp. 17-18. Nellarea amiatina, in un caso documentata la distinzione tra fabriche, cio semplici botteghe in cui lavoravano fabbri de mano (anni 1344-45 e 1430) e fabbriche grosse o difitii da fare ferro, probabilmente bassi fuochi per la riduzione (1430); tuttavia nellimpianto che nel 1318-20 viene definito solo fabrica di sotto, nel 1366
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documentata la riduzione in un basso fuoco: sextam partem pro indiviso unius igni qui vulgariter dicitur El fuoco di sotto, cfr. Piccinni, 1989, pp. 207-208. Si vedano, a questo proposito, anche alcuni dei criteri proposti in Serneels, 1994, pp. 75-76, per tentare di individuare in quali siti avveniva la riduzione del minerale ed in quali la forgiatura. Che provengono, cio, da forni che evacuavano le scorie allo stato liquido, in una o pi colate, durante la fase di riduzione, secondo la distinzione proposta in Cleere, 1972, fra slag-tapping furnace e non slag-tapping furnace. Si vedano soprattutto i grandi accumuli di scorie ancora presenti sul sito, oltre a quelle asportate nel 1952: a tale data ne furono stimate ca. 1200 tonnellate. Nella concessione di recupero del 1952 si parla di scorie ferrifere costituite da ciottoli di minerale pi o meno ridotto dal fuoco, con presenza anche di oligisto, magnetite. Tuttavia la quantit di scorie stimata piuttosto scarsa: 400-500 quintali. Oltre al toponimo Defizio, si considerino gli accumuli di scorie documentati nel 1952, stimati in oltre 400 m (ca. 300 tonnellate). Anno 1382: edifizio; a. 1390: Edifizio e carbonigli; si vedano inoltre i grandi accumuli di scorie ancora presenti sul sito. In questo caso si tratta di un impianto piuttosto tardo, attivo dalla met del XVI sec.: a. 1559 feriera [...] per fare el ferro. Anno 1318: hedifitiorum actorum ad ferrum colandum et faciendum; a. 1320: edifitiorum in ipsis domibus existentium actorum ad faciendum ferrum. Limpianto esisteva dalla seconda met del XIII sec.; nel 1493 si parla di difitii de ferro anche con riferimento alla ferriera sul Gonna. Si veda inoltre lacquisto di minerale, nel 1427, in previsione del ripristino dellattivit. Nel 1427 si progetta il ripristino dellattivit ed acquisto di minerale per la riduzione; probabilmente essa vi avveniva anche in precedenza.
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Anno 1319: gora fabrice. Anno 1318: toponimi fabrica e le fabriche Lunico dato disponibile la definizione, dellanno 1278, come hedifitium Cfr. supra par. 1.1. Guarducci, 1980, p. 614. Ivi, p. 616.

a ferro.
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Sito 10 UT 2: fine XV sec.: distendino o battiferro, a. 1567: battiferro da distendare il ferro da fare chiodi. Sito 1 UT 1, a. 1545: poter fare un

Distendino a esso suo Edifizio Nuovo. Sito 2 UT 2, a. 1585: distendino. Sito 6, a. 1600: edifitio da far ferro detto la ferriera di Campo Starchi et il distendino continuo al detto edifitio. In Liguria la struttura corrispondente chiamata maglietto: qui il primo prodotto della riduzione, che aveva subto gi dei trattamenti al maglio nelle ferriere, veniva tirato in verghe e pi raramente trasformato in prodotti finiti, v. Baraldi, 1979, p. 12. In genere i due edifici erano distinti ma posti uno accanto allaltro; nel caso in cui i due impianti si fossero trovati entro ununica costruzione, i relativi strumenti erano posizionati agli antipodi luno dellaltro, v. Montagni, 1993, p. 180. Durante tutta lAntichit e buona parte del Medioevo la lavorazione del ferro avveniva entro forni, definiti appunto bassi fuochi, nei quali non si raggiungevano le alte temperature necessarie per la fusione del minerale (1536), ma in cui con il metodo diretto il minerale era convertito direttamente in ferro a basso contenuto di carbonio. Sulla classificazione dei vari tipi di basso fuoco, con pi o meno accentuate varianti locali, esiste oggi una vastissima letteratura, a partire dagli studi ormai classici di Forbes, 1950; Cleere, 1972; Pelet, 1973. Per uno sguardo sintetico sul panorama europeo si vedano Cima, 1991b, pp. 119 e sgg. e Cucini-Tizzoni, 1992, pp. 32 e sgg., con la bibliografia ivi citata. Per maggiori approfondimenti si consulti la imponente raccolta bibliografica in Paquier-Mangin, 1992. Per un quadro dinsieme dei pi recenti contributi archeologici riguardo alle caratteristiche tecnologiche delle strutture produttive del ferro in Toscana in epoca medievale, v. Cortese-Francovich, 1995. Per il XVI sec. dalla testimonianza di Agnolo Venturi si evince che nella ferriera di Ruota si ricavava direttamente il ferro dalla vena attraverso un focolare che viene semplicemente definito focinale (Venturi, Ruota, p. 26), mentre nel 1570 anche per la ferriera di Gonna (Sito 4) si cita il quadro del focinale di ferro. Si vedano anche le testimonianze di prima met XVII sec., infra, par. 2.4. La struttura materiale di questo tipo di basso fuoco, estremamente semplice e modesta, in genere collocata allaperto o sotto tettoie, prevedeva un piano in muratura appoggiato su un basamento, sopra al quale si approntava il focolare di riduzione con una cortina circolare di protezione in materiali sciolti. Sul fondo del focolare si poneva uno strato di carbone, poi una carica di minerale frantumato in piccoli pezzi, che veniva di nuovo coperta di carbone; in genere era presente un muretto verticale a protezione del mantice azionato manualmente. Questo genere di focolare era di solito una struttura polivalente, che veniva usata per la riduzione del minerale, ma anche per riscaldare il massello prima di sottoporlo alla forgiatura. Esempi toscani di tale tipologia sono il basso fuoco scavato nel castello di Rocca S. Silvestro, databile XI-XII sec. (Francovich-Parenti, 1987, pp. 91-108; Francovich, 1991, pp. 58-60 e ricostruzioni a p. 84), i forni documentati per i secc. XII-XIV sullisola dElba, sul promontorio di Piombino, nella valle dellAlma e nel golfo di Follonica (v. Gelichi, 1984, pp. 37-41; Corretti, 1991, pp. 48-51; Cucini-Tizzoni, 1992, pp. 76 e sgg.; Martin, 1994).
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Si tratta in pratica dellevoluzione del basso fuoco a catasta in una

struttura materiale piuttosto consistente, ben documentata per la zona ligure nei secc. XV-XIX. Il basso fuoco era sempre contenuto entro un edificio, che comprendeva, inoltre, anche il maglio meccanizzato. Il focolare era infossato entro un basamento rettangolare di ampie proporzioni, protetto ai lati da muri in pietra refrattaria, che si appoggiava ad un muro che proteggeva il sistema di ventilazione; uno dei lati presentava unapertura per levacuazione delle scorie. La ventilazione, nel XV sec., era garantita da mantici idraulici, mentre soltanto nella prima met del XVII sec. verranno introdotte le trombe idroeoliche. I ferrieri controllavano il processo mediante lapertura superiore, che consentiva di raggiungere con attrezzi a manico lungo il massello. Per la descrizione particolareggiata di questi impianti ed il lessico tecnico impiegato si vedano Calegari, 1977; Baraldi, 1979; Baraldi, 1986.
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Si veda la bibliografia citata alla nota 126 ed inoltre infra par. 3.1. Giovagnoli, 1992, p. 18. Rombai-Tognarini, 1986, p. 11.

Sito 25, a. 1318: duarum domorum et hedifitiorum; a. 1320: edifitiorum in ipsis domibus existentium. Sito IIIa, a. 1319: terreno cum domo [...] et cum hedificio fabrice. Sito 4, a. 1390: domorum.
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Sito 4, a. 1390: carbonilium. Sito 1 UT 1, a. 1407: carbonilis. Sito 4, a. 1390: venariorum. Sito 1 UT 1, a. 1407: venarie. Sito 4, a. 1390: stabulorum. Sito II, a. 1319: cum fabrica et logia.

Sito 4, a. 1571: cum suis domibus, stabulis, carbonilibus, cui nel 1575 Agnolo Venturi aggiunger una stalla ed una capanna. Sito 6, a. 1600: edifitio [...] distendino [...] la stalla carbonili et ancho la casa et capanna che solito servire per tale Edifitio a Brenna. Sito 1 UT 1, a. 1631: carbonili, stalle, magazzini.
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Pubblicata in Borracelli, 1989b. V. Sito 8. Calegari, 1977, pp. 173-175.

Cima et alii, 1984, pp. 564-565; Mattioli, 1991, fig. 1, p. 261. Altri confronti per la tipologia di ferriere a vasto ambiente unico, ma in Et Moderna, sono ben reperibili in Toscana: Azzari, 1990; Armanini-Crusi-Fossati, 1990.
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V. supra par. 1.2. Soltanto per il Sito 4 nel 1390 si parla di rotarum.

Un po problematica appare la copia di un documento del 1407, relativo al Sito 1 UT 1, nella quale si legge: aque fluens rotand(um) reticinorum. Laccenno a dei ritrecini in questo contesto appare abbastanza misterioso, visto

che un mulino attiguo alla ferriera documentato solo dal XVII secolo. possibile, anche se abbastanza singolare, che con il termine retecinis, usato comunemente nel vocabolario tecnico riguardante i mulini, qui ci si riferisse invece in generale alla presenza di ruote idrauliche nellopificio. Un esempio simile riscontrabile anche per il mulino del Barlettaio, presso Roccastrada, che nel 1318-20 era sede di un impianto destinato alla lavorazione del minerale di rame locale; era detto anche del Rotone, perch unico nel comprensorio ad essere dotato di una imponente ruota idraulica ad asse orizzontale, mentre i mulini della zona funzionavano tutti a ritrecine, cfr. Farinelli, 1992, pp. 36 e 49.
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V. Cap. II, par. 1.1.

Pur tenendo conto del fatto che questo criterio applicabile solo con una certa cautela e non conduce a conclusioni assolutamente certe. Infatti, anche nel caso dei pochi siti per cui sono disponibili i dati di scavo, come ad es. per la gi citata fornace da ferro di Lappytthan, in Svezia, gli studiosi non sempre concordano sul tipo di ruota impiegato: Magnusson (Magnusson, 1985, pp. 26-27) ritiene che lacqua cadesse sulla ruota, pur con un piccolo dislivello, dallalto; invece Byoerkenstan e Fornander (Bjoerkenstan-Fornander, 1985, p. 190), ritengono improbabile che lacqua fosse condotta a cadere sulla ruota, mentre pensano che si trattasse di una ruota per di sotto mossa dallacqua che scorreva nel canale quasi orizzontale di fronte alla fornace. Venturi, Ruota, p. 26. Si veda anche la raffigurazione di questa ferriera, in uno schizzo databile con probabilit alla fine del XVI sec., in cui ben visibile una ruota verticale allesterno delledificio (AVG, T. 42, fasc. 3).
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Sito 4, a. 1390: rotarum.

Venturi, Ruota, pp. 26, 29, 31. Per un confronto cfr. anche Muendel, 1991b, pp. 510 e sgg. Si vedano anche il Sito 4, a. 1390 canalium; Sito 1 UT 1: a. 1570: canali e canalette sono montati, a. 1582 canali e canalette, chiosi e chioselli, muraglie e muro di bottaccio. Negli inventari liguri di XV sec. (Baraldi, 1979, p. 56), i termini canali, canalibus, canalles, cannai, indicano sempre condutture in legno che hanno a che vedere con la caduta dellacqua sulla ruota, distinte cio dal canale principale di alimentazione dellopificio ovvero la gora. Sulla tipologia, la struttura ed il notevole sviluppo raggiunto durante il Medioevo dalle impalcature lignee che alloggiavano le ruote, si veda supra, par. 1.2. Sulla precedente diffusione del maglio idraulico rispetto al mantice idraulico gli studiosi di storia della tecnologia sono concordi, v. sopra, par. 1.1.
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Sito 4, a. 1390: malleorum. Sito 1 UT 1, a. 1407: malleorum. Baraldi, 1979, p. 52 e p. 176: il termine documentato dal XV secolo.

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Ivi, p. 63. Venturi, Ruota, p. 31. Vedi anche Sito 6, a. 1600: ciocchi.

Nei documenti liguri erano detti sochi, zocchi, zoccoli ecc., e insieme ai piumazzuoli e alle stanghe formavano larmatura che sosteneva e fra cui si muoveva il maglio. Si veda la particolareggiata descrizione fatta dal Baldracco e pubblicata in Baraldi, 1979, pp. 103-104; si veda anche Montagni, 1993, pp. 181-182. Sito 4, a. 1390: incudinum; a. 1571: incudinibus. Sito 1 UT 1, a. 1407: acutinum; a. 1545: anchudine; a. 1570: rifacitura della ancudine.
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Breschi-Mancini-Tosi, 1983, pp. 95, 98. Sito 4, a. 1390: mantacorum; Sito 1 UT 1, a. 1407: mantaciorum. Par. 1.4.

Sul periodo di introduzione della tromba idroeolica si veda supra, par. 1.4, nota 83. Cima fa comunque notare che la tromba idroeolica non sostituisce mai completamente i mantici, che sono documentati addirittura per altoforni nel XIX secolo (Cima, 1991b, p.279). Egli aveva specificato in precedenza che avendosi a rifare si pigli cuoia conce in allume perch l trovate sempre meglo conce in allume che in mortina; per la pratica auta in mortina sono tropo seche, in allume sonno pi morbide et non ricidano come fanno in mortina, Venturi, Ruota, p. 29. Ivi p. 30. Questa la descrizione del processo che segue: Le cuoia da far mantaci per ferriere se si trovassero di quelle cuoia baccine che vengono di Spagna che pesassero libbre 70 o 80 luno chenne viene a Pisa sarebeno bonissime, ma perch sonno care e ce ne viene di rado io usato pigliare bufali pi grossi che trovato e farle comprare per la Maremma cio Civitella, Rocastrada, Massa e Grosseto e altri luoghi, e bisogna avertire sieno cuoia di bufali masti grandi e corposi e quando si compreno secchi sieno almeno di peso da 60 a 70 libbre e tenghisi questo ordine: come ne avete rannate 3 o 4 mandinsi alle piscine dei coiari e da pescinari si faccino condire di calcina tanto che si pelino come fanno le altre de coiari; e quando sonno a ponto pelate si faccino taglare e fianchi e li fianchi si mandino a chonciare in mortina e le schene si ritornino in calcina per 4 o 5 giorni pi a chausa sieno un poco pi fiache che non siano troppo dure e questo bisogna la discresione del pescinaro secondo chel calcinaio gagliardo o no; state che vi sonno parechi giorni come detto, si faccino scarnare e poi purgar bene di calcina, di poi si mettino in allume e si facci el bangno in questo modo: non se ne metta per volta pi che 3 o 4 e ongni cuoio piglarai libbre 25 dallume e libbre 10 di sale per uno, tanto che se saranno 4 chuoia pigliarai libbre 1000 dallume e 40 di sale e tutte se ne far uno bangno e in una tina che gi ordenata si pestino con calci e co piedi a 2 per volta tutto uno giorno a giudisio de coiaro; di poi si ritornino tutte insieme nela tina nel medesimo bangno e si lassino stare 4 d, di poi si ritorni a sculdare un altro giorno il medesimo bagno
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e si pestino nel medesimo modo e si ritornino nel bagno e vi si lassino stare in mollo 10 o 15 d, di poi si lavino e si mettino asciugare al sole e di state non si tenghino al sole grande ma solo la mattina e la sera, se di verno no importa che abbino tutto sole, e come sonno un poco asciutte cominci il coiaro che n cura a manegiarle e distenderle di modo che asciutte che saranno sieno ancho distese e maneggiate.
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Ivi, p. 31. Ivi, p. 32.

Sito 4, a. 1390: ferramentorum, istrumentorum omnium ac lignaminum cesorum et rerum aliarum omnium pertinentium et expectantium ad ipsum edificium seu fabricam predictam. Sito 1 UT 1, a. 1407: ferramentorum et instrumentorum pertinentium et expectantium ad dictum edificium ferri.
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Sito 1 UT 1, a. 1407: tanalliarum.

Strumento di forma troncopiramidale per forare il buco chiuso con argilla su un lato del focolare e far defluire le scorie, cfr. ivi, pp. 102 e 106. Verzelle: pali di ferro lunghi non meno di 2 m, con cui si estraeva il massello o si smuovevano le scorie accumulatesi presso il boccolare, cfr. Baraldi, 1979, p. 112.
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Sorta di uncini per agganciare il massello e trascinarlo al maglio, ivi, p. Dette anche ceppe, sono i basamenti su cui poggia lincudine, ivi, p.

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114. Martelli di ferro o legno grossi e pesanti, con manico lungo, con cui si batteva il massello una volta estratto dal focolare per togliere le scorie ancora attaccate allesterno e condensarlo prima di dividerlo in porzioni da portare al maglio, per evitare che cadesse in pezzi al primo colpo di questultimo, ivi, p. 81. Per questo strumento e per quelli citati in precedenza, cfr. anche il documento del 1332 riportato in Farinelli, 1996, p. 51. Vi sono forti incertezze per il Sito 6, a causa della scarsa leggibilit delle poche strutture murarie rimaste: lapertura ad arco in laterizi con forti tracce di combustione, comunque, potrebbe essere la bocca di inferiore di un forno tipo cannecchio. La stessa incertezza, sempre a causa della cattiva conservazione delle strutture, vale per la ferriera di Torniella (Sito 23 UT 1): nel catalogo della mostra Lo stato senese, 1980, p. 40, si asserisce con sicurezza che limpianto, a due forni, era sede di riduzione della ghisa e della spugna di ferro da prima del 1500; tuttavia il rilievo della pianta delledificio, cos come le didascalie alle foto, presentano diverse inesattezze.
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V. infra, par. 3.5.

Il significato del termine non chiarissimo: in un inventario relativo ai forni di Bagolino (Val Sabbia) del 1565 si cita uno arbor da roda una cigagna una

[...] a scatto sotto il coperto del forno novo tutti di nose. Il Cima, che riporta il documento (Cima, 1991a, pp. 286-287), si limita a dire che queste voci riguardano i mantici ed il sistema meccanizzato di azionamento composto da ruota e meccanismi (cigagna).
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Ci si riferisce probabilmente ad un dettaglio della profondit delle

cassette. I coppi sono le tavole incastrate tra i dischi laterali della ruota per formare il fondo delle cassette perimetrali, cfr. Breschi-Mancini-Tosi, 1983, p. 91.
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Evidentemente i raggi della ruota.

Ancora un confronto con la Liguria (Baraldi, 1979, pp. 102-103): il seitro era la parte terminale di conduttura, in forte pendenza, che precipitava lacqua sulle pale della ruota. Secondo la descrizione delle ferriere liguri fatta da Luigi Bazzano nel 1923 (Ivi, pp. 173-175), dal bottazzo lacqua, attraverso due aperture con saracinesca, si immetteva in due aperture o cannai, una delle quali, detta seitrou, si dirigeva alla ruota del maglio, mentre laltra alimentava la tromba idroeolica; entrambe erano scoperte. Allapertura del seitro si facevano poi corrispondere le pale della ruota motrice, affinch lacqua potesse avere pi forza dopo essere uscita dal deposito e caduta per oltre 6 metri. Quando il massello era sotto la testa del maglio un operaio, per mezzo di un fil di ferro che passava in una carrucola corrispondente alla sommit della paratoia, immetteva lacqua sulla ruota e metteva in moto il maglio con velocit diverse, regolando lafflusso a seconda degli ordini che gridava il maestro (Ivi, p. 179). Il Filarete, nel 1460 ca., descrive il forno a manica di Ferriere in Val di Nure; era alto pi di 8 braccia (oltre 4 m), con due mantici mossi da una ruota a bottacci, dei quali abbiamo gi parlato in precedenza: per maggiori dettagli v. Calegari, 1989, pp. 84 e sgg., si veda anche supra, par. 1.4. Biringuccio d una breve descrizione ed una bella immagine di forno a manica rettangolare costruito in pietre refrattarie, appoggiato ad un muro, dietro al quale si trovano i mantici, con un foro in basso nella parte anteriore da cui esce una colata di ghisa; specifica che la cavit interna a tino e rastremata alla base, che il forno alto tra 6 e 8 braccia (3,48-4,64 m ca.) e che la tuyre del mantice posta a 2 braccia e mezzo dal fondo del forno (ca. 1,45 m): v. Biringuccio, 1540, p. 17. Il cannecchio alla bresciana rappresenta la cesura tra il forno a manica e laltoforno, consiste cio in una manica pi alta dellordinario, che funziona producendo ghisa in quantit rilevante a ciclo continuo. Il Della Fratta raffigura una batteria di tre forni a manica con accanto un forno pi alto, il cannecchio, del quale scrive: la stessa manica o cannecchio (per dirlo alla bresciana) si fa dordinario alto 12 braccia (7 m ca.) compartendolo s che la parte superiore sia larga un braccio e mezzo (87 cm ca.) per quadro nel principio e, discendendo, si restringa a poco a poco per fino sul fondo del terreno, dove resta quadripartita ugualmente alla misura di mezzo braccio (0,29 m ca.) in circa. Invece il Brocchi dice che la cavit interna fatta come 2 imbuti quadrangolari uniti insieme per le loro basi, per con le facce delle piramidi dolcemente incurvate, la struttura
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esterna rettangolare, laltezza di circa 12-13 braccia (7-7,58 m circa), cfr. Cima, 1991a, p. 280, Calegari, 1989. La parte anteriore del forno presentava in basso un voltino chiuso da una parete in pietre refrattarie un po rientrate, con un buco chiuso da argilla, dietro cui si trovava il fondo del crogiuolo dove si raccoglieva la ghisa fusa; poco al di sopra del voltino si trovava una parete in mattoni refrattari, incastonata in mezzo ai blocchi di pietra, che veniva rotta per togliere le scorie che galleggiavano sopra la ghisa a quellaltezza (ibidem). Ancora dalla memoria di Agnolo Venturi ricaviamo alcuni dati sulla produzione: la ferriera di Gonna in un dato anno produsse 72 migliara di ferro (ca. 23.976 Kg) che fu cosa straordenaria e grande (Venturi, Ruota, p. 25). La ferriera di Ruota consumava 4 o 5 centi di vena allanno e 100/150 some di carbone, con una produzione da 70 a 78 migliara di ferro (ivi, p. 32). Per una trattazione pi particolareggiata di questo argomento si rimanda a Cortese-Francovich, 1995, ed alla bibliografia ivi citata. Durante lo scavo sono stati individuati la base di un basso fuoco ed una certa quantit di scorie, il tutto databile al X secolo; probabilmente in questa struttura veniva lavorata la limonite affiorante nella vicina zona di Spannocchia. Tale attivit, testimonianza della diffusione parcellizzata di strutture produttive destinate allautoconsumo, sparir nelle fasi di XI-XIII sec., in coincidenza con lavvento di una produzione in centri specializzati e con lallargamento del mercato, cfr. Barker et alii, 1986, p. 257; Francovich-Hodges, 1989, p. 35; Francovich-Cucini-Mannoni-Cucchiara, 1991, p. 59. Sul versante occidentale del Poggio Fogari (Chiusdino) stata individuata una notevole concentrazione di scorie ferrifere pertinenti ad una struttura siderurgica che forse dipendeva dal vicino castello di Miranduolo. Riguardo a tale struttura si esclude limpiego dellenergia idraulica, sia per la presenza di scorie esclusivamente non-tapped, sia per leccessiva distanza del forno dal pi vicino torrente, la cui portata sarebbe stata del resto del tutto insufficiente. Viene proposta una datazione ipotetica al XIII sec., cfr. Nardini, 1994-1995, pp. 110-111, 307-309. Il castello di Miranduolo, propriet dei Della Gherardesca, fu da essi incluso nella dotazione dellabbazia di S. Maria di Serena nel 1004; tale insediamento ebbe certamente una importanza centrale entro la politica dei conti, in quanto controllava la viabilit verso la Maremma e Montieri ed unarea in cui erano dislocati giacimenti minerari. Continuamente conteso tra i Gherardeschi, il vescovo volterrano ed il comune di Siena per tutto larco del XII sec., risulta ormai distrutto alla met del XIII. Su Miranduolo, v. Cammarosano-Passeri, 1976, p. 306; Ceccarelli Lemut, 1993, pp. 47-49. Cucini, 1989, pp. 15, 25; Baiocco et alii, 1990, pp. 85, 90, 122-123; Cucini-Tizzoni, 1992, pp. 58, 110-111, 123, 148, 204-205. Corretti, 1991, p. 45; Cucini-Tizzoni, 1992, p. 77. La vicinanza dellacqua era comunque importante per la vita dei lavoranti, per il lavaggio del minerale e la realizzazione di manufatti in argilla pertinenti alla struttura dei forni. Anche gli impianti individuati sul promontorio di Piombino erano ubicati lungo piccoli fossi,
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due dei quali oggi completamente privi di acqua, per i quali si pu escludere un utilizzo volto a produrre energia; anche in questo caso, comunque, si rileva che la dislocazione degli impianti sembra legata alla vicinanza con corsi dacqua minori per le varie necessit della lavorazione, v. Gelichi, 1984, p. 37.
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Corretti, 1991, pp. 14-15 e 45.

Francovich-Parenti, 1987, pp. 91-108; Francovich, 1991, pp. 58-60 e ricostruzioni grafiche a p. 84. Francovich, 1991, p. 33.

Per le prime attestazioni dellapplicazione delle tecnologie idrauliche alla metallurgia in Italia e in Europa, v. supra, par. 1.1; si vedano inoltre, per numerosi esempi regionali, molti dei contributi in Magnusson, 1995a, nei quali si conferma, per tutta larea europea, una prima comparsa di tali tecnologie nel XII sec. ed una diffusione nel XIII e XIV secolo. KSG, II, cc. 5r-6v; per la trascrizione del documento, si veda Catalogo, Sito XVIII. Il cognome della donna suggerisce una possibile identificazione con una discendente della famiglia di Lambardi, nobili locali insediati nel castello di Monticiano dalla fine del secolo XII, che nel 1197 si trovano in contrasto, a proposito del possesso di alcune terre di confine, con Ranieri, signore di Torniella (cfr. Cammarosano-Passeri, 1976, p. 343). Tuttavia, essendo il nome Lambardi/Lombardi molto diffuso e comune in questa ed altre zone, necessario proporre questa ipotesi con estrema cautela. Et dictas possessiones tibi vendo cum Curatura platee quam habeo vel habuerunt predecessores mei et cum pensionibus quas habeo recipere vel predecessores mei habebant recipere in dicto Castro de Monticiano ab hominibus vel personis dicti castri aliquo modo vel iure (KSG, II, c. 5v). Si veda il Catalogo, Siti VII, IIIa, IVa. Nelle localit Lupinari e Gonfienti, a partire dagli inizi del XIV sec., sar documentata anche una attivit siderurgica, cfr. Siti IIIb, IVb.
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V. supra, par. 1.1.

Per una descrizione particolareggiata, cfr. Catalogo, Sito 8. Sul posto sono presenti grandi accumuli di scorie residui di quelli asportati nel 1952; non vi sono resti murari n stato possibile reperire materiali ceramici datanti per linizio e la durata dellattivit della ferriera stessa. Durante la costruzione sorsero, ad esempio, nei dintorni del cantiere, almeno due fornaci per laterizi, cfr. Canestrelli 1896, p. 70 nota 10; di una di esse, durante la ricognizione sul posto, sono state individuate tracce a non molta distanza dal sito della ferriera. Cucini-Paolucci, 1985, p. 454: in una zona a nord/nord-est dellabbazia stata individuata unarea su cui erano sparse grandi quantit di laterizi e pietre
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anche lavorate, frammenti di maiolica arcaica e abbondanti scorie ferrose soprattutto nellangolo sud-est, in direzione del luogo ove sorgeva la ferriera; sono stati recuperati anche 11 chiodi di ferro frammentari del tipo con testa quadrata. Nardini, 1994-1995, pp. 53-55 e 352-353: nei campi ad ovest dellabbazia sono state individuate in superficie ingenti quantit di scorie ferrifere, scorie della lavorazione del vetro, concentrazioni di laterizi refrattari misti a frammenti di maiolica arcaica ed acroma depurata. Le dimensioni limitate delle emergenze indicano due impianti con struttura semplice, quasi certamente contigui, probabilmente sfruttati durante il lungo periodo nel quale il cantiere di costruzione dellabbazia era rimasto aperto. Qualche scoria sporadica presente anche in altri campi nei dintorni.
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Sito 10 UT 2 e 3. Canestrelli, 1896, p. 8.

Guideri, 1986-1987, pp. 175-176; Farinelli, 1992, pp. 37, 45 e sgg.. Esplicita menzione della ferriera ubicata presso Giugnano si trova in un documento del 1304 (ASS, Diplomatico S. Salvatore di Lecceto, 1304 novembre 9): cuiusdam domus et unius hedificii fabrice pro faciendo ferrum positi in loco abatie de Jugnanio, cui ex tribus partibus est conventus Sancti Antonii predicti et conventus Rosie et ex alio latere fossatus (ringrazio il dott. Farinelli per avermi fornito la trascrizione integrale del documento).
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Canestrelli, 1896, p. 5. V. supra, par. 1.1.

Targioni-Tozzetti, 1768-1779, vol. 4, p. 30: lautore cita un passo del Trattato legale de mineralibus, di un certo Giovanni Guidi Seniore, nel quale si legge che consuluit Fed. de Senis in Consilio 207 pro Fratribus S. Galgani, qui venam ferri trahebant insula Ilvae, et illam eorum artificiis redigebant in ferrum purum, quod licite facerent, et non dicerentur negotiari et no tenerentur ad solutionem gabellae.
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V. pi avanti, in questo stesso paragrafo.

Oltre al gi menzionato affioramento di limonite presso Spannocchia, ricollegabile con lattivit siderurgica del castello di Montarrenti, stata individuata nei pressi del castello di Miranduolo una mineralizzazione a solfuri misti associati ad idrossidi di ferro (cappellaccio limonitico) con tracce di coltivazioni premoderne, probabilmente connesse con lattivit dellimpianto di Castelluccio, per il quale non stata riscontrata alcuna presenza di ematite elbana (Nardini, 1994-1995, pp. 99-100, 305-306). Su tutta laerea del Poggio Fogari sono presenti simili formazioni di antimonio associato a solfuri misti (ibidem). Ricordiamo inoltre che in una richiesta dellanno 1952 per il recupero di scorie ferrose presenti in localit Defizio (Sito 11), si riferisce la presenza, lungo le pendici del Masso degli Zingari, di due antiche gallerie, che i richiedenti suppongono essere resti di antiche escavazioni di minerale locale: di queste

gallerie durante la ricognizione non si sono riscontrate tracce. Sui minerali ferrosi presenti in questa zona al confine con le Colline Metallifere non sono stati al momento pubblicati studi (per la presenza di ematite non in questarea ma nelle vicinanze, cio sulla Montagnola Senese, si veda Betti-Pagani, 1989, p. 58: si tratta di una mineralizzazione assolutamente esigua e quasi inutilizzabile; sulla miniera di Lucerena, cfr. anche Mascaro-Guideri-Benvenuti, 1991, vol. I, p. 116 e Cuteri-Mascaro, 1995, vol. I, p. 144), tuttavia, da alcune ricerche in corso presso lIstituto di Geologia dellUniversit di Siena risulta che si riscontrano affioramenti di minerale nella zona di Iesa, sul poggio di Siena Vecchia, nellarea compresa tra Spannocchia e Castiglion Balzetti. Tali affioramenti sono sporadici, di scarsissima consistenza nel caso dellematite e di pessima qualit nel caso delle altre mineralizzazioni: essi potrebbero per essere stati sfruttati in antico in mancanza di altro materiale disponibile. Sulla presenza di pirite e limonite nella zona di Scalvaia-Querciglione e presso il Molino del Tifo, cfr. Cuteri-Mascaro, 1995, vol. I, p. 140. Per dare unidea dello stacco che lintroduzione dellenergia idraulica nella siderurgia determin nella produzione, riporto alcuni dati quantitativi calcolati dal Gordon a proposito delle risorse idriche utilizzate in impianti siderurgici inglesi nel Medioevo. Le blumerie a mano potevano produrre circa 10 libbre di ferro al giorno ed avevano bisogno di 6 uomini che si scambiavano per azionare manualmente i mantici; le blumerie idrauliche potevano produrre 100150 libbre di ferro al giorno e richiedevano 1 CV per muovere i mantici per un ciclo continuo di circa 10 ore necessario alla formazione del massello; nelle forge lenergia necessaria dipendeva dal peso del maglio: per uno piccolo era necessario 1,5 CV, quindi maggiore energia che per i mantici, ma con azione interrompibile (Gordon, 1985, p. 84). A questo proposito si vedano anche Tylecote, 1976, pp. 64-65; Cleere-Crossley, 1985, pp. 100-106; Belhoste, 1995, p. 385.
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Su tale quadro si veda Cortese-Francovich, 1995.

Cfr. Meniconi, 1984, pp. 220-221. Sulla lontananza di molti impianti toscani dai centri estrattivi cfr. gli esempi in Herlihy, 1972, p. 60; Cherubini, 1974, p. 138; Gelichi, 1984, p. 40; per la Liguria Calegari, 1977. Un recente studio sulla Tavola delle Possessioni di Monticiano (Estimo, 69) ha permesso di calcolare alcuni dati significativi riguardo alla diffusione delle colture arboree nella zona agli inizi del XIV sec.: il 44% del territorio censito era occupato da bosco generico, il 19,3% da bosco di castagni, l11,3% da castagni misti a cereali, viti o incolto; il totale della copertura boschiva raggiungeva quindi il 71,8% della superficie (v. Saffioti, 1993-1994, p. 14). Riguardo allimpiego del carbone di castagno nella siderurgia, cfr. Biringuccio, 1540, p. 63r e Cherubini, 1981, p. 252. Segnaliamo comunque che nella zona di Boccheggiano, Montieri e Gerfalco, area contigua a quella qui studiata, sono ubicati importanti giacimenti minerari, cupriferi ed argentiferi, oggetto, com noto, di ampio sfruttamento in epoca medievale. In tutti questi filoni era possibile reperire anche cappellaccio limonitico e in alcuni casi magnetite e piccoli quantitativi di ematite (cfr. Mascaro214 213

Guideri-Benvenuti, 1991, pp. 95, 105). quindi ipotizzabile che negli opifici idraulici citati, oltre al ferro elbano, fosse lavorato anche minerale estratto in questa zona piuttosto vicina. Dal XV sec. sono, ad esempio, documentati presso Boccheggiano forni per la lavorazione del ferro elbano insieme a quello locale ( ivi, p. 105). A proposito delluso congiunto di minerale locale ed ematite elbana nelle strutture produttive bassomedievali, possiamo citare un confronto con larea amiatina, dove il ferro dei filoni locali era usato nei numerosi opifici siderurgici idraulici per rendere meno dolce lematite, qui importata in grandi quantit dallElba (Farinelli, 1996, p. 47). Esisteva un sistema di trasporto organizzato che prevedeva che i mercanti, i fabbri, gli intermediari e gli imprenditori interessati allacquisto della vena, dopo averla comprata dai rappresentanti del comune di Pisa, facessero eseguire il caricamento ed il trasporto, forse su piccole navi, fino ai punti di approdo sulla costa; di qui il minerale si avviava via terra ai punti di riduzione (Cucini-Tizzoni, 1992, pp. 63-64). Sul trasporto della vena in Liguria cfr. anche Calegari, 1977, pp. 25-26.
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Petti Balbi, 1984, p. 57; Cucini-Tizzoni, 1992, pp. 61-62. Ufficio ILVA, 1938, p. 53; Cucini-Tizzoni, 1992, p. 62. Cucini-Tizzoni, 1992, p. 64

Riguardo al grande consumo interno di metallo ipotizzabile per un importante centro monastico quale S. Galgano, ma anche riguardo alla probabile produzione di un surplus e sua vendita sul mercato, si veda per un parallelo quanto osserva Astill (Astill, 1993, pp. 299-302) a proposito delle attivit siderurgiche dellabbazia cistercense di Bordesley. Per un rapido quadro si vedano: il Pietrasantino, dove almeno 10 fabbriche sono attive nel XIV sec. (Pel, 1975, p. 12); torrente Versilia ed Alpi Apuane (Azzari, 1990, p. 21), dove le prime fucine si impiantano nei pressi delle miniere locali ma gi nel 300 lavorano quasi solo ferro elbano; Montagna Pistoiese (Herlihy, 1972, pp. 58-60; Cherubini, 1974, pp. 138-139); Casentino (Cherubini, 1974, p. 138; Muendel, 1985); Monti Pisani (cenni in Gelichi, 1984, p. 40); inoltre fuori della Toscana il grande sviluppo della siderurgia ligure, gi cominciato nel XIII sec. (Calegari, 1977).
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Piccinni, 1989, p. 207; Borracelli, 1989a, pp. 316-317.

Due fabriche del comune di Siena concesse ai Cacciaconti nel 1344-45, che ancora lavorano agli inizi del 400 (Piccinni, 1989, p. 208); una struttura costruita a Castel del Piano nel 1395 (ASS, Mss B 74, p. 388 v); forse altre tre fabriche appartenenti ai Venturini a fine XIV (Borracelli, c.s.). Si vedano anche gli opifici idraulici per la lavorazione del ferro ubicati ad Arcidosso e Castel del Piano, ceduti dagli Aldobrandeschi al comune di Siena nel 1332 e inoltre tutta la panoramica sulle attivit siderurgiche amiatine nel XIV sec. offerta in Farinelli, 1996, pp. 46 e sgg.

Ad esempio la ferriera di Valpiana, presso Massa Marittima, voluta nel 1377 da Tollo Albizzeschi, quella di Scarlino nel 1439 ed il forno sul Cornia, presso Suvereto, attivo prima del 1489 (Gelichi, 1984, p. 41); inoltre la costruzione di una ferriera in corte della Marsiliana sul fiume Albegna nel 1366 (ASS, Mss B 74, p. 267 v). Sulle ferriere quattrocentesche in area maremmana cfr. anche Morelli, 1980, nota 15; Tognarini, 1980, p. 249; Borracelli, c.s.. Al numero di 9 qui indicato si deve poi forse aggiungere il Defizio (Sito 11) non precisamente databile per mancanza di elementi certi, ma con tutta probabilit attivo in questo periodo. Ricordiamo che nel 1369 sono ancora in funzione i due impianti dellabbazia di S. Galgano, di cui abbiamo trattato per il XIII sec.. Il numero totale degli opifici attivi alla met del Trecento dovrebbe dunque aggirarsi attorno alla dozzina.
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Ci ipotizzabile ad esempio per la Ferriera del Lago, cfr. Catalogo, Sito I.

Sito IIIa: nel 1308 appare in possesso di una sotietas in nome della quale Nerio di Giovanni di Monticiano acquista del legname; nella Tavola delle Possessioni del 1319 compare invece come intera propriet di Nerio ed stimata 1183,7 lire. Sito IVb: compare in alcune confinazioni di terreni nella Tavola delle Possessioni del 1319; non si hanno notizie sui proprietari. Sito 11: mancano notizie documentarie che permettano di stabilire una cronologia o forniscano indicazioni sui proprietari dellimpianto. Sito 4: nel 1331 appartiene per 1/3 a Cennino di Giannino di Monticiano e per 2/3 a Tollo di Giovanni; nel 1375 appartiene in parte a Pietro figlio di Ghino Azzoni; nel 1379 appartiene per met agli Azzoni e per met ai Lottorenghi del Belagaio; nel 1390 Francesco di Iacopo Lottorenghi vende la propria met ai fratelli Gabriello e Antonio figli di Pietro Azzoni.
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Sito 25 e pi avanti, in questo stesso paragrafo.

Sito 22: nel 1382 Jacomo e Quirico Lottorenghi del Belagaio, che possiedono limpianto, dividono i propri beni in modo tale che la ferriera tocca a Quirico. Sito 1 UT 1: nel 1317 Ghino Azzoni acquista dalla comunit di Monticiano lacqua del torrente Gonna ed il sito per costruire le opere di derivazione. Nel 1319 la ferriera registrata nella Tavola delle Possessioni come sua propriet e stimata insieme al terreno su cui sorgeva 513, 10 lire. Nel 1333 passata ai figli Vanni, Pietro e Antonio, nel 1351 ai nipoti Ghinuccio, Iacomo e Pietro, che sono divenuti cittadini senesi. Nel 1389 la met dellimpianto, con tutti i suoi beni, venduta tra componenti della famiglia per 600 fiorini. Sito II: nella Tavola delle Possessioni del 1319 risulta di propriet di Pigino Pieri ed stimata 737,7 lire.
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Sito I: da alcuni confronti con documenti riguardanti la Ferriera Nuova sul

Gonna (Sito 1 UT 1), si ricava che doveva esistere gi prima del 1317, ma non se ne hanno pi notizie dirette fino al XV secolo. Sito VI: nella Tavola delle Possessioni del 1318 sono riportati solo i toponimi; nulla sappiamo dei proprietari. Sia Nerio che il fratello Tollo, infatti, oltre che nella Tavola di Monticiano, sono registrati anche nella Tavola cittadina di S. Marco (Estimo, 107, cc. 431r-439r e cc. 443r-451r), dal che si deduce che si erano trasferiti in citt nellarco di tempo in cui furono compilati i volumi dellEstimo.
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Borracelli, 1984, p. 54, nota 19.

Ghino Azzoni allirato a Monticiano nella Tavola delle Possessioni del 1319; i suoi nipoti divennero cittadini senesi intorno alla met del XIV sec., cfr. AVG, 102, p. 367. Nel XV sec. facevano parte del Monte dei Dodici e nel 1487 passarono al Monte dei Gentiluomini, cfr. Giovagnoli, 1992, p. 9, nota 20. Ancora Antonio e Gabriello Azzoni nel 1406, come vedremo anche in seguito, acquistano lex impianto di Ripaccio (Sito II) ormai in rovina.
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Giovagnoli, 1992, p. 9, nota 23. Per la trascrizione dei documenti si rimanda al Catalogo, Sito 25.

Estimo, 96, cc. 192r-195v; Estimo, 99, c. 186 v. Si veda inoltre Lisini, 1893, p. 109. Nel 1327 Gaio di Ugolino, col consenso del comune senese, alien il castello a favore di Vannuccio Cambi (Repetti, 1833-1846, I, p. 594): si tratta probabilmente dello stesso Vanni Cambi comproprietario della ferriera. Per questo caso forse possibile instaurare un confronto con il coevo impianto siderurgico idraulico, che lavorava ematite elbana - cronologia iniziale fine XIII-XIV sec. - in localit Defizio, nel comune di Radicondoli, ricollegabile al castello di Elci ed alla signoria dei Pannocchieschi (Cucini, 1990a, p. 69). A proposito della associazione signori locali-siderurgia si veda il caso delle iniziative signorili nel Genovesato al momento del decollo della siderurgia del luogo nel XIIIXIV secolo: qui i feudatari della valle Stura si assumono il ruolo di veri e propri imprenditori, edificando le strutture ed occupandosi dellacquisto del minerale elbano e della vendita dei prodotti finiti sul mercato urbano, cfr. Calegari, 1977, pp. 13 e 26. Invece non compare nessuna partecipazione al business del ferro elbano ed allo sviluppo della siderurgia locale da parte dellaristocrazia di area maremmana, dove liniziativa spetta esclusivamente a Pisa, cfr. Cucini-Tizzoni, 1992, p. 69. Sulla circolazione dei prodotti in ferro, a vari stadi di lavorazione, nel territorio senese, si veda anche supra, par 2.1. In Gabella, I, c. 26r-v (anno 1298 ca.), dove si stabiliscono le gabelle da pagarsi per le merci che transitavano dalle porte della citt, si elencano le salme di acciaio, di ferro, di vena di ferro; lo Statuto di inizi XIV sec. elenca la vena di ferro, il ferro, lacciaio, i vergoni o piastre di ferro (Banchi, 1871a, pp. 19, 25-26).
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Mario Borracelli (Borracelli, 1989a e 1989b), pur esagerando talvolta nellenfatizzare il ruolo svolto dal territorio senese nel panorama siderurgico italiano e sottolineando forse eccessivamente linteresse delle compagnie mercantili senesi nel commercio dei prodotti ferrosi, tuttavia fornisce diverse indicazioni che testimoniano una attivit in questo settore. Si veda ad esempio quanto avviene nello stesso periodo in Liguria, cfr. Calegari, 1977, p. 26. A tale proposito si veda Herlihy, 1973, p. 168: ancor prima della Meloria in citt erano in vendita prodotti siderurgici finiti di produzione non locale; inoltre gli Statuti del 1286 favoriscono lesportazione di minerale grezzo e ad esempio vietano di commerciare con i porti rivali di Talamone e Motrone eccezion fatta per quel che riguarda il ferro. Inoltre la Gabella genovese mostra che Pisa esportava minerale elbano grezzo e non semilavorato, cfr. Calegari, 1977. A tale riguardo stato sottolineato il fatto che la crisi economica pisana di fine XIII e la temporanea perdita dellElba debbano aver giocato un ruolo importante nella politica comunale riguardo al ferro; dagli inizi del 300 gli interessi diretti del capitale genovese sembrano determinare la non competitivit degli artigiani pisani e la conseguente scomparsa della lavorazione del ferro sulla costa maremmana nei primi decenni del XIV, cfr. Cucini-Tizzoni, 1992, p. 70. Cucini-Tizzoni, 1992, pp. 64-65, 70-71. In Petti Balbi, 1984, p. 59, si nota come la presenza costante dei genovesi in questo settore nel XIV secolo debba avere facilitato molto lo sviluppo e la nascita di nuovi impianti di riduzione sullAppennino ligure.
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Herlihy, 1973, p. 168.

