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Per una politica economica del fascismo del 2009.

di Rodolfo Bianchi
La socializzazione da proporre oggi non è implicito debba essere
dogmaticamente cristallizzata a quella che è stata proposta 64 anni fa, quando
tutto il sistema economico era ben diverso da oggi. Da allora anche il
capitalismo si è evoluto. La socializzazione codificata genericamente come è
stata nel 1943 non si discosta poi di molto dagli attuali rapporti della
proprietà coi normali sindacati odierni... Difatti oggi tutto indica che il
sistema economico è destinato già da sè ad avviarsi verso una socializzazione
incipiente e costante. I segnali già ci sono, dalla diffusione dell'azionariato
ai dipendenti, all'acquisto stesso di intere aziende in crisi da parte di
cooperative di dipendenti, favoriti dall'aumento di disponibilità economica di
questi dipendenti. Tutto sta nel tempo che ciò ci metterà a svilupparsi man
mano sempre più. Lo scopo politico dei suoi sostenitori deve essere quello di
velocizzare questa inevitabilità e nel farsene portatori e difensori a livello
politico. Ma per far ciò bisogna perlomeno stabilire PRECISAMENTE quali siano
questi punti di cui ci si vuole far portatori. Non la vaghezza come quella
tipica del comunismo.

Assodato ciò, ovvero che il sistema economico odierno in sè (così come il
benessere generale) non si discosterebbe poi di molto, lo scopo della
socializzazione non è tanto la giustizia sociale, quanto la razionalizzazione
dell'economia. Difatti la socializzazione NON E' UN ESPROPRIO, ma è
l'eliminazione del concetto economico che equipara il lavoro delle persone a
mera merce e che gli da un valore come ad una qualunque merce. Eliminare il
lavoro umano dal "mercato delle merci" renderà possibile a tutti l'accesso al
sistema produttivo in modo meritocratico, e non più in modo mercantile. Accesso
che oggi è a priori precluso alla maggior parte dei cittadini per quanto
meritevoli essi possano essere, mentre è spesso aperto ai furbi per quanto
incompetenti possano essere. Ed è proprio dal costante lavorio dei furbi atto a
mantenere queste gerarchie immeritate che nascono tutti i guasti grandi e
piccoli che affliggono il mondo. La socializzazione non si prefigge di
rivoluzionare il mondo rispetto ad oggi, ma vuole essere la base grazie alla
quale si possa porre un rimedio a quegli evidenti guasti per i quali la
soluzione sarebbe semplice: lavoro come espressione di produzione umana per il
sostentamento, e non più come merce prezzata e venduta ad un altra persona.

La filosofia basale della socializzazione (social-capitalismo) è la
produzione come elemento fondamentale dell'economia, mentre la rendita
speculativa è la base fondamentale del liberal-capitalismo, e la coercizione è
quella del comunismo (statal-capitalismo). Se l'estrema sinistra è
anticapitalista, e l'estrema destra è ultracapitalista, il fascismo non può
stare altro che al centro.

La falla su cui i liberalcapitalisti si impuntano nel criticare la teoria
della socializzazione è che minore è il divario tra proprietari e dipendenti -
maggiore è il plusvalore sulle merci, perchè il costo totale del lavoro aumenta
(modello neoclassico della crescita economica basato sull'accumulazione del
capitale). Ma non tengono conto che il costo maggiore è A CONFRONTO con le
aziende in monoproprietà. E se il costo delle loro merci è più basso è proprio
perchè per loro il lavoro è considerato alla pari di una merce il cui costo è
da ridurre il più possibile. E per questo sono favorite rispetto ad un azienda
dove non esiste costo del lavoro ma solo dividendi tra soci. Paragonare le
aziende socializzate in un paese capitalista ad aziende socializzate in un
paese fascista è assurdo tanto quanto paragonarle ai kolchoz sovietici. Si può
fare un esempio basato sulla teoria economica dell'orientamento all'offerta: i
supermercati sono sicuramente più convenienti rispetto ai negozi. Limitando
invece il raffronto tra supermercati/supermercati, e negozi/negozi è logico che
la convenienza si equivalga. Implicitamente quindi quando c'erano solo negozi
la convenienza era tutta sullo stesso piano, e quindi i negozi erano più
convenienti rispetto ad oggi che ci sono anche i supermercati. Ma non sono i
supermercati ad essere più convenienti, bensì i negozi oggi ad esserlo meno, in
quanto capacità massima di spesa e prezzi sono sempre proporzionali tra loro,
perchè i prezzi inferiori dei supermercati portano conseguentemente alla
riduzione del costo del lavoro (e quindi dei salari) per la compensazione
dell'"effetto reddito". Quindi il reale potere d'acquisto rispetto a quando i
supermercati non c'erano è il medesimo, perchè la legge dei rendimenti
decrescenti conferma che il quoziente di produttività del capitale e la
produttività del lavoro rimangono i medesimi, "ceteris paribus" (a parità di
condizioni). Ricapitolando, un azienda monoproprietaria è più conveniente in
confronto ad una multiproprietaria, ma se esistessero solo aziende
multiproprietarie esse sostituirebbero in convenienza quelle monoproprietarie.
L'unica differenza è proprio che il lavoro non sarebbe più visto come un costo,
perchè se oggi i prodotti di aziende in multiproprietà hanno un costo più
elevato è perchè esse sono in competizione con quelle in monoproprietà, e i
paragoni sono fatti sull'oggi, non sulla possibilità che esse siano le uniche
esistenti. Se tutte le aziende si trovassero sullo stesso piano la concorrenza
si equilibrerebbe tra esse e l'indice dei prezzi si adeguerebbe da sè sulle
capacità di acquisto, assestandosi sugli stessi livelli di oggi, come
nell'esempio fatto basato su fattori verificabili in quanto basati su
situazioni verificatesi realmente. Anzi, essendo appianate le differenze
economiche i prezzi si adeguerebbero anche su questo rendendo ancora più
razionale il valore reale delle cose. L'applicazione del più equo sistema
fiscale monetario al posto di quello reddituale, assieme all'eliminazione dei
tassi di disoccupazione oggi necessari come mezzo di contenimento del costo del
lavoro, porterebbe ad un aumento della produttività del lavoro, ed anche ad una
maggior concorrenza tra aziende, la quale sarebbe sia causa che effetto
dell'appianamento reddituale. Per cui settori produttivi nei quali le aziende
registrino dividendi elevati verrebbero immediatamente colmati da nuove aziende
(per libera iniziativa), che riporterebbero gli utili aziendali a livelli
uguali. Quindi i profitti (ed il valore) delle rispettive aziende verrebbe
automaticamente regolato dalla libera concorrenza, non più da aliquote fiscali
o da privilegi politici. Inoltre un azienda di cui tutti i lavoratori sono soci
ha molta più flessibilità in quanto non ha il costo base fisso rappresentato
dai salari, costo per il quale il proprietario singolo può intervenire solo
diminuendo i salari o licenziando; mentre i soci di un azienda socializzata
possono farlo fluttuare periodicamente diminuendo i propri dividendi e
redistribuendoli tra periodi floridi e periodi carenti, intervenendo magari col
proprio capitale personale in caso di bisogno e suddividendo il rispettivo
lavoro a seconda delle esigenze produttive e personali. Mentre un singolo
proprietario quasi non può nemmeno chiedere un temporaneo abbassamento dei
salari ai propri dipendenti, figuriamoci un prestito.
Altra ipotetica falla criticata, la presunta scomparsa dell'iniziativa
imprenditoriale. Ma invece l'interesse della figura dell'imprenditore nel
miglior funzionamento dell'azienda sarebbe ampliata a tutti i soci e rimarrebbe
complessivamente tale e quale ad oggi, se non anche maggiore a causa
dell'approvazione che l'amministratore eletto dell'azienda deve ricevere dagli
altri soci, che anche se in parità di proprietà i dividendi non saranno uguali
per tutti, ma rimarrebbero indissolubilmente legati proporzionalmente alla
responsabilità che l'assemblea aziendale delegherà ad ognuno, quindi i guadagni
netti dell' amministratore aziendale (ex figura proprietaria) rimarrebbero (in
proporzione agli altri soci) grossomodo gli stessi di oggi. Cambia solo il
metodo di attribuzione di tali responsabilità/dividendi (non più basato sulla
proprietà) e vi viene tolto il lordo ovvero le spese aziendali generiche e il
plusvalore da accantonamento per reinvestimenti (accumulazione estensiva del
capitale), che vengono già gestiti e contabilizzati nel bilancio aziendale.
L'unica rilevante differenza dovuta ad intervento statale sarebbe
l'obbligatorietà dell'assicurazione sulle responsabilità penali per gli
amministratori di aziende, che sarà una valvola di sicurezza ed una
compensazione del maggior dividendo ricevuto (limitando la necessità di
accumulazione di capitali di sicurezza per spese impreviste).

