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IL SILENZIO E IL SILENZIO INTERIORE

VIVERE NEL SILENZIO VIVERE CON IL SILENZIO VIVERE PER IL SILENZIO

ARTE CONTEMPLATIVA!
Perche' l'arte passa nel cuore, non nella mente. Mentre lavoro mi sento guardato da Lui, attraverso la luce in cui sono immerso e le stelle che mi sovrastano; mi sento toccato da Lui attraverso la materia che plasmo. la sua presenza nella sostanza del cosmo, dentro, nella materia, immanente. ecco l'esperienza della materia, l'inno alla materia: "benedetta tu dura materia, terra arida, dura roccia..." Giuseppe De Bartolo

L' Artista un contemplativo, un pensatore che veglia nel deserto, nel grande deserto; uno spirito creatore con il cuore sempre di fanciullo. Egli trasforma la materia in Anima con la luce della contemplazione che dilata in un unico raggio l'interiore capacit di trasfigurazione Giuseppe De Bartolo

La grande ricchezza del deserto la solitudine, la gioia della solitudine, il silenzio: un silenzio vero che invade tutto l' essere, che parla all'anima con una forza meravigliosa e nuova, non certo conosciuta da tutti. Nel deserto s' impara a distinguere il silenzio interiore, il silenzio dell'anima. E un silenzio straordinario il silenzio del deserto. E il silenzio di Dio. E una liberta' nuova, ampia, autentica, gioiosa ... Giuseppe De Bartolo

La pittura "un messaggio di fede che unisce cielo e terra; una preghiera fatta di segni ... e questo vale ancora di piu se si considera che l' Artista un Sacerdote dell'arte, proprio per le potenzialita' di cui l'arte dispone per portare a Dio. Pertanto l' Arte contemplazione e l'augurio non puo' essere che uno solo: percepire la bellezza che ci porta all'autore stesso della bellezza: Dio, nella solitudine nell' interiorita' nel deserto nella contemplazione nell' habitare secum Giuseppe De Bartolo

Molto prima che una forma diventi visibile ed acquisti realt, essa esiste gi come idea/immagine, quindi l'immagine originaria di un'opera d'arte spirituale. E' immagine che ha la sua dimora nell'Anima dell'Artista: immagine che esiste in nessun luogo, altro che nello spirito creatore e pu essere attuata e resa visibile nella materia. Questo il proprio mondo interiore; questo il mondo interiore dell'Artista: SILENZIO IMMOBILE E INFINITO. Giuseppe De Bartolo

Un uomo se stesso quando pu appartenere all' Arte; e l' arte Arte solo se pu contare su un uomo che la sostiene. Isolare l' uomo dalla sua espressione spirituale significa ridurlo alla condizione animale, cos come isolare l arte dall' uomo significa astrarla nel regno dello spirito, dimenticando il suo spessore materiale in cui l' Arte, come l' Uomo, prende forma e figura. L'uomo che sa trascendersi nell' Arte marca la sua differenza da ogni essere e tende all' Eterno, com' nell' aspirazione sua e dell'opera d'arte. Ma non abitare l' Eterno! Giuseppe De Bartolo

Nel silenzio della luce Nellintimo mio silenzio, Che io sappia cantare ogni bellezza In un mondo limitato nei suoi orizzonti E dipingere interiormente il cuore Di chi osserva le mie opere Della bellezza di dio, Cristallo lucente della vita, Sorgente di luce, di luce vera. e la mia mente vaga nel suo abisso, Luce tangibile, intramontabile, Che si dilata, si modifica e si trasforma, E che diventa interpretazione dellanima. e il mio cuore e pieno del suo silenzio, Un silenzio che si cala nel rumore della vita; Il silenzio appartiene alla pittura e alla musica, Fa parte dellarte, permette di dipingere Con genialit traboccante Ci che non sempre si pu vedere: Il mistero Senza silenzio e senza luce Luomo non pu tendere alla perfezione Giuseppe De Bartolo Lartista interpreta lArte come percorso tra pensiero, creazione, materia, spiritualit e amore, percorso habitato dalla presenza di Dio. Luso originale di materiale plasmabile e tangibile (cera e sabbia) con i suoi rilievi aspri, dolci d al messaggio unidea di concretezza. La luce stessa diviene tangibile. Solo chi assuefatto alle tenebre la potr negare.

Tipi di silenzio di Pier Cesare Bori


Dicono i monaci che questa una tradizione che risale ad Adamo e che Adamo adorava lalbero perch la futura salvezza doveva venire attraverso il legno. Concordano dunque col versetto di Davide: Dicite in gentibus quia Dominus regnabit a ligno, bench per rendere pi precisamente il concetto, bisognerebbe dire: curabit a ligno. 1. Sulla pratica del silenzio si possono proporre varie distinzioni. 1 Si potrebbero opporre, con Gustav Mensching, silenzio interiore e esteriore , oppure silenzio sapienziale (o morale) e silenzio mistico (il primo disciplina ed ascesi, il secondo assimilazione con la divinit). 2 Ma vorrei cominciare distinguendo tra il silenzio come assenza o privazione della parola e il silenzio come comunicazione con un mondo altro, rispetto a quello della parola. Mi rifaccio a un saggio di L. Heilmann, dedicato appunto alla distinzione tra "tacere" e silre" in latino, in cui si sostiene che la differenza che caratterizza sileo e taceo luno di fronte allaltro sia da vedere nellopposizione (valore positivo-valore negativo) tra la coscienza del silenzio come realt in atto o che si crea (sileo=positivo) e la constatazione del silenzio cio assenza di qualcosa che da esso negata (taceo=negativo).3 Potremmo dire cos, avvicinandoci al tema nostro: "tacere", zittire o zittirsi, arrestarsi muti dinanzi alla realt divina, mentre "silere" entrare nella divinit divenendo partecipi della sua ineffabile realt (aspetto positivo). 2. A questa distinzione unaltra pu essere accostata, che oppone due tipi di silenzio, quello che prepara lavvenimento della rivelazione o della profezia, e quello mistico-filosofico (come in Plotino4 ), in cui il silenzio avvicina e assimila a Dio. Incrociando questa distinzione con quella precedente, ne deriva uno schema, cui avremo sia "tacere" e sia "silre", luno e laltro sia di carattere profetico sia di carattere filosofico-religioso. E cio il silenzio di fronte alla Realt ultima, sia esso allinterno o sia allinfuori della rivelazione, contiene sia un aspetto negativo, il tacere, sia uno positivo, laver parte a questa indicibile Realt. 3. La Bibbia ebraica e cristiana conosce laspetto sapienziale (Qo. 3, 7, "un tempo per tacere e un tempo per parlare", uso la versione CEI), ascetico, disciplinare (il saggio tace! Prov. 17, 28: "Anche lo stolto, se tace, passa per saggio"). Ma evidentemente lelemento pi specifico nella rivelazione biblica il silenzio come tacere di fronte a Dio di ogni potenza umana.

Sof. 1, 7. "Silenzio alla presenza del Signore Dio, perch il giorno del Signore vicino". Ab. 2, 20: "Il Signore risiede nel suo santo tempio. Taccia davanti a lui tutta la terra", Zac. 2,27: "Taccia ogni carne dinanzi a Dio. Il "tacere" come avvicinarsi alla realt divina soprattutto il silenzio dellascolto, una invocazione affinch Dio parli. Perch Dio parla, parla alla comunit nella rivelazione profetica, e parla al credente nella sua solitudine. "Parla Signore, il tuo servo ti ascolta" (1 Sam. 3, 10). "Non rimanere in silenzio" linvocazione del salmo: A te grido Signore, non restare in silenzio, mio Dio, perch se tu non mi parli, sarei come scende nella fossa" (S. 28, 1, cfr, anche 35, 22; 83, 1). Nella Bibbia dunque il silenzio anzitutto un tacere. E tuttavia nella piet dei Salmi, nelle esperienze dei profeti, ancor pi nella comunione con il Messia,5 nel dimorare in lui si intravvede una unione che va oltre ogni dire. Quelle cose che occhio non vide, n orecchio ud, n mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano (1 Cor. 2, 9).6 4. Il tema del silenzio mistico, preparato dal tacere come esercizio ascetico assumer grande importanza nella tradizione spirituale cristiana. Una sorta di sintesi tra silre e tacere si trova per esempio nella Confessioni , con lestasi a due di Agostino e Monica, Conf. IX, 10. Qui "silere" e "tacere" sono in stretta continuit: "si ipsa sibi anima sileat si iam taceantet loquatur ipse", dove sembra suggerirsi un vero itinerario mistico. Molto pi tardi, questo vien ben delineato da Miguel de Molinos (16281696): Tre modi vi sono di silenzio. Il primo di parole, il secondo di desideri, e il terzo di pensieri. Il primo perfetto, pi perfetto il secondo, e perfettissimo il terzo. Nel primo, di parole, si raggiunge la virt. Nel secondo, di desideri, si ottiene la quiete. Nel terzo, di pensieri, il raccoglimento interiore. Non parlando, non desiderando e non pensando, si arriva al vero silenzio interiore. In esso Dio parla con l'anima, si comunica. Le insegna nel suo pi intimo la pi perfetta e alta sapienza.7

5. Non si pu pensare che la pratica silenziosa quacchera sia priva di precedenti storici. Essa tuttavia merita speciale attenzione sia perch con il silenzio collettivo rinnova in maniera originale8 un modello di comunit profetica quale si pu intravvedere dalla descrizione di Paolo, 1 Cor 14; sia

perch raccoglie con pari originalit impulsi appartenenti a quello che Rufus M. Jones, storico del quaccherismo, chiamava "riformatori spirituali"9. Sullo sfondo c il silenzio dell'attesa profetica. "Ogni carne deve tacere dinanzi a Dio " (Zac. 2, 13). Allora, come avvenne a Elia, egli si manifester come qol demamah, "voce del silenzio" (1 Re 19, 12).10 Nella comunit raccolta in silenzio, il Maestro viene, il risorto appare, la Luce si manifesta, i profeti prendono la parola (1 Cor 14). Ma accanto a questo c il silenzio contemplativo, mistico: la "stillness" (S. 46, 10 di cui sopra), la "coolness", la quiete, il silenzio sono partecipazione e imitazione degli attributi divini, l'eternit, l'immutabilit, l'infinit. Cari amici, dimorate nella quiete e nel silenzio della potenza dell'Onnipotente, che mai varia, si altera, cambia, ma preserva su, fuori e al di sopra di tutti i mutevoli culti, religioni, ministeri, chiese, insegnamenti, principati,e potest (1661).11 Sullo sfondo, un brano di sapore ellenistico-giudaico della Lettera di Giacomo 1, 17: "Ogni dono perfetto ... discende dal Padre della luce, nel quale non c' variazione n ombra di cambiamento". Questo silenzio ha anche risvolti morali e ascetici, il rifiuto del mondo, la stabilit, la "purezza". Ci vale anche per il singolo: Sii calma e fredda nella mente e nello spirito, distaccata dai tuoi stessi pensieri, e sentirai il principio divino che volge la tua mente al Signore Dio, da cui riceverai quella forza e quel potere da cui la vita proviene, per calmare ogni tempesta e ogni vento [...] Perci arresta un momento i tuoi pensieri il tuo cercare, desiderare, immaginare e dimora nel principio divino che in te, cos che la mente sia fissa in Dio, cos da giungere a lui; e trovererai forza da lui e troverai che un aiuto in tempi di travaglio, di bisogno e che un Dio a tua portata (1658).12 Un famoso brano di William Penn riassume bene lesigenza del silenzio sotto un profilo che tanto biblico, quanto filosofico e contemplativo: Ma quanto meno forme ci sono nella religione, tanto meglio , perch Dio Spirito; quanto pi il nostro culto nella mente, tanto pi adeguato alla natura di Dio; quanto pi silenzioso, tanto pi adeguato alla lingua dello Spirito (1693).13 6. Pu essere interessante confrontare il silenzio meditativo dei quaccheri con un altro silenzio, quella della meditazione buddhista. Non intendo inoltrarmi nel confronto tra buddhismo e cristianesimo. Non intendo sviluppare il confronto tra i due Maestri, quale per esempio si affaccia nello suggestivo brano citato in epigrafe: il confronto tra i due "Signori", dei quali il primo "regna dal Legno" (nuovo Adamo sulla Croce, antitipo dellalbero del Paradiso 8

terrestre), il secondo "cura dal Legno" (lalbero sotto il quale il Buddha ricevette lilluminazione).14 Non intendo seguire lo stesso Henri De Lubac, quando vede nella dottrina buddhista qualcosa di simile al Qohelet, "una immensa, drastica e sottile pars purificans, una preparazione negativa attraverso il vuoto...fino al Messaggio pasquale".15 Invece di una sorta di integrazione del buddhismo nel cristianesimo, come praeparatio evangelica, o come "teologia negativa", vorrei suggerire un parallelo tra processi meditativi, basandomi sul confronto puntuale di due testi:16 un passo cruciale di George Fox,17 e un testo fondamentale per la pratica meditativa buddhista, che chi scrive conosce un poco soprattutto nella modalit vipassana (meditazione della consapevolezza). Anzitutto Fox. Scrive nel 1653 (la traduzione letterale): Dimorando nella luce, non vi sar occasione di inciampo, perch tutte le cose con la luce sono svelate. Tu che la ami, ecco chi ti insegna quando cammini fuori: presente con te nel tuo petto, non hai bisogno di dire: eccola qui, eccola l. E mentre stai nel letto presente per insegnarti, e per giudicare la tua mente che vaga, che vorrebbe vagare fuori, e i tuoi alti pensieri e immaginazioni, e li assoggetta, giacch seguendo i tuoi pensieri ti perdi ben presto. Ma dimorando in questa luce, ti sveler il corpo del peccato, e le tue corruzioni e lo stato di decadenza in cui sei, e la moltitudine del pensieri. Sta' in quella luce che ti mostra tutto questo, non andare n a destra n a sinistra. Qui la pazienza si esercita, qui la volont sottomessa, qui vedrai la misericordia di Dio manifestarsi nella morte. Qui vedrai (che cosa significa) bere alle acque di Siloe, che scorrono dolcemente, vedrai compiersi le promesse di Dio, fatte al Seme, che Cristo. Qui troverai un salvatore, e verrai a conoscere lelezione, e la riprovazione di quanto rigettato, e quanto ammesso. Colui che pu capirmi, e ricevere la mia testimonanza nel suo cuore, il seme immortale nasce (in lui) e la sua volont rigettata, perch non lui che vuole n lui che si sforza, ma Dio che mostra misericordia. Perch il primo passo verso la pace di rimanere fermi nella luce che svela le cose che le sono contrarie, per ricevere potere e forza per resistere a quanto di voi la luce svela. Qui la grazia cresce, qui Dio solo glorificato ed esaltato e la verit sconosciuta al mondo manifestata, essa che vi trae fuori della prigione e vi vivifica nel tempo, verso quel Dio che fuori del tempo. 18

7. Va notato anzitutto come Fox non si appelli a una divina autorit, ma alla sua esperienza, a qualcosa che ha scoperto da solo: il nuovo s potr crescere non appena il vecchio s espulso. Questa la sua testimonianza (Ambler) Poi va notato che qui "chiaramente viene descritto un processo meditativo" (ancora Ambler).19 Non viene prescritto di pentirsi, ma semplicemente di fermarsi a guardare se stessi. In questo processo la Luce amata, la luce divina non tanto loggetto, quanto il soggetto stesso dell atto contemplativo. Infatti la luce c gi. Quando si cammina "presente nel petto", non c bisogno ci cercarla: "eccola qui, eccola l". Quando si giace, essa invita a non "vagare fuori". Il fatto della presenza precede quindi e fonda linvito a "dimorare" (dwell) nella luce, a "stare nella luce" (stand in the light), a "stare fermi nella luce" (stand still in the light). Questo "il primo passo verso la pace". In secondo luogo: la meditazione si propone di contemplare nella luce il corpo del peccato ("the body of sin",), le immaginazioni ("imaginations"), la "moltitudine di pensieri" ("multitude of thoughts"). Si ricordi la lettera citata sopra: "Arresta un momento i tuoi pensieri, il tuo cercare, desiderare, immaginare". Si tratta di guardare a se stessi, nella "pazienza" stando fermi nella luce, scoprendo nella luce la propria "natura" In terzo luogo, questo gesto come tale ha in se anche "la forza e il potere" di "fronteggiare (stand against), la natura che la luce scopre" e come tale porta a svelarne " il contrario": una "verit sconosciuta al mondo", " che libera dalla prigione e vivifica. Qui (here, tre volte) e ora, nella prigione, in punto di morte, si manifestano la misericordia, la salvezza, lelezione. 8. Tutto il testo un forte e originale tessuto di riferimenti biblici.20 Sono bibliche perfino le espressioni "il corpo del peccato, e le tue corruzioni... e la moltitudine del pensieri" che dipende, oltre che da Paolo, da una interessante remiscenza del testo pi ellenistico della Bibbia (cattolica), la Sapienza di Salomone 9, 15 "Un corpo corruttibile appesantisce lanima e la tenda dargilla grava la mente dai molto pensieri"(cfr. Fedone 81 c). "Dimorare"(in Dio, in Cristo, nella Parola...) costante nel Vangelo di Giovanni. Esporsi alla luce dipende di qui: la Luce venuta al mondo (1, 9) a illuminare ognuno, e "chi fa il male, odia la luce e non viene alla luce perch non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verit viene alla luce, perch appaia chiaramente che le opere sono state fatte da Dio" (3. 20s.). Anche il riferimento alle"acque di Siloe" allude a Giovanni, e alla guarigioneilluminazione del cieco nato, che avviene "piscina di Siloe". "Testimonanza" evidentemente un tema giovannico (e dellApocalisse) . "Camminare, giacere..." allude a Deut. 6, 6 "Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore... ne parlerai quando starai seduto in casa tuo, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai"(cfr. 11, 18-21).

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"Eccolo qui, eccolo l" si riferisce a Lc 17, 21: "Il regno di Dio non viene in modo da attirare lattenzione, e nessuno dir: Eccolo qui, eccolo l. Perch il regno di Dio in mezzo a voi". Il Seme Cristo (Gal. 3, 16). Ma in Fox, che ricorda spesso la parabola del seminatore (Mc 4, Mt 13), un termine caratteristico, quasi quanto la Luce, per indicare la presenza divina nel credente, sottolineandone anzi ulteriormente il carattere di immanenza. Al tempo stesso, un forte richiamo alla Lettera ai Romani, e al tema delleelezione (9, 16: "Non dipende dalla volont n dagli sforzi delluomo, ma da Dio che usa misericordia") restituisce tutto il processo ad un contesto propriamente soprannaturale e monotestico, biblico insomma. E tuttavia c un forte connotato di escatologia realizzata, il messianismo attuale e universale ed oggettivo degli Amici. La presenza salvifica divina gi in atto in ogni operare umano, compreso il silenzio dellattesa e della meditazione. 8. Laltro termine del confronto costituito da una sezione di un sutra molto rilevante nella meditazione di consapevolezza, o vipassana. Si tratta dellAnpnsati sutta, che in forma pi breve e pi pratica espone la dottrina del Mhasatipatthnasuttanta ("Il grande discorso sui fondamenti della presenza mentale" ), molto importante nella pratica meditativa theravada. E in che modo, monaci, si pratica la consapevolezza dell'inspirare ed espirare affinch sia di gran frutto e di gran beneficio? In questo caso, o monaci, un monaco, recatesi nella foresta, ai piedi di un albero o in un alloggio vuoto, si siede a gambe incrociate e con il corpo eretto, suscitando l'attenzione di fronte a s. Consapevole inspira e consapevole espira. 1. Inspirando a lungo egli sa: sto inspirando lungo; espirando a lungo egli sa: sto espirando lungo Inspirando brevemente, egli sa: sto inspirando breve; espirando brevemente egli sa: sto espirando breve Si esercita cos: pienamente sensibile a tutto il corpo inspiro; si esercita cos: pienamente sensibile a tutto il corpo espiro. Si esercita cos: calamdo il condizionante del corpo inspiro; si esercita cos: calmando il condizionante del corpo espiro 2. Si esercita cos: pienamente sensibile al godimento inspiro; si esercita cos: pienamente sensibile al godimento espiro. Si esercita cos: pienamente sensibile all'agio inspiro; si esercita cos: pienamente sensibile all'agio espiro. Si esercita cos: pienamente sensibile ai condizionanti della mente inspiro; si esercita cos: pienamente sensibile ai condizionanti della mente espiro Si esercita cos: calmando i condizionanti della mente inspiro; si esercita cos: calmando i condizionanti della mente espiro 11

3. Si esercita cos: pienamente sensibile alla mente inspiro; si esercita cos: pienamente sensibile alla mente espiro. Si esercita cos: allietando la mente inspiro; si esercita cos: allietando la mente espiro. Si esercita cos: unificando la mente inspiro; si esercita cos: unificando la mente espiro. Si esercita cos: liberando la mente inspiro; si esercita cos: liberando la mente espiro 4. Si esercita cos: contemplando l'incertezza inspiro; si esercita cosi: contemplando l'incertezza espiro. Si esercita cos: contemplando il non-attaccamento inspiro; si esercita cos: contemplando il non-attaccamento espiro. Si esercita cos: contemplando la cessazione inspiro; si esercita cos: contemplando la cessazione espiro. Si esercita cos: contemplando il lasciar andare inspiro; si esercita cos: contemplando il lasciar andare espiro. Ecco, o monaci, in che modo la consapevolezza dell'inspirare ed espirare, coltivata e perfezionata, di gran frutto e di gran beneficio.21 C bisogno di sottolineare quanto distanza separa i due testi, dal punto di vista linguistico, letterario, storico-religioso? invece importante segnalare lanalogia del processo, che il sutra, attraverso le quattro strofe (tetradi) in cui strutturato, presenta.22 Premessa a tutto il discorso, il carattere sperimentale, pragmatico dellapproccio meditativo.23 Rispetto alla tradizione cristiana (tanto pi non monastica, come quella di Fox) c qui evidentemente un supporto tecnico e psicologico pi consistente: il respiro, la posizione del corpo, la concentrazione e la consapevolezza, l"esercizio" (sikkh) insomma, che abbraccia doversi momenti. In primo luogo, cominciando con lassunzione di un atteggiamento stabilit e di silenzio, tutta lattenzione volta alla presenza mentale (sati), scegliendo il respiro come oggetto primario. Si passa quindi a unosservazione consapevole del corpo (dalle sue diverse movenze - camminare, stare, sedere giacere - alle sue parti, alla sua corruttibilit),24 delle sensazioni (piacevoli, spiacevoli neutre), della mente, con i suoi contenuti di attaccamento, avversione, illususione. Si affaccia allora la consapevolezza della "incertezza" o impermanenza (anicca ) e dellinconsistenza dell lio-mio" (anatta): la saggezza, la compassione e il risveglio sono il traguardo.

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Il traguardo pu essere raggiunto, in sette anni, ma forse anche in un anno, ma forse anche in mezzo mese, ma forse anche in sette giorni: con questa incoraggiamento (allora chiss forse anche meno di una settimana?) si chiude il "Grande discorso sui fondamenti della presenza mentale" ( 22). 9. Concentrarsi sullisomorfismo dei due processi, dei due "metodi" non significa affatto cercare di integrarli in un meta-linguaggio comune. Non questo il risultato perseguito, Possiamo invece sperare di aver gettato un poco di luce su un percorso meditativo cristiano (quacchero) mediante il confronto con percorsi di tuttaltra ascendenza storica. Possiamo anche domandarci se quel percorso sia un unicum storico, o se invece le considerazioni comparative che abbiamo abbozzato possano estendersi ad altri contesti meditativi informati dal linguaggio biblico (penso sorattutto alla tradizione illuminativa agostiniana). Possiamo anche vedere come possa essere semplicante la distinzione che da cui siamo partiti, tra un "tacere" (negativo) un "silre" (positivo), mentre diviene pi evidente che le tradizioni considerate abbracciano ambedue i due poli. Potremmo soprattutto domandarci - ed la domanda pi importante e urgente - se non si tratti di due linguaggi diversi - da una parte, una Luce, dallaltra, una consapevolezza, da una parte, unattesa, dallaltra, un "esercizio", da una parte, lo Spirito, dallaltra il respiro - due linguaggi che si protendono verso qualcosa che al di l di ogni parola. E se allora possano coesistere nella stessa persona. 1. Questo testo ha come nucleo lintervento iniziale al seminario "Condividere il silenzio a partire da diverse tradizioni spirituali: una indagine storica e una proposta" tenutosi venerd 29 novembre 2002 a Bologna, presso la Facolt di Scienze politiche, corso in Culture e diritti umani. Intervenivano poi Mohammed Haddad (Universit di Tunisi) Valentina Colombo e Saverio Marchignoli (Universit di Bologna). Oggetto delincontro era soprattutto il silenzio come elemento centrale di una pratica spirituale: non interessava tanto il silenzio come preludio o intervallo o conclusione o atteggiamento concomitante e strumentale rispetto a qualcosaltro che pi importante. Interessava specialmente il silenzio condiviso, cio praticato in comune novit dei nostri tempi - da persone di cultura spirituale diversa. Lincontro voleva essere anche una indagine storica, su queste diverse tradizioni, prestando attenzione al mondo cristiano, a quello islamico, a quello buddhista. Alla base era un interesse storico, ma anche la proposta del silenzio in comune nel dialogo (oltre al dialogo!) islamocristiano e pi concretamente, la proposta di praticare questo silenzio in carcere con detenuti di diversa provenienza culturale e religiosa, mostrando la coerenza di una pratica di silenzio con una parte almeno della propria tradizione, e indicando anche nella pratica vipasssana (di stampo buddhista) una interessante risorsa, laica e 13

compatibile con convinzioni filosofiche o religiose diverse. Il testo stato ripreso e sviluppato in vari incontri e circostanze. 2. G. Mensching, Das heilige Schweigen, Tpelmann, Giessen 1926. 3. Cfr. . L. Heilmann Silere-tacere. Nota lessicale, in "Quaderni dellIstituto di Glottologia" Bologna I (1955), pp. 3-14, citazione a p. 14. 4. "... baster un semplice contatto interiore. Ma durante il contatto almeno finch avviene non si avr affatto n la possibilit, n il bisogno di parlare: solo pi tardi si potr ragionarci sopra. Ma in quellistante bisogna credere di aver visto, quando lanima coglie, improvvisamente, la luce. Poich questa luce proviene da Lui, meglio Lui stesso" (Enneadi V 3, 17, trad. it. G.Faggin). Gi nellesperienza di Socrate i neoplatonici potevano intravvedere le tracce di una mistica filosofica. Secondo quanto raccontato da Alcibiade nel Simposio, Socrate, "In tale occasione, essendosi concentrato a meditare su qualcosa, a partire dall'alba era rimasto in piedi nello stesso posto a riflettere, e siccome la cosa non gli riusciva, non si dava per vinto, ma restava fermo a indagare. Si giunse a mezzogiorno, egli uomini lo notavano, e meravigliati dicevano, l'uno all'altro, che sin dall'alba Socrate stava l in piedi a ponderare qualcosa. Alla fine alcuni Joni, quando fu sera ed ebbero cenato, portarono fuori i loro lettucci - poich allora era estate - per dormire al fresco, e al tempo stesso per sapere, tenendolo d occhio, se avrebbe passato l in piedi anche la notte. Ed egli rimase fermo, in piedi, sinch giunse l'aurora e si lev il sole: allora si mosse e se ne and, dopo di aver rivolto una preghiera al sole" (220 c-d, trad. it. G. Colli). Per il silenzio tra i pitagorici, si pu leggere la Vita pitagorica di Giamblico: "... E dunque, nel corso della prova cui erano sottoposti glii aspranti, egli anzitutto osservava se essi fossero in grado di tacere (echemythein, vale a dire trattenere le parole, era il vocabolo che usava) e di tenere per s gli insegnamenti ricevuti" (XX, tr. M. Giangiulio). 5.. M. Borg definisce Ges un mistico ebreo. Borg si stacca, sulla scia di W. James, dalla tradizionale diffidenza protestante per la mistica; M. Borg-N.T. Wright, The Meaning of Jesus. Two Visions, Harper San Francisco, 1998, 59 6. Segnalo la presenza nell'Islm di un hadth (detto) corrispondente a 1 Cor. 2, 9 (cfr. Is. 64, 3). Lo hadth si trova in Bukhri (una delle raccolte canoniche di detti del profeta), ed un hadth quds cio uno di quelli in cui Dio parla in prima persona al profeta. Lo si trova, per esempio, in ibn Tufayl (m. 1185), Hayy ibn Yaqdhn, nel momento in cui il "vigilante" arriva da solo alla contemplazione delle cose supreme. Passi straordinari sul silenzio mistico si trovano nel Dvn di Rm, ma questo esigerebbe una trattazione a parte. Mi limito a ricordare quanto A. Bausani cita nella prefazione a Poesie mistiche, BUR, Milano 1998, 33: "La 14

prima origine del grido dal cuore e leco ne rimbomba nelle motagne del corpo. O tu stordito dagli echi, dirigiti in silenzio verso lorigine della Voce che crea". Ringrazio Maura Avagliano per le segnalazioni. 7. "Triplex silentii genus est. Primum verborum, secundum desideriorum, tertium cogitationum. Primum est perfectum, perfectius secundum, perfectissimum tertium. Primo quod est verborum acquiritur virtus, secundo quod est desideriorum obtinetur quies, tertio quod est cogitationum interior recollectio. Non loquendo non desiderando non cogitando pervenitur ad verum et perfectum silentium mysticum, in quo deus loquitur cum anima, ipsi se communicat eamque docet in maxime intimo fundo suo perfectissimam maximeque sublimem sapientiam. Ad internam hanc solitudinem et silentium mysticum vocat eam ac perducit, quando dicit ad ipsam se velle loqui sola in secretissimo atque intimo cordis. Hoc silentium mysticum ingrediendum tibi est, si audire cupis suavem, interiorem ac divinam vocem. Non sufficit fugere mundum ut hoc thesaurum acquiras nec renunciare desideriis nec omni desiderio et cogitatione. Conquiesce in mystico hoc silentio et aperi portam, et Deus se tibi conmmunicet, tecum se uniat, teque in se transformet": Manducatio spiritualis 1687, 1, 17, Mensching, op. cit., 16. 8. Si veda lo spazio che Mensching appunto vi dedica, 89 ss. 9. R.M. Jones, Spiritual Reformers of the 16th and 17th Centuries. Beacon Press, (1914), Boston 1959. 10. Cfr. D. Gwyn, Apocalypse of the Word, Friends U.P., Richmond 1984, 163. 11. G. Fox, Ep. 201, Works 7, 198 s. 12. "Be still and cool in thy own mind and spirit from thy own thoughts, and then yhou will feel the principle of God to turn they mind to the Lord God, whereby thou will receive his strenght and power from whence life comes, to allay all tempests, against blusterings and storms [...] Therefore be still a while from their own thoughts, searching, seeking, desires and imaginations, and be stayed in the principle of God in thee, to stay thy mind upon God, up to God; and thou wilt find strength from him and find him to be a present help in time of trouble, in need, and to be a God at hand", G. Fox, Lettera a Lady Claypole, in Journal, ed. Nickalls, Cambridge U.P., 1952, 346 s. 13. "This world is a form; our bodies are forms; and no visible acts of devotion can be without forms. But yet the less form in religion the better, since God is a Spirit; for the more mental our worship, the more adequate to the nature of God; the more silent, the more suitable to the language of a spirit"Some Fruits of Solitude ,nn. 507 e 519, Richmond, Ind., 1978

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14. Il racconto viene da De Lubac, op. cit, 48. Il testo completo il seguente. Secondo la relazione del francescano fiorentino Giovanni Marignolli, legato di Benedetto XII presso limperatore di Cina, questi, "partito nel 1338, era arrivato a Cambaluc il 15 agosto 1342... Compiuta la sua missione, era tornato passando per Ceylon. Come Marco Polo e come Odorico, aveva ammirato il picco di Adamo, senza tentarne peraltro la difficile ascensione. Ceylon laveva trovato pi curioso di ricordi del paradiso terrestre che della sua religione o piuttosto le due cose si mescolavano ai suoi occhi, se giudichiamo dalle strane cose che egli mette sulla bocca dei monaci singalesi: "Nei loro chiostri si notano certi alberi dal fogliame diverso dalle altre piante Questi alberi sono cinti da corone d'oro e di gioielli. Davanti ad essi vi sono delle lampade e vengono adorati. Dicono i monaci che questa una tradizione che risale ad Adamo e che Adamo adorava lalbero perch la futura salvezza doveva venire attraverso il legno. Concordano dunque col versetto di Davide: Dicite in gentibus quia Dominus regnabit a ligno, bench per rendere pi precisamente il concetto, bisognerebbe dire: curabit a ligno ". Si riconosceranno in questi alberi i polloni .allalbero di Bddh-Gaya sotto cui Sakyamuni aveva ricevuto lilluminazione. Tutti tempi e tutti conventi dell'isola ne venerano uno". 15. E la pagina finale del suo bel libro del 1952, Buddismo e occidente, trad. it, Jaka Book, Milano 1987. 255. 16. Ho qui in mente il metodo seguito da T. Izutsu in un testo straordinario, Sufism and taoism. A Comparative Study of Key Philophical Concepts, University of California Press, 1984. 17. Analizzato da Rex Ambler A Light to live by An exploration in Quaker spirituality, Quaker Books, London 2002. 8 s. 18. "Dwelling in the light, there's no occasion at all of stumbling, for all things are discovered with the light. Thou that lovest it, here's thy teacher when thou art walking abroad, 'tis present with thee in thy bosom, thou need'st not to say, lo here, or lo there. And as thou liest in thy bed 'tis present to teach thee, and judge thy wandering mind, which would wander abroad, and thy high thoughts and imaginations, and makes them subject; for following thy thoughts thou art quickly lost. But dwelling in this light, it will discover to thee the body of sin, and thy corruptions, and fallen estate where thou art, and multitude of thoughts. In that light which shows thee all this, stand; neither go to the right hand, nor to the left. Here's patience exercised, here's thy will subjected, here thou wilt sec the mercies ot God made manifest in death. Here thou wilt see the drinking of the waters of Shiloah, which run softly, and the promises of God fulfilled, which are to the Seed, which Seed is Christ. Here thou wilt find a saviour, and the election thou wilt come to know, and the reprobation, which is cast from God, and what enters. He that can own me here, and receive my testimony into his heart, the immortal Seed is born up, and his own will thrust forth; for it is not him that willeth, nor him that 16

runneth, but the election obtaineth it, and God that shows mercy; for the first step to peace is to stand still in the light (which discovers things contrary to it) for power and strength to stand against that nature which the light discovers. Here grace grows, here's God alone glorified and exalted, and the unknown truth, unknown to the world, made manifest, which draws up that which lies in prison, and refresheth it in time, up to God, out of time, through time" G. Fox, To all that would know the way to the kingdom, 1653, Works 4, 17. 19. Ambler, che non stabilisce alcun nesso con la meditazione buddhista, si avvale molto, nella sua analisi del processo meditativo quacchero, del contributo di E.T. Gendlin, cfr. anche in italiano Focusing: interrogare il corpo per cambiare la psiche, Astrolabio, Roma 2001. 20. Per lanalisi dei testi di Fox un importante strumento A Readers Companion to George Foxs Journal, di J. Pickvance. Quaker Home Service, London 1989. 21. E una sezione del Sutta 115 del Majjhima Nikya, la traduzione (con il testo pli) tratta dallappendice dei due fascicoli: Ajahn Sucitto, Insegnamenti sulla pratica di npanasati, A.Me.Co., s.d. "Il grande discorso sui fondamenti della presenza mentale" (Mhasatipatthnasuttanta, Dhga Nikya, 22) si trova nella traduzione di C. Cicuzza in La rivelazione del Buddha. I. I testi antichi, Mondadori, Milano, 2001, 335 ss. 22. L. Rosenberg, Respiro per respiro. La pratica liberatoria della consapevolezza, Ubaldini, Roma 1999 presenta un commento pratico, passo per passo, di questo testo. 23. "Monaci, non parlate forse di quello che voi stessi avete conosciuto, voi stessi avete visto, voi stessi avete trovato?" (Majjhima Nikaya I 265) 24. "Inoltre, o monaci, quando cammina egli sa: Sto camminando, quando immobile in piedi sa Sto immobile in piedi, quando sta seduto sa Sto seduto, quando giace sa Sto giacendo" (Mhasatipatthnasuttanta, ed. cit. 3). Da: http://quaker.org/italia/lq/39.html

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Luned, 30 Luglio 2007 I monaci della foresta: il silenzio, lascolto, la parola TORNARE NELLA FORESTA. Prova a fermarti e ascolta
Racconto breve di Pippo Greco Ricordo quelle parole quasi fosse ieri: Oh, sei tornato qui con noi. Sono felice perch potrai godere di nuovo della nostra casa e del silenzio prezioso della foresta. Continuerai a scrutare dentro te stesso in questo tempo che ha bisogno di silenzio, di ascolto e di parola. Ascolto di un mondo che non vediamo, quello interiore, e di un altro, che va cercato abbandonando le ansie, le distrazioni e i rumori che in genere ci accompagnano per avviarci verso lincontro con gli altri. E il mondo della comunit, che vive anche attraverso il suo rapporto con lambiente. Parole semplici, cariche di una particolare intensit comunicativa, con pause e spazi pieni, alternati armonicamente in un messaggio che superava la barriera del tempo: Prova a fermarti, caro amico, per condividere questo prezioso silenzio, che riesce a narrarci la storia della nostra vita. Useremo un linguaggio antico ma sempre attuale, quello dei nostri Padri, coinvolgente e appassionante. Ricordati che il silenzio della meditazione ha senso se rimane in te la condizione dellascolto: il silenzio ci parla. E le nostre parole prendono forma, da qui, suscitando emozioni e sentimenti, curiosit e stupore. Potevo udire, in quellinizio tiepido dellestate, lo scorrere giocoso e lieve del torrente, prima che riunisse i due rivoli per lasciarsi andare, deciso, lungo le cascatelle del mulino, tra i castagni secolari, la faggeta e lintensa vegetazione del sottobosco. Le foglie riuscivano a creare un manto soffice che copriva la terra, lasciando tuttavia intravedere le venature naturali tracciate dalle radice degli alberi, fino al ponticello. In quel punto si crea unansa, dove lacqua cristallina lambisce il margine di un pianoro, ritrovo naturale di tanti animali della foresta; il luogo cos assume cos una condizione conviviale, quasi di ritrovo. Arrivavano da sentieri diversi, come chiamandosi, per godere della frescura di quel luogo. Non era raro scorgere tra il fogliame basso una famiglia di caprioli, mentre nel cielo volteggiava laquila reale e, sul tronco di un abete, il rumore del becco dava conto del metodico lavorio del picchio. Arrampicandosi sul costone, in alto si notavano le cime appenniniche, che risalivano la dorsale fino a Prato alla Penna e al Monte Falterona. Lacqua scendeva da mille piccoli canali naturali, convogliati sapientemente dalla mano del bosco e aumentava lungo la sua discesa ingrossando il ruscello che sarebbe da l a poco confluito, Archiano di dantesca memoria, nellArno, per raggiungere Bibbiena, le contrade di Poppi e il Castello dei Conti Guidi e poi ancora Firenze, Pisa e infine il mare. A valle il movimento e la frenesia dei rumori, nella foresta il silenzio, cos intenso e pieno della vita dei suoi abitanti.

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Benedetto Calati I suoi occhi, dolcissimi e rassicuranti ma anche fermi e vivaci, centravano quelli dellinterlocutore, stabilendo un contatto di attenzione reciproca e un dialogo che aveva sempre quale obiettivo un deciso e sereno invito alla fiducia e allincontro vivificante; accompagnavano efficacemente lintensit del dire, mentre il tono della voce, caldo e autorevole a un tempo, rendeva la sua comunicazione piena di armonia ed equilibrio, che ben si univa alla quiete della foresta e di quel luogo di accoglienza. La barba, candida, richiamava, attirandoli come dincanto, i bambini, che lo cercavano per salutarlo e abbracciarlo e dirgli tutto il bene del mondo, mentre giocavano con le pieghe del suo largo saio bianco. Era facile accostare il suo nome, Benedetto, alle caratteristiche della sua parola nella dinamica della comunicazione che scaturiva dallincontro. Le parole Tutto sembrava accompagnare le parole, rendendole impreziosite di una essenzialit difficilmente definibile. Emozioni, gesti, espressioni e movimenti facevano pensare alla sacralit della vita. Attorno a noi lo spazio intimo del Monastero (Archicenobio), il chiostro, con le piante e i fiori fragranti e i viottoli segnati con detriti e ciottoli raccolti pazientemente, uno a uno, tra i costoni delle arenarie del Sasso Fratino, nel cuore delle foreste casentinese, cornice naturale della cittadella dei monaci di Camaldoli, impegnati nellora et labora a studiare la parola sine glossa, o in altre azioni della vita religiosa, quali la liturgia (il canto gregoriano, ad esempio) e la ricerca teologica. I luoghi della comunit erano quelli di sempre, mura e ambienti che avevano accolto nei mille anni della loro storia lesperienza della comunit monastica e innumerevoli gruppi di persone alla ricerca di una dimensione esistenziale attenta alla lettura dei segni dei tempi ed alla loro interpretazione. Tra questi, in soluzione di continuit col monastero, la Foresteria, un edificio costruito dai monaci per laccoglienza e lospitalit dei viandanti che passavano per quelle contrade. Ormai il viandante non aveva le sembianze del viaggiatore, ma si caratterizzava per la condizione di ricerca e di impegno costante a raggiungere una meta formativa aperta al rapporto tra la fede e la storia Si udiva, di fondo, il movimento e il riservato parlare degli ospiti, giunti in quella casa provenienti da localit diverse, spesso lontane. Anche qui un chiostro, minore, le scale fregiate con ceramiche artistiche che rappresentavano le azioni della vita comunitaria, le sale, la biblioteca, i luoghi dellincontro conviviale, la mensa, i cortili e la galleria per raggiungere il declivio verso la foresta. Gli spazi del Monastero di Camaldoli Scarni e semplici, gli edifici di Camaldoli mostrano la solidit della pietra nuda e si ispirano al principio di una estrema linearit architettonica. Spazi, pitture e rilievi, ma anche i semplici oggetti decorativi, legni, ceramiche e terracotte, sono stati trasformati nel tempo dalla mano artigianale in oggetti darte, povera e ispirata, realizzati anche dagli stessi monaci. Mi accadeva di provare forte la sensazione che quella povert racchiudesse un tesoro grande, inestimabile, non per caratteristiche proprie di un bene 19

economico o da valori corrispondenti a qualcosa di tangibile e visibile Sotto larco di una delle porte antiche, chiusa ormai da tempo, stavano adagiati alcuni tini e delle botti di legno di varia grandezza, che contenevano essenze, foglie e radici; ed ancora i frutti essiccati della belladonna, della valeriana, dello stramonio e di altre piante officinali, raccolte per uso curativo e trasformate, seguendo antiche ricette, in tisane, unguenti e balsami per lAntica Farmacia di Camaldoli. Come potr mai dimenticare quei profumi, quelle immagini, quei suoni armoniosi e naturalmente ispirati? Prodotti della vita della foresta, amata e rispettata dai monaci che lavevano, nel tempo, mantenuta nella sua natura primordiale e vissuta in un rapporto di profondo e silenzioso amore, sviluppando una esperienza di vita comunitaria di quasi nove secoli. In una dimensione che possiamo definire ecosistemica. Una gelosa reciprocit Questo rapporto tra luomo e lambiente assume a Camaldoli, sin dalle origini, una dimensione di vita comunitaria ed ecosistemica e rappresenta, sul piano della comunicazione e della parola, una realt amcora viva, propria di ujn sistema integrato, aperto, accogliente, condiviso, creativo, operativo e spirituale, personale e comunitario a un tempo. Far conoscere questa dimensione possibile, essendo stata vissuta e condivisa da tante persone. Penso che ci siano delle parole che possono rappresentarla meglio di altre. Come quelle di una persona che cos si esprime a propostito della reciprocit del custodire, atto condiviso dai monaci della foresta: () Si arriva cos ad una reciprocit sorprendente ed esistenzialmente avvertita: i monaci custodivano una foresta che li custodiva e garantivano la vita alla foresta che garantiva ai monaci il silenzio. Quel silenzio di cui avevano vitale bisogno per poter ascoltare la voce di Dio e degli uomini, e della storia che andavano scrivendo insieme. Una gelosa reciprocit . Gi, proprio cos amavano definirla: una gelosa reciprocit. Tutti i sentieri sembrano partire dal silenzio di questo monastero. Decenni come giorni, non han lasciato traccia sullarenaria grigia del chiostro di Maldolo DArezzo. A sempre uguale il canto degli uccelli e lo svolare lieve di lucciole che accendono la sera. Nel maestoso silenzio il cielo moltiplica gli arcani e fa parere 20

ogni ritorno ai boschi come il viaggio dun astronauta contro il tempo. Nellimmobilit di tutto ogni vita svapora come un sogno e daltre possibili vite la lusinga si fa toccare. Nostalgia smisurata desistenze diverse mai vissute.Daltri viaggi possibili, a partire dallombra immane dei castagni, delle pietre, dei coppi alla toscana, dei camini, degli archi e delle ogive, dei sai bianchi pronti pel salterio. Vite diverse con ognuno di voi dolci compagni, con Mansueto, il candido fratello con le mani nascoste nella veste, con Francesco di Poppi, con Rita ed Emilio lombroso e Gabriella dolce e sottile come un giunco. Ognuna delle vite mai vissute potrebbe ripartire per incanto da questo istante, da questora nuova che mi porta la musica di un coro. Ogni monaco bianco ed il suo canto sono promessa che nulla muore. Ogni esistenza travasa dolcemente in altre vite uguali, per leterno. Lambiente (la natura) da significato alla relazione umana A Camaldoli questa relazione si tempo, sperimentata e vissuta fino a natura vi abbia profuse tutte le sue delle rocce, dagli abeti di centanni ai arricchisce di una prassi consolidata nel diventare modello di vita: Sembra che la bellezze, dalla fragola di prato al lichene fiori dun giorno.

Insieme ai monaci ed alle persone che qui giungono, alla ricerca di un rapporto pieno con lambiente (la foresta), in una realt di vita comunitaria.

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I monaci hanno da sempre avuto cura della foresta e delle piante: dovevano ogni anno provvedere a porre a dimora con la massima diligenza, da quattro a cinquemila piantine (fino a quando, con il Regio Decreto del 1866, si determiner il passaggio delle foreste casentinesi allo Stato italiano). Mi trovavo nel vivo di una storia di formazione alla vita, che aveva visto passare da quel luogo intere generazioni di giovani, ma anche di famiglie, di uomini e donne, di gente appassionata e alla ricerca dellincontro e del dialogo. Partendo dal silenzio e dallascolto Posso affermare che lincontro con il silenzio, su a Camaldoli, ha inciso profondamente nella mia vita, trasformando il mio modo di comunicare. E nel silenzio, a partire dallesperienza di quel rapporto e di quellamicizia, che ho imparato ad ascoltare, a comprendere, a leggere oltre le parole. Curare lascoltoCaro amico mio, siamo chiamati, sopra ogni cosa, al rispetto del mondo interiore che vive in ciascuno di noi. Il nostro essere fatto di mente, emozioni e sensibilit; dobbiamo riuscire a prendere coscienza della nostra persona per andare verso gli altri, con tutto noi stessi. Non scordiamoci di riconoscere la bellezza della parola, lespressione di questa ricchezza che possediamo. Dedichiamoci umilmente alla cura degli altri anche attraverso lascolto, laltra grande ricchezza della comunicazione. Non possiamo fermarci di fronte alla prima interpretazione della parola ascoltata, di un messaggio di cui riusciamo a cogliere solo la superficie. Vivere comunicare e le parole ci accompagnano come laria che respiriamo. Lincontro tra le persone per via delle parole, nei modi pi diversi La musicalit della parola accompagnata dal gesto, dallintensit dello sguardo, ci induce alla capacit di cogliere, nellaltro, quelle attenzioni che spesso sono attese e desiderate, a sapere leggere ci che sta oltre levidenza di una comunicazione semplice o di unaltra apparentemente o sicuramente pi complessa. Spesso non ci rendiamo conto di ci. O forse, pi semplicemente, non vi prestiamo attenzione, come se viaggiassimo col pensiero attraverso lunghezze donda differenti. Questo non ci consente di dialogare in pienezza. Dobbiamo fermarci. Ascoltare. Capire. Condividere e comunicare bene, fare comunit, con tutti. Il nostro mondo ha bisogno di fare comunit . Di questo parlavamo, spesso, e riuscivo a cogliere nellespressione del suo viso un entusiasmo sincero e coinvolgente. Non si poteva riuscire neanche a dargli unet, avendo lesperienza e la saggezza della persona in l negli anni e lentusiasmo, la curiosit e lo stupore del giovane. A volte, anche di un bambino Il suono della campana e il canto del magnificat Il suono della campana ci ricord lora del giorno e lapprossimarsi della recita dei vespri (1), secondo i tempi della vita religiosa e della Liturgia delle Ore. Lui monaco camaldolese ed 22

io, laico, studente universitario della facolt di psicologia, alla Sapienza di Roma. Di l a poco, con larmonia del canto gregoriano, le parole del Magnificat in polifonia si alzarono dal Coro della Chiesa, accompagnate da un suono dorgano. Il gregoriano, in polifonia, il suono dellorgano, nella cornice di una natura che partecipava integralmente di quellevento. I Salmi cantati segnavano il tempo di una storia antica di mille anni, iniziata da Romualdo e dai primi monaci della Foresta per dare testimonianze di laboriosit e preghiera lungo lAppennino centrale, vicino al Passo dei Mandrioli, sulla dorsale che riunisce tre regioni italiane, tra le pi belle: la Toscana, lEmilia e, appena pi a sud, lUmbria. Laltra componente della parola, il canto (cantare pregare due volte), che donava al giorno e alla notte, al sole e alla luna e ad ogni essere vivente note di suggestiva bellezza. Quei monaci conoscevano bene il silenzio della foresta, riserva di alberi e di animali, delle sue cime, dei suoi valichi e dei suoi crinali. E capivano limportanza di testimoniare questo rapporto formidabile con lambiente, in una dimensione ascetica e contemplativa, caratterizzata tuttavia da un intenso lavoro e dagli studi, per la comprensione della storia e dei segni dei tempi. Con le parole di Salvatore Frigerio, alla ricerca di un antico segreto Ancora una volta prender in prestito le parole di Salvatore Frigerio (monaco camaldolese), per dare il senso pieno a questa condizione di legame virtuoso, parole che rendono ancor pi chiara la condizione di reciprocit e di armonia che si sviluppa attorno alla esperienza e alla storia di Camaldoli e dei monaci della foresta. Cos scrive: () Quel silenzio fu gelosamente custodito e difeso dai monaci che in esso soltanto vedevano, e vedono ancora, lo strumento e la condizione indispensabile per porsi in una situazione di ascolto e di accoglienza. Da questa gelosia nato nei monaci lamore per la loro foresta e il desiderio sempre pi vivo di conservarla, di ampliarla, di arricchirla gestendola con cura competente. Alla radice del loro rapporto con lambiente vi dunque il silenzio della foresta, che garantisce il loro quotidiano ascolto della Parola () in un progetto di armonia universale. Un rapporto di comunione per il quale non esiste prevaricazione n delluomo sullambiente, n dellambiente sulluomo. (2) Un ascolto che non mai andato via dalla storia, dalla vita nel mondo. Benedetto Calati, lAbate dei monaci della foresta Limbrunire di quel tardo pomeriggio proiettava colori delicati e teneri che insieme al canto gregoriano suscitava la stessa emozione che si prova ad

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ammirare unopera darte mistica, mentre si predispone lanimo alla meditazione. Era il giorno di Sabato e alla fine di una giornata di studio, i partecipanti ad uno dei tanti convegni che segnavano la vita culturale della comunit monastica, si intrattenevano nel cortile esterno, in attesa di incontrare padre Benedetto, lAbate di Camaldoli, il Priore Generale dei monaci che custodivano una foresta che li custodiva. Lui amava questo momento che si creava nellattesa della mensa ed entrava in questo spazio con le braccia aperte e il passo deciso. Erano, le sue, parole che rinsaldavano i ricordi, le storie, la vita di ciascuno. Era possibile osservarlo, mentre si intratteneva con le persone nella spianata, in quella naturale propensione al rapporto umano, allincontro. Limmagine evocava larmonia della vita nella dinamica esistenziale di un rapporto con la natura attento allincedere progressivo dei tempi, in una dimensione di mediazione tra fede e storia, di costante attenzione per la persona e la comunit, con lesperienza di dieci secoli di spiritualit delloriente cristiano. Era entusiasmante partecipare a questo incontro, da laici, attenti ai valori del silenzio, dellascolto, del dialogo comunitario, per assumerli nel proprio modello di vita. Stavo l e percepivo il tempo che procedeva lento, riconoscendo i sentimenti e le emozioni e accompagnando il pensiero con la dolcezza del canto e larmonia della natura, sentendomene parte Ascoltavo padre Benedetto Calati e le sue parole, antiche e preziose. Parlavo con lui e mi accorgevo della ricchezza della dimensione del dire, dello spessore della comunicazione, del rapporto tra la persona, gli altri e lambiente. I contenuti erano quelli della vita e gli interrogativi rappresentavano la paziente raccolta di mesi, da portare in quellincontro per analizzarne lessenza e provocarne le risposte. Riuscivo a cogliere il significato della scelta del perch quella parola e non unaltra, e la storia che ne accompagnava il significato e, ancora, come lascolto trovasse con facilit lo spazio e il modo per poterla prendere, quella parola. Provavo una sensazione di benessere. Quella sera, lungo il sentiero della fonte della Duchessa. La sera prima avevamo fatto una lunga scarpinata. Il mormorio del vento leggero soffiava sulle cime degli alberi: su fino alla radura dellEremo, lungo il sentiero della fontana della Duchessa con la sua faggeta e labete bianco. Un percorso in salita. che faceva pensare alla fatica del giungere alla mta ma, nonostante la discreta asperit del terreno, permetteva di affrontare tanti discorsi. Mi diceva, Benedetto, che non si pu non comunicare: tutto comunicazione, anche il silenzio. (3) Il suo modo di discorrere era ricco di riferimenti sociali e culturali, utili per una interpretazione attenta, analitica della storia, attraverso ed in costante riferimento alla lettura dei segni dei tempi ed alla personale capacit di discernimento. Cos pure lesegesi della 24

Parola e la capacit di cogliere il valore del pensiero, frutto di un lungo e appassionato studio. Era curioso di sapere sui meccanismi della mente e dei modi di funzionamento del cervello, i processi e le componenti dellatto cognitivo. Ero io a parlare, allora, e a raffigurare la complessit delluomo. Per i sentieri incontravamo altre persone, che si avvicinavano per un saluto. Alcune facevano con noi un pezzo di strada, aggiungendo parola alle parole, come in un discorso collettivo, comunitario. Mi affascinavano le parole ed il racconto che continuamente si sviluppava in modo sequenziale, adattandosi tuttavia ai tratti propri del dialogo. Vi trovavo una strettissima somiglianza con quanto studiavo di psicologia e di pragmatica della comunicazione umana. Avevo modo, in quelle conversazioni con Benedetto, di dare corpo alle regole fondamentali della comunicazione, gli assiomi della scuola di Palo Alto, attraverso le parole di un padre, di un monaco, con la esperienza dei suoi anni, ma cos giovane, fresco, nellardire dellarte della parola e dellascolto. Larte della parola, lo stupore per le cose semplici Della parola in particolare, che aveva studiato a partire dai libri, quelli sacri, ma anche quelli di autori esperti in tanti ambiti dello studio e della ricerca, che era diventata una compagna, tra le pi amate, della sua vita. Benedetto, uomo di umili origini, era stato un autodidatta prima di alimentare la sua sete di conoscenza con le letture religiose, umanistiche, socio-politiche e scientifiche. Era diventato un esperto di patristica ed uno studioso riconosciuto a livello mondiale di Gregorio Magno, padre della Chiesa. Quello del canto gregoriano, appunto Gli incontri, quelli che lui chiamava i colloqui, con la gente, anche la pi lontana, avevano la stessa pregnanza delle sue predicazioni o degli incontri di comunit propri della vita monastica: la comunicazione come scelta esistenziale, prassi comunitaria, arte dellespressione delluomo, cultura e vita. Sono stato amico, fratello fedele e appassionato, di questuomo che amava la parola, amorevolmente immerso nella ricerca di nuovi cieli e nuove terre da far conoscere, dopo aver provato lo stupore per la semplicit delle cose e la magnificenza del silenzio e dellascolto. Non era raro cogliere lespressione della scoperta quando entrava in contatto con qualcosa di nuovo; una parola o un sentimento, appunto, che accendesse quel suo stupore. Ce lo comunicava, con quelle sue parole brevi e chiarissime, facendo permanere il messaggio in noi, per sempre. Come una sera, quando, citando Gregorio, ci disse: () Lultimo dei credenti pu interpretare la parola come me , suscitando per questo, addirittura, linteresse e lattenzione vera, persino di coloro che erano

