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Claudio Azzara I territori di Parma e di Piacenza in età longobarda [Edito a stampa in Studi sull'Emilia occidentale nel Medioevo

: società e istituzioni, a cura di Roberto Greci, Bologna 2001, pp. 25-41. © Claudio Azzara. Distribuito in formato digitale da Itinerari medievali] La conquista longobarda dell'Emilia La prima presa di possesso del suolo italiano ad opera della stirpe dei Longobardi, dopo l'ingresso di questi nella penisola, dal confine nordorientale, nell'anno 569, si svolse in modo tanto tumultuoso e traumatico per i vecchi assetti quanto disorganico e poco coerente sul piano territoriale, per iniziativa di bande di guerrieri che agivano con ampia autonomia. Il numero complessivamente esiguo dei nuovi immigrati li indusse a coagularsi in quelle località dell'Italia centro-settentrionale (con esclusione delle coste adriatica e tirrenica) che rivestivano una peculiare importanza strategica, assicurando il controllo delle principali vie di comunicazione1. L'area geografica che corrispondeva all'antica provincia romana dell'Aemilia (coincidente, in buona sostanza, con l'Emilia odierna, senza la Romagna)2 fu prontamente investita dall'onda dell'invasione. Già al tempo di Alboino, o al più tardi durante il decennio del cosiddetto interregno ducale, cioè nel periodo di vacanza del potere regio longobardo (574-584), ne venne verosimilmente occuPer una ricostruzione dettagliata della conquista longobarda dell’Italia, resta di riferimento P. DELOGU, Il regno longobardo, in P. DELOGU-A. GUILLOU-G. ORTALLI, Longobardi e Bizantini, Utet, Torino 1980, pp. 3-216 (Storia d’Italia, diretta da G. GALASSO); in sintesi, si può vedere anche J. JARNUT, Storia dei Longobardi, Einaudi, Torino 1995 (ed. orig. Stuttgart 1982). Il presente contributo è stato in massima parte composto nel corso di un mio soggiorno a Gottinga, nel dicembre 1997, in qualità di borsista del Max-Planck-Institut für Geschichte, del quale desidero ringraziare, per l’ospitalità davvero perfetta, il direttore, professor Otto Gerhard Oexle, i ricercatori e il personale tutto; particolare gratitudine devo, per il sollecito e cordiale sostegno fornitomi, a Dieter Girgensohn e a Thomas Szabó. Dedico questo lavoro alla memoria di Otto von Hessen. 2 L’evoluzione territoriale della regio romana, dalla sua costituzione con Augusto, attraverso il riordino provinciale dioclezianeo, fino alla fine dell’impero d’occidente, è efficacemente riassunta da E REBECCHI, Le città dell’Italia annonaria, in Storia di Roma, III: L’età tardoantica, 2: I luoghi e le culture, Einaudi, Torino 1993, pp. 199-227, alle pp. 217-224. Per gli assetti dell’area in epoca bassoimperiale, cfr. S. GELICHI, L. MALNATI, J. ORTALLI, L’Emilia centrooccidentale tra la tarda età imperiale e l’alto medioevo, in Società romana e impero tardoantico, III: Le merci, gli insediamenti, a cura di A. GIARDINA, Laterza, Roma-Bari 1986, pp. 543645.
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pata la porzione occidentale, con le civitates di antica tradizione di Parma, Piacenza, Reggio e Modena e i territori da esse dipendenti; non sempre si trattò, peraltro, di conquiste salde e definitive, se è vero che Modena nel 590 era di nuovo imperiale, grazie alla felice campagna militare dell'esarca Romano (che aveva ripreso anche Altino e Mantova), e che la stessa Parma appare esser stata conquistata, ceduta e recuperata a più riprese, tra la fine del VI secolo e i primi anni del VII (ma era sicuramente longobarda attorno al 601-602)3. Di fronte al dilagare dei Longobardi nella penisola italiana, e al progressivo stabilizzarsi della loro presenza, la reazione dell'impero fu inizialmente poco decisa, in larga misura per la distrazione costituita dal più urgente impegno sul confine orientale, contro la minaccia persiana e avara; negli ultimi anni del VI secolo, peraltro, si fece fronte alla grave situazione procedendo a un riordino amministrativo e militare, teso a consolidare – con un'opzione ormai eminentemente difensiva – i residui possessi in occidente, che si tradusse nella creazione dell'esarcato a Ravenna. L'azione del primo esarca attestato con certezza dalle fonti, Smaragdo, in carica dal 585, coincise con il recupero di Classe, già devastata dal duca Faroaldo nel 578, e di Brescello, mentre il suo successore Romano (589-596/597) – come detto – riuscí addirittura a riprendere Modena, avvalendosi, nella circostanza, oltre che dell'aiuto di guerrieri franchi, della defezione dei duchi longobardi di Reggio, Parma e Piacenza4. L'instabilità dei duchi longobardi, pronti in più di un'occasione a schierarsi con gli imperiali se adeguatamente ricompensati, è fenomeno tutt'altro che raro e testimonia della scarsa capacità di controllo che su di essi poteva esercitare a questa data il re; per restare all'ambito geografico emiliano, si può rammentare almeno il caso di Droctulfo, che aveva impugnato le armi contro il suo sovrano Autari, costringendo quest'ultimo a porre un lungo assedio a Brescello, la quale, dopo esser
J. FERLUGA, L’esarcato, in Storia di Ravenna, II/1: Dall’età bizantina all’età ottoniana. Territorio, economia e società, a cura di A. CARILE, Marsilio, Venezia 1991, pp. 351-377, a p. 360; S. GELICHI, Schede di archeologia longobarda in Italia. L’Emilia Romagna, in “Studi Medievali”, serie III, 30/1, 1989, pp. 405-423. Per Parma cfr. anche R. SCHUMANN, Authority and the Commune, Parma 833-1133, Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, Parma 1973, alle pp. 3-14. Sul passato romano delle citate città dell’Emilia, cfr., in sintesi, REBECCHI, Le città cit., pp. 217-224. 4 FERLUGA, L’esarcato cit., pp. 357-360. Sulla vicenda dell’esarcato di Ravenna, oltre al ricordato lavoro d’insieme di Jadran Ferluga, cfr. almeno il classico CH. DIEHL, Études sur l’administration byzantine dans l’exarchat de Ravenne (568-751), Paris 1888 (Bibliothèque des Écoles fran, aises d’Arheres et de Rome, 53); A. GUILLOU, Régionalisme et indepéndance dans l’empire byzantin au VIIe siècle, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma 1969; e A. CARILE, La società ravennate dall’Esarcato agli Ottoni, in Storia di Ravenna, II/2: Dall’età bizantina all’età ottoniana. Ecclesiologia, cultura e arte, a cura di A. CARILE, Marsilio, Venezia 1992, pp. 379-404, soprattutto alle pp. 379-384.
