Comunità dei Frati Francescani Minori di Pesaro

Conferenza:

Comune di Pesaro

I SANTI DELL’ORDINE FRANCESCANO PESARESE:
il beato Cecco, la beata Felice Meda, le beate Michelina e Serafina Sforza

Relatore:

Dott. Fattori Lorenzo
PESARO: CHIESA MONUMENTALE DI SAN GIOVANNI BATTISTA 2 agosto 2009 ore 18,15

Introduzione & Perdono di Assisi Buona sera a tutti voi convenuti! Ringrazio padre Lorenzo per le belle parole di presentazione. Ho accettato con grande piacere, l’invito che mi è stato rivolto dalla comunità minoritica di Pesaro, per un incontro - inserito all’interno dell’iniziativa “Organo e Liturgia” - in cui parlare dei Santi che hanno glorificato l’ordine francescano pesarese. Questa gioia è data dal fatto che mi piace condividere i risultati dei miei studi, in particolare la mia tesi di laurea. Ricordo che, quando un anno e mezzo fa sono venuto nel convento di San Giovanni per fotografare una tela, padre Lorenzo si è subito informato sui miei studi e mi ha chiesto se avessi avuto il piacere di presentare la mia tesi di laurea in questa chiesa monumentale: è ciò che avviene oggi! Taluno si chiederà il senso di questo incontro, poiché nei mesi scorsi ho già fatto alcune conferenze e pubblicato due saggi su alcuni di questi beati: in realtà c’è ancora molto da dire! Soprattutto oggi che non ci troviamo in un auditorium ma in un luogo di culto, e ciò mi induce ad avvicinarmi agli stessi argomenti con un approccio diverso! Oggi, è già stato ricordato che i francescani celebrano la festa del “Perdono di Assisi”, voluta dal loro fondatore. In questo bozzetto della grande tela realizzato per la chiesa di San Francesco di Urbino, Federico Barocci illustra l’origine di questa festa secondo quanto raccontato nelle “Fonti Francescane”: una notte del 1216, mentre Francesco si trova in preghiera all’interno della piccola chiesa della Porziuncola, gli apparve improvvisamente una grande luce, sopra all’altare. Francesco nella luce vede Cristo e la Vergine che gli chiedono cosa desiderasse per la salvezza delle anime; il santo, senza dubbio, risponde: “Santissimo Padre, benché io sia misero e peccatore, ti prego, che tutti quanti pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. Gli risponde il Signore “Accolgo la tua richiesta, ma a patto che tu domandi al mio vicario in terra, da parte mia, questa Indulgenza” 1 . Il pontefice Onorio III ratifica l’indulgenza e qualche giorno dopo Francesco, alla presenza di diversi vescovi dell’Umbria, annuncia la lieta novella al popolo; da allora la piccola chiesa della Porziuncola è meta di tanti pellegrini. Sicuramente anche molti di noi, presenti questa sera, abbiamo lucrato il “Perdono di Assisi” recandoci in pellegrinaggio alla grande basilica di Santa Maria degli Angeli. Nell’agosto 1996, tra i pellegrini giunti alla Porziuncola, c’è il cardinale Joseph Ratzinger che nella sua omelia afferma: “Se si arriva ad Assisi provenendo da sud… si incontra dapprima la maestosa Basilica di Santa Maria degli Angeli… con una facciata classicista del secolo scorso. Per dire la verità, essa mi lascia piuttosto freddo; è difficile cogliere qualcosa della semplicità e dell’umiltà di san Francesco in questo edificio che si presenta con tanta magnificenza esteriore. Quel che cerchiamo, lo troviamo però al centro della Basilica: una cappella medievale… [San Francesco] proprio in questo luogo visse importanti esperienze” 2 . È chiaro il senso delle parole dell’attuale pontefice: giungere al cuore delle cose, della storia, delle persone, dei santi e della fede, e questo quello che ci proponiamo questa sera. Il beato Cecco Se potessimo fare un viaggio nel tempo, tra i pellegrini ad Assisi del XIV secolo, troveremo anche il beato Cecco, che intraprese il cammino insieme ai suoi compagni dopo essersi rimesso da una lunga malattia. Cecco nasce a Pesaro intorno al 1270, da una famiglia agiata e ricca di beni. Dopo essere rimasto orfano in giovane età, distribuisce tutte le sue ricchezze e proprietà ai poveri ed inizia a vivere secondo la legge evangelica. Cecco decide di non essere sacerdote, ma di seguire la vita di un santo moderno dell’epoca di San Francesco, diventando il primo terziario francescano della nostra città. Il beato copre “il suo Corpo coll’umile, e ruvido abito del Terzo Ordine della Penitenza, imparando dal suo color di cenere la

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Benedetto XVI, Il perdono di Assisi, 2005, pag. 15-6. Ibidem, pag. 21.

