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INTERNET INTERPLANETARIO

Internet interplanetario ha il suo primo nodo permanente nello spazio, a bordo della
International Space Station (ISS).

Il nuovo software manderà e riceverà dati dallo spazio usando il web. Il sistema in futuro
collegherà la Terra, le missioni spaziali e gli austronauti automaticamente.

I computer più alcuni moduli per esperimenti scientifici di proprietà della BioServe Space
Technologies a bordo della ISS sono stati dotati del software necessario lo scorso maggio.

La prima trasmissione di dati scientifici – alcune immagini di cristalli formati da sali di


metallo in caduta libera – effettuata usando i nuovi programmi ha dimostrato una velocità 4
volte superiore alle precedenti prove. In caso di perdita di dati, il sistema,
automaticamente, li ritrasmette in seguito.

Il primo test del protocollo di comunicazione fu eseguito nel novembre del 2008 tra
computers sulla Terra e l’astronave Epoxi della NASA simulando una trasmissione di dati
da Marte alla Terra.

Mentre l’Internet terrestre usa un protocollo chiamato TCP/IP per consentire a macchine
distanti di comunicare via cavo, il nodo installato sulla ISS usa il sistema “Delay-Tolerant
Networking” (DTN) che è stato sviluppato per superare le difficoltà relative alla scarsa
copertura nello spazio, ad esempio quando le astronavi passano dietro dei pianeti oppure
soffrono per interruzioni di energia.

Se i dati che passano tra i computers mediante TCP/IP vengono a mancare, la


comunicazione continua finché tutto non è inviato. Ma nello spazio le cose cambiano. Il
sistema DTN risolve il problema facendo immagazzinare l’informazione ad ogni nodo del
network finché un altro nodo non sia in grado di riceverla. I dati sono trasmessi a catena e
vengono inviati una sola volta.

La NASA conta di completare il protocollo DTN per la fine del 2011. La ISS servirà come
piattaforma di prova per perfezionarlo. Sulla stazione verrà installato un secondo nodo di
internet interplanetaria non appena giungerà tutto il software necessario. Il team della
NASA sta anche discutendo la possibilità di aggiungere nuovi nodi al network usando
moduli europei e giapponesi sulla stazione.

"È una grande opportunità per dimostrare che questi protocolli possono migliorare le
comunicazioni nello spazio", dice Adrian Hooke del team NASA.

Quando sarà installato sulle astronavi, il DTN servirà ad alleviare il traffico del Deep Space
Network della NASA che raggruppa una serie di radio-antenne terrestri ed è usato per
comunicare con le sonde spaziali.

Il protocollo potrà anche agevolare alcune operazioni delle stazioni spaziali come ad
esempio automatizzare le allerte in caso di eventi come le tempeste spaziali.

Interplanetary internet gets permanent home in space 06 luglio 2009


'Interplanetary internet' passes first test New Scientist 19 novembre 2008

Delay Tolerant Network - Wikipedia

Deep Space Network - Wikipedia

BioServe Space Technologies

CYBERWAR

Generalmente quando si parla di attacchi


informatici o DDOS si considerano piccoli gruppi di
individui che operano. Ma in questo caso stiamo
parlando di una vera e propria guerra informatica
che sarebbe a causa della Corea del Nord.

Secondo alcune dichiarazioni della NSI, è possibile


che la Corea del Nord abbia guidato alcuni attacchi
informatici contro alcuni siti governativi. Dato che Internet, nella Corea del Nord, è
strettamente controllato, viene difficile pensare che un gruppo di giovani hacker abbia
potuto compiere questi attacchi.

E quindi se il governo nordcoreano ha approvato il cyber-attacco, questo significa che


siamo di fronte al primo caso di guerra digitale a livello nazionale.Gli attacchi sono stati
compiuti contro siti del governo della Corea del Sud, banche e negozi. Non è difficile
immaginare che un attacco di questo tipo avrebbe gravi conseguenze economiche.

Intanto l’esercito americano è stato allertato ed una squadra di esperti informatici inizierà a
lavorare sul caso.

La Corea del Nord responsabile della prima cyber war? 09 luglio 2009

Has North Korea Started the First Cyber War? Mashable 08 luglio 2009

Il Centro europeo anti-cybercrime - European Electronic Crime Task Force - avrà sede a
Roma. Secondo il Wall Street Journal, si avvarrà della collaborazione della Polizia
informatica italiana, considerata all'avanguardia nel settore.

La task force pan-europea, in collaborazione con il Servizio Segreto USA, cercherà di


prevenire e reprimere tutti i crimini informatici, dall'hacking al furto di identità. Il
monitoraggio dei trasferimenti di denaro e dei pagamenti online sarà affidato a un software
sviluppato da Poste Italiane.

Massimo Sarmi, AD dell'azienda, ha confermato la notevole qualità dell'applicativo, dato


che di fatto "degli oltre 50 miliardi di euro che transitano ogni mese attraverso il sistema
telematico di Poste Italiane, vengono mensilmente sottratte solo poche centinaia di
migliaia di euro". Anche le transazioni della borsa di Wall Street sono protette dal
medesimo sistema.

L'anti-cybercrime UE si affiderà agli italiani 01 luglio 2009


Se ne è discusso per più di un anno ma adesso si fa sul serio: gli Stati Uniti si stanno
dotando di un vero e proprio “cybercommando”. La nuova unità USCYBERCOM, voluta
dal segretario della Difesa Robert Gates, farà riferimento allo Strategic Command for
Military Cyberspace Operations: "La crescente dipendenza dal cyberspazio ci costringe a
cautelarci contro eventuali minacce - spiega Gates - per questo abbiamo deciso di creare
un team che ne salvaguardi la sicurezza".

Il Pentagono ha tempo fino all'inizio di settembre per presentare un piano di costituzione


dell'ennesimo braccio armato, e bionico, del complesso corpus militare statunitense. Gli
esperti di Arlington dovranno "delineare la mission, i ruoli e le responsabilità" dei cyber-
incursori, in modo da rendere operativo il gruppo nel più breve tempo possibile.

In principio sarà la NSA a fornire supporto tecnico e pratico ai novellini del cyber-
command: "Questa - spiega Janet Napolitano, segretario di Stato per la Sicurezza Interna
- è la struttura da cui la nuova unità dovrà imparare. Abbiamo tutta l'intenzione di sfruttare
le risorse tecniche attualmente in possesso di NSA".

Il timore di attacchi telematici non fa tremare solo gli USA: dall'altra parte della ex cortina
di ferro c'è la Russia che preferirebbe seguire un sentiero alternativo. Un trattato
internazionale e trasversale che ricalchi in qualche modo quelli di non-proliferazione e che
porti a frequenti confronti diplomatici tra le nazioni coinvolte.

Gli States preferirebbero invece una collaborazione tra vari gruppi di cyber-guardiani: una
sorta di Interpol della Rete che si erga a protezione del cyber-spazio. Secondo alti ufficiali
statunitensi un accordo internazionale sarebbe solamente un intralcio alle manovre di
sicurezza.

Quelle auspicate da Stati Uniti e Russia sembrano dunque essere strategie


diametralmente opposte. Tuttavia non devono essere per forza contrastanti: la stipulazione
di un trattato non precluderebbe la formazione di una task-force multinazionale preposta
alla protezione della Rete.

Nonostante ciò, quella di istituire un organo militare apposito sembra essere l'idea più
gettonata, non solo dagli Stati Uniti. Recentemente, la Gran Bretagna ha gettato le basi
per la creazione un proprio esercito di hacker fedeli alla Corona e la stessa Russia, per
non parlare della Cina, non sembra essere affatto un gigante dormiente. A dimostrarlo, il
ruolo abbastanza vago avuto nell'affare estone di due anni fa.

È comunque troppo presto per parlare di un “Patto di Varsavia 2.0” o di una “Internet
Treaty Organization”: le varie strutture dedicate sembrano essere ancora in fase di
gestazione. Anche se si già inizia sentire scalciare.

Un cyber-commando per gli USA PI 30 giugno 2009

Defense Secretary Gates Approves U.S. Cyber Command 24 giugno 2009

U.S. and Russia Differ on a Treaty for Cyberspace 27 giugno 2009

Le nuove frontiere della cyberwar PI 01 agosto 2008


Se la NATO entra in una Guerra informatica PI 21 maggio 2007

La cyberwar infiamma la politica russa 02 luglio 2007

Il governo cinese, dopo aver bloccato Google, ha negato ai suoi cittadini l'accesso a
Twitter e Facebook.

La notizia è stata confermata sia dagli utenti di Herdict che da Websitepulse, che
monitorano lo status della Rete nelle aree notoriamente a rischio censura.

Il governo è intervenuto costringendo i provider locali a cessare la loro attività, lasciando la


regione senza connettività con l’obiettivo di celare alla vista del popolo cinese le terribili
immagini della repressione delle proteste nella provincia di Xinjiang, in occasione della
quali la polizia locale ha arrestato più di 1.500 persone:

L'esecutivo di Hu Jintao ha così nascosto gran parte dei fatti al resto della popolazione,
impedendo ai locali di diffondere notizie differenti da quelle diffuse dai network di stato.

La Cina nega Internet PI 07 luglio 2009

China Blocks Access To Twitter, Facebook After Riots Washington Post 07 luglio
2009

Anche Reporters sans frontières ha denunciato che la Cina ha isolato dal resto del mondo
la provincia di Xingjiang. «Oltre 50 siti in lingua uiguri sono stati oscurati negli ultimi
giorni», ha dichiarato l’organizzazione internazionale per la difesa della libertà
d’informazione.

Pechino ha confermato ufficialmente di aver tagliato almeno parzialmente l’accesso


Internet ad Urumqi, capoluogo della provincia a maggioranza uiguri.

Rebiya Kadeer, leader del Congresso mondiale degli uiguri, che dal 2005 vive in esilio
negli Stati Uniti, ha lanciato un invito alla comunità internazionale affinché «denunci la
brutalità usata dal governo cinese per reprimere i manifestanti uiguri», che ha provocato
almeno 156 morti. Kadeer ha chiesto la «fine della violenza» nello Xingjiang. «Chiediamo
al governo cinese – ha detto durante una conferenza stampa a Washington – di garantire
la sicurezza di tutte le persone del Turkestan Orientale [il Xinjiang, ndr.]. Chiediamo al
governo cinese di porre fine alla sua brutale repressione degli uiguri in tutto il Turkestan
Orientale e di dare conto pienamente e in modo corretto di tutte le vittime e i feriti tra i
dimostranti».

Quanto avvenuto nel Xinjiang, secondo Kadeer, è «un massacro che non conosce
precedenti nel Turkestan Orientale, sotto il dominio della Repubblica Popolare cinese.
Testimoni hanno confermato che i manifestanti sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco e
picchiati fino alla morte dagli agenti della polizia cinese, alcuni sono stati persino
schiacciati sotto mezzi blindati».

Kadeer ha anche condannato «le azioni violente di alcuni manifestanti uiguri». La causa
principale delle proteste a Urumqi e nelle altre città è stata la mancanza di una risposta del
governo alle vittime e ai feriti tra i lavoratori uiguri nella provincia del Guangdong dello
scorso 26 giugno.
Massacro di uighuri nello Xingjang, Pechino taglia internet Carta 7 Luglio 2009

Cina, nuova protesta degli uiguri Imposto il coprifuoco a Urumqi Repubblica 07


luglio 2009

The Uighurs’ cry has echoed round the world 09 luglio 2009

Il presidente kazako Nursultan Nazarbaiev ha firmato una legge sul sistema informativo
che prevede una forma di controllo su internet.

L'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), di cui Astana


assumerà la presidenza il prossimo anno, ritiene che il provvedimento abbia un carattere
repressivo.

L'OSCE aveva chiesto di non promulgare la legge, che consentirà ai tribunali locali di
bloccare siti web, compresi quelli stranieri, e di classificare chat e blog come organi di
informazione. Ma il Kazakistan ha insistito con il progetto di legge, e alcuni funzionari
hanno confermato che il presidente ha appoggiato il testo.

"Nazarbayev ha firmato la legge lo scorso venerdì", ha detto a Reuters Sofya Lapina,


attivista per i diritti dei media, "avevamo coltivato la speranza che ponesse il veto sulle
legge e gli abbiamo anche spedito delle lettere, ma non ne ha tenuto conto".

Il Kazakistan ha sempre sostenuto che l'obiettivo del provvedimento è quello di prevenire


disordini e di proteggere i diritti delle persone. Molti siti web, compreso il famoso blog
LiveJournal.com, sono già inaccessibili per molti utenti kazaki. Nel 2007, poi, un tribunale
aveva condannato un blogger vicino all'opposizione al carcere con sospensione della
pena per aver insultato il presidente Nazarbayev.

Lapina sostiene che i segni della censura sono già presenti su alcuni siti web locali, dove i
moderatori rimuovono rapidamente i commenti che ritengono offensivi. "In alcuni siti, è
impossibile fare commenti sui temi caldi", ha concluso l'attivista.

Kazakistan, presidente firma legge su controllo web 13 luglio 2009

Kazakh leader signs law curbing Internet 13 luglio 2009

Analogamente alla Cina, anche in Iran il regime dittatoriale di Ahmadinejad è intervenuto


per censurare le informazioni relative alle proteste post-elezioni: alla fine è stato creato un
centro di monitoraggio che consente al governo di controllare le telecomunicazioni che
entrano e escono dal paese.

Non è certo una novità. I networks delle telecomunicazioni sono stati monitorati sia
legalmente che illegalmente per decenni.

Negli anni ’80, gli hackers si unirono al movimento “Phone Phreaking” (termine coniato per
descrivere l'attività di persone che studiano, sperimentano, o sfruttano i telefoni, le
compagnie telefoniche e sistemi che compongono o sono connessi alla Public Switched
Telephone Network (PSTN) per hobby o utilità) iniziando a usare le tecniche di phreaking
per scoprire i numeri dei modem appartenenti alle aziende che avrebbero poi attaccato.
Intorno alla comunità BBS hacker/phreaking(H/P) si formarono gruppi come i famosi
Masters of Deception (Philber Optik) e Legion of Doom (Erik Bloodaxe) che vennero
sgominati negli anni Novanta dall'operazione “Sundevil” dei servizi segreti americani.

Il sistema telefonico è come una grande rete di computer, vulnerabile alle azioni di hacking
come ogni altro network. Così come l’accesso a Internet, specialmente se integrato con il
sistema telefonico.

Non è difficile per i governi monitorare i networks. Negli anni ’90 negli Stati Uniti sono state
varate leggi per obbligare le compagnie telefoniche ad integrare la possibilità di far
monitorare le chiamate telefoniche da agenzie specializzate.

L’Iran, prima ha tagliato tutte le comunicazioni ma poi, quando si è reso conto che ciò
avrebbe reso difficile qualsiasi operazione ha ricominciato a far passare il traffico puntando
a monitorare le comunicazioni in tempo reale nel tentativo di limitare l’uscita dal paese
delle informazioni relative alla protesta.

Termini come “Deep Packet Inspection” - una forma di computer network che filtra i
pacchetti esaminando la parte di dati – la dicono lunga.

D’altronde, tutte le compagnie telefoniche possono rivelare qual è la sorgente di una


chiamata e quindi intercettarla. Anche I messaggi di testo sono facilmente monitorabili. È
facile cercare messaggi non criptati per vedere l’informazione che contengono. Passare
per i proxy – i programmi che si interpongono tra un client ed un server, inoltrando le
richieste e le risposte dall'uno all'altro - può aiutare a confondere il monitoraggio dei dati,
tuttavia è possibile seguire i dati che viaggiano lungo il network.

