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Buddismo e Società n.

92 maggio giugno 2002

Intervista a Tiziano Terzani:

Da un cronista di guerra un impegno di pace
di Maria Lucia De Luca e Marina Marrazzi

Tiziano Terzani è nato a Firenze nel 1938 e dal 1971 è corrispondente dall’Asia per il settimanale tedesco Der Spiegel. È vissuto a Singapore, Hong Kong, Pechino, Tokyo e Bangkok. È stato inoltre collaboratore de la Repubblica e attualmente del Corriere della Sera. Nel 1994 si è stabilito in India con la moglie Angela Staude, scrittrice, e i due figli. Profondo conoscitore del continente asiatico, Terzani è autore di diversi libri dove ha raccolto le sue esperienze di corrispondente di guerra. Tra i primi Pelle di Leopardo (1973) dedicato al conflitto in Vietnam. Nel 1975 è uno dei pochi giornalisti che resta a Saigon e assiste alla presa di potere da parte dei comunisti. Da questa esperienza nasce Giai Phong! La liberazione di Saigon (1976). Il libro viene tradotto in varie lingue e selezionato in America come “Book of the Month”. Fra i primi corrispondenti a tornare a Phnom Penh dopo l’intervento vietnamita in Cambogia, racconta il suo viaggio in Holocaust in Kambodscha (1981). Il lungo soggiorno in Cina, conclusosi con l’arresto per “attività controrivoluzionarie” e con l’espulsione, dà origine a La porta proibita (prima ed. 1985), pubblicato contemporaneamente in Italia, negli Stati Uniti, e in Gran Bretagna. Buonanotte, Signor Lenin (prima ed. 1992), uscito anche in Germania e Gran Bretagna, è un’importante testimonianza in presa diretta del crollo dell’impero sovietico. Il libro è stato selezionato per il Thomas Cook Award, il premio inglese per la letteratura di viaggio. Il best seller Un indovino mi disse (prima ed. 1995) è la cronaca di un anno vissuto come corrispondente dall’Asia senza mai prendere aerei: il libro ha ottenuto un notevole successo di critica e di pubblico, al pari di In Asia (1998), che descrive le multiformi realtà storiche, culturali ed economiche di quel continente. A Tiziano Terzani è stato conferito nel 1997 il Premio Luigi Barzini all’inviato speciale. L’ultimo suo libro, Lettere contro la guerra (Longanesi, 2002), è una raccolta di articoli scritti dopo la tragedia dell’11 settembre che l’autore ha presentato in diverse città italiane. A lui è dedicato il sito www.tizianoterzani.com. «Vi premetto che l’unica qualità con cui vorrei andarmene alla fine della vita è la sincerità. Quindi chiedetemi quello che volete, cercherò di essere sincero». Con queste parole ci accoglie Tiziano Terzani – capelli bianchi, barba bianca, tunica da indiano e un inconfondibile accento toscano – nella sua casa sui colli fiorentini dove vive con la moglie Angela, compagna di sempre. Una casa che testimonia la ricchezza di una vita vissuta fino in fondo. Ci sono libri in tutte le lingue, il letto cinese, il bastone con cui ha scalato il monte Fuji. Ricordi di tanti paesi, di tante guerre, di tante rivoluzioni. E c’è l’oggi. L’imminente ritorno al “rifugio” himalayano e il viaggio per la pace appena concluso. Un mese e mezzo in giro per l’Italia a presentare il suo libro Lettere contro la guerra, a parlare, discutere, raccontare. Suscitando interrogativi, accendendo speranze, voglia di agire e di reagire. Terzani conosce la Soka Gakkai, tanti anni fa in Giappone aveva incontrato Daisaku Ikeda. Su un tavolino c’è il suo libro di dialoghi con Michail Gorbaciov. «Ma quanti siete, in Italia? In quasi tutti gli incontri che ho avuto c’era qualcuno che mi parlava dell’impegno della Soka Gakkai per la pace, mi parlava di Ikeda, voleva regalarmi un suo libro. Sono rimasto molto colpito di come il Buddismo sia diffuso qui da noi». E tanti membri, da tutta Italia, hanno telefonato in redazione chiedendoci di intervistarlo. Un suggerimento che abbiamo seguito… Come ha deciso di diventare giornalista? Io sono il primo della mia schiatta che sa leggere e scrivere. Vengo da una famiglia poverissima, i miei primi pantaloni lunghi furono comprati a rate. Mio padre faceva il tagliapietre ma era una persona saggia, coltissima, citava Dante, sapeva il Rigoletto a memoria.