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memoria della morte, dell’asprezza di esso l’amore della Croce e della semplicità il disprezzo del Mondo” 3 . Cecco, dopo essersi fatto terziario, si ritira a Montegranaro, una località poco distante dalla città, dove in quel periodo vive in penitenza frate Pietro da Foligno, anch'egli beatificato 4 , definito “uomo grave di anni, di vita molto austera, ed implacabile gastigatore della propria carne” 5 a Montegranaro “passava i suoi giorni in umiltà e nella preghiera” 6 ; qui aveva costruito, intorno all’anno 1300 7 , un piccolo eremo con una chiesina. Frate Pietro accoglie il giovane Cecco nel suo romitorio e diventa il suo direttore spirituale. Questo sodalizio si interrompe, con dispiacere reciproco, quando il beato Pietro torna nella città natale di Foligno; egli affida la gestione del piccolo romitorio al confratello. Non conosciamo l’anno in cui avviene l’addio 8 . Cecco, quale prima missione, si impegna nel diffondere il culto della Vergine Maria tra i fedeli della sua città “facendo dipingere, o dipingendo egli stesso in capo alle vie l’imagine della Vergine, e raccogliendo elemosine per costruire eremi dedicati a lei” 9 . Egli però non si limita a creare luoghi di culto, ma vuole che siano abitati da altri uomini che condividono la sua scelta di vita. Secondo la tradizione, il primo edificio costruito da Cecco è l’ospizio annesso al santuario della Madonna del Ponte Metauro a Fano. L’ospizio era utilizzato a beneficio dei pellegrini che percorrevano la via Flaminia, per raggiungere Roma ed il santuario di Loreto 10 . La leggenda vuole che la chiesa sia fondata nel 1219, da San Francesco, e l’immagine mariana venerata nel santuario sarebbe stata dipinta dallo stesso beato. Dopo il soggiorno fanese, il beato ritorna a Montegranaro e successivamente si sposta sul monte San Bartolo dove istituisce un romitorio con una cappella dedicata a “Maria Purissima” 11 , nel luogo dove oggi sono le serve di Maria. “In questo terzo Romitaggio fece per molti anni la sua dimora; perché la rigidezza del clima, e solitudine del posto si confaceva molto a’ suoi esercizi” 12 . Il beato ogni mattina scende nei borghi della città per la questua, il cui ricavato è distribuito ai poveri e agli ospedali della città 13 . Le fonti antiche ci raccontano diversi aneddoti sul beato: un giorno, durante la questua, alcuni devoti lo invitano a pranzo nella loro casa 14 . Il beato Cecco, quantunque molto morigerato nel suo desinare, accetta l’invito senza mostrare alcuna cerimonia per non dispiacerli. Durante il pranzo assaggia con temperanza alcuni cibi offertigli. Cecco viene invogliato però dal profumo di “una porcellina di latte ben arrostita” 15 , e chiede di poter avere una porzione. Immediatamente si accorge che si tratta di una tentazione della gola, quindi il beato si avvede ed avvolge pertanto in una salvietta la desiderata pietanza. Rientrato nella sua cella la sistema in una cassa 16 , e lì la lascia imputridire. Quando il cibo si è guastato diventando puzzolente e pieno di vermi, prende il fazzoletto con la desiderata pietanza si mette a sedere, prende in mano la portata avariata ed inizia una disciplina molto severa, egli afferma: “Invitati sono a godere di questa porzione [di carne] i vermi vostri fratelli; voi non siete punto migliore di loro, così non vi schiferete di mangiare con essi al medesimo piatto. Questa poi è di quella stessa carne, che giorni sono allettò tanto il vostro appetito” 17 . Dopo questo discorso egli: “pigliando carne si putrida e si verminosa, se la strofinò agli occhi, al naso, ed alla bocca, gastigando con questa disciplina il disordine del suo appetito” 18 .