La proprietà privata, la libera concorrenza, la legge della domanda ed
offerta, la libertà d'iniziativa, sono fondamentali per il funzionamento tout
court dell'economia del libero mercato e sono quindi imprescindibilmente la
base anche della socializzazione. Ma fondamentale NON E' l'accentramento della
proprietà e della responsabilità in un unica persona di un azienda che abbia
bisogno anche di altre persone per produrre. Quindi gli scopi della
socializzazione sono diversi (se non addirittura opposti) a quelli del
comunismo. La differenza basilare è che il comunismo basa la sua filosofia nel
rancore verso i proprietari e scarica questo nel rifiuto del concetto di
"plusvalore". La socializzazione non depreca i proprietari, in quanto sa che
anch'essi sono invischiati in un sistema al quale (come tutti) non vedono
alternativa. Non critica il plusvalore, anzi lo riconosce come implicito
nell'economia, perché non tutte le persone della società producono, ma alcune
svolgono servizi utili anche se improduttivi (settore terziario). Quindi la
totalità del valore delle merci prodotte non può obbiettivamente andare solo a
chi produce letteralmente, ma è suddivisa automaticamente tra tutta la società,
tramite il plusvalore. Astrattamente, se sette persone su dieci producono, il
plusvalore corrisponderà quindi a 3/10 del valore reale della loro produzione.
Oltre a questo, la parte accumulata è intrinsecamente finalizzata nel caso di
necessità (anche impreviste), ovvero nel caso di investimenti da fare o danni
da riparare. Nel liberalcapitalismo solo nel caso ciò non si verifichi (e
quindi il proprietario in questione si dimostri un buon amministratore) allora
può permettersi di attingere per sè al capitale immagazzinato. Dopotutto non
potrebbe obbiettivamente cedere il plusvalore ai dipendenti confidando in una
sua improbabile restituzione in caso di necessità aziendale. E' quindi anche un
fattore irrinunciabile per il proprietario capitalista (sia esso singolo o
società), il quale proprio in quanto tale non ha giurisdizione sui capitali
privati dei suoi dipendenti (cosa che invece l'azienda socializzata avrebbe, in
quanto soci). E' in virtù di questa necessità che il salario dei dipendenti è
mantenuto solitamente il più basso possibile, ma la critica marxista è
fuorviata. Marx da un valore al tempo, cosa che non corrisponde alla realtà. Si
da per scontato che una persona possa lavorare un certo tempo massimo al
giorno. Un dipendente non accetterebbe di lavorare sotto una certa cifra
giornaliera, corrispondente alla cifra minima per vivere, che quindi esigerà, a
prescindere dal lavoro da svolgere. A parità di salario minimo giornaliero il
padrone quindi cercherà di mantenere al lavoro il dipendente più tempo
possibile. Ecco quindi stabilita un equivalenza. Quindi il rapporto
salario/tempo è scollegato e fittizio, è stabilito solo per convenzione
bilaterale. A parità di condizioni di produttività del lavoro, la cifra totale
disponibile per i salari è quella teoricamente perfetta quando il quoziente di
rendimento del capitale uguaglia il tasso di interesse generale; la loro
suddivisione in generale è determinata solo dalla considerazione della legge
dei rendimenti decrescenti, mentre solo quella in particolare lo è da decisioni
unilaterali dei proprietari. La differenza tra salari totali di un azienda e
fatturato (ovvero il totale del valore delle merci vendute) è il plusvalore,
che secondo Marx è un concetto aberrante, ma le teorie di Marx sul paragone
salari/prezzi sono sbagliate, perchè nella realtà sono i prezzi delle merci che
vengono spontaneamente ad adattarsi sui salari generali, e non viceversa.
Questo per la semplice legge domanda/offerta che regola i prezzi, e confermata
dalla "legge di Okun" secondo cui il rapporto tra PIL e disoccupazione è
costante. Eliminando il plusvalore ovvero distribuendolo e quindi aumentando i
salari, automaticamente aumenterebbero di pari misura i prezzi, annullando di
fatto ogni aumento di potere d'acquisto, ed avviando una spirale
inflazionistica. In definitiva il plusvalore è un adattamento spontaneo ed
inevitabile del mercato, non un "aberrazione disonesta" creata dal padrone. Il
salario è un costo fisso come quello di una merce, ed in quanto tale ha un suo
prezzo giusto. Per la socializzazione il plusvalore è un fattore secondario. La
differenza non sta nel dove va questo plusvalore (difatti come il
liberalcapitalismo anch'essa la decisione la lascia al mercato), ma
eventualmente nel limitare le cause (eliminarle è assolutamente utopico) che
portano a doverlo esigere ed accumulare. Non redistribuirlo artificialmente od
abolirlo come vorrebbe il comunismo. Primario come problema è la consapevolezza
che le distorsioni in questo sistema sono dovute solo al fatto che oggi il
lavoro umano è una merce, e solo come tale dotata pure di plusvalore. La
socializzazione vuole che il lavoro umano non sia più una merce, nè col
plusvalore, nè senza; nè acquistabile dai privati, nè dallo Stato. E per far
questo si deve ignorare la "legge di Okun" eliminando la disoccupazione anche a
parità di PIL, pur consapevole dell'artificiosità di questo stratagemma che
equivale ad abbassare il costo della forza lavoro ma a distribuirlo meglio. Ma
solo con la socializzazione qui descritta si può fare ciò. Nel
liberalcapitalismo non è possibile, sarebbe una forzatura che si
ripercuoterebbe in tutto il sistema economico, perchè minore è la
disoccupazione, e maggiore è il costo del lavoro. Nel liberalcapitalismo a
parità di PIL eliminare artificialmente la disoccupazione comporterebbe un
minore PIL pro capite tra i lavoratori (ma non sulla popolazione totale!) ma
con un uguale richiesta (che provocherebbe inflazione). Ma se il lavoro non
fosse più un costo fisso (ossia se non ci fossero più lavoratori dipendenti a
richiedere una paga minima fissa) la richiesta di denaro da parte dei soci si
adeguerebbe al profitto, in quanto non più vincolata al lavoro come costo
fisso. E se i profitti di un azienda fossero costantemente troppo bassi, essa
per non fallire potrebbe riconvertirsi, fondersi, suddividersi (ed altre
opzioni aperte dalla socializzazione) al posto di licenziare e diminuire i
salari. Quindi la disoccupazione ciclica sarebbe eliminata da sè, quella
strutturale e frizionale delegandole ai regolamenti interni aziendali ed alle
possibilità di contorno (fallimento, fusione, divisione, flussi tra aziende),
togliendone quindi la responsabilità alla politica. Il PIL pro capite
rimarrebbe uguale, ma suddiviso più equamente. Questo, non influendo sul
consumo autonomo, ma solo su quello indotto, altererebbe le propensioni al
risparmio e al consumo, ma compensando per via del rapporto tra propensione
all'accumulazione di capitale e tassi di interesse (che notoriamente aumentano
col diminuire del risparmio). Allo stesso modo l'ipotesi che le concessioni di
credito e mutuo sociale riducessero i fondi per altri investimenti è smentita
dal "paradosso del risparmio", secondo il quale in una data quantità di tempo
la quota di PIL disponibile al risparmio è costante, e le forzature al
risparmio non portano a modificarla ma solo influiscono sul PIL causando
indirettamente inflazione, ma nella socializzazione l'inflazione è controllata
dalla fiscalità monetaria e quindi eventuali squilibri provocati dai suddetti
crediti verrebbero automaticamente compensati sul tasso di decremento della
moneta. La produzione (la "ricchezza"), in qualunque maniera essa venga
distribuita, a parità di condizioni rimane la medesima. Per questo è esatto
dire che la filosofia base della socializzazione è la produzione. Comunque, per
motivi che vengono spiegati più avanti, la socializzazione comporterebbe
indirettamente una maggior disponibilità di crediti bancari.
La socializzazione è paradossalmente una costruzione anti-costruttivista,
perchè fondata proprio sul lasciare alla spontaneità ("laissez faire") il più
possibile ogni ambito della società, affidando ai privati, aziende, e organismi
super-aziendali (corporazioni) anche le responsabilità che oggi sono affidate
allo Stato, e basando le regole sociali sul condizionamento anzichè sulla
coercizione. Perciò in quanto antistatalista è addirittura un accentuazione del
capitalismo, ma in modo MERITOCRATICO. Una vera meritocrazia non può altro che
giovare all'economia e all'uomo. Questo lo si può capire anche oggi vedendo il
cambiamento che avviene repentinamente in una persona quando da dipendente
diventa proprietario. Chi abbia assistito a questa tipica metamorfosi
concorderebbe certamente sulla distribuzione equa della proprietà e
sull'eliminazione del castrante concetto stesso di dipendenza, schiavitù
concordata. Se non si abbia presente ciò, basterà appurare ad esempio la ben
nota differenza di produttività tra un latifondo e l'appezzamento di un
coltivatore diretto, intese sia per lavoratore che per ettaro, per constatare
di quanto il lavoro dipendente sia meno produttivo rispetto a quello in
proprio. Anche senza dover ricorrere all'esempio del comunismo, dove nella
pratica si riproduce il capitalismo con la sola differenza che esiste un solo e
unico grande proprietario che è lo Stato, e non vi è alcuna partecipazione o
condivisione del potere da parte dei lavoratori, bensì lo Stato si sostituisce
ai capitalisti riproducendo i meccanismi tipici del capitalismo privato. Cambia
solamente il soggetto, è lo "Stato" che possiede i mezzi di produzione e
gestisce il plusvalore. Nelle aziende comuniste la direzione del lavoro è
affidata dallo "Stato" a burocrati di nomina politica, sovente incompetenti e
corrotti, naturalmente disinteressati al buon funzionamento dell'azienda e alle
condizioni dei lavoratori. Questa situazione comportava problemi rilevanti
negli stati le cui aziende erano proprietà dello Stato. Il primo è
l'inefficienza dei lavoratori, secondo la filosofia che "lavora bene o lavora
male sempre lo stesso salario percepisci", per cui un ritmo produttivo poco più
che normale diventava un eccezionale volontario "stakanovismo" da premiare. Il
plusvalore veniva eliminato si, ma nel senso che le aziende operavano in
perdita, e quando un plusvalore c'era veniva perduto nella bilancia commerciale
delle esportazioni, deficitaria a causa della vendita sottocosto di prodotti a
paesi liberalcapitalisti in cambio di percentuali illegalmente elargite ai
dirigenti aziendali dei paesi comunisti, non essendo i prezzi delle merci
regolati sulla base delle spontanee leggi dell'economia. Quindi i paesi
capitalisti sfruttavano il lavoro e le risorse dei paesi comunisti tramite la
corruzione dei loro politici. Ed i soldi della corruzione rimanevano comunque
nello Stato capitalista, nei conti bancari dei politici comunisti. Questo è il
motivo per cui la finanza internazionale ha tollerato (se non sostenuto) la
nascita e l'esistenza di stati comunisti fino a quando essi caddero da sè. Tale
distorsione nel sistema commerciale provocata dall'assenza delle più elementari
regole di mercato portava dei risvolti che risultavano evidenti nella
formazione di lunghe code davanti ai negozi, mentre per i beni non di "prima
necessità" ci si doveva mettere in lista d'attesa. Ad esempio per l'acquisto di
un'automobile in Urss negli anni '80 arrivava il proprio turno per l'acquisto
in media dopo tre-quattro anni. Questa situazione provocava inevitabilmente un
esteso mercato nero delle merci, soprattutto di quelle straniere, gestito dalla
mafia russa. Il mercato nero consentiva ai ricchi di accedere a prodotti
altrimenti irreperibili senza "fare la fila". E quindi era tollerato in
ambienti politici, in quanto in Urss i politici comunisti grazie alla
corruzione erano gli unici ricchi. Da qui la necessità di mantenere un ambiente
illiberale in ambito lavorativo e più esteso in generale in tutta
l'organizzazione statale, per tacciare le sicure critiche dei lavoratori ai
dirigenti e a tutto il sistema. In Italia, fin dal 1933 il paese occidentale
col maggior numero di aziende statali, la loro gestione era affidata all'I.R.
I., ed il suo noto deficit costante da l'idea di quanto inefficiente sia il
sistema statalista. Passare dal comunismo alla socializzazione sarebbe stato
molto semplice, sarebbe bastato che lo Stato dicesse ai lavoratori "il lavoro è
vostro", ed invece nei paesi ex-comunisti hanno preferito vendere tutto sul
mercato capitalista del miglior offerente, incamerando subito grandi cifre ma
irrisorie in confronto al valore reale, cifre che dopo un anno si sarebbero già
esaurite, e per di più trovandosi senza possedere quelle proprietà fonte di
introiti, e con i concittadini poveri come prima.

