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Il Principio di Bigenitorialità

di Dario de Judicibus

Storia di Marco
Marco ha una splendida bambina di 5 anni. Purtroppo fra Marco e la moglie, Lucia, le cose non
vanno molto bene. Lucia vuole la separazione, ma Marco non è d’accordo: sa molto bene che
questo potrebbe voler dire poter vedere sua figlia solo poche ore alla settimana, perché un suo
amico ha avuto lo stesso problema, e quindi non si fa molte illusioni. Ad ogni modo decide
comunque di chiedere l’affidamento.

La moglie, rendendosi conto che la causa rischia di complicarsi, consigliata opportunamente da
un avvocato, decide di sostenere in tribunale come Marco non sia in realtà il padre naturale
della bambina. Marco ovviamente sa benissimo che è una menzogna e replica che comunque,
anche fosse vero, non avrebbe alcuna importanza: lui ama sua figlia, l'ha cresciuta, le è stato
sempre vicino, ed è quindi a tutti gli effetti il padre, chiunque l'abbia concepita.

Purtroppo, pur non esistendo riscontri oggettivi, il magistrato accetta la tesi della moglie e del
suo avvocato e, convinto che la bimba possa rimanere traumatizzata dal venire a conoscenza
del fatto che Marco possa non essere il suo vero padre, stabilisce che lo stesso non possa più
vedere la figlia fino a che la questione non sia stata risolta. Come se strappare di colpo un
padre a una figlia non sia un evento traumatizzante!

Marco è incredulo, arrabbiato, disperato, ma non si arrende. Chiede la prova del DNA, ma
l'incredibile lentezza della burocrazia italiana richiede tempi lunghissimi. Solo dopo sei mesi,
infatti, durante i quali a Marco non viene mai permesso di vedere la bambina, arrivano i
risultati del laboratorio. L’esito è scontato: Marco è il padre, non c'è alcun dubbio.

Sembra tutto risolto, ma non è così. Certo, a Marco viene permesso di nuovo di stare alcune
ore alla settimana con la figlia, ma il magistrato conferma l'affidamento alla madre, e né nei
confronti di Lucia né nei confronti del suo avvocato vengono presi provvedimenti di alcun
genere per la vergognosa menzogna che ha fatto soffrire terribilmente sia Marco che,
soprattutto, la piccola Serena, alla quale la madre aveva detto che era il padre non voleva più
stare con lei.

Storia di Carlo
Carlo ha 35 anni. Un giorno la moglie Franca lo informa che ha deciso di separarsi. Quella
stessa settimana Carlo viene convocato presso lo studio di un avvocato di fiducia di sua moglie
per tentare una conciliazione. L'incontro a tre non produce alcun risultato. Carlo si rende subito
conto che una separazione consensuale sarà quasi impossibile.

Il vero problema è però un altro. Nei successivi mesi a Carlo non viene permesso di vedere la
figlioletta di pochi mesi. Nonostante un esposto al Commissariato di Pubblica Sicurezza nel
quale chiedeva di poter stare con la piccola almeno qualche ora alla settimana, la situazione
non cambia. Nessuno fa niente, né la Polizia, né la Magistratura. La cosa viene totalmente
ignorata.

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Dopo due mesi Carlo viene a sapere che la moglie sta per partire per una località non meglio
precisata per almeno un mese o forse più. È disperato, chiede aiuto, ma ancora una volta viene
completamente ignorato. Sono oramai vari mesi che Carlo non sa nulla di sua figlia: non sa
dov'è, né quando la potrà rivedere. E nessuno fa niente.

Storia di Giuseppe
Giuseppe è separato da due anni ormai. Ha una bimba di sei anni che frequenta la prima
elementare: Licia. Nei due anni di separazione non ha mai saltato una volta quelle poche ore
che, tanto per cambiare, il tribunale gli ha concesso per vedere sua figlia. Moltissimo per il
tribunale, visto che è un padre coscienzioso e responsabile, un'inezia per chi considera più che
un diritto vivere il quotidiano dei propri figli, vederli crescere.

