Isabella Mattazzi

IL LABIRINTO CANNIBALE
VIAGGIO NEL MANOSCRITTO TROVATO A SARAGOZZA DI JEAN POTOCKI

Milano 2007

© 2007 Isabella Mattazzi isabella.mattazzi@unibg.it per la presente edizione © 2007 Arcipelago Edizioni Via Carlo D’Adda 21 20143 Milano info@arcipelagoedizioni.com www.arcipelagoedizioni.com Prima edizione maggio 2007 ISBN 978-88-7695-358-3 Tutti i diritti riservati

Ristampe: 7 6 2013 2012

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È vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata, compresa la fotocopia, anche ad uso interno o didattico, non autorizzata. In copertina:A. Kircher, Labyrinthus Aegyptiacus, 1679. Si trova in: A. Kircher, Turris Babel, Amsterdam, Ex Officina Janssonio-Waesbergiana, 1679.

INDICE
I II III IV V LABIRINTI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . CIBI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . SERRATURE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . SPECCHI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . LIQUIDI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9 33 51 71 87 107

BIBLIOGRAFIA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Anche non volendo entrare nel merito di un lavoro di carattere strettamente filologico, ogni lettura critica del Manuscrit trouvé à Saragosse deve necessariamente fare i conti con l’incertezza strutturale della genesi delle sue pagine. I curatori delle edizioni storiche del romanzo di Potocki, Roger Caillois (Paris, Gallimard, 1958) e René Radrizzani (Paris, José Corti, 1989), si sono dovuti confrontare con una dispersione capillare di documenti, con testi mozzi, varie riscritture, traduzioni di traduzioni. Gli stessi François Rosset e Dominique Triaire, curatori dell’edizione più recente del Manuscrit (Louvain-Paris, Peeters, 2006) hanno optato (con un significativo avanzamento delle ipotesi sulla nascita e la storia del testo) per la scelta di una doppia pubblicazione, facendo uscire due “Manoscritti”: una prima versione del 1804, lasciata incompiuta dall’autore alla 45° giornata, e una versione del 1810, questa volta completa (61 giornate) e, per molti aspetti, significativamente diversa dalla precedente. Quale è allora il vero testo di Potocki? Quello del 1804? Quello del 1810? Un primo abbozzo scritto nel 1794, o ancora quello del traduttore ottocentesco Edmund Chojecki ripreso in parte da René Radrizzani, o quello tronco di Roger Caillois? Di fatto scegliere una copia al posto di un’altra vorrebbe dire scartare decisamente una serie di elementi che hanno costituito e costituiscono tuttora il fascino della scrittura di Potocki e del suo mondo di meraviglie. Il Manoscritto, libro senza corpo, opera senza un luogo preciso che ne contenga e protegga sistematicamente il senso, più che ad un nucleo compatto fondato su un’equivalenza immediata tra testo e significato, sembra somigliare piuttosto ad una costellazione, ad una nebulosa di temi e figure dell’immaginario, dispersi certo, divergenti anche, eppure incontestabilmente affini e riconoscibili all’interno dell’universo letterario di fine Settecento. Sebbene quindi l’edizione del Manuscrit trouvé à Saragosse a cui si fa qui principalmente riferimento è la versione del 1810 (61 giornate) curata da François Rosset e Dominique Triaire, sono stati presi in esame durante la stesura del presente lavoro sia il secondo volume della stessa edizione (Manuscrit trouvé à Saragosse-1804), che il Manoscritto (64 giornate) curato da René Radrizzani, opera sulla quale di fatto sono andati costituendosi gli studi specialistici degli ultimi vent’anni. Per quanto riguarda la grafia di nomi e luoghi, si è scelto pertanto di uniformarsi alla edizione 1810, rimandando alla consultazione in nota per eventuali discrepanze con le stesure precedenti del testo.

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VIAGGIO NEL MANOSCRITTO TROVATO A SARAGOZZA DI JEAN POTOCKI

CAPITOLO I

LABIRINTI

Hic inclusus vitam perdit Adrumeto, labirinto musivo

Le comte d’Olavidès n’avait encore établi des colonies étrangères dans la Sierra Morena; cette chaîne de monts sourcilleux qui séparent l’Andalousie d’avec la Manche n’était alors habitée que par des contrebandiers, des bandits et quelques Bohémiens qui passaient pour manger les voyageurs qu’ils avaient assassinés, et de là le proverbe espagnol: “Las Gitanas de Sierra Morena quieren carne de hombres”.1