Wikipedia da questa definizione: *La base della socializzazione è l'assenza
del lavoro dipendente, ovvero ogni entità produttiva apparterrebbe in egual
misura a tutti i suoi lavoratori, senza più padroni né dipendenti. Ciò a
differenza del capitalismo, dove un'entità produttiva è di proprietà di una
persona o di una società di persone anche estranee alla produzione, mentre la
produzione è affidata a lavoratori dipendenti. E a differenza del comunismo,
dove la proprietà è sostituita "dallo stato" ("dittatura del proletariato") e
viene gestita tramite burocrati di nomina politica, spesso incompetenti e
disinteressati ai lavoratori ed al buon funzionamento della produzione. La
socializzazione non abolisce il sistema capitalista ma solamente ridistribuisce
la proprietà ed elimina i rapporti umani di sudditanza e dipendenza salariati
(che siano essi da parte di altre persone o dallo "stato"), confidando sulla
naturale maggior responsabilizzazione dei lavoratori di fronte all'
autogestione del loro lavoro e del loro capitale. Similmente al capitalismo, la
teoria socializzatrice prevede il diritto alla proprietà privata, la libertà d'
iniziativa economica, il rispetto della legge della "domanda-offerta" e della
libera concorrenza. Tuttavia la grande differenza sta nell'autogestione di
tutto ciò, dando quindi perlomeno un senso di controllo della propria vita a
tutti i lavoratori ed uno stimolo alla partecipazione. La socializzazione, a
differenza della collettivizzazione comunista, non prevede l'attuazione dei
propri contenuti dottrinali mediante una rivoluzione espropriativa, ma mediante
la proibizione legislativa del lavoro salariato e la contemporanea concessione
di un credito sociale. La gerarchia e la divisione dei guadagni delle grandi
aziende sarebbe stata decisa elettoralmente da tutti i partecipanti
all'azienda, nello stile del corporativismo e in un'ottica di meritocrazia. La
definizione originaria di Ugo Spirito era "corporazione proprietaria", ovvero
la corporazione che diventa proprietaria dell'azienda.*

Assodato cosa è la socializzazione, come applicarla? Assodato il fatto che
esistendo i proprietari (e quindi anche i furbi parassiti che gli ruotano
attorno) ogni tipo di pianificazione lavorativa-societaria comporterebbe il
boicottaggio da parte loro, ogni ipotesi di voce in capitolo da parte dei
dipendenti sarebbe inevitabilmente stroncata o ridimensionata. Vuoi per
l'inevitabile corruzione dei rappresentanti dei lavoratori da parte dei
padroni, vuoi per il boicottaggio stesso delle decisioni dei rappresentanti
corporativi da parte del padronato (boicottaggio attuato tramite sottili
ricatti e terrorismo, probabilmente), un pò come è oggi con i sindacati. In
definitiva qualora la socializzazione venisse applicata parzialmente (cioè
senza abolire il lavoro dipendente), essa verrebbe stroncata negli stessi
identici modi in cui è già stata stroncata a suo tempo (25 luglio 1943 e 25
aprile 1945), e non si vede motivo per il quale non dovrebbe esserlo anche
oggi. I potenti di oggi non sono più gentili di quelli di un tempo. Per
evitarlo bisogna imparare proprio da quegli errori fatti a suo tempo e quindi
togliere del tutto ai suoi nemici la capacità di stroncarla sul nascere. Visto
che questa capacità si basa sul potere economico, è evidente l'impossibilità di
applicare all'economia una qualunque pianificazione politica che però preveda
il mantenimento dell'attuale sistema lavorativo basato sulla proprietà
accentrata ed il lavoro umano come merce. Tale sistema va quindi
necessariamente eliminato del tutto così come è stato eliminato lo schiavismo,
e base ne deve essere proprio il considerare l'attuale concezione del lavoro
salariato una forma di odierno schiavismo istituzionalizzato. E come lo
schiavismo è inefficiente perchè frustrante e coercitivo, e deve essere
criticato sulla base di questi motivi.

