Tommaso Ariemma

Logica della singolarità
Antiplatonismo e ontografia in Deleuze, Derrida, Nancy

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l’attuale.Nancy: la condivisione dell’esposizione Il senso dell’esposizione L’insieme singolare Corpus.7 Indice Introduzione Capitolo I . superficie. piega Democrazia e immanenza Derrida e la logica della singolarità Capitolo III . corpo erotico.Derrida: l’iscrizione della singolarità La scrittura e il platonismo La tipografia di Platone L’erranza empirico-trascendentale Chora.Deleuze: l’eterno ritorno del differente L’immagine dogmatica del pensiero e l’eterno ritorno del differente L’empirismo trascendentale L’eterno ritorno del differente e il platonismo riaccentuato Il segno. corpo senza organi: non c’è “il” toccare Nudità trascendentale e decostruzione del cristianesimo Nancy e la logica della singolarità Conclusione Bibliografia 9 17 17 26 31 38 47 54 57 57 69 74 78 87 91 93 93 97 106 115 120 123 129 . il virtuale Senso e iscrizione Deleuze e la logica della singolarità Capitolo II .

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distogliendolo dalla differenza in sé. a causa di una provocazione. Différence et répétition (1968).Capitolo I Deleuze: l’eterno ritorno del differente L’immagine dogmatica del pensiero e l’eterno ritorno del differente Anche il critico meno attento non potrebbe non notare che nei quattro testi fondamentali di Gilles Deleuze Nietzsche et la philosophie (1962). Logique du sens (1969). ossia dal nuovo. come qualcosa che in quel momento comincia. sottraendola così al numerico. Per Deleuze la differenza in sé non si distingue in alcun modo dalla singolarità e viceversa (come dimostrano in modo esemplare le prime pagine dell’introduzione a Differenza e ripetizione). Tale indicazione ci proietta già. ovvero allo statuto del singolo come unità. . fondamento di ogni calcolo. Quando tutto ciò che si credeva di riconoscere fa segno verso singolarità irriconoscibili. svincolate da identità costituite. dalla differenza che non deriva da alcun rapporto tra identità e che sollecita nel pensiero potenze altre dal semplice riconoscimento. implicitamente. verso una concezione pre-individuale della singolarità (concezione che riprenderemo analiticamente più avanti) che non la riduce all’individuo o al singolo. Marcel Proust et les signes (1964). è allora e solo allora. Ciò che Deleuze chiama propriamente immagine dogmatica del pensiero è un plurisecolare dispositivo di orientamento. che il pensiero si mette in moto. un dispositivo che orienta il pensiero verso ciò che non lo sollecita a pensare. ci sia un capitolo dedicato a una medesima immagine di pensiero e che questa abbia come suo iniziatore Platone.

A priori si sa cosa può un pensiero. p. ovvero la sua solitudine. che non è altro che un modo particolare di pensare la ripetizione. che. PLATONE. a tal proposito. Milano 2000. L’immagine dogmatica non riesce a concettualizzare. quali sono le sue potenzialità. perché questa è colta attraverso il riconoscimento. procedendo da una molteplicità di sensazioni a una unità colta con il pensiero. un incalcolabile. quanto di ricordare. al contrario. in una elettiva amicizia. ciò che costringe quest’ultimo a pensare. così come viene presentata da Deleuze. Bompiani. allora. non si può criticare l’immagine dogmatica senza criticare una philia di stampo platonico. Fondazione Lorenzo Valla. p. funziona allora come un potente presupposto filosofico e con Platone avrebbe inizio l’immagine dogmatica del pensiero. senza dubbio chiarissimo: […] il ricercare e l’apprendere sono in generale un ricordare1. oppure vieta al pensiero. E questa è una reminiscenza delle cose che un tempo la nostra anima ha visto […]2. il pensiero sarebbe senza alcun motivo predisposto alla verità. sarebbe caratterizzata dal fatto di occultare ciò che costringe il pensiero a pensare. Non si tratterà mai di apprendere. In più punti della sua opera Platone è stato. priva di scontri o violenze. secondo Deleuze. viene pensaPLATONE. Menone. infatti. Reale. dunque. L’immagine di pensiero. Fino a Nietzsche. secondo un primato del modello ricognitivo. 115. Milano 1998. a cura di G. Bisogna. un più d’uno.18 Capitolo I Il singolo non è il singolare: l’essenza del singolo è l’unità. La singolarità è. a cura di G. buchi. Secondo Deleuze.perché non si pensa che in virtù di strappi. ovvero la sua esposizione . 249 d9 – e2. che l’uomo comprenda in funzione di quella che viene chiamata Idea. Questa. A partire da Platone. che si caratterizza per la sua impotenza a pensare la differenza in sé. Fedro. infatti. Reale. l’immagine dogmatica si manterrebbe più o meno costante. a partire da Platone. 2 1 . soprattutto come una motivazione morale. pensa lo sconosciuto come il dimenticato. 77. L’immagine dogmatica del pensiero. interruzioni. la rassomiglianza. una frattura nel già noto. 81 d6. l’analogia e in generale a partire dall’identico.