Allora diedi le dimissioni. non ci sono entrato davvero dentro. mangiavo cinese. La spinta ad andare là dove c’era qualcosa che non era mio. mandavo i miei figli alla scuola cinese. l’unico modo per avvicinarsi a una cultura è fare come il camaleonte. Per me questo filo era la curiosità. Da lì è cominciata la sua avventura. Lei è stato tanti anni in Cina. per capire. ma andare in giro per il mondo. colui che viene da fuori e deve rimanere fuori. per rendermi conto. Incontrai i direttori dei principali quotidiani. correvo con la vespa a seguire le corse ciclistiche o le partite di calcio. cercare di capire cosa succede. Mi rispose di no. Se si è già incapsulati all’interno di una parola che rende stranieri. è ovvio. sei forse della CIA o del KGB?». Dopo l’interrogatorio e un mese agli arresti. dove feci il praticantato e l’esame da giornalista professionista. Bush. arrivò l’espulsione. La Cina è stata la mia grande avventura. che prende il colore della foglia se è sulla foglia e il colore della sabbia se è sulla sabbia: diventare sempre di più come l’altro. e gli uni dicono che il male è lì mentre gli altri dicono che il male è qui. E il Giappone? Devo dire che il Giappone per me è stato difficile. colui che è fuori. Ho avuto fortuna. È solo quando si invecchia che ci si guarda indietro e si vede che c’è un filo che collega tutto. vestivo cinese. quando avevo 27-28 anni. la sua ricerca di capire gli altri? La vita è una cosa molto strana e meravigliosa. Poi avevo un handicap: venivo dalla . perché le guerre. Ma al giornalismo vero e proprio sono arrivato che avevo già trent’anni. la curiosità di capire l’altro. Identifica lo straniero. quando i miei amici andavano alle feste da ballo con le ragazzine. Appena avuto il tesserino in tasca chiesi al mio direttore di andare a fare il corrispondente in Asia: era il 1971. in quel momento. nascono quando gli uni non capiscono le ragioni degli altri. Poi finalmente. perché nel frattempo mi ero laureato in Legge e mi ero sposato molto giovane con la mia splendida moglie. Tra noi e l’altro c’è una distanza naturale. Dopo la laurea tornai in Italia e andai a lavorare al quotidiano Il Giorno. era proprio quello che volevo fare da sempre. E nonostante tutto ciò a un certo punto i cinesi mi hanno chiesto: «Ma tu chi sei? Un italiano che lavora per i tedeschi. che parla cinese imparato in America. Io in Cina parlavo cinese. forse ero troppo vecchio. E allora passai le linee e trascorsi una settimana con i Vietcong. e in nome di questo Dio io ammazzo te e in nome di un altro Dio tu ammazzi me. non sono riuscito a imparare bene la lingua. Mi garantivano soltanto un piccolo fisso. È una grande civiltà. dove per cinque anni ho fatto l’operaio e ho venduto macchine da scrivere. con il quale avrei potuto finalmente realizzare il mio sogno: conoscere l’Oriente. noi riteniamo altro lui e lui ritiene altri noi. viaggiavo insieme alla famiglia con le biciclettine dei cinesi. Bin Laden. inglese e tedesco… Ad Amburgo mi presentai al settimanale Der Spiegel dove mi offrirono il primo vero contratto di inviato. mi offrirono una borsa di studio che mi permise di andare alla Columbia University a studiare il cinese. e con il denaro della liquidazione di un anno e mezzo di lavoro cominciai a girare per l’Europa con mia moglie e due figli piccoli.Così ho cominciato a fare il giornalista a sedici anni per guadagnare un po’ di soldi: la domenica. Nel 1973 ero in Vietnam con gli americani. Ma io non sentivo questi “altri” come nemici. Nelle guerre questo è ancora più evidente. Stavamo al di qua del fronte e gli altri sparavano. In tutte le lingue asiatiche “altro” è una parola orribile. Parlavo francese. ma nessuno poteva soddisfare la mia richiesta. come tutti gli altri giornalisti. a me non avevano fatto nulla. ora Sharon… Il mio istinto è stato sempre quello di capire chi fossero “gli altri”. per volerla capire bisogna avvicinarcisi quasi camuffandosi. quando la si vive non ci si rende bene conto di come stanno le cose: si è lì. Per mantenere la famiglia andai a lavorare all’Olivetti.