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distanti dalla sua fede. Per molti era unoccasione unica, una dimensione ricca di speranza. Erano i tempi del Concilio Vaticano II La parola che sana La parola, una risorsa umana che va curata e alimentata, nel senso dellI care di don Lorenzo Milani e della sua scuola di Barbiana (a due passi da Camaldoli ), per sostenerla, contenerla, porgerla, offrirla, ascoltarla: Bisogna dedicarsi allascolto. Pippo mio, tu sei una persona di ascolto. Oggi c bisogno di te. Anche qui, tra noi, in questo luogo. C bisogno di te Ma ricordati della bellezza della parola data e ricevuta e ricordati del bene prezioso che rappresenta per sanare. La parola cura e sana. (4) Capii subito che non mi stava proponendo di entrare nellordine e accettare la regola monastica di Romualdo. Mi invitava semplicemente stabilire un contatto vitale: un colloquio, appunto. Fatto di amicizia e condivisione ma anche della possibilit di sperimentare e migliorare comunicazione. Anche per altro e, chiss, forse, per altro ancora. sentimento della tenerezza di a di la Il

Mi raccont tante cose sul bene della parola, che d sollievo e aiuta nelle diverse occasioni del vivere. La parola data e quella ricevuta nelle mille condizioni di esclusione e di emarginazione, nella sofferenza della malattia e nella incomprensione, nel lavoro e nella famiglia, nel gruppo, in politica. Anche nella chiesa. Sentii che le sue parole erano solo apparentemente semplici. Percepivo la carica di una grande vitalit, mentre tutto in lui mi evocava il sentimento della tenerezza. Uomo della terra del Sud (era nato nella penisola salentina, in Puglia), suscitava buoni sentimenti e dava corpo a corde altrimenti silenti: capivo la responsabilit che ne veniva e quanto potesse incidere sulle mie scelte future. Ci conoscevamo da poco, ma fin da allora, appena possibile, scappavo per tornare a Camaldoli e salire la strada del Casentino, tra la piana dellArno e le colline di Bibbiena e avanti fino alla Mausolea, la storica cooperativa creata dai monaci e dai contadini del luogo, con gli armenti, i vigneti ed i campi coltivati o per il foraggio, fino al bivio di Serravalle e poi su, ancora, per lultimo tratto, dentro la Foresta che sulla carta geografica dellItalia ne rappresenta il cuore. Arrivavo fino allEremo, spesso, per riscoprire il silenzio puro, dellascolto e della preghiera, che fa il giorno e la notte e poi ancora il giorno e le stagioni che portano i loro colori e i loro lievi rumori. La F.u.c.i. Tornavo cos alla voglia di riprendere la parola, con Benedetto, e ascoltare e dialogare: la mia scuola di formazione allascolto, tra la natura della riserva casentinese e le melodie gregoriane, lungo la strada dei viandanti che si fermavano alla Fonte bona, la fontana di unacqua dissetante e pura. Coi gruppi che si alternavano, anche per pochi giorni, in quel villaggio dello spirito, ma cos profondamente umano. 26

Mi accingevo a laurearmi in psicologia alla Sapienza, di l a poco, e a continuare la formazione nel settore della terapia sistemico-relazionale e umanistica; frequentavo la Fuci (ne diventai in quegli anni il segretario del Consiglio Centrale Nazionale) e organizzavo a Camaldoli le settimane teologiche, che vedevano quali relatori Carlo Maria Martini, Raniero La Valle, Marco C, Maria Iraci, Bartolomeo Sorge, Ernesto Balducci, Vittorio Bachelet, Emanuele Bargellini Una volta incontrai Giorgio La Pira e parlammo della profezia della speranza, del bisogno di abbattere i muri e costruire ponti per comunicare, dei suoi viaggi in Vietnam e nellEst per tessere la pace, con le sue parole, fortemente disarmanti. E Davide Turoldo, che con le parole aveva scritto nuovi Salmi di lode. E ancora Enzo Bianchi, che si accingeva a scrivere Ricominciare . Questi e tanti altri: tutte persone del dialogo, cultori della parola e dellascolto. Testimoni del tempo, mediatori tra la fede e la storia, cultori di quellarte antica che rappresentata dalla capacit di ascolto e del dono della parola comunicata, segno di un tempo che si rinnova continuamente nelloggi di ciascuno di noi. Continuammo e continuiamo a salire a Camaldoli, con Enza Maria, mia moglie, e coi miei figli, Daniele e Andrea, e con noi tanti amici: adulti, genitori, giovani, amici, persone variamente impegnate nella vita, per incontrare e ascoltare i monaci della foresta. Per vivere un po del tempo insieme. Padre Benedetto non c pi, da diversi anni. Ma sembra sia a Camaldoli, ancora quando guardiamo ai luoghi della sua testimonianza. E un po anche in ciascuno di noi. Ci rivediamo, spesso. Amiamo quei luoghi. Quelle parole, ancora cos vive Ho trovato altre parole che somigliano a quelle amorevoli e premurose di Benedetto Calati. Ne propongo una parte, che trascrivo fedelmente, nel tentativo di riuscire a rispettarle, nella loro fattura. Inizio con le prime parole, relative al tentativo di analisi di un mondo, alle quali faranno seguito altre parole, le seconde. Largilla del mondo ha bisogno di un soffio. Il soffio delle parole. Quando largilla e il soffio si incontrano, sgorga la vita. Cos successo allinizio, nella notte dei tempi, cos accade ogni giorno. Da una parte la materia, un pezzo di terra, un po di carne. Dallaltra parole. Parole che si insinuano nelle crepe della materia e la mettono in moto. parole che penetrano la terra rendendola fertile. Parole che fanno lamore con la carne cos da far nascere i corpi delle donne e degli uomini. (5)

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E quasi a segnare il tempo trascorso e lincedere della storia, questo scritto cos continua: Oggi, al posto delle parole, bolle di sapone, leggere, libere, iridescenti ma vuote. Ed per questo che i nostri corpi non sussultano pi e dormiamo senza sogni e ci svegliamo con lidea di sapere gi tutto a memoria, di conoscere ormai lesistenza in ogni suo penoso ingranaggio e che nulla pi ci possa stupire o insegnare qualcosa. Siamo senza nome, persi in un dormiveglia. Ma basta il suono di una frase giusta e in un attimo siamo di nuovo noi: nome e cognome, fame e curiosit, desiderio di felicit e voglia di giustizia . (6) Queste parole potrete trovarle nel prologo di un libro, a cura di Giovanni Colombo, Presidente nazionale della Rosa Bianca. Parole pesanti, queste seconde, ma anche cariche di speranza per il dialogo, per il colloquio che ci ha insegnato Benedetto. Mi hanno fatto pensare alla necessit di riprendere quel dialogo e riproporlo cos come voleva lui, con quella formidabile testimonianza che sapeva tanto di storia ma anche di attualit, di condivisione vera in una prospettiva di speranza, in una contagiosa voglia di vivere. E passato esattamente un tempo lungo, trentanni, dal primo incontro con Benedetto a Camaldoli e lessenza della parola rappresenta per me, ancora, la sua capacit curativa. Le parole che allontanano la paura, che esprimono gioia e segnano il tempo del lavoro e del canto. La parola che cura e sana, come nella poesia di una canzone di Franco Battiato: e io avr cura di te. La risposta a quellaltra, parola anchessa, che esprime una richiesta di aiuto, forse attraverso un grido estremo, un urlo: il bisogno naturale di essere ascoltato, nella dimensione della solidariet, magari attraverso il prendersi per mano, per un tratto del cammino della vita. Abbiamo gi detto dellI care Anche con la psicologia e la sua attenzione per quel mondo interiore ancora in gran parte da esplorare rappresenta unancora utile per fermarsi e osservare che la vita ci sta attorno e ci tocca, ci coinvolge in mille modi. E ancora il tempo di Camaldoli Quello di Camaldoli un tempo che non finisce, con le dimensioni del vivere rappresentate dal silenzio, dallascolto, dal dialogo e da una dimensione ecosistemica Ioaltriambiente. Sono tutte condizioni fondanti di una visione integrale della vita, che sta anche alla base della psicologia e della dinamica della comunicazione umana. 28

Da Benedetto, da quel suo parlare entusiastico e profondo, ho appreso il metodo di lettura dei simboli e delle idee primordiali, gli archetipi, e lascolto attento. Ho sentito lempatia sottesa alla comprensione delle storie della vita, condividendone il vissuto. Ho imparato ad amare le parole e a rispettarle nella persona che le porge. Ho apprezzato lessenza della parola data e di quella ricevuta e il dono della gratuit che a volte si realizza, proprio cos, con semplici parole Ho compreso il valore della comunit e della persona, lidentit plurale, la metacomunicazione, gli stili personale dellapprendere, i linguaggi. Ho iniziate ad amare la psicologia, che parte dallosservazione della persona e della sua azione nel rapporto con gli altri e con lambiente. Ancora in me leffetto presente. Pure il richiamo di quel luogo. Insieme allaffetto per il ricordo di quelluomo

Note:
1. La lode che da pi di un millennio sale ininterrottamente a Dio da questo Monastero ad opera di generazioni e generazioni di Monaci che hanno fatto del Salterio il loro canto ufficiale sulle note immortali delle melodie gregoriane. 2. Salvatore Frigerio, monaco camaldolese, studioso della comunicazione, pittore e scultore. 3. Con le stesse parole, Watzslawick e Bateson in quegli anni sviluppavano i fondamenti della Pragmatica della comunicazione umana dove si analizzano tra laltro gli Assiomi della comunicazione, il primo dei quali, appunto, afferma che non si pu non comunicare. 4. Io ho cura di te. Oppure: minteressa. Il maestro don Lorenzo Milani utilizza questa frase, in inglese, per dare vita ad un concetto psicologico che si riferisce allatteggiamento ed alla scelta solidale, condizione che favorisce il dialogo e la comprensione dellaltro e del suo mondo con una condizione di estrema apertura e condivisione umana. 5. Persona e comunit, Citt Aperta Edizioni, Troina (En), 2003 6. Ibidem

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Carmelo S.Anna - Spiritualit Silenzio e parola


"Sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare" (Gc 1,19) Un essere in relazione Luomo creato per la relazione. Egli un essere comunque in relazione: con se stesso, con la realt che lo circonda, con gli altri, con lAltro. Per essere felice, deve imparare a vivere in modo costruttivo e positivo questa sua insita e costitutiva relazionalit, dono del Creatore alla sua creatura "fatta a sua immagine e somiglianza". Silenzio e parola sono strumenti / mezzi che, in ultima analisi, sono finalizzati a questo scopo, a quella che la grande vocazione delluomo: il dono di s. Silenzio e parola: due strumenti che vanno conosciuti e usati La famiglia, luogo dove si sperimentano le prime profonde relazioni umane Per poter essere usato adeguatamente, ogni strumento deve chiaramente essere scoperto, conosciuto in tutte le sue potenzialit; a ciascuno, poi, compete la responsabilit personale di decidere come usarne. Silenzio e parola sono potenti mezzi di comunicazione; la parola per la relazione, ma anche il silenzio a servizio della relazione. Essi devono interagire con saggezza ed equilibrio. La "medaglia" della relazione-dono di s ha due "facce": il silenzio e la parola. Il silenzio e la parola: due realt contrapposte? Questi due vocaboli e realt delluomo possono sembrare antitetici e, in effetti, apparentemente cos, perch chi fa silenzio non parla e, chi parla, non tace. Fondamentalmente, per, sia il silenzio che la parola sottintendono una realt pi profonda e misteriosa quella ontologica delluomo - n possono definirsi incompatibili, ma luno illumina e d senso allaltra. Dal punto di vista di un atteggiamento interiore, profondo, essi sono - allora - complementari. Silenzio e vita parola e desiderio Mentre pi facile pensare al concetto di parola e affiancarla, con naturalezza, allidea di relazione, rimane pi difficile concepire il silenzio come uno strumento che conduca o faciliti un rapporto interpersonale. La domanda : pu il silenzio creare, stabilire, un rapporto, una relazione? Se, come molti sperimentano, talvolta anche una sola parola pu addirittura mettere fine ad un rapporto damore, damicizia, familiare, ecc dobbiamo 30

pensare che anche il silenzio possa servire a creare e mantenere un vero rapporto interpersonale. Daltronde, come forse tutti ne abbiamo lesperienza, davanti a grandi drammi o a sofferenze inspiegabili e atroci (come una malattia terminale o una morte improvvisa), si preferisce non parlare o parlare tacendo. Il silenzio, in questo caso, diviene presenza espressiva e affettuosa. Esiste, dunque, un silenzio che chiameremo "loquace" e una parola "silente". Cio un silenzio che parla, capace di dire qualcosa e una parola muta, che non dice nulla a chi ascolta. Un testo di psicologia afferma che "noi siamo quello che diciamo", ma parimenti siamo anche "quello che viviamo", che "facciamo", senza bisogno di tante parole. Dire o fare? Si pu dire e fare, ma si pu anche fare senza dire nulla, possibile "costruire" in silenzio e "demolire" parlando. E la nostra vita che deve parlare a noi stessi e agli altri. Talvolta il nostro silenzio si rivela costruttivo, fattivo e loquace pi di mille parole. A volte ci sono silenzi che sono parole e parole che sono silenzio. Capita, a volte, di dire tante parole, ma non ci che dobbiamo dire e, quindi, si parla, ma come se si tacesse. Ci sono, invece, silenzi carichi di parole. Anche il silenzio spesso un modo "eloquente" di comunicare Un silenzio pu essere una risposta naturalmente da interpretare ma pur sempre espressione di qualcosa che si vuole dire, comunicare allaltro. Tacendo, a volte, si evita di dire ci che meglio omettere e quindi, in realt, si comunica, seppur con una "assenza" di parole. Cosa insegna a riguardo la psicologia "Saper frenare la lingua" (Salmo 39, 2), "Porre una custodia alla proprio bocca" (Salmo 141, 3), preserva da tanta faciloneria, dalla superficialit, dallavventatezza e dallimprudenza. Dovremmo educarci a frapporre come anche la psicologia insegna un "intervallo" tra stimolo e risposta, tra azione e reazione, affinch la nostra parola sia verbale che interiore non scaturisca da impulsivit o automatismi dellinconscio, ma sia frutto di una scelta libera e consapevole. Per parlare con libert e coscienza, bisogna sapersi educare al silenzio, inteso come una predisposizione allascolto profondo di se stessi e dellaltro. Il silenzio Il silenzio pu dunque essere lo spazio che prepara la parola. Interpretato come fine a se stesso, non avrebbe senso; o, meglio, agirebbe nella nostra vita con una valenza negativa di chiusura, fuga, ripiegamento su se stessi, visto che abbiamo affermato che luomo un essere in relazione e la parola un mezzo di relazione.

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Il silenzio, ancor prima di essere possibilit di riflessione (quindi vi un silenzio prima e un silenzio dopo la parola), deve essere spazio per lascolto, capacit di accoglienza, recettivit senza pregiudizi, disponibilit libera dalla presunzione di s. Il silenzio, cos inteso, pu paragonarsi a quel terreno buono di cui leggiamo nel Vangelo (Luca 8, 8) capace di ricevere il seme della parola: della Parola di Dio e della parola (a volte un po inquinata) dei propri simili. Il silenzio, ancora, educa e rafforza nella vigilanza, che attenzione al vissuto fin nei dettagli, capaci di rivelare - ad uno sguardo penetrante - la novit che si nasconde persino nella monotonia, nel quotidiano banalizzato ma mai banale e che sfugge ai pi. Per il cristiano questo atteggiamento ha un nome: latteggiamento contemplativo. Luomo reso capace di vedere linvisibile (Ebrei 11, 27). In una bellissima preghiera, Etty Hillesum scrive: "Tutto avviene secondo un ritmo pi profondo che si dovrebbe insegnare ad ascoltare: la cosa pi importante che si pu imparare in questa vita. Il silenzio pu cos essere strada che conduce alla profondit. Ecco perch le grandi donne e i grandi uomini dello spirito hanno amato e vissuto il silenzio" (Diario di Etty Hillesum, Adepti Edizioni, Milano 1985). Vari tipi di silenzio (positivo e negativo) Abbiamo visto come latteggiamento di silenzio sia capace di costruire una relazione; anzi, ne ponga decisamente le fondamenta, tanto quanto la parola espressa, intesa come manifestazione esterna di se stessi allaltro. Si vengono cos a delineare vari tipi di silenzio, che possono avere una valenza pi o meno negativa, tanti quanti sono i modi personali di interpretazione a cui va soggetto il termine medesimo. - Il silenzio di ascolto quello che ci permette di ascoltare laltro fino in fondo, per capire cosa vuole dire e accogliere il messaggio che ci sta trasmettendo. Permette allaltro di esprimere completamente se stesso e il suo pensiero, quando non viene interrotto nel suo parlare. Anche per il mondo della natura si pu parlare di "silenzio" eloquente..." - Il silenzio reciproco quello di chi si comprende senza bisogno di troppe parole e avviene quando c una conoscenza e comunione profonda fra le due persone che comunicano. - Il silenzio di carit quello che volutamente tace tutto ci che pu nuocere allaltra persona, che non mette in evidenza il male, non mormora. - Il silenzio di indifferenza quello in cui non si vuole comunicare allaltro, non interessa ci che laltro ci dice.

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- C un silenzio offeso e risentito, proprio di chi non in pace con se stesso e con gli altri e si isola. - C un tipo di silenzio che peccato, perch si omette ci che si dovrebbe dire, oppure che pu esprimere indifferenza e lontananza da Dio: il silenzio di chi non prega e non comunica con il Creatore. - C il silenzio del perdono, che si instaura quando si evita di sottolineare, rinfacciare, ripetere continuamente gli sbagli e i difetti altrui. Il silenzio: dono o penitenza? Il silenzio pu essere un dono o una sorta di penitenza, concepito quasi come unammenda o come una limitazione, dipende da come lo si concepisce, lo si vive, dal contesto in cui si chiamati a incarnarlo. E un dono quando diventa lo spazio per incontrare Dio, per comunicare con Lui e, in Lui, con gli altri. E pi facile "incontrare" il Signore in questo contesto silente che in mezzo a tanti rumori. Dio ci parla attraverso il suo silenzio. La contemplazione lincontro di due silenzi: quello di Dio e quello delluomo. Chi impara a pregare veramente, impara ad ascoltare il Verbo silenzioso e incontra il Silenzio che interpella, impara ad ascoltare e sa veramente relazionarsi anche con gli altri uomini. A volte, per, il silenzio pu essere una penitenza. Ci sono momenti in cui difficile non parlare, perch ci diventa un bisogno. E difficile tacere quando non si compresi, quando si stati offesi, quando laltro vuole avere sempre ragione e vuole sempre lultima parola sulle decisioni, quando vediamo comportamenti sbagliati negli altri, quando abbiamo una sofferenza, quando capiamo che laltro ci giudica male. Quando si riesce a vincere il bisogno di parlare e si sa tacere, il silenzio diventa "penitenza" che ci insegna a dominare le nostre passioni e che, anche con dolore, ci apre la via ad una forma di ascesi che conduce ad una vera maturit umana e cristiana. Si sperimenta, allora, una grande pace e si riesce a dominare anche i propri pensieri rettificandoli e trasformandoli in positivi, ritrovando lequilibrio interiore. "Ges tace anche con la sua morte, per tornare a parlare con la Resurrezione." Importanza e rischi del silenzio Il silenzio, allora, diventa predisposizione allascolto, allaccoglienza e alla comunicazione con gli altri e con lAltro. Ci aiuta ad evitare il male che facilmente si potrebbe commettere parlando; ma nasconde anche dei rischi. Un silenzio pu essere una contro-

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testimonianza. Infatti, ci sono cose che vanno dette al momento opportuno e anche non opportuno. Altro pericolo quello dellisolamento. Chi tace, non si confronta con gli altri, rimane con le proprie idee e con il proprio modo di essere, non si apre allalterit. Chi tace, non dona se stesso e, quindi, si impoverisce. Il silenzio del Signore Innumerevoli sono gli esempi del silenzio nella Persona di Ges e del suo riferimento al silenzio. Ges ha fatto silenzio pur parlando e ha parlato pur facendo silenzio. Ges "tace" quando manifesta al Padre il suo perdono per gli uomini. Negli anni della sua formazione umana e spirituale a Nazareth non predicava ancora come fece in seguito, ma anche dopo il suo annuncio pubblico fu con il silenzio della sua stessa vita (Luca 2, 51) che si fece conoscere. Ges sceglie spesso luoghi solitari in cui andare a pregare (Luca 5, 16). Ges insegna a far tacere i sentimenti negativi amando i propri nemici (Luca 6, 27). Ascoltando Ges che parla, folle intere tacciono, non parlano, ma ascoltano (Luca 10, 39). Alla domanda che gli porr Pilato, Ges non risponder nulla (Luca 23, 9) o, in altri frangenti, risponde senza dire ci che gli altri avrebbero voluto sapere e sentire dire da Lui. Ges tace con la sua morte (Luca 23, 46) per tornare a parlare dopo la Resurrezione. Ges ci mostra un esempio da imitare nellequilibrio e discernimento con cui va usata la parola e il silenzio. La Parola di Dio Nella Sacra Scrittura si trovano innumerevoli esempi che esprimono il valore della Parola di Dio e le caratteristiche della parola delluomo. I Libri sapienziali sono quelli che pi ampiamente trattano questo tema. E qui, infatti, che troviamo linvito ad ascoltare, accogliere, custodire, meditare, non dimenticare, non allontanarsi dalla Parola di Dio e chiaramente viene affermato che i vantaggi derivanti da questo atteggiamento di fede sono quelli di essere fin dora considerati beati, di vivere tranquilli e a lungo. La parola delluomo Attraverso le parole, luomo esprime se stesso, i suoi pensieri, i sentimenti, le sue opinioni. Nei Libri sapienziali viene descritto il parlare delluomo nei suoi aspetti positivi e negativi. Come bisogna parlare? Con prudenza, sapienza, scienza, amabilit, calma, controllo di s, saggezza, rettitudine, sincerit, lealt, gentilezza, pesando le parole, frenando la bocca.

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Come non si deve parlare? E consigliato non essere arroganti, non fabbricare menzogne e calunnie, non parlare troppo, non ingannare, non adulare, non usare parole dure e pungenti. Similitudini La parola delluomo positivamente paragonata ad un albero di vita, ad un favo di miele; negativamente ad un pavimento su cui si scivola, ad un laccio, ad una spada, alla morte, a ghiotti bocconi, ad una ferita al cuore, ad acque profonde. Pericoli e danni nel parlare Parlare porta delle conseguenze che bisogna attentamente valutare, le parole possono aiutare gli altri, ma possono anche danneggiarli e lo stesso vale per se stessi. Con molta facilit si sbaglia quando si parla, per questo necessario riflettere prima di parlare. Chi non usa rettamente delle sue parole va incontro alla rovina, danneggia se stesso, diventa vittima delle proprie labbra; si incorre nel pericolo di essere egoisti, gli altri possono ripetere quanto hanno udito da noi e c il rischio di rivelare segreti, di tradire, di perdere la fiducia. Facilmente cade in colpa chi parla.

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MAUNA Una sorgente di silenzio e di energia


I grandi pensatori sono stati anche grandi parlatori? Lessere spiritualmente evoluto si riconosce dal fiume di parole in cui annega chiunque si avvicini a lui? Le parole crociate ci aiutano veramente a sviluppare lintelligenza o rappresentano uno dei pi pericolosi vampiri di energia mentale? Sappiamo davvero come dovremmo utilizzare al meglio la nostra energia mentale? Una volta, molto tempo fa, un discepolo di nome Bahashkali si avvicin al suo guru che si chiamava Bhava e gli chiese: dov lEterno e il Supremo Assoluto Brahman (Dio Padre) di cui parlano le Upanishad? Il maestro per non gli rispose e rimase in profondo silenzio. Il discepolo continu e glielo domand nuovamente, ma, nonostante ci, il maestro non rispose in nessun modo e continu a rimanere zitto e immobile. Solo alla fine disse: Io ti ho gi risposto ogni volta, ma tu non sei stato capace di capire. Cosa posso fare? Brahman (Dio Padre), lAssoluto o lEterno, non pu essere spiegato con le parole! Solo in un profondo silenzio pieno di aspirazione e di amore qualcuno pu conoscerLo. Non esiste luogo in cui Egli possa essere trovato al di fuori del profondo piacere del S Supremo (Atman)! Questo Atman , prima di tutto, eterno Silenzio. La pace oltre il suono Dio Dio Padre o Brahman , prima di tutto, eterno silenzio. Lanima, nel suo profondo, silenzio. La pace mentale silenzio. Atman (il S Supremo) silenzio. Il Silenzio il linguaggio essenziale di Dio, lEterno Misterioso. Il Silenzio il linguaggio profondo del cuore e il vero linguaggio del saggio, poich, in primo luogo, il silenzio rappresenta un potere immenso che costituisce una prova vivente della verit eloquente di Dio. Il silenzio di cui si prende profondamente coscienza Dio. Di conseguenza, il substrato ultimo o lessenza di questo corpo, del prana e della mente. Il silenzio il fondale su cui si proietta tutto luniverso dei sensi, una misteriosa realt.

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Quella pace profonda beatifica che trascende ogni comprensione razionale il vero silenzio. Lessenza della vita, ma anche il fine dellintera nostra esistenza, il silenzio. Oltre tutti i rumori e tutti i suoni si trova il silenzio. Esso la caratteristica di quelle coscienze che percepiscono direttamente la realt, attraverso unesperienza intuitiva estatica. , in realt, il tuo essere profondo. Essere sprofondato nel silenzio significa, di fatto, aprirti completamente per essere tuttuno con Dio. Proprio per questo, lo scopo ultimo della vita pu essere considerato (senza errori) la reintegrazione perfettamente cosciente nel silenzio misterioso ed intenso, beatifico di Dio. In questo senso troviamo molti esempi: il messaggio del deserto del Sahara silenzio; il messaggio dei monti Himalaya silenzio; il messaggio del saggio Avadhota, che vive nudo sul lago ghiacciato Kangotri o Kailash, silenzio. Quando il tuo cuore pieno di amore di Dio e quando sei circondato dallestasi, allora sei nel silenzio. Chi pu descrivere con le parole la gloria del silenzio? Non esiste balsamo guaritore pi buono del silenzio per quegli uomini che hanno il cuore indurito a causa degli insuccessi, delle delusioni o delle perdite. Non esiste miglior rimedio del silenzio per coloro che hanno i nervi tesi al massimo, a causa delle loro vite tumultuose, dello stress e dei litigi di ogni tipo. Ogni volta in cui raggiungiamo lo stato di sonno profondo e senza sogni sperimentiamo il misterioso ed ineffabile stato di silenzio, ma il velo dellignoranza (avidya) nasconde questesperienza alle nostre coscienze. Il silenzio che raggiungiamo durante il sonno profondo e senza sogni, come il silenzio che si diffonde naturalmente in tutta la natura quando cala la notte, sono prove dellesistenza di quelloceano misterioso ed infinito di silenzio o Brahman (Dio Padre). Dal silenzio fisico, lo stato di riposo perfetto della mente Nel caso delluomo comune, la mente quasi permanentemente turbata o stuzzicata da almeno uno degli undici organi (indriya) ad essa subordinati [si tratta dei cinque organi della conoscenza: olfatto, gusto, vista, udito, tatto; dei cinque organi di azione: le corde vocali, le mani, le gambe, gli organi di escrezione e gli organi sessuali; e infine del mentale inferiore (manas), che agisce come un filtro sui generis frapposto tra i sensi e la coscienza dellego]. Per ottenere il pieno controllo sulla mente necessario quindi calmare la volont di attivit di questi organi. Solo allora in noi si riveler il silenzio. A livello della comprensione intellettuale comune, rimanere zitto per un certo periodo di tempo senza parlare con nessuno significa ritirarti nel silenzio,

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ma, per estensione, questesperienza pu essere applicata anche ad altri ambiti. Ad esempio, se il tuo migliore amico non ti scrive per un lungo periodo penserai: il mio amico manifesta un lungo periodo di silenzio e non so perch; se durante una conferenza loratore si ferma per alcuni momenti durante una lettura appassionante, potremmo interpretare questo fatto nel seguente modo: quella sera, durante la conferenza c stato un attimo di silenzio; se fossi in India e incontrassi due uomini che hanno raggiunto lo stato di santit (sadhu), possibile che uno di loro ti dica: questuomo santo (sadhu) costantemente nel silenzio (mauna). mio amico e rispetta rigorosamente questo tapas da sei anni. Tutto ci rappresenta il silenzio fisico. Se invece decidi di non vedere pi, chiudendo gli occhi, e ti allontani costantemente dagli oggetti con la pratica di pratyahara o dama (il perfetto controllo degli organi di senso), attirerai a te il silenzio di un indriya, la vista. Se decidi di non sentire pi suoni significa che hai ottenuto il silenzio di un altro indriya, ludito. In modo simile, il digiuno alimentare completo durante i giorni santi di festa presuppone un silenzio di un altro organo di azione (indriya), la lingua. Se non farai nessun movimento e praticherai la postura del loto (padmasana) per tre ore, otterrai la calma dellattivit delle mani e dei piedi. Tutte queste cose sono utili, ma ci che bisogna desiderare pi di tutto il silenzio dallagitazione mentale. Possiamo rispettare rigorosamente il tapas del silenzio fisico, e ciononostante la nostra mente pu continuare a generare sempre nuove immagini. In questo modo il pensiero (chitta) potr portare nuovamente nel campo della nostra coscienza ogni tipo di ricordo. Limmaginazione, la motivazione, il riflesso e altre varie funzioni della mente non fermeranno necessariamente la loro attivit solo se si rispetta rigorosamente il giuramento del silenzio fisico. Dunque, dobbiamo capire che non possiamo avere la garanzia di raggiungere una reale pace e un perfetto stato di silenzio interiore soltanto attraverso questo tipo di silenzio! In questo caso, lunica soluzione che lintelletto rallenti a poco a poco il suo funzionamento quando non abbiamo bisogno di lui. Questa funzione del corpo astrale dovrebbe essere quindi in uno stato di riposo perfetto, per poterla trascendere pi facilmente. necessario far s che tutte le fluttuazioni della mente siano completamente bloccate. La nostra mente deve riposare quindi nelloceano del misterioso Silenzio o Brahman (Dio Padre). Solo allora possiamo percepire veramente la reale ed eterna calma misteriosa.

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I quattro giuramenti Il significato letterale della parola mauna giuramento del silenzio ma, in realt, esistono molti tipi di mauna: 1. il controllo completo della parola chiamato vak mauna. Di conseguenza, se mantieni lorgano di azione della parola (vak indriya) perfettamente tacito, questo il vak mauna; 2. il completo arresto di tutte le azioni fisiche volontarie il coshta mauna. Lo stato perfetto di coshta mauna estremamente utile soprattutto per gli aspiranti che cercano la rivelazione del S Supremo (Atman). Non devi muovere neanche la testa. Non devi far nessun segno. Non devi scrivere niente sulla carta n esprimere idee in alcun modo. Con lo stato di vak mauna e di coshta mauna non sono ancora arrestate le azioni mentali; 3. un punto di vista perfettamente imparziale su tutte le cose, gli esseri e i fenomeni e mantenere ferma in mente l'idea che, in fondo, tutto non nientaltro che Dio Brahman (Dio Padre), rappresenta il susupti mauna (susupti significa, in realt, il modo di funzionamento della coscienza umana in uno stato di sonno profondo senza sogni); allontanare quasi totalmente dalla mente tutti i problemi, dopo la realizzazione ferma del carattere illusorio di questo mondo, il susupti mauna. La conclusione giusta che lintero macrocosmo non nientaltro che il corpo di Brahman (Dio Padre) quindi il susupti mauna; 4. Brahman (Dio Padre) chiamato maha personificazione suprema del silenzio. Possiamo dire che il maha mauna il vero mauna. mauna perch la

Il vak mauna rappresenta solo una tappa sulla via per raggiungere il maha mauna, poich il mauna della mente superiore al vak mauna o mauna della parola. Parlando si mantiene lanima nellerrore Il vak indriya, o lorgano di azione della parola , di fatto, una grande arma del mondo fenomenico illusorio (maya), che mantiene lanima viva (jiva) nellerrore perturbando di continuo la mente. La parola provoca cos una continua esteriorizzazione della mente. Litigi, dispute, ecc. appaiono spesso a causa del turbolento gioco di questo vak indriya. In simili situazioni, la lingua pu essere considerata come una spada e le parole come frecce. In questo modo noi feriamo spesso i sentimenti degli altri e facciamo apparire i risentimenti.

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Lo studio approfondito dei domini scientifici, come ad esempio la letteratura, il diritto, la lingua sanscrita, ecc. rende alcuni uomini molto loquaci, al punto da sentirsi quasi forzati ad entrare in discussioni (molto spesso inutili), per mostrare, spinti dallorgoglio, la conoscenza scolastica. La pedanteria o la cattiva esposizione di ci che si imparato, un attributo specifico degli studenti immaturi ed orgogliosi. In questo senso molto significativa una metafora dellantica saggezza, che paragona il comportamento di un giovane ed entusiasta aspirante sulla via spirituale con il rumore fatto dallaria, che esce forzatamente per far entrare lacqua in una bottiglia vuota immersa nellacqua. In questo specifico caso, il comportamento di un aspirante che ha quasi raggiunto la realizzazione del S Supremo (Atman) , parlando per analogia, paragonato al rumore impercettibile che fa laria quando la bottiglia quasi piena: una volta che questa completamente piena (quando si raggiunge la realizzazione del S Supremo - Atman) si diffonde il silenzio... Il vak indriya molto spesso impetuoso e turbolento, e per questo considerato assai dannoso. Quando inizieremo a controllarlo cercher di non sottomettersi. Dobbiamo invece cercare di essere convinti e coraggiosi. Attraverso il vak indriya, in queste situazioni non dobbiamo lasciare che ci venga in mente niente, assolutamente niente. Proprio per questo necessario che pratichiamo il mauna. Lo sforzo perseverante, costante e distaccato ci aiuter. In caso di successo, sapremo di aver allontanato unimportante sorgente di agitazione. A questo punto, le orecchie (o, in altre parole, il senso delludito) potranno essere molto pi facilmente controllate in quanto, se riusciamo a controllare il vak indriya, possiamo dire di controllare gi met della mente. La forza che cura le malattie senza medicine Si perde molta energia psico-mentale con parole inutili e pettegolezzi. Gli uomini comuni non si accorgono di questo in nessun caso. Il mauna ci permette di conservare le energie e di praticare in modo efficiente; inoltre, resistendo sempre di pi in ogni attivit benefica, fisica o mentale, chi si trova sulla via spirituale potr realizzare in questo modo molte meditazioni coronate dal successo. Osservare il mauna per giorni interi ha una buona influenza sul cervello e sui nervi. Con la pratica sistematica del mauna, lenergia sottile della parola viene gradualmente sublimata in ojas shakti o energia spirituale. Inoltre, il mauna sviluppa considerevolmente il potere della volont ed aumenta il controllo sullimmaginazione (sankalpa), aiutando cos a trasformarla in una forza creativa e, inibendo con il controllo limpulso delle parole stupide e incontrollate, permette lapparizione della pace mentale.

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Il mauna ci di grande aiuto nel rispetto tenace della libert, come anche nel controllo delle manie. Le emozioni sono cos facilmente controllabili, la suscettibilit sparisce come per incanto. Con laiuto del mauna non mentiremo pi, e sempre grazie ad esso potremo acquisire la capacit di sopportazione. Quando qualcuno soffre, il mauna gli dar gradualmente la pace mentale; condizione in cui ogni sofferenza pi facilmente sopportabile. Inoltre, lessere umano in questione si potr mobilitare molto pi facilmente, per lottare contro la malattia o eliminare la causa della sua sofferenza. Chi applica spesso il mauna attinge ad uno stato di pace, forza e felicit che completamente sconosciuto agli uomini comuni. Acquister un'infinita energia, perch il silenzio la sorgente di grandi forze: saggezza, pace profonda, felicit, equilibrio e beatitudine. Sempre nel silenzio scopriamo la vera libert ed affettivit. Se praticheremo, otterremo pace profonda e forza spirituale Gli uomini molto occupati in attivit che necessitano di grandi sforzi di comunicazione, dovrebbero praticare il mauna almeno 1 ora al giorno; meglio se riescono a farlo per 2 ore giornaliere. Il sabato e la domenica possiamo praticare il mauna per 6 ore o per lintera giornata. Comunque, le persone ci disturberanno poco in questi momenti. Cos come si abituano al fatto che alcuni vanno regolarmente ad uno spettacolo, inizieranno ad abituarsi anche al fatto che noi pratichiamo il mauna in alcune ore della giornata. Poco a poco, gli amici e i membri della nostra famiglia non si offenderanno e non ci distrarranno pi, se annunceremo prima le nostre intenzioni. Allinizio sarebbe lideale utilizzare questo periodo di mauna per la preghiera e poi, man mano che avanzeremo nella nostra pratica spirituale, per il laya yoga o per le meditazioni. Se vogliamo praticare il mauna in un modo molto intenso, dobbiamo essere sufficientemente impegnati nella meditazione o nella pratica spirituale in genere. In un simile periodo, non ci sar di alcun aiuto unirci ad altre persone con preoccupazioni esclusivamente materialiste. Inoltre non dobbiamo abbandonare per molto tempo il luogo della pratica spirituale. Cos l'energia sottile della parola sar sublimata ed utilizzata in modo elevato. Solo allora potremo gioire veramente di serenit, di pace profonda, di calma e di un grande potere spirituale. Quando pratichiamo il mauna non dobbiamo leggere nessun giornale. Leggere i giornali (o seguire le trasmissioni alla televisione) porta nella coscienza, insieme a nuove informazioni, anche la riattivazione di impressioni latenti di precisi pensieri dalla mente subconscia (samskara), e cos la pace mentale sar turbata. 41

Anche se viviamo in pace e in serenit sul monte Himalaya, ma continuiamo allo stesso tempo a leggere i giornali, la nostra mente sar praticamente sempre immersa nella societ. Procedendo cos non otterremo grandi benefici dalla pratica del mauna, e la meditazione spirituale sar seriamente turbata. Per comprendere correttamente questo contesto, importante riflettere profondamente sul contenuto dei versetti (sutra) 62-64 della Bhagavad Gita, capitolo 2: Quando si orienta lattenzione verso gli oggetti dei sensi nasce lattaccamento. Dallattaccamento emerge il desiderio e dal desiderio insoddisfatto, lirascibilit. Dallirascibilit procede lo smarrimento, dallo smarrimento, la perdita della memoria, dalla perdita della memoria, la diminuzione della ragione, e luomo privo di ragione corre verso la sua rovina. Il grande saggio e liberato Sri Balayogi (tradotto: il bambino yogi) nel momento cruciale della sua esistenza terrena (il 27 marzo 1949 entrato in uno stato destasi divina ininterrotta, samadhi, e vi rimasto per decine d'anni,) ha pronunciato uno dei suoi aforismi pi celebri: Si pu meditare su Dio onnipotente anche quando compi i tuoi doveri quotidiani o persino quelli di un re, ma come puoi allora raggiungere una perfetta stabilit mentale? Lagitazione non sparir mai completamente. Di quando in quando, lessere dovr far fronte a delle sofferenze, che gli sembreranno senza fine. Non sar mai pieno completamente della grazia infinita di Dio se non trascendendo completamente questi problemi o pensieri. Quando pratichiamo il mauna necessario scrivere meno biglietti possibile, e fare pochissimi gesti o azioni con cui cerchiamo di esprimere pensieri verso coloro che ci stanno intorno. consigliato anche trattenere il riso. Quando lorientamento cosciente dellessere inizia ad essere prevalentemente diretto verso il S (Atman), anche il mauna verr al S, naturalmente, in modo euforico. Quando arrivi a vivere nella Verit, il mauna proviene totalmente dal S (Atman); in quel momento saremo nella pace assoluta di Dio e vivremo pienamente lo stato di glorificazione. Parlate poco e ascoltate molto! Dobbiamo cercare di essere delle persone che praticano il mauna solo per un bisogno ed una convinzione interna, e non perch si tratta di una tecnica yoga nuova che adesso va di moda. Con il mauna cerchiamo di diventare uomini che misurano con saggezza le parole. Il mauna insegna ad evitare facilmente lunghe discussioni inutili, accese, passionali, e in generale tutte le discussioni che non sono indispensabili o che si rivelano sterili fin dallinizio.

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Il mauna ci permette di allontanarci facilmente dalla societ di coloro che, essendo privi di discernimento, si perdono sempre in simili dibattiti. In questo modo potremo verificare lutilit e la praticit di questa tecnica. Nelle fasi superiori di pratica, il mauna ci permetter di seguire con attenzione ogni parola. Questa pu diventare gradualmente unalta disciplina mentale. Cos avremo la rivelazione che, di fatto, le parole rappresentano una grande forza di cui ognuno dovrebbe diventare cosciente. Il mauna ci insegna ad utilizzare con molta attenzione le parole, ci aiuta a controllare il discorso e ci offre la possibilit di non lasciar parlare la lingua senza freno. Colui che ha praticato il mauna sufficientemente a lungo e come si deve, controlla le parole prima che arrivino alle labbra. Parla poco e ascolta molto. Ha imparato a tacere. Lutilizzo prevalente di parole erudite e complicate provoca una preoccupazione per il linguaggio esaustivo, ed molte volte sterile. Un simile modo di parlare molto stancante. Usando parole semplici e intensamente sentite riusciamo a conservare cos la nostra energia. ammirevole conservare la nostra energia per amare di pi Dio ed essenziale consacrare, mano a mano, sempre maggior tempo alla vita interiore di meditazione, di introspezione e di contemplazione del nostro S Supremo (Atman). molto importante purificare la mente e meditare. Grazie al mauna scopriamo la voce misteriosa del silenzio, e vediamo cos come in ognuno di noi il S Supremo (Atman) uno con Dio. Praticando in modo corretto il mauna calmiamo la mente, i pensieri e sublimiamo facilmente le emozioni passeggere. Il mauna ci aiuta ad addentrarci nelle profondit misteriose del nostro cuore e a rallegrarci pienamente della sua pace oceanica. Misteriosa ed euforica questa quiete. Grazie ad essa si entra nel silenzio. Ogni uomo che aspira a conoscere veramente Dio Padre onnipotente deve conoscere questo silenzio. Allora egli cos il silenzio stesso, e in questo modo diventa maha mauna, realizzando Dio Padre qui ed ora.

Articolo tratto dalla rivista "Yoga Magazine n 18"

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Il dialogo che nasce dal silenzio


Nel rombare di media e motori, nel frastuono di informazioni e di suoni, emerge il bisogno di silenzio. Per comunicare durante i party pi mondani. O per educare alla pace. Mutus, silent o quiet party, modulazioni mondane di divertimento silenzioso che spopolano in Europa e negli Usa, a dire che nellera della comunicazione globale emerge la voglia di silenzio. Moda passeggera o bisogno di ascoltare quello che non si pu dire? A leggerlo sulla carta, un party dove non si parla, non si bevono alcolici n si ascolta musica non sembra il massimo del divertimento, n il luogo ideale per la socializzazione. Eppure stando alla diffusione che i silent party o i mutus party la versione in cui si balla ascoltando musica in cuffia si deve dedurre che nel silenzio ci sia qualcosa che funziona. Si potrebbe cinicamente pensare al fattore mistero: meno si parla, meno ci si svela della propria comune banalit; ma c chi sostiene che nel silenzio, rotto in alcuni casi dalla parola scritta, proprio la comunicazione ad avere la meglio. Lidea di una party silenzioso nata, neanche a dirlo, negli Stati Uniti, partorita da due giovani amici artisti, Paul Rebhan e Tony Noe che, stanchi dei chiassosi locali newyorkesi, hanno deciso di dare vita a spazi dincontro pi pacifici ed hanno cos inventato le feste silenziose. Unintuizione ripresa a Venezia dove, per far incontrare le esigenze di divertimento dei pi giovani con il rifiuto del rumore di tanti cittadini, nato il mutus party o rave muto. Qui in realt musica e rumore ci sono, ma solo per chi sceglie di ascoltarli e ballarli in cuffia. Insomma, c chi il silenzio lo sceglie per s e chi si prende almeno la briga di non far subire ad altri i propri rumori. Iniziative gi lodevoli tenendo presente la quantit di decibel che quotidianamente ci assordano, ma forse dettate pi dalla voglia di novit che da quella di silenzio. Ma torniamo alla comunicazione silenziosa. Secondo la giornalista Nicoletta Pollat-Mattiot, curatrice scientifica del recente festival di Vicenza dedicato al silenzio (link) e autrice di Riscoprire il silenzio. Arte, musica, poesia, natura fra ascolto e comunicazione, edito da Baldini Castoldi, il silenzio scelto innanzitutto uno strumento di comunicazione. Dalla psicanalisi alla musica, dallarte alla letteratura lautrice con il contributo di esperti dei vari campi cerca di mettere in luce leloquenza del silenzio, quando scelto come atto comunicativo di cui si rispetta la corretta grammatica: Tacere diventa significativo quando si assolutamente in grado di parlare, ma si sceglie di non farlo. Non per negare la comunicazione, ma per espanderla.

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Non per sottostare a tab o imposizioni esterne, semmai per aggirarli. Non parlo per dirti di pi e meglio quello che penso o voglio farti credere di pensare. Nelle pause, nelle allusioni e sospensioni del discorso il silenzio invita dunque allascolto, sottolinea quanto lo segue o lo precede, sintonizza gli interlocutori e richiama una ricchezza di contenuto che altrimenti non si potrebbe dire. Analogo discorso vale per la musica, ma anche per le arti visive. Ogni qual volta il nostro senso della vista messo fortemente in gioco, e larte uno di questi momenti, il silenzio assume un significato di ascolto, poich percepiamo un godimento straniante nel prestare attenzione a quelle risorse percettive che normalmente non utilizziamo. In un mondo violentato da un rumore frenetico di suoni, cose, parole e informazioni, emessi ad una velocit sempre maggiori, il silenzio acquisisce la forza della sorpresa, la capacit di stupire, richiamare lattenzione e dunque favorire lascolto, trasportando le aspettative dei dialoganti, cos come quelle dei partecipanti ad un silent party su un piano pi esteso e ricco forse proprio perch non delimitato da parole, suoni e rumori. Limpatto del silenzio sulla comunicazione genera dunque una nuova capacit di ascolto. Una capacit che rischia forse di perdersi l dove non vi sia una volont precisa di muoversi in questa direzione, ma un casuale momento di estraniazione dal rumore quotidiano. Diverse e molto pi pregnanti sembrano in questo senso le pratiche del silenzio proposte ad adulti e bambini dalla Scuola di Pace del Quartiere Savena di Bologna che sta progettando un aula del silenzio. Qui attraverso diversi tipi di silenzio dalla meditazione buddhista al silenzio condiviso delle riunioni quacchere (tenute dalla Societ degli Amici Quaccheri) emerge una dimensione comunitaria e solitaria al tempo stesso, in cui lattenzione alla propria dimensione mentale e spirituale diviene strumento per laccettazione piena della diversit. Uno spazio in cui la diversit culturale trova nuovo fondamento di valore proprio nella possibile condivisione di un momento di confronto silenzioso. Da qui il ruolo del silenzio nelleducazione alla pace. Ruolo messo particolarmente in luce dalla pratiche di silenzio che il gruppo Una via, guidato dal prof. Pier Cesare Bori gi promotore di seminari e pratiche di silenzio allinterno della Scuola di Pace del Quartiere Savena di Bologna propone dal 1998 in alcune carceri di Bologna e Reggio Emilia. Lesperienza del silenzio proposta dal Prof. Bori ad alcuni gruppi di detenuti stranieri (per lo pi maghrebini), fa parte di un corso di Filosofia morale dOccidente e dOriente, basato su una sequenza di testi fondamentali per la storia delle religioni e delletica. Un percorso didattico in cui la lettura di alcuni brani (da Seneca a Platone, da Mencio alla Bhagavadagita) alternata a momenti di meditazione intende recuperare lobiettivo di rieducazione etica, in teoria, propria del carcere. Come ci spiega il dott. Saverio Marchignoli, che sul silenzio ha collaborato con il Prof. Bori, il successo di questi incontri stato davvero enorme.

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La possibilit di mettersi insieme, ognuno con le proprie specifiche culturali, alla ricerca di una dimensione etica comune, evidenziata dalla condivisione del silenzio, ha funzionato pi di altre proposte in teoria meno impegantive. Quello che emerso la dimensione pratica del silenzio come strumento di crescita personale e accettazione dellaltro. Luogo in cui la relazione si pone in una dimensione in cui diversit e vicinanza non sono in contraddizione. Silenzio dunque non come semplice interiezione del discorso o come paura ristoratrice dallassordante rumore dei mass media, ma come dimensione propria dellumanit in cui ritrovare un fondamento etico comune pur nella propria individualit culturale. E forse proprio la necessit di riscoprire altre possibilit di relazione che spinge anche il divertimento a tacere. Il dubbio che in questi si confonda il silenzio con la semplice interruzione del rumore.