Ancor prima di essere un luogo abbandonato da dio, la Sierra Morena è soprattutto un luogo abbandonato dal re e dal suo potere giurisdizionale. È uno spazio semidesertico, incolto, non toccato da alcuna forma strutturante. Come se non bastasse, il cannibalismo, infrazione estrema, rottura ultima di ogni possibile coscienza aggregativa, sembra minare dal profondo la sicurezza e il passo di chiunque si avventuri oltre l’ultimo riparo abitato di Andujar. La geografia dell’universo romanzesco di Potocki è in primo luogo la geografia sociale di un mondo hors-la-loi. Assassini, contrabbandieri, uomini per loro stesso statuto al di fuori della regolarità rassicurante di un preciso ordine civile, sono gli abitanti irregolari di una terra irregolare. Nella valle di Los HerJ. Potocki, Œuvres IV,1 Manuscrit trouvé à Saragosse (version de 1810), Louvain-Paris, Peeters, 2006, p.30.
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manos non si batte moneta, non esiste tribunale, sguardo e parola del sovrano conoscono impotenti la legge indefinita della sospensione. E del resto non soltanto chi risiede all’interno delle terre del Manoscritto (il bandito Zoto, l’eremita, il gitano Avadoro), ma anche chi in questo spazio arriva, forestiero per caso o per necessità, sembra improvvisamente dover sottostare agli imperativi e ai vincoli di un nuovo ordine del quotidiano, letteralmente trascolorando, abbandonando ogni habitus precostituito per penetrare all’interno di una vera e propria società autonoma retta da un’economia, un linguaggio, un’etica e persino uno spazio e un tempo suoi propri. Innanzitutto un’economia. Il denaro pare non avere alcuna funzione all’interno della Sierra Morena. Certamente non di tipo pratico. Tralasciando il breve accenno alle attività fuorilegge dei contrabbandieri di Avadoro nessuno compra, investe, vende2. Lo stesso Alphonse Van Worden, capitano delle guardie valloni e primo narratore del romanzo, sembra attraversare il difficile cammino da Andujar a Madrid senza alcun soldo in tasca3. Differentemente da parecchi suoi consimili settecenteL’astensione da ogni tipo di attività commerciale riguarda principalmente la vita all’interno dell’universo a-sociale della Sierra Morena. Nelle singole storie raccontate dai personaggi (narrazioni di secondo grado), il tema del denaro è invece presente a segnalare il sostanziale stacco tra lo scenario senza legge della cornice narrativa e una “realtà esterna” ancora ordinata secondo i precisi parametri del vivere civile. 3 Per quanto riguarda la redazione del Manoscritto del 1804, in un unico caso Alphonse mostra di avere del denaro con sé durante il viaggio nella Sierra. All’arrivo dell’Ebreo Errante dentro la capanna dell’eremita (IXème journée), il giovane soldato getta nel cappello dello sconosciuto una “pièce d’or” a conferma, più che della propria generosità, dell‘estremo potere di fascinazione del misterioso personaggio. Anche in quest’unica accezione, il denaro sembra però essere stato del tutto spogliato di qualsiasi
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schi (uno per tutti Alvare, il giovane ufficiale innamorato del romanzo di Cazotte, alle prese con un sistema di crediti e debiti estremamente dettagliato4), Alphonse vive una situazione quasi infantilizzante. Grazie alle leggi non scritte dell’ospitalità nomade, alla carità cristiana dell’eremita o alla gentilezza seduttiva di Emina e Zibeddé, cibo e vino gli vengono offerti come puri doni spontanei. Altrimenti, in mancanza di un ospite, è il caso a prendersi cura delle necessità primarie del giovane soldato sotto le forme di un paniere di fichi e di arance abbandonato sulla strada, o di un letto trovato intatto in una locanda senza avventori5. Persino il suo cavallo viene nutrito e strigliato durante la notte senza che nessuno sembri apparentemente interessato a richiedere un qualche compenso per il proprio disturbo:
Il me fallut faire à pied toute la vallée de Los Hermanos et celle de la venta, ce qui ne laissa pas de me fatiguer
carattere economico per farsi gesto, non monetizzabile, di pura dépense (un atto perfettamente equiparabile, in questo, al dono delle castagne che poco più avanti l’eremita farà all’ebreo). “L’inconnu se mit à genoux devant moi et ôta son chapeau. Alors je vis qu’il avait un bandeau sur le front. Il me présenta son chapeau de l’air dont on demande l’aumône. J’y jetai une pièce d’or (…) après m’avoir donné cet avis, l’inconnu se mit à genoux devant l’ermite qui remplit son chapeau de châtaignes” (J. Potocki, Œuvres IV, 2 Manuscrit trouvé à Saragosse [1804], Louvain-Paris, Peeters, 2007, p.88). 4 Cfr. J. Cazotte, Le diable amoureux (1772). 5 “Lorsque nous fûmes arrivés à Los Alcornoques, je trouvai sur l’abreuvoir un panier rempli de feuilles de vignes; il paraissait avoir été plein de fruits et oublié par quelque voyageur. J’y fouillai avec curiosité et j’eus le plaisir d’y découvrir quatre belles figues et une orange” (J. Potocki, op.cit., p.37). “Boitant tout bas, je gagnai les bords du Guadalquivir, et j’y trouvai le déjeuner que les deux voyageurs avaient abandonné; rien ne pouvait me venir plus à propos, car je me sentais très épuisé. Il y avait du chocolat qui cuisait encore, du sponhao (“de l’esponjado” nell’edizione Radrizzani) trempé dans du vin d’Alicante, du pain et des oeufs” (Ivi, pp.50-51).

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et de me faire souhaiter beaucoup de retrouver mon cheval. Je le retrouvai en effet: il était dans la même écurie où je l’avais laissé et paraissait fringant, bien soigné et étrillé de frais, mais j’avais vu tant de choses extraordinaires que celle-là de plus ne m’arrêta pas longtemps6.

L’assenza simbolica del denaro, la mancanza di figure legate per tradizione letteraria alle leggi di scambio e di compravendita (l’auberge della Venta Quemada ancor prima di essere un luogo di fantasmi è una locanda senza un oste)7, si fonda, all’interno del Manoscritto, su una precisa logica di dissoluzione e sovvertimento di ogni ordine sociale costituito. L’universo eterogeneo della Sierra Morena è un universo senza classi. Un’unica tavola, un unico cibo, un unico piacere di raccontare e ascoltare accomunano il gitano Avadoro, un eremita, un grande di Spagna, Rébecca l’ebrea, senza alcuna differenziazione di gesti, di trattamento, di status. Certo, possiamo intuire della ricchezza delle principesse Emina e Zibeddé dalla magnificenza dei costumi, dai gioielli o dall’apparato di négresses pronte a servirle, ma questo étalage di ori e di stoffe, più che ad un sistema di codici immediataIbidem Occorre sottolineare che questo evidente vuoto all’interno dell’insieme di pratiche chiamate a regolare la quotidianità di Alphonse è estensibile alla quasi totalità dei personaggi presenti nella Sierra Morena. Si confronti infatti il modo, certamente poco ortodosso, con cui il cabalista si procurerà la cena durante la notte trascorsa alla Venta Quemada: “Je partis un peu tard et n’arrivai ce jour-là qu’à la venta Quemada. Je trouvai ce cabaret abandonné par la peur des revenants, mais comme je ne les crains pas, je m’établis dans la chambre à manger, et j’ordonnai au petit Nemraël de m’apporter à souper. Ce Nemraël est un petit génie d’une nature très abjecte, que j’emploie à des commissions pareilles, et c’est lui qui est allé chercher votre lettre à Puerto Lapiche. Il alla à Andujar où couchait un prieur des bénédictins, s’empara sans façon de son souper, et me l’apporta. Il consistait dans ce pâté de perdrix que vous avez trouvé le lendemain matin” (Ivi, p.118).
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mente definibile all’interno di un mercato economico, appartiene piuttosto al dominio senza numeri della fiaba, ad un’accumulazione dagli intenti puramente fascinatori così come l’immensa vena d’oro che giace nelle caverne sotterranee della Sierra, alimento di tutta la famiglia dei Gomelez e a ben vedere di tutti gli abitanti della valle, è un bene non calcolabile, non addomesticabile secondo le regole numeriche di una moneta o di un qualsiasi valore commerciale8. Un solo, evidente spartiacque gerarchico sussiste all’interno della comunità della Sierra Morena: il linguaggio9. La società dei personaggi di Potocki è una società fondata sulla parola. Si parla (si narra) in ogni occasione nel Manoscritto. In primo luogo a tavola, ma anche in viaggio, camminando, cavalcando. Qualunque viandante, uomo o donna, sano o indemoniato, si trovi a passare lungo i sentieri della catena montuosa che divide Mancia e Andalusia diviene innanzitutto il portatore di un racconto. Quello della propria vita, beninteso (così faranno Emina, Zibeddé, Pascheco, Alphonse, Zoto, il cabalista, Rébecca, Torres Rovellas, Velasquez, e lo sceicco dei Gomelez)10, ma anche quello della vita di qualcun altro. Avadoro, primo fra tutti, sembra essere il detentore di una tale quantità di storie (e di vite) da far sospettare una sua qualche vocazione demiurgica, ma lo stesso si potrebbe dire dell’ebreo Ben Mamoun, o di Alphonse, di Velasquez divulgatori entrambi del segreto dei loro padri.