A. M. Bonucci, Vita ammirabile della B. Michelina da Pesaro, 1724, pag. 4. Il beato Pietro da Foligno deve aver fondato il romitorio di Santa Maria di Monte Granaro tra il 1300 e il 1323. Il beato Pietro muore a Foligno il 18 luglio 1323, il suo corpo si venera nel duomo della città, dove, per indulto apostolico si celebra la sua festa. L’Olivieri nelle “Memorie della Chiesa di Monte Granaro fuor delle mura della città di Pesaro” riferisce che all’interno della chiesa di Monte Granaro vide nel XVIII secolo diverse pitture, purtroppo ormai illeggibili. Esso riferisce che sotto le immagini più antiche spesso si ritrovava la scritta “Petrus de Foligno”. Penso, che il beato doveva essere stato raffigurato più volte in questi affreschi e le iscrizioni dovevano identificare il personaggio effigiato. Vedi: A. Amatori, D. Simoncelli, La chiesa pesarese dalle origini ai nostri giorni, 2003 pag. 107; T. d’Arenzano, “Cresci”, in “Biblioteca Sanctorum”, vol. IV, 1969, pag. 293-294; A. degli Abati Olivieri Giordani, Memorie della Chiesa di Monte Granaro, 1777, pag. 8-9. 5 S. Ortolani, Vita del Beato Cecco da Pesaro, 1859, pag. 15. 6 G. Gabucci, I santi di Pesaro, 1936, pag. 27. 7 A. Degli Abbati Olivieri Giordani, Memorie della Chiesa di Monte Granaro, 1777, pag. 7. 8 A. Amatori, D. Simoncelli, La chiesa pesarese dalle origini ai nostri giorni, 2003 pag. 107; G. Gabucci, I santi di Pesaro, 1936, pag. 27. 9 G. Gabucci, I santi di Pesaro, 1936, pag. 28. 10 G. Gabucci, I santi di Pesaro, 1936, pag. 28. 11 A. M. Bonucci, Vita ammirabile della B. Michelina da Pesaro, 1724, pag. 5. 12 Ibidem, pag. 6. 13 A. Amatori, D. Simoncelli, La chiesa pesarese dalle origini ai nostri giorni, 2003, pag. 106. 14 A. M. Bonucci, Vite della Beata Felice Meda e del Beato Francesco da Pesaro, 1855, pag. 58-60. 15 Ibidem, pag. 58. 16 Secondo l’Ortolani la desiderata porchetta è stata rinchiusa in un armadio, anziché una cassa come riferisce il Bonucci. Vedi: S. Ortolani, Vita del Beato Cecco da Pesaro, 1859, pag. 25. 17 A. M. Bonucci, Vite della Beata Felice Meda e del Beato Francesco da Pesaro, 1855, pag. 59-60. 18 Ibidem, pag. 60.
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Dalle agiografia apprendiamo che Cecco fu vittima di molte visioni e tentazioni del demonio: egli, come tutti i santi, in questi momenti di dura prova trovava conforto e forza solo nella preghiera, nei digiuni e nelle penitenze 19 . Un’incisione settecentesca illustra il beato Cecco mentre una sera, come al suo solito, prega nella cappella del romitorio del monte San Bartolo; il demonio scatena una pioggia tempestosa che fa rotolare un grosso sasso dalla cima del monte: senza un intervento divino il sasso avrebbe distrutto la cappella e avrebbe ucciso il beato Cecco. Egli, immerso nella sua preghiera, non si accorge di nulla e continua indisturbato la sua orazione 20 . Questo episodio ricorda quello del Sasso spicco all’Averna. {Ancora siamo a conoscenza che un componente della famiglia Malatesta di Rimini 21 , invia due grosse anguille secche e affumicate al beato. Però il servo, incaricato di portare l’offerta, prima di giungere a destinazione nasconde una delle due anguille in un albero per poi riprenderla al ritorno e poterla mangiare per sé. Il servo, giunto al romitorio, consegna al beato solo una delle due anguille ricevute; egli dopo aver ringraziato, lo licenzia con un riso misterioso che inquieta il servitore infedele. Egli, giunto alla pianta dove aveva nascosto l’anguilla, trova invece una grossa serpe che sibila e si torce facendo grande frastuono. L’uomo riflettendo sull’accaduto, capisce che il beato Cecco era a corrente della sua furbizia e che aveva trasformato l’anguilla in serpe. Decide allora di tornare a chiedere scusa per il suo ignobile comportamento. Inutile dire che Cecco perdona il servo e, dopo averlo severamente ammonito, gli dona l’anguilla sottratta indebitamente. Così il servo ravveduto tornando all’albero non trova più la paurosa serpe ma l’anguilla affumicata 22 .} Infine, non posso non citare l’episodio miracoloso avvenuto a seguito della malattia di Cecco. I discepoli del beato, per cercare di curare il maestro colpito da un’inappetenza che lo aveva portato all’infermità, decidono di uccidere il gallo del romitorio, per cucinare una pietanza gustosa nella speranza di risvegliare il suo appetito. Cecco si accorse subito in quel giorno che mancava come al solito il canto dell’amico gallo: egli chiama i suoi compagni e li interroga su quella novità. I discepoli confessano di aver deciso di uccidere e cucinare il gallo per preparare una pietanza che vincesse la sua grave inappetenza. Egli si lamenta del loro scellerato comportamento e li riproverà duramente. Ordina che gli siano portati i resti mortali dell’amico, in qualunque stato essi siano. Cecco proferisce prima un elogio del fratello gallo e del suo canto, asserisce che vorrebbe ridonargli la vita ma non gli è consentito. Quindi fa l’unica cosa di cui è capace, pregare il Creatore perché ridoni la vita a quell’innocente: al termine alza gli occhi verso il cielo, fa il segno della croce sul gallo cucinato ed a quel segno “il gallo, saltò dalle sue mani vestito della bellezza delle sue penne, e canto” 23 . Secondo la tradizione Cecco muore il 5 agosto del 1350 nell’eremo di Montegranaro, all’età presunta di ottanta anni. Cosciente dell’approssimarsi del dies natalis si prepara a quel grande evento, chiedendo di ricevere il sacramento dell’estrema unzione, dettando il testamento spirituale ed elargendo numerosi consigli ai suoi discepoli ed infine li benedice 24 . La notizia della sua morte si sparge velocemente tra i fedeli, che numerosi accorrono al piccolo eremo rupestre. Ai suoi funerali partecipano il clero cittadino, i nobili ed i poveri. Il beato, secondo le sue volontà è sepolto presso il romitorio di Montegranaro; il luogo diventa meta di pellegrinaggi 25 . Il suo corpo, pochi anni dopo la sua morte è traslato all’interno della cattedrale di Pesaro 26 . Il culto del beato Cecco fu ratificato dalla Congregazione dei sacri riti il 31 marzo 1859, sotto il pontificato del marchigiano Pio IX (1846-1878). Il culto del beato Cecco è limitato alla sola città di Pesaro, promosso principalmente dalla confraternita dell’Annunziata che, secondo la tradizione, è stata fondata nel 1347 dal beato Cecco e dalla beata Michelina, così com’è illustrato in un bell’affresco monocromo ottocentesco, presso l’ex-chiesa confraternale. L’anonimo frescante raffigura Michelina che dona la sua casa a Cecco, accompagnato da due compagni perché lì
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Ibidem, pag. 54-55. G. Gabucci, I santi di Pesaro, 1936, pag. 28. S. Ortolani, Vita del Beato Cecco da Pesaro, 1859, pag. 36. 22 A. M. Bonucci, Vite della Beata Felice Meda e del Beato Francesco da Pesaro, 1855, pag. 60-62; S. Ortolani, Vita del Beato Cecco da Pesaro, 1859, pag. 36-39. 23 A. M. Bonucci, Vite della Beata Felice Meda e del Beato Francesco da Pesaro, 1855, pag. 63. 24 Ibidem. 25 M. Natalucci, “Francesco da Pesaro”, in A.V. Biblioteca Sanctorum, vol. V, 1969, col. 1183. 26 Il Bonucci scrive che il beato Cecco è stato seppellito immediatamente sotto l’altare maggiore della cattedrale. Vedi: A. M. Bonucci, Vita ammirabile della B. Michelina da Pesaro, 1724, pag. 23.