Elisabetta D'Agostino 5/12/2005

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ELOGIO DEL SILENZIO 31 Jul, 2006 | miro


Avevo voglia di parlarvi dell'indulto, delle liberalizzazioni, dell'ennesima strage di Sion... Avrei voluto... Ma lestate mi affatica assai. Mi affatica corpo e mente. Il corpo pu cercare refrigerio sui lidi ventilati delle marine o sulle vette, se va bene, se va male: negli sbuffi dellaria condizionata. La mente, invece, trova refrigerio nel silenzio. Dopo aver cantato lelogio del ghiaccio per le membra schiacciate dalle temperature aride dellanticiclone africano, voglio cantare, ora, quella del silenzio: oasi del cervello... Ma siccome, appunto, la mente (almeno la mia: a quella di altri auguro di continuare ad essere fertilissima: leggo cose talmente mirabili che schiatto d'invidia per tanto fiorire...); siccome la mia mente dicevo - latita nei vapori dellafa assolata di questo fine luglio, affido ai detti di saggi e poeti il mio ossequioso omaggio. La raccolta necessariamente limitata. Chi voglia aggiungere altre somme di saggezza, render utile servizio ai frequentatori del sito... A tempi pi arieggiati... (m.r) DELLE VIRTU' DEL SILENZIO Su ci di cui non si pu parlare bene tacere. Ludwig Wittgenstein La parola una chiave, ma il silenzio un grimaldello. Gesualdo Bufalino Fai in modo che il tuo discorso sia migliore del tuo silenzio o taci. Dionigi il Vecchio Alla fine ricorderemo non le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici. Martin Luther King Chi non comprende il tuo silenzio probabilmente non capir nemmeno le tue parole. Elbert Hubbard Nella vita, come nell'arte, difficile dire qualche cosa che sia altrettanto efficace del silenzio. Ludwig Wittgenstein La parola un'ala del silenzio. Pablo Neruda Una donna silenziosa un dono di Dio. La Bibbia Dolore e silenzio sono orti, e la paziente sopportazione divina. Henry Wadsworth Longfellow Ho spesso rimpianto le mie parole, mai il mio silenzio. Anonimo

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Oh, silenzio! Tu sei il mio midollo, la mia melodia dolce e profonda. Gialal ad-Din Rumi Il silenzio un dono che spesso si dona, ma raramente si riceve! Anonimo Solo il silenzio grande; tutto il resto debolezza. Alfred de Vigny C' sempre un angolo di silenzio nelle pi sincere confessioni delle donne. Paul Bourget Dall'albero del silenzio pende il suo frutto, la pace. Anonimo Di fronte agli sciocchi e agli imbecilli esiste un solo modo per rivelare la propria intelligenza: quella di non parlare con loro. Arthur Schopenhauer In genere consigliabile palesare la propria intelligenza con quello che si tace piuttosto che con quello che si dice. La prima alternativa saggezza, la seconda vanit. Arthur Schopenhauer Fuggi le chiacchiere, per non essere reputato un loro fomentatore: a nessuno nuoce aver taciuto, nuoce aver parlato. Catone il Censore La pi vera ragione di chi tace. Eugenio Montale Il mio silenzio un'eloquente affermazione. Marco Tullio Cicerone Nella bocca chiusa non entrano mosche. Miguel de Cervantes Il silenzio ancor facondo, e talor si spiega assai chi risponde col tacer. Pietro Metastasio Non ogni verit bene che sveli sicura il suo volto; e spesso il silenzio per l'uomo il miglior proposito. Pindaro Talora non meno eloquente il tacere del parlare. Plinio il Giovane Capita di dover tacere per essere ascoltati. Stanislaw Jerzy Lec Ci sono pensieri sordomuti. Chi ha la lingua troppo lunga, pu inciamparci. Stanislaw Jerzy Lec Il modo migliore per diventare noiosi dire tutto. Voltaire In silenzio anche un idiota puo' sembrare una persona intelligente. Sfortunatamente gli idioti vogliono sempre parlare. Eros Drusiani Signori, chi ha qualcosa da dire si faccia avanti, e taccia. Karl Kraus

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UN SILENZIO PIENO DI VITA


Spesso basta seguire una rappresentazione delle Danze Sacre di Gurdjieff per accorgersi chiaramente che in quel silenzio, punteggiato solo dal ritmico battere del tamburo, ai partecipanti sta succedendo qualcosa di molto importante; per venire coinvolti nel loro profondo spazio di centratura e consapevolezza. In una precedente intervista (Osho Times del marzo 2000) Ma Prem Vasanti ci ha raccontato le lunghe e avventurose ricerche tra i discepoli di Gurdjieff alla riscoperta delle Danze Sacre, adesso le abbiamo chiesto di parlarci delle sue esperienze come insegnante di questa affascinante tecnica di meditazione. "Anche un assoluto principiante pu ricavare una profonda esperienza di meditazione con le Danze Sacre di Gurdjieff, non c' bisogno di averle praticate per lunghi anni," ci dice Vasanti, che insegna questa tecnica sia all'Osho Meditation Resort di Pune che in Italia (sar anche presente al prossimo Festival di Varazze 2001). Questi movimenti, che George Gurdjieff ha in parte creato ex-novo e in parte scoperto nei suoi viaggi 'in cerca del miracoloso', continuano a essere praticati da alcuni gruppi di 'ricercatori della verit' in varie parti del mondo. Lo scopo principale delle Danze la ricerca interiore, che pu essere poi, nelle diverse situazioni, chiamata in vari modi: meditazione, aumento della consapevolezza, crescita interiore armoniosa, lavoro su di s, osservazione di se stessi, servizio del creatore infinito Nel mondo di Osho la partecipazione a seminari e workshop di 'Danze Sacre' aperta anche ai 'debuttanti', a differenza delle pi classiche organizzazioni gurdjieffiane dove talvolta, ci informa Vasanti "ci vogliono due anni di 'lavoro su di s' per poter 'forse' accedere alle Danze". Questa totale apertura, nei suoi workshop, le sembra assolutamente corretta, e ci spiega: " vero, siamo aperti anche ai debuttanti. I nuovi meditatori, e i nuovi danzatori, sono la mia passione in questi giorni: innanzitutto mi sono accorta di come spesso una mente aperta - e un cuore aperto - possano costituire la cosiddetta 'fortuna del principiante' una specie di regalo di benvenuto: in seguito pu darsi che occorra del tempo per ritrovare consapevolmente quella immediatezza e spontaneit E poi, ancora pi importante, il contesto in cui poniamo i Movimenti quello di Osho: la sua visione, la preparazione alla meditazione che lui ci insegna. Chi si avvicina al mondo di Osho gi su un percorso di ricerca interiore, il contesto in cui sono nate originariamente le danze. Quindi questo nostro metodo "improvviso" non poi qualcosa di cos strano, ma la ricetta originaria; inoltre, perfino tra i gurdjieffiani ci sono insegnanti che optano per una trasmissione veloce dei movimenti. Uno degli insegnanti con i quali ho avuto contatti (da 50 anni nel mondo di Gurdjieff) dice che proprio l'insegnamento graduale il problema dei gurdjieffiani super-ufficiali, quelli della Gurdjieff Foundation. Dice che se il 'Lavoro' di Gurdjieff ha come obbiettivo la trasformazione delle persone - e su questo nessuno ha dei dubbi - allora c' qualcosa che non 49

va nei metodi di insegnamento, perch queste persone in 20 anni non sono state trasformate affatto e secondo lui questo succede perch apprendendo per esempio le danze - in maniera 'ragionevolmente' lenta, la mente pian pianino pu 'seguire', si adegua, interpreta e continua a controllare tutto. E invece noi vogliamo andare oltre la mente". Un insegnamento pi veloce porta chi pratica le Danze a una specie di punto di arresto, la mente non riesce pi a controllare tutto, "si crea una specie di sovraccarico mentale," spiega Vasanti "e siamo costretti a usare solo la nostra perseveranza e la nostra attenzione fino al punto in cui la danza semplicemente accade; si riesce cos a scoprire uno strato di se stessi col quale non si solitamente, o facilmente, in contatto. Queste danze ci fanno scoprire che siamo pi di una semplice mente - in Occidente siamo convinti che al di sopra della mente non ci sia altro - ma usando la presenza e l'attenzione ci accorgiamo come la mente non sia il padrone ma uno strumento utilizzabile dalla consapevolezza. Con le Danze cerchiamo di cambiare la nostra consapevolezza: aumentarla, dilatarla, approfondirla. Non siamo interessati ad aumentare il nostro bagaglio di conoscenze. D'altra parte c' anche un certo valore nella ripetizione sistematica e graduale. Perci noi ci serviamo di entrambi i sistemi: a volte entriamo bene nei dettagli, a volte ripetiamo per ore lo stesso movimento e anche questo serve ad andare al di l della mente! Un altro grande valore della ripetizione che ci consente di trovare un maggiore contatto con il nostro corpo fisico e con l'energia che lo attraversa. Si pu cos pervenire a un'altra dimensione delle Danze, e cio il loro aspetto sacro: attraverso i nostri corpi una legge universale, divina, pu manifestarsi, discendere sulla terra, un concetto espresso originariamente da Bennett (un discepolo di Gurdjieff molto amato e seguito). Una simile terminologia pu apparire forse strana, esoterica, tuttavia rispecchia esattamente un'esperienza conosciuta ai Danzatori Sacri." Una delle indicazioni che Osho aveva dato per i primi gruppi di Danze Sacre, di insegnare in silenzio. A Pune gli istruttori delle Danze hanno sperimentato con diversi tipi di silenzio. "All'inizio, per evitare le parole, utilizzavamo la mimica," ci racconta Vasanti. "Con la voce contavamo solo i numeri - che ci servono per indicare le varie posizioni nelle danze - e tutte le altre indicazioni venivano date con gesti delle mani. Io sono giunta alla conclusione (per ora: i lavori sono perennemente in corso!) che un modo pi autentico di essere in silenzio di essere quieta dentro, in uno spazio di non-mente, e lasciare veramente che solo quelle parole, quei gesti che sono ancora rilevanti - anzi, irrefrenabili a partire da questo spazio - si manifestino. Se non ci sono informazioni o azioni che richiedano di essere espresse, non dico e non faccio altro che attenermi alla struttura (le Danze). Naturalmente non sempre questo spazio di silenzio 'illuminato' l, a mia disposizione, e pu anche succedere che mi accorga che uno dei partecipanti sia in uno spazio di non-mente pi profondo del mio In realt, nell'insegnamento delle Danze 50

Sacre, chi conduce si trova nel duplice ruolo di timonare la nave e di esserne anche passeggero. La mia preparazione nelle Danze un aiuto tecnico che sono nella posizione di poter dare, ma al di l di questo l'intelligenza del gruppo prende il sopravvento, e l'insegnante si trova 'scavalcato': quello che accade nel migliore dei casi e cos anche l'esperienza delle altre persone diventa essenziale nello sviluppo di questo lavoro. L'attenzione verso il silenzio: come rendere le danze (e con loro i danzatori) pi silenziose ed essenziali. un processo alchemico. Si torna all'importanza di manifestare la dimensione del divino che sempre presente, ma alla quale raramente, nella vita quotidiana, si riesce ad accedere e qui mi viene in mente Osho quando ci guida nella meditazione serale del let-go portandoci dalla periferia al centro silenzioso del nostro essere". "L'intero lavoro di Gurdjieff era scientifico. Stava davvero tentando di creare una meta-scienza dell'armonia spirituale - scientifica quanto la fisica o la chimica o la matematica ha lasciato tutti i piani per questo - hanno solo bisogno di essere sviluppati." OSHO Pubblicato su Osho Times edizione Italiana dicembre 2000 www.oshoba.it

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Capire e ritrovare il silenzio


Published by Blimundaat Mercoled 19 Settembre 2007 in socialmente utile and interviste. 4 Comments Sempre sul silenzio, riporto qualche interessante consiglio di Marcella Danon, psicologa ed esperta di ecopsicologia. Secondo lei esistono fondamentalmente tre tipi di silenzio, da trattare diversamente: 1) Silenzio riflessivo, tipico di chi sta rielaborando le informazioni che gli hai fornito e vuole pensare prima di darti una risposta. Positivo, denota una personalit profonda e matura. Assolutamente vietato interrompere questa pausa di riflessione con domande petulanti tipo Allora cosa ne pensi? Allora quando mi rispondi? (a meno che non duri una mezzora, ecco). 2) Silenzio comunicativo: stato di grazia che interviene tra due persone (di pi di due, davvero difficile) che senza scambiarsi una parola sono in perfetta armonia e comunicano tramite sensazioni ed emozioni. Chi interrompe questo momento magico con una frase buttata l tanto per dire, meriterebbe la gogna. 3) Silenzio imbarazzato: esiste ovviamente anche questo, quando fra due interlocutori cala il gelo oppure non c proprio pi nulla da dire. Strategie suggerite: Riformulazione, ossia agganciarsi allultima frase o parola densa di significato pronunciata dal nostro interlocutore prima di chiudersi nel mutismo e provare cos a riaprire la conversazione; oppure Metacomunicazione: Ne vuoi riparlare? C qualcosa che ho detto che ti ha offeso? etc. Al secondo tentativo a vuoto, rinunciare. Infine, un suggerimento per tornare ad assaporare il silenzio la meditazione camminata, da fare sfruttando i magnifici colori dei boschi autunnali. Spegnere iPod, cellulari e possibilmente anche il cervello che rimugina pensieri e problemi, lasciare a casa amici e partner logorroici e passeggiare in un prato o in un bosco (bastano 10, 15 minuti) ascoltando solo i rumori della natura.

Chi sa, tace; chi parla, non sa. Lau Tzu Esausta per gli squilli continui dei cellulari, la musica a palla nei locali e nei negozi, la gente che urla anzich parlare, i cantieri, il traffico, gli aerei che mi passano sulla testa, sbotto: Perch non facciamo un pezzo sul silenzio? Ok, facciamolo. E subito dopo mi dico: e cosa ci sar da scrivere sul silenzio, oggi, soprattutto per un periodico femminile? Sorpresa. C tantissimo. Evidentemente la gente esausta quanto me.

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Per comprendere lentit del problema, teniamo presente che un suono a 45 decibel impedisce il sonno e che il rumore del traffico, sentito da un passante sul marciapiede, raggiunge i 70 decibel. In UK appena uscito Manifesto for Silence. Secondo lautore Stuart Sim, docente universitario, il rumore che subiamo quotidianamente uccide il pensiero. Sto aspettando una copia, ma dalla casa editrice mi fanno sapere che verr tradotto soon in Italia. A New York i nottambuli dai timpani offesi si rifugiano ai Quiet Party: ci si parla a segni, con sussurri o tramite bigliettini di carta che scivolano di mano in mano. A Treviso invece tutto pronto per il Festival del Silenzio, una tre giorni dal 28 al 30 settembre dedicata alla sublime arte del tacere. Ancora aperta la mostra collaterale Silenzio. Una mostra da ascoltare (alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, fino al 23 settembre). Scopro anche che a Lajatico, nei dintorni di Pisa, esiste il Teatro del silenzio, splendido anfiteatro la cui quiete turbata solo una volta allanno, solitamente a fine luglio, per un concerto. E per chi come me ha in odio le rumorosissime celebrazioni del capodanno, consiglio di attendere met marzo e festeggiare lanno nuovo a Bali. A Bali lanno nuovo, che per loro cade appunto a met marzo, si celebra nel silenzio pi assoluto. Prima la festa con il rituale rogo delle effigi per simboleggiare la cacciata degli spiriti. Poi il silenzio, che per 24 ore scender sullisola , con il divieto di circolare, lavorare o usare lelettricit. Infine, per viaggiare ed evitare lhotel fracassone o la camera proprio sopra il locale notturno e tornare quindi pi stanchi di prima, esistono i Relais du Silence in Italia e allestero. Stanze da letto silenziosissime e trattamenti rilassanti per ritrovare il sonno perduto. Shhhhh. Tags: ascoltare, decibel, festival del silenzio, manifesto for silence, quiet party, relais du silence, rumore, silenzio, teatro del silenzio Gli stereotipi del turista Published by Blimundaat Mercoled 30 Maggio 2007 in viaggi e miraggi. 3 Comments Attenzione: post colmo di luoghi comuni Alle Canarie prendevo il sole attorno a una piscina gremita di tedeschi, quando a un tratto ho avuto unilluminazione. Il silenzio! Nonostante sui lettini ci fossero decine e decine di persone, anche in gruppi numerosi, e svariati bambini, lambiente ricordava quello di un tranquillo lago di montagna una domenica dinverno. Nessuno parlava a voce alta; gridare, nemmeno a parlarne. Schiamazzi e schizzi dacqua banditi. 53

Cellulari inesistenti. Gli adulti leggevano o conversavano a bassa voce e i bambini (i bambini! Avete presente i decibel raggiunti dallitalica progenie vicino a una pozza dacqua, che sia dolce o salata?) giocavano a coppie o in piccoli gruppi, con secchielli e palette, guardandosi bene dal litigare, chiamare a squarciagola i genitori o tuffarsi a bomba. Stessa cosa in spiaggia a Tenerife. La sabbia nera era coperta di persone ma quello che si sentiva era solo il rumore del mare. Beata e colpita da cotanta calma, decido di interrogare in proposito le mie due guide, Maite francese, a Gran Canaria e Guillermo, canario, a Tenerife. Conoscono rispettivamente 5 e 4 lingue per cui lavorano con gruppi eterogenei e mi offrono uno spaccato del turista medio decisamente interessante. Niente come la vacanza di gruppo chiarisce le idiosincrasie e le preferenze di un popolo, credo. Ne sono venuti fuori molti clichs, certamente. Per divertenti: ecco un mix di quello che mi hanno detto. Gli italiani sono come gli spagnoli. Casinisti, mi parlano sopra quando tento di spiegare cosa stiamo vedendo, non ascoltano, si distraggono. E sono fondalmentalmente anarchici: fissi unora per ritrovarsi al pullman e non arriva nessuno. I primi si fanno vivi dopo 15 minuti minimo. Per con loro mi diverto: parlano, interagiscono, mi danno le loro opinioni e se un paesaggio piace, lo posso capire dalle loro espressioni. Soprattutto gli italiani, per, sono fissati con il cibo: vogliono fermarsi a mangiare in un buon ristorante, si fermano a tavola per ore, oppure se hanno il pranzo pagato in hotel fanno solo escursioni di mezza giornata per non perderlo. I tedeschi? Per me come portare in giro un pullman di mummie. Non parlano, non commentano, se soffrono il pullman lo fanno in silenzio, seguono tutto diligentemente ma non riesco mai a capire se lescursione piace o meno. Gli inglesi sono totalmente disinteressati: vengono solo perch trascinati dalle moglie e non vedono lora di tornare in hotel davanti a una birra. Per ammetto: quando torno alla sera, se ho avuto un pullman di italiani la testa mi scoppia; se erano inglesi o tedeschi, va molto meglio! Signora mia, tutto il mondo paese.

Tags: canarie, clichs, gran canaria, guide turistiche, silenzio, tenerife, turisti, viaggiare Impariamo ad ascoltare gli altri Published by Blimundaat Venerd 23 Marzo 2007 in socialmente utile and interviste. 13 Comments Siccome si sprecano le lamentele sulla nostra societ High-tech/Low touch che di fatto ci riempie di mezzi per comunicare ma inibisce la vera comunicazione; siccome un gruppo di persone ha deciso addirittura di scendere 54

in piazza per regalare due chiacchiere gratis a chi non ha nessuno con cui parlare; siccome infine il telefono amico sottolinea che il 67% delle chiamate che riceve non servono a risolvere problemi specifici ma sono semplici richieste di ascolto, ho pensato di pubblicare questa intervista alla psicologa Giuliana Proietti, che ho fatto recentemente per Donna Moderna. Giuliana spiega in sintesi come e perch dovremmo imparare ad ascoltare gli altri. Magari un po di ripasso serve a tutti. Abbiamo due orecchie ed una sola lingua, diceva Diogene, per ascoltare di pi e parlare di meno. E invece pochi sono quelli che esprimono giudizi dopo aver ascoltato ci che unaltra persona dice. Per riuscire ad ascoltare dunque bisogna in primo luogo fare uno sforzo di modestia, riconoscendo che tutti hanno qualcosa da insegnarci. Poi bisogna concentrarsi su quanto viene detto, evitando di anticipare le risposte prima ancora che chi parla abbia terminato. Occorre soffermarsi sullo stile del linguaggio, la postura, i gesti, le espressioni del viso: le parole trasmettono i contenuti, ma per comprendere veramente laltro utile affidarsi anche al linguaggio del corpo, capace di veicolare i pensieri profondi pi di tante parole. Durante lascolto consigliabile intervenire con domande mirate. In genere le interruzioni infastidiscono, ma se sono delle richieste di chiarimento per una maggiore comprensione, chi parla le apprezza molto. Pu essere utile anche riformulare le affermazioni che laltro ha fatto, come: Se non sbaglio quello che tu sostieni . Ripetere le frasi con parole proprie serve a mandare un feedback allaltro facendogli capire che lo si sta ascoltando. Alla fine di ogni conversazione si dovrebbe offrire una sintesi di quanto si ascoltato, sottolineando i passaggi pi significativi. Infine, un buon ascolto non nemico del silenzio: quando laltro tace, non si deve cedere al desiderio (o allansia) di riempire i vuoti con tante parole, spesso inutili, per uscire da incomprensibili imbarazzi. Il silenzio davvero doro, soprattutto quando non c nulla da dire.

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Un silenzio abitato da Dio


un fatto da tutti constatabile che il bisogno di silenzio ormai una esigenza imprescindibile di ogni uomo. Le grandi citt raggiungono momenti di parossistica eccitazione e si avverte un crescente bisogno di calma. D'altra parte uno dei pi gravi pericoli che corre il cristiano d'oggi lo svuotamento e l'inaridimento dello spirito, la perdita della dimensione interiore e personale della fede, della vita cristiana, quindi l'annebbiamento delle realt spirituali. Dio, la vita interiore, la preghiera, l'unione con Dio, rischiano oggi di perdere consistenza e spessore, di diventare evanescenti e marginali. A ci contribuisce enormemente il modo di pensare, di sentire e di vivere proprio del nostro tempo. La civilt industriale, della tecnica, dell'elettronica ormai definita come la civilt del rumore. difficile ormai fare silenzio, trovare il silenzio, abituarsi alle pause di silenzio quando si riesce a trovarne. I fine settimana diventano momenti di fatica e di rumore invece di salutari pause di riflessione. Passando per le nostre affollate citt si avverte un eccesso di suoni in disarmonia, ripetuti con insistenza e ossessione, che colpiscono l'orecchio e il sistema nervoso e come conseguenza danneggiano lo stesso equilibrio psichico. Non solo, ma questo sistema di esistenza, spesso subto inconsciamente, venuto anche a rompere i ritmi biologici umani pi profondi. Non fosse altro che per questo, il silenzio oggi, si pone come un bisogno all'interno delle situazioni di crisi che investono il pianeta a tutti i livelli, da quello umano a quello ecologico. Dobbiamo ancora ripetere che questo frenetico sistema di vita non lascia spazio nemmeno a Dio e, come si accennava, alle realt spirituali. L'uomo ha paura del silenzio perch, inconsciamente o no, ha eliminato la fonte del proprio silenzio, che Dio. Se so da dove proviene il silenzio, lo accetto. possibile accettare il silenzio soltanto se si conosce la fonte da cui proviene. Avendo eliminato Dio, il silenzio diventato inaccettabile. Se Dio esiste, deve darsi da fare, altrimenti un falso Dio. Anche noi, oggi, percepiamo il silenzio come un'assenza, come un vuoto. Non riusciamo a concepire un silenzio abitato da Qualcuno. Noi cerchiamo sempre di spiegare, mai di rispondere con il silenzio. Nel silenzio, l'uomo si sente solo. Non accettiamo il silenzio e non riusciamo a fare silenzio perch abbiamo paura della solitudine. Per accettare il silenzio, bisogna essere in compagnia di qualcuno. Per non essere costretto ad affrontare il silenzio, l'uomo cerca di riempire ogni angolo di tempo e di spazio: Dove mi trovo?... a che punto sono?... che ora ... cosa sto facendo?. il terrore di non sapere dove si , quale posto si occupa, quale ruolo si svolge. 56

L'esperienza contemplativa insegna la disciplina del silenzio come esclusione di ogni essere rumoroso e di ogni chiacchiera inutile che ne violerebbe gli spazi. Il vero saggio si esprime in poche parole, e nello stesso tempo la sua parola silenzio, ci che egli dice viene dal cuore e non soltanto dalla punta della lingua. Le sue parole scaturiscono da una profonda meditazione. Solo chi sceso in profondit nella propria solitudine e vi ha incontrato Dio veramente capace di comunione anche con gli uomini, con tutti, senza discriminazioni. stata l'intuizione anche di Bonhoeffer: solo chi capace di solitudine capace di comunione e dunque pu contribuire davvero a costruire la comunit, e solo chi capace di comunione pu vivere una solitudine che non uccida. La ricerca della comunit e degli altri, se non si arrivati a riconoscere e accettare la propria solitudine esistenziale, fuga da se stessi; e la solitudine, magari per dedicarsi alla preghiera, che rifiuta gli altri e la comunit non porta ad alcun incontro, neanche con Dio: una solitudine che uccide. Il vero, profondo e vissuto silenzio rende possibile la presenza e la trasparenza di una persona; silenzio inteso e visto non solo e semplicemente come mezzo, strumento, ma come pienezza di vita. Il silenzio il dono dell'eternit, una profonda realt, sorgente di vita. Il silenzio una eredit che ci viene da Dio stesso. La vita esce da una realt silenziosa; nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa... il tuo Verbo onnipotente, o Signore, sceso dal cielo, dal trono regale (Sap 18,14-15). Un uomo come Lanza del Vasto proponeva questa massima: Taci molto per avere qualcosa da dire che valga la pena di essere sentita. Ma ancora taci, per ascoltare te stesso. La bont di ogni parola detta proporzionata alla maturazione avvenuta nel silenzio meditativo. Le ragioni del silenzio L'uomo di natura espansiva, abituato alla pi cordiale comunicativa con il mondo esterno, aperto con i propri simili, si chiede: perch tacere? Non si deve essere comunicativi? Come pu effettuarsi il contatto con gli altri se non con le parole? Perch essere chiusi? Quando seguendo l'esperienza monastica si consiglia di parlare meno, di parlare poco, o di tacere del tutto, di dominare la lingua, non si vuole affatto consigliare di diventare tipi chiusi, non comunicativi, solitari, o, peggio, complessati, contorti, complicati, pieni di sottintesi; no davvero! I grandi uomini furono e sono tutti silenziosi. Anche quelli di cui si dice che parlarono molto, che furono sommi oratori; tutti maturarono in lunghi silenzi quello che poi dissero agli uomini. La parola grande cosa, ma non ci che vi di pi grande. Se essa argento, il silenzio oro, afferma un antico proverbio. Quegli stessi che sanno meglio parlare sentono pi degli altri che le parole non esprimono mai le reali e speciali relazioni esistenti tra due esseri.

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Rimangono sempre delle verit che nessuno crede di poter esprimere con la parola. Sono verit che si percepiscono nel silenzio e restano inespresse. Il silenzio come l'aprirsi di altre porte, di altri canali, per i quali arriva all'uomo un'altra voce. Chi tende a mete di vita pi elevata dal punto di vista dello spirito, ha bisogno di silenzio, per ristoro e ripresa di energie, come ha bisogno di pane quotidiano e di riposo del corpo. Nell'usura di ogni giorno, la mente si svuota, le energie si logorano e la vita si appesantisce di infinite scorie. Chi voglia realizzare una vita interiore profonda, sappia circondarsi di silenzio, di quiete, di pace, per frapporre tra se e le cose esteriori una fascia in cui le onde turbolente del fragore umano vadano ad infrangersi e a spegnersi, prima di giungere a lui. L'uomo cerca il silenzio per un bisogno di vita pi alta. La ricerca si impone per una spinta che viene dal proprio intimo e alla quale non si pu disobbedire. naturale allora constatare come in questi ultimi anni i monasteri siano sempre pi meta di ospiti, giovani soprattutto, alla ricerca di una dimensione di vita pi autentica e pi vera, attraverso il dialogo orante col Padre, con lunghi spazi di silenzio e nel confronto con la vita della comunit. L'esperienza monastica aiuta l'ospite a ritrovare il senso della vita e a dare una risposta alla sua ricerca di significati: in quasi lutti gli ospiti si avverte il desiderio di sperimentare giornate in piena solitudine, per ascoltare in profondit la voce di Dio, per far s che la sua Parola diventi ancora un annuncio di vita. Una volta gustato il valore del silenzio, si riesce a cogliere in esso momenti di verit e sincerit con se stessi, con Dio e con i fratelli. In definitiva, lo spazio di silenzio e di deserto che il monastero offre all'uomo di oggi, alle prese con le sue disperazioni e i suoi non sensi della vita, aiuta l'ospite a riscoprire nella sua storia il giusto posto, la sua responsabilit corrispondente a quel piano di amore che Dio ha su ciascun uomo. Abitualmente sono molti i fratelli che frequentano i monasteri ritornando a ripetere la loro esperienza di silenzio; in questi spazi di deserto ritrovano la speranza che li spinge a superare momenti di stanchezza e di sfiducia; ritrovano in essi la forza dello Spirito che li ricolloca continuamente al loro giusto posto nel piano della salvezza. Franco Mosconi Eremo San Giorgio

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Preghiera di un anziano
Signore , Tu sai meglio di me che sto invecchiando ed un giorno sar vecchio. Fa che io non mi senta in dovere di dire qualche cosa su ogni argomento e in qualsiasi occasione. Evitami la tentazione di intromettermi negli affari altrui. Fa che il mio parlare non diventi penoso e che il mio aiuto non diventi imposizione. E' un peccato forse non mettere a frutto il mio bagaglio di esperienze e Tu sai d'altronde come io voglia conservare alcuni amici. Fa in modo che io eviti nei discorsi elencazioni di dettagli senza fine, dammi la capacit di arrivare subito all'essenziale. Sigilla le mie labbra sulle mie sofferenze e sulle mie fatiche. Queste stanno aumentando e il desiderio di manifestarle diventa sempre pi forte con il passare degli anni. Non oso chiederTi la grazia sufficiente per accettare serenamente il successo delle altrui pene, ma aiutami almeno a sopportare le mie con pazienza. Non oso chiederTi una migliore memoria, ma dammi una crescente unilt ed una minore presunzione quando i miei ricordi sembrano contrastare con quelli degli altri. Insegnami la grande lezione secondo la quale anch'io possa ritenermi in errore. Mantienimi ragionevolmente dolce: un vecchio arcigno il supremo capolavoro del diavolo. D'altra parte non desidero essere un santo: molto arduo vivere insieme. Dammi la capacit di vedere belle cose in posti inusitati, e talenti in ogni persona. E inoltre Signore, dammi la forza di poterglielo dire

[E' la preghiera di un monaco del XVII secolo Rinvenuta in un monastero di Gloucester (Gran Bretagna)]

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Il potere della meditazione: J. Krishnamurti


Tra i tanti libri, veri e propri mattoni che costruiscono la biblioteca di un bibliomane, ce n uno che per misura e grandezza non supera il formato di 11x8 cm, e le 90 pagine. Edito nel 1991 dalle edizioni Shambala, Boston & London, il libretto un gioiello del pensiero orientale. Contiene una selezione di scritti di un grande filosofo di quella parte del mondo, ma occidentalizzato abbastanza per essere essere apprezzato anche da questa parte del pianeta. Mi riferisco a J. Krishmurti. Le sue sono Meditazioni che in pi di una occasione mi hanno aiutato a riflettere sulla condizione umana. Qui di seguito, tradotti dallinglese, una serie di brani pi significativi su questo tipo di esercizio che tutti dovremmo conoscere e praticare per migliorare la qualit della vita interiore di ognuno di noi. Vita interiore che diventa vita comunitaria nella misura in cui ognuno da isola esistenziale prescelto a diventare parte del continente della vita. Introduzione. Luomo, per sfuggire ai suoi conflitti, ha inventato diversi tipi di meditazione. Molti la basano sul suo desiderio, sulla spinta e sulla necessit di conquistarla e sono destinati solamente a provare delusioni e sofferenze per un fallimento sicuro. Questa scelta consapevole e deliberata si muove sempre entro i limiti di una mente condizionata e senza libert. Qualunque sforzo viene fatto per acquisire la corretta meditazione significa la fine stessa della meditazione. Questa ultima la si ottiene solo con la sospensione del pensiero e soltanto quando si raggiunge una diversa dimensione oltre il tempo. Una mente che medita una mente silenziosa. Non il silenzio che genera il pensiero, il silenzio di una serata tranquilla. E il silenzio pensato quando il pensiero, con tutte le sue immagini, parole e percezioni, cessato completamente. La mente che medita una mente religiosa, una religione che non toccata dalla chiesa, dai canti o dalle preghiere. La mente che medita unesplosione di amore. E lamore che non conosce separazione. Per esso, la lontananza significa vicinanza. Non uno o molti, ma piuttosto quella condizione dellamore nella quale ogni divisione non ha ragione desistere. Come la bellezza, non lo misura con le parole. E soltanto da questo tipo di silenzio che nasce una mente che medita. La meditazione una delle pi grandi arti della vita, forse la pi grande, e non la si pu apprendere da nessuno. Questa la sua bellezza. Non ha una tecnica e pertanto non possiede autorit. Quando si conosce se stessi, si osserva se stessi, il modo in cui si cammina, si parla, si mangia, ci che si dice, come si odia, come si diventa gelosi, si diventa consapevoli di tutto ci che dentro di noi, senza una scelta, allora quella meditazione. Essa pu avere luogo anche stando seduti in un bus o mentre si cammina nei boschi

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pieni di luce o mentre si ascolta il canto degli uccelli e si guarda in faccia la propria donna o il proprio figlio. E strano come la meditazione diventa completa. Essa non ha un principio n una fine. E come una goccia dacqua. In quella goccia ci sono tutti i corsi dacqua, i grandi fiumi, i mari e le cascate. Quella goccia nutre la terra e luomo, senza di essa la terra sarebbe un deserto. Senza la meditazione il cuore diventa una terra incognita. Meditare significa scoprire se il proprio cervello, con tutte le sue attivit, pu essere assolutamente tranquillo e silenzioso. Senza alcuna forzatura, perch se c forzatura c dualismo. Lentit che dice Desidero avere esperienze meravigliose, perci devo costringere il mio cervello ad essere silenzioso non potr mai arrivare alla meditazione. Ma se si comincia ad indagare, osservare, ascoltare tutti i movimenti del pensiero, i suoi condizionamenti, i suoi scopi, le sue paure, i piaceri, osservare come si comporta il cervello, allora si comincer a vedere come il cervello sa stare tranquillo e silenzioso. Un silenzio che non sonno, ma grande attivit e quindi tranquillit. Una grande dinamo che funziona alla perfezione non produce alcun rumore. Solamente quando c frizione c rumore. Silenzio e spazio vanno insieme. Limmensit del silenzio limmensit della mente in cui il centro non esiste. La meditazione implica un duro lavoro per acquisirla. Richiede unalta forma di disciplina, che non conformismo, imitazione, obbedienza, ma disciplina che deriva da una costante consapevolezza non solo delle cose interne, ma anche di quelle esterne. La meditazione non unattivit svolta in isolamento ma azione quotidiana che richiede cooperazione, sensibilit e intelligenza. Senza gettare le basi di una corretta esistenza, la meditazione solo una fuga e pertanto non ha alcun valore. Una vita giusta non la si ottiene seguendo una qualsiasi forma di moralit sociale, ma con la libert dallinvidia, dallinimicizia, dallavidit. La libert da questi sentimenti non la si ottiene con lesercizio della mente bens prendendo coscienza di essi tramite lauto-conoscenza. Se non si conoscono le attivit del proprio io, la meditazione diventa solo una specie di eccitazione sensuale e quindi di poca importanza. La meditazione non un mezzo per raggiungere un fine, entrambi le cose, un mezzo ed un fine. La percezione senza le parole, cio senza il pensiero, uno dei fenomeni pi strani. Essa pi acuta, non solo con il cervello, ma anche con tutti i sensi. Una percezione di questo tipo non la frammentaria percezione dellintelletto, n tanto meno delle emozioni. Essa pu essere chiamata una percezione totale che parte della meditazione. Una percezione acquisita senza che sia avvertita da chi fa meditazione, simile ad una comunione con le vette e le profondit dellimmensit. Questo tipo di percezione cosa del tutto diversa dal vedere

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un oggetto senza chi lo vede, perch nella percezione della meditazione non c nessun oggetto e quindi nessuna esperienza. La meditazione pu, pertanto, avere luogo quando gli occhi sono aperti e siamo circondati da oggetti di ogni tipo. Ma questi non hanno alcuna importanza. Li vediamo ma non li riconosciamo perch non ne abbiamo esperienza. Che significato ha questo tipo di meditazione? Non ha nessun significato, perch non ha nessuna utilit. Ma in questo tipo di meditazione c un movimento di grande estasi che non va confusa col piacere. E lestasi che d allocchio, al cervello e al cuore la qualit dellinnocenza. Se non vediamo la vita come qualcosa di interamente nuovo, sempre la stessa routine, la stessa noia, una cosa senza senso. La meditazione ha una grande importanza, essa apre la porta a tutto ci che non pu essere misurato e calcolato. Tratto da: Guide Supereva - Bibliofilia

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Il silenzio e la vita spirituale


Swami Ritajananda IL SILENZIO E LA VITA SPIRITUALE Riedizione della conferenza di Swami Ritajananda, apparsa nel n 61 di Vedanta, del 1 trimestre 1981 Swami Ritajananda (1906-1994) stato Presidente del Centro Vedantico Ramakrishna dal 1962 al 1994 In India esiste una preghiera molto nota, che viene indirizzata al Signore Dakshinamurti. In essa si trova una descrizione del maestro e del suo modo di insegnare. Egli era giovane ed i suoi discepoli persone molto anziane. Il maestro non accennava ad una sola parola. Ma, tutti i dubbi dei suoi discepoli venivano dissipati. Porgeva l'insegnamento senza pronunciare una sola parola. Quest'oggi, tuttavia, non sar cosi. Trascorreremo assieme il pomeriggio, parlando. Personalmente, non mi considero un maestro capace di insegnare senza usare dei termini - come faceva lui - e, d'altra parte, voi stessi potreste non essere abbastanza evoluti per riuscire a comprendere solo attraverso il silenzio. Viviamo in un mondo, nel quale un grande valore viene dato alla parola. Amiamo parlare con i nostri amici. Molte persone, oggi, sono venute qui con il preciso scopo di incontrarne delle altre e per parlare. Il linguaggio rappresenta una grande utilit, per noi che abbiamo tante cose da dirci. Chi possiede il dono del dire e, in pi, riesce a pensare in modo giusto, ebbene, costui avr molto maggior successo di coloro che non posseggono le sue capacit. Io conosco un giovane che parla inglese, francese, spagnolo, portoghese e greco; ma, senza appigli: Quando si esprime, anche nella sua lingua, la gente riesce ad afferrare solo alcuni dei concetti che egli propone; il resto viene perso. Personalmente, gli ho consigliato di frequentare una scuola ove gli potessero insegnare a parlare; poich, ne avrebbe tratto una grande utilit. Gli ho detto:" Avete avuto la possibilit di apprendere tante cose dai libri, ma siete incapace di esporre alla gente tutto ci che sapete." Si deve essere capaci di pensare e di parlare; le due qualit sono necessarie. La vita sarebbe sprovvista di senso se noi non potessimo esprimerci. Dobbiamo essere bravi sia nel parlare, che nel riflettere. Le due cose vanno in parallelo. Un uomo abile utilizza queste due facolt per fare impressione su coloro che incontra. Il valore di un uomo dipende dal modo in cui egli gestisce le parole per farsi apprezzare. Ma, nello stesso tempo, ci sono degli individui cattivi che sanno esprimersi tanto bene da potere attrarre a s tutti coloro che mancano di giudizio. E coloro che li seguono divengono dei nemici della societ. Non bisogna, di conseguenza, mai accettare senza riflettere le parole degli incantevoli dicitori.

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Non dobbiamo dimenticare che la nostra vita una manifestazione dell'energia che possediamo. Questo concetto sempre presente nel mio spirito; divenuto, per me, come un'ossessione. Tutto quanto ho appreso dalle parole di Vivekananda e di altri grandi maestri spirituali mi ha dato la certezza che ognuno di noi capace di riuscita solo grazie alla forza che esiste in lui. E noi dobbiamo essere abili nell' utilizzare quest'energia enorme - la Shakti, come dicono gli Hind - per il nostro bene e quello del prossimo. La parola uno dei mezzi per manifestare questa forza. Non dobbiamo sciuparla, ma utilizzarla a ragion veduta. Potreste ribattere che il soggetto del nostro incontro il silenzio, mentre io affronto, invece, l'importanza della parola. E' vero; ma, perch mai il silenzio cos importante? Non ho, sinora, mai avuto il piacere di parlarne. Quando mi trovavo nella societ, restavo quasi sempre silenzioso; e, quando vissi alcuni anni con uno Swami, anche in quell'occasione conservai sempre il mio mutismo. Ci lo disturbava. Si dice che vi sono tre tipi di persone che non aprono mai bocca: il muto, l'idiota ed il saggio. Il saggio possiede il controllo delle sue parole. Ed allora, quando vivevo nel bel mezzo della societ, e non trovavo nulla da dire perch quei soggetti mi sembravano senza interesse, me ne stavo tranquillo, lasciando i miei amici alle loro discussioni. Il valore del silenzio viene insegnato da ogni religione nota. Possiamo constatarlo nelle Upanishad, nelle parole del Budda, negli insegnamenti della Bhagavad Gita, nelle parole di San Giovanni della Croce ed in altri casi. Vi si constata che la pratica del silenzio indispensabile al nostro sviluppo spirituale. Usate, quindi, moderatamente, l'energia di cui trattiamo - e solo quando cosa utile, non continuamente. Osserviamo, in proposito, delle persone che parlano lungo l'intera giornata, senza sforzarsi di comprendere ci che dicono. E succede, addirittura, che non se ne riesca pi a sopportare le continue ciarle. Se ci fermiamo a riflettere su ogni cosa che diciamo, potremo accorgerci che le nostre parole non hanno, poi, un grande significato. Vediamo, in tal caso, manifestarsi una sorta di nervosismo; ci sforziamo soprattutto di discutere su non importa cosa; su quanto abbiamo letto, su quanto abbiamo ascoltato, e, qui, si manifesta un fenomeno molto importante: l'"io". Contate un p il numero degli "io" che avete potuto pronunciare durante una conversazione; degli "io", "io", "io" senza fine. Ci si ritrova, sovente, cos, in un circolo nel quale l'"io" vuole esprimersi, mentre non ha, in effetti, che poche cose da dire.

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I grandi maestri affermano che male cercare di parlare tanto; che ci arreca uno squilibrio nella nostra esistenza; che un ostacolo alla nostra quiete spirituale. Sri Krishna dice nella Bhagavad Gita:" Io sono il Silenzio" San Giovanni della Croce aggiunge: Il Padre ha detto una sola parola, e questa parola suo figlio. E parlava sempre di lui in un silenzio senza fine. E, in questo silenzio, l'anima ascolta Dio parla; per, voi non siete preparati ad ascoltarlo. Fate troppo rumore. Dovete cambiare. Dovete interrompere il flusso delle vostre parole, affinch il silenzio possa scendere sino a voi. Solo in quel momento l potrete comprendere. Ecco, la disciplina della yoga. Le parole sono importanti per la vita mondana; ma, per quella spirituale , invece, il silenzio che conta, a vantaggio di coloro che vogliono sprofondare in essi stessi, per scoprire quanto vi si cela, per scorgere un orizzonte diverso da quello che vede il s immerso nel mondo. Non certamente un obbligo lanciarsi nella ricerca che stiamo indicando. Se vi soddisfa veramente quanto questo mondo vi offre, viveteci tanto a lungo quanto vorrete, ed in rapporto all'amore che gli portate. Ma, un bel giorno, vi chiederete:"A che serve tutto ci?" L'insoddisfazione che si trova nella vita, il desiderio di capire vi esortano a proseguire pi in avanti. I grandi santi, i grandi maestri insegnano che non troverete la felicit nella vita ordinaria; la felicit viene da un'altra direzione. Nasce da noi stessi. Riceverete l'insegnamento quando lo richiederete. Coloro che hanno ricevuto tali consigli lasciano, sovente, il mondo e si rifugiano in un eremo, per viverci in solitudine; cos, infine, scoprono la pace di ogni gioia, scoprono il significato di Dio e quali sono le sue parole. Vorrei, ora, raccontarvi una piccola storia, che risale a circa due, o trecento anni fa. Un economo era impiegato in un palazzo, in India. Mor, ed il figlio, molto giovane, dovette subentrare al suo lavoro. Era un giovane intelligente, ben istruito, attratto dalla vita spirituale. Aveva studiato la lingua del proprio paese - il tamil - ed anche il sanscrito. Si era ben preparato per la ricerca spirituale. Pur obbligato a lavorare nel palazzo, trascorreva ogni giorno al tempio, vi pregava e, quindi, ritornava nella dimora. Erano nate, nei suoi riguardi, delle difficolt nel palazzo perch la regina si era innamorata di lui. Egli non cercava attaccamenti di quel genere; ci lo turbava e costituiva la ragione per la quale egli trascorreva lunghe ore nel tempio.

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Un giorno, scorse, nell'angolo del tempio, assiso nella postura del padmasana, un maestro, assorbito nella meditazione. Era la prima volta che notava quella persona. Si sent pieno di curiosit, mentre, tra l'altro, provava un forte desiderio di ricevere un consiglio spirituale. Si sedette, di conseguenza, davanti a quello. Le ore trascorsero: mezzanotte, l'una, le due, le tre. Dopo circa quattro ore, il santo apr gli occhi. Vide un giovane seduto davanti a lui, e se ne stup: "Figlio mio, perch ti trovi qui? - gli domand. "Maestro, vorrei ricevere un vostro consiglio spirituale." Resta tranquillo" - fu la sola risposta. Non posso dirvi cosa il giovane comprese, ma, pi tardi egli scriver un grande libro che, sfortunatamente, nessuno tradusse, n in inglese, n in francese. Vi si legge questo consiglio dato dal maestro di cui parliamo:" Stai tranquillo." Egli avrebbe potuto comprendere tutto attraverso tali semplici parole. Eppure, domand al maestro di aiutarlo ancora. Costui lo guard e gli disse: "Non il momento. Tu hai ancora qualche dovere da compiere. Devi sposarti e dare un figlio alla tua famiglia. Ti verr a cercare allora." Il maestro arriva sempre, quando il discepolo pronto. E voi non chiedete da dove egli sia venuto, n indagate le qualit che possiede. Non ponete domande, e non cercate altro. Voi sentite che il vostro maestro. Il giovane, di conseguenza, scelse il suo maestro e costui lo accett. Sua moglie mor qualche tempo dopo e i parenti vennero a cercare il bambino per allevarlo. Di conseguenza, il maestro torn a lui: "Vieni con me, figlio mio; hai finalmente assolto ogni tuo dovere nel mondo." E partirono assieme. Non posso dirvi cosa gli accadde, n quale fosse la natura dell'insegnamento che egli ricevette; ma, posso assicurarvi che trascorse parecchi anni nel silenzio. Nessuno scrisse la biografia di questo grande santo, chiamato Tayu Manava.

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Non conosciamo nulla della sua vita, ma ci rimane il suo grande libro, nel quale ci dona un insegnamento straordinario. Egli cita una spiritualit che trascende il mondo dei nomi e delle forme. Si esprime come faceva Sri Ramakrishna: Brahman saguna e nirguna; cio, Brahman Dio con forma e Dio senza forma: l'Assoluto. Manava ha composto numerosi poemi ben noti nel sud dell'India. E tutto provenuto da un semplice consiglio:" Sta tranquillo". Avete sentito parlare di Trailinga Swami, che visse a Benares. Sri Ramakrishna lo incontr, come pure la Santa Madre, e come numerose altre persone. Era un grande yoghi; forse, unico. Si diceva che avesse vissuto oltre i 250 anni. Era di una taglia fisica molto forte. Nessuno l'ha inteso parlare. Eppure, egli sapeva tutto, e la sua saggezza era grande. La sua spiritualit impressionava. Praticava il silenzio. Il silenzio pu divenire un mezzo. Nel libro di Tayu Manava si impara che il suo maestro gli aveva detto soltanto:" Sta tranquillo ". Ogni insegnamento condensato in queste due parole. Noi amiamo parlare, e la parola la cosa pi facile da frenare. Le Scritture ci richiedono la gestione di noi stessi; il controllo del mentale. La prima disciplina insegnata dai maestri come Tayu Manava per acquistare la padronanza della mente di controllare le parole. Spinti dall'ego, noi sentiamo il desiderio di parlare. Parlare della nostra vita, parlare di ci che oggi stiamo facendo, e di ci che faremo domani. Sempre "io", "io". Oppure, ci occupiamo dei difetti altrui. Il ciarlare, lo stabilire la propria superiorit: tutti questi pensieri sono nefasti per la vita spirituale. Innanzitutto, bisogna apprendere a guidare le proprie parole. Ecco, la ragione per cui il silenzio viene considerato come una grande disciplina spirituale. Sri Ramakrishna diceva spesso che i capi famiglia, coloro che vivono nel mondo, era bene si discostassero da ci, di tanto in tanto. Quando non potrete parlare con nessuno, il vostro cervello diverr molto attivo; voi riuscirete a pensare facilmente e troverete la soluzione dei vostri problemi. Vorrei aggiungere questo. Il Buddismo ha assunto una grande influenza nel Tibet. La vita di Milarepa mi ha fatto sempre una forte impressione. Era un individuo straordinario. Parlava del silenzio.

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Il maestro esamina accuratamente il ragazzo che ha scelto, gli fa subire diverse prove e lo accetta se ne resta soddisfatto. Gli chiede di costruire una piccola caverna, interamente sigillata, da cui non pu uscire. Il ragazzo non dispone che di una lampada. E' una disciplina molto dura. Certuni ne muoiono; altri divengono folli, perch non riescono a sopportare la solitudine. Ma, coloro che sanno organizzare la propria vita, che riescono a comprendere il proprio spirito, costoro possono riuscire. Milarepa divenuto un grande maestro spirituale. E parla della sua esperienza e del valore del silenzio, che viene ad aiutarci. Come dobbiamo comportarci, di conseguenza? Ecco, allora, un esempio ben noto della vita del Mahatma Gandhi. Egli non era un maestro spirituale come possiamo comprenderlo. Era un maestro, a modo suo. Ogni luned rappresentava, per lui, il giorno del silenzio. In quella giornata egli non parlava affatto. "Lo faccio per il mio bene" - diceva - " perch, durante tutto il tempo che utilizzo a parlare, rifletto poco. Quando smetto di parlare, mi pi facile riflettere a quanto dico, a ci che intendo fare. E, quando prego, posso anche dimenticare il mondo". Se peniamo a meditare, gli perch parliamo troppo. Se io parlo per l'intera giornata, con degli amici, su ogni sorta argomentazioni, quando mi siedo per meditare, tutto ci che ho detto, tutto che ho ascoltato ritorna a scorrere davanti a me come il film in cinematografo. Ecco la ragione per cui il ricercatore spirituale deve andare a vivere solo, in una caverna, per ritrovarsi nel pieno silenzio.

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All'inizio, sicuramente, incontrer delle difficolt; ma, poco a poco, tutto si estingue, ed egli pu cominciare a meditare. Il silenzio che, allora, scopre indispensabile per la sua ricerca. E' come per l'oceano, le cui tempeste sono prodotte dai venti. Chi ricerca la spiritualit si distacca sempre pi dalla vita esteriore. Non giungo ad affermare che un simile individuo non parler pi. Parler ancora, come afferma Sri Aurobindo. Aurobindo ha trascorso l'intera vita in silenzio. Non disse mai di avere tagliato le sue relazioni con il mondo; diceva solo di non esserne coinvolto. Se resto troppo identificato con il mondo, la mia ricerca spirituale richieder diversi anni - forse, diverse vite; difatti, devo essere completamente distaccato per entrare nella via. Quando, per, la mente diviene tranquilla si manifesta un'altra dimensione. Non siamo pi come eravamo prima. Raggiungiamo un altro livello.

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Come diceva san Giovanni della Croce, noi giungiamo a sentire le parole di Dio. Tutto diviene chiaro. Le nostre azioni assumono una dimensione differente; non sono pi nostre, le azioni. Io parlo, e voi mi ascoltate. L, non esistono degli "io" che parlano e degli "io" che ascoltano. I grandi maestri non affermano mai:"Io faccio qualcosa". E noi ritroviamo il medesimo concetto nella Bhagavad Gita. Per i saggi le azioni sono compiute attraverso i sensi; il legame tra il s ed i sensi viene tagliato. Il saggio non si riconosce come un testimone di ci che accade attorno a lui. E voi resterete sempre sorpresi di vederlo cos felice, sempre contento, mentre si esprime con una facilit del tutto straordinaria. Nulla riesce a disturbarlo. Si produce un radicale cambiamento quando un individuo raggiunge una diversa dimensione nella vita. Ecco, cosa noi intendiamo come vita spirituale. Se noi conquistiamo questo silenzio, evitando le conversazioni inutili, riflettendo molto, ricordandoci costantemente dell'ideale scelto, la nostra vita cambier. E per questo scopo possiamo utilizzare tutto ci che ci si presenta, qualunque sia il nostro modo di vivere. A questo punto potrete domandarmi:" Debbo, dunque, abbandonare il mio modo di vita attuale ed entrare in una caverna, divenendo un eremita?" No, non intendo dire questo, poich bisogna subire una preparazione molto lunga prima di sopportare la vita eremitica. dovete, semplicemente, praticare il silenzio nella vita ordinaria, nell'ambiente che rappresenta la vostra attuale quotidianit; tacere quando vi rendete conto che non avete nulla da dire. Se vi viene il desiderio, prendetevi un attimo di riflessione. Domandatevi se veramente necessario farlo. Non parlerete, allora, se non dopo avere riflettuto; ma, a quel punto, forse tacerete. Ecco, un modo per cominciare a controllare la vostra mente. Il primo passo verso il dominio della mente di evitare ogni conversazione inutile. Con il controllo della parola giunge quello della mente. Quando una persona comincia a vivere da sola in una caverna, non cerca di sapere ci che succede fuori; non si incuriosce per i rumori della strada; non ha alcun desiderio di gustare alimenti vari. Tutti i suoi sensi debbono venire dominati. Se riceve un'esperienza spirituale, pu ben pensare di essere benedetta. Ed benedetta perch nulla pu pi attirarla. Vive gi in un'altra dimensione; l'attuale vostra realt le sembra poca cosa in paragone alla sua, ed essa pu utilizzare l'intera propria energia senza dovere ricercare i divertimenti, i piaceri. Essa felice senza essere costretta a seguire i piaceri del mondo.

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Con il controllo della parola giunge quello della mente. Tramite il controllo della mente si raggiunge lo scopo. Ci viene raccomandato di associarci a persone che vivono una vita spirituale. Vedendole, parlando con esse, la nostra aspirazione si fa sempre pi chiara; la vita spirituale ci attira di pi in pi, mentre diminuisce il nostro attaccamento per la vita materiale. Quando un uomo si completamente distaccato, non sar mai pi imprigionato da questa vita. Quando si liberi dall'illusione la padronanza della verit diviene pi stabile. E quando si ben saldi in essa, si raggiunge lo stato di jivan mukta: lo stato di liberazione in questa medesima vita. E' l'ideale del silenzio, secondo Sri Aurobindo. Un mentale tranquillo non significa che esso sia senza pensieri, che la sua attivit risulti sospesa; ma, tutte queste funzioni resteranno alla superficie. Percepirete sempre di essere lo spirito, e non un individuo umano. Vi trasformate in testimone; la vita ordinaria cessa di avere qualunque presa su di voi. Potete osservare, giudicare e respingere quanto vi sembra senza valore, mentre conserverete quel che vi sembra buono. Ecco, la vera coscienza, e la vera esperienza spirituale. Sri Aurobindo parla anche del grande valore del silenzio. Non si tratta di un mezzo negativo, e neppure di un ostacolo. Anche se il pi alto ideale spirituale la comunione con Dio, il controllo delle parole e quello della mente sono molto utili nella vita ordinaria. E se continuerete a persistere in questa pratica, raggiungendo una grande maestria in essa, sarete capaci di controllare il mentale e di ottenere lo scopo della vita. Ramana Maharshi non ha mai tenuto conferenze; ma, restava sempre silenzioso come il grande maestro Dakshinamurti. Le persone si sentivano sempre bene in sua presenza. Vi trovavano la pace dello spirito. Ed egli non la faceva regnare con la parola, ma con la sua stessa tranquillit. Era come l'oceano, nel quale si disperde il rapido fiume. Questo, provavano tutti coloro che andavano a visitarlo. CENTRO VEDANTICO RAMAKRISHNA - 1999 Ogni diritto di traduzione, di riproduzione e di adattamento riservati per tutti i paesi. 22/02/05

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Pubblicato il 23-10-2006 Castaneda: la conoscenza silenziosa


La capacit di "domare la mente", coltivare il silenzio interiore e cogliere le percezioni pi sottili relative alla realt interna ed esterna fa parte di tradizioni sciamaniche e mistiche di tutti i tempi. Castaneda propone una via. Il silenzio interiore uno stato di coscienza in cui tutti i pensieri della mente si fermano, sono come congelati e inattivi. Nel silenzio possibile sentire quello che proviene da spazi e tempi che vanno oltre ci che la mente in condizioni normali pu percepire. possibile accedere a conoscenze che hanno molto poco di "umano" ma che nello stesso tempo appartengono profondamente all'umanit. Gli artisti nell'eseguire i loro lavori in modo consapevole o inconsapevole sono in questo particolare stato. Gli sciamani di tutto il mondo per portare guarigione, conoscenza e saggezza alla loro comunit hanno elaborato varie pratiche per giungere in modo tangibile ed affidabile al silenzio. Carlos Castaneda addestrato da don Juan Matus, uno sciamano Yaqui nel deserto di Sonora, ha descritto minuziosamente nei suoi ultimi libri come gli sciamani dell'Antico Messico entravano nella profondit del silenzio interiore attraverso i Passi Magici. Questi sono movimenti e respirazioni sognate dai veggenti del suo lignaggio, in tempi molto remoti e che hanno riportato in questa realt con scopi pratici. Attraverso il silenzio interiore possibile sconfiggere quello che in quasi tutte le tradizioni spirituali, dall'Oriente fino all'Occidente, viene individuato come il pi grande ostacolo all'evoluzione del genere umano. La mente che interiormente continua a dire "io.., io, io," con il suo rumore copre tutti gli altri segnali e le altre percezioni che sono disponibili all'uomo. Carlos Castaneda, nel suo libro "Tensegrit" racconta l'episodio in cui, avendo ottenuto il silenzio interiore, per la prima volta riusc a "vedere", e la cosa che pi lo sconvolse dell'episodio fu non tanto la visione di un paesaggio mai visto, di animali preistorici, di suoni ancestrali che riusc a percepire in mezzo al traffico di Los Angeles, ma il fatto che in qualche modo queste cose le aveva percepite anche prima, da sempre. Lo sciamanesimo la pratica pi facile e nello stesso momento pi difficile da vivere proprio per questo, perch spesso le cose arrivano in modo cos semplice ed immediato che non ci rendiamo conto del loro intrinseco valore.

