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Titolo originale Neura! Darwinism. Tbe Tbeory ofNeurona! Group Se!eetion.
© I987 Basic Books, Inc., New York
Pubblicato per getlJ:i1e concessione della Basic Books,
una divisione di HarperColiins Publishers, Inc.
© I995 Giulio Einaudi editore s. p. a., Torino
Traduzione di Silvio Ferraresi
ISBN 88-06-I2752-7
'"
"
Gerald M. Edelman
Darwinismo neurale
La teoria della selezione dei gruppi neuronali
Prefazione di Giulio Tononi
A cura di Silvio Ferraresi
ISBCC
BIBLIOTECA MARCONI
Inventario Q1.3'8..4.2.1-
Einaudi
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Indice
p. IX Figure nel testo
XIII Elenco delle abbreviazioni
XIV Elenco dei simboli matematici
XVII Prefazione
XXI Prefazione ail'edizione italiana
xxxv Nota del curatore
Darwinismo neurale
Parte prima
3
La selezione somatica
Capitolo primo
Riassunto e introduzione storica
5 I. Introduzione
6 2. Un profilo sintetico della teoria
I I 3. Il pensiero popolazionistico in neurobiologia
13 4· Selezione naturale e pensiero popolazionistico in relazione al comporta-
mento
14 5· Declino e rinascita delle idee selezioniste
18 6. Alcune concezioni di selezione somatica
22 7. Distinzioni critiche tra le teorie selezioniste
25 8. Selezione e istruzione nelle teorie globali del cervello
Capitolo secondo
Struttura, funzione e percezione
28 I. Introduzione
3 I 2. Categorizzazione percettiva e generalizzazione
VI Indice
P.38 3. Variabilità e connessioni sovrapposte nelle strutture neurali
43 4. Sfide critiche ai modelli istruzionisti o a elaborazione d'informazione
Capitolo terzo
La selezione dei gruppi neuronali
50 I. Introduzione
53 2. Degenerazione e la definizione di un gruppo
65 3. Siti di variabilità
68 4. Il rientro: perché è necessaria la sua struttura e la sua funzione
75 5· La forza esplicativa della teoria
79 6. Il significato adattativo della selezione dei gruppi neuronali
Parte seconda
8 I I meccanismi epigenetici
Capitolo quarto
I fondamenti della variabilità nello sviluppo:
il repertorio primario
83 I. Introduzione
85 2. Le CAM e la modulazione della superficie cellulare nel corso della morfo-
genesi
96 3. Le sequenze di espressione delle CAM nel corso della embriogenesi e della
neurogenesi
102 4. Gli effetti della funzione delle CAM
108 5. L'ipotesi dei regolatori
I 15 6. Variabilità e conservazione della configurazione nella struttura neurale
Capitolo quinto
La dinamica cellulare delle mappe neurali
121 1. Introduzione
123 2. Rappresentazione e mappaggio
127 3. I vincoli dello sviluppo nella formazione delle mappe
135 4. E venti cellulari primari e selezione
140 5. L'organizzazione delle mappe durante lo sviluppo
146 6. Le mappe nell' adulto: competizione stabilizzata in circuiti fissi
160 7. Conclusioni
Capitolo sesto
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti
162 1. Introduzione
165 2. Variazione evolutiva nelle reti neurali
Indice VII
p. 172 3. Un esempio di rete
175 4. La variabilità tra specie: l'origine evolutiva di nuclei, lamine e circuiti pa-
ralleli
180 5. Sviluppo ed evoluzione: il rapporto tra ipotesi dei regola tori ed etero-
cronia
186 6. La conservazione evolutiva della degenerazione nei sistemi distribuiti
188 7. Arborizzazioni sovrapposte e mappe rientranti
200 8. Funzione delle mappe ed eterocronia
Capitolo settimo
Una concezione popolazionistica delle sinapsi:
le basi del repertorio secondario
204 I. Introduzione
206 2. Lo sfondo per un modello popolazionistico
2 I I 3. Un esempio formale della regola postsinaptica e una applicazione alla for-
mazione delle mappe
220 4. Una trattazione formale delle modificazioni presinaptiche
224 5. Le due regole e i loro effetti popolazionistici in una rete
228 6. Gli effetti di un modello popolazionistico che segue le due regole
232 7. La logica dei trasmettitori
234 8. La relazione tra variazione sinaptica e memoria
Parte terza
237 Le funzioni globali
Capitolo ottavo
Azione e percezione
239 1. Introduzione
243 2. Il complesso motorio
245 3. Considerazioni evolutive
253 4. Le basi funzionali dei gesti
259 5. Gesti e selezione dei gruppi neuronali
264 6. Gli influssi dell' attività motoria sulle lamine sensoriali: correlazione dei
caratteri e campionamento parallelo
270 7. I mappaggi globali
272 8. Riassunto
Capitolo nono
Categorizzazione e memoria
275 1. Introduzione
278 2. Restrizioni e definizioni
280 3. La categorizzazione
283 4. La categorizzazione percettiva
VIII Indice
p. 294 5· Riassunto critico
297 6. Organizzazione neurale e generalizzazione
303 7. Il problema della memoria rivisitato
Capitolo decimo
Reti selettive e automi percettivi
310 I. Introduzione
3II 2. Darwin II: il sistema
318 3. Darwin II: il comportamento
328 4. I limiti e le prospettive nelle prestazioni
33
1
333
335
33
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1
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3
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0
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Capitolo undicesimo
Selezione, apprendimento e comportamento
I. Introduzione
2. L'interpretazione moderna degli esperimenti sull'apprendimento
3. Apprendimento e sorpresa
4. Comportamento e condizionamento
5. Gerarchie selettive nello sviluppo dell' apprendimento: il canto degli uccelli
6. La selezione dei gruppi neuronali nell'apprendimento
7. Dalle reti selettive rientranti all' elaborazione di informazione
Parte quarta
Conclusione
Capitolo dodicesimo
Riassunto, previsioni e implicazioni
L Introduzione
2. Adeguatezza della teoria
3. Previsioni della teoria
4. Aspetti incompiuti del lavoro e implicazioni generali
Glossario
Bibliografie
Indice analitico
Figure nel testo
p. 19
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1
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57
61
7
1
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89
9
2
I. Un mnemòne o singola unità di memoria come l'ha proposta
John Z. Young [1965].
2. Schizzo.
3. Contesto.
4. L'illusione di Wundt-Hering.
5. Modelli di foglie dagli esperimenti di Cerella [I 977].
6. Regola polimorfa per gli elementi di un insieme, da Dennis e
altri [1973].
7. Variabilità anatomica [Pearson e Goodman 1979; Macagno e al-
tri 1973; Ramon y Cajal 1904].
8. Dipendenza di due forme di funzioni di riconoscimento dal nu-
mero N di elementi presenti in un repertorio, calcolati secondo
un semplice modello.
9. Due casi estremi di repertorio: con un unico elemento (non de-
generato) e con elementi completamente degenerati [Schmitt e
Worden, The Neurosciences: 4th Study Program].
IO. Confronto fra le funzioni rr teoriche e sperimentali in funzione
della soglia di accoppiamento e dell'ampiezza del repertorio in
Darwin I [Schmitt e altri, The Organization 01 the Cerebral Cortex].
I I. Una coppia di classificazione operante in tempo reale per mezzo
del rientro.
12. Disegni dei processi primari.
13. Schema della struttura della catena lineare di due CAM primarie
(N-CAM e L-CAM) e della CAM secondaria Ng-CAM.
14. Modalità di legame delle CAM e modulazione della superficie
cellulare.
97 15· La sequenza principale nella espressione delle CAM.
98 16. Variazione nella distribuzione delle N -CAM e delle L-CAM nel-
la fase di formazione della piastra (induzione neurale) e della
doccia neurale (neurulazione).
103 17. N-CAM nella piastra motoria terminale e variazioni della distri-
buzione nel muscolo dopo denervazione [«Journal of Cell Biolo-
gy», CIII (1986), p. 934, fig. 2].
x
p. 105
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9
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130
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9
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21
4
21
4
218
221
226
Figure nel testo
18. Ruolo causale delle CAM nel modulare l'induzione embrionale
e nel delimitare i confini.
19. Mappa presuntiva composita delle CAM nel pollo.
20. L'ipotesi dei regolatori esemplificata in un ciclo regolativo delle
CAM e nelle sequenze epigenetiche.
2 I. Disegno schematico di quattro cellule della glia radiale e della
coorte di neuroni migranti associati, come li ha disegnati Rakic
[198Ia].
22. La mappa retinotettale nello Xenopus [Fraser 1985].
23. Gli effetti degli anticorpi anti-CAM sulla organizzazione delle
mappe retinotettali.
24. Normali variazioni nella mappa somatosensoriale [Merzenich e
altri 1984a].
25. Variazioni temporali nelle mappe somatosensoriali in seguito a
lesioni [Merzenich e altri 1983b].
26. Variazioni nel campo recettivo della corteccia somatosensoriale
in conseguenza a una lesione periferica [Merzenich e altri 198 3b].
27. Una afferenza talamica all'area 3b del gatto rivelata da una inie-
zione di perossidasi del rafano [Landry e Deschenes 1981].
28. Colonne di dominanza oculare [Hubel e Wiesel 1977].
29. La rete visiva dello Pseudemys, una tipica sfida all'analisi evolu-
tiva [Ulinski 1980]. .
30. La teoria della parcellizzazione di Ebbesson [1980].
3 I. L'ipotesi dei regolatori.
32. Le tre componenti nella formazione delle mappe secondo la teo-
ria della selezione dei gruppi neuronali.
33. Concettualizzazione schematica dell'ipotetico processo del con-
finamento dei gruppi.
34. Rappresentazione estremamente idealizzata di arborizzazioni af-
ferenti talamiche sovrapposte.
35. Schema delle connessioni rientranti dinamiche verticali e oriz-
zontali attraverso un sistema collegato di lamine e nuclei.
36. Schema degli input ricevuti da un neurone.
37. Proposta di un meccanismo postsinaptico.
38. Limitazioni temporali nella modificazione postsinaptica.
39. Cinetica della modificazione stato-dipendente impiegando, co-
me esempio, un modello di canale a due stati.
40. Simulazione al computer di un modello di plasticità della mappa
somatosensoriale impiegando la regola postsinaptica [Pearson e
altri 1987].
4 I. Diagramma di flusso illustrante le modalità operative della rego-
la presinaptica.
42. Classi di connessioni tra gruppi.
p.229
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3
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4
3
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-
2
7
353
Figure nel testo XI
43. Rete di connessione impiegata in simulazioni al computer che
rappresentano ciascuna regola in azione isolatamente e le regole
in azione simultaneamente.
44. Simulazione al computer che illustra gli effetti delle regole sinap-
tiche.
45. Illustrazione delle modificazioni a lungo termine che favoriscono
una variazione in conseguenza dell' operazione delle due regole.
46. Comparazione dell'attività elettromiografica dei muscoli mascel-
lari e dei movimenti mascellari nel pesce percoide e nel pesce ci-
clide [Liem 1974].
47. Come suggerito da Bernstein [1967], i movimenti circolari effet-
tuati dal braccio esteso in diverse posizioni sono realizzati da
schemi di innervazione completamente differenti per traiettorie
dello stesso tipo.
48. Modelli di andatura nella corsa in età diverse (strisce successive)
secondo Bernstein [1967].
49. «Topologia» secondo Bernstein [1967].
50. Schema di alcune delle componenti che creano un mappaggio
globale.
5 I. L'esperimento di riconoscimento degli alberi di Herrnstein [1982].
52. Esempi di figure impiegate da Kellman e Spelke [1983] per veri-
ficare la percezione da parte di neonati di quattro mesi di oggetti
parzialmente nascosti.
53. Ambiguità nella classificazione secondo Bongard [1970].
54. La selezione di parti di gruppi neuronali come risultato dei map-
paggi rientranti delle disgiunzioni di parti in insiemi polimorfi di
segnali.
55. Schema di una coppia di classificazione che impiega il rientro.
56. Struttura logica di un gruppo in Darwin II.
57. Piano costruttivo semplificato di Darwin II.
58. Le risposte di repertori individuali (R, R di R, e R
M
).
59. Istogrammi della frequenza di risposta.
60. Visioni schematiche di Darwin II, illustranti tre stadi in un espe-
rimento di richiamo associativo per scopi esplicativi.
61. Risposte di gruppi individuali R di R in un esperimento di ri-
chiamo associativo.
62. Schema illustrante alcune interazioni tra evoluzione (il «grande
anello») e diverse condizioni di sviluppo determinate da eventi
embrionali e dalla selezione soma tic a dei gruppi neuronali negli
individui (il «piccolo anello»).
Il
Si ringraziano la Royal Society e J ohn Z. Y oung per la figura I; la Royal
Societye David H. Hubel per la figura 28; l'American Psychological Associa·
tion e John Cerella per la figura 5; la MacmillianJournals Ltd. e Ian Dennis per
la figura 6; la Alan R. Liss, Inc. per le figure 7 A e 27, e Eduardo R. Macagno
per la figura 7 B; la Mit Press per le figure 8, 9, IO; la Rockefeller University
Press per la figura 17; l'editore Elsevier e Pasko Rakic per la figura 21; la Brain
Research Organization per le figure 25 e 26; Milton Fingerman dell' «American
Zoologist» per la figura 29; la Springer-Verlag e Sven O. E. Ebbesson per la fi·
gura 30; Gary D. Schnell, di «Systematic Zoology», e K. F. Liem per la figura
46; la Pergamon Press, Ltd. per le figure 47 e 48; Matthew Wayner, di «Neu·
roscience and Biobehavioral Review», e RichardJ. Herrnstein per la figura 51;
l'Academic Press e PhilipJ. Kellman per la figura 52; la New York Academy of
Sciences per le figure 57,58,59 e 60.
Elenco delle abbreviazioni
CAM
CAR
CSV
dg
dp
dps
L·CAM
M
N·CAM
Ng·CAM
NGF
PPS
SAM
SC
SnC
molecola di adesione cellulare
canali attivati dal recettore
canali sensibili al voltaggio
grande dominio polipeptidico della N·CAM
piccolo dominio polipeptidico della N·CAM
piccolo dominio di superficie della N·CAM
molecola di adesione cellulare del fegato
sostanza modificante
molecola di adesione cellulare neurale
molecola di adesione cellulare neurone·glia
fattore di crescita della cellula nervosa
potenziale postsinaptico
molecola di adesione del substrato
stimolo condizionato
stimolo non condizionato
"I
Elenco dei simboli matematici
Capitolo VII
çi
Tjii
tr
tM
tD
tv
Kf
Kb
Kb2
a(V)
b(V)
a ~   ( V )
b(V)
N
N1'
N
k
N!:
A (t)
A*(t)
I(t)
efficacia presinaptica; quantità di neurotrasmettitore rilasciato
dalla cellula i in funzione di una certa depolarizzazione
efficacia postsinaptica; depolarizzazione locale prodotta in un
prolungamento postsinaptico della cellula i in funzione di una
certa quantità di trasmettitore rilasciato dalla cellula j
intervallo temporale tra l'input omosinaptico e la produzione
diM
costante temporale per la persistenza della sostanza modificante
ritardo temporale medio di conduzione in funzione degli effetti
eterosinaptici
costante temporale in funzione della persistenza delle variazioni
del voltaggio
costante di frequenza per la «modificazione anterograda» da I a
1* nella regola postsinaptica
costante di frequenza per la «modificazione retrograda» dallo
stato 1* allo stato I
costante di frequenza per la «modificazione retrograda» da A allo
stato A *
costante di frequenza voltaggio-dipendente per la transizione da
I ad A (la frequenza diminuisce con la depolarizzazione)
costante di frequenza voltaggio-dipendente per la transizione da
A a I (la frequenza aumenta con la depolarizzazione)
costante di frequenza per la transizione da 1* ad A *
costante di frequenza per la transizione da A * a 1*
numero totale di canali sensibili al voltaggio in una terminazione
postsinaptica
numero totale dei CSV modificati
numero dei CSV delle specie k
numero dei CSV delle specie k modificati
numero di canali nello stato Attivato al tempo t
numero di canali nello stato Attivato modificato al tempo t
numero di canali nello stato Inattivato al tempo t
Elenco dei simboli matematici xv
1* (t) numero di canali nello stato Inattivato modificato al tempo t .
M (t) quantità di sostanza modificante presente al tempo t
g; conduttanza dei canali sensibili al voltaggio di specie ionica k
il: conduttanza dei CSV di specie ionica k .dopo la modificazione
Ek potenziale di inversione della specie ionica k
h corrente sinaptica locale
Fi (t) facilitazione al tempo t del neurone i
Di (t) depressione al tempo t del neurone i
Si (t) attività della cellula i al tempo t
x costante di proporzionalità tra rilascio del trasmettitore e depres-
sione
e. costante di proporzionalità tra attività e facilitazione
À costante temporale del decadimento della facilitazione
~ costante temporale del decadimento della depressione
NI] numero di connessioni tra il gruppo] e il gruppo I
SI attività media delle cellule nel gruppo I
SI la media temporale di SI
Capitolo x
Si (t)
Cii
Iii
a
E
Sk
~
al
N
w
't
ap
attività o stato del gruppo i al tempo t (O:s S < I)
forza di connessione dell'input j-esimo al gruppo i (per Cij> 0, ecci-
tatorio; per Cii < 0, inibitorio)
numero di identificazione del gruppo connesso all' input i-esimo del
gruppo i
soglia dell'input eccitatorio; l'input j viene ignorato fino a che
Si 2: aE
stato del gruppo definito da k, che comprende tutti i gruppi entro
una vicinanza inibitoria specificata intorno al gruppo i
coefficiente inibitorio; svolge lo stesso ruolo per connessioni inibi-
torie geometricamente definite come Cii lo fa per connessioni spe-
cifiche, ma è lo stesso per tutte le coppie ik in associazioni intorno
a ogni gruppo in un certo repertorio
soglia dell'input inibitorio; l'input k viene ignorato fino a che
Sk 2: al
rumore ricavato da una distribuzione normale con una media e
una deviazione standard specifiche
parametro di persistenza, che definisce la frequenza di decadimen-
to per l'attività dei gruppi (w = e-l/t)
caratteristica temporale per il decadimento dell' attività, s
soglia di scarica positiva; gli input verso un gruppo vengono igno-
rati se la loro somma è positiva, ma non supera ap
XVI Elenco dei simboli matematici
9
N
o
cf> (C)
9MI
9
MJ
R
RdiR
G
RM
soglia inibitoria negativa; gli input verso un gruppo vengono
ignorati se la loro somma è negativa ma inferiore a 9
N
in ampiez-
za (9
N
< O)
un fattore costante di amplificazione specificato
fattore di saturazione che impedisce a I Ci; I di diventare maggio-
re di I[cf>(C) = 1- 2C
2
+ c
4
]
soglia di amplificazione postsinaptica
soglia di amplificazione presinaptica; il verificarsi e il segno del-
l'ampificazione dipendono dalla scelta di una regola che specifica
che cosa si verificherà in ciascuno di quattro casi a seconda che
Si sia maggiore o minore di 9
MI
e s; sia maggiore o minore di 9
MJ
repertorio riconoscitore
repertorio riconoscitore dei riconosci tori
gruppo virtuale
repertorio riconoscitore del movimento
Prefazione
Questo libro si propone di descrivere una teoria del funziona-
mento cerebrale avendo come obiettivo principale quello di com-
prendere i fondamenti biologici della percezione. La teoria della se-
lezione dei gruppi neuronali affronta questo problema cercando di
rispondere a diversi interrogativi cruciali. Come si formano le con-
nessioni in ampie popolazioni di neuroni? Quali principi determina-
no l'organizzazione delle rappresentazioni e delle mappe nel sistema
nervoso? Quali meccanismi neurali consentono la categorizzazione
percettiva e la generalizzazione? La teoria che intendo proporre per
rispondere a queste domande è stata formulata nell' ambito di una
concezione rigorosamente selezionista, dove si incontrano sviluppo
ed evoluzione del cervello da un lato, e struttura e funzione dall' al-
tro. In questa teoria il pensiero popolazionistico, principio teorico
centrale di tutta la biologia, viene applicato al cervello visto nell' arco
della sua esistenza. La teoria stessa sostiene che, se desideriamo com-
prendere adeguatamente le funzioni cerebrali superiori, dobbiamo
prima analizzare quei fattori dello sviluppo che influiscono sull' evo-
luzione e da cui scaturiscono la variazione nella struttura e nella fun-
zione del cervello. Infatti, ritengo che il principio all' origine del com-
portamento sia la selezione di nuove popolazioni neuronali, diverse
per funzionalità, originate proprio da questa variazione durante lo
sviluppo dell'individuo.
Attualmente questa concezione non è accettata ed è priva di au-
torevoli antesignani nella storia di una scienza pur ricca di specula-
zioni attinte in altri campi del sapere.
Date le nostre conoscenze attuali, se desideriamo essere scienti-
ficamente attendibili, dobbiamo porci delle condizioni al fine di sta-
bilire qualunque relazione tra attività psichica e cervello, perciò, ac-
cingendomi a svolgere questo compito teorico, mi sono limitato a
quello che uno psicologo cognitivo potrebbe giudicare un insieme as-
sai incompleto di funzioni psicologiche. Per esempio, ho sfiorato ap-
XVIII Prefazione
pena alcuni dei grandi temi trattati nel magnifico Principi di William
James [1890, ripubblicato nel 1950]. Se consideriamo un elenco piu
aggiornato [Norman 1981] dei «dodici temi essenziali», cioè, sistemi
di credenza, coscienza, sviluppo, emozione, interazione, linguaggio,
apprendimento, memoria, percezione primaria, prestazione, abilità
e pensiero, la mia indagine risulterà parziale. Invece, tratterò gli ar-
gomenti nel seguente ordine: sviluppo, percezione (in particolare, ca-
tegorizzazione percettiva), memoria e apprendimento. La mia spe-
ranza è che, una volta concepita una teoria unitaria di questi proces-
si, diventi possibile una descrizione piu ampia, che oltre alla catego-
rizzazione percettiva comprenda anche l'esperienza percettiva.
T aIe rigore mi sembra necessario se vogliamo avere dei punti di
riferimento in questa straordinaria sfida che è la comprensione dei
fondamenti biologici della psicologia. Però, allo stesso tempo, se de-
sideriamo cercare prove pertinenti, non dobbiamo porre dei limiti al-
l'oggetto della nostra disamina, ma piuttosto gettare una rete ad
ampio raggio che copra le discipline piu diverse. Questa è stata la
strategia sviluppata nel corso del libro, in quanto credo che una teo-
ria solida debba essere compatibile con i fondamenti della biologia
dello sviluppo e della biologia evolutiva. Uno dei presupposti è che
la teoria, per aver successo, debba confrontarsi con molti.nodi anco-
ra irrisolti, e mi riferisco ai rapporti tra genetica dello sviluppo, epi-
genesi ed evoluzione morfologica. Per cui, nel darle corpo, ho spazia-
to dalla biologia molecolare all'etologia, e ritorno.
Qualche parola in piu riguardante l'ordine degli argomenti aiu-
terà il lettore. La prima parte del libro descrive in modo generale la
selezione dei gruppi neuronali nell'individuo. La seconda parte esa-
mina in modo rigoroso i due principali meccanismi epigenetici che
controllano tale selezione durante lo sviluppo embrionale e il com-
portamento. Questi meccanismi sono parte integrante di fondamen-
. tali acquisizioni della biologia dello sviluppo e della biologia evolu-
tiva. Data la generalità degli eventi embrionali esposti nel capitolo
IV, potrà sembrare che io sia uscito fuori dal tema del libro, cioè il si-
stema nervoso. Tuttavia, tale capitolo illustra il primo dei meccani-
smi epigenetici in grado di spiegare l'origine della variabilità anato-
mica e, quindi, l'ho ritenuto importante per correlare i principi dello
sviluppo non neurale a quelli dello sviluppo neurale. Il secondo mec-
canismo epigenetico della teoria (che spiega la selezione sinaptica)
deve essere presentato in termini formali per essere convincente, per
cui i lettori che, a una prima lettura, trovassero tedioso il capitolo
Prefazione XIX
VII, possono tralasciare la parte matematica; infatti, troveranno le
descrizioni qualitative delle variazioni nell' efficacia sinaptica e i loro
effetti sparsi qua e là nel capitolo. La terza parte del libro vuole far
comprendere come questi due meccanismi epigenetici si integrino in
individui che svolgono un'azione motoria, creano categorie e ap-
prendono. Il suo scopo principale è definire l'unità selettiva minima
in grado di svolgere tali funzioni globali.
Molti argomenti attualmente di grande importanza in neurobio-
logia non sono stati approfonditi; per esempio, l'analisi dettagliata
del sistema visivo, lo studio della distribuzione regionale dei neuro-
trasmettitori, la modulazione del sistema nervoso da parte del siste-
ma endocrino e vari aspetti del sistema nervoso degli invertebrati. Il
criterio seguito rtella scelta degli esempi è 1'eventuale presenza di da-
ti riferibili ai punti critici della teoria.
A un rapido sguardo il risultato può sembrare un assemblaggio
piuttosto ardito di esempi ricavati dalle piu disparate discipline bio-
logiche, ma la mia speranza è che le ragioni della scelta saranno chia-
re non appena il lettore avrà perfezionato la comprensione di una
teoria che è di per sé ardita. Comunque, mi sono sforzato, là dove è
stato possibile, nel documentare i concetti o i meccanismi particolari
augurandomi che i rischi di questa procedura siano piu che compen-
sati dal suo valore euristico. Credo che questo approccio sia utile
quando si inizia a comprendere qualsiasi argomento e, a maggior ra-
gione, di fronte alla complessità del funzionamento cerebrale. Poiché
si tratta di un argomento allo stesso tempo complesso e poco familia-
re, mi sono valso anche di un mezzo insolito per aiutare il lettore. In-
fatti, nell'intestazione di ogni capitolo ho inserito un elenco degli ar-
gomenti chiave, degli esempi o dei concetti presenti nel capitolo stes-
so; gli esempi principali che contraddicono le idee contenute o sono
particolarmente importanti per la teoria sono scritti in corsivo. Que-
ste tracce si propongono di essere utili al lettore nell'anticipare e nel
riassumere gli argomenti dei capitoli, e non sono state messe in chia-
ve nelle intestazioni delle sezioni elencate nell'indice generale. Il ca-
pitolo I contiene una breve introduzione con un compendio della
teoria e una breve digressione storica riguardante il pensiero popo-
lazionistico in neurobiologia, che precedono gli argomenti centrali
e le considerazioni approfondite sui concetti guida presentati nei ca-
pitoli successivi. Questa tenue descrizione è, tuttalpiu, un assaggio
di quanto seguirà. Dopo aver approfondito nel corpo principale del
testo la teoria della selezione dei gruppi neuronali, nella parte finale
xx Prefazione
del libro farò alcune previsioni con l'intento di definire i limiti della
teoria e di mostrarne la verificabilità empirica.
Questo libro sfiora appena il tema della comunicazione sociale,
che è un importante capitolo della psicologia, ma scrivendolo ne ho
sempre tenuto conto. Le assidue interazioni con i miei colleghi al
Neurosciences Institute (NSI), in particolare con il suo direttore di
ricerca, il dottor W. Einar Gall, sono state un sostegno per il quale
sono particolarmente riconoscente. Sono   n o l t r ~ grato a Susan Has-
sler, redattrice al NSI, per l'aiuto prestatomi. E stato un privilegio
lavorare nell'Istituto con i dottori Leif Finkel e George N. Reeke jr
su diversi modelli rivelatisi importanti per la teoria. L'opportunità
di un reciproco scambio di idee nell' atmosfera accademica dell'NSI
mi incoraggia a sperare che l'Istituto continuerà a sostenere lo svi-
luppo del lavoro teorico nelle neuroscienze e a incoraggiare gli scien-
ziati piti giovani a perseguirlo.
GERALD M. EDELMAN
New York, 1986.
Prefazione all' edizione italiana
Istruzionismo e selezionismo sono, innanzitutto, due modi anti-
tetici di spiegare la natura delle cose. Per varie ragioni, l'istruzioni-
smo sembra essere il piti naturale dei due. Per esempio, storicamente
le spiegazioni istruzioniste hanno preceduto quelle selezioniste. Ciò
è accaduto almeno tre volte in biologia: per 1'origine delle specie, per
la specificità degli anticorpi, e per il funzionamento del cervello. Ep-
pure, sembra che il destino delle spiegazioniistruzioniste sia di rive-
larsi errate e di venire soppiantate da spiegazioni selezioniste, come
si è già verificato per l'origine delle specie e per la specificità immu-
nologica. Se, com'è verosimile, ciò accadrà anche per il funziona-
mento del cervello, questo volume, si avvia a diventare un classico.
Infatti Neural Darwinism è senza dubbio alcuno l'opera fondamen-
tale che enuncia, elabora, e documenta il selezionismo applicato al
cervello.
Come avviene solo ai pochi libri di argomento scientifico che
sanno invecchiare bene, Neural Darwinism esce in edizione italiana
a ben otto anni di distanza dall' edizione originale inglese. Cronolo-
gicamente, esso rappresenta il primo volume della trilogia di Gerald
Edelman su forma, cervello, e mente. Oltre a Neural Darwinism, la
trilogia comprende Topobiologia (Bollati Boringhieri, Torino 1993),
un saggio sulla biologia dello sviluppo, e Il presente ricordato (Rizzoli,
Milano 1991), un'estensione dei principi contenuti in Neural Darwi-
nism al problema della coscienza. Un ulteriore volume, La materia
della mente (Adelphi, Milano 1993), riassume la trilogia in formato
e stile piti accessibili.
Di questi quattro volumi, Neural Darwinism è non solo il primo,
ma probabilmente il piti importante e, quasi certamente, il piti com-
plesso e denso, uno di quei libri cui si ritorna per scoprire ogni vol-
ta qualche cosa di nuovo. E anche un libro rivoluzionario. Se non è
necessariamente l'unico scritto che suggerisce di applicare idee piti
o meno selezioniste al cervello, è senz' altro il primo a farlo in modo
XXII Prefazione all' edizione italiana
adeguato ed esauriente, e a metterne in luce, anche se in modo so-
brio, le molteplici implicazioni. Un po' come l'Origine delle specie,
Neural Darwinism è un' opera cosi ricca di spunti e solidamente do-
cumentata che la proposta del cervello come sistema selettivo si può
discutere ma non si può piti ignorare.
~ Ma cos'è il selezionismo? Ed in cosa differisce dall'istruzioni-
smo? La distinzione tra istruzionismo e selezionismo è particolar-
mente chiara in immunologia. Il problema, in questo caso, era come
l'organismo possa produrre anticorpi specifici contro innumerevoli
virus e batteri mai incontrati in precedenza, o persino contro pro-
dotti chimici di sintesi mai esistiti in natura. Linus Pauling aveva
suggerito nel 1940 un'elegante teoria istruzionista: l'anticorpo era
di un tipo unico, ma era in grado di plasmarsi attorno all' agente in-
vasore, assumendo una conformazione complementare e divenendo
cosi specifico: ossia, l'agente invasore istruiva l'anticorpo. MacFar-
lane Burnet suggeri invece, negli anni Cinquanta, una teoria selezio-
nista: ogni organismo ha a disposizione un immenso repertorio di an-
ticorpi diversi, e l'agente invasore si limita a selezionare quelli che
sono in grado di riconoscerlo, scatenandone 1'aumentata produzione.
Nel 1972 Edelman condivise il Premio Nobel per aver determinato
la struttura chimica delle molecole anticorpali e contribuito a confor-
mare l'ipotesi della selezione clonale. Da allora Edelman è giusta-
mente considerato come uno dei campioni del selezionismo, e non
s o   t ~ n t o in immunologia.
E difficile resistere alle tentazioni del cervello. Piti di uno scien-
ziato di successo, abbandonata la disciplina di prime nozze, si è ci-
mentato con ciò che ha fama di essere 1'oggetto piti complesso nell'u-
niverso noto. Non sorprende quindi che ben presto lo stesso Edel-
man spostasse la sua attenzione sul sistema nervoso, per stabilire se
ancora una volta il selezionismo fosse la spiegazione vincente in bio-
logia. In un lavoro del 1978, intitolato Selezione di gruppo e segnala-
zione fasica rientrante: una teoria della funzione cerebrale superiore,
Edelman proponeva le grandi linee di un approccio selezionista al
funzionamento del cervello. Dopo una gestazione di quasi dieci anni
appariva Neural Darwinism.
Il selezionismo.
In Neural Darwinism Edelman afferma in modo assai chiaro che
ogni sistema selettivo si basa su tre principi: I) una sorgente di varia-
Prefazione all' edizione italiana XXIII
zione all'interno di una popolazione; n) il confronto con un ambiente
non definibile a priori ed imprevedibile; m) dei meccanismi di am-
plificazione differenziale. Un'ampia parte del libro è perciò dedicata
all'analisi di questi tre principi applicati al cervello. La conclusione
di Edelman, alla luce di tale analisi, è netta: il funzionamento del si-
stema nervoso è fondato su variazione e selezione. Quest'ultima, co-
me nel caso del sistema immunitario, è selezione somatica, nel senso
che i processi selettivi avvengono durante l'arco di vita dell'indivi-
duo. Tuttavia, stabilire che il cervello è un sistema selettivo non ba-
sta. Come nel caso della selezione naturale e della selezione clonale,
è necessario identificare caso per caso le sorgenti della variabilità, le
peculiarità dell'interazione con l'ambiente, ed i meccanismi di am-
plificazione differenziale. Inoltre, vi sono molti importanti problemi
o principi di funzionamento che sono caratteristici e specifici di cia-
scun sistema, basti pensare alla selezione sessuale nel caso dell' evo-
luzione, alla tolleranza nel caso dell'immunologia, e al rientro nel ca-
so del cervello. Per queste ragioni, in Neural Darwinism è dedicato
altrettanto spazio a sostanziare la proposta che il cervello funzioni
come un sistema selettivo, e all' analisi di alcuni aspetti fondamentali
della sua organizzazione. Conviene quindi riassumere le tesi princi-
pali avanzate in Neural Darwinism, per passare poi ad un rapido esa-
me di alcuni sviluppi recenti nell' opera di Edelman e dei suoi colla-
boratori.
Il mondo senza etichette e la variabilità.
Neural Darwinism inizia notando due problemi fondamentali che
mettono in crisi gli approcci convenzionali al funzionamento del cer-
vello. Il primo è che il mondo si presenta" senza etichette" , il secon-
do è l'enorme variabilità evidente nel sistema nervoso. Nell'Origine
delle specie, Darwin aveva attaccato le concezioni essenzialiste o ti-
pologiche secondo cui le specie sono entità immutabili. Secondo
Darwin, invece, le specie non sono dei tipi assoluti ma originano tra-
mite un processo di variazione e selezione. La variazione, lungi dal-
l'essere una superficiale aberrazione o irregolarità, è lo strumento piti
importante tramite il quale la selezione determina il cambiamento e
l'adattamento all'interno di popolazioni di individui (ragione per cui
si parla di pensiero popolazionista). Altrettanto importante era l'altra
conclusione di Darwin, ossia che l'adattamento delle specie alloro
ambiente, per quanto straordinario, non è il risultato di un disegno
XXIV Prefazione all'edizione italiana
preciso (sia esso creazione o istruzione sotto forma di programma).
La soluzione proposta da Darwin in chiave di variazione e selezione
consentiva infatti di spiegare 1'adattamento, almeno in linea di prin-
cipio, sulla base dell' accumulo graduale di variazioni favorevoli.
In modo analogo, in Neural Da1Winism Edelman attacca in primo
luogo le concezioni essenzialiste non delle specie ma delle categorie.
Il mondo, argomenta Edelman, non si può suddividere a priori in ca-
tegorie fisse ed immutabili, ossia in oggetti ed eventi caratterizzabili
in termini di condizioni necessarie e sufficienti. Al contrario, il mon-
do è ambiguo ed interpretabile in modi diversi, a seconda delle carat-
teristiche e delle necessità adattive di ogni organismo. La categoriz-
zazione percettiva e la generalizzazione sono perciò relative ad un
dato organismo e ad un dato ambiente, e hanno luogo tramite un
processo di variazione e selezione. Analogamente al ruolo della va-
riazione nella selezione naturale, la variazione nel sistema nervoso
non va concepita come una deviazione irrilevante o erronea rispetto
ad una categoria tipica, ma costituisce la base per la formazione, tra-
mite la selezione neuronale, delle categorie.
Come è noto, per Darwin fu cruciale l'avere sperimentato perso-
nalmente 1'abbondanza e l'ubiquità della variazione in biologia. Non
a caso, Edelman inizia la sua opera principale illustrando esempi su
esempi di variazione, questa volta nel sistema nervoso, tra cui si pos-
sono citare le notevoli differenze, dovute a vari processi epigenetici,
nella struttura fine delle ramificazioni nervose e gli aspetti stocastici
della morte neuronale.
Nonostante queste osservazioni, le concezioni dominanti del fun-
zionamento del cervello tendono implicitamente ad assumere, secon-
do Edelman, che il mondo si lasci suddividere in categorie univoche
(essenzialismo). Inoltre, come esemplificato in intelligenza artificia-
le, si assume spesso che il cervello possieda qualcosa di simile ad un
programma costituito da codici e regole precise che sarebbero utiliz-
zate per rappresentare e manipolare tali categorie (istruzionismo). Se
pure si ammette la presenza della variazione, la si considera una spe-
cie di rumore di fondo, che un buon cervello deve o ridurre al mini-
mo o perlomeno ignorare. La parte iniziale di Neural Da1Winism esa-
mina cosi le varie "crisi" cui sono soggette le concezioni essenzialiste
ed istruzioniste, e l'inadeguatezza della metafora del cervello come
computer. La conclusione è che tali concezioni, applicate ad un mon-
do "senza etichette" segnato dall'imprevedibilità e dalla novità, e a
cervelli segnati dalla variabilità individuale, sono destinate a fallire
ancora una volta.
Prefazione all' edizione italiana xxv
La situazione si rovescia, le crisi divengono necessità, e gli svan-
taggi vantaggi, non appena si considera un approccio selezionista. Se
il mondo non è definibile a priori, è imprevedibile, ambiguo, e diver-
so a seconda del contesto e dell' organismo che lo incontra, la varia-
zione seguita dalla selezione è esattamente ciò che è richiesto per ot-
tenere una categorizzazione adattiva. Il come ciò possa effettiva-
mente avvenire è il tema della parte centrale di Neural Da1Winism.
La teoria della selezione dei gruppi neuronali (TNGS).
Il nucleo della concezione esposta da Edelman in Neural Da1Wi-
nism è contenuto nella teoria della selezione dei gruppi neuronali
(TNGS). Secondo la TNGS, cosi come il bersaglio principale della
selezione naturale sono i fenotipi individuali, il bersaglio principale
della selezione neurale sono i gruppi neuronali. Un gruppo neuronale
è composto di decine, centinaia o migliaia di neuroni fortemente in-
terconnessi localmente, che tendono a ricevere ed emettere segnali
correlati e a rispondere in maniera cooperativa. Le connçssioni si-
naptiche ed altre caratteristiche intrinseche o estrinseche sono pe-
rò assai variabili da un gruppo neuronale all' altro; gruppi diversi
hanno perciò l-ma propensione a rispondere in manieta diversa a se-
gnali diversi. E su questa variabilità di risposte che agisce la selezio-
ne neuronale. In sintesi, la TNGS propone tre meccanismi respon-
sabili del comportamento adattivo del sistema nervoso: la selezione
durante lo sviluppo, la selezione durante l'esperienza, e la segnala-
zione rientrante.
Selezione durante lo sviluppo.
Il problema centrale dello sviluppo, come si passi dai geni alla
forma, ossia da una sequenza lineare di DNA ad un organismo tridi-
mensionale, è il tema principale affrontato da Edelman in Topobio-
logia, ma è trattato ampiamente anche in Neural Da1Winism, perché
la comprensione degli eventi epigenetici comporta la comprensione
della inevitabilità della variabilitàjndividuale. Durante lo sviluppo,
la regolazione epigenetica di processi quali divisione, adesione, mi-
grazione, morte cellulare, e crescita assonica, produce una serie di re-
pertori primari, costituiti da un gran numero di gruppi neuronali e di
circuiti varianti. Edelman sottolinea che la variabilità osservata nel
XXVI Prefazione all' edizione italiana
sistema nervoso, persino nel caso di gemelli identici, è una conse-
guenza necessaria di tali processi epigenetici. Nonostante nelle gran-
di linee le strutture neuroanatomiche siano simili da un individuo al-
l'altro, il genoma non controlla, e non sarebbe in grado di controlla-
re, tutti i dettagli degli innumerevoli circuiti nervosi. L'embriogene-
si perciò non è semplicemente il dispiegarsi di un programma gene-
tico ma, richiedendo regolazioni molecolari che interagiscono in mo-
do complesso a vari livelli di organizzazione, e che hanno risultati di- .
versi a seconda del momento, della sede e del contesto in cui avven-
gono, è un'inevitabile sorgente di variazione. Le molecole di adesio-
ne cellulare (CAMs), scoperte da Edelman e dai suoi collaboratori
nel 1976, e la regolazione della loro espressione, rappresentano un
aspetto importante di tali processi.
Selezione durante l'esperienza.
Una volta formatasi l'impalcatura delle connessioni tra gruppi
neuronali sotto forma di repertori primari, avviene l'incontro con il
mondo esterno, ossia l'esperienza. Particolari combinazioni di segna-
li trovano alcuni gruppi neuronali piu pronti o piu adatti di altri a ri-
spondere, e questo fatto scatena eventi selettivi. La selezione avvie-
ne a livello di popolazioni di sinapsi, tramite numerosi meccanismi
che vanno sotto il nome di 'plasticità sinaptica " e che sono discussi
ampiamente in Neural Darwinism. Alcune popolazioni sinaptiche
vengono rinforzate, altre indebolite. Ciò determina la formazione di
repertori secondari di gruppi neuronali. Il rafforzamento o indeboli-
mento di popolazioni sinaptiche dipende da complessi eventi biochi-
mici locali, che possono differire a seconda della sede. Tuttavia, ciò
che è determinante sono le correlazioni statistiche spaziali e tempo-
rale dei segnali sinaptici tra gruppi di neuroni. Per poter contribuire
al comportamento adattivo, tali correlazioni statistiche devono ri-
flettere le proprietà spazio temporali dei segnali che originano nel-
l'ambiente. Questo è il compito della segnalazione rientrante.
Segnalazione rientrante.
I repertori secondari sono in molti casi organizzati in mappe di
gruppi neuronali che si specializzano, tramite i processi selettivi ap-
pena menzionati, nel rispondere a particolari tipi di segnali prove-
Prefazione all' edizione italiana XXVII
nienti dall' ambiente esterno. Mappe diverse si occupano di modalità
o sottomodalità sensoriali diverse, e rispondono preferenzialmente
a caratteristiche diverse degli stimoli. In un sistema selettivp, tutta-
via, non vi sono etichette che specifichino la natura o l'indirizzo del-
le varie mappe, e data la plasticità sinaptica, le mappe sono sottopo-
ste a continui riarrangiamenti. Come è possibile pertanto la coordi-
nazione di tali mappe? La TNGS propone che le mappe siano coor-
dinate tramite un flusso continuo di segnali bidirezionali entro e tra
le diverse mappe chiamato rientro. Il rientro è definito come la «se-
gnalazione parallela, bidirezionale e ricorsiva tra gruppi neuronali di-
versi, che avviene tramite un gran numero di connessioni anatomi-
che ordinate». Il rientro consente di mettere in relazione caratteri-
stiche diverse dell' ambiente, raccolte in maniera indipendente (" di-
sgiunta") attraverso canali e sottocanali sensoriali. La selezione di
popolazioni sinaptiche entro i gruppi neuronali, entro le mappe, o
tra mappe diverse, potrà quindi riflettere la continuità spaziotempo-
rale del mondo esterno,. e garantire un comportamento adattivo. La
coppia di classificazione, discussa in Neural Darwinism, è un caso ele-
mentare di rientro tra due mappe reciprocamente connesse che ri-
spondono ad aspetti diversi dello stesso stimolo.
Se si considera l'ubiquità del rientro nell'organizzazione del cer-
vello, e si aggiunge che il campionamento dell' ambiente non è stati:
co, ma è modulato dal movimento e dal comportamento, si può co-
minciare a comprendere anche un' altra nozione centrale esposta in
Neural Darwinism, la nozione di memoria come ricategorizzazione. La
memoria, in un sistema selettivo, non è un,deposito di dati che de-
scrivono gli oggetti o gli eventi incontrati. E invece un processo di-
namico, il cambiamento nel modo di funzionare del cervello e del-
l'intero organismo a seguito di innumerevoli eventi selettivi prece-
denti. Grazie al rientro, la categorizzazione operata in parallelo da
un grandissimo numero di gruppi neuronali è infatti costantemente
attiva, sia durante la percezione che durante l'immaginazione. La
memoria è quindi ricategorizzazione e non registrazione.
Sviluppi recenti.
La TNGS comprende altri importanti concetti, come quello di
mappaggio globale, o la nozione di degeneranza. Tuttavia, poiché
questi sono discussi ampiamente in Neural Darwinism, è piu oppor-
tuno accennare in questa sede agli sviluppi, nella ricerca di Edelman
XXVIII Prefazione all' edizione italiana
e dei suoi collaboratori, che hanno fatto seguito alla pubblicazione
dell' opera. Infatti, come dichiarato esplicitamente in Neural Darwi-
nism, la concezione di Edelman contiene un aspetto programmatico.
Non si limita a enunciare dei principi, ad organizzarvi attorno la
grande mole dei risultati sperimentali che via via si accumulano, ma
procede ad esaminare ipotesi e conseguenze in una serie di modelli
neurali sintetici. Si tratta dell'uso sistematico di simulazioni al calco-
latore su larga scala, che consentono di costruire strutture simili al
cervello nell' architettura e nei principi di funzionamento, nonché di
situare tali strutture in un fenotipo e tale fenotipo in un ambiente.
I modelli neurali sintetici non servono solo ad esaminare conseguen-
ze o previsioni della teoria. Hanno anche un significato euristico
che, nel caso del cervello, è di cruciale importanza: per comprendere
il funzionamento del cervello una delle sfide piu difficili consiste nel
fatto che occorre tenere presenti simultaneamente non solo l'azione
in parallelo di numerosissimi gruppi neuronali, ma anche l'interazio-
ne di molti livelli di organizzazione, dalla neurochimica alla psicolo-
gia al comportamento, dai millisecondi dell'attività neuronale alle
ore o giorni richiesti dalle dinamiche dell' apprendimento. Il calco-
latore, paradossalmente, è lo strumento piu potente non solo per si-
mulare tutti questi livelli, ma anche per poterne registrare ogni det-
taglio e ricostruire il funzionamento.
Darvin III.
Dopo Darwin I e Darwin II, descritti in Neural Darwinism, il
gruppo di Edelman al Neurosciences Institute ha creato un modello
neurale sintetico, Darwin III, capace di illustrare simultaneamente
molti aspetti della TNGS '. Darwin III è un organismo sessile, rela-
tivamente semplice, che possiede un occhio mobile ed un braccio
con quattro articolazioni. L'ambiente di Darwin III è anch'esso si-
mulato al calcolatore, e comprende vari oggetti di forme diverse che
si spostano all'interno del suo campo visivo. Sia l'occhio che il brac-
cio di Darwin III si muovono inizialmente a caso. Con l'esperienza,
eventi selettivi nel sistema nervoso di Darwin III producono nume-
rose modificazioni sinaptiche, guidate, come vedremo fra poco, dai
, G. N. REEKE JR, L. H. FINKEL, o. SPORNS, e G. M. EDELMAN, Synthetic neural mode·
ling: A multilevel approach to the analysis 01 brain complexity, in G. M. EDELMAN, w. E.
GALL e w. M. COWAN (a cura di), Signal and Sense: Local and Global Order in Perceptual
Maps, Wiley, New York 1990.
Prefazione all' edizione ìtaliana XXIX
sistemi di valore. In seguito a questi eventi selettivi, 1'occhio di Dar-
win III apprende a seguire gli oggetti che si presentano nel campo vi-
sivo. Di li a poco, anche il braccio diviene capace di raggiungere e
toccare gli oggetti fissati dall' occhio. Ciò è particolarmente signifi-
cativo, perché il problema della cinematica inversa, ossia la determi-
nazione di traiettorie corrette in un sistema caratterizzato da nume-
rosissimi gradi di libertà, è di difficile soluzione in termini istruzio-
nisti, ma emerge in modo naturale in termini selezionisti 2. Succes-
sivamente, Darwin III sviluppa anche una primitiva ma già idiosin-
cratica categorizzazione degli oggetti che gli sono presentati, affer-
randone alcuni e rigettandone altri. Darwin III rappresenta cosi un
esempio dei mappagg,i globali descritti in Neural Darwinism.
Darwin IV.
Piu di recente, l'evoluzione dei modelli neurali sintetici ha por-
tato ad un automa, Darwin IV, il cui cervello simulato è collegato ad
un fenotipo reale'. Darwin IV è un piccolo robot dotato di teleca-
mera, sensori ad infrarossi, sensori di conduttività elettrica, magneti,
e ruote, che è libero di muoversi in una stanza a esso riservata. Il cer-
vello, simulato al calcolatore, opera secondo principi selezionisti,
non dissimili da quelli utilizzati in Darwin III. Come Darwin III,
Darwin IV apprende a seguire una luce o un oggetto che si muove al-
l'interno della sua stanza. Il compito è assai piu difficile nel mondo
reale che in un ambiente simulato, basti pensare alle irregolarità del
movimento, ai cambiamenti di luminosità, ai cambiamenti di dimen-
sione delle immagini e alle distorsioni dovute al variare della distanza
e alla posizione obliqua della telecamera. Tuttavia, essendo basato
su principi selettivi, Darwin IV è in grado di adattarsi sorprenden-
temente bene a circostanze variabili. Darwin IV apprende inoltre a
suddividere ed accumulare nella sua "tana" dei blocchi metallici
dapprima sulla base del "gusto" (conduttività elettrica) e poi, grazie
al formarsi di associazioni, sulla base del colore. Il tutto avviene sen-
za che Darwin IV sia programmato esplicitamente, ma esclusiva-
mente grazie a modificazioni selettive di riflessi innati e comporta-
menti appresi concatenate e guidate dai sistemi di valore.
2 o. SPORNS e G. M. EDELMAN, Solving Bernstein 's problem: A proposal for the develop-
ment 01 coordinated movement by selection, in «Child Development», LXIV (199
2
), pp.
960-81.
, G. M. EDELMAN, G. N. REEKE JR, w. E. GALL, G. TONONI, D. WILLIAMS e o. SPORNS,
Synthetic neural modeling applied to a real·world artifact, in «Proceedings of the National
Academy of Sciences of h   United States of America», LXXXIX (199
2
), pp. 7
26
7.71.
xxx Prefazione all'edizione italiana
Sistemi di valore.
Uno dei risultati emersi dagli studi recenti è che, in assenza di si-
stemi di valore, sistemi selettivi complessi come Darwin III e IV non
potrebbero funzionare adeguatamente. Ancora una volta, lo studio
della neurobiologia si rivela essenziale nel suggerirne le caratteristi-
che e i meccanismi. Alcuni gruppi neuronali, situati nelle parti piu
antiche del cervello, sono in grado di segnalare, tramite proiezioni
diffuse a larga parte del sistema nervoso, eventi salienti o rilevanti
dal punto di vista evolutivo. Ad esempio, nel caso di Darwin III e
IV, un evento saliente potrebbe essere la presenza di qualche cosa
nel centro del campo visivo, o il contatto con qualche cosa di com-
mestibile (elettricamente conduttivo). L'attivazione dei sistemi di
valore mette in stato di all' erta gran parte delle aree del cervello, in
particolare quelle interessate alla categorizzazione e reazione all' e-
vento, e modifica per breve tempo la probabilità degli eventi selet-
tivi nelle popolazioni sinaptiche. Il risultato è che attività neuronali
che si traducono in comportamenti adattivi vengono rinforzate.
L'importanza dell'azione dei sistemi di valore è duplice. Innanzitut-
to, essi comunicano un segnale globale (rilevante per l'intero organi-
smo) ad eventi selettivi locali (plasticità sinaptica); inoltre, la natura
degli eventi che evocano il segnale globale è, almeno inizialmente, il
risultato della selezione naturale (valori innati). Quest'ultima può co-
si influenzare gli eventi selettivi molto piu rapidi propri della selezio-
ne somatica. Il cerchio si chiude, con aspetti ancora piu interes-
santi" con la possibilità che, con l'esperienza, una nuova classe di
eventi divengano progressivamente capaci di attivare i sistemi di va-
lore (valori acquisiti).
Il problema dell'integrazione corticale.
Il concetto piu arduo della TNGS è forse quello del rientro. Tut-
tavia, il rientro è stato recentemente utilizzato per la soluzione di un
problema centrale delle neuroscienze, quello dell'integrazione nella
corteccia cerebrale. Piu la si studia, piu la corteccia cerebrale si rivela
4 K. J. FRISTON, G. TONONI, G. N. REEKE, O. SPORNS e G. M. EDELMAN, Value-depen-
dent selection in the brain: Simulation in a synthetic neural model, in «Neuroscience», LIX
(1994), n. 2, pp. 229-43.
Prefazione all' edizione italiana XXXI
come un mosaico di aree diverse, specializzate in funzioni diverse.
Per esempio, nel sistema visivo si possono distinguere almeno trenta
aree, ciascuna delle quali si occupa preferenzialmente di aspetti di-
versi del mondo visivo, dalla forma, al colore, al movimento. All'in-
terno di ciascuna area, gruppi neuronali diversi hanno caratteristiche
di risposta diverse, dimostrando un'ulteriore specializzazione, acqui-
sita tramite eventi selettivi. Per questo tipo di organizzazione si par-
la di segregazione funzionale. Il problema è che, per risultare in un
comportamento adattivo, l'attivJtà di queste aree e gruppi neuronali
segregati deve essere integrata. E necessario che vengano in qualche
modo segnalate le relazioni tra i vari oggetti e tra i diversi attributi
di ciascun oggetto (forma, colore, posizione). Tutto ciò è immedia-
tamente evidente se si pensa al carattere unitario e coerente di una
scena visiva e, piu in generale, dell' esperienza cosciente, in cui sono
integrate non solo la visione, ma anche altre modalità sensoriali, il
pensiero, il linguaggio, gli affetti.
Eppure, è ormai chiaro che nel cervello non c'è niente di simile
ad un' area esecutiva centrale in cui confluiscano le attività di tutte
le altre aree. Non solo, ma l'idea di un' area esecutiva centrale non è
neppure sostenibile teoricamente. Di recente è stata invece proposta
una soluzione al problema dell'integrazione basata sul rientro'.
Estese simulazioni al calcolatore di nove aree corticali funzionalmen-
te segregate ma reciprocamente interconnesse hanno dimostrato che,
grazie al rientro, segregazione e integrazione funzionale possono
coesistere e dare luogo ad un comportamento adattivo in un sistema
distribuito. Le simulazioni dimostrano anche come molti fenomeni
fondamentali della psicologia, come le leggi della Gestalt", e vari
aspetti costruttivi e correlativi della percezione, emergano in modo
naturale se si presta la dovuta attenzione ai substrati neuroanatomici
e neurofisiologici. L'organizzazione del cervello si dimostra cOSI sin-
golarmente adatta a garantire l'integrazione in un tutto coerente di
fonti diverse di informazione, e a farlo in tempi molto brevi (centi-
naia di millisecondi). Non a caso, l'integrazione rapida di una grande
quantità di informazione sembrerebbe essere una delle caratteristi-
che distintive dell' esperienza cosciente.
, G. TONONI, O. SPORNS e G. M. EDELMAN, Reentry and tbe problem oj integrating mul-
tiple cortical areas: Simulation oj dynamic integration in the visual system, in «Cerebral
Cortex», II (1992), pp. 310-35.
6 O. SPORNS, G. TONONI e G. M. EDELMAN, Modeling perceptual grouping and figure-
ground segregation by means oj active reentrant connections, in «Proceedings of the National
Academy of Sciences of the United States of America», LXXXVIII (1991), pp. 129-33.
XXXII Prefazione all' edizione italiana
Anche da un breve riassunto delle tesi esposte in Neural Darwi-
nism e di alcuni sviluppi successivi dovrebbe risultare ovvia l'ampiez-
za e la fecondità della concezione di Edelman. In un' epoca caratte-
rizzata dalla segregazione funzionale tra le varie discipline, anche
l'integrazione del sapere diviene sempre piu complessa. Considerato
il compito, nO,n deve quindi stupire che Neural Darwinism sia un li-
bro difficile. E difficile perché raccoglie spunti ed esempi da molti
settori diversi della scienza: embriologia, biologia molecolare, immu-
nologia, anatomia e fisiologia comparata, psicologia; linguistica, neu-
robiologia, intelligenza artificiale. È difficile perché non si limita a
riassumere lo stato dell' arte in queste varie discipline, ma mira ad
una sintesi. La TNGS è infatti una teroria globale del funzionamen-
to del cervello e, curiosamente, è forse ancora l'unica teoria globale
disponibile. È difficile anche perché è stato scritto con un occhio agli
attacchi e ai fraintendimenti cui sarebbe stato sottoposto. Ma è dif-
ficile soprattutto perché si direbbe che il nostro cervello, paradossal-
mente, sia stato programmato a non capire o a malinterpretare il se-
lezionismo. La nostra stessa eccezionale abilità a categorizzare ogget-
ti ed eventi rende arduo immaginare che le categorie si formino tra-
mite un processo di variazione e selezione, cOSI come rende arduo
immaginare che gli impressionanti esempi di adattamento evolutivo
in natura siano opera della selezione naturale. La nostra eccezionale
abilità a programmare, pianificare e progettare ci spinge a pensare
che le meraviglie di cui abbondano il mondo biologico e quello psi-
cologico siano anch'esse, se non create, almeno frutto di un disegno
(divino) o di un programma (genetico).
Il rovesciare questa convinzione sulla base di una vasta e solida
sintesi scientifica è quindi l'obbiettivo e il merito fondamentale di
Neural Darwinism. Ma è altrettanto fondamentale, una volta accet-
tato il selezionismo, non concepirlo come operante al di fuori della
forma e della storia. I sistemi biologici sono costituiti di numerosi
elementi eterogenei che interagiscono in vari modi, e sono sottoposti
a forze esterne. Perciò la triade variazione - selezione - amplificazio-
ne differenziale non avviene in uno spazio infinito di possibilità, ma
è limitata dai particolari vincoli intrinseci ed estrinseci che caratte-
rizzano ogni sistema dinamico complesso. A causa di tali vincoli, solo
alcune delle configurazioni immaginabili sono effettivamente pos-
sibili a ogni dato momento. Inoltre, a causa di eventi selettivi e di ac-
cidenti storici, delle configurazioni possibili soltanto alcune diven-
tano attuali. Il piu delle volte, quindi, la variazione è variazione su un
tema, anche se, a seconda della forza rispettiva degli eventi selettivi
Prefazione all' edizione italiana XXXIII
da una parte e dei vincoli intrinseci dall' altra, anche il tema può cam-
biare. Il tema poi non è semplicemente uno dei tanti temi possibili
ma, pur cambiando, mantiene la traccia storica di ciò che è effetti-
vamente avvenuto. Non è difficile allora, per quanto Neural Darwi-
nism accenni soltanto alle implicazioni culturali e sociali di una con-
cezione selezionista del cervello e della mente, comprederne alcune
delle conseguenze. Forse la piu importante è l'unicità, l'irripetibilità,
e il valore dell'individuo e della sua storia.
GIULIO TONONI
LaJolla, 25 giugno 1995·
Nota del curatore
Darwinismo neurale è un libro importante, complesso e dibattuto,
che viene pubblicato a diversi anni dall'edizione originale, in un pe-
riodo fecondo di ricerche sul cervello. Non potevamo ignorare questi
fatti, e desiderando offrire dei punti di riferimento per il lettore sag-
giando al contempo la "vitalità" del libro, abbiamo pensato di cor-
redare 1'edizione italiana di alcuni apparati editoriali che speriamo
ne agevolino la comprensione:  
I) In primo luogo, la Prefazione di Giulio T ononi, collaboratore
di Gerald Edelman al Neurosciences Institute a La Jolla in Ca-
lifornia, inquadra culturalmente la teoria selezionista di Edel-
man, ne sintetizza i punti salienti e ci racconta" in presa diret-
ta" i possibili sviluppi per la comprensione del cervello e per
la creazione di automi intelligenti.
2) Le note a piè di pagina del curatore segnalano: a) i punti in cui
la teoria del libro è stata attaccata o, viceversa, accettata come
innovativa; b) la compatibilità o meno della teoria con le sco-
perte pili recenti nella biologia e nelle scienze cognitive; c) i
punti di collegamento con gli altri due libri di Edelman, Topo-
biologia e Il presente ricordato; e d) l'evoluzione delle ricerche
di Edelman. I riferimenti bibliografici delle note sono conte-
nuti nell' apposita Bibliografia delle note.
3) Infine, il Glossario, per spiegare i termini tecnici, abbondanti
nel testo, al lettore non specialista.
Sperando di essere riusciti nel nostro intento auguriamo al lettore
una buona e proficua lettura.
SILVIO FERRARESI
Darwinismo neurale
Supporre che l'occhio con tutti i suoi inimitabili
congegni per regolare il fuoco a diverse distanze, per
incamerare differenti quantità di luce, per corregge·
re aberrazioni ottiche e cromatiche, sia il frutto della
selezione naturale sembra, lo confesso apertamente,
del tutto assurdo.
Quando per la prima volta hanno affermato che il
sole è immobile e che la terra gli gira intorno, il senso
comune del genere umano ritenne falsa questa teoria;
ma il vecchio detto «vox populi, vox dei», che ogni fi·
losofo conosce, non vale per la scienza.
CHARLES DARWIN, L'Origine delle Specie
e nell' ampia quiete
voglio adornare un roseo santuario
di ghirlande intrecciate di pensieri
assidui, con bocciuoli, con campanule,
e stelle senza nome,
con tutto quanto abbia potuto mai
fantasia giardiniera immaginare,
fantasia che educando
i fiori non mai educa gli stessi
JOHN KEATS, Ode a Psiche
a
Capitolo primo
Riassunto e introduzione storica
La nicchia ecologica ambigua, p. 5. - Riassunto e ambizioni del-
la teoria, p. 6. - Relazione con lo sviluppo e l'evoluzione, p. 9·
- Il bisogno di mappe nella realizzazione della categorizzazione
percettiva, p. IO. - La categorizzazione percettiva precede neces-
sariamente l'apprendimento esteso, p. IO. - Proprietà generali del-
le teorie selettive, p. II. - I fondamenti storici del pensiero po-
polazionistico applicato al comportamento, p. 13. - Il succes-
sivo rifiuto delle idee selezioniste, p. 14. - La rinascita del pen-
siero selezionista in etologia, p. 17. - Concetti recenti di selezio-
ne somatica, p. 18. - Rassegna delle teorie selezioniste, p. 22.
- Teorie glObali su base neuronale: istruzioniste e seleziòniste,
P·25·
I. Introduzione.
Per noi è difficile immaginare come un neonato percepisca il
mondo, qualunque sia la sua specie di appartenenza, compresa quella
umana. Tuttavia, le convenzioni sociali, le tracce dell'esperienza sen-
soriale e, in particolare, un' educazione scientifica rendono difficile
accettare l'idea che l'ambiente in cui tale creatura vivrà presenti
un'ambiguità intrinseca: anche per animali che, come noi, hanno la
facoltà di esprimersi con il linguaggio, il mondo si presenta, a un pri-
mo impatto, come un luogo senza etichette. In una nicchia ecologica
il numero di suddivisioni in "oggetti" o "eventi" potenziali è enor-
me, se non infinito, e i loro valori, positivi o negativi, sono relativi
e non assoluti, anche per un animale che abbia ereditato un sistema
nervoso molto complesso. .
I sistemi nervosi, siano essi molto sofisticati o semplici, si sono
evoluti per consentire all'individuo di adattare il comportamento alla
propria nicchia ecologica in tempi relativamente brevi. Un compor-
tamento cosi plasmabile richiede che l'individuo effettui una prima
categorizzazione dei tratti ambientali salienti sui quali fondare l'ap-
prendimento successivo. Quindi, uno dei compiti fondamentali delle
neuroscienze è proprio dimostrare come, in una certa specie, strut-
tura e funzione del sistema nervoso consentano la categorizzazione
6 Capitolo primo
,
percettiva, che è il presupposto per apprendere e per adattarsi effi-
cacemente. Ne consegue un interrogativo: come possiamo correla-
re psicologia percettiva e struttura-funzione del sistema nervoso?
Molte spiegazioni si sono imperniate su teorie eterogenee fondate
sul concetto di elaborazione dell'informazione. Invece, la proposta,
che svilupperò nel corso del libro, è che una risposta adeguata a que-
sta domanda, richieda una teoria di tipo nuovo, che potrà ripercuo-
tersi sulle neuroscienze e sulla comprensione della collocazione del-
l'uomo nella natura. In questo capitolo introduttivo descriverò la
teoria facendo anche riferimento alle sue radici storiche. Spero cosi
di facilitare il percorso del lettore attraverso le tappe che dimostre-
ranno la teoria. Devo anche riconoscere che questa descrizione è un
po' troppo astratta e, quindi, per comprendere pienamente le idee
cardinali della teoria, bisognerà approfondire le dimostrazioni stesse.
2. Un profilo sintetico della teoria.
La teoria della selezione dei gruppi neuronali è nata per spiegare
alcune apparenti incongruenze nella nostra conoscenza dello svilup-
po, dell' anatomia e della fisiologia del sistema nervoso centrale. Ma,
soprattutto, il suo scopo è spiegare la possibile origine della catego-
rizzazione percettiva scartando l'ipotesi che il mondo sia organizzato
a priori secondo schemi informazionali o che il cervello racchiuda in
sé un homunculus I. I motivi che mi spingono ad abbandonare l'ela-
borazione di informazione come teoria del funzionamento cerebrale
saranno piu chiari nel prossimo capitolo; per ora il mio obiettivo è
definire le idee guida di una concezione che è alternativa.
La teoria, per spiegare la categorizzazione senza chiamare in cau-
sa l'elaborazione di informazione o la computazione>, suggerisce
I Il termine homunculus ha due significati diversi in riferimento al cervello. Il pri-
mo indica una rappresentazione nella corteccia cerebrale delle parti corporee in funzione
della loro importanza, mentre il secondo, a cui si riferisce Edelman, è una sorta di de-
miurgo su cui convergono le informazioni sensoriali o da cui partono i comandi motori,
e che ha un seguito solo in alcuni filoni della filosofia della mente, ma non nelle scienze
del cervello [un'estesa trattazione a riguardo è contenuta in Dennett 199r].
2 Il tipo di computazione di cui parla Edelman è quella dei computer tradizionali o
della Intelligenza Artificiale classica fondata sulla logica, altrimenti definita dall'alto ver-
so il basso (top-down). Tuttavia, in anni recenti si è sviluppata una computazione alter-
nativa, per quanto eterogenea, e un nuovo modo di progettare i sistemi intelligenti. Il
principio ispiratore comune è la cosiddetta computazione emergente [Forrest 1990], a cui
sono accostabili alcuni principi che Edelman' e collaboratori applicano nella progettazio-
ne dei loro automi "neurali" [si vedano, a proposito, Finkel e Edelman 1989; Sporns
Riassunto e introduzione storica
7
che la legge preposta al controllo dell' organizzazione del cervello sia
di natura popolazionistica e che il cervello, nel suo modo di operare,
sia un sistema selettivo. Secondo la teoria [Edelman 1978, 1981;
Edelman e Reeke 1982; Edelman e Finkel 1984], il cervello è orga-
nizzato dinamicamente in popolazioni cellulari che contengono sin-
gole reti varianti, la cui struttura e funzione vengono selezionate du-
rante lo sviluppo e il comportamento. Le unità selezionabili sono in-
siemi di neuroni strettamente interconnessi, compresi tra le centi-
naia e le migliaia, definiti gruppi neuronali, i quali possono agire come
unità funzionali. La teoria si basa sui tre principi seguenti:
I) Durante lo sviluppo si crea una variabilità epigenetica delle
connessioni anatomiche e, grazie alla selezione, si formano i
repertori primari di gruppi neuronali diversi nella struttura.
La diversificazione è tale che due animali non possono avere
esattamente le stesse connessioni pur in aree cerebrali corri-
spondenti. Questa variabilità strutturale dipende da vari even-
ti selettivi di natura meccanico-chimica regolati da molecole di
adesione tra cellula e cellula e tra cellula e substrato (CAM e
SAM), che controllano la divisione, il movimento, la morte e
il differenziamento cellulare durante lo sviluppo.
2) Un secondo processo selettivo si verifica dopo la nascita gra-
zie a modificazioni epigenetiche nella forza delle connessioni
sinaptiche all'interno e tra gruppi neuronali. In questo modo
sono selezionate opportune combinazioni di gruppile cui at-
tività sono in armonia con i segnali via via originati dal com-
portamento adattativo. Questa selezione, che si verifica tra
gruppi varianti anatomicamente già presenti alla nascita (il
repertorio primario), forma, di conseguenza il repertorio secon-
e altri 1989; Tononi e altri 1992a, 1992b; Edelman e altri 1992; Reeke e Sporns 1993;
Friston e altri 1994]. La computazione emergente si ispira da un lato ai sistemi biologici
e dall'altro alla fisica dei sistemi complessi, accomunati dalla autoorganizzazione, ossia
la formazione di strutture a partire da un sistema amorfo, dalla presenza di fenomeni col-
lettivi, cioè molte unità (agenti) e molte interazioni tra esse, e dai fenomeni cooperativi,
dove, in sintesi, il tutto è maggiore della somma delle parti, e dove il parallelismo si so-
stituisce alla serialità e alla gerarchia. Un esempio è la lA behavior-oriented (Intelligenza
Artificiale orientata verso il comportamento) [per delle rassegne si vedano Steels 1994;
Maes 1994] che ha molti aspetti in comune con la famiglia di automi Darwin (si veda il
capitolo x, e la presente Prefazione di Giulio Tononi) [cfr. Edelman 1992b; Reeke e
Sporns 1993], almeno riguardo al concetto di adattamento e di apprendimento, che pos-
sono scaturire da un processo selettivo (sorting out) operante nella ridondanza [Maes 1994]
in un ambiente dinamico e imprevedibile e, come tale, non traducibile in istruzioni.
8 Capitolo primo
dario, il quale è a sua volta costituito da quei gruppi attivi che
hanno una maggiore probabilità di essere impiegati nel com-
portamento futuro. I neuroni nei gruppi neuronali costitui-
scono delle popolazioni e i repertori formano popolazioni di
ordine superiore.
3) Per mezzo di segnali rientranti si verifica una correlazione scan-
dita temporalmente tra recettori sensoriali, complessi moto-
ri e gruppi neuronali che interagiscono nelle diverse aree cere-
brali. Tale scambio di segnali avviene perché esistono delle
mappe neurali reciprocamente connesse. Queste mappe colle-
gano i repertori secondari, cioè il risultato dinamico di quegli
eventi selettivi dello sviluppo e della selezione sinaptica a cui
ho appena fatto riferimento, mentre le loro interazioni rien-
tranti conservano la continuità spazio-temporale in risposta ai
segnali provenienti dal mondo esterno.
È molto importante stabilire un legame tra questi processi e i
meccanismi specifici dello sviluppo e dell'evoluzione. Durante lo svi-
luppo, quando si formano i repertori primari di gruppi neuronali va-
rianti, l'anatomia locale dei gruppi stessi viene determinata da fat-
tori genetici che regolano la forma cellulare e da eventi epigenetici
che regolano i processi primari dello sviluppo, cioè, divisione, movi-
mento, morte, adesione e differenziamento cellulare. Sebbene, in
animali della stessa specie, le strutture di una particolare area cere-
brale siano simili per tipo di funzione svolta tuttavia, esiste una no-
tevole variabilità individuale nelle ramificazioni assonali e dendriti-
che, nella forma, nell'estensione e negli schemi di connessione. Que-
sta variabilità, che deriva dalla regolazione dinamica delle molecole
di adesione cellula-cellula e cellula-substrato, crea quelle differenze
su cui può agire la selezione somatica. Allo stesso tempo, le mutazio-
ni negli elementi che, nello sviluppo, regolano i tempi di comparsa di
queste molecole, sono tra le possibili cause dell' evoluzione di speci-
fiche regioni del cervello. Tali proprietàregolative consentono al
sistema nervoso di adattarsi a diverse modificazioni evolutive indi-
pendenti nell' organismo come, per esempio, le modificazioni nei
muscoli, nelle ossa e nei recettori sensoriali. Queste idee, che met-
tono in relazione l'epigenesi e l'eterocronia dello sviluppo neurale
all'evoluzione morfologica, sono parte di un'ipotesi fondamenta-
le per la teoria, che ho definito ipotesi dei regolatori. Grazie a questi
meccanismi epigenetici di sviluppo nel repertorio primario di una
regione neurale specializzata si creano numerosi gruppi non identici
Riassunto e introduzione storica
9
e ciascun gruppo può rispondere con pari efficacia a un input speci-
fico. Si parla di degenerazione, un concetto fondamentale per la teo-
ria, quando in ogni repertorio vi sono forme varianti in strutture
neurali equivalenti dal punto di vista funzionale, ma non isomorfi-
che. Il risultato di questi eventi epigenetici di sviluppo è la creazione
di numerose reti degenerate di gruppi neuronali costituiti da neuroni
con alberi dendritici e arborizzazioni assonali distribuite su un' area
relativamente ampia e con un notevole grado di   Tutta-
via, tali complesse arborizzazioni non implicano l'assenza di contatti
neuronali specifici, i quali possono, inoltre, essere localizzati in parti
ben definite dei neuroni stessi.
Dopo la nascita, cioè quando gran parte del repertorio prima-
rio si è già formato, si verifica una seconda selezione epigenetica.
I segnali in input vengono astratti e filtrati dai trasduttori senso-
riali, dagli estrattori di caratteri e dai correlatori di caratteri (soprat-
tutto i complessi sensomotori) inseriti in un mappaggio globale.
I gruppi neuronali attivi in quei particolari repertori che ricevono
tali segnali sono selezionati in maniera competitiva a vantaggio di
altri.
Una selezione vincente modifica l'efficacia sinaptica in quelle
parti della rete corrispondenti a tali gruppi, incrementando la proba-
bilità di risposta quando segnali simili o identici si ripresenteranno.
Il risultato di questa competizione dipende dalla ricchezza struttu-
rale del repertorio primario, dall' efficienza di regole pre- e postsinap-
tiche indipendenti che determinano le interazioni tra neuroni in un
gruppo e, infine, dalla frequenza e dalla sede di segnali simili o iden-
tici. I repertori secondari, che sono gruppi neuronali selezionati in
modo dinamico, si formano in seguito a una reiterata stimolazione
da parte di questi segnali. Le regole sinaptiche responsabili della se-
lezione dei repertdri secondari agiscono sulle sinapsi intese come po-
polazioni, e, perciò, l'operazione di queste regole è intimamente con-
nessa alla particolare organizzazione e alla densità circuitale di un
certo repertorio primario. Come parte integrante della teoria presen-
terò uno specifico modello popolazionistico di selezione sinaptica, il
cosiddetto modello delle due regole.
L'ipotesi dei regolatori e il modello delle due regole sono, nella
selezione, i due meccanismi epigenetici fondamentali per la teoria:
il primo riguarda la selezione durante lo sviluppo e forma il reperto-
rio primario, mentre il secondo si riferisce alla selezione durante l'e-
sperienza comportamentale e induce la formazione del repertorio se-
IO Capitolo primo
condario. Tuttavia, se la selezione dei gruppi neuronali si basasse so-
lo su questi due meccanismi non potrebbe spiegare la conservazione
della continuità spaziotemporale, indispensabile per la categorizza-
zione percettiva. A tale scopo, sono richieste diverse forme di map-
paggio, ed è stato scelto un esempio di formazione di una mappa lo-
cale nella corteccia cerebrale per mezzo della: selezione dei gruppi
neuronali (il modello confinamento-selezione-competizione).
La teoria sostiene che la coordinazione e il rinforzo dei modelli
di selezione dei gruppi neuronali debba verificarsi tra diverse regioni
cerebrali, organizzate a mappe. Questo è consentito da segnali fasici
che fluiscono lungo le connessioni anatomiche rientranti tra queste
mappe. Tale rientro fasico consente un legame dinamico tra i diversi
sistemi di gruppi neuronali selezionati e attivi parallelamente in tem-
po reale. In numerose aree cerebrali sono state osservate configura-
zioni anatomiche rientranti (reciproche o di altro tipo) che presen-
tano una segnalazione fasica rientrante; possiamo ricordare, a pro-
posito, le radiazioni talamocorticali e corticotalamiche, le connessio-
ni callosali e varie connessioni tra le aree sensoriali sia primarie che
secondarie [Zeki 1975, 1978a; Van Essen 1985], e quelle motorie.
Il rientro tra mappe ovvia al bisogno di uno scambio esplicito di mar-
catori di tempo e di luogo analoghi a quelli previsti dai sistemi a
computazione parallela.
Un postulato centrale della teoria è che la categorizzazione per-
cettiva debba sia precedere sia accompagnare l'apprendimento. In-
fatti, uno dei compiti precipui del sistema nervoso è realizzare la ca-
tegorizzazione percettiva in un mondo "senza etichette" - in cui
l'ordine macroscopico e l'organizzazione di oggetti ed eventi (com-
presa la loro definizione e discriminazione) non sono prevedibili da
un organismo, tranne la regola che tali oggetti ed eventi obbediscono
alle leggi della fisica. La condizione necessaria affinché si verifichi la
categorizzazione percettiva è il rientro tra sistemi paralleli separati
di mappe locali, variamente specializzate, ciascuna delle quali cam-
piona in modo disgiuntivo e indipendente lo stimolo. Tuttavia, di
solito, si creano le condizioni essenziali per la categorizzazione per-
cettiva solo quando un certo numero di tali mappe viene intercon-
nesso e forma un mappaggio globale di ordine superiore che coinvol-
ge complessi motori e sistemi sensoriali. Il rientro fasico di questi si-
stemi paralleli multipli nel cervello è il maggiore contributo alla sua
attività ritmica. A sua volta, il comportamento motorio dell' animale
in esplorazione è la principale fonte di quel campionamento conti-
Riassunto e introduzione storica II
nuo, necessario affinché la selezione dei gruppi neuronali realizzi la
categorizzazione percettiva.
Detto questo, è importante dimostrare come la selezione dei
gruppi neuronali e il rientro nelle mappe possano operare di concerto
per realizzare la categorizzazione percettiva. Abbiamo dimostrato la
validità intrinseca della teoria della selezione dei gruppi neuronali ai
fini della categorizzazione progettando un automa percettivo che in-
corpora i fondamenti della teoria. L'abilità dell'automa di crearsi
delle categorie basandosi su semplici figure bidimensionali suggerisce
che le connessioni fasiche rientranti tra piu repertori organizzati in
mappe possono generare funzioni associative assenti nei repertori
isolati. Come dimostreremo nel capitolo x, in questo automa la se-
lezione, la quale opera su repertori degenerati di gruppi neuronali
collegati dal rientro, crea una reale categorizzazione pur senza la ste-
sura di un programma atto a definire esplicitamente gli oggetti cate-
gorizzati. In sintesi, vedremo come tutte le ipotesi enunciate nei ca-
pitoli antecedenti alla descrizione dell' automa si armonizzino con le
operazioni fisiche di quest'ultimo. Tuttavia, la teoria della selezione
dei gruppi neuronali è una teoria biologica e non solo fisica, quindi,
per coglierne tutte le implicazioni ci sarà d'aiuto una breve digressio-
ne sui presupposti biologici. In particolare, la teoria, per avere valo-
re, deve essere fondata su solide basi evolutive.
3. Il pensiero popolazionistico in neurobiologia.
A meno di invocare un progetto speciale o la creazione, l'adatta-
mento ambientale delle specie animali si basa sulla selezione natura-
le, la quale opera sulla variabilità già presente nelle popolazioni. I di-
versi taxa si originano grazie alle variazioni nell' ambiente e ad alcuni
meccanismi di isolamento. Un animale con un cervello complesso de-
ve adattarsi senza istruzioni a un ambiente multiforme e crearsi delle
categorie percettive o una tassonomia interna che ne controlli le ri-
sposte al mondo circostante. Inoltre, la teoria propone che tale adat-
tamento si attui tramite una selezione somatica operante sulle popo-
lazioni di gruppi neuronali dell' animale stesso. In un certo senso non
ci sorprende il fatto che la selezione naturale abbia favorito la sele-
zione dei gruppi neuronali, in quanto esiste una certa analogia tra
l'origine dei taxa nel corso della filogenesi e l'origine di popolazioni
di gruppi neuronali e di categorie percettive negli individui. Tutta-
via, l'analogia non va forzata sino al punto da considerarla sempli-
I2 Capitolo primo
cemente un'imitazione. Infatti, sono enormi le differenze, nei det-
tagli e nei meccanismi, tra selezione naturale, selezione dei gruppi
neuronali e selezione clonale immunitaria, l'altro processo biologico
in cui la presenza di variabili in una popolazione è il fondamento dei
meccanismi di riconoscimento durante la vita del singolo. Tuttavia,
pur con queste differenze, sono comparabili se consideriamo le tre
caratteristiche essenziali condivise da tutte le teorie selettive: cioè,
1) repertori variabili di elementi le cui fonti di variazione non hanno
una relazione causale con i successivi eventi di selezione o di ricono-
scimento, 2) opportunità di interagire con un ambiente che si modi-
fica indipendentemente, consentendo la selezione di una o piu varia-
bili adatte e, infine, per mezzo della trasmissione genetica, 3) stru-
menti di riproduzione differenziale o di amplificazione delle varianti
selezionate in una popolazione.
A differenza della teoria dell' evoluzione, la teoria della selezione
dei gruppi neuronali non ha rapporti con le cause ultime, ma solo con
le cause prossime. Tuttavia, analogamente alle tesi addotte riguardo
alla selezione naturale nella teoria dell' evoluzione, a sostegno della
nostra teoria dobbiamo far confluire prove da molte discipline diver-
se. Una breve storia del pensiero popolazionistico in neurobiologia
potrà opportunamente inquadrare le prove stesse. Spero di riuscire
a dimostrare che la teoria della selezione dei gruppi neuronali, pur
condividendo i principi di altre teorie selettive, se ne discosta nei
meccanismi particolari e nei suoi effetti evolutivi. Andrebbe, peral-
tro, al di là delle intenzioni del libro offrire un compendio storico
completo delle idee selezioniste o esaurire gli esempi di pensiero po-
polazionistico applicato al comportamento. Per quanto riguarda il
primo aspetto, il lettore interessato può consultare l'eccellente libro
di Mayr [1982], per il secondo, alcuni compendi di psicologia com-
parata e di etologia [Gottlieb 1979; Lythgoe 1979; Gould 1982;
Griffin 1982; MacPhail 1982; Terrace 1983].
Nel passato le idee selezioniste in neurobiologia hanno descritto
principalmente gli aspetti evolutivi del comportamento o l'evoluzio-
ne del cervello e dei suoi diversi centri neurali. Con l'eccezione degli
interessi etologici per l'origine neurale di alcuni comportamenti, la
maggior parte di questi resoconti ha ignorato o non si è pronunciata
sulla selezione somatica, cioè, la selezione neuronale quale princi-
pio esplicativo piu importante per l'ontogenesi e la fisiologia del cer-
vello. Le analisi degli etologi si sono essenzialmente concentrate sul
grande anello selezione naturale-comportamento, che vedremo nel
capitolo XI (si veda la fig. 62), piuttosto che su una selezione operan-
Riassunto e introduzione storica I3
te negli individui secondo le regole della biologia cellulare e della fi-
siologia.
L'interesse nell'applicare il pensiero popolazionistico all'origine
e alla funzione del singolo sistema nervoso 'è relativamente recente.
Come ho accennato nei commenti della sezione precedente, uno fra
gli obiettivi di un' esauriente teoria somatica è correlare la selezione
evolutiva delle strutture cerebrali e le funzioni cerebrali via via
emergenti, per selezione somatica, durante e dopo lo sviluppo. È
proprio questo compito che caratterizza il concetto di selezione so-
matica dei gruppi neuronali e delle popolazioni sinaptiche rispetto
alle idee selezioniste degli etologi. Un breve resoconto storico ci con-
sentirà una piu agevole distinzione dei diversi livelli in cui è stato ap-
plicato il pensiero selezionista, e potrà aiutarci a evitare la confusio-
ne tra i livelli stessi, particolarmente quando ci addentriamo tra le
prove che sostengono i concetti di selezione somatica.
4. Selezione naturale e pensiero popolazionistico in relazione al
comportamento.
Charles Darwin è stato il primo a sostenere che la selezione na-
turale modifica il comportamento, e viceversa. Egli ha approfondito
il rapporto tra selezione e istinti animali [Darwin 1859] e ha specu-
lato sul significato evolutivo delle emozioni e dei sentimenti [Darwin
1872]. Le idee di Darwin furono riprese da un suo contemporaneo,
George John Romanes [1884, 1889], il quale ha proposto la teoria
secondo cui il comportamento è una proprietà della specie e la con-
tinuità comportamentale è filetica. Charles Lloyd Morgan [I 896,
1899,1930] ha osservato una relazione tra la complessità dell'orga-
nizzazione neurale e quella del comportamento. Sebbene sottoli-
neasse che la complessità del comportamento di un animale ne riflet-
te la complessità neurale e, quindi, che le modificazioni anatomiche
evolutive possono originare nuovi modelli comportamentali, non
chiari i contributi relativi dell'istinto e dell'abitudine.
C. Wesley Milis [1898] è stato, probabilmente, il primo a ricono-
scere l'influsso dello sviluppo sul comportamento. A quel tempo i
tentativi di definire i vincoli imposti dallo sviluppo del cervello sulla
funzione cerebrale e sul comportamento sono stati confusi, in parte,
con la teoria della ricapitolazione di Haeckel, un falso concetto la cui
storia è stata esaurientemente analizzata da Stephen Jay Gould
[1977]. Tuttavia, James Mark Baldwin [1895, 1902] è stato fra i pri-
I4 Capitolo primo
mi a cogliere l'importanza delle modificazioni negli individui duran-
te l' ontogenesi ed ebbe la lucidità per interpretare la questione in
termini darwiniani. Notò che, sebbene i singoli animali co specifici
vivano esperienze diverse, i comportamenti in tutti gli animali di
una specie sono alquanto costanti. Il cosiddetto effetto Baldwin [per
un' analisi, si veda Gottlieb 1979] fu forse la prima indicazione che
fenomeni verificantisi durante l' ontogenesi possono influenzare la
morfologia e il comportamento; le teorie di Baldwin tendevano a
spiegare come esperienze successive potessero facilitare e conservare
tali modificazioni 3 •
5. Declino e rinascita delle idee selezioniste.
A questi primi sforzi è seguito un notevole declino nell'impiego
del pensiero popolazionistico in psicologia, in coincidenza, nella pri-
ma parte di questo secolo, con lo sviluppo del comportamentismo'.
L'uso occasionale del concetto di selezione per descrivere il compor-
tamento nelle fasi di apprendimento può far pensare a un' eventuale
parentela con il pensiero di Darwin. In realtà, solo un esile filo so-
stiene senza ambiguità questa affermazione, sebbene sia stata pro-
posta come analogia [Dennett 1978] per spiegare il paradigma stimo-
lo-risposta, o S-R, di Thorndike [19II]. Questo paradigma è stato
inglobato nella legge dell'effetto, la quale postula che l'associazione
tra un certo stimolo e la relativa risposta sia rinforzata in funzione al-
l'entità della ricompensa ricavata dall'azione. Secondo questa legge,
il comportamento, quando produce risultati soddisfacenti per l' or-
.
3 L'effetto Baldwin è una causa indiretta dell'apprendimento sull'evoluzione. Se-
condo tale concezione l'apprendimento favorisce una migliore sopravvivenza e, quindi,
gli organismi piti abili nell'apprendere generano una prole piti numerosa incrementando
la frequenza del gene responsabile di quell'apprendimento. Se l'ambiente rimane suffi-
cientemente stabile può indirettamente favorire la codificazione genetica di un tratto
che originariamente ha dovuto essere appreso, e cOSI l'apprendimento può influire sul-
l'evoluzione. L'interazione reciproca tra evoluzione e apprendimento interessa, oltreché
gli etologi e gli psicologi, anche gli esperti di algoritmi genetici e di reti neurali [Hinton
e Nowlan I987; Ackley e Littman I992; per una rassegna sul tema si veda Nolfi e altri
I9921, i quali hanno proposto modelli che simulano e confermano la validità dell'effetto
Baldwin, con lo scopo di verificare teorie biologiche, ma anche creare programmi per
computer capaci di evolversi ispirandosi alle leggi biologiche (l'intreccio di questi argo·
menti è documentato, tra le altre, nelle riviste, «Evolutionary Computation» e «Arti-
ficial Life », pubblicate dalla Mit Press).
, Per una rassegna dove viene evidenziata la riconciliazione tra comportamentismo
e neuroscienze si veda Thompson [1994].
Riassunto e introduzione storica I5
ganismo, viene" impresso" nel suo sistema nervoso, mentre, qua-
lora provochi disagi e dolori, viene rimosso. Thorndike ha sottoli-
neato il ruolo dell' attività motoria nel ricercare effetti gratificanti
con variazioni nelle differenti associazioni interne. Sebbene aves-
se colto inequivocabilmente la relazione tra incremento delle dimen-
sioni cerebrali e comportamento, tuttavia, da questa intuizione non
scatUrl alcuna teoria generale. Esiste un evidente filo conduttore tra
questi studi e il comportamentismo; purtroppo, sembra essere sta-
ta ignorata la sua relazione meno evidente, ma chiara, con l'evolu-
zione darwiniana.
Insieme al lavoro di Pavlov [si vedano Mackintosh 1983; Stad-
don 1983; Jenkins 1984], le idee e gli esperimenti di Thorndike han-
no segnato !'inizio del comportamentismo nella teoria dell' appren-
dimento, un modo di studiare il comportamento animale svincolan-
dolo da ogni analisi sui meccanismi interni al suo cervello. Questa
metodologia, pur caratterizzata da un significativo perfezionamento
sperimentale, ha introdotto un sapore istruzionista nell'interpreta-
zione del comportamento, insieme a un minore interesse per le dif-
ferenze, pur significative, dell'organizzazione del sistema nervoso
di individui diversi e di specie diverse. I comportamentisti hanno
trascurato le enormi differenze nell' organizzazione del sistema ner-
voso delle varie specie probabilmente perché, basando la loro inter-
pretazione del comportamento su paradigmi.di condizionamento,
hanno ritenuto possibile associare quasi ogni stimolo a ogni rispo-
sta. È stata proprio l'attrattiva generale di considerare stimoli e ri-
sposte svincolate dai particolari strutturali e dalle origini evoluti-
ve del sistema nervoso integrato al resto del fenotipo che ha impe-
dito alla psicologia un approccio popolazionistico .
Cosi, sembra che il notevole successo dei metodi di Thorndike,
di Hull [1943, 1952] e di altri ricercatori abbia rimosso dalla psico-
logia ogni interpretazione fondata su una concezione popolazionisti-
ca. L'ironia di questa situazione merita qualche commento poiché,
come suggerisce Dennett [1978], la legge dell'effetto ricorda superfi-
cialmente per molti aspetti la selezione naturale. Sebbene la legge del-
l'effetto presenti delle analogie con la selezione naturale, tuttavia non
le è omologa - è istruttiva, in gran parte pilotata dall' ambiente e le-
gata a una velata idea di animale vuoto, guidato da categorie esterne.
Il piu radicale tra i comportamentisti moderni, Skinner [1981], ha
scritto un articolo intitolato Selezione in base agli effetti che propone
la stessa analogia in un inesorabile contesto comportamentista e
istruzionista. In tutte queste speculazioni non vi è traccia dell'idea
16 Capitolo primo
che le strutture cerebrali stesse siano popolazioni su cui agisce la se-
lezione, o che tale selezione sia il fondamento della categorizzazione
percettiva.
La maggior parte dei lavori dei neurologi e dei neurofisiologi a lo-
ro contemporanei non manifesta alcun tentativo di respingere le teo-
rie dei primi comportamentisti. Ecco, quindi, che gli studi di Hugh-
lings J ackson [193 I; T ay lor 193 I] sull'organizzazione gerarchica del
sistema nervoso centrale (SNC) e gli studi di Sherrington [1906] sui
riflessi avevano un sapore apparentemente affine - stimolo in input,
risposta in output - una forma di messaggio in transito. Tuttavia, do-
po il 1949, in seguito alla comparsa del libro di Hebb L'organizzazio-
ne del comportamento, alcuni comportamentisti sentirono la necessità
di riconoscere il ruolo degli stati interni del sistema nervoso. A Hebb
va riconosciuto lo sforzo di aver avvicinato i principali temi della psi-
cologia e le proprietà del sistema nervoso. In particolare, ha traspo-
sto la legge dell'effetto a livello sinaptico proponendo un modello cor-
relativo di modificazione sinaptica simile a quello di Hayek [1952].
Questo studio ha preparato il terreno per la s u     e s s i v ~ germinazione
di molti lavori teorici, ma ha ignorato le interpretazioni di tipo dar-
winiano, proponendo, ancora una volta, una teoria istruttiva della
percezione e dell'apprendimento', come vedremo a fine capitolo.
Una considerazione sulla natura della generalizzazione e della ca-
tegorizzazione (si vedano i capitoli II e IX) evidenzia le credenze
istruzioniste sia dei discepoli intellettuali di Thorndike sia di quegli
istruzionisti che hanno ricusato il comportamentismo. Come ha sot-
tolineato Reed [1981], i concettualisti moderni (i quali asseriscono
che i membri di una categoria cadono sotto la stessa rappresentazio-
ne mentale) si dividono in due classi. Alcuni sono realisti o cognitisti
in quanto sostengono che le categorie sono rappresentate da aspetti
normativi. Altri sono nominalisti e ritengono che le rappresentazioni
, Massimo Piattelli Palmarini [1989] ha pubblicato un interessante saggio dove so-
stiene una concezione selezionista dell' apprendimento a qualunque livello si verifichi in
natura, dalla biologia molecolare al linguaggio. Qui egli afferma paradossalmente che «se
per apprendimento si intende un qualche meccanismo di trasferimento di struttura, dal-
l'esterno all'interno di un organismo, allora si deve concludere che, appunto, l'appren-
dimento non esiste» [ibid., trad. it. p. 278]. Tale concezione sembra essere confermata
anche a livello neurale: «senza dubbio, le capacità di apprendimento si fondano in parte
sulla facoltà dei neuroni di morire senza essere sostituiti, per quanto paradossale possa
sembrare agli occhi di chi abitualmente associa l'apprendimento all' acquisizione e all' ac-
crescimento dell'essere» [Prochiantz 1989, trad. it. p. 53], un concetto riassunto daJean-
Pierre Changeux, «apprendere significa eliminare» [ibid., p. 58]. Un' approfondita ras-
segna storica e concettuale sulla progressiva espansione della concezione selezionista nel-
le scienze del comportamento è contenuta in Palmer e Donahoe [I992].
Riassunto e introduzione storica 17
mentali non esistono in quanto tali. Secondo questa visione, quelle
che appaiono categorie mentali non sono altro che le frequenze di as-
sociazione S-R;'gli esponenti di tale scuola sono, di fatto, comporta-
mentisti. In nessuna delle due linee di pensiero si accenna che, forse,
il problema potrebbe risolversi in un accoppiamento adattativo tra
le varianti neuronali di un repertorio degenerato e il mondo esterno
costituito da insiemi disgiunti di caratteri o proprietà, creando la ge-
neralizzazione con meccanismi analoghi a quelli che generano i di-
versi taxa nel corso dell'evoluzione.
Solo dopo la nascita dell' etologia moderna [si vedano Gottlieb
1979; Terrace 1983], la tendenza a interpretare il comportamento in
chiave istruzionista si è, almeno in parte, invertita. Questo sviluppo
e gli studi conseguenti hanno evidenziato un comportamento specie-
specifico. L'esistenza in specie diverse di comportamenti complessi
e adattativi, molti dei quali compaiono nel corso normale dello svi-
luppo senza alcun evidente apprendimento condizionato, non lascia-
no dubbi sulla componente selettiva del comportamento. Gli studi
degli etologi hanno chiaramente dimostrato che l'evoluzione può
agire sul comportamento e che il comportamento, a sua volta, può
influire sull' evoluzione, sottolineando l'importanza dell' adattabilità
del comportamento in ogni specie, a questo punto non piu ignorabi-
le. Tuttavia, nonostante questo brillante contributo, non è stato sot-
tolineato a dovere quanto, per comprendere quel comportamento,
gli aspetti dello sviluppo, o epigenetici, dell'organizzazione neurale
fossero altrettanto importanti delle cause evolutive, della sopravvi-
venza e della funzione. Perciò, nella maggior parte delle teorie eto-
logiche, le valutazioni sui fattori dello sviluppo nell' evoluzione non
sono un aspetto centrale [Edelman 1986b; Alberch 1987]. In un ec-
cellente riassunto su questo tema, Gottlieb [1979] ha attribuito il
giusto peso alla questione dello sviluppo del sistema nervoso per l'a-
nalisi etologica del comportamento. Tale concezione si sta progres-
sivamente imponendo nel tentativo di correlare genetica dello svi-
luppo ed evoluzione, non solo riferite al cervello, ma all'organismo
nel suo complesso [si vedano Bonner 1982; Raff e Kauffman 1983;
Edelman 1986b]. Invero, studi recenti sullo sviluppo del canto in va-
rie specie di passeri hanno indotto alcuni etologi [Gould e Marler
1984] a ritenere che questo fenomeno sia in parte spiegabile con la
selezione dei gruppi neuronali, come proponiamo in questo libro e
altrove.
Si può riassumere questo breve (ovviamente sintetico) resoconto
evocando l'immagine di un filo tessuto per la prima volta da Darwin,
18 Capitolo primo
che è stato in parte rifilato dopo un intervallo e che attualmente vie-
ne cucito a una rete piu grande, dove il comportamento è inquadrato
nella selezione naturale, nella selezione somatica e nel rapporto re-
ciproco. Approfondiremo alcuni tra gli aspetti piu importanti di que-
sta rete nel capitolo XI quando metteremo in relazione la categoriz-
zazione percettiva basata sulla selezione e 1'apprendimento dell' ani-
male sul campo.
6. Alcune concezioni di selezione somatica.
Uno degli aspetti piu importanti di questa rete è la nascita di una
concezione selezionista del funzionamento del sistema nervoso du-
rante la vita individuale (somatic time). Sebbene sia qui impossibile ri-
cordare tutti gli influssi che le hanno ispirate, è probabile che il suc-
cesso delle idee selezioniste in immunologia (certamente un sistema
non cognitivo) abbia svolto il suo ruolo [Edelman 1974]. Tuttavia,
ci sono stati altri fattori tra cui merita ricordare alcuni studi sulla
memoria [Young 1973, 1975] e sullo sviluppo delle innervazioni mu-
scolari [Changeux e Danchin 1976; si veda Van Essen 1982] analiz-
zati nei dettagli anatomici e fisiologici. Complessivamente questi in-
flussi hanno dischiuso la via a una concreta, per quanto incompleta,
idea di selezione somatica; li riassumiamo per sottolinearne il valore
euristico.
Una tra le prime teorie coerenti è stata quella diJohn Z. Young
[I965, I973, I975], il quale, studiando il ruolo delle reti neurali nel-
la memoria dell'Octopus, ha proposto la teoria del mnemòne, secon-
do cui una certa area di tessuto nervoso dotata di connessioni sinap-
tiche cablate ne presenta alcune potenzialmente rinforzabili. Le con-
nessioni inutili vengono soppresse o eliminate selettivamente fino a
che le reti funzionali residue stabilizzano le loro connessioni e il com-
portamento potenzialmente adattativo, generando quello che Y oung
ha definito un mnemòne (fig. I). Il meccanismo da lui proposto è
una forma di selezione eliminativa o stabilizzante [Schmalhausen
1949; Mayr I982].
Tuttavia, nel concetto di mnemòne non risalta la natura popola-
zionistica e statistica della selezione naturale, vengono trascurati il
ruolo dello sviluppo come fonte di variabilità nonché un' analisi espli-
cita del rapporto della selezione o della memoria con il problema del-
le categorie. Tranne per alcune forme di apprendimento, il mnemò-
ne presenta una scarsa predisposizione a modificarsi con l'adatta-
Riassunto e introduzione storica 19
mento, poiché i meccanismi di eliminazione selettiva hanno in gene-
re minori potenzialità plastiche rispetto ad altre forme di selezione.
Nonostante questi limiti, l'ipotesi del mnemòne ha concretamente
approfondito, rispetto alle teorie precedenti, il concetto di selezione
e di stabilizzazione della rete neurale.
In un curioso articolo, chiaramente influenzato dalla teoria della
selezione clonale [Burnet I959], Jerne [r967] ha proposto un model-
lo del funzionamento cerebrale di natura apparentemente selezioni-
sta. In realtà, si trattava di un modello essenzialista e tipologico ma-
scherato in cui veniva ignorata'la corrispondenza tra le proprietà di-
scontinue di insiemi di oggetti del mondo esterno e le reti degenerate
del cervello parzialmente adattative. Invece, sorvolando su tali ar-
gomenti, ha riproposto una concezione platonica dell' apprendimen-
to anche per le regole e le rappresentazioni del linguaggio. Tuttavia,
pur trattandosi di una teoria inadeguata, presentava delle analogie
con il pensiero selezionista dotate di un certo valore euristico.
Jean-Pierre Changeux e collaboratori [Changeux e Danchin I976;
Changeux e altri 1984] hanno proposto una teoria selezionista re-
lativa allo sviluppo e alI'epigenesi, il cui contenuto si ricollega in
parte alle idee di Young [1973], in parte al lavoro di Victor Ram-
Figura 1.
Un mnemòne o singola unità di memoria come l'ha propostaJohn Z. Young [1965]. La
cellula classificatoria o identificatrice dei caratteri risponde in seguito a un evento par-
ticolare (per esempio la presenza di un oggetto con andamento verticale). La cellula pre-
senta due segnali in uscita che le consentono delle azioni alternative. C'è una lieve ten-
denza a favore di una di queste, che induce a produrre, per esempio, un attacco lento
verso l'oggetto. Ci saranno poi dei segnali di ritorno che indicheranno il risultato dell' a-
zione e rinforzeranno ciò che era stato fatto oppure produrranno l'azione opposta (riti-
rata). I rami laterali attiveranno allora le cellule piccole inducendole a produrre un tra-
smettitore inibitorio che blocca il percorso indesiderato. Dopo questi eventi, il rivelatore
di caratteri può produrre soltanto una risposta.
Cellula
classificatoria
Attacco
I
20 Capitolo primo
burger [1968, 1975] sullo sviluppo neuromuscolare [Van Essen
1982] e in parte alle argomentazioni secondo cui la complessità del
genoma è insufficiente per spiegare direttamente la complessità delle
connessioni nel sistema nervoso. Egli ha chiaramente compreso che,
mentre i geni determinano i caratteri invarianti del sistema nervoso,
nel corso dello sviluppo emerge una complessità ulteriore. Pur non
avendo intuito il concetto di degenerazione, tuttavia, Changeux ri-
conosce, nella propria teoria, l'esistenza della ridondanza e della sua
eliminazione o modificazione nel corso dello sviluppo, quale conse-
guenza dell'attività delle reti neurali in via di formazione. Come ho
già accennato, l'esempio piu illustrativo di questa eliminazione ri-
guarda la diminuzione nel tempo del numero di sinapsi nella placca
motrice [Van Essen 1982]. Su queste idee è stato edificato un mo-
dello di stabilizzazione selettiva delle sinapsi 6.
Questa concezione, come le precedenti di Y oung, ha il pregio di
far luce sui limiti interni ed esterni delle componenti dell' apprendi-
mento e di segnalare l'importanza che gli elementi epigenetici dello
sviluppo neurale hanno sull'apprendimento stesso. Tale teoria ha,
inoltre, evidenziato la selezione eliminativa, tralasciando però le fun-
zioni globali o gli aspetti della categorizzazione, della generalizzazio-
ne, del rientro e del mappaggio, tutti aspetti essenziali in una solida
teoria della selezione neuronale. Inoltre, ha ritenuto che il singolo
neurone fosse l'unità minima soggetta a selezione 7.
6 La stabilizzazione selettiva delle sinapsi viene descritta con un esempio tipico:
nel neonato di topo ogni fibra muscolare è innervata da numerosi motoneuroni. Poche
settimane dopo, la maggior parte di queste connessioni si ritira finché ogni fibra museo·
lare è innervata da un solo motoneurone, un processo di selezione per eliminazione, ap-
punto [si veda Jennings 1994]. Studi recenti [Balice-Gordon e Lichtman 1994] dimostra-
no che l'eliminazione di una sinapsi dipende dall' attività delle sinapsi vicine. Infatti, co-
me controprova, se vengono bloccate farmacologicamente tutte le sinapsi vicine nella
stessa giunzione neuromuscolare non si verifica alcuna eliminazione, ma rimangono tutte
attive; si tratta, perciò, di un processo attivo e specifico. Meccanismi simili, se non iden-
tici, è probabile agiscano anche nel cervello, per cui, capire la selezione competitiva a li-
vello periferico, potrebbe farci comprendere come il cervello si sviluppa e si riprogram-
ma selettivamente.
7 Le concezioni di Jean-Pierre Changeux presentano significative affinità con il
pensiero di Edelman: per esempio, entrambi ritengono che le leggi preposte allo sviluppo
del cervello siano le stesse che controllano l'apprendimento, che la genetica e l'epigenesi
interagiscano nella costruzione del cervello e nell'apprendimento [Kerszberg 1990], che
nel corso dello sviluppo si verifichi, a livello dei geni, l'autocatalisi (si veda il capitolo IV,
nota 4) e la competizione [Kerszberg e Changeux 1994], che i suddetti processi siano
controllati da meccanismi selettivi in un ambito popolazionistico, e che la simulazione
al computer aiuti a suffragare i modelli teorici. A tal proposito Changeux [Toulouse e al-
tri 1986] ha concepito delle reti neurali a vetri di spin [si vedano Stein 1989; Parisi 1992]
dove l'apprendimento e la memoria si verificano per selezione, concepita come la pota-
Riassunto e introduzione storica 21
Nel 1975, ho iniziato a cimentarmi nell'applicazione delle idee
selezioniste al funzionamento dei sistemi nervosi evoluti [Edelman
1975] e nel 1977 ho tracciato il profilo di una teoria generale. Pro-
ponendo la selezione dei gruppi neuronali [Edelman 1978] ho anche
definito i concetti di origine della variabilità neuronale nello svilup-
po, di gruppo neuronale come unità di selezione e, infine, di degene-
razione e rientro. Sebbene la teoria avesse in nuce quegli aspetti es-
senziali poi approfonditi in questo volume, era essenziale, conden-
sata e astratta. Allora si era trattato di una decisione deliberata, le
cui carenze, si sperava, sarebbero poi state mitigate da versioni spe-
cifiche piu concrete e sperimentalmente fondate [Edelman 1982;
Edelman e Finkel 1984]. Il lavoro sviluppato in questo libro può
considerarsi parte di questo sforzo progressivo.
tura di un albero complesso di stati, generati con il minimo di informazione genetica
[Toulouse e altri 1986]; in un secondo modello viene simulato l'apprendimento del canto
degli uccelli (si veda il capitolo XI) con una rete neurale le cui unità funzionali sono grup-
pi di neuroni (clusters) sinergici e mutuamente inibentisi organizzati in tre strati e capaci
di riconoscimento attivo e di apprendimento tramite selezione [Dehaene e altri 1987].
Changeux ha poi esteso il concetto di apprendimento per selezione a un livello cognitivo
superiore [Dehaene e Changeux 1989] simulando l'acquisizione di regole elementari di
comportamento nella corteccia prefrontale, dove introduce il concetto di «darwinismo
mentale» [ibid., p. 258], secondo cui «il cervello genera spontaneamente delle prerap-
presentazioni transienti e labili che costituiscono ipotesi sul mondo, le quali possono es-
sere selettivamente stabilizzate o eliminate in funzione del loro accoppiamento con l'am-
biente o della loro corrispondenza con gli obiettivi reali dell'organismo» [ibid.]; infine,
Changeux [Kerzsberg e altri 1992] descrive un modello di auto-organizzazione del si-
stema nervoso, dove l'architettura interna, inizialmente ridondante e mal definita, si
perfeziona grazie agli stimoli esterni che stabilizzano selettivamente le sinapsi (per un
modello analogo si veda il capitolo VII).
Piu recentemente, è stato proposto un modello a reti neurali dell' apprendimento
[Shenoy e altri 1993] che si ispira alle concezioni selettive di Edelman, all'organizzazio-
ne colonnare di Mountcastle della corteccia cerebrale (cfr. anche il capitolo v) e a una
concezione della struttura-funzione neurale di tipo probabilistico [Little e Shaw 1975].
In questo modello, la corteccia dei mammiferi ha un ordine di connessioni tra minico-
lonne strutturato nel tempo e nello spazio e la formazione della memoria coincide con
lo sviluppo di stati stabili nel sistema nervoso; la colonna corticale è la rete neurale di ba-
se della corteccia, composta a sua volta da minicolonne comprendenti circa cento neu-
roni e aventi tre possibili livelli di attività; la maggior parte degli stimoli seleziona una
particolare risposta tra i modelli di attività spaziotemporali del repertorio originale. Tut-
tavia, a differenza di quello di Edelman, che si basa sulla selezione dei gruppi neuronali
(si veda il capitolo III), questo modello presenta un ampio repertorio di configurazioni
di attività spaziotemporali quasi stabili selezionabili tramite una regola di apprendimen-
to hebbiana (cfr. il capitolo VII e il Glossario).
r
22 Capitolo primo
7. Distinzioni critiche tra le teorie selezioniste.
Come si evince dal resoconto precedente, il concetto di selezione
è stato applicato al comportamento e al sistema nervoso degli animali
in modi diversi. Poiché il pensiero popolazionistico è applicabile ai
diversi livelli dell' organizzazione neurale e comportamentale, è im-
portante mettere ordine e distinguere tra le diverse matasse, contesti
e meccanismi delle teorie selettive, evitando la confusione che nasce
quando si valutano i risultati ricavati da discipline diverse. Possiamo
realizzare quest' obiettivo evidenziando gli aspetti comuni a tutte le
teorie selettive e indicando a quale compito debba adempiere una
soddisfacente teoria della selezione somatica.
. Come abbiamo visto, i requisiti ideali di ogni teoria selettiva so-
no I) una sorgente di variazione, generatrice di caratteri diversi,
2) degli strumenti che favoriscano un'interazione effettiva, o cam-
pionamento, con un ambiente indipendente e privo di categorie as-
solute o predeterminate, e 3) degli strumenti che, in un arco di tem-
po definito, amplifichino in modo differenziale le forme varianti di
una popolazione piu adattata. Tale amplificazione può verificarsi in
modo stocastico, ma, nella popolazione, deve comunque aumentare
la frequenza del carattere piu adatto. Una reale amplificazione dif-
ferenziale implica l'esistenza di una forma di eredità o di memoria
che assicuri la conservazione di qualche carattere adattativo evitan-
done l'estinzione nel processo di variazione, che è, tuttavia, un fe-
nomeno inevitabile;
L'evoluzione è proprio il meccanismo che soddisfa queste esigen-
ze; in essa, infatti, le mutazioni, la ricombinazione, e il flusso genico
sono la maggiore fonte di variabilità, il comportamento attivo con-
sente il campionamento dell'ambiente, e l'eredità assicura che alcuni
tra i prodotti della selezione naturale favoriscano, in futuro, una ri-
produzione differenziale dell'organismo piu adattato [Mayr 1982].
Ciascuno di questi requisiti è riscontrabile anche nel modus operandi
di un altro sistema selettivo somatico, il sistema immunitario, in cui
la ricombinazione e la mutazione dei segmenti genici della regione
variabile producono negli anticorpi un repertorio di siti di legame di-
versi [Burnet 1959; Edelman 1973]. In genere, un singolo tipo di an-
ticorpo viene prodotto da un unico linfocita, generando una popo-
lazione. Gli antigeni estranei vengono sondati dalla complessa circo-
lazione dei linfociti, e il legame dell'antigene, quando supera una so-
glia di affinità definita, innesca una moltiplicazione differenziale
Riassunto e introduzione storica ' 23
dei cloni di quei linfociti che esprimono gli anticorpi adatti a legarsi
piu o meno bene all'antigene.
La teoria della selezione dei gruppi neuronali soddisfa i tre requi-
siti elencati in precedenza, specificando che le connessioni piu fini
si formano durante lo sviluppo e che la variazione dell' efficacia si-
naptica perdura nel tempo. Il comportamento favorisce l'interazione
con l'ambiente e il suo campionamento, a cui segue un' amplificazio-
ne differenziale delle sinapsi di quei gruppi neuronali le cui intera-
zioni siano adattative. Il rientro coordina la selezione a tutti i livelli
del sistema, e il meccanismo di plasticità sinaptica, che è alla base
della memoria, stabilizza alcuni tra i gruppi selezionati in funzione
di eventi futuri di natura selettiva.
La teoria della selezione dei gruppi neuronali ha una validità ge-
nerale e unifica fenomeni eterogenei che si verificano nel sistema
nervoso, ma non è semplicisticamente analoga ad altre teorie selet-
tive. Pur condividendone i principi di base, cioè una sorgente di ca-
ratteri variabili, la modificazione sinaptica come equivalente del
meccanismo ereditario, a cui fa seguito un' amplificazione differen-
ziale, tuttavia, è diversa, per organizzazione e meccanismi, dalla teo-
ria della selezione naturale [Darwin 1859; Mayr 1982] e dalla teoria
della selezione clonale [Burnet 1959].
Una teoria è valida se propone dei meccanismi dettagliati e spe-
cifici che spiegano, in un certo campo del sapere, un ampio spettro
di fenomeni e stimola nuovi esperimenti. Verso quali nuove direzio-
ni o interpretazioni ci spinge la teoria della selezione somatica della
funzione neuronale? La teoria sottolinea che la natura di uno stimolo
è dinamica e polimorfa, che, da principio, esistono due domini varia-
bili e indipendenti (l'universo dei possibili stimoli e gli insiemi dei
gruppi neuronali) e che il fondamento primo dell' apprendimento ri-
siede nella categorizzazione percettiva.
La teoria della selezione dei gruppi neuronali sottolinea l'impor-
tanza delle variazioni nelle popolazioni neuronali e l'origine della va-
riabilità durante lo sviluppo del sistema nervoso. Essa rileva, inoltre,
che la selezione opera su due livelli: lo sviluppo e l'esperienza. Ipso
facto, ci è impossibile costruire una teoria adeguata del funzionamen-
to cerebrale senza avere compresi i meccanismi di sviluppo e i fattori
su cui si fondano l'anatomia del sistema nervoso e la variabilità sinap-
tica. Con il procedere delle esperienze nell' adulto, la selezione tra po-
polazioni di sinapsi diventa un meccanismo determinante; nella mag-
gior parte delle esperienze postnatali, le regole che modificano tali
popolazioni sinaptiche sostituiscono quelle preposte alla creazione di
24 Capitolo primo
nuove strutture neuroanatomiche [Finkel ed Edelman 1985]. Il rien-
tro e il mappaggio, ciascuno continuamente rimodellato dai compor-
tamenti, diventano i mezzi con cui tale sistema gerarchico può con-
servare una coerenza interna. La teoria, avendo compreso !'importan-
za della generalizzazione nella risoluzione di problemi e nell' appren-
dimento, e, quindi, nell'esigenza di attribuirle un substrato neurale,
sottolinea il ruolo primario della degenerazione dei gruppi neuronali
nei repertori e il ruolo della funzione e dell' anatomia rientrante tra le
mappe e tra i sistemi paralleli costituiti dai repertori stessi.
Le teorie della selezione neuronale condividono un dogma centra-
le riguardo allo sviluppo neurale: «lI cablaggio, pur diverso nei singoli
individui, è a senso unico», cioè, l'organizzazione dei circuiti neurali,
pur dipendendo da variabili evolutive, comportamentali e di svilup-
po, non si forma né si riorganizza istruttivamente in risposta a influssi
esterni e, una volta consolidata, rimane generalmente fissa come base
per la selezione sinaptica. Lo stesso principio vale per i sistemi in via di
rigenerazione; infatti, le teorie selettive suggeriscono che, quando
la rigenerazione neurale crea una nuova rete, entra di nuovo in gio-
co la selezione sinaptica. Tali teorie escludono che i cervelli e il com-
portamento siano completamente determinati geneticamente, rite-
nendo, piuttosto, che il grado di specificità dipenda dall' evoluzione
di ciascuna specie, dai fabbisogni di natura ecologica e dal tempo ri-
chiesto all'individuo per adattarsi. Questo concorda con il concetto
selezionista per cui, contrariamente ai computer o alle macchine di
Turing, non esiste un animale di tipo generale, ma soltanto l'evolu-
zione di specifiche lamine sensoriali e di complessi motori adattabili
e del principio di selezione somatica stessa che si manifesta nell' orga-
nismo con meccanismi peculiari. Le teorie selezioniste, contrariamen-
te ai modelli comportamentisti, tengono ben presenti i fattori etolo-
gici e l'unicità dell' adattamento delle varie specie e dei relativi sistemi
neryosi alle rispettive nicchie ecologiche.
E importante comprendere che il semplice selezionismo durante
lo sviluppo e la selezione eliminativa, come meccanismo generale, so-
no insufficienti per spiegare il comportamento adattativo che genera
la categorizzazione. I sistemi nervosi sono soggetti, durante la loro
esistenza, a variazioni controllate da fattori selettivi, e deve verifi-
carsi una selezione tanto positiva quanto negativa. Mentre è statisti-
camente probabile che, con il procedere dell' apprendimento, si ridu-
ca la degenerazione presente nel sistema, rimane statisticamente pos-
sibile che durante la vita dell' organismo si creino nuove variazioni
in reti neurali interattive e in gerarchie di reti.
Riassunto e introduzione storica 25
I maggiori compiti sperimentali indicati dalla teoria della selezio-
ne dei gruppi neuronali sono: scoprire le origini della variabilità nello
sviluppo, le regole che controllano le popolazioni sinaptiche in reti
neurali degenerate e, infine, i fattori temporali e fisici del rientro, il
tutto nelle leggi di ordine superiore che l'evoluzione impone al com-
portamento e alla forma della specie. Questo spietato programma di
darwinismo neurale [Edelman 1985a] apre le porte a nuove interes-
santi concezioni sulla natura della memoria, della percezione e del-
l'apprendimento, suggerendo, inoltre, una serie di nuovi esperimenti
(si veda il capitolo XII).
8. Selezione e istruzione nelle teorie globali del cervello.
Concludendo questo riassunto storico e interpretativo possiamo
fare alcune distinzioni tra una teoria cerebrale globale formulata in
passato, per quanto ancora influente, e la teoria della selezione dei
gruppi neuronali, soprattutto perché le differenze fondamentali so-
no state oscurate o male interpretate. La teoria in questione è quel-
la dell'associazione cellulare di Hebb [1949,1980, 1982;]usczyk e
Klein 1980], una vigorosa espressione istruzionista a livello cellulare
delle teorie di Thorndike sull'associazione S-R e sull'apprendimento
per tentativi ed errori. La teoria sostiene che insiemi di cellule si as-
sociano obbedendo a una particolare regola in grado di modificare la
forza sinaptica, neurone per neurone. Il legame è indotto da stimoli
estèrni, e una serie complessa di eventi rinforza gli insiemi cellulari
nelle cosiddette sequenze di fase
8