La socializzazione inoltre porterà una situazione che permetterà
l'applicazione di sistemi fiscali e sociali che con l'attuale sistema liberale,
causa soprattutto le divergenze di interessi particolari, sarebbero
improponibili. Vengono qui descritti anch'essi.

La socializzazione si basa sull'emissione del credito sociale. Ma non sarebbe
possibile favorire il passaggio delle proprietà solo tramite il credito sociale
senza la supertassazione del lavoro dipendente, in quanto le normali cifre di
mercato richieste sarebbero inizialmente troppo elevate.
All'atto del decreto si decide semplicemente l'emanazione di una nuova
imposta sui lavoratori dipendenti (esclusi determinati casi più sotto
elencati), che si incrementi un mese dietro l'altro (di 100 euro al mese?),
fino a raggiungere dopo pochi mesi livelli insostenibili. Nulla più. La prima
banale possibilità per i proprietari sarebbe aumentare i prezzi, diminuire gli
stipendi, e licenziare, inimicandosi però la popolazione. La seconda e più
realistica ipotesi sarà di spingerli a vendere ai dipendenti quote di società e
quindi a farli diventare soci anzichè dipendenti. I proprietari potranno
accordarsi con i dipendenti sulle modalità per il trapasso della quota di
proprietà e siglarlo presso un notaio. Come si può vedere, non corrisponde ad
un indennizzo per esproprio, ma ad una normale transazione notarile. Ovviamente
essendo pressati dall'imposta sul lavoro dipendente, i proprietari dovranno
abbassare le cifre richieste fino ad un livello che sia accessibile ai
lavoratori. A tale scopo verrà emesso tramite le normali banche (previamente
anch'esse sottoposte a socializzazione) un "credito sociale" grazie al quale i
dipendenti potranno venire incontro alla cifra richiesta dal proprietario per
la cessione delle quote di azienda. Questo credito sarà a lungo termine (ma con
scadenza massima dell'estinzione all'atto del pensionamento) e la sua
estinzione sarà garantita alle banche dalle leggi statali (ma tramite
assicurazioni private) anche in caso di futuro fallimento dell'azienda
(assicurazione obbligatoria contro il fallimento) o di morte del debitore
(assicurazione sanitaria). La banca non potrà rifiutarlo, ma vi sarà un limite
massimo (50.000 euro?) eventualmente variabile a seconda del livello e voto
scolastico conseguito. Le banche potranno fare fronte alla iniziale necessità
di liquidità mediante il vincolamento dei fondi. Essi saranno versati
direttamente in un conto corrente intestato al vecchio proprietario (o ai
vecchi azionisti) nella stessa banca, ma rimarranno in una certa percentuale
vincolati, con la svincolazione ad esempio di un 10% all'anno. Questo con lo
scopo di non prosciugare le liquidità delle banche e per evitare che gli ex-
proprietari accaparrino l'intera cifra portandola all'estero (colui il quale
facesse ciò con la parte fino a quel momento accessibile, si vedrà sequestrata
la restante parte). Per incentivare la velocità del trapasso di proprietà,
prima esso avverrà rispetto alla data di scadenza e in minor misura soggetto a
vincolo sarà il fondo. Va da se comunque che tanto prima il proprietario
venderà, e maggiore possibilità contrattativa avrà nei confronti dei dipendenti
acquirenti. Per i proprietari che non intendono avviare le trattative e
mantenessero tutto com'è, dovendo pagare mese dopo mese cifre sempre più alte
per ogni dipendente, l'unica previsione possibile è in definitiva lo spontaneo
fallimento dell'azienda secondo le leggi attualmente vigenti, al che il
proprietario perderebbe tutto, e non essendoci probabilmente altri compratori
l'azienda andrebbe di proprietà agli stessi propri dipendenti che
l'acquisterebbero sempre col credito sociale, ma stavolta all'asta fallimentare
(i cui ricavi, come da leggi attualmente vigenti, andrebbero ai creditori, non
all'ex proprietario) pagando nulla più che la base d'asta (in quanto unici
partecipanti). Le ultime aziende a rimanere non socializzate probabilmente
fallirebbero anche per mancanza di manodopera perchè i dipendenti residui,
potendo usufruire del credito sociale, si licenzierebbero per entrare in
aziende già socializzate.

Anche per le proprietà pubbliche la socializzazione di esse richiederà una
cifra equa da versare allo stato o all'ente locale proprietario. Questo anche
per evitare differenze economiche iniziali tra le aziende socializzate dal
pubblico e quelle socializzate dal privato. La socializzazione delle proprietà
pubbliche avverrà prima che di quelle private, e sarà grazie alle cifre così
incamerate che lo Stato potrà far fronte alle cifre fornite col credito sociale
tramite le banche ex-controllate (che saranno ovviamente le prime ad essere
socializzate e quindi a fornire il credito sociale), rimpinguate da questi
introiti statali.
Per quanto riguarda liberi professionisti, piccoli commercianti, coltivatori
diretti, aziende a conduzione familiare, tutto rimane invariato come è oggi.
Il credito sociale potrà essere utilizzato anche per l'acquisto di negozi o
veicoli professionali (es. taxi), o per aprire nuove attività (sia da soli che
in società) o acquisire licenze.
Per ottenere il credito sociale e possedere quote di un azienda bisognerà
aver compiuto 18 anni.
Si tenga presente che nel testo quando si parla di azienda ci si riferisce
anche ad aziende aventi un unico socio, ad esempio i negozi. Ogni persona che
possieda anche da solo un attività economica (esclusi quindi i dipendenti)
dovrà costituirsi in azienda, per ovvi motivi fiscali (corrisponde in pratica
all'odierna necessità di "partita iva").