Nel caso della rete cellulare, la possibilità di determinare la specifica locazione di un


telefono cellulare risiede nel network stesso: calcolando il tempo differenziale quando il
segnale di una chiamata colpisce differenti torri di una cera area, è possibile determinare
la locazione del telefono con estrema precisione, specie in una grande città.

Big Brother's Listening – & Not Only in Iran 6/29/2009

Iran's Web Spying Aided By Western Technology 22 giugno 2009

Deep packet inspection - Wikipedia

Book Review: Spies Among Us by Ira Winkler

Phone Phreaking

Secondo il Wall Street Journal, multinazionali delle telecomunicazioni come la Siemens e


la Nokia avrebbero fornito al regime iraniano, nella seconda metà del 2008, le tecnologie
per censurare il Web.

Scrivono Christopher Rhoads e Loretta Chao sul Wall Strett Journal:


"Il regime iraniano ha sviluppato, con l'assistenza di compagnie di comunicazione
europee, uno dei più sofisticati meccanismi al mondo per controllare e censurare Internet,
consentendo di esaminare il contenuto delle comunicazioni individuali su scala di massa".
Mentre dilaga la protesta in Iran, il web viene censurato da tecnologie occidentali
peacelink 22 giugno 2009

Report: Siemens, Nokia aided Iran's Web censorship giugno 2009

Iran's Web Spying Aided By Western Technology 22 giugno 2009

Nokia Siemens Networks ha invece negato di aver fornito agli operatori TLC iraniani le
tecnologie necessarie per far sprofondare il paese nel buio della censura. In una nota
ufficiale, il consorzio finnico-tedesco ha spiegato di aver fornito a TCI (Telecommunication
Company of Iran), provider telefonico di stato, gli apparati necessari per monitorare
esclusivamente le chiamate vocali, nel pieno rispetto delle regole stabilite da ETSI
(European Telecommunications Standards Institute) e 3GPP (3rd Generation Partnership
Project).

Nessuna capacità di filtraggio o di censura della Rete iraniana avrebbe dunque il marchio
Nokia-Siemens secondo Ben Roome, portavoce della joint venture, che si sta prodigando
in una personale battaglia tramite Twitter cercando di diffondere la smentita all’articolo del
Wall Street Journal.

I filtri iraniani non sono Nokia-Siemens PI 23 giugno 2009

Tech giants deny helping Iran eavesdrop 22 giugno 2009

Provision of Lawful Intercept capability in Iran 22 giugno 2009

Il popolare sito di file-sharing The Pirate Bay ha aiutato il lancio di un a rete telematica in
supporto della protesta contro le elezioni in Iran consentendo agli utenti di dodge la
censura del regime surfando anonimamente.

The Pirate Bay, ha anche cambiato temporaneamente il proprio logo, diventato "The
Persian Bay" con un link al forum di protesta.

Il sito web iran.whyweprotest.net consente “un modo sicuro e affidabile di comunicazione


per iraniani e amici” dirigendo gli utenti verso sistemi di anonimità che possono
essereusati per nascondere le effettive locazioni internet.

"Anche se viene silenziata una scheda elettorale la voce che c’è dietro non potrà essere
messa a tacere”, dice il sito, anche se non è del tutto chiaro quanto sicuro sia e se
davvero possa essere assicurata una totale anonimità.

Il portavoce di The Pirate Bay Peter Sunde ha detto che il suo team ha aiutato la
realizzazione del sistema dopo che il governo iraniano ha cominciato a reprimere la libertà
di Internet nello sforzo di controllare le immagini delle proteste post-elezioni.

The Pirate Bay Helps Iran Critics Dodge Censorship 20 giugno 2009

http://thepiratebay.org

http://iran.whyweprotest.net/
Internet in Iran potrà anche essere stata colpita, ma non è stata azzerata. E non è una
questione di etica o di lungimiranza politica, ma una semplice considerazione economica:
nel paese mediorientale ci sono aziende che fanno affari con l'occidente, che contano
sulla Rete per condurre il proprio business. Tagliare a loro l'accesso al Web
significherebbe colpire interessi economici vitali.

"Quello che è accaduto probabilmente - spiega Marco Gioanola, consultant engineer di


Arbor Networks - è che a cavallo delle elezioni sia stata messa precipitosamente in campo
qualche tipo di infrastruttura: inizialmente di blocco, e successivamente di filtraggio a
livello di contenuti e applicazioni".

Secondo le analisi di Arbor Networks, effettuate mediante il network di ISP che collabora
alla raccolta anonima di informazioni sul traffico in transito sui propri nodi, c'è senz'altro in
atto un deciso tentativo di oscurare i contenuti sgraditi all'attuale regime: "D'altro canto -
aggiunge Gioanola - c'è il sospetto che queste infrastrutture costituiscano anche un collo
di bottiglia, che limitino per le loro capacità prestazionali la quantità di traffico che entra ed
esce dall'Iran".

Sul piano quantitativo, secondo le ricostruzioni effettuate, la capacità complessiva di


traffico in entrata e uscita dall'Iran si aggira sui 12Gbps di picco: tipicamente, nelle
settimane che avevano preceduto le elezioni la media si era assestata sui 6Gbps, con le
consuete flessioni notturne e nei weekend tipiche di qualunque paese. Improvvisamente,
nella giornata delle elezioni, il traffico è sceso praticamente a livello zero, per poi risalire
gradualmente nei giorni seguenti ma senza mai ritornare ai livelli precedenti.

"Possiamo basare le nostre osservazioni solo sull'analisi di questi dati - precisa Gioanola -
e non è un mistero che al Mondo ci siano paesi che filtrano più o meno pesantemente
Internet: quello che osserviamo è che farlo massivamente, a livello nazionale e per
quantitativi di traffico medio-alti non è banale". Anche se a scendere in campo è una
struttura governativa, non è detto che sia possibile analizzare realmente ogni messaggio
di Twitter a meno di non disporre di strumenti di una certa portata: "C'è il sospetto che
questa infrastruttura di filtro possa causare danni anche non voluti rispetto all'attività
stessa, che crei un collo di bottiglia che va ad impattare anche aziende iraniane che
abbiano bisogno di usare Internet per il loro business".

In valori assoluti, il traffico complessivo dell'Iran equivale a quello di un ISP medio


occidentale: con la differenza che, essendoci in pratica un solo gestore dell'intera
infrastruttura nazionale di comunicazione (per di più sotto il controllo del governo), il
metodo più veloce ed economico per arginare fenomeni indesiderati presenti in Rete sia la
censura di interi protocolli, servizi, domini: "È comune che i regimi di un certo tipo -
continua Gioanola - si rivolgano a metodi tecnologici più grossolani, come ad esempio il
blocco di YouTube o di Twitter solo per arginare alcuni video o un singolo utente scomodo.
Il rovescio della medaglia è che questo metodo conduce a blocchi troppo drastici, e quindi
che come suggerisce qualcuno questo blocco abbia effetti su altre attività".

Il problema, per così dire, è tecnico: per coprire certe moli di traffico occorre un adeguato
investimento tecnologico e infrastrutturale. A seconda delle scelte fatte dall'ISP o dal
fornitore di servizio, l'approccio può essere più o meno trasparente, più o meno chirurgico.
"Pensiamo a una ricerca su Google - chiarisce Gioanola - in un certo senso, per ogni
pagina elencata tra i risultati Google custodisce una copia più o meno aggiornata nella
sua cache: questo dà l'idea di quale sia la potenza computazionale globale in gioco. Se
l'Iran genera un traffico di 6Gbps, si tratta di un valore che stante la tecnologia moderna è
possibile ispezionare con grosso dettaglio".

Ma con uno sforzo non indifferente: le cifre in ballo per mettere in piedi un sistema di
controllo capillare, dalle capacità cinematografiche di analisi del singolo messaggio,
richiederebbe nel caso dell'Iran qualche milione di euro: ma soprattutto, richiederebbe
tempo e competenze tecniche, impossibili da sintetizzare in poche ore a cavallo di una
crisi politica e sociale come quella ancora in corso.

"Per realizzare certe cose - chiosa Gioanola - occorre che ci sia una forte motivazione
politica, le competenze adeguate, un budget stanziato e il tempo di portare a termine il
compito: ciascun paese mette in campo le risorse e le tecnologie di cui dispone, leggevo
come in Cina alcune attività siano fatte addirittura manualmente. Nel caso dell'Iran, ma
sono speculazioni, probabilmente l'infrastruttura di filtraggio per emergenza non è
adeguata, sarà basata su tecnologie poco efficienti, adatte a realtà enterprise, che al
momento del picco non reggono il traffico".

Secondo Gioanola, inoltre, sempre più spesso i governi finiscono per rendersi conto della
contraddizione tra il proporre l'accesso a Internet ai cittadini e poi filtrarlo: "Mi sembra di
vedere sempre più paesi di questo tipo che fanno attività di filtraggio o se si vuole di
censura del traffico, che si accorgono che il gioco non vale la candela: non posso avere la
botte piena e la moglie ubriaca, non posso vendere ADSL e poi filtrare continuando a
sperare di trarne un profitto. L'approccio di filtraggio orientato alla censura sul medio-lungo
termine non garantisce un ritorno".

Quella tra utenti e governi rischia di diventare una moderna riproposizione del mito di
Prometeo: "È una rincorsa: se io regime blocco l'HTTP, io utente userò altro protocollo. Se
blocco i PC allora si passerà agli SMS: ci sono talmente tanti modi di comunicare che
l'approccio miope della censura ha un effetto immediato nel momento in cui viene
applicato, ma scatena una rincorsa tecnologica". E in questa rincorsa rientrano anche
strumenti come TOR, protocolli cifrati, open proxy.

Gioanola invita però a fare attenzione: "Ci sono paesi che hanno connessioni con il resto
del Mondo che assomigliano alla fine di un vicolo cieco: nel momento in cui il governo o
una entità che controlla le connessioni decide di bloccare le comunicazioni, è difficile
scavalcare questo tipo di limitazioni fisiche". Inoltre, "L'utente che usa protocolli come
TOR non deve illudersi di essere imprendibile, così come il governo non può illudersi di
avere il totale controllo delle comunicazioni: nel primo caso, con sufficienti motivazioni e
mezzi, una entità centrale con il controllo dell'infrastruttura può stoppare il traffico TOR.
Nell'altro, Internet è pur sempre una infrastruttura globale, condivisa, con una pluralità di
attori coinvolti: pensare di controllarla, o di sfuggire ai controlli, non è realistico".

Insomma, non è detto che per garantirsi la privacy basti usare TOR: "Se io fossi il governo
iraniano e volessi bloccare le comunicazioni, potrei agire con la scure: bloccherei tutte le
comunicazioni anonime, senza neppure dover decifrarne i pacchetti. È un approccio
miope già visto in passato: il fatto che una delle applicazioni che ha visto il crollo
maggiore sia SSH, mi fa pensare al fatto che siano stati applicati dei filtri grossolani. Ma
non è computazionalmente fattibile capire cosa c'è dentro tutte le comunicazioni HTTPS:
un censore miope può bloccare il protocollo, ma questo significa pure bloccare in tutto il
paese i servizi di Internet Banking". Con tutto quello che questo tipo di scelte comporta.
Iran, la Rete ha vinto PI 01 luglio 2009

Iranian Traffic Engineering 17 giugno 2009

A Deeper Look at The Iranian Firewall 18 giugno 2009

Navigare anonimi: cambiare, nascondere l'IP, usare proxy e indirizzi IP falsi. Tutti i
modi per essere invisibili 07 maggio 2009

Censorship in Iran - Wikipedia

Arbor Networks

A proposito della censura iraniana della rete, Google ha fatto sentire la propria voce
auspicando che il governo del paese asiatico abbandoni la sua politica di censura.

Secondo il CEO Schmidt in persona, azioni di repressione del libero pensiero sarebbero
solo e semplicemente un vero e proprio pericolo per chi le compie.

Intervistato durante un incontro in occasione del Cannes Lions International Advertising


Festival, Schmidt si è detto speranzoso di vedere la fine del bavaglio mediatico che ha
colpito il paese asiatico all'indomani delle discusse elezioni, portando le autorità ad
oscurare i maggiori organi di informazione.

”Il blocco della libertà di parola e delle comunicazioni può portare a conseguenze da non
sottovalutare", ha detto Schmidt, alludendo al fatto che gli utenti in seguito ad
atteggiamenti simili potrebbero tentare il tutto per tutto.

Del resto, dall'inizio della protesta, in molti si sono offerti di propagare la libera circolazione
delle informazioni utilizzando canali a larga risonanza come blog e social network,
cammuffandosi tra i netizen iraniani per evitare che questi vengano identificati dalle
autorità locali.

A questo va ad aggiungersi la presa di posizione fatta dal team di LimeWire, noto client di
file sharing che ha invitato i propri utenti a condividere in maniera attiva le informazioni
provenienti dall'Iran,utilizzando la propria rete P2P. In particolare, agli utenti è stato
chiesto di scaricare un archivio di 110MB circa, contenente diversi file video provenienti
dal paese asiatico, con l'esplicita richiesta di decomprimere e condividere tutto con l'intera
community.

Molto forte e sentita la motivazione del gesto, spiegato in maniera chiara ed esaustiva: "Il
Governo iraniano ha limitato il libero flusso delle informazioni all'alba delle elezioni
presidenziali", si legge in una nota di LimeWire, "mentre non prendiamo posizione in
merito alle elezioni stesse, crediamo fortemente in Internet e nella libertà di informazione".

Schmidt: la censura iraniana è un rischio PI 30 giugno 2009

Google chief: Iran can't control the net The Guardian 26 giugno 2009

Twitterverse working to confuse Iranian censors Cnet 16 giugno 2009


Limewire helps to circumvent Irianian Internet censorship 28 giugno 2009

Sempre a proposito di censura della rete, il


Governo Cinese ha dichiarato che ritarderà la
norma che impone ai produttori di PC di installare il
software di filtraggio chiamato “Green Dam”.

L’annuncio aveva provocato un fiume di proteste


non solo in Cina, ma in tutto il mondo,
preoccupando esperti internazionali e responsabili
di computer. Il software Green Dam è stato
progettato per filtrare la pornografia e la violenza e
tutelare i minori, ma molti esperti dichiarano che il software potrebbe contenere delle
backdoor per spiare gli utenti.

Il Governo Cinese ha fatto sapere che l’obbligo di installazione è sospeso a tempo


indeterminato, per poter dare ai produttori di PC il tempo necessario per adattarsi alla
norma. Tuttavia, scuole e Internet Cafè potrebbero già essere obbligati ad installare il
software. Attualmente, solo Acer ha dichiarato che avrebbe installato il Green Dam, mentre
Lenovo non ha ancora risposto alle richieste del Governo.

Ugualmente, HP e Dell sono rimasti in silenzio senza lasciare dichiarazioni, mentre Sony
avrebbe già avviato la produzione di computer con il software preinstallato.