8 La quantificazione delle risorse della miniera coincide infatti con il loro stesso esaurirsi. Cfr. nota 167. 9 La maggior parte degli studi su Jean Potocki ha trattato ampiamente il problema del linguaggio e della sua strutturazione all’interno del Manoscritto. In particolar modo si segnala: F. Rosset, Le théâtre du romanesque. Manuscrit trouvé à Saragosse entre construction et maçonnerie, Lausanne, L’Age d’Homme, 1991. 10 Nell’edizione del 1804 anche l’ebreo errante.

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Non soltanto mezzo piacevole di scambio e di intrattenimento, la parola all’interno del Manoscritto è un vero e proprio organo creativo. Spazio vitale creato dalla volontà del proprio autore, l’universo della Sierra è a sua volta un universo creatore, un mondo fecondo, padre di innumerevoli altri mondi. Accanto alla comitiva erratica dei compagni di Alphonse (tutti narratori in prima persona della propria storia), Potocki costruisce un gruppo altrettanto vario di personaggi non presenti fisicamente tra i fuochi dell’accampamento zingaro, ma evocati, chiamati a comparire attraverso la narrazione. A loro volta anch’essi, puri miraggi nominali in bocca ad un narratore effimero sembrano possedere il dono del raccontare, leggendo nomi, avvenimenti in libri inesistenti (inesistenti perché a loro volta frutto di un racconto) o riportando fatti, avventure ascoltate da altre voci ancora, da altre bocche, fantasmi di fantasmi di una realtà puramente linguistica. Medium evocativo di un mondo sempre più complesso, il linguaggio si trova allora ad essere un vero e proprio strumento di potere, l’unico fattore discriminante di una qualche suddivisione di forze all’interno della Sierra Morena. In un sistema totalmente penetrato dalla parola, chi narra diventa il detentore di una verità impossibile a dimostrarsi, impossibile ad accogliersi se non per un atto di sottomissione altrui alla propria autorevolezza verbale. Scegliendo di dire o di omettere parti della propria storia, colui che racconta tiene in mano le fila di un intero universo. All’interno della scrittura di Potocki nulla infatti è più vero della narrazione stessa. Senza il linguaggio, nel Manoscritto, non esiste realtà. Ma di quale realtà si tratta allora, o meglio di quante realtà? Strumento gerarchico di brutale spartizione di poteri tra narratore e ascoltatore, il linguaggio nella Sierra è uno strumento soggetto a numerose alternanze democratiche. Romanzo costruito su un costante crescendo di incontri, il Manoscritto si definisce via via attraverso un continuo accumulo di punti di vista. Qualsiasi personaggio di Potocki è a suo turno narratore

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e narratario, creatore del cerchio della propria vita e a sua volta inglobato, assorbito nel perimetro linguistico del racconto di un altro. “Lorsqu’il prend la parole, scrive François Rosset, le narrateur se définit au centre de son récit comme la cause première, l’unique déterminant et le seul garant de la figure qu’il trace autour de soi en racontant. (…) Dès lors que le narrataire met en doute la parole du narrateur, c’est tout le récit qui est en cause. Le récit de Rébecca confirme ainsi ce que nous avait montré le récit de Pascheco: lorsque le narrateur éveille la défiance du narrataire, le récit se présente comme un cercle privé de sa propriété essentielle qui est la fixité du centre. C’est un cercle défectueux, comme le discours du cabaliste qui ne peut pas tout dire, comme l’ensemble de toutes les sciences possibles qui ne peuvent tout savoir”11. Un uguale problema, un uguale numero infinito di verità possibili, sembra sfiorare del resto anche l’ordine morale dell’universo di Potocki. Allevato dal padre secondo le regole ferree dell’onore spagnolesco, Alphonse ha un preciso corpus di insegnamenti e di regole da osservare12. Coraggio, rispetto delle istituzioni, fedeltà alla parola data, obbedienza alla legge del padre costituiscono il bagaglio identitario della sua giovane vita di soldato del re; per tutto il Manoscritto Alphonse terrà fede al giuramento fatto alle sue due cugine-amanti di non rivelare a nessuno (neppure di fronte agli emissari dell’Inquisizione e sotto minaccia di tortura) la loro unione; nessun tremito mai, neppure al risveglio dopo la sua notte d’amore accanto ai corpi esangui di due impiccati; obbedienza cieca alla parola del sovrano che gli ingiunge per lettera di “non entrare ancora in Castiglia” traF. Rosset, op.cit., p.39. Un’interessante ipotesi sul tema del padre come elemento di strutturazione e destrutturazione della parola all’interno del Manoscritto la fornisce Jan Herman, con: “La désécriture du livre”, in: “Europe”, n°863, mars 2001.
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sformando un percorso di appena quattro giorni, quello da Andujar a Madrid, in un’interminabile avventura di sessantuno giornate13; soltanto un piccolo stupore, un minimo, impercettibile alzare di sopracciglio di fronte al racconto autobiografico di Zoto, capo rispettato e feroce di una banda di tagliagole:
Il (Zoto) nous quitta donc, en nous demandant la permission de reprendre le lendemain le fil de son récit. Mais ce qu’il avait dit me donnait beaucoup à penser. Il n’avait cessé de vanter l’honneur, la délicatesse, l’exacte probité des gens à qui l’on aurait fait grâce de les pendre. L’abus de ces mots, dont il se servait avec tant de confiance, brouillait toutes mes idées14.