Per alcune osservazioni sui trasporti, cfr. Balestracci, 1984b, p. 29, che fa notare come talvolta la via terrestre venisse preferita, anche quando era possibile il trasporto marittimo. Si veda inoltre, a livello europeo, lapproccio di Braunstein, 1995, al problema della circolazione del ferro e dei trasporti in et medievale: lautore nega alcune idee molto diffuse nella storiografia riguardo alla scarsa mobilit del minerale e dei prodotti in ferro. Si vedano ancora, per un confronto, i casi studiati da Doswald, 1995, per la Svizzera preindustriale, riguardo ai problemi logistici nellapprovvigionamento di minerale e combustibile, quando lapplicazione dellenergia idraulica tende ad aumentare le distanze tra miniere e luoghi di lavorazione. Balestracci, 1984b, p. 20; Meniconi, 1984, pp. 210-211. Herlihy riporta per Pistoia dei dati riguardanti le variazioni del prezzo del ferro tra XIV e XV secolo, dai quali si ricava che la crisi di met Trecento provoc quasi il raddoppio di prezzo durante le due generazioni successive alla Peste Nera, come conseguenza del calo di produzione nel contado, cfr. Herlihy, 1972, p. 172. Meniconi, 1984, p. 211. Riguardo a Siena Mario Borracelli insiste sul fatto che a fine 300-inizi 400 la citt ancora sede di un importante mercato del ferro, mentre alcune compagnie senesi operano nel settore siderurgico con sedi
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secondarie a Brescia, cfr. Borracelli, 1989a, p. 319. Si veda a questo proposito lulteriore decremento demografico nel territorio senese, che prosegue agli inizi del XV sec. e negli anni 30 di questultimo con varie fasi di crisi, forse non meno gravi delle precedenti, ogni 1015 anni, cfr. Ginatempo, 1988, pp. 261-265, 351. Tognarini, 1980, p. 244; Balestracci, 1984b, pp. 21 e sgg.; Meniconi, 1984, pp. 211 e 214. Si vedano anche Braunstein, 1995 e Belhoste 1995.
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Tognarini, 1980, p. 244.

un dato ormai acquisito dalla critica che proprio nella Siena del Quattrocento presente un clima particolarmente fecondo per le ricerche ed esperienze tecnologiche, che presentano la particolare caratteristica di un interesse pratico soprattutto nei campi dellingegneria idraulica, della metallurgia e della mineralogia. Si veda supra, par. 1.2 e 1.4; inoltre Chironi, 1992, pp. 5-6 e Galluzzi, 1996. Siti I e II: si tratta di Giovanni di Parisii cuoiaio, Berto di Agnoletto calzolaio e Ceccarino di Turino di Cenni lavoratore della terra, tutti di Monticiano. La somma presa in prestito notevole, 1522 lire e 4 soldi, ed destinata allacquisto di vena e dei ferramenta necessari ai due opifici. Per quanto riguarda Ripaccio bisogna ricordare che gi nel 1402 il sito su cui si trovavano i ruderi era stato acquistato da Antonio e Gabriello Azzoni, largamente impegnati nella siderurgia locale, probabilmente in vista di un ripristino. Tuttavia tale struttura dovette rientrare tra i beni confiscati nel 1406 ad Antonio e passati appunto alla comunit di Monticiano. Sito 6: era ubicata nei pressi di Castiglion Balzetti, castello della consorteria, ed ai Saracini appartiene a fine XVI secolo. A Rosia nella prima met del 400 lattivit di lavorazione del ferro attestata dalla presenza nei documenti di numerosi fabbri e maniscalchi, cfr. Francovich-Roncaglia, 1988, nota 60. A Siena ampiamente documentata lattivit di botteghe di fabbri, talvolta anche in forma societaria, a fine 400, cfr. Borracelli, c.s. Cfr. Dini, 1984, p. 98. Inoltre Borracelli ha raccolto alcuni esempi a proposito della vendita, su varie piazze, del ferro prodotto in tutto il territorio controllato da Siena, enfatizzando limportanza della produzione siderurgica senese e delle attivit mercantili ad essa collegate a livello regionale ed italiano. Largomento assai vasto e richiederebbe una serie di studi specifici che esulano dallambito di questa ricerca; tuttavia, anche con una visione non approfondita, mi sembra che i dati elencati da questo autore testimonino s una presenza dei prodotti siderurgici nelle attivit delle compagnie mercantili senesi fuori dal territorio dello Stato, ma non siano di una portata tale da poter dire con tutta tranquillit che Siena e il suo territorio agli inizi del 400 costituivano il polo siderurgico pi importante della Toscana. A questo proposito cfr. anche Chironi, 1992, p. 11.
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Alcuni di quei piccoli imprenditori che ristrutturano le ferriere di Ripaccio e del Lago nella nostra zona, sempre nellanno 1427 chiedono un secondo prestito al banco Bichi per rimettere in funzione un mulino da ferro nella Maremma senese in corte di Torri, preso in affitto dal nobile Griffolo di Ranieri da Liziano per 10 anni, (DBB, 1427, gennaio 6). Linizio dellattivit delle ferriere sul Cornia collocabile a fine XV sec., cfr. Morelli, 1980, p. 482, nota 15. Sempre a fine XV sec. documentato limpianto di una ferriera presso Piancastagnaio, cfr. Piccinni, 1989, p. 208. Ancora per larea amiatina una petizione degli uomini di Arcidosso del 1422 cita degli edifitii per ferro la cui costruzione inizia in quellanno, cfr. Borracelli, c.s.. Si segnalano inoltre linizio dellattivit del complesso di Capalbio sul Pescia, intorno al 1420, ed una ristrutturazione della ferriera di Valpiana, ivi pp. 5 e 7. Si veda anche la ferriera attiva nei pressi di Abbadia a partire dagli inizi del XV sec., Farinelli, 1996, p. 45. Ad esempio per Pistoia lanalisi delle variazioni nel prezzo del ferro tra XIV e XV secolo mostra che la produzione del XV secolo, incrementata dopo la peste da grossi investimenti nelle strutture produttive, aveva raggiunto e superato i livelli precedenti e prosperava come non aveva mai fatto neppure a inizi XIV, cfr. Herlihy, 1972, pp. 172, 200. Si tratta in particolare di Antonio e Gabriello figli di Pietro, che possiedono le ferriere di Gonna e di Ruota (Sito 1 UT 1 e Sito 4) e inoltre acquistano nel 1402 i ruderi della ferriera di Ripaccio (Sito II). Tuttavia le loro attivit furono in parte ridimensionate in seguito alla condanna di Antonio, nel 1406, come ribelle del comune di Siena: in quella occasione tutti i suoi beni, tra cui la met delle due ferriere, furono confiscati e venduti alla comunit di Monticiano; in seguito a ci Gabriello ottenne uno scambio per cui cedette la propria met dellimpianto sul Gonna alla comunit e pot rimanere unico proprietario di Ruota. A partire dal 1445 ca. la ferriera di Ruota, appartenente a Paolo figlio di Gabriello Azzoni, viene affittata a componenti della famiglia Venturi. Sempre Paolo acquister nel 1493 la ferriera Vecchia/del Lago sul Gonna (Sito I) per rivenderla pochi anni dopo a Federigo di Meo Galli. Su di lui sappiamo che in giovent era dedito alla mercatura e deteneva vasti possedimenti a Monticiano. molto significativo, in questo contesto, il suo matrimonio con Lucrezia dAppiano nel 1499, cfr. Giovagnoli, 1992. Calegari, 1977, p. 26: questa societ appare divisa in funzione delle quote sottoscritte da chi ne fa parte e concorda col signore di Piombino un prelievo di una certa quantit di minerale, per un numero variabile di anni, pagando un anticipo. Poi organizza il trasporto della vena dallElba fino ai magazzini sulla costa, prendendo accordi con i singoli padroni di ferriere; qui il minerale viene prelevato dal proprietario o conduttore dellimpianto siderurgico, che a proprie spese lo porta sul luogo di lavorazione. Calegari sottolinea quindi uno stacco rispetto al XIII-XIV sec., che consiste nella separazione tra societ che monopolizza lacquisto e distribuzione del minerale e imprenditori del settore metallurgico.
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V. sopra nota 265.

Si vedano i problemi alimentari causati dal disboscamento allElba gi nel periodo precedente, cio la seconda met del XIV sec. (Corretti, 1991, pp. 53-54). Inoltre si veda la petizione degli abitanti di Arcidosso alla Repubblica di Siena, nel 1422, ove si legge Videro che essi castagni tagliati (per defizi di ferro) era il taglare la vita alle persone di quella terra et che conveniva essa terra venisse in breve abandonata; per questo caso fu quindi decretato che si tagliasse solo un castagno su tre, cfr. Borracelli, c.s. A proposito delle concessioni di sfruttamento dei boschi per attivit estrattive e minerarie Duccio Balestracci (Balestracci, 1984b, pp. 33-34) riporta alcuni esempi quattrocenteschi per Siena, Volterra, Firenze. Cherubini, 1981, p. 249: a questo saggio fondamentale si rimanda per la trattazione di tutti gli aspetti legati allo sfruttamento ed alla diffusione dei castagneti in Italia nel tardo Medioevo. Sullargomento si veda anche Pinto, 1982. Del resto unalimentazione basata quasi esclusivamente sul consumo di farina di castagne stata testimoniata da fonti orali per la nostra zona fino al Dopoguerra. Sito I: nel 1545 la comunit di Monticiano vende i diritti sui boschi che erano un tempo di pertinenza di questo opificio. Sito 23 UT 1: non sappiamo precisamente quando fu edificato limpianto n quando i Bulgarini ne divennero proprietari. Abbiamo notizie su interessi di questa famiglia nella zona fin dal XIV secolo; nel 1502 comprarono i diritti che aveva il comune di Siena su 2/6 di tutta la corte di Torniella; nel 1508 Belisario Bulgarini acquist met della corte e nel 1511 tutte le entrate di Torniella, cfr. Giovagnoli, 1992, p. 9 nota 21. Sito 1 UT 1: da Achille la ferriera pass alle figlie, che nel 1545 la vendettero a Persio di Camillo Venturi; nel 1582 la vedova di Persio affitt limpianto ai figli di Agnolo Venturi, Augusto e Ascanio, che la acquistarono nel 1587. Nel 1616 apparteneva ad Ascanio Venturi, nel 1622 a Giovanni Venturi. Cess lattivit intorno al 1680. Sito 10 UT 2: dopo un periodo di inattivit viene ricomprato da Scipione Venturi, fratello di Agnolo, in previsione di un ripristino dellattivit, poi mai avvenuto. Inoltre Ascanio nel 1581, insieme al fratello Augusto, prende in affitto la ferriera di Liziano, di propriet degli Incontri, che poi acquista nel 1586 (e rivende nel 1595); nel 1602-1620 tiene in affitto la ferriera di Bugnano, in corte di Seggiano, di propriet degli Ugurgieri, cfr. Giovagnoli, 1992, p. 15.
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Cfr. Giovagnoli, 1992, p. 5 nota 2, ed in particolare su Agnolo Venturi,

passim. Venturi, Ruota. Si veda anche ci che accade nelle ferriere liguri nello stesso periodo, cfr. Calegari, 1977, p. 32.
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Borracelli, c.s. Tognarini, 1980, p. 249. Ibidem. Calegari, 1989, p. 77.

Sullargomento la bibliografia vasta: si vedano Lombardi, 1976; Morelli, 1980; Tognarini, 1980; Arrigoni-Quattrucci-Saragosa, 1985; Rombai-Tognarini, 1986; Calegari, 1989; Azzari, 1990; Morelli, 1991. Inoltre cfr. supra note 42 e 53.
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Ad esempio nelle Alpi Apuane, cfr. Azzari, 1990, p. 24. Cfr. supra, par. 2.4.

Riguardo allimpatto del nuovo metodo sulle risorse forestali, cfr. le osservazioni di Arnoux, 1994, p. 36. AVG, Tomo 44. Fig. 21 - Ruota idraulica dal trattato dellAgricola (Agricola, 1563, libro VI, p. 165). Fig. 22 - Maglio laterale e coppia di mantici (Agricola, 1563, libro IX, p. 369). Fig. 23 - Maglio terminale. Fig. 24 - Incastellatura di sostegno ai mantici (Agricola, 1563, libro IX, p. 325). Fig. 25 - Mantici azionati da un albero a camme e mantici azionati con il sistema biella-manovella (Biringuccio, 1540, libro VII, cap. VII, pp. 110-111). Fig. 26 - Sezione del cumulo di scorie (Sito 8). Fig. 27 - Ruderi della ferriera di Castiglion della Farma (Sito 25). Fig. 28 - Rilievo schematico della ferriera di Gonna (Sito 1 UT 1) Fig. 29 - Rilievo schematico della ferriera di Ruota (Sito 4) Fig. 30 - Ferriera di Gonna (Sito 1 UT 1), interno. Fig. 32 - Ambiente esterno della ferriera di Gonna (Sito 1 UT 1). Fig. 33 - Ambiente esterno della ferriera di Ruota (Sito 4). Fig. 36 - Distribuzione degli opifici (sec. XV). Fig. 31 - Costruzione dei mantici (Agricola, 1563, libro IX, p. 320). Fig. 34 - Distribuzione degli opifici (seconda met sec. XIII-sec. XIV). Fig. 35 - Aree di lavorazione del ferro con impiego dellenergia idraulica nel XIV secolo. Fig. 37 - Il passaggio al metodo indiretto (inizi sec. XVII). IV. Conclusione

Locchio di chi, al giorno doggi, si trova a passare per la valle del Merse, rimane probabilmente colpito soprattutto dai vasti boschi, dai percorsi accidentati dei torrenti, dallasprezza di alcuni rilievi, insomma dalla fisionomia piuttosto selvaggia e quasi intatta del paesaggio. Ancora pi forte questa impressione per chi voglia addentrarsi nella stretta valle percorsa dal Farma, dove le alture scendono quasi a precipizio fino allacqua e dove la viabilit lungo il torrente consiste soltanto di pochi sentieri. Arrivando da Siena, dalle colline dolci, fittamente abitate e coltivate che la circondano, si ha la sensazione di entrare in un mondo un po marginale, dove la presenza delluomo si fa sentire meno di quella della natura. Assai probabilmente questa stessa differenza caratterizzava anche il paesaggio medievale: dalle Masse di Siena, in cui predominava un popolamento frequente e diffuso, senza spazi vuoti nelle campagne, dove i campi prevalevano sui boschi, si passava ad una zona notevolmente meno popolata, in cui gli abitanti si concentravano perlopi entro grossi centri castrensi, dove le zone pianeggianti o bassocollinari adatte alla coltivazione erano poche, le attivit silvo-pastorali pi diffuse, ed il bosco presente ovunque, con la sua ricchezza di legname, ghiande e castagne. Anche la bassa valle del Merse, una zona pianeggiante dove locchio spazia con pi libert e dove oggi passa una strada tanto trafficata, era detta nel Duecento vallis aputinis; un nome che ci richiama luoghi non particolarmente ameni, poco adatti allinsediamento, frequentati soprattutto da gente di passaggio, diretta verso i bagni di Petriolo. Tuttavia, limpressione di isolamento che questa zona ci d forse pi forte oggi che otto secoli addietro. Allora venivano coltivate le porzioni di terreno adesso utilizzate esclusivamente per il pascolo; esisteva, ad esempio, una strada che costeggiava il Farma da Petriolo verso Torniella; in questarea, infine, si concentravano le attivit legate allo sfruttamento dellacqua. Infatti lacqua fu certamente una delle maggiori ricchezze di queste valli e probabilmente uno dei fattori che pi incisero sulla fisionomia delle specializzazioni produttive dellarea nel Medioevo, determinandone una precisa rilevanza economica. I dati emersi da questa indagine ci danno una immagine un po diversa dei luoghi in cui adesso si va soprattutto a comprar legna e cercare funghi: non solo silenzio, dunque, ma un via vai di carri che arrivavano carichi di grano, minerale, panni di lana, e se ne ripartivano coi prodotti pronti per il consumo; un lavoro di scuri per attaccare i boschi e di fuochi per produrre carbone; una rete di sentieri presso i corsi dacqua, lungo i quali doveva aggirarsi una piccola folla di maestri dellarte della legna e del fuoco, mugnai, lanaioli, barrocciai, vetturali, carbonai, tutti indaffarati nelle loro attivit. Siamo in grado di ricostruire la storia degli opifici idraulici in Val di Merse solo a partire dagli inizi del XIII sec., con le prime attestazioni di mulini da grano e gualchiere contenute nei Caleffi dellabbazia cistercense di S. Galgano. Per il periodo precedente, durante il quale ipotizzabile che mulini gi esistessero nella nostra zona (la tecnologia molitoria idraulica ampiamente attestata, per aree contigue, molto prima del XIII sec.), pochissimo siamo in grado di dire, a causa della perdita della documentazione relativa alle principali strutture di potere presenti nel nostro territorio durante i secoli centrali del Medioevo.

La natura della nostra documentazione rappresenta un problema soprattutto per la ricostruzione del ruolo svolto dai laici nelledificazione o gestione di impianti molitori entro questo comprensorio. Il capitolo rimane piuttosto oscuro; purtroppo, perch proprio negli archivi scomparsi delle abbazie di S. Maria di Serena e di S. Lorenzo al Lanzo si sarebbe potuta cercare la risposta a due interrogativi di grandissimo interesse: leventuale origine signorile di alcuni mulini e leventuale esistenza di diritti bannali sugli impianti dislocati nel territorio sottoposto al controllo delle grandi famiglie comitali, come gli Ardengheschi o i Gherardeschi. Riguardo a tali questioni possiamo dunque contare soltanto su pochi indizi sparsi nella documentazione duecentesca. Sulla base di questi ultimi possibile intravedere una fase in cui il controllo sulle acque, e quindi sui mulini, rientrava allinterno delle prerogative signorili esercitate da famiglie aristocratiche in un determinato territorio. Tuttavia quando i mulini, ormai in pieno XIII sec., compaiono numerosi nei documenti, i diritti bannali sembrano essere in gran parte caduti e tali strutture paiono rientrare ormai pienamente tra le propriet allodiali, oggetto di transazioni, passaggi ereditari, compravendite, cos come luso delle acque sembra adesso dipendere esclusivamente dalla propriet dei terreni rivieraschi. Tra i proprietari delle strutture si annoverano i membri di grandi famiglie comitali o signori locali, casate aristocratiche senesi e famiglie agiate probabilmente appartenenti alla ricca borghesia. Compaiono anche molti piccoli privati proprietari, talvolta riuniti in una sorta di consorzi, sistema che evidentemente permetteva di ammortizzare meglio le ingenti spese che gli interessi in questo settore comportavano. Accennavo al fatto che la principale fonte di informazioni riguardo agli impianti molitori della zona costituita dai cartulari di S. Galgano. Ovviamente questo ha un peso nella ricostruzione del quadro, nel senso che la preponderante presenza del monastero nellattivit molitoria di tutta larea considerata, certamente un dato innegabile in s, appare tuttavia probabilmente ingigantita entro la prospettiva creata dai documenti consultati. Proprio la natura della documentazione, per, ha offerto loccasione di verificare, anche per questarea, lo specifico interesse dei monaci cistercensi nel campo dellidraulica e la loro specializzazione in materia di regolamentazione e sfruttamento delle acque. quasi una costante, questa, per le fondazioni dellOrdine un po in tutta Europa. Tale tendenza, nel nostro caso, si manifesta sia con laccaparramento dei diritti sulle acque che scorrevano nelle terre del monastero, tramite concessione imperiale o vescovile, sia con la realizzazione di opere di bonifica e drenaggio in vari punti del territorio controllato dallabbazia, sia e soprattutto con massicci investimenti volti allacquisto, la riparazione e ledificazione di un numero impressionante di mulini. Ci non significa affatto, per, che siano stati i monaci cistercensi ad introdurre le tecnologie idrauliche nellarea (come talvolta stato ipotizzato per le prime fondazioni in varie parti del continente), ma piuttosto che essi sfruttarono mezzi gi noti - certo anche grazie al bagaglio di conoscenze tecniche accumulate allinterno dellOrdine - amministrandoli con grande oculatezza e spirito di imprenditorialit. Per S. Galgano, dunque, corretto parlare di gestione o politica economica, pi che di innovazione cistercense. Inoltre, se per le

primissime campagne di investimenti si pu ancora pensare che il motivo fondamentale fosse la necessit di disporre di impianti destinati alla trasformazione di prodotti delle grange, a partire almeno dagli anni 20 del XIII sec. la molitura diventa per il monastero soprattutto un ottimo affare. Tale attivit non ha ormai che in minima parte a che vedere con il suo fabbisogno interno, ma sembra orientarsi con decisione verso lottenimento di rendite fisse da parte di utenti esterni - pratica esplicitamente vietata dalla Regola - e verso le esigenze alimentari della citt di Siena. Se durante il XIII sec. il monastero di S. Galgano ricopr un ruolo di primo piano nella gestione di mulini nel nostro territorio, molti altri enti ecclesiastici, praticamente tutti, costruirono impianti del genere o ne furono in possesso almeno in parte. Tra essi emergono decisamente i Vallombrosani dellabbazia di Torri, i quali sembrano essere stati pi precoci e forse pi innovatori, rispetto ai Cistercensi, nel campo delle tecnologie molitorie idrauliche. Labbazia non acquist mulini, ma fu tra i primi enti religiosi a costruirne, probabilmente gi nel corso del XII secolo; per alcuni di essi, tra laltro, siamo di fronte alle pi imponenti strutture tra tutte quelle individuate, in grado di raggiungere notevoli livelli produttivi, grazie alla realizzazione di opere accessorie di alta ingegneria idraulica. Non per caso ai monaci di Torri, alle loro risorse economiche e conoscenze tecniche, dovette rivolgersi il comune di Siena nel 1245 per cominciare ledificazione dei propri mulini sul Merse. Anche in questo caso laccordo col comune sanc laffacciarsi del monastero in una prospettiva pi vasta, che guardava soprattutto al crescente fabbisogno alimentare del vicino centro urbano ed al suo mercato in sviluppo. La molitura, ma pi in generale tutte le questioni concernenti lapprovvigionamento idrico, rappresentarono per la Siena due-trecentesca un problema assai spinoso. La sete della citt derivava dalla mancanza di corsi dacqua allinterno del centro urbano o nelle sue immediate vicinanze. Per questo, nel momento di suo maggiore sviluppo demografico, Siena fu costretta ad organizzare una rete di mulini piuttosto lontano dalla citt, accordandosi con labbazia di Torri per la costruzione di impianti sul Merse. Lo sforzo economico, anche se in buona parte addossato allabbazia stessa, fu oneroso, e non limitato soltanto alla costruzione degli impianti, in particolare il notevolissimo Mulino Palazzo, ma volto anche alla realizzazione o ampliamento della rete viaria di collegamento tra la citt ed il fiume ed allorganizzazione dei trasporti del grano ai mulini e della farina verso il centro urbano. Pu dunque creare perplessit il fatto che, pochi anni dopo ledificazione dei mulini sul Merse, il comune di Siena, a corto di denaro liquido, decida di venderli, non comparendo pi in seguito come proprietario di strutture molitorie in tutta la zona considerata. Tuttavia questo fatto deve stupire solo fino ad un certo punto, se si tengono presenti due fattori importanti, che permettevano allorganismo cittadino di esercitare uno stretto controllo sui mulini anche in assenza della mera propriet: le imposizioni fiscali sulle strutture - estremamente rigide, direi anzi tendenzialmente di tipo monopolistico - e gli strumenti legislativi. Alle norme dettate dal comune, con un mezzo o con laltro, furono sottoposti tutti i mulini, anche appartenenti a privati ed organismi religiosi, dislocati allinterno della giurisdizione senese. importante notare come in pratica, con un procedimento che si pu definire circolare, il

comune abbia reintrodotto il concetto di acque pubbliche, avocando a s il controllo di questo bene cos prezioso e sottraendolo sia alla sfera dei diritti signorili, sia a quella della privata propriet. Il periodo tra la seconda met del XIII sec. e la prima met del successivo fu probabilmente il momento in cui i mulini ad acqua toccarono il massimo della diffusione; ci avvenne, ovviamente, in coincidenza con il livello pi alto dellespansione demografica nel territorio senese. Il paesaggio della Val di Merse appare letteralmente punteggiato da questi opifici, che si moltiplicano in proporzione alla richiesta di una popolazione, soprattutto urbana, in aumento. Si andava dalle piccole strutture distribuite lungo i corsi dacqua minori, evidentemente destinate a consumi locali, ad opifici imponenti, quali la serie dei mulini costruiti dallabbazia di Torri in collaborazione col comune di Siena, dotati di risorse idriche e di sistemi di derivazione tali da garantire una produzione di farina a livello almeno subregionale. La risposta tecnica che si era in grado di offrire agli accresciuti fabbisogni alimentari non consisteva in un tentativo di perfezionare il rendimento del singolo meccanismo (che ha ormai raggiunto l optimum tecnologico gi a partire dal XII secolo), ma piuttosto nel moltiplicare sia il numero degli impianti sia il numero delle ruote entro uno stesso impianto. Per di pi, accertato che nel nostro comprensorio la larga maggioranza dei mulini da grano utilizzava la ruota orizzontale, o ritrecine, meccanismo semplice, dal rendimento modesto, ma che evidentemente presentava minori difficolt di sfruttamento, minori costi, maggiore duttilit nelladattarsi alle caratteristiche ambientali di questo comprensorio. Ci non significa che la ruota verticale fosse sconosciuta nel nostro ambito territoriale: tale tipologia era applicata negli impianti siderurgici e sembra inoltre attestata dalla presenza di gualchiere associate talvolta ai mulini da grano. Ci che sembra essere sconosciuto, o meglio forse non applicato, il complicato meccanismo lubecchio-lanterna per la trasmissione del moto da una ruota verticale al piano orizzontale di macinazione. Una cos massiccia espansione delle tecnologie idrauliche, comport naturalmente anche un notevole sforzo di ingegneria civile per la costruzione di una serie di strutture accessorie come dighe, canali di derivazione, bacini di riserva. Di questi ultimi siamo in grado di ricostruire la struttura con una certa precisione, sia per le tracce rimaste sul terreno, sia grazie alla relativa abbondanza di particolari descrittivi entro la documentazione. Tali strutture, infatti, erano frequentemente causa di liti e scontri tra i proprietari; di conseguenza costituiscono, ben pi spesso che i meccanismi interni dellapparato molitorio, loggetto delle controversie descritte nelle fonti. Lacqua, nel bacino del Merse, non veniva utilizzata soltanto per la molitura, ma anche per alcune attivit manifatturiere, in particolare la lavorazione della lana e del ferro. Il primo di questi usi industriali, come abbiamo spiegato precedentemente, rimane escluso dalla presente trattazione. I dati scaturiti dallindagine sugli impianti siderurgici del nostro comprensorio, invece, vanno ad aggiungere un tassello al mosaico generale delle varie fasi in cui si articolata lattivit di lavorazione del ferro in Toscana durante il Medioevo. Infatti le ricerche, sia archeologiche che documentarie, relative ad impianti di X-XIII sec. nella nostra

regione, evidenziano una mancanza di tracce sicure di impiego dellenergia idraulica per muovere mantici o magli. molto probabile che proprio nel corso del Duecento si sia verificato un primo utilizzo delle tecnologie idrauliche nella metallurgia toscana e riveste dunque una certa importanza la pi antica attestazione documentaria riguardo allesistenza di una ferriera ad acqua azionata dal fiume Merse, che risale allanno 1278. Tale documento ci dice essenzialmente due cose: innanzitutto che nello sfruttamento delle tecnologie idrauliche per la siderurgia in questo periodo erano coinvolti esponenti di una fascia di grossi possidenti laici, probabilmente in possesso anche di prerogative signorili; in secondo luogo che vi era un interesse verso lattivit siderurgica da parte dellabbazia di S. Galgano, la quale dallinizio del XIII sec. stava investendo massicciamente negli opifici idraulici della zona. Riguardo alle iniziative dei monaci in questo campo disponiamo di molti altri elementi, che nella loro globalit ci portano ad accreditare proprio i Cistercensi per lintroduzione di tali tecnologie nel bacino del Merse. A questo proposito non possiamo ignorare lintenso coinvolgimento dellOrdine nella produzione del ferro con uso dellenergia idraulica in Francia, Spagna, Inghilterra, Svezia. Riteniamo possibile che i Cistercensi siano stati i primi ad utilizzare tale tecnologia nella zona, probabilmente gi negli anni immediatamente successivi alla fondazione del monastero. Tuttavia, attribuire allabbazia di S. Galgano lesclusiva dello knowhow tecnologico nella siderurgia idraulica, significherebbe ignorare proprio le indicazioni che vengono dalla pi antica evidenza documentaria nota, quella del 1278. Infatti, se non abbiamo altri dati che ci permettano di mettere a fuoco il ruolo laico e signorile in questa primissima fase di sviluppo della siderurgia idraulica nella valle, comunque ipotizzabile che gi nella seconda met del XIII sec. vi fosse una certa circolazione di tali conoscenze tecniche in vari ambienti, quindi anche extramonastici, come dimostrer soprattutto la loro estrema espansione e diffusione agli inizi del XIV sec. ad opera essenzialmente di imprenditori laici. La siderurgia, dunque, prima poco presente, a partire dal Duecento cominci a diventare una voce di rilievo tra le attivit produttive della zona. Fattori che ne favorirono la diffusione nella valle erano soprattutto lampia disponibilit dacqua e la presenza di estesi boschi per la produzione di carbone. Il minerale, invece, presente in loco solo in modo molto sporadico, doveva provenire soprattutto dallisola dElba. Il problema del trasporto, nel nostro caso, non pare costituire un fattore eccessivamente limitante. La polarizzazione delle attivit siderurgiche idrauliche in val di Merse era determinata certamente anche da una notevole richiesta di metallo, sia da parte del grande centro monastico, che della citt in pieno sviluppo. Soprattutto in funzione di questo secondo mercato dovettero sorgere gli impianti siderurgici che compaiono numerosi nella documentazione degli inizi del Trecento. Nei primi decenni di questo secolo, infatti, il bacino Merse-Farma si configura gi strutturato come un polo siderurgico di una certa consistenza; lepicentro dellattivit si individua nel territorio di Monticiano, attorno al quale gravitano la maggior parte delle strutture produttive, mentre appare ormai piuttosto isolato il contiguo polo siderurgico monastico. Lattivit, in questa sottozona, sembra determinata essenzialmente dalle iniziative di imprenditori locali, con interessi fortemente

legati a questo territorio, che si dimostrano particolarmente attivi e lungimiranti nel valorizzare le risorse peculiari di una zona ad economia scarsamente agricola e prevalentemente silvo-pastorale. Si tratta di un gruppo, tutto sommato ristretto, di proprietari laici, che appartenevano in generale ad una fascia di grandi e medi possidenti, tra cui compaiono alcuni aristocratici locali. Quasi tutti questi imprenditori risiedevano nella zona in cui erano sorti gli impianti siderurgici e spesso avevano interessi non in un solo ma in pi opifici. Il momento di forte espansione del centro urbano e delle sue attivit mercantili dovette incoraggiare fortemente limpianto di questa serie di officine in una zona relativamente vicina a Siena. probabile che il territorio di Monticiano si sia andato caratterizzando come un comprensorio satellite, le cui caratteristiche ambientali e risorse erano particolarmente adatte al decentramento di una delle attivit produttive essenziali per lo sviluppo della citt e la cui economia ruotava essenzialmente attorno al centro urbano. Tuttavia da notare come non sia stata riscontrata alcuna traccia di iniziativa diretta, nel campo siderurgico, da parte del comune cittadino, n alcun intervento normativo nella legislazione comunale edita. Un approfondimento su questo punto, soprattutto con lo spoglio delle normative comunali inedite di XIII-XIV secolo, costituirebbe uno spunto interessante per una eventuale futura ricerca. Gli impianti siderurgici idraulici di XIII-XIV sec., definiti laconicamente nelle fonti fabrica o hedificium ferri, erano con ogni probabilit dei bassi fuochi, nei quali il minerale veniva ridotto in ferro tramite il procedimento diretto. Sulla base dei dati raccolti sul terreno, ipotizzabile che nella maggior parte degli impianti dellarea si operasse la riduzione del minerale grezzo e non soltanto la forgiatura di prodotti semilavorati in oggetti finiti. Se certo che tutti questi impianti utilizzavano lenergia idraulica, non abbiamo indicazioni precise sulla loro consistenza tecnica, in quanto solo raramente le fonti citano in modo esplicito la presenza di magli o mantici, mentre in genere si limitano a specificare lubicazione degli impianti lungo i corsi dacqua e la presenza di opere di derivazione e canalizzazione. Sulla base di confronti esterni, in particolare con i coevi moulins a fr francesi, ipotizzabile che i siti in cui avveniva la riduzione fossero officine equipaggiate di maglio idraulico e di basso fuoco alimentato da mantici anchessi azionati idraulicamente. Invece nelle forge possibile che fosse azionato dallacqua solo il maglio e non i mantici, in quanto non era strettamente necessario raggiungere altissime temperature nei focolari. Da una lettura incrociata delle fonti documentarie ed archeologiche, si ricava che gli impianti erano sempre collocati allinterno di edifici e non allaperto, ed erano caratterizzati da una struttura materiale piuttosto consistente, con una organizzazione spaziale rigida e condizionata dalla posizione dei canali, delle ruote e degli alberi motori. In questa fase, quindi, lo sfruttamento dellenergia idraulica determina vincoli di localizzazione pi stretti per i macchinari, una maggiore fissit delle strutture produttive ed una tendenza a permanere negli stessi luoghi (probabilmente in posizione particolarmente favorevole per lo sfruttamento della forza dellacqua), talvolta anche attraverso fasi alterne di attivit ed abbandono. Siamo dunque di fronte ad installazioni ben pi complesse rispetto agli impianti non dotati di macchinari idraulici indagati archeologicamente

per il periodo precedente al XIV sec. nellarea costiera ed elbana. Il comprensorio siderurgico del Farma-Merse, dunque, si configura come un esempio della terza fase di sviluppo della siderurgia nei secoli centrali del Medioevo toscano. Tentando di schematizzare, infatti, vediamo che tale evoluzione determin successivi spostamenti dei punti di riduzione, i quali in un primo momento sorgono nei luoghi di escavazione del minerale (Elba), poi si concentrano nella fascia costiera, infine compaiono dislocati in zone pi interne, lontane dai punti di estrazione, ma particolarmente ricche di boschi e delle acque indispensabili per lazionamento dei macchinari idraulici. Le fonti documentarie attestano, per il bacino Farma-Merse, una attivit siderurgica che prosegue senza soluzione di continuit, anche se con momenti alterni di sviluppo e crisi, fino almeno al XVIII secolo. In particolare si riscontra una netta contrazione del numero degli impianti in corrispondenza della crisi di met Trecento ed una inversione di tendenza, con alcuni segnali di ripresa nella produzione, dagli anni 20 del XV secolo. Nel sec. XV, probabilmente proprio in conseguenza del riscontrato aumento produttivo, cominciano a manifestarsi anche i sintomi di un forte impatto delle attivit siderurgiche sul patrimonio boschivo di questo bacino idrografico. La lavorazione del ferro nel nostro comprensorio, comunque, continua anche per tutto il Cinquecento, adesso gestita prevalentemente da cittadini senesi. La siderurgia della zona subisce una progressiva marginalizzazione soltanto a partire dalla seconda met del XVI secolo: il bacino Merse-Farma, infatti, sembra di fatto rimanere escluso dal progetto di riorganizzazione della siderurgia toscana attuato da Cosimo I de Medici, tramite la massiccia introduzione del metodo bresciano. Non vi traccia di interventi diretti o investimenti granducali nella zona: da ora in avanti i pochi impianti riconvertiti al metodo indiretto subiranno la concorrenza delle strutture medicee e la produzione siderurgica vi apparir in netto declino. Catalogo

Nota introduttiva Il catalogo degli opifici idraulici individuati stato suddiviso in due sezioni distinte. Nella prima si inseriscono le strutture che ancora possibile localizzare con precisione sul territorio, sia per la presenza di resti materiali, che per la conservazione del toponimo, che per la registrazione topografica in fonti particolarmente recenti. La seconda sezione comprende invece un certo numero di opifici, ben documentati ed individuabili come singole strutture produttive sulla base delle informazioni contenute nella fonti scritte, ma che non hanno lasciato traccia sul terreno, o addirittura dei quali non si conosce lesatta ubicazione

originaria, a causa della scomparsa dei toponimi o delle troppo vaghe indicazioni topografiche fornite dai documenti. Per ciascuna sezione stata quindi compilata una scheda specifica, con voci differenti, che si adattano alla diversa natura delle informazioni disponibili. Si scelta una numerazione progressiva dei siti in numeri arabi nella prima sezione ed in numeri romani nella seconda. La scheda utilizzata nella prima sezione si articola in quattro parti: la prima rappresenta quella che si pu definire la carta didentit del sito e comprende le informazioni relative alla sua ubicazione, alle condizioni del terreno, alle caratteristiche dei resti materiali presenti, ai dati storici disponibili sullopificio. In particolare sotto la voce notizie storiche sono state esposte sinteticamente sia le informazioni reperite nella eventuale bibliografia riguardante il sito, che i dati ricavabili dallo studio della documentazione inedita. Inoltre si talvolta proposta una personale interpretazione delle fonti, tendente a ricollegare alcune evidenze materiali con particolari accenni o riferimenti topografici e toponomastici contenuti nei documenti, che non sono sempre automaticamente riferibili ai resti presenti oggi sul terreno. La seconda parte della scheda contiene la descrizione particolareggiata, e talvolta la trascrizione integrale, delle fonti documentarie riferibili allopificio in questione, corredate dalle indicazioni archivistiche e talvolta da note riguardanti il tipo di documento consultato. Sono state inoltre riportate tutte le diverse denominazioni che nelle fonti documentarie, anche a distanza di pochi anni, vengono attribuite allo stesso opificio. La terza parte della scheda riguarda invece le caratteristiche idrauliche e tecnologiche della struttura in questione, qualora i resti materiali siano sufficientemente conservati da permettere una lettura attendibile di questo specifico aspetto. Le voci sono state selezionate in base alla sperimentazione di una Scheda di Opificio Idraulico durante le ricognizioni sul campo e riguardano sia i modi di derivazione e sistemazione delle acque che i dati relativi alledificio vero e proprio ed ai tipi di meccanismi in esso alloggiati. La quarta parte riguarda esclusivamente i siti in cui sono presenti tracce di operazioni siderurgiche: vi vengono descritte le caratteristiche archeometallurgiche del sito ed i dati archeometrici ricavabili da unosservazione macroscopica delle scorie raccolte in superficie . La scheda utilizzata nella seconda sezione comprende ovviamente un numero di voci molto pi limitato rispetto alla precedente e si articola in due parti: nella prima, di carattere pi generale, si tenta di individuare il singolo opificio sulla base delle indicazioni toponomastiche delle fonti e si forniscono i dati storici su di esso disponibili (secondo le modalit utilizzate anche nella parte precedente); inoltre, combinando insieme ed interpretando le informazioni contenute nei documenti, si cerca di individuare con la maggior precisione possibile loriginaria ubicazione della struttura in questione ed il corso dacqua che forniva lenergia idraulica. La seconda parte contiene, anche in questo caso, la descrizione particolareggiata e talvolta la trascrizione integrale delle fonti documentarie riguardanti lopificio idraulico individuato. Alla fine di ciascuna scheda, in entrambe le sezioni del Catalogo, viene fornita la bibliografia eventualmente esistente sullopificio idraulico trattato. Tavola delle abbreviazioni utilizzate nel catalogo
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ASS = Archivio di Stato di Siena AVG = ASS, Archivio Venturi Gallerani C. I. I. = Carta Idrografica dItalia, 1893 Catasto Toscano = ASS, Catasto Toscano (Leopoldino), poi Italiano C. M. GR. = Corpo Minerario di Grosseto DBB = ASS, Diplomatico Bichi-Borghesi DP = ASS, Diplomatico Prefettura DT = ASS, Diplomatico Tolomei DU = ASS, Diplomatico Universit DOM = ASS, Diplomatico dellOpera Metropolitana KSG I = ASS, Conventi 161 KSG II = ASS, Conventi 162 KSG III = ASS, Conventi 163 LBB = ASS, Ms. B 74 (Legato Bichi Borghesi) QC = ASS, Quattro Conservatori Sezione I: siti localizzabili sul territorio Sito: 1 UT: 1

Localit: Ferrieraccia Comune: Monticiano Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 III coord.: 1.678.90/4.779.06 Quota slm: 274 Morfologia: pianura fluviale di fondovalle Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: torrente Gonna Condizioni del suolo: bosco di castagno Uso del suolo: incolto Visibilit: discreta Descrizione Sito: terreno lievemente digradante in direzione N-S compreso entro unansa del torrente Gonna, che lo delimita sui lati E, S, O. Vi sorge un complesso produttivo composto da varie strutture, alcune delle quali pertinenti ad unarea per la lavorazione del ferro (UT 1): si presentano attualmente allo stato di rudere. Un altro edificio, immediatamente adiacente alla ferriera sul lato E, pertinente ad un impianto molitorio con abitazione (UT 2) di costruzione piuttosto recente ed in buono stato di conservazione. Entrambe le strutture facevano uso dellenergia idraulica fornita dal torrente Gonna mediante gli annessi gora e bottaccio, attualmente ancora ben visibili. Il sito dista in linea daria circa 1,2 Km dal paese di Monticiano ed raggiungibile, dalla strada verso S. Lorenzo, per lo stradello in direzione Podere Guazzara e poi a piedi scendendo attraverso il bosco fino al torrente Gonna. Descrizione UT: ruderi di un edificio di forma rettangolare, ad ambiente unico, destinato alla lavorazione del ferro. Allesterno del lato N addossato un

ambiente rettangolare, in gran parte crollato. Diverse scorie sono state rinvenute sparse intorno alledificio ed in particolare davanti allambiente esterno; non stato per possibile individuare nelle vicinanze i veri e propri accumuli di scorie che, data la lunga attivit della ferriera, dovevano essere di una certa consistenza: ipotizzabile che essi siano stati asportati nel nostro secolo per essere rifusi. Notizie storiche: grazie allabbondanza di indicazioni reperibili nella documentazione scritta ed alla sostanziale conservazione dei toponimi, sicura lidentificazione di questi resti con la ferriera detta di Gonna o Nuova o di Sotto. Questa ferriera, azionata dallenergia idraulica fin dal momento della sua costruzione, documentata a partire dal 1317, anno in cui la comunit di Monticiano vende a Ghino Azzoni i diritti di sfruttamento delle acque del torrente Gonna. Limpianto rimase di propriet della famiglia Azzoni fino al 1406, quando il comune di Siena confisc i beni di Antonio Azzoni, dichiarato ribelle, e li cedette alla comunit di Monticiano: si trattava della met delle ferriere di Gonna e di Ruota; il fratello Gabriello si accord quindi coi Monticianesi e cedette loro la propria met della ferriera di Gonna trattenendo per s la propriet intera di Ruota. Limpianto di Gonna appartenne in seguito ai Gabrielli ed infine ai Venturi, che lo mantennero in attivit fino alla fine del XVII sec., apportandovi varie migliorie: in successione ne furono proprietari Camillo, Achille - che nel 1545 acquist anche i diritti sui boschi della ex ferriera del Lago (Sito I) , Augusto ed Ascanio - che intorno al 1620 fu coinvolto in un lungo processo col comune di Monticiano a proposito dello sfruttamento dei boschi per uso di ferriere , Giovanni. Limpianto risulta in rovina e gi da molto tempo abbandonato nel 1771. Definizione: ferriera Periodo: Medioevo ed Et Moderna Cron. iniziale: inizi XIV sec. Cron. finale: fine XVII sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: ferriera Nuova, di Sotto, di Gonna 1317: Lacqua del fiume Gonna, il sito per far la steccata, fiuto, gora e con la privativa che non potessero togliere altri la detta acqua dalla parte di sopra fu venduta per lire 30 dalla comunit di Monticiano a Ghino di Azzone per uso della Ferriera del detto Ghino. (AVG, T. 102, p. 364, regesto settecentesco di originale perduto). 1319: Ghinus Azzonis possiede unam petiam terre laboratorie boscate et lamate cum hedificio fabrice et fabrica positam in dicta curia in loco dicto Collegrande cui ex una flumen Gonne ex una via ex una fossatus, per staia 13,50 e valore di lire 513,10 (Estimo, 69, c. 151v). 1333: accordo stipulato da Vanni, Pietro e Antonio di Ghino Azzoni con alcuni carbonai per far tagliare legname da carbone per uso di ferriere (AVG, T. 102, p. 467, regesto settecentesco di documento perduto). 1351, agosto 29: La Comunit di Monticiano fece quittanza e liber da tutti i dazj, prestanze e gravezze reali e personali, imposte e da imposti, gli signori Ghinuccio, e Jacomo del gi Vanni e Pietro del gi Ghino, tutti degli Azzoni di Monticiano, divenuti cittadini senesi, et i loro eredi e successori e promesse di non

molestarli in perpetuo, e lasciarli pacificamente possedere et usufruttare tutte le loro possessioni, selve, edifizi col corso dellacqua come avevano goduto per lavanti. (AVG, T. 102, p. 367, regesto settecentesco di originale perduto). 1389, febbraio 10: La met per indiviso dun edifizio o via Ferriera con la met degli attrezzi posta in luogo detto Gonna fu venduta da Cione del gi Ghinuccio Azzoni agli signori Maso, Pietro e Buonsignore figli del gi Iacomo di Vanni di Ghino Azzoni con la met per indiviso di tutte le possessioni e beni che esso possedeva posti a confino delle terre della Canonica e del fossato del Risanguigno per prezzo di fiorini 600. (AVG, T. 102, p. 375, regesto settecentesco di documento perduto). 1406, febbraio 14: decreto con cui il comune di Siena confisca i beni di Antonio di Pietro Azzoni, dichiarato ribelle, e li vende alla comunit di Monticiano. Vi compaiono degli edificia ferri, uno dei quali ledificium de Rota con i suoi boschi, mentre dellaltro non si specifica il nome: da un contratto dellanno successivo (v. sotto) si desume che si trattava delledificio di Gonna. Di tutti questi beni Antonio Azzoni era proprietario per met, mentre laltra met apparteneva a suo fratello Gabriello (DP), v. anche Sito 4. 1407, aprile 16: contratto con cui Gabriello di Pietro Azzoni, in cambio della met della ferriera di Ruota, confiscata al fratello Antonio, cede alla Comunit di Monticiano dimidiam pro indiviso edificii Ghonne videlicet dominium edificii carbonilis venarie stecharie ghore aque fluens rotand[um] reticinorum mantaciorum acutinum malleorum tanalliarum ferramentorum et instrumentorum pertinentium et expectantium ad dictum edificium ferri situm in curia et districtu castri Montisciani predicti supra fluminem Ghonne quod appellatur edificium de Subtus cui ex uno flumen Ghonne ex alio Bernardi olim Niccolai Bernardi de Senis ex alio fossatus de preti et capite steccharia Antonii Jacobi Vannis de Senis (AVG, T. 31, fasc. 14, copia delloriginale). 1460: La Comunit di Monticiano lano 1460 vende due edifici da far ferro a Cristofano di Nanni Ghabrielli con pi patti e specialmente che potesse detto Cristofano legniare per detti edifici di l dal fiume de la Ghonna e nelle ripe che sono dalla Ghonna in qua senza alcuno reservo, anzi con espressa dichiarazione che per servitio di detti edifitij possino li lavoranti e maestri di detti edefitij legnare come sar di loro piacere [...]. Questi due edifici uno si chiama il Difizio di Sotto o vero il Difizio Nuovo il quale aveva la facolt de legnare nel poggio di Camerata confinante il fiume della Ghonna il fiume della Bolsa il piano del Compegno i frati eremiti di Monticiano et il fiume del Risanguigno si come appare in una divisione fatta la Comunit di Monticiano con li Azzoni nellanno 1407 [...] che si fa arghumento che tutti li altri boschi che sono dalla Ghonna in l e nelle ripe che sono dalla Ghonna in qua sieno dellaltro edifizio il quale si chiamava il Difizio del Lago o vero il Difizio Vecchio. (AVG, T. 44, fasc. 3, regesto del documento originale), v. anche Sito I. Data imprecisata: lEdifizio Nuovo detto lEdifizio di Sotto dopo i Gabrielli giunse nelle mani di Camillo Venturi poich lui stesso lo vendette al proprio fratello Achille Venturi. (AVG, T. 44, fasc. 11, memoriale del 1618 che cita documenti non pi reperibili). 1545: il comune di Monticiano vende ad Achille Venturi i boschi che erano un tempo di pertinenza dellEdifizio del Lago ed essi boschi si largischino ad altro

Edifizio Nuovo oggi di esso Achille et in quelli possi legnare per uso desso Edifizio Nuovo, solo ad un fuoco per far ferro, stando ferme e salde tutte le ragioni del detto Edifizio Nuovo quale ha sopra li detti boschi e di poter fare un Distendino a esso suo Edifizio Nuovo se li verr bene. La comunit si riserva di poter tagliare in questi boschi solo per i bisogni della casa e della terra e di poter concedere appezzamenti in cui innestare castagneti domestici ad eccezione che nei polloneti di Montecuoio, che restano interamente sottoposti allEdifizio Nuovo. Inoltre la comunit vende al Venturi una anchudine atta al Edifizio del Ferro (AVG, T. 40, fasc. 2, copia del documento originale), v. anche Sito I. 1570, maggio 20: nota di attrezzi rimasti nella ferriera tra cui compaiono Li mantaci che sono rimasti che sono nuovi e co le tavole nuove e ferramenti de le tavole da le Canne in fuore, Li Canali e Canalette sono montati, Ogiello buono, Legname rimasto tagliato [...], Bogha che si compr da Milio Saracini, Maglio rifatto lano passato grande e buono, La rifacitura de la Ancudine fra ferro e acciaro e spese a manifattori, Paio di primacioli per il maglio che vi sono rimasti nuovi, Quadro del focinale di ferro, Paiuolo padella accietta ascia segha bacinetta (AVG, T. 33, fasc. 1). 1575: la ferriera di Gonna, propriet di Emilia Petrucci, moglie di Achille Venturi, passa alle figlie suor Laura ed Eritrea, le quali la vendono a Persio di Camillo Venturi per 200 fiorini (AVG, T. 31, fasc. 27). Seconda met XVI sec.: Persio Venturi ha locato a cuocer il carbone per il prossimo lavoro da farsi alla sua ferriera di Gonna e per luso o bisogno di detta ferriera a Domenico Agnolo et Jacomo di Francesco di Montemignaio con limpegno di venir a cuocer detto carbone acalende dOttobre prossimo avvenire al luogo ove sono fatte e si faranno le legna per servizio di detta ferriera, e quello promette cuocer a far auso di buono e diligente carbonaio et mantener detto edificio di Gonna fornito di carbone et che per causa sua nohabbia da perder tempo et mancando volesse esser tenuto a tutti i danni di detto suo principale (AVG, T. 40, fasc.2). 1582: la vedova ed i figli di Persio Venturi danno in affitto la ferriera di Gonna ai figli di Agnolo Venturi con varie convenzioni fra le quali: Che li detti Heredi dAgnolo Venturi sieno tenuti a pigliar per stima da stimarsi per huomini Comuni, per maglio, ciabatta, bogha, achaletta, ruote et tutti li altri ferramenti e massaritie appartenenti alla detta ferriera e quelle alla fine del fitto relassare parimente per stima e chi ha da rifare rifaccia luna allaltra parte cos nel meno come nel pi, in denari contanti et per simile di mantaci e augello, che sieno tenuti detti Heredi dAgnolo Venturi pigliar a peso le altre massaritie di detta ferriera cio tanaglie, verghelle, oncini da colar la vena, zeppe e mazze [...]. Che le dette Herede di maestro Persio sieno tenute a tutte le spese durante laffitto che ordenariamente si costuma et solito per li altri di canali, canalette, chiosi e chioselli, muraglie e muro di bottaccio e no facendole possino li detti Heredi di maestro Agnolo Venturi farle essi e metterle in conto al fitto (AVG, T. 40, fasc. 2). 1587: vendita fatta dai figli di Persio Venturi ad Augusto ed Ascanio di Agnolo Venturi di vari beni fra cui una ferriera posta nel fiume della Gonna, Comune di Monticiano (AVG, T. 2, p. 19). 1616, giugno 12: Ascanio Venturi commissiona al maestro Pavolo di Santi una ruota da mantaci alla bresciana con la sua cighagnola, e quanto fa di

bisogno per menare i mantaci eccietto li ferramenti quali li dover dare io, essia della maggiore grandezza che si potr fare con li spalloni alti, e li coppi spessi, e longhi acci che consumi manchacqua che sia possibile, e sia a sei remi. Le canalette e setolo per la detta ruota chuperte, et assetto il ...ttone[?] al setolo. Un par di ciocchi grandi. Una cieppa per mettare sopra la massa secondo che usano i bresciani. Per sconfichare le quoia dei mantaci che aviamo a Brenna e rivederle di quello avessero di bisogno con ogni sorta di ligna [...]. Che deve cavare i ciocchi vecchi, e far le buche recipienti per mettare i nuovi si come ancora deve far cavare la buca per mettare la cieppa che ci va la massa. (AVG, T. 33, fasc. 3). Data imprecisata (tra 1602 e 1620 ca.): processo tra Ascanio Venturi e la Comunit di Monticiano a proposito del taglio di castagni per le ferriere; il Venturi si difende dicendo che pretendano che dal Venturi non si possa far tagliare cerri il per che dicano che quando la Comunit alien ledificio (che a que tempi lavorava alla casentina) non se ne consumava, at ancora perch fino a ora non s usato farne tagliare [...] e quanto challa casentina non sia solito adoperarsi cierro, se li niegha [...] come la ferriera de Signori Bolgherini nella corte di Torniella ha lavorato sempre alla casentina e pur quella Comunit li concesse che potesser far tagliare 300 o vero 350 passi per hano di cerro, questo il Venturi lo dice per levare la massima chn fatto che lavorando alla casentina non fusse in uso dadoperare carbone di cerro che poi quantalla quantit allui non ristretta [...] e quanto a far lavorare a la bresciana questo alla Comunit non da importare n pu impedire chun padrone non possa esercitare le cose sue in qual modo migliore che pu. (AVG, T. 44, fasc.8). 1622, luglio 4: Giovanni Venturi commissiona al maestro Obizo Martinelli da Castel del Piano un mantaco murato nella nostra ferriera di Gonna cio di dar di mano in mano il disegno et ordine alli huomini che ci terremo a lavorare [...] la fattura di canali [...] obbligandosi a farlo di tutta perfettione et in modo che renda fiato bastevole per posser lavorare il ferro, e caso che no soffiasse vuolsi esser obbligato ad ogni nostro danno spesare. (AVG, T. 33, fasc. 3). 1631: Un altro edifizio da ferro detto Gonna andante con Mantaco di Muro, come quello di Ruota, con gora stichaia carbonili stalle magazini e massaritie che vi sono, posto nel fiume della Gonna vicino al castello di Monticiano circa 1 miglio [...] ha legname a sufficienza, quanto che questa Ferriera quando va Primavera asciutta non lavora se non 6 mesi dellanno non avendo allora il Fiume acqua bastevole. Segue la nota delle spese (vena, vetturali, manutenzione ecc.) necessarie in un anno per far lavorare la ferriera (AVG, T. 40, fasc. 8). Fine XVII sec.: Ha un altro edifizio parimente da ferro, posto nel fiume detto la Gonna quale ha il tetto rovinato e rimettendosi in essere e riducendosi ad una Ramiera [...] potrebbe render pi centi scudi lanno, non essendoci a 30 miglia alcun simile edifizio alla citt di Siena e li calderai di Siena desiderano aver una simil fabbrica di Rame per la vicinanza, che sarebbe di 12 in 13 miglia a Siena et anco questo edifizio ha li suoi boschi (AVG, T. 40, fasc. 7). 1771: a proposito della ferriera di Gonna si dice esser gi dismessa e diruta tal ferriera. Il tempo preciso in cui gli Signori Venturi Gallerani dismessero la lavorazione del ferro nella detta ferriera resta ignoto e si sa solamente che vi si lavorava nel 1692 come rilevasi dai libretti delle spese e conti con i ferrazuoli che finiscono nellanno 1692. (AVG, T. 102, p. 450).

