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2.2.2.4. Le guarigioni di Gesù, segno e inizio della signoria di Dio
Nel caso di Gesù le parole e le azioni non divergono, ma combaciano. Ma proprio le sue azioni dimostrano che l'incipiente signoria della bontà di Dio non riguarda solo l'intimo, bensì abbraccia anche la corporeità e la socialità degli uomini. Ciò risulta particolarmente chiaro dalle guarigioni da lui operate, dalla sua scandalosa amicizia con peccatori notori, dal gruppo dei suoi discepoli, che raduna, riconciliandoli, anche nemici mortali, come pubblicani e zeloti (Mc 2,14 par; Le 6,15 par) . Vicino a lui i nuovi modi di comportamento, di cui egli (per es., Mt 5-7 par), diventano già possibili e reali, viene germmalmente messa in atto una convivenza riconciliata, non violenta e serena. Pure i suoi discepoli egli invia a parlare e ad agire, cioè col compito di annunciare la venuta della signoria di Dio e di guarire gli infermi (Mt lO,l]s. par; Mc 3,14s.; 6,7). Le guarigioni operate da Gesù sono di solito presentate come i suoi «miracoli», anche se i vangeli non usano mai questo termine (gr. thauma, l.at. miraculum, o gr. téras, lat. prodigium) per indicarle; essi parlano pmttosto sempre di «azioni potenti» (gr. dyndmeis) o, come fa Giovanni, di «segni» (gr. semeia), di azioni in cui la potenza e la forza di Dio sono all'opera per guarire. Nei vangeli i «racconti di miracoli» occupano molto spazio. Ma l'analisi storico-critica mostra che nel corso del processo della tradizione essi sono stati ampliati: con aggravamenti (la figlia di Giairo in pericolo di morte in Mc, già morta in Mt), con una rielaborazione narrativa di motivi della promessa veterotestamentaria (per es., Es 16/ Nm 11; l Re 17/ 2 Re 4 in Mc 6,32-44), qualche volta anche mediante la trasposizione di motivi ellenistici su Gesù (Mc 5,1-20 par; Mt 17,24-27), di Gesù esperienze fatte ma soprattutto inserendo nella vita con il Cristo (racconti di trasfigurazione, cammino sulle acque, tempesta sedata, moltiplicazione dei pani, pesca miracolosa). Una simile rielaborazione kerygmatica dice cose teologicamente vere sull'importanza salvifica della persona e del messaggio di q-esù. Se, mediante la critica della tradizione, ci spingiamo oltre tale nelaborazione, ci imbattiamo in un nucleo storicamente garantito di guarigioni da lui operate. Neppure storici critici mettono in dubbio che egli abbia perlomeno guarito malati e cacciato demoni (molte malattie erano considerate una possessione). I loro argomenti sono i seguenti: neppure i suoi avversari contestano le sue cacciate di demoni e si limitano a darne una interpretazione diversa (Mc 3,22 par; M t

9 34: egli sarebbe un alleato di Beelzebul) da quella che egli ne dà (le Ù 20 par); alcuni racconti risultano originari a motivo della loro seme indicazioni pli,cità (Mc l ,29-31) e delle (nomi di persone e luoght, vocaboh aramatct. 10,46ss.; Mt 11,20-22 par). Gesù, comportandost m mente diversa dal Battista, ha quindi compiuto delle guangtont che stupirono i suoi contemporanei. . . Tali sue azioni potenti sono tuttavia a prima vista equtvoche e qumdi anche fraintendibili. Il loro senso teologico risulta solo dall'insieme dell'attività di Gesù e dalle sue parole di spiegazione. Egli afferma che con le sue guarigioni e con le sue cacciate di demoni «il regno di Dio qualè giunto a voi» (Le 11,20 par). Le sue azioni potenti sono cosa di più di semplici «segni» premonitori del futuro regno .dz Dzo, ma fanno già parte dell'avvento dinamico attuale di qu.esto. Egh ha valu.tato le proprie azioni come un evento e un ademptmento escatologtco (Mt 11,4s. par; Le 10,23s. par), come manifestazione simbolica e irruzione iniziale della salvezza definitiva. Questa, ove si accoglie con piena fiducia il messaggio della vicinanza di Dio, può già operare in anti-