La Cina rimanda l'installazione del Green Dam 01 luglio 2009

After Outcry, China Delays Requirement for Web-Filtering Software New York Times
30 giugno 2009

L'artista cinese Ai Weiwei chiede ai cinesi di boicottare la rete per protestare contro
il governo 24 giugno 2009

Censura cinese, l'arma finale è pronta a colpire 23 giugno 2009

Great Firewall of China Winds Down; Censorship Battle Continues June 9th, 2009

Tech companies challenge China's censorship 12 giugno 2009

Nei mesi passati il più grande provider norvegese, Telenor, era stato trascinato in tribunale
per essersi rifiutato di bloccare l’accesso a ThePirateBay. Dopo un po’ di tempo, il provider
è tornato su quella decisione spiegandone i motivi.

Tutto è iniziato con l’ultimatum della IFPI che aveva chiesto a Telenor di bloccare l’accesso
a ThePirateBay entro 14 giorni. La spiegazione di Telenor è la seguente:

“Se Telenor è ritenuta complice di qualsiasi attività illegale online, il provider avrebbe
dovuto bloccare numerosi altri siti in merito a qualsiasi sospetto di attività illegale. Telenor
avrebbe dovuto, quindi, agire come una sorta di polizia privata o autorità di censura, il che
sarebbe molto preoccupante per la libertà di parola”.
Secondo Telenor, quindi, la richiesta di blocco sarebbe inaccettabile. La pirateria è, si, un
problema, ma non si può censurare Internet per risolverlo.

Telenor ritiene che il modo migliore per ridurre il file sharing illegale è quello di trovare
delle soluzioni per rendere disponibili i contenuti scaricabili legalmente. L’industria della
musica e dello spettacolo devono trovare sistemi per monetizzare i contenuti. Bloccare
l’accesso ai siti web, invece, è una violazione ai diritti che costituiscono i presupposti per la
democrazia.

Pirate Bay Block Violates Democratic Principles, ISP Says 10 luglio 2009

The Pirate Bay si venderà ad un'azienda svedese che medita di trasformare la Baia in uno
strumento di sharing inattaccabile.

Era un unto di riferimento per lo sharing, un approdo in rete per oltre 25 milioni di netizen.
Il vessillo dei pirati della Baia simboleggiava la condivisione in rete e l'irruenza della
necessità espressa dai netizen di poter fruire dei contenuti e di poterli condividere
sfruttando al massimo le potenzialità della rete.

Il sequestro del 2006 ad opera della forze dell'ordine svedesi è leggenda, epici i caustici
scambi di battute che hanno opposto i rappresentanti di The Pirate Bay ad un'industria dei
contenuti che non sembrava stare al passo con quello che i cittadini della rete da tempo
chiedono loro.

The Pirate Bay ha squassato le corti di mezza Europa e mobilitato legislatori, ha innescato
setacci e ha arringato le folle. Ha cavalcato i marosi delle polemiche per guadagnare
l'attenzione della rete. I timonieri della Baia sono stati giudicati colpevoli, condannati a
pagare milioni di euro e a scontare la propria pena con il carcere.

Peter Sunde, altresì noto come “BrokeP”, aveva promesso che non avrebbe corrisposto
nulla, le speranze della rivalsa erano riposte nel torbido passato di un giudice vicino
all'industria dei contenuti. Speranza flebile, spenta dalla decisione del tribunale svedese
che ha giudicato lecito il procedimento con cui la Baia è stata affondata.

Cinque anni di storia in cambio di 60 milioni di corone svedesi, cinque milioni e mezzo di
euro. Cifra che la svedese Global Gaming Factory, azienda che gestisce una rete globale
di Internet café e centri di intrattenimento videoludico, verserà per metà in denaro sonante,
per metà in quote scaturite da un nuovo assetto azionario.

Da The Pirate Bay spiegano che quanto ricavato dalla vendita non servirà a pagare conti
con la giustizia né a spianare la strada alla ciurma dei bucanieri: convergerà in un fondo
aperto oltre i confini svedesi, fondo che alimenterà altri progetti che fermentano da tempo,
dedicati alla tutela dei diritti digitali.

Le energie erano esaurite, la Baia non rinuncia a lottare contro l'"odiata" industria dei
contenuti, c'è bisogno di decentrare le risorse per riverberare l'impatto dello sharing,
nemmeno un grazie per sei anni di lavoro, The Pirate Bay non è tutto: le reazioni
cinguettate di Sunde sono scomposte, non sono impregnate della solita, rassicurante
sicumera capace di fomentare le platee dei condivisori.
Global Gaming Factory ha in cantiere grandi progetti: sta completando l'acquisizione di
Peerialism AB, le cui tecnologie contribuirebbero a consolidare l'infrastruttura e a gestire al
meglio il traffico, provvederà a rendere più efficiente il tracker di The Pirate Bay. E intende
"introdurre modelli che permetteranno che i fornitori di contenuti e i detentori dei diritti
vengano pagati per i contenuti che verranno scaricati attraverso il sito".

I nuovi nocchieri di The Pirate Bay aspirano a diventare inattaccabili di fronte alla legge: se
la responsabilità dello sharing e delle violazioni è stata finora imputata agli utenti che
approfittavano di un'infrastruttura neutra, Global Gaming Factory sembrerebbe volersi
assumere la responsabilità di impugnare il timone e di virare verso il business.

Un nuovo Napster, da cui non si potrà spremere nulla di buono? Un voltafaccia che si
tradurrà in una disfatta per le istanze piratesche dei cittadini della rete? Progetti che
fermentano in gran segreto per sovvertire gli equilibri del mercato dei contenuti online?

Se gli utenti non lesinano critiche acuminate, l'industria dei contenuti rappresentata da
IFPI si esprime con cautela: "non conosciamo i dettagli e ci sono molte questioni aperte
riguardo a come ciò si tradurrà in pratica - ha commentato il CEO di IFPI John Kennedy -
ma saremmo entusiasti se questo processo risultasse nel fatto che The Pirate Bay
diventasse un servizio legale". Concorda il presidente di FIMI Enzo Mazza: "Gli sviluppi
sul fronte di Pirate Bay invitano all'ottimismo e noi ci auguriamo che il modello legale
proposto dai nuovi proprietari possa finalmente contribuire allo sviluppo del business dei
contenuti digitali. Le azioni giudiziarie promosse anche in Italia hanno infine portato ad
una possibile soluzione positiva".

Comunque la situazione si evolva, in qualsiasi direzione muovano le correnti, la Baia


sembra prepararsi a qualcosa di dirompente. Un dirompente modello di business, un
dirompente capitombolo. Dal blog ufficiale è stato annunciato l'allestimento di una
interfaccia per semplificare la rimozione degli account.

The Pirate Bay si è venduta PI 01 luglio 2009

The Pirate Bay - Wikipedia

Intanto, in Europa crescono I Partiti Pirata

A due settimane dalla vittoria storica del Partito


Pirata in Svezia, che ha ottenuto un seggio nel
parlamento europeo, anche l’omonimo movimento
politico in Germania ha ottenuto un seggio nel
parlamento tedesco.

Il politico Jörg Tauss del partito di sinistra DOCUP


ha aderito al Partito Pirata tedesco dopo che questo aveva lanciato una petizione contro il
governo per bloccare il disegno di legge sulla censura (anche se dovrebbe essere
applicato innanzi tutto contro la pornografia infantile).

Per contestare questo disegno di censura, la cui validità non è stata ancora provata, Tauss
ha lasciato il suo partito per aderire al Piraten Partei.che lo ha accolto come uno dei più
esperti politici nel settore dell’istruzione, della ricerca e dei nuovi media, e ha invitato il
DOCUP (del settore socialdemocratico) ad interessarsi alle materie digitali.
La vicenda di Tauss si tinge però di giallo perché il parlamentare è attualmente sotto
indagine in merito al possesso di immagini pedopornografiche. Tauss sostiene di avere
quelle immagini per via di certe sue indagini nella "sottocultura" che le ha messe in circolo,
e il Piraten Partei dice che finché non ci saranno condanne formali non sussistono
motivazioni concrete per dubitare della "innocenza e integrità morale" del loro neo-iscritto.

Dopo il clamoroso exploit in patria con la conquista di un seggio al Parlamento


Europeo, il Partito Pirata svedese continua a rafforzare la sua vecchia idea di
"paneuropeismo" dando vita a omologhi in tutta Europa e conquistando sempre maggiore
visibilità anche nell'ambito della politica "tradizionale", quella che in genere non gradisce
vedersi accostare a termini come "pirateria" e "file sharing".

L'avanzata inesorabile dei disegni di legge anti-Internet, pensati con l'obiettivo di


aumentare il controllo governativo nel nome della sicurezza o sancire la sudditanza delle
libertà dei cittadini della rete agli interessi dell'industria dei contenuti, riguarda oramai tutta
l'Europa ed è dunque comprensibile che un movimento nato in risposta a simili iniziative
acquisti a sua volta una valenza continentale.

Uno dei paesi più esposti al vento di restaurazione delle lobby pro-copyright è ad esempio
la Francia, che si è vista censurare la famigerata legge HADOPI nelle sue misure
"ammazza-connessione" ma nonostante questo continua dritto sulla strada della difesa
dello status quo e degli attuali modelli di business del mercato multimediale.

Ma in Francia la politica o quantomeno l'opinione pubblica potrebbero presto dover fare i


conti con una voce fuori dal coro, una voce portata avanti da Rémy Cérésiani e dal
neonato Partito Pirata francese. Cérésiani, studente di scienze politiche, ha
depositato lo statuto della nuova formazione presso le autorità competenti dando così il via
all'avventura dell'ennesimo spin-off del PiratPariet originario, del tutto simile a quest'ultimo
dall'inconfondibile logo-bandiera nera sino allo statuto fondativo con gli obiettivi primari di
difesa delle libertà digitali, protezione della privacy e condivisione della conoscenza.

Il Parti Pirate francese comincia la sua scalata alla rappresentanza democratica da un


gruppo su Facebook, e se per motivi di mera tempistica non ha avuto modo di esprimersi
sulla succitata legge HADOPI certo è che si farà presto sentire sulla nuova versione
dell'altrettanto spigolosa proposta nota come LOPPSI, che tra le altre cose vuole
introdurre in Francia gli stessi strumenti di controllo a mezzo spyware statale già introdotti
in Germania.

Il Partito del Pirata tedesco avrà un rappresentante in parlamento downloadblog 23


giugno 2009

Swedish pirates capture EU seat BBC News 08 giugno 2009

I pirati all'arrembaggio dell'Europa 08 giugno 2009

Partiti pirata europei crescono PI 23 giugno 2009

Un nouveau Parti pirate en France 19 giugno 2009

Nasce in Svizzera un altro Partito Pirata


PI 14 luglio 2009

Parigi, cilecca sul terzo colpo PI 11 giugno 2009

Francia, lo spyware vien dallo stato

PI 28 maggio 2009

Piraten Partei

Pirate Party - Wikipedia

Per la prima volta nella storia della Rete, i blog hanno fatto sciopero.

Un minuto di silenzio e tutti imbavagliati "per dire no al ddl Alfano che mette il bavaglio ai
siti internet e alla blogosfera": questa la protesta in Piazza Navona, di circa 200 blogger,
rappresentanti di un movimento nato nell'ultima settimana con il tam tam della Rete contro
il disegno di legge del ministro della Giustizia che contiene anche l'obbligo di rettifica per i
blog, cui ha partecipato anche il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro.

Pensato 60 anni fa per la stampa, "se imposto a tutti i blog, anche amatoriali, e con le
pesanti sanzioni pecuniarie previste - 25 milioni di vecchie lire - l'obbligo di rettifica
metterebbe di fatto un silenziatore alla libera espressione in Internet", ha detto Guido
Scorza, avvocato ed esperto della Rete, che con Alessandro Gilioli ed Enzo Di Frenna ha
promosso l'iniziativa.

In piazza Navona, dove alcuni manifestanti indossavano una t-shirt con la foto del ministro
Alfano e la scritta 'Angelino is watching you', anche il professor Derrick de Kerckhove guru
di Internet e docente all'Università di Toronto. "L'Italia ha due modelli da seguire - ha detto
- o quello degli Stati Uniti e di Obama, dove la Rete ha fatto le elezioni; o quello della Cina
dove la gente è uccisa perché reagisce a forme di controllo. Vogliamo seguire questa
forma di fascismo elettronico? Il fascismo italiano è venuto dalla radio, il secondo da
Internet. Sono preoccupato perché si parla del futuro della nostra libertà civile".

Circa 800 blog italiani hanno mandato online solo il logo dello sciopero (un megafono con
lo slogan "questo blog alza la voce") e un link al manifesto per il Diritto alla Rete, a cui si
sono iscritte circa 1.500 persone. All'iniziativa hanno aderito anche Marco Travaglio, Luca
Sofri, Ivan Scalfarotto e Vittorio Zambardino, ed esponenti di diversi partiti e associazioni
tra cui Ignazio Marino e Vincenzo Vita del Pd; gli Amici di Beppe Grillo di Roma, Calabria e
Taranto; Articolo 21; Sinistra e Libertà; Per il Bene Comune; Partito Liberale Italiano.

A manifestare anche Di Pietro che ha presentato un emendamento per limitare l'obbligo di


rettifica ai siti di informazione professionale. "Il provvedimento con cui si vuole chiudere la
Rete non è soltanto un errore ma un progetto criminale portato avanti scientemente per
impedire ai cittadini di sapere come stanno le cose. Oggi sia sul mio blog personale che
su quello dell'Idv abbiamo messo una pagina nera perché siamo in lutto".

E la protesta dei blogger non si ferma qui: è stata annunciata anche la costituzione della
Consulta permanente per il Diritto alla Rete con "l'obiettivo di aprire un tavolo di confronto
tra il mondo della Rete e la politica che tenga conto della libertà di espressione e di
informazione e soprattutto delle necessità di chi la Rete la vive ogni giorno come utente e
cittadino".

La Rete imbavagliata dal ddl Alfano, protesta Repubblica 15 luglio 2009

http://dirittoallarete.ning.com

Il Garante della Privacy, Francesco Pizzetti, lancia l'allarme: "Bisogna proteggere chi
utilizza Internet - spiega nel resoconto relativo al 2008, presentato al Parlamento - va
protetta la libertà della Rete da chi la vorrebbe soffocare".

Secondo Pizzetti va difeso a spada tratta il diritto dei cittadini a disporre dei propri dati
come desiderano, garantendone la privacy. Chiede a tal proposito che venga istituito un
organo analogo al WTO, che si occupi di disciplinare la Rete assicurandone lo stato di
"cuore pulsante del mondo contemporaneo".

Inoltre è intervenuto anche su fatti di recente attualità spiegando che "la pubblicazione di
foto di persone, vittime di incidenti o altro, prese da Facebook senza controllo, ci ha
messo di fronte alla pericolosità di un uso sprovveduto e disattento delle nuove
opportunità della Rete, tanto più grave perché condotto da operatori dell'informazione".

Parlando poi dell'annoso problema costituito dallo spam, il Garante ha inoltre


ricordato che "un indirizzo e-mail, per il solo fatto di essere reperibile in rete, non può
essere oggetto di un uso indiscriminato e che occorre ottenere il consenso preventivo del
destinatario prima di utilizzare l'indirizzo di posta elettronica per fini di pubblicità e di
marketing, in quanto la pubblicità di un dato non ne comporta la libera utilizzabilità".

Garante: l'utente è nudo PI 02 luglio 2009

http://www.garanteprivacy.it/garante/document?ID=1628136

Governi e aziende non dovrebbero tracciare i netizens nella loro vita online. Secondo Sir
Tim Berners-Lee, uno dei padri fondatori del web, controllo, censura e violazione della
privacy costituiscono un brutto vizio da dimenticare.