L'incremento dell'imposta sulla dipendenza si fermerà quando il livello dei
dipendenti totali sul territorio nazionale sarà sceso sotto il 5%. Dopodichè
l'imposta rimarrà stabile. Probabilmente ci sarebbe un iniziale impennata di
inflazione se i proprietari provassero a far ricadere sui prezzi il costo di
questa imposta. Questa inflazione sarebbe a tutto loro svantaggio in quanto dai
prezzi aumentati non si torna indietro, ed una volta fermata questa inflazione
(sia per l'applicazione della fiscalità monetaria, sia per la stabilizzazione
dell'indice dei prezzi dovuta alla concorrenza delle aziende neo-socializzate,
esenti dal peso di questa imposta) si troverebbero con una cifra ricavata già
svalutata, a tutto vantaggio sia delle banche e sia della capacità di
restituzione dei debiti da parte dei neo-proprietari. Inoltre a tutte le
aziende socializzate verrà applicato subito il sistema fiscale descritto più
sotto, mentre per le aziende non ancora socializzate fino a che non avverrà la
socializzazione rimarrà il sistema fiscale vigente oggi, sicuramente più
pesante.
La "frenesia" iniziale dei neo-proprietari potrebbe portare anche ad un
repentino aumento della pretesa di plusvalore sui beni, che però per un altro
effetto psicologico si sovraporrebbe (senza sommarsi quindi) al plusvalore
comunque già provocato dalla fiscalità monetaria, ma una volta assestato
l'indice dei prezzi ed annullata l'inflazione questi si autocompenserebbero per
la legge della concorrenza (vedi discorso sul plusvalore all'inizio del testo)
rimanendo poi fissati definitivamente al plusvalore ideale per ogni bene e
quindi riportando il rapporto tra prezzi e guadagni al livello iniziale.
Poi ad attenuare ulteriormente l'esigenza di plusvalore su merci e servizi
interverrà l'assicurazione obbligatoria contro il fallimento, che verrà in
pratica a limitare l'attuale esigenza di accumulare capitali da parte di un
azienda. Ovviamente tale assicurazione non coprirà le bancarotte fraudolente,
la cui responsabilità sarà a carico penale e pecuniario del colpevole. A tale
copertura esisterà un assicurazione sulle responsabilità penali, non
obbligatoria per tutti ma obbligatoria per chi ricopra incarichi delicati come
la gestione di aziende aventi oltre un certo numero di soci.
Esempio: se il responsabile della gestione di un azienda perde i soldi al
casinò, questa è bancarotta fraudolenta, ed il responsabile è punito e
condannato a rifondere l'intera cifra nell'arco del periodo detentivo (e, solo
se assicurato, coperta dall'assicurazione penale fino ad un certo limite di
franchigia). Se invece il fallimento avviene a causa dell'apertura di un altra
attività concorrente, l'azienda sarà coperta dall'assicurazione sul fallimento,
e la compagnia assicurativa potrà rivalersi sul politico che ha autorizzato la
licenza al concorrente. Tuttavia, stante i pro ed i contro il politico nel
concedere una licenza valuterà proprio questa possibilità, ed esigerà
previamente di conseguenza dall'attività cui concede la licenza
l'accantonamento di una cifra necessaria a coprire questa eventuale spesa.
Quindi se i vantaggi della concessione saranno superiori agli svantaggi, egli
riterrà opportuno concedere la licenza. Questo meccanismo porterà una
razionalizzazione nell'emissione delle licenze ed eliminerà la possibilità di
corruzione insita in esse (è in pratica esso stesso una "corruzione
regolamentata"). Potrà essere applicata anche nei confronti delle licenze
edilizie con un apposita polizza (esempio: una casa svalutata dalla costruzione
di un palazzo che le proietta ombra).

Tenendo conto che le differenze di potere d'acquisto tra persone sarebbero
notevolmente appianate, tutti avrebbero la possibilità di fare fronte a
determinate spese oggi accessibili solo ad una minoranza, ad esempio quelle
assicurative, perchè questo appianamento verrebbe compensato secondo la legge
del costo di opportunità, per cui l'indice dei prezzi verrebbe ad adeguarsi a
livelli differenti rispetto ad oggi, con un aumento dei prezzi dei beni meno
costosi (a fronte del rialzo del potere d'acquisto minimo e del costo di
opportunità) ed una diminuzione dei prezzi dei beni più costosi (a causa della
diminuzione del costo di opportunità), causando un leggero appianamento del
vertice della piramide sociale nelle differenze di potere d'acquisto a tutto
favore di una distribuzione più equa tramite questa spontanea diminuzione della
forbice dei prezzi, per la quale tra l'altro i beni più lussuosi verrebbero
implicitamente a scomparire in quanto non più remunerativi per i fabbricanti.
Grazie a ciò sarebbe possibile eliminare i sistemi sociali gratuiti quali
quelli sanitari e scolastici ad esempio, che verrebbero anch'essi socializzati
ossia privatizzati ai loro lavoratori. A tale scopo nell'eventualità di
rilevanti spese sanitarie impreviste verrebbe resa obbligatoria l'assicurazione
sanitaria, fermo restando il fatto che tutti avrebbero la possibilità di fare
fronte a questa spesa assicurativa, in quanto essa rientra oggi tra i beni più
costosi che con la socializzazione subirebbero una svalutazione, maggiore
grazie anche all'ampia diffusione e alla libera concorrenza, nonchè al fatto
stesso che non pesando più sulle imposte il SSN, la spesa per l'assicurazione
verrà a sostituire equamente la cifra precedentemente sottrata con le imposte
per il SSN e per l'INAIL. Per la scuola verrebbe messo a disposizione un
"credito formativo" destinato ad essere restituito durante la vita lavorativa,
ed integrato con borse di studio (a carico delle corporazioni interessate)
contingentate, basate sui voti scolastici.
Anche per il prelievo fiscale, essendo notevolmente appianate le differenze
economiche, verrebbe meno la necessità di tutta la giungla di vari balzelli e
di imposte progressive basate sul reddito, sostituite da un numero limitato di
tipi di tributo, con alla base un imposta forfettaria (700-1.000 euro all'anno.
Esclusi studenti, casalinghe, e pensionati) comunale che funga anche da
incentivo alla produzione, oltrechè per eliminare la possibilità di evasione
fiscale sul reddito. Sarà raccolta dai difensori civici (vedi capitolo
apposito) ed ognuno di essi ne stabilirà la cifra esatta entro la gamma
succitata. Questo, tenendo presente che questa diminuzione di pressione fiscale
verrà riequilibrata dalle sopravvenute spese assicurative e dalle restituzioni
dei crediti, che in definitiva verranno a costituire un equo sostituto
funzionale delle imposte dal punto di vista del peso economico sul cittadino.
Gli altri tributi, su prodotti (iva e dazi) e aziende avrebbero scopo primario
di pianificazione economica, e non più di mero introito fiscale. Ad esempio le
attività di utilità sociale ma improduttive (es. sanità e scuola) saranno
defiscalizzate, mentre quelle di lusso (superflue e socialmente inutili, es.
costruzione di yacht, le squadre di calcio professioniste) saranno
iperfiscalizzate. Il concetto stesso di spesa pubblica verrà separato e reso
indipendente dagli introiti fiscali, i quali fungerebbero solo da base della
copertura delle spese pubbliche, il cui disavanzo verrebbe azzerato
dall'integrazione con emissione di moneta decrementante (fiscalità monetaria).
Le imposte finora elencate saranno incamerate solo dallo Stato o dai comuni. Lo
Stato provvederà a redistribuirle agli enti locali a seconda del numero di
abitanti (il cui calcolo sarà a cura della ragioneria generale dello Stato) e
di eventuali esigenze accuratamente vagliate (es. fondi speciali per comunità
montane o aree terremotate). Lo Stato redistribuirà solo alle regioni, le
regioni alle provincie, le provincie ai comuni. Per quest'ultimo passaggio,
visto che i comuni incamerano già da sè imposte, la redistribuzione sarà molto
limitata o anche nulla. Inoltre lo Stato fornirà un finanziamento alle
corporazioni, a seconda degli iscritti ed in percentuale alle rispettive quote
fisse di iscrizione. I comuni potranno ottenere ricavi anche dalle licenze
emesse (es. taxi ed edilizie) e, nel caso le normali entrate non bastassero,
richiedere ai cittadini altri contributi ma solo per determinate spese fisse
oppure "una tantum" nel caso di spese eccezionali giustificate, registrate in
un bilancio pubblico accessibile a tutti. Esempio: eventuali contributi per
famiglie numerose saranno delegati solo ai comuni. In tal caso le cifre
distribuite dovranno corrispondere in bilancio alla cifra totale esatta
prelevata con l'imposta apposita. La verifica di questi bilanci sarà
accessibile a tutti tramite pubblicazione in bacheca nella sede comunale ed in
siti web.
I comuni non potranno discriminare sui contributi elargiti. Esempio: nei
comuni bilingui non potranno far differenza tra cittadini di un etnia rispetto
ad un altra.
Stante la differenza di prodotto pro capite tra varie zone dello Stato, la
redistribuzione dallo Stato alle regioni potrà non essere identica ma suddivisa
in tre zone: nord, centro, sud. La differenza di redistribuzione pro capite
sarà comunque minima. Facendo un analisi ponderata, probabilmente lo Stato
cederà a regioni e corporazioni qualcosa come il 95% della sua entrata
fiscale.

Abolizione della necessità dei resoconti di bilancio (e quindi anche degli
scontrini fiscali e delle bolle d'accompagnamento), i quali potranno sussistere
solo a scopo interno all'azienda. Ridimensionamento quindi di tutto il sistema
fiscale statale (corte dei conti, guardia di finanza, ecc) e della corruzione
legata ad esso. I registratori di cassa avranno mera funzione di calcolatori,
eventualmente registrando gli incassi per scopi interni, potendo emettere
scontrini non fiscali su richiesta del cliente (nel caso debba ottenere
rimborsi da terzi). Saranno anche demandati a terminali di pagamento bancomat e
carte di credito, e ad accumulatori di tessere decrementate (vedi capitolo
sulla fiscalità monetaria). Per questo motivo saranno comunque sottoposti alle
attuali regole sulla sigillatura dei registratori di cassa. Comunque non sarà
obbligatorio averlo, a patto di avere un blocco intestato col quale emettere le
ricevute per rimborsi da terzi.

