Finanza e G20 – Articolo del 4 aprile 2009 di Maurizio Mazziero – Analista Finanziario Penso che il G20 abbia rappresentato

una svolta, non per i proclami o per i risultati, che andranno ben esaminati nei prossimi giorni, ma perché stando alle premesse della vigilia era destinato ad evidenziare le divisioni anziché l’unità nel fronteggiare la crisi. Sarkozy aveva voluto mettere i puntini sulle “i”, cercando di contrapporre un asse francotedesco a quello anglosassone. Ma poi i toni si sono ammorbiditi. Sicuramente non è tutto rose e fiori, vi saranno i particolarismi, da leggersi protezionismi, ma l’aspetto importante è che tutti hanno compreso che “ubi maior, minor cessat”. Gli Stati Uniti hanno mostrato decisione nel mettere sul piatto migliaia di miliardi di dollari per affrontare la crisi, e di farlo coinvolgendo i privati, che entrano nel gioco solo quando vi sia credibilità e possibilità di guadagno. Allo stesso tempo ognuno farà la propria parte con soldi o con altre risorse. Quali? Uomini ad esempio, se gli Stati Uniti vengono ritenuti responsabili di aver acceso la miccia di questa crisi e quindi sono chiamati a mettere sul piatto fondi di entità enorme, a loro andrà il vantaggio di un disimpegno nelle zone calde del pianeta. Il presidio sarà lasciato agli stati che meno hanno da offrire in termini economici, l’Italia ad esempio che sarà chiamata ad inviare altri uomini in Afganistan. Non è casuale, infatti, che il vertice Nato si sia svolto immediatamente dopo il G20. Russia e Cina avranno senz’altro ricevuto le loro assicurazioni in termini di zone di influenza. Non sarei felice di vivere in Ucraina o Georgia in questi momenti… La Cina, avrà un semaforo verde in Africa, una minore attenzione verso il Tibet e il rispetto dei diritti umani. Ma non è tutto, il piano Usa di riacquisto dei titoli di stato, assieme a una sospetta attività di freno alle quotazioni dell’oro è funzionale a uno switch delle riserve da dollar-bond in oro. I mercati hanno reagito bene, hanno capito che qualsiasi buco verrà coperto pur di salvare il sistema. I mercati, però, vivono di sensazioni e certo non manterranno la calma quando arriveranno i grossi fallimenti di aziende, che ci aspettano dietro l’angolo. Certo avrei preferito da questo G20 maggiore coraggio, ad esempio l’abbandono del dollaro come valuta di riferimento e un ritorno al Gold Standard, oppure il varo di una nuova valuta di scambio (Global Standard?) composta da un paniere di valute, come suggerito da Franck Biancheri del Laboratoire Européen d’Anticipation Politique (LEAP). Ma si sa, i sogni spesso restan solo desideri. Come in tutte le fasi di turnaround, vi sarà ancora molta volatilità sui mercati, con forti allunghi ma anche con forti ripiegamenti. Penso, però, che ormai sia giunto il tempo di iniziare a comprare azioni, con un’attenta selezione e senza fretta: risorse di base, metalli preziosi, alimentari e farmaceutici generici. Evitando assicurativi e bancari. Pur privilegiando il rendimento, farei uno sforzo in più nel verificare se la politica dei dividendi non vada a discapito dell’indebitamento, che rappresenterà il punto cruciale dei prossimi anni. È probabile una crescita dell’inflazione e quindi un ritorno, velatamente accennato dalla BCE, di tassi in crescita. Certo la BCE ha ancora frecce al suo arco, almeno un ulteriore taglio, un restringimento del corridoio del tasso sui depositi e quello marginale, o le cosiddette misure non standard, ormai abbracciate da tempo dalla Banca d’Inghilterra. La difficoltà di credito si sommerà a tassi crescenti, problema che al momento risulta abbastanza sottovalutato dai mercati. Sul lato obbligazionario, meglio abbandonare tutto ciò che ha duration superiore ai 5 anni, per portarsi sui monetari-liquidità e iniziando a costruire posizioni inflation-linked. Tornando sui mercati azionari penso che la maggior parte di essi sconterà periodi di ampi trading range, e quindi sarà importante effettuare una buona selezione geografica. Credo

che Cina e Brasile potranno presentare delle soddisfazioni, ma anche l’Africa e l’India; nel breve, invece, la reattività degli Usa potrebbe premiare il mercato americano, anche se il dollaro potrebbe giocare a sfavore.