Caratteristiche idrauliche Sbarramento: non ne rimane quasi traccia, se non i resti di un muro, in pezzame irregolare legato con malta, di sostegno allargine sul lato destro del torrente, in corrispondenza dellimbocco della gora. probabile che si trattasse di una steccaia di pali infissi nellalveo, quindi una struttura deperibile, ma con rinforzi in muratura ai lati nei punti di maggior pressione dellacqua. Presa dacqua: situata allestremit della gora, consiste in due tratti paralleli di muro, conservati in elevato per m 1,50; la muratura a sacco con paramento in pietre parzialmente sbozzate di piccole e medie dimensioni legate con malta. Il muro a S ha uno spessore di 70 cm ed conservato in elevato per una lunghezza di m 4,50, ma se ne possono seguire i filari pi bassi per circa altri 10 m; il muro a N ha uno spessore di 85 cm, si presenta leggermente ricurvo verso lesterno ed conservato in elevato per una lunghezza di m 2,40; la larghezza dellimbocco dellacqua di circa 90 cm. Sullestremit di entrambi i muri presente una scanalatura verticale entro cui probabilmente si incastrava una saracinesca, che permetteva di regolare lafflusso dellacqua nella gora. La presa dacqua si presenta attualmente interrata e distante dal torrente circa 12 m ma, osservando i depositi alluvionali, si pu vedere che in passato, per la presenza della steccaia, il torrente scorreva in questo punto in un alveo notevolmente pi largo. Canale di alimentazione: gora a cielo aperto delimitata da argini di terra alti ca. m 1,70; larga mediamente m 1,60 e lunga nel complesso circa 200 m. Segue per un tratto iniziale di circa 95 m un andamento NO-SE parallelo al corso del torrente, compie poi una curva in direzione NE per altri 45 m fino a giungere ad un muro di sbarramento, pi basso dellargine della gora, che evidentemente funzionava da scolmatoio per tracimazione in caso di quantit eccessiva dacqua, immettendola in un canale secondario in comunicazione col torrente. La gora forma quindi un angolo retto in direzione N proseguendo per altri 30 m fino allimbocco del bottaccio, una breve galleria sotterranea, con arco dingresso in laterizi, passante sotto la strada che conduce al mulino. Sul lato interno del bottaccio (N) la galleria tamponata con pietre a secco. Bacino di raccolta: bottaccio rettangolare, largo 8 m e lungo 14, orientato NS, delimitato su tre lati da un argine di terra e sul lato E da un muro di contenimento in pietre irregolari o parzialmente squadrate. In tale muro, allestremit N, si nota in basso una apertura quasi del tutto interrata, che comunica con laltro lato: probabile che da qui lacqua cadesse sulla ruota idraulica. Da segnalare, infine, che sul lato N largine del bottaccio stato in parte abbattuto. Edificio: a pianta rettangolare, largo m 8,60 e lungo m 10, si appoggia sul lato O al declivio del terreno, trovandosi quindi ad alcuni metri di dislivello rispetto al bottaccio: ci consentiva la caduta dellacqua sulla ruota. Ad ambiente unico, non presenta tracce di suddivisioni interne n di solai; una struttura nellangolo NE, chiaramente successiva, sembra essere un forno da pane aggiunto quando la ferriera era ormai inattiva. Sono ben conservate le pareti N ed O, in gran parte crollata quella E, mentre quasi non resta traccia di quella S, se non laggancio dellangolo con la parete O. Il lato N presenta delle aperture: in basso a destra un arco in laterizi mette in comunicazione con lesterno; in basso a sinistra un altro arco in laterizi, largo 90 cm, immette in un passaggio voltato a botte che

comunica con linterno dellambiente a nord ed caratterizzato dalla presenza di un deposito di cenere bianca ed arenarie alterate dal calore. Poco al di sopra di questi archi, inoltre, sono presenti 4 piccole buche (cm 1515) poste tutte alla stessa altezza: le due centrali, distanti fra loro circa 1 m, sono passanti e comunicano con lambiente a nord, le due laterali sono chiuse; riguardo alla funzione di queste aperture, possiamo ipotizzare che si tratti di alloggi per il sostegno di strutture lignee, forse connesse con lincastellatura del maglio oppure dei mantici. Allesterno dellambiente principale della ferriera, sul lato N, si trova un piccolo ambiente addossato successivamente alledificio; ha perimetro rettangolare (m 2,204,50) e doveva essere notevolmente sviluppato in altezza, a giudicare dal grande ammasso di pietre di crollo. Lapertura di accesso, sul lato E, costituita da un arco tondo con ghiera in laterizi: quasi completamente ostruita ma, per quanto possibile vedere, introduce in una sorta di galleria con volta a botte; anche in corrispondenza di questa apertura presente un deposito di cenere bianca. Ruote: non ne rimane evidentemente alcuna traccia, ma sia la struttura delledificio, appoggiato ad un dislivello del terreno che permette di disporre di un certo salto dacqua, sia la destinazione a muovere i mantici ed il maglio, permettono di ricostruire con sicurezza la presenza di una o pi probabilmente due ruote verticali per di sopra. Niente si pu ipotizzare sui meccanismi. Dati archeometallurgici Min. trattato: ematite Metallo prodotto: ferro Tipo di operazione: riduzione, forgiatura, produzione ghisa Materiali presenti: scorie, minerale Tipo di Scoria: A e B Media frg.: max cm 12, min. cm 4 Campionatura: sono state raccolte tutte le scorie individuabili; non sono stati individuati gli accumuli di scorie Scoria Tipo a: Colore int.: grigio chiaro, molte striature per ossidazioni ferruginose. Colore est.: da grigio a marrone. Magnetica: si. Tapped: no. Weathering: patina biancastra (calcite?), numerose ossidazioni ferruginose superficiali molto evidenti. Struttura: esterno irregolare, spugnosa internamente ed esternamente, molto eterogenea e ricca di ferro non ridotto; molte bollosit irregolarmente distribuite. Porosit: frequentissime (struttura spugnosa) di forma irregolare e dimensioni molto variabili. Inclusioni: numerose tracce di grossi frammenti di carbone. Osservazioni: sono molto pesanti, forse si tratta di concrezioni formatesi entro il forno (furnace-slags) e non di scorie vere e proprie. Scoria Tipo b: Colore int.: grigio/nero con iridescenze. Colore est.: da grigio chiaro a marrone ferruginoso. Magnetica: impercettibile. Tapped: si. Weathering: patina biancastra e depositi di calcite anche molto spessi, che formano quasi uno strato in superficie. Struttura: superficie esterna inferiore con bollosit e tracce non evidentissime di scorrimento; superficie superiore con piccole porosit circolari. Porosit: interno spugnoso, vetroso, porosit frequenti di forma ovoidale con superficie interna molto lucida, dim. medio-piccole. Inclusioni: no. Bibliografia: Borracelli, 1984, pp. 54-55 e nota 19; Giovagnoli, 1992, p. 9.

Sito: 1

UT: 2

Localit: Ferrieraccia Comune: Monticiano Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 III coord.: 1.678.90/4.779.06 Quota slm: 275 Morfologia: pianura fluviale di fondovalle Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: torrente Gonna Condizioni del suolo: bosco di castagno Uso del suolo: incolto Visibilit: discreta Descrizione Sito: v. UT 1 Descrizione UT: edificio a pianta rettangolare (lung. 11 m, larg. 7,60 m) adiacente, sul lato S, ai ruderi della ferriera (UT 1). Notizie storiche: lesistenza del mulino, denominato nelle fonti mulino di Sotto documentata a partire dal 1683, quando tutto il complesso degli edifici della ferriera di Gonna ormai da tempo di propriet della famiglia Venturi; limpianto molitorio fu quindi edificato in epoca piuttosto tarda ed affiancato alledificio precedente in modo da sfruttare la disponibilit dacqua e le strutture accessorie gi esistenti. I Venturi lo concedevano in affitto a terzi, a differenza della ferriera, che gestivano personalmente. Ledificio del mulino appare gi in cattivo stato alla fine del XVII sec. e del tutto in rovina nel 1771. Tuttavia deve essere stato restaurato, vista la registrazione nella Carta Idrografica del 1893, ed utilizzato fino a tempi piuttosto recenti, a giudicare dalle sue condizioni, almeno come abitazione. Definizione: mulino da macina Periodo: post medievale Cron. iniziale: XVII sec. Cron. finale: XVIII sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: Molino di Sotto 1683: concessione in affitto di due mulini sul torrente Gonna. Uno il Molino di Sopra detto il Molinello, laltro il Molino di Sotto (AVG, T. 39, fasc.4) Fine XVII sec.: elenco di beni appartenenti alla famiglia Venturi, fra i quali altro edificio andante da ferro posto nel fiume detto la Gonna con sue ragioni [...] con un molino a due palmenti malamente in ordine a canto al detto edificio di ferro (AVG, T, 40, fasc. 3). 1771: Nota come il sopraddetto Mulino, presentemente diruto, si denomina il Mulino di Sotto, ed accanto alla Ferriera di Gonna, parimente diruta. (AVG, T. 102, p. 481). 1893: Numero dordine: 200. Canale che alimenta lopificio: gorello (lung. m 150; dislivello m 6). Modo di derivazione: steccaia di pali e fascine. Denominazione: Ferrieraccia. Uso: molino da cereali. Caduta: m 4,50. Portata in litri: max. 95; min. 4; ord. 30; non continua. Durata in mesi: max. 4; min. 4; ord.

4 (C. I. I., pp. 294-295). Caratteristiche idrauliche Sbarramento: v. UT 1 Presa dacqua: v. UT 1 Canale di alimentazione v. UT 1 Bacino di raccolta: v. UT 1 Edificio: grande edificio a tre piani; il piano terreno diviso in due ampi vani con ingresso indipendente: a destra la stalla, a sinistra il mulino vero e proprio; i piani superiori dovevano essere destinati ad abitazione. Sotto la stanza della macina si trova il carceraio, ambiente stretto e lungo, alto 1,70 m, simile ad una galleria, con pareti in muratura di pietre squadrate e volta a botte in laterizi; lingresso costituito da un arco in laterizi che si appoggia sulla roccia tagliata artificialmente. Sulla parete di fondo del carceraio sono visibili le due bocchette da cui lacqua a forte pressione usciva per colpire le pale dei ritrecini. Condotte: una condotta forzata doveva mettere in comunicazione il bottaccio con il carceraio, dove erano alloggiate le ruote; attualmente per, poich il bottaccio in gran parte interrato, non visibile alcuna apertura dimbocco per lacqua. Ruote: si trattava di due ruote orizzontali di cui non rimasta traccia. Meccanismi: rimane solo una coppia di macine nellambiente a pianterreno. Canale di rifiuto: semplice canale a cielo aperto in direzione del Gonna. Sito: 2 UT:1

Localit: Molinello Comune: Monticiano Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 III coord.: 1.678.00/4.778.80 Quota slm: 281 Morfologia: pianura Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: torrente Gonna Condizioni del suolo: bosco misto Uso del suolo: incolto Visibilit: scarsa Descrizione Sito: terreno scosceso a gradoni, in direzione del torrente Gonna, su cui sorge un complesso produttivo composto da varie strutture, una delle quali pertinente ad un impianto molitorio (UT 1) ed altre strutture murarie allo stato di rudere, di difficile lettura ed interpretazione, poste a S-E nelle immediate adiacenze del mulino (UT 2). Presso la confluenza del Gonna col Risanguigno si trova ancora la steccaia in muratura che permetteva lapprovvigionamento della gora. Il sito si trova ai piedi del paese di Monticiano, a meno di 1 Km di distanza, ed raggiungibile a piedi per lo stradello che scende dal Podere Cerbaione. Descrizione UT: impianto molitorio a ritrecine in discreto stato di conservazione, dotato di bottaccio, condotte forzate, carceraio, canale di rifiuto. Notizie storiche: il mulino, fatto costruire da Agnolo Venturi nel 1585 insieme

alladiacente forgia da ferro, insiste sopra ai ruderi di un edificio precedente. I Venturi lo concedevano in affitto a terzi, a differenza del distendino, che gestivano personalmente. Secondo notizie orali limpianto rimasto in attivit fino agli anni 50 del nostro secolo. Sempre da testimonianze orali risulta che, come molti altri mulini di questa zona dalleconomia povera, era destinato a produrre farina di castagne piuttosto che di grano. Definizione: mulino da macina. Periodo: post medievale Cron. iniziale: 1585 Cron. finale: XX sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: Molinello, Molino di Sopra 1595: Molino et distendino aviamo a Monticiano, si fa rogato chome lano 1585 si chompr il sito dalla chomunit (AVG, T. 4, p. 101, libro di memorie di Ascanio Venturi). 1612-1622: due contratti daffitto del mulino, nel secondo dei quali si prevede che noi li doviamo mantenere ledificio andante et egli si obbliga a rimondare il bottaccio [...] et se si rompessi qualche macina vuolsi esser tenuto al pagamento di essa, et anco allannettatura di ralle, pontaroli e martelline (AVG, T. 39, fasc. 3). 1628: il mulino compare tra le propriet di Giovanni Venturi insieme alladiacente distendino (AVG, T. 2, p. 96). 1693: contratto di affitto in cui si prevede che il signor Angelo Venturi Gallerani sia obbligato a mantenerli macina, retrecini, pali et a rimondar la gora; vi si elencano gli attrezzi esistenti che consistono in una mazza di ferro, un palo di ferro, una martellina, uno scarpello tutto ferro, unascia, una statera grossa, una pala di ferro, una zappa, un Bozzolo di rame, un cassone, un bigonzo et una lucerna. (AVG, T. 39, fasc. 4). 1792: ultimo contratto di affitto reperibile (AVG, T. 102, p. 479). 1821: nella mappa sono ben visibili ledificio del mulino, il bottaccio, la gora (Catasto Toscano, Comunit di Monticiano, Sez. A, part. 62 e 63). 1893: Numero dordine: 198. Canale che alimenta lopificio: gorello (lung. m 250; dislivello m 6,50). Modo di derivazione: steccaia di pali e fascine. Denominazione: Molinello. Uso: molino da cereali. Caduta: m 4,30. Portata in litri: max. 70; min. 3; ord. 25; non continua. Durata in mesi: max. 4; min. 4; ord. 4 (C. I. I., pp. 294-295). Caratteristiche idrauliche Sbarramento: situato subito prima della confluenza del Fosso Risanguigno nel Gonna. Struttura semicircolare, convessa verso monte, composta da un filare di grosse pietre squadrate sormontate da un filare di laterizi murati di taglio: provoca a monte un innalzamento del livello dellacqua permettendo lalimentazione della gora; verso valle lacqua tracimando forma una piccola cascata. La struttura, particolarmente nella parte superiore in laterizi, sembra di epoca moderna. Presa dacqua: costituita semplicemente dallimbocco della gora, scavato nel

terreno, senza elementi in muratura. Canale di alimentazione: attraversava il piccolo pascolo adiacente al mulino sul lato E ed stata obliterata in tempi recenti. Nella raffigurazione del Catasto Toscano ben visibile la situazione originale. Bacino di raccolta: bottaccio rettangolare (ca. 10 m per 20) di profondit imprecisabile perch in parte interrato; delimitato da muri sui lati E, S, O e da un argine di terra, lungo il quale correva la strada di accesso, sul lato N; riceveva acqua dalla gora tramite una apertura a bocca rettangolare (1 m per 0,80 m) posta sul lato est. Edificio: di forma rettangolare, a due piani, con un piccolo ambiente aggiunto sul lato posteriore (N). La facciata principale si trova sul lato S, che guarda verso il torrente, e presenta diverse aperture: la porta dingresso affiancata sui due lati da finestrini, due finestre al piano superiore. Le murature sono in ciottoli e pietre irregolari miste a laterizi. Al di sotto della stanza a pianterreno, dove erano collocate le macine, si trova il carceraio, ambiente seminterrato stretto e lungo simile ad una galleria, il cui arco duscita si trova in asse con lingresso del mulino. Ledificio cinquecentesco sembra essere stato costruito utilizzando le rovine di un edificio precedente: lo si pu chiaramente vedere osservando la parte inferiore dellangolo SE, che presenta una tecnica costruttiva completamente diversa da quella del resto delledificio. Si tratta, infatti, di un grosso muro in filaretto con paramento in grandi pietre ben squadrate disposte su filari regolari (di cui alternativamente uno di maggior spessore ed uno di minor spessore) sul quale si impianta la parete pi recente. Condotte: due condotte si aprono sul lato E del bottaccio ed adducevano lacqua a fuoriuscire a forte pressione per colpire i ritrecini collocati nel carceraio. Hanno un imbocco di 1 m per 1,30, sono fortemente strombate verso linterno, molto inclinate per collegare i due diversi livelli del bottaccio e del carceraio, lunghe circa 3 m, interamente foderate in laterizi allinterno. Ruote: impossibile esplorare, per timore di crolli, linterno del carceraio e verificare se se ne conservata qualche parte. Si trattava comunque di due ritrecini. Canale di rifiuto: canale a cielo aperto in direzione del Gonna attualmente interrato e poco leggibile; la raffigurazione del Catasto Toscano lo mostra chiaramente: era lungo ca. 300 m, con andamento parallelo al corso del torrente, nel quale sboccava nei pressi di un altro mulino (Sito 3). Altri canali: da notare, nella mappa del Catasto Toscano, la presenza di un canale che, circa 500 m a S del mulino, deviava lacqua del Fosso Risanguigno conducendola a sboccare nel Gonna poco prima dello sbarramento, evidentemente per garantire un maggior approvvigionamento idrico. Altro: a S del bottaccio, a diversi metri di dislivello pi in basso, si apre nel terreno lo sbocco di una canaletta sotterranea che serviva a scaricare lacqua in eccesso allesterno nei pressi del canale di rifiuto; tagliata in un grosso blocco di roccia. Attualmente lacqua non defluisce pi verso il torrente e ristagna formando un bacino piuttosto profondo. Bibliografia: Giovagnoli, 1992, p. 15 Sito: 2 UT: 2

Localit: Molinello Comune: Monticiano Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 III coord.: 1.678.00/4.778.80 Quota slm: 281 Morfologia: pianura Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: torrente Gonna Condizioni del suolo: bosco misto Uso del suolo: incolto Visibilit: molto scarsa Descrizione Sito: v. UT 1 Descrizione UT: consistenti strutture murarie semisommerse poste a S del bottaccio del Molinello (UT 1). Uno dei muri, di notevole altezza, rappresenta il proseguimento verso S del muro di contenimento del bottaccio e forma un angolo retto con unaltra parete, ad andamento E-O, ed un altro angolo retto con un lacerto di muro, in gran parte crollato, posto in direzione N-S. Si viene cos a formare una sorta di ambiente contiguo al bottaccio, attualmente quasi del tutto invaso dallacqua stagnante che fuoriesce dalla canaletta di scolmo di questultimo. Le murature sono in grossi ciottoli e pietre squadrate. Definizione: forgia? Notizie storiche: in base alle indicazioni dei documenti possibile ipotizzare che si tratti dei resti della forgia, contigua al mulino, fatta costruire da Agnolo Venturi nel 1585, la quale sfruttava le stesse strutture idrauliche accessorie. Questa struttura lavorava in connessione con le due ferriere di Ruota e di Gonna, entrambe di propriet dei Venturi, ed aveva una certa importanza, da quanto appare in una istanza dei proprietari alla Magona del Ferro. Tuttavia lidentificazione dei resti ancora visibili difficile poich, a causa dellacqua che invade la struttura, stato possibile attuare solo una osservazione a distanza. Non sono state rinvenute scorie della lavorazione del ferro a conforto di questa ipotesi, ma si deve tenere conto dellinaccessibilit dellarea contigua ai ruderi, della fitta vegetazione e del deposito alluvionale di fango e ciottoli che ricopre il terreno. Periodo: post medievale Cron. iniziale: 1585 Cron. finale: XVII sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: Distendino in localit Caduta della Gonna 1585: LEdifizio del Distendino fu edificato dal Signor Ascanio Venturi in luogo detto la Caduta della Gonna, nellanno 1585, qual sito compr dalla comunit di Monticiano, con staia quattro in circa di terra per il prezzo di fiorini trenta [...]. Si rileva solamente la costruzione del Mulino ma per quanto si vedr appresso, deve esservi stato fabbricato il detto edifizio del Distendino (AVG, T. 102, p. 461, regesto settecentesco che cita documenti pi antichi). 1595: Molino et distendino aviamo a Monticiano, si fa rogato chome lano 1585 si chompr il sito dalla chomunit. (AVG, T. 4, p. 101). 1622, agosto 16: contratto di affitto del Molinello in cui si specifica, da parte

dei proprietari, che volendo noi far lavorare il distendino no ci possa impedire, conch procuriamo segua con minor suo incommodo. (AVG, T. 39, fasc. 3). 1628: patrimonio di Giovanni Venturi in cui compaiono un mulino posto nella corte di Monticiano longo il fiume della Gonna con ledifitio detto il Distendino appresso detto fiume con tutte le loro terre, ragioni e pertinentie. (AVG, T. 2, p.96). 1640 ca.: Prima et alli Venturi o a chi di mano in mano diverr padrone delli infrascritti edifizi, a ciascuno di essi sia lecito in perpetuo per risarcire e mantenere andanti et in piedi le due loro ferriere, una detta Ruota e laltra Gonna, il distendino et il mulino essistenti nella Gonna insieme colle stecchaie, gore, gorelli, instrumenti e massaritie necessarie per detti quattro edifici e per ciascuno di essi sia lecito tagliare per tutte le parti della comunit. (AVG, T. 44, fasc. 12). Met XVII sec.: varie carte con le quali Lattanzio Bulgarini, Bartolomeo Bandinelli ed i Venturi, tutti padroni di ferriere, si rivolgono alla Magona del Ferro, che ha proibito di vendere in Siena ferro lavorato al distendino. Si testimonia il fatto che il distendino sul Gonna, anche se non in continua attivit, di grande importanza per la lavorazione del ferro (AVG, T. 34, fasc. 4). Bibliografia: Giovagnoli, 1992, p. 15. Sito: 3 UT: 1

Localit: Molino Nuovo Comune: Monticiano Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 III coord.: 1.678.28/4.779.06 Quota slm: 290 Morfologia: pianura Geologia: scisti siltosi, quarziti Acqua: torrente Gonna Condizioni del suolo: bosco Uso del suolo: incolto Visibilit: scarsissima Descrizione Sito: ristretta area di terreno quasi pianeggiante, compresa allinterno di una piccola ansa del torrente Gonna, che la delimita sui lati O, E e N. Dista ca. 800 m in linea daria da Monticiano ed raggiungibile dal Molinello (Sito 2) con un sentiero che costeggia e poi attraversa a guado il Gonna. Descrizione UT: piccolo impianto molitorio abbandonato, in cattivo stato di conservazione, semicrollato e coperto da vegetazione fittissima. Definizione: mulino da macina Notizie storiche: in base alla toponomastica appare probabile lidentificazione con un impianto molitorio fatto costruire dai Venturi intorno al 1671; da testimonianze orali sappiamo che, come molti altri mulini di questa zona, caratterizzata da uneconomia piuttosto povera, era destinato alla produzione di farina di castagne pi che alla macinazione di cereali. Periodo: post medievale Cron. iniziale: 1671 Cron. finale: dubbia

Fonti Toponomastica nelle fonti: Molin Nuovo 1671: lettera di Filippo dElci ai Venturi nella quale si parla della fabbrica del nuovo Mulino nel fiume della Gonna. (AVG, T. 39, Fasc. 4). 1893: Numero dordine: 199. Canale che alimenta lopificio: gorello (lung. m 150; dislivello m 6). Modo di derivazione: steccaia di pali e fascine. Denominazione: Molin nuovo. Uso: molino da cereali. Portata in litri: max. 90; min. 4; ord. 30; non continua. Durata in mesi: max. 4; min. 4; ord. 4 (C. I. I., pp. 294295). Caratteristiche idrauliche Canale di alimentazione: non ne rimane quasi traccia; si trovava a SE delledificio ed era lungo solo poche decine di metri. Bacino di raccolta: si individuano le tracce del bottaccio, sul lato SE delledificio, attualmente quasi del tutto interrato ed invaso da macchia; si distingue larco daccesso dellacqua alla condotta sopra la quale ancora possibile transitare. Edificio: non ispezionabile allinterno a causa dei crolli, era a due piani mentre non possibile determinare il numero dei vani che lo componevano; si tratta comunque di un impianto molto piccolo. La facciata principale si trova a NO, sul lato che guarda il torrente, ed da esso separata da un breve ma ripido scoscendimento. Le murature sono in pietre, ciottoli e laterizi. Ruote: utilizzava sicuramente il tipo a ritrecine, probabilmente una sola. Sito: 4 UT: 1

Localit: Ferriera Comune: Monticiano Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 III coord.: 1.678.48/4.773.26 Quota slm: 263 Morfologia: pianura Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: torrente Farma Condizioni del suolo: pascolo Uso del suolo: incolto Visibilit: buona Descrizione Sito: terreno pianeggiante delimitato a S, E ed O da unansa del torrente Farma, a N dalle scoscese pendici del Poggio al Carpino. Vi sorge una complessa struttura produttiva, destinata alla lavorazione del ferro, composta da vari edifici: la ferriera vera e propria, che faceva uso dellenergia idraulica fornita dal torrente Farma mediante gli annessi gora e bottaccio, inoltre una abitazione ed ambienti di servizio vari (stalle, carbonili) tutti di costruzione piuttosto recente. Il sito si trova in una zona molto isolata e selvaggia, quasi del tutto disabitata, non coltivata e coperta da fitti boschi di querce e castagni, secondo il paesaggio caratteristico di tutta la valle del Farma; raggiungibile con lo stradello che dalla

localit Croce a Consoli scende fino al torrente. Descrizione UT: edificio di forma rettangolare ad ambiente unico, privo di copertura ma ben conservato negli elevati, destinato alla fusione e lavorazione del ferro. Allesterno del lato NE addossato un ambiente rettangolare, perfettamente conservato in tutto lelevato. Tutta larea intorno alledificio fino al Farma, ed il greto del torrente stesso, sono interamente cosparsi di scorie anche di grandi dimensioni. Secondo notizie orali i grandi accumuli di scorie situati nei pressi della ferriera sono stati asportati durante la Seconda Guerra Mondiale per essere rifusi a Piombino. Notizie storiche: grazie allabbondanza di informazioni reperibili nelle fonti scritte non c alcun dubbio nellidentificazione di questa struttura con la ferriera detta di Ruota. La prima menzione di questo impianto si trova in un testamento del 1331, dal quale appare gi diviso in tre parti appartenenti a privati. Nel 1379 la ferriera apparteneva per met agli Azzoni: laltra met era di propriet dei Lottorenghi, signori del Belagaio, che nel 1390 la cedettero ad Antonio e Gabriello Azzoni. Dopo la confisca dei beni del ribelle Antonio nel 1406, Gabriello si accord con la comunit di Monticiano e cedette la propria met della ferriera sul Gonna in cambio della met di Ruota. A partire dal 1445 gli Azzoni affittarono limpianto a terzi: nel 1448 lo presero in affitto Tommaso e Giovanni di Agnolo Venturi. Da questo momento, per oltre cento anni, Ruota rimase sempre in gestione ai membri della famiglia Venturi, finch nel 1571 Emilio Azzoni vendette la ferriera ad Agnolo di Mariano Venturi. I Venturi ne mantennero la propriet fino almeno al XVIII sec. e vi apportarono importanti migliorie. Da notizie orali risulta che la ferriera rimasta in attivit fino a fine XIX-inizi XX secolo. Definizione: ferriera Periodo: Medioevo ed Et Moderna Cron. iniziale: inizi XIV sec. Cron. finale: XIX sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: Difitio di Ruota/Rota 1331, maggio 30: testamento di Cennino di Giannino da Monticiano che possedeva, tra gli altri beni, la terza parte della ferriera posta in luogo Piano di Rota, sul torrente Farma, con i boschi ad essa spettanti. Le altre due parti appartenevano a Tollo di Giovanni. Il testatore lascia erede universale il figlio Giannino e, nel caso di prematura morte di questultimo, il monastero di San Galgano (AVG, T. 102, pp. 364-365, regesto settecentesco di originale oggi perduto). 1374: testamento di Pietro di Ghino Azzoni, tra i cui beni compare el difitio al presente di Rota in su la Farma (AVG, T. 40, fasc. 3, regesto delloriginale). 1379: strumento di lodo fra gli Azzoni ed il comune di Monticiano, dal quale risulta che gli Azzoni possedevano la met della ferriera di Ruota (AVG, T. 4, p. 151, memoriale cinquecentesco di Agnolo Venturi, che cita docc. pi antichi). 1382, novembre 27: strumento della divisione, fatta presso la Corte della Mercanzia di Siena, dei beni di Iacopo e Quirico Lottorenghi: Iacopo riceve la propriet di Ristonsa e met delledificio di Ruota col suo terreno e le sue masserizie (AVG, T. 42, fasc. 3, copia delloriginale).

1390, febbraio 16: contratto della vendita fatta da Francesco di Jacopo del Belagaio ai fratelli Gabriello e Antonio di Pietro Azzoni. Vengono vendute, per un totale di 625 fiorini doro, la tenuta di Ristonsa, quella di Viteta ed inoltre medietatem pro indiviso unius edifitii sive fabrice apte ad fieri faciendum et cudendum ferrum cum medietate indivisa domorum omnium et carbonilium et venariorum mantacorum rotarum stabulorum canalium incudinum malleorum gore goricellorum et bottacii et carbonum et vene et ferramentorum, instrumentorum omnium ac lignaminum cesorum et rerum aliarum omnium pertinentium et expectantium ad ipsum edificium seu fabricam predictam et ad possessiones suprascriptas superius nominatas et confinatas, que fabrica vulgariter dicitur el difitio di Rota. Strumento rogato in Siena, davanti alla loggia della Mercanzia, dal notaio Salerno di Giannino di Siena (AVG, T. 31, fasc. 11, copia delloriginale; unaltra copia dello stesso documento inserita anche nel fasc. 12 dello stesso tomo). 1406, febbraio 14: decreto ufficiale del comune di Siena col quale si confiscano e si vendono alla comunit di Monticiano omnes domos, possessiones, vineas, edificia, nemora, silvas, pascua et soda cum omnibus iuribus et pertinentiis suis que fuerunt domini Antonii Petri de Ghinazonibus rebellis comunis Senarum; vi si specifica, tra laltro, che in dicta venditione etiam tradatur dicto comuni Montisciani pars silvarum positarum in curia Tornielle et Belagai iuxta confines Monticiani ultra Farmam quas ipse dominus Antonius habebat et hodie habet Comune Senarum communem cum Gabrielle Petri de Ghinazonibus predicto, que silve sunt prope unum ex hedificiis ferri predictis et appropriate ad ipsum hedificium quod vocatur hedificium de Rota (DP). 1407, aprile 16: accordo fra Gabriello Azzoni e la comunit di Monticiano a proposito dei beni confiscati al fratello Antonio: lAzzoni cede la propria met della ferriera sul Gonna in cambio della met della ferriera di Ruota (AVG, T. 31, fasc. 14); v. anche Sito 1 UT 1. 1406-1407: petizione degli abitanti di Torniella al comune di Siena a proposito dei soprusi commessi da Gabriello Azzoni nei loro confronti; si lamenta il fatto che, volendo sfruttare il legname esclusivamente per fare carbone, lAzzoni, con azioni anche violente, impedisce ai Torniellini laccesso ai boschi di Ristonsa dove essi, per antichi diritti consuetudinari, erano soliti raccogliere legna e mandare i porci a pascolare. Segue lo strumento di lodo del 1407 nel quale si sentenzia che Ristonsa possesso indiscutibile di Gabriello Azzoni il quale ha diritto di sfruttare i boschi per qualsiasi uso, compreso produrre carbone; gli abitanti di Torniella possono altres mandarvi le bestie a pascolare ed usare la legna per il fuoco (AVG, T. 42, fasc. 18) 1445, luglio 13: Petra, figlia di Gabriello di Pietro Azzoni, come tutrice di Gabriello di Pavolo Azzoni, concede in affitto ad alcuni mercanti senesi tutte le possessioni e case del suo pupillo nella corte di Monticiano con la Ferriera di Rota ed i boschi ad essa spettanti nelle corti di Monticiano e di Torniella (AVG, T. 102, p. 382, regesto settecentesco di documento perduto). 1448: Tommaso e Giovanni di Agnolo Venturi prendono in affitto la ferriera (AVG, T. 31, fasc. 25, regesto di documento perduto). 1559: Agnolo di Mariano Venturi forma una compagnia con Paris Bulgarini per far lavorare la ferriera di Torniella e dopo due anni si messe in detta compagnia

la feriera di Rota de Ghino Azoni quale tenemo a fitto per essere stata guasta dalla guerra (AVG, T. 4, p. 24, memoriale del 1567). 1567, settembre 12: divisione di beni fra Paolo, Orazio ed Emilio, figli di Ghino Azzoni: ad Emilio tocca la ferriera di Ruota con tutti i beni e i boschi ad essa spettanti (AVG, T. 31, fasc. 23). 1571, giugno 13: Emilio Azzoni vende ad Agnolo di Mariano Venturi edificium aptum ad faciendum ferrum, detto la ferriera di Ruota, cum suis domibus, stabulis et carbonilibus, bottaccio, goris et gorellis, canalibus et malleis, incudinibus et omnibus aliis instrumentis, situm in comuni et curia Montisciani, et omnia terrena prativa solita retineri pro dicto edificio sive ferreria prope dictum edificium et de bonis ipsius edificii quibus a pluribus flumen Farma et ex pluribus bona comunis Montisciani (AVG, T. 1, p. 150r). 1571-73: libretto di memorie di Agnolo Venturi sul modo di governare la ferriera di Ruota. Fornisce importanti informazioni sulla manutenzione delle infrastrutture idrauliche, sullorganizzazione ed i tempi del lavoro, sulle caratteristiche tecnologiche dellimpianto (AVG, T. 33, fasc. 2, integralmente pubblicato a cura di R. Giovagnoli, cfr. Venturi, Ruota). 1575: Agnolo Venturi fa costruire la capanna e la stalla di Ruota (AVG,T.4,p.27). 1578: sentenza del magistrato senese in cui si dichiara che la possessione di Ristonsa, prima degli Azzoni, appartiene ora ad Agnolo Venturi. In precedenza era in parte lavorativa ma al momento tutta boscata, in gran parte di castagni; si specifica quindi che nel detto podere di Ristonsa detto Agnolo e gli Azzoni hanno sempre per lo dietro cotto del carbone per uso della sua ferriera di Rota. (AVG, T.42, fasc. 19). 1579: Ascanio figlio di Agnolo Venturi fa memoria della costruzione del ponte di Ruota, in parte edificato in legno ed in parte con sostegni e sponde in laterizi e pietra (AVG, T. 4, p. 89). Data imprecisata (XVI sec.?): schizzo a penna in cui compaiono la ferriera di Ruota, il Farma, il fossato Rotaio, il fossato del Tufo, il Belagaio (AVG, T. 42, fasc.3). Data imprecisata (XVI sec.?): acquarello raffigurante Ruota, il Farma, il Belagaio (AVG, T. 40, fasc. 1). Data imprecisata (XVI sec.?): intero inserto di piante schizzate a penna raffiguranti il Belagaio, il poggio di Ristonsa, Ruota, il Farma (AVG, T. 42, fasc. 20). Prima met XVII sec.: decine di contratti coi quali i Venturi incaricano carbonai provenienti da Montemignaio del taglio e della produzione del carbone per la ferriera. Inoltre anche contratti con vetturali per il trasporto della vena. Alcuni riguardano anche la ferriera di Gonna (AVG, T. 34, fascc. 1 e 2). 1627: gli eredi di Ascanio Venturi ricordano che il padre avrebbe voluto costruire per la ferriera una stecchata di mura, che sarebbe stata di grande utilit allimpianto siderurgico, e li aveva esortati a costruirla loro stessi. Egli aveva anche indicato il luogo pi adatto e cio a capo li prati di Ruota [...] perch si giudica buon fondo e buone sponde e terzo perch ivi il letto del fiume assai largo perci saria manco pericolosa la sticchata. I suoi figli ed eredi sono propensi a seguire il consiglio e a far stendere dei progetti, ma al momento devono rimandarne la realizzazione perch non hanno abbastanza denaro. Tuttavia vero che se si potessi rifondare la ferriera et abassare il rifiuto, come si

crede la stecchata andaria tanto basso, et sarebbe molto meno spesa di quello si crede e perci potria essere che presto si facesse, il che Dio ci conceda (AVG, T. 4, p. 119). 1631: Un edifizio da ferro detto Ruota [...] posto nel Comune di Monticiano longo il fiume della Farma dal quale si piglia lacqua per detto edificio circondato da una parte dalla gora la quale reca commodo di poter adacquar tutte le terre e prati [...] e dallaltra parte il predetto fiume et ha il mantaco fatto di muraglia [...]. La quantit di boschi e ragioni di taglio che ha la predetta ferriera e particolarmente di l dalla Farma tale che per servitio di un fuoco sono di avanzo [...] e per si potria ridur ledifitio con due fuochi essendone capacissimo il guscio di esso; ma bisognerebbe farci una stechaia di muro. Segue la nota delle spese necessarie per far lavorare Ruota per un anno (AVG, T. 40, fasc. 8). 1674: piante e disegni per la costruzione della nuova steccaia di Ruota: vi compaiono il profilo della costruzione, la pianta del fondo e dellarmatura, uno schizzo del fiume e la pianta generale degli edifici (AVG, T. 33, fasc. 4). Data imprecisata (dal contesto post 1682): consiste in un edifizio andante da ferro, posto nel fiume della Farma con steccata di muro, ove pu fabbricarsi da 60 a 120 migliara di ferro lanno, di buona qualit, quale si spaccia il gran parte nel luogo, et ha le pollonete proprie di castagno et altro legname per detta fabbrica di ferro, poste in pi Comunit (AVG, T. 40, fasc. 7). Caratteristiche idrauliche Sbarramento: situato circa 500 m a monte delledificio della ferriera; si tratta di una imponente struttura, sorta di diga larga ca. 3,5 m, che in origine sbarrava lintero corso del torrente e si presenta attualmente crollata nella parte centrale; realizzata con una muratura di ciottoli e pietre legati con malta, a formare una specie di conglomerato che ingloba anche alcune grosse rocce affioranti dallalveo. Questa struttura la steccaia costruita nel 1674, ben documentata nelle fonti anche da disegni e piante. Lo sbarramento pi antico, invece, doveva essere realizzato secondo la tipica tecnica a file di pali infissi nellalveo ed era situato a valle rispetto al pi recente. Presa dacqua: complessa struttura costituita da un imponente muro (spessore 2,80 m, altezza ca. 3 m) che accompagnava la parte iniziale della gora, con andamento parallelo al corso del torrente, per una lunghezza totale di 27 metri. Formava con la diga un angolo retto e doveva provocare un notevole innalzamento del livello dellacqua a monte, permettendone lincanalamento nella gora attraverso una apertura rettangolare posta circa a met della lunghezza del muro. Muratura in pietre prevalentemente squadrate legate con malta, zeppe in laterizio. Lapertura di accesso alla gora delimitata e foderata allinterno con laterizi; doveva essere equipaggiata con una saracinesca regolabile. Canale di alimentazione: difficile individuarne sul terreno il percorso completo, ma la mappa del Catasto Toscano ne offre comunque una raffigurazione chiara. Nel tratto iniziale seguiva per circa 150 m un andamento parallelo al torrente (largine deve essere crollato per lerosione del Farma stesso; in alcuni punti sono visibili tracce di una muratura di sostegno), poi se ne allontanava e, seguendo la curva di livello per altri 400 m, giungeva con un percorso quasi rettilineo alla ferriera. Il tratto terminale, attualmente ancora ben visibile, passava

sul retro degli edifici adibiti a carbonili e dava accesso al bottaccio mediante un breve tratto sotterraneo ostruito completamente a S, ma ben visibile dallinterno del bottaccio (lato N); vi sboccava attraverso un arco con ghiera in laterizi attualmente quasi del tutto interrato. Bacino di raccolta: immediatamente retrostante alla ferriera, che sovrasta con un forte dislivello, sul lato NO; ha forma rettangolare (8 m per 11 m) e profondit imprecisabile a causa del deposito di humus che lo ha in parte colmato. Il lato SO delimitato da un muro nel quale si apre larco di accesso dallacqua dalla gora, il lato NO consiste in un argine di terra, il lato SE sostenuto dalla parete della ferriera, sul lato NE visibile un tratto di muro di sostegno ma la situazione non molto chiara. Langolo S crollato. Edificio: a pianta rettangolare, largo 7 m e lungo 11 m, si appoggia sul lato NO al declivio del terreno, venendosi quindi a trovare a diversi metri di dislivello rispetto al bottaccio: ci consentiva la caduta dellacqua sulle ruote. Ad ambiente unico, non presenta tracce di suddivisioni interne n di solai; tutti i muri perimetrali sono conservati in elevato per almeno 3,5 metri. Le murature sono in pietre irregolari non squadrate e ciottoli, con presenza di zeppe in laterizio. La porta dingresso si trova sul lato SO; non vi sono finestre. Il lato NE presenta alcune aperture: nellangolo destro in basso unapertura ad arco, quasi sepolta, comunicante con lambiente a NE; al di sopra di questa una apertura dai contorni irregolari che immette allinterno dellambiente a NE. Circa a met di questa parete si trova una struttura in pietre e laterizi a base rettangolare che si appoggia al muro per tutta la sua altezza ed aveva forse funzione di contrafforte: nella parte superiore, infatti, sorregge alcuni archetti di sostegno al tetto. A sinistra di tale struttura, in basso, si trova unapertura ad arco, larga 1 m, che mette in comunicazione linterno della ferriera con lo spazio antistante lambiente a NE. Questultimo, in ottimo stato di conservazione, si addossa allesterno delledificio principale della ferriera; sul lato NO appoggiato al declivio del terreno. Il perimetro esterno rettangolare (m 2,706) e costituito da potenti murature di spessore variabile tra 80 cm e 1,30 m; ha un notevole sviluppo in altezza ed conservato in elevato per ca. 4 metri. Oltre alle aperture gi descritte comunicanti con linterno della ferriera, tale ambiente presenta una apertura di accesso principale sul lato SE: si tratta di un arco con ghiera in laterizi che immette nella parte interna, sorta di corridoio, lungo 5 m e largo 1,20, con volta a botte in laterizi e pareti in pietra. Nella volta, a circa 1,65 m dallarco di ingresso, presente una apertura che comunica con un ambiente superiore, sorta di camino o scivolo con forma grossomodo di un tronco di piramide rovesciato (base minore di m 10,7 e base maggiore di m 1,203,50) con i lati e gli spigoli ricurvi. La muratura che ne fodera linterno realizzata interamente in laterizi. Nel complesso questa struttura sembra presentare molte somiglianze con lambiente addossato sul lato N della ferriera di Gonna (v. Sito 1 UT 1), che per pi piccolo e quasi interamente crollato. Ruote: non ne rimane alcuna traccia, cos come dei meccanismi relativi al sistema di ventilazione ed al maglio. Osservando la struttura delledificio, si pu ipotizzare che due ruote idrauliche, di tipo verticale per di sopra, fossero posizionate rispettivamente allesterno del lato SE e del lato NO. Canale di rifiuto: attualmente non pi visibile ma dalla raffigurazione del

Catasto Leopoldino risulta che con un breve percorso in direzione N (ca. 50 m) scaricava di nuovo nel Farma. Altro: attorno alla ferriera, e talvolta ad essa addossati, sono presenti alcuni edifici di servizio; inoltre, a S, una grande abitazione con stalla. Tutti sono successivi alla ferriera vera e propria. Dati archeometallurgici Min. trattato: ematite Metallo prodotto: ferro Tipo di operazione: riduzione e forgiatura Materiali presenti: minerale, scorie Tipo di Scoria: A e B Media frg.: max. 25 cm, min. 3 cm Campionatura: sono stati campionati piccoli quantitativi delle scorie presenti sul sito Scoria Tipo a: Colore int.: grigio scuro. Colore est.: grigio scuro. Magnetica: impercettibile. Tapped: si. Weathering: patina rossastra in superficie. Struttura: compatta, superfici lisce con iridescenze metalliche; sottotipo con superficie mammellonare superiore. Porosit: piccole, circolari, distribuite soprattutto nella parte centrale. Sottotipo con porosit pi frequenti, irregolari, distribuite irregolarmente. Inclusioni: no. Scoria Tipo b: Colore int.: marrone scuro ferruginoso. Colore est.: marrone scuro ferruginoso, striature per ossidazioni. Magnetica: no. Tapped: no. Weathering: ossidazioni ferrose superficiali, depositi di calcite. Struttura: spugnosa sia esterna che interna; superficie molto scabra con porosit presenti ovunque. Porosit: frequentissime, di forma irregolare e dimensioni variabili. Inclusioni: molte tracce di frammenti di carbone. Bibliografia: Giovagnoli, 1992. Sito: 5 UT: 1

Localit: Pod. Montestigliano Comune: Sovicille Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 I coord.: 1.681.20/4.786.40 Quota slm: 200 Morfologia: versante collinare Geologia: calcari cavernosi Acqua: fiume Merse Condizioni del suolo: bosco Uso del suolo: incolto Visibilit: scarsa Descrizione Sito: ripido versante collinare, coperto da bosco, che a gradoni scoscesi scende dal poggio di Montestigliano fino al fiume Merse. Il sito si trova ad una quota di circa 15 m sopra al livello del fiume, in prossimit del sentiero che costeggia la gora dei mulini di Brenna ed Orgia (Siti 15, 16, 17), nel punto pi esterno dellansa che il fiume forma ai piedi del Poggio di Montestigliano.