Un confronto tra la te'oria di Hebb e la teoria della selezione dei
gruppi neuronali merita particolare attenzione perché consente di
apprezzare la differenza tra una teoria materialista e istruzionista, e
una teoria inesorabilmente ancorata al pensiero popolazionistico.
Malgrado la teoria di Hebb non riveli in alcun modo una pedissequa
accettazione delle idee di Thorndike [191 l, 1931], essa è marginal-
8 Hebb definisce in questo modo le sequenze di fase: «qualunque spec:ifica e ripe-
tuta stimolazione determina un lento sviluppo di una "associazione cellulare", cioè una
struttura diffusa che comprende cellule della corteccia e del diencefalo, capace di agire
come un sistema chiuso e di trasportare la facilitazione ad altri sistemi analoghi. Una se-
rie di questi eventi costituisce una" sequenza di fase" - il processo del pensiero» [Hebb
1949. p. 63]. Un resoconto biografico e scientifico su Donald Hebb e sul suo ruolo di
precursore nelle teorie delle reti neurali è presente in Milner [I 993].
r
26 Capitolo primo
mente istruzionista nel carattere. La teoria dell' associazione cellulare
è stata formulata senza alcuna concezione popolazionistica. Le asso-
ciazioni cellulari non sono state pensate nell' ambito dello sviluppo
e dell' evoluzione né alla luce della variabilità, ma sono state intese
piuttosto come un «assemblaggio» di cellule isolate pilotato da se-
gnali ambientali e neurali specifici, cellula per cellula. La teoria ha
trascurato l'embriologia o la relazione tra evoluzione e comporta-
mento, non si è esplicitamente occupata della natura della selezione,
degli effetti di un' analisi approfondita del concetto di categorizza-
zione nell' ambiente interno ed esterno, né dei precisi meccanismi al-
la base del riconoscimento di caratteri (pattem recognition). Sebbene
abbia considerato esplicitamente che la formazione di sequenze di
fase delle associazioni cellulari è il risultato dell' esplorazione dell' am-
biente, dell'attenzione e dell'apprendimento, tuttavia, non ha af-
frontato apertamente la conservazione della continuità spazio-
temporale in una rete parallela complessa.
Il significato storico della teoria dell' associazione cellulare risiede
nell'avere messo in risalto diversi aspetti: gli stati centrali, le uni-
tà complesse di risposta, la natura sequenziale della percezione, l'ap-
prendimento percettivo, la generalizzazione e, soprattutto, il ruo-
lo dell'attenzione nell'apprendimento. Si è trattato del tentativo
piti sistematico del proprio tempo di spiegare la psicologia in ter-
mini neuroanatomici e neurofisiologici, rendendo compatibili fe-
nomeni diversi, e, da questo punto di vista, va considerato come
uno sforzo pionieristico. Ma senza le concezioni popolazionistiche,
tutta la psicologia non potrebbe essere" spiegata" dall' associazio-
ne cellulare e dalle sequenze di fase in modi rigorosamente verifi-
cabili sperimentalmente [per un esempio significativo, si veda Bin-
dra I976].
Contrariamente alla teoria dell' associazione cellulare, la teoria
della selezione dei gruppi neuronali è determinata da costanze strut-
turali e da variabili di popolazione. Queste includono: I) meccanismi
di sviluppo che originano diversi tipi di strutture neuroanatomiche
(per esempio, organizzazione di gruppi locali, strutture rientranti);
2) una concezione popolazionistica della neurofisiologia (interazione
delle regole di selezione sinaptica con l'anatomia della struttura di un
gruppo, e non solo attraverso gli impulsi elettrici da neurone a neu-
rone, come nella regola di Hebb); e 3) una stretta interdipendenza
nel comportamento tra la dinamica delle mappe neurali rientranti e
la categorizzazione percettiva.
Riassunto e introduzione storica 27
La maggiore sfida di questa teoria popolazionistica sarà mostrare
in dettaglio per quali vie e meccanismi la selezione somatica, con le
sue popolazioni varianti, possa favorire, nel corso dell'evoluzione, la
predisposizione delle specie animali ad archiviare, trasmettere ed
elaborare informazione. Abbiamo visto nella breve rassegna storica
c critica che la selezione su categorie essenzialiste, la selezione elimi-
nativa o stabilizzante e la selezione delle sinapsi nello sviluppo non
sarap.no, qualora prese una a una, risposte soddisfacenti a questa sfi-
da. E perciò necessario introdurre un meccanismo che spieghi l'ori-
gine della variabilità nel corso dell' ontogenesi, il quale sia compati-
bile con l'evoluzione di una specie nella propria nicchia ecologica.
Dobbiamo, inoltre, dimostrare come l'esperienza sia accompagnata
dalla selezione nel cervello. I fondamenti della selezione devono
spiegare il riconoscimento di modelli non solo in ambienti stabili, ma
anche di fronte alle novità. Il meccanismo proposto per questa cate-
gorizzazione percettiva deve anche spiegare l'apprendimento con-
venzionale.
Una teoria adeguata deve spiegarci l'origine di queste notevoli fa-
coltà evitando il ricorso a homunculi o a tesi che richiedano un pro-
getto speciale, e deve dimostrare come i diversi meccanismi proposti
siano adattativi per 1'organismo. Come vedremo a proposito dei dati
sperimentali che spiegano la teoria della selezione dei gruppi neuro-
nali, non sarà un solo campo o un'indagine descrittiva propria delle
neuroscienze a offrirci le prove sufficienti a sostegno di questi mec-
canismi. Tutt'altro; sviluppando l'argomentazione, terremo conto
di esempi estratti da molti campi, spaziando dalla biologia moleco-
lare attraverso la biologia dello sviluppo sino alla biologia di popola-
zione e all' ecologia. In questo libro approfondiremo i meccanismi se-
lettivi proposti dalla teoria, e la loro elucidazione dovrebbe inqua-
drare con maggiore precisione le dimostrazioni ricavate in questi
campi diversi. Possiamo iniziare illustrando l'importanza della cate-
gorizzazione percettiva, e analizzare in seguito l'incapacità propria
dei modelli istruzionisti di spiegarne le proprietà osservate.
r
Capitolo secondo
Struttura, funzione e percezione
Modelli a elaborazione d'informazione e studi sulla struttu-
ra del cervello, p. 29. - Percezione e categorizzazione, p. 3 I.
- L'importanza della generalizzazione e del contesto, p. 32. -
Generalizzazione visiva da parte di specie animali prive di lin-
guaggio, p. 33. - Wittgenstein e gli insiemi polimorji, p. 36. -
Variabilità anatomica dei sistemi nervosi, p. 42. - Variabilità
funzionale delle mappe neurali, p. 42. - Crisi dei modelli a ela-
borazione d'informazione, p. 43.
I. Introduzione.
Se effettuiamo uno studio comparato dei diversi taxa possiamo
constatare come il comportamento si manifesti con profonde diffe-
renze e il suo rapporto con la struttura neurale sembri alquanto biz-
zarro. Un verme, quando muove rapidamente la propria parte poste-
riore, può attivare una rete composta da un centinaio di neuroni
[Horridge 1968], mentre la coda di un pesce, per muoversi a scatti,
necessita di un neurone solo, la cellula di Mauthner [Faber e Korn
1978]. Se partiamo da questo semplice esempio e saliamo in ordine
di complessità cercando, per esempio, di capire come sia organizzata
quella parte del sistema nervoso dei primati specializzata nella per-
cezione, la profusione delle discipline implicate e la definizione stes-
sa del compito appaiono cosi ardue da respingere ogni serio tentati-
vo. In passato questo problema è stato affrontato cercando semplici
principi unificanti a livello anatomico e fisiologico (per esempio, l'ar-
co riflesso, o il comportamento chimico delle sinapsi) oppure igno-
rando le strutture e i meccanismi nervosi e considerando il compor-
tamento alla luce di alcuni paradigmi di regolazione funzionale. At-
tualmente, un buon esempio funzionale negli studi sulla percezione
in psicologia cognitiva [Underwood 1978; Anderson 1981; Norman
1981] è quello che definirò il modello a elaborazione d'informazio-
ne, il quale non esclude, ovviamente, l'esistenza di unità, quali i neu-
roni, le sinapsi e le reti, ma ritiene che la conoscenza dettagliata dei
i
l
l
I
 
l
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i
I
Struttura, funzione e percezione 29
loro meccanismi sia meno importante del concetto che il cervello, in
analogia a un computer digitale, elabora l'informazione per mezzo
di programmi stabiliti in parte dall' ambiente e in parte dal cablaggio
neurale.
Per un neurobiologo, che è anche un riduzionista, il progetto
congiunto, cioè comprendere la struttura neurale e correlarla alla
funzione è, naturalmente, piu importante, direi centrale. Tuttavia,
egli deve ammettere che l'elevato numero di elementi neurali, l'in-
tricatezza delle loro connessioni e l'incapacità di dedurre la funzione
globale basandosi solo sulla struttura della rete sono quantomeno
frustranti. Per lo psicologo, che parallelamente vuole comprendere
la funzione, esiste un altro tipo di frustrazione; i programmi, il soft-
ware e le procedure apprese riguardano le macchine logiche. Suppo-
niamo risulti che, malgrado l'esistenza di programmi nel cervello
[Y oung 1978], il possesso di una logica nei circuiti non sia sufficiente
affinché un animale inesperto si adatti al mondo circostante.
La tesi che voglio sviluppare è proprio questa: l'ambiente o la
nicchia ecologica a cui un organismo deve adattarsi non sono orga-
nizzati secondo logica, né possiedono dei valori assoluti corrispon-
denti alle loro possibili diverse organizzazioni. Questa tesi non nega
che l'ordine materiale della nicchia stessa rispetti, per esempio, le
leggi della fisica quantistica, piuttosto, afferma che, quando un or-
ganismo evoluto interagisce per la prima volta con il proprio ambien-
te, la maggior parte degli oggetti macroscopici e degli eventi non si
manifeStano sotto forma di categorie organizzate. Ci sono, natural-
mente, delle eccezioni a questa affermazione; come hanno sottoli-
neato alcuni etologi [cfr. Marler 1982; Marler e Terrace 1984], qual-
che organizzazione entro la nicchia ecologica di un animale può es-
sere percepita sotto forma di categoria grazie alla selezione naturale.
A parte queste ovvie eccezioni, i progetti di analisi struttura-funzio-
ne da parte degli anatomisti e dei fisiologi, e le descrizioni delle fun-
zioni globali degli psicologi devono entrambe confrontarsi con lo
stesso problema critico, cioè, l'attitudine propria degli animali di
crearsi delle categorie durante la loro esistenza. La tesi che mi accin-
go a sviluppare sostiene che il problema centrale della neurobiologia
consista proprio nel capire i fondamenti neurali di tale categorizza-
zione percettiva. Paradossalmente, riusciamo a comprendere meglio
il problema considerando prima i sistemi nervosi piu sviluppati e poi
quelli piu semplici.
Ignorare che, presi separatamente, i progetti funzionali e strut-
turali sopra menzionati non possono risolvere la questione della ca-
"..-
3
0 Capitolo secondo
tegorizzazione, ha favorito interpretazioni che eludono o oscurano
numerose difficoltà, contraddizioni e lacune presenti nelle neuro-
scienze. A differenza della catastrofe ultravioletta che non potrebbe
essere ignorata in una disciplina organica come la fisica [si veda
McCormmach 1982], la dispersione di queste difficoltà in differenti
sottodiscipline neurobiologiche le ha mascherate e non ha reso evi-
dente il fatto che esprimono tutte la stessa crisi: cioè, l'incapacità di
spiegare come dalla struttura e dalla funzione neurale scaturisca il ri-
conoscimento di modelli o la categorizzazione percettiva con gene-
ralizzazione, benché non preceduti da alcun apprendimento.
Quali principi organizzativi delle reti neurali e delle loro sinapsi
consentono a un organismo di riconoscere numerosi esempi diversi
di una categoria dopo solo pochi confronti? Una risposta biologica-
mente soddisfacente a questa domanda richiede una teoria delle fun-
zioni cerebrali superiori basata sulla conoscenza della struttura neu-
rale. La mia teoria, quale risposta, è radicalmente diversa dalle pre-
cedenti e da quelle attualmente accettate in modo tacito o esplicito.
È perciò importante sin dall'inizio descrivere le origini, ma anche i
limiti di questa impresa teorica.
Darwin [1859] postulò che l'origine dei taxa fosse determinata
dalla selezione naturale la quale opera sui caratteri variabili di una
popolazione favorendo la riproduzione differenziale di quello piu
adatto [Mayr 1982]. Come ho accennato nel capitolo precedente, l'i-
dea che mi accingo a sviluppare è che le categorie, espressione della
piu elevata funzionalità del cervello, derivino dalla selezione operan-
te su numerosi e diversi circuiti neurali presenti nelle reti createsi
epigeneticamente durante lo sviluppo; questa selezione amplifica in
modo differenziale le popolazioni di sinapsi selezionate. In altri ter-
mini, la mia concezione del funzionamento cerebrale sarà piu affine,
per impostazione, alla teoria dell' evoluzione che alla computazione
o all'elaborazione d'informazione. Sviluppare questa idea sarà un
esercizio di pensiero popolazionistico [Mayr 1982], secondo cui la
variazione in una popolazione esiste e la selezione agisce sull'indi-
viduo. Tuttavia, questo esercizio di darwinismo neurale [Edelman
1985a] deve attingere a meccanismi specifici, spiegabili con le nostre
conoscenze sul funzionamento del sistema nervoso.
Dopo un'introduzione generale al problema della categorizzazio-
ne percettiva e dopo un'ulteriore elaborazione della teoria, eviden-
zieremo come la selezione agisce durante lo sviluppo embrionale,
sottolineando l'origine molecolare delle differenti connessioni. In se-
Struttura, funzione e percezione
3
1
guito, valuteremo come la selezione, operando con regole sinaptiche,
ngisca su repertori di neuroni, le cui diverse connessioni si sono for-
Inate durante lo sviluppo embrionale, e possa creare delle mappe re-
gionali come, per esempio, quelle della corteccia cerebrale. Infine,
descriveremo come da specifiche interazioni rientranti tra mappe re-
gionali scaturisca quello che ho definito il mappaggio globale; questa
sarà una possibile soluzione al problema della categorizzazione per-
cettiva.
2. Categorizzazione percettiva e generalizzazione.
La percezione è provvisoriamente definibile come l'individuazio-
ne di un oggetto o di un evento tramite una o piu modalità sensoriali
separandoli dallo sfondo o da altri oggetti ed eventi. I motivi per cui
ritengo la percezione cosi importante sono: primo, essa rappresenta
l'interfaccia piu prossima tra fisiologia e psicologia e, secondo, l'i-
gnoranza dei processi percettivi rende poi arduo studiare altre fun-
zioni cognitive, quali l'attenzione, la motivazione, l'apprendimento
o la memoria. La percezione implica la categorizzazione, quel proces-
so per cui un individuo stabilisce delle equivalenze tra oggetti o
eventi non identici. Qui, a mo' d'introduzione, considererò alcuni
fenomeni legati alla categorizzazione percettiva.
In base alla nostra definizione provvisoria. di percezione, e in as-
senza di categorie a priori e immutabili delle cose, come riusciamo
concretamente a capire che cosa è un oggetto? Se consideriamo il
mondo non vige un ordine semantico stabilito, e un animale deve
non solo identificare e classificare gli oggetti, ma anche decidere co-
me comportarsi, pur in assenza di analitici programmi descrittivi a
priori, con l'eccezione, naturalmente, di alcuni programmi fissi tra-
smessigli dall'evoluzione [Marler e Terrace 1984]. Questo aspetto va
approfondito perché è centrale rispetto a tutte le altre considerazio-
ni: in un certo senso, il problema della percezione è inizialmente un
problema di tassonomia in cui l'animale deve" classificare" il mondo
circostante. Le soluzioni che un organismo adotta per questo proble-
ma devono armonizzarsi con la sua nicchia ecologica procurandogli
un vantaggio adattativo. In altri termini, la tassonomia interna della
percezione è adattativa, ma non necessariamente veridica, nel senso
che coincida con le descrizioni della fisica [Vernon 1970].
Per un animale in fase di adattamento, la categorizzazione del
r
I
3
2 Capitolo secondo
mondo è relativa e dipende dalle informazioni, dal contesto e dal
significato [Staddon 1983]. Le categorie non sono immutabili, ma
dipendono dallo stato presente dell'organismo, che è a sua volta fun-
zione della memoria e della "predisposizione" comportamentale.
A livello macroscopico, tali categorie non sono generali come lo è
una descrizione quantica delle particelle. Gli animali però posso-
no generalizzare; cioè, un organismo che apprende può incontrare
pochi esempi di una categoria e, poi, riconoscere un numero mol-
to elevato di esempi nuovi attinenti [Herrnstein 1982]. Questa ca-
pacità degli individui di una stessa specie di categorizzare nuovi og-
getti in classi è uno stupefacente riflesso di ciò che possiamo defi-
nire il peculiare (cioè, autoadattativo) potere generalizzante delle
reti neurali.
Prima di intraprendere questo cammino, cioè comprendere le ba-
si strutturali della categorizzazione, facciamo un excursus su alcuni
aspetti e limiti apparenti che essa presenta. Primo, la valutazione del
contesto. Nella figura 2 potete osservare un volto di sapore vignet-
tistico. Consideriamo poi la figura 3. Allo stesso schizzo si accompa-
gna il titolo di una poesia di Wallace Stevens. Il contesto ha proba-
bilmente alterato il modo in cui ora percepiamo i tratti di questo di-
segno. E chiaro che il contesto, le informazioni e l'importanza hanno
influenzato il modo di vedere i tratti caratteristici. Per convenienza
questo esempio si è valso del linguaggio e, ovviamente, si è basato
sull'esperienza percettiva, ma anche animali privi di linguaggio in-
terpretano le caratteristiche in base ad alcune variabili non necessa-
riamente intrinseche alla categoria dell'oggetto. Un altro esempio,
pili legato alla psicofisica e ai processi percettivi, può ulteriormente
dimostrare l'influsso del contesto e sottolineare la differenza tra
mondo sensoriale e mondo fisico.
Si tratta dell'illusione di Wundt-Hering, illustrata nella figura 4.
La maggior parte degli osservatori, se interrogati riguardo alle linee
nella figura in basso, concorderebbe sul fatto che sono parallele. Se
si chiedesse poi di verificarlo scientificamente potrebbero misurare
la distanza ortogonale in punti diversi ottenendo lo stesso valore con
un minimo scarto.
Ora consideriamo le due linee nell'illusione di Wundt-Hering.
Nell'esempio al centro le linee sembrano ricurve all'interno e, vice-
versa, nell'esempio in alto appaiono ricurve all'esterno. In realtà so-
no parallele in tutti e tre i casi. Questo esercizio piuttosto banale ci
dimostra che esiste una corrispondenza grossolana tra il cosiddetto
Struttura, funzione e percezione
33
mondo sensoriale [Hayek 1952] e il mondo fisico. Inoltre, consegue
che il mondo percettivo è un mondo di adattamento piuttosto che di
completa veridicità. Altre illusioni visive [Coren e Girgus 1978; De-,
!:egowski 1980], le cosiddette fedeltà percettive, e recenti esperimen-
ti sulla visione preattentiva [Treisman 1979,1983; Treisman e Ge-
lade 1980; Julesz 1984] sottolineano tutte lo stesso punto. Riguardo
{\ tali fenomeni abbiamo meno conoscenze sugli animali che sull'uo-
mo, ma anche considerando gli studi svolti sull'uomo, possiamo trar-
ne importanti conclusioni. In certe situazioni è possibile estrarre del-
le caratteristiche dagli oggetti e reagire in modo stravagante alle no-
vità in nome della sicurezza; in altre situazioni esiste la tendenza alla
stabilità e alla coerenza della nostra percezione che prevale su cam-
biamenti anche bruschi e su differenze nel mondo fisico. In entram-
bi i casi, la conclusione principale è che, ancora una volta, la perce-
zione è adattativa pili che rigorosamente veridica. Inoltre, numerosi
dati sulle fedeltà percettive, sulle interrelazioni e sui raggruppamenti
dei caratteri [cfr. Kubovy e Pomerantz 1981; Dodwell e Caelli 1984]
indicano che molte informazioni di natura completamente diversa
possono mutuamente sostituirsi per creare la stessa percezione, che
gli attributi della forma percepita si originano a diversi livelli, e
che essa può rimanere invariata anche quando vengono stimolate
parti diverse dei recettori sensoriali.
Quindi, a sostegno della natura relativa e contesto-dipendente
della categorizzazione percettiva concorre un nutrito insieme di pro-
ve. Ancora pili sorprendenti sono le dimostrazioni secondo cui crea-
ture prive linguaggio attuano una generalizzazione percettiva. Seb-
Figura 2.
Schizzo.
r-
34
Figura 3.
Contesto.
Figura 4.
Capitolo secondo
L'illusione di Wundt-Hering.
Le rane mangiano le farfalle.
I serpenti mangiano le rane.
I maiali mangiano i serpenti.
Gli uomini mangiano i maiali.
(Wallace Stevens)
Struttura, funzione e percezione
35
bene sia fonte di orgoglio per gli esseri umani manifestare una spic-
cata capacità di generalizzazione (in gran parte dovuta al linguaggio),
Cerella [1979], Herrnstein [1982] e altri hanno chiaramente dimo-
strato che anche i piccioni sono capaci di generalizzare.
Nella figura 5 sono illustrati alcuni modelli di foglia di quercia (la
struttura di riferimento è ottenuta dalla quercia bianca) che Cerella
ha usato come stimoli in esperimenti di condizionamento operante
con i piccioni. Il piccione, dopo aver ricevuto tre o quattro ricom-
pense, una volta posto di fronte a immagini della foglia di Quercus
alba, può generalizzare e distinguere modelli di foglia di quercia di
ogni genere mescolati a modelli di altri tipi di foglia. Se qualcuno
fosse incline a pensare che tali successi dipendono da qualche capa-
cità determinatasi evolutivamente o etologicamente, oppure dovuta
a qualche informazione nascosta allo sperimentatore, allora deve va-
lutare i risultati di Herrnstein, i quali dimostrano analoghe capacità
di geqeralizzazione nei piccioni dinanzi a immagini di acqua, di figu-
re femminili, di alberi e anche di pesci. Se questi dati sono probanti,
possiamo concludere con Herrnstein [1982] che animali privi di lin-
guaggio possono generalizzare riconoscendo poche caratteristiche
visive. In alcuni casi [Staddon 1983] l'apprendimento associativo
può essere necessario per generalizzare, ma, chiaramente, non è suf-
ficiente. Per giustificare la capacità di riconoscere le novità, come
pure i membri di una classe, bisogna invocare qualche altra potenzia-
lità. Il carattere contesto-dipendente della categorizzazione percet-
tiva e la capacità di generalizzare basandosi su pochi esempi appresi
rappresentano, nel complesso, una forte sfida a ogni interpretazione
Figura 5.
Modelli di foglie dagli esperimenti di Cerella [r977]. In alto: foglie di quercia bianca. I
modelli a sinistra e a destra illustrano le variazioni estreme in un campione di quaranta
foglie di quercia, mentre il modello al centro è il controllo positivo usato per gli esperi-
menti. In basso: foglie non di quercia. .
• • •
-te
.,...-
3
6 Capitolo secondo
di questi dati fondata sulla logica, o «informazione-dipendente» I.
Lo stesso oggetto può subire classificazioni diverse in momenti di-
versi, e un animale può usare mezzi diversi per classificare quell'og-
getto in momenti diversi.
Uno dei compiti di un' adeguata teoria delle funzioni cerebrali su-
periori è proprio spiegare questi risultati. Prima di seguire dei model-
li specifici e ipotesi ritagliate ad hoc, la questione va chiarita appro-
fondendo come animali e uomo attuino alcuni aspetti della genera-
lizzazione. Se consideriamo la categorizzazione da un punto di vista
filosofico, i dati suggeriscono che non è sostenibile la definizione tra-
dizionale e sintetica di classe per mezzo di condizioni singolarmente
necessarie e perciò sufficienti. L'appartenenza a un insieme ricorda
di piu la somiglianza tra i membri di una famiglia: qualcuno assomi-
glia alla propria sorella perché il suo mento e i suoi occhi sono come
quelli del padre, ma il naso e le orecchie non lo sono; il naso e gli oc-
chi della sorella sono come quelle del padre, ma il mento e le orecchie
no; e cosi via. Questo è uno dei principali problemi esaminati da
Wittgenstein [I953] nelle sue Ricerche filosofiche [Pitcher I968]. Le
idee di Wittgenstein hanno indotto a ritenere che le categorizzazioni
sono, di fatto, polimorfe [Ryle I949] anche quando si impiega illin-
guaggio per definire le categorie.
L'idea di insieme polimorfo può essere chiarita considerando il
costrutto (fig. 6) di Dennis e altri [1973]. Il ruolo di appartenenza al-
la categoria identificata con la lettera 5 non è del tutto evidente o
trasparente, ma lo diventa quando si stabilisce che: «Il possesso di al-
meno due tra gli attributi nero, circolare o simmetrico definisce 1'ap-
partenenza a 5».
Va notato che questo tipo di definizione consente disgiuntiva-
mente qualunque m ricavato da n possibili attributi (proprio come
fece Wittgenstein [I953] nelle sue argomentazioni sui giochi). Un
realista classico avrebbe insistito su n proprietà derivanti da n, cia-
scuna necessaria e tutte, di conseguenza, sufficienti per definire un
insieme. Un nominalista avrebbe insistito sulla disgiunzione unica,
cioè, i membri degli insiemi non hanno niente in comune tranne il
fatto che possiamo scegliere di nominare ognuno di essi in un certo
modo (uno tra n).
Meno in astratto, possiamo considerare rapidamente alcune in-
I Questa è la cosiddetta interpretazione classica della categorizzazione (si veda il
capitolo IX) [per una rassegna sulla categorizzazione si veda Gardner 1985, capitolo xn1.
Struttura, funzione e percezione
37
terpretazioni analoghe ricavate da esperimenti psicologici sulla for-
mazione dei concetti e delle categorie [Smith e Medin 1981]. Questi
studi, analizzati nel capitolo IX, traggono delle conclusioni generali
relativamente compatibili con il concetto di insiemi polimorfi: gli es-
seri umani non creano delle categorie tramite insiemi chiusi di sin-
gole condizioni necessarie e perciò sufficienti, dove vi sono rapporti
fissi subordinati e superordinati tra i membri di una classe, ma uti-
lizzano, invece, combinazioni statistiche o disgiuntive, variabili sca-
lari degli attributi, oppure dei modelli; in qualche caso è possibile
l'impiego di entrambe le strategie. Molti dati, ricavati principalmen-
te da Rosch e collaboratori [cfr. Rosch e Lloyd 1978] si collegano a
questioni concettuali linguistiche e in un certo senso culturali. Pur-
troppo sono disponibili meno dati nell' ambito della categorizzazione
percettiva, ma i problemi e le conclusioni sembrano affini, come
hanno suggerito Smith e Medin [198I].
Se a queste osservazioni aggiungiamo le dimostrazioni della ca-
pacità di generalizzare nei piccioni, si rinforza la tesi che, di fron-
te alle novità, un animale capace di adattarsi non si crea una descri-
zione universale chiusa, anche se è in possesso di concetti; non esi-
ste «una voce nel cespuglio in fiamme» che suggerisce all'animale
quale dovrebbe essere la sua rappresentazione del mondo. Può essere
illuminante notare che, nel corso dell'evoluzione, gli oggetti natu-
rali e gli eventi nelle nicchie ecologiche sono descrivibili allo stesso
Figura 6.
Regola polimorfa per gli elementi di un insieme, da Dennis e altri [19731. Gli elementi
dell'insieme (il gruppo contrassegnato da S, per si) presentano almeno due proprietà tra
rotondità, tinta unita o simmetria bilaterale. I nonelementi (il gruppo contrassegnato da
N, per no) possiedono solo una di queste proprietà.
••••
8
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6.6.
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3
8 Capitolo secondo
modo: per un animale che percepisce e agisce i valori sono relativi,
gli insiemi sono polimorfi e, in generale, non può essere assegnato un
significato ecologico assoluto agli oggetti incontrati in parti di una
nicchia [cfr. Lewontin 1968; Pantin 1968]. Le uniche eccezioni de-
rivano da studi svolti dagli etologi sulle" categorie naturali": a causa
della selezione evolutiva, alcuni oggetti ricorrenti o caratteristiche
relativamente costanti degli oggetti in una nicchia possono essere
coerentemente e ricorsivamente riconosciuti dagli animali di una cer-
ta specie [Marler 1982; Gould e Marler 1984]. Tuttavia, queste ec-
cezioni non sono diffuse (almeno non sono esaustive) e, al contrario,
la loro esistenza rinforza soltanto la tesi.
Quest' analisi lascia per ora aperta la questione iniziale sulla ca-
tegorizzazione percettiva, che risulta però cOSI trasformata: qua-
li proprietà del sistema nervoso consentono a un animale di inte-
ragire in modo adattativo con gli insiemi polimorfi? La mia ipote-
si è che la variabilità nelle strutture neurali sia una di queste pro-
prietà essenziali.
3. Variabilità e connessioni sovrapposte nelle strutture neurali.
Da quanto detto in precedenza si evince la mancanza di prove a
favore dell' esistenza, a livello macroscopico, di specifiche strutture
dei dati che forniscano un programma al sistema nervoso, inteso co··
me insieme di connessioni (hardwired) che si formano durante lo svi-
luppo e l'esperienza; inoltre, le leggi della fisica, pur rappresentando
dei forti vincoli, sono insufficienti per concepire tale programma a
livello macroscopico. Le implicazioni filosofiche sono chiare; se è ve-
ra questa mancanza di una struttura categorica a priori, non possia-
mo essere dei realisti ingenui riguardo alle questioni psicologiche [si
vedano per esempio Gibson 1979, e Ullman 1980], né dei materia-
listi radicali ed estremisti come Democrito, il quale sosteneva che il
colore e il sapore dolce e amaro sono solo convenzioni, mentre in
realtà esistono solo gli atomi e il vuoto.
Piuttosto che addentrarci in tali questioni filosofiche, è piu sen-
sato valutare le possibili implicazioni di queste conclusioni ai fini del-
la ricerca empirica. Fin qui ho posto 1'accento sulla psicologia, per-
ché mi è servita per impostare il problema. Ora conviene cambiare
direzione e accennare a uno dei temi essenziali, cioè la variabilità
strutturale del sistema nervoso quale possibile soluzione al problema
della categorizzazione in un mondo senza etichette. Intendo dimo-
Struttura, funzione e percezione
39
strare il possibile intreccio tra questa variabilità, la generalizza-
zione e i fenomeni che evidenziano le discrepanze tra mondo fisi-
co e mondo sensoriale [Hayek 1952]. La comprensione della va-
riabilità neurale richiede indagini approfondite in neuroanatomia,
neurofisiologia, neurofarmacologia e, soprattutto, in neurobiolo-
gia dello sviluppo. Ci potremmo interrogare sulla utilità di queste
indagini. Non potrebbe un sistema nervoso, cablato con precisio-
ne, generalizzare, anche se il mondo è privo di un rigoroso pro-
gramma che controlli l'ordine dei propri oggetti? Per ora siamo
privi di una risposta esauriente, ma, per fortuna, i dati a disposi-
zione ci esentano dall' affrontare la questione: infatti, nelle sue ra-
mificazioni piu fini, il sistema nervoso è molto variabile e non è
cablato con una precisione comparabile a quella di un computer
o di un congegno elettronico. .
Possiamo individuare numerose fonti di variabilità, nello svilup-
po, nell'anatomia e nella fisiologia [Edelman e Finkel 1984] (si veda
il capitolo III, in particolare la tab. 4). Cominciamo dallo sviluppo.
Strada facendo abbiamo compreso che, durante lo sviluppo, la for-
mazione delle mappe neurali non dipende da marcatori molecolari
specificati a priori o su indirizzi di posizione allocati nei recessi piu
minuti della rete
2
[Edelman I984a; Easter e altri 1985]; invece, le
mappe sono generate da complessi fattori di natura cinetica, operan-
ti sul movimento dei neuroni e sull'estensione dei neuriti, che deri-
vano dalla modulazione su piccole zone della superficie cellulare di
molecole di adesione cellulare specifiche, o CAM, caratterizzate
principalmente nei vertebrati. Come vedremo nel capitolo IV, le
CAM esplicano la loro funzione determinando o regolando il mo-
vimento dei corpi cellulari e dei neuriti, variando quindi gli eventi
contingenti di sviluppo. Il controllo dinamico di questi eventi epi-
genetici genera necessariamente la variabilità, la cui esistenza è stata
dimostrata anche in animali inferiori "semplici", sebbene in essi
le CAM non siano ancora state identificate'. Si consideri la figu-
ra 7 A, che rappresenta alcuni disegni schematici ricavati dagli studi
di Pearson e Goodman [1979; Goodman e altri 1979] sul sistema ri-
velatore del movimento discendente controlaterale posto nel ganglio
2 Il problema della esistenza di specifici marcatori spaziotemporali e, quindi, del
peso specifico dei fattori genetici ed epigenetici nello sviluppo del cervello è ancora aper-
to (si veda il capitolo v, nota IO).
, In realtà, oggi sono conosciute molecole appartenenti alla stessa famiglia delle
CAM anche negli invertebrati (si veda il capitolo IV, nota 5).
r
4
0 Capitolo secondo
metatoracico della cavalletta migratoria 4. Si tratta di un interneu-
rone che presenta mediamente cinque ramificazioni. L'aspetto da
sottolineare è che tra i campioni prelevati da molti animali diversi,
non si riscontra un'organizzazione universale. Per esempio, le rami-
ficazioni dorsali che innervano i muscoli delle ali si ripetono qualche
volta su un lato. Le ramificazioni ventrali, che innervano i muscoli
estensori rapidi della tibia, qualche volta si ramificano e qualche vol-
ta no. Le variazioni osservate nella cavalletta differiscono in neuroni
diversi, ma si verificano degli "errori" [Altman e Tyrer 1977] anche
in strutture relativamente fisse. Analoghe variazioni nel modello di
ramificazione sono state scoperte studiando lo sviluppo delle arbo-
rizzazioni nei neuroni sensoriali della sanguisuga [si vedano Kramer
e Stent 1985; Kramer e altri 1985].
Potremmo obiettare che questi esempi si riferiscono a una popo-
lazione geneticamente non omogenea; possiamo allora riferirci agli
esperimenti classici di Macagno e collaboratori [1973] sulla Daphnia
magna, una creatura che, in situazioni particolari, si riproduce come
femmina partenogenetica generando cloni di se stessa. La figura 7 B
illustra 1'assone di un recettore neuronale ommatidico del ganglio ot-
tico destro e sinistro appartenenti a quattro esemplari geneticamente
identici. Come si può notare, ogni esemplare è diverso. Infine, per
onorare quello straordinario neuroscienziato che è stato Ramon y
Cajal, esaminando al contempo delle strutture ripetitive in un orga-
nismo, possiamo considerare il disegno (fig. 7 C) tratto dai suoi clas-
sici studi [Ramon y Cajal 1904] sul midollo allungato del coniglio; è
un esempio che illustra la straordinaria variabilità di queste strutture
ripetitive, in particolare delle loro arborizzazioni terminali.
Non solo le strutture ripetitive sono variabili, ma aumentano le
conferme secondo cui le ramificazioni terminali dei dendriti e degli
assoni, emergenti da fasci relativamente ben ordinati originatisi in
cellule diverse, si espandono su un' area relativamente ampia del ber-
saglio e debbano, quindi, sovrapporsi in gran parte [Gilbert e Wiesel
1979; Landry e Deschenes 1981]. Questo significa che, se cellule vi-
cine hanno una densità sinaptica elevata nell' area in cui queste arbo-
rizzazioni si ramificano, è praticamente impossibile che la cellula
bersaglio identifichi da quale cellula si sono originate le sinapsi. Tut-
4 Il ganglio metatoracico degli insetti è costituito da circuiti neurali che controllano
il movimento ritmicoalterriato degli arti posteriori [Pearson I977]. Tale centro neurale
è interessante perché è stato preso a modello in alcuni settori dell'Intelligenza Artificiale
[Brooks I989l ai fini di creare insettoidi capaci di adattare la propria deambulazione ad
ambienti accidentati.
Struttura, funzione e percezione 4
1
Figura 7.
Variabilità anatomica. A) Quattro esempi di variabilità nella ramificazione del rivelatore
di movimento controlaterale discendente (RMCD) nel ganglio metatoracico della Locu·
sta Migratoria [da Pearson e Goodman I979]. B) Rappresentazione schematica della ra·
mificazione di una fibra da un neurone recettoriale ommatidico di Daphnia magna. I neu·
roni illustrati a sinistra (5) e a destra (D) appartengono a quattro animali geneticamente
identici (I, II, III, IV) [da Macagno e altri I973l. C) Sezione longitudinale delle colonne
posteriori e laterali del midollo spinale che mostrano l'organizzazione delle radici dorsali
e l'origine dei rami collaterali [da Ram6n y Cajal I904l. Si noti la variabilità nelle strut-
ture ripetute.
A)
S D
* *

  C)
B)
III
IV *
r
42 Capitolo secondo
tavia, questo tipo di variabilità non implica che tali reti o connessio-
ni neurali siano casuali.
Considerando le implicazioni funzionali o fisiologiche di tali sco-
perte, possiamo notare ulteriori segni di variabilità. In ogni istante
la maggior parte delle connessioni anatomiche o sinaptiche di un
neurone non sono funzionalmente espresse e, nel tempo, molte mo-
dificano la propria appartenenza. Poiché sia negli adulti che negli or-
ganismi in via di sviluppo vi sono arborizzazioni su piu livelli, con si-
napsi multiple, ne deduciamo che, in molti siti, un neurone non può
identificare in modo specifico e inequivocabile da quali neuroni in
input, all'origine di tali arborizzazioni, provengano i segnali.
Forse è ancora piu sorprendente la scoperta che nei sistemi sen-
soriali si verificano straordinarie modificazioni nelle mappe cerebrali
corticali, come è stato determinato con i metodi neurofisiologici S
[Kaas e altri 1983; si veda Edelman e Finkel 1984]. Queste variazio-
ni si verificano anche se i confini della mappa sono definiti netta-
mente, molto piu nettamente di quanto preventivabile, data l'ana-
tomia delle arborizzazioni sovrapposte appena menzionate. Dedi-
cherò tutto il capitolo va questo problema delle mappe locali, in
quanto capirne l'origine e i principi organizzativi è essenziale per poi
comprendere la teoria della selezione dei gruppi neuronali. Per ades-
so mi limito a far notare che individui diversi (per esempio, i maca-
chi) presentano una disposizione caratteristica dei confini delle aree
3b e I della corteccia somatosensoriale, che nell'area I i confini pre-
sentano maggiori fluttuazioni temporali, e che operazioni chirurgi-
che come, per esempio, l'eliminazione degli it1put, recidendo il nervo
mediano, modificano significativamente la mappa in animali adul-
ti, anche in parti di questa in cui non si presumevano proiezioni dalle
aree periferiche [Kaas e altri 1983]. Anche negli adulti, se si modi-
ficano gli input periferici senza trattamenti chirurgici, per esempio
riducendo la sensibilità tattile superficiale o percuotendo ripetuta-
mente un dito, si può spostare il confine delle mappe.
Esistono numerose altre osservazioni, al confine tra fisiologia,
psicofisica e psicologia, non spiegabili esclusivamente nell' ambito di
una concezione classica dell' apprendimento o delle teorie dell' elabo-
razione d'informazione. Ho già evidenziato come i piccioni, creature
prive di linguaggio, abbiano una straordinaria capacità di generaliz-
, Questi metodi consistono nello stimolare punti specifici sulla superficie corporea
e nell'individuare poi con elettrodi quali aree della corteccia sono attivate dallo stimolo
periferico.
Struttura, funzione e percezione 43
zare nell'universo degli oggetti. Come esempio finale (peraltro, non
esaustivo), possiamo entrare nel regno dell'esperienza percettiva
provando a descrivere le impressioni soggettive. Noi, esseri umani,
abbiamo una percezione coerente e unitaria, che sappiamo essere co-
stituita da complessi sottoprocessi paralleli e da molteplici e quasi in-
dipendenti centri neurali interconnessi. Per esempio, se ci riferiamo
alla visione, in alçune specie sono state identificate almeno tredici
aree cerebrali coinvolte
6
[Zeki 1981; Cowey 1981; Maunsell e Van
Essen 1983; Phil1ips e altri 1984]. Recenti esperimenti psicofisici ri-
velano marcate differenze tra l'elaborazione visiva preattentiva in-
conscia delle tessiture (texture) e le esplorazioni attente Uulesz 19
8
4].
Né l'organizzazione delle strutture neurali, né tali analisi psicofisiche
funzionali ci persuadono del fatto che la categorizzazione percettiva
sia quel processo unitario o chiuso che ci appare quando percepiamo.
4. Sfide critiche ai modelli istruzionisti o a elaborazione d'informa-
zione.
Questa breve digressione su alcune caratteristiche strutturali e
funzionali dei sistemi nervosi complessi mette in risalto quali diffi-
coltà devono superare i modelli a     d'informazione del si-
stema nervoso, i quali enfatizzano le analogie tra computer e cervello
[si veda per esempio, Marr 1982]. Nel delineare alcuni connotati di
tali modelli cercherò anche di mostrarne l'inadeguatezza quando
tentano di descrivere queste caratteristiche del sistema nervoso. Nel
capitolo successivo, potremo quindi valutare come queste stesse dif-
ficoltà siano risolvibili affrontando il problema della categorizzazio-
ne percettiva e della generalizzazione dal punto di vista del pensiero
popolazionistico.
Secondo i modelli a elaborazione d'informazione, i segnali neu-
rali provenienti dalle zone periferiche vengono codificati nei modi
piu diversi e trasformati successivamente dai vari nuclei e stazioni
intermedie; i segnali sono poi ritrasformati da sistemi di trasmissio-
ne progressivamente piu sofisticati e culminano nella elaborazione
da parte della corteccia cerebrale e nella generazione dei segnali in
6 Oggi sono note nel macaco almeno 32 aree corticali coinvolte nella percezione vi-
siva e 305 percorsi che le collegano, molti dei quali reciproci e organizzati secondo una
rete gerarchica con dieci livelli di elaborazione corticale [per una rassegna, cfr. Van Es-
sen e Gallant 1994].
....--
44
Capitolo secondo
output. Ovviamente, una concezione di questo tipo presume l'esi-
stenza di regole definite che determinano un preciso cablaggio del
cervello durante lo sviluppo, e una stretta parentela con la codifica-
zione neurale 7 [Bullock 1967] e con il trasferimento d'informazio-
ne da un certo neurone a un altro. Tale concezione si occupa anche
della natura della memoria, concepita come rappresentazione di
eventi registrati o replicati nei loro dettagli informazionali. Il con-
cetto di elaborazione d'informazione sostiene che tali potenzialità
dipendano dalla capacità del sistema nervoso di calcolare le principali
costanti del mondo fisico, un'idea, questa, che culmina discutendo
di algoritmi e computazioni, nell'ipotesi che il cervello computi nel
rispetto di una logica algoritmica [Marr 1982]. Le categorie degli og-
getti naturali sono implicitamente incluse in classi definite o tipolo-
gie accessibili a un programma, e sviluppando l'idea all'estremo, i so-
stenitori di alcune versioni di questo modello ritengono che le regole
e le rappresentazioni [Chomsky 1980], apparentemente parte delle
strutture sintattiche e delle funzioni semantiche superiori dellin-
guaggio, scaturiscano da strutture neurali corrispondenti. Se, in tale
. concezione del cervello, compare una variazione statistica, la si con-
7 Uno dei punti nodali della critica di Edelman alle concezioni riduzionistiche del
cervello è quello riferito ai codici neurali e molecolari (si veda il capitolo IV), caratteriz-
zabili dalle proprietà degli impulsi nervosi quali la frequenza, la configurazione tempo-
rale, il numero degli impulsi, e cosi via, e la cui espressione piu radicale è nella teoria di
Barlow [1972) del singolo neurone percettivo. Come possibile sostegno di questa visio-
ne, nella corteccia inferotemporale dei rnacachi è stato individuato un tipo di cellula che
risponde esclusivamente all'immagine di una mano [Gross e altri 1972), oppure neu-
roni che si attivano solo in presenza di volti di persone [Bruce e altri 1981), ma rimane
dibattuta la questione se queste cellule siano specializzate esclusivamente per questa im-
magine e se siano realmente implicate nella percezione [a questo argomento è dedicato
il volume monotematico del «Journal of Cognitive Neuroscience», III (1991), n. I,
pp. 1-88; per un aggiornamento sui codici neurali si vedano Shadlen e Newsome 1994;
Softky 1995]. Tuttavia, esiste una codificazione piu affine al pensiero di Edelman, teo-
rizzata da Von der Malsburg [1986) e da Abeles [1982), e dimostrata sperimentalmente
dal Wolf Singer e collaboratori [Gray e Singer 1989), e da Roger Eckhorn e collaboratori
[Eckhorn e altri 1 988)seç:ondo cui un codice temporale deriva dalla oscillazione sincrona
di gruppi di neuroni, ed è implicata nella percezione sensoriale coerente e, forse, anche
nella integrazione sensomotoria e nel richiamo mnestico [per un approfondimento si ve-
da Engel e altri 1992a). Questo tipo di codice conferisce flessibilità e risparmio nel senso
che «se cambia l'input-stimolo, le stesse cellule si possono ricombinare in associazioni as-
sai diverse modificando le loro relazioni temporali» [ibid., p. 223). Un'altra possibile co-
dificazione neurale compatibile con le teorie di Edelman è inclusa nelle reti neurali cao-
tiche (si veda il capitolo ID, nota 5) le quali possono, in linea di principio, generare infi-
niti modi di codificazione, essendo possibili infinite orbite periodiche instabili, impiega-
bili ognuna come sistema di codificazione e, quindi, di elaborazione dell'informazione
[per una rassegna si veda Globus e Arpaia 1994).
Struttura, funzione e percezione 45
sidera alla stregua del rumorein un segnale, che nei modelli a elabo-
razione d'informazione è la principale manifestazione di variabilità.
Dopo questa descrizione, certamente composita, possiamo met-
tere i modelli a elaborazione d'informazione di fronte a un succinto
elenco delle difficoltà appena evidenziate, e che documenteremo me-
glio nei prossimi capitoli, il quale si prefigge di evidenziare i punti
nodali dei rapporti tra psicologia e struttura neurale e di rappresen-
tare i limiti intrinseci alle diverse forme di elaborazione d'informa-
zione:
r) I fatti della biologia dello sviluppo rendono improbabile l'esi-
stenza di un cablaggio preciso punto a punto [Edelman 19
8
4a,
b; 1985a; Easter e altri 1985]. Infatti, essi indicano che la mo-
dalità d'azione delle molecole implicate nell' adesione tra neu-
roni introduce negli individui della stessa specie la variabilità
in parti del sistema nervoso simili per funzione. Inoltre, le piu
moderne tecniche neuroanatomiche, consentendo di indivi-
duare le ramificazioni dei singoli neuroni, confermano l'esi-
stenza della variabilità, indicano che il cablaggio preciso punto
a punto non può essere il fondamento per la formazione del-
le mappe neurali e rivelano l'esistenza di un' enorme sovrappo-
sizione delle arborizzazioni assonali e dendritiche.
2) I dati neurofarmacologici confermano l'esistenza di una varia-
zione locale, indicando che strutture ripetitive possono utiliz-
zare neurotrasmettitori differenti o essere chimicamente ete-
rogenee in punti diversi [Chan-Palay e altri 1981; Ingram e al-
tri 1985].
3) Mancano le prove neurofisiologiche dell' esistenza di codici
neurali diversi [Bullock 1967].
4) A proposito dei livelli di integrazione superiore, recenti dati
neurofisiologici indicano che, sebbene si possano stabilire dei
confini precisi nelle mappe, tuttavia esistono immense variazio-
ni nelle mappe della corteccia cerebrale [Kaas e altri 19
8
3].
Inoltre, questi dati indicano che, in un certo istante, la maggior
parte delle sinapsi è inattiva. Se a tutto questo aggiungiamo le
dimostrazioni della variabilità anatomica, ne deduciamo che,
in linea di massima, il neurone debba essere" ignorante" riguar-
. do all' esatta provenienza degli input (per esempio delle fonti
di trasmissione delle attività di altri neuroni identificabili).
5) Alcuni esperimenti di psicologia, descritti in precedenza, in-
dicano che l'organizzazione delle reti neurali nel fenotipo con-
r
~
4
6 Capitolo secondo
sente di generalizzare, pur sulla base di pochi stimoli comples-
si. Tale capacità può dipendere dall'apprendimento, ma non
può comunque essere spiegata con l'apprendimento, tranne
nei casi piu banali.
6) La psicofisica indica che per un soggetto l'apparenza unitaria
dei processi percettivi dipende dall'integrazione di piu mecca-
nismi; sebbene non riportabili ad aree cerebrali precise, queste
scoperte sono compatibili con quei dati neuroanatomici che
dimostrano l'esistenza di molteplici aree neurali, parallele, am-
piamente distribuite e specializzate in un'unica funzione o
modalità sensoriale.
7) Un' analisi degli studi sulla formazione delle categorie percet-
tive e concettuali indica che non esiste una teoria macroscopi-
ca esterna alla psicologia che spieghi l'ordine fisico o le forme
degli oggetti, che indichi che mondo fisico e mondo sensoriale
sono correlati, ma non identici, e che le descrizioni scientifi-
che della fisica (con tutte le loro scorte di scetticismo), pur de-
scrivendo le regole che controllano le proprietà dell'universo
fisico, non offrono a una certa specie animale alcuno strumen-
to autonomo per categorizzare gli oggetti della percezione.
Inoltre, tali descrizioni scientifiche non coincidono con le ca-
tegorie verbali, sebbene qualche volta gli ordini fisici, senso-
riali e verbali corrispondano.
Questo elenco è certamente incompleto, ma può essere illumi-
nante considerare come potrebbero interpretarlo, punto per punto,
i sostenitori dei vari modelli istruzionisti o a elaborazione d'informa-
zione (si veda la tab. I).
Vedremo che per tali modelli si profila una crisi, evidente solo
considerando globalmente i vari punti dell'elenco. Escludendo il ca-
blaggio preciso, specificato a priori punto a punto, allora il promo-
tore del modello a elaborazione d'informazione è spinto ad afferma-
re che la variazione anatomica deve contribuire principalmente al ru-
more (e cosi prevale la ridondanza) o, altrimenti, prevale l'appren-
dimento. Al contrario, perché si generi un cablaggio sufficientemen-
te preciso e dei segnali codificati interpreta bili, nonostante il rumo-
re, egli deve presumere che durante lo sviluppo si verifichi un rico-
noscimento neuronale estremamente specifico; in un certo senso, si
ripropone l'equivalente delle connessioni cablate dall'elettricista mi-
niaturizzato dal neurone A al neurone B con un filo verde, dal neu-
rone C al neurone D con un filo rosso, e cosi via. In realtà, teorie di
Struttura, funzione e percezione
47
questo genere sono già state proposte per spiegare la specificità dello
sviluppo [cfr. Sperry 1963; Edelman 1984C]. Se il sostenitore del
modello istruttivo si convincesse, in linea di massima, dell'inesisten-
za di connessioni specifiche allivello microscopico delle arborizza-
zioni terminali, potrebbe sempre suggerire che, pur essendoci a quel
livello variabilità e rumore, a un livello organizzativo u p   r i o r   non
si può non essere impressionati dall' enorme precisione delle struttu-
re neurali [Brodal 1981]. Tuttavia, se qualcuno sostenesse che esisto-
no prove convincenti a favore della divergenza e della sovrapposizio-
ne delle arborizzazioni neuronali proiettantesi verso numerosi e di-
versi neuroni localizzati in una certa area (per esempio, nella cortec-
cia cerebrale), indicando che un certo neurone non potrebbe distin-
guere inequivocabilmente quelle arborizzazioni e i neuroni da cui
provengono, allora potrebbe ribattere che esistono dei codici neura-
li, cioè, certe sequenze di segnali elettrici possono essere dei sistemi
di comunicazione che identificano specifiche connessioni sinaptiche,
individuando i singoli neuroni. Tuttavia, data l'enorme complessità
del sistema, dovrebbe ammettere l'esistenza di un enorme numero
di codici e di una rigorosa affidabilità, nonostante il rumore.
Passando dalle questioni strutturali precedenti ai dati funzionali
offerti dalla fisiologia e dalla psicologia, il fautore dell' elaborazione
Tabella 1.
Alcune questioni strutturali e funzionali irrisolte nelle neuroscienze.
Fatti
È escluso il cablaggio prespecificato, punto a punto.
Non possono esistere connessioni unicamente speci-
fiche.
Le arborizzazioni divergenti sovrapposte implicano
l'esistenza di un vasto numero di input non iden-
tificabili verso una cellula.
La maggior parte delle connessioni anatomiche non
è funzionante.
Significative fluttuazioni temporali nelle mappe;
mappe uniche in ciascun individuo; variabilità
delle mappe negli adulti dipendente dall'input di-
sponibile.
Generalizzazione diffusa nel riconoscimento degli
oggetti senza il bisogno del linguaggio.
Apparenza unitaria per il percepiente dei processi
percettivi, in realtà fondati su complessi sottopro-
cessi paralleli.
Spiegazioni proposte
"Rumore"
"Derivate a livelli superiori"
"Codici"
" Sinapsi silenti"
"Sistemi alternativi"
"Segnali nascosti"
"Algoritmi, computazioni,
invarianti "
,
4
8 Capitolo secondo
d'informazione si trova di fronte a un altro problema: la maggior
parte delle connessioni anatomiche che lo specialista di anatomia mi-
croscopica individua con precisione non sono attive durante il com-
portamento. In gergo, queste connessioni sono definite" sinapsi si-
lenti", implicando che potrebbero funzionare, ma senza specificare
come. Se poi aggiungessimo che nelle mappe del cervello si verifica-
no significative fluttuazioni temporali, che in ogni individuo ci pos-
sono essere mappe uniche, e che la variabilità delle mappe negli adul-
ti dipende dalla sequenza temporale degli input che si verificano nella
storia individuale [Kaas e altri 1983], allora un istruzionista potreb-
be sempre riferirsi all' enorme complessità del livello immediatamen-
te superiore e appellarsi all' esistenza di sistemi neuroanatomici alter-
nativi, la cui funzione non è stata fin ora segnalata. Per esempio, si
potrebbe rispondere in modo esauriente ai dati riguardanti le mappe
variabili nella corteccia somatosensoriale affermando che, in aggiun-
ta al sistema lemniscale, anche il funicolo anteriore forma delle map-
pe nelle aree in questione; dopo la resezione degli input principali, la
comparsa di nuove mappe potrebbe riflettere il reclutamento di que-
sto secondo sistema. Tuttavia, come vedremo, la variabilità e la con-
tinuità delle nuove mappe sono troppo ampie per essere spiegate da
ognuno di tali sistemi.
Se, in questo dialogo immaginario, qualcuno facesse notare che
dei sistemi cablati con precisione e codificati potrebbero a stento
spiegare la notevole capacità di generalizzazione dei piccioni e di
altri animali viventi in ambienti ricchi di stimoli, un istruzionista
potrebbe ribattere che esistono segnali nascosti nel progetto spe-
rimentale che li informano sulle caratteristiche stabili di un ogget-
to, sebbene le origini di tale stabilità rimarrebbero poi inspiegate.
Certamente la ,stabilità si manifesta in chi osserva: nella percezio-
ne preattentiva Uulesz 1984] esiste una coerenza per il soggetto per-
cepiente che sappjamo derivare da sottoprocessi svolti da differenti
centri cerebrali. E a questo punto che emergono il decodificatore
neurale e l' homunculus, parente stretto dell' elettricista miniaturiz-
zato e attivo nello sviluppo del sistema nervoso. Sebbene questa non
sia la sede per discutere sul problema delle apparenze unitarie in re-
lazione alla coscienza o all' esperienza percettiva, forse non ci sba-
glieremmo sul fatto che la maggior parte dei neurobiologi conside-
ra estranee a una visione scientifica la soluzione dell'homunculus e
quella dualista [Popper ed Eccles 1981] al problema della coscien-
za. Il problema non è passato inosservato ai sostenitori dei model-
li a elaborazione d'informazione: un'intelligente anche se inade-
Struttura, funzione e percezione
49
guata cambiale per la rimozione degli homunculi dai modelli a elabo-
  d'informazione è stata firmata da Dennett [1978].
E sorprendente osservare come i neurobiologi, i quali ricusano
qualsiasi interpretazione basata sugli homunculi, possano, tuttavia,
credere che nelle strutture neurali operino precisi algoritmi e si ve-
rifichino computazioni e calcoli degli aspetti costanti. Questa fede
persiste nonostante l'enorme variabilità strutturale e funzionale del
tessuto nervoso, che condannerebbe qualunque analogo calcolatore
parallelo, pur dotato dei migliori codici di correzione dell' errore, a
produrre in breve tempo risultati assurdi. Gli algoritmi proposti da
questi ricercatori per spiegare l'attività cerebrale funzionano perché
sono stati progettati per funzionare seguendo ingegnosi e precisi mo-
delli matematici concepiti da scienziati che vivono in una cultura
fondata sulla comunicazione sociale, ma non sono stati progettati da
homunculi e non vi sono prove che essi operino veramente nel cer-
vello.
Questo capitolo si è proposto due scopi: primo, proporre degli ar-
gomenti a sostegno dell'idea che la categorizzazione percettiva sia un
problema di grande importanza per la neurobiologia e, secondo, for-
nire le prove, ricavate da differenti discipline, che rivelino l'inade-
guatezza dei modelli a elaborazione d'informazione per spiegare la
struttura e la funzione del cervello. Una spiegazione adeguata di que-
ste prove richiede una teoria alternativa dell' organizzazione delle re-
ti neurali. I capitoli sono dedicati proprio a una descrizio-
ne minuziosa di tale teoria e a prove supplementari che la sosten-
gano.
,.-
Capitolo terzo
La selezione dei gruppi neuronali
Natura a posteriori dell'informazione selezionata, p. 50. - Il
pensiero popolazionistico, p. 51. - I principi fondamentali del-
la teoria della selezione dei gruppi neuronali, p. 52. - Defini-
zione iniziale di un gruppo, p. 53. - Ampiezza, intervallo e spe-
cificità del repertorio, p. 54. - La degenerazione, p. 56. - Un mo-
dello semplice, Darwin I, p. 58. - Siti e livelli di variazione neu-
ronale, p. 65. - Introduzione al concetto di rientro, p. 68. - La
crisi delle teorÌe a elaborazione d'informazione, p. 75. - Il va-
lore adattativo della selezione somatica, p. 79.
I. Introduzione.
Nel capitolo precedente, ho cercato di far capire perché i modelli
a elaborazione d'informazione o istruzionisti falliscono quando cer-
cano di spiegare in modo soddisfacente tutto un insieme di cono-
scenze anatomiche, fisiologiche e psicologiche. Questi modelli ma-
nifestano, a qualche livello, un pensiero tipologico, o essenzialismo,
che consiste nel collocare a priori delle categorie nell' ambiente, nel
cervello o in entrambi. La principale difficoltà che si frappone a tali
modelli è la loro incapacità di rimuovere l' homunculus (o i suoi pa-
renti) dal cervello. Chi o che cosa decide cos'è l'informazione? Come
e dove risiedono i "programmi" ideati per un riconoscimento di ca-
ratteri, dipendente dal contesto, in situazioni del tutto nuove? Gli
elaboratori d'informazione devono possedere dell'informazione de-
finita per loro a priori, proprio come la misura dell'informazione di
Shannon [si veda Peirce 1961] deve specificare a priori un codice e
degli strumenti che valutino la probabilità di ricevere qualunque se-
gnale sotto quel codice. Invece, un organismo può definire tale infor-
mazione solo a posteriori (per esempio, le categorie dei segnali rice-
vuti possono essere definite solo dopo che i segnali sono stati ricevu-
ti, sia a causa della     evolutiva sia come risultato dell' espe-
rienza individuale). E proprio questa categorizzazione, vincente dal
punto di vista dell'adattamento, che costituisce il riconoscimento
biologico dei modelli. Poiché i modelli a elaborazione d'informazio-
La selezione dei gruppi neuronali 5 I
ne ipotizzano la presenza di categorie informazionali nell' ambiente
o di programmi computazionali nel cervello generatori di un ampio
spettro di comportamenti plastici, sono obbligati a prendere una po-
sizione che ricorda la creazione emanata da un progetto, la quale ha
dominato il pensiero pre-darwiniano sull' origine delle specie [Mayr
19
82
]. .
La teoria della selezione dei gruppi neuronali è il frutto di una con-
cezione alternativa che, pur essendo alla radice di tutto il pensiero bio-
logico, è poco familiare in neurobiologia; si tratta del pensiero popo-
lazionistico [Mayr 1982; Edehnan e Finkel 1984], secondo cui il cer-
vello, a livello dei suoi meccanismi neuronali, è un sistema selettivo
[Edelman 1978]. Invece di supporre che il cervello lavori in maniera
algoritmica, la teoria evidenzia la natura epigenetica della variabilità
e dell'individualità nei repertori anatomici che costituiscono le diver-
se regioni cerebrali e la successiva selezione di quei particolari gruppi
neuronali la cui attività corrisponde a un segnale specifico. Data l'im-
pronta genetica, i repertori di una certa regione sono simili, per fun-
zionamento, in individui diversi, ma presentano una marcata varia-
bilità nella morfologia neuronale e nella configurazione neurale, in
particolare nelle ramificazioni assonali e dendritiche piu fini. Nel cor-
so dello sviluppo si genera anche una cospicua e ulteriore variabilità
nelle sinapsi, che si esprime nella plasticità della struttura biochimica
e nella comparsa di un numero crescente di neurotrasmettitori diversi.
Questa variabilità complessiva prepara il terreno sul quale poi le espe-
rienze percettive selezioneranno le reti attive che rispondono ripetu-
tamente e in modo adattativo a un certo input. Tale selezione coinvol-
ge popolazioni di sinapsi nel rispetto di precise regole epigenetiche e
non vale per i neuroni presi singolarmente, riguardando, piuttosto,
quei gruppi di neuroni le cui connessioni e risposte sono adattative.
Di primo acchito questa concezione [Edehnan 1978, 1981; Edel-
man e Reeke 1982] non sembra possedere l'attraente semplicità del
modello a elaborazione d'informazione. Infatti, come potrebbero ta-
li strutture variabili, prive di codici prestabiliti, generare delle rispo-
ste neurali e comportamentali efficaci? I paradigmi del condiziona-
mento classico e del condizionamento operante insieme ad algoritmi
adattatisi evolutivamente (si veda il capitolo XI) non potrebbero spie-
gare meglio il comportamento percettivo e altre forme di comporta-
mento? Quali vantaggi offre tale darwinismo neurale rispetto al mo-
dello a elaborazione d'informazione? La risposta è che la teoria se-
lettiva, a differenza dei modelli a elaborazione d'informazione, non
r
52 Capitolo terzo
richiede il posizionamento arbitrario di etichette nel cervello e nel
mondo. Poiché questa teoria popolazionistica del funzionamento ce-
rebrale richiede la variabilità delle strutture neurali, si affida solo in
minima parte su dei codici, e aggira, quindi, molte difficoltà descrit-
te nel capitolo precedente. Soprattutto, la teoria selettiva elimina
l' homunculus, poiché ritiene che il comportamento motorio dell' or-
ganismo, stimolato dall' ambiente, agisca in modo dinamico selezio-
nando le potenziali configurazioni già presenti nelle strutture neurali
variabili, piuttosto che siano le strutture stesse ad essere plasmate
dall'" informazione" presente nell' ambiente.
Prima di considerare i dati a sostegno dell'idea che la selezione
sia il meccanismo principale della funzione neurale, voglio riprende-
re la teoria esposta nel capitolo I ed espanderne alcune idee centrali.
I tre punti cardine di questa teoria sono I) l'origine, durante lo svi-
luppo, della variabilità nella struttura delle reti neurali come base per
2) la selezione di gruppi neuronali presenti in tali reti con la modifi-
cazione delle forze sinaptiche in popolazioni di sinapsi e 3) l'esisten-
za di connessioni e di segnali rientranti che connettono in modo ge-
rarchico repertori di gruppi organizzati in mappe, in modo da creare
una continuità spazio-temporale in risposta a uno stimolo. Per il mo-
mento non parleremo del rientro e ci soffermeremo sui primi due
punti.
Secondo la teoria, nel corso dello sviluppo, si formano dei reper-
tori primari di gruppi neuronali, la cui anatomia locale dipende dal ti-
po di cellule presenti e dai meccanismi primari di sviluppo [Cowan
I973, I978]. Mentre per individui diversi di una stessa specie le
strutture di una certa area cerebrale sono simili nella funzione e sono
determinate da programmi genetici, nel corso dello sviluppo si veri-
fica, invece, un'enorme variazione nelle ramificazioni piu fini e nelle
connessioni stabilite dagli assoni e dai dendriti. Questi processi dello
sviluppo creano reti degenerate composte da gruppi neuronali i cui
alberi dendritici e le cui arborizzazioni assonali si espandono su un'a-
rea relativamente ampia (qualche millimetro) con un notevole mar-
gine di sovrapposizione.
Nel corso dell'esperienza e dopo la ricezione di segnali in input,
filtrati e astratti da trasduttori sensoriali, da reti che isolano i tratti
distintivi e da strutture che correlano questi tratti in mappe senso-
motorie e associate dal rientro, alcuni gruppi neuronali sono selezio-
nati a vantaggio di altri in maniera competitiva. La selezione può
giocare sulla variazione nella struttura e nell' attività dei gruppi, ed
è mediata da almeno due regole sinaptiche indipendenti [Finkel e
La selezione dei gruppi neuronali 53
Edelman I9
8
5] che operano in sintonia per sincronizzare l'attività
elettrica e biochimica tra i neuroni di un gruppo (si veda il capitolo
VII). La selezione è un processo competitivo in cui un gruppo può ef-
fettivamente sottrarre delle cellule a dei gruppi vicini in seguito a
una modificazione differenziale dell' efficacia delle sinapsi. Questo
meccanismo, in cui i gruppi stimolati con piu frequenza hanno mag-
giore probabilità di venire ulteriormente selezionati, forma un reper-
torio secondario costituito dai gruppi neuronali selezionati, il quale
si conserva dinamicamente modulando le proprie sinapsi. Bisogne-
rebbe sottolineare che questa selezione sinaptica opera su un sub-
strato neuronale dinamico e molto attivo, e dipende dalla attività
elettrica e biochimica del substrato stesso.
La teoria della selezione dei gruppi neuronali, mentre da un lato
propone i meccanismi che selezionano competitivamente un reper-
torio secondario a partire dal repertorio primario, deve anche farci
comprendere 1'espressione e il significato adattativo delle parti sele-
zionate in questo substrato anatomico. La variabilità strutturale nel
repertorio primario deve essere congegnata in modo da ripercuotersi
in una significativa variabilità funzionale nei repertori secondari, la
quale ha la sua massima espressione nella percezione e nel compor-
tamento dell' animale. Poiché riteniamo che la formazione dinamica
dei gruppi neuronali sia indispensabile per l'apprendimento e per la
memoria, e poiché entrambi sono evolutivamente adattativi per l'or-
ganismo, la conservazione dei repertori di quei gruppi che migliora-
no l'idoneità del comportamento è importante per la sopravvivenza.
A .questo punto, avendo descritto i presupposti teorici, possia-
mo esaminare e affinare la definizione di gruppo neuronale, di de-
generazione, di variabilità e di rientro, e chiederci, quindi, fino
a che punto la teoria sia conciliabile con quei dati che, come ab-
biamo sottolineato, cosi difficilmente si accordano con i modelli
istruzionisti.\
2. Degenerazione e la definizione di un gruppo.
Prima di esaminare come si sviluppano la variab!Jità e la stabilità,
consideriamo due questioni piuttosto astratte: I) la relazione tra va-
riabilità, da un lato, e ampiezza ed eterogeneità delle strutture cere-
brali distribuite, dall' altro, e 2) se strutture variabili diverse possono
svolgere funzioni equivalenti. Ciò richiederà un esame del concetto
r
54
Capitolo terzo
di degenerazione; lo sviluppo di questo argomento implicherà alcune
previsioni e importanti restrizioni sui meccanismi di riconoscimento
dei segnali operati dai gruppi neuronali.
Per prima cosa dobbiamo dare una definizione di gruppo neuro-
nale, che affineremo e qualificheremo dopo aver considerato alcuni
aspetti della neuroanatomia. Per adesso possiamo definire un gruppo
neuronale come un insieme di cellule, di tipo simile o diverso, com-
preso tra le centinaia e le migliaia, strettamente connesse nei loro cir-
cuiti e le cui reciproche interazioni dinamiche sono ulteriormente
rinforzabili dall'incremento della forza tra sinapsi. Il complesso delle
cellule di un gruppo può essere plasmato da variazioni degli input, da
richieste degli output, o dalla competizione con altri gruppi. Tali mo-
dificazioni non si verificano a livello anatomico, ma sono, piuttosto,
il risultato di modificazioni nelle sinapsi eccitatorie e inibitorie. Pos-
siamo definire un repertorio primario come un insieme eterogeneo
di gruppi neuronali le cui connessioni estrinseche e le cui potenzialità
in una certa area cerebrale si stabiliscono in parte durante l'ontoge-
nesi e lo sviluppo. A questo punto, senza ulteriori precisazioni, riter-
remo valida l'ipotesi secondo cui, se un gruppo neuronale risponde
in modo piu o meno specifico con output di natura elettrica e con
modificazioni chimiche a un input costituito da una ben precisa con-
figurazione spaziotemporale di segnali, allora si è verificato un "ac-
coppiamento" tra quel gruppo e la configurazione del segnale I.
Dovendo sviluppare il concetto di selezione in un repertorio di
gruppi neuronali, è essenziale considerare quali requisiti debba pos-
sedere il repertorio stesso, in particolare, quelli relativi all' ampiezza
I Contro i concetti di gruppo e di selezione neuronale si sono levate critiche a cui
Edelman ha risposto puntualmente nel suo libro Bright Air, Brilliant Fire: on the Matter
01 the Mind [I992a, trad. it. pp. 147-5J]. Critico è il neurofisiologo Horace Barlow, so-
stenitore del ruolo del singolo neurone e dei codici neurali nei processi percettivi [Barlow
19721, il quale afferma (I989) che è difficile capire esattamente cosa Edelman intenda
per gruppo neuronale, e critico è Francis Crick [I9891 che definisce «edelmanismo neu-
rale» le teorie di questo libro «non essendo riuscito [Crickl a stabilire un raffronto tra
la teoria della selezione naturale e ciò che avviene nello sviluppo del cervello ». Edelman
definisce quest'ultima critica «derisoria, lusinghiera, ma anche fuori luogo» [Edelman
199J, p. 15Il, come comprovano le osservazioni di un evoluzionista [Michod 19891, se-
condo cui la teoria della selezione dei gruppi neuronali è una descrizione selezionista nel-
lo spirito del pensiero popolazionistico. A proposito dell' atteggiamento di Crick è signi-
ficativa la recensione italiana al suo libro La Scienza e l'Anima. Un 'ipotesi straordinaria
(I994) di Gilberto Corbellini [I9941 che evidenzia lo spirito caustico di Crick senza che
sia suffragato da un'ipotesi originale sulla coscienza, anzi «alcune delle argomentazioni
francamente somigliano un po' troppo a quelle elaborate in maniera ben piti articolata
da Edelman e Changeux, e su basi biologicamente piti plausibili» [ibid., p. II J]'
La selezione dei gruppi neuronali 55
e alla natura della sua variabilità. È fondamentale che il repertorio sia
sufficientemente ampio, cioè, deve contenere numerosi elementi in
modo da assicurare che, in presenza di un ampio spettro di input dif-
ferenti e di una soglia di risposta, esista una probabilità finita di ac-
coppiare ciascun segnale con un elemento del repertorio. Inoltre, per
qualche elemento del repertorio, l'accoppiamento con l' input deve
essere cosi specifico da distinguere input diversi (cioè, "riconoscerli")
con un minimo margine di errore. È essenziale comprendere che, in
un sistema selettivo, tale" riconoscimento" non può, in linea di mas-
sima, mai essere perfetto, ma può essere piu o meno buono solo se su-
pera una certa soglia di riconoscimento. L'ipotesi opposta richiede-
rebbe o un'inversione dei rapporti di causa ed effetto nei domini in-
dipendenti (mondo e cervello) o avrebbe bisogno di un meccanismo
istruttivo.
Quali proprietà generali di un grande repertorio di gruppi neuro-
nali gli consentono di riconoscere un ampio spettro di segnali, ma an-
che singoli segnali? Per un numero qualsivoglia grande di input di-
versi, scelto arbitrariamente, deve esistere nel repertorio un elevato
numero di combinazioni accoppiabili a questi input (fig. 8). Un ac-
coppiamento è definibile come una certa soglia che consente al siste-
ma la distinzione, entro un margine definito di errore, tra due eventi
strettamente correlati. Se ci sono N elementi nel repertorio ed esiste
una probabilità p di un accoppiamento tra ciascun elemento e cia-
scun segnale, allora possiamo definire una funzione di riconoscimen-
to r = f (p, N) che misura l'efficienza del sistema nel riconoscere un
intervallo di possibili input. Si possono definire numerose funzioni
di questo tipo [Edelman 1978; Lumsden 1983] in relazione alla par-
ticolare misura di efficienza scelta.
Come illustra la figura 8, se N è piccolo e gli input non sono par-
ticolarmente selezionati, allora r sarà prossima a zero. Se N supera
un certo valore, r aumenterà fino a che, per un dato valore di N, l'ef-
ficienza di accoppiamento non aumenta significativamente, pur au-
mentando l'ampiezza del repertorio. In base alle nostre asserzioni
precedenti secondo cui, a ogni primo incontro, l'accoppiamento so-
pra la soglia non può mai essere in genere uniformemente grande e
certamente non è perfetto, ne deduciamo che, nel sistema nervoso
centrale, N deve essere grande. Generalmente, per semplici funzioni
di riconoscimento, simili a quelle della figura 8, il valore critico di N
sarà nell'ordine di l/p, ma il valore esatto dipenderà dai dettagli del
modello; le considerazioni che faremo sulle interazioni non lineari e
sul rientro renderanno questa semplice stima non appropriata.
r
56 Capitolo terzo
A proposito possiamo ritenere che, visto il numero di cellule di-
sponibili in ogni particolare regione del cervello umano, sarebbe rea-
listico un repertorio costituito da almeno 10
6
diversi gruppi cellula-
ri, comprendente ciascuno da 50 a IO 000 cellule.
Una conseguenza importante di questo ragionamento e del con-
cetto di accoppiamento selettivo è che, per accoppiare qualunque
elevato numero di segnali o di configurazioni di segnali, il repertorio
debba essere degenerato. Degenerazione significa che, posta una so-
glia definita, è plausibile piu di un modo soddisfacente per ricono-
scere un certo input. Sono pertanto necessari molteplici gruppi neu-
ronali con strutture differenziate, ciascuna adatta a svolgere piu o me-
no bene la stessa funzione: la degenerazione implica che alcuni grup-
pi non isomorfici debbano essere isofunzionali.
Forse si evince meglio la necessità della degenerazione se conside-
Figura 8.
Dipendenza di due forme di funzioni di riconoscimento dal numero N di elementi pre-
senti in un repertorio, calcolati secondo un semplice modello. In questo modello, a ogni
elemento viene assegnata a priori una probabilità p costante di riconoscere un segnale
scelto a caso. Qui T[ rappresenta la frazione attesa di tutti i possibili segnali che verran-
no riconosciuti, mentre T2 rappresenta la probabilità che venga riconosciuta piu di una
frazione/(in questo caso il 63%) dei possibili segnali M. La forma della curva è insen-
sibile al valore scelto di M se M è grande. Analogamente, se si modifica p, tutta la curva
si sposta a destra o a sinistra, riflettendo la modificata specificità di riconoscimento, ma
le forme delle curve non cambiano significativamente. Un modello piu realistico assegne-
rebbe differenti valori di p a differenti elementi del repertorio [Lumdsen I9
8
3]; questo
aumenterebbe la complessità computazionale, ma la natura della dipendenza di T da N
non varierebbe sostanzialmente.
,[ = r _ (r_p)N
M M· M-.
'2 =. L (;) r{ (r-r[) J
;=fM
La selezione dei gruppi neuronali
57
riamo due casi estremi di riconoscimento, il primo totalmente privo
di degenerazione e il secondo totalmente degenerato (fig. 9). Consi-
deriamo per primo un repertorio in cui, per ciascun input arbitraria-
mente scelto, esiste un solo gruppo neuronale capace di riconoscerlo.
Date queste condizioni, in un sistema che ha le potenzialità per ri-
conoscere segnali nuovi, lo spettro deve essere insufficiente, cioè,
dovrebbero esistere molti input, oltre gli n identificati dagli N grup-
pi, destinati a non essere riconosciuti. Invece, se sosteniamo che tale
repertorio riconosce e distingue con elevata frequenza questo insie-
me straordinariamente ampio di nuovi segnali diversi, allora si incri-
na quel presupposto per cui il segnale non avrebbe un ruolo attivo
nella formazione del repertorio, e il sistema sarebbe di tipo istrutti-
vo. Ora consideriamo l'altro caso estremp, dove ogni elemento nel
repertorio si accoppia con qualunque input. In questo caso, l'inter-
vallo richiesto sarebbe soddisfatto, ma vi sarebbe una totale perdita
di specificità e, quindi, sarebbero indistinguibili configurazioni di se-
gnali distinte, ma strettamente correlate. Ne deduciamo che la com-
posizione del repertorio debba essere congegnata in modo tale da es-
sere inclusa tra questi due estremi e che ci siano diversi (possibilmen-
te molti) gruppi cellulari adatti a distinguere piu o meno bene un cer-
to segnale (cioè, quanto basta per superare la soglia necessaria per il
riconoscimento) .
Figura 9.
Due casi estremi di repertorio: con un unico elemento (non degenerato) e con elementi
completamente degenerati. Nel primo caso, l'estensione dell'intervallo dei segnali da ri-
conoscere (per esempio, al di là di S,,) determina un frequente errore di riconoscimento.
Nel secondo caso,. si verifica una perdita di specificità e frequenti errori nel distinguere
i diversi segnali poiché ogni G può rispondere a tutti i segnali.
Repertorio dei gruppi cellulari (G") Segnali (S")

