Essere bigotti non va bene, ma nemmeno farsi prendere per i fondelli.

ANTONIO DAL MUTO a.dal.muto@alice.it 349-35.80.890

Accenni biografici
Romano di nascita ha vissuto ad Ariccia. Da tempo, vive e lavora a Cesena. E’ maestro d’Arte – Pittura e Disegno – diplomatosi presso l’ Istituto Statale d’Arte di Marino; possiede la qualifica di Architetto Interior Designer; ha frequentato la Facoltà di

Architettura a Firenze; è Critico d’Arte;

E’ autore di Storie di Città a Fumetti:
Ha realizzato una poderosa – 5 volumi – “Storia a fumetti di Cesena, Rimini, Ravenna e Forlì. Dalle Origini all’Unità d’Italia” pubblicata dalla locale Casa Editrice “Ponte vecchio”. Il premio Nobel Dario Fo lo ha citato nella sua opera “Storia di Ravenna”. Ha recentemente pubblicato la “Storia di Ariccia Antica” assieme ai curatori dei testi dott. Alberto Silvestri e d.ssa Maria C. Vincenti, fumetto sponsorizzato dalla Provincia di Roma, Comune di Ariccia (RM) e dall’Archeoclub locale per diffondere la conoscenza del territorio nella popolazione scolastica e non. “Storia di Sarsina Antica. Dalle Origini all’ XI secolo”; “Storia di Castrocaro. Dalle Origini alla costruzione della cittadella di Terra del Sole”; “ Storia di Comacchio” e “Storia di Anzio a Fumetti. Dalle Origini a Nerone”; “Storia di Cervia a Fumetti. Dalle Origini all’Età contemporanea”. “Cesena nell’800”, ricostruzione grafica dei siti urbani demoliti”;

E’ vignettista e caricaturista: Ha collaborato con il settimanale Corriere Cesenate e con TeleRomagna,
attualmente collabora con Videoregione; con TELECOUNTRYNEWS la TV on WEB con sede a Genzano; con l’OSSERVATORE LAZIALE giornale on line

E’ Scenografo:

Sue sono le scenografie realizzate negli anni ’90 per il festival della Canzone romagnola “ E Campanon” ( Il Campanone).

E’ Pittore_ Nella sua pittura predilige la figura e il paesaggio, ma anche realizzazioni tematiche come la Mostra sulla Shoah fatta a Cesena nel 2004 e poi a Forlì e a Cervia tra il 2006 e il 2008. L’intera collezione è ora di proprietà dell’Ass. ANPI di Comacchio E’ ritrattista:
Sue sono la “Galleria di uomini illustri legati all’amministrazione comunale cesenate. Dal Risorgimento all’ultimo sindaco in carica (1835 -2008) ” di proprietà dell’amministrazione comunale ( messa in magazzino); la “Galleria degli abati del monastero di Santa Maria del Monte di Cesena. Dal 1888 all’ultimo abate in carica (1888-1999)” di proprietà del Monastero omonimo; la “Galleria dei parroci della Parrocchia di Sant’Egidio di Cesena. all’ultimo parroco in carica (1954 – 2009)” di proprietà della Parrocchia omonima ( e riposta in armadi). Ritratto di Gianni Agnelli, di proprietà dell’omonima famiglia; Ritratto del Premio Nobel Rita Levi Montalcini, di proprietà della stessa; Ritratto di Marco Pantani, di proprietà della famiglia Pantani ed esposto presso lo “Spazio Pantani” a Cesenatico; Ritratto di famiglia di Marina Berlusconi di proprietà della stessa; Ritratti di Ferrari, Agnelli, Montezemolo, Schumacher e Barrichello di proprietà della Ferrari sede di Maranello; Ritratto di papa Giovanni Paolo II di proprietà della Fabbrica di San Pietro; Ritratto di papa Benedetto XVI di proprietà della Fabbrica di San Pietro; Ritratto di papa Francesco di proprietà della Fabbrica di San Pietro.

E’ Saggista Molte sue opere si trovano su SCRIBD. COM e sono scaricabili e disponibili gratuitamente

RIFLESSIONI SULL’OPERA DI C. AUGIAS E M. VANNINI “INCHIESTA SU MARIA “

Ogni qual volta si decide di intraprendere una riflessione su contenuti legati alla fede cristiana, occorre non dimenticare almeno 2 cose essenziali: 1) il Cristianesimo si fonda sulla nascita e sulla RESURREZIONE di Cristo Gesù; 2) il Cristianesimo ha come lettura la Bibbia e della Bibbia

essenzialmente i 4 Vangeli, gli Atti degli Apostoli, le Lettere e il Libro dell’Apocalisse o Rivelazione, ossia le Sacre Scritture. Detto questo, occorre sottolineare che l’apporto degli esegeti, dei santi e dei teologi durante la Storia e dell’umanità e del Cristianesimo NON HANNO AGGIUNTO NULLA DI NUOVO alle Sacre Scritture, al messaggio della Salvezza, ma ne hanno aiutato la comprensione. Con questa premessa si rende necessario sottolineare che opere come quelle di Corrado Augias si possono anche leggere, ma occorre farlo con senso critico a causa di quelle che a mio, nostro parere, sono delle vere e proprie incongruenze ( a cui Augias ci ha ormai abituato con le sue opere di argomentazione sul Cristianesimo). L’autore, per avere successo, necessita di lettori dotati di una buona dose di ignoranza in merito (puri beoni) o di sprovvedutezza. E non si tratta di dividere i lettori in due fazioni contrapposte: i credenti e i non credenti, ma di sottolineare che l’onestà intellettuale basata sulla logica è fondamentale quando si parla di analisi. Qualunque essa sia. E questo lo abbiamo già sottolineato in precedenza, analizzando un’altra opera di Augias, “Inchiesta su Gesù” scritta assieme al dott. Pesce.

Conseguenza è che le opere di Augias si “debbono leggere con le pinze” per smascherare quelli che definisco artifizi, usati con lo scopo di portare i lettori, quelli sprovveduti di capacità critica, verso le sue tesi che, come vedremo, emergono da discussioni che a nulla conducono. Non dimostrano alla fine nulla. In questa riflessione trattata secondo il metodo del “pelo e contropelo” ci poniamo, mi pongo, non tanto come i credenti bacchettoni, ma come amanti della logica per cui le Sacre Scritture o sono considerate in toto o in toto sono rigettate. Non è possibile affrontare frazioni argomentali delle Sacre Scritture slegandole dal contesto, quello legato alla Rivelazione soprattutto, e non solamente enfatizzare il suo percorso storico, culturale, secondo la visione, magari dello scettico o del materialista ateo. Con pregiudizio. Non importa se Augias, per irrobustire la sua visione, la sua tesi, affianca degli studiosi: il suo intento demolitivo appare evidente sin da subito anche se, in certi momenti, lo stesso studioso chiamato in causa gli dà filo da torcere. Considerate questa mia riflessione come il lavoro di un commissario di polizia, come un Montalbano per esempio, che analizza le affermazioni fatte dai testi e le compara, le analizza secondo il metodo deduttivo per armonizzare le stesse su una visione non distorta, ma certamente coerente con l’ambiente “incriminato”.

L’Autore, sperando di aver reso un buon servizio a chi leggerà questa disamina Anno 2013

RIFLESSIONE SUL PRIMO CAPITOLO “Carte in tavola” pag 17 Augias parte in quarta sottolineando l’assurdità, dal suo punto di vista, insita nel fatto che Maria, essendo Madre di Dio, oltre che figlia, è anche madre del Padre e dello Spirito Santo in quanto Dio è uno e trino (Trinità) E dice – pag 18: “ Un quadro, come si vede, d’immensa complessità,

inconcepibile in termini di pura ragione e che anzi in quei termini non può nemmeno essere riferito data la sua evidente assurdità.” Assurdità
creata per “necessità”, continua… in cui la “le regole e la logica non valgono

più”. Questa è di per sé già una risposta logica se riferita al fatto che il
messaggio della Rivelazione non nasce da un prodotto culturale umano, ma dall’atto di amore che dal mondo dell’invisibile, dal mondo dello Spirito, ci è stato dato. Donato. Se pensiamo che 100 anni fa posare il piede sulla Luna era un’idea, un pensiero affidato alla fantasia, come si può pensare di comprendere con la ragione la profondità del Creato e la sua realtà invisibile che definiamo spirituale? Eppure, nonostante i detrattori, sulla Luna abbiamo posato il piede e verrà il momento che comprenderemo le cose dello spirito, quelle che Augias definisce “assurdità”. Augias si mette così nei panni di coloro che - e la Storia ne è piena - hanno negato il possibile, il futuro, ignorando che ciò che l’uomo riesce ad immaginare ( mi riferisco alla Luna e magari anche a Giulio Verne) diventa anche possibile. Pensiamo a Dio, cui “nulla è impossibile”. A tal proposito vorrei riprendere un brano tratto dal libro di Padre Amorth, il famoso esorcista, dal titolo: L’ultimo Esorcista. A pag 120-121 leggiamo: “Suor

Gisella è diventata un serpente. Striscia sui gomiti e sulle ginocchia con una agilità non umana. Striscia per tutta la stanza. Passa sotto le gambe delle consorelle. Sotto la scrivania e le sedie. Si infila sotto il letto e ritmicamente tira fuori la testa prima da una sponda poi dall’altra… Striscia velocissima… Tira fuori la lingua come un serpente che vuole sputare veleno. E sputa, in effetti, chiodi, viti, forbici,

oggetti di ferro di varie dimensioni…”; e ancora, a pag 163 leggiamo: “ Un giorno entra nel suo studio ( si tratta dello studio di uno psicologo, tale Walter Cascioli N.d.r.) un ragazzo con disturbi di vario tipo. Mentre il paziente sta parlando, Walter nella sua mente formula una preghiera: “Signore Gesù libera questa persona”. La reazione è immediata: Il giovane si alza dalla sedia. Il corpo si gonfia fino a diventare enorme. E in faccia a Walter emette un ruggito enorme. Un ruggito da leone…” ; per concludere a pag 221-222
leggiamo: “Il dialogo continua con un botta e risposta durissimo. Il

diavolo è infuriato per l’incontro con il papa, ma nello stesso tempo si sente forte, perché l’esorcismo di Giovanni Paolo II non è riuscito a sconfiggerlo. Si sente forte e vuole dimostrarmi di essere tale. Sabrina si alza dalla sedia dove l’ho accomodata. Si dirige verso di me. Mi supera di lato senza guardarmi. Va diritta verso la parete dietro di me. E orizzontalmente, come fosse la cosa più naturale di questo mondo, si mette a camminare sul muro in direzione del soffitto. Cammina contro ogni legge di gravità. E poi scende come se nulla fosse.”.
Appare chiaro come lo spirito, in questo caso maligno, una volta afferrato il corpo, questo diventa uno strumento dell’intelligenza spirituale. e lo può anche diventare tale sotto la guida del Santo Spirito. Paradossalmente ci rendiamo conto che Satana nei posseduti non fa altro che dimostrare la potenza dello Spirito sul corpo!! Quanto più lo Spirito Santo potrà fare?. Se il diavolo fa cose strabilianti, ed è una creatura, cosa mai potrà fare Dio? A Dio nulla è impossibile e Maria era “ piena di Grazia” ossia piena di Spirito Santo. Già questa riflessione sarebbe sufficiente per comprendere come Maria fu una creatura particolare predestinata dallo Spirito di Dio a diventare Madre di Dio. Di quel Dio che San Paolo ci ricorda si umiliò fino ad assumere sembianze umane. Quindi la comprensione della maternità di Maria è affidata esclusivamente all’azione dello Spirito Santo e non alla ragione umana che

non riesce nemmeno a risolvere certi quesiti di pura matematica e che ancora non ha una visione completa della Relatività di Einstein. Per Odifreddi invece no, essendo matematico comprende, dice lui, anche la totalità del pensiero di Dio con la matematica. Due più due fa quattro e… abbiamo compreso Dio!! Ma la logica, strumento donato da Dio alla sua creatura più preziosa, l’uomo, è in grado, attraverso il sistema della comparazione e deduzione, di aiutarci a rimanere nel campo dell’armonia del pensiero che, se paragonato ad una complessa figura geometrica, la logica indicherebbe il pensiero essere come una figura armonica in tutte le sue parti. Un perfetto Poliedro. Senza incongruità e debolezze estetiche. Così il pensiero, la riflessione sulle Sacre Scritture, se tale è deve essere come una complessa si, ma armonica figura geometrica. Invece la caratteristica del discorso, paragonabile ad un poliedro con turbe genetiche, riferita alla “teologia dedicata alla madre” di Augias è nell’uso di termini come “ allusioni ”; “a volte vaghe “; “mal tradotta ”; “fonti povere e contraddittorie ” (pagg 18-19) necessari per predisporre il lettore beone e sprovveduto alle sue tesi. Ma non solo: nella trasmissione Pane Quotidiano- RAI 3 del 23 settembre 2013, Augias, intervistato, fa riferimento ai cattolici come disinformati e vittime della “sconoscenza ”. In parole povere: si denigra, si sminuisce, si confonde l’oggetto della discussione per giustificare le proprie convinzioni e predisporre il lettore beone ad accettare le sue tesi. Praticamente è come dire che “tutti sono degli imbecilli e che solo io sono il migliore”. Anche un imbecille capirebbe l’imbecillità di tale affermazione. Questa non è la giusta procedura per un giusto approccio alla materia. A qualsiasi materia. E vale anche dal punto di vista laico.

Andiamo oltre. A pag 20 leggiamo: “ Ritengo anche che chi partecipa di

una fede, parola di grande impegno, non debba farsi troppe domande né troppe risposte”. Ma come!! Non ha forse scritto Giovanni nel suo vangelo
GV. 8, 32: “Conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi”? Ma la Verità proviene dal Padre e dal Figlio mediante lo Spirito Santo. Se crediamo che questa cosa sia assurda, allora TUTTA LA SACRA SCRITTURA E’ ASSURDA!! Voglio dire che non si può negare una parte della Sacra Scrittura, poiché essa è tutta concatenata dalla e nella visione del messaggio della Salvezza. Quindi, il cristiano deve porsi le domande e cercare risposte: il messaggio della Salvezza non esclude la conoscenza che è parte della nostra eredità promessa. Chi non si pone domande non avrà risposte. “ Chiedete e vi sarà dato, cercate e

troverete, bussate e vi sarà aperto ” (Lc 11,9) Questo passo, caro
Augias, non lo ricordi? Anche il cristiano sincero sente il “bisogno di capire” e per la comprensione si rimette allo Spirito Santo e al magistero della Chiesa nella quale, in questa funzione, non presenta contraddizioni. Nella prima domanda posta allo studioso Vannini, Augias tra le altre cose parla di “costruzione” dell’immagine di Maria, quella che poi ha portato a professare il dogma della Verginità nel 1950. Messa così, la cosa, in questi termini, c’è da stupirsi come questa costruzione sia rimasta, nonostante, le eresie, le guerre, gli sfaceli, le lotte interne alla Chiesa, le separazioni ecc. immune da tutto ciò: sono cambiate le generazioni, ma chissà come mai essa, la “costruzione”, sia riuscita a rimanere fedele al suo iter, percorrendo la Storia con tutti suoi accidenti per arrivare al suo compimento nel 1950. Se fosse stata cosa umana avrebbe subito modifiche, rotture nella continuità, in quanto umana, soggetta e suscettibile di fallimento. Con saggezza, però, Vannini risponde adeguatamente e senza pregiudizi, sottolineando come la fede, non significa muta fiducia, ma è “ il movimento dell’intelligenza, ovvero di

tutta l’anima, ragione compresa, verso l’Assoluto, e perciò essa non genera credenze più o meno ingenue, surrogatorie del sapere storico-scientifico

e destinate, peraltro, ad essere sconfitte ne contrasto” Già questo è
sufficiente a fermare Augias nella sua tesi della creduloneria e della “sconoscenza ”. Non dimentichiamo che la Fede, assieme alla Speranza e la Carità, è una virtù teologale. E che la Fede un giorno cesserà quando la Verità manifesterà se stessa. Fino a quel momento sarà la fede a muovere l’intelletto e a bussare… a chiedere… a cercare… E il professor Vannini continua citando – pag 22-23 - le parole di Hegel:

“ Il coraggio della verità, la fede nella potenza dello spirito. L’uomo, che è spirito, può e deve ritenersi degno delle cose più elevate, deve avere la più completa fiducia nella grandezza e potenza del suo spirito; con questa fiducia niente vi sarà di refrattario e resistente da non svelare il suo intimo ”. Ovviamente nel rapporto tra uomo e Dio.
Nel primo capitolo, nonostante Augias esca dal primo incontro con il professore, alquanto malconcio, egli insiste nel ritenere il binomio “Vergine-Madre ” una “assurdità anatomica ”. Abbiamo visto cosa può fare del corpo lo spirito malefico di Satana, come può plasmarlo in forme differenti dall’usuale per la natura umana, e se ad agire fosse LA PIENEZZA dello Spirito Santo, la Verginità di Maria (prima, durante e dopo) non vi apparirà più assurda. Ma andiamo avanti.

RIFLESSIONE SUL SECONDO CAPITOLO “LA VERGINE” pag 25

Con la prima domanda, con la quale si invita il prof. Vannini a ripercorrere storicamente il culto alla Vergine Madre, Augias getta il primo seme per indebolire l’attenzione e la fede nel lettore, seme rappresentato da queste parole, pag 26: “ … che la posizione della Chiesa sul tema si sia per

così dire attenuata negli ultimi decenni. Credo di poter dire che anche questa sia una conseguenza del Concilio Vaticano II, che ha rivalutato gli aspetti umani della figura di Gesù, vedendolo come un essere divino, anche però come un uomo del suo tempo e del suo paese, cioè un ebreo rimasto tale “per sempre”, cioè fino alla morte.”
Quindi Gesù, sarebbe si un essere divino, ma in fin dei conti condizionato dalla sua natura umana e dalla cultura della regione: un ebreo fino alla morte ( attenzione: qui la frase “fino alla morte ” è tendenziosa, poiché Augias ritiene che Cristo sia morto e si sia decomposto come tutti gli esseri umani nella tomba). A tal proposito ricordiamo le parole di San Paolo, nella lettera ai Filippesi Fil. 2, 6 “ … pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza a Dio ” e inoltre nella lettera ai Corinzi 1Cor 15, 14: “ Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni, di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato…” E io aggiungo, che se Cristo non fosse risuscitato allora Dio sarebbe una invenzione, poiché nessuno lo avrebbe rivelato, come invece Gesù ha realmente fatto!! L’ umanizzazione, che Augias attribuisce ad una virata della Chiesa in tema di Teologia, si riversa (e ti pareva) anche su Maria con queste parole: “Come per riflesso, anche la figura di Maria si è umanizzata,

donna tra le donne, potrebbe aver conosciuto anche lei il travaglio e le lacerazione del parto “
Gli argomenti di questo capitolo tentano così di demolire il dogma della Verginità della Madre di Dio, considerandola come un prodotto di una “affermazione teologica legata ai tempi ” ossia, la credenza fu e venne modulata in base alla cultura del tempo, del periodo storico. Augias chiede al prof Vannini, pag 27: “Professore, in parole povere, mi sta dicendo che

la Chiesa stessa crede oramai solo fino a un certo punto a questo dogma?
” E il professore risponde: “Di fatto, al livello che possiamo chiamare

dotto, non ci si crede più “.
Caro Vannini, ci deludi!! Qui, in questa risposta è sì insito il chiaro aspetto del negazionismo, scaturito dal razionalismo puro alla San Tommaso (credo se tocco), ma occorre sottolineare che “il livello dotto” di ciò che “si scrive e si dice” in merito all’argomento NON APPARTIENE AL MAGISTERO DELLA CHIESA, ossia il Papa nella sua posizione di difensore della Verità e della Fede legata al messaggio della Salvezza - come si vorrebbe far credere al lettore beone - MA A QUELLA GENERAZIONE (da sempre presente, sin dal primo annuncio della Verità da parte di Cristo) DI DOTTI che hanno lavorato e lavorano CONTRO LA CHIESA E CONTRO IL SUO SERVIZIO DI ANNUNCIO DELLA VERITA’. Anche in buona fede!! Nell’opera di Padre Amorth, precedentemente citata, lo stesso autore parla di un incontro, a Roma, in Vaticano, con un noto cardinale - non ne fa il nome per rispetto – ( sicuramente appartenente al “livello dotto” citato) che candidamente chiede all’esorcista come fa a credere ancora al demonio! E va oltre, rispondendo ad una osservazione di padre Amorth, che gli esorcismi narrati nei Vangeli per opera di Cristo vanno intesi come episodi simbolici!! Questo è il “razionalismo di certi comparti della Chiesa!

E questo è anche il punto della situazione, ma attenzione: l’atteggiamento del “livello dotto” che vede coinvolta la rivisitazione del Dogma sulla Verginità della Madre di Dio da parte di teologi e altre figure di “sapienti” che hanno intrapreso la strada dell’incongruenza, NON COINVOLGE LA CHIESA, LA QUALE RIMANE FEDELE AL DOGMA CHE, MATURATO LUNGO UN PERCORSO DI QUASI DUEMILA ANNI, FU DEFINITO, UNA VOLTA PER TUTTE, DA PIO XII, CON LA PROCLAMAZIONE DEL DOGMA, NEL 1950. Quindi, la domanda posta da Augias: “che la Chiesa stessa crede oramai

solo fino a un certo punto a questo dogma?” è chiaramente’ tendenziosa e
falsa: sono i “dotti” posti al di fuori, si pongono al di fuori, del Magistero della Chiesa, che hanno messo in discussione il dogma. E questo non conta, ma fa danno nei confronti dei deboli nella fede. Una grande responsabilità che in Augias trova eco!!! Un esempio sul lavoro marchingegnoso e spesso machiavellico di alcuni teologi progressisti su cui riflettere - non per giudicare - viene dalla interpretazione che Vannini dà del lavoro del sacerdote Stefano De Fiores, recentemente deceduto. Secondo Vannini, essendo stato curatore, il De Fiores, di due edizioni del Nuovo Dizionario di mariologia - Edizioni Paoline - una del 1985 e l’altra del 2009, per il fatto che n ella edizione del 1985 il De Fiores dedicò all’argomento “Vergine” ben sessanta pagine, mentre in quella del 2009 lo stesso argomento venne trattato in otto pagine, si ha la certezza, scrive Vannini a pag 27 “che l’impianto

dogmatico è scomparso, prevale uno sguardo che definirei antropologicoculturale… Si conclude invitando a pensare la verginità di Maria in una “prospettiva simbolica”, “misterica” che rimanda essenzialmente alla carità, al servizio del figlio.” In poche parole, Vannini mette nella penna
di De Fiores il concetto che Maria non fu altro che la fedele sacrestana di Gesù . Ma De Fiores non può controbattere perché deceduto!!

