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IL MITO DEL ROBOT La parola robot appare per la prima volta nel dramma di Karel Capek “RUR” (Rossum

's Universal Robots), scritto nel 1920 e andato in scena nel 1921. Deriva dal ceco “schiavo”, “forzato a lavorare”, e nel racconto di Capek è per la verità più un androide, un umano artificiale ma organico. Nel suo dramma Capek immaginava una rivolta dei robot lavoratori, creati su un'isola sconosciuta, che si ribellano e distruggono senza alcuna pietà la razza umana. Non aveva fatto altro che tradurre in distopia l'utopia comunista dell'epoca, proprio come stava succedendo nella realtà. PIGMALIONE E LA REAL DOLL Nel mito di Galatea si racconta di una statua di avorio trasformata in donna da Venere per soddisfare le preghiere di Pigmalione, lo scultore ormai completamente invaghito della sua creatura. C'è qualcosa di maledettamente ancestrale in questa attrazione fatale, tecno-feticista, tra l'uomo e le sue creature tecnologiche. Nel 1996 è nata in USA una ditta che produce “donne su ordinazione”. Copie esatte in ogni piccolo particolare di donne vere realizzate con un nuovo tipo di silicone: sono le Real Doll, versione aggiornata delle vecchie bambole gonfiabili. Si può scegliere tra vari modelli (brune, bionde, ispaniche, orientali) che vengono inviati al cliente con tanto di completini intimi annessi. Se invece il cliente ha già in mente un suo modello di donna ideale può addirittura personalizzarsi la sua Venere al silicone e vivere per sempre felice e contento. Tra quelli che l'hanno provata, come si legge sul sito internet, c'è chi sostiene, come Howard: “Il miglior sesso che abbia mai avuto! Questa Real Doll è meglio delle donne vere”. ROBOTERAPIA “Un cane robot può aiutare a tenere bassa la pressione del sangue ed evitare lo stress”. È quanto suggerisce Alan Beck, direttore del Center for the Human-Animal Bond. Lo studioso è conosciuto per le sue ricerche sulla “pet-therapy”, ovvero sui benefici sulla salute dell'uomo derivanti dalla presenza di un animale domestico, meglio se un cane. La prossima estate Beck condurrà una ricerca per stabilire se i bambini riescono realmente a distinguere la differenza tra animali reali e robot. Per questo ha già ottenuto una convenzione con la National Science Foundation per andare a constatare nelle scuole elementari e in quelle secondarie quanto Aibo, il cane robot della Sony, possa essere considerato dai ragazzi simile al vero. Alcuni scienziati giapponesi hanno già eseguito

degli studi in alcune case di riposo per vedere come Aibo possa svolgere una funzione terapeutica per gli anziani soli. Dopo tutti i danni provocati dalla medicina industriale, cominciano a inculcarci l'idea che a dispensarci da tutti i mali saranno in futuro le macchine. Ogni degente avrà presto il suo bravo roboterapista, così non ci sarà neanche più bisogno di medici umani che in quanto esseri imperfetti possono sempre andare incontro a pericolosi “turbamenti di coscienza”. Il ricercatore americano John Jordan prevede l'ingigantirsi delle stesse sindromi di dipendenza nate con computers, cellulari e videogames. Quel che emerge dai test è che l' “uomo-macchina” si dimostra assai ben disposto verso i suoi compagni-robot, tanto da attribuirgli quasi sembianze e caratteristiche umane. Come nel caso di Aibo, il cane robot giapponese, in grado di rispondere alla voce del padrone, scodinzolare a comando, interagire in base all'attenzione ricevuta, ritenuto dai degenti, “meglio di un cane vero”. IL ROBOGATTO Il robo-micio Si chiama “NeCoRo”: è un “robomicio” partorito dai laboratori dell'elettronica della Omron. Proprio come i gatti domestici “tradizionali”, non risponde ai comandi dei suoi padroni, si fa gli affari suoi e fa le fusa solo se viene trattato a dovere. In effetti, NeCoRo neppure cammina, ma è programmato per dare una risposta emozionale alle carezze e alle altre manifestazioni affettive che possono derivare da qualche umano in cerca di robo-coccole. ACTROID Tra gli ultimi “nati” in Giappone c'è Actroid, una donna-robot prodotta dall'azienda nipponica Kokoro. Actroid ha le parvenze di una ragazza giapponese con tanto di pelle vellutata (in realtà è di silicone), e può esprimere con il volto 40 emozioni e in più parla e gesticola con naturalezza. Un prototipo di geisha artificiale destinato a riscuotere grande successo presso il popolo maschile giapponese. GIAPPONESI ARTIFICIALI Robo-camerieri, robo-operai, robo-ballerini, robo-musicisti, robo-giocattoli, robo-infermieri, robo-poliziotti, robo-amanti, robo-gruppi, robo-squadre, robo-calciatori, il mondo dei robot in Giappone è già realtà, ce n'è un po' per tutti i gusti. Sono allo studio perfino dei robo-uteri, delle mamme artificiali, così si potranno anche riprodurre.

Ma da dove viene questo grande amore dei giapponesi per le creature artificiali? Frédéric Kaplan, ricercatore nei laboratori di computer science della Sony parigina, sostiene che «gli europei sono più imbarazzati di fronte a robot umanoidi degli abitanti del Sol Levante perché i due popoli hanno una concezione diversa di umanità, dell'essenza dell'uomo, che deriva anche dal loro diverso retaggio religioso». Secondo Kaplan la tradizione giudaico-cristiana, che porta con sé il concetto di uomo come creatura creata dalla divinità, è il primo ostacolo all'accettazione e quindi alla produzione di androidi. Nello shintoismo, invece, la religione storica del Giappone (pur nelle sue diverse contaminazioni con il buddhismo), non esiste il mito della creazione ex nihilo. Senza contare, come rileva lo studioso, che «per i nipponici i concetti di naturale e artificiale non sono in contrasto». Questa diversa impostazione tra Oriente e Occidente non convince tutti. Aaron Sloman, docente di intelligenza artificiale e scienze cognitive all'Università di Birmingham, si è dimostrato scettico: “Non sono per niente convinto che i popoli del Vecchio continente abbiano un disagio maggiore dei giapponesi verso i robot, o che siano meno interessati a questi progetti. Anzi, credo che si tratti di una generalizzazione un po' grossolana. Personalmente sono più interessato al funzionamento di una cosa e non tanto alla sua origine e certo non ho paura dei robot. I veri mostri, in certi casi, sono proprio gli umani”. L'attrazione-repulsione dell'uomo verso i simulacri, umani e non, in effetti appartiene anche ai giapponesi. Hiroaki Kitano, uno dei padri del cane-robot della Sony Aibo, rivela: «Avevamo realizzato anche una versione del nostro cane meccanico dotata di pelliccia, che rendeva il replicante ancora più simile a un animale vero. Troppo vero, la gente ne rimaneva turbata». Quasi a dire che i robot ci devono sì ricordare la realtà, ma «fino a un certo punto». Il problema non è nella macchina in sé, ma in chi la programma e a quale scopo. Se il creatore è un mostro, lo sarà anche la sua creatura, a sua immagine e somiglianza. AIBO MANIA Intanto Aibo in Giappone è già una star. È comparso sulla copertina del Time, ha fatto registrare un boom di vendite senza precedenti nel settore dei giocattoli elettronici intelligenti. Sulla rivista Wired, che si è occupata del caso, si è provato ad analizzare gli sviluppi dell’impatto emotivo e comportamentale di Aibo, che è risultato

