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Il 1° settembre 1969,

l'ARPA (divenuta in
seguito DARPA) attivava
la comunicazione del
“first node”, fondando
“ARPANET” - una rete di
elaboratori decentrata
nata inizialmente con lo
scopo di poter resistere
ad un eventuale attacco
nucleare da parte
dell'Unione Sovietica -
che si sarebbe poi
trasformata in Internet.

Uno dei più grandi


progetti di ricerca della storia delle telecomunicazioni, prese vita, nel 1960, all'interno della
Rand Corporation, una compagnia statunitense incaricata di fornire al Pentagono servizi di
consulenza.

Fu Paul Baran a realizzare il primo lavoro di ricerca scientifica sulla


“commutazione di pacchetto”. Per i suoi studi sulle reti di
trasmissione dati, Baran si ispirò alla rete più complessa in
assoluto, il cervello umano. Dallo studio approfondito delle reti
neurali, Baran ricavò un modello, che battezzò col nome di
“distributed network” (rete distribuita), basato sulla ridondanza e la
molteplicità dei collegamenti: la duplicazione e la sovrabbondanza
di connessioni del progetto di Baran ricorda quella del cervello
umano, nel quale le funzioni di una parte danneggiata possono
venire rimpiazzate da una nuova connessione realizzata con i neuroni rimasti intatti.
Un'altra idea rivoluzionaria è quella del “packet switching”, cioè frazionare i messaggi in
diverse unità elementari d'informazione, ciascuna in grado di seguire un percorso
differente all'interno della rete. In un memorandum dal titolo “On Distributed
Communications Networks” (marzo 1964), in cui descrive una rete di comunicazione
capace di resistere ad un attacco termonucleare, Baran afferma: “è tempo di cominciare a
pensare a una nuova e non ancora esistente rete pubblica, un impianto di comunicazione
progettato specificamente per la trasmissione di dati digitali tra un vasto insieme di utenti”.

Su sollecitazione dello stesso


August Rand, nel 1965, il
Pentagono decide di prendere
in considerazione la proposta di
rete distribuita, ma è lo stesso
Baran a bloccare tutto quando
si accorge che il progetto
sarebbe stato affidato alla DCA,
la Defense Communications
Agency, un'agenzia governativa
con nessuna esperienza nel
campo delle tecnologie digitali.
Nel luglio del 1961, Leonard
Kleinrock della UCLA (University of California di Los Angeles), pubblica “Information Flow
in Large Communication Nets”, un testo che getta le basi statistiche e matematiche per lo
studio del traffico nelle reti distribuite, che confluirà poi nel libro “Communication Net”
(1964), nel quale è descritto più dettagliatamente il funzionamento di una rete basata sul
packet switching. L'ARPA affida a Kleinrock la realizzazione del Network Measurement
Center (NMC), il Centro di Misurazione della Rete situato presso la UCLA, che diventerà il
primo nodo della futura Arpanet, con il compito di monitorare il traffico dei pacchetti
attraverso i nodi che si sarebbero via via aggiunti. Nel frattempo, il secondo direttore
dell'ARPA, il Generale Austin W. Betts, viene sostituito da Jack P. Ruina, il primo
scienziato a dirigere l'ARPA dopo un uomo d'affari e un militare. Il principale merito di
Ruina è quello di intuire il grande potenziale della computer science e delle sue
applicazioni alla trasmissione dei dati.