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stata espugnata, subiva il totale abbattimento della propria cinta muraria5. Tra la fine del VI e i primi anni del VII secolo, mentre era re dei Longobardi Agilulfo e all'esarca Romano succedevano Callinico e poi, per un secondo mandato, Smaragdo, la stipula di diversi armistizi tra le parti contribuì a stabilizzare, con una situazione di pace più duratura, lo stesso quadro territoriale. A quest'epoca, la linea di confine tra l'Emilia longobarda e l'esarcato – problema su cui torneremo – rimane di difficile individuazione; tradizionalmente, essa viene tracciata, in via ipotetica, un poco a oriente di Parma, all'incirca all'altezza di Guastalla, ma recenti ricerche, anticipando la data della conquista longobarda di Reggio al regno di Agilulfo (591-615), tendono a spostarla – in modo convincente – ancora più a est, in territorio modenese6. Almeno fino agli anni quaranta del VII secolo, i pericoli maggiori per la presenza bizantina nell'area derivarono, piuttosto che dai Longobardi, dalle varie turbolenze interne all'esarcato medesimo, soprattutto con le ribellioni degli usurpatori Giovanni di Conza ed Eleuterio7. Un significativo mutamento degli equilibri regionali si ebbe, invece, con le campagne militari promosse dal re Rotari a partire dal 643, allo scopo non tanto di estendere il territorio del regno, quanto di consolidare i confini dello stesso verso i residui possessi imperiali nell'Italia centro-settentrionale. Se ad occidente la spinta longobarda investì pesantemente le coste liguri, assicurandosene il pieno controllo, e nella Venetia fece capitolare l'importante caposaldo di Oderzo, costringendo i Bizantini ad arretrare in via definitiva verso la striscia costiero-lagunare, nell'Aemilia una vittoria sul Panaro consentì ai Longobardi di riprendere una volta per tutte Modena e di avanzare cosí il confine con l'esarcato verso est, facendolo coincidere con il corso di quel fiume. Un successore di Rotari, Cuniperto, secondo il Carmen de synodo Ticinensi avrebbe, sul finire del
PAULI, Historia Langobardorum, edd. L. BETHMANN-G. WAITZ, in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum saec. VI-IX, Hannover 1878, pp. 12-187 (d’ora in avanti, Pauli IL L.), III, 18. 6 Così S. GELICHI, Territori di confine in età longobarda: l’ ager mutinensis, in Città, castelli, campagne nei territori di frontiera (secoli VI-VII), a cura di G.P. BROGIOLO, Editrice S.A.P., Mantova 1995, pp. 145-158, con cui concordano P. BONACINI, Regno ed episcopato a Modena nei secoli VII e VIII. Il periodo longobardo, in “Studi Medievali”, serie III, 33, fasc. I, 1992, pp. 73-108 e, pur con qualche scarto, P. L. DALL’AGLIO, La conquista dell’Emilia da parte dei Longobardi: considerazioni storico-topografiche, in “Ocnus”, 2, 1994, pp. 33-42 (in cui, diversamente da Gelichi, si assegna al periodo agilulfino anche la presa della città di Modena). Le localizzazioni del confine verso Guastalla si basano tutte essenzialmente su di una ricostruzione di Gina Fasoli, vecchia di quasi mezzo secolo. Sulla questione, cfr. qui sotto, alle pp. 7-8. 7 FERLUGA, L’esarcato cit., pp. 362-363; C. AZZARA, L’ideologia del potere regio nel papato altomedievale (secoli VI-VIII), Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 1997, pp. 202-203.
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secolo, restituito la "semidiruta" Modena al suo antico splendore, il che lascia intendere un precedente stato di declino della città, peraltro suggerito anche da ulteriori indizi; mentre, al contrario, la bizantina Forlimpopoli venne pesantemente devastata tra il 661 e il 671 dal re Grimoaldo, quale rappresaglia – a detta di Paolo diacono – per l'ostacolo che la città aveva frapposto, qualche anno prima, alla spedizione dello stesso sovrano contro il ribelle ducato di Benevento8. Nel corso dell'VIII secolo, la complessiva evoluzione del quadro politicomilitare della penisola italiana e il pieno consolidamento del potere dei sovrani longobardi, con un più coerente e saldo esercizio di esso sull'intero territorio del regno, furono alla base del prolungato sforzo, prodotto dai monarchi con lucida consapevolezza, di conquistare Ravenna, rimuovendo in tal modo il superstite cuneo bizantino nel corpo del regno pavese. Nel 717 il re Liutprando prese Classe, che in quello stesso anno era già stata temporaneamente occupata da Faroaldo II di Spoleto (peraltro, costretto subito a lasciarla libera dallo stesso sovrano), stringendo così in modo sempre più minaccioso il cerchio attorno a Ravenna. Negli anni 726-727, i gravi contrasti che opponevano in materia fiscale il papa all'imperatore – con conseguenti turbolenze nei territori imperiali della penisola e con l'invio di una flotta da Costantinopoli a Ravenna, per riportare l'ordine – favorirono la conquista da parte longobarda di diverse piazzeforti emiliane, tra cui Bologna (un tentativo bizantino di riprendere la città, nel 732, falli), e anche di una significativa porzione della Pentapoli: sotto il controllo longobardo si venivano ora a trovare, oltre alla ricordata Bologna, Imola, Faenza, Osimo, Ancona e Numana. La lunga pressione su Ravenna trovava sfogo, nel 740, in una prima cattura della stessa, ad opera del nipote di Liutprando, Ildeprando, e del duca di Vicenza Peredeo, ma un tempestivo intervento dei Venetici (presso i quali aveva trovato riparo l'esarca Eutichio) ne garantiva il pronto recupero; tre anni dopo, solo la mediazione di papa Zaccaria evitava una nuova capitolazione della città esarcale di fronte a Liutprando, il quale, al termine delle trattative, acquisiva il controllo, quali ‘pegni’, di Cesena, Forlimpopoli e Forlì. Nulla poteva, invece, il pontefice nel 750, quando, subito dopo Ferrara e Comacchio, Ravenna finiva per capitolare per mano del re Astolfo, inducendo di lì a breve il nuovo papa Stefano II, con una svolta gravida di conseguenze, a ricercare la protezione per Roma presso i sovrani franchi9.
