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EDUARDO HALFON

IL PUGILE POLACCO
Traduzione di Maria Pina Iannuzzi

ANTEPRIMA GRATUITA

Rubbettino

Nel libro Langelo letterario, durante lincontro con lo scrittore Andrs Trapiello, a Madrid, Eduardo Halfon accenna a un misterioso pugile polacco. Il tuo cognome, Eduardo, da dove viene? Libano, risposi. Mio nonno era un ebreo libanese identico ad Alfred Hitchcock. E il tuo nonno materno? Polacco. Anche lui ebreo? S, anche lui ebreo e gli parlai un po di Lodz, di Sachsenhausen, di Auschwitz, del pugile.Guarda, amico, esclam alzandosi per rispondere al telefono, tutto questo o lo scrivi tu o lo scrivo io. Spero che lo scriva lui. Da allora, e attraverso altri personaggi, come un filo ininterrotto si susseguono e si intrecciano nuove storie. Quella di un poeta indigeno immerso in un mondo avulso; quella di un accademico nordamericano esperto di Mark Twain; quella di una hippie israeliana in viaggio per il Centroamerica; quella segreta, unta di jazz, di un pianista serbo; quella di un ragazzo imprigionato in una realt che non lo comprende; quella di un regno sottomarino ormai privo di vita; quella di una madre che cerca di sopravvivere al suo dolore. Da tutte queste storie quella del pugile polacco inizia a germinare, a imporsi, a chiedere di essere scritta da un nipote che a sua volta vorrebbe non scriverla. E che per sa che dovr farlo. Voi ebrei, mi disse Andrs sedendosi, nascete con un romanzo gi scritto sotto il braccio.

Ho portato la macchina da scrivere nella stanza accanto, cos posso guardarmi allo specchio mentre scrivo. Henry Miller

Lontano

Mi stavo muovendo tra loro come se volessi trovare luscita da un labirinto. Avevamo letto insieme un saggio di Ricardo Piglia sul carattere doppio della forma del racconto, e non mi sorprese vedere tutti quei volti pieni di acne e della pi tenera confusione. Un racconto sempre rivela due storie, avevamo letto. Un racconto visibile nasconde un racconto segreto, avevamo letto. Il racconto si costruisce per far apparire artificialmente qualcosa che era occulto, avevamo letto, e allora domandai loro se avessero capito qualcosa, qualsiasi cosa, ed era come se stessi parlando in un dialetto africano. Silenzio. E audace, impavido, continuai ad addentrarmi nel labirinto. Alcuni erano mezzi addormentati. Altri facevano disegnini. Una ragazza molto magra giocava noiosamente con la sua bionda chioma, attorcigliandosi e srotolandosi la frangetta intorno allindice. Al suo fianco, un bel ragazzo se la stava mangiando con gli occhi. E dal pi profondo mutismo, mi arriv uno strepito di mormorii e risate contenute e gomme masticate e allora, come tutti gli anni, mi domandai se per quella merda in realt valesse la pena continuare. Non so che senso avesse insegnare letteratura a una caterva di universitari per la maggior parte analfabeti. Ad ogni inizio ciclo, entravano alluniversit ancora emanando un odore di cucciolotti tristi. Abbastanza

traviati ma con la ridicola percezione di non esserlo, di sapere tutto, di possedere un raziocinio assoluto sui segreti che governano luniverso intero. E a che pro la letteratura. A che pro un corso in pi per ascoltare uno stupido in pi parlare di altre stronzate letterarie, e di quanto meravigliosi siano i libri, e di quanto importanti siano i libri, e allora meglio che si levi dalla mia strada perch posso farcela da solo, senza libri e senza stupidi che ancora credono che la letteratura sia importante. Pensavano qualcosa del genere, suppongo. E suppongo che, in un certo senso, vedendo tutti gli anni la loro stessa espressione altezzosa e percependo quello stesso sguardo tanto superbo e ignorante, li capivo perfettamente e quasi gli davo ragione, e riconoscevo in loro qualche tratto di me stesso. come le stelle. Mi voltai e osservai un ragazzo moro e magro, la cui fragile espressione, mi fece pensare ad un roseto, non ad un roseto frondoso ma ad uno triste, secco, senza alcuna rosa. Vari alunni stavano ridendo. Scusi? come le stelle, sussurr lui di nuovo. Gli domandai il suo nome. Juan Kalel, rispose sempre piano, senza guardarmi. Gli chiesi di spiegarci cosa volesse dire con ci, e lui rimase in silenzio per alcuni secondi come per mettere in ordine i suoi pensieri. Che le stelle sono le stelle, disse timidamente, e di nuovo qualche risatina, ma lo supplicai di continuare. Questo disse, le stelle sono le stelle che noi vediamo, ma sono anche qualcosa in pi, qualcosa che non vediamo ma che ugualmente lass. Non aggiunsi una parola, dandogli tempo e spazio per approfondire un po di pi. Se le mettiamo in ordine, allora sono anche costellazioni, sussurr, che rappresentano altrettanti segni zodiacali, che a loro volta rappresentano ciascuno di noi. Gli dissi, molto bene, ma cosa aveva a che vedere ci con un

racconto. Rimase nuovamente in silenzio e nel seguitare di questo silenzio, mi diressi alla scrivania, dove avevo lasciato il mio caffellatte e ne presi un lungo e tiepido sorso. Cio, disse con difficolt, come se gli pesassero le parole, un racconto qualcosa che vediamo e possiamo leggere ma anche, se lo mettiamo in ordine, qualcosa di pi, qualcosa che non vediamo ma che ugualmente l, tra le righe, suggerito. Gli altri alunni rimasero in silenzio, guardando Juan Kalel come se fosse un animale raro e aspettando una mia reazione. Pensai alle implicazioni metafisiche ed estetiche del suo commento, a tutte le possibili derivazioni che sicuramente neppure lo stesso Juan Kalel conosceva. Ma non commentai. Sorseggiando il caff mi limitai a sorridergli. Dopo la lezione, gi di ritorno nella sala docenti, versai ancora caff nel mio bicchiere di cartone, accesi una sigaretta e mi misi a sfogliare il giornale, distrattamente. Una professoressa di psicologia il cui cognome era Gmez o Gonzlez si sedette al mio fianco e mi domand che corso stessi tenendo. Letteratura, risposi. Uhi, difficile, disse la signora ma non capii il perch. Aveva troppo trucco sul volto e i capelli tinti di un ocra spento, come quello di un cercoletto o di una bambola dimenticata. Il bordo del suo bicchiere era gi tutto sbaciucchiato di rosso. E cosa stanno leggendo i piccoli?, domand troppo gioviale. Cos li chiam, piccoli. Rimasi a guardarla con tutta la seriet e intolleranza che cera nel mio sguardo e, sospirando una nube di fumo, le risposi per il momento solo alcuni racconti di Paperino e Pippo. Bene, disse lei e non aggiunse altro. * * * Trascorsi i giorni successivi pensando a Juan Kalel. Ero riuscito a sapere che stava frequentando, con una borsa

di studio, il primo anno di scienze economiche. Aveva diciassette anni ed era originario di Tecpn, une bella citt di carciofi e abeti nellaltopiano occidentale del paese, anche se dire citt un po eccessivo, e dire abeti un po ottimistico. Juan Kalel nel suo complesso stonava con il resto degli alunni del mio corso e, di sicuro, con quelli delluniversit. La sua sensibilit ed eloquenza. Il suo interesse. Il suo aspetto fisico e lo status sociale. Come in molte universit private latinoamericane, la gran parte degli alunni dellUniversit Francisco Marroqun proviene da famiglie facoltose o che si credono facoltose e che perci credono anche di aver assicurato il futuro economico ai propri figli. I titoli universitari, pertanto, possono trasformarsi in mere fandonie decorative per limitare le regole familiari e i perch sociali. Si potrebbe affermare senza alcuna titubanza che questatteggiamento sprezzante e pedante ancora pi marcato, ancora pi ovvio, negli allievi del primo anno, quelli che io con indiscutibile fatica, ricevevo al mio corso. Sto generalizzando, sicuramente e forse pericolosamente, ma il mondo si comprende solo attraverso generalizzazioni. Eppure di tanto in tanto, in mezzo a tutta questa grande massa di falsit e ipocrisia, appare una stellina fugace (per continuare la sua stessa metafora) come Juan Kalel, che nel dire poche parole rende evidente non solo la falsit e lipocrisia degli altri allievi ma a volte, luttuosamente, quella dello stesso professore e del viziato sistema accademico. * * * Il primo autore del programma era Edgar Allan Poe: trampolino naturale per un corso di racconti contemporanei, mi sembra. Avevo chiesto loro di leggere due dei suoi racconti, La lettera rubata e Il gatto nero ,