L’elogio di Zoto per la lealtà, l’onore, il senso dell’amicizia che regolano la vita quotidiana di un brigante pongono Alphonse, per la prima volta, di fronte al dubbio di una possibile seconda via, di un sistema di valori altro rispetto agli insegnamenti paterni. Il libro d’onore (quasi un testo sacro per Alphonse bambino) in cui Van Worden-padre, eccellente spadaccino, annota puntigliosamente la cronaca e le ragioni dei propri duelli sembra dover improvvisamente dover ridurre il proprio spazio di autorevolezza di fronte alla violenza sauvage del bandito Testalunga, di Zoto stesso, o degli uomini di Avadoro (“Je répondis au vieillard qu’ayant l’honneur d’être capitaine aux gardes wallonnes, je ne devais chercher de protection que celle de ma propre épée. Cette réponse le fit rire et il me dit: -Seigneur cavalier, les mousquets de nos bandits tueraient un capitaine aux gardes wallonnes tout comme un autre; mais quand ils seront avertis, vous pourrez même vous écarter de notre troupe. Jusque-là, il y aurait de l’imprudence à le tenter. Le vieillard avait raison et j’eus quelque honte de ma bravade”)15.
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Sessantasei per l’edizione Radrizzani. J. Potocki, op.cit., p.88. Ivi, p.141.

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La società anarchica della Sierra Morena si regge su un sistema di pratiche comportamentali del tutto estraneo agli imperativi su cui si fonda il resto della Spagna. È una società dove è lecito avere due spose in un unico letto e da loro avere due figli (cosa questa a cui Alphonse sembra abituarsi senza alcun cenno di fastidio16), dove non esisteno codici di regolamentazione o di contenimento della violenza, ma soltanto ordalie brutali, vendette, regolamenti di conti. Nel centro esatto di una Spagna quanto mai veritiera, il mondo dei briganti di Zoto costituisce una sorta di faglia, un universo sospeso contemporaneamente dentro e al di fuori del tempo. Valore, coraggio, lealtà sembrano essere, durante il viaggio di Van Worden, termini relativi, staccabili e riattaccabili come etichette nominali sopra gli oggetti simbolici di una realtà improvvisamente del tutto svincolata da un qualsiasi progetto di uniformità e soprattutto di prevedibilità della legge morale (“Je vois avec chagrin, sono parole dell’eremita ad Alphonse, que vous vertus reposent sur un point d’honneur fort exagéré, et je vous avertis que vous ne trouverez plus Madrid aussi ferrailleur qu’il était au temps de votre père. De plus les vertus ont d’autres principes plus sûrs”)17. Come tutto il suo secolo prima di lui, Alphonse compie all’interno dell’universo a contrario della Sierra un apprentissage linguistico ancor prima che sociale. Sbugiardando la legge del re o la parola del padre (una parola già zoppa nella sua regolamentazione ossessiva di un improbabile codice del comportamento d’onore) è un’intera tradizione settecentesca che riflette sui limiti del proprio linguaggio, sulla relatività di uno
16 Dall’edizione 1804: “L’on croit communément qu’il est impossible d’aimer plus d’une femme à la fois. C’est sans doute une erreur, car vous m’êtes également chères. Mon cœur ne vous sépare point et, comme sur mes sens, vous y régnez toutes les deux avec le même empire” (J. Potocki, Œuvres IV, 2 Manuscrit trouvé à Saragosse [1804], cit., p.309). 17 J. Potocki, op.cit., p.75.

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sguardo fondamentalmente impossibilitato a imprigionare il mondo in una griglia rigida di verità. Di qui la sconfitta, il suicidio di Don Diègue Hervas, dottore di Salamanca e scrittore di un’Opera Universale in cento volumi, sfinito, sfiancato dalla vastità di un lavoro continuamente riscritto, rivisto, sottratto alla fame dei topi nel tentativo (condannato in partenza) di rincorrere una scienza in piena evoluzione18. Di qui la struttura stessa del Manoscritto, narrazione sfaccettata di un unico evento sostanzialmente inafferrabile, impossibile a cogliersi se non come somma, come risultante di una serie interpretativa sempre manchevole, sempre imperfetta perché costretta, per costituzione, ad esaurire il proprio senso parziale nel momento stesso del racconto. È difficile tenere un calendario all’interno della Sierra Morena. I giorni, le notti scivolano uno dopo l’altra senza alcun riferimento allo scorrere del tempo storico. Al di fuori della Sierra, la Spagna, il mondo intero pulsano secondo una serie numerica di nomi e di date, seguendo la traccia scritta delle settimane, dei mesi, degli anni. Imboccata la valle di Los Hermanos, la vita si misura soltanto in giornate di viaggio. Una lunga catena di journées, una uguale all’altra, azzerate nella propria singolarità da una perenne identità nominale. Certo, la divisione in giornate è di prammatica per uno scrittore che si pone, come modello narrativo, il romanzo a cornice.
“Mon père avait ôté ses habits et s’était revêtu d’un drap de lit en forme de linceul. Il était assis et regardait le soleil couchant. Après une assez longue contemplation, il éleva la voix et dit: -Astre dont les derniers rayons ont frappé mes yeux pour la dernière fois, pourquoi avez-vous éclairé le jour de ma naissance? Avais-je demandé à naître? Et pourquoi suis-je né? Les hommes m’ont dit que j’avais une âme, et je m’en suis occupé aux dépens même de mon corps. J’ai cultivé mon esprit, mais les rats l’ont dévoré; les libraires l’ont dédaigné. Rien ne restera de moi, je meurs tout entier, aussi obscur que si je n’étais pas né. Néant requis donc ta proie” (Ivi, p.349).
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I vari decameroni, eptameroni, Canterbury Tales hanno certamente fornito il legno sul quale incidere le diverse storie della comitiva erratica di Avadoro. Ma in questo caso il problema non sembra riguardare più di tanto la scelta di un canone letterario da rispettare nei suoi vincoli formali. In questa terra di confine, in questo luogo-cerniera senza leggi né storia, anche il tempo, lo spazio sono un tempo e uno spazio senza legge. Così come racconta Barthes per gli equilibri simbolici che regolano e sostengono l’universo sadiano19, anche all’interno del racconto di Potocki il viaggio inteso come puro spostamento, come deambulazione diegetica da un posto ad un altro, non insegna nulla. Come Juliette, prigioniera della ripetizione identica di un’unica scena primaria, anche per Alphonse Van Worden avanzare tra i luoghi non significa per nulla avanzare nel romanzo. La ripetizione costante di un unico accadimento (l’incontro amoroso del giovane soldato con le principesse Emina e Zibeddé e il suo successivo risveglio il mattino dopo sotto la forca all’imbocco della valle, punto iniziale del percorso e del racconto) segna incessantemente il passo della scrittura di Potocki riproponendosi ora come segmento narrativo vissuto più volte dallo stesso Alphonse20, ora come avventura accaduta più o meno similarmente agli altri membri della compagnia. Per tutto il testo Van Worden, Pascheco, il Cabalista, Rébecca, Velasquez, si ritrovano a turno sdraiati sotto la forca di Los Hermanos, riportando ogni volta il racconto all’inizio esatto della propria narrazione e ottenendo così, anche da un punto di vista spaziale, l’azzeramento inquietante di un qualsiasi spostamento. Cinque i risvegli all’imbocco della valle, cinque le versioni differenti di una stessa storia, e infiniti gli echi di questo avvenimento dispersi come schegge tra le paCfr. R. Barthes, Sade Fourier Loyola, Paris, Seuil, 1971, p.21. Nella redazione del Manoscritto del 1804 Alphonse si risveglia una seconda volta sotto la forca ritrovandosi disteso tra i due impiccati e il corpo del cabalista ancora addormentato.
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gine del romanzo in un continuo scomporsi e ricomporsi, caotico e al contempo perfettamente ordinato, di un’unico segmento tematico, di un’unica traccia, tesa come un filo, a guidare il lettore all’interno di una struttura polimorfa, complessa, apparentemente senza uscita. L’immagine del labirinto è pressoché onnipresente tra le pagine del Manoscritto. Rocce, alberi caduti in mezzo al sentiero costringono spesso il viandante ad abbandonare la linea retta del proprio cammino. Caverne, precipizi, vuoti improvvisi si aprono inaspettati davanti agli zoccoli dei cavalli costringendo a lunghi détours, alla scelta ogni volta di nuovi sentieri, all’accettazione supina di un sorte non più governabile secondo i parametri geografici del vivere civile. È facile infatti smarrire la strada in un luogo dalle innumerevoli direzioni, ora simile ad un assembramento tortuoso di gomiti, di anse, di ostacoli:
Il faut convenir que la vallèe de Los Hermanos semblait très propre à favoriser les entreprises des bandits et leur servir de retraite. L’on y était arrêté tantôt par des roches détachées du haut des monts, tantôt par des arbres renversés par l’orage. En bien des endroits le chemin traversait le lit du torrent ou passait devant des cavernes profondes, dont l’aspect malencontreux inspirait la défiance21. Nous descendîmes les montagnes et tournâmes dans de creux vallons, ou plutôt dans des précipices qui semblaient atteindre aux entrailles de la terre. Ils coupaient la chaîne des monts sur tant de directions différentes qu’il était impossible de s’y orienter ni de savoir de quel côté on allait22.
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J. Potocki, op.cit., p.36. Ivi, p.80.