    Gl' ,G" SI'     ""S",S"+[,S"+2'"
Solo singoli elementi
I I I
G[,   Gl' ,G" S[>   53, ,S",S"+[,S"+2'"
Repertorio completamente degenerato
,.-
58 Capitolo terzo
Quest' analisi indica che la degenerazione è una proprietà fonda-
mentale per riconciliare specificità e spettro di riconoscimento. Piu
avanti vedremo che la degenerazione è compatibile con alcune altre
proprietà del sistema nervoso centrale dell'uomo e di altre specie ani-
mali. Dobbiamo sottolineare che la degenerazione è Qna proprietà
popolazionistica (cioè, richiede la variazione) che va distinta dalla ri-
dondanza, qui impiegata solo in riferimento all' esistenza di unità o
gruppi ripetuti aventi struttura e caratteristiche di risposta identi-
che. La ridondanza, di per sé, non basta per un riconoscimento spe-
cifico in un ampio intervallo, poiché non possiede quelle caratteristi-
che di sovrapposizione e di risposta differenziata necessarie per co-
prire l'universo dei possibili stimoli. Tuttavia, la degenerazione può
essere analoga alla ridondanza nel rendere affidabile un sistema com-
posto da elementi non affidabili [Von Neumann 1956; Winograd e
Cowan 1963].
Il messaggio contenuto nell' argomentazione precedente, peraltro
astratta e ipersemplificata, afferma che un sistema nervoso selettivo,
per poter interagire e adattarsi alle complesse sfide di classificazione
insite nella percezione del mondo, deve avere un repertorio primario
degenerato. L'esistenza della degenerazione è una previsione della
teoria di cui dobbiamo cercare le prove.
Potremmo pensare che, nel sistema nervoso, la degenerazione va-
da a scapito della selettività. Tuttavia, come vedremo, anche in pre-
senza di una notevole degenerazione anatomica, gli effetti fisiologici
prodotti da specifiche connessioni afferenti o efferenti sono netta-
mente vincolati al comportamento delle popolazioni sinaptiche e al
rientro in modo che, in un repertorio primario degenerato, si verifi-
chino delle selezioni ben definite; solo alcuni neuroni possono essere
pilotati e anche questi coprono solo una piccola frazione dell' area in
cui si distribuiscono. Questi eventi favoriscono la selezione nell'am-
bito di un repertorio anatomicamente degenerato, formando un re-
pertorio secondario piu adattato e meno degenerato.
Allo scopo di chiarire i concetti di ampiezza del repertorio, am-
plificazione e degenerazione, sarà utile presentare un modello com-
puterizzato essenziale di un sistema di riconoscimento selettivo. Per
quanto astratto, questo modello, sviluppato da George N. Reeke jr
e da me [Edelman 1981], ha il pregio della estrema semplicità, e non
intende rispecchiare i principi di funzionamento del sistema nervo-
so. Riguarda, piuttosto, la similitudine tra numeri binari a 32 bit
e altri numeri di 32 bit, in base a una regola di accoppiamento. L'i-
dea guida, simile per alcuni aspetti a quelle che spiegano la risposta
La selezione dei gruppi neuronali 59
immunitaria \ consiste nel mostrare come qualunque numero bina-
rio a 32 bit, scelto a caso (" uno stimolo"), sia accoppiabile adattati-
vamente con un sistema di' riconoscimento selettivo costituito da un
repertorio di altrettanti numeri dello stesso tipo (per qualche esem-
pio, il lettore può dare uno sguardo alla tabella 3, ampiamente de-
scritta piu avanti).
Il modello, battezzato Darwin I, è costituito da un generatore di
repertori, il quale genera un repertorio di stringhe di bit casuali, da
un generatore di stimoli che genera stringhe di bit di input o "stimo-
li" da accoppiare, da una regola di accoppiamento che ricerca gli ac-
coppiamenti o le corrispondenze tra uno stimolo selezionato casuale
e i singoli elementi del repertorio e, infine, da un amplificatore che
aumenta la probabilità che gli elementi del repertorio accoppiatisi
con successo agli input rispondano nuovamente in futuro.
Consideriamo adesso queste caratteristiche piu da vicino. Il re-
pertorio è privo di alcuna informazione sulla natura degli stimoli pri-
ma dell'accoppiamento tra ogni elemento del repertorio e ogni sti-
molo. Il repertorio è costituito da uno qualunque tra 10
4
configura-
zioni di bit scelti a caso tra un totale di 2
32
=4,3 x 10
9
possibili mo-
delli. Gli stimoli consistono, inoltre, di numeri a 32 bit scelti a caso
nell'universo di tutti i possibili numeri a 32 bit. In ogni sottoinsieme
di stimoli, la metà dei bit è fissata secondo qualche convenzione ar-
bitraria (per esempio tutti uno o tutti zero), e l'altra metà può varia-
re casualmente. Per accoppiare un certo stimolo a qualunque ele-
mento del repertorio deve essere definita una "funzione di accoppia-
mento". Ne sceglierò una che conta semplicemente il numero di bit
identici, per posizione e valore, nelle due stringhe (elemento del re-
pertorio e stimolo) nella fase di comparazione. Poi, si può fissare un
punteggio minimo che stabilisca che un certo accoppiamento è un
" riconoscimento"; per esempio, un punteggio superiore o uguale a
2 7 implica 1'esistenza di una corrispondenza tra un elemento del re-
pertorio e uno stimolo in 27 o piu bit in qualunque posizione. Per
ogni stimolo scelto e per ogni punteggio l'intero repertorio viene
scandito in maniera seriale per gli accoppiamenti.
Per ogni stimolo viene stilato un elenco degli accoppiamenti, e gli
elementi del repertorio che realizzano i massimi punteggi di accop-
2 Eçlelman proviene" culturalmente" dalla immunologia al cui sviluppo egli ha con·
tribuito in maniera determinante decifrando la struttura degli anticorpi [per una rasse·
gna divulgativa si veda Edelman 1970], che gli è valsa l'assegnazione del premio Nobel
ne
11
97
z
. Questa sua origine ha probabilmente influito nella sua concezione selezionista
del cervello.
r
60 Capitolo terzo
piamento sono amplificati. Questa amplificazione è il cuore del com-
portamento adattativo del sistema. Nel modello, l'amplificazione
consiste nel generare un certo numero predeterminato di copie di un
elemento appartenente a un repertorio vincente (un accoppiamento
sopra la soglia) e nell' allocare queste copie in siti casuali della matrice
del repertorio. Si può consentire al numero di copie generate di di-
pendere dal punteggio dell' accoppiamento o di essere fisso. Nella si-
mulazione al computer l'ampiezza del repertorio viene mantenuta
costante, e gli elementi amplificati rimpiazzano semplicemente a ca-
so altri elementi. Se il repertorio è sufficientemente ampio rispetto
al fattore di amplificazione, questa procedura genera un comporta-
mento simile all' espansione del repertorio durante 1'amplificazione.
A questo punto ci possiamo porre diverse domande chiarificatri-
ci: Darwin I obbedisce alla funzione di riconoscimento descritta nel-
la figura 8? Il suo riconoscimento è degenerato? Date opportune pro-
cedure di amplificazione e di soglia, può verificarsi il riconoscimento
incrociato o la generalizzazione?
Come dimostra la figura IO, la statistica degli accoppiamenti ef-
fettivi per diversi punteggi di soglia M e per diversi numeri N di ele-
menti del repertorio concorda in pieno con le previsioni teoriche del-
la funzione di riconoscimento vista nella figura 8. Inoltre, Darwin I
incorpora il riconoscimento degenerato, cioè, molti elementi del re-
pertorio possono rispondere sopra la soglia a qualunque stimolo ed
essere "amplificati" di conseguenza. La tabella 2 illustra le statisti-
che di amplificazione espresse come media di accoppiamenti sopra
la soglia, o " successi" . In queste condizioni, la risposta a stimoli di
controllo non correlati non viene virtualmente modificata dalla pro-
cedura di amplificazione, dimostrando che permane una significativa
attitudine a riconoscere e a rispondere a nuovi futuri stimoli appar-
tenenti a classi differenti. I soli effetti evidenti sugli stimoli di con-
trollo sono una leggerà riduzione nella percentuale riconosciuta, co-
me risultato dell' ampiezza fissa del repertorio, e un aumento degli
accoppiamenti trovati per stimoli riconosciuti in conseguenza al ri-
conoscimento incrociato degli stimoli test. Le possibilità di ricono-
scimento incrociato sono illustrate piti in dettaglio nella tabella 3.
In questo esempio sono stati impiegati quattro stimoli diversi: SI
è lo stimolo test usato per l'amplificazione; S2 ed S3 sono stimoli
" correlati" che differiscono da S I per la posizione di quattro e otto
bit rispettivamente; S4 è uno stimolo" relativamente non correlato"
che differisce da SI in venti posizioni. Prima dell'amplificazione, i
quattro stimoli hanno dimostrato livelli simili di risposta, avendo
La selezione dei gruppi neuronali
61
ognuno una media di due successi sopra il 27 come punteggio soglia
di accoppiamento. Uno di questi successi, l'elemento 3579, era co-
mune ai due stimoli SI e S2. Questo elemento rappresenta un rico-
noscimento preesistente, accidentale. Un tipo piti interessante di
riconoscimento incrociato si origina se la soglia di amplificazione
viene abbassata alla comparsa di SI. Dopo l'amplificazione di tutti
Figura lO.
Confronto fra le funzioni 71 teoriche e sperimentali in funzione della soglia di ac-
coppiamento e dell'ampiezza del repertorio in Darwin I. 71 = frazione degli stimoli pre-
sentati che ci si aspetta vengano riconosciuti. Le curve sono state calcolate secondo
7
1
= 1- (1 _ p)N, dove p = probabilità di riconoscere qualunque stimolo, N = numero di
elementi di un repertorio (si veda la fig. 8). I dati sperimentali sono presentati come linee
con delle barre verticali di errore, che rappresentano le deviazioni standard di 71 per
quattro serie di 100 prove ciascuna. Ogni curva è contrassegnata dalla soglia di accop-
piamento M (numero di bit scelti tra 32 che devono essere identici nello stimolo e nel-
l'elemento del repertorio affinché si verifichi il "riconoscimento") e la corrispondente
probabilità p di riconoscimento. Come atteso, la distribuzione statistica degli accoppia-
menti ottenuti dal modello si avvicina ai valori teorici.
l,O
0,8
l 0,6
r
f
0,4
0,2
°
I,25 2,5
  M=26
29
5
IO 20 4°
----N X IO·
3
------.
r
--
62 Capitolo terzo·
gli elementi accoppianti SI in ventiquattro o piu posizioni, replican-
doli dieci volte, si è ottenuta una risposta piu intensa a S2 e a SI per
il livello del punteggio 27, cioè il valore di accoppiamento originario,
Gli elementi che hanno determinato accoppiamenti sopra 27 per S2
non derivavano tutti dall'elemento 3579, che si accoppiava origina-
riamente; infatti, sono stati amplificati anche alcuni elementi deri-
vanti dagli accoppiamenti piu scarsi (punteggio 24-26) di SI. Cosi,
gli elementi che rispondono debolmente a un certo stimolo (SI) sono
amplificabili se la soglia è mantenuta bassa, rinforzando la risposta
successiva a un nuovo stimolo correlato (S2), anche quando la rigi-
dità di quella risposta è superiore a quella impiegata nell' amplifica-
zione, Questi risultati dimostrano come il riconoscimento incrociato,
generato da specificità sovrapposte proprie di un repertorio degene-
rato, possa incrementare nel sistema la capacità di generalizzare,
cioè, di riconoscere stimoli nuovi, ma simili ad altri già incontrati,
Questa potenzialità può risultare particolarmente vantaggiosa nelle
fasi precoci dell' adattamento, cioè dopo pochi stimoli, ma, in segui-
to, potrebbe interferire con i processi altamente selettivi necessari
per distinguere gli stimoli familiari nell' ambito di stimoli simili,
Queste considerazioni evidenziano la necessità di qualche siste-
ma di commutazione specializzato nel modificare le soglie di ricono-
Tabella 2.
Statistica del riconoscimento selettivo in Darwin I, un modello essenziale al computer".
Prima Dopo
dell'ampli· l'amplifica.
ficazione zione
b
Stimoli di prova c, percentuale accoppiata
44 3
8
Media dei successi (tutti gli stimoli)cl 0,57 4,63
Media dei successi (stimoli accoppiati) 1,28 12,18
Media delle prove per il primo accoppiamento
447
1
3
28
9
Stimoli di controllo', percentuale accoppiata
3
8
3
6
Media dei successi (tutti gli stimoli) 0,48 0,46
Media dei successi (stimoli accoppiati) 1,28 1,28
Media delle prove per il primo accoppiamento
4
801
4
6
59
"L'ampiezzadelrepertorioera IO 000 X 32 bit.
b Amplificazione: per ogni stimolo di prova, i tre migliori accoppiamenti venivano replicati cia-
scuno cinque volte.
c Stimoli di prova: sono stati selezionati a caso 400 stimoli da una di quattro classi, ciascuna
classe avente 16 bit fissi e 16 bit casuali.
cl Successi = numero medio di accoppiamenti sopra la soglia.
, Stimoli di controllo: sono stati impiegati come controllo 200 stimoli aventi tutti bit casuali.
Non è stata effettuata alcuna amplificazione alla presentazione di questi stimoli.
La selezione dei gruppi neuronali
63
Tabella 3,
Riconoscimento incrociato di stimoli correlati in Darwin I".
I) Stimoli
2) Risposta prima
dell' amplificazione
3) Risposta dopo
l'amplificazione c
Stimolo
SI
S2 (X_R)b
S3 (X-R)
S4 (NX-R)C
Stimolo
Posizione
del repertorio
SI 3579
6520
S2 (X-R) 3579
3147
3575
S3 (X-R) 2336
8289
S4 (NX-R) 1658
Stimolo
Posizione
del repertorio
SI 445
2627
775
1
963
6
S2 (X-R) 2627
3
I
47
5
0
9
0
8244
S3(X-R) 2336
8289
S4 (NX-R) 1 658
Configurazione di bit
Bit diversi
daS,
11110000111111001111000111110110
01110000111111101111010110110110
11111101111101001111001111111011
00011110010001101010101001011111
Elemento del repertorio
11110010111101101111000110110110
I I I 1001001 I 10LlOI I IIOOOI I I I 10100
11110010111101101111000110110110
1010000001 I I I 1 I I I I 110101 101101 IO
010101001 I I I I I 101 101 I I I I 101 101 IO
11111101111100001011011111010011
11111001101111001111101111101011
0001 l l 10001000101010101 1010101 I I
Elemento del repertorio
11110010111101101111000110110110
11110010111101101111000110110110
11110010111101101111000110110110
11110010011101101111000111110100
. .. altri 17 ...
11110010111101101111000110110110
10100000011111111111010110110110
1010000001 I 111 1 1 1 I 110101 101 101 IO
10100000011111111111010110110110
... altri 16 ...
11111101111100001011011111010011
11111001101111001111101111101011
o
4
8
20
Successi
totali
d
2
3
2
Successi
totali
d
21
20
00011110001000101010101101010111
" L'ampiezza del repertorio in questa simulazione era di IO 000 elementi di 3
2
bit ciascuno.
b X-R = stimolo correlato, possibilmente riconosciuto per incrocio.
c NX-R = stimolo relativamente non correlato, non riconosciuto per incrocio.
d Numero di accoppiamenti con 27 o piò bit identici nelle stringhe dello stimolo e del reper-
torio.
e Elementi del repertorio con punteggi di accoppiamento contro S I maggiori di 24 sono stati
replicati IO volte ciascuno.
r
64 Capitolo terzo
scimento in tempi e sottorepertori div:ersi di un sistema selettivo. Un
sistema di questo tipo consente che la correzione del grado di preci-
sione nell' accoppiamento corrisponda al grado di specificità già ot-
tenuto dal repertorio.
Darwin I ha un valore euristico, in quanto esemplifica alcuni re-
quisiti propri dei sistemi selettivi in generale, incorpora te idee che
abbiamo sviluppato, ma ignora la maggior parte delle caratteristiche
del sistema nervoso, cioè, è privo di una elaborazione iniziale degli
stimoli, non trasmette dei segnali tra gli elementi del suo repertorio,
e, ovviamente, è privo di qualsiasi configurazione di rete. Invece, un
automa percettivo selettivo, da noi battezzato Darwin II, e che ve-
dremo nel capitolo x, presenta tali proprietà ed è piu simile a un si-
stema nervoso vero e proprio.
A questo punto, possiamo ricapitolare la questione dell' ampiezza
del repertorio e della degenerazione in modo meno formale. In un
repertorio di grandi dimensioni, privo di degenerazione (fig. 9), può
verificarsi una combinazione di eventi altamente improbabile, cosi
che il gruppo I sia accoppiato al segnale I, il gruppo 2 al segnale 2,
e cosi via sino al gruppo N. Ma, a un certo punto, oltre n segnali, il
sistema perde completamente la propria funzionalità. Se consideria-
mo il caso opposto e supponiamo che ogni gruppo riconosca ogni se-
gnale (il caso della degenerazione totale), allora ogni cosa sarà amala
pena riconosciuta, ma niente sarà distinto. Quindi deduciamo che,
oltre a repertori piu ampi, i sistemi selettivi devono possedere un al-
tro requisito importante: essere, cioè, in qualche modo sintonizzati
tra i due estremi, che sono, da un lato, la specificità assoluta e, dal-
l'altro, lo spettro totale. Quando questo si verifica, ci possono essere
sottili variazioni nel comportamento del sistema che consentono al-
1'0rganismo una flessibilità e una capacità di scelta che non avrebbe
possedendo delle unità rigorosamente monofunzionali.
Tuttavia, aumentare l'ampiezza dei sistemi degenerati crea un
problema di efficienza. Abbiamo affermato che, dal punto di vista
funzionale, nella costruzione di un sistema selettivo non si verifica
alcun trasferimento d'informazione dall' oggetto riconosciuto al sog-
getto che sta operando il riconoscimento. I circuiti neurali che si for-
mano nello sviluppo embrionale degli animali superiori hanno poca
o nessuna informazione riguardante le loro esperienze future [cfr.
Hamburger 1963, 1970]. Naturalmente, se il numero degli elementi
in un repertorio è troppo basso, la probabilità di riconoscere qualun-
que cosa sarà molto bassa. Ma, in base alle nostre ipotesi sulla natura
di un sistema selettivo, il riconoscimento non può mai essere perfet-
to (almeno per tutti gli elementi del sistema), e deve esistere un certo
La selezione dei gruppi neuronali 65
valore al di sopra del quale l'aumento in ampiezza del repertorio non
produce un guadagno ulteriore; quindi, per migliorare le prestazioni
del sistema dobbiamo invocare altri meccanismi.
Svolge ogni gruppo una cosa per volta, e potrebbero tutti i gruppi
fare una cosa in ogni momento? L'ipotesi della degenerazione impli-
ca l'esistenza di elementi isofunzionali nel repertorio, nonostante
siano strutturalmente molto diversi; cioè, una certa struttura può
realizzare piu di un'a funzione e una certa funzione può essere svolta
da piu di una struttura. Mentre in una certa fase un gruppo può rea-
lizzare una funzione, può realizzarne un' altra in un momento diver-
so. Poiché la degenerazione implica un mappaggio convergente con
piu scelte, questa caratteristica basilare dei sistemi selettivi può ma-
nifestarsi in condizioni diverse, in dipendenza delle esigenze am-
bientali o anche del caso. A questo punto, guidati da queste idee,
possiamo riconsiderare la variabilità come fondamento empirico del-
la degenerazione nelle reti neurali reali.
3. Siti di variabilità.
Quali prove esistono a favore della notevole variabilità nel sistema
nervoso di individui diversi, e a quali livelli si verifica? Di sicuro, la
maggior parte dei neurobiologi è d'accordo sulla facilità di individua-
re la variabilità strutturale e funzionale, soprattutto in aree come la
corteccia cerebrale o, persino, in strutture molto regolari come il cer-
velletto [Chan-Palay e altri 1981,1982; Ingram e altri 19
8
5]. Il pro-
blema consiste, piuttosto, nel definire e categorizzare questa varia-
bilità, nel determinarne la distribuzione quantitativa e l'importanza
ai vari livelli funzionali, e nel comprendere i meccanismi con cui viene
generata. Poiché, secondo la teoria, la selezione dei gruppi neuronali
avviene a due livelli (lo sviluppo e l'esperienza), è anche importante
distinguere chiaramente tra variazione locale nella struttura (microa-
nato mia) e variazioni dinamiche negli stati cellulari e sinaptici.
Purtroppo, sono pochi gli studi relativi agli aspetti popolazioni-
stici o numerici della struttura nervosa in situazioni sotto controllo.
Tuttavia, come dimostra la tabella 4, è possibile identificare i proba-
bili livelli in cui si verifica la variazione. Una popolazione di neuroni
può variare le proprie caratteristiche strutturali o funzionali. Dal
punto di vista microanatomico, i neuroni di un certa classe possono
differire nella posizione, nella forma, nella dimensione del corpo cel-
lulare, nelle connessioni e nell' organizzazione geometrica delle pro-
prie ramificazioni assonali e dendritiche. Dal punto di vista biochi-
r
66 Capitolo terzo
mico, i neuroni possono variare nelle strutture intracellulari, nel flus-
so assoplasmatico, nel tipo di trasmettitore e nei recettori posti sulla
membrana. Queste differenze biochimiche si riflettono sulle carat-
teristiche varianti dei campi recettivi e delle proprietà elettriche. Piu
in là approfondiremo le fluttuazioni temporali dell' attività neuronale
[Burns 1968; Bindman e Lippold 198I] o del tipo di neurotrasmet-
titore, essendo estremamente importanti nella selezione del reper-
torio primario e secondario. ,
Per ora, ci basta evidenziare che, nel corso dello sviluppo, posso-
no nascere forme variabili di sinapsi chimiche che si conservano an-
Tabella 4.
Siti e livelli di variazione neuronale.
A) Variazione nei tratti genetici e proéessi primari di sviluppo: divisione, migrazione,
adesione, differenziamento, e morte cellulare (si veda la fig. 12).
B) Variazione nella morfologia cellulare.
I. Forma e dimensione cellulare.
2. Arborizzazioni dendritiche e assonali.
a) Distribuzione spaziale.
h) Ordine di ramificazione.
c) Lunghezza delle ramificazioni.
d) Numero delle spine.
C) Variazioni nei modelli di connessione.
I. Numero degli input e degli output.
2. Ordine di connessione con altri neuroni.
3· Connessioni locali contro connessioni a lungo raggio.
4· Grado di sovrapposizione delle arborizzazioni.
D) Variazione nella citoarchitettonica.
I. Numero o densità di cellule.
2. Spessore dei singoli strati corticali.
3· Spessore relativo degli strati sopragranulare, infragranulare e granulare.
4· Posizione dei corpi.
5· Variazione nelle colonne.
6. Variazione nelle strie o aree delle terminazioni.
7· Variazione nella anisotropia delle fibre.
E) Variazione nei trasmettitori.
I. Tra cellule di una popolazione.
2. Tra cellule in tempi diversi.
F) Variazione nella risposta dinamica.
I. N ella chimica sinaptica e nella ampiezza della sinapsi.
2. Nelle proprietà elettriche.
3· Nei rapporti eccitatorifinibitori e nelle sedi delle sinapsi.
4· Nelle modificazioni sinaptiche a breve e a lungo termine.
5· Nello stato metabolico.
G) Variazione nel trasporto neuronale.
H) Variazione nella interazione con la glia.
La selezione dei gruppi neuronali 67
che in organi estremamente" regolari" come il cervelletto [C han-
Palay e altri 1981, 1982]. Inoltre, un ruolo possono giocarlo le varia-
zioni legate al dimorfismo sessuale, per esempio, nella formazione
delle connessioni callosali [De Lacoste - Utamsing e Holloway 1982].
Cosa possiamo dire riguardo alle origini anatomiche della dege-
nerazione? Esempi specifici sono osservabili nelle arborizzazioni ter-
minali, sorprendentemente divergenti, delle fibre che afferiscono a
molte regioni del sistema nervoso. Per esempio, sappiamo che i sin-
goli assoni dei motoneuroni piramidali terminano in diversi segmenti
spinali [Shinoda e altri 1981, 1982, 1986], che le fibre retinotettali
possono distribuirsi su aree che coprono circa un quarto del tetto ot-
tico [Schmidt 1982, 1985; Meyer 1980], che gli assoni delle cellule
X della retina occupano un ampio spazio nel corpo genicolato late-
rale [Sur e Sherman 1982], che le arborizzazioni di singole fibre
derivanti dal nucleo genicolato laterale possono, a propria volta, co-
lonizzare un'intera colonna di dominanza oculare nell'area I7 [Gil-
bert e Wiesel 1979], e che gli assoni talamocorticali nell'area AI della
corteccia uditiva devono coprire l'intera dimensione di isofrequen-
za, ampia 2-3 mm [Middlebrooks e Zook 1983; Merzenich e altri
1 984a].
Questi esempi non sono il solo tipo di degenerazione anatomica
possibile. Per esempio, la degenerazione si manifesta nell' anatomia
di alcuni fasci o tronchi nervosi, se li compariamo bilateralmente, e
in questo caso non vi sono effetti funzionali. Inoltre, la selezione
evolutiva e altri meccanismi, in certe specie e in certe aree neurali,
possono ridurre al minimo la degenerazione [Horridge 1968; Faber
e Korn 1978].
Esiste, ovviamente, un estremo bisogno di quantificare speri-
mentalmente la distribuzione popolazionistica delle variazioni neu-
rali, sia statiche che dinamiche, illustrate in modo qualitativo nella
tabella 4. Tuttavia, nessuno di questi esercizi avrebbe un senso se
variabilità e degenerazione non avessero un legame con la funzione.
Uno degli aspetti piu stimolanti a proposito del legame tra funzione
e variabilità microanatomica è 1'esistenza della variabilità nelle map-
pe della corteccia cerebrale [Edelman e Finkel 1984; Merzenich e al-
tri 1 9 8 ~ ]   Ci dilungheremo su tale problema negli ultimi capitoli per
le seguenti ragioni: I) qui vengono a combaciare la variabilità anato-
mica e quella funzionale; 2) concentra l'attenzione sull'interazione
tra popolazioni di neuroni; 3) si occupa molto da vicino delle relazio-
ni input-output e, quindi, ci chiarisce l'interazione tra l'attività dei
r
i
68 Capitolo terzo
neuroni sensoriali, evolutisi per selezionare gli input, e quella dei
neuroni che controllano il movimento e il comportamento; e 4) ci
consentirà uno studio approfondito delle mappe stesse, affrontando,
in par:ticolare, il perché, nonostante la variabilità emergente dallo
sviluppo, si generino delle mappe funzionanti e ben coordinate.
Quest'ultimo problema ci porta direttamente a spiegare che cosa è
il rientro.
4. Il rientro: perché è necessaria la sua struttura e la sua funzione.
Il concetto di rientro, in particolare il rientro tra mappe, è fonda-
mentale nelle teorie selettive delle reti neurali, data la natura dei
meccanismi neurali paralleli implicati nella categorizzazione del
mondo fisico e date le proprietà distribuite delle popolazioni neurali
che creano la degenerazione. Possiamo riassumere la questione po-
nendoci la seguente domanda: come possono i vari gruppi neuronali
coordinare le loro risposte allo stesso input, pur essendo inseriti in
una complessa catena di strutture interconnesse e mappate, come,
per esempio, il sistema visivo o quello somatosensoriale?
Se diversi insiemi di gruppi neuronali, posti a vari livelli e sensi-
bili ai caratteri di un oggetto, devono riferirsi allo stesso oggetto
esterno basandosi esclusivamente su un costrutto cerebrale, allora gli
stati di questi gruppi devono correlarsi in tempo reale. Questa esi-
genza risalta ancor meglio se consideriamo le rappresentazioni di piu
oggetti in movimento, che stimolano contemporaneamente diverse
modalità sensoriali. Poiché il sistema nervoso centrale è parallelo e
distribuito, diventa straordinariamente complesso correlare la se-
quenza temporale dei segnali originati da input multimodali. Nei
computer, persino una parziale organizzazione di tali sequenze ri-
chiede una notevole gestione, vale a dire, indicatori di tempo o di
data, accumulo delle informazioni, e un insieme complesso di eti-
chette informazionali [Lamport 1978]. Pur essendo stati ideati degli
schemi che instradano l'informazione nelle reti verso il sito di una
"richiesta" senza fornire informazioni dettagliate sulla sua colloca-
zione, tuttavia, gli schemi pongono precisi limiti al flusso locale' degli
input e degli output [Sahin 1973]. Questi vincoli, la variabilità, l'or-
ganizzazione in parallelo, e la complessità del sistema nervoso ne
rendono improbabile l'applicabilità. Inoltre, qualunque sistema di-
stribuito e degenerato, privo di una relazione di ritorno con l'og-
La selezione dei gruppi neuronali 69
getto-stimolo, ma in rapporto con le rappresentazioni neurali di
quell'oggetto, deve conservare: I) rappresentazioni multiple, con eti-
chette che correlino i tratti distintivi di una rappresentazione con
quelli di altre rappresentazioni, e 2) un unico" orologio" centrale
che, in tempo reale, effettui una comparazione tra gli input piu re-
centi. Se a questi vincoli aggiungiamo il bisogno di comparare le va-
rie rappresentazioni neurali degenerate dell'oggetto (si veda la fig. 9),
allora il carico informazionale diventa immenso.
Una soluzione a questo problema è offerta dal rientro verso un
sito specifico (per esempio, in una mappa di una area sensoriale pri-
maria) dei segnali già elaborati, in modo che siano correlabili agli in-
put futuri [Edelman 1978]. Un segnale rientrato potrebbe essere cor-
relato ai caratteri mappati del segnale immediatamente successivo.
Questa correlazione temporale potrebbe poi essere" letta" da neu-
roni appartenenti a gruppi di livello superiore che riconoscono i se-
gnali rientranti accoppiati e interattivi [Edelman 197
8
]. Tale corre-
lazione consentirebbe una rappresentazione spaziotemporale conti-
nua dell' oggetto e, in particolare, eliminerebbe il bisogno di elabo-
rati sistemi di etichettatura nelle rappresentazioni dell' oggetto, al-
leviando dal compito di un' organizzazione temporale completa dei
singoli segnali nel sistema distribuito. Ovviamente, un rientro di
questo tipo non potrebbe operare in un sistema a elaborazione d'in-
formazione dotato di flussi di dati specifici, mentre si dimostra adat-
to in un sistema selettivo dove sono permessi il mappaggio e l'ampli-
ficazione. Il rientro non solo consente il collegamento di segnali tra
sistemi di gruppi neuronali operanti in parallelo e in tempo reale ma,
come vedremo nella simulazione al computer, specifiche connessioni
rientranti tra due insiemi di gruppi possono far scaturire nuove fun-
zioni associative originariamente assenti nei gruppi isolati 3 [Edel-
man e Reeke 1982] (si veda il capitolo x). Uno degli effetti piu note-
voli di questo tipo di rientro è la possibilità di rappresentare catego-
rie di oggetti esterni con almeno due insiemi indipendenti di pro-
prietà concernenti aspetti o correlazioni diverse dell' oggetto. Inol-
tre, il rientro è un mezzo privilegiato per favorire il collegamento 4
3 La cosiddetta funzione costruttiva del rientro [Tononi e altri 199
2b
l.
4 Il processo tramite cui il cervello ricompone percettivamente un oggetto o una
scena dopo la scomposizione a opera degli analizzatori corticali (per il colore, il movi-
mento, l'orientamento, ecc.) è noto come problema del legame (bindingproblem). Esiste
una apparente contraddizione tra l'esistenza di aree specializzate e l'integrazione che si
verifica durante la percezione e il comportamento, e per meglio comprendere l'interre-
7
0 Capitolo terzo
delle rappresentazioni neurali dell' oggetto, in particolare quelle nelle
mappe.
In base alle proprietà associative [Edelman 1978; Reeke ed Edel-
man 1984] di un sistema distribuito degenerato, ogni ciclo di rientro
tra due livelli o mappe qualsiasi potrebbe attivare un numero molto
elevato di gruppi neuronali associabili. Nel sistema nervoso le asso-
ciazioni varierebbero di continuo in risposta a piccole variazioni ne-
gli input sensoriali, ad alterazioni degli stati motori, o a variazioni nel
sistema di attivazione. Indipendentemente dalle altre funzioni che
il sistema di attivazione realizza all'interno del sistema nervoso, la
teoria postula [Edelman 1978] che esso possa sincronizzare le rispo-
ste cellulari richieste dal rientro e attuare un comando motorio tra i
molti possibili.
Se le categorizzazioni dinamiche devono realizzarsi disgiuntiva-
mente in un sistema privo di istruzioni, allora bisogna creare almeno
due astrazioni diverse e indipendenti di un oggetto-stimolo o di una
categoria. Questo implica che, in risposta a un certo stimolo, non
meno di due reti indipendenti debbano simultaneamente (e disgiun-
tivamente) effettuare l'astrazione e poi interagire tramite il rientro
per formare un legame astratto di ordine superiore delle rispettive
rappresentazioni. Per illustrare queste idee, abbiamo scelto una for-
ma di rientro anatomico e dinamico, dove sono state impiegate due
reti indipendenti, ma dobbiamo ricordarci che nei sistemi nervosi
reali non solo sono possibili, ma probabili piu di due reti attive si-
multaneamente. L'esempio, che abbiamo definito coppia di classifi-
cazione, è illustrato nella figura l l. Una coppia di classificazione
comprende: l) un insieme di rivelatori dei caratteri sensoriali (non
necessariamente simili in specie animali diverse); 2) un secondo in-
sieme di rivelatori di caratteri, attivo simultaneamente in una diver-
sa modalità sensoriale o, in alternativa, un sistema sensomotorio che,
per mezzo del movimento, possa correlare indipendentemente i di-
versi aspetti di uno stimolo, sia come categoria sia come oggetto; 3)
reti indipendenti o repertori di gruppi degenerati a cui questi due in-
siemi si connettono separatamente, in genere effettuando un map-
paggio, e 4) un mappaggio reciproco preesistente o connessione ana-
tomica tra queste reti di ordine superiore, insieme ad alcuni mecca-
lazione tra questi due aspetti del cervello è stata introdotta la complessità neurale [Tononi
e altri I994], avente valore elevato se la separazione funzionale coesiste con l'integra-
zione o, viceversa, un valore basso se le componenti del sistema sono completamente se-
parate o completamente integrate.
La selezione dei gruppi neuronali
7
1
nismi sinaptici che controllino o correlino la direzione e il flusso rien-
trante (generalmente bidirezionale) del traffico dei segnali tra le reti.
Se alcuni gruppi in una rete di una mappa sono attivi simultanea-
mente ai gruppi di una rete in una seconda mappa, allora è possibile
collegare i gruppi attivatisi indipendentemente nelle singole reti (per
esempio, rinforzando le connessioni reciproche con variazioni nelle
sinapsi delle fibre rientranti tra i gruppi; si veda la fig. 1 l).
Nel caso che queste variazioni sinaptiche perdurino, allora l'unio-
ne tra i gruppi consentirebbe di correlare alcune caratteristiche si-
multanee dell' oggetto o dello stimolo. Dobbiamo assolutamente evi-
denziare che tale correlazione o categorizzazione per campionamen-
to disgiuntivo in un insieme polimorfo (si veda la fig. 6) non potreq-
be essere attuata da una sola rete, nemmeno nel modo piu banale. E
proprio grazie alle connessioni rientranti incrociate tra le due reti
che può originarsi una nuova funzione di rete. Naturalmente, l'ef-
ficacia di questo sistema dipende dalla distribuzione anatomica ef-
fettiva delle fibre rientranti e dal controllo fasico e coordinato della
direzione del flusso del segnale. Nel capitolo x proporremo un esem-
Figura I!.
Una coppia di classificazione operante in tempo reale per mezzo del rientro. Il segna-
le in input viene campionato indipendentemente da due reti diverse, una delle quali
rileva i caratteri mentre l'altra li correla. Le risposte selezionate ai livelli superiori so-
no messe in relazione dal rientro per mezzo di connessioni reciprocamente organizza-
te tra le mappe. Si veda il testo per i dettagli; un esempio esplicito viene discusso a lungo
nel capitolo x.
I
Input
I
I J
Rivelatore dei caratteri Correlatore dei caratteri
(astrazione I)
(astrazione 2)
Rientro
Mappa I
Mappa 2
7
2 Capitolo terzo
pio dettagliato della simulazione e del modo di operare di una coppia
di classificazione.
Il rientro nei sistemi sensoriali non è sufficiente, da solo, affinché
un sistema selettivo basato su gruppi funzioni adeguatamente. Il cer-
vello opera ai fini dell' azione, ed è essenziale un output diretto ai si-
stemi motori per svolgere due compiti essenziali. Il primo è favorire
la selezione degli input appropriati variando il rapporto tra sistemi
sensoriali e mondo circostante tramite il movimento spontaneo o ap-
preso. Questo focalizza o rinforza ulteriormente gli aspetti selettivi
del sistema e rende possibile la correlazione dei caratteri. Un secon-
Jo compito dei sistemi motori è quello di verificare e corroborare,
sempre con l'azione, le risposte dinamiche e istantanee, come pure
le connessioni rinforzate dall' attività nei gruppi dei repertori primari
e secondari. Entrambi i compiti consentono di aggiornare [MacKay
1970] le risposte in questi repertori. Il rientro, pur essendo di per sé
un aggiornamento continuo, viene notevolmente rinforzato dall' at-
tività motoria correlata a una specifica funzione sensoriale e, in que-
sto modo, numerosi errori potenziali di correlazione sono cancellabili
dalle risposte motorie.
Nell capitolo VIII vedremo che tale attività richiede l'esistenza di
una struttura composita, che definiremo mappaggio globale. In que-
sto contesto, l'attività motoria verifica o controlla continuamente la
coerenza interna delle operazioni di un sistema rientrante. Un'ulte-
riore riduzione della probabilità di errore nasce dal fatto, già men-
zionato, che la degenerazione può essere altrettanto utile della ridon-
danza nell' aumentare 1'affidabilità in un sistema distribuito. Infine,
1'attività motori a rappresenta l'elemento principale [definito da
Bernstein «topologico», 1967] per stabilire la continuità e la globa-
lità di insiemi di caratteri.
Il motivo per cui ci dilunghiamo sul rientro è che una delle fun-
zioni fondamentali di un sistema nervoso complesso è quella di col-
legare i diversi stati paralleli di un input tetradimensionale alle diver-
se lamine sensoriali bidimensionali che rappresentan,o le varie moda-
lità sensoriali sotto forma di mappe e alle diverse risposte motorie,
generando cOSI una correlazione multidimensionale. Tutto questo ri-
chiede la trasformazione degli stimoli prodotti dagli oggetti in rispo-
ste all'interno delle mappe coinvolte nel rientro, assicurando cOSI la
correlazione spaziotemporale tra le molteplici rappresentazioni nelle
diverse aree del cervello. Inoltre, le strutture anatomiche rientranti
sono indispensabili nell'interazione tra diversi nuclei e regioni cere-
La selezione dei gruppi neuronali
73
brali (avendo ciascuna evoluto funzioni diverse) garantendo la gene-
razione di nuove funzioni e la correlazione delle diverse regioni im-
plicate nella stessa modalità sensoriale.
In conclusione, il rientro assicura una correlazione spaziotem-
porale delle proprietà degli oggetti esterni, una correlazione simi-
le delle categorie interne nella memoria e, infine, la possibilità di
generare nuove funzioni in un sistema parallelo. Inoltre, come ab-
biamo detto, il rientro elimina il bisogno (che è assoluto in un mo-
dello a elaborazione d'informazione) di marcatori spazio temporali
sui segnali in reti parallele, reciprocamente connesse e sincrone.
Grazie a queste proprietà, le reti rientranti non devono definire
a priori o in modo istruttivo gli oggetti. Esse sono necessarie per
la correlazione interna nei sistemi selettivi: in loro assenza, i dif-
ferenti repertori degenerati, specializzati in funzioni neurali diverse,
sarebbero privi della sintonil!, necessaria per correlare i singoli aspetti
delle categorie dinamiche'. E significativo che la maggior parte del-
le reti neurali nel cervello dei vertebrati sia anatomicamente rien-
trante, tanto a brevi quanto a lunghe distanze, o in entrambe [Bro-
dal 198Ù A tutt'oggi, non abbiamo una prova fisiologica della
natura fasica del rientro 6. Tuttavia, data la natura distribuita e
, Eventuali scompensi lungo le vie rientranti tra le aree cerebrali possono spiega-
re alcune disfunzioni del cervello. Per esempio, Semir Zeki [1993l, tra i massimi esperti
di corteccia visiva, ritiene possibile che alla base delle allucinazioni e dei sogni [ibid.,
p. 342l, della visione cieca [ibid., p. 349l e dell'incapacità di riconoscere i volti familiari,
o prosopagnosia [ibid., pp. 327-29l, vi sia <<la manifestazione di una rottura dei mecca-
nismi integrativi dovuta a un difetto nei meccanismi del rientro», e Edelman stesso, a
proposito della schizofrenia: <<in conseguenza di errori nel rientro fra le mappe che ese-
guono fa categorizzazione percettiva, la formazione di immagini può prevalere sull'input
percettivo o mescolarsi con esso, oppure modalità diverse possono non essere piu coor-
dinate; in conseguenza, potrebbero verificarsi allucinazioni, con il timore e la confusione
indotti da tale situazione» [Edelman 1989b, trad. it. pp. 275-78l.
6 I gruppi neuronali, che in questo libro Edelman concepisce da un punto di vista
anatomico e spaziale, hanno trovato anche una consistenza fisiologica. Infatti, il gruppo
di Wolf Singer a Francoforte [Gray e Singer 1989l e quello di Roger Eckhorn a Marbur-
go [Eckhorn e altri I 988l, hanno scoperto che i neuroni attivati da un certo stimolo vi-
sivo diventano funzionalmente aggregati in quanto le loro proprietà elettriche manife-
stano un comportamento oscillatorio coerente; questa può considerarsi la base fisiologica
di quella che, nella teoria del rientro, è definita linkage (associazione), cioè, «una corre-
lazione a breve termine tra gruppi neuronali appartenenti alla stessa area e che rispon-
dono ad attributi simili di uno stesso stimolo» [Tononi e altri 1992bl. Queste aggrega-
zioni (clusters) di neuroni hanno una stretta parentela con il concetto di gruppo neuronale
di Edelman e ne estendono il significato anche al dominio temporale [Engel e altri
1992bl. Anche al rientro è stata attribuita una plausibilità fisiologica dopo la scoperta
della sincronizzazione delle risposte oscillatorie tra colonne corticali visive diverse (per
esempio tra le aree 17 e 18 della corteccia visiva) [Gray e altri 1989al o tra i due emisferi
cerebrali [Engel e altri 199 lal. Tale sincronizzazione delle oscillazioni consente di
'----'
74
Capitolo terzo
degenerata del sistema nervoso, il rientro fasico entra gioco for-
za, cioè se ne venisse dimostrata l'inesistenza, allora la teoria del-
la selezione dei gruppi neuronali sarebbe probabilmente da inva-
lidare.
integrare le diverse caratteristiche in cui viene scomposta l'informazione sensoriale
[esaustive rassegne sulle oscillazioni e sulle sincronizzazioni nella corteccia cerebrale so-
no presenti in Engel e altri 1992a e in Aertsen e Arndt 19931. L'interpretazione delle
oscillazioni nel cervello è comunque dibattuta; secondo alcuni autori [Tovée e Rolls
19921, esse non spiegano l'elaborazione degli stimoli visivi statici [per una replica si veda
Engel e altri 1992b1, mentre secondo altri un'estensione delle oscillazioni ad altre aree
cerebrali potrebbe fondare su basi neurali qualunque attività cognitiva, compresa la co-
scienza [per una discussione critica si veda Barinaga 1990]. Le sincronizzazioni e le oscil-
lazioni nel cervello hanno ispirato numerosi modelli teorici [Koenig e altri 1992; Koenig
e Shillen 199 l; Shillen e Koenig 199 l, 19941. Alcuni di essi sono stati sviluppati dal
gruppo di Edelman e dimostrano, per esempio, oome il rientro tra gruppi neurali simulati
renda possibile la coerenza della loro attività oscillatoria [Sporns e altri 19891, la distin-
zione tra oggetti, o tra oggetti e sfondo [Sporns e altri 19911, come le diverse aree visive
possano integrarsi [Finkel e Edelman 19891, e come tale integrazione possa consentire
la simulazione di un sistema completo che percepisce e risponde, di conseguenza, con un
comportamento condizionato [Tononi e altri 1992b]. Quest'ultima è considerata «la piu
completa simulazione computerizzata dell'integrazione dinamica dei differenti segnali
in un modello della corteccia visiva dei mammiferi» [Koch 1993, p. 207]. Un altro mo-
dello del funzionamento cerebrale che oontempla la presenza di gruppi di neuroni con
attività oscillatoria si richiama alla dinamica dei sistemi non lineari, o teoria del caos [si
veda Crutchfield e altri 1987]. Una delle prime dimostrazioni convincenti del caos nel
cervello è stata proposta da Walter Freeman studiando la percezione degli odori nel bul-
bo e nella corteccia olfattiva [per una rassegna cfr. Freeman 1991; Skarda e Freeman
1987, considerabile, quest'ultimo, il "manifesto" delle teorie del caos applicate al cer-
vello, e seguito da discussioni critiche]. In tale sistema, rilevando ed elaborando mate-
maticamente gli elettroencefalogrammi (EEG), Freeman ha scoperto un comportamento
complesso apparentemente casuale, ma con un ordine nascosto e dove, tipico del caos,
vi sono, in assenza di stimoli, onde autogenerate e gruppi di neuroni che balzano global-
mente e istantaneamente da uno stato di inattività a uno di attività, le cosiddette tran-
sizioni di fase della fisica; un atto percettivo consiste in un balzo esplosivo del sistema da
un "bacino" di un attrattore caotico a un altro. Modelli caotici di vario tipo sono stati
proposti per spiegare o simulare l'attività di reti neurali [Hjelmfelt e Ross 19941, la per-
cezione [Hansel e Sompolinsky 19921, i ritmi del cervello [Schiff e altri 19941 e l'attività
corticale [Babloyantz e Lourenço 19941. La dinamica caotica è evolutivamente diffusa,
essendo presente nel cervello dei mammiferi e degli uccelli [Neuenschwander e Varela
19901 e in invertebrati, quali Hermissenda [Gelperin e Tank, 19901 e Aplysia[Wu e altri
19941, dove nel ganglio addominale la stessa rete neurale, opportunamente modulata da-
gli input, può controllare due differenti comportamenti, consentendo di reinterpretare,
alla luce di questo nuovo paradigma globale, fenomeni neurali spiegati precedentemente
in una logica piu strettamente cellulare.,Anche la psichiatria può essere rivisitata dalla
teoria del caos [Globus e Arpaia 19941. E sorprendente, a proposito, il fatto che il nor-
male stato fisiologico del cervello sia caratterizzato dal caos, mentre l'insorgere di pato-
logie sia preannunciato da un comportamento piu regolare, se non periodico [Goldberger
e altri 19901. Recenti studi su fette di cervello in vitro hanno non solo confermato il com-
portamento caotico, ma anche la sua controllabilità [Schiff e altri 19941, schiudendo, per
esempio, nuovi scenari per l'interpretazione dell'epilessia. Gli psicologi della Gestalt
hanno proposto negli anni Venti una spiegazione della percezione [per una rassegna a
La selezione dei gruppi neuronali
75
5. La forza esplicativa della teoria.
A questo punto, possiamo riesaminare le premesse della teoria
per vedere come ci possono spiegare le difficoltà di cui abbiamo par-
lato nel capitolo II. Tali premesse sono:
I) L'esistenza di repertori primari di gruppi neuronali creatisi
durante lo sviluppo, i quali sono fonte di variabilità all'interno
di regioni aventi molteplici e identificabili strutture neurali.
Tale variabilità scaturisce dall'equilibrio tra la selezione evo-
lutiva di tipi specifici di neuroni e la variazione epigenetica
nelle connessioni da cui, poi, emergono i repertori primari dei
gruppi. Questa è la cosiddetta fase di selezione durante lo svi-
luppo.
2) La successiva selezione di un repertorio secondario estratto
dai gruppi del repertorio primario, durante la permanenza di
un animale nella propria nicchia ecologica. T aIe selezione si
verifica tra popolazioni di sinapsi amplificando la forza in al-
cune sinapsi e diminuendola tn altre, in un processo che gene-
ra un repertorio secondario. E la cosiddetta fase della selezio-
riguardo si veda Rock e Palmer 19911 compatibile con le oscillazioni e sincronizzazioni
nel sistema nervoso; per esempio, secondo Wertheimer «la percezione sarebbe causata
dall'elettricità che fluisce nel cervello tra due regioni stimolate» [ibid., p. 621, «i segnali
elettrici non fluiscono nei neuroni, ma attraverso il tessuto cerebrale» [ibid.1 e, secondo
Koehler, «gli stimoli creano nel cervello dei campi elettrici che, interagendo, convergono
verso uno stato di minima energia» [ibid.]. Quest'ultima concezione ha una forte ana-
logia con alcuni modelli attuali di reti neurali, in particolare con il modello di Hopfield
[I982], secondo cui l'attivazione in una rete neurale provocata da uno stimolo esterno
si propaga sino a raggiungere uno stato di equilibrio di minima energia, ma è, altresi,
analoga ai modelli matematici caotici seoondo i quali il cervello è rappresentabile in uno
spazio a N dimensioni (N è il numero dei neuroni), il cui stato è un punto in questo iper-
spazio e si evolve seguendo una traiettoria sino a uno stato stabile, o attrattore caotico
[Globus e Arpaia 1994, pp. 355-561. La teoria di Edelman e quella del caos cerebrale
condividono alcuni aspetti: la considerazione che «la dinamica neurale possa essere con-
cepita come un processo auto-organizzato di interazione adattativa con l'ambiente»
[Skarda e Freeman 1987, p. 170], che il cervello sia privo di programmi e regole, che i
neuroni a logica booleana non siano gli elementi di base nell'elaborazione di informazio-
ne e che, invece, le unità funzionali siano, analogamente ai gruppi neuronali, quelle che
Freeman definisce associazioni cellulari neurali (nerve cell assemblies) [ibid.], che non esi-
stano sistemi superiori o inferiori, l'organizzazione eterarchica di Edelman (si veda il ca-
pitolo vm), che l'integrazione tra i diversi sistemi dipenda da segnali di tipo fasico, e che
piccoli segnali in input determinino ampie variazioni nel comportamento globale del cer-
vello [Globus e Arpaia 1994]. Invece, uno dei punti discordanti tra le due teorie è che
per Edelman la selezione è centrale nel funzionamento cerebrale, mentre per i teorici del
caos o della neuroscienza cognitiva noncomputazionale [Globus e Arpaia 1992] è centrale
la produzione di nuove soluzioni.
7
6 Capitolo terzo
ne pilotata dall' esperienza. Inoltre, il significato adattativo di
questa selezione è diverso da quello che caratterizza la selezio-
ne nella fasi precoci di sviluppo (si veda piti avanti). In en-
trambe le fasi della selezione, le variazioni nel mondo esterno
o fisico e quelle che si verificano nel mondo neurale sono (e
devono essere) distinte nelle loro cause, almeno nelle prime o
iniziali interazioni dell' animale con il proprio ambiente.
3) L'esistenza nei sistemi neurali distribuiti di un processo di
rientro dinamico e tempo-dipendente in tutti i livelli di con-
nessione (sia locale che a lungo raggio) [Mountcastle 1978].
Questo processo è possibile grazie all' anatomia rientrante, or-
ganizzata in registro (per esempio le radiazioni corticotalami-
che e talamocorticali) o secondo schemi piti complessi, come
quelli osservabili tra corteccia cerebrale, cervelletto e gangli
basali. Uno degli esempi piti chiari di connessioni rientranti è
il sistema visivo. In alcune specie di scimmie, esistono almeno
quindici aree visive che svolgono funzioni diverse'. L'orga-
nizzazione funzionale delle proiezioni [Zeki 1975, 1978a] è
compatibile con una connettività rientrante, infatti, sono state
scoperte delle connessioni reciproche che potrebbero dare
consistenza al rientro in tutte le aree visive studiate finora
[Van Essen 1985]. Il rientro è necessario per assicurare che la
selezione dei gruppi neuronali, ai vari livelli di un sistema ner-
voso a elevato grado di parallelismo, sia correlata ai segnali
coerenti derivanti dagli oggetti o da altri gruppi neuronali.
Questo meccanismo è richiesto a fortiori perché la teoria re-
spinge ogni concetto riferibile a categorie informazionali fisse
nel mondo fisico macroscopico e perché abbandona qualunque
concetto di sito codificato o di marcatore temporale che coor-
dina gli eventi nelle reti neurali parallele. Il concetto di rientro
è un'ipotesi essenziale se vogliamo spiegare come il sistema
nervoso rappresenta la continuità spaziotemporale 8.
, Si veda il capitolo II, p. 43, nota 6.
8 Nuovi sviluppi tecnologici consentono di confermare e di quantificare il rientro
nel cervello umano. Questo è reso possibile integrando: a) tecnologie di visualizzazio-
ne del cervello (tomografia a emissione di positroni e visualizzazione funzionale per ri-
sonanza magnetica funzionale) le quali conferiscono buona risoluzione spaziale; b) rile-
vazione superficiale dell'attività neurale (magnetoencefalografia o MEG, potenziale le-
gato all'evento o ERP, campi magnetici legati all'evento o ERF) che apporta una buona
risoluzione temporale; c) modelli matematici; ed) modellistica neurale. Il rientro è mi-
surabile tramite la forza degli influssi tra diverse aree attivate, ottenibile applicando le
cosiddette equazioni strutturali [Friston e altri 1993; McIntosh e altri 1994; per delle ras-
La selezione dei gruppi neuronali
77
Dopo questo riassunto, diventa istruttivo confrontare la teoria
della selezione dei gruppi neuronali con gli stessi problemi analizzati
nel capitolo precedente. Non saremo sorpresi se molti degli elementi
che mettono in crisi i modelli istruzionisti e i modelli a elaborazione
d'informazione siano rivoltati e diventino di fatto dei requisiti per
la selezione dei gruppi neuronali (si veda la tab. I, il cui ordine viene
qui seguito).
In un sistema selettivo devono operare dei meccanismi di svilup-
po che garantiscano la variabilità, pur nell' ambito di strutture comu-
ni. Come vedremo piti avanti a proposito dello sviluppo (capitolo IV),
essi si fondano su dei meccanismi molecolari. In genere, non è richie-
sto un cablaggio prestabilito punto per punto, per quanto non sia in-
compatibile con le versioni specifiche della teoria, né lo siano delle
connessioni specifiche che raggiungono i dendriti in punti ben defi-
niti. Le arborizzazioni assonali e dendritiche sovrapposte aumentano
effettivamente le possibili variabilità combinatorie e la degenerazio-
ne nel repertorio primario. Inoltre, poiché la teoria presume che il
neurone sia «ignorante» e privo di una informazione codificata a
priori che lo raggiunge seguendo vie preferenziali, gli input che la cel-
lula non è in grado di identificare non rappresentano una difficoltà.
Non è necessario evocare le" sinapsi silenti" per spiegare che la
maggior parte delle connessioni anatomiche sono inattive; in ogni
momento, in un sistema selettivo la maggior parte delle forme va-
rianti non viene selezionata. La selezione adattativa dei gruppi neu-
ronali per mezzo di regole sinaptiche attive su popolazioni di sinapsi
(come sarà illustrato nei capitoli VI e VII) può spiegarci facilmente le
fluttuazioni nel tempo dei confini delle mappe, la loro individuali-
tà e la dipendenza della loro distribuzione dagli input. Il tema del
mappaggio è cosi importante per la correlazione tra input e output e
per la categorizzazione che ne parleremo a lungo in diversi capitoli.
I problemi centrali della categorizzazione e della generalizzazione
sono gli ostacoli principali che si oppongono ai modelli a elaborazio-
ne d'informazione. Pur essendo eccessivo affermare che la teoria se-
lettiva li ha risolti completamente, abbiamo incorporato un modello
segne sulla visualizzazione delle mappe cerebrali umane si veda Hylliard 1993; Fox e
Woldorff 1994]'. Peter Fox e collaboratori [ibid.] hanno sviluppato un database, Brain-
Map, che consente di comparare mappe funzionali derivate da immagini provenienti da
uno stesso soggetlo, soggetti diversi, popolazioni diverse e modalità diverse. Queste tec-
nologie potranno colmare la lacuna che, come lamenta Francis Crick [Crick e Jones
1993], separa ancora la conoscenza del cervello degli altri mammiferi da quella del cer-
vello umano.
7
8 Capitolo terzo
della teoria in un automa in grado di realizzare una parziale catego-
rizzazione e generalizzazione [Edelman e Reeke 1982; Reeke e Edel-
man 1984]. L'automa esegue queste prestazioni senza essere pro-
grammato e arricchito di una conoscenza esplicita delle categorie che
esso rappresenta. Per ora dovremo accogliere queste asserzioni come
un atto di fede; saranno documentate nel capitolo x.
Nel modo in cui l'abbiamo incorporata nel modello, la teoria del-
la selezione dei gruppi neuronali deve adattarsi a un mondo relativo,
cangiante e polimorfo, analogamente alla teoria della selezione na-
turale di Darwin: cioè dal basso verso l'alto [Mayr 1982]. Sono evi-
tate le ipotesi essenzialiste e tipologiche (o dall' alto verso il basso).
Poiché le teorie selettive del funzionamento cerebrale sostengono
che l'ambiente agisce dinamicamente su strutture potenziali già pre-
senti nell'organismo, esse eliminano il problema dell'homunculus co-
SI come l'evoluzione ricusa la tesi di un piano prestabilito. Esse sono
implicite e derivano dall' esistenza di strutture nervose varianti,
espressioni evidenti della degenerazione; per essere organizzate non
devono reagire da sole a categorie definite esternamente, ed essere
poi interpretate da omini verdi interni. Anzi, nel capitolo x vedremo
che gli homunculi sono eliminabili, senza ripercussioni sulla catego-
rizzazione.
Se teniamo conto di come la teoria della selezione dei gruppi neu-
ronali si colloca rispetto ai diversi punti critici elencati nella tabel-
la I, esiste un campo conoscitivo che nella migliore delle ipotesi è in-
completo e nella peggiore rimane irrisolto, poiché abbiamo evitato
di proposito ogni approfondimento sull'esperienza percettiva. Mi ri-
ferisco alla coerenza fenomenica del mondo sensoriale quale appare
a un individuo consapevole, nonostante la pluralità di meccanismi
neurali coinvolti anche in una singola modalità sensoriale. Per ora ci
basta evidenziare che la teoria della selezione dei gruppi neuronali,
con i suoi concetti di degenerazione e di rientro presenti ai diversi li-
velli gerarchici, è del tutto compatibile con l'esistenza nei sistemi
nervosi complessi di molteplici rappresentazioni e nuclei funzionanti
all'unisono. Il concetto di rientro ci offre un meccanismo adatto per
sincronizzare le attività nervose in questi diversi livelli. Nella terza
parte, affronteremo il problema di come, grazie a questi meccanismi,
sia possibile generare funzioni di ordine superiore e mappaggi globa-
li. A questo punto, può essere utile accennare come, con l'evoluzio-
ne, l'incremento delle potenzialità offerte dalla selezione dei gruppi
neuronali abbia aumentato la probabilità di un comportamento adat-
La selezione dei gruppi neuronali
79
tativo e dell' apprendimento. Alla fine del capitolo XI ci chiederemo
quale rapporto esiste tra queste potenzialità adattative e l'origine
evolutiva di una vera elaborazione d'informazione.
6. Il significato adattativo della selezione dei gruppi neuronali.
La selezione dei gruppi neuronali comprende una serie di eventi
storici e irripetibili per ciascun organismo. Con l'eccezione di alcuni
eventi epigenetici dello sviluppo, i singoli eventi selettivi non posso-
no essere sotto il controllo diretto dell'evoluzione, in quanto la gene-
razione della variabilità avviene nell' arco di vita dell'individuo. Il si-
gnificato evolutivo di tale variabilità risiede nell' esigenza propria di
ogni individuo di crearsi, per mezzo di reti neurali degenerate, delle
categorie in condizioni ambientali fluttuanti. Di qui l'interrogativo
sul significato adattativo dei meccanismi della selezione dei gruppi,
la cui risposta è importante per capire gli eventi evolutivi che origi-
nano i repertori primari e i meccanismi epigenetici della selezione so-
matica.
Poiché i neuroni non vengono istruiti (la dottrina del neurone
ignorante) e poiché per un apprendimento versatile è richiesta una se-
lezione dei gruppi che generi la categorizzazione percettiva (si veda
il capitolo XI), è chiaro il vantaggio selettivo, maturato con l'evolu-
zione, di aumentare la dimensione e la variabilità di certi repertori
neuronali e di diminuirla in altri, modificandone perciò la sensibilità
alle regole di variazione sinaptica. Nuove forme di apprendimento
e una pili spiccata duttilità nell' apprendimento creata da tali mute-
voli strutture possono influenzare la capacità percettiva, consenten-
do ad alcuni fenotipi dotati di repertori particolari di essere selezio-
nati dall' evoluzione. Come vedremo nei capitoli IV e VI, la selezione
evolutiva di mappe e repertori specifici avviene in gran parte su for-
me mutanti che compaiono nello sviluppo e che sono dovute a varia-
zioni epigenetiche, a loro volta causate da un nuovo comportamento
dei geni regola tori.
In un individuo la configurazione principale dei circuiti neurali
può eventualmente consolidarsi, e la versatilità dell' apprendimento
deve allora dipendere dai repertori secondari e dalla modificazione
sinaptica. Presumibilmente, questo meccanismo si è evoluto a causa
dei limiti temporali propri dei sistemi cellulari, vale a dire, un siste-
ma selettivo a base neurale può rispondere abbastanza rapidamente
80 Capitolo terzo
al movimento imparando delle strategie di sopravvivenza solo con
un meccanismo di amplificazione differenziale, piti che di riprodu-
zione differenziale.
È a questo punto che (ogni altra cosa essendo uguale) un organi-
smo dotato di un ricco complesso di repertori primari e di un' effica-
ce logica dei trasmettitori (si veda il capitolo VII) può avere maggiori
opportunità per adattarsi a minacce o necessità contingenti in una
nicchia ecologica in repentina trasformazione. Il grande anello del-
l'evoluzione (illustrato nella fig. 62) - selezione naturale --+ selezione
somatica durante l' ontogenesi --+ comportamento adattativo --+ ul-
teriore selezione naturale nella specie - ha come punto nodale l'evo-
luzione di sistemi selettivi che effettuino la categorizzazione percet-
tiva dando vita al comportamento adattativo e a un apprendimento
piti efficace. L'evoluzione di tali sistemi prepara, in alcune specie, lo
scenario per lo sviluppo della comunicazione sociale [Boyd e Richer-
son 1985] e per ulteriori conquiste evolutive rese possibili dalle fun-
zioni cerebrali superiori.
La teoria della selezione dei gruppi neuronali, poiché contempla
la selezione operante sulla variabilità, si sposa con i requisiti classici
del pensiero popolazionistico; infatti, essa correla la variabilità della
struttura nervosa dell'individuo al comportamento e all'evoluzione.
Progredendo dalla categorizzazione percettiva all' apprendimento
(capitolo XI), la teoria ci fa capire come, in una specie, l'elaborazione
d'informazione si consolidi con meccanismi di categorizzazione che,
tuttavia, in ciascun individuo sono inesorabilmente dal basso ver-
so l'alto·. Come vedremo piu avanti, le descrizioni proposte dall'e-
laborazione d'informazione sono di qualche utilità quando analiz-
ziamo alcuni aspetti dell' apprendimento ma, se applicate alla strut-
tura del cervello e all' evoluzione dei meccanismi della categorizza-
zione percettiva, si trovano inesorabilmente invischiate in un ragio-
namento circolare. Viceversa, la teoria della selezione dei gruppi
neuronali può spiegare la transizione dai processi di selezione soma-
tica, che si verifica stocasticamente negli individui e in cui l'infor-
mazione non può essere ragionevolmente definita, a descrizioni in
cui l'informazione può essere definita e stabilizzata dalla "cultura"
e dalla memoria archiviata nei molteplici e irripetibili sistemi ner-
vosi di una specie.
• In sintesi, l'elaborazione d'informazione dei computers tradizionali o dell'intel-
ligenza artificiale logico-simbolica che è dall' alto verso il basso [si veda McClelland e
Plaut 1993].
Parte seconda
I meccanismi epigenetici
r
Capitolo quarto
I fondamenti della variabilità nello sviluppo l:
il repertorio primario
Approccio molecolare all' origine della variabilità neuronale,
p. 84. - Il problema fondamentale della biologia dello sviluppo,
p. 85. - I meccanismi primari dello sviluppo, p. 85. - La modu-
lazione della superficie cellulare, p. 90. - L'espressione sequen-
ziale delle CAM durante lo sviluppo, p. 95. - Perturbazione
nella struttura bloccando la funzione delle CAM, p. 102. -
Ruolo causale delle CAM nella induzione: la penna, p. 107. -
L'ipotesi dei regolatori, p. 108. - Le regole delle CAM, p. 108.
- Formazione dinamica delle strutture del sistema nervoso,
p. 115. - I marcatori della chemioaffinità e la modulazione a
confronto, p. 119.
I. Introduzione.
Un aspetto centrale della teoria della selezione dei gruppi neuro-
nali è la natura epigenetica dei meccanismi di formazione del reper-
torio primario e secondario; pur fondati sulle leggi della genetica, gli
eventi selettivi in azione durante lo sviluppo e le esperienze favori-
scono l'eterogeneità e la variabilità spaziale delle cellule e delle rela-
tive strutture. Sono eventi concatenati e lunghi, se li compariamo
agli eventi intracellulari, e le cellule che vi partecipano presentano
un' organizzazione spaziale interattiva e cooperativa che non potreb-
be essere stata archiviata direttamente nel codice genetico.
Questo capitolo cercherà di dimostrare la prima delle piu impor-
J' La biologia dello sviluppo, di cui questo capitolo tratta alcuni aspetti, ha registra-
to un progresso «impensabile solo dieci anni fa» [Gilbert 19944, p. XVI], conseguente
agli sviluppi dell'ingegneria genetica e che ha consentito l'identificazione di nuove mo-
lecole implicate nello sviluppo, l'inserimento di geni nell' embrione, l'attivazione di geni
specifici in cellule specifiche e la soppressione di geni specifici in tutto l'organismo. Tale
progresso ha coinvolto anche il campo delle molecole di adesione, di cui Edelman è stato
il pioniere [Thiery e altri 1982; per una rassegna divulgativa cfr. Edelman 1984, 1994],
che è diventato nel frattempo fiorente, con migliaia di pubblicazioni. Segnaleremo, per-
tanto, alcuni punti importanti emersi sull' adesione, i quali, peraltro, confermano e in-
tegrano l'ipotesi dei regolatori proposta da Edelman per lo sviluppo.
,---
84 Capitolo quarto
tanti rivendicazioni della teoria della selezione dei gruppi neuronali,
vale a dire, i meccanismi molecolari epigenetici tramite cui i neuroni
e la glia interagisono nello sviluppo creano una imprescindibile sor-
gente di variazione anatomica che si riflette nella variabilità dei re-
pertori primari.
Qual è 1'origine della variabilità anatomica nei singoli sistemi
nervosi, pur nella conservazione di un assetto organizzativo specie-
specifico? Questo problema, che enfatizza l'origine molecolare della
configurazione neuronale, è il piu raffinato e complesso tra tutti
quelli della morfogenesi. Sebbene sia probabilmente fondato, in par-
te, su meccanismi esclusivi del sistema nervoso, tuttavia, condivide
con gli altri tipi cellulari alcune proprietà e meccanismi che plasmano
tessuti di natura diversa. Pertanto, lo sviluppo del sistema nervoso
andrà considerato in un contesto piu ampio, prima di riesaminare il
quadro della neurogenesi cosi come è emerso in ricerche, ormai clas-
siche [Spemann 1924, 1938; Ramon y Cajal 1929; Harrison 1935;
Weiss 1939, 1955; Sperry 1965; Hamburger 1980].
Recenti studi suggeriscono un ruolo centrale per le molecole di
adesione quali mediatrici in quei meccanismi di sviluppo apportatori
di variazione nel repertorio primario. Il controllo dell'espressione di
queste molecole si ricollega altresi agli eventi evolutivi, grazie ai qua-
li la configurazione del sistema nervoso conserva una propria coeren-
za. Per cominciare, valuteremo alcune proprietà di queste moleco-
le, compresa la loro distribuzione nel sistema nervoso e proporremo
in seguito un'ipotesi generale che unifica genetica dello sviluppo, ori-
gini meccanico-chimiche della struttura neurale ed evoluzione del-
la forma. Si tratta dell'ipotesi dei regolatori, la quale sarà riferita alla
morfogenesi e alla formazione delle strutture
2
, e di cui, nel capitolo
VI; discuteremo le implicazioni evolutive in relazione al sistema ner-
voso. Realizzare quest' obiettivo ci porterà nel mondo della biologia
molecolare e della biologia cellulare e ne ricaveremo, quale 'ricom-
pensa, una spiegazione solidamente fondata dell' origine della varia-
bilità nelle connessioni del sistema nervoso.
2 Per tale interpretazione dello sviluppo delle forme biologiche dove si incontrano
«genetica, evoluzione della forma e fondamenti meccanico-chimici della struttura neu-
rale» Edelman ha coniato il neologismo topobiologia, i cui diversi aspetti sono approfon-
diti nel libro omonimo [I988] e in una rassegna divulgativa [Edelman 1989a].
I fondamenti della variabilità nello sviluppo .
85
2. Le CAM e la modulazione della superficie cellulare nel corso
della morfogenesi.
Sebbene, secondo la teoria, il genoma non possa contenere in-
scritta tutta l'informazione relativa all'esatta posizione spaziale e
temporale delle cellule coinvolte, tuttavia la morfogenesi delle strut-
ture neurali e di quelle non neurali è sotto il controllo dei geni. De-
siderando risolvere questo apparente pàradosso, possiamo impostare
iI problema di fondo della morfogenesi ponendoci due domande di
ampio respiro:
I) Come può il codice genetico, che è monodimensionale, dirige-
re il progetto di costruzione di un animale, che è tridimensio-
nale?
2) Possiamo rendere compatibili la risposta a questa domanda e
la possibilità di rapide modificazioni morfologiche in tempi
evolutivi relativamente brevi?
Per rispondere a entrambe le domande dobbiamo indagare preva-
lentemente nella genetica dello sviluppo e negli eventi epigenetici
[Raff e Kaufman 1983]. Una risposta richiede l'identificazione dei
prodotti genici la cui espressione può regolare la meccanica e la chi-
mica di quei processi primari e trainanti dello sviluppo, quali la mitosi
e i movimenti morfogenetici (fig. 12), creando le condizioni per una
sequenza di segnali che regoli ulteriormente l'espressione genica. Stu-
di recenti sui meccanismi molecolari dell'adesione cellulare in animali
soggetti a uno sviluppo regolativo ci hanno consentito di identificare
alcune molecole che sembrano i canditati ideali per questo ruolo. So-
no le cosiddette molecole di adesione cellulare (CAM) e le molecole
di adesione del substrato (SAM) 3 [per alcune rassegne cfr. Edelman
1983, 1985b, 1985d, 1985e, 1985/' 1986a; Damsky e altri 1984;
J Abbiamo preferito tradurre l'acronimo SAM (Substrate Adhesion Molecules) con
'molecole di adesione del substrato', piuttosto che con' molecole di adesione al sub-
strato', come presente negli scritti di Edelman già editi in italiano, per la ragione che
Edelman include tra le SAM la fibronectina, la citotactina e i proteoglicani, che sono
molecole della matrice extracellulare, cioè del substrato. Sono eventualmente defini-
bili 'molecole di adesione al substrato' le integrine (cfr. il Glossario), molecole poco note
al tempo dell'edizione originale di questo libro [1986], perché il loro ruolo è consenti-
re un' adesione specifica e selettiva della cellula alle molecole del substrato. Edelman
stesso si è accorto dell' ambiguità della definizione originale di SAM e cita le integri-
ne includendole in quello che egli definisce il «complesso delle SAM» [Edelman 1988,
trad. it. pp. 134-35].
86 Capitolo quarto
Edelman e Thiery 1985; Obrink 1986]. Discuterne in questa sede le
proprietà e la modulazione sulla superficie cellulare ci può aiutare a
chiarirne l'influsso nella formazione delle strutture neurali.
Il concetto centrale è, grosso modo, sintetizzabile come segue. Le
molecole di adesione uniscono le cellule in gruppi i cui confini sono
delimitati da CAM aventi diversa specificità. Le proprietà di legame
delle cellule unite dalle CAM sono controllate dinamicamente dalle
cellule stesse sulla base di segnali che fluiscono tra i gruppi. Il legame
cellulare regola di conseguenza la motilità cellulare e i segnali succes-
sivi; è cOSI che si generano le forme. La forma di una specie si conser-
va grazie a un controllo biochimico effettuato sui geni per le CAM
da parte di geni regola tori che operano in aree morfologiche spe-
cifiche 4. Ma, poiché la funzione principale delle CAM è regolare i
4 La frase «da parte di geni regolatori che operano in aree morfologiche specifiche»
è la sintesi di un ampio e recente argomento della «embriologia molecolare» che Edel-
Figura 12.
Disegni dei processi primari. I meccanismi di "forza trainante' - divisione, movimento
e morte cellulare - sono regolati da eventi di adesione e differenziamento. L'evento de-
terminante è il differenziamento dipendente dall' ambiente esterno o induzione embrio-
nale, che non riguarda singole cellule, bensl differenti aggregati cellulari.
Divisione
cellulare
00
Adesione
cellulare
Forze trainanti
~
Movimento
cellulare
Meccanismi regolativi
~
Morte
cellulare
f f i ~   § ~
Differenziamento
e induzione
I fondamenti della variabilità nello sviluppo
87
processi cellulari dinamici e non specificare con esattezza gli indirizzi
cellulari, nello sviluppo c'è spazio anche per la variabilità. A titolo
dimostrativo esamineremo la struttura e il legame delle CAM, le loro
modificazioni sulla superficie cellulare, e come ne viene regolata l'e-
spressione durante lo sviluppo. In questo modo potremo discutere
i dati che indicano come la modulazione del legame delle CAM in-
fluisca sulla morfologia e come la modificazione della forma influi-
sca, di ritorno, sull'espressione delle CAM.
Fino a oggi sono state isolate e caratterizzate tre CAM con diver-
sa specificità e struttura' (fig. 13); se ne conoscono altre, non anco-
man ha intuito ma non sviluppato in questo libro, e cioè quello dei geni omeotici, il quale
non era ancora maturo al tempo della pubblicazione di Neuml Darwinism. Grazie ai geni
omeotici è possibile interpretare sotto una nuova luce i due interrogativi che Edelman
si pone a inizio di questa sezione [per delle rassegne si vedano Edelman e Jones 1993;
Krurnlauf 1994; per una nomenclatura dei geni omeotici cfr. Scott 1992J. Si tratta di ge-
ni, presenti lungo la scala evolutiva animale dall'hydra all'uomo [Boncinelli e altri 1988J,
che specificano l'identità di interi segmenti corporei, compresi quelli del cervello [Key-
nes e Krumlauf 1994; per una rassegna analitica si veda Boncinelli 1994J, e nel caso di
mutazioni a loro carico, spontanee o indotte per ingegneria genetica, si determinano pro-
fondi mutamenti morfologici, tra cui lo sviluppo in un segmento corporeo di strutture
che appartengono a un altro segmento (trasformazioni omeotiche) e difetti nello sviluppo
del cervello [Swiatek e Gridley 1993; per una rassegna sugli effetti del gene targeting (cfr.
il Glossario) nello sviluppo del sistema nervoso si veda Joyner e Guillemot 1994]. I geni
omeotici dei mammiferi (geni hox) sono associati in gruppi su cromosomi diversi e sono
colineari [Lel/.ris 1978J, cioè vi è corrispondenza tra l'ordine fisico lungo i cromosomi e
la loro espressione/funzione lungo l'asse anteroposteriore dell'embrione [Krumlauf
1994J. I prodotti di questi geni sono proteine contenenti un motivo comune a elevato
grado di omologia, l' omeodominio, che regolano l' espressione di altri geni (downstream
genes). La loro elevata omologia lungo la scala evolutiva suggerisce «che esista un ante-
nato comune per moscerini e uomini e che questo piano corporeo ancestrale soprav-
viva oggi nel telencefalo dell'uomo e nei parasegmenti degli insetti» [Lawrence 1992,
p. 21 8J. Questo modello dello sviluppo spiega, da un lato, l'universale conservazione di
alcuni piani corporei, e dall'altro le notevoli modificazioni della forma, per esempio l'e-
voluzione di arti sempre piu complessi [si veda Morgan e Tabin 1993J, tramite piccole
mutazioni, i cui effetti vengono amplificati con un meccanismo a cascata, fornendo un
ulteriore meccanismo plausibile dell' evoluzione morfologica (si veda il capitolo VI) [per
una rassegna sul rapporto tra geni omeotici ed evoluzione si veda Kenyon 1994]. Edel-
man si è chiesto se esista una relazione causa-effetto tra i due principali tipi di molecole
implicate nello sviluppo delle forme, cioè geni omeotici e molecole di adesione [Edelman
e Jones 1993J, e ha sperimentalmente ricavato delle risposte affermative, almeno in vitro
Gones e altri 1992a, 1992b, 1993; Goomer e altri 1994; Holst e altri 1994J, dove dimo-
stra che i geni codificanti per N-CAM, L-CAM e citotactina sono controllati a monte
(upstream) dai geni hox, e quindi, l'ipotesi dei regolatori, centrale nella concezione embrio-
logica di Edelman (si veda la sezione dedicatale in questo capitolo), entra a pieno titolo
in questo nuovo e vasto capitolo della biologia dello sviluppo.
, In questo libro Edelman ha deliberatamente limitato la disamina delle molecole
adesive a quelle da lui scoperte insieme ai propri collaboratori; tuttavia, negli anni a se-
guire sono state identificate decine di nuove molecole incluse in nuove famiglie, sono
stati scoperti nuovi aspetti. dell'adesione, un complesso e dinamico rapporto tra ambien-
r
88 Capitolo quarto
ra definite nella loro natura chimica 6. La L-CAM (molecola di ade-
sione della cellula epatica) [Cunningham e altri 1984] dipendente dal
calcio' e la N-CAM (molecola di adesione delle cellule nervose),
non dipendente dal calcio, sono definite CAM primarie e compaiono
precocemente durante l'embriogenesi delle cellule originate da tutti
gli strati germinativi. La Ng-CAM (CAM dell'interazione neurone-
glia)· è una CAM secondaria non rintracciabile nei primi stadi del-
te extracellulare, molecole adesive e scheletro della cellula, nuovi fenomeni di modula·
zione delle molecole stesse, e un' ampia diffusione evolutiva. La classificazione tassono-
mica di queste molecole non è univoca, quantomeno vi è divergenza tra la classificazione
proposta da Edelman e quella presente nei testi ufficiali di biologia dello sviluppo; per
esempio, la classificazione di Edelman [19941 prevede: a) le CAM, suddivise in: I) su-
perfamiglia della N-CAM, e 2) superfamiglia delle caderine; b) le SAM; e c) le CJM (cell
;unctional molecules) [ibid.1, mentre la classificazione ufficiale contempla: a) le CAM, che
comprendono: I) la superfamiglia delle immunoglobuline (il corrispondente della super-
famiglia della N-CAM di Edelman); 2) la superfamiglia delle caderine (cfr. il Glossario)
[si veda Delseg e altri 1993]; 3) le integrine (cfr. il Glossario) [Prieto e altri 1993; per una
rassegna si veda Hynes 19941; 4) le selectine [McEver 19941; e, b) le molecole della ma-
trice extracellulare [Engel 19911, delle quali è emerso il ruolo dinamico nello sviluppo e
nel differenziamento [Adams e Watt 19931. Inoltre, la definizione di CJM si sfalda alla
luce delle scoperte che indicano come tra le molecole che costituiscono questa famiglia vi
sono sia le caderine, sia le integrine, che sono parte di altre famiglie. Molti dei progressi
si devono alla biologia molecolare che «aumentando notevolmente la nostra comprensio-
ne e favorendo una sinergia tra linee di ricerca disconnesse» [Hynes 19941 è stata fonda·
mentale nell'identificare nuove molecole e i' relativi domini strutturali e funzionali. I
membri delle tre principali famiglie di molecole si influenzano reciprocamente creando
una complessa rete di adesività [Stappert e Kemler 19931 e, inoltre, sono note diverse pro-
teine interposte tra la molecola adesiva e lo scheletro della cellula [ibid.1, dove ciascuna
è potenzialmente modulabile anche da parte della molecola adesiva stessa [Atashi e altri
19921, o, viceversa, la molecola adesiva è modulabile da esse [Hirano e altri 19921, aumen-
tando il numero di livelli su cui si può agire per modificare il rapporto tra cellula e ambien-
te. Un fenomeno noto da alcuni anni [Kapfhammer e altri 19861 nello sviluppo del sistema
nervoso e che ora comincia ad essere decifrato nella natura molecolare è l'inibizione del-
l'adesione [Edelma11. 1992b l o controadesione [Edelman 1994; per una rassegna si veda
Luo e Raper 19941. E stata importante l'identificazione della prima molecola di questo
tipo, la collassina, [Luo e altri 19931 il cui ruolo repulsivo favorisce la scelta della direzione
del neurite in crescita. A questo genere di molecole viene anche imputata la mancata ri-
generazione delle fibre nel sistema nervoso centrale [Caroni e Schwab 1988]. L'inibizione
dell' adesione deriva anche da molecole dalla doppia natura, adesiva e antiadesiva, come
nel caso della citotactina [prieto e altri 19921. Alcune molecole di adesione possono essere
multHunzionali [Brummendorf e altri 19931 in quanto possiedono diversi domini che si
legano a molecol,e diverse o svolgono funzioni differenti, ampliando pertanto le possibilità
di regolazione. E anche noto che le molecole di adesione possono comportarsi come re-
cettori e, quindi, mandare segnali ambientali alla cellula per via biochimica oltreché mec-
canica [Williams e altri 19921. Tutti questi fatti, succintamente illustrati, ampliano, senza
contraddirlo, il quadro morforegolatore proposto in questo libro.
6 Una nuova CAM identificata pili recentemente da Edelman è la Nr-CAM [Gru-
met e altri 199r], simile per struttura alla Ng-CAM.
7 La L-CAM oggi è classificata tra le caderine (cfr. il Glossario).
8 La Ng-CAM media anche le interazioni neurone-neurone [Burgoon e altri 19911.
Figura 13.
Schema della struttura della catena lineare di,due CAM primarie (N-CAM e L-CAM)
e della CAM secondaria Ng-CAM. La N-CAM è illustrata sotto forma di due catene che
differiscono per l'ampiezza del rispettivo dominio citoplasmatico. Come indica la bar-
retta vuota, al terminale COOH, il polipeptide dg contiene in questa regione 261 residui
in pili rispetto al polipeptide dp. La catena dg è osservabile solo nel sistema nervoso cen-
trale in siti molto specifici [Murray e altri 1986b1. Non viene mostrato un terzo (JOlipep-
tide (pds) pili piccolo, ancorato alla membrana per mezzo di un derivato del fosfatidili-
nositolo. La barra verticale spessa indica la regione di attraversamento della membrana.
Sotto alle catene ci sono i frammenti Fu e Frz derivati da una parziale proteolisi. Come
indicano le linee verticali, la maggior parte del carboidrato è attaccato covalentemente
nel dominio centrale in tre siti che sono solfatati, sebbene i punti esatti di solfatazione
siano sconosciuti. Attaccato a questi carboidrati vi è l'acido polisialico. Ci sono dei siti
di fosforilazione (P) analogamente ai domini del terminale COOH. Le scalette diagonali
si riferiscono ai siti di attacco covalente del palmitato. La L-CAM presenta un ulteriore
frammento proteolitico (Ftl), e ha quattro siti di attacco per il carboidrato (linee verti-
cali), ma è priva di acido polisialico. E anche fosforilata nella regione terminale COOH.
La Ng-CAM viene presentata sotto forma di una catena principale di 200-kD. Ci sono
due componenti (135 e 80 kD) probabilmente derivate da un precursore che è stato ta-
gliato dopo la traduzione. Ognuno è in rapporto alla catena principale di 200-kD (che
potrebbe essere questo precursore), e la minore è organizzata come mostrato sulla base
di un sito di fosforilazione noto.
N-CAM
Acido Dominio
- - - ~ Legame - - -   - - - ~ sialico citoplasmatico
I I I S04
17
0kD
I \ PP P 111 I
dp NH, I I I SO. ~ C O O H
14
0kD
I \ PP
l"
COOH
dg NH
2
NH
2
65 kD
Fr I
NH
2
IoSkD
Fr 2
L-CAM
Associato _
- - - ~ Legame alla membrana
NH
2
III ff
124kD COOH
NH
2
81 kD
Ft I
P
Ng-CAM I /! COOH
NH
2
200kD
NH
2
! / ~ COOH
135 kD 80 kD
9
0 Capitolo quarto
1'embriogenesi che compare solo nei derivati neuroectodermici, in
particolare nei neuroni maturi [Grumet ed Edelman 1984; Grumet
e altri 1984]. Una quarta molecola di adesione, la citotactina
9
[Gru-
met e altri 1985; Crossin e altri 1986] compare nelle cellule gliali in
fasi successive dello sviluppo ed è implicata nello scorrimento dei
neuroni sulla glia; sembra trattarsi di una proteina della matrice ex-
tracellulare o SAM localizzata anche in diverse sedi non neurali
[Crossin e altri 1986]. Sono, inoltre, state identificate due CAM
supplementari dipendenti dal calcio (le N e P caderine) [Hatta e altri
1985], non ancora caratterizzate chimicamente lO.
Tutte le CAM finora identificate sono glicoproteine sintetizza-
te dalle cellule in cui esplicano la propria funzione. Le N-CAM e le
L-CAM sono proteine intrinseche di membrana; questa proprietà
non è stata stabilita con sicurezza per le Ng-CAM ". Le N-CAM e,
forse, anche le L-CAM si legano tramite meccanismi omofilici 12
(fig. 14 A), cioè, una CAM di una cellula si lega a una CAM identica
presente su una cellula adiacente. Mentre il legame delle N-CAM
9 La citotactina è definita anche tenascina [Chiquet-Ehrismann e altri 1986] o J I
[Kruse e altri 1985]. La molteplice nomenclatura è dovuta alla sua scoperta contempo-
ranea in laboratori differenti. La denominazione prevalente è tenascina. Una rassegna
sulle sue diverse proprietà è presente in Erickson [1993]. Edelman ha continuato a "scri-
vere la storia" di questa molecola. Data la sua caratteristica e complessa sequenza spa-
ziotemporale di espressione nello sviluppo, ne ha dapprima individuato gli elementi
strutturali del controllo genico [Jones e altri 1990] e poi come questi elementi siano con-
trollati piu a monte [Jones e altri 1992a] dai geni homeobox (si veda sopra la nota 4).
Un'altra forma di controllo genico deriva dalla saldatura alternativa dell'mRNAche ge-
nera tre diverse forme di citotactina, le cui espressioni sono modulate nello spazio e nel
tempo [Prieto e altri 1990]. Il comportamento della tenascina è ambivalente, essendo al
contempo adesivo e antiadesivo [Lochter e altri 1991], in ragione della sua struttura mo-
dulare che'contiene molti siti di legame indipendenti. Il gruppo di Edelman ne ha stu-
diato l'anatomia molecolare [Jones e altri 1988, 1989] determinando i domini da cui è
formata e come alcuni di essi favoriscano l'appiattimento dei neuroni e l'estensione dei
neuriti, mentre altri lo impediscano [Prieto e altri 1992]. Ha destato sorpresa tra i bio-
logi dello sviluppo la scoperta che l'assenza di tenascina nei topi ingegnerizzati non pro-
duce effetti negativi s ~     o sviluppo, sull' anatomia, sulla fisiologia e sul comportamento
dell' animale [Saga e altri 1992].
IO Le caderine sono state caratterizzate chimicamente (cfr. il Glossario) [per un ag-
giornamento si veda Hynes 1992].
Il Le Ng-CAM hanno il dominio citoplasmatico, come ha successivamente dimo-
strato Edelman [Burgoon e altri 199I] e, quindi, sono intrinseche (cfr. il Glossario). ,
12 Il repertorio delle potenzialità di legame delle N-CAM si è rivelato piu ampio. E
stato, infatti, dimostrato che essa si lega anche con meccanismi eterofilici, oltreché omo-
filici [Murray e Jensen 1992] e che si lega anche a SAM [Grumet e altri 1993]. Un ag-
giornamento sui rapporti tra N-CAM e sistema nervoso è rintracciabile in Rutishauser
[1993]·
I fondamenti della variabilità nello sviluppo
9
1
non dipende dal calcio, le L-CAM dipendono da questo ione tanto
per la loro integrità strutturale quanto per il loro legame; queste due
CAM primarie non presentano legame o specificità incrociate. Seb-
bene non sia ancora stato dimostrato, le Ng-CAM, che sono secon-
darie, possono legarsi ai neuroni con un meccanismo eterofilico,
cioè, la Ng-CAM su un neurone si lega a un altro tipo di CAM o a
un tipo chimicamente diverso di recettore presente sulla glia [Gru-
met ed Edelman 1984; Grumet e altri 1984].
Un concetto molto importante [Edelman 1976, 1983, 19
8
4
a
,
19
8
4
b
] è che la cellula controlla il proprio legame in modo dinamico,
e che le CAM agiscono per regolare questo legame con diversi mec-
canismi di modulazione della superficie cellulare, incluse le modifi-
cazioni nella distribuzione delle CAM sulla superficie cellulare, nella
loro posizione cellulare ~ polarità, e nella struttura chimica implicata
nel legame (fig. 14 B). E stato dimostrato che, in diverse fasi dello
sviluppo, tutti questi meccanismi si verificano per un tipo o l'altro
di CAM [Edelman 1984a].
L'esempio conosciuto di modulazione chimica riguarda la presen-
za [Hoffman e altri 1982; Rothbard e altri 1982] di acido polisialico
legato alle CAM in tre siti, precisamente nelle posizioni a-2-8 del
dominio intermedio della molecola. Nella forma embrionale (E) della
N-CAM, biochimicamente eterogenea, ci sono 30 grammi di acido
polisialico ogni 100 grammi di proteina, mentre nella forma adulta
questo si riduce a IO grammi ogni 100 grammi di proteina; con lo
sviluppo, le forme E vengono progressivamente sostituite dalle for-
me A con ritmi che variano in funzione dell'area cerebrale. Studi in
vitro indicano che le N -CAM subiscono un ricambio sulla superficie
cellulare e la forma E viene sostituita da quella A, di nuova sintesi,
contenente una percentuale inferiore di acido polisialico. Sebbene
l'acido polisialico non sia direttamente coinvolto nel legame, le ana-
lisi cinetiche [Hoffman ed Edelman 1983] del legame delle vescicole
di membrana contenenti N-CAM suggeriscono che, durante lo svi-
luppo, la conversione dalla forma E alla forma A può rinforzare il le-
game sino a quattro volte.
Sembra probabile che l'acido polisialico, carico negativamente,
moduli la conformazione dei siti adiacenti di legame nelle CAM o
competa direttamente con il legame omofilico (fig. 14) tra cellule tra-
mite una repulsione di carica [Edelman 1983]. Nella misura in cui la
conversione dalla forma E alla A implica la regolazione da parte di
enzimi specificati da geni diversi rispetto a quelli che specificano le
r
92 Capitolo quarto
N-CAM, e poiché questa variazione implica un ricambio sulla mem-
brana cellulare, la sua influenza sul legame cellulare è, per forza, epi-
genetica.
Ancora piu sorprendente rispetto agli effetti della conversione
dalla forma E alla forma A è la dipendenza del legame omofilico da
modificazioni nella distribuzione sulla superficie cellulare: se la for-
ma E raddoppia la propria densità sulla membrana si verifica un au-
mento nella forza di legame superiore a trenta volte [Hoffman e
Edelman 19
8
3]. Questo fenomeno dipende probabilmente da un au-
mento nella valenza di legame in seguito a un' associazione di tipo
Figura 14.
Modalità di legame delle CAM e modulazione della superficie cellulare. A) il legame del-
la N-CAM è omofilico, cioè, si lega al dominio di legame di una N-CAM presente su una
cellula opposta. B) Rappresentazione schematica di alcune forme di modulazione locale
della superficie cellulare. I diversi elementi rappresentano una glicoproteina specifica
(per esempio, una N-CAM) sulla superficie cellulare. La sequenza superiore illustra la
modulazione per mezzo della modificazione della diffusione e della distribuzione di una
molecola specifica sulla superficie cellulare. La sequenza inferiore illustra la modulazione
per mezzo di modificazioni chimiche con la comparsa di forme nuove o simili (triangoli)
della molecola con attività alterate. La modulazione locale si distingue dalla modulazione
globale, che coinvolge tutta la membrana, e che influisce su diversi recettori indipenden-
temente dalla loro specificità.
A)
B)
Superficie cellulare
Modulazione locale
della superficie cellulare
  J . 1 - t t - ~
~ - ~
Distribuzione
o posizione
Modificazione
chimica
I fondamenti della variabilità nello sviluppo 93
cis 13 tra due o piu CAM polipeptidiche sulla superficie cellulare.
Studi equivalenti effettuati su diverse specie di vertebrati [Hoffman
e altri 1984] indicano che il meccanismo di legame delle N-CAM si
è conservato nel corso dell'evoluzione. Gli effetti non lineari di le-
game, derivanti da una modulazione nella chimica e nella distribu-
zione delle molecole di adesione, rendono possibile un' efficace com-
mutazione locale degli stati di legame cellulare, un meccanismo com-
patibile con la teoria secondo cui le CAM agiscono come sensibili re-
golatori dinamici dell'aggregazione e del movimento cellulare.
Dimostrazioni recenti indicano che si può verificare anche un' al-
tra forma di modulazione delle N-CAM, tramite saldature (splicings)
alternative di una molecola di RNA specificata da un unico gene. L'i-
potesi della modulazione sottolinea come bastino pochi geni per re-
golare l'espressione delle CAM e, quindi, non siano necessarie grandi
famiglie geniche specificanti le diverse versioni di ciascuna di queste
proteine. L'analisi dei cloni di cDNA delle CAM note concorda fino-
ra con questa teoria. I dati [Murray e altri 1984] indicano che, nel to-
po, l'unico gene per la N-CAM è localizzato sul cromosoma 9 [D'Eu-
stachio e altri 1985] mentre nell'uomo sul cromosoma II [Nguyen e
altri 1986] e ci sono, al massimo, tre geni (forse meno) per la L-CAM
[Gallin e altri 1985]. Quindi, avendo dimostrato che esiste un unico
gene che codifica per le N-CAM, è probabile che le diverse forme po-
lipeptidiche della N -CAM derivino da eventi di saldatura alternativa
dell'RNA. L'informazione sulla sequenza delle basi indica che le due
maggiori forme polipeptidiche di N -CAM (le catene dg e dp) differi-
scono per l'ampiezza del loro dominio citoplasmatico, ma sono simili
o identiche nelle altre sequenze [Hemperly e altri 1986b]; dati ancora
piu attuali [Hemperly e altri 1986a] indicano che si genera, sempre
per saldatura alternativa, una terza catena (pds) priva del dominio ci-
toplasmatico e ancorata alla superficie cellulare per mezzo di prodotti
intermedi del metabolismo del fosfatidilinositolo 14.
Se consideriamo che il dominio grande (dg) polipeptidico (si veda
la fig. 13) è esclusivo del sistema nervoso [Murray e altri 1986b] e
13 L'associazione cis riguarda CAM dislocate sulla membrana della stessa cellula e
interagenti lateralmente, mentre l'associazione trans è un legame tra CAM appartenenti
a membrane di cellule adiacenti o contigue.
14 Le proteine associate alla membrana cellulare, di cui le CAM sono un esempio,
possono presentare tre regioni o domini: il dominio citoplasmatico, che è la porzione di
proteina rivolta all'interno della cellula, il dominio transmembrana, cioè la parte che at-
traversa la membrana plasmatica della cellula, e il dominio extracellulare, implicato nel
legame, qualora si tratti di proteine di adesione.
94
Capitolo quarto
viene espresso in siti neurali diversi rispetto a quelli in cui sono
espresse le catene polipeptidiche a dominio piccolo (dp), nasce la sti-
molante possibilità che nel sistema nervoso si verifichi una forma
specifica di modulazione della superficie cellulare per mezzo di se-
gnali che inducono saldature alternative dell'RNA, le quali, a loro
volta, modificano la percentuale di catene dg e dp sulle cellule poste
in aree specifiche del sistema nervoso. Studi recenti [Murray e altri
I986a, I986b] hanno rinforzato questa interpretazione: sebbene
non siano ancora stati verificati legami di neuroni aventi differenti
catene di N-CAM, ci attenderemmo che i legami stessi siano in-
fluenzati da interazioni differenziate con il citoplasma da parte delle
due catene polipeptidiche che, per il resto, hanno identiche proprie-
tà di legame. Tali interazioni, in particolare con il citoscheletro, po-
trebbero modificare 1'aggregazione o la valenza delle catene sulla su-
perficie cellulare influendo sul legame o sul movimento cellulare.
Sembra che le prime fasi della regolazione dei rispettivi geni
strutturali siano all'origine del controllo dell'espressione delle CAM
nei fenomeni di saldatura dei frammenti genici e, forse, nel controllo
della velocità di ricambio dell'mRNA. Recentemente, allo scopo di
individuare a quale livello viene controllata l'espressione della N-
CAM, è stato impiegato un sistema perturbativo che utilizza dei mu-
tanti termosensibili del virus del sarcoma di Rous, il quale trasforma
alcune linee cellulari del cervelletto di ratto [Greenberg e altri 1984].
I risultati [Brackenbury e Edelman, osservazioni non pubblicate]
concordano con la teoria secondo cui la maggior parte del controllo
avviene nella fase di trascrizione".
Tutti i fatti riguardanti la modulazione delle CAM sulla superfi-
cie cellulare sono sintetizzati nella tabella 5 e in un diagramma (fig.
14 B) che rappresenta una modulazione locale della superficie cellu-
lare [Edelman 1976, 1983, I984a]. Il concetto di fondo è che, nel
corso dello sviluppo, le CAM varino nel numero di molecole per cel-
lula, nel tipo di dominio citoplasmatico, nei siti di attacco alla mem-
brana e nella distribuzione nelle varie parti della cellula, o che, in al-
ternativa, siano soggette a modificazioni chimiche post-traduzionali
della struttura; ciascuna di queste modulazioni da parte della cellula
può modificare il comportamento di legame. La modulazione del le-
game delle CAM in risposta a segnali locali può modificare la dina-
" Lo studio del controllo della espressione genica di N-CAM ha consentito di indi-
viduare elementi di regolazione positiva e negativa in diverse specie animali (topo, ratto,
uomo) e specifici per i diversi tipi cellulari [Hirsh e altri 1990l.
I fondamenti della variabilità nello sviluppo
95
mica e le interazioni di quei processi primari di sviluppo che agiscono
come forza trainante, causando successive modificazioni nella for-
ma. Tali meccanismi di modulazione sono compatibili con le teorie
della morfogenesi basate su eventi epigenetici [Edelman I9
8
4
a
,
I9
8
4
b
, I9
8
5
b
], piuttosto che sull'esistenza di marcatori di posizione
specifici in ogni cellula, suggeriti in passato quale fondamento della
Tabella 5.
Meccanismi di modulazione delle CAM.
Meccanismo Effetto
Distribuzione
(variazione nella sin- Aumento o dimi-
tesi o nella espressio- nuzione nella for-
ne sulla superficie za di legame
cellulare)
Distribuzione diffe-
renziale
(variazione nella e- Formazione dei
spressione relativa di confini per insiemi
CAM aventi diffe- cellulari
rente specificità sulla
stessa cellula)
Modulazione del do-
minio citoplasmatico
(modificazione in Espressione selet-
ampiezza e struttura
tiva deilolipepti-
del dominio citopla- di dg o p; intera-
smatico tramite sal- zione ci toschele-
datura dell'RNA) trica modificata (?)
Polarità
(variazione della se- Localizzazione del
de su regioni selezio- legame sulla cel-
nate della cellula) lula
Chimico
(variazione post-tra-
duzionale nella strut-
tura)
Velocità di legame
modificate; annul-
lamento del lega-
me (?)
Esempi
Legame omofilico
della N-CAM; au-
mento della forza
da due a trenta vol-
te
Regole di espressio-
nedelleCAM
N-CAM/Ng-CAM
Espressione seletti-
va della catena dg
di N-CAM negli
strati del cervelletto
Piastra motoria ter-
minale (N-CAM);
estensione neuritica
e margine guida
(Ng-CAM); cellule
pancreatiche eso-
crine
Conversione E-A di
N-CAM: perdita di
2/3 dell'acido poli-
sialico -+ aumento
di quattro volte del
legame
Bibliografia
Edelmanealtri 1983;
Hoffman e Edelman
1983
Chuong e Edelman
1985a, 1985b; Dani-
loff e altri 1986a
Murray e altri 1986b
Rieger e altri 1985;
Danilhoff e altri
1986a
Chuong e Edelman
1984; Hoffman e al-
tri 1982
9
6 Capitolo quarto
specificità neurale [Sperry 1963, 1965; si veda Easter e altri 19
8
5].
Tuttavia, è importante sottolineare che la modulazione non esclude
l'esistenza di legami specifici per le CAM, necessari nella formazione
dei confini tra gruppi cellulari adiacenti.
3. Le sequenze di espressione delle CAM nel corso della embrioge-
nesi e della neurogenesi.
Se è vero che la modulazione delle CAM sulla superficie cellulare
indirizza il cammino della morfogenesi, allora, durante lo sviluppo,
dovremmo osservare delle configurazioni di espressione delle CAM
ben definite. Sebbene ci manchino ancora i dati sufficienti sui tempi
di trascrizione del gene per le CAM nei diversi siti embrionali, tut-
tavia, le indagini immunocitochimiche hanno consentito di disegna-
re le correlazioni temporali e spaziali tra l'espressione delle CAM
sulla superficie cellulare, le aree di induzione embrionale e i princi-
pali eventi istogenetici. Descriveremo in primo luogo la sequenza
principale di espressione per l'embrione nel suo complesso (si veda
la fig. 15), valutando poi esempi piu mirati riferiti alle sequenze isto-
genetiche nel sistema nervoso.
Nel pollo non è stata documentata la comparsa delle CAM in fasi
molto precoci, mentre nel topo le L-CAM compaiono già allo stadio
di due cellule [Shirayoshi e altri 1983], mentre le N-CAM compaio-
no dopo, nelle fasi che precedono l'induzione neurale \6. Sia le N-
CAM che le L-CAM sono presenti in modesta quantità nel blasto-
derma di pollo, prima della gastrulazione. In questa fase embrionale,
quando le cellule attraversano la linea primitiva, diminuisce la quan-
tità di ciascuna delle CAM individuabile sulle cellule migranti [Thie-
ry e altri 1982; Edelman e altri 1983; Edelman 1984a; Crossin e al-
tri 19
8
5], riflettendo presumibilmente il fatto che ne è diminuita l'e-
spressione (down-regulation) oppure che sono state mascherate. Que-
sto fenomeno è chiaramente individuabile nelle cellule mesoblastiche
destinate a formare il mesoderma.
I. L'induzione neurale è un fenomeno dello sviluppo conosciuto da parecchi decen-
ni [Spemann 1938], ma la cui natura molecolare è rimasta a lungo enigmatica, tant'è che,
ancora recentemente, nella terza edizione del piu completo testo di neurobiologia dello
sviluppo si afferma che «i meccanismi biochimici dell'induzione neurale sono attualmen-
te sconosciuti» Uacobson 19913, p. 24]. Tuttavia, piu recentemente, sono state identi-
ficate due sostanze, l'attivina e la noggina [Lamb e altri 1993; per una rassegna cfr. Green
1994], che hanno molti requisiti per essere considerati dei veri induttori neurali.
I fondamenti della variabilità nello sviluppo
97
Al termine della gastrulazione e in coincidenza con l'induzio-
ne neurale, la distribuzione delle due CAM primarie cambia signi-
ficativamente. Nella piastra e nella doccia neurale aumenta la mar-
catura immunofluorescente per le N-CAM e, parallelamente, scom-
pare il segnale per le L-CAM. In maniera complementare, la mar-
catura per le L-CAM è piu intensa nell'ectoderma circostante men-
tre si affievolisce in parte la marcatura per le N-CAM (fig. 15 e
16). La migrazione delle cellule della cresta neurale [Le Douarin
1982] si accompagna a una diminuzione dell'espressione o a un ma-
scheramento delle N-CAM sulla superficie cellulare [Thiery e altri
1982]. I cosiddetti placòdi, destinati a originare strutture neurali
specializzate, esprimono inizialmente entrambe le CAM, ma alla
fine perdono le L-CAM in quelle regioni che stanno differenzian-
dosi in senso neurale [per uno studio approfondito del placòde otico,
cfr. Crossin e altri 1987; Richardson e altri 1987]. Un po' piu avanti
nello sviluppo, a neurulazione avvenuta, tutti i siti di induzione
Figura 15.
La sequenza principale nella espressione delle CAM. Diagramma schematico che illustra
la sequenza temporale di espressione di alcune CAM importanti nel corso della embrio-
genesi del pollo. I cunei verticali a sinistra riportano a grandi linee la quantità relativa
di ciascuna CAM nelle diverse parti dell' embrione - per esempio, la linea che si riferisce
al blastoderma presenta sia N-CAM che L-CAM, ma quella riferita al rieuroectoderma
ha una percentuale relativamente elevata di N-CAM ma poco o nulla di L-CAM. Dopo
l'induzione primaria, N-CAM e L-CAM divergono nella distribuzione cellulare e ven-
gono modulate nella loro diffusione nelle diverse regioni di induzione secondaria   t ~ ) o
di fatto diminuiscono enormemente (O) alla comparsa del mesenchiffia o al verificarsi del-
la migrazione. Bisogna notare che i placòdi, in possesso di entrambe le CAM, riecheg-
giano gli eventi osservati per l'induzione neurale. Poco prima della comparsa della glia,
viene espressa una CAM secondaria (Ng-CAM). Nella fase perinatale, si verifica una se-
rie di eventi epigenetici di modulazione: la conversione dalla forma E alla forma A per
le N -CAM e la ridistribuzione polare per le L-CAM.
Tempo
N   L ~ O )
DistribUZione •• '! / !
relativa .•••• (L-CAM
N·cAMII O Conversione da E ad A
1 Ng·CAM (Modulazione
della polarità)
Placodi neurali
MEA
~
N Blastoderma
..D. + N-CAM) '\ L-CAM Il w-.,
L   N ~ O )
}
Ectoderma
neurale
Mesoderma
}
Ectoderma
non neurale
Endoderma
Induzione Induzioni Fase Modulazione
primaria secondarie perinatale della polarità
9
8 Capitolo quarto
secondaria mostrano dei cambiamenti nella distribuzione sulla su-
perficie cellulare delle N-CAM, delle L-CAM o di entrambe (fig.
15). Per esempio, il margine ectodermico apicale della gemma del-
l'arto esprime entrambe le CAM quando viene indotta la forma-
zione dell' arto.
Quando le cellule della cresta neurale migrano come ectomesen-
chima sulla loro superficie non viene segnalata la presenza di N-
CAM. Le N-CAM vengono poi riespresse, o smascherate, nei siti
dove le cellule formeranno i gangli [Thiery e altri 1982]. In analogia,
le cellule mesenchimali secondarie migranti - per esempio, quelle de-
stinate a indurre i placòdi delle penne - perdono le N-CAM, riacqui-
standole quando si trovano contigue all' ectoderma, positivo per le L-
CAM, dopo la formazione degli addensamenti dermici [Chuong e
Edelman 1985a, 1985b].
In certe fasi una cellula può esprimere i due tipi di CAM, come
si osserva per le CAM primarie nel blastoderma di pollo, per le Ng-
CAM e le N-CAM sui neuroni. Nella formazione delle penne e nel-
l'induzione degli annessi faringei e intestinali, le cellule derivanti
dall'ectoderma o dall'endoderma possono esprimere simultaneamen-
te L-CAM e N-CAM; lo stesso dicasi per il mesoderma del rene
Figura 16.
Variazione nella distribuzione delle N-CAM e delle L-CAM nella fase di formazione del-
la piastra (induzione neurale) e della doccia neurale (neurulazione). A) Sezione trasver-
sale della piastra neurale (pn) e della doccia neurale (dn). Le N-CAM sono presenti in
grandi quantità nel cordomesoderma e nell' ectoderma neurale e in quantità modeste nel-
l'ectoderma (ec) e nel mesoderma adiacente. B) La marcatura per le L-CAM scompare
dall'ectoderma neurale e nella doccia neurale e rimane confinata all'ectoderma non neu-
rale (ec). Prima di questi eventi, le N-CAM e le L-CAM erano presenti in tutte le regioni
del blastoderma che originano a queste strutture.
A)
B)
I fondamenti della variabilità nello sviluppo
99
[Crossin e altri 1985]. In generale, l'espressione delle CAM è dina-
mica e varia in modo che l'una o l'altra CAM tenda a scomparire du-
rante la maturazione di tali tessuti verso lo stadio adulto 17.
A questo punto possiamo correlare queste nozioni di embriologia
molecolare e lo sviluppo delle strutture neurali, insieme alla loro va-
riazione. Nell'àmbito della sequenza di espressione appena descritta,
possiamo distinguere nel sistema nervoso un insieme di microse-
quenze (tab. 6), soprattutto quando si verificano gli eventi istogene-
tici del differenziamento cellulare. Dopo l'induzione neurale e la
neurulazione (fig. 16), le N-CAM si manifestano in tutto il sistema
nervoso. Nel pollo, allo stadio di sviluppo E 3,5
18
, la Ng-CAM, sè-
condaria, [Grumet e altri 1984] compare sui neuroni che già espri-
mono la N-CAM [Thiery e altri 1985; Daniloff e altri 1986a]. Seb-
bene la Ng-CAM, presente nelle associazioni neurone-neurone e
neurone-glia in vitro, sia evidenziata solo sui neuroni maturi, è rin-
tracciabile sulle stesse superfici cellulari in cui sono presenti le N-
CAM [Grumet e altri 1984]. Nel SNC, le Ng-CAM si trovano prin-
cipalmente sui neuriti in estensione mentre vengono notate appena,
se non per nulla, sul corpo cellulare. Questa modulazione della po-
larità (tab. 5) si riscontra anche in cellule note per la loro facoltà di
migrare lungo la glia radiale, come accade, per esempio, nel cervel-
letto o nel midollo spinale.
Nel sistema nervoso periferico ci troviamo di fronte a un quadro
diverso; dopo essere comparse, le Ng-CAM rimangono espresse sui
neuriti e sui corpi cellulari [Thierye altri 1985; Daniloff e altri
1986a].
Queste osservazioni indicano che le Ng-CAM compaiono con
una microsequenza coerente rispetto alle sequenze di sviluppo note
dell' estensione dei neuriti e della migrazione cellulare [Thiery e altri
1985; Daniloff e altri 1986a]. L'ordine con cui sono espresse, illu-
strato nella tabella 6, si verifica in ogni animale. Questa sequenza or-
dinata suggerisce che dei segnali locali correlati alla maturazione cel-
lulare e a fattori di crescita prodotti da precursori gliali siano respon-
sabili della comparsa e della notevole modulazione nella distri-
17 La regolazione dinamica della N-CAM nello sviluppo neurale viene confermata.
Per esempio, nello sviluppo del topo si verificano due ondate di espressione di N-CAM:
in fasi precoci (stadio E 8 - E 8,75) la N-CAM è espressa nel midollo spinale, dal livello
caudale a quello cefalico, mentre il metencefalo non la esprime, e in una seconda ondata
N-CAM è individuata solo nei neuroni maturi, indicando che N-CAM può specificare
l'informazione di posizione nel tubo neurale in formazione [Bally-Cuif e altri 1993].
18 Stadio E 3,5, significa tre giorni e mezzo di sviluppo embrionale.
100 Capitolo quarto
Tabella 6.
Distribuzioni delle CAM primarie e secondarie con 1'età durante la morfogenesi neurale.
N·CAM(,O)
Età
Giorni Stadio
Blastoderma O
Derivati non neurali Derivati neurali
N otocorda, somite Piastra neurale
Mesoderma della piastra Tubo neurale
2 -I- 13
laterale Cresta neurale:
Miocardio
scompare dalle cellule
Mioblasto
migranti della cresta
Comparsa transitoria sui: neurale;
4 -I- 23
placodi
riçompare nella cresta
tubuli mesonefrici neurale riaggregantesi
miotubi
'l'
8 34
IO -+- 36
12 -+- 38
I4 -t- 40
"l'
18 44
E
l
nascita + 46
A
-1
N-CAM concentrata nel- Rimane su tutti i sistemi adulto
la piastra terminale su: nervosi successivi
Muscolo striato
Muscolo cardiaco
Testicolo
Ovidutto
Ng.CAM(20)
Midollo spinale: corpi cel-
lulari ventrali e neuriti
Gangli simpatici
Tetto: fibre intrinseche
Gangli delle radici dorsali
Retina: fibre afferenti
Tetto: fibre afferenti ed
efferenti
Midollo spinale: corpi
cellulari dorsali
Olfattivo: nervi e tratti
di fibre
Cervelletto: tratti di fi-
bre afferenti ed effe-
renti
Cervelletto: fibre intrin-
seche
Cervelletto: cellule mi-
granti
Retina: Fibre intrinseche
Midollo spinale: efferenti
collaterali alla sostanza
grigia
Diminuisce nel midollo
spinale: tratti mieliniz-
zati
Diminuisce nei tratti di
fibre mielinizzati del
cervelletto e del tetto
Prevalente in: midollo
spinale, retina, tetto,
cervelletto, bulbo 01-
fattivo, tratti di fibre
non mielinizzati, gan-
gli, nervi periferici
I fondamenti della variabilità nello sviluppo 101
buzione delle Ng-CAM sulla superficie cellulare. Infatti, studi recen-
ti [Friedlander e altri I986] hanno dimostrato che le Ng-CAM, le
quali mediano la fascicolazione dei neuriti e le interazioni tra neuro-
ni e glia, sono presenti nella linea di cellule nervose PC I 2, e che il
fattore di crescita nervoso (NGF) ne aumenta l'espressione su que-
sto tipo di cellule. Vi è, a proposito, una concordanza con la dimo-
strazione compiuta nello stesso studio secondo cui le Ng-CAM sono
identiche alla glicoproteina, denominata NILE 19, già nota per esse-
re inducibile dall'NGF.
Nella fase critica dello sviluppo, in cui compaiono le Ng-CAM,
si notano delle variazioni di minor entità e pili durature nella distri-
buzione delle N-CAM su diverse superfici cellulari. Inoltre, la catena
dg compare solo in aree particolari, come, per esempio, lo strato mo-
lecolare del cervelletto in sviluppo [Murray e altri I986b]. In fasi
successive della microsequenza (tab. 6), quando molti tratti del siste-
ma nervoso si sono consolidati e le fibre nervose si stanno mieliniz-
zando, le Ng-CAM, identificate con i metodi immunoistochimici,
diminuiscono sulla superficie delle cellule presenti in quei tratti del
SNC destinati a diventare sostanza bianca. Questa riduzione non è
stata osservata nel sistema nervoso periferico. Pili o meno contem-
poraneamente le N-CAM si convertono dalla forma E alla forma A
[Chuong ed Edelman I984; Daniloff e altri I986a], una modificazio-
ne chimica post-trascrizionale di cui abbiamo già parlato, che in vitro
aumenta la forza di legame e che, probabilmente, trasforma in modo
analogo la funzionalità delle CAM in vivo.
I! risultato netto che si determina con le varie forme di modula-
zione sulla superficie cellulare (tab. 5) che si verificano nello svilup-
po, se ci riferiamo alle due CAM neuronali meglio indagate, è una
sorprendente variabilità della loro distribuzione nella maggior parte
delle aree del SNC (tab. 6). Viceversa, nelle aree del SNC plastiche
(come il bulbo olfattivo) che, anche nell'adulto, analogamente al si-
stema nervoso periferico, hanno le potenzialità per formare nuove
connessioni, la distribuzione relativa delle due CAM non varia. So-
no state disegnate [Daniloff e altri I986a] delle mappe che illustrano
le variazioni e le conservazioni in molte aree cerebrali del pollo.
Dati recenti indicano che, in tempi e in tessuti particolari, si pos-
19 NILE è l'acronimo di Neroe growth factor Inducible Large External glycoprotein
(grande glicoproteina esterna inducibile daII'NGF). NlLE e LI sono la stessa molecola,
scoperta in laboratori diversi, la prima nel laboratorio di Gerald Edelman, la seconda nel
laboratorio di Melitta Schachner (Bock e altri 1985].
102 Capitolo quarto
sono esprimere delle proteine della matrice extracellulare (o molecole
di adesione del substrato, SAM) che modificano la forma con mec-
canismi di modulazione. Per esempio, la glicoproteina citotactina
compare, in stadi embrionali precoci, nelle lamine basali, nella mu-
scolatura liscia e nel SNC [Grumet e altri 1985; Crossin e altri 19
86
].
Questa molecola, che è chiaramente una proteina esterna, distin-
guendosi in questo dalle CAM, compare a circa nove giorni di vita
nella glia del cervello di pollo. La citotactina media l'adesione neu-
rone-glia in vitro e anticorpi direttigli contro bloccano o ritardano la
migrazione dei granuli esterni sulla glia di Bergmann in sezioni di
tessuto del cervelletto [Chuong e altri 1987]. Questa proteina della
matrice può cOSI essere una SAM implicata nella migrazione neuro-
nale sulla glia radiale in vivo. Come vedremo piu avanti, la Ng-CAM
non si lega a questa proteina gliale, ma sembra anch' essa svolgere un
'ruolo obbligato (e possibilmente selettivo) nella migrazione dei gra-
nuli esterni sulla glia radiale del cervelletto. Il complesso di questi ri-
sultati concorda con la teoria secondo cui la regolazione dell' espres-
sione delle molecole di superficie (come le CAM e le SAM), che me-
diano l'adesione e promuovono o controllano la migrazione, è un fat-
tore chiave nella coerenza e nella variabilità della modellazione del
sistema nervoso.
I dati sulle microsequenze nel sistema nervoso dimostrano che gli
eventi modulatori sulla superficie, e l'espressione delle CAM e del-
le SAM possono verificarsi in piccole popolazioni cellulari seguen-
do un ordine definito. Questa conclusione è rinforzata da ulteriori
studi svolti sulle microsequenze di espressione di CAM primarie du-
rante l'istogenesi della penna [Chuong e Edelman, 1985a, 1985b] (si
veda la fig. 18) e sulle interazioni neuromuscolari mediate dalle N-
CAM
20
[Rieger e altri 1985] (si veda la fig. 17) che suggeriscono,
inoltre, come la sequenza dei segnali di espressione delle CAM sia
ben localizzata nel tempo e nello spazio.
4. Gli effetti della funzione delle CAM.
Le sequenze di espressione, pur rivelando una correlazione fra i
tempi di comparsa delle CAM, la loro modulazione sulla superficie
20 Nella Drosophila è stata individuata una nuova molecola di adesione, la connet-
tina, coinvolta nel riconoscimento neuroni - cellule muscolari durante lo sviluppo delle
connessioni neuromuscolari [Nose e altri 1992l ed è, come la N-CAM, controllata a
monte dai geni omeotici [Gould e White 1992].
I fondamenti della variabilità nello sviluppo 10
3
e gli eventi morfogenetici fondamentali, non indicano direttamente
il ruolo causale delle CAM nella morfogenesi del sistema nervoso. Se
la consideriamo a priori, l'espressione delle CAM potrebbe essere
tanto una causa quanto un effetto; perciò, se l'espressione delle
CAM avviene seguendo un percorso ciclico e in parallelo ad altri
processi, potrebbe essere contemporaneamente causa ed effetto. At-
tuando esperimenti perturbativi e identificando e caratterizzando i
regolatori dei geni che codificano le CAM possiamo impostare la ri-
cerca degli appropriati segnali di attivazione, e possiamo perciò stu-
diare le sequenze causali dei controlli cellulari che influiscono sulla
struttura neurale. Nelle sezioni successive del capitolo riassumeremo
alcune osservazioni importanti sulla perturbazione delle CAM atti-
nenti alloro ruolo causale, e delineeremo un modello di regolazione
delle CAM verificabile nei sistemi di induzione embrionale. Questo
modello, che fa parte dell'ipotesi dei regolatori, è una componente
importante della teoria della selezione dei gruppi neuronali, poiché
ci consente di dare un fondamento alla conservazione e alla variàbi-
lità della struttura.
In alcuni sistemi sono stati effettuati esperimenti di perturbazio-
ne della funzione o dell'espressione delle CAM [Edelman 1983,
1984a, 1985b]. Se si addizionano anticorpi anti-L-CAM essi impe-
Figura 17.
N-CAM nella piastra motoria terminale e variazioni della distribuzione nel muscolo do-
po denervazione [Rieger e altri 1985; Daniloff e altri 1986bl. Sezioni trasversali del mu-
scolo gastrocnemio di pollo marcati con anticorpi policlonali anti-N-CAM (A-C) dimo-
strano che la superficie delle fibre muscolari è debolmente marcata nei muscoli normali
di pollo (A). Il riquadro illustra un preparato di fibre muscolari (x 7) di pollo normale
adulto. La superficie muscolare è debolmente marcata con anti-N-CAM; una piastra mo-
toria terminale (freccia aperta) e diverse cellule mononucleate, probabilmente cellule sa-
telliti (freccia chiusa), sono intensamente marcate. Dieci giorni dopo la resezione del ner-
vo sciatico, si è verificato un cospicuo aumento nell'intensità per N-CAM (B); la situa-
zione ritorna normale dopo 150 giorni (C). Barra di calibrazione = 50 iJ.m [da Daniloff
e altri 1986bl.
A) B) C)
r-.
104 Capitolo quarto
discono un'aggregazione istiotipica della cellule epatiche" [Berto-
lotti e altri 1980]. Gli anticorpi anti-Ng-CAM disgregano l'organiz-
zazione fascicolare delle fibre nervose in vitro [Hoffman e altri
1986], e gli anticorpi anti-N-CAM disorganizzano gli strati della re-
tina di pollo espiantata in coltura [Buskirk e altri 1980]. Anticorpi
anti-N-CAM interrompono in vitro la formazione delle mappe reti-
notettali di rana [Fraser e altri 1984]. La somministrazione di anti-
corpi anti-Ng-CAM in vivo a fette di cervelletto inibisce il normale
movimento delle cellule granulari esterne lungo la glia radiale verso
lo strato dei granuli interni [Hoffman e altri 1986]; questi anticorpi
21 L'utilizzo di anticorpi per neutralizzare 1'azione di una proteina e poterne stu-
diare la fisiologia è stato impiegato nel passato, tuttavia, nel caso delle molecole adesive
gli anticorpi possono emulare l'azione dei ligandi naturali e innescare delle risposte in-
tracellulari [Schuch e altri 1989]. Questo è uno dei motivi per cui lo studio di queste mo-
lecole si è spostato verso la perturbazione a livello genico (gene targeting) o a livello
dell'mRNA (nucleotidi antisenso). Si è scoperto che l'assenza di N-CAM nei topi ha l'ef-
fetto di ridurre del 10% il peso del cervello e del 36% le dimensioni del bulbo olfattivo
e di causare un deficit nell'apprendimento spaziale [Tomasiewicz e altri 1993; Cremer
e altri 1994] ma non nel comportamento motorio.
Figura 18.
Ruolo causale delle CAM nel modulare l'induzione embrionale e nel delimitare i confini.
A-B) Perturbazione della configurazione di induzione della penna nel mesoderma aggre-
gato con N-CAM per mezzo di anti L-CAM che agiscono sull'ectoderma aggregato dalla
L-CAM. Preparati interi di espianti di pelle di pollo in coltura sono stati mantenuti, fis-
sati, marcati e osservati in luce trasmessa. Con la comparsa dei germi di induzione della
penna, le condensazioni dermiche positive per la N-CAM inducono l'ectoderma positivo
per la L-CAM. A) Pelle di embrione di sette giorni coltivata per tre giorni con I mgJml
di Fab' non immune. B) Pelle di embrione di sette giorni coltivata per tre giorni con un
mezzo contenente I mgfml di Fab' anti L-CAM. C) Ricalco del modello di condensazio-
ne del riquadro A. D) Ricalco del modello di condensazione del riquadro B. Notare, do-
po la perturbazione, la trasformazione della conformazione da una disposizione esago-
nale dei condensati circolari a una disposizione a strie; è una dimostrazione del ruolo
causale delle CAM in risposta all'induzione. E-F) Sezioni trasversali dei follicoli presenti
nella fase tardiva di sviluppo nella penna dell' ala di un pollo dopo la schiusa, la quale evi-
denzia sequenze alternate di espressione di L-CAM (E) e di N-CAM (F) nel corso del-
l'istogenesi della penna nell'adulto. Le stesse sezioni sono state marcate con anticorpi
fluorescenti diretti contro entrambe le CAM. La posizione delle barbule (br) inizia dal
lato dorsale (il lato con il rachide) e progredisce bilateralmente verso il lato ventrale,
creando un gradiente di maturazione dorsoventrale. La formazione delle barbule origi-
natesi per ultime è indicata dalle frecce ricurve. L'anti L-CAM (E) marca tutte le cellule
dell'epitelio della barbula. Una marcatura chiara anti-N-CAM inizia a comparire (F) nel-
le valli tra coppie di barbule. La comparsa delle N-CAM inizia circa a otto creste di di-
stanza dall'ultima cresta formatasi e aumenta l'intensità di marca tura e la distribuzio-
ne dorsale finché non raggiunge il rachide (rc). Infine, tutte le aree cellulari che espri-
mono le L-CAM diventeranno cheratinizzate, e tutte le aree cellulari che esprimono le
N-CAM moriranno.
A
C
 