coprendo cos il suo lato poliziesco con un testo e quello della suspense con laltro. Allinizio della lezione, una ragazza un po grassoccia alz la mano e disse che non le erano piaciuti per niente. Molto bene, commentai, valido ma perch no. A quel punto lei, mentre faceva una smorfia di schifo, rispose semplicemente molto brutti. Alcuni risero e altri la assecondarono. Ah s, molto brutti. Gli spiegai, allora, che il gusto doveva essere accompagnato da un criterio pi raffinato, e che quasi sempre non ci piace un qualcosa semplicemente perch non lo comprendiamo, perch non facciamo uno sforzo per comprenderlo ed pi facile, di conseguenza, dire che non ci piace e lavarci le mani da tutta la faccenda. Bisogna usare un criterio, suggerii, esercitare la capacit di analisi e sintesi, e non solo sputare giudizi vuoti. Bisogna imparare a leggere oltre le parole, dissi, come credevo allora, poeticamente, ma ora sono sicuro di averli solo confusi di pi. Poi passai quasi tutto il tempo ad approfondire le difficolt di entrambi i racconti, nella rete quasi intangibile di simbolismi che Poe aveva teso proprio sotto i testi, come per sostenerli. Qualche dubbio?, aggiunsi alla fine. E un ragazzo dai capelli lunghi domand, come altri ragazzi negli anni precedenti, se un autore come Poe facesse questo di proposito, cio, intessere una storia segreta negli interstizi di una storia visibile, o se veniva fuori cos, spontaneamente. E allora, come tutti gli anni, risposi che bisognerebbe domandarlo a lui, a Poe, ma che secondo la mia opinione era proprio l la differenza tra uno scrittore e uno scrittore geniale, nel poter dire una cosa quando in realt se ne dice unaltra, nel poter usare il linguaggio per arrivare ad un sublime ed effimero metalinguaggio. Come un ventriloquo?, domand lui. Credo di s, risposi, anche se dopo, pensandoci con pi attenzione, me ne pentii. Alla fine, la ragazza grassoccia mi si avvicin mentre stavo conservando le mie cose. Non mi piacciono i

racconti, disse. Sorrisi e domandai il suo nome. Ligia Martnez. Non c problema, Ligia, n io n il signor Poe ci offenderemo. Ma questo s, dottore, gi lo capisco meglio, e la rimproverai per avermi detto dottore. Scusi, ingegnere, e la rimproverai di nuovo. Non gli piace essere chiamato cos, disse subito unaltra ragazza che io non avevo visto e che la stava aspettando alla porta. Allora come?, mi domand Ligia. Solo Eduardo, rispose laltra ragazza con un leggero sorriso, e prestai attenzione al fatto che avesse gli occhi color melassa o perlomeno cos mi sembr in quel momento, sotto quella luce. Guardi, comment Ligia, volevo domandarle perch non ci sono pi scrittrici nel programma del corso. C solo una donna, Eduardo, una certa OConnoly o non so che. Non le sembra politicamente scorretto?, domand con una sfumatura maliziosa. E risposi quello che rispondo tutti gli anni. Non ho inserito nemmeno un nero, Ligia, n un orientale n un nano, e da quello che so un solo omosessuale. Aggiunsi che i miei corsi erano, grazie a Dio, politicamente scorretti. In altre parole, Ligia, sono sinceri. Come larte. Grandi novellisti, e basta. Lei mi rispose soddisfatta che voleva solo sapere e se ne and con la sua amica. Solo, appoggiato alla parete, Juan Kalel mi stava aspettando fuori dallaula. Ha un minuto, Halfon?, mi disse, pronunciando il mio cognome in un modo molto particolare, come se avesse laccento su entrambe le sillabe o qualcosa del genere. Gli dissi di s, certamente, poi aggiunsi che mi aveva stranito il suo silenzio durante la lezione. Volevo disturbarla, disse, ignorando il mio commento e guardando a terra. Mi resi conto che aveva unenorme cicatrice purpurea sulla guancia destra. Come un colpo di machete, pensai. Poi pensai fugacemente ai fiotti bianchi di quel muro tanto nero di Auschwitz di cui mi aveva parlato il mio nonno polacco. Juan tir fuori una carta piegata

dalla tasca della sua camicia e me la consegn. una poesia, Halfon. Gli chiesi se voleva che la leggessi l stesso e, retrocedendo di un paio di passi, spaventato, mi disse di no, di farlo pi tardi, per favore, in un mio ritaglio di tempo. Con molto piacere, Juan, e gli stavo per tendere la mano in segno di saluto ma continuava a retrocedere, molto lentamente, ringraziandomi e senza guardarmi. * * * Di Maupassant lessero Le Horla. Prima di iniziare la lezione, chiesi di alzare la mano a tutti quelli a cui non era piaciuto il racconto. Sei persone, timidamente. Poi sette. E otto. Molto bene, voi otto passate di fronte, dissi loro e languidamente, poco a poco, si ordinarono di fronte al gruppo fino a formare qualcosa di simile ad una linea ritorta di sospetti. Vediamo, perch non vi piaciuto? Primo: Non so. Secondo: Perch non lho finito di leggere e allora non mi piaciuto. Terzo: Perch non si capisce assolutamente niente e lautore dice solo stupidaggini e a me non piacciono quelli che parlano di stupidaggini. Quarto: Perch molto lungo. Quinto: Perch molto lungo (risate). Sesto: Perch mi ha fatto pena il pazzo. Settimo: Perch mi piacciono i racconti positivi che mispirano e mi fanno venir voglia di vivere e non quelli che mi deprimono soltanto. Ottavo: S, lo stesso, mi ha fatto sentir male e non mi piace sentirmi male. Rimasi in silenzio, guardando loro e guardando il resto del gruppo e lasciando che cos, chiss, inquadrassero qualcosa senza che io dovessi darle un nome. Inutilmente. Poi li ringraziai, li mandai a posto e andai avanti, lentamente, ad analizzare per loro il racconto, a segnalargli gli elementi importanti e i temi ricorrenti e le diverse frasi che erano come bellissime

porte dingresso verso una storia segreta. Un racconto difficile, ellittico, forse incomprensibile ma in fin dei conti magistrale. Ci vediamo la prossima settimana, dissi a conclusione. Signor Kalel, tu rimani, per favore. E dopo aver risposto a qualche domanda individuale e raccolto le mie cose, chiesi a Juan di accompagnarmi a fumare una sigaretta al bar. Lui scosse soltanto la testa in segno affermativo. Di poche parole Juan Kalel. Camminammo in silenzio, un silenzio gradevole, adeguato, come quello di un film muto in cui non neanche pi silenzio ma semplicemente uno stato normale. Comprai due caffellatte e poi ci andammo a sedere al tavolo pi lontano. Accesi una sigaretta. Molto bello, Maupassant, sussurr Juan mentre mescolava lo zucchero. Un professore di architettura si avvicin a salutarmi, ma non mi alzai in piedi e se ne and subito. Juan si era bruciato con il suo caff e si stava toccando le labbra con un dito. Mi piaciuta molto limmagine dello stelo di un fiore piegato da una mano invisibile, disse con una tristezza travolgente ed io pensai che in qualsiasi momento si sarebbe messo a piangere. Anche a me ma non so perch aggiunsi, raggiungendo il posacenere. Vedi, Juan, ho letto la tua poesia. Poi rimasi in silenzio, prendendo a piccolissimi sorsi il mio caffellatte. Lui continuava a soffiare il suo. Gli dissi che andava bene. Juan alz lo sguardo e mi rispose che lo sapeva. Entrambi sorridemmo. Morsi morbidamente la sigaretta per poter tirar fuori il foglio piegato dalla mia borsa di pelle verde. In silenzio, lessi la poesia di nuovo. E il titolo?, domandai. Non ne ha, non credo nei titoli, disse. Sono un male necessario, Juan. Forse, ma in ogni caso non credo in essi. Fece una pausa. Come lei, Halfon, aggiunse con un sorriso spiritoso, che non crede nemmeno ai titoli personali. Touch, signore, e mentre pestavo la mia sigaretta gli chiesi se avesse altre poesie, se ne avesse