0c

ctpo. Naturalmente Gesù guarisce singoli individui e per di più provvisoriamente. Rispetto alla sofferenza che rimane e alla salvezza ancora da venire le sue azioni sono solo eventi insignificanti. A quanti gli muocritiche e dubbi di questo genere (Mt 11,6 par) egli rivono sponde con parabole di contrasto, che parlano del granello di senape, del lievito e del seminato re (Mc 4,30-32 par; Le 13 ,18s.20 par; Mc 4,2629 par): rimanda all'inizio incredibilmente piccolo ma così importante consistente nel fatto che degli uomini credono e lo seguono (e non a un sovvertimento totale) . non la discrepanza fra il modestissimo inizio e le grandt promesse madempiute, la tratteggia anzi in maniera nitida. Ma nello stesso tempo mete te gli uditori di fronte al mondo nuovo di Dio già inizialmente instaurato dalla sua azione e dalle sue parabole e h mvtta ad entrare in esso .

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2.2.3. LA PRETESA AUTORITÀ DI GESÙ
E IL SUO RAPPORTO UNICO CON DIO

2.2.3 .. La missione rivendicata da Gesù di essere il messaggero e portatore definitivo della salvezza: cristologia implicita di Gesù
L'attività di Gesù è radicalmente teocentrica: «Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno» (Le 11,2 par; cfr. Mc 10,18 par). Egli ha redicato la signoria già incipiente della bontà illimitata di Dio, il suo definitivo e la sua vicinanza salvante per tutti, e non se stesso. Personalmente si è messo del tutto al servizio di questa signoria di Dio, si è posto completamente in secondo piano rispetto alla venuta di Dio dimenticandosi, si è impegnatocon tutte le forze per rendere . . presente già qui questa bontà di Dio per gli altri. Ciò malgrado, con il suo comportamento e con la sua pred1caz10ne, egli avanza una retesa incredibile di essere in possesso _una ne. Alcuni esempi: guarisce malati «posseduti dal demomo» «con il d!/ t"Oai Dio» (Le 11,20); in questo modo egli pone il suo modo di agire -stillOStesso piano dei prodigi corrispondentemente qualificati della creazione (Sa l 8,4), dell'esodo (Es 8,19) e del Sin ai, delle tavole della legge scritte con il dito di Dio (Es 31,18; Dt 9,10). Dice di non essere «venuto (da Dio) per chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2,17; cfr. Le 19,10) e su mandato di Dio siede a tavola con loro; in tal modo .Q!.Q_mette loro, che pur mettono in pericolo l'ordine salvifico, il erdon9 mcona1zionato diPio (Mc 2,5 par). Non si comporta solo in maniera incredibilmente libera in rapporto alla corrente interpretazione della Torah (prescrizioru relativèallapurezza e al sabato), ma, dove essa za delle concessioni disumane, la abolisce (perlomeno in Mc 10,11 par; antitesi «fu detto agli antic i - ma io vi dico»); in tal modo egli retende di conoscere la volontà di Dio me lio di Mosè e di essere quindi il rivelatore definitivo i Dio. C iama incon izionatamente come Dio aveva fatto con i profeti- dei discepoli a seguirlo, e si comporta ciò malgrado fra di loro come il servo e lo schiavo di tutti (Mc 10,43 par). Afferma che la venuta salvifica di Dio è già in atto ora nella sua azione (Le 11,2 par; 10,23par ecc.), per cui gli interpellati si deciderebbero concretamente pro o contro Dio, per la loro salvezza o la loro perdizione, a seconda della decisione che prendono nei suoi confronti (Le 12,8s. par; Mc 8,38 par). Chi afferma una cosa del genere o