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La mente si mette d'ostacolo, complica ed offusca la percezione diretta, porta il giudizio, la mancanza di fiducia e svaluta ci che invece avvertiamo con il cuore. Ma come possiamo raggiungere il silenzio interiore? Gli sciamani hanno sviluppato moltissimi stratagemmi per mettere da parte la mente. Il silenzio pu durare qualche secondo oppure degli interi minuti, dipende dalle capacit individuali ed anche dai mezzi che vengono utilizzati. Chi riesce a superare una certa soglia poi in grado di raggiungere il silenzio in modo spontaneo. Uno dei metodi pi affascinante quello che ha tramandato il lignaggio di Carlos Castaneda attraverso i Passi Magici, che utilizza alcuni movimenti del corpo. Secondo i veggenti del suo lignaggio oltre al corpo fisico abbiamo un corpo energetico, e questo al di fuori del controllo della mente. I Passi Magici hanno la capacit di avvicinare i due corpi, fino ad unirli in una unit percettiva in grado di attingere alla conoscenza silenziosa, come venne definita dal suo maestro il nagual don Juan. I Passi Magici stimolano opportuni punti di collegamento tra il corpo fisico ed il corpo energetico ed attivano aree di energia che sono spesso inutilizzate. L'azione congiunta di questi due azioni porta ad una completa saturazione della mente, che non pi in grado di interferire con gli stati elevati di coscienza, permettendo a coloro che li praticano in modo disciplinato e sobrio, di vedere l'energia cos come fluisce nell'universo. I Passi Magici tramandati per il silenzio interiore hanno nell'oscurit la loro fonte principale, proprio perch l'oscurit, togliendo all'organo pi vicino alla mente, l'occhio, la possibilit di essere attivo, facilita quell'assenza di pensieroverbalizzazione caratteristico dell'attivit mentale. Sono movimenti molto elementari, come per esempio il tracciare con il piede o con le mani delle figure semplici, oppure esercitare pressione in alcune parti del corpo in sincronia con il respiro, che alterano in modo sottile ma profondo lo stato di coscienza. Questi movimenti permettono al corpo di assumere la consapevolezza che realmente gli appartiene, attivando aree che nella vita quotidiana sembrano non esistere, e conferiscono una carica di benessere facilmente percepibile. Uno dei pi potenti strumenti per raggiungere il silenzio interiore il tamburo. Con il battito monotono e continuato il cervello comincia a rallentare la sua attivit, i pensieri vengono rapidamente messi da parte per lasciare spazio alla conoscenza non-verbale. In questo caso il passaggio dal dialogo interiore, cio da quella serie di pensieri che continuamente sovraffollano la mente, ed il silenzio diventa graduale, la continuit del tamburo inoltre permette di ritornare al silenzio in ogni momento, anche se il dialogo per qualche istante ritornato. 72

Nel lignaggio di Carlos Castaneda il suono dei tamburi utilizzato in abbinamento con alcuni passi simili ad una danza, per rinforzare l'effetto e per conferire all'intero corpo la percezione del silenzio. Quello che avviene tra due pensieri silenzio interiore, ma quante volte succede questo a noi occidentali, completamente in balia degli stimoli esterni, come ad esempio radio, TV, cinema, computer? Nello Ceccon

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L'ESPERIENZA DEL SILENZIO INTERIORE


Si ritiene che l'esperienza piu' significativa che puo' essere vissuta dall'individuo sia rappresentata dallo sviluppo delle potenzialit manifestate dalla dimensione del Silenzio interiore. Essa rappresenta un momento particolare in cui l'individuo riesce a sottrarsi dalle influenze soggettive del suo visibile quotidiano per affacciarsi sul mistero dell'invisibile. Non piu' ingannato dalla rappresentazione sensoriale del mondo che conosce, non piu' accompagnato dalle aspettative della sua personalita', non piu' guidato dai percorsi culturali del mondo degli altri in cui vive. Solo, con la compagnia di se stesso e nella sua purezza intangibile di creatura senziente che scopre l'eterno presente che l'accompagna e che e' parte integrante della sua vita. E' quel silenzio tante volte inseguito nella solitudine, lontano dagli altri e dalle cose, cercato per sottrarsi ad una vita inutile e infeconda, per trovare forza di fronte alla disperazione delle vicende del quotidiano e per trovare energia per la propria creativita'. Quel silenzio trovato quando ci si libera dal richiamo insistente del quotidiano per calarsi in quella situazione di solitudine aperta alla grandezza della natura e si entra in una condizione di silenzio interiore che ci apre una porta inaspettata sull'infinito. E' il silenzio che gli antichi indicavano di cercare nel contatto con la grandezza e il silenzio delle cime delle montagne o, secondo la tradizione druidica, nel contatto con le grandi pietre erette degli "stone circle" che dava modo di realizzare l'esperienza intuitiva del "giardino di pietra". Nella meditazione questa esperienza non avviene a caso. E' la meditazione stessa che conduce a questo silenzio interiore mostrandolo nella sua qualita' di una soglia che si apre sul mistero della vita. Non e' una astrazione momentanea dal quotidiano, e' un contatto con il trascendente, lo Shan dell'antico druidismo, che entra nella nostra vita e che si trasmette ai valori del visibile per saldarli all'invisibile in una sola realta' completa e fonte di armonia e di benessere. Nel silenzio interiore vissuto nell'esperienza della meditazione si entra in contatto con una dimensione reale che esiste al di la' delle nostre aspettative e delle nostre emozioni e sopratutto che non rappresenta una semplice astrazione dagli eventi della personalita' e del quotidiano. Nel silenzio interiore c'e' la realta'. Si evidenzia l'immanenza del Mistero che da origine e significato all'uomo e all'intero universo. Si incontra l'esperienza del Vuoto, la natura reale dell'esistenza per quella che e', senza gli attributi fuorvianti dei concetti e delle aspettative del mondo dell'ovvio. C'e' la conoscenza necessaria per modificare il proprio vissuto, per portarvi benessere e armonia in maniera concreta e significativa.

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Realizzare e vivere l'esperienza del silenzio significa infatti ritrovare se stessi e prendere consapevolezza dei propri bisogni reali a lungo persi di vista nell'esecuzione di ruoli e di morali sociali. Significa uscire dai ricatti e dalle illusioni dell'ovvio prodotte e alimentate dalla mente per trovare preziose e reali intuizioni di vita e ottenere finalmente una immediata pace interiore, fuori dal turbinio dei propri pensieri e delle proprie preoccupazioni. Il silenzio interiore consente di realizzare una esperienza personale di rapporto con la natura piu' intima e mistica dell'esistenza, ricucendo un rapporto che era stato vissuto nell'infanzia ma che era stato interrotto dalle esigenze del vissuto quotidiano, per affacciarsi sul Mistero che anima l'esistenza con antico entusiasmo aperti con curiosita' a nuove esperienze. In questa esperienza interiore si pu giungere a scorgere l'esistenza di un sentiero misterioso che porta alla conoscenza del significato della propria vita e dell'universo intero. Un sentiero che si puo' intraprendere e percorrere, fatto di progressivi stati percettivi di coscienza che portano in un atto di risveglio alla conoscenza e alla partecipazione della natura pi intima e segreta dell'esistenza, lo Shan. Ed e' qui che ci si rende conto che in questo silenzio si puo' trovare una infinita energia spirituale che si puo' canalizzare in una creativita' personale da poter dedicare a se stessi e agli gli altri. Ed in questa occasione che si scopre che il silenzio realizzato nella meditazione e' una esperienza di amore e di conoscenza di portata immensa.

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L'esychia ovvero la tranquillit interiore ed esteriore


I. I DIFFERENTI LIVELLI DELL'ESYCHIA 1. Esychia e solitudine 2. Esychia e la spiritualit della cella 3. Esychia e il "ritorno in s stessi" 4. Esychia e povert spirituale II. ESYCHIA E PREGHIERA DI GESU' III. PREGHIERA E AZIONE I. I DIFFERENTI LIVELLI DELL'ESYCHIA Una delle storie dei "Detti dei Padri del deserto" descrive una visita di Teofilo, arcivescovo di Alessandria. ai monaci di Scete. Ansiosi di fare una buona impressione al loro illustre ospite. i monaci riuniti chiesero all'abate Pambo: "Di' qualcosa di edificante all'Arcivescovo". Ed il vecchio rispose: "Se non edificato dal mio silenzio, tanto meno sar edificato dalle mie parole". Questa storia indica l'estrema importanza data dalla tradizione del deserto alla esychia, la qualit dell'immobilit e del silenzio. "Dio ha scelto l'esychia al di sopra di ogni altra virt" detto altrove nei "detti dei padri del deserto". Come insiste S. Nilo di Ancira: " impossibile che l'acqua infangata si possa chiarificare se si continua a rimestarla; ed impossibile diventare monaco senza l'esychia". Esychia, comunque, significa ben di pi della semplice astenzione dal parlare fisico. Il termine pu essere invece interpretato a molti livelli differenti. Tentiamo di distinguere i vari significati, partendo dai pi esteriori per arrivare ai pi profondi ed interiori. 1. Esychia e solitudine Nelle fonti pi antiche il termine "esicasta" e il relativo verbo "esichazo" generalmente denota un monaco che vive in solitudine, da eremita, a differenza di quelli che sono membri di un cenobio. Questa accezione si ritrova gi in Evagrio pontico ( + 399) e in Nilo e Palladio (inizi V secolo). Si ritrova pure nei "Detti dei Padri del deserto", in Cirillo di Scitopoli, in Giovanni Mosco, Barsanufio, e nella legislazione di Giustiniano. Il termine esychia continua ad essere adoperato con questo significato anche in autori posteriori, come in S. Gregorio il Sinaita ( + 1346). A questo livello il termine si riferisce soprattutto alla relazione, nello spazio, di un uomo in rapporto ad altri. Questo il significato pi esteriore.

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2. Esychia e la spiritualit della cella "Esychia - dice l'abate Rufo nei "Detti" - dimorare nella propria cella nel timore e nella conoscenza di Dio, astenendosi completamente dal rancore e dalla vanagloria. Tale esychia madre d'ogni virt e protegge il monaco dalle frecce infuocate del nemico". Rufo continua mettendo l'esychia in relazione col ricordo della morte e conclude dicendo: "Siate vigilanti sulla vostra anima". Esychia qui associata con un altro termine chiave della tradizione del deserto, "nepsis", sobriet spirituale o vigilanza. Quando "esychia" collegata con la cella, il termine si riferisce ancora alla situazione esterna, dell'esicasta nello spazio; ma questo significato allo stesso tempo pi interiorizzato e spirituale. L'esicasta, nel senso di uno che rimane con attenta vigilanza nella sua cella, non sempre essere un solitario, ma pu essere anche un monaco vivente in comunit. L'esicasta , allora, uno che obbedisce all'ingiunzione di Abba Mos: "Vai a sederti nella tua cella e la tua cella ti insegner tutto". Egli tiene a mente il consiglio che Arsenio diede ad un monaco che desiderava fare opera di servizio caritatevole: - Qualcuno domand ad Arsenio, "I miei pensieri mi tormentano dicendomi: - Non puoi digiunare, n lavorare: almeno vai a visitare gli infermi, che questo pure una forma di amore". L'anziano, riconoscendo i germi seminati dal demonio, gli disse: - "Vai, mangia, bevi e dormi senza fare alcun lavoro; solamente non lasciare la tua cella". Perch egli sapeva che la permanenza paziente in cella, porta il monaco al compimento della sua vocazione. La relazione tra esychia e la cella chiaramente definita in un famoso detto di S. Antonio d'Egitto: "I pesci muoiono se s'attardano in terra asciutta; similmente i monaci, quando ciondolano fuori della cella o passano il loro tempo con uomini del mondo, perdono il tono della loro esychia". Il monaco che rimane nella cella come la corda d'uno strumento accordato. L'esychia lo mantiene in uno stato di alerte prontezza, ma non di tensione ansiosa n di sovraffaticamento; ma se egli ciondola fuori della cella la sua anima diviene grassa e flaccida. La cella, compresa come struttura esterna dell'esychia, vista soprattutto come un laboratorio di incessante preghiera. La principale attivit del monaco, quando rimane immobile e in silenzio nella sua cella, il continuo ricordo di Dio, accompagnato da un senso di compunzione e di cordoglio. "Siedi nella tua cella", dice abba Ammonas a un vecchio che si propone d'adottare qualche ostentata forma d'ascetismo, "mangia un poco ogni giorno ed abbi sempre nel suo cuore le parole del pubblicano. Allora potrai essere salvato". Le parole del pubblicano "Dio abbi compassione di me peccatore" sono strettamente parallele alla formula della preghiera di Ges, come si trova a partire dal VI secolo in Barsanufio, nella vita di abb Filemon ed altre fonti. 77

Ritorneremo a tempo debito all'argomento dell'esychia e della invocazione del nome. La clausura della cella monastica e il nome di Ges sono esplicitamente connessi in una frase di Giovanni di Gaza a proposito del suo confratello eremita Barsanufio: "La cella in cui rinchiuso vivo come in una tomba, per amore del nome di Ges, il suo luogo di riposo; nessun demone vi entra, neppure il principe dei demoni, il Diavolo. un santuario perch contiene la dimora di Dio". Per l'esicasta, dunque, la cella casa di preghiera, santuario e luogo d'incontro tra uomo e Dio. Tutto ci espresso con particolare efficacia nel detto "La cella dal monaco la fornace di Babilonia, in cui i tre fanciulli trovarono il Figlio di Dio; la colonna di nubi da cui Dio parl a Mos". Questa nozione della cella come punto focale della Presenza divina, si ritrova nelle parole d' un eremita copto contemporaneo, Abuna Matta al-Mesin. Quando un visitatore gli chiese se avesse mai pensato di andare in pellegrinaggio ai luoghi santi, egli rispose: "Gerusalemme. la santa, qui, dentro e attorno queste caverne, perch che altro la mia caverna se non il luogo in cui nacque il mio Salvatore, Cristo; che altro la mia caverna se non il luogo in cui Cristo, mio Salvatore, fu condotto al riposo, che altro la mia caverna se non il luogo da cui Egli al massimo della gloria risorse dai morti? Gerusalemme qui, proprio qui, e tutte le ricchezze spirituali della citt santa si possono trovare in questa radura". A questo punto, ci stiamo muovendo velocemente dal significato esteriore a quello pi interiore del termine "esychia". Interpretato in termini di spiritualit della cella, la parola significa non solo una condizione esteriore, fisica, ma anche uno stato dell'anima. Denota l'attitudine d'uno che sta nel suo cuore di fronte a Dio. "La cosa principale" dice il vescovo Teofane il Recluso (1815-94) " stare di fronte a Dio con la mente nel cuore, e continuare a restare di fronte a Lui incessantemente, notte e giorno, fino al termine della vita". E questo , praticamente, ci che la quiete ed il silenzio significano per l'esicasta. 3. Esychia e il "ritorno in s stessi" Questa comprensione pi interiorizzata di "esychia" perfettamente espressa nella definizione classica dell'esicasta come la ritroviamo in S. Giovanni Climaco ( + ca. 649): "L'esicasta uno che cerca di confinare il suo essere incorporeo nella sua casa corporea, per quanto ci possa parere paradossale". L'esicasta, nel vero senso del termine, non qualcuno che ha viaggiato all'esterno verso il deserto, qualcuno che si separa fisicamente dagli altri, chiudendo la porta della sua cella, ma uno che "ritorna in s stesso" chiudendo la porta della sua mente. "Ritorn in s" detto del figliuol prodigo e questo 78

ci che anche l'esicasta fa. Egli risponde alle parole di Cristo "Il Regno di Dio dentro di voi" e cerca di "guardare il cuore con tutta l'attenzione" (Pr. 4,23). Reinterpretando la nostra definizione originale dell'esicasta come di un solitario che vive nel deserto, possiamo dire che la solitudine uno stato dell'anima, non un fatto di collocazione geografica, il deserto reale si trova dentro, nel cuore. Il "ritorno in s" descritto con precisione da S. Basilio il Grande ( + 379) e da S. Isacco di Siria (VII sec.). "Quando la mente non pi dispersa nelle cose esterne", scrive Basilio, "n sperduta nel mondo a causa dei sensi, allora essa ritorna in s; e per mezzo di s stessa ascende al pensiero di Dio". "Siate in pace con la vostra anima" intima Isacco, "e allora cielo e terra saranno in pace con voi. Entrate prontamente nel tesoro che dentro di voi, e cos vedrete le cose che sono in cielo; perch una sola l'entrata che conduce ad entrambi. La scala che porta al Regno nascosta nella vostra anima. Sfuggite il peccato, immergetevi in voi stessi, e nella vostra anima scoprirete la scala su cui ascendere". A questo punto sar utile fare una breve pausa e distinguere con maggior precisione tra i significati interiore ed esteriore della parola "esychia". In un famoso detto di abba Arsenio si indicano tre livelli. Quando era ancora tutore dei figli dell'imperatore nel palazzo, Arsenio preg Dio: "Mostrami come posso essere salvato". E una voce rispose: "Arsenio. sfuggi dagli uomini e sarai salvato". Egli si ritir nel deserto e divenne un solitario; e poi preg ancora, con le stesse parole. Questa volta la voce rispose: "Arsenio, sta' lontano, sta, in silenzio, sta' in quiete, perch queste sono le radici della libert del peccato". Fuggire gli uomini, restare in silenzio, rimanere in quiete: tali sono i tre gradi dell'esychia. Il primo spaziale, il "fuggire gli uomini", esternamente, fisicamente. Il secondo ancora esterno, il "rimanere in silenzio", il desistere dal parlare. Nessuna di queste cose pu trasformare un uomo in un reale esicasta; perch anche se vive in una solitudine esteriore e tiene la bocca chiusa, pu essere interiormente pieno di irrequietezza e agitazione. Per conseguire la vera quiete necessario passare dal secondo livello al terzo, dall'esychia esterna a quella interiore, dalla mera privazione di parlare a quella che S. Ambrogio di Milano chiama "Negotiosum silentium", il silenzio attivo e creativo. S. Giovanni Climaco distingue gli stessi tre livelli: "Chiudi la porta della tua cella materialmente, la porta della lingua al parlare, e la porta interiore ai cattivi spiriti". Questa distinzione tra i livelli di esychia, ha importanti implicazioni per i rapporti dell'esicasta con la societ. 79

Uno pu fuggire nel deserto visibilmente e geograficamente, e pure nel cuore rimanere ancora nel mezzo della citt; inversamente un uomo pu continuare a restare fisicamente nella citt ed essere esicasta vero nel cuore. Per un cristiano ci che importa non la posizione spaziale, ma il suo stato spirituale. vero che alcuni scrittori dell'oriente cristiano, e in particolare S. Isacco di Siria, sono giunti molto vicino all'affermazione che non ci pu essere esychia interiore senza solitudine esteriore. Ma questo non certo opinione comune. Ci sono storie nei "Detti", in cui laici, completamente impegnati in una vita di servizio attivo nel mondo, sono paragonati ad eremiti e solitari; un dottore d'Alessandria considerato, per esempio, spiritualmente pati a S. Antonio il grande stesso. S. Gregorio il Sinaita rifiut la tonsura ad un suo discepolo chiamato Isidoro, e lo rimand da Monte Athos a Tessalonica, per essete di esempio e guida ad un gruppo di laici. Ben difficilmente Gregorio avrebbe potuto fate questo, se avesse considerato la vocazione di esicasta urbano come una contraddizione. S. Gregorio Palamas insiste, nella maniera pi chiara, che il comando di S. Paolo "pregate incessantemente" si applica a tutti i cristiani senza eccezioni. A questo proposito si dovrebbe ricordare che, quando scrittori ascetici greci. come Evagrio o Massimo il confessore, usano i termini "vita attiva" e "vita contemplativa" per essi "vita attiva" non significa la vita di servizio diretto al mondo, come la predicazione, l'insegnamento, il lavoro sociale ecc., ma la battaglia interiore per sottomettere le passioni ed acquistare le virt. Usando il termine in questa accezione, si pu dire che molti eremiti e molti religiosi viventi in stretta clausura, sono ancora coinvolti nella "vita attiva". E cos ci sono uomini e donne completamente impegnati nella vita di servizio al mondo che pure posseggono la preghiera del cuore; e di essi si pu dire che vivono la "vita contemplativa". S. Simeone il nuovo teologo ( + 1022) affermava che la pienezza della visione di Dio possibile "nel mezzo delle citt" come "nelle montagne e nelle celle". Egli credeva che persone sposate, con lavori secolari e bambini, e gravati delle ansiet di condurre una grande famiglia, potessero nondimeno ascendere le vette della contemplazione; S. Pietro aveva obblighi familiari eppure il Signore lo chiam a salire il Tabor e ad assistere alla gloria della trasfigurazione. Il criterio non sta nella situazione esterna, ma nella realt interna. E cos come possibile vivere nella citt ed essere esicasta, ci sono analogamente alcuni il cui dovere di parlare sempre e che tuttavia sono interiormente in silenzio. Secondo le parole di abba Poen, "un uomo appare rimanere silenzioso e pure condanna gli altri in cuore: una tal persona sta parlando tutto il tempo. Un altro parla da mattina a sera eppure resta in silenzio; cio, egli non dice nulla all'infuori di ci che utile agli altri".

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Ci concorda esattamente con la posizione degli startsi come S. Serafino di Sarov e i padri spirituali di Optimo della Russia del XIX secolo: costretti dalla loro vocazione a ricevere un flusso interminabile di visitatori - dozzine e anche centinaia in un sol giorno - non perci tralasciavano la loro esychia interiore. Invero, era proprio a causa di questa esychia interiore che potevano agire da guida agli altri. Le parole che dicevano a ciascun visitatore erano cariche di potere, perch erano parole che provenivano dal silenzio. In una delle sue risposte, Giovanni di Gaza fece una chiara distinzione tra silenzio interiore ed esteriore. Un fratello vivente in una comunit che trovava nei suoi doveri di lavoro come falegname una causa di disturbo e distrazione chiese, se non avesse dovuto divenire eremita e "praticare il silenzio di cui i padri parlano". Giovanni non fu d'accordo "come i pi" rispose "tu non capisci cosa s'intende col silenzio di cui parlano i padri. Silenzio non consiste nel tenere la bocca chiusa. Un uomo pu dire diecimila parole utili, e ci vale come silenzio; un altro dice una sola parola non necessaria, ed rompere il comandamento del Signore: Nel giorno del giudizio renderete conto di ogni parola oziosa che esce dalla vostra bocca". 4. Esychia e povert spirituale La quiete interiore, quando intesa come custodia del cuore e ritorno in s, implica un passaggio dalla molteplicit all'unit, dalla diversit alla semplicit e alla povert spirituale. Per usare la terminologia di Evagrio, la mente deve diventare "nuda". Questo aspetto dell'esychia reso esplicito in un'altra definizione di S. Giovanni Climaco: "Esychia mettere da parte i pensieri". In ci egli adatta una citazione di Evagrio "preghiera mettere da parte i pensieri". La esychia implica un progressivo autosvuotamento, in cui la mente spogliata di tutte le immagini visuali e di tutti i concetti umani, e cos contempla in purezza il mondo di Dio. L'esicasta, da questo punto di vista, uno che avanzato dalla "praxis" alla "theoria". Dalla vita attiva alla contemplativa. S. Gregorio dei Sinai contrappone l'esicasta al "praktikos" e continua a parlare "degli esicasti che son contenti di pregare a Dio solo nel loro cuore e di astenersi dai pensieri". L'esicasta, quindi, non tanto uno che s'astiene dall'incontrare e parlare con gli altri, quanto chi, nella sua vita di preghiera, rinuncia ad ogni immagine, ogni parola, e ragionamento discorsivo, e che "sollevato al di sopra dei sensi nel puro silenzio". Questo "puro silenzio", sebbene sia denominato "povert spirituale", lontano dall'essere una semplice assenza o privazione. Se l'esicasta spoglia la propria mente da ogni concetto di provenienza umana, per quanto sia possibile, il suo scopo in questo "autoannullamento" del tutto costruttivo. Che egli possa essere riempito dall'Onnicomprensivo senso della presenza Divina, fatto notare bene da S. Gregorio il Sinaita: "Perch dilungarsi nel parlare? La preghiera Dio, che fa ogni cosa in ogni uomo".

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"La preghiera Dio"; "non tanto qualcosa che io faccio, ma qualcosa che Dio sta facendo in me" ... "non io, ma Cristo in me" . Il programma dell'esicasta delineato esattamente nelle parole del Battista riguardo al Messia: "Egli deve crescere ma io diminuire". L'esicasta cessa le sue attivit, non per essere ozioso, ma per entrare nella attivit di Dio. Il suo silenzio non assenza, non negativo - una pausa vuota tra due parole, un breve riposo prima di riprendere il discorso - ma del tutto positivo; un'atteggiamento di attenzione alerte, di vigilanza, e soprattutto di ascolto. L'esicasta per eccellenza colui che ascolta, che aperto alla presenza di un Altro: "Stai in quiete e sappi che io sono Dio" . Nelle parole di S. Giovanni Climaco "L'esicasta uno che dice dormo, ma il mio cuore resta vigile" . Ritornando in s stesso, l'esicasta entra nella camera segreta del suo cuore e pu cos, restando l di fronte a Dio, ascoltare il linguaggio senza parole del suo creatore. "Quando preghi" osserva uno scrittore ortodosso contemporaneo della Finlandia "devi tu stesso star in silenzio e lasciar parlare la preghiera". - o pi esattamente - lasciar parlare Dio. L'uomo dovrebbe sempre star zitto e lasciar Dio solo parlare". Questo ci che l'esicasta mira ad ottenere. Esychia perci denota la transizione della "Mia" preghiera alla preghiera di Dio che opera in me - o per usare una terminologia del vescovo Teofane - dalla preghiera strenua o laboriosa, alla preghiera 'che agisce da s' o che 'muove da s'. Il vero silenzio interiore o esychia, nel senso pi profondo, identico all'incessante preghiera dello Spirito Santo dentro di noi. Come dice S. Isacco di Siria "Quando lo Spirito prende dimora in un uomo questi non cessa di pregare, perch lo Spirito continuer a pregare costantemente in lui. Allora n nel sonno, n nella veglia, la preghiera potr essere separata dalla sua anima; ma quando mangia, quando beve, quando giace e quando fa qualsiasi lavoro, i profumi della preghiera saliranno spontaneamente dal suo cuore". Altrove S. Isacco paragona questo entrare nella preghiera spontanea, ad un uomo che varca una porta, dopo che la chiave stata girata nella serratura, e al silenzio dei servi quando il padrone sopraggiunge fra loro. "Ci che avviene in seguito l'ingresso nel tesoro. A questo punto ogni bocca ed ogni lingua tace. Il cuore, tesoriere dei pensieri, la mente, che governa i sensi, e lo spirito, quell'uccello veloce, tutti debbono stare quieti; perch arrivato il padrone della casa". Compresa in questo senso, come ingresso nella vita e nell'attivit di Dio, l'esychia qualcosa che, durante l'et presente, gli uomini possono ottenere solo ad un 82

grado limitato e imperfetto. una realt escatologica, che riservata nella sua pienezza nell'et a venire. Nelle parole di Isacco "Il silenzio un simbolo del mondo futuro". II. ESYCHIA E PREGHIERA DI GESU' La "preghiera di Ges" consiste nel ripetere incessantemente la seguente invocazione: "Signore, Ges Cristo, Figlio del Dio vivente, abbi piet di me, peccatore". Ogni invocazione pu essere ritmata con la respirazione e conteggiata con un apposito cordoncino composto di nodi (komboi) il cui nome komboskini. La foto sottostante raffigura il venerato padre Giuseppe (+ 15 agosto 1959) gran praticante di questa preghiera. In linea di principio esychia un termine generico per la preghiera interiore, ed abbraccia una variet di pi specifici modi di pregare. In pratica, comunque, la maggioranza degli scrittori ortodossi pi recenti, usano la parola per designare un sentiero spirituale in particolare: l'invocazione del nome di Ges. Occasionalemnte, sebbene con minor giustificazione, il termine "esicasmo" impiegato in un senso ancor pi ristretto ad indicare la tecnica fisica e gli esercizi di respirazione che talvolta sono usati in connessione con la "preghiera di Ges". L'associazione dell'esychia col nome di Ges e, come sembra, col respiro si ritrova gi in S. Giovanni Climaco: "Esychia restare di fronte a Dio in incessante adorazione. Fate che il ricordo di Ges sia unito al vostro respiro e allora conoscerete il valore dell'esychia". Qual' la relazione tra preghiera di Ges ed esychia? In che modo l'invocazione del Nome aiuta il raggiungimento del silenzio interiore, ora descritto? La preghiera, stato detto, "metter da parte i pensieri", un ritorno dal molteplice all'unit. Ora chiunque faccia un serio sforzo di pregare interiormente, stando di fronte a Dio, con attenzione raccolta, diviene immediatamente conscio della sua disintegrazione interiore - della sua incapacit di concentrarsi nel momento presente, nel "Kairos". I pensieri si muovono senza posa nella testa, come mosche ronzanti (vescovo Teofane) o come il capriccioso saltare di ramo in ramo delle scimmie (Ramakrishna). Questa mancanza di concentrazione, questa incapacit di essere qui ed ora con l'intero essere, una delle pi tragiche conseguenze della caduta. Che si deve fare? La tradizione ascetica dell'Oriente ortodosso distingue due principali metodi per superare i "pensieri". Il primo diretto: contraddire i nostri "logismi", incontrarli faccia a faccia, tentando di espellerli per uno sforzo di volont. Un tal metodo pu, comunque, dimostrarsi controproducente. Quando sono represse con violenza, le nostre 83

fantasie, tendono a tornare con forza accresciuta. A meno che si sia estremamente sicuri di s; pi sicuro usare il secondo metodo che indiretto. Invece di combattere direttamente i pensieri e cercare di scacciarli con uno sforzo di volont, si pu cercare di distogliere l'attenzione da essi e guardare altrove. La strategia spirituale diviene cos positiva invece che negativa: l'obiettivo immediato non tanto svuotare la mente da ci che male, quanto di riempirla di ci che buono. E questo secondo metodo che raccomandato da Barsanufio e Giovanni di Gaza. "Non contraddire i pensieri suggeriti dai tuoi nemici" consigliano "perch esattamente ci che vogliono, e non desisteranno. Ma rivolgiti al Signore per ricevere aiuto contro di essi, ponendo di fronte a Lui la tua impotenza; perch Lui capace di espellerli e di ridurli a niente". evidente che non possibile fermare il flusso dei pensieri con un violento sforzo della volont. di poco o di nessun valore il dire a noi stessi "smetti di pensare"; si potrebbe dire ugualmente "smetti di respirare". "La mente razionale non pu restare oziosa" insiste S. Marco il monaco. Come posso conseguire, la povert spirituale ed il silenzio interiore? Anche se non possibile far desistere completamente l'inquieta intelligenza dalla sua instabilit, ci che si pu fare semplificare e unificare la sua attivit ripetendo in continuazione una certa formula di preghiera. Il flusso di immagini e pensieri continuer, ma si sar gradualmente resi capaci di distaccarci da esso. L'invocazione ripetuta ci aiuter a "lasciare andare" i pensieri presentatici dal nostro io conscio o inconscio. Questo "lasciar andare" sembra corrispondere a ci che Evagrio aveva in animo quando parlava della preghiera come di un "mettere da parte" i pensieri. Non un selvaggio conflitto, non una campagna spietata di furiosa aggressione, ma un gentile eppur persistente atto di distacco. Tale la psicologia ascetica presupposta nell'uso della preghiera di Ges. L'invocazione del nome ci aiuta a focalizzare la nostra personalit disintegrata su un singolo punto. "Attraverso il ricordo di Ges Cristo" scrive Filoteo del Sinai (IX-X sec.) "raccogliete la vostra mente dispersa". La preghiera di Ges da considerarsi come un 'applicazione del secondo metodo: l'indiretto, di combattere i pensieri; invece di cercare di scordare le nostre corrotte e triviali immaginazioni attraverso un confronto diretto, ci distogliamo e guardiamo al Signore Ges; invece di fare affidamento sulle nostre forze, prendiamo rifugio nella forza e nella grazia che agiscono tramite il Nome Divino. L'invocazione ripetuta ci aiuta a "lasciar andare" e a distaccarci dal continuo chiacchierio dei nostri "logismi". Concentriamo ed unifichiamo la nostra mente, continuamente attiva, nutrendola con una dieta spirituale che ad un tempo ricca eppur estremamente semplice. "Per fermare il continuo ribollire dei nostri pensieri" dice il vescovo Teofane "dovete legare la mente con un pensiero, o con il pensiero di uno solo - il pensiero del Signore Ges".

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S. Diadoco di Foticea (V sec.) afferma: "Quando abbiamo bloccato tutte le uscite della mente per mezzo del ricordo di Dio, allora essa ci richiede ad ogni costo qualche impegno che soddisfi il suo bisogno di attivit. Diamole allora, come sola attivit il Signore Ges". Tale in generale il modo in cui la "preghiera di Ges" pu essere usata per stabilire l'esychia all'interno del cuore. Ne derivano due importanti conseguenze. Prima, per conseguire il suo proposito l'invocazione dovrebbe essere ritmica e regolare, e nel caso di un esicasta d'esperienza provata (ma non di un principiante che deve procedere con cautela) dovrebbe essere ininterrotta e continua per quanto possibile. Aiuti esterni, come l'uso del comvoschini (= una specie di "rosario" ortodosso) e il controllo del respiro, hanno come loro principale scopo precisamente di stabilire questo ritmo regolare. In secondo luogo, durante la recitazione della "preghiera di Ges", la mente dovrebbe essere vuota d'immagini mentali, per quanto ci possibile. Perci meglio praticare la preghiera in un luogo dove vi siano rari rumori o nessuno del tutto; dovrebbe essere recitata nell'oscurit o con gli occhi chiusi, piuttosto che di fronte ad un'icona illuminata da candele o da lampada votiva. Lo starets Silvano del Monte Athos (1866-1938), quando diceva la preghiera usava riporre l'orologio nell'armadio per non udire il ticchettio, e poi si tirava sugli occhi e le orecchie il suo spesso cappuccio monacale. Anche se immagini visive sorgeranno inevitabilmente quando preghiamo, non per questo debbono essere deliberatamente incoraggiate. "La preghiera di Ges" non una forma di meditazione discorsiva sugli eventi della vita di Cristo. Quelli che invocano il Signore Ges dovrebbero avere in cuore un'intensa e bruciante convinzione che essi stanno nella immediata presenza del Salvatore, che egli di fronte e dentro di loro, che egli sta ascoltando la loro invocazione e rispondendo a sua volta. Tale consapevolezza della presenza di Dio non dovrebbe comunque essere accompagnata da alcuna immagine visiva, ma confinata a una semplice sensazione o convinzione; come dice S. Gregorio di Nissa ( + 395) "lo Sposo presente, ma non visibile". III. PREGHIERA E AZIONE Nell'Ortodossia non esiste contraddizione o opposizione tra vita attiva e vita contemplativa. Non esistono ordini di "vita attiva" e ordini di "vita contemplativa". Tutto concepito in modo unitario! Il monaco dunque dedito al rapporto con Dio e all'attenzione verso il prossimo. D'altronde anche l'Occidente viveva in questa prospettiva. Si veda, ad esempio, la vita di San Patrizio, monaco e missionario presso gli Irlandesi (V sec.). Un esempio moderno che mostra la medesima comprensione dato pure 85

dalla vita di San Cosma di Etolia (in figura), vissuto nel periodo della turcocrazia (XVIII sec.). Esychia, dunque, implica una separazione dal mondo - separazione esteriore oppure interiore, e talvolta entrambe: esteriore per mezzo della fuga nel deserto; interiore attraverso il "ritorno in s" e il "mettere da parte i pensieri". Per citare i "Detti dei Padri del deserto": "A meno che uno non dica nel suo cuore: io solo e Dio siamo nel mondo, non trover riposo". "Da solo al Solo". Ma non forse ci egoistico, un rifiutare il valore spirituale della creazione materiale ed un evadere le proprie responsabilit verso i propri simili? Quando l'esicasta chiude gli occhi e le orecchie al mondo esterno, come faceva Silvano nella sua cella al monte Athos, quale servizio positivo e pratico sta egli rendendo al suo prossimo? Consideriamo questo problema sotto due principali punti di vista. In primo luogo: l'esicaismo colpevole delle stesse distorsioni di cui fu colpevole il quietismo nell'occidente del XVII sec.? Finora si deliberatamente evitato di tradurre "esychia" con "quiete" a causa del significato sospetto connesso al termine "quietista". L'esicasta non si trova in pratica a sostenete posizioni analoghe a quelle quietiste? In secondo luogo, qual' l'attitudine dell'esicasta rispetto al suo ambiente fisico e umano? Di che utilit agli altri? Il principio fondamentale del quietismo - stato detto - la condanna di ogni sforzo umano. Secondo i quietisti, l'uomo per essere perfetto, deve ottenere una completa passivit e annichilazione della volont, abbandonandosi a Dio, a tal punto, da non curarsi n di cielo, n d'inferno, n della propria salvezza. L'anima rifiuta coscientemente non solo tutte le meditazioni discorsive, ma anche ogni atto distinto quale il desiderio per la virt, l'amore di Cristo, l'adorazione delle persone divine, per restare semplicemente nella presenza di Dio in pura fede. Una volta che si sia conseguito l'apice della perfezione il peccato impossibile. Se questo il quietismo, la tradizione esicasta decisamente non quietista. Esychia significa non passivit ma vigilanza, "non l'assenza di lotta ma l'assenza di incertezza e confusione". Anche qualora un esicasta sia avanzato al livello della "Theoria" o contemplazione, egli non deve desistere dall'impegno della "praxis" o azione, cercando con sforzo positivo di acquistare virt e rigettare il vizio. Praxis e theoria, la vita attiva e la contemplativa, nel senso definito pi sopra, non dovrebbero essere considerate come alternative, n come due stadi, cronologicamente successivi, l'uno cessante quando l'altro inizia; ma piuttosto come due livelli d'esperienza spirituale interpenetrantesi e presenti simultaneamente nella vita di preghiera.

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Ciascuno deve lottare al livello della praxis fino al termine della vita. Questo il chiaro insegnamento di S. Antonio d'Egitto: "Il compito principale dell'uomo d'essere memore dei suoi peccati al cospetto di Dio, e di aspettarsi tentazioni fino all'ultimo respiro. Chi siede nel deserto da esicasta ha sfuggito tre guerre: udire, parlare, vedere; ma c' una cosa che deve continuamente combattere - la battaglia che dentro il suo cuore". vero che l'esicasta come il quietista, non usa la meditazione discorsiva nella sua preghiera, ma sebbene l'esychia comporti un "lasciare andare" o un "mettere da parte i pensieri e immagini", ci non implica da parte dell'esicasta un atteggiamento di "completa passivit", n l' assenza di "ogni atto distinto quale... l'amore di Cristo". Il "lasciare andare" del male o dei logismi banali, durante la ripetizione della "preghiera di Ges", e la loro sostituzione con l'unico pensiero del Nome, non passivit, ma un modo positivo in s stesso per controllare i pensieri. L'invocazione del nome certamente una forma del "restare in presenza di Dio in pura fede", ma allo stesso tempo contrassegnata da un attivo amore per il Salvatore e da un'acuta nostalgia di condividere ancora pi pienamente la vita divina. I lettori della Filocalia non possono non restare colpiti dall'ardore di devozione mostrato da autori esicasti, dal senso di immediata e personale amicizia per il "mio Ges". A differenza del quietista, l'esicasta non fa alcuna dichiarazione d'essere senza peccato o immune da tentazioni. L'apatheia o "indifferenza", di cui parlano i testi ascetici Greci, non uno stato di disinteresse passivo o di insensibilit, e ancor meno una condizione in cui sia impossibile peccare. "Apatheia" dice S. Isacco di Siria: "Non consiste nel non sentire pi le passioni, ma nel non accettarl". Come insiste S. Antonio, l'uomo deve "aspettarsi tentazioni fino all'ultimo respiro" e con le tentazioni c' sempre la genuina possibilit di cadere nel peccato. "Le passioni restano vive" dice abba Abraham "ma son legate dai santi". Quando un anziano afferma: "Sono morto al mondo" il vicino replica gentilmente "Non essere cos fiducioso, fratello, finch non hai lasciato il corpo. Tu puoi dire: ' Sono morto ' ma Satana non morto". Negli scrittori Greci a partire da Evagrio, apatheia strettamente connessa con l'amore, ci indica il contenuto dinamico e positivo del termine. Nella sua essenza fondamentale uno stato di libert spirituale, in cui l'uomo capace di levarsi verso Dio con desiderio ardente. Non una mera mortificazione delle passioni fisiche del corpo, ma la sua nuova e rinnovata energia; uno stato dell'anima in cui l'ardente amore per Dio e per l'uomo non lascia spazio per passioni egoistiche e animalesche. A denotare il suo carattere dinamico, S. Diadoco usa la frase espressiva: "Il fuoco dell'apatheia". 87

Tutto ci a dimostrare l'abisso tra esicasmo e quietismo. Per venire ora alla seconda questione: dato per scontato che la tradizione esicasta di preghiera non "quietista", in un senso sospetto ed eretico, fino a che punto essa negativa nei confronti del mondo materiale e antisociale nel suo rapporto con gli altri? Questo dubbio pu essere illustrato da una storia dei "Detti" su tre amici che divennero monaci. Il primo adotta come lavoro ascetico il compito di rappacificatore, cercando di riconciliare coloro che ricorrono alla legge l'uno contro l'altro. Il secondo cura gli ammalati ed il terzo va nel deserto. Dopo un certo tempo, i primi due diventano completamente logorati e scoraggiati. Per quanto duramente combattano, essi sono fisicamente e spiritualmente incapaci di fronteggiare tutte le richieste a loro poste. Prossimi alla disperazione, vanno dal terzo monaco, l'eremita, e gli dicono i loro affanni. Dapprima egli sta in silenzio; poi versa acqua in una ciotola e dice: "guardate". L'acqua torbida e turbolenta. Attendono alcuni minuti. L'eremita dice "guardate ancora". Il sedimento affondato e l'acqua interamente chiara; essi possono vedere i propri volti come in uno specchio. "Questo ci che avviene - dice l'eremita a chi vive tra gli uomini: a causa della turbolenza non vede i suoi peccati, ma quando ha imparato la quiete, soprattutto nel deserto, riconosce le proprie colpe". Cos finisce la storia. Non ci detto come i primi due monaci abbiano applicato la parabola dell'eremita; forse saranno ritornati nel mondo portando dentro di s qualcosa dell'esychia del deserto. In questo caso, le parole del terzo monaco sarebbero interpretate nel significato che l'azione sociale, di per s stessa, non sufficiente, se non c' un centro immobile nel mezzo della tempesta. Se uno, pur nel mezzo delle sue attivit, non preserva una stanza segreta nel cuore dove restare solo davanti a Dio, perde ogni senso di direzione spirituale e vien fatto a pezzi. Senza dubbio questa la morale che molti lettori del XX sec. sarebbero propensi a trarre: tutti dobbiamo, in una certa misura, essere eremiti del cuore. Ma era questa l'intenzione originale della storia? Probabilmente no. Molto pi facilmente essa fu intesa come propaganda in favore della vita eremitica nel senso pi letterale e geografico. E ci solleva subito l'intero problema dell'apparente egoismo e negativit di questo tipo di preghiera contemplativa. Qual , allora, la vera relazione dell'esicasta con la societ? Deve essere immediatamente ammesso che, similmente al movimento esicasta del XIV sec., nella rinascenza esicasta del XVIII sec., e nella 88

Ortodossia contemporanea i centri principali di preghiera esicasta sono stati i piccoli sketes, gli eremitaggi che accolgono solo un minuscolo gruppo di fratelli, viventi come una piccola famiglia monastica strettamente integrata, nascosta dal mondo. Molti autori esicasti esprimono una preferenza definita per lo "skete" nei confronti dei cenobi completamente organizzati, la vita in una grande comunit considerata troppo distraente per la pratica intensiva della preghiera interiore. Pure, anche se l'ambiente esterno dello "skete", considerato come ideale, pochi arriverebbero al punto di affermare che esso gode un monopolio esclusivo. Sempre il criterio quello non della condizione esteriore ma del suo stato interiore. Certe condizioni esterne possono risultare pi favorevoli di altre per il silenzio interiore; ma non c' alcuna situazione di sorta che renda il silenzio interiore del tutto impossibile. S. Gregorio del Sinai, come abbiamo visto rimanda il suo discepolo Isidoro nel mondo; molti dei suoi compagni pi vicini del monte Athos e del deserto di Paroria divennero patriarchi e vescovi, capi e amministratori della Chiesa. S. Gregorio Palamas, insegn che la preghiera continua possibile per ogni cristiano; concluse egli stesso la sua vita come arcivescovo. Il laico Nicola Cabasilas (XIV sec.) servitore civile e cortigiano, amico di molti celebri esicasti, afferma con grande enfasi: "Ciascuno dovrebbe mantenere la propria arte o professione. Il generale dovrebbe continuare a comandare, il contadino a lavorare la terra, l'artigiano a praticare la sua arte. E vi dir perch: non necessario ritirarsi nel deserto, prendere cibo senza sapore, cambiare d'abito, compromettere la propria salute, o fare in genere cose non sagge, perch del tutto possibile rimanere nella propria casa senza abbandonare tutto ci che si ha, eppure praticare la meditazione continua". Nello stesso spirito, Simeone il nuovo teologo insiste che la "vita pi alta" lo stato a cui Dio chiama ciascuno personalmente: "Molti considerano la vita eremitica come la pi beata, altri la vita in una comunit monastica, oppure il lavoro di governo, di istruzione o di educazione o d'amministrazione della chiesa... Da parte mia, comunque, non porrei nessuno di questi modi di vita sopra gli altri, n loderei l'uno a scapito degli altri. Ma in ogni situazione la vita per Dio ed in accordo a Dio che veramente beata". La via dell'esychia dunque aperta a tutti: l'unica cosa necessaria il silenzio interiore non esteriore. E sebbene questo silenzio interiore presupponga il "mettere da parte" le immagini nella preghiera, l'effetto finale di questa negazione l'asserzione vivida del valore ultimo di tutte le cose e di tutte le persone in Dio. La via della negazione contemporaneamente la via della superaffermazione. Ci risulta molto dalla "Via del pellegrino". 89

L'anonimo russo che l'eroe del racconto trova che la costante ripetizione della "preghiera di Ges" trasfigura la sua relazione con la creazione materiale, cambiando tutte le cose in un sacramento della presenza di Dio e rendendole trasparenti. "Quando... pregavo con tutto il mio cuore" egli scrive "tutto attorno a me sembrava delizioso e meraviglioso. Gli alberi, l'erba, gli uccelli, la terra, l'aria, la luce sembravano volermi dire che esistevano per amore dell'uomo, che testimoniavano l'amore di Dio per l'uomo, che tutto provava l'amore di Dio per l'uomo, che tutto pregava a Dio e cantava la sua lode. Cos arrivai a capire quello che la Filocalia chiama: la conoscenza del linguaggio di ogni creatura ... sentii un ardente amore per Ges Cristo e per tutte le creature di Dio". Analogamente l'invocazione del Nome trasforma la relazione del pellegrino con i suoi simili "... ripartii per il mio pellegrinaggio. Ma ora non camminavo pi come prima, pieno di preoccupazioni. L'invocazione del nome di Ges rallegrava il mio cammino. Tutti erano gentili con me era come se ciascuno mi amasse... se qualcuno mi fa del male, mi basta pensare 'come dolce la preghiera di Ges' e l'offesa e la rabbia svaniscono e dimentico tutto". Un 'ulteriore evidenza della natura affermativa dell'esychia rispetto al mondo, da trovarsi nella posizione centrale data dagli esicasti al mistero della trasfigurazione. Il metropolita Antony Bloom d una impressionante descrizione delle due icone della trasfigurazione che vide a Mosca, una di Andrei Rublev e l'altra di Teofane il greco: "L'icona di Rublev mostra Cristo nello splendore delle sue abbaglianti vesti bianche che illuminano tutto ci che attorno. Questa luce cade sui discepoli, sulle montagne e le pietre, su ogni filo d'erba. In questa luce, che ... la Gloria divina, la luce divina stessa inseparabile da Dio, tutte le cose acquistano una intensit di essere che non potrebbero altrimenti avere; in essa raggiungono una pienezza di realt che possibile avere solo in Dio". Nell'altra icona "le vesti di Cristo sono argentate dai riflessi blu, e i raggi di luce che emanano attorno sono pure bianchi argento e blu. Tutto d un'impressione di minore intensit. Poi si scopre che tutti questi raggi di luce che cadono dalla presenza divina... non danno rilievo ma trasparenza alle cose. Si ha l'impressione che questi raggi di luce divina tocchino le cose o affondino in esse, le penetrino, tocchino qualcosa dentro di esse cosicch dal nucleo delle cose, di tutte le cose create, la stessa luce riflette e risplende come se la vita divina accrescesse le capacit e potenzialit di ogni cosa e le facesse tutte tendere verso se stessa. A questo punto la situazione escatologica realizzata nelle parole di S. Paolo "Dio tutto in tutto". Tale il duplice effetto della "Gloria" della trasfigurazione: di far risaltare ogni cosa e ogni persona in perfetta distinzione, nella sua essenza, unica e irripetibile; e allo stesso tempo di rendere ogni cosa e ogni persona trasparenti, da rivelare la presenza divina al di l e dentro di loro. Lo stesso duplice effetto prodotto dall'esychia. La preghiera del silenzio interiore non negativa rispetto al mondo, ma anzi gli d risalto. Permette 90

all'esicasta di guardare al di l del mondo verso l'invisibile creatore; e in questo modo gli permette di ritornare al mondo e di vederlo con occhi nuovi. Viaggiare, stato spesso detto, ritornare al punto di partenza e vedere di nuovo la nostra casa, come per la prima volta. Ci vero del viaggio della preghiera come anche di altri viaggi. L'esicasta pu apprezzare il valore di ogni cosa pi del sensuale o del materialista, perch vede ciascuna in Dio e Dio in ciascuna. Non per caso che nella controversia Palamita del XIV sec., San Gregorio ed i suoi sostenitori esicasti erano impegnati a difendere precisamente le potenzialit spirituali della creazione materiale ed in particolare il corpo fisico dell'uomo. Tale, in breve, la risposta a quelli che vedono l'esicasmo come negativo e dualista nel suo atteggiamento verso il mondo. L'esicasta nega per riaffermare; si ritira per ritornare. Con una frase che riassume la relazione tra esicasta e societ, tra preghiera interiore ed azione esteriore, Evagrio Pontico dice: "Monaco chi da tutto separato e a tutto unito". L'esicasta opera un atto di separazione esternamente, ritirandosi in solitudine; interiormente "mettendo da parte i pensieri". Eppure l'effetto di questa fuga di congiungerlo agli uomini pi intimamente di prima, di farlo pi profondamente sensibile ai bisogni altrui, pi acutamente consapevole delle loro possibilit nascoste. Ci visibile con maggior evidenza nel caso dei grandi "startsi". Uomini come S. Antonio d'Egitto e S. Serafino di Sarov vissero per decenni in silenzio totale ed isolamento fisico. Eppure l'effetto ultimo di tale isolamento fu di conferir loro chiarezza di visione ed eccezionale compassione. Proprio perch avevano imparato ad essere soli, potevano identificarsi istintivamente con gli altri. Potevano discernere immediatamente le caratteristiche profonde di ogni uomo e forse parlare con due o tre sole frasi, ma quelle poche parole erano la sola cosa che, in quella particolare occasione, si doveva dire. S. Isacco dice che meglio acquistare purezza di cuore che convertire intere nazioni di pagani. Non che egli disprezzi il lavoro di apostolato, ma vuol dire che finch non si sia ottenuta una certa misura di silenzio interiore, improbabile che si converta qualcuno a qualsiasi cosa. Questo reso meno paradossalmente da Ammonas discepolo di Antonio (IV sec.): "Perch essi avevano prima praticato profonda esychia, essi possedettero il potere di Dio abitante in loro; e poi Dio li mand in mezzo agli uomini". E anche se molti solitari non sono mai, in pratica, rimandati al mondo come apostoli o startsi, ma continuano la pratica di silenzio interiore per tutta la vita, completamente sconosciuta agli altri, ci non significa che la loro nascosta contemplazione sia inutile e la loro vita sprecata. Essi servono la societ non con lavori attivi, ma con la preghiera; non con ci che fanno, ma con ci che sono, non esternamente ma esistenzialmente. Essi possono dire con le parole di S. Macario di Alessandria: "Sto a guardia delle mura". Archimandrita Kallistos da "Sobornost" N 3- 1975

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Un "oceano di silenzio": come raggiungerlo con le tecniche di meditazione


Giampiero Cara
"Quanta pace trova l'anima dentro / scorre lento il tempo di altre leggi / di un'altra dimensione / e scendo dentro un oceano di silenzio / sempre in calma". Ricordate il Franco Battiato di "Un oceano di silenzio"? Le sue parole ispirate evocano in chi la pratica lo stato interiore che si raggiunge con la meditazione. In tale stato accade effettivamente qualcosa di meraviglioso, ci si sente pervasi da una calma infinita, e pi ci si cala nella profondit dell'essere, pi si diviene padroni della propria pace interiore. La mente si acquieta ed il corpo, che dalla mente viene sempre diretto, anche quando non ne siamo consapevoli, trae enormi benefici a livello di salute, perch vengono neutralizzate le attivit mentali che provocano malattie fisiche, come le preoccupazioni o i sensi di colpa. Si raggiunge, insomma, lo stato che il grande poeta inglese William Wordsworth definiva "Una felice tranquillit della mente". Si tratta di un'esperienza emozionante, sempre pi tale man mano che si raggiungono livelli pi profondi, in cui ci si sente canali aperti al fluire dell'energia dell'universo, e in cui ci si accorge che il silenzio, se sappiamo ascoltarlo, spesso contiene proprio le risposte che stavamo cercando. E sono proprio queste risposte che, a volte, ci permettono di superare almeno a livello individuale (ma anche planetario, se tutti imparassero ad ascoltare il silenzio) momenti difficili come quelli che il mondo sta vivendo negli ultimi mesi. Tuttavia, raggiungere uno stato di vero silenzio interiore pu non essere facile, soprattutto per chi non ha molta dimestichezza con le pratiche meditative. Ecco perch vi proponiamo alcune semplici ma efficacissime tecniche che, anche se non siete meditatori esperti, vi permetteranno di cominciare ad immergervi nell'"oceano di silenzio" dentro di voi, traendone subito notevoli benefici per il corpo, per la mente e per l'anima. Queste tecniche sono state messo a punto dai celebri terapisti americani Joel e Michelle Levey - i quali si sono a loro volta ispirati a tradizioni religiose sia orientali (soprattutto buddhiste zen) sia occidentali (come quelle ideate da San Francesco di Sales) - e sono tratte dal loro bellissimo libro "Simple Meditation and Relaxation" (Conari Press), disponibile purtroppo solo in lingua inglese. 92

LA TECNICA DI BASE: CONTARE I RESPIRI PER ACQUIETARE LA MENTE Questo esercizio ideale per cominciare, sia per la sua semplicit sia perch prepara il terreno a quelli successivi. 1. Sedetevi comodi su un soffice tappeto con le gambe incrociate (in posizione del loto, se ce la fate), le mani abbandonate in grembo e il viso rilassato in un lieve sorriso. 2. Portate l'attenzione sul vostro respiro e gustatevi la sensazione dell'aria che fluisce dentro e fuori di voi attraverso le narici. 3. Quindi, cominciate a contare ogni volta che espirate, fino ad arrivare a dieci. Se perdete il conto, ricominciate ogni volta da uno. Altrimenti, ripetete il conteggio per alcuni minuti, fino a raggiungere una condizione di silenzio mentale. Non cercate di concentrarvi troppo, lasciate la mente rilassata ma sveglia. Inevitabilmente, vi troverete a vagare con il pensiero, ma ogni volta che vi accorgete di farlo, non fate altro che riportare l'attenzione sul vostro respiro, magari ricominciando il conteggio. Poich spesso seguire un suono aiuta a rilassare la mente, potete eseguire questo esercizio anche con una piccola variante: provate ad accompagnare ogni espirazione con la delicata emissione del suono "ahhh", permettendo alla vostra mente di aprirsi e di fluire con tale suono come in un'onda continua di consapevolezza. LE MEDITAZIONI DEL CUORE Una volta raggiunto il silenzio, possibile aggiungere alla meditazione delle visualizzazioni, in modo da canalizzare la propria energia nella direzione desiderata. Per esempio, in seguito agli eventi che negli ultimi mesi hanno sconvolto il mondo, ci sembra opportuno suggerire due esercizi di meditazionevisualizzazione molto adatti a trasformare sentimenti negativi come la paura, il dolore, l'odio e il desiderio di vendetta in qualcosa di positivo e di benefico per noi stessi, ma anche per tutta l'umanit e l'intero Pianeta. A) MEDITAZIONE SULLA GRATITUDINE Gli insegnamenti spirituali di tutte le epoche sono concordi nell'affermare che il modo migliore per riequilibrare la nostra vita quello di coltivare sentimenti di apprezzamento e di gratitudine per tutto ci che entra a far parte della nostra vita. 1. State dunque seduti nella posizione gi suggerita ed entrate in uno stato di silenzio interiore eseguendo per qualche minuto la tecnica base esposta in precedenza. 2. Una volta acquietata la mente, indirizziamo la nostra energia-pensiero su una persona verso la quale ci sentiamo profondamente grati, visualizzandola di fronte a noi. 93

3. Mentre inspirate, immaginate di portare questa persona verso il vostro cuore. Espirando, invece, visualizzate la vostra sincera e profonda gratitudine come una luce che risplende verso e attraverso la persona cui siete grati. Continuate questa meditazione per quanto tempo volete, cambiando di tanto in tanto la persona o la situazione per la quale provate gratitudine. Presto vi sentirete cos bene che vi verr naturale passare all'esercizio successivo, probabilmente pi difficile, soprattutto in questo periodo in cui ci sentiamo tutti almeno un po' scossi dagli eventi che si stanno verificando nel mondo e cerchiamo magari qualcuno da incolpare e punire. B) MEDITAZIONE SUL PERDONO Il perdono il modo migliore per guarire vecchie o nuove ferite che bloccano il nostro cuore e ci impediscono di aver fiducia e di amarci l'un l'altro. Come diceva infatti Ges Cristo nel Vangelo secondo Matteo (6:14), "Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdoner anche a voi". 1. Seduti nella solita posizione, dopo esservi rilassati con la tecnica base per acquietare la mente, visualizzate di fronte a voi una persona verso la quale provate risentimento o altri sentimenti negativi (potrebbe essere anche Osama Bin Laden, George Bush o chiunque altro). 2. Continuate a visualizzare questa persona di fronte a voi, cercando di abbandonare ogni risentimento nei suoi confronti. Per riuscire a farlo pi facilmente, potete magari immaginarla come un bambino triste e bisognoso d'affetto. Quando vi sentirete pi disposti al perdono, pronunciate mentalmente frasi tipo: "Ti perdono con tutto il cuore per qualsiasi cosa tu mi abbia fatto, tramite pensieri, parole o azioni, e che mi abbia provocato dolore". Se una persona che conoscete, e che pensate possa avercela con voi per qualche motivo, aggiungete: "E ti chiedo di perdonarmi per qualsiasi cosa io possa averti fatto, intenzionalmente o no, e che possa averti ferito". 3. Mentre inspirate, immaginate di avvicinare questa persona al vostro cuore. Espirando, invece, visualizzate il vostro perdono come una luce intensa che risplende su questa persona e, riflettendosi su di essa, torna a colpirvi, inondandovi di benefico e luminoso calore. Copyright 2001 Giampiero Cara

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Il Silenzio Interiore nello Sciamano


Di Nello Ceccon Il silenzio interiore uno stato di coscienza in cui tutti i pensieri della mente si fermano, sono come congelati ed inattivi. Nel silenzio possibile sentire quello che proviene da spazi e tempi che vanno oltre ci che la mente in condizioni normali pu percepire. possibile accedere a conoscenze che hanno molto poco di umano ma che nello stesso tempo appartengono profondamente allumanit. Gli artisti nelleseguire i loro lavori in modo consapevole o inconsapevole sono in questo particolare stato. Gli sciamani di tutto il mondo per portare guarigione, conoscenza e saggezza alla loro comunit hanno elaborato varie pratiche per giungere in modo tangibile ed affidabile al silenzio. Carlos Castaneda addestrato da don Juan Matus, uno sciamano Yaqui nel deserto di Sonora, ha descritto minuziosamente nei suoi ultimi libri come gli sciamani dellAntico Messico entravano nella profondit del silenzio interiore attraverso i Passi Magici. Questi sono movimenti e respirazioni sognate dai veggenti del suo lignaggio, in tempi molto remoti e che hanno riportato in questa realt con scopi pratici. Attraverso il silenzio interiore possibile sconfiggere quello che in quasi tutte le tradizioni spirituali, dallOriente fino allOccidente, viene individuato come il pi grande ostacolo allevoluzione del genere umano. La mente che interiormente continua a dire io.., io, io, con il suo rumore copre tutti gli altri segnali e le altre percezioni che sono disponibili alluomo. Carlos Castaneda, nel suo libroTensegrit racconta lepisodio in cui, avendo ottenuto il silenzio interiore, per la prima volta riusc a vedere, e la cosa che pi lo sconvolse dellepisodio fu non tanto la visione di un paesaggio mai visto, di animali preistorici, di suoni ancestrali che riusc a percepire in mezzo al traffico di Los Angeles, ma il fatto che in qualche modo queste cose le aveva percepite anche prima, da sempre. Lo sciamanesimo la pratica pi facile e nello stesso momento pi difficile da vivere proprio per questo, perch spesso le cose arrivano in modo cos semplice ed immediato che non ci rendiamo conto del loro intrinseco valore. La mente si mette dostacolo, complica ed offusca la percezione diretta, porta il giudizio, la mancanza di fiducia e svaluta ci che invece avvertiamo con il cuore. Ma come possiamo raggiungere il silenzio interiore? Gli sciamani hanno sviluppato moltissimi stratagemmi per mettere da parte la mente. Il silenzio pu durare qualche secondo oppure degli interi minuti, dipende dalle capacit individuali ed anche dai mezzi che vengono utilizzati. Chi riesce a superare una certa soglia poi in grado di raggiungere il silenzio in 95

modo spontaneo. Uno dei metodi pi affascinante quello che ha tramandato il lignaggio di Carlos Castaneda attraverso i Passi Magici, che utilizza alcuni movimenti del corpo. Secondo i veggenti del suo lignaggio oltre al corpo fisico abbiamo un corpo energetico, e questo al di fuori del controllo della mente. I Passi Magici hanno la capacit di avvicinare i due corpi, fino ad unirli in una unit percettiva in grado di attingere alla conoscenza silenziosa, come venne definita dal suo maestro il nagual don Juan. I Passi Magici stimolano opportuni punti di collegamento tra il corpo fisico ed il corpo energetico ed attivano aree di energia che sono spesso inutilizzate. Lazione congiunta di questi due azioni porta ad una completa saturazione della mente, che non pi in grado di interferire con gli stati elevati di coscienza, permettendo a coloro che li praticano in modo disciplinato e sobrio, di vedere lenergia cos come fluisce nelluniverso. I Passi Magici tramandati per il silenzio interiore hanno nelloscurit la loro fonte principale, proprio perch loscurit, togliendo allorgano pi vicino alla mente, locchio, la possibilit di essere attivo, facilita quellassenza di pensieroverbalizzazione caratteristico dellattivit mentale. Sono movimenti molto elementari, come per esempio il tracciare con il piede o con le mani delle figure semplici, oppure esercitare pressione in alcune parti del corpo in sincronia con il respiro, che alterano in modo sottile ma profondo lo stato di coscienza. Questi movimenti permettono al corpo di assumere la consapevolezza che realmente gli appartiene, attivando aree che nella vita quotidiana sembrano non esistere, e conferiscono una carica di benessere facilmente percepibile. Uno dei pi potenti strumenti per raggiungere il silenzio interiore il tamburo. Con il battito monotono e continuato il cervello comincia a rallentare la sua attivit, i pensieri vengono rapidamente messi da parte per lasciare spazio alla conoscenza non-verbale. In questo caso il passaggio dal dialogo interiore, cio da quella serie di pensieri che continuamente sovraffollano la mente, ed il silenzio diventa graduale, la continuit del tamburo inoltre permette di ritornare al silenzio in ogni momento, anche se il dialogo per qualche istante ritornato. Nel lignaggio di Carlos Castaneda il suono dei tamburi utilizzato in abbinamento con alcuni passi simili ad una danza, per rinforzare leffetto e per conferire allintero corpo la percezione del silenzio. Quello che avviene tra due pensieri silenzio interiore, ma quante volte succede questo a noi occidentali, completamente in balia degli stimoli esterni, come ad esempio radio, TV, cinema, computer?