scritte altre. Stava ancora soffiando il suo caff. Senza guardarmi, disse che questa laveva scritta quel giorno, alla mia lezione, mentre io parlavo dei racconti di Poe. Disse che scriveva poesie ogni volta che sentiva qualcosa di molto forte, in qualunque posto fosse, e che la poesia non sincentrava mai su ci che stesse ascoltando ma su qualcosa di profondamente diverso. Disse che a casa aveva quaderni pieni di poesie. Disse che io ero il primo a leggerne una. * * * Due giorni dopo ricevetti une-mail dalla ragazza con gli occhi color melassa. Si chiamava Ana Mara Castillo ma firmava la sua lettera, mielosamente, con lappellativo Annie. Subito pensai ad unorfana dai ricci arancioni, anche se questa ragazza era alta, molto pallida e aveva i capelli avvizziti e di uno straordinario nero bitume. La lettera era breve e, con mia sorpresa, era implacabilmente ben scritta. Mi comunicava che neppure a lei era piaciuto il racconto di Maupassant ma che le era costato molto ammetterlo davanti a tutti. Per questo le scrivo, diceva. Per spiegarle perch non mi piaciuto il racconto. Primo, voglio che sappia che lho letto due volte, proprio come ci suggerisce sempre lei di fare, e che lho pure capito o almeno ne ho capito qualcosa. Non per questo che non mi piaciuto, ma perch mi sono identificata troppo con il protagonista. A volte, anchio mi sento cos sola e non so che fare, non so come destreggiarmi. Credo che odiamo ci che siamo. Risposi quella stessa notte, e il tono della mia lettera risult pi presuntuoso di quello che avevo previsto. Mi complimento, le scrissi. Cos si legge un racconto: lasciandosi trascinare nel fiume dellautore. Se quelle acque siano placide o vertiginose, non im-

porta. La questione avere il coraggio e la fiducia per tuffarsi in pieno. Allora la letteratura, o larte in generale, diventa una sorta di specchio, Annie, nel quale si riflettono tutte le nostre perfezioni e imperfezioni. Alcune fanno paura. Altre, fanno male. curiosa la finzione, no? Un racconto non altro che una bugia. Unillusione. E quellillusione funziona soltanto se confidiamo in essa. Proprio come i trucchi di un mago che ci impressiona pur sapendo che sono solo trucchi. Il coniglio non scomparso. La donna non stata segata in due. Ma cos crediamo. una vera illusione. La letteratura, scrisse Platone, un inganno in cui chi inganna pi onesto di chi non inganna, e chi si lascia ingannare pi intelligente di chi non si lascia ingannare. * * * Cechov, allora. Lessero tre racconti relativamente brevi di Cechov e credo che nessuno cap niente. O forse nessuno li lesse. Frustrato, passai loro unanalisi che dur per il resto della lezione mentre io, seduto di fronte, mi lasciavo abbagliare dalle pagine di uno dei quaderni di Juan Kalel. Alluscita dellaula, Juan era di nuovo l, ad aspettarmi appoggiato alla parete. Andammo verso la caffetteria e questa volta insistette per pagare i due caffellatte. Lo ringraziai. Gi seduti, poggiai il suo quaderno sul tavolo e accesi una sigaretta. Gli domandai perch stesse studiando economia, lui sollev le spalle ed entrambi comprendemmo che era una domanda ridicola. Che fa la tua famiglia? Mio padre si occupa di un campo di ortaggi a Pamanzana, proprio fuori Tecpn, disse, e mia madre lavora in una fabbrica tessile. Non hai fratelli? Tre sorelle, disse, tutte pi piccole. Mi raccont che la sua borsa di studio gli pagava

anche una stanza in una residenza per studenti della capitale. E lei perch ha studiato ingegneria? Risposi perch sono un idiota e poi restammo in silenzio alcuni minuti, prendendo il caffellatte mentre io fumavo e pensavo a come potesse essere la sua vita familiare. Era contraddittorio Juan Kalel. A momenti, sembrava emanare uninnocenza assoluta, uningenuit tanto ovvia e tanto sincera quanto quel colpo di machete sul volto. Ma, altre volte, dava limpressione di capire tutto, di aver vissuto e sofferto molte cose che il resto di noi conosce soltanto attraverso letture o supposizioni o teorie puerili. Senza sorridere sembrava stesse sorridendo; e senza piangere sembrava avere le lacrime indelebilmente sulle guance. Gli domandai quali poeti amasse leggere e mi rispose Rimbaud e Pessoa e Rilke. Soprattutto Rilke, aggiunse. Non vedo molto di Rilke nelle tue poesie, Juan, o almeno in quelle che ho letto finora. Rilke in tutte le mie poesie, disse, e non volli domandare perch, anche se dopo molto lo capii perfettamente. Lei non scrive poesie?, mi domand e schiacciando la mia sigaretta risposi mai, e poi stavo per aggiungere che non mi sentivo un poeta, che un poeta secondo me deve sentirsi cos, nascere cos, al contrario un narratore pu formarsi poco a poco ma non riuscii a dire niente. Mi avevano salutato da dietro e voltandomi incontrai gli occhi color melassa di Annie Castillo, che tutto dire, poich di melassa non avevano altro che un ricordo errato. E mi alzai. Come va, Eduardo? Portava i suoi libri abbracciandoli stretti contro il petto, come un salvagente pensai, e ci domand se fossimo occupati. Risposi, un po. Bene, volevo soltanto ringraziarla personalmente per la sua risposta. Non c di che, Annie. E dirle, Eduardo, che forse potremmo vederci per parlare qualche giorno, sussurr arrossendo, se lei pu. Risposi di s, certamente, che mi sarebbe piaciuto e lei sorrise nervosa.

Ci scriviamo allora, disse e mi tese la mano, una mano lunga e delicata e freddissima. Sedendomi accesi unaltra sigaretta e notai che mentre Annie si allontanava, Juan Kalel era molto concentrato a guardarle il fondoschiena. * * * In questo racconto non succede niente, addusse un ragazzo un po rachitico di cognome Arreola. Un tipo beve qualcosa con un suo vecchio amico e poi se ne va a casa. E quindi, che cosa c di meraviglioso in ci?, ridicolizz, se la stessa cosa che faccio io tutti i venerd. Alcuni risero, tristemente. Risposi che Joyce andava letto con molta pi attenzione. Era da capire un po la storia dellIrlanda e il conflitto religioso degli irlandesi. Era da capire il contesto di ogni racconto, il suo ordine e i molteplici simbolismi. E soprattutto bisognava sentire le epifanie. Qualcuno qui sa cosa significa epifania? Una ragazza con i lineamenti da gatta disse che era qualcosa come lepifania di Ges. S, pi o meno, ma cos? Mmm non ricordo, disse. Molto bene, prestate attenzione, e una raffica di fogli e matite si prepar. Nel teatro greco, unepifania il momento climatico in cui un dio appare e impone ordine nella scena. Ora, nella tradizione cristiana, lepifania si riferisce alla rivelazione della divinit di Ges ai Re Magi. Allo stesso modo, una sorta di momento di chiarezza. Nel senso joyciano, dunque, unepifania una rivelazione subitanea che vive qualcuno dei personaggi. Una manifestazione spirituale repentina, scrisse lo stesso Joyce, aggiunsi molto lentamente. chiaro?, e simpose un silenzio che vuol dire sempre di no. Per cominciare, il titolo Una nuvoletta, dissi, una pessima traduzione. Tutti i traduttori spagnoli, incluso