perché si tratta di due realtà simili. talmente speciale che non avevo bisogno di scrivere. tutte cose da giornalisti… Mi mancavano tre anni per andare in pensione. una delle . Ma poi mi sono accorto che non sapevo nulla di questo paese. poi. Mentre invece l’industria del turismo. vivere nel loro mondo. In Giappone ho passato cinque anni belli. Questa sua curiosità istintiva può essere la chiave del rispetto per l’altro… Credo di sì. non volevo più fare il corrispondente. agli ambasciatori. per tutta la vita una sola cosa mi ha davvero incuriosito: capire gli altri. la fotografia – parte proprio dal rispetto. di apertura del mercato delle telecomunicazioni. In India invece ogni gesto ha ancora a che fare con un altro mondo: il salutarsi. Può raccontarci la sua esperienza indiana? I primi cinque anni in India li ho passati da giornalista. E mi è andata bene. mi tenevano sempre lì a parlare di guerre. le alluvioni. ricordo che mia madre si segnava prima di mangiare. dietro ai ministri. mi viene voglia di parlarne agli altri. mi diverte. E poi. Ma non solo quando una cosa è bella provo il desiderio di condividerla. ormai assente nel mondo occidentale e nella Cina maoista. ho quasi sempre scritto in una lingua che non era la mia. L’altro giorno è venuto da me un signore per chiedere una dedica sul mio libro. Innanzitutto a diciassette anni ho incontrato mia moglie. mi sono messo a studiare il sanscrito. Dissi al mio giornale che non volevo più lavorare. l’India mi piaceva perché mi pareva l’ultima civiltà asiatica in cui c’era ancora una forza interiore che poteva essere di freno al materialismo occidentale. E poi la vita mi piace. i colpi di stato… Così mi hanno fatto un contratto da scrittore “speciale”. non c’è mai l’attenzione per le piccole cose. Sono due prospettive molto difficili da conciliare. o quando le donne prendono una manciata d’acqua e la porgono al sole la mattina… Com’era da noi cinquant’anni fa. e poi anche con gli altri. il conflitto con il Pakistan. Forse è a causa dei caratteri della scrittura: sono gli stessi ma vengono pronunciati in modo diverso. Non c’è gioia che io provi da solo. Se mi guardo indietro mi dico: «Che fortuna!». Questo ha fatto sì che mi dovessi liberare scrivendo libri nella mia lingua. Mi rendo conto che per tutta la vita non ho fatto altro che questo. alle cene. e per istinto la devo raccontare. se mi pare di aver capito qualcosa attraverso di essa.Cina. è la civiltà della grandeur. e ciò ha determinato tutta la mia esistenza. la guerra in Kashmir. Un’altra grande differenza: il Giappone è la civiltà del dettaglio mentre la Cina non ha dettagli. anche quando mi trovo di fronte un’esperienza orribile. Come ha conciliato il desiderio di stare dentro le cose con quello di raccontare. tra i viaggi. ma per niente uguali. Però dopo cinque anni mi resi conto che di tutta questa roba non avevo visto niente. quella di essere stato espulso dalla Cina. la mattina alle cinque andavo a pulire le statue con lo yogurt e la polvere di sandalo. Ma per capirli bisogna avvicinarli. perché ho imparato molto presto a spartirla con mia moglie. correre dietro a tutti i massacri. sono un uomo fortunatissimo. credo che in questa vita non riuscirò a cambiare le cose. ma alla fine credo di poter dire che io e questo paese non ci siamo davvero intesi. Chi viene dalla Cina ha difficoltà a capire il Giappone e viceversa. di morti in Kashmir. sono entrato in un ashram induista. Mi è venuto da scrivere: «Al signor tal dei tali perché mi aiuti a rendere i turisti dei pellegrini». il ricordino. E poi c’è da dire che io venivo da un’esperienza drammatica. Questo mi affascinava. Sono entrato in quella realtà. In verità. Come giornalista. di essere testimone… Io ho avuto molto dalla vita. mi affascina. Allora ho preso i voti. di programmi di sviluppo. ma se avrò un’altra vita come essere umano – a me piacerebbe essere rugiada nella prossima – vorrei provare a fare i conti con il Giappone. Ero andato lì perché cercavo la dimensione del divino. Mi spiego: la curiosità che viene dall’interno – non quella di prendere qualcosa da portarsi a casa.

