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LA RIVOLTA D’IRAN NELLA SFIDA OBAMA-ISRAELE

STABILIZZARE IL PAKISTAN PER VINCERE IN AFGHANISTAN E VICEVERSA di C. Christine FAIR
Sull’agenda del presidente Obama la sfida di Kabul è segnata in rosso. In un Libro bianco Washington stabilisce la strategia per bonificare la polveriera afghana. State building, sviluppo delle forze di sicurezza locali, ma soprattutto massima attenzione e stretta cooperazione con Islamabad.

1. OPO GLI ATTACCHI TERRORISTICI dell’11 settembre e il fallito tentativo pakistano di persuadere i taliban a consegnare Osama bin Laden agli Stati Uniti, o a qualche altro paese ritenuto degno, Washington ha lanciato l’operazione Enduring Freedom, esattamente il 7 ottobre del 2001. Guidata da un esiguo contingente di specialisti, l’amministrazione Bush è sbarcata in Afghanistan con «forze leggere». E dall’estate del 2002, a meno di un anno dal lancio di quella operazione, la leadership americana ha iniziato a gettare le basi per la guerra con l’Iraq. Come sappiamo, le motivazioni addotte per l’invasione di Baghdad si sono basate su dubbie prove circa i rapporti tra Saddam Hussein e Osama bin Laden, sulle presunte capacità strategiche e i conclamati interessi iracheni nell’annientare quelli statunitensi con armi di distruzione di massa, e, last but not least, sull’elenco delle atrocità perpetrate dal regime nei confronti dei suoi vicini e del suo stesso popolo. Ma mentre non si hanno dubbi sulla veridicità dell’ultima accusa, le prime due sono risultate assolutamente infondate e avanzate al solo scopo di rendere indispensabile l’attacco americano. Distolta dalla malconsigliata disavventura irachena, l’amministrazione Bush non è stata in grado di cogliere il deteriorarsi della situazione in Afghanistan e rimpiazzare prontamente le forze leggere inviate con contingenti di uomini e mezzi adeguati. Lavorando a stretto contatto con la Nato e le Nazioni Unite gli Stati Uniti hanno inizialmente concentrato la maggior parte della loro attenzione sulla costruzione di un esercito nazionale afghano. Attraverso il concetto di nazione guida la comunità internazionale ha abbracciato un più ampio ventaglio di obiettivi che esulavano dal campo della sicurezza e che hanno ricevuto modeste risorse umane e

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finanziarie. Relativamente poche anche le risorse assegnate alla capacity building del ministero della Giustizia, dell’Interno e all’addestramento della polizia. Solo dal 2005 si è finalmente compresa l’importanza delle forze di polizia, ma la comunità internazionale ha continuato a destinare troppe poche risorse per la costruzione di un robusto corpo di sicurezza locale. I diversi sponsor si sono trovati fortemente in disaccordo su quale tipo di forze di polizia costruire per l’Afghanistan. Il tutto mentre il governo Karzai dimostrava di essere sempre più corrotto e il paese assisteva alla cruenta insurrezione guidata dai taliban e largamente finanziata dal mercato afghano della droga. 2. L’amministrazione Obama ha indicato un approccio radicalmente diverso attraverso il quale far convergere risorse e attenzioni dall’Iraq all’Afghanistan e da lì anche al Pakistan. Il nuovo presidente americano, a differenza del suo predecessore, ha sostenuto in maniera convincente che gli interessi statunitensi in Iraq hanno ormai lasciato il passo alle perduranti sfide alla sicurezza provenienti da Kabul e da Islamabad. Nel Libro bianco uscito nel marzo 2009, la Casa Bianca ha identificato come core goal quello di «smembrare, smantellare e sbaragliare al-Qå‘ida, e i suoi rifugi pakistani, ed evitarne il ritorno da o verso il Pakistan». La stabilizzazione di Islamabad viene vista come lo strumento attraverso il quale stabilizzare anche Kabul. E pur ammettendo che la strada da percorrere non sarà affatto facile, il Libro bianco sostiene che gli Stati Uniti e la comunità internazionale dovranno supportare e sovvenzionare adeguatamente una strategia antitalibana che integri società civile e forze armate. Che miri a organizzare forze di sicurezza locali e agevoli la crescita di capacità del governo afghano nello stabilire un controllo effettivo sul territorio e nel sottrarre sovranità dalle mani dei rivoltosi. Un’attenzione particolare è rivolta all’incapacità politica della leadership di Kabul, alla necessità di rafforzarne la legittimità e alle difficoltà incontrate nello sviluppare valide alternative economiche a taliban e narcotraffici. Mentre l’amministrazione Bush aveva eccessivamente concentrato risorse sulla capitale afghana, che godeva e gode di molta meno legittimità dei centri di potere locali, la politica afghana dell’amministrazione Obama è invece maggiormente centrata sulla capacity building subnazionale. La Casa Bianca, inoltre, sostiene esplicitamente gli sforzi locali tesi a riconciliare e integrare i taliban meno oltranzisti, una politica questa sempre rifiutata dalla precedente amministrazione americana. In altre parole, l’importanza dello State building come descritto in questo Libro bianco, diverge dalle politiche di Bush centrate, a partire dalla fine del 2001, quasi esclusivamente su al-Qå‘ida e solo successivamente sui taliban, al loro ritorno sulla scena afghana dopo essersi riorganizzati nelle aree tribali pakistane. La precedente amministrazione a stelle e strisce ha sempre fortemente respinto ogni impegno nella costruzione di uno State building in Afghanistan. Ma anche se questi obiettivi sono apprezzabili, resta da vedere se gli Stati Uniti e la comunità internazionale riusciranno a rafforzare il ruolo del governo afghano. Attualmente i team per la ricostruzione delle provincie forniscono un supporto