Intervenuto ad una conferenza indetta per presentare una serie della BBC che vede come
protagonista il web e il modo in cui ha cambiato la vita degli utenti, Berners-Lee non ha
risparmiato toni critici nei confronti di chiunque si appresti a limitare l'accesso al web o ad
imporre blocchi e censure, strategie che secondo la sua opinione sono destinate ad un
puntuale fallimento.

Il web dovrebbe essere uno spazio libero a misura di cittadino, che dovrebbe potervi
accedere liberamente.In particolare, l'idea di Berners-Lee ruota intorno a una rete
concepita come "un foglio bianco, sul quale governi e aziende non possono sindacare
quello che i cittadini vi scriveranno sopra, senza alcuna restrizione nella pubblicazione del
loro pensiero". Inoltre, non manca di criticare i regimi repressivi che con la loro censura
non farebbero altro che danneggiarsi, dal momento che a suo parere alla fine l'apertura
del web alla fine vince sempre "seppure si tratti spesso di una lunga strada".

Berners-Lee: il web deve restare libero PI 14 luglio 2009


Call for limits on web snooping BBC News 10 luglio 2009

Berners-Lee ha anche pubblicato i suoi suggerimenti su come rendere disponibili online i


milioni di dati raccolti dalle agenzie governative.

Mentre negli Stati Uniti l'idea di rendere facilmente accessibile online i dati e le statistiche
raccolte dal governo si sta mettendo già in pratica con il sito data.gov, grazie al Chief
Information Officer Vivek Tundra, già fautore dell'Open Access nel suo ruolo di CTO del
Distretto di Columbia, sull'altra sponda dell'Atlantico si sta cercando di dar seguito
all'impegno di Gordon Brown. Anche il leader dei conservatori inglese David Cameron ha
manifestato il proprio appoggio ad un cosiddetto "diritto ai dati".

Proseguendo nella scia di una questione già portata all'attenzione da varie organizzazioni
della società civile, il dibattito pubblico verterà ora sulle problematiche relative alla privacy,
al possibile utilizzo commerciale dei dati divulgati, nonché da quali far partire il processo
(nel Regno Unito si parla di iniziare dal divulgare le note spese mensili dei deputati e le
statistiche sui disservizi della pubblica amministrazione).

Berners-Lee ha pubblicato le sue riflessioni (tecniche) dopo alcuni incontri avuti con vari
rappresentanti di Governo statunitensi e britannici. Il padre del Web afferma innanzitutto
che "i dati grezzi debbano essere messi a disposizione il prima possibile. Preferibilmente -
aggiunge - caricati come Linked Data". Dovranno, inoltre, essere disponibili in RDF e in
una forma tale da poterne garantire l'accesso con strumenti open source come D2RServer
e Triplify.

Con un open format, infatti, saranno modulabili e gestiti più facilmente dagli utenti.
Un'ulteriore priorità sarà la possibilità di linkarli a fonti esterne per maggiore completezza.
Ultimo step previsto da Berners-Lee è la strutturazione in interfacce semplici, da utilizzare
per tutti gli utenti.

Sarà proprio l'utilizzo che ne faranno i cittadini a rivalutarli, dal momento che i possibili
impieghi, ha notato Kundra, saranno sicuramente sorprendenti. Nella sua prima
esperienza nel Distretto di Columbia, per esempio, è stato sviluppato, partendo dai dati
messi a disposizione sulle statistiche criminali e sulle licenze per vendere liquori,
StumbleSafely, che calcola il percorso più sicuro per tornare a casa dopo una nottata di
bagordi. "La chiave - ha concluso - è riconoscere che non abbiamo il monopolio sulle
buone idee e che il governo non ha risorse infinite". Un chiaro proclama open source.

Il diritto ai dati PI 30 giugno 2009

INTERNET GOVERNANCE

Libera circolazione dei beni digitali, diritti, concorrenza, accesso, equilibrio tra gli interessi
delle parti: sono questi i punti salienti toccati da Viviane Reding, Commissario europeo per
la Società dell'Informazione e i Media, nel corso di una recente intervista rilasciata ad
Altroconsumo.

Si discute della delicata posizione della Commissione in merito ai problemi del mondo
digitale e alla posizione dei consumatori nei confronti di organizzazioni del copyright e
fornitori di accesso e contenuti in rete.
Una delle questioni cruciali dell'infrastruttura di rete europea è la possibilità, per utenti e
operatori, di trovarsi in un contesto comunitario in cui, al pari della libera circolazione di
merci e servizi "reali", valgano le stesse regole su tutto il territorio del Vecchio Continente.
Incalzata da Altroconsumo, Reding conferma la volontà di scardinare l'attuale oligopolio
delle società di raccolta dei diritti d'autore, un monopolio che ha già cominciato a
scricchiolare da quando la SIAE francese SACEM, la major EMI e altri hanno convenuto
sulla necessità di adottare un sistema unificato che rispetti la pervasività di Internet e la
sua mancanza di "frontiere" a difendere i vari mercati nazionali.

"La questione è molto complessa - dice il Commissario europeo - non solo per il numero di
stakeholder coinvolti ma anche per la necessità di preservare la diversità culturale e di
mantenere l'equilibrio tra due necessità: da un lato fornire il giusto riconoscimento al
lavoro degli artisti e dall'altra offrire ai consumatori la possibilità di ottenere contenuti in
tutta Europa, indipendentemente dal Paese in cui ci si trova, e a prezzi abbordabili".

Nonostante questa intrinseca complessità, Reding è fiduciosa nel futuro e spera di


presentare "proposte concrete" entro la fine dell'anno, magari a partire dalla
modernizzazione della direttiva UE sulle comunicazioni via cavo e satellitari.

Il Commissario Reding parla inoltre di copyright e pirateria digitale, e del fatto di


coinvolgere nella discussione inerente i contenuti digitali (su cui a Bruxelles è attiva una
commissione apposita) anche i consumatori e la loro prospettiva.

Dopo il copyright, per cui si stanno studiando anche eccezioni a difesa della creatività e il
riutilizzo da parte dei contenuti generati dagli utenti (una sorta di "fair use" europeo
insomma) tocca ai diritti digitali tout court e al diritto all'accesso, un principio sancito come
diritto fondamentale di ogni cittadino europeo attraverso la levata di scudi del Parlamento
Europeo in occasione della votazione del Pacchetto Telecom, in barba a qualsiasi tentativo
di disconnessione forzata voluto in terra francese con la legge HADOPI.

"Mi fa piacere vedere che ora la Corte Costituzionale francese abbia stabilito che la legge
Hapodi rappresenta una violazione di diritti fondamentali", dice Reding, ribadendo la
necessità di "trovare il giusto equilibrio tra la protezione dei diritti di proprietà intellettuale e
della creatività artistica da una parte e il ruolo di Internet nel promuovere importanti diritti
fondamentali come la libertà di espressione e di informazione".

Il Commissario parla anche di neutralità della rete, e distingue il "filtraggio buono" da


quello cattivo nella misura in cui il primo serve a "ottimizzare il traffico e garantire una
buona qualità del servizio in un momento di domanda in aumento e nella crescente
congestione della rete in orari di punta", mentre il secondo può "portare a pratiche anti-
competitive come la prioritarizzazione ingiusta di un certo tipo di traffico, oppure il suo
rallentamento e, in casi estremi, il suo blocco". Nell'attuale scenario di convergenza tra
telecomunicazioni, servizi e media è fondamentale mantenere Internet aperta alla
concorrenza, dice il Commissario, e assicurarsi che i fornitori di connettività non abusino
del controllo del traffico di rete.

E per ribadire ulteriormente il concetto di diritto all'accesso per utenti e aziende Reding
rimarca l'importanza dell'approvazione, da parte degli Stati Membri della UE, dello
stanziamento di 1,02 miliardi di euro per lo sviluppo della banda larga nelle zone rurali o di
difficile accesso (o per dirla in altri termini dove i provider non vogliono arrivare per
mancata convenienza e ritorno monetario immediato) già fissato a novembre 2008. "Sono
contenta di vedere che ora tutti gli Stati Membri si sono impegnati a raggiungere il 100 per
cento di copertura della banda larga tra il 2010 e il 2013" dice Reding, che in prospettiva
annuncia per la fine dell'anno la disponibilità di regole giuridiche certe, fondamentali per
dare il via agli "ingenti investimenti necessari alla costruzione dell'infrastruttura in fibra
ottica per i servizi Internet a banda larga ad alta velocità, assicurando al contempo che i
concorrenti abbiamo effettivo accesso alle reti di prossima generazione (NGA)".

Reding: la rete è un diritto PI 30 giugno 2009

Commissario europeo Viviane Reding: "L'accesso a internet è un diritto


fondamentale" 26 giugno 2009

iTunes europeo più vicino PI 28 maggio 2009

Le innovazioni collegate all'Internet sociale stanno procurando un vero e proprio


terremoto, nei comportamenti individuali come nei modelli di business e persino nelle
attività criminali. Da qui la necessità di una riforma profonda dell'attuale quadro normativo,
per molti versi inadeguato rispetto alle esigenze correnti. Sul come fare, però, non
esistono ancora ricette consolidate.

È intorno a questi temi che si è dipanato l'incontro di studio intitolato "Le responsabilità
giuridiche nel web 2.0", tenutosi presso l'Alma Graduate School dell'Università di Bologna.

Per sviscerare il problema, gli organizzatori hanno chiamato a parlare professionisti ed


esperienze molto diverse: un dirigente della Polizia Postale come Antonio Apruzzese, due
accademici con specializzazioni differenti - Marco Roccetti del dipartimento di Scienze
dell'Informazione e Giusella Finocchiaro della facoltà di Diritto, entrambi presso l'Università
di Bologna - e un manager di una grande azienda di telecomunicazioni come Vodafone,
Corradino Corradi.

Quello che è emerso dal loro dialogo è un quadro ricco e sfaccettato, con molte questioni
aperte e poche certezze. "La verità - spiega Giusella Finocchiaro - è che l'innovazione
tecnologica ha contribuito a trasformare in profondità idee consolidate come quella di
identità, di azione individuale, di autorialità. E risulta quindi evidente che il quadro
normativo - penso in particolare alle parti che riguardano il copyright e la circolazione della
conoscenza - non è più adeguato a affrontare la situazione corrente".

La relazione tra attività di creazione da parte degli individui, circolazione della conoscenza
e vincoli normativi è stata al centro della trattazione dello stesso Roccetti. Secondo
quest'ultimo, la libera diffusione della conoscenza non riguarda soltanto il benessere e
l'interesse dei singoli, ma costituisce un bene collettivo che anche il Legislatore si deve
preoccupare di preservare. "Quando si legifera su queste materie - sostiene Roccetti - non
abbiamo a che fare con mere regole di comportamento, ma con la messa a disposizione e
la circolazione di beni che forse sono beni in sé e che quindi la collettività deve in qualche
modo tutelare".

Il riferimento dell'accademico va molto evidentemente a casi giudiziari recenti, come quelli


che hanno visto protagonisti i responsabili di The Pirate Bay.

Più orientato alle opportunità e problematiche operative l'intervento di Corradino Corradi,


manager dell'area ICT Security di Vodafone. Corradi ha evidenziato come l'avvento del
web sociale prefiguri scenari promettenti per le società di telefonia, davanti alle quali si
dischiudono ampie possibilità in materia di accesso mobile e personalizzazione dei servizi.
"Il nostro obiettivo - ha detto Corradi - è superare il web 2.0 attraverso la
personalizzazione. E questa prospettiva ci interessa in modo particolare perché siamo
convinti che la personalizzazione si possa operare soltanto in ambiente mobile, quando
sei legato ad una SIM più che quando sei legato ad una username generica".

Ma Corradi ha anche documentato la presenza di almeno tre grandi aree di criticità, sulle
quali le telco starebbero attivamente lavorando. La prima è quella della libertà di
circolazione dei contenuti, sulla quale non esistono ricette condivise ed anzi si registrano
pressioni crescenti da parte dei detentori dei diritti e degli stessi ISP, nel senso della
delimitazione e del filtraggio. La seconda è quella della protezione degli utenti, il cui
bilanciamento con la libertà di espressione e accesso non è sempre semplice da
conseguire. E da ultimo la privacy individuale, minacciata dalle policy di raccolta dati e
dalle iniziative di personalizzazione della pubblicità.

Ancora differente il punto di vista portato da Antonio Apruzzese, dirigente della Polizia
Postale responsabile per l'Emilia Romagna. Più che sulle problematiche squisitamente
normative, il rappresentante di PolPost si è soffermato sulla crescita delle organizzazioni
criminali che agiscono online e sulla necessità di individuare mezzi di contrasto migliorati
per affrontarle. Nel tempo, spiega Apruzzese, i delinquenti del web hanno fatto un vero e
proprio "salto di qualità" qualitativo e quantitativo.

Anzitutto, nella maggior parte dei casi documentati, a muoversi non sono più singoli
hacker isolati, ma strutture organizzative composite con "manovali, quadri e dirigenti" dove
l'azione del singolo risponde a strategie complessive più ampie. E poi si sono raffinati i
metodi di lavoro, dai sistemi di arruolamento, alle tecniche di trafugamento fino a quelle di
riciclaggio. "Spesso - spiega Apruzzese - i sistemi criminali provano ad arruolare, magari
con innocenti mail, anche i comuni cittadini. Cui viene proposto magari di aprire dei conti
online e operare delle transazioni - al buio - contro il pagamento di corrispettivi in denaro".

A fronte di tali sfide, le forze dell'ordine si devono attrezzare rivedendo in senso "dinamico"
il concetto di sicurezza, in modo da comprendere e abbracciare le trasformazioni
tecnologiche e comportamentali, e promuovendo coordinamento e partecipazione tra tutti
gli attori che si occupano di sicurezza. Apruzzese si è soffermato anche sulle funzioni del
neonato CNAIPIC, il cui obiettivo è appunto il coordinamento degli sforzi per la security
informatica tra strutture diverse: "Ogni rete ha già le proprie strutture di difesa. In questo
senso noi puntiamo ad offrire un coordinamento, fungendo da filo di collegamento tra i
diversi soggetti sensibili".

In conclusione di giornata, Giusella Finocchiaro ha provato a raccogliere le varie


suggestioni emerse ed a "tirarne le fila" sotto il profilo propriamente normativo. Posta
l'inadeguatezza del quadro legislativo corrente, ha spiegato la studiosa di diritto di Internet,
la soluzione ottimale sarebbe senz'altro quella di una revisione "di sistema" delle leggi su
copyright e privacy, da attuarsi a livello sovranazionale. "Ma nell'attuale congiuntura
globale - ha chiosato - una riforma di questa portata appare altamente improbabile".

Ed è per questo, continua Finocchiaro, che le soluzioni di breve periodo vanno ricercate in
innovazioni più circoscritte, da attuarsi magari sul piano delle licenze e dei contratti, in
grado di tutelare gli interessi dei vari attori in gioco nel rispetto delle norme vigenti.
L'esempio esplicito portato dalla ricercatrice è quello della licenza Creative Commons,
creata nel 2001 da Lawrence Lessig, che consente di contemperare l'esigenza di
circolazione della conoscenza con i diritti individuali dell'autore. "Questo tipo di soluzione –
ha concluso Finocchiaro - consente una forma di deregulation rispettosa del quadro
normativo vigente, ed appare in questo senso il modo più equilibrato per uscire l'attuale
stallo tutelando gli interessi di tutti".