il cubano Cabrera Infante non hanno fatto bene il loro lavoro. Il titolo originale A Little Cloud, e sappiamo che Joyce lo prese da un passaggio biblico, del primo libro dei Re. Qualcuno ricorda cosa succede nel primo libro dei Re? Una ragazza cerc di dire qualcosa e poi rimase in silenzio. Gli spiegai, a grandi linee, che il popolo dIsraele si era allontanato da Dio. Allora, dissi, Elia profetizz una siccit totale per far s che il popolo smettesse di venerare falsi dei e ritornasse verso Geova. Dopo due anni senza una goccia di pioggia, dopo la sconfitta di Achab e i falsi profeti, il popolo dIsraele torn a Dio e il servitore di Elia, felicemente, pronunci: Vedo una piccola nube quanto il palmo di una mano di un uomo che sale dal mare. In altre parole: Arriva la pioggia, signori. Fate attenzione, dissi, non una nuvoletta ma una piccola nube. E perch questo importante nel contesto del racconto? Pausa. Perch insisto che Cabrera Infante e compagnia hanno fatto non solo una cattiva traduzione del titolo, ma una traduzione che allontana il lettore dal senso ultimo del racconto? Juan Kalel alz la mano e disse che forse poteva esistere una qualche relazione tra lottimismo della nube che si avvicina nella Bibbia e il falso ottimismo del Piccolo Chandler. Perch in inglese, sarebbero Little Chandler e Little Cloud, no? E cio il Piccolo Chandler e la Piccola Nube. Si mettono in relazione attraverso la parola piccolo, disse. Contento, camminai verso la scrivania cercando il mio caffellatte. Vale a dire, continu Juan, Chandler parla solo di tutto quello che far, di tutte le poesie che scriver, del fatto che anche lui un giorno se ne andr da Dublino e vivr tanto liberamente e liberalmente quanto il suo amico Gallaher. Per poi, arrivato a casa, lunica cosa che pu fare sgridare suo figlio e farlo piangere. patetico credo, disse. Ed anche ironico, aggiunse. La relazione tra i due picco-

lo del racconto, la nube e Chandler, ironica, ovvio che non far mai quello che vorrebbe fare. A differenza della nube biblica, egli non ha alcuna speranza. come paralizzato, disse Juan con lo sguardo perso, come se avesse appena capito qualcosa di molto pi intimo ma altrettanto irraggiungibile. Sorridendo, gli domandai se avessero capito. Annie Castillo alz la mano. Ma a me sembra, sussurr, che ci sia qualcosaltro. Le risposi di s, che certamente cera qualcosaltro. Non so, continu lentamente, mi sembra che luso dellironia nel titolo non sia gratuito. E rimase in silenzio. Esatto, dissi, ma perch no? Quale altra ironia, Annie, sintravede nel racconto? Lei scosse solo la testa e sollev le spalle. Mi girai a guardare Juan affinch la aiutasse, ma lui era gi assorto, scarabocchiava qualcosa sul suo quaderno. Una poesia forse. Non so, balbett Annie con timidezza, ironico anche latteggiamento dello stesso Chandler. Perch?, proseguii. Perch Chandler invidia tutte le cose sbagliate e immorali, per dirla cos, rappresentate dal suo amico Gallaher. E questo ironico. Senza dire di pi, presi un pezzetto di gesso e annotai una citazione di Joyce alla lavagna: La mia intenzione era quella di scrivere un capitolo nella storia morale della mia nazione ed ho scelto Dublino per questa scena perch questa citt mi sembrata essere il centro della paralisi. Allora, dissi dando loro ancora le spalle, in tutta questa bella sfrenatezza joyciana, dov lepifania? * * * La settimana successiva lessero due racconti di Hemingway, Gli uccisori e Un posto pulito, illuminato bene. Gli parlai dello stile hemingwayano, sobrio e diretto e tanto poetico. Gli parlai di Nick Adams. Gli parlai dei

tre camerieri, che poi sono due, che poi sono uno e che poi sono niente. Li invitai a scrivere un breve saggio sul significato di entrambi i titoli, chi hanno ucciso?, chi?, esiste davvero un posto pulito e illuminato bene o una metafora di qualcosaltro? Mi fermai ad osservarli mentre fingevo di leggere il giornale. Juan Kalel non arriv, ma non vi prestai grande attenzione. Io e Annie Castillo ceravamo messi daccordo per prendere un caff a met mattinata nella sala docenti. Quando arriv, io stavo fumando una sigaretta e conversando di marachelle marxiste con un professore di economia neoliberale. Mi scusai dicendo che la signorina era venuta per me e lui immediatamente si alz. Annie si sedette. Le chiesi se si era tagliata i capelli e lei, sistemandosi la frangetta, mi rispose un po. Ci serviamo del caff? Va bene, disse, e camminammo vicini verso la caffettiera. Notai che non solo aveva cambiato pettinatura ma che aveva messo pi trucco del solito. Sfoggiava una corta camicetta color turchese che lasciava vedere la sua bollicina di ombelico e accentuava vigorosamente le sue spalle e i seni. Zucchero? Grazie, disse, e molta crema. Di nuovo seduti, conversammo un po sugli altri corsi e, chiaramente, sulla sua prevedibile incertezza nella carriera. Mi impression a tal punto il suo modo diretto di guardarmi negli occhi che, di tanto in tanto, ero io a sentirmi turbato e allora cercavo con lo sguardo il mio caff o unaltra sigaretta o qualche foglio. Disse che era rimasta a pensare al racconto di Joyce. Disse che molto di quello che Joyce stava segnalando nei dublinesi si trovava anche nei guatemaltechi. Disse che non le era mai piaciuta la letteratura ma che il mio corso non era male. Grazie, risposi, e poi le domandai perch si era identificata tanto con il narratore del racconto di Maupassant. Non so, aggiunse dopo averci pensato un momento, come se stesse cercando di ricordare la risposta che aveva memo-

rizzato. Mi circondo di gente, Eduardo, per non sentirmi sola. Ma con o senza gente, mi sento sempre sola. Come il personaggio, suppongo. Una solitudine che quasi non si tollera, mi capisce? E non aggiunse altro. E neanche io volli indagare oltre. Guardando lora esclam di essere gi in ritardo. Algebra, sussurr con disperazione. Ci alzammo in piedi. Le chiesi se sapesse perch Juan Kalel non era venuto allultima lezione. Chi Juan Kalel?, disse ed io sorrisi soltanto. Annie rimase tranquilla, anche se molto nervosa, abbracciando i suoi libri e guardando ovunque. Le domandai se stesse bene. Certo, perch me lo chiede? Rimasi in silenzio, giocando con la mia sigaretta. E lei subito apr lievemente la bocca, come se stesse per dire qualcosa dimportante o almeno qualcosa di rivelatore, ma non disse nulla. * * * Chi mi sa dire cos un negro artificiale?, domandai riferendomi al titolo del racconto di Flannery OConnor che avevano letto. Il banco di Juan Kalel era di nuovo vuoto. Squill il cellulare di una ragazza molto alta e lei, senza farselo dire, afferr le sue cose e usc dalla mia classe. Cos un negro artificiale?, ripetei un po frustrato ed ero sul punto di spiegargli che cos vengono chiamate le statuine di negri vestiti come fantini, molto comuni nel sud degli Stati Uniti e simboli inequivocabili del razzismo e della schiavit, quando subito mi arriv, dallultima fila, forse la risposta pi letteraria che potessero darmi. Un negro artificiale, grid un ragazzo con la testa rasata, Michael Jackson. Dopo la lezione, andai alla facolt di Scienze Economiche e domandai alla segretaria se fosse successo qualcosa a Juan Kalel che da due settimane non si presentava al mio corso. Lei aggrott la fronte e mi