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discontinuo e incoerente e scontano le forti carenze di input civili. Data l’impossibilità di fornire alloggi al personale, la richiesta di ampliare la civilian capacity appare eccessiva. Il recente dibattito sulla necessità di un civilian surge è il benvenuto se spingerà il governo Obama a mobilitare e sostenere un maggiore impiego di civili con una politica specifica a medio termine. Nel riconoscere l’insufficiente presenza di truppe in Afghanistan e la carenza di addestratori per le forze di sicurezza nazionale afghane, l’amministrazione americana ha richiesto l’utilizzo di truppe supplementari versatili per quel fronte. Soldati che avranno sia funzioni di controguerriglia che il compito di preparare le forze di sicurezza locali composte da esercito e polizia. A oggi gli alloggi per gli addestratori militari sono soltanto il 70% e solo il 30 per chi addestra la polizia locale. Senza la fornitura di queste strutture, raggiungere l’obiettivo di un definitivo rafforzamento delle capacità di sicurezza afghane sarà molto difficile. Alcune delle sfide insite nell’aiutare l’Afghanistan a diventare sempre più stabile e capace di provvedere ai suoi cittadini sono di ordine politico e interno, più che finanziario. Riuscirà la comunità internazionale, facendo appello alla volontà politica, a persuadere il presidente Hamid Karzai a prendere quelle decisioni che possano mettere un freno a quanti tra i suoi sostenitori restano profondamente legati a corruzione e droga? Con la fine del mandato presidenziale di Karzai a fine maggio e le elezioni in programma per agosto, la comunità internazionale è stata costretta a sostenere una politica di «continuità di governo» durante i pesanti combattimenti primaverili. Questo ha fatto concludere a molti afghani che Karzai è sicuro di essere rieletto. La società civile ha espresso la sua preoccupazione sul fatto che il presidente uscente ha già assegnato a uomini della sua cerchia le strutture di governo locali e provinciali, sul fatto che un’elezione trasparente non potrà aver luogo nelle aree in rivolta e sulla facilità con la quale le schede elettorali potranno essere comprate. Molto dipenderà dalla legittimità di queste elezioni, che dovranno consacrare un leader che sia credibile e che possa guidare l’Afghanistan attraverso questo periodo impegnativo, in cui bisognerà respingere i taliban e costituire uno Stato di diritto. Ma senza volontà politica e senza che Kabul esprima un governo più capace e trasparente, difficilmente si riuscirà nell’impresa di formare una nazione afghana, e questo indipendentemente dall’esito delle elezioni e dal sostegno internazionale. Il fatto peggiore, a meno che le cose non cambino radicalmente, è che l’esercito potrebbe risultare come la sola istituzione funzionante e largamente rispettata in Afghanistan negli anni a venire. 3. Proprio mentre il presidente Obama snocciolava la sua politica Af-Pak, l’amministrazione americana ha realizzato che in realtà questo progetto avrebbe potuto anche essere formulato come Pak-Af, cosa tra l’altro tacitamente ammessa nel Libro bianco. Tuttavia, mentre gli obiettivi per l’Afghanistan sono ben articolati, anche se saranno difficilmente raggiungibili, non ci sono valide soluzioni per il Pakistan. Il Libro bianco si focalizza sulla necessità di migliorare la cooperazione