Nell'autunno del 1962, Ruina accoglie tra le file dell'ARPA, Joseph


Carl Robnett Licklider, meglio conosciuto come “Lick”, uno studioso
di psicoacustica che avrà un ruolo fondamentale. Le innovative
visioni di Licklider sono raccolte nel saggio intitolato “Man-
Computer Symbiosis” (1960), in cui afferma esplicitamente: “Tra
non molti anni la mente umana e i calcolatori saranno interconnessi
molto strettamente e questa alleanza uomo-macchina sarà in
grado di pensare così come nessun essere umano ha mai fatto
finora, elaborando dati con prestazioni che sono ancora
irraggiungibili per le macchine con cui effettuiamo attualmente il
trattamento delle informazioni”. Successivamente, insieme a
Wesley Clark del MIT, pubblicò “On-Line Man Computer
Communication” (1962), che rappresenta il primo articolo sul
concetto di Internet. Un altro scritto di Licklider che ha fatto storia è la pubblicazione
scientifica intitolata “The Computer as a Communication Device”, realizzata presso l'ARPA
nell'aprile 1968 assieme a Robert Taylor, in cui definisce per la prima volta il concetto di
“comunità virtuali” (“on line interactive communities”), descritte come “gruppi di persone
unite da interessi comuni anziché dalla vicinanza geografica” (i cosiddetti “social
networks”, ndr).

Il primo ottobre del 1962, Licklider viene messo sotto contratto dall'ARPA, che lo strappa al
MIT. Lick inizia una “caccia ai cervelli”, coinvolgendo tutti i più grandi centri di ricerca e le
più prestigiose istituzioni universitarie degli Stati Uniti. Questa scelta condiziona
fortemente l'evoluzione di Arpanet, che si sviluppa al di fuori degli ambienti militari, con il
contributo fondamentale di tutti gli studenti universitari che iniziano a utilizzare i
collegamenti Arpanet a partire dal 1969, data di collegamento dei primi due nodi della rete.
Licklider viene messo a capo di un gruppo di lavoro, da lui battezzato prosaicamente
“Intergalactic Computer Network”, al quale indirizza nel 1963 un memorandum che
rappresenterà la base concettuale di ciò che sarebbe diventata Arpanet.

Lick rimane alla guida dell'IPTO (Information Processing Techniques Office) fino al 1965,
quando viene sostituito da Ivan Sutherland. Sutherland porta avanti le teorie di Licklider e
fonda il primo “network research”. Nel frattempo, un fisico del British National Physical
Laboratory, Donald Watts Davies, aveva sviluppato a Londra delle teorie sul networking
distribuito molto simili a quelle di Paul Baran. Nella primavera del 1966, Davies dà una
pubblica lettura del suo lavoro, nel quale descrive l'inoltro di messaggi, suddivisi in tanti
“pacchetti”, all'interno di una rete digitale. La scelta del termine “packet switching” per
battezzare questa tecnologia di trasmissione dati si deve a Davies, mentre Baran aveva
descritto le stesse cose con il più prolisso “distributed adaptative message block switching”
(commutazione distribuita adattiva a blocchi).

L'anno seguente, il 1966, Bob Taylor sostituisce Ivan Sutherland alla guida dell'IPTO. Le
idee sul networking seminate negli anni precedenti da Lick sono ormai giunte a
maturazione: a Taylor basteranno solo venti minuti per ottenere da Charles Herzfeld, il
quarto direttore dell'ARPA, un finanziamento da un milione di dollari per un progetto di rete
distribuita. Vari anni più tardi, un articolo della rivista Time darà vita alla leggenda di una
rete militare costruita con la precisa intenzione di mettere gli Stati Uniti in condizioni di
affrontare una guerra termonucleare, disponendo di una rete di comunicazioni in grado di
sopravvivere a un eventuale bombardamento (l'articolo del Time verrà subito smentito da
una lettera, mai pubblicata, inviata alla prestigiosa rivista da Taylor). In realtà, le reti a
commutazione di pacchetto e la realizzazione di Arpanet sono solamente due tra i tanti
progetti di ricerca di base portati avanti dall'ARPA in quegli anni.