Descrizione UT: resti di un edificio, probabilmente un mulino, situati nelle immediate vicinanze della sponda destra della gora, nei pressi di una chiusa (equipaggiata in epoca recente con parti in cemento e meccanismi in ferro) che mediante una saracinesca lignea permette la fuoriuscita dellacqua in eccesso dalla gora verso il fiume. Si tratta di un muro a sacco in filaretto, dello spessore di 1 m, costruito con grandi blocchi di calcare perfettamente squadrati e disposti in filari regolari; conservato in lunghezza per 7 m ed in altezza per circa 3 m, ha andamento N-S ortogonale a quello della gora e si appoggia al declivio del terreno, che in questo punto scende quasi a picco verso il fiume; allestremit S il muro forma un angolo retto verso monte. Un secondo tratto di muro, ortogonale al precedente, si trova sullaltro lato del fosso di scolmo dellacqua dalla gora, e poteva forse congiungersi col primo. Sulla sponda sinistra della gora, parallelo ad essa, si trova un altro tratto di muro, che viene a trovarsi circa 2 m pi in alto di quelli descritti sopra: difficile dire se fosse in relazione con essi, anche perch la tecnica costruttiva molto diversa (piccole pietre non squadrate disposte irregolarmente). Notizie storiche: data la posizione immediatamente a ridosso della gora estremamente probabile che questi muri siano i resti di un impianto idraulico che utilizzava le stesse strutture accessorie (steccaia, presa dacqua, canale di alimentazione) che derivavano lacqua del fiume Merse verso i vicini mulini del Pero, Serravalle e Palazzo (per la descrizione delle quali si rimanda ai Siti 15, 16, 17 ). La tecnica muraria, che riporta allambito medievale, fa propendere verso lidentificazione con uno dei mulini sul Merse, citati nella documentazione di XIII-XIV sec., di cui scomparso il toponimo e che sono stati precocemente abbandonati. In particolare quasi certa lidentificazione, data la perfetta corrispondenza delle indicazioni topografiche contenute nelle fonti, con limpianto chiamato de Saxis, de Sasse, a le Saxa : si parla infatti della via che da Castiglion Balzetti, passando per la localit Campalfi (toponimo che ancora oggi designa un podere nelle vicinanze del sito), andava verso Torri e Stigliano. Lesistenza di impianti molitori (nei documenti si parla di molendina) cos denominati, ci nota da un atto del 1245 contenuto nel Caleffo Vecchio del comune di Siena: da esso risulta che limpianto esisteva gi quando labbazia di Torri si accord col comune di Siena per costruire alcuni mulini sul Merse (vedi Siti 15 e 16). Inoltre alcune notizie si ritrovano nel Constituto del 1262 ed in quello volgarizzato del 13091310. Oltre ad un accenno alla strada che conduceva a questi impianti, vi una intera rubrica dedicata al trasporto del grano ai mulini e viceversa: i proprietari di questi impianti erano obbligati a provvedere in proprio alle bestie da soma nei mesi da giugno a novembre. Questo impianto, di propriet dellabbazia di Torri, forse uno dei primi costruiti in questa zona, fu ceduto per met allabbazia di S. Galgano nel 1288, per la necessit di disporre di denaro liquido. Dalla registrazione nella Tavola delle Possessioni sappiamo che nel 1318 la propriet di S. Galgano si era ridotta ad 1/3 della struttura e nel 1320 ulteriormente ad 1/4: gli altri proprietari erano ancora il monastero di Torri ed inoltre un tal messer Cione Alamanni, subentrato nel frattempo presumibilmente per le quote alienate da S. Galgano. Definizione: mulino da macina e gualchiera Periodo: Medioevo

Cron. iniziale: met XIII sec. Cron. finale: XIV sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: mulini de Saxis, de Sasse, a le Xassa, 1245, gennaio 20: si cita il molendinum de Saxis, a valle del quale dovranno essere costruiti i nuovi mulini in compropriet fra labbazia di Torri ed il comune di Siena (Cecchini, 1932-1991, II, pp. 549-552), vedi anche Sito 15 e Sito XVI. 1262: in una rubrica del Constituto si parla della necessit di porre guardie forestali nei boschi in corte di Mallecchi e Ripinata cio una zona cui ab uno latere est fossatus de Ripiombole et ex (altera) via, que venit de Stigliano et Turri, per quam itur ad molendina de Saxis, de subtus flumen Merse, de super Macereta (Zdekauer, 1897, p. 370), vedi anche Sito XI. 1262: rubrica riguardante il modo di trasportare il grano dalla citt di Siena ai mulini sul Merse: si stabilisce che il trasporto sia a carico dei proprietari stessi dei mulini che si trovino situati nel tratto di fiume a molendinis a le Xassa usque ad molendina domini Orlandi Bonsignoris et consortum de Foiano; questi proprietari sono infatti obbligati a tenere un mulo o un cavallo per ciascun palmento (Zdekauer, 1897, p. 352). 1288, maggio 10: Placido, abate dellabbazia di Torri, pro expediendis debitis usurariis, vende per 1800 lire senesi a Bartolomeo, cellerario del monastero di S. Galgano, la met per indiviso totius molendini sive molendinorum dicte nostrae abbatie de Turri et gualcheriarum et domorum ipsorum molendinorum et palmentorum molarum reticinorum gore fuiti torcitorii et steccati [...] quod molendinum dicitur molendinum de Saxis vel de Saxe et est positum in flumine Merse sive de Mersa cui molendino vel quibus molendinis et rebus et possessionibus infrascriptis ex uno latere et desuper sive a capite est flumen Merse ex alio latere est via publica que venit a Castillione Benetti per planum Campalfi et vadit ad Stillianum et revertitur per quandam viam veterem que venit a dicto Stilliano et vadit ad dicta molendina; vende inoltre un pezzo di terra ed una casa in dicta terra que domus dicitur molendinum de Volta positum iuxta sive prope dicta molendina superius confinata quibus ex uno latere est flumen Merse ex alio fuitum dictorum molendinorum, de subtus est quedam possessionem sive terram dicte abbatie, e si trova nelle vicinanze della rocca de Saxis. Labate concede inoltre a tutti i monaci e conversi del monastero di S. Galgano la possibilit di fare legna in tutti i boschi di pertinenza dei detti mulini. Item medietatem pro indiviso omnium iurium et actionum [...] que et quas dicta abbatia habet vel aliquis pro ea in terris nemoribus seu boschis et possessionibus aquis et pascuis et pasturis et aliis rebus dicte abbatie que sunt vel habet ipsa abbatia a supradicto steccatu dictorum molendinorum supra versus castiglionem Benetti usque ad fossatum de Ripiombaiolo et immictit in flumine Merse. Concede inoltre piena facolt a monaci e conversi di S. Galgano di fare traboccatorium vel traboccatoria seu torcitorium vel torcitoria purch senza danno dei predetti mulini pro mandanda derivanda seu mictenda aqua dictorum molendinorum ad alia molendina inferiora [...] et etiam evacuandi et evacuari faciendi reaptandi et reactari faciendi dicta molendina vendita et eorum goram fuitum torcitorium vel torcitoria traboccatorium vel traboccatoria steccatum seu

steccatam gualcherias foveas et omnes res necessarias dictorum molendinorum e di poter effettuare tali lavori anche attraverso le terre dellabbazia di Torri (KSG, II, cc. 124 r-126 v). 1309-1310: volgarizzazione della rubrica del Constituto del 1262 riguardante il trasporto del grano (Lisini, 1903, vol. II, pp. 68-69). 1318: il monastero di S. Galgano possiede la tertiam partem pro indiviso unius petie terre laboratorie boscate vineate et sode et lamate cum molendino et gualcheriis positam in curia de Brenna loco dicto Volta e La Saxa cui ex una gora, ex una flumen Merse, et ex duabus Abbatie de Torri. La parte di S. Galgano stimata 1420 lire, lintero stimato 4262 lire . Relique partes sunt Abbatie de Torri et domini Cionis Alamanni (Estimo, 118, c. 285v.) Sito: 6 UT: 1
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Localit: C. Ferriera Comune: Chiusdino Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 I coord.: 1.680.16/4.785.22 Quota slm: 210 Morfologia: pianura di fondovalle Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: fiume Merse Condizioni del suolo: bosco e macchia Uso del suolo: incolto Visibilit: scarsissima Descrizione Sito: stretta fascia di terreno pianeggiante, un tempo coltivato ed attualmente coperto da fitta macchia, delimitato ad O dal fiume Merse, ad E dalle pendici del Poggio della Ragnaia. Vi sorge un grande podere abbandonato, totalmente invaso dalla vegetazione e quasi inaccessibile, distante circa 50 m dal fiume. Il sito dista ca. 3 Km da Brenna ed raggiungibile con un sentiero che costeggia la riva sinistra del Merse. Descrizione UT: sul lato O del podere, costruito in epoca moderna, sono stati individuati i resti di un edificio pi antico, destinato alla lavorazione del ferro, sopra al quale stata edificata la struttura attuale. Si tratta di alcuni tratti di murature: una parete ad E costruita con apparecchiatura irregolare di pietre di varie dimensioni, alcune delle quali squadrate, conservata in lunghezza per 4,3 m ed una altezza massima di 1,5 m; al centro ben conservata una apertura ad arco con ghiera in laterizi, tamponata in epoca recente, larga 1 m ed alta 1,15 m: si tratta probabilmente della bocca del forno, viste le tracce di arrostitura presenti sui laterizi dellarco. La lunghezza totale originaria di questo lato era di 6,70 m: sono ancora visibili una parte dellangolo N e langolo S formato con unaltra parete, di cui restano pochi filari (altezza max 50 cm; lunghezza 5,30 m) di grosse pietre squadrate (si noti che sia in questa muratura che in quella sopra descritta tali conci sembrano essere di riutilizzo, forse provenienti da un edificio precedente, costruito con una tecnica regolare tipo filaretto, mentre qui sono inseriti in una apparecchiatura irregolare e piuttosto approssimativa); su questo lato sono presenti in basso due piccole aperture passanti (larg. 40 cm), foderate in

laterizio, di cui si ignora la funzione. La ripulitura dellhumus nellarea antistante la bocca del forno ha permesso di individuare frammenti di ceramica seicentesca, molto carbone, concrezioni con inclusioni ferrose probabilmente provenienti dalle pareti interne del forno. Un grande accumulo di scorie stato invece individuato circa 40 m a N-O delledificio: con una ripulitura superficiale stato accertata una larghezza alla base di oltre 15 m ed una analoga estensione in altezza lungo il declivio del terreno. Il terreno si presenta scurissimo, molto ricco di carbone frammisto a scorie di piccole e medie dimensioni, brillante per la presenza di pulviscolo e minutissimi frammenti di minerale. Per quanto riguarda le caratteristiche idrauliche dellopificio, poche sono le evidenze ancora visibili: lungo il sentiero che segue il Merse in direzione S rimangono alcuni tratti di un canale artificiale che pare da identificarsi con la vecchia gora; a circa 500 m a S delledificio il fiume sbarrato da una struttura precaria contemporanea a formare un bacino di una certa ampiezza e profondit: probabile che questo fosse il punto di sbarramento delle acque anche in antico. Notizie storiche: il sito identificabile con la ferriera detta di Campo Starchi o di Brenna, di propriet dei Saracini, padroni anche del vicino Castiglion Balzetti, la cui attivit documentata dalla fine del XVI sec., ma che quasi certamente esisteva gi in precedenza. Secondo una notizia pubblicata dal Dini, infatti, nella prima met del XV sec. una compagnia mercantile smerciava in Arezzo partite di ferro provenienti da Brenna: molto probabile una provenienza dallimpianto identificabile con questo sito. Non si hanno notizie sullepoca di cessazione dellattivit. Definizione: ferriera Periodo: Medioevo ed Et Moderna Cron. iniziale: inizi XV sec. ? Cron. finale: dubbia Fonti Toponomastica nelle fonti: ferriera di Campo Starchi, di Brenna 1600, aprile 6: la moglie e gli eredi di Salustio Saracini danno in affitto ad Alessandro Scaramucci ed Astilio Vannini, entrambi fabbri di Siena, uno edifitio da far ferro detto la ferriera di Campo Starchi in Corte di Castiglion Balzetti et il distendino continuo al detto edifitio, la stalla, carbonili et ancho la casa et capanna che solito servire per tale Edifitio a Brenna per anni tre [...]. Item li detti affittuari dover pagare tutte le massaritie che sono necessarie a detta ferriera cio li ferramenti a peso di stadera et gli altri [...?] salvo che le ruote, albori, ciocchi, mantaci et altri legniami et questi sintendino pigliarli e rendergli lavoranti e no altrimenti la stima [...]. Item le dette Rede et sua tutrice sieno obbligati mantenere muraglie tetti e finestre [...]. Item le dette Rede sieno obblighati mantenere lacqua al detto Defitio talmente che possa lavorare del lor proprio senza pregiudizio di detti affittuari et lor possin lavorare. (AVG, T. 69, fasc. 13). 1610, novembre 19: Enea Saracini d in affitto a Giovanta di Salustio Saracini la sua parte della ferriera di Campo Starchi per tre anni (AVG, T. 69, fasc. 3). 1612, giugno 15: la ferriera di Campo Starchi presa in affitto da Ascanio Venturi che, alle stesse condizioni contrattuali, subentra a Giovanta di Salustio

Saracini (AVG, T. 69, fasc. 13). Dati archeometallurgici Min. trattato: ematite Metallo prodotto: ferro Tipo di operazione: riduzione e forgiatura Materiali presenti: minerale, scorie Tipo di Scoria: tipo A e B Media frgm.: max cm 5, min. cm 3 Campionatura: sono state campionate solo minime percentuali delle scorie presenti Scoria Tipo a: Colore int: grigio scuro. Colore est.: grigio scuro. Magnetica: impercettibile. Tapped: no. Weathering: rare ossidazioni ferrose superficiali. Struttura: superfici esterne inferiori lisce, forma appiattita; in alcune superficie mammellonare e superficie superiore scabra. Porosit: molto frequenti, piccolissime, circolari, distribuite uniformemente ovunque. Inclusioni: no; Osservazioni: potrebbe trattarsi di scorie di forgia Scoria Tipo b: Colore int.: marrone scuro ferruginoso. Colore est.: da grigio scuro a marrone scuro ferruginoso. Magnetica: impercettibile. Tapped: no. Weathering: ossidazioni ferrose superficiali, talvolta forti depositi di calcite e molte ossidazioni. Struttura: molto spugnosa sia interna che esterna, irregolare, molte bollosit e porosit distribuite su tutta la superficie. Porosit: frequentissime, di forma e dimensioni irregolari. Inclusioni: molte tracce di frammenti di carbone. Osservazioni: probabili furnace-slags Bibliografia: Dini, 1984, p. 98 Sito: 7 UT: 1

Localit: Mulino del Tifo Comune: Monticiano Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 II coord.: 1.682.40/4.773.64 Quota slm: 234 Morfologia: pianura Geologia: depositi alluvionali antichi, terrazzi alti Acqua: torrente Farma Condizioni del suolo: bosco e macchia Uso del suolo: incolto Visibilit: scarsissima Descrizione Sito: stretta striscia di terreno pianeggiante nel fondovalle del Farma, delimitata a S dal torrente ed a N dalla strada che unisce Iesa al podere Vignacci. Descrizione UT: impianto molitorio del quale stato possibile individuare la posizione originaria, ma i cui resti conservati si limitano a lacerti di muro del tutto illeggibili e allarco in laterizi di uscita dellacqua dal carceraio: sono situati tra la strada ed il torrente ed avvolti da fittissima macchia. Nel catasto ottocentesco compare la raffigurazione del canale di alimentazione del mulino: era lungo

complessivamente circa 750 metri e seguiva un percorso quasi parallelo al torrente prelevando acqua anche dal Fosso Riguardio, affluente del Farma. La presa dacqua si trovava su un breve tratto rettilineo del corso del torrente compreso tra due anse, in corrispondenza del guado che la vecchia strada proveniente da Siena compiva per risalire verso il Belagaio; da notare che proprio in questa zona, ma al di l del Farma sul versante grossetano, si trovano i resti di un altro opificio idraulico, questultimo destinato alla lavorazione del ferro (Sito 22). Definizione: mulino da macina. Notizie storiche: il mulino documentato col toponimo corrispondente a quello attuale esclusivamente nel Catasto Toscano del 1821 e nella Carta Idrografica del 1893 ed stato, secondo notizie orali, travolto e distrutto da una piena del torrente Farma alcuni decenni fa. I resti materiali, praticamente inesistenti, non offrono alcun appiglio per una datazione di questo edificio al periodo medievale. Tuttavia le fonti scritte di XIII sec. documentano lesistenza di un mulino sul Farma, in luogo designato col toponimo non pi esistente di Pelago Mare, situato nelle vicinanze del Fosso Riguardio, cio in corrispondenza del luogo dove si trovava il Mulino del Tifo. Inoltre mi sembra da sottolineare la particolare posizione del sito, posto proprio nei pressi dellantica viabilit in direzione della Maremma, a pochissima distanza dai ruderi di Renna e della ferriera del Belagaio, in una zona in cui transitava anche una direttrice che, lungo il Farma, risaliva la valle da Petriolo fino a Torniella . Questi dati, insieme alla tendenza generale degli opifici idraulici a persistere nello stesso luogo, consentono forse di ipotizzare una origine medievale di questo impianto molitorio e di proporne lidentificazione col mulino di Pelago Mare descritto nelle fonti. Periodo: dubbio (Medioevo ?) Cron. iniziale: dubbia (met XIII sec.?) Cron. finale: XX sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: mulino di Pelago Mare 1243, marzo 24: Amadore figlio domini Branceschi in proprio e per suo fratello Onorato dichiara di concedere a Paganello domini Guidi de Monteciano et Vesconte domini Bernardini [...] omnem ius et actiones et petitionem michi et dicto fratri meo competentia in quodam molendino posito in Pelago mare et in resedio eius (KSG, II, cc. 12v-13). 1259, gennaio 22: Uguccione domini Ranerii Codenacii, tanto in proprio quanto nellinteresse dei fratelli Pepone e Ugo, cede a Paganello Jamorde ogni diritto ed azione che aveva in stecchato et eius resedio rapediarterio (?) cuiusdam molendini positi in flumine Farme in loco qui dicitur Pelago Mare (KSG, II, cc. 79v-80). 1261, marzo 12: Donna Emilia, vedova di Paganello, e Jacomo suo figlio vendono a Paganello figlio di Iammorde duas partes et dimidiam de sex partibus unius molendini et resediis positi in flumine Farme et Pelago di Mare cum rispareco et terra sicut est designatum ad viam de Riguardo et vadit ad fuitum molendini domini Guglielmini de Gallo et Peti Ranerii et cum toto legnamine quod
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fuerit necesse de inceps ad dictum molendinum (KSG, II, c. 11r-v). 1261, aprile 11: Vesconte domini Bernardini vende a Paganello di Jammorde la sextam partem pro indiviso unius molendini positi in flumine Farme et Pelago di Mare secondo confinazioni uguali a quelle del documento precedente, cum stecchatis et gora et fuitis et resedio et duccis et ferramentis; vende inoltre dei poderi nella zona, che confinano da un lato col Farma, da un lato con la curia di Renna, da un lato con la curia del castello di Tocchi, da un lato con Monticiano (KSG, II, c. 12 r-v). 1304, novembre 18: Nerio di Giovanni di Monticiano, come procuratore del convento di S. Galgano, d in affitto per tre anni, per tre moggia e tre staia di grano allanno, a Viuccio di Giovanni della pieve di Corsano, dimorante a Belagaio, unum molendinum aque cum una casetta et uno sive jardino positum in curia de Moverbia in flumine Farme. Il locatore promette di fornire a Viuccio tutte le cose necessarie al funzionamento del mulino: materias necessarias et opportunas dare et consignare in dicto molendino item omnia et singula ferramenta opportuna dicto molendino, aquam continuam a steccharia usque a copomgni (?) dicti molendini, omnibus et singulis sumptibus et expensis dicte abbatie et conventus et si contingeret quod dicta steccharia dicti molendini prefati propter pluviam vel fortunam temporis ledaret vel magagnaret unde dictus molendinus molere non posset, Viuccio avrebbe dovuto versare solo una parte dellaffitto di quellanno (KSG, II, cc. 20r-21r). 1821: raffigurazione del piccolo edificio del mulino con la sua gora ( Catasto Toscano, Comunit di Monticiano, sez. M di Moverbia, part. 158-159). 1893: Numero dordine: 205. Canale che alimenta lopificio: gorello (lung. m 800; dislivello m 6,30). Modo di derivazione: steccaia di pali e fascine. Denominazione: Tifo o Farma. Uso: molino da cereali. Caduta m 3,40. Portata in litri: max. 85; min. 7; ord. 29; non continua. Durata in mesi: max. 4; min. 4; ord. 4 (C. I. I., pp. 294-295). Sito: 8 UT: 1

Localit: S. Galgano Comune: Chiusdino Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 III coord.: 1.675.40/4.779.10 Quota slm: 290 Morfologia: pianura Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: fiume Merse Condizioni del suolo: bosco Uso del suolo: incolto Visibilit: scarsa Descrizione Sito: terreno pianeggiante, coperto da fitto bosco, collocato circa 750 m in linea daria a S dellantica abbazia di S. Galgano nella sottostante pianura fluviale, a poca distanza dal Merse. delimitato a N ed E da un campo incolto e a S da un fosso quasi privo di acqua che corre in direzione O-E verso il fiume.

Descrizione UT: grandi accumuli di carbone, misto a scorie ed a piccoli frammenti di minerale, distribuiti su unarea di circa m 50 per 50. La concentrazione maggiore consiste in un cumulo alto ca. 3 m situato al centro dellarea; la ripulitura della sezione esposta di questo accumulo non ha evidenziato una stratificazione orizzontale delle scorie, ma piuttosto la presenza nella parte superiore della sezione stessa di una lente di terreno argilloso di colore grigio con macchie rosse di argilla concotta. Sulla superficie di tutta larea si riscontra la presenza di una notevole quantit di frammenti di coppi e di laterizi (alcuni con evidenti tracce di arrostitura) e poche pietre; non sono presenti strutture in elevato. La zona caratterizzata dalla presenza di scorie delimitata sul lato O da un fossato artificiale privo di acqua e quasi del tutto colmato allestremit N, che corre in direzione N-S e risulta pieno di scorie di grandi dimensioni; da notare che tale fossato, interrotto dallo stradello che immette nel campo, sembra continuare in linea retta in direzione N per oltre 200 m lungo il limite del bosco: ipotizzabile che si tratti di un canale connesso con lalimentazione di strutture produttive idrauliche. Notizie storiche: gli accumuli di scorie e le concentrazioni di laterizi sono con tutta probabilit da interpretarsi come i resti di una ferriera, che utilizzava lenergia idraulica, posseduta dai monaci di S. Galgano lungo il fiume Merse. Poche sono le indicazioni delle fonti scritte riguardanti lattivit siderurgica del monastero: sappiamo che i monaci acquistarono nel 1278 la diciottesima parte di due mulini, una gualchiera ed una ferriera (Sito XVIII) sul Merse e che nel 1369 diedero in affitto due ferriere sullo stesso fiume a membri della famiglia Azzoni, che avevano in questo periodo importanti interessi nella gestione degli impianti di Monticiano [v. Siti 1 (UT 1) e 4]. Non si hanno notizie successive sulla cessazione dellattivit siderurgica. Nel 1952 una parte degli accumuli di scorie presenti sul sito furono asportati per essere rifusi. Definizione: ferriera Periodo: Medioevo Cron. iniziale: XIII sec.? Cron. finale: XIV sec. Fonti 1369: I monaci di San Galgano fecero un mandato di procura nella persona duno dei detti monaci per agire interessi del monastero per il quale procuratore ratific laffitto di due ferriere poste sopra la Merse che erano state affittate alli signori Azzoni. (AVG, T. 102, p. 371, regesto di originale oggi perduto), v. anche Sito XVIII. 1952, 16 Sett.: istanza di concessione per lasportazione di scorie ferrifere. La zona richiesta in permesso di ricerca per scorie ferrifere in localit Podere Alessandro ricade interamente nel comune di Chiusdino e precisamente sulla riva sinistra del fiume Merse presso labbazia di S. Galgano. Da alcuni saggi superficiali effettuati dai richiedenti stato individuato un cumulo di scorie ferrifere ricoperto da terreno boscoso, fra la sponda sinistra del fiume Merse e la strada campestre che dalla casa colonica S. Margherita conduce al fiume suddetto [...]. Non stato possibile eseguire una precisa cubatura del deposito. Si presume tuttavia che la quantit di scorie utilizzabili sia di circa 1000-1200 tonnellate. Il materiale che si

trova immediatamente sotto il terreno vegetale si presenta in pezzi minuti, bollosi e poco pesanti. Analisi eseguite [...] hanno rilevato un contenuto di ferro inferiore al 50% [...]. Si ignora lorigine storica delle scorie in questione e nelle vicinanze del cumulo non si sono notati avanzi di antiche fonderie. Viene accordato un permesso di un anno per lasportazione di 500 tonnellate di scorie (C. M. GR., 47213, 888). Dati archeometallurgici Min. trattato: ematite Metallo prodotto: ferro Tipo di operazione: riduzione Materiali presenti: minerale, materiale di fornace, scorie tipi di Scoria: tipi A e B Media frg.: max. 25 cm, min. 3 cm Campionatura: sono state campionate minime percentuali di ciascun tipo individuabile sul campo. Scorie Tipo a: Colore int.: grigio piombo con iridescenze azzurre. Colore est.: grigio/nero. Magnetica: impercettibile. Tapped: si. Weathering: depositi di calcite, ossidazioni ferrose superficiali. Struttura: spugnosa, con distribuzione irregolare delle bollosit; superfici con tracce di scorrimento superiori. Porosit: molto evidente, bollosit di varie dimensioni molto frequenti, disposte in modo non uniforme, che denotano il raggiungimento di uno stato liquido accentuato conseguente ad una alta temperatura. Inclusioni: scarsissime tracce di frammenti di carbone. Scorie Tipo b: Colore int.: grigio piombo con iridescenze. Colore est.: grigio scuro. Magnetica: no. Tapped: si. Weathering: alcuni frgm. presentano una patina esterna arrossata. Struttura: scorie allo stato molto frammentario con struttura interna spugnosa ma molto pi densa rispetto al tipo A. Superfici esterne lisce, forma estremamente appiattita. Porosit: piccole, circolari, frequenti. Inclusioni: no. Microscopia: matrice = fayalite; presenza di tracce bianche ramificate = wustite o magnetite, ma pi probabilmente wustite; piccole gocce iridescenti = acqua; tracce di minerale = ferro. Si tratta di una lavorazione molto raffinata ( free flowing), con buona composizione, buona temperatura, non attivit di forgia ma riduzione di ottima qualit. Bibliografia: Enlart, 1891, pp. 230-231; Cucini-Paolucci, 1985, p. 448; Borracelli, c. s., p. 17. Sito: 9 UT: 1

Localit: Mulino delle Pile Comune: Chiusdino Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 III coord.: 1.670.86/4.778.84 Quota slm: 328 Morfologia: pianura Geologia: alluvioni antiche, terrazzi alti Acqua: fiume Merse

Condizioni del suolo: area in parte fabbricata, in parte a bosco Uso del suolo: incolto Visibilit: scarsa Descrizione Sito: vasta area pianeggiante delimitata sui lati N, E, N-O dallampia ansa che il fiume Merse forma ai piedi del Poggio della Badia, e sul lato S-O dalla strada che conduce a Luriano. Dista 2 Km in linea daria dal paese di Chiusdino. Descrizione UT: grande edificio sormontato da una torre, in buono stato di conservazione ma ampiamente rimaneggiato in tempi recentissimi, un tempo destinato alla macinazione del grano. Notizie storiche: le prime notizie reperibili nelle fonti scritte, e riferibili con certezza a questo opificio, risalgono alla seconda met del XVI sec., ma la tipologia architettonica a torrione sembra ricondurre allambito medievale. Alcuni mulini acquist in questa zona labbazia di Serena nella prima met del XIII secolo (v. Sito XX), ma le indicazioni topografiche e toponomastiche dei documenti sono vaghe e respingono nel campo della pura ipotesi ogni tentativo di identificazione di una di tali strutture con ledificio tuttora esistente. Nel XVI sec. il mulino apparteneva alla comunit di Chiusdino che lo cedette forse allabbazia di Serena quando vi giunsero i monaci vallombrosani. Limpianto rimasto in attivit fino al nostro secolo; secondo i dati della Carta Idrografica del 1893, vi era ubicata anche una gualchiera. Definizione: mulino da macina e gualchiera Periodo: Medioevo ?, Et Moderna Cron. iniziale: dubbia Cron. finale: XX sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: Molino di Chiusdino, Mulino delle Pile 1580 ca.: pianta di una serie di terreni che si dipartono dal fiume Merse, probabilmente in riferimento ad alcune propriet devolute dalla comunit di Chiusdino alla Badia di Serena quando, nei secoli XVI e XVII, vi giunsero i monaci vallombrosani. Vi compare in primo piano un mulino, facilmente identificabile con quello delle Pile, del quale si riconoscono il corpo rettangolare allungato, la torre che lo sormonta, la gora di alimentazione ed una struttura simile ad una chiusa con saracinesca nei pressi del punto di presa dellacqua (QC, Piante, 205: cm 44,5 per 30,5, penna ed acquarello su carta ). Data imprecisata (sec. XVII?): raffigurazione che sembra riferirsi alla realizzazione di una steccaia, atta a garantire una migliore alimentazione del mulino. Lautore, con un disegno curato e chiarissimo nei particolari, ha cercato di evidenziare soprattutto le opere di derivazione e sistemazione delle acque: sono ben visibili la steccaia, costruita con la tecnica a grossi pali infissi nellalveo, la gora con due punti di scolmo (uno in muratura), il bacino di raccolta dotato di canale di scolmo verso N (con didascalia cataratta), ledificio del mulino col corpo rettangolare, la torre sopraelevata, tre archi in basso dai quali fuoriesce lacqua per finire nel canale di rifiuto e tornare al fiume. Si riscontra una perfetta corrispondenza del disegno con la topografia attuale (QC, Piante, 187: cm 40 per 23,5, penna ed acquarello su carta).

1676: Molino della Comunit: serve questo fiume [Merse] a tenere andante un Molino della Comunit oggi dato a linea a Michel Angelo Perrini per mog. 5 di grano et a tutte sue spese del mantenimento della steccata posta in mezzo al fiume e costata di gran denaro alla Comunit, e questo stato il motivo dellallinearlo. Serve questo molino non solamente per il bisogno di tutto il paese, ma ancora a molte terre, e castelli, che ne hanno bisogno quando lestate va asciutta. Vi era di gi poco lontano dal mulino un Ponte di sassi molti anni fa caduto n mai rifatto vedendosene solo le vestigia. (Gherardini, Visita, p. 107). 1893: Numero dordine: 207. Canale che alimenta lopificio: gorello (lung. 750 m, dislivello m 11). Modo di derivazione: steccaia di pali e fascine. Denominazione: Pile. Uso: molino da cereali e gualchiera. Caduta m 5,10. Portata in litri: max. 850; min. 400; ord. 550; continua. Durata in mesi: max. 3; min. 3; ord. 6. Osservazioni: portata costante per due macine, in inverno per tre; nei mesi di siccit, per una macina (C. I. I., pp. 294-295). Caratteristiche idrauliche Sbarramento: i resti della steccaia si trovano immediatamente adiacenti al ponte sul Merse della strada che conduce a Luriano. Sono visibili 5 grossi pali presso la sponda destra e 2 presso la sinistra, profondamente infissi nellalveo del fiume e sporgenti in altezza per circa 1 metro. La parte centrale, cos come larmatura di sassi e fascine trasversali, andata perduta. Presa dacqua: non visibile perch del tutto interrata Canale di alimentazione: gora a cielo aperto ancora individuabile nel suo percorso anche se colmata in diversi punti; costeggia con andamento rettilineo per ca. 700 m la strada di accesso al mulino. Edificio: di grandi dimensioni, costituito da un corpo rettangolare allungato sormontato da una torre quadrangolare. Attualmente visibile solo a distanza perch completamente recintato in quanto adibito a set per la realizzazione di spots pubblicitari. stato interamente dipinto di bianco e rimaneggiato con laggiunta sullesterno del lato E di una falsa ruota verticale in legno. Ruote: si trattava di tre ruote orizzontali Canale di rifiuto: corre in direzione E-O per circa 50 metri. Bibliografia: Vichi, 1990, pp. 79, 96 Sito: 10 UT: 1

Localit: Il Mulinaccio Comune: Monticiano Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 III coord.: 1.676.52/4.781.40 Quota slm: 271 Morfologia: pianura Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: fiume Merse Condizioni del suolo: area in parte edificata e pascolo Uso del suolo: incolto Visibilit: discreta

Descrizione Sito: vasta area pianeggiante lungo il fiume Merse, distante in linea daria circa 2 Km dallabbazia di S. Galgano e 3 Km da Monticiano, delimitata ad E, N ed O dal fiume stesso ed a S dalle prime pendici delle colline che risalgono verso il paese. Descrizione UT: impianto molitorio distrutto; larea su cui sorgeva stata completamente sconvolta dalledificazione, in epoca contemporanea, di un grande fabbricato ospitante varie attivit artigianali. Dellantico edificio non rimane quindi alcuna traccia, ma si sono conservati il toponimo ed anche il sistema di alimentazione del mulino mediante un canale, ancor oggi denominato Le Gore, che corre in direzione SO-NE dal fiume Merse fino allarea attualmente edificata per poi proseguire in linea retta, come canale di rifiuto, sboccando di nuovo nel Merse. Notizie storiche: impianto molitorio di propriet dellabbazia di S. Galgano, il pi antico di cui si abbia notizia. La prima menzione, infatti, risale al 1216, e si trova in un atto di concessione del vescovo di Volterra ai monaci cistercensi riguardante lo sfruttamento idraulico nella zona: in questo atto limpianto gia definito vetus, con probabile riferimento al fatto che fu il primo mulino di propriet dellabbazia. Met di questo impianto (di cui si parla al plurale come di molendina) fu poi venduta dallabbazia ad un gruppo di privati nel 1223; da questa vendita deriv una lunga lite, i cui termini non sono del tutto chiari, che si protrasse fino al 1249, e che vide lautorit pubblica schierarsi dalla parte del monastero. Alla fine del XV sec. i monaci concessero ai Venturi di utilizzare lacqua che fuoriusciva dal mulino per un loro impianto di forgia (vedi UT 2): da questo momento in poi la struttura viene indicata col toponimo attuale di Mulinaccio. Ancora una menzione si riscontra in alcune carte riguardanti una lite coi Venturi del 1677. Secondo notizie orali il mulino rimasto in attivit fino al nostro secolo ed stato distrutto da un incendio. Definizione: mulino da macina e gualchiera Periodo: Medioevo ed Et Moderna Cron. iniziale: inizi XIII sec. Cron. finale: inizi XX sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: Molendinum vetus Sancti Galgani, Molinaccio 1216, giugno 30: si tratta della concessione allabbazia di S.Galgano, da parte del vescovo di Volterra Pagano Pannocchieschi, di alcuni privilegi riguardanti la possibilit di derivare acqua per alimentare mulini ed inoltre del possesso di terreni boscosi; nel descriverne i confini si specifica che a parte orientali est planities montis qui dicitur Seppi ad pedes cuius montis ab orientali parte est situm suprascriptum molendinum vetus Sancti Galgani cum planitie sibi pertinenti (KSG, I, c. 329 r-v) 1221, agosto 24: cessione al monastero di S. Galgano, da parte di alcuni privati, della quarta parte dei boski de Casalina pro indiviso et insulam positam ad molendinum veterum et petiam unam terre positam iuxta ipsum molendinum similiter. Confines ipsius petie terre hii sunt a primo latere Vitali Baronci de subtus abbatie Sancti Galgani de super flumen Merse; confines insule molendini veteris hii sunt a primo latere Gerardus Rubeus de subtus Petro ab alio latere steccaiam

molendini et ex aliis lateribus similiter Sancti Galgani (KSG, I, cc. 305v-306 r). 1223, agosto 1: Giovanni abate di S. Galgano, col consenso dei monaci, vende a Mangiavacca di Gherardo Rossi, Uliviero Guaschi, Ventura di Orlando medico, Novellino Gherardi del Belagaio, Bencivenne Gherardi del Tasso, Paganello Corti, Azzolino Nastasi, Palmiero Paganucci, Parapaldo Affricini, Aldobrandino Guidi, Lucchese Rigucci, Romeo Rustichelli mercante, medietatem pro indiviso molendinorum positorum in Mersa in loco qui dicitur Molendinum Vetus con tutte le loro pertinenze videlicet fuiti, gore, stecchati, macinarum, ferramentorum et edificii et supelletilium que sunt in domibus dictorum molendinorum quibus molendinis ex omnibus partibus est monasterii predicti, al prezzo di 500 den. senesi (KSG, II, c. 65r). 1223, agosto 1: convenzioni stabilite tra labate di S. Galgano e gli acquirenti del mulino. Labate promette loro che si necessarium fuerit vel utile molendina dicta removeri de loco ubi nunc sunt et expedierit ipsa constitui alibi, ad eorum constructionem et edificationem concedam de terra monasterii predicti que est circa Mersam a capite camporio Doli usque ad molendina heremitarum quondam, que sufficiat pro molendinis construendis ubicumque intra hos fines magis expedierit ea construi; in questo terreno labate si riserva di poter in seguito costruire altri mulini o restaurare i preesistenti mulini degli Eremitani. Labate promette inoltre di anticipare met delle spese necessarie per queste costruzioni, e che far trasportare con buoi e bufali del monastero la legna grossa necessaria per il mulino. Mangiavacca e gli altri mercanti acquirenti promettono di far portare senza interruzione n frode salme di frumento a macinare al mulino e non portarle a macinare in altro luogo. Nel caso in cui per qualche motivo questo impianto non potesse macinare, gli acquirenti si impegnano a portare il grano nei mulini del Piano di Campora (KSG, II, cc. 65 v-66v). 1249, novembre 17: in seguito alla lite tra gli acquirenti di una parte dei mulini e il monastero, a causa della quale il monastero si era rivolto anche al podest di Siena, il rettore del castello di Monticiano, Falcone Signorucoli, dovette intervenire e, non volendo avere problemi col monastero, sciolse gli acquirenti dal contratto stipulato, lo revoc e promise a Ugone, cellerario del monastero, di non permettere pi che i soci andassero a macinare l per tutto il tempo del suo mandato; assicur infine ad Ugone che avrebbe mantenuto indenne il monastero, sotto pena di 25 libbre di denari senesi per ogni volta che si fosse venuti meno alla promessa (KSG, II, cc. 65 v-66v). 1249, novembre 19: frate Vivolo, sindicus del convento, rivolge una petizione a Bernardino Foschi, podest di Siena, chiedendo di far relaxare preceptum et prohibitionem quod fecit dictum comune sive dictus rector pro comuni hominibus de Monticiano et maxime Bonamico Romei, Venture Gerardi, Novellino et Parapaldo et Venture Baronis, Adote Mangiavacche, Guidoni Luchesi, merchatoribus de Monticiano aut Benencase procuratori eorum pro eis, quod bladam et salmas frumenti non deferant ad molendina dicti monasteri molendi causa adque dictam bladam ad molendum deferre tenebantur ex contractu inhabito inter eos vel eorum antecessores et monasterium supradictum propter quem preceptum et prohibitionem molendina dicta impediuntur molere et quasi non lucrantur unde dictum monasterium dampna gravia sustinuit et substinet. Il podest di Siena stabil allora che salvo iure mutandi et dictam querelam et

dampna extimo 100 librarum denariorum. Quibus comuni et universitate et Rectore iam dictis legiptime citatis et perentorie requisitis et non venientibus per se vel per legiptimum responsalem pronuntiamus dictum sindicum nomine dicto monasterio fore mictendum in possessionem bonorum dicti comunis pro mensura extimationis iam dicte (KSG, II, cc. 68v-69r). 1249, novembre 24: in seguito alla sentenza del podest di Siena, il suo nunzio Restauro di Pietro dedit tenutam et introduxit [...] donnum Matheum pisanum monachum et sindicum monasterii S. Galgani recipientem et stipulantem nomine dicti monasteri de parte comunis de Monticiano de domo molendini Ripetrosi positi in flumine Merse contra dictum comune de Monticiano 100 librarum denariorum senensium minutorum pro sententia contra dictum comune (KSG, II, c. 69v). 1677: varie carte riguardanti una lite sorta tra i Venturi e labate di S. Galgano a proposito del possesso di alcuni terreni nei pressi della confluenza del Fosso Gallessa nel Merse; si documenta lavvenuto cambiamento del corso del fiume e si fornisce una pianta della zona controversa nella quale sono raffigurati anche il Mulinaccio ed i vestigi del ponte rotto della Merse (AVG, T. 41, fasc. 9). 1821: raffigurazione del sito del Molinaccio col suo sistema di alimentazione (Catasto Toscano, Comunit di Monticiano, sez. U di Canonica). 1893: Numero dordine: 208. Canale che alimenta lopificio: gorello (lung. m 2000; dislivello m 16). Modo di derivazione: steccaia di pali e fascine. Denominazione: Molinaccio. Uso: molino da cereali e gualchiera. Caduta m 4,90. Portata in litri: max. 850; min. 400; ord. 550; continua. Durata in mesi: max. 3; min. 3; ord. 6. Osservazioni: portata costante per due macine, in inverno per tre; nei mesi di siccit, per una macina (C. I. I., pp. 294-295). Caratteristiche idrauliche Sbarramento: non ne rimane alcuna traccia visibile, ma in prossimit della presa si nota che il livello dellacqua molto pi profondo e lalveo pi stretto di quanto non avvenga immediatamente a valle. Probabilmente si trattava della tipica struttura a pali verticali infissi profondamente nel letto del fiume e non di uno sbarramento pi robusto con parti in muratura. Presa dacqua: stato possibile individuarne le tracce, attualmente quasi del tutto interrate, circa 1 Km a S-O del sito del mulino, esattamente nella posizione indicata dalla mappa del Catasto Toscano. Si tratta dei resti di due murature parallele, che formavano una imboccatura larga 2 m, profondamente rimaneggiate in epoca recente con aggiunta di parti in cemento, di una saracinesca e di meccanismi in ferro. Canale di alimentazione: canale che corre su un letto pensile con argini di terra sopraelevati in alcuni tratti di circa 2 m rispetto al livello del terreno circostante. nel complesso ben conservato, anche se privo di acqua e in parte colmato, e se ne pu seguire il percorso con facilit. Allo stato attuale largo 1 m e profondo 80 cm. Circa a met del percorso si trova una struttura di scarico delle acque eccedenti, che consiste in una muratura in pietra e laterizi dotata di saracinesca in legno.
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Bacino di raccolta: non ne resta traccia poich il terreno in questo punto stato del tutto livellato per la costruzione dei fabbricati attuali; ben visibile nelle mappa del Catasto Toscano un bottaccio piuttosto ampio con la tipica forma triangolare allungata. Edificio: distrutto da un incendio agli inizi del nostro secolo, stato soppiantato dalledificio attuale, che mantiene per la stessa posizione e lo stesso orientamento N-S di quello originale. Dalla mappa del Catasto Toscano si ricava che doveva trattarsi di un edificio imponente, di ampiezza anche maggiore di quella dei grandi mulini ancora esistenti nella zona di Orgia e Brenna (Siti 15, 16, 17). Ruote: in base a testimonianze orali di anziani della zona, si ricava con certezza che limpianto era dotato di ruote orizzontali; probabilmente, vista la grandezza della struttura e la sua importanza, il mulino constava di diversi palmenti. Canale di rifiuto: ancora ben visibile il canale scavato nel terreno con sez. a V e pareti molto inclinate; largo 5 m al livello del terreno e 2 m sul fondo, profondo 2 m e lungo complessivamente m 250. Attualmente vi scorre ancora dellacqua, che per non proviene pi dalla gora, ma dai campi situati a monte tramite una canalizzazione che passa sotto la strada. Altri canali: un canale secondario, ancora visibile, si dipartiva dal bottaccio in direzione S-E e, dopo aver compiuto un angolo retto, confluiva di nuovo nel rifiuto. Bibliografia: Canestrelli, 1896, p. 109; Barlucchi, 1991, p. 91. Sito: 10 UT: 2

Localit: Il Mulinaccio Comune: Monticiano Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 III coord.: 1.676.54/4.781.46 Quota slm: 271 Morfologia: pianura Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: fiume Merse Condizioni del suolo: arato Uso del suolo: coltivazioni foraggere Visibilit: buona Descrizione Sito: vedi UT 1 Descrizione UT: spargimento di scorie ferrifere distribuite su una superficie di circa 200 mq in un campo posto immediatamente a N-E delledificio denominato Mulinaccio, in prossimit del canale di rifiuto dellantico mulino di propriet dellabbazia di S. Galgano (UT 1). Sono presenti anche frammenti di ematite elbana, laterizi ed alcuni frgg. di ceramica (invetriata, 1 frg. di maiolica arcaica, 1 frg. di graffita arcaica della met del Quattrocento); inoltre un pezzo di argilla concotta interpretabile come un frammento di una struttura produttiva. Non vi alcun resto di murature in elevato. possibile proporre una interpretazione come resti di un impianto per la lavorazione del ferro (riduzione?) databile fine XIV-inizi XV secolo.