IV(1965).. it. consiste nell’anteporre a un apprendimento trascendentale. Socrate lo costringe. Anamnesis in the “Meno”. di F. F. forse per abitudine. fedele alle nostre attese. VLASTOS. pp.. p. Attraverso un esperimento maieutico. per mostrare la sua fondamentale teoria della reminiscenza. Non si tratta affatto di ricordare. 113. A un’analisi attenta.F. le domande che Socrate rivolge allo schiavo non sono problematiche. Menone. DELEUZE. Nietzsche et la philosophie. a ripetere un procedimento a lui estraneo. sottoposta ad un primato dell’identità che condiziona ogni nostro incontro e ogni risposta all’incontro: “Che cos’è…?” è la formula con la quale la metafisica pone il problema dell’essenza. Tuttavia. Socrate dice di averlo intorpidito (82 b-d). 55-121. avvenuto in un tempo mitico (cfr. come si sa. Su questo punto si veda in particolare G. Polidori. Il particolare modo di pensare. trad. Nietzsche e la filosofia. Una tale destituzione rimuove nell’appreso stesso l’apprendere. 143-167. p. «Dialogue». Dobbiamo quindi risalire a Platone per vedere in che misura la domanda “che cos’è…?” presupponga un particolare modo di pensare3. 3 . Menone chiede a Socrate perplesso: « […] in che senso dici che noi apprendiamo. che riceve con Platone la sua istituzione. L’orientamento platonico del pensiero destituisce l’apprendere a favore di un appreso. ma che ciò che noi chiamiamo apprendimento è reminiscenza?»4. quanto di corrispondere G. cit. Napoli 2002. 4 PLATONE. P. ma in realtà ne siamo debitori a Socrate e a Platone. ma retoriche. Per questo motivo. Menone 81c-d). un apprendimento originario. perché l’appreso deve mostrarsi come istituzione. 115. Einaudi. soprattutto dello stile del dialogo. ci sembra ovvia e scontata. fa dimostrare il teorema di Pitagora allo schiavo di Menone. Torino 2002.U. Bibliopolis. Tale formula. pp. in fin dei conti. ARONADIO.Deleuze: l’eterno ritorno del differente 19 ta come ripetizione del medesimo. cioè ineliminabile e sempre necessario. Socrate. Paris 1962. Procedure di verità in Platone. Nel Fedone (72 e8) Socrate afferma esplicitamente che è necessario che si sia appreso in un tempo passato ciò che deve essere ricordato. 81 e4-6. attraverso un modo singolare di avanzare delle interrogazioni.

Torino 2001. Mai figura poteva essere più simbolica di quella di uno schiavo. «Quel che ci costringe a pensare è il segno»7. Einaudi.U. Lo schiavo non replica. trad. Marcel Proust e i segni. Differenza e ripetizione. di espressioni e di impressioni che costringono a pensare. Marcel Proust et les signes. a proposito del suo servo: «SOCRATE – Che cosa ti sembra. come Deleuze sentenzia. o Menone? C’è qualche pensiero da lui espresso che non sia suo? MENONE – No. dotato di anima. la cui componente fondamentale è l’esperienza del segno. tutti suoi»5. di non aver espresso in realtà alcun pensiero e di essersi limitato per lo più ad annuire. P. Un Menone moderno direbbe che il sapere non è altro che una figura empirica. che non può far altro che confermare e subire.F. Deleuze. Dogma è ciò che viene imposto dal pensiero stesso al proprio avvenire. Ed è quasi grottesco ciò che Socrate dice a Menone. Paris 1964. Lusignoli e D. la dissomiglianza alla dissomiglianza. ma che l’apprendere è la vera struttura trascendentale che unisce senza mediarle la differenza alla differenza. Sulla lettura di Deleuze di 6 5 . in modo impertinente. Il romanzo di Proust è un grande “sistema” di incontri che costringono a interpretare. DELEUZE. e suscita un senzafondo che è incapace di esplorare. ma avrebbe potuto rispondere. Lo schiavo non ha nome ed è preso nel suo essere qualunque. a un apprendimento già avvenuto. p. cit. 133. it. e non come un passato mitico6.. L’immagine del pensiero che Platone istituisce è di fatto un’immagine negativa del pensiero. 216. come forma pura del tempo vuoto in generale. schiacciato dall’immagine dogmatica nascente. Ivi. e pertanto capace di conformarsi all’ordine. un semplice risultato che cade e ricade nell’esperienza. Riconoscere senza conoscere: Così tutta la teoria platonica dell’apprendimento funziona come un pentimento. perché. 90. nella credenza che questo sia pensare. p. 7 G. e introduce il tempo nel pensiero. Deleuze oppone l’apprendistato messo in opera dallo scrittore all’immagine dogmatica del pensiero istituita da Platone. La sua figura fondamentale è quella dello schiavo.20 Capitolo I a un ordine. piuttosto che dalla sua capacità d’incontro. Nel suo testo su Proust. Marcel Proust et le signes. vedendo nella parola costringere il Leitmotiv della sua scrittura. De Agostini. p.. G. di C.