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F
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106 Capitolo quarto
sembrano prevenire l'ingresso delle cellule nello stato molecolare.
Analisi cinetiche hanno dimostrato che l'anticitotactina (e, in qual-
che misura, l'anti-Ng-CAM) rallentano la migrazione dei granuli già
presenti nello strato molecolare [Chuong e altri 1987]. Queste osser-
vazioni ci indicano che l'espressione contemporanea delle CAM e
delle SAM, da parte dei neuroni e della glia rispettivamente, svolge
un ruolo nei movimenti morfogenetici. Quando alcuni tipi di cellule
nervose, comprese alcune linee cellulari di cervelletto, sono state tra-
sformate con una forma mutante termosensibile del virus del sarco-
ma di Rous [Greenberg e altri 1984], se mantenute alla temperatura
non permissiva, hanno conservato la loro morfologia tipica, gli stessi
livelli di N-CAM dell'adulto e una normale tendenza ad aggregarsi.
Invece, alla temperatura permissiva, le cellule si sono trasformate e,
in poche ore, hanno ridotto Ja densità superficiale delle N-CAM
e sono diventate piu mobili. E stato possibile ottenere un modello
di aggregazione simile a quella delle cellule nella coltura originale
spostando le cellule dalla temperatura non permissiva a quella per-
missiva.
Tutti questi studi stanno perciò a dimostrare che l'alterazione
della funzione delle CAM e delle SAM può disgregare la· morfologia.
Se è corretta la teoria per cui la modulazione è alla base della strut-
tura tissutale, ne consegue altresi che la regolazione dei livelli e dei
siti di espressione delle CAM deve, a propria volta, dipendere dalla
morfologia, cioè, dall'integrità del tessuto e dall'interazione collet-
tiva di cellule scambiantisi reciprocamente dei segnali. A conferma
di questa teoria si è scoperto che la perturbazione delle normali in-
terazioni cellula-cellula e dello stato di aggregazione dei tessuti in vi-
vo modifica l'espressione e la distribuzione delle CAM. Per esempio,
le N-CAM sono presenti nella piastra terminale dei muscoli striati
[Rieger e altri 1985], ma sono assenti sul resto della miofibrilla. Do-
po la resezione del nervo sciatico, diminuisce la quantità di N-CAM
nella piastra terminale, aumenta la marcatura per le N-CAM nel ci-
toplasma e la molecola appare sulla superficie cellulare (fig. 17). Stu-
di piu recenti sulla generazione e rigenerazione del nervo periferico
indicano rilevanti cambiamenti nell'espressione delle N-CAM, delle
Ng-CAM e della citotactina sulle cellule di Schwann nel punto della
resezione, e che profonde modificazioni si verificano nei gangli delle
radici dorsali e nel corno ventrale del segmento operato [Daniloff e
altri 1986b]. Tutte queste scoperte dimostrano che la perturbazione
della morfologia può essere accompagnata da un'alterazione della
modulazione e dell'espressione delle CAM.
I fondamenti della variabilità nello s ~   l u p p o 107
Inoltre, variazioni nella modulazione delle CAM sono state indi-
viduate in difetti genetici che si ripercuotono sulle connessioni neu-
rali. Nella forma mutante di topo, definita staggerer
22
, che nel cer-
velletto presenta difetti nelle connessioni tra le fibre parallele e le
cellule del Purkinje, accompagnati dalla morte di un cospicuo nume-
ro di granuli, la conversione dalla forma E alla A (o modulazione chi-
mica) viene enormemente ritardata [Edelman e Chuong 1982]. Le
N-CAM, le Ng-CAM e la citotactina sono colocalizzate, in base a
una distribuzione specifica, nei nodi di Ranvier [Rieger e altri 1986].
Nei mutanti demielinizzanti di topo, come nel caso della forma trem-
bler
2J
e nella patologia della piastra motoria (med) 24, le distribuzioni
di queste molecole risultano alquanto modificate, evidenziando
anormali relazioni tra neuroni e cellule di Schwann.
Gli esperimenti di perturbazione forse piu sorprendenti sono
quelli in cui (fig. 18) sono stati impiegati anticorpi diretti contro le
L-CAM su espianti di cute prelevati da un pollo di sei giorni [Gallin
e altri 1986]. L'epidermide è coesa dalle L-CAM, e gli addensamenti
mesenchimali, induttori del mesoderma, inizialmente negativi per le
N -CAM, tendono a esprimere le N -CAM non appena inducono le
gemme della penna secondo una struttura esagonale [Chuong ed
Edelman 1985a, 1985b]. Analoghe regolazioni nell' espressione di cia-
scuna CAM sono state osservate nei confini dei tessuti in diversi
stadi successivi dello sviluppo della penna, che culmina nella for-
mazione delle barbe e delle barbule (fig. 18 A-F). Durante l'ultimo
stadio dell'induzione della penna si è osservato che, in coltura, an-
ticorpi diretti contro le L-CAM (che non possono agire diretta-
mente sul mesoderma) causano la formazione di strie di addensa-
mento mesodermico, scompaginando la normale struttura esagonale
(fig. 18 A-D). Dopo aver consentito alle colture di crescere per
dieci giorni senza alcun trattamento si sono sviluppate delle strutture
22 Ossia, barcollante, dato l'effetto di questa mutazione sul comportamento del to-
po. Tale difetto, conosciuto da molti anni, sembra dipendere proprio da una mutazione
nellocus genico della N-CAM presente nel cromosoma 9 del topo [D'Eustachio e Davis-
son, 1993]. Questo è un primo esempio delle possibili ricadute positive per la neurologia
clinica, oltreché per la comprensione dello sviluppo, derivante dalla conoscenza della fi-
siologia delle molecole di adesione, e il cui sbocco sarà la terapia genica (cfr. il Glossario)
[Schachner 1994; Fisher e Ray 1994; per una rassegna sulla genetica molecolare in neu-
rologia si veda Martin 1993].
23 La forma trembler (tremolante) del topo ha una forte analogia con una patologia
demielinizzante nell'uomo, la Charcot-Marie-Tooth di tipo la. In entrambe le forme è
stato individuato un difetto a carico· del gene che codifica la molecola di adesione
PMP-22 [Suter e altri 1992].
24 Med è l'acronimo di motor endplate disease (patologia della piastra motoria).
r
---
IOS Capitolo quarto
filamentose regolari simili ai precursori della penna. Al contrario,
le colture perturbate dall'anticorpo hanno sviluppato delle placche
simili a scaglie. Poiché la L-CAM è assente nel mesoderma e non
vi sono prove che la L-CAM sia un segnale diretto per il mesoder-
ma, se ne è dedotto [Gallin e altri 1986] che la perturbazione ope-
rata dall'anti-L-CAM abbia alterato la dinamica dei segnali indut-
tivi reciproci tra epidermide e derma. Questi esperimenti di pertur-
bazione nello sviluppo della penna ci consentono di concludere che,
oltre alloro ruolo nella formazione dei confini, le CAM possono
svolgere un ruolo causale nell'induzione embrionale.
Tutti questi risultati indicano che le perturbazioni nel legame
delle CAM alterano la morfogenesi, e che una morfogenesi altera-
ta modifica l'espressione delle CAM e i meccanismi di modulazio-
ne. Queste conclusioni preparano lo scenario per capire come mo-
dulazioni di questo tipo regolino la forma favorendo, al contempo,
la variabilità individuale.
5. L'ipotesi dei regolatori.
Le osservazioni sin qui svolte ci suggeriscono che le CAM, piut-
tosto che agire come semplici marca tori delle cellule differenziate,
uniscono le cellule in associazioni e creano dei confini tra le asso-
ciazioni stesse. Sono confini che si formano tra epitelio e mesen-
chima, e sono siti possibili per lo scambio dei segnali implicati nel-
!'induzione embrionale e negli aspetti regolativi dello sviluppo. Nello
sviluppo regolativo [Weiss 1939; Slack 1983; Nieuwkoop e altri
1985] cellule con storie diverse si ritrovano associate in seguito ai
movimenti morfogenetici, e ne deriva l'induzione embrionale o dif-
ferenziamento derivato dall'ambiente interno. L'induzione embrio-
nale dipende dalla posizione (a propria volta causata dai movimenti
e dalla storia precedenti) e agisce su gruppi di cellule pluripotenti
la cui competenza si trasforma con la storia e la fase dello sviluppo
Uacobson 1966].
Se la modulazione delle CAM è correlata alla formazione dei
confini tra queste associazioni, non dobbiamo aspettarci esclusiva-
mente un ruolo causale nella formazione della struttura, come nel-
l'induzione della penna, ma anche una reg.olarità nei modelli di
espressione delle CAM nei diversi tessuti. E propri.o il tipo di re-
golarità individuata per due delle CAM primarie. I tessuti mesen-
chimali sottoposti a una conversione da parte degli epiteli e gli epiteli
I fondamenti della variabilità nello sviluppo I09
stabili manifestan.o due diverse reg.ole Q m.odalità [Cr.ossin e altri
1985] di modulazi.one dell'espressione delle CAM (tab. 7). Nei siti
di induzione le cellule delle associazi.oni che hanno seguito la reg.ola
I (N   O N), attinente alla conversione mesenchimale, delimita-
n.o le associazioni epiteliali che hanno seguito la reg.ola II (NL   N
o NL   L).
Possiamo c.ollegare queste .osservazi.oni a una c.onfigurazi.one glo-
bale piu ampia. Se, in una mappa presuntiva classica, compariam.o la
distribuzione prec.oce delle CAM nel blastoderma del poll.o, .osser-
viamo nel blast.oderma stesso una mappa delle CAM meno dettaglia-
ta, ma congruente (fig. 19), e una sovrapposizione delle N-CAM e
delle L-CAM ai confini dei tessuti presuntivi. Quando il pollo rag-
giunge 1.0 stadi.o adulto e si verifica la modulazi.one di tipo II, la so-
Figura I9.
Mappa presuntiva composita delle CAM nel pollo. La' distribuzione delle N-CAM (a
puntini), delle L-CAM (barre) e delle Ng-CAM (croci) su tessuti di embrioni compresi
tra i cinque e i quattordici giorni di vita viene rimappata sulle cellule presuntive del tes-
suto nel blastoderma. Sono inoltre mostrate (punti piu grandi) delle regioni aggiuntive
della marcatura transitoria per le N-CAM nelle fasi embrionali precoci (cinque giorni).
Nelle fasi embrionali precoci, i confini di espressione delle CAM coincidono con i con-
fini degli strati germinativi; cioè, i derivati di tutte e tre gli strati germinativi esprimono
entrambe le CAM. In fasi successive, la coincidenza è piu limitata: le N-CAM scompaio-
no dall'ectoderma somatico e dall'endoderma, tranne in una popolazione cellulare nel
polmone di pollo. Le L-CAM sono espresse su tutti gli epiteli ectodermici ma rimangono
limitate nel mesoderma ai derivati epiteliali del sistema urogenitale. La barra verticale
rappresenta la stria primitiva (SP); Ec, ectoderma intra ed extraembrionale; En, endo-
derma; N, sistema nervoso; No, notocorda; S, somite; MI, muscolo liscio; Ae, area
emangioblastica.
r
IlO Capitolo quarto
Tabella 7.
Siti dove si manifestano le regole epigenetiche della espressione delle CAM durante
l'embriogenesi del pollo.
Regola I: conversione mesenchimale"
Ectodermica
N--+O--+N
Cresta neurale
- Nervo periferico
- Gangli
Mesodermica
N--+ 0--+ N
Somite
- Muscolo scheletrico (solo piastra
terminale)
- Papilla dermica (penna)
Nefrotomo
- Epitelio germinativo della gonade
- Stroma gonadico
Splancnopleura
- Stroma della milza
- Lamina propria dell'intestino
- Alcuni mesenteri
N --+ O --+ N"
Somite
- Condrociti
Piastra laterale
- Muscolaturaliscia
Regola II: epiteli b
Ectodermica
NL --+ N
Tubo neurale
Gangli derivati dai placòdi
NL --+ N
Ectoderma somatico
Strato germinativo
Margine ectodermico apicale
Ectoderma branchiale
NL --+ N --+ *
Lente
Piastra marginale e assiale della penna
NL --+ L --+ *
Strato corneo
Barbule della penna, rachide
Mesodermica
N --+ NL --+ L
Dotto di W olff
Tubuli mesonefrici
Dotto di Miiller
Endodermica
NL --+ L
Epitelio de!(la):
Trachea
Tratto gastrointestinale
Dotto epatico
Vescica biliare
Tiroide
Derivati faringei
NL
Parabronchi (epiteli polmonari)
" La regola I illustra le variazioni cicliche, o la scomparsa, delle N-CAM. Alcune di queste tran-
sizioni si verificano in concomitanza al movimento, o indicano un basso livello di CAM. I tessuti
originali sono segnati sul margine sinistro. I tessuti con livelli elevati di N-CAM sono preceduti da
un trattino. Dove appare un *, la CAM può essere sostituita da un prodotto del differenziamento.
b La regola II illustra la sostituzione di una CAM con un'altra o la scomparsa della CAM.
" indica i prodotti del differenziamento (per esempio cheratina, cristallino) con la scomparsa della
CAM.
I fondamenti della variabilità nello sviluppo III
vrapposizione dei due tipi di CAM scompare nella maggior parte dei
tessuti [Crossin e altri I985]. Tuttavia, è importante osservare che
la mappa pi queste CAM primarie evidenzia come la distribuzione
di ciascuna CAM attraversi i diversi confini tissutali; se consideria-
mo questo fatto insieme alla sequenza di espressione (fig. I6), dedu-
ciamo che le CAM svolgono un ruolo generale nello stabilire preco-
cemente i confini durante l'istogenesi, prima dei numerosi eventi del
differenziamento cellulare.
L'osservazione di regole per l'espressione delle CAM primarie in
associazioni cellulari confinanti e in siti diversi di induzione embrio-
nale consente una generalizzazione assolutamente compatibile con
la teoria secondo cui le CAM svolgono un ruolo primario nella for-
mazione dei confini morfogep.etici e delle strutture che precedono il
differenziamento istologico. E stato osservato che il rispetto sequen-
ziale di queste regole in popolazioni cellulari che stanno differen-
ziandosi si accompagna, in molte aree, a trasformazioni morfologi-
che e tissutali [Chuong e Edelman I985a, I985b; Crossin e altri
I985] (come esempi, si vedano la tab. 7 e la fig. I8).
A questo punto possiamo trarre una conclusione fondamentale.
Data là natura cinetica (e, in certe aree stocastica) delle forze trai-
nanti, cioè, il movimento, la divisione e la morte cellulare, a tali tra-
sformazioni corrispondono necessariamente dei meccanismi variazio-
nati all' origine della plasticità microscopica della struttura. Nel siste-
ma nervoso· questi processi di variazione sono critici per la formazio-
ne del repertorio primario, poiché sono alla base della variabilità in-
vocata per la teoria. Questo ritratto della regolazione meccanico-
chimica dei movimenti morfogenetici delle diverse lamine tissutali,
delle cellule e dei meccanismi cellulari, fondato sulla regolazione del-
l'espressione delle CAM e delle SAM e sulla diffusione di segnali at-
traverso i confini dei tessuti, consente di unificare in modo coerente
i meccanismi primari di adesione, movimento, divisione, morte, e in-
duzione.
L'ipotesi dei regolatori propone un quadro unificante adatto a
correlare dinamismo dello sviluppo ed evoluzione [Edelman I984C];
si tratta di un concetto fondamentale per la teoria della selezione dei
gruppi neuronali. Esso stabilisce che le CAM e le SAM, modulando
la superficie cellulare, agiscono come regolatori indispensabili del
movimento morfogenetico, dell'integrità epiteliale e dell'addensa-
mento mesenchimale, favorendo la formazione dei confini tra le di-
verse associazioni cellulari che scambiano reciprocamente i segnali
induttivi, non solo nel sistema nervoso, ma in tutti i tessuti. Ripren-
r
112 Capitolo quarto
deremo le implicazioni evolutive dell'ipotesi dei regolatori nel capi-
tolo VI, mentre, per ora, ci limitiamo alle sue conseguenze per l'em-
briogenesi e l'istogenesi del sistema nervoso.
Poiché in molte aree soggette a induzione l'espressione delle
CAM precede quella di molti prodotti del differenziamento cellula-
re, l'ipotesi suggerisce che i geni preposti al controllo dell'espressione
dei geni per le CAM e le SAM (geni morforegolatori) agiscano indi-
pendentemente o prima dei geni che controllano il differenziamento
specifico (geni istoregolatori). Questi dati sono compatibili con l'os-
servazione secondo cui l'espressione delle diverse CAM nei tessuti
(fig. 19) si sovrappone ai confini della mappa presuntiva classica, i
quali indicano i destini dei diversi tessuti.
E possibile concepire che in un certo tipo cellulare di un gruppo
e nelle cellule figlie l'espressione delle CAM segua un ciclo (fig. 20).
I percorsi trasversali dell' anello esterno del ciclo attivano o disatti-
vano l'uno o l'altro dei geni per le CAM. Seguendo le regole modali
(tab. 7) [Crossin e altri 1985], l'attivazione e la disattivazione degli
stessi geni per le CAM (regola I) vale nel caso delle cellule mesenchi-
mali che contribuiscono alle aree di induzione secondaria e per le cel-
lule della cresta neurale. Per gli epiteli viene proposta l'attivazione
di un gene diverso per le CAM (regola II). L'azione successiva dei
geni istoregolatori (anello interno, fig. 20) viene illustrata come l'ef-
fetto di segnali, originantisi nel nuovo ambiente tissutale, che scatu-
riscono dall' aggregazione cellulare, dal movimento, dalla formazione
dei confini e dal ripiegamento dei tessuti, tutti dipendenti dalle
CAM. E importante sottolineare che, nell' ambito di questo ciclo, le
interazioni a livello cellulare dei diversi geni istoregolatori possono
modificare la forma. Se, per esempio, l'espressione dei geni istore-
gola tori ha creato un movimento o una forma cellulare alterata, op-
pure nuovi eventi post-traduzionali che modificano le CAM, allora
variano gli effetti sulla morfogenesi d,a parte delle successive sequen-
ze trasversali dell'anello esterno. Un esempio conosciuto di influsso
diretto su cellule contenenti N-CAM riguarda i geni istoregolatori
che codificano l'enzima o gli enzimi responsabili della conversione
dalla forma E alla forma A.
La combinazione degli anelli interni ed esterni del ciclo e l'unio-
ne di due cicli di questo tipo nella formazione di "coppie di CAM" ,
le quali rispettano le regole di espressione di gruppi cellulari posti
lungo il confine induttivo, generare gli effetti piu imprevi-
sti nel cammino della morfogenesi. E quello che si verifica nella pen-
na (la cui induzione iniziale viene modificata dopo aver perturbato
I fondamenti della variabilità nello sviluppo 113
Figura 20.
L'ipotesi dei regolatori esemplificata in un ciclo regolativo delle CAM e nelle sequenze
epigenetiche. A) Segnali induttivi precoci (freccia in grassetto a sinistra) favoriscono la
espressione del gene per le CAM. La modulazione della superficie (con variazioni nella
diffusione, ridistribuzione polare nella cellula, o variazioni chimiche, come la conversio-
ne dalla forma E alla forma A) modifica la forza di legame delle cellule. Questo regola i
movimenti morfogenetici, che, a loro volta, influiscono sull'induzione embrionale o sul
differenziamento dipendente dall'ambiente interno. Le variazioni induttive possono an-
cora influire sull' espressione del gene per le CAM e sull' espressione di altri geni in tes-
suti specifici. Le frecce in grassetto a destra e a sinistra fanno riferimento ai segnali im-
plicati nell'inizio dell'induzione e ancora sconosciuti. Tali segnali potrebbero dipendere
dalla modulazione globale della superficie cellulare in seguito allegarne delle CAM (de-
stra) o dal rilascio di morfògeni che influiscono sull'induzione (sinistra) o da entrambi;
in ogni caso, il ciclo consente un legame meccanico-chimico tra espressione genica e mor-
fogenesi. B) Sequenze epigenetiche basate su cicli successivi delle CAM con variazioni
evolutive fondate su mutazioni nei geni morforegolatori e istoregolatori. Tale modifi-
cazione si verifica nell' ambito di vincoli morfologici posti dai cicli stessi. In un embrione
si può verificare piu di un ciclo simultaneamente e cÒS! l'organizzazione dei cicli è in
serie e in parallelo.
A) Ciclo delle tAM

Espressione .genica
I
e trasporto delle CAM 1
j
Modulazione •
Induzione - di altri gem - superficiale
1     j
Formazione Modificazione
di insiemi del legame
cellulari )
Regolazione •
del movimento
B) Sequenze epigenetiche
Sviluppo:
Evoluzione:
Modificazione covariante
dei geni regolatori
per i processi primari
Struttura
sufficiente
Selezione
fenotipica
II4 Capitolo quarto
il sistema con anticorpi anti L-CAM ottenendone una nuova strut-
tura; cfr. fig. 18 A-D). Gli ultimi stadi nella formazione della penna
confermano l'esistenza di cicli in sequenza delle CAM e di applica-
zioni in sequenza delle regole (fig. 18 E, F).
Considerando come due cicli (ciascuno correlato a CAM diverse)
possano interagire tramite le regole delle CAM, siamo spinti a ricon-
siderare un problema molto importante rimasto insoluto: si tratta
della natura dei segnali che, nella fase induttiva, attivano i geni mor-
foregolatori e istoregolatori. Non sappiamo se questi segnali siano
dei morfogeni rilasciati da cellule coese da una CAM specifica (fig.
20, freccia in grassetto a sinistra) o se, invece, derivino da alterazioni
meccaniche della superficie cellulare o del citoscheletro (fig. 20, frec-
cia in grassetto a destra) tramite u!,!a modulazione globale della su-
perficie cellulare [Edelman 1976]. E probabile una implicazione si-
multanea di entrambi i segnali. Gli esperimenti che dimostrano co-
me il fattore di crescita della cellula nervosa possa modificare 1'e-
spressione della Ng-CAM [Friedlander e altri 1986] sono stati il pri-
mo indizio sulla natura di alcuni di questi segnali.
La regolazione dell' espressione di proteine svolgenti un ruolo
morfologico implicherebbe probabilmente un controllo a cascata da
parte dei diversi tipi di geni che ne controllano la trascrizione. Seb-
bene il diagramma della figura 20 non indichi tali geni, è probabile
che essi costituiscano una parte importante del percorso iniziato dai
diversi morfogeni o dalla modulazione della superficie (due frecce in
grassetto a destra e a sinistra). Alcune prove ragionevolmente con-
vincenti di questo controllo a cascata sono emerse studiando l'e-
spressione genica nell' embriogenesi della Drosophila [Scott e O'Far-
rell 1986]. L'analisi di tale attività genica nei vertebrati e l'estensio-
ne alla Drosophila dell'analisi molecolare dell'interazione cellulare os-
servata nei vertebrati, dovrebbe proporci un quadro piu realistico e
dettagliato del percorso del sègnale, a cominciare dai geni per termi-
nare con la formazione effettiva dell'organizzazione cellulare.
Il quadro dinamico della regolazione della morfogenesi proposto
dall' ipotesi dei regola tori implica che questi segnali debbano operare
a diversi livelli. L'ipotesi implica che la cellula sia l'unità di controllo,
che la superficie cellulare sia il punto nevralgico degli eventi di con-
trollo, che l'adesione cellulare e il differenziamento organizzino le for-
ze trainanti che sovraintendono al movimento e alla divisione cellu-
lare, e che l'adesione crei dei gruppi di cellule; queste rilasciano dei se-
gnali locali che si ripercuotono epigeneticamente su altri gruppi con-
finanti per mezzo di coppie di CAM (come esempio, si veda la fig. 18).
I fondamenti della variabilità nello sviluppo II5
Sebbene la cellula sia considerata l'unità di controllo, invece, l'unità
di induzione (in grado di generare i segnali appropriati) è una asso-
ciazione cellulare sufficientemente ampia, unita da un tipo di CAM
primaria specifica o da una combinazione di CAM. La formazione
dei confini, che correla struttura e scambio di segnali, è assicurata da
CAM aventi specificità diverse e attive in ciascuna associazione.
Secondo l'ipotesi dei regolatori, le CAM (e le SAM) sono il tratto
d'unione tra i geni e le leggi meccanico-chimiche delle sequenze epi-
genetiche. I cieli in successione delle CAM, attuati in diversi conte-
sti, rappresentano una possibile soluzione al problema del controllo
meccanico-chimico della struttura in quanto, durante lo sviluppo re-
golativo, spaziano a diversi livelli, dal gene all'organo e, di ritorno,
al gene. Questo è a fortiori vero nel sistema nervoso, sebbene la sua
complessità e la sua organizzazione sinaptica possano .richiedere un
sistema di segnali piu raffinato e complesso rispetto a qualunque   l ~
tra area morfogenetica. Attualmente sono disponibili prove speri-
mentali di quest'ipotesi, in particolare quelle ottenute perturbando
con anticorpi anti-CAM i sistemi di induzione e le colture neuronali
in vitro, e analizzando l'espressione genica con sonde specifiche di
cDNA 2'. Gli esperimenti di perturbazione del sistema di induzione
della penna in vitro con anticorpi anti-L-CAM hanno già dimostrato
una rottura precoce della simmetria dei campi della penna, i quali si
trasformano da macchie a disposizione esagonale in strie, generando,
in conseguenza, strutture piatte simili a scaglie [Gallin e altri 1986].
Questi esperimenti hanno collocato definitivamente le CAM nella
complessa catena causale dell'induzione embrionale e, data la loro
universalità d'azione, non sarebbe sorprendente se lo sviluppo di
mappe e strie nelle strutture neurali [Hubel e Wiesel 1970] presen-
tasse dei meccanismi analoghi.
6. Variabilità e conservazione della configurazione nella struttura
neurale.
A questo punto possiamo unificare alcuni fatti assodati sulla for-
mazione del sistema nervoso e alcuni aspetti dell'ipotesi dei regola-
tori in una concezione generale che spiega la variazione nel reperto-
2' Tale tecnica, nota come ibridazione in situ, permette di individuare specifiche
molecole di mRNA nella cellula grazie a sonde di DNA loro complementari, il cDNA
appunto, consentendo di sapere se, quando e dove un certo gene è stato espresso.
1I6 Capitolo quarto
rio primario ed è, perciò, centrale per la teoria della selezione dei
gruppi neuronali. Il nostro proposito è correlare variazione struttu-
rale nel sistema nervoso (si veda la tab. 4), variazione molecolare e
modulazione delle CAM nel corso dell' ontogenesi, dimostrando che
il numero di molecole adesive diverse può essere molto inferiore alla
quantità di strutture ottenibili con la modulazione.
Non sappiamo quante CAM diverse siano espresse durante la
morfogenesi, ma i dati sin qui esposti indicano che, data l'esistenza
di piu meccanismi modulatori, un numero relativamente esiguo di
molecole modulabili (forse decine, ma non centinaia) spiegherebbe
la formazione di strutture organizzate nel sistema nervoso e in altre
aree. Sebbene i fatti non consentano di stimare il numero di moleco-
le implicate nella costruzione del sistema nervoso, tuttavia, ci indi-
cano che la regolazione dinamica delle CAM note avviene con un
ordine preciso.
Queste interpretazioni appaiono nella corretta prospettiva quan-
do confrontiamo due tipi di teorie morfogenetiche: I) le teorie strut-
turali o della chemiospecificità rigida [Sperry 1963; cfr. Cowan e
Hunt 1985; Easter e altri 1985], secondo cui le strutture neurali si
formano grazie al riconoscimento complementare e specifico tra
marcatori della superficie cellulare, generando un repertorio molto
ampio, e 2) le teorie regolative, che propongono meccanismi di mo-
dulazione dinamica 26 [Edelman 1984b, 1985b]. In quest'ultime, se-
condo cui le strutture si originano selettivamente e dinamicamente
con meccanismi lontani dall' equilibrio, le transizioni da uno stato di
associazione cellulare a un altro dipendono dalla modulazione della
struttura chimica o della distribuzione delle CAM o delle SAM'che,
a loro volta, regolano forze trainanti, quali il movimento e la divisio-
ne cellulare.
I meccanismi dinamici, di per sé, non possono smentire né l'una
né l'altra teoria. Tuttavia, 1'esistenza, nella fase di induzione neurale,
di eventi modula tori sulla superficie cellulare e la successiva comparsa
delle CAM nel corso dell'induzione secondaria sono piu in sintonia
con le teorie regolative della morfogenesi. È necessario e sufficien-
te, per esempio, impedire il legame delle N-CAM o delle Ng-CAM
perché diverse aree neurali vengano scompaginate nella struttura. Le
CAM neuronali variano la propria efficienza di legame essendo mo-
26 Il dibattito tra rigidità e regolabilità nello sviluppo neurale è ancora aperto [per
delle rassegne si vedano Goodrnan e Shatz 1993; Goodrnan 1994] (cfr. il capitolo v).
I fondamenti della variabilità nello sviluppo 117
dulate, sono cioè sotto il controllo della cellula; non si tratta di una
famiglia molto numerosa di specie molecolari e non sono specificate
da un'ampia famiglia genica. Pertanto, la stessa catena dp della N-
CAM, che svolge un ruolo importante nelle fasi iniziali dell'induzio-
ne neurale, è ubiquitaria nei neuroni differenziati e svolgerà un ruolo
altrettanto determinante nella successiva formazione dei tessuti.
La formazione delle strutture neurali dipende in modo critico dal-
le interazioni neurone-glia e neurone-neurone [Sidman 1974; Rakic
19
8Ia
] e, a proposito, l'espressione della Ng-CAM e della citotactina
è modulabile, e non è presente un numero elevato di specie moleco-
lari diverse. Inoltre, diversi meccanismi primari di sviluppo contri-
buiscono a formare la struttura neurale in un modo dinamico in-
fluenzabile dalla CAM. Un chiaro esempio è la modulazione delle
CAM sulla superficie delle cellule della cresta neurale, dove si veri-
fica la coordinazione tra il movimento cellulare e l'espressione delle
CAM. Un altro esempio è la comparsa della citotactina sulle cellule
gliali nei siti di transito dei neuroni. Un'ipotesi ragionevole è che
l'organizzazione dei tessuti costituiti da queste cellule dipenda da
una variazione nella selezione di un numero ridotto di CAM e di
SAM, le quali, quindi, sono espresse in modo differenziato e intera-
giscono con i piu vari meccanismi in tempi diversi quando regolano
il differenziamento e il movimento [Hoffman e altri 1986; Chuong
e altri 1987]. Tale dinamismo nella selettività si verifica perché, nel
tempo, le cellule modulano queste molecole in risposta a segnali lo-
cali che diffondono nei tessuti. Studi in vitro hanno già dimostrato
[Friedlander e altri 1986] la modulabilità di una CAM in risposta a
un segnale, quale, per esempio, l'NGF.
Questo ritratto dinamico, sommato ai dati sulle sequenze di
espressione delle CAM (fig. 15, tab. 7) è arduo da conciliare con la
teoria di una specificità assoluta di posizioni, indirizzi e connessioni
delle cellule nervose, e realizzato da un enorme numero di molecole
diverse. Se tali indirizzi esistessero, la sequenza dei movimenti cel-
lulari richiederebbe un' eccezionale coordinazione dell' espressione
locale di ciascuna molecola nella cellula, poiché l'azione delle sequen-
ze dei processi primari di sviluppo è incompatibile con una confusio-
ne totale e una cernita indiscriminata tra cellule. Quando si verifica-
no incontri di questo tipo, come negli esperimenti di aggregazione
istiotipica in vitro [Holtfreter 1939, 1948], si generano pseudo-
tessuti amorfi e disorganizzati. I geni non possono contenere a priori
tutta l'informazione relativa alla distribuzione spaziale delle cellule
r
II8 Capitolo quarto
nella rete neurale, e l'informazione locale sembra a stento sufficiente
per controllare l'espressione coordinata e la soppressione di un ele-
vato numero di marcatori nella singola cellula. Deduciamo che
l'" elettricista" (il cugino in secondo grado dell' homunculus presente
nello sviluppo) non esiste. In accordo con la dinamica della modula-
zione delle CAM, non si verifica nemmeno un cablaggio preciso nel-
le ramificazioni piu fini dei sistemi nervosi complessi.
Una comparazione riassuntiva delle due tesi opposte sulla forma-
zione delle strutture neurali che si basi sui rispettivi requisiti e sui
dati di fatto (tab. 8), favorisce chiaramente la modulazione rispetto
alla chemiospecificità rigida, dove la prima prevede non piu di poche
decine di CAM, regolate dinamicamente, escludendo l'esistenza di
migliaia o milioni di esse. Peraltro, possiamo supporre che i neuroni
siano in grado di esprimere delle molecole non direttamente impli-
cate nell'adesione cellulare, ma che, interagendo sulla cellula con le
CAM neuronali, modulino ulteriormente le interazioni di quest'ul-
time. Tuttavia, dobbiamo notare che tali molecole non varierebbero
la specificità di legame, ma solo la selettività, in accordo con un pro-
spetto dinamico della formazione dei confini e delle strutture ope-
rato dalla modulazione.
Secondo l'ipotesi dei regolatori l'azione di relativamente poche
CAM aventi differente specificità, guidate da cinque o sei meccani-
smi di modulazione sulla superficie potrebbe generare un numero
straordinariamente elevato di strutture neurali. La regolazione in fa-
si precoci dei geni per le CAM, con il conseguente e relativamente
autonomo differenziamento cellulare controllato dai geni istorego-
latori, come nel ciclo delle CAM, potrebbe generare un insieme po-
tenzialmente illimitato di strutture. La variabilità delle strutture
stesse scaturirebbe da fluttuazioni locali dei meccanismi di modula-
zione.
Sebbene l'ipotesi dei regolatori ci consenta di spiegare l'origine
della variabilità nel repertorio primar:io, è importante segnalare che
essa può anche spiegare, in ogni specie, l'origine evolutiva della coe-
renza strutturale delle aree neurali [Edelman 1985C, 1986b], che de-
riverebbe dal controllo temporale di un ridotto numero di geni mor-
foregolatori che regolano a monte 1'espressione delle CAM e delle
SAM (si veda il capitolo VI). Nella stessa fase, in diverse regioni del
cervello, si creerebbero strutture simili per modalità funzionale
27
27 Modally, nel testo originale.
I fondamenti della variabilità nello sviluppo II9
dovute alla selezione evolutiva di sequenze specifiche di espressione
dei geni per le CAM (tab. 7), coordinate a quelle dei geni istorego-
latori. A causa degli influssi genici sulla dinamica della regolazione,
la formazione delle strutture neurali può essere simile, per modalità
funzionale, in individui diversi, ma deve anche variare nei singoli
neuroni e nei rispettivi prolungamenti. All'interno di una struttura
anatomica tridimensionale, specifica per ogni specie, la variabilità lo-
cale nelle connessioni potrebbe essere immensa.
Tabella 8.
Comparazione tra modulazione e chemioaffinità rigida.
Numero di molecole dif-
ferenti
Specificità
Variazione di affinità
Le stesse molecole nelle
prime e nelle ultime fa-
si dello sviluppo?
Le stesse molecole in spe-
cie diverse?
Metodo di generazione
delle forme
Basi evolutive di una nuo-
va forma neurale
Modulazione
Decine
Ogni CAM specifica per
il partner di legame
Omifilica: N-CAM con
N-CAM
Eterofilica: Ng-CAM
Due dipendenze principa-
li dagli ioni: Ca + + per
L-CAM, nessuno per
N-CAM
Molto elevata; dinamica
Si, con varie nuove ag-
giunte
Si, con i livelli attesi di
polimorfismo genetico;
possibile impiego di
molecole diverse in taxa
molto distanti
Vincoli selettivi sulle inte-
razioni dei processi pri-
mari
Configurazione modifica-
ta del gene regolatore
delle CAM e processi
primari; ciclo modula-
tore delle CAM (si ve-
da la fig. 20)
Chemioaffinità
Milioni
Molto raffinata; sufficien-
te per distinguere ogni
coppia di marca tori
Non esplicitamente consi-
derata ma presumibil-
mente riflessa nelle di-
verse. specificità
Possibile, ma con molte
nuove aggiunte
Necessarie molte diffe-
renze per generare le
dettagliate differenze
strutturali tra specie
Riconoscimento specifico
di marcatori cellulari
complementari
Variazioni nel numero o
nel tipo di marcatori
per mutazione e per
espressione genica
r
120 Capitolo quarto
In questo contesto la variazione nel repertorio primario scaturi-
sce dalla regolazione, interazione e feedback (positivo e negativo) tra
adesione cellulare e altri processi di svilupp02'. Naturalmente, le
CAM, le SAM e la loro modulazione sono una condizione necessa-
ria, ma non sufficiente per creare strutture neurali differenziate. Co-
me vedremo nel prossimo capitolo, per spiegare la progressiva for-
mazione dei dettagli istologici piu microscopici del sistema nervoso
abbiamo bisogno di ulteriori meccanismi: 1'attività e la modificazio-
ne sinaptica.
Concludendo, il cuore della tesi appena sviluppata è che, durante
lo sviluppo del sistema nervoso, i meccanismi molecolari dell' adesio-
ne cellulare siano pienamente compatibili sia con la coerenza funzio-
nale delle mappe sia con le variazioni specifiche nelle reti neurali mi-
croscopiche, come richiedono le teorie selettive. Il proposito di que-
sto capitolo è stato quello di rivelare la natura molecolare della varia-
bilità. L'ipotesi dei regola tori spiega l'origine della variabilità dei
gruppi neuronali con un meccanismo epigenetico molecolare. Tut-
tavia, non risolve del tutto il problema della formazione di specifiche
mappe neuroanatomiche e funzionali nel sistema nervoso. Appro-
fondiremo questo tema nel prossimo capitolo, dimostrando che, seb-
bene il problema della formazione delle mappe non sia completa-
mente risolto, la variabilità creata dai processi primari e il controllo
dell' adesione cellulare contribuiscono entrambi alla formazione delle
mappe.
2' Il contFasto "ideologico" tra ipotesi regolatoria e chemioaffinità rigida, qui pro-
posto da Edelman per spiegare il preciso sviluppo cartografico delle connessioni nel cer-
vello sembra, con l'accrescersi delle conoscenze, risolversi a favore della regolazione.
Quello che egli prevede in via ipotetica in questo capitolo, e cioè che, data l'esistenza di
meccanismi modulatori diversi, un numero relativamente esiguo di molecole potrebbe
spiegare la sofisticata formazione delle strutture del cervello, sembra avere riscontro rea-
le. UlIrich e collaboratori [1995] hanno, infatti, scoperto che in una classe di molecole
di adesione, le neurexine, esclusive del oervello, sono potenzialmente generabili pili di
mille molecole tramite la regolazione e la modificazione genetica. Per alcune di esse è sta-
to dimostrato che «in tutte le regioni studiate ogni tipo di neurone presenta una confi-
gurazione di coespressione distinto, a sostegno del concetto che l'espressione combina-
toria delle neurexine è una proprietà regolata dei neuroni» [ibid., p. 505].
Capitolo quinto
La dinamica cellulare delle mappe neurali
Conservazione e variazione in anatomia, un apparente para-
dosso, p. 121. - L'importanza delle mappe, p. 122. - Proprietà
generali delle mappe, p. 124. - Proprietà cellulari che determi-
nano lo sviluppo delle mappe, p. 127. - Dimostrazioni di pro-
cessi primari indipendenti nella formazione delle strutture ner-
vose, p. 128. - Competizione per le aree bersaglio, p. 133. - Mo-
delli di ricerca del percorso da parte del neurone basati sull' ipo-
tesi dei regolatori, p. 136. - La mappa retinotettale, p. 140. - Il
controllo a piu livelli nella formazione delle mappe, p. 144·
_ L'imprevista plasticità delle mappe nell'adulto, p. 146. - La
competizione per la rappresentazione, p. 149· - Diffusione
e sovrapposizione delle arborizzazioni assonali e dendritiche,
p. 154. - Alcune eccezioni apparenti: mappe plastiche solo in
periodi critici, p. 157·
I. Introduzione.
Nei capitoli precedenti abbiamo visto quali meccanismi consen-
tono la variabilità strutturale, funzionale e di sviluppo dei neuroni.
Tuttavia, anche le convincenti dimostrazioni molecolari e cellulari
riassunte nel capitolo IV non ci spiegano del tutto un insieme di fatti
a favore della conservazione delle strutture neuroanatomiche, i quali
potrebbero ispirare conclusioni contrarie a quelle offerte dalle dimo-
strazioni molecolari. Infatti, dal punto di vista neuroanatomico,
quantomeno a grandezza naturale, la caratteristica piu evidente del
cervello è l'ordine e la specificità [Brodal I98I], non certo la varia-
bilità. Per esempio, come conciliamo la presenia di mappe anatomi-
che e funzionali nella corteccia cerebrale, che manifesta una citoar-
chitettonica elaborata [cfr. Schmitt e altri I 98 I; Edelman e altri
I9
8
4], e la variabilità molecolare, di sviluppo e neuronale?
In questo capitolo, per capire piu a fondo la natura epigenetica
della struttura neurale e per sviluppare un contesto appropriato in
cui discutere tale apparente paradosso, approfondiremo i principali
aspetti anatomici e cellulari della neurobiologia dello sviluppo. Data
,..-----
I22 Capitolo quinto
la grande importanza delle mappe neurali nel contesto della teoria,
esse saranno il modello di riferimento entro cui correlare la regola-
zione molecolare allo sviluppo e alla funzione neuroanatomica. La
formazione delle mappe è un aspetto centrale nelle reti selettive dei
gruppi dotati di circuiti rientranti, e svolge un ruolo preminente nel-
l'armonizzare variazioni ambientali e strutture dinamiche presenti
nel cervello. Come vedremo piu avanti, la teoria sostiene che l'evo-
luzione di precisi meccanismi di formazione delle mappe sia essen-
ziale all' organismo per affrontare gli aspetti etologici e comporta-
mentali adattativi della categorizzazione percettiva. Gli studi sugli
aspetti evolutivi, di sviluppo e funzionali delle mappe sono una delle
arene piu attive della neurobiologia [si veda Edelman e altri 1984].
Questo capitolo non pretende di riassumere tutto questo lavoro, ma
di estrarne le dimostrazioni pro e contro la teoria della selezione dei
gruppi neuronali. Vedremo come la formazione delle mappe implichi
due tipi di eventi selettivi; anatomici, nella formazione dei repertori
primari, e sinaptici, nella formazione dei repertori secondari; in certi
stadi dello sviluppo, questi due tipi di eventi si sovrappongono per
creare o consolidare mappe particolari.
Come sfondo per queste prove considereremo dapprima come la
teoria interpreta la formazione delle mappe. In seguito vedremo qua-
li meccanismi controllano [Cowan 1978; Edelman e altri 1985; Pur-
ves e Lichtman 1985] lo sviluppo delle proiezioni nervose che forma-
no le mappe, e perciò faremo una rapida esplorazione nel comporta-
mento delle cellule durante lo sviluppo embrionale. Volendo stabilire
una relazione tra le mappe formate dai tratti di fibre nervose duran-
te l'embriogenesi e i meccanismi di modulazione delle CAM descritti
1ilel capitolo precedente, e volendo evidenziare le variabili che con-
trollano l'anatomia delle mappe, ci occuperemo dello sviluppo delle
proiezioni retinotettali [Easter e altri 1985; per rassegne si veda
Edelman e altri 1985]. Infine, documenteremo la variabilità nelle
mappe funzionali già formate, cioè i repertori secondari in strutture
anatomiche consolidate, riesaminando i rapporti tra anatomia e fun-
zione neurale nelle mappe dell'adulto soggette a regole citoarchi-
tettoniche. La variabilità funzionale delle mappe nell' adulto osser-
vata nei repertori secondari [Merzenich e altri 1983a] è una tra le
dimostrazioni piu persuasive a sostegno della selezione dei gruppi
neuronali.
È importante notare, da subito, che la definizione di mappa può
essere estremamente flessibile; infatti, anche in riferimento a specie
animali con pochi neuroni e con un corredo comportamentale limi-
La dinamica cellulare delle mappe neurali
I23
tato, nasce la tentazione di parlare di mappaggio per ogni ordine di
connessioni. In questa sede restringeremo la definizione a una strut-
tura ordinata e all' attività di gruppi di neuroni e di ampi tratti di fi-
bre che si proiettano verso lamine e nuclei ben identificati nella fun-
zione e attivi in organismi dotati di un cervello specializzato nelle
funzioni piu diverse [Palmer e altri 1978; Tusa e altri 198r]. L'orga-
nizzazione a mappe a cui ci riferiremo stabilisce una relazione piu o
meno continua" punto-area" e "area-area". Tale restrizione vuole
evitare la confusione che nascerebbe nel considerare le singole con-
nessioni neurali contemporaneamente alle connessioni verso grandi
aree, originate si nel corso dell'evoluzione per svolgere specifiche
funzioni motorie o sensoriali. Questa restrizione vuole altresl rimar-
care che la teoria della selezione dei gruppi neuronali evita concet-
ti, quale quello di equipotenzialità I [Lashley 1950], ma che non è
nemmeno stata concepita pensando a singoli neuroni o a insiemi di
neuroni connessi casualmente.
2. Rappresentazione e mappaggio.
Sarà bene valutare alcuni aspetti funzionali generali delle mappe
prima di riassumere le variabili fisiologiche e di sviluppo che ne fa-
voriscono la formazione. Secondo la teoria, è necessario che la mag-
gior parte dei circuiti neurali sia organizzata nel rispetto di uno sche-
ma sovrapposto e degenerato [Edelman 1981]. A tale proposito, val-
gono i seguenti requisiti: I) nel repertorio primario devono esserci
diversi gruppi di cellule adatti a svolgere piu o meno bene le stesse
funzioni; 2) questa degenerazione può essere simile alla ridondan-
za nel compensare l'inaffidabilità di un sistema distribuito, ma si
comporta meglio di fronte all'" imprevedibilità" impliéita in nuove
I La teoria dell' equipotenzialità di Lashley sostiene che le diverse aree della cortec'
cia possono indifferentemente svolgere quasi tutte le funzioni, per cui il cervello lavora
in modo gestaltico 0, viceversa, che una certa funzione non è confinabile a una ben pre·
cisa porzione di corteccia cerebrale, per cui i deficit funzionali sono proporzionali alla
quantità di materia cerebrale danneggiata (teoria dell'azione di massa). Storicamente, tale
teoria rappresenta l'espressione piu ampia dell' olismo applicato alla interpretazione del
cervello e si colloca sul versante opposto rispetto allocalizzazionismo che, nelle sua forma
piu estrema [Barlow 1972], ritiene che pochi neuroni posti al vertice di una gerarchia di
elaborazione (cellule ipercomplesse) possano svolgere funzioni percettive specializzate (si
veda il capitolo II, nota 7). Il concetto di rientro, fondamentale nella teoria di Edelman,
«rende in gran parte irrilevanti le argomentazioni che oppongono il funzionamento lo-
cale del cervello a quello globale» [Tononi e altri 199
2b
, p. 33
2
].
r
12
4 Capitolo quinto
situazioni; 3) anche dopo la selezione dei gruppi, conseguente alle
esperienze dell' animale, il repertorio primario può contenere ancora
dei gruppi cellulari equivalenti dal punto di vista funzionale o, ma-
gari, piu efficaci di quelli già attivi nel repertorio secondario; e 4) du-
rante la selezione del repertorio secondario, i gruppi neuronali pos-
sono subire un' esclusione competitiva.
Queste e altre proprietà, di cui parleremo, implicano che il cer-
vello sia un sistema distribuito [Mountcastle I97
8
] dove una certa
funzione è realizzabile in molti livelli diversi. Poiché i repertori dei
gruppi neuronali costituiscono un sistema distribuito e degenerato,
le differenze nella temporalità dei segnali, nella loro correlazione e
rappresentazione, ma anche nell'archiviazione e nel recupero asso-.
ciativi, diventano tutte questioni di estrema importanza. A questo
punto è bene affrontare un'importante questione relativa alla natura
della rappresentazione, che è il preambolo della percezione: qualun-
que sia il meccanismo sottostante, esso deve consentire una correla-
zione continua e coerente tra i diversi caratteri spaziotemporali di
una struttura neurale e almeno qualche caratteristica di un oggetto
esterno.
Nell'affrontare il problema del rapporto tra'rappresentazione e
categorizzazione possiamo porci diversi interrogativi. Il cervello de-
ve creare necessariamente delle rappresentazioni topologiche e topo-
grafiche o mappe isomorfiche delle proprietà geometrkhe e fiskhe
degli oggetti? Se si, il cervello è congegnato in modo da creare mappe
in serie, per esempio, mappe di mappe? Se nell' ambiente compare il
movimento, come vengono" salvati" in tempo i tratti salienti della
scena o come sono correlabili a una ricomparsa della stessa scena nel-
o la rappresentazione neurale, che è fondamentale per la percezione?
Il nostro modello per risolvere tali questioni sarà la corteccia cerebra-
le [Schmitt e altri I98I; Edelman e altri I984], ma i principi ricava-
tine sono probabilmente trasferibili, con alcuni ritocchi, ad altre aree
organizzate a mappe.
Sembra che nel cervello sia necessario almeno un livello di rap-
presentazione degli input sensoriali sotto forma di una mappa topo-
grafka o spaziale che rispecchi parti di oggetti nello spazio [Edelman
e Finkel I9
8
4]. Se non fossero conservati alcuni caratteri costanti in
una prima fase dell'elaborazione neurale sarebbe poi difficile far cor-
rispondere la posizione spaziotemporale o la continuità di un oggetto
(o di sue parti) nelle rappresentazioni neurali successive. Tuttavia,
è sufficiente che tale mappa primitiva conservi alcuni tratti che la
correlano alla continuità spaziotemporale di un oggetto, e non è
La dinamica cellulare delle mappe neurali 12
5
indispensabile un mappaggio completo punto a punto in senso ma-
tematko. Sino a ora nessuno ha dimostrato nel sistema nervoso una
mappa punto a punto; invece, tutte le forme di mappaggio locale stu-
diate, punto-area e area-area, si sono rivelate degenerate. Infatti, la
sovrapposizione parzialmente incompleta osservabile nella corteccia
sensoriale primaria [Mountcastle I978] sembra essere un esempio di
degenerazione, un indizio dell'esistenza della degenerazione funzio-
nale. In tali regioni il rapporto punto-area tra gli input afferenti e la
rappresentazione primitiva nel cervello viene modellato sia dall'ini-
bizione laterale sia da un insieme di proprietà dinamiche del sistema.
Un esempio ovvio di dinamismo è il movimento dei recettori senso-
riali rispetto alla scena esterna. Anche nel caso della percezione udi-
tiva, dove questo non è strettamente vero, i movimenti della testa
modificano significativamente la capacità di localizzare il suono [si
veda Edelman e altri I987b].
L'organizzazione della corteccia cerebrale in gruppi verticali con-
sente non solo di trasferire su una lamina bidimensionale [Mountca-
stle I978] le proprietà multidimensionali peculiari di una modalità
sensoriale, ma aiuta anche a "tradurre" alcune proprietà fisiche degli
oggetti esterni (come orientamento, inclinazione, ecc.) in proprietà
neurali e in posizioni definite. Da questo punto di vista, una mappa
cerebrale primaria è concepibile come un sistema di traduzione che
consente di campionare e conservare la congruenza spazio temporale
di porzioni selezionate nella topografia grezza della scena esterna.
Questo sembra essere il ruolo prioritario svolto dalle colonne cere-
brali nelle aree recettive primarie [Hubel e Wiesel I977]. Un'orga-
nizzazione di questo tipo non richiede un mappaggio denso di tutte
,le caratteristiche e, a quanto pare, non lo attua [Mountcastle I978].
Tuttavia, per la stessa ragione tale mappa locale è insufficiente per
realizzare la percezione [Uttal I978, I98I], e sembrano implicate ul-
teriori mappe rientranti multidimensionali [Zeki I98r]'
In un sistema selettivo distribuito la traduzione di prim' ordine
e l'astrazione di basso livello effettuata da una mappa locale sono
molto importanti perché consentono ai gruppi neuronali di ordine
superiore, inseriti in un mappaggio globale (si veda il capitolo VIII),
di riferirsi senza ambiguità, per mezzo del rientro, a gruppi specifici
di livello inferiore già predisposti per rispondere a caratteri e pro-
prietà specifiche di un oggetto. Da ciò evinciamo che tali mappe lo-
cali primitive debbano conservare una certa continuità che ricompo-
ne le informazioni sensoriali in arrivo, cioè, una rappresentazione
126 Capitolo quinto
interna nella prima fase di elaborazione sensoriale a cui, in seguito
e per mezzo del rientro, potrà riferirsi l'elaborazione di livello supe-
riore.
In una concezione di questo tipo, le mappe locali acquisiscono i
seguenti significati funzionali: I) i caratteri multidimensionali di un
oggetto sono rappresentati sotto forma di mappe su una lamina cor-
ticale bidimensionale, la quale traduce alcuni caratteri fisici degli og-
getti in proprietà neurali in regioni specifiche. Sebbene questa prima
mappa sia caratterizzata dalla continuità, non le è richiesto di essere
isomorfica rispetto a tutti i caratteri dell' oggetto; 2) la regione cor-
ticale, o dominio, di una mappa non è definita in modo univoco (seb-
bene i limiti dei suoi confini siano, in ultima analisi, determinati dal-
le proiezioni in input e in output). Piuttosto, la dimensione e la posi-
zione effettiva delle regioni della mappa devono scaturire della com-
petizione funzionale durante la selezione dei gruppi neuronali. Di-
mostreremo questa affermazione nelle ultime parti del capitolo e nel
capitolo successivo; 3) la principale funzione di una mappa di questo
tipo è di essere un punto di riferimento per i rapporti -input-output di
livello superiore e per i mappaggi in sequenza di un sistema rientran-
te. Poiché altre regioni del sistema nervoso (e, in particolare, della
corteccia) devono realizzare delle procedure che prevedono input
multimodali, astrazioni, e procedure svincolate dalle mappe, bisogna
pur conservare un' area a cui far sempre riferimento per le proprietà
di continuità. Tale area è rappresentata dalla mappa locale e dai suoi
domini all'interno delle aree recettorie primarie. Però, dobbiamo as-
solutamente tenere presente che, nel sistema degenerato rientrante
ipotizzato dalla teoria, tutte le interazioni tra mappe devono conser-
varsi dinamicamente e riorganizzarsi per compensare gli effetti per-
turbativi.
Approfondiremo questo aspetto dopo aver risolto il paradosso
esposto a inizio capitolo, cioè, l'apparente incongruenza tra la varia-
bilità creata dai meccanismi molecolari di sviluppo e la generazione
ontogenetica di mappe anatomiche e funzionali organizzate. A tale
proposito, dobbiamo rendere compatibili le conoscenze neuroana-
tomiche sullo sviluppo delle proiezioni e i meccanismi molecolari de-
scritti nel capitolo precedente. Sebbene nessuna indagine sperimen-
tale abbia fornito una spiegazione esauriente dei fondamenti del
mappaggio durante lo sviluppo, tuttavia, studi cellulari svolti in si-
stemi diversi traggono conclusioni in pieno acc<?rdo con i requisiti
della teoria della selezione dei gruppi neuronali. E proprio in questo
campo che gli aspetti di sviluppo della teoria si contrappongono ai
La dinamica cellulare delle mappe neurali 12
7
modelli della chemioaffinità rigida [Sperry, 1963, 1965] proposti per
la formazione del sistema nervoso. A tale proposito, un insieme cor-
poso di studi cellulari ci fornirà il materiale per delle prime conclu-
sioni e per dei principi generali [per alcune panoramiche, cfr. Cowan
1978; Purves e Lichtman 1985; Edelman e altri 1985].
3. I vincoli dello sviluppo nella formazione delle mappe.
Come possiamo conciliare la variabilità nello sviluppo derivante
dalla regolazione molecolare dinamica e l'evidenza che i tratti di fi-
bre nervose formano una mappa organizzata? Un' analisi dei fonda-
menti anatomici dello sviluppo neuronale dimostra che le strutture
neurali (mappe comprese) scaturiscono da una complessa miscela co-
stituita dai processi primari di sviluppo, dalla competizione cellulare,
e dall'attività neuronale. Prenderemo qui a esempio la superba ana-
lisi di Cowan [1978], il quale, studiando la formazione delle connes-
sioni, ha enucleato tre questioni importanti: I) l'acquisizione da par-
te dei neuroni della potenzialità per formare strptture topografiche
organizzate; 2) l'instradamento dei prolungamenti neurona1i; e 3) il
contatto dei prolungamenti stessi con tipi cellulari specifici, talvolta
in punti precisi su strutture specializzate della cellula
2

Sebbene la definizione «specificità   sia stata impiegata
in riferimento alle strutture anatomiche at'parentemente stereotipa-
te del sistema nervoso, vanno comunque ben distinti gli effetti della
selezione dinamica dagli effetti della specificità molecolare (si veda
la tab. 8). Al fine di evidenziare l'importanza della selezione nella
formazione delle strutture, descriveremo alcuni principi ricavati da
ricerche sui dettagliati meccanismi cellulari dello sviluppo. Cowan
[1978] sottolinea che nella formazione delle popolazioni neurali nel
SNC sono individuabili alcuni eventi sequenziali (tab. 9). Essi sono
la proliferazione, la migrazione, l'aggregazione, il differenziamento
e la morte cellulare, la formazione di connessioni, e l'assestamento
centro-periferia. Tratteremo questi eventi nell'ordine, comincian-
do per ciascun caso con una generalizzazione o conclusione signifi-
cativa per la teoria, a cui seguiranno le dimostrazioni; una bibliogra-
2 In una rassegna piu recente sullo sviluppo del cervello [Gooclman e Shatz 1993],
la formazione specifica delle connessioni neurali viene scomposta in tre passi interpre-
tabili ancora alla luce del selezionismo: I) selezione del percorso, 2) selezione del bersa-
glio, 3) selezione dell'indirizzo.
.--
128 Capitolo quinto
fia esauriente è rintracciabile nella rassegna di Cowan [1978]. Com-
plessivamente, queste conclusioni sono compatibili con l'ipotesi dei
regolatori [Edelman I984b], descritta nel capitolo precedente. Inol-
tre, esse sostengono con forza che alcuni meccanismi primari dello
sviluppo neurale sono indipendenti, evidenziando al contempo la na-
tura statistica, selettiva e popolazionistica dei meccanismi stessi du-
rante la formazione epigenetica del sistema nervoso.
I) La proliferazione cellulare. La proliferazione cellulare che ge-
nera le popolazioni delle mappe nel SNC è autonoma e non dipende da-
gli input diretti alle mappe. Diversi esperimenti dimostrano la gene-
razione di sottopopolazioni cellulari in scansioni definite e in sequen-
ze specifiche. Queste sequenze possono svilupparsi dall'interno ver-
so l'esterno (per esempio, nella corteccia cerebrale - per primo lo
strato VI, per ultimo lo strato I), dall'esterno verso l'interno (per pri-
me le cellule gangliari della retina, per ultimi i fotorecettori), o pos-
sono essere miste (nel tetto ottico del pollo, prima lo strato superfi-
ciale interno, poi gli strati profondi). La proliferazione neuronale nel
SNC sembra indipendente dalle connessioni con le fibre afferenti o
efferenti. I neuroni piu grandi sono generati prima dei neuroni piu
piccoli; nel tronco cerebrale e nel midollo spinale è osservabile un
gradiente rostrocaudale della proliferazione cellulare, infatti, lo svi-
luppo rostrale precede quello caudale. Nella prevalenza delle aree, la
glia può comparire dopo, ma, in seguito, la proliferazione gliale (e la
capacità di inclurla in stadi successivi) è assai piu cospicua della pro-
liferazione neuronale. Nell'ultima fase della vita embrionale i tempi
del ciclo cellulare sono già molto lunghi e, nell' adulto, i neuroni del
SNC non proliferano piu. Al contrario, nel sistema nervoso perife-
rico la proliferazione si verifica a migrazione ultimata, e la crescita
Tabella 9.
Fasi della neurogenesi [Cowan 1978].
Proliferazione cellulare
Migrazione cellulare
Aggregazione cellulare selettiva
Citodifferenziamento neuronale
Morte cellulare durante lo sviluppo neurale
Formazione delle connessioni:
Acquisizione della informazione posizionale
Crescita assonale e ricerca del percorso
Identificazione del bersaglio
Assestamento centro-periferia e interrelazioni
La dinamica cellulare delle mappe neurali 12
9
è controllata dal campo di innervazione, come vedremo a proposito
dell' assestamento centro-periferia [Purves 1983; Purves e Lichtman
1983].
2) La migrazione cellulare. lfattori implicati nella migrazione neu-
ronale sono diversi da quelli implicati nella crescita assonale. Tutti i
neuroni del SNC si comportano come zingari in una fase della loro
vita -la migrazione sembra verificarsi dopo l'uscita dal ciclo cellu-
lare. Numerose dimostrazioni [Rakic I971b, I98Ia] indicano che la
glia radiale costituisce molte (ma non tutte) delle vie di controllo del-
la migrazione neuronale (fig. 2 I).
Il significato fondamentale di queste osservazioni per i nostri sco-
pi è che, in molti casi, due tipi diversi di cellula interagiscono con up
ordine ben preciso per consentire il posizionamento della cellula. E
difficile immaginare l'indirizzamento operato dalla glia radiale se non
pensando a interazioni dinamiche e selettive tra neuroni e glia media-
te dall' espressione delle CAM, alla migrazione su elementi della ma-
trice extracellulare, come la citotactina, e alla successiva modificazio-
ne della forma delle due diverse famiglie di cellule che aderiscono re-
ciprocamente con meccanismi eterotipici ed eterofilici 3. Gli esperi-
menti di Rakic [r97Ia, I97Ib, I972a, I972b, 1978, I98Ia] sono pie-
namente in accordo con le osservazioni secondo cui, se inattiviamo
queste molecole con anticorpi mirati, impediamo una migrazione cor-
retta dei granuli esterni in fette di cervelletto in coltura [Lindner e al-
tri 1983; Hoffman e altri 1986; Chuong e altri 1987]. Tali meccani-
smi migratori, non ancora dimostrati nel sistema retinotettale, svol-
gono un ruolo importante nella formazione della corteccia cerebrale
e cerebellare. In accordo con le osservazioni sulla modulazione della
polarità delle Ng-CAM, l'estensione dei neuriti è separata dalla mi-
grazione cellulare. Per esempio, Cowan [1978] ha evidenziato che
cellule ectopiche nel tetto ottico (per esempio, una piccola percentua-
le che non migra verso il nucleo istmoottico) possono ancora indiriz-
zare gli assoni verso il corretto occhio controlaterale.
3) L'aggregazione cellulare selettiva. La dimostrazione è a favore
di meccanismi epigenetici competitivi costituiti da segnali locali che in-
ducono la regolazione o la modulazione delle CAM sulla superficie cel-
lulare. Questo fenomeno generale è già stato approfondito nel capi-
tolo precedente. L'unico punto da aggiungere è che, nella corteccia
cerebrale, tutti i neuroni tardivi devono migrare dopo quelli già mi-
3 La piu importante molecola nota implicata nell' adesione neuroni-glia è l'astrotac-
tina [Edmonson e altri 1988].
,,-----
130 Capitolo quinto
Figura 21.
Disegno schematico di quattro cellule della glia radiale e della coorte di neuroni migranti
associati, come li ha disegnati Rakic [198Ia]. Le cellule poste tra le colonne illustrate so-
no state cancellate per semplificare il diagramma e sottolineare il fatto che tutti i neuroni
generati nelle zone ventricolari (V) e sottoventricolari (SV) nello stesso sito (unità pro-
liferative A-D) migrano in successione lungo la stessa fibra del fascicolo verso la piastra
corticale in sviluppo (PC) e formano delle colonne radiali ontogenetiche (A-D). In cia-
scuna colonna i neuroni arrivati per ultimi oltrepassano i neuroni situati piti in profon-
dità (NP), generati in tempi precedenti e giunti a occupare la posizione piti superficiale
al confine tra piastra corticale in sviluppo e strato corticale (I). Le griglie della glia radiale
conservano nella loro posizione finale i rapporti topografici tra la generazione di neuroni
prodotti in unità proliferative e previene il disaccoppiamento che si verificherebbe se,
per esempio, le cellule scegliessero un percorso diretto (linea tratteggiata) tra l'unità A
e la colonna C' .
A' B' C' D'
- ... -... - -- _ ...
PC
NP
La dinamica cellulare delle mappe neurali 13 1
grati, i quali hanno formato dei gruppi, dopo aver raggiunto il sito
definitivo. La modulazione delle N-CAM, delle Ng-CAM o di mo-
lecole gliali come la citotactina, pur nei diversi meccanismi, può spie-
gare l'adesione preferenziale e la regolazione di questo movimento
en passant [Chuong e altri 1987].
4) Il citodifferenziamento neuronale. La forma complessiva dei
neuroni sembra determinata geneticamente, mentre, al contrario, la di-
stribuzione e la ramificazione dei prolungamenti non lo è, dipendendo
dagli input. Lo sviluppo definitivo delle forme neuronali e la straor-
dinaria variabilità epigenetica dei prolungamenti, a sua volta funzio-
ne degli input, suggerisce l'azione di un sistema complesso, dinamico
e selettivo, in cui alcune variabili popolazionistiche (come le tipolo-
gie neuronali) sono fisse, mentre altre dipendono da interazioni sta-
tistiche.
Il differenziamento neuronale si verifica in sincronia con l'arrivo
delle afferenze e con la morte cellulare. A eccezione delle ramifica-
zioni terminali piti fini, estremamente variabili, la maggior parte dei
neuroni si differenzia in una morfologia caratteristica che, per ogni
tipo, è svincolata dall'ambiente. Questo è dimostrabile in colture
di tessuto [Scott e altri 1969; Fishbach 1970,1972; Banker e Cowan
1977, 1979; Dichter 1978; Peacock e altri 1979; Moonen e al-
tri 1982; Neale e altri 1982] e in animali isogenici [Macagno e altri
1973]. In una struttura, quale il cervelletto [Rakic 1972b], l'arboriz-
zazione dei neuroni è influenzata dalle afferenze in arrivo'. Cosi, la
forma finale della ramificazione, ma non la morfologia complessiva
della maggior parte dei neuroni, è influenzata dalla variazione nelle
connessioni stabilite con le fibre afferenti. Nella corteccia cerebrale
troviamo un'ampia variabilità nei modelli di ramificazione e nella
lunghezza dei dendriti (si veda la tab. ·4). La formazione delle spine
dendritiche sembra un processo autonomo, nel senso che si verifica
in assenza di input, pur mostrando anch' essa una significativa varia-
bilità.
Come vedremo a proposito della proiezione retinotettale, il feno-
tipo finale di un neurone attivo dipende da numerosi e diversi mec-
, Un classico esempio del peso relativo dei fattori genetici ed epigenetici nella for-
mazione del cervello è rappresentato dalle cellule del Purkinje, presenti nella corteccia
del cervelletto, le quali, in condizioni normali, organizzano i loro rami dendritici in una
forma" a palizzata", mentre, quando si verificano mutazioni geniche, questa struttura
è ,Profondamente   T ale   la ripercussione della ll?-0rte
e/o della mancata rrugrazlOne del neuroru sltuatl a monte nella rete neurale, l granuli, co-
me nel caso del mutante weaver [Sidman e altri 1965; per una rassegna illustrata sui cir-
cuiti della corteccia del cervelletto, si veda Llinas 1975; per una rassegna sui mutanti ce-
rebellari, si veda Jacobson 19913].
r
132 Capitolo quinto
canismi molecolari. L'attività influisce sul differenziamento neuro-
nale in funzione del momento iniziale dell' attività, del tipo di canali
ionici presenti, della modalità di trasmissione sinaptica e del tipo di
neurotrasmettitore scelto, qualora la trasmissione sia di tipo chimico.
Sebbene manchino degli studi definitivi sui neuroni del sistema ner-
voso centrale, l'analisi delle cellule dei gangli indica che una cellula
progenitrice può sintetizzare in un primo tempo noradrenalina e in
una fase successiva acetilcolina [Patterson e Chun 1974; Johnson e
altri 1976]. La scelta in un senso o nell'altro è determinata da varia-
bili spaziali locali. E stato dimostrato, per esempio, che la particolare
posizione raggiunta dalle cellule nella cresta neurale è il fattore de-
cisivo per la scelta futura in senso adrenergico o colinergico [Le
Douarin 1982]. Tutte queste considerazioni sottolineano quanto sia
importante l'attività nel plasmare le mappe neurali, che apparirà piu
chiara quando parleremo delle proiezioni retinotettali.
5) La morte cellulare. La morte cellulare si verifica durante la for-
mazione delle strutture, può essere stocastica, può coinvolgere molte cel-
lule in una popolazione e generalmente non è preprogrammata' [Co-
wan e Wenger 1967; Prestige 1970; Cowan 1973; Hamburger 1975;
Berg 1982]. Se la morte si verifichi spontaneamente o meno dipende
dalla tempestiva formazione delle connessioni tra le cellule e il loro
campo proiettivo, ed è, questa, un'ulteriore prova a sostegno dei mo-
delli competitivi e selettivi nella formazione delle strutture nervose.
Non vi è esempio piu probante della morte cellulare a favore della
costruzione per selezione delle strutture nervose. Infatti, durante lo
sviluppo, in alcune aree muore circa il 70% delle cellule, e tale mor-
talità può verificarsi in un tempo relativamente breve. In prevalen-
za, la morte cellulare non è pre-programmata, ma dipende dalle con-
nessioni stabilite dal neurone con i campi di innervazione corretti.
Si tratta per lo piu di un fenomeno epigenetico in gran parte stoca-
stico; anche in alcune forme mutanti di topo, i cosiddetti granulopri-
vi (in particolare, la forma staggerer), la maggior parte della perdita
non è pre-programmata, ma dipende, piuttosto, dall'assenza di even-
ti contingenti [Rakic e Sidman 1973; Messer e Smith 1977; Messer
1980]. Cosi, in due individui diversi, mentre in una regione muore,
, Grande attenzione è stata rivolta negli ultimi anni alla morte cellulare program-
mata, o apoptosi. Si tratta di un fenomeno attivo che coinvolge alcuni geni non ancora
ideQtificati, mentre è stato identificato un gene che, se attivato, previene l'apoptosi stes-
sa. E interessante il fatto che, almeno in parte, i meccanismi che controllano la prolife-
razione delle cellule siano anche quelli che ne controllano la morte, come nel caso del-
l'oncogene myc [Evan e altri 1992; per una rassegna del controllo genico della morte cel-
lulare si veda Freeman e altri 1993].
La dinamica cellulare delle mappe neurali 133
grosso modo, la stessa percentuale di cellule, in ogni popolazione
comparabile muoiono cellule diverse.
6) La formazione delle connessioni. Il risultato della crescita dei
prolungamenti neuronali per formare e stabilizzare le connessioni dipen-
de da un insieme complesso di meccanismi dinamici cooperativi e com-
petitivi [Cowan 1978; Purves 1980; Purves e Lichtman 1983, 1985;
Easter e altri 1985] e, in un certo grado, stocastici nella loro attività.
Abbiamo già accennato a tale questione a proposito delle sinapsi
neuromuscolari. La formazione delle connessioni si collega alla que-
stione dell' assestamento centro-periferia, che vedremo dopo, e cadrà
a proposito quando parleremo della formazione delle proiezioni re-
tinotettali. In accordo con le prove secondo cui durante la crescita
assonale entrano in gioco dei meccanismi dinamici, le N-CAM e le
Ng-CAM sono presenti sui coni di crescita e mediano la fascicolazio-
ne [Hoffman e altri 1986]. Gli studi sulla rigenerazione muscolare,
riassunti nel capitolo precedente, dimostrano l'esistenza di un ciclo
di controllo reciproco tra la regolazione delle CAM e l'integrità si-
naptica. E probabile che cicli analoghi siano presenti nel SNC.
7) L'assestamento centro-periferia. Le connessioni sinaptiche pos-
sono ridursi di numero quando attraversano i confini di una popolazione
normale, ed esiste una regolazione quantitativa delle distribuzioni pre-
e postsinaptiche.
Due casi di innervazione periferica esemplificano questi aspet-
ti [Purves
6
1983; Purves e Lichtmann 1983]: lo studio del midollo
spinale, in cui i singoli motoneuroni sono innervati da fibre prove-
nienti dai fusi muscolari sensibili allo stiramento, e gli eleganti studi
sul sistema nervoso autonomo periferico. Nel midollo spinale, i sin-
goli motoneuroni possono indirizzare i loro prolungamenti verso
6 Paradossalmente Dale Purves, il quale fornisce materiale sperimentale su cui ra-
gionare in termini di selezionismo, nega valore al darwinismo neurale [Purves 1994, pp.
6-7] e propone una teoria costruzionista [ibid., p. 7]. Infatti, se da un lato egli ha soste-
nuto «la teoria trofica delle connessioni neurali» [Purves 1986], secondo cui «le termi-
nazioni nervose competono per le molecole derivate dal tessuto bersaglio disponibili in
quantità limitata» [ibid., p. 486], dall'altro ha affermato che «sebbene certamente si ve-
rifichi una perdita di sinapsi durante lo sviluppo - e nonostante tutta l'attenzione foca-
lizzata sulla" potatura" e la "stabilizzazione selettiva" - questi processi regressivi sono
ampiamente oscurati da una aggiunta progressiva di sinapsi e circuiti» [ibid., p. 68; Pur-
ves 1988]. Edelman ha risposto al complesso di critiche di Purves sottolineando un tra-
visamento del proprio pensiero: «[ ... ] quando descrivo la formazione del reJiX!rtorio pri-
mario, affermo in modo esplicito che la selezione per eliminazione è insufficlente. Senza
dubbio si verifica, durante lo sviluppo del sistema nervoso, ma è soltanto uno dei mec-
canismi selettivi; altri meccanismi di pari o maggiore importanza si verificano quando
l'espressione di nuòve molecole fa si che si formino nuovi percorsi anatomici e quando
le nuove sinapsi che si formano in dipendenza dell' attività neurale creano anelli per i se-
gnali» [Edelman 1992a, trad. it. p. 151].
!
I34 Capitolo quinto
segmenti distinti [Shinoda e altri 1981,1982, 1986], e insiemi di mo-
toneuroni innervano particolari gruppi muscolari aventi una precisa
disposizione lungo l'asse rostrocaudale e lungo il piano trasversale.
Tuttavia, la posizione non è assoluta, e insiemi diversi di motoneuro-
ni possono sovrapporsi, nel rispetto di un modello, che potremmo de-
finire, degenerato. Tuttavia, le afferenze raggiungono il midollo spi-
nale innervando i motoneuroni che a loro volta innervano il muscolo
appropriato, e questo si verifica anche se i neuroni bersaglio sono cir-
condati da neuroni estranei. Per quanto questo modello sperimentale
non ci consenta degli studi diretti sulla reinnervazione, è sorprenden-
te come l'ablazione di un ganglio della radice dorsale innervante l'a-
vambraccio della talpa induca un ganglio adiacente a inviare prolun-
gamenti supplettivi verso l'avambraccio stesso [Purves e Lichtmann
1983]. Tali nuove afferenze innervano i motoneuroni che controlla-
no quel muscolo piu estesamente rispetto ai motoneuroni estranei.
Questo dimostra che la formazione delle mappe è al contempo selet-
tiva e non prede terminata da un rigido insieme di marca tori.
Studi sul ganglio cervicale superiore [Purves 1983] indicano che
in esso, per quanto arrivino input da neuroni pregangliari posti in al-
meno otto segmenti del midollo spinale, il singolo neurone sito in un
certo livello riceve assoni da un sottoinsieme contiguo di afferenze.
Le cellule che inviano le fibre postgangliari verso i vari distretti pe-
riferici ricevono gli input pregangliari dagli assoni posti su diversi li-
velli rostrocaudali nel midollo spinale. Considerata l'assenza di una
mappa topografica, questi dati sembrano spiegabili con un bilancio
competitivo tra classi diverse di fibre pregangliari. Questa è la prin-
cipale conclusione a cui giunge Purves [1980], densa di significato
per quelle teorie selettive dove la competizione svolge un ruolo
preponderante 7.
Sulla base di questi e altri studi, Purves e Lichtmann [1983] ri-
tengono vi siano tre criteri da soddisfare per spiegare la formazione
di specifiche strutture nervose. 1) Un primo criterio deve spiegare il
numero limitato di connessioni pre- e postsinaptiche in condizioni
normali, e la capacità di ridurre, nello sviluppo, le connessioni già
7 Dale Purves eJeff Lichtman [1983; Purves 1994] hanno proposto un modello per
spiegare questa selezione, il quale sostiene che il supporto nutritizio al neurone presinap-
tico da parte del bersaglio postsinaptico viene fornito solo se entrambe le cellule sono at-
tive contemporaneamente. Tale regola, analoga alla regola di Hebb per il rinforzo delle
sinapsi (si veda il Glossario), determinerebbe una transizione da poche sinapsi realizzate
da molti neuroni su una cellula bersaglio, a molte sinapsi realizzate da pochi assoni sullo
s tesso bersaglio.
La dinamica cellulare delle mappe neurali I35
formatesi attraverso i confini della popolazione normale. 2) Un se-
condo criterio deve spiegare il fatto che il "riconoscimento" normale
è relativo, non assoluto, riflettendo piuttosto una" predisposizione" .
La posizione, pur svolgendo un ruolo, non richiede per forza di es-
sere determinata nei dettagli anatomici (questo è evidente nei gangli,
che non sono topografici nella loro organizzazione). 3) Analogamen-
te alle giunzioni neuromuscolari, la regolazione quantitativa della di-
stribuzione pre- e postsinaptica dei neuroni deve essere possibilmen-
te spiegata in termini di sostanze trofiche e difeedback.
Tutti questi criteri evidenziano il disaccordo tra il concetto di
specificità neurale e la teoria di un marcatore molecolare specifico
nel riconoscimento tra neuroni. Secondo le nostre conclusioni del ca-
pitolo IV, la specificità neurale sembra in relazione con la selettività,
essendo il risultato della competizione tra sistemi dinamici, piuttosto
che dell' esistenza a priori di marcatori per il riconoscimento. La
competizione e gli eventi epigenetici locali, al posto di eventi pre-
stabiliti, sono temi ricorrenti in diverse fasi dell'interazione tra neu-
roni. Se a questo quadro aggiungiamo il controllo genetico del diffe-
renziamento neuronale si perfeziona il grado di raffinatezza con cui
gli eventi epigenetici selettivi possono bilanciare conservazione e va-
riazione, senza peraltro modificare l'interpretazione di fondo.
4. Eventi cellulari primari e selezione.
A questo punto, possiamo incorporare gli aspetti generali dei
meccanismi primari appena descritti nella nostra concezione di una
teoria selettiva dinamica della formazione delle strutture nervose. I
fatti sono a favore della teoria che, con iI procedere della divisione,
della migrazione e dell' estensione dei prolungamenti neuronali, si
verifichi una serie epigenetica di selezioni contingenti, in parte vin-
colata dalla determinazione genetica della forma neuronale. Questo
insieme di eventi selettivi modifica la struttura neurale e, in ogni fa-
se, dipende da numerosi meccanismi essenziali. Essi comprendono:
la straordinaria variabilità delle arborizzazioni terminali, la loro so-
vrapposizione e competizione, la dipendenza della loro forma defi-
nitiva da eventi statistici locali e contingenti, dalle connessioni affe-
renti e dallo stato effettivo del neurone, le interazioni competitive
tra fibre nervose in estensione verso territori occupati e liberi, la di-
pendenza della formazione delle strutture nel SNC da interazioni se-
lettive e sequenziali tra i due grandi sistemi cellulari, i neuroni e la
r
I36 Capitolo quinto
glia (in particolare, nel caso della migrazione), la notevole e diffusa
mortalità cellulare, i processi selettivi di eliminazione 8 e stabilizza-
zione delle sinapsi, e l'adattamento quantitativo delle popolazioni
neurali alle richieste delle aree periferiche.
In ognuno di questi processi si nota 1'elaborazione e 1'estensione
dei principi selettivi e regolativi proposti nel capitolo precedente.
Tutti i fenomeni citati sono compatibili con i meccanismi modulatori
dell' adesione cellulare e con l'interazione tra CAM a diversa speci-
ficità. Le dimostrazioni ricavate dagli studi sulle cellule sono incom-
patibili con la teoria del riconoscimento specifico dovuto a un im-
.llenso numero di marcatori cellulari, mentre assecondano perfetta-
mente la presenza di un' enorme variabilità microscopica nelle rami-
ficazioni terminali. Nonostante questa variabilità, i singoli neuriti
guidati dai coni di crescita possono seguire dei percorsi preferenziali
durante la neurogenesi, specialmente durante la formazione dei trat-
ti nervosi.
Per mettere a fuoco il ritratto che traspare da queste considera-
zioni, e mi riferisco al contrasto tra specificità e variabilità proposto
a inizio capitolo, possiamo discutere proficuamente come la modu-
lazione della superficie cellulare in un ciclo delle CAM o delle SAM
(si veda la fig. 20) induca la formazione di strutture specifiche. Con-
sideriamo un neurone esplorativo che estende un neurite su un sub-
strato, per esempio la citotactina, e raggiunge un punto di svolta in
cui il cono di crescita interagisce con altri neuroni e tratti neurali. A
questo punto, il neurite deve scegliere in quale direzione crescere.
Come può un evento di questo genere verificarsi nel sistema nervoso
in assenza di miriadi di marcatori e indirizzi? Il primo punto da sot-
tolineare è che tale neurone esplorativo deve, in genere, operare una
scelta in uno spazio microscopico avente un raggio dell'ordine di po-
chi micron. Il secondo punto è che, in genere, in questi limiti spaziali
8 L'eliminazione delle sinapsi nei p r o   ~ s s i di sviluppo e nell' attività continua ad es-
sere confermata e si comincia a comprendere attraverso quali meccanismi si verifica.
Con lo scopo di chiarire se l'eliminazione delle sinapsi è un processo competitivo dipen-
dente dall'attività, Rita Balice-Gordon eJeff Lichtman [I994] hanno bloccato l'attività
nella singola sinapsi neuromuscolare applicando localmente un antagonista del recettore
per l'acetilcolina, l' cx-bungarotossina, e hanno osservato che, dopo poche settimane, essa
scompare, mentre le terminazioni distanti pochi micrometri persistono; !'interessante
controprova è l'applicazione dello stesso antagonista a tutta la giunzione neuromusco-
lare, e, in questo caso, non viene eliminata alcuna sinapsi, dimostrando che l'eliminazio-
ne avviene in una sinapsi inattiva solo se le sinapsi vicine rimangono attive, cioè, una
sinapsi attiva tende a eliminare le sinapsi vicine inattive. Insormontabili problemi
tecnici rendono, al momento, impraticabile un analogo studio della sinapsi nel cervel-
lo Uennings I994].
La dinamica cellulare delle mappe neurali I37
e in questa fase precoce, il numero di alternative è inferiore a dieci.
Dato un esiguo numero di CAM e SAM (una decina circa) e circa
cinque meccanismi modulatori, ci sono gli elementi sufficienti per la
scelta del percorso.
Supponiamo che il neurite presenti una o due CAM sulla propria
superficie al momento in cui deve operare la scelta. I neuronI intorno
al bersaglio o al punto di ramificazione si sono sviluppati indipen-
dentemente, e in questa fase possono esprimere o meno le stesse
CAM sulla superficie. Immaginiamo che ne siano privi. Se i neuroni
bersaglio producono un segnale induttivo (morfogeno o fattore di
crescita) in questo sito, il cono di crescita del neurone esplorativo
può raccoglierlo e ridurre il numero di CAM sul neurone stesso op-
pure indurre il neurone a esprimere un nuovo tipo di CAM. L'even-
to indispensabile ai fini della scelta è che i neuroni bersaglio possie-
dano piu di un ligando per questa CAM (o lo possiedano in esclusi-
va) tra 1'esiguo numero di neuroni vicini. Soddisfatte queste condi-
zioni, allora il neurone esplorativo può dirigersi verso il bersaglio. I
requisiti di questo modello selettivo basato sul ciclo delle CAM sono
che il rieurone bersaglio rilasci un segnale induttivo e che esprima
congiuntamente la CAM appropriata, cioè, in un tempo ragionevol-
mente prossimo al rilascio del segnale. Varianti ovvie di questo mo-
dello implicano una modulazione differenziale delle CAM, un forte
incremento facoltativo delle CAM già presenti, e simili. Il modello
manifesta delle analogie con quello proposto da Bastiani e collabora-
tori [1985] per spiegare l'indirizzamento del cono di crescita nelle ca-
vallette, un modello anch' esso basato sulla modulazione della super-
ficie cellulare. Nel nostro esempio enfatizziamo gli aspetti combina-
tori della specificità delle CAM, la variabilità dei meccanismi di mo-
dulazione e, in minor grado, il "riconoscimento cellulare" per sé
9

9 Ricerche piu recenti dimostrano l'esistenza di un gioco complesso di fattori at-
trattivi e repulsivi nell'indirizzamento delle principali vie nervose nel cervello, alcuni dei
. quali agiscono a lunga distanza (fattori neurotropici) e non solo per contatto diretto. In-
fatti, esperimenti in vitro miranti a ricostituire le condizioni anatomiche in vivo hanno
dimostrato che, per esempio, i neuroni del bulbo olfattivo crescono allontanandosi dal
setto, e questo evento dipende da un fattore repulsivo diffuso a distanza [Pini I993], op-
pure che gli assoni dei neuroni sensoriali appartenenti ai gangli dorsali spinali subiscono
analoga repulsione mediata da una sostanza secreta dal midollo spinale ventrale [Fitge-
rald e altri I993]. Anche un fenomeno noto, ma non chiarito nella sua natura molecola-
re, il "collasso del cono di crescita" [Kapfhammer e Raper I987], dipende da molecole
repulsive a breve raggio d'azione, le quali sono CAM denominate significativamente col-
lassina [Luo e altri I993] e semaforine [Kolodkin e altri I993; Matthes e altri I995; Mes-
sersmith e altri I995], presenti sia associate alla membrana che libere. Anche l'attrazione
dei coni di crescita verso un' area specifica dipende da chemioattrattori rilasciati dalle
r
138 Capitolo quinto
Questo modello di indirizzamento neuronale dipende dall' esplo-
razione di una piccola regione da parte del cono di crescita, da segna-
li permissivi per il movimento (che non prosegue finché non viene
trovata la corretta combinazione di segnali e di CAM nel perimetro),
e dall' assorbimento di un fattore induttivo da parte del cono di cre-
scita. In linea di massima, operata la scelta, queste condizioni non
devono ripetersi per ogni fibra che segue questo percorso. Tuttavia,
le fibre di un piccolo fascio nervoso potrebbero produrre una rispo-
sta modulatoria simile a quella delle fibre esplorative amplificando
la risposta originale che si manifesta con un movimento piu diretto
verso il segnale induttivo.
Il controllo modulatorio della struttura nervosa consentito dal ci-
clo delle CAM è, in linea di principio, simile negli ingredienti a
quanto abbiamo visto a proposito dell'induzione dei modelli di pen-
na (si veda la fig. 20). Ciò in cui si diversifica è l'esplorazione attiva
dei coni di crescita dei neuriti, l'ordine di grandezza degli eventi, e
il coinvolgimento di piu meccanismi di modulazione e di piu CAM
(forse decine, si veda la tab. 8). Strutture nervose specifiche potteb-
bero scaturire da tali elaborati eventi di "mini-induzione". Tùttavia,
va notato che, sebbene valga per alcune ramificazioni, non è neces-
sariamente la regola: infatti, nella scala immediatamente inferiore,
quale la ramificazione dendritica e piu raramente la ramificazione as-
sonale, può e deve manifestarsi una notevole variabilità. Inoltre, una
volta prese le principali decisioni nella ramificazione (controllate dal-
la sequenza di eventi epigenetici e dall'evoluzione), la morte cellulare
e la successiva re trazione del neurite possono modificare ulterior-
mente la struttura.
La nostra conclusione di fondo è che un ciclo modulatorio impie-
gante un modesto numero di CAM e SAM, che si ripete epigeneti-
camente e che interagisce con i meccanismi cellulari primari, può ge-
nerare, a opera della selezione, strutture ben definite, ma anche la
aree bersaglio, come nel caso della piastra basale, dove sono state identificate due mo-
lecole omologhe, le netrine [Serafini e altri 1994; Kennedye altri 1994] che attraggono
gli assoni commissurali del midollo spinale. Tali molecole, in particolare la netrina I, han-
no però un comportamento bifronte potendo essere anche repulsive per gli assoni di un
particolare tipo di neuroni, i motoneuroni trocleari [Colamarino e Tessier-Lavigne
1995]. Molecole tradizionalmente conosciute per avere un ruolo ben diverso, quale il
neurotrasmettitore acetilcolina [Zheng e altri 1994], hanno anch'esse un effetto attrat-
tivo, almeno in vitro, sugli assoni dei neuroni spinali di Xenopus. Se tali "induttori mor-
fologici" regolino l'espressione e la modulazione delle molecole di adesione, come sareb-
be coerente con !'ipotesi dello sviluppo di Edelman [1988, trad. it. p. 16d, non è ancora
stato dimostrato.
La dinamica cellulare delle mappe neurali 139
variabilità individuale. Cowan [1978] cita, a proposito, un' annota-
zione anticipatrice di Ramon y Cajal:
Sono stato affascinato dal problema di come un neuroblasto piriforme,
privo di prolungamenti, si trasformi in quella prodigiosa forma ad albero
[ ... ] che è la cellula del Purkinje. [ ... ] Ho notato che ogni ramificazione,
dendritica o assonale, attraversa, durante la propria formazione, una fase,
per cosi dire, caotica, di prove, durante la quale vengono emesse a caso del-
le guide esplorative, la maggior parte delle quali destinata a scomparire.
[ ... ] Successivamente, quando le fibre nervose afferenti hanno raggiunto il
bersaglio, o quando i neuroni si plasmano e raggiungono, nel tempo dovu-
to, una solidarietà funzionale, le espansioni utili si conservano e si conso-
lidano, mentre quelle inutili o esplorative vengono riassorbite.
[Ramon y Cajal 1937].
Le prove accumulatesi nel tempo confermano questa visione: l'ana-
tomia sottostante alla formazione delle mappe è il probabile risultato
di una serie di episodi locali a feedback molto complessi, e non di
strutture prestabilite nei dettagli.
Eventi anatomici di questo tipo creano necessariamente la varia-
bilità. Tuttavia, dobbiamo sottolineare che, tranne alcune eccezioni,
una volta completato lo sviluppo anatomico, la formazione delle
mappe rimane a carico della plasticità sinaptica, in condizioni selet-
tive generalmente diverse. Questo è il dogma principale (si veda il
capitolo III) della teoria della selezione dei gruppi neuronali: lo svi-
luppo di circuiti degenerati procede in una direzione per generare un
repertorio primario; la selezione successiva che crea il repertorio se-
condario coinvolge esclusivamente le sinapsi. Il dogma a senso unico
implica, per esempio, che la gemmazione (sprouting) nell' adulto, os-
servabile nella rigenerazione delle connessioni del bulbo olfattivo
[Graziadei e Monti Graziadei 1978, 1979a,1979b] o nel centro neu-
rale che controlla il canto degli uccelli 'o [Nottebohm 1980,1981a,
198'1b] sia una variante specializzata che consente una nuova possi-
bilità alla selezione sinaptica. In una concezione di questo tipo la sola
gemmazione non può assolutamente creare strutture anatomiche e
sinaptiche identiche ai circuiti preesistenti alla gemmazione stessa,
sebbene possano essere equivalenti dal punto di vista funzionale.
Naturalmente, il consolidamento delle connessioni definitive nel
IO Nel sistema nervoso centrale la regola generale prevede che le fibre rigenerino
poco o nulla. Le due eccezioni piu note sono quelle, qui citate da Edelman, del bulbo 01-
fattivo e dei centri canori degli uccelli. In questi centri neurali oltre alla rigenerazione,
si verifica anche la produzione ex novo di neuroni [per delle rassegne divulgative, si ve-
dano Nottebohm 1989; Biffo e Fasolo 1994].
r
I4°
Capitolo quinto
SNC non coincide con la nascita o la schiusa e, secondo la specie,
può coincidere con le prime forme di comportamento adulte ed es-
sere influenzato dal comportamento stesso nell'ambiente esterno
[Marler 1984]; approfondiremo questo tema nel prosieguo del capi-
tolo e nel capitolo XI.
Non contraddice la nostra teoria il fatto che alcuni modelli rige-
nerativi si sviluppino ripercorrendo le tracce di strutture impostate
nelle prime fasi dello sviluppo.
5. L'organizzazione delle mappe durante lo sviluppo.
A questo punto, avendo descritto lo scenario dei fattori cellulari
e molecolari implicati nello sviluppo delle mappe, possiamo conside-
rare come si organizzino, di fatto, le mappe. Il primo esempio sarà
un modello ben conosciuto di formazione di mappe durante lo svi-
luppo embrionale, cioè, la proiezione retinotettale; confronteremo
poi questo esempio con l'organizzazione e la plasticità delle mappe
adulte nel sistema somatosensoriale. In entrambi i casi non ne è an-
cora stato determinato l'esatto meccanismo, ma considerandoli in-
sieme ricaviamo delle prove persuasive dell'esistenza di un conti-
nuum nello sviluppo, in cui la selezione dei circuiti con meccanismi
di regolazione operanti sui processi primari cede gradualmente il pas-
so a una selezione dei circuiti con meccanismi operanti nelle sinapsi.
La proiezione retinotettale è il classico esempio di mappa conti-
nua generata nello sviluppo (fig. 22). Se, mentre registriamo" la su-
perficie del tetto ottico di una rana, illuminiamo la retina con un rag-
gio di luce puntiforme in parti vicine, la risposta elettrica (quella del-
le fibre presinaptiche) si manifesta sotto forma di una mappa che ri-
produce a grandi linee l'ottica geometrica del campo visivo, l'orga-
nizzazione della retina, e un rapporto organizzato tra retina e tetto.
Sono stati gli esperimenti di Roger Sperry sul tritone [1943a, 1943b]
a dare un notevole impulso all'indagine di questo sistema e a origi-
nare il concetto di chemioaffinità rigida 12 [Attardi e Sperry 1963;
Sperry 1963, 1965]. Pur essendo state svolte ricerche significative
" Si tratta di una registrazione dell' attività elettrica dei neuroni per mezzo di elet-
trodi.
12 Secondo Michael Gazzaniga, suo allievo, Roger Sperry è da considerarsi «in un
certo senso, l'ultimo degli strutturalisti» [Gazzaniga 1992, p. 331, per la sua concezione
rigidamente determinata dello sviluppo del cervello.
La dinamica cellulare delle mappe neurali
14
I
su altri sistemi [cfr. Schmitt e altri 1981; Edelman e altri 1985], il si-
stema retinotettale rimane un paradigma fondamentale: possiamo
ragionevolmente supporre che una sua descrizione e spiegazione
completa ci svelerà i principi della formazione di tutte le altre mappe
cerebrali dei vertebrati superiori.
Sono stati eseguiti diversi esperimenti sulla rigenerazione nel tet-
to dopo la resezione del nervo ottico. Nell' esperimento classico, l'oc-
chio, dopo la resezione del nervo, è stato ruotato di 180 gradi; i tri-
toni, il cui sistema retina-tetto si era rigenerato, hanno risposto agli
stimoli in modo da far pensare che i loro campi visivi fossero inver-
titi e fossero state scambiate la destra e la sinistra originarie. Nume-
Figura 22.
La mappa retinotettale nello Xenopus [Fraser 1985]. Un elettrodo è stato inserito nel
neuropilo del tetto in ciascuna delle posizioni numerate dell'elettrodo (Al, ed è stata de-
terminata la regione del campo visivo che viene attivata in ciascuna posizione numerica
dell' elettrodo (Bl. L'intera regione del campo visivo (illustrata in Cl che manifesta un' at-
tività sulla punta dell'elettrodo, la quale è la somma dei segnali provenienti da molte ter-
minazioni delle fibre ottiche, viene definita un campo recettivo multiunità.
Al
~
~
Superiore
Inferiore
Campo visivo dell' occhio destro
Rostrale
Tetto sinistro
z
~
~
Superiore
Cl
o 00n
anOOo
](0 COoo
t ~       n
v
OOOCY
Inferiore
Campo visivo dell' occhio destro
f
r-
142 Capitolo quinto
rosi esperimenti [per una rassegna, si veda Cowan e Hunt I985]
hanno suggerito che certe parti della retina formavano delle map-
pe sulle parti del tetto che erano già state il loro bersaglio origina-
le. Altri ricercatori [Straznicky e altri I98I] hanno ideato variazioni
sul tema piu sofisticate i cui risultati hanno suggerito che la spie-
gazione piu plausibile fosse il riconoscimento cellulare mediato da
marcatori specifici, come spiega in dettaglio la teoria della chemioaf-
finità.
Tuttavia, successivi dati sperimentali hanno messo in difficoltà
tale spiegazione della proiezione retinotettale. Per esempio, asimme-
trie create sperimentalmente tra retina e tetto con un'ablazione di
parti dell'una, dell'altro o di entrambi hanno dimostrato la possibi-
lità di proiettare una retina intera [Gaze e Sharma I970] su mezzo
tetto ottico, oppure una retina parziale poteva proiettarsi verso l'in-
tero tetto controlaterale. Se desideriamo spiegare adeguatamente
queste «compressioni» ed «espansioni» della mappa [Schmidt e altri
I978] dobbiamo ricorrere a ulteriori e complesse modifiche della
teoria della chemioaffinità rigida ".
I tentativi di dimostrare che la mappa può essere spiegata con
un "ordine propagato" , già presente nello sviluppo temporale del-
le fibre nervose, non convincono, neppure là dove, come nel ner-
vo ottico, sono osservabili tali strutture ordinate [Scholes I979; Pur-
ves e Lichtmann I985]. Infatti, in alcuni animali, come il gatto, vi
è una distribuzione alquanto confusa nel nervo e, in altri animali,
gli assoni del nervo ottico si riorganizzano dopo aver raggiunto il
tetto ottico.
13 Una tra le concezioni emergenti nello sviluppo del cervello è una versione" moro
bida" della chernioaffinità [Walter e altri 1987; Baier e Bonhoeffer 1992]. Nel caso delle
proiezioni tra retina e tetto ottico, è stato dimostrato che la propensione delle fibre della
retina nasale a proiettarsi verso il tetto ottico posteriore e della retina temporale verso
il tetto ottico anteriore dipende dalla distribuzione nel tetto ottico stesso di specifiche
molecole repulsive distribuite secondo un gradiente rostrocaudale, le cosiddette mole-
cole TOP. Sembra probabile, anche se non è stato dimostrato definitivamente, che la lo-
ro distribuzione sia controllata a monte;! da un particolare gene omeotico (si veda il ca-
pitolo IV, nota 4), il gene en (omologo del gene engrailed della Drosophila), implicato nella
formazione di alcune aree cerebrali come il cervelletto e il tetto ottico appunto, e distri-
buito anch' esso secondo gradiente rostrocaudale. Se tale sequenza di eventi sarà confer-
mata, l'ipotesi dei regolatori di Edelman sarà applicabile anche ai fenomeni implicati nel-
la formazione delle grandi proiezioni cerebrali. Edelman e collaboratori [Gally e altri
1990; Montague e altri 1991] hanno proposto l'ipotesi dell'NO (ossido d'azoto), secon-
do la quale questa molecola può modificare la forza sinaptica agendo retrogradamente
sui neuroni presinaptici (si veda il capitolo VII, nota 9). A conferma di ciò, è stato dimo-
strato [Williams e altri 1994] che l'NO, espresso nel tetto ottico, è coinvolto nella for-
mazione delle proiezioni retino-tettali.
La dinamica cellulare delle mappe neurali 143
La prova piu convincente a sfavore di un unico insieme di mar-
catori prestabiliti è offerta dagli studi originali di Gaze e collabora-
tori [Gaze e Sharma I9701 confermati di recente da altri ricercatori.
Questo lavoro è stato elegantemente riassunto da Easter e altri
[I985]. La loro conclusione è che, malgrado le fibre in arrivo formi-
no inizialmente una mappa retinotopica ordinata sul polo rostrale del
tetto di Xenopus, la loro proiezione viene regolarmente modificata
quando il tetto cresce per divisione cellulare. Questo fenomeno ha
suggerito l'ipotesi della connessione-da-scivolamento secondo cui le
sinapsi nelle mappe si formano,. si scompaginano e si riformano con-
tinuamente finché il tetto ottico si sviluppa. Inoltre, Easter [I985]
ha dimostrato che nel pesce rosso, a   u s ~ della asimmetria di cresci-
ta tra la retina e il tetto ottico, si stabilisce una disarmonia topologi-
ca tra le due aree di crescita. Tuttavia, nei pesci di piccole dimensio-
ni (prima che si verifichi la disarmonia) e nei pesci di grandi dimen-
sioni le mappe non solo sono organizzate, ma anche simili [E aster
I983; Easter e Stuermer I984]. Anche in questo caso, le ultime fibre
in arrivo devono formare delle connessioni che spiazzano le vecchie
consentendo, inoltre, a quest'ultime di formare nuove appropriate
connessioni.
In alcuni esperimenti riguardanti l'ipotesi della chemioaffinità,
sono state tratte delle conclusioni impiegando i dati relativi ai siste-
mi in via di rigenerazione, mentre, in altrt esperimenti, i dati sono
stati ricavati dai sistemi in via di sviluppo. E chiaro, da quanto espo-
sto nel capitolo precedente, che i due tipi di sistema non sono so-
vrapponibili. Inoltre, gli esperimenti classici non distinguevano tra
i diversi meccanismi cellulari di sviluppo implicati nella formazione
delle sinapsi, nel riconoscimento dei tessuti bersaglio e nell'indiriz-
zamento assonale, già descritti in questo capitolo. Nel complesso,
tutte queste carenze e contraddizioni invocano un insieme alterna-
tivo di meccanismi per spiegare il mappaggio retinotettale, il quale
sia svincolato dalla teoria della chemioaffinità rigida: perdipiu, è pro-
babile che nelle diverse specie e nell' ambito di tale insieme acquisti-
no via via maggiore rilevanza meccanismi differenti nello sviluppo
delle mappe.
Sebbene la dimostrazione non sia definitiva, tre o quattro osser-
vazioni indicano che la formazione della mappa retinotettale si basi
su meccanismi compatibili con la teoria della selezione dei gruppi
neuronali. La prima [Schmidt I985] è che le singole fibre estendo-
no le proprie arborizzazioni su un' area considerevole del tetto otti-
co. (Va rammentato che il singolo cono di crescita può avere notevo-
.-----
144 Capitolo quinto
li dimensioni). La seconda osservazione è che la mappa primitiva,
pur essendo pili o meno organizzata, è grezza, e le singole fibre del
nervo ottico hanno campi recettivi molto ampi. La mappa, inizial-
mente imprecisa, si perfeziona grazie all' attività: infatti, sommini-
strando tetrodotossina alla retina tale perfezionamento viene impe-
dito [Schmidt 1982, 1985]. Inoltre, inibendo le aree del tetto ottico
nei pesci e nella rana con <x-bungarotossina scompaiono i neuriti e le
sinapsi nell' area coinvolta. Questo significa che la mappa si perfezio-
na grazie alla funzione e all' attività neurale e presumibilmente alla
re trazione selettiva delle estremità delle arborizzazioni sovrapposte
le cui sinapsi non sono attivate contemporaneamente dai segnali in
arrivo. Un indizio, quest.o, di una situazione competitiva, il cui esito
dipende dall'attività 14. E un'interpretazione in pieno accordo con
le osservazioni delle sinapsi scivolanti di cui Fraser [I 985] ha propo-
sto un modello. Molti aspetti del modello sono in accordo con le con-
clusioni del capitolo precedente, tranne per l'adesione differenziale,
intesa come una situazione di equilibrio. Tuttavia, è probabile che
ipotesi cinetiche basate sulla modulazione delle CAM partoriscano
un modello simile in grado di formare delle mappe in modo simile.
Un'osservazione pili recente si collega agli studi sulle CAM e uni-
fica in modo formale gli esperimenti sulla formazione delle mappe e
la funzione delle CAM [Fraser e altri 1984] (fig. 23). Dopo che gra-
nuli di agaroso contenenti anticorpi anti-N-CAM sono stati intro-
dotti in vivo in punti prestabiliti su un lato del tetto ottico di Xeno-
pus dopo avere resecato il nervo ottico, si è generata dal lato dell'im-
pianto una mappa distorta, e notevolmente imprecisa e sovrapposta.
La mappa presentava campi recettivi di grandi dimensioni (maggiori
di quelli degli animali trattati con tetrodotossina); i campi stessi era-
no in gran parte sovrapposti e le terminazioni degli assoni retinici
erano sparse su un territorio molto pili ampio del normale. Quando,
col tempo, l'anticorpo si è consumato, si è ricostituita una mappa ra-
gionevolmente normale. Dati questi risultati sperimentali sul bersa-
glio, e data la probabile parziale implicazione delle N-CAM nelle in-
terazioni tra le fibre della retina e il tetto ottico, è difficile concepire
la formazione di mappe solo su marcatori fissi. Sembra, invece, ra-
gionevole pensare che le mappe siano il risultato dell'interazione di
complesse variabili dinamiche. Mi riferisco alle arborizzazioni so-
vrapposte e degenerate, alla competizione, e alla modificazione del
14 Per una sintesi sui meccanismi sinaptici dipendenti dall' attività si veda la nota I 5.
La dinamica cellulare delle mappe neurali
145
legame della N-CAM, della Ng-CAM e della citotactina con mecca-
nismi a feedback locale potenzialmente dipendenti dalla coattivazio-
ne delle fibre in input. Pur nell'incompletezza dello studio di tali
meccanismi, i dati di cui disponiamo ci suggeriscono che una mappa
organizzata scaturisce da meccanismi modulatori e dalla selezione
competitiva.
Figura 23.
Gli effetti degli anticorpi anti-CAM sulla organizzazione delle mappe retinotettali. Il mi-
croelettrodo di metallo è stato inserito nel tetto in ciascuna posizione indicata dai punti
sul tetto rappresentativo (A); l'impianto anti-N-CAM consistente in anticorpi posti su
una punta di agaroso è stato effettuato nella posizione circolare prossima al centro del
tetto. I cerchi grandi negli altri diagrammi rappresentano un intervallo di 200 gradi del
campo visivo dell' occhio destro, il cui centro rappresenta il punto di fissazione dell' oc-
chio. Il centro della regione di risposta del campo visivo della rana per ciascuna posizione
dell'elettrodo è segnato nella riga superiore dei circoli dal codice della posizione dell'e-
lettrodo mostrata in A. Sotto ciascuno di questi diagrammi vengono indicati i diagrammi
dei campi recettivi multiunità corrispondenti. I modelli di classe I (B, in alto) ricavati
con anticorpi non immuni mostrano la stessa organizzazione rettilinea dei campi recet-
tivi per l'insieme rettilineo di posizioni degli elettrodi osservati nell'animale normale.
L'ampiezza dei campi recettivi (B, in basso) nella proiezione illustrata qui era tra le piu
ampie tra quelle osservate in animali con proiezioni di classe L C: modelli di classe 2 ot-
tenuti con anti-N-CAM, mostrano una distorsione della proiezione (in alto) e un allar-
gamento dei campi recettivi (in basso). Questa distorsione è facilmente osservabile com-
parando le posizioni dei campi recettivi corrispondenti B3, C3, e D3 in B e C.
A)
~ A
'6
~
D
5 4 3 2
Rostrale
Tetto sinistro
B)
~
~
~
Superiore
Inferiore
Campo visivo
dell' occhio destro
  ~
e; ~
~ @<
~
Inferiore
Campo visivo
dell' occhio destro
z
.,
~
!
14
6 Capitolo quinto
La nostra breve panoramica sui meccanismi cellulari implicati
nella formazione del sistema nervoso durante lo sviluppo sembra an-
che concordare con l'idea che i repertori primari organizzati nelle
mappe siano formati da una combinazione di eventi selettivi struttu-
rali e funzionali a diversi livelli, piuttosto che da un indirizzamento
prestabilito. In altre parole, il repertorio primario, come lo osservia-
mo in una mappa, è il risultato della selezione, e può essere modificato
da eventi legati alla formazione di un repertorio secondario. Questi
meccanismi selettivi potrebbero indurre una significativa variabilità
anche nelle mappe dell' adulto. Quindi, secondo la teoria, non sareb-
be sorprendente scoprire che questi e altri nuovi principi competitivi
operino nelle mappe dell'adulto, per esempio, nella corteccia cere-
brale. Sarà questo il nostro prossimo argomento, in quanto è un
esempio estremamente probante di selezione dei gruppi neuronali,
in particolare di sdezione del repertorio secondario mediata da mo-
dificazioni sinaptiche.
6. Le mappe nell'adulto: competizione stabilizzata in circuiti fissi.
Lo sviluppo non si ferma alla nascita, ma prosegue per tutta la vi-
ta di un organismo. Variano solo i meccanismi: quelli vecchi vengono
plasmati o modificati, mentre con la maturazione se ne adottano di
nuovi. In questa sezione dimostreremo che, nonostante la cito archi-
tettonica e l'anatomia relativamente fisse della corteccia cerebrale,
frutto dello sviluppo, in alcune aree si conserva un notevole grado di
individualità e di plasticità che rimodella i confini delle mappe.
Questa plasticità, già rilevata in passato da Leyton e Sherrington
[1917; si veda anche Walshe 1948, p. 161] è un indizio importante
dei meccanismi sinaptici implicati nel mappaggio. Pur nei limiti di
un'anatomia neurale relativamente statica, è evidente una straordi-
naria variabilità potenziale basata sulla competizione e sulle intera-
zioni tra la struttura e l'attività sinaptica. Pertanto, la nostra inda-
gine si sposterà dalla neurobiologia dello sviluppo alla neurofisio-
logia ".
" Lo studio della plasticità sinaptica è un punto dove cadono le barriere tra neuro-
biologia dello sviluppo, neurofisiologia, neurofarmacologia e neuroscienze cognitive, in
quanto i meccanismi biochimici, dipendenti dall'attività, che plasmano le sinapsi tanto
nello sviluppo quanto nell'apprendimento e nell'elaborazione sensoriale sono, in parte,
gli stessi. Un ruolo centrale a riguardo è svolto da un recettore del glutamato, il sot-
totipo NMDA (N-Metil-D-Aspartato) (si veda il capitolo VII, nota 15), il quale agisce
:"1
l
La dinamica cellulare delle mappe neurali 147
Prima di attuarla, dobbiamo sottolineare che i dati citati a esem-
pio non implicano che le citoarchitettoniche corticali siano trascura-
bili o non esistano. Infatti, manterremo valida la definizione di Rose
e Woolsey [1949] di campo corticale come di un'area avente una
propria cito architettonica, un rapporto esclusivo con uno specifico
nucleo talamico e coestensiva a un'area fisiologicamente ben iden-
tificata. È l'ultima parte di questa definizione che va analizzata at-
tentamente alla luce degli studi che proporremo a esempio, poiché,
entro certi limiti, questa parte della definizione deve essere ammor-
bidita o, quantomeno, reinterpretata.
Variabilità nelle mappe funzionali e riorganizzazione delle map-
pe. I recenti esperimenti di Merzenich e dei suoi collaboratori [Sur
e altri 1980; Kaas e altri 1983; Merzenich e altri 1983a, 1983b,
1984a] confermano quest'idea. I loro studi consistono in un'analisi
dettagliata di regioni ad alta densità di mappe (ogni 100-150 Ilm)
nelle aree 3b e l della corteccia somatosensoriale di scimmie scoiat-
tolo e di macachi adulti (fig. 24). Questi ricercatori hanno disegnato,
come controllo, delle mappe estremamente fedeli di scimmie normali
e, in tempi successivi, hanno ridisegnato le mappe delle stesse aree
corticali dopo avere eseguito una o piu tra le seguenti procedure:
l) la resezione dei nervi periferici, come, per esempio, il nervo me-
diano, sia favorendo che impedendo la rigenerazione; 2) l'amputa-
zione di singole dita e di dita adiacenti (in genere il secondo o terzo
dito); 3) alterazioni funzionali senza resezioni, con fasciature appro-
priate, gessature, o stimolazioni meccaniche delle dita; 4) ablazioni
locali nella corteccia. I risultati di questi studi ci obbligano a ripen-
sarealla riorganizzazione delle mappe corticali in termini di .selezio-
ne dei gruppi neuronali. L'osservazione fondamentale è che nelle
scimmie adulte le mappe corticali si riorganizzano rapidamente dopo
la resezione del nervo o l'amputazione del dito.
come un dispositivo che registra l'arrivo di segnali concomitanti e, quindi, si compor-
ta come una porta logica di tipo AND. Esso funziona consentendo il passaggio di ioni
calcio quando vi si lega il trasmettitore e contemporaneamente la membrana è depola-
rizzata da altri input. La risultante cascata di eventi si ripercuote a feedback sulle fibre
presinaptiche determinando un consolidamento delle connessioni sinaptiche associate
con le fibre attive in sincronia [per una rassegna, si veda Nelson e Sur 1992]. Il blocco
farmacologico del recettore [Cline e altri 1987] disgrega le strie che le proiezioni della
retina generano nel tetto ottico, e la creazione di topi mutanti privi del recettore NMDA
[Li e altri 1994; Forrest e altri 1994] impedisce la formazione delle barrellette da parte
dei nervi delle vibrisse nei nuclei del trigemino, a conferma del ruolo di questa molecola
nella plasticità sinaptica dipendente dall' attività. ,
I
Figura 24.
Normali variazioni nella mappa somatosensoriale [Merzenich e altri 198411]. Nella mano
di una scimmia urlatrice (in alto a destra), D, -D, si riferiscono alle dita; d, m, e p si ri-
feriscono alle falangi distali, mediali e prossimali; P,-P
4
sono i cuscinetti palmari; p/ è il
cuscinetto ipotenare; e P
r
è il cuscinetto tenare. Le due mappe in alto a sinistra illustra-
no la topografia interna dell'area 3b in due diverse scimmie urlatrici adulte, mentre le
due mappe in basso a destra illustrano quella dell' area I in due diverse scimmie scoiat-
tolo. La variabilità nell'organizzazione interna dell'area I è maggiore rispetto a quella
registrata nell'area 3b, ma è comunque cospicua in entrambi i campi. In questi esempi
bisogna notare: I) le notevoli differenze nelle aree di rappresentazione delle dita nelle
due mappe dell'area I; 2) la separazione della rappresentazione delle dita I e 2 in una
mappa dell' area I (in alto) e la dislocazione continua registrata nell' altra; 3) la rappresen-
tazione doppia e invertita del primo cuscinetto palmare e l'eminenza tenare registrata
nell' area I in una scimmia (in alto) e l'organizzazione piu normale registrata nell' altra (ul-
teriori differenze sono riscontrabili a un esame piu attento di queste mappe); 4) la rap-
presentazione del dito I scomposta nell' area 3b in una scimmia (in alto), non riscontrata
nell' altra; 5) la significativa differenza nel territorio di rappresentazione del dito I nel-
l'area 3b tra le due scimmie; e 6) le differenze nella rappresentazione delle superfici dor-
sali delle dita nell'area 3b.
D4 DJ
 
La dinamica cellulare delle mappe neurali 149
Subito dopo la resezione del nervo mediano si forma una nuova
rappresentazione parziale in una parte (ma non in tutta) dell' area
corticale che rappresentava iI campo del nervo mediano [Merzenich
e altri 1983a] (fig. 25). Nei mesi seguenti, questa nuova rappresen-
tazione si modifica gradualmente in modo che, dopo la resezione del
nervo, 1'area cutanea rappresentata in ciascuna parte della corteccia
varia nel tempo [Merzenich e altri 1983b] 16. Il campo recettivo re-
gistrato in ogni zona corticale è solo uno tra i molti campi recettivi
possibili che, in diverse condizioni, potrebbero manifestarsi in quella
zona. Nelle nuove mappe i campi recettivi, prima localizzati in zone
corticali specifiche, possono essere occasionaImente rappresentati a
varie distanze nel raggio di alcuni millimetri dalla zona originaria;
cosi, qualunque campo recettivo può essere rappresentato ovunque
entro un' area relativamente ampia di corteccia. Dopo la ristruttura-
zione delle mappe la topografia di base viene conservata, in modo
che si preservino anche la continuità e la rappresentazione somato-
topica globale. Nonostante i confini si spostino (come quelli tra le
rappresentazioni della cute palmare e dorsale della mano, e tra quelle
della mano e della faccia), durante questo processo essi sono sempre
ben definiti. Per esempio, cellule poste su un lato di un confine pos-
sono rispondere esclusivamente a segnali provenienti dal palmo,
mentre cellule sull' altro lato rispondono esclusivamente a stimoli ori-
ginati nella cute dorsale della mano.
Nelle mappe normali della mano, rappresentate nell'area 3b, le
regioni palmari sono rappresentate al centro (fig. 24), mentre le rap-
presentazioni dorsali vengono riprodotte principalmente in aree lun-
go i margini medi ali e laterali della mappa che rappresenta la mano
[Merzenich e altri 1983a, 1983b]. Tuttavia, la mappa normale con-
tiene, di solito, anche piccole isole di rappresentazione dorsale sparse
nel mare delle rappresentazioni palmari. Dopo la resezione del nervo
mediano si origina immediatamente una rappresentazione dorsale
piti ampia all'interno del campo che prima apparteneva al campo me-
diano palmare, organizzata prevalentemente intorno e in continuità
topografica con le isole dorsali normali [Merzenich e altri 1983b].
Questi dati confermano la teoria che la base anatomica di questa piti
ampia rappresentazione era potenziale, ma che, di fatto, era stata
16 Anche nell'uomo, analogamente agli altri mammiferi, è stata dimostrata a livello
anatomico [Mogilner e altri 1993] la plasticità nella corteccia somatosensoriale. Tale fe-
nomeno, rivelabile tramite la magnetoencefalografia (si veda il Glossario), è piu evidente
in seguito a lesioni nelle aree periferiche o a infarti cerebrali.
r
Figura 25.
Variazioni temporali nelle mappe somatosensoriali in seguito a lesioni [Merzenich e altri
1983b]. Mappe corticali della mano nell' area 3 b (a sinistra) e dell' area 1 (a destra) di
un'unica scimmia scoiattolo studiata prima, immediatamente dopo, e 1 1,22, e 144 gior-
ni dopo la resezione del nervo mediano. Le regioni non derivabili dalla stimolazione cu-
tanea sono ombreggiate in grigio scuro; le rappresentazioni della parte dorsale sono in
grigio chiaro; 1-5 si riferiscono alle dita; M, mano; PI, polso; P, i diversi cuscinetti pal-
mari; le altre abbreviazioni corrispondono a quelle della figura 24.
Sequenza temporale nelle mappe dopo la resezione
Area 3b Area I
La dinamica cellulare delle mappe neurali 151
soppressa 17. Dobbiamo rilevare che la nuova mappa dorsale si gene-
ra immediatamente solo nel territorio originale di rappresentazione
della parte glabra delle dita, ma non nella regione che rappresentava
il palmo, dove la rappresentazione normale non presenta isole di
mappe" dorsali nella parte glabra" .
Dopo la resezione del nervo mediano sono altresi osservabili, nel-
l'area che rappresentava il nervo, grandi aree silenti in cui, cioè, le
cellule non sono attivabili da alcuno stimolo periferico .. Tuttavia,
adiacenti a queste aree vi sono zone corticali attivate da nuovi campi
recettivi. La sede delle aree silenti varia nel tempo (fig. 25); in gene-
re si restringono, ma talvolta dopo la resezione si spostano verso una
regione che in precedenza era attiva [Merzenich e altri I983b]. Do-
po l'amputazione di pili dita adiacenti, rimangono alcune aree silenti
mai completabili [Merzenich e altri I984a]. Questo è un indizio dei
limiti della plasticità anatomica riguardo a possibili mappe alterna-
tive, essendo riservata a rappresentazioni di parti corporee ragione-
volmente vicine alla rappresentazione originaria.
Nella fase di riorganizzazione, le rappresentazioni di diverse aree
della mano (per esempio, i cuscinetti dell'eminenza ipotenar, i cusci-
netti insulari, le parti dorsali delle dita) innervate da altri nervi con
campi cutanei confinanti si espandono e si contraggono in sequenze
diverse [Merzenich e altri I983b,I984tll Nel tempo (in genere, set-
timane), nell'area 3b il nervo radiale colonizza pili intensamente ri-
spetto al nervo ulnare una parte del territorio che apparteneva al
nervo mediano, ma, nell'area I, il nervo ulnare colonizza un territo-
rio pili ampio rispetto al nervo radiale. In due o tre settimane la rioc-
cupazione del campo del nervo mediano è completata, ma la mappa
si riorganizza internamente per mesi [Merzenich e altri I984a]. Se
il nervo mediano viene suturato, consentendone la rigenerazione, es-
so forma inizialmente una rappresentazione frammentata, disorga-
nizzata e multipla. Successivamente, la rappresentazione si consolida
e si organizza riguadagnando una limitata rappresentazione somato-
topica [Merzenich e altri I983b] e rioccupando un'area molto simile,
ma non identica, a quella occupata prima della resezione.
Durante la riorganizzazione sono state effettuate diverse misu-
razioni semiquantitative della rappresentazione e della sovrapposi-
zione del campo recettivo, nonché delle distanze (fig. 26). Pili ampia
17 Il fenomeno che i neurobiologi dello sviluppo definiscono ipotesi dello smasche-
ramento (unmasking hypothesis) , cioè, una riorganizzazione in seguito al reclutamento
per nuove funzioni delle connessioni tal amo-corticali già esistenti.
152 Capitolo quinto
è l'area corticale relativa a una parte corporea (piu ampio il fattore
d'ingrandimento della rappresentazione), piu ridotti sono i campi re-
cettivi di quella parte corporea. Viceversa, rappresentazioni corticali
piu piccole implicano campi recettivi maggiori. Cosi, la capacità di
discriminare due punti, che aumenta per campi recettivi piu piccoli,
è in relazione alla dimensione della rappresentazione corticale [La-
skill e Spencer 1979; Merzenich e altri 1984tl].
E degno di nota il fatto che la percentuale di sovrapposizione del-
le aree dei campi recettivi di due cellule corticali è una funzione mo-
notonicamente decrescente della distanza corticale tra le due cellule
(fig. 26). C'è motivo per ritenere che la funzione decresca per gradi
[Merzenich e altri 1983b] raggiungendo, in animali normali, una so-
vrapposizione nulla, quando le distanze critiche sono di circa 600 fLm
[Sur e altri 1980]. E sign.ificativo per i modelli competitivi della se-
lezione dei gruppi neuronali che negli undici giorni successivi alla re-
Figura 26.
Variazioni nel campo recettivo della corteccia somatosensoriale in conseguenza a una le-
sione periferica [Merzenich e altri 198 3b]. Percentuale di sovrapposizione dei campi re-
cettivi in funzione della distanza tra siti di registrazione corticale immediatamente dopo
la resezione del nervo mediano e l 1,22, e 144 giorni dopo. I campi recettivi erano sulle
parti posteriori delle falangi medie e prossimali delle dita 1-3, e la registraziflne era ri-
ferita all' area della precedente rappresentazione corticale del nervo mediano. E bene no-
tare che l'inclinazione della retta diventa meno ripida dopo la resezione, ma che al 144·
giorno si riforma il limite normale di 600-fl.m.
100
o O giorni
eo
80
o • •
..
i

• II giorni
• • • 60 o.
o
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o
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o 400 800 1200 1600 2000
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c=
• .9 22 giorni 100  
144 giorni
.