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ora invece presentato nella forma di luogo desertico, senza vita, perennemente uguale a se stesso:
Je ne vis rien que la plaine déserte et sauvage, nulle trace d’hommes, d’animaux ou d’habitants, nulle route que le grand chemin que j’avais suivi, et personne n’y passait. Partout le plus grand silence. Je l’interrompis par mes cris, que les échos répétèrent au loin23.

La stessa Venta Quemada appartiene di fatto, per forma e struttura, al variopinto genere delle costruzioni a dedalo: (“Je traversai beaucoup de chambres et de salles. La plupart étaient revêtues en mosaïques jusqu’à la hauteur d’un homme, et les plafonds étaient en cette belle menuiserie où les Maures mettaient leur magnificence. Je visitai les cuisines, les greniers et les caves; celles-ci étaient creusées dans le rocher; quelquesunes communiquaient avec des routes souterraines qui paraissaient pénétrer fort avant dans la montagne, mais je ne trouvai à manger nulle part”24). La dilatazione improvvisa dello spazio, la moltiplicazione dei luoghi e delle distanze all’interno di un perimetro architettonico apparentemente piccolo, costituisce uno degli elementi caratterizzanti della struttura labirintica. Fondato su un continuo variare delle proporzioni spaziali, su un costante slittamento delle prospettive ottiche, lo spazio del labirinto è uno spazio vivo, metamorfico. All’interno di un povero hostal di via, si nascondono sale stuccate, cucine, corridoi; dentro ad una cabane male in arnese (come quella in cui Orlandine si apparterà con Thibaud de la Jacquière), riposano arazzi di fiandra, poltrone di velluto, candelabri, letti intessuti d’oro veneziano25.
Ivi, p.34. Ivi, p.36. 25 “Si bien dit-il, si bien dit-elle que tout en marchant et devisant, ils arrivèrent au bout du faubourg, à une chaumière isolée dont le petit nègre ouvrit la porte avec une clef qu’il avait à sa ceinture. Certes, l’intérieur de la maison n’était pas d’une chaumière. On y voyait belles tentures de Flan24 23

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Luogo di annullamento di ogni verosimiglianza prospettica, il labirinto proietta le proprie fughe in ogni campo direzionale, aprendosi all’infinito, annullando limiti e confini all’interno di ognuno dei suoi elementi strutturali (“Je m’élançai sur mon cheval et le mettant tout de suite au plus grand trot, j’arrivai au bout de deux heures sur les bords du Guadalquivir, qui n’est point là ce fleuve tranquille et superbe dont le cours majestueux embrasse les murs de Séville. Le Guadalquivir, au sortir des montagnes est un torrent sans rives ni fond”26), o precipitandosi in verticale, facendo sprofondare la propria struttura complessa fin dentro le viscere della terra. Il palazzo sotterraneo di Zoto, la caverna dello sceicco, veri e propri dedali di cunicoli e stanze buie, amplificano, raddoppiandone la funzione straniante, il tracciato tortuoso della Sierra. Ad una ragnatela di strade interrotte in superficie, si accompagna sotterraneamente un gioco continuo di pieni e di vuoti, di scale, gomiti, falsi passaggi. Una struttura binaria, oppositiva e allo stesso tempo speculare, che Potocki, mutuandone certamente l’uso dalla passione del romanzo gotico per cripte e cantine, sembra riprendere più e più volte all’interno del Manoscritto27.
dres à personnages si bien ouvrés et portaits qu’ils semblaient vivants, des lustres à bras en argent fin et massif, de riches cabinets en ivoire et ébène, des fauteuils en velours de Gênes, garnis de franges d’or, et un lit en moire de Venise” (Ivi, p.132). 26 Ivi, pp.34-35. 27 Romanzo gotico, e non soltanto. Nel Dictionnaire infernal di J.A.S. Collin de Plancy (voix Bohémiens), fascinazione per il sottosuolo, sincretismo religioso, e una certa propensione per l’irrazionale sembrano trovare vasta eco all’interno della storia leggendaria del popolo zingaro: “Vers le milieu du quatorzième siècle, l’Europe, et principalement les Pays-Bas, l’Allemagne et la France, étant ravagée par la peste, on accusa les juifs, on ne sait pourquoi, d’avoir empoisonné les puits et les fontaines. Cette accusation souleva la fureur publique contre eux. Beaucoup de juifs fuirent et se jetèrent dans les forets. Ils se réunirent pour être plus en sûreté et ménagèrent des souterrains d’une grande étendue. On croit que ce sont eux qui