114. di F. Ombre corte. Proust. secondo Deleuze. infatti. SOSSI. Oltre ad essere portatore di Proust si vedano F. . non platonico). Mentre Platone vede la reminiscenza in termini di ricomposizione. CARBONE.Deleuze: l’eterno ritorno del differente 21 La genesi del pensiero è. 141-144. a partire da un diverso rapporto con il segno. ovvero l’altro modo di pensare la ripetizione (perché il segno non è che una ripresentazione. Piuttosto un altro tipo di reminiscenza che fa dire a Deleuze: «Non si tratta più di dire: creare è ricordarsi – ma ricordarsi è creare […]»10. Deleuze lo rintraccia. Filosofia di Proust.. Unicopli.104. Deleuze.. perché in questa (Deleuze ne analizza dei passi decisivi) «non c’è reminiscenza platonica»9. 9 Ivi. appartiene ad un’immagine antivolontaristica e antiricognitiva del pensiero. it. Verona 1998. P. nell’opera di Proust. Una deformazione senza precedenti. pur invocando il termine reminiscenza. Una creazione fondamentalmente involontaria. perché non esiste parte che gli corrisponda. se un frammento parla in se stesso. Deleuze. p. unità da cui possa essere estratto. Sul problema del segno e dell’immagine dogmatica del pensiero si veda F. p. Una filosofia dell’evento. di ricostituire l’organismo o la statua ai quali appartiene. Scrive infatti Deleuze: Se una parte vale per se stessa. Marcel Proust e le idee sensibili . 10 Ivi. 49-175. pp. una risonanza). p.F. DELEUZE. Differenza e ripetizione. 11 G. non greco (precisamente. ZOURABICHVILI. Paris 1996. La reminiscenza in Proust indica a Deleuze un sentiero altro dalla presenza metafisica: “la reminiscenza non rimanda semplicemente da un presente attuale a antichi presenti”11. Milano 1988. cit.U. Une philosophie de l’événement. trad. Quodlibet. 11-49. M. Macerata 2004. ciò avviene in due modi diversi: o perché permette di indovinare un tutto da cui è tratto. dunque. Proust la riprende in termini di creazione. si discosta essenzialmente da Platone. pp. p. totalità in cui possa essere inserito. 8 Ivi. ripetizione differente. a ben vedere. Agostini.105.102. L’altro modo di rapportarsi al segno. Il primo modo è quello dei Greci8. e alla quale possa essere restituito. se un segno si evidenzia. Il pensiero costretto a pensare. e di ricercare l’altra parte che si adatta ad esso – oppure inversamente. una creazione continua stimolata da segni e produttrice di segni. pp.

L’immagine dogmatica del pensiero vieta. la filosofia di Nietzsche è anche e soprattutto una filosofia del segno: Un fenomeno non è né un apparire. pertanto. non ha potuto cominciare. Nietzsche ha espresso le parole decisive su una temporalità non ciclica e nondimeno intimamente costituita dalla ripetizione. inoltre. Proust annuncia. che piega. 12 . è proprio ciò che. una differente concezione dell’idea. ovvero ciò che costringere a pensare. che significa contemporaneamente la nascita del mondo e il carattere originale di un mondo».webdeleuze. Lezione del 21 marzo 1978. come accade in Platone. che Deleuze. 76. sul prima e su dopo. per Deleuze. al pensiero di accogliere il segno in tutta la sua potenza e ricchezza. svilupperà in modo originale 12. Non a caso. DELEUZE. in quanto porta qualcos’altro con sé. Punto di vista irriducibile. non cessa di divenire: vi è un eterno ritorno che non ha nulla di ciclico. dischiude un’altra e più profonda immagine del tempo. ma una specie di punto di vista superiore. Per Deleuze.22 Capitolo I una concezione moderna e antiplatonica della reminiscenza. cit. di S. ciclico e Deleuze non manca di sottolineare come nel «Timeo si trovano delle belle pagine sull’attività del Demiurgo. ma è un segno. L’intera filosofia è sintomatologia e semeiotica […] Al dualismo metafisico di apparenza ed essenza. non è più l’essenza stabile. Il segno indica.com . singolarità. nello stesso tempo.. come vedremo più avanti. ovvero come differenza. né un manifestarsi. Marcel Proust e i segni. p. G. da parte sua. Palazzo. Fuori dai cardini del tempo. in www. 13 G. che rompe il circolo dell’idea platonica dove questa veniva pensata come un presente altrove. se pensato radicalmente. Il segno è ciò che. pp. arcua. Il tempo platonico è un tempo ricurvo. l’idealità vista. eccede ogni volta in modo singolare ciò che è attuale e identico. L’essenza secondo Proust […] non è solo la visione di qualcosa. 101-102: «l’essenza. che riunisce il mondo in un tutto. ma un vero è proprio evento. e vi introduce la giusta misura. mette in cerchio»13. L’idea in Proust. co- Cfr. DELEUZE. Mimesis. come vedremo più avanti. it. suggerisce. chiuso in se stesso. un sintomo il cui senso è dato da una forza attuale. l’essere del segno. non sarebbe più un “prima” rispetto a un “dopo”. proprio in virtù dell’istanza del segno. All’interno di tale discorso sul tempo e sulla reminiscenza. Milano 2005. trad. e che. in quanto traccia. che lo costituisce.