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••
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20 20

o o
o 200 400 600 800 o 200 4
00 600 800
Distanza corticale (in micron)
La dinamica cellulare delle mappe neurali
153
sezione del nervo la sovrapposizione dei campi recettivi aumenti di
molto, che il coefficiente angolare della funzione decrescente si ri-
duca molte volte rispetto al normale, e che neuroni distanti 2 o piu
mm possano avere campi recettivi sovrapposti.
Infine, sembra esistere una distanza limite di circa 600 fLm oltre
la quale non può verificarsi l'espansione della rappresentazione 18.
Dopo l'amputazione di dita adiacenti, un'area silente che si esten-
de per un raggio superiore a 600 fLm non può mai essere completa-
mente rioccupata. Poiché i siti di rappresentazione possono, di fat-
to, spostarsi sino a un millimetro, questa è un'ulteriore indicazione
che le basi anatomiche di queste rappresentazioni traslate dovevano
già esistere in forma soppressa nelle vicinanze. Qualunque modello
analitico deve spiegare in modo specifico questo valore limite di cir-
ca 600 fLm per l'espansione e la sovrapposizione dei campi recettivi.
Non sono state trovate prove alcune dell'esistenza della gemma-
zione, periferica o centrale, dopo la resezione e la sutura del nervo.
Immediatamente dopo la resezione si verificano degli assestamenti
nella mappa che continuano a riorganizzarsi per mesi, mentre la
gemmazione seguirebbe un diverso decorso temporale. Quand'anche
la gemmazione si verificasse, non potrebbe spiegare le osservazioni
sui cambiamenti precoci o immediati. Inoltre, l'area 3b e l'area I si
modificano in maniera diversa, nonostante ricevano input simili. Do-
po l'applicazione di procedure non invasive, come la stimolazione
meccanica delle dita, si nota che nelle aree I e 3b le mappe variano
in modo correlato, ed è difficile invocare la gemmazione per spiegare
18 Il modello di plasticità nella corteccia maggiormente accettato e qui proposto da
Edelman, cioè l'ipotesi dello smascheramento (si veda la nota 17), è stato messo in discus-
sione da Tim Pons e collaboratori [1991] in seguito ad esperimenti dove dimostrano che
macachi sottoposti a lesione delle vie sensoriali e analizzati a dodici anni dall'intervento
presentavano una riorganizzazione della corteccia ampia 10-14 mm, cioè un ordine di
grandezza superiore a quanto riportato qui da Edelman. Essi basandosi su questi dati
hanno proposto un modello di plasticità causato da modificazioni nei centri sottocorti-
cali (tronco encefalico e talamo) dove sono rappreseptate le stesse aree periferiche, che
si espandono proiettandosi verso la corteccia stessa. E stato, viceversa, proposto un mo-
dello neurocomputazionale [Chernjavsky 1990] affine a quello di Edelman (si veda
il capitolo VII) [Pearson e altri 1987], per la formazione delle colonne corticali durante
lo sviluppo che, pur non negando il ruolo degli stimoli sensoriali, previlegia l'importanza
di fattori intrinseci alla dinamica e all'architettura della corteccia cerebrale, e fonda tale in-
terpretazione su due ordini di dati: il primo è che le afferenze sensoriali alla corteccia
rappresentano appena lo 0,1% di tutte le sinapsi della corteccia e, quindi, il 99,9% è do-
vuto a sinapsi cortico-corticali e a connessioni locali intrinseche [Braitenberg 1978],
mentre il secondo è che le colonne corticali hanno pressoché tutte la stessa dimensione,
nonostante le diverse modalità sensoriali ivi rappresentate abbiano scale di grandezza
molto diverse.
I
154
Capitolo quinto
questa correlazione. Infine, esperimenti simili di Wall e collaboratori
[Wall e Eggers 1971; Wall 1975; Devor e Wall 1981] sui fenomeni
di rimappaggio nei nuclei della colonna dorsale indicano che esso si
verifica rapidamente dopo il blocco dell' attività delle radici lombari
spinali determinato dall'abbassamento della temperatura. Inoltre,
questo fatto suggerisce che la riorganizzazione della mappa è diffusa
in aree connesse dal rientro a diversi livelli.
Questi fatti ci inducono a trarre una conclusione importante
[Edelman e Finkel 1984] che avvalora direttamente la teoria della se-
lezione dei gruppi neuronali: cioè, a partire da un substrato anatomi-
co degenerato (o repertorio primario), un processo dinamico deve se-
lezionare specifici gruppi neuronali nel repertorio secondario per for-
mare la mappa funzionale [Merzenich e altri 1983a, 1983b]. La na-
tura dinamica di questa selezione è indicata dai movimenti delle rap-
presentazioni nelle aree centrali e dalla ricomposizione del campo re-
cettivo dopo la resezione. In verità, alcuni studi sui primati adulti
[Kaas e altri 1983; Merzenich e altri 1983a, 1983b] indicano che an-
che la struttura della mappa normale (non lesionata) conserva un di-
namismo. Questi risultati concordano con l'idea che le mappe sono
riorganizzabili dalla selezione operante su una rete degenerata, e sug-
geriscono che l'anatomia corticale preesistente consenta una certa
competizione territoriale. In altre parole, a sviluppo ultimato, rima- i
ne un substrato anatomico degenerato su cui la selezione agisce in  
maniera competitiva a livello delle sinapsi e crea una mappa funzio-t
naIe tra le molte mappe possibili. '
Sembra che nell'adulto il fattore determinante nella selezione
competitiva sia un'intensa attività neuronale conseguente alla cor-
relazione temporale degli input provenienti da afferenze sovrapposte
[Merzenich e altri 1983a, 1983b]. Nel prossimo capitolo, dopo aver
descritto alcune leggi nella formazione delle specializzazioni anato-
miche, illustreremo un modello analitico [si veda Edelman e Finkel
1984] di questo intero processo, che è compatibile con la teoria della
selezione dei gruppi neuronali. Tuttavia, prima di descriverlo dob-
biamo citare alcuni dati neuroanatomici che dimostrano l'esistenza
di ampie arborizzazioni sovrapposte nel repertorio primario. Vanno
però considerati anche alcuni casi intermedi, apparentemente con-
traddittori, in cui la plasticità della mappa è limitata a brevi fasi cri-
tiche dello sviluppo e non sembra piu manifestarsi nell'adulto.
Arborizzazione e sovrapposizione. Desiderando spiegare come la
selezione, agendo su un repertorio già formato, trasformi una mappa
La dinamica cellulare delle mappe neurali
155
e crei un repertorio secondario, è importante mostrare che l'esten-
sione, la variabilità e la sovrapposizione delle arborizzazioni sono già
presenti. L'identificazione delle vie afferenti alla corteccia somato-
sensoriale nel gatto, effettuata con la perossidasi del rafano da Lan-
dry e Deschenes [1981; Landry e altri 1982], rivela arborizzazioni
assonali (fig. 27) molto simili a quelle osservabili nella corteccia vi-
siva [Gilbert e Wiesel 1979, 1981]. Le singole fibre afferenti prima
di raggiungere la corteccia emettono, in genere, dei rami collaterali,
ciascuno dei quali si ramifica in una terminazione a cespuglio avente
Figura 27.
Una afferenza taIamica all'area 3b del gatto rivelata da una iniezione di perossidasi del
rafano [Landry e Deschenes 1981]. Il campo recettivo era sul quinto dito. In questa se-
zione l'arborizzazione si estende su un' area di circa 1 mm di corteccia. I numeri romani
si riferiscono agli strati corticali.
IV
v
VI
r
156 Capitolo quinto
un diametro di circa 400 {im. Spesso, due regioni a cespuglio origi-
nate dallo stesso ramo collaterale si allineano con un orientamento
mediolaterale e sono separate da una regione meno densa che costi-
tuisce un intervallo di ampiezza comparabile [Landry e altri 1982].
Altri rami collaterali possono sfociare in cespugli un po' spostati, ge-
neralmente in direzione anteroposteriore, talvolta in un' altra area ci-
toarchitettonica. Cosi, nel gatto, le terminazioni originate da una
singola afferenza nell' area 3 b si diffondono densamente su circa
0,5-
1
mm
2
di corteccia, mentre altre regioni innervate dai rami col-
laterali sono un po' distanti. Sono riscontrabili differenze anatomi-
che significative tra il gatto e la scimmia. Per esempio, Pons e colla-
boratori [I982], studiando l'area 3b nel nictipiteco, hanno scoperto
che, in generale, vi sono arborizzazioni piu compatte senza rami col-
laterali distanti. Tuttavia, la tesi di fondo non viene scalfita da que-
ste differenze.
Contrariamente a queste distanze, peraltro note, è stato difficile
accertare il preciso grado di sovrapposizione anatomica tra arboriz-
zazioni afferenti separate, soprattutto perché, attualmente, non pos-
sediamo un'informazione quantitativa sulla densità dell'innervazio-
ne corticale 19. Gli studi sulle degenerazioni hanno fatto un po' di
luce a riguardo. Piccole lesioni nel talamo del gatto [Kosar e Hand
1981] producono strie degenerative nella corteccia orientate lungo
l'asse anteroposteriore, larghe 80-120 {im e lunghe 2500-3000 {im.
Nella scimmia [si veda Jones 1981] sono state individuate strie con
diverse dimensioni utilizzando tecniche differenti. Tuttavia, le di-
mensioni relative indicano una marcata anisotropia anteroposteriore
nelle terminazioni afferenti. In molti generi diversi di scimmia, strie
degenerative osservate dopo la resezione delle fibre di associazione
commissurali o interareali sono in entrambi i casi larghe 500-1000
{im e di lunghezza variabile Gones 1975; Jones e altri 1975].
Un'altra fonte di informazione per valutare il grado di sovrappo-
sizione, malgrado provenga da una regione corticale specializzata, è
19 I principi della stereologia [Weibel 1979] associati alla ricostruzione grafica com·
puterizzata tridimensionale di sezioni della corteccia saranno un indirizzo promettente
per quantificarne l'innervazione; per ora esistono alcuni dati [Abeles 1991], cosi riassun-
ti: densità neuronale = 40 ooo/mml, densità sinaptica = 8 x los/mml, densità della lun-
ghezza assonale = 3200 m/mml, densità della lunghezza dendritica = 400 m/mml, sinap-
si per neurone = 20 000, sinapsi inibitorie per neurone = 2000, sinapsi eccitato-
rie da fonti lontane per neurone = 9000, sinapsi eccitatorie da fonti locali per neuro-
ne = 9
000
, lunghezza dendritica per neurone = IO mm; la stima piu recente per la cor-
teccia visiva di scimmia è di 3900 sinapsi per neurone, delle quali 1'85% sono asimme-
triche e, perciò, presumibilmente eccitatorie.
La dinamica cellulare delle mappe neurali 157
data dai campi a barile delle vibrisse di topo. TI barile C-I ha un'area
media di 57 000 {im
2
[Pasternak e Woolsey 1975] e riceve gli input
da 162 fibre periferiche che innervano la vibrissa C-I [Lee e Wool-
sey 1975]. Supponendo che la convergenza e la divergenza nelle si-
napsi di ritrasmissione interposte non alterino significativamente il
numero di fibre innervanti, possiamo calcolare in circa 20 {im la spa-
zia tura tra fibre afferenti adiacenti. Questo calcolo implica che le fi-
bre afferenti siano regolarmente spaziate e, quindi, non vale rigoro-
samente per i campi a barile in sé, suggerendo, grosso modo, quale
potrebbe essere la densità di innervazione in altre regioni corticali.
Sebbene questi studi riguardino specie diverse e vadano pertan-
to valutate le differenze che vi intercorrono, tuttavia, tali dati ana-
tomici ci inducono a due conclusioni di estrema importanza per la
teoria della selezione dei gruppi neuronali: I) esiste una significativa
sovrapposizione tra le arborizzazioni assonali afferenti, forse piu
spiccata in alcune direzioni rispetto ad altre; 2) ogni cellula della cor-
teccia forma delle sinapsicon un gran numero di fibre afferenti, un
fenomeno evidente se pensiamo alle possibilità di interazione tra ar-
borizzazioni assonali diffuse e ampi alberi dendritici. Per spiegarci
la possibilità di selezionare una mappa specifica nell'ambito.di que-
sto substrato anatomico estremamente degenerato, dobbiamo ana-
lizzare la distribuzione dell' attività nella corteccia, la quale può fa-
vorire la selezione dei gruppi neuronali. Questo tema, sviluppato nel
prossimo capitolo, sarà preceduto da alcuni esempi contrastanti di
plasticità confinata, quale si verifica, di fatto, solo nello sviluppo, e
che sembra, di primo acchito, conttaddire la nostra ipotesi.
Modificazioni nella mappa legate a periodi critici. Qualunque
spiegazione delle modificazioni nell' adulto, siano esse indotte dalla
resezione periferica, dalle variazioni negli stimoli recettoriali o dalle
deprivazioni sensoriali, deve essere compatibile con le osservazioni
che, in alcune sottoregioni corticali, si verificano modificazioni simili
solo in ristrette finestre temporali dello sviluppo. Se si effettuano in-
terventi sperimentali su tali aree in tempi successivi si riscontrano ef-
fetti scarsi o nulli. Esempi significativi sono rappresentati da varia-
zioni nello sviluppo della corteccia visiva [Wiesel e Hubel I963a,
I963b, 1965; Hubel e Wiesel 1970; Stryker e Harris 1986] e da al-
terazioni nell' organizzazione della corteccia somatosensoriale (cam-
pi a barile) dei roditori dopo lesioni ai follicoli delle vibrisse nella fa-
se neonatale [Van der Loos e Woolsey 1973; Van der Loos e Dorfl
1978].
r
158 Capitolo quinto
Esiste un' ampia e, per certi versi, contraddittoria letteratura su-
gli effetti provocati dalla chiusura, ablazione, o deprivazione di un
solo occhio sulla struttura della map'pa in esemplari neonati o gio-
vani di scimmia o di gatto (fig. 28). E un dato certo che le colonne
di dominanza oculare, ben distinte nello strato IV della corteccia
visiva di scimmia, compaiono solo a tre settimane dalla nascita [Ra-
kic 1977, 1978, 1981b]. In tempi piu precoci, le fibre genicolocor-
ticali si sovrappongono. Una netta separazione di queste colonne
si verifica a circa sei settimane di vita. Se si chiude precocemente
un occhio suturandolo, allora le colonne corrispondenti all' occhio
deprivato si restringono mentre quelle relative all' occhio funzionan-
te si espandono. Questi dati ci suggeriscono che le fibre dell' occhio
funzionante non si retraggono e che si tratta di un altro esempio di
bilancio competitivo nei tratti nervosi in sviluppo. Tuttavia, se tali
Figura 28.
Colonne di dominanza oculare [Hubel e Wiesel 1977]. Autoradiografia in campo scu-
ro della corteccia striata di un macaco adulto in cui l'occhio ipsilaterale è stato iniet-
tato con prolina-fucoso triziata due settimane prima. Le aree marcate sono bianche.
Le sezioni attraversano prevalentemente un piano perpendicolare alla superficie. Parte
della superficie esposta della corteccia striata e la parte nascosta immediatamente sotto.
Complessivamente, si possono contare nello stato IVc cinquantasei colonne.
La dinamica cellulare delle mappe neurali 159
trattamenti sono effettuati dopo un periodo critico non hanno piu
effetto.
Anche nei roditori è stata osservata un'analoga dipendenza dal
periodo critico dopo lesioni ai follicoli delle vibrisse, seguite da mo-
dificazioni anatomiche nei campi a barile. Esse consistono in un al-
largamento e in una fusione dei campi a barile per formare bande
fuse nello strato IV della corteccia somatosensoriale di ratto, e si ve-
rificano solo se la lesione periferica viene provocata entro la prima
settimana dalla nascita [Van der Loos e Woolsey 1973; Woolsey e
Wann 1976; Van der Laos e Dorfl 1978; Woolsey e altri 198I].
Sorge l'interrogativo sulla compatibilità tra questi dati e la per-
durante plasticità osservata nelle aree 3 b e l dopo la manipolazione
delle fibre afferenti dalla mano. Non possediamo ancora una risposta
certa, ma dobbiamo notare che nei due casi, corteccia visiva e campi
a barile, ampie modificazioni anatomiche di tipo competitivo ven-
gono indotte mentre si stanno formando le connessioni nello sviluppo
di aree corticali relativamente piccole (colonne o barili) che, eventual-
mente, saranno impiegate per la discriminazione spaziale fine. Peral-
tro, le variazioni anatomiche sono compatibili con le interazioni
competitive di cui abbiamo parlato. Tuttavia, a differenza del siste-
ma somatosensoriale, questi due sistemi coinvolgono unità funzio-
nali bersaglio sufficientemente piccole per avere una diminuzione
comparabile al campo d'innervazione delle singole fibre talamocor-
ticali afferenti, e questo mappaggio si verifica ovviamente mentre la
struttura anatomica si sta formando. Tale fenomeno può avere delle
ragioni evolutive legate allo svolgimento di precisi compiti visivi e
tattili deputati a discriminare aree di piccole dimensioni. Dopo il
consolidamento delle strutture neuroanatomiche successivo alla fase
critica non sono piu preventivabili variazioni ampie come quelle
dell' area 3 b e l, dove le rappresentazioni e i confini mappati com-
prendono numerose fibre afferenti sovrapposte. Da un altro punto
di vista, nelle colonne di dominanza oculare e nei campi a barile può
esservi una corrispondenza nel confine tra la singola mappa funzio-
nale e la singola unità anatomica formata dalle arborizzazioni asso-
nali delle fibre provenienti dal talamo. Le interazioni competitive os-
servate in questi sistemi, a differenza di quelle della corteccia soma-
tosensoriale dell' adulto, ma analogamente a quelle delle ultime fasi
nella formazione della mappa retinotettale, implicano contempora-
neamente la formazione di strutture anatomiche e la competizione
sinaptica. Come abbiamo già indicato, questo può dipendere dal na-
I
160 Capitolo quinto
turale bisogno evolutivo di realizzare in questi due sistemi e in fasi
comportamentali molto precoci un' elevata discriminazione spaziale.
Questa conclusione può concordare o meno con l'osservazione se-
condo cui l'attività è necessaria [Schmidt 1985] per formare mappe
retinotettali sofisticate, ma ci viene confermata da un interessante
esperimento di blocco farmacologico nella fase critica.
Nonostante le eccezioni, descritte per esteso, la plasticità sinap-
tica nell' adulto sembra indiscutibile: pur verificandosi in questi si-
stemi la gemmazione neuronale dopo le prime fasi di sviluppo, è però
probabile che la maggior parte delle forze competitive derivi da mo-
dificazioni nelle sinapsi. È un aspetto che affronteremo nel prossimo
capitolo, dove, in una prima fase, descriveremo le origini evolutive
e l'insieme di connessioni delle aree corticali primarie, per dare poi
forma ai risultati proposti in questo capitolo sulla plasticità delle
mappe nei termini della selezione dei gruppi neuronali. Il motivo
per cui questo modello viene descritto solo dopo alcune premesse di
natura evolutiva dipende non solo dal bisogno di spiegare l'origine
evolutiva di mappe diverse nella struttura e nella funzione, ma anche
dal fatto che la selezione naturale agisce in maniera differenziale sul-
le diverse funzioni svolte da tali aree nel comportamento degli ani-
mali di una stessa specie.
7. Conclusioni.
A questo punto possiamo riassumere le nostre concezioni sullo
sviluppo delle mappe. Il capitolo precedente ha documentato l'esi-
stenza di meccanismi che legano genetica ed epi-
genetica con meccanismi molecolari e che favoriscono tanto la varia-
bilità quanto la conservazione delle strutture anatomiche, come ab-
biamo postulato nell'ipotesi dei regolatori. In questo capitolo abbia-
mo riassunto una serie di processi cellulari primari dinamici, piu o
meno indipendenti, compatibili con questi meccanismi, e che rap-
presentano lo sfondo per capire la formazione delle mappe. Malgra-
do molti tipi di neuroni manifestino un citodifferenziamento gene-
tico della forma, si è scoperto che le connessioni, dopo una iniziale
formazione delle mappe, possono modificarsi, che possono verificar-
si interazioni competitive tra neuroni nell'innervazione dell'area
bersaglio e, infine, che le arborizzazioni assonali e dendritiche pos-
sono estendersi per notevoli distanze sovrapponendosi ed essere ri-

t
I
.,
ì
'If.
P

 

La dinamica cellulare delle mappe neurali 161
modellate dall'attività di connessioni contingenti. L'elevata morta-
lità cellulare propria di alcuni di questi eventi di sviluppo non sem-
bra rigidamente programmata; piuttosto, sembra correlata alle inte-
razioni selettive tra i neuroni che competono per stabilire le oppor-
tune connessioni, e può essere stocastica. Inoltre, in molti casi è sta-
to dimostrato che la corretta formazione di popolazioni neuronali
stabilizzate dipende, anche nello sviluppo, dall' attività sinaptica e da
fattori chimici non ben identificati.
La generalizzazione piu singolare è che il tema dell'interazione
competitiva si ripete nei contesti piu diversi; nel mappaggio retino-
tettale, nei fenomeni attivi in fasi perinatali critiche in sofisticati si-
stemi sensoriali e, nell' adulto, in modificazioni di altri sistemi sen-
sorialiaventi campi recettivi di maggiori dimensioni. Le prove indi-
cano, complessivamente, un' origine dinamica dei circuiti neuroana-
tomici, anche dei piu sofisticati e stereotipati; ipso facto, questo di-
namismo implica variabilità e selezione. In alcuni casi, prevale la se-
lezione nello sviluppo agente con mezzi meccanico-chimici sulla su-
perficie cellulare, in altri casi la selezione dipende dall' attività sinap-
tica ed è particolarmente sensibile alla natura dell' input e della stimo-
lazione in arrivo. In altri casi ancora, come nel sistema retinotettale,
una forma di selezione consegue all' altra. Chiaramente, la fusione
dei due meccanismi dipende dal ruolo della regione cerebrale in que-
stione. Prima di concepire un modello teorico analitico dell'intera-
zione di questi fattori nella creazione di mappe rientranti in un or-
ganismo adulto dobbiamo indagare le origini evolutive di strutture
neurali, quali nuclei e lamine, svolgenti le piu varie funzioni. Questa
considerazione delle origini evolutive delle diverse regioni diventa
particolarmente importante per documentare la tesi (si veda il capi-
tolo vrr) che le semplici mappe sono, in genere, insufficienti per la ca-
tegorizzazione percettiva. Invece, sono necessarie, come dimostrerà
un'ulteriore analisi, le interazioni tra complesse e molteplici mappe
rientranti specializzate e 1'attività continua del sistema motorio.
,---
Capitolo sesto
E voluzione e funzione dei sistemi distribuiti
Evoluzione dei nuclei e delle lamine, p. 162. - Localizzazione
della funzione, p. 163. - Comportamento e struttura neurale,
p. 164. - I grandi temi nell'evoluzione del sistema nervoso,
p. 164. - Limiti metodologici, p. 165. - I grandi temi nell'evo-
luzione del sistema nervoso dei vertebrati, p. 165. - Un esempio
di rete: il sistema visivo della tartaruga, p. 172. - Origini evolu-
tive dei centri: l'ipotesi della parcellizzazione, p. 175· - Una
spiegazione alternativa: eterocronia e l'ipotesi dei regolatori,
p. 180. - La degenerazione come conseguenza evolutiva,
p. 186. - Il modello confinamento-selezione-competizione del
mappaggio corticale, p. 188. - Mutamento eterocronico, map-
paggio funzionale, e selezione evolutiva, p. 200.
I. Introduzione.
Finora, abbiamo considerato le dimostrazioni dell' origine della
conservazione e della variabilità delle strutture nervose di una spe-
cie, in particolare nello sviluppo dell'individuo. Sebbene esse rappre-
sentino il presupposto per capire alcuni aspetti della selezione dei
gruppi neuronali nella formazione delle mappe locali, non spiegano
le origini evolutive di strutture nervose piu ampie, come i nuclei e le
lamine, né le caratteristiche neuroanatomiche regionali di mappe
particolari o le interazioni rientranti tra mappe. Nessuna teoria sul
cervello potrà dirsi completa finché non riuscirà a unificare i propri
fondamenti teorici con l'origine evolutiva di queste strutture, in par-
ticolare con la natura distribuita posseduta da tali sistemi nei cervelli
complessi [Mountcastle I978]. Per questa ragione dobbiamo rivol-
gerei alla neuroanatomia comparata, mettendola in relazione alle
funzioni potenziali e, in modo specifico, alle spiegazioni dei fonda-
menti evolutivi della variabilità tra specie diverse. Ci proponiamo di
spiegare esaurientemente l'organizzazione gerarchica, distribuita e
a mappe del sistema nervoso delle specie piu recenti e dotate di
strutture telencefaliche molto evolute. Limiteremo, pertanto, la di-
samina ai cordati.
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti 163
Uno dei capisaldi della teoria è che la categorizzazione si svolga
in strutture parallele e distribuite, specializzate nelle diverse moda-
lità sensoriali; quindi, dobbiamo capire quale sia la loro origine evo-
lutiva. Poiché la teoria sarebbe inadeguata se non rendesse compa-
tibili i fondamenti dello sviluppo e i fatti dell' evoluzione, desideria-
mo altresl stabilire se esistano delle spiegazioni evolutive per la con-
servazione della degenerazione nelle strutture neurali, incluse le piu
complesse e specifiche. Tali spiegazioni, qualora fossero soddisfacen-
ti, riconcilierebbero ulteriormente la struttura macroscopica delle
aree cerebrali di una specie e la variabilità a livello microscopico.
Proponendoci di capire l'evoluzione di questi caratteri nei cervel-
li evoluti, affronteremo una delle principali crisi concettuali delle
neuroscienze moderne -la localizzazione della funzione. Nel caso
dell' evoluzione morfologica I, significa che dobbiamo collegare
struttura e funzione durante la selezione naturale dei diversi feno-
tipi, ponendo la dovuta attenzione ai vincoli imposti dallo svilup-
poIAlberch I979, I980, I982a, I982b, I987; Borner I982; Raff e
Kaufmann I983; Arthur I984; Edelman I986b]. E già un problema
di grande portata cercare di spiegare l'evoluzione di qualunque or-
gano complesso, ma nel caso del cervello diventa particolarmente
scoraggiante. Come ha sottolineato Ulinski [I980], il problema non
è sbrigativamente risolvibile con una semplicistica correlazione tra
le proprietà ambientali e l'attività di singole aree neurali, oppure pre-
vedendo l'attività dei circuiti neurali, o ancora, assegnando catego-
ricamente le funzioni a una certa componente neurale. Infatti, di so-
lito, non è possibile assegnare una particolare funzione a una strut-
tura neurale specifica, per esempio a un nucleo o a una lamina, senza
I Edelman elenca i problemi irrisolti dell'evoluzione morfologica in Topobiology
[1988, trad. it. p. 68]. Storicamente, nell'ambito dei temi esaminati dagli evoluzionisti,
quello dello sviluppo delle forme biologiche è stato trascurato [Gould 1992] e solo da po·
co tempo gli viene attribuito lo spazio opportuno [questo è, per esempio, il tema centrale
del libro di biologia teorica piu stimolante degli ultimi anni The Origins olOrder: Self
organization and Selection in Evolution di Stuart A. Kauffman; si veda anche il fascicolo
monotematico dedicato al rapporto tra evoluzione e sviluppo dalla rivista «Bioessays»,
XIV (1992), n. 4]. Lo studio dello sviluppo è perciò diventanto «il punto di incontro do-
ve integrare gli studi meccanici e riduzionistici dei geni con i resoconti storici e narrativi
della filogenesi della vita» [Gould 1992, p. 275]. Stephen Gould individua in due ragioni
di fondo la riscoperta del rapporto tra sviluppo ed evoluzione: la prima è «l'eliminazione
delle barriere teoriche» Ubid., p. 277] nell'ambito del darwinismo, come, per esempio,
l'espansione delle forze e dei livelli evolutivi, prima centrati sull'individuo, e che negli
ultimi vent'anni sono sia scesi allivello dei geni e sia saliti allivello delle specie, e, secon-
do, «la riduzione delle barriere pratiche» [ibid., p. 278], grazie allo sviluppo della bio-
logia molecolare che, per esempio, in una prospettiva eterocronica, ha identificato e
caratterizzato i cosiddetti geni eterocronici in Caenorhabditis elegans [Ambros 1988].
r
i
16
4
Capitolo sesto
una garanzia che quella funzione sia svolta esclusivamente da quella
struttura o, viceversa, che quella struttura non possa svolgere altre
funzioni [Mountcastle 1978]. D'altra parte, data la notevole speci-
ficità di alcuni sistemi sensoriali, non è ragionevole l'ipotesi alterna-
tiva, come quella di Lashley [1950; si veda Orbach 1982], secondo
cui le funzioni globali sono rappresentate in maniera diffusa ed equi-
potenziale 2.
Il mio pensiero a riguardo O'unico concordante con la teoria della
selezione dei gruppi neuronali) è che le risposte funzionali globali di-
pendano da interazioni dinamiche tra singole e specifiche compo-
nenti, organizzate in repertori di gruppi neuronali o in popolazioni
appartenenti a mappe rientranti, e non da un rigido assegnamento di
una funzione a una specifica area anatomica. Sebbene vincolate dai
segnali in input e in output, le cellule o i gruppi di un repertorio non
svolgono necessariamente sempre la stessa funzione; tuttavia, reper-
tori primari diversi differiscono nella loro attività in aree cerebrali
completamente diverse. La funzione di queste entità può essere tem-
po-dipendente ed essere determinata dalla dinamica competitiva dei
gruppi neuronali: cioè, la stessa componente può funzionare diver-
samente in contesti differenti. Inoltre, come indicano i dati della fi-
siologia, nei sistemi piu grandi si verifica effettivamente una riparti-
zione della funzione globale: questo è senz' altro vero, per esempio,
per le funzioni svolte da specifiche aree sensoriali primarie. Tutta-
via, come vedremo nel prossimo capitolo, anche in alcune di queste
aree, che sono cito architettonicamente ben caratterizzate, può esse-
re fuorviante una distinzione troppo netta tra funzioni sensoriali e
funzioni motorie.
Un problema straordinariamente complesso per la teoria dell' e-
voluzione è certamente quello di cogliere il nesso tra comportamento
e struttura neurale. Non solo le variabili neurali stesse sono determi-
nate da reti non lineari, ma vi si aggiunge un complesso di relazioni
non lineari tra la categorizzazione delle variabili ambientali e le spe-
cifiche risposte comportamentali. Nonostante queste difficoltà, pos-
siamo delineare alcuni problemi correlati di livello inferiore che van-
no risolti prima di affrontare in modo soddisfacente questi problemi
di livello superiore, non foss' altro che da un punto di vista teorico.
Nel corso del capitolo valuteremo questi problemi in successione.
Essi riguardano: I) le caratteristiche generali delle reti neurali, dei
gruppi e delle cellule nei diversi taxa, quali sono emerse con la varia-
2 Si veda il capitolo v, nota I.
Evoluzione e funzione dei sistemi distrihuiti 16
5
zione evolutiva; 2) i fondamenti della variabilità tra specie e dell' au-
mento in complessità e in specificità dei sistemi nervosi durante l'e-
voluzione; 3) il rapporto tra tali modificazioni evolutive, la genetica
dello sviluppo e la natura dei vincoli imposti dallo sviluppo sulle va-
riazioni evolutive, come l'abbiamo proposta nell'ipotesi dei regola-
tori; e 4) alcuni presupposti funzionali con cui la selezione naturale
può influire sul fenotipo. Questi problemi verranno chiariti appro-
fondendo le proprietà dinamiche delle mappe somatosensoriali degli
animali adulti (si veda il capitolo v), in particolare nel rapporto delle
mappe con i sistemi distribuiti [Mountcastle 1978]. Infatti, l'analisi
si soffermerà sui principi evolutivi, morfogenetici e fisiologici già di-
scussi da cui emergerà una definizione piu perfezionata di gruppo
neuronale.
Questi problemi rappresentano una sfida eccezionale, sono inter-
dipendenti, e richiedono lo studio di un insieme corposo di dati che,
ovviamente, non possiamo riassumere tutti per esteso. Cercheremo
piuttosto di tracciarne le interrelazioni. Il primo problema verrà af-
frontato con alcune generalizzazioni descrittive proprie della neuroa-
natomia comparata. Per gli altri tre problemi ci baseremo sui principi
organizzativi della teoria della selezione dei gruppi neuronali, che
mettono in relazione l'evoluzionè morfologica e i vincoli imposti du-
rante lo sviluppo dall'ipotesi dei regolatori, di cui abbiamo parlato
nel capitolo IV. A quel punto potremo gettare le fondamenta per una
teoria che spieghi contemporaneamente la variabilità tra specie e
l'origine di nuove e piu complesse strutture cerebrali. Solo allora
potremo sintetizzare tutte le conoscenze anatomiche e i risultati fun-
zionali realizzando un modello ispirato a una regione evoluta, la cor-
teccia somatosensoriale. Il modello ci consentirà di capire come la
selezione naturale possa agire sul fenotipo e selezionare le forme
varianti di una regione cerebrale attiva.
2. Variazione evolutiva nelle reti neurali.
Nel lungo cammino della filogenesi il cervello si rivela come il piu
complesso fra tutti gli organi e il telencefalo come la piu variabile fra
le regioni cerebrali. Data la generale tendenza dei sistemi evolutivi
ad ascendere verso una maggiore complessità [Stebbins 1968] e, data
la ben nota complessità comportamentale degli animali dotati di un
cervello sviluppato, non è in sé un fatto sorprendente. Come dimo-
strerà una breve rassegna dell' evoluzione neurale nei cordati e nei
r
166 Capitolo sesto
vertebrati [Masterton e altri 1976a; Sarnat e Netsky 198I], nono-
stante questa variabilità è ancora possibile individuare alcune
tendenze che rimandano all' origine comune di caratteri conservatisi
nel sistema nervoso di specie diverse. Per esempio, Ebbesson [I980]
ha evidenziato che il tronco cerebrale inferiore ha numerosi caratteri
condivisi dalla maggior parte delle specie di vertebrati; al contrario,
le aree del tetto, del talamo e del telencefalo presentano marcate dif-
ferenze. Poiché le funzioni di una certa area cerebrale non sono sem-
pre localmente definibili, tali deduzioni evolutive ricavate dalla neu-
roanatomia comparata [Dullemeijer 1974] si basano essenzialmente
su criteri morfologici e strutturali; cioè, possiamo dedurre l' omologia
solo per le strutture anatomiche, ma non per la funzione [cfr. Master-
ton e altri 1976a; Bullock 1984].
Con i vincoli evolutivi imposti dalle diverse connessioni estrin-
seche e da altre variazioni fenotipiche, una certa struttura (anche un
nucleo intero) può modificare la propria funzione. Se compariamo le
diverse specie sulla base dei tipi cellulari simili, la topografia (inclusi
diversi punti di riferimento, quali i solchi) e le connessioni delle fibre
devono comunque rimanere confinate entro campi neurali omologhi.
Questo è un forte vincolo e rende difficile estrapolare la funzione.
Inoltre, è bene ricordare che il sistema nervoso si è evoluto per svol-
gere un' azione e una reazione adattativa. Le sue funzioni ghiandolari
atte a conservare l' omeostasi, e certi aspetti di avversione o di appe-
tito ottenuti dalle risposte motorie, sono state probabilmente tra le
cause principali della selezione nelle fasi primordiali della sua evolu-
zione. Noi presteremo attenzione solo ad alcune di tali questioni
funzionali perché siamo in presenza di argomentazioni plausibili
piuttosto che di ipotesi fondate solidamente; ai fini della teoria, ci
'interesssa soprattutto considerare le origini evolutive dei repertori
primari. Tuttavia, poiché la selezione naturale opera sul comporta-
mento, è importante dimostrare come le variazioni in tali repertori,
in particolare nelle mappe, possano influire sul comportamento; que-
sto è un compito che svolgeremo alla fine del capitolo.
I principali motivi che ci spingono a considerare alcuni di questi
problemi nell' ambito della teoria della selezione dei gruppi neuronali
sono: I) discutere su solide basi i meccanismi con cui i sistemi distri-
buiti [Mountcastle 1978] sono comparsi durante l'evoluzione neu-
rale, e 2) dimostrare che la degenerazione [Edelman 1978] può esse-
re nata come importante fattore di controllo della funzione in cervel-
li molto complessi. Diremo meno cose sulla comparsa evolutiva del
~
i
I
~ i

j f
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti 16
7
neurone; a proposito, possiamo notare che, dai tunicati in poi, è tra
i piti antichi tipi cellulari a elevato grado di differenziamento.
In una visione a campo lungo dell' evoluzione del sistema nervoso
dei vertebrati, dai cordati all'uomo, riscontriamo alcuni utili aspetti
generali, significativi per la teoria. A differenza dei principi guida
degli antenati piti primitivi, i grandi temi propri dei vertebrati sono:
la simmetria bilaterale e la cefalizzazione progressiva [Sarnat e Net-
sky 198I], mentre temi sussidiari sono la decussazione, la metame-
ria, la sovrapposizione, la somatotopia e il parallelismo (tab. IO). Il
progressivo aumento del numero dei nuclei e delle lamine, lo svilup-
po della regolazione interna e dei sistemi per la raccolta di cibo com-
mestibile sembrano essersi evoluti di pari passo al bisogno di svilup-
pare risposte sensomotorie di avversione nei confronti dei predatori
[Masterton e altri 1976b]. La configurazione di base primitiva, or-
ganizzata intorno alla notocorda muscolare (come nell'anfiosso),
presentava una simmetria bilaterale con miotomi in serie alimentati
da nervi originati da un midollo spinale, ma non vi è alcuna prova
dell'esistenza di strutture sensoriali specializzate. Questa carat-
Tabella IO.
Temi strutturali nella evoluzione del sistema nervoso'.
Temi principali
Simmetria bilaterale
Decussazione
Metameria (sensomotoria)
Cefalizzazione progressiva
Sovrapposizione della innervazione
Somatotopia
Parallelismo di sistemi sensomotori mul-
tipli
Numero crescente di nuclei e di lamine
Temi sussidiari
Movimenti di orientamento e di fuga
Coordinazioni sensomotorie
Modularità
Sensi specializzati
Fusione delle strutture
Allargamento
Ripetizione di strutture microscopiche
(modularità)
Degenerazione
"Compattamento" dei tratti
Mappaggio
Rientro (coppie di classificazione)
Strutture multistratificate, organizza-
zione circuitale verticale e orizzontale
Variazione e numero crescente di tipi
cellulari
• Questa tavola omette una considerazione esplicita dei complessi muscoloscheletrici e senso-
motori in relazione alla postura e al gesto. Questo argomento viene approfondito nel capitolo Vili.
168 Capitolo sesto
teristica metamerica dell'innervazione sensoriale segmentale perife-
rica si conserverà per tutta la futura evoluzione dei vertebrati, ma
l'organizzazione alternata di innervazione sensoriale e motoria (os-
servata nei ciclostomi) apre la strada, negli animali terrestri, alla for-
mazione delle radici dorsali e ventrali in ogni segmento dello stesso
livello.
Tuttavia, la sovrapposizione è un principio importante, e nessun
segmento è innervato esclusivamente da un'unica radice; si tratta di
una forma primitiva di degenerazione 3. Questo principio è cruciale
per capire come, successivamente, le parti periferiche saranno rap-
presentate sotto forma di mappe a livello centrale ed è probabilmen-
te attribuibile alla selezione di quegli individui che, a causa di questa
sovrapposizione, non hanno perso l'innervazione segmentale dopo
un trauma locale. La rappresentazione somatotopica è riscontrabile
anche in .molte strutture centrali. Sin dai tempi evolutivi piu remoti
questo è un carattere basilare nei nervi spinali dorsali e nelle rispet-
tive radici, ma anche nelle corna ventrali e nei nervi motori; compare
piu tardi nella corteccia e nei nuclei del cervelletto, nei campi retini-
ci, e nella corteccia cerebrale. Sovrapposizione e somatotopia sono,
con tutta probabilità, dovute alla continuità necessaria in piccole re-
gioni confinanti tra quei gruppi cellulari induttivi che si formano
durante lo sviluppo regolativo; nell' evoluzione successiva, la separa-
zione e l'allargamento delle strutture derivate da tali regioni tendono
a conservare una certa continuità, il che ha rappresentato un evento
fondamentale per la formazione delle mappe.
Con il progredire della cefalizzazione si sono verificati nuovi svi-
luppi concomitanti: strutture sensoriali specializzate, espansioni del
cervello, spostamenti nella posizione dei miotomi, spostamenti e fu-
sioni nella formazione delle radici craniali, variazioni nelle posizioni
e nel numero delle fessure branchiali e, per finire, la crescita del
proencefalo [Ebbesson e Northcutt 1976]. Nonostante la tendenza
delle strutture ad essere accoppiate bilateralmente, possiamo osser-
vare alcune asimmetrie in strutture, quali l'abenula (associata alle
abitudini alimentari), il nervo vago e, in qualche caso, la corteccia ce-
rebrale; si conservano peraltro strutture spaiate come l'epifisi.
Nel contesto di questi sviluppi, si manifesta precocemente un' al-
3 È interessante come il concetto di degenerazione permei tutti gli aspetti del pen-
siero biologico di Edelman. Infatti, essa non caratterizza solo i gruppi neuronali, ma è
presente anche a livello della complessità combinatoria nei geni che controllano lo svi-
luppo delle forme [per un approfondimento, si veda il capitolo v di Topobi%gy].
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti 16
9
tra caratteristica generale di estrema importanza per la selezione dei
gruppi neuronali: mi riferisco all'origine dei sistemi rientranti, in una
serie di svil\lppi che anticipa la funzione piu elevata, cioè la catego-
rizzazione. E possibile individuare la comparsa di sistemi neurali pa-
ralleli, simili o diversi, che campionano o sono reattivi all' ambiente
grazie a un' organizzazione molto piu sofisticata rispetto alla sempli-
ce simmetria bilaterale (tab. IO). Questo carattere peculiare si ac-
compagna allo sviluppo di tutti i sistemi sensoriali somatici e specia-
lizzati, dei sistemi motori e di quelli autonomi. Esso consente il cam-
pionamento simultaneo con due o piu modalità diverse o sottomoda-
lità, rappresentando un importante passo in avanti per la creazione
di una nuova funzione o per la modificazione di una funzione pre-
esistepte. Nella sua forma piu semplice, è diadica, come si riscontra
in diversi casi: I) in organismi con bulbo olfattivo e bulbo olfattivo
accessorio come, per esempio, il sistema vomeronasale nei serpenti,
nelle lucertole e nelle tartarughe [Graziadei e Tucker 1970; Halpern,
1976]; 2) nello sviluppo del sistema vestibolare; 3) nella conservazio-
ne dei sistemi retinogenicolato e retinotettale [Schneider 1969];
4) nell' organizzazione parallela di livello superiore dei tratti spino-
talamici e spinocerebellari; e 5) nel sistema della colonna dorsale.
Come vedremo in seguito, un'organizzazione parallela di tipo diadi-
co è un requisito minimo per un sistema effettivamente rientrante di
selezione dei gruppi neuronali. Questa organizzazione è la cosiddetta
coppia di classificazione (si veda la fig. I I), descritta in dettaglio nei
capitoli IX, x e XI. Organizzazioni parallele di questo tipo effettuano
un campionamento disgiuntivo e adattativo di insiemi polimorfi nel
dominio degli stimoli, di cui abbiamo già parlato nei capitoli I e III.
Un altro aspetto centrale in relazione alla simmetria bilaterale,
osservabile in specie diverse, è l'esistenza di vie incrociate con o sen-
za vie ipsilaterali. Sarnat e Netsky [1981] hanno svolto una rassegna
delle forme piu primitive a disposizione per uno studio - le connes-
sioni incrociate originantisi in neuroni atipici. Si tratta delle cellule
di Rohde dell'anfiosso, delle cellule di Mueller dei ciclostomi [Rovai-
nen 1978] e delle cellule di Mauthner dei teleostei [Bullock 1978;
Faber e Korn 1978]. Le cellule di Rohde sono interneuroni che de-
cussano nel midollo spinale dell' anfiosso e sono specializzate nel me-
diare il riflesso di avvitamento avversivo, mentre le cellule di Muel-
ler e di Mauthner sono cellule del tronco cerebrale che formano si-
napsi dendritiche con i neuroni sensoriali e vestibolari. I loro assoni
si proiettano verso la parte controlaterale del midollo spinale su seg-
menti caudali che mediano i movimenti avversivi e i riflessi della co-
I
170 Capitolo sesto
da. Un'ipotesi è che alcune pressioni selettive, analoghe a quelle che
hanno arrecato dei vantaggi adattativi nei riflessi di allontanamento
dalla parte soggetta a minaccia, abbiano favorito la decussazione dei
nervi ottici. Sarnat e Netsky [1981] hanno anche evidenziato come
le colonne dorsali negli animali superiori siano simili e come le loro
connessioni assomiglino a quelle delle cosiddette cellule di Rohon-
Beard [Spitzer e Spitzer 1975; Spitzer 1985], le quali sono dei neu-
roni osservabili transitoriamente nei girini di alcune specie di anfibi.
Queste cellule multisinaptiche emettono ramificazioni dendritiche
verso i muscoli e la cute. I loro assoni ascendono ipsilateralmente
nella corda spinale ma formano delle sinapsi con alcuni interneuroni,
i quali, decussando, ritrasmettono gli impulsi ai motoneuroni sul lato
opposto. Nel caso dei nuclei della colonna dorsale, il ruolo è rigoro-
samente sensoriale e gli interneuroni decussanti appartengono ai nu-
clei gracile e cuneato. Ebbesson [1980] spiega queste scoperte in mo-
do un po' diverso; comunque, il punto nodale è che i primi modelli
complessivi di decussazione o si sono conservati in alcune linee di-
scendenti oppure si sono sviluppati ex novo per evoluzione conver-
gente.
Meritano un' attenzione speciale diversi caratteri morfologici ge-
nerali (tab. IO) dell'organizzazione neurale, in particolare quelli re-
lativi ai concetti di selezione somatica e di rientro. Il primo è che
lunghi tratti ascendenti e discendenti non sono cosi compatti nelle
specie derivate dai   primitivi come lo sono nei vertebrati
di origine piu recente. E un fatto attinente al significato evolutivo
di degenerazione, un argomento da valutare piu avanti. Una seconda
caratteristica generale è riscontrabile nell' organizzazione locale di
strutture come il cervelletto e di strutture di derivazione telencefa-
lica: la presenza di strutture modulari o ripetitive come ifolia del
cervelletto o le colonne della corteccia cerebrale. Tuttavia, non dob-
biamo pensare che queste strutture siano prive di variabilità inter-
na: come abbiamo visto nei capitoli II e III, esse sono un substrato
che consente variazioni quantitative, ma anche variazioni qualitati-
ve, cioè chimiche [Chan-Palay e altri 1981; Ingram e altri 1985],
che consentono la formazione dei differenti repertori postulati dalla
teoria.
Una terza caratteristica generale (pertinente nella teoria della
selezione dei gruppi neuronali) è la progressiva tendenza, nel corso
dell'evoluzione, a sviluppare connessioni rientranti. Questo aspetto
si manifesta nello sviluppo del sistema vestibolare, deputato al con-
trollo dell' orientamento nello spazio, e nel tratto vestibolospinale,
l,
!
ti
l'
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti I71
il primo tratto motorio che regola i motoneuroni spinali. Tali strut-
ture rientranti compaiono precocemente (subito dopo la comparsa
dell' anfiosso) negli antenati dei vertebrati veri e propri. Infine, i
tratti nervosi correlati agli organi dellà linea laterale, evolutisi come
sensori della posizione rispetto alle correnti d'acqua, sono diventati
adatti per il sistema uditivo della coclea. Per finire, con lo sviluppo
del cervelletto sono comparsi numerosi percorsi rientranti [Sarnat e
Netsky 1981]. Il tema del rientro prevale anche nello sviluppo indi-
pendente delle strutture talamiche dorsali implicate nelle risposte
agli stimoli visivi. I nuclei della colonna dorsale, comparsi nei rettili,
sono un primo esempio di lunghi tratti rientranti; in conformità, vi
è una proiezione discendente dai nuclei gracile e cuneato. Con lo svi-
luppo delle strutture telencefaliche piu evolute, il rientro si manife-
sta come un carattere prevalente dei sistemi piu complessi, composti
da nuclei afferenti ed efferenti e da lamine, nel senso che presentano
moduli locali reciprocamente interconnessi.
Qual è il significato adattativo delle connessioni rientranti? Co-
me implica la teoria della selezione dei gruppi neuronali, esse sono
essenziali per la correlazione temporale dei diversi irrput e per lo svi-
luppo di nuove funzioni tramite l'unione delle coppie di classifica-
zione, come vedremo nei capitoli IX e x. Tradizionalmente sono sem-
pre stati considerati dei" sistemi a feedback", nell' accezione della
teoria del controllo. La difficoltà intrinseca a questa concezione è
supporre che lungo ogni percorso rientrante fluisca dell'informazio-
ne codificata in modo specifico. Pur esistendo sicuramente degli
esempi di archi riflessi grosso modo rientranti che favoriscono fun-
zioni afeedback, tuttavia, questa interpretazione sembra inadeguata
come spiegazione generale per il funzionamento della maggior parte
dei circuiti complessi. Una spiegazione generale piu plausibile è che
l'esistenza delle coppie di classificazione e il parallelismo dei circuiti
di livello superiore richiedano entrambi l'adattamento coordinato
delle risposte dei sottosistemi interconnessi a tutti i livelli di un si-
stema parallelo e distribuito; è il rientro che rende possibile tutto
questo. Come vedremo piu avanti in questo capitolo, a proposito di
un modello di mappe somatosensoriali, il rientro impiega dei mecca-
nismi di selezione piuttosto che difeedback.
I
17
2 Capitolo sesto
3. Un esempio di rete.
Molti dei principi generali contenuti nel breve resoconto evolu-
tivo precedente, sono esemplificabili riproponendo un particolare
circuito studiato da Ulinski [1980], il quale ha descritto la rete visiva
[Hall e Ebner 197oa, 1970b] nella tartaruga dalle orecchie rosse
(Pseudemys scripta elegans) nei suoi fondamenti evolutivi e nella mor-
fologia funzionale (si veda la fig. 29). Ulinski enuclea alcuni punti:
I) l'organizzazione della rete è nonlineare, avendo due strade paral-
lele verso il margine ventricolare dorsale; 2) non tutte le coppie di
nuclei hanno delle connessioni dirette - per esempio, il nucleo geni-
colato ventrolaterale non è connesso al nucleo rotondo. Si tratta di
un dato significativo rispetto all'ipotesi evolutiva della parcellizza-
zione che vedremo piu avanti, ma è al contempo un' esemplificazione
del concetto secondo cui, persino a livello dei microcircuiti locali, n
elementi non formano n
2
connessioni. Per quanto sia intricato il si-
stema di connessioni nel sistema nervoso centrale, esso è di parecchi
ordini di grandezza inferiore rispetto alle potenzialità rappresenta-
tive di un grafo completo; 3) su ogni lato, la rete è organizzata in mo-
do da conservare una via diretta di connessioni che amplifica i segna-
li provenienti dall'occhio controlaterale; 4) molte connessioni sono
reciproche e possono, quindi, essere rientranti; 5) i nuclei prossimi
al lato dell' input ricevono segnali visivi; quelli prossimi al lato del-
l' output ricevono segnali da diverse modalità sensoriali; 6) la rete,
malgrado abbia un solo input visivo, presenta due output - il primo
diretto verso l'ipotalamo e l'ipofisi, il secondo, attraverso la forma-
zione reticolare, diretto ai motoneuroni.
In questa rete, .considerando la funzione delle proiezioni al tetto,
Ulinski [1980] sottolinea l'importanza del rapporto fra le proprietà
topologiche, i fattori di ingrandimento o proprietà metriche, e le
proprietà temporali parallele e rientranti di tale sistema. Egli eviden-
zia la ben nota continuità topologica della mappa retinotettale, ma
ne sottolinea, altre si, le dissimmetrie, frutto dell'evoluzione - infat-
ti, le dimensioni della retina sono diverse rispetto a quelle del tetto
ottico, come dimostra la differenza areale tra le superfici della retina
e del tetto. Questa dissimmetria consente che la mappa sia scalata in
modo che una linea trasversale di l,O Ilm per msec di superficie re-
tinica copra solo 0,2 Ilm per msec di superficie del tetto. Tale mappa
presenta anche delle proiezioni corticotettali aggiuntive che formano
sinapsi con i dendriti basali e i corpi cellulari delle cellule radiali pro-
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti 173
fonde del tetto, a differenza delle proiezioni retiniche che formano
sinapsi con i dendriti apicali. I campi recettivi corticali sono maggiori
rispetto a quelli delle cellule gangliari della retina. Di conseguenza,
il funzionamento di questo circuito è regolato da due fattori spazio-
temporali; un gruppo, le cellule profonde nel tetto, riceve degli input
sui dendriti basali i quali rappresentano un dominio dello spazio vi-
Figura 29.
La rete visiva dello Pseudemys, una tipica sfida all'analisi evolutiva [Ulinski 1980l. Nel
diagramma sono le interrelazioni tra strutture note per essere coinvolte
nella rete visiva di Pseudemys. E probabile che molte strutture, come il pretetto, abbiano
delle connessioni aggiuntive, ancora sconosciute. Abbreviazioni: NOA, nucleo ottico
accessorio; CERV, cervelletto; CD, corteccia dorsale; NGLD, nucleo genicolato laterale
dorsale; MVD, margine ventricolare dorsale; 1P, ipotalamo; 1ST, nucleo dell'istmo; CM,
corteccia mediale; AP, addensamento palliale; PRET, pretetto; FR, formazione retico-
lare; ROT, nucleo rotondo; STR, striato; NGVL, nucleo genicolato ventrolaterale. Co-
me affermato nel testo, questo circuito contiene delle componenti con differenti campi
recettivi, recettività convergenti, ritardi temporali e diffusioni dendritiche.
t
IPOFISI
i
 

N
1
LD-AP,CD CM
TETTO - ROT - MVD
• RETINA
H'
NGVL 1ST STR
PRET\
NOA
FR

MOTONEURONI

r
I74 Capitolo sesto
sivo a grana grossa e, simultaneamente, sui dendriti apicali si verifica
una rappresentazione a grana piu fine. Come ulteriore controllo, l'in-
put giunge dalla retina con una latenza di 50 msec, molto prima,
quindi, del segnale proveniente dalla corteccia, che ha un ritardo
maggiore. Secondo Ulinski, la finestra temporale entro cui è attiva
una certa cellula radiale è determinata dalle sue proiezioni conver-
genti. Nel momento in cui una mosca, muovendosi a una velocità di
IO o /sec, attiva degli input verso un certo gruppo del campo apicale
dendritico in un tempo di IO msec, i dendriti basali dello stesso
gruppo stanno già ricevendo un input relativo allo stesso campo vi-
sivo piu di 30 millisecondi prima che la mosca sia arrivata.
Questo studio ci fa capire la necessità assoluta di correlare i do-
mini spaziali e temporali dei segnali in un sistema parallelo e rien-
trante. Le efferenze del tetto, originate dàlle cellule radiali, stabili-
scono le interazioni del tetto in tutta la rete, e ciò richiede la modi-
ficazione coordinata delle mappe in tutti i nuclei della rete connessi
al tetto. Questo circuito è un esempio molto pregnante dei principi
attinenti alla continuità spaziotemporale, presentata la prima volta
che ho proposto la selezione dei gruppi neuronali [Edelman 1978].
Le modalità dell'effettiva coordinazione delle connessioni rientranti
nei circuiti è un problema di grande portata che considereremo nel
decimo capitolo.
Se desideriamo comprendere questo circuito, dobbiamo fare luce
su diversi aspetti che emergono dai dati filogenetici: I) come le cel-
lule separano gli input e gli output, caratterizzando in questo modo
un nucleo o una lamina; 2) come piu nuclei possono separarsi in pa-
rallelo e in tempi evolutivi relativamente brevi; 3) come possono ve-
rificarsi repentine variazioni nelle dimensioni di una particolare
struttura (la corteccia dei primati è l'esempio piu ragguardevole).
Analizzeremo i principali aspetti di tali questioni nell'ultima sezione
del capitolo. Prima però, esamineremo la variabilità in circuiti rien-
tranti ricchi di connessioni nei nuclei e nelle lamine di specie diverse.
Le loro origini evolutive saranno spiegate dall'ipotesi dei regolatori,
e proporremo un modello strutturale e funzionale del comportamen-
to selettivodei gruppi di tali circuiti nelle mappe.
j
!'
 
I
;
I
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti I75
4. La variabilità tra specie: l'origine evolutiva di nuclei, lamine e
circuiti paralleli.
Come si originano dei circuiti come, per esempio, la rete neurale
appena descritta, e quale combinazione di meccanismi di sviluppo ed
evolutivi è responsabile dell' origine dei numerosi nuclei e lamine nel
cervello? In una serie di studi comparativi Ebbesson [Ebbesson e
altri 1972; Ebbesson e Northcutt 1976; Ebbesson 1980, 1984] si è
posto il problema dell'origine evolutiva di tali strutture, a partire
dalle forme piu primitive. Per spiegare la notevole differenza esisten-
te in circuiti neurali omologhi di specie diverse, ha proposto l!n'idea
unificante, la teoria della parcellizzazione [Ebbesson 1980]. E chia-
ro, da quanto abbiamo già detto, che, nelle diverse specie, le strut-
ture sensoriali e motorie di un certo fenotipo derivano dalla coevo-
luzione di vari nuclei, lamine e connessioni. In genere, i sistemi di
piu antica formazione, si conservano e accrescono il numero di cel-
lule, ma è altresi possibile che vengano integrati da sistemi di piu re-
cente formazione. Conservazione e variabilità coesistono; per esem-
pio, nel tronco cerebrale dei diversi vertebrati prevalgono caratteri
strutturali comuni, a differenza di quanto avviene nel tetto, nel ta-
lamo e nel telencefalo, che sono piu variabili. Come è spiegabile, per
esempio, la presenza di nove nuclei visivi talamici nella lucertola Te-
gu, di due nuclei nello squalo nutrice, mentre ne esistono solo tre
nella maggior parte dei mammiferi [Ebbesson e altri 1972]?
La tesi di Ebbesson (fig. 30) è che i sistemi neurali si evolvano in
seguito alla parcellizzazione (riorganizzazione e riconnessione) di si-
stemi già presenti, un fenomeno accompagnato da un aumento del nu-
mero di cellule. Citando testualmente l'autore [Ebbesson 1980]: «l
sistemi neurali non si evolvono per il mescolamento dei sistemi, né
de novo, ma per differenziamento e parcellizzazione, che implica la
competizione e la ridistribuzione degli input, e la perdita di connes-
sioni».
Il grado di parcellizzazione dipende dall' organizzazione neurale
che scaturisce dall'incontro con nuove pressioni selettive e dalla for-
za delle pressioni stesse. Ebbesson [1984] apporta dimostrazioni che
respingono le spiegazioni antagoniste, cioè, che la variabilità sia sca-
turita dalla fusione di sistemi preesistenti, dall'invasione di un siste-
ma da parte di un altro, o da mutazioni de novo, ciascuna potendo
favorire la generazione diretta e specifica di una nuova struttura
I
Figura 30.
La teoria della parcellizzazione di Ebbesson [1980]. Si ritiene che il processo di parcel-
lizzazione sia implicato nella perdita di uno o piu input diretti a una cellula o a un gruppo
di cellule durante l'evoluzione di nuovi sottocircuiti. A) Il diagramma illustra come due
neuroni identici (a e b) in un aggregato ipotetico, diventino progressivamente meno in-
fluenzati da un certo input, con l'eventuale risultato che la cellula a perde l'input d e la
cellula b l'inputc. Una ulteriore parcellizzazionedi tali gruppi può verificarsi qualora al-
cune cellule perdessero altri input o output. I rami collaterali o gli assoni principali pos-
sono degenerare in risposta a diverse pressioni selettive. Alcune cellule possono perdere
alcuni dendriti con la regressione di alcuni input, e l'ampiezza cellulare diminuisce se i
collaterali degli assoni o le proiezioni principali scompaiono. B) Un altro esempio. Se-
quenza schematica (r-4) di ipotetici aggregati cellulari soggetti a parcellizzazione con la
eventuale produzione di due gruppi cellulari con input differenti.
A)
",',,-
B)
a,"
,
,
"
,
,
,
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti 177
neurale. Al contrario, nella parcellizzazione i sistemi primitivi, piu
o meno diffusamente connessi, contenendo un insieme potenziale di
strutture, sono ristrutturati dalla selezione naturale per mezzo della
perdita setettiva di connessioni dagli aggregati di cellule figlie. Il risul-
tato di questa soppressione è una complessità organizzata, e i sistemi
distribuiti derivano dalla ridistribuzione delle connessioni.
Sebbene Ebbesson non rivendichi la parcellizzazione come 1'u-
nico meccanismo all' origine dell' evoluzione di tutte le strutture, egli
ritiene che possa spiegare molta della variabilità esistente tra le spe-
cie. In linea di principio, la parcellizzazione può essere strettamente
coordinata a quei meccanismi di sviluppo e genetici di cui abbiamo
parlato, in quanto sono attinenti sia all' evoluzione e sia alla selezione
dei gruppi neuronali. Quindi, in ragione della sua premessa fonda-
mentale, che è una forma di selezione éliminativa, potrebbe spiegar-
ci plausibilmente 1'origine evolutiva e la modificazione della degene-
razione persino nei sistemi nervosi piu sofisticati. Tuttavia, come
avremo modo di chiarire, un' analisi accurata dei fatti ci induce a re-
spingere la parcellizzazione come troppo riduttiva per potere spie-
gare tutte le variazioni osservate, e troppo ancorata alle idee di rica-
pitolazione per essere pienamente compatibile con la selezione dei
gruppi neuronali. Peraltro, questo non vuole significare che mecca-
nismi affini alla parcellizzazione non si verifichino nell' evoluzione
di qualche parte del sistema nervoso.
Nonostante i limiti intrinseci, le dimostrazioni a sostegno di que-
sto concetto sono estremamente illuminanti e degne di essere de-
scritte. Ebbesson ha studiato cinque sistemi impiegando i moderni
metodi comparativi; si tratta dei sistemi olfattivo, visivo, ascenden-
te spinale, e dei sistemi afferenti al tetto e al talamo. Egli ha coniato
il termine' equivalente neocorticale' per indicare quelle strutture
aventi connessioni simili a quelle dei mammiferi. L'applicazione di
metodi moderni ha rivelato che, contrariamente ad alcune concezio-
ni precedenti, le aree telencefaliche dei vertebrati non mammiferi ri-
cevono input olfattivi relativamente modesti; infatti, la prevalenza
degli input si origina da fonti non olfattive. Prove ulteriori hanno se-
gnalato in questi vertebrati l'esistenza di un neotalamo, in partico-
lare di una regione somatosensoriale in posizione ventromediale ri-
spetto al genicolato laterale. Ebbesson ha scoperto nello squalo degli
equivalenti neocorticali che rappresentano gli input visivi. In diverse
specie sono state individuate quattro forme basilari di telencefalo:
I) emisferi laminati (anfibi); 2) organizzazioni non laminari (elasmo-
I
178 Capitolo sesto
branchi e uccelli); 3) strutture laminari e non laminari miste (rettili);
e 4) strutture nonlaminari evertite (teleostei).
In questi sistemi la bilateralità è molto variabile; nel sistema vi-
sivo dello squalo, quasi tutte le fibre sono incrociate, mentre negli
uccelli sono al 75% ipsilaterali e al 25% controlaterali. Ebbesson
ipotizza che la condizione primitiva fosse quella bilaterale, a cui ha
fatto seguito la perdita di ognuna delle altre due alternative. Come
nei mammiferi, in tutti questi sistemi esisteva uno spiccato rientro
dagli equivalenti neocorticali verso il talamo, il nucleo rosso, il siste-
ma reticolare e i nuclei delle colonne dorsali.
Sebbene questi studi abbiano rivelato che un certo sistema si di-
stribuisce in modo molto simile in tutte le classi dei vertebrati, han-
no anche rivelato una marcata variabilità nella zona ricettiva di cia-
scun sistema. Le proiezioni erano indirizzate verso la stessa area ber-
saglio e mai verso un' area atipica, ma differivano per ampiezza e gra-
do di differenziamento. Per esempio, il tetto differiva principalmen-
te nell' organizzazione interna e non molto nelle sue connessioni af-
ferenti ed eHerenti. Si è, inoltre, scoperto che il differenziamento
strutturale di una regione particolare come il tetto è correlato a un
piu marcato differenziamento (o parcellizzazione) in una struttu-
ra ricca di connessioni come il diencefalo. li progressivo differen-
ziamento, l'ingrossamento, e la parcellizzazione, appena descritta,
corrispondevano in genere a una maggiore separazione degli input e
a una specializzazione o citodifferenziamento dei neuroni. Se, per
esempio, compariamo il tetto ottico dello squalo nutrice, dello
scoiattolo, dei pesci e della lucertola Tegu, notiamo una grande va-
riabilità sia nei tipi cellulari sia nella separazione degli input.
La parcellizzazione, a proposito delle proiezioni retinotettali, può
spiegare la variazione di numero dei nuclei visivi del talamo, e ben
si accorda con la variazione del grado di sovrapposizione neuronale
osservata in una struttura come la corteccia somatosensomotoria
(fig. 27). Spiegazioni analoghe valgono per il frazionamento, nel cor-
so dell'evoluzione, dell'unico nucleo cerebellare dello squalo nutrice
in quattro nuclei, attualmente presenti nei mammiferi. Possiamo
estendere questa tesi alla formazione dei nuclei della colonna dorsale
quando, dopo l'aumento in complessità dello sviluppo degli arti, si
è perfezionata la capacità discriminativa dei nuclei stessi. Nella cor-
teccia, tanto piu una struttura è parcellizzata, quanto piu può privarsi
di alcune connessioni, come osserviamo, per esempio, nel confina-
mento delle connessioni visive commessurali in alcune parti di siste-
mi ben sviluppati e altamente evoluti.
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti 179
Ebbesson distingue la parcellizzazione orizzontale propria dei
nuclei dalla parcellizzazione verticale che si manifesta nello sviluppo
evolutivo delle strutture laminate e nei microcircuiti. li confinamen-
to degli input in strati può cosi influenzare la selezione evolutiva di
nuovi tipi cellulari. Questa sarebbe la risposta al bisogno di una ca-
tegorizzazione adattativa piu accurata e precisa degli stimoli esterni
perfezionando il comportamento. In conseguenza, sarebbe favorita
la creazione di microcircuiti ulteriormente perfezionati e specializ-
zati; nella formazione di questi circuiti, la parcellizzazione potrebbe
naturalmente influire su importanti caratteri della cellula come, per
esempio, la modulazione dei contatti sinaptici.
Gli eventi della parcellizzazione devono verificarsi nello sviluppo.
Considerando il rapporto tra parcellizzazione e ontogenesi, Ebbes-
son evidenzia come, dopo lesioni sperimentali, le connessioni aber-
ranti che si riformano per gemmazione ricalchino alcune proiezioni
ancestrali esistenti prima della parcellizzazione nell' evoluzione di una
certa specie. Malgrado alcuni eventi dello sviluppo (riassunti nel ca-
pitolo precedente) indichino nella parcellizzazione uno dei possibili
meccanismi evolutivi, tuttavia questa spiegazione ontogenetica ha un
sapore troppo ricapitolazionista, ed è troppo limitata. Inoltre, non
tiene in debito conto la dinamica non lineare e i legami tra genetica
dello sviluppo ed evoluzione [Alberch 1982a; Edelman 1986b]. Poi-
ché mette in rilievo la ricapitolazione, non presta sufficiente atten-
zione all' eterocronia, cioè le mutazioni dei geni che durante lo svilup-
po regolano la frequenza di espressione dei tratti ancestrali. Inoltre,
la parcellizzazione ignora che le strutture neurali implicate nel com-
portamento motorio possono organizzarsi nella vita embrionale, pur
prive di esperienze sensoriali relative al mondo [Preyer 1885; Ham-
burger 1963, 1968; Bekoff e altri 1975; Bekoff 1978]. Infine, trascu-
ra le modificazioni fenotipiche specie-specifiche non neurali e com-
portamentali che potrebbero influire sulla variazione ontogenetica
[Coghill 1929; Hamburger 1970; si veda la disamina successiva].
Noi, invece, riteniamo piu probabile che le varianti ontogeneti-
che prodotte dalle modificazioni nei geni regolatori (in particolare
quelli che determinano le diverse forme di eterocronia) 4 abbiano
4 Questo modo di interpretare i rapporti tra genetica, sviluppo ed evoluzione viene
progressivamente confermato e si dimostra, pertanto, di grande attualità. Il denomina-
tore comune è costituito dai geni omeotici (hox per i vertebrati; si veda il capitolo v, no-
ta 4), identificabili, almeno nella logica, con gli elementi regolatori di cui parla Edelman.
Oggi che i biologi posseggono gli strumenti per studiare l'espressione e la funzione degli
r
180 Capitolo sesto
favorito l'origine di individui mutanti con sistemi nervosi dotati di
nuovi nuclei e di tratti anatomici apportatori di un vantaggio selet-
tivo. La nostra concezione, rispetto alla parcellizzazione, si richiama
a un insieme molto piu complesso di meccanismi implicati nella mo-
dificazione evolutiva. Come abbiamo evidenziato nel capitolo pre-
cedente, la modificazione dei geni morforegolatori delle CAM, che
ne modifica la sequenza dell'espressione temporale, provoca, ad
esempio, la rapida comparsa di nuovi nuclei e l'organizzazione di
gruppi neuronali in tempi evolutivi relativamente rapidi. Tutto ciò
è compatibile con quei dati indicanti come i sistemi neurali e le lo-
ro componenti siano progrediti con frequenza diversa nelle diver-
se specie, alcuni conservando dei caratteri ancestrali, pur modifican-
done altri.
In un' attenta analisi dei dati piu recenti riguardanti l'evoluzione
del telencefalo, anche Northcutt [1981] respinge una teoria lineare,
come quella di Ebbesson, e.sottolinea la probabilità che, in futuro,
saranno indispensabili spiegazioni piu esaustive della relazione tra
sviluppo ed evoluzione [per altre critiche, si veda Ebbesson 1984].
Quale spiegazione possiamo proporre a riguardo?
5. Sviluppo ed evoluzione: il rapporto tra ipotesi dei regolatori ed
. eterocronia.
A questo punto, come ipotesi di piu ampio respiro e alternativa
alla parcellizzazione, presentiamo una concezione selettiva basata su
un meccanismo [Edelman 1986b] che spiega l'eterocronia, intesa co-
me la variazione nel tempo o nella frequenza con cui, durante lo svi-
luppo, compaiono i tratti ancestrali [Gould 1977]. Noi sosteniamo
che, malgrado la parcellizzazione sia compatibile con un tipo parti-
colare di eterocronia e, quindi, non sia escludibile a priori, non è suf-
hox, si possono formulare in modo nuovo classici interrogativi evolutivi, ed esistono le
possibilità che i geni hox abbiano consentito ai vertebrati di generare nuove strutture
con l'evoluzione. Per esempio, il sistema uditivo dei mammiferi si è evoluto da un osso
mascellare piu primitivo ancora presente nei rettili. Quando viene eliminato Hoxa-2 nel
topo, questi elementi scheletrici adottano una morfologia intermedia tra quella dei mam-
miferi e quella dei rettili [Rijili e altri 1994]. La possibilità che i geni omeotici siano una
reale causa dell'eterocronia deriva da studi su topi privi di Hoxd-13 [Dollé e altri 1993],
i quali presentano un ritardo nello sviluppo di parecchi giorni e che determina un feno-
tipo pedomorfico localizzato. Nei topi adulti gli arti hanno caratteristiche neoteniche
come l'aumento nel numero delle ossa carpali che è ritenuto un fenotipo piu prossimo al
tetrapode ancestrale [ibid.J.
l'
i
 
 
!
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti
181
ficientemente ampia da spiegare perché si formino i gruppi neurona-
li. Quando, nel capitolo IV, abbiamo rivisitato i meccanismi moleco-
lari dei movimenti morfogenetici e delle induzioni embrionali, ab-
biamo introdotto l'ipotesi dei regolatori, sfiorandone appena le im-
plicazioni per l'evoluzione morfologica. Infatti, questa ipotesi era
stata concepita affinché avessimo una rigorosa intelaiatura moleco-
lare nel cui ambito correlare genetica dello sviluppo ed evoluzione,
e spiegare, nelle sue origini l'eterocronia [Edelman 19
8
4
C
, 19
8
5
b
,
19
86
b]. L'ipotesi aveva già chiarito: I) come in un codice genetico
monodimensionale sia inscritta la progettazione di un animale tridi-
mensionale, e 2) come tale meccanismo sia compatibile con le note-
voli modificazioni nella forma tra specie affini che si verificano in
tempi evolutivi relativamente rapidi. Come abbiamo constatato, l'i-
potesi è derivata da un' analisi dei ruoli morfogenetici interattivi
svolti dalla divisione e dal movimento cellulare, e dall'induzione em-
brionale durante lo sviluppo regolativo. Essa ha, inoltre, specificato
che il legame tra il codice genetico e la forma tridimensionale degli
organismi dipende dalla espressione epigenetica delle CAM e delle
SAM, di cui la citotactina è un esempio [Crossin e altri 1986], op-
portunamente modulate in stadi di sviluppo ben precisi.
Secondo l'ipotesi, i geni morforegolatori che specificano le mo-
lecole di adesione cellulare (CAM) sono espressi secondo piani pre-
stabiliti prima e in ampia autonomia rispetto ai geni istoregolatori,
che, invece, controllano il citodifferenziamento (si veda la fig. 3 I,
per un riassunto di tutte le fasi nell'ipotesi generale). Le CAM e le
SAM, una volta espresse, agiscono da regolatori della forma com-
plessiva influenzando quei movimenti morfogenetici essenziali nelle
sequenze induttive o nelle prime fasi del differenziamento che di-
pendono dall'ambiente interno. Abbiamo proposto che, durante l'e-
voluzione, la selezione naturale elimini gli organismi in cui le forme
varianti dei geni per le CAM o le SAM, dei geni che influenzano i
movimenti morfogenetici o di entrambi i tipi di geni, interrompano
le sequenze induttive che controllano a cascata gli eventi che creano
le forme. Date queste premesse, piu di una (ma non tutte) combina-
zione covariante di queste due variabili stabilizzerebbe l'ordine delle
sequenze induttive e del piano corporeo in numerose specie. Piccole
variazioni nel meccanismo d'azione dei geni regolatori delle CAM in
organismi non sfavoriti dalla selezione potrebbero indurre straordi-
narie modificazioni nella forma animale e nella struttura neurale in
un tempo evolutivo relativamente breve (fig. 3
1
).
.----
182 Capitolo sesto
Sebbene, a un primo sguardo, gli aspetti teorici dell'ipotesi dei
regolatori e della teoria della selezione dei gruppi neuronali appaiano
privi di rapporto, in realtà sono strettamente legati. L'ipotesi dei re-
golatori [Edelman 1984C; 1985b] cerca di spiegare a livello moleco-
lare le origini genetiche ed epigenetiche della conservazione, ma an-
che della variabilità delle strutture embrionali, comprese quelle del
cervello, e, inoltre, propone dei meccanismi di trasformazione che
spiegano le repentine modificazioni evolutive in sistemi organici
complessi. La teoria della selezione dei gruppi neuronali è basata sul-
le origini della struttura e funzione neurale, frutto della evoluzione
e dello sviluppo, poiché esse sono in relazione alla attività neurale
adattativa dell' animale. Il legame tra i meccanismi di trasformazione
e di variazione proposti in ciascuna di queste concezioni è duplice:
I) l'espressione regolata di alcuni prodotti genici che, come le
CAM e le SAM, mediano le funzioni meccanico-chimiche,
controlla sia la conservazione che la variazione, sorvegliata
dall' evoluzione, della forma di ordine superiore e dell' anato-
Figura 31.
L'ipotesi dei regolatori. Le molecole di adesione cellulare (CAM) e le molecole di ade-
sione al substrato (SAM) svolgono un ruolo centrale nella morfogenesi agendo, tramite
l'adesione, come timonieri o regolatori di altri processi primari, in particolare dei mo-
vimenti morfogenetici. Le CAM esercitano il loro ruolo di regolatori modulando local-
mente la superficie cellulare. I movimenti morfogenetici scaturiscono dalla motilità in-
trinseca delle cellule e dall'espressione delle CAM e nella loro coordinazione con alcune
SAM, come la fibronectina e la citotactina. Questi movimenti, regolati dalla modulazio-
ne delle CAM, sono in parte responsabili per la unione di cellule con storie diverse da cui
scaturiscono le varie induzioni embrionali. I geni per le CAM sono espressi secondo un
programma precedente e relativamente indipendente da quello di specifiche reti di ci-
todifferenziamento nei diversi organi. I programmi genetici per le CAM seguono delle
regole che presentano delle varianti «sintattiche". Il controllo dei geni strutturali delle
CAM da parte dei geni morforegolatori che portano alla delimitazione dei confini è re-
sponsabile del piano corporeo, quale è osservabile nelle mappe presuntive. Nel pollo,
questo piano si riflette in un ordine topologico: una regione centrale di N-CAM connes-
sa semplicemente, circondata da un anello centrale contiguo di cellule connesse sempli-
cemente che esprimono la L-CAM. La selezione naturale agisce in modo da eliminare i
movimenti inadatti selezionando negativamente gli organismi che esprimono i geni per
le CAM in sequenze che determinano un fallimento dell'induzione. D'altro canto, qua-
lunque combinazione variante dei movimenti e della temporalità dell'espressione dei ge-
ni per le CAM (dipendente da variazioni nei geni morforegolatori) che favorisce appro-
priate sequenze induttive con funzione fenotipica, sarà, in generale, selezionato evolu-
tivamente. Questo consente una grande variazione nei particolari delle mappe presun-
tive nelle diverse specie, ma allo stesso tempo tende a conservare il piano corporeo di ba-
se. Piccole variazioni evolutive nei geni regolatori per le CAM determinanti l'eterocro-
nia che non invalidano questo principio di selezione potrebbero determinare ampie mo-
dificazioni nella forma e nei modelli tissutali in tempi evolutivi relativamente brevi.
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti 18
3
TI movimento delle cellule
mesenchimali e le lamine tissutali
generano le interazioni di confine
con scamhio di segnali induttivi
tra cellule con storie diverse.
I segnali modificano l'espressione
genica che influisce sui processi
primari.
Le CAM agiscono per unire gli
epiteli, condensare il mesenchima,
e formare i confini (tramite
modulazione della superficie
cellulare e differente specificità
diconfme).
L'espressione di segnali regolatori
in ogni nuovo mezzo determina
la successiva espressione dei geni
per le CAM secondo delle regole
e in parallelo all' espressione dei
geni istoregolatori in un ciclo
delle CAM. I;ordine di
espressione dipende dalle
traiettorie storiche delle cellule.
TI concetto chiave è che i segnali
dipendono dalla formazione di
differenti associazioni di alto
livello unite da CAM.
La selezione evolutiva per il
fenotipo fissa un piano corporeo
(come viene riflesso in una
mappa presuntiva con i confini
determinati dalle CAM, il
risultaro di una serie di cicli di
CAM).
Durante l'istogenesi varianti
"sintattiche" delle regole e dei
cicli delle CAM sono ripetute
in scale progressivamente pi6
raffinate, come viene esemplificato
dallo sviluppo della penna.
fTh
Divisione
cellulare
00
Adesione

Movimento
cellulare
x y
e ..
Espressione genica
dipendente dal mezzo
(induzione)

Morte
cellulare
b - O Modulazione della distrihuzione
- o-uu- Modulazione della polarità
@-- G-- Modulazione del dominio citoplasmatico
- Go Modulazione chimica
Modulazione della
superficie cellulare
Espressione dei geni
r
delle CAM e trasporto)

. di Modulazione
IndUZIOne altri gem ---della superficie
t. . (lStoregolatore) +
Ciclo
delleCAM
FormazlOn,: di Modificazione
una   del legame
Regolazione--.--J
del movimento
L
/H
O ...... ·····NL .
C . II Epiteli
onverSlOne
mesenchimale I
CAM CAM
EeB
(;\"
Regole
delleCAM
Serie
di cicli
Mappa presuntiva
delleCAM

888 .k.
==C) ----y-
L-NL
NL-L ì"\
N·O·N")
N L

--
Induzione della penna
e istogenesi
NL-L
18
4
Capitolo sesto
mia, ma controlla anche la singola variazione microscopica nei
circuiti neuronali, richiesta per la selezione dei gruppi;
2) la selezione di organismi portatori di mutazioni nei geni che
regolano tali molecole rende specifica l'eterocronia, la quale ha
costituito, lungo il cammino evolutivo, uno strumento previ-
legiato per la variazione della forma. Le modificazioni indotte
da ciascuno di questi meccanismi favorirebbero i fenotipi piu
adattati, in possesso, cioè, di nuove strutture anatomiche e di
repertori di gruppi neuronali piu diversificati nell' ambito di
queste strutture. Interpretando queste osservazioni è bene
rammentare ancora una volta che l'evoluzione seleziona non
solo le forme varianti, ma, soprattutto, le strutture neurali nel-
ta loro funzione, inclusa la variabilità dei repertori in tutto l'or-
ganismo.
L'ipotesi dei regolatori è valida per qualunque sistema induttivo
e può spiegare alcuni aspetti dello sviluppo del SNC durante la fase
induttiva specificata dalle N-CAM e da altre CAM e SAM. Da un
altro punto di vista può anche spiegare alcuni aspetti della variazione
evolutiva, importanti per la morfogenesi dei nuclei e delle lamine,
delle lamine sensoriali e dei complessi motori. Come abbiamo espo-
sto nel capitolo IV, si verificano ampie modificazioni nella distribu-
zione delle Ng-CAM e nella quantità delle N-CAM durante la for-
mazione e il consolidamento dei tratti di fibre quando le N-CAM si
convertono dalla forma E alla forma A e quando inizia a formarsi la
mielina. I dati sono favorevoli alla teoria secondo cui i segnali afeed-
back provenienti dalle cellule postsinaptiche e dalla glia modulano
chimicamente le N-CAM e le Ng-CAM. Le variazioni genetiche che
hanno modificato precocemente le aree periferiche hanno potuto
sfasare tali segnali afeedback, che si sono ripercossi sul SNC, modi-
ficandolo. Queste modificazioni possono consistere nella retrazione
delle fibre, nella variazione della competizione tra fibre, in configu-
razioni nuove di mortalità cellulare e in nuove connessioni dei tratti
di fibre, come abbiamo già visto nel capitolo v.
L'ipotesi dei regolatori è lo sfondo entro cui correlare opportu-
namente il concetto di modificazioni nei geni che regolano l'espres-
sione delle CAM da cui scaturisce l'eterocronia e l'indipendenza dei
processi primari, descritta nel capitolo v. Per esempio, poiché la mi-
grazione cellulare e l'estensione dei prolungamenti sono fenomeni
ampiamente indipendenti, ne consegue che modificazioni nell' e-
spressione temporale delle N-CAM o delle Ng-CAM possano creare
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti 18
5
molte forme nuove. Un ritardo nell'una o nell' altra potrebbe influire
su questi due processi in modo differenziale. Questo fatto può mo-
dificare il grado di competitività [Purves e Lichtman I983] nei con-
fronti di una popolazione bersaglio di neuroni o di cellule gliali in
una certa fase dell' epigenesi, ripercuotendosi sulla sequenza dei se-
gnali nel ciclo successivo delle CAM. Tali eventi potrebbero, di con-
seguenza, influire non solo sul numero di cellule destinate a soprav-
vivere o a morire, ma anche modificare le scelte operate dalle cellule
sopravvissute verso le popolazioni bersaglio. Un esempio a riguardo
è osservabile in un recente esperimento effettuato dal gruppo di Co-
wan [Stanfield e altri I982; Stanfield e O'Leary I985] dove hanno
osservato che, in fasi precoci dello sviluppo, i neuroni della corteccia
visiva emettono dei prolungamenti verso il midollo spinale, retraen-
doli in stadi piu avanzati. Se gli stessi neuroni venivano trapiantati
nella corteccia motoria in una fase piu precoce, indirizzavano le fibre
verso il midollo spinale, un evento in armonia rispetto al nuovo sito
di impianto, ma, se prelevati in tempi di sviluppo piu avanzati, con-
servavano le connessioni originarie. Similmente, i mutamenti etero-
cronici basati sull'ipotesi dei regolatori potrebbero favorire variazio-
ni analoghe nella scelta del sito e del bersaglio. Nell'eventualità che
tali modificazioni migliorino l'idoneità (fitness), si verificherebbe la
selezione naturale degli individui portatori dei geni morforegolatori
e istoregolatori "migliorati".
Tali modificazioni, che sarebbero il risultato di effetti graduati
e delle proprietà continue della modulazione delle CAM, sono del
tutto compatibili con il ciclo delle CAM e con la dinamica cellulare
descritta nei capitoli IV e v. Grazie a questi principi dinamici il dif-
ferenziamento dei neuroni e le nuove forme di neuroni (originabili
grazie a variazioni nei geni istoregolatori indipendenti dai geni che
regolano le CAM) potrebbero dare una svolta alla selezione evoluti-
va di nuovi microcircuiti.
È utile mettere di fronte !'ipotesi dei regolatori e l'ipotesi della
parcellizzazione. Secondo la prima, il mutamento eterocronico, che
è a fondamento di una nuova evoluzione morfogenetica, deriva da
nuove e concomitanti risposte che i segnali locali provocano nei due
tipi di geni regolatori che operano nel ciclo delle CAM: cioè, i geni
per le CAM (geni morforegolatori) e i geni che specificano le protei-
ne caratteristiche di ogni tipo cellulare (geni istoregolatori). Il van-
taggio rispetto alla teoria della parcellizzazione, piu ristretta e rica-
pitolazionista, è la maggiore facilità nel concepire come i diversi ca-
r
186 Capitolo sesto
ratteri fenotipici coevolutisi, propri della forma e del comportamen-
to animale, siano scaturiti in modo coordinato apportando delle mo-
dificazioni apparentemente cOSI radicali nelle reti neurali'. Come
abbiamo già discusso nel capitolo v, la variazione somatica su cui si
basa il repertorio primario può consentire al sistema nervoso un ac-
comodamento immediato alla modificazione fenotipica della forma
e della funzionalità periferiche indotte dalle mutazioni. Le successi-
ve variazioni evolutive del ciclo delle CAM nello sviluppo del SNC
favorirebbero un ulteriore adattamento e un comportamento piu
perfezionato. Contrariamente a quanto sostiene Ebbesson, la se-
quenza ontogenetica non è un esempio di ricapitolazione; piuttosto,
essa è compatibile con le variazioni nella genetica dello sviluppo della
modulazione delle CAM che generano le diverse forme di eterocro-
nia e che a loro volta influenzano molti processi primari e originano
le multiformi variazioni individuali. Da questo punto di vista, l   i p o ~
tesi dei regolatori non solo spiega la diversità e la degenerazione pre-
sente nel singolo sistema nervoso, ma spiega anche l'origine evolu-
tiva dei sistemi distribuiti [Mountcastle 1978]. Questi sistemi, in
particolare quelli osservati nelle mappe, fondano il comportamento
adattativo su cui opererà la selezione evolutiva.
6. La conservazione evolutiva della degenerazione nei sistemi distri-
buiti.
A questo punto possiamo descrivere quali legami intercorrano tra
la formazione dei repertori primari degenerati e la formazione evo-
lutiva di una mappa nell' adulto, la quale viene plasmata dal compor-
tamento e produce di riflesso nuovi comportamenti.
L'argomentazione precedente concepisce la degenerazione come
una conseguenza naturale di una varietà di fenomeni evolutivi e di
sviluppo. La degenerazione è il frutto della variazione biochimica e
dei meccanismi epigenetici dello sviluppo. Si tratta di un aspetto im-
portante già presente nelle connessioni diffuse dei sistemi primitivi
5 A proposito della maggiore" libertà" implicita in questa concezione dello svilup·
po, Edelman si è COSI espresso: «[ .. .] i percorsi dello sviluppo possono presentare un alto
grado di degenerazione: spesso lo stesso tipo di struttura può essere prodotto da una
molteplicità di differenti sequenze epigenetiche. [ ... ] l'esistenza della degenerazione al-
lenta il rigore dei vincoli posti dallo sviluppo e fornisce la necessaria" deriva" per i cam-
biamenti evolutivi, che altrimenti porterebbero a vicoli ciechi o alla morte» [Edelman
1988, trad. it., p. 72].
l
f
,
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti 18
7
e che si conserva in ragione delle precoci necessità evolutive di so-
vrapporre le informazioni sensoriali. La ritroviamo poi nella varia-
zione microscopica dei moduli e nei domini strutturali del cervello
di organismi al massimo grado di evoluzione. Quindi, la degenera-
zione è allo stesso tempo un substrato evolutivo per la specializzazio-
ne neurale e un terreno per la variazione nei repertori selettivi soma-
tici. Se queste premesse sono corrette e se l'ipotesi dei regolatori ha
dei riscontri reali, allora lè arborizzazioni assonali coincidenti e gli
alberi dendritici sarebbero una componente estremamente plastica
della variabilità microscopica tridimensionale dei sistemi neurali,
conservatasi grazie alla selezione naturale e che consente la selezione
somatica nei sistemi nervosi piu sofisticati, come quelli caratterizzati
da numerosi nuclei e da lamine.
Stando a questa interpretazione, un circuito come quello della fi-
gura 29 contiene, pur nelle differenze individuali, degli elementi de-
generati tanto nei propri moduli quanto nei propri anelli rientranti.
Dal punto di vista della funzione nell'individuo e della selezione fe-
notipica, tale circuito è sia un repertorio passibile di selezione duran-
te la vita dell'individuo sia un influsso sul fenotipo che ne favorisce
la selezione naturale. Questo circuito, se considerato come risultato
dell'evoluzione in una certa specie, è un sistema ridistribuito la cui
descrizione per mezzo del concetto classico di gerarchia diventa un
po' sbiadita. Possiamo tuttalpiu parlare di eterarchia, dove le diverse
parti acquistano un significato in riferimento alla dinamica input-
output durante il comportamento controllato dal fenotipo. La sele-
zione evolutiva esercita un notevole influsso sul comportamento, e
la custodia dei modelli comportamentali propri di una specie è affi-
data alla degenerazione nelle reti neurali. Viste sotto questa luce,
perdono di significato le controversie sulla localizzazione di funzioni
fisse, confinate in regioni cerebrali definite o in porzioni di tali reti:
infatti, sono implicati molti livelli di interazione, e i repertori prima-
ri, anche se appartenenti a una stessa regione, possono svolgere mol-
te funzioni diverse.
La selezione naturale agisce sul comportamento di animali i cui
cervelli sono costituiti da tali sistemi, non sui sistemi stessi. Perciò è
importante dimostrare come la selezione somatica in una regione ce-
rebrale di un adulto possa generare delle mappe funzionali, perché so-
no proprio le mappe a creare quel comportamento su cui opererà la se-
lezione naturale. In altre parole, dobbiamo capire a fondo come le tra-
sformazioni fenotipiche causate dalle modificazioni e dalle interazio-
188 Capitolo sesto
ni nei repertori primario e secondario consentano che in una popo-
lazione si verifichi la fissazione evolutiva dei geni morforegolatori
modificati. Un modello dettagliato delle mappe somatosensoriali lo-
cali descritte nel capitolo precedente ne è un esempio probante.
7. Arborizzazioni sovrapposte e mappe rientranti.
A questo punto possiamo utilmente integrare i dati e le ipotesi
presentati in questo e nei precedenti capitoli proponendo un modello
del mappaggio fondato sulla selezione dei gruppi neuronali e che
spieghi la dinamica delle mappe nell' adulto. Il modello [Edelman e
Finkel 1984] si basa sui dati riguardanti la corteccia somatosensoria-
le, riassunti nel capitolo v. Ho introdotto questo modello solo dopo
aver presentato i dati evolutivi perché desideravo mostrare come
una spiegazione della plasticità nell' adulto dal punto di vista della se-
lezione dei gruppi neuronali nei repertori primari e secondari ci aiuti
a capire come in una popolazione si possano generare delle complesse
varianti strutturali e funzionali da sottoporre alla selezione naturale.
Secondo la teoria, alcuni fattori analoghi a quelli proposti in questo
modello devono avere svolto un ruolo fondamentale nell' evoluzione
delle mappe. Un modello dettagliato di questo tipo, visto alla luce
della selezione dei gruppi neuronali, dovrebbe rivelarci i diversi li-
velli su cui la selezione naturale deve operare per correlare evoluzio-
ne del sistema nervoso e resto del fenotipo. Inoltre, il modello è un
esempio esplicito entro cui perfezionare il concetto di gruppo neu-
ronale; un perfezionamento che proseguirà quando, nel capitolo vrr,
parleremo delle regole sinaptiche.
A differenza dell'ipotesi della parcellizzazione, che è strettamen-
te dipendente dall' input e dall' output, ed è ricapitolazionista, questo
modello ha come suoi presupposti: l) l'ipotesi dei regolatori, quale
meccanismo per l'eterocronia, 2) la degenerazione determinata dalle
arborizzazioni sovrapposte, e 3) la coordinazione rientrante dei cir-
cuiti a tutti i livelli, piuttosto che semplici schemi input-output. Dopo
aver dimostrato che la teoria della selezione dei gruppi neuronali può
spiegare le scoperte di Merzenich sulla corteccia somatosensoriale
dell' adulto e, quindi, alcune delle funzioni su cui agisce la selezione
naturale, saremo in condizione ottimale per valutare come la varia-
bilità, la degenerazione, la competizione tra gruppi e il rientro pos-
sano determinare lo sviluppo evolutivo delle lamine corticali e dei
nuclei sottocorticali.
1
 