Notizie storiche: secondo le indicazioni topografiche fornite dalla documentazione scritta, in questo luogo Antonio e Mariano Venturi fecero costruire una forgia idraulica da ferro alla fine del XV secolo. La datazione ricavabile dai reperti ceramici rinvenuti, tuttavia, sembrerebbe retrodatare lattivit siderurgica nel luogo di circa un secolo: non escluso che in tutta questa zona si svolgesse gi da tempo la lavorazione del ferro (cfr. anche UT 3), forse in relazione con lattivit del monastero di S. Galgano, che possedeva tra laltro il contiguo impianto molitorio (UT 1). Limpianto costruito dai Venturi, che nel 1567 risulta gi inattivo da 45 anni, viene acquistato da Scipione Venturi in previsione di un ripristino dellattivit, evidentemente mai avvenuto, visto che nel 1579 viene ormai definito semplicemente chasa. Definizione: impianto per lavorazione del ferro (riduzione?) e distendino. Periodo: Medioevo, Et Moderna Cron. iniziale: fine XIV-inizi XV sec. Cron. finale: seconda met XVI sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: Distendino/ Battiferro di S. Galgano Epoca imprecisata (dal contesto si deduce un riferimento alla fine del XV sec.): Mariano et Antonio Venturi fecero fare un battiferro o distendino nellabbadia di S. Galgano presso al mulino, hoggi detto il Mulinaccio, quale torn in parte alli figli di Antonio et essi lo donarono a Agnolo Venturi. (AVG, T. 40, fasc. 4, regesto di documenti perduti). 1567: Battiferro da distendare il ferro da fare chiodi quale avevamo gi nella parte di Santo Galgano presso al loro mulino della Mersa presso alla ghiesa per via era in comunione co e figli di Antonio Venturi nostri gugini e nella divisione facemo fra loro e noi lano 1537 [...]. Questo distendino overo battiferro lo fenno fare Antonio Venturi e Mariano nostro padre e cera compagnia con certi fiorentini delli Squarcialupi con certe convenzioni fra loro. Questa struttura, dopo un abbandono di 45 anni, nellanno in cui si scrive stata ricomprata da Scipione Venturi, fratello di Agnolo, in previsione di riprendere il lavoro; si specifica che il distendino funzionava per licenza dei monaci di S. Galgano col patto di ricevere lacqua dal loro mulino in cambio del pagamento di un certo quantitativo di cera allanno (AVG, T. 4, p. 25). 1579, aprile 2: Scipione Venturi d in affitto a Nicol Sergardi una sua chasa presso labbazia di S. Galgano che era stata costruita dai suoi antenati per servizio di distendere il ferro da fare chiodi che pigliava lacqua quando usciva dal molino di S. Galgano api il convento. (AVG, T. 31, fasc. 31). Dati archeometallurgici Min. trattato: ematite Metallo prodotto: ferro Tipo di operazione: riduzione?, forgiatura? Materiali presenti: minerale, scorie, frammento di forno (?) Tipo di Scoria: tipi A e B Media frg.: max. 8 cm, min. 3 cm Campionatura: sono state raccolte tutte le scorie presenti in superficie

Scoria Tipo a: Colore int.: grigio piombo con iridescenze, venature color ruggine per ossidazione. Colore est.: grigio scuro e marrone scuro. Magnetica: no. Tapped: si. Weathering: notevoli depositi di calcite, ossidazioni ferrose superficiali. Struttura: molto spugnosa, irregolare distribuzione delle porosit. Sporadiche tracce di tapping, in alcune sembra quasi assente. Porosit: molto frequenti, medio-piccole, di forma irregolare. Inclusioni: molte tracce di frgm. di carbone. Scoria Tipo b: Colore int.: grigio scuro. Colore est.: grigio scuro lucido. Magnetica: no. Tapped: no. Weathering: depositi di calcite, ossidazioni ferrose superficiali. Struttura: superficie inferiore piuttosto compatta, presenza di bollosit ma non spugnosa. Porosit: circolari, medio-piccole, non molto frequenti. Inclusioni: piccolo frgm. di quarzo. Bibliografia: Giovagnoli, 1992, pp. 12-13 e nota 37 Sito: 10 UT: 3

Localit: Le Gore Comune: Monticiano Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 III coord.: 1.676.22/4.781.10 Quota slm: 271 Morfologia: pianura Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: fiume Merse Condizioni del suolo: vegetazione erbacea Uso del suolo: pascolo Visibilit: nulla Descrizione Sito: v. UT 1 Descrizione UT: area pianeggiante nella quale viene segnalata la presenza di scorie ferrifere in una istanza di concessione per sfruttamento minerario dellanno 1952 (C. M. GR., 47/217, 917, 7 Ottobre 1952). La richiesta specifica che la zona in questione ubicata a circa Km 3 a N-NO dellabitato di Monticiano, tra la strada statale Senese-Aretina ed il torrente Merse. Su terreno agricolo pianeggiante senza alberi, coltivato a grano, circa m 200 a S-SO della casa il Mulinaccio si riscontra un certo quantitativo di scorie ferrifere distribuito su circa mq 300 [...]. Scorie ferrifere costituite da ciottoli di minerale pi o meno ridotto dal fuoco, con presenza anche di oligisto, magnetite ecc. Lo spessore del deposito al massimo di cm 50-70. Si calcola di poter ricavare un totale di 400-500 quintali di scorie con tenore di ferro dal 40% al 50% [...]. difficile stabilire lorigine di tali scorie. Attualmente larea descritta non pi coltivata ma adibita a pascolo e recintata: a causa della vegetazione erbacea la visibilit del tutto annullata e non quindi possibile verificare la presenza o meno delle scorie descritte dalla fonte. Notizie storiche: Definizione: area di lavorazione del ferro Periodo: dubbio Cron. iniziale: dubbia Cron. finale: dubbia

Sito: 11

UT: 1

Localit: Defizio Comune: Chiusdino Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 12O II coord.: 1.680.30/4.781.80 Quota slm: 227 Morfologia: pianura Geologia: depositi alluvionali antichi, terrazzi alti Acqua: fiume Merse Condizioni del suolo: bosco, macchia, vegetazione erbacea Uso del suolo: incolto Visibilit: scarsissima Descrizione Sito: area pianeggiante di forma triangolare allungata, delimitata ad E dalla sponda sinistra del fiume Merse, ad O dalle pendici scoscese del Masso degli Zingari e del Poggio Romitello. Il sito si trova in una zona piuttosto selvaggia, non abitata, priva di viabilit. raggiungibile, dalla localit Casa Vecchia, con un difficile cammino attraverso i boschi oppure, dal Podere Mallecchi, con un sentiero parallelo al Merse e poi passando a guado il fiume. Larea che, a differenza della zona circostante, si presenta priva di vegetazione ad alto fusto, doveva essere in passato disboscata e probabilmente coltivata. Descrizione UT: in questa localit viene segnalata la presenza di accumuli di scorie ferrifere in una istanza di concessione per sfruttamento minerario dellanno 1952 (C. M. GR., 47/218, 907; 10 Nov. 1952). La domanda specifica che la zona richiesta in permesso stata controllata sulla carta topografica e sul terreno e si riscontrato che i cumuli di scorie da asportare ricadevano circa 200 m a N della zona richiesta, in localit Podere Defizio [...]. Il cumulo accertato di scorie si estende su unarea rettangolare di m 25 per 15 ed i limiti sono stati accertati con piccoli scavi. Accettando come altezza media del cumulo il valore di m 1,20 ne risulta un cubaggio di 400 m cubi di scorie miste a terra per un tonnellaggio complessivo probabile di circa 300 tonnellate. Circa 20 m ad O di questo cumulo ne esiste un altro, meno visibile perch spianato e ricoperto di terra vegetale, ma che stato individuato con alcuni piccoli scavi. La consistenza di questo secondo cumulo non si potuta valutare neanche in via approssimativa [...]. I cumuli di scorie in localit Podere Defizio sono ubicati vicino ad una antica fonderia, di epoca etrusca, di cui rimangono tracce di muri in pietrame [...]. Dalla visita dellarea richiesta risultato che nel versante E della collina Masso degli Zingari esistono le tracce di vecchi lavori minerari ed esattamente limbocco di due vecchie gallerie ormai franate e ricoperte da fitta boscaglia. Si suppone che con questi lavori si coltiv un giacimento di minerali di ferro, ematite e magnetite, che poi venivano fusi nel vicino forno. Due successive ricognizioni effettuate sul luogo e la ripulitura del terreno dalla vegetazione, non hanno dato alcun risultato: non si riscontrata traccia delle scorie descritte dalla fonte n dei resti di alcun edificio. Anche le gallerie citate dallistanza di concessione non sono state individuate. Notizie storiche: il toponimo Defizio, che ancor oggi contraddistingue la localit in questione, gi di per se stesso molto interessante, in quanto con tale

specifico termine (nelle sue varianti hedifitium, defitium, deficio, edifizio ecc.) nella documentazione medievale si designano spesso le strutture destinate alla lavorazione del ferro ed in particolare quelle che facevano uso dellenergia idraulica. Tale dato, associato alle particolareggiate indicazioni fornite dallistanza di concessione mineraria, porta con buona certezza ad ipotizzare la presenza nel sito di una ferriera idraulica di epoca medievale. Il fatto che attualmente non vi siano pi tracce di scorie o di strutture murarie spiegabile con lasportazione totale degli accumuli negli anni 50 del nostro secolo. Definizione: ferriera ? Periodo: Medioevo? Cron. iniziale: dubbia Cron. finale: dubbia Sito: 12 UT: 1

Localit: Bagni di Petriolo Comune: Monticiano Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 II coord.: 1.687.14/4.772.20 Quota slm: 157 Morfologia: pianura di fondovalle Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi alti Acqua: torrente Farma Condizioni del suolo: bosco Uso del suolo: incolto Visibilit: discreta Descrizione Sito: angusta striscia pianeggiante sul fondovalle del Farma, che scorre in questa zona profondamente incassato fra alte colline coperte di bosco ed in questo punto forma un bacino largo e piuttosto profondo. Il sito si trova circa 150 m a S-O dei ruderi delle terme medievali di Petriolo ed raggiungibile con un sentiero lungo il Farma. Descrizione UT: il mulino, noto esclusivamente dalle fonti scritte, stato completamente distrutto dalla costruzione del grande ponte sul Farma della S. S. 223 Siena-Grosseto. Rimangono poche tracce di murature. Notizie storiche: sappiamo che nella seconda met del XIV sec. lOspedale di S. Maria della Scala aveva degli interessi in un mulino ubicato presso i bagni di Petriolo; nel 1380, infatti, ne vendette la met. Non possibile stabilire se potesse trattarsi dello stesso impianto documentato ancora nel Catasto del 1821 e nella Carta Idrografica del 1823. Non se ne hanno altre notizie. Periodo: dubbio Cron. iniziale: dubbia (met XIV sec.?) Cron. finale: XIX sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: mulino di Petriolo 1821: raffigurazione del molino, col gorello e la gora ( Catasto Toscano, Comunit di Monticiano, sez. H di Petriolo, part. 101 e 102).

1893: Numero dordine: 206. Canale che alimenta lopificio: gorello (lung. m 800; dislivello m 6,50). Modo di derivazione: steccaia di pali e fascine. Denominazione: Petriolo. Uso: molino da cereali. Caduta m 3,70. Portata in litri: max. 90; min. 7; ord. 31; non continua. Durata in mesi: max. 4; min. 4; ord. 4 (C. I. I., pp.294-295). Caratteristiche idrauliche Canale di alimentazione: dalla mappa del Catasto Leopoldino risulta costeggiare il torrente per ca. 700 metri; attualmente sono visibili le tracce del tratto terminale del canale, circa 50 m, quasi totalmente interrato. In un punto in prossimit del viadotto si osserva un tratto di muro, probabilmente di sostegno alla gora lungo la sponda del torrente; si tratta di una muratura in pietre di pezzame molto irregolare con presenza di alcuni conci pi grandi squadrati e zeppe in laterizio, conservata in lunghezza per 6 m ed in altezza per 2 m, con fondazione sulla roccia della riva del Farma. Bacino di raccolta: attualmente non pi visibile, dalla mappa catastale risulta di piccole dimensioni e forma molto allungata. Edificio: nel punto in cui raffigurato dal catasto Leopoldino si riscontrano tratti di murature in laterizi e pietre molto irregolari. Dalla mappa si ricava che si trattava di un edificio piuttosto piccolo. Ruote: vista la conformazione del terreno, doveva trattarsi di un mulino a ruota orizzontale, probabilmente ad un solo palmento. Bibliografia: Epstein, 1986, p. 89 Sito: 13 UT: 1

Localit: Mulino Ornate Comune: Monticiano Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 II coord.: 1.686.82/4.777.04 Quota slm: 158 Morfologia: versante collinare Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: fosso Ornate Condizioni del suolo: vegetazione erbacea Uso del suolo: pascolo e incolto Visibilit: discreta Descrizione Sito: terreno lievemente digradante in direzione E lungo la sponda sinistra del fosso Ornate a poca distanza dalla sua confluenza nel Merse. In questo punto transitava anche la vecchia strada grossetana che attraversava lOrnate per mezzo di un ponte ora crollato. Descrizione UT: impianto molitorio distrutto, ridotto ad un ammasso di grandi pietre squadrate, unico resto delledificio. N gora n bottaccio sono pi visibili: secondo la mappa catastale la gora era lunga ca. 600 m e seguiva con andamento sinuoso il corso dellOrnate. Le dimensioni non sono precisabili: dalla mappa catastale e da notizie orali si ricava che doveva trattarsi di un impianto piccolo, con poca autonomia di macinazione a causa della scarsit dellacqua.

Notizie storiche: un mulino esistente su questo corso dacqua registrato nella Tavola delle Possessioni del 1320; non se ne hanno notizie successive fino alla registrazione nel Catasto del 1821 e nella Carta Idrografica del 1893; stato completamente distrutto dalla costruzione di un viadotto della S. S. 223 SienaGrosseto. Secondo notizie orali limpianto, a ruota orizzontale, non macinava cereali ma castagne, come molti altri impianti impianti di tale tipo in questa zona dalleconomia povera. Era gi in rovina al momento della distruzione. Definizione: mulino da macina Periodo: dubbio (Medioevo?) Cron. iniziale: dubbia (XIV sec.?) Cron. finale: anni 50 del nostro secolo Fonti Toponomastica nelle fonti: mulino in flume de lOrnate, mulino Ornato 1320: nella Tavola si registra la met di un mulino in flume de lOrnate, con domus e palmenti (Estimo, 74, c. 305 v.). 1821: raffigurazione del mulino col suo gorello che costeggia lOrnate (Catasto Toscano, Comunit di Monticiano, sez. E di Castel di Tocchi, part. 28). 1893: Numero dordine: 204. Canale che alimenta lopificio: gorello (lung. m 700; dislivello m 9,80). Modo di derivazione: steccaia di pali e fascine. Denominazione: Ornato. Uso: molino da cereali. Caduta m 6,90. Portata in litri: max. 95; min. 7; ord. 32; non continua. Durata in mesi: max. 4; min. 4; ord. 4 (C. I. I., pp. 294-295). Sito: 14 UT: 1

Localit: Mulino di Mugnone Comune: Sovicille Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 I coord.: 1.684.66/4.785.62 Quota slm: 175 Morfologia: pianura Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: fiume Merse Condizioni del suolo: vegetazione erbacea Uso del suolo: coltivazioni foraggere Visibilit: buona Descrizione Sito: campo pianeggiante situato nella pianura ai piedi del Poggio Pescille, distante in linea daria dal paese di Orgia circa Km 1,5; confina ad E con la sponda sinistra del fiume Merse ed facilmente raggiungibile dalla strada in direzione Cerreto a Merse. Descrizione UT: grande edificio, costituito da vari corpi di fabbrica giustapposti, abbandonato ed in rovina, situato a pochissima distanza dal fiume. Notizie storiche: il mulino di Mugnone compare per la prima volta nelle fonti scritte nel 1237, quando due privati donano allOspedale di S. Maria della Scala 3/8 dellimpianto. Seguono acquisti da parte dellOspedale o donazioni allo stesso nel 1240 e 1248, un contratto di affitto nel 1272, lappropriazione da parte

dellOspedale di parti del mulino in seguito al mancato pagamento di debiti contratti da alcuni comproprietari nel 1274 e 1275, infine altri acquisti di quoteparti nel 1281, 1284, 1286 (Putrino, 1993-1994, pp. 82-89); da documenti del 1275 e 1277 sappiamo che vi avevano alcuni interessi anche membri della famiglie Incontri e Tolomei. Il mulino era diviso in parti fino ad 1/32. Allinizio del XIV sec. lOspedale stipul vari contratti per locare in affitto il mulino, in uno dei quali, del 1313, si prevede la costruzione di due pile per gualcare i panni (Putrino, 1993-1994, p. 89). Successivamente non se ne hanno altre notizie nella documentazione scritta fino alla registrazione di un mulino cos chiamato nel Catasto del 1820. Limpianto rimasto in attivit fino alla Seconda Guerra Mondiale. Definizione: mulino da macina, poi anche gualchiera Periodo: Medioevo ed Et Moderna Cron. iniziale: met XIII sec. Cron. finale: prima met XIX sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: mulino di Mugnone/Mugnoncino 1237: il giudice Bonagrazia figlio di Iacomo e Bonincontro di Ruggero Guazzetti, per rimedio ai loro peccati, donano a Cacciaconte rettore dellOspedale di S. Maria integram nostram partem videlicet de octo partibus tres partes pro indiviso molendini de Mugnone (Ospedale, 71, cc. 317v-318r). 1275, settembre 4: Roffredo di Bramanzone per un totale di lire 3200 vende ad Andrea del fu Cristofano Tolomei una gran quantit di terre confinanti col fiume Merse ed inoltre la sua parte del mulino detto del Mugnoncino. Di seguito, ma nellanno 1277, Boncambio di Bramanzone di Incontro vende allo stesso Andrea varie case e terre nei pressi del Merse e la sesta parte del mulino di Mugnoncino (DT). 1277, novembre 8: Boncambio di Bramanzone di Incontro vende ad Andrea del fu Cristofano Tolomei varie case e terre presso il Merse e la trentaduesima parte del mulino di Mugnone (DT). 1825: la mappa raffigura un mulino da cereali denominato Mulino di Mugnone che riceve acqua non dal Merse, dal quale pure si trova a pochissima distanza, bens da un canale proveniente da O (Catasto Toscano, Comunit di Sovicille, sez. L di Orgia, part. 94). 1893: Numero dordine: 201. Canale che alimenta lopificio: gorello che capta la sorgente del pantano di Orgia (lung. m 650; dislivello m 7,50). Modo di derivazione: canali raccoglitori. Denominazione: Mugnone. Uso: molino da cereali e gualchiera. Caduta: m 3,90. Portata in litri: min. 200; ord. 200; non continua. Durata in mesi: ord. 12. Osservazioni: lacqua delle due sorgenti del Pantano di Orgia sufficiente per un palmento in azione continua; si deve solo fermare due ore al giorno perch si riempia la stessa gora (C. I. I., pp. 294-295). Caratteristiche idrauliche Canale di alimentazione: questo mulino, almeno nella sua forma pi recente, presenta la peculiare caratteristica di non ricevere lacqua dal pur vicinissimo fiume Merse, ma piuttosto da un fosso che ha origine ai piedi del Poggio Pescille e,

scorrendo in linea retta in direzione O-E, raccoglie le acque di scolo dei campi circostanti e quelle che scendono dalle alture che delimitano il piano di Orgia. Si tratta quindi di un canale artificiale di raccolta delle acque sorgive e superficiali per evitare limpaludamento della pianura; questarea infatti particolarmente ricca di acqua, che scorre in abbondanza non solo in questo canale ma anche in molti altri di stesso tipo nelle vicinanze, tutti sboccanti nel Merse. Bacino di raccolta: non ne rimane traccia ed anche dalla raffigurazione della mappa catastale ottocentesca sembra che lacqua scorresse direttamente al di sotto delledificio. Edificio: grande struttura costituita da diversi corpi di fabbrica giustapposti, probabilmente di epoche diverse. La maggior parte delle murature non sembrano risalire al periodo medievale: soltanto il corpo situato a S, di forma rettangolare, costruito con muratura di pietre irregolari e pietre angolari ben squadrate, anche se molto rimaneggiato, paragonabile col tipo di apparecchiatura utilizzata nei vicini mulini medioevali del Pero e Serravalle (Siti 15 e 16). Ledificio deve essere stato pesantemente modificato nella sua struttura originale, e probabilmente pi volte ricostruito in alcune sue parti, a causa dei danni subiti durante le piene del Merse: da notizie orali risulta infatti che, in caso di straripamento del fiume, il mulino restava sommerso fino a met altezza. Linterno non ispezionabile a causa dei crolli. Ruote: si trattava certamente del tipo a ritrecine. Canale di rifiuto: attualmente del tutto obliterato, per ben visibile nel catasto ottocentesco. Bibliografia: Putrino, 1993-1994, pp. 82 e sgg. Sito: 15 UT: 1

Localit: Mulino il Pero Comune: Sovicille Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 I coord.: 1.681.90/4.786.22 Morfologia: pianura Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: fiume Merse Condizioni del suolo: area fabbricata Uso del suolo: incolto Visibilit: molto buona Descrizione Sito: il sito su cui sorge il mulino si trova allestremit NE del paese di Brenna su unarea pianeggiante, occupata da vari edifici, delimitata a N dalla strada che conduce al paese e a S dal canale di alimentazione del mulino stesso. Descrizione UT: imponente mulino fortificato, ben conservato in tutta la sua altezza, complessivamente poco rimaneggiato, anche se in parte vi si addossano alcuni edifici di epoca pi recente. Molto ben conservato il sistema di alimentazione idrica ed in particolare la lunga gora che, con un percorso di diversi chilometri, deriva lacqua dal fiume Merse conducendola fino a questo impianto ed ai successivi mulini Serravalle e Palazzo (Siti 16 e 17).

Notizie storiche: questo impianto con sicurezza identificabile, sulla base delle indicazioni topografiche e toponomastiche contenute nelle fonti scritte, con uno dei due mulini costruiti nei pressi di Brenna dallAbbazia di Torri, in compropriet col comune di Siena, attorno alla met del XIII secolo. A questa fase risale anche la costruzione del complesso sistema di alimentazione idrica che riforniva tutti i mulini della zona e che raggiungeva alti livelli di applicazione tecnica. Nel 1258 il comune di Siena vendette la propria met allabbazia di S. Galgano e ad alcuni privati. Nella seconda met del XIV sec. lArte della Lana di Siena vi possedeva una gualchiera. Poche le notizie riguardanti questo edificio in epoca post-medievale: si sa comunque che rimasto in attivit fino agli anni 50 del nostro secolo. Laspetto attuale delledificio risale probabilmente alla fase di fortificazione di fine XIV sec., che fu necessaria a causa della crescente insicurezza delle campagne. Definizione: mulino da macina e gualchiera Periodo: Medioevo Cron. iniziale: prima met XIII sec. Cron. finale: XX sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: Molino del Pero, a li perelli, al pero, de Brenna 1245, gennaio 20: il comune di Siena prende i monaci ed i conversi dellabbazia di SS. Trinit e Mustiola di Torri sotto la propria tutela; lAbate Alberto promette allora al podest Leonardo Buccadabate di facere et construere a molendino de Saxis inferius usque ad moram que est super stechatam Cathalani et filiorum Guazini et ab inde supra in flumine Merse, duas domos eque bonas de muro et calce et altitudine et amplitudine ut sunt domus dicte abbatie que sunt ibi supra in dicto flumine, excepta Volta, et in qualibet earum quattuor molendina pro ipsa ecclesia et comuni Senensi et ea constructa et completa [...] bene actata et preparata cum stecchatis, goris, fuitis, et molis et feramentis et omnibus apparatibus suis prout melius expedierit sine fraude expensis omnibus et fortuna monasteri supradicti. Et terram in predictis necessariam conferre que est pro maiori parte monasteri supradicti, de quibus omnibus cum predicto comuni societatem contraho et facio pro eo monasterio supradicto. Per 5 anni tutti i proventi sarebbero andati allabbazia come compenso della spese sostenute, e tutte le riparazioni necessarie sarebbero state fatte a carico del monastero; trascorsi i 5 anni gli edifici sarebbero passati in piena compropriet. Vi era anche la promessa di cessione, se il comune lo avesse ritenuto necessario, dei diritti sulla met dei mulini, delle cose che contenevano e della terra su cui erano stati costruiti, con garanzia di evizione della terra concessa dal monastero. Si prometteva inoltre di construere a molendino de Saxis superius in terra monasterii, una cum dicto comuni, unum hedificium in quo possint quattuor molendina et terram necessariam conferre et hoc si comuni dicto placuerit: i diritti sarebbero stati da subito a met col comune di Siena. Inoltre, se in futuro il comune avesse voluto edificare dei mulini in luogo detto Citinaia Longa, gli sarebbe stato permesso e concessa la terra necessaria insieme a tutta la legna e le pietre indispensabili per la costruzione (Cecchini, 1932-1991, II, n. 370, pp.549-

552); v. anche Siti 17, 5, XVI. 1258, dicembre 2: il comune di Siena, avendo bisogno di denaro per pagare le spese della costruzione delle mura cittadine ed estinguere i debiti contratti presso gli usurai, con lapprovazione del Consiglio Generale della Campana e del Popolo, vende a Viviano, monaco e procuratore dellabbazia di San Galgano, e a Viviano di Giullo la met (a Viviano di Giullo la quinta parte della met, al monastero i restanti 4/5 della met), a Pietro di Scotto di Domenico e Jacopo Angheleri laltra met (a Iacopo la quarta parte della met, a Pietro i restanti 3/4 della met) del mulino del Palazzo di Orgia ed inoltre la medietatem pro indiviso duarum domorum et molendinorum positorum et positarum in dicto flumine in contrata de Brenna quas domos et molendina Comune Senarum habet comunia cum monasterio Sancte Mustiuole de Turri cum goris fuitis torcitoriis aquarum cursibus alveis domibus palmentis molis ferramentis ducciis capomalliis plateis terris cultis et incultis lapidiciniis massaritiis hedificiis et instrumentis et habilitatibus et accessibus et egressibus suis usque in vias pubblicas per un prezzo totale di 4250 lire senesi (KSG, II, cc. 81-82v); v. anche Sito 17. 1260, aprile 25: Donno Galgano monaco di S. Galgano compra da Pietro figlio di Scotto Domenichi quattro parti di diciotto parti dellintero di duarum domorum et molendinorum et molarum que sunt in eis et ferramentorum et massaritiarum et instrumentorum et gorarum et omnium pertinentiarum eorum positorum in flumine Merse ad Brennam in loco dicto i perelli; acquista inoltre da Viviano di Giullo una parte di diciotto parti dellintero delle suddette case e mulini (KSG, II, cc. 94v-95v); v. anche Sito 17. 1262: diversi riferimenti a questi mulini, alla loro costruzione e manutenzione ed alle infrastrutture viarie ad essi connesse furono inseriti nel Constituto del comune di Siena (Zdekauer, 1897, pp. 316, 370). 1309-1310: in una rubrica del Costituto del comune di Siena, con la quale si regolamentano le unit di misura della farina, si cita il molino de Brenna (Lisini, 1903, vol. II, p. 68). 1318: il monastero di S. Galgano habet quartam partem pro indiviso unius petie terre laboratorie et vineate cum domo et molendino posite in curia Brenne loco dicto Molino del Pero [...] relique partes sunt Abbatie de Torri et heredum Vive et Ianini Bernardi; la parte di S. Galgano stimata 549 lire e lintero 2199 lire (Estimo, 118, c. 285v). 1391, ottobre 14: petizione da parte dellArte della Lana che possiede in flumine Merse edifitia et gualcherias in loco dicto al Pero. Quod edifitium et gualcherias dicta ars est in compositione vendere dictis vestris civibus dicte artis cum certis modis et conventionibus inter partes habitis inter cetera. Si richiede che ibi per dictos cives debeat fieri duo palmenta et fiat ibi fortilitium quod teneri et custodiri possit ab omni gente inimica quando casus accideret quem deus avertat. Et hoc fit ad hoc quando panni portabuntur ad gualcherias et quando deferretur ibi granum ad macinandum per vestros cives possint habere refugium tam de personis quam de rebus in dicto fortilitio et istud videtur esse utilissimum pro vestra civitate. Quia si casus accideret quod gente inimica veniret [...] istud novum molendinum quod fieri intenditur cum molendina heredum Iacobi Vannis Ghini que propinqua sunt fulcirent de macinatu totam vestram civitatem et de aliis molendinis que sunt in vestro comitatu et massis ( Consiglio Generale, 197, c.
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16r-v). 1825: raffigurazione del Molino del Pero con la sua gora e bottaccio (Catasto Toscano, Comunit di Sovicille, sez. O di Brenna e Stigliano). 1893: Numero dordine: 209. Canale che alimenta lopificio: gorello (lung. m 5100; dislivello m 42). Modo di derivazione: steccaia di travi, fascine e sassi. Denominazione: Pero. Uso: molino da cereali e da scorza. Caduta m 4,30. Portata in litri: max. 550; min. 360; ord. 360; continua. Durata in mesi: max. 4; ord. 8. Osservazioni: portata costante per 3 macine dinverno e 2 destate (C. I. I. , pp. 294-295). Caratteristiche idrauliche Sbarramento: si tratta di una steccaia a sbarramento totale dellalveo del fiume Merse, lunga 46 m e larga 5,5 m, in un punto situato circa 2 Km a monte del mulino. La tecnica costruttiva con cui realizzata consiste nellinfiggere profondamente nel letto del fiume varie file parallele di pali in modo che sporgano in parte sopra il livello naturale dellacqua; gli spazi fra i pali sono poi riempiti con fascine, intrecci di giunchi e sassi. Il livello dellacqua viene quindi innalzato a monte formando una sorta di bacino largo e profondo, mentre a valle lacqua che tracima sopra la steccaia si distribuisce in modo ineguale su un ampio letto caratterizzato dalla presenza di isolotti ed aree asciutte. ovvio che, trattandosi di una struttura costruita con materiali deperibili e soggetta ad una forte usura, quella attualmente visibile il risultato di modifiche e ricostruzioni avvenute successivamente nei secoli: comunque un chiarissimo esempio della tecnica impiegata anche in epoca medievale. Presa dacqua: si trova pochi metri a monte della steccaia; consiste in un muro in pietra, largo 3 m ed alto altrettanti sopra il pelo dellacqua, che sbarra lingresso della gora e permette di regolare lafflusso dellacqua per mezzo di una saracinesca di legno equipaggiata con meccanismi in ferro. Sul lato verso la gora visibile, semisommersa, la bocchetta quadrangolare di alimentazione larga 50 cm. Il primo tratto della gora sostenuto su entrambi i lati da murature in pietra. Canale di alimentazione: canale artificiale, in cui scorre tuttora acqua abbondante, che, con un percorso complessivo di oltre 6 Km, collega il Merse con i mulini del Pero, di Serravalle e del Palazzo. Nel tratto iniziale si discosta dal fiume e compie una curva in direzione del Podere Campalfi, segue poi un tratto quasi rettilineo fino ai piedi del Podere Montestigliano. Da questo punto in poi il canale scorre parallelo al fiume, seguendo la curva dellansa, ma si trova a circa 15 m di dislivello rispetto al corso dacqua principale; mantenuto in quota lungo le pendici della collina grazie al profondo scavo dellalveo ed alti argini di terra; inoltre in alcuni punti sono state scavate delle gallerie artificiali, dotate di sostegni in muratura, per attraversare alcuni speroni di roccia che ostruivano il percorso del canale. Giunto in prossimit di Brenna il canale compie un angolo retto in direzione E e costeggia il paese fino a giungere al mulino. Secondo notizie orali, fino ad alcuni decenni fa la gora veniva periodicamente svuotata e ripulita, offrendo cos anche ottime possibilit per la pesca. Bacino di raccolta: in prossimit del mulino la gora si allarga a formare un bacino triangolare allungato; qui lacqua, sbarrata dalla parete S delledificio, saliva di livello ed entrava nelle condotte forzate. Sul lato E il bottaccio era dotato

di una chiusa che regolava laltezza dellacqua e alloccorrenza la deviava del tutto o in parte in un canale secondario che confluiva di nuovo nella gora sul fronte delledificio. Edificio: alta torre quadrangolare costruita con una muratura a corsi subregolari di pietre non squadrate, zeppe in laterizio, grandi pietre angolari ben squadrate; la parte inferiore a scarpa. Piccole finestre originali ad arco tondo si trovano in alto sui lati S, N, O; non vi sono aperture dingresso nella facciata della torre (lato N). In alto sono presenti piombatoi in mattoni su mensole di tre pietre stondate aggettanti successivamente, ora semidiruti. Altri identici sono sul fronte E. Alla sommit visibile una merlatura completa in pietra, ora sormontata da un tetto in lamiera, con feritoie in molti merli. Linterno delledificio non accessibile. Accanto alla torre, addossato al lato E, si trova un corpo rettangolare pi basso, probabilmente coevo, nel quale si apre a met altezza la porta dingresso ad arco tondo cui si accede con una scala, rifatta, che scavalca la gora. Allinterno, a pianterreno, vasto ambiente coperto da volta a botte in pietra. Condotte: attualmente non visibili in quanto si trovano sul lato S, cui si addossano altri edifici. Ruote: si trattava di ritrecini; secondo notizie orali, in epoca recente erano 6. Meccanismi: diverse macine sono riutilizzate nei pressi delledificio o abbandonate negli ambienti annessi. Canale di rifiuto: sul fronte delledificio lacqua che fuoriesce in basso dallinterno del mulino si ricongiunge con il gorello di scolmo del bottaccio e defluisce di nuovo nella gora che prosegue verso il mulino di Serravalle. Altro: nelledificio annesso alla torre sul lato O si trovava un frantoio idraulico di cui restano in situ le mole. Allesterno del corpo E si trova una vasca, dotata di meccanismi in ferro, che secondo notizie orali serviva fino ad epoca recente per lavare la lana. Bibliografia: Repetti, V, p. 546; Cammarosano-Passeri, 1976, pp. 375, 379; Piccinni-Francovich, 1976, p. 264; Balestracci, 1981, pp. 137-138; Barlucchi, 1991, pp. 93, 102. Sito: 16 UT: 1

Localit: Mulino di Serravalle Comune: Sovicille Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 I coord.: 1.682.56/4.787.26 Quota slm: 186 Morfologia: pianura Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: fiume Merse Condizioni del suolo: area fabbricata Uso del suolo: incolto Visibilit: buona Descrizione Sito: area pianeggiante, occupata da vari edifici e da un complesso industriale (cotonificio) ora abbandonato, situata lungo la strada che conduce a Brenna, circa a met percorso tra il paese ed il bivio per Orgia.

Descrizione UT: mulino fortificato a torrione, conservato in tutta la sua altezza ma ampiamente rimaneggiato, cui si addossano vari edifici di epoca pi recente. Molto ben conservato il sistema di alimentazione idrica ed in particolare la gora che proviene dal Mulino del Pero e prosegue poi verso il Mulino del Palazzo. Notizie storiche: questo impianto da identificarsi con uno dei mulini costruiti alla met del XIII sec. dallabbazia di Torri in compropriet col comune di Siena. In seguito, suddiviso in varie quote-parti, appartenne anche a privati cittadini ed al monastero di S. Galgano. Poche sono le notizie riguardanti questo edificio in epoca post-medievale: da notizie orali si sa che rimasto in funzione, ma solo per la macinazione di mangime per animali, fino al nostro secolo, mentre i cereali venivano macinati nel mulino interno al complesso industriale ad esso affiancato in epoca moderna. Probabilmente anche questo edificio sub interventi di fortificazione nel XIV sec. come il vicino, e per molti aspetti simile, Mulino del Pero. Definizione: mulino da macina Periodo: Medioevo Cron. iniziale: prima met XIII sec. Cron. finale: XX sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: mulino de Serravalle 1245, gennaio 20: v. Sito 15 1271-1272: molti contratti di vendite, da parte di privati, di terreni posti nelle vicinanze del mulino di Serravalle. Gli acquirenti sono il monastero di S. Galgano, il monastero di Torri, i figli di Scotto Dominici, Viva e Giullo figli di Viviano Giulli: tutti vengono definiti consortes in molendino de Serravalle (KSG, II, cc. 109117). 1281, gennaio 13: Viviano di Pandolfino, per 400 lire senesi, vende a frate Maffeo del monastero di S. Galgano una parte di dodici di un mulino posto nel Merse in plano quod est inter Stillianum et Orgiam quod vulgariter dicitur molendinum de Serravalle (KSG, II, cc. 95v-96v). 1318: il monastero di S. Galgano habet quartam partem pro indiviso quorundam molendinorum positorum in curia Stilliani in flumine Merse cum domibus et terra laboratoria dictis molendinis contigua cui ex una via, ex una via, ex una Mersa Vechia et ex una Mersa Vechia; la propriet stimata in tutto 4000 lire e per la parte del monastero 1000 lire (Estimo, 118, c. 284r). 1825: raffigurazione del Molino di Serravalle con gora e bottaccio ( Catasto Toscano, Comunit di Sovicille, sez. O di Brenna e Stigliano, part. 1 e 2). 1893: Numero dordine: 210. Canale che alimenta lopificio: gorello (lung. m 5100; dislivello m 42). Modo di derivazione: steccaia di travi, fascine e sassi. Denominazione: Serravalle. Uso: molino da cereali. Caduta m 5,10. Portata in litri: max. 1100; min. 720; ord. 720; continua (C. I. I., pp. 294-295). Caratteristiche idrauliche Sbarramento: v. Sito 15 Presa dacqua: v. Sito 15 Canale di alimentazione: v. Sito 15; dal Mulino del Pero la gora corre parallela al fiume, lungo la strada di Brenna, ed in prossimit del mulino di Serravalle

compie una curva verso NE per confluire nel bottaccio. Bacino di raccolta: presso ledificio la gora si allarga a formare un bottaccio triangolare allungato, attualmente completamente invaso dalla vegetazione, di profondit non precisabile, largo 12 m sul lato verso ledificio, dal quale separato da un passaggio transitabile. Sul lato S si trova una chiusa di scolmo che permette la fuoriuscita dellacqua dal bottaccio in un canale secondario. Edificio: grande torrione in pietra, molto rimaneggiato, costruito con una muratura simile a quella del Sito 15 (filari subregolari, pietre non squadrate, grandi pietre angolari ben squadrate) ma in peggiore stato di conservazione. Non sono individuabili aperture originali se non forse una porta ad arco a pianterreno sul lato E; sempre su questo lato, alla sommit, sono visibili due mensole di tre pietre stondate successivamente aggettanti. A S addossato un corpo pi basso coevo ma assai rimaneggiato, a N un altro corpo pi recente. Linterno non accessibile. Condotte: non visibili a causa dellacqua e della vegetazione che invadono il bottaccio, passavano con un tratto sotterraneo sotto il passaggio transitabile che divide il bottaccio dalledificio. Ruote: di tipo orizzontale, probabilmente in numero elevato. Canale di rifiuto: quello originale si trovava sul lato E e reimmetteva lacqua nella gora (ben visibile nella mappa catastale ottocentesca); attualmente del tutto scomparso, infatti lacqua del bottaccio in epoca moderna stata deviata, mediante un canale sotterraneo di cui visibile la saracinesca, verso il complesso produttivo industriale (mulino e cotonificio) che si trova accanto alledificio medievale. Di qui, con una canalizzazione sotterranea, attualmente scoperta per lavori, si reimmetteva nella gora. Bibliografia: Cammarosano-Passeri, 1976, p. 396; Balestracci, 1981, pp. 137138; Barlucchi, 1991, p. 93. Sito: 17 UT: 1

Localit: Mulino del Palazzo Comune: Sovicille Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 I coord.: 1.684.26/4.787.52 Quota slm: 284 Morfologia: pianura Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: fiume Merse Condizioni del suolo: area edificata Uso del suolo: incolto Visibilit: ottima Descrizione Sito: area pianeggiante compresa tra il fiume Merse, la strada che conduce ad Orgia e la strada che collega Rosia con la SS 223. Vi sorgono diversi edifici, risalenti a varie epoche, situati a pochi metri dalla strada, circa 1 Km prima del bivio per Grosseto. Descrizione UT: imponente edificio, molto ben conservato anche se circondato da fabbricati pi recenti, destinato in passato alla macinazione dei

cereali. Attualmente sono in corso dei lavori di ristrutturazione di parte degli edifici circostanti: per questo motivo sono stati effettuati lo svuotamento e la pulizia della gora e del bottaccio annessi. Notizie storiche: il mulino fu costruito nella sua forma attuale dal comune di Siena nel 1246, al tempo del podest Gualtieri da Calcinaia, come si legge in una iscrizione in volgare posta sopra larco dingresso. Nel 1258 il comune, che aveva necessit immediata di denaro, lo vendette, diviso in varie quote-parti, al monastero di S. Galgano e ad alcuni privati. In seguito il monastero cistercense ne rilev altre quote. Nel 1289, in seguito ad una lite, fu messo in compropriet con il monastero di S. Eugenio di Siena. Dalla Tavola delle Possessioni del 1318 sappiamo che limpianto aveva ancora un valore molto elevato ed era cos suddiviso: il 25% spettava al monastero di S. Galgano, il 25% al monastero di S. Eugenio, il 50% agli eredi di Pietro Scotti e di Viva Viviani. Poche le notizie riguardanti questo mulino posteriormente al XIV sec.; rimasto in attivit fino al nostro secolo. Definizione: mulino da macina e gualchiera Periodo: Medioevo Cron. iniziale: 1246 Cron. finale: XX sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: mulino de Palatio, Al Palao, Palatii, de Orgia 1246: MCCXLVI. Al tempo de Gualcieri da Calcinaja Podest Guido Striga Raniero Lodi Orlandino de Casuccia feice (Iscrizione posta sopra la porta dingresso del mulino). 1258, dicembre 2: il comune di Siena, in difficolt economiche in seguito ai debiti contratti con alcuni usurai per raccogliere il denaro necessario alla costruzione delle mura cittadine, decide di vendere molendinum dicti Comunis Senarum positum in flumine Merse in plano Orgie [...] cum domo palatio seu domibus palmentis ferramentis molis que nunc sunt ibi vel alibi empte sunt pro predictis molendinis [...] cum ducciis et capomalliis, massaritiis, edificiis ferramentis hutilitatibus instrumentis plateis terris cultis et incultis goris, fuitis torcitoriis et aquarum cursibus et alveis et accessibus et egressibus earum usque ad vias publicas; in particolare si vende a Viviano, monaco e procuratore del monastero di S. Galgano, e a Viviano Guillielmi, che acquista a proprio nome, medietatem pro indiviso molendinorum et rerum infrascriptarum videlicet tibi Viviano Guillielmi tuo nomine recipienti et ementi pro quincta parte pro indiviso dicte dimidie et tibi domino Viviano monacho ementi et stipulanti pro dicto monasterio pro reliquis partibus pro indiviso dicte dimidie. Viene venduta inoltre a Pietro di Scotto ed a Jacopo Angheleri aliam medietatem pro indiviso dictorum molendinorum et subscriptarum rerum venditarum videlicet tibi Iacoppo Angelerii ementi pro te et tuo nomine pro quarta parte pro indiviso dicte proxime dimidie et tibi dicto Pietro ementi et stipulanti pro te et dicto patre tuo et fratribus tuis ut dictum est pro reliquis partibus pro indiviso omnibus eiusdem dimidie de molendino [...]. Preterea si contingeret vobis esse necessarias vel utiles aliquas terras vel de aliquibus terris pro bono statu et acconciamento dictorum

molendinorum sive gore vel fuiti vel cursus aque sive fluminis Merse promictimus vobis compellere omnes homines quorum fuerint terre dicte vendere vobis [...] et cogere omnes homines quibus fuerit utile dictum opus vel cursus mictendus tenere ad expensas dictas et in eas conferre videlicet quemlibet eorum secundum utilitatem quam inde habuit et alveus Merse veteris remaneat et remanere debeat vobis dictis emptoribus et tenentibus ad ipsas expensas. Insuper promictimus vobis quod si contingeret aliquo tempore quod Comune Senarum vel alius pro Comuni Senarum vellet mictere vel mutare alveum dicti fluminis per alios cursus vel meatus vel per aliquas alias partes quo modo currat advertere flumen dictum, il comune di Siena dovr restituire agli acquirenti o a coloro a cui questi ultimi avevano concesso i mulini, il prezzo pagato (il totale era di 4250 lire) ed inoltre le spese aggiuntesi nel frattempo per modificare o riadattare i mulini, le gore, i rifiuti ecc (KSG, II, cc. 81-82V) . 1258, dicembre 3: Ugolino del fu Bartolomeo, procuratore del comune di Siena, mette in corporalem possessionem dei beni ceduti il monastero di S. Galgano e gli altri acquirenti (KSG, II, cc. 82v-83r). 1260, aprile 25: Donno Galgano monaco del monastero di S. Galgano compra da Pietro di Scotto quattro parti di nove dellintero mulino del Palazzo e da Viviano di Giullo una parte di nove dello stesso mulino (KSG, II, cc. 94v-95v). 1262: rubrica del Costituto del comune di Siena nella quale si prevede che quicumque goram vel stecchatam molendini olim comunis Senarum, positi in plano de Orgia, ruperit vel fregerit vel in aliquo alio leserit, vel aliquid predictorum fieri fecerit, vel aliquid fecerit, propter quod aqua libere ad molendinum venire non possit, vel ipso molendino vel eius hedificio aliquod dampnum intulerit, puniatur in XXV lib. pro qualibet vice [...] et si penam solvere non potuerit, eum de civitate et iurisdictione Senarum exbanniam; et tamdiu exbannitus exsistat, quousque solverit dictam penam (Zdekauer, 1897, p. 351). 1262, marzo 3: dichiarazione di pieno accordo tra gli acquirenti a proposito del mulino del Palazzo, un tempo del Comune di Siena e da questo interamente venduto insieme a met di due mulini a Brenna. Delle nove parti che componevano il tutto, 4 parti sono del monastero di S. Galgano, 4 parti sono di Pietro ed Arcolano e degli altri figli di Pietro di Scotto Dominici, ed una parte di Dietaviva e Giullo figli di Viviano Giulli (KSG, II, 89v-90). 1262, luglio 20: Viviano Pandolfini e frate Matteo, converso di S. Galgano, si trovano a dirimere una vertenza sorta tra Pietro di Scotto, Viva di Viviano, il monastero di S. Galgano, proprietari del mulino del Palazzo di Orgia, da una parte, ed i proprietari del vicino mulino delle Guazzine (il Monastero di Torri, Tommaso e Bartolomeo di Pietro, Pacinello Cernasini, Orlandino Rustichini) dallaltra, a causa torcitorii quod vocatur Stecchatella positi in pede lame predictorum domini Thomasii et consortum que lama est inter dictum molendinum de le Guaine et molendinum Palatii. Gli arbitri scelti per risolvere la questione dichiarano che il detto torcitorio debeat et stare et permanere allaltezza que indicet scilicet quod ponatur corda in cruce et in fundo crucis que est in lapide seu termino lapideo cum calcina murato posito et fixo in terra seu lama predictorum domini Thomasii et consortum prope dictum torcitorium et pretendatur dicta corda usque ad crucem et in fundo crucis que est in alio lapide seu termino lapideo cum
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calcina murato posito et fixo prope dictum torcitorium in terra heredum Spinelli Pandolfini [...] et recta linea ad cordam et archipendolum pretendatur corda usque ad aquam gore seu fuiti que vel qui est iuxta dictum torcitorium ita quod altitudo aque non excedat altitudinem dicte corde et designationis crucium. Et si aliquo tempore dictum torcitorium seu aqua dicti fuiti vel gore excederet dictam altitudinem vel elevaretur aliter quam sint dicta signa liceat abbati et abbatie et monacis dicti monasterii de Turri et eorum familiariis et nuntiis et predictis domino Thomasio et consortibus et eorum nuntiis sua auctoritate deprimere et abassare dictum torcitorium et aquam usque ad mensuram et designationem et modum supradictum sine contradictione et molestia dicti monasterii Sancti Galgani et dicti Pietri et eorum consortium [...] item si aliquo tempore dictum torcitorium seu aqua dicti fuiti et gore deprimeretur vel abbasseretur a dicta designatione inferius liceat abati et abbatie et monacis Sancti Galgani et eorum familiariis et nuntiis et dicto Pietro et suis consortibus et eorum nuntiis sua auctoritate elevare et extollere dictum torcitorium et aquam usque ad mensuram et modum et designationem supradictam. La sua larghezza doveva restare invariata ed entrambe le parti potevano munire et actare dictum torcitorium de muro seu lapidibus vel lignamine vel quacumque alia materia prout sibi placuerit sine contradictione alterius partis (KSG, II, c. 85 r-v). 1273, marzo 10: Lando del fu Scotto Dominici vende due parti di nove del mulino de Palatio con tutte le sue pertinenze. Di queste due parti egli vende 2/8 a frate Maffeo del monastero di S. Galgano, 5/8 e 1/8 rispettivamente a Viva del fu Viviano e Arcolano di Scotto Dominici; il tutto per 800 lire senesi (KSG, II, cc. 86r87r). 1273, giugno 17: Magalla moglie di Lando di Scotto, figlia di Giullo, vende due parti di nove che possedeva del mulino del Palazzo: 2/8 a frate Maffeo del monastero di S. Galgano, 5/8 a Viva di Viviano, 1/8 ad Arcolano di Scotto Dominici (KSG, II, c. 87r-v). 1289, dicembre 29: soluzione della lite tra S. Galgano con i suoi soci (Arcolano di Scotto e Viva di Viviano Giulli), che possiedono il mulino del Palazzo, e labbazia benedettina di S. Eugenio, che possiede a non molta distanza il mulino della Pedriera; tale lite era sorta in quanto la vicinanza dei due impianti causava danni reciproci. Si decise di mettere in compropriet i due mulini per evitare liti, spese e pericoli che potessero sorgere (KSG, II, c. 102r-v); v. anche Sito X. 1290, gennaio 31: v. Sito X 1318: il monastero di S. Galgano habet quartam partem pro indiviso unius possessionis ortive cum oppiis mediante gora, palatio, molendino et gualcheriis posite in curia de Orgia loco dicto Al Palao; la sua parte stimata 1265 lire, lintero 5601 lire (Estimo, 118, c. 284r). 1318: Vannes domini Arcolani de Scottis habet octavam partem pro indiviso unius possessionis ortive cum oppiis mediante gora cum palatio et molendino et gualcheriis posite in curia de Orgia in loco dicto Al Palao. La sua parte stimata 632 lire, lintero 5601 lire (Estimo, 97, c. 43r). 1318: Salimbene domini Arcolani de Scottis [...] habet octavam partem pro indiviso unius possessionis ortive cum oppiis gora palatio molendino et gualcheriis posite in curia de Orgia in loco dicto Al Palao; la sua parte stimata 632 lire e lintero 5601 lire (Estimo, 118, c. 41r).