formai. […] Anche se indivisibile e infima. 277-278. cit. differenziandosi. la specie di Aristotele resta pur sempre una grossa specie. quanto piuttosto ciò che ripete la sua differenza. giungere fino a quel piccolo gesto – discreto. o di selezionare una discendenza pura a partire da un materiale che non lo è. Deleuze propone. Come magistralmente sottolinea Foucault: Rovesciare. M. «aut aut». ora in M. ma di dividere una specie confusa in discendenze pure. significa instaurare una serie staccata e divergente. contadini. un rovesciamento del platonismo: la sua critica si concentra sulla strategia complessiva di Platone. un para-platonismo scoronato. G. 23 L’immagine dogmatica vieta al pensiero di pensare la ripetizione della differenza.. e che si ripete. ma morale – che esclude il simulacro. Non si tratta di dividere un genere determinato in specie definite. Theatrum philosophicum. preferendole la ripetizione dell’identico. ma sopravvengono in molti. Differenza e ripetizione. 83-84: «[…] la divisione platonica non si propone affatto di determinare le specie di un genere. con questo piccolo salto laterale. DELEUZE. p. secondo Deleuze. 6. significa anche abbassarsi leggermente rispetto ad esso. 56. FOUCAULT. per meglio nascondere sotto codesta maschera il vero segreto. dalla diairesis 16. 1997. che non è mai il medesimo. spalancandola. ma di selezione. ove il politico è definito come colui che sa “pascere gli uomini”. Gallimard. di F. è l’incontro. ma a partire soprattutto dalle tesi di Nietzsche. DELEUZE. medici. pp. aprire la porta. allora. costituire. Polidori. 16 G. Dits et écrits. Ciò che è primo per il pensiero. Theatrum philosophicum.15 La teoria delle idee platonica viene analizzata da Deleuze a partire da una strategia profondamente selettiva. ma in modo superficiale e persino ironico. con Deleuze. o piuttosto se lo propone. Paris 1994. […] Il senso e lo scopo del metodo di divisione è la selezione dei rivali. cit. Nietzsche e la filosofia. tr. it. Nietzsche sostituisce la correlazione tra fenomeno e senso14. Non si tratta affatto di un metodo di specificazione. La divisione platonica opera in tutt’altro campo. FOUCAULT. p. il platonismo significa spostarsi insidiosamente in esso. «Critique». Attraverso la lettura di Proust. 282. e cioè a partire dal metodo della divisione. ginnasti. La divisione non è il contrario di una “generalizzazione” né è una specificazione. la prova dei pretendenti […] (come chiaramente appare nei due esempi principali di Platone: nel Politico. alla chiacchiera di lato. scendere di un gradino.Deleuze: l’eterno ritorno del differente sì come alla relazione scientifica di causa ed effetto.. in quello delle piccole specie o delle discendenze. creando un dispositivo di ricognizioni che vieta di pensare adeguatamente ciò che è insieme fortuito e inevitabile. commercianti. novembre 1970. ove si tratta 15 14 . a dire: il vero pastore degli uomini sono io! E nel Fedro.