disse che non sapeva chi fosse Juan Kalel. Quasi le urlai che non solo era un alunno borsista di primo anno, ma anche un vero poeta. Juan Kalel si ritirato dalluniversit, sentii dire al decano dal suo ufficio. Dica ad Eduardo di venire avanti. Stavo per chiamarti, disse e nel frattempo metteva in ordine alcune carte. Siediti. Rispose a una chiamata mentre scriveva une-mail e disse alla sua segretaria di dargli qualche minuto, che poi avrebbero parlato. Come va il corso?, mi domand firmando qualcosa. Bene, risposi. Stavo per chiamarti, Eduardo, ripet. Temo che Juan Kalel si sia ritirato dalluniversit. Domandai se ne conoscesse i motivi. Problemi personali, mi pare, disse, ed era ovvio che non voleva dirmi di pi. Entrambi restammo in silenzio, e pensai stupidamente ad una sorta di tributo o omaggio ad un soldato caduto. Qualche giorno fa abbiamo ricevuto questa, disse consegnandomi una busta. arrivata per posta e lho data alla mia segretaria perch ti avvisasse, Eduardo, ma credo che non abbia avuto tempo. La busta era di un bianco sporco e non aveva alcun mittente, anche se il timbro postale porpora era, chiaramente, di Tecpn. Conservai la lettera nella tasca interna della mia borsa e, ringraziando, mi alzai in piedi. Un peccato, disse il decano ed io concordai, s un peccato. * * * Il sabato, montai sulla mia auto alle sette del mattino e andai verso Tecpn. Portavo con me il quaderno di poesie di Juan Kalel e la sua lettera, nientaltro. Gli avevo inviato une-mail annunciando il mio viaggio ma il sistema operativo o quello che me la mand immediatamente indietro. Alluniversit non avevano voluto darmi il suo indirizzo n il suo numero di telefono, argomentando che lui, ufficialmente, non era pi

un alunno e pertanto le sue informazioni erano state eliminate, ufficialmente, dagli archivi. Come se Juan Kalel non fosse mai esistito, ufficialmente. Per strada, decisi di fermarmi a fare colazione a casa di mio fratello, che si trova nel piccolo villaggio di San Lucas Sacatepquez, a circa venti kilometri dalla capitale, che si chiama tanto poeticamente Choacorral. Suonai il campanello ripetutamente fino a svegliarlo. E tu?, mi domand sostenendo la porta, ancora mezzo addormentato. Gli risposi che portavo champurradas per la colazione e che andavo verso Tecpn. Fece una faccia di confusione o di disgusto, non so, e mi fece entrare. Ancora in vestaglia e pantofole, mi mostr alcune sculture in marmo bianco a cui stava lavorando e poi un murale in gesso che avrebbe presentato a breve. Questo pitturato?, gli domandai e mi disse di s, forse, ancora non era del tutto sicuro. Prepar una caraffa di caff e ci sedemmo a fare colazione nella terrazza. Faceva freddo ma un freddo di montagna che molto diverso dal freddo pavimentato di una citt. Pi puro e brillante. Nellaria si avvertiva un aroma di nudit. Sentii calore al volto e mi resi conto che il sole cominciava appena a spuntare, timidamente, sopra un macigno verde. Gli dissi che andavo verso Tecpn alla ricerca di un alunno. Beh, un ex alunno. E come mai?, domand mentre mi versava dellaltro caff. Ha abbandonato luniversit. Un alunno di primo anno? S, risposi, e stavo per dirgli che era uno studente di scienze economiche che scriveva anche poesie, ma poi me ne pentii. E perch ha abbandonato luniversit? Risposi che non lo sapevo ma che proprio su questo volevo indagare. Non un allievo qualsiasi, immagino, comment mio fratello con discrezione. No, dissi, non lo . E in silenzio terminammo il caff. * * *

I nomi dei paesi guatemaltechi non smettono mai di stupirmi. Sono tutti come morbide cascate o come gemiti erotici di un bel felino o come massime stravaganti, dipende. Di nuovo sulla strada, passai per Sumpango e ogni volta che passo per Sumpango e leggo lintestazione che dice Sumpango, mi vedo costretto a declamarlo ad alta voce, Sumpango, e non so perch. Passai per El Tejar (dove, di sicuro, facevano moltissime tegole) e per Chimaltenango e poi per Patzica, altro nome che devo pronunciare ogni volta che lo leggo. Tutti questi nomi possiedono qualche incantesimo linguistico, pensai mentre guidavo, e li intonavo come brevi preghiere. Forse tra i miei preferiti ci sono sempre stati quelli che terminano in tenango, e cio Chichicastenango, Quetzaltenango e Momostenango e anche Huehuetenango, che mi piacciono come parole, come linguaggio puro. Tenango, da quello che mi hanno detto, significa luogo di nella lingua cakchikel o forse in kekch. Poi c Totonicapn, il cui suono mi fa pensare a boschi antichi e Sacatepquez, invece, mi ricorda una donna che si masturba. Allo stesso tempo, mi piacciono Nebaj e Chisec e Xuctzul, tanto secchi e crudi, quasi violenti, pur non avendoli mai visitati a fatica potrei situarli sulla cartina. Ma ci sono anche paesi con nomi tanto rustici e volgari, nomi gi prosaicamente castiglianizzati, come ad esempio Bobos e Ojo de Agua e Pata Renca e in quello che ora il territorio belizegno, Sal Si Puedes. Ma secondo me il paese guatemalteco con il nome pi caratteristico e pi (o forse meno) creativo senza dubbio El Estor, situato sulle rive del lago di Izabal e dove, un paio di secoli fa, una famiglia di stranieri possedeva terre e propriet e un negozio molto famoso che tutti gli indigeni locali chiamavano, copiandolo dai padroni, lo Store. Quindi, El Estor. Suppongo che i nomi dei paesi guatemaltechi siano, in fin dei conti, uguali alla gente: una mescolanza di sottili vapori indigeni e di rozze frasi di conquistatori spagnoli altrettanto rozzi e di un

imperialismo draconiano che simpone in una maniera irriverente e brutale, ma sempre ricalcitrante. Arrivai a Tecpn quasi a mezzogiorno. Parcheggiai la macchina ed entrai in una locanda chiamata Tienda Lucky. Una signora grassoccia stava preparando tortillas su unenorme piastra, si trattava di tortillas violette o di un azzurro torbido. Sicuramente not la mia sorpresa perch subito mi sussurr che si chiamavano tortillas nere. Ah, esclamai e poi mi sedetti. Una canzone popolare risuonava in lontananza. Alle pareti cerano tre fotografie incorniciate: una capanna che sembrava svizzera, un paio di cavalli bianchi distesi su un prato e un agente biondo in piedi davanti alla sua brillante auto di pattuglia completa e con un pastore tedesco al lato e una grande intestazione sopra che diceva: Dipartimento di Polizia di Beverly Hills. Ciao, mi disse allimprovviso una bimba di pi o meno dieci anni, con lineamenti molto belli e agghindata tutta con stoffa tipica. Le chiesi una birra ed ero sul punto di accendermi una sigaretta quando lei fece uno scricchiolio con le labbra e poi indic il cartello con il divieto di fumare. Anche se posso chiedere a mia zia, disse con un accento fortissimo, come se le costasse un grande sforzo pronunciare ogni parola. No, non c problema e conservai di nuovo le sigarette. Ad un altro tavolo un signore con cappello e stivali stava bevendo una bottiglia di gassosa India Quich. Uno straccio nero pendeva dalla sua cintura, come una sorta di grembiule o qualcosa di simile. Mi salut con la mano, abbassando lo sguardo. La bimba torn con la mia birra. Le chiesi il suo nome. Norma Tol, disse sorridendo. Che bello e come scrivi Tol? Una ti, una o, una elle, mi rispose mentre con la punta dellindice disegnava ogni lettera nellaria. Dimmi Norma, c tua zia? S, c, disse e non aggiunse altro. Me la potresti chiamare?, e corse verso la parte