Però, possiamo tenere conto di due cose: 1- Se Vannini avesse ragione, allora saremmo dinnanzi a uno dei tanti casi che vedono teologi di grande cultura perdere la fede e, se sacerdoti, si spretano ( io stesso ho avuto una relazione epistolare, scaturita dopo aver letto due sue opere, con un sacerdote teologo italiano, posto sui più alti livelli di studio dell’esegesi e della teologia, al punto tale da essere in grado di insegnare in Germania, nelle università che si tolse, depose, l’abito talare). E affermo questo, perché leggendo parti dell’opera del De Fiores, dal titolo “Maria nella vita dello Spirito” – edizioni Piemme – si ha tutt’altra impressione che non un ridimensionamento della figura di Maria; 2- Se Vannini, invece, ha torto allora andasse a farsi benedire, poiché in ambedue i casi saremmo di fronte alle elucubrazioni di individui che NULLA HANNO A CHE FARE CON IL MAGISTERO DELLA CHIESA E CON IL DOGMA DELLA VERGINITA’ DELLA MADRE DI DIO. Ma Augias non demorde e cita anche lo scrittore dissacratore Milan Kundera e brani tolti dalla sua opera “L’insostenibile leggerezza dell’essere” portando il discorso a livelli direi paleolitici della teologia, che si commentano da soli per la banalità del tema: la merda e Dio. Se Dio ha creato l’uomo a sua immagine somiglianza, allora Dio ha gli intestini e quindi usa la carta igienica almeno una volta al giorno. L’immagine che Augias ha di Dio è ferma all’uomo dalla barba bianca!! Infantile!! Pag 30. Non vale la pena soffermarci su questo, anche perché il concetto di “somiglianza dell’uomo a Dio” è così ampio che meriterebbe di superare la augiassica quanto puerile fase gastro-enterica. Vale la pena invece soffermarsi sulle citazione relative alla profezia di Isaia 7, 14: “ Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele .” richiamata dal Vannini, il quale ritiene, come tanti altri detrattori, che la versione biblica che i “settanta” fecero traducendo le Sacre Scritture dall’ebraico in lingua greca, contiene un errore: invece di tradurre la parola ebraica “almah = giovane donna” nel corrispettivo termine greco,

usarono la parola greca “parthénos = vergine”. Vannini afferma – pag 31 : “E’ un errore. In ebraico vergine nel senso di virgo intacta, donna che non

ha conosciuto un uomo, si dice betulah...” Errore? I “Settanta” furono
saggi appartenenti alle 12 tribù di Israele che furono mandati da Tolomeo II il Filadelfo ad Alessandria di Egitto per tradurre la Torah in greco. Si era nel III secolo a.C. Ora, riflettiamo un momento, chiedendoci: “Ma che profezia sarebbe quella di Isaia se avesse inteso detto “una giovane donna avrebbe dato alla luce un figlio…”? Anche noi siamo in grado di fare questa profezia… visto che al mondo di giovan i donne che mettono al mondo figli ce ne sono a milioni!! Differente sarebbe stato se Isaia avesse detto a Re Acaz “ Tua moglie metterà al mondo un maschio e gli darai per nome….” Ma non andò così. I “Settanta”, o chi per loro, intesero esattamente come le parole di Isaia fossero legate alla nascita di un re nella Casa di Davide e questa profezia era legata alla nascita di Cristo, coerentemente con le altre profezie di altri profeti. Ricordiamolo: i “Settanta” vissero nel III secolo a.C e non dopo la nascita di Cristo, per cui si sarebbe potuto sospettare un adattamento delle parole di Isaia!! Augias chiama poi in causa il Protovangelo di Giacomo. Ma sappiamo che la Chiesa non considera che i quattro Vangeli ( Marco, Luca, Matteo e Giovanni) come i soli veritieri. Gli altri sono solo Vangeli romanzati utili alla lettura ma non alla Salvezza. Per cui, sono le sue, solo osservazioni sui contenuti del protovangelo inutili e senza alcuna utilità teologica. A pag 33, Augias chiede:” Sta pensando alla nobile filosofia stoica,

immagino.” In riferimento a certe filosofie che privilegiano il distacco
dalle passioni, la castità. Vannini risponde alla domanda: “ Lo stoicismo, ma

non solo: anche il platonismo… sono paradigmi etici per i quali risulta assolutamente coerente un modello di purezza e verginità “ Questo
discorso per sottolineare come l’ellenismo con le sue lezioni pagane abbiano influenzato, secondo Augias e il professore, il messaggio di Salvezza neotestamentario ( a pag 839 del Nuovo Dizionario di

Teologia, edizioni Paoline Ed. 1979, si legge: “ E’ inconcepibile che questi racconti impregnati di mentalità ebraica, siano stati influenzati da un mito ellenico di nascita verginale. L’ambiente giudeo -cristiano… non avrebbe tollerato una simile intrusione”). Ma poi si afferma, con la domanda di Augias: “ Il che non avviene però nell’ebraismo.” La risposta di Vannini è: “ No, anzi, per la cultura ebraica la verginità degli adulti,

maschi o femmine, il non aver procreato, era considerata una maledizione. Per il Talmud un uomo non sposato a vent’anni era considerato maledetto da Dio…” Questa risposta non è un semplice interloquire, ma evidenzia
chiaramente che, essendo gli evangelisti ebrei, non potevano essere influenzati dall’ellenismo al punto tale da “inventarsi” la verginità di Maria sul’esempio dei modelli greci, conseguenti all’amplesso tra Zeus e donne mortali. Lo ricorda Vannini che la verginità nella religione ebraica è segno di mancanza di rispetto nei confronti di JWHW (Jahweh), il quale maledice gli scapoli impenitenti. E allora di cosa stiamo parlando? Ma non solo, qui abbiamo anche la risposta alla polemica tendenziosa aizzata da Augias sul fatto che Maria avesse altri figli e quindi non poteva essere vergine. Augias non perde tempo, saltiamo alcune osservazioni di poco conto e leggiamo a pag 36 la domanda-osservazione che pone a Vannini: “ Forse la

dottrina si è troppo ostinata nella difesa della verginità di Maria, tanto che le Scritture non dicono niente sul mantenimento di quella condizione dopo l’Annuncio… Giuseppe sarebbe stato il vero sposo di Maria. Uomo notevolmente più anziano di lei… egli non prende parte alla fecondazione di sua moglie, né si è mai congiunto con lei almeno fino alla nascita del bambino… Giuseppe diventa così il “padre putativo “, cioè presunto… di Gesù… L’altra conseguenza è quella, molto discussa, dei fratelli di Gesù… risulta invece fondamentale ai fini della “verginità “ “. Possiamo provare a definirla nei termini più attendibili? ”
Gesù aveva fratelli? Questa in buona sostanza l’argomento stimolato da Augias. Prima di leggere e riflettere sulla risposta di Vannini, occorre

richiamare il concetto su esposto e che riporto qui pari pari: Lo ricorda Vannini che la verginità nella religione ebraica è segno di mancanza di rispetto nei confronti di JWHW (Jahweh), il quale maledice gli scapoli impenitenti. Giuseppe, affermando che era molto più anziano di Maria ( Maria poteva avere sui 17 anni e Giuseppe almeno 35 se si interpreta quel “molto più anziano”) e secondo il concetto riportato in neretto non possiamo che avere tre condizioni: 1- Giuseppe era un Esseno e quindi seguì la via della castità, fino a che non gli fu promessa in sposa Maria; 2 – Giuseppe era vedovo e aveva già dei figli; 3 – Giuseppe era un reietto perché arrivò fino ad un’età che lo si poteva definire come “maledetto da Dio” perché non sposato e senza prole ( vedi la disperazione di Zaccaria Lc 1, 5-20) Ma Giuseppe viene definito da Matteo 1, 19 “ che era giusto…” quindi, la situazione di Giuseppe può solo soddisfare la seconda condizione, quella della vedovanza, poiché la setta degli Esseni, nella comunità ebraica non era vista di buon occhio, infatti gli Esseni vivevano una vita “monastica” lontano dalle città, nel deserto, per una scelta esistenziale, teologica ben precisa estranea alla mentalità ebraica. Se Giuseppe fosse stato un Esseno non si sarebbe di certo sposato. Per coerenza con la scelta fatta. Quindi, se Gesù aveva fratelli e sorelle questi erano di Giuseppe e di un suo precedente matrimonio. Un’ ipotesi questa verosimile per la condizione di fondo della mentalità ebrea summenzionata. Ma questa è una situazione che viene superata da un’altra considerazione e che estrapolo dalla mia riflessione su “ Inchiesta su Gesù” dello stesso Augias disponibile su questo stesso sito (SCRIBD.COM), in cui spiego il concetto della parola “fratello”. Riporto qui testualmente ciò che scrissi: Si cita il famoso brano di Marco Mc 6,2: “…Venuto il sabato incominciò a predicare nella Sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: “…non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone, e le sue sorelle non stanno qui con noi…? ”.

Il brano viene citato da molte dottrine (Vedi Testimoni di Geova), annunciatrici di particolari messaggi di salvezza, ma separate dalla Chiesa di Roma, per sostenere che Gesù fosse il primogenito di una numerosa famiglia. Occorre rammentare una cosa molto importante: in quel tempo la parola “fratello” veniva usata anche per indicare i cugini o, addirittura per indicare una comunione di comunanza spirituale. Se leggiamo in Matteo Mt 25,40: “… In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatta a me…” comprendiamo immediatamente il senso della parola. Allora, non è tendenzioso ribattere sui fratelli di Gesù usando il testo di Marco per negare, tralaltro, la verginità di Maria? Persino Calvino così si espresse: “Secondo il costume ebraico si chiamano fratelli tutti i parenti. E tuttavia Elvidio si è mostrato troppo ignorante, nel dire che Maria ha avuto diversi figli perché in qualche punto si è fatta menzione di fratelli di Cristo (Calvino, Commento in Matteo 13,55) Ecco dunque, i molti significati che nella cultura giudeo-ebraica la parola “fratello” poteva assumere: Fratello", cioè figlio degli stessi genitori: p.es. Caino e Abele (Gen 4,1-2); Esaù e Giacobbe (Gen 25,24-26, dove si tratta propriamente di gemelli); Mosè, Aronne e Miriam (Nm 26,59); "fratellastro", cioè fratello dello stesso padre ma madre diversa: p.es. i dodici figli che Giacobbe ebbe da quattro donne diverse (Gen 35,22-26; 37,4; 42,3; 42,4; 42,13); "parente" o "cugino", cioè generico appartenente alla cerchia familiare (cugino di vario grado, nipote = figlio del figlio, nipote = figlio del fratello): p.es. Abramo chiamava 'fratello' suo nipote (figlio del fratello) Lot (Gen11,27;13,8;14,14;14,16), e lo stesso dicasi per Labano verso suo nipote Giacobbe (Gen29,15). In 1Cr23,22 il termine 'fratelli' viene usato per indicare i 68 figli del fratello del padre, cioè i cugini di primo grado; in Lv10,4 indica i figli del cugino di primo grado; "membro di una stessa tribù", intendendo con tribù i 12 raggruppamenti etnici relativi ai figli di Giacobbe-Israele: p.es. Nm8,26; 2Sam19,11-13); "amico" o "alleato", in particolare nei momenti avversi: p.es. 2Sam1,26; 1Re9,13; Pr17,17; "collega", cioè individuo accomunato da un medesimo incarico di tipo religioso, civile, militare: p.es. 2Cr31,15; 1Re20,32; 1Sam30,23;

"prossimo", cioè individuo di pari grado sociale verso il quale si hanno precisi obblighi morali: p.es. Ger 9,3; Ez 47,14; "compagno nella fede", significato che nella successiva tradizione cristiana darà origine al termine 'frate': p.es. Dt1,16; Sal 133,1 (Sal132,1 nella ordinazione della Vulgata, ripresa anche dalla Bibbia CEI). In ultima analisi, facendo riferimento al verso, riportato nel libro – pag 112 – e che si riferisce a ciò che scrisse Paolo ai Galati: “ …Giacomo, il fratello del Signore…” Gal 1,19 ricordiamo: Giacomo e Giovanni sono figli di Zebedeo e non certo di Giuseppe!!! Più chiaro di così!! Ma nulla di tutto ciò è sottolineato da Augias e Pesce, perché occorre fare sensazione e portare il lettore alle loro tesi. Come al cinema o in televisione, dove si usano trucchi per rendere credibile l’incredibile. Ecco, come avete potuto constatare, Augias non demorde e continua a percorrere la strada della sua lotta contro il Credo della Chiesa di Roma, ma anche Chiesa universale, con fare che assai poco ha di intellettualità, ma molto ha, secondo quanto si legge, di povertà culturale, almeno nelle procedure espositive. La risposta, tralaltro assai prudente, di Vannini, su questo tema, è la seguente: “ Posso certo esporre alcuni dati e prospettare alcune ipotesi ( attenzione: ha detto ipotesi N.d.r), però con una premessa. La dibattuta

questione dei “fratelli” può essere risolta in due o tre modi diversi, come subito vedremo. Ritengo onesto riconoscere che la soluzione dipende soprattutto dalla scelta fatta a priori, ovvero dalla tesi ( attenzione: ha detto tesi N.d.r.) che si vuole sostenere. Personalmente, dunque, mi asterrei da un giudizio complessivo. “
Questa è la risposta che mette KO Augias: Vannini non si fa coinvolgere. La disamina che ne segue non ha così più alcuna importanza.

Vorrei, però sottolineare un’ultima cosa, l’insistenza di Augias a sostenere la non verginità di Maria, battendo il chiodo sul termine “primogenito”

riportato nel vangelo di Luca 2,7 “Ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito…”, ma Vannini gli risponde che primogenito nella cultura ebraica è usato anche per i figli unici. (pag 40)

RIFLESSIONE SUL TERZO CAPITOLO “TERRA D’ISRAELE” pag 42

Questo capitolo è una disamina geografica, storica e di costume; ha aspetti interessanti ma non nuovi; il sottolineare che i Vangeli non sono stati scritti dai noti evangelisti, nel senso che gli originali che sono giunti sino a noi non sono quelli scritti di pugno dagli evangelisti è cosa nota, ma nulla toglie che essi siano copie degli originali scritti di loro pugno, ma andati perduti; copie che poi venivano distribuite presso le comunità cristiane, che fino ad allora si erano accontentate dei racconti della tradizione orale, a partire dal I secolo d.C. Si sottolinea nelle ultime pagine del capitolo che il ruolo della donna, nel mondo ebraico, era di totale sottomissione all’uomo. Vero. Come nell’attuale società araba tradizionalista e come nella Sicilia degli anni ’50, inizi anni ’60 ( la Sicilia fu governata dagli arabi per circa due secoli) si esponeva il lenzuolo macchiato di sangue come prova di una prima notte di nozze regolare. Tutto questo è vero, ma è anche vero che con Gesù, le cose cambiano e cambiano quando, come si ricorda a pag 64, Gesù disse che “…i due saranno una sola carne” Mc, 10, 6. Essere una “sola carne” significa parità di funzione, di intenti, di diritti e di doveri: Gesù mette la donna allo stesso livello, non è solo un fatto di unione rituale, ma funzionale, ESISTENZIALE.

Viene, inoltre chiamato in causa San Paolo pensando di lui come la fonte ispiratrice di misoginia della Chiesa cristiano-cattolica, ovvero di considerazione scarsa nei confronti della donna. E’ vero che nell’arco di duemila anni, la donna nella società cristiana ha subito vessazioni, ma è anche vero che nella Chiesa vi sono donne proclamate “dottore della dottrina cristiana”, elevandole ad un rango superiore. Ma se leggiamo San Paolo, ad esempio in Galati 3, 19 ci accorgeremo come la Legge mosaica, e quindi le norme relative al ruolo delle donne, appesantito dalle regole imposte, aggiunte, dagli scribi, siano state superate dalla funzione della fede e della filiazione divina che proviene dalla fede. San Paolo va letto in tutto il suo percorso epistolare e non a tappe. Quelle che fanno comodo.

RIFLESSIONI SUL QUARTO CAPITOLO “SECONDO MATTEO, SECONDO LUCA” pag 65

Ritengo doveroso, visto che in questo capitolo si parlerà dei Vangeli, introdurre l’argomento di riflessione con alcune notizie che sintetizzano la realtà storica degli stessi. Per far questo prendo le stesse nozioni dalla mia opera sulle “Eresie di ieri e di oggi” disponibile su questo stesso sito. Ecco quindi le informazioni storiche sui Vangeli:

I Vangeli
I 27 libri canonici delle Scritture Greche furono scritti nel greco comune dell'epoca. Sembra però che il libro di Matteo sia stato scritto prima nell'ebraico biblico, a beneficio degli ebrei. Così dice Girolamo, traduttore biblico del IV secolo, aggiungendo che il libro fu in seguito tradotto in greco. Probabilmente fu Matteo stesso a farne la traduzione,

poiché, avendo lavorato alle dipendenze delle autorità romane come esattore di tasse, conosceva senza dubbio il latino e il greco. Gli altri scrittori cristiani della Bibbia, Marco, Luca, Giovanni, Paolo, Pietro, Giacomo e Giuda, scrissero tutti in koinè, la lingua comune, viva, compresa dai cristiani e dalla maggioranza della popolazione del I secolo. L'ultimo dei documenti originali fu scritto da Giovanni verso il 98 d.C. Per quanto si sa, nessuno di questi 27 manoscritti originali in koinè è giunto fino a noi. Degli originali ci sono pervenute copie, copie delle copie e famiglie di copie, che formano un'immensa riserva di manoscritti delle Scritture Greco-Cristiane.

Vangelo secondo Matteo
Il Vangelo secondo Matteo era destinato alle prime comunità cristiane di origine ebraica. Lo si evince dalla frequenza con cui sono riportate le citazioni dall'Antico Testamento. Matteo o Levi era un pubblicano, cioè esattore delle tasse, si sa che Gesù lo chiamò mentre sedeva al banco delle imposte e nulla toglie che egli stesso tradusse, poi, come già accennato, in greco ciò che aveva scritto in ebraico. D'altronde, lavorando Matteo per l‟amministrazione romana, ragioniere della tasse, aveva, sicuramente, una cultura superiore alla maggioranza analfabeta. Questo Vangelo, ricco di parabole, contiene il celeberrimo discorso della montagna, e che rappresenta, per così dire, il testamento di Cristo e la nuova visione del mondo redento. L‟uomo non più obbediente e seguace del Dio degli eserciti ma, semplicemente, del Dio dell’Amore. Gesù, novello Mosè, sale sul monte, promulgazione della nuova volontà di Dio, e, così Gesù, come Mosè, maestro della Legge, rivela il suo magistero, ma con una sostanziale differenza: non più una legge scritta sulla pietra, ma la Rivelazione che essa è scritta nel cuore di ogni uomo. La dottrina di Gesù viene promulgata come compimento di quella mosaica e con essa si confronta in una serrata disamina che rappresenta il superamento della legge antica, ne esplicita il significato profondo e ne stabilisce i parametri, ormai universalizzati: per il cristiano, l'obbedienza

a Dio non trova più un supporto visibile scritto, ma deve superare la materia entrare nella sfera spirituale, mediante la fede, ed incontrare la volontà dello stesso Dio: "Infatti, se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" Mt 5,46-48.

Vangelo secondo Marco

Il Vangelo di Marco, nel canone della Bibbia, è il secondo dei Vangeli sinottici del Nuovo Testamento, attribuito a San Marco Evangelista. L'opera descrive la vita di Gesù dal battesimo da parte di san Giovanni Battista alla resurrezione, concentrandosi particolarmente sull'ultima settimana della sua vita. E’ quel Marco che, secondo la tradizione, fu discepolo anche di Pietro - 1 Pt 5,13 - e suo interprete, secondo Papia, che, in un passo trasmessoci da Eusebio di Cesarea, afferma: “Marco, divenuto interprete di Pietro, scrisse accuratamente, ma non in ordine, quanto si ricordava di ciò che il Signore aveva detto o fatto.” Il Vangelo di Marco fu scritto principalmente per i cristiani di cultura greca. Dalla critica interna del testo si evince infatti la preoccupazione per la spiegazione delle tradizioni giudaiche e per la chiarificazione delle parole aramaiche utilizzate, come: ταλιθα κουμ (talitha cum, 5,41); κορβαν (corbàn, 7,11); αββα (abbà, 14,36).Può così essere spiegato anche il ricorrere di latinismi, che si incontrano nel testo, quali: σπεκουλατορα ("soldato della guardia, 6,27), ξεζηων (sextario 7,4), κοδπανηηρ ("moneta", 12,42), κενηςπιων ("centurione", 15,39). Il capitolo 16 del Vangelo venne aggiunto durante il II sec; è noto tra gli esegeti come “La finale di Marco” e fa parte delle scritture ispirate; è ritenuta canonica. Una giustificazione a questa aggiunta viene dalla constatazione come il racconto di Marco si fermasse bruscamente al

versetto 8 e che l‟attuale finale sia stata aggiunta per colmare una lacuna verificatasi chissà come e chissà quando. Comunque questo brano evangelico fu riconosciuto già dal II secolo da Sant’Ireneo e da Taziano. Se non si può provare che sia opera di mano di Marco, viene, dalla Chiesa, universalmente riconosciuta come una autentica reliquia, dai contenuti coerenti con il racconto evangelico, della prima generazione cristiana.