I
 
1
.'
(-'
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti
18
9
Il modello che proporremo è congegnato per spiegare i dati sulle
mappe corticali, ma è importante notare come alcune osservazioni
indichino che una parziale deafferenziazione provoca anche una rior-
ganizzazione delle strutture sottocorticali del sistema somatosenso-
riale [si veda Kaas e altri 1983]. Questi dati sono particolarmente si-
gnificativi perché confermano resistenza del rientro tra mappe cor-
ticali e strutture sottocorticali. Un cambiamento in una parte di una
rete cosi interconnessa deve necessariamente riverberar si sotto for-
ma di modificazioni rientranti in altre parti. Ricerche svolte sui si-
stemi sottocorticali confermano che tali modificazioni possono ve-
rificarsi, per esempio, nei nuclei della colonna dorsale [Devor e Wall
1981].
Tenendo a mente queste osservazioni, riassumiamo gli effetti sul-
la corteccia osservati da Merzenich e collaboratori [19
8
3
a
; Kaas e
altri 19
8
3]. I loro dati indicano che: l) le mappe normali variano
nei diversi individui; 2) durante la riorganizzazione, si conserva la
sovrapposizione dei campi recettivi registrati, grosso modo, entro
600 fJ.m dal confine deafferenziato, pur modificandosi drammatica-
mente i siti di rappresentazione e i fattori di ingrandimento delle
rappresentazioni stesse; 3) esiste una relazione inversa tra il fattore
di ingrandimento di una rappresentazione corticale e 1'ampiezza del
campo recettivo; 4) durante la formazione di nuove mappe viene
conservata la continuità; e 5) la localizzazione corticale dei confini
delle mappe somatotopiche può spostarsi anche di molte centinaia di
micron. Queste scoperte suggeriscono che ogni porzione di corteccia
sia organizzata in modo tale da poter rappresentare molte mappe po-
tenziali diverse". Data la continuità topografica di queste mappe a
un livello molto raffinato di rappresentazione e, data la sovrapposi-
zione e i limiti di distanza, possiamo dedurre che regioni adiacenti
dell' input anatomico verso la corteccia (in particolare le arborizzazio-
ni assonali) presentano un'elevata percentuale di sovrapposizione.
" L'estensione piti suggestiva di queste potenzialità plastiche nella rappresentazio-
ne delle mappe nella corteccia è documentata negli esperimenti di Mriganka Sur e col-
laboratori [19
88
], dove è stato dimostrato che, manipolando opportunamente il sistema
nervoso in fasi precoci dello sviluppo, si possono instradare le fibre appartenenti a una
certa modalità sensoriale verso aree corticali appartenenti a un' altra modalità (plasticità
cross-moda/e), ricablandone i circuiti. Per esempio, eliminando le aree visive della cor-
teccia cerebrale le fibre che convogliano l'informazione visiva vengono reinstradate ver-
so la corteccia uditiva, consentendo a quest'ultima di "vedere". Questo fenomeno sug-
gerisce «l'esistenza di meccanismi comuni nei moduli di elaborazione corticale, ed evi-
denzia il ruolo delle afferenze nello specificare i microcircuiti» [Sur 199
0
, p. 233]·
,..------
190 Capitolo sesto
Tuttavia, nello stesso tempo, l'organizzazione somatotopica grezza
degli input provenienti dal talamo e dalla periferia si conserva.
Secondo il nostro modello la mappa scaturisce da un processo di
competizione selettiva tra gruppi che opera su un substrato anatomi-
co degenerato, il quale ha in sé la potenzialità per creare numerose
mappe diverse. La grande sfida consiste nel capire come, tramite op-
portune variazioni nelle sinapsi, una certa mappa sia selezionata nel
repertorio primario di un individuo interagente col mondo. Nel
prossimo capitolo descriveremo in dettaglio le regole sinaptiche che
potrebbero consentirlo. In base al modello, un gruppo neuronale del-
la corteccia cerebrale è definibile, dal punto di vista funzionale, co-
me un insieme di cellule coesivamente interconnesse, tutte rappre-
sentanti lo stesso campo recettivo. Invece, dal punto di vista ana-
tomico, i gruppi sono correlati alle colonne corticali [Mountcastle
1978], essendo quest'ultime costituite da gruppi; tuttavia, i gruppi
vanno sempre concepiti nel loro dinamismo. La dinamica dei grup-
pi (formazione e dissoluzione) dipende sia dagli input che dalle con-
nessioni interne; questi due fattori determinano quali afferenze per-
venute al gruppo saranno rappresentate sotto forma di campo recet-
tivo del gruppo.
Un'operazione fondamentale dei gruppi neuronali è quella di
competere con altri gruppi potenziali nel repertorio secondario per
dominare l'attività delle cellule. Questo è possibile rafforzando le
connessioni sinaptiche tra le cellule già appartenenti al gruppo e qua-
lunque altra cellula catturabile dal gruppo stesso. Quando sono in-
globate nuove cellule nel gruppo si modifica il bilancio tra input e
connessioni interne, e il gruppo di nuova formazione può richiedere
degli schemi di input diversi perché si attivi in modo coerente. Se
l'attivazione perdura, il gruppo può consolidare il proprio" domi-
nio" sulle cellule. Tuttavia, altri gruppi competono in continuazione
per le stesse cellule, e qualunque indebolimento delle connessioni
causato da una diminuzione dell' attività crea nel gruppo il rischio di
perdere qualche cellula o, nel caso estremo, di essere diviso e conqui-
stato. Secondo questo modello, tanto le sinapsi talamocorticali quan-
to quelle corticotalamiche sono modificabili, ma la possibilità di un
rapido scambio e movimento nelle mappe corticali è a carico soprat-
tutto dalle connessioni modificabili all'interno della corteccia.
Nel modello proponiamo tre meccanismi popolazionistici per la
creazione di mappe corticali completamente funzionali (fig. 32). Il
primo riguarda la necessaria limitazione in ampiezza del gruppo, il
confinamento del gruppo. Il repertorio primario consiste in connes-
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti 191
Figura 32.
Le tre componenti nella formazione delle mappe secondo la teoria della selezione dei
gruppi neuronali. Le figure a forma di Y ascendente rappresentano le afferenze talami-
che; le figure a clessidra rappresentano gruppi con strozzature pili strette nello strato IV.
Il confinamento dei gruppi (in alto a sinistra) restringe l'attività ad aree locali con l'in-
terposizione dell'eccitazione n   ~ strati sopra e infragranulari con l'inibizione nello stra-
to IV; per i dettagli, si veda la figura 33. L'input coattivo nella selezione del gruppo (in
alto a destra), indicato dalle X, seleziona il gruppo a sinistra in quanto contiene una re-
gione (in grigio scuro) che riceve input coattivi, ma non input incorrelati (indicati dalle
O) da afferenze adiacenti; per i dettagli, si veda la figura 34. La competizione di gruppo
(in basso) fra tre gruppi precedentemente selezionati determina in questo caso ipotetico
la dissoluzione del gruppo centrale (forse perché il suo campo recettivo non si sovrappo-
ne a quelli dei gruppi circostanti).
o X X X O O O
Confinamento dei gruppi
Selezione dei gruppi
-
Competizione tra gruppi
r
192 Capitolo sesto
sioni corticocorticali degenerate, orientate in prevalenza lungo l'asse
verticale [Mountcastle 1978], un dato anatomico noto sin dai tempi
di Lorente de N6 [1938] e in sintonia con la progressione degli even-
ti durante lo sviluppo [Rakic 1977]. Le connessioni locali inibitorie
orizzontali servono poi a incanalare ogni attività all'interno di domi-
ni corticali ristretti. Come dimostreremo, questo ha l'effetto di limi-
tare l'espansione e la contrazione di gruppi corticali connessi coesi-
vamente. Il secondo meccanismo, la selezione dei gruppi, dipende dal-
la distribuzione delle arborizzazioni afferenti, ciascuna delle quali si
espande su una regione corticale limitata e si sovrappone in buona
parte alle arborizzazioni vicine. Tramite queste arborizzazioni dege-
nerate, l'attività degli stimoli periferici, correlati nello spazio e nel
tempo, seleziona i gruppi in base a un insieme di regole di modifica-
zione sinaptica di cui parleremo a lungo nel prossimo capitolo. L'ul-
timo dei tre eventi, quello di livello superiore, è la competizione tra
gruppi, e si riferisce alle interazioni competitive tra quei gruppi che
il confinamento prima e la selezione poi hanno contribuito a origina-
re. La nostra proposta è che un insieme gerarchico di regole compe-
titive provochi la riorganizzazione del controllo territoriale tra grup-
pi diversi. Queste regole competitive possono includere effetti sto-
rici, come si evince, per esempio, nell'idea che i gruppi già attivi pos-
sono esercitare un notevole influsso sulla selezione di nuovi gruppi.
Andiamo ora a considerare brevemente e nell' ordine questi tre mec-
canismi (fig. 32).
Il confinamento dei gruppi. Si può supporre che l'ampiezza me-
dia di un gruppo neuronale deputato a rappresentare la mano nell' a-
rea SI della corteccia sia circa 50 [lm, sebbene possa variare di un
fattore due o piu volte maggiore (si veda oltre). Quest'area inclu-
de 165-200 corpi cellulari disposti perpendicolarmente rispetto al-
la superficie della corteccia, se ci basiamo sui dati di Rockel e colla-
boratori [1980] relativi alla densità cellulare nella corteccia somato-
sensoriale del nictipiteco. Scegliamo il valore di 50 [lm perché rap-
presenta il limite massimo per zone separate della corteccia aventi
identici campi recettivi [Sur e altri 1980]. L'ampiezza del gruppo
può variare diversamente in altre regioni cerebrali. Tuttavia, un
gruppo copre solamente una parte dell'intera arborizzazione prodot-
ta da un' afferenza talamica. L'ampiezza di un gruppo dipende da
tutti e tre i meccanismi menzionati; ma, prima che diventino opera-
tive la selezione e la competizione tra gruppi, l'ampiezza iniziale del
gruppo deve essere ben delimitata. Il confinamento è l'espressione
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti 193
di un'ampiezza costante per i gruppi, la quale è la risultante dell'in-
terazione tra le connessioni corticocorticali eccitatorie e inibitorie
nelle diverse lamine.
Riteniamo valido il postulato secondo cui le cellule piramidali, in
particolare quelle negli strati sopragranulari, ricevono sulle loro spine
dendritiche delle connessioni eccitatorie provenienti da altre cellule
piramidali e dalle cellule stellate spinose dello strato IV [Szentago-
thai 1975; Winfield e altri 1981]. Si ritiene che, insieme alle afferen-
ze talamiche, queste interconnessioni eccitatorie favoriscano il mec-
canismo di "cattura cellulare" da parte del gruppo. Le cellule pira-
midali che ricevono un' eccitazione sufficiente (proveniente da affe-
renze talamiche, commessurali e associative, e sommante si a quelle
provenienti da altre cellule piramidali adiacenti e dalle cellule stel-
late spinose degli strati immediatamente sottostanti) vengono atti-
vate e rinforzano le proprie connessioni con altre cellule piramidali
che, di conseguenza, vengono eccitate. Cellule inibitorie locali pla-
smano la risposta dinamica per mezzo dell'inibizione laterale 7.
Come illustra la figura 33, gli strati sopra- e infragranulari sono
siti di espansione eccitatoria dei gruppi. Tuttavia, lo strato IV, dove
termina la maggior parte delle afferenze talamiche, è sotto il control-
lo delle cellule inibitorie stellate non spinose. Qualora regioni piu
ampie nello strato IV venissero eccitate dagli input in arrivo dal ta-
lamo e da un incremento di eccitazione negli altri strati, allora nello
stesso strato IV aumenterebbe pure l'inibizione, il cui scopo è tam-
ponare la sorgente di eccitazione. L'equilibrio dinamico tra la "con-
trazione" nello strato granulare e l'" espansione" negli strati sopra-
e infragranulari, inestricabilmente legati da prevalenti connessio-
ni verticali, prima forma il gruppo e poi ne stabilisce i confini.
La selezione dei gruppi. Il confinamento dei gruppi è una pro-
prietà intrinseca della corteccia e contiene l'ampiezza dei gruppi en-
7 L'inibizione laterale è il meccanismo generalmente proposto per spiegare l'inibi-
zione peristimolo cioè, il confinamento dello stimolo periferico in un'area neurale ridot-
ta, caratterizzato da un alone inibitorio che circonda un'isola di attivazione. Alcuni stu-
diosi [Reggia e altri 1992; Sutton III e altri 1994] mettono in discussione l'inibizione la-
terale quale meccanismo, e propongono, sotto forma di modello neurocomputazionale,
la teoria della distribuzione competitiva dell' attivazione nella dinamica neocorticale, se-
condo cui, se l'elemento i e l'elemento i ricevono un'attivazione dall'elemento k, e se l'e-
lemento k ha una quantità limitata di attivazione da distribuire tra l'elemento i e l'ele-
mento i, allora i e i competono per ricevere l'attivazione dall'elemento k, generando una
inibizione laterale virtuale, pur in assenza di sinapsi inibitorie.
194 Capitolo sesto
tro limiti definiti, ma ha, tuttavia, di per sé una modesta specificità.
Affinché la selezione dei gruppi sia specifica, bisogna che le cellule
di un gruppo siano raggiunte da input correlati temporalmente. La fi-
gura 34 è un esempio alquanto idealizzato di afferenze corticali so-
vrapposte. Le afferenze indicate con la lettera X ricevono una stimo-
lazione correlata dai recettori periferici, la quale favorisce un' attività
correlata nell' area puntinata. Le regioni adiacenti, indicate con la
lettera 0, non stanno ricevendo un'attivazione correlata, cosi tutte
Figura 33.
Concettualizzazione schematica dell'ipotetico processo del confinamento dei gruppi. Tre
diverse configurazioni di gruppo sono delimitate da tre superfici. Un gruppo tenderà ad
espandersi negli strati sopragranulari a causa delle connessioni eccitatorie orizzontali.
Questa espansione determina un aumento dell'inibizione nello strato IV, provocando
la contrazione del gruppo; al contrario, la contrazione del gruppo negli strati sopragra-
nulari favorisce l'espansione nello strato IV. Il cilindro intermedio rappresenta una con-
figurazione di equilibrio per il gruppo. La parte sopragranulare è illustrata come simme-
trica rispetto a quella infragranulare, ma, in realtà, differisce probabilmente a causa del-
l'esistenza di un input sopragranulare diretto.
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti 195
le regioni esterne all'area scura ricevono un'attività non correlata.
Nonostante le terminazioni afferenti si arborizzino coprendo un am-
pio territorio, solo una minima parte della regione corticale riceve
una massima attività correlata e una minima attività non correlata.
I gruppi compresi in questa regione sono gli unici a essere rigorosa-
mente selezionati dagli stimoli correlati.
La selezione dei gruppi procede grazie a modificazioni sinaptiche
indotte dall' attivazione correlata delle cellule in un gruppo. È la se-
quenza temporale dell' attiyità, oltre alla sua ampiezza, a indurre la
modificazione sinaptica. E pensabile che la soglia per modificare
la forza delle sinapsi giaccia in qualche punto interno alla distribu-
zione dell' attività prodotta da una intensa stimolazione correlata.
Diamo per scontati gli esatti meccanismi e le regole che modificano
le sinapsi, di cui descriveremo i dettagli nel capitolo vn, presentando
una simulazione computerizzata della selezione dei gruppi nella cor-
teccia somatosensoriale.
Un gruppo sarà selezionato solo se è presente in una regione dove
le afferenze che ritrasmettono il suo campo recettivo hanno una ele-
vata percentuale di sovrapposizione. Questa è la regione a cui ci sia-
mo riferiti prima, cioè quella ricevente la massima stimolazione cor-
relata e la minima non correlata (fig. 34). Quando aumentano le af-
ferenze che ricevono una stimolazione correlata; aumenta anche 1'a-
Figura 34.
Rappresentazione estremamente idealizzata di arborizzazioni afferenti talamiche so-
vrapposte. Le afferenze indicate dalla X ricevono una stimolazione coattivata, mentre
quelle marcate con la O ricevono una stimolazione incorrelata. Le tre densità di punti-
natura indicano aree dove uno, due o tre afferenze coattivate si sovrappongono. L'area
scura riceve un input coattivato, ma non un input incorrelato.
ooxxxoo
I96 Capitolo sesto
rea della corteccia che riceve stimoli correlati. Tuttavia, la distribu-
zione dell' attività correlata sulla superficie corticale diventa progres-
sivamente piu a picco e meno uniforme, ma, per aree grosso modo
superiori a 600 fJ.m, la distribuzione si appiattisce di nuovo per la
mancata sovrapposizione delle afferenze. Nella regione in esame
l'aumento dell' attività correlata va di pari passo a una diminuzione
dell' attività non correlata, e, i due effetti, combinandosi alla note-
vole dinamica non lineare dei gruppi, delimitano una regione corti-
cale avente un elevato rapporto tra input correlati e non correlati.
Il modello di arborizzazione illustrato nella figura 34 è, ovvia-
mente, idealizzato. In realtà le arborizzazioni hanno comunemente
una densità nelle terminazioni superiore o inferiore, i rami possono
interdigitarsi non uniformemente, e l'ampiezza e l'orientamento del-
le arborizzazioni hanno un margine di variabilità. Inoltre, abbiamo
ipotizzato che le cellule corticali bersaglio siano organizzate in modo
omogeneo e isotropico con identici alberi dendritici. I gruppi ricevo-
no una distribuzione di connessioni che si approssima solo statisti-
camente a questa semplice versione idealizzata. Comunque, per
quanto vi siano disomogeneità e anisotropie, esse rendono semplice-
mente meno simmetrica la selezione dei gruppi preesistenti; ma non
invalidano la tesi di fondo. Non abbiamo esplicitamente menzionato
il ruolo della geometria degli alberi dendritici, poiché abbiamo limi-
tato la nostra analisi alle arborizzazioni assonali. Chiaramente, en-
trambi i tipi di ramificazioni svolgono un ruolo cruciale, e questo ap-
proccio semplificato li comprende indistintamente.
La competizione tra gruppi. A questo punto possiamo conside-
rare l'ultimo dei tre meccanismi responsabili dell' organizzazione del-
le mappe, cioè la competizione tra gruppi. La trattazione sarà neces-
sariamente piu concisa rispetto a quella dedicata agli altri due mec-
canismi, in quanto i particolari delle interazioni competitive (quali
gruppi prevalgono e in quali circostanze) dipendono in prevalenza
dall' ambiente in cui si verifica la competizione. Tuttavia, la compe-
tizione tra gruppi è, come singolo processo, il piu importante nel de-
terminare le sembianze future di una mappa. Esamineremo perciò le
proprietà generali condivise dalla maggior parte delle interazioni
competitive nella corteccia. La nostra ipotesi è che, oltre al confina-
mento e alla selezione dei gruppi, quando si presentano differenti
stimoli in successione (fig. 32), si verifichi una competizione darwi-
niana tra i diversi gruppi per conquistare gli spazi corticali implicati
nella rappresentazione degli stimoli stessi. In generale, pur nei vin-
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti I97
coli imposti dalla densità di innervazione periferica, i gruppi che rap-
presentano campi recettivi piu piccoli avrebbero un vantaggio com-
petitivo in quanto ricevono gli stimoli correlati con piu frequenza.
Un'ipotesi ragionevole è l'esistenza di un complesso di regole gerar-
chiche che regolano la competizione tra gruppi. Un insieme coerente
di regole dovrebbe includere, per esempio, che: I) l'espansione del
gruppo oltre a un valore definito e la contrazione al di sotto di un al-
tro valore siano entrambe instabili; 2) i gruppi parzialmente coinci-
denti con i gruppi confinanti siano favoriti; 3) le cellule piu distanti
rispetto alle altre del gruppo corrano maggiori rischi di essere cattu-
rate da altri gruppi; 4) i gruppi già esistenti siano avvantaggiati ri-
spetto a quelli in via di formazione; 5) la densità dei recettori deter-
mini il campo recettivo di un gruppo e, quindi, la sua competitività;
e 6) i gruppi piu competitivi siano quelli associati alle zone periferi-
che stimolate con maggiore frequenza.
Un modello composto dai tre meccanismi correlati e interattivi
che consentono il confinamento, la selezione e la competizione tra
gruppi può spiegare la maggior parte delle osservazioni scientifiche
di Merzenich e collaboratori [Kaas e altri 1983]. Il movimento locale
dei confini della mappa è spiegabile con lo scambio di cellule tra
gruppi adiacenti. Movimenti piu ampi dei confini possono verificarsi
dopo la dissoluzione di un gruppo, realizzabile solo dopo drastiche
modificazioni nell'input come, per esempio, quelle conseguenti alla
resezione di un nervo. La nettezza dei confini di una mappa è una
proprietà dell' ampiezza del gruppo e dipende dalla competizione tra
gruppi discreti aventi una minima sovrapposizione dei campi recet-
tivi. Un confine scompare soltanto quando anche il gruppo scompare
e, a quel punto, saranno altri gruppi. a definire il confine. La perma-
nente plasticità dei confini della mappa ha una propria ragione nel-
l'estesa diffusione delle arborizzazioni e nel fatto che i gruppi super-
stiti favoriscono la sovrapposizione dei campi recettivi; altrimenti,
in generale, aumenterebbe la competizione tra i gruppi e si indebo-
lirebbero le connessioni in quei gruppi aventi campi non coincidenti.
La distanza limite osservata da Merzenich e colleghi rispecchia il li-
mite anatomico medio delle arborizzazioni sovrapposte - senza un
substrato nel repertorio primario non si verificherebbe la selezione
dinamica operata da input specifici. Poi la sovrapposizione dei campi
recettivi viene conservata dai meccanismi competitivi ed è relativa,
ma il suo limite di 600 fJ.m è in rapporto con la distanza limite. La
competizione tra gruppi tende a conservare la normale percentuale
198 Capitolo sesto
di sovrapposizione e a realizzare un' ampiezza media ottimale in fun-
zione della media degli input.
La relazione inversa tra l'ampiezza dei campi recettivi e l'am-
piezza della rappresentazione corticale è spiegabile con il fatto che,
se la sovrapposizione è fissa, è necessario un numero maggiore di
campi recettivi aventi dimensioni inferiori per coprire un'area pe-
riferica definita. Saranno pertanto necessari piu gruppi e, poiché
l'ampiezza dei gruppi confinanti non varia significativamente al
variare dell' ampiezza del campo recettivo, una percentuale mag-
giore di corteccia sarà occupata dal maggior numero di gruppi. Que-
sto fenomeno si verifica perché il confinamento dei gruppi previe-
ne l'espansione e, all'aumentare della dimensione del gruppo, la
variazione relativa nel numero di fibre afferenti aumenta apprez-
zabilmente solo per i gruppi piccoli rispetto alle arborizzazioni coin-
cidenti. In base a questo modello, i gruppi si comportano alla stre-
gua di specie animali soggette a esclusione competitiva - le varia-
zioni ambientali (qui intese come input correlati o non correlati)
limitano l'addensamento delle specie, che risultano piu addensate
per minime variazioni ambientali e meno addensate per variazioni
piu ampie.
Come illustra la figura 35, poiché esistono delle connessioni rien-
tranti nell'intero sistema, dalla corteccia al talamo, ai nuclei della co-
lonna dorsale e al midollo spinale, la riorganizzazione dei gruppi nel-
la corteccia si ripercuote in opportuni assestamenti nei nuclei presen-
ti ai vari livelli, il che è in sintonia col bisogno di conservare un rien-
tro coordinato in tutto il sistema attivato.
Questo modello dettagliato indica che la selezione dei gruppi in
un substrato anatomico degenerato modula le mappe locali che ri-
specchiano strutture significative dal punto di vista ambientale. Un
gruppo corticale è un'unità cooperativa autorganizzantesi i cui mec-
canismi di formazione ne vincolano tutte le cellule a condividere un
campo recettivo. L'ampiezza dei gruppi può avere un certa variabi-
lità, ma in questo viene limitata dall' equilibrio dinamico mediato
verticalmente tra la propensione a contrarsi propria dello strato IV
e la tendenza a espandersi negli altri strati (confinamento dei grup-
pi). La rappresentazione delle afferenze richiede che le cellule cor-
ticali interconnesse ricevano connessioni da afferenze simultanee. La
scelta esatta di quali afferenze saranno espresse dipende dal sincro-
nismo dell' attivazione periferica che stimola le afferenze stesse at-
traverso le diverse stazioni intermedie ed è condizionata dall' effi-
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti 199
cienza delle sinapsi corticocorticali già formate (la selezione dei grup-
pi). Ogni stimolo rappresenta un possibile squilibrio del bilancio
competitivo tra i gruppi (competizione fra gruppi). La mappafunzio-
naIe è il risultato del confinamento, della selezione e della competi-
zione tra gruppi ed è, inoltre, un aspetto essenziale del fenotipo, le
cui proprietà si rifletteranno ovviamente nel comportamento, a sua
volta vagliato dalla selezione naturale. Da questo modello capiamo
che sono numerosi e diversi i livelli in cui la selezione potrebbe in-
fluire sul fenotipo, dai repertori primari a quelli secondari. La sele-
zione naturale potrebbe agire sulle mappe tramite variazioni nella
periferia, nei meccanismi delle CAM e nelle strutture sinaptiche o
nei neurotrasmettitori.
Figura 35.
Schema delle connessioni rientranti dinamiche verticali e orizzontali attraverso un si-
stema collegato di lamine e nuclei. Le variazioni in qualunque livello devono determi-
nare un riassestamento in tutti i livelli" associati".
..------
200 Capitolo sesto
8. Funzione delle mappe ed eterocronia.
Alla luce di questa analisi, quale paradigma, merita riconsiderare
la selezione naturale di complessi circuiti neurali nel fenotipo. La pri-
ma questione degna di nota è che il nostro modello si aggancia diret-
tamente al problema della categorizzazione, poiché dipende dalla
correlazione spaziotemporale di input originatisi in regioni cutanee
(in particolare nelle dita) impiegate per esplorare l'ambiente. La se-
lezione naturale tende a favorire le strutture che effettuano la discri-
d1inazione piu fine, compatibilmente con le altre esigenze fisiologi-
che dell'organismo. Si tratta di un'idea applicata in questo caso a
una categorizzazione relativamente semplice, ma estendibile ad altre
modalità. Se ci riferiamo alla proiezione relativa a una certa modalità
sensoriale, sarebbe forte la pressione selettiva a favore della coesione
locale delle dense connessioni neuronali e delle proiezioni sovrappo-
ste delle arborizzazioni afferenti. A causa delle regole della compe-
tizione tra gruppi, ci sarebbe la tendenza a selezionare le vie di con-
nessione che favoriscono la coesione di gruppi di neuroni compresi
entro certi limiti di ampiezza, oltre ai quali sarebbe troppo elevata
la degenerazione e la perdita di specificità nel formare le mappe.
Un ritardo eterocronico (neotenia) nel mappaggio di alcuni pre-
cursori neuronali, causato da una mutazione in un gene regolato re
delle CAM o nei geni che controllano l'espressione di molecole im-
plicate nel movimento o nell' estensione dei neuriti, potrebbe ridurre
il numero di connessioni locali. Se non sopravvenisse la morte cellu-
lare, e se i neuroni in questione individuassero un nuovo bersaglio,
la selezione di organismi aventi questa riorganizzazione dei circuiti
sarebbe vincolata dalle regole del rientro. Poiché è necessario un ac-
coppiamento coerente di regioni grosso modo continue in due campi
uniti dal rientro (necessità imposta dalle variazioni negli input; si ve-
da la fig. 35), le proiezioni che scompaginassero tale accoppiamento
sarebbero selezionate negativamente. Se, d'altro canto, una nuova
proiezione schiudesse la possibiltà di creare un'ulteriore sottomoda-
lità incrementando la formazione di nuove coppie di classificazione,
allora sar:ebbe selezionata favorevolmente.
A causa dei vincoli imposti dal rientro o dalla creazione di una
nuova funzione, i mutamenti eterocronici fondati sull'ipotesi dei re-
gola tori o tenderebbero a essere eliminati dalla morte cellulare o po-
trebbero propagarsi tramite modificazioni nello sviluppo tali da for-
mare piu di una nuova mappa in tempi evolutivi relativamente brevi.
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti 201
Questi mutamenti eterocronici potrebbero essere, al contempo, sia
dei meccanismi di isolamento per i neuroni presenti in aree speci-
fiche, sia dei meccanismi di sviluppo atti a indurre la migrazione
dei precursori neuronali verso nuove aree, e questo dipenderebbe
dalla competizione. Le variabili irrinunciabili in questo processo so-
no la degenerazione e la sovrapposizione, la coesione nel rientro,
e le risposte funzionali all'input che la mappa formatasi nell'adul-
to è in grado di generare. Queste considerazioni avrebbero valore
nella separazione degli input e degli output che definiscono i nuclei
e le lamine e, visti gli effetti non lineari sull'eterocronia provocati
da piccole variazioni nei geni morforegolatori, la formazione di mol-
teplici centri potrebbe verificarsi in un tempo evolutivo relativa-
mente rapido.
A causa della natura combinatoria della selezione dei gruppi neu-
ronali e a causa del miglioramento complessivo della prestazione do-
vuta a un ampliamento contenuto del repertorio (fig. 8), un rapido
ingrossamento di un nucleo o di una lamina non dovrebbe rappre-
sentare alcun problema, a patto che sia in armonia con altre modifi-
cazioni della forma. Lumdsen [1983] ha messo in relazione questo
problema con la selezione dei gruppi neuronali, riferendosi alla cor-
teccia cerebrale.
Abbiamo voluto esporre un modello dettagliato della corteccia
somatosensoriale per dimostrare che descrizioni isolate dell' anato-
mia, della fisiologia o del comportamento non sono sufficienti per
sviluppare una spiegazione evolutiva convincente della selezione dei
circuiti cerebrali. Devono essere soddisfatte due condizioni relative
al repertorio primario e secondario. In primo luogo sentiamo l'esi-
genza di un'ipotesi, l'ipotesi dei regolatori appunto, in grado di uni-
ficare gli eventi di natura meccanico-chimica, attivi nei processi pri-
mari della morfogenesi, e l'espressione di geni morforegolatori che
controllano molecole come le CAM e le SAM. Una volta verificata
quest'ipotesi, siamo in grado di gettare un ponte tra genetica dello
sviluppo ed evoluzione dando un fondamento all'eterocronia, da cui
deriva la variazione anatomica. Inoltre, abbiamo bisogno di una teo-
ria omnieomprensiva che metta in relazione la struttura di nuova
formazione, l'attività fisiologica e il comportamento, come nel caso
della selezione sinaptica nelle mappe somatosensoriali. L'esaudimen-
to di entrambe le condizioni spiega l'eterocronia in modo ragionevol-
mente completo e coerente, in quanto mette in relazione la struttura
con la funzione e la funzione con la selezione naturale.
202 Capitolo sesto
Le variazioni nello sviluppo che influiscono sulla morfogenesi,
come quelle concepite nell'ipotesi dei regolatori, possono determi-
nare l'evoluzione di un nuovo substrato anatomico (repertorio pri-
mario) su cui può operare la selezione dei gruppi, individuo per in-
dividuo. A questo punto può intervenire la selezione naturale sull'in-
sieme di manifestazioni fenotip.iche e di comportamenti di nuova
formazione. E cosi che, nel corso dell'evoluzione, viene favorito
l'aumento del numero di "specie neuroanatomiche" nel cervello del-
le varie specie animali, in gran parte causato dall'isolamento e dalle
modificazioni prodotte dai meccanismi selettivi nello sviluppo. Per
cui nella vita dell'individuo, l'insieme dei nuovi circuiti rientranti
deve creare, tramite la selezione dei gruppi neuronali, delle mappe
funzionali che obbediscano a precise regole sinaptiche per popolazio-
ni di sinapsi, come vedremo nel prossimo capitolo. Queste regole
non provocano necessariamente delle modificazioni irreversibili co-
me quelle osservate in neuroanatomia, ma favoriscono, piuttosto, la
formazione di un repertorio secondario. Poiché, ovviamente, la se-
lezione si manifesta sotto forma di una modificazione sinaptica, le
mutazioni che influenzano le sinapsi o il tipo di trasmettitore posso-
no avere effetti significativi sulla creazione di mappe. In generale, la
selezione di un repertorio secondario determinerà la formazione di
mappe metastabili e di popolazioni di gruppi neuronali funzionali in
stato stazionario che controllano e sono controllati dal comporta-
mento. Infine, la selezione naturale su tale comportamento sceglierà
varianti piti adatte formatesi durante lo sviluppo. Come vedremo nel
capitolo XI, la selezione in azione su specifici repertori primari esi-
benti un ritardo eterocronico selettivo, come si osserva in alcune
specie di uccelli canori, può generare mappe piu stabili dovute a un
apprendimento specie-specifico.
A questo punto siamo giunti a un punto importante della nostra
argomentazione: forse una delle rivendicazioni piti forti a favore del-
la teoria della selezione dei gruppi neuronali è la sua capacità di risol-
vere il problema per cui in un cervello già funzionante si formano le
mappe delle strutture periferiche, anch'esse originate dall'eterocronia
(per esempio, le appendici o le inserzioni muscolari modificate nei
progenitori dei pesci ciclidi; si veda il capitolo vm). Qualora la sele-
zione dei gruppi neuronali valuti queste nuove strutture come se fos-
sero parte del mondo da categorizzare, allora non c'è bisogno di in-
vocare alcuna mutazione in quei geni che specificano modificazioni
neuroanatomiche simultanee che si armonizzino con ogni cambia-
mento della forma. Naturalmente, nel tempo, le mutazioni che mo-
Evoluzione e funzione dei sistemi distribuiti 20
3
dificano gradualmente l'anatomia del sistema nervoso per mezzo dei
meccanismi illustrati precedentemente potrebbero e, piti probabil-
mente, dovrebbero verificarsi affinché l'organismo perfezioni il pro-
prio comportamento.
L'affinità tra l'origine evolutiva di specifiche strutture neurali
con la speciazione e l'isolamento geografico, e quella tra la selezione
dei gruppi neuronali con gli eventi di natura ecologica come, per
esempio, l'esclusione competitiva [MacArthur e Wilson 1967], de-
riva dal fatto che tutti questi fenomeni scaturiscono in condizioni di
pressione selettiva in ambienti complessi e competitivi. Se la teoria
della selezione dei gruppi è corretta, allora si verifica un tipo di neu-
roecologia nei diversi e complessi livelli presenti nello sviluppo e nel
comportamento. I gruppi neuronali devono conservare una stabilità,
pur nell' adattabilità nei confronti delle riovità presenti in un mondo
eterogeneo e cangiante. A questo scopo, devono distribuire il rischio
tra le forme varianti, come si osserva nelle specie animali viventi
[Wright 1932; Den Boer 1982]. Per certi aspetti, i gruppi di una re-
gione sono paragonabili a una specie suddivisa in molte razze, ciascu-
na interagente innanzitutto con se stessa, ma che può occasional-
mente incrociarsi. Sewall Wright [1932] ha sottolineato che negli or-
ganismi in evoluzione tale selezione intergruppo ha molta piti effica-
cia al cospetto della variazione e delle novità ambientali di quanto
non abbia la selezione all'interno del gruppo.
Uno dei meccanismi epigenetici principali preposti al controllo di
questa neuroecologia, nello sviluppo e nel comportamento, riguarda
il comportamento popolazionistico delle sinapsi, preludio per la for-
mazione dei repertori secondari, il quale sarà l'argomento del pros-
simo capitolo. Sono questi meccanismi che determinano le risposte
complessive o globali dei sistemi in cui si verificano. Per considerare
in dettaglio alcuni dei vincoli preposti al controllo di tali risposte -
in particolare, le interazioni di nuclei e lamine poste nei livelli supe-
riori rispetto alle aree recettrici primarie e alle mappe locali - dovre-
mo valutare contemporaneamente le interazioni tra gli input perife-
rici provenienti dai recettori sensoriali e i complessi motori che at-
tivano le risposte di output. A questo punto, 1'accento si sposterà dai
sistemi sensoriali a quelli motori. Il comportamento dell' organismo
non è altro se non la risposta globale generata dalle interazioni di
questi sistemi. Tratteremo questo tema nella parte terza del libro.
..----
Capitolo settimo
Una concezione popolazionistica delle sinapsi:
le basi del repertorio secondario
La natura epigenetica della plasticità sinaptica, p. 206. - Una
concezione popolazionistica delle sinapsi, p. 207. - Le variazioni
pre- e postsinaptiche sono indipendenti, p. 208. - Il significato
della variazione eterosinaptica, p. 208. - Il modello delle due
regole, p. 2 IO. - La regola postsinaptica formale, p. 2 IO. - Si-
mulazione al computer della selezione dei gruppi neuronali trami-
te la regola postsinaptica'in un modello di corteccia somatosenso-
riale, p. 215. - Laregolapresinaptica formale, p. 220. - L'in-
terazione tra le due regole, p. 224. - Il vantaggio della struttura
dei gruppi neuronali nella regola di interazione, p. 226. - Simu-
lazioni al computer, p. 228. - La logica dei trasmettitori: i van-
taggi nell'avere piti trasmettitori, p. 232. - La plasticità sinap-
tica e la persistenza della memoria: effetti a breve e a lungo ter-
mine, p. 234.
1. Introduzione.
Iniziando questa seconda parte, ho illustrato diversi meccanismi
epigenetici che spiegano la formazione del repertorio primario, che,
se ricordiamo l'ipotesi dei regolatori, erano legati alla variabilità e al-
la costanza delle reti neurali, originatesi durante lo sviluppo. A que-
sto punto, possiamo approfondire una serie di meccanismi epigene-
tici cruciali, molto importanti per la teoria, i quali pongono la varia-
zione sinaptica a fondamento della selezione dei repertori secondari
e che risultano essenziali per il modello confinamento-selezione-
competizione, descritto nel capitolo precedente.
Inoltre, i meccanismi sinaptici sono considerati, per loro natura,
in dinamismo continuo e, come abbiamo potuto constatare, svolgo-
no, durante lo sviluppo, un ruolo funzionale nel perfezionamento
delle mappe e nella formazione di strutture, quali le giunzioni neu-
romuscolari. La prossima discussione formale sulle regole sinaptiche
della selezione e della variazione ci offre un ulteriore meccanismo
Le basi del repertorio secondario 205
epigenetico, indispensabile per l'obiettivo finale, che è quello di
spiegare le origini della memoria e dell' apprendimento nel contesto
di una teoria selezionista della categorizzazione percettiva.
L'idea che la variazione funzionale della sinapsi potesse essere un
meccanismo fondamentale per la memoria nacque poco dopo la pri-
ma descrizione anatomica della sinapsi stessa [Ramon y Cajal 1889;
Foster e Sherrington 1897; Held 1897a, 1897b; Sherrington 1897;
Auerbach 1898; per delle rassegne, si vedano Granit 1968; Shimbel
1950; Clarke e O'Malley 1968; Kandel 1976]. Da allora, sono stati
proposti numerosi modelli [Hebb 1949; Shimbel 1950; Hayek 1952;
Eccles 1953; Kandel 1981], secondo i quali le diverse attività cogni-
tive sono rappresentate dalle combinazioni delle attività elettriche
dei singoli neuroni. Molti di questi modelli concepiscono l'appren-
dimento e la memoria come il risultato di variazioni che scaturiscono
dall'attività delle singole sinapsi. L'idea prevalente è che le variazioni
indotte da uno specifico modello di attività elettrica incrementino in
maniera preferenziale la ricomparsa di quel modello di attività.
Tuttavia, in linea di massima, la complessità del sistema nervoso
rende assai improbabile l'esistenza di una relazione semplice tra le
variazioni nelle singole sinapsi e le variazioni nel comportamento
della rete. Invece, è molto pili probabile che si verifichino simulta-
neamente in diversi punti della rete molteplici variazioni, rifletten-
done la natura degenerata. È per questo che siamo spinti a concepire
le sinapsi sotto forma di popolazioni. Risulta evidente l'implicazione
di questa concezione: la plasticità della funzione sinaptica è lo stru-
mento previlegiato per la selezione dei gruppi neuronali e per le loro
interazioni competitive grazie a cui si formano i repertori secondari.
Affinché un modello popolazionistico delle sinapsi sia compati-
bile con la teoria della selezione dei gruppi neuronali deve poter
esaudire due questioni fondamentali: I) come possono le popolazioni
di sinapsi realizzare quella durevole specificità nella risposta (per l'in-
put e per l' output) all'interno di reti degenerate appartenenti a grup-
pi deputati alla categorizzazione, senza che la variabilità si riduca a
un livello tale da inibire ogni forma di selezione? 2) I meccanismi
proposti da questo modello popolazionistico della sinapsi sono allo
stesso tempo compatibili con la memoria a breve e con quella a lungo
termine'?
, Studi svolti sul sistema nervoso del mollusco Aplysia dimostrano che le variazioni
sinaptiche a breve termine richiedono solamente delle modificazioni nelle proteine già
,---
206 Capitolo settimo
Qualunque modello venga proposto quale risposta, esso deve in-
cludere dei meccanismi che spieghino contemporaneamente le varia-
zioni nelle cellule pre- e in quelle postsinaptiche, e deve, altresi, spie-
\ gare come questi meccanismi si esprimano variamente nelle diverse
reti e come queste variazioni si ripercuotano sul comportamento del-
le reti. I meccanismi di modificazione dell'efficacia sinaptica devono
anche essere compatibili con la presenza di numerosi neurotrasmet-
titori e modulatori centrali e, quindi, ne devono spiegare la specifi-
cità e la molteplicità. Dato l'intenso sapore biofisico dei meccanismi
sinaptici, il modello che vedremo, frutto essenzialmente del lavoro
svolto insieme al mio collega Leif Finkel [Finkel e Edelman 1985,
1987], sarà definito con un linguaggio piu formale rispetto ad altri
modelli che accompagnano la teoria della selezione dei gruppi neu-
ronali. Tuttavia, faremo uno sforzo per offrire una sintetica e plau-
sibile spiegazione di tipo qualitativo e presenteremo una simulazione
al computer della selezione dei gruppi neuronali nella corteccia so-
matosensoriale, con lo scopo di illustrare come queste regole formali
siano incorporabili in una versione semplificata del modello presen-
tato nel capitolo VI.
2. Lo sfondo per un modello popolazionistico.
Non è questa la sede per una rassegna estesa sulle peculiarità ana-
tomiche, fisiologiche e molecolari dei diversi tipi di sinapsi, né ha
molto senso approfondire i modelli proposti in passato [si veda Hebb
1949; Shimbel 1950; Eccles 1953; Brindley 1967; Marr 1969;
Changeux 1981; Kandel'1981; Koch e altri 1983; Changeux e altri
1984; Edelman e altri 1987a], tranne nel caso in cui attengano alla
costruzione di un modello popolazionistico. I nostri obiettivi primari
sono: I) proporre delle regole di modificazione sinaptica basate su
meccanismi biochimici e biofisici noti; 2) considerare le interazioni
tra le variazioni pre- e postsinaptiche, attive indipendentemente e si-
multaneamente in una rete strutturata e nel cui ambito può verifi-
carsi la selezione; e 3) esaminare la dipendenza di queste interazioni
dalla struttura geometrica e popolazionistica delle rete. In primo luo-
go, esamineremo i meccanismi pre- e postsinaptici che modificano
presenti e il rinforzo delle connessioni preesistenti, mentre le variazioni a lungo termine
richiedono la sintesi ex novo di RNA e di proteine [Montarolo e altri 1986] e la forma-
zione di nuo,ve connessioni [Hu e altri 1993].
Le basi del repertorio secondario 20
7
l'efficacia sinaptica, e considereremo come, dalle loro interazioni,
scaturiscano le proprietà desiderate.
Vi sono alcuni dati sperimentali che confermano l'esistenza di
modificazioni pre- e postsinaptiche [Llinas e altri 1976; Changeux
1981; Douglas e altri 1982; Maglebye Zengel 1982; Lynche e Bau-
dry 1984; Smith e altri 1985], le quali avvengono a due livelli: bio-
chimico e ultrastrutturale [Fifkovà e Van Harreveld 1977; Desmond
e Levy 1981; Vrensen e Nunes-Cardozo 1981]. Nella stessa sinapsi
si possono verificare variazioni pre- e postsinaptiche che coinvolgono
pili di una cellula; una questione importante è se, in quella sinapsi, un
tipo di variazione è vincolata all'altra o se, viceversa, le variazioni
pre- e postsinaptiche siano indipendenti. In quella che definiremo
una regola sinaptica indipendente
2
, non solo le variazioni pre- e post-
sinaptiche dipendono da due meccanismi diversi, ma, di fatto, non
vi è aspetto dell'una necessario all' altra per operare a livello moleco-
!are. Quest'ipotesi di indipendenza sottolinea l'individualità di cia-
scun membro di una qualunque coppia di neuroni associati in una si-
napsi, insieme ai contributi variabili apportati all'attività della rete
dalla morfologia dei neuroni e dall' asimmetria della sinapsi.
La maggior parte delle teorie proposte, da Hebb [1949r e
2 La regola sinaptica piti conosciuta, la regola hebbiana (si veda la nota 3), è, invece,
una regola sinaptica dipendente, cosi definita perché richiede un'attivazione coordinata
dei neuroni pre- e postsinaptici, In un modello     analogo a quello proposto
piti avanti in questo capitolo si sostiene che una dinamica hebbiana, soggetta a vincoli
competitivi, possa spiegare la formazione delle mappe somatosensoriali [Grajski e Mer-
zenich 1990].
3 Donald Hebb ha anticipato molti temi oggi divenuti fondamentali per spiegare lo
sviluppo neurale e alcune facoltà cognitive [si veda Milner 1993]. Egli ha, infatti, coniato
il termine connessionismo, è stato un sostenitore della natura distribuita delle rappresen-
tazioni nel sistema nervoso e ha postulato la formazione delle" associazioni cellulari" ,
da cui deriva l'idea che l'attività mentale sia fondata su modelli di attività neurale stabili
relativamente durevoli, e gli si deve la formulazione della cosiddetta sinapsi hebbiana:
«Quando un assone della cellula A è sufficientemente vicino da poter eccitare una cellula
B e prende parte nella sua attivazione ripetutamente e persistentemente, allora si veri-
ficano dei processi di crescita o delle variazioni metaboliche in una cellula o in entrambe,
tali da aumentare l'efficienza di A, in quanto cellula che attiva B» [Hebb 1949, p. 65].
Circa vent' anni dopo, tale ipotesi ha trovato un riscontro fisiologico grazie a Bliss e Lo-
mo [1973] che hanno scoperto il Potenziamento a Lungo Termine, o PLT (la nomenc1a-
tura anglosassone prevede la sigla LTP). L'induzione del PLT richiede eventi postsinap-
tici, ma è ancora oggetto di dibattito come il PLT perduri nonostante il continuo ricam-
bio di molecole nella cellula, e sembra che i meccanismi consistano sia in un aumento del
trasmettitore rilasciato, sia in una piti intensa risposta postsinaptica a una quantità fissa
di trasmettitore. L'ossido di azoto (si veda la nota 9) sembra essere la molecola che se-
gnala, di ritorno, al terminale presinaptico e induce il rinforzo sinaptico. Ruolo analogo
sembra essere svolto dall'ossido di carbonio [Zhuo e altri 1993]. Le regole di apprendi-
mento hebbiane definite regole prive di istruzione (unsupervised learning rules), non
r-
208 Capitolo settimo
Hayek [1952] a oggi, si è sempre riferita a particolari forme di regole
sinaptiche dipendenti, in cui tanto le variazioni presinaptiche quan-
to quelle postsinaptiche erano contingenti a eventi che coinvolgeva-
no entrambi i neuroni della sinapsi. Tali ipotesi, secondo cui l'atti-
vità (o scarica elettrica) piu o meno simultanea di entrambe le cellule
è necessaria e sufficiente per indurre delle modificazioni, si trovano
di fronte a difficoltà empiriche e Per esempio, studi effet-
tuati sull'Aplysia [Carew e altri 1984] e sull'ippocampo [Wingstrom
e altri 1982] dimostrano come tale attività non sia necessaria né suf-
ficiente. A voler essere piu franchi, le regole dipendenti non riescono
a spiegare le variazioni eterosinaptiche.
Una variazione eterosinaptica è una modificazione nell' efficacia
di una sinapsi che dipende dagli effetti di stimolazioni su altre sinapsi
dello stesso neurone; una variazione omosinaptica si verifica solo in
concçmitanza alla stimolazione diretta della sinapsi in questione (fig.
36). E bene notare che un singolo input presinaptico può essere rin-
forzato senza provocare variazioni a livello postsinaptico e che la fa-
cilitazione eterosinaptica può verificarsi senza 1'attività elettrica si-
multanea dei vari input presinaptici su una cellula. Quindi, uno dei
nostri obiettivi primari sarà dimostrare come alcune regole popola-
zionistiche indipendenti spieghino tale facilitazione eterosinaptica.
Per i motivi di cui sopra, abbiamo proposto [Finkel e Edelman
1985] che le variazioni pre- e postsinaptiche siano sotto il controllo
di meccanismi indipendenti, descrivibili còn regole diverse. Malgra-
do le regole preposte al controllo di queste modificazioni possano
operare nello stesso tempo e in parallelo in ciascuna sinapsi, contri-
buendo di concerto a modificarne 1'efficacia complessiva, in quella
sinapsi le diverse modificazioni sono indistinguibili dal punto di vista
funzionale. Tuttavia, le due regole sono molto diverse nei dettagli
essendovi un segnale istruttore che controlla l'apprendimento in ogni connessione sinap·
tica. Come evidenziano Bliss e Collingdrige [1993], nonostante i piu recenti sviluppi nel·
la conoscenza della biologia e della fisiologia della sinapsi, rimangono ancora irrisolte di-
verse questioni sul significato biologico del potenziamento sinaptico, e precisamente:
I) il PLT è una componente centrale nel macchinismo sinaptico aella memoria? 2) Che
percentuale delle sinapsi eccitatorie può essere potenziata? n PLT è un evento graduato
o tutto o nulla? 3) Quali sono i meccanismi pre- e postsinaptici soggiacenti all' espressione
del PL T? Quale ne è il contributo relativo e come varia nel tempo? 4) Come contribui-
scono al PL T le variazioni nel numero e nella struttura delle sinapsi? 5) Esistono dei
messaggeri retrogradi? Se SI, quali sono e come regolano il rilascio del trasmettitore?
6) Quali altri neurotrasmettitori e neuromodulatori, oltre al glutamato, regolano l'indu-
zione e l'espressione del PLT? 7) Il PLT può essere depotenziato? 8) La conoscenza sui
meccanismi del PLT può consentirci di progettare terapie adeguate per disfunzioni neu-
rologiche come, per esempio, il morbo di Alzheimer?
Le basi del repertorio secondario 20
9
strutturali, e lo è anche la distribuzione geometrica delle variazioni
prodotte dalle loro operazioni indipendenti; si tratta di modificazio-
ni distinguibili per la diversa distribuzione neuroanatomica nella po-
polazione sinaptica e per le loro proprietà temporali. Per cui, la den-
sità delle connessioni e i particolari anatomici e farmacologici com-
plessivi di una certa rete svolgono dei ruoli importanti nel determi-
nare le interazioni tra sinapsi, come ci si aspetterebbe in un sistema
selettivo avente proprietà popolazionistiche
4

Proporremo degli esempi espliciti di una regola presinaptica e
di una regola postsinaptica. Si tratta di esempi illustrativi di una clas-
se di meccanismi; essi non pretendono di rappresentare i soli mec-
canismi sinaptici possibili. La loro scelta è stata comunque ispira-
ta dai dati sperimentali a disposizione, e la loro formulazione ci con-
sentirà di valutare alcune modalità d'interazione delle regole indi-
pendenti. Inizialmente, può esserci d'aiuto una breve definizione
4 Un interessante studio dove è stata correlata anatomia dei circuiti e funzione
neurale è riportato in Buhl e altri 1994.
Figura 36.
Schema degli input ricevuti da un neurone. I cerchi rappresentano i neuroni; il neurone
i riceve gli input sul proprio albero dendritico. L'efficacia presinaptica,   è la quantità
di trasmettitore rilasciato dalla cellula; in seguito a una certa depolarizzazione. L'effi-
cacia postsinaptica, 7lii' è la depolarizzazione locale prodotta in una struttura post-
sinaptica come risposta a una certa quantità di trasmettitore rilasciato. La variazione di
7lii dipende dal rapporto statistico tra la attività della cellula e la attività degli input ete-
rosinaptici kj , k
2
, k}, ecc. in base all'equazione 9 nel testo.
210 Capitolo settimo
delle due regole sinaptiche prima di entrare nei dettagli formali di
ciascuna.
La regola postsinaptica stabilisce che piu input eterosinaptici orga-
nizzati verso un neurone modifichino, in quest'ultimo, gli stati dei
canali ionici di una certa sinapsi, in dipendenza dello stato effettivo
del neurone, modulando pertanto la predisposizione dei canali stessi
alle variazioni biochimiche locali. Il conseguente cambiamento nella
distribuzione popolazionistica degli stati dei singoli canali influenza
il potenziale postsinaptico prodotto in quella sina'psi dagli input che
arriveranno. In generale, questa regola vale per   r i   z i o n i relativa-
mente a breve termine in singole e specifiche sinapsi.
La regola presinaptica vale per le variazioni a lungo termine 5 in
tutto il neurone, il cui effetto è una variazione nella probabilità del
rilascio del neurotrasmettitore. La regola stabilisce che, se la media
a lungo termine (per tempi superiori a un secondo) dell'efficacia pre-
sinaptica istantanea, determinata dal rilascio del neurotrasmettitore,
supera una certa soglia, allora l'efficacia sinaptica minima per il ri-
lascio viene assestata dalla cellula su un nuovo valore. A causa dei
fattori neuroanatomici, la regola presinaptica influenza numerose si-
napsi (tutte condividenti le connessioni con il neurone in questione)
le quali, in genere, hanno una distribuzione non specifica su un' am-
pIa popolazione in dipendenza dalla forma del neurone (estensione
delle arborizzazioni, sovrapposizione delle arborizzazioni, altri
aspetti di degenerazione, ecc.).
L'analisi formale dettagliata delle due regole sinaptiche, che ve-
dremo, ha, in definitiva, lo scopo di stabilirne le proprietà in una
rete organizzata sotto forma di gruppi neuronali. L'analisi mostrerà
come queste due regole, operando indipendentemente e nello stesso
arco temporale, possano spiegare tanto le variazioni eterosinaptiche
quanto quelle omosinaptiche. Inoltre, l'azione delle regole produ-
ce delle variazioni stabili nella rete e valide per diverse scale tem-
porali; infatti, le variazioni a lungo e a breve termine possono coe-
sistere nella stessa rete e sono correlabili tramite 1'anatomia della re-
te, pur nei diversi e indipendenti meccanismi biochimici soggiacenti
alle due regole. Infine, vedremo come la duplice operazione di que-
ste regole soddisfi 1'esigenza, propria di un sistema selettivo, di avere
una fonte continua di variabilità negli accoppiamenti tra le sinap-
si di una rete.
5 La variazione a lungo termine pili studiata e conosciuta è il PLT (si veda la nota 3).
Le basi del repertorio secondario 211
3. Un esempio formale della regola postsinaptica e una applicazione
alla formazione delle mappe
6

A causa della geometria dei neuroni nelle reti, la regola postsi-
'naptica è quella che probabilmente controlla i cambiamenti iniziali
nelle sinapsi che ricevono proiezioni specifiche e correlazioni a breve
termine dei segnali. Questo dipende dal fatto che la struttura neu-
roanatomica impone che le variazioni in un sito postsinaptico non si
riverberino necessariamente anche in altri punti, a differenza delle va-
riazioni che obbediscono alla regola presinaptica. Tuttavia, non sono
da trascurare gli influssi esercitati su una certa sinapsi da altre sinapsi
appartenenti allo stesso neurone.
La regola postsinaptica prevede una famiglia di alterazioni bio-
chimiche locali nelle strutture postsinaptiche dovute all' azione di so-
stanze modificanti o di enzimi. Nella sua forma piu generale, la re-
gola stabilisce che il controllo della variazione nell' efficacia postsi-
naptica indotta da una sostanza modificante in una certa sinapsi di-
penda dalla posizione e dal sincronismo tra input eterosinaptici e in-
put omosinaptici verso quella sinapsi del neurone. Vi sono diversi
meccanismi responsabili della trasmissione degli effetti eterosinap-
tici: la diffusione intracellulare di sostanze modificanti o messaggeri,
la diffusione paracrina" la modulazione della superficie cellulare, e
la conduzione attiva o elettrotonica. Ognuno di questi meccanismi,
o altri ancora, è compatibile con la regola postsinaptica e con un mo-
dello dove interagiscono le diverse regole indipendenti in una rete.
Mi occuperò estesamente dell'ultimo meccanismo (la conduzione
elettro tonica) in quanto esemplificativo; la sua plausibilità è legata
a fattori temporali e morfologici, molti dei quali valgono anche per
gli altri meccanismi.
Nel caso in esame, cioè la regola postsinaptica, gli input omosi-
naptici stimolano il rilascio di una sostanza che modifica i singoli
canali locali sensibili al voltaggio, mentre la predisposizione dei ca-
nali stessi a modificarsi viene modulata dagli input eterosinaptici
6 I meccanismi finali preposti allo sviluppo delle mappe neurali sono gli stessi im-
plicati nella plasticità sinaptica, o, come suggerisce Micheal Gazzaniga, «il cervello usa
la propria intelligenza per promuovere il proprio sviluppo» [Gazzaniga 1992, p. 40l.
7 Il concetto di diffusione paracrina dei segnali nel cervello si è espanso sino al pun-
to che intorno a esso si è costruita una teoria della neurotrasmissione che integra quella
tradizionale, proposta pili di un secolo fa da Ramon y Cajal e nota come principio della
polarizzazione dinamica (si veda la nota 9).
,---
2 I 2 Capitolo settimo
(fig. 37). Si ritiene che il risultato della modificazione biochimica sia
una variazione nella probabilità, dipendente dal voltaggio, di com-
mutare i diversi stati funzionali del canale - per esempio, aperto,
chiuso, inattivato [Catterall 1979; De Peyer e altri 1982; Huang e
altri 1982; Siegelbaum e altri 1982; Huganir e altri 1986]. Una mo-
dificazione di questo tipo varierebbe il potenziale postsinaptico
cato da input omosinaptici successivi, nonché la sensibilità agli input
eterosinaptici.
La tesi di fondo è che le singole variazioni biochimiche siano
Figura 37.
Proposta di un meccanismo postsinaptico. Schema di quattro sinapsi su un albero den-
dritico ramificato. I triangoli ombreggiati rappresentano i canali sensibili al voltaggio
(CSV), e i rettangoli ombreggiati rappresentano i canali attivati dal recettore (CAR). Il
trasmettitore TI si è legato alla sinapsi (in basso a destra), determinando l'apertura dei
CAR insieme alla produzione della sostanza modificante M tramite l'attivazione di una
proteina associata alla membrana (piccolo cerchio ombreggiato). M modifica i CSV che
sono nello stato modificabile. Pochissimo tempo prima un trasmettitore Tb potenzial-
mente diverso, si è legato alla sinapsi all' estrema sinistra, aprendo i singoli canali CAR
e CSV. La variazione nel potenziale di membrana risultante (Ll V) si propaga attraverso
l'albero dendritico (linea tratteggiata), cambiando gli stati dei CSV quando vengono rag-
giunti. Se il potenziale raggiunge la sinapsi in basso a destra (linea puntinata) in una fase
(si veda la fig. 38) in cui la concentrazione di M è ancora elevata, sarà modificata la fra-
zione dei CSV presenti in uno stato modificabile nella sinapsi, e, di conseguenza, lo sarà
il numero di canali modificati da M. Le sinapsi non associate a un trasmettitore (per
esempio T), e le sinapsi non ancora raggiunte dal potenziale non saranno modificate.
VJ
Le basi del repertorio secondario 2 I 3
interdipendenti: la probabilità di modificare un canale dipende dallo
stato funzionale di quest'ultimo. I voltaggi trasmessi passivamente
da altre sinapsi modificheranno in modo temporaneo il rapporto con
cui i canali sensibili al voltaggio si trovano nei loro stati funzionali
possibili (cioè, varierà quella che possiamo definire la distribuzione
popolazionistica dei canali), variando perciò il numero di canali mo-
dificabili [Catterall I979]. Se non fosse importante lo stato effettivo,
gli effetti eterosinaptici sarebbero non specifici, cioè, i voltaggi tra-
smessi passivamente aumenterebbero la probabilità di creare delle
variazioni in molti siti postsinaptici, senza alcuna relazione con l'at-
tività delle sinapsi corrispondenti a questi siti.
Detto questo, bisogna dimostrare come l'intensità dei voltaggi
trasmessi elettrotonicamente sia sufficiente per indurre delle varia-
zioni locali. In primo luogo vanno considerati i rapporti temporali
[Baranye Fehér I98I] tra input, come quelli rappresentati nella fi-
gura 37. Supponiamo che gli input omosinaptici inducano la sintesi
di molecole modificanti che sopravvivono per un tempo t
M
, dopo
un intervallo t
L
, e che gli input eterosinaptici trasmessi determinino
una variazione locale nel potenziale di membrana che perdura per un
tempo t
v
dopo un ritardo di conduzione t
D
(fig. 38). Allora, una
condizione necessaria perché si verifichi una variazione è che gli in-
put eterosinaptici si esprimano entro una finestra temporale che ini-
zia un tempo (tv - (t
L
- t
D
)) prima degli input omosinaptici e termina
un tempo (t
M
+ (t
L
- t
D
)) dopo di essi. Se, in una certa sinapsi, en-
trambi i valori sono negativi, allora la comparsa degli input in quel-
l'ordine specifico non indurrà alcuna modificazione.
La natura stato-dipendente delle variazioni biochimiche è rap-
presentabile con il modello semplificato della figura 39, dove M rap-
presenta la concentrazione della sostanza modificante, A lo stato at-
tivo di un canale e I lo stato inattivo; in questo esempio supponiamo
che solo i canali nello stato inattivo siano modificabili.
Il decadimento della predisposizione a modificarsi può anche di-
pendere dallo stato effettivo, ma, per semplicità, supponiamo che
non lo sia: cosi, K
b2
= Kb. Supponiamo, inoltre, che le costanti tem-
porali per le transizioni di stato (a + b) -1, siano trascurabili rispetto
a quelle per la modificazione biochimica (Kj + Kb) -1 e che i canali
siano nella loro distribuzione di equilibrio durante la modificazione.
Cosi,
dN*(t) f dt = Kj'[l(t)·M(t)] - Kb' [l* (t) +  
= Kj'[(N - N*).(b(V)f(a(V) +b(V))]·M(t) - KbN*
[I]
[2]
,.-----
Figura 38.
Limitazioni temporali nella modificazione postsinaptica. Asse temporale che illustra la
finestra temporale prima e dopo un input omosinaptico durante la quale la comparsa di
input eterosinaptici può indurre delle modificazioni. Dopo uno sbarramento di input
omosinaptici, una cascata biochimica di durata h provoca la sintesi della sostanza mo-
dificante M, che persiste per un tempo t
M
• Gli input eterosinaptici determinano una de-
polarizzazione (o iperpolarizzazione) nella singola sinapsi che inizia dopo un ritardo di
conduzione t
v
e persiste per un tempo tv. Le frecce indicano che i primi e gli ultimi in-
put eterosinaptici possono verificarsi in riferimento agli input omosinaptici in modo che
l'effetto del voltaggio trasmesso si sovrappone temporalmente alla distribuzione di M.
In funzione dei valori delle costanti temporali tv, t
M
, ecc. (si veda il testo), gli input ete-
rosinaptici possono essere vincolati esclusivamente a seguire o a precedere gli input omo-
sinaptici per ottenere la modificazione.
Input
omosinaptici
I Persistenza
.j. Intervallo di M
tL tM
-I L2J 1 t
v
I
j
Ritardo Variazione jRitardo Variazione'
del voltaggio del voltaggio
Input Input
eterosinaptici eterosinaptici
(precoci) (tardivi)

I E _l' -I
Figura 39.
Cinetica della modificazione stato-dipendente impiegando, come esempio, un modello
di canale a due stati. A rappresenta gli stati attivati aggregati; [ rappresenta gli stati inat-
tivati aggregati, che consideriamo come stati modificabili. I canali nello stato [sono tra-
sformabili nello stato modificato [* in presenza della sostanza M. Le costanti di propor-
zionalità nei due sensi sono date da K1e Kb' L'effetto della modificazione è variare le
probabilità della transizione di stato d1pendente dal voltaggio controllata dai parametri
a(v) e b(v) nei parametri modificati a*(v) e b*(v). La modificazione è a breve termine, e
i decadimenti da [* seguono Kb e dallo stato attivato seguono una costante potenzial-
mente diversa Kb,'
b(v)
A I
a(v)
K·1
, b*(v)
M
A* 1*
a*(v)
Le basi del repertorio secondario 21
5
dove N è il numero totale dei canali,   dei quali vengono modifica-
ti. Per trovare la percentuale dei canali modificati nello stato stazio-
nario, poniamo dN*/dT = 0, ricavandone un'equazione simile a quella
di Michaelis-Menten
  =M·(b/(a+b))/(M·(b/(a+b)) + Kb/Kf) [3].
La plausibilità di questo meccanismo postsinaptico si basa sul-
l'entità del cambiamento nel potenziale postsinaptico quale risulta
da modificazioni nel canale. Consideriamo il caso in cui una singola
specie k di canali sensibili al voltaggio si modifichi, e supponiamo
che vengano modificati Ntnell'insieme totale N
k
di canali di specie
k. Ritenendo trascurabile la variazione nelle correnti capacitative,
la variazione nella corrente locale dovuta alla modificazione è rica-
vabile approssimativamente per mezzo della:
ilh = Nt'-{g{(V) - &k(V)),(V - E
k
) [4]
dove gk è la conduttanza dipendente dal voltaggio, g{ è la condut-
tanza modificata, ed Ek è il potenziale d'inversione. La modifica-
zione della conduttanza influirà sull'impedenza dell'input locale.
Tuttavia, supponendo che l'impedenza della regione non-sinaptica
sia elevata rispetto all'impedenza nella sinapsi modificata, possiamo,
in prima approssimazione, scrivere la variazione relativa nel poten-
ziale postsinaptico (PPS) come
il V/V = (Nt/ NkHl1&k/ gk) [5].
I valori di N/N'i' sono ricavabili con l'equazione 3. Se impieghia-
mo i valori di b (V) e a (V) ricavati dal modello di Hodgkin e Huxley
[I952], una depolarizzazione di 20 mV trasforma il valore di N*/N
di circa 0,05 per lo stato inattivato dei canali del sodio rigenerativi.
La stima di ilg/ g è compresa tra I e circa 20, ed è stata ricavata in
base ai dati relativi agli spostamenti nelle curve corrente-voltaggio,
dovuti alla modificazione biochimica [Kupfermann 1979; Haas e
Konnerth 1983; Hawkins e altri 1983], e perciò la variazione nel
PPS potrebbe essere compresa tra un minimo del 5% e un massimo
del 100% del valore originario.
È chiaro che le variazioni postsinaptiche dipendono da: I) il nu-
mero e l'intensità degli input eterosinaptici attivi durante la fase di
modificazione; 2) il sincronismo tra input et:erosinaptici e input omo-
sinaptici; 3) la distribuzione spaziale delle sinapsi sulla cellula post-
216 Capitolo settimo
sinaptica (attenuazioni e ritardi di conduzione); e 4) i tipi di trasmet-
titore, recettore e canale ionico presenti. Questi fattori valgono non
solo per i meccanismi elettrotonici appena descritti, ma anche per al-
tri meccanismi (la diffusione della sostanza modificante, la modula-
zione della superficie cellulare) tramite i quali la regola postsinaptica
può operare.
Allo scopo di illustrare come operi una regola postsinaptica indi-
pendente in popolazioni di sinapsi per formare i gruppi di un reper-
torio secondario, daremo un breve saggio di una simulazione compu-
terizzata della selezione dei gruppi, la quale si ispira, come modello
neuroanatomico, alla corteccia somatosensoriale. Qui ne presentia-
mo solo una parte; il lettore interessato ad approfondirla può consul-
tare la pubblicazione originale [Pearson e altri 1987]8. Il modello è
in sé una versione un po' semplificata del modello confinamento-se-
lezione-competizione descritto nel capitolo precedente.
Il modello computerizzato simula dettagliatamente 1'organizza-
zione neurale, concepita a tre diversi livelli: l'architettura neurale,
le proprietà dei neuroni, e la plasticità sinaptica. L'architettura neu-
rale consiste di cellule (circa 1500) eccitatorie e inibitorie intercon-
nesse, e di una matrice di input che simula i recettori sensoriali pre-
senti sulla superficie palmare e dorsale della mano. I recettori della
matrice di input emettono topograficamente delle proiezioni verso
la rete. Ogni cellula della rete riceve gli input da una ampia porzione
della superficie della mano provenienti dalla parte dorsale e da quella
ventrale. In questo modo la rete riproduce i particolari essenziali di
una area corticale vera e propria.
Un certo grado di realismo deriva dalla simulazione di singoli
neuroni inibitori ed eccitatori. Le cellule inibitorie ed eccitatorie si
distinguono per i diversi schemi di connessione e per la diversa atti-
tudine a modificarsi. Per quanto riguarda il livello sinaptico, il mo-
dello riproduce gli effetti della saturazione sinaptica, le inibizioni in
parallelo e i meccanismi di variazione della regola postsinaptica.
La figura 40 A esemplifica alcuni tipici risultati del modello. Da
principio, le forze di connessione sinaptica sono assegnate a caso, se-
condo una distribuzione gaussiana. Siamo riusciti a dimostrare che
la rete, inizialmente priva di organizzazione, si organizza in gruppi
neuronali dopo essere stata sottoposta a una serie di stimoli suffi-
8 I programmi sono stati scritti in FORTRAN con un ampio uso di routines in assem-
h/er [Reeke 1984]. Le lunghe simulazioni hanno richiesto 3,5 megabytes di memoria e
circa 80 minuti di tempo macchina impiegando un computer IBM ,30 9 0 .
Le basi del repertorio secondario 21
7
cientemente ampia, per mezzo dei quali la matrice degli input viene
stimolata dalle forme, aree e posizioni piu diverse. La figura 40 B è
un tipico esempio di formazione di un gruppo. Bisogna notare che le
cellule appartenenti allo stesso gruppo sono fortemente connesse tra
loro (giallo, rosso), mentre hanno deboli connessioni con le cellule
esterne al gruppo (porpora, blu). I riquadri A e B della figura 40 sono
differenti in fagione di variazioni nelle connessioni intrinseche ed
estrinseche. E il carattere eterosinaptico della regola postsinaptica
che coordina queste diverse variazioni sinaptiche e unisce in un in-
sieme coerente le proprietà strutturali e funzionali dei gruppi.
Nel nostro modello le proprietà funzionali di un gruppo sono
esemplificate dalle proprietà dei campi recettivi dei neuroni che lo
compongono. Dopo la stimolazione, avevamo scoperto che tutte le
cellule di un gruppo presentavano campi recettivi molto simili - que-
ste cellule sono infatti esclusivamente palmari o dorsali e hanno una
notevole sovrapposizione spaziale. La figura 40 C, illustra la mappa
del campo recettivo della rete dopo la formazione del gruppo. Ini-
zialmente, la mappa è topografica, ma tutte le cellule hanno i propri
::ampi recettivi sia sulla superficie dorsale che su quella palmare, e la
prevalenza delle cellule viene stimolata uniformemente da input pro-
venienti da entrambe le superfici. Dopo la formazione dei gruppi, la
mappa del campo recettivo (fig. 40 C) si organizza in regioni com-
patte le cui cellule sono stimolate esclusivamente da una sola super-
ficie, la dorsale o la palmare. La mappa che ne scaturisce ha una
stretta somiglianza a quella osservata nell'area 3b della scimmia
scoiattolo (per una comparazione, si veda la fig. 24). Tale organizza-
zione della mappa del campo recettivo scaturisce dal dinamismo dei
gruppi neuronali - cellule nello stesso gruppo hanno campi recettivi
simili, e i confini tra le diverse aree rappresentative sono piu marcati
in conseguenza della nettezza dei confini tra gruppi.
La simulazione computerizzata ci fa capire che anche una rete
semplice, ma realistica e incorporante la regola postsinaptica, si or-
ganizza in gruppi quando viene stimolata nelle condizioni piu diver-
se. I gruppi, una volta formati, possono organizzare la mappa del
campo recettivo entrando in competizione tra loro. Questa è una si-
mulazione della dinamica corticale che abbiamo visto nel modello
confinamento-selezione-competizione, la quale illustra come la rego-
la postsinaptica coordini le diverse classi di input, memorizzate nelle
singole cellule, al fine di organizzare le mappe in modo piu globale.
Ci siamo serviti di questa rete per simulare numerosi esperimenti no-
ti nella letteratura scientifica [si veda Merzenich e altri 1984b]. Il
218 Capitolo settimo
Figura 40.
Simulazione al computer di un modello di plasticità della mappa somatosensoriale im-
piegando la regola postsinaptica [Pearson e altri 1987]. I risultati, ottenuti in un compu-
ter IBM 3090, sono una simulazione di una rete neurale contenente 1024 cellule eccita-
torie e 512 cellule inibitorie. Una cellula eccit!itoria prende contatto con 17 cellule ec-
citatorie circostanti e con 69 cellule inibitorie situate, mediamente, un po' piu distanti.
Le cellule inibitorie prendono contatti solo con le cellule eccitatorie circostanti. La rete
riceve due proiezioni sovrapposte topograficamente organizzate, in arrivo da una ma-
trice di input e rappresentanti le proiezioni dalle superfici dorsale e palmare della mano.
La regola postsinaptica viene impiegata per modificare le forze delle connessioni estrin-
seche dalla mano e le connessioni instrinseche tra le cellule eccitatorie nella rete. L'esten-
sione di un gruppo è limitata dalle connessioni anatomiche preesistenti; l'ampiezza del
gruppo è vincolata fisiologicamente dall'inibizione competitiva. La regola postsinaptica
agisce in modo da rinforzare l'efficacia sinaptica tra le cellule che ricevono un input coat-
tivato. Questo determina la formazione di gruppi con estensioni inferiori rispetto a quel-
le consentite dalle connessioni anatomiche. Una volta formati, i gruppi assestano le forze
sinaptiche delle connessioni estrinseche in arrivo per mezzo dello stesso meccanismo
postsinaptico. A) Rappresentazione delle forze iniziali di connessione. La forza delle
connessioni sinaptiche tra cellule eccitatorie nella rete è rappresentata da linee codificate
dai colori disegnate tra le cellule connesse da sinapsi. Il codice del colore è interpretabile
con la èhiave in basso. La distribuzione iniziale delle forze sinaptiche è di tipo gaussiano.
B) Formazione dei gruppi neuronali per selezione dopo stimolazione. La rete iniziale il-
lustrata in A è stata ripetutamente stimolata con piccoli stimoli focali in sequenza casuale
su diversi siti della mano. La rappresentazione illustra le forze di connessione tra le cel-
lule eccitatorie, codificate dal colore come in A. Le connessioni tra cellule in un gruppo
sono forti (giallo, rosso), mentre le connessioni tra cellule appartenenti a gruppi diversi
sono deboli (blu, porpora). La maggior parte delle cellule appartiene esclusivamente a un
gruppo. C) Mappa del campo recettivo corrispondente alla rete mostrata in B, dopo la
formazione del gruppo. Il campo recettivo di ogni cellula eccitatoria nella rete è codifi-
cato secondo il colore corrispondente al centro del suo campo recettivo sulla mano (de-
stra). La mano ha quattro dita e un palmo; la superficie mòstrata è quella palmare. La su-
perficie dorsale è indicata da corrispondenti ombre piu scure dello stesso colore (per
esempio, la parte palmare del primo dito è in giallo, la parte dorsale in giallo scuro, ecc.).
La mappa del campo recettivo normale illustrata in C è molto simile a quella individuata
sperimentalmente. Questa mappa riguarda principalmente rappresentazioni palmari con
piccole isole di rappresentazione dorsale. D) I risultati dopo un ripetuto picchiettamento
sul primo dito: la mappa del campo recettivo dopo che la superficie palmare del primo
dito è stata ripetutamente picchiettata con un piccolo stimolo focale in cicli, indicato dal-
le linee gialle nella figura (destra). La rappresentazione dell'area stimolata si è espansa
(area in giallo chiaro), mentre le rappresentazioni del terzo e quarto dito sono in gran
parte immutate. E) Simulazione dei risultati dopo la resezione dei nervi del primo e se-
condo dito (giallo e arancio, rispettivamente). La mappa del campo recettivo dopo la re-
sezione delle fibre del primo e secondo dito palmare e del palmo mediano sottostante
(area nero-grigia nella mano a destra). La rappresentazione della superficie palmare deaf-
ferenziata è stata sostituita da una rappresentazione topografica organizzata della super-
ficie dorsale corrispondente. Dopo la resezione, le superfici dorsale e palmare sono state
leggermente stimolate in maniera casuale. Poco dopo la resezione, alcune regioni della
rete erano incapaci di rispondere ad alcuno stimolo (cellule nere); tuttavia, nel tempo,
la maggior parte delle cellule nella regione interessata ha riguadagnato i campi recettivi
sulla parte dorsale (non illustrato). Nota: il codice del colore nei pannelli C, D ed E ha
un riferimento diverso rispetto a quello impiegato nei pannelli A e B.
ttenuti
in sequenza
messione tra le
ellule in un gruppo .
lti a gruppi diversi
sclusivamente a un
trata in B, dopo Ja'
nella rete è codifi.
vo sulla mano (de.
:lla palmare. La su;
stesso colore (per
giallo scuro, ecc.),
quella individuata
azioni palmari con
o picchiettamento
Jalmare del primo
cicli, indicato dal.
lolata si è espansa
dito sono in gran
·vi del primo e se-
:ettivo dopo la re-
:liano sottostante
icie palmare deaf-
.zzata della supero
almare sono state
:une regioni della
tavia, nel tempo,
i campi recettivi
elli C, D ed E ha
BI
C)
Minimo %htl,ii:\l<tlf ,-   _ ~ Massimo
DJ
EJ
Minimo Wiiii:fiilioi'Pi' n ~ _ ~ Massimo
Le basi del repertorio secondario 2 I 9
primo, illustrato nella figura 40 D, si riferiva alla stimolazione mec-
canica ripetuta della superficie palmare del primo dito. L'area depu-
tata a rappresentare il palmo del primo dito si è notevolmente espan-
sa sulle aree che rappresentavano il secondo dito, la parte dorsale del
primo dito e la parte mediana del palmo. Si tratta di un risultato mol-
to simile a quelli ottenuti per via sperimentale [Merzenich e altri
1984b] e dimostra che il fattore di ingrandimento di una rappresen-
tazione in tale rete auto-organizzantesi dipende dal bilancio compe-
titivo tra le diverse stimolazioni periferiche. Le connessioni che in
precedenza erano al di sotto del valore soglia sono state rinforzate per
mezzo della regola postsinaptica, soprattutto perché l'input periferico
coattivato ha prevalso sull'input coattivato preesistente. I gruppi
coinvolti hanno modificato il proprio campo recettivo rispecchiando,
a livello centrale, il nuovo equilibrio creatosi negli input periferici.
La seconda simulazione illustra lo stesso principio, applicato però
alla perdita dell'input. La figura 40 E illustra la mappa del campo re-
cettivo della rete dopo la resezione delle fibre provenienti dalla metà
mediana della superficie palmare della mano (cioè, le fibre del nervo
mediano). L'area che in precedenza era destinata a rappresentare la
superficie palmare, adesso è completarhente deputata a rappresen-
tare la superficie dorsale. L'esatta ubicazione dei confini tra il primo,
il secondo e il terzo dito e il palmo è modificata se la confrontiamo
con la mappa antecedente alla lesione (fig. 40 C), pur conservando
gli aspetti organizzativi di una mappa topografica.
Queste simulazioni dimostrano come, se esiste un'anatomia de-
generata, si possano formare delle mappe ben definite in seguito alla
selezione organizzata dall'input correlato mediato da una regola
postsinaptica·. I gruppi neuronali rappresentano dei "punti di rot-
• Edelman e collaboratori [Gally e altri I990; Montague e altri I99I, quest'artico-
lo inaugura la rivista «Cerebral Cortex»; Edelman e Gally I992] hanno proposto succes-
sivamente un nuovo modello per spiegare l'auto·organizzazione delle mappe nel cervello.
Tale modello, che si è rivelato anticipatore [Gally e altri I990], è includibile in una nuo-
va interpretazione della neurotrasmissione, variamente definita trasmissione per volume
[Agnati e altri I992], neurotrasmissione per diffusione non sinaptica (NDN) [Bach-y-Rita
I994] o apprendimento per volume [Montague e Sejnowski I994, articolo con il quale è
stata inaugurata la rivista «Learning and Memory»] e che comincia a essere svelata an-
che nei dettagli molecolari. Si tratta di concezioni piu globali rispetto all'interazione
neurone-neurone che prevedono interi gruppi di neuroni interagenti in maniera compe-
titiva e volumi di tessuto cerebrale modificato simultaneamente [Gally e altri I990; Agna-
ti e altri I992]. Essa è in sintonia con la concezione popolazionistica delle sinapsi ed è
in antitesi alla concezione connessionista-Iocalizzazionista prevalente nelle neuroscienze
contemporanee. La scoperta che i neuroni postsinaptici possono rilasciare una molecola
diffusibile, l'NO, il quale si comporta da segnale spaziale regolante il flusso sanguigno,
..-----
220 Capitolo settimo
tura della degenerazione", in quanto scelgono una sola rappresenta-
zione tra le molte possibili. In seguito, saranno la competizione e la
coordinazione tra gruppi a creare quell' equilibrio dinamico tra la
mappa funzionale e le condizioni ambientali esterne. La regola post-
sinaptica è idealmente ritagliata per realizzare queste variazioni com-
plesse dipendenti dal contesto, poiché consente le risposte agli im-
pulsi eterosinaptici.
4. Una trattazione formale delle modificazioni presinaptiche.
A questo punto possiamo considerare le variazioni nell' efficacia
presinaptica, che si esprime nella quantità di neurotrasmettitore ri-
lasciato dopo la depolarizzazione del terminale presinaptico. L'aspet-
to principale della regola presinaptica è una variazione a lungo ter-
mine nella quantità di neurotrasmettitore rilasciato da tutte le ter-
minazioni presinaptiche di un certo neurone, in conseguenza di am-
pie fluttuazioni nei valori temporali istantanei delF efficacia presi-
naptica (fig. 41). La regolazione del rilascio del neurotrasmettitore
dipende da complessi meccanismi di biologia cellulare non del tutto
il rilascio presinaptico del trasmettitore e la forza sinaNica, ha dato nuova linfa a tale
concezione, considerata da Francis Schmitt [1986] un vero e proprio spostamento di pa-
radigma concettuale, in quanto consente una versatilità e una plasticità che mancano ai
cosiddetti circuiti hardwired e che può spiegare, dal punto di vista anatomico, la forma-
zione dei gruppi neuronali e, dal punto di vista fisiologico, attività cerebrali di «massa"
come il sonno, la vigilanza, il tono cerebrale, lo stato d'animo, e cosi via. Tale nuova con-
cezione, basata soprattutto su dati biochimici e farmacologici, è collegabile, per la sua
globalità, alla teoria del caos nel cervello, in prevalenza fisiologica [Skarda e Freeman
1987] (si veda il capitolo III, nota 5). Nel modello di Edelman [Montague e altri 1991],
simulato in un supercomputer parallelo NCube/lo e impiegante una regola di apprendi-
mento hebbiana, quando un neurone presinaptico rilascia il neurotrasmettitore eccita-
torio glutamato, il neurone postsinaptico può rispondere liberando NO; la sintesi di NO
è proporzionale all' attività eccitatoria e diffonde isotropicamente attraverso le membra-
ne, e questa sua proprietà gli consente di comportarsi come un segnale afeedback sulla
membrana presinaptica, ma anche su membrane postsinaptiche di altri neuroni, gene-
rando, quindi, segnali eterosinaptici ed eterocellulari. Le sinapsi attive in modo coordi-
nato in uno stesso spazio neurale sono rinforzate, mentre quelle non coordinate sono in-
debolite, determinando la compartimentazione di molteplici assoni in una regione spa-
ziale comune nella corteccia e nel talamo (colonne di dominanza oculare, campi a barile,
mappe somatotopiche, e cosi via). Questa ipotesi è stata confermata sperimentalmente.
Per esempio, il PLT non si verifica se si inibisce la sintesi di NO [Shuman e Madison
1994], l'NO stimola il rilascio delle vescicole sinaptiche [Meffert e altri 1994] e, insieme
al CO (ossido di carbonio), determifl:a un incremento sinaptico nell'ippocampo [Haley
e altri 1992; Zhuo e altri 1993] e collega l'attivazione postsinaptica del recettore NMDA
(si veda la nota 15) al rilascio presinaptico del neurotrasmettitore [Montague e altri
1994; per una rassegna sui messaggeri retrogradi, si veda Goda 1994]·
Le basi del repertorio secondario 221
chiariti IO e, pertanto, la nostra formulazione del modello di varia-
zione presinaptica si basa solo sull'osservazione di variabili macro-
scopiche, quali la facilitazione e la depressione Il.
IO Sono piu chiari i meccanismi cellulari e le molecole che controllano il rilascio dei
neurotrasmettitori. Nella terminazione presinaptica e nella vescicola sinaptica sono, in-
fatti, state individuate proteine implicate, a diverso titolo, nel rilascio del trasmettitore;
le sinapsine, incluse nella membrana delle vescicole, ne controllano l'associazione al ci-
toscheletro del neurone e, quindi, la disponibilità per il rilascio, mentre l'aggancio e la di-
sposizione corretta delle vescicole sulla membrana e l'esocitosi sono controllate dalle si-
naptobrevine e dalla sinaptotagmina associate alla vescicola sinaptica, dalle sintaxine e dalle
neurexine associate alla membrana presinaptica [per delle rassegne cfr. Kelly 1993; Mar-
tin 1994; Schwarz 1994; Scheller 1995] e dallasinaptofisina che si ritiene sia implicata
nella formazione del poro di fusione della vescicola e nel riciclaggio del trasmettitore.
Il Esiste una forma di depressione sinaptica, identificata nell'ippocampo, nel cer-
velletto [Linden e Connor 1993], nello striato [Calabresi e altri 1992], nella neocorteccia
[Artola e altri 1990] e nella sinapsi neuromuscolare [Dan e Poo 1992] definita depres-
sione a lungo termine (PLT; la nomenclatura anglosassone, generalmente accettata,
prevede la sigla L TD). E un fenomeno antitetico al PLT (si veda la nota 3) in quanto
è caratterizzato da una diminuzione della forza sinaptica dipendente dall' attività. La
DL T comprende i fenomeni di depressione sinaptica che si verificano nel rispetto di
regole di apprendimento differenti e in differenti parti del cervello [per una rassegna
completa si veda Linden 1994]. Le diverse forme di memoria potrebbero dipendere
Figura 41.
Diagramma di flusso illustrante le modalità operative della regola presinaptica. L'attività
incrementa sia il grado di facilitazione che di depressione, a loro volta accoppiate nella
misura in cui una maggiore facilitazione incrementa la depressione (si veda l'equazione
presinaptica fondamentale 8 nel testo). La facilitazione aumenta e la depressione dimi-
nuisce l'efficacia presinaptica ; , la quale dipende anche dall'efficacia presinaptica di ba-
se ~ r La regola presinaptica stabilisce che viene conservata una media a lungo termine
di ~ ; , poiché fluttua a causa della configurazione temporale di attività. Se questa media
raggiunge una soglia, il valore di base dell'efficacia presinaptica si riassesta, modificando
la risposta della cellula agli input futuri.
Efficac;ia presinaptica   ~ ; )
Efficacia presinaptica
di l'lase   ~ ~
222 Capitolo settimo
Sono state documentate diverse e separate componenti macro-
scopiche sia per l'incremento [Magleby e Zengel 1982] che per il de-
cremento [Brian e Atwood 1981] del rilascio del neurotrasmettitore.
Tuttavia, nell'intento di semplificare il modello abbiamo impiegato
una sola componente per !'incremento del rilascio, definita generi-
camente "facilitazione", e una sola componente per la "depressio-
ne". Per la facilitazione
dF;/dt = E,si(t) - À·Fj(t)
[6]
dove Fi(t) è il grado di facilitazione in una terminazione presinapti-
ca, À è la costante di decadimento temporale, sj(t) è la frequenza
dell' attività elettrica del neurone al tempo t, ed é è l'incremento della
facilitazione dopo ogni singolo potenziale.
La depressione sinaptica è descrivibile con un'equazione analoga,
dDi(t)/dt =   Si (t) -  
b]
dove Di(t) è il grado di depressione nella terminazione presinaptica,
è la costante di decadimento temporale,   è l'efficacia presi-
naptica del neurone i, e x è la costante di proporzionalità tra rilascio
e depressione.
Il primo termine indica che la depressione aumenta linearmente
al crescere del rilascio e che livelli significativi di rilascio si verificano
solo dopo un'intensa depolarizzazione, presumibilmente per la dif-
fusione degli ioni calcio lontano dal sito di rilascio, nell'intervallo tra
due potenziali. Il secondo termine rappresenta il decadimento della
depressione in seguito al recupero del trasmettitore, alla riattivazio-
ne dei siti di rilascio, o al ritorno alla condizione di equilibrio, qua-
lunque sia il processo molecolare soggiacente.
Il presupposto della regola presinaptica è che la modificazione a
lungo termine si manifesti con una variazione della quantità soglia
di trasmettitore rilasciato, (si vedano le figg. 36 e 41). La modifi-
cazione a lungo termine di dipende dalla risposta biochimica alle
fluttuazioni facilitative e depressive nella forza presinaptica  
espresse in funzione del tempo; questa risposta può essere una
zione nell' espressione genica; che si manifesta con la sintesi di pro-
teine di controllo, con un incremento nella sintesi del trasmettitore
tanto da un aumento quanto da una diminuzione della forza sinaptica, come di-
mostra la presenza della DLT nell'apprendimento motorio nel cervelletto [Linden e
Connor 1993].
Le basi del repertorio secondario 223
stesso o con modifiche nella ultrastruttura dei siti di rilascio. La va-
riazione della soglia modifica il comportamento dinamico del neuro-
ne nei confronti degli input che arriveranno in futuro.
Detto questo, l'equazione presinaptica fondamentale che correla
l'entità del rilascio a questa soglia e al grado di facilitazione e di de-
pressione è la seguente:
  (1 + F
i
(t))3 . (1 - Di (t)) [8].
Va notato che F può essere compreso t!a O e un valore massimo
arbitrario, mentre D è compreso tra O e 1. E concepibile che, a parte
çt, anche variazioni in altri parametri (é, À, x o possano essere la
causa di variazioni a lungo termine. Maglebye Zengel [1982] hanno
scoperto che, elevando alla terza potenza il valore esprimente la fa-
cilitazione, i loro dati sperimentali combaciavano meglio. Questa
non linearità la ritroviamo anche nella relazione cubica tra l'ampiez-
za del PPS e la corrente generata dagli ioni calcio, individuata da
Smith e collaboratori [r985].
Queste relazioni conferiscono un notevole carattere di stabilità:
infatti, le sinapsi piu forti sono piu difficili da rinforzare e piu facili
da indebolire. Al crescere di il grado di facilitazione rimane in-
variato (equazione 6), ma aumenta la quantità di neurotrasmettitore
rilasciato, incrementando la depressione (equazione 7) quando si
presenta una sequenza di stimolazione analoga. La stabilità consegue
al fatto che ampie fluttuazioni facilitatorie nette incrementano
mentre fluttuazioni depressive nette decrementano
Ci sono due motivi per ritenere che una modificazione a lungo
termine coinvolga la cellula nel suo complesso, piuttosto che la sin-
gola sinapsi della cellula: 1) abbiamo ipotizzato che le variazioni pre-
sinaptiche dipendano dall'attività elettrica della cellula; in teoria,
pur avendo un neurone numerosi domini funzionali quasi indipen-
denti per 1'input e per l' output, ci attenderemmo che buona parte
delle terminazioni presinaptiche di un neurone sia attiva nello stes-
so tempo; 2) diamo per scontato che alcune modificazioni a lungo
termine debbano coinvolgere variazioni nell' espressione genica 12
12 Si sta iniziando a comprendere in che modo la plasticità sinaptica è correlata alla
variazione genica e, quindi, alla regolazione (aumento o diminuzione) della sintesi di
nuove e specifiche proteine implicate, per esempio, nella memoria. Si tratta, in genere,
di studi riduzionistici, spesso effettuati in vitro e su sistemi nervosi semplicj e, quindi,
non facilmente trasferibili alle forme complesse di memoria dei mammiferi. E, ad esem-
pio, stato identificato un gene la cui trascrizione è innescata dalla facilitazione a lungo
termine nei neuroni sensoriali del mollusco marino Aplysia [Alberini e altri 1994], il qua-
r-
224 Capitolo settimo
[Greengard e Kuo 1970]. Poiché esistono dei ritardi dovuti alla pro-
duzione e al trasporto dei prodotti genici di nuova sintesi, attual-
mente non conosciamo alcuna modalità di instradamento selettivo
del nuovo materiale verso le singole sinapsi e in specifiche ramifica-
zioni del neurone presinaptico.
Una conseguenza importante al fine dei possibili effetti sulle reti
neurali è che, in base alla regola, tutte, o quasi tutte, le terminazioni
del neurone presinaptico subiscono un influsso, indipendentemente
da quali input correlati (seguenti la regola postsinaptica) siano re-
sponsabili della variazione di çt. Cosi, gli effetti delle variazioni
presinaptiche sono temporalmente stabili, ma distribuiti, tramite le
ramificazioni degli assoni, verso numerose sinapsi presenti nella rete.
Naturalmente, alcuni fattori locali possono sempre modulare una
certa sinapsi.
5. Le due regole e i loro effetti popolazionistici in una rete.
A questo punto, dobbiamo ancora affrontare due argomenti im-
portanti, menzionati a inizio capitolo: cioè, come 1'interazione tra le
regole pre- e postsinaptiche modifichi il comportamento della rete,
e come le caratteristiche della rete influiscano sull' operato delle re-
gole stesse. Un' analisi formale dettagliata è già stata esposta in altra
sede [Finkel e Edelman 1985, 1987]; in queste pagine ne presente-
remo un saggio, esaminando un modello di variazioni postsinaptiche
a breve termine e di variazioni presinaptiche a lungo termine. I risul-
tati di quest' analisi hanno uno stretto rapporto con la selezione dei
gruppi neuronali e dimostrano che, dato il modello delle due regole,
l) le variazioni a breve termine in un gruppo neuronale determinano
dei cambiamenti a lungo termine soprattutto nel gruppo stesso 13;
le codifica per un fattore di trascrizione, noto come C/EBP, normalmente non espresso
nel sistema nervoso, la cui inibizione impedisce la facilitazione a lungo termine, ma non
quella a breve termine [ibid.]. Anche la proteina clatrina, importante componente delle
vescicole endocitotiche e svolgente un ruolo nel riciclaggio della membrana della cellula,
aumenta dopo la facilitazione a lungo termine [Hu e altri 1993]. Ci sono proteine che, in-
vece, diminuiscono, come la N-CAM (ap-CAM) [Mayford e altri 1992], in funzipne del
rimodellamento fisico della sinapsi che si accompagna all' apprendimento. La N-CAM,
quindi, oltre a svolgere un ruolo morfogenetico ' grosso" durante lo sviluppo (come pro-
pone Edelman nei capitoli IV e v) ne svolge anche uno" fine" nella plasticità della sinapsi.
13 Per quanto è noto, nell'Aplysia e nella Drosophila le variazioni sinaptiche a breve
e a lungo termine soggiaciono a meccanismi diversi e, in particolare, la variazione a lungo
termine richiede la sintesi proteica (si veda la nota I) [Frank e Greenberg 1994], ma, con-
traddittoriamente, studi fisiologici nell'ippocampo sul potenziamento a breve termine
e sul PLT indicano che sono controllati da una regola comune [Hannay e altri 1993]·
ii
I
i
I
,
l
J
Le basi del repertorio secondario 225
2) la struttura dei gruppi è sufficiente per assicurare che le variazioni
a lungo termine, emergenti da variazioni a breve termine in un certo
gruppo, influenzino in maniera differenziale le future variazioni a
breve termine nel gruppo stesso; e 3) le variazioni a lungo termine
possono facilitare le variabilità delle modificazioni a breve termine
successive, soprattutto in altri gruppi.
Volendo dimostrare questi punti, dobbiamo introdurre diverse
ipotesi semplificative, le quali, però, riducono la ricchezza e la gene-
ralità della regola postsinaptica effettiva; tuttavia, 1'analisi illustra
questa versione piu semplificata consente, comunque, di risol-
vere i tre punti precedenti associando regole sinaptiche e struttura
dei gruppi. Prendiamo a esempio delle reti costituite da gruppi con
un solo tipo di neurone avente a propria volta un solo tipo di tra-
smettitore e di recettore, e supponiamo che l'attenuazione del vol-
taggio tra qualunque coppia di sinapsi di un neurone sia identica. Al-
lora, affinché si verifichi la variazione postsinaptica è sufficiente una
relazione statistica tra input coattivi; si possono trascurare i dettagli
temporali e i fattori dell' attenuazione del voltaggio, già visti, calco-
lando semplicemente la risultante di secondo grado tra le attività pe-
sate degli input eterosinaptici e la media temporale dell' input omo-
sinaptico.
Se ne ricava una versione formale semplificata della regola postsi-
naptica che è:
d1}i; = Cl <1}i;ç;5;(t)·   > - C2 (1}i; -1}ij)
k
[9]
dove· rappresenta una media temporale, 1}i; è la forza della connes-
sione postsinaptica tra il neurone j e il neurone i, d7j;; è la variazio-
ne di 1}i; e 1}ij è il suo valore soglia, ç; è la forza presinaptica dal neu-
rone j, 5;(t) rappresenta 1'attività del neurone j al tempo t, 5; (t) è la
media della stessa attività in un certo intervallo di tempo, mentre Cl
e C2 sono delle costanti. I termini dell' equazione diventano piu
comprensibili se ci riferiamo alla figura 36. Il primo termine rappre-
senta la risultante di secondo grado al tempo t tra la di so-
stanza modificante presente nella sinapsi j-esima e 1'a'inpiezza del
voltaggio trasmesso passivamente (depolarizzante o iperpolarizzante)
da tutte le altre sinapsi sulla cellula. Il secondo termine dell' equazio-
ne 9 rappresenta il decadimento a breve termine della modificazio-
ne_ La forza netta è data dal prodotto delle forze post- e presinapti-
che 1} x ç. Questo equivale a dire che, nel caso piu semplice, trasmet-
titori e recettori interagiscono secondo una cinetica di prim'ordine.
226 Capitolo settimo
Inoltre, ipotizziamo che ç si modifichi lentamente rispetto a TI, e che
entrambe variino lentamente rispetto alla variazione dell'attività S;
cosi,
= Cl Tli;ç;l::Tlikçk < S;(t)· Sk(t) > - C2 (TI;; - Tlij)
k
[IO].
A questo punto, consideriamo i neuroni che costituiscono i grup-
pi (fig. 42). Le lettere maiuscole, per esempio I, ] e K rappresentano
gruppi e non tanto singoli neuroni; NIj il numero di connessioni dal
gruppo] al gruppo I, e N
II
il numero di connessioni all'interno del
gruppo 1.
Tutte le connessioni tra la stessa coppia di gruppi hanno le stesse
forze pre- e postsinaptiche. Noi siamo interessati alle modificazioni
postsinaptiche delle connessioni sia all'interno di un gruppo che tra
gruppi, come illustra la figura 42. La modificazione delle connessioni
che uniscono qualunque gruppo M a qualunque gruppo L (dove M,
L,e H sono variabili fittizie, mentre Cl e C
2
sono costanti generali)
è data da:
= CITlLMçMl::NLHTlLHçH< SM(t),SH(t) > - C2(TlLM - Tl1M)
H [I d.
Figura 42.
Classi di connessioni tra gruppi. Le ellissi rappresentano i gruppi neuronali, e le frecce
rappresentano le connessioni intra- e intergruppo. Una variazione a lungo termine nelle
forze presinaptiche delle cellule nel gruppo I influisce in maniera differenziale sulle va-
riazioni a breve termine successive nelle forze postsinaptiche di queste varie classi di
connessioni (si veda il testo).
N
II
N
JJ
J
1
!
.,
i
t

,
Le basi del repertorio secondario 227
Dobbiamo notare che, a causa di fluttuazioni a breve termine, si
è verificata una modificazione presinaptica a lungo termine in un
gruppo, per esempio nel gruppo I:çI çI +01 dove 01 è una costante.
Le variazioni a lungo termine in altri gruppi o numerosi gruppi
potrebbero essere formalizzate in modo analogo. E ragionevole rite-
nere che la modificazione nel gruppo I non influisca significativa-
mente sul rapporto statistico delle attività elettriche di neuroni ap-
partenenti ad altri gruppi. L'effetto della variazione a lungo termine
sulle modificazioni successive   è ricavabile sostituendo çI +01
nell'equazione II e, conservando solo i termini di primo grado in
O], ricaviamo che, dopo una modificazione a lungo termine nel grup-
po I, il cambiamento, nelle successive variazioni a breve ter-
mine delle diverse classi di connessioni tra gruppi (fig. 42), è dato da
- = OICI [NLITlLITlLMçM < SM(t)· SI (t) >]
{
TlLIl:: NLHTlLHçH< SI (t) ,SH(t) >
+ H
O
seM =I
se M;é I [I2].
Ci sono tre condizioni che, nel complesso, garantiscono che
Ll
2
T]1I sia la variazione massima, cioè, che siano influenzate al massi-
mo le variazioni a breve termine nel gruppo sottoposto a una modi-
ficazione a lungo termine:
I) N IITlII > N jITljI.
II) <SI(t),SI(t» > <Sj(t),SI(t».
III) l:: NLHTlLHçH < SI (t) ,SH(t) > :::o:: O.
H
Le condizioni sono nell'ordine: I) le connessioni all'interno di un
gruppo sono piu forti di quelle tra gruppi; 2) i neuroni appartenenti
allo stesso gruppo hanno un' attività elettrica sincrona piu frequente
rispetto ai neuroni presenti in gruppi diversi; e 3) mediamente, gli in-
put provenienti da gruppi diversi sono statisticamente privi di cor-
relazione. Pur trattandosi di un modello semplificato, sono condizio-
ni simili a quelle che definiscono i caratteri obbligatori di un gruppo
neuronale [Edelman e Finkel I984]; cioè, un insieme di cellule con-
nesse con forza variabile, attive per piu in sincronia e costituenti
l'unità minima soggetta a selezione. E bene notare che queste con-
dizioni non si verificano se la rete presenta delle connessioni casuali.
228 Capitolo settimo
Poste queste condizioni nei gruppi, possiamo distribuire le classi
di connessioni in ordine gerarchico, in base all'entità della variazione
nelle modificazioni a breve termine successive. Le connessioni in-
trinseche al gruppo I - precisamente, Ll
2
1JII - sono sempre influenza-
te al massimo grado; le connessioni tra gli altri gruppi (Ll
2
'YjJK)
sono sempre influenzate al minimo, mentre le tre classi di connes-
sioni rimanentL variano !.!1 funzione dei valori relativi di N
II
/ N
Jb
'YjII / 'YjJI / TJJ], e < SI SI > / < SJSI >. Di solito, ci si aspetta che Ll
2
TJJ] sia
il minore dei tre, Ll
2
1JIJ sia il maggiore per pochi gruppi] selezionati,
aventi un'elevata correlazione in input al gruppo I, ma che Ll
2
TJJI sia
il maggiore per la maggior parte degli altri gruppi J.
6. Gli effetti di un modello popolazionistico che segue le due re-
gole.
La principale conseguenza di questo modello è che l'organizza-
zione di una rete in gruppi neuronali è una condizione sufficiente
perché si generino variazioni a lungo termine in un gruppo che sfo-
ciano in una gerarchia di variazioni nelle successive modificazioni a
breve termine dei vari gruppi, ma con la variazione massima nel
gruppo stesso. Abbiamo realizzato delle simulazioni al computer in
un modello, illustrato nella figura 43; le modalità operative di ciascu-
na regola sono rappresentate nella figura 44. Le simulazioni iterati-
ve, che prevedono l'impiego di entrambe le regole, indicano [Finkel
e Edelman 1987] che una variazione a lungo termine in un gruppo
renderà piti probabili le modificazioni a breve termine nel gruppo
stesso, ma anche in tutti gli altri gruppi collegati (fig. 45). Tutto ciò
favorisce una competizione tra gruppi: infatti, in ogni gruppo !'in-
cremento di particolari variazioni a breve termine, causate da varia-
zioni a lungo termine nel gruppo stesso, viene contrastato, sempre
in quel gruppo, da tutte le variazioni a breve termine non specifiche
causate da variazioni a lungo termine in altri gruppi. Questa genera-
zione continua di variabilità nella popolazione è una preziosa carat-
teristica di qualunque ricco sistema selettivo.
Una conseguenza importante per la teoria è che alcune proprietà
emergenti dall'interazione di queste regole in una rete costituita da
popolazioni CIi neuroni possano dipendere dalla densità. Per esem-
pio, l'organizzazione in gruppi connessi localmente con una densità
di connessioni superiore può aumentare la probabilità di una relazio-
ne ricorsiva tra le connessioni di quei neuroni che presentano varia-
:,
i
}
~  
Le basi del repertorio secondario 229
zioni a lungo termine e quei neuroni che nella rete hanno subito le
modificazioni a breve termine che hanno innescato queste variazioni
a lungo termine. Gli effetti di questa interazione ricorsiva tendereb-
bero a ridurre la variazione non specifica che scaturisce da variazioni
a lungo termine in altri gruppi.
Figura 43.
Rete di connessione impiegata in simulazioni al computer che rappresentano ciascuna
regola in azione isolatamente e le regole in azione simultaneamente. Sono indicati cinque
gruppi (bordi scuri) con alcune delle loro cellule. Ogni gruppo rappresenta un aspetto
della connettività. Il gruppo I illustra come ogni cellula stabilisca dei contatti con cellule
del proprio e di altri gruppi. Il gruppo 2 illustra la densa connettività interna dei gruppi.
Il gruppo 3 illustra come ogni gruppo riceva anche degli input da un insieme di input
estrinseci sovrapposti, stimolabili selettivamente. Il gruppo 4 illustra che ogni cellula ri-
ceve input da cellule appartenenti al proprio gruppo, da cellule di altri gruppi e da fonti
esterne. La simulazione al computer consente di osservare le variazioni nell' efficacia pre·
sinaptica e postsinaptica delle diverse connessioni dopo i differenti paradigmi di stimo·
lazione illustrati nelle figure 44 e 45·
Gruppo 5
"
Input estrinseci
,
,
Figura 44.
Simulazione al·computer che illustra gli effetti delle regole sinaptiche. Riquadro A. Ef-
fetti eterosinaptici della regola postsinaptica. L'efficacia postsinaptica, "l)CA' dell'input
dalla cellula A alla cellula C in funzione degli stimoli dalla cellula A e dall'input eterosi-
naptico (cellula B). Una raffica di stimoli verso la cellula A incrementa "l)CA; una raffica
eterosinaptica singola non ha alcun effetto; raffiche omosinaptiche ed eterosinaptiche
accoppiate producono un maggiore incremento di "l)CA- Tuttavia, un'ampia raffica ete-
rosinaptica con raffiche omosinaptiche opportunamente sincronizzate (coppia finale)
produce un incremento molto piu ampio, dimostrando che gli input eterosinaptici pos-
sono modulare le modificazioni postsinaptiche locali. Riquadro B. Variazione presinap-
tica a lungo termine. Due diagrammi sovrapposti dell' efficacia presinaptica çi rispetto
al numero di cicli; il riquadro in basso illustra la stimolazione applicata. Due raffiche di
stimoli (senza") producono la curva inferiore, in cui non si verifica una modificazione
a lungo termine e che mostra una risposta a raffiche di prova al ciclo 85 che è virtual-
mente identica alla risposta iniziale. Tre raffiche di stimoli (inclusa la raffica indicata
da") determinano una variazione a lungo termine (curva superiore), che si manifesta co-
me un aumento della forza presinaptica di base. Una raffica di prova al ciclo 85 incre-
menta la risposta.
A) 5
1)
4
L
5
o   ~ __ -L __ L _ __ -L __ L - __ -L __ ____ -L __ ____ -L __
] D , ,D ,D InputA
5 IOr D ,D, ,D, InputB
o IO 20 30 40 50 60 70 80 90 100
Numero di cicli
B) 5
4
3
~
OL'--__ L-__ -L ____ L-__ -L ____ L-__ -L ____ L-__ -L __ L _ __
5 IOr 1\ 1\ A " f\
o IO 20 30 40 50 60 70 80 90 100
Numero di cicli
Figura 45.
Illustrazione delle modificazioni a lungo termine che favoriscono una variazione in con-
seguenza dell' operazione delle due regole. Diagrammi dell' ampiezza della variazione nel-
l'efficacia postsinaptica "I) in funzione del tempo (iterazione). Due gruppi sono stati scelti
a caso e sono stati stimolati (barra scura sull' ascissa) rispettivamente per cinque cicli, fat-
ti riposare per cinque cicli, e stimolati di nuovo per cinque cicli. La linea continua illustra
le variazioni a breve termine conseguenti. Allora, un gruppo (in alto) è stato ripetuta-
mente stimolato per cinquanta cicli in modo da produrre una variazione presinaptica a
lungo termine in alcune cellule del gruppo. Dopo cinquanta cicli di riposo, è stata ripe-
tuta la sequenza di stimolazione iniziale (cinque cicli di stimolazione / cinque cicli di ri-
poso / cinque cicli di stimolazione). Le variazioni a breve termine sono indicate dalla li-
nea tratteggiata. Solo il gruppo che ha subito la variazione a lungo termine mostra un' al-
terazione nelle variazioni a breve termine successive (si comparino i riquadri in alto e in
basso). Viene anche indicato il rapporto della deviazione in d"l) del gruppo (misurato al
15° ciclo) prima e dopo la variazione a lungo termine. La deviazione aumenta in en-
trambi i gruppi.
Variazioni
a breve
termine
(61))
Variazioni
a breve
termine
(61))
Gruppo con variazione a lungo termine
Prima della variazione a LT
Dopo la variazione a LT
5 IO
'5
Gruppo senza variazione a lungo termine
5 IO 15
Cicli
Var (dopo)
= 13
Var (prima) ,
20
Var (dopo)
Var (prima)
20
= 111
232 Capitolo settimo
È illuminante confrontare il nostro modello popolazionistico con
i modelli dipendenti, come la regola di Hebb [1949]. Il modello po-
polazionistico si discosta dalla regola di Hebb; infatti, nel nostro mo-
dello, le attività elettriche correlate del neurone ; e del neurone i non
sono né necessarie né sufficienti per influenzare la forza postsinap-
tica, 'Y}i;, della connessione tra; e i. Piuttosto, 'Y}i; si modifica quando
la media temporale dell' attività elettrica del neurone j è associata nel
tempo all' attività di numerosi altri neuroni k che formano delle sinap-
si con il neurone, i. In questo modo, le modificazioni sinaptiche sono
controllate da effetti popolazionistici nella rete. Effetti di questo tipo
sono stati osservati in numerosi esperimenti riguardanti effetti ete-
rosinaptici nell'ippocampo e nel cervelletto [Ito e altri 1982; Wig-
strom e Gustafsson 1983].
7· La logica dei trasmettitori.
Una concezione popolazionistica delle sinapsi contempla, oltre al-
la generazione continua della variabilità, setacciata dai meccanismi
competitivi, 1'aumento dei sistemi per connettere le sottoreti di una
popolazione, ricavandone i circuiti piu diversi. Si tratta di un effetto
della regola postsinaptica: invece di classificare gli input in due sole
classi -1'eccitatoria e l'inibitoria - e concepire le operazioni neuro-
nali in termini booleani, possiamo piuttosto pensare a una sorta di
"logica dei trasmettitori", in base alla quale ogni trasmettitore (as-
sociato ai propri partner postsinaptici) può indurre delle modifica-
zioni specifiche nelle sinapsi che ricevono solo certi altri trasmettito-
ri 14 e sono distribuite in punti specifici dell'albero dendritico. Que-
sto è reso possibile dai rapporti tra posizione, distribuzione popola-
zionistica dei canali e fattori varianti nel tempo (si vedano le figg. 37
e 3
8
). Un sistema di questo tipo potrebbe generare uno spettro mol-
to ampio di modificazioni sinaptiche, tutte specifiche, ma diverse
per ampiezza, decorso temporale, origine e bersaglio. Il punto nodale
è che tale variabilità dipenderebbe dal numero e dal tipo di trasmet-
titore e di recettore". Malgrado l'esistenza di un complesso intrico
14 Questa "logica dei trasmettitori" viene confermata, come nel caso in cui, nell'ip-
pocampo, il neuropeptide dinor/ina coesiste con il neurotrasmettitore glutamato, dove
essi svolgono due ruoli diversi nell'induzione del PLT [Weisskopf e altri 1993].
15 L'incontro tra la biologia cellularejmolecolare e gli studi sulla fisiologia del neu-
rone ha arricchito le conoscenze sul controllo dei segnali nella sinapsi e sui modi con cui
una stessa rete può essere modulata e "riprogrammata". Il fenomeno, la neuromodula-
Le basi del repertorio secondario
233
di connessioni nel SNC espresso dal repertorio primario, un'organiz-
zazione di questo tipo, basata sulla combinazione di canali e trasmet-
titori, renderebbe evolutivamente vantaggioso il possesso di un nu-
mero crescente di modulatori e di neuropeptidi ai fini della selezione
dei diversi repertori secondari operata dal comportamento. Tale in-
cremento creerebbe un insieme piu ampio di sottoreti funzionali di
gruppi che possono partecipare alle interazioni combinatorie in quel
repertorio. Quindi, un ricco corredo farmacologico favorisce la for-
mazione di un insieme molto nutrito di reti funzionali. Uno degli
aspetti piu notevoli del modello delle due regole è che i suoi effetti
dipendono da una struttura estremamente varia e dal contesto. La
dipendenza dal contesto ci ricorda la realizzazione epigenetica delle
regole delle CAM e dei cicli che generano un repertorio primario. In
zione, riguarda soprattutto i trasmettitori e i relativi recettori. La tassonomia e la mo-
dulazione nei recettori si è rivelata particolarmente complessa. Per esempio, i recettori
associati ai canali ionici (si veda il Glossario) sono composti da pili subunità variamente
combinabili, tant' è che, in linea di principio, i recettori nicotinici per l'acetilcolina
avrebbero 4410 possibilità combinatorie [Role 1992]. Paradigmatici, a proposito del ric-
co corredo farmacologico, delle potenzialità combinatorie e della differente funzionalità,
sono i recettori del trasmettiore eccitatorio L-glutamato e del trasmettitore inibitore GA-
BA (acido r-aminobutirrico). Quest'ultimo possiede sia recettori ionotropici (denomi-
nati GABAA sia recettori metabotropici (denominati GABA
B
; si veda il Glossario alla
voce «recettore di membrana»). I recettori ionotropici sono costituiti da una grande fa-
miglia di sottotipi recettoriali (6 subunità ex, 3 ~   3 r, e I 8) che si assemblano in modo
differente nelle diverse parti del cervello e sono modulabili da altri ligandj, quali gli ste-
roidi e le benzodiazepine [per una rassegna si veda Wisden e Seeburg 1992]. Anche i re-
cettori del glutamato si dividono in ionotropici e metabotropici. I primi sono ulterior-
mente classificati I) nella famiglia AMPA (acido a-amino-3-idrossi-5-metil-4-isoxazol
propionico) che attiva risposte veloci nell' ordine dei millisecondi ed è costituita dalle su-
bunità GluRI-GluR4, 2) nella famiglia NMDA (N-Metil-D-Aspartato), costituita dalle
subunità NRI, NR2A-NR2D che attiva risposte nell' ordine delle decine e centinia di
rnillisecondi, e 3) nella famiglia Kainato costituita dalle subunità GluR 5-GluR 7 e KAI,
KA2. I recettori metabotropici sono costituiti dalle subunità mGluRI -mGluR 7 e agi-
scono nell' ordine dei secondi inflllendo sulla plasticità sinaptica e, probabilmente, sul-
l'apprendimento e la memoria [per una rassegna sui recettori del glutamato si veda We-
stbrook 1994]. Il sottogruppo NMDA è caratterizzato, rispetto agli altri, dal fatto di es-
sere attivato allo stesso tempo dal ligando e dal voltaggio, cosi per essere attivo è neces-
sario che vi si leghi il glutarnato e che, contemporaneamente, la membrana postsinaptica
sia depolarizzata. Questa sua proprietà lo rende fondamentale nel PL T. Anche per i re-
cettori dei neuromodulatori, in passato ritenuti monomerici e, perciò, meno complessi,
la situazione è diventata pili articolata dopo la scoperta di una famiglia multigenica dei
recettori olfattivi [Buck e Axel 199I]. Un'ulteriore modulazione deriva dalla presenza
di numerose isoforme di enzimi, quali le cinasi e le fosfatasi [Nairn e Shenolikar 1992],
che regolano l'attività di altre proteine e possono coesistere nello stesso neurone distri-
buendosi in parti diverse, variando nel tempo in funzione degli stimoli. I loro effetti si
ripercuotono sulla sintesi e il rilascio del trasmettitore, sul legame al recettore, sulle pro-
prietà dei canali ionici, sulla trascrizione genica e sulla plasticità sinaptica.
234 Capitolo settimo
entrambi i casi, le componenti biochimiche, farmacologiche e neu-
roanatomiche si integrano creando una struttura comune, pur in una
complessa variabilità.
8. La relazione tra variazione sinaptica e memoria.
Una delle grandi sfide ancora insolute per qualunque teoria gene-
rale del cervello è la spiegazione dei fondamenti strutturali della me-
moria a lungo e a breve termine. Si tratta, in realtà, di una sfida con
diverse sfaccettature. Infatti, dobbiamo spiegare: r) come la stessa
rete possa realizzare delle variazioni a breve termine che influiscono
continuamente sulla categorizzazione percettiva e sull' apprendimen-
to, pur accrescendo le variazioni a lungo termine; 2) come entrambi
i tipi di variazione si distribuiscano nella rete e quali rapporti stabi-
liscano con l'input e l' output; e 3) come le variazioni a lungo termine
si conservino per tanto tempo (anche per tutta la vita di un indivi-
duo, in teoria un centinaio d'anni). Sono interrogativi che ci ripor-
tano a quelli sollevati nei primi paragrafi del capitolo e ci predispon-
gono, nel prosieguo del libro, a un' analisi approfondita delle funzio-
ni globali. La discussione precedente ha fatto un po' di luce sulle pri-
me due questioni senza, peraltro, stabilire un rapporto tra i mecca-
nismi sinaptici e il consolidamento della memoria.
È importante riconoscere che i tempi implicati nella variazione
sinaptica non hanno necessariamente un rapporto diretto con i tempi
della memoria: una teoria selettiva non contempla una relazione di-
retta o isomorfica tra un evento fisico, i suoi effetti sulle sinapsi e la
predisposizione a essere rievocato dalla categorizzazione. Poiché è
importante la procedura operativa della rriemoria e, poiché definire-
mo la memoria come una ricategorizzazione possibile grazie a un
mappaggio globale (capitolo IX), le variazioni sinaptiche a lungo ter-
mine e la memoria a lungo termine non necessariamente coincidono.
Tuttavia, dobbiamo dimostrare che, mediamente, una memoria di
tipo categoriale, che può durare anni, può fondarsi su variazioni si-
naptiche nella rete meno durevoli 16.
16 La prudenza qui espressa da Edelman nell'identificare plasiticità sinaptica e me-
moria è giustificata, trattandosi di una questione ancora dibattuta [Eichenbaum e Otto
1993]. Tuttavia, l'indagine della memoria a livello molecolare ha fatto dei passi in avan-
ti. Sperimentalmente sono stati applicati tre tipi di approccio: a) l'analisi di una risposta
semplice in un organismo semplice per stabilirne un modello in vitro; b) l'approccio ge-
netico per definire o perturbare vie specifiche potenzialmente critiche per la memoria;
\
",
,

::t
Le basi del repertorio secondario 235
Quindi, in base ~ presupposti della teoria, è chiaro che la memo-
ria non può essere semplicemente archiviata sotto forma di molecole.
Infatti, vi è un continuo ricambio di proteine, è un evento molto ra-
ro l'esistenza di una struttura biologica immutabile, e non esiste al-
cuna prova che le strutture polinucleotidiche, fedelmente riparabili,
siano implicate a qualche titolo con l'archiviazione della memoria.
Secondo la teoria della selezione dei gruppi neuronali, che è alterna-
tiva, una memoria di tipo categoriale (si veda il capitolo IX) deve pos-
sedere i seguenti requisiti:
r) Una struttura dei gruppi degenerata e organizzata sotto forma
di un mappaggio globale che presenta delle interconnessioni
tra gerarchie di reti che originano numerose   o p p i ~ di classi-
ficazione potenzialmente adattabili agli insiemi polimorfi che
costituiscono il mondo dei segnali. Come spiegheremo meglio
nel prossimo capitolo, un mappaggio globale consiste in mol-
teplici coppie di classificazione originate da singole mappe in-
serite in un sistema input-output, come nel caso dei sistemi
sensomotori.
2) Variazioni relativamente a lungo termine a livello cellulare
(comprese tra mesi e anni).
3) La creazione continua della variabilità in alcune sinapsi, pur
continuando a far esprimere gli stessi geni alle cellule che han-
no subito variazioni presinaptiche a lungo termine.
Alcuni degli aspetti inclusi nella prima di queste condizioni li ab-
biamo già sfiorati e li svilupperemo ampiamente nei prossimi capi-
toli. Le ultime due condizioni sono esaudite dal modello sinaptico
presentato in questo capitolo. Le variazioni a lungo termine basate
sulla regola presinaptica possono durare per l'intero ciclo vitale della
cellula in quanto coinvolgono l'espressione genica. Nello stesso tem-
e c) studi elettrofisiologici su regioni implicate nella memoria. Da tutti e tre è derivato
che, per esempio, i segnali regolati dall' AMPc svolgono un ruolo chiave nell'apprendi-
mento e nella memoria in Aplysia [Montarolo e altri 1986; Ghirardi e altri 199
2
; Albe-
rini e altri 1994], nella Drosophila [Yin e altri 1994] e nei mammiferi [Bourtchuladze e
altri 1994; Huang e altri 1994; per una rassegna sui meccanismi tramite cui l'AMPc atti-
va i geni specifici per la memoria si veda Frank e Greenberg 1994]. Una delle strategie
è l'eliminazione totale di un gene specifico (knocking out) [per una rassegna sull'ingegne-
ria genetica applicata agli studi sulla memoria si veda Mayford e altri 1995], come nel ca-
so del recettore mGluRI del glutamato (si veda la nota 15), la quale causa una riduzione
sostanziale del PLT e un moderato deterioramento nell'acquisizione o nella ritenzione
della memoria [Aiba e altri 1994]. Secondo Howard Eichenbaum [Eichenbaum e Otto
1993] lo studio di piu neuroni simultaneamente potrà ancor meglio unificare i modelli
noti di plasticità sinaptica e la memoria.
236 Capitolo settimo
po (e nella stessa rete) le variazionipostsinaptiche a breve termine
possono ancora verificarsi piu o meno indipendentemente nei gruppi
stimolati da input correlati, suddividendo le loro risposte in sottoin-
siemi che, per quanto influenzati dalla variazione presinaptica, non
ne vengono completamente dominati. La variabilità di questa spe-
cifica risposta postsinaptica aumenterebbe grazie alla presenza di
una logica dei trasmettitori (o dei modulatori).
Questo ritratto mette in relazione le regole sinaptiche e la possi-
bilità della categorizzazione, ma non ci spiega come la memoria a
lungo termine possa durare anni e, talvolta, tutta la vita. Ma se, co-
me vedremo, la memoria è una ricategorizzazione basata sulle rispo-
ste degenerate di molteplici strutture non-isomorfiche presenti nei
gruppi, e se i percorsi del rientro verso i gruppi reattivi sono molto
diversificati, allora una variazione sinaptica a lungo termine, com-
presa tra alcuni mesi e un anno, può essere trasformata in una rispo-
sta che dura per tutta la vita. La ragione è evidente: la probabilità
che muoiano tutti i neuroni soggetti a modificazione presinaptica in
tutte le reti degenerate incluse in una coppia di classificazione è mi-
nima. La combinazione della variazione sinaptica in popolazioni
neuronali aventi coppie di classificazione rientranti e coinvolgenti
gruppi degenerati sarebbe sufficiente per creare delle risposte isofun-
zionali durevoli per tutta la vita di un cervello sano.
I! quesito interessante in un sistema di questo tipo non è tanto se
la memoria di tipo categoriale si possa consolidare, quanto se l'esi-
stenza e lo sviluppo della memoria categoriale comprometta 1'esigen-
za continua di categorizzare i nuovi eventi. Una teoria popolazioni-
stica delle sinapsi, con il suo bilancio competitivo tra variazione a
lungo e a breve termine, tra consolidamento delle risposte e introdu-
zione della variabilità, è una risposta plausibile a questo interroga-
tivo: poiché la categorizzazione dipende da bisogni e da richieste
competitive in continua trasformazione, la categorizzazione può per-
petuarsi anche in repertori secondari in cui si è già verificata un' am-
pia selezione.
 