1825: raffigurazione del Molino del Palazzo, definito molino da cereali, circondato da casa, stalla, rimessa, cappella (Catasto Toscano, Comunit di Sovicille, sez. L di Orgia, part. 63-66). 1893: Numero dordine: 211. Canale che alimenta lopificio: gorello. Modo di derivazione: steccaia di travi, fascine e sassi. Denominazione: Palazzo. Uso: molino da cereali. Caduta m 4,10. Portata in litri: max. 1100; min. 720; ord. 720; continua (C. I. I., pp. 294-295). Caratteristiche idrauliche Sbarramento: v. Sito 15 Presa dacqua: v. Sito 15 Canale di alimentazione: v. Sito 15; la gora, provenendo dal mulino di Serravalle, corre parallela al fiume e poi compie un angolo retto verso S seguendo il percorso della strada che proviene da Rosia. Bacino di raccolta: non presente un vero e proprio bottaccio, ma un semplice allargamento della gora a formare un bacino allungato e stretto; attualmente vuoto in quanto lacqua della gora stata deviata a monte del mulino. Edificio: Esterno: grande edificio a tre piani, di forma rettangolare, in filaretto (corsi regolari di pietre grossolanamente squadrate). Sul lato SE si trova la porta dingresso ad arco acuto sormontata da una iscrizione in volgare che ricorda la costruzione delledificio, in basso 4 aperture di uscita dellacqua a sesto acuto (si vedono le imposte degli archi, successivamente tagliati e rialzati), due delle quali sormontate da piccole finestrine con architrave monolitico. Al primo piano sono 3 finestre rettangolari, al secondo una finestra ad arco tondo originale ed una ad arco ribassato aggiunta; sul lato NO al primo piano piccole finestre rettangolari, al secondo una finestra con arco tondo originale, una finestra ad arco ribassato pi tarda. Alla sommit sono presenti tre mensole di tre pietre stondate successivamente aggettanti (due sul lato SE, una sul lato NO). Numerose le buche pontaie. Interno: la porta sormontata dalliscrizione d accesso ad un vasto ambiente che occupa tutto il piano terreno, dove un tempo erano alloggiate le macine; coperto da una volta a botte in pietra e vi si conserva un bel pavimento, probabilmente originale, a grandi lastroni lapidei. Condotte: non pi visibili quelle originali, attualmente sostituite da una struttura aggiunta in laterizi dotata di saracinesca in legno e ferro che si appoggia al lato NO delledificio (visibile perch il bottaccio vuoto). Ruote: del tipo orizzontale; data la mole e limportanza delledificio, dovevano essere presenti in numero elevato. Meccanismi: allesterno del lato SE sono abbandonate due grandi macine (largh.: 1,30 m; spessore: 45 cm). Canale di rifiuto: lacqua, dopo essere fuoriuscita dai 4 archi a sesto acuto sul lato SE, rifluiva in un canale, ora privo di acqua, che con un percorso rettilineo sbocca nel Merse. Bibliografia: Repetti, 1835, IV, pp. 34-35; Cammarosano-Passeri, 1976, p. 396; Barlucchi, 1991, p. 93. Sito: 18 UT: 1

Localit: C. Castiglioni Comune: Sovicille Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 I coord.: 1.679.20/4.785.42 Quota slm: 240 Morfologia: alta collina Geologia: Verrucano, scisti siltosi, quarziti Acqua: Fosso Ricausa Condizioni del suolo: bosco Uso del suolo: incolto Visibilit: buona Descrizione Sito: stretta valle incassata tra le pendici scoscese del Poggio lAlberino a N e del Poggio delle Ragnaie a S, lungo la quale scorre il torrente Ricausa. Il sito del mulino si trova a pochissima distanza da Castiglion Balzetti, allinterno dellultima ansa che il torrente forma prima del tratto rettilineo finale con cui sbocca nel Merse; raggiungibile con un sentiero che costeggia il corso dacqua. Descrizione UT: impianto molitorio di piccole dimensioni, ben conservato in tutte le sue parti, cos come nelle strutture idrauliche accessorie. situato immediatamente a ridosso del torrente, sopra uno sperone roccioso che forma un forte dislivello col corso dacqua stesso. Notizie storiche: il mulino noto esclusivamente dalla registrazione nel Catasto Toscano del 1821 e nella Carta Idrografica del 1823: non si hanno quindi notizie sulle origini. Anche le strutture murarie conservate sono di epoca moderna. Definizione: mulino da macina Periodo: Et Moderna e Contemporanea Cron. iniziale: dubbia Cron. finale: XX sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: Molino del Ricausa, Molino Castiglione 1820: raffigurazione delledificio del mulino, ma non della gora e del bottaccio (Catasto Toscano, Comunit di Chiusdino, sez. O di Brenna e Stigliano). 1893: Numero dordine: 194. Canale che alimenta lopificio: gorello (lung. m 250; dislivello m 10,50). Denominazione: Castiglione. Modo di derivazione: chiusa in muratura di pietra. Uso: molino da cereali. Caduta: m 7,60. Portata in litri: max. 7; min. 3; ord. 4,50; non continua. Durata in mesi: max. 4; min. 4; ord. 4. Osservazioni: nei mesi invernali la gora si riempie due volte al giorno e nei mesi estivi una volta. La gora impiega 3 o 4 ore a svuotarsi (C. I. I., pp. 292-293). Caratteristiche idrauliche Canale di alimentazione: canale a cielo aperto parallelo al torrente, lungo circa 200 metri. Bacino di raccolta: bottaccio di forma rettangolare allungata situato sul lato N-E delledificio, profondo ca. 5 m e largo 20. delimitato su tre lati da alti muri in laterizi.

Edificio: quadrangolare, di piccole dimensioni, consta di un piano terreno ad unico ambiente dove rimangono ancora due coppie di macine, ed un piano seminterrato costituito da due carcerai affiancati, perfettamente conservati e praticabili, coperti con volte a botte. Condotte: due condotte forzate sotterranee dal bottaccio conducevano lacqua a forte pressione sulle ruote alloggiate nei carcerai; non sono pi visibili gli imbocchi dal bottaccio, ma sono invece ben conservate le bocche di uscita sulla parete di fondo dei carcerai. Ruote: sono ancora in situ gli alberi motori di legno dei ritrecini, privi del mozzo e delle pale. Canale di rifiuto: data la vicinanza col torrente, lacqua, fuoriuscendo dai carcerai, defluiva immediatamente nel Ricausa. Sito: 19 UT: 1

Localit: Frosini Comune: Chiusdino Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 IV coord.: 1.674.56/4.785.50 Quota slm: 292 Morfologia: versante collinare Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: Fosso Frelle Condizioni del suolo: vegetazione erbacea Uso del suolo: incolto Visibilit: discreta Descrizione Sito: campo leggermente digradante in direzione O-E, confinante con la sponda sinistra del Fosso Frelle, posto allinterno di unansa formata da questultimo. Si trova circa 500 m a S dellabitato di Frosini, lungo la strada principale. Descrizione UT: piccolo impianto molitorio a ritrecine, con modesta capacit produttiva, data la scarsissima portata dacqua del torrente, destinato ad esigenze locali. Ben localizzabile in base alla mappa del Catasto ottocentesco, esiste tuttora ma stato ampiamente rimaneggiato in tempi recentissimi per ricavarne unabitazione; una completa intonacatura rende impossibile verificare leventuale esistenza di murature medioevali. La vecchia gora, brevissimo canale raffigurato nel Catasto, stata completamente obliterata. Restano tracce del bottaccio, di forma triangolare allungata, delimitato da muri in laterizi. Ledificio piccolo, a pianta rettangolare, e si appoggia sul lato N al declivio del terreno. Notizie storiche: lesistenza di un impianto molitorio sul Frelle in curia di Frosini, che apparteneva per met alla vicina pieve di S. Giovanni al Monte, ci testimoniata per la prima volta nel 1245: in tale anno il pievano, a causa dei debiti che gravavano su questo centro religioso, vende allabbazia di S. Galgano la propria parte dellimpianto. Nel 1271 risulta che il monastero ne possedeva 3/4, mentre 1/4 apparteneva al conte di Frosini Ugolino ed a Messer Filiano della Suvera. Questi ultimi, nel 1273, vendettero al monastero il castello di Frosini e la sua curia, con tutti i loro possedimenti ivi ubicati, la giurisdizione e tutti i diritti

signorili: tra le propriet elencate compare anche la quarta parte del mulino sul Frelle. In seguito non si hanno altre notizie di mulini su questo corso dacqua, fino alla registrazione delledificio attuale nel Catasto del 1820. I resti materiali non offrono alcun appiglio per datare la struttura ancora esistente al periodo medievale: identificarla con un mulino di XIII sec. quindi possibile solo in via del tutto ipotetica. Bisogna comunque sottolineare il fatto che, esaminando la morfologia del corso del Frelle, questo luogo appare forse come lunico adatto allimpianto di un mulino: si pu quindi pensare che almeno il sito non sia mutato dal Medioevo allEt Moderna. Definizione: mulino da macina Periodo: dubbio (Medioevo ed Et Moderna?) Cron. iniziale: dubbia ( XIII sec.?) Cron. finale: XIX sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: mulino di Frelle/Frella/Frilli/Flelli 1245, novembre 5: Bonaventura, plebano della pieve di S. Giovanni a Monte, nomina procuratore Orlandino di Paganello per decidere della vendita di unius molendini positi in flumine Frelli subtus castri de Fruosini de medietate ipsius (KSG, III, c. 316 v). 1245, dicembre 30: Cum plebes Sancti Iohannis de Monte mole debitorum nimium gravaretur [...] ego Bonaventura plebanus plebis iam dicte presentia et consensu canonicorum ipsius plebis [...] vendo et trado tibi Foresi abbati monasterii vel abbatie Sancti Galgani [...] medietatem unius molendini pro indiviso positi in curia de Fruosini in flumine quod Flelli dicitur (KSG, III, c. 316 v). 1271, gennaio 31: Galgano, abate del monastero di S. Galgano, a proposito di tribus partibus molendini tam incepti quam fiendi positi a la lama al bagno iusta flumen de Frelli in curia de Frosini conviene con il conte Ugolino di Bartolo detto Moscone, proprietario della quarta parte, di non vendere, donare, alienare concedere ecc. alcuna parte di tale impianto (KSG, II, c. 258 v). 1273, novembre 26: Nos Ugolinus quondam Bartoli contis qui vocor Moscone de Frosini et Filianus quondam domini Filiani de Suvera vendono al monastero di S. Galgano la terza parte per indiviso iurisdictionis et signorie seu rectorie Castri et curie de Frosini con porte, fossati, muri, carbonaie, vie, piazze dello stesso castello e la terza parte per indiviso dei pascoli, boschi, selve, foreste, terre, uomini, villani, che essi possiedono nel castello e nella sua curia; inoltre si cedono omnia nostra iura et dictiones petitiones et exactiones et requisitiones condictiones [...] in terris cultis et incultis vineis palatiis in domibus et plateis hominibus et villanis et in molendinis et in difitiis molendinorum et in pensionibus et affictis et in censis forestis nemoribus paschuis in fossis muris et carbonariis et plateis et viis et portis dicti castri de Frosini cum introitis et exitibus dicti castri et in fontibus et aquis vivis et mortuis et quarum alveis. Segue lelenco dei beni venduti, tra i quali compaiono il palazzo comitale nel castello di Frosini, case allinterno del castello, molti pezzi di terra sparsi nella corte e la quartam partem unius domus molendini cum omnibus suis iuribus et pertinentiis cum toto suo ferramento et furnimento positi in flumine de Frelli de Frosini (KSG, III, cc. 1r-3r). 1820: raffigurazione di un mulino con la sua gora sul Fosso Frelle a S

dellabitato di Frosini (Catasto Toscano, Comunit di Chiusdino, sez. B di Frosini, part. 100 e 101). 1893: Numero dordine: 195. Canale che alimenta lopificio: gorello (lung. m 300; dislivello m 9,50). Denominazione: Frella. Uso: molino da cereali. Caduta: m 5,80. Portata in litri: max. 3; min. 1; ord. 3. Durata in mesi: max. 6; min. 3; ord. 3. Osservazioni: lavora sempre a raccolta. La gora si svuota in unora. Si fanno per sei mesi una gorata al giorno; per 3, due gorate al giorno, per 3, tre o quattro gorate al giorno (C. I. I., pp. 292-293). Sito: 20 UT: 1

Localit: Casal Cerro Comune: Civitella Marittima Provincia: Grosseto Carta top. reg.: Q. 120 II coord.: 1.692.96/4.772.36 Quota slm: 114 Morfologia: pianura alluvionale di fondovalle Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: fiume Merse Condizioni del suolo: vegetazione erbacea, macchia Uso del suolo: incolto Visibilit: scarsa Descrizione Sito: vasta area pianeggiante delimitata a N dal fiume Merse, a SO dalle pendici delle colline che salgono verso Pari. Il sito si trova sulla riva destra del Merse, poco prima della sua confluenza nellOmbrone, e dista circa 3 Km in linea daria dal paese di Pari. Descrizione UT: grande edificio in passato destinato alla macinazione dei cereali, oggi abbandonato ed in rovina, di difficile accesso a causa della fitta macchia che ricopre le murature. In cattivo stato e non chiaramente leggibili si presentano le strutture idrauliche accessorie di cui era dotato. Notizie storiche: la prima menzione di questo impianto, ultimo a valle prima della confluenza del Merse nellOmbrone, reperibile nella relazione del Gherardini del 1676; si trattava di un grande impianto, sempre attivo grazie allabbondanza di acqua, di propriet della Comunit di Pari, che lo concedeva in affitto a privati. Anche le strutture murarie confermano una datazione ad epoca moderna. Il mulino fu danneggiato da una piena nel 1741 e furono necessari lavori di ripristino. Non si hanno notizie precise sulla data del suo abbandono: probabilmente, anche dopo la cessazione dellattivit molitoria, continu ad essere usato come semplice abitazione. Definizione: mulino da macina e gualchiera Periodo: post-medioevale Cron. iniziale: XVII sec. Cron. finale: dubbia (XIX sec. ?) Fonti Toponomastica nelle fonti: Mulino di Pari 1676: In questa corte vi un molino della Comunit dato a linea alla

fameglia de Fondi con annuo canone di sei moggia e mezzo di grano. Prende lacqua questo molino dalla Merse, che non gli manca mai, e supplisce non solo ai bisogni di Pari, e sua corte, ma anco a quella di molti luoghi vicini, poich vi sono tre palmenti, et una gualchiera (Gherardini, Visita, p. 30). 1741: relazione dellingegner Pierantonio Montucci riguardante i danni causati dal fiume Merse durante una piena invernale causata da una frana; in particolare, a proposito del mulino, si specifica che Il mulino della Comunit di Pari egli posto presso il fiume Merza, e lontano al presente dal medesimo fiume per lo spazio di tavole 76, e con il suo gorello, dalla colta, camina con cinque piegature una misura di tavole 572 finch giunge allincile, o abboccatoio, poco sotto la foce del fiume Farma nella Merza, dove si vede la steccata ben alta per far gonfiare lacqua dei due fiumi, e farla correre per il gorello, benefizio del medesimo mulino [...]. Nelle piene, accadute nella passata stagione dellinverno, fu da quei fiumi rotta la steccata e portata via quasi mezza, onde cess di passare lacqua al gorello, ed il mulino rest immacinante per cui per rimediare si dovette costruire una piccola steccaia nel Farma e prolungare il gorello a captare lacqua solo di questultimo, in attesa di rifare la steccaia principale. Inoltre vi furono gravi danni ai campi vicini ed alle sementi, senza contare il fatto che rest ancora ripieno tutto il rifiuto del Mulino, che si dovette rivotare speditamente dal mugnaio per poter macinare. Riguardo alla struttura del mulino si accenna al carceraio ed ai ritrecini e si propone di costruire una steccata traverza quattro ordini con fascine di scopo, pali, e pertiche (QC, 1963, cc. 72-74). 1741: si tratta della pianta che in origine accompagnava la relazione sopra descritta. Vi raffigurato un breve tratto del fiume Merse poco prima della sua confluenza nellOmbrone e pi in particolare si va dallo sbocco del Farma sino a quello del rifiuto del Mulino di Pari. ben visibile la steccaia danneggiata, il canale di alimentazione e quello di rifiuto; il mulino vero e proprio raffigurato come una grande casa di forma rettangolare, con tre grossi archi su un lato in basso, dai quali fuoriesce lacqua (QC, Piante, 238, cm 41,5 per 32,5; penna a acquarello su carta). 1893: Numero dordine: 70. Canale che alimenta lopificio: gorello. Modo di derivazione: sassaia trasversale a secco. Denominazione: Pari. Uso: molino. Caduta: m 5,55. Portata in litri: max. 121; min. ; ord. 121. Regime: perenne (C. I. I., pp.330-331). Caratteristiche idrauliche Sbarramento: non pi visibile, ma se ne ricava una idea molto precisa dalla descrizione delle fonti e dalla raffigurazione della pianta dei Quattro Conservatori (v. sopra). Si trattava di una steccaia a sbarramento totale in diagonale dellalveo del fiume Merse, subito dopo la confluenza col torrente Farma. La tecnica costruttiva prevedeva diverse file parallele di pali infissi nel letto su cui si intrecciavano fascine in orizzontale. Presa dacqua: dalle fonti non si ricava alcuna indicazione che faccia pensare a qualcosa di pi che un semplice imboccatoio scavato nel terreno. Canale di alimentazione: semplice canale a cielo aperto lungo ca. 2 Km; se ne pu seguire ancora il percorso, che corrisponde perfettamente a quello raffigurato dalla pianta seicentesca. Attualmente si presenta totalmente invaso dalla

vegetazione e quasi privo di acqua. Bacino di raccolta: non pi visibile attualmente perch larea intorno alledificio coperta da una macchia impenetrabile. Anche nella raffigurazione seicentesca non appare chiaramente, perch coperto in prospettiva da un piccolo edificio annesso al mulino. probabile che non fosse molto ampio e che anzi consistesse in un semplice allargamento della gora nel tratto finale. Edificio: grande fabbricato di forma rettangolare a due piani, pi un piano seminterrato dove erano alloggiate le ruote. Coperto da fitta macchia e poco leggibile: non sono pi individuabili gli archi di entrata ed uscita dellacqua e in particolare il lato che d verso il canale di rifiuto sembra rimaneggiato con la realizzazione di grandi aperture al posto degli archi di uscita dal carceraio (fase in cui il mulino era stato trasformato in semplice abitazione?). Le murature, di epoca moderna, sono realizzate con materiale locale, soprattutto ciottoli fluviali, e grandi pietre squadrate angolari; laterizi sono usati come zeppe e per delimitare le aperture. Ruote: di tipo orizzontale, dalle fonti sappiamo essere tre. Niente si pu dire riguardo ai meccanismi della gualchiera citata nelle fonti, di cui non rimane alcuna traccia. Canale di rifiuto: semplice canale a cielo aperto sul lato SO delledificio (il pi prossimo al fiume). Bibliografia: Vichi, 1990, p. 78 Sito: 21 UT: 1

Localit: Torri Comune: Sovicille Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 I coord.: 1.680.86/4.789.58 Quota slm: 196 Morfologia: pianura Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: torrente Rosia Condizioni del suolo: area edificata e giardino Uso del suolo: abitativo Visibilit: molto buona Descrizione Sito: area pianeggiante delimitata a N-E dal torrente Rosia, a S-O dalla strada che collega Rosia con la SS 223; attraversata dal fosso del Mulinello e dista in linea daria ca. 250 m dal paese di Torri. Descrizione UT: edificio di medie dimensioni, in passato ospitante un impianto molitorio, ora ristrutturato come abitazione, ben conservato nella sua struttura muraria originale. Sono invece molto rimaneggiate le aperture ed scomparso, in seguito alla creazione del giardino circostante la casa, il sistema di alimentazione idraulica dellantico mulino. Notizie storiche: lesistenza di questo impianto, che utilizzava le acque del torrente Rosia, documentata per la prima volta nella Tavola delle Possessioni di XIV sec., in alcune confinazioni di terre adiacenti, appunto, ad un Molinello. Il toponimo diventa invece Mulino di Torri in alcune piante settecentesche,

raffiguranti il sistema di fossi che drenavano il piano di Orgia, nelle quali compare ledificio del mulino; la sua posizione inoltre registrata nel Catasto ottocentesco. Le strutture murarie conservate riportano certamente al periodo medievale, con una tipologia che sembra risalire al XIV sec. Definizione: mulino da macina Periodo: Medioevo Cron. iniziale: inizi XIV sec. Cron. finale: XIX sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: Molinello, Mulino di Torri, Mulinello 1318/20: si registra unam petiam terre laboratorie positam in dicta curia [Torri] loco dicto la Rosia cui ex una heredum Guiducii Ugolini et ex duabus Molinelli et ex una Fatii Bonfigliuoli ed inoltre unam petiam terre laboratorie positam in dicta curia et loco cui ex duabus Molinelli et ex una aqua Rosie et ex una Lenzi Venture (Estimo, 2, c. 95r). 1784: pianta realizzata da Bernardino Fantastici e Alessandro Nini raffigurante il torrente Rosia, il fosso Testiera, il fosso Serpenna ed altri canali minori facenti parte del sistema di drenaggio del piano di Orgia. Vi compare in alto il Mulino di Torri con il suo bottaccio (QC, Piante, 276, cm 54,5 per 18,5; penna ed acquarello su carta). 1825: raffigurazione del Botro Rosia e del Mulinello, con la sua gora di derivazione (Catasto Toscano, Comunit di Sovicille, sez. K di Torri, part. 69). 1893: Numero dordine: 193. Canale che alimenta lopificio: gorello (lunghezza m 1750; dislivello m 18,50). Modo di derivazione: pietraia stabile. Denominazione: Molinello di Torri. Uso: molino da cereali. Caduta: m 4,50. Portata in litri: max. 7; min. 2; ord. 5; non continua. Durata in mesi: max. 4; min. 4; ord. 4. Osservazioni: lavora a raccolta tutto lanno, eccetto in tempo di pioggia. Per 4 mesi una gorata al giorno; per 4, due gorate al giorno; per 4, tre o quattro gorate al giorno. La gora si svuota in meno di 2 ore (C. I. I., p. 292). Caratteristiche idrauliche Canale di alimentazione: attualmente non pi visibile nei pressi del mulino perch colmato in tempi recenti. Secondo il Catasto ottocentesco un piccolo canale, lungo ca. 750 metri, derivava lacqua dal torrente Rosia e la conduceva fino al mulino. Bacino di raccolta: sono visibili tratti semicrollati dei muri di sostegno del bottaccio sul lato N delledificio, ora utilizzati come delimitazioni del giardino. Non sono definibili le dimensioni. Il bottaccio non viene raffigurato nella mappa del Catasto ottocentesco, mentre compare, in modo molto approssimativo, nella pianta settecentesca. Edificio: di forma quadrangolare (ca. 6 m per 7 m), a sviluppo verticale, consta di tre piani e con probabilit anche di un piano seminterrato dove un tempo erano ospitate le ruote. realizzato con una muratura a corsi regolari di ciottoli con pietre ben squadrate agli angoli (forse di reimpiego); zeppe e restauri in laterizio, finestre e porta dingresso ad archi ribassati in laterizio. Sono presenti buche pontaie. Sul lato E addossato un corpo pi basso non coevo.

Ruote: probabilmente si trattava di ritrecini; non se ne conosce il numero. Meccanismi: una macina collocata allesterno del lato S, appoggiata al muro nei pressi dellingresso al piano seminterrato. Canale di rifiuto: colmato nei pressi della casa, prosegue con un tratto rettilineo lungo ca. 300 m verso il Rosia. Bibliografia: Moretti-Passeri, 1988, p. 46; Vichi, 1990, pp. 74-76 Sito: 22 UT: 1

Localit: Belagaio Comune: Roccastrada Provincia: Grosseto Carta top. reg.: Q 120 II coord.: 1.680.90/4.773.26 Quota slm: 227 Morfologia: pianura fluviale di fondovalle Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: torrente Farma Condizioni del suolo: bosco Uso del suolo: incolto Visibilit: discreta Descrizione Sito: angusta area pianeggiante nel fondovalle del Farma, delimitata a N-E dal torrente stesso ed a S-E dalle ultime pendici del Poggio al Nibbio. Il sito si trova in una zona isolata, disabitata e con scarsa viabilit, secondo il paesaggio caratteristico di tutta la valle del Farma. raggiungibile a piedi con un percorso di circa 3 Km che dal castello del Belagaio scende fino alla valle. Descrizione UT: varie strutture murarie in pessimo stato di conservazione, in gran parte interrate. Si tratta di un piccolo edificio rettangolare (ca. 7 m per 5), vicinissimo al Farma, realizzato con una muratura molto irregolare di ciottoli e pietre non lavorate; la parete NE recentemente in gran parte crollata a causa delle piene del torrente. Subito adiacenti sul lato SO di questa struttura, restano le tracce di un altro ambiente rettangolare un po pi grande. Si trattava probabilmente in entrambi i casi di ambienti di servizio (carbonili?) della ferriera. La ferriera vera e propria si trova leggermente pi discosta dal Farma: ne rimangono alcuni tratti dei muri perimetrali e di una parete interna che la suddivideva in due ambienti stretti ed allungati; era lunga, per quanto ancora visibile, almeno 14 m e larga 10. Le murature sono molto irregolari e realizzate in ciottoli e pietre appena sbozzate, non sono presenti laterizi ma solo frammenti dei coppi della copertura. Intorno alledificio principale si riscontrano tratti di altri muri di cui impossibile determinare la funzione. Pochissime sono le tracce delle strutture di alimentazione idraulica della ferriera: si limitano a tracce del canale della gora, che costeggiava il Farma molto da vicino ed era rinforzata da murature di sostegno sul lato verso il corso dacqua; non stato possibile determinare la posizione del bacino di raccolta. Grandi accumuli di scorie miste a carbone e minerale polverizzato si trovano sparsi nelle vicinanze dei ruderi: presso ledificio principale un cumulo largo 5 m, lungo 10 ed alto 2 costituito da scorie molto frammentate; lungo un fosso prosciugato a S-E della ferriera si trova un altro

accumulo subcircolare molto grande (20 m per 20) la cui sezione, tagliata dal fosso, alta 3 m; le scorie in questo caso sono di medie e grandi dimensioni. Notizie storiche: la ferriera, di propriet dei Lottorenghi, signori del castello del Belagaio, viene citata per la prima volta in una divisione di beni del 1382. Un documento del 1390 ne ricorda ledificio ed i carbonili. Limpianto veniva dai Lottorenghi affittato a terzi: sappiamo che nel 1560 la prese in gestione Agnolo Venturi, futuro proprietario del vicinissimo impianto di Ruota (Sito 4), e che rimase in affitto a membri della famiglia Venturi fino almeno al 1681. Da questa data non se ne hanno altre notizie ed probabile che abbia cessato lattivit. Definizione: ferriera Periodo: Medioevo ed Et Moderna Cron. iniziale: seconda met XIV sec. Cron. finale: fine XVII sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: edifizio del Belagaio 1382, novembre 27: presso la Corte di Mercanzia della citt di Siena, Jacomo e Quirico Lottorenghi fanno la divisione dei loro beni; a Quirico spetta la possessione in corte del Belagaio con ledifizio (AVG, T. 42, fasc. 3, copia del documento originale). 1390, febbraio 13: definizione dei confini della tenuta di Moverbia tra labbazia di S. Galgano e la comunit di Monticiano, nella quale si specifica che il confine va gi per detto fossato per infino alla Farma e mette in Farma di riscontro allEdifizio e Carbonigli del Belagaio e quelli sono fra detta Abbazia e Comunit (AVG, T. 31, fasc. 5, copia del documento originale). 1560 ca.: intorno a questa data lavora in questa ferriera, come affittuario, Agnolo Venturi (AVG, T. 33, fasc. 2). 1612: la ferriera, ancora di propriet dei Lottorenghi, era stata data in affitto ad Ascanio Venturi, che in questo anno finisce il suo contratto (AVG, T. 69, fasc.10). 1681 ca.: vari conti e pagamenti che attestano lattivit della ferriera almeno fino a questo anno (AVG, T. 69, fascc. 1-4). Dati archeometallurgici Minerale trattato: ematite Metallo prodotto: ferro Tipo di operazione: riduzione, forgiatura? Materiali presenti: minerale, scorie Tipo di Scoria: A, B, C, D Media frg.: max. cm 15, min. cm 2 Campionatura: sono state campionate minime percentuali di tutti i tipi di scorie presenti sul sito Scoria Tipo a: Colore int.: grigio scuro. Colore est.: da grigio scuro a marrone. Magnetica: impercettibile. Tapped: no. Weathering: depositi di calcite, ossidazioni ferrose superficiali. Struttura: superficie inferiore scabra, superficie superiore irregolare e in parte cordoniforme, in parte porosa. Porosit: frequenti, grandi, irregolari. Inclusioni: carbone. Osservazioni: probabilmente si tratta di una scoria

formatasi sul fondo del forno (cake). Scoria Tipo b: Colore int.: grigio piombo con iridescenze. Colore est: grigio scuro. Magnetica: no. Tapped: si. Weathering: alcuni frgg. presentano una patina esterna arrossata. Struttura: stato molto frammentario, con struttura interna spugnosa ma densa, superfici esterne lisce, forma appiattita. Porosit: piccole, circolari, frequenti. Scoria Tipo c: Colore int.: grigio scuro. Colore est.: grigio scuro. Magnetica: impercettibile. Tapped: si. Weathering: patina rossastra, rare ossidazioni ferrose superficiali. Struttura: superfici esterne superiori a tratti lisce e lucide, con tracce di scorrimento che denotano scarsa fluidit; superfici inferiori irregolari con distribuzione diseguale delle bollosit. Porosit: molto frequenti, da grandi a piccole dimensioni, forma estremamente irregolare. Inclusioni: tracce di carbone. Scoria Tipo d: Colore int.: grigio scuro. Colore est.: da grigio/nero a marrone. Magnetica: impercettibile. Tapped: no. Weathering: depositi di calcite, ossidazioni ferrose superficiali. Struttura: molto irregolare, superfici bollose e porose, molto spugnosa senza tracce di scorrimento. Porosit: molto frequenti, forma irregolare, da piccolissime a medio-grandi. Inclusioni: tracce di carbone. Bibliografia: Guideri, 1986-1987, pp. 202-203; Cucini-Guideri-Paolucci-Valenti, 1989, p. 87, fig. 3; Giovagnoli, 1992, p. 9 e nota 21 Sito: 23 UT: 1

Localit: C. Ferriera Comune: Roccastrada Provincia: Grosseto Carta top. reg.: Q 120 III coord.: 1.675.72/4.772.08 Quota slm: 306 Morfologia: pianura Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: torrente Farma Condizioni del suolo: bosco Uso del suolo: incolto Visibilit: discreta Descrizione Sito: area pianeggiante situata ai piedi della collina su cui sorge il paese di Torniella; delimitata a N e N-E dal corso del torrente Farma, a S dalle ultime pendici della collina sopra citata. La zona, un tempo coltivata, si presenta attualmente abbandonata e coperta da vegetazione spontanea. Il sito raggiungibile mediante una strada a sterro che dalle prime case del paese scende per ca. 500 m in direzione del fondovalle. Descrizione UT: edificio rettangolare abbandonato, in gran parte crollato e coperto da fitta vegetazione, un tempo destinato alla lavorazione del ferro; restano tracce dei forni di riduzione e delle strutture accessorie che sfruttavano lenergia idraulica fornita dal vicino torrente Farma. Si affianca sul lato E ad un mulino (UT 2). Tutta larea circostante agli edifici e la stessa strada daccesso sono completamente disseminate di scorie di diverse dimensioni. Notizie storiche: lesistenza di questo opificio ci nota a partire dal 1559, anno in cui il proprietario, un membro della famiglia Bulgarini, forma una societ

con Agnolo Venturi, affittuario della vicina ferriera di Ruota. In un memoriale del 1628, tuttavia, si afferma che la ferriera era attiva da oltre 200 anni, il che ci riporterebbe alla prima met del 400. Da un documento del 1620 sappiamo che questo impianto lavorava alla casentina, cio secondo il metodo diretto. Nel 1876 il Grottanelli ricorda che limpianto era ancora in mano ai Bulgarini; la Carta Idrografica del 1893 ne documenta lattivit fino a questa data. Definizione: ferriera Periodo: post medievale Cron. iniziale: met XVI sec. Cron. finale: fine XIX sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: ferriera di Torniella 1559: Paris Bolgarini forma una compagnia con Agnolo di Mariano Venturi a lavorare la feriera sua di Torniella per fare el ferro e si f per due anni; inoltre si prosegu per altri due anni inserendo nella compagnia anche la ferriera di Ruota (AVG, T. 4, p. 24, memoriale del 1567); v. anche Sito 4. 1620 ca.: processo tra Ascanio Venturi e la Comunit di Monticiano a proposito del taglio di castagni per le ferriere; il Venturi si difende dicendo che pretendano che dal Venturi non si possa far tagliare cerri il per che dicano che quando la Comunit alien ledificio (che a que tempi lavorava alla casentina) non se ne consumava, et ancora perch fino a ora non s usato farne tagliare [...] e quanto challa casentina non sia solito adoperarsi cierro, se li niegha [...] come la ferriera de Signori Bolgherini nella corte di Torniella ha lavorato sempre alla casentina e pur quella Comunit li concesse che potesser far tagliare 300 o vero 350 passi per hano di cerro, questo il Venturi lo dice per levare la massima chn fatto che lavorando alla casentina non fusse in uso dadoperare carbone di cerro che poi quantalla quantit allui non ristretta [...] e quanto a far lavorare a la bresciana questo alla Comunit non da importare n pu impedire chun padrone non possa esercitare le cose sue in qual modo migliore che pu. (AVG, T. 4, fasc. 8); v. anche Sito 1 UT 1. 1628: memoriale secondo il quale allepoca limpianto di Torniella lavorava da pi di 200 anni (AVG, T. 33, fasc. 10). 1676: Edifitio di ferro: vi scorre il fiume della Farma, collacqua del quale si tiene di continuo andante un Edifizio di Ferro attinente a Lattanzio Bulgarini (Gherardini, Visita, p. 275). 1778-1783: vari contratti di affitto della ferriera insieme al mulino; si prevede che si debbano mantenere in buono stato tutti gli attrezzi. A carico del locatario sono il mantenimento della steccaia, la pulitura dei gorelli e la manutenzione generale del mulino e della ferriera (AVG, T. 95, fasc. 4). 1876: La ferriera gi posseduta dagli antichi signori distante un Km dal paese fu ceduta in enfiteusi ai Bulgherini dal magistrato dei Conservatori nel 1743, i quali laffittarono diverse volte e sempre vantaggiosamente. Merita di essere rammentata la pescaia che trattenendo le acque del Farma serve di motore ad un mulino, a tre macine, ed alla ferriera. Questa serra formata da una base in pietra e cemento della larghezza di 45 m e per la lunghezza di 10 m accompagna il corso del fiume. Laltezza di m 7, ai lati sono due muraglioni

fasciati di pietra lavorata a scarpello. Questopera fu restaurata o del tutto costruita a spese della repubblica (Grottanelli, 1876, p. 149). 1893: Numero di riferimento alla carta: 107. Canale che alimenta lopificio: gorello del molino. Modo di derivazione: sassaia trasversale a secco. Denominazione: Ferriera. Uso: ferriera. Caduta m 5,80. Portata in litri: max. 161; ord. 161. Regime: perenne (C. I. I., pp. 330-331). Caratteristiche idrauliche Sbarramento: diga di pietre e ciottoli con basamento in muratura a sbarramento totale del corso del torrente, affiancata sulle due sponde da muraglioni di contenimento. Canale di alimentazione: canale a cielo aperto in gran parte interrato e visibile solo nel tratto terminale; la parte iniziale e centrale stata del tutto obliterata per spianare un campo nelle vicinanze delledificio. largo alla base 2 m, delimitato da argini di terra alti allo stato attuale 1,20 m, dotato di una chiusa per lo scolmo delle acque eccedenti verso un fosso che scarica di nuovo nel Farma. completamente disseminato di scorie anche di notevoli dimensioni. Bacino di raccolta: bottaccio molto ampio, di forma rettangolare (fronte m 25, lato sin. m 30, lato des. m 40), delimitato da argini di terra. Si trova sul lato N degli edifici ed separato da questi ultimi mediante un muro in pietra di tecnica irregolare. Edificio: di forma grossomodo quadrata (lato 12 m), ad unico ambiente, non presenta, per quanto visibile al di sopra dei crolli e della vegetazione, tracce di divisioni interne n di solai. Sono in parte conservate le pareti N ed E, quasi del tutto crollata la facciata (lato S). Ben conservato il lato O, che presenta una complicata struttura formata da ben quattro archi in laterizio affiancati, probabilmente bocche dei forni allinterno dei quali si riduceva il minerale di ferro. La struttura si presenta comunque di difficile lettura ed interpretazione. Le murature sono irregolari, realizzate con pietre non squadrate e laterizi. Condotte: sul muro che delimita il bottaccio dal lato adiacente agli edifici visibile un passaggio, in gran parte invaso dalla vegetazione, delimitato da due grandi pietre sui lati, che sostenevano una saracinesca, attraverso la quale lacqua si riversava in una sorta di corridoio formato dalle due pareti affiancate del mulino e della ferriera e dotato di un certo dislivello. Sul lato S, cio in facciata, il corridoio delimitato da un muro nel quale si apre un arco che permetteva luscita dellacqua verso il canale di rifiuto. Ruote: una ruota verticale era probabilmente alloggiata nel corridoio tra gli edifici del mulino e della ferriera descritto sopra. Non ne resta traccia. Canale di rifiuto: lacqua in uscita dal mulino e dalla ferriera si riversava in un passaggio voltato a botte, che passa sotto la strada di accesso agli edifici, e defluiva in un canale a cielo aperto delimitato da argini di terra in direzione del Farma. Dati archeometallurgici Min. trattato: ematite Metallo prodotto: ferro Tipo di operazione: riduzione

Materiali presenti: minerale, scorie Tipo di Scoria: A e B Media frg.: max 25 cm, min. 4 cm Campionatura: sono state campionate solo minime percentuali delle scorie presenti sul sito Scoria Tipo a: Colore int.: da grigio scuro a marrone. Colore est.: da grigio scuro a marrone. Magnetica: si. Tapped: no. Weathering: molte ossidazioni ferrose superficiali. Struttura: spugnosa sia int. che est., superficie inferiore scabra e porosa ma pi compatta della superiore, che si presenta molto porosa ed irregolare. Porosit: molto frequenti, grandi, di forma irregolare. Inclusioni: molte tracce di grandi frammenti di carbone alcuni dei quali ancora presenti. Osservazioni: osservando la forma convessa della superficie inferiore si pu ipotizzare che si tratti di un cake cio un fondo di fornace. Scoria Tipo b: Colore int.: grigio chiaro, striature per ossidazione. Colore est.: grigio scuro. Magnetica: no. Tapped: si. Weathering: depositi di calcite. Struttura: superficie superiore mammellonare con tracce di cordoni di scorrimento appiattiti, superficie lucida; la superficie inferiore leggermente convessa presenta tracce di giacitura su terreno. Porosit: frequenti, irregolari. Inclusioni: tracce di frammenti di carbone. Bibliografia: Guideri, 1986-1987, p. 102; Cucini-Guideri-Paolucci-Valenti, 1989, pp. 88-89, figg. 4 e 5; Giovagnoli, 1992, p. 9 e nota 21. Sito: 23 UT: 2

Localit: C. Ferriera Comune: Roccastrada Provincia: Grosseto Carta top. reg.: Q. 120 III coord.: 1.675.72/4.772.08 Quota slm: 306 Morfologia: pianura Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: torrente Farma Condizioni del suolo: bosco Uso del suolo: incolto Visibilit: buona Descrizione Sito: v. UT 1 Descrizione UT: edificio rettangolare, in ottimo stato di conservazione, completo in tutte le sue parti e ancora dotato di copertura, un tempo destinato allattivit molitoria. Sono ancora visibili le strutture accessorie che sfruttavano lenergia idraulica fornita dal vicino torrente Farma. Si affianca sul lato O ai ruderi delledificio della ferriera (UT 1) Notizie storiche: le strutture murarie, perfettamente conservate, riportano allambito medievale e risalgono almeno al XIII secolo. Nella Tavola delle Possessioni di Torniella, del 1320, si cita pi volte un mulino lungo il Farma, con tutta probabilit da identificarsi con ledificio in questione. Alcune notizie, poi, compaiono in associazione allattivit della contigua ferriera. Anche il mulino era di propriet dei Bulgarini che lo concedevano in affitto a terzi. rimasto in attivit

fino agli anni 50 del nostro secolo. Definizione: mulino da macina Periodo: Medioevo Cron. iniziale: XIII sec. Cron. finale: XX sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: mulino in loco dicto Campo Sperolo, mulino di Ferriera Descrizione fonti 1320: viene registrata unam petiam terre laboratorie positam in loco dicto Campo Sperolo cui ex una Ghani monaci ex una flumen Farme et ex una Ghora molendini (Estimo, 67, c. 11r). 1320: unam petiam terre laboratorie [...] positam in Campo Sperolo cui ex una dicta Ghora [...] ex una flumen Farme (Estimo, 67, c. 66r). 1778-1783: vari contratti di affitto della ferriera insieme al mulino; si prevede che si debbano mantenere in buono stato tutti gli attrezzi. A carico del locatario sono il mantenimento della steccaia, la pulitura dei gorelli e la manutenzione generale del mulino e della ferriera (AVG, T. 95, fasc. 4); v. anche UT 1. 1876: descrizione della pescaia in muratura che alimentava il mulino e la ferriera (Grottanelli, 1876, p. 149); v. UT 1. 1893: Numero di riferimento alla carta idrografica: 107 bis. Canale che alimenta lopificio: gorello del mulino. Modo di derivazione: sassaia trasversale a secco. Denominazione: Ferriera. Uso: molino. Caduta m 5,80. Portata in litri: max. 161; ord. 161. Regime: perenne (C. I. I., pp. 330-331). Caratteristiche idrauliche Sbarramento: v. UT 1 Canale di alimentazione: v. UT 1 Bacino di raccolta: v. UT 1 Edificio: di forma rettangolare (8 m per 14), a due piani divisi in due ambienti, con un piano seminterrato; in ottimo stato di conservazione. La muratura realizzata in filaretto, a corsi regolari di grandi bozze squadrate. Diverse aperture originali si trovano in facciata (lato S): porta dingresso ad arco, ai lati due finestre rettangolari con architrave monolitico; al primo piano una finestra rettangolare coeva ed una posteriore. Sul lato N, verso il bottaccio, porta rettangolare allaltezza del primo piano. Tetto a due falde coperto da coppi ed embrici. Condotte: nel muro che delimita il bottaccio sul lato delledificio si aprono due condotte forzate che conducevano lacqua a forte pressione sulle ruote alloggiate nel carceraio. Hanno imbocco rettangolare (condotta sin.: alt. 1,5 m, larg. 1 m; condotta ds.: alt. 1,5 m larg. 1,30 m) delimitato da laterizi, sono fortemente inclinate e strombate verso il basso; le murature sembrano essere state molto rimaneggiate in epoca moderna. Ruote: si trattava di due ruote del tipo orizzontale; il carceraio inaccessibile e non stato possibile verificare se ne rimane in situ qualche traccia.

Meccanismi: una macina rimane ancora in situ nellambiente a pianterreno del mulino. Canale di rifiuto: v. UT 1 Bibliografia: Guideri, 1986-1987, p. 102; Cucini-Guideri-Paolucci-Valenti, 1989, pp. 88-89, figg. 4 e 5. Sito: 24 UT: 1

Localit: S. Lorenzo a Merse Comune: Monticiano Provincia: Siena Carta top. reg.: Q. 120 II coord.: 1.684.30/4.779.22 Quota slm: 250 Morfologia: fondovalle Geologia: scisti siltosi Acqua: fosso Faulle Condizioni del suolo: bosco Uso del suolo: incolto Visibilit: buona Descrizione Sito: angusto fondovalle in cui scorre il fosso Faulle, profondamente incassato ai piedi del Poggio Leccetelli. Il sito si trova ca. 750 m a S-O del paese di S. Lorenzo a Merse ed raggiungibile attualmente solo risalendo a piedi lungo il fosso a partire dal paese. Descrizione UT: piccolo impianto molitorio abbandonato, in discreto stato di conservazione, che sfruttava lenergia idraulica fornita dal Fosso Faulle. Sono ancora ben visibili anche le strutture accessorie di alimentazione. Notizie storiche: lesistenza di questo mulino documentata per la prima volta nella relazione del Gherardini nel 1676; ne viene poi registrata la posizione nel Catasto ottocentesco e nella Carta Idrografica del 1893, secondo la quale ledificio ospitava anche una gualchiera. Secondo testimonianze orali avrebbe cessato lattivit allinizio del nostro secolo. Definizione: mulino da macina e gualchiera Periodo: post-medievale Cron. iniziale: XVII sec. Cron. finale: inizi XX sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: mulino Faulle 1676: Vi un molino fabbricato in Beni di Comunit. Questo non sufficiente per il consumo del paese, onde conviene andare a macinare al Fiume della Mersa. (Gherardini, Visita, p. 50). 1821: localizzazione della casa ad uso molino con la sua gora ( Catasto Toscano, Comunit di Monticiano, Sez. C di S. Lorenzo, part. 502 e 503). 1893: Numero dordine: 202. Canale che alimenta lopificio: gorello (lung. m 600; dislivello m 8,80). Modo di derivazione: steccaia di pali e fascine. Denominazione: Faulle. Uso: molino da cereali e gualchiera. Caduta m 4,50. Portata in litri: max. 97; min. 4; ord. 22; non continua. Durata in mesi: max. 4;

min. 4; ord. 4 (C. I. I., pp. 294-295). Caratteristiche idrauliche Canale di alimentazione: breve gora a cielo aperto Bacino di raccolta: bottaccio rettangolare posto sul lato S delledificio e da esso separato da un passaggio transitabile, sotto al quale passano le condotte. Il lato verso il mulino sostenuto da un alto muro di contenimento. Un muro delimita anche il lato E mentre su quello O presente un argine di terra. Piuttosto ampio e profondo. Edificio: piccolo edificio rettangolare ad un piano con unico ambiente, pi un piano seminterrato dove erano collocate le ruote idrauliche. Questultimo consta di due carcerai con archi duscita in pietra, alti m 1,70 e larghi m 2,20; attualmente sono in parte allagati, ma comunque visibile dallesterno la bocchetta di uscita dellacqua nella parete di fondo. Le murature sono realizzate con piccole pietre non squadrate e ciottoli; la tipologia riporta allepoca moderna. Condotte: due condotte, perfettamente conservate, si aprono nel lato N di contenimento del bottaccio. Hanno bocca rettangolare (alt. m 1,20, larg. m 1,50) e sono fortemente inclinate e strombate verso linterno; le murature interne sono foderate in laterizi. Ruote: due ruote di tipo orizzontale di cui non rimane alcuna traccia. Canale di rifiuto: semplice scoscendimento lungo pochi metri in direzione del fosso Faulle. Sito: 25 UT: 1

Localit: Castellaccio Comune: Civitella Paganico Provincia: Grosseto Carta top. reg.: Q. 120 II coord.: 1.684.90/4.772.62 Quota slm: 161 Morfologia: pianura di fondovalle Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: torrente Farma Condizioni del suolo: bosco Uso del suolo: incolto Visibilit: discreta Descrizione Sito: area pianeggiante nel fondovalle del Farma situata alla destra di una stretta ansa formata dal torrente, vicinissima ai ruderi dellantico Castiglione iuxta Farmam (oggi Castellaccio), ma sulla sponda opposta e quindi attualmente in provincia di Grosseto. Il luogo particolarmente caratteristico e ben riconoscibile in quanto in questo punto il corso dacqua quasi sbarrato e costretto ad aggirare una potente formazione rocciosa prima di tornare sullasse di scorrimento usuale. La riva sinistra del Farma si presenta quindi come una parete di roccia completamente liscia e perpendicolare di aspetto suggestivo, la riva destra invece pianeggiante, sabbiosa e discretamente agibile anche se coperta da bosco. Il sito raggiungibile a piedi da Solaia o per una strada privata dal Pod. Fontanini.