Il Vangelo secondo Luca
L'autore del terzo vangelo non è un apostolo ma si tratta quasi certamente del discepolo di Paolo di Tarso. Luca era anche un colto medico, originario di Antiochia di Siria. Paolo lo cita in alcune sue lettere, chiamandolo "compagno di lavoro" (nella Lettera a Filemone 24) e indicandolo nella Lettera ai Colossesi 4,14 come "caro medico". Mentre in un duro carcere attende il supplizio, Paolo scrive a Timoteo che ormai tutti lo hanno abbandonato, meno uno: "solo Luca è con me" (4,11). E questa è l'ultima notizia certa dell'evangelista. Alcuni esegeti sottolineano come Luca dà nel suo racconto della vita di Gesù, anche notizie storiche necessarie per tramandarne la Verità su Gesù all’interno della realtà storica contemporanea a Gesù stesso. Nel 3 capitolo, infatti, l‟evangelista racconta: “: “Era l' anno quindicesimo del regno di Tiberio Cesare: Ponzio Pilato governava la Giudea, Erode era tetrarca della Galilea e suo fratello Filippo dell' Iturea e della Traconitide; Lisania governava la provincia dell' Abilene, 2 mentre Anna e Caifa erano i sommi sacerdoti. In quel tempo la parola di Dio…” Lc 3,1 La datazione della composizione del Vangelo di Luca oscilla tra il 70 e l'80. Alcuni propendono per una datazione alta e ritengono probabile che esso sia stato scritto prima del martirio di san Paolo, avvenuto attorno al 67 in Roma. Questa datazione si deduce dal fatto che l'altra opera lucana facente parte del Nuovo Testamento, gli Atti degli Apostoli inizia proprio con un richiamo al preesistente Vangelo dello stesso autore e che essa si conclude con la narrazione della prigionia di San Paolo in Roma, senza alcun cenno alla sua condanna ed esecuzione. Un altro dato che

porterebbe ad una data più tarda è il seguente passo di Sant'Ireneo: "Luca ha consegnato in un libro il Vangelo che Paolo predicava" per dedurne che esso indicherebbe che l'evangelista abbia composto l'opera dopo il martirio dell'Apostolo.

Il Vangelo secondo Giovanni
L'ipotesi tradizionale, che identificava l'anonimo autore del vangelo - il discepolo che Gesù amava -, con l'apostolo Giovanni inizia a partire dalla fine del II secolo. Sant'Ireneo, fu il primo ad attribuire quel quarto vangelo che circolava nelle comunità dei nazareni a un 'Giovanni', non l'apostolo per la verità, ma il 'discepolo'. Infatti verso il 180 scrisse: «Giovanni, il discepolo del Signore, colui che riposò sul suo petto (Gv 13,3), ha pubblicato anche lui un Vangelo mentre dimorava ad Efeso in Asia» (Adversus Haereses III, 1, 1) E‟ evidente come poco importi, per la nostra fede, la disquisizione su Giovanni apostolo o Giovanni il discepolo che Gesù amava, poiché chi ha scritto il Vangelo fu testimone dei fatti narrati . Eusebio, comunque, riportando questa notizia, ritiene che Ireneo si basasse sulle testimonianze di San Policarpo vescovo di Smirne (morto martire a Roma nel 155), il quale avrebbe conosciuto personalmente Giovanni (stavolta l'apostolo) essendone stato discepolo. Questo ci è anche confermato da Ireneo medesimo, che, nella sua lettera a Florino, ricorda il suo incontro con Policarpo ed il fatto che Policarpo «raccontava della sua dimestichezza con Giovanni e con le altre persone che avevano visto il Signore» (Historia Ecclesiastica V, 20, 4). Ireneo ricorda anche che Policarpo fu eletto vescovo di Smirne dagli apostoli, e Tertulliano asserisce che egli fu fatto vescovo proprio da Giovanni. Queste affermazioni incontrovertibili dimostrano come alcuni storici, viaggiando liberamente nel mondo delle ipotesi su chi ha scritto questo o qual vangelo, tacciano su pietre miliari della storia come queste testimonianze.

E‟ certo che il Vangelo secondo Giovanni possiede un alto grado di misticismo e di speculazione spirituale.

E per concludere, inseriamo anche alcune note sugli scritti e sui vangeli apocrifi per avere un quadro chiaro anche su essi:

Gli Apocrifi nel Nuovo Testamento
Come accennato nelle prime pagine di questa opera, moltissimi furono gli scritti di contenuto cristiano che, in seguito, vennero chiamati apocrifi. Tali scritti hanno, la stragrande maggioranza, solo un contenuto culturale ma non teologico, poiché risultano contaminati da dottrine che non sono in sintonia con la Rivelazione cristiana insegnata da Madre Chiesa Romana fin di primi secoli. I tre criteri usati dalla Chiesa cristiana antica per considerare un testo canonico nell'ambito del Nuovo Testamento sono stati: Paternità apostolica: attribuibile all'insegnamento o alla diretta scrittura degli apostoli o dei loro più stretti compagni; Uso liturgico: testi letti pubblicamente nei riti liturgici delle prime comunità cristiane; Ortodossia: testi che rispettino le verità dogmatiche di fede (Unità e Trinità di Dio, Gesù Cristo vero Dio e vero uomo...). Gli Apocrifi del Nuovo Testamento sono solitamente divisi in base a contenuto, genere e ambiente d'origine nelle seguenti categorie: I Vangeli Apocrifi -cristiani

Atti apocrifi Atti di Andrea; Atti di Andrea e Mattia; Capitolo 29 degli Atti degli Apostoli - descrive l'arrivo dell'apostolo Paolo in Bretagna dove predica a una comunità israelita; Atti di Barnaba; Atti di Bartolomeo e il martirio di Bartolomeo; Atti di Santippe e Polissena; Atti di Filippo; Atti di Giovanni; Atti di Marco; Atti di Matteo; Atti di Paolo; Atti di Paolo e Tecla; Atti di Pietro; Atti di Pietro e Andrea; Atti di Pietro e i Dodici; Atti di Pietro e Paolo; Atti di Pilato; Atti di Simone e Giuda; Atti di Taddeo; Atti di Timoteo; Atti di Tito; Atti di Tommaso Molti di questi Atti hanno forti influenze gnostico-esoteriche, docetiste, manichee ed encratiche – Encratiti: persone che praticarono la continenza - chiamati da Sant'Ireneo di Lione ’Egkrateîs e da Clemente Alessandrino e Sant'Ippolito di Roma ’Egkratetai, furono una setta gnostica orientale che si diffuse in Gallia e Spagna tra la fine del III e l'inizio del IV secolo. Ecc… Vedi l’opera “Adversus Christum. Le Eresie di Ieri e di oggi” di Antonio Dal Muto- SCRIBD.com

Ora possiamo continuare la nostra disamina del quarto capitolo. Augias non perde tempo per deformare la verità evangelica contenuta in Matteo. Parlando della promessa sposa, Maria, scrive Augias – pag 65:

“…è visibilmente in cinta…”. Le parole di Matteo – Mt 1,18- dicono invece:
“…prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo.” Quel “visibilmente” che Augias ha scritto, lo ha scritto per deformare la verità evangelica, in quanto, per coerenza con quanto asserito a proposito delle usanze ebree in materia di fedeltà coniugale, se Maria fosse stata “visibilmente” incinta prima di sposarsi, lo sarebbe stato anche per la comunità in cui viveva e non solo per Giuseppe. Quindi sarebbe successo uno scandalo enorme. Si tenga presente che le vesti femminili di allora coprivano molto il corpo della donna a causa di

larghe vesti e di mantelli, quindi lo stato di gravidanza della donna con quelle vesti sarebbe stato visibilmente constatabile solo al quinto-sesto mese. Augias prosegue richiamando in causa la profezia di Isaia, di cui abbiamo già parlato, che aver profetizzato che “vergine” e non una “ giovane donna” è frutto di un errore. Ma non sarebbe stata una profezia, visto che al mondo di giovane donne che partoriscono figli ce ne sono in continuazione. Potremmo dire che quella di Isaia, letta come fa Augias e i suoi degni commentatorii, è una profezia che mai si avvererà, perché nonprofezia, ma una banalità dialettica!! La lettura segue con la puntualizzazione che le figure di Maria e di Giuseppe vengono trattate, nei Vangeli, marginalmente, specialmente quella di Giuseppe. Proviamo a ragionare un momento: il messaggio di Salvezza compiuto da Gesù Cristo è la conclusione dello stesso messaggio iniziato con Abramo, qualche millennio prima. Tutto il Vecchio Testamento è imperniato su eventi preparatori all’avvento del Messia e quindi è il Messia l’attore principale!! Non credo che occorre aggiungere altro se non che la figura di Maria, Madre di Dio, nella storia di questi ultimi duemila anni, abbia è ancora ha, il suo preciso ruolo di Madre delle creature di Dio, gli uomini, che attraverso le apparizione note (riconosciute valide dalla Chiesa) sta portando avanti il messaggio della Redenzione e Salvezza di Cristo e in Cristo solo. Ecco che la critica portata avanti da Augias, fa acqua da tutte le parti poiché dimentica che il Messaggio evangelico è ancora in atto; è un messaggio che va visto in prospettiva a partire da quello cartaceo. Vannini fa inoltre una dichiarazione che non si riscontra nella posizione della Chiesa a proposito degli apocrifi – pag67 – “…ma anche i numerosi

altri

cosiddetti

“apocrifi”

che

dobbiamo

comunque

prendere

in

considerazione – seppur dotati di qualche riferimento storico, sono eminentemente teologici, scritti, come abbiamo già detto, parecchi anni

dopo la morte di Gesù…”. L’introduzione a questo capitolo, contiene, avete
letto, alcune notizie sugli apocrifi e avrete anche letto, come vi ho riferito a proposito degli apocrifi, che: “Tali scritti hanno, la stragrande maggioranza, solo un contenuto culturale, letterario, ma non teologico, poiché risultano contaminati da dottrine che non sono in sintonia con la Rivelazione cristiana insegnata da Madre Chiesa Romana fin di primi secoli.” Ecco, questo basta per comprendere che quelle contaminazioni (gnostiche, manichee) hanno sì pretese teologiche, ma non sono della teologia confermata dagli scrittori cristiani dei primi secoli a partire da San Paolo, coerentemente con i Vangeli Sinottici che conosciamo e che sono quelli che la Chiesa ha riconosciuto essere gli unici e ispirati!!

Per quanto riguarda le parole di Vannini, nel proseguo immediato della lettura: “ …dobbiamo tener presente che, fin dall’inizio, non c’è

stato un solo “cristianesimo” bensì molti…” non possono essere
interpretate come ci vorrebbe far credere; vale a dire, che se manchiamo di leggere gli scritti apocrifi la confusione regnerà sovrana in merito ai Vangeli ufficiali. Ma, aggiungiamo noi, in quanto alla testimonianza delle divergenze esistenti nelle varie comunità cristiane, nel primo secolo, ci sono le Lettere di San Paolo le quali rimettono in ordine le cose in funzione del Vangelo di Cristo che egli, San Paolo, non dimentichiamolo mai, HA RICEVUTO DIRETTAMENTE DA CRISTO nell’episodio avvenuto sulla via per Damasco. Possiamo quindi affermare che le Lettere di San Paolo costituisco il “primo Vangelo” che nulla ha di incoerente con quegl’altri quattro, anzi, riportano alla teologia contenuta dai quattro vangeli. NON SERVE ALCUNA DISAMINA DEGLI APOCRIFI per capire o aggiungere qualcos’altro alla teologia evangelica. Giustamente Vannini aggiunge: “ Ai vangeli interessa esprimere la fede in Gesù, l’Unto,

il Messia ovvero, dal greco, il Cristo..”, Ma non sono d’accordo con quanto
scrive poi di seguito a queste frasi ”dunque il loro scopo è diffondere una

più o meno elaborata teologia.”. E’ molto riduttiva la visione dei Vangeli

che ne dà Vannini ( “contaminato” da Augias?), sorretto forse da Augias, fedele alla sua visione distorta che coincide con la tesi di questo libro. La teologia contenuta nei vangeli non è poco elaborata, ma è essenziale al racconto della vita di Cristo. Ed è essenziale quanto basta, poiché è nella promessa fatta da Cristo che la rivelazione ha, avrà, un suo seguito e quindi la lezione teologica ha e avrà un suo sviluppo nella promessa che ritroviamo in San Paolo quando dice che siamo destinatari dell’eredità promessa in quanto figli di Dio. E lo scopriamo leggendo i versetti del vangelo di Luca Lc 24,45 “ Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Sacre Scritture…” e in Giovanni Gv 14, 26: “…ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà a mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto.” Quindi, dalla teologia essenziale contenuta nei vangeli si passa alla Teologia rivelata che non è e non potrà mai essere disarmonica con quella scritta. Per questo affermai sin dall’inizio che le Sacre Scritture o si accettano in toto o in toto si rifiutano, senza fare dei distinguo. Come pretende di fare Augias. Da pag 67 a 69 la intellettuale quanto acculturata disamina della coppia (che scoppia in molti punti) Augias-Vannini scende a livello di borgata romana riportando alla luce dicerie sorte tra le comunità giudaiche e cristiano- giudaiche del primo secolo, secondo le quali, Maria sarebbe stata una prostituta e Gesù, addirittura figlio di un centurione romano noto come “pantera” Mi sembra di sentirle le voci dei borgatari giudei a Roma dire: “Gesù, er fijo der Pantera”. A chi serve portare alla luce il gossip di duemila anni fa?. Pur sapendo che tra le due comunità non scorreva buon sangue? Le malelingue c’erano allora come ora. Addirittura l’Imperatore Claudio, come ci riferisce Svetonio (Claudio 11 25), cacciò i giudei da Roma perché, bisticciando continuamente con i giudeo-cristiani, mettevano in pericolo la sicurezza pubblica “ …a causa di un certo Chresto”. E questo gli ebrei di allora se lo legarono al dito, tanto da far sospettare che le

accuse nei confronti dei cristiani a proposito dell’incendio di Roma, sotto Nerone, fu alimentato da loro, al punto, si suppone, che denunciarono alle autorità Pietro. Questa ipotesi trova sostegno nel quarto Vescovo di Roma (il papa) tale Clemente Romano che, scrivendo una lettera alla comunità dei Corinti, riferì che Pietro fu messo a morte “…per invidia e gelosia…” Gelosia da parte di chi se non dalla comunità giudea che non vedeva di buon occhio le conversioni e le guarigioni che Pietro compiva. Ovvie quindi le malelingue. Ma se non vengono spiegati i retroscena, queste dicerie verranno prese dai beoni - il pubblico di lettori che alimenta il successo di Augias con libri come questo – come ipotesi da prendere sul serio. Proseguiamo la lettura e a pag 70: i due si soffermano sulla genealogia di Gesù, scritta da Matteo all’inizio del suo Vangelo, sottolineando il contrasto “morale” tra le figure femminili veterotestamentarie contenute in essa e il risultato finale: la nascita di Gesù. Per esempio, tra le donne presenti nella genealogia vi è Raab: la troviamo nel cap 2 del libro di Giosuè dove si dice che era una prostituta, ma si comprende che la stessa si converte al Dio di Israele, tanto da rimettere a lui, attraverso i personaggi nominati, la vita dei suoi familiari. La genealogia va intesa solo come mezzo per far comprendere che Gesù proviene dalla Stirpe di David, il quale discende da Abramo, colui dal quale, fu promesso, nascerà una discendenza numerosa come i granelli di sabbia: i figli di Dio per mezzo di Cristo. Un’inesattezza ( in buona fede? In mala fede? ) viene riportata a pag 71, a proposito della nascita di Gesù in funzione della discendenza. Vannini dice “ Matteo scrive che “X” ( il padre) generò y (il figlio) per Maria

leggiamo (Mt 1,16) che “Giacobbe generò Giuseppe, sposo di Maria, da cui fu generato Gesù”. Ora, se la lingua italiana mi è ben chiara, noto una
forte differenza da quanto riferito da Vannini a quanto scrive la Bibbia di Gerusalemme nel versetto nominato; infatti leggiamo: “Giacobbe generò

Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo” non “da cui” che potrebbe far intendere che da Giuseppe, essendo le parole “sposo

di Maria” poste tra virgolette, come fosse una

puntualizzazione secondaria, fu generato Gesù. Matteo, avete letto, scrive - Bibbia di Gerusalemme - “dalla quale è nato”. Questo mi pare si chiami “fare il pelo e contropelo”. Infatti, questa differenza fa propendere che l’errore sia in malafede, poiché Vannini aggiunge: “Tutto

ciò, come dicevamo, contribuisce a tenere in certo modo nell’ombra tutta la vicenda”.
Augias prosegue nel suo intento demolitore della figura di Maria e chiede a Vannini, pag 71: “Abbiamo già citato una circostanza alla quale si pensa

poco e che anzi si tende spesso , più o meno intenzionalmente, a sottovalutare. Tutti i vangeli, canonici o apocrifi che siano, sono stati scritti parecchi anni dopo i fatti che, ciascuno a suo modo, narrano e da autori che non ne sono stati testimoni diretti.” Per chi ha una conoscenza
anche approssimativa dei Vangeli, ci si rende conto, leggendo questa prima parte di domanda augiassiana, per come è posta, sia molto approssimativa. Sugli apocrifi abbiamo già detto che sono racconti romanzati o presentano una teologia che poco o nulla ha con quella riconosciuta dalla Chiesa; per quanto riguarda i vangeli ufficiali, sappiamo che i tre, detti sinottici, ossia quello di Matteo, Marco e Luca, sono detti tali, poiché narrano fatti sostanzialmente paralleli e simili. E tanto per rispondere all’affermazione : “…si tende spesso, più o meno intenzionalmente a sottovalutare…” che nella Bibbia di Gerusalemme, Ediz 1971, a pag 2074 così è scritto: “ Dei quattro Vangeli canonici, i primi tre presentano tali somiglianze tra loro che si possono benissimo mettere in colonne parallele e abbracciare “con un colpo d’occhio”: da qui il nome “sinottici” “. Il Vangelo di Giovanni ha invece un taglio molto più mistico e teologico sin dal prologo, ma non per questo in contrasto con gli altri tre. Falsa quindi l’affermazione generica che: “ …che ciascuno a suo modo,

narrano ( i fatti)…”, facendo intendere così che usano punti di vista

differenti e distanti tra loro. E per rispondere all’affermazione insita in questa prima parte di domanda “ …da autori che non ne sono stati

testimoni diretti.”, sempre sulla Bibbia di Gerusalemme leggiamo - pag
2074 -: “ La tradizione della Chiesa, attestata sin dal II secolo, li attribuisce rispettivamente a San Matteo, San Marco e San Luca. ” Sappiamo però che gli originali scritti dai testimoni diretti non ci sono arrivati, ci sono arrivate copie di copie, ma questo non esclude che le fonti originali fossero state scritte dai testimoni dei fatti. Ovviamente, poi, nel copiare, senza la tutela di una guida unica, furono aggiunte specificità estranee tanto da far debordare i tanti scritti nelle letteratura apocrifa. La Chiesa, nel corso della storia, ha saputo estrarre dalle tante supposizioni evangeliche i soli scritti coerenti tra loro e veritieri. Augias proseguendo nel suo discorso, Pag 72basato su approssimazioni, deborda con: “Proprio per questo l’oscurità che circonda

la vicenda dei due sposi, Maria e Giuseppe, la scarsità delle notizie, per di più contraddittorie, che li riguardano, a me sembra particolarmente significativa. Nella teologia che progressivamente viene costruita, Maria occupa un ruolo molto marginale. Anzi, se non sbaglio, una decisa reticenza nei suoi confronti permea tutti i primi testi che conosciamo.” Vannini
incalza sottolineando la marginalizzazione delle figure di Maria e di Giuseppe anche da parte di San Paolo, ricordando come l’ultimo degli apostoli, Paolo appunto, scrisse nella lettera ai Galati 4,4-5 “Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge…” prendendo le parole” …nato da donna…” come la conferma della totale umanità sia di Cristo che di Maria. Egli ribadisce inoltre: “Manca un qualunque accenno al

concepimento e alla nascita verginali, o comunque a un qualche evento eccezionale che segni la venuta al mondo di colui che Paolo indica peraltro come il Figlio di Dio” Il metodo di analisi della coppia Augias-Vannini
appare conforme all’intenzione di dimostrare, attraverso l’analisi delle Sacre Scritture che Maria era totalmente donna e Cristo totalmente uomo ( a questo punto le scritture non sarebbero più “Sacre” per ovvie

ragioni) e per far questo frammentano le stesse, spezzando la visione d’insieme della realtà cristologica. In tema di “…evento eccezionale…” San Paolo ha scritto e come!! Leggiamo, giusto per fare qualche esempio, 1Cor 8,6. “ Per noi c’è n solo Dio, il Padre, dal quel tutto procede e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui” Qui è sottintesa la divinità di Gesù grazie al quale “esistono tutte le cose”; è il Logos di Giovanni; altro esempio nella Lettera ai Filippesi Fp 2, 6-8 . “ Il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua eguaglianza a Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte a e alla morte di croce…” Ecco l’evento eccezionale che a Vannini e ad Augias mancava!!! Qui Paolo non dice “nato”, ma “apparso” e se le parole hanno un senso, lo stesso senso che Vannini dà a “nato da donna” dovrebbe soffermarsi sulla parola “apparso” con la stessa metodologia. Forse scoprirebbe come il parto verginale di Maria abbia veramente qualcosa di sovrannaturale. E il lasciare in ombra la figura di Giuseppe ha un senso se ricordiamo che San Paolo è stato evangelizzato direttamente da Cristo e da Cristo ha ricevuto la sua missione. Appare insidiosa la riflessione che Augias espone – pag 79: “Se capisco

bene, l’Annunciazione ha dunque, per Luca, un significato essenzialmente simbolico” e Vannini aggiunge: “Simbolico e, ripeto, teologico.” Ora
occorre riflettere sul significato di teologia, cosa è la teologia e cosa espone la stessa. Se per teologia intendiamo la scienza delle supposizioni su Dio e sulla sua azione salvifica, allora la materia la possiamo comparare alla fantascienza; se invece pensiamo che teologia sia la scienza che rivela l’azione di Dio, la concretezza delle sue azioni ecc. allora parliamo di cose concrete e quindi, nulla hanno di simbolico. Questo è quello che penso io in virtù della fede e della certezza che Cristo è risorto; in virtù della certezza espressa da San Paolo di cui

Luca è stato discepolo e che quindi, per tornare ad Augias, non può aver inteso nulla di simbolico nel messaggio della salvezza. Nella lettera ai Filippesi 2, 9 san Paolo scrive: “Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù Cristo ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore…” Ecco questa è la teologia che appartiene al cristiano. Cosa sostanziale e non simbolica. Per quanto riguarda il simbolismo, eventualmente, questo va ricercato nel Vecchio Testamento poiché gli eventi narrati sono avvenuti in funzione della venuta di Cristo e ad egli essi richiamano e non perché simbolici sono da considerarsi non avvenuti, ma perché il percorso del messaggio della Salvezza ha avuto un suo inizio in Abramo e il suo termine lo ha avuto in Cristo: un percorso che ha avuto linguaggio diverso, ma dettato da una mente unica, quella di Dio per cui improntata e legata alla futura Rivelazione. Quello che abbiamo detto vale anche per il seguito dei discorsi affrontati dai due.