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trovasse sede la prima confraternita della città, con il compito di curare gli ammalati e seppellire i morti. Istituzione gloriosa della città che operò fino alla metà del XX secolo. La beata Michelina La confraternita dell’Annunziata ci dà modo di parlare di un’altra santa francescana: la beata Michelina, di cui faccio solo alcuni accenni biografici poiché a lei nell’aprile scorso ho già dedicato un’intera conferenza. Nasce nel 1360 dalla nobile famiglia dei Metalli, originaria del Farneto; a dodici anni si sposa con un nobile pesarese, forse un membro della famiglia Malatesta 27 . Da questa unione nasce un figlio. All’età di vent’anni, dopo solo otto anni di matrimonio, Michelina rimane vedova: decide di non convogliare a seconde nozze ma di dedicarsi unicamente all’educazione del proprio figlio ed all’amministrazione del patrimonio. Questa coraggiosa scelta deve essere stata operata dopo l’arrivo a Pesaro di una misteriosa pellegrina di nome Sira o Soriana, proveniente dalla Terra Santa, che vestiva l’abito del terz’ordine francescano, anch’essa beata. Della beata Sira sappiamo che durante la preghiera spesso cadeva in estasi sollevandosi da terra 28 . Sira nel suo soggiorno pesarese è ospitata in casa di Michelina e ne risveglia la coscienza; non abbiamo altre notizie sul suo conto. Michelina era affascinata dalla vita ascetica della amica Sira: dopo la morte del suo figliolo si reca nella chiesa di San Francesco per vestire l’abito del terz’ordine francescano, come l’amica Sira, che diventa sua maestra spirituale. Michelina, seguendo l’esempio di San Francesco, si spoglia di tutti i suoi denari, ricchezze e proprietà. Michelina era solita alzarsi di buon mattino, recarsi in chiesa per le preghiere e poi iniziare i suoi servizi caritativi: il primo era quello di elemosinare per le vie della città del cibo per sé e per i poveri; dopo il 1347 si reca a prestare servizio ai fratelli malati dell’Annunziata. I suoi agiografi mettono in risalto le tante penitenze corporali che la beata attuava. Michelina spesso digiuna a pane ed acqua e non mangia mai carne; poiché ritiene la gola un nemico della purità 29 . Il suo desiderio più grande era quello di recarsi in pellegrinaggio in Terra Santa, sicuramente acceso anche dai racconti della beata Sira. Negli ultimi anni di vita la beata riesce a realizzare questo viaggio. Durante questo pellegrinaggio nei luoghi in cui visse il suo sposo, Cristo, cade molte volte in estasi: la più famosa è quella sul Monte Calvario dove potè condividere il sacrificio della croce; in questa occasione ella: “arresasi alla dolce violenza dell’amore e del dolore, rimase sì insensibile, e con una pallidezza sì mortale, che la giudicarono per morta. Comunicolle il Signore in quest’estasi vivissimi sentimenti de’ dolori che patì nella Croce, e un’alta stima del patire con tal vemenza, che solamente nelle pene provava ristoro, e nelle sole tribolazioni soave refrigerio” 30 . Quest’estasi è quella più famosa di Michelina poiché è immortalata dal grande pittore manierista Federico Barocci. Inutile dire che la beata non avrebbe voluto ritornare in patria, però sentiva che a Pesaro la sua missione non era ancora terminata. Durante il viaggio di ritorno dalla Terra Santa Michelina opera il primo miracolo: quando l’imbarcazione giunge nel golfo di Venezia una tempesta improvvisa e spaventosa impedisce l’attracco ed ogni controllo della barca; sia l’equipaggio che i passeggeri si sentono perduti, piangono e si disperano. Michelina non perde la calma, cerca di portare una parola di speranza a tutti e con la sua preghiera il mare immediatamente si placa. Il 19 giugno 1356 Michelina muore, all’età di cinquantasei anni. Il suo corpo, macerato dai digiuni e dalle penitenze, è stroncato da una febbre che la consuma lentamente. La morte non arriva prima che la beata abbia ricevuto il santo viatico, l’estrema unzione, e dopo aver chiesto perdono alle persone che la circondano ed aver assicurato la sua protezione sulla città di Pesaro 31 . La sua morte dignitosa è stata un’ultima catechesi. Michelina muore in una casa nel quartiere di San Cassiano; la sua salma è portata in processione dal popolo fino alla chiesa di San Francesco, dove sarà sepolta senza onori 32 .

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A. Amatori, D. Simoncelli, La chiesa pesarese dalle origini ai nostri giorni, 2003, pag. 108; R. Lioi, “Michelina da Pesaro”, in A.V. Biblioteca Sanctorum, vol. IX, 1969, col. 469. A. M. Bonucci, Vita ammirabile della B. Michelina da Pesaro, 1724, pag. 14. A. M. Bonucci, Vita ammirabile della B. Michelina da Pesaro, 1724, pag. 37-38. 30 Ibidem, pag. 54-55. 31 G. Gabucci, I santi di Pesaro, 1936, pag. 33. 32 G. Gabucci, I santi di Pesaro, 1936, pag. 33.