Al Lincoln Lab, sempre all'interno di un


progetto finanziato dall'ARPA, nell'ottobre del
1965, il ricercatore Larry Roberts
supervisionò, insieme con Thomas Marrill, il
primo collegamento dati fra il “TX-2” dei
Lincoln Labs a Lexington, Massachussets, e
l' “AN/FSQ-32” della SDC (System
Development Corp.) a Santa Monica in
California: era la prima volta che due
computer si scambiavano informazioni tra di
loro attraverso dei “pacchetti”. La
connessione fu realizzata tramite una linea
dedicata di 1200bps fornita dalla Western
Union ed una coppia di modem. I risultati
furono contrastanti: il collegamento tramite commutazione di circuito era inaffidabile, ma le
teorie di Kleinrock sul “packet switching” funzionavano. Nell'ottobre del 1969, Roberts e
Marrill pubblicarono i risultati dell'esperimento in “Toward a Cooperative Network of Time-
Shared Computers”. In questo articolo viene utilizzato per la prima volta il termine
"protocollo" per descrivere l'insieme delle procedure necessarie per la trasmissione
dell'informazione.

Nel dicembre del 1966, Larry Roberts fa il suo ingresso negli uffici dell'ARPA. Tra i
sostenitori del progetto di rete descritto da Roberts, vi fu Douglas Engelbart e l'intero
Augmentation Laboratory, il gruppo di ricerca dello Stanford Research Institute che in
quegli anni stava sperimentando sotto la guida di Engelbart nuove forme di interazione tra
l'uomo e i computer. Engelbart e soci realizzano il Network Information Center (NIC), il
primo centro amministrativo della rete che più tardi prenderà il nome di INTERNIC
(Internet Network Information Center).

Nel corso del 1968, Roberts rilascia un documento nel quale si definiscono le specifiche
degli Interface Message Processors (IMPs) - “interfacce di
gestione dei messaggi” - che viene inviato a 140
compagnie interessate alla costruzione di questi
fondamentali componenti della rete. Nel testo di Roberts
vengono riorganizzati con ricchezza di dettagli tutti i
contributi teorici e tecnologici realizzati sin dai primi anni
'60 da Baran, Davies, Kleinrock e Clark.La IBM è tra i primi a rispondere, sostenendo che
una rete del genere non avrebbe mai potuto essere realizzata, a causa dell'enorme costo
da sostenere per l'acquisto dei computer necessari a far funzionare ogni nodo della rete.
Non è dello stesso parere la Bolt Beranek and Newman, una piccola ditta di Cambridge,
Massachussetts, alla quale viene appaltata la realizzazione dei primi Interface Message
Processors con un contratto da un milione di dollari. La BB&N era nata nel 1948 come una
ditta di consulenza per la progettazione dell'acustica di teatri e sale cinematografiche.
Proprio gli studi sull'acustica avevano attirato J.C.R. Licklider in questa ditta, dove lavorò
per alcuni anni a partire dal 1957, costringendo i soci della BB&N ad acquistare il primo
esemplare di “Pdp-1”, uno dei grossi “bestioni” informatici dell'epoca. Grazie a Lick, la
BB&N si trasforma in un prolifico centro di ricerca sulle tecnologie informatiche, al punto
da meritare il soprannome di "terza università" di Cambridge, accanto al MIT e a Harvard.

Quando il documento di Roberts arriva alla BB&N, nell'agosto del1968, Frank Heart viene
incaricato di mettere insieme un gruppo di ricerca in grado di realizzare il primo IMP,
rispettando le scadenze fissate dall'ARPA. Attorno ad Heart si riuniscono gli “IMP guys”, i
“ragazzi dell'IMP”: Dave Walden, esperto di sistemi in tempo reale, Severo Ornstein, mago
dell'hardware, Bernie Cosell, capace di scovare qualsiasi errore di programmazione, Will
Crowther, appassionato di matematica in grado di creare programmi piccoli e complessi al
tempo stesso. I ragazzi dell'IMP si buttano a capofitto nel loro lavoro di programmazione,
tanto da trasformare la BB&N in una seconda casa, nella quale trascorrere notti insonni. A
cavallo tra il 1968 e il 1969, sono impegnati in una estenuante corsa contro il tempo,
cercando di concludere il loro lavoro febbrile per la realizzazione del primo IMP, nei termini
previsti. Contemporaneamente, nelle sedi universitarie destinate a ospitare i primi nodi
Arpanet, si lavora altrettanto intensamente per mettere in grado i computer universitari di
collegarsi agli IMP, e di conseguenza a tutto il resto della rete, secondo le specifiche
stabilite dalla BB&N.