RIFLESSIONI SUL CAPITOLO QUINTO “IL MISTERIOSO GIOVANNI” pag 82 Se chi legge non ha ancora capito che Augias è un non credente che vuole demolire le “Sacre” Scritture per renderle solo “ Scritture”, nell’inizio di questo capitolo ne avrà la prova. Infatti ecco come comincia – pag 82: “

Dobbiamo affrontare il testo sublime ( chissà cosa intende per sublime
N.d.R.) e complicato del quarto vangelo detto di Giovanni. E’ molto diverso

dai tre che lo precedono. Già in Marco, Matteo e Luca i riferimenti e gli episodi hanno più un valore allegorico che non storico o biografico…”
Queste affermazioni sono pane per i suoi lettori preferiti: i beoni! Quindi per Augias i tre vangeli sinottici sono essenzialmente allegorici . Quindi Cristo è solo un’allegoria del bene che vuole vincere sul male. E il vangelo di Giovanni è addirittura molto più che allegorico, a nzi, “ In Giovanni

questo allontanamento dai fatti concreti di cui è tessuta ogni esistenza, compresa quella di Gesù, diventa pressoché totale ” continua Augias: “ che non possa, anzi debba, essere letto in chiave metaforica o simbolica. Altro che bottiglie vuote…”. Insomma la Parola di Dio è pura allegoria: un
trattato di simbologia fantacristiana!! Ma Vannini non ci casca, forse perché comprende che Augias lo vuole, forse, far cadere nella trappola. E così risponde- pag 83- a questa osservazione: “ Come nei tre sinottici,

dicevo, anche nel quarto vangelo sono presenti dei particolari che fanno capire come l’autore, chiunque sia stato, era a conoscenza di fatti precisi della vita di Gesù. Ad esempio, nel capitolo primo, parlando della chiamata dei due primi discepoli, l’evangelista dice: “ Era circa l’ora decima” (cioè verso le quattro del pomeriggio). Una notazione che non ha nessun senso ai fini del racconto e che si giustifica solo in forza di un ricordo personale, o comunque di una testimonianza diretta” Ecco, Augias ha il suo
ben servito: il Vangelo di Giovani presenta ambientazione storica e temporale! Altro che “allontanamento dai fatti concreti”. Vannini continua con il realismo conoscitivo della materia: “ Questo è un po’ il problema…

tenere presente che si tratta di documenti teologici e storici insieme…”
In poche parole, sono fatti narrati realmente accaduti e che hanno valore teologico nell’ottica della salvezza. E questo incedere non si discosta dalla nostra realtà terrena, in cui fatti storici hanno anche valore politico in funzione degli obiettivi che i protagonisti si pongono. Qualsiasi evento ha sempre più di un significato. E questo è forse strano? Fa sorridere Augias quando sottolinea: “ Questa sua osservazione

introduce un tema importantissimo, la differenza tra la fede percepita dai semplici e quella elaborata dai sapienti…” Fa sorridere, perché è la
fede dei semplici che ha maggiore successo, mentre quella dei sapienti spesso arriva nella perdita della stessa. Infatti, guarda caso San Paolo ricorda Isaia 29, 14 nella prima lettera ai Corinzi 1,19: “ Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti .” Ma è anche Augias a far sorridere per gli sfondoni che dice!! Faccio un passo indietro a proposito – pag 82 – per evidenziarne uno nell’ osservazione fatta: “ Questo pone agli esegeti parecchi problemi interpretativi, apre la

strada a differenti modi di intendere la narrazione, nel nostro caso rischia di allontanare il lettore non specialista dal fascino del racconto .”
Cari cristiani, se non siete degli specialisti, degli esegeti non avete speranza… di comprendere il Vangelo di Giovanni!! Dio purtroppo ci ha donato la fede ma non… la specializzazione!! Comunque, per coerenza, continuo a chiedermi cosa intende Augias per “fascino” del racconto, se il valore che attribuisce ad esso è allegorico, lontano dai fatti, quindi un romanzetto di fantascienza teologico-cristiana. Bah! La lettura procede secondo un incedere di supposizioni che nulla hanno a che vedere con la fede cristiana quanto, piuttosto, con il metodo scientifico che pesa, soppesa, analizza, sminuzza, trita e alla fine il risultato non può essere che un banale “pugno di mosche”. Ma tra le righe si nasconde sempre il tarlo che vorrebbe minare la fede del lettore poco accorto. Infatti, il solito Augias, in maniera quasi luciferina direi, afferma che – pag 86 -: “… Gli uomini che si ritengono investiti da una grande

missione -religiosa, ma anche sociale e politica- … da arrivare a trascurare i rapporti affettivi anche con i familiari più stretti…” riferendosi al fatto
che nelle Nozze di Cana, -Gv2,3-4, Gesù si rivolge alla madre, che gli chiese di intervenire, perché il vino era finito, con un “ Che c’è tra me e te donna?” Ma Cristo non appartiene agli esseri umani che hanno missioni da compiere per salvare un lembo della storia e del tempo; Gesù è Dio e la sua missione è salvare tutta l’umanità, presente e futura. Infatti Augias non prende in esame le parole di Giovanni che Vannini ha riportato, ossia che Gesù-Logos è Dio, perché resterebbe muto se le accettasse. Allora meglio aizzare il polverone. E Augias lo fa, continuando sulla strada bianca, quella non asfaltata e la polvere continua ad alzarsi. A pag 90, egli dice: “ Qui Maria, stando alla

lettera del testo, dimostra il grandioso amore materno capace di superare le bizzarrie, gli sgarbi di suo figlio”
Sinceramente, possiamo veramente credere che Gesù fosse capace di essere sgarbato con la madre? O addirittura additarlo per atteggiamenti bizzarri? Solo i patacconi possono crederlo, poiché ad Augias sfugge e, credo, in malafede, la visione totale della missione di Cristo in funzione del messaggio della Salvezza. “Io sono venuto a fare la volontà del Padre mio” E in fatto di simbologia, si insiste, che Maria simboleggia la nuova alleanza, occorre ribaltare il concetto: in realtà è l’Arca dell’alleanza che è simbolo di Maria; con Maria si ha la concretizzazione ultima della vera alleanza, preconizzata con il simbolo dell’Arca, dentro la quale la Legge è scritta sulla pietra, simbolo della Legge scritta nel cuore. Ma da sempre! I cuori e la coscienza, come sappiamo agivano già al tempo della Legge scritta sulla pietra. Con Gesù e Maria si ha la rivelazione del mistero nascosto da secoli, come scriverà San Paolo, ossia che la Legge Dio l’ha scritta da sempre nei cuori dell’uomo, poiché da sempre l’uomo è figlio di Dio. Ma essendo duri di cuore, gli israeliti, come rimproverò loro Mosè, fu necessario usare simboli per arrivare gradualmente alla Verità-Cristo.

Occorre tenere a mente questo per non fraintendere quando si dice che alcuni passi del vangelo di Giovanni “simboleggiano”. Caso mai essi “rivelano” la realtà simbolica di eventi del Vecchio Testamento. Gli interventi di Vannini stimolati dalle riflessioni di Augias proseguono sul retto modo di porsi anche se “il simboleggiare” rispecchia un modo di vedere rovesciato.

RIFLESSIONI SUL SESTO CAPITOLO “ LA BAMBINA MARIA” pag 93 Per ragionare sull’infanzia di Maria, Augias non trova meglio, come al solito, che consultare dei testi apocrifi come fossero vangelo, nel senso attendibili. Abbiamo già detto in merito agli apocrifi e non torniamo sul’argomento. Di questo capitolo vorrei soffermarmi invece sulle parole di Augias a pag 101, che così si esprime: “…il mito di Maria è stato

costruito proprio per venire incontro a questo bisogno di umana dolcezza, di fiducia, di abbandono nella consolazione di un grembo materno…” Ecco,
Maria, la Madre di Dio è diventato un mito (talaltro è il sottotitolo dell’opera) e come i miti confinano, ovviamente, con il territorio della leggenda. Il vocabolario Oli-Devoto dà della parola MITO una definizione precisa: “Fatto esemplarmente idealizzato in corrispondenza di una carica di eccezionale o diffusa partecipazione fantastica o religiosa … Quanto è capace di polarizzare le aspirazioni di una comunità o di un’epoca elevandosi a simbolo privilegiato e trascendente.” Esempio: il mito di Napoleone. Maria Madre di Dio è un mito? O è la figura che, legata a Cristo, introduce concretamente nell’umanità la reale possibilità di riscatto dell’uomo, donandogli la possibilità di riscoprirsi nella sua vera natura, quella di Figlio di Dio, per il quale la morte non fu pensata?

EVA, l’ARCA e MARIA sono le tre chiavi di lettura per comprendere il messaggio della salvezza. Eva, donna spirituale per mezzo della quale l’uomo conobbe la separazione da Dio, dividendo così lo spirito dal corpo e con questa divisione conobbe il bene e il male: Gn 3,7 “Allora gli si aprirono gli occhi e si accorsero di essere nudi…” ; l’Arca dell’alleanza, l’inizio del cammino a ritroso per riconquistare l’armonia creativa e costituzionale dell’uomo mediante l’ubbidienza alla Legge di pietra. Il primo passo della riconciliazione dei figli di Eva e di Adamo, ossia dei figli dell’uomo; Maria, donna piena di grazia a cui lo spirito dà la pienezza della sua femminilità pensata ab inizio da Dio. Cristo, nato da Vergine e Immacolata, immune al peccato, la donna che non coglie il frutto della separazione, ma che schiaccia sotto il suo calcagno la causa della separazione da Dio, il serpente-satana, attraverso il quale, Cristo, con la sua resurrezione ha riconquistato il corpo a Dio, mettendo l’uomo nella condizione di riacquistare la sua dignità primordiale di Figlio di Dio, passando attraverso la conversione del cuore. Ecco il rapporto tra queste tre donne, di cui l’Arca dell’alleanza è la donna-simbolo. Qui non c’è il mito, ma la realizzazione di un processo di riconquista della natura umana nel pieno rispetto del progetto iniziale della creazione. E’ questa graduale riconquista a segnare il passo alla e della storia, all’evoluzione intellettiva dell’essere umano. A pag 102, Vannini ricorda Flavio Giuseppe, ebreo romanizzato, che riporta alcune nozioni legate alla figura della donna in seno alla Legge veterotestamentaria: “ La donna, dice la Legge, è inferiore all’uomo in

tutte le cose. Così essa deve ubbidire, non per essere costretta, ma per essere comandata, perché è all’uomo che Dio ha dato potere” Credo, a
questo punto, che si capisca benissimo, dopo quanto detto sul rapporto tra le tre figure femminili, come arcaica sia la Legge di pietra che dispone la

gerarchia della donna in seno alla società ebraica; si comprende che è una transizione legata ad una fase intermedia tramontata per sempre e che la figura vera in seno alla Legge del cuore, sia Maria, carne viva e vivo spirito. “ E i due saranno una carne sola” Parità quindi assoluta tra uomo e donna. Il resto del capitolo si disperde tra i mille aspetti di cultura antica che si racconta da sé chiaramente.

RIFLESSIONI SUL SETTIMO CAPITOLO “UNO SPOSO PER MARIA” pag 105

Il discorso qui si fa descrittivo degli usi e costumi in tema di matrimonio nella società contemporanea a Maria e Giuseppe. Quello su cui vale soffermarci è la definizione che l’evangelista Matteo dà di Giuseppe, Mt 1, 19: “ Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla…” come ricorda Vannini – pag 106 - legando questi versi al concetto di adulterio che si aveva allora e alle conseguenze che ne scaturivano secondo i dettami della Legge: esporre all‘infamia e alla lapidazione la donna adultera. Ora, se uno sposo si accorge che la moglie è incinta di un altro uomo e può ripudiarla, poiché è la Legge mosaica che lo dice, e osservare questa norma, è giocoforza pensare che renda il marito osservante della Legge stessa, quindi un buon seguace della religione ebraica. Almeno in questo frangente. Ora, se Giuseppe non osservò questa pratica legale, ovviamente disubbidì alla Legge, eppure l’evangelista dice di lui che era un “giusto”. Viene spontaneo domandarsi allora se coloro che osservavano la

Legge in questo frangente fossero ingiusti. Osservanti ma ingiusti. Può una Legge spingere un uomo che la osserva ad essere considerato ingiusto? No di certo! Allora, perché Giuseppe fu “un giusto”? Perché egli comprese che Maria era innocente pur nella sostanzialità del fatto; perché aveva compreso che la giovinetta non era una donna concupiscente, facile alle passioni. Essendo “piena di Grazia” aveva riempito il cuore di Giuseppe che, sebbene, disorientato, non capiva, ma sicuramente ebbe la sensazione che qualcosa di “poco chiaro”, ma non peccaminoso, ci dovesse essere e per questo decise di non obbedire alla Legge mosaica. Giuseppe fu quindi un non osservante, un disubbidiente, ma giusto. Egli incarnò i primi sintomi di una Legge superiore, quella scritta nel cuore e per questo fu il padre putativo di Cristo che rivelò il “mistero taciuto per secoli eterni” Rm 16, 25, ossia che la vera Legge era scritta, da sempre, nei cuori e non nella pietra. Mosè, quando istituì la lapidazione per le adultere lo fece, fu quasi costretto, perché riconobbe la “durezza di cuore” del suo popolo. L’angelo rivelerà a Giuseppe il mistero di quella gravidanza. A pag 108, Vannini, richiama il passo evangelico di Giovanni 8, 3-11, quello che parla della donna adultera che rischia di essere lapidata, ebbene, mi riallaccio a tale passo non tanto per ribadire cosa accadeva ad una donna adultera in quei tempi ( attualmente accade nel mondo mussulmano), ma per richiamare alla mente, la riflessione fatta al capitolo precedente sulla tesi augiassiana che vedeva un Gesù sgarbato, rivolgersi alla Madre col termine di “donna”. Ebbene in questo passo, Gesù, dopo aver disperso la folla con la famosa frase “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, si rivolge all’adultera con “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?” Ecco dunque che il termine “donna” assume un senso molto ampio che non il distacco a cui Augias si riferiva nell’episodio delle Nozze di Cana; il termine “donna” sembrerebbe assumere il significato di un riconoscimento pieno della personalità del soggetto.

Ma andiamo oltre. Il dialogo tra i due prosegue con il solito riferimento agli apocrifi che per Augias darebbero molte risposte. Ma che valore hanno queste risposte se la Chiesa non riconosce a questi vangeli che un valore culturale? Un valore legato a scrittori dei primi secoli, interessante, ma non fondamentale ai fini della fede e non teologico? Inutile quindi parlarne se non per fare chiacchiere salottiere o, come si capisce leggendo, per riempire di argomenti il libro e che non hanno nulla a che vedere con la figura di Maria. Addirittura Augias chiama in causa un autore, tale Ernest Renan, che ha scritto un opera dal titolo “Vita di Gesù” e che scrivendo, riferisce Augias – pag 113 - come Gesù non fece miracoli nel paese in cui abitava, Mt 13-53, perché, riferisce: “ vi si conosceva troppo la sua famiglia, che godeva così poca considerazione, tanto da rendere meno credibile la sua autorità”. Degno compare di Augias questo Renan, se afferma tali cose. E’ vero, Gesù non fece miracoli per la loro incredulità, ma se Dio è libertà, come può forzare la volontà di coloro che non credono a lui? Gesù non fece miracoli, perché coloro che lo conoscevano e conoscevano la sua famiglia non chiesero nulla. Inoltre come può Renan affermare che la famiglia di Nazareth, la Sacra Famiglia, fosse tenuta in scarsa considerazione? Non se ne ha traccia nel Vangelo di Matteo e tanto meno nei versetti richiamati. Controllate. Il capitolo continua richiamando apocrifi e altre opere interpretative di questo o quell’autore che esulano dalle Sacre Scritture. A noi interessa l’aderenza logica alle Scritture e il punto fermo: o si accettano in toto mediante una visone allargata o si rifiutano in toto. Non possono esserci parti logiche e parti illogiche.

RIFLESSIONI SULL’OTTAVO CAPITOLO “La nascita di Gesù” pag 119 L’esordio che Augias fa in questo capitolo, colora di non senso la sua analisi. Egli dice- pag 119: “ Abbiamo detto, e qui è opportuno ripetere,

che Maria è anche una donna come milioni di altre…” A Lourdes e a Fatima,
tanto per fare un esempio chi è apparso, La sora Lella? La comare della socera? Come direbbe Totò: “Ma ci faccia il piacere!” Ma guarda caso, Augias continua a ignorare sostanzialmente le Sacre Scritture per rivolgersi a, testuali parole: “ Infatti, a parte i pochi testi “ufficiali”,

disponiamo di una ingente mole di tradizioni, scritti o tramandati oralmente, che raccontano queste sue prerogative. Abbondano anche fonti letterarie, alcune chiaramente “sacre”, altre di tipo più “narrativo”, alcune provenienti dalla tradizione cristiana, altre da differenti culture religiose.” Se fosse per me, il discorso si chiuderebbe qui. Come si può
dare retta a tutto questo armamentario letterario su Maria che non è fatto che ti tesi, ipotesi, tradizioni ecc. che nulla hanno a che fare con “…i

pochi testi ufficiali…”, come dice Augias, ma che sono i soli che la Chiesa
riconosce? Ma come direbbe Totò a proposito di Pasquale: “Voglio proprio vedere come va a finire.” Infatti Augias stesso riconosce a pag 125, che su certi argomenti: “ Non

so se è il caso di addentrarsi ulteriormente in questo vero e proprio ginepraio, le fonti sono sterminate e contraddittorie.” Però, al contempo,
si serve di varie fonti “sterminate e contraddittorie” per sostenere le sue tesi. Questa è di per se stessa una grande contraddizione metodologica. E ne abbiamo subito un esempio da Vannini che, forse risente di una leggera contaminazione augiassiana, chiama in causa lo Pseudo Vangelo di Matteo, un apocrifo, che narra come dalla grotta in cui la sacra famiglia si sarebbe dovuta riposare, uscissero dei draghi. Ma- Pag 126.: “…Gesù

scese dal grembo di sua madre e si mise dritto in piedi davanti a i draghi:

essi si misero ad adorare Gesù.” Ma di cosa stiamo parlando? Vi pare una
analisi scientifica quella che i due stanno facendo? Ma, imperterriti, vanno avanti citando i miracoli dello Pseudo Vangelo, che Gesù compie. Ma a chi giova? Sicuramente ai creduloni che poco avevano, in origine, del monachesimo spirituale come lo intendiamo noi oggi, ma molto di superstizione o di una conoscenza teologica molto approssimativa contaminata da culture tribali locali. Il discorso prosegue richiamando il Corano, il libro sacro dell’Islam, in cui Maria sarà Madre di Al Masih Isa Ibn Mariam, ossia Il Messia Gesù Figlio di Maria. Ma qui, sappiamo, non viene considerato Figlio di Dio, ma solo un profeta e per di più senza padre. Cosa dire di questo racconto coranico che tiene di gran conto la figura della Vergine Maria, ma che non riconosce Gesù come il Cristo Figlio di Dio, il Dio incarnato e fatto uomo? Mi vengono in mente le parole scritte da San Paolo “Se anche venisse un angelo a darvi un vangelo diverso da quello che io vi ho dato, sia maledetto.” Ebbene, il Corano fu consegnato a Maometto da un angelo. Non aggiungo altro.

RIFLESSIONI SUL NONO CAPITOLO “Il transito” pag131

Questo capitolo, affrontando il tema dell’assunzione di Maria in cielo, si sgonfia su se stesso dal momento che prende di petto l’argomento con gli immancabili testi apocrifi e usando “tradizioni”, “leggende”, “ipotesi” per spiegare l’evento. Un argomento concreto, nel senso dell’opera di demolizione della figura della Madre di Dio, lo fornisce Vannini – pag 133 – citando: “ Perché il mito e il culto progressivamente costruiti attorno

alla figura di Maria posero, tra gli altri problemi, quello di come farla

morire.” Ancora una volta si suppone che personaggi della Chiesa
Cattolico-cristiana si siano passate, nei secoli, le consegne su come trovare il giusto modo per creare una favola da dare in pasto a superstiziosi creduloni. E questa soluzione fu determinata definitivamente nel 1950 con il Dogma dell’Assunzione in cielo. Però, si ricorda, è già presente “…fin dal 453…”- pag 134- a Gerusalemme, una Festa dell’Assunzione, come riferisce lo stesso Vannini. Quindi non si comprendono le sue parole quando parla di un culto costruito progressivamente… e di come farla morire. Il Concilio Ecumenico Vaticano II, nella sua Lumen Gentium, ribadisce l’Assunzione in cielo di Maria, come modello della resurrezione a cui è destinata l’umanità credente. E’ la riconquista di quella parte separata dal peccato originale: il corpo. In poche parole, questo capitolo risponde a nulla.