Fatto sta che Licia, come tutte le bambine, viene spesso invitata dalle amichette a varie feste,
soprattutto di compleanno. Quando è la madre, Sonia, a doverla portare, nessun problema, ma
quando è previsto che la bimba stia con il padre, allora Sonia non informa l’ex-marito dell’invito
e in alcuni casi telefona addirittura alla mamma dell’amichetta di Licia asserendo che purtroppo
la bambina non potrà venire alla festa. A quest’ultima la madre giustifica la cosa con frasi del
tipo «Papà deve farti fare i compiti» oppure «Hai già partecipato a troppe feste questa
settimana».

Spesso poi capita che Licia chieda al padre di invitare a casa loro alcune sue amichette.
Giuseppe sarebbe ben felice di farlo e ha chiesto spesso alla madre di fargli avere il numero di
telefono delle amichette della figlia, ma ogni volta ha ricevuto un rifiuto. La madre fa di tutto
per impedire al padre non solo di entrare in contatto con i genitori delle amichette della
bambina ma persino con gli insegnanti della scuola, non informandolo in tempo quando le
maestre la avvisano che un certo giorno ci sarà un incontro con i genitori. Giuseppe ha chiesto
più volte alla scuola di informare anche lui, ma si è sentito rispondere che loro hanno l’obbligo
di informare un solo genitore.

A nulla è valso il ricorso al Tribunale dei Minori. Spesso l’avvocato della controparte neanche si
è presentato in udienza, i tempi si sono allungati moltissimo e la situazione non cambia.

L’affidamento esclusivo
Tre storie, tre casi come tanti. Leggendoli viene da pensare che si tratti di casi estremi, da
affrontare individualmente, magari dovuti alla scarsa sensibilità, all’incompetenza o alla
malafede di questo piuttosto che di quel personaggio, ma purtroppo non è così. Non solo di
casi come questi ce ne sono a migliaia nel nostro Paese ma, sebbene ci siano sempre e
comunque responsabilità di singoli individui, le cause principali sono da ricercarsi in campo
politico e sociale, prima fra tutte l’articolo 155 del codice civile che stabilisce i criteri di
mantenimento delle relazioni parentali del minore e i provvedimenti riguardo ai figli in caso di
separazione e divorzio. Il punto nodale è posto all’inizio del capitolo in questione là dove
l’articolo stabilisce quanto segue

«Il giudice che pronunzia la separazione dichiara a quale dei coniugi i figli sono affidati e
adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole, con esclusivo riferimento all'interesse
morale e materiale di essa. In particolare il giudice stabilisce la misura e il modo con cui l'altro
coniuge deve contribuire al mantenimento, all'istruzione e all'educazione dei figli, nonché le
modalità di esercizio dei suoi diritti nei rapporti con essi. Il coniuge cui sono affidati i figli,
salva diversa disposizione del giudice, ha l'esercizio esclusivo della potestà su di essi; egli deve

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attenersi alle condizioni determinate dal giudice. Salvo che sia diversamente stabilito, le
decisioni di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i coniugi. Il coniuge cui i
figli non siano affidati ha il diritto e il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e
può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro
interesse.»

È evidente fin dall’inizio una profonda contraddizione: da una parte si parla di interesse dei
minori, dall’altra si assume che affidare in modo esclusivo a un solo genitore gli stessi rientri in
tale interesse. Certo, si afferma anche che l’altro genitore può, anzi, deve interessarsi
comunque dei propri figli, ma contemporaneamente si indica nel genitore affidatario l’unico
autorizzato a esercitare la potestà su di essi.

A questo punto è necessario fare un passo indietro e analizzare il contesto nel quale stiamo
operando. Se a fronte di una separazione o un divorzio, al di là dei rancori personali, i coniugi
mantengono consapevolezza che essere genitori è un impegno che va al di là dell’essere
coniugi, anzi, che con quest’ultimo nulla ha a che spartire, allora ci si aspetta che sia il padre
che la madre sappiano gestire la loro separazione per quello che riguarda i figli nel modo più
protettivo e responsabile possibile. Questo almeno nei limiti ragionevoli di un evento che è
comunque spesso traumatico, specialmente se i rapporti fra figli e genitori sono solidi e basati
su affetto e rispetto anche a fronte di un forte conflitto fra i genitori stessi. È evidente che in
questo caso la legge deve solo prendere atto degli accordi fra i due genitori e intervenire solo
là dove questi possano contenere scelte giudicate oggettivamente dannose per i minori.