Descrizione UT: sono stati individuati alcuni resti di murature nelle immediate adiacenze del Farma. Il tratto meglio conservato lungo 12,5 m, con andamento N-S parallelo al torrente; si tratta di un muro a sacco, dello spessore di 75 cm, con paramento in pietre di medie e piccole dimensioni, sbozzate in forma rettangolare, non spianate, con faccia di spacco, disposte in filari regolari, legate da abbondante malta giallastra. Allestremit S in basso si nota un arco, appena distinguibile perch completamente interrato, che d accesso ad una galleria voltata a botte; circa alla met della muratura si apre una bocchetta rettangolare. Allestremit N il muro fa angolo con quello che sembra essere un ambiente rettangolare, del tutto illeggibile a causa della vegetazione; al di l di questi ruderi, in direzione N, altre murature affiorano, come prosecuzione del muro principale, per circa 15 m. Al di l delle murature parallele al torrente, non sono presenti altri ruderi visibili ed il terreno si presenta molto scuro e carbonioso. A causa del forte interro alluvionale stata rinvenuta una sola scoria, oltre a frammenti di minerale. Niente rimane delle opere di derivazione delle acque verso ledificio, per cui si pu soltanto dire, osservando la morfologia del terreno, che sarebbe stato possibile scavare un canale quasi pianeggiante ed alimentare una ruota idraulica per di sotto. Si deve notare che il sito si presenta particolarmente adatto per lo sfruttamento dellenergia idraulica, in quanto lansa a gomito crea di per s una strozzatura a valle delledificio ed il torrente vi accumula detriti a formare una sorta di steccaia naturale: a monte quindi il livello dellacqua cresce, lalveo si presenta compatto e profondo anche in periodi molto siccitosi. Notizie storiche: le uniche menzioni di questa struttura produttiva, destinata alla riduzione e lavorazione del ferro, sono contenute nella Tavola delle Possessioni del 1318/20. Limpianto era diviso in tre parti della quali una apparteneva ad Angelo Chiarimbaldi, possessore di altri beni in zona, una a Vanni Cambi, cittadino senese, e lultima ai figli ed eredi del conte Ugolino Ardengheschi, signori del castello stesso. Ledificio era circondato da ogni lato dai possedimenti di questi ultimi . Il valore totale di questa struttura produttiva, 1500 lire, era il pi alto fra quelli degli impianti siderurgici registrati nella Tavola. Non abbiamo notizie sulla cessazione dellattivit, ma essa avvenne probabilmente con la crisi di met XIV secolo e non riprese mai pi; del resto il castello stesso appare in declino nel XV sec. e fu probabilmente del tutto abbandonato alla met del 400 (Ginatempo, 1988, p. 222). Definizione: ferriera Periodo: Medioevo Cron. iniziale: inizi XIV sec. Cron. iniziale: met XIV sec.? Fonti Toponomastica nelle fonti: hedifitii [...] in loco dicto Chiusa ultra Farmam 1318: nellelenco delle propriet di Angelo Chiarimbaldi si registra la tertiam partem indivisam duarum domorum et hedifitiorum actorum ad ferrum colandum et faciendum cum eorum apparatibus positorum in curia Castillionis iuxta Farmam cui undique sunt filiorum contis domini Ugolini. Extimatam dictam tertiam partem in quingentis librarum nam in totum extimatio predictorum est mille et
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quingentarum librarum. La somma totale dei beni di Angelo ammonta a 1183 lire (Estimo, 97, c. 62r). 1320: i figli ed eredi del conte Ugolino di Castiglione possiedono la tertiam partem pro indiviso duarum domorum et edifitiorum in ipsis domibus existentium actorum ad faciendum ferrum positorum in curia Castillionis iuxta Farmam in loco dicto Chiusa ultra Farmam quibus ex quattuor partibus est filiorum contis, quorum reliquae partes sunt Vannis Cambii et Angeli Chiarimbaldi; stimata 446 lire, 13 soldi, 4 denari (Estimo, 96, c. 193v). Dati archeometallurgici Min. trattato: ematite Metallo prodotto: ferro Tipo di operazione: riduzione Materiali presenti: minerale, scorie Tipo di Scoria: A Media frgm.: Campionatura: stata rinvenuta ununica scoria Scoria Tipo a: Colore int.: grigio scuro con iridescenze. Colore est.: marrone scuro ferruginoso opaco. Magnetica: impercettibile. Tapped: no. Weathering: ossidazioni ferrose superficiali. Struttura: faccia inferiore piuttosto compatta con alcune grandi bollosit; frattura irregolare; la parte superficiale molto ossidata e forma una sorta di strato esterno. Porosit: non frequenti, piccole, circolari, distribuite irregolarmente. Inclusioni: no. Bibliografia: Borracelli, 1984, p. 54 e nota 17. Sito: 26 UT: 1

Localit: Podere Cerrone Comune: Murlo Provincia: Siena Carta top. reg.: 120 II coord.: 1.688.16/4.776.02 Morfologia: pianura di fondovalle Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi Acqua: fiume Merse Condizioni del suolo: bosco Uso del suolo: incolto Visibilit: buona Descrizione Sito: il sito su cui sorgeva il mulino si trova in unarea pianeggiante, attualmente denominata Molinaccio, situata ai piedi dei colli che scendono da Montepescini, compresa allinterno di unampia ansa formata dal fiume Merse, che la delimita sui lati E, S, S-O. Il luogo si trova attualmente subito al di fuori di un fondo chiuso, utilizzato per lallevamento dei cinghiali, di propriet del Demanio Regionale. Per accedervi necessario discendere da Montepescini fino al torrente Ornate e qui, previa autorizzazione del Demanio, farsi aprire i cancelli della tenuta da un incaricato; dopo aver proseguito fin oltre il Podere Cerrone, oltrepassare di nuovo la recinzione e inoltrarsi nel bosco fino in prossimit del fiume, dal quale parte il vecchio canale di accesso dellacqua al

mulino, ben visibile e percorribile con facilit. Descrizione UT: cospicui resti di un mulino, quasi interamente crollato ma relativamente ben leggibile nelle sue componenti architettoniche; inoltre tracce di alcuni edifici adiacenti. Ancora ben conservato il sistema di alimentazione idrica ed in particolare il grande bottaccio rettangolare in muratura ed il lungo canale che, con un percorso di oltre 200 m, derivava lacqua dal fiume Merse conducendola fino a questo impianto. Notizie storiche: dellesistenza di un mulino in questa zona abbiamo notizia dallEstimo del 1318-1320, dal quale risulta che la comunit di Montepescini possedeva la sesta parte di un mulino con gualchiera sul Merse in localit al Mulino, nei pressi del fossato Arrighi Cerboni. Sulla base di altre confinazioni descritte nella stessa pagina dellEstimo, diventa molto facile localizzare il punto esatto in cui si trovava il mulino: il fossato di Cerbone, infatti risulta ubicato nei pressi del poggio Casoli (el poggio di Casole) e del fosso Ornate ( Estimo, 78, c. 31r). I dati toponomastici corrispondono perfettamente con la posizione dei resti individuati, i quali erano del resto gi registrati nel Catasto del 1821, dal quale risulta che il mulino era allepoca allo stato di rudere. Non si riscontra invece alcuna corrispondenza con i toponimi che designano le confinazioni del mulino di Rigocervio (Sito VIII) anchesso ubicato nel distretto di Montepescini: ci porta ad escludere che si trattasse dello stesso impianto. Definizione: mulino da macina e gualchiera Periodo: Medioevo Cron. iniziale: inizi XIV sec. Cron. finale: XVIII sec. Fonti Toponomastica nelle fonti: loco dicto al Mulino 1318/1320: la Comunit di Montepescini habet sextam partem terre laboratorie et boscate positam in dicta curia, loco dicto al Mulino, cum palatio, domo cum molendino et gualchiera super ea, cui ex uno flumen Merse, ex alio via, ex alio fossatus Arrighi Cerboni (Estimo, 78, c. 31r). 1821: nei pressi della localit Podere Cerrone, proprio sul Merse registrata la posizione di un edificio definito molino diruto; adiacente ad esso un secondo edificio, definito casa diruta; non vengono raffigurate le opere di derivazione delle acque (Catasto Toscano, Comunit di Murlo, sez. N di Vallerano, part. 174 e 175). Caratteristiche idrauliche Sbarramento: perduto Presa dacqua: attualmente difficile da individuare; nel punto in cui il canale di derivazione sembrerebbe iniziare, la quota del terreno risulta di alcuni metri pi alta rispetto al letto del fiume; ci spiegabile sulla base di diversi fattori: in primo luogo il fiume in fase erosiva e di conseguenza scorre a quota inferiore rispetto ai secoli passati, in secondo luogo la presenza in antico delle opere di sbarramento, oggi perdute, faceva s che il pelo dellacqua si innalzasse a monte della presa, inoltre il canale di derivazione si presenta in parte interrato ed era quindi probabilmente pi profondo di quanto non appaia oggi. Infine la presenza

di alcune opere in muratura in corrispondenza del punto in cui il canale si incontra con il fiume e soprattutto una fossa di forma rettangolare probabilmente formatasi in seguito al crollo di un ambiente sotterraneo, fanno pensare che in origine la presa fosse costituita da un breve tratto di galleria. Canale di alimentazione: lungo canale artificiale che, con un percorso complessivo di oltre 200 m, collega il Merse con ledificio del mulino. Presenta un andamento rettilineo che in pratica attraversa lintera ansa formata dal fiume in questo tratto; delimitato da possenti argini di terra, che in alcuni punti sono alti circa 2 m; in certi tratti del canale sono visibili lacerti di murature di sostegno in pietre irregolarmente sbozzate. Circa alla met del percorso sono presenti alcune strutture, molto probabilmente relative ad una chiusa che permetteva di deviare lacqua in eccesso entro un canale secondario comunicante col fiume. Bacino di raccolta: grande bottaccio rettangolare, quasi del tutto interrato, addossato al lato N delledificio; delimitato da grossi muri, costruiti con bozze di pietra squadrate disposte su filari regolari, ben conservati sui lati S e O. largo 19 m e lungo almeno 30. Edificio: edificio rettangolare ad un solo piano, di 19 m per 12, in gran parte crollato. possibile individuare almeno 4 ambienti interni. Rimane in piedi langolo E, mentre le altre murature sono conservate in elevato per circa 1 m. possibile distinguere tra le strutture murarie almeno due fasi costruttive: la prima, probabilmente di ambito medievale, caratterizzata da muri di notevole spessore (anche oltre 1 m) in pietre squadrate disposte su filari regolari, legate da abbondante malta biancastra, senza impiego di laterizi se non per rare zeppe; la seconda, certamente pi recente, caratterizzata da murature in pietre non sbozzate, di dimensioni e apparecchiatura irregolari, con largo impiego di laterizi. Condotte: nel muro che delimita a S il bacino di raccolta, in basso, si intravede una apertura completamente interrata, che sembrerebbe essere un arco di accesso dellacqua ad un sottostante carceraio. Ruote: le tracce dellarco descritte precedentemente fanno ipotizzare limpiego di ruote orizzontali. Canale di rifiuto: non visibile un canale vero e proprio; il fronte delledificio, tuttavia, dista soltanto pochi metri dal fiume, verso il quale lacqua in uscita poteva facilmente defluire. Altro: accanto al mulino, in direzione N-E, si notano le creste dei muri perimetrali di un grosso edificio rettangolare (forse la casa diruta descritta nel Catasto ottocentesco); possibile che si trattasse di un semplice annesso o di una abitazione o anche della gualchiera citata nelle fonti. Anche sulla piccola altura retrostante al mulino si notano vari lacerti di murature ed un notevole spargimento di pietre, laterizi e coppi. Bibliografia: Passeri, 1995, pp. 73 e 78 Sezione II: siti non localizzabili sul territorio Sito: I Toponomastica nelle fonti: Difizio del Lago, Difizio Vecchio, Difizio di Sopra

Notizie storiche: il Difizio del Lago, ubicato lungo il torrente Gonna, viene per la prima volta menzionato in un contratto dellanno 1460, quando viene venduto dalla Comunit di Monticiano a Cristofano Gabrielli. Questo impianto, tuttavia, doveva esistere gi almeno dagli inizi del XIV sec., poich in questo stesso documento, come in altri posteriori, viene denominato anche Difizio Vecchio, per distinguerlo dal Difizio Nuovo o di Sotto, sempre sul Gonna (Sito 1 UT 1), le prime notizie del quale risalgono al 1317. Inoltre questa struttura identificabile con uno dei due edifici siderurgici in rovina (laltro probabile che sia la ferriera di Ripaccio, v. Sito II) che la Comunit di Monticiano nel 1427 dette in affitto ad alcuni privati intenzionati a rimetterli in attivit. In altri documenti designato anche col nome di Difizio di Sopra. Successivamente limpianto divenne propriet di Cristofano Gabrielli, i cui figli lo vendettero a Paolo Azzoni, proprietario della ferriera di Ruota, nel 1493; questultimo lo cedette nel 1498 a Federigo Galli, riservandosi per il taglio nei boschi di pertinenza della ferriera per uso dellimpianto di Ruota. Il Difitio del Lago dovette in seguito tornare di propriet del comune di Monticiano, visto che nel 1545 la Comunit cedette tutti i diritti sui suoi boschi ad Achille Venturi, proprietario del Difitio Nuovo: da questa vendita si deduce anche che limpianto non doveva pi essere in funzione. Ubicazione probabile: la ferriera si trovava nel territorio del comune di Monticiano, a poca distanza dal centro abitato, lungo il corso del torrente Gonna. In base alle indicazioni toponomastiche contenute nelle fonti possibile localizzarne la posizione originaria con una certa precisione: la definizione Difitio di Sopra collocato a piej la terra di Monticiano fa ipotizzare una ubicazione leggermente a S, cio a monte, rispetto al Difitio di Sotto, i cui ruderi sono stati individuati in localit Ferrieraccia (Sito 1 UT 1); il Difitio Vecchio doveva quindi venirsi a trovare poco a S-O di Monticiano lungo il corso dacqua. Poco chiaro invece il motivo per cui tale impianto era detto Difizio del Lago, visto che nella zona non presente alcun bacino idrico che possa giustificare tale nome: una spiegazione forse possibile col fatto che il luogo proposto per lubicazione della ferriera coincide con una zona ancor oggi designata nella toponomastica locale col nome di Laghi. Una ricognizione effettuata esplorando il greto e le sponde del Gonna per circa 4 Km a monte della localit Molinello non ha dato alcun risultato. Acqua: torrente Gonna Definizione: ferriera Periodo: Medioevo Cron. iniziale: inizi XIV sec. Cron. finale: prima met XVI sec. Fonti 1427, gennaio 6: Giovagnolo di Giovanni Parisii cuoiaio, Berto di Agnoletto di Luca calzolaio e Ceccarino di Turino di Cenni lavoratore della terra, tutti di Monticiano, prendono in prestito da Niccol di Galgano di Guccio Bichi 1522 lire e 4 denari ex causa faciendi duo hedifitia destructa, apta ad faciendum ferrum que habent ex conducto a comuni et hominibus Montesciani prefati et causa emendi venam pro dictis hedifitijs [...] et pro ferramentis et aliis necessariis et utilibus dictis hedifitijs (DBB, vol. I, n. 50).

1460: La Comunit di Monticiano lano 1460 vende due edifici da far ferro a Cristofano di Nanni Gabrielli con pi patti e specialmente che potesse detto Cristofano legniare per detti edifici di l dal fiume della Ghona in qua senza alcuno reservo [...]. Questi due edifici uno si chiama il Difizio di Sotto o vero il Difizio Nuovo [...] come appare per una divisione fatta la Comunit di Monticiano con li Azzoni nellanno 1407 [...] dal che si fa arghumento che tutti li altri boschi che sono dalla Ghonna in l e nelle ripe che sono dalla Ghonna in qua sieno dellaltro edifitio il quale si chiamava il Difitio del Lago o vero il Difitio Vecchio (AVG, T. 44, fasc. 3, regesto di documento perduto); v. anche Sito 1 UT 1. 1493: Lano 1493 li heredi di Cristofano di Nanni Ghabrielli vendono per fiorini 200 a Pavolo Azzoni un loro edificio da far ferro posto nella corte di Monticiano chiamato il Difitio Vecchio con tutte le sue ragioni di boschi li quali boschi necessariamente erano tutti quelli che erano dalla Gonna in l et nel luogo detto Le Ripe della Gonna in qua eccietto per quelli appartenenti al Difitio di Sotto o vero Difitio Nuovo (AVG, T. 44, fasc. 3, regesto di documento perduto). 1493: richiesta da parte di Pavolo di Gabriello Azzoni, nella quale si dice che come havendo lui nuovamente comprato da Antonio Ghabriegli e frategli uno de loro difitii de ferro posto ne la corte di Monticiano in sul fiume de la Gonna cio il Difitio di Sopra ed i suoi boschi et co le ragioni et pertinentie sue. Et havendo et essendo similmente suo el difitio del ferro di Rota. Domanda di gratia che li dicti due suoi difitii de ferro sieno et essere sintendino huniti insieme et che tutto el legname che lui ha ne la corte di Monticiano esso Pavolo possi tagliare et fare tagliare per carboni et per altro al mestiero ex ratio et bisogno de decti suoi difitii (AVG, T. 31, fasc. 17). 1498: scrittura privata con la quale Pavolo di Gabriello Azzoni vende a Federigo di Meo di Gallo la ferriera detta Edifizio Vecchio di Sopra sul Gonna, che aveva comprato da Cristofano Gabrielli (AVG, T. 31, fasc. 18). 1505: contratto di vendita ufficiale del difitio da fare ferro posto ne la corte di Monticiano in sul fiume de la Gonna chiamato il Difitio Vecchio di sopra ceduto da Paolo di Gabriello Azzoni a Federigo di Meo di Gallo con scrittura privata del 1498. Si prevede che rimangano a Paolo Azzoni i diritti su tutti i boschi appartenenti a questa ferriera, che egli si riserva per uso della sua ferriera di Ruota (AVG, T. 31, fasc. 20). 1545: Il Comune et uomini di Monticiano da e vende e trasferisce ad Acchille di Girolamo Venturi cittadino senese tutte le ragioni et azzioni che ha et aver potesse sopra li Boschi di l dalla Gonna per causa dellEdifizio del Ferro detto lEdifizio del Lago in su la Gonna a piej la terra con obbligazione di non poter vendere mai detto Edifizio della Gonna, essi boschi si largischino ad altro Edifizio Nuovo (AVG, T. 40, fasc. 2, copia del documento originale); v. anche Sito 1 UT 1. Data imprecisata (XVII sec.?): La Comunit, che nel frattempo deve aver acquistato dal Gallo lEdifizio Vecchio vende ad Achille Venturi le ragioni sui boschi di l dalla Gonna pertinenti al Difizio del Lago il quale in quel tempo no era pi in uso (AVG, T. 44, fasc. 8). Data imprecisata (XVII sec.?): Castello [Monticiano] presso al quale era il lago di detto Edificio. (AVG, T. 44, fasc. 8). Bibliografia: Giovagnoli, 1992, p. 14

Sito: II Toponomastica nelle fonti: ferriera di Ripaccio Notizie storiche: una fabrica posseduta da Pigino Pieri in localit Ripaccio viene citata per la prima volta nella Tavola delle Possessioni di Monticiano del 1319. Tale impianto probabilmente cess la sua attivit con la crisi di met XIV sec.; questa ipotesi suggerita da un documento del 1402, nel quale si parla del sito della ferriera di Ripaccio come di un rudere in cui si trovano muri e muracci, venduto da Antonio di Angelo di Monticiano ad Antonio e Gabriello Azzoni, proprietari anche delle ferriere di Ruota sul Farma (Sito 4) e Nuova sul Gonna (Sito 1 UT 1). Probabilmente gli Azzoni acquistarono questo impianto in previsione di un ripristino dellattivit, ma esso non dovette avvenire e possiamo ritenere che il rudere sia passato alla Comunit di Monticiano insieme agli altri beni confiscati ad Antonio Azzoni, dichiarato ribelle, nel 1406 (v. Sito 1 UT 1 e Sito 4). Sembra dunque assai probabile che la ferriera di Ripaccio sia uno dei due impianti siderurgici in rovina che nel 1427 vengono dati in affitto dalla Comunit di Monticiano ad alcuni privati, i quali volevano rimetterli in funzione (laltro era la ferriera del Lago, cfr. Sito I). Ubicazione probabile: la ferriera si trovava nel Comune di Monticiano, lungo il corso del torrente Gonna. Sia il toponimo Ripaccio, sia quello del vicino guado di Coppa sono attualmente perduti: non quindi possibile stabilire con precisione loriginaria ubicazione di questo impianto produttivo. Si ritiene, tuttavia, che i resti di muri in filaretto inglobati nelle murature cinquecentesche del Sito 2 UT 1 appartenessero ad un opificio di XIII secolo, probabilmente identificabile con una delle due ferriere documentate in questa zona lungo il torrente Gonna, e cio appunto la ferriera di Ripaccio. Lo studio dei toponimi citati nella Tavola tra le confinazioni della localit Ripaccio, infatti, permette di collocare questultima grossomodo in corrispondenza dellattuale Molinello. Acqua: torrente Gonna Definizione: ferriera Periodo: Medioevo Cron. iniziale: inizi XIV sec. Cron. finale: XV sec. Fonti 1319: Piginus Pieri possiede unam petiam terre boscate cum fabrica et logia positam in dicta curia in loco dicto Ripaccio cui ex una flumen Gonne, di staia 8 e del valore di lire 737 e soldi 7 (Estimo, 69, c. 465r). 1402, febbraio 19: La met per indiviso del sito duna ferriera con la met della gora, steccaia, bottaccio, nel qual sito erano muri e muracci posto in contrada detta Ripaccio. Item un pezzo di terra boscata in detto luogo piedi della quale vi il fiume Gonna e da altra parte la strada che conduce al vado di Coppa [...] furono venduti da Antonio del gi Angelo da Monticiano agli signori Antonio e Gabbriello del gi Pietro Azzoni per fiorini 34. Istrumento rogato in Siena da Salerno di Giannino e ricopiato da Luca di Nanni di Pietro di Giannino. (AVG, T. 102, pp. 378-379, regesto settecentesco di originale perduto). 1427, gennaio 6: v. Sito I

Bibliografia: Borracelli, 1984, pp. 54-55 e nota 19 Sito: IIIa Toponomastica nelle fonti: fabbrica di Piana o di Piano di Ghonfienti Notizie storiche: struttura destinata alla lavorazione del ferro menzionata per la prima volta in un contratto del 1308 col quale il proprietario Nerio di Giovanni di Monticiano acquista una certa quantit di legname, probabilmente destinato alla produzione di carbone. Nel 1319 questa struttura viene registrata nella Tavola delle Possessioni, sempre come propriet di Nerio di Giovanni: in questa occasione si cita anche la presenza di una gora che forniva energia idraulica allimpianto. incerto se si trattasse di una vera e propria ferriera, nella quale avveniva la riduzione del minerale, oppure di una forgia. Non se ne hanno altre notizie in seguito ed quindi ipotizzabile che abbia cessato lattivit con la crisi di met 300. Ubicazione probabile: i due documenti riguardanti questa struttura forniscono poche indicazioni utili per localizzare la sua posizione originaria: infatti il toponimo Piano Gonfienti attualmente non esiste pi, anche se sappiamo che si trovava nei pressi del Merse. Tuttavia il termine Gonfienti, che nella toponomastica medievale sta spesso ad indicare la confluenza di due fiumi, compare diverse volte in documenti di XIII sec. che riguardano la zona di Monticiano-Chiusdino, dai quali si ricava che il luogo chiamato Gonfienti era delimitato da una parte dal Feccia e dallaltra dal Merse: probabile quindi che la fabrica di Nerio di Giovanni fosse ubicata proprio nella pianura alluvionale formatasi alla confluenza dei due fiumi. Acqua: fiume Merse e fiume Feccia Definizione: ferriera o forgia Periodo: Medioevo Cron. iniziale: inizi XIV sec. Cron. finale: dubbia (met XIV sec. ?) Fonti 1278, dicembre 1: in un contratto di vendita si parla della tertiam partem unius petii terre pro indiviso siti in loco dicto Gonfienti cui a primo latere currit flumen vocatum Feccia ab alio possidet Canonica Sancti Iusti. Item tertiam partem unius petii terre pro indiviso siti in loco vocato Gonfienti cui a primo latere est flumen Merse (KSG, II, c. 5 v). 1308, ottobre 4: Paolo di Orlando da Siena del popolo di S. Pietro a Ovile vende per lire 15 a Nerio olim Johannis de Monticiano totum lingnamen vel lingnaminem (?) vivum et mortum ementi et stipulanti nomine vice pro sotietate edifitii de Piana; il legname si trovava su un appezzamento di terreno in localit Montecuoio (DU). 1319: Nerius Johannis possiede unam petiam terre laboratorie positam in dicta curia in loco dicto Gonfienti cui ex una Ghora fabrice ex una goricelli, ex una strata comunis et ex una flumen Merse [...] item [...] unam petiam terre laboratorie et lamate et cum domo positam in curia de Monteciano in loco dicto piano di Ghonfienti et cum hedificio fabrice per staia 1,75 ed un valore di lire

1183 e soldi 7; possiede inoltre altri terreni nel medesimo luogo, detto anche Al Dificio, confinanti con la gora fabrice ed il fiume Merse. Il totale dei possedimenti di Nerio di Giovanni nella curia di Monticiano ammonta al notevole valore di lire 8533,7; da notare che vi sono compresi molti terreni a bosco e specialmente di castagni (Estimo, 69, cc. 426r-427 v). Bibliografia: Borracelli, 1984, pp. 54-55 e nota 19 Sito: IIIb Toponomastica nelle fonti: mulino di Gonfienti Notizie storiche: la prima notizia riguardante questo impianto molitorio compare nel 1280 in un contratto di vendita di tre mulini sul Merse situati rispettivamente nelle localit di Ripetroso, Campo Buolichi e Gonfienti: lacquirente della diciottesima parte di queste strutture il monastero di S. Galgano. Nel 1337 il Capitolo dellabbazia fece in modo di impedire al comune di Monticiano di costruire un altro mulino in questa zona, con tutta probabilit proprio perch non ne derivasse uno svantaggio per ledificio preesistente. Lultima menzione di un impianto molitorio in localit Piana risale al 1351 ed probabilmente riferibile, anche in assenza di indicazioni topografiche pi precise, allo stesso mulino citato dai documenti precedenti. Ubicazione probabile: v. Sito IIIa Acqua: fiume Merse Definizione: mulino da macina Periodo: Medioevo Cron. iniziale: seconda met XIII sec. Cron. finale: seconda met XIV sec. Fonti 1281, febbraio 11: Contessa, filia domini Octinelli e moglie domini Aldelli iudicis, per 125 lire vende a frate Giovanni medico, che riceve per labbazia di S. Galgano, octavam decimam partem pro indiviso trium domorum molendinorum et macinarum et ferramentorum et stecchatarum et gorarum et fuitorum et gualcheriarum et terrarum et lamarum et nemorum ad dicta molendina pertinentium et omnium massaritiarum et bonorum pertinentium et spectantium simili modo ad dicta molendina, i quali mulini si trovano sul Merse, il primo in luogo detto Ripetroso, il secondo in luogo detto Campo Buolichi, il terzo ibi prope in dicto flumine in loco dicto Gonfienti (KSG, II, c. 70 r-v). 1337, giugno 8: il Capitolo dellAbbazia di S. Galgano, per impedire al comune di Monticiano di costruire un mulino sul Merse in luogo detto Gonfienti, in Contrada di Piana per uso degli uomini di Monticiano e in danno del detto monastero, decide di acquistare un pezzo di terra posto nelle vicinanze del luogo in cui si doveva edificare il nuovo mulino, di propriet di Cenni di Ranieri di Siena. Tale decisione motivata dal fatto che comprandosi detta terra, il detto Mulino non poteva farsi perch lacqua aveva il suo corso per la terra del detto Cenni e per il detto Sottopriore propose che si comprasse detto pezzo di terra per il prezzo che sopra [50 lire senesi] acci venisse impedita la fabbrica di detto mulino, alla qual proposta acconsent il detto Capitolo e monaci, giudicandosi tal

compra utilissima per il detto monastero (LBB, p. 105v, spoglio delloriginale perduto). 1351, aprile 21: Donna Tora de Saracini da Siena dichiara suo procuratore il marito Jacopo di Lapo perch prenda possesso de quadam medietate pro indiviso cuiusdam molendini cum quadam petia terre videlicet boctaccio prope dictum molendinum cum gora goricellis stecchata boschis terris et pratis ad dictum molendinum pertinentibus et expectantibus positis in curia de Monticiano in loco dicto Piana, che era stato dato in concessione a Iacobo di Orlando, monaco del monastero di S. Galgano (DP). Sito: IVa Toponomastica nelle fonti: mulino di Lupinari/Lupinare Notizie storiche: nel 1264 un mulino sul Merse in localit Lupinari appartiene per 1/6, insieme ad un mulino in localit Ripetroso, alla Canonica di S. Giusto di Monticiano. Comproprietario doveva esserne il comune di Monticiano, visto che nel 1276 quattro parti e mezzo di questi stessi due impianti (di quello di Lupinare si specifica che comprendeva anche una gualchiera) vengono venduti al monastero di S. Galgano dal vicario del comune, nella necessit di reperire fondi per estinguere debiti contratti con gli usurai. Altre due parti, che il comune aveva venduto agli eremiti di S. Pietro di Camerata, furono immediatamente da questi ultimi cedute ancora una volta allabbazia di S. Galgano. La presenza di questo impianto viene successivamente registrata anche nella Tavola delle Possessioni del 1319. Un ultimo accenno alla gora del mulino di Lupinare, nellanno 1341, si trova in una divisione di terre fra gli Azzoni e S. Galgano. Ubicazione probabile: le indicazioni topografiche e toponomastiche contenute nella documentazione scritta sono del tutto insufficienti per tentare una pur vaga localizzazione di questo impianto. Di sicuro si pu dire soltanto che era ubicato sul fiume Merse nel territorio del comune di Monticiano. Il toponimo Lupinari attualmente riferito, sia nella cartografia moderna che nella toponomastica locale, ad un piccolo corso dacqua, situato a N-E di Iesa, che costeggia il poggio di Siena Vecchia e confluisce nel fosso Ornate, a sua volta affluente del Merse. quindi possibile che in antico questo nome si estendesse a tutta la zona compresa tra lattuale Fosso Lupinari ed il corso dacqua principale. Acqua: fiume Merse Definizione: mulino da macina e gualchiera Periodo: Medioevo Cron. iniziale: seconda met XIII sec. Cron. finale: met XIV sec. Fonti 1265, gennaio 1: Buonfigliolo priore e rettore della Canonica di S. Giusto di Monticiano riceve da alcuni privati 13 moggia e 12 staia di grano come affitto della sesta parte per indiviso molendinorum de Ripetroso et Lupinari positorum flumine Merse curte de Monticiano (KSG, II, c. 43 r-v); v. anche Sito V. 1277, febbraio 12: Tancredi di Guidotto, vicario del comune di Monticiano, essendo necessario vendere molti beni del comune a causa dei debiti contratti in

seguito alle devastazioni operate nel territorio dalle milizie della Parte Guelfa di Siena, vende a frate Giovanni medico, che riceve per labbazia di S. Galgano, 4/24 per indiviso del mulino di Ripetroso e quatuor partes et dimidiam de viginti quatuor partibus pro indiviso molendini de Lupinare positum in dicto flumine Merse cum domo et gualcheria palmentis et molis, goris et stecchariis aque ductis et torcitoriis, cum terris et nemoribus atque lamis, cum ferramentis et retecinis et omnibus aliis massaritiis, al prezzo totale di 400 lire senesi (KSG, II, c. 57 r-v); v. anche Sito V. 1277, febbraio 13: i frati dellEremo di S. Pietro di Camerata, che avevano comprato dal comune di Monticiano 2/24 delle case e mulini di Ripetroso e Lupinare, avendo difficolt a pagarli, decidono di venderli a frate Giovanni medico, che riceve per labbazia di S. Galgano (KSG, II, cc. 70v-71v); v. anche Sito V. 1319: in alcune confinazioni di terre situate in localit Lupinari si cita pi volte la gora molendini (Estimo, 69, cc. 238r, 296r, 310v, 367r). 1341, agosto 15: Certi terreni in luogo detto Piana e in luogo detto Lupinare a confino della gora di un mulino toccarono in parte agli signori Vanni, Pietro e Antonio figli di Ghino Azzoni nelle divisioni che fecero coi monaci di S. Galgano. (AVG, T. 102, p. 365, regesto settecentesco di originale perduto). Sito: IVb Toponomastica nelle fonti: fabrica di Lupinari Notizie storiche: nella Tavola delle Possessioni di Monticiano del 1319, nella descrizione dei confini di alcune particelle di terreno, si menziona una gora fabrice ubicata nei pressi di un mulino (Sito IVa): molto probabilmente tale indicazione topografica indizio dellesistenza in questa localit di un impianto produttivo destinato alla lavorazione del ferro, per la riduzione o per la forgiatura, che utilizzava lenergia idraulica. Niente di pi si pu dire a proposito di questo impianto poich non se ne hanno altre notizie in seguito. Ubicazione probabile: v. Sito IVa Acqua: fiume Merse Definizione: impianto per la lavorazione del ferro Periodo: Medioevo Cron. iniziale: inizi XIV sec. Cron. finale: dubbia Fonti 1319: descrizione di un terreno in localit Lupinare, che confina ex una gora fabrice, et ex aliis duabus portionalibus molendini (Estimo, 69, c. 310v). Sito: V Toponomastica nelle fonti: mulino de Ripetroso Notizie storiche: un impianto molitorio con questo nome documentato per la prima volta nel 1249: il comune di Monticiano ne deve cedere una parte allabbazia di S. Galgano, in seguito ad una sentenza a suo sfavore a proposito di una lite riguardante il Mulino Vecchio (v. Sito 10 UT 1). Oltre al comune ne era comproprietaria la Canonica di S. Giusto di Monticiano. Il monastero di S. Galgano

ne acquist negli anni quote sempre crescenti: nel 1276 4 parti e mezzo dal comune di Monticiano in difficolt economiche, nello stesso anno due parti dagli Eremiti di S. Pietro di Camerata, nel 1280 una parte da Contessa di Ottinello, nel 1303 unaltra da Iacomo e Guccio di Orlando. Nel 1317 una parte del mulino viene lasciata in eredit a due frati, non sappiamo se dellabbazia stessa. Lultimo accenno alla gora del mulino del 1337. Ubicazione probabile: il mulino era ubicato sul fiume Merse nel territorio di Monticiano; lunica indicazione topografica che permette di precisarne la posizione quella contenuta nelle confinazioni del contratto del 1276, nel quale si nomina il poggio de Castellare: questo toponimo esiste anche attualmente e designa unaltura situata a N-O di Monticiano, che divide il paese dalla valle del Merse. quindi molto probabile che il mulino si trovasse sulla sponda destra del fiume ai piedi della collina citata. Acqua: fiume Merse Definizione: mulino da macina Periodo: Medioevo Cron. iniziale: met XIII sec. Cron. finale: prima met XIV sec. Fonti 1249, novembre 24: in seguito alla sentenza del podest di Siena, Restauro di Pietro, suo nunzio, dedit tenutam et introduxit [...] donnum Matheum pisanum monachum et sindicum monasterii S. Galgani recipientem et stipulantem nomine dicti monasteri de parte comunis de Monticiano de domo molendini Ripetrosi positi in flumine Merse contra dictum comunem de Monticiano in 100 librarum denariorum senensium minutorum pro sententia contra dictum comune (KSG, II, c. 69v); v. anche Sito 10 UT 1. 1265, gennaio 1: Buonfigliolo priore e rettore della Canonica di S. Giusto di Monticiano riceve da alcuni privati 13 moggia e 12 staia di grano come affitto della sesta parte dei mulini de Ripetroso e di Lupinari posti sul Merse in corte di Monticiano (KSG, II, c. 43 r-v); v. anche Sito IVa. 1277, febbraio 12: Tancredi di Guidotto, vicario del comune di Monticiano, preferendo piuttosto vendere alcuni beni del comune che sottostare insatiabili voragini usurarum, in seguito ai debiti contratti a causa delle devastazioni compiute dalla Parte Guelfa di Siena, nomina come procuratore Fillio di Ventura, che a nome del comune si incarica di vendere a frate Giovanni medico, che riceve per labbazia di S. Galgano, quatuor partes de viginti quatuor partibus pro indiviso molendini de Ripetroso positi in flumine Merse cum domo, palmentis, et molis, fuitis goris aque ductis et torcitoris et stecchariis cum terris nemoribus et lamis expectantibus ad dictum molendinum et cum ferramentis et retecinis et omnibus aliis massaritiis quibuscumque expectantibus ad dictas partes; inoltre 4 parti e mezzo di 24 parti del mulino di Lupinare. I confini della localit Ripetroso sono il Merse, i possedimenti del monastero di S. Galgano, le terre di Guidone Maffei e dalla parte di sopra il podium qui dicitur Castellare (KSG, II, c. 57 r-v); v. anche Sito IVa. 1277, febbraio 13: i frati dellEremo di S. Pietro di Camerata, che avevano comprato dal comune di Monticiano 2/24 dei mulini di Ripetroso e di Lupinare, non

potendo pagarli, li rivendono al monastero di S. Galgano (KSG, II, cc. 70v-71v); v. anche Sito IVa. 1281, febbraio 11: Contessa di Ottinello vende a frate Giovanni medico, che riceve per labbazia di S. Galgano, la diciottesima parte di tre case e mulini con tutte le propriet e gli annessi di loro pertinenza situate in curia di Monticiano, sul fiume Merse, una delle quali in loco qui dicitur Ripetroso (KSG, II, c. 70 r-v); v. anche Sito IIIa. 1303, ottobre 29: Chello di Dietaviva e Guccio di Orlando, maestri dellarte della legna, cittadini senesi, vendono a Donno Gregorio di Jacopo, monaco del monastero di S. Galgano, una parte del mulino di Ripetroso (KSG, II, cc. 71v-72). 1317, maggio 17: Meuccio del fu Fedino da Monticiano, per prezzo di 50 lire, vende a Frate Giovanni e Frate Benedetto suoi fratelli la ventiquattresima parte del mulino di Ripetroso (DP). Bibliografia: Canestrelli, 1896, p. 27 Sito: VI Toponomastica nelle fonti: Fabrica, Le Fabriche Notizie storiche: nella Tavola delle Possessioni di inizi XIV secolo, nella curia di Frosini, sono registrati i toponimi Fabrica e le Fabriche, oggi perduti, posti in localit Vespero. possibile che si tratti di un riferimento a strutture per la lavorazione del ferro ed il fatto che si nomini un fosso potrebbe suggerire lutilizzo dellenergia idraulica; si tratta tuttavia soltanto di unipotesi. Ubicazione probabile: il toponimo Vespero esiste ancora oggi e designa un podere circa 3 Km in linea daria a N-O di Frosini, nel comune di Chiusdino. Ai piedi della collina su cui sorge il podere scorre un modesto torrente chiamato Fosso Foci, affluente del Feccia: lesplorazione del greto e delle sponde di questo corso dacqua non ha prodotto alcun risultato. Acqua: Fosso Foci Definizione: struttura produttiva del ferro? Periodo: Medioevo Cron. iniziale: inizi XIV sec. Cron. finale: dubbia Fonti 1318: si registra la tertiam partem pro indiviso unius petie terre sode positam in dicta curia loco dicto Fabrica (Estimo, 2, c. 66r). 1318: si registra una terra positam in curia Castri de Fruosine loco dicto le Fabriche cui ex duabus monasterii Sancti Galgani, ex una via (Estimo, 2, c. 97v). 1318: si registra unam petiam terre sode positam in dicta curia [Frosini] loco dicto le Fabriche cui ex duabus dicti monasterii [S. Galgano] et ex una via (Estimo, 118, c. 261v). 1318: si registra unam petiam terre [...] positam in curia de Fruosine loco dicto le fabriche cui ex duabus fossatus (Estimo, 118, c. 261v). Bibliografia: Borracelli, 1989b, pp. 320-321 Sito: VII

Toponomastica nelle fonti: mulini de Campora, Usugne, Uxognoli Notizie storiche: un contratto di vendita del 1209 testimonia per la prima volta lesistenza, in localit Campora, di ben quattro mulini ed una gualchiera appartenenti ai conti di Civitella. In altri documenti successivi questi impianti saranno chiamati anche mulini Usugne o Uxognoli. difficile dire se si trattasse di quattro veri e propri edifici diversi oppure se si intenda, col termine molendina, diversi palmenti riuniti in una o due strutture. Negli anni seguenti questi impianti devono essere passati, almeno in parte, nelle mani del monastero di S. Galgano: nel 1216, infatti, il vescovo di Volterra concede privilegi per lo sfruttamento delle acque in relazione a questi mulini, e nel 1218, in un contratto di vendita di un appezzamento di terra, si dice esplicitamente che i quattro mulini e la gualchiera appartengono al monastero. Ulteriori diritti sugli impianti di Campora vengono acquisiti dal monastero con una donazione dei diritti sulle decime ricevuta nel 1221 dai conti di Civitella, e con due acquisti di quote-parti fatti nel 1223. Dai documenti citati si deduce che vantava diritti su queste strutture anche la pieve di Luriano. Nella Tavola delle Possessioni del 1318 un singolo mulino in questa localit registrato tra le propriet del monastero di S. Galgano. Non se ne hanno notizie successive ed probabile che gli edifici siano caduti in disuso relativamente presto, visto che nel XVI sec. si parla di un solo mulino, ormai in rovina, in questa localit. Ubicazione probabile: gli impianti in questione erano situati lungo il fiume Merse, nella corte di Luriano, nella localit detta piano di Campora. Tale toponimo esiste ancora oggi e designa una vasta pianura situata ca 1,5 Km a S-O dellabbazia di S. Galgano, ma sulla sponda opposta, cio destra, del fiume. Le altre indicazioni toponomastiche dei documenti non corrispondono pi ai toponimi attuali ed quindi difficile precisare ulteriormente loriginaria posizione degli impianti. La via pubblica che viene pi volte menzionata dovrebbe identificarsi col tracciato dellantica strada maremmana, che passava proprio nel mezzo della pianura di Campora. Acqua: fiume Merse Definizione: mulini da macina e gualchiera Periodo: Medioevo Cron. iniziale: inizi XIII sec. Cron. finale: dubbia (XVI sec.?) Fonti 1210, febbraio 21: Ranieri di Ciolo, Paganello e Bernardino di Ugolino e Bonifazio di Guido, questultimo per parte propria e per il fratello Bernardino, vendono per 200 libbre di denari senesi a Burgundione di Dono di Luriano quattuor molendina et unam gualcheriam posita in curte et districtu Luriani que sic decernuntur: ex uno latere et de subtus labit fluvius Merse, de super via, ex alio latere planum de Campore cum omnibus rebus super se et infra se habentibus cum goris et casis et stecchariis et terris et ad hedificatione et redificatione (KSG, I, c. 360 r). 1216, giugno 30: il vescovo di Volterra, Pagano Pannocchieschi, concede ai monaci di S. Galgano di commode providere in aque ductibus molendinorum et parte aliqua pascuorum et silvarum, inter quas idem Monasterium noscitur esse

situm; inoltre concede allabate Giovanni habilitatem opportunitatem fructum et usufructum et plenam facultatem integraliter et totaliter faciendi et construendi aque ductus per terram nostram et episcopatus et per terram nostrorum hominum ubicumque est, et reperiri poterit in loco et recepta fuerunt idonea et opportuna pro molendinis vestris positis vocabulo quod dicitur Campora et pro aliis molendinis novis sub ipsis positis et pro aliis molendinis veteribus et construendi ac ponendi steccatas, goras, fuitos [...]. Quibus prefatis aque ductibus presentibus vel futuris et steccatis dictorum molendinorum hii sunt confines videlicet: quod a superiore parte est terra vel locus qui dicitur cella Martini quam retinet Uguccio quondam Iannutii et sunt isti confines tenentes usque ad inferiora molendina posita in loco qui dicitur Moricci (KSG, I, c. 329r-v). 1218, novembre 30: Uguccione di Iannone vende a donno Diodato, priore del monastero di S. Galgano, due pezzi di terra situati in Campora super quas est gora cum steccaria quactuor molendinorum et unius gualcherie dicti monasterii, quibus terris ex uno latere Castagnoli quondam Guaeroni de Lugriano, alio quorumdam hominum domini Pagani episcopi vulterrani, de super via, de subtus monasterii (KSG, I, c. 313r-v). 1220, gennaio 8: in una confinazione di beni permutati tra labbazia di Serena e labbazia di S. Galgano si citano come punto di riferimento topografico i molendina Usugne in fluvio Merse (KSG, I, cc. 349r-350r). 1221, ottobre 11: dominus Bonifatius filius Guidonis de Civitella pro anima mea et meorum parentum mera et pura liberalitate, in proprio ed a nome del fratello Bernardino, dona allabbazia di S. Galgano omnem ius et actionem utilem ac directam quod et quam habeo in molendinis de Campora excepto iure quod ibi habet Nerlus; inoltre cede totum ius decimarum de dictis molendinis michi concessum a donno plebano de Lugriano (KSG, I, cc. 359v). 1223, giugno 1: Ildibrandino di Ugo Turacci di Montieri vende allabate di S. Galgano integram meam partem molendinorum positorum in Mersa que est octava pars cum omnibus iuris pertinentibus scilicet fuitu macinis gora stechato et hedificiis et curte et cum omni iure spectante ad partem predictam et cum omnibus que habet infra se et super se et appellatur locus ubi posita sunt molendina predicta planum de Campora quam partem pro indiviso habebam in molendinis predictis et predicta parte mihi erat vobiscum comunia et cum monasterio dicto quibus molendinis ex omnibus partibus est monasterii predicti pro pretio LXXX librarum denarioum senensium [...]. Et promicto vobis quod faciam huic contractui consentire Nerllum de Lugriano et eius uxorem et uxorem meam et iura que in dictis molendinis habent vobis cedere et eis renuntiare (KSG, I, cc. 345v-346r). 1223, 6 agosto: Castagnolus quondam Guaeronis de Lugriano vende al monastero di S. Galgano un pezzo di terra que est posita accapite stecchaiam molendinorum de Campore (KSG, I, cc. 419v-420r). 1223, settembre 20: Burgognone di Novellino da Luriano con la moglie Alamanna di Alamanno di Chiusdino vende per 330 denari senesi a donno Ildibrando priore del Monastero di S. Galgano integram meam partem molendinorum positorum in flumine qui dicitur Mersa que dicebantur quondam molendini Uxognoli et que emi a comitibus de Civitella cum omni iure et actione seu petitione quod et quas in eis habeo et teneo possideo et cum omnibus suis

pertinentiis [...] quibus ex uno latere est planum quod dicitur Campora ex alio dictus fluit fluvius supra via publica subtus supradictus fluvius (KSG, I, c. 359 r-v). 1318: item dictum monasterium Sancti Galgani habet unam petiam terre lamate et sode cum molendino via mediante in loco dicto Campora cui ex una flumen Merse et ex una plebis de Lugriano (Estimo, 118, c. 294v). Fine XVI sec.: i Venturi possiedono la met di un mulino guasto in luogo detto Campora, che confina con il fiume della Merse e il fiume di Seggi in tre luoghi e per il mezzo vi passa la strada maestra (AVG, T. 40, fasc. 4). Bibliografia: Canestrelli, 1896, p. 3 Sito: VIII Toponomastica nelle fonti: mulino di Rigocervio Notizie storiche: conosciamo lesistenza di un impianto molitorio detto di Rigocervio da una semplice citazione del Constituto del comune di Siena dellanno 1262 (in cui si parla al plurale di molendina) e da un contratto del 1338, col quale un membro della famiglia Tolomei vende alcune quote-parti di questo mulino ad un Forteguerri. Ubicazione probabile: sia il toponimo Rigocervio che quello del guado a lo Stellaio sono attualmente perduti; sappiamo dunque soltanto che il mulino in questione si trovava sulla sponda sinistra del fiume Merse, nel distretto di Montepescini. Doveva essere quindi uno degli ultimi impianti su questo corso dacqua prima delle confluenza nellOmbrone, forse proprio lultimo, a giudicare dal tono della rubrica del Constituto, che sembra indicare la localit Rigocervio come estremo limite a valle del tratto del Merse in cui il comune progettava di costruire dei mulini. Acqua: fiume Merse Definizione: mulino da macina Periodo: Medioevo Cron. iniziale: met XIII sec. Cron. finale: met XIV sec. Fonti 1262: rubrica in cui si parla del progetto di costruire mulini sul Merse in un luogo compreso tra i mulini di Mallecchi usque ad molendina de Rigocervio (Zdekauer, 1897, p. 351). 1338, febbraio 18: Angelo di Deo Tolomei di Siena vende per 200 fiorini a Francesco di Ciampolo Forteguerri quattro parti e mezzo molendini quod dicitur et vocatur molendinum de Rigocervio positum in flumine Merse seu quod molit et macinat ex aqua et de aqua fluminis Merse in districtu Montispiscini comitatu Senarum et domorum et casamenti eius, fuiti et gore et torcitorii et stechate predicti molendini et petie terre super qua est dictum molendinum et lame et prati et orti positorum iuxta et prope dictum molendinum cui molendino [...] ex uno latere est flumen Merse ex altero via que mictit seu qua itur ad guadum a lo Stellaio, et molarum seu macinarum palmentorum bocolorum palorum tremogiarum noctularum bigonzorum et ceterorum instrumentorum et arnesium et massaritiarum tam de ferro quam ligno dicti molendini (DT).