.!
;
.j
i
,I
j
,
J
Parte terza
Le funzioni globali
Capitolo ottavo
Azione e percezione
Le funzioni globali, p. 239. - I movimenti e l'embriologia del
comportamento, P.240. - Apprendimento motorio e catego-
rizzazione, p. 241. - Coevoluzione dei sistemi muscoloschele-
trico e nervoso, p. 243. - Accoppiamento con lafunzione, pri-
mo esempio: la mascella del pesce cic/ide, p. 247. - Secondo
esempio: il cinto scapolare, p. 249. - Origine parallela di siste-
mi sensoriali specializzati, p. 250. - Configurazioni dei movi-
menti: sinergie e gesti, p. 252. - L'analisi di Bernstein, p. 253.
- lfondamenti neurali dei gesti, p. 259. - li bisogno di canali pa-
ralleli per definire l'oggetto, p. 264. - Comparazione con altri
modelli, p. 268. - l mappaggi globali, p. 270.
I. Introduzione.
A questo punto, dopo aver esaminato i principi della selezione
soma tic a e i meccanismi epigenetici che creano i repertori primari e
secondari, i quali si organizzano per lo piu, anche se non esclusiva-
mente, sotto forma di mappe, dobbiamo dimostrare come dall'inte-
razione di queste strutture scaturiscano le funzioni globali. Per «fun-
zioni globali» intendo le attività che dànno origine alla categorizza-
zione, alla memoria, all' apprendimento e a tutti quei comportamenti
che consentono 1'adattamento e la sopravvivenza, cioè attività che
richiedono un' armonia funzionale tra molteplici e ampie regioni ce-
rebrali e 1'apparato sensomotorio periferico. Si tratta di attività che
dipendono sia dalla morfologia delle strutture non neurali, sia da
quella del cervello. In questo capitolo amplieremo iI tema sviluppato
nella parte precedente aggiungendovi l'attività motoria e i suoi rap-
porti con la percezione e iI mappaggio neurale cosi come si realizzano
in un sistema selettivo. Quest' analisi ci consentirà di definire il map-
paggio globale, che noi concepiamo come una struttura dinamica co-
stituita da numerose mappe locali, sensoriali e motorie, rientranti e
interagenti con regioni non mappate per formare una rappresenta-
zione spaziotemporale continua di oggetti o eventi I. Grazie all' atti-
I Moderne tecniche di visualizzazione dell'attività cerebrale consentono di indivi-
240 Capitolo ottavo
vità motoria, un mappaggio globale modifica il campionamento del-
l'ambiente operato dalle lamine sensoriali. Ogni repertorio di neu-
roni presente nelle mappe locali, a loro volta parte di un pili ampio
mappaggio globale, campiona disgiuntivamente i vari aspetti e carat-
teristiche dell' ambiente. Quando le mappe locali (si veda il capitolo
v) si integrano, tramite il rientro, in un mappaggio globale, paralle-
lamente i diversi campionamenti dell' ambiente vengono connessi in
un mappaggio globale, consentendo che le singole rappresentazioni
dei caratteri siano correlate nello spazio e nel tempo. Nessuna mappa
locale isolata potrebbe realizzare una categorizzazione percettiva o
una generalizzazione. Invece, un mappaggio globale rappresenta l'u-
nità minima adatta a svolgere tale funzione e dipende da una conti-
nua attività motoria, spontanea o appresa che sia.
Tra tutti i sistemi esaminati in questo saggio, forse il pili enigma-
tico e apparentemente paradossale è il sistema motorio. Nonostante
sia stato ritenuto particolarmente importante da Head [1920; cfr.
Oldfield e Zangwill 1942a; 1942b, 1942C, 1943], da Sherrington
[1906, 1925, 1933, 1941] e da Sperry [1945, 1950, 1952] in riferi-
mento ad attività cerebrali superiori, quali la percezione e la memo-
ria, tuttavia, il suo rapporto con il sistema sensoriale e i meccanismi
alla base del suo funzionamento o sono stati spiegati in modo vago
o sono stati interpretati prevalentemente nella logica dell'elaborazio-
ne d'informazione
2
[per una rassegna, si veda Brooks 1981]. La no-
stra impostazione alternativa, cioè che le strutture sensoriali e mo-
torie siano comprensibili solo in quanto costituiscono un sistema se-
lettivo coordinato, aiuta a capire il ruolo dei segnali precoci durante
lo sviluppo e dei cosiddetti eventi superiori nel SNC: infatti, ritenia-
duare le mappe percettive, motorie, e cognitive anche nell'uomo (si veda il capitolo III,
nota 6).
2 Un'interessente disamina delle ragioni per cui lo studio del movimento è stato
trascurato, se compatato allo studio della percezione, è contenuta in un articolo di Lina
Massone [1990), dove viene evidenziata la subordinazione concettuale del movimento
rispetto alla percezione, sintetizzata nei seguenti aspetti: «a) l'aspetto funzionale, in
quanto la percezione è stata vista come l'unico mezzo possibile per l'acquisizione della
conoscenza (empiricismo); b) l'aspetto temporale, in quanto la percezione è stata consi·
derata un necessario precursore dell'azione (paleo-behaviorismo); c) l'aspetto valutativo,
in quanto la vita contemplativa venne molto spesso considerata superiore alla vita d'a-
zione» [ibid., p. I 19), quindi, «non solo filosofi, psicologi e fisiologi studiarono la per-
cezione piu frequentemente del movimento, ma si dedicatono pesantemente allo studio
della percezione in assenza di movimento» [ibid., p. 120; si veda il fascicolo monotematico
sul Sistema motorio dedicato dalla rivista «Sistemi Intelligenti», II (1990), n. 1. Appro-
fondite rassegne accompagnate da dibattiti sul «Controllo del movimento», sono par-
te del fascicolo monotematico della rivista «Behavioral and Brain Sciences», XV (1992),
n·4)·
Azione e percezione 241
mo che la selezione operata dai segnali precoci nei sistemi sensoriali
e motori attivati di concerto nel cosiddetto mappaggio globale, sia es-
senziale per dipanare la questione della categorizzazione percettiva
adattativa. Il grado di accoppiamento tra sistemi sensoriali e motori
ai fini di un comportamento e di una categorizzazione adattativi di-
pende da numerosi fattori evolutivi ed ecologici. Un esempio ci è of-
ferto dagli studi di Coghill [1929] e di Hamburger [1970; si veda an-
che Bekoff 1978], che illustrano come il rapporto tra input sensoriali
e risposte motorie nel comportamento embrionale e postnatale pre-
senti significative differenze nei diversi taxa.
Mentre la sensazione, e forse anche alcuni aspetti della percezio-
ne, sono indipendenti dall' apparato motorio, viceversa, la categoriz-
zazione percettiva è il frutto dell'interscambio tra le mappe corticali,
sensoriali e motorie, le quali, interagendo con i nuclei del talamo, i
gangli basali e il cervelletto, creano quel mappaggio globale che con-
sente di definire gli oggetti come una risultante dell' attività motoria
continua. Nella dinamica del mappaggio globale (che, come dimo-
streremo pili avanti, è il fondamento essenziale della categorizzazione
e della memoria), si succedono molteplici eventi selettivi e di rientro
in un ciclo dinamico che contempla l'accoppiamento dei gesti e delle
posture con i segnali sensoriali. L'implicazione pili forte di questa te-
si è che la categorizzazione non possa essere una proprietà di una
parte definita del sistema nervoso: infatti, un mappaggio globale, in
quanto prerequisito indispensabile per la categorizzazione, è già, di
per sé, una struttura neurale molto ampia e complessa. Questa impli-
cazione ha delle notevoli ripercussioni sull'interpretazione del con-
cetto di sistema nervoso distribuito [Mountcastle 1978].
Concepito in questo modo, l'accoppiamento selettivo tra sistemi
sensoriali e motori non è il risultato della categorizzazione indipen-
dente da parte delle aree sensoriali, le quali solo in seguito eseguiran-
no un programma di innesco dell' attività motoria, a sua volta con-
trollata da anelli a feedback. Piuttosto, gli effetti dell' attività motoria
sono intesi come parte integrante della categorizzazione percettiva.
Questo concetto sarà dimostrato con due tipi di analisi. La prima, di
tipo evolutivo, suggerisce che, pur essendo alcune variazioni nell' ap-
parato muscoloscheletrico canalizzate nel corso dell'evoluzione, an-
che minime variazioni fenotipiche in altre parti dell' apparato moto-
rio [si vedano Dullemejer 1974; Alexander 1975] richiedono imme-
diate e concomitanti variazioni funzionali nel SNC che garantiscano
un comportamento adattativo. Si tratta di variazioni che devono es-
sere legate ai gesti o complessi motori strutturati adattativi per un
242 Capitolo ottavo
certo fenotipo, e non a singoli movimenti o a funzioni evolutivamente
antiche, ancora presenti. La seconda analisi è di tipo fisiologico e psi-
cologico; e si ispira a un'ipotesi di Bernstein [1967] sull'accoppia-
mento tra attività neurale centrale e gesti, da cui originano le cosid-
dette sinergie o classi di strutture del movimento, una concezione,
questa; che è stata correlata alla percezione in alcune teorie quale,
per esempio, la teoria motoria del linguaggio di Liberman [Mattingly
e Liberman 1987]. Tanto l'analisi evolutiva quanto quella fisiologica
indicano che la selezione dei gesti da parte di un sistema rientrante
è un possibile fondamento per la categorizzazione percettiva 3 e per
l'apprendimento motorio. Si tratta di un processo attivo in cui il
comportamento consente 1'esplorazione continua di nuovi ambienti
ed è allo stesso tempo un mezzo per riattivare i mappaggi già for-
mati. "
Tale concezione richiede un ampliamento del nostro modo di
concepire il mappaggio, pér cui, nell' ambito di un mappaggio globa-
le, il mappaggio degli input basato su mappe locali (descritte nei ca-
pitoli v e VI) va posto in relazione al mappaggio degli output. Per
comprendere un mappaggio di questo tipo inizieremo considerando
la struttura e l'evoluzione dell'apparato muscoloscheletrico. Nella
parte finale del capitolo presenteremo un'ipotesi dettagliata di come
un sistema rientrante integrato consenta la formazione di mappe glo-
bali impiegate nella classificazione dei gesti e nella correlazione tra
input e output. Prima, però, sarà bene considerare le componenti del-
l'attività motoria.
3 Il neuropsicologo Oliver Sachs nel suo libro Seeing Voices [I989] ritiene che le
concezioni sulla percezione espresse da Edelman possano spiegare diversi fenomeni pa-
tologici incontrati durante la propria professione; per esempio, a proposito dei bambini
sordi, Sachs afferma: «[ ... ] la teoria di Edelman offre un quadro particolareggiato di co-
me si possano formare" mappe" di neuroni che permettono all' animale di adattarsi a sfi-
de percettive completamente nuove, di creare o costruire forme percettive e categoriz-
zazioni nuove, nuovi orientamenti, nuovi approcci al mondo. Questa è la situazione del
bambino sordo, il quale si trova bruscamente immesso in una situazione percettiva (e co-
gnitiva) per la quale non vi sono né precedenti genetici né insegnamenti che lo assistano,
eppure egli comincia a sviluppare forme del tutto originali di organizzazione neurale, di
mappe neurali, che gli consentiranno di padroneggiare il mondo del linguaggio. E diffi-
cile immaginare un esempio piu impressionante di selezione somatica, di darwinismo
neurale, in azione» [ibid., trad. it. p. I53].
Azione e percezione 243
2. Il complesso motorio.
Il cervello si è evoluto per svolgere azioni adattative, ma, natu-
ralmente, non avrebbe potuto farlo indipendentemente dall' appara-
to muscolo scheletrico e dai vincoli che esso impone all' organismo.
Ecco, quindi, la necessità di considerare alcuni aspetti dell' evoluzio-
ne dell'apparato muscolo scheletrico e, soprattutto, di notare gli ef-
fetti straordinari provocati da, seppur minime, variazioni in quel-
l'apparato' [Dullemeijer 1,<?74; Liem 1974; Alexander 1975; Ox-
nard 1968; Ulinski 1986]. E particolarmente degno di nota il fatto
che, nel corso dell'evoluzione, i diversi taxa si siano imbattuti in pro-
blemi motori di natura diversa in funzione delle rispettive nicchie
ecologiche e che la selezione naturale ha variamente risolto. Le so-
luzioni adottate si basano sia su fattori morfogenetici, sia sulla sele-
zione del comportamento nel suo complesso. Pertanto, lo studio del
movimento deve incentrarsi sulla eterogeneità dell' habitat e degli
adattamenti funzionali dell' organismo, piuttosto che su una sempli-
cistica idea secondo cui il sistema nervoso eccita i muscoli e i muscoli
muovono le ossa.
I movimenti assiali del nuoto, gli adattamenti posturali, la bra-
chiazione, la masticazione, e le specializzazioni degli arti che consen-
tono il controllo fine del movimento delle dita sono tutti probleI11i
di questo tipo [Grillner 1975; Brooks 1981; Evarts e altri 19
8
4]. E
vero che in una creatura molto evoluta queste funzioni si sovrappon-
gono e si intrecciano, tuttavia, ai fini della teoria, è importante met-
tere in relazione i singoli adattamenti delle strutture muscoloschele-
triche e la coevoluzione delle strutture neurali centrali che devono
cooperare con esse in modo adattativo. Questa premessa evolutiva
ci fa capire che nessuna singola spiegazione generalizzata del movi-
mento - si tratti di riflessi, generatori centrali di configurazioni di
movimento, controllo gerarchico [Gallistel 1980], o sistemi afeed-
4 Lo studio dei geni hox (si veda il capitolo VI, nota 4) e del loro ruolo nei rapporti
tra sviluppo ed evoluzione comincia a dare alcune indicazioni sull' evoluzione dello sche-
letro e, quindi, a fondare su basi sperimentali il modello proposto da Edelman di una re-
lazione tra l'ipotesi dei regolatori e l'evoluzione delle forme corporee (si veda il capitolo
VI, paragrafo 5). Per esempio, topi ingegnerizzati, privi di Hoxd-I3 [Dollé e altri I993],
manifestano forme alterate nelle ossa della colonna vertebrale sacrale e degli arti ante-
riori e posteriori e in alcune ossa del bacino. Secondo gli autori «questo suggerisce che
la comparsa degli arri tetrapodi nel corso dell'evoluzione fosse connesso al reclutamento
funzionale di parte del sistema genetico impiegato per formare il tronco» [ibid., p. 43
6
].
244 Capitolo ottavo
back - ha la probabilità di essere abbastanza generale da spiegare
tutte le componenti evolutive delle risposte motorie integratesi, nel
corso dell' evoluzione, in un organismo come, per esempio, l' Homo
sapiens.
Definiremo l'intero sistema (muscoli, articolazioni, funzioni ci-
nestesiche e propriocettive e aree cerebrali dedicate) come il comples-
so motorio, per sottolinearne la coevoluzione e la funzionalità inte-
grata. I diversi studiosi hanno interpretato le funzioni del complesso
motorio nei modi piu vari. Per esempio, un tipo di approccio, cerca
di spiegare l'attività motoria con analisi dettagliate dei riflessi, dei
generatori di configurazioni motorie e degli anelli afeedback, il tutto
nell'ambito di un'organizzazione gerarchica [Gallistel 1980]. Un al-
tro tipo di approccio ritiene, per esempio, che i complessi cinetici de-
gli arti non operino esclusivamente nel modo succitato, ma stabili-
scano, invece, un rapporto coordinato e permanente con il SNC, che
non dipende da generatori di configurazioni di movimento fissi e non
opera per delle strutture centrali, ma con esse [Bernstein 1967; Kelso
e Tuller 1984]. La riconciliazione tra queste tesi estreme è ulterior-
mente complicata da alcune scoperte secondo cui l'attività dei recet-
tori muscolotendinei [si veda Sherrington 1900] non ha una relazio-
ne di tipo semplice con la lunghezza, la forza, la velocità, la viscosità,
la tensione o lo stiramento dei muscoli [Roland 1978; Matthews
1982]. È vero che i recettori muscolotendinei segnalano con un mec-
canismo a feed-fonuard sia la forza sia l'estensione dei movimenti vo-
lontari, ma la sede in cui avviene il controllo su questi segnali non è
ancora stata identificata [Roland 1978; Burgess e altri 1982; Mat-
thews 1982]. Inoltre, la modalità di inserzione dei muscoli elastici
nel complesso motorio, costituito da articolazioni, ossa, legamenti e
tendini, rende difficile pensare che l'attività di ciascun muscolo sia
essenziale, o che, in qualche caso, abbia un'importanza particolare
nello svolgimento di un certo movimento strutturato, in quanto il
numero dei gradi di libertà è semplicemente troppo elevato [Bern-
stein 1967]. Queste conclusioni, insieme alle analisi classiche dell'in-
tegrazione del comportamento neuromuscolare [Weiss 1936, 1941;
Stein 1982], suggeriscono che né le variabili fisiche ordinarie né le
singole subunità del complesso motorio siano elementi determinanti
per l'ideazione a livello centrale di qualunque movimento.
Tutte queste osservazioni, in particolare quelle proposte dalla
scuola sovietica [Gelfand e altri 1971], di cui Berstein [1967] è stato
il pioniere, e che riprenderemo piu avanti, evidenziano l'insorgenza
di un problema di fondo quando desideriamo spiegare il legame
Azione e percezione 245
tra attività motoria, input sensoriale, controllo centrale e memoria.
Tale problema è capire come si costituiscano le mappe globali. Che
cosa, di fatto, viene mappato nelle fasi di pianificazione, selezione,
esecuzione e ricordo di un certo movimento? Potremo fare un po' di
luce su tale questione cruciale solo dopo aver esaurientemente con-
siderato l'evoluzione e lo sviluppo dei fondamenti strutturali delle
risposte motorie, e dopo un'analisi funzionale della coordinazione
motoria.
3. Considerazioni evolutive.
Prima di affrontare gli aspetti funzionali delle strutture motorie'
centrali, dobbiamo ampliare alcuni temi evolutivi già affrontati nel
capitolo VI. Esamineremo le tendenze evolutive dei sistemi sensomo-
tori considerando come alcune forme di adattamento muscolosche-
letrico possano semplificare il problema delle interazioni neuromu-
scolari, mentre altri tipi di adattamento possano modificare radical-
mente la risposte evolutive di una specie alle pressioni ambientali. I
requisiti richiesti al SNC per adattarsi a queste pressioni, particolar-
mente quelle legate a variazioni nella sequenza, nel modello, nella
velocità e nella complessità delle risposte, sono tra i piu complessi
che un organismo deve affrontare. Cercheremo di dimostrare che la
co evoluzione di strutture neurali adeguate per affrontare questi
compiti dipende dalla selezione dei gruppi neuronali.
Il primo problema riguarda il modo in cui le strutture neurali pos-
sono evolversi in modo coordinato con 1'apparato muscolo scheletri-
co. I muscoli devono adattarsi alle ossa, le ossa e i muscoli devono
adattarsi alla funzione, e il SNC deve coordinare (ed essere coordi-
nato da) queste variabili. Ci sono due fattori che sembrano di un
qualche rilievo nel mitigare le difficoltà di questo adattamento.
Il primo è 1'esigenza che, durante lo sviluppo, l'attività neurale e l'in-
te razione neuromuscolare si verifichino in maniera coordinata per
assicurare l'appropriata innervazione del muscolo [Hamburger
197
0
]. Il secondo è l'adattabilità strutturale di muscoli e ossa a nuo-
ve sollecitazioni funzionali nell'adulto [Alexander 1975]. Entrambi
questi fattori, che presentano elementi di degenerazione' e l'az10ne
di processi stocastici, consentono una certa plasticità di accoppia-
5 Cioè, un certo muscolo può essere innervato da fibre nervose provenienti da neu·
roni e da aree neurali differenti, e la stessa traiettoria può essere realizzata da piu di un
246 Capitolo ottavo
mento tra cervello e apparato motorio. Il fatto che il primo sia svin-
colato dalla funzione nell' adulto e che il secondo ne sia completa-
mente dipendente quando tutte le connessioni motorie si sono già
consolidate, indica quanto varie possano essere le modalità di accop-
piamento tra SNC e apparato motorio. Una variazione evolutiva nel-
l'inserzione di un muscolo può avere notevoli effetti sulla formazio-
ne ontogenetica delle reti neuromuscolari, come può avere effetti in-
diretti sull' evoluzione del SNC, perché si riflette nel comportamen-
to dell' adulto. Quindi, sia i meccanismi formativi dello sviluppo
[Hamburger 1970; Changeux e Danchin 1976; Korneliusen e Jansen
197
6
; Van Essen 1982], sia la plasticità nell'adulto [Evarts e altri
19
8
4] devono svolgere ruoli fondamentali nella duplice riorganizza-
zione richiesta per una buona funzionalità.
Se desideriamo capire come il SNC abbia potuto sviluppare
strutture adattative capaci di coordinare le funzioni sensoriali e mo-
torie, dobbiamo anche comprendere come poche soluzioni evoluti-
vamente stabili a un problema strutturale con molti gradi di libertà
possano modificare il quadro adattativo. Alcuni esempi, riferiti a
specie diverse, ci aiuteranno a capire perché piccole variazioni richie-
dano notevoli adattamenti somatici ed evolutivi da parte delle strut-
ture neurali centrali. Un esempio [Liem 1974] dimostrerà quali enor-
mi differenze possano derivare da una piccola variazione fenotipica;
un secondo esempio [Oxnard 1968] evidenzierà, in specie molto di-
verse tra loro, la natura convergente e canalizzata di alcuni adatta-
menti muscoloscheletrici.
Una penetrante analisi di questi problemi è stata svolta da Ale-
xander [r975], il quale ha dimostrato che la resistenza delle ossa e le
forze attive dei muscoli devono integrarsi, e che piccole variazioni
nelle dimensioni di strutture, quali le ossa mascellari, nel pesce pira-
iia possono riorganizzare su grande scala la struttura della testa e le
inserzioni dei muscoli. Ne conseguono modificazioni del cranio, del-
la forma del cervello e della posizione degli occhi. Lo sviluppo delle
segnale neuromotorio. Anche i movimenti sono ridondanti, come esemplifica Renato
Zaccaria b99
0
]: «L .. ] ci sono piu gradi di libertà meccanici di quanti ne occorrano.
Per stabilire una certa posizione e orientazione di un oggetto sono necessari sei gradi
di libertà [ ... ] un braccio umano ne ha sette, infatti può assumere diverse posture
pur lasciando la mano nella stessa posizione. Una scimmia che si china a raccogliere
un frutto mette in moto decine di gradi di libertà. Scegliere uno fra gli infiniti insie-
mi di valori per i gradi di libertà che dànno lo stesso risultato finale è un compito
strategico complesso» [ibid., p. 98].

I
l,
t:
).
i
 
) I
jJ
Azione e percezione
247
mascelle faringee del pesce ciclide [Liem 1974] è forse il piu straor-
dinario esempio di effetti evolutivi causati da tali modificazioni,
quando si verificano in un ambiente variabile e ricco di potenzialità
adattative. Nel corso dell' evoluzione questi pesci hanno sviluppato
una sinartrosi delle mascelle faringee inferiori, uno spostamento del-
l'inserzione del quarto muscolo elevatore esterno e delle articolazioni
sinoviali nella mascella superiore. Si tratta di variazioni strutturali
che hanno loro consentito di preparare il cibo e di trasportarlo in
modo da permettere alle fauci premascellari e mandibolari di seguire
un' evoluzione indipendente in specie animali con abitudini alimen-
tari molto diverse (fig. 46). Elettromiogrammi effettuati sul quarto
muscolo elevatore nel pesce percoide (fig. 46 A) e nei pesci ciclidi
evidenziano diverse attività temporali e sequenze funzionali. Queste
modificazioni, consentendo di separare le funzioni di afferramento,
di masticazione e di deglutizione del cibo, hanno favorito una radia-
zione esplosiva e adattativa dei pesci ciclidi, creando al contempo
una variegata morfologia. COSI lievi riassestamenti di strutture esi-
stenti possono imporre complesse modificazioni in certi organi [AIe-
xander 1975], creando, altresi, le condizioni per un rapido adatta-
mento della forma alle ampie fluttuazioni dei diversi habitat.
Piu consono al tema di questa sezione è il fatto che nette modi-
ficazioni selettive verificate si durante l' ontogenesi dell' apparato mu-
scoloscheletrico possono provocare, in una certa specie, variazioni
comportamentali su grande scala. Ci si aspetterebbe, quindi, che tut-
to ciò influisca profondamente sull' evoluzione del cervello e, in par-
ticolare, dei suoi sistemi di controllo motorio. Gli elettromiogrammi
rOsse 1969; Liem 1974] dei muscoli mascellari che invertono la loro
funzione dopo una variazione morfologica (elevatore esterno 4, fig.
46 A, C) mostrano delle sequenze temporali di risposta che li rendo-
no efficienti per i nuovi compiti. La configurazione di attività dei
nervi che alimentano i muscoli branchiali varia senza che, nel SNC,
si verifichi una significativa riorganizzazione senso motori a o nella
sensibilità propriocettiva. Anche se le variazioni evolutive che hanno
indotto le variazioni strutturali possono essere state graduali, è an-
che probabile che, quando si sono verificate le prime trasformazioni,
dal pesce percoide al pesce ciclide, il cervello abbia dovuto adattarsi
somaticamente alle modificazioni muscolo scheletriche alterando la
propria attività elettrica, senza che ne siano seguiti immediati mu-
tamenti nella struttura cerebrale. Questo esempio, analogamente
agli studi sulle modificazioni premascellari nei boa e nei pitoni, svolti
Figura 46.
Comparazione dell'attività elettromiografica dei muscoli mascellari e dei movimenti ma-
scellari nel pesce percoide e nel pesce ciclide [Liem r974]. A) Diagramma dei periodi at-
tivi dei muscoli branchiale e ioide di Pristolepis fasciatus libero e non anestetizzato men-
tre si nutre di grilli vivi. B) Diagramma dei movimenti delle mascelle faringee, rivelate
dalla sequenza successiva di radiografie nel pesce percoide Pristolepis fasciatus. C) Dia-
gramma dei periodi attivi dei muscoli di Haplochromis bUrloni libero e non anestetizzato
che si nutre di Gammarus sp. D) Diagramma semplificato dei movimenti delle mascelle
faringee di un pesce ciclide generico rivelata da radiografie in successione. Si effettui una
comparazione con B, e si notino le differenze nelle fasi di attività del muscolo elevatore
esterno 4· Linee in grassetto (fase ra): preparazione del cibo (masticazione). Linee sottili
(fase rb): trasporto del cibo (inghiottimento e deglutizione). Linee tratteggiate (fase 2):
protrazione-abduzione. Sigle: ADDUTTORE, quinto adduttore; GENIOIOIDEO A,
genioioideo anteriore; 4° ELEVATORE EST, quarto elevatore esterno; ELEVATO-
RE POST, elevatore posteriore; FAR CL E, faringocleitrale esterno; FAR CL I, farin-
gocleitrale interno; FARINGOIOIDEO, faringoioideo; RETRATTORE, retrattore
faringeo superiore; STERNOIOIDEO, sternoioideo. A, processo faringeo (apofisi);
CL, cleitro; I, ioide; FI, mascella faringea inferiore; MD, mandibola; NC, neurocranio;
PS, parasfenoide; EM, estremità mandibolare; FS, mascella faringea superiore; UI,
uroiale; V, vertebra.
FASE
~ . ~ ..
4° ELEVATORE EST.
-
- ELEVATORE POST.
-

FARINGOIOIDEO


GENIOIOIDEO A
-
-
STERNOIOIDEO
-
-
ADDUTTORE
-
-
FAR CL I
-
-
FAR CL E
-
 

RET.RATTORE
A)
la lb 2
FASE __ .•
4 °ELEVATORE EST.' • • •
ELEVATORE POST.
FARINGOIOIDEO
GENIOIOIDEO A
STERNOIOIDEO
ADDUTTORE
FAR CL I
FARCLE
RET.RATTORE
- -
• •
• •
- -
--- .
• •
• •
C)
B)
D)
,0,
ii
~
Azione e percezione 249
da Frazzetta [1970], dimostra che modeste variazioni nel corso del-
l' ontogenesi nate per compensare variazioni epigenetiche individuali
possono ripercuotersi, con l'evoluzione, sotto forma di ampie modi-
ficazioni adattative. Alcune di queste possono basarsi su preadatta-
menti [Bock 1965] e su variazioni evolutive graduali, mentre altre
devono dipendere dall'abilità di rimodellarsi del cervello, grazie alla
selezione somatica.
In questo e altri esempi si cela una cosi grande potenzialità nel
generare nuove strutture che è difficile capire l'origine di ogni solu-
zione adattativa. Ma che non si tratti di una questione cosi gravosa
si evince se pensiamo che l'evoluzione è soggetta a rigorosi vincoli
morfologici [Alberch 1980, I982a, 1985]. Un esempio pertinente al-
l'apparato muscoloscheletrico e al controllo operatovi dal sistema
nervoso riguarda i fattori che determinano la forma della scapola e
l'architettura della spalla. Gli studi di Oxnard [1968] indicano che
la funzione locomotoria della spalla ha nettamente limitato, nel corso
dell'evoluzione, le miriadi di potenziali forme del cinto scapolare dei
mammiferi a due o tre classi principali. Oxnard ha scoperto che nove
caratteristiche osteometriche della scapola e delle sue connessioni
potevano essere raggruppate in tre diverse forme. La prima separa
le diverse scimmie e le scimmie antropoidi in funzione delle tensioni
sopportabili dalla spalla. La seconda separa i mammiferi terrestri da
quelli arboricoli. Una terza forma separa l'uomo, i babbuini e gli un-
gulati da tutte le altre forme. La prima forma sembra in stretta rela-
zione al sollevamento del braccio e al sostenimento del peso nelle
scimmie arboricole; la seconda forma è legata al vantaggio nel pos-
sedere una collocazione piu laterale dell' articolazione della spalla, la
quale agevola la mobilità sugli alberi; la terza forma nasce dal biso-
gno di spostare la scapola piu distalmente rispetto al tronco sia per
l'estensione (come negli scoiattoli volanti) sia per una maggiore fles-
sibilità dei segmenti dell'arto (come negli ungulati, per la corsa). Nel-
l'uomo la scapola è piu prossimale rispetto a qualunque altra specie,
anche se la sua relazione con la funzione prensile e tattile rimane in-
spiegata. L'insegnamento di queste ricerche, in antitesi agli esempi
relativi ai pesci ciclidi, è che una struttura come la spalla può svolge-
re funzioni relativamente semplici in un ampio spettro di specie ani-
mali - e questo può limitare le soluzioni strutturali convergenti an-
che in animali evolutivamente distanti. I fattori imprevisti e incor-
relati che si presentano nel corso dell' evoluzione hanno favorito, per
convergenza, solo poche" soluzioni" stabili riguardo alla forma della
250 Capitolo ottavo
scapola; chiaramente, i vincoli dello sviluppo [Alberch 1982a; Edel-
man 19
86
b; Shubin e Alberch 1986] devono svolgere un ruolo im-
portante nel limitare l'evoluzione di forme nuove.
In questo contesto, uno tra gli aspetti piu sorprendenti dell' evo-
luzione dei sistemi sensomotori è che, accanto a un perfezionamento
dei sistemi di locomozione, si verifica parallelamente una, per cosi di-
re, esplosiva comparsa di strutture sensoriali specializzate (tab. IO).
Nell' anfiosso, dove la contorsione assiale viene generata da una cop-
pia di miotomi e da una notocorda muscolare, sono ancora assenti i
sensi specializzati, compresi quelli preposti al controllo dell'equili-
brio, ma nei missinoidei e nelle lamprede, liberi nuotatori, si osserva
che l'organo della linea laterale, il sistema olfattivo e il sistema vesti-
bolare sono associati a specializzazioni dei nervi branchiali e a una
serie di configurazioni motorie controllate da un generatore di con-
figurazioni (pattern generator) nel midollo spinale [Grillner e altri
19
82
]. Con gli elasmobranchi appaiono probabilmente sulla scena
evolutiva anche il cervelletto e fors'anche i nuclei talamici primitivi,
quali stazioni intermedie per le differenti modalità sensoriali, con-
temporaneamente a una muscolatura ben distribuita ed efficace per
nuotare agevolmente in condizioni in cui le correnti mutano rapida-
mente in tutte e tre le dimensioni spaziali. Lo sviluppo evolutiva-
mente interessante è la rapida specializzazione parallela di tutte que-
ste caratteristiche e il conseguente bisogno di coordinarle. Se una
specializzazione sensoriale è buona, numerose assieme sembrano es-
sere eccellenti (si veda la tab. IO).
La radiazione verso le terre emerse e i conseguenti movimenti de-
gli animali terrestri hanno aggiunto la complessità derivante dalI'e-
voluzione dei cinti articolari, dalle modificazioni dei centri di gravi-
tà, e dal bisogno di coordinare la sequenza dell' andatura. Il piano
muscolo scheletrico che ne è derivato, per arti con struttura monopò-
de, zeugopòde e stilopòde e per i cinti articolari, è di tipo generale
[Hinchliffe e Johnson 1980; Shubin e Alberch 1986]. Negli anfibi i
movimenti dei cinti articolari si sono sovrapposti ai residui di movi-
menti assiali ancestrali dei pesci. Solo dopo la comparsa di varie spe-
cie di rettili sono osservabili forme nuove di movimento, che vanno
dall' andatura bipede al volo, con notevoli specializzazioni funzionali
negli arti anteriori e posteriori coordinate al movimento della coda.
Con la comparsa, nei primati, di una vera e propria andatura bipe-
de, le sofisticate specializzazioni, quali la manipolazione e la brachia-
zione, hanno richiesto un controllo ancora piu raffinato delle relazio-
L
Azione e percezione 25 1
ni percettive tra i movimenti di testa, collo e occhi e un' accurata
interrelazione tra il camminare, l'afferrare e il mangiare [Grillner
1975,1977].
Non dobbiamo confondere i diversi stadi evolutivi di movimenti
apparentemente simili tra loro, soprattutto perché questi stadi si ri-
flettono in modificazioni nel SNC. L'anfiosso è in grado di produrre
dei movimenti ritmici pur essendo privo del sistema vestibolare e del
cervelletto. Dopo la comparsa dei primi ciclostomi, la maggiore fles-
sibilità e adattabilità assiale è stata accompagnata dall'evoluzione dei
nuclei vestibolari e del cervelletto. Nei teleostei, il cervelletto è già
notevolmente evoluto. Sebbene l'attribuzione totale della funzione
di coordinazione assiale al verme del cervelletto e della coordinazio-
ne visuomotoria ai lobi flocculonodulari appare semplicistica [Arm-
strong 1978; Ito 1984], tuttavia, è chiaro che un notevole sviluppo
dei lobi laterali del cervelletto è andato di pari passo all' evoluzione
della capacità di realizzare sofisticati movimenti nelle parti distali
[Armstrong I978; Sarnat e Netsky 198r]. Le modificazioni evolu-
tive in altre aree neurali preposte al controllo dell' attività motoria
sono di gran lunga superiori a quelle verificatesi nelle aree sensoriali:
come ha evidenziato Ulinski [r986], la variazione evolutiva piu si-
gnificativa nei mammiferi rispetto ai rettili terapsidi non consiste
tanto in un' ampia riorganizzazione delle connessioni talamo-cortica-
li, quanto nel rapporto tra gangli basali e corteccia. In particolare,
l'aspetto piu rilevante di questa transizione è il grande sviluppo dei
nuclei motori, dei nuclei intralaminari del talamo e delle connessioni
rientranti tra la corteccia e i gangli basali.
Tutte queste osservazioni ci suggeriscono come i movimenti delle
varie parti corporee, che nelle specie terrestri piu evolute devono es-
sere estremamente coordinati, abbiano probabilmente origini evo-
lutive diverse. I dati indicano che i movimenti assiali basati su gene-
ratori centrali di configurazioni motorie [per una rassegna, si veda
Gallistel 1980] si sono integrati successivamente con le strutture ve-
stibolari e cerebellari, con i rinforzi del controllo degli arti operati
dal cervelletto e, in ultimo, con lo sviluppo dei gangli basali e del cer-
velletto laterale, e delle aree corticali specializzate per il controllo del
movimento volontario di tipo fine. Il movimento può essere la risul-
tante di qualunque combinazione delle componenti assiali, appendi-
colari e posturali che possono realizzare un certo gesto. Questo richie-
de i contributi varianti dei riflessi, dei generatori centrali di configu-
razioni e cicli difeedback efeed-forward. Tuttavia, nei mammiferi
evoluti o nei primati queste componenti con diverse origini evolutive
252 Capitolo ottavo
si mescolano o si sovrappongono funzionalmente, oscurando, in par-
te, il fatto che i movimenti posturali, assiali ritmici, appendicolari
ritmici e volontari delle dita richiedono gradi diversi di controllo
centrale. I repertori dei gruppi neuronali che devono adattarsi selet-
tivamente a tale complessità devono adattarsi epigeneticamente a
queste combinazioni durante la vita dell'individuo.
Questa panoramica indica che i sistemi motori dei mammiferi
piti evoluti possono conservare delle connessioni che risalgono all'e-
voluzione dei generatori centrali di configurazioni, nonché ai vari ti-
pi di riflessi e di servomeccanismi [GalIistel 1980]. Con la comparsa
dei movimenti volontari e pianificati, queste componenti si sono in-
tegrate in strutture di coordinazione molto piti complesse. CosI,
mentre la formazione reticolare del tronco encefalico contiene delle
strutture che regolano i generatori di configurazioni, i movimenti
piti variabili e volontari scaturiscono dalI'interazione tra corteccia,
gangli basali e cervelletto, come vedremo tra poco [Evarts e altri
1984]. Si tratta di osservazioni in sintonia con !'idea secondo cui de-
ve verificarsi un processo selettivo attuato dai repertpri per coordi-
nare le configurazioni di movimento di un animale
6
• E un problema
di categorizzazione che ogni individuo deve risolvere nel rispetto del-
le proprie caratteristiche.
A questo punto possiamo vedere alcune implicazioni di questa te-
si evolutiva. Non dobbiamo immaginare una relazione diretta tra le
variazioni nei circuiti del SNC e le eventuali variazioni nell' apparato
muscoloscheletrico. Non esiste un solo modo a priori ottimale di ac-
coppiamento tra variazione muscoloscheletrica e variazioni nelle reti
neurali. L'armonizzazione tra sistema nervoso e modificazioni evo-
lutive nell' apparato muscoloscheletrico si è verificata in un primo
tempo, probabilmente, tramite una selezione dei gruppi neuronali
dei nostri antenati piti primitivi, a cui hanno fatto seguito le muta-
zioni e la selezione operanti sul cervello, che ne hanno modificato lo
sviluppo, come sostiene l'ipotesi dei regolatori (si vedano i capitoli
IVe VI), in un processo che, probabilmente, prevede la stabilizzazio-
ne delle sinapsi nelle fasi finali dello sviluppo. Inoltre, sono necessari
ulteriori assestamenti nel repertorio secondario per adiuvare ossa e
muscoli a sostenere i carichi,a cui è sottoposto l'individuo adulto.
Ne deduciamo, quindi, che il rapporto tra cervello e muscoli non
6 Per una rassegna piu recente sulle configurazioni di movimento si veda Fentress
[r992 ].   j
ll
:.J I
k :
(
)
Azione e percezione 253
può essere assolutamente rigido, suggerendoci che, qualunque mo-
dello fisso di anelli di controllo sul comportamento motorio, non è,
in linea di massima, probabilmente corretto, almeno per i movimenti
non automatici piti complessi. Le unità d'azione non sono i muscoli,
le articolazioni o i semplici anelli a feedback , ma complessi funzionali
o sinergie (configurazioni di movimento) presenti nell'organismo,
che sono piti affini a gesti, a posture e alle rispettive transizioni
[Greene 1971; Kelso e Tuller 1984]. Tali gesti vanno considerati co-
me configurazioni da riconoscere da parte della selezione operante nel
sistema nervoso. I fatti evolutivi appena descritti sono piti compa-
tibili con quest'idea e ci predispongono a descrivere le prove funzio-
nali o fisiologiche che le confermino.
4. Le basi funzionali dei gesti.
Una delle prove piti dirette e convincenti dell'esistenza di com-
plessi funzionali, o configurazioni, è stata proposta da Bernstein nei
suoi ormai classici studi [1967; si veda anche Whiting 1984] sulla re-
golazione e la coordinazione dei movimenti. Bernstein comprese che
i numerosi gradi di libertà propri dell' apparato muscoloscheletrico,
associati a una serie di fattori cinematici e gravitazionali, rendono
improbabile un controllo puntuale su ogni muscolo. La sua idea, al-
ternativa, è che le diverse componenti del sistema motorio siano fuse
in complessi o insiemi funzionali, definiti sinergie, che comprendono
classi di configurazioni di movimento o gesti (fig. 47). Le sinergie non
sono controllate una a una, ma sono strettamente interdipendenti,
riducendo notevolmente il numero dei gradi di libertà del movimen-
to. Queste sinergie hanno un comportamento degenerato.
Bernstein sottolineò come nei movimeQ.ti complessi dei vertebra-
ti non esista una relazione univoca tra una configurazione di impulsi
motori e i movimenti che ne derivano. Questo dipende dal fatto che,
una volta iniziato il movimento, le componenti dell'apparato musco-
loscheletrico sono soggette indipendentemente alIe forze irreversibili
a causa del loro legame cinematico, e, inoltre, su di esse agiscono le
forze gravitazionali e inerziali. Come hanno sottolineato Kelso e
Tuller [r984] in una rassegna sul pensiero della scuola sovietica, con-
testi diversi possono richiedere configurazioni di attivazione assai
differenti per generare lo stesso movimento (fig. 47), mentre lo stes-
so schema di innervazione può generare i tipi di movimento piti ete-
rogeneI.
254 Capitolo ottavo
Questo è, per quanto ne sappiamo, uno degli esempi piti notevoli
di degenerazione nella funzione e nell'organizzazione del sistema
nervoso. Il significato adattativo di questa degenerazione deve ba-
sarsi sul bisogno di accoppiare la funzione condizionata dai fattori
evolutivi di cui abbiamo parlato nella sezione precedente.
In una sinergia la covarianza dell' attività di un complesso di mu-
scoli implica appropriate covarianze nei segnali neurali che li control-
lano, pertanto quello che a noi preme capire è il modo in cui le siner-
gie e 1'attività neurale centrale interagiscono. Il nostro pensiero a ri-
guardo è che questa interazione dipenda da una selezione di specifici
gruppi neuronali appartenenti a sistemi rientranti. I sistemi nervosi
che si adattano alle sinergie muscolari affrontano problemi di cate-
gorizzazione e di specificità di fronte alla variabilità analoghi a quelli
affrontati dal sistema percettivo quando incontra i segnali sensoriali
(si veda il capitolo m). Questo significa che, nell' atto del movimento,
i diversi neuroni di una popolazione devono adattare le proprie ri-
sposte. Recenti studi di Georgopoulos e collaboratori [Georgopoulos
e altri 1984, 1986; Georgopoulos 1986] concordano con questa tesi
e indicano che la generazione di un movimento verso una certa dire-
zione dipende dall' attività combinata di complessi multineuronali
Figura 47.
Come suggerito da Bernstein [1967], i movimenti circolari effettuati dal braccio esteso
in diverse posizioni sono realizzati da schemi di innervazione completamente differenti
per traiettorie dello stesso tipo.
ì ,
,
L··
it
...
hl .
  ~
. ,
Azione e percezione 255
eterogenei per direzione, nel senso che i segnali corrispondenti alle
diverse direzioni preferenziali variano da neurone a neurone.
Questi studi, insieme al concetto di Bernstein di non univocità
funzionale delle connessioni tra SNC e periferia, sono molto affini
al concetto di degenerazione. Bernstein [1967] identifica le fonti di
questo mappaggio degenerato: I) nell'anatomia, vale a dire, nel nu-
mero dei gradi di libertà di complesse catene cinematiche, nell'ec-
clettismo d'azione dei muscoli, nella variazione dell' azione in base
alla disposizione dei segmenti articolari, e nella mancata esistenza di
muscoli antagonisti fissi; 2) nella complessità meccanica delle catene
cinematiche multisegmentate, la cui attività genera forze reattive va-
rianti che obbediscono alle leggi di Newton; e 3) nella variabilità fi-
siologica degli impulsi effettori decisi nel cervello. La nostra conclu-
sione è che gli effetti motori degli impulsi centrali sono decisi sia a
livello centrale sia a livello periferico. Per esempio, nei movimenti
ritmici degli arti non è plausibile che il cervello computi 1'algoritmo
della posizione per compensare 1'arretramento del corpo in base alla
terza legge di Newton. Deve intervenire la selezione in modo da ri-
durre il numero dei gradi di libertà nei movimenti periferici. Kelso
e Tuller [1984], ricapitolando le teorie di Bernstein, sottolineano la
corrispondenza tra alcuni aspetti delle sinergie o strutture coordina-
tive, e i principi della teoria della selezione dei gruppi neuronali. Es-
si, al contempo, evidenziano la somiglianza qualitativa tra queste
strutture coordinative e il comportamento lontano dall'equilibrio di
sistemi dinamici dove si verifica la rottura della simmetria. Non è ca-
suale la somiglianza tra il proposito di caratterizzare in questi termi-
ni gli eventi che formano le strutture durante lo sviluppo [si veda
Harrison 1982] (cfr. il capitolo IV) e le penetranti concezioni di
Bernstein sui movimenti, intesi come problemi morfogenetici.
Due concezioni affini sono importanti nell' associare la teoria di
Bernstein sulla funzione motoria e la teoria della selezione dei gruppi
neuronali. La prima è la comprensione che l'analisi della biomecca-
nica degli arti è un problema di biologia dello sviluppo. I movimenti
di un organismo sono concepiti come oggetti morfologici, cioè si svi-
luppano, reagiscono, e si evolvono secondo specifici modelli epige-
netici. Gli studi effettuati sul passo e sulla corsa (fig. 48) dei bambi-
ni, usando il ciclografo e altre tecniche [Bernstein 1967], indicano
che il sistema locomotorio si riorganizza per stadi epigenetici succes-
sivi ponendo nuovi problemi a cui il SNC deve adattarsi. Questo
processo implica una minimizzazione dei costi energetici. La seconda
Figura 48.
Modelli di andatura nella corsa in età diverse (strisce successive) secondo Bernstein
[1967]. Schemi delle posizioni corporee durante le fasi del passo: nA(S), spinta verso il
basso nella coscia della gamba posteriore, C(lt), spinta all'indietro da parte della gamba
posteriore; limite del sollevamento del ginocchio verso il retro; D(p) spinta all'indie-
tro; E(lt), l'ultimo elemento dinamico della fase di sostegno. Il bambino in giovane età
presenta solo lievi differenze tra il cammino e la corsa. La riorganizzazione biomeccanica
che si accompagna al crescere dell'età pone nuovi problemi al SNC a cui deve adattarsi.
nA(S) C(1t) mB D(p) E(1t)
,ti il
1:f 1x
_____   g i t

.......... . ....... . : ....... : ...
iir.\:

Azione e percezione 257
idea importante riguarda la distinzione tra le caratteristiche qualita-
tive di movimenti e sinergie e le loro proprietà metriche, quantita-
tive. Bernstein definisce topologiche, analogamente, ma senza una
stretta somiglianza al senso matematico del termine (fig. 49), queste
proprietà qualitative costituite da modelli di configurazioni spaziali
e da forme di movimento. Egli ritiene che i movimenti degli organi-
smi siano determinati da proprietà topologiche, cosi come lo sono le
percezioni. Le proprietà metriche riguardano la lunghezza relativa
e la scala metrica propria di ogni individuo. Entrambe queste pro-
prietà devono venire adattate con opportune correzioni consentite
da un sistema selettivo.
Prima di approfondire quanto queste idee ben si sposino con la
selezione dei gruppi neuronali, dobbiamo dare spazio alla tesi oppo-
sta. Possiamo farlo citando una rassegna in cui Gallistel [1980] ritie-
ne spiegabile il controllo del movimento tramite configurazioni cen-
trali basate su riflessi, oscillatori e servo meccanismi collegati gerar-
chicamente, dove il controllo piu generale è al vertice e quello piu
specifico alla periferia. Il limite di questa teoria non risiede tanto
nell'inesistenza di tali strutture, quanto nel fatto che esse non spie-
gano le ineludibili caratteristiche topologiche e metriche dei sistemi
motori descritte da Bernstein. Inoltre, la teoria si trova in difficoltà
quando cerca di spiegare le posizioni e i gesti concernenti gli aspetti
adattativi del movimento, soprattutto i movimenti volontari e tra es-
si i gesti impiegati nel linguaggio [Mattingly e Liberman 1987]. Nel-
Figura 49.
«Topologia» secondo Bernstein [1967]. Questo termine viene adottato per tutti gli
aspetti qualitativi della configurazione spaziale o forme di movimenti, in contrasto con
gli aspetti metrici quantitativi. Gli esempi includono 1-5, classi topologiche di stelle a
cinque punte; 6, classe topologica di numeri otto con quattro angoli; 7-14, classe topo-
logica delle lettere A.

2 3 4 5
AAA.?1AJ A
6 7 8 9 IO II I2 I3 I4
258 Capitolo ottavo
la teoria gerarchica di Gallistel, qualora volessimo spiegare la relazio-
ne tra i diversi elementi, dobbiamo invocare ad hoc un potenziamen-
to neurale vagamente definito, basato su una rappresentazione o una
informazione preesistenti. Questo dipende dal fatto che nella con-
cezione di Gallistel il problema del movimento non viene concepi-
to come parte di un problema piu generale, cioè, della formazione e
del riconoscimento di configurazioni.
Respingere una siffatta interpretazione gerarchica non significa
rinnegare l'esistenza delle componenti invocate da Gallistel come
parte di una spiegazione coerente. Molto prima di Gallistel, Grillner
[I975] aveva fornito delle prove convincenti circa l'esistenza di ge-
neratori centrali dei movimenti ritmici. Non si tratta di un' antitesi
al concetto di sinergia, ma semmai di un'integrazione. Per esempio,
i movimenti assiali ritmici del nuoto rivelano degli automatismi, e i
movimenti deambulatori degli anfibi rimangono legati a tali modelli,
pur presentando delle sinergie. Inoltre, la sofisticata articolazione
dei movimenti delle dita, comparsa piu recentemente, e la coordina-
zione dell'andatura nei vertebrati piu evoluti [Cohen e Gans I975]
concordano pienamente con il concetto di sinergie in un sistema se-
lettivo degenerato. Anche in alcuni sistemi semplici, tipici degli in-
vertebrati, basati su generatori centrali di configurazioni [Getting
e Dekin I985], è chiaro che una rete elementare può presentare cir-
cuiti diversi e configurazioni di attività che generano comportamenti
natatori o di fuga ben caratterizzati 7.
Possiamo concludere dicendo che, nella esecuzione di movimenti
coordinati complessi, gli elementi funzionali sono costituiti dai gesti,
dalle sinergie o da complessi funzionali, i quali rappresentano cate-
gorie o classi di configurazioni. Le loro caratteristiche degenerate, i
loro stati cinetici (o lontani dall' equilibrio) e la necessità di accop-
piarsi con strutture neurali concordano pienamente e sostengono il
concetto di selezione dei gruppi neuronali. Pertanto, risulta difficile
immaginare come un modello piu rigido (anche uno organizzato in
7 Queste differenti configurazioni attuabili dalla stessa rete neurale sono il frutto
della cosiddetta neuromodulazione (si veda il capitolo VII, nota 15). Il fenomeno è stato
indagato soprattutto negli invertebrati, dove i circuiti si riorganizzano in seguito alla
esposizione a neuromodulatori, che sono amine e peptidi [per delle rassegne cfr. Selver-
ston 199
2
; Harris-Warrick 1993]. I neuromodulatori consentono di trasferire uno o piu
neuroni da un certo generatore centrale di modelli a un altro, di combinarli e di formare
un circuito misto, conferendo enorme flessibilità a una stessa rete neurale. La logica sog-
giacente a questi circuiti interessa gli esperti di robotica e i progettisti di reti neurali ar-
tificiali [per delle rassegne si vedano Beer e altri 1993; Lansner e Ekeberg 1994].
,
L
Azione e percezione 259
"sistemi d'azione" gerarchici) possa rendere compatibili le variazio-
ni, se pure graduali, osservabili nel corso dell'evoluzione e dello svi-
luppo con la dipendenza dei gesti dal contesto e con il problema dei
" gradi di libertà" delineato da Bernstein e dalla sua scuola [Bern-
stein I967; Greene I97Ù Vi è, inoltre, un intimo rapporto tra i pro-
blemi dell' evoluzione del complesso motorio e quelli dell' adattamen-
to individuale necessario per coordinare le diverse sinergie.
5. Gesti e selezione dei gruppi neuronali.
Nella disamina precedente abbiamo visto alcuni problemi che
sorgono quando cerchiamo di definire le strutture neurali atte a
coordinare le sinergie. I) Qual è la natura del sistema rientrante ca-
pace di accoppiare i repertori degenerati dei gruppi corticali e sotto-
corticali alla degenerazione propria di una sinergia o gesto? 2) Quale
relazione possiamo stabilire tra l'attività di un tale sistema e le sin-
gole mappe, descritta nei capitoli precedenti, e che cosa, in realtà,
viene mappato e archiviato dopo che la selezione ha agito sull'atti-
vità sensoriale e motoria integrate? 3).Quale relazione esiste tra que-
sto processo selettivo e la predisposizione o condizione interna di un
animale ad agire [Evarts e altri I984] dopo un qualche evento senso-
motorio? In altre parole, come possono la memoria o uno schema in-
terno basato su una configurazione determinata dai sensi indurre la
scelta della sequenza di movimenti opportuna? Si tratta di interro-
gativi profondi a cui potremo rispondere solo se saremo in possesso
di ulteriori dati e protocolli sperimentali piu mirati di quelli attuali.
Peraltro, nulla ci vieta di proporre una sintesi compatibile con la teo-
ria della selezione dei gruppi neuronali, la quale possa essere un' e-
ventuale fonte di ispirazione per esperimenti appropriati.
Possiamo iniziare formulando un'ipotesi che ingloba tutte e tre
le questioni: cioè, la selezione dei gruppi neuronali che determina la
categorizzazione di gesti e posture e delle reciproche transizioni è la
risultante dell'azione combinata delle sinergie, della coordinazione
tattile e visuomotoria, e dell'azione dell'apparato vestibolare e del
cervelletto. Per' gesto' intendo l'insieme degenerato di tutti quei
movimenti coordinati che possono creare una certa configurazione
avente un valore adattativo per l'individuo.
Dopo questa congettura possiamo ipotizzare come la selezione
dei gruppi neuronali spieghi la scelta dei gesti. A scopo dimostrativo
260 Capitolo ottavo
proporremo uno degli esempi piu studiati, cioè, le interazioni tra
corteccia motoria, cervelletto e gangli basali, in quanto molti gruppi
neuronali selezionati nelle diverse posture e gesti sono collegati da
percorsi rientranti tra i gangli basali e la corteccia cerebrale e tra il
cervelletto e la corteccia cerebrale. Le prove relative ai gangli basali
sono limitate, mentre piu ampie sono quelle che riguardano il cervel-
letto [Ito 1984]; comunque, in entrambi i casi le funzioni definitive
di queste importanti strutture non sono ancora del tutto comprese.
Evarts e collaboratori [1984] ritengono che il cervelletto si comporti
come un sistema ad anello aperto e controlli i movimenti direzionali,
mentre i gangli basali agiscano come un sistema ad anello chiuso che
regola i movimenti lenti di precisione, in modo molto simile alla cor-
teccia. Nelle scimmie sveglie è possibile registrare immediatamente
prima di un movimento un' attività sia nei gangli basali sia nel cervel-
letto. Anche le registrazioni nella corteccia cerebrale dimostrano
un'attività immediatamente prima di un movimento.
Nel nostro modello ipotizzeremo che la corteccia svolga diversi
ruoli. Primo, deve mettere in relazione le popolazioni selezionate dei
gruppi neuronali che ricevono gli input dai recettori muscolotendinei
[Roland 1978] e dei gruppi che ricevono gli input visivi e tattili. Que-
sto è possibile grazie alle proiezioni verso la corteccia parietale da
parte delle aree corticali visive e sensomotorie [Mountcastle e altri
1975; Motter e altri 1987; Steinmetz e altri 1987]. Secondo, per
mezzo dei campi motori frontali e delle connessioni con i gangli ba-
sali, le attività di tali gruppi neuronali devono potersi correlare a
quelle dei gruppi dove sono rappresenti gli effetti combinati dei gesti.
Queste connessioni, nel complesso, formano un mappaggio globa-
le, vale a dire, un sistema dinamico costituito da molteplici mappe lo-
cali rientranti che accordano gli input sensoriali e l'attività motoria
e che, interagendo cori regioni non organizzate a mappe, possono
creare una rappresentazione degli oggetti e degli eventi (fig. 50). Il
mappaggio globale è un'interazione coordinata tra i gruppi corticali
che rappresentano un gesto. In questo sistema, i gangli basali costi-
tuiscono un fondamentale punto di riferimento per le sequenze ge-
stuali, parte delle quali sono composte nelle aree motorie frontali, sia
quelle nella corteccia sensomotoria coordinate dal cervelletto, sia i
circuiti motivazionali del sistema limbico (si veda il capitolo XI).
Una funzione fondamentale del cervelletto è collegare in sequen-
za le componenti sensomotorie di una sinergia tramite un meccani-
smo a feed-fotward. Da questo punto di vista, lo si può considerare
come un centro di simulazione dei possibili gesti alternativi che si
!
i
t
~
i
r
Figura 50.
Schema di alcune delle componenti che creano un mappaggio globale. Le componenti es-
senziali sono: I) lamine sensoriali legate a complessi motori separati, capaci di campio-
namento disgiuntivo, come le retine di occhi connessi al sistema oculomotore, o i recet-
tori specializzati nello sfioramento o per la cinestesia nelle dita, nella mano o nel braccio;
2) un mappaggio locale delle lamine sensoriali in aree recettive primarie che formano le
mappe locali; 3) numerose aree secondarie mappate relative a ciascuna modalità per rea-
lizzare diverse risposte sottomodali ai campioni disgiuntivi connesse a loro volta ad aree
motorie mappate; 4) diffuse connessioni rientranti tra le diverse mappe di ogni ordine,
con il rientro definitivo verso la mappa locale primaria per la conservazione della con-
tinuità spaziotemporale; 5) aree sottocorticali (per esempio, ippocampo, cervelletto) per
l'organizzazione di eventi sequenziali o lo smistamento dell'output; e 6) opportune va-
riazioni posturali o di orientamento da parte dell' output del mappaggio per modificare
la posizione e il campionamento delle componenti sensoriali del complesso motorio. Il
movimento delle lamine sensoriali può indurre la correlazione dei caratteri quando que-
ste stesse lamine stanno effettuando la rilevazione dei caratteri. Un certo mappaggio glo-
bale può consistere in contributi diversi da ciascuna delle diverse componenti e implica
la correlazione input-output. Si tratta pertanto di una struttura dinamica che viene mo-
dificata nella fase in cui il campionamento da parte delle diverse lamine sensoriali e le
correlazioni input-output vengono modificate dal movimento o dal comportamento.
Ogni moqificazione può alterare la selezione dei gruppi neuronali all'interno dei com-
ponenti. E bene notare che un mappaggio globale è un sistema distribuito.
Aree parietali,
frontali, ecc.
Movimento, alterazione
del campionamento
da parte dei recettori sensoriali
262 Capitolo ottavo
originano in differenti anelli rientranti. Un' altra funzione del cervel-
letto proposta in questo schema è di tipo negativo: infatti, nei mo-
vimenti rapidi vengono soppresse le sinergie improprie che differi-
scono dall' obiettivo gestuale, astratto e categorizzato nella corteccia
(le cui componenti coordinate sono già state simulate nel cervellet-
to). Naturalmente, il cervelletto svolge anche funzioni diverse da
questo ipotetico ruolo censorio. Una conseguenza implicita nel con-
siderare il ruolo censorio del cervelletto è il suo ruolo importan-
te nelle prime fasi del comportamento, in quanto regola lo sviluppo
iniziale delle connessioni rientranti tra i gruppi neuronali selezionati
nella corteccia e nel midollo spinale. Tuttavia, dopo una reiterata se-
lezione, il cervelletto svolge quest' attività solo per rinforzi occasio-
nali o per lievi correzioni. Da questo punto di vista, il cervelletto,
analogamente all'ippocampo (si veda il capitolo IX), non memorizza
specifiche configurazioni di movimento, ma concatena le impreve-
. dibili componenti delle sinergie in un mappaggio globale 8. Può es-
sere significativo il fatto che il cervelletto, malgrado abbia una strut-
tura estremamente ripetitiva, sia organizzato in microzone corticali
e in complessi corticonucleari [lto 1984], i quali presentano molte
caratteristiche tipiche dei gruppi neuronali.
La natura rientrante di tutti questi sistemi consente di seleziona-
re un insieme degenerato di gruppi che collegano aree diverse in mo-
do che le loro risposte corrispondano a prototipi gestuali, o a ciò che
Bernstein [I967] ha definito un campo motorio. La selezione "enu-
clea" i movimenti effettivi pescando nell' ampio insieme costituito
dalle componenti posturali e gestuali, spaziando dalle componenti
meccaniche e muscolari dei complessi motori ai sofisticati adatta-
menti neuronali che compongono le mappe rientranti. E importante
sottolineare che queste due componenti, cioè, quella meccanica e
quella neurale, di per sé completamente indipendenti, si integrano
nella creazione di un gesto o sinergia. La degenerazione di ciascuna
componente del sistema consente che numerosi vincoli selettivi com-
H Questa consecutività d'azione del cervelletto è stata estesa da Edelman oltre alla
percezione e all'azione ed è stata inglobata nella sua teoria neurale della coscienza, argo-
mento del libro The Remembered Present: a Biological Theory of Consciousness [Edelman
1989b, trad. it. pp. 149-57]. In particolare, il cervelletto è la struttura neurale che, in-
sieme ali 'ippocampo e ai gangli basali, «assicura che la successione possa essere messa in
relazione a eventi neurali significativi e, soprattutto, all' azione. Molti di questi eventi
sono necessari per la costruzione della coscienza, pur non contribuendo direttamente a
essa» [ibid., p. 149]. Nella sua analisi del ruolo del cervelletto Edelman non ne considera
deliberatamente il ruolo nell' apprendimento motorio [ibid., p. 157], peraltro ancora con-
troverso [per una rassegna favorevole si veda Glickstein 1992; per una rassegna dubita-
tiva si veda L1inas e Welsh 1993].
Azione e percezione 26
3
pensino il cospicuo numero di gradi di libertà propri delle sinergie.
Nello stesso tempo, la natura selettiva delle interazioni neurali con
tali sinergie consente loro di essere' trattate nello stesso modo con cui
i sistemi sensoriali trattano i segnali ambientali: i rapporti categoriali
e associativi possono essere ricomposti nel cervello a diversi livelli
[prevalentemente nella corteccia; si veda Mountcastle e altri, I984]
da ripetute risposte multimodali e motorie.
Le varie sinergie e gli input sensoriali, possono favorire la selezio-
ne di costellazioni di gruppi neuronali che definiscono confini e
oggetti·. Un'impostazione di questo tipo considera le sinergie e i
gesti, dal punto di vista della teoria della selezione dei gruppi neuro-
nali, come le principali fonti per la correlazione dei caratteri che de-
finiscono le condizioni e gli oggetti ambientali. La correlazione dei
caratteri operata dall'attività motoria consente di unire in una se-
quenza coerente le singole caratteristiche degli oggetti. Il sapore to-
pologico della correlazione dei caratteri deriva, come ha sottolineato
Bernstein [1967], dalla continuità intrinseca al movimento e all'at-
tività del complesso motorio.
Nella sua attitudine a definire gli oggetti, tale capacità comples-
siva di correlazione dei caratteri propria delle sinergie supera di gran
lunga la capacità di rivelazione dei caratteri, che è una prerogativa
dei sistemi sensoriali. Quindi, un movimento, definito tramite le si-
nergie, forma un tutt'uno con i sistemi sensoriali rivelatori dei carat-
teri, e risulta essenziale non solo per determinare la continuità dei
confini di un oggetto, ma anche per correlare nella fase di categoriz-
zazione e di generalizzazione i caratteri piu minuti e locali rilevati in
parallelo dai sistemi sensoriali. La costruzione e il perfezionamento
di una mappa globale sono, quindi, pilotati da un'incessante attività
motoria, e si fondano sugli effetti dell' attività trascorsa e sull' ap-
prendimento (si veda il capitolo XI). Si tratta di un mappaggio di-
namico che dipende epigeneticamente da movimenti esplorativi e
9 I principi di integrazione sensomotoria e la teoria della selezione dei gruppi neu-
ronali qui esposti da Edelman sono stati tradotti negli automi Darwin III [Edelman
1989&] e Darwin IV [Edelman e altri 199z&;Edelman 1993; si veda anche la Prefazione
di Giulio Tononi al presente libro]. In particolare, Darwin IV è costituito da un "cervel-
lo" simulato in un computer che comunica telemetricamente con un dispositivo mobile,
NOMAD (Neurally Organized Multiply Adaptive Device). che si muove nell' ambiente e
svolge compiti" manuali" come selezionare e spostare bl9cchi colorati dopo averli" per-
cepiti". La filosofia di questi automi condivide alcuni aspetti con quella parte della ro-
botica che progetta automi composti da moduli indipendenti e privi di un controllo cen-
trale, tuttavia, Darwin IV è piu plastico, meno rigidamente cablato, ha un maggiore rea-
lismo neurale e presenta un dialogo maggiore tra le parti che lo compongono.
26
4
Capitolo ottavo
da simulazioni motorie continue nell'ambiente [si veda Jeannerod
1985].
In base a questa interpretazione, le sequenze motorie e le mappe
globali che generano sinergie e gesti sono elementi essenziali per ca-
tegorizzare. Tuttavia, è ovvio che la categorizzazione circostanziata
e l'individuazione degli oggetti richiede necessariamente un input
sensoriale parallelo e concomitante in arrivo dagli elementi guidati
dalle sinergie. Perciò, prima di approfondire la questione del map-
paggio globale, sarà bene riconsiderare alcuni sistemi sensoriali sotto
questa prospettiva.
6. Gli influssi dell'attività motoria sulle lamine sensoriali: correla-
zione dei caratteri e campionamento parallelo.
La disponibilità di strumenti di registrazione di singoli neuroni
e il perfezionamento delle tecniche psicofisiche hanno reso fattibile
uno studio dettagliato dei neuroni talamici e corticali specializzati
nella rilevazione dei caratteri. Questo si è dimostrato vero nel caso
della visione [Hubel e Wiesel I977], dove si è scoperto che nella re-
tina esistono le cellule X, Y e W [Stone I983], ognuna con proprietà
diverse, cosi come nell' area I 7, o corteccia striata, esistono cellule
che rispondono a stimoli aventi un orientamento diverso. Questi
studi ci hanno chiarito le idee sul grado con cui le proprietà di una
rete si manifestano nella risposta di una singola cellula [per aggior-
namenti teorici si veda Rose e Dobson I985]. È opportuno però ri-
cordare che tali cellule appartengono a popolazioni ed è proprio que-
sto aspetto, oltre alla morfologia, ai circuiti di connessione e alla bio-
chimica, che conferisce a una cellula la sua peculiarità. I sistemi sen-
soriali sono costituiti, in genere, da numerose popolazioni di recet-
tori nella lamina sensoriale, da numerose popolazioni di cellule gan-
gliari specializzate, e da altrettante rappresentazioni della periferia
sensoriale a livello del midollo spinale, del tronco encefalico, e della
corteccia che, globalmente, riproducono la ricchezza dei campi recet-
tivi. Questo è, altresi, in accordo con il fatto che i sistemi sensoriali
sono organizzati secondo vie parallele multiple e diffuse connessioni
rientranti. Nei capitoli ve VI abbiamo già analizzato la natura dina-
mica e degenerata delle presenti mappe locali in questi sistemi.
Uno degli aspetti evolutivi piu straordinari dei sensi specializzati,
che abbiamo già evidenziato, è lo sviluppo precoce del parallelismo,
I
,t
Azione e percezione 26
5
che si accompagna a una comparsa evolutiva esplosiva e simultanea
di vie multimodali e di recettori specializzati. La nostra ipotesi è che
questo sviluppo abbia enormemente favorito la categorizzazione
adattativa degli eventi ambientali salienti grazie anche a nuovi tipi
di movimento e al campionamento disgiuntivo. Sono due gli aspetti
di questa categorizzazione che si ricollegano alla questione delle
mappe globali. Il primo è che canali separati specializzati in una stes-
sa modalità sensoriale o in modalità differenti consentono di creare
delle coppie di classificazione. Ciascun canale può campionare una
parte diversa dell'ambiente in conseguenza del movimento e della
posizione e, grazie alle diverse caratteristiche dei recettori sensoriali,
organizzati in lamine bidimensionali, può estrarre qualsivoglia carat-
tere dal rispettivo campione. In seguito, questa astrazione può essere
ulteriormente rinforzata oppure soppressa nelle parti successive della
rete sensoriale. Tuttavia, il punto interessante è che la correlazione
simultanea dei vari campioni disgiuntivi forma un insieme polimorfo
che emerge dalla selezione dei gruppi neuronali, essi stessi inseriti da
anelli rientranti in un mappaggio globale.
Il secondo aspetto essenziale della categorizzazione è la definizio-
ne di un oggetto (e, soprattutto, della sua continuità) da parte dell' or-
ganismo. Si tratta di una questione molto importante, infatti, la ca-
tegorizzazione delle superfici, o tessiture (textures) [Julesz 1984], è
necessaria, ma non sufficiente per definire gli oggetti, in quanto la
continuità di un contorno non è in sé definibile topologicamente da
una lamina statica di recettori. Tuttavia, ci sono diversi modi con cui
un "oggetto" può essere categorizzato per mezzo del movimento o
di segnali relativi alla profondità. Per esempio, il movimento relativo
sistematico di un oggetto rispetto a un altro attrav,erso uno sfondo
visivo può informarci sulla continuità dei contorni. E ciò che sembra
verificarsi in neonati di quattro mesi, i quali non hanno ancora svi-
luppato la prensione diretta [Kellman e Spelke 1983]. Analogamen-
te, piccole variazioni nelle informazioni sulla profondità sono altret-
tanto utili nel definire un contorno.
È proprio nella definizione di un oggetto che viene alla luce il
rapporto tra le diverse forme di attività motoria e l'input sensoriale.
Lo sviluppo evolutivo dei movimenti oculari, i movimenti della testa
e del collo, e i moduli evolutivamente coordinati di questi movimen-
ti, uniti alla estensione degli arti sono aspetti adattativi essenziali.
Infatti, non solo predispongono gli animali a reagire adeguatamente,
ma consentono di mettere in relazione l'estrazione dei caratteri ope-
rata dalle lamine sensoriali e la correlazione globale dei caratteri che
266 Capitolo ottavo
ci consente di definire un oggetto. Questo è un punto saliente della
correlazione tra movimento e categorizzazione.
Quindi, le risposte percettive richiedono sia speciali strutture pa-
rallele nei sistemi sensoriali, sia un campionamento dell'ambiente
guidato dalle risposte motorie sotto forma di azioni continue che rea-
lizzino la categorizzazione adattativa, il preambolo della generaliz-
zazione. I requisiti strutturali essenziali per svolgere un'attività di
questo tipo sono i seguenti:
I) L'esistenza di complessi motori, di lamine sensoriali e dei re-
lativi substrati neuronali per realizzare la correlazione dei ca-
ratteri appena definita. Tali complessi neuromuscolari sono
essenziali per determinare sia il moto relativo sistematico delle
cose in movimento solidale (" oggetti") sia il movimento del-
l'organismo stesso. Inoltre, essi rappresentano la base per
quelle proprietà di continuità, le cosiddette equivalenze ge-
stuali, svincolate da una scala di grandezza, definite da Bern-
stein proprietà topologiche (fig. 49). La realizzazione di ge-
sti aventi tali proprietà è una manifestazione dell'apparato
muscoloscheletrico e del substrato neurale che lo controlla -
i gesti non vengono appresi in senso stretto, ma anticipano
l'apprendimento quale parte della categorizzazione percettiva.
Al contrario, le proprietà metriche degli oggetti e delle par-
ti corporee, insieme alla valutazione dello spazio circostante
[Mountcastle e altri 1984; Motter e altri 1987; Steinmetz e al-
tri 1987] devono venire apprese.
2) L'esistenza di lamine sensoriali multiple che rilevano in paral-
lelo i caratteri presenti su strutture mobili, insieme a substrati
neurali specializzati nelle diverse modalità sensoriali. Gli spe-
cifici caratteri estratti sono per lo piu determinati evolutiva-
mente dai recettori e dai trasduttori delle lamine sensoriali, e
dalla loro disposizione relativa su arti, testa e tronco.
3) Le connessioni rientranti tra i gruppi neuronali del sistema
motorio e quelli del sistema sensoriale. Questo consente che
gesti specifici abbiano un nesso con la definizione di un ogget-
to, quale risultato del movimento [Ullman 1979]. È proprio
questa combinazione in un mappaggio globale che consente,
sotto forma di variazione sinaptica, la memorizzazione astrat-
ta della categorizzazione corrispondente a un gesto o a una po-
stura.
Azione e percezione 26
7
4) Lo sviluppo di complesse connessioni tra sequenze d'azione ap-
prese, e il conseguente perfezionamento del campionamento
dell'ambiente da parte delle lamine sensoriali. Svilupperemo
ulteriormente questo tema nei capitoli IX e XI.
Diversi aspetti di questo schema richiedono un approfondimen-
to. Il primo è lo straordinario grado di parallelismo rintracciabile in
ogni sistema sensoriale. Da questo punto di vista, l'occhio dei mam-
miferi e le aree recettive associate costituiscono un assemblaggio di
sistemi a campionamento parallelo che serve per l'elaborazione del
contrasto, del contorno, del colore, della disparità oculare e del mo-
vimento [Zeki 1969, 1971, 1978b, 1981, 1983; Van Essen 1979;
Cowey 1981]. Il risultato della selezione di opportuni gruppi neuro-
nali è una covarianza, non un'immagine o un abbozzo (sketch) [si ve-
da Marr 1982, per un punto di vista contrario]'''. Per esempio, la
presenza di almeno tredici diversi centri visivi nelle regioni corticali
e sottocorticali non richiede un "taccuino" centrale, come farebbero
intendere alcune teorie psicofisiche e computazionali [Marr 1982].
Le risposte adattative possono invece scaturire dall'insieme di con-
nessioni rientranti nel sistema e dalle connessioni con i gruppi neu-
ronali di ordine superiore che mettono in relazione il carattere per-
cettivo al gesto.
Da questo schema deriva anche che un oggetto o l'organismo
stesso non hanno un solo centro per le coordinate di riferimento.
Mentre i sistemi di campionamento e i sistemi di movimento sono
intrinsecamente euclidei [O'Keefe e Nadel 1978], non esiste un sin-
golo asse incentrato sull' oggetto o sull' organismo. Gli assi coordina-
ti diventano necessari in funzione delle proprietà del canale senso-
riale o dell'azione. Per esempio, la definizione di una relazione ver-
ticale rispetto alla forza di gravità da parte del sistema vestibolare
può creare un asse indipendente rispetto agli altri determinati simul-
taneamente dall' organismo. Ma, la definizione di un oggetto tramite
il suo moto sistematico relativo attraverso o dietro un altro oggetto
è sufficiente per liberare la categorizzazione dell' oggetto stesso dalla
posizione specifica che la sua immagine assume sulla retina. Infatti,
IO David Marr sosteneva che la percezione visiva avviene per gradi, e si verifica
una ricostruzione della scena visiva progressivamente piu completa a partire da quelli che
egli definisce gli abbozzi primari (primal sketches), 'dove viene catturata l'essenza della
scena e si trascurano molti dettagli. Il passaggio da un grado al successivo avviene per
mezzo di calcoli [per una rassegna su questa concezione computazionale della visione,
si veda Poggio 1984].
268 Capitolo ottavo
le diverse modalità, sottomodalità e canali definiscono diverse ori-
gini delle coordinate simultanee e indipendenti, o quasi indipenden-
ti. Considerando tali sistemi di coordinate, dobbiamo notare l'ordi-
ne delle diverse scale di grandezza nelle attività sensoriali e motorie
- a livello posturale, la scala riguarda l'intero organismo, a livello ge-
stuale riguarda gli arti e a livello sensoriale può essere molto piu con-
finata. Queste diverse scale, secondo la nostra teoria unitaria, sono
armonizzate dal rientro. (Lo stesso discorso vale in riferimento alle
scale temporali; si veda la discussione evolutiva sul sistema visivo di
Pseuàemys, svolta nel capitolo VI).
Stando a questa interpretazione, la formazione di categorie mo-
torie da parte di un organismo ha una notevole dipendenza dalle ca-
ratteristiche fisiche dei suoi recettori e da come si sono disposti sul
corpo nel corso dell'evoluzione. Con questo non vogliamo banal-
mente affermare che se i coni non esistessero non sarebbe possibile
la sensazione dei colori. Piuttosto, vogliamo intendere che la strut-
tura fisica dei coni e dei bastoncelli o della coclea sono stati adattati
dall'evoluzione per estrarre le caratteristiche adattative essenziali,
e che la funzione delle reti neurali di ordine superiore non è quella di
"computare", ma di mettere in relazione queste proprietà astratte
per mezzo di un'ulteriore selezione rientrante tra popolazioni sele-
zionate di gruppi neuronali guidati dal movimento. Introducendo la
selezione dei gruppi neuronali, con tutto il suo potenziale combina-
torio, la natura dei trasduttori e il loro rapporto con il complesso mo-
torio diventano i fattori determinanti della capacità di un sistema di
questo tipo di categorizzare e generalizzare.
Alcune delle teorie esposte possono sembrare simili ai concetti di
permessi (affordances) 11 e di ottica ecologica sviluppati da Gibson
[1979] e da altri scienziati [Turvey 1977). Restano, comunque, delle
profonde differenze tra la teoria della selezione dei gruppi neuronali
e la cosiddetta percezione diretta [per una critica di quest'ultima teo- .
ria, si veda Ullman 1980). La selezione dei gruppi neuronali è un
processo complesso e molto indiretto e, a differenza della teoria di
Gibson, si riferisce soprattutto alla struttura e al carattere delle ri-
sposte del substrato neurale determinate dal comportamento di un
animale. Inoltre, gli aspetti centrali della selezione dei gruppi neu-
" Concetti affini, per quanto imprecisi, potrebbero essere" opportunità" o "appi.
glio". Affordance è un concetto coniato da Gibson per indicare che gli oggetti intorno
a noi acquistano un significato in quanto ci permettono di fare delle cose con essi, a essi
o in reazione a essi.
Azione e percezione 26
9
ronali sono la categorizzazione e la generalizzazione guidate dall' a-
zione. Questo richiede una definizione degli oggetti prima di carat-
terizzarne estesamente i tratti salienti. La teoria di Gibson [1979] ri-
leva l'importanza dell'informazione nella tessitura, nella configura-
zione, nel flusso ottico e negli aspetti geometrici generali dell'am-
biente. Nella selezione dei gruppi neuronali questi aspetti possono
fornire i segnali - nello stesso senso per cui la visione preattentiva
rappresenta la base per i modelli basati sui texton 12 [Julesz 1984] -
ma, l'evento che conta è discriminare gli oggetti fondendo in un
mappaggio globale le correlazioni dei caratteri generate dai gesti e l'e-
strazione dei caratteri originate dalle risposte coordinate delle lamine
sensoriali in movimento.
L'impostazione ecologica ha avuto il merito di concentrare l'at-
tenzione sulle combinazioni di stimoli che eccitano simultaneamente
le diverse lamine recettoriali, tuttavia, ha sorvolato sulla questione
della categorizzazione e ha ignorato il problema della natura dei si-
stemi neurali e del campionamento motorio continuo [Held 196 l,
1965] congegnato dall'evoluzione per risolvere questo enorme pro-
blema di adattamento. Teorie successive sull'elaborazione dei segna-
li visivi, come quelle proposte da Marr e collaboratori [Marr 1982],
hanno notevolmente perfezionato il pensiero di Gibson, senza per
questo essere d'accordo con l'idea che il mondo sia abbastanza co-
stante da consentire la percezione diretta [si veda Ullman 1980). Pe-
raltro, la teoria sviluppata nel nostro libro differisce notevolmente
dal computazionalismo di Marr: infatti, rifiuta !'idea che il sistema
nervoso computi una funzione. Il comportamento selettivo di com-
plessi o gruppi neuronali può essere descrivibile con alcune funzioni
matematiche; in questo modo, per esempio, si possono descrivere le
proprietà fisiche dei recettori, ma ci appare cosi improbabile che i
neuroni eseguano la computazione di un algoritmo, quanto è impro-
babile che leoni e antilopi interagendo computino le equazioni di
Lotka-Volterra. Come abbiamo già affermato, la teoria della selezio-
ne dei gruppi neuronali non concepisce la formazione diretta delle
immagini, e sembra fuorviante impiegare !'idea di un abbozzo [Marr
1982] che riassuma in sé le complesse correlazioni dei diversi canali
di rivelatori o di estrattori di caratteri in una singola mappa. Queste
correlazioni sono in sé essenziali, ma sono molto astratte e rappre-
sentate in popolazioni neuronali localizzate in siti diversi che non
" Texton: non esiste la corrispettiva traduzione italiana; il termine, coniato da Bela
Julesz, indica l'elemento fondamentale per l'analisi percettiva delle tessiture (texture).
270 Capitolo ottavo
possono, da sole, categorizzare gli oggetti. Qual è allora 1'0perazione
complessiva grazie a cui si realizza tale categorizzazione, e per mezzo
di quali strutture? La nostra teoria asserisce che la categorizzazione
è realizzata dai mappaggi globali.
7. I mappaggi globali.
Nei capitoli precedenti abbiamo considerato l'origine e la natura
delle mappe locali nel SNC come, per esempio, quelle della corteccia
somatosensoriale. In questo capitolo abbiamo sostenuto che tanto le
sinergie quanto gli input sensoriali guidati dalle sinergie sono neces-
sari in parallelo per consentire una categorizzazione adattativa in un
sistema selettivo. Nell'applicare tale idea alla selezione dei gruppi
neuronali ci siamo posti diversi interrogativi sul rapporto tra questa
concezione e la formazione delle mappe. Un aspetto delle risposte se-
lettive dei gruppi neuronali alle sinergie è già stato trattato. A questo
punto possiamo riesaminare come le mappe interne e le strutture dei
gruppi possano favorire la scelta dei movimenti opportuni. Questo ci
consentirà di vedere nei capitoli restanti che cosa viene archiviato in
segl!ito agli stimoli percettivi che accompagnano la postura e il gesto.
E utile, sin dal principio, evidenziare un' asimmetria di fondo nel-
le mappe sensoriali e nelle mappe motorie. Dal punto di vista opera-
tivo, una mappa sensoriale è indagabile registrando le risposte dei
neuroni cerebrali agli input periferici. Una mappa motori a viene co-
struita stimolando direttamente i neuroni nella corteccia, nel colH-
colo o in altre regioni che !=onvogliano gli impulsi ai complessi motori
o registrando tali neuroni nella loro attività [Evarts e altri 1984;
Georgopoulos e altri 1984]. Sia le mappe sensoriali che quelle moto-
rie definiscono un'organizzazione somatotopica, ma lo fanno con
due procedure completamente diverse. Tuttavia, il fondamento del
mappaggio locale è un sito (per esempio, la corteccia) dove possono
verificarsi correlazioni rientranti. Questo è particolarmente signifi-
cativo perché in un sistema rientrante multiplo è importante associa-
re le risposte distinte, ma relative alla continuità spaziotemporale de-
gli oggetti. Se non esistessero dei siti dove si verifica la correlazione
neurale degli input sensoriali e delle risposte motorie con le proprietà
di continuità del segnale in input, sarebbe impossibile, persino in un
sistema rientrante, connettere in tempo reale i diversi e separati ca-
ratteri paralleli correlati dal movimento.
 
Azione e percezione 27 1
Sembrano, inoltre, necessarie numerose interazioni supplemen-
tari che non conservano la topologia locale o i caratteri dell' oggetto.
Si tratta di interazioni attuate da proiezioni verso zone, come i gangli
basali e il cervelletto, prive di vere e proprie mappe somatotopiche,
e che si verificano anche nella fusione tra input secondari multimo-
dali e gruppi neuronali presenti in aree organizzate a mappe, come
la corteccia parietale" [Mountcastle e altri 1975, 1984; Mountca-
stle 1978]. Probabilmente, è in queste aree che si verifica la maggior
parte delle correlazioni e delle categorizzazioni degli input paralleli.
Comunque, dobbiamo notare che si tratta sempre di aree connesse,
tramite anelli rientranti, a mappe presenti in aree recettive primarie,
alla corteccia sensomotoria, o a nuclei aventi un'organizzazione so-
matotopica; senza tale rientro tra mappe, non sarebbe conservabile
alcuna continuità spaziotemporale.
All'interno di tali reti rientranti vi sono sequenze di segnali da re-
gioni mappate a regioni non mappate, e viceversa. Sono proprio i se-
gnali in sequenza nella rete, correlati dal rientro, che consentono di
conservare nelle aree recettive primarie un rapporto con i segnali
coerenti originati in una porzione dell' ambiente stabile nel tempo.
Il mappaggio globale che ne scaturisce comprende gli input sensoria-
li, ma anche i risultati dei gesti motori, definendo sia la topologia sia
un sistema di misura per l'animale (fig. 50). La struttura dinamica di
un mappaggio globale viene conservata, rigenerata e modificata dal-
l'attività motoria continua e dalle ripetizioni.
A questo punto possiamo considerare il mappaggio globale come
la base per le risposte dipendenti dall'insieme [Evarts e altri 1984].
Nella misura in cui i caratteri sensoriali estratti e i gesti motori ge-
nerano dei segnali diretti ai gruppi neuronali di ordine superiore,
viene compiuta una categorizzazione basata su entrambi. Ci atten-
deremmo che le interazioni tra i gruppi corticali frontali, i gangli ba-
sali, e la corteccia sensomotoria attivino quei gruppi della corteccia
sensomotoria che insieme coordinano le loro risposte verso specifi-
che attività motorie. L'innesco delle risposte dei gruppi opportuni
nella corteccia sensomotoria dipende dai segnali della corteccia fron-
tale e dei gangli basali. I segnali specifici diretti ai gruppi muscolari
prossimali e le conseguenti risposte del sistema per collegare parti in'
sequenza delle sinergie sono perfezionati dalla coordinazione e dalla
" I partcolari anatomici, fisiologici e comportamentali della integrazione tra le di·
verse modalità sensoriali e l'attività motoria sono analiticamente descritti nel libro The
Merging 01 the Senses di Barry Stein e Alex Meredith.
272 Capitolo ottavo
inibizione generate dal cervelletto e devono rappresentare associa-
zioni apprese (si veda il capitolo XI) all'interno di questo complesso
percorso rientrante.
Ciò che scaturisce unendo i gruppi con questo percorso è una for-
ma di categorizzazione - una manifestazione dell' accompagnamento
di gesti con una varietà di caratteri. L'essenza dell' apprendimento
e della memoria deriva sia dalle relazioni tra le attività di gruppi neu-
ronali selezionati e connessi dal rientro e resi coerenti dalla presenza
di un oggetto, sia dalle relazioni che si stabiliscono attivando le con-
nessioni già presenti tra gruppi appartenenti a singole mappe incluse
in un mappaggio globale. Da questo punto di vista, percezione, ri-
sposte motorie e' memoria scaturiscono necessariamente da connes-
sioni rientranti tra nuclei e lamine diversi; il ruolo di questo mappag-
gio globale è consentire delle ricategorizzazioni sensomotorie dina-
miche e continue degli oggetti. Come vedremo nel capitolo XI, la scel-
ta o il comportamento dipendente dall'insieme deve scaturire dall'at-
tivazione differenziale di questi mappaggi globali, la quale poggia sia
su valori stabiliti evolutivamente sia sull'apprendimento.
8. Riassunto.
Come preambolo alla disamina della categorizzazione e della me-
moria, che svilupperemo nel prossimo capitolo, ci può essere d'aiuto
riassumere !'ipotesi sull' azione e la percezione come l'abbiamo pro-
posta in questo capitolo. Secondo la teoria della selezione dei gruppi
neuronali, le unità d'azione sono complessi funzionali per i gesti e le
posture, le cui componenti muscolo scheletriche formano un insieme
degenerato. Riteniamo che l'accoppiamento tra gli elementi di que-
sto insieme e i circuiti rientranti degenerati sia la base per un' azione
strutturata. I gesti, cioè l'insieme di tutti i movimenti coordinati che
producono una configurazione specifica, si trovano di fronte agli
stessi problemi di specificità e di varietà incontrati dai segnali sen-
soriali. Da questo punto di vista, l'azione è fondamentale per la per-
cezione, e le lamine sensoriali e i complessi motori devono operare
di concerto affinché si realizzi la categorizzazione percettiva. La di-
scriminazione degli oggetti si verifica (almeno nelle fasi iniziali) com-
binando le correlazioni dei caratteri, che nascono dai segnali senso-
riali accoppiati con i gesti, e le estrazioni dei caratteri originate dalle
risposte multimodali delle lamine sensoriali.
Considerazioni di tipo strutturale, evolutivo e funzionale eviden-
  ~
~
i'
-,
Azione e percezione
273
ziano l'inadeguatezza dei modelli a elaborazione di informazione del
movimento basati su anelli di controllo, le cui unità di azione sono
i muscoli, le articolazioni o l'organizzazione gerarchica afeedback.
Un'ulteriore difficoltà di questi modelli è che devono invocare un,
vagamente definito, "potenziamento" neurale a livello sensoriale per
spiegare la scelta delle azioni [Hebb 1949; Bindra 1976; Gallistel
1980]. Invece, nel nostro modello la scelta si basa su una selezione
differenziale dei mappaggi globali. Come vedremo nel capitolo XI,
questa selezione scaturisce dall'interazione tra variabili etologiche
e apprendimento convenzionale, la quale richiede l'esistenza a priori
di categorie percettive basate sulle attività svolte sia dalle compo-
nenti sensoriali e sia da quelle motorie dei mappaggi globali.
Il contributo principale ed essenziale dei complessi motori alla
percezione è la correlazione dei caratteri, che emerge dalle proprietà
di continuità del movimento e dalla messa a fuoco continua dei se-
gnali sensoriali, creando dei movimenti posturali e gestuali. Come ha
suggerito Liberman [Mattingly e Liberman 1987J, le correlazioni dei
gesti sono fondamentali per riconoscere il linguaggio, forse il piu so-
fisticato tra i sistemi di categorizzazione percettiva.
Riteniamo che la componente neurale essenziale per la categoriz-
zazione percettiva sia il mappaggio globale, che consiste in: l) sistemi
rientranti multipli comprendenti aree della corteccia dove sono rap-
presentate delle mappe degli input sensoriali e delle risposte motorie
parallele e in tempo reale; 2) connessioni dalle regioni mappate verso
regioni non mappate (come i gangli basali e, di ritorno, connessioni al-
le regioni mappate; 3) la correlazione, operata da una segnalazione
rientrante di tipo fasico, di segnali neurali che si succedono in tempo
reale, la quale consente di conservare una relazione tra le mappe locali
presenti nelle aree ricettive primarie e i segnali coerenti originati in
una porzione di ambiente in seguito a una attività motoria. Il modo
in cui può formarsi la correlazione dei caratteri a partire dal movi-
mento affinché si realizzi la selezione dei gruppi neuronali nelle map-
pe sarà approfondito nel capitolo X, quando descriveremo le presta-
zioni di un automa capace di riconoscimento selettivo. Durante la
percezione, la categorizzazione dei caratteri continuamente correlati
dai gesti serve per definire un equivalente di un oggetto, che è simul-
taneamente comparato ai caratteri estratti dalle lamine sensoriali. La
coordinazione continua si verifica per mezzo del rientro e del campio-
namento parallelo nel mappaggio globale, i quali consentono il rico-
noscimento di un insieme polimorfo; nel capitolo X ci occuperemo an-
che di un esempio funzionale di tale coordinazione.
274 Capitolo ottavo
Come abbiamo già indicato a proposito dei fatti evolutivi, le di-
verse componenti potenzialmente coinvolte nei mappaggi globali
possono ampliarsi o ridursi, secondo la specie. L'aspetto importante
è che i mappaggi globali alleviano dalle difficoltà di ordine evolutivo
di accoppiare le risposte centrali a mutamenti nei complessi motori:
la selezione dei gruppi neuronali, implicando il mappaggio globale,
consente un accoppiamento immediato, durante l'esistenza dell'in-
dividuo, alle nuove variazioni sensomotorie che si sono evolute nella
periferia,     quello che, altrimenti, sarebbe un vincolo di
sviluppo inesorabilmente restrittivo.
La coordinazione necessaria a una certa specie per la categorizza-
zione operata dal mappaggio globale richiede un certo tempo e la
memoria. Secondo la nostra teoria, percezione, risposte motorie, e
richiamo mnestico sono intimamente connessi dall' attività del map-
paggio globale in un incessante processo di ricategorizzazione degli
oggetti che, come dimostreremo nel prossimo capitolo, è il fonda-
mento della memoria.
.J
Capitolo nono
Categorizzazione e memoria
Sintesi dell'argomento fin qui svolto, p. 275. - La memoria co-
me ricategorizzazione, p. 277. - Definizioni preliminari, p. 278.
- La categorizzazione nella specie umana, p. 280. - La categoriz-
zazione nei piccioni, p. 284. - La categorizzazione degli oggetti
nei neonati, p. 288. - La categorizzazione dei suoni linguistici nei
neonati, p. 291. - Altri esempi, p. 292. - Una sintesi sui feno-
meni di categorizzazione, p. 294. - I fondamenti neurali della
generalizzazione, p. 297. - Le classi naturali e gli insiemi poli-
morii, p. -299. - Coppie di classificazione e rientro, p. 302. -
Una concezione nuova della memoria, p. 303.
I. Introduzione.
Il mondo si presenta sotto innumerevoli aspetti diversi, e cosi di-
casi per gli stati di un animale, che, per sopravvivere, ha bisogno di
un sistema che adatti i suoi stati a quelli dell' ambiente. Se pensiamo
alle cosiddette funzioni cerebrali superiori, tali adattamenti diven-
tano estremamente sofisticati. Grosso modo, possiamo cosi sintetiz-
zare la nostra concezione sulle basi strutturali di tali funzioni come
l'abbiamo sviluppata nel libro: meccanismi epigenetici attivi nello
sviluppo generano, all'interno di nuclei e lamine già evolute e nei di-
versi individui, delle strutture molto variabili e uniche per connes-
sioni intrinseche I. Queste strutture sono gli elementi che formano
numerosi gruppi neuronali degenerati nei diversi repertori aventi
connessioni estrinseche' che consentono la diffusione dei segnali
rientranti. Il mappaggio e l'organizzazione somatotopica sono com-
parsi nel corso dell' evoluzione per far si che la continuità spaziotem-
porale degli oggetti abbia dei punti di riferimento costanti quando
interagisce con i sistemi rientranti. Dal punto di vista funzionale la
ragione evolutiva per cui nei diversi taxa si sono formate strutture
cerebrali varianti è stata quella di adattarsi alle modificazioni delle
I Le connessioni all'interno dei nuclei e delle lamine stesse.
Z Le connessioni tra nuclei e lamine diverse.
276 Capitolo nono
lamine sensoriali e dei complessi motori. L'enorme grado di paralle-
lismo nei mappaggi globali presente in questo sistema favorisce un
campionamento indipendente dell' ambiente via via piu sofisticato,
grazie a sottomodalità distinte, modalità diverse, o interazioni sen-
somotorie combinate. I complessi motori che attuano il comporta-
mento adattativo, quando interagiscono con i segnali provenienti da
tali mappaggi, consentono al sistema nervoso di correlare i caratteri,
di categorizzare .le invarianze topologiche e il flusso continuo delle
astrazioni sensoriali deriyate dal rilevamento dei caratteri, il quale
si svolge in parallelo ed è guidato dall'attività motoria. Qualunque
sia la forma sotto cui vengono memorizzati, i repertori modificati dai
segnali sensoriali, che a loro volta riflettono la topologia motoria rap-
presentata nei mappaggi globali, devono essere" decorati" con se-
gnali sensoriali paralleli aventi una risoluzione superiore. Gli elemen-
ti dei mappaggi globali devono poter affrontare eventi nuovi, pur
conservando i benefici di una selezione favorevole; questo è, in par-
te, reso possibile dalle regole sinaptiche che incrementano le varia-
zioni correlate a breve termine per mezzo di variazioni a lungo ter-
mine, pur assicurando una fonte di variazione nell'operazione della
rete'.
Questo riassunto fa emergere una questione centrale relativa al-
l'attività globale del cervello: qual è la natura della categorizzazione,
della generalizzazione e della memoria, e ancora, come può la loro in-
terazione mediare le relazioni continuamente cangianti tra esperien-
za e novità? La parola' memoria', con tutte le sue sfumature, è stata
riferita a numerosi e diversi livelli operativi di un sistema, a partire
dalle molecole sino alle grandi astrazioni semantiche degli organismi
sociali. A livello funzionale, la memoria è stata classificata come pro-
cedurale o dichiarativa, semantica o non semantica, a breve o a lun-
go termine [si vedano N,orman 1969; Nilsson 1979; Neisser 1982;
Squire e Butters 1984]. E stata anche indagata meccanicisticamente
studiando la plasticità neurale, la gemmazione delle terminazioni
nervose, le modificazioni chimiche nella sinapsi, e il condizionamen-
to, senza una chiara distinzione nei livelli d'uso delle diverse termi-
nologie [Thompson e altri 1983].
In questo capitolo intendo proporre una tesi radicale, cioè, che la
memoria sia una potenziata capacità nel creare classi o nel generaliz-
, Una spiegazione del rapporto tra variazione a breve termine e variazione a lungo
termine è presente nel capitolo VII, paragrafo 5.
.
~   . l!
ii
Categorizzazione e memoria 277
zare in modo associativo, e che non si tratti, quindi, di un archivio
di caratteri o attributi degli oggetti in forma di elenco. L'unità mi-
nima che può realizzare tale" memoria ricategoriale" è il mappaggio
globale rinforzato dall'apprendimento (capitolo XI), entrambi impor-
tanti per la sopravvivenza. Ne deduciamo che gli elementi necessari
e sufficienti per la memoria non risiedano solo nei mappaggi globali,
ma anche in quelle strutture neurali preposte agli aspetti edonici 4, o
carichi di significato, del comportamento. Se desideriamo capire pie-
namente la memoria come ricategorizzazione riportandola alle strut-
ture neurali, dovremo prima comprendere la categorizzazione (il
compito di questo capitolo), per poi considerare un esempio concreto
di rete selettiva capace di emulare un mappaggio globale, adatta,
cioé, per svolgere questa funzione (capitolo x), e, infine, considerare
il rapporto tra categorizzazione e apprendimento (capitolo XI). Fin-
ché questi compiti non saranno completati, il concetto di memoria
come ricategorizzazione non sarà stato visto in tutti i suoi aspetti.
Questa nuova concezione della memoria si regge su due pilastri:
la struttura dei mappaggi globali in un sistema selettivo, e la natura
della categorizzazione percettiva in sé. Il primo aspetto lo abbiamo
già trattato nel capitolo precedente e vi faremo ancora riferimento,
in relazione alla memoria, nel capitolo XI, dedicato all' apprendimen-
to. Tuttavia, prima di addentrarci nel concetto di memoria come ri-
categorizzazione, dovremo dedicare buona parte di questo capitolo
alla natura della categorizzazione in sé, poiché ritengo che la memo-
ria risieda principalmente nelle strutture neurali ad essa preposte.
Dovremo giustificare questa asserzione, in quanto la maggior parte
degli studi sulla memoria non attribuisce alla categorizzazione un
ruolo preminente. Al contrario, molti studi sulla memoria sono di
natura cognitiva e si ricollegano all'elaborazione d'informazione, al
linguaggio, alla coscienza, e ai concetti del sé; in altre parole, si rife-
riscono alla memoria dichiarativa', la quale presenta una spiccata
4 Le strutture neurali implicate negli aspetti edonici del comportamento corrispon.
dono al sistema limbico (si veda il Glossario).
, La memoria dichiarativa, o esplicita, è una forma di memoria in cui i fatti o gli
eventi registrati, quali parole, scene, facce e storie, vengono richiamati consapevolmente
e sottoposti a riflessione verbale o ad altra forma di espressione esplicita; l'ippocampo e
alcune strutture del diencefalo sembrano fondamentali nella sua formazione. Essa viene
a sua volta classificata in memoria episodica (la memoria autobiografica che include il
contesto spaziotemporale) e in memoria semantica (memoria sui fatti generali del mondo)
[per una rassegna sulla memoria dichiarativa e non dichiarativa si veda Squire I992; ai
Sistemi di Memoria è dedicato il fascicolo monotematico del «Journal of Cognitive Neu-
roscience», IV (I992), n. 3] .
278 Capitolo nono
componente semantica [Neisser 1982; Squire 1982; Squire e Butters
1984]. La complessità dei meccanismi concettuali, relativamente ine-
splorati, sottostanti a tali prestazioni mnemoniche cognitive, rende-
rebbe essenzialmente speculativo qualunque sforzo per collegarle a
strutture neurali specifiche; per questa ragione, la discussione ver-
terà soprattutto su operazioni piu affini a quella che è stata definita
la memoria procedurale". Comunque, le due forme di memoria non
vanno troppo separate: per esempio, le due principali sindromi di
amnesia (diencefalica e bitemporale) non rientrano con facilità nelle
classi dei deficit del richiamo mnestico [Squire 1982]. Piuttosto,
sembrano in relazione a deficit funzionali connessi ai segnali in ar-
rivo, suggerendo che, anche la cosiddetta memoria dichiarativa pos-
sa avere un fondamento procedurale legato a tali segnali.
2. Restrizioni e definizioni.
Per i fini che ci siamo proposti, dobbiamo meglio delimitare e de-
finire la memoria e la categorizzazione prima di considerarne i rap-
porti reciproci. Questo è necessario perché il nostro intento primario
è definire quale requisito essenziale competa al sistema nervoso affin-
ché possa realizzare la categorizzazione adattativa.
Adotteremo le seguenti limitazioni: l) impiegheremo il termine
, memoria' per descrivere l'operazione reiterata durante la categoriz-
zazione operata da interi circuiti neurali - per esempio i mappaggi
globali - e, in particolare, per descrivere i comportamenti che deri-
vano da, o sono attribuibili a, tali circuiti. In mancanza di una cono-
scenza dettagliata dei circuiti, il termine memoria sarà riferito ai
comportamenti stessi e non agli eventi molecolari sottostanti alle re-
gole sinaptiche; 2) daremo particolare rilievo alla memoria procedu-
rale, e questo significa, ipso facto, che dedicheremo maggiore atten-
zione al dinamismo degli atti motori e percettivi; 3) sosterremo la te-
si secondo cui una memoria di questo tipo implica obbligatoriamente
la categorizzazione (che definiremo in breve); 4) pur essendo questo
tipo di memoria necessario, lo sono anche ulteriori eventi neurali se-
parati dalla categorizzazione e implicanti l'associazione e il condizio-
namento (si veda il capitolo XI), e mi riferisco ai comportamenti ba-
" La memoria procedurale, o implicita o non-dichiarativa, è una forma di memoria
caratterizzata da un richiamo inconsapevole di predisposizioni o abilità; il perfeziona-
mento di un certo atto motorio ne è un esempio tipico [si veda Squire 1992}.
Categorizzazione e memoria
279
sati sulla memoria percetto-motoria; 5) la memoria a breve e a lungo
termine saranno considerate solo entro questo contesto, e il loro mo-
do di operare sarà posto in relazione all'attività di regioni, come l'ip-
pocampo, che, secondo la teoria, assicurano in tempo reale e in se-
quenza il legame tra le diverse coppie di classificazione. Come abbia-
mo già esposto analiticamente nel capitolo VII, il meccanismo dell' ar-
chiviazione a lungo termine si basa sull' attività delle regole sinapti-
che indipendenti operanti su insiemi degenerati di gruppi neuronali
inclusi nei mappaggi globali. Dobbiamo essere particolarmente at-
tenti a non confondere questo concetto di archivio con la memoria
stessa. In tale concezione della memoria, deliberatamente ristretta,
la categorizzazione assume un ruolo determinante; cioè, non possia-
mo pensare che alcuna alterazione molecolare, stabile o metastabile,
sia all' origine della memoria, se non vi sono indicazioni che, in con-
comitanza, si sia verificata una categorizzazione.
Ovviamente, questa visione parziale o vincolante esclude molti
aspetti di ciò che comunemente viene considerata una conseguenza
della memoria. Anche a livello neurale, essa è solo uno dei fonda-
menti per le funzioni di ordine superiore - includendo, per esempio,
numerose altre funzioni realizzate da una struttura, quale l'ippocam-
po [O'Keefe e Nadel 1978; Milner 1985]. Il suo epicentro è la cate-
gorizzazione percettiva. Fino a pochi anni fa, lo studio della catego-
rizzazione si riferiva alle prestazioni di individui esperti dal punto di
vista semantico e acculturati [Rosh e Uoyd 1978], o veniva conside-
rata una pura questione filosofica [Ryle 1949; Wittgenstein 1953;
Pitcher I968; Quine I969; si veda,   Ghiselin 198I]. Sulla
scia del pensiero di Epstein [1982], possiamo definire una' catego-
ria' come un gruppo di oggetti o eventi non identici valutati da un
individuo come equivalenti. Perfezioneremo questa definizione non
impegnativa nella sezione intitolata Riassunto critico. Per ora, è im-
portante notare che le attività comprese in questa definizione debole
dovrebbero includere la cosiddetta equivalenza stimolo-risposta, la
generalizzazione e la classificazione adattativa [Staddon I983]. Ol-
tre alle difficoltà semantiche e cognitive, già menzionate a proposito
della memoria, le difficoltà tradizionali che circondano questi pro-
cessi riaprono la questione se la categorizzazione si verifichi in pre-
valenza a livello percettivo oppure a livello concettuale. Noi ci limi-
teremo alla sfera percettiva e motoria, ignorando la coscienza 7 e l'e-
sperienza percettiva correlata, focalizzando l'interesse nell'arco di
7 Edelman ha approfondito l'argomento della coscienza nel libro The Remembered
Present: a BiologicalTheory ofConsciousness [I 989b), a cui estende i principi del darwi-
280 Capitolo nono
tempo in cui si sviluppa il comportamento. Impiegheremo dati rela-
tivi alla sfera concettuale, ma con la dovuta cautela e circospezione.
Qualora il programma abbia successo, potrà poi costituire un fonda-
mento per speculare sulle origini della memoria dichiarativa.
Limitando consapevolmente il nostro compito teorico ai fonda-
menti neuronali della memoria come forma di ricategorizzazione,
tralasciamo le questioni cognitive per soffermarci sull'evoluzione
delle strutture neurali adattatesi per far fronte ai vari aspetti della
nicchia ecologica in cui è collocato un individuo di una certa specie.
Dedicheremo particolare attenzione ai mezzi impiegati da ogni in-
dividuo per effettuare una scelta tra i molteplici modi in cui la nic-
chia stessa è scomponibile dal punto di vista della    
percettiva adattativa. Per comprendere lo sfondo e i presupposti che
possono influire su tale scelta, dobbiamo approfondire la questione
della categorizzazione.
3. La categorizzazione.
Gli studiosi della categorizzazione si sono valsi, per comprensibili
motivi, principalmente di soggetti umani adulti: data la complessità
della materia, è piu facile ottenere dei risultati da individui adulti
nismo neurale, qui riferiti alla percezione, all' azione e alla categorizzazione. Edelman
distingue due tipi di coscienza: a) la coscienza primaria, che deriva dalla «interazione con-
tinua tra la memoria, intesa come processo associativo, e la percezione [ ... ] una forma di
"presente ricordato'» [ibid., pp. I20-34; per una rassegna sull'incontro tra percezione
e memoria nella corteccia inferotemporale, si veda Miyashita I993]. Dal punto di vista
neurale, «i circuiti chiave alla base della coscienza primaria contengono particolari vie
rientranti le quali connettono questo sistema di memoria sé - non sé a repertori primari
e secondari che eseguono categorizzazioni percettive in tutte le modalità: odorato, gusto,
vista, udito, tatto, propiocezione» [ibid., p. I 25], e b) la coscienza di ordine superiore, spe-
cifica dell'uomo, che presuppone la   primaria a cui si aggiunge il linguaggio,
«un mezzo simbolico per ricordare e modificare concetti, che non solo ha permesso di
etichettare questi concetti, ma che ha potuto, a sua volta, essere modificato da loro»
[ibid., p. I 33], e che ha consentito di svincolarsi dalla coscienza primaria «ancora dipen-
dente in gran parte dalla successione degli eventi in tempo reale» [ibid., p. I32]. A pro-
posito della teoria della coscienza di Edelman, il neuropsicologo Oliver Sachs sostiene
in A Leg to Stand on [I984] che tale teoria «dove identità, memoria e spazio vanno di pa-
ri passo» [ibid., trad. it. p. 233] abbatte il tradizionale dualismo tra mente e corpo, in-
valso anche in gran parte della neurologia, alla quale «spetta, ora, compiere il grande sal-
to, dal modello meccanico "classico", a un modello del tutto personale e autoreferenziale
di cervello e di mente. Molti segni indicano che tale trasformazione è possibile. Se si av-
vererà, sarà la pili grande rivoluzione del nostro tempo» [ibid., p. 237; per una rassegna
sulla neurobiologia della coscienza si veda Picton e Stuss I994].
!