Diverso è il discorso quando uno o entrambi i genitori sono talmente accecati dal rancore da
dimenticare i loro doveri verso i figli e non si fanno alcuna remora di utilizzare gli stessi come
arma di ricatto nei confronti dell’altro. È sostanzialmente in questo caso che deve intervenire la
legge. Un magistrato, infatti, dovrebbe prendere in mano la situazione soprattutto in caso di
conflitto fra le parti e in particolar modo quando questo conflitto coinvolge i figli. Il primo
obiettivo di questo intervento dovrebbe essere proprio quello di attenuare il conflitto in essere,
penalizzando al contempo quegli atteggiamenti che non permettono una gestione corretta dello
stesso. Ad esempio, piuttosto che stabilire a priori l’affidamento esclusivo ad uno solo dei
genitori fin dall’inizio del dibattimento, non avendo tra l’altro il magistrato in quel momento
alcuna conoscenza reale delle cause del conflitto e delle responsabilità nello stesso delle varie
parti in causa, a parte quanto affermato dalle stesse, né potendo valutare a priori quale
genitore possa essere più idoneo a gestire la prole, ammesso che si possa parlare di maggiore
idoneità di un genitore rispetto all’altro, il giudice dovrebbe affidare i figli ad entrambi i genitori
e obbligarli, nel contempo, a un periodo di mediazione familiare i cui risultati dovranno poi
essere comunicati allo stesso magistrato dal mediatore scelto dal tribunale.

C’è da chiarire un aspetto riguardo a quanto si è detto: affidare ad entrambi i genitori i figli
non vuol dire necessariamente stabilire una perfetta simmetria in termini di frequentazione, né
tanto meno stabilire che gli stessi debbano risiedere alternativamente nelle rispettive abitazioni
dei genitori. Quanto tempo un bambino possa passare con la madre e quanto con il padre,
dove e quando possano essere i pernotti, va stabilito in base alla disponibilità dei singoli
genitori, e quindi spesso al tipo di attività che svolgono, e alle esigenze dei bambini,
soprattutto per quello che riguarda la scuola. Tali decisioni devono essere tuttavia indipendenti
da una presunta asimmetria di ruoli basata sul sesso del genitore, e in ogni caso ognuno dei
due deve avere garantita una frequentazione che permetta loro di svolgere effettivamente il
ruolo di genitore e non vedersi relegati al semplice ruolo di “parente in visita”.

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Purtroppo, nella realtà, succede proprio il contrario, ovvero, affidando i figli a un solo genitore,
si vengono a creare le condizioni per un aumento del conflitto e si premia generalmente il
genitore più egoista. Vediamo perché, tenendo presente che nelle separazioni conflittuali, i figli
sono assegnati alla madre in oltre il 94% dei casi negli ultimi 15 anni [IST], tanto che alcuni
avvocati si rifiutano persino di patrocinare un padre che volesse ottenere l’affidamento e la
maggior parte comunque lo sconsigliano a priori anche dal solo provarci.

Con l’affidamento alla madre, se il più egoista è il padre, esso sarà ben felice di lasciare alla
madre tutto il carico della gestione dei figli, mettendola in una situazione che le renderà
comunque difficile avere un’attività lavorativa o sufficiente tempo libero per ricrearsi una nuova
vita. Si sa che i figli, soprattutto se piccoli, richiedono molte cure e attenzioni. Un eventuale
assegno di mantenimento, anche consistente, non può certo bilanciare la perdita della
condivisione delle responsabilità nelle cure parentali. Se invece è la madre la più egoista, non
avrà alcun scrupolo a usare i propri figli come arma di ricatto per ottenere quanto più possibile
dall’ex-coniuge, specialmente se questi ha un rapporto molto forte con i figli, o anche
semplicemente a negarglieli per vendicarsi dei torti subiti, veri o presunti che siano. In pratica,
chi viene maggiormente penalizzato è proprio il coniuge più debole, ovvero quello che ama di
più i propri figli e che quindi, per il loro reale interesse, quell’interesse che né la legge né un
tribunale possono realmente garantire, ma che solo un vero genitore può comprendere, è
disposto ad accettare qualsiasi ricatto, rinunciando spesso alla propria dignità per amore dei
propri figli.