di gran lunga superiore a quello dei giocattoli tradizionali. Secondo alcune testimonianze di alcuni possessori di Aibo, il robot viene chiamato con un nome che riconosce come proprio e quando si parla di lui non viene mai usato il pronome “it”, ma “she” o “he”, non si pensa a lui come ad una cosa ma come ad una persona. Rispetto ad un cane vero sicuramente Aibo offre numerosi vantaggi: non ha bisogni fisiologici, non deve mangiare, non deve essere sempre accudito, non disturba i vicini, non rovina gli stipiti delle porte e i mobili, ma soprattutto, non ha bisogno di affetto per essere felice. Una signora di 36 anni, madre di due bambini ha detto: «È molto strano. Ti ci affezioni. Lo so che è un pezzo di plastica, ma è semplicemente favoloso. Le parole non possono proprio esprimere perché ci sono così affezionata». E parlando dei due figli aggiunge: «Loro si comportano con lui come se fosse un animale domestico. Penso che siano consapevoli che non è vivo, ma interagiscono con molta immaginazione. Forse è questo il bello». Len Levine è invece un analista di sistemi di New York e abita in un appartamento con Beau, il suo Aibo. «Non posso avere un cane», afferma, «questa è la ragione perché ho un Aibo». Dichiaratamente un tecno-entusiasta, Levine esalta le possibilità di interagire con lui, che lo rendono così simile a un cane vero. E conferma l'alto coinvolgimento che ha provato nel vedere “evolvere” il proprio cucciolo, senza peraltro dovere ripulire i suoi “bisogni fisiologici”. È la stessa Sony a pubblicizzarlo come l'ideale sostituto di un cane vero per tutte quelle persone che per motivi di lavoro o altri impegni non possono permettersi di possedere un cane vero e si sentono tanto sole. Le statistiche ufficiali parlano chiaro: la maggior parte degli acquirenti (due terzi del totale) sono maschi. Un rimedio alla solitudine comunque costoso, visto che Aibo, con il suo chilo e mezzo di tecnologia, è attualmente venduto a un prezzo di 1.500 dollari. PSICO-ROBOTICA “Solidarizzare con un giocattolo meccanico è un fenomeno comune, anche tra gli adulti”. Ad affermarlo è la psicologa Shelly Turkle, professoressa al MIT e autrice di numerosi libri e ricerche sulle identità che cambiano nell’epoca del virtuale e sulla reazione delle persone di fronte a compagni cibernetici. «Questi oggetti spingono alcuni bottoni del nostro essere, che abbiano coscienza e intelligenza o meno», afferma la Turkle, che da sempre ha sostenuto che «noi siamo fatti in modo da rispondere in maniera percettiva a questo nuovo tipo di creature». Secondo questa geniaccia, lo studio di queste interazioni ci potrà svelare molto di come siamo fatti noi umani. Praticamente sostiene che per capire la natura umana dobbiamo osservare le nostre reazioni ad una macchina. Una bella teoria. Ormai non sono più le macchine che devono imparare da noi, esseri troppo stupidi e imperfetti, ma siamo noi che dobbiamo imparare dalle macchine. Ritornando ad Aibo, c'è anche chi afferma che il tipo di emozione che suscita è simile a quella che si ha nei confronti degli animali domestici reali, ma la forza, la profondità di questa esperienza emotiva è senz’altro diversa. Dobbiamo solo aspettare delle versioni più complete di Aibo e potremo soppiantare del tutto i cagnolini in pelle e ossa.

MATTANZA DELLE FOCHE Sempre in Giappone, la National Institute of Advanced Industrial Science and Technology ha messo a punto un programma di Pet Therapy chiamato “Progetto Paro” che invece di usare animali in carne ed ossa, usa cuccioli di foca-robot. Nel frattempo, poveri e inerti cuccioli di foca, quelli veri, vengono massacrati in Canada grazie ad uno speciale programma decretato dal governo di Ottawa che ha stabilito, non si capisce con quale diritto, che quest'anno i pescatori canadesi possono tranquillamente uccidere fino a 350mila esemplari, la quota più alta mai fissata negli ultimi cinquant'anni. La decisione ha scatenato le proteste degli animalisti di tutto il mondo, ma tanto al governo di Ottawa non glie ne pò fregà di meno. (Pubblicato su Ecplanet 12-05-2004) Pigmalione - Wikipedia R.U.R. (Rossum's Universal Robots) - Wikipedia Realdoll, The World's finest Love Doll Pet therapy - Wikipedia Robo-Therapy Ideazione e applicazioni terapeutiche del robot Paro 08 maggio 2009 Research Examines Robot-Assisted Therapy 13 dicembre 2002 In gadget-loving Japan, robots get hugs in therapy sessions 11 aprile 2004 PI: I giapponesi sfornano il robogatto 18 ottobre 2001 "Is this a real cat?" A robot cat you can bond with like a real pet Close Engagements with Artificial Companions 01 gennaio 2008 Va a ruba negli Stati Uniti il cane-robot Aibo Corriere della Sera 04 marzo 2001 Puppy Love for a Robot Wired 22 febbraio 2001 PI: AIBO abbaia di nuovo 10 dicembre 2007 Book review: Loving The Machine: The Art and Science of Japanese Robots 15 aprile 2007 Tomoaki Kasuga "Bringing a robot to every home" (video)