24 Capitolo I L’idea in Platone. un’astrazione: è un potente criterio selettivo. con le sue due funzioni dinamiche. come lo sarà per Aristotele. un vero e proprio “modello”. . ivi. di un essere autentico. p. e a sua volta il mito esige la divisione come operazione che pone lo stato delle differenze. in cui appare un fondamento atto a fare la differenza. l’originale dalla copia. Centro o motore del circolo. questa distinzione cessa di avere valore nel momento in cui la dialettica scopre nella divisione il suo vero metodo. di creare un’immagine che giustifichi la selezione verso l’egemonia dell’identico e del già noto. Nondimeno resta il fatto che il mito. oltre che dal gesto selettivo. nel Fedro come nel Politico o altrove. La teoria della partecipazione. Qui non ci interessano le ragioni per cui Platone non è davvero un protagonista dell’eterno ritorno. come l’istituzione stessa dell’immagine dogmatica del pensiero. non è ancora. il fondamento è istituito nel mito come principio di una prova o di una selezione. il piano su cui il mito deve agire. nel Politico. ossia dell’incontro. Deleuze ritrova il più importante e fondamentale dei procedimenti dialettici. del distribuire o ripartire – la ripartizione delle parti spetta alla ruota che gira come la metempsicosi spetta all’eterno ritorno. il vero amore. rientra ancora in una disciplina del segno. dunque. Distinguere il buon delirio. La struttura del mito che appare chiaramente in Platone. vale a dire a misurare ruoli e pretese. La scena platonica è un dispositivo di immunizzazione che trae la propria forza. come criterio di selezione dei pretendenti. Nella divisione platonica che assegna posizioni. 17 Cfr. l’amore!». 86: « Se è vero infatti che il mito e la dialettica sono due forze distinte nel platonismo in generale. Così Platone integra il mito nella dialettica: la divisione lo esige in quanto fondamento capace di fare la differenza. e ove molti pretendenti affermano di essere gli amanti. costituisce il modello di una circolazione parziale. sotto la forma del Dio-pastore che presiede di persona al movimento circolare dell’universo. dall’uso del mito come ciò che permette di erigere il modello. del girare e del tornare. non è che una ripartizione della ripetizione. che possa mettere a riparo da incontri successivi. È la divisione che supera la dualità e integra il mito nella dialettica. Una vera e propria morale come favola agisce nel mito. l’icona dal simulacro. infine. la fondazione suggestiva e seducente dei suoi presupposti17. così come sono contemplate dalle anime che circolano al di sopra della volta celeste. una nozione generale. Tale fondamento si trova determinato nel Fedro sotto la forma delle Idee. per la costituzione di un modello. priorità. di stabilire il buon delirio e il vero amante. che conferisce tutto il suo senso al metodo della divisione fissando i gradi di una partecipazione elettiva». Separare l’immagine dalla cosa stessa. escludere chi pretende di essere il vero amante. egemonie. Dialettica e mitologia sono inseparabili. è il circolo.

pp. “ho sentito dire”19. suoi servitori. non è mai fondato. ma ciò che mette in discussione le nozioni di copia e di modello. Così ciò che partecipa. secondo Deleuze. Con un esplicito riferimento alla tradizione orale. già sempre al di fuori di ogni nostra esperienza. RomaBari 1994. Laterza. LLEDÒ. primo. El surco del tiempo. avere dopo. Il simulacro è ciò che non somiglia all’idea. p. il mito della scrittura nel Fedro si apre con l’espressione akoé. pretendendo tutto. avere in secondo grado. ma contraddice tutto e contraddice anche se stesso…» (Il corsivo è nostro). è necessariamente un pretendente. l’esperienza dei primi. Tutti i dialoghi di Platone. È la designazione dell’Idea come fondamento che possiede in primo grado. egli ha anche i suoi simulacri. a proposito di una storia ascoltata molto tempo prima. Solo la Giustizia è giusta. quasi una coniazione. […] Se il giusto pretendente (il primo fondato. Carmignani. Che solo la giustizia sia giusta non è una semplice proposizione analitica. il cattivo pretendente per eccellenza. di un primo apprendimento. e che partecipa più o meno secondo gradi diversi. il mito si identifica con la sua stessa verità: è autofondante. in quanto è in questo dialogo che Platone tenta di individuare. . è ciò che s’insinua con violenza prima della copia. l’autentico) ha dei rivali che sono come suoi parenti. che partecipano a diverso titolo alla sua pretesa. Perché il mito evoca un’esperienza prima. 19. fanno ricorso al mito per valutare i pretendenti e scovare il simulacro. senza valutare pretese e conformità ideali. ivi. dice Platone. come ciò secondo cui il mito ripartisce. ad un’istituzione morale che predilige il già noto e l’innocuo. Il suo dogmatismo si esplica soprattutto nel fatto che esso funziona come un cliché: nel Timeo (26c) si parla di una marchiatura indelebile. Chi possiede in primo grado è il fondamento.Deleuze: l’eterno ritorno del differente 25 svolge anch’essa un ruolo fondamentale. Il dispositivo del mito non si disgiunge dal primato di un apprendimento originario. il ben fondato. il meccanismo stesso della dialettica. buffone centauro o satiro. 19 Su questo punto si veda E. il simulacro che non è solo una falsa copia. Il solco del tempo. Barcelona 1992. 18 Cfr. In quanto momento sorgivo. Meditaciones sobre el mito platonico de la escritura y la memoria. o in simulacro. 87-88: «Partecipare vuol dire avere parte. al sopravvenuto e al traumatico. La verità dei primi è fuori discussione: essa sfugge in modo dogmatico alla verifica della sua verità. dare in secondo grado. di M. la qualità di essere giusti. suoi aiutanti. costringendo il dialettico a far ricorso al mito. essi possiedono in secondo. tranne uno: il Sofista. trad. il sofista. in terzo o in quarto grado. Editorial Critica. it. che tutto pretende e. Il mito platonico della scrittura e della memoria. E il proprio del fondamento è dare in partecipazione. le sue contraffazioni rivelati dalla prova: questi è secondo Platone il “sofista”. Essa serve a scovare il simulacro18. quanto ai cosiddetti giusti..

