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i|nù|ti|le

agg. 1a che non offre alcun vantaggio, che non è di alcuna utilità: parole, discussioni inutili, una guerra i.; è i. insistere, è i. prendersela tanto!

1b che non serve a un determinato uso, inservibile: un attrezzo i., un utensile ormai i. 2a superfluo: la tua precauzione è stata i., un avvertimento i.

2b che non ottiene alcun risultato, inefficace, che rimane senza effetto: un rimedio i., una fatica, uno sforzo i.; sprecato: una vita i. | è i., non cambierai mai, è tutto i., per indicare scoraggiamento, rassegnazione nei confronti di una situazione che appare inevitabile; la cura si è dimostrata i.; opera, fatica i.; un viaggio i.; i miei sforzi sono riusciti i.; con lui, ogni discorso è i.; rimproveri, preghiere, minacce, tutto fu inutile.

2c non i., di qualche utilità: tentativo, precauzione non i. 3sostantivato con valore neutro, in funzione di predicato nominale di una prop. soggettiva: è i. che t’affanni tanto; è i. dirglielo, tanto continuerà a fare di testa sua. In frasi assolute, esprime scoraggiamento, o rassegnazione di fronte a cosa che appare inevitabile, a una situazione che non può esser mutata: è i., non ce la faccio più; è i., non ci riuscirete mai; è i., bisogna sopportarlo! 4 riferito a persona: essere, sentirsi i.; credo ormai di essere i. qui; la tua presenza è i.; in partic., di chi non è buono a nulla (per incapacità o per inerzia abituale): un collaboratore i.; gente i., di nessuna utilità per il suo ambiente o per la società; bocche i., persone che mangiano il pane a ufo, oziose. di qcn., che non è utile, che non è d’aiuto ad altri: sentirsi, essere i.; inetto, incapace: un collaboratore i.

Avv. inutilménte, senza alcuna utilità, senza risultato: spendere inutilmente il proprio denaro; sprecare inutilmente il tempo; tentare, parlare, arrabbiarsi inutilmente.

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SULL’INUTILE
Una ricerca di Salvatore Insana

INDICE

Introduzione

p. 4 p. 7 p. 11 p. 12

I - Sull'origine dell'utile

Niente di meglio da fare: una ricognizione

II - Senza fine. La bellezza come finalità senza fine. Kant e Derrida
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Non sapere Senza prezzo In-finitum Al di là della fine p. 25

III - Senza senso.
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Cominciò ch'era finita: Carmelo Bene Cancer for the cure Un attentato Senza tempo Noluntas p. 39

IV - Senza meta
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Chi vuol esser lieto sia: Leopardi e Baudelaire Alla deriva: Guy Debord Errare: Deleuze e il cinema Pierrot le fou: l'anarchismo emotivo Low Lights Senza soggetto

V - Senza ruolo.
Un incontro con Roberto Nanni

p. 59

VI - Senza posto.

p. 68

Un incontro con Antonio Rezza e Flavia Mastrella p.75

VII - Senza uso.

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VIII - John Cage.
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p. 86

Sottrarsi La svolta psicologica Getting nowhere Senza punteggiatura: contro la sintassi Non servire Lo s-concerto, la dis-armonia Aprire le orecchie Ora e mai più: singolarità e irripetibilità dell'evento Un campo aperto: senza confini

IX - Morton Feldman
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p. 109

Con la faccia al muro Non finire Feldman e Beckett: Neither Senza accordo

X - Senza misura.
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p. 125

La voce in capitolo L'orecchio igienistico

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Per non finire: interrogativi inutili Fecondità inutile Bibliografia

p. 135 p. 136 p. 138

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Ma neppure è facile diventare inutili, per quanto si studi, ci si applichi e ci si ingegni; a meno che la vita con le sue evenienze non ci venga in soccorso. E le evenienze si è appurato che sono sette: le scuole che si frequentano, le famiglie da cui si viene adottati, le angherie patite, le speranze che sfumano, i fantasmi che vengono in visita, i vagabondi che si finisce per essere e le demenze da cui non si scampa1.