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Per Modena, cfr. GELICHI, Territori cit., p. 154; l’episodio della devastazione di Forlimpopoli si legge in Pauli H. L., V, 27. 9 La datazione della caduta di Ravenna al 750 (contro quella, propria di una storiografia più tradizionale, al 751) viene accolta sulla base delle congetture di Ottorino Bertolini: cfr. G. ORTALLI, Deusdedit, in Dizionario biografico degli italiani, 39, Roma 1991, pp. 502-504. In generale su queste vicende, cfr., da ultimo, AZZARA, L’ideologia cit., pp. 227-235.

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Gli assetti del territorio parmense e piacentino in età longobarda La costituzione del regno dei Longobardi in Italia rappresentò senza dubbio un momento di discontinuità nella vicenda storica della penisola, non solo sul piano politico-istituzionale, ma anche su quello delle forme di inquadramento e di organizzazione del territorio, nelle proprie articolazioni di base. Esauritasi la prima fase, tumultuosa e disorganica, di presa di possesso del suolo italico, lo sforzo di riordinare le regioni conquistate avvenne principalmente per mezzo di un'evoluzione dell'istituto del ducato, mano a mano, cioè, che i duchi longobardi si andarono trasformando da comandanti di distaccamenti militari mobili a figure che esercitavano un potere su di un preciso ambito territoriale, indicato di volta in volta nelle fonti con i termini di civitas o di iudicaria10. La progressiva definizione delle distrettuazioni avveniva, di norma, a partire da un centro che si proponeva quale sede del potere politico (e spesso anche di quello religioso), e in più di un caso vedeva realizzarsi, nel proprio disegno, una tendenziale convergenza tra i confini pubblici e quelli diocesani; i nuovi distretti, peraltro, non sempre coincidevano con i vecchi distretti municipali e provinciali dell'Italia tardoromana, soprattutto perché diversi erano spesso i centri scelti dai Longobardi come nuovi nuclei d'insediamento. Sulla trama delle civitates/iudicariae così formatasi si andò poi gradatamente sovrapponendo, per tutto il territorio del regno, quella delle curtes regie, vale a dire il complesso dei beni fiscali, dislocati all'interno dei diversi ducati, costituito da Autari e ulteriormente sviluppato da Agilulfo e dai suoi successori. Le curtes risultarono essere un valido strumento di esercizio del potere regio nel territorio del regno, poiché attraverso i funzionari di nomina regia a esse preposti, i gastaldi (testimoniati dalle fonti a partire dal VII secolo), il sovrano poteva proporsi di controllare, in qualche misura, l'autorità dei duchi, per sua natura tendenzialmente centrifuga; anche se – riconosciuta tale capacità dei gastaldi – sulla scia di acquisizioni critiche relativamente recenti si deve pensare a essi come a figure integrative dell'ufficio ducale, piuttosto che a questo seccamente alternative. Il modello verso cui si tendeva, in particolare per volontà dei re, e che conobbe esiti più organici solo nel corso dell'VIII secolo, prefigurava l'articolazione dell'intero territorio del regno in un insieme di distretti, chiamati – oltre che civitates o iudicariae – anche ter10

Sull’originaria configurazione e sugli sviluppi della carica ducale presso i Longobardi, specifico S. GASPARRI, I duchi longobardi, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma 1978; per un quadro d’insieme degli ordinamenti istituzionali del regno longobardo in Italia, cfr. DELOGU, Il regno cit., e S. GASPARRI, Il regno longobardo in Italia. Struttura e funzionamento di uno stato altomedioevale, in Langobardia, a cura di S. GASPARRI e P. CAMMAROSANO, Casamassima, Udine 1990, pp. 237-305.

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ritoria o fines, sottoposti all'autorità di iudices. Tutto questo, va precisato, rappresentò più uno schema di riferimento ideale che non una realizzazione compiuta, dal momento che ci si dovette misurare, per ogni singolo caso, con situazioni contingenti e con rapporti di forza locali; rimane comunque il fatto che un simile processo di riordino territoriale costituiva un modo radicalmente nuovo di inquadrare il territorio sul piano politico e su quello amministrativo, sì da trasformare in profondità gli equilibri tradizionali. Le testimonianze disponibili per i territori di Parma e di Piacenza (volendo comprendere tanto le fonti narrative quanto quelle documentarie) offrono solo fugaci squarci circa gli assetti amministrativi dell'area in epoca longobarda. Nella nota controversia del 674 (su cui ritorneremo sotto) tra Parma e Piacenza, per la definizione dei confini delle rispettive civitates, non vengono menzionati duchi, bensì i gastaldi Immone e Daghiperto, che rappresentavano nella lite le curtes regie dei due centri; ma ciò non consente di concludere con certezza che a questa data non ci fossero affatto duchi e che ad essi si fossero ormai integralmente sostituiti gli stessi gastaldi11. Da carte dell'VIII e del IX secolo (quindi, in larga misura posteriori alla caduta del regno longobardo) si ricava invece la suddivisione del territorio piacentino in tre circoscrizioni, con fisionomia pubblica, destinate a sviluppi diversi in età carolingia, la prima delle quali centrata sulla città e comprendente le immediate adiacenze della stessa, le altre due, poste a sud della via Emilia, dislocate, rispettivamente, l'una nella zona centrooccidentale della moderna provincia, a coprire la media Val Trebbia e l'alta Val Nure, fino allo spartiacque piacentino-ligure (i cosiddetti fines Medianenses); e l'altra ad oriente, con estensione su tutta l'area tra la Val d'Arda e la Val Nure (i fnes Castri Arquatense)12. La regione, largamente paludosa, di bassa pianura circostante l'odierna Cortemaggiore, tra la via Emilia e il Po, nota più tardi con il nome di fines Aucenses, doveva invece costituire in epoca longobarda una zona di colonizzazione (e l'estensione delle terre messe a coltura ebbe qui un ulGASPARRI, I duchi cit., pp. 21-22, soprattutto alla nota 45 (ipotizza che i due gastaldi all’epoca potessero essere avviati a divenire iudices delle loro città, ma senza aver ancora raggiunto ufficialmente tale rango). Sull’intera vicenda, cfr. G. P. BOGNETTI, Il gastaldato longobardo e i giudicati di Adaloaldo, Arioaldo e Pertarido nella lite fra Parma e Piacenza, in Studi di storia e di diritto in onore di A. Solmi, II, Milano 1941, pp. 97-151 (riprodotto in Idem, L’età longobarda, I, Giuffré, Milano 1966, pp. 219-274). Cfr. anche qui sotto, a p. 9. 12 P. GALETTI, Una campagna e la sua città. Piacenza e territorio nei secoli VIII-X, Clueb, Bologna 1994, pp. 82-83; V. FUMAGALLI, Distretti cittadini e circoscrizioni rurali nell’Emilia occidentale dall’VIII al XII secolo, in Storia e problemi della montagna italiana. Atti del I convegno, Pavullo nel Frignano, 21-23 maggio 1971, Modena 1972, pp. 37-39. Per gli sviluppi delle citate circoscrizioni in epoca carolingia, cfr. P. BONACINI, Circoscrizioni maggiori e territori rurali minori in Emilia dall’VIII al XI secolo, in “Proposte e ricerche. Economia e società nella storia dell’Italia centrale”, 31, 1993, pp. 19-36, e il saggio di Luigi Provero in questo stesso volume.