La Legge e il web 2.0 PI 30 giugno 2009

CNAI, l'Italia affronta il cybercrimine PI 25 giugno 2009

British Telecom, il più grande provider di connettività del Regno Unito, ha cominciato a
chiedere agli "altri" provider, quelli dei contenuti veicolati attraverso l'infrastruttura, di
pagare dazio per sostenere i costi di mantenimento della suddetta infrastruttura.

Con questa sortita, peraltro non inedita nel'Isola, BT pone anche fine alle polemiche di
questi giorni, scaturite dall'evidenza del fatto che l'ISP avrebbe messo un limite alla
velocità di download di iPlayer, la piattaforma di distribuzione gratuita (per l'utente finale)
di quella BBC che di contenuti ne ha prodotti e ne produce a vagonate.

Sì ammette ora BT, la banda disponibile per iPlayer ha un cap in downstream pari a 896
Kbps per i clienti della "Opzione 1", quelli che viaggiano con la broadband "base" tarata
sui 2 Megabit a cui l'iTraffico viene limitato tra le cinque di pomeriggio e mezzanotte, nella
parte del giorno in cui l'intasamento della rete e maggiore.

"Tutti vogliono cose come alta velocità, prezzi bassi, connessioni a 2 Mb. Noi non
crediamo sia realistico per i proprietari dei contenuti come BBC e altri continuare a fruire di
un vantaggio a costo zero", ha commentato il portavoce di BT riguardo la vicenda del
throttling di iPlayer.

"Il traffico sta crescendo - dice BT - l'idea che gli ISP continueranno a pagare le bollette
non è sostenibile. Vogliamo sistemare la questione con BBC e gli altri per arrivare a un
qualche compromesso realistico".

L'ISP esclude qualsiasi possibilità di caricare il costo della banda sui clienti, perché già
adesso i prezzi sono dettati da una concorrenza spietata e il progetto governativo tracciato
dal report Digital Britain spinge sull'idea di un costo ridotto di accesso per non lasciare
disconnesso nessuno.

Dunque a pagare dovranno essere i content provider, e se il primo a essere chiamato in


causa è BBC per via delle recenti polemiche su iPlayer il discorso di BT si applica
sostanzialmente a tutti, anche ai gigante dei contenuti multimediali come YouTube di
Google.

Il traffico di rete di iPlayer nel Regno Unito è stimato per il 7% della banda totale, cosa che
sottolinea anche BBC in risposta alle dichiarazioni battagliere di BT, mentre YouTube di
rete ne satura il 30% nei momenti di picco. Non sono al momento noti contatti tra il
provider inglese e il colosso statunitense riguardo la questione, ma se le intenzioni di BT
non sono solo vuote parole: in un futuro non molto lontano i due soggetti dovranno
cominciare a discutere del problema e delle possibili soluzioni.
Dall'altra parte dell'oceano il problema è praticamente speculare a quello sollevato da
British Telecom, visto che negli USA sono i provider (e in particolare gli ISP di rete e cavo
medio/piccoli rappresentati dall'associazione American Cable Association) a lamentarsi dei
fornitori di contenuti, che a loro dire stanno cominciando una rivoluzione al contrario che
inevitabilmente porterà alla nascita di una Internet ad accesso limitato fortemente deleteria
per l'economia del settore.

"I giganti dei media sono nella fase iniziale di una trasformazione che li porterà a essere i
guardiani dell'accesso a Internet - denuncia la ACA - richiedendo ai provider di
connessioni in broadband di pagare per i loro contenuti e servizi basati sul web e includerli
come parte di un accesso Internet base per tutti i sottoscrittori". Secondo la visione
ipotizzata da ACA, a comandare davvero saranno le corporation dell'intrattenimento, la net
neutrality finirà per essere solo un lontano ricordo e a fare le spese della situazione
saranno soprattutto i soci dell'associazione, operatori che portano Internet nelle zone rurali
del paese che spesso devono pagare di più per garantire ai consumatori la disponibilità
degli stessi contenuti dei player maggiori.

ACA cita in particolare il caso di ESPN360.com, il canale web di eventi sportivi controllato
da Disney che ha già siglato accordi con 60 diversi provider ma che evidentemente
propone dei prezzi inaccessibili agli ISP di minori dimensioni. Nella sua risposta alle
pretese di ACA ESPN definisce "insostenibile" la tesi proposta e ribadisce di "non voler
forzare nessun distributore", grande o piccolo che sia, "a trasportare alcuno dei nostri
prodotti". Il modello di business di ESPN è quello e gli ISP devono farsene una ragione,
sostiene il canale web.

Internet, chi paga chi? PI 15 giugno 2009

BT calls for end of 'free ride' for BBC's iPlayer …and admits "throttling" video traffic
12 giugno 2009

BT Talks Up Plans to Charge Video Providers 11 giugno 2009

Cable group turns net neutrality around over ISP access fees ars technica 11 giugno
2009

Pubblicato il Digital Britain report 29 gennaio 2009

Digital Britain report: why should we care? Telegraph 15 giugno 2009

Oggi gli utenti di internet sono un miliardo e mezzo in tutto il mondo, di cui 300 milioni
nell'Unione Europea. Per questo è ormai una necessità che la governance della rete sia
aperta, indipendente e trasparente, poiché le decisioni che riguardano internet
coinvolgono tutti i cittadini del mondo e devono essere adottate in modo responsabile.

È questa la raccomandazione della Commissione Europea, che ha pubblicato a riguardo


un documento strategico.

Per ora il coordinamento delle decisioni chiave sulla governance di internet è un compito
assegnato alla Internet Corporation for Assigned Names and Numbers ( ICANN), un
organismo privato con sede negli Stati Uniti che opera nell'ambito di un accordo su un
progetto comune con il Ministero del Commercio statunitense che scade il 30 settembre
2009.

La Commissione è d'accordo che la gestione quotidiana del funzionamento di internet


continui ad essere affidata a imprese private, purché queste siano tenute a un dovere di
rendicontazione e di indipendenza. Le intese sulla governance futura di internet devono
riflettere il ruolo imprescindibile che è venuta assumendo la rete globale in tutti i paesi del
mondo.

"La Internet Corporation for Assigned Names and Numbers - ha dichiarato Viviane Reding,
Commissario UE alle TLC - sta per affrontare una svolta storica: diventare un organismo
pienamente indipendente che dovrà render conto all'intera comunità mondiale di internet. I
cittadini europei auspicano questa trasformazione ed è questo il senso della nostra
proposta. Ho invitato perciò gli Stati Uniti a collaborare con l'Unione europea per
raggiungere questo obiettivo".

Internet: la gestione della rete riguarda tutti e deve essere indipendente. Richiamo
dell'UE 22 giugno 2009

Anche Cina e Russia sono entrati a far parte del Governmental Advisory Committee
(GAC), l'organo interno all'ICANN, l'ente internazionale preposto alla regolamentazione
della rete e alla distribuzione dei domini.

Come “dote” la Cina ha portato i suoi 298 milioni di navigatori, che ne fanno attualmente la
nazione maggiormente rappresentata sulla Rete. Stesso discorso per i domini .cn che
superano i 17 milioni.

La Russia invece entra nel GAC come “invited guest”, contribuendo ad aumentare fino al
90% il numero dei cittadini della rete rappresentati da ICANN: "Questo dato - spiega
Stefano Trumpy, ricercatore del CERN e rappresentante dell'Italia presso ICANN - smorza
le critiche di quanti sostengono che all'interno di ICANN non siano sufficientemente
rappresentati i governi nazionali".

Icann introdurrà a breve innovazioni che permetteranno agli utenti di registrare nomi scritti
in caratteri diversi dall'alfabeto latino (cinese, giapponese, arabo, ebraico, greco, cirillico,
coreano, etc): a guidare tale svolta il neo-presidente e amministratore delegato Rod
Beckstrom, esperto in sicurezza, high-tech e attività internazionali a favore dei Paesi in via
di sviluppo, già direttore del centro nazionale sulla cyber-sicurezza USA.

ICANN, dentro anche Cina e Russia PI 06 luglio 2009

GAC :: Governmental Advisory Committee

L’alleanza di esperti accademici riunita all’interno dell’Internet Governance Project (IGP)


non è altro che l’ultimo tentativo di sfidare l’attuale predominio dell’Internet Corporation for
Assigned Names and Numbers (ICANN ).

L’IGP si propone come leader indipendente nel ruolo di analisi della global Internet
oversight, Internet policy, e tecnologie di informazione e comunicazione basando il suo
grido di battaglia sulla dichiarazione del Presidente Obama secondo cui “le sfide globali da
affrontare chiedono delle istituzioni globali”.
Dopo 11 anni di successo alquanto discutibile, il ruolo dell’ICANN è soggetto a nuove e
forti critiche. Ad esempio, il Joint Project Agreement (JPA) che governa il collegamento tra
l’ICANN e lo U.S. Department of Commerce è stato definito “inerentemente guasto” dall’
IGP.

In una dichiarazione ufficiale della Commissione Scientifica dell’IGP, il Dr. Milton Mueller
della Syracuse University eaorta l’ICANN a divenire indipendente, asserendo a nome
dell’IGP che il Joint Project Agreement contribuirà al fallimento dell’ICANN.

L’IGP vorrebbe sostituire il JPA con un accordo formale internazionale che fornisca una
responsabilità globale e condivisa per una Internet governance stabile e coordinata.

Tale accordo dovrebbe garantire la formazione di un board internazionale multi-


stakeholder la cui missione sarebbe di vigilare sugli abusi, delegare le autorità sui domini
top-level (Top-Level Domains - TLDs) ai governi nazionali, proibire all’ICANN di prendere
decisioni riguardanti la libertà di espressioneo di agire come politici di governi, assicurarsi
che l’ICANN segua rispetti le leggi sull’antitrust e sul commercio e deter gli abusi dei
governi tramite l’ICANN. L’IGP inoltre vorrebbe dissolvere il Governmental Advisory
Committee dell’ICANN.

Infine, l’IGP invita a smantellare l’attuale Internet Assigned Numbers Authority (IANA).

Group Proposes International Alternative to ICANN 11 giugno 2009

Internet Governance Project calls for U.S.-led international agreement on ICANN

ICANN Replacement Could Come This Fall 05 giugno 2009

Joint Project Agreement (JPA)

Internet Governance Project (IGP)

Top-level domain - Wikipedia

Internet Assigned Numbers Authority (IANA)

L’Internet Governance Forum svoltosi a Roma il 27 settembre del 2007 è stato incentrato
sul tema della necessità di una “costituzione per Internet”, cioè di un vero e proprio
sistema di norme a tutela del “cittadino elettronico”.

Secondo ALCEI, intervenuta al Forum, la “costituzione per Internet” è soltanto l’ennesima


variazione - peraltro non nuova - sul tema “normomania”, cioè la vera e propria ossessione
che spinge a chiedere l’emanazione di nuove leggi prima di verificare se quelle che ci
sono vanno bene o no.

Da “ossessione”, la normomania diventa facilmente strumento per creare nuove entità


(agenzie, garanti, comitati, commissioni) che, con la scusa di metterci il bavaglino,
finiscono con il metterci il bavaglio (come scrisse nel 1996 Giancarlo Livraghi in
Cassandra -vedi anche l’intervento di Paolo De Andreis al convegno “Internet, Libertà e
Diritti” organizzato dalla CGIL a Roma il 22 luglio 1997).
Così, c’è chi si è preoccupato di “questioni di bottega”, come quelle relative all’albo dei
giornalisti e i siti internet, chi si è concentrato sul ruolo degli RFC, chi, ancora, ha posto il
problema inesistente della tutela dei blog (come se una tecnica per pubblicare contenuti
fosse qualcosa di rivoluzionario rispetto al “fatto in sé” di diffondere informazioni).

I diritti civili sono oggi più che mai sono minacciati dalla censura, dall’invasività dello Stato
e delle imprese e da un generale scadimento del senso di civiltà di ciascuno di noi. Il
continuo riferirsi alla necessità di “autoregolamentazioni” (per il copyright, per la tutela dei
minori, per la tutela dei dati personali, per esempio) è un mezzo per sottrarre al
Parlamento la potestà legislativa, e per affidarla a burocrati e lobbisti.

Di fronte agli abusi vecchi e nuovi, basta leggere la Costituzione della Repubblica (quella
vera, non quella di plastica che si vorrebbe creare) per capire che non abbiamo bisogno di
altro, se non di farla rispettare.

Altro che “costituzione per Internet”.

La posizione di ALCEI all’Internet Governance Forum di Roma 27 settembre 2007

Unknown internet 1: Who controls the internet? New Scientist 30 aprile 2009

PERSONAL DEMOCRACY

Si è concluso a New York il Personal Democracy Forum una delle principali conferenze
mondiali sul rapporto tra internet e politica.

Per il sesto anno consecutivo, più di 1000 opinion-makers, esperti di politica e di nuove
tecnologie, funzionari, giornalisti, blogger e studenti si sono riuniti a New York per capire
come rendere le pubbliche amministrazioni più trasparenti e la partecipazione democratica
più efficace attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie.

Tra i 150 speakers intervenuti il sindaco di New York Michael Bloomberg, il Chief
Information Officer della Casa Bianca Vivek Tundra, i responsabili delle campagne di
comunicazione online dei partiti democratico e repubblicano, e numerosi grandi nomi della
rete come Jeff Jarvis, Danah Boyd, Craig Newmark, Tara Hunt, Jack Dorsey (fondatore di
Twitter).

Kundra ha reso noto è stato messo online il primo Dashboard nazionale nation's first
online IT Dashboard: un sito Web dove il governo pubblicherà dettagli sugli investimenti
nel settore e dove i cittadini potranno interagire.

Jeff Jarvis, autore di “What Would Google Do?”, ha parlato delle sue idee per un governo
elettronico della “Google era” tra cui delle nuove regole per rendere il governo più
trasparente e dare ala gente la possibilità del controllo.

Secondo Craig Newmark, il più grande ostacolo per il futuro della personal democracy è il
fatto che la gente just don't feel like bothering. “Come faremo a trasformare una visione
idealistica in una democrazia grassroots massiva su larga scala?”, la Repubblica romana
fallì perché la maggiorparte del popolo non voleva essere coinvolto. Anche oggi è lo
stesso, molti cittadini non vogliono saperne di politica”
Newmark attribuisce questa apatia al fatto che sono pochi quelli che credono veramente
nella possibilità di una reale democrazia.

Slide Show: Personal Democracy Forum 2009 7/3/2009

Fed Government Launches IT Dashboard 30 giugno 2009

Personal Democracy Forum

DEMOCRAZIA ELETTRONICA

Con il termine “Democrazia Digitale” o più comunemente “E-Democracy”, neologismo


della lingua inglese che deriva dalla contrazione di “Electronic Democracy” (Democrazia
Elettronica), si intende l'utilizzo delle Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione
(Information and Communication Technologies - ICT) all'interno dei processi democratici.
Considerata l'origine recente del termine (seconda metà degli anni '90), la sua definizione
è ancora abbastanza controversa sia dal punto di vista teorico, sia per quanto riguarda le
esperienze pratiche cui si fa riferimento.

In linea generale, la categoria Democrazia Elettronica comprende le pratiche e le


sperimentazioni di utilizzo delle tecnologie telematiche (Internet in particolare ma anche
telefonia mobile) da parte dei cittadini per partecipare alle scelte politiche delle istituzioni
democratiche di qualsiasi livello (locale, nazionale, sovranazionale, internazionale).