L’ empirismo trascendentale L’apprendimento trascendentale. 1961. lontani talmente dal modello. presuppongono una differenza impersonale e preindividuale come 20 Cfr. “Far risalire i simulacri” è il motto di un rovesciamento del platonismo altro da quello che Heidegger attribuiva a Nietzsche. Il phantasma. Pfullingen. che ha certo alla base un’altra lettura di Nietzsche. magari alternativi21. il sofista vengono visti come perversioni.26 Capitolo I Ciò che Deleuze evidenzia nel testo platonico è il brulichio dei simulacri. M. Farebbe divenire la parola espressiva o emozionale. Questi ultimi. 21 La questione è così posta da Platone nei luoghi che Deleuze non manca di registrare (Teeteto. implica una trasformazione concettuale della nozione classica di trascendentale. . di F. la scrittura. invece è la nozione chiave per il rovesciamento deleuziano. svincolata da un Io sintetico che unifica le rappresentazioni dell’esperienza. non sull’incontro con l’insolito. diverso da quello della constatazione. infatti. contrapposto al platonico apprendimento mitico. come pure da ogni differenza analitica propria dell’individuo in generale. 176 e. Volpi. mostrando così tutta l’inadeguatezza del modello del discorso platonico fondato sulla referenzialità. HEIDEGGER. ma in un’assolutizzazione del sensibile20. Nietzsche. ossia delle ripetizioni differenti. ma manifesta la loro inadeguatezza. La poesia è lontana dalla verità perché dice spesso cose che non esistono. 2 voll. un altro impiego del discorso. Timeo 28 b). Neske. sulla rappresentazione.. delle copie delle copie. né alla sua perfetta imitazione. Ma è qui che si nasconde l’abisso: la poesia avanzerebbe un altro senso della parola. Simulacro è tutto ciò che intacca il rapporto modello-copia: l’arte. Un poeta può dire “Teeteto vola” quando Teeteto sta seduto. il simulacro. Adelphi. la poesia. pp. 205-215. consistente non solo nel sovvertimento gerarchico fra “soprasensibile” e “sensibile”. trad. Milano 1994. Nietzsche. in cui la loro differenza non si oppone ad un modello. dall’invocare altri modelli. L’apprendimento trascendentale implica una differenza costitutiva. it.

La philosophie de Gilles Deleuze. Empirisme.93. U. FADINI. 25. e di cui però ogni percettologia non riesce a rendere ragione. p. l’empirismo puro. al di là della centralità dell’identità come pure della soggettività psicologica. l’empirismo trascendentale come un motivo che fonde insieme le intuizioni di Hume e Kant. Deleuze plurale. 102-112. quest’ultimo perde la centralità a priori della soggettività dominante in Kant. DELEUZE. per Deleuze. in E. . C. Deleuze si propone di mettere a fuoco il principio fondamentale dell’empirismo. BAUGH. Milano 1995. -C. dove le condizioni dell’esperienza sono.. che usa per definire la propria filosofia. che apre l’orizzonte del trascendentale. Pertanto. ALLIEZ (a cura di). J. in una sintesi originale. dunque. LEBRUN. 29-49 . pp. «Magazine Littéraire». chiaroscurale e sfumata. per Deleuze. ligne de fuite. FrancoAngeli. Le trascendental et son image. “Empirismo trascendentale” è l’esplicita formula del superamento di un dualismo e di una gerarchia. troppo larghe per il reale22. 2002. Deleuze e il pensiero nomade. 406. Le Plessis-Robinson 1998. o l’essere stesso della sfumatura. l’eredità metafisica che pure gravava su Hume può essere superata. G. Paris 1993. Trascendental empiricism. Può essere superato il suo fisicalismo. C. Sul trascendentale in Deleuze si veda l’interessante saggio G. Una sfumatura. che supera ogni dualismo e ogni opposizione. Gilles Deleuze. per Deleuze. Sull’empirismo trascendentale si veda in particolare B.Deleuze: l’eterno ritorno del differente 27 l’impercettibile necessario a ogni percezione. Pendragon. 265-275. 1992. pp. Insitut Synthélabo pour le progrés de la connaissance. pp. la differenza. Così il principio fondamentale dell’empirismo diventa la differenza empirico-trascendentale: fondendo empirismo e criticismo. A partire da Empirisme et subjectivité. Tuttavia solo con l’avvento del criticismo kantiano. Si tratta di pensare. è sia trascendentale che empirica ed “empirismo trascendentale” è l’espressione paradossale. cit. ossia la ripetizione della differenza come costituente dell’esperienza in generale. 47-58. Differenza e ripetizione. IMBERT. Variations. «Man and the world». Une vie philosophique. quella trascendentale/empirico. Bologna 1998. pp. DI MARCO. MARTIN. e dunque la singolarità. Payot. ovvero troppo generiche e soprattutto riferite ad un soggettivi- 22 Cfr. Essai sur la nature humaine selon Hume.