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Emanno Cavazzoni, Scrittori Inutili, Milano, Feltrinelli, p. 7

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INTRODUZIONE
Ciò che è vano può essere grandioso? Esiste una grandezza del non andare a segno, del fallire il bersaglio, del mancare il colpo? E ancora. Esiste una grandezza del gesto clamoroso di cui ci sfuggano le conseguenze? Esiste un'azione che non colga il suo scopo? Si può chiamare azione il gesto che afferma la propria vanità? Non soltanto la sua insufficienza, la sua crisi, la sua negazione, ma la sua vanità; vale a dire la sua gratuità, la rinuncia a inscriversi in un progetto quale che sia, e, soprattutto, a rendersi responsabile della modificazione della situazione, rivendicando per sé solo il momento dell'atto? 2

D'inutilità ogni pensiero giudicante si riempe facilmente la bocca.

Una volta tracciato il proprio percorso di senso (il progetto, l'obiettivo, il fine o la fine), quel che deborda, fuori-esce, non rispecchia le aspettative, non segue la tabella di marcia o per-segue il prestabilito viene tacciato d'esser superfluo, vano, vacuo, sovrabbondante, inadatto, non pertinente, senza senso, inutile.

Scorrendo la gran quantità di accezioni del termine che il dizionario DeMauro-Paravia presenta, l'inutile non trova definizione se non in negativo: è qualcosa che non offre alcun vantaggio, di nessuna utilità; qualcosa che non serve ad un determinato uso e dunque inservibile; è inutile, con una certa presunta ovvietà, ciò che non è di qualche utilità, che non ottiene alcun risultato, che non è d'aiuto agli altri.

Interrogandosi sulla natura di tutte le designazioni sopra elencate è scoprire, così come l'utile richiede un'appartenenza, un'aderenza (ad un fine, ad un progetto, a qualcuno), l'inutile potrebbe riscattarsi dalla sua negatività percepita ponendosi come orizzonte d'un altra via possibile, quella che fa capo alla libertà dell'azione gratuita e scissa da una diretta funzionalità.
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Maurizio Grande, La grandiosità del vano, in Lorenzaccio di Carmelo Bene, Roma, Nostra Signora, 1986

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S-legandosi da un fine, l'arte, scriveva Kant nella sua Critica della facoltà di giudizio, diventa bella.

Ed orientando il discorso in tali termini è evidente come un numero non indifferente di menti creative abbia scelto di porsi proprio sul versante della supposta inutilità, inevitabilmente di fronte (contro?) il Potere in tutte le sue forme.

E di come tenti ancora di farlo <<carving out a place in the larger culture where abnormality can be sustained, where imagining the unknowable – impossible to buy or sell – is the primary enterprise. Crazy! Says anyone with an ounce of business sense. Right. Exactly. Crazy>> 3.

Quel che vorrei mandare avanti (proporre) è un'argomentazione che confuti la pretesa capacità discriminatoria, gerarchica, selettiva, che cade dall'alto d'un detentore di verità assoluta, mettendo in risalto come, soprattutto in campo artistico, le pretese teleologiche vadano ormai accantonate in favore d'una ricerca che miri a non discostarsi dalla constatazione d'una entropia del senso cui un attento confronto con la vita quotidiana (reale?) ci obbliga, costantemente ed inesorabilmente.

<<L'opera d'arte non è più una struttura chiusa ed un veicolo attraverso il quale imporre un ordine al mondo, ma diventa parte d'un processo attraverso il quale il mondo ha la possibilità di emergere per quello che è, penetrando, in quanto tale, nella nostra coscienza>>.4

La possibilità d'una via alternativa, d'una pratica non conforme al pensiero utilitarista e produttivista ha interessato generazioni di pensatori ed artisti, di menti inadatte a sopportare l'imposizione di caratteri tassativi, normativi, regolativi, passibili di ridurre (restringere, cingere o costringere) il proprio campo d'azione.

Questo è un tentativo di far una ricognizione intorno ad un'arte non rassegnata a venir fagocitata dal mercato.