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afghano-pakistana, la capacità di Islamabad a combattere gli estremisti e di accrescere la natura dell’assistenza americana al sostegno delle istituzioni civili, con l’obiettivo di migliorare le capacità di governo pakistane. Ma così come è difficile raggiungere gli obiettivi in Afghanistan, appare ancora più arduo riuscirci in Pakistan. Prima delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, il team di Obama asseriva che fosse necessario stabilizzare Islamabad per ottenere la stabilizzazione del vicino Afghanistan. A sua volta, la stabilizzazione del Pakistan avrebbe richiesto un certo impegno dell’India a rassicurare il vicino ancora terrorizzato dalla possibile crescita d’influenza di Nuova Delhi su Iran, Afghanistan e Asia centrale. Come noto, le preoccupazioni pakistane in materia di sicurezza sono legate all’incubo India, anche se in verità fu Islamabad a lanciare, tranne una volta, tutte le guerre combattute contro Nuova Delhi. E anche quella del 1971 fu scatenata dall’India a causa della crisi umanitaria seguita alla politica di genocidio perseguita dal Islamabad nell’Est del Pakistan. A seguito di quel conflitto il Pakistan orientale si rese indipendente con il nome di Bangladesh, contribuendo ad accrescere la lista delle apprensioni pakistane verso l’India e verso la sua capacità di facilitare la disgregazione dello Stato. Appena insediata l’amministrazione Obama ha nominato Richard Holbrooke quale inviato speciale nella regione. Il suo mandato, oltre a Pakistan e Afghanistan, doveva probabilmente includere anche l’India, ma la cosa fu rapidamente esclusa a causa delle pressioni arrivate dall’influente lobby indiana. Nuova Delhi ha respinto con decisione ogni tesi secondo la quale la sua politica verso il Kashmir e il Pakistan avesse qualcosa a che fare con il comportamento di Islamabad nella regione. L’India è stata molto chiara con l’inviato di Obama, al quale ha spiegato che non avrebbe tollerato nessun coinvolgimento del paese nei problemi di sicurezza in Afghanistan. Così mentre l’India continua la sua ascesa come potenza extraregionale e a perseguire i suoi interessi regionali con crescente vigore e successo, il Pakistan si avvia a valorizzare ancor di più il solo strumento a sua disposizione per tentare di modificare lo status quo: l’opzione militare. E appare sempre più difficile poter riconciliare un’emergente India e un Pakistan da stabilizzare, sia con se stessi che con i loro vicini. Gli Stati Uniti non hanno saputo o voluto convincere il Pakistan ad abbandonare l’opzione militare come strumento di politica estera. Da parte sua Islamabad si è mostrata sia riluttante nell’adottare adeguate misure restrittive contro quest’opzione, sia incapace di avere la meglio contro questi militanti schieratisi decisamente contro lo Stato. E il desiderio pakistano di dividere questi ultimi in buoni e cattivi è sfumato, in parte, per la sovrapposizione esistente tra le due categorie. Ma la cosa peggiore è che Islamabad è arrivata alla conclusione che il suo ombrello nucleare potrà permettergli di sostenere senza problemi una guerra non convenzionale. Dal 1990 infatti, da quando ha dichiarato di aver oltrepassato la linea rossa del nucleare, il Pakistan ha spinto la sua jihåd ben oltre il Kashmir.

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4. Gli Stati Uniti non hanno buone opzioni per il Pakistan. Il Congresso americano ha cercato di introdurre varie modifiche alla legge che prevede l’assistenza statunitense a Islamabad in materia di sicurezza e l’aumento dei fondi per aiutare le assediate e debilitate istituzioni civili del Pakistan (il disegno di legge è più restrittivo e vincola l’assistenza americana alla sicurezza alla certificazione del presidente che il Pakistan non sostiene il terrorismo e che impedisce l’accesso a chi abbia avuto a che fare con il mercato nero del nucleare). L’amministrazione teme che queste condizioni portino il Pakistan tra le braccia di altri alleati privando Washington dell’opportunità strategica di determinare la condotta di Islamabad e le sue scelte politiche. Allo stesso tempo gli Stati Uniti restano fortemente legati al supporto logistico che il Pakistan fornisce alle forze americane e a quelle Nato in Afghanistan. Sostegno destinato ad aumentare con il previsto accrescersi del numero delle truppe occidentali in quel teatro di guerra. Le autorità statunitensi ammettono, ma a microfoni spenti, che la tanto decantata Northern route non è praticabile, e che l’Iran, sebbene sia una porta d’accesso e abbia buone linee di controllo che lo legano all’Afghanistan, resta impossibile da coinvolgere formalmente. E mentre restano buone le possibilità di un impegno da parte di Islamabad, le speranze che la classe media pakistana si compatti per riportare il paese a prima dell’opzione militare sono probabilmente vane. Ripetuti sondaggi dimostrano che i pakistani sono divisi su questa scelta, che sostengono in massa gli accordi di pace e che accusano gli eserciti di Washington e Islamabad, e non i gruppi paramilitari, di essere la causa dei loro problemi. L’amministrazione Obama ha dunque un piano per l’Afghanistan. Se sia o meno realizzabile e se le risorse saranno sufficienti resta da vedere. Tuttavia, né Washington né la comunità internazionale sa cosa fare con il Pakistan. Questa è la verità, anche se resta opinione diffusa che Islamabad continui a rappresentare una delle maggiori minacce per la comunità internazionale, per la regione e per se stessa.

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