Riparte in Canada la mattanza delle foche 11 marzo 2005 Aibo - Wikipedia Actroid - Wikipedia Puliranno i pavimenti, taglieranno l'erba, sorveglieranno le abitazioni, assisteranno gli anziani e i disabili, eseguiranno interventi chirurgici, ispezioneranno i luoghi pericolosi, saranno pompieri ed artificieri, e si aggiungeranno alla già folta schiera di “entertainment-robots”. Sono i sensazionali risultati di uno studio condotto dalla Commissione Economica delle Nazioni Unite per l'Europa (UNECE) e dalla International Federation of Robotics, secondo cui la vita dei paesi indusrialzzati sarà rivoluzionata dalla presenza di enormi quantità di robot specializzati nelle attività domestiche. Nel “World Robotics 2004 Report” si sostiene che da qui al 2007 il numero di robot impiegati nelle case nel mondo aumenterà di almeno sette volte, un vero e proprio boom che coinciderà con un aumento altrettanto vigoroso dei robot industriali. A tal proposito, lo stesso rapporto segnala come l'Italia sia già salita al secondo posto in Europa, dopo la Germania, e al quarto nel mondo, per l'uso di robot industriali, facendo registrare tra il 1994 e il 2001 una crescita senza precedenti, con il relativo crollo della richiesta di manodopera umana (classe operaia addio). Guarda caso, proprio in concomitanza del lancio del film “Io, Robot”, di Alex Proyas, in tutto il mondo, l'agenzia ONU ha spiegato che nella prima metà del 2004 gli ordinativi per robot di ogni genere sono cresciuti del 18 per cento rispetto ai primi sei mesi del 2003, anno in cui già si era registrata una crescita sostenuta. Se oggi sono adottati nelle case circa 600mila robot domestici, entro il 2007 saranno milioni, almeno 4,1 milioni secondo le previsioni. Stime che si basano su un'analisi del settore che parte dal 1990. Stando al rapporto, per il momento la maggioranza dei robot domestici sono robot tagliaerba, ma aumenta la diffusione dei robot aspirapolvere, venduti da un certo numero di ditte pressoché in tutto il mondo. Alla fine del 2003 i primi erano 570mila e i secondi circa 37mila. Ma ciò che accadrà nei prossimi anni sarà soprattutto la diversificazione dei robot: il progresso tecnologico del settore e la riduzione progressiva dei costi di produzione, infatti, spingono gli esperti a prevedere per il prossimo futuro un grande successo di robot lavavetri o pulisci-piscine. Questi robot, definiti a sproposito “macchine intelligenti”, dato che sono meno intelligenti di una formica, saranno poi sempre più associati, dalle famiglie che potranno permetterselo, con altri robot, quelli di intrattenimento, come il celeberrimo AIBO di Sony. Le stime oggi sostengono che nel mondo ci sono almeno 692mila robot di questo tipo. “Alla fine di questo decennio - preconizzano gli autori del rapporto - i robot non solo puliranno i nostri pavimenti, taglieranno l'erba e sorveglieranno le nostre case, ma

assisteranno anche gli anziani e i disabili grazie a tecnologie sofisticate ed interattive, eseguiranno interventi chirurgici, ispezioneranno le condutture e tutti quei luoghi che sono pericolosi per gli umani, combatteranno il fuoco e gli ordigni esplosivi”. Si sta preparando cioè il terreno alla “robolobotomizzazione” di massa. Report predicts 4 million household robots by 2007 22 ottobre 2004 (pubblicato su Ecplanet 03-06-2005) I PRIMI ROBOT REPLICANTI Gli scienziati della Università di Cornell, a Ithaca, New York hanno creato dei piccoli robot in grado di costruire copie di loro stessi. Ogni robot è composto da diversi cubi di 10 cm che sono costruiti in modo identico, hanno elettromagneti per attaccarsi e staccarsi e un computer con un programma di replicazione. I robot possono girarsi, prendere e comporre i cubi. “Anche se le macchine che abbiamo creato sono ancora semplici in confronto alla riproduzione biologica, dimostrano che la riproduzione meccanica è possibile”, ha detto Hod Lipson in un articolo pubblicato da Nature. Lo scienziato e il suo team credono che i principi di costruzione potranno essere usati per creare robot di lunga durata che siano in grado di ripararsi da soli e che possano essere impiegati in situazioni a rischio e sulle navicelle spaziali. Come riportato da New Scientist, il team di scienziati guidato da Lipson ha messo a punto un dispositivo basato su una serie di “mattoni” cubici dotati ciascuno di microprocessore. Il chip contiene le istruzioni che consentono a ciascuno di questi cubi di diventare parte di un tutto più grande e di moltiplicarsi. In sostanza, ha spiegato Lipson, questi oggetti sono da considerarsi parti di un tutto, destinati a collegarsi l'uno all'altro mediante elettromagneti. Una volta operativo, il robot può utilizzare altri cubi attorno a sé per dar vita ad altri robot. “Ad esempio - scrive il New Scientist - tre o quattro blocchi uno sopra all'altro formano una torre che può dar vita ad una torre identica girandosi come una gru per raccogliere altri blocchi nelle vicinanze e porli uno sopra all'altro”. A cosa serve tutto questo? Lipson non ha dubbi: “La capacità di auto-replicarsi è la soluzione finale alle riparazioni: immaginiamo sistemi robotici su Marte o sul fondo dell'oceano che in questo modo si auto-riparano”.

Uno degli aspetti cpiù interessante è l'evoluzione del concetto di “auto-replicazione”: se fino ad oggi si è sempre pensato in termini di robot capaci di duplicarsi o incapaci di farlo, alla Cornell University sostengono di aver capito che esistono livelli intermedi di replicazione “Per la prima volta - ha affermato Lipson - possiamo effettivamente misurare l'auto-replicazione e così capire come migliorarla”. Slashdot | Self-Replicating Robots 11 maggio 2005 (Pubblicato su Ecplanet 10-08-2005) IO, ROBOT Alex Proyas non si è mai diplomato. È stato per colpa di Isaac Asimov. In particolare del suo racconto breve "Nightfall", uscito per la prima volta nel 1941 sulle pagine della rivista "Astounding" (da cui in tempi recenti è stato tratto il film "Pitch Black"). Il suo ultimo film, campione di incassi al botteghino USA, si chiama "I, Robot", ed è un adattamento della omonima raccolta firmata da Asimov. È ambientato a Chicago, nel 2035, nel periodo in cui viene rilasciato sul mercato il robot domestico "NS-5", dotato di una tecnologia avanzata che rende il suo cervello molto simile a quello umano. Il detective Del Spooner (interpretato da Will Smith), diffidente verso tale tecnologia, viene incaricato d'indagare sull'omicidio di Miles Hogenmiller, uno scienziato che lavorava ad un modello NS-5, di nome "Sonny", per la U.S. Robotics. Il poliziotto è convinto che sia stato il robot a commettere l'omicidio. Ad affiancarlo, in un'indagine che rivelerà un complotto su larga scala, vi è la dottoressa Susan Calvin, una psicologa esperta d'intelligenze artificiali. Come tutte le storie asimoviane sui robot, il tema centrale investe le sue famose "leggi della robotica", che governano il comportamento degli androidi. Ovvero: come può un robot programmato per servire e proteggere l'uomo, arrivare al punto di commettere un omicidio, negando le leggi che gli sono state "impiantate" nei suoi circuiti?