Non esisteranno più Spa nè Srl, nè altri tipi di società anonime
(accomandita, ecc.), nè fondi comuni di investimento, nè casse peota, nè buoni
statali o postali, e quindi nemmeno le società finanziarie che oggi si occupano
della loro gestione. Saranno invece permessi i consorzi (che verrebbero
praticamente a rappresentare sottosezioni delle corporazioni) e le cooperative;
quest'ultime però non avranno personalità giuridica. I bot (e similari)
esistenti saranno via via restituiti facendo fronte alla spesa con l'emissione
della moneta decrementante. Per le obbligazioni, le aziende dovranno liquidarle
definitivamente alla scadenza, anche facendo ricorso al normale credito
bancario; potranno essere prolungate per un anno se eccedenti una certa cifra.
Saranno tassati gli investimenti liquidi, azionari, immobiliari, ed
obbligazionari all'estero (ma non le acquisizioni produttive, che saranno
esenti da tasse) sia di aziende che di privati. L'unica forma di risparmio
nazionale saranno implicitamente i conti correnti bancari e le assicurazioni
sociali. Le banche continueranno a mantenere la loro attuale funzione base, ma
come ogni altro ambito diventeranno di proprietà dei loro lavoratori. Ogni
ufficio bancario sarà un azienda a sè, ma più uffici potranno rimanere uniti,
mantenere un identificazione comune (come filiali), e contabilità comuni dei
correntisti (non dell'azienda) mediante l'applicazione del concetto di "joint
venture". Stessa cosa per le compagnie assicurative ed i servizi postali.
Questo sarà incentivato mediante una imposta fissa che ognuna di queste joint
venture dovrà pagare, imposta che verrebbe equamente suddivisa per ogni filiale
cosicchè più filiali unite pagheranno cifre proporzionalmente inferiori pro
capite, mentre una singola azienda del settore che non si affilia ad altre
dovrà pagare interamente da sola una cifra insostenibile. Questo eliminerà il
proliferare di piccole società finanziarie. L'entità dell'imposta sarà adattata
per far in modo che sia sostenibile solo da un gruppo formato da più di 15
filiali. In questo modo la quantità di marchi bancari in Italia dovrebbe
rimanere grossomodo quella attuale, o di poco inferiore.
Alle banche saranno proibiti investimenti speculativi all'estero (potranno
solo possedere proprie filiali). Tuttavia potranno ovviamente finanziare
aziende che investono all'estero. Ogni banca sarà assicurata contro il
fallimento, in modo che i risparmi siano garantiti. Stante i suddetti divieti
di speculazioni, il rischio di fallimento bancario sarebbe comunque molto
basso. Inoltre, anche se fallisse una singola agenzia (ipotesi già più
plausibile), i conti correnti sarebbero legati alla joint venture, e non alla
singola filiale.
Si tenga conto che grazie all'applicazione della "fiscalità monetaria"
l'inflazione cesserà di esistere, quindi una cifra depositata in banca anche
dopo anni avrà lo stesso valore reale che aveva al momento del deposito. Questo
renderà convenienti i conti correnti e/ma permetterà alle banche di offrire ai
correntisti interessi più bassi rispetto ad oggi. Ma di conseguenza anche di
chiedere interessi più bassi ai debitori. Per lo stesso motivo, l'oro cesserà
di essere accumulato come investimento, e così anche le valute estere che
ovviamente perderebbero valore col passare del tempo rispetto alla moneta della
nazione socializzata. Ma nonostante il tasso di interesse diminuito, gli
stranieri che detengano un conto corrente in una banca italiana, al cambio con
la loro moneta otterrebbero probabilmente la stessa cifra netta equivalente
agli interessi odierni.
Essendo ridotti i margini di azione delle banche (vista la suddetta
abolizione degli investimenti speculativi), esse si troveranno detentrici di
più grandi eccedenze di depositi rispetto ad oggi, e questo si tradurrebbe in
un ulteriore ribassamento dei tassi di interesse. Per una banca quindi l'unica
forma di accumulazione disponibile rimarrebbe quella cartacea, ovvero il denaro
corrente il cui valore è basato sulla fiducia nella convertibilità assicurata
dallo Stato. Essendo che una banca per avere una somma in denaro fisico deve
cedere al conto corrente dello Stato quella somma, le eccedenze bancarie
verrebbero quindi indirettamente incamerate dallo Stato alla pari di un titolo
di Stato ma senza gli interessi (cioè senza creare debito pubblico). Logica
vuole che questa valuta accumulata sia un valore permanente, non decrementabile
(per le due monete vedi il capitolo sulla fiscalità monetaria). Anche per
questo motivo le banche tenderebbero a conservare la valuta stabile ed a cedere
ai clienti quella decrementante, e quindi a differenziare secondo listino il
valore tra i due tipi di monete, ancorando le cifre dei conti correnti alla
moneta decrementante e non a quella stabile. E' implicito che maggiori saranno
le eccedenze bancarie e maggiore sarà il costo della moneta stabile, venendo
però incontro a regolarne il valore effettivo congiuntamente alla legge domanda-
offerta del mercato e con la creazione apposita ad uso esclusivamente bancario
di valori nominali di taglio maggiore (fissati inizialmente a 5.000 e 10.000
euro, ma poi lasciati liberi di fluttuare) come bene accumulabile dalle banche
alla pari di un titolo di Stato, ma senza interessi perchè l'unica alternativa
ad essi sarebbero gli investimenti all'estero, poco fruttiferi a causa della
svalutazione delle monete estere in confronto a quella nazionale. Inoltre visto
che questi tagli non sarebbero paragonabili ai restanti tagli inferiori (in
quanto esclusi dal mercato normale) essi non sarebbero sottoposti al tasso di
cambio con la moneta decrementante e quindi la banca che ne richieda la stampa
al poligrafico pagherà solo la cifra esatta di quel taglio (più il costo di
stampa), e questa cifra potrà poi variare a seconda del valore riconosciutogli
dal mercato cosicchè anche l'acquisto dal poligrafico segua questa variazione
come da listino. La flessibilità nella quotazione sostituirà la necessità di
riserva minima obbligatoria come anche le variazioni di questo requisito
sarebbero automaticamente regolate dalla fluttazione del valore di questi
titoli, influendo sui tassi di interesse. L'eccessivo accumulo porterebbe ad
una svalutazione di questi valori nominali (non della valuta normale, in quanto
svincolata da essi), per cui raggiunta una certa quotazione la differenza tra
essi e l'investimento all'estero si bilancierà rendendolo conveniente (sulla
logica del rapporto costante tra il PNL ed il PIL). E' implicito che saranno
più fruttiferi gli investimenti fatti in paesi con la svalutazione minore, ma
tenendo conto che maggiori sono i flussi di denaro verso essi e maggiormente
aumenterebbe la svalutazione della loro moneta, gli investimenti non andrebbero
esclusivamente nel paese con la minore svalutazione, ma distribuiti tra gli
svariati paesi più affidabili oppure in quelli dove gli utili siano
particolarmente appetibili a prescindere dal rischio della svalutazione del
capitale investito.
Le proprietà all'estero non dovranno essere investimenti immobiliari ma
acquisizioni produttive. Le aziende italiane potranno detenere proprietà
produttive o filiali commerciali all'estero, secondo le leggi vigenti nei
rispettivi paesi. Ma per i lavoratori italiani di queste varranno le regole
italiane. Per non sembrare ipocriti (ovvero socializzatori all'interno ma
sfruttatori all'estero) ogni proprietà all'estero dovrà avere un numero di
dipendenti proporzionato al numero di soci dell'azienda (es. 1x1).
Dato l'appiattimento dei margini d'azione bancari, probabilmente banche a
breve termine e banche d'affari (es. mediobanca) verranno ad omologarsi in un
unica media categoria. Di conseguenza anche tutte le diverse tipologie di
banche (casse di risparmio, crediti cooperativi, ecc) verranno ad uniformarsi
in un unica tipologia bancaria base (depositi-prestiti).
Il calcolo dell'interesse annuale si baserà sulla media mensile del minimo e
del massimo raggiunti, ovvero verranno sommate le cifre minima e massima di
ogni mese ed il totale diviso per 24; a questa cifrà verrà aggiunta la sua
percentuale di interesse. Per evitare frodi il calcolo avverrà comunque fino ad
una certa forbice massima di differenza con base la cifra minima raggiunta.
La banca d'Italia sarà abolita. Ogni banca aprirà un conto corrente intestato
allo stato, e questi sostituiranno la tesoreria unica. In questi conti verranno
versate le tasse da parte dei cittadini correntisti di quella banca, e verranno
prelevate per liquidare le spese dello stato ai fornitori di servizi, limitando
quindi tali operazioni a movimenti compensativi interni a ciascuna banca. Dai
conti statali nelle banche nelle quali il conto dello stato sarà in positivo
verrà trasferita nei conti delle banche nelle quali il conto è in negativo la
differenza per portarli a zero. I conti statali non saranno sottoposti ad
interessi. Il controllo sarà affidato alla Corte dei Conti, alla quale ogni
movimento dei conti statali sarà riportato in tempo reale via web dalle sedi
centrali delle banche (mentre le singole filiali riferiranno solo alle
rispettive sedi centrali).
La borsa, scomparsi i mercati azionari, sussisterà solamente per il mercato
delle merci e quello delle monete internazionali. I broker dovranno essere
emissari di aziende, non liberi speculatori.