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teriore impulso nel corso del secolo IX)13. Precedentemente alla ricordata vittoria di Rotari sul Panaro – e all'individuazione dello stesso fiume quale nuova frontiera –, il confine longobardobizantino in Emilia doveva correre nel territorio modenese; un confine che non solo rimane di difficile ricostruzione per la laconicità delle fonti scritte, ma che, verosimilmente, doveva offrire aspetti di relativa instabilità (e di possibili compenetrazioni), per contro alla più strutturata fascia limitanea settentrionale tra regno e esarcato, attestata, sin dagli inizi del VII, lungo l'antico corso del Po e protetta da una serie di castelli appositamente eretti dai Bizantini14. Un filone di ricerca che di recente ha conosciuto un forte impulso e proposto nuovi temi di indagine, e che può avvalersi del contributo di sempre più mirate e organiche campagne di scavo, tende peraltro a dimostrare (ma servono ancora molte verifiche), in termini generali per l'Italia spartita tra Longobardi e Bizantini, come – almeno fino alla metà del VII secolo – le confinazioni possano ben difficilmente essere intese quali linee di cesura rigida tra entità politiche territorialmente omogenee, ben definite e tra loro seccamente contrapposte, bensí vadano percepite come "fasce fluttuanti di controllo politico-militare", flessibili e, in sostanza, permeabili15. Esse non sembrano esser state massicciamente fortificate (anche per le modeste capacità edilizie del tempo) e venivano ricalcate, piuttosto, su barriere naturali (si pensi al citato ruolo del Po, come demarcazione non solo rispetto ai territori esarcali, ma anche all'interno dello stesso regno longobardo, fra ‘terre del re’, a nord, e il resto del regno). Le ultime indagini, già ricordate sopra, in massima parte stimolate dallo studio di nuovi ritrovamenti archeologici e da una valutazione più attenta del numero e della dislocazione geografica delle sepolture, inducono a ipotizzare la conquista da parte di Agilulfo non solo di Parma e di Piacenza, ma anche di Reggio e indicano, perciò, il territorio di Modena (anziché la zona di ParmaGuastalla) quale limes, a questa data, fra l'ambito longobardo e quello bizantino; una sorta di ‘area cuscinetto’, contraddistinta da una forte turbolenza, che si
GALETTI, Una campagna cit., pp. 84-86; FUMAGALLI, Distretti cit., p. 38. N. CHRISTIE, The limes bizantino reviewed: the defence of Liguria, AD 568-643, in “Rivista di studi liguri”, 55, 1989, pp. 5-38; GELICHI, Territori cit., p. 146 (e nota 6, dove si revoca in dubbio, peraltro, la notizia – diffusamente accolta in sede critica – della fondazione da parte dell’esarca Smaragdo dei castelli di Argenta e di Ferrara). 15 G.P. BROGIOLO, Conclusioni, in Città, castelli, campagne cit., pp. 239-245 (citazione da p. 244); S. GASPARRI, La frontiera in Italia (sec. VI-VIII). Osservazioni su un tema controverso, ivi, pp. 9-19: entrambi i saggi sono utili per un bilancio complessivo della più aggiornata riflessione critica sul tema della frontiera nell’alto medioevo. Per un confronto con la percezione dei confini in epoca romano-imperiale, cfr. C.R. WHITTAKER, Le frontiere imperiali, in Storia di Roma, III: L’età tardoantica, 1: Crisi e trasformazioni, Einaudi, Torino 1993, pp. 369-423, alle pp. 369-376.
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rifletteva in una situazione di pesante crisi politico-istituzionale e demicoinsediativa della regione'16. Solo in modo graduale, fra VII e VIII secolo, il regno longobardo andò definendo se stesso secondo criteri territorialmente coerenti e consapevoli, acquisendo in parallelo una più matura coscienza dei confini – verso l'esterno, anzitutto, ma anche in rapporto alle proprie articolazioni interne – e della necessità di definirli e difenderli. Furono le diocesi ad avvertire per prime quest'esigenza e a operare conseguentemente: ciò si può notare, giusto per citare un esempio ben noto, in occasione delle controversie fra le diocesi di Arezzo e Siena e tra quelle di Lucca e Pistoia, iniziate nella seconda metà del VII secolo17. Una maggiore difficoltà nel tracciare linee di confine, a causa dei problemi posti dalla forte compenetrazione socio-economica, si riscontra in riferimento alle partizioni di natura politico-amministrativa del regno, come fu nel caso, per restare al nostro ambito geografico, delle civitates di Parma e di Piacenza, opposte, alla metà del VII secolo, dalla ricordata lite confinaria (già ampiamente studiata), che venne risolta solo al termine di una lunga e laboriosa inchiesta, grazie all'intervento di porcari e di seniores homines, vale a dire di quei soggetti che per mestiere ed esperienza personale erano i più abili nel riconoscere i molteplici segni di confine presenti nelle campagne, a delimitazione delle diverse aree di proprietà e di dominio18. Verso l'esterno, le frontiere furono protette (soprattutto nell'arco alpino, dove le chiuse rappresentavano il diaframma rispetto alle vie d'accesso all'Italia per i sempre minacciosi Franchi) e il loro funzionamento venne regolato anche con apposite norme di legge, che disciplinavano l'ingresso degli stranieri nel regno. Peraltro, in ambiti quali quello veneto, quello appenninico e anche quello emiliano-romagnolo – tutti oggetto di ricerche assai recenti – i confini tra Longobardi e Bizantini sembrano aver conservato (una volta superati i momenti di emergenza militare) un carattere di sostanziale apertura alle frequentazioni tra gli uomini e agli scambi di merci19.