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Ad ogni costruzione-labirinto corrisponde quasi sempre un dedalo intricato che ne rode le fondamenta; il castello della principessa di Mont-Salerne28 e il suo lago sotterraneo; le segrete sotto il palazzo della duchessa di Medina Sidonia; la stessa Venta Quemada, costruita sull’equilibrio instabile di una serie apparentemente infinita di caverne29. Mondo superficiale e mondo ctonio, luce del giorno e braceri accesi sembrano formare un tutt’uno nell’universo simbolico di Potocki quasi fossero le membra sparse di un unico corpo, di un’unica sostanza viva sottomessa ad improvvise
ont creusé ces vastes cavernes qui se trouvent encore en Allemagne et que les indigènes n’ont jamais eu intérêt à fouiller (…) Pendant leur demi-siècle de solitude ils (les juifs) avaient étudié la divination et particulièrement l’art de dire la bonne aventure par l’inspection de la main; ce qui ne demande ni instrument, ni appareil, ni dépense aucune; et ils comptèrent bien que la chiromancie leur procurerait quelque argent” (J.A.S. Collin de Plancy, Dictionnaire Infernal (1844), Paris, Lacour, 1993, p.93). 28 “Monte-Salerno” nell’edizione 1804. 29 E ancora: il labirinto sotterraneo di Osymanydas, unico dedalo nel testo di natura non puramente letteraria (pur non facendo cenno alle sue rovine nel suo Voyage en Turquie et en Egypte del 1784, sono più che note le conoscenze approfondite di Potocki sulla geografia e la cultura egizie). “Ici les porteurs firent du feu et nous portèrent encore quelque cent pas jusqu’à une espèce de môle où des barques étaient amarrées. Mes porteurs m’offrirent ici quelque nourriture; eux-mêmes se fortifièrent en buvant et en fumant du hascisch, qui est une espèce de chanvre. Ensuite ils allumèrent une masse résineuse qui répandait un grand éclat; ils la portèrent à la proue d’un bateau. Nous nous embarquâmes et nos porteurs devenus rameurs nous firent naviguer sous terre tout le reste du jour. Sur le soir, nous arrivâmes à un bassin circulaire où le canal se partageait en plusieurs branches. SydHamet me dit qu’en cet endroit commençait le labyrinthe d’Osymanydas, si célèbre dans l’antiquité. La partie souterraine de l’édifice est la seule qui subsiste encore. Elle communique avec les caves de Louxor et avec toutes les cavernes de la Thébaïde. (…) Le lendemain on recommença de ramer. Notre barque avançait sous des galeries spacieuses, couvertes en pierre plates d’une dimension prodigieuse. Quelques-unes étaient couvertes d’hiéroglyphes” (J. Potocki, op.cit., pp.554-555).

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leggi di crescita e di diminuzione. Nel momento in cui Alphonse, nella sua notte d’amore, abbandona la reliquia che porta al collo in una fessura della roccia nell’antro dei Gomelez, è giocoforza che la ritrovi il mattino dopo tra le assi sconnesse del pavimento della Venta Quemada. Durante il suo sonno, infatti, l’immenso labirinto della Sierra Morena ha cambiato forma, mutando l’ordine delle sue strade, la disposizione dei luoghi, il respiro stesso delle sue carni architettoniche:
J’étais occupé de ces réflexions, lorsque le cabaliste me fit remarquer quelque chose de brillant entre les ais mal joints du plancher. J’y regardai de plus près, et je vis que c’était la relique que les deux soeurs avaient ôtée de mon cou. J’avais vu qu’elles l’avaient jetée dans une fente du rocher de la caverne, et je la retrouvais dans une fente du plancher30.