Per quanto ancora connotate da una certa debolezza, sono parecchie le iniziative
sviluppatesi nell'ultimo quindicennio, da E-Democracy.org (associazione di cittadini nata
nei tardi anni Novanta in Minnesota capace di indirizzare attraverso il dibattito e la
pressione le elezioni locali e le successive scelte amministrative, tanto da diventare un
modello esportabile) alle elezioni politiche lituane del marzo 2007, le prime a svolgersi con
il voto on line.

In materia ambientale, l'Europa ha mosso i primi passi verso l'implementazione dei principi
partecipativi attraverso la convenzione stipulata ad Århus, Danimarca, il 25 giugno 1998.
Ratificata dall'Italia con la legge 16 marzo 2001, n. 108, la Convenzione richiede ai governi
di intervenire in tre settori: garantire ad un pubblico il più vasto possibile (persone fisiche o
giuridiche, associazioni, gruppi o organizzazioni) il diritto di accesso alle informazioni
ambientali detenute dalle istituzioni e dagli organi comunitari; prevedere che le
informazioni in materia ambientale siano messe a disposizione del pubblico attraverso
banche dati elettroniche facilmente accessibili; prevedere la partecipazione del pubblico
all'elaborazione di piani e programmi in materia ambientale da parte della Comunità.

L'Italia, attraverso il Ministero dell'Ambiente, ha presentato nel maggio 2005 il primo


rapporto sull'applicazione della Convenzione e nel dicembre 2007 ne ha pubblicato un
primo aggiornamento, nel frattempo dando attuazione alla direttiva comunitaria
2001/42/CE sulla valutazione ambientale strategica, nota come “VAS”, comprendente una
fase di consultazione del pubblico. La direttiva, recepita dallo Stato italiano con il Decreto
Legislativo 3 aprile 2006, n. 162, è stata fatta propria anche dalle regioni, spesso
ricalcando l'iter della VAS comunitaria.

convenzione di Århus, Danimarca, 25 giugno 1998


Quando si parla di democrazia elettronica e del nuovo spazio di comunicazione aperto
dalle reti telematiche, si fa riferimento soprattutto a quegli aspetti che tendono a
identificare democrazia computerizzata e democrazia diretta: l’accesso alle informazioni
politicamente rilevanti (archivi ipertestuali in linea), l’offerta di luoghi di discussione
pluralista (conferenze elettroniche, newsgroup), la possibilità per tutti di intervenire in
modo più o meno vincolante nei processi decisionali (voto elettronico, sondaggi
permanenti).

In realtà, questo accento sulla democrazia diretta - seppure giustificato dalle


caratteristiche dei nuovi mezzi di telecomunicazione, interattivi anziché diffusivi - porta a
sottovalutare l’importanza di alcune funzioni legate alla dimensione politica dei processi
decisionali: la negoziazione, la costruzione di equilibri, il raccordo, la mediazione tra
interessi contrapposti, la comunicazione verticale con gli organismi di rappresentanza.

Questo vale in modo più evidente per i progetti di democrazia elettronica riconducibili ad
un modello referendario, centrato sul voto e sulla volontà della maggioranza (per es.
l’Electronic Town Hall di Ross Perot), ma vale anche in una certa misura per i progetti che
si ispirano a un modello comunitario, attribuendo maggiore importanza alla partecipazione
a discussioni in linea e all’accessibilità delle informazioni. Anche in questo caso, nella
prospettiva che si va affermando, democrazia diventa quasi sinonimo di connettività
mentre si pone scarsa attenzione alle caratteristiche e all’efficacia della comunicazione in
rete: al modo in cui viene strutturata, alla qualità dei dispositivi di feedback, alla stessa
composizione dei partecipanti.

Una volta garantito che tutti abbiano uguali possibilità di partecipazione, l’efficacia del
processo di comunicazione viene affidata agli effetti di un determinismo tecnologico i cui
contorni rimangono molto incerti. Lévy, ad esempio, prospetta lo sviluppo di comunità
virtuali come "soggetti collettivi di enunciazione" composti da cittadini o imprese le cui
possibilità di intervento consisterebbero nell’"imprimere trasformazioni su memorie
dinamiche".

Le nuove tecnologie di comunicazione non saranno in grado, da sole, di semplificare i


problemi; le decisioni politiche resteranno una cosa complicata e i servizi di democrazia
elettronica, per essere efficaci, non potranno limitarsi a offrire informazioni, sondaggi,
luoghi di discussione, ma dovranno poter coinvolgere attori diversi - cittadini, imprese,
associazioni, istituzioni - mettendoli a confronto, generando flussi di comunicazione sia
orizzontali che verticali (con le istituzioni e le organizzazioni di rappresentanza).

In altri termini, non basterà aumentare la connettività, ma ci vorrà una connettività evoluta,
capace di tenere conto delle caratteristiche dei processi decisionali su cui si vuole
incidere. Uno strumento per sperimentare questa possibilità è la tecnica Delphi - progetto
di Consultazione sulle politiche infrastrutturali per Milano produttiva, promosso dalla
Camera di Commercio di Milano dal 1993 e recentemente approdato alla rete - che, pur
traendo origine da una diversa tradizione di studi, legata al scientific management e alla
policy analysis, può oggi rappresentare un interessante riferimento metodologico per la
comunicazione sulle reti telematiche.

Due storici servizi di democrazia elettronica, entrambi basati su forum di discussione in


linea e realizzati a due anni di distanza uno dall’altro, sono il Minnesota Electronic
Democracy Project, del 1994, e lo UK Citizens Online Democracy, del 1996.
Il primo, promosso dal Hubert Humphrey Institute of Public Affairs di Minneapolis, è un
esempio di come, in assenza di approcci che consentano di strutturare i flussi di
comunicazione, i servizi di democrazia elettronica tendono a esaurirsi in un uso
generalizzato e "quantitativo" delle conferenze elettroniche. Nato con l’obiettivo di creare
un luogo in Internet per l’accesso del pubblico alle informazioni fornite dai candidati alle
elezioni del Minnesota del 1994, il progetto è stato integrato nel 1995 da un forum di
discussione pubblica con moderatore, il Minnesota Politics and Public Policy E-Mail Forum
(MN-POLITICS). Grazie alla risonanza che in quel periodo i mezzi di comunicazione
statunitensi riservavano alla discussione sulle “information superhighways”, MN-POLITICS
ha conquistato presto una crescente popolarità, la reputazione di un sistema alternativo di
formazione dell’opinione pubblica e infine lo stesso riconoscimento dello stato del
Minnesota, che ha recentemente rifinanziato l’iniziativa con un milione di dollari.

Il secondo esempio, il progetto UKCOD (UK Citizens Online Democracy), è il primo


servizio di democrazia elettronica a scala nazionale nel Regno Unito. In questo caso la
struttura è più articolata e offre tre livelli di discussione: - il Public Forum, aperto a tutti; - il
Civic Forum, riservato alle associazioni; - il Politicians Forum, riservato ai politici. Ogni
conferenza è a sua volta suddivisa in gruppi di discussione e i temi dibattuti nel Politicians
Forum rispondono alle questioni poste dai partecipanti sia al Civic che al Public Forum.

Entrambi i progetti prendono le mosse da uno stesso obiettivo: consentire una più ampia
diffusione delle informazioni, mettere in comune risorse, saperi, proposte; ma mentre il
primo è più legato alla convinzione che basti aprire delle agorà elettroniche e offrire a tutti
uguali possibilità di accesso, il secondo tiene conto del sistema di rappresentanza e
articola le aree di conferenza su livelli distinti, pur rinunciando a strutturare la
comunicazione verticale stabilita tra questi.

Evidentemente già all’interno di questa prima generazione di servizi può cominciare a farsi
strada, soprattutto in Europa, l’esigenza di approcci più articolati, più attenti ai processi di
mediazione e a tutti quegli aspetti che la prospettiva di una consultazione diretta e
costante offerta dalle tecnologie digitali ha tenuto fino ad oggi in secondo piano. A questo
scopo è necessario tuttavia mettere a punto e sperimentare dispositivi (di interazione e di
feedback) che consentano una comunicazione più efficace.

http://www.e-democracy.org

http://www.democracy.org.uk/

Minnesota Politics and Public Policy E-Mail Forum (MN-POLITICS)

UKCOD (UK Citizens Online Democracy)

Delphi è una tecnica di rilevazione e di analisi di valutazioni soggettive espresse da gruppi


di esperti o attori decisionali. Si tratta di un metodo iterativo che consente, attraverso
questionari sottoposti in più round e tecniche di feedback, di strutturare il processo di
comunicazione tra i partecipanti in modo da favorire il confronto e la potenziale
convergenza delle posizioni.

Sviluppato inizialmente come tecnica di previsione, il metodo Delphi ha subito una lunga
evoluzione che lo ha sempre più caratterizzato come tecnica di comunicazione strutturata
e, nei due trascorsi decenni, questo ha consentito di sperimentarne l’applicazione in molti
settori di politiche pubbliche. All’interno della Consultazione Delphi sulle politiche
infrastrutturali per Milano produttiva (cfr. Bolognini 1993, 1995), questo metodo è stato
usato per rilevare le valutazioni di un pannello di rappresentanti del mondo produttivo
milanese, composto dai membri del Consiglio della Camera di Commercio e dai
responsabili di associazioni imprenditoriali e organizzazioni sindacali a cui vengono
sottoposte periodicamente serie di problemi e proposte da esaminare usando diverse
scale di valutazione: importanza, desiderabilità, fattibilità ecc.

La rilevazione ha una struttura a stadi e consente a ciascun partecipante di rivedere le


proprie precedenti valutazioni dopo averle confrontate con quelle espresse dagli altri.
Ciascuno ha anche la possibilità di indicare nuovi problemi e ipotesi di intervento da
sottoporre alla valutazione del panel al round successivo. I vantaggi offerti da questo
schema a stadi si riassumono nella possibilità di strutturare la comunicazione tra i
partecipanti e utilizzare tecniche di feedback (graduatorie, indicatori statistici, sintesi
redatte da ricercatori indipendenti) per favorire l’autocorrezione e l’avvicinamento delle
posizioni individuali. Inoltre, tra un round e l’altro possono essere comunicate al pannello
le controvalutazioni espresse da gruppi di esperti o da particolari categorie di imprese.

È facile immaginare come questi vantaggi potranno essere potenziati da un’applicazione


in rete: 1) continuando a rilevare periodicamente con il metodo Delphi le valutazioni
espresse dalle organizzazioni di rappresentanza; 2) invitando le imprese a intervenire,
confrontandosi con queste valutazioni all’interno di forum di discussione elettronici. Mano
a mano che i partecipanti avranno acquisito una sufficiente familiarità con i nuovi media,
questo schema potrebbe costituire il primo nucleo di un progetto di democrazia elettronica
basato sulla creazione e sul monitoraggio di flussi di comunicazione strutturata,
coinvolgendo un numero crescente di imprese, che verrebbero messe in condizione di
intervenire non solo con valutazioni espresse in contraddittorio con il pannello ma con
proposte da inserire nelle successive fasi di valutazione.

http://www.mi.camcom.it/delphi

Se si vuole che la comunicazione in rete non rimanga fine a se stessa ma abbia


conseguenze per l’attività decisionale, è necessario sperimentare schemi di interazione
sufficientemente articolati e fare in modo che la composizione dei partecipanti sia ampia e
comprenda diverse categorie di attori.

Oltre venti anni fa (Heclo e Wildavsky 1974), ben prima della diffusione delle tecnologie di
comunicazione digitale, fu introdotta la nozione di “issue network”, una rete di interessi
legata a ciascuna area di policy, e quella analoga di “policy community”, l’insieme dei
soggetti coinvolti.

Si tratta di decidere se la riflessione sulla democrazia elettronica, ancora agli inizi, debba
partire dalle tecnologie oppure dalle politiche, dalle “virtual communities” - l’insieme dei
partecipanti a iniziative di interazione in linea - o dalle “policy communities”. Da questa
scelta possono derivare modelli di democrazia elettronica diversi.

I servizi attivati fino ad oggi, partiti dalle prime, sono spesso caratterizzati da un
determinismo tecnologico che pone l’accento sulla issue of voice - la possibilità tecnica di
dare voce a tutti - e sottovaluta la dimensione politica dei processi decisionali: la
negoziazione, la ricomposizione dei conflitti, la rappresentanza. È auspicabile che in
futuro, oltre a moltiplicare le risorse per la partecipazione a conferenze elettroniche e
l’accesso alle informazioni, si realizzino servizi in grado di gestire flussi di comunicazione
strutturata, ricostruendo anche in rete la dinamica aperta attraverso cui si determinano i
processi di mediazione, di sintesi e di conciliazione degli interessi all’interno di una policy
community (v. anche Bolognini 1997).

Le nuove tecnologie di comunicazione possono offrire grandi opportunità per un


approfondimento della democrazia, ma a patto di riconoscere che con esse il gioco
diventa più complicato, non più semplice, e che per questo è necessario mettere a punto e
sperimentare strumenti d’interazione e di analisi più raffinati.

MODELLI DI DEMOCRAZIA ELETTRONICA

Qual è il destino dei parlamenti nell’età dell’informazione e della comunicazione?

Alcuni anni fa, quando cominciò il dibattito sulla democrazia elettronica, sembrava che le
nuove tecnologie avrebbero portato ad una progressiva scomparsa della democrazia
rappresentativa, sostituita da forme sempre più diffuse di democrazia diretta. Nel nuovo
agorà elettronico i cittadini avrebbero potuto prendere sempre la parola e decidere su
tutto.

La memoria dell’antica Atene e il modello dei “town meetings” del New England
apparivano come la forma nuova della democrazia, con un intreccio tra antico e nuovo che
avrebbe via via cancellato il ruolo dei parlamenti.

Nel 1994, un influente uomo politico americano, Newt Gingrich, che sarebbe diventato
Speaker della Camera dei Rappresentanti, parlava di un “Congresso virtuale”, che
avrebbe sostituito il Congresso tradizionale, affidando al voto elettronico di tutti i cittadini
anche le scelte legislative.

Oggi queste ipotesi sono lontane, e la democrazia elettronica segue strade diverse da
quelle di una brutale e ingannevole semplificazione dei sistemi politici. Ma questo non vuol
dire che i parlamenti possano trascurare le grandi novità determinate dalle tecnologie
dell’informazione e della comunicazione, che incidono profondamente sul loro ruolo e sul
modo in cui si struttura il loro rapporto con la società.

Non siamo di fronte a semplici strumenti tecnici, ma ad una forza potente, la tecnologia nel
suo complesso, che sta trasformando in modo radicale le nostre società. Stiamo
passando, su scala mondiale, da un equilibrio tecnologico all’altro. Un grande antropologo,
Marvin Harris, ha sottolineato che “il momento decisivo per una scelta consapevole si ha
soltanto durante la fase di transizione da un modo di produzione all’altro. Dopo che una
società ha scelto una particolare strategia tecnologica ed ecologica per risolvere il
problema dell’efficienza declinante, può essere impossibile modificare le conseguenze di
una scelta poco intelligente per un lungo periodo futuro”.

Il primo, grande compito dei parlamenti, oggi, è dunque quello di cogliere questo
momento, di compiere tempestivamente le scelte intelligenti necessarie perché l’insieme
delle tecnologie si risolva in un rafforzamento complessivo della democrazia.