Isaac Asimov ha scritto dozzine di storie su androidi dotati di un "cervello positronico" (del tutto improbabile) che li rende esseri intelligenti. La sua prima robot-story, "Robbie", apparse sulla rivista di fantascienza Astounding nel 1939. La trama si svolge all'interno della famiglia Weston: Robbie è la robo-bambinaia di Gloria, la figlia piccola, per la quale la presenza costante di Robbie diventa insostituibile. La signora Weston, temendo che la figlia stia diventando troppo dipendente dal robot, preferisce rispedirlo alla fabbrica. Inutile dire che Gloria non la prende affatto bene e quindi viene chiamato in causa Mr. Weston affinché trovi un modo per placare il dolore della figlia e soddisfare le esigenze della detestabile moglie. Alla fine, Mr. Weston riuscirà a far tornare Robbie a casa e a sistemare le cose anche con sua moglie, nel più classico degli "happy ending". Era un periodo, tra gli anni '30 e '40, in cui in America la tecnologia e la scienza stavano entrando di prepotenza nella cultura popolare e nell'immaginario collettivo, sospinte dal boom economico post-depressione. Le riviste di fantascienza come Astounding giocarono un ruolo chiave in quest'opera di propaganda dando la possibilità a molti scrittori, allora esordienti, di dare sfogo alle proprie fantasie. Mentre molti si dedicarono ai viaggi spaziali e alle invasioni aliene, Asimov scelse di concentrarsi sui robot (forse anche per via della sua paura di volare). Per la prima volta, nei suoi racconti, avviene un rovesciamento di prospettiva: i robot non vengono più visti come dei Golem o dei Frankenstein, in rivolta contro i propri creatori, ma bensì come simpatiche e compatibili creature dotate di congegni di sicurezza inviolabili da essere utilizzata nelle miniere, nelle missioni spaziali, o come evoluti elettrodomestici casalinghi. Asimov incorporò il sogno americano nelle sue macchine razionali e umaniste, dotate perfino di buoni sentimenti. Come Andrew Martin, il robot positronico di "Bicentennial Man" ("L'Uomo Bicentenario") che diventa lentamente un uomo grazie a continui innesti di protesi e materiali biologici, fino a rivendicare il "diritto di morire". LE LEGGI DELLA ROBO(E)TICA

"Un robot non può recar danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima e la Seconda legge". (Tratto da "Io, Robot", traduzione di Roberta Rambelli). A queste tre leggi fondamentali se ne aggiunse una quarta, ne "I Robot e l'Impero", la Legge Zero: "Un robot non può recar danno all'umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l'umanità riceva danno". A differenza delle altre tre, però, la Legge Zero non è una parte fondamentale del "cervello positronico", il che vuol dire che non è inclusa in tutti i robot ed è accettata solo da robot molto sofisticati. Secondo quanto detto dallo stesso Asimov, le Tre Leggi nacquero durante una conversazione con John W. Campbell, editore di Astounding, il 23 dicembre 1940. Campbell disse di non aver fatto altro che formalizzare in leggi elementi che erano già presenti in modo non esplicito nei racconti di Asimov. Le Tre Leggi in effetti non appaiono nelle prime due storie di robot di Asimov, "Robbie" e "Secondo Ragione", mentre nel terzo racconto, "Bugiardo!", viene nominata la Prima Legge; in questo racconto fa anche la sua prima comparsa la "robopsicologa" Susan Calvin. I primi due racconti furono rivisti per includere le Tre Leggi quando vennero inclusi nella raccolta "Io, Robot" . Il primo racconto che nomina esplicitamente le Tre Leggi, "Girotondo", apparse su Astounding nel maggio del 1942. Probabilmente Asimov si ispirò al racconto di Ray Cummings, "X-1-2-200", apparso su Astounding nel settembre del 1938. Fu proprio in base alle leggi immaginate dalla visione positivista di Asimov che i robot sono diventati nell'immaginario collettivo delle servizievoli e intelligenti creature al servizio della razza umana, amanti del loro lavoro e totalmente indifferenti al concetto di libertà e di ribellione ai padroni. Il punto centrale dei robot asimoviani è che l'etica nel cervello dei robot è talmente fondamentale da essere impossibile costruire robot che ne siano

privi (un esempio di robot etico è "Data" di Star Trek, anche se la sua roboetica non risponde strettamente alle leggi di Asimov). IL MONDO DEI ROBOT Lo stesso Asimov non ha mai preso troppo sul serio le sue leggi, frutto di una pura invenzione letteraria, che gli servivano per sviscerare un tema oggi tanto d'attualità come quello della convivenza tra l'uomo e le sue creature robotiche. Il gioco lanciato da Asimov è stato raccolto via via nel tempo anche da molti altri autori che si sono divertiti ad aggirare le leggi. È il caso per esempio di "Westworld" ("Il Mondo dei Robot") di Michael Chricton, in cui "Gunslinger", il robotpistolero interpretato da Yul Brinner, da attrazione turistica in un parco divertimenti del futuro si trasforma in un micidiale robo-killer in seguito ad un malfunzionamento software. Parlando di malfunzionamenti, il più celebre è sicuramente quello di HAL 9000, il super-computer della Discovery di "2001 Odissea Nello Spazio", un'invenzione di Arthur C. Clarke, che non si fa alcuno scrupolo a commettere omicidi pur di prendere il sopravvento sull'intelligenza umana. Un altro celebre malfunzionamento, in chiave grottesca, è quello della navicella "Dark Star", esordio alla regia di John Carpenter nel 1983. Quando il computer di bordo comincia a diventare senziente e speculare sulla propria esistenza, decide di farla finita e autodistruggersi con tutto l'equipaggio. In tempi più recenti, ha fatto la sua apparizione sugli schermi, direttamente dalle console di videogiochi, l'intelligenza artificiale "Red Queen" ("Resident Evil"), una femmina questa volta, ma affatto rispettosa delle leggi asimoviane. A fare piazza pulita delle leggi di Asimov, per la verità, ci avevano già pensato "I Nuovi Robot" di Rudy Rucker ("Software", 1982), i "boppers", dotati di software genetico, evolutisi fino ad interfacciarsi con gli esseri umani e dare così vita ai "meatbop". Un po' come l'entità "Vger", l'ex sonda Voyager protagonista di "Star Trek" (il film) che anela a fondersi con il proprio creatore minacciando la distruzione della Terra. DICHIARAZIONE MONDIALE DEI ROBOT

Dalla fantascienza alla fantarealtà. Il 25 febbraio 2004, il governo giapponese ha varato la "World Robot Declaration", in vista di una società sempre più popolata da robot e macchine intelligenti capaci di sostituire gli esseri umani in tutta una serie di compiti ingrati, dal lavoro alla guerra. Alla "World Robot Conference" di Fukuoka si è parlato innanzitutto di robot "domestici" capaci, come il cane-robot Aibo della Sony o Asimo della Honda, di essere anche di "intrattenimento". Robot che, secondo la Dichiarazione approvata a Fukuoka, avranno tre caratteristiche: "saranno dei compagni che coesisteranno con gli esseri umani; assisteranno gli uomini sia sul piano fisico che sul piano psicologico; contribuiranno alla realizzazione di una società sicura e pacifica". ROBOMARKETING Tre dichiarazioni vagamente asimoviane, ma che nascono dallo stesso problema che anima molti dei racconti di Asimov, vale a dire la difficoltà di far accettare all'uomo la presenza inquietante dei robot. Per questo possiamo stare sicuri che, come si legge nella dichiarazione, "scienziati e industriali si impegneranno a promuovere l'accettazione pubblica dei robot". D'altronde, "Robbie" è già in mezzo a noi. A Word About The World Robot Declaration 15 aprile 2004 Io, Robot (Asimov) - Wikipedia Isaac Asimov's Robot Series - Wikipedia Tre leggi della robotica - Wikipedia John W. Campbell - Wikipedia Software I Nuovi Robot - Wikipedia Red Queen and White Queen - Wikipedia HAL 9000 - Wikipedia Westworld - Wikipedia