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Numerosi sono i miracoli attribuiti all’intercessione di Michelina già negli ultimi anni della sua vita terrena, molto di più quelli post-morte; tra tutti ne ricordo solamente uno: nel 1362 Pandolfo II Malatesta (†1373), di ritorno dalla Terra Santa, riesce a scampare ad una tempesta grazie all’intervento della beata Michelina33 . Al suo rientro a Pesaro, Pandolfo si reca al suo sepolcro per effettuare una preghiera di ringraziamento, si accorge dello squallore del sito e chiede ed ottiene dal vescovo di poter traslare la salma in un luogo più decoroso ed onorato 34 . Pandolfo quindi dona alla chiesa di San Francesco - questa - preziosa arca in marmi in cui riporre il corpo della beata che gli aveva salvato la vita. Nel corso del tempo il sepolcro è circondato da ex-voto ed al centro dell’altare è posto un polittico dipinto da Jacobello del Fiore. Così inizia il culto tributato a Michelina, che verrà eletta quale copatrona della città di Pesaro, come si legge negli statuti civici del Comune di Pesaro, stampati nel 1531 dove è definita “patriae patrona” 35 . Il suo culto in città era secondario solo a quello dei patroni San Terenzio e Santa Mustiola. Il suo processo di beatificazione equipollente inizia nel 1733 e termina nel 1737; i frati francescani conventuali nella loro basilica romana dei Dodici Apostoli tengono una grande festa in quella occasione. La vita e l’immagine di Michelina è diffusa in molti conventi dell’ordine dell’Italia centrale quale modello di santità francescana femminile. I frati francescani dell’Osservanza I beati Cecco e Michelina sono personaggi del XIV secolo, il cui culto è stato promosso dall’ordine francescano conventuale. Ora invece rivolgiamo l’attenzione al secolo successivo, precisamente nel 1442, quando a Pesaro si stabilisce l’ordine francescano osservante; qui inviato da papa Eugenio IV per guidare spiritualmente il monastero delle clarisse del “Corpus Domini”. In principio i frati si insediano in un vecchio convento esterno alle mura civiche, nel 1465 si trasferiscono nel diroccato complesso monastico di Sant’Eracliano, entro le mura. Nel 1499 inaugurano la rifabbricazione della chiesa e la dedicano a San Giovanni Battista. Che possiamo vedere in una delle tavole che costituivano la predella della grande pala d’altare di Marco Zoppo, oggi dispersa tra i più grandi musei d’Europa; a cui spero di dedicare presto una conferenza. Infine, il 9 aprile 1543 i frati posano la prima pietra di questa nuova chiesa monumentale. Il 28 novembre 1438, papa Eugenio IV, su richiesta di Battista Montefeltro (moglie di Galeazzo Malatesta), trasforma una “Casa di Terziarie Francescane” istituita in Pesaro, nel 1402 da Elisabetta Varano, a monastero di clarisse dedicato al “Corpus Domini”. Il 24 luglio 1439, il padre Guglielmo da Casale, ministro generale dell’ordine su suggerimento del vicario generale San Bernardino da Siena, ordina a suor Felice Meda, badessa del monastero di San Orsola in Milano, di trasferirsi nel nuovo monastero delle clarisse di Pesaro per avviarlo e governarlo. La beata Felice Meda Felice nasce dalla nobile famiglia milanese dei Meda; anch’ella rimane orfana in giovane età. A ventidue anni decide di dedicarsi alla vita religiosa entrando nel monastero delle clarisse di Sant’Orsola. Le fonti narrano che è una delle comunità più rigide della città. Sappiamo che anche la sorella di Felice si fa monaca, ed il fratello, similmente, entra nell’ordine francescano osservante. I tre, seguendo la regola evangelica, distribuiscono le loro ricchezze tra l’ordine francescano osservante ed i poveri 36 . Nel 1425 Felice, all’età di quarantasette anni e dopo venticinque anni di vita religiosa, è eletta badessa del monastero: accetta l’incarico per non contravvenire all’obbligo di obbedienza 37 . Felice nel corso della sua vita è tentata dal demonio in varie forme: in principio, le tentazioni di Satana si limitano a proporle il lusso e l’agiatezza; successivamente, quando il demonio si avvede della fede di Felice, inizia a presentarsi esplicitamente e la beata si difende facendosi il segno di croce e ripetendo l’invocazioni: “Dio si volga al mio ascolto, il Signore mi ascolti presto” 38 .
33 G. Vaccaj, scrivettore del novecento, racconta che Pandolfo durante la furiosa tempesta in mare avesse avuto l’apparizione della Beata Michelina. Vedi: G. Vaccaj, Pesaro pagine di storia e topografia, 1994, pag. 24. 34 S. Ortolani, Della chiesa Pesarese, vol. 2, B.O.P., ms. 1663, 1860, c. r 7. 35 A.V., Statuta civitatis Pisauri, noviter impressa, 1531, lib. I, rub. 2,4, c. v 1-r 3. 36 A. Gallucci, Vita delle beate Felice e Serafina, 1637, pag. 55-60. 37 Ibidem, pag. 80. 38 Ibidem, pag. 72.