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Per ritrovare il silenzio interiore lesperienza del deserto nel mondo moderno
di Francesco Lamendola - 16/03/2008
Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]

Non sappiamo a quante persone, in Italia, dica qualcosa il nome di Catherine de Hueck Doherty, una mistica americana di origine russa che ha diffuso in Occidente la nozione e la pratica delle pustinia, ossia le comunit del deserto nel cuore delle societ moderne: rumorose, caotiche, materialiste. Il suo vero nome era Ekaterina Fiodorovna Kolshkine a Nizni Novgorod, in Russia, il 15 agosto (festa dellAssunta) del 1896. I suoi genitori erano molto religiosi; il padre, poi, era per met polacco, quindi, oltre alle dominanti suggestioni del cristianesimo ortodosso, la bambina ricevette anche quelle del cattolicesimo. Andata in sposa, a soli quindici anni, ad un parente, il barone Boris de Hueck, durante la prima guerra mondiale si arruol come infermiera nella Croce Rossa, prodigandosi per i feriti e i malati. Poi, dopo lo scoppio delle rivoluzioni del 1917, prese - come tanti altri russi di estrazione sociale superiore -, la via dellesilio, senza pi un rublo in tasca. Approdata in Gran Bretagna, nel 1919, insieme al marito, Ekaterina si convert al cattolicesimo; indi, nel 1920, i due sposi passarono in America, prima in Canada e poi, per un periodo, negli Stati Uniti, a New York, dove trovarono entrambi un lavoro: lui come architetto, lei come domestica e cameriera di ristorante (i cui clienti la conoscevano come la baronessa). Durante il soggiorno fra Stati Uniti e Canada and sempre pi delineandosi la vocazione della giovane donna verso una spiritualit fatta di preghiera e di servizio ai poveri; mentre, sul piano della vita privata, naufragava il suo matrimonio, a causa delle numerose infedelt e del vizio del bere di suo marito. Ekaterina, intanto - divenuta Catherine - aveva scoperto di possedere il dono della parola eloquente, ed era stata assunta da un organismo di conferenze. Il suo tenore di vita era bruscamente mutato: adesso guadagnava bene e aveva una bella casa; tuttavia non era felice, perch sentiva il contrasto tra la sua vita agiata e la vocazione al servizio di devozione divino. Nel 1930 l'arcivescovo di Toronto, Neil McNeil, vinse i suoi dubbi e la rassicur sulla autenticit della sua vocazione; ed ella ruppe gli indugi: vendette tutti i suoi beni, ne distribu il ricavato ai poveri, diede disposizioni per l'educazione dell'unico figlio e and a vivere in mezzo ai poveri, in una Toronto stravolta dagli effetti della grande crisi del 1929. Poich alcuni uomini e donne erano rimasti fortemente colpiti dalla sua scelta evangelica radicale e le avevano chiesto di essere loro guida spirituale, 97

Catherine fin per ascoltarli e per dar vita all'esperienza della Casa dell'Amicizia, luogo di spiritualit, di preghiera, di aiuto reciproco; che per, a casa di incomprensioni, dopo qualche anno dovette essere chiusa. Lottatrice nata, ella non si perse d'animo e, trasferitasi a New York, volle ripetere l'esperienza nel quartiere povero di Harlem, afflitto anche da gravi tensioni razziali. Anche l fond una Casa dell'Amicizia e, insieme all'amica Dorothy Day, si sforz di tradurre in pratica la dottrina sociale della Chiesa cattolica, aprendo la porta ed il cuore alle esigenze delle persone pi umili ed emarginate. Delle strutture analoghe sorsero in altre citt, tra le quali Washington e Chicago, ad opera di cristiani contagiati dall'esempio travolgente di quella donna, che il giovane Thomas Merton riconobbe subito come ispirata dallo Spirito santo. Di nuovo, difficolt e diffidenze posero fine all'esperienza di New York. Catherine, frattanto, rimasta vedova da tempo, nel 1943 si era risposata con il giornalista Eddie Doherty, il quale l'aveva avvicinata per motivi professionali ed era rimasto lui pure trascinato dalla forza della sua fede religiosa. Nel 1947 la coppia si trasfer a Combermere, un villaggio a nord-est di Toronto, dove il vescovo di Pembroke l'aveva invitata a riprendere una esperienza religiosa. Fu cos che nacque Madonna House, la casa della Madonna, una comunit che sarebbe notevolmente crescita nel corso degli anni, aprendo anche una dozzina di missioni. Era - ed - un luogo di amicizia, di preghiera e di condivisione, dove laici e sacerdoti vivono una fede semplice, aprendo la porta a chiunque si presenti a bussare, per qualunque motivo. Una delle caratteristiche pi originali di Madonna House la pratica della pustinia, ossia del raccoglimento e del silenzio in un luogo apposito, che pu essere anche una semplice cameretta con una sedia, un tavolo, un giaciglio, una Bibbia, un po' di pane e acqua. Il credente che voglia staccarsi temporaneamente dal mondo per digiunare, pregare e meditare, ha bisogno di un luogo che simboleggi l'esperienza del deserto, dove, abbandonando completamente il falso ego e affrontando le tentazioni del diavolo, possa realizzare l'incontro con il Cristo e fare la viva esperienza della fusione con lui. Si tratta di una pratica di origine russa dove, un tempo, la figura del pustinik era ben nota e relativamente frequente. Un giorno un uomo, o una donna, magari sposati e con figli, decidono di abbandonare ogni cosa e di partire, recando cibo per un solo giorno e niente denaro: lo hanno distribuito ai poveri, prima di mettersi in viaggio. Quello che cercano la solitudine, il silenzio, per poter ascoltare meglio la voce di Dio e per dedicarsi interamente alla devozione di lui. Si stabiliscono in una capanna, in un eremo, in un qualsiasi luogo un po' solitario; vivono ritirati, schivi, in preghiera e digiuno: ma tengono la porta sempre aperta ai visitatori. Chiunque pu bussare alla loro soglia, chiunque 98

pu chiedere un consiglio, una preghiera, un atto di solidariet. Il pustinik spezzer col visitatore il suo ultimo pezzo di pane e avr sempre una parola di conforto per tutti. Una cosa importante da chiarire che il pustinik non cerca la solitudine per separarsi dal mondo, ma per ritrovare il mondo. Egli si isola per portare con s, sulle proprie spalle, i peccati e i dolori di tutti i suoi simili; nelle sue preghiere, egli prega per l'umanit intera; in ogni essere umano vede il Cristo che bussa alla porta: perch, come Cristo si fatto uomo fra gli uomini, cos il pustinik annulla se stesso per ritrovare, attraverso l'identificazione con tutti gli esseri umani e specialmente con i pi bisognosi, la presenza del Cristo. Pertanto il pustinik non un personaggio malinconico e incline alla depressione, bens un credente pieno di gioia e di amore, che rafforza la propria fede attraverso la prova del deserto, ossia della solitudine radicale e del distacco dal mondo. Ecco come Catherine de Hueck Doherty descrive tale pratica nel suo bellissimo libro Pustinia: le comunit del deserto oggi (titolo originale: Pustinia. Christian Spirituality of the East for Western Man, Ave Maria Press, Notre Dame, Indiana, 1975; traduzione italiana di Mimmi Cassola, Milano, Editoriale Jaca Book, 1978, 1981, pp. 126-139). Il deserto, quale compreso nella spiritualit orientale, anche la dimora di Satana. Sappiamo dai Vangeli che vi abita e che l ha tentato il Signore stesso. Le tre grandi tentazioni del Cristo hanno avuto il deserto come ambiente. Cos il deserto, nella spiritualit cristiana, ha un profondo significato. Gli ebrei furono guidati nel deserto per quarantanni. Abramo era stato chiamato a fare nel deserto un pellegrinaggio di fede. Non ho bisogno di elencare di nuovo tutti i casi in cui si parla del deserto nel Nuovo Testamento. Quando parlo del deserto a proposito del pustinik, non parlo del deserto in senso letterale, fatto di sabbia e di calore. Parlo di uno il pustinik che si reca in un luogo nascosto per essere solo col grande silenzio di Dio, per imparare a conoscere Dio come Dio stesso si rivela. Dio rivela se steso al pustinik in risposta al suo amore. Il pustinik attende, nella povert, labbandono, e sapendo di essere un anawim, un vero povero nello spirito delle beatitudini. Questo abitante del deserto sa di trovarvisi non solo per e steso, ma per il resto dellumanit. Capisce che deve prendere lumanit con s nelle sue preghiere e lacrime e che nella sua capanna abita anche lumanit. Comprende la sua vocazione di profeta: se ascolta, solo per trasmettere quanto gli viene dato. Comprende che la sua porta no ha serrature: solo un paletto contro il vento, ma in nessun caso contro un essere umano. Comprende che deve condividere con gli altri quello che gli dato dal Cristo. Tutto questo chiaro per lui. 99

Il pustinik prevede anche che dovr incontrare Satana. Allinizio, non sa quale sar la frequenza di questi incontri. Questo gli nascosto. Ma sa che inevitabilmente, prima o poi, il Maligno verr a tentarlo. Nella tradizione orientale le tentazioni sono trampolini. Pare ridicolo paragonarle alle diverse classi di una scuola, ma Dio permette che gli uomini siano tentati perch possano crescere nella fede, nellamore e nella speranza. come se Dio ci facesse passare da una scuola damore. Il nostro passaggio da una classe allaltra la nostra reazione alla tentazione che egli permette al diavolo di esercitare su di noi, la nostra vittoria su queste tentazioni. Il Signore vuole che cresciamo nella fede e nellamore di lui appoggiandoci su lui solo. Vuole che tutto il nostro essere si compenetri nelle sue parole: Non temete nulla io ho vinto il mondo, Il Principe di questo mondo non ha parte in me, e Non temete, piccolo gregge, io sar con voi fino alla fine dei tempi. Egli vuole che con san Paolo facciamo lesperienza del fatto che Ti basta la mia grazia. Egli vuole insegnarci tutto questo, e per questo permette a Satana , che vaga nel suo deserto tenebroso e senzacqua, di uscirne per penetrare nel deserto del pustinik. Quelli che vanno nel deserto per u tempo abbastanza lungo, o che hanno la vocazione di restarvi per ani, saranno visitati dalle tentazioni. Queste possono essere sottili come il mormorio delle foglie sugli alberi, come il fruscio che fa la sabbia spostandosi sulle dune, come il brusio tutto fremiti di una foresta. Possono venire con delle grida come labbaiare del coyote in lontananza. Possono venire senza rumore: ma verranno. E d colpo la pustinia diverr spaventosa. Sar come se la casa crollasse sul pustinik. Del tutto allimprovviso, il Libro Santo non sar pi che un guazzabuglio di lettere, solo parole e frasi che nessuna preghiera sar in grado di collegare a qualcosa nello spirito e nel cuore di chi abita nel deserto. Di notte, la paura verr ad abitare con chi abita nella pustinia. Nei giorni pi caldi, il luogo diventer freddo. Nascer un desiderio di fuggire dalla pustinia, di ritrovarsi in mezzo alla gente, di sfuggire a quella solitudine che simpadronir di colpo del cuore, che, un attimo primo, pareva unito a Dio. Allimprovviso, come se Dio non fosse mai stato l. Non c pi che un capanno, una capanna di tronchi. La povert sembra pi spiacevole e pi sinistra che mai. Le notti saranno appena sopportabili. La preghiera diverr impossibile. Il sonno fuggito, e si direbbe che non debba tornare mai pi. Una paura quasi fisica, palpabile, sale come la febbre e simpadronisce di voi. 100

Linutilit di una simile vita appare di colpo perfettamente evidente, e uno comincia a chiedersi perch mai si trovi in quel luogo deserto. Perch Dio ci ha condotti in questo luogo deserto? (Es., 16, 3). Quale follia ci ha portati qui? Lo spirito continuamente riportato allidea di fuggire, di sfuggire a tutto quello che adesso appare come totalmente privo di senso. S, Satana pu venire sotto questo aspetto. Oppure pu insinuarsi nellintelletto provare al pustinik con una logica chiara e irrefutabile che sta sprecando l sua vita, che potrebbe fare molto bene in mezzo ai suoi simili, e che bisogna abbandonare quella vocazione assolutamente stupida. Talvolta Satana riceve il potere di tentare di convincere il pustinik che egli non ha affatto la vocazione, che tutto ci unillusione. Questagonia dello spirito ancor peggiore del terrore e del panico. come se ledificio stesse crollando, come se stesse crollando la persona stessa. S, Satana pu venire anche in questo modo. O ancora, egli pu venire sotto lapparenza dellorgoglio. Il pustinik pu veramente pendersi per un saggio un saggio e la sua propria saggezza, e stimare che per lui venuto l tempo di andare a predicare agli altri ora che pronto. () In questa conoscenza che senza Dio non posiamo far nulla noi arriviamo a un alto grado dintelligenza. Si giunge al momento del vero credere, quando si fa lesperienza, nelloscurit, nella paura, nel terrore, nel panico, che la grazia ci basta realmente. Arriviamo a percepire che, se Dio ha permesso al tentatore di avvicinarsi a noi, Dio ci dar allora la grazia di resistergli. S, questo sono i grandi momenti della crescita nella fede, nella speranza e nella carit, che Dio manda al pustinik. Sono anche i momenti in cui il pustinik si batte realmente per il mondo, perch viene attaccato per cos dire i nome dellumanit. Di modo che in quei momenti egli sa di essere estremamente umano lui sesso, e intanto, nello stesso tempo, sa che Dio gli d delle grazie speciali per combattere quelle tentazioni, non solo per se stesso ma per tutta lumanit. Il pustinik sa sempre di essere nella pustinia per gli altri, e che le sue preghiere, le sue mortificazioni, le tentazioni alle quali esposto, i suoi incontri con Satana tutto questo lo prova in quanto rappresentante dellumanit. Perch il pustinik vive nel Cristo, e il Cristo ha preso lumanit su di s. E anche lui, il pustinik, mediante la grazia di Dio, pende su di s tutta lumanit , e con l'aiuto di Dio diviene un olocausto per tutti gli uomini. () La pustinia per Dio una scuola permanente damore. Quando sarete passati per questa scuola, delle esplosioni come quella della bomba atomica saranno per voi come giochi di bambini. 101

Probabilmente non vi renderete conto esattamente di ci che siete e di quello che vi caduto. Ma la gente verr a voi. Uscirete per portare il vostro contributo, perch ormai sapete che no siete voi ad agire, ma lui. possibile che, in avvenire, vengano a Madonna House delle persone cattive, realmente cattive. Dio vi far sapere che sono cattive. Non avrete paura perch in un certo modo vedrete il Cristo anche in loro. Pu anche accadere che vi uccidano, chiss. In questo caso, dovete dire con lultimo respiro: Signore mio e Dio mio, alleluia!. Charles de Foucauld aveva capito questa specie di martirio privo di senso. Fu ucciso inutilmente nel Sahara da un gruppo di Tuareg ai quali non aveva fatto nulla. Egli fu veramente un pustinik dalla porta sempre aperta; accett questo martirio e non fugg. Non cerc neanche di difendersi. Esprimeva nella sua vita il suo martirio interiore. C unaltra specie di martirio. La maggior parte di noi on conoscer il martirio come Charles de Foucauld. Ma un pustinik sar martire in un altro modo, e deve prepararvisi. Si tratta del martirio che consiste nellaffrontare se stessi, nel far fronte al proprio io emozionale. Nessuno vuol riconoscere che gli capita di comportarsi come se avesse dieci anni, di passare per mille umori mutevoli, di aver paura delle cose pi ridicole. Non ci piace affrontare questi fatti. questo linizio del nostro martirio. Allora entra il Cristo. Ricordatevi che la porta della pustinia non si chiude a chiave. Questo vuol dire che anche il Cristo pu entrarvi! () Il martirio continua. Cominciamo a sapere chi siamo. Cominciamo a sentirci di casa con le nostre difficolt, con i nostri peccati, a vedere pi chiaramente cosa essi siano. Si produce una strana chiarezza, una chiarezza dellanima. Immagino che ci vorr un bel po di tempo a degli occidentali per arrivare a questa chiarezza dellanima. La chiarezza dellanima non la stessa cosa della chiarezza ella mente. Io oso vedere chiaramente i miei peccati mentalmente. Per vincere i miei peccati, posso ricorrere ai metodi raccomandati dalla teologia ascetica (che fondata sulla ragione). Ma la chiarezza dellanima si acquista con il dono delle lacrime. La mia mente resta serena ed intatta perch so che la grazia delle lacrime non viene dalla mia mente ma procede dal cuore di Dio. Essa mi tocca il cuore, e io piango. 102

Adesso la mia mente chiara, il mio cuore chiaro io sono chiara. Non dimenticate mai questo fatto (di cui la pustinia vi d lintelligenza): quando io piango, il Cristo piange, perch il Cristo in me. Quando il mio pianto si unisce a quello del Cristo, la sua santit che mi lava, e non la mia. Le lacrime so anche un altra via per la quale arriviamo ad apprezzare il grande dono di Dio: la nostra libert. La nostra anima, lavata dalle lacrime, pu vedere chiaramente che siamo veramente liberi, che possiamo dire di s o di no a Dio. Nella pustinia, questa lotta tra il s e il no, questa lotta con Dio, portata al centuplo. A un certo momento, il vostro s a Dio vi render non esistenti. Questo non dura che un secondo. Grazie a queste lacrime e a queste lotte, avverr qualcosa nella vostra anima purificata. Sembrerete come morti. Ma questo non durer a lungo. Ritornerete, e quel giorno conoscerete un miracolo. Avrete scelto Dio. Vostra sar la vera liberazione, che Dio riserva a coloro che lamano. Il Signore vi ha conosciuto da sempre. Ha permesso che il suo fuoco scendesse su di voi come una purpurea colomba. Il suo fuoco su di voi. Voi salite lentamente la sua montagna, la montagna del Signore. Per arrivarvi, dovete passare attraverso il cuore di Dio. Passando dal suo cuore, voi divenite un fuoco di gioia, e, insieme, un enorme fuoco di gioia. Divenite un fuoco di gioia sulla cima della montagna. Molte persone lo vedono e vengono per vedere cosa sia. Anche loro dunque salgono sulla montagna: vengono alle vostre pustinia. Vedono che siete dei fuochi di gioia molto strani. Trasparenti. Voi siete un fuoco di gioia che loro possono attraversare. Dallaltra parte li attende il cuore di Cristo. Voi stessi siete stati raccolti alla mano di Dio, e con il vostro S gli avete dato il vostro accordo; adesso siete divenuti un fuoco di gioia trasparente che guida altri uomini a Cristo. Catherine de Hueck Doherty e il marito Eddie hanno preso i voti di povert, castit e obbedienza nel 1954 e, nel 1960, hanno ottenuto un formale riconoscimento da parte del vescovo di Pembroke. Comunit strutturate sul modello di Madonna House sono state fondate in Nord e Sud America, Indie Occidentali, Africa, Russia, diffondendo ovunque, tra le altre cose, la pratica della pustinia: una pratica ancor pi necessaria, nel rumore del mondo moderno, per la riscoperta dell'anima.

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Catherine, infatti, soleva ripetere che nell'esperienza del 'deserto' l'anima ha la rivelazione della propria essenza, il riconoscimento del proprio io emozionale: ed una cosa difficile, capace di mettere in crisi - almeno in un primo momento -, perch la societ moderna sembra fare di tutto per renderci estranei alla nostra natura pi autentica e profonda. Catherine de Hueck Doherty morta il 14 dicembre 1985, lasciando una forte impressione in tutti coloro che hanno avuto occasione di avvicinarla. Era una donna decisa, a volte quasi burbera, ma semplice, schietta, generosissima: una vera forza della fede. Certe sue intuizioni, ad esempio la valorizzazione del ruolo dei laici all'interno della Chiesa, hanno precorso significativi aspetti del Concilio Vaticano II. Il papa Giovanni Paolo II ne ha avviato il processo di canonizzazione, promuovendola al rango di "serva del Signore".

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L'UNIVERSO OLTRE LA MENTE


Il problema della conoscenza L'uomo vive immerso nel grande segreto dell'esistenza. Ne e' parte ed e' stato generato proprio da questo stesso mistero. Le risposte ai suoi grandi interrogativi metafisici sulla natura e sul significato dell'universo sono quindi a portata di mano in una immediatezza evidente e non hanno bisogno di intermediari di nessuna natura per essere lette e comprese. Tuttavia nonostante questa immediatezza l'uomo non ha facile accesso alla conoscenza del segreto dell'esistenza e in egual misura ha difficolta' a realizzare l'armonia e la partecipazione al mistero, di cui sente il bisogno. Cio' accade perche' l'uomo parte da un presupposto esperienziale errato in quanto non e' consapevole della natura della sua identita' individuale che potrebbe consentirgli, invece, un accesso senza problemi alla conoscenza. L'uomo e' stato abituato a prendere atto della propria esistenza e a rapportarsi alla vita partendo da una dimensione individuale basata sul concetto piuttosto confuso di un complesso antropomorfo, costituito da cose, ricordi e sentimenti accatastati gli uni sugli altri, che si chiude in una sorta di guscio identificabile nella forma, nel peso, nell'altezza e nel nome anagrafico. Tutt'al piu', i piu' attenti giungono a una distinzione tra cio' che appartiene alla sfera fisica e cio' che appartiene a quella morale, in una dicotomia specifica di valori che sono posti tra materia e spirito, corpo e anima. L'individuo conosce solo questa esperienza di se'. Gli e' stata insegnata in secoli di influenza culturale di varie religioni che hanno avuto motivo di impostare questa concezione restrittiva dell'uomo. In realta' il rapporto che l'uomo sviluppa verso se stesso e l'esistenza e' ben diverso e comporta potenzialita' ancora inespresse che possono senza presunzione alcuna concedergli di giungere alla conoscenza del mistero in cui vive. I tre piani esperienziali dell'uomo. Pur considerando la validita' di una globalita' individuale, in realta' l'uomo vive il suo rapporto con l'esistenza attraverso tre distinti piani di esperienza che si trovano ad essere diversi e divisi tra di loro per specifiche competenze esperienziali. Il primo di questi piani e' quello facilmente identificabile nel corpo. Ovvero la forma fisica che possiede l'individuo, l'insieme dei suoi processi meccanici e metabolici, la struttura scheletrica, quella muscolare, l'insieme degli organi. Attraverso questo piano di esperienza l'individuo percepisce lo stato della propria qualita' funzionale interiore, dolore e benessere, e si rapporta a mezzo dei sensi sul mondo primario che vive e condivide con le altre creature viventi. Sensi percettivi che non sono a tutto campo e che gli consentono di accedere solamente ad una limitata finestra di percezione fenomenica, ristretta e incompleta.

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Il secondo piano esperienziale e' quello della mente. Se e' facile identificare il piano del corpo, l'identificazione di questo secondo piano diventa problematica. Il piano della mente e' infatti di natura astratta, non visibile all'esterno ma percepibile dal solo individuo, costituita da un complesso virtuale in cui si manifestano pensiero, ricordi, emozioni e immaginazione che l'uomo percepisce come realta' vissuta a tutti gli effetti. Se il corpo fornisce i canali sensoriali aperti e interfacciati sul mondo primario, all'esterno della dimensione individuale, la mente, invece, utilizza e elabora i dati che riceve attraverso i sensi e li trasforma in modelli virtuali di conoscenza dell'ambiente. Su questa esperienza limitata, cosi' come lo sono le percezioni sensoriali, la mente costruisce i suoi valori morali come modalita' di partecipazione al mondo primario. Piu' i dati sono circoscritti o falsati dalle situazioni e piu' questi valori risultano soggettivi e incompleti. La mente non e' lo specchio trasparente e pulito della realta' percepita. E' una virtualizzazione della realta' in cui intervengono diversi fattori devianti: dall'azione imperfetta dei sensi, all'azione ormonale che agisce sul cervello in base ai bisogni del corpo, all'incompletezza e all'ipoteca dei dati culturali acquisiti per obbligo di natalita' etnica e cosi' via. La creazione e il mantenimento del mondo virtuale della mente e' supportata dall'attivita' dei neuroni. Il loro scambio continuo di informazioni, nella complessa struttura di collegamenti sinaptici all'interno del cervello, costituisce l'insieme della nostra percezione di esistere secondo il nome anagrafico che ci e' stato attribuito, secondo i nostri ricordi e secondo le emozioni che ci dominano sul momento. Noi non percepiamo nulla di questa realta' biochimica, ne' sospettiamo che possa esistere, soggiogati dall'illusione virtuale che viviamo come realta' effettiva. Siamo la risultante innocente e ingenua di cio' che avviene a nostra insaputa alla radici della nostra virtualita'. E cosi' ignoriamo che i nostri sentimenti, le nostre intuizioni e i nostri pensieri non sono altro che il prodotto degli scambi di dati chimici che sostengono la nostra impalcatura virtuale. Ignoriamo che realta', giudicate reali e determinanti per la nostra vita come ad esempio l'innamoramento, non esistono per come le percepiamo. Anzi non esistono proprio nel loro valore reale, ma sono solamente la conseguenza di una risposta biochimica. Nel caso dell'innamoramento, una azione biochimica dei nostri organi riproduttivi che bombardano il cervello di molecole messaggere perche' costruisca la virtualita' dell'innamoramento. E cosi' via per tutti i nostri sentimenti, qualunque essi siano. E il nostro senso di esistenza si riduce ad una condizione di virtualita' che e' l'equivalente di un sogno, inutile e che ci priva di cio' che puo' esistere nella dimensione di veglia. Infine, abbiamo il terzo ed ultimo piano della struttura esperienziale ternaria dell'individuo che e' rappresentato dalla coscienza o, secondo la terminologia della filosofia della meditazione, dallo spirito.

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Questo piano esperienziale e' identificabile nella proprieta' cosciente e consapevole dell'individuo. Una capacita' che non usa il pensiero o le sensazioni fisiche. Essa rappresenta un atto di consapevolezza pura che assume una identita' specifica e autonoma nei confronti dei processi psico-fisici e sul piano esperienziale del mondo primario. E' la facolta' volitiva e cosciente con cui l'uomo e' in grado di sottrarsi ai bisogni impellenti del corpo e alle emozioni violente della mente per decidere in proprio sull'ottimizzazione del suo operato, senza cedere ai meccanismi di un qualsiasi riflesso condizionato. Lo spirito, o coscienza, rappresenta lo stato percettivo dell'individuo, consapevole di se' e dell'ambiente in cui vive. Una qualita' esperienziale che, a differenza delle limitazioni soggettive del corpo e della mente, e' in grado di partecipare in maniera effettiva alla natura reale dell'esistenza, allo Shan, per la sua capacita' di percepire e di vivere la condizione reale della stessa esistenza. Oggi, la cultura storica corrente insiste sul semplificato dualismo di corpo e anima, ma la realta' della ternarieta' esperienziale dell'uomo e' una realta' evidente al di la' di qualsiasi forzatura ideologica. C'e' una ben precisa e naturale realta' manifesta dei tre piani esperienziali. Ad esempio il corpo non pensa e non prova emozioni, pertanto si rivela di non essere ne' la mente ne' lo spirito. Cosi' come la mente vive le emozioni e i ricordi, ma non puo' metabolizzare i cibi come il corpo nell'esercizio delle sue competenze, ne' puo' sottrarsi al turbinio delle emozioni o dominarle come puo' invece fare lo spirito. E per quanto riguarda lo spirito esso non e' quella parte che cammina, anche se puo' percepire le sensazioni corporee, e puo' fare una cosa che il corpo non e' in grado di fare, cioe' decidere se camminare o stare fermo. Non e' quella parte dell'individuo che produce emozioni, anche se puo' percepire le stesse emozioni, e puo' fare una cosa che la mente non puo' fare, cioe' decidere di sottrarsi all'incomebenza delle emozioni. Si potrebbe aggiungere, con una riflessione propria della filosofia della meditazione, che "io voglio e posso camminare, ma non sono il mio corpo, io sono colui che lo dirige; io penso e provo emozioni, ma non sono i miei pensieri e le mie emozioni, io sono colui che li ascolta; io sono". L'universo visto con gli occhi della mente. Purtroppo l'uomo non vive la coerenza esperienziale della sua dimensione ternaria. La cultura a cui e' soggetto lo ha abituato a vivere essenzialmente la dicotomia di corpo e anima, di corpo e psiche. In questa condizione l'uomo non identifica e quindi non puo' vivere le sue competenze esperienziali secondo le facolta' specifiche attraverso cui si distinguono, ma spesso le confonde in una globalita' individuale senza precise possibilita' esperienziali. Soprattutto confonde spesso il piano della condizione spirituale con quello della mente. Il fatto non e' di poco conto, non si tratta di definire il sesso degli angeli, poiche' il risultato di questa confusione e dell'incapacita' di vivere il piano della

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coscienza per le sue effettive possibilita' creative e' devastante per l'esperienza dello stesso individuo. Possiamo fare un rapido esempio del problema. E' facile, infatti, dire che si ha male ad una caviglia, ma non si dira' mai, dopo una degratificazione qualsiasi, che si ha la mente triste o inadeguata. Se nel primo caso si dira' che fa male la caviglia, ovvero distinguendo che e' una parte del corpo, nel secondo caso si dira' che ci si sente tristi o inadeguati, rivelando cosi' di identificarsi con l'istanza mentale. Confondere una reazione emotiva della mente per uno stato di effettiva realta' e' assolutamente fuorviante. Porta a dare una attenzione primaria a quell'emozione dimenticandosi di partecipare alle vicende del mondo primario che invece se ne vanno per conto loro. E nella vita una dimenticanza di questo genere puo' essere del tutto controproducente. Sovrapporre il proprio sogno alla realta' significa guidare un auto da ubriachi, significa agire pensando erroneamente di essere nel giusto. Con conseguenze imprevedibili e tutte a proprio danno. E la cosa diviene problematica poiche' l'individuo, in questa condizione di sovrapposizione delle due diverse competenze, prende a riferimento i valori della virtualita' mentale come se si trattasse di una vera e propria realta' concreta. Tutto cio' che sara' stato acquisito dalla mente, anche attraverso il suggerimento occulto di chi ha interesse a farlo, diventera' la realta' per cui vivere e per cui costruire. E' cosi' che prendono forma i ruoli sociali e morali che sono alla base della sofferenza dell'individuo e della conflittualita' della societa' umana. Ma la cosa ben piu' grave e' che l'individuo che vive la sovrapposizione di mente e spirito si allontana inevitabilmente dalla concreta possibilita' di sviluppare una reale conoscenza di se' e dell'esistenza, condizionato dalle filosofie che sono riuscite a fare presa sulla sua mente, incapace di valutare in maniera distaccata e razionale i suoi reali bisogni e le conseguenti reali scelte. E non e' una cosa di poco conto. Da quando siamo nati la nostra mente e' stata nutrita e subissata di dati che giungono dal mondo degli altri e non da una esperienza diretta. Quando poi siamo cresciuti, e avremmo potuto sviluppare questa esperienza diretta, ci siamo trovati nell'incapacita' materiale di farlo in maniera adeguata, sia perche' avevamo intanto accettato specifiche modalita' di pensiero e sia perche' non avremmo potuto in ogni caso trovare vie disponibili. Cosi' chi e' nato sotto una certa latitudine geografica si e' trovato ad acquisire i ruoli impostati dal gruppo etnico del caso. Ci si e' trovati ad essere cristiani, islamici o buddisti senza possibilita' di effettiva scelta, ma pur tuttavia convinti della realta' virtuale vissuta tanto da difenderla ad ogni costo. Ma i problemi non sono solo riferibili all'osservanza di un ruolo sociale. La mente, come il corpo, e' soggetta ad una serie di patologie comportamentali che, vissute sul piano di una virtualizzazione scambiata per realta', diventano una galleria degli orrori. Orrori che vanno dalle problematiche impostate dalla timidezza all'impotenza, dall'abulia allo stress. 108

Orrori che vanno dal problema dell'ansia esistenziale, alla sofferenza della solitudine, alla frustrazione delle aspettative disattese, al dolore prodotto dalle emozioni ingigantite al ruolo di realta'. Ma l'uomo, per fortuna, non e' condannato a questi orrori che portano solamente sofferenza e conflittualita' in tutta l'umanita'. La proposta operativa della meditazione. La filosofia della meditazione propone una soluzione di per se' ovvia e del tutto naturale per risolvere il problema dell'interferenza mentale. Se il problema dello stato di sofferenza e di incapacita' creativa dell'uomo e' rappresentato dall'utilizzo inadeguato del piano della mente, la sola cosa necessaria da fare e' quella di superare l'ostacolo evolutivo che essa rappresenta. E cioe' occorre andare oltre la dimensione della mente per ripristinare l'esperienza evolutiva dell'individuo dando la possibilita' alla dimensione spirituale di emergere dalla mente in cui si identificava per accedere alle sue specifiche facolta' esperienziali. Indubbiamente per fare questo occorre molto coraggio. Non e' certamente facile abbandonare il mondo delle abitudini impostato dalla mente sin dalla nostra nascita. Eppure quasta azione rappresenta il solo modo per uscire dall'interpretazione del sogno virtuale e sofferente del senso della nostra esistenza che e' prodotto e dominato dalla mente. Solo attraverso questo atto di coraggio e di lucidita' esperienziale possiamo avere la possibilita' di uscire dai nostri problemi piu' profondi e in apparenza irrisolvibili. Solo attraverso questo atto evolutivo, possiamo accedere alle nostre reali capacita' esperienziali e creative. Solo cosi' possiamo giungere a capire i nostri reali bisogni, a comprendere e a vivere in armonia con gli altri e a rispondere in maniera effettiva al richiamo del trascendente. Del resto la sperimentazione del piano dello spirito rappresenta comunque una sfida esperienziale interessante che puo' aprire a nuove prospettive esistenziali. Come si e' detto, la maggior parte delle persone sono abituate a vivere e a comprendere le necessita' della dualita' di corpo e psiche. Si da' molta cura all'aspetto fisico, attraverso le varie forme dell'applicazione ginnica, e si controlla l'aspetto alimentare per ottenere rendimento e assetto idoneo al buon funzionamento fisiologico, cosi' come si da' altrettanta attenzione ai problemi funzionali della mente attraverso pratiche interiorizzanti. Ed e' cosi' che scopriamo nuove energie sopite nell'aspetto fisico e nuovi orizzonti applicativi sul piano mentale. Ma se diamo attenzione alle possibilita' offerte dalla struttura esperienziale ternaria dell'individuo, ci si puo' chiedere quale spazio esperienziale potremmo aprire e sviluppare dedicando la stessa attenzione al piano dello spirito. La dimensione spirituale non deve essere vista solamente come un atto di capacita' volitiva o coscienziale dell'individuo. Anch'essa, come i due precedenti

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piani esperienziali del corpo e della mente, possiede un suo spazio creativo specifico. Uno spazio creativo che e' immenso e va oltre l'immaginabile, rivelandosi una dimensione tutta da scoprire. Vivere oltre la limitazione esperienziale della mente. Superare la dimensione virtuale della mente per accedere a quella reale dello spirito significa abbandonare il riferimento ad una realta' a cui ci si era comunque abituati. E questo puo' rappresentare per qualcuno una fonte di timore nell'andare verso cio' che si considera ignoto. Forse e' l'equivalente della paura di morire, di affrontare un aspetto dell'esistenza che evoca i suoi dominii metafisici mal appresi dalle filosofie e dalle religioni storiche. In effetti la qualita' dell'esperienza spirituale che e' possibile vivere al di la' della mente e' completamente diversa da quella interpretata nei ruoli storici e soggettivi del proprio quotidiano proposto e dominato dal sogno mentale. Anche se andavano stretti, questi ruoli rappresentavano comunque qualche cosa di conosciuto di cui, anche se segnati dalla sofferenza e dall'insoddisfazione, si conoscevano le modalita' di interazione. Ma l'esperienza possibile sul piano dello spirito non e' un evento alieno alle necessita' e alla natura dell'uomo, ne' tantomeno e' stato tracciato da altri uomini per un loro disegno idealistico. Sul piano spirituale non ci sono regole a cui doversi adeguare, non ci sono condizioni che possono censurare le piu' immediate aspettative interiori dell'uomo. L'esperienza spirituale si identifica nella natura reale delle cose. E' la realta' stessa che viene vissuta in tutta la sua possibilita' partecipativa. Quali limiti ci possono mai essere in natura? Noi stessi ne siamo parte... Sono i mondi degli uomini che creano steccati e sofferenza. In natura si puo' solo trovare un immenso spazio creativo in cui poter esprimere se stessi e dove poter sviluppare conoscenza e creativita'. Senza limiti, in una dimensione di armonia, di autentica liberta' e di conoscenza. Del resto l'intrinseco significato dell'esistenza e' gia' qui adesso. Anche se non lo viviamo nelle sue reali potenzialita' partecipative, chiusi nel ghetto soggettivo della mente, esso c'e', esiste e ci coinvolge malgrado la nostra disattenzione nel suo grande mistero. Tanto vale vivere l'esistenza per cio' che e' e che essa stessa consente di vivere sul piano dell'esperienza spirituale. Uscire dalla dimensione mentale non significa, quindi, necessariamente attuare un passaggio traumatico. L'esperienza avviene gradualmente attraverso piu' fasi di scoperta in una dimensione di completezza e di amore che non puo' che soddisfare ogni necessita' di esperienza mano a mano che la si sviluppa. L'esperienza del silenzio interiore. Nel liberarsi dai parametri virtuali del mondo creato e dominato dalla mente, per accedere alla condizione aperta sul piano della natura, l'individuo esce inevitabilmente dal turbinio e dal frastuono virtuale della mente e accede a una condizione di silenzio interiore dove trova se stesso di fronte al mistero

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dell'esistenza. Questa esperienza di silenzio e' fondamentale poiche' distingue la facolta' spirituale dalle soggettivita' e dalle emotivita' della mente. Vivere questa condizione di silenzio non significa ovviamente chiudersi in se stessi, ne' isolarsi dal mondo. Significa invece uscire dalla soggettivita' della mente per entrare nella purezza luminosa dello Shan. Significa ritrovare se stessi e dare tante risposte a tante domande. Ed e' anche un modo per rapportarsi reciprocamente con altri che, come noi, stanno realizzando una esperienza al di fuori della soggettivita' della mente. L'esperienza del silenzio contiene in se' molte potenzialita' esperienziali che si articolano in una sequenza di esperienze realizzabili secondo l'interesse dettato dalle necessita' dell'individuo. Il primo evento immediato e utile che si verifica in questo silenzio e' l'esperienza che la filosofia della meditazione identifica nel concetto di pacificazione della mente. Nel tacitare la mente per dar modo alla condizione spirituale di identificarsi e di emergere alla sua reale natura, accade che le ansie, i problemi della personalita' e le turbe della psiche perdono automaticamente di mordente. Si affievoliscono per lasciar posto alla capacita' di godere della propria vita, consentendo di uscire dai sensi di colpa causati dal giudizio ipercritico delle necessita' del proprio ego per giungere a una felicita' fino a quel punto negata nella dimensione della mente. Il fatto stesso di realizzare un processo di tacitazione della mente, quale puo' offrire l'esperienza della meditazione, rende implicito di imparare a relativizzare i valori che la mente stessa propone, e quindi di prenderne le distanze senza piu' crederci. Il che pone, di fatto, l'individuo nel pieno della dimensione dell'esperienza spirituale, fuori dal plagio della mente. Libero e pronto ad intraprendere la piu' grande avventura della propria vita. Ecco quindi che l'esperienza del silenzio si rivela in grado di poter offrire altre esperienze. Ma le potenzialita' esperienziali possibili nell'esperienza del silenzio non finiscono qui. Questa condizione consente di giungere al nucleo della propria identita' reale, aiutando a ritrovare se stessi, nella propria identita' piu' intima e vera. Come se si riprendesse quel filo interrotto di una esperienza di vita incominciata nella propria infanzia e poi impedita e ipotecata dai richiami del mondo degli altri nel momento del proprio inserimento nel sociale. Allora, si era indifesi e si aveva creduto alla realta' dell'ovvio che ci era stata imposta. L'esperienza del silenzio consente anche di percepire la presenza del Vuoto, la realta' misteriosa in cui viviamo e in cui partecipiamo al suo disegno nostro malgrado, inconsapevolmente. E in questa prospettiva possiamo sviluppare una importante esperienza mistica, quella che ci consente di scorgere l'esistenza del sentiero misterioso che manifesta la natura segreta dell'esistenza su cui potersi incamminare ed evolvere verso il risveglio. Un cammino da percorrere attraverso progressivi stati percettivi di coscienza che portano alla percezione della propria reale identita' e alla conoscenza e alla partecipazione dello Shan, la natura reale dell'esistenza. L'esperienza del silenzio consente inoltre di realizzare una energia spirituale immensa, canalizzabile in una capacita' creativa da poter dedicare a se stessi e 111

agli altri in un atto di amore che ricambia e completa quello ricevuto nella stessa esperienza del silenzio. E' nell'esperienza del silenzio che si puo' giungere, infine, a realizzare la completezza della propria partecipazione al mistero dell'esistenza, attuando la saldatura del visibile quotidiano con quella dell'invisibile per realizzare un atto partecipativo nella globalita' fenomenica dello Shan, il mistero che e' la nostra vita e il significato stesso della nostra esistenza. Ed e' nell'esperienza del silenzio che diveniamo ricercatori dell'infinito per trovare conferma alle nostre esperienze di realta'.

(Da "La meditazione e l'esperienza del Vuoto", di Giancarlo Barbadoro, Edizioni Triskel - Torino 98)

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Centro Yoga Satya www.centroyogasatya.it Via Q. Sella 27\b 20052 Monza Tel: 329 0070070

Maggio 2007 Il pensare positivamente.


Il pensiero positivo fondamentale nello yoga. Luomo si ritiene elevato in confronto alla condizione puramente animale, proprio per il suo stato cosciente dal quale nasce la capacit intellettuale di discernere le proprie azioni, comprendendo la propria sofferenza e quella altrui. Lo yoga una profonda ricerca interiore della coscienza allo stato puro, della beatitudine e dellamore. Perci il corpo e la psiche vengono purificati attraverso gli asana o posizioni ed il pranayama, fino ad ottenere il silenzio del corpo, del respiro e della mente e rimanere nello stato esistenziale di pura coscienza. Il movimento dello psiche che si esprime attraverso il corpo, sostenuto anche nel suo movimento, e il respiro viene calmato e direzionato verso il positivo. Per positivo si intende quello che non crea accumulo, per esempio, un amore sincero e incondizionato non crea accumulo, inizia e finisce in se stesso, e basta. Un amore condizionato dal quale nasce attaccamento, desiderio di possesso ecc negativo perch produce accumulo condizionante e non ci sar fine alle azioni condizionate che nasceranno da questi accumuli che non permetteranno di vivere nel qui ed ora e strangoleranno la propria potenzialit creativa. La direzione dello yoga data ed illuminata dagli yama e niyama. Quindi per chi inizia lo yoga notare le proprie azioni e il proprio movimento psichico limitato soltanto alla pratica, ma nel tempo si accorger che queste osservazioni interiori fanno strada allinterno di s fino a trasformare profondamente e permanentemente il movimento psichico al positivo. Dalle azioni di asana e pranayama, illuminati dagli yama e niyama, nasce uno stato di profonda concentrazione permanente nel qui ed ora , la mente smette la sua corsa avanti e indietro nel tempo condizionando continuamente il vissuto. Nasce il pragmatismo e le azioni compiute e necessarie per partecipare alla vita e rispondere alla vita stessa non ruotano pi attorno ad un immagine di s stessi, ma si apre una visione estesa, ampia e non egoica.

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Qui di seguito larticolo scritto dal grande ed amatissimo insegnante Antonio Nuzzo pubblicato recentemente, che tratta linsegnamento della pratica dello yoga. Quanto segue la versione integrale in originale. Lo stress, lagitazione, il nervosismo, lansiet, linsonnia sono il risultato della goffa abitudine di voler nascondere le nostre debolezze ostentando lesatto opposto. necessario scoprire un delicato senso di abbandono alla vita, essere consapevoli dellincertezza e permettere alla ricerca yoga di visitare quella parte del cuore dove si nasconde lamore, la tenerezza, lumilt, la vulnerabilit, la fiducia, il silenzio. Coltivare con dedizione quella capacit che permette ad ogni praticante di vivere listante con una consapevolezza che non pu essere turbato da preconcetti sul passato o dalle proiezioni sul futuro che il pensiero porta con s. Linsegnamento e la pratica dello yoga sono unarte raffinatissima che richiede la conoscenza e lo studio accurato di alcuni testi tradizionali. Il termine teoria adottato per definire il tema dei Klea non dovrebbe trarre in inganno e far pensare che tratteremo un aspetto solo teorico o quantomeno poco inerente alla pratica quotidiana. Siamo abituati a separare gli ambiti: a praticare le famosissime posizioni, sana, e le respirazioni energetiche, prnayma, senza mai occuparci di quella che potremmo definire educazione al pensare, utile proprio durante lazione e non in separata sede come mera conoscenza teorica. Questo concetto esposto in forma chiara e sintetica nel testo yoga-str di cui Patanjali (secondo alcuni studiosi, attivo nel II secolo a.C. e secondo altri, nel IV o nel V secolo d. C.) ritenuto lautore, fondatore e codificatore del Raja-yoga che rappresenta il riferimento pi autorevole per tutte le altre vie o sentieri dello yoga. Considerando il carattere estremamente ermetico del testo, consultarlo e analizzarlo solo da un punto di vista filosofico e\o teoretico potrebbe portare ad una incomprensione; al contrario, se la lettura del testo sostenuta da una pratica di yoga sincera e intensa, si scopre, considerando la grande abilit pedagogica e didattica dellautore, larmonia e lessenzialit dei dettami indicati. Essa diventa uno strumento oltremodo indispensabile per comprendere la priorit, lorientamento da imprimere al proprio pensiero, che a volte anche autarchico, competitivo, violento, comparativo e tende a esprimere valutazioni e giudizi anche durante la pratica di hatha-yoga e di qualsiasi altra mrga (sentiero dello yoga): bhakti-yoga, karma-yoga, jnna-yoga, laya-yoga. Ogni azione, scrive Patanjali, affetta da cinque matrici produttrici di fenomeni psico-coscienziali chiamate klea, che alimentano le vrtti. Come le acque agitate e tormentose di un torrente, cariche di vortici e interrotte da grossi massi che ne accentuano il decorso turbolento, cos le vrtti affliggono la coscienza, in particolare quando questa assoggettata a forti emozioni, sensazioni e paure.

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Lobiettivo dello yoga di offrire un metodo che permetta al praticante di riuscire a mantenere lorientamento, la propria stabilit e la propria direzione anche quando investito da tempeste interiori. Il metodo che viene adottato non repressivo e tanto meno diversivo; si basa sulla necessit di acquisire una conoscenza metafisica per preparare il terreno interiore, utilizzando alcune tecniche ascetiche abbinate al metodo della contemplazione. Questo porterebbe allevoluzione della coscienza abituale in una coscienza qualitativamente diversa in grado di sperimentare la verit metafisica. Si impara quindi a conoscere tutti gli stati che turbano la coscienza delluomo, che sono illimitati, ma possono essere ricondotti a tre categorie principali: 1- errori e allucinazioni, 2- la totalit delle esperienze psicologiche, 3- le esperienze parapsicologiche. La ricerca di una coscienza superiore permette di cambiare le priorit e i valori che sono allorigine degli attaccamenti, dei processi emotivi e anche sensoriali. Da bambini avevamo effettivamente interessi diversi da quelli sviluppati in et adolescenziale o in et matura, e di conseguenza le motivazioni di allora alimentavano emozioni, sensazioni, ansie e agitazioni che oggi possono solo suscitare un simpatico ricordo. E proprio questo linsegnamento che si vuole tramandare a chi ha intenzione di percorrere la via che lo porter al di l della mente stessa e permettere unefficace preparazione al conseguente accesso alla dimensione meditativa. Nessuna via dello yoga esente da questa modalit neppure quella tanto usata da noi occidentali: lo Hatha-Yoga. Nel secondo verso di uno dei pi antichi testi di riferimento dello HathaYoga, Hatha-yoga-pradpik, letteralmente la piccola lampada dello hathayoga, Svatmarama, afferma di voler esporre la scienza dello hatha unicamente e con il solo scopo di permettere laccesso al Raja-yoga (Yoga regale di Patanjali). Con il termine unicamente lautore esclude perentoriamente qualsiasi altro scopo alle tecniche di hatha-yoga che si appresta a descrivere. Se condiviso questo progetto, non sufficiente abbracciare una delle varie mrga o sentieri dello yoga, ma andrebbe adottata la priorit richiesta dal maestro al discepolo, dallo yoga al seguace. Viene quindi esclusa dalla pratica qualsiasi modalit di agire e di praticare meccanicamente o automaticamente senza la partecipazione di una presenza permanente che orienta, indirizza il corpo e la mente verso la meta prefissata e laccortezza di indirizzare e di coltivare il proprio interesse verso la priorit prescelta. Praticare yoga significa quindi essere partecipativo, consapevole non solo ai processi fisici, e con questo si intende lazione sul corpo e sul respiro, ma anche ai contenuti della mente spontanea. Questi contenuti sono tanti: limmaginazione, la fantasia, le proiezioni mentali derivanti da dinamiche psicologiche interiori, labitudine al confronto, al giudizio e alla valutazione, linterpretazione, il dubbio, la prevaricazione, la 115

violenza. Riuscire progressivamente ad attribuire ad essi meno importanza e valore e ridurne cos nel tempo la crescita e la virulenza. Il libero movimento della mente porta con s contenuti destabilizzanti che creano non solo ulteriori processi mentali, ma anche emozioni, attivit bio-chimiche spontanee, stimoli del sistema nervoso dal quale possono derivare anche contratture muscolari e vari altri disagi fisici. Lelemento focale pi importante capire che la pratica di hatha-yoga solo uneccellente occasione per imparare con tanta pazienza ad osservare, con una coscienza elevata, e comprendere lentamente col tempo, nel rigoroso silenzio della mente, quale testimone, la totalit del processo della vita. Allinizio del secondo capitolo, dedicato alla sdhan (pratica), il testo di Patanjali rivela, che allorigine delle vrtti, i vortici della mente, ci sono delle matrici che ne condizionano lorientamento. Queste matrici si chiamano klea, sono le cinque matrici che inducono sofferenza e condizionano le azioni, le scelte di vita e lorientamento degli stessi processi mentali. 1- Avidy la prima delle cinque; una parola sanscrita composta, che significa condizione interiore di non conoscenza, comunemente tradotta con la parola ignoranza. A questo termine non va attribuito il significato che oggi riveste nel linguaggio comune, quello di mancanza distruzione, di cultura, o ancora, di mancata acquisizione di una perfetta conoscenza delle supreme e pi alte verit filosofiche e religiose. In questo contesto, il termine ignoranza indica la diffusa abitudine di non saper collocare gli aspetti prioritari, dal punto di vista della ricerca yoga, rispetto alle priorit derivanti da una visione comune che tende a soddisfare prevalentemente lego. Tanto vero che in sanscrito esiste il termine bhoga, utilizzato dallo stesso Patanjali, che designa esattamente lazione che ha come priorit quella di soddisfare soltanto il proprio ego, il proprio piacere concreto, materiale, affettivo e psichico. Con questa affermazione non si vuole indicare che il praticante non dovr effettuare pi nessuna azione che porti al piacere o al proprio vantaggio, ma che dovr imparare ad attribuire il giusto valore a questo genere di piacere, coltivando parallelamente la priorit assoluta di colui che si sente un vero seguace dello yoga. Applicare questo principio nello hatha-yoga, significa in pratica imparare a individuare, con laiuto del proprio istruttore, tutor o maestro, nel procedere della ricerca, tutte le motivazioni che emergeranno in funzione delle varie pratiche sostenute, il vantaggio personale, che sia esso fisico, salutistico o di altro genere. Controllare il livello di interesse che parallelamente si coltiva in funzione della elevata finalit, in modo tale da ridurre il peso di avidy. Avidy rappresentata da Patanjali come un campo dove nascono piante spontanee. In questo campo vivono gli altri quattro klea che rispondono ai nomi di: asmit, rga, dvea, abhinivesha. Essi si espandono, talvolta, al punto tale da sviluppare ossessioni, paure, timori, incertezze, ansie, da un lato, e effimere gioie, piaceri, soddisfazioni e gratificazioni, dallaltro.