RIFLESSIONE SUL DECIMO CAPITOLO “Il culto” pag 143 Augias riporta all’attenzione un apocrifo per dire che Maria era la “ ricca

figlia di Gioacchino e Anna” – pag 144- passando da serva umile dei
Vangeli canonici; ma questo cosa c’entra con il culto? Evidenzia però come la presenza della Madonna, nella storia, si sia adeguata ai tempi, evolvendosi e trasformandosi per mezzo di scrittori che avevano intenti narrativi: la spiritualità è da sempre condizionata dalla cultura del tempo, ma il tempo non condiziona la concreta realtà spirituale della Madre di Dio che rimane tale e quale nel corso dei secoli; e questo non è che la scoperta dell’acqua calda. Quello che sconcerta è la minimizzazione che lo stesso Augias fa della Madonna, affermando: “Questa mutevolezza è la

prova più forte della necessità della sua presenza. Ribadisce, credo, le

affermazioni che avevo anticipato, aprendo il dialogo, quando ho sottolineato il bisogno di una figura come la sua in una religione ( e in una Chiesa) dove la presenza maschile è prevalente.” In poche parole, il culto
sarebbe sorto per una reazione al maschilismo. Questa concezione rafforza sempre più l’idea che Augias, sembra, sia fornito di un bagaglio teologico molto, ma molto infantile. D'altronde è scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica che l’ignoranza delle Sacre Scritture è ignoranza di Cristo. E a far eco a queste parole sono le parole del predicatore francese Maurice Zundel (1897-1975) che ricordò la posizione della Chiesa che in tema di culto mariano, esso è rigorosamente cristocentrico. Il centro del culto mariano è Cristo!! La bolla Ineffabilis Deus afferma proprio questo: Sublimiori modo

redemptam: “essa (Maria) è nata da Gesù prima che egli nascesse da
Lei”: Questo è il fondamento della Theotokos o Madre di Dio: Madre e figlia di Dio-Cristo. Ora avendo a mente il fondamento cristiano-cattolico, ma anche ortodosso, possiamo meglio apprezzare la “qualità” delle riflessioni della coppia Augias-Vannini. Al di là delle citazioni che rapportano Eva a Maria, la prima donna e l’ultima in seno al cammino della Rivelazione, si nota c ome la riflessione di Augias arriva ad un livello organico fisiologico, denunciando come egli stesso sia contaminato dai pregiudizi. A pag 146 leggiamo di Augias: “ ...i

mitici progenitori erano entrambi vergini. Di necessità, intendo, perché essendoci solo loro due, sempre secondo il racconto biblico, se Eva era Vergine non poteva non esserlo Adamo.”
La nota nr 1della Bibbia di Gerusalemme, Genesi, a proposito della creazione, ci ricorda quanto segue: “ Questa racconto della creazione, attribuito alla fonte sacerdotale, più astratto e teologico del seguente (racconto N.d.r.), vuole dare una classificazione logica ed esauriente degli esseri… Gli esseri vengono all’esistenza per l’appello di Dio, secondo un ordine crescente di dignità, fino all’uomo… ” Ecco, i

significati sono ben altri che non la preoccupazione della presenza di un‘imene intatto in Eva!! Ma Augias costruisce le sue tesi per uno scopo ben preciso e, quindi, il tacere sui significati più ampi, fa parte dei suoi obiettivi. Così come è artatamente semplicistica l’analisi che Augias fa della posizione di Sant’Agostino sull’atto sessuale in rapporto al peccato originale. Augias non fa riferimento alla posizione di San Paolo su questo argomento. Il discorso poi si ampia su elementi storici e sui comportamenti umani di personaggi storici che più o meno, letteralmente, hanno tradotto certi passi biblici e su pareri che nulla centrano con la reale posizione della Chiesa su Maria. C’è una affermazione fuorviante e grave di Vannini –pag 150- che dice: “Nel mondo cattolico la tradizione ha un’importanza pari a quella della

Scrittura…” Roba da matti!! Un conto è dire che la manifestazione di
affetto a figure religiosi che si attuano con le processioni sono presenti nella Chiesa, un conto è dire che le stesse valgono come il Vangelo. Ma se Vannini è intellettualmente onesto, cosa che io credo, dovrà pur ammettere che le tradizioni in duemila anni in seno alla Chiesa sono cambiate: quello che si faceva nel seicento o nell’ottocento, tanto per fare un esempio, ora non si fa più. Basti pensare alle numerose Confraternite che esistevano prima che Napoleone le abolisse del tutto per imperio; mentre le Sacre Scritture sono sempre rimaste al centro della fede. Si coglie, in Vannini, un’altra, a mio parere, contraddizione in quel che segue: a pag 150 leggiamo che il Culto a Maria viene a partire dal 440 , poiché prima, i cristiani del tempo, dedicavano la loro attenzione cultuale ai martiri, poi, nella pagina seguente si legge: “ A Nazareth, nel

sottosuolo della Basilica dell’Annunciazione, sorta nel luogo dove una ininterrotta tradizione orale ( si badi bene: ha detto ininterrotta) indicava il luogo della visita dell’angelo, scavi contemporanei ( dal 1955)

hanno portato alla luce una chiesa giudeo-cristiana, luogo del culto mariano (si badi bene: culto mariano N.d.R.), nonché graffiti del II-III secolo. In una di queste scritte si legge, in lettere greche il saluto dell’angelo “Chaire Marià”, Ave Maria. In un altro una pellegrina scrive sull’intonaco ( come fanno oggi i turisti su certi monumenti N.d.r.) il nome suo e dei parenti, testimoniando di aver compiuto riti di devozione: “Prostrata sotto il santo luogo di Maria, subito scrissi lì i nomi, ornai il simulacro di lei”…” Quindi è vero che il culto spontaneo dei pellegrini è
nato da subito e forse quello ufficiale della Chiesa dal V secolo. Questo non può che evidenziare un atto di amore esercitato nei confronti della Madre di Dio e non, come citato da Augias all’inizio, una necessità costruita per controbilanciare la presenza maschile nella Chiesa. Vedete cari lettori, in generale, quando gli arroganti considerano gli altri ignoranti, lasciano lungo il loro cammino una scia di errori tali che, leggendoli uno per uno, ci si rende conto della prosopopea, a mio parere, in tema di presunzione. Vannini, per smarcarsi da Augias ricorda un papiro egiziano della fine del III secolo in cui si riconosce la Verginità di Maria e il suo ruolo di Madre di Dio, ben prima che il concilio di Efeso (V secolo) riconoscesse ufficialmente questo ruolo. Questo sarebbe di per sé stesso sufficiente a terminare qui il discorso. Ma Augias non demorde, egli deve demolire la Verginità di Maria e rafforzare il concetto di “mito” della stessa; non importa se il papiro egiziano citato poc’anzi riporta anche questa preghiera: “ Nella necessità

non respingere le nostre suppliche, ma liberaci nel pericolo, tu solo casta, tu solo benedetta.”, perché dice – pag 151 – “ Sul culto della verginità come abbiamo visto c’è un’insistenza che fa capire quanto e quando a lungo l’illibatezza sia stata considerata importante… ” attribuendo alle genti del
III secolo una mentalità da siciliano anni ’50 o da mussulmano integralista dei nostri tempi - che vuole la donna vergine e poi violenta le donne degli

“infedeli” - trascurando del tutto l’aspetto spirituale del ruolo della Madre di Dio, genitrice di Cristo (generato non creato). Ad Augias l’aspetto spirituale non importa, importa conoscere le circostanze concettuali che gravitano attorno all’imene. Continua poi citando un’epistola di un certo Tito che parla della figlia di Pietro… Noi conosciamo, perché contenuta nella Bibbia, solo la Lettera a Tito, scritta da San Paolo, ma una Lettera di Tito no. Ancora una volta Augias, incapace, volutamente incapace, di affrontare l’argomento con la sola Bibbia in mano, si rivolge agli apocrifi: in parole povere, vuole risolvere il tutto con il nulla. E per quanto riguarda l’osservazione a pag 152 dello stesso, cito le parole scritte che si riferiscono alla lettera di Tito: “…dice chiaramente quale fosse importanza addirittura ossessiva

della castità preso i primi cristiani.” questa stimola due riflessioni:
la prima: ma che storico è Augias se non tiene conto di come la società romana ( e per società romana intendo quella del mondo di allora, tutto intero, poiché i Romani avevano romanizzato tutto il mondo di allora) avesse costumi così liberi al punto tale che l’adulterio, se esercitato per puro divertimento era ammesso, come era ammessa l’omosessualità sfrenata e i riti orgiastici?; La seconda riflessione: un cristiano di allora, essendosi convertito alla realtà spirituale secondo i dettami della Rivelazione, cosa avrebbe dovuto fare se non difendere l’innocenza, intesa cristianamente, dei propri figli e delle proprie mogli? Quella era ossessione? Ma non solo, per far apparire come le preoccupazioni teologiche nate attorno la figura di Maria, Madre di Dio, fossero di antica data, Augias chi cita? Cita Nestorio – pag 152 – che non fu altro che un eretico condannato some tale dal Concilio di Efeso!! La discussione tra i due continua e Vannini riporta Augias sui retti

binari, anche se l’affermazione che Augias fa a pag 158, ribadisce la sua

contrarietà alla fede mariana, scrive infatti: “ Il movimento di liberazione

della donna, compreso quello cattolico, rigetta l’immagine della Vergine, quale risulta da certa letteratura devozionale (Marialis cultus); rifiuta l’immagine materna, soprattutto respinge l’ideale irrealizzabile e frustrante di Vergine–Madre…” Beh, se il movimento di liberazione della
donna rifiuta la figura di Maria, così come Augias ha scritto, io non lo so, ma so di certo che se è vero che anche “quello cattolico” rifiuta questa immagine, allora “quello” non è cattolico, ma un movimento che ha usurpato tale titolo!! Testimonianza, ancora una volta, l’ennesima, della volontà di Augias di dare contro la figura di Maria, come Madre di Dio è nella frase su riportata e messa in neretto, coinvolgento il mondo cattolico in antitesi alla posizione della Chiesa nel suo ruolo magistrale. Insomma, se passa la visione di una Chiesa divisa al suo interno a causa di verità telogiche, Augias ha vinto!! Sugli ignoranti però.

RIFLESSIONI SUL CAPITOLO UNDICI “I dogmi” pag 159

Augias esordisce con una serie di finizioni riguardo il significato di “dogma” facendo emergere il senso, il significato che dogma significa, semplicemente, “che non si può mettere in discussione la verità contemplata dal dogma”, e che tale concetto – pag 160 - risulti inaccettabile per chi crede che: “…debba farsi strada illuminando via via il

cammino

davanti

a

sé,

sbagliando,

prendendo

sentieri

traversi,

ricominciando da capo se serve, conquistando a fatica alcune limitate certezze sempre con l’obiettivo, la speranza, di trovarne di nuove”.
Beh, ad essere sinceri, solo questa riflessione reca con sé tutta una serie di riflessioni, diremmo esistenziali e private, di pertinenza legittima a

ciascun individuo, che rapportate al concetto di “dogma” rivelano la più assoluta estraneità. Il cammino di ogni persona se costellato di errori o devianze di percorso, non può certo definirsi illuminato, e la speranza di trovare soluzioni migliori ai propri problemi, secondo Augias, non corrisponde ad un cammino sicuro, ma piuttosto all’avanzare, o indietreggiare, sperando di essere nella direzione giusta senza esserne consapevoli. Quindi, si evincono delle contraddizioni che sono tipiche dell’esperienza individuale, ma al contempo si evidenzia anche come le esperienze individuali siano differenti le une e le altre, perché semplicemente individuali. Non esiste una verità trovata individualmente che possa essere verità per tutti. Il dogma assume quindi una valenza universalistica, un faro nella notte, dettata e basata sulla fede, nel nostro caso, in Gesù Cristo che ha rivelato UNA SOLA VERITA’ valida per TUTTI gli uomini anche se vissuta individualmente. La funzione del dogma è raccogliere sotto una unica Verità, Gesù Cristo, tutto il genere umano attraverso il tempo, la storia passata, il presente e la storia che si scriverà in futuro. Ma il dogma non sarà mai un elemento frenante, poiché la storia insegna che le vite dei cristiani, vissute in ambiti storici differentissimi e in ambiti culturali altrettanto differentissimi sono accomunati tra loro dall’unico punto di vista: Gesù Cristo. Sono le esperienze dei cristiani di sempre, riconosciuti o meno santi, che con la loro vita hanno testimoniato il pulsare della Verità dogmatica tramite il sangue e il sudore di un’esistenza intelligente e anche intellettuale, in cui il dogma ha stimolato la sete di ricerca e di immedesimazione con la Verità universale. Quindi, quando Augias afferma – pag 160- che: “ Due

modi opposti di affrontare le incognite della conoscenza: la ragione e il dogma; fondato quest’ultimo su affermazioni apodittiche e senza prova, ipotesi trasformate in verità indiscutibili.” Afferma una contraddizione
sostanziale e anti-intellettuale, poiché è esattamente l’opposto: una pacata riflessione ci suggerisce che il dogma stimola la ragione!! Ne sono testimonianza la quantità enorme di opere che ci hanno lasciato i

grandi, nel nostro caso, del cristianesimo, che hanno penetrato il mistero dogmatico attraverso elucubrazioni che hanno costituito i pilastri del pensiero umano e non solo ecclesiastico. Basti pensare a Sant’Agostino e a San Tommaso con la sua Summa Teologica. Ma lo stesso San Paolo che ha svelato il senso concreto della Rivelazione. Il dogma stimola l’intelletto!! Il dogma è muto nei confronti degli scettici. Quest’ultimi se sfidati dal concetto di dogma, per discuterne, finiscono per immergersi in pensieri contraddittori. Come Augias. Ma sicuramente non ordina, il dogma, il silenzio della ragione, come vorrebbe far intendere Augias. Seguendo la lettura – pag 162 - viene tirato in ballo il filosofo tedesco Feuerbach, assertore della tesi che la religione è elemento antropologico e come tale gli uomini, naturalmente, hanno inventato Dio per necessità esistenziali, mentre Vannini cita il Maestro Eckhart un religioso filosofo, teologo e mistico del XIII secolo e ne cita una frase “Prego Dio che mi liberi da Dio”. Prima di spiegare questa invocazione occorre dire che la frase esatta, estrapolata da una sua famosa predica, è “ Prego Dio che vi liberi da dio” Quindi, il secondo Dio è con la minuscola e per una ragione fondamentale: questo “dio” non è altro che la falsa immagine che abbiamo di Dio, del vero Dio, un’immagine fatta di elementi distorti del tipo “Dio ti punirà… Dio ti manderà all’inferno…” che condizionano, hanno condizionato l’umanità per molto tempo, cioè oscurano la vera visione di Dio. “Dio è colui che è” ricorda Eckhart e come tale la ragione può, immergendosi in esso, nel pensiero di esso, un pensiero infinito e che quindi, qualsiasi approccio se fatto con amore della conoscenza, sotto l’ala di Cristo e della Madre di Dio, Maria, è in grado di “generare gradualmente, nella mente, Dio stesso, perché Dio vive nel figlio, nell’umanità.” Come vedete il concetto è assai più profondo e quindi questo “sorvolare” della coppia su certi particolari e situazioni con nomi altisonanti, può impressionare, ma il lettore pigro, che non ama approfondire e che prende tutto per oro colato.

Vannini prosegue nella sua riflessione sui dogmi e Augias aggiunge di suo un: “Tutto

ciò

per

pura speculazione filosofico-teologica, senza

fondamento nelle scritture”
Ma vi pare possibile che la Chiesa abbia dogmatizzato la figura di Cristo e di Maria senza tener conto delle Sacre Scritture? Dobbiamo approfondire questa affermazione imbecille o dobbiamo ricordare i numerosissimi passi della Bibbia in cui appare chiaro che Cristo è vero Dio e vero uomo e che Maria è Madre di Dio? Un cristiano accorto sa che tale affermazione è priva di fondamento, chi crede poco o non crede, dovrebbe confidare nella logica, asettica, da commissario che mette insieme le prove trovate sulla scena del crimine per capire come ha agito l’assassino e chi è, per arrivare a capire l’assurdità augiassiana. In questo caso non serve la fede, ma l’onestà intellettuale. Vannini si smarca però, ma Augias, come direbbero a Roma: “c’arintogna!” ossia “e insiste di nuovo” con il dogma della Verginità di Maria. Per certi versi Augias ricorda Dario Fo, che infarcì moltissimi dei suoi interventi da affabulatore con narrazioni sui papi, la Chiesa e il sesso, dando l’impressione di essere un perseguitato da e di tali argomenti. E anche Vannini “c’arintogna”, in questo caso, poiché rispuntano i soliti apocrifi a spiegare tutto. C’è una cosa che dovremmo domandarci. “ Ma perché le Sacre Scritture, per i due, non sarebbero affidabili, mentre gli apocrifi lo sarebbero? Visto che sono sempre citati? ” Strano eh? Continuando a leggere, si scopre come la noia cominci a sostituire l’interesse per la lettura, insistendo sull’assurdità della Verginità di Maria. Augias tra le altre cose dice – pag 165 -: “L’insistenza

sull’integrità dell’imene a me sembra un residuo barbarico…” e nella pagina
seguente: “ Ripeto il mio punto di vista: farsi invadere dalla sessualità,

pensare con insistenza all’attività e al modo in cui la vita sessuale si esplica, mi sembra tipico di una società repressa, prigioniera dei suoi tabù… Ma dal punto di vista della fede l’istinto è dato da Dio, dunque,

perché ritenerlo offensivo o improprio?” Cosa ci dicono queste parole? A
me fanno venire in mente quel buonismo ipocrita che vorrebbe la piena libertà sessuale, ma poi esercitare la propria consistenza moralistica quando “l’istinto” spinge a stuprare, a azioni orgiastiche e pornografiche o pedofile che danneggiano la sfera privata. E’ esagerata la consecutio? Ragioniamoci sopra: chi deve stabilire le regole affinchè “ l’istinto che è

dato da Dio”, ricorda Augias, debba essere ingabbiato? Nei confronti di
chi? Chi deve agire e nei confronti di chi? L’istinto non ha intelletto proprio, anzi tende a dominare l’intelletto; negli animali esercita pienamente il suo ruolo, negli uomini deve essere ingabbiato per tante ragioni. Allora chi ci dirà quale modo sarà il migliore per ingabbiarlo? La Legge degli uomini, che non fa la morale, ma impone le pene! Ovvio. Ma la Legge di Dio, ossia la legge dell’amore universale basato sul rispetto della persona come essere spirituale e corporeo: “Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te!” può ingabbiare l’istinto. La Legge degli uomini non si preoccupa dell’immoralità dell’azione, ma i danni che l’azione comporta. L’istinto sessuale, quando prende il sopravvento sappiamo a cosa porta: Yuri Gambirale, come Santa Maria Goretti, è vittima dell’istinto sessuale “ quello che ci ha dato Dio”. In poche parole, per comprendere il senso del discorso estremizziamone i parametri: da una parte l’azione incontrollata del’istinto con tutte le sue conseguenze; dall’altra la scelta “verginale” di un comportamento attuato per una scelta d’amore. In mezzo ai due comportamenti, gli alti e i bassi delle esperienze personali, a volte piacevoli a volte assai dolorose. Quindi, in questo senso, ecco che la Verginità vista come “dono di Dio” non può essere considerata caratteristica di una società repressa e piena di Tabù ( che sono frutto della cultura di un tempo e di un periodo storico, e ogni periodo storico ha e avrà i suoi tabù che spesso nascono dalla mala interpretazione ), ma la presa di coscienza di una mente che vuole liberarsi dal “dio” eckhart iano per far germogliare nella sua mente e nel suo cuore il “Dio” vero “ colui

che è”, il Cristo-uomo, l’uomo nuovo, l’archetipo adamitico pensato ab

inizio.
Giustamente Vannini – pag 167 – risponde ad Augias con queste parole: “

Invece l’affermazione della verginità di Maria si comprende nel suo pieno significato proprio in rapporto alla spiritualità umana. Ciò che sfugge alla sua interpretazione, caro Augias, è che il figlio nasce dal Padre in eterno (Gv 1,1) e da Maria nel tempo. Ma c’è un terzo fattore , una terza essenziale nascita che avviene in ogni istante, nel presente, ed è quella del Logos nel cuore del credente; senza questa nascita le prime due non servono a nulla.”
Queste parole sono sufficienti a pensare come Augias sia arrossito per l’imbarazzo quando gli è stato fatto notare con garbo “…ciò che sfugge

alla sua interpretazione..” che equivale in buona sostanza a dire: “Lei è un
ignorante in materia”. Ma le pagine scritte non permettono di vedere i colori dei volti… Ora è Augias che dimostra di essere prigioniero di tabù in tema di verginità, poiché si sottrae ad argomentare la cosa per il verso giusto, ossia la fede e la mistica, paragonando questi due campi, all’interno di una corretta dialettica, come “…un gioco di prestigio…” Si affronta a pag 168, il tema della Maternità divina, ma questo passo ricalca gli eventi storici e la lotta all’eresia nestoriana, quindi è un dato di fatto inconfutabile. Ovviamente Augias critica che la decisione presa in seno al Concilio di Efeso nel V secolo, paragonandola ad una atto politico, volontà imperiale. Senza prendere in considerazioni gli ambiti storici in cui “atto politico” e “volontà imperiale” hanno significati spiegabili mettendo da parte le contaminazioni inevitabili della nostra cultura contemporanea. L’Imperatore era la massima autorità in campo sociale politico e religioso, capace di intendere e di volere e quindi aveva voce in capitolo così come il papa ha voce in capitolo negli affari della Chiesa, ma non dello Stato, per esempio, italiano. E il Dogma della Maternità Divina, riconfermato a