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Nel 1439 per obbedienza, viene a Pesaro. Battista Montefeltro, offre alla beata Felice un comodo viaggio in carrozza per il suo trasferimento da Milano a Pesaro ma lei preferisce camminare a piedi, affidandosi all’ospitalità procuratale dalla provvidenza divina. Gli agiografi narrano che, durante il suo viaggio, converte tanti peccatori ed alcune donne si uniscono a lei per vivere nel nuovo monastero 39 . Tra i miracoli attribuiti all’intercessione della beata, mentre era ancora in vita, ricordo la guarigione di Elisabetta Malatesta, figlia dei signori di Pesaro; ciò portò Galeazzo, che aveva fino a quel momento osteggiato l’insediamento delle clarisse, a non opporsi più al compimento dei lavori del Corpus Domini. Felice muore la notte tra il 29 e 30 settembre 1444, nella solennità della festa di San Gerolamo, di cui è molto devota; numeroso è il concorso dei fedeli e del clero il giorno dei suoi funerali. In soli cinque anni di vita in Pesaro, Felice riesce a farsi amare non solo dalle sue monache ma dall’intera città. La beata Serafina Sforza Pochi anni dopo la morte della beata Felice nel monastero del Corpus Domini è rinchiusa Sveva di Montefeltro, ripudiata dal marito. Anch’ella è di nobili origini: il padre era Guidantonio di Montefeltro, signore di Urbino e la madre Caterina Colonna. Lo scorso anno, alla sua figura sono state dedicate due conferenze, per questo ripercorrerò brevemente le burrascose vicende storiche. Sveva, rimasta orfana, a undici anni è ospitata in Roma, dalla famiglia materna dei Colonna. Il cardinale Prospero Colonna combina per lei il matrimonio con Alessandro Sforza, signore di Pesaro; venticinque anni è la differenza tra i due sposi. Il matrimonio entra presto in crisi: infatti, Alessandro nei primi anni è poco presente nella corte pesarese poiché impegnato in campagne militari a seguito del fratello Francesco, alla conquista di Milano. La giovane sposa adolescente, si sente trascurata e sola; unica gioia per lei è la presenza nella corte dei figliastri Costanzo e Battista, nati dal primo matrimonio di Alessandro con Costanza Varano. Alessandro, quando rientra a Pesaro dalle campagne militari, si stanca presto della moglie. Nella corte ospita la sua amante Pacifica, donna molto avvenente tutto il contrario della piccola e non bella Sveva (come possiamo fra l’altro vedere nel ritratto conservato ai Musei Civici di Pesaro). Alessandro cerca di liberarsi della moglie in vari modi, prima somministrandole cibo avvelenato, poi cercando di strozzarla nel sonno; infine, decide di accusarla di cospirazione e di tradimento coniugale. La giovane Sveva chiede aiuto ai suoi famigliari, scrivendo dettagliate lettere in cui racconta i soprusi ricevuti sicché questa separazione diventa un caso politico e diplomatico che coinvolge le maggiori casate italiane. Per non turbare il precario equilibrio creatosi tra gli stati, Federico Montefeltro, signore di Urbino e fratellastro di Sveva, consiglia ad Alessandro di rinchiudere la moglie in convento; ciò permette ad Alessandro di liberarsi della giovane Sveva e nel contempo di risparmiare anche la sua vita. Lo Sforza estorce a Sveva, dietro minaccia, una confessione alla presenza di un messo della famiglia Colonna; ciò impedisce alla nobile famiglia romana ogni azione verso il signore di Pesaro. Sveva, accortasi dell’inganno, si dispera è perde i sensi. In quel momento, un Crocifisso miracolosamente le rivolge la parola per consolarla. Nel contempo giungono delle monache in suo soccorso come ci mostra Gian Andrea Lazzarini in questa tela settecentesca, realizzata per il Capitolo della cattedrale di Urbino. Alessandro non risparmia a Sveva alcuna sofferenza: infatti, la rinchiude nel monastero del Corpus Domini, quello che in Pesaro aveva la regola più dura, e non le permette di vedere e parlare con nessuno. È costretta a prendere i voti solenni, senza neanche rispettare il tempo del noviziato, e non le è neppure permesso di rivedere per un ultima volta la sorella Violante, signora di Cesena, a cui è tanto legata. Una bella incisione settecentesca, conservata alla Biblioteca Oliveriana, raffigura la visione che Sveva ha della Vergine con il Bambino che la rassicura a rimanere in monastero perchè quella è volontà divina.

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A. Gallucci, Vita delle beate Felice e Serafina, 1637, pag. 99-105.