posteriore del locale. Verso la cucina, supposi. Una camionetta piena di gente attravers la strada lasciando dietro di s una forte scia di polvere e rumore. Salve, mi disse subito una signora abbastanza tracagnotta e vestita di nero, e notai che Norma era proprio alle sue spalle, come barricata. Le dissi, molto piacere, mi perdoni per il disturbo. Non si preoccupi, rispose con un accento ancora pi forte di quello di sua nipote. Aveva le mani imbrattate di qualche salsa rossa e non smetteva di pulirle e strofinarle sui lati della sua gonna. Lei la signora Lucky, immagino? Proprio cos, giovane, in cosa posso servirla? Le spiegai che io ero della capitale e che ero a Tecpn per cercare un alunno. Sono il suo professore, o meglio, ero il suo professore. Ah bene, disse aggrottando la fronte, e il suo alunno vive qui? S, a Tecpn. E come si chiama? Di cognome fa Kalel. Si chiama Juan Kalel. Lei rimase a pensare qualche secondo e poi mi disse che a Tecpn cerano tanti Kalel, che era un cognome molto comune. So che il padre si occupa di un campo di ortaggi a Pamanzana, aggiunsi, ma lei scosse solo la testa. E la madre lavora in una fabbrica tessile. La signora Lucky si volt verso il signore con cappello e stivali e gli domand qualcosa in cakchikel. Stavo per dirle che Juan Kalel aveva una cicatrice come un colpo di machete sulla guancia destra, ma decisi di restare in silenzio. Vada a Pamanzana, mi sugger il signore. S, giovane, aggiunse la signora Lucky, molto vicino e l di sicuro lo conoscono. Poi, con difficolt, i due mi spiegarono come arrivarci. Lasciai qualche banconota sul tavolo e mi alzai. Non vuole mangiare qualcosa, giovane?, mi domand la signora Lucky e risposi di no, ringraziando. Qualche pezzettino di soffritto o un po di stufato, forse? No, grazie. Lei sa che lo stufato il piatto tipico di Tecpn? Risposi che non lo sapevo. E come lo prepara, signora? Si fa con quattro carni, disse, maiale, pollo, vitello e

caprone. Si lascia cuocere con una salsetta fino a che sia ben cotto, con un po di timo e alloro e succo darancia e aceto, una spruzzatina di birra e una di Pepsi. Lei sorrise, ma non so se stesse scherzando. Scusi, dissi rivolgendomi al signore che era seduto, come si chiama quella stoffa che porta attaccata alla cintura? Questa?, domand sollevandola. un fazzoletto, disse. Molto tipico, aggiunse. I ragazzi non vogliono pi usarlo. Gli chiesi come si dicesse in cakchikel e il tipo, sostenendolo come se fosse una libellula ferita, mi rispose xerka. Scusi? Xerka, ripet quasi senza aprire la bocca. Con la ics?, domandai e lui alz semplicemente le spalle e disse che questo non lo sapeva. * * * Legalmente, Pamanzana una frazione. Anche se chiamarla frazione abbastanza benevolo. Sulla strada cera una mezza dozzina di capanne di mattoni e lamina ossidata che sembravano sul punto di cadere gi. Parcheggiai la macchina e poi camminai verso il negozietto con linsegna tabacchi biondi mentolati sulla porta dingresso. Fuori, un cane dormiva felice nellunica chiazza dombra. Una ragazza era seduta dietro una grata, come incarcerata, e nel vedermi si alz. Buongiorno, dissi. Lei, nervosa, mi sorrise soltanto. Percepii un forte odore di sardine disidratate e, senza pensarci, feci un passo indietro. Sto cercando la famiglia Kalel, dissi, sto cercando il giovane Juan Kalel, ma la ragazza continuava a sorridere con pi paura che pena. Conosce Juan Kalel? E lei, incrociando le braccia, mormor qualcosa dinintelligibile. Suo padre si occupa di un campo di ortaggi qui a Pamanzana. Niente. Rimasi in silenzio qualche secondo. Pensai a tutte quelle sbarre che ci separavano, a tante sbarre, e

mi sentii inutile. Comprai un pacchetto di sigarette e, dopo averne accesa una, uscii nuovamente sulla strada. Camminai verso le capanne ma non cera nulla a vista. Il cane si era svegliato e stava latrando verso qualcosa. Una biscia, pensai. O un topo. Mi appoggiai alla mia macchina e, per una qualche ragione, mi misi a pensare ad Annie Castillo, ai suoi occhi che un giorno erano stati color melassa, al suo biancore, alla sua solitudine, e momentaneamente percepii una mescolanza di amore, disprezzo e timore. Pensai agli allievi come Annie Castillo, che vivevano cos vicino ad una frazione come Pamanzana, ma che vivevano anche tanto ciecamente lontano da una frazione come Pamanzana. Guardando la polvere e le capanne, pensai a tutti quei racconti che, rinchiusi in un mondo pi perfetto, leggevamo e analizzavamo e commentavamo come se in realt fosse importante leggerli e analizzarli e commentarli. E non volli pi continuare a pensare. Accesi unaltra sigaretta. Stavo per mettermi a leggere qualche poesia di Juan Kalel quando sentii dei passi dietro di me. Era una signora vestita di nero con una borsa piena di verdure o frutta. Portava un fazzoletto bianco e fino sulla testa. Si ferm proprio al mio fianco, seria e molto accaldata. Lei devessere il signor Halfon, disse senza nessuna espressione e pronunciando il mio cognome allo stesso modo di Juan Kalel. Sorrisi, perplesso. Lei rimase seria. Il suo volto mi sembr triste e smunto, come quello di un vecchio proprietario di scialuppe della costa. Juan ha un suo libro, disse, lho riconosciuta dalla foto. Lei la madre? Assent con lo stesso gesto affermativo che soleva fare suo figlio. Dissi che ero molto contento di conoscerla, che avevo viaggiato dalla capitale per conversare un po con Juan ma che non sapevo dove trovarlo. Senza guardarmi, mi rispose che ero stato fortunato, che lei era a Pamanzana solo a raccogliere

cavolfiori nel campo di cui si occupava suo marito e che ora stesso sarebbe rientrata a Tecpn. Mi offrii di portarla e accett senza dirlo. Seduta scomoda nellauto, mi domand se la mia intenzione con Juan era di convincerlo a riprendere gli studi. In nessun modo, risposi, voglio solo chiacchierare un po con lui. Non volli nominare la sua poesia. Lei rimase in silenzio un bel po, guardando verso fuori e sostenendo la borsa di cavolfiori. Le assicuro che non torner, disse improvvisamente. Ero sul punto di ripeterle che non era quello il mio proposito ma non dissi nulla. Ora, balbett, abbiamo bisogno del nostro Juan vicino. Non volli girare lo sguardo ma potrei giurare, dal suo tono di voce, che stesse piangendo. * * * La casa dei Kalel si trovava nei dintorni di Tecpn, sulla strada che conduce alle rovine maya di Iximch. Una volta, da bambino, avevo visitato Iximch con la famiglia di un compagno di scuola e lunica cosa che ricordo di aver mangiato degli spicchi di mango verde con limone e pepitoria, e di averli poi vomitati tutti al lato delle pietre di un tempio o altare. Ricordo anche la mamma del mio amico che mi sventagliava con una rivista mentre mi dava sorsetti amari dacqua di china. Un nastro, sorretto da unasticella nera, adornava insolitamente la porta dingresso. Si sieda prego, Juan non tarder a rientrare, mi disse sua madre. La casa, nonostante tutto, mi sembr pulita e gradevole. In un unico ambiente cera la cucina, un piccolo tavolo che serviva per pranzare e un rustico divano nero di finta pelle. Le lampade illuminavano vaporosamente un angolo. Mi avvicinai alla mensola su cui erano esposte le foto incorniciate dei loro figli che facevano la prima comunione e, mentre le