Sono divenute chiare alcune linee di analisi e di intervento, che possono essere così
riassunte: - evitare che le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione
portino ad una concentrazione invece che ad una diffusione del potere sociale e politico;
- evitare che le nuove tecnologie, invece di favorire una vera partecipazione dei cittadini, si
consolidino come la forma del populismo del nostro tempo, con un continuo scivolamento
verso la democrazia plebiscitaria; - evitare che ci si trovi sempre più visibilmente di fronte
a tecnologie del controllo invece che a tecnologie delle libertà; - evitare che nell’età
dell’informazione e della comunicazione nuove disuguaglianze si aggiungano a quelle
esistenti; - evitare che il grande potenziale creativo delle nuove tecnologie porti non ad
una diffusione della conoscenza come grande bene comune, ma a forme insidiose di
privatizzazione.

Pure l’età digitale, dunque, ha i suoi peccati, sette come vuole la tradizione, e che sono
stati così enumerati: 1) diseguaglianza; 2) sfruttamento commerciale e abusi informativi; 3)
rischi per la privacy; 4) disintegrazione delle comunità; 5) plebisciti istantanei e
dissoluzione della democrazia; 6) tirannia di chi controlla gli accessi; 7) perdita del valore
del servizio pubblico e della responsabilità sociale.

Non mancano, tuttavia, le virtù, prima tra tutte l’opportunità grandissima di dare voce a un
numero sempre più largo di soggetti individuali e collettivi, di produrre e condividere la
conoscenza, sì che ormai molti ritengono che la definizione che meglio descrive il nostro
presente, e un futuro sempre più vicino, sia proprio quella di “società della conoscenza”.

Al di là delle immagini e delle metafore, i parlamenti non sono chiamati a scegliere tra il
bene e il male. Di fronte ad una realtà complessa, nella quale convivono società della
conoscenza e società del rischio, i parlamenti devono ribadire la loro storica e
insostituibile funzione di custodi della libertà e dell’eguaglianza.

Non sono riferimenti retorici. La tecnologia è prodiga di promesse. Alla democrazia offre
strumenti per combattere l’efficienza declinante, e arriva fino a proporne una
rigenerazione. Ma, se guardiamo al mondo reale, alle tendenze in atto, rischiamo di
incontrare sempre più spesso un uso delle tecnologie che rende capillare e continuo il
controllo dei cittadini. A queste tendenze bisogna reagire, non solo per sfuggire ad una
sorta di schizofrenia istituzionale che spinge verso la costruzione di un mondo diviso tra le
speranze di libertà e l’insidia della sorveglianza. È necessario soprattutto considerare
realisticamente le dinamiche sociali, a cominciare da quelle che rischiano di produrre
nuove diseguaglianze.

Questo problema viene solitamente indicato con l’espressione “digital divide”, ed


effettivamente l’uso delle tecnologie, di Internet in primo luogo, produce stratificazioni
sociali, l’emergere di nuove categorie di “haves” e di “have nots”, di abbienti e non
abbienti proprio per quanto riguarda la fondamentale risorsa dell’informazione. Ma le più
attendibili ricerche sul digital divide mettono in evidenza che il divario tra paesi sviluppati e
paesi meno sviluppati, per quanto riguarda l’accesso ad Internet, non può essere
esaminato riferendosi prevalentemente alle differenze di reddito.

Pur rimanendo profondissime, infatti, le distanze riguardanti Internet tendono a ridursi più
rapidamente di quelle relative alla ricchezza. Questo vuol dire che i fattori influenti non
sono tanto quelli economici, quanto piuttosto quelli sociali e culturali, sì che l’attenzione
deve essere in particolare rivolta alle politiche dell’accesso ad Internet, tuttavia in una
prospettiva che non si limiti a favorire l’accesso in sé, ma si preoccupi delle modalità d’uso
e dei contenuti ai quali è possibile accedere. Altrimenti, non solo la propensione
all’accesso ad Internet rimane più bassa per i paesi e i ceti più svantaggiati, ma le fonti
della disuguaglianza persistono e tendono ad ampliarsi.
Questa è una indicazione assai importante per le politiche di sviluppo che i parlamenti
devono promuovere, e per la cooperazione internazionale. Quando, infatti, l’accesso non è
considerato soltanto nella prospettiva, pur importantissima, di assicurare a tutti la
connettività alla rete, esso deve essere pensato in termini di accesso alla conoscenza, con
evidente incidenza sulle politiche della formazione, della libertà, della proprietà.

Conoscenza è parola che sintetizza le possibilità di accedere alle fonti, di elaborare il


materiale, raccolto, di diffondere liberamente le informazioni. Già nell’articolo 19 della
Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite si è affermato il diritto di
ogni individuo alla libertà di opinione e di espressione “e quello di cercare, ricevere e
diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Oggi
questo diritto è in pericolo per la pretesa di molti Stati di controllare Internet, per l’esercizio
di veri poteri di censura, per le condanne di autori di quelle particolari comunicazioni in
rete che sono i blog.

Questa situazione non può essere ignorata, soprattutto perché alcune grandi società –
Microsoft, Google, Yahoo!, Vodafone – hanno annunciato per la fine dell’anno la
pubblicazione di una “Carta” per tutelare la libertà di espressione su Internet. I parlamenti
non possono accettare che la garanzia del “free speech”, che gli Stati Uniti vollero affidare
al Primo Emendamento della loro Costituzione, divenga materia di cui si occupano solo i
privati, che evidentemente offriranno solo le garanzie compatibili con i loro interessi. Sono
urgenti in questa materia iniziative dei parlamenti nazionali, tuttavia coordinate tra loro
dato il carattere transnazionale dei fenomeni da regolare, e tenendo conto che nell’Internet
Governance Forum, organizzato dall’ONU alla fine dell’anno scorso, è stata esplicitamente
indicata la priorità rappresentata dalla elaborazione di un “Internet Bill of Rights”.

Internet è il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto, dove si sta
realizzando anche una grande redistribuzione di potere. Un luogo dove tutti possono
prendere la parola, acquisire conoscenza, produrre idee e non solo informazioni,
esercitare il diritto di critica, dialogare, partecipare alla vita comune, e costruire così un
mondo diverso di cui tutti possano egualmente dirsi cittadini. Ma tutto questo può
diventare più difficile, per non dire impossibile, se la conoscenza viene chiusa in recenti
proprietari senza considerare proprio la novità della situazione che abbiamo di fronte e che
impone di guardare alla conoscenza come il più importante tra i beni comuni.

La questione dei beni comuni è essenziale. Oggi, il conflitto tra interessi proprietari e
interessi collettivi non si svolge soltanto intorno a risorse scarse, in prospettiva sempre più
drammaticamente scarse, come l’acqua. Nella dimensione mondiale assistiamo ad una
creazione incessante di nuovi beni, la conoscenza prima di tutto, rispetto ai quali la
scarsità non è l’effetto di dati naturali, ma di politiche deliberate, di usi impropri del brevetto
e del copyright, che stanno determinando un movimento di “chiusura” simile a quello che,
in Inghilterra, portò alla recinzione delle terre comuni, prima liberamente accessibili.
Questa scarsità artificiale, creata, rischia di privare milioni di persone di straordinarie
possibilità di crescita individuale e collettiva, di partecipazione politica.

La sfida lanciata ai parlamenti non riguarda soltanto la necessità di trovare nuovi equilibri
tra logica della proprietà e logica dei beni comuni. Investe lo stesso modo d’intendere la
cittadinanza. La vera novità democratica delle tecnologie dell’informazione e della
comunicazione, infatti, non consiste nel dare ai cittadini l’ingannevole illusione di
partecipare alle grandi decisioni attraverso referendum elettronici. Consiste nel potere dato
a ciascuno e a tutti di servirsi della straordinaria ricchezza di materiali messa a
disposizione dalle tecnologie per elaborare proposte, controllare i modi in cui viene
esercitato il potere, organizzarsi nella società. Con questo vasto mondo – in cui la
democrazia si manifesta in maniera “diretta”, ma senza sovrapporsi a quella
“rappresentativa” – i Parlamenti devono trovare nuove forme di comunicazione, attraverso
consultazioni anche informali, messa in rete di proposte sulle quali si sollecita il giudizio
dei cittadini, procedure che consentano di far giungere in parlamento proposte elaborate
da gruppi ai quali, poi, vengano riconosciute anche possibilità di intervento nel processo
legislativo.

La rigida contrapposizione tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta potrebbe


così essere superata, e la stessa democrazia parlamentare riceverebbe nuova
legittimazione dal suo presentarsi come interlocutore continuo della società.

In questa prospettiva, i parlamenti debbono rafforzare il loro ruolo in diverse direzioni.


Promuovere la trasparenza nell’intero sistema istituzionale, rendendo così più efficace il
controllo diffuso da parte dei cittadini, la loro “cittadinanza attiva”, che diventa anche un
strumento essenziale per la lotta alla corruzione. Debbono agire come centro che
promuove la conoscenza dei cittadini sulle questioni socialmente rilevanti. Debbono
divenire il luogo istituzionale dove si svolge con continuità la valutazione degli effetti delle
nuove tecnologie, riprendendo e aggiornando l’esperienza del “technology assessment”.
Ma debbono soprattutto impedire che le esigenze di lotta a terrorismo e criminalità e le
richieste del sistema economico portino alla nascita di una società della sorveglianza,
della selezione e del controllo, alterando quel carattere democratico dei sistemi politici di
cui proprio i parlamenti sono i primi ed essenziali garanti.

Proprio le tecnologie, con la loro apparente neutralità, hanno rafforzato le spinte verso la
creazione di gigantesche raccolte di dati personali. La politica sta delegando alla tecnica la
gestione dei più diversi aspetti della società, dimenticando, ad esempio, un principio
chiaramente indicato nell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In
questa norma si ammettono limitazioni dei diritti per diverse finalità, compresa la sicurezza
nazionale, a condizione però che si tratti di misure compatibili con le caratteristiche di una
società democratica. I parlamenti devono esercitare con il massimo rigore questa
funzione di controllo, senza delegarla ad altri organi dello Stato, fossero pure le corti
costituzionali. Solo così possono evitare la trasformazione dei cittadini in sospetti, ed
impedire che, con l’argomento della difesa della democrazia, sia proprio la democrazia ad
essere perduta.

Queste considerazioni possono apparire poco realistiche, soprattutto se si considera la


notevole riduzione di poteri che, per diverse ragioni, i parlamenti hanno conosciuto in
questi anni. Il potere si è notevolmente spostato nella direzione dei governi, molte
possibilità di azione sono ormai escluse dal fatto che la sede delle decisioni si colloca fuori
dagli Stati nazionali. Ma proprio la riflessione sulle tecnologie ci indica la possibilità di un
cammino diverso.

Sulla scena nazionale ed internazionale compaiono attori sempre più numerosi. Si stenta
a trovare un centro del sistema istituzionale, tanto che si è parlato di uno “Stato a rete”,
sottolineando proprio il fatto che le tecnologie promuovono la crescita di una molteplicità di
centri di decisione che riescono ad agire grazie alle forme di collegamento via via
apprestate dallo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Ma
l’osservazione della realtà ci dice che queste tecnologie non producono soltanto forme di
policentrismo, di distribuzione dei tradizionali poteri sovrani tra soggetti non gerarchizzati.
Rendono possibile anche centralizzazione e concentrazione dei poteri, esercizio di
controlli di intensità senza precedenti.

Questa deriva pericolosa può essere interrotta se i parlamenti riusciranno a sottrarre la


politica alla seduzione di una tecnologia che deresponsabilizza, che si presenta come un
rifugio dove la politica sfugge alla difficoltà delle scelte, ed utilizzeranno, invece, proprio le
tecnologie dell’informazione e della comunicazione per far sì che le scelte possano
tornare ad essere patrimonio di soggetti visibili, responsabili, controllabili.

La politica come “rete”, peraltro, offre all’antica istituzione parlamentare non una occasione
di ringiovanimento, ma la possibilità di collegamenti che consentano ai diversi parlamenti,
al di là delle frontiere, la comune consapevolezza dei problemi da affrontare. La
cooperazione tra i parlamenti non è più una formula, ma una opportunità concreta che
nasce dalla crescente possibilità di conoscenze comuni, di circolazione continua di
informazioni. Da qui può nascere una nuova sfera pubblica mondiale, non più consegnata
alle sole dinamiche dei mercati, ma riguadagnata alla logica dei poteri democratici.

Rodotà e la democrazia elettronica 10 Marzo, 2007

Levy sottolinea come ogni nuova forma di tecnologia disegni un nuovo scenario di
pubblica opinione, indicando nelle evoluzioni delle forme di comunicazione anche le
maturazioni dei sistemi politici. E ad ogni sistema politico si aggancia una nuova pubblica
opinione, sempre più matura e sempre più pervasa dalle nuove tecnologie, pronte a
sostenerne la formazione e la presenza nella sfera politica.

La situazione attuale dovrebbe dunque favorire in teoria la formazione di un’opinione


pubblica globalizzata, capace di sfruttare le risorse della rete e dei sistemi
cyberdemocratici rilanciando un’ottica spiccatamente partecipativa, moltiplicando i canali
d’accesso e gli spazi di confronto.

La rete in effetti ha facilitato l’emergere dei movimenti politici e antipolitici, che hanno
trovato nel web il loro punto d’incontro, e il loro tavolo di confronto. In tal modo ha trovato
legittimazione il concetto di nuovo spazio pubblico, attraverso il quale fondere le
esperienze delle nuove tecnologie con le “tradizionali convenzioni politiche”.

Rodotà ha paragonato i forum di discussione dei movimenti (i no-global in testa, nati


soprattutto attraverso la partecipazione via web) alle antiche riunioni di caseggiato del PCI,
in un efficace mix di vecchie abitudini e nuove risorse tecnologiche che riuniscono old
media e new media: la rete e la piazza fisica. E un altro esempio è venuto dalla campagna
elettorale, seppur fugace, di Howard Dean, candidato alla Casa Bianca, per le
presidenziali 2004.

Tuttavia, inevitabilmente, la diffusione del digitale ha portato ad un accrescimento (quando


non ad un inasprimento) del controllo, dovuto anche ad un’altra contrapposizione
scatenata dall’ascesa della cyberdemocrazia: quella tra libertà e mercato. Da un lato la
cyberdemocrazia stimola e alimenta forme di comunicazione libera e spontanea,
rivitalizzando lo spazio pubblico, fino a ridisegnarne i contorni di partecipazione; dall’altro
non può non entrare in contatto con la logica economica e speculativa del mercato. Basti
pensare alla richiesta di legislazione in materia di spamming fatta dal congresso
statunitense, trovatosi di fronte all’emergenza di un fenomeno di difficile controllo.
La prevaricazione attuale del governo del controllo sulle forme di e-government ci
consegna quindi una situazione in cui prevale tuttora una logica del potere rispetto ad una
effettiva cyberdemocrazia: più che un “neomedievalismo istituzionale” (teorizzato da
Castells attraverso il concetto di “multilevel government”) è, secondo Rodotà, una ricaduta
nella premodernità.

La trasparenza invocata da Levy, a sostegno del suo pensiero di opinione pubblica


globale, definito da molti un’utopia cyberdemocratica, è garantita dunque più per le
istituzioni che per il cittadino. Così facendo si arriva a rendere nuda l’identità collettiva, e
soprattutto a istituire uno spazio pubblico in cui anche l’obbligo sociale a discutere e a
prendere parola può diventare una limitazione della dimensione partecipativa.