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Holland Cotter, The Boom is over. Long live the art! In The New York Times, la Repubblica, 23 february 2009 DeLio Thomas, L'universo aperto, Roma, Semar, 2001, p.5

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I - SULL'ORIGINE DELL'UTILE
Il concetto di utile, con il quale oggi abbiamo a che fare, ha origini da contestualizzare con attenzione, poiché l'equivoco d'aver di fronte un dato di natura, di cui sia impossibile scorgere un'alternativa, è un pericolo sempre in agguato. Minaccia assai flagrante, se <<piuttosto che alla relegazione del principio utilitario nel magazzino degli accessori, si assiste ormai alla sua generalizzazione effettiva, ma sotto la forma a prima vista sconcertante di una sorta di omaggio reso dal vizio utilitario alla virtù anti-utilitarista. Bisogna mobilitare il non-utilitario, tutte le capacità di entusiasmo, di dedizione, di senso del lavoro ben fatto, di generosità, di gusto del rischio al servizio dell'utilitario>>5.

Sistematizzato per primo da Jeremy Bentham (1748-1832) nel XIX secolo (è a lui che si deve il neologismo inglese utilitarian, ispirato al concetto di utility di David Hume, il quale associa l'utilità alla felicità e scrive che è utile <<ogni cosa che contribuisce direttamente al nostro consenso e alla nostra benevolenza>>. <<Ma utile a cosa? Senza dubbio agli interessi di qualcuno? L'interesse di chi, allora? Non soltanto il nostro, perché spesso il nostro consenso prevale su esso. Di conseguenza si deve trattare dell'interesse di coloro ai quali questa azione può risultare utile>> 6), l'utilitarismo ha radici più antiche, la cui estensione a campi non meramente economici ha iniziato il suo corso soprattutto in seguito ai dettami della Riforma protestante. <<Per misurare gli sconvolgimenti dell'immaginario provocati [da questa], basti ricordare la certezza sulla quale si basava l'organizzazione delle città antiche: quella che si è pienamente uomo solo in quanto si è sottratti alla necessità materiale e all'obbligo del lavoro. Sono considerati cittadini assolutamente rispettabili soltanto coloro i quali dispongono della skolè greca o dell'otium latino, indispensabile alla vera vita e all'autonomia effettiva dei veri soggetti. Viceversa, la Riforma apre la strada alla certezza che si è completamente uomo solo se si lavora>> 7.

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6 7

Alain Caillé, Critica della ragione utilitaria, Bollati Boringhieri, 1991, p. 48 tit. or. Critique de la raison utilitaire, Manifeste du Mauss, 1988, Editions La Decouverte, Paris Cfr Thierry Paquot, Elogio del lusso, ovvero l'utilità dell'inutile, Roma, Castelvecchi, p. 58 Caillé, op. cit. , p. 65

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Il cambiamento decisivo, tuttavia, avverrà solamente con l'avvento della società mercantile, <<allorché, per la priva volta nella storia, classi che si definiscono solo in base ai loro possessi economici accedono a un ruolo politico e possono finalmente pretendere di raggiungere i massimi onori sociali. Piuttosto che economico o politico, lo sconvolgimento è qui in primo luogo simbolico>>8.

Da quella congiuntura storica in poi, l'utilitarismo sembra esser diventato il paradigma e <<il fondamento normativo comune a tutto il pensiero moderno del diritto naturale, cioè a tutti i pensieri che tentano di definire norme del giusto tali da poter essere contrapposte alla forza dei potenti e all'autorità della tradizione. Esso rappresenta, infatti, il solo fondamento normativo concepibile dal momento in cui non si pensa più che la società abbia ricevuto la sua legge da Dio>> 9.

L'imperativo diventa costruire un futuro su basi esclusivamente razionali e utilitarie, grazie anche al ruolo delle scienze sociali e umane, che iniziano, con le dottrine del diritto naturale, a contribuire alla gestazione simbolica della modernità così concepita, assolvendo per essa la funzione legittimante che era stata della religione nella vecchia società.