Calcedonia qualche decennio dopo, è coerente con quanto riportato dalle Sacre Scritture e non come affermò Augias qualche pagina più addietro – pag 162 – “Tutto ciò per pura speculazione filosofico-teologica, senza

fondamento nelle Scritture”. E’ sufficiente osservare una cosa semplice,
logica: se la divinità di Cristo, vero Dio e vero Uomo e la Verginità di Maria, Madre di Dio, non avessero fondamento nelle Sacre Scritture, ebbene, con queste, scusate il termine, potreste tranquillamente pulirvi il… fondoschiena, perché non servirebbero a nulla e le potremmo sostituire con la Bhagavad Gita o con il mito di Gilgamesh, che servono altrettanto a nulla, ma giusto per cambiare tipo di lettura. Augias insiste e riprende- pag 170 – il Battaglia, dizionario che dà la sua definizione di dogma, ricordando che: “ …come verità assoluta e

indiscutibile; opinione professata con esaltata convinzione o supina acquiescenza a un’autorità, con rinuncia a ogni esame critico” Abbiamo già
ribadito come sia assolutamente falso che i dogmi della fede cattolica invitino alla rinuncia di ogni esame critico, poiché le biblioteche di tutto il mondo sono piene di scritti di teologi, saggisti, santi ecc… Ma oltretutto, in questa definizione del Battaglia, c’è una contraddizione fondamentale: infatti egli scrive “…opinione professata…” Ora se la lingua italiana ha un suo senso, la parola “opinione” non è altro che un parere personale ( le riunioni di condominio sono un esempio di quante opinioni o pareri si danno su un solo argomento), e quindi o Battaglia avrebbe dovuto scrivere “ …opinione professata e imposta da una autorità a tutti…” o dobbiamo credere che la sua definizione di dogma sia poco chiara, poiché, a mio parere ( ecco un’opinione) non può riferirsi ad un dogma di na tura teologica, poiché, la storia insegna che questi, i dogmi, non sono stati imposti di punto e in bianco, ma sono frutto di una lunga limatura, discussioni accese, protrattasi nei secoli in cui non ha agito una sola autorità, ma molte autorità papali, riunite sotto una sola ombra: la Chiesa di Cristo, coerentemente con le Sacre Scritture. I dogma sono Verità sì

assolute, ma che si offrono alla discussione nel senso che invitano le coscienze a comprendere, con l’aiuto dello Spirito Santo ( non dimentichiamo che senza di esso, il nostro parlare è vano) a far germogliare Dio dentro di noi. Le Sacre Scritture ribadiscono che verrà il tempo in cui tutto verrà svelato e che nulla sarà nascosto e questo va inteso e in senso escatologico e in senso di sviluppo, di crescita spirituale personale. San Padre Pio è la testimonianza diretta, ancora viva testimonianza, di cosa Dio può fare in un uomo. E quest’ultimo aspetto richiama la risposta che segue, di Vannini, il quale ribadisce una verità fondamentale: non esistono due realtà separate, la soprannaturale e quella naturale; ambedue si compenetrano e in misura diversa per ognuno di noi animano la mente umana . Per questo la teologia va pensata in termini antropologici, poiché l’uomo è destinato ad riacquistare la sua vera natura, grazie alla Rivelazione e alla conversione, per cui la divinità è pensata come un evento antropologico che agisce nel presente e agirà nel futuro fino alla “manifestazione dei figli di Dio” come ci scrive San Paolo. Lo scetticismo di Augias raggiunge un valore molto alto, quasi una posizione di arroganza nei confronti di Vannini. A pag 170 leggiamo: “ E’ la

sua

interpretazione, professore, per

l’appunto

mistica. Legittima

ovviamente. Giudicata con elaborazioni intellettuali, ma anche, diciamo, dalla elasticità dei riferimenti scritturali ai quali si può far dire quasi qualsiasi cosa, basta scegliere i versetti giusti..”
Beh, non è quello che sta facendo Augias per dimostrare le proprie tesi? Spezzetta i concetti; dimentica la visione di insieme delle Sacre Scritture, attinge ai Vangeli apocrifi e fa riferimento a Bart Ehrmann, teologo protestante ( i protestanti non riconoscono la Verginità di Maria, anzi non attribuiscono a Maria il ruolo di Madre di Dio) si sceglie i “versetti giusti” e poi rimprovera il professore di “interpretazione”? Ecco, questa è un’altra prova che Augias ha bisogno di lettori ignoranti , disattenti e beoni per prosperare con le sue tesi. Ma soprattutto sembra

non aver capito il concetto antropologico della teologia. Gesù stesso disse: “Chi vede me vede il Padre”, per dire che Dio ha realmente creato l’uomo a sua immagine e somiglianza e che questa somiglianza si rivela nella bontà e amore infinito che Cristo mostra fino all’accettazione della morte di croce; il suo perdonare e calarsi nella miseria umana che ha dimenticato la sua parte spirituale di Figlio di Dio; che ha compassione; che guarisce con il tocco delle mani; che scaccia il principe del male dal cuore; che mette a disposizione sé stesso per dire all’uomo: “Io sono la Vita, la Via, la Verità”. “Io sono”, appunto, il Dio-Logos. Augias poi cita Umberto Galimberti, filosofo e psicologo, nonché scrittore, e il suo libro “La religione dal cielo vuoto”, come se le opinioni e i contenuti espressi in quest’opera potessero rivelare chissà cosa. Sono opinioni e basta. Opinioni di un uomo tra i miliardi di uomini esistenti, Quello che conta lo dice anche Vannini – pag171-: ”Però, le ripeto, quello

che conta è la propria esperienza, che in questo caso è soprattutto esperienza interiore…” Vero. La ricerca spirituale, la preghiera e la
meditazione sulle Sacre Scritture, dalle danno di vita altri, a esperienze ma non in personalissime, differenti esperienze

contraddizione tra esse, poiché provengono dallo stesso anelito spirituale. Le pagine che seguono investono le dispute medievali su quello che secoli dopo sarà il dogma dell’Immacolata Concezione, ossia Maria nata senza peccato originale, Augias fa entrare nel discorso riferimenti che vorrebbero enfatizzare il dogma come bufala inventata per necessita

populi , Vannini dal suo canto si sforza di mantenere la discussione entro i
binari di una logica coerentemente teologica. Il Dogma verrà proclamato l’8 dicembre del 1854 ad opera di Pio IX, in un periodo di forti tensioni e che vedranno da lì a pochi anni crollare lo Stato della Chiesa ad opera dei noti attori risorgimentali. Ma la proclamazione del dogma rappresentò l’ultima tappa di un lungo viaggio di speculazioni e dibattiti teologici

sviluppatisi nella bufera dei pro e dei contro. Noi non siamo così dotti da affrontare il discorso, ma poniamoci una semplice domanda, coerentemente con le Sacre Scritture: “Se l’angelo annunciatore disse a Maria: “Ave o piena di grazia…” non è forse lecito pensare che se Maria fosse nata col peccato originale e quindi con tutte le conseguenze connesse, come l’egoismo, la vanità, i difetti, i particolari punti di vista caratteriali ecc. non sarebbe stata appellata in quel modo?” S arebbe stata lo stesso PIENA di grazia? Io credo di no, poiché la macchia del peccato originale avrebbe occupato una porzione dello spirito e del corpo di Maria rendendola umana al punto tale da poter essere una mistica magari, ma non in grado di generare la totalità del Cristo. Le mistiche sappiamo mostrano porzioni di divinità, quindi porzioni di Cristo in funzione del bene comune (i carismi e il corpo mistico ricordato da San Paolo) ma non la totalità del Cristo. Per quanto riguarda l’Assunzione al Cielo – anch’esso argomento dibattuto a lungo nei secoli – se Maria è Madre di Dio, Arca dell’alleanza, Tempio di Dio, Chiesa, come poteva marcire nella polvere, tanto più che era Piena di Grazia? Sarebbe stata una contraddizione in termini di teologia fondamentale. Elia fu rapito dal Merkadesch, il carro di fuoco di Dio. Con lo spirito, nel mondo dello spirito – natura ampliata in Dio- le leggi della natura - ambiente umano a noi noto - così come le conosciamo non valgono più. Ricordate San Padre Pio che, quando entrava in estasi (ci sono ancora testimoni viventi), si sollevava da terra?; San Giuseppe da Copertino (1603-1663), è conosciuto come il santo che vola. La potenza di Dio è infinita e stiamo ancora a discutere se Maria è ascesa con il corpo in cielo.

RIFLESSIONI SIL DODICESIMO CAPITOLO “La Grande Madre” pag 183

Questo capitolo è una rassegna di antropologia culturale da cui vengono estrapolate le figure ancestrali e pagane legate al culto della fertilità, della nascita e procreazione, riconducibili al culto della Dea Madre. Certo, è innegabile che culture primitive prima e pagane poi, nel mondo classico e orientale, avessero nelle loro tradizioni questo culto che… è sparito!! Giustamente Vannini, a pag 194, conclude, incalzato da Augias che vorrebbe dal professore una ammissione che il Culto di Maria sia una trasposizione di quello antico e pagano, come: “…la somiglianza delle

forme non significa necessariamente identità di origine. Ovvero non si possono sempre spiegare manifestazioni analoghe o parallele deducendone una derivazione o influsso diretti dell’una o dell’altra.”
E ancora: “

Contesto solo la tesi ( appoggiata da Augias N.d.r.) che il culto di Maria derivi unicamente da una trasposizione cristiana del culto pagano alle divinità femminili. Gli studi di liturgia comparativa tra il culto delle dee (fenicie, cananee, greche, egiziane, babilonesi, eccetera) e il culto cristiano di Maria mostrano la radicale diversità di quest’ultimo rispetto ai precedenti.”
E questa presa di posizione di Vannini chiarisce del tutto quale rapporto possa esistere tra il culto antropologico della Grande Madre e quello spirituale di Maria. Anche perché il richiamo della dea Kalì – pag 189 – appare totalmente fuori luogo, direi irrispettoso il solo pensiero di avvicinare la figura di Maria a quella di Kalì. Quest’ultima infatti rappresenta la parte distruttiva del ciclo creativo della visione induista; ella è chiamata “la Nera” e porta al collo una collana di teschi per indicare distruzione e morte. E’ il corrispettivo Jin nel ciclo del Tao. Il discorso continua chiamando in causa Jung e i suoi studi sul profondo che passa attraverso l’analisi delle simbologie e degli archetipi che

riposano nel nostro inconscio. Io non sono uno studioso né della psicanalisi junghiana né dell’antropologia culturale, ma questo non conta, e vale per tutti, poiché credo che Maria, a differenza delle figure femminili nelle altre realtà, ormai storiche, sia una figura sempre presente, nel senso che sviluppa, nel rapporto tra cielo e terra, tra uomo e Dio, il senso del futuro legato alla salvezza in Cristo: Maria è realtà Cristocentrica, quindi rapportabile solo con la teologia e la rivelazione; nulla ha a che fare con tradizioni e comportamenti fortemente localizzati dal punto di vista culturale, poiché la sua è figura universale. Si conclude il discorso rispettando i dettami della discussione salottiera , anche se non si affronta nel senso giusto il concetto della verginità di Maria come premessa al concepimento di Cristo-Dio e quando riferita a modello per l’umanità questo, il modello, non può bloccare la maturazione del credente, come afferma Vannini a pag 200, poiché la figura di Maria, per il credente rappresenta il motore potente della pietà materna universale – advocata nostra- che conduce a Cristo e quindi alimenta le speranze di credenti che vivono “in questa valle di lacrime”. E’ vero altresì che alcune manifestazioni della fede possono apparire antichizzate da tradizioni che starebbero bene come soggetto di studi nel settore dell’antropologia culturale (come la festa dei serpenti a Cucullo, piccolo centro, isolato nei secoli trascorsi e arroccato ad antiche tradizioni pagane, e per questo un unicum) ma quello che conta è la disposizione dell’animo, l’intimo grido di salvezza, di riscatto, di richiesta di giustizia, la disperazione delle persone che hanno abitato la Storia del’uomo. La storia continua e con essa il grido di speranza in un mondo che la vuole uccidere, come fa Augias che cerca di demolire l’afflato spirituale del credo cristiano nel cuore di coloro che hanno fede debole e scarso raziocinio dovuto alle differenze intellettuali e culturali limitate anche per le difficoltà del vivere. Ecco perché ho premesso che la mia intenzione di affrontare questo argomento sarebbe stato scevro dal

bieco bigottismo, ma che avrei usato un metodo analitico e comparativo basato essenzialmente sulla coerenza scritturale e dottrinale. Quella a cui la mia cultura e il mio modo di ragionare mi permette. Escludo la fede per un attimo e faccio come farebbe il Commissario Montalbano quando porta avanti le sue indagini liberandosi dall’infausto pregiudizio e dei giudizi affrettati. Quindi anche questo capitolo si conclude con un nulla di fatto: le tesi di Augias non attecchiscono.

RIFLESSIONI SUL TREDICESIMO CAPITOLO “Maria femminista”- pag 202

E’ incredibile come Augias, nell’introdurre questo capitolo, si inventi teorie, basate su pareri personali, quindi, valide entro un raggio culturale di appena un paio di metri, per appiccicare alla figura di Maria anche una componente femminista di matrice sociale. Come se Maria fosse un puzzle in cui i pezzi sono stati costruiti man mano che l’Homo religiosus s’inventava nuove formule. A pag 202 scrive: “ Come abbiamo avuto

occasione di osservare (?), Maria era associata nei passati secoli della cristianità a un’immagine risoluta, di grande fermezza, vorrei dire “virile” se l’aggettivo non fosse infido. Con l’andare del tempo l’immagine si è come infiacchita, via via sostituita da una Maria molto diversa, vale a dire languida, rassegnatamente malinconica, confinante talvolta con la faciloneria e la credulità, direi “femminile” dando al termine il significato più corrivo. Negli stessi ambienti cattolici più avanzati ( e cosa vuol dire
“più avanzati”? N.d.R.)

questa

trasformazione è stata

giudicata

negativamente.” Praticamente Augias ha preso “lucciole per lanterne” nel
senso che artatamente tende a sottolineare che è Maria che si deforma,

eludendo il fatto che è l’interpretazione dell’uomo, nel corso dei secoli, che modificandosi, deformandosi sotto spinte culturali, ha dato e dà della Madre di Dio. E’ bene sottolineare che Maria è la stessa di sempre: Madre di Dio e Madre di tutta l’umanità che si inchina a porgere ad essa il proprio figlio, il Salvatore, Cristo Gesù. E’ la piena di grazia da sempre e così sempre sarà. L’uomo si rivolge a lei con linguaggi differenti, condizionati dalla condizione personale quanto dal bacino culturale e storico in cui vive. E questo non può essere oggetto di critica tale da scomodare “gli ambienti più avanzati” in ambito cattolico. La preghiera e la devozione hanno aspetti corali, ma anche aspetti personali. Un inciso, questi “ambienti più avanzati” che sono citati da Augias non sappiamo chi sono, sappiamo solo che stanno esprimendo pareri personali che non intaccano l’azione di insegnamento della Chiesa. E di questi ambienti a noi non interessa. Si passa poi a discutere dell’insegnamento religioso nelle scuole, ma non nell’università, come in Germania, e siccome questo insegnamento è affidato, per accordi fra Stato e Chiesa – vedi pag 203 - alla Chiesa Cattolica, ovviamente questo non può che essere visto, da Augias e Vannini, come un segno di immobilismo e di mancato progresso. Ma facciamo una piccola riflessione in merito chiedendoci: “Ma che insegnamento sarebbe stato, quello della religione cristiana, se fosse stato impartito da persone come un Testimone di Geova o a uno che la pensa come Augias ? Che per lui, come ha scritto in “Inchiesta su Gesù” oltre che praticare riti di negromanzia, Cristo è, poi, finito nella tomba come tutti i mortali? Non vi sembra logico che la Chiesa vegli sull’insegnamento della religione cristiano-cattolica e sulla sua ortodossia? Appare quindi ben chiaro che si vuole portare il lettore a sostenere l’idea che la religione possa essere insegnata da tutti , cristiani e non. E’ come dire che alla scuola del PCI, quando c’erano i centri di formazione politica, l’insegnamento potesse e dovesse venire

affidato, in grazia all’idea democratica sulla libertà di insegnamento, anche ad un Indro Montanelli buon’anima e ad un Andreotti, buon’anima pure lui!” Ma ci faccia il piacere (Totò) Augias!! Ci faccia il piacere anche il professore Remo Cacitti, chiamato in causa da Augias. Il discorso va avanti sostenendo che la “nuova Mariologia” vuole portare Maria ad incarnare la lotta femminista; un uso ad personam quindi per rimodellare Maria. E quindi giù ancora con le grandi dee, le dee madri e le divinità femminile della fecondità. E poi ancora Engels, Fromm, Malinowski. Ma che c’azzecca con la Theotokos? Qui siamo tornati alle figure totemiche che si arricchivano di simboli in base alla concezioni tribali di coloro che lo costruivano, ricavandolo, da un tronco di albero. Mi sembra un bel passo indietro da parte dei due. Augias fa notare – pag 205- per sottolineare come la donna fosse considerata un oggetto, che il comandamento ( uno dei dieci) Es 20,17, disponeva “ Del tuo prossimo non desidererai la casa. La donna, la serva, il

bue…” senza fermarsi a riflettere che Dio parla del “tuo prossimo” ossia
di chi ti sta vicino e che i comandamenti, dal valore universale, erano dati ad un popolo che viveva in tende, popolo migratorio, in cui l’invidia, il desiderio di possedere passava per la moglie, magari più bella della propria,(non accade anche oggi?) di uno della tribù (in senso di suddivisione del popolo ebraico) per andare a finire al bue, che dava sostentamento alla famiglia ( oggi non si rubano i camion e le auto che servono per lavorare?) Quindi dov’è la sottigliezza analitica di Augias? Non vi pare come sia “leggermente” tendenziosa richiamare la famiglia patriarcale ormai morta e seppellita? Quindi rispolverare la supremazia dell’uomo sulla donna, che è pur vera in certe culture arretrate come la mussulmana integralista, non ha nulla a che vedere con Maria, la Piena di Grazia davanti alla quale gli uomini di tutti i tempi si inginocchiano e si è anche inginocchiato Dio-Padre, tramite il suo Angelo chiedendo di ospitare nel suo grembo Cristo. Anche questo capitolo non porterà a nulla. Sarà inconcludente.

C’è un passo della lettura in cui Augias richiama un evento biblico che riguarda il Re Davide, leggiamo a pag 206: “ Il re David danza seminudo

con delle giovani davanti all’Arca dell’Alleanza, probabile ricordo delle danze orgiastiche del matriarcato essendo “l’Arca” un chiaro simbolo del ventre materno…” Se facciamo attenzione a quello che scrive Augias,
quando vuole dimostrare qualcosa di specifico, cita la fonte; quando vuole nascondere qualcosa non cita la fonte, si mantiene sui generis. Andando a leggere sula Bibbia 2Sam 6, 14 e 6,20, ci rendiamo conto che il senso è totalmente diverso da quello che Augias voleva far intendere al suo lettore. Infatti nei primi versetti citati leggiamo testualmente: “ Davide danzava con tutte le sue forze davanti al Signore. Ora Davide era cinto di un efod…” e nei secondi versetti: “Bell’onore si è fatto oggi il re di Israele a mostrarsi scoperto davanti agli occhi del le serve dei suoi servi, come si scoprirebbe un uomo da nulla!” Bene, la risposta che Davide darà a Mikal figlia di Saul, per questo rimprovero è: “ L’ho fatto dinnanzi al Signore che mi ha scelto invece di tuo padre e di tutta la tua casa; ho fatto festa davanti al Signore. Anzi mi abbasserò anche più di così e mi renderò vile davanti ai tuoi occhi, ma presso quelle serve di cui tu parli, proprio presso di loro, io sarò onorato!” Dunque la danza fu un atto cosciente di espressione di lode al Signore presente nell’Arca e non un’istintiva danza tribale riconducibile ai riti orgiastici richiamati da Augias. L’Efod, era la veste di lino legata alle spalle; sul petto il quadrato d’oro con le dodici gemme sui cui era il nome delle dodici tribù di Israele. Solo i sommi sacerdoti potevano portarlo. Quindi la danza di Davide fu anche danza sacerdotale. E la sua “umiliazione davanti alle serve” è una parafrasi dell’umiliazione di Cristo davanti al povero, all’umile, all’umanità sofferente, resa schiava come le serve e che proprio in costoro Dio esalterà Cristo. “Beati i poveri..”

Vannini sembra dare una risposta da cui pare percepire un vago sapore di sottile ironia fatta nei confronti di Augias, con l’uso del condizionale. Si parla poi di teorie riconducibili alla fase ultima dell’espressione mariana, scomodando le ipotesi junghiane. A legger bene le parti dialogali che seguono ci si rende conto come il tutto finisce per sconfinare col discorso nel campo delle teorie e delle ipotesi che non danno nulla e non contribuisco ad alcunché. A pag 207 Vannini chiama in causa Jung e la sua concezione simbolica del mascolino e femminino; ebbene tutto questo si riallaccia direttamente anche alla simbologia della Legge dei Cinque Elementi del Tao, in cui l’energia Yang rappresenta il mascolino, la forza e il fuoco, il sole e l’energia crescente ecc… mentre l’aspetto Jin è il femminino, l’acqua, la luna, l’energia che scende e si nasconde… Ma occorre sapere che questa visione, per lo più simbolica, rappresenta una chiave di lettura, assieme alle tante altre del mondo mitologico e non, legata all’antica cultura cinese, e se ha un fondamento, non tanto nelle diciture, quanto nello studio della circolazione energetica, possiamo anche dedurre che CristoUomo e Maria-donna e Madre di Dio rappresentano, sono, possono rappresentare concretamente lo spessore chiamato pianeta Terra. Maria “ …stratagemma…” della realtà creativa, della quale noi conosciamo, perfino in minima parte, quel granello di sabbia, Madre di Dio, non è quindi uno come si legge a pag 210, enfatizzato da Augias,

stratagemma creato, par di capire, “a tavolino” dalla Chiesa per ristabilire un certo equilibrio tra il ruolo predominante del mascolino e il femminino. In definitiva, a parer mio, la dualità Cristo-Uomo e Maria-Madre di Dio, rappresentano gli archetipi reali svelati nell’ambito della Rivelazione; sono i pilastri fondamentali della creazione spirituale, dell’invisibile e della creazione nel visibile. In buona sostanza il loro ruolo è così universale, trascendente che, azzardo, vale anche per tutte le razze aliene presenti negli universi. Nella totalità della creazione. Cristo e

Maria-Madre di Dio hanno acquisito un valore tale che fanno parte sì della Terra e della sua storia, ma contemporaneamente agiscono in tutto l’universo. Cristo è l’archetipo di tutte le creature intelligenti assimilabili all’uomo come creatura pensante. E che ancora non conosciamo. Il capitolo presenta punti ridondanti sui concetti delle antiche divinità pagane, ma almeno termina con una seria riflessione di Vannini sulla Madre di Dio.