La questione della democrazia digitale concerne non soltanto le forme democratiche, ma


anche i modi e le procedure di cui queste forme democratiche si servono.

Cyberdemocrazia e sfera pubblica: verso un’opinione pubblica mondiale? 04


maggio 2004

“Ognuno di noi è una voce diversa, ma possiamo comporre la nostra canzone in modo
tale che si mescoli alle altre in maniera armoniosa. Il gioco dell’intelligenza collettiva
consiste nel riuscire a creare senza sosta nuovi tipi di armonia, sempre più capaci di
comprendere il caos” (Pierre Lévy)

Su Internet, non solamente tutti o quasi possono esprimere la loro opinione, non
solamente si creano in continuazione forum e gruppi di discussione, ma nascono delle
vere e proprie città e regioni virtuali. Esse tessono dei legami che sfuggono alle tradizionali
barriere politiche e geografiche. Questa nuova libertà è un pericolo oppure un’opportunità?

Secondo Pierre Lévy, essa preannuncia il prossimo avvento di una democrazia


generalizzata e getta le basi di una vera e propria società planetaria e forse di una nuova
forma di Stato.

Pierre Lévy, allievo di Michel Serres e di Cornelius Castoriadis, filosofo e teorico della
rivoluzione digitale, ha diretto il dipartimento di Hypermédias dell’Università di Paris VIII e
insegna attualmente all’Università del Québec, a Trois Rivières. È l’autore, tra gli altri, di
“Le tecnologie dell’intelligenza” (1992), “L’intelligenza collettiva” (1996), “Il virtuale” (1997),
“Il fuoco liberatore” (2000), “Cybercultura2 (2000) e, in collaborazione con M. Authier, “Gli
alberi di conoscenze” (1999).

“Dopo la Democrazia? Il potere e la sfera pubblica nell’epoca delle reti” (Apogeo, Milano,
2006), curato da Antonio Tursi e Derrick De Kerckhove, raccoglie i contributi di Alberto
Abruzzese, Sara Bentivegna, Franco Berardi Bifo, Pierre Lévy, Michele Prospero, Stefano
Rodotà e Luca Toschi.

Antonio Tursi, originario di Spezzano Albanese ma ormai da alcuni anni “impiantato”


nell’ambiente universitario romano, porta alla luce un testo significativo e fondamentale in
dottrina di cyber-democrazia insieme al suo maestro e amico Derrick De Kerckhove,
considerato l’ereden del McLuhan-pensiero, non a caso direttore del “McLuhan Program in
Culture and Technology” all’Università di Toronto in Canada (indirizzato verso lo studio di
come le tecnologie influenzano e influenzeranno la società).
“Il libro” - afferma Tursi – “nasce per far riflettere sull’importante rapporto tra forme
politiche e scenari mediali nella società contemporanea”.

“Dopo il Novecento, la prassi democratica, benché diffusa, non ha ancora realizzato


appieno le sue promesse di inclusione. Le nuove tecnologie di comunicazione offrono
l’opportunità di realizzarle garantendo la presenza nelle sedi decisionali dei corpi vivi dei
cittadini. Senza rivoluzioni, ma all’interno di progetti politici forti e definiti all’altezza dello
sviluppo della tecnica”.

«La spaccatura elettorale dell’Italia (e prima quelle degli Stati uniti e della Germania) ha
riproposto il tema della capacità del sistema democratico di rispondere alla complessità
del tempo presente. Finley, osservando la democrazia ateniese, indicava la presenza di
gruppi di interesse anche diversi ma capaci di ritrovarsi intorno a un interesse comune.
Comprendere l’apporto specifico delle tecnologie di comunicazione rispetto ai sistemi
politici attuali, può aiutare a riscoprire (anche ripensare) le motivazioni profonde che
fondano lo stare insieme. Perciò il volume si rivolge al cittadino. Anche a quello
arrabbiato».

Cyber-democrazia, media e forme politiche in “Dopo la Democrazia?” 22 maggio


2006

In «Cyberdemocrazia» (Mimesis), il filosofo francese Pierre Lévy descrive la rivoluzione


digitale e la crescita esponenziale del numero di utenti/cittadini interconnessi attraverso
Internet come fenomeni destinati a generare un futuro radioso: estensione universale della
democrazia partecipativa, nascita dell' embrione di un governo mondiale capace di
garantire pace e prosperità a livello planetario, fine della separazione fra sfera pubblica e
privata, estensione a tutti dell' opportunità di divenire giornalisti, ottenere la celebrità,
controllare i poteri forti grazie a un regime di trasparenza assoluta (“onnivisione”).

Dopo un po’ di anni, i proclami di Levy appaiono ancora utopici: il villaggio globale, ancora
in via di definizione, è attraversato da forti turbolenze. I poteri forti, invece di cancellare le
frontiere, ne creano continuamente di nuove, sommando i conflitti etnico-religiosi alle
divisioni geopolitiche; la trasparenza e la privatizzazione dello spazio pubblico agevolano
lo sguardo del potere sui cittadini, più che quello dei cittadini sul potere; la ricerca di
celebrità produce milioni di reality show amatoriali piuttosto che milioni di giornalisti.

Il sogno di Lévy si è rovesciato in incubo.

Ma quale Cyberdemocrazia il Sogno di Lévy è un Incubo corriere della sera 24


maggio 2008

A lungo, in tanti (ricercatori, hacker, comunitari virtuali, in genere il «popolo della Rete»)
hanno creduto che «aldilà» del monitor del loro computer si spalancasse uno spazio-
tempo davvero alternativo rispetto a quello dell' «aldiquà»: un iper-luogo esteso in cui
fosse possibile l'articolarsi di una sorta di «quinto stato», capace di democratizzare
l'informazione e i consumi, eludendo i vincoli politico-economici e intellettuali tradizionali.

Che ormai si possa parlare in larga misura del «passato di un' illusione» è ratificato
dall'ultimo libro di Carlo Formenti, “Cybersoviet utopie Postdemocratiche e Nuovi Media”.
Nei due libri precedenti (“Incantati dalla Rete”, Cortina, 2000) e “Mercanti di Futuro”
,Einaudi, 2002). tesi a formare con quest' ultimo un' ideale trilogia, Formenti analizzava il
cybermondo, evitando con cura gli estremi apocalittici o integrati - continuando a credere
possibile una democrazia più diretta e partecipativa per l'emergente blocco sociale dei
creatori e dei fruitori della Rete. Ora - con argomenti molto convincenti e con un disincanto
definitivo - dimostra come la morsa dei governi e delle imprese abbia (quasi)
irreversibilmente colonizzato quella nuova frontiera, assorbendola e piegandola ai propri
«valori» e soprattutto ai propri interessi.

Non si tratta solo dell' egemonia dei Moloc Google e Yahoo su Internet, ma di un processo
socioeconomico nuovo nei termini ma non nella dinamica. Aprendo il grandangolo su una
profondità prospettica in «lunga durata», Formenti inquadra questo assorbimento
riconducendolo alla sorte di tanti e diversi «movimenti» novecenteschi: in primo luogo ai
soviet della Rivoluzione d' Ottobre (la cui spontanea capacità aggregativa venne
espropriata dalle baionette delle minoranze bolsceviche, mosse dall' ipocrisia ideologica
dell' agire contro il caos civile e l' arretratezza delle masse) o ai coevi consigli rivoluzionari
tedeschi (schiacciati in egual modo dagli apparati socialdemocratici); ma anche al flusso
anarchico extraparlamentare italiano tra ' 68 e ' 77, osteggiato dalla nomenklatura di
sinistra in quanto a rischio di deriva apolitica.

Sia chiaro: parlando di cybersoviet per indicare l'auroralità di una speranza schiacciata
dalle élite di potere occidentali, Formenti non vuole equiparare le degenerazioni dei
totalitarismi novecenteschi alla voracità proteiforme del capitalismo-Predator dei nostri
giorni: cerca di individuare, invece, una costante strutturale - ideologicamente trasversale -
che determina l' inibizione di ogni vero tentativo di configurazione sociale «dal basso».

Nei passaggi dimostrativi dell' erosione dei cybersoviet (cioè appunto di una democrazia di
Rete come unica possibilità in un assetto globale definito da certe teorie come tout court
«postdemocratico»), vengono così disinnescati uno a uno i miti persistenti nella visione
utopistica dei «tecnoeuforici» ingenui.

Quello sull' impermeabilità della Rete a ogni controllo dall'alto viene non solo smentito
dalla pervasività di certe imprese e governi hi-tech nella detenzione dei servizi, ma è
anche poco auspicabile, perché l'idea ultralibertaria delle dinamiche spontanee spalanca
un'autostrada a quella ultraliberista delle aziende egemoni.

Quello della trasparenza come valore assoluto - del desiderio di un Panopticon rovesciato,
ovvero della vigilanza da parte degli utenti su politici e imprese - è stato per un verso
contrastato dal ricostituirsi di un Panopticon ortodosso (con i nostri «dati» utilizzati dalle
imprese), per l'altro contraddetto da una «blogosfera» che privilegia il narcisismo
esibizionistico alla controinformazione.

E quello sulla presunta giustizia distributiva della Rete (sulla convenienza dei servizi) deve
fare i conti sia con la discriminazione operata dal dislivello dell' utenza (con la fascia colta
che accede a opportunità molto superiori a quelle della fascia medio-bassa, appiattita sull'
intrattenimento e il consumo) sia con vere e proprie riconversioni, come nel caso di eBay,
con le aste auto-organizzate passate sotto il controllo dei governi locali.

Ma molti altri sono gli esempi in questa demistificazione: da quello sui file musicali
scaricati in reti p2p («infrazioni calcolate» dalle strategie di mercato della relativa industria
culturale) a quello sull' ambiguità di molte imprese, che mentre in Occidente rifiutano di
rimuovere dai siti filmati violenti (tipo YouTube) in nome della libertà d' espressione, in
Cina assecondano - per calcolo economico - la più brutale censura di regime.

Il perdurare di tali miti, secondo Formenti, è decisivo nell' approdo del popolo della Rete a
un «cyberpopulismo» (vedi caso Grillo) equivalente del populismo politico così diffuso
nelle «post-democrazie» di tanti Paesi.

Certo, poi si tratterebbe di fare un passo ulteriore: di capire perché il rapporto tra massa e
potere tenda sempre a riprodursi identico a diversi livelli delle società umane. Forse
l'apporto delle scienze naturali (dalla biologia all' etologia umana) potrebbe aiutare le
scienze sociali nella messa a fuoco.

Intanto, il disincanto del libro ci ricorda come non vi sia nessuna discontinuità - ma anzi
una specularità fluida - tra mondo on line e off line, tra l' «aldilà» e l' «aldiquà» del monitor.

L'illusione perduta della cyber-democrazia: addio al «quinto Stato» Corriere della


Sera 19 aprile 2008

In democrazia c'è una linea sottile che divide chi governa da chi è governato. Da un lato,
le fonti ufficiali diventano testimonianza di quello che accade in Parlamento; dall'altro, tutte
le domande che affollano la vita quotidiana dei cittadini. Ognuno di questi deve essere
protagonista del meccanismo partecipativo, autore di opinioni e spunti che fanno bene alla
vita democratica di un paese.

Una vera e propria filosofia che torna ancora grazie al web, attraverso openparlamento.it,
il nuovo progetto dell'associazione indipendente openpolis. L'obiettivo è il monitoraggio
parlamentare.

Lo si farà offrendo a tutti i cittadini la possibilità di informarsi e di controllare con costanza


l'attività parlamentare. "Il cuore del nostro progetto - spiega Vittorio Alvino, presidente
dell'associazione - è quello di importare in Openparlamento le fonti ufficiali di Camera e
Senato per fornire all'utente informazioni più accattivanti ed accessibili. Il cittadino potrà
definire i suoi interessi parlamentari e, quindi, avere uno strumento in più per conoscere
l'iter di ogni atto presentato".

Uno strumento, quindi, utile a tutti i non addetti ai lavori. E non solo. Openparlamento è
rivolto anche a professionisti, imprese, organi d'informazione ed associazioni di categoria
affinché possano essere sempre aggiornati su quello che viene pubblicamente deciso.
È un progetto che continua ad inseguire una filosofia di condivisione aperta, nutrendosi
della logica open source, allargata a tutti e senza scopi di lucro. "Lo scopo - continua
Alvino - è di aggregare tutti in un'unica comunità, portando dentro gli utenti che già hanno
usufruito delle esperienze di Voisietequi e Openpolis. La maturazione rispetto a quei
progetti consiste, oggi, in un approccio ancora saldamente ancorato al non profit, ma allo
stesso tempo orientato verso maggiori servizi personalizzati a pagamento".

Fino al 15 ottobre, infatti, gli utenti del sito potranno usufruire di una prova gratuita
del servizio premium, proprio in occasione del lancio di Openparlamento. Un'opportunità
rivolta a singoli professionisti ed aziende per ricevere, direttamente nella pagina personale
e via email, aggiornamenti fino a 3 argomenti e 10 parlamentari o atti da monitorare.
Perché il sito permette di seguire ogni singolo membro del Parlamento, osservandone le
presenze in aula, le attività e i voti ribelli, ovvero quelli che differiscono dal gruppo di
appartenenza.

Quella di Openpolis è un'iniziativa che rispecchia una responsabilità comune, costruita da


informazioni aperte e condivise, commentate da ogni singolo cittadino-utente internet. Una
voce che viene dal basso, modello propositivo di una vera e propria democrazia open
source.

Sulla scia del recente operato di Barack Obama (pre e post elezioni) e del suo "consiglio
presidenziale", aperto online per fare in modo che tutti i cittadini statunitensi si occupino
dell'agenda economica del loro paese.

"Abbiamo una società che eroga servizi commerciali ed una rete di collaboratori -
conclude Alvino - ma la nostra logica open source è aperta a tutti gli utenti che vogliono
darci una mano. Registrarsi al sito significa non solo tenere sotto controllo atti e votazioni,
ma anche partecipare, intervenire direttamente sul testo per commentarlo, descriverlo e
votarlo".

La democrazia, oggi, passa anche di qui.

Openparlamento.it, democrazia a codice aperto PI 17 giugno 2009

Open source, modello di democrazia ideale PI 09 aprile 2009

openparlamento.it

In attesa di una qualche forma di cyberdemocrazia, il sito webarchia offre la


possibilità di diventare, pur se virtualmente, politici responsabili della formazione corretta
di leggi.

Come scritto sul sito: “…è un gioco, un esperimento, una simulazione di democrazia
diretta in cui gli utenti partecipano alla formazione delle leggi. È possibile proporre nuove
leggi, modifiche agli articoli e votare le proposte degli altri cittadini”.

Con un sistema a punti che premia gli utenti in base ai risultati delle votazioni, il cittadino
della webarchia vede crescere la propria popolarità, fino a diventare un leader, nelle
singole aree tematiche o sull’intero sistema.

Insomma, un community game in cui però lo scopo è reale: quello di migliorare o almeno
segnalare i “buchi neri” dell’ordinamento giuridico italiano.

Webarchia - Gioca a fare il politico sperimentando la democrazia diretta 09 febbraio


2008

E-democracy - wikipedia

http://www.webarchia.org/

CYBERWAR

Internet Governance
INFOWAR 2.0

DARKNET

BUON COMPLEANNO INTERNET

CYBERSPACE IS THE PLACE

INTELLIGENZA COLLETTIVA

WEB ESTETICA