Steve Crocker, del gruppo di ricerca di


Leonard Kleinrock all'UCLA, scrive il Request
For Comments (RFC) N. 1, intitolato “Host
Software”, un documento nel quale si
descrivono i protocolli di connessione tra due
computer, vale a dire le regole per stabilire
uno scambio di dati fra due calcolatori diversi
connessi a due stessi IMP. I documenti RFC
riflettono la natura originaria della rete, priva di
una qualsiasi autorità centralizzata e aperta
alle proposte di chiunque. Basti pensare che
Crocker ha scritto l'RFC N.1 nel bagno della
casa che condivideva con altri studenti,
cercando volutamente di utilizzare uno stile
aperto e informale, in grado di invogliare chiunque a collaborare allo sviluppo delle
specifiche tecniche della rete ancora in incubazione. La nascita degli RFC è stata
raccontata dallo stesso Crocker nell' RFC N. 1000, dal titolo “The Beginning of the
Network Working Group from The Origins of RFCs”, un numero speciale richiesto a
Crocker da Jon Postel, editor dei Request For Comments. Lo stile aperto di questi
documenti viene apprezzato da tutte le università che lavorano al progetto di rete
promosso dall'ARPA. Si crea così un clima di intensa cooperazione inter-universitaria, nel
quale prende vita il Network Working Group (NWG), un gruppo di lavoro all'interno del
quale nasceranno le soluzioni tecnologiche e gli standard che sono alla base degli attuali
servizi Internet, sulla base di un modello “open source” (lo stesso di oggi): a chiunque era
permesso di contribuire con idee, che venivano poi sviluppate collettivamente. Del gruppo
faceva parte anche Vinton Cerf, che poi fonderà l'Internet Society.

Il 30 agosto 1969, l'IMP numero 1 parte dai


laboratori BB&N, al numero 50 di Moulton
Street, per arrivare in aereo all'UCLA: il primo
embrione della futura Internet, realizzato da
Vinton Cerf, Steve Crocker, Jon Postel
insieme agli IMP guys, è un computer senza
hard disk, senza floppy (non erano ancora
stati inventati), con soli 12K di memoria a
nuclei di ferrite. Il codice di sistema necessario
al funzionamento dell'IMP No. 1 occupa più di
mezzo miglio di nastro perforato (circa 800
metri).

L'intenso lavoro realizzato all'UCLA nelle settimane precedenti dà i suoi frutti. Il primo
settembre, nel weekend del Labour Day, iniziano le prime prove di funzionamento. Nel giro
di un'ora, il “Sigma-7” e l'IMP numero 1 iniziano a scambiarsi dati e a colloquiare come
due vecchi amici che si conoscono da sempre. Il primo ottobre 1969, l'IMP N. 2 raggiunge
lo Stanford Research Institute in California, a Menlo Park: è questa la data a cui si fa
ufficialmente risalire la nascita di Internet. La visione condivisa da Baran, Davies, Roberts
e tutti i pionieri di Arpanet diventa finalmente una realtà concreta. Iniziano i primi
esperimenti di collegamento con l'università di Los Angeles e il nucleo della rete si estende
con due nuovi nodi: a novembre il terzo IMP collega l'Università di Santa Barbara (UCSB)
al nodo dell'UCLA; un mese più tardi, si unisce alla rete anche l'Università dello Utah, che
viene collegata allo Stanford Institute tramite l'IMP N. 4. In un articolo di Newsweek del
'94, viene riportato che Crocker, alla domanda di quale fu il primo messaggio inviato in
rete, abbia risposto: “Il collegamento funziona. Solo questo è importante”.