È anche evidente che in queste condizioni il diritto/dovere da parte del genitore non affidatario
di occuparsi dei propri figli non è realisticamente praticabile. Con la legge attuale, infatti, il
padre che si disinteressa dei figli difficilmente viene richiamato ai suoi doveri di genitore e
tanto meno obbligato, almeno fintanto che paga periodicamente l’assegno di mantenimento.
Viceversa la madre che ha in affidamento i minori ha mille e una maniera di rendere
impossibile al padre di esercitare un qualche controllo sull’educazione e la cura dei figli,
arrivando persino a potergli negare di fatto la frequentazione senza correre rischi particolari
per quello che riguarda l’affidamento degli stessi.

Una cultura maschilista
La prassi dell’affidamento esclusivo al genitore di sesso femminile trova le sue origini in una
cultura maschilista di stampo cattolico, che vede nella sola donna la figura predisposta alla
cura e all’educazione dei figli. L’uomo, in questa mentalità antiquata e ignara dei cambiamenti
avvenuti nella società moderna, ha come unico compito quello di mantenere la famiglia e
rappresentare un modello di forza, solidità, possibilmente con una certa insensibilità affettiva, il
classico ruolo “paterno”, una sorta di affetto dosato, a distanza. Basti pensare a come il
contatto e la fisicità fra genitori e figli è accettata anche in età avanzata per la madre, ma non
per il padre, quasi che in quest’ultimo caso possa rappresentare una sorta di anticamera per la
pedofilia. Il tutto viene giustificato con un presunto “legame naturale” fra madre e figlio che
dovrebbe essere conseguente al fatto che è la donna che partorisce e allatta il neonato, non
l’uomo, legame che non ha alcun riscontro scientifico come è stato ampiamente dimostrato da
studi di psicologia [BKS]. In realtà il rapporto fra un figlio e un genitore è qualcosa di ben più
complesso e che va al di là del semplice atto di partorire. È un legame empatico che si deve
costruire nel tempo, è quindi un atto volontario, cognitivo, non una conseguenza di un qualche
evento naturale. D’altra parte, quei padri che fin dai primi mesi hanno allattato artificialmente i
propri figli a causa di un’indisponibilità sempre più frequente che hanno molte donne

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nell’allattare, si sono resi subito conto di come si fosse stabilito fra loro e il neonato un
fortissimo legame fisico che ha avuto in seguito comunque un influsso sul rapporto fra padre e
figlio.

Detto questo, l’affidamento esclusivo rimane comunque una negazione di un principio
importante, ovvero quello di bigenitorialità, che stabilisce che un bambino ha sempre e
comunque bisogno dell’affetto e delle cure di entrambi i genitori, anche in caso di separazione,
anzi, soprattutto in quel caso. Ne consegue che ogni qual volta questo sia possibile, ovvero
quando entrambi i genitori si dimostrano idonei a svolgere il loro ruolo, tale presenza, tale
affetto, tali cure vanno sempre e comunque garantite. Essere genitore non vuol dire dare ai
figli una casa o tre pasti al giorno, un’istruzione scolastica e le necessarie cure mediche, e
tanto meno vuol dire staccare ogni mese un assegno e passare qualche ora alla settimana
presso un giardino comunale: essere genitori è un diritto dovere sancito dalla nostra stessa
Costituzione. In quanto diritto, esso non può essere soggetto al consenso di terzi, fosse anche
l’altro coniuge, a meno di dimostrata inidoneità a svolgere tale ruolo. Nessuno ad esempio può
toglierci il diritto ad esprimere un’opinione o alla vita stessa, se non a fronte di condizioni
estremamente gravi e oggettivamente dimostrate. In quanto dovere, non è possibile abdicare
ad esso, ovvero rinunciarvi, sostituendolo magari con una parvenza di genitorialità, fondata su
un impegno meramente economico e una frequentazione più o meno sporadica. Se così non
fosse, cosa ci impedirebbe di rinunciare al dovere di pagare le tasse o di rispettare la legge?