L'uomo si trasforma in homo oecomonicus, riducendo la totalità delle sue pratiche all'azione interessata, la cui unica fonte di legittimazione è l'utilità individuale, e razionalizzando strumentalmente - sulla certezza che la società occidentale riveli la “verità nascosta” di tutte le altre società, delle quali costituirebbe il punto d'arrivo unico - tutte le sfere dell'esistenza, regolate in base al criterio del calcolo.

La stessa teoria darwiniana della struggle for life, immagine della concorrenza mercantile trasposta nel mondo animale e, del resto, tratta direttamente dall'economia politica, sembra riconoscere che anche i geni sono egoisti e calcolatori10.

Il mercato, la scienza e i nuovi Stati democratici nazionali sono stati allora l'incarnazione delle forze liberatrici della modernizzazione, liquidando le società rurali di Antico regime, basate sulla molteplicità dei particolarismi ancora in larga misura astorici, per aprire, urbanizzandole, la storia universale al progresso ininterrotto.

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Ivi, p. 73 Ivi, p.17 Cfr, Caillé, op. cit., p. 33

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Un'idea di progresso che, <<così come modernamente la intendiamo, era estranea alle culture classiche, greca e latina, e alle antiche civiltà orientali e mediorientali. Esse vivevano soprattutto nel presente, erano sostanzialmente astoriche. Fu il pensiero giudaico-cristiano a introdurre un elemento del tutto nuovo, postulando un fine verso cui si dirigerebbe l'intero processo storico: l'attuazione del disegno di Dio attraverso la vicenda umana. Nasceva così la concezione teleologica della Storia. Questa teleologia fu ripresa in chiave non più religiosa ma mondana, epperò ancora più ottimistica, dall'Illuminismo. La storia - scrive Carr – fu concepita sotto forma di evoluzione progressiva avente per fine la migliore condizione possibile dell'uomo sulla terra>>11.

Nell'ambito della gestione aziendale e amministrativa, Il modello taylorista dell'organizzazione scientifica del lavoro, completato ben presto dall'invenzione fordiana del lavoro alla catena di montaggio e del consumo di massa, permise di considerare l'azienda stessa come un universo strettamente funzionale, ridotto alla sua dimensione tecnico-economica12.

Così come anche in architettura e nelle altre arti, il funzionalismo, dalla Bauhaus a Le Corbusier, non fu, in effetti, altro che l'ambizione, anche in questo caso deliberatamente riduzionista, d'identificare il bello con l'utile e di costruire paesaggi urbani utilitari per lavoratori utilitari. L' utilitarismo generalizzato dei tempi che oggi attraversiamo scavalca il limite di validità in cui era soltanto strumento atto a disegnare i contorni del giusto potere, arrivando a interpretare normativamente anche la pratica ordinaria. Ogni pratica sociale diventa possibile oggetto di analisi economica. È la realizzazione del progetto di Bentham, ovvero il tentativo di spiegare e soppesare ogni azione e pratica sociale considerandole dal solo punto di vista delle scelte interessate degli individui interessati13.

Il progresso consisterà in un accresciuto benessere materiale, il cui conseguimento presuppone il silenzio dei beneficiari, che hanno interesse a lasciar lavorare in pace gli esperti: <<Guadagnerai di più, ma non discuterai gli ordini>>, spiegava Taylor a uno dei suoi ex compagni operai. Una colonizzazione dell'immaginario: <<Ciò che la conquista coloniale distrugge non è l'economia. In molti casi, al contrario, essa la crea quasi per intero. Ciò che essa distrugge sono i meccanismi sottili di produzione e di riproduzione delle società tradizionali e i simbolismi attraverso i quali i

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Massimo Fini, Sudditi, Manifesto contro la Democrazia, Marsilio, Venezia, 2004, p. 107 Cfr. Caillé, op. cit., p. 46 Cfr, Caillé, op. cit. ,p. 35

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loro membri davano un senso all'esistenza. Dopo l'annientamento dei loro punti di riferimento immaginari tradizionali, la sola via di uscita simbolica che resta loro aperta è quella dell'imitazione dei vincitori>>.14 Annientamento e appiattimento come causa e insieme conseguenza di quella unidimensionalità che il potere impone per controllare al meglio il cittadino:

<<Il principale rimprovero che si possa rivolgere allo spirito della modernità è che esso impedisce di essere povero. Non di fatto, evidentemente, ma di diritto.[...] Nelle culture del passato i poveri non erano necessariamente e sistematicamente presi per degli imbecilli o dei deficienti. I poveri non erano tutti dei poveracci. A chi si farà credere oggi che l'uomo felice è senza camicia? A nessuno. Tutto ciò è perfettamente coerente con la straordinaria uniformizzazione unidimensionale e con l'appiattimento del sistema dei valori indotto dalla generalizzazione dell'immaginario utilitario. Tendenzialmente, il valore delle persone è sempre più immediatamente proporzionale al valore dei beni mercantili ch'esse possiedono e quest'ultimo, a sua volta, è presunto immediatamente proporzionale alla loro utilità sociale e all'intensità o alla complessità del lavoro da esse fornito>>.15

Ed ancora, facendo ricorso a Marcuse, che, nel suo L'uomo a una dimensione, ha delineato con lucidità la situazione:

<<la distinzione concettuale fra gli affari e la politica, il profitto e il prestigio, i bisogni e l'esigenza non è più minimamente possibile. Si esporta uno stile di vita oppure è questo a esportarsi da sé nelle dinamiche della totalità. Con il capitale, i computer e il savoir-faire arrivano gli altri valori: rapporti libidinosi con le merci, con aggressive macchine motorizzate, con l'estetica manomessa del supermercato>> 16.

Non è più un lavoro privo di qualità – che non apporta alcuna soddisfazione personale – che ci fa provare un sentimento di alienazione, ma è l'accettazione di tutto quello che la nostra società ci presenta come progresso, comfort, tempo libero, ecc. Alla fine ci ritroviamo privati di noi stessi proprio quando avevamo immaginato di riscoprirci, al di fuori del tempo consacrato al lavoro. Tutto, tutto funziona precisamente, constata Marcuse, per intralciare la pluridimensionalità e per

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Ivi, p. 75 Ivi, p. 113. Herbert Marcuse, L'uomo a una dimensione. L'ideologia della società industriale avanzata, Torino, Einaudi,1968

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mantenerci costantemente uomini a una dimensione17. E mentre sembra logico ribellarsi contro una catena di montaggio, sembra invece strano che qualcuno ci possa suggerire di opporci a ciò che si annuncia come un miglioramento della nostra condizione umana.

NIENTE DI MEGLIO DA FARE
UNA RICOGNIZIONE Dove si trova l'utile oggi? Certamente tra economia e finanza, in certi proclami politici (il sogno utile di Vendola e la politica del “fare” di Brunetta), in un “realismo” biecamente ancorato all'amministrazione del quotidiano, alla sopravvivenza travagliata dello status quo. Se si indaga nell'archivio notizie di Repubblica, alla voce “utile”, per “rilevanza” ci si trova di fronte ad una serie di articoli in cui l'utile designa principalmente la differenza tra ricavi e spese di una data società quotata in borsa. Si parla poi di utilità del car sharing, del sacrificio utile del giudice Rocco Chinnici, assassinato 26 anni fa dalla mafia. Il voto utile, l'utilità del servizio civile.

Su Wikipedia, se <<la voce inutile non esiste>>, si scopre invece che Useless è intitolato un documentario cinese (regia di Jia Zhangke, 2007) che si occupa dell'industria della moda e dell'abbigliamento; medesimo titolo per una celebre canzone dei Depeche Mode (dall'album Ultra, 1997).

Navigando ancora su internet, si può visitare Utileweb, sito di contro(?)informazione e notizie, curiosamente dotato anche di una sezione dedicata alle news ritenute più inutili (e qui ci si trova a legger soprattutto di sesso). Sempreutile.it offre invece, presentandosi come il luogo in cui “unire l'utile al dilettevole”, immagini di modelle, suonerie, umorismo, sulla stessa home page in cui ci si può informare sugli orari dei treni.

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Cfr. Thierry Paquot, op. cit. , p. 20

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