per esempio. In realtà il turismo è nato proprio così. non come turisti. Se si potesse riportare nel turismo questo atteggiamento. nei confronti di tante dittature africane. si andava al monte Fuji come pellegrini. Provate a vedere quanti studenti all’università studiano l’arabo: pochissimi. il modo con cui l’occidente reagisce – perché non sono solo bombe americane. quella è una voce piccola. le torri che crollano sono una barbarie. mi lascia qualche perplessità… Vorrei che i diritti fondamentali fossero sempre rispettati. che saprebbero di più quello che fanno e la smetterebbero di continuare a consumare. Per esempio.più orribili del mondo. Quello che mi stupisce è come mai un paese che per tanti anni ha fatto giustamente la lotta per la difesa dei diritti umani nei confronti del mondo comunista. sforzo. come si può odiarla? L’odio dell’Occidente verso l’Islam risiede in gran parte nel fatto che nessuno se ne occupa più. Ci sono voluti centocinquanta anni per mettere a punto la Convenzione di Ginevra. della lotta al terrorismo. uomini. Un orientale ama più o meno come un occidentale. È chiaro che così si aumenta la distanza. È da questo. e si salverebbe anche il consumabile. d’un tratto fa distinzione tra cittadini americani e cittadini non americani. esquimesi. Un occidentale ha forse meno paura della morte di un orientale? Forse la psiche è diversa tra un orientale e un occidentale? Non credo. Quella foto non l’ha mica rubata un paparazzo. cosa significa felicità? Per Gengis Kan forse la felicità era ammazzare un migliaio di persone. ho preso il bastone e ho scalato quella montagna con l’idea del pellegrino che vuole raggiungere la cima. Quindi parlare di diritti umani. il cuore parla allo stesso modo nel petto di tutti. chiamare il capo di quella tribù. e ora viene tutto messo da parte in nome dell’interesse nazionale americano. e la conoscenza richiede impegno. ottentotti. Ma per me quella non è felicità. donne. che dipendono le difficoltà sempre più gravi che il mondo si trova a fronteggiare? L’umanità sta affrontando un periodo di spaventosa barbarie. che bisbiglia.. l’ha fatta un fotografo ufficiale del Dipartimento della difesa ed è stata diffusa nel mondo perché volevano farla vedere. Il problema è che questa voce del cuore non la sta più ad ascoltare nessuno. il senso di devozione. e allora non lascia cartacce. a suo avviso. Il rispetto nasce dalla conoscenza. c’è tanto rumore. che dovrebbe essere il rispetto per tutti. sollecita solo una curiosità consumistica. E Guantanamo – la base americana sull’isola di Cuba dove vengono portati i prigionieri afgani – non è una barbarie? Forse potevano risparmiarsi la foto del marine che tiene l’arabo legato come un cane con la camicia di forza. sono bombe di tutti – è un’altra barbarie. Ma se ci si mette a studiare. ma onestamente mi chiedo: siamo tutti d’accordo sull’universalità di questi diritti? Certo che c’è qualcosa che accomuna gli esseri umani. In un paese come il Giappone. prendergli la moglie. la voce del cuore sa quali sono i diritti umani. l’oggetto del proprio studio diventa anche l’oggetto del proprio amore. ha la stessa paura di essere solo. i diritti degli animali. che sta camminando su Dio. Se ci si mette a studiare una cosa. il riconoscimento di una cultura altra e la nostra idea occidentale di universalità dei diritti umani… Questo è il vero grande problema. bantù. volevano soddisfare la fame e la sete di vendetta dell’opinione pubblica americana. musulmani. il rispetto. Innanzitutto bisogna intendersi sulle parole. violentarla sotto i suoi occhi e poi tagliarle la testa. e il cuore è uguale per tutti. nessuno più studia questa cultura. Le parole di per sé sono una trappola. Come si potrebbe recuperarla? Trasformando i tour in pellegrinaggi. Secondo me di cuore ce n’è uno solo. Quando io sono stato in Giappone mi sono rapato. si salverebbero i turisti. Come si può coniugare il rispetto. proprio un soffio a volte.. investimento. per dare una vernice di umanità alla convivenza umana. Di nuovo l’ambiguità delle parole: ma chi è il terrorista? . di universalità dei diritti umani.