In merito, cfr. sopra, a p. 3 e nota 6. GASPARRI, Il regno cit., pp. 241-249. 18 Ivi, pp. 249-254; cfr. anche sopra, p. 6 e nota 11. Nelle leggi dei Longobardi si conserva traccia di alcuni dei segni di proprietà e di confine in uso nelle campagne, tra i quali la wifa (una sorta di fantoccio formato da spighe di grano, che veniva posto sui campi) e la snaida (una tacca distintiva fatta sugli alberi): cfr., rispettivamente, i capitoli 134 e 148 di Liutprando; 14 di Ratchis; e 2 della Notitia de actoribus regis, per la wifa; 240 e 241 di Rotari, per la snaida, in Le leggi dei Longobardi. Storia, memoria e diritto di un popolo germanico, a cura di C. AZZARA e S. GASPARRI, La Storia, Milano 1992. 19 Per lo stato della ricerca sulle aree di frontiera nell’Italia longobarda, cfr. i lavori di Brogiolo e Gasparri citati sopra, alla nota 15, cui si aggiunga, da ultimo, P. MORO, Venezia e l’Occidente nell’alto medioevo. Dal confine longobardo al pactum lotariano, in Venezia. Itinerari per la storia della città, a cura di S. GASPARRI, G. LEVI e P. MORO, Il Mulino, Bologna 1997, pp. 41-57. Circa il funzionamento delle chiuse, cfr. E. MOLLO, Le chiuse: realtà e rappresenta17 16

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La bipartizione politica dell'Aemilia fra Longobardi e Bizantini, con il progressivo consolidarsi proprio nel cuore dell'antica provincia del confine tra i territori del regno e quelli esarcali, non poté non riflettersi anche sul sistema viario, costretto a trasformazioni e a orientamenti diversi rispetto agli assetti ereditati dall'epoca romana per adeguarsi alla nuova situazione e rispondere alle mutate esigenze; un processo, questo, ovviamente condiviso anche da altre aree della penisola ugualmente segnate dalla frattura tra le differenti dominazioni, come, ad esempio, nel caso ben studiato della limitrofa Venetia20. Per i Bizantini, si trattò principalmente di garantire da subito – assieme al collegamento tra Ravenna e Roma, assicurato ora dalla via Armerina e non più dalla Flaminia, interrotta a Spoleto – uno sbocco attraverso l'Appennino in direzione della costa tosco-ligure e anche la conservazione del vecchio percorso costiero altoadriatico, che passando per le lagune venetiche arrivava fino in Istria21. I Longobardi, dal loro canto, per raggiungere dalla pianura padana i territori più meridionali del regno (e, ancora oltre, i ducati di Spoleto e di Benevento) valorizzarono progressivamente, soprattutto tra VII e VIII secolo, una via transappenninica, mediana rispetto alla Cassia e all'Aurelia, entrambe in uno stato di grave crisi principalmente per gli estesi fenomeni di spopolamento e di impaludamento che, sin dagli anni della lunga guerra fra Goti e Bizantini (535-554), avevano interessato aree ad esse contigue. Tale strada, che appare esser nota come strada del Monte Bardone, saliva da Parma al passo della Cisa (a Berceto, importante stazione prima del passo, vi era un monastero fatto erigere da Liutprando, verosimilmente su fondazioni anteriori)22 e da qui discendeva fino a Pontremoli, per immettere quindi nelle regioni dell'Italia centrale; lungo di essa si mosse anche l'esercito di Grimoaldo diretto a punire Forlimpopoli, nella circostanza sopra ricordata. Ben presto utilizzata, e in misura vieppiù crescente con l'andar del tempo, anche dai pellegrini (ma certo non solo da essi) che dalle regioni d'oltralpe si recavano a Roma, la via del Bardone avrebbe conosciuto uno straordinario sviluppo, divenendo celebre con il nome di via Francigena23.
zioni mentali del confine alpino nel medioevo, in “Bollettino storico bibliografico subalpino”, 84, 1986, pp. 333-390; A.A. SETTIA, Le frontiere del regno italico nei secoli VI-XI: l’organizzazione della difesa, in Castrum, 4: Frontière et peuplement dans le monde méditerranéen au moyen age, Rome-Madrid 1992, pp. 201-209. 20 Per il quadro viario della Venetia tardoantica e altomedioevale, cfr., tra i molti lavori al riguardo di Luciano Bosio, almeno l’opera di sintesi complessiva Le strade romane della Venetia e dell’Histria, Programma, Padova 1991; cfr. anche le annotazioni di C. AZZARA, Venetiae. Determinazione di un’area regionale fra antichità e alto medioevo, Fondazione Benetton Studi Ricerche-Canova Editrice, Treviso 1994, pp. 83-84. 21 FERLUGA, L’Esarcato cit., p. 361. 22 PAULI H.L., VI, 58: “[Liutprandus] in summa quoque Bardonis Alpe monasterium quod Bercetum dicitur aedificavit”. 23 Sulla genesi e gli sviluppi della Francigena, cfr. i classici L. SCHOTTE, Der Apenninenpass

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Parma e Piacenza nell'Italia longobarda In una consolidata tradizione di studi, l'età longobarda è stata assunta quale momento di forte cesura anche rispetto al tema della continuità della vita dei centri urbani in Italia, nel passaggio dal tardoantico all'alto-medioevo; è noto come almeno un terzo delle città romane attestate in epoca imperiale sia scomparso durante la transizione verso l'età di mezzo, e significativi mutamenti interessarono l'aspetto stesso delle città e le forme della vita che in esse si svolgeva24. Il dibattito, a tutt'oggi vivacissimo, alimentato dai nuovi contributi offerti dai progressi degli scavi archeologici, appare complicato dalla pluralità degli approcci e delle prospettive d'indagine diversamente assunte, potendosi appuntare l'attenzione, di volta in volta, sugli ordinamenti politico-istituzionali piuttosto che sulle espressioni dell'attività economica, sulle rappresentazioni della cultura piuttosto che sulle strutture materiali25.