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Si pu imparare a coltivare in maniera equilibrata e a contenere la loro espansione e la loro crescita. La scelta del modo in cui coltivarle solitamente non consapevole, ma in chi pratica correttamente lo yoga lo diventa. A titolo informativo, voglio avvertire coloro che intendono insegnare lo yoga o praticarlo con sincera dedizione che la pratica che non tiene conto di queste considerazioni incrementa e accelera la proliferazione sia delle vrtti sia dei klea e, non solo, alimenta la caparbia convinzione e lostinazione di trovarsi nel vero e in linea con la tradizione. 2- Asmit uno dei figli di avidy, il primogenito, quella matrice che nasce dalla profonda confusione, dal guardare, con la mente condizionata da avidy, allio cosciente come a unidentit soprannaturale. Questa credenza porta alla sopravalutazione di se stessi, allegocentrismo, allegoismo, condizione che preclude una visione equilibrata, serena e chiara. Il percorso dello yoga che, ricordo, si basa sullo sviluppo della consapevolezza e della chiara visione, viene notevolmente inficiato e spesso si entra in un tunnel scuro senza sbocco. 3 4 Rga e dvea sono le matrici che fanno emergere le vrtti che affondano le loro profonde e ramificate radici nelle aree pi nascoste dellinconscio, da dove emerge quel desiderio pressante di voler raggiungere a tutti i costi il piacere, la gioia il divertimento, il benessere, la passione, lamore e nel contempo di evitare con repulsione, disgusto, ripugnanza tutto ci che porta dolore, sofferenza, malattia. Ricercare e preferire solo alcuni aspetti della vita e cercare di allontanare illusoriamente gli aspetti che giudichiamo dolorosi e negativi, di cui abbiamo paura e terrore. 5- Abhinivesha, lultimo dei cinque klea, significa letteralmente gusto che si ha di se stessi. Potremmo definirlo anche istinto di conservazione oppure ancora testardo attaccamento alla vita come forza radicata in ogni essere vivente. Abitualmente alla parola abhinivesha si attribuisce il significato pi comune: paura della morte. Da qui potete capire quanto sia inopportuno praticare lo yoga con meccanicit e con false finalit oppure applicare tecniche, anche le pi raffinate, con dovizia di particolari tratti dalla fisiologia articolare e dallanatomia, con informazioni accurate sui benefici e vantaggi, per poterli coltivare nel tempo, come se si volesse, direbbero gli Yogi, sostenere e nutrire i klea e le vrtti. Questa potrebbe essere lennesima errata strategia messa a punto per distrarre, illudere o velare a noi stessi la paura ed esibire invece lesatto opposto: il senso di onnipotenza, di forza, di vitalit, di immortalit. Forse tutto ci rende luomo capace di inibire la paura e di vivere eludendola, come se non lavesse ma, al tempo stesso, lo rende pi debole e impreparato, non pi nei confronti della paura, ma sicuramente di fronte alla tangibile esperienza della vita. Lo stress, lagitazione, il nervosismo, lansiet, linsonnia sono il risultato di questa goffa abitudine di voler nascondere le nostre debolezze racchiuse in queste matrici ostentando lesatto opposto. E lo yoga per noi occidentali stato confezionato in linea con le nostre tendenze e abitudini e tutto ci fa crescere il senso di falsit e di illusoriet.

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E necessario scoprire un delicato senso di abbandono alla vita, essere consapevoli dellincertezza e permettere alla ricerca yoga di visitare quella parte del cuore dove si nasconde lamore, la tenerezza, lumilt, la vulnerabilit, la fiducia, il silenzio. Coltivare con dedizione quella capacit che permette ad ogni praticante di vivere listante con una consapevolezza che non pu essere turbata dai preconcetti sul passato o dalle proiezioni sul futuro che il pensiero porta con s. Linsegnamento e la pratica dello yoga sono veramente unarte raffinatissima che richiede la conoscenza e lo studio accurato di alcuni testi tradizionali che non debbono essere considerati mere conoscenze intellettuali da sfoggiare nei salotti, dove si fa bella figura a esibire nozioni, conoscenze, dottrine e studi, ma devono servire a individuare la modalit giusta per incidere in modo profondo sulla propria e personale pratica quotidiana di yoga e pi specificatamente di hatha-yoga. Lintroduzione della pratica di yoga in Occidente, e in particolare in Italia, ancora troppo recente e la comunit di yoga non pu ancora abbracciare limmensa dottrina tramandataci dagli antichi Maestri: come un bambino di pochi mesi che si appresta a camminare. Inevitabilmente, i suoi primi passi saranno incerti, ma la cosa interessante da osservare che i primi passi sono sempre affrettati poich non si ancora acquisito equilibrio e stabilit. Cos, noi occidentali ci affrettiamo ad apprendere le tecniche fisiche, cercando di esibire movimenti perfetti, come se si trattasse di danza o di ginnastica, per essere giudicati bravi dagli altri, senza aver appreso e applicato linsegnamento in tutta la sua profondit. Lo yoga innesca un processo di purificazione che non si limita alla mera pulizia interna ed esterna del corpo attraverso le pratiche fisiche, ma queste assumono il valore di un gesto, di un messaggio simbolico che incita lindividuo a procedere verso una purificazione ben pi vasta, verso uno stato di consapevolezza non reattiva, per raggiungere una vera apertura e un fiducioso e totale abbandono alla vita. Antonio Nuzzo

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Il potere della Mente di Flavio Daniele


Tutte le arti marziali e in particolare il Taiji Quan, si basano sullo sviluppo armonico di quello che i maestri chiamano il principio dei Tre Poteri o delle Tre armonie , e cio: il potere della mente, il potere dellenergia e il potere del corpo. Nel mio precedente articolo, comparso nel numero di giugno 99, intitolato Rapporto tra corpo, mente ed energia , abbiamo cominciato ad esaminare il potere della mente (Yi ) inteso come idea, attenzione, intenzione e volont cosciente ( Yi Nian ), nel presente esamineremo lo Yi come coscienza, consapevolezza, intuizione ( Yi Shi ). Ci non rappresenta un inutile esercizio intellettuale, ma invece un passaggio obbligato, perch il Taiji un arte estremamente raffinata ed i suoi confini non sono limitati al campo marziale, ma lo trascendono. Il significato che i maestri cinesi danno al termine Yi molto complesso e coinvolge in maniera interattiva la mente, nei suoi molteplici aspetti; il corpo, con le sue potenzialit; e lo spirito. Yi lalfa e lomega, il principio e la fine, la luce che illumina la mente. Con Yi Shi il praticante incomincia un vero e proprio processo di evoluzione interiore che lo coinvolge in maniera profonda . Infatti, mentre Yi Nian, nei suoi vari aspetti di volont, attenzione, concentrazione, molto utili nella vita quotidiana, pu essere priva di valenze spirituali; Yi Shi al contrario, coinvolgendo aspetti metafisici dellesistenza umana, ne ricca. Cos come le tre qualit di Yi Nian, che sono comuni a tutti gli esseri umani, sono in base al loro livello di sviluppo quelle che fanno la differenza tra un uomo di successo, in grado di orientare la sua vita vivendola da protagonista e luomo velleitario e inconcludente che, invece, la subisce. Alla stessa maniera lo sviluppo di Yi Shi (coscienza, consapevolezza, intuizione), fa la differenza tra luomo di successo mondano, che non si pone obiettivi di carattere spirituale ( un grande campione sportivo, un imprenditore affermato o un famoso scienziato sono tutti esempi di personalit che hanno sviluppato ad un buon livello volont, attenzione e concentrazione ) e luomo che, invece, fa della trasformazione interiore e del miglioramento di s lo scopo della sua vita, espandendo la sua coscienza oltre i confini della realt fittizia dellIo. Coscienza Quello che differenzia l'essere umano dagli altri esseri viventi la coscienza di s, egli non solo sa e sente di esistere, ma conscio di ci. Sostanzialmente si pu parlare di due fondamentali stati di coscienza: una di tipo biologico, bagaglio comune di tutti gli esseri umani; ed una che possiamo chiamare metafisica. La prima, relata alla mente ordinaria, nasce dai sensi e dall'attivit di pensiero, il suo motto il "cogito ergo sum" di cartesiana memoria; la seconda, relata alla Mente Universale, metafisica e va oltre la comune attivit di pensiero.

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La coscienza biologica o ordinaria, legata all'Io, dualistica: Io e inconscio, psiche e soma, soggetto e oggetto, ragione ed istinto, cuore e cervello. La coscienza metafisica, al contrario, frutto di una intensa fase introspettiva, scevra da ogni analisi intellettuale, da ogni pensiero discorsivo e conclusioni logiche senza Io . La coscienza metafisica si sviluppa attraverso la pratica della meditazione e della pacificazione del pensiero cosciente, armonizzando i nostri pensieri fino al punto di fermare il dialogo interiore ed operare il rovesciamento dell'orientamento della nostra visione interiore dalla molteplicit all'unit, dall'Io al non Io, dall'individualit all'universalit. Le grandi tradizioni orientali, perfettamente consce di ci, hanno elaborato tecniche sofisticatissime per raggiungere lo scopo di bloccare il "dialogo interiore" e rompere il "circolo vizioso" che mantiene in vita la falsa "percezione" del mondo e sviluppare la vera consapevolezza., che si manifesta quando la mente entra in uno stato di assoluto silenzio e non genera pi pensieri: Si consapevoli di "essere", senza bisogno di pensare, per esserne consapevoli - . Far tacere i pensieri, bloccare il dialogo interiore uno dei punti chiave per accedere ad una retta visione di noi stessi e della realt circostante. Il silenzio interiore ed il vuoto mentale che ne consegue, di cui parlano le tradizioni, sembrano per l'uomo ordinario un'opera titanica difficilmente realizzabile che solo pochi individui particolarmente dotati possono raggiungere. Infatti cos, sono veramente pochi coloro che riescono, ma non tanto per una difficolt intrinseca allopera, ma piuttosto per un approccio errato. Cos , molto spesso, quando si approcciano le dimensioni interiori, siamo noi stessi che con i nostri preconcetti mentali vanifichiamo i nostri sforzi. L'ipotesi, che nel nostro caso rende impossibile la soluzione, che per sua "forma mentis" l'uomo occidentale portato a pensare che tutto passa attraverso unattivit di pensiero. Ma pensare di non pensare non produce il "vuoto", bens un altro pensiero: si cerca di smettere di pensare pensando allo smettere di pensare. E' una situazione assurda e paradossale, che genera solo frustrazione e dolore, senza apparente via d'uscita. Ma come spesso accade la soluzione pi semplice del previsto, basta operare un cambiamento passando a un livello logico superiore: Il silenzio semplicemente al di fuori della sfera di attivit del pensiero. Il processo del pensiero una delle attivit umane pi alte e pi nobili, ma per quanto grande limitato, il problema di comprendere quindi che esso solo una delle infinite forme di percezione e che restare ancorati alla sua sfera di azione ci taglia fuori da tutte le altre realt dimensionali. Vediamo quindi come praticamente possiamo procedere per rendere possibile il raggiungimento di alcuni traguardi che ci permettono di rendere pi stabile e forte la nostra mente. Per farlo dobbiamo tracciare una specie di percorso definendo in maniera chiara i passi fondamentali. Il silenzio interiore e il vuoto mentale si generano l'uno l'altro in un flusso circolare che si autoalimenta, per mentre il vuoto mentale silenzio interiore 120

assoluto, in quanto vi unassenza totale di pensieri, il raggiungimento dello stato di silenzio interiore non presuppone automaticamente il vuoto mentale, n rappresenta solo la condizione indispensabile ma non sufficiente . Per capire meglio dobbiamo chiarire la differenza tra il semplice silenzio interiore, che consegue alla cessazione del dialogo interno, e quello assoluto che consegue al blocco dellattivit pensante della mente. Il primo non presuppone unassenza totale di pensieri, ma solo la cessazione del loro fluire disordinato, caotico e rumoroso , il secondo richiede non solo la realizzazione di determinate condizioni tecniche( cessazione del dialogo, silenzio, blocco dellattivit pensante etc. ), ma anche lo sviluppo di determinate caratteristiche di ordine spirituale, senza le quali qualsiasi tecnica risulta completamente inutile. In una prima fase, quindi, non si cerca di fare il vuoto mentale, ma solo di armonizzare lattivit della mente spegnendo gradualmente il dialogo interno: si pensa non in maniera discorsiva con parole, ma per immagini, un po come se sullo schermo della mente si proiettasse un film senza sonoro. Nella mente c silenzio, ma non assenza di pensieri: come in una valle di alta montagna, ed i nostri pensieri sono come uccelli che volteggiano silenziosi nellaria. Consapevolezza La consapevolezza viene comunemente intesa come "essere coscienti di ...", ma in realt qualcosa di pi complesso che presuppone anche un vero e proprio processo di conoscenza. Quindi: Consapevolezza come processo dinamico di conoscenza che permette di prendere coscienza di.... . Una conoscenza, ovviamente, che non scaturisce da un sapere esclusivamente mentale, intellettuale e astratto; ma da un sapere di ordine diverso, diretto e immediato che nasce dall'esperienza di tutto il corpo e la mente, un sapere che pratica attiva con tutto il proprio essere. Dopo questa definizione di carattere generale, possiamo parlare per meglio precisare i contenuti di diversi tipi di consapevolezza che, pur avendo identica funzionalit, sono per differenti nel centro focale agendo a diversi livelli di sviluppo. Abbiamo cos la consapevolezza della forma corporea ( Xing ), dell'energia e della mente-cuore ( Xin ). La suddivisione, data la loro naturale interdipendenza, solo formale non sostanziale, ogni problema inerente ad ognuna di esse ha ripercussione sulle altre, come pure ogni cosciente miglioramento. La consapevolezza corporea, che il punto di partenza che apre la strada alle altre due, possiamo definirla come'la conoscenza di se stessi attraverso il corpo'. Differenziazione ed Integrazione Operativamente il praticante deve essere attento ad ogni movimento e posizione del corpo, deve affinare sempre di pi la sua capacit di percezione delle variazioni toniche dei muscoli raffinando ulteriormente la sensibilit cinestetica per sentire quali parti del corpo troppo tese devono essere rilassate, e quali troppo deboli, invece, devono essere rinforzate, deve rendere il suo corpo intelligente e vivo, deve essere in grado di differenziare la parte destra 121

dalla sinistra, l'alta dalla bassa, l'anteriore da quella posteriore, il centro dalla periferia. Dalla differenziazione delle varie parti strutturali deve essere in grado di passare all'integrazione, armonizzando la destra con la sinistra, l'alta con la bassa..... e cos di seguito in processo di apprendimento sempre pi sottile e raffinato in grado di ristabilire l'equilibrio dinamico di tutta la struttura corporea in maniera efficace ed economica. Senza sviluppo cosciente della consapevolezza corporea non c' progresso nella pratica perch non creandosi la fusione armonica tra Yi ( pensiero cosciente), Xing ( forma corporea) e Qi (energia interna) manca il giusto modo di agire. Infine, la consapevolezza della mente-cuore (Xin ), la presa di coscienza dei propri processi mentali e delle proprie emozioni; una attenzione continua ai propri stati interiori, che sviluppa la capacit introspettiva della mente di osservare se stessa, la sua esperienza e le sue emozioni. Intuizione "Il Pensiero di una Mente Pura Pura Intuizione" Quando la mente libera dai pensieri che la distraggono, i sensi funzionano in maniera chiara e finalizzata. Quando la mente chiara e trasparente come le limpide acque di un lago di montagna, allora riflette tutto quello che le sta attorno. Questa capacit di una mente pacificata di entrare in risonanza con l'ambiente circostante cogliendone le sottili sfumature costituisce la base per lo sviluppo di un'altra caratteristica fondamentale: l'intuizione. L'intuizione appartiene al regno dello spirito come questo non pu essere allenata direttamente, un frutto che sorge spontaneamente quando tutte le condizioni coincidono. Come un contadino non lavora direttamente sul frutto, ma sul terreno e sulla pianta, cos per sviluppare l'intuizione bisogna lavorare sul rilassamento e sulla pace interiore. Il contadino sa per esperienza che per ottenere dei buoni frutti non deve forzare la natura, ma deve seguirla e aiutarla nel suo compito. Non pu tirare il grano per farlo crescere pi in fretta, ma deve avere una infinita pazienza per farlo giungere a maturazione. Sa che non lui a far maturare i frutti, ma perfettamente conscio degli sforzi quotidiani che deve compiere affinch la natura svolga la meglio la sua azione. Analogamente si deve comportare il praticante. Ogni tensione fisica o emotiva allontana l'obiettivo; andare oltre per eccesso di tensione lo stesso che rimanere indietro, in ambedue i casi non lo si coglie. Bisogna liberarsi di ogni tensione e portare l'attenzione sui giusti mezzi e sul giusto modo di fare; solo allora si svilupper quella tranquillit che assicura l'efficacia dello sforzo, un bel giorno l'obiettivo sar raggiunto in modo del tutto spontaneo. Sar come cogliere un frutto maturo, un premio naturale prodotto dall'unione armonica delle cinque qualit della mente ( Volont, Attenzione, Concentrazione, Coscienza, Consapevolezza ), che sono, metaforicamente, come le dita di una mano che agendo assieme staccano il frutto maturo dall'albero.

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Dalla volont si sviluppa lattenzione, e quando si volontariamente attenti si sviluppa la concentrazione. Quando si in grado di concentrarsi volontariamente senza interruzioni per il tempo che si desidera, allora si sviluppa una introspezione cos costante da fare emergere uno stato di coscienza pi profondo, che produce una nuova dimensione di esperienza personale in perfetta armonia con la nostra fonte pi vera. Quando questo avviene la mente si apre ad una conoscenza dordine superiore che sviluppa la vera consapevolezza. La fusione armonica di queste cinque qualit della mente aprono le porte della pura intuizione e lo Yi evolve nello Shen. "Il Pensiero di una Mente Pura Pura Intuizione" "La Pura Intuizione Pura Percezione" "La Pura Percezione Pura Sensibilit" Sviluppare la sensibilit richiede un particolare lavoro sia sul corpo che sulla mente, come una sensibilissima bilancia dobbiamo essere in grado di percepire le differenze e le variazioni toniche dei nostri muscoli e dei nostri stati emotivi, senza questa abilit non c' apprendimento, ne evoluzione nella capacit di apprendere. Rigidit ed eccessivo uso della forza tolgono sensibilit , al contrario la sensibilit e la leggerezza affinano la percezione cos che anche una piuma che sfiora il corpo pu essere avvertita. Tutto il corpo e in particolare braccia e gambe debbono diventare come degli acuti sensori che tengono sotto controllo l'ambiente circostante e l'avversario, avvertendone ogni minima variazione cos da adeguare perfettamente ogni azione alla sua. Se non si sviluppa la sensibilit allora bisogna imparare ad essere veloci per essere in grado di parare o schivare un eventuale attacco, se invece si ha la perfetta percezione dei suoi movimenti lo si pu precedere anche con un movimento relativamente lento. Molto spesso le tecniche pi spettacolari nascondono, nella rapidit del gesto, una scarsa percezione. I veri maestri non sono mai spettacolari, la loro azione sempre perfettamente calibrata, poco o niente traspare all'esterno, fuori sembra lento, dentro veloce come il fulmine. "Chi lento nello spirito deve essere veloce con il corpo" Notizie sull'autore: Flavio Daniele, laureato in ingegneria, vive a Bologna dove insegna arti marziali interne (Taiji stile Chen e Yang, Xing-Yi), Qi Gong e Shaolin kung-fu. Dirige la Scuola Italiana di Arti Marziali Interne NEI DAN per la formazione di istruttori - Tel. 051 - 239578. Ha cominciato la pratica alla fine degli anni sessanta con il Karate Shotokan ( 3 dan J.K.A.) e con lo Yoga. E' autore del libro "Le Tre Vie del Tao" - Meb Ediz. e di un video sul Taiji di stile Yang (distribuito in libreria ) edito dalla Red. Chi fosse interessato ad approfondire le arti marziali interne pu contattarlo allo 051 239578 oppure 0347 8701436

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Brani tratti dalla Guida Spirituale di Miguel de Molinos

MEDITAZIONE E CONTEMPLAZIONE:
Due modi vi sono per andare verso Dio: luno per riflessione e ragionamento, laltro per purezza di fede, conoscenza indistinta, generale e confusa. Il primo si chiama meditazione, il secondo raccoglimento interiore o contemplazione acquisita. Il primo dei principianti, il secondo dei colti; il primo sensibile e materiale, il secondo pi nudo, puro e interiore. Quando lanima gi abituata a ragionare di misteri, accompagnandosi con la fantasia e servendosi di immagini corporali, essendo tratta da creatura a creatura e da conoscenza a conoscenza (avendone assai scarsa di quella che desidera) e da queste al Creatore, allora suole Dio prenderla per mano se non avviene che la richiami ai principi e lavvii senza discussione per il cammino della pura fede e facendo che lintelletto si lasci dietro tutte le considerazioni e i ragionamenti, la tira innanzi e toglie da quello stato sensibile e materiale, e fa che, sotto una semplice e oscura notizia di fede, aspiri solo con le ali dellamore al suo Sposo, senza che abbia bisogno per amarlo di persuasioni e informazioni dellintelletto, perch in tal modo sarebbe molto costoso il suo amore, molto dipendente dalle creature, molto a gocce, e codeste cadute a intervalli, lente. Quanto meno dipender dalle creature e pi si appogger solo a Dio e al suo segreto insegnamento, mediante la fede pura, pi saldo, duraturo e forte sar lamore. Dopo che lanima ha acquistato la conoscenza che le possono dare tutte le meditazioni e le immagini corporali delle creature, se ora il Signore la trae da quello stato, privandola del ragionamento, lasciandola nella divina tenebra, perch avanzi per il cammino diritto e per la fede pura, si lasci guidare e non domandi amore con la scarsezza e povert che esse le insegnano, ma supponga che niente quanto tutto il mondo e i pi fini concetti degli intelletti pi savi le possano dire, e che la bont e la bellezza del suo amato trascende infinitamente tutto il suo sapere, persuadendosi che tutte le creature sono troppo ignoranti per informarla e trarla alla verace conoscenza del suo Dio. AMARE SENZA CONOSCERE: Deve, quindi, avanzare col suo amore lasciandosi dietro tutte le sue conoscenze. Ami Dio come in s e non come glielo presenta e forma la sua immaginazione; e se non lo pu conoscere come in s, lo ami senza conoscerlo, sotto i velami oscuri della fede, alla guisa di un figlio che mai vide suo padre, per quel che di lui gli hanno riferito, e a cui profondamente crede, lo ama come se gi lo avesse veduto.

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Lanima cui si tolto il ragionamento, non deve violentarsi, n cercare per forza notizia pi chiara e particolare, ma senza gioghi n aiuti di conforto o notizie sensibili, con povert di spirito e vuotezza di tutto quanto il suo naturale appetito le chiede, restar quieta, ferma e costante, lasciando operare il Signore, anche se si veda sola, arida e piena di tenebra, perch sebbene le sembrer oziosit, essa solo della sua semplicit e materiale attivit, non di quella di Dio, il quale sta suscitando in essa la scienza vera. Diranno che la volont non amer, ma se ne star oziosa se lintelletto non capisce con precisione e chiaramente; perch accertato principio che non si pu amare se non ci che si conosce. A ci si risponde che anche se lintelletto non conosca distintamente, merc ragionamento, immagini e considerazioni, intende e conosce in virt della oscura fede, generale e confusa, la cui conoscenza, sebbene cos oscura, indistinta e generale, poich soprannaturale, pi chiara e perfetta conoscenza di Dio di qualunque nozione sensibile e particolare che in questa vita si possa formare, perch ogni immagine corporale e sensibile dista da Dio infinitamente. LA VERA CONOSCENZA DI DIO: Pi perfettamente dice san Dionisio conosciamo Dio per negazioni che per affermazioni. Pi altamente sentiamo Dio sapendo che incomprensibile, e al di sopra di ogni nostra intelligenza, che conoscendolo sotto qualche immagine e bellezza creata, e intendendolo a nostro grossolano modo (Mistica Theolog., cap. I, 2). perci che maggiore stima e amore si genera da questo modo confuso, oscuro e negativo, che da qualunque altro sensibile e distinto; perch quello pi proprio di Dio e nudo di creature, e questo, al contrario, quanto pi dipende dalle creature, tanto meno tiene di Dio. Quando gi lanima conosce la verit, sia per labitudine che ha acquistata nei ragionamenti o perch il Signore le ha data particolare luce, e quando ha fissi gli occhi dellintelletto in codesta verit, guardandola semplicemente, con quietudine, calma e silenzio, senza bisogno di considerazioni, n di discorsi, n daltre prove per convincersi; e la volont sta amando, meravigliandosi e godendo di essa; questa si chiama propriamente orazione di fede, di quiete, raccoglimento interiore o contemplazione. La quale, dicono san Tommaso e tutti i maestri mistici, una visione ingenua, soave e quieta della eterna verit, senza ragionamento, n riflessione. Ma se si rallegra o guarda gli effetti di Dio nelle creature, e tra quelle, nellumanit di Cristo, come pi perfetta di tutte, questa non perfetta contemplazione, secondo prova San Tommaso, poich tutte quelle sono mezzi per conoscere Dio come in s; e sebbene lumanit di Cristo sia il mezzo pi santo e pi perfetto per giungere fino a Dio, e il supremo strumento della nostra salvezza, e il canale attraverso il quale riceviamo tutto il bene che speriamo, con tutto ci, lumanit non il sommo bene, il quale consiste nel 125

vedere Dio. Ora, poich Ges Cristo tale pi per la sua divinit che per la sua umanit, cos chi pensa e guarda sempre a Dio, come la divinit congiunta alla umanit sempre guarda e pensa a Ges Cristo; e maggiormente il contemplativo nel quale la fede pi ingenua, pura ed esercitata. IL RAGGIUNGIMENTO DELLA QUIETE: Sempre che si raggiunge il fine cessano i mezzi e, giungendo in porto, la navigazione. Cos lanima, se, dopo essersi affaticata nella meditazione, giunge alla quiete, alla calma e al riposo della contemplazione, deve allora ridurre i ragionamenti e riposare quieta con sollecitudine amorosa e ingenua visione di Dio, guardandolo e amandolo, respingendo con soavit tutte le immaginazioni che gli si offrono, acquietando lintelletto in quella divina presenza, raccogliendo la memoria, fissandola tutta in Dio, appagandosi della conoscenza generale e confusa che di Lui possiede in virt della fede, applicando tutta la sua volont nellamarlo, dove ha fondamento tutto il frutto. Dice San Dionisio (Mistics Theol.): In quanto a voi, carissimo Timoteo, applicandovi seriamente alle mistiche speculazioni, lasciate i sentimenti e le operazioni dellintelletto, tutti gli oggetti sensibili e intelligibili e universalmente tutte le cose che esistono e quelle che non esistono, e in un modo conosciuto e ineffabile, per quanto alluomo possibile, sollevatevi verso la unione con Colui che al di sopra di tutta la natura e la conoscenza. Fin qui il Santo. Dunque occorre abbandonare ogni essere creato, tutto ci che sensibile, tutto ci che intelligibile, affettivo, e finalmente tutto quel che e quel che non , per sommergersi nellamoroso seno di Dio, perch egli ci restituir tutto ci che avremo lasciato, insieme a nuova forza ed efficacia per amarlo pi ardentemente; il cui amore ci manterr in questo santo e felice silenzio, che vale pi di tutti gli atti insieme. Dice San Tommaso: molto poco quel che l'intelletto pu attingere di Dio in questa vita; ma molto quel che la volont pu amarne. Quando l'anima giunge a tale stato, deve raccogliersi dentro se stessa, nel suo puro e profondo foro, dove si trova l'immagine di Dio. L sono l'attenzione amorosa, il silenzio, l'oblio di tutte le cose, l'applicazione della volont con perfetta rassegnazione, ascoltando e conversando con Lui cos da soli, come se in tutto il mondo non esistessero altri che loro due. Giustamente dicono i Santi che la meditazione opera con travaglio e con frutto; la contemplazione senza fatica, con serenit, pace, diletto e molto maggior frutto. La meditazione semina e la contemplazione raccoglie; la meditazione cerca e la contemplazione trova; la meditazione rumina il cibo, la contemplazione lo gusta e se ne nutrisce.

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IL SILENZIO INTERIORE E MISTICO: Tre sono le modalit per il silenzio interiore: la prima di parole, la seconda di desideri e la terza di pensieri. Nella prima, di parole, si raggiunge la virt; nella secondasi consegue la quiete e nella terza l'interiore raccoglimento. Non parlando, non desiderando, non pensando si giunge al vero e perfetto silenzio mistico, nel quale Dio parla all'anima, si comunica e le indica nel suo pi intimo fondo la pi perfetta e alta sapienza. A questa interiore solitudine e silenzio mistico chiama e conduce l'anima quando le dice che le vuole parlare da sola, nel pi segreto e intimo del cuore. In questo silenzio mistico devi entrare se vuoi udire la soave, interiore e divina voce. Non ti basta fuggire dal mondo per raggiungere questo tesoro, n rinunciare ai suoi desideri, n distaccarti da tutto il creato, se non ti distacchi da ogni desiderio e pensiero. Riposa in questo mistico silenzio e aprirai la porta perch Dio ti si comunichi, ti unisca a s e ti trasformi. La perfezione dell'anima non consiste nel parlare, n nel pensare molto a Dio, ma nell'amarlo molto. Si raggiunge questo amore per mezzo della rassegnazione perfetta e del silenzio interiore. Tutto opera; l'amore di Dio ha poche parole. L'UOMO ESTERIORE E L'UOMO INTERIORE: Vi sono due tipi di persone spirituali: le une interiori, esteriori le altre. Queste cercano Dio da fuori, per mezzo del discorso, immaginazione e considerazione; procurano con grande sforzo, per raggiungere le virt, molte astinenze, macerazione del corpo e mortificazione dei sensi; si abbandonano alla rigorosa penitenza, si vestono di cilici, castigano la carne con discipline, procurano il silenzio e portano la presenza di Dio, formandoselo presente nella loro idea o immaginazione, ora come pastore, ora come medico, ora come amoroso padre e signore; si deliziano a parlare continuamente di Dio, facendo molto spesso ferventi atti di amore, e tutto ci arte e meditazione. Per questa via desiderano d'essere grandi a forza di volontarie ed esteriori mortificazioni; vanno in cerca dei sensibili affetti e fervorosi sentimenti, sembrando loro che solo quando li posseggono risiede Dio in essi. Questo cammino esteriore e da principianti, e quantunque sia buono, non si arriver mai per esso alla perfezione, n vi si dar un passo, come dimostra l'esperienza in molti, che dopo cinquant'anni di questo esteriore esercizio si trovano vuoti di Dio e pieni di se stessi e di spirituali hanno soltanto il nome. Vi sono altri veri spirituali che sono passati per i principi dell'interiore cammino che quello che conduce alla perfezione ed unione con Dio, al quale li chiam il Signore per la sua infinita misericordia da quel cammino esteriore nel quale si esercitarono dapprima. Costoro, raccolti nell'interno delle proprie anime con vero abbandono nelle mani divine, con oblio e totale nudit anche di 127

se stessi, vanno sempre con spirito sollevato alla presenza del Signore, per fede pura e senza immagine, forma, n figura, ma con grande sicurezza fondata sulla tranquillit interiore e sulla quiete, nel cui infuso raccoglimento attira lo spirito con tanta forza da far rifugiare l dentro l'anima, il cuore, il corpo e tutte le corporali forze.

Da: http://www.mistica.info/prima.htm

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- Verso l'uomo integrale di Pier Angelo Piai La paura del silenzio.


Oggi qualsiasi evento oggetto di discussione, dibattito, polemiche, confronto. Pare proprio che il silenzio non venga preso molto in considerazione. Ma cosa significa realmente fare silenzio? La mentalit comune pensa che silenzio sia semplicemente la mancanza di parola. Ma ogni parola espressa il nostro pensiero mediato dalla voce. Essa estremamente importante per la nostra societ ma ha anche dei limiti: non arriver mai ad esprimere perfettamente ci che vorremmo perch ogni fonema, per quanto sia molto utile, sempre una cristallizzazione del nostro retaggio culturale. Ecco perch il vero silenzio interiore pu contribuire a farci percepire meglio la ricchezza e la povert di ogni parola. Nel comunicare usiamo molti luoghi comuni che riecheggiano dallambiente esterno, dalle persone che frequentiamo e dai mass-media. Essi non sono in realt il frutto del nostro pensiero pi genuino, ma riflessi condizionati che si ripercuotono nei muscoli della lingua. Siamo costantemente immersi nei luoghi comuni e per chi se ne accorge la frequentazione sociale spesso pesante e monotona proprio per questo. Bisogna considerare, allora, un altro tipo di silenzio che molto pi interiore di quello che si pensa. Se nel silenzio siamo realmente attenti a come funziona la nostra mente ci accorgiamo di non saper osservare senza associare alloggetto della nostra osservazione parole gi pre-confezionate. Questo snatura la nostra coscienza originale perch ci serviamo di concetti gi filtrati dalla mentalit comune e quindi la nostra riflessione non realmente creativa e perde la sua originalit. E nel silenzio che noi riusciamo a trascendere ogni forma di linguaggio stereotipato. In esso entriamo nella dimensione del meta-linguaggio, il quale ci aiuta a padroneggiare meglio la situazione per non scadere nei luoghi comuni e lasciarci condizionare dalla mentalit corrente. Ci naturalmente richiede grande attenzione e spirito di osservazione. Il vero silenzio interiore, quindi, consiste nel porre tra parentesi concetti, immagini, e persino fonemi acquisiti sin dallinfanzia. Ci vuole sagacia, avvedutezza e coraggio perch la nostra mente avida di contenuti e teme il vuoto. Anticamente andare nel deserto significava rientrare in se stessi per fronteggiare meglio le situazioni sociali. I monasteri di clausura usano ancora lespressione fare deserto. La mentalit comune naviga perfettamente al contrario e teme il silenzio. Si aderisce a ideologie, partiti, istituzioni ecc. anche perch si vuole delegare il pensiero ad altri. Scaltri oratori parlano molto per dire nulla in molti campi. 129

Lumanit oggi ancora in pericolo perch non sa cosa significhi fare il vero silenzio interiore, il quale il motore del vero progresso civile ed etico. In esso si eviterebbero guerre e conflitti vari, ingiustizie sociali ed economiche, plagi e mistificazioni, errori madornali. E qui calza a proposito un aforisma del grande poeta e scrittore francese Alfred de Vigny: Solo il silenzio grande; il resto debolezza. Pier Angelo Piai Cividale del Friuli (UD) - luglio 2006

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San Romualdo: lesicasta doccidente


Centro Studi Avellaniti: San Romualdo: Storia, agiografia e spiritualit La solitudine aurea e l'hesychia nella tradizione dei Padri del deserto Nella sua attivit di riforma monastica, Romualdo riform e fond sia eremi che monasteri; ma innegabile che le sue preferenze furono rivolte agli eremi. Tuttavia, egli non fu l'innovatore dell'ideale eremitico, giacch da secoli tale vita era praticata in misura notevole anche in Occidente. La sua specifica funzione fu quella di dare una regola ai vari eremiti isolati, i quali, vivendo senza controllo, quasi sempre finivano per giungere a degli eccessi nelle loro forme di ascesi. Perci Romualdo venne chiamato il padre degli eremiti razionali che vivono secondo una regola. La regola che egli proponeva ai suoi discepoli era prima di tutto la Regola di S. Benedetto. Ma, per fortuna, Bruno ci ha anche lasciato una piccola regola che Giovanni ha ricevuto dal maestro Romualdo come guida della sua vita. Trovo una condensazione dell'ideale della solitudine aurea, ossia il secondo bene del carisma romualdino, in tale piccola regola: Siedi nella tua cella come nel paradiso. Scordati del mondo e gettatelo dietro le spalle. Fa' attenzione ai tuoi pensieri come un buon pescatore ai pesci. L'unica via per te si trova nei Salmi, non lasciarla mai. Se da poco sei venuto, e malgrado il tuo primo fervore non riesci a pregare come vorresti, cerca, ora qua ora l, di cantare i Salmi nel cuore e di capirli con la mente. Quando ti viene qualche distrazione, non smettere di leggere; torna in fretta al testo e applica di nuovo l'intelligenza. Anzitutto mettiti alla presenza di Dio come un uomo che sta davanti allimperatore. Svuotati di te stesso e siedi come una piccola creatura, contenta della grazia di Dio; se come una madre Dio non te la doner, non gusterai nulla, non avrai nulla da mangiare. La piccola regola di Romualdo da studiare insieme al capitolo della Vita del Beato Romualdo, dove S. Pier Damiano racconta l'episodio nel quale Romualdo ricevette il dono delle lacrime, della scienza spirituale, e della preghiera mistica. La piccola regola e il capitolo 31 della sua vita, io credo, situano saldamente Romualdo e i suoi discepoli nellantica tradizione della spiritualit esicasta. Il termine esicasmo da comprendere nel senso primitivo, che trova la sua origine presso i Padri del deserto ed giunto al vertice nella spiritualit del monte Sinai, specialmente negli scritti di Giovanni Climaco e di Esichio Sinaitico. 131

mia intenzione commentare la piccola regola e il capitolo 31, collocandoli nel contesto della spiritualit del deserto, specialmente attraverso gli scritti di Giovanni Climaco e di Cassiano. Mentre sappiamo che Romualdo leggeva il libro delle Vite dei Padri e seguiva gli insegnamenti delle loro Conferenze trasmesse da Cassiano, non voglio affermare che Romualdo avesse letto gli scritti di Giovanni Climaco. Tuttavia, essendo La Scala del paradiso di Giovanni Climaco un manuale di noviziato per i monaci orientali, molto probabile che Romualdo avesse conosciuto indirettamente gli insegnamenti del maestro sinaitico grazie a contatti con monaci della tradizione greca. Il termine greco hesychia significa lo stato di silenzio, di quiete, e di tranquillit, che il risultato della cessazione del disturbo e dell'agitazione, esterni e interni. L'espressione purit di cuore di Cassiano contiene l'aspetto di tranquillit dell'anima (tranquillitas mentis), e, perci, l'idea di hesychia. Inoltre, il termine indica anche solitudine e ritiro. In quanto valore essenziale della vita monastica, l'hesychia cercata sia dagli anacoreti che dai monaci cenobitici. Tuttavia, nelle fonti pi antiche, il termine esicasta normalmente significa un monaco che vive nella solitudine, ossia un eremita, diversamente da un monaco cenobita, come osserva Kallistos Ware, uno studioso monaco ortodosso. La frase iniziale della piccola regola di Romualdo, siedi nella tua cella, un'indicazione fondamentale per gli esicasti che abitano nelle celle. Cos il padre Mos disse ad un fratello che si rec a Scete per chiedergli una parola: Va', rimani nella tua cella, e la tua cella ti insegner ogni cosa. Il padre Rufo diede la seguente spiegazione del senso dellhesychia: Lhesychia il rimanere in cella con timore e conoscenza di Dio, tenendosi lontano dal ricordo delle offese e dalla superbia. Il legame stretto fra lhesychia e la cella si trova anche in un detto famoso di Antonio il Grande: Come i pesci muoiono se restano allasciutto, cos i monaci che si attardano fuori della cella o si trattengono fra i mondani, snervano il vigore dell'unione con Dio. Come dunque il pesce al mare, cos noi dobbiamo correre alla cella; perch non accada che, attardandoci fuori, dimentichiamo di custodire il di dentro. L'idea della cella come paradiso pu ritrovarsi in Girolamo, che disse al monaco Rustico: Fin quando rimani nel tuo paese, prendi la tua cella come paradiso. Nella tradizione del deserto, la cella considerata luogo di riposo, casa di preghiera, e abitazione di Dio. Prosegue la piccola regola: Scordati del mondo e gettatelo dietro le spalle. La spiritualit esicasta distingue tra hesychia esteriore e interiore. Mentre l'hesychia esteriore si riferisce a un luogo remoto e quieto, in particolare la cella di un eremita, l'hesychia interiore indica la calma interiore di un esicasta. L'hesychia esteriore serve come condizione favorevole per 132

coltivare il silenzio interiore che lobiettivo cercato. Perci non basta rimanere nella propria cella; occorre coltivare la cella del cuore. A questo riguardo, Giovanni Climaco esorta gli esicasti a chiudere tre porte una dopo l'altra: Chiudi fisicamente la porta della cella per il tuo corpo, ferma la porta alla lingua perch non parli, sbarra la porta dal di dentro contro gli spiriti. L'hesychia interiore pu essere disturbata dall'attaccamento agli uomini o alle cose di questo mondo, o dalle preoccupazioni per gli affari terreni. Nella tradizione del deserto, l'amerimnia, che significa libert dalle preoccupazioni, intimamente connessa all'hesychia interiore. Sulla scia di tale tradizione Giovanni Climaco dichiara: E proprio dell'hesychia il dono dell'amerimnia che guida tutte le nostre azioni in qualunque affare spirituale o materiale: poich la preoccupazione per il primo conduce a quella per il secondo. L'ingiunzione categorica della piccola regola a dimenticare il mondo appartiene chiaramente a tale tradizione. Il motivo che, mentre sta nella cella fisicamente, il monaco deve evitare di vagare per il mondo con la mente. Questo anche il significato della descrizione classica che Giovanni Climaco fa di un esicasta: L'esicasta colui che lotta per circoscrivere dentro il corporeo l'incorporeo, cosa veramente straordinaria, ossia l'esicasta colui che conserva lo spirito dentro il proprio corpo. La piccola regola continua: F attenzione ai tuoi pensieri come un buon pescatore ai pesci. Per raggiungere e mantenere 1'hesychia e l'amerimnia, altri due termini sono usati dalla tradizione del deserto: nepsis (la vigilanza) e prosoche (l'attenzione). Secondo Giovanni Climaco, l'hesychia e la vigilanza si trovano sempre insieme: Ama l'hesychia il pensiero vigoroso e conciso, sempre vigile alla porta del cuore per eliminare o respingere quelli che dall'esterno vorrebbero in esso irrompere. E interessante notare che, prima di Romualdo, Giovanni Climaco aveva gi usato l'immagine del pescatore a proposito della vigilanza: Il monaco che veglia come un buon pescatore che ripesca i pensieri della mente perch nella tranquillit della notte li pu pi facilmente recuperare. L'oggetto della vigilanza, per Romualdo come per Giovanni Climaco, sono i pensieri (logismoi), che sono le passioni viziose. A questo riguardo, Giovanni Climaco dimostra una dipendenza creativa dalla trattazione classica di Evagrio riguardo agli Otto pensieri. L'hesychia non un fine in s, bens coltivata come un mezzo per ottenere un obiettivo nobile: la contemplazione o la preghiera incessante. Nella tradizione monastica, la preghiera e la contemplazione nascono come risposta alla parola di Dio. Perci, dopo l'esortazione a vigilare sui pensieri, la piccola regola spiega qual' il lavoro principale del monaco quando dimora nella propria cella: L'unica via per te si trova nei Salmi - non lasciarla mai. L'unica via indicata 133

dalla piccola regola nei Salmi. Poich i Padri, Atanasio e Cassiano in particolare, vedono i Salmi come la condensazione di tutta la Bibbia, la via dei Salmi si riferisce alla Bibbia tutta intera, e, in modo particolare, al Salterio come compendio della Bibbia. La piccola regola continua a dare istruzioni sulla via dei Salmi: Se da poco sei venuto, e malgrado il tuo primo fervore non riesci a pregare come vorresti, cerca, ora qua ora l, di cantare i Salmi nel cuore e di capirli con la mente. Quando ti viene qualche distrazione, non smettere di leggere; torna in fretta al testo e applica di nuovo l'intelligenza. Qui la piccola regola ci presenta una visione integrale di come leggere e pregare i Salmi. Lectio, meditatio, oratio sono i diversi momenti di un'unica continua attivit spirituale nella quale uno pu passare liberamente da un momento allaltro senza seguire un ordine fisso. Anche se la parola non si trova, l'idea di meditazione (melete), nel senso antico di recitare un testo ripetutamente per capirne meglio il significato e per memorizzarlo, sicuramente contenuta in questo brano. Esiste un intimo legame fra l'hesychia, o il silenzio interiore, e l'assidua meditazione della parola di Dio. Secondo la piccola regola, per poter seguire la via dei Salmi il monaco deve dimenticare il mondo e vigilare costantemente sui propri pensieri, cio coltivare il silenzio interiore. A loro volta, la lettura e la meditazione assidua della Parola di Dio servono come strumenti che aiutano a mantenere ferma l'attenzione di una mente vagante: Quando ti viene qualche distrazione, non smettere di leggere; torna in fretta al testo e applica di nuovo l'intelligenza. Quindi il silenzio interiore e l'assidua meditazione della Parola di Dio sono due elementi essenziali della spiritualit della cella, reciprocamente indispensabili. Un simile approccio gi si trova in Cassiano, secondo il quale impossibile dedicarsi alla lettura spirituale senza conservare il silenzio interiore o la purezza di cuore: Pertanto, se volete innalzare nel vostro cuore il tabernacolo santo della scienza spirituale, purificatevi dalla bruttura di tutti i vizi, spogliatevi di tutte le preoccupazioni di questo mondo. E impossibile che un'anima, anche moderatamente occupata nelle faccende del mondo, meriti il dono della scienza, o sia feconda nell'intelligenza spirituale, o ritenga fermamente le sante letture che ha fatto. Daltra parte, secondo Cassiano, la lettura e la meditazione sono i mezzi pi efficaci per custodire la mente dai pensieri dannosi, nutrendo le sante memorie e i pii sentimenti. La necessit di coniugare i due aspetti, silenzio e meditazione, stata splendidamente formulata nelle Eremiticae Regulae del Beato Rodolfo, quarto Priore del sacro Eremo di Camaldoli: 134

Seguono per ultimo il silenzio e la meditazione. Queste due cose, la regola del tacere e la vigile occupazione dei meditare, sono cos unite indissolubilmente che nessuna senza l'altra valevole a salute; poich il silenzio senza la meditazione morte e quasi tomba di un sepolto vivo; la meditazione senza il silenzio non viene a capo di nulla ed come lo smaniare di un infelice chiuso in un sepolcro. Uniti in spirituale connubio, sono gran quiete dell'anima e culmine di contemplazione. Se seguiamo la suddivisione delle due tappe della vita spirituale: praktike e theora, ossia ascesi e contemplazione, la via dei Salmi si trova in tutte e due le tappe, in quanto la lettura e la meditazione assidua conducono allhesychia e aprono la porta alla contemplazione. Per questa ragione Cassiano colloca la lettura e la meditazione fra le pratiche ascetiche che conducono alla purezza di cuore. Allo stesso tempo la lettura e la meditazione portano Il frutto della scienza spirituale. ossia la contemplazione: Poi, dopo aver allontanato da voi stessi tutte le preoccupazioni e le ansiet terrestri, sforzatevi con tutte le forze di applicarvi assiduamente, anzi continuamente, alla lettura sacra, cosicch questa meditazione continua pervada la vostra anima e la formi, poi cos dire, a sua immagine... La lettura allora far dell'anima vostra una nuova arca dell'alleanza, che conserva in s le due tavole di pietra, vale a dire l'eterna fermezza dell'uno e dell'altro Testamento. Far di voi una nuova urna d'oro, simbolo d'una memoria pura e sincera, che conserva per sempre il tesoro nascosto dalla manna, vale a dire l'eterna e celeste dolcezza del senso spirituale e del pane degli angeli. Cassiano insiste sull'intima connessione fra ascesi, meditazione e scienza spirituale, ossia contemplazione. Questi elementi sono cos inseparabili tra loro che il monaco li deve coltivare lungo lintero cammino spirituale. La piccola regola di Romualdo contiene una breve sintesi di questi elementi. La via dei Salmi presuppone l'ascesi attraverso la vigilanza sui pensieri e allo stesso tempo prepara la strada alla contemplazione. Poich la piccola regola scritta per i principianti nel cammino monastico, parla poco della contemplazione, ma giustamente esorta i discepoli ad aspettare pazientemente la grazia di Dio. Per avere un'idea della grazia promessa nella piccola regola, bisognerebbe rivolgersi alla Vita del Beato Romualdo. Nel capitolo 31, S. Pier Damiano racconta l'episodio nel quale Romualdo ricevette per la prima volta il dono delle lacrime della compunzione. Qui la compunctio va oltre il significato usuale di dolore penitenziale ed indica ogni esperienza estatica di gioia e di esultanza che si ha durante la preghiera. Insieme al dono delle lacrime fu concesso a Romualdo un altro dono importante, cio la conoscenza spirituale, o la comprensione del senso nascosto delle Sacre Scritture. Cos scrive Pier Damiano:

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Un giorno, mentre stava in cella a salmodiare, si imbatt in questo versetto: 'Ti far saggio, t'indicher la via da seguire; con gli occhi su dite, ti dar consiglio (Sal 31, 8). Gli sopraggiunse improvvisamente una cos larga effusione di lacrime, e la sua mente fu talmente illuminata nella comprensione delle Scritture divine, che da quel giorno in poi, finch visse, ogni volta che lo voleva, poteva versare con facilit lacrime abbondanti e il senso spirituale delle Scritture non gli era pi nascosto. Secondo l'agiografo, in questa occasione Dio innalz Romualdo al culmine della perfezione, tanto che, sotto l'ispirazione dello Spirito santo, Romualdo pot prevedere alcuni eventi futuri e penetrare con intelligenza molti misteri nascosti delle Scritture. Nello stesso capitolo leggiamo che tale esperienza mistica non rest un caso isolato nella vita di Romualdo, ma ebbe un effetto permanente su di lui. Da quel momento in poi le lacrime quasi sempre accompagnavano la sua preghiera estatica: Sovente, rimaneva cos rapito nella contemplazione di Dio che si scioglieva quasi interamente in lacrime e bruciando di fervore indicibile per l'amore divino, usciva in esclamazioni come queste: 'Caro Ges, caro! Mio dolce miele, desiderio inesprimibile, dol-cezza dei santi, soavit degli angeli!' Parole che, sotto il dettato dello Spirito santo, gli si tramutavano in canti di giubilo e che noi non sapremmo rendere compiutamente mediante concetti umani. Era come dice l'Apostolo: 'Noi non sappiamo neppure come dobbiamo pregare, ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili (Rm 8, 26). Le descrizioni di lacrime, di fervore ardente, e di giubilo che accompagnavano le preghiere estatiche di Romualdo ricordano la oratio ignita spesso menzionata da Cassiano. Nelle preghiere estatiche di Romualdo, che andavano oltre le immagini e le parole per sfociare in gemiti inesprimibili, si trova quasi un'eco dell' orazione infuocata descritta da Cassiano: La preghiera di cui stiamo parlando non si fissa su qualche immagine, anzi non s'esprime neppure attraverso parole: nasce di balzo, da una mente infuocata, da un rapimento indicibile, da una insaziabile alacrit di spirito. L'anima, trasportata fuori dei sensi e delle cose visibili, si offre a Dio tra sospiri e gemiti inenarrabili. Cassiano adopera varie espressioni per descrivere la preghiera estatica: essa infuocata, ardente, pura, ineffabile, esprimibile solo attraverso i gemiti e non con le parole... ecc. Anche le lacrime sono segno della preghiera estatica. Mentre sia Evagrio che Cassiano parlano dell' orazione pura che va oltre le immagini e le parole, la presenza delle lacrime, del fuoco, e dei gemiti che distingue la descrizione di Cassiano da quella di Evagrio. Come Diadoco di Foticea, secondo Columba Stewart, Cassiano ha effettuato una sintesi fra l'approccio intellettuale di 136

Evagrio e il misticismo affettuoso dello Pseudo-Macario nella sua presentazione dellorazione pura. In modo simile, le lacrime di compunzione costituiscono un tema importante per Giovanni Climaco, anche se questi accentua di pi la compunzione intesa come dolore e pentimento. Nel capitolo sulla preghiera, Climaco raccomanda la semplicit della preghiera con una sola espressione (preghiera monologistos) per evitare le distrazioni. Inoltre, insegna che, quando uno arrivato a possedere la presenza del Signore nel suo cuore, non deve pi preoccuparsi di intessere la sua orazione con parole, perch allora lo Spirito interceder per lui e in lui con gemiti inenarrabili. Ugualmente Giovanni Climaco esorta a tener lontana dalla mente ogni immagine sensibile che potrebbe turbare il nostro raccoglimento. In modo particolare d grande importanza alla presenza del fuoco dello Spirito che inabitante nel cuore del monaco orante, innalzando l'anima nella preghiera, ne sollecita lo slancio fino al cielo, rinnovando la sua discesa nel cenacolo dellanima. In tutti questi aspetti si percepisce una chiara consonanza con le esperienze delle preghiere estatiche di Romualdo cos come sono presentate nel capitolo 31 della sua Vita. E molto significativo che Romualdo abbia ottenuto il dono delle lacrime, la scienza spirituale e l'esperienza della preghiera estatica, mentre stava recitando un Salmo. quasi una conferma alla validit della via dei Salmi indicata dalla piccola regola come lunica via da seguire. Se ci volgiamo alla piccola regola e leggiamo le parole: Se da poco sei venuto, e malgrado il tuo primo fervore non riesci a pregare come vorresti..., dobbiamo ricordare il capitolo pi bello della Vita di S. Romualdo e possiamo consolarci con la convinzione che la grazia promessa dalla piccola regola sar concessa a coloro che perseverano sulla via dei Salmi. Continuiamo la nostra riflessione sulla piccola regola: Anzitutto mettiti alla presenza di Dio come un uomo che sta davanti all'imperatore. L'esortazione ad avere la consapevolezza della presenza di Dio presente nella Regola di S. Benedetto. Il primo gradino dell'umilt si basa sulla consapevolezza di essere sempre e ovunque sotto lo sguardo di Dio (RB 7, 10-30). Inoltre, la memoria della presenza di Dio deve ispirare il nostro comportamento soprattutto durante la preghiera comunitaria (RB 19, I 2.). La vigilanza (nepsis) e l'attenzione (prosoche) sono due aspetti indispensabili per lhesychia: la vigilanza ci libera dallagitazione dei pensieri perch possiamo conservare lattenzione continua alla presenza di Dio. Nel capitolo sulla vigilanza Giovanni Climaco parla di stare costantemente in

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preghiera davanti a Dio nostro Re. Nel capitolo sull'hesychia si trova il famoso testo che invita ad unire il ricordo continuo di Ges al proprio respiro: Lesichia consiste nello stare in continua adorazione del Signore, sempre alla sua presenza, con il ricordo di Ges aderente al proprio respiro, allora potrai toccare con mano i vantaggi dellhesychia. Finalmente, giungiamo all'ultimo paragrafo della piccola regola: Svuotati di te stesso e siedi come una piccola creatura, contenta della grazia di Dio; se come una madre Dio non te la doner, non gusterai nulla, non avrai nulla da mangiare. Per potersi sedere pazientemente in attesa della visita della grazia di Dio, senza agire di propria iniziativa, necessario svuotarsi completamente. L'intero paragrafo ci ricorda il Salmo 131 che, con soli tre versetti, uno dei pi bei salmi di fiducia nel Signore. L'immagine di un pulcino in attesa di essere nutrito dalla mamma richiama il bimbo in braccio a sua madre del secondo versetto del Salmo: Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato l'anima mia. L'ingiunzione a svuotarsi completamente, invece, corrisponde al primo versetto del Salmo: Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. Tutti e due i versetti sono citati nel capitolo sull'umilt della Regola di S. Benedetto, come introduzione ai vari gradini dell'umilt (RB 7, 3-4).