Data (Star Trek) - Wikipedia ASIMO - The World's Most Advanced Humanoid Robot La robotica avanza spedita. In un futuro non troppo lontano, conviveremo con nuove specie di automi: umanoidi, sistemi intelligenti multifunzionali, robodomestici factotum, pet-robot, veicoli autonomi e perfino robot per il sesso. Questa presenza, sempre più massiccia in futuro, di creature artificiali costringe ad una riflessione “roboetica”. Durante il convegno europeo di robotica Euros 2006 (European Robotics Symposium), svolosi a Palermo nei giorni scorsi, è stato elaborato il primo documento al mondo sulla questione, almeno dopo le fanta-leggi di Isaac Asimov. L'uso militare dei robot, la dipendenza psicologica da macchine sempre più intelligenti e dall'aspetto simile a quello umano, la possibilità che robo-badanti o robo-baby sitter vengano sabotate a distanza. Sono questi alcuni punti controversi su cui si è concentrato il dibattito. Il documento, prodotto da un gruppo internazionale di ricercatori coordinato dalla Scuola di Robotica, Robotlab-Cnr di Genova, sarà consegnato alla Commissione Europea entro aprile. “La roboetica è un tema considerato molto seriamente dalla comunità scientifica internazionale”, ha spiegato Gianmarco Veruggio, presidente dell'Istituto genovese e del comitato di roboetica della Società Internazionale di Robotica IEEE. Il dibattito intende non solo analizzare le problematiche legate ai robot e alla loro interazione con l'uomo e il mondo in generale, ma anche le possibili azioni educative rivolte ai più giovani. “È importante educare i ragazzi a controllare le macchine per evitare il rischio di incidenti”, ha osservato la coordinatrice del gruppo di lavoro che ha redatto il documento, Fiorella Operto. Gianmarco Verruggio, che aveva già organizzato in precedenza la settimana di lavori detta “Roboethics Atelier”, insieme a Enron (European Robotics Research Network), ribadisce: “Si tratta di un approccio fondamentale per la ricerca perchè abbiamo bisogno del consenso della pubblica opinione. La robotica riguarda davvero tutti”. Al Roboethics Atelier sono intervenuti il giapponese Atsuo Takanishi, specializzato in robotica umanoide, il padre di Wabian2, il “cyborg” Kevin Warwick, David Levy e Ronald Arkin, il direttore del Mobile Robot Lab del Georgia Institute of Technology di Atlanta. Per farsi un'idea dell'importanza che la roboetica,sta assumendo all'interno dello sviluppo tecnologico mondiale, è sufficiente un'occhiata alle cifre: «In un anno - dice Veruggio nel mondo sono stati prodotti 1.120.000 robot industriali, 25.000 robot per uso professionale, 1.200.000 robot per uso personale». Il giro di soldi che ruota intorno alla robotica ha numeri con così tanti zeri da far girare la testa. «In

Giappone», racconta Naho Kano, studiosa di scienze sociali dell’Università Waseda di Tokyo, «la crescita del mercato della robotica nel 2005 ha fatturato circa 150 miliardi di yen e il governo ha stanziato 3 miliardi di yen per NEDO, un progetto dedicato allo sviluppo di 70 robot altamente evoluti». Non da meno sono gli americani: «Gli Stati Uniti», dice Ronald Arkin, «hanno destinato 127 miliardi di dollari, il più grande investimento di tutta la storia della ricerca militare, in un progetto di ricerca che punta a modernizzare la US Army». Secondo il piano, entro il 2010 un terzo di tutte le operazioni militari americane dovranno essere compiute da robot. Si parla di UCAV (aerei privi di pilota a bordo), carrarmati robotizzati, TUGV (veicoli terrestri mandati in avanscoperta per sgombrare il campo ai soldati che lo seguono a poca distanza) e SPAWAR (apparecchi che lanciano autonomamente da terra piccoli velivoli robot). Giapponesi, americani ed europei non la pensano allo stesso modo. Le priorità che i laboratori attribuiscono ad una ricerca piuttosto che a un'altra variano. Per questo è necessario e urgente un manifesto di intenti comune. Ecco, in sintesi, i principali temi individuati nel documento: ROBOT MILITARI: si calcola che l'80% della ricerca Usa nella robotica sia finanziata dal Dipartimento della Difesa ed è stato annunciato che nel 2010 sarà pronto il primo prototipo di un esercito robotico. “È una situazione che solleva enormi problemi”, ha osservato Fiorella Operto. Che cosa succede se un robot viene programmato per uccidere? In vista di uno scenario come questo gli esperti auspicano una legge che preveda misure di sicurezza nella progettazione dei robot attraverso il blocco di alcune funzioni, come quella di uccidere. “Intorno a questa proposta - ha detto la Operto - il dibattito è ancora aperto e le posizioni di Stati Uniti e Giappone sono lontane”. BIONICA: arti robotici ai biochip impiantati nel cervello possono aprire nuove questioni. Per esempio, se un chip nel cervello controlla una mano robotica, questa può provare sensazioni? E se invece fosse la mano ad avere il controllo sul cervello? L'ultima domanda nasce dal fatto che i movimenti dei topi con protesi del genere possono essere controllati a distanza con un joystick. NANOROBOT: sono minuscoli congegni che possono essere introdotti nell'organismo per fare diagnosi, acquisire dati o rilasciare farmaci. Secondo gli esperti sono opportune garanzie affinché non siano utilizzati per interventi non leciti. HACKER: la minaccia può facilmente passare dai computer ai robot, che potrebbero essere controllati a distanza. Un problema tanto più rilevante se si immagina che ai robot potrebbero essere affidati compiti di sorveglianza e sicurezza di strutture critiche, così come potrebbero essere affidati loro anziani, malati o bambini.

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ROBO-DIPENDENZA: è un rischio, anche considerando che i robot dovranno avere aspetto e modi piacevoli. Si teme che molti, soprattutto anziani, possano cedere psicologicamente a un robot bello, gentile, paziente, servizievole e in grado di rispondere a moltissime domande, connesso com'è a Internet. ROBO-SESSO: le bambole robotiche non ci sono ancora, ma il successo delle bambole meccaniche già in commercio lascia immaginare che potranno avere un successo ancora maggiore le bambole automa capaci di sorridere, guardare, interagire, riconoscere la voce e simulare comportamenti sessuali. Saranno ancora più belle delle loro colleghe attuali, le bambole meccaniche, il cui aspetto ha ormai molto poco della macchina, rivestite come sono di pelle di silicone. Anche in questo caso si rischia la comparsa di nuove forme di dipendenza. COSTI E ACCESSO: il problema si pone già per le protesi bioniche, che molto spesso sono costose e quindi inaccessibili ai Paesi in via di sviluppo. Gli esperti chiedono di promuovere azioni per favorire la produzione di protesi e altri ausili di questo tipo di ottima qualità e realizzate con tecnologie all'avanguardia, ma semplici da usare e a basso costo.