bisogna sedersi. nei conflitti. ad esempio. come se solamente loro avessero il diritto di possederle. Riguardo al burqa è lo stesso. Mai come ora l’umanità ha avuto in mano armi di distruzione di massa così potenti. andavano nei campi. È una tortura terribile. Tornando all’universalità dei diritti umani. ma dico. Credo che occorra cercare in se stessi le proprie radici. srilankesi. non violentemente». tibetani. e questo rappresenta un pericolo per tutti gli esseri umani. la propria ricchezza. le trasformazioni economiche e culturali porteranno a questo mutamento. Secondo lei oggi. Sono d’accordo che è l’espressione di un aspetto maschilista dell’Islam. ci vorrebbero le definizioni. e ho avuto per la prima volta il senso di come il Buddismo sia una grande religione. che ci sembrano oppressi. dove stiamo andando. nei confronti del burqa indossato dalle donne afgane? Il punto è chiedersi: dobbiamo aiutare altri popoli. ma cosa dovremmo dire loro: «Toglieteveli»? Non solo il loro collo è diventato così lungo che levando il collare soffocherebbero. ma a corto di tutto ciò bisogna fermarsi. Non è un caso che si stia diffondendo proprio il Buddismo.Certo. non eliminiamo le armi e smettiamo di produrle? Dopo l’11 settembre si è detto da più parti che interpretare gli attuali conflitti come scontri tra civiltà è una posizione pericolosa e fuorviante. cosa vogliamo diventare. pesano più gli . Io trovo bello. ma l’idea che ci debba essere un gruppo di donne americane che gli tolgono i collari è una follia. tutti di corsa… A volte mi intristisce un po’ che questa grande vecchia civiltà europea. deve avere dei giovani che viaggiano fino in Oriente e vanno a cercare la soluzione laggiù. Sono orgogliosissimo di essere italiano. che non è una religione. oggi siamo tutti distratti. abbiamo dimenticato le cose fondamentali? Ma pensi ai suoi nonni. cinesi. rallentare. meraviglioso essere diversi. ci vogliono le istituzioni. come possiamo agire in loro favore senza calpestare l’identità delle altre culture? Come possiamo porci. il monopolio della dignità della donna. europei. ma è anche una tradizione di centinaia di anni. la mattina si alzavano e pregavano. una religione universale. ma l’idea che gli americani vogliono andare a bombardare Saddam Hussein per togliergli queste armi è assurda. è una civiltà. difendete la vostra in maniera giusta. Einstein diceva che il Buddismo è l’unica religione che si confà alla mentalità scientifica. che aveva una sua storia e che potrebbe ritrovare anche all’interno di se stessa dei valori. Ci sono gruppi di coraggiose donne afgane che risolveranno il problema. tornavano la sera e c’era il vespro. con tutti questi telefonini. ci vorrebbero le leggi. trovate una consolazione tutti i giorni… Permettetemi di dire che avete scoperto l’acqua calda. E allora prendiamo coscienza di esserci e cominciamo a ragionare. del progresso. ma soprattutto in questo modo sarebbero private della loro identità. di essere europeo. il monopolio della felicità. Analizzate. confrontatevi. Ma allora perché non ricominciamo da zero. A Bodhigaya ho visto mongoli. chi non sa pregare faccia qualcos’altro. il monopolio della civiltà. Ma mi chiedo nuovamente: dobbiamo aiutarle a volere quello che vogliamo noi? Si ritorna a quanto dicevamo all’inizio: il rispetto delle altre culture è una grande cosa. a volere quello che vogliamo noi? Bisogna per prima cosa rendersi conto che nel mondo ci sono oggi milioni e milioni di persone che non vogliono essere come noi. c’era sempre un momento in cui si ringraziava. da dove veniamo. Voi. di essere fiorentino. Com’è possibile che con tutte queste scienze delle comunicazioni. ma quest’acqua calda l’hanno dimenticata tutti. che porterà alla fine di tutto. che portano quei lunghi collari. quello che va evitato è lo scontro tra civiltà. non ha comandamenti o dogmi. con le vostre preghiere. però non pretendete che la vostra cultura abbia il monopolio di tutto. o ai miei bisnonni. prima di andare a cena guardavano il pezzo di pane e dicevano grazie. specie ai giovani: «Siate orgogliosi di essere chi siete. Tutta la vita sognano questo… Alla lunga se non gli andrà più bene saranno loro a cambiare. Pensate alle donne giraffa del nord della Birmania. chi sa pregare preghi. del benessere.