amore
e ,

è «fuori di sé» (Mc 3,21) o è effettivamente unito in una maniera . , , , . straordinaria a Secondo lo stanco ebreo Gesu e «l umco ebreo an-J tico a noi noto» ad aver annunciato «che il tempo .salvezza è già cominciato» (D. Flusser, ]esus, 87 [trad. 1t., 126]), e l umco pretende di attuare (Mt ll,?s. par; 10,23s. par; cfr. Le 4,1.6-21) compimento promesso per 1l fm.ale es., .Is .' 61,ls.). Egli afferma che la futura _ d1 D10 ad attuarsi anticipatamente nella at_ tlyJ.ta e collega qumdi lm1z1o Clella signoria-dell'a more di Dio con la pro ria attività. Egli ha l' ardzre di agire al posto di Dio,· e lo fa come se fosse una cosa ovvza che eglz possa e debba agire così. _ Egli deve aver avuto coscienza della rilevanza della ?ropria azione. Dovrebbe essersi considerato - alla luce congmnta d1 Is 52 7-10 e 61,1s. - come l'inviato definitivo di Dio e il portatore della di Dio (cfr. le parole relative alla sua missione in Mc 1,38/Lc 4,43; Mc 2,17; 10,45; Le 12,49; 19,10; Mt 15,24): Una simile autocomprensione corrisponde in pieno a quanto appena e cioè al fatto che la signoria di Dio quale evento g1a presente e mtroe il Causa e dotta da(@ v che ne è j l persona di Gesù sono tra loro l avvento della signoria della bontà perdonante e salvante d1 Dw e legato alla sua persona e azione. Egli fa indispensabilmente parte dell'evento e della maffi nifestazione dell'amore di Dio per i perduti. Assieme al suo tema _ dicalmente teocentrico, la signoria di Dio, egli §_perciò costretto a tematizzare indirettamente e impliç_itamente anche se stesso: non in ter-mini ma omunque in maniera ugualmente innegabile, . Gesù ha rivendicato a sé la funzione del rivelatore e salvatore escatolog!i_o. In questo senso non specifico, ma radicale, egli ha quindi avanzato (secondo l'opinione della maggior parte degli esegetz) una pretesa «messzanzca».

2.2.3.2) Una esplicita cristologia dei titoli in Gesù?
Di fronte a questa cristologia implicita del Gesù la ne se egli abbia anche qualificato la sua pretesa m1ss10ne c?n un lo di portatore di salvezza già a d1 «Messla», «Figlio di Dio» ecc. (cristologia esplicita de! tltoh).' e d!llllportanza lativamente secondaria per fondare una cnstolog1a sullo stesso Gesu.

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Non possiamo infatti ignorare una cosa: la rivendicazione specificaalcun_ a idea conmente avanzata da Gesù non temporanea del mediatore aélla salvezza, ma le superava tutte quante. Per queSTo egli si mostrò estremamente prudente verso tutti i pre icati messianici tradizionali (titoli onorifici 'cristologici') . Essi erano insufficienti e avrebbero esposto in partenza il suo modo di agire a fraintendimenti inutili (per es., nazional-politici). Inoltre essi avrebbero fissato troppo l'attenzione dei suoi uditori, anziché sulla causa centrale della venuta della signoria della bontà di Dio, sulla persona che la rappresentava e li avrebbero così indotti a considerarla in maniera isolata. In particolare notiamo questo: Gesù, anche se la folla lo ha già paragonato a un «profeta» (cfr. Mc 6,14 -16 par; 8,28 par), non si qualifica come tale (gìà il-Battista è per lui «più di un profeta»: Mt 11,9 par); egli rimanda al suo modo di agire, da cui si desume che «ben più di Giona c'è qui» (Le 11,32 par; cfr. 10,23s. par). Contrariamente alle odierne attese, nei vangeli non troviamo mai neppure il titolo di «Messia» (Cris!Q) sulle sue labbra titolo che gli viene attribuito so o da altD:Zosì nella professione di 'fede di Pietro in Mc 8,27 -30 (se nel suo nucleo essa possa essere considerata storica è cosa controversa; comunque in essa potrebbe sempre echeggiare il ricordo che già nel gruppo prepasquale dei discepoli era affiorata l'ipotesi provvisoria, ancora gravata da fraintendimenti nazional-politici, che Gesù fosse il Messia); sulla autenticità storica delle parole pronunciate davanti al sinedrio e riportate in Mc 14,61b-64 esistono seri dubbi, dal momento che esse rispecchiano un processo già piuttosto lungo di formazione di una professione di fede cristologica e costituiscono un compendio della cristologia marciana. Pure le denominazioni «Figlio di Dio» e vo (sofferente) di Dio» mancano nelle parole di Gesù, né egli le ha mai di -certo adoperate per indicare se stesso; ma il èontenuto con esse in seguito esplicitato (una inespressa coscienza di re Figlio) esiste sicuramente in lui. dell'l!oCompletamente diversoETl caso dell'espressio?e mo» (ò ut6ç 1:ou avepc.Onou [ho hyiòs tu anthropu], estranea alla lingua greca_, frutto di una traduzione letterale pedissequa dell'aramaico «bar enash» o «bar nasha», che significa semplicemente «l'uomo», «un uomo», «qualcunQ»; -+ 2.1.3.5.) . Nei vangeli sinottici essa riéòrre solo sulle labbra di Gesù, mentre nella letteratura epistolare neotestamentaria manca del tutto, per cui risulta legata alla tradizione di Gesù. La maggior parte degli esegeti ritiene pertanto c e qui egli usò abbiamo a che fare con una peculiarità del linguaggio ----' -