European Robotics Symposium Biped humanoid robot group WABIAN-2R Nanorobot - Wikipedia Unmanned Combat Air Vehicle - Wikipedia Gladiator Tactical Unmanned Ground Vehicle - Wikipedia Space and Naval Warfare Systems Center San Diego - Wikipedia Roboethics - Wikipedia EURON RobotLab Georgia Tech Mobile Robot Lab (pubblicato su Ecplanet 01-04-2006) All'ICRA 2007, la Conferenza Internazionale di Robotica e Automazione, è stato presentato anche in Italia il “feto-robot” partorito dall'équipe del professor Yasuo Kuniyoshi, dell'Università di Tokyio, grazie a cui si potrà studiare con un dettaglio senza precedenti lo sviluppo del feto e la sua capacità di controllare i movimenti, riuscendo forse a curare gravi malattie. Il micro-robot ha un aspetto umanoide in stato fetale e la sua simulazione di movimento nel liquido amniotico è stata ottenuta al computer. «L'obiettivo è analizzare come si sviluppa la

capacità del feto di controllare i movimenti - ha detto Paolo Dario, esperto di robotica e neuroscienze della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa - in questo modo i ricercatori avranno a disposizione un modello efficiente per studiare un comportamento complesso senza dover ricorrere agli animali». DANCING ROBOT Si muove con la stessa leggerezza della danzatrice che gli sta accanto, il robot ballerino progettato in Giappone, dal gruppo di Katsushi Ikeuchi, dell'università di Tokyo. «È un robot che impara vedendo gli uomini danzare», ha detto lo stesso ricercatore intervenuto all'ICRA. «Abbiamo progettato il robot con almeno due obiettivi, il primo è trovare una soluzione alla progressiva scomparsa di molte danze tradizionali giapponesi, il secondo, è combinare arte e scienza in un modo impensabile fino a pochi decenni fa». Il dancing robot è antropomorfo ed è alto come un essere umano. Ha una struttura massiccia, di metallo color argento e blu, con qualche tocco di giallo, ma nel filato che è stato mostrato si muove con la stessa leggerezza della danzatrice in carne e ossa che gli è vicina. Funziona grazie a un programma messo a punto dallo stesso gruppo giapponese, basato sull'apprendimento come dimostrazione: il programma osserva i movimenti dell'essere umano che gli è davanti e, grazie ad esso, il robot imita gli stessi movimenti. I movimenti della danza sono registrati e quindi suddivisi in segmenti molto elementari. Su questa base viene elaborato il programma che controlla i movimenti del robot, tenendo conto naturalmente delle differenze strutturali del corpo umano e del corpo del robot. CHILD ROBOTS Il suo nome è “BabyBot”: è nato presso i laboratori di robotica dell'Università di Genova ed è la punta di diamante del progetto “ADAPT” finanziato dalla Commissione Europea per esplorare le frontiere tecnologiche dell'intelligenza artificiale. BabyBot somiglia, per forma e dimensioni, ad un bambino di due anni: coordinati dal prof. Giorgio Metta, i ricercatori del progetto ADAPT vogliono scoprire i segreti dell'autopercezione, l'affascinante processo psicocognitivo alla base dell'autocoscienza. “Il senso della presenza”, dice Metta, “è praticamente la nostra coscienza”: BabyBot sarà il banco di lavoro per ricreare artificialmente questo “senso”. Gli scienziati impegnati nell'iniziativa, infatti, credono sia possibile “controllare parametri ben precisi per capire esattamente come avviene la percezione degli ambienti circostanti”, una capacità che prende sostanza nei giovani esseri umani a partire dai primi sei mesi d'età. “Il robot ci permetterà di scoprire, attraverso i settaggi, quali sono i dettagli delle interazioni tra bimbo ed estranei, tra bimbo ed oggetti, tra bimbo e genitori”, specifica Metta.

Il tutto si basa su un modello matematico che considera l'autocoscienza come un processo d'azione, cognizione e percezione: un bambino, secondo le specifiche del modello ADAPT, immagina che gli oggetti in un ambiente non siano “reali”, ma parte d'un processo percettivo generale. Solo dopo aver “toccato” l'oggetto, dicono gli esperti di ADAPT, il bambino riesce ad “oggettivarlo” nel suo contesto fisico. Alla stessa maniera, l'obiettivo di BabyBot è permettere la scoperta di un meccanismo d'oggettivazione della realtà da utilizzare nell'ingegneria robotica. “È il primo passo per capire ed affrontare questo problema”, dice Metta. E non si tratta di un obiettivo facile da raggiungere: la prima idea del Babybot, “gemello” di un altro ambizioso progetto, “iCub”, risale al 1996. Per il momento, BabyBot è riuscito ad analizzare, toccare ed afferrare oggetti fisici nel corso di due esperimenti. In laboratorio, è stato capace di identificare alcuni semplici oggetti e separarli dal resto del contesto. Un piccolo passo, per noi umani, ma un enorme balzo in avanti per lo studio dei meccanismi di intelligenza artificiale. “Il progetto avrà un impatto notevole e numerose applicazioni pratiche, dalla psicologia allo sviluppo di nuovi robot, per arrivare alla creazione di ambienti di realtà virtuale”, conclude Metta. L'Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), con la collaborazione dell'Istituto di Robotica dell’Università degli Studi di Genova, della Scuola superiore S. Anna di Pisa, l'Università britannica di Stanford, quella di Lisbona, di Tokyo e il Massachusetts Institute of Technology, ha realizzato il primo prototipo di “RobotCub”, un robot che riprende forma e dimensioni di un bambino di circa due anni e mezzo di età, la cui casa, a partire dall'anno prossimo, sarà proprio la nuova sede dell'IIT a Genova, che fungerà da centro di coordinamento, sviluppo e formazione del progetto. Proprio il modello progettuale scelto per la realizzazione di RobotCub (cub significa cucciolo) rappresenta la prima e importante novità dell'iniziativa, perché si basa sui principi concettuali dell'open source, sistema già ampiamente applicato nell'ambito del software. L'idea è quindi di dare vita a una rete di laboratori, scienziati (tra cui i quattro direttori della ricerca dell'Iit) e ingegneri di tutto il mondo per collaborare al progetto scambiandosi informazioni, scoperte, conoscenza, al fine di accelerare il processo di sviluppo. A cui tutti potranno partecipare, essendo open source, e sviluppare ulteriori componenti e ambiti applicativi che potranno essere brevettati e quindi utilizzati commercialmente.