79. in base al quale la condizione rinvia al condizionato di cui essa ricalca l’immagine24. come accade sia in Kant che in Husserl23. Bergsonismo e fenomenologia a confronto. praticare un empirismo superiore. che non si esaurisce nella presenza. 25 Cfr.28 Capitolo I tà trascendentale. La filosofia finisce così per presupporre. 24 Ivi. DELEUZE. Fondamentale. p. Al di là di ogni soggettività trascendentale. su questo punto le critiche a Husserl e a Sartre in Logica del senso. Il segno. è per Deleuze non ricalcare il trascendentale sulle figure dell’empirico. serie XIV e XV. in modo chiaroscurale. principio e dato. in conformità allo stesso Kant. Allora. . pura. affinchè vi sia un empirismo trascendentale. o ci si dà bell’e fatto ciò che si pretendeva generare con un metodo trascendentale. che. L’estetica di Gilles Deleuze. cit. appunto. in maniera astratta e disincarnata. in particolare il capitolo 1. bisogna. ma non si sfugge nondimeno al circolo vizioso. che àncora tali condizioni a una identità vuota e trascendente. Secondo Deleuze: Il torto di tutte le determinazioni del trascendentale come coscienza è di concepire il trascendentale a immagine e somiglianza di ciò che si presume fondi. Il segno esprime. Come spiega Deleuze: «l’empirismo diviene trascendentale […] quando afferriamo direttamente nel sensibile […] l’essere stesso del sensibile»25 . Il segno racchiude dunque il differimento spazio-temporale e un qualcosa di irriducibile. ce lo si dà bell’e fatto nel senso cosiddetto “originario” che si suppone appartenga alla coscienza costituente. invocando l’antico presente mitico. si rinuncia alla genesi o alla costituzione per attenersi a un semplice condizionamento trascendentale. Bologna 2005. trascendentale. confondeva l’essere del passato con un essere passato. empirico-trascendentale. Pendragon.. per non ripetere la strategia platonica. il differente. per Deleuze. ciò che dovrebbe ogni volta spiegare. a un tempo differimento a priori e cosa differente.. diviene l’istanza fondamentale dell’empirismo trascendentale. ROSSI. perché esso esprime la doppia faccia della differenza. 23 Cfr. cit. p. un empirismo. Differenza e ripetizione. 98. Per un’analisi dettagliata del confronto tra Deleuze e la Fenomenologia si veda K. Oppure. nella teoria della reminiscenza. G. al di là di ogni semiologia tradizionale.