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Sveva, rinchiusa nel monastero contro la sua volontà, muta il suo nome in Serafina, matura il suo carattere e diventa un’ottima suora. Prega pure per la conversione dell’ex-marito; nel 1475 è eletta abbadessa e accetta tale incarico per obbedienza. Muore l’8 settembre 1478, all’età di quarantaquattro anni dopo aver visto la conversione di Alessandro. Il processo di beatificazione inizia nel 1748 e termina nel 1754 promosso e finanziato dal giovane duca romano Filippo Sforza-Cesarini (1727-1764). Numerosi sono i miracoli attribuiti alla sua intercessione: ne voglio ricordarne uno per tutti, operato a difesa della città insieme alla beata Felice e San Terenzio. In tempo imprecisato la città di Pesaro si trova in pericolo di attacco da parte dei nemici. Una sera, gli ufficiali che erano di guardia a difesa della città, osservano girare come sentinelle sulle mura della città due monache dell’ordine di Santa Chiara ed un soldato sconosciuto. Rimasti turbati da quel fatto, l’indomani mattina essi si recano a chiedere spiegazioni alla badessa del monastero del “Corpus Domini”: la madre scioccata dall’accaduto, assicura che nessuna monaca nella notte è uscita dal monastero e che la regola vieta espressamente un tale comportamento. La badessa, per rassicurare i soldati, chiama le consorelle che confermano la sua testimonianza. Qualche tempo dopo, ragionando con calma sull’accaduto, intuirono che quelle tre figure non potevano essere altro che San Terenzio patrono principale della città insieme alle copatrone Felice e Serafina 40 . Il beato Anastasio di Milano Fin qui abbiamo parlato dei beati Cecco, Michelina, Felice e Serafina che sono tutti seguaci di San Francesco, nei diversi ordini di appartenenza ma accomunati dal fatto che la loro santità è stata riconosciuta da un regolare processo ecclesiastico di beatificazione equipollente. In realtà, se sfogliamo le pagine del diario della città, troviamo molti altri francescani morti in odore di santità, cui è stato prestato un culto per diverso tempo pur non affrontando un normale processo di canonizzazione! Parlando di Michelina abbiamo già accennato alla figura della beata Sira. Fra i frati francescani osservanti, ricordo il fratello laico Anastasio di Milano: 41 . Egli si adoperò per far acquistare stima e prestigio al suo ordine da pochi decenni in Pesaro. Salvatore Ortolani, un sacerdote colto e appassionato di storia, nelle sue memorie manoscritte ci lascia una breve descrizione fisica di Anastasio “alto di statura, aitante nella persona” e una morale “di carattere mite, di cuore ardente, di animo generoso era un vivo esempio di perfetto claustrale adorno delle più alte virtù”. Continua affermando che il frate “martirizzava il suo corpo con discipline continue, con digiuni... un solo abito poverissimo e lacero... andava sempre a piedi nudi... si cibava scarsamente una sola volta al giorno e spesso a pane ed acqua”. Il frate non lesinava fatiche, ed a nulla servivano i richiami del superiore, perché i suoi sacrifici gli sembravano nulla al confronto dell’amore ricevuto da Cristo suo maestro. Le agiografie narrano che Satana lo tentasse in vari modi nel corso della sua vita; ricordo un episodio: durante un inverno alla porta del convento bussò una donna che chiedeva del fuoco per scaldarsi. Frate Anastasio si accorse che quella non era un povera donna infreddolita, ma un travestimento del demonio che voleva attentare alla sua castità. Il beato non ebbe dubbi sul da farsi: corse in cucina, prese nelle mani dei carboni ardenti, tornò all’ingresso del convento e tirò questi carboni accesi contro la figura diabolica, gridando: “Prendi, o traditore, il fuoco che dimandi e vattene in perdizione nel tuo fuoco all’inferno!”. Il demonio sconfitto scomparve ed il buon frate raccolse i carboni e li riportò in cucina. Il frate dimostra la santità non solo nel riconoscere l’inganno del diavolo, ma anche nel maneggiare i carboni ardenti senza scottarsi. Frate Anastasio è stato molto amato dalla cittadinanza durante la sua vita e venerato dopo la sua morte avvenuta la notte del 7 ottobre 1472; in quella occasione comparve “una stella risplendente circondata da tanti raggi, che parea un sole”, un miracolo astrale che rende inopinabile la santità del frate deceduto. L’episodio ricorda quello della morte del beato Sante. Anastasio è sepolto nella primitiva chiesa dell’Osservanza, l’ubicazione della sua tomba si perde durante la ricostruzione di questa chiesa monumentale e così il suo culto diminuisce fino a cessare.
A.V., Canonizationis Beatæ Seraphinæ Sfortiæ, 1754, pag. 92, § 357-358; G. B. Alegiani, Vita della beata Serafina Sforza, 1855 (1 ed. 1754), pag. 70; A. M. Bonucci, Glorioso ternario, 1724, pag. 92-93. A. Amatori, D. Simoncelli, La chiesa pesarese dalle origini ai nostri giorni, 2003, pag. 88-89; C. Ortolani, Pesaro, il mio bel S. Giovanni, 1930; D. Trebbi, B. Ciampichetti, Pesaro storie di una città, 1984, pag. 146-147; G. Vanzolini, Giuda di Pesaro, 1864, pag. 105C. Ortolani, Santità francescano-picena. Dizionario biografico, 1932, pag. 6; G. C. Tortorino, Historia di Pesaro, B.O.P., ms. 318, 1633, c. v 95-r 128; L. Zacconi, Centone di Storia della città di Pesaro, B.O.P., ms. 323, 1625, c. v 102-r 103.
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Giambattista Lucarelli Ancora non si può non ricordare la bella figura del beato Giambattista Lucarelli, nato nel 1540 a Montelevecchie (attuale Belvedere Fogliense). La sua vita è stata ricostruita minuziosamente nel 1993 da padre Gustavo Parisciani a cui rimando per approfondimenti. In questa sede è importante ribadire che Giambattista, primogenito di una nobile famiglia; in età adolescenziale è accolto nel convento francescano di Mondaino. Il Lucarelli, trasferito a Pesaro, diventa confidente e confessore del duca Guidobaldo II; il della Rovere chiede al Generale dell’Ordine che Giambattista sia trasferito al convento di San Lorenzo di Napoli per essere di conforto a sua figlia Isabella. Al suo rientro da Napoli, accompagna Francesco Maria II nella famosa battaglia di Lepanto; è presente alla decisiva battaglia del 7 ottobre 1571. In seguito, accompagno il duca in Spagna, e soggiorna per trenta mesi alla corte spagnola ma non segue il suo signore nel viaggio di ritorno in Pesaro. Giambattista, rimasto solo in Spagna, indossa l’abito degli Scalzi: “abbandonò le scarpe per marciare a piedi nudi, depose l’abito berrettino dei Conventuali, che portava degnamente da diciotto anni, per indossare quello più stretto e rozzo ma ugualmente bigio degli scalzi” 42 . Fondamentale è il suo incontro con fra Antonio di San Gregorio, che lo ragguaglia su un progetto di missione nelle Filippine: Giambattista si offre subito volontario. In missione si ribella al sistema delle conversioni forzate e cerca di raggiungere il cuore della gente, conquistando e avvicinando prima di tutto i bambini. Con le famiglie giunge a patti, chiedendo di poter insegnare ad almeno un figlio la sua religione, in modo che avrebbero potuto confrontare la differenza, e se il suo Dio fosse stato migliore avrebbe convertito anche l’altro figlio; con questo stratagemma Giambattista converte intere famiglie. Con il confratello Baeza prepara un catechismo in lingua Iloko. Il viaggio dei missionari riprende alla volta della Cina e nel 1583 inizia il viaggio di rientro in Europa. Ma ormai il suo cuore era rivolto alle nuove terre da evangelizzare, spendere gli ultimi anni della sua vita nell’organizzare una nuova missione che non verrà mai! Nel contempo, Giambattista continua a predicare instancabilmente: Genova, Milano e, mentre si trova nel convento di Santa Lucia del Monte in Napoli per predicare la quaresima, trova la morte il 18 marzo 1604, alle ore 16. È seppellito in questa chiesa. Purtroppo, nei vari restauri susseguitesi, si è persa la memoria della sua tomba. Nel martirologio francescano si afferma che, dopo la morte, il frate appare a molte persone, tra cui San Filippo Neri.

