Ending Terrorism in Italy

Per la prima volta la ricerca accademica, a distanza di 40 anni dai fatti, inizia a studiare il terrorismo italiano considerando rilevante e utile al suo lavoro il ruolo delle vittime.

Ending Terrorism in Italy, di Anna Cento Bull e Philip Cooke (Routledge, 2013) è un saggio che analizza come sia stata condotta e gestita la lotta al terrorismo sul piano legislativo e politico e le relative conseguenze che hanno reso problematica la chiusura della sua stagione, in particolare sotto il profilo dei due attori principali: i terroristi e le loro vittime, la cui eredità ed interpretazione storica è ancora oggi oggetto di aspri contrasti e dure controversie. La motivazione alla base dello studio è un punto fondamentale da sottolineare e dal quale partire, perché pone questo saggio in una funzione che non è meramente accademica, ma anche civile, in quanto il risultato della ricerca può essere messo a frutto nelle politiche di gestione dei conflitti, tanto sul versante dei processi di deradicalizzazione e disimpegno dal terrorismo che su quello del ruolo delle vittime verso i valori e le forme della democrazia. Gli autori precisano infatti che se sono numerosi gli studi sui processi di radicalizzazione, i processi inversi sono stati assai meno analizzati e il ruolo delle vittime e delle loro associazioni addirittura completamente negletto, non solo in Italia. Il risultato sono una serie di capitoli iniziali che, dopo aver presentato le varie interpretazioni del terrorismo italiano, nelle sue molteplici articolazioni, analizzano il ruolo svolto dalla legislazione premiale degli anni ’80 (le leggi su pentiti e dissociati), quello svolto dal sistema carcerario e le riforme attuate (legge Gozzini), e quello, poco noto della Chiesa cattolica, nel recupero e reintegro dei terroristi nella società civile. Il saggio in questo percorso evidenzia come le vittime siano state tagliate fuori da ogni decisione dello Stato italiano in merito ai processi legislativi riguardanti i terroristi e abbiano subito una seconda vittimizzazione da questa marginalizzazione e privazione di ruoli e di diritti sui vari piani politico, sociale, psicologico e assistenziale. Ed evidenzia, altresì, come solo in anni recenti, queste ultime abbiano acquistato peso grazie all’attivismo civile dal basso delle loro associazioni e alla narrativa dei figli. Così per la prima volta, dopo che nella letteratura accademica erano state studiate solo le memorie degli ex terroristi, gli autori presentano due capitoli dedicati alle memorie di entrambe le parti. Oltre ai libri di ex terroristi e vittime, si aggiungono i resoconti delle interviste da loro svolte in Italia, comprese quelle alle associazioni delle vittime. Le conclusioni in merito sono chiare. A fronte delle “strategia dell’amnesia” portata avanti dallo Stato Italiano da oltre 40 anni, con la sola recente eccezione del Presidente Napolitano, le due forme narrative si presentano come contro-memorie: ma mentre quella degli ex terroristi è a beneficio di sottogruppi nazionali ideologici, fatti di estremisti di destra e sinistra, e finiscono con l’assecondare la strategia dominante di elidere il ruolo avuto nel terrorismo dallo Stato; quella delle vittime è

mirata, con le sue richieste di verità, giustizia, trasparenza, “a riformare lo Stato e le sue istituzioni a beneficio di tutti i cittadini”. Nella tragicamente famosa dimensione italica di una memoria divisa, è l’attivismo e la narrativa delle vittime che spinge a rompere il “patto del silenzio” tra Stato e terroristi, cioè a porsi nella solo direzione possibile per chiudere gli “anni di piombo” nel nostro paese. Quella auspicata, oltre che dai due autori, da Giovanni Pellegrino, Guido Salvini, Giulio Vasaturo e Giovanni Moro, di avviare un processo di truth-telling, di racconto della verità, di truth-aknoledgement, di vera conoscenza, di democracy-bilding, di costruzione democratica, che promuova un processo di riconciliazione, non tanto tra vittime e carnefici, quanto tra lo Stato e i suoi cittadini. Il senso del libro è quindi quello di evidenziare la capacità che lo Stato italiano ha avuto di mettere fine al terrorismo attraverso strumenti che hanno funzionato, seppur eticamente discutibili, come le leggi su pentiti e dissociati, e di avere, con l’ausilio della Chiesa, permesso ai terroristi di reintrodursi pacificamente nella società, ma il tutto al prezzo di aver messo una spessa coltre atta a far dimenticare sia quanto è successo alle vittime, sia il suo ruolo ambiguo, quando non correo, che mina alla base la fiducia dei cittadini. Per ricostruire un rapporto di fiducia, e non potendo a distanza di così tanto tempo pensare di aggiungere giustizia, è almeno sul piano delle verità, come rivendicato dalla vittime e le loro associazioni, che si deve ripartire. E’ veramente indubbio che la sola strada percorribile sia una commissione per la verità atta a svolgere un processo di giustizia riparativa verso le vittime, di costruzione di fiducia verso le istituzioni democratiche e di prevenzione verso il ripetersi di stagioni di violenza politica. Da segnalare l’ultimo capitolo del libro che trae le conclusioni con una analisi comparata dell’Italia con le esperienze dei “Troubles” nell’Irlanda del Nord e con quella della Guerra civile in Spagna. Una comparazione preziosa per una serie di similitudini, pur nelle diversità dei contesti, che invita ad ovviare la scelta degli Stati di dare priorità alla pacificazione a scapito delle vittime, in un'ottica di rimozione degli eventi traumatici occorsi. Un invito da meditare e valorizzare nelle scelte politiche di riconciliazione in qualunque paese alle prese con la violenza politica.

Torino 5 dicembre 2013

Luca Guglielminetti

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