l'espressione «ta!. nasjza» Ma in che sens@oui le inter retazioni divergono come in poche altre questioni.
L'interpretazione per lungo tempo
-1 l'espressione, come un titolo onorifico messlalllCO

parlato del «veniente» F_iglio (secondo Dn 7 ,13s.), distinguendosi da lui (non identificandosi quindi personalmente con lui, ma eventualmente so o 1n maniera segretamente funzionale) , oppure parlando di se stesso co!J?.e del c,he r!!_qrna. Un'altra interpretazione dice: non il «Figlio dell'uomo';;-f dì nuovo inteso come titolo) bensì ' quello Q e sofferente sulla terra sarebbe l'idea originaria, come tale Gesù si sarebbe qualificato, aspettando la propria elevazione (le parole apocalittiche del Figlio dell'uomo sarebbero secondarie e postpasquali). Una ter) za interpretazione afferma: sulle labbra di Gesù l'espressione «bar nasha» non fu gJ.ai un titolo (il Figlio dell'uomo), ma una descrizione (un uomo, qualcuno) allora non inusuale per dire «io» (cosa che spiegherebbe anche lo scambio indiscriminato fra «ho hyiòs tu anthropu» e «io» in passi paralleli sinottici); tutte le parole con bar nasha o con io tratterebbero del Gesù terreno; dopo la Pasqua lo si sarebbe comprensibilmente identificato con il «(Figlio di) uomo» elevato da Dio e celeste di Dn 7 ,13s., con la qual cosa il linguaggio originario di Gesù si tinse di significati apocalittici. Nessuna di queste interpretazioni può affermare di essere storicamente sicura. La questione dell'eventuale autodefinizione di Gesù come «bar nasha» (nel senso indefinito di «io» o titolo df<<Figl!o rimane Comunque l'espressione E_2!1 offrirebbe la chiave per alla questione è5ome Gesù la_s1,1a «Che egli, per quanto riguaraava-la sua azione presente, si sia ascritto la funzione del mediatore escatologico della salvezza, rimane nel frattempo una cosa assodata indipendentemente dal fatto che abbia accettato per sé il titolo di Messia o abbia parlato di sé come del... Figlio dell'uomo» (A. Vogtle, Jesus, 48).

mFi lio deU\IOmo) e ha

suona: Gesù ha usato

2.2.3 {3) Il rapporto di Gesù con Dio: /onte della sua attività e della sua pretesa di essere da lui inviato
Da dove Gesù attinse il diritto di affermare che la signoria di Dio era già in arrivo ora e di considerarsi il Salvatore definitivo? Da dove attinse la sua conoscenza, la sua autorità e la sua libertà (potere: Mc 1,22.27; 2,10 par)? Il messaggio di Gesù su Dio, la missione da lui rivendicata presuppongono un profondo rapporto con Dio, un rapporto che lo segna intimamente e che si rispecchia nelle sue immagini e parabole su Dio come l'unico completamente buono e affidabile (Mt 7,9-11 par: « ... Se