L'applicazione che avrà la maggiore influenza


nell'evoluzione successiva della rete, nasce per caso, nel
marzo del 1972. Un ingegnere chiamato Ray Tomlinson,
per scambiare opinioni con i suoi colleghi delle altre
università, installa su Arpanet un semplice sistema di
messaggistica su computer: nasce così la posta elettronica
e per la prima volta compare il famoso simbolo a
chiocciola. Il termine Internet viene utilizzato per la prima
volta nel 1975, nel documento che definì il protocollo TCP,
inizialmente per indicare l'interconnessione tra reti distinte
(ARPAnet e NSFnet inizialmente): in quegli anni
convivevano diversi standard di comunicazione e la loro
interconnessione era considerata un importante obiettivo.
Successivamente, al consolidarsi della posizione dell'Internet Protocol come protocollo
generico di comunicazione interno ad una rete, il suo significato si modificò per indicare la
rete di interconnessione basata sulla associazione TCP/IP, rispettivamente Protocollo di
Trasporto Internetwork e Protocollo di Network.
Internet - o più semplicemente “the
Net”, “la Rete” - è una sorta di meta-
rete costituita da molte reti telematiche
connesse tra loro. Non ha importanza
quale sia la tecnologia che le unisce:
cavi, fibre ottiche, ponti radio, satelliti, o
altro. Non è neanche rilevante di che
tipo siano i computer connessi: dal
piccolo personal computer al grosso
elaboratore, o mainframe. Punto di
forza di Internet, e motivo del suo velocissimo espandersi, è la sua capacità di "parlare" un
linguaggio universale, adatto alla quasi totalità degli elaboratori esistenti. TCP/IP permette
di far parlare fra loro milioni di computer in tutto il mondo, ma anche di connettere
efficientemente le poche macchine di una rete locale. Per potersi collegare ad Internet, il
solo requisito richiesto ad un qualsiasi agente o dispositivo elettronico è quello di poter
“dialogare” con i protocolli, TCP (Transmission Control Protocol) e IP (Internet Protocol),
che controllano l'invio e la ricezione dei pacchetti. Gli sviluppatori del protocollo - Bob
Khan e Vinton Cerf - non solo crearono un prodotto valido ed estremamente versatile, ma
decisero di regalarlo all'umanità, non vincolando il software a nessuna forma di copyright.

Il 23 dicembre 1987 nacque “cnr.it”, il primo nome a dominio italiano, che ha inaugurato la
rete italiana, la quarta in Europa. Ed è, ancora oggi, l'IIT-CNR (Istituto di Informatica e
Telematica) a registrare i domini nel nostro Paese, che nel frattempo sono diventati un
milione e mezzo, sesti al mondo per diffusione, e che crescono di 20mila al mese. Il primo
collegamento alla rete Internet, il 30 aprile del 1986, avvenne da Pisa agli Stati Uniti,
passando per il satellite, e fu il frutto del lavoro dei ricercatori dell'allora neonato Centro
Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico (CNUCE). Alla stessa struttura, venti mesi
dopo, le autorità americane, che regolavano e regolano la rete, assegnarono la gestione
del Registro dei domini .it in virtù delle competenze tecniche e scientifiche maturate dai
suoi esponenti, quarti in ordine di tempo in Europa ad adottare il protocollo Internet. I primi
a comprare uno spazio sulla grande rete furono università, enti scientifici e amministrazioni
pubbliche. Le prime funzioni affidate alla rete riguardavano la gestione degli archivi e la
redazione delle prime banche dati. I centri di ricerca usavano Internet quasi solo per
scambiarsi risultati di laboratorio.