guardavo, non mi ero reso conto che stessi giocando con una sigaretta fino a quando la madre di Juan mi port un posacenere. Pu fumare, disse mettendolo sul tavolo. La ringraziai e mi accomodai, ma preferii conservarla di nuovo nel pacchetto. Senza domandarmelo, mi serv una tazza di atol di platano e si sedette vicino a me. Non avevo mai assaggiato latol di platano. Le chiesi come lo preparava. Non mi rispose. Lei sa, signor Halfon, perch il mio Juan ha lasciato i suoi studi? Dissi di no, che alluniversit non avevano voluto dirmi di pi che per ragioni personali. Gli abbiamo chiesto questo, disse e abbass lo sguardo ma lo abbass in un modo eccessivo, come se volesse attraversare il pavimento di granito e lasciarlo inchiodato a terra. Rimase cos fino a che, allimprovviso, si apr la porta e sulla soglia apparve Juan tenendo per mano una bambina di forse sei o sette anni. Su una camicia bianca, troppo piccola, sfoggiava un gilet nero che gli stava pure troppo piccolo. La bambina sembrava una copia in miniatura della madre, con quel vestito nero e il fazzoletto bianco sulla testa. Girai lo sguardo e notai che, nellangolo intorno alle lampade, avevano messo dei fiori appassiti e un rosario e alcune vecchie fotografie e allora, in un solo istante, capii tutto. * * * Pranzammo con brodo di tacchino (chunto lo chiamavano loro) e zucca dolce. Poi, mentre camminavamo insieme verso la piazza Centrale, Juan mi disse che suo padre era stato malato per tanti anni, con un cancro alla prostata che poi si era propagato dappertutto. Aggiunse che si rifiut di andare nella capitale per farsi vedere da un medico, che aveva sempre preferito continuare a lavorare. Mio padre morto nei campi, disse, e non aggiunse altro. Non cera altro da dire, suppongo. Ma limmagine di suo padre che muore su quel pezzo di

terra, su quello stesso campo che non era nemmeno suo, rimase con me. Juan mi invit a bere un caffellatte. Il migliore di Tecpn, disse con orgoglio mentre pagava una signora che aveva il suo banchetto ben sistemato nel cuore di piazza Centrale. In due bicchieri di plastica, ci vers un fiotto di essenza di caff, poi un po dacqua bollente, poi latte. Disse qualcosa in cakchikel e Juan sorrise soltanto. In silenzio, ci dirigemmo verso una panchina vuota. Questo tuo, dissi, consegnandogli il suo quaderno e la poesia che mi aveva inviato per e-mail. Pensavo che cercasse di rifiutarli, ma li prese senza fare alcun commento. Una signora scalza pass offrendo semi di anacardio. Ho gi letto i suoi libri Halfon, disse guardando verso il tumulto di uomini che si stavano lustrando le scarpe intorno alla fontana. E poi, per molto tempo, nessuno profer parola. Volevo dirgli che capivo perfettamente perch aveva lasciato luniversit, che non doveva spiegarmelo. Volevo dirgli che mi mancava molto la sua presenza in classe. Volevo dirgli di continuare, per favore, a scrivere poesie ma non ce nera bisogno. Qualcuno come Juan Kalel, anche se avesse voluto, non avrebbe mai lasciato la poesia, essenzialmente perch la poesia non avrebbe mai lasciato lui. Non era una questione di forma, n di estetica ma di qualcosa di pi assoluto, molto pi perfetto e che poco o nulla aveva a che vedere con la perfezione. Unamica di Juan venne a salutarlo e cominciarono a conversare in cakchikel. Suonava benissimo, come goccioline di pioggia che cadevano in una laguna o qualcosa di simile. Quando la ragazza and via, chiesi a Juan se scrivesse poesie in cakchikel. Mi disse di s. Chiesi come sceglieva se scriverle in spagnolo o in cakchikel. Egli rimase un bel po in silenzio, guar-

dando verso la fontana dei lustrascarpe. Non so, disse alla fine, non ci avevo mai pensato. E poi torn quel silenzio tanto naturale tra lui e me, come se nessuno dei due sentisse realmente la necessit di dire qualcosa o come se tra noi fosse tutto gi detto, era lo stesso. Cera profumo di pannocchia arrosto. In lontananza, un bambino stava vendendo polletti e nessuno faceva caso ad un predicatore. Sa, Halfon, come si dice poesia in cakchikel?, mi domand allimprovviso. Dissi di no, che non ne avevo idea. Pachun tzij, disse. Pachun tzij, ripetei. E rimasi un po ad assaporare questa parola, gustandola esclusivamente per il suo suono, per il delizioso incanto di pronunciarla. Pachun tzij, dissi di nuovo. Sa cosa significa?, mi domand e, anche se vacillai, dissi di no ma che nemmeno mi importava. Treccia di parole, disse. un neologismo che significa treccia di parole, mi ripet. Pachun tzij, intonandolo con leleganza che si acquisisce solo attraverso una spiritualit avventata. qualcosa del genere, come un huipil di parole, come un tessuto di parole, e non aggiunse altro. Era gi tardi. Il sole stava tramontando e decidemmo dincamminarci verso casa. Vicino la chiesa coloniale, un anziano era in piedi davanti ad una piccola gabbia bianca. Ci avvicinammo. Aveva un canarino giallo e gli stava come sussurrando o cantando qualcosa. Mi disse Juan che quel canarino poteva leggere il futuro, ed io sorrisi soltanto. Davvero, ribad. Quanto costa?, domandai allanziano. Egli alz due dita. Tirai fuori due monete dalla mia tasca e gliele consegnai. Per per lui, dissi indicando Juan, preferisco sapere il suo futuro pi che il mio. Lanziano prese una ruota piena di fogliettini sottili di tutti i colori, poi chiam il canarino con un soave fischio e gli mise la ruota di fronte. Con il suo becco, luccello scelse un fogliettino rosa. Allora lanziano, mentre gli bisbigliava qualcosa

prese il pezzo di carta dal suo becco, lo pieg a due e lo consegn a Juan che osservava fisso il canarino. Ma nel suo sguardo non cera alcuna tenerezza, alcuna compassione. Bens una furia smisurata, quasi violenta, quasi collerica, come se quel canarino gli stesse rivelando un oscuro segreto. Juan apr il fogliettino rosa e si mise a leggerlo in silenzio. Solo io lo osservai, sempre in silenzio, e forse a causa della luce del lampione, forse a causa di qualcosaltro, riuscii a distinguere chiaramente la cicatrice purpurea sulla sua guancia destra, che ora mi sembr molto pi di un colpo di machete. Come ritornando da un inferno, Juan inizi a sorridere. Pensai di domandargli cosa dicesse quel fogliettino, pensai di domandargli quale futuro gli avesse profetizzato il canarino giallo, ma preferii non farlo. Ci sono sorrisi che non devono essere intesi. Juan comment qualcosa in cakchikel allanziano, conserv il fogliettino rosa nel taschino della sua camicia e, guardando verso il cielo, disse che presto sarebbe calato il tramonto.

Continua il 15 gennaio in libreria...

RASSEGNA STAMPA

Eduardo Halfons moving The Polish Boxer The author willfully and delightfully blurs the boundaries among novel, memoir and meditation in The Polish Boxer. It is deeply accessible, yet elusive, like reality.
September 30, 2012 | By David L. Ulin, Los Angeles Times Book Critic

In the closing pages of The Polish Boxer, a book that willfully and delightfully blurs the boundaries among novel, memoir and meditation, Guatemalan writer Eduardo Halfon exposes what he, what any author, is up against. Literature, he explains, is no more than a good trick a magician or a witch might perform, making reality appear whole, creating the illusion that reality is a single unified thing. The implication is that writing is a shell game, in which we arrange odd bits of imagination or experience until they seem to cohere. This coherence is an illusion, a story we tell ourselves to rein in (or protect against) the chaos of the world. The Polish Boxer is the first book of Halfons to be translated into English, and it is all about that contradiction: How do we make meaning when meaning eludes us at every turn? Composed of 10 loosely knit chapters (or stories), it is narrated by a writer named, yes, Eduardo Halfon, although whether this is the au-

thor is a question the book leaves unresolved. On the one hand, Halfon shares many of the attributes of his creator an apostate Jew, educated (in engineering, of all things) in the United States, a professor at Guatemalas Francisco Marroqun University. He now lives in Nebraska and received a 2011 Guggenheim to work on a follow-up to The Polish Boxer. And yet, throughout this book, both narrator and author go out of their way to destabilize us, suggesting that stories are both about obscuring and revealing. [A] story always tells two stories, Halfon tells us in the opening chapter, quoting from an essay he has assigned to a classroom of bored undergraduates, the visible narrative always hides a secret tale. Indeed, The Polish Boxer weaves this idea into its very fiber. At the center of the book is the narrators grandfather, a concentration camp survivor who tells his grandson, then a young boy, that the string of digits tattooed on his left forearm is his phone number, inscribed so he will not forget. Eventually, the grandfather tells a different story: He was saved in Auschwitz by a boxer from his village in Poland who coached him on how to survive. Whether this is true is the secret tale of The Polish Boxer; Halfon locates the saga of his grandfather in the exact middle of the book. That creates an interesting tension, since, title aside, the book is not really about the grandfather. In fact, his story is among the least satisfying here: Fixed, distant, uneventful, it never fully resonates. And yet, this is part of the point,

for both the narrator and his grandfather, as Halfon makes clear when, at the end of the book, he returns to the older man from a different angle, exposing a sharpness that the earlier telling lacks.