Categorizzazione e memoria 28r
appartenenti a una cultura che usa il linguaggio di quella cultura. Co-
me ha evidenziato un pioniere in questo campo, Eleanor Rosch
[1977, 1978; Rosch e Mervis 1975; Rosch e altri 1976; Rosch e
Lloyd 1978], questi studi non hanno sviluppato dei modelli che spie-
ghino i meccanismi neurali alla base della categorizzazione. Ciò non
toglie che, come preambolo, sia utile considerare il ruolo adattativo
svolto dalla categorizzazione basandosi proprio sul lavoro svolto da
questi ricercatori, in cui emerge l'enorme ricchezza dei processi di
categorizzazione [per un punto di vista critico, si vedano, per esem-
pio, Armstrong e altri 1983]. '
La categorizzazione consente all'individuo di correlare alcune
proprietà del mondo, e di "vedere" oltre lo stimolo contingente. Ai
fini dell' adattamento, la categorizzazione deve implicare la genera-
lizzazione, cioè, la capacità, fondata su pochi stimoli, di rispondere
a, o di riconoscere, un insieme molto piu ampio di stimoli. Se si ve-
rifica una generalizzazione di questo tipo, allora, in una certa situa-
zione, gli individui possono trattare nuovi casi e ignorare altri stimo-
li. Inoltre, come ha evidenziato la stessa Rosch [I978], se la conside-
:-iamo alla luce della concezione tradizionale della memoria, ne de-
l-iva un'economia cognitiva, cioè, si allevia l'organismo dall'onere di
archiviare ogni singolo esempio.
Il problema da risolvere è se la categorizzazione percetto-motoria
presenti analoghi vantaggi e se sia comprensibile in assenza di una
memoria semantica e autoreferenziale [si vedano Macmillan e altri
1977; Smith e Medin 198Ù li nostro pensiero a riguardo, nell'am-
bito della teoria della selezione dei gruppi neuronali, è che negli or-
ganismi complessi la categorizzazione percetto-motoria sia essenziale
per lo sviluppo dell' apprendimento e presenti dei vantaggi adattativi
simili a quelli della categorizzazione concettuale, rispetto alla quale,
naturalmente, viene prima. Proporremo due esempi in cui è stata
ampiamente studiata la categorizzazione percettiva e nei quali è as-
sente la complessità aggiuntiva del linguaggio: essi riguardano i pic-
cioni e i neonati umani. Prima di descriverli sarà opportuno, a di-
spetto delle nostre censure, riassumere le ricerche svolte sulle cate-
gorie concettuali negli adulti; essa darà consistenza a quanto diremo
sulla natura delle categorie adattative, poiché riguardano la funzione
dei gruppi neuronali.
La ricerca sulla categorizzazione svolta su soggetti umani dotati
di linguaggio indica che, a livello della scelta consapevole e dellin-
guaggio, essi non definiscono le categorie con il metodo classico, cioè
elencando gli attributi singolarmente necessari e complessivamente
282 Capitolo nono
sufficienti ma invece, impiegano dei sistemi piu probabilistici
8
, ri-
chiamandosi spesso ad aspetti non necessari, a dimensioni diverse
dello stimolo, o a proprietà olistiche. In altre parole, non trova ri-
scontro l'idea tradizionale [si veda Smith e Medin 1981] secondo cui
un concetto è una descrizione riassuntiva dei caratteri, ognuno dei
quali è definito sulla base di concetti subordinati. Invece, la classi-
ficazione sembra essere piu disgiuntiva nella sua essenza. Gli indi-
vidui categorizzano piu efficientemente gli elementi rappresentativi
di un insieme, basandosi su somiglianze familiari o utilizzando carat-
teri non necessari, e non seguono un superordinamento o una subor-
dinazione nell' assegnazione delle categorie·.
L'analisi della categorizzazione concettuale svolta da Smith e
Medin [198I] indica che gli-individui effettuano si delle descrizioni
caratteriali o dimensionali, ma correlano i caratteri al concetto solo
probabilisticamente. Talvolta, gli individui effettuano delle classi-
ficazioni aggiuntive basate su descrizioni separate degli esempi re-
lativi a un concetto. Quest'ultima procedura spiega in parte !'impie-
go di caratteri non necessari, dimostrando la disgiuntività della ca-
tegorizzazione e, in parte, gli effetti di rappresentatività che sono
stati misurati.
Questi autori evidenziano che, sebbene entrambi i modi di cate-
gorizzare prevedano la disgiunzione, l'ipotesi dell'esempio richiede
una disgiunzione esplicita e notevoli" risorse di memoria", mentre,
secondo l'ipotesi probabilistica la disgiunzione è un risultato della
caratterizzazione e richiede, quindi, minori" risorse di memoria".
Esiste una telazione diretta tra le proprietà condivise da una classe
e la probabilità che venga impiegata la sintesi invece degli esempi.
Infine, sempre gli stessi autori indicano che, in qualche circostanza,
le due componenti, cioè sintesi probabilistica ed esempi, possono es-
sere impiegate assieme.
Altri studiosi [Armstrong e altri 1983] hanno evidenziato che le
basi metodologiche per definire o assegnare le somiglianze familiari
o la rappresentatività non sono cosi nette; spesso gli individui rico-
noscono gli esempi delle categorie per gradi, piuttosto che con una
, Per esempio, come esemplifica Howard Gardner [1985, trad. it. p. 387], «data la
capacità di percepire piume, pelo e ali, un soggetto percepiente si rende conto ben presto
che, nel mondo empirico, le ali sono associate assai piu spesso alle piume che al pelo».
• I concetti sono, secondo Eleanor Rosch, subordinati o superordinati rispetto al
cosiddetto livello di base, in una sorta di tassonomia degli oggetti concreti, dove conver-
gono biologia, cultura ed esigenze cognitive di informazione e di economia. Per esempio,
il concetto di cane è un livello di base, quello di animale è superordinato rispetto a ca-
ne e quello di barboncino è subordinato rispetto a cane; quando è possibile, prevale la
tendenza a classificare allivello di base [ibid., p. 388].
u
Categorizzazione e memoria 28
3
modalità del tipo tutto o nulla. Gli stessi autori hanno ribadito che
alcuni concetti possono avere un nucleo descrittivo "archiviato" in
memoria integrato da un semplice e pronto metodo di identificazio-
ne che consente una comparazione graduale. A questo essi aggiun-
gono come non sia affatto chiaro in che modo i caratteri vengano
scelti la prima volta; è un problema che si ricollega alla categorizza-
zione percettiva e ai vincoli di natura etologica sulle categorie natu-
rali [si vedano Fagan 1979; Owings e Owings 1979; Marler 1982].
Difficoltà e origini biologiche a parte, è comunque chiaro che la ca-
tegorizzazione concettuale viene realizzata né con criteri rigorosi, né
logici, né universali. Anzi, è verosimile che non esista una sola mo-
dalità generale nella formazione delle categorie.
Esistono delle prove che ci si possa districare meglio consideran-
do la percezione, in particolare, riferendola al comportamento degli
animali privi di linguaggio? Sono stati studiati due tipi di animali:
quelli senza linguaggio perché non ne hanno evoluto le strutture ce-
rebrali (per esempio, i piccioni), e quelli che, pur possedendone le
strutture, non lo hanno ancora sviluppato (per esempio, i neonati di
quattro mesi). Cercheremo di comprendere la categorizzazione per-
cettiva basandoci su ricerche effettuate in questi due casi.
4. La categorizzazione percettiva.
Nella parte che segue esamineremo la categorizzazione percettiva
nei piccioni e il riconoscimento degli oggetti e dei suoni linguistici
nei neonati umani. In entrambi i casi i dati sono propositivi e an-
dranno integrati. Tuttavia, sono sufficientemente fondati e tali da
meritare una seria attenzione. Il loro messaggio è che alcuni organi-
smi, pur privi di linguaggio, riescono a generalizzare, e che gli orga-
nismi aventi facoltà linguistiche sono dotati, per natura, di numerosi
e complessi processi di categorizzazione già presenti prima dell' ac-
quisizione del linguaggio, senza che essi siano preceduti da un'istru-
zione formale o da paradigmi di apprendimento. Se accostiamo que-
ste due serie di dati a quelli sull' apprendimento del canto negli uccel-
li [Konishi 1978; Gould e Marler 1984; Marler 1984] ne ricaviamo
una consistente dimostrazione a favore delle teorie selettive della
funzione cerebrale. Uno tra i compiti principali di queste teorie è de-
lineare come, in entrambe le specie, tali potenzialità scaturiscano da
ben precise strutture neurali e siano riallacciabili alla memoria asso-
r
28
4
Capitolo nono
ciativa e all'apprendimento. Prima di affrontare questa parte teorica
rivediamo insieme i dati a disposizione.
La generalizzazione nei piccioni. Gli studi con i risultati piu sor-
prendenti sono quelli svolti da Herrnstein [I982, I985; Herrnstein
e altri I976;] e da Cerella [I979]. Gli esperimenti di Herrnstein con-
sistevano nel proiettare su uno schermo alcune diapositive Kodak-
chrome, scelte in modo specifico, o a caso, a dei piccioni posti in una
camera operante. Quando veniva proiettato un modello positivo, il
becchettamento su una chiave veniva rinforzato, mentre i modelli
negativi non ricevevano alcun rinforzo. Il riconoscimento veniva
identificato da risposte rapide a modelli positivi e da nessuna rispo-
sta a modelli negativi. Le immagini venivano scelte nei modi e con
i soggetti piu diversi. In una prima serie (fig. 5I), quaranta immagini
di alberi, visti nelle prospettive, distanze, raggruppamenti e tipi piu
diversi, sono state mescolate con immagini non significative. Il rin-
forzo, ottenuto dopo un numero ridotto di scene di alberi, ha deter-
minato un rapido riconoscimento e pochi errori in presenza di nume-
rose nuove scene di alberi. Alcuni controlli, rappresentati da oggetti
simili ad alberi, come, ad esempio, le facciate di edifici decorati con
figure geometriche, disegni simili a tralci, e lampioni, non sono stati
riconosciuti.
Gli alberi sono parte integrante dell' ambiente naturale del piccio-
ne e questo fa pensare che tali attitudini abbiano una base evolutiva
o etologica. Tuttavia, malgrado i pesci non facciano parte dell' habitat
del piccione, una serie di diapositive rappresentanti pesci sott' acqua
veniva riconosciuta, tenendo presente che le immagini erano laterali
o di tre quarti. Le immagini dei pesci, analogamente a quelle degli al-
beri, variavano enormemente per il contesto, la distanza, la tonalità
del colore e la presenza di informazioni depistanti. L'esempio forse
piu notevole deriva da un insieme di esperimenti in cui veniva pre-
sentata una donna fotografata nei modi, nei vestiti, con lo sfondo e
le distanze piu diverse. Dopo il rinforzo, la maggior parte dei piccio-
ni non aveva alcuna difficoltà nel riconoscere altre immagini della
stessa donna, respingendo persino le immagini di un'altra donna ve-
stita con gli stessi abiti e fotografata nella stessa strada.
Sono stati eseguiti anche dei controlli mirati a escludere ogni
eventuale presenza di segnali nascosti, l'apprendimento di sequenze
specifiche e variabili simili. La sequenza delle diapositive variava in
ogni esperimento e da un giorno all' altro. La capacità di generalizza-
zione e la specificità erano impressionanti. Per quanto se ne poteva
capire, non vi era alcuna buona ragione per spiegare le prestazioni
.tì....l
Categorizzazione e memoria 28
5
dei piccioni sulla base di un apprendimento di segnali irrilevanti. Se
si fosse verificato un fatto simile, sarebbe sembrato in sé stupefacen-
te, ma non vi è testimonianza di alcun segnale nascosto nel rinforzo
del condizionamento operante originale.
Gli studi di Cerella [r979] (si veda la fig. 5), sebbene simili ai
Figura 51.
L'esperimento di riconoscimento degli alberi di Herrnstein [1982]. Riproduzioni in
bianco e nero di otto diapositive a colori classificate correttamente come alberi o non·
alberi da almeno tre dei quattro piccioni impiegati nel test. Gli alberi sono nelle quattro
immagini superiori; i non-alberi nelle quattro immagini inferiori. Il non-albero in basso
a sinistra illustra una pianta rampicante su un muro di cemento; quello in basso a destra
un cespo di sedano.
r--
286 Capitolo nono
precedenti, utilizzavano dei modelli" piu semplici" e astratti, volti
ad analizzare alcuni dei meccanismi sotto stanti alla prestazione dei
piccioni. Utilizzando una serie di immagini ricavate da una figura
campione e distorte al computer, Cerella ha dimostrato che il piccio-
ne è sensibile a qualunque trasformazione del modello grafico, con-
fermando gli studi precedenti. Queste trasformazioni comprendeva-
no traslazioni, troncamenti, deformazioni, rotazioni e dilatazioni.
Inoltre, le ricerche di Blough [1973] hanno dimostrato che il ricono-
scimento di figure da parte del piccione può essere indipendente dal-
la posizione. Gli studi di Cerella [1979] indicano che la discrimina-
zione diminuisce con l'aumentare del grado di distorsione rispetto
ai prototipi. Alcuni studi svolti da Anish [J978] su scene naturali di
alberi o primi piani di rami e foglie, hanno dimostrato risposte posi-
tive a diapositive-test, dopo la proiezione delle diapositive di allena-
mento. Questi studi sono analoghi a quelli basati su figure astratte,
e rappresentano versioni semplificate rispetto a quelle di Herrnstein
[1979; Herrnstein e Loveland 1964; Siegel e Honig 1970; Poole e
Lander 1971; Herrnstein e de Villiers 1980].
Cerella [1979] ipotizza che i propri risultati   un accop-
piamento da parte di stampi flessibili, una volta si fosse compreso
che, per esempio, l'immagine di una persona non è la cosa accoppia-
ta; piuttosto, la sua idea era che tale immagine venisse prima fram-
mentata in diverse sottoimmagini, ciascuna delle quali sarebbe poi
appresa indipendentemente. Tuttavia, Cerella capi che la sua ipotesi
era inconciliabile con i risultati di Herrnstein [1979], secondo cui è
all' opera un programma di rinforzo di natura probabilistica: tre dia-
positive nella quinta sessione di esperimenti non accompagnate da
alcun rinforzo hanno suscitato una risposta altrettanto pronta di
quelle accompagnate ogni volta dal rinforzo. Cosi, mentre la teoria
dello stampo richiedeva l'apprendimento di molte singole diapositi-
ve, i fatti la smentivano, e per di piu bastava un numero relativa-
mente ridotto di esempi. Cerella [J977, 1979, I980] ha tentato di ri-
dare vigore a una teoria dello stampo indicando che" la percentuale
di registrazione" degli stampi è elevata, cioè, anche pochi esempi di
una categoria contengono indizi sufficienti per spiegare tutti i suc-
cessivi riconoscimenti effettuati su numerosi esempi disparati. Fino-
ra, questa tesi non è stata granché avvalorata dai dati sperimentali.
Tuttavia, gli studi successivi di Cerella hanno rischiarato il pro-
blema della generalizzazione, ponendo dei limiti al tipo di generaliz-
zazione che i piccioni sono in grado di svolgere. In una prima fase
egli ha utilizzato delle figure ricavate dai fumetti di Charlie Brown
L
Categorizzazione e memoria 28
7
(<<Peanuts») dimostrando che, tenuto conto che le prime figure non
avevano uno sfondo troppo complicato, i piccioni riconoscevano
prontamente ogni figura indipendentemente dalla variazione nell' at-
teggiamento e nell'abbigliamento. Successivamente ha troncato, me-
scolato o invertito le immagini di Charlie Brown, scoprendo che tali
immagini incomplete e distorte erano riconosciute altrettanto bene
di quelle dei personaggi interi. Inoltre, ha permutato la posizione
della testa, del tronco e dei piedi in ordine casuale riscontrando una
minima, se non alcuna, perturbazione nel riconoscimento. Egli ha
ammesso che questi risultati non erano di buon auspicio per una teo-
ria dello stampo suggerendo che, forse, i piccioni usavano prevalen-
temente, come segnali, dei caratteri locali, prendendo decisioni a
partire da un numero sufficiente di tali segnali (per esempio, un cer-
to numero sopra la soglia). Significativamente, ha mostrato che i pic-
cioni non percepivano le differenze tra due classi di modelli (come le
proiezioni dei cubi) quando questi variavano esclusivamente nella
struttura tridimensionale, ma non nei caratteri locali.
In altri studi si è scoperto che i piccioni potevano distinguere fo-
glie di quercia da foglie di altri alberi, ma non le diverse foglie di
quercia tra loro. Questo fatto suggerisce una loro incapacità di gene-
ralizzare a livello piu fine, anche in due sole dimensioni, cioè, i pic-
cioni non distinguevano delle relazioni specifiche tra i caratteri, al-
meno in questi esempi. Se un piccione percepisce Charlie Brown co-
me un insieme di caratteri, allora, come ci suggeriscono i risultati
delle proiezioni, il mescolamento non disturba il riconoscimento,
poiché, perlomeno alcune relazioni tra i caratteri non sono critiche;
inoltre, qualunque sottoinsieme di caratteri sembrerebbe sufficiente,
come indicano gli esperimenti di troncamento.
Cerella ha evidenziato come questi risultati indichino che solo
qualche parte di un'immagine-test deve adattarsi alla parte corri-
spondente di un'immagine da ricomporre. Egli accosta i propri risul-
tati alle ricerche svolte da Rosch e Mervis [1975] e da Rosch e colla-
boratori [J976] sulla formazione dei concetti e sulla categorizzazione
relativa a categorie non grafiche. Tuttavia, è criticamente attento a
che i limiti apparenti dei piccioni riflettano qualche limite metodo-
logico: I) le immagini erano statiche. I sistemi motori della visione
non sono stati messi alla prova e potrebbero non manifestare tali li-
miti; 2) sono state utilizzate immagini grafiche e non oggetti, mezzi-
toni o diapositive a colori; 3) non sono state provate eventuali pro-
pensioni a relazioni nascoste come le connessioni o la lateralità; 4) so-
,.----
288 Capitolo nono
no stati preferiti gli sfondi vuoti, e non è stato verificato 1'effetto del
" .."
rumore VISIVO .
Oltre a evidenziare i limiti del potere generalizzante, questi studi
hanno anche prodotto dei risultati positivi. In contesti diversi veniva
conservata l'invarianza rotazionale. Nelle scene dei fumetti la pre-
senza di uno sfondo disturbava ed era negativa nella prima fase di
memorizzazione, mentre diventava irrilevante in scene naturali co-
me quelle di Herrnstein [1979]. Questi risultati indicano che i punti
di riferimento impiegati dai piccioni per generalizzare possono cam-
biare in funzione del contesto e del materiale.
Questi importanti studi, per quanto incompleti, indicano comun-
que una grande capacità di generalizzazione in animali privi di lin-
guaggio, pur in assenza di una istruzione formale o di un apprendi-
mento forzato: è chiaro che il piccione può distinguere la comparsa
di piu caratteri disgiuntivi, usarne alcuni in un insieme per ricono-
scerne altri connessi a nuovi caratteri in un insieme diverso, e, in
gran parte (non assoluta), ignorare significative variazioni nel con-
testo.
Prima di interpretare queste scoperte alla luce della struttura ce-
rebrale e della teoria della selezione dei gruppi neuronali, esaminia-
mo un organismo che non ha ancora acquisito il linguaggio, pur
avendone le potenzialità, vale a dire, il neonato umano.
Il riconoscimento di oggetti e il riconoscimento uditivo nei neona-
ti. Può sembrare astruso saltare dal tema della scomposizione del
mondo visivo da parte dei piccioni a quello del riconoscimento di
una coerenza negli oggetti e alla categorizzazione nella percezione
linguistica nei neonati. Tuttavia, nonostante le enormi differenze
nella storia evolutiva, nelle dimensioni del cervello e nelle potenzia-
lità dei relativi soggetti, questi studi, effettuati su specie completa-
mente diverse, affrontano lo stesso rompicapo: l'architettura della
generalizzazione nei sistemi neurali e motori.
Negli ultimi dieci anni, numerosi studi sui neonati hanno ravvi-
vato l'interesse verso la loro capacità di integrare, categorizzare e ge-
neralizzare senza una istruzione formale. Ci riferiremo esclusiva-
mente a due temi appartenenti a questo importante e fiorente campo
[si vedano Bower 1967, 1982; Wolff e Ferber 1979; Aslin e altri
1981; Gallin 1981; Harris 1983; Brainerd e Pressley 1985] in quan-
to si riallacciano ai temi di questo capitolo. Il primo argomento è la
percezione degli oggetti. Spelke e collaboratori [Kellman e Spelke
1983] si sono chiesti se un neonato possa determinare l'unitarietà di
Categorizzazione e memoria 28
9
un oggetto occluso da un secondo oggetto, se il neonato stesso abbia
la consapevolezza che le parti del mondo si muovono solidalmente,
e se lui o lei possano stabilire se due superfici adiacenti giacciano sul-
lo stesso oggetto o su oggetti diversi. Considereremo i risultati spe-
rimentali solo sinteticamente; i dettagli sono rintracciabili nei lavori
originali.
Il paradigma sperimentale consisteva nell'osservare neonati di
quattro mesi intenti a guardare oggetti stazionari e in movimento, e
oggetti visibili e occlusi-(fig. 52). Se due bastoncelli, inizialmente co-
lineari, occlusi da un blocco venivano spostati separatamente, il neo-
nato registrava i bastoncelli occlusi come due oggetti distinti. Tut-
tavia, se i bastoncelli venivano spostati nello stesso verso con le loro
parti terminali sempre coline ari rispetto al blocco, allora venivano
percepiti come un oggetto unico. La prova si basava sulla predispo-
sizione dei neonati a prestare attenzione, dopo una prima presenta-
zione degli oggetti, solo a oggetti nuovi e non a quelli familiari. Sono
state effettuate numerose prove e controlli per determinare se i risul-
tati dipendessero dalla forma o dai colori. La capacità di vedere in
modo sistematico le entità in movimento non dipendeva dalla sem-
plicità o dalla regolarità delle forme o dei colori: anche oggetti di for-
ma irregolare erano percepiti come un'unica cosa insieme al baston-
cello, se venivano spostati solidalmente a esso. Non è stata trovata
alcuna prova della cosiddetta Priignanz '0, cosi definita dagli psicolo-
gi della Gestalt [Wertheimer 1958; si veda Kubovy e Pomerantz
1981]. I neonati non sembrano percepire le scene come un mosaico
costituito dalle tessere visibili delle superfici e nemmeno sembrano
costruirsi un'immagine del mondo come aveva proposto Gibson
[r979]; questa facoltà di cogliere la coerenza degli oggetti compare
prima che i neonati possano agire in modo coerente sugli oggetti stes-
si afferrandoli in modo coordinato.
Gli oggetti contigui giacenti sullo stesso piano venivano percepiti
dai neonati come un tutt'uno, mentre due oggetti collocati a profon-
dità diverse venivano percepiti come distinti oggetti. Le conclusioni
che si traggono da queste ricerche [Kellman e Spelke 1983] indicano
che i neonati vedono il mondo costituito da "oggetti" connessi spa-
zialmente e movibili separatamente. I neonati non sembrano ricono-
scere le tessiture prima di un movimento relativo unitario e sistema-
IO La pregnanza (Priignanz) è, per la psicologia della Gestalt, quel fenomeno secondo
cui, nel caso gli stimoli sensoriali siano ambigui, la percezione sarà tanto piti efficace
quanto lo permettono le «condizioni prevalenti», le quali si riferiscono alle informazioni
raccolte dalla retina. Se l'immagine è ambigua, l'osservatore tende a percepire la forma
piti semplice, compatibilmente con le informazioni a disposizione.
,----
290 Capitolo nono
tico e non hanno la tendenza a classificare gli oggetti come uniformi
nella sostanza o regolari nella forma. Essi non reagiscono in maniera
semplice alle superfici o alle sensazioni, e non è chiaro se essi nascano
avendo già il concetto di oggetto, ma se queste osservazioni saran-
no confermate, ne deduciamo che la visione e il movimento relativo
Figura 52.
Esempi di figure impiegate da KeIlman e Spelke [1983] per verificare la percezione da
parte di neonati di quattro mesi di oggetti parzialmente nascosti. I neonati sono stati
abituati a un oggetto di cui era visibile la parte superiore e inferiore, ma il cui centro era
occluso da un oggetto pili prossimo. Sono poi stati sottoposti a una prova con un oggetto
visibile continuo e con due pezzi di oggetti visibili che mostrano una discontinuità dove
era presente l'oggetto occludente. I confini dell'oggetto parzialmente nascosto erano
percepiti analizzando i movimenti delle superfici, e l'oggetto veniva percepito come sin-
golo quando le sue estremità si muovevano seguendo una traslazione comune dietro l'og-
getto occludente. Non vi era alcuna prova che le decisioni fossero prese analizzando il
colore o la forma degli oggetti.
Dispositivi
per
l'abitudine
Dispositivi
di prova
Movimento
del bastoncino
Linea
di fondo
Occlusione Controllo
del del
bastoncino' bastoncino
completo
Controllo
del
bastoncino
spezzato

Dispositivi 9
per
l'abitudine

I I
l l
-\- -\-
-\-
Dispositivi \
di prova
Movimento Movimento Movimento Senza
del bastoncino del bastoncino del blocco movimento
e del blocco
Dispositivi   9 9
per ---
l'abitudine _ _ _ _
Dispositivi
di prova
I I
I I
-\- -\-
-\-
I I
I I
\ \
\
\
J
Categorizzazione e memoria 291
possono indurre una primitiva forma di categorizzazione, sotto for-
ma di "oggetti", delle cose in moto solidale. Grosso modo, la conti-
nuità propria del movimento si trasfonde in queste potenzialità di
categorizzazione.
Prima di integrare questi risultati sulla visione con quelli relativi
ad altre forme di categorizzazione, valuteremo un esempio di natura
uditiva che dimostra la categorizzazione percettiva nei neonati pre-
linguistici. Presteremo attenzione all'attitudine dei neonati verso la
percezione acustica e fonetica e al fatto che i neonati stessi possono
realizzare tale percezione categoriale nonostante la notevole varia-
zione nel ritmo del linguaggio.
In quest' analisi ci serviremo degli studi di Eimas e collaborato-
ri [1987; Eimas e Miller 1981; Eimas 1982], di Aslin e collaboratori
[1981] e delle loro riflessioni sugli studi svolti da altri ricercatori. La
categorizzazione linguistica nei neonati è stata indagata relativamen-
te a: I) la capacità del neonato di categorizzare le variazioni nella
coarticolazione, le differenze tra i soggetti parlanti e tra i modelli di
intonazione (la cosiddetta equivalenza nella formazione della classe);
e 2) la capacità del neonato di definire le categorie sotto forma di va-
riazioni temporali dei meccanismi di articolazione (la cosiddetta per-
cezione categoriale). In linea di principio, sono entrambe forme di ca-
tegorizzazione. Eimas e collaboratori evidenziano un importante li-
mite: cioè, non è possibile capire se i neonati percepiscano due esem-
pi della stessa categoria come eventi identici. Tuttavia, si può osser-
vare se un neonato reagisce come se manifestazioni fisicamente dif-
(erenti della stessa categoria rappresentassero esperienze equivalenti.
E stato dimostrato che neonati di quattro giorni possono formare del-
le classi di equivalenza sulla base di una qualità vocale variata Uu-
sczyk e altri 1980]. Altri studi ancora hanno dimostrato che i neonati
possono distinguere i contrasti fricativi nelle posizioni iniziali e finali
della sillaba prodotti con vocali diverse e da persone parlanti
Risultati simili sono stati ottenuti anche perle nasali tronche.
Nella maggior parte di questi esperimenti sono state annotate le
risposte effettuate con i movimenti della testa. Un'altra procedura
di verifica valutava l'incremento nella forza di suzione; le differenze
nella frequenza di suzione in seguito a un nuovo stimolo, confronta-
te alle frequenze di controllo, erano l'indizio per riconoscere l' even-
tuale categorizzazione. Potevano essere impiegati anche suoni lingui-
stici generati sinteticamente. Piccole differenze nell'inizio dell'emis-
sione vocale, nella composizione spettrale delle transizioni nella ban-
da vocale e nella modalità di articolazione sono distinte categorial-
r------
292 Capitolo nono
mente piu o meno bene dai neonati. Una percezione categoriale di
questo tipo si basa su molteplici segnali e ha una stretta dipendenza
dal contesto. I neonati in ascolto possono compensare le variazioni
nel ritmo della parola che, come si può dimostrare, generano un' am-
biguità nella distinzione tra consonanti tronche (transizioni brevi) e
semivocali (transizioni lunghe), per esempio, /b/ al posto di /w/. Inol-
tre, sia gli adulti che i neonati gestiscono quest' ambiguità" elaboran-
do" la durata della transizione in rapporto alla durata della sillaba,
una durata che, di fatto, riflette la velocità del parlato. Questa pre-
disposizione, definita da Eimas e collaboratori [1987] una procedura
di «normalizzazione del parlato in base alla velocità del parlato», è
una forma di categorizzazione.
Si possono citare molti altri esempi che dimostrano risposte di ti-
po categoriale. Forse è piu pertinente citare la tesi di Eimas e colla-
boratori [1987], secondo cui i neonati nascono biologicamente pre-
disposti per categorizzare alcune distinzioni fonetiche tipiche dellin-
guaggio naturale. Questapredisposizione non si limita al linguaggio,
ma è riscontrabile anche nella percezione dei suoni non linguistici,
analogamente al riconoscimento visivo degli oggetti. I neonati, oltre
a dimostrare un riconoscimento coerente degli oggetti (di cui abbia-
mo parlato), all' età di sei mesi possono creare una categoria a partire
da una forma presentata loro secondo orientamenti diversi [McGurk
1972], e, a cinque mesi, possono distinguere i tratti dei volti umani,
l'età e il sesso [Fagan 1976; Fagan e Singer 1979], le categorie dei
colori [Bornstein e altri 1976], e le medie del prototipo Il [Strauss
1979]. Miller e collaboratori [r982] ritengono che nell'elaborazione
prefonetica, le categorie siano anche definite in termini di categorie
prototipiche. Eimas e collaboratori [1987] ipotizzano che le catego-
rie create dai neonati possano fondarsi su prototipi che riguardano
piu modalità sensoriali, cioè, che esistano nel costrutto neurale alcu-
ne procedure che mettono in relazione le diverse modalità sensoriali,
creando dei confini simili tra le categorie.
Questa non è la sede per esaminare il rapporto tra queste scoper-
te e la formazione dei simboli fonetici e di un lessico [si veda Eimas
e altri 1987], ma, per i nostri fini, possiamo concludere che i neonati
Il Nella concezione probabilistica della inclusione di un elemento in una categoria,
il prototipo, come lo definisce Eleanor Rosch, è un elemento della classe o della categoria
che presenta la maggior parte dei caratteri propri della categoria e un minor numero di
caratteri che lo potrebbero includere in una categoria diversa, e a cui ci si riferisce quan-
do si deve decidere se includere o meno un nuovo elemento in una classe; per esempio,
un pettirosso si avvicina piti al prototipo degli uccelli rispetto a un pollo o a un pinguino.
i
U
Categorizzazione e memoria 293
possiedono una notevole predisposizione nel selezionare l'universo
dei suoni prima di acquisire il linguaggio, che questa capacità è proba-
bilmente un preludio al linguaggio stesso, e che il problema fonda-
mentale è determinarne la natura dei meccanismi biologici. Va detto
che non sono ancora state completamente confermate le ipotesi di una
forma speciale o separata di elaborazione dei suoni linguistici [Liber-
man e altri 1972; Liberman e Studdert-Kennedy 1978; Eimas e altri
1987; Mattingly e Liberman 1987]. Tuttavia, studi recenti indicano
che, qualunque sia il meccanismo impiegato, è inizialmente sintoniz-
zato sulla informazione acustica e non su quella fonetica. Gli ultimi
studi di Aslin e collaboratori [1981; Walley e altri 198rJ e di]usczyk
[1981;]usczyk e altri 1977, 1983] indicano che la percezione catego-
riale non si limita ai segnali linguistici. Inoltre, in accordo con le argo-
mentazioni precedenti, la percezione categoriale non è esclusiva della
percezione (linguistica) umana 12. I cincillà possono discriminare le
consonanti tronche in modo simile agli esseri umani [Kuhl e Miller
1975, 1978]. Il linguaggio può sfruttare tali capacità dei sistemi per-
cettivi, ma naturalmente non può precederle. Queste conclusioni con-
cordano con la nostra ipotesi secondo cui una categorizzazione percet-
tiva riflette le proprietà generali dei repertori rientranti degenerati.
Affrontando il problema essenziale della percezione dellinguag-
gio - piu propriamente, come un ascoltatore ridefinisce un segnale
acustico in modo da formare una mappa di un segmento fonetico e
attribuirgli infine un significato lessicale - si evince che un neonato
viene al mondo ben dotato, anche se non in maniera completa [Li-
berman e altri 1972; Liberman e Studdert-Kennedy 1978; Mattin-
gly e Liberman 1987]. Si tratta di un fatto straordinario se pensiamo
che i meccanismi di categorizzazione dei suoni linguistici sono estre-
mamente complessi - la segmentazione non è sequenziale, esistono
delle prove che durante la coarticolazione si verifichi un' anticipazio-
ne, che i singoli segmenti abbiano una sovrapposizione di informa-
zione, e che questa sovrapposizione non sia limitata ai confini delle
parole. Esiste un mappaggio degenerato tra le unità del segnale acu-
stico e le loro analisi a livello fonetico, anche quando le proprietà
acustiche si modificano in funzione del contesto, della velocità del
parlato e del soggetto parlante. Tutte queste proprietà manifestano
una variabilità intrinseca e, nonostante ciò, un neonato può in parte
categorizzarle e rilevarne i caratteri invarianti.
12 Per un aggiornamento sull'apprendimento e la rappresentazione nel linguaggio si
veda Kuhl [1994].
294 Capitolo nono
L'aspetto rimarchevole è che, nonostante le difficoltà di segmen-
tazione, i molteplici segnali, le variazioni del contesto e la variabilità
intrinseca, i segnali linguistici siano categorizzati. In realtà, vi sono
conferme dell' esistenza di predisposizioni, non basate inizialmente,
o almeno non del tutto, sull'apprendimento o sull'istruzione forma-
le. I parametri di tale predisposizione vengono fissati molto preco-
cemente, se non già alla nascita. Inoltre, esiste una significativa fles-
sibilità, e i caratteri evidenziati da un organismo possono essere va-
riati in contesti o in sequenze differenti. Nella creazione delle cate-
gorie, gli organismi devono quindi decidere su cosa soffermarsi e su
cosa no. In qualche caso [McGurk e MacDonald 1976], una moda-
lità prevale sull' altra, e questo tipo di decisione può essere influen-
zato in conformità.
5. Riassunto critico.
Realizzare la categorizzazione in fasi della vita molto precoci ri-
chiede la disponibilità di numerosi caratteri strutturali e funzionali
dell' architettura neurale. Prima di descrivere il possibile fondamento
neurale della generalizzazione e della categorizzazione in una logica
della selezione dei gruppi neuronali, può esserci d'aiuto distinguere
i diversi aspetti salienti e abbozzare una sintesi basata sulle ricerche
citate in precedenza. Questa sintesi ci indica che nella categorizzazio-
ne è essenziale il campionamento disgiuntivo lungo canali paralleli,
e che le attitudini degli animali vanno ben oltre la debole definizione
di categorizzazione (cfr. pp. 278-80) dalla quale eravamo partiti.
Per prima cosa è importante notare che, sia nell' attività visiva
che in quella uditiva, si verificano dei processi paralleli e simultanei,
per esempio, la segmentazione nel linguaggio non è meramente se-
quenziale, né lo sono i caratteri colti uno alla volta. Si verifica, piut-
tosto, una co articolazione e una «copresentazione», e, inoltre, la na-
tura fisica dei segnali sovrappone le diverse parti o i confini della seg-
mentazione. Vi sono, inoltre, molteplici proprietà con mappaggi ri-
dondanti come, per esempio, nella distribuzione fonetica di un suo-
no consonantico davanti a una vocale. A questo va aggiunta la note-
vole variabilità emergente da piu presentazioni di caratteristiche di-
verse. Il riconoscimento non dipende da un ordine fisso in una se-
quenza, e, in molti casi, i caratteri stessi possono essere percepiti co-
me un insieme disordinato. Tuttavia, quasi tutte le situazioni viste
in precedenza dimostrano la notevole dipendenza dal contesto.
~ ,
  ~
Categorizzazione e memoria 295
Mentre la maggior parte dei modelli discussi finora non sono po-
limodali, l'impiego di piu modalità sensoriali può incrementare no-
tevolmente il potere dei sistemi preposti alla generalizzazione. In
molti casi non possiamo trascurare il coinvolgimento motorio, vale
a dire, i movimenti oculari, i movimenti degli oggetti, la manipola-
zione o l'azione sull'oggetto. Possono essere implicati dei sistemi in
parallelo, come i due sistemi visivi 13 [Schneider 1969], uno dei qua-
li ha una spiccata dipendenza dal movimento. Considerato in rela-
zione alla memoria, ci ricorda lo schema motorio di Henry Head
[1920; Oldfield e Zangwill 1942a, 1942b, 1942C, 1943], e indica la
presenza di gerarchie che assumono importanza diversa in funzione
dello stato attuale o passato del sistema motorio dell' organismo, rap-
presentato nei mappaggi globali. Inoltre, suggerisce che, per inter-
pretare il movimento, è essenziale lo spostamento relativo degli og-
getti rispetto all' organismo. Ciò che il SNC può svolgere con l'ausi-
lio degli occhi, dei muscoli e degli arti è categorizzare i modelli d'a-
zione o gesti. Non possiamo perciò trascurare Bernstein [1967],
Spelke [Kellman e Spelke 1983] ed Herrnstein [1979].
Nonostante vi siano le prove dell'identificazione di caratteri lo-
cali, 1'organismo, quando generalizza, effettua una sorta di "ricono-
scimento dell' oggetto" globale (non necessariamente veridica). Al-
cuni studi indicano che nei neonati esistono dei processi che garan-
tiscono la coerenza interna, la conservazione dei contorni e 1'accor-
pamento dei movimenti delle superfici nello spazio. I piccioni sem-
brano privi di quest'ultima attitudine, ma forse compensano accor-
pando altri aspetti importanti, come il colore e la tonalità. Questo
può spiegare l'apparente discrepanza tra i risultati di Cerella [1979]
e quelli di Herrnstein [1979, 1982]. Qualunque sia il loro accorpa-
mento, i segni nelle immagini vengono raggruppati sotto forma di
oggetti. La soppressione di attributi come il colore, la luminosità e
la tessitura possono verificarsi (almeno nei neonati) altrettanto pron-
tamente della segmentazione.
Tutte queste osservazioni indicano che la novità non può essere
ridotta a una qualunque semplice o singola descrizione su un insieme
di stimoli. La categorizzazione implica qualcosa di piu della genera-
lizzazione dello stimolo (cioè, la variazione in una qualunque unica
13 Si tratta di due aree cerebrali, presenti nei mammiferi, implicate in due funzioni
diverse nella percezione visiva. La prima, il collicolo superiore, controlla l'orientamento
verso un oggetto, mentre la seconda, la corteccia visiva, è preposta all'identificazione del-
le caratteristiche dell' oggetto.
r-
296 Capitolo nono
dimensi0tle, o la diffusione degli effetti tra intervalli piu ampi degli
stimoli). E multidimensionale. Esperimenti comprovano la forma-
zione di gerarchie e l'esistenza di numerosi stadi nel movimento, nel
rilevamento degli oggetti e nella percezione del linguaggio. Il rileva-
mento degli oggetti, per esempio, implica almeno I) la percezione
della configurazione tridimensionale e il movimento delle superfici,
e 2) il raggruppamento delle superfici. Il linguaggio implica I) l'an-
ticipazione e la coarticolazione dei suoni, e 2) il raggruppamento dei
suoni dopo la normalizzazione della lunghezza delle sillabe. La gene-
ralizzazione può implicare caratteri, risposte, e una storia comune,
ciascuna delle quali può influire indipendentemente sulle altre. Inol-
tre, la generalizzazione prevede dei processi non lineari, per cui pic-
cole variazioni negli stati interni possono indurre notevoli variazioni
nelle risposte.
Non sappiamo se, durante le prime fasi della generalizzazione,
siano impiegate, direttamente o per sé, proprietà Gestaltiche [Wer-
theimer 1958] o proprietà relative alla superficie Uulesz 1984]. Sap-
piamo, invece, di effetti prototipici [Strauss 1979], a testimonianza
che si stanno verificando due funzioni simultaneamente: l'assegna-
mento degli oggetti alle classi e l'assegnamento dell'unicità agli og-
getti. Ma gli effetti prototipici possono essere modulati da dimensio-
ni graduate e da effetti di congiunzione, come hanno dimostrato
Armstrong e collaboratori [r 983]. In ogni caso si verificano degli er-
rori, ma sono sorprendentemente rari, per cui ogni cosa sembra es-
sere riconosciuta piu o meno bene. Comunque, la maggior parte de-
gli esperimenti svolti finora non fa distinzione tra le invarianze to-
pologiche e quelle metriche.
Tutte le osservazioni precedenti ci fanno ritenere che, come spie-
gazione generale della categorizzazione, non sia sostenibile l'idea di
apprendimento di singoli esempi - anche se un apprendimento di
questo tipo è ben sviluppato, svanisce di fronte ai fatti della genera-
lizzazione. Inoltre, come abbiamo accennato, pone delle richieste
enormi a qualunque sistema di memoria. Fallisce anche la teoria del-
l'esistenza di una prototipicità estrema o di esempi unici varianti nel-
lo stampo; deve verificarsi perlomeno una mediazione o una mesco-
lanza tra questi due processi. Il mondo non può essere amorfo, ma
non si manifesta nemmeno sotto forma di categorie fisse o designate
a priori. Tuttavia, questo non significa che alcune" categorie natu-
rali" non possano consolidarsi nel corso dell' evoluzione di una specie
vivente in una nicchia ecologica relativamente stabile [Marler 1982].
Comunque, la categorizzazione e la generalizzazione non sono esau-
I
 
Categorizzazione e memoria 297
rientemente spiegabili con l'apprendimento convenzionale, la ricom-
pensa e le variabili etologiche fissate dall'evoluzione.
Il fallimento della prototipicità come unica spiegazione, le con-'\
traddizioni inspiegate dai modelli di rilevamento semplice dei carat-
teri, il notevole influsso del contesto, e la natura essenzialmente pa-
rallela degli input, sono, nel complesso, indicazioni dell'assenza di
una soluzione generale chiusa al problema della categorizzazione.
Tutto questo può confutare alcuni tentativi di sviluppare l'analisi
linguistica secondo regole e rappresentazioni, ma non preoccupa un
selezionista che esamina il problema a livello percettivo. A tale livel-
lo, la questione nodale può essere il modo in cui un animale sceglie
in modo disgiuntivo i criteri locali (non solo i caratteri) per includere
in una categoria un certo esempio. Per criteri locali intendo pochi ca-
ratteri accorpati, o correlati dei caratteri. Talvolta, si verificano si-
multaneamente e in misura variabile il rilevamento locale del carattere
e la correlazione globale del carattere. Forse, nel contesto della storia
e delle risposte comuni dell' animale, è la combinazione dei due pro-
cessi, astratti dall'oggetto nei modi piu diversi, a determinare quale
sottoinsieme di attributi venga estratto dall' animale. Scomporre il
mondo determinando i confini apparenti degli oggetti può essere il
primo passo importante. Come accade per l'evoluzione, il paralleli-
smo e la possibilità di soluzioni convergenti ed equivalenti può con-
sentire le scelte piu eterogenee.
Infine, come abbiamo suggerito a proposito della categorizzazio-
ne concettuale, la "semplice" categorizzazione percettiva e la cate-
gorizzazione culturale" dall' alto verso il basso" e basata sui linguaggi
naturali evoluti [Chomsky 1980] possono avere molti aspetti in co-
mune, nonostante le enormi differenze nel grado di complessità. Co-
me testimoniano gli studi sulla fonetica, l'una può essere la base per
la determinazione dell'altra [Liberman e Studdert-Kennedy 1978;
Mattinglye Liberman 1987].
6. Organizzazione neurale e generalizzazione.
Adesso siamo nelle condizioni per considerare alcune possibili ar-
chitetture neurali preposte a categorizzare e a generalizzare. Data la
complessità di questi processi, possiamo soltanto delineare eventuali
strutture e modelli essenziali; tuttavia, siamo in grado di proporre un
modello relativamente compatibile con le teorie selezioniste, del
quale dimostreremo l'autoconsistenza nel capitolo x, descrivendo le
prestazioni di un automa fondate proprio su di esso. Le architetture
298 Capitolo nono
neurali che proporremo sono la base strutturale per definire la me-
moria come un processo di ricategorizzazione.
È illuminante iniziare con 1'esame di alcuni aspetti relativi all' am-
biente e ai segnali o stimoli. Malgrado il mondo non sia amorfo e le
proprietà degli oggetti siano descrivibili con il linguaggio della chimi-
ca e della fisica [Pantin 1968], è chiaro che, a livello macroscopico,
gli oggetti non si presentano a noi sotto forma di categorie predefi-
nite, ma variano nel tempo, si manifestano come novità e innescano
in un organismo risposte adattative, piuttosto che descrizioni veri-
diche. Questo conferisce un sapore relativo e disgiuntivo alla cate-
gorizzazione degli oggetti operata dagli animali: le cose vengono
scomposte in base a fattori significativi e disponibili per l'animale
che percepisce. La percezione dei caratteri è il risultato di una par-
ticolare mescolanza costituita dal grado di importanza, dai segnali e
dai contesti che compaiono in tempi e in sequenze definite. Esiste
un'ambiguità di fondo nel classificare gli oggetti se si pongono dei
vincoli come quelli della figura 53, ricavata da Bongard [1970] e mo-
Figura 53.
Ambiguità nella classificazione secondo Bongard [1970]. Se l'ellisse grande viene pre-
sentata per dei test dopo gli oggetti nella classe I e nella classe II, sono possibili tre de-
cisioni: I) classe I, «grande»; 2) classe II, «ellisse»; e 3) «spazzatura», cioè irrilevante.
~ \ ]
~
Classe I
o
o
Classe II
\:J
o
~
,
I
~
1J
Categorizzazione e memoria
299
dificata in funzione del contesto, un animale può classificare le figu-
re piu grandi o come ellissi o come oggetti grandi.
Nella misura in cui una certa presentazione di un oggetto non ne
esaurisce i caratteri o le relazioni tra i caratteri, dobbiamo conside-
rare quali tra questi siano campionati e quali siano considerati im-
portanti. In precedenza abbiamo visto come gli studi sulla categoriz-
zazione concettuale dimostrino che i soggetti impieghino sia insiemi
probabilistici dei caratteri sia modelli. Inoltre, nella categorizzazione
percettiva abbiamo documentato gli effetti prototipici, malgrado
non determinino tutte le decisioni.
Queste caratteristiche dimostrano che il sistema nervoso non sta-
bilisce una definizione chiusa di un universale e di un «universale in
assenza» ("una memoria"), cioè quando interagisce con gli stimoli
non genera una definizione basata su caratteri in sé necessari e per-
ciò sufficienti. Viceversa, le scelte ricordano le somiglianze di fami-
glia proposte da Wittgenstein [1953] o la sua definizione di gioco:
un gioco non è definito da un rigido elenco di caratteri, né è vero che
ogni gioco sia definito arbitrariamente per mezzo di una designazio-
ne nominalistica. Piuttosto, è chiaro che i giochi non hanno neces-
sariamente alcunché in comune tranne il fatto di essere dei giochi.
(Traduzione: se n è l'ampiezza di un elenco arbitrariamente lungo di
attributi di un gioco, un elenco aperto, qualunque m ricavato dagli
n attributi basterebbe per trasformare una certa attività in un gioco).
Si tratta, di fatto, della definizione di insieme polimorfo (si veda
la fig. 6). Dennis e collaboratori b973] hanno costruito degli insiemi
visivi di questo tipo scoprendo che per alcuni studenti universitari
era estremamente difficile trovare gli indicatori per distinguere Y da
N (fig. 6). Nell'esempio illustrato, la regola con cui Yveniva costrui-
to e gli oggetti compresi venivano caratterizzati è la seguente: la scel-
ta di almeno due caratteristiche tra circolare, scuro o simmetrico. In
effetti, un insieme polimorfo è caratterizzato da una disgiunzione
delle possibili suddivisioni degli oggetti o dei caratteri (nel senso del-
la teoria della probabilità). Questo è osservabile nel diagramma della
figura 54. La degenerazione, come l'abbiamo definita a proposito
dei repertori dei gruppi neuronali, comprende anche disgiunzioni, in
questo caso scomposizioni di reti neurali - cioè, la varietà dei modi
funzionali in cui i neuroni possono essere interconnessi non isomor-
ficamente nei gruppi per fornire risposte piu o meno equivalenti in
condizioni di soglia definite. Una tale rete è mirabilmente congegna-
ta per rispondere in modo adattativo a un mondo scomponibile in
modo disgiuntivo. Ci chiediamo: come può questa organizzazione
Il!
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3
00 Capitolo nono
di rete trovare una corrispondenza specifica nella struttura neurale
per realizzare la generalizzazione?
Un' analisi basata sulla teoria della selezione dei gruppi neuronali
indica che un' organizzazione di questo tipo richiede sei proprietà:
I) una notevole variabilità locale e una degenerazione dei gruppi
neuronali a tutti i livelli; 2) strutture evolute, impiegate come astrat-
tori nelle lamine sensoriali e agenti in sintonia e simultaneamente ai
complessi motori in un organismo adattato; 3) reti neurali e strutture
del SNC connesse alle lamine sensoriali che effettuano il rilevamento
locale dei caratteri. Le reti che sono connesse ai complessi sensomo-
Figura 54.
La selezione di parti di gruppi neuronali come risultato dei mappaggi rientranti delle di-
sgiunzioni di parti in insiemi polimorfi di segnali. Le disgiunzioni implicano funzioni
OR inclusive, e al di là di una grossolana somatotopia e mappaggio punto-area, i reper-
tori superiori nei mappaggi globali non presentano alcun isomorfismo con il mondo dei
segnali.
Mondo fisico
Disgiunzioni delle parti
negli insiemi polimorfi
j
Coordinazione tramite
le mappe rientranti
Disgiunzioni delle parti
dei gruppi
tramite la selezione
Categorizzazione e memoria
3°1
tori si sono evolute per determinare gli assi spaziali incentrati sull' og-
getto e sull' organismo e la continuità di un oggetto, e per rilevare e
rappresentare il moto relativo sistematico; 4) strutture a mappa e se-
quenze simili a quelle descritte nei capitoli precedenti: mappe locali
che inviano le rappresentazioni somatotopiche verso strutture poli-
modali non piu a mappa e, nella fase conclusiva, verso una mappa di
output motorio; nel complesso, esse costituiscono il mappaggio gl<,>-
baIe; 5) il rientro tra livelli e tra mappe - il primo per compensare le
variazioni dinamiche e riassestare il mappaggio (si veda la fig. 35), e
il secondo per creare delle mappe che formino delle coppie di classi-
ficazione (fig. 55). Le connessioni rientranti assicurano che i gruppi
Figura 55.
Schema di una coppia di classificazione che impiega il rientro. I neuroni - quelli del si-
stema visivo, per esempio - agiscono come rilevatori di caratteri (ereditando questa ca-
pacità dall'evoluzione). Essi vengono mappati sulla sinistra (mappa I) in qualche lamina
cerebrale di ordine superiore. Altri neuroni - per esempio, quelli implicati nello sfiora-
mento di un dito in movimento - agiscono come correlatori di caratteri, delineando un
oggetto col movimento, come illustrato a destra. Questi neuroni vengono mappati su
un'altra lamina (mappa 2). Le due mappe si scambiano proiezioni reciproche per mez-
zo del rientro, in modo che i gruppi in una mappa possano eccitare i gruppi presenti nel-
l'altra. Questo consente il campionamento parallelo simultaneo dei caratteri disgiuntivi
che costituiscono un insieme polimorfo nello stimolo; a causa delle connessioni rientran-
ti, queste caratteristiche possono essere connesse nelle risposte delle reti di ordine su-
periore. In questo modo, alcune caratteristiche piu generali di una rappresentazione di
un oggetto possono essere connesse con altre caratteristiche particolari. Per mezzo della
variazione sinaptica, specifici modelli di risposta nella mappa I saranno legati a modelli
di risposta campionati indipendentemente nella mappa 2, come risultato delle connes-
sioni rientranti. La generalizzazione può scaturire da qualunque combinazione di carat-
teri locali o correlazioni di caratteri derivanti dal campionamento disgiuntivo di segnali
provenienti da oggetti mai incontrati. Il rientro unirà a modelli precedenti di risposta le
risposte a queste combinazioni. In un certo senso, il concetto di coppia di classificazione
è un caso limite: esistono seri motivi per ritenere che, in generale, interagiscano piu di
due mappe, formando delle n-tuple di classificazione.
Rivelatore dei caratteri
(necessario per i singoli
aspetti degli esempi)
Mappa I
I.
Rientro
Correlatore dei caratteri
(ricava principalmente
gli aspetti delle classi)
~   Mappa 2
,.-----
3
02 Capitolo nono
neuronali che riconoscono caratteri unici in una mappa possano es-
sere associati simultaneamente alle correlazioni dei caratteri associati
in un'altra mappa, ricavandone configurazioni costanti, possibili gra-
zie a rappresentazioni topologiche simili a quelle dei complessi sen-
so motori, descritti nel capitolo precedente; 6) le funzioni rientranti
di tali mappe possono propendere, in momenti diversi, verso una
spiccata componente locale oppure verso una globale, a seconda che
venga evidenziato il rilevamento oppure la correlazione del carat-
tere.
Se un sistema di mappaggio globale è congegnato in questo mo-
do, allora può trattare gli insiemi polimorfi. Come viene schematiz-
zato nella figura 54, il sistema effettua tale operazione mappando le
disgiunzioni, scelte con criteri adattativi, sulle disgiunzioni di parti
rappresentate da insiemi degenerati di gruppi neuronali selezionati,
accoppiati in serie e in parallelo (fig. 55). Naturalmente, questo cam-
pionamento dipende dalle caratteristiche dell' apparato sensomotorio
e dai fondamenti etologici [Marler e altri 198 l; Gould e Marler
1984] del comportamento.
Va riconosciuto che questo sistema non è né completo né esente
da errori - ciò che basta è una soglia di risposta che generi un com-
portamento adattativo. La ragione per cui il sistema può generaliz-
zare è che la completezza e 1'assenza di errori sono compensate da un
mappaggio sufficiente tra le proprietà dei caratteri campionate local-
mente e dalle definizioni globali dell' oggetto emerse correlando i ca-
ratteri (si noti la similitudine con la correlazione dei caratteri nella
definizione degli oggetti da parte dei neonati). La specificità e la va-
riabilità potenziali, proprie del rilevamento del carattere, vengono
cosi riferite alla invarianza della correlazione indipendente dei carat-
teri nell'ampio insieme costituito dalle differenti proprietà dell'og-
getto. Se il campionamento di queste due funzioni si verifica piu o
meno separatamente in parallelo e in tempo reale, allora ciascuna
funzione può di volta in volta fluttuare ampiamente. Nella struttura
neurale 1'efficacia delle connessioni associative di ordine superiore
può subire fluttuazioni altrettanto ampie, ma, in presenza dell'ogget-
to, vengono ripetutamente rinforzate dal rientro che si verifica in
frazioni di tempo successive, in concomitanza con il campionamento
da parte di coppie o di n-tuple di classificazione. Come vedremo piu
avanti, l'apprendimento associativo convenzionale, pur legando un
tale sistema alle risposte e alle ricompense, non può mai essere re-
sponsabile della generalizzazione iniziale realizzata dal sistema. Tut-
tavia, un apprendimento di questo tipo assicura sia l' output verso un
,
.iJ
Categorizzazione e memoria 3
0
3
certo comportamento, sia il legame tra selezione dei gruppi neuronali
e ricompense vantaggiose per l'animale. Nel capitolo XI vedremo un
esempio concreto di questo sistema di apprendimento nell' animale.
Nelle figure 54 e 55 manca una descrizione delle strutture neurali
implicabili in tali attività. Chiaramente, è importante il riferimento
a specifici nuclei e lamine nervose e alla neuroanatomia; altrettan-
to chiaramente, a eccezione delle strutture menzionate nei capito-
li precedenti, mancano dei riferimenti precisi e siamo in attesa di
protocolli sperimentali qualificati. Alcuni di questi protocolli saran-
no proposti nell'ultimo capitolo; per ora, occorre adeguarsi a un ar-
gomento che, per ovvi motivi, non è del tutto persuasivo. La spe-
cifica realizzazione sotto forma di circuiti, che descriveremo nel ca-
pitolo x, evidenzierà finalmente 1'autoconsistenza di queste idee,
dimostrando come la categorizzazione sia il preambolo per la gene-
ralizzazione.
Il sistema che abbiamo descritto non potrebbe funzionare se gli
eventi esterni non si riverberassero sulle popolazioni di sinapsi, come
abbiamo visto nel capitolo VII. Se vogliamo generalizzare oggetti
nuovi visti dopo una sequenza di oggetti-test, diventa indispensabile
la memoria. Merita pertanto riconsiderare alcuni aspetti della memo-
ria alla luce di quanto adesso sappiamo sulla categorizzazione e sulla
generalizzazione.
7. Il problema della memoria rivisitato.
Nella prima parte del capitolo abbiamo adottato la tattica di evi-
tare il problema della memoria semantica. Piuttosto, la nostra scelta
è stata indirizzata verso che cosa viene ricordato e come viene defi-
nito in un primo tempo a livello percettivo. L'importante domanda
che adesso dobbiamo porci è: la memoria è replicativa? In altre pa-
role, ciò che viene archiviato è qualcosa di simile a un insieme orga-
nico (per quanto trasformato) di caratteri, attributi, e proprietà, in
analogia a un computer che memorizza insiemi di valori di grigio in
una matrice per rappresentare una scena?
Se ci basiamo sulle tesi sviluppate in questo capitolo risulta che
le cose stanno diversamente. Infatti, abbiamo sostenuto la teoria se-
condo cui percezione, categorizzazione, generalizzazione e memoria
sono intimamente legate. Nella nostra teoria, la memoria è una for-
ma di ricategorizzazione che si basa sull' input; in questo senso, la sua
3
0
4
Capitolo nono
natura è piu trasformativa che replicativa, sebbene le modificazioni
nei caratteri tipici possano corrispondere a variazioni sinaptiche in
diverse parti di una coppia di classificazione.
Questa tesi - che la memoria sia una forma di ricategorizzazio-
ne derivante da una maggiore capacità di categorizzare e di genera-
lizzare - non si discosta poi molto da alcuni aspetti dello schema
motorio di Head [1920; Oldfield e Zangwill 1942a, 1942b, 1942C,
1943] e dalle concezioni successive di Bartlett [1964]. Ma, a parte il
comune trasferimento della questione sul piano dell'organizzazione
neurale, la nostra teoria se ne differenzia per numerosi aspetti. In-
fatti, essa si limita alle categorie percettive e affronta direttamente
gli aspetti non verbali, propedeutici per la creazione di qualunque
modello di memoria piu ambizioso, sostiene esplicitamente che 1'es-
senza della memoria è la generalizzazione (non proprio 1'apprendi-
mento associativo), e che è la natura selettiva dei sistemi neurali ad
alimentare la memoria stessa. Infine, ritiene necessario un processo
neurale specifico o una forma di organizzazione per realizzare una
memoria ricategoriale (un mappaggio globale; si veda la fig. 50), e
che questo substrato sia il requisito minimo per realizzarne la fun-
zione.
Secondo la teoria, è importante riesaminare rigorosamente il rap-
porto tra memoria e informazione nel cervello, insieme al concetto
di archivio mnemonico limitato [Pierce 1961]. Se la ricategorizzazio-
ne realizzata dalle coppie di classificazione presenta un elemento va-
riabile, e poiché la categorizzazione è un processo selettivo continua-
mente attivo di scomposizione disgiuntiva di un mondo" senza eti-
chette", allora non è molto appropriata l' idea t   t i c   di informazio-
ne, proposta dalla teoria della comunicazione. E vero che, se aumen-
ta la categorizzazione dei membri di un insieme, si verifica una ma-
turazione del comportamento adattativo e della generalizzazione
della risposta; è altrettanto possibile che il tutto si accompagni a una
diminuzione della degenerazione nei circuiti neurali che mediano la
risposta. Ma, dato che nei sistemi selettivi esiste sempre un compro-
messo tra specificità e intervallo (si veda il capitolo II), e poiché, in
generale, non vi è una relazione codificata a priori tra il comporta-
mento di un animale e gli oggetti ed eventi presenti nel suo ambien-
te, non ci aiuta affatto parlare di informazione (tranne a posteriori,
dal punto di vista di un osservatore). È altrettanto infruttuoso cer-
care di misurare la capacità di un sistema di questo tipo ricorrendo
alla teoria dell'informazione: se un animale perviene, anche vaga-
mente, a una risposta che categorizza uno stimolo rinunciando a
L
Categorizzazione e memoria 3
0
5
una parte di specificità a favore dell'intervallo, esso si pone in una
condizione ragionevolmente buona per comportarsi adattativamen-
te. Se quel comportamento è ricompensato, il guadagno o la perdita
nella quantità di "informazione" è un giudizio ex post facto di dub-
bia efficacia.
Tale concezione dei fondamenti percettivi della memoria modi-
fica il concetto di memoria intesa come archivio e il suo rapporto con
la variazione sinaptica; essa trasforma anche la nostra comprensione
di alcune idee affini, ma piu astratte, riguardanti le immagini e le
proposizioni. L'archiviazione mnemonica, che si verifica variando
le forze sinaptiche (si veda il capitolo VII), favorisce le connessioni tra
interi sistemi o popolazioni di gruppi neuronali che rispondono allo
stesso carattere e le popolazioni di gruppi isolati, attive nel correlare
i caratteri e nell' ottenere risposte grosso modo costanti. Si può ac-
cedere a questa rete dinamica per vie diverse, ma, in linea di massi-
ma, non si verifica 1'archiviazione di un ampio insieme di caratteri ri-
feriti a un oggetto. Invece, è sufficiente" archiviare" quelle modifi-
cazioni sinaptiche relative alle procedure che consentono in maniera
degenerata le combinazioni degli esempi, le combinazioni piu fre-
quenti e gli aspetti disgiuntivi [Fuster 1984]. E, naturalmente, non
viene archiviata una rappresentazione completa dell'oggetto. Se la
presenza di un oggetto riattiva un qualunque sottoinsieme di gruppi
neuronali in una coppia di classificazione, gli altri gruppi che sono in
relazione a caratteri necessari o non necessari in un mappaggio glo-
bale hanno maggiori probabilità di essere, a loro volta, attivati.
La risposta mnemonica viene generata dal complesso senso moto-
rio, dalla sua attività ripetitiva e dalle risposte coordinate con la fun-
zione delle coppie di classificazione (fig. 55) nei mappaggi globali
(fig. 50). In una concezione di questo genere, possiamo comprendere
sia la natura probabilistica che quella basata su esempi di questo si-
stema misto, di cui è altresl evidente lo spiccato senso procedurale.
È l'insieme delle capacità impiegate per ricavare un insieme definito di
procedure (o atti) che consente la categorizzazione, poi ricordata. Que-
sto si verifica per mezzo di associazioni interne derivanti dal con-
fronto con gli oggetti e le proprietà comuni negli insiemi polimorfi,
rinforzate dall' apprendimento associativo (capitolo XI).
In precedenza abbiamo considerato la struttura generale dei sub-
strati neurali indispensabili nella categorizzazione percettiva, ma ab-
biamo trascurato la modalità con cui essi si uniscono per formare un
insieme coerente che riflette la successione degli eventi. Al cospet-
to dei segnali piu diversi, vengono impiegate numerose coppie (ed
30 6 Capitolo nono
n-tuple) di classificazione distribuite in diverse aree corticali e sot-
tocorticali. La questione fondamentale è come questo insieme di-
sperso rispecchi la continuità temporale e la successione, caratteri-
stiche di oggetti ed eventi, richiamandole, per esempio, nei movi-
menti di attacco o difesa. Una tra le caratteristiche peculiari della
memoria legata alla categorizzazione percettiva e all'azione è questa
continuità dinamica 14. Qual è la sua sede?
Secondo la teoria deve esistere un' area o regione cerebrale depu-
tata a questo scopo e deve essere adatta per consentire la concatena-
zione delle coppie di classificazione. Tuttavia, tale area non dovreb-
be essere la stessa in cui è in corso la classificazione delle proprietà
disgiuntive; piuttosto, dovrebbe essere un'area in cui diverse coppie
di classificazione possono essere connesse in successione e organiz-
zate secondo tempi di un ordine di grandezza superiori rispetto al
tempo massimo impiegato da un animale per allontanarsi da una mi-
naccia. Chiaramente, si tratta di un'esigenza evolutiva piuttosto for-
te - è ovviamente utile, per esempio, nella ricezione e reazione a di-
versi segnali uditivi, ma è anche importante in situazioni di attacco
osservato visivamente.
Pur essendo azzardata 1'estrapolazione e 1'assegnazione della fun-
zione ad aree e strutture cerebrali specifiche, è sensato ritenere che
le regioni temporomediali ", l'ippocampo e il complesso amigdaloi-
deo siano tra i candidati possibili per svolgere questo ruolo. Recenti
studi neuropsicologici [per una rassegna, si veda Squire 1986] e una
serie di studi effettuati su scimmie dopo ablazione [Mishkin 19
82
;
Mishkin e altri 1984] basati su un lavoro classico [Milner 19
8
5], han-
14 La continuità che Edelman applica anche alla coscienza [Edelman 19
8
9b] è una
proprietà che non trova concorde il filosofo Daniel Dennett [1991, trad. it. p. 395], il
quale afferma che «uno dei caratteri piti sorprendenti della coscienza è la sua disconti-
nuità», e per sostenere questa tesi si richiama a Marvin Minsky [1985] secondo cui «pa-
radossalmente, il nostro senso della continuità proviene dalla nostra meravigliosa insen-
sibilità alla maggior parte dei cambiamenti, piti che da un' autentica capacità di percezio-
ne [Dennet 1991, trad. it. p. 30 5].
15 Le regioni temporomediali sono costituite dall'ippocampo e dalla corteccia adia-
cente e correlata, che comprende la corteccia entorinale, peririnale e paraippocampale.
Queste strutture, «presumibilmente in virtti delle loro diffuse e reciproche connessioni
con la neocorteccia, sono essenziali per stabilire. la memoria a lungo termine relativamen-
te a fatti o a eventi, cioè la memoria dichiarativa. Il lobo temporale mediale come siste-
ma di memoria è importante per legare assieme le archiviazioni distribuite nella neocor-
teccia che rappresentano una memoria globale. Tuttavia, questo ruolo è solo tempora-
neo, infatti, con il passare del tempo dall'apprendimento, la memoria archiviata nella
neocorteccia diventa gradualmente indipendente dalle strutture del lobo temporale»
[Squire e Zola-Morgan 199r].
Categorizzazione e memoria
3°7
no dimostrato che queste regioni svolgono un ruolo fondamentale
nella mediazione della memoria a breve termine, ma non sono le sedi
per un richiamo diretto di questo tipo di memoria. Quindi, nono-
stante la rimozione di una o piu di queste regioni procuri dei gravi
deficit nella memoria a breve termine, la maggior parte dei dati in-
dicano che queste strutture non sono per sé le sedi della categorizza-
zione.
Attualmente abbiamo dati appena sufficienti per ipotizzare che
1'ippocampo [Isaacson e Pribram 1975; Weiskrantz 1978] possa
svolgere un ruolo nel modulare gli aspetti sensoriali della percezione,
in 'analogia a quanto svolto dal cervelletto [!to 1984] nel comporta-
mento motorio (si veda il capitolo vm). Entrambe le strutture pre-
sentano una architettura neuronale ripetitiva con caratteristiche con-
nessioni convergenti-divergenti, sono sedi per iI rientro e, a livello
sinaptico, del potenziamento a lungo termine 16 [relativamente al-
l'ippocampo, si vedano Lynch e altri 1976,1977, 1982; Andersen
1977, 1980; Lynch e Baudry 1984] e della depressione a lungo ter-
mine [relativamente al cervelletto, si veda Ito e altri 1982] ". In
queste strutture gli effetti sinaptici metastabili (si veda la fig. 50)
possono consentire che un mappaggio globale agisca da filtro selet-
tivo per iI sincronismo degli eventi richiesti per incrementare la va-
riazione a lungo termine nelle aree corticali.
Si presume che il cervelletto, analogamente all'ippocampo, agisca
come un sistema di ripetizione in tempo reale che unisce in una se-
quenza omogenea diverse parti non previste delle sinergie; tuttavia,
a differenza dell'ippocampo, coordina l' output che genera 1'azione.
In entrambi i casi siamo in presenza di una logica afeedjorward, ed
è assente una mediazione diretta delle funzioni che ippocampo e cer-
velletto contribuiscono a perfezionare con la loro attività. Sia nella
struttura dell'ippocampo che in quella del cervelletto vi è un'orga-
nizzazione circuitale input-output che sembrerebbe ideale per creare
dei legami sequenziali tempo-dipendenti. In seguito, legami di que-
sto tipo potrebbero orchestrare le connessioni secondarie, assicuran-
do variazioni sinaptiche nella corteccia tra coppie di classificazione
del sistema sensoriale, e tra queste coppie e regioni motorie non or-
ganizzate a mappa. Secondo questa ipotesi, l'ippocampo è un centro
16 Per una rassegna sul potenziamento a lungo termine si veda Bliss e Collingridge
[1993]·
" Per una rassegna sulla depressione a lungo termine si veda Linden [1994].
3
08 Capitolo nono
ripetitivo e sincrono posto in rete che connette in successione o in
sequenze ordinate l'attività di coppie di classificazione distribuite
(prevalenti nella corteccia cerebrale) e implicate nella categorizzazio-
ne disgiuntiva. Da questo punto di vista, non sono casuali le connes-
sioni tra queste aree e il sistema limbico, le quali consentono di as-
segnare un valore all' apprendimento e, come approfondiremo nel ca-
pitolo XI, risultano essenziali per l'apprendimento stesso. In questo
sistema [Mishkin 1982; Mishkin e altri 1984], l'amigdala svolge un
ruolo fondamentale nelle interazioni tra diversi sistemi.
Errori nella coordinazione della successione o nel legame delle
coppie di classificazione potrebbero determinare alcuni deficit nei le-
gami rappresentativi dei sistemi sensoriali della corteccia, impedendo
quindi una memoria a breve termine coerente. Tuttavia, dopo il con-
solidamento della memoria a breve termine e la formazione di connes-
sioni secondarie tra coppie di classificazione nella corteccia non sareb-
be necessaria la scansione operata dall'ippocampo in tempo reale. In
questa concezione, è possibile che la memoria a lungo termine si formi
tramite connessioni secondarie e, in una memoria associativa di que-
sto tipo, la scansione può essere una proprietà derivata, senza bisogno
di quella ripetizione che si presume necessaria per l'ippocampo.
Questa concezione prevede tre conseguenze. La prima è che le
stesse coppie di classificazione coinvolte nella memoria a breve ter-
mine possano essere completamente o in parte trasformate in memo-
ria a lungo termine tramite variazioni sinaptiche esterne all'ippocam-
po. La seconda è che, in virtu della fisica percettiva, la continuità a
brevissimo termine sia conservata anche tra coppie svincolate e sen-
za l'azione dell'ippocampo; allora, la funzione dell'ippocampo sareb-
be quella di legare eventi ripetitivi, ma varianti, o di compensare le
brusche variazioni che si verificano in scale temporali forse dieci o
cento volte superiori rispetto ai tempi della risposta motoria dell' or-
ganismo. La terza conseguenza, che dipende dal grado di consolida-
mento, è che la memoria a lungo termine si gioverebbe di alcune o di
tutte le coppie di classificazione impiegate nella memoria a breve ter-
mine. Tuttavia, contrariamente alla memoria a breve termine, non
mostrerebbe una successione obbligata nel legame di queste strutture
né farebbe affidamento sull'ippocampo. In animali con i lobi frontali
atrofici, qualunque combinazione delle coppie di classificazione le-
gate da connessioni secondarie rinforzate dall' apprendimento sareb-
be adeguata per consentire il volo e la difesa (la categorizzazione è
spesso priva di un ordine). In animali con i lobi frontali normali, le
connessioni secondarie hanno effettivamente imposto delle sequenze
I
lJ
Categorizzazione e memoria 3
0
9
particolari che potrebbero essere apprese. Naturalmente, in animali
dotati di linguaggio tali sequenze apprese sarebbero presenti, ma po-
trebbero essere riorganizzate o accantonate in funzione di altre esi-
genze.
Concludendo, possiamo chiederci: quale relazione esiste tra que-
sto concetto riduttivo di memoria a fondamento percettivo e la me-
moria dichiarativa [Squire 1982]? Poiché la memoria dichiarativa di-
pende dalle capacità semantiche, dalla nozione del sé, dalla coscienza
e dalla trasmissione culturale, dobbiamo rimandarne l'approfondi-
mento. Tuttavia, se la nostra teoria è corretta, la memoria come ri-
categorizzazione è una componente necessaria, ma, ovviamente, non
sufficiente per l'esperienza percettiva che forma tale memoria dichia-
rativa; è necessario, per esempio, l'apprendimento associativo (si ve-
da il capitolo XI). Questo concetto, che a un primo sguardo non ap-
pare molto articolato, si arricchisce se consideriamo che i poteri della
ricategorizzazione aumentano enormemente all' aumentare del nu-
mero di coppie di classificazione indipendenti e operanti in sincro-
nismo. Inoltre, se aumenta il numero di tali architetture neurali, è un
fatto inevitabile che la memoria abbia una natura distribuita. Se ciò
che viene archiviato non è una replica della categoria o dell'evento,
ma è piuttosto la capacità di generalizzare e perciò di incanalare il
comportamento verso le opportune ricompense, non esiste un singo-
lo e privilegiato sito di "memoria" o di" traccia" [Lashley 195
0
]. La
memoria ricategoriale è dinamica, in trasformazione, associativa e
distribuita - le sue procedure rappresentano le categorizzazioni, ma
non sono necessariamente rappresentazioni [si veda Rortblatt 19
82
].
Le verifiche della consistenza di queste teorie sui fondamenti neu-
rali della memoria devono dimostrare come le sinapsi possano varia-
re le loro proprietà popolazionistiche in una rete selettiva, compati-
bilmente con la funzione di una o piu coppie di classificazione, e de-
vono dimostrare come le coppie stesse possano essere un ausilio per
l'apprendimento. Gli argomenti che svilupperemo nei prossimi due
capitoli cercheranno di affrontare queste sfide, esemplificando la ca-
tegorizzazione nelle coppie di classificazione sotto forma di un mo-
dello verificabile e analizzando la relazione tra memoria (come l'ab-
biamo appena definita) e apprendimento. Naturalmente, queste teo-
rie hanno bisogno di una verifica empirica realizzabile con degli espe-
rimenti, alcuni dei quali saranno indicati alla fine del libro.
Capitolo decimo
Reti selettive e automi percettivi
Automi percettivi, p. 3 IO. - Le caratteristiche del progetto
Darwin II, p. 311. - Le prestazioni dell'automa, p. 318. - La
generalizzazione, p. 322. - L'associazione, p. 323. - Textore-
tica, p. 328.
l. Introduzione.
La nostra ipotesi secondo cui la categorizzazione percettiva sca-
turisce da coppie di classificazione agenti di concerto nei mappaggi
globali, e la concezione della memoria come ricategorizzazione sono
insieme descrizioni convincenti ed essenziali per la teoria, ma non per
questo garantiscono che il sistema funzioni effettivamente. Inoltre,
i tre fondamenti della teoria della selezione dei gruppi neuronali (cioè,
la generazione del repertorio primario durante lo sviluppo, la selezio-
ne sinaptica che genera i repertori secondari, e il rientro) pur essendo
ragionevolmente semplici da spiegare, diventano estremamente com-
plessi quando agiscono in reti interattive non lineari. Entrambe   ~ ­
ste ragioni ci spingono a esplorare tali interazioni, simulandole. E
in gioco l'autoconsistenza della teoria: è possibile che una rete pre-
cablata o un' associazione di reti basata sui principi selettivi e sul rien-
tro risponda in modo stabile e adattativo a input che rappresentano
il mondo, realizzando il riconoscimento di caratteri, la categorizza-
zione e l'associazione, senza alcuna istruzione a priori I, alcuna rego-
la semantica, o alcun apprendimento forzato? Possiamo trasfondere
le ipotesi avanzate nel capitolo precedente in un modello realistico?
Volendo risolvere questi interrogativi, George Reeke jr ed io
[Edelman e Reeke 1982; Reeke ed Edelman 1984] abbiamo conce-
pito e simulato in un potente computer digitale un automa, Darwin
n, in cui abbiamo incorporato i fondamenti della teoria, per quanto
non si tratti di un modello esplicito né di una parte né di tutto il si-
stema nervoso animale. Comunque, descriverlo ci può aiutare a met-
I Il cosiddetto apprendimento senza istruttore (unsupervised learning).
Reti selettive e automi percettivi 3 I I
tere a fuoco alcune problematiche sperimentali consentendoci anche
di esplorare il potere delle reti selettive 2 nel risolvere veri problemi
di categorizzazione, indicandoci la via verso la creazione di sistemi
artificiali che percepiscano i caratteri e che siano basati sui principi
delle teorie selettive. Per quanto Darwin n sia limitato, si tratta co-
munque di una macchina di nuova concezione il cui comportamento
è analogo a una coppia di classificazione, in quanto può funzionare
senza un programma e senza un apprendimento forzato, riconoscen-
do degli stimoli "visivi" bidimensionali, classificandoli e formando
delle associazioni tra essi. Nella fase di progettazione vi abbiamo
incluso molti aspetti del mappaggio globale e, inoltre, il modello è
una valida rappresentazione di un tipo di rientro, poiché agisce in
una coppia di classificazione.
Ci troviamo dinanzi a un dilemma quando cerchiamo di simulare
la complessità funzionale delle reti neurali superiori; cioè, da un lato,
qualunque rappresentazione in una macchina deve essere molto con-
tenuta rispetto alle reti neurali reali, dall' altro, la struttura interna
di un modello di coppia di classificazione, quale è Darwin n, per
quanto semplificata ed essenziale, deve essere estremamente com-
plessa rispetto alla logica dei computer. È una complessità che dipen-
de dall' ampiezza richiesta dai repertori, dal parallelismo insitonelle
coppie di classificazione, dalla non-linearità nel comportamento delle
reti e dalla deliberata omissione di componenti semantiche o istrut-
tive nel progetto della macchina. La descrizione di Darwin n ha uno
scopo squisitamente euristico: infatti, intendiamo dimostrare come
una parte della teoria selettiva, in particolare quella descritta nei ca-
pitoli precedenti, sia incorporabile in una rete realistica capace di
auto-organizzarsi.
2. Darwin II: il sistema.
Nel concepire Darwin n abbiamo seguito alcune regole (tab. 1 l).
Ci è parso ovvio che il sistema dovesse essere una rete. I nodi della
rete sono gli elementi di riconoscimento del modello e corrispondo-
no ai gruppi neuronali postulati dalla nostra teoria. Abbiamo pensa-
2 Le reti selettive occupano una nicchia specifica nell' ambito delle reti neurali arti-
ficiali. In particolare, Edelman e collaboratori le definiscono modelli neurali sintetici, in
quanto integrano molteplici livelli: la sinapsi, il neurone,l' area neurale, il fenotipo e la
storia individuale degli stimoli e delle risposte nell'ambiente [Reeke e Sporns I993].
3
12 Capitolo decimo
to di simulare i gruppi nei loro aspetti funzionali, ma non nei loro
dettagli elettrofisiologici. Ogni gruppo nel modello è in uno stato
corrispondente al proprio livello di attività. Lo stato di un gruppo di-
pende esclusivamente dagli input attuali e dalla sua storia passata.
I gruppi possono trasmettere i valori delle loro variabili di stato
ad altri gruppi tramite le connessioni della rete, in analogia alle si-
napsi del sistema nervoso. Prima di parlare della struttura globale ve-
diamo che cosa è un gruppo. Un gruppo (fig. 56) è, dal punto di vista
formale, un aggregato di unità neurone-simili, sebbene le connessio-
ni tra le unità dei gruppi non siano state considerate esplicitamente
nella simulazione (la didascalia della fig. 56 è una sintesi della funzio-
ne di un gruppo; invece, i dettagli appaiono nelle equazioni sotto-
stanti). I
I gruppi ricevono numerosi input provenienti da altri gruppi pre-
senti nella rete stessa o in reti diverse. Lo stato di ogni gruppo è ca-
ratterizzato da una singola variabile scalare s, tempo-dipendente, de-
terminata dagli input e dalla storia passata del gruppo, secondo una
funzione di risposta non lineare,
Si(t) = - aE) - - al) + N + W'Si(t - r)
; 'I k
[r3]
dove Si(t) è lo stato del gruppo i-esimo al temp,o t; Ci; è la forza di
connessione dell' input i-esimo al gruppo i (per Ci; > O, eccitatorio;
per Ci; < O inibitorio); SIi' è lo stato del gruppo specificato da li; (cioè,
del gruppo connesso cdn l'input j-esimo del gruppo t); a
E
è la soglia
dell'input eccitatorio (vengono inclusi solo input con Sii; 2: a
E
); è un
Tabella I I.
Regole di base per progettare un automa percettivo.
Il sistema deve essere una rete.
I nodi della rete sono elementi per il riconoscimento e corrispondono a gruppi di neu-
roni.
L'attività di ogni gruppo dipende solo dai suoi input e dalla sua storia passata.
I gruppi possono segnalare la loro attività ad altri gruppi lungo le connessioni delle reti
(" sinapsi "),
La connettività, una volta stabilita, non può variare (dogma a senso unico).
Le forze di connessione variano in risposta alla attività di uno o entrambi i gruppi con-
nessi (regole sinaptiche).
Non è inserita alcuna informazione sugli stimoli, e non si verifica alcun apprendimento
forzato negli stadi iniziali della categorizzazione (ignoranza neuronale; sistema selet-
tivo) ,
11
Reti selettive e automi percettivi 3
1
3
coefficente di inibizione fisso; Sk è lo stato del gruppo definito da
k, che comprende tutti i gruppi in uno spazio inibitorio specifica-
to attorno al gruppo i; al è la soglia dell'input inibitorio (vengono
inclusi solo input con Sk 2: al); N rappresenta il rumore ricavato da
una distribuzione normale con media e deviazione standard scelti;
Figura 56.
Struttura logica di un gruppo in Darwin II. Tutti i repertori dell' automa si costituiscono
connettendo insieme dei gruppi che condividono la struttura logica, come sintetizzato
nella figura 57. Esistono due classi di connessioni in input. Le connessioni specifiche (in
alto a sinistra) possono derivare da una matrice di input o da gruppi appartenenti allo
stesso repertorio o ad altri. Le fonti di tutte queste connessioni sono specificate da liste
(<<specificazioni evolutive»), la cui costruzione differisce nei diversi repertori. Ci sono
anche delle connessioni inibitorie a breve raggio (in basso a sinistra) che svolgono una
funzione analoga all'inibizione laterale nelle reti neurali, Queste connessioni sono spe-
cificate geometricamente e sono non-specifiche. Il livello di attività in ciascuna connes-
sione in input, se supera una certa soglia, viene moltiplicato per un peso corrispondente
alla forza della propria particolare sinapsi. Il peso stabilisce il grado di importanza di un
certo input nella determinazione della risposta complessiva dell'intero gruppo. Gli input
pesati vengono tutti combinati aggiungendovi il contributo degli input eccitatori e sot-
traendovi i contributi degli input inibitori. Gli input combinati devono superare una se-
conda soglia eccitatoria o inibitoria allo scopo di sortire un qualche effetto sull' attività
del gruppo. Nel caso contrario, il precedente livello di attività va semplicemente incon-
tro a un decadimento esponenziale. In entrambi i casi, viene aggiunto un livello variante
di rumore alla risposta del gruppo, in analogia con le fluttuazioni riscontrabili nelle reti
neuronali reali. La risposta finale ottenuta combinando tutti questi termini è disponibile
per qualunque altro gruppo possa essere connesso a quest'ultimo (frecce e destra). Si
vedano le equazioni 13 e 14 nel testo per la definizione dei simboli.
...
.. - - - -Aggiusta C
ij
Sei!
I XCi! \
  > ; I "',? I "" ': C0
 


l
:. ,.---, XJ3 +/

Decadimento

+Q>lb-
SON?
Si
verso
altri
gruppi
314
Capitolo decimo
e, infine, w è un parametro di durata (w = e-l/T, dove't è una co-
stante temporale caratteristica). Il primo e il secondo termine della
funzione di risposta vengono trascurati finché la loro somma non
supera una soglia di attività positiva (ep) o è inferiore a una soglia
inibitoria negativa (e
N
). (Vengono anche inclusi i gruppi con una
fase refrattaria successiva a un'eccitazione oltre la soglia). Il numero
di gruppi di ogni repertorio e il numero di connessioni verso ogni
gruppo sono variabili a piacere; la memoria del computer consente
un massimo di circa I0
6
connessioni distribuite nei modi piu diversi
tra i vari repertori.
La funzione di amplificazione, progettata per varare la "forza
sinaptica" o efficacia Cij di una connessione in base all' attività dei
gruppi pre- e postsinaptici, è data da
Cij(t + I) = Cii (t) + o· cP (CijHSi - eMIHsi - eMI) [I4]
dove o è il fattore di amplificazione (0:5 0:5 I); cp(C) è un fattore
di saturazione che impedisce a ICiil di superare il valore di I [cp (c) =
I- 2C
2
+C
4
se C'(Si-eMI)'(Si-eMi) >0; cp(C) = I se C'(Si-eMI)'
(Si - e
M
,:5 O]; e eMI e eMI sono le soglIe di amplificazione per i gruppi
postsiriaptici i e per i gruppi presinaptici j. Si possono concepire
complessivamente 3
4
= 8I regole di amplificazione per o positi-
vo, negativo o nullo, a seconda che Si e Si siano superiori o inferio-
ri rispettivamente alle soglie eMI e eMi' (In termini di reale attività
neuronale, solo pochi tra questi sarebbero ragionevoli. Nella mag-
gior parte degli esempi di questo capitolo, o era nullo per Si:5 eMI e
Si:5 eMi; negli altri casi o era positivo).
Prima di descrivere lo schema generale di Darwin II, dovremmo
far notare che nell' automa, pur verificandosi variazioni nei parame-
tri, tutti i gruppi sono simili. Esiste un ampio margine di libertà nelle
connessioni dei gruppi nella rete; tuttavia, vale lo stesso principio in
atto nel sistema nervoso centrale dell' adulto -le connessioni della
rete, una volta formatesi, non variano piu. Possono però variare le
forze di connessione e, grazie a questi cambiamenti, è possibile l'am-
plificazione selettiva della risposta, ipotizzata dalla teoria. Infine,
una regola molto importante che caratterizza Darwin II rispetto ai
modelli basati sui computer digitali e sull'intelligenza artificiale è che
non può essere inscritta nel sistema alcuna informazione riguardante
gli oggetti-stimolo. Naturalmente, l'informazione generale sui tipi di
stimoli potenzialmente significativi per il sistema è implicita nella
scelta degli elementi di rilevazione dei caratteri presenti nell' automa
"
I
J
~ ' . ~
Reti selettive e automi percettivi 3
1
5
_ affine, da questo punto di vista, alle scelte inscritte negli organismi
dai loro programmi e fenotipi, evolutisi nel tempo.
La figura 57 illustra uno schema generale di Darwin II. In alto
possiamo osservare una matrice di input, in cui gli stimoli figurano
come pixel accesi e spenti su una griglia. (Sono impiegabili caratteri
dell'alfabeto su una griglia I6 x I6, ma qualunque configurazione bi-
dimensionale va bene). Sotto la matrice di input viene rappresentato
il sistema vero e proprio che consiste in due reti distribuite in paral-
lelo, ognuna composta da diverse sottoreti o repertori (indicati dalle
caselle), che sono attivi in parallelo e "si parlano" tramite il rientro,
Figura 57.
Piano costruttivo semplificato di Darwin II. Una spiegazione dettagliata è presente nel
testo. Si osservi la generale somiglianza a una coppia di classificazione (cfr. fig, 55)·
' ~ - - -
- ~
I •
--l-
"'- "WAIL\CE"
~ Traccia
Matrice di input
-'111/
1..-
Li.J1ì
, ,
~ -
ecc.
--- Gruppo
il
I
[I
~ I
3
16 Capitolo decimo
consentendo 1'emergere di una funzione assente in ciascuna rete iso-
lata. Abbiamo denominato per convenzione i due insiemi di reti, che
associati costituiscono una coppia di classificazione, «Darwin» e
«Wallace », dai nomi dei due massimi esponenti della teoria della se-
lezione naturale.
La rete Darwin (a sinistra) è stata progettata per rispondere in
modo specifico a ogni singolo stimolo, e corrisponde, grosso modo,
alla categorizzazione basata sul!' esempio. Invece, la rete W allace (a
destra), è stata concepita per avere reazioni simili al cospetto di og-
getti appartenenti alla stessa classe, e corrisponde, all'incirca, alla ca-
tegorizzazione basata su un accoppiamento probabilistico. Darwin
e Wallace possiedono un livello strutturale comune. Entrambi sono
connessi alla matrice di input (o "mondo"), il livello piu prossimo ai
caratteri, sopra al quale vi è un livello di astrazione o di trasforma-
zione che riceve l'input principale dal primo livello.
Il primo livello di Darwin è il repertorio R, o "riconoscitore", il
quale comprende dei gruppi che rispondono a singoli caratteri nella
matrice di input come, per esempio, segmenti orientati in direzioni
precise o con angoli particolari, come indica il riquadro piccolo (fig.
57)· I vari insiemi di rilevatori di caratteri sono connessi topografi-
camente alla matrice di input in modo tale che le risposte in R ripro-
ducono i rapporti spaziali dello stimolo. R è connesso a una rete tra-
sformante di ordine superiore, definita R di R (" riconoscitore dei
riconoscitori"). Ogni gruppo R di R è connesso a numerosi gruppi R
distribuiti sopra la lamina R, quindi ogni gruppo R di R può rispon-
dere a un'intera configurazione di risposta in R. In questo processo,
non viene conservato il mappaggio topografico di R; come risultato,
R di R effettua un'astrazione dello stimolo originario. (A titolo
esemplificativo, se lo stimolo viene modificato, come nel caso di una
traslazione in una nuova posit:ione sulla matrice di input, la risposta
di R di R sarà molto diversa. E compito di Wallace occuparsi di que-
sta traslazione e del bisogno di conservare l'invarianza. R di R si oc-
cupa delle singole proprietà di uno stimolo rilevando ne i caratteri;
senza entrare nei dettagli, questi riguardano il rapporto tra stimolo
e sfondo).
Wallace, in quanto correlatore di caratteri, inizia con un mecca-
nismo di tracciamento progettato per scandire la matrice di input, ri-
levando i contorni dell' oggetto e tracciandoli in modo da correlare
i caratteri che rivelano la presenza di oggetti come singole entità e la
loro proprietà di continuità; una traccia di questo tipo può ricono-
scere alcuni caratteri dell' oggetto, come le giunzioni tra linee di vario
Reti selettive e automi percettivi
317
tipo. Da questo punto di vista, Wallace si comporta come un occhio
che scandisce rapidamente una scena per rilevare gli oggetti presenti
o come un dito che traccia i contorni di un oggetto. La traccia stessa
eccita un insieme di gruppi "virtuali" (G
b
••• , G
27
nella fig. 57) in
accordo con la topologia della configurazione dell' input. Definiamo
questi gruppi, "virtuali", perché, nella simulazione, il loro input non
presenta delle vere e proprie connessioni sinaptiche, ma è, invece,
connesso a una simulazione computerizzata della scansione e del
tracciamento. Questo non significa che non si comportino come
gruppi fedeli. A loro volta i gruppi virtuali sono connessi a una rete
di astrazione di ordine superiore, RM (" riconoscitore del movimen-
to"), che risponde all' attività della traccia in modo molto simile a co-
me R di R risponde all'attività in R. Poiché la traccia risponde alla
presenza di linee o di giunzioni di linee e presenta un modesto inte-
resse per la loro lunghezza e orientamento, RM è insensibile a tra-
sformazioni rigide e non rigide dell'oggetto-stimolo e tende, piutto-
sto, a rispondere alle caratteristiche di classe di intere famiglie di
stimoli correlati (si veda la «topologia» di Bernstein nella fig. 49).
Le reti R di R ed RM sono unite da connessioni incrociate reci-
proche illustrate nella figura (al centro in basso). Si tratta di connes-
sioni rientranti, in quanto connettono reciprocamente le varie parti
del sistema, piuttosto che collegarsi all'esterno, e scambiano segnali
di tipo fasico; inoltre, rendono possibile il richiamo associativo, con-
sentendo a Darwin e a Wallace di interagire e di comportarsi come
una coppia di classificazione 3.
Poiché i diversi gruppi sono costtuiti con schemi di input e forze
di connessione simili, i repertori dei gruppi stessi saranno degene-
rati quanto basta. La specificità dei gruppi dipende dalle rispetti-
ve forze di connessione - la risposta ottimale si ottiene quando gli
input piu attivi sono connessi alle sinapsi con elevate forze di con-
nessione. La figura 56 ci fa capire come queste forze varino, in una
tipica connessione, con il procedere della selezione. Come abbiamo
già detto, Darwin II consente di scegliere una qualunque tra ottan-
tuno regole possibili per ciascun tipo di connessione. Queste re-
gole sono accomunate dal fatto che la variazione nella forza di con-
3 Le ricerche neurofisiologiche (si veda il capitolo III, nota 5) sembrano aver indivi-
duato nella corteccia cerebrale un meccanismo di questo tipo, dove gruppi neuronali di-
versi, attivati da uno stimolo, dialogano, tramite il rientro. Tali risultati sperimentali
hanno offerto lo spunto a Edelman e collaboratori per simulare in modo piil realistico
l'integrazione tra sistemi corticali distribuiti [Finkel e Edelman 1989; Tononi e altri
1992a, 1992b; Friston e altri 1994].
3
I8 Capitolo decimo
nessione dipende dalle attività pre- e postsinaptica e dal valore pre-
esistente delle forze stesse, ma non da altre variabili. Nei limiti di
questo modello semplificato, non è cosi importante quale regola si-
naptica venga impiegata, una volta stabilito che le connessioni devo-
no potersi rinforzare o indebolire - altrimenti, tutte le sinapsi ten-
derebbero a un massimo di forza, e il sistema perderebbe la propria
selettività.
Poiché, realizzando 1'automa, abbiamo deciso di mantenerci en-
tro limiti di complessità accettabili, non abbiamo incluso nelle regole
sinaptiche il modello popolazionistico presentato nel capitolo VIT. In-
vece, le prime versioni della macchina impiegavano la sola variazione
presinaptica, la sola variazione postsinaptica, oppure una regola af-
fine alla regola di Hebb: cioè, se un certo gruppo risponde con forza
e, simultaneamente è attivo 1'input a una delle sue sinapsi, allora au-
menta la forza di quella sinapsi cosicché lo stesso input, ripresentan-
dosi, potrà indurre una risposta piu intensa. Se l' input forte e l' out-
put è debole, o viceversa, la sinapsi si indebolisce 4. E importante
capire che questa semplice regola, pur limitando le prestazioni della
macchina, non ne modifica radicalmente il comportamento generale,
che vedremo nella sezione successiva. Inoltre, a causa dei tipi di con-
nessione e della natura selettiva dei gruppi dell' automa, anche regole
cosi semplici non operano alcun trasferimento d'informazione tra i
neuroni.
3. Darwin II: il comportamento.
Per valutare i risultati ottenuti con Darwin II, abbiamo impiega-
to tre criteri (tab. 12) di successo: I) in Darwin, abbiamo valutato la
generazione di rappresentazioni individuali, cioè risposte uniche a
ogni stimolo diverso, e la stessa risposta, intensificata, allo stesso sti-
molo ripetuto; 2) in Wallace, abbiamo valutato la generazione di
rappresentazioni di classe, cioè, risposte simili a stimoli diversi,
aventi però caratteristiche di classe comuni; 3) nel sistema completo,
a queste rappresentazioni individuali e di classe era richiesto di in-
teragire, mediante il rientro, e di effettuare un richiamo associativo
di stimoli diversi appartenenti alla stessa classe.
La figura 58 illustra le risposte di singoli repertori in condizioni
in cui le connessioni incrociate rientranti tra Darwin e Wallace non
4 La cosiddetta sinapsi anti·hebbiana.
J
Reti selettive e automi percettivi 3
I
9
erano attivate. Si può osservare che le risposte di R sono topografi-
che, assomigliando, in genere, alle lettere stimolo, tranne per alcune
occasionali risposte al rumore. Le risposte in R di R, come atteso, so-
no individuali e peculiari, e per nulla topografiche, poiché i caratteri
di parti diverse di R devono essere correlati. Le risposte alle due A
non sembrano essere piu simili di quanto lo siano la risposta a una A
e a una X, malgrado i risultati statistici evidenzino una maggior si-
militudine tra forme simili, come vedremo in seguito. La situazione
in Wallace è completamente differente. Infatti, le risposte in RM
sono molto simili per i due stimoli appartenenti alla stessa classe (le
due A di forma diversa), e non sono in alcun modo sensibili agli
aspetti peculiari di ciascuna lettera, e la risposta è indipendente da
qualunque rotazione o traslazione della lettera.
Quando si consente alla selezione di operare, con le forze sinap-
tiche che si modificano in accordo a una regola di amplificazione, le
risposte diventano piu specifiche (si veda la fig. 59)· Gli istogrammi
delle frequenze di queste risposte ne illustrano la distribuzione alla
prima comparsa di un certo stimolo e dopo che lo stesso è ricomparso
piu volte. Inizialmente, la maggior parte dei gruppi risponde debol-
mente, ma accade che alcuni rispondano molto bene. A selezione av-
venuta, viene reclutato un maggior numero di gruppi aventi una va-
lida risposta, inclusi tra quelli che in precedenza avevano una forza
di risposta media, pur rimanendo disponibili numerosi gruppi silenti,
predisposti a rispondere a futuri stimoli non impiegati nell'esperi-
mento.
Questo comportamento è un esempio di riconoscimento, ossia,
una risposta piu intensa a uno stimolo già incontrato. Se lo stesso ti-
po di esperimento viene ripetuto con numerosi stimoli diversi, il si-
stema può effettuare una limitata classificazione (tab. 13)· La somi-
Tabella 12.
Criteri per una prestazione di successo.
"Darwin"
Rappresentazione individuale - risposta unica per ogni stimolo differente; la stessa
risposta alla presentazione ripetuta dello stesso stimolo, ma piu intensa.
"Wallace"
Rappresentazione di classe - risposta simile a stimoli diversi aventi caratteristiche
comuni per classe.
"Darwin II'' (sistema completo)
Interazione di rappresentazioni individuali e di classe per fornire un richiamo asso·
ciativo di stimoli differenti in una classe comune.
3
20 Capitolo decimo
glianza tra le risposte di un repertorio a due caratteri qualunque può
essere misurata contando il numero di gruppi che rispondono a en-
trambe le lettere, dividendolo poi per il numero che si sarebbe otte-
nuto casualmente se lo stesso numero totale di gruppi attivi avesse
avuto una distribuzione uniforme nel repertorio. Possiamo stimare
la classificazione esaminando i rapporti in cui queste misure di somi-
Figura 58.
Le risposte di repertori individuali (R, R di R, e R
M
; i nomi sono in alto) a una A alta,
stretta (riga in alto), a una A' piti bassa e piti larga (nel mezzo), e a una X (in basso). I cer-
chi rappresentano dei gruppi che rispondono al 50% (cerchi piccoli) o piti rispetto alla
risposta massima (cerchi grandi). I gruppi che rispondono per meno di metà della rispo-
'sta massima non sono illustrati, lasciando delle aree vuote nei diagrammi dei repertori.
"DARWIN"
R RdiR
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O
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I
!

Reti selettive e automi percettivi 3
21
glianza, ottenute per coppie di lettere (o modelli) nella stessa classe,
sono divise per valori corrispondenti di somiglianza per coppie di
modelli in classi diverse. Naturalmente, le classi di appartenenza del-
le diverse lettere impiegate sono stabilite dallo sperimentatore e non
fanno parte delle potenzialità di Darwin II.
Nella tabella 13 possiamo vedere i valori di questo rapporto per
R di R e per RM al momento d'inizio di un tipico esperimento e do-
po che la selezione ha operato su ciascuno stimolo presentato tre vol-
te. Relativamente a questi stimoli, i gruppi in Wallace (RM) avevano
una probabilità novantun volte maggiore di rispondere a tutti e due
gli stimoli appartenenti alla stessa classe rispetto a stimoli di classi di-
Figura 59.
Istogrammi della frequenza di risposta. A) Risposta iniziale a un nuovo stimolo. B) Ri-
sposta allo stesso stimolo dopo che la selezione è proceduta per una volta. Ascissa: livelli
di risposta s, espressi come frazione della risposta massima. Ordinata: numeri di gruppi
che rispondono allivello s.
600
1 100
'B
g

z
50
A)
B)
I ......
o i l i I i I i
o 0,5
Risposta, s
o 0,5
Risposta, s
3
22
Capitolo decimo
verse. Quindi, il sistema classifica fornendo risposte simili a caratteri
diversi, ma dello stesso tipo. Come abbiamo già detto, anche in Dar-
win possiamo scorgere una minima traccia di classificazione, come
indica il valore di 1,2 I per il rapporto iniziale. Dopo la modificazio-
ne selettiva delle forze di connessione, la capacità di classificazione
progredisce, nonostante l'assenza di unfeedback dall'ambiente che
consentirebbe al sistema di "imparare" quali sono le risposte" cor-
rette".
Se estendiamo i risultati precedenti a stimoli non inclusi nell'in-
sieme di allenamento (l'insieme presentato durante la selezione) ne
ricaviamo la generalizzazione (tab. 14) sia in RM che in R di R. In
RM questa è una conseguenza diretta delle caratteristiche di rispo-
sta di classe di quel repertorio, ma non lo è in R di R; tant'è che si
riesce a generalizzare solo in presenza di connessioni rientranti da
RH a R di R e all'interno di R di R. Queste connessioni consentono
a RM di influenzare 1'attività di R di R, rafforzando le connessioni
comuni quando rispondono a stimoli diversi, ma simili nella risposta
in R",r, poiché appartengono alla stessa classe.
In un esperimento (tab. 14) riguardante lettere di prova mai in-
contrate, in R di R il rapporto di similitudine delle risposte nell' am-
bito della stessa classe rispetto a quello tra classi diverse era 6, IO do-
po la selezione basata su altre lettere dello stesso tipo (l'insieme di al-
lenamento), mentre inizialmente era soltanto 1,77. I risultati basati
su un insieme di controllo costituito da lettere non correlate dimo-
stra che si tratta di un effetto specifico, non dovuto a un generico
aumento della somiglianza di risposta a tutti gli stimoli.
Sebbene questi risultati ci aiutino a comprendere come le reti
Darwin e Wallace esaudiscano i criteri per cui sono state progettate,
abbiamo voluto impiegarle insieme sotto forma di coppia di classifi-
Tabella 13.
La classificazione in Darwin II.
Numero di gruppi che rispondono a stimoli nella stessa classe/numero di gruppi che ri-
spondono a stimoli in classi diverse.
Darwin Wallace
(RdiR) (R
M
)
Inizialmente
1,2I
9°,°3
Dopo la selezione
I>4 I
24 I ,30
Repertori: R, }84
0
gruppi; altri, 4096 gruppi; nessuna connessione Darwin-WalIace.
Stimoli impiegati: 16 (4 per ciascuna di 4 classi).
Amplificazione: } serie di 4 stimoli/corsa, 8 cicli/stimolo.
I
  I
lJ
Reti selettive e automi percettivi
3
2
3
cazione, dimostrando che le reciproche connessioni rientranti pos-
sono realizzare un richiamo associativo di risposte a stimoli che il si-
stema colloca nella stessa classe, grazie alle risposte simili che esse
evocano nella rete Wallace e, in grado minore, nella rete Darwin.
Nella figura 60, viene illustrato lo schema di un sistema per un espe-
rimento di associazione. Sono impiegati solo due stimoli: una X e
un +, scelti poiché le loro risposte in R di R sono assai diverse, men-
tre le loro risposte in RM sono molto simili (ovviamente perché
ognuna consiste di una coppia di linee che si incrocia al centro).
Quando la X compare per prima (fig. 60, riquadro a sinistra), R (a si-
nistra al centro) fornisce la risposta topografica attesa; R di R pre-
senta una configurazione unica e specifica per quello stimolo (per
chiarezza, nella figura viene mostrato un solo gruppo attivo, con la
stimùlazione che segue il percorso I).
Contemporaneamente, in Wallace si genera una traccia che de-
termina una risposta opportuna in R
M
• Vi sono delle connessioni
incrociate bidirezionali tra R di R e R
M
; le connessioni che even-
tualmente uniscono i gruppi attivi nei due repertori sono rinforzate
dalla normale procedura di modificazione (percorso 2). Nel riquadro
al centro della figura 60, la X viene rimossa e sostituita da un +. I
gruppi precedentemente attivi in risposta alla X si disattivano (cerchi
vuoti) sebbene le connessioni che li uniscono rimangano rinforzate
(linee continue). In Re R di R, come risposta al +, diventano attivi
nuovi gruppi (cerchi pieni); le connessioni tra questi gruppi vengono
Tabella 14.
Generalizzazione in R di R.
rnterclasse / Caso rnterclasse / Caso Interclasse / rnterclas,e
Insieme di allenamento
Insieme di prova
Insieme di controllo
Insieme di prova
Controllo
2,°9
2,89
6,IO
Repertori: R, }840 gruppi; altri, 1024 gruppi.
inizialmente
0,72
I,63
I,96
dopo la selezione
1,00
1,00
Connessioni a ciascun gruppo R di R: 96 da R, 64 da R di R, 128 da RM.
Amplificazione: 4 serie di 16 stimoli ciascuna, 4 cicli/stimolo.
2,90
1,77
6,10
3
2
4 Capitolo decimo
rinforzate analogamente all'esempio precedente (linee tratteggiate,
percorsi l). In Wallace, la traccia è la stessa che per la X, e viene evo-
cata una risposta in RM molto simile a quella precedente. Perciò si
rinforzano le connessioni tra i gruppi che riconoscono il + in R di R
e gli analoghi gruppi in RM• In questo modo si forma un percorso
associativo indiretto, mediato da R
M
, tra i gruppi coinvolti nei due
modelli di risposta in R di R.
Il terzo riquadro della figura 60 illustra quali sono i modi per ve-
rificare l'associazione. Il meccanismo della traccia viene disattivato,
cosi l'associazione sarà esclusivamente basata sulla passata esperien-
za con lo stimolo e non su una qualunque correlazione immediata ve-
rificantesi durante la prova. Quando la X compare in queste condi-
zioni, R e R di R generano risposte molto simili a quelle ottenute ori-
ginariamente con la X. RM riceve un input soltanto da R di R attra-
verso i percorsi 2 precedentemente rinforzati, ricavando una risposta
comune, appropriata per la X e per il +. I percorsi 3 consentono poi
a RM di stimolare in R di R il modello originariamente associato al
secondo stimolo (il +), anche se il + non è poi presente nella matrice
di input. In funzione della costante temporale scelta, questa risposta
Figura 60.
Visioni schematiche di Darwin II, illustranti tre stadi in un esperimento di richiamo as-
sociativo per scopi esplicativi. I cerchi pieni rappresentano i gruppi attivi; i cerchi vuoti,
i gruppi inattivi. Le linee piene rappresentano le connessioni tra gruppi selettivamente
rinforzati; le linee tratteggiate rappresentano le connessioni attivate per la prima volta.
I numeri racchiusi nei cerchi marcano le vie attivate in tempi successivi. Per la discus-
sione, si veda il testo.

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Reti selettive e automi percettivi
3
2
5
associata può verificarsi contemporaneamente alla risposta per la X
o piu tardi.
La figura 61 illustra i risultati di un tipico esperimento di questo
tipo. Dopo uno stimolo iniziale, gruppi completamente diversi han-
no risposto a una X e a un + (fig. 61 A). Dopo l'esposizione allo sti-
molo e ripetute amplificazioni, le risposte di un certo numero di
gruppi R di R sono rappresentate in un diagramma in funzione del
tempo. Nella figura 61 B (a sinistra), sono visibili i risultati quando
lo stimolo di prova era una X. I gruppi in alto hanno risposto alla X
la prima volta che essa è comparsa; i gruppi in basso hanno risposto
al + la prima volta. Come ci si attendeva, i gruppi attivi per i + non
rispondono immediatamente quando compare la X. Dopo quattro ci-
cli di stimolazione, il repertorio R viene disattivato (freccia) in modo
da non influenzare ulteriormente la risposta di R di R