Enrico Gregori, attuale responsabile del Registro, ha dichiarato che “nessuno, tra i
ricercatori che allora contribuirono a realizzare la prima infrastruttura di rete e ai quali mi
onoro di appartenere, avrebbe mai creduto che quello strano modo di far parlare tra loro
computer diversi, sparsi in ogni luogo nel mondo, un giorno avrebbe rappresentato uno dei
principali mezzi di comunicazione. E non per gli scienziati,
ma per la gente comune. Se oggi in Italia, e nel resto del
mondo, parole come blog, e-mail, Web e domini sono
entrate a far parte della vita quotidiana, lo si deve soprattutto
a quella generazione di ricercatori che, negli anni '80, ha
saputo guardare al futuro, costruendo mattone su mattone il
medium più esplosivo dell'era moderna”.

A distanza di 20 anni, cosa è cambiato? Dopo l'era dei


“portaloni”, l'avvento dei blog, di YouTube e dei contenuti
“user-generated”, ci troviamo ora nella fase cosiddetta “Web
2.0”, mentre già si parla di “Web 3.0” e della costruzione di
una vera intelligenza collettiva. Nel campo dei domini, uno dei prossimi, prevedibili,
traguardi, sarà il passaggio ad un sistema di registrazione definito “sincrono”, cioè un
software che dovrebbe allineare il Registro italiano a quello di altri Paesi, garantendo una
sensibile riduzione dei tempi tecnici necessari alla struttura del CNR per ottemperare alla
procedura, ora come ora lenta e farraginosa.

La “rete delle reti” - il “ciberspazio”, l' “infosfera”, il “simulmondo” - da molti ciber-entusiasti


è stata salutata come l'avvento di una “intelligenza collettiva”. Si è pensato a questa
intelligenza sotto forma del marxiano “general intellect”, ma c'è anche chi, come Pierre
Lévy, ha scomodato concezioni della metafisica islamica di derivazione neoplatonica. Per
Lévy, l'intelligenza che si origina nell'infosfera per mezzo delle conferenze in rete, è
paragonabile a una sorta di “anima mundi” di carattere planetario, che, in opposizione
simmetrica alla tradizione islamica, non trae nutrimento dalle sfere superiori ma dalla
base. Viene rovesciato così lo schema assiologico della metafisica medievale, ma ne
restano tuttavia condivisi i giudizi relativi al peso di una componente immateriale, seppure
tradotta nei bit di informazione della comunicazione elettronica.

Ancor prima, Marshall McLuhan aveva parlato di “villaggio globale”. In effetti, le aspettative
sul formarsi di una comunità mondiale non sono andate deluse. Internet si va sempre più
espandendo, mostrando una grande vitalità. Non si espande però di pari passo la qualità
del rapporto comunicativo che in essa trova luogo. Internet non è diventata la sede virtuale
di un'intelligenza globale che lavora in sinergia, ma piuttosto un gigantesco labirinto zeppo
di materiali, in cui ognuno cerca e offre, all'eventuale attenzione degli altri, testi e tutto
quanto possa essere convertito in lettere e numeri. Internet finisce quindi con l'essere un
qualcosa a metà tra una gigantesca biblioteca virtuale e una specie di grande emporio
culturale. Le comunità virtuali rimangono invece un fatto molto più limitato.

Howard Rheingold ha raccontato in “Comunità Virtuali” la sua esperienza in una rete


collegata a “The Well”, una microcomunità elettronica che non riesce, all'interno di una
struttura globale di comunicazione, a superare il particolarismo subculturale che domina
l'attuale condizione sociale, sempre tesa tra un movimento di globalizzazione e una
focalizzazione del proprio ambito esperienziale entro limiti contenuti.

Nell'Information Age, la svolta tecnologica, più che introdurre forme rilevanti di socialità,
protrae la tendenza alla creazione di identità frammentarie e nomadi, connesse alle
subculture metropolitane o alla rivendicazione di istanze momentanee, o, ancora, alla
riscoperta di tradizioni e di identità etniche, in modo persino più ortodosso e
fondamentalista quanto più legato ad un retroterra di instabilità e di crisi.