Outside the ring


September 14, 2012 | By Sheila Glaser, editor at The Times Magazine

Eduardo Halfon is the author of 11 books, but The Polish Boxer is his first to be translated into English, by, as it happens, five translators. This seems less a testament to the difficulty of the novel than a playful nod to one of its central preoccupations: how translation is a form of writing and writing is a form of translation. It is the sort of concern that can easily become ponderous in the wrong hands; in Halfons, it is funny and revelatory. Born in Guatemala in 1971, Halfon writes in Spanish but has a firm command of English. He came to the United States when he was 10 and attended college in North Carolina. His return to Guatemala to teach literature reconnected him to his mother tongue, but it did not heal this fundamental linguistic split, nor did it erase the sense of contingency such a split can produce. It occurred to me then, the narrator of The Polish Boxer says, as a limousine carrying a Guatemalan and a Mormon rumbled past deer carcasses toward an academic conference on Mark Twain, that I was in the wrong place. Sometimes, just briefly, I forget who I am. This forgetting is in many ways deliberate: Halfons protagonist both is and isnt Halfon. There are, however, some commonalities. The narrator, Eduardo, is a literature professor, as Halfon was for eight years. And while the real Halfon may not have been an-

noyed by his students, Eduardo mostly is. As he tries to teach them Joyce, Maupassant and Hemingway, he keeps telling them that they need to learn to read past the words. Its a lesson that he delivers with a certain smugness, but its also one that even the professor seems to resist. On a journey to Guatemalas highlands, Eduardo becomes mesmerized by the sound of the Cakchikel word for poetry, unable to get past the delectable lure of its pronunciation. He doesnt know what it means, exactly, but, he concludes, it didnt really matter. If the first few chapters of The Polish Boxer seem like separate stories rather than parts of a whole, by the time Eduardo arrives at a cultural festival in Antigua the narrative threads are beginning to weave together. The Eduardo who takes in the drunk Guatemalan poets telling jokes about queers and about Rigoberta Mench, a Venezuelan baritone clucking incessantly about Chvez and an Austrian quartet whose inseparable members fear having to face alone the dangers of the third world may delight in the risible globalism of contemporary life, but he also recognizes that what we adopt from elsewhere makes up who we are. Hes there, after all, to meet his girlfriend, La, who returned from a trip to Bahia with a nickname for me like I was some midfielder on the Brazilian soccer team Dud as well as with her pubis shaved smooth. When the two emerge from their hotel room, its to attend the concerts of Milan Rakic, a Serbian classical pianist beneath whose renditions of Rachmaninoff you can hear strains of Thelonious Monk. This is less about unlikely harmonies than productive dissonances, the very kind the novel puts into play.

There is, for instance, the matter of Eduardos Jewishness. The Polish boxer of the title refers to the man whose advice saved Eduardos grandfather from extermination at Auschwitz. Eduardo is captivated by the story, but otherwise wears his Jewishness uneasily, informing a beautiful Israeli backpacker he meets in a bar that he doesnt feel Jewish. Some people flee their ancestors, while others yearn for them, almost viscerally, Eduardo notes over a meal with Milan. I couldnt get far enough away from Judaism, while Milan would never be close enough to the Gypsies. But it is the Guatemalan Jew who turns into the seeker, prompted by a series of postcards from his half-Gypsy friend to find Milans traces in a snowy, postwar Belgrade. Milan had adopted, as far as possible, the life of a nomad, but a modern nomad, an allegorical nomad, a postcard nomad, an ululating nomad in a world where being a real nomad is now forbidden. The life of the quasi nomad is also, ultimately, Halfons own. As borders, physical and mental, are crossed and redrawn, the stories Eduardo tells us and tells himself are revealed to be not just partial but also fantastical, false. The Polish boxer? There may never have been one. Yet this in no way diminishes the pleasure Halfons myriad stories afford. As we write, we know that there is something very important to be said about reality, that we have this something within reach, just there, so close, on the tip of our tongue, and that we mustnt forget it. But always, without fail, we do. And then we invent something else.

A postcard from the other side of the world It is important to admit that, at first, I didnt really like this book: its opening chapter had been translated almost aggressively into American (goddam, jackass, and so on), and I knew and rather liked this publisher for its impressive devotion to Mitteleuropa. Guatemala, which is where Eduardo Halfon is from, is almost as far from there in spirit as it is possible to get. Also, the opening chapter has the narrator, or rather Halfon himself, trying to explain the importance of literature to his students, and internal evidence was beginning to suggest an incautious fondness for Hemingway and jazz ... But I stuck with it because it had been pressed upon me by people whose opinion I value, and America is a lot closer to Guatemala than Vienna; and then I realised that I had become very intrigued by it indeed. Also, Halfon puts Hemingway aside and tries to get his students into Joyce specifically, the story A Little Cloud instead. (Someone should write about the importance of perseverance in reading. It is as if initial resistance actually enhances the ultimate value of the work. Also, this book lists five translators, so maybe the jackass-reliant one drifted away after the first chapter.) So: Eduardo Halfon starts off teaching literature to a class of indifferent, obnoxious and smug students.

Except for one, who, it turns out, is a very talented poet. Then one day he disappears, and Halfon travels into the middle of nowhere to find him. The poet is enigmatically quiet (some smiles are not meant to be understood), and the story ends in a kind of unstable equilibrium: the lessons of Joyce (circa Dubliners) and Hemingway would appear to have been learnt at least by Halfon. The book is, among other things, an examination into the reliability or otherwise of literature. Halfons grandfather tells him that his Auschwitz number is his phone number, used that way so he doesnt forget it; he then relates the story of a Polish boxer in the camp who told him what to say in order to survive and we later learn that this might have been a fabrication. The Polish Boxer is a book that picks away at the idea of belonging as though at a scab; by which I mean to suggest that running all the way through it is a painful awareness of never quite fitting in, whether because of a state of mind, as in the case of Halfons student, or because you are carrying within you the heritage of two antagonistic halves. Halfon has a Jewish heritage, but he rejects his religion; and the main story, from around the third chapter onwards (I use the word chapter loosely), is about Milan Rakic, a half-Serbian, half-Gypsy concert pianist who is rejected by the Serbs because he is part Gypsy, and by the Gypsies because he is half-Serb. A whole chapter is devoted to Rakics postcards

from around the world (this is very much a global book, travelling all over the place either in incident or background story), which all bespeak a great sense of isolation from his own family history: he is neither one thing nor the other. And in a similar way, the book itself exists in the no-mans-land between fiction and memoir. In the end, we decide, this is fable: only the stories are important, not their veracity or otherwise. The book dives into Gypsy culture, while all the while acknowledging that it is for all practical purposes impenetrable to the outsider. Only love can find a way in: and then thats it for the lovers, as far as acceptance by their own cultures goes. There is a romance, suddenly introduced towards the books end, which makes you realise that Rakics story is going to be repeated with another couple: and it is to Halfons great credit that he does not belabour, or even draw our attention to, the comparison. Incidentally, one of the lessons of the book is that cigarettes are a really useful currency all over the world. There is so much smoking here, in fact, that I developed a persistent sympathetic cough while reading it.