com’è che la gente non si sveglia? Io ci spero ancora: questa è una . nel nostro voler possedere più che volere essere. Per trent’anni ho fatto il giornalista. tutti vogliono vivere in pace. Di questo sono assolutamente convinto. Quelle di questo secolo le ho viste tutte. il boscaiolo che va e lo taglia. Siccome sono vecchio e non ho più paura di essere preso per pazzo dico le cose che sento… e la gente questa pazzia la riconosce. che non fa morti. allora perché vogliamo eliminarne un pezzo che non ci sta bene? Se riuscissimo a dire: «Siamo tutti parte di questa cosa». le montagne di lacrime. le tracce di orrore. nel nostro arraffare. se riuscissimo con questa benedetta coscienza a prendere coscienza di chi siamo. Ma oggi voglio fare un passo in avanti: le vere radici della violenza. all’inizio o alla fine. siamo all’inizio di una svolta orribile di disumanità. la prossima settimana o il prossimo mese. forse… Io per un mese e mezzo sono andato in giro per l’Italia a parlare di queste cose. Non c’è dubbio che se fossi giornalista e dovessi analizzare la situazione di oggi direi che per la popolazione americana l’istinto di vendetta è comprensibile. tre. Quindi se ognuno di noi decide di fare qualcosa… Ma cosa vogliamo sperare. quando dice che il tavolino che ha davanti è lì perché migliaia di cose hanno contribuito: quel seme. ma è questa una buona ragione per non cominciare? Dico sempre che se ognuno di noi fa una piccola cosa. e quindi arrivo a dire che le rivoluzioni esterne sono state dei disastri. veniamo dalla scimmia. le montagne di morti. di imbarbarimento… Vogliamo continuare in questa catena oppure. Sulla fine della rivoluzione sovietica ci ho scritto un libro. guardate la televisione. che siamo tutti collegati. non massacra.aspetti ideologici o quelli economici? Questa domanda mi permette di esprimere una mia posizione ben precisa. e la cosa curiosa è che la gente mi sta ad ascoltare. lei dice quello che sento». e il falegname prende i chiodi. e quel tavolo non sarebbe stato lì… Se la vita è così. perché non prendiamo la decisione di cambiare in meglio. Nelle tante lettere che mi scrivono il tono è sempre questo: «Grazie. ci sono voluti cinque milioni di anni per diventare così. ma in tutta la storia dell’umanità c’è stata sempre la guerra… Io ho risposto. citando Gandhi: ma perché ripetere la vecchia storia e non cominciarne una nuova? L’essere umano che noi siamo oggi non è allo stadio definitivo. e mi sono sempre dovuto occupare di quello che si pensa domani. Questa non è la fine della nostra specie. e anche i chiodi vengono da una miniera dove un giorno un altro signore è andato a comprarli. quella pianta che è diventata albero dentro la foresta. che è la mia ultima speranza: forse l’unica rivoluzione da fare è quella interiore. un po’ meno violenza… Ma guardatevi davvero bene attorno. allora tutti insieme ne facciamo una grande. non lascia tristezza. c’è l’interesse delle aziende militari che vogliono rinnovare tutto l’armamento. Qualcuno mi ha detto: ah. Che disastro. allora si comincia a ragionare. Mi piace raccontarlo come fa Thich Nhat Hanh. Buonanotte signor Lenin. che la vita è una. nelle nostre passioni. secondo me non sono fuori di noi. che Bush ci salvi dall’orrore del mondo? Forse ci salviamo noi se è vero quello che sento. Il cammino di pace può partire da tante considerazioni: secondo me è l’unico cammino oggi. è la pazzia di tutti. come io dico. da dove veniamo. dove andiamo. cioè della guerra. Allora perché non approfittare ora di questa bella cosa che è la coscienza per fare un passo in su invece che in giù? Visto che possiamo ancora cambiare. di tristezza… E quella cinese? Quanti morti… E quella vietnamita? Perciò sono arrivato a questa conclusione. è una parte della sua storia. quando si sente la sofferenza sui corpi degli altri come sul proprio. Bastava che il nonno del falegname non fosse nato. cogliere questa buona occasione? Tutto il mondo ha visto le torri crollare. tu parli sempre della pace. e poi lo porta in una segheria dove c’è un falegname. Il Buddismo ha dato veramente il contributo più grande. quel giorno che ha piovuto. la voglia di essere una superpotenza. perché si sono presi una botta spaventosa. dove siamo. e tutto il mondo tutte le sere vede la Palestina. chi vuol mandare i propri figli a morire? Però soltanto quando si vedono i morti altrui come propri. La violenza ha le sue radici dentro. un po’ più di fratellanza. Ci vorrà tempo. nei nostri desideri. di atrocità. nella nostra voluttà. Direi anche che dietro c’è il petrolio. quattro generazioni. forse due vite.