Nel novembre del 1990, il fisico inglese Tim


Berners-Lee, l'ideatore del “World Wide Web”,
creò su un computer del Cern di Ginevra la
prima pagina Web della storia. Berners-Lee
lavorò al primo “web browser” e al primo “web
server” su un computer NeXT, creato da una
società fondaa da Steve Jobs, la NeXT
Computer. L'inventore britannico provò
l'emozione di vedere realizzato il suo
ambizioso progetto collegandosi con un sito
installato a diecimila chilometri di distanza
grazie ad un collega americano, il fisico
nucleare Paul Kunz. Quest'ultimo, dopo una proficua visita al Cern, tornò a Stanford in
California e il 12 dicembre 1991 realizzò su un pc dello SLAC (Stanford Linear Accelerator
Center) il primo sito Web degli USA. «Si trattava di una semplicissima pagina - racconta
Kunz - con due soli link, uno era una rubrica telefonica, l'altro un database». Un mese
dopo, Tim Berners-Lee scelse il sud della Francia per presentare la rivoluzionaria
invenzione durante una conferenza di fisici nucleari. Duecento scienziati, tra incredulità ed
entusiasmo, videro apparire su uno schermo la rudimentale pagina realizzata da Kunz e
poterono consultare la rubrica e il database su quel server antesignano collocato al di là
dell'oceano.

Nel 1994, Kunz ha creato “GnuStep”, un progetto informatico che riproduce in versione
open source il sistema operativo “OpenStep” di Next Inc., poi utilizzato da Apple
Commputer come base per realizzare il Mac OS X. È stato anche sviluppatore capo di
“HippoDraw”, un potente software “orientato agli oggetti” per l'analisi statistica dei dati. Si è
occupato dell'analisi del software per il GLAST (Gamma-ray Large Area Space Telescope),
missione alla quale partecipa anche l'Italia, per il satellite che la Nasa ha lanciato all'inizio
del 2008.

Kunz è oggi uno strenuo sostenitore dell'open


source, ovvero del software distribuito con una
licenza con cui si permette a qualsiasi
sviluppatore di modificare il codice di
programmazione (è il caso del diffusissimo
sistema operativo Linux, considerato il più
esteso progetto collaborativo della storia). Un
lavoro collettivo che può impegnare gli esperti
informatici di una nazione o di tutto il mondo
ad elaborare un programma molto più sicuro e
sofisticato di quello prodotto da un singolo
gruppo. Una “filosofia” che in Italia sta per
decollare: la Finanziaria 2007 prevede un
fondo di 30 milioni di euro per gli investimenti legati all'uso e allo sviluppo dei «software a
codice aperto». Recentemente, Luigi Nicolais, Ministro per le Innovazioni e le Riforme, ha
istituito un'apposita Commissione e un Osservatorio sull'open source (OSSPA).