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Ibidem, pag. 40.

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Conclusione Purtroppo questa sera, per ovvi motivi di tempo, non possiamo parlare di tutti i francescani che nel corso dei secoli si sono distinti a Pesaro per una vita santa. Se dobbiamo rintracciare un filo comune che accomuna le vite di questi servi di Dio, che sono vissuti in epoche diverse e sono appartenuti a differenti ordini della famiglia francescana, questo è senz’altro il desiderio di imitare nella propria vita Cristo ed il patriarca Francesco e di mettersi al servizio del prossimo. Ad alcuni potrebbe venire il desiderio di dire che la vita di questi beati sono esempi ormai improponibili oggi: in realtà non è così! Se noi guardiamo l’essenza della loro vita, spogliandola dagli eccessi di penitenze tipici dell’età in cui sono vissuti, ad esempio i beati Cecco e Michelina mostrano l’importanza di assistere i fratelli poveri e malati nonché l’importanza di dare degna sepoltura ai poveri. Le beate Felice e Serafina ricordano l’importanza della vita ascetica, vissuta lontano dalla vita frenetica e mondana. La clausura è un serbatoio di risorse per i cristiani, soprattutto nella nostra società; laddove noi laici siamo distratti dalla preghiera da cose futili, per fortuna ci sono donne che scelgono di essere clarisse o appartenere ad altri ordini di clausura. Giambattista Lucarelli, è l’umile frate che con il suo zelo ha conquistato tanti importanti incarichi, fino quasi a ricevere la porpora cardinalizia, però ha trovato l’essenza della sua vita nella missione! Ancora oggi ci sono tanti territori da evangelizzare ma, soprattutto, c’è bisogno di missionari nelle nostre città in cui il paganesimo spopola. Qualcuno potrà obiettare: “belle parole queste, però in tempi recenti non sono usciti santi neanche dagli appartenenti dell’ordine francescano?” In realtà non è così. Anche nel secolo scorso ci sono stati frati che si sono distinti per le loro virtù: ad esempio, ricordo il minore fra Arduino che diceva “ho consumato i miei sandali per le vie di Pesaro” ed il cappuccino padre Giuseppe Bocci, definito “l’apostolo delle vocazioni”, di cui è in corso il processo di beatificazione. Al termine, è giusto ringraziare la comunità dei “Frati Francescani Minori” di San Giovanni di Pesaro che mi hanno invitato a parlare della mia tesi di laurea, il Comune di Pesaro che come sempre promuove gli studi della storia laica e religiosa della nostra città, i docenti dell’università di Bologna che hanno condiviso con me il tempo delle ricerca, il Comando della Polizia Municipale di Riccione che questa sera mi ha permesso di essere qui tra voi. Infine, un ultimo pensiero di gratitudine va al coro San Carlo e a tutti voi presenti che con pazienza mi avete ascoltato in questo caldo pomeriggio!

Fine!

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Lorenzo Fattori, dopo essersi diplomato presso l’Istituto Statale d’Arte di Pesaro “Ferruccio Mengaroni”, prosegue gli studi presso l’Università “Alma Mater Studiorum” di Bologna, Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, con sede a Ravenna. Si laurea con 110 e lode sostenendo una tesi dal titolo: “Verba et imagines Pisauri sanctorum: iconografia dei beati francescani pesaresi tra Quattrocento e Settecento”. Relatori sono stati i professori Luigi Canetti, Alessandro Marchi e Alessandro Scafi. Prosegue gli studi frequentando un corso di alta formazione “Progettazione chiese” organizzato dall’Università di Bologna. Durante il suo percorso di studi è da segnalare il suo studio “Al di qua dell’acqua. Memorie, immagini & catalogo della cultura tardo gotica pesarese”. Nel 2006 frequenta un corso FSE “Marketing Turistico (guide culturali del territorio)”, svoltosi a Pietrarubbia, organizzato dalla provincia di Pesaro e Urbino. A seguito di questo corso svolge uno stage presso la sezione didattica dei Musei Civici di Pesaro. Nel 2007 frequenta il primo corso per “volontari per i beni culturali ecclesiastici” organizzato dall’Arcidiocesi di Pesaro e dall’Associazione culturale “Pisaurensia”; durante l’estate presta servizio come volontario per l’apertura del Museo Diocesano di Pesaro come guardia sala e guida. Saltuariamente collabora con il settimanale interdiocesano “Il Nuovo Amico” con articoli agiografici e storici. Il 20 settembre 2008 tiene una relazione dal titolo: “Filippo Cesarini Sforza e la beatificazione di suor Serafina” presso la biblioteca Silvio Zavatti di Civitanova Marche. Il 3 ottobre dello stesso anno cura, presso l’auditorium di Palazzo Montani Antaldi di Pesaro, l’organizzazione del pomeriggio di studi: “La beata Serafina Sforza: dalla corte sforzesca al chiostro del monastero del Corpus Domini”, nel quale tiene una relazione dal titolo: “L’iconografia della beata Serafina Sforza”. Nel numero XXVII, anno 2008, della rivista “Città e Contà”, edita dalla Società Pesarese Studi Storici, pubblica un’interessante studio dedicato ai due affreschi toscani raffiguranti la beata Michelina. Il 21 aprile 2009 tiene una relazione dal titolo: “La beata Michelina: “patriae patrona” ed eroina dell’ordine francescano” presso l’auditorium di Palazzo Montani Antaldi di Pesaro.
Per informazioni: Lorenzo Fattori Pesaro 333 38 66 081

www.frantoiofattori.it/lorenzofattori.htm
lorfa25@yahoo.it

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