Abitanti di uno spazio polimorfo i personaggi del Manoscritto, nomadi per necessità e per orgoglio identitario, diventano allora i paladini di una vita continuamente mutevole, cieca ad ogni qualsiasi stella polare, slegata da ogni riferimento alla fissità rassicurante di un qualsiasi ordine stanziale. “Le labyrinthe, scrive Jacques Attali, raconte d’abord un voyage. Il ne faut pas s’en étonner. Il exprime avant tout la sagesse laissée par les nomades en legs aux sédentaires. Dans le désert, en forêt, le premiers avancent, reculent, tournent, reviennent sur leurs pas, se perdent, désespèrent. Leurs identités se forgent au long de ce périple sans autre but que de survivre”31. All’interno di un labirinto sono altri i nemici, altre le prove rispetto alle comuni imprese da affrontare nel mondo diritto del
Questo episodio non è presente nella redazione del 1810, la citazione è tratta dall’edizione 1804 del Manoscritto (J. Potocki, Œuvres IV, 2 Manuscrit trouvé à Saragosse [1804], cit., p.84). 31 J. Attali, Chemins de sagesse. Traité du labyrinthe, Paris, Fayard, 1996, p.63.
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quotidiano. Innanzitutto il demone del dubbio: chi entra in un dedalo deve prepararsi a scegliere continuamente tra due o più istanze. Alphonse per tutto il viaggio sembra trovarsi di fronte a innumerevoli biforcazioni, bivi, doppie opzioni logistiche e morali32. Deve decidere, dopo aver letto l’avvertimento dell’oste della Venta Quemada, se accamparsi lì per la notte o tirare dritto; se tradire il giuramento fatto alle due more o difenderne il segreto fino alla fine; se continuare il proprio cammino, al suo risveglio sotto la forca dei due impiccati, o andarsene definitivamente ripiegando i propri passi verso Andujar. Naturalmente ogni scelta è una questione à jamais. Una volta imboccata una via, automaticamente se ne chiudono altre, per sempre (“Emina parut rêver un instant, puis, me regardant avec l’air du plus vif intérêt, elle prit ma main et me dit: – Cher Alphonse, il est inutile de vous le cacher: ce n’est pas le hasard qui nous amène ici. Nous vous attendions; si la crainte vous eût fait prendre une autre route, vous perdiez à jamais notre estime”33). Ma del resto, non sembra esserci altra alternativa al rischio necessario di un errore. Chi è all’interno di un labirinto, non può forzatamente abbracciarne l’intera struttura. Il suo è uno sguardo parziale, una visione continuamente impedita. Da una parete, da un’ansa, da un ostacolo.
Così come a suo tempo aveva fatto Massoud Gomelez: “Le lendemain je me rendis au rendez-vous que m’avait donné ma mère. -Mon cher Massoud, me dit-elle, vous voulez respirer un air plus libre et plus pur que n’est celui de nos cavernes. Ayez donc la patience de vous traîner sur le ventre sur ce rocher; vous arriverez à un vallon très profond et très étroit, mais enfin l’air y est plus libre qu’ici. Dans quelques endroits, vous pourrez même gravir les rochers et vous verrez sous vos pieds un immense horizon. Ce chemin creux n’était dans l’origine que la fente d’un rocher qui s’est crevassé en tous sens. C’est comme un labyrinthe de routes qui se croisent. Voici donc quelques charbons; lorsque vous verrez des chemins qui se traversent, marquez celui que vous avez fait. C’est le seul moyen de vous y retrouver” (J. Potocki, op.cit., p.550). 33 Ivi, p.41.
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Nel vocabolario inglese una distinzione di termini divide chi il labirinto lo vede dall’alto, da colui che invece vi è immerso dentro. Maze-viewer e maze-trader rappresentano due polarità prospettiche opposte rivolte ad una stessa struttura: lo sguardo lucido del costruttore, visione sincretica capace di riunire in un unico atto contemplativo l’inizio, il centro e la fine di un percorso, e l’occhio miope del viaggiatore, un occhio che sembra esaurire il suo potere conoscitivo all’interno delle maglie strette della propria stessa visione. È questo il caso di Alphonse Van Worden. All’interno dello spazio complesso della Sierra il suo passo è continuamente forzato a girare in tondo, a riandare sempre lungo lo stesso cammino, così come sostanzialmente la sua parola è costretta, all’interno del dedalo linguistico del Manoscritto, ad essere una parola parziale, manchevole, colpevole, proprio perché in bocca ad un narratore-personaggio, di non poter vedere (raccontare) al di là del muro della propria prospettiva34. Alphonse non sa, sostanzialmente perché non vede. Egli tiene in mano soltanto una parte della verità dei fatti così come conosce soltanto una parte esigua del labirinto. Il continuo ritorno all’imbocco della valle di Los Hermanos, il conseguente azzeramento di ogni minimo tentativo di avanzare nella Sierra, costituiscono un giusto scacco, una condizione naturale per il giovane ufficiale delle guardie valloni. Non conoscendo la strada diretta verso l’uscita, il viaggiatore di un
34 Varie sono le ipotesi interpretative che vedono il Manoscritto come un libro dalla struttura labirintica. Segnalo qui il lavoro monografico di Luc Fraisse, Potocki ou l’itineraire d’un initié, Nimes, Lacour, 1992: “Grâce à l’ampleur qu’il confère à son roman, grâce aussi au cloisonnement qu’il introduit entre les récits et les vies de ses personnages, Potocki expérimente à l’intérieur d’un seul livre le principe qui fascinera plus tard Balzac, à partir du Père Goriot, le retour des personnages. Le labyrinthe du Manuscrit trouvé à Saragosse dessine une Comédie Humaine dont l’auteur aurait préféré maintenir ensemble et même entremêler les divers volumes” (L. Fraisse, op.cit., p.42).

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dedalo deve considerare come inevitabile la possibilità di un continuo perdersi, di un eterno vagare oscillatorio lungo l’intero perimetro di una costruzione mai uguale a se stessa. La forca di Los Hermanos, vera e propria soglia, porta di legno conficcata nel terreno polveroso della valle a mostrare con il suo doppio peso di cadaveri una dimenticata vicinanza tra mondo dei vivi e regno dei morti, segna infatti l’ingresso di uno spazio necessario nella sua strutturazione polimorfa. Alphonse Van Worden, soldato ancora imberbe (“votre merced me permettra de lui observer que si le roi l’a honoré d’une compagnie aux gardes avant que l’âge eût honoré du plus léger duvet le menton de votre merced, il serait expédient de faire des preuves de prudence”35), per poter diventare adulto, per poter passare dalla legge del Padre che lo ha generato alla legge del Re che lo attende a Madrid, deve forzatamente affrontare i pericoli di un viaggio labirintico. Egli deve prendere il cammino più breve per la capitale senza curarsi di alcun turbamento, “sans demander s’il était le plus dangereux36”, perché questo è l’unico modo per potersi immergere in una dimensione lattiginosa di pura perdita di sé. Una condizione estrema, quest’ultima, necessario viaggio nell’al di là, per poter eseguire correttamente il géranos, la danza ritorta della propria iniziazione37. Luogo di azzeramento di ogni dimensione sociale, storica, spaziale, la lingua scabrosa di monti che divide Mancia e Andalusia è la soglia, il limite per eccellenza. Universo aperto, specchio e matrice del costante stato di anarchia sociale dei suoi abitanti (così come, secondo Barthes, la clôture dell’universo sadiano non può che essere specchio e matrice della autarchia
J. Potocki, op.cit., p.32. Ibidem 37 Sullo stretto rapporto tra struttura labirintica e percorso iniziatico, rimando, tra gli altri, ai noti studi di K. Kerényi riuniti nella edizione italiana: Nel labirinto, Torino, Bollati Boringhieri, 1983.
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sociale del modello libertino contenuto al suo interno38), il labirinto della Sierra Morena sembra possedere tutte le caratteristiche dello spazio iniziatico. “È come se vi fossero due “modelli” principali, scrive Victor Turner in Il processo rituale, per i rapporti tra gli esseri umani, modelli che si affiancano e si alternano. Il primo è quello della società come sistema strutturato, differenziato e spesso gerarchico di posizioni politico-giuridico-economiche, con molti tipi di valutazioni che separano gli uomini in termini di più e meno. Il secondo, che emerge in modo riconoscibile nel periodo liminale, è quello della società come comunità o comunione non strutturata e relativamente indifferenziata di individui uguali che si sottomettono insieme all’autorità dei majores rituali. Per gli individui e per i gruppi, la vita sociale è un tipo di processo dialettico che comporta in successione esperienze di alto e di basso, di communitas e di struttura, di omogeneità e di differenziazione di uguaglianza e di disuguaglianza. Il passaggio da uno status inferiore a uno status superiore avviene attraverso un limbo nel quale non c’è status”39. Universo non strutturato, la communitas di Avadoro si oppone-convive con il mondo sociale che la circonda. Società dalla “morale aperta” come direbbe Bergson, senza classi, senza unità di denaro, di tempo, di spazio, il mondo del Manoscritto si inserisce negli interstizi della vita civile spagnola come un improvviso vuoto normativo, come una zona aggregativa regolata dai parametri atemporali delle leggi del sacro. Se l’accettazione del margine porta Alphonse, durante il suo viaggio, a spogliarsi degli abiti secolari della propria vita passata, è l’esperienza della propria stessa morte ad aspettarlo lungo il sentiero che conduce e oltrepassa la Venta Quemada. Una
Cfr. R. Barthes, op.cit., p.23. V. Turner, The Ritual Process. Structure and Anti-Structure (1969), tr. it., Il processo rituale, Brescia, Morcelliana, 2000, pp.113-114.
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morte sociale, ritualizzata nella sua dimensione di perdita e straniamento da un continuo liquefarsi, da un progressivo trascolorare di ogni dato di realtà (logistico, morale, linguistico) precedentemente certo. Ciò che prima era illecito, nella Sierra diviene possibile. “I novizi sono al di fuori della società e la società nulla può su di essi e tanto meno può estendere i suoi poteri per il fatto che essi sono costitutivamente sacri e santi, e pertanto intoccabili e pericolosi come le divinità. Ne consegue che se da un lato i tabù – in quanto riti negativi – innalzano una barriera tra i novizi e la società generale, dall’altro questa è priva di difesa nei confronti delle attività dei novizi (…) infatti durante il noviziato i giovani possono rubare e depredare tutto ciò che loro aggrada o cibarsi e adornarsi a spese della comunità”40. Del resto status e communitas, ordine strutturato e anarchia liminale, non sembrano essere due polarità in opposizione quanto piuttosto due condizioni attigue e indispensabili una all’altra. È la stessa voce del padre (sotto le forme imperative di loi d’honneur 41) che spinge il giovane Van Worden ad intraprendere il cammino attraverso la Sierra Morena, così come è la voce del re ad ingiungergli le modalità ed i tempi del suo allontanamento marginale:

40 A. Van Gennep, Les rites de passage (1909), tr.it., I riti di passaggio, Torino, Bollati Boringhieri, p.98. 41 “Celui (l’hôte) de l’hôtellerie d’Andujar attestait Saint Jacques de Compostelle de la vérité de ces récits merveilleux. Enfin, il ajoutait que les archers de la sainte Hermandad avaient refusé de se charger d’aucune expédition pour la Sierra Morena, et que les voyageurs prenaient la route de Jaen ou celle de l’Estrémadure. Je lui répondis que ce choix pouvait convenir à des voyageurs ordinaires, mais que le roi don Philippe Quinto ayant eu la grâce de m’honorer d’une commission de capitaine aux gardes wallonnes, les lois sacrées de l’honneur me prescrivaient de me rendre à Madrid par le chemin le plus court, sans demander s’il était le plus dangereux” (J. Potocki, op.cit., pp.31-32).

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Seigneur Alphonse, C’est de la part de notre roi don Fernand quarto, que je vous fais parvenir l’ordre de ne point entrer encore en Castille. N’attribuez cette rigueur qu’au malheur que vous avez eu de mécontenter le saint tribunal, chargé de conserver la pureté de la foi dans les Espagnes. Ne diminuez point de zèle pour le service du roi. Vous trouverez ci-joint un congé de trois mois. Passez ce temps sur les frontières de la Castille et de l’Andalousie, sans trop vous faire voir dans aucune de ces deux provinces42.

Il labirinto iniziatico, luogo illusorio di ambiguità e continue mescolanze, appartiene infatti al mondo del quotidiano che lo delimita e lo contiene come un vuoto indispensabile. È uno spazio indifferenziato, muto, ma al contempo gravido di una parola futura, di un discorso sociale realizzabile soltanto al di fuori dei suoi confini evanescenti43. Prima che Alphonse possa giungere a Madrid, entrando nel nuovo ordine di un universo adulto (un universo senza più padri, di nuovo regolato dallo scandire del tempo civile44), sono infatti le sessantuno giornate all’interno della Sierra a deciderne la crescita, a sgrossarne la natura

Ivi, pp.113-114. “Proprio per il fatto che la componente communitas è elusiva, difficile da puntualizzare, non la si può dire non importante. Qui viene a proposito la storia della ruota del carro di Lao-Tse. I raggi della ruota e il mozzo (cioé la parte centrale della ruota che tiene l’asse e i raggi) al quale sono uniti sarebbero inutili, egli diceva, se non fosse per il buco, lo scarto, il vuoto al centro. La communitas con il suo carattere non strutturato che rappresenta il “punto vivo” del reciproco rapporto umano, quello che Buber ha chiamato das Zwischenmenschliche, potrebbe essere rappresentata dal “vuoto al centro”, che è tuttavia indispensabile al funzionamento della struttura della ruota” (V. Turner, op.cit., p.143). 44 “J’arrivai à Madrid le 20 juin 1739. Je reçus de la maison Moro une lettre dont le cachet de cire noir m’annonçait quelque événement funeste. En effet mon père était mort d’apoplexie” (J. Potocki, op.cit., pp.568-569).
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“un peu simple”45. Sono le prove del labirinto, più che la vittoriosa sconfitta dei suoi mostri, il vero materiale, il ferro, il legno, con cui costruire la propria nuova corazza di giovane uomo. Le prove iniziatiche di un labirinto cannibale, divoratore di ogni forma precostituita di spazio e di tempo. I mostri di un labirinto abitato esso stesso da cannibali dove mangiare o essere mangiati, fagocitare o essere fagocitati, sembra rappresentare certamente ben più di una semplice avventura commestibile.

“Puis il (le cabaliste) me dit: “Non, vous n’êtes pas des nôtres; vous vous appelez Alphonse, votre mère était une Gomelez, vous êtes capitaine aux gardes wallonnes, brave, mais encore un peu simple” (Ivi, p.110).

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