La Gazzetta del Sud Online ha recentemente pubblicato una lunga intervista con Kunz - “Il
pioniere di internet profeta del software senza padroni”, che definisce l'open-source la vera
anima di internet. «Ho preso in prestito questo concetto - dice Kunz - da Tim O'Reilly,
amministratore delegato della omonima casa editrice (nonché “padre” del concetto di
“Web 2.0”). Tim fa notare che è un software open source anche il programma BIND
(Berkeley Internet Name Domain), il quale, quando noi digitiamo gli Url (i comuni indirizzi
preceduti da “www”) li traduce in indirizzi numerici per regolare il traffico su internet. E
questo è solo un esempio. Anche i primi software Web, sia quelli usati dagli utenti sia
quelli installati sui server, erano distribuiti come open source, prima ancora che questa
espressione fosse inventata [...] Per ironia della sorte, nonostante l'assenza di “venditori”,
chi usa un software “libero” ha un supporto migliore e più veloce di chi ne usa uno
bloccato dal copyright. Ciò grazie ai forum online e alle mailing list, in cui sono
costantemente affrontati e risolti i problemi di un programma informatico e i suoi errori di
scrittura. Se hai una difficoltà nell'uso di un software, grazie a Google trovi la soluzione sui
siti di discussione».
«Dal 1991 a oggi, la ricerca scientifica è stata avvantaggiata attraverso la divulgazione di
importanti documentazioni. Basta andare sul sito del Cern e aggiornarsi sugli esperimenti
realizzati utilizzando il Large Hadron Collider (un sofisticatissimo acceleratore di
particelle). Si possono trovare dettagli in un modo che prima del 1991 era possibile solo
su documenti cartacei. Grazie a Internet, l'informazione scientifica oggi è a disposizione di
ogni ricercatore in qualsiasi parte del mondo [...] In campo sociale, Internet ha fornito una
rete utilizzabile da chiunque e per qualunque scopo. Prima della sua nascita esistevano
numerose reti separate con opportunità e contenuti limitati. Internet fu perciò il naturale
luogo di nascita per il Web, permettendo alla gente di rendere disponibili a tutti contenuti
di ogni genere. Il Web è una magia: è meno costoso e più conveniente sia per i fornitori di
servizi sia per gli utenti [...] In futuro, Internet sarà ovunque. Immagino che presto sarà
fruibile gratuitamente in tutte le aree di servizio delle autostrade. Sta già per accadere
negli Stati Uniti dove è già è possibile collegarsi liberamente dalle stanze degli hotel di
categoria media».

Dunque: gli anni '60 hanno partorito i


Personal Computer, Internet, il modello
collaborativo open source. In generale,
una intelligenza collettiva illuminata e
rivoluzionaria. A distanza di 35 anni da
quella magica stagione psichedelica, ci
riroviamo oggi, dopo la disillusione, la
fine del sogno, il trionfo della “mentalità
economica”, dell'alienazione
tecnologica, ben lontani dal veder
realizzata quell'utopia libertaria che ha
generato Internet, un mezzo
straordinario di comunicazione le cui
effettive potenzialità non sono ancora state sperimentate. In tempi di Web 2.0 e 3.0,
appare evidente, dopo aver ripercorso le tappe fondamentali della sua storia, che la Rete
sia rimasta “imballata”, che invece di guidare una rivoluzione psichedelica, di espansione
della coscienza, si sta trasformando in un mezzo di oppressione, repressione e
depressione, regno dell'infocaos.

Invece di un reale progresso delle facoltà umane, la Rete, per volontà dei suoi “padroni”,
sta causando un regresso. All'orizzonte si intravede una grande, immensa, “stupidità
artificiale”.

“Ogni nuova tecnologia esige una nuova guerra”.

Possiamo solo augurarci che lo spirito degli anni '60, che vive ancora nell'open source, nel
movimento “free”, in ciò che rimane della autentica cultura hacker, del cyberpunk, nel
“media-attivismo”, nel progetto di “Net Art”, alla fine abbia il sopravvento. Tutto dipenderà
dagli esiti della “Terza Guerra Mondiale”, la guerra di informazione, che, come diceva
McLuhan, “non vedrà alcuna divisione tra partecipazione militare e civile”.

Buon compleanno Internet.

(Pubblicato su Ecplanet 21-01-2008)

ARPANET - Wikipedia
Storia di Internet - Wikipedia

Packet switching - Wikipedia

Man-Computer Symbiosis

THE IMP GUYS

The First Email

The Early World Wide Web at SLAC

The World Wide Web: A very short personal history

BIND - Wikipedia

Paul Kunz, il pioniere di internet profeta del software senza "padroni" 20 luglio 2007

howard rheingold's | the virtual community

Collective intelligence - Wikipedia

net.art - Wikipedia

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