ad ogni riduzione alla sfera del mero significante. come pure al ruolo di egittologo dell’interprete26. un sasso. trad. p. un campanile. G. Leggiamo ne Le Temps retrouvé: «Ricordai con piacere. Esso non è semplicemente qualcosa che sta per qualcos’altro. 6. cioè al suo senso. Il segno apre il pensiero. nel pensiero di Deleuze. it.. l’irruzione stessa del fuori. Raboni. DELEUZE. ma come qualità ultima e differenziante. 229). che. 27 26 . Milano 1993. (M. in senso platonico. che spesso Deleuze fa ad una geroglificità del segno. Le Temps retrouvé. Significativa è l’affermazione di Deleuze. chiude il capitolo dedicato all’immagine di pensiero istituita da Platone: «Non c’è Logos. ad ogni vincolo soggettivo o linguistico che crede di padroneggiare il suo potenziale. al modo di quei caratteri geroglifici che sembrano rappresentare soltanto oggetti materiali. un fiore. come abbiamo già avanzato parlando di Proust. come differenza sensibile che implica un senso. p. un pensiero di cui essi erano la traduzione. pensando che da allora non avevo fatto alcun progresso. Marcel Proust e i segni. nell’opera dedicata a Proust. possiede un importante rinvio implicito ad un costitutivo carattere scrittorio del segno. 94. il segno è una differenza in sé che richiede ogni volta una decifrazione del suo senso. il cui duplice senso è il caso dell’incontro e la necessità del pensiero: “fortuito e inevitabile”»28. una nube. Questa decifrazione era difficile.Deleuze: l’eterno ritorno del differente 29 Il segno viene sottratto. implicata in ogni segno. lo espone al suo potenziale. eminentemente. alla sua apertura. Il riferimento. poi. Proprio per questa implicazione. a cura di G. certo. ma era la sola che desse qualche verità da leggere». p. Ancora una volta è Proust l’ispiratore dell’attenzione verso l’iscrizione del singolare 27. Per un riferimento esemplare cfr. ma. sentendo che sotto quei segni c’era qualcosa d’affatto diverso che dovevo sforzarmi di scoprire. come la sua ultima essenza: ogni segno ci costringe ad esplicarla. essendo Platone colui che condanna la scrittura (come vedremo in particolare nel capitolo su Derrida) e insegna a disciplinare i segni. Il tempo ritrovato. cit. Mondadori. ci sono soltanto geroglifici. […] Dovunque il geroglifico. un triangolo. perché mi provava che a quel tempo ero già lo stesso e che si trattava d’un tratto fondamentale della mia natura. Tale essenza non è intesa. In questo senso implicito si rivela tutto l’antiplatonismo di Deleuze. 28 Ivi. come già a Combray io fermassi con attenzione davanti alla mente qualche immagine che aveva attratto con forza il mio sguardo. ma anche con tristezza. come la sua stessa problematicità e il suo avvenire. non è il mero supporto per la rappresentazione. Proust.

Ed ecco le facoltà entrare in un esercizio trascendente.. ma. l’intelligenza ancora li precede. il pensiero. gli trasmette la costrizione della sensibilità. ma cose che fanno violenza. pp. a sua volta. ma in esercizio contingente. o gli danno solo il pretesto di una parvenza di attività. il dialogo. […] Ma il demone socratico. invece. il logos. e nello stesso tempo mira a depotenziarlo. Deleuze. 100. sempre a proposto dello scrittore: Proust oppone ovunque il mondo dei segni e dei sintomi al mondo degli attributi. pp. la phoné29. Ma per quanto importante sia la sua funzione. la memoria che lo interpreta. Apprendere è cosa che concerne essenzialmente i segni. a prevenirlo30. In Socrate. come abbiamo già detto. si esercitano tutte le facoltà. è una mela. Ivi. Apprendere significa anzitutto considerare una materia. Le prime sono gli oggetti della ricognizione. è una casa…. l’anima. ci costringono a pensare: non più oggetti riconoscibili. non di un sapere astratto. In un testo della Repubblica. il suo ritorno è sempre differente 30. l’ironia. Altre cose. Su questo punto si veda anche Differenza e ripetizione. un essere. 6-7. come mostreremo nel capitolo successivo. il mondo dei geroglifici e degli ideogrammi al mondo dell’espressione analitica. e quelle che fanno pensare. è inanticipabile. della scrittura fonetica e del pensiero razionale. la sophia. ecc. che costringono a pensare. che ci fa dire «è un dito». organizzandoli». sta nel prevedere gli incontri. del segno. cit.. Questi sono appunto oggetto di un apprendimento temporale. segni incontrati. un oggetto. Così scrive Deleuze a proposito della disciplina platonica: «Platone ci offre un’immagine del pensiero sotto il segno degli incontri e delle violenze. cit. e non verso il passato. su questi oggetti. suscitandoli. Marcel Proust e i segni. p. L’immagine di pensiero che viene inaugurata da Platone pone il problema dell’incontro.30 Capitolo I Esprimendo per certi versi un problema che sarà esplicitato e portato avanti da Derrida. dove ognuna affronta e raggiunge il proprio limite: la sensibilità che afferra il segno. ivi. la memoria interviene solo come mezzo di un apprendistato che la sorpassa sia negli scopi che nei principi. l’anima smuove il pensiero. la sua singolarità. 23. 30 Cfr. Il pensiero è. 93. il mondo del pathos a quello del logos. Egli rifiuta costantemente i grandi temi ereditati dai Greci: il philos. La Ricerca è rivolta verso il futuro. (G. come uno scoprire. Deleuze aggiunge. 17: «Qualcuno invocherà il platonismo di Proust: apprendere è ancora ricordare. lo costringe a pensare l’essenza come la sola cosa che deve essere pensata. E la decifrazione si pone sempre come una ricerca. provocandoli. costretto a pensare l’essenza. […] Il segno sensibile ci fa violenza: mobilita la memoria. poiché il segno. Così accade per la madeleine di Proust che sollecita a pensare Combray. mette l’anima in moto. come se emettes30 29 . 182-183). Platone distingue nel mondo due specie di cose: quelle che lasciano inattivo il pensiero. ovvero quello dell’iscrizione. costantemente sollecitato dai segni. p.

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