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SAT NAM RASAYAN Larte della guarigione


Sat Nam Rasayan Imparare ad avere relazioni felici, ad incontrare le persone senza pregiudizi e ad essere presente a te stesso ed al tuo ambiente. Questo possibile attraverso il Sat Nam Rasayan, una tecnica di meditazione centenaria, tecnica curativa del Kundalini Yoga. Tradizionalmente questa arte stata insegnata per curare gli altri. Aiuta a rilasciare le tendenze e le limitazioni nel corpo, nella mente e nelle emozioni le quali sono le cause pi frequenti delle malattie. Il potere auto-curativo del corpo si attiva, e siamo quindi in grado di incontrare la vita in modo pi chiaro e bilanciato. Il Sat Nam Rasayan libero da dogmi, religioni e sistemi di credenze. E in grado di aiutare non solo i praticanti di yoga e i terapisti, ma ogni persona interessata, ad affinare i sensi e ad imparare la meditazione ed una tecnica meditativa di guarigione. Meditazione La meditazione porta due cose: la saggezza e la libert. Questi due fiori nascono dalla meditazione. Quando diventi silenzioso, totalmente silenzioso, al di l della mente, due fiori sbocciano in te. Uno la saggezza: tu sai cos e cosa non . Laltro la libert: tu sai adesso che non esistono pi limiti in te, n di tempo n di spazio. Tu sei liberato. Il Sat Nam Rasayan e i suoi effetti. Ogni essere umano possiede la vitalit, che necessaria per condurre una vita sana e felice. La vitalit ha origine quando il corpo, la mente e lanima lavorano bene insieme. Noi sentiamo questa energia quando ci sentiamo vivi, abbiamo fiducia nella nostra capacit di essere maestri della nostra esistenza e di raggiungere i nostri obiettivi e siamo connessi con la nostra consapevolezza. La maggior parte di noi perde occasionalmente questa qualit di vita. Il tempo in cui viviamo pieno di caos e di stress, e questo ci rende difficile rimanere equilibrati. Il Sat Nam Rasayan e il Kundalini Yoga offrono degli strumenti potenti. Il KY una pratica attiva che stabilizza la nostra energia vitale. Il SNR passivamente benefico sia per i pazienti che per i guaritori.

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IL Sat Nam Rasayan ti insegna a: Guarire gli altri con strumenti efficaci Integrare il silenzio e la calma nella tua vita Rilasciare comportamenti poco sani Sperimentare ogni momento con chiarezza mentale e presenza Trovare un facile accesso allarte eccelsa della meditazione Gestire le tue sensazioni, pensieri ed emozioni, senza attaccamento ad essi Sviluppare e stabilire il silenzio interiore nella tua mente Affinare la tua intuizione Quando diventi calmo ed immobile, lUniverso comincia a muoversi al tuo posto Guru Dev Singh La Tradizione Per migliaia di anni il Sat Nam Rasayan stato una tradizione yogica segreta. Era insegnato in silenzio da un maestro al suo discepolo, e solo pochi studenti molto avanzati avevano questo privilegio. Il processo di training durava parecchi anni, fino a quando lo studente era in grado di riconoscere e mantenere uno stato di silenzio e di neutralit.I praticanti di questa arte erano ammirati come guaritori eccezionali e gli insegnamenti erano riconosciuti come i pi alti gradini della conoscenza logica. Guru Dev Singh Ph.D. il maestro vivente di questa tradizione. Yogi Bhajan, il Maestro di Kundalini Yoga ( ben noto attraverso il suo famoso Yogi Tea) ha donato a Guru Dev Singh un training tradizionale di Sat Nam Rasayan. Guru Dev Singh venuto in Eropa nel 1989 ed ha cominciato ad insegnare il SNR apertamente, assecondando i desideri del suo maestro. LUniversit di Colombo ha riconosciuto a Guru Dev Singh una laurea ad honoris per i suoi risultati nel campo della medicina complementare. Yogi Bhajan era convinto che, in tempi di grandi cambiamenti, il mondo avesse bisogno di un forte gruppo di guaritori. Lui desiderava fare in modo che le antiche conoscenze logiche fossero accessibili a tutti gli esseri umani. Consapevolezza e presenza nel Lavoro Terapeutico. Larte di guarigione meditativa del Sat Nam rasayan insegna al terapista come sperimentare la relazione con i suoi pazienti in uno stato di profonda presenza. In questa consapevolezza meditativa il praticante scopre unarea della sua consapevolezza che permette la cura e lattenzione per laltro. Come terapisti sperimentiamo ogni volta di pi che entrare in relazione con i pazienti causa in noi una reazione. Il Sat Nam Rasayan utilizza queste impressioni sensorie come una fonte di informazioni. Il focus non sulla conoscenza ma sullo sviluppare una connessione ed una percezione meditative in relazione con il paziente.

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Tu impari: Ad essere presente durante i trattamenti con tutti i tuoi sensi Ad usare le tue sensazioni come fonti di percezione ed anche scoprire le sensazioni come risorse della terapia Un semplice accesso alla meditazione A risolvere i blocchi del paziente, semplicemente attraverso la tua attenzione Una cammino che porta dalla conoscenza alla pura esperienza Ad applicare il tuo proprio metodo terapeutico in un profondo spazio curativo Quando cresci nel Sat Nam Rasayan ogni esperienza nella tua vita apparir come una possibilit infinita. Questa la caratteristica della mente neutrale Guru Dev Singh Insegnamento. In tempi recenti Guru Dev Singh ha abilitato un gruppo di insegnanti a livello mondiale. Questo gruppo lo sostiene nel diffondere gli insegnamenti.Leducazione di un guaritore di Sat Nam Rasayan consiste in tre anni ed suddivisa nel livello 1 (un anno) e nel livello 2 (due anni). Ogni livello pu essere completato con un esame ed un certificato. Nel livello 1 impari a rimanere stabile nello spazio del Sat Nam rasayan e a risolvere semplici tensioni nel paziente. Il livello 2 offre ai partecipanti molte opportunit per uno sviluppo personale, professionale e spirituale. Molti strumenti per condurre dei profondi trattamenti curativi si apprendono in questo livello.Per imparare il Sat Nam Rasayan non sono richieste abilit particolari n precedenti esperienze. La bellezza di questo sistema quella di essere aperto a tutti. Guarire dal punto di vista del Sat Nam Rasayan.Nel Sat Nam Rasayan lo stato di malattia descritto come una tendenza del corpo a reagire. La reazione pu essere un dolore, un problema di tipo emozionale o una malattia pi seria. Nel corso del percorso di apprendimento, il guaritore di Sat Nam Rasayan sviluppa labilit di trovare e dissolvere questi blocchi, in modo da far s che i poteri di auto-guarigione del corpo possano di nuovo diventare efficaci. Semplicemente siediti nella calma assoluta e medita sullamore assoluto, poi vivi per condividere Yogi Bhajan Nellimmobilit risiede il suono, che lesistenza creativa di Dio. Chiunque diventi maestro di questa e del silenzio, e possa leggerli, ottiene tutta la conoscenza che esiste Yogi Bhajan Per gli insegnanti di Yoga Come insegnante di yoga hai il desiderio profondo di sostenere la crescita degli studenti nel modo migliore possibile. Ma come si possono scegliere gli esercizi pi adatti per questo preciso momento? 141

E come possibile sostenere la crescita degli studenti solo attraverso la tua presenza? Nel Sat Nam Rasayan trattiamo il gruppo come se fosse una sola persona. Con il SNR impari a muovere la tua consapevolezza per trovare e risolvere i blocchi del gruppo ed utilizzare esercizi di yoga mirati allo scopo. Utilizziamo le stesse regole di un lavoro terapeutico. Prima di tutto ama te stesso e poi lascia che le persone si crogiolino nella tua radianza e splendore Yogi Bhajan Shuniya: il Silenzio In tutte le tradizioni yogiche e di meditazione il silenzio interiore rispettato come il raggiungimento pi elevato. Nella nostra vita quotidiana questo sembra molto difficile e appare raggiungibile solo da Yogi molto elevati. Il Sat Nam Rasayan insegna un approccio sorprendentemente semplice al silenzio interiore. Ti aiuta a rimanere in silenzio nella fretta e nello stress della vita quotidiana. E fantastico vedere come i tuoi conflitti si risolvono attraverso questo stato interiore. Nel Sat Nam Rasayan noi semplifichiamo lidea della consapevolezza. Possiamo comprendere e conoscere luniverso solo attraverso la nostra esperienza, per questo chiamiamo la capacit di essere svegli consapevolezza. Pi tipologie di esperienza riconosciamo, pi grande sar il nostro grado di consapevolezza Guru Dev Singh Un piccolo pensiero fra le righe: sei maestro delle tue sensazioni, o le tue sensazioni sono le tue maestre? Le sensazioni dolorose spesso occupano unarea cos grande nella nostra vita che difficilmente rimane spazio libero per altre esperienze. Se non impariamo a trasformare le emozioni, atterriamo in un vicolo cieco di dolore, sofferenza, paura o rabbia. Ma come possiamo uscire da questo vicolo cieco? Dal punto di vista dello Yoga lesperienza di Shuniya, il silenzio interiore, un prerequisito fondamentale per questo. Questa esperienza da sola permette al praticante di osservare con chiarezza le onde delle sensazioni, delle percezioni e dei pensieri, e di riconoscere il momento in cui sei trascinato nel dramma.Se riconosci questo momento, hai poi la scelta di lasciarti attraversare dalle tue emozioni senza rimanervi attaccato. Ci sono due modi per vivere nel mondo: la via della preoccupazione e la via del rilassamento. Se ti preoccupi devi concentrarti ad immaginare, e questo diventa un lavoro fisico. Ma se rivolgi la tua mente verso la Mente Universale, allora poi le cose verranno a te Yogi Bhajan

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Vito Mancuso Il silenzio interiore e lesperienza dello spirito


Limportanza del tema Attribuisco unimportanza decisiva al tema del silenzio. Esso legato alla vita interiore, alla dimensione contemplativa della vita, e se ha un senso la religione esattamente quello di educare alla vita interiore: Una sola la cosa di cui c bisogno (Luca 10, 42). La via privilegiata per giungere alla vita interiore il silenzio, come mostrano unanimi tutte le scuole spirituali, induismo (yoga come disciplina del silenzio), buddhismo, sapienza greca (Pitagora imponeva 5 anni di silenzio a chi voleva essere accolto come suo discepolo), il deserto nella tradizione cristiana. Quindi parlando del silenzio, non parliamo di qualcosa di secondario, ma di essenziale. La grande concorrenza che si sviluppata tra le religioni e le spiritualit, che appena agli inizi e che prender dimensioni sempre pi ampie in questo mondo sempre pi piccolo villaggio dal punto di vista delle idee, si gioca per la gran parte su questo, sulla capacit di nutrire le anime.La tesi La mia tesi consiste nel sostenere che fare silenzio la condizione necessaria per accedere allesperienza dello spirito, la quale lo scopo essenziale della religione. Dico subito che qui si colloca la divisione fondamentale tra le religioni, le spiritualit e le filosofie dellumanit, le quali sono segnate dalla divisione fondamentale tra chi identifica il silenzio con lesperienza spirituale pi alta facendo del silenzio il messaggio ultimo, il senso del mondo; e chi invece vede nel silenzio il pi nobile degli strumenti per cogliere la realt assoluta, ma non lidentifica con la realt assoluta stessa. La situazione indubbio che oggi vi sia una consapevolezza abbastanza scarsa nella coscienza cristiana media riguardo al silenzio e alla sua importanza. Ricordo la reazione a met tra delusione e scetticismo del clero milanese alla prima lettera pastorale di Carlo Maria Martini, intitolata appunto La dimensione contemplativa della vita. Non vi sono dubbi che leducazione cristiana tradizionale sia molto pi improntata sul fare. Questo emerge anche dalla qualit della nostra preghiera, non sempre tale da rispettare lindicazione di Ges: quando pregate non sprecate parole (Matteo 6, 7), ed emerge dalla qualit delle nostre liturgie, cos poco ricolme di autentica preghiera e di momenti di silenzio. Anche a livello di teologia spirituale si hanno le idee poco chiare sulla realt alla quale spetta il primato, se debba essere la vita contemplativa come appare dalle parole di Ges a Marta e a Maria, oppure la vita attiva, come appare dallunico comandamento che quello dellamore. Il problema non per nulla risolto: conta di pi la fede o le opere della carit? 143

Forse anche per questo qui in occidente molti spiriti inquieti alla ricerca di Dio sentono che il cristianesimo non la risposta alla loro sete di spiritualit, e anche non pochi cristiani avvertono lesigenza di una riforma (si crede che il problema sia orizzontale, mentre in realt verticale). Anche da parte del cosiddetto mondo (come se noi non fossimo mondo, lunico mondo creato da Dio) vi una duplice e contraddittoria disposizione di fronte al silenzio. Da un lato, visto che lanima occidentale si ritrova cos assediata dal rumore e dal nervosismo e per questo cos bisognosa di quiete, esso sentito come unesigenza profonda dellanima. Dallaltro lato per negli esseri umani c anche un indubbio timore di fronte allesperienza del silenzio, il quale ricorda cos da vicino la morte. Pascal assegna allincapacit degli uomini di stare racchiusi per pi di mezzora da soli in silenzio in una stanza lorigine dei loro problemi: Tutta linfelicit degli uomini viene da una sola cosa, non sapersene stare in pace in una camera ecco perch gli uomini amano tanto il rumore e il trambusto Obbediscono a un segreto istinto che li spinge a cercare fuori di s il divertimento e loccupazione La noia, con la consueta autorit, non smetterebbe di uscire dal fondo del cuore, dove ha radici naturali, colmando lo spirito di veleno. Ai nostri giorni vi sono sempre pi persone che non possono vivere senza la tv costantemente accesa. Lhorror vacui, un concetto della fisica antica non pi attuale nelle moderne scienze della natura, rimane un validissimo principio nella sfera psicologica, dice la paura di fronte alla noia, e il continuo ricorrere al divertissement come uscita da s, come dispersione, per vincerla. La nostra energia interiore sempre proiettata verso lesterno, di modo che se non c pi un punto esterno a cui appoggiarsi, cade, sente il vuoto, e le sembra di morire. Per questo c una difficolt immensa nel fare silenzio. Lo si pu fare solo a patto di saper vincere la paura del vuoto, cos vicino al senso del nulla e della morte, e soprattutto solo di avere un punto fisso dentro di s a cui legare saldamente il bisogno di relazione che noi ospitiamo, che noi radicalmente siamo. Il silenzio immette al cospetto del sacro e della morte Il silenzio attrae e insieme respinge, esattamente come il sacro, mysterium fascinans e mysterium tremendum, secondo la nota tesi di Rudolf Otto esposta in Das Heilige del 1917. Se il silenzio ricorda la morte alla coscienza comune, perch effettivamente vi uno stretto legame tra esso e il grande silenzio che la morte. Imparare a fare silenzio significa quindi imparare a morire, e non a caso imparare a morire lo scopo della filosofia e della vita spirituale. I Veda e le Upanishad, il Buddha, il Tao Te Ching, Platone, Epicuro, i filosofi stoici, Qoelet, e poi Montaigne e Spinoza, fino a Wittgenstein e Simone Weil, insegnano unanimi che il vertice della sapienza umana consiste nellimparare a morire, cio nel non avere pi paura della morte. Si potrebbe obbiettare da parte cristiana che non si tratta di autori cristiani, o non del tutto cristiani. Ma esattamente le stesse cose sono affermate anche 144

da alcuni tra i pi grandi cristiani. Ireneo di Lione scrive nellAdversus haereses che lopera del cristianesimo non nientaltro che imparare a morire, mostrando come il fine del cristianesimo sia del tutto identico a quello del platonismo. Nel Cantico delle creature Francesco dAssisi parla della morte come sorella e per essa loda il Signore: Laudato si, mio Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullo omo vivente po scampare. Giovanni della Croce insegna nel Cantico spirituale che allanima che ama la morte non pu essere amara La tiene per amica e sposa e si rallegra al ricordo come se si trattasse del giorno delle nozze Infatti la morte le dar il compimento dellamore che desidera. Lelenco potrebbe essere molto pi lungo, pressoch sterminato, comprendendo la maggioranza dei padri della Chiesa e degli scolastici. Tra gli autori moderni doveroso almeno menzionare Francesco di Sales, Pascal, Alfonso Maria de Liguori, Teresa di Lisieux. E poi che altro dice il Maestro quando invita a rinnegare se stessi e a morire come il seme per dare frutto? Imparare a morire non significa fare di ogni giorno un funerale, ma, proprio al contrario significa sconfiggere ogni paura e quindi fare ogni giorno lesperienza pi pura della gioia, ben diversa dalla felicit del mondo. Gioia come semplicit, distacco, leggerezza del cuore. Il silenzio e la conoscenza Le grandi tradizioni spirituali dellumanit collegano la saggezza in modo inversamente proporzionale alla quantit di parole usate: meno si parla, pi si saggi. Pitagora esigeva addirittura cinque anni di silenzio per gli aspiranti filosofi. Il libro dei Proverbi dice: Chi parco di parole possiede la scienza, uno spirito silenzioso un uomo intelligente (17, 27). Il saggio colui che parla poco. Perch? Perch ha una cosa pi importante da fare: ascoltare. La dimensione spirituale matura legata alla capacit di ascoltare, in silenzio, ben pi che alle parole che si dicono. Simone Weil individua la pi alta virt spirituale nellattenzione, la prosoch di cui gi parlavano gli Stoici. E per essere attenti, occorre saper fare silenzio. Innanzitutto dentro se stessi. Il silenzio e le parole descrivono due tipologie di vita interiore: quella nella quale il lavorio della psiche disciplinato (il silenzio), e quella nella quale continuamente allopera (le parole). Molto spesso le conversazioni tra gli uomini sono monologhi dove laltro solo loccasione per parlare di s perch in realt non lo si ascolta, e non lo si ascolta perch non si capaci di farlo, e non si capaci perch manca la condizione essenziale, cio il silenzio interiore. Per tutte le grandi tradizioni spirituali il saggio colui che parla poco e che, di conseguenza, in grado di ascoltare molto. Lascolto lo rende in grado di ricordare, ripensare, riflettere, cio di collegare tra loro i molteplici e 145

contraddittori messaggi della vita. Questo lavoro di elaborazione delle informazioni per trovarne il senso complessivo il pi alto lavoro del pensiero. Si tratta di una cosa che non dipende dallerudizione, ma dal silenzio interiore: per questo si pu incontrare un contadino saggio e un professore di teologia stupido. Questo vale anche per la lettura. La vera lettura non quella veloce di chi vuole consumare, andare a vedere come va a finire, per poi passare subito ad altro. La vera lettura quella lenta, attenta, che sa scendere sotto la superficie delle parole. quasi sempre la seconda o la terza lettura, quasi mai la prima. Rileggere molto pi importante che leggere. La lettura vera non si pu fare senza silenzio interiore. Il silenzio necessario per capire. Perch il silenzio cos fondamentale per capire? Perch mette a tacere dentro di noi limmaginazione, ci che Marco Aurelio chiamava phantasia, cio il pensiero legato ai desideri, alle attese, ai bisogni e agli impulsi dellio. Il pi delle volte il pensiero degli uomini guidato dalle passioni, non si cerca la verit ma solo la convenienza. Anche in teologia talora cos: non si cerca la verit, la nuda verit quale appare libera, sconvolgente e sovrana; si cerca laccordo con la dottrina, la difesa del dogma, si fa apologetica gi da subito a livello mentale inconscio. Ma cos non si incontra la verit e la sua rivelazione. Per ascoltare la verit occorre mettere a tacere dentro di noi le passioni (di ogni tipo, comprese quelle devote), e iniziare a vedere la realt per quello che in se stessa. Per questo il grado di maturit di una persona legata alla capacit di silenzio e di ascolto: perch solo tacendo e ascoltando che si vede quello che e lo si capisce, ed solo capendo che si cresce. Lo stadio immaturo della mente invece legge il mondo a partire da s e cos vede in ogni evento qualcosa di bene o qualcosa di male, in ogni persona un amico o un nemico: non libero da s e interpreta tutto a partire dal proprio interesse. Il grado di sapienza raggiunta da un uomo si misura sulla sua capacit di silenzio. Se si fa silenzio, si vede il mondo non in termini moralistici, ma in termini fisici. Si osservano le cose degli uomini come se fossero fenomeni naturali. Il contenuto della conoscenza Che cosa si capisce del mondo quando si legge il mondo cos? Che cosa succede allanima che fa silenzio dentro di s? Io penso che vi sia un percorso interiore a tre livelli, disposti gerarchicamente quanto a valore spirituale e che ora descrivo brevemente, solo per tratti essenziali. Il primo livello coincide con la percezione della vanit del mondo. La mente che inizia a essere liberata dal silenzio vede il mondo e le cose per cui la maggioranza si affanna come del tutto prive di valore, come inganni, come trappole. il momento del massimo distacco dal mondo: la liberazione dai suoi 146

idoli coincide con la distanza dal mondo in quanto tale, il contemptus mundi della tradizione ascetica. Il secondo livello, che nasce quando lanima va acquisendo maturit, inizia il cammino di riconciliazione verso il mondo, il quale viene a essere compreso non pi come pura negativit, ma tale da contenere anche molte cose buone. Il mondo quindi emerge come contraddizione, anzi come antinomia. Il terzo e conclusivo livello del cammino dellanima si ha quando, facendo silenzio ancora di pi, lavorando su se stessi, appare un livello ancora pi profondo della realt, cio che tutto uno, che lessere unificato e che tutto bene. ci che la fisica contemporanea insegna dicendo che ogni fenomeno materiale riducibile allenergia che lo costituisce: tutto energia. Gli atomi che formano le mie molecole provengono dalle stelle e chiss da quanti altri esseri viventi: pensiamo al cibo che assumiamo e che costituisce il nostro corpo. Si comprende che tutto uno (Brahman, essere), che i fenomeni materiali sono solo apparenze dietro cui c la vera realt, che sempre permane, che non si crea n si distrugge, che eterna. I tre livelli spirituali hanno ovviamente una traduzione in termini teologici: il primo genera lo gnosticismo, il secondo il politeismo, il terzo il monoteismo. Chi conosce la storia della teologia e della spiritualit cristiane in grado di comprendere che si ha, anche da parte di chi si ritiene e vuole essere del tutto ortodosso nel senso del pi fedele cattolico-romano, un cristianesimo gnostico, un cristianesimo politeista e un cristianesimo monoteista. Lesperienza spirituale Ora forse comprendiamo che cos unesperienza spirituale: non uscire dalla vita, ma comprendere la logica profonda e vera della vita. La pi alta esperienza spirituale coincide col comprendere che tutto energia, cio che tutto spirito, perch il termine greco per spirito, cio pneuma, indica precisamente il soffio igneo che costituisce il fuoco ed la perfetta intuizione dellenergia e del suo calore vitale. Fare unesperienza spirituale toccare il cuore della vita. La divisione fondamentale Il terzo livello dellesperienza spirituale non univoco. Esso attraversato da una differenza fondamentale nella percezione della realt ultima come energia: il vuoto oppure lessere. Il vuoto esprime una visione negativa della realt, in Grecia rappresentata dagli atomisti e da Epicuro, a Roma dallepicureo Lucrezio, in India dal Vedanta secondo la scuola di Shankara e dal Buddhismo della scuola hinayana; nella filosofia occidentale da Schopenhauer. Lessere esprime una visione positiva della realt, in Grecia con Platone, Aristotele e gli Stoici; in India col tantrismo (matrimonio di Shatki e di Shiva); nel Buddhismo con la scuola mahayana; nella filosofia occidentale con la metafisica classica e con lidealismo.

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Il cristianesimo, per quanto contenga anche elementi della via negativa con la theologia crucis, si colloca fondamentalmente (almeno secondo la versione cattolica e dellortodossia) nella via che privilegia lessere. Il criterio Non esiste un criterio per stabilire in modo incontrovertibile quale delle due vie sia quella pi aderente alla realt. Per questo la divisione tra gli uomini tra chi privilegia la filosofia negativa del vuoto e chi quella positiva dellessere destinata a permanere. Come ultimo punto di questo mio intervento, io offro le motivazioni che mi portano a sostenere la via positiva, per quanto riconosca tutta la nobilt e anche la necessit della via negativa. Le parole decisive sono due: bene e ordine. Io sono partito dalla via negativa nella via del pensiero, con il mio libro sullhandicap. Guardavo alla storia e alla natura e vedevo imperare la forza, niente altro che la forza e linteresse. Poi per, sempre grazie allhandicap, ho capito lunico vero miracolo al quale credo incondizionatamente, cio il bene. Nel mondo interessato della forza, c chi fa il bene. Ma poi mi sono chiesto che cos il bene. E ho compreso che non solo un evento che dipende dalla volont (questo vale per laspetto soggettivo del bene) ma in s un ristabilimento dellordine primordiale, equilibrio, simmetria dei rapporti, giustizia ed equit. Ho compreso che il bene si fonda sullessere, servizio della natura dellessere. Non sono io che creo il bene, ma io mi metto al servizio della natura gi inscritta nelle cose, in un corpo che devo curare o nutrire o educare. Il bene prima della bont e coincide con lessere, con lessere quale ordine. Conclusione Desidero concludere richiamando il concetto centrale che ho cercato di trasmettere, quello di esperienza spirituale. Ho detto che per avere una reale esperienza spirituale non indispensabile superare la materia, uscire dal mondo, andare necessariamente in chiesa o isolarsi in un monastero. Pu avvenire in mille altri modi questa commozione per lo spirito santo della vita che si chiama esperienza spirituale. Lunica cosa veramente indispensabile la solitudine, il silenzio interiore. 19 Responses to Il silenzio secondo Vito Mancuso vbinaghi Says: June 26, 2007 at 9:36 am A conferma di questo: In solitudine la nostra storia non pu continuare ad essere una raccolta casuale di incidenti e accidenti sconnessi, ma deve diventare un appello costante a cambiare cuore e mente. Laggi potremo infrangere la catena fatalistica di causa ed effetto per ascoltare con i sensi interiori il significato pi 148

profondo degli avvenimenti della vita quotidiana. Laggi, il mondo non sar pi diabolico, non ci divider pi in pro e contro, ma diventer simbolico, ci chieder di riunire gli eventi esterni con quelli interni (Henri J.M. Nouwen) Fabio Brotto Says: June 26, 2007 at 9:59 am Due note su queste parole di Mancuso, come sempre stimolanti Primo. Meno si parla, pi si saggi. Condivido. E nel mondo letterario e nei blog si scrive/parla moltissimo: quindi vi trionfa la non-saggezza. Secondo. Mancuso afferma che il bene in s un ristabilimento dellordine primordiale, equilibrio, simmetria dei rapporti, giustizia ed equit. Lo poteva pensare anche Akhenaton. Lordine primordiale rimanda al religioso arcaico, che un religioso violento, che accetta e riproduce il mondo segnato dalla forza. Rimanda ad un pensiero metafisico che riprende il religioso arcaico (distogliendo per lo sguardo dallaltare sacrificale, come fa Platone). La giustizia e lequit sorgono con luomo, e sono pensiero delluomo. In quello di Mancuso vedo un salto metafisico tra lordine della natura, cui appartiene la predazione fin dallinizio dellera terziaria, e quello umano. Ma a questo punto la tensione escatologica del NOVUM cristiano mi sembra sempre pi labile ed evanescente Io Says: June 26, 2007 at 10:36 am sarebbe interessante capire come tutto questo si coniughi con il mistero di Cristo e dellIncarnazione, con lesperienza Trinitaria e con la vita nello Spirito, in parole povere sembra pi lo scritto di un novello sincretista che di un teologo cristiano (ma questa non una novit). dico questo pur condividendo la consapevolezza di un necessario ritorno ad una vita che nasca dal silenzio. condividere le premesse per non significa condividere poi lo sviluppo di un pensiero. saluti carla Says: June 26, 2007 at 12:36 pm molto bello questo che scrivi: Non sono io che creo il bene, ma io mi metto al servizio della natura gi inscritta nelle cose, in un corpo che devo curare o nutrire o educare. Il bene prima della bont e coincide con lessere, con lessere quale ordine. Posso sapere dove si trova la statua di quella bambina che invita al silenzio con grande umilt? grazie carla

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fauras Says: June 26, 2007 at 12:42 pm Pensiero interessantissimo! Grazie massimo s. Says: June 26, 2007 at 5:51 pm condivido ogni iota di queste pagine. e questo bellissimo: [] in teologia talora cos: non si cerca la verit, la nuda verit quale appare libera, sconvolgente e sovrana; si cerca laccordo con la dottrina, la difesa del dogma, si fa apologetica gi da subito a livello mentale inconscio. Ma cos non si incontra la verit e la sua rivelazione. grazie, di cuore (perch tutto questo riguarda moltissimo la poesia e/o la sua critica) massimo enrico de lea Says: June 27, 2007 at 12:41 pm or qualche tempo, ho scritto dei versi su un motivo non lontano dal tema affrontato davvero acutamente in quetso saggio da Mancuso (con un grazie a lui ed a Fabrizio)- li propongo (e siate feroci) (lasciti dellanacoreta) I. ci siamo abbandono la stele, lascio alla vita dei ragni la virt, sospingo tutta la memoria dietro il masso muscoso: non c mondo, c il rantolo dello sconosciuto, dellignota presenza che non nomino - seppi: nominare morte e polvere, ch in questo annullarmi alla congrega vivo, amandola di pura assenza, come una vitale persuasione, una resa completa poi, vederli dallalto, lumini in moto perenne nel vallone, sapere di questo amore che senza abbraccio vede ogni istante, egoista del trascendere del legno, offre una specie di ragione che si piega, unelezione di qualcosa che sorregge e spegne, accende e polverizza - ora impasto il fango, fratello, vanamente erigo muri a secco II. capro sul crinale delle contrade, sino al SantElia che il sole nascose nella preghiera, ho vituperato i sentieri ed ho mutato il passo - cera il respiro della neve e le anime dei morti che saddensavano, uccelli che non svernano qui, cavavano pietre per le case umane, e oltre lumano, che non fu pensato - attraverso il vino dei posteri, nella sembianza della ricchezza agraria ma come la stretta nella lacrima del padre che non possiede, ma apre alla vallata, alla marina 150

Luminamenti Says: June 27, 2007 at 9:57 pm Va bene come semplice introduzione allesperienza del silenzio. La vita contemplativa sembra una cosa sconosciuta nel mondo contemporaneo. Questo richiamo per non si confronta dialetticamente con la logica della realt contemporanea, temo cos che la sua dimensione di liberazione rimanga nostalgia di una mistica che non c pi o sempre pi rara. Come recuperarla? Descriverla cos non sposter di una virgola i pi. A me interessa ci che si pone come episteme rispetto alla modernit. Inoltre, se il bene coincide con lessere (tesi, cos come posta, vagamente spinoziana), il male con che cosa coincide? con il non-essere? mi sembrerebbe una tesi insostenibile. Il male reale e concreto, appartiene allessere. Se lo sviluppo o il disvelamento dellessere coincide con il bene, il male da dove proviene? In pi, se seguendo la teologia cristiana, diamo credito a un Dio come creatore delluomo, uomo a immagine di Dio, Dio contiene in s anche il male. Se Dio lente che ha creato il Tutto, contiene in s anche il Male. Problema filosofico e teologico per eccellenza e raramente affrontato. Un tempo, i teologi erano anche capaci di sezionare in maniera empia il concetto di Dio, ora la teologia contemporanea sembra addomesticata, nasce il taedium Dei, la saziet di Dio. E di fronte al male degli uomini Dio dov? dov il suo essere coincidente con il bene? Filosoficamente e teologicamente mi sembrano deboli le articolazioni di Mancuso ( di cui ricordo interessanti spunti in Per Amore) Non ci sono pi teologi come Cano che esibisce i dieci luoghi e si pu discutere se sia o no una exhibitio derivativa o originaria, ma cmq mette Dio sul tavolo e lo tratta comme un insecte. Il divino abita certamente luomo, ma il modo come la maggior parte dei cattolici si rappresenta Dio, aiutato dal catechismo settario e antropologicamente delirante, fantasmatico e ingenuo (basato sulla credenza fideistica che non fede e nemmeno storia ma superstizione) il modo migliore per continuare a tenere lontano Dio dagli uomini. Ridotto a simulacro. Pensare o per Concetti o per Figure unaltra cosa. Da Vito Mancuso mi aspetto di pi. Fabio Brotto Says: June 28, 2007 at 8:43 am Le questioni poste da Luminamenti sono molto serie. Come quelle poste da Mancuso, del resto, con cui si confrontano. E chiaro, tuttavia, che se in un blog manca quel botta e risposta che una traduzione virtuale della disputa reale, poich nei singoli post largomentazione non pu che essere limitata, il tutto pu risultare scarsamente dotato di senso Nonostante ci, vorrei aggiungere che quel che mi ha pi colpito nel testo di Mancuso la conclusione: Ma poi mi sono chiesto che cos il bene. E ho compreso che non solo un evento che dipende dalla volont (questo vale per laspetto soggettivo del bene) ma in s un ristabilimento dellordine 151

primordiale, equilibrio, simmetria dei rapporti, giustizia ed equit. Ho compreso che il bene si fonda sullessere, servizio della natura dellessere. Non sono io che creo il bene, ma io mi metto al servizio della natura gi inscritta nelle cose, in un corpo che devo curare o nutrire o educare. Il bene prima della bont e coincide con lessere, con lessere quale ordine. Qui si postula un bene in s, afferrabile dalla ragione umana, che sarebbe il ristabilimento di un ordine, quindi giustizia (ripeto, vi molto di arcaico in questa visione, ma avendo spazio potrei riportarla alla scena originaria ipotizzata dallantropologia generativa, conferendole un significato non metafisico ma puramente antropologico). Ora il problema risulta spostato allindietro: se il bene nel ristabilimento di un ordine, ci significa che sussisteva un ordine che stato almeno in parte distrutto. Da chi? E qual ordine era? E, in pi: un ordine viene instaurato, creato da una forza, e contro le forze del disordine. In sostanza, ogni ordine un ordine sacrificale, come mostrano tutti i miti delle origini, nei quali vi sono sempre creature mostruose e caotiche che vengono uccise. Dunque, se lordine buono sono buoni anche i suoi presupposti. Credo che la posizione metafisica di Mancuso vada necessariamente incontro a contraddizioni insostenibili. Aggiungo infine che un ordine sempre ordine tra parti, evidentemente tra parti che potenzialmente potrebbero essere in conflitto, poich se le parti per essenza fossero armoniche, non si produrrebbe mai un disordine Vito Mancuso Says: June 29, 2007 at 12:00 am Ho scritto del silenzio ma evidentemente lattenzione finita sul bene e sul male. Come si dice? La lingua batte dove il dente duole, e la ferita della nostra anima data dal conflitto del bene e del male, di questi falsi gemelli, perch in realt il primo un essere reale mentre il secondo solo un fantasma. Ma vedo di spiegarmi. Io chiedo: con che cosa pu coincidere il bene, se non coincide con lessere? Mi sembra ci siano solo due risposte: - con il nulla: la posizione che pi logicamente rappresentata dalle religioni orientali e dalla posizione del nirvana; - con la volont del soggetto o di qualcuno sopra di lui in quanto sovraessere. Per accorciare un intervento che gi sento profilarsi troppo lungo, non prendo in considerazione la prima posizione e affronto la seconda, che mi sembra essere sottesa agli interventi dei miei interlocutori, in particolare di Luminamenti e di Fabio Brotto. Questa seconda posizione consiste nel pensare che lessere imperfetto e che quindi il bene al di l dellessere, come per primo in questa prospettiva ha stabilito Platone. Prendiamo il caso di una malattia. Dato che essa accade, i sostenitori di questa seconda posizione ritengono che essa dimostri che lessere naturale 152

imperfetto, corruttibile, mentre il bene, il quale scaturisce dallintelligenza e dalla volont umane, ci che cura e innalza lessere. Ne viene per loro che il bene maggiore dellessere, ci che consente allessere di non essere ambiguo, ovvero: Bene > Essere. Ne viene ancora che lessere non n bene n male, miscuglio sia di bene sia di male, e la visione del mondo che ne consegue la seguente: - male = nulla (morte); - bene + male = essere, vita concreta - bene = al di l dellessere, trascendenza. Non ho fatto fatica a riassumere questa posizione perch era la mia, presente sia in Il dolore innocente sia in Per amore. Per mostrare perch io ritengo superata questa impostazione (come apparir meglio dal mio prossimo libro che esce ai primi di settembre) torno al caso della malattia. O meglio del malato. Che cosa ottengo quando lo curo? Non ottengo una sua uscita dallessere, ma un suo ritorno alla pienezza dellessere naturale prima della malattia; ottengo una sconfitta non dellessere ma della deficienza o della privazione dellessere provocata dalla malattia in quanto mancanza di ordine e di equilibrio tra le diverse componenti del suo essere naturale. La terapia giusta lo ristabilisce nel suo essere, e il suo bene viene a coincidere con la perfezione del suo essere naturale. Non si tratta di inventare nulla, si tratta di servire il logos inscritto nella physis, la fisiologia. La medicina deve prima capire e poi adeguare la sua azione a ci che ha capito. Lo stesso si ha con la cura delle piante e con gli animali. Lo stesso si ha nei rapporti umani. Le piante di mia moglie, la gattina dei miei figli, i miei stessi figli, hanno una loro natura che, se io voglio fare loro del bene, devo seguire. Il bene maturo coincide con il servizio dellessere. Fare il bene servire lessere, lessere concreto qui e ora, la natura inscritta nelle cose. E il male cos?, mi si chiede. Io condivido la posizione classica secondo cui il male privazione dellessere, Plotino (e prima di lui Aristotele e gli Stoici, senza i quali Plotino non sarebbe tale) aveva ragione, e ha fatto bene Agostino a riprenderne tale e quale la posizione salvo poi tradirla completamente con la mostruosa contraddizione del peccato originale e dellumanit quale massa dannata, posizione che equivale a identificare il male nellessere concreto e naturale, e dalla quale si svela il fondo manicheo di Agostino che lo colloca esattamente allopposto della posizione classica bene = essere. Non a caso da Agostino che sorge limpostazione che nega bene = natura per porre bene = grazia. Io sono convinto che lanima di noi occidentali postmoderni sia malata di un male che definisco sindrome gnostica, e che consiste nella mancanza di fiducia nella vita, nellincapacit di sentire la positivit dellessere naturale. Ci manca la maternit della natura, della materia-mater. Mi si dice che affermare che il bene coincide con lessere una tesi vagamente spinoziana. Per quanto io conosca Spinoza (che ritengo uno dei 153

pochi filosofi dai quali si attinge luce in ogni sua pagina) si tratta di una tesi pienamente spinoziana. Ma si tratta anche di una tesi pienamente cristiana. Che cosa significa infatti affermare, come fa la tradizione metafisica del cristianesimo almeno da 1000 anni, che Dio lIpsum Esse Subsistens? Affermare questa tesi significa affermare che lessere divino, che la vita divina, che siamo immersi nella grazia perch la grazia non quella misteriosa e impalpabile e arbitraria azione di cui parla Agostino, ma la stessa natura ordinata che ci ha portato e che ci mantiene allessere. Se ha ragione Tommaso dAquino a dire che Dio lIpsum Esse Subsistens, allora ogni ente, nella misura in cui , partecipa della divinit, tale in quanto partecipe della divinit, e quindi: Esse = Bonum. Chi pensa che Dio al di sopra dellEssere (bene sovrannaturale), pone la trascendenza in un luogo necessariamente misterioso, e il suo grande problema spiegare dov Dio, soprattutto ora che lastrofisica impedisce di alzare il dito verso le stelle. Chi invece pensa che Dio lEssere (lIpsum Esse Subsistens, lo stesso essere in quanto sussistente, cio eterno, cio senza divenire), lo pensa dentro lessere, lo pensa come il Logos che ordina lenergia che forma gli enti, coma la luce della nostra immanenza, e sa benissimo dov Dio. qui. nelleterno presente che latto dessere, che (in quanto logos interiore) tiene in piedi lordine del mondo e me stesso in quanto fenomeno del mondo. Limportante capire che quando in filosofia e in teologia si dice essere non si designa la realt quotidiana, lesperienza di tutti i giorni, la quale non lessere ma il divenire, essere + non essere, essere + nulla, vita + morte. Noi non siamo reali in senso assoluto, noi siamo parzialmente reali e parzialmente irreali: siamo reali, cio del tutto conformi allessere, quando seguiamo la logica che ci ha portato allessere (che la relazione ordinata) e siamo irreali quando labbandoniamo. Dio, che sommamente reale, proprio per questo bene, lo stesso bene; amore, dice la mia religione, quellamore che muove il sole e le altre stelle, che allorigine della vita, e che coincide con lordine e con la giustizia. Capisco benissimo di trattare problemi che meriterebbero ben altra trattazione. In parte ho tentato di farlo nel nuovo libro, ma spero comunque di aver contribuito anche cos al dibattito e a questo bellissimo scambio di opinioni. Ora ringrazio chi ha trovato qualcosa di buono in quello che ho scritto e rispondo pi concretamente ad alcune questioni che mi sono state poste: 1) A Carla vorrei dire che non so dove si trovi la statua della bambina: occorre chiederlo a Fabrizio, penso sia lui che lha scelta. 2) Due cose a Luminamenti. La prima che si pu dire, come scrive, che se Dio lente che ha creato il Tutto, contiene in s anche il Male, solo se si sostiene che il male una forma di essere. Ma io sostengo che il male non essere, mancanza di equilibrio; non dico che non esiste, certo che esiste, ma esiste in quanto corruzione di un bene, in quanto disordine che corrompe un ordine. Il male 154

esiste solo qui, in questa nostra dimensione imperfetta e diveniente che condizione indispensabile per la nascita della libert, la quale lunico vero scopo della creazione. Ma in Dio, nella dimensione delleterno, il male non esiste affatto. La mia posizione esclude del tutto, e del tutto logicamente, la presenza del male in Dio. Dio la luce perfetta quale bene e quale essere (attenzione inoltre a parlare di Dio quale ente). La seconda che io sono del tutto daccordo con quanto Lei afferma quando dice che il modo con cui solitamente si parla di Dio contribuisce a tenere lontano gli uomini da Lui (se ne parla appunto come di un ente separato). Lunica via per che intravedo per uscire da questa aporia servire la divinit della vita, cio appunto lessere, e lapice dellessere che la personalit. Occorre conciliare lOriente (lessere) con lOccidente (la persona). Solo cos si potr resistere al drago del nichilismo che sta divorando le anime. Sincretismo, come mi accusa chi si firma Io nel commento n 3? Il primo a usare il termine sincretismo stato Plutarco facendolo derivare dallusanza dei cretesi di mettersi insieme per fronteggiare il nemico comune. Basta guardarsi attorno per rendersi conto delle devastazioni del drago e dellinsufficienza delle formule tradizionali. 3) Risposta a Brotto. Lordine di cui parlo non qualcosa di statico ma di dinamico, quello inerente allevoluzione dellenergia e che ha fatto s che dal caos iniziale sia potuta scaturire questa meraviglia che la bellezza del mondo (cf. il Timeo). Il disordine c, lo so bene, non sono Panglos, tu sai anche che ne ho scritto qualcosa. Ma esso il prezzo necessario che si paga per la libert dellessere, e inoltre ci pu apparire tale solo perch siamo orientati allordine. Certo, la forza che muove lessere, lenergia mossa e ordinata dalle quattro forze fisiche fondamentali. Ma la forza non negativa, un principio di ordine, e quindi positiva. Negativo il caos, lentropia. E poi c questa storia del sacrificio che a mio avviso va chiarita. Io ci sento sotto qualcosa di ideologico. Ma tu Fabio quanti sacrifici (nel senso girardiano) hai fatto o visto fare? Quante vittime innocenti hai scannato o visto scannare? Il mondo degli uomini colmo di conflitti, ma non pensi che la gran parte di essi si risolva tramite accordi, patti, mediazioni, convenzioni, compromessi, alleanze, mentre i sacrifici cruenti siano una cosa rara? Io penso che a mandare avanti le cose del mondo sia pi la relazione ordinata che non la lotta, meno che mai il sacrificio. Anche la scoperta relativamente recente dei neuroni specchio lo conferma, laltruismo alla base della vita. lo so, il link un po lungo! ringrazio Vito per la risposta che viene a costituire un altro testo: prezioso, perch ci spiega lultima evoluzione del suo pensiero. fabrizio carla Says: June 29, 2007 at 9:40 am Grazie! un angelo. 155

Fabio Brotto Says: June 29, 2007 at 9:47 am Caro Vito, hai ragione sul fatto che c molta, troppa carne al fuoco. Il tuo post chiarifica la tua posizione, ponendo altre questioni. Mi verrebbe da chiederti anzitutto come in questa tua visione di Dio si ponga la resurrezione di Cristo: potrebbe sembrare non necessaria, o puramente simbolica, visto il tuo concetto di trascendenza Neuroni specchio = altruismo. Qui mi pare che emerga una tua scelta apriori. Quello dei neuroni-specchio , in realt, un puro meccanismo, per cui certi neuroni, quelli che si attivano quando un uomo (o una scimmia) compiono un gesto, si attivano anche quando un uomo (o una scimmia) vedono compiere quello stesso gesto da un altro uomo o scimmia. Meccanismo spontaneo dellimitazione. Ma esattamente il meccanismo che sta alla base del conflitto mimetico, per cui prima vedo lui prendere la mela, sono portato a imitarlo, e, se a disposizione non c che quella mela l, a dirigere la mia mano su quella stessa mela, e quindi a strappargliela. A mio parere, se osserviamo spassionatamente il comportamento delle specie animali, possiamo dire che laltruismo e legoismo siano entrambi presenti. Pensa ad un branco di leoni. I maschi quando conquistano la leadership di un gruppo (lottando con i maschi che vi risiedono e allontanandoli o uccidendoli) per prima cosa eliminano tutti i cuccioli dei maschi che hanno soppiantato. O pensa alle aquile: depongono sempre due uova, a qualche giorno di distanza luna dallaltra, in modo che il primogenito sia pi grosso del fratello, e ad un certo punto possa ucciderlo e mangiarselo. Potrei citare infiniti esempi di comportamento egoistico degli animali. Mors tua vita mea, la legge della giungla. E anche delle piante, tra gli alberi e gli alberelli di un bosco c competizione per la sopravvivenza. Come si fa a vedere nellaltruismo la legge fondamentale della natura? Mi pare una posizione del tutto idealizzante e lontana dalla realt. I gesti alla Salvo dAcquisto sono rari anche tra gli umani. Il nostro ordine legato al conflitto. C anche lordine degli eserciti. Ed vero che le societ umane sono forme di ordine basate su convenzioni e accordi, ma i 100 milioni di morti ammazzati del Novecento mostrano quale sia il substrato violento di questi ordinamenti. E lordine sorge proprio come rimedio al conflitto. Il prius non lordine, ma il conflitto. E se tu dici che dando lacqua alla piantina fai il suo bene, che dire se una farfalla depone le sue uova su quella stessa piantina, e ne nascono bruchi che la divorano? 156

Li ucciderai per il bene della piantina, ovviamente. E il bene dei bruchi? Sacrificio. Certo, il sacrificio nella sua forma arcaica (allazteca, per intenderci) non c pi, ma vi sono i suoi sostituti. Basta guardarsi intorno. Il meccanismo del capro espiatorio allopera ovunque. Intere popolazioni possono esserne coinvolte (ed elencare i massacri sarebbe lungo, lAfrica gronda sangue, basti ricordare il Rwanda o il Darfur). Quante vittime innocenti ho visto scannare? Moltissime, in verit, anche se non direttamente (mio zio, ad esempio, fu scannato dai partigiani a guerra finita). In ogni caso, la procedura sacrificale moderna e deformata, ma ancor pi micidiale, stata attuata in modo visibilissimo nellUnione Sovietica con la liquidazione degli antirivoluzionari, nella Germania nazista, e in infiniti altri luoghi. E anche oggi lordine sembra doversi fondare sulleliminazione violenta di ci che lo minaccia (Saddam, ecc.). Forse un caso che le feste nazionali vedano sempre sfilate in armi? Io Says: June 29, 2007 at 11:27 am @fabio anchio avevo posto la questione del mistero dellincarnazione(intesa come evento in tutta la sua portata, compresa, ovviamente, la risurrezione) e del mistero Trinitario. ma il signor mancuso rispondendo ad IO(evidentemete infastidito dal nomignolo) ha solo confermato la sua posizione sincretistica senza affrontare neppure di striscio le domande su cui effettivamente era stato pro-vocato. Io Says: June 29, 2007 at 11:34 am aggiungo, senza dilungarmi troppo, che le nuove posizioni del nostro teologo lo inducono sulla via del rifiuto della trascendenza e della riduzione di Dio ad un puro fatto energetico e immanente(Deus sive natura spinoziano, dunque nessuna novit). Insomma nel silenzio dei mistici il nostro non ha raggiunto altra conoscenza che quella che uno scienziato pu acquisire in laboratorio, e un filosofo post-moderno senza pi alcuna metafisica ,riesce a cogliere nel limite della sua, per quanto acuta, pur limitata ratio. Luminamenti Says: June 29, 2007 at 1:17 pm Ringrazio il Prof. Mancuso per il tempo che ha dedicato alla risposta. Commentare richiederebbe una lunga analisi. Preferisco per adesso riflettere su quanto da Lei scritto. Legger con piacere e stima i suoi prossimi libri. Tornando al silenzio ricordo che J. Hauscher ha fatto rilevare come il termine hesycha in greco significhi quiete. Si allude cos a una quiete come silenzio. 157

Inoltre, mi fa piacere constatare il rilievo che Lei d alla persona. Penso in questo momento al lavoro che conduce da alcuni anni Roberta de Monticelli, riprendendo una certa fenomenologia. C ancora molto lavoro da fare perch si riduca o evolva il disordine a ordine. Proporre oggi, nella nostra societ contemporanea, la dimensione del silenzio e della quiete, di un abbandonarsi fiducioso alla vita, unimpresa molto ardua. Ma ritengo necessaria! Concordo quindi. Bisogner pensare a nuove forme di partecipazione e di coinvolgimento che spostino la soglia dattenzione. LUomo sente gi una Mancanza ma difficile che si metta a cercare. Un certo modo di vivere e pensare sembra averlo ormai catturato. Vive nel mondo dellopinione e della merce. La mistica sembra ormai scomparsa, a causa dellapparire dellilluminismo, diceva Zolla. Vedremo dove ci porter la tecnica e la scienza. Forse ci aiuteranno a comprendere ci che gi stato compreso da tempo e non sappiamo perch dimenticato? e che dobbiamo ricomprendere? Emanuele Giordano Vito Mancuso Says: June 29, 2007 at 7:01 pm A Emanuele Giordano: io penso proprio di s, che la scienza e la tecnica (se si sapr parlare loro, senza vederle come minacce, ma destandole alla logica - figlia del Logos - che le anima) ci aiuteranno a comprendere ci che stato compreso da tempo dalla sapienza spirituale di tutti i popoli, e cio che siamo figli di Dio, dellIpsum Esse Subsistens, della divinit dellessere. La scienza non mai stata contraria alla spiritualit presso i popoli antichi, anzi era esercitata proprio con questo spirito, si ricordi Ippocrate per esempio. Se dovessi dire come mai si prodotta poi la frattura scatenerei un bel po di polemiche, e ora non mi sembra il caso. Vorrei solo aggiungere che il mediatore della figliolanza che gli uomini percepiscono verso il Padre Creatore e Reggitore dellessere il Logos, lidentico Logos che presiede la scienza, la filosofia, letica, la teologia (quando veramente teo-logia) e che trova la pi alta realizzazione nella luce della coscienza umana personale che si desta alla consapevolezza di questa figliolanza, e di cui Cristo la grammatica fondamentale, la sussistenza del Logos in cui siamo stati pensati da sempre. A Io: desidero cortesemente segnalare che non ero e non sono per nulla infastidito dal Suo pseudonimo, perch dovrei esserlo? Quanto alle questioni sollevate, sono cos ampie che non posso rispondervi esaurientemente. Sappia solo che per me le caratteristiche essenziali della verit (cio di Dio) sono tre: semplicit, integralit e soprattutto universalit. Io Says: June 29, 2007 at 10:06 pm al dott. Mancuso grazie 158

La meditazione nello Yoga e nello Zen Il silenzio fisiologico diventa valore filosofico: AsanaZazen (postura seduta), Dhyana-Zen (meditazione)
"Io urlo la mia domanda all'universo, ma l'universo continua a tacere" scrive Albert Camus. L'occidentale vive nelle parole, arriva a dire che mondo solo ci che diviene linguaggio. Dopo la prova della propria esistenza attraverso il dubbio (atto di pensiero), Cartesio si chiede: "Cosa sono?". Si risponde: "Sono una cosa che pensa". Chi ha esperienza di meditazione sa che la realt si avvicina piuttosto ad un "sum ergo cogito": sono qualcosa che pu anche pensare. La meditazione uno stato di silenzio interiore: "Tenebre luminosissime, silenzio eloquentissimo". Si fa esperienza di "Ci che ", "Ci" che non ha bisogno di parole per dire di s, non di luce per mostrarsi: dice tutto di s nel silenzio e nelle tenebre. Il silenzio dell'universo , per il mistico, un urlo insopportabile perch troppo significante. Non questione d'opinioni, ma d'esperienza: "Si ha lo stato di yoga allorch s'acquieta il turbinio mentale. Allora lo spirito ritorna alla propria natura originaria". Cos ci ha tramandato Patanjali, il grande sapiente dello Yogasutra. Asana, Za-zen, posture per il silenzio, vie per l'esperienza dello Spirito. Se il corpo prova disagio, la mente si agita; se la mente si agita, non possibile il silenzio interiore. Il silenzio si fonda sulla quiete del corpo, la quiete sull'equilibrio. Luogo dell'equilibrio la colonna vertebrale. Il silenzio si fonda sull'equilibrio della colonna vertebrale: Asana. Il silenzio il luogo della lucida, silenziosa, a-verbale, intro-versione della coscienza: Dhyana. Quando la coscienza si ripiega, in un muto domandare, su se stessa, pu eventuarsi l'intuizione che cambia la vita: la Grande comprensione - Satori. Puoi scoprire ci che d alla vita un indubitabile, sacro, senso.