RTIFLESSIONI SUL CAPITOLO QUATTORDICI “ Le altre Marie” pag 215

E’ interessante scoprire come Augias ami mistificare, ingarbugliare l’ingarbugliabile, per il gusto di sostenere le sue tesi insostenibili. Un esempio evidente, tra i tanti, lo troviamo immediatamente all’inizio di questo capitolo. Egli esordisce con: “ Nelle Sacre Scritture compaiono

numerose donne che si chiamano Maria. Non è sempre facile distinguere l’una dall’altra, perché i testi sono a volte imprecisi o contradditori… ” e
Vannini risponde dimostrando che le Sacre Scritture, citate da Augias, permettono in realtà l’identificazione esatta dei personaggi di nome Maria; egli cita infatti sette Maria di cui solo due sono la stessa persona ( dato certo) e poi abbiamo la 1) Maria di Gerusalemme, madre di Giovanni detto Marco ( At 12, 11-17); 2) la Maria collaboratrice di San Paolo ( Rm 16,6 ); 3) la Maria di Betania, sorella di Marta – sorelle di Lazzaro (Lc 10, 38-40) e 4) quella che Augias, per rafforzare la sua tesi sulla confusione scritturale, dice – pag 217 – “ C’è poi una misteriosa

Maria di Cleofa…” che, ovviamente non è misteriosa: infatti Vannini
ricorda che questa Maria è la madre di Giacomo e di Giuseppe (Mc 15, 40 e Mt 27, 55). “E veniamo finalmente alla Maria più importante dopo la

Madre di Gesù…” continua Augias, riferendosi a Maria di Magdala o
Maddalena ( Lc 8,1-3 e Gv 20, 1-16) che Augias assieme a Dan Brown, autore della pataccata americana intitolata “Il Codice da Vinci” dicono essere la moglie di Gesù. (Dan Brown è un evangelista come Augias?) Inoltre Augias tenta di far passare – pag 219 - come fece anche nei confronti di San Paolo in “Inchiesta su Gesù”, l’ipotesi dell’isteria nella Maddalena, “…che crede di vederlo (Gesù N.d.r) in una di quelle che sono

state definite visioni isteriche o allucinazioni… ” Intanto non cita chi
definisce le visioni di Maddalena come isteriche o allucinazioni. E fa bene. Avrebbe sputtanato questi pseudo scienziati che sono in grado di fare diagnosi di squisita natura medica, senza avere sotto mano il “malato” che, anzi, è distante da loro di duemila anni!!! Se il prof. Vannini avesse avuto davanti a sé uno studente universitario in una sessione di esame, invece che Augias, probabilmente gli avrebbe risposto: “Ma non dica puttanate!! Ritorni quando avrà studiato la lezione.”. E questo concetto lo ritroviamo nella sua replica ad Augias – pag 220 - con : “ …la seguo fino

ad un certo punto… in parole povere si tratta di ipotesi senza fondamento né prova, dunque indiscutibili, nel senso letterale del termine: non possono essere discusse su un piano razionale.” Avete letto bene: “indiscutibili” in
parole povere puttanate! E di queste puttanate ne troviamo abbondantemente disseminate nella sua opera “Inchiesta di Gesù”. Augias maestro di arrampicate sullo specchio? Certo che si!! Infatti ecco la sua melliflua replica: “ Sono indiscutibili infatti. Sia in un verso sia

in un altro. Volevo solo ricordarlo.” Ma come? Se nell’altra opera citata
ha dato, assieme a Pesce, dell’isterico e allucinato a San Paolo per la visione sula via di Damasco. Con queste testuali parole: “… soggetto ad avere visioni, come quella celeberrima sulla via di Damasco ( a proposito della quale si è parlato di un possibile attacco epilettico) …” e ancora: “… Si potrebbe facilmente obiettare, ed è stato fatto, che la Maddalena era talmente presa o innamorata di Gesù… che crede di

vederlo in quel giardino, in una di quelle che sono state definite visoni isteriche o allucinazioni…”. Addirittura, in quest’ultima frase, Augias ha fatto copia e incolla! Non si è per niente sforzato nell’arco di sei anni di articolare, di abbozzare una versione più sviluppata, articolata, su questi fatti. Ma anche allora non ha detto chi fossero questi assertori delle visioni allucinatorie e isteriche. Contraddizioni di chi vuole fare l’intellettuale in un campo che non è il suo. Vannini, comunque, risponde a quest’ultima affermazione che alla Maddalena è affidato il compito di annunciare la Resurrezione di Cristo e questo ci porta ad un’ulteriore riflessione. Ricordate quando Augias insinua che il ballo di re Davide seminudo, viene affermato che è riconducibile a memorie ancestrali e orgiastiche – pag 206 Cap 13? Ebbene, cosa rispose Davide a colei che lo rimproverava di danzare, seminudo, umiliandosi davanti a delle serve? Re Davide rispose: “ L’ho fatto dinnanzi al Signore che mi ha scelto invece di tuo padre e di tutta la tua casa; ho fatto festa davanti al Signore. Anzi mi abbasserò anche più di così e mi renderò vile davanti ai tuoi occhi, ma presso quelle serve di cui tu parli, proprio presso di loro, io sarò onorato!” Ecco, Davide verrà onorato da quelle serve, umiliandosi e Cristo-Dio si umiliò morendo sulla croce, ma sarà una ex prostituta, la Maddalena, un’infima donna per la società di allora, a onorarlo, annunciandone la Resurrezione!! Questo è il parallelismo che sfugge ad Augias e a Vannini. Per questo ho affermato sin dall’inizio di questa complessa riflessione che la figura di Cristo va rapportata con il Vecchio Testamento; che la Bibbia o la si considera in toto o la si rifiuta tutta: mettere in discussione alcune parti significa mettere in discussione tutte le Sacre Scritture.

La discussione continua con un nulla di fatto; chiamare in causa i soliti vangeli apocrifi di scuola gnostica – che tutto rende in simboli – equivale a un nulla di fatto. Ma quello che più fa ridere di Augias è che volendo fare di questa opera un testo attendibile, su cui riflettere – fino ad ora, come avete visto, non è stato dimostrato nulla se non le “arrampicate sullo specchio” del maestro della manipolazione, almeno in questo frangente letterario – egli scrive questo – pag 221: “Da questi famosi baci sulla bocca è nata una

complessa, articolata leggenda…”

Ma se è una leggenda, quella che Gesù,

secondo i solito richiamo ad un vangelo apocrifa, in questo caso il Vangelo

di Filippo, a che serve ai fini della tesi? E’ come se un astronomo o fisico
dello spazio chiamasse in causa i viaggi di Gordon, eroe del fumetto degli anni ’30 del novecento per spiegare alcune teorie. Tanto più che se Maddalena, in questo vangelo apocrifa, è assimilabile alla Sapienza o Sophia, ecco che i baci sulla bocca dati da Cristo cosa sono, nella visione gnostica, se non il contatto diretto e continuo che Cristo ha con la Sapienza? Quella Sapienza che è sempre “compagna” di Cristo-Dio? Ma Augias piace “sfrugugliare” nella malizia, certificandosi come incompetente e coinvolgendo personalità serie come Vannini che, credo – ma questo è un mio parere - forse si è intimamente pentito per aver accettato la discussione salottiera con Augias. Ovviamente Augias, per sostenere la tesi iniziale non ha più argomenti, se non quello di chiamare in causa i Vangeli apocrifi per l’ennesima volta. E questo è la volta del

Vangelo di Maria. Uffa!!
Di questo Vangelo, anch’esso gnostico, Augias ricorda queste parole: “

Sorella, sappiamo che il Salvatore ti amava più delle altre donne. Dicci parole sue che ricordi e che tu, non noi, conosci”…” pag 222 . Vale la pena
ricordare che è un Vangelo gnostico e quindi farcito di simbologia? Lo spieghiamo noi ad Augias: ebbene Maria Maddalena è la Sapienza che Cristo-Dio ama più delle altre donne (leggi virtù). Ma non occorre

scomodare i Vangeli apocrifi per sapere questo. Dal Libro di Siracide – Vecchio testamento – leggiamo Sir 1, 1 sull’Origine della Sapienza: “Ogni sapienza viene dal Signore, ed è sempre con lui.” Ecco che la Sapienza è compagna prediletta di Dio ed è da Dio “baciata sulla bocca” perché (estensione del concetto) è con la bocca che l’uomo esprime la sapienza che ha o che non ha. Il resto, la contesa con Pietro ( capo della Chiesa o comunità cristiana) sempre riferita al vangelo apocrifa, che Maddalena teme, ne ha paura, va intesa gnosticamente, nel senso che al Capo della comunità spetta il vagliare la sapienza che esce dalla bocca della comunità. Quindi la Sapienza teme il giudizio del Capo della Ecclesia. Quello che cerca di dimostrare Augias, tutto sommato, si può tradurre in poche parole, ossia, che Cristo e Maria sono persone totalmente umane e hanno seguito la sorte degli umani: nascita, crescita e morte e… Amen!! Per questo sottolinea che “ Queste contese e altre, anche le più

accese, come quella celebre tra Paolo e Pietro, non mi dispiacciono…” e si
riferisce ai contenuti negli Atti degli Apostoli. Bisticciare per Augias è sinonimo di umanità e quindi una prova che tutto il messaggio della cristianità è solo una esperienza umana, bella, interessante, ma riconducibile alle esperienze storiche come la Scapigliatura milanese, l’illuminismo francese, l’idea, il sogno di una nuova Roma di Cola da Rienzo… solo che ad Augias sfugge una cosa: le altre esperienze sono morte e decedute, il cristianesimo invece sono duemila anni che continua la sua opera. E forse questo Augias non lo capisce. A pag 223, Augias tenta di coinvolgere Vannini in un discorso sul Codice

da Vinci in cui la Maddalena appare come la compagna carnale di Gesù, ma
Vannini taglia corto dicendo: “ Quel racconto lo lascio a lei.” “Lo studente

universitario” Augias ancora una volta è stato rispedito a casa in sede di esame!! Il capitolo continua poi con una discussione in cui emergono molti elementi che con il nuovo Testamento condividono solo nomi ma non la sostanza rigeneratrice del messaggio di Salvezza di Cristo. Anche questo capitolo porta a nulla.

RIFLESSIONI SUL CAPITOLO QUINDICESIMO “Sogni, Visioni” pag 229 Vediamo come viene trattato questo tema e se conduce alla tesi di Augias riguardo a Maria, come comune donna, mortale, anche se particolare. Augias introduce il discorso, definendolo come: “ … uno dei misteri più

antichi e diffusi della storia.” Ho scelto questo passo della sua riflessione,
perché in esso c’è anche la risposta a tutte le riflessioni che verranno fatte in questo capitolo. Ma la risposta la sottolineeremo alla fine del discorso. La prima domanda che Augias di pone è: “Che cosa vede chi afferma di

vedere qualcosa che gli altri non vedono?” Ovviamente la posizione laica e
atea di Augias tenterà di condizionare gli interventi che verranno fatti da Vannini, comunque già dalla prima riflessione dell’autore, riflessione tipo: “Fino a questo punto abbiamo esaminato aspetti sulla fede che si basano

essenzialmente sulle testimonianze o su elaborazioni intellettuali… Affermazioni, pronunciamenti, asserite verità eterne che poco nulla distingue da una qualunque altra “verità” di tipo filosofico .” E in questo
suo incedere Augias cade nelle contraddizioni concettuali e dialettiche;

perché mettere “verità” tra virgolette, riferendosi a quelle espresse filosoficamente? Evidentemente egli sa che queste “verità” non sono tali, se non mere opinioni, frutto di “elaborazioni intellettuali” e quindi perché raffrontarle con quelle della fede se hanno il valore di opinioni? Avrebbe dovuto virgolettare, per coerenza espositiva, anche le parole “…asserite

“verità eterne” che…”. Anche perché tali verità eterne invece molto
avrebbero in comune con quelle filosofiche: sarebbero punti di vista e opinioni anch’esse. E continua Augias a fare premesse al soggetto del capitolo che già di per sé stesse espongono il lettore a non fare una esamina dei fatti oggettiva: vuole condizionare il lettore senza aspettare il parere di chi invece è di mestiere su questi argomenti, ossia Vannini. Infatti, per far questo asserisce: “ …non si tratta di leggere ciò che sono

stati capaci di elaborare raffinate menti di teologi o ispirate fantasie di uomini santi.” Una frase che parla da sola sul pregiudizievole punto di
vista augiassiano. Ma quando parla di visioni, tira in ballo “…il popolo, la

gente comune…” sottintendo come la visione sia solo ed esclusivamente
fenomeno isterico e di autosuggestione di pertinenza a gente comune, ma

anonima , in cui anonimato significherebbe senza il peso di una personalità
di spicco. Può esserlo, aggiungo io, ma non è solo questo. Ma poi, a pag 230, entra in contraddizione affermando “…è ammissione comune che il

“visionario” veda davvero ciò che afferma di aver veduto. Dico subito che condivido questo punto di vista.” A questo punto il gomitolo della
riflessione ha perso il bandolo della matassa. E’ evidente. Per Augias gli

uomini santi vivono di ispirate fantasie, ma al contempo è giusto credere
che ciò che hanno visto l’hanno veramente visto. Per fare un esempio: San Padre Pio molte volte ha dialogato con Gesù, quindi, per Augias, è vero che ci abbia dialogato, perché occorre credere che l’ha visto, ma, al contempo, la sua visione è ispirata fantasia ( Ma poi ispirata da chi?)

La sua riflessione introduttiva, troppo lunga, quasi a voler egli stesso esaurire il discorso con esempi presi dall’antichità – cita Plutarco. Arriva poi, finalmente – pag 233 – a rapportarsi con il professore, il quale ricorda come il “fenomeno” delle visioni, sia costante sin dall’antichità e in tutte le culture ( ricordatevi della nostra puntualizzazione iniziale a cui aggiungiamo la sottolineatura relativa ad un fenomeno che abbraccia tutte le culture). Fino a pag 237 il dialogo tra i due è relativo a come la pensassero gli antichi autori e filosofi, fino a che Augias tira in ballo S.Agostino e S.Teresa d’Avila, ma fa finta di niente, sorvolando, come fosse una cosa normale, l’aspetto della levitazione della santa (non saprebbe cosa dire!!) quando entrava in uno stato di contemplazione, arriva ad affermare: “ Aveva crisi, non so definirle mistiche o isteriche,

le due manifestazioni si assomigliano, che provocano contorsioni del corpo che lei stessa descrive in dettaglio nel’autobiografia.” Non si capisce
(anzi si capisce e fa capire come egli si ostini a sostenere tesi insostenibili) perché sorvoli il fenomeno della levitazione, fenomeno che abbatte tutte le leggi della fisica sui gravi, ossia sugli oggetti terrestri sottoposti a forza di gravità, per vincere la quale occorre la spinta e una accelerazione esterna. Tipo quella di un aereo. E parliamo di fenomeni legati all’esperienza non alla ricerca, per esempio yoghica, la quale in molti punti di contatto con la spiritualità avanzata, può rivelare come l’Uomo, nel bene e nel male ( esperienze demoniache) sia il punto di incontro di realtà inimmaginabili ora. Augias sfiora, non lo prende in esame, il “paradosso” della presenza di una realtà sovrumana ( nel senso che è oltre la realtà a cui siamo abituati) senza fare un minimo stop di riflessione sull’argomento. Vi pare normale da parte di chi, con uno sforzo a dir intellettuale, vuole dimostrare inconsistenza della spiritualità, dell’azione dello Spirito sull’uomo, quando parla di santi che si sollevavano da terra quando entravano in estasi? A me sembra un atteggiamento chiaramente ambiguo che dà il senso dello scarso

spessore culturale con cui, Augias, pretende di affrontare l’argomento Maria-madre di Dio. Tant’è che associa il misticismo all’isteria. Inoltre, si sforza di sovrapporre le visioni mistiche delle sante con la sensualità e la sessualità, ovviamente repressa, delle stesse. Ci riferiamo a S.Teresa d’Avila e a Gemma Galgani. Le risposte di Vannini sono compiute ed esatte poiché indicano come l’unione della personalità con la realtà divina, nell’estasi, sia una esperienza che coinvolge tutta la persona, corpo, emozione e spirito, e quindi usando il linguaggio a disposizione, l’esperienza mistica della persona si esprime in termini umani e culturali del suo tempo. Il linguaggio degli angeli a cui si riferisce San Paolo, nel sui inno alla carità, è un linguaggio che non entra in gioco, ma sottolineo questo solo per dire che o si parla lingue sconosciute, poste fuori anche dal contesto terrestre, indotte dall’esperienza spirituale o ci si esprime con il linguaggio che si conosce. Questo, però, non deve essere oggetto di fraintendimento come invece Augias fa, citando, testuali parole, a pag 239: “La pubblicistica cattolica tende in genere a sottacere gli aspetti

scopertamente
l’esperienza in

erotici
toto

delle
e

visioni

di
il

Gemma… ”
lettore

fraintendendo impreparato e

inducendo

conseguentemente beone, ad associare, magari lasciando un piccolo margine per pudore, ad una esperienza pornografica: l’erotismo, osservato da fuori e non vissuto privatamente e pornografia camminano a braccetto nella nostra cultura contemporanea. E Augias è figlio di questa cultura. Faccio un piccolo esempio per far capire come il senso del pudore cambi in rapporto ai tempi storici e culturali: Rimbaud, poeta francese dell’Ottocento un giorno portò al Louvre, il museo, una prostituta, come la si intende per quel periodo, ossia un tipo di donna anche elegante, acculturata, la quale si scandalizzò nel vedere opere pittoriche che rappresentavano donne nude. Giusto per capire il senso di sensualità e di sessualità in rapporto alla storia.

Inoltre, la sua asserzione che la “pubblicistica cattolica” tenda a sottacere ecc. ecc. dimostra la sua scarsa preparazione in tema di catechismo, poiché i fini educativi sono ben altri nella formazione culturale della fede di un cristiano, non sono certo quelli di una ricerca mistica di un “contatto erotico” con l’adilà. Augias è forse influenzato dalla spiritualità dello Yoga kamasutrico? Continuando a leggere, Augias fa scendere in campo Andreoli, noto psicanalista. Il risultato sarebbe stato lo stesso se avesse chiamato in causa Stalin a dire la sua su Dio e le esperienze mistiche: esperienza mistica uguale isteria compulsiva determinata dalla sessualità repressa. Insomma, questione di donnicciole che hanno il prurito vaginale. Quindi santità e isteria vanno a braccetto. A questo punto occorrerebbe ridare una definizione al concetto di “Isteria”. E in questo senso, fortunatamente, Vannini dà una risposta equilibrata a – pag 240- con queste parole: “Vorrei far notare due cose: la prima è che è difficile

giudicare ciò che non si conosce, di cui non si ha esperienza. La seconda è il carattere puramente nominalistico dei termini della psicologia ( o meglio dire delle psicologie, visto che esistono centinaia di “scuole”) le cui definizioni vanno e vengono col tempo, accettate da alcuni e rifiutate da altri, e questo mi pare il caso di “isteria” .“ Ancora una volta lo studente
Augias è stato respinto all’esame!! Giustamente le contrapposizioni, come fa notare Vannini, sono anche all’interno della Chiesa e lo fa citando un teologo, Rahner, che ebbe una visione sostanzialmente diversa sul concetto naturale-soprannaturale. In questo caso valgono ancora le parole citate prima da Vannini, che “ non si

può giudicare ciò che non si conosce”, L’esperienza mistica è un fatto
privato!!. A cui ci puoi credere o non ci puoi credere, ma avere la presunzione di spiegarlo nel negarlo è assurdo. La fede e la giusta conoscenza delle Sacre Scritture, giustificano il misticismo . Esso è

ancora appartenente alla sfera sconosciuta, come natura antropologica (io sostengo da sempre che la realtà dell’uomo trova la sua massima espressione nella Rivelazione, e una volta che avrà trovato la sua piena espressione, la sua maturità antropologica ci si accorgerà che quella è la vera natura umana in cui la contrapposizione materia-spirito non esisterà più). Ora viviamo in e con una natura umana limitatissima, da cui la divisione della natura stessa in concetti. Ma quello che più conta è il non considerare isteria il misticismo, i soggetti di una esperienza sconosciuta di per e stessa, poiché, come giustamente fa notare Vannini – pag 241- come “…la materia conosciuta rappresenta solo il 6% del totale

esistente..” e non per questo se qualcuno ipotizza o sperimenta nuova
materia debba essere preso per isterico. In religione i pregiudizi, di cui è ben fornito Augias, falsano la totalità della ricerca teologica e della riflessione su di essa. Tanto più che ad una osservazione di Augias, Vannini risponde – pag 243 – in questa maniera: “ Guardi, Augias, che la

mistica non è il terreno del visionario, dell’irrazionale, ma, al contrario, la razionalità dispiegata fino in fondo… la mistica è la vera continuatrice della filosofia antica. Non si meravigli, dunque, se i grandi filosofi antichi, da Platone a Plotino, sono anche i maestri della mistica.”
Il discorso continua con il solito alternarsi e si conclude con la citazione di Vannini che chiama in causa San Giovanni della Croce – pag 247 – che dice come Dio non si vede con gli occhi del corpo. Bene, anche questo capitolo termina con un nulla di fatto, nel senso della tesi iniziale al libro e richiamiamo l’attenzione a quello che si è scritto all’inizio del capitolo, ossia che Augias, introducendo il discorso, definendo la visione come: “ … uno dei misteri più antichi e diffusi della

storia.”; da di già la risposta al problema. Infatti, se questo “fenomeno”
è uno dei misteri più antichi, noi aggiungiamo che, essendo tra i più antichi e più diffusi, allora, non appare un azzardo dire che nell’uomo il confine con il mondo dello spirito è da sempre sottile e fragile,

perché è nella natura dell’uomo, evidentemente, avere a che fare con il soprannaturale. E’ questa è la risposta, come dissi, che è contenuta nella affermazione, fatta da Augias. Solo i limitati di mente causa dei pregiudizi, possono pensare al soprannaturale come un evento esclusivamente isterico.