des Monte Bardone und die deutschen Kaiser, Berlin 1901 (anastatica, Vaduz 1965); e K. SCHROD, Reichsstrassen und Reichsverwaltung im Konigreich Italien (754-1197), Stuttgart 1931 (Vierteljahrschrift für Sozial - und Wirtschaftsgeschichte, 25). Si vedano anche le annotazioni in TH. SZABO, La Valdelsa e la via Francigena, in O. MEZZI-R. STOPANITH. SZABO, La Vadelsa, la via Francigena e gli itinerari per Roma e Compostella, PoggibonsiSan Gimignano 1988 (Quaderni del Centro Studi Romei, 2), pp. 9-15; e Idem, Comuni e politica stradale in Toscana e in Italia nel Medioevo, Clueb, Bologna 1992, pp. 24-25. Utile, infine, il ricorso a Bibliografia sulla via Francigena, a cura di E VANNI e L. BASSINI, in “De strata Francigena. Studi e ricerche sulle vie di pellegrinaggio nel Medioevo. Annuario del Centro Studi Romei”, 3, fasc. 2, 1995. Per l’episodio di Grimoaldo, cfr. sopra, a p. 4. 24 Per un primissimo orientamento tra la sterminata bibliografia sul tema, cfr. G. SCHMIEDT, Città scomparse e città di nuova formazione in Italia in relazione al sistema di comunicazione, in Topografia urbana e vita cittadina nell’alto Medioevo in Occidente, II, Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 1974 (Settimane di studio, 21), pp. 501-607; B. WARD PERKINS, From classical antiquity to the middle ages. Urban public building in northern and central Italy, A. D. 300-850, Oxford 1984; C. LA ROCCA, “Plus ça change, plus c’est la meme chose”: trasformazioni della città altomedievale in Italia settentrionale, in “Società e storia”, 45, 1989, pp. 721-728; G.P. BROGIOLO, La città longobarda nel periodo della conquista (569-in. VII), in La storia dell’alto medioevo italiano (VI-X secolo) alla luce dell’archeologia, a cura di R. FRANCOVICH e G. NOS, All’Insegna del Giglio, Firenze 1994, pp. 555-566; P. DELOGU, La fine del mondo antico e l’inizio del Medioevo: nuovi dati per un vecchio problema, ivi, pp. 7-29. 25 Un esempio di interpretazioni pressoché contrapposte (pur a partire da un comune approccio archeologico) si può notare confrontando R. HODGES e D. WHITEHOUSE, Mohammed, Charlemagne and the origins of Europe. Archaeology and the Pirenne thesis, London 1983 (che denunciano una sostanziale frattura nella vita cittadina fra VI e VII secolo) e P. HUDSON, Archeologia urbana e programmazione della ricerca: l’esempio di Pavia, All’Insegna del Giglio, Firenze 1981 (il quale riscontra, invece, una sostanziale continuità di funzioni nelle città). Da ultimo, cfr. G.P. BROGIOLO e S. GELICHI, La città nell’alto medioevo italiano. Archeo-

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Per le regioni attraversate dal confine tra il regnum Langobardorum e i territori imperiali, quali l'Emilia Romagna o l'area venetica, viene generalmente riconosciuta una dicotomia nei destini urbani fra la porzione longobarda, che avrebbe subito un sostanziale declino delle strutture cittadine, con la disgregazione del vecchio assetto municipale romano e la crescente autonomia delle circoscrizioni rurali, e quella bizantina, in cui ci sarebbe stata, invece, una maggior tenuta delle città, capace di rimanere "il centro della vita amministrativa, sociale e politica" e di organizzare il territorio circostante. E il caso del contrasto proposto, ad esempio, tra la bizantina Rimini e Piacenza, della quale sono stati sottolineati pure i fenomeni di ruralizzazione dello stesso centro urbano26. In realtà, pur senza negare linee di sviluppo diverse nei diversi ambiti, ci pare che classificazioni così rigidamente definite debbano essere ampiamente riconsiderate, con i progressi nell'acquisizione di nuove informazioni e in particolare con un sempre più ampio incrocio di competenze e metodologie fra ricerca storica e archeologica. Quest'ultima, anche per l'area che ci interessa, sconta i limiti derivanti da un'assenza di pianificazione: lo stato dell'indagine archeologica ancora alla fine degli anni ottanta mostrava una situazione di sistematicità di scavi solo per la necropoli scoperta nei pressi di Collecchio, databile al VII secolo e comprendente cinquantotto sepolture, mentre, per il resto, si segnalavano soltanto sei ritrovamenti a Parma (avvenuti tra il 1948 e il 1950) e una ventina a Piacenza (portati alla luce nel 1934)27. Il dato complessivo che emerge da questi materiali (pochi ritrovamenti nelle città, necropoli inferiori ai cinquanta inumati l'una, nessun corredo di fascia `ricca) è quello di una forte disomogeneità, che però è impossibile determinare se sia indice di un insediamento cittadino "a basso grado di intensità"28 oppure discenda dalla ricordata natura disorganica della ricerca.
logia e storia, Laterza, Roma-Bari 1998. 26 GALETTI, Una campagna cit., pp. 55-75 (citazione da p. 62). Sulla sorte dei centri urbani nelle aree di confine tra Longobardi e Bizantini, cfr. P. DELOGU, Longobardi e romani: altre congetture, in Langobardia cit., pp. 111-167. Per l’area emiliano-romagnola, cfr. anche M. MONTANARI, Forza e debolezza delle città romagnole, in “Proposte e ricerche. Economia e società nella storia dell’Italia centrale”, 31, 1993, pp. 13-19. 27 GELICHI, Schede cit. I ritrovamenti piacentini sono avvenuti tutti nella zona compresa tra via Sopramuro, piazza Cavalli e via S. Donnino; quelli parmigiani, in massima parte tra via Mazzini e via Garibaldi (cinque sepolture) e, in un caso, tra via della Repubblica e Borgo della Posta, in un’area esterna all’ipotizzato perimetro dell’insediamento romano. La necropoli di Collecchio è stata rinvenuta nel 1977, sulla riva destra del Taro, ad ovest del centro urbano: su di essa, cfr. M. MARINI CALVANI, Collecchio (Pr). Necropoli altomedievale, in “Notiziario di Archeologia Medievale”, 28, 1980, pp. 38-39. 28 GELICHI, Schede cit., p. 409. Va ricordato che, dal loro canto, i documenti raccolti nel Codice diplomatico longobardo curato da Luigi Schiaparelli e Carlrichard Brühl fanno menzione di almeno una novantina di località individuabili nei territori di Parma e di Piacenza.