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Il valore del silenzio


Tre volte al giorno, sulla collina di Taiz si ferma tutto: il lavoro, gli studi biblici, le discussioni. Le campane chiamano tutti in chiesa per pregare. Centinaia, a volte migliaia di persone, per lo pi giovani, da tutto il mondo pregano e cantano insieme ai fratelli della Comunit. Un brano dalle Scritture letto in diverse lingue. Al centro di ogni preghiera comune c un lungo periodo di silenzio, un momento unico per incontrare Dio. Silenzio e preghiera Se prendiamo come nostra guida il pi antico libro di preghiera, il libro dei Salmi, notiamo due principali forme di preghiera. Uno un lamento, un grido di aiuto. Laltro di ringraziamento e lode a Dio. Ad un livello pi nascosto c un terzo tipo di preghiera, senza domande o pi esplicite espressioni di lode. Nel Salmo 131, ad esempio, non c altro che tranquillit e fiducia: Io sono tranquillo e sereno . spera nel Signore, ora e sempre. A volte la preghiera diventa silenziosa. Una tranquilla comunione con Dio si pu trovare senza parole. Io sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre Come un bambino soddisfatto che ha smesso di piangere ed nelle braccia della madre, cos pu stare la mia anima in presenza di Dio. La preghiera allora non ha bisogno di parole, forse neppure di pensieri. Come possibile raggiungere un silenzio interiore? Qualche volta siamo apparentemente in silenzio, e tuttavia abbiamo grandi discussioni dentro di noi, lotte con compagni immaginari o con noi stessi. Calmare la nostra anima richiede una specie di semplicit. Non mi tengo occupato con cose troppo grandi o troppo meravigliose per me Silenzio significa riconoscere che le mie preoccupazioni non possono fare molto. Silenzio significa lasciare a Dio ci che oltre la mia portata e le mie capacit. Un momento di silenzio, anche molto breve, come una sosta santa, un riposo sabbatico, una tregua dalle preoccupazioni. Il tumulto dei nostri pensieri pu essere paragonato alla tempesta che colpisce la barca dei discepoli sul mare di Galilea, mentre Ges stava dormendo. Come loro possiamo sentirci senza aiuto, pieni di ansiet ed incapaci di calmarci. Ma Cristo abile nel venire in nostro aiuto. Come rimprovera il vento e il mare e ci fu una grande calma, egli pu anche donare calma al nostro cuore quando agitato dalla paura e dalle preoccupazioni. (Marco 4) Rimanendo nel silenzio, confidiamo e speriamo in Dio. Un salmo ci suggerisce che il silenzio perfino una forma di lode. Siamo soliti leggere allinizio del Salmo 65: A te si deve lode, o Dio. Questa traduzione segue il testo greco, ma effettivamente il testo ebraico dice: Il silenzio lode a te, o Dio. Quando le parole ed i pensieri si fermano, Dio lodato in un silenzio di stupore e ammirazione.

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La parola di Dio: tuono e silenzio Sul Sinai, Dio parl a Mos e agli Israeliti. La parola di Dio fu preceduta ed accompagnata da tuoni e lampi ed un sempre pi forte suono di tromba (Esodo 19). Secoli dopo, il profeta Elia torn sulla montagna di Dio. L speriment tempesta,terremoto e fuoco, come era successo ai suoi antenati, ed fu pronto ad ascoltare Dio che parlava nel tuono. Ma il Signore non era in nessuno di quei potenti fenomeni familiari. Quando tutto il rumore termin, Elia ud il mormorio di un vento leggero e Dio gli parl.(1 Re 19) Dio parla con voce forte o in un mormorio silenzioso? Dobbiamo prendere come esempio le persone riunite sul Sinai o il profeta Elia? Potrebbe essere unalternativa sbagliata. I terribili fenomeni connessi con il dono dei Dieci Comandamenti servono a mettere in evidenza quanto questi ultimi siano seri. Accoglierli o rigettarli una questione di vita o di morte. Vedendo un bambino correre sotto una macchina bene gridare il pi forte possibile. In situazioni analoghe i profeti riferiscono le parole di Dio per far vibrare le nostre orecchie. Le parole dette ad alta voce sono certamente ascoltate: sono di effetto. Ma sappiamo anche che difficilmente toccano i cuori. Sono rigettate piuttosto che accolte. Lesperienza di Elia mostra che Dio non vuole impressionare, ma vuole essere capito ed accettato. Dio sceglie il mormorio di un vento leggero per parlare. Questo un paradosso: Dio silenzioso e tuttavia parla. Quando la parola di Dio diventa il mormorio di un vento leggero pi efficiente di altre cose per cambiare i nostri cuori. La tempesta sul Monte Sinai spaccava le rocce, ma le parole silenziose di Dio sono capaci di fare breccia nei cuori di pietra degli uomini. Per lo stesso Elia il silenzio improvviso era probabilmente pi spaventoso della tempesta e dei tuoni. In qualche modo le manifestazioni potenti di Dio gli erano familiari. Il silenzio di Dio lo disorienta, una cosa cos diversa da quella che aveva sperimentato in passato. Il silenzio ci rende pronti ad un nuovo incontro con Dio. Nel silenzio la parola di Dio pu raggiungere gli angoli pi nascosti dei nostri cuori. Nel silenzio, la parola di Dio dimostra di essere efficace e pi tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dellanima e dello spirito (Ebrei 4,12). Nel silenzio smettiamo di nasconderci di fronte a Dio, e la luce di Cristo ci pu raggiungere e guarire e trasformare anche quello di cui ci vergogniamo.

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Silenzio e amore Cristo dice: Questo il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati (Giovanni 15,12). Abbiamo bisogno di silenzio per accogliere queste parole e metterle in pratica. Quando siamo agitati e irrequieti , abbiamo cos tanti argomenti e ragioni per non perdonare e per non amare. Ma quando abbiamo calmato e reso quieta la nostra anima, queste ragioni ci paiono insignificanti. Forse qualche volta rifuggiamo il silenzio, preferendo qualunque rumore, parola o distrazione, perch la pace interiore una cosa rischiosa: ci rende vuoti e poveri, disintegra le amarezze e ci conduce al dono di noi stessi. Silenziosi e poveri i nostri cuori sono ricolmati dello Spirito Santo, riempiti con un amore incondizionato. Il silenzio un umile ma sicuro cammino verso lamore.

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Il Silenzio
di Chissotti, Riccardo
In Massoneria abbiamo appreso che il silenzio sia e vada imposto all'Apprendista, per agevolare la sua assimilazione dei principi e dei costumi che ci distinguono. Un apprendimento lento e graduale attuato nell'osservazione e nell'ascolto di Tavole e scambio di opinioni dei Fratelli pi anziani. Per ogni Libero Muratore il silenzio consiste nell'astenersi dal parlare inutilmente, per il semplice piacere narcisistico di sentire la propria voce o di manifestare la propria presenza, anche quando si coscienti di non essere in grado di aggiungere alcunch di rilevante alla trattazione corrente. Occorre per aggiungere che si tratta del silenzio del cuore, consistente nel far tacere le passioni ed i giochi esasperati dell'immaginazione, nonch il pensiero foriero di utilit o costruttivit nei confronti degli eventi, delle cose e degli esseri. Anche questo un aspetto compreso nell'esclusione dei metalli dal Tempio, requisito indispensabile per l'instaurazione della sacralit rituale, ovvero per la consacrazione dello stesso Tempio. Cos' dunque il silenzio? Una semplice condizione ambientale che possiamo creare e mantenere? Oppure si tratta di una condizione surreale, simile a quella descritta da certi professionisti subacquei arrivati a descrivere stati d'animo sperimentati nel silenzio assoluto degli abissi? Quegli stati d'animo particolari definiti in successione con termini come timore, paura, sgomento, quiete, calma, distensione, contemplazione, riflessione e meditazione, per culminare in esaltazione, una condizione simile alla beatitudine se non addirittura alla felicit? Un antico proverbio cita che "A forza di tenere aperta la bocca, si sono chiuse le orecchie", un detto che nasconde una profonda verit. La parola il mezzo ordinario di comunicazione fra gli esseri umani, il veicolo d'ogni affetto che sottintende la relazione analitica. Proprio perch esprime e provoca questi affetti la parola, certe parole, acquistano in particolari circostanze significati particolari. Un valido psicanalista, Nacht, ammonisce che "come la parola unisce accomunando gli uomini, per l'inconscio dell'individuo pu diventare quanto separa pi profondamente". Nell'analisi psicoanalitica si constatato che il silenzio non implica assenza di comunicazione, in quanto pu originare un tipo primordiale, preverbale di comunicazione. Perch un paziente sotto esame possa arrivare al silenzio, occorre che lo psichiatra lo anticipi in questa condizione, perch bisogna instaurare un

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rapporto funzionale tra i due, affinch si percepisca l'altro come parte, seppur separata, della propria personalit, addirittura della propria coscienza. Ho voluto esporre questo accostamento perch credo che quanti si siano posti sulla "strada del ritorno", abbiano necessariamente organizzato sedute psicoanalitiche per s stessi. All'inizio si avuta la sensazione di ignorare del tutto l'altro racchiuso in noi, la parte che imponeva comportamenti e ritmi che non ci erano congeniali, che ci ponevano in uno stato di disagio. Si crea dapprima il silenzio, che origina sensazioni particolari, paragonabili allo stato di sonno, di inerzia, simile forse allo stato di morte. Si bersagliati ed oppressi dalla necessit di uscirne, per cui il pensiero corre presto al desiderio della rinascita. Ma rinascita implica aver prima subito la morte, o perlomeno la perdita della coscienza, ovvero il decesso psicologico. proprio la psiche che rifiuta la morte. Eppure l'intera natura caratterizzata dalla rinascita, dal morire pressoch quotidiano, come quotidiano il rinnovarsi delle cellule del corpo fisico. per psicologicamente che occorre essere disposti al mutamento, sempre che non si voglia isterilire, vegetare, invecchiare anzitempo o vivere comatosamente. Il mutamento psicologico molto pi importante di quello fisico, tant' che suicida colui che si uccide perch non sa morire psicologicamente per poi ricostituirsi su basi rinnovate. nel crogiolo del silenzio del Terapeuta, nell'Atanor alchemico, che la parola dell'Io cosciente si scopre come fantasma, proiezione deformante della realt. Qui si tratta di rendersi interamente disponibili ad accogliere aspetti profondi ed a fondersi con essi. Uno stato di silenzio veramente realizzato stabilisce comunicazione con l'oggetto del silenzio, attraverso il contatto con il proprio Io interiore realizzato a livelli profondi. Questo pu essere prodotto e realizzato con tecniche particolari di rilassamento e concentrazione, che producono un primo tangibile vantaggio costituito dalla possibilit di vivere il sogno in stato di veglia, dall'immediatezza della sua produzione, senza particolari elaborazioni e distorsioni, in condizione di vigile concentrazione che consente la pronta comprensione anche dei suoi aspetti pi arcani. Ognuno di noi sa certo quanto sia importante approfondire la comprensione della propria personalit. Se pensiamo che nel sogno si vivono aspetti racchiudenti il lato psicotico della personalit normale, si capir meglio perch parlavo di vantaggio. Comunque questi aspetti, proprio perch sono considerati normali, vengono tenuti dissociati, per cui possono portare a vari stati di disagio. Invece il sogno vissuto in stato di veglia porta ad un'ampia integrazione di questi aspetti, con conseguenti benefici morali e fisiologici.

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La comunicazione verbale presuppone la dualit soggetto oggetto. Il bimbo ha potuto apprendere l'uso del linguaggio solo riconoscendo il diverso da s, entrando cos in rapporto con il mondo esterno. Da quel momento si trovato a sperimentare una molteplicit di desideri, che rappresentano l'inseguimento illusorio dell'oggetto unico identificato sotto apparenze diversificate, in quanto annulla la separazione preesistente. evidente che la realt esterna suscita un grande bisogno di possesso che il mondo della molteplicit pu solo in parte rinnovare senza mai saziare. Ci che l'uomo vuole si trova per al di l di queste molteplicit. Egli pu trovare riposo solo dall'unione stretta con l'oggetto, tanto da implicare una vera fusione con esso. Cos liberato dal bisogno di avere, grazie a quest'unione, trova finalmente la quiete rappacificandosi nella gioia di essere. un grande bisogno di unione funzionale, ovviamente diretto ad un ordine di conoscenza squisitamente spirituale, che caratterizza i grandi mistici, i grandi iniziati, i Maestri che conosciamo attraverso la storia e la Tradizione. Per cui l'evangelica necessit del ritorno alla condizione infantile per aver accesso al Regno dei Cieli, acquista l'evidente significato di "fare silenzio, non aver desideri, passando cos dalla condizione d'avere a quella di essere". Realizzare il silenzio non n facile n infantile, specie nel corso di questa nostra esistenza, satura di rumori di varia natura, esterna ed interiore. Mentre non facile la soppressione di quelli esterni, risulta ancor pi difficoltosa l'eliminazione degli interni, dovuti a sensazioni, sentimenti e pensieri. Un esempio forse banale ma significativo evidenziante questa difficolt, noto a quanti abbiano sperimentato con successo la concentrazione. Ci si accorge dapprima che il ronzio della mosca come lo scricchiolio d'un mobile siano percepiti come il rombo di un cannone. Al contrario piccoli ed insignificanti pensieri ed emozioni acquistano particolarmente grande importanza. Per conseguire il vero silenzio, che nulla ha da spartire con il silenzio di chi tace perch ha la mente vuota o perch teme di sbagliare, occorre sforzarsi di praticare, di operare ogni giorno. Se parliamo non possiamo udire. Bisogna far tacere le nostre voci, spogliarci dei pregiudizi e trovare la capacit di ascoltare con mente e cuore assolutamente liberi. Le tecniche di concentrazione sono innumerevoli, ma la pi diffusa e certo quella Yoga. Infatti il termine sanscrito Yoga significa unione, non solo con il divino, ma integrazione con s stessi, col proprio Io interiore, ovvero con la nostra componente spirituale e creativa. Lo Yoga distingue quattro diversi stati di coscienza:

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1) Stato di veglia 2) Stato di sogno 3) Stato di sonno profondo 4) Stato Turiya, che l'unione dei primi tre. A parte le modalit e le difficolt di realizzazione, risulta evidente che ad ogni stato di coscienza corrisponde un livello di silenzio. Quanto pi si riesce a raggiungere livelli di coscienza profondi, tanto pi creativa diventa la condizione di silenzio acquisita. La parola crea comunicazione mentre il silenzio crea comunione. Evidente la differenza. Lo stato di meditazione pu essere definito condizione psico fisiologica di attivit passiva e di quiete creativa. Non si tratta di una definizione oscura o contraddittoria, trattandosi di una parte della mente che viene mantenuta sospesa, in attesa passiva del materiale che le perverr da un'altra parte che, in apparenza, costituisce la componente attiva. Solo apparentemente per, poich in realt proprio l'atteggiamento di attesa che si dimostra in certo qual modo attivo, stimolando l'emergere (passivo) ed il fluire del materiale associativo. Il vero silenzio ha come base questa contraddizione di opposti, tipica dell'essere umano, perch il semplice rilassamento porta inevitabilmente al sonno. Il voler restare svegli ad ogni costo fa perdurare lo stato cosciente, non consentendo allo stato cosciente stesso di arrivare al silenzio. Il segreto sta nel saper oscillare continuamente tra uno stato di veglia ed uno di sonno, fino a trovare un equilibrio stabile tra le due opposte condizioni. Analizzando lo sviluppo umano, si nota che esso non altro che un continuo progresso dal sonno. Da quello quasi continuato del neonato si va verso un progressivo risveglio della coscienza, alla crescita dell'Io corrisponde sempre una diminuzione della necessit di dormire. L'iniziato anche definito risvegliato, perch ha la capacit quasi mai sfruttata di restare sempre sveglio, anche nel sonno, anche se questa una condizione essenzialmente diversa dal semplice essere sveglio. un vero salto di qualit, un vivere contemporaneamente a due livelli diversi. Questa necessit di equilibrio fra due opposti stata espressa nella Tradizione iniziatica con vari simboli. Uno dei pi conosciuti il Caduceo ermetico, rappresentazione grafica della teoria ind della Kundalini, l'energia sessuale che, destata con opportuni esercizi, risale lungo la colonna vertebrale lungo due opposti canali che si incrociano nei centri sottili, appunto come il caduceo. 166

Altro simbolo costituito dall'Androgino ermetico, dal Rebis di Basilio Valentino, in cui natura maschile e femminile, positivo e negativo, materiale e spirituale, sono perfettamente bilanciati. Vi un ulteriore simbolo, forse ancor pi semplice e noto. In questo gli opposti sono graficamente rappresentati da due segmenti che si incrociano, uno orizzontale esprimente la passivit ed il materialismo (squadra) e l'altro verticale esprimente l'attivit e la spiritualit (compasso). Si tratta del simbolo della croce, dai molteplici aspetti e significati, comunque ben noto a tutte le scuole iniziatiche. La psiche pu essere paragonata alla superficie dell'acqua di uno stagno. Quando non agitata si ha uno stato di quiete e di silenzio interiore, il raggio della coscienza la pu attraversare ed illuminare in profondit. Al formarsi di un'onda il movimento superficiale pu formare un'immagine riflessa, che pu diventare chiara e riconoscibile. Quanto pi si riesce a raggiungere uno stato di silenzio interiore, tanto maggiore sar la limpidezza e la possibilit di identificazione e di riconoscimento dell'Io, anche se ovviamente talune reazioni restano determinate da stimoli esterni. Abituarsi a tollerare l'immobilit ed il silenzio costituisce un modo di liberarsi dall'impiego ripetitivo dei movimenti, del linguaggio e del pensiero, diventando cos pi genuini e liberi. Il senso di continuit della coscienza tenacemente legata alla continuit del pensiero, per cui ci sentiamo costretti ad una continua agitazione mentale tale da garantirla. I pensieri affluiscono alla mente senza sosta, in modo disordinato, ed anche se ci sforziamo di ordinarli in modo logico, restiamo sempre schiavi del pensiero. In realt noi non pensiamo ma siamo pensati. Per porre rimedio a questo stato di cose dobbiamo imporci di inserirci in questo vuoto. allora che cominceremo a sperimentare il vero silenzio. Con ripetuti tentativi si riuscir ad ampliare questo spazio e acquisiremo esperienze davvero interessanti. Talune condizioni di tipo mistico ed iniziatico sono ben diverse anche se simili, nella sostanza, ad analoghe manifestazioni psicotiche. Realizzando di fatto la condizione di silenzio profondo, si pu raggiungere uno stato di regressione controllata, che permette una fusione con la cosa contemplata, sia essa un oggetto, un pensiero od un simbolo. un sistema completamente diverso da quello scientifico, conduce alla conoscenza e presuppone l'osservazione della cosa da parte di un soggetto totalmente distaccato, mai un fondersi tra i due. Un rapporto fusionale consente la penetrazione dentro l'oggetto, un guardarlo dall'interno. Per cui conoscere il fiore essere il fiore, fiorire come il fiore, godere tanto del calore solare quanto dell'umidit della pioggia. 167

Se ci avviene, il fiore ci parla, ci rivela i suoi segreti, le sue gioie e le sue pene. Allo stesso modo si possono comprendere tutti i segreti dell'universo, che includono tutti i segreti dell'Io, quel mio Io che ho ricercato ed inseguito poich ho scisso me stesso in una dualit, inseguitore ed inseguito, l'oggetto e la sua ombra.. La realizzazione di un simile stato di consapevolezza richiede il mantenimento di buona parte di s stessi in condizione di immobilit spettatrice. Una singolare utopia sarebbe trasformata cos in stato di forza dell'Io, tale da consentire di tacere senza dormire, consentendoci di trasformarci da normali individui separati in corpo ed anima, materia e spirito, in un tutt'uno con l'universo. Non cosa facile il conseguimento del silenzio sfruttandone i vantaggi, esattamente come complesso il diventare veri Massoni. Le vie tracciate dai saggi che ci hanno preceduti nella via iniziatica, che hanno lasciato tracce per noi della loro Fede, non sono facili da percorrere. Non potrebbe essere altrimenti, in quanto diversamente non potremmo veramente acquisire merito alcuno per smaltire parte del fardello karmico di cui siamo gravati. Cosa ci distinguerebbe dal resto dell'umanit se cos non fosse? Che significato potrebbe avere l'iniziazione? Riflettiamo su questa differenziazione, su queste difficolt, sulle enormi soddisfazioni che ci sono per riservate qualora vedessimo realizzati attraverso i nostri sforzi i nostri supremi ideali. Senza dubbio persone amiche, ed ancor pi esseri che si amano, realizzando uno stato di silenzio possono raggiungere una comprensione reciproca, un'armonia, una condizione di piacere e di benessere ineguagliabile, incomprensibile da parte di chi non lo abbia mai potuto sperimentare. Appartenendo ad un ordine iniziatico prima o poi lo si sperimenta. In quel silenzio la distinzione tra me e te annullata, ogni cosa diventa unica con noi stessi, come una voce interiore per cui la mia voce diventa la tua, e la tua la mia voce: la Comunione. La Catena viene cos realizzata come sublime esaltazione del silenzio. la Catena d'Amore, l'unione che origina la Fede comune, da cui scaturisce la Forza d volont e perseveranza per conseguire le finalit che sono nostre dall'iniziazione. Una Forza che non svanisce allo scioglimento della Catena perch resta in noi, per aumentare le nostre energie che ci consentiranno di vivere in simbiosi con ideali e principi muratori il messaggio di vera Libert, Uguaglianza e Fraternit. Le virt fondamentali per la costituzione di un mondo migliore rappresentato dal Tempio dell'Umanit.

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Elogio del silenzio Alla ricerca di un'assenza di parole, di suoni e rumori. Come nutrimento per la mente, oltre che per il corpo
di Giuseppe Jis Forzani* Il silenzio non si pu dire, ma parlarne si pu. Con prudenza e pudore, ogni tanto salutare provarci. Per sfatare i pregiudizi che il silenzio circondano, intessuti di fastidio, paura, infatuazione. diffusa, oggi, l'antipatia per il silenzio, quasi fosse una condizione di impotenza, privazione, handicap: il rovescio oscuro del suono, della parola, del rumore. Una tenebra di solitudine opposta alla compagnia luminosa dell'eloquio, della musica, del brusio. Il silenzio ormai quasi istintivamente compreso per lo pi in senso negativo, come una mancanza, un'assenza e non come una condizione fenomenica con le proprie autonome categorie di realt. In un'epoca in cui la diversit, dopo esser stata brevemente occasione di curioso e condiscendente interesse, sembra tornare al consueto ruolo di bersaglio fisso per le irrisolte aggressivit individuali e collettive, il silenzio simboleggia il diverso. E assume connotazioni sospette, quasi tendesse agguati totalitari e mortali alla vivacit democratica del suono. Oppure, specularmente, a fronte del fastidio che il crescente inquinamento acustico e il continuo cicaleccio di parole vane ci infliggono, il silenzio si ammanta per alcuni di un'aura mitica, quasi fosse il balsamo che lenisce ogni ferita. Queste semplicistiche schematizzazioni, di cui spesso siamo complici, provengono da una concezione del silenzio come "il contrario" del suono: ma cos non . Fra quelle due realt non vi un rapporto relazionale. Suono e silenzio sono interdipendenti, nel senso che definiamo e nominiamo l'uno in base all'idea che abbiamo dell'altro, ma fra i due non c' alcuna relazione costitutiva: infatti quando c' uno, l'altro non esiste in alcun modo e forma. Non sono neppure l'uno l'opposto dell'altro, cos come la morte non l'opposto della vita: forse potremmo dire che sono inter-indipendenti. Solo cogliendo la loro reciproca autonomia, si rivela la ricchezza multiforme del suono e del silenzio. La potenza espressiva del silenzio, infatti, la sua carica comunicativa non sono certo inferiori a quelle del suono: cos come le qualit, i modi, le sfumature dei silenzi non sono meno variegate delle forme dei suoni. Proviamo dunque a tessere un piccolo elogio del silenzio, non fosse che per rendercelo pi simpatico o almeno un po' pi familiare, o comunque non oggetto di pregiudizievoli ostracismi n richiamo per infantili fascinazioni. Con il termine generico di silenzio indichiamo situazioni e atmosfere che dischiudono realt molto differenti e a volte antitetiche l'una dall'altra. 169

Non posso qui che accennare scegliendo a caso alla sconfinata gamma dei silenzi che sono parte integrante dell'umana esperienza. Il silenzio , anzitutto, interiore o esteriore. C' il silenzio della natura, fenomenico, che si manifesta come una sospensione dei suoni naturali: il silenzio del vento che tace, l'improvvisa simultanea quiete del brusio delle cicale un attimo fa assordante, il silenzio che segue lo scoppio rotolante del tuono, il silenzio che precede l'alba, prima che il primo trillo saluti la creazione che di nuovo incomincia. C' il silenzio ontologico, che incrina la barriera fra essere e non essere, il silenzio di Dio, spazio della tragedia e della libert, origine dell'avventura e dell'angoscia, il silenzio di Buddha, che non risponde e scioglie il punto interrogativo alla domanda, il silenzio della ragione, che non il suo sonno, ma riposo all'ombra della soglia. C' il silenzio del pensiero, nelle sue tante forme: smarrimento del filo e perdita di orientamento, oasi di pace nel deserto della dialettica infinita, margine al bordo dell'abisso o vetta al confine del cielo, spazio infinito che il pensiero evoca e in cui s'annega. C' il silenzio della parola, nei suoi innumerevoli aspetti. Impossibilit fonetica fisiologica, privazione del lessico per lo straniero ignaro dell'idioma, negazione della libert di espressione l dove la parola controllata e uniforme, reticenza a dire per paura del giudizio, raggiunto limite delle capacit espressive, volontaria rinuncia ascetica, intensa attenzione che predispone all'ascolto, incondizionata apertura all'inaudito, resa condizionata dall'impossibilit di dire. Sono silenzi di timidezza, reticenza, pudore, omert, segreto, piet. Il silenzio un'esperienza variegata e multiforme, che fa parte della vicenda esistenziale umana, e come tale da assaporare, conoscere, valorizzare, evitare. Non necessariamente va lasciata al caso o alla consequenzialit delle circostanze, ma pu e, io credo, dovrebbe essere anche coltivata. Cos come il rapporto del soggetto parlante con la parola che pronuncia o scrive non determinato solo dall'abitudine alle convenzioni lessicali o dalla fantasia della momentanea improvvisazione. Ma anche studio, ricerca, approfondimento del senso del dire e del modo di dirlo. E va coltivato, nutrito, il rapporto del soggetto silente con il silenzio che ascolta o esprime, per non essere abbandonato all'estro del caso. L'educazione all'ascolto, presupposto di ogni dialogo autentico, compreso quello con se stessi, si fonda sulla capacit di fare silenzio. Se, mentre ascolto la parola dell'altro (o il suono di una musica, o il passaggio del vento) io non sono capace di fare silenzio dentro di me, se non faccio tacere il brusio dei pensieri, delle riflessioni condizionate, delle emozioni istintive, io forse sento i suoni che mi giungono all'orecchio, ma certo non li ascolto per quello che sono, in tutta la loro potenza espressiva. Il rapporto con il silenzio una funzione esistenziale primaria, alla quale ci si deve educare tramite quell'esercizio o quella pratica che definiamo "fare silenzio". Fare silenzio non vuol dire imporsi o farsi imporre un tacere esteriore e interiore passivo, subto, ma ampliare lo spazio interiore, che potenzialmente 170

sconfinato ma normalmente ingombro di ogni genere di oggetti-pensiero. Vuol dire riconoscere il valore espressivo del silenzio, comprenderlo come piena partecipazione e non come passiva ricezione, come nutrimento dello spirito, della mente e persino del corpo. Non per niente facile fare silenzio, anche perch da secoli la nostra cultura ha imboccato la strada di considerare parola e silenzio come antitetici nemici (i vassalli rispettivamente dell'essere e del non essere) e non ha elaborato un'educazione affettuosa al silenzio. Anche l dove la meditazione rimasta come pratica tramandata, si tratta per lo pi di meditazione pensata, tecnica psichica, esercizio di elaborazione di immagini mentali, per raggiungere un qualche stato interiore desiderato. Un rapporto immediato, totale, assorto e vigile con il silenzio non viene proposto come pratica dalla nostra cultura filosofica e religiosa, ma viene abbandonato al sortilegio dell'attimo. L'amicizia con il silenzio, come ogni amicizia, un bene di cui avere cura. Altre culture, altre sensibilit ed esperienze, in particolare orientali, che oggi si incrociano con le nostre, ci fanno conoscere modalit di fare silenzio, con la mente e con il corpo, che possiamo imparare e far nostre. Penso si tratti di una delle non molte speranze che visitano oggi il nostro presente. La ricerca affidata a ciascuno. Il criterio per distinguere, rispetto al silenzio, la paglia e l'oro credo sia questo: se la meta della meditazione proposta uno stato di benessere e pace, se il silenzio interiore si ammanta di aggettivi e promesse, siamo nell'ambito del gioco mentale; se si tratta soltanto di sedere in silenzio, siamo alla soglia del fare silenzio. Ma un elogio del silenzio non pu terminare qui. C' un elemento straniante che sostanzia il silenzio e che le parole su di esso non possono restituire. Non trovo modo migliore, per testimoniarlo, che raccontare brevemente una storia vera. P. coltiva una forma particolare di silenzio, o forse lui coltivato da essa. A un anno di et si ammala gravemente e, dopo inutili cure dolorose, torna a casa destinato a morire. Di colpo, per, guarisce senza apparente spiegazione; contemporaneamente smette di parlare. Ormai da pi di dieci anni non parla, ma sente e ascolta. E in rare occasioni, brevemente, dice. Vive con sua madre, L., e un giorno giunge in visita un'amica, impegnata da una lunga malattia e dalle cure per debellarla: racconta l'angoscia della notizia del male, i preparativi e i postumi del difficile intervento, la lenta convalescenza, i cicli di cure che guariscono e ammalano, il nuovo corpo, la nuova persona che emerge, la solitudine che circonda il malato... L'amica racconta, L. ascolta e P. va su e gi, saltella, passeggia avanti e indietro, vicino e lontano, avvolto come in un'aura nel suo silenzio. Il racconto volge alla fine, si condensa nella domanda: "Che fare in questa situazione?". P. blocca il suo andirivieni. Quando si ferma cos, all'improvviso, il tempo e lo spazio si fermano insieme. Tutto si arresta con lui, la parola si spegne, il silenzio di P. avvolge e Silenzio e Attenzioni -------------------------------------------------------------------------------171

Tema difficile che cercher di sviluppare per quanto posso utilizzando le parole, conscio che non possibile mettere nero su bianco alcune cose. Ogni tradizione che si rispetti incorpora nei suoi parametri la ricerca del Silenzio, questa una delle cose pi difficili da Comprendere, iniziamo con il dire che non si parla di silenzio acustico, non solo quello almeno, si parla di silenzio totale, anche perch qui nel nostro ambiente il silenzio (acustico o di altro tipo, inteso come assenza di vibrazione etc) non esiste, il massimo raggiungibile l'aumento del "rumore" (non inteso come/solo acustico) a tale livello da farcelo percepire come Silenzio... c' sempre un cerchio Alfa Omega alla fine... Altro aspetto anche richiamato da tutte le tradizioni anche se a differenza del silenzio usando termini diversi l'Attenzione, utilizzo questa parola perch ai fini di questo discorso quella che pi si adatta nei nostri termini occidentali moderni. Sappiamo tutti che viviamo in un mondo relativo, basta cambiare punto di vista per cambiare una buona fetta del nostro panorama percettivo, entrare in una stanza con il naso e le orecchie tappata ci farebbe percepire una stanza diversa dall'entrare nella stessa normalmente, e stiamo parlando solo dei 5 sensi, in realt possiamo dire che dove/come noi puntiamo l'attenzione quello sar il nostro mondo, facendo un esempio anche pi emozionale se una persona attaccata all'apparire camminando per strada divider tutto in bello e brutto, si dice che non coglier le sfumature, cio la sua attenzione focalizzata in quel senso... ripeto sto facendo esempi banali per introdurre.. ma tutto quello che percepiamo dipende dalla "larghezza di banda" della nostra Attenzione. Tutto quello che non raggiungibile normalmente da una larghezza massima di Attenzione Silenzio, al di fuori... noi lo percepiamo come silenzio, l'Umano nel corpo ha la possibilit di sperimentare e conoscere 3 Attenzioni, cio tre zone che prese singolarmente sono mondi reali a tutti gli effetti con altri 2 di silenzio (da quel punto di vista). Ci siamo? Se io sono immerso dentro una vasca da bagno, ponendo che non possa vedere e sentire rumori fuori quello un mondo, fuori ce n' un'altro ma per me silenzio, se io esco fuori della vasca sento e percepisco il mondo normale, ma quello dentro la vasca silenzio....... sempre esempi banali prendeteli come sono non attaccatevi a questi (uno a caso? LB? ). Come dicevamo sopra all'interno di ognuna di queste 3 attenzioni, ci sono punti dove il nostro Essere si "fissa"... possono essere statici oppure in movimento, posso fluttuare solo entro un certo range (intervallo, spazio) oppure essere pi "liberi"... la prima Attenzione quella comune in cui viviamo, questo mondo e come lo percepiamo, a seconda di quanto il nostro punto di fissaggio fermo la nostra visuale sar ridotta, pi questo (punto di fissione) si muove e pi percepiamo, siamo coscienti di una parte pi grande nello stesso momento, pi lo fa velocemente e pi siamo quello che io definisco "svegli", perch anche un punto che si muova molto ma lentamente render un individuo senza idee fisse ma non integrate... esempio stupido abito in Italia e vado negli Usa tutti i 172

mesi, avr in me entrambe le realt, se invece vado negli Usa e ci st 20 anni, acquister la coscienza degli Usa ma "perder" quella italiana, cio avr quella italiana di 20 anni prima per cui in pratica avr perso quella di adesso, lo stesso vale con il punto di percezione pi si muove in largo e pi velocemente e pi ho dati che arrivano da ovunque... in questa prima attenzione. mi fermo un momento non sono sicuro che sia tutto chiaro La ricerca del Silenzio in questo senso acquista valore di espansione... ossia rappresenta la ricerca dell'ignoto. Ricercando il Silenzio ci si spinge ad uscire fuori da un mondo (quello conosciuto) per entrare in un altro. Se il Silenzio cio rappresenta ci che sta oltre il limite massimo dei nostri sensi, oltre al quale appunto non percepiamo, la sua ricerca ci proietta al di l del comune mondo conosciuto, ossia al di l dei nostri stessi sensi... A grandi linee (e quindi in maniera sicuramente semplicista) potremmo dire che il Silenzio rappresenta la "porta" verso nuovi mondi, e l'Attenzione il mezzo con cui poterne esserne coscienti..

Data registrazione: 24-01-2006 Messaggi: 1,561 Pasta del capitano. Per muovere l'attenzione bisogna esercitare l'intento... ma se non si e' in uno stato di silenzio tutto e' vano... L'intento (se ben allenato) agisce in parte sulla valvola psichica e in parte sul testimone silenzioso... L'attenzione raggiunge diversi livelli di realta' a seconda della "profondita'" dell'intento... L'intento e' semplicemente il non fare... e' una sorta di agire nel non agire... sembra un paradosso... anzi lo e'... ma non conosco parole che meglio possano esprimere il concetto d'intento... un esempio puo' essere questo... l'intento e' il timone di una nave... l'attenzione e' la nave... il capitano della nave e' il testimone silenzioso... il mare calmo e' il silenzio interiore... l'orizzonte e' sconosciuto... ufff... che voglia di mare che mi prende... Citazione: Tutto quello che non raggiungibile normalmente da una larghezza massima di Attenzione Silenzio, al di fuori... noi lo percepiamo come silenzio, l'Umano nel corpo ha la possibilit di sperimentare e conoscere 3 Attenzioni, cio tre zone che prese singolarmente sono mondi reali a tutti gli effetti con altri 2 di silenzio (da quel punto di vista). Ci siamo? Se io sono immerso dentro una vasca da bagno, ponendo che non possa vedere e sentire rumori fuori quello un mondo, fuori ce n' un'altro ma per me silenzio, se io esco fuori della vasca sento e percepisco il mondo normale, ma quello dentro la vasca silenzio....... sempre esempi banali prendeteli come sono non attaccatevi a questi (uno a caso? LB? ). 173

Hai scritto che le tre zone, prese singolarmente sono mondi reali, con due di silenzio..nell'esempio (scusa Capo ) vedo solo due zone.. in entrambi i casi. Potremmo dire, nell'esempio che se sono dentro alla vasca, non sento i rumori fuori, e nemmeno quelli della stanza accanto per esempio? E se esco dalla vasca, non sento il mondo che sta all'interno della vasca, ma nemmeno quello della stanza accanto.. Data registrazione: 28-05-2004 Messaggi: 6,297 Citazione: Originalmente inviato da RedWitch Hai scritto che le tre zone, prese singolarmente sono mondi reali, con due di silenzio..nell'esempio (scusa Capo ) vedo solo due zone.. in entrambi i casi. Potremmo dire, nell'esempio che se sono dentro alla vasca, non sento i rumori fuori, e nemmeno quelli della stanza accanto per esempio? E se esco dalla vasca, non sento il mondo che sta all'interno della vasca, ma nemmeno quello della stanza accanto.. Si si.... gli esempi erano solo per far capire che quando sono immerso in un mondo percepisco gli altri come silenzio..... quindi caro gufetto il silenzio interiore ma anche esteriore poi... "quando farete il dentro come il fuori e di due cose una cosa sola" Non muovo l'attenzione ma il punto in cui si fissa... lo so che sembra la mia solita pignoleria... ma importante.... non dico adesso cosa cambia. Sorry... hai ragione Uno... in effetti non e' pignoleria... Per il silenzio ho da aggiungere un esempio... Si puo' essere soli in mezzo al mercato di paese...

Citazione: Originalmente inviato da Uno Non muovo l'attenzione ma il punto in cui si fissa... lo so che sembra la mia solita pignoleria... ma importante.... non dico adesso cosa cambia. Un po' come quando si guarda un panorama... Si vede tutto insieme, ma si osserva una sola cosa per volta.. la nostra attenzione si fissa prima sul paesetto a valle, poi sale su per il monte, ammira il cielo, poi l'aquila che sta planando verso est... etc.. Pi velocemente riusciamo a muovere questo punto di fissione, pi riusciamo ad avere una visione globale, fino quasi a "fissare tutto nel medesimo momento".

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"Non muovo l'attenzione ma il punto in cui si fissa... lo so che sembra la mia solita pignoleria... ma importante.... non dico adesso cosa cambia." quindi non fissarsi come non guardare un punto fisso...ma lasciar correre lo sguardo libero e ampio? (apertura? in tutti i sensi) eddai faccio da me __________________ Dio mi conceda la serenit di accettare le cose che non posso cambiare il coraggio di cambiare quelle che posso cambiare e la saggezza di distinguere tra le une e le altre

Citazione: Originalmente inviato da Kael Un po' come quando si guarda un panorama... Si vede tutto insieme, ma si osserva una sola cosa per volta.. la nostra attenzione si fissa prima sul paesetto a valle, poi sale su per il monte, ammira il cielo, poi l'aquila che sta planando verso est... etc.. Pi velocemente riusciamo a muovere questo punto di fissione, pi riusciamo ad avere una visione globale, fino quasi a "fissare tutto nel medesimo momento". Il focalizzare l'attenzione sul " globale " deriva dalla espansione ovvero, da una comprensiva considerazione del paesaggio? Ci che si muove il punto " di fissione " non l'attenzione, giusto? Questo pi veloce, pi si riesce a " percepire " tante realt contemporaneamente; quindi da questo il termine " espandere " comprende la velocit del punto di fissione in maniera tale che io possa avere una " fotografia dell'istante "? __________________ Dr. Marc Haven Non deve essere lalba di luce che deve iniziare ad avvisare la tua anima di tali doveri giornalieri e dellora in cui gli incensi devono bruciare sui fornelli; la tua voce, solo lei che deve chiamare lalba di luce e farla brillare sulla tua opera, alfine che tu possa dallalto di questo Oriente, riversarla sulle nazioni addormentate nella loro inattivit e sradicarle dalle tenebre in cui versano. Originalmente inviato da Uno Tema difficile che cercher di sviluppare per quanto posso utilizzando le parole, conscio che non possibile mettere nero su bianco alcune cose. Ogni tradizione che si rispetti incorpora nei suoi parametri la ricerca del Silenzio, questa una delle cose pi difficili da Comprendere,

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Tu parli di tre attenzioni: io le interpreto: 1) attenzione per il mondo che ci circonda in generale; 2) attenzione per il nostro mondo personale, la nostra casa, le persone che conosciamo 3) attenzione rivolta a noi stessi Due silenzi (che silenzi non sono): 1) silenzio del mondo intorno a me quando mi chiudo in una stanza tutta mia e lascio fuori l'esterno. 2) silenzio dentro di me (con questo silienzio intendo far tacere i miei pensieri) cercando di udire il rumore di sottofondo.... e poi fare silenzio anche di quello.... questo lo chiamo passaggio da mente esteriore ad essere interiore, e penso sia questo che tutte le tradizioni chiamano Silenzio. Se ci chiudiamo nella nostra stanza (fisica e mentale) potremmo anche arrivare ad un relativo silenzio, ma... appena fuori dalla nostra stanza saremo di nuovo sopraffatti dai nostri pensieri e la nostra attenzione si sposterebbe dall'intero all'esterno, di modo che il di dentro non coincide con il fuori (separazione). Se per trovare il nostro essere interiore abbiamo bisogno del silenzio interno ed esterno, per,non viviamo pienamente la nostra vita in tutti i suoi aspetti, se per trovare il nostro essere interno dobbiamo spostare continuamente l'attenzione....verso il nostro s. Per vivere sempre la verit del nostro essere interiore, non solo qualche volta quando ci isoliamo, di modo che la conquista del nostro vero essere interiore si possa applicare all'esterno verso il mondo che ci circonda, dovremmo imparare a essere fuori come siamo dentro, di modo che anche in una strada piena di gente dentro di noi siamo nella nostra stanzetta ma esteriormente siamo in mezzo agli altri e li vediamo con i nostri occhi interni, non esterni, non so se sono riuscita a spiegarmi... e non so se ho capito quello che volevi dire. Riguardo all'attenzione, pi allarghi i tuoi orizzonti e pi ti espandi, e questa espansione arricchisce anche il tuo essere interiore, fino a che in questo continuo scambio i due saranno una cosa sola e noi saremo veramente noi in qualsiasi parte del mondo ci troviamo. No Stella non hai capito cosa intendevo, anche se il tuo ragionamento non fa una piega parlavo di tre veri e propri mondi... (i tre accessibili all'Umano in questa forma) per dirla papale papale, se entrassimo completamente in un'altra attenzione spariremmo fisicamente da qui e compariremmo in un'altro mondo, questo che adesso "rumore" sarebbe per noi silenzio, e mettendo di poter tornare "indietro" non ricorderemmo dove siamo stati e cosa abbiamo fatto... a meno che non ci fossimo preparati prima. Il tuo discorso per si pu vedere nell'ottica del "Ci che in basso come ci che in alto...." come specchio di un'altra realt.. e metaforicamente rende bene anche quella.

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Citazione: Originalmente inviato da Uno Come dicevamo sopra all'interno di ognuna di queste 3 attenzioni, ci sono punti dove il nostro Essere si "fissa"... possono essere statici oppure in movimento, posso fluttuare solo entro un certo range (intervallo, spazio) oppure essere pi "liberi"... la prima Attenzione quella comune in cui viviamo, questo mondo e come lo percepiamo, a seconda di quanto il nostro punto di fissaggio fermo la nostra visuale sar ridotta, pi questo (punto di fissione) si muove e pi percepiamo, siamo coscienti di una parte pi grande nello stesso momento, pi lo fa velocemente e pi siamo quello che io definisco "svegli", perch anche un punto che si muova molto ma lentamente render un individuo senza idee fisse ma non integrate... esempio stupido abito in Italia e vado negli Usa tutti i mesi, avr in me entrambe le realt, se invece vado negli Usa e ci st 20 anni, acquister la coscienza degli Usa ma "perder" quella italiana, cio avr quella italiana di 20 anni prima per cui in pratica avr perso quella di adesso, lo stesso vale con il punto di percezione pi si muove in largo e pi velocemente e pi ho dati che arrivano da ovunque... in questa prima attenzione. Questo punto di fissaggio mi fa venire in mente il punto di assemblaggio (o di unione) citato da Castaneda e situato in una zona definita sulla superficie delluovo (o bolla ) che se viene spostato rende possibile la percezione di altre realt diverse da quella ordinaria.Tanto per capire la stessa cosa? Mi confonde il fatto che tu scrivi che ci sono punti di fissaggio per ognuna delle tre attenzioni. Prendendo in considerazione il punto di fissaggio allinterno della prima attenzione possibile imparare a muoverlo consapevolmente e in modo mirato per arrivare ad essere svegli? Questo punto di fissaggio mi fa venire in mente il punto di assemblaggio (o di unione) citato da Castaneda e situato in una zona definita sulla superficie delluovo (o bolla ) che se viene spostato rende possibile la percezione di altre realt diverse da quella ordinaria.Tanto per capire la stessa cosa? Mi confonde il fatto che tu scrivi che ci sono punti di fissaggio per ognuna delle tre attenzioni. Prendendo in considerazione il punto di fissaggio allinterno della prima attenzione possibile imparare a muoverlo consapevolmente e in modo mirato per arrivare ad essere svegli? Si la stessa cosa, definita diversamente, non volevo limitarmi a Castaneda anche se quello che ha usato termini simili, non volevo usare quesi termini proprio per quello... ma sono quelli che pi rendono oggi. Ci sono punti infiniti di fissaggio... infatti lui parla di punto di unione cio, il punto in cui ci s fissa tra i tanti... Capito? E' la stessa cosa ma vista da due lati diversi... Si che possibile imparare a muovere il punto di unione con volont, una volont diversa da quella che crediamo noi essere volont, in un certo senso sembra che si faccia da solo, in realt bisogna prepararsi per questo e poi lasciare che si faccia solo all'ultimo.

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Don juan parlava di spostare il punto d'attenzione nella fascia dell'aquila... ma per fare questo usava il mescalito o il fumo... questo per alterare l'apertura della valvola psichica con sostanze psicotrope... ma ritengo non sia necessario utilizzare sostanze che alterano la percezione della "realta'"... la valvola psichica puo' essere controllata con l'intento... cosi' come il testimone silenzioso... il fare nel non fare e' l'ultima fase... prima c'e' un'allenamento delle suddette... nel romanzo di Castaneda il protagonista conclude il suo tirocinio lanciandosi da una rupe... senza morire... "fisicamente" cambia mondo... un bel romanzo... Citazione: Originalmente inviato da DanieleAsunis Capito poco x adesso, puoi fare un esempio di 'punto di fissaggio' e un esempio del movimento di questo 'punto di fissaggio' ? Non facile, gli esempi banalizzano dovrei fartelo provare per farti Comprendere realmente. Ci provo Sono sicuro che conosci il color picker per scegliere il colore nei programmi di grafica (ne allego due immagini), il punto che ho marcato circondato con il rosso possiamo dire che il nostro punto di unione... il punto in cui il nostro nucleo converge... dove la nostra coscienza "magnetica" (passami il termine), come vedi se muovi quel punto nel triangolo il colore sotto cambia, ecco quella la nostra percezione, se spostassimo l'altro punto (quello nel cerchi esterno) cambieremmo attenzione, cio tutto il triangolo cambierebbe completamente (cambieremmo mondo)... Mi fermo per vedere se si capisce..... Forte sto color picker la prima volta che lo uso cos... del resto noi copiamo quello che gi esiste... e questo proprio con i colori, il triangolo etc etc un microcosmo che molto dice su chi siamo, dove siamo etc etc Anzi rincaro la dose e metto anche un simbolo antico come terza immagine (oggi sfruttato male per spettacolo ) che sempre si integra nel discorso e per ora vi lascio studiare da soli DanieleAsunis Pensa di allungare la permanenza Ok, la dinamica chiara. Diciamo che il punto che sta nel triangolo una prospettiva, o pi semplicemente un punto di vista, no? Se cambio prospettiva o punto di vista, entro certi limiti cambio ci che percepisco. Per es posso avere una gigantesca passione per i cani finch uno non mi morde e mi manda una settimana all'ospedale, dopo quell'esperienza percepisco i cani diversamente da come li vedevo prima. Questo intendi per il movimento del triangolo? 178

Intuisco leggermente cosa intendi per spostamento nel cerchio esterno, per esempio il passaggio dalla veglia al sogno? Dico questo con qualche remora perch vedendola cos, se parli di tre attenzioni differenti non mi tornano i conti. Per esempio, mi capitato una volta di ritrovarmi improvvisamente senza corpo ma perfettamente vigile e cosciente. Cos, all'improvviso, stavo seduto sul letto, rilassato, niente pi corpo e ho cominciato a galleggiare verso su con il senso della vista intatto. Vedevo la stanza dall'alto. Praticamente durante l'esperienza ho cambiato improvvisamente prospettiva (perdendo quella fissa sul corpo) e ho perso una certa capacit di controllare l'attenzione, ma non si trattava di un'attenzione diversa dalla solita... Citazione: Originalmente inviato da DanieleAsunis Ok, la dinamica chiara. Diciamo che il punto che sta nel triangolo una prospettiva, o pi semplicemente un punto di vista, no? Se cambio prospettiva o punto di vista, entro certi limiti cambio ci che percepisco. Inz....omma Non solo un punto di vista... se il mio punto di unione quel puntino, a seconda di dove viene investito da un'infinita serie di direttrici.. impulsi... dati... flussi... ed formato da questi... (non so come definire in maniera che sia chiara a tutti), esteriormente pu sembrare un punto di vista ma diverso da vedere per esempio le cose dall'altezza di 1 metro o di 5.... con lo spostamento "cambi" tu... mentre con lo spostamento del punto di vista sei sempre uguale ma vedi le cose in maniera diversa... prova a studiare anche il terzo simbolo e vedilo dentro il color picker... vedi i movimenti... ok di questo mi "pentir" lo so gi Oggi mi sento particolarmente generoso per chi segue i discorsi sull'Alchimia o altre Tradizioni provate a vedere nella posizione dirtta i tre apici del triangolo che colori danno.... Poi per quelli proprio bravi si pu notare che l'opposto del nero nel cerchio esterno giallo... infatti per passare dalla prima attenzione alla seconda si passa un "muro" giallino (se si percepisce il passaggio altrimenti vi sto raccontando le favole) per la bianca invece c' un viola/fucsia che riconoscerete come colore delle vesti di certi ordini sacerdotali (compresi i "nostri" cattolici")... il secondo passaggio.... Oggi proprio sono loquace.... tanto pochi apprezzeranno... I colori non sono giusti ma rende bene le tre sfere che rappresentano i tre mondi.... bravo Gufetto... quando ce v... ce v

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Citazione: Originalmente inviato da Uno I colori non sono giusti ma rende bene le tre sfere che rappresentano i tre mondi.... bravo Gufetto... quando ce v... ce v Ma dimmi un po'... che colori ci vedresti bene per l'arredo?... (l'originale si trova sopra la volta d'ingresso del castello di Vignola)... chi passasse da queste parti consiglio la visita... Ho corel draw e il color piker nn c' Comunque l'altro simbolo evidenzia quattro elementi, un mondo centrale? pi altri tre, ciascun semicerchio va a toccare gli altri elementi. Purtroppo non ho mai 'seguito' le Tradizoni Esoteriche Occidentali, qualcosa di 'Orientale' ma principalmente ho lavorato da solo come una bestia. A un certo punto(anni fa), sono stato preso per mano da (me stesso?) e ho potuto sperimentare in modo diretto la risposta alla domanda 'Chi sono io?'. Sarebbe fuori luogo raccontare l'esperienza, comunque, cito la cosa perch continuo a non capirti quando parli di 'altra attenzione' e perch non posso sostituire ci che ho direttamente sperimentato con ci che posso concettualizzare almenoch dalla concettualizzazione non ne consegua un'altra esperienza. Da quell'esperienza ne sono uscito con il ricordo preciso di quattro 'mondi' completamente differenti tra loro che ho attraversato durante la fase di 'rientro' in me. Quello che io chiamo 'attenzione' e che considero proveniente dal pi alto di questi quattro conosciuti, era sempre una, e presente in tutti e quattro. La sua qualit essenziale, era sempre la stessa. Hai qualche lettura di approfondimento web accessibile da consigliare? perch, in caso contrario, ti stai rovinando con le tue stesse mani Avevo capito che era nel castello di Vignola, so leggere , i colori dovebbero essere giallo (per l'esattezza quasi oro) che il nostro ordinario mondo (1 attenzione) visto dall'esterno, per questo per uscirne completamente mantenendo coscienza dovremmo avere un involucro d'oro... c' molta metafora ma non solo... il secondo colore viola (2 mondo/attenzione) come simboleggiato dalle vesti che dicevo sopra... di chi dovrebbe padroneggiare anche questo secondo mondo... quelli che per noi sono Maestri... il terzo ovvio no? E' il regno Celeste... (3attenzione) ma parlarne adesso come parlare di fantascienza. Ok per oggi ho scritto pure troppo su sta cosa... e questo gli fa perdere valore... Da l, da quella istantanea convergenza di mondi, dal silenzio che assomma i silenzi, sbocciano tre parole: "Mangiare la paura".

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LA MASCHERA DI CELESTINO CELESTINO V, L'UOMO DELL'OLTRE


di Filippo Strofaldi Intervento di S.E. Mons. Filippo Strofaldi, vescovo di Ischia, in occasione del convegno su I sentieri della spiritualit Conservatorio San Pietro a Maiella - Napoli, 1 aprile 2006 La storia della santit, come viene descritta nei nostri libri classici di agiografia spesso una storia di vertici, cio una storia di grandi leaders, di grandi condottieri spirituali, di persone straordinarie baciate dalla gloria con laureola di santit. Invece la vera storia di santit, anche se passa attraverso ruoli importanti, sempre una storia di periferia, una storia di persone umili e semplici scelte da Dio per il suo disegno di salvezza, E' fatta perci di gente spesso sconosciuta agli occhi degli uomini o conosciuta per gesti ritenuti pavidi, per non dire vili (per viltade scriveva Dante), ma infinitamente preziosi agli occhi di Dio. Anche le nostre storie sono condotte dalla provvidenza di Dio e si consumano per lo pi, nella vita quotidiana, feriale, nell'oggi del nostro tempo, nell'hic et nunc della nostra esistenza. Possiamo dire che viviamo la nostra vita di ogni giorno nei cantieri umani con tutta la fatica, nel silenzio e nella semplicit. Al massimo, se chiamati a gravi responsabilit, ricopriamo con amore e modestia una vita da mediano senza coniugare il fascino della primadonna o il look del protagonista, senza la smania di emergere a tutti i costi mettendo da parte gli altri. Il vero santo serio e autentico, non cerca il premio della popolarit o l'oscar del consenso per emergere nel traffico del mondo e farsi notare dagli altri. Il vero santo ama allora il silenzio, la discrezione, la semplicit e il ritorno nell'ombra, anche se, suo malgrado, si trovato sotto le luci della ribalta. E San Pietro del Morrone, sin da giovane, ha preferito l'obbedienza alla volont di Dio, una vita umile e semplice, l'austerit e la povert delle scelte. La sua austerit di vita, la penitenza, le mortificazioni, i digiuni non erano, come oggi, digiuni estetici (per dieta) o digiuni patologici (anoressia) o digiuni di protesta pannelliana, ma segni dell'interiorit dall'uso moderato e non dall'abuso dei beni di consumo, in vista del quod superest date pauperibus.

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Il suo silenzio non stato un silenzio prudenziale; a volte noi stiamo zitti per non comprometterci o per paura. No. Pietro, eccetto la parentesi del Papato (e parentesi stata) ha vissuto il silenzio come ascolto di Dio nella propria vita e come voce della volont divina. In realt il silenzio dell'ascolto una voce che parla, la voce del silenzio, anzi, meglio, il canto del silenzio (silenzio cantatore).<1HS0.1> Il suo, insomma, non stato, come si dice oggi, un silenzio stampa dettato dal calcolo o dalla protesta come quello dei divi del calcio, della politica e