RIFLESSIONI SUL CAPITOLO SEDICESIMO “Apparizioni” Pag 248

Questo capitolo è piuttosto breve, avrebbe meritato maggior attenzione, ma sin dalle premesse di Augias appare chiaro come le visitazioni di Maria appartengano alla sfera confinante con le allucinazioni, poiché nessuno è in grado di garantire sull’autenticità delle visioni. Nemmeno chi le ha. Quindi il fenomeno, soprattutto se collettivo, per Augias, è il risultato di un’inconscia richiesta di aiuto che si concretizza con le apparizioni. Non sarebbe, per Augias, un atto d’amore di Dio, mediante Maria, ma una materializzazione di pulsioni inconsce smosse dallo stato di necessità del povero individuo assieme alla massa di – pag 249 – “…ceti

popolari e tra i fedeli di più modesta condizione… ” Si riaffaccia, quindi, la
tesi che la religione, la fede, siano appannaggio dei poveracci, degli ignoranti e di etnie dallo scarso contenuto culturale e altrettanto scarso

conto in banca. Augias viaggia su livelli alti e quindi può solo permettersi, oltre al non sentire la necessità del soprannaturale, quindi esente dal pericolo di visioni, di sentire forte la necessità di togliere la speranza a questi ceti infimi e limitati della società. Augias non si rende conto di una cosa: se questi ceti, limitati culturalmente e banalizzati dalla condizione popolare, realizzassero o si convincessero che le tesi di Augias sono veritiere, ebbene i tanti Augias che ci sono in Italia o nel mondo, avrebbero finito di vivere serenamente nelle loro isole dorate, poiché a trarre certe conclusioni si fa presto. Comunque, le apparizioni di Maria sembrerebbero anche una necessità, diremmo, di catalogo. Nella stessa pagina egli così scrive: “ Una figura

femminile caratterizzata da dolcezza materna, capace d’incarnare il volto affettuoso e comprensivo della fede, mancava all’ebraismo e mancava per conseguenza anche nel primissimo cristianesimo…” Ecco una spiegazione
molto ferrata e scientifica: oltre alla limitazione intellettuale, c’era la necessità di avere nell’ebraismo e nel primo cristianesimo, una figura come Maria. Quindi –CONTRADDIZIONE- il fenomeno dalle radici dell’ inconscio, per i limitati, è passato a fenomeno organizzativo per le comunità; apparizioni a comando, in poche parole. Ad Augias forse sfugge che l’ebraismo, checché ne dicano gli ebrei stessi ( su questo termine “ebreo” c’è molta disinformazione e voluta distorsione. Ad esempio, gli ebrei della comunità romana, parlando recentemente delle deportazioni dissero che ad essere deportati, da Roma, furono “ebrei e cittadini romani”, lasciando intendere che gli ebrei fossero non romani. E’ sbagliato!! Gli ebrei sono italiani di religione ebraica e basta. Sono Romani di religione ebraica, o Ferraresi di religione ebraica. E’ come dire che essendo mia nonna materna austriaca, anzi austro-ungarica, io sono austro-ungarico, pur essendo Romano di nascita.) comunque, ad Augias, dicevo, sfugge che l’ebraismo, come religione è superata e quindi non aveva o ha alcuna necessità di sviluppare ed elaborare una figura come Maria; ella appartiene al Cristianesimo. Mi viene in mente la vicenda del

Capo Rabbino di Roma, tale Israel Zoller che nel 1944, durante una preghiera in Sinagoga, riferì egli, gli apparve Gesù che gli disse: “Questa è l’ultima volta che stai qui”. In pratica Cristo fece fare a Zoller un passo avanti, quello definitivo, una specie di passaggio tra le acque del Mar Rosso, portandolo verso la reale terra promessa, la conclusione del messaggio di Salvezza. Si fece battezzare nel 1945 e assunse il nome di Ernesto Zolli. Su di lui si scaricò ovviamente il risentimento della comunità ebraica romana. Il Cristianesimo è la superazione dell’ebraismo e la sua fine come messaggio di salvezza. Augias, in questa lunga introduzione all’argomento, si lascia andare – pag 249 - anche ad affermazioni per le quali non fornisce i riferimenti. Dice infatti: “ Negli ultimi tempi, a partire dall’Ottocento, nella devozione

mariana si sono accentuati alcuni caratteri che all’interno della Chiesa sono stati definiti “leziosi”. Il sentimento è diventato sentimentalismo, il culto popolare è talvolta scivolato nella superstizione, la richiesta di “protezione” ha sconfinato nell’idolatria.” E’, a parer mio, questa, una
riflessione contorta, poiché prima usa la parola “Chiesa” con la “C” maiuscola, facendo intendere che la degenerazione cultuale appartenga alla totalità della chiesa mondiale e poi dice “talvolta”. Beh, questo non dice che il nulla, poiché il “talvolta” non contraddice la posizione magistrale della Chiesa su Maria, il popolo può anche “talvolta” apparire esternamente lezioso, ma coerentemente con l’affermazione che non si conosce quanto di vero o di isterico ci sia in una apparizione, Augias, coerentemente, ripeto, dovrebbe anche dire che non è possibile conoscere la condizione del cuore di chi implora aiuto e protezione al cielo anche se è all’interno di quella espressione cultuale che può apparire, per lui, idolatrica. Quindi le sue affermazioni fanno acqua da tutte le parti. Ma per sottolineare la bontà delle sue affermazioni richiama alla discussione la compostezza, la seriosità, delle comunità cristiane del nord Europa – pag

250 – “ …più vicini al mondo protestante, che sul tema avevano

manifestato una diversa sensibilità.” Beh, anche in questo caso, Augias, si
dà la risposta da solo: sappiamo che i protestanti non considerano affatto Maria come viene considerata nella Chiesa Cattolica, quindi la richiamata vicinanza dei Vescovi cattolici del Nord non può che essere una contaminazione che li allontana - sempre che sia vero, poiché anche in questo caso Augias non fornisce alcun riferimento documentato - li allontana dalla posizione magistrale della Chiesa di Roma espressa dall’Enciclica papale Lumen Gentium, che Augias fa apparire come frutto di un compromesso tra protestanti e Vescovi del nord. Infatti asserisce: “

I secondi erano contrari ( i protestanti N.d.r.); alla fine si arrivò ad un compromesso, anche se non mancarono riconoscimenti nei confronti della Madonna, come testimonia la costituzione dogmatica Lumen Gentium…” La Lumen Gentium è la posizione presa dalla Chiesa – Paolo VI anno 1964con la quale stabilisce, tra le altre cose, il ruolo di Maria nella Chiesa, INDIPENDETEMENTE da come la pensavano allora e la pensano oggi, i protestanti. Il resto della conversazione col professor Vannini ha il sapore di un risciacquar di nozioni e conoscenze che non portano a nulla se non alla conclusione, espressa da Augias che – pag 257 – “ La devozione

mariana è sentita e praticata in modo diseguale, legata com’è alle culture locali. Circostanze che portano alla ricerca di un compromesso che tenga in piedi difficilissimi equilibri. Come infatti avvenne anche al Concilio
(Vaticano II N.d.r.)” Ancora una volta, in questa ultima battuta, l’autore tiene a sottolineare, a far passare il messaggio, che la comunità cristiana è così divisa al suo interno, tanto che lo sforzo delle autorità centrali è mirato a mantenere stabile quell’equilibrio che il “famo come ce pare” in tema di culto mariano, mette in pericolo. Assurdo! Egli stesso si contraddice quando afferma che la devozione mariana è sentita e praticata in modo diseguale… a causa delle culture locali, poiché vorrebbe dare ad intendere che a queste differenze corrispondan differenti posizioni teologiche. Falso!! Vero è, invece, ed inevitabile, che una

comunità africana o brasiliana, rispetto a quella italiana, esprimerà, gioco forza, la sua devozione in maniera differente a causa del differente modo di esprimere la devozione, ma questo non tocca e non intacca assolutamente la posizione della Chiesa in tutto il mondo cristianocattolico sul ruolo di Maria-Madre di Dio, punto di riferimento importantissimo nella Chiesa in nome di Cristo.

RIFLESSIONI SULCAPITOLO DICIASSETTESIMO “Tempi e luoghi” pag 258

Questo capitolo, che sin dalle iniziali battute fornisce elementi di profonda riflessione e mi riferisco alle parole del prof Vannini – pag259 a proposito della suora Catherine Labouré che ebbe sin dal 1830 visioni in cui Maria, apparendole, la informava sui gravi disordini che sarebbero successi con la Rivoluzione del luglio 1831 per cacciare dal trono CarloX. Dico che queste poche parole meriterebbero una profonda riflessione poiché viene di fatto smentita la posizione di Augias che nelle apparizioni vede una condizione di bisogno inconscio che favorisce le allucinazioni. Qui Maria ha predetto alla Labouré eventi futuri, regolarmente accaduti. Ma su questo fatto Augias, ovviamente non si sofferma. Mette però in discussione lo stato mentale di Bernadette, la pastorella che a Lourdes incontrerà Maria nella grotta nell’anno 1858. Augias, dopo aver evidenziato la miseria economica in cui la famiglia vive e il disagio che si

ripercuote sulla ragazzina con uno stato di salute interessato da malattie tipiche della sottonutrizione, a pag 262, scrive: “ Senza fare illazioni

possiamo comunque affermare che le condizioni psicologiche di tutti i ragazzi coinvolti erano di particolare fragilità, condividevano uno status psicologico che può facilitare l’accesso al “soprannaturale” (qualunque cosa voglia dire) o più semplicemente a quella forma di evasione da realtà penose o difficili che si ha quando sogniamo ad occhi aperti.”
Oltre a sottolineare il vezzo di fare diagnosi mediche in campo psicologico, senza il soggetto presente ma piuttosto lontano nel tempo Augias si contraddice, poiché parte col dire che non vuole fare illazioni e termina con considerazioni che vanno oltre le illazioni. Ragioniamo un momento: un bambino o bambina che viveva in un paesotto francese della seconda metà dell’ottocento; che non conosceva alcuna cosa che potesse esistere al di fuori delle mura del paese; che non aveva giornali o televisione a mostrare angoli di mondo fantastici cosa poteva mai sognare ad occhi aperti? Quella era la normalità e in quella si cresceva, gli unici sogni erano forse le aspirazioni a diventare come qualcuno che viveva in quel paese, che si conosceva bene: una signorina ben vestita che passeggiava in carrozza; la bambola o il trenino di legno… ecco, forse questi erano i sogni che i bambini, che non conoscevano scarpe, in quella realtà potevano fare, ma questi desideri non sono sufficienti a smuovere il soprannaturale. Ovvio. Quindi la tesi di Augias è che il soprannaturale è appannaggio, una risposta inevitabile, di chi vive situazioni disagiate (chissà perché non hanno visioni i carcerati?) e di chi appartiene ad un ceto inferiore in ambito culturale e in ambito economico. Roba da libro “Cuore” insomma. Ma se anche così fosse, non fu il Re Davide a dire che le serve ( cioè gli umili e i schiavi) lo avrebbero esaltato? E Davide chi era se non un umile pastorello che Dio elesse al rango di Re d’Israele e dalla cui discendenza nacque, fu generato, Gesù Cristo? E Gesù Cristo non è forse colui che

trova maggior spazio nei cuori degli umili, degli ultimi? Ecco che questa condizione, a differenza di quella impostata da Augias diventa la condizione migliore per avvicinarsi a Dio o per meglio dire, affinché Dio si avvicini al soggetto, ma non è la condizione di per Sé stessa a far scattare il meccanismo visionario. Continuando nella sua riflessione Augias, si meraviglia della:

“ elementarità delle immagini da loro descritte. A questi visionari appare

sempre una signora giovane e bella, vestita di bianco… mi sembrano francamente immagini che somigliano a ciò che può immaginare un bambino quando pensa ad una creatura celeste…”
Oltre a contestare il fatto che Maria appare di giovane aspetto, Augias si meraviglia del linguaggio semplice dei bambini. Allora, viene spontaneo chiedersi: “ Ma costui ci fa o ci è?”. E sì, perché gli sfugge ( si fa per dire, poiché lo sa benissimo ma non conviene evidenziarlo) che quei bambini, appartenenti alla classe infima dei nullatenenti e degli analfabeti, non per loro colpa, non conoscevano i “banchi di scuola”, riservati dalla società di allora solo ai seminaristi e ai figli dei nobili o di chi, nel ceto medio, poteva permettersi di pagare un precettore. E perché allora si meraviglia? Beh, è facile comprendere che egli vuole condurre il suo affezionato lettore beone sulla posizione della fantasticheria e immaginazione che avrebbe animato i pastorelli di Lourdes, per far passare il messaggio che anche queste visioni sono frutto di un tentativo isterico di uscire dal disagio sociale. Ma fortunatamente è Vannini a riportare la discussione nel giusto ambito intellettuale e culturale, facendo notare ad Augias ( e al lettore beone) che Maria, quando si presentò ai bambini, disse – pag 264 – “Io sono l’Immacolata Concezione” Parole di grande peso e significato che furono appositamente messe sulla bocca di questi bambini per far comprender ai grandi che la visione era autentica. Come potevano questi bambini parlare in quel modo? Che ne sapevano dell’Immacolata Concezione? Le avranno sentite nel catechismo?

L’immacolata concezione fu un dogma fissato dalla Chiesa appena quattro anni prima e mi sembra poco probabile che la lezione catechistica sia arrivata in così poco tempo in un paese di periferia in cui gli obiettivi dei curati di allora non erano il raggiungimento della conoscenza teologica, ma il livello di devozione che permettesse di superare le necessità della Comunione e della Cresima. La discussione guidata da Augias vorrebbe giungere alla conclusione che i miracoli sono frutto di una fede trasformatasi in superstizione, e cita Spinoza come se fosse un autore di un libro sul catechismo della Chiesa cattolica, ma Vannini lo contraddice. A pag 265 egli replica: “ …la fede è

la conoscenza dello spirito nello spirito, e non chiede miracoli.” Infatti un
cristiano non chiede miracoli così tanto per chiederli, ma se lo fa, chiede l’intervento dell’Amore di Dio per risolvere un caso pietoso, pur sapendo che tutto è rimesso alla volontà di Dio stesso. Rimane comunque valido l’invito di Gesù:“ Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto” che ha fatto a tutti noi duemila anni fa. Chiedere è sempre lecito se non si tratta di esaudire bisogni egoistici. Arriva il momento della disamina del concetto di “miracolo” e, ovviamente Augias espone il suo punto di vista di grande scetticismo e arriva a citare Chesterton, un inglese di cui mi sfugge il ruolo che ebbe nella sua Inghilterra, ma non mi interessa nemmeno conoscerlo ai fini di questa discussione, poiché le sue parole sul meccanismo che fa scattare o non scattare il miracolo sono opinioni personali che esulano dalla riflessione sulle Sacre Scritture. Fatima e Medjugore sono i soggetti degli argomenti successivi. Riguardo a Medjugore la Chiesa non si è ancora espressa e quindi è inutile parlarne. Resta il fatto che anche questo non porta acqua alle tesi di Augias e quindi si conclude con un nulla di fatto.

Il capitolo successivo riguarda i Volti di Maria nell’Arte – pag 277 – è un capitolo su cui non ci soffermiamo, poiché ha il sentore di una passeggiata in un museo. Lo stesso dicasi del capitolo diciannove “ Poesia, musica, cinema – pag 297 – in cui qualsiasi tesi esposta da poeti, musicisti e registi, nel bene e nel male, rimangono atteggiamenti culturali fini a sé stesse.

RIFLESSIONI SULLE CONSIDERAZIONI ULTIME Marco Vannini “Maria: diversi livelli di comprensione” pag 319

Con incedere pacato e ponderato, il prof. Vannini trae le sue conclusioni sul tema affrontato. Egli giustamente sottolinea come quest’a rgomento, che vede come oggetto di discussione Maria, la Madre di Dio, non può essere affrontato se non con la libertà dai pregiudizi che l’argomento richiede. Dice infatti: “Ciò è necessario per ogni ricerca storica condotta

onestamente, ossia non per difendere testi precostituite, ma è molto rilevante nel caso specifico, in quanto, come abbiamo notato, qui si richiede di “sospendere” quelle opinioni – filosofiche, scientifiche, religiose – cui siamo fortemente legati, giacché su di essi si fondano i valori primari della nostra vita e i modi essenziali del nostro agire.” E a
pag 320 afferma che: “Un argomento di storia religiosa richiede dunque

esperienza religiosa, e anche questo non è sempre facile.” Osservazioni,

affermazioni che riconducono ad una onestà intellettuale scevra dai pregiudizi che con Augias, da Augias, non sono mancati. Come abbiamo visto. La figura di Maria, è vero, è finita per rappresentare un archetipo, l’archetipo della figura femminile all’interno della visione contenuta nel messaggio della Salvezza, ma esso, dice Vannini, non può essere assimilata alle figure femminili del paganesimo come Artemide, Iside, Cibele e addirittura Kali: “ … o altre “dee-madri”

cui si è voluto spesso

assimilarla.”
La figura di Maria, quindi, non può che essere ricondotta che nelle Sacre Scritture “ …canoniche o apocrife…” dice Vannini, e qui non mi trova d’accordo per il semplice per quello che abbiamo riferito sul significato della letteratura apocrifa in rapporto al magistero della Chiesa. Comunque, è importante sottolineare come tale figura trovi significato esclusivamente all’interno di ciò che i Vangeli canonici riportano e in vicinanza e correlazioni con le altri parti della Bibbia. E questo rafforza la mia affermazione che non si può parlare di Maria escludendo il resto delle Sacre Scritture, poiché tutto è correlato: la sua figura fa assumere forti simbolismi, se rapportata all’Antico Testamento, ad elementi come il Tempio, l’Arca, ma assume concreti significati, nella carne e nello spirito, se la si accetta in funzione del Nuovo Testamento: Maria Madre di Dio e Immacolata Concezione (la piena di grazia). Appare dunque riduttivo soffermarsi - per certi aspetti direi offensivo per quanto riguarda la verginità di Maria, sul punto di vista dell’anat omia. Ma non sono d’accordo con Vannini quando a pag 323, afferma: “Che una

donna possa concepire e partorire restando vergine sul piano fisico è impossibile, e pure che una mortale generi un figlio divino. “ Non sono
d’accordo non per motivi di rispetto al dogma e nemmeno per bigottismo o fede irragionevole, ma per quell’analisi a cui mi ispirato, sin dall’inizio, assimilabile ad una investigazione poliziesca. Ricordo che lo Spirito può plasmare il corpo in mille modi, può su di esso fare tutto: l’azione m alefica

nelle possessioni, come ho riferito a proposito dell’opera di Padre Amorth, ne dà testimonianza. Ma pensiamo solo alla resurrezione di Lazzaro che come ci riporta il vangelo era morto da quattro giorni e già puzzava. Oppure pensiamo alla levitazione che va contro ogni legge fisica. Come abbiamo detto. Ma di questi aspetti, espressioni e azioni dello Spirito sul corpo i due non si sono soffermati. Lo abbiamo fatto noi per fare appunto “il pelo e contropelo”. Non mi dilungo e non ripercorro le chiamate in causa del professore di personaggi come Vico, Hegel, Silesius, Porfirio, Nitzsche, Goethe, poiché fanno parte di quella cultura che agisce da tessuto connettivo, che riempie i vuoti tra le fondamenta del sistema, ma non sono l’essenzialità nella dinamica della realtà. RIFLESSIONI SULLE CONSIDERAZIONI ULTIME Corrado Augias “ Una Madre d’amore voluta dal popolo” pag 331

Ovviamente la riflessione di Augias parte dall’analisi materialista della figura di Maria e di Cristo: la sua è un’ ottica visiva , sensitiva e non accetta la considerazione che gli aspetti terreni di Maria e di Gesù possano essere la punta di eisberg di una realtà “ultraterrena” di cui non abbiamo, è vero, alcun sentore, ma ne avvertiamo la presenza. Non è nemmeno una sfida camuffata per condurre il lettore che nonostante i tentativi di smontare la figura di Maria, riconducendola a donna normale, per far vincere, alla fine, la verità spirituale. Virgilio ebbe la disavventura di diventare “autore cristiano” solo perché, parlò di “vergine” e di “casta”; venne fagocitato da pensatori che lo fecero diventare un iniziatore della religione cristiana ( secondo Augias), ma non secondo la Chiesa. Ma ad Augias è sufficiente per iniziare il suo discorso di “materializzazione” anzi di materializzare la figura di Maria.

Non desiste nel soffermarsi ancora sulla traduzione da “Giovinetta” o “Govane donna” in “Vergine” operata dai “Settanta” e sul quale concetto abbiamo detto che non sarebbe stata una profezia quella di Isaia se avesse detto che “una giovane donna partorirà un bimbo”, perché tal cosa accadeva e accade continuamente. Ma occorre sempre tenere conto, che i Settanta nel tradurre, guardarono alla totalità delle Sacre Scritture relative all’A.T. La riflessione dell’autore passa poi per lo scetticismo riguardo al perché non è stato riferito che Gesù dopo essere risorto non sia andato a trovare la madre. Ma possiamo dimostrare che questo non sia avvenuto? Solo perché non se ne è parlato? Si meraviglia, inoltre, Augias per le poche informazioni che abbiamo su Maria nei Vangeli. Ma non si sofferma sulla riflessione che il Messaggio di Salvezza non è limitato solo alla carta vergata e poi stampata, il messaggio di Salvezza è in corso e Gesù lo ha detto “Io sarò con voi fino alla fine del mondo” e con noi c’è Maria attraverso le apparizioni, quelle che il magistero della Chiesa ha riconosciute autentiche, apparizioni che passano per la stessa metodologia per cui Cristo-Dio inviò i lebbrosi guariti al tempio, per sottoporre la sua azione guaritrice, all’ufficialità del parere dei sacerdoti. Dio si sottomette alla libertà dell’uomo che, essendo stato creato a stessa immagine e somiglianza di Dio, esercita la sua libertà coerentemente con la genetica creatrice. Dio ha rimesso all’uomo, alla Chiesa il potere di sciogliere o di legare sia in terra ce in cielo, facendo assurgere l’uomo alla dimensione universalistica dell’essenza creastiva. Non ha alcun valore la giustificazione addotta che se il discorso scivola sulla mistica allora tutto può accadere, in parole povere: anche gli asini volano. Ma sfugge ad Augias che la mistica è la strada della realtà che è al di là delle cose visibili in cui la realtà diventa ancor più realtà. Nel misticismo si disvela una realtà più ampia e sempre più ampia e sempre più ampia, ma al contempo svela che le realtà che non vediamo sono le

realtà dell’uomo, realtà che si avvicinano all’archetipo di Cristo man mano che l’uomo evolve. Non è esclusivamente un percorso spirituale, ma attraverso la riflessione e l’esperienza mistica la realtà oggettiva che ci circonda si arricchisce di significati più ampi. Parimenti alla fisica delle particelle che approfondendo la conoscenza della materia dà alla materia stessa significati sempre più ampi. Ma il pregiudizio non abbandona Augias che cerca di fare dei saltelli per affermare la sua verità ma riesce solo a zampettare in maniera anche goffa, benché rispolveri la sua nozionistica in tema di filosofia o conoscenza di particolari testi storici. E non importa anche se chiama in causa autori, secondo lui, autorevoli: costoro espongono solo pareri e opinioni personali, contaminati dalla visione protestante della vita e della Salvezza come in Paul Tillich. Vale come il due di picche l’affermazione, che pare condivisa anche dal prof Vannini, che il culto di Maria sia stato ufficializzato dalla Chiesa per volontà popolare. E le apparizioni riconosciute valide dalla Chiesa avvenute prima dell’affermazione dei dogmi dove le mettiamo? Basta un esempio, la Vergine di Guadalupe, apparizione del XVI secolo in un Messico appena conquistato dagli spagnoli. La Chiesa non adotta Maria perché è il popolo che lo vuole, la Chiesa adotta Maria, perché Maria ha adottato l’umanità tutta e alla Chiesa, quella che lega e scioglie, non è rimasto che riconoscere questo fatto. Non se la prenda Augias, in conclusione, se abbiamo seguito il suo consiglio “e se è il caso criticate”. Noi lo abbiamo fatto, con la speranza di averlo fatto con quel metodo logico che la deduzione e la comparazione, il metodo analitico, pretendono e che esclude qualsiasi pregiudizio.

Antonio Dal Muto

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