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Il Parmense e il Piacentino erano state aree di intensa presenza gota, per la loro dislocazione strategicamente significativa (a Parma sono attestati, in epoca gota, anche rilevanti interventi edilizi, come il restauro dell'acquedotto); nei territori delle due città si stabilirono anche molti dei guerrieri che seguirono in Italia i Carolingi, dopo il 77429. Piacenza, in particolare, sembra però trarre proprio dal periodo longobardo alcuni elementi costitutivi della sua stessa identità. Il tema dell’‘invenzione’ (o della rievocazione/rielaborazione) di un passato longobardo da parte di diverse città italiane medioevali è ancora in larga parte da studiare; a Piacenza, accanto all'ostentazione da parte di numerose famiglie di asseriti, remoti legami con i sovrani longobardi (magari per produrre falsi privilegi a sostegno di proprie pretese), si consolidò soprattutto una tradizione, attestata dalle cronache del XIII secolo e largamente ripresa in epoche successive, che voleva sepolto in città, nella basilica di S. Antonino, il re Ildeprando, deposto da Rachis e morto nel 744, da altre testimonianze ritenuto invece inumato a Pavia30. È però in funzioni precipue svolte dai due centri in seno all'organizzazione territoriale del regno (e nel solco di antiche vocazioni), soprattutto in rapporto agli assetti viari dello stesso, che ci pare di poter scorgere elementi connotanti l'immagine di Parma e di Piacenza in età longobarda. Il tratto distintivo di Piacenza in epoca romana, sin dalla sua fondazione quale colonia di diritto latino nel 218 a. C. (mentre Parma è del 183 a. C., come Modena), è senza dubbio da rintracciarsi nel carattere di nodo viario di primo piano della città, naturale punto di convergenza degli itinerari che dalle Alpi conducevano al Po e, al contempo, vicina al Trebbia, via di penetrazione verso i territori dell'Italia centrale. Dotata di un apprezzato porto fluviale e prontamente
Per l’insediamento dei Goti, cfr. AZZARA, Venetiae cit., pp. 40-42; circa il rifacimento dell’acquedotto parmigiano, cenno in BROGIOLO-GELICHI, La città cit., p. 76. Sulla distribuzione dei “nordalpinen Zuwanderer”, appartenenti a differenti gruppi etnici, in epoca carolingia, si rinvia a E. HLAWITSCHKA, Franken, Alemannen, Bayern und Burgunder in Oberitalien (774-962) zum verstdndnis der friinkischen Kbnigsherrschaft in Italien, Freiburg im Breisgau 1960 (Forschungen zur oberrheinischen Landesgeschichte, 8) (utile la cartina degli insediamenti alle pp. 40-41). Va ricordato che per l’individuazione, invece, di longobardi operanti nel piacentino e nel parmense, rimane utile l’indagine prosopografica di J. JARNUT, Prosopographische und sozialgeschichtliche Studien zum Langobardenreich in Italien (568-774), Bonn 1972 (Bonner Historische Forschungen, 38). 30 E. NASALLI ROCCA, La tradizione piacentina della tomba del re Ildeprando, in Atti del I Congresso internazionale di studi longobardi, Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 1952, pp. 417-426. Cenni ad altre tradizioni piacentine relative alla presenza in città di sovrani longobardi in C. BROHL, Fodrum, Gistum, Servitium Regis. Studien zu den wirtschaftlichen Grundlagen des Königtums im Frankreich und in den fränkischen Nachfolgestaaten Deutschland, Frankreich und Italien vom 6 bis zur Mitre des 14. Jahrhunderts, I-II, Köln-Graz 1968.
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collegata a Roma da un efficace sistema stradale, anche perché la sua posizione geografica la rendeva importante per il controllo delle genti galliche di recente sottomissione, Piacenza, nel corso del II secolo a. C., venne legata a Rimini dalla via Emilia e ai principali centri dell'Italia settentrionale (lungo una linea che andava da Genova ad Aquileia) dalla Postumia, disponendosi proprio alla confluenza tra le due strade; inoltre, essa rappresentava il principale punto di attraversamento del Po per chi da sud era diretto verso le Alpi, servita da due fondamentali percorsi che conducevano al San Bernardo. Una pista minore, ma tutt'altro che irrilevante, la Claudia Secunda, interessava a sua volta Piacenza, poiché univa la via Emilia a Pontremoli e alla Lunigiana attraverso le valli del Taro e del Magra, valicando l'Appennino31. Tale ruolo di crocevia stradale, in rapporto con assi viari che mettevano in contatto fra loro ambiti distinti ma ugualmente rilevanti (magari sottoposti, in determinati periodi, a dominazioni diverse), appare il motivo di maggior continuità fra la Piacenza romana e quella longobarda; anche nel nuovo contesto, per molti aspetti così difforme, la città seppe infatti segnalarsi per la propria significativa collocazione geografica, a ridosso di Pavia, sede regia, e in prossimità del confine con la Liguria (bizantina, fino alla campagna di Rotari), nonché toccata da itinerari che portavano a centri quali Genova, Milano, Tortona, Cremona, Parma. Sempre ben funzionante appare esser stato anche il porto fluviale, alla cui attività fa esplicito cenno un documento d'epoca liutprandina, il quale fissava i pedaggi (di volta in volta in moneta, in sale, in olio, in pepe e anche in garum) che i mercanti di Comacchio dovevano versare nei diversi porti da loro toccati lungo la rotta che dall'Adriatico si inoltrava verso l'interno della pianura padana: fra le tappe menzionate, assieme a un porto "qui appelatur Parmisianus", anche il porto "qui dicitur Lambrus et Placentia" (il che pare indicare che la navigazione da qui proseguisse lungo il Lambro, verso Lodi)32. Le pochissime testimonianze letterarie che fanno cenno di Piacenza longobarda sembrano esaltarne proprio la speciale valenza nel sistema dei collega31

Per una prima informazione su Piacenza in età romana, soprattutto sul piano, che qui più preme, territoriale e urbanistico, si rinvia a REBECCHI, Le città cit. (specialmente alla p. 223); cfr. anche, per i tratti di continuità tra gli assetti antichi e quelli altomedievali, P. RACINE, Plaisance du Xéme a la fin du XIIIème siede. Essai d’histoire urbaine, I, Lille 1979, pp. 3-15, e, soprattutto, Idem, Dalla dominazione longobarda all’anno Mille, in Storia di Piacenza, I: Dalle origini all’anno Mille, Piacenza 1990, pp. 175-264, alle pp. 180-206. 32 Il documento è riportato in Codice diplomatico longobardo dal DLXVIII al DCCLXXIV, a cura di C. TROYA, III, Napoli 1853, pp. 529-533 (documento n. 480). Esso viene datato, in sede d’edizione, al 730 (così anche nelle altre due edizioni, del Muratori e del Porro Lambertenghi); per la più probabile datazione al 715, cfr. RACINE, Plaisance cit., pp. 72-74, che riprende una congettura di L.M. HARTMANN, Zur Wirtschaftsgeschichte ItaliensAnalekten, Gotha 1904, pp. 123-124.