Per chi è già in pensione resterà tutto invariato, continuerà a percepire la
pensione attuale con fondi forniti dallo stato all'inps e all'inpdap
socializzate fino a che non scompaia l'ultimo avente diritto. Per gli altri il
pagamento delle quote ad inps e inpdap non sarà più obbligatorio. Per chi al
quale mancano meno di 10 anni per la pensione, una volta raggiunta, tutto
rimarrà invariato, ovvero percepirà la pensione maturata fino alla data
dell'ultimo contributo versato. Per chi al quale mancano più di 10 anni potrà
venire liquidata subito la quota inps accumulata finora, ed utilizzata in
aggiunta al credito sociale (la cui cifra ricevuta in prestito dalla banca
potrà essere inferiore quindi) per l'acquisto della quota di azienda.
Le pensioni statali verranno abolite (anche l'inps sarà socializzata alla
stregua di una compagnia assicurativa privata), sostituite da fondi
pensionistici assicurativi privati volontari ma parzialmente obbligatori
(pensione minima). Questo tenendo conto che all'atto della cessazione del
lavoro la persona venderà la sua quota di azienda ricavandone l'equivalente di
una liquidazione. La quota potrà essere venduta a chi esce dal mondo della
scuola e riceve il credito sociale (nel caso fosse il proprio figlio, potrà
ereditare la quota senza ricorrere al credito sociale), oppure ad un altro
lavoratore che cambi azienda (anche per fallimento della sua). Per chi al quale
mancano meno di 10 anni alla pensione, la pensione inps accumulata viene
mantenuta perchè la quota di azienda percepita dalla vendita all'atto della
pensione sarà probabilmente utilizzata immediatamente per l'estinzione del
credito sociale ricevuto, e quindi al pensionato verrà a mancare tale cifra la
quale per i pensionati futuri rappresenterebbe una liquidazione con cui
integrare la pensione privata ed i risparmi accumulati in più di 10 anni di
socializzazione.
L'assicurazione pensionistica obbligatoria dovrà essere stipulata a partire
da non più tardi dell'età di 30 anni. Le compagnie assicurative potranno
prelevare coattivamente dal conto corrente la cifra per la stipula
dell'assicurazione. Qualora il conto fosse insufficiente o assente, interverrà
il reato di morosità. La compagnia dovrà comunque assicurare coattivamente la
persona, secondo i parametri minimi stabiliti. Segnalare ad un istituto
previdenziale convenzionato gli assicurabili sarà compito della corporazione,
qualora essi non provvedano da sè.

Essendo tutti lavoratori indipendenti, non esisteranno regole per la fine del
lavoro (pensionamento), ognuno si ritirerà quando deciderà di farlo oppure
quando almeno il 90% dell'assemblea aziendale lo giudicherà inadatto al lavoro
(ma pur non lavorando non sarà obbligato a vendere la quota, vedi più sotto).
Tuttavia con la quota ricevuta egli potrà entrare in un altra azienda
acquistandone una quota, se tale azienda lo accoglierà.
Per il conseguimento della pensione ogni compagnia stabilirà le sue regole.
Per la pensione minima la corporazione "previdenza" stabilirà regole
obbligatorie a cui ogni compagnia dovrà attenersi, tra cui convenzioni con case
di riposo ed enti locali. Il pagamento dell'assicurazione sanitaria sarà
coperto dall'assicurazione pensionistica minima solo dopo i 70 anni. A partire
dagli 80 anni sarà possibile scegliere tra continuare a percepire la pensione
oppure stabilirsi in una casa di riposo convenzionata. L'assicurazione
pensionistica minima avrà valore di reversibilità, ma non avrà valore di
assicurazione sulla vita; altri tipi di assicurazione pensionistica prevedibili
potrebbero invece averla, a seconda del contratto.
Un pensionato potrà svolgere lavoro dipendente stagionale. Potrà anche
candidarsi come "difensore civico" (vedi capitolo dedicato) dopo apposito corso
istruttivo.
Ogni pensionato avrà diritto gratuitamente ad un area coltivabile in gestione
cooperativa per autoconsumo. La localizzazione delle aree utilizzabili sarà a
cura del difensore civico.

I servizi pubblici su licenza (taxi ad esempio) saranno assegnati sulla base
dell'offerta economica annuale che l'interessato proporrà di pagare all'ente
concedente la licenza (comune). Ad esempio, chi desideri ottenere una licenza
dovrà offrire una cifra superiore che lo faccia rientrare in una gamma sulla
base di una cifra minima incrementante di una determinata cifra minima alla
volta (partendo da un limite minimo iniziale). Ossia se per l'ultima licenza
emessa dal comune la cifra è 10.000, egli dovrà superare questa cifra di un
tot, tipo offrire 10.100 euro da versare annualmente al comune. In questo modo
si eliminano i guadagni sproporzionati ed in nero solitamente appannaggio delle
categorie su licenza, e si limita e regolamenta il mercato nero delle licenze.
E l'esercizio abusivo sarà condannabile non in sè, ma per l'evasione fiscale
conseguente. I detentori di licenze si dovranno riunire in consorzio (non più
di uno per categoria per ogni comune) nell'ambito della corporazione.
Per le licenze già esistenti ogni consorzio stabilirà la cifra uguale per
tutti da versare annualmente al comune. Gli attuali detentori, nello stabilire
tale cifra dovranno tener presente che tanto più essa sarà alta e meno
probabilità ci saranno che nuovi concorrenti vogliano ottenere licenze. Gli
attuali singoli detentori che giudichino tale tassa troppo alta potranno solo
restituire la licenza al comune oppure venderla (ovviamente per la cifra di
mercato, che equivarrebbe più o meno alla cifra decisa dal consorzio per il
canone annuale). Ad ogni scadenza annuale ognuno pagherà la cifra pagata l'anno
precedente, ovvero i detentori originari pagheranno sempre la cifra decisa
inizialmente dal consorzio, mentre quelli subentrati pagheranno sempre la
stessa cifra superiore che essi hanno proposto al comune all'atto del rilascio.
Per le licenze passate di mano si pagherà la cifra a cui quella licenza è
ancorata. Ovviamente nella cessione sarà il venditore ad intascare l'eventuale
differenza.
Anche le licenze per il commercio ambulante seguiranno tale pratica.
Le tariffe espresse in termini di monopolio (es. taxi) dovranno essere
autorizzate dal comune.
L'emissione di altri tipi di licenze (attività comerciali, ecc) ci si baserà
sullo stesso meccanismo ma senza gravare sulle licenze già esistenti. Ogni
nuova licenza dovrà offrire una cifra maggiore ma partendo da zero. Ovvero per
ogni comune una nuova licenza emessa in un determinato settore merceologico
pagherà ad esempio 1.000 euro in più rispetto alla licenza precedentemente
emessa. Per esempio la prima licenza emessa ex novo pagherà 1.000 euro
all'anno, la seconda 2.000 euro, la terza 3.000 euro, all'anno, per 5 anni
dopodichè l'imposta verrà azzerata. In questo modo le successive licenze emesse
sopravviveranno oltre i 5 anni solo se l'attività si rivela fruttuosa.
Ovviamente per ogni concessionario che restituisca la licenza oppure che superi
i 5 anni la graduatoria verrà riportata ad un livello più basso di un unità. Le
cifre di questa imposta dovranno essere più alte per i comuni più piccoli, più
basse per quelli più grandi (vista la differenza di grandezze in gioco).
Per quanto queste regole statali possano sembrare troppo vincolanti per i
singoli comuni, esse sono necessarie per riordinare un sistema che oggi è una
babele ed in quanto tale suscettibile di corruzione.
Gare d'appalto invece regoleranno la concessione delle linee di autobus
pubblici, affidate ai comuni per le linee urbane, alle provincie per quegli
extraurbani, mentre per quelli che interessino due provincie o due regioni
starà ai rispettivi enti locali accordarsi. In tali gare d'appalto le cifre
potranno essere sia in negativo, sia in positivo, sia zero. Ovvero se la linea
è vantaggiosa le aziende probabilmente offriranno soldi all'ente, mentre se è
in perdita li chiederanno. Visto che anche qui le tariffe saranno concordate
con gli enti locali.
Le fiere ed i mercati all'ingrosso saranno consorzio degli standisti.
Potranno affittare spazi agli itineranti.