RobotCub dovrà essere dotato di una intelligenza artificiale (cervello ibrido bio-elettronico) capace di interagire con l'ambiente, di apprendere e creare risposte all'ambiente sempre nuove e contestualizzate. Il primo prototipo ha un'intelligenza ancora legata a chip elettronici “tradizionali”, ma l'IIT sta sviluppando reti neurali in grado di riprodurre in modo più complesso l'intelligenza. Inoltre, le parti di RobotCub saranno costruite con nuovi materiali (molli, flessibili, resistenti, elastici) in modo da dotare il corpo di una resistenza e una capacità di movimento sempre più ampia (l'intelligenza è direttamente correlata alla capacità di “manipolare”l'ambiente esterno). RobotCub poi avrà anche la capacità di autoriparare i suoi tessuti principali, novità assoluta, che consentirà al robot di poter compiere missioni per esempio in luoghi remoti. Il modello dell'open source applicato alla ricerca rientra nel più ampio concetto di “open innovation”, cioè una maggiore condivisione della conoscenza, come quando Microsoft ha condiviso i risultati di alcune sue ricerche - che non avrebbero avuto futuro nei suoi prodotti - con aziende esterne, in particolare esordienti, per permettere loro di sfruttarle e trasformarle in prodotti e soluzioni. Nel 2005, il numero delle nascite ha toccato in Giappone il punto più basso della storia. Per rimediare, l'Agenzia Nazionale per la Scienza e la Tecnologia ha presentato ad Osaka “CB2”, (ChildRobot with Biomimetic Body), un robot bambino con un corpo biomimetico, alto 1 metro e 30 centimetri che pesa 33 chilogrammi, pensato per emulare le abilità fisiche e sensoriali di un cucciolo d'uomo di 18 mesi. Con l'invecchiamento progressivo della popolazione giapponese (e non solo), ormai è dato per scontato negli ambienti scientifici che in un prossimo non troppo lontano futuro, robot con sembianze umanoidi saranno impiegati in massa al posto delle odierne badanti per accudire le persone che hanno bisogno di assistenza o di compagnia. CB2 è dotato di un sistema visivo, uditivo e tattile che gli permette di acquisire dati dall'ambiente circostante, grazie a 200 sensori sparpagliati sotto la pelle grigia in silicone. Può compiere però movimenti limitati: agitare gambe e braccia, voltarsi da solo e mettersi in posizione eretta solo con l'aiuto di una persona. Inoltre, rispetto ad altri modelli di automi sviluppati in Giappone, capaci di interloquire con gli esseri umani, CB2 può comunicare solo con il movimento di occhi e palpebre, espressioni facciali e versi tipici dei bambini. La particolarità di CB2 risiede nella sua capacità di acquisire dati dalle sue esperienze, che, in teoria, gli consentirà di sviluppare un livello intellettivo pari a quello di un fanciullo di tre anni.

GEMINOID Il professor Hiroshi Ishiguro, dell'Università di Osaka, ha creato il primo robot-sosia, un robot che gli assomiglia fisicamente, parla e si muove esattamente come lui. Il robot, chiamato “Geminoide”, è stato realizzato prendendo a modello il suo stesso corpo e utilizzando parte dei suoi veri capelli per ricoprirne il cranio. È capace di sorridere come un vero essere umano, grazie a più di cinquanta microsensori e motori che gli sono stati impiantati sotto la pelle. Ma non solo: l'androide dà anche l'impressione che respiri, per via dell'aria compressa che gli viene pompata nel corpo. “All'inizio gli androidi possono fare una strana impressione”, ha detto alla Reuters Ishiguro, “ma una volta che ci si comincia a parlare si smette di notare qualsiasi differenza e ci si sente completamente a proprio agio anche a guardarli dritto negli occhi”. EVER-1 La Corea del Sud ha presentato al mondo la sua prima creatura artificiale dall'aspetto umano: Ever, ovvero Eva in versione robotica. Si tratta del primo esemplare di una serie di androidi destinati a rivestire un ruolo importante nella vita di tutti i giorni della società sudcoreana. L'androide, che ricorda molto da vicino Repliee Q1, il robot antropomorfo sviluppato dai ricercatori giapponesi, è in grado di dialogare con gli umani grazie ad un sistema di riconoscimento vocale. I molti sensori ed oltre 15 microtelecamere permettono ad Ever di riconoscere le emozioni degli interlocutori, attraverso l'analisi dei movimenti, e l'uso di ben 35 micromotori simulano i muscoli facciali. Grazie a questa dotazione, Ever può assumere una vasta gamma di espressioni artificiali: dalla felicità allo sgomento, dalla tristezza alla sorpresa. Un guscio di silicone ricopre la struttura metallica di Ever, così che la sua “pelle” ha un aspetto assai simile a quella umana. Alta 1 metro e 60 centimetri per 50 chili di peso, Ever è stata presentata dal ministro delle attività produttive come “una ragazza di venti anni”, ha riportato il quotidiano locale Chosunilbo. L'industria robotica nazionale, spinta dai finanziamenti del governo e

dall'obiettivo di portare gli automi in tutte le case dei cittadini, è intenzionata a produrre in serie il modello Ever-1. Sviluppata nei laboratori del KITECH, l'Istituto Coreano di Tecnologia Industriale, “Ever avrà il suo posto nei musei, nei negozi e negli sportelli informativi”, ha dichiarato Baeg Moonhong, “padre” del robot. L'unico limite attuale di Ever è che i suoi arti inferiori non possono muoversi. Ma solo per poco tempo ancora: Baeg ha fatto sapere che “le prossime revisioni di Ever potranno alzarsi e camminare”, oltre ad avere “nuove funzioni di riconoscimento delle emozioni”. TOKYO:Robot che simula i movimenti del feto umano Cheek to Chip: Dancing Robots and AI's Future È nato il primo bambino-robot La Repubblica 09 marzo 2003 BabyBot, il robot della percezione di sé PI 04 maggio 2006 Hiroshi Ishiguro builds his evil android twin: Geminoid HI-1 21 luglio 2006 CB2 "Child Robot" returns: smarter, creepier than ever 06 aprie 2009 The Babybot project RobotCub EveR-1 - Wikipedia Repliee Q1 - Wikipedia KITECH (pubblicato su Ecplanet 23-05-2006) LE NUOVE LEGGI DELLA ROBO(E)TICA Dopo Isaac Asimov, John S. Canning, del Naval Surface Warfare Centre, Centro Studi di Guerra della Marina statunitense, vuole rimettere mano alle tre leggi della robotica. Canning ha proposto che le macchine possano colpire altre macchine quando queste ultime stanno per colpire delle persone. Ma c'è chi solleva una obiezione: se il drone è lecitamente autorizzato a colpire qualcuno che sta per colpire delle persone e, per sbaglio, uccide un individuo lì vicino? Ciò che preconizza Canning, guerre in cui siano coinvolti i robot, è un'ipotesi “fantarealistica”: già oggi, sono molti i robot da combattimento che i paesi più avanzati intendono adottare o che sono in procinto di essere arruolati. Un esempio sono i droni missile sparati