Essere genitori
Ecco allora che il principio di bigenitorialità rappresenta un obbligo per entrambi i genitori, non
solo per la madre che deve rispettare il diritto del padre di continuare a svolgere il suo ruolo di
genitore a tutti gli effetti, ma anche per il padre, per il quale la separazione o il divorzio non
possono e non devono rappresentare una sorta di autorizzazione a disinteressarsi dei propri
figli. Forse qualcuno potrà pensare eccessivo voler obbligare un padre a prendersi cura dei figli
quando non vuole, ma la legge già obbliga i genitori a specifici comportamenti nei confronti dei
figli, arrivando a considerare un reato il non rispettarli, come l’obbligo di mandarli a scuola o il
divieto di applicare punizioni corporali. Perché mai allora il fatto di non essere più sposati deve
rappresentare per un uomo il diritto ad abdicare al suo ruolo di genitore? Che obblighi
dovrebbe avere allora un genitore che non si è mai sposato? In definitiva, il fatto di essere
sposati o conviventi, separati o divorziati, persino semplici genitori naturali, non deve aver
alcun influenza sulle responsabilità genitoriali. Essere genitori è un obbligo che prendiamo con i
nostri figli, non con l’altro genitore, e che richiede a volte anche grossi sacrifici. Sicuramente
che richiede impegno e senso di responsabilità. Fare il genitore vuol dire occuparsi
direttamente della cura dei figli, lavarli, vestirli, nutrirli quando sono piccoli, accompagnarli a
scuola o in palestra, al campo giochi o alle feste degli amichetti, soprattutto spendere con loro
una parte del proprio tempo, perché i valori positivi si insegnano con l’esempio, e l’esempio
richiede presenza e disponibilità. Salvo l’allattamento al seno, non esistono attività da mamma
o da papà: entrambi i genitori possono e devono saper fare le stesse cose, ripartendosi i
compiti in base alle capacità e alle possibilità, anche contingenti, non in base al sesso [10R].

Sono sempre di più i papà che danno il biberon ai figli, cambiano loro i pannolini, fanno loro il
bagnetto, sempre di più le madri che giocano con loro a calcio o li seguono da grandicelli nei
loro vari impegni sportivi o culturali. La società sta cambiando e sia la legge che la
giurisprudenza devono non solo comprendere e allinearsi a questo cambiamento, ma
sostenerlo, perché è un cambiamento positivo, che va veramente nella direzione di una

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perfetta parità fra sessi, una parità che non si deve giocare solo nel mondo del lavoro, ma
anche e soprattutto nella famiglia, anche e in particolar modo, in quella separata.

Bibliografia

[IST]
• «Indagine Multiscopo», Famiglia, soggetti sociali e condizione dell’infanzia,
ISTAT 2000

[BKS]
• Elisabeth Badinter, «Fausse route», Odile Jacob, Avril 2003, ISBN 2-7381-
1265-X
• Claudio Risé, «Il Padre, l’assente inaccertabile», San Paolo, 2003, ISBN 88-
215-4843-0
• Alberto Pellai, «Nella pancia del papà», Edizioni FrancoAngeli, 2003, ISBN
88-464-4877-4
• Giovanni Bollea, «Le madri non sbagliano mai», Feltrinelli Editore, 1995,
ISBN 88-07-81521-4
• Susan Isaacs, «La psicologia del bambino dalla nascita ai sei anni», Newton,
1995, ISBN 88-8183-100-7

[10R]
• Dario de Judicibus, «Le 10 Regole dei Buoni Genitori», Gruppo Editoriale
Armenia, 2003, ISBN 88-344-1505-1

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