Un azienda potrà anche suddividersi in diverse aziende più piccole. Questa
prassi è consigliata per evitare frizioni interne, agglomerizzazioni
organizzate, e centralizzazione del potere, e soprattutto perchè tanto più è
grande un azienda, e tanto più, espandendosi, può andare incontro a rendimenti
di scala decrescenti. Per incentivare la parcellizzazione, ogni società avente
oltre un certo numero di soci (50?) pagherà un imposta specifica. Viceversa,
per evitare un eccessiva frammentazione, ogni azienda pagherà un altra imposta
(tenendo conto però anche degli altri costi fissi per azienda). La cifra di
queste due imposte sarà adattata al fine di trovare un giusto equilibrio.
Parimenti, due o più aziende potranno fondersi tra loro. Esempio di imposta sul
numero di soci: da 1 a 50: 10.000 euro per azienda; sopra i 50 soci: 50.000
euro + 500 euro per ogni ulteriore socio. Esempio: i vari reparti di un
ospedale potrebbero essere ognuno un azienda, riunite in consorzio a formare
l'ospedale. Difatti altra imposta favorirà la creazione di consorzi tra aziende
in determinati settori, pesando da sola su aziende esterne a consorzi o venendo
suddivisa tra tutte le aziende riunite in un consorzio.
Per quanto riguarda le filiali di catene, potranno mantenere il marchio e le
forniture pagando una cifra alla ex casa madre, secondo l'attuale concetto di
franchising. Anche per le ex-proprietà straniere nel settore produttivo, le
aziende socializzate potranno mantenere marchio e forniture pagando una cifra
fissata dalla SpA estera (es. supermercati Auchan). Per quanto riguarda le
filiali commerciali invece sarà l'opposto, l'azienda agirà per conto della SpA
straniera alla quale vanno i ricavi, e la quale verserà all'azienda italiana
una cifra per il servizio espletato.
Le divisioni e le fusioni potrebbero essere utilizzate anche allo scopo di
salvataggio da fallimento.

Le quote percentuali di proprietà saranno uguali per tutti. Un socio non
potrà vendere la sua quota o parte di essa ad un altro socio, e tantomeno a chi
detenga già una quota in un altra azienda. Gli ex proprietari potranno
mantenere nell'azienda la propria quota uguale a quella di tutti gli altri. Nel
caso di Spa o Srl la cifra derivante dalla cessione verrà suddivisa tramite
l'ex Cda agli ex azionisti sulla base delle quote precedentemente possedute,
alla stregua di un o.p.a., compresi soci esteri (ai soli quali la cifra verrà
versata per intero e in una banca a loro scelta). Stesso discorso si applica
alle "scatole cinesi". Per le proprietà di società estere, sia immobiliari che
azionistiche, la cifra verrà versata nel loro bilancio, come una qualunque
transazione di azioni.
Le aziende socializzate si regolamentano da se tramite l'assemblea
corporativa di tutti i lavoratori. La suddivisione degli utili sarà decisa
dall'assemblea, mediante voto, alla pari di un bilancio. Non sarà
obbligatoriamente equa quindi. Ad ogni azienda starà decidere dall'assemblea
quanto ognuno dei propri soci dovrà percepire percentualmente e a seconda del
ruolo svolto e del tempo impiegato. Questo allo scopo di incentivare la
meritocrazia ed evitare la "fuga dei cervelli" verso altre aziende o
all'estero. Nulla vieterà che a presiedere un azienda sia l'ex proprietario, se
avrà la maggioranza dei voti. Regole per eventuali casse malattia, ferie,
turni, invalidità, pensione, eccetera, saranno decisi dall'assemblea, non più
da regolamenti univoci statali o sindacali. Tuttavia ogni persona potrà
rivolgersi per se stesso ad assicurazioni private. La votazione di un socio
entrante sarà per maggioranza semplice (50% + 1), mentre la votazione per
l'esclusione coatta di un socio dovrà superare il 90% di favorevoli. Qualora
l'amministratore non si trovasse d'accordo con le scelte dell'assemblea potrà
dare le dimissioni da amministratore. Nel caso un azienda non abbia un
amministratore nominato, le responsabilità saranno suddivise tra tutti i
soci.
Il "finanziamento del socio" (ovvero un prestito fatto da un socio alla
società) sarà permesso, ma non sarà regolato da leggi e quindi non sarà
riconosciuto legalmente. Sarà invece proibito alle banche concedere prestiti a
singoli soci aventi lo scopo di fornire questo tipo di finanziamento interno. I
prestiti da una banca ad un azienda dovranno andare solo nel conto corrente
dell'azienda, senza "intermediari".
Ogni azienda, volendo, potrà rivolgersi per la propria contabilità interna
anche ad un commercialista libero professionista esterno ad essa.
Nel decidere la percentuale destinata all'amministratore dell'azienda, si
terrà conto che esso, se l'azienda supera un certo numero di soci (es. 10),
dovrà stipulare obbligatoriamente l'assicurazione per le responsabilità
penali.

"Le assicurazioni sono il pane del futuro", Benito Mussolini.

Data l'estensione dell'utilizzo del sistema assicurativo (ed il suo fungere
da sostituto del peso fiscale), e data quindi la mole di suoi accantonamenti
mobiliari rispetto alle normali spese esso verrà a costituire indirettamente il
principale comparto contribuente fiscale dello stato, in sostituzione
dell'odierna immobilizzazione delle eccedenze dei fondi assicurativi. Il
contributo implicitamente dato alla spesa pubblica tramite l'accumulo delle
liquidità eccedenti in conti bancari sarebbe conseguenza della raccolta
bancaria di biglietti di Stato il cui valore è versato nei conti pubblici.
Questo meccanismo inoltre comparteciperà sia come causa che come effetto alla
razionalizzazione della politica sulla casa (vedi capitolo apposito).
Le singole compagnie dovranno assicurarsi reciprocamente contro il
fallimento. In compenso la copertura, in caso di fallimento a catena (di più di
5 compagnie), sarà assicurata dallo Stato. Questa sicurezza fondamentale
porterà inevitabilmente ad una notevole diminuzione dei prezzi delle polizze
assicurative.

Il credito sociale non è liquidabile al fruitore. Ossia la cifra passa da un
conto corrente ad un altro, ma non è disponibile ad un eventuale prelevamento
per usi personali, fino all'avvenuta estinzione del debito. All'atto
dell'entrata nel mondo del lavoro la banca del richiedente versa la cifra
all'azienda nella quale la persona entra, oppure al pensionando che vende la
quota. Essi si potranno utilizzare questo denaro liberamente, senza vincoli. Ma
chi riceve il credito sociale non può vendere la quota ad un altra persona ed
intascare la cifra mantenendo il debito con la banca. Può eventualmente
scambiare il posto con una persona di un altra azienda, pagando di tasca
propria (o rice