Questi a loro volta l’hanno mandata ai loro amici e agli amici degli amici. Viviamo ancora in un sistema democratico. «E allora si rimetta a suonare per la pace. Io ho scritto un libro. ognuno fa il suo. E ora torno per un po’ alla mia meravigliosa montagna. senonché continuo a credere che questa possa essere ancora una buona occasione. tutta la storia che studiamo parla di massacri. E noi parliamo tanto di progresso. è vergognoso. una e-mail che ho mandato a tre o quattro amici dal mio rifugio sull’Himalaya. Antonio. . ndr – perché non scrive un racconto per lui?» Io mi rendo conto che sono vissuto tutta la vita senza essere esposto a delle idee di pace.C. se amano la musica verranno fuori dei pacifisti.. non c’è dubbio. non mi aspetto niente di buono. Se non prendiamo coscienza e non diciamo basta…. come se non fosse successo niente. parlare con gli altri. di guerre. A un certo punto ho ricevuto la telefonata di un preside di un liceo di Foggia che mi diceva: «Ho avuto la sua e-mail da una monaca buddista di Katmandu». ho fatto il mio dovere. Io gli ho domandato: «Ma lei cosa faceva nella vita?». ed è diventata una catena di S. Questo accadde più di duemila anni fa. vissuto nel terzo secolo a. uno per gli umani e uno per gli animali. Bisogna arrestare un attimo la propria vita frenetica e dire no. Un bambino che sa queste cose cresce in modo diverso. Esiste allora un lato positivo della globalizzazione? Certo. Vedi la globalizzazione… In questo viaggio in Italia ho incontrato migliaia di giovani. Cosa direbbe a un bambino? Gli parlerei di una cultura di pace. «Io suonavo». Durante una delle mie presentazioni un signore anziano si è alzato e ha chiesto come avrebbe potuto contribuire. Questo mio pellegrinaggio di pace che mi ha portato in diverse città italiane a parlare del mio ultimo libro è cominciato con una letterina. ho fatto a volte tre riunioni al giorno. forse…». Sono d’accordo.buona occasione. contarsi. insegni ai giovani a godere della musica. Alessandro è Magno (grande) perché ammazza tutti… Sono dovuto arrivare a sessant’anni per scoprire in India che l’imperatore Ashoka. Questi orribili mezzi di comunicazione di massa che oggi mi spaventano sono anche un potente aiuto. possiamo fare qualcosa. l’occasione che tutti dicano basta. siamo corresponsabili. Io dico che siamo inconsapevoli complici. non si può andare avanti così… In realtà anche noi siamo complici di tutto ciò. e questa ne ha accesa un’altra e così via… posso essere contento. migliaia di persone. vado in giro. Come facciamo noi occidentali a vivere questa contraddizione? In realtà tutti virtualmente abbiamo bombardato l’Afghanistan. Ieri il mio editore mi ha detto: «Visto che ha un nipotino di due anni e mezzo – a cui è dedicato l’ultimo libro Lettere contro la guerra. dopo una battaglia disse: «Che cosa terribile ho fatto!». Se in ciascuno di questi incontri ho acceso anche una sola lampadina. e cambiò profondamente. e mi vergogno… Ci sono momenti nella storia in cui vivere normalmente. parlo. Davanti al museo nazionale di Delhi c’è una stele dove si annuncia che Ashoka aveva aperto in Siria due ospedali. Davvero sono preoccupato… le cose sono complicate.