Sito: IX Toponomastica nelle fonti: gualchiera di Mallecchio/ Mallecchi Notizie storiche: il primo accenno alle presenza di impianti idraulici in localit Mallecchi contenuto nel Constituto del comune di Siena dellanno 1262: in tale fonte si fa riferimento a strutture definite molendina. Nella Tavola delle Possessioni del 1318 la registrazione di alcuni edifici designati col toponimo a le gualchiere, posseduti a Mallecchi dallArte della Lana di Siena in comune con labbazia di Torri, permette di precisare con sicurezza che gli impianti idraulici in questione erano destinati alla follatura dei panni di lana. Lattivit delle gualchiere di Mallecchi sar ampiamente attestata in seguito anche nella documentazione relativa allArte della Lana. dubbio il momento di cessazione dellattivit. Ubicazione probabile: il toponimo Mallecchi si conserva tuttora, sdoppiato a designare due localit diverse, anche se contigue, situate nelle vicinanze del fiume Merse. La prima il Poggio Mallecchi, nel comune di Monticiano, situato circa 3 Km a N-O del paese, che scende con pendici fortemente scoscese in direzione del fiume Merse e del torrente Gonna; tuttavia proprio limperviet delle sponde del corso dacqua principale, dovuta alla forte erosione, e la mancanza pressoch assoluta di aree pianeggianti di fondovalle, rendono questo sito particolarmente inadatto allimpianto di opifici idraulici. Molto pi rispondente ad una esigenza di questo genere sembra invece la seconda localit, cio il Podere Mallecchi, nel comune di Sovicille, ubicato ai margini dellarea pianeggiante compresa tra il Merse e le pendici del Poggio al Gallo. La documentazione scritta non offre altre indicazioni che permettano di precisare ulteriormente la posizione originaria delle gualchiere. Una ricognizione effettuata nei pressi del Podere Mallecchi - attualmente una casa colonica abbandonata - non ha permesso di riscontrare tracce di edifici medievali n di strutture destinate allo sfruttamento dellenergia idraulica. Acqua: fiume Merse Definizione: mulini e gualchiere Periodo: Medioevo Cron. iniziale: met XIII sec. Cron. finale: dubbia Fonti 1262: rubrica in cui si parla del progetto di costruire mulini sul Merse nel tratto compreso a molendinis de Mallecchio usque ad molendina de Rigocervio (Zdekauer, 1897, p. 351). 1318: lArte della Lana di Siena possiede nella zona di Mallecchi la met di un vastissimo podere, esteso 2850 staiori, cio 370 ettari e mezzo; laltra met appartiene alla vicina abbazia benedettina di Torri. La propriet stimata per la parte spettante allArte della Lana 1352 lire, 18 soldi e 6 denari. Vi sorgevano anche quibusdam hedificiis designati dal toponimo a le gualchiere ( Estimo, 95, c. 245). Bibliografia: Cherubini, 1974, p. 253 Sito: X

Toponomastica nelle fonti: mulino Pedrerie, de la Petriera, loco dicto La Pedatra Notizie storiche: un impianto molitorio detto della Petriera viene citato per la prima volta nel 1289, quando, per risolvere una lite, si decide che il monastero di S. Eugenio di Siena, che ne il proprietario, lo debba mettere in comune con il monastero di S. Galgano ed i suoi soci insieme al mulino del Palazzo. Successivamente labate di S. Eugenio ceder la propria quota agli altri comproprietari. In seguito tale impianto comparir sia nel Costituto del 13091310, sia nella Tavola delle Possessioni del 1318, tra i possedimenti del monastero di S. Galgano (1/4) e di Vanni di Arcolano (1/16). Ubicazione probabile: dellimpianto in questione si pu dire soltanto che era ubicato sul fiume Merse, nel territorio di Frontignano, lungo la strada che percorreva la valle in direzione di Macereto e Petriolo. Visto il coinvolgimento in una lite a proposito dei danni reciproci causati dalla vicinanza con il Mulino Palazzo, assai probabile che fosse ubicato lungo la stessa gora che alimentava anche questultimo e quindi sulla sponda destra del fiume. Acqua: fiume Merse Definizione: mulino da macina Periodo: Medioevo Cron. iniziale: seconda met XIII sec. Cron. finale: met XIV sec. Fonti 1289, dicembre 29: soluzione della lite tra S. Galgano e soci, che possiedono il mulino del Palazzo, e labbazia benedettina di S. Eugenio, che possiede a non molta distanza il mulino della Pedriera, sorta in quanto la vicinanza dei due impianti causava danni reciproci. Cum lis et questio moveretur inter monasterium S. Galgani [...] et nobiles viros dominum Arcolanum quondam Scocti Dominici et Vivam olim Viviani Gullielmi cives Senarum ex una parte et abbatiam S. Heugenii [...] ex alia parte ratione et occasione cuiusdam domus molendinorum dicti monasterii S. Galgani et predictorum domini Arcolani et Vive positorum in flumine Merse que domus molendinorum vocatur molendinum de Palatio. Et occasione cuiusdam alterius domus molendinorum dicte abbatie S. Heugenii site in flumine Merse que domus molendinorum vocatur molendinum Pedrerie et etiam occasione stecchariarum et torcitoriorum et cursum aquarum ipsorum molendinorum propter que utrique domui molendinorum in molendo lesiones et dampna maxima inferuntur non molendo libere ut oportet. Et de predictis litibus et aliis que predictarum occasione rerum oriri possent [...] statuerunt ad concordiam devenire volendo ipsas domos molendinorum inter se ad invicem comunicare et in comuni reducere ut evitentur expense et pericula. Si pens dunque di mettere in comune la propriet ita quod medietas pro indiviso dicte domus molendinorum et stecchati et torcitorii et cursus aquarum dicti monasterii S. Galgani et dictorum domini Arcolani et Vive cum eorum pertinentiis et iuribus sint et esse debeant dicte abbatie S. Heugenii et medietas pro indiviso dicte domus molendinorum et stecchati et torcitorii et cursus aquarum dicte abbatie S. Heugenii cum eorum pertinentiis et iuribus sint et esse debeant predictorum monasterii S. Galgani et domini Arcolani et Vive (KSG, II, c. 102r-v).

1290, gennaio 31: il mulino di Palazzo ed il mulino di Petriera devono essere messi in comune e divisi in parti nel seguente modo: scilicet quod dictus dominus Bandinus abbas dicte abbatie S. Heugenii et capitulum [...] debent teneantur et debeant dare et tradere dicto monasterio S. Galgani et predictis domino Arcolano et Vive, medietatem pro indiviso dicte domus molendinorum de Pedreria et palmentorum et molarum et reticinorum et fuiti et gore et omnium massaritiarum et ferramentorum ad ipsas res spectantium quocumque nomine censeantur. Item medietatem pro indiviso unius petie terre et lame posite infra Mersam et goram dictorum molendinorum de Pedreria cui desuper est inboccatorium et de subtus est torcitorium. Item medietatem pro indiviso unius petie terre vinee et lame posite subtus dictum molendinum, inter fuitum et Mersam cui a capite sunt domus dictorum molendinorum et desubtus est fuitum qui mictit in flumine Merse. Il legname che si trovava su questultimo pezzo di terra doveva, per, rimanere per 12 anni allabbazia di S. Eugenio, che poteva farne ci che voleva; si dovevano inoltre dividere gli orti posti al di l della gora, tre parti del bosco di Filetta e inoltre si prevede che teneatur et debeat dictus dominus Bandinus abbas [...] dare et concedere licentiam et liberam potestatem predictis monasterio S. Galgani [...] et domino Arcolano et Vive appodiandi in terra dicte abbatie S. Heugenii que est ultra Mersam versus Orgiam quandocumque voluerint steccarias dictorum eorum molendinorum de Palatio et evacuandi goram et fuitum dictorum molendinorum de Palatio in terris et super terris dicte abbatie S. Heugenii que sunt iuxta et circa goram et fuitum ipsorum molendinorum de Palatio. Per quanto riguarda laltra parte, si stabil quod dictum monasterium S. Galgani [...] et predicti dominus Arcolanus et Viva titulo permutationis et cambii prout de iure melius fieri potest et debet teneantur dare et tradere dicto domino Bandino abbati dicte abbatie S. Heugenii [...] medietatem pro indiviso dicte domus molendinorum de Palatio et gore et fuiti et palmentorum et molarum et reticinorum et torcitoriorum et omnium massaritiarum et ferramentorum ad ipsas res spectantium quocumque nomine censeantur et medietatem totius lignaminis dicte gore et fuiti et medietatem pro indiviso orti dictorum molendinorum omnium pertinentiarum et iurium et rerum predictarum. Si prevedeva che a nessuno fosse permesso fare una spesa superiore alle 10 libbre negli edifici dei mulini senza consultare le parti, inoltre quod goram fuitum steccharia vel torcitorium dictorum molendinorum Pedrerie non possint vel debeant mutari de locis ubi nunc sunt nisi prius esset in concordia cum dicto Bandino [...]. Item quod steccharia dictorum molendinorum Pedrerie non possit vel debeat incidi vel abbassari aliquo modo vel causa ita quod dictum molendinum non habeat aquam continue fluminis Merse ad molendum comode ad quinque palmenta in ieme et estate. Chi, poi, avesse voluto vendere o alienare la propria parte, era tenuto ad informare i soci con atto pubblico, e se gli altri comproprietari avessero voluto comprare tale quota avrebbero avuto diritto di prelazione e avrebbero potuto acquistarla allo stesso prezzo di un estraneo (KSG, II, c. 100r-101v). 1290, marzo 22: labate del monastero di S. Eugenio di Siena, proprietario dei mulini di Pedrerie ne cede la quarta parte al monastero di S.Galgano, lottava parte ad Arcolano Scotti, lottava parte a Viva di Viviano Giulli (KSG, II, cc. 98v99v). 1309-1310: Anco statuto et ordinato , che una fonte si faccia et fare si debia

ne la contrada di Frontignano presso al molino de la Petriera [...]. Et le predette cose si facciano a lexpese delli uomini et de le persone de la contrada et de li uomini e quali nno a fare al bagno a Maciareto et Petriuolo (Lisini, 1903, vol. II, p. 123). 1318: Vannes domini Arcolani possiede la sextam decimam partem pro indiviso unius molendini et unius petie terre [...] cum domo positam in curia de Frontignano in loco dicto la Petriera (Estimo, 97, c. 158). 1318: il monastero di S. Galgano habet quartam partem pro indiviso unius molendini cum domo et unius petie terre laboratorie sode boscate et vineate posite in curia Frontignani loco dicto La Pedatra; la parte del monastero stimata 802 lire, lintero 3209 lire (Estimo, 118, c. 285r). Sito: XI Toponomastica nelle fonti: mulino de Foiano, prope Pontem de Foiano, in contrata de Serlione, in contrata de Serleone sive Pontis de Foiano Notizie storiche: possibile seguire le vicende di questo impianto molitorio quasi anno per anno, grazie allabbondantissima documentazione conservata nel Diplomatico dellOpera Metropolitana. La costruzione del mulino dovette avvenire attorno agli anni 60 del XIII sec., come dimostrano almeno 4 contratti di acquisti di terre nella zona Serleone-Foiano stipulati a tale scopo negli anni 1257-1259. Nel 1262 il mulino di Foiano viene citato nel Constituto del comune di Siena, nella rubrica riguardante lobbligo, da parte dei proprietari di impianti particolarmente lontani dalla citt, di mantenere a proprio carico le bestie da soma per il trasporto del grano da macinare (la stessa norma sar inserita anche nella volgarizzazione del 1309-1310). Dal Constituto risulta che era di propriet di Orlando Buonsignori et consortes: come apparir da documenti successivi, tali soci erano alcuni membri della famiglia Incontri. Negli anni 1271-1272 cominciano ad interessarsi a questa struttura il monastero di S. Galgano, che rileva 1/3 del mulino appartenente agli Incontri, e lOpera di S. Maria di Siena, che rileva 1/6 appartenente ad Ugolino Balzi che a sua volta laveva acquistato da Orlando Bonsignori. Seguono diversi complicati contratti riguardanti laffitto o lacquisto di parti del mulino, alcuni dei quali mascherano senza dubbio dei prestiti su pegno fondiario, che coinvolgono alcuni dei Bonsignori ed altri privati loro soci. Nel 1282 la situazione del mulino la seguente: 20/60 appartengono a S. Galgano, 16/60 allOpera di S. Maria, 24/60 a Fazzino di Niccol Bonsignori. Nello stesso anno il comune decret la distruzione e lo spostamento della steccaia in altro luogo, per i danni causati al ponte di Foiano e ai bagni di Macereto. Nel 1305 la situazione della propriet del mulino identica a quella del 1262, mentre nel 1318 la struttura risulta divisa esattamente a met tra S. Galgano e lOpera. Seguono diversi contratti di affitto del mulino e delle gualchiere fino a dopo la met del XIV secolo. Ubicazione probabile: limpianto si trovava vicino a S. Lorenzo a Merse (Foiano), probabilmente sulla sponda destra del fiume, poco a monte del ponte che scavalcava il Merse nei pressi delle terme di Macereto. Acqua: fiume Merse Definizione: mulino da macina e gualchiera

Periodo: Medioevo Cron. iniziale: met XIII sec. Cron. finale: seconda met XIV sec. Fonti 1257, agosto 6: Giovanni e Piero di Bernardino di Foiano promettono di vendere alcune terre che possiedono presso Serlione necessarie molendino quod debet fieri in dicta contrata de Serlione (DOM). 1257, agosto 27: Paltone di Giovanni di Tocchi promette ad Ildino di messer Lambertino di vendere e fare carta de omnibus terris quas habeo apud Serlione che fossero necessarie molendino quod debet fieri in dicta contrata de Serlione (DOM). 1257, settembre 20: Bencivenne e Corso di Tocchi promettono a Buonodato Guerreri di vendere e fare carta de omnibus terris quas habemus apud Serlione necessarie molendino quod debet fieri in ista contrata de Serlione (DOM). 1259, giugno 29: nuova vendita di terre a Buonodato di Guerrero destinate alla costruzione del mulino di Serlione (DOM). 1262: rubrica riguardante il modo di trasportare il grano dalla citt di Siena ai mulini del Merse: si stabilisce che il trasporto sia a carico dei proprietari dei mulini stessi che si trovino situati nel tratto di fiume a molendinis alexassa usque ad molendina domini Orlandi Bonsignoris et consortum de Foiano; questi proprietari sono infatti obbligati a tenere un mulo o un cavallo per ciascun palmento per portatre il grano da Siena a macinare ai mulini (Zdekauer, 1897, p. 352); vedi anche Sito 5. 1265, marzo 17: Orlando miles, filius olim domini Bonsignoris iudicis a nome proprio e di suo nipote Niccol di Bonifazio Bonsignori vende a Iacomo di Ugolino Balzi volgarmente chiamato Balza molendinum positum prope Pontem de Foiano in loco dicto Sarleone et omnes terras possessiones et lamas que sunt in contrata de Sorripa que pertinebant et pertinent ad molendinum de Sorripa et domos ipsius molendini [...] et fuitum stecchatas gualcherias torcitoria ferramenta molas (DOM). 1271, marzo 28: Iacomo del fu Ugolino Balzi, detto Balza, vende a frate Melano operario dellOpera di S. Maria di Siena la sesta parte per indiviso dei suoi beni posti nella zona di Foiano, tra i quali la sesta parte totius molendini et edifici cum suis omnibus fornimentis acconciamentis steccatis goris casamentis macinis et ferramentis positi in flumine Merse. Tutti questi beni Ugolino li possedeva in comune con Orlando Bonsignori, Andrea di Iacopo e i figli ed eredi di Enrico di Iacopo Incontri (DOM). 1271, marzo 28: frate Melano operario dellOpera di Santa Maria di Siena si dichiara debitore a Iacomo del fu Ugolino Balzi, detto Balza, di 600 libbre di denari senesi minuti per completare il pagamento del prezzo sexte partis totius molendini et edificii cum suis pertinentiis positi in flumine Merse subtus pontem de Foiano (DOM). 1271, marzo 30: donno Galgano abate del monastero di San Galgano, nomina frate Melano, converso dello stesso monastero, e frate Giovanni medico procuratori del detto monastero per comprare totam et integram partem molendini et possessiones eiusdem in flumine Merse siti dagli eredi del fu Enrico

di Iacomo Incontri (DOM). 1271, aprile 8: Andrea del fu Jacomo Incontri per 1/6 dei beni sotto descritti ed i fratelli Bartolomeo, Giovanni, Andrea ed Enea figli di Enrico di Iacomo Incontri per un altro sesto dei beni sotto descritti vendono a Melano, frate e procuratore dellabbazia di S. Galgano, per 2500 libbre, tutti i loro possedimenti di Foiano, ed in particolare tertiam partem pro indiviso totius molendini positi in flumine Merse subtus locum ubi fuit Pons de Foiano et eius casamenti et domorum stecchati gore torcitorii (KSG, II, 122 v-124r). 1271, maggio 9: frate Melano, con Ugolino di Biliotto e Ristoro di Vitale, mercanti senesi suoi fideiussori, si fanno debitori di lire 215 a Bartolomeo di Ormanno detto Meo per quelle da lui avute in prestito per comprare alcune parti del mulino di Foiano da Ugolino Balza (DOM). 1272, marzo 23: frate Melano operario dellOpera di S. Maria riceve in affitto per tre anni da Ranieri ed Enrico di Orlando Bonsignori, da Martinuccio di Guglielmo ed Armino del fu Armino sedecim partes ex sexaginta partibus pro indiviso molendini et gualcheriarum et hedificii positorum et positarum in flumine Merse et contrata que dicitur Sorleone per 12 moggia di frumento allanno (DOM). 1272, marzo 23: Martinuccio di Guglielmo per la quarta parte, Armino di Armino per unaltra quarta parte, Ranieri ed Enrico di Orlando Bonsignori per met (cos divisa: Ranieri per due parti di detta met, Enrico per 4 parti di tale met) promettono a frate Melano operario dellOpera di Santa Maria di vendergli, fra tre anni, per 1400 libbre di denari senesi, sedecim partes pro indiviso ex sexaginta partibus rerum subscriptarum videlicet molendini et gualcheriarum et hedificii positorum et positarum in flumine Merse et contrata de Sorleone sive contrata pontis de Foiano et domorum pertinentium sive spectantium ad ipsum molendinum et eorum stecchatorum et gorarum et torcitoriorum et fuitorum et molarum et ferramentorum et muniminum et acconciamentorum et finimentorum. Le confinazioni del mulino corrispondono perfettamente con quelle descritte nel documento del 28 Marzo 1271 con cui Ugolino Balzi vende i suoi beni a Melano; si tratta quindi dello stesso mulino. La promessa di vendita nasconde probabilmente una garanzia per un prestito ricevuto su pegno fondiario (DOM). 1272, maggio 1: frate Melano a nome proprio e di Iacomo del fu Ugolino Balza, dichiara di aver ricevuto 1400 libbre di denari senesi per aver venduto a Martinuccio di Guglielmo e ad Enrico di Orlando 16 parti di 60 del mulino posto sul Merse in contrada di Sorleone o contrada del ponte di Foiano. Si tratta sicuramente di una falsa vendita: sembra infatti la restituzione, da parte di Martinuccio ed Enrico, del prestito ricevuto precedentemente su garanzia delle 16 parti del mulino, che ora, estinto il debito, ricevono indietro (DOM). 1278, marzo 14: Martinuccio di Guglielmo ed Ermino di Ermino (per la met), Enrico di Orlando (per 5 parti dellaltra met) e Ranieri di Orlando (per due parti della stessa met) vendono per 1500 libbre a frate Villa procuratore dellOpera di S. Maria tre parti per indiviso di 16 parti che possedevano delle 60 parti di vari possedimenti tra i quali molendini et gualcheriarum et hedifitiorum positorum in flumine Merse et contrata que dicitur Serleone sive contrata Pontis de Foiano et domorum pertinentium seu spectantium ad ipsum molendinum et ipsius molendini stecchatarum et gorarum et torcitoriorum et fuitorum et molarum et

ferramentorum (DOM). 1282, settembre 6: Il Consiglio dei Quindici Governatori e Difensori della Citt e del Popolo di Siena delibera de destruendo et destrui faciendo stecchatum quod est supra pontem de Foiano pro eo quod multum offendit et posset offendere dictum pontem et etiam multum offenditur Balneum de Macereto. Si stabilisce quindi quod dictum stecchatum destrui debeat et vastari pro conservatione et utilitate dicti pontis et balnei. Et quod aliud stecchatum fieri debeat super Balneum de Macereto in loco ubi melius videbitur convenire expensis Comunis Senarum prout in constituto continetur predicto super facto vero gore et terrarum emendari per quas debeat micti Gora Nova fuit in concordia et stantiavit dictum Consilium quod dicte terre si opus fuerit et dicta gora micti et fieri debeat expensis illorum qui partem habent in dicto molendino prout prata tetigerit dictarum partium secundum formam dicti capituli constituti (KSG, II, c. 121v). 1282, settembre 23: Don Giunisio abate del monastero di S. Galgano ed il capitolo nominano frate Magno, converso dello stesso convento, sindaco e nunzio speciale per ricevere dal comune di Siena e dai Quindici Governatori e Difensori del Popolo 500 libbre di denaro pro faciendo seu fieri faciendo stecchato et pro facienda et fieri facienda gora molendini positi subtus pontem de Foiano quod molendinum vulgariter dicitur Molendinum de Foiano il quale appartiene a loro per la terza parte ed un tempo apparteneva a messer Niccol di Bonifazio in cuius locum nunc Comune Senarum succedere se dicit pro parte que olim eidem continuit de sexaginta partibus totius molendini viginti quactuor et pro alia parte pertinere ad Operam S. Marie de ipsi 60 partibus 16 [...]. Quod stecchatum et quam goram fieri facere tenebatur Comune Senarum sumptibus et expensibus suis occasione destructionis et dissipationis quam comune Senarum fieri fecit de stecchato veteri dicti molendini positi super pontem predictum et prope ipsum pontem (DOM). 1282, ottobre 24: vi fu un Consiglio Generale su tale questione; in base a sopralluoghi e valutazioni fatte da alcuni esperti venne deciso dove costruire la nuova gora, quanto terreno ci volesse e quanto costasse. La zona che andava verso Surripe fino al fiume e verso la strada pubblica doveva ospitare la steccaia; la parte che invece si sviluppava tra il mulino di Surripe verso la Merse fino allimboccatura della gora di quello di Foiano, tracciando una linea retta, diventava sede di torcitorio e gora; questultima doveva essere di 16 braccia di larghezza secondo la misura delle canne senesi. Inoltre osservando con cura lo steccato distrutto di Ponte a Foiano, videro che il primo si era abbassato e rotto da un lato dallalto verso il basso e aveva danneggiato la cateratta della gora cosicch lacqua non poteva scorrere fino al mulino, che quindi non poteva lavorare (DOM). 1305, maggio 22: atto con il quale si chiarisce la situazione del mulino di Foiano. Si dichiara che met dei beni un tempo spettanti a Fazino figlio di Niccol Bonsignori nelle curie di Macereto, Foiano e Tocchi, di cui si fa lelenco, sono e spettano a pieno diritto al monastero di S. Galgano e allopera di S. Maria, videlicet in primis domus molendini et gualcherie et fuitus et ghora et stecchata et torcitoria et gittus cum molis malliis pilis et ferramentis et massaritiis omnibus dicti molendini positi in flumine Merse. Infine dunque 16/60 appartenevano al

Comune di Siena e allOpera del Duomo, 20/60 a S. Galgano, 24/60 a Fazino di messer Niccol Bonsignori (DOM). 1305, giugno 2: accordo tra Fazzino di Niccol Bonsignori, il monastero di S. Galgano e lOpera di S. Maria in modo tale che a questi ultimi liceat libere [...] facere mictere et construere et manutenere et fieri et micti et construi et manuteneri facere per totum terrenum dicti Faini [...] iusta flumen Merse [...] ghoram et stecchatam et torcitoria et gittus pro molendino dictorum monasterii et comunis et operis positi in flumine Merse et contrata Pontis de Foiano pagando a Fazzino 12 libbre per ogni staio di terreno utilizzato (DOM). 1309-1310: volgarizzazione della rubrica del Constituto del 1262 riguardante il trasporto del grano (Lisini, 1903, vol. II, pp. 68-69). 1313, settembre 15: il monastero di San Galgano, in pieno accordo con lOpera di S. Maria di Siena, decide di dare in affitto la propria parte del mulino di Foiano (DOM). 1318: il monastero di S. Galgano habet medietatem pro indiviso unius petie terre vineate et ortive cum palatio domo et molendinis et gualcheriis et terra laboratoria et soda et prativa posita in dicta curia de Foiano in loco dicto Sallone [...] Aliam vero medietas dictorum rerum est Opere Sancte Marie. La quota di S. Galgano stimata 941 lire, lintero 1882 lire (Estimo, 118, c. 298 v). 1329, marzo 22: il mulino, appartenente per met al monastero di S. Galgano e per met allOpera di S. Maria viene dato in affitto per 5 anni a Dato Sozzi di Murlo; nel contratto si elencano molendina domos molendinorum et gualcheriarum [...] posita in valle Merse in contrata Pontis Foiani cum tribus molendinis macinantibus cum eorum fornimentis et cum quattuor pilis gualcheriarum cum eorum fornimentis et cum tribus paribus macinarum et tribus retecenis, tribus tremogiis, tribus palis de ferro, tribus nottolis ferreis, tribus rallis de ferro, tribus spolettis ferreis et cum una caldaria raminis cum sua canna raminis pro dictis Gualcheriis, cum quinque circulis ferreis macinarum, cum uno boolo cum sua catena ferrea, tribus tendis, uno stario ferreo cum duobus martellis pro macinis, cum uno picchone cum duabus punctis, uno scarpello ferreo, una mauola de ferro, una ascia ferrea, uno palo grosso ferreo pro molendino et una nottola de ferro uno palo ferreo pro molendino levando, una lucerna, uno pennato ferreo, uno succhiello fracto, una tina et cum duabus vegetibus fractis seu sfondatis, cum uno bigonello et uno crivello et cum una scala mannaiuola. Si danno inoltre in affitto vari appezzamenti di terra situati attorno al mulino, la cantina e la stalla annesse al mulino. Laffitto annuo era di 26 moggia di buon frumento. Laffittuario promette di non riaffittare i beni ricevuti a terze persone, di mantenerli in buono stato per tutto il tempo del contratto e di restituirli come li ha ricevuti; si impegna inoltre a mantenere la gora e la steccaia a proprie spese, tranne nel caso che esse fossero state devastate dalle piene al punto che il mulino per mancanza di acqua non avesse potuto macinare. Lo stesso valeva per le distruzioni subite dal mulino in caso di guerra; in entrambi i casi laffittuario non sarebbe stato tenuto a versare laffitto (DOM). 1334, agosto 30, 1338 aprile 1, 1339 novembre 23, 1348, febbraio 11, 1352, giugno 2: si susseguono vari contratti di affitto del mulino (DOM). Sito: XII

Toponomastica nelle fonti: mulini delle Guaine Vecchie e delle Guaine Nuove Notizie storiche: due mulini contigui chiamati Guazzine, appartenenti ad alcuni privati, vengono venduti nel 1256 in parte al monastero di S. Galgano, in parte a membri della famiglia Scotti e della famiglia Giulli (si tratta di alcuni di coloro che parteciperanno, sempre con S. Galgano, anche allacquisto del mulino Palazzo nel 1258). Pi che di una effettiva vendita probabile che si tratti di una cessione come garanzia per un prestito su pegno fondiario, poi riscattato. In effetti i succitati acquirenti non compaiono tra i proprietari dei mulini delle Guazzine in una lite dellanno 1262, ma acquisteranno effettivamente le quote-parti in questione solo nel 1266. La gora dei mulini viene citata in alcune confinazioni fino allanno 1280, in seguito non se ne hanno pi notizie. Ubicazione probabile: le indicazioni topografiche contenute nelle fonti permettono di ricostruire con una certa precisione lubicazione originaria di queste strutture: si trovavano nella pianura che separa il poggio su cui sorge Orgia da quello di Stigliano, erano a valle rispetto al mulino di Serravalle e a monte rispetto a quello del Palazzo, probabilmente lungo la stessa gora che alimentava questi ultimi, visto che sappiamo che il canale di rifiuto delle Guazzine Nuove defluiva nella gora del mulino Palazzo. Acqua: fiume Merse Definizione: mulini da macina Periodo: Medioevo Cron. iniziale: met XIII sec. Cron. finale: fine XIII sec. Fonti 1256, giugno 5: Bartolomeo figlio di Pietro vende ad Ugone e Matteo, frati del monastero di S. Galgano, quattro parti di nove, a Pietro ed Arcolano Scotti quattro parti di nove, a Dietaviva e Guglielmo figli di Viviano Guglielmi una parte di nove che possedeva del mulino delle Guazzine quod quidem molendinum positum est et situm in flumine Merse inter villam de Stilliano et castrum de Orgia quod vulgariter vocatur le Guaine Vecchie et octo partes pro indiviso unius domus posite subtus dictum molendinum et domos eiusdem que vocatur le Guazzine Nove. Si tratta probabilmente non di una vendita effettiva ma di un pegno, poi riscattato, in quanto in seguito (v. sotto), nel 1266, il fratello Tommaso rivender esattamente la stessa quota (KSG, II, cc. 119r-120v). 1262, luglio 20: soluzione della vertenza sorta tra Pietro di Scotto, Viva di Viviano, il monastero di S. Galgano, proprietari del mulino del Palazzo di Orgia da una parte, ed i proprietari del vicino mulino delle Guazzine (il Monastero di Torri, Tommaso e Bartolomeo di Pietro, Pacinello Cernasini, Orlandino Rustichini) dallaltra, a causa torcitorii quod vocatur Stecchatella positi in pede lame predictorum domini Thomasii et consortum que lama est inter dictum molendinum de le Guaine et molendinum Palatii (KSG, II, c. 85 r-v). 1266, giugno 5: Tommaso giudice, figlio di Pietro, vende ad Ugone e Matteo frati del monastero di S. Galgano 4 parti di nove, a Pietro Scotti 4 parti di nove, a Guglielmo del fu Viviano Giulli una parte di nove della casa e mulino delle Guazzine Vecchie e della casa e mulino delle Guazzine Nuove (KSG, II, cc. 105r-

106v, il testo praticamente identico a quello del doc. del 1256). 1268, novembre 29: Viviano di Pandolfino vende a frate Matteo del monastero di S. Galgano un pezzo di terra posta in plano Brenne in loco dicto ad Campora inter molendina Guazzina Nova et Vetera in qua petia terre est et vadit fovea torcitorii sive torcitorium dictorum molendinorum que dicuntur Guazzina Vetera.(KSG, II, cc. 104v-105r). 1281, gennaio 13: Viviano di Pandolfino per 400 lire vende a frate Maffeo del monastero di S. Galgano due parti del mulino di Serravalle. Descrivendo le confinazioni si parla del mulino delle Guazzine Nuove, che confina con quello di Serravalle, il cui rifiuto un tempo defluiva nella gora del mulino del Palazzo (KSG, II, cc. 95v-96v). Sito: XIII Toponomastica nelle fonti: Molino Vecchio Molendinum Veterem (sul Feccia, da non confondere col Mulino Vecchio sul Merse). Notizie storiche: lesistenza di questo mulino, unico documentato sul fiume Feccia, nota per la citazione in numerose confinazioni di terre vendute da privati soprattutto al monastero di S. Galgano nel periodo 1232-1283. Questa struttura, per le indicazioni topografiche, probabilmente da identificarsi col mulino sul Feccia di propriet dellAbbazia, registrato nella Tavola delle Possessioni di inizi XIV sec. allinterno della grangia di Valloria. Ubicazione probabile: sappiamo soltanto che era situato nella curia di Frosini, a confine con quella di Castiglion Balzetti, nel Pian di Feccia, a non molta distanza dallo sbocco del Frelle, e che era interamente circondato dai possedimenti dellabbazia di S. Galgano. Acqua: fiume Feccia Definizione: mulino da macina Periodo: Medioevo Cron. iniziale: prima met XIII sec. Cron. finale: prima met XIV sec. Fonti 1232, giugno 17: Bonaventura, plebano della Pieve de Monte permuta con il monastero di S. Galgano una terra posta nella curia di Frosini in cambio di unaltra terra posta super molendinum veterum che confina su un lato con il fiume Feccia (KSG, III, c. 318 v). 1240, gennaio 29: Guidinga e Aldobrandesca del fu Fede vendono a Dolcetto del fu Pero due pezzi di terra nella curia di Frosini dei quali il primo posto nel Piano di Feccia ed il secondo in pede Molini Vecchi a confine col Feccia (KSG, III, cc. 331v-332r). 1250, aprile 23: Vitale ed Ugolino di Giovanni di Tamignano, con il consenso delle rispettive mogli, vendono a Giovanni del fu Guido di Pietro e a Benvenuto del fu Viviano di Tamignano met di una terra in curia de Frosine in loco qui dicitur Molino Vecchio che confina con la curia di Castiglion Balzetti (KSG, III, c. 27 r-v). 1267, gennaio 10: Ugolino di Bartalo detto Moscone vende a Galgano procuratore del monastero di S. Galgano un pezzo di terra posta in curia de

Frosini in loco dicto Molino Vecchio che confina col fiume Feccia (KSG, III, cc. 43r43v).. 1267, gennaio 10: Figliano di Monaldo de Suvera vende a frate Galgano procuratore del monastero di S. Galgano un pezzo di terra in curia de Frosini in loco qui dicitur Molino Vecchio che confina con la pieve del Monte (KSG, III, cc. 42v-43r). 1267, marzo 1: Paganello di Iammorde, con il consenso di Ugolino di Bartalo, conte di Frosini, vende a frate Ugo di S. Galgano una terra posta in corte di Frosini in luogo detto Mulino Vecchio (KSG, III, c 402 r). 1267, marzo 10: Filiano di Monaldo de Suvera e Ugolino di Bartalo di Frosini mettono, tramite un loro procuratore, il monastero di San Galgano in possesso di alcune terre in luogo detto Molino Vecchio (KSG, III, c. 272 r). 1267, novembre 23: Ranieri del fu Corrado di Frosini vende a Donno Enrico monaco del monastero di S. Galgano un pezzo di terra in curia de Fruosini in loco dicto Mulino Vechio (KSG, I, c. 22r-v). 1270, agosto 23: Piero di Pero da Tamignano e la moglie Guillia vendono a Rinforzato monaco e procuratore del monastero di S. Galgano un pezzo di terra nella curia di Frosini in loco dicto Molino Vecchio (KSG, III, cc. 41v-42v). 1271, febbraio 11: Ugo di Corrado di Frosini vende al proprio fratello Ranieri un pezzo di terra in curia de Frosini in loco dicto ad molendinum veterem [...] cui ex tribus est abbatie Sancti Galgani, quarto est flumen Fecis (KSG, I, c. 23). 1272, febbraio 14: Ranieri del fu Corrado di Frosini vende a frate Giunta del monastero di S. Galgano un pezzo di terra in curia de Fruosini in loco qui dicitur ad molendinum veterem cui ex tribus partibus est dicti monasterii ex parte est flumen Feccie (KSG, I, cc. 21v-22). 1283, giugno 22: Guido di Buonfigliolo da Frosini vende ad Ugolino del fu Ildibrandino da Siena, che acquista in proprio e per Spinello, Niccoluccio e Andrea del fu Ranuccio Forteguerri una terra posta in corte di Frosini in luogo detto Mulino Vecchio (KSG, III, cc. 267v-268r). 1318: il monastero di S. Galgano possiede unam petiam terre laboratorie vineate et sode cum sex domibus cum claustris plateis et molendino cum duobus palmentis positam in dicta curia [Frosini] loco dicto Vallora et piano de Feccia et Frelle cui ex una flumen Feccie, et ex tribus via. Tale propriet era di staia 687,50 e valeva 3721 lire e 13 denari (Estimo, 118, c. 267r). Sito: XIV Toponomastica nelle fonti: mulino in curia Castiglionis Benzetti Notizie storiche: struttura molitoria nota esclusivamente per la registrazione nella Tavola delle Possessioni del 1318. Apparteneva per 1/36 a Neri de Saracini, il quale era anche possessore, con la sua consorteria, del cassero e fortilizio di Castiglion Balzetti. Non se ne hanno altre notizie in seguito. Ubicazione probabile: non abbiamo indicazioni topografiche precise; era probabilmente ubicato nel tratto di fiume pi vicino al castello. Acqua: fiume Merse Definizione: mulino da macina Periodo: Medioevo

Cron. iniziale: inizi XIV sec. Cron. finale: dubbia Fonti 1318: Nerius olim Cinque de Saracinis de Senis [...] habet unum trigesimum sextum unius petie terre sode laboratorie et vineate cum domibus molendino et oppiis posite in curia Castiglionis Benetti cui ex una flumen Merse et ex aliis partibus predicti Nerii et consortum. Quam idem habet cum quibusdam suis consortibus (Estimo, 97, c. 31 r). Sito: XV Toponomastica nelle fonti: mulino in corte di Montarrenti Notizie storiche: il mulino, registrato nella Tavola delle Possessioni di inizi XIV sec (Estimo, 197, c. 33) apparteneva per 1/3 a Simone di Giovanni di Torri, per met a Guiduccio di Andrea di Rosia, e per una porzione non specificata a Giovanni Meschiati; questultimo, cittadino senese e membro dellimportante famiglia Petroni, era il maggiore possidente del comune di Montarrenti (possedeva 8 case nel borgo, una platea, 11 casalini nel borgo, pezzi di terra e svariate case nel luogo). Giovanni Meschiati locava il mulino a Simone di Giovanni di Torri. Non se ne hanno altre notizie in seguito. Ubicazione probabile: una campagna di ricognizione realizzata nei dintorni del castello di Montarrenti ha permesso di individuare sul versante N-E, ai margini del torrente Rosia, resti di strutture murarie, attribuibili probabilmente ad un piccolo mulino. Acqua: torrente Rosia Definizione: mulino da macina Periodo: Medioevo Cron. iniziale: inizi XIV sec. Cron. finale: dubbia Bibliografia: Lisini, 1893, p. 201; Balestracci, 1981, p. 141; Bartoloni et alii, 1984, pp. 267-268; Francovich-Roncaglia, 1988, p. 136. Sito: XVI Toponomastica nelle fonti: mulino de Volta Notizie storiche: una struttura molitoria denominata molendinum de Volta citata tra le propriet dellabbazia di Torri nel 1245, nellaccordo stipulato con il comune di Siena per costruire mulini sul Merse (cfr. Sito 15). Nel 1288, quando labate di Torri vende il mulino de Saxis (Sito 5) allabbazia di S. Galgano, cede anche la struttura di Volta, ora definita domus, il che fa pensare che vi sia cessata lattivit molitoria. Nel 1318 Volta viene citata come semplice locus dictus in relazione al mulino La Saxa. Ubicazione probabile: il mulino era ubicato nei pressi della non identificabile rocca de Saxis (lattuale Montestigliano?); si trovava subito a valle del mulino de Saxis lungo la stessa gora di alimentazione, sul versante dellaltura di Montestigliano. Alcuni resti murari individuati recentemente in questa zona sulla sponda del Merse non sono esplorabili perch semisommersi dalle acque del

fiume. Acqua: fiume Merse Definizione: mulino da macina Periodo: Medioevo Cron. iniziale: prima met XIII sec. Cron. finale: fine XIII Fonti 1245: nellaccordo tra lAbbazia di Torri ed il comune di Siena si specifica che i mulini da edificarsi dovranno essere ut sunt domus dicte abbatie que sunt ibi supra in dicto flumine, excepta Volta (Cecchini, 1932-1991, II, pp. 549-552); v. anche Siti 5 e 15. 1288, maggio 10: labate di Torri vende al monastero di S. Galgano la met del mulino de Saxis ed inoltre un pezzo di terra ed una casa in dicta terra que domus dicitur molendinum de Volta positum iuxta sive prope dicta molendina superius confinata quibus ex uno latere est flumen Merse ex alio fuitum dictorum molendinorum; tale casa si trova nelle vicinanze della rocca de Saxis (KSG, II, cc. 124r-126v); v. anche Sito 5. 1318: il monastero di S. Galgano possiede una terra con mulino e gualchiera in curia de Brenna loco dicto Volta e La Saxa cui ex una gora, ex una flumen Merse et ex duabus Abbatie de Torri (Estimo, 118, c. 285v); v. anche Sito 5. Sito: XVII Toponomastica nelle fonti: mulino in loco vocato Piano di Mersa Notizie storiche: il mulino noto dalla registrazione nella Tavola delle Possessioni del 1318 tra i possedimenti di Giovanni Petroni. In questo periodo i Petroni, famiglia senese, sono in possesso di estesi beni in questa zona e del castello di Montecapraia, che nel 1318 risulta diviso tra Giovanni e Caterino (Estimo, 97, c. 54r). Nel 1342 sorse tra i fratelli una lite per la costruzione di una steccaia sul Merse. Ubicazione probabile: sappiamo soltanto che era ubicato lungo la sponda destra del Merse, in corte di Montecapraia, probabilmente nelle vicinanze del castello, che sorge sulle alture dominanti la Val di Merse. Acqua: fiume Merse Definizione: mulino da macina e gualchiera Periodo: Medioevo Cron. iniziale: prima met XIV sec. Cron. finale: dubbia Fonti 1318: Giovanni Petroni possiede unam petiam terre laboratorie et vineate et sode cum domo molendino et palatio et gualcheriis posite in dicta curia [Montiscaprarii] in loco vocato Piano di Mersa cui ex una est flumen Merse ex una via et ex una ipsius Iohannis predicti; tale possessione stimata 3125 lire (Estimo, 97, c. 41v). 1342, marzo 6: lite tra Caterino del fu Petrone di Accoridore e suo fratello

Giovanni a proposito di un pezzo di terra posto in corte di Montecapraia, contrada di Val di Merse. I Nove Conservatori eleggono come arbitri alcuni Consoli della Mercanzia che fanno misurare e stimare quanto terreno sia necessario a Giovanni per una steccaia per un suo molino sul fiume Merse [...] sentenziando che sia lecito a detto Giovanni costruire detta steccaia e che Caterino debba vendergli il terreno a ci necessario [...] e che detto Giovanni per mantener la steccaia possa prendere dal possesso di detto Caterino stara quattro di terra e allamarla con salci e oppi (LBB, p. 207v, spoglio di originale perduto). Sito: XVIII Toponomastica nelle fonti: Notizie storiche: impianto siderurgico, associato a due mulini ed una gualchiera, appartenente per 1/18 a Giovanna di Giacomo Lambardi di Monticiano e da questa ceduto, nel 1278, al monastero di S. Galgano insieme ad alcuni diritti bannali e molto altri beni (case, terre) distribuiti nel castello di Monticiano e nel suo territorio. probabilmente da identificarsi con una delle due ferriere sul Merse date in affitto dai monaci agli Azzoni nel 1369. Non sappiamo quando cess lattivit. Ubicazione probabile: non vi sono indicazioni topografiche Acqua: fiume Merse Definizione: ferriera Periodo: Medioevo Cron. iniziale: met XIII sec. Cron. finale: seconda met XIV sec. ? Fonti 1278, dicembre 1: Ego Iavanna filia olim Iacobi Lambardi de Monteciano, uxor Ruberti filii olim Iohacchini, cum consensu et auctoritate et iussu dicti Ruberti mariti mei et Ildibrandini quondam Ildibrandini patrui mei [...] vendo do trado iure perpetuo tibi fratri Iohanni medico de ordine Sancti Galgani ementi pro monasterio Sancti Galgani tertiam partem unius domus pro indiviso site in Monticiano [...] item unam domum cum appenditiis suis sitam in burgo dicti Castri [...] item podere unum positum in Monte cum domo et terris [...] item unum appendicium situm in Burgo Monticiani [...] item unum ortum situm in loco vocato Schianceto [...] item tertiam partem unius petii terre pro indiviso siti in loco dicto Vignalia [...] item tertiam partem unius petii terre pro indiviso siti in loco vocato Lupinari [...] item tertiam partem unius petii terre pro indiviso siti in loco vocato Camposa [...] item tertiam partem unius petii terre pro indiviso siti in loco vocato Campora [...] item tertiam partem unius petii terre pro indiviso siti in loco vocato Gonfienti cui a primo latere currit flumen vocatum Feccia [...] item tertiam partem unius petii terre pro indiviso siti in loco vocato Gonfienti cui a primo latere est flumen Merse [...] item tertiam partem unius petii terre pro indiviso siti in loco vocato Cancelle [...] item tertiam partem unius petii terre pro indiviso siti in loco vocato Filicaia [...] item tertiam partem unius petii terre pro indiviso siti in loco vocato Pelago Vigo [...] item unum petium terre cum castagneto situm in silva Tenonorsi [...] item tertiam partem pro indiviso duorum petiorum terre sitorum in

loco vocato Colle Grande [...] item octavam decimam partem pro indiviso duorum molendinorum et unius hedifitii a ferro et unius Ghualcherie cum terris et lamis et nemoribus et arboribus et omnibus suis pertinentiis sitos in aqua fluminis Merse; et dictas possessiones tibi vendo cum Curatura platee quam habeo vel habuerunt predecessores mei et cum pensionibus quas habeo recipere vel predecessores mei habebant recipere in dicto Castro de Monticiano ab hominibus vel personis dicti castri aliquo modo vel iure et vendo tibi ementi ut dictum est omnes alias possessiones que ad me pertinent vel pertinere possent in dicto Castro de Monticiano, et eius curia et districtu et in aliis locis superius nominatis mei iuris et proprietatis (KSG, II, cc. 5 r-6v). 1369: I monaci di San Galgano fecero un mandato di procura nella persona duno dei detti monaci per agire interessi del monastero per il quale procuratore ratific laffitto di due ferriere poste sopra la Merse che erano state affittate alli signori Azzoni. (AVG, T. 102, p. 371, regesto di originale perduto), v. anche Sito 8. Sito: XIX Toponomastica nelle fonti: Molendinum Bernardesarum Notizie storiche: lunica notizia relativa a questo impianto risale al 1220, quando Bernardo di Ranieri di Ticchianello vende al monastero di S. Galgano 1/3 di un appezzamento in localit Molendinum Bernardesarum, sul quale si prevedeva di riedificare un mulino che, come si evince dal contesto, doveva esistervi in precedenza ed essere andato in rovina. Ubicazione probabile: nel documento citato non vi sono indicazioni topografiche oltre al toponimo vado Bonacheta, oggi non pi rintracciabile Acqua: fiume Merse Definizione: mulino da macina Periodo: Medioevo Cron. iniziale: inizi XIII sec. Cron. finale: dubbia Fonti 1220, gennaio 9: Ego Bernardus filius quondam Ranerii de Tichianello [...] vendo vobis donno Deodato priori venerabilis monasterii Sancti Galgani [...] tertiam partem pro indiviso terre posite in loco qui dictum est Molendinum Bernardesarum in fluvio Merse in vado Bonacheta ad construendum et rehedificandum ibi molendinum [...]. Et concedo vobis et dicto priori pro ipso monasterio licentiam plenam et potestatem integram [...] hedificandi et construendi ibi molendinum cum aqueductu gora et sticcharia et redito suo (KSG, I, c. 417r-v). Sito: XX Toponomastica nelle fonti: molendina quondam Guaschi Notizie storiche: lesistenza di questi impianti molitori testimoniata da un unico documento dellanno 1220. Con tale atto labate di S. Maria di Serena, presso Chiusdino, permuta alcuni beni con labbazia di S. Galgano: in particolare cede ai monaci cistercensi delle propriet nei pressi di Ticchiano ed a Campora

ricevendo in cambio alcune terre poste nei pressi del fiume Merse, dove si trovavano i mulini un tempo appartenuti a Guasco (con tutta probabilit dei Guaschi di Roccatederighi). Dal contesto si evince che questi impianti erano da tempo in rovina e viene esplicitamente dichiarata lintenzione, da parte dellabbazia, di riedificarli. Ubicazione probabile: nel documento citato non si trovano indicazioni precise riguardo allubicazione dei mulini, tuttavia dal contesto generale sembra di capire che labbazia di Serena, in un momento di crisi e generale riorganizzazione dei propri possedimenti, ceda a S. Galgano dei beni piuttosto decentrati, forse in cambio di beni pi vicini alla sede abbaziale, che si trovava ubicata su un colle esattamente lungo il Merse. Di conseguenza, se tale ipotesi esatta, gli impian