per andare a caccia di obiettivi, o certi sistemi automatici di difesa. Ma manca una “guida di riferimento” per il loro impiego, che si prevede sempre più massiccio. Canning si spinge anche oltre, sostenendo che si può pensare di “equipaggiare le nostre macchine con tecnologie non letali allo scopo di convincere il nemico ad abbandonare le proprie armi prima che queste vengano distrutte dai nostri robot, e con armi letali per far fuori gli armamenti”. Le nuove regole proposte da Canning sarebbero uno smacco alle celebri tre Leggi della Robotica ideate dal grande scrittore di fantascienza Isaac Asimov, che escludevano a priori la possibilità che un robot potesse nuocere ad un essere umano. New Laws of Robotics proposed for US kill-bots The Register 13 aprile 2007 La Corea del Sud ha annunciato l'imminente pubblicazione del “Codice Etico dei Robot”, un documento che si prefigge di proteggere i robot da eventuali abusi umani, e viceversa. “Il Governo ha previsto la redazione di un set di linee guida che riguardano i ruoli e le funzioni dei robot, in linea con i prossimi sviluppi dell'intelligenza artificiale”, ha dichiarato il Ministro coreano del Commercio, Industria ed Energia. La Corea del Sud, infatti, ha identificato la robotica come un motore economico di riferimento, investendo tantissimo nella ricerca di settore. Il team di esperti, che include futurologi e scrittori di fantascienza, che è già al lavoro da tempo sul progetto, ha fissato il completamento del Codice per la fine del 2007. Sembra una coincidenza, ma è stranamente la stessa indicazione temporale che prevista per la commercializzazione delle prime robosentinelle made in Corea (Security Guard Robots) armate di mitragliatrice automatica. I coreani, che dispongono sia di connessioni broadband ad altissima velocità che di reti mobili all'avanguardia, sono come un modello sia per l'Oriente che per l'Occidente. Il Governo locale, ha previsto che tra il 2015 e il 2020 ogni famiglia coreana disporrà di un robot domestico, i cosiddetti automi UCR (Ubiquitous Robotic Companion). “Immaginate se qualcuno trattasse gli androidi come se fossero delle mogli”, ha dichiarato Park HyeYoung, esperto del settore e co-redattore della Robot Ethics Charter, “altri potrebbero diventare dipendenti come avviene ai drogati di Internet”. Le norme secondo Hye-Young dovrebbero servire come protezione e salvaguardia dell'uomo, sebbene altri studi, come quelli commissionati dal Governo anglosassone, prevedono che fra circa 50 anni i robot potrebbero vantare gli stessi diritti dell'essere umano. Apprezzano la linea d'azione coreana gli esperti dello European Robotics Research Network, che stanno lavorando a un altro set di linee guida per l'utilizzo dei robot da presentare al prossimo Innovation and Entrepreneurship in Robotics and Automation Forum di Roma. “Nel 21esimo secolo l'umanità coesisterà con la prima intelligenza aliena con cui siamo mai entrati in contatto - i robot”, si legge sulla bozza del documento. “Sarà un momento ricco di problemi di carattere etico, sociale ed economico”.

(pubblicato su Ecplanet 02-05-2007) Seoul lavora sul primo Codice Etico per robot PI 09 marzo 2007 Nei robot sudcoreani le 3 leggi di Asimov Corriere della Sera 11 marzo 2007 South Korea creates ethical code for righteous robots New Scientist 08 marzo 2007 Korea Picks 'Ubiquitous Robot Companion' Network Partner 29 giugno 2006 Top 5 Bomb-Packing, Gun-Toting War Bots the U.S. Doesn’t Have 13 febbraio 2008 Samsung SGR-A1 - Wikipedia LA RIVOLTA DEI ROBOT “Qualsiasi robot potrà ribellarsi, da Aibo a Terminator, per questo è cruciale fin da ora imparare a conoscere la forza e la debolezza di ogni robot nemico”. È quanto dichiara Daniel H. Wilson autore del libro “How to Survive a Robot Uprising: Tips on Defending Yourself Against the Coming Rebellion” (“Come Sopravvivere alla Rivolta dei Robot: Dritte per Difendersi dalla Ribellione Prossima Ventura”). Ciò che rende particolarmente “cool” (fico) questo libro è la giusta dose di ironia che lo caratterizza rispetto ad altri manuali di sopravvivenza. Wilson, che è un vero esperto di robotica laureatosi recentemente alla Carnegie Mellon, descrive uno scenario eccentrico: l'attacco di robot umanoidi dai tratti spaventosi basata su dati reali. È proprio l'ironia di fondo, in contrasto con il realismo della minaccia dei robot-killer, che ha dato non poco fastidio al mondo accademico, che ha accolto il libro di Wilson con forte scetticismo. “È comprensibile”, ha detto Wilson, “la robotica costituisce un grande business, e quelli che ne sono coinvolti non gradiscono pubblicità negative, perfino qui alla Carnegie Mellon, dove perlopiù si costruiscono robot per fare il solletico ai vermi dell'Antartico”. Il libro di Wilson, fin dalla grafica, che incorpora immagini di videogiochi arcade e di b-movies di fantascienza, ai tempi in cui il robot era ancora visto come una creatura mostruosa, alla Frankenstein, che si ribellava contro il suo stesso creatore, racconta di una “nefasta mente robotica” e dispensa consigli per la sopravvivenza, alcuni grotteschi, tipo: “per riconoscere se una nuova conoscenza è una vera persona o un robot umanoide, provate a sentire se odora come un pallone da calcio nuovo di zecca”, altri più seri, come ad esempio: “un robot che cercherà di scovarti per eliminarti con il suo raggio laser userà immagini termiche basate sulla temperatura della pelle umana, per confonderlo basterà ricoprirvi di fango”; oppure: “se siete inseguiti da un veicolo robot, scappate verso un'area rustica, non mappata, con molti ostacoli”; o ancora: “se il tuo robot casalingo cablato con telecamere di videosorveglianza e computers cerca di intrappolarti, fatelo a pezzi con una scure e non usate il vostro cellulare, altrimenti vi localizzerà”.

Con intelligenza e ironia, Wilson gioca sui paradossi della società “robolobotomizzata” verso cui stiamo andando incontro, cercando di educare il lettore riguardo l'invasione tecno-robotica prossima ventura. Il lettore viene informato della storia della robotica, dei progressi dell'Intelligenza Artificiale, e i problemi su cui gli scienziati stanno ancora lavorando, seguendo rotte non sempre lineari. (Pubblicato su Ecplanet 16-11-2005) How to Survive a Robot Uprising - Wikipedia The Robotics Institute Università di Osaka Naval Surface Warfare Centre European Robotics Research Network Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia L’UOMO-MACCHINA PORNO CYBORG OUT OF CONTROL Il Nostro Futuro Postumano