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menti all'interno del regno, soprattutto sottolineandone la natura di ‘porta d'accesso’ alla città regia di Pavia, tanto da trovarsi a giocare un ruolo dì primo piano in occasione dì eventi politici decisivi: così, se nel 662 il duca di Benevento Grimoaldo, nel muovere su Pavia per rovesciare Godeperto e cingere la corona di re, si arrestò con il proprio esercito a Piacenza e da qui mandò ad avvertire il rivale del proprio imminente arrivo; una trentina d'anni più tardi, durante lo scontro tra Cuniperto e l'usurpatore Alahis, dopo il rientro a Pavia del primo, l'altro, fuggiasco, si spostò a Piacenza, per raggiungere quindi da questo centro l'Austria, cioè la porzione orientale del regno, dove avrebbe raccolto truppe a lui fedeli in vista dello scontro risolutore, che segnò la sua sconfitta33. Anche Parma emerge nelle testimonianze principalmente in rapporto alla propria collocazione lungo importanti assi viari, fondamentali per i collegamenti transappenninici già in epoca romana, come testimoniano, tra l'altro, i ripetuti interventi imperiali tesi a curare la manutenzione di tale rete stradale, soprattutto con Costantino; ma, oltre che da questo motivo, pur di per sé qualificante, Parma ci pare esaltata soprattutto dalla propria ubicazione – in misura sconosciuta a Piacenza – in un ambito limitaneo, prossima al confine con i territori imperiali, in un contesto, dunque, aperto al confronto, e alla compenetrazione, fra le diverse sfere politiche e culturali. In attesa che progressi nella conoscenza delle dinamiche dell'area parmense, da questo specifico punto dì osservazione, possano essere forniti da un più esteso studio della cultura materiale, favorito da nuove indagini archeologiche, o da ricerche mirate in campi quali, ad esempio, quello dell'onomastica, la funzione limitanea della città e del suo territorio ci appare evidente soprattutto dalle vicende politiche e militari sulle quali possediamo informazioni. Solo precise verifiche archeologiche potranno confermare, o modificare (come è avvenuto per il limes modenese), quanto è sin qui noto circa la permanenza, almeno per tutto il primo trentennio del VII secolo, di un sistema fortificato bizantino sull'Appennino, a sud della via Emilia e a ridosso dei territori parmensi, con lo scopo di presidiare i principali itinerari che collegavano i residui possessi imperiali, unendo la costa tirrenica e l'entroterra fino a Tortona con il ravennate. Castelli bizantini sono stati individuati a Castell'Arquato (o forse nella vicina Castellana), a presidio della zona collinare a occidente del Taro, e a Nebla, a oriente dello stesso fiume, probabilmente per sbarrare, all'altezza di Fornovo, la strada fra Parma e Luni; e ancora, sull'Appennino, a Turris, in Val di Vona, per controllare il transito verso le regioni costiere attraverso i passi di Cento Croci e del Bratello, a Corniglio, a est del passo della Cisa, e a Bismantova, a tutela delle piste che da Reggio si spingevano verso Sarzana, Filattiera e Sorgnano/Massa e in stretto raccordo con i castra di MonteveI due episodi si leggono, rispettivamente, in Pauli H. L., IV, 51 e V, 39. In merito, cfr. FERLUGA, L’esarcato cit., pp. 360-361.
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glio e di Ferronianum, presso l'odierna Pavullo34. Questo complesso di fortificazioni dovrebbe esser crollato (con l'eccezione di Monteveglio e di Ferronianum) tra il 612 e il 628; ma, ancora agli inizi del secolo, Parma appare facilmente esposta alle incursioni bizantine, se è vero che – come riporta Paolo diacono – il già citato esarca Callinico riuscì a far catturare, con un colpo di mano messo a segno dal patrizio Gailicino, addirittura la figlia del re Agilulfo e suo marito Godescalco, duca di Parma, trascinandoli a Ravenna. La liberazione dei due prigionieri ebbe luogo solo nel 605, ad opera del successore di Callinico, Smaragdo, dopo che una veemente offensiva longobarda aveva provocato la caduta di Cremona, di Mantova, di Brescello, e del castrum "quod Vulturina vocatur"35. La duplice funzione, che è motivo di identità, di Parma quale nodo viario e centro limitaneo tra differenti ambiti geografici, politici, culturali appare sintetizzata in modo caratteristico dalla più tarda promissio di Carlo Magno al papa Adriano I, del 774, che secondo il testo del Liber Pontificalis sarebbe conforme a un precedente impegno assunto da Pipino con Stefano II36. In questo noto documento, i sovrani franchi riconoscevano le rivendicazioni dei pontefici circa l'affermazione della sovranità di questi ultimi su di un complesso territoriale che trovava il suo confine settentrionale lungo una linea che andava, da ovest verso est, da Luni a Monselice, passando per Surianum (identificato con Sorgnano/Massa o Filattiera), il Bardone, Berceto, Parma, Reggio e Mantova37. La promissio non ebbe mai traduzione concreta, ma è significativo come, nella prospettiva del papato, il parmense continuasse a godere, nella fase del declino del regno longobardo e dell'avvento dei Carolingi, di una centralità quale punto di snodo di importanti itinerari d'interesse per Roma e potesse, altresì, essere ancora una volta identificato come area di frontiera.

SCHUMANN, Authority cit., pp. 269-272 (che, per queste informazioni, recupera e riordina criticamente una lunga tradizione di studi, anche di carattere erudito, in alcuni casi tuttora unico termine di riferimento). 35 PAULI H. L., IV, 20 e 28. La figlia di Agilulfo, della quale non è noto il nome, mori peraltro di parto poco dopo essere rientrata a Parma. Per le ipotesi di identificazione di Vulturina (forse con l’odierna Viadana?), cfr. PAOLO DIACONO, Storia dei Longobardi, a cura di L. CAPO, Fondazione Valla - Arnoldo Mondadori, Milano 1992, p. 505. 36 Le Liber Pontificalis, ed. L. DUCHESNE, I, Paris 1882 (anastatica 1955), p. 498; per un commento, cfr. AZZARA, L’ideologia cit., pp. 231-232. 37 “A Lunis cum insula Corsica, deinde in Suriano, deinde in monte Bardone, id est in Verceto, deinde in Parma, deinde in Regio; et exinde in Mantua atque Monte Silicis...”: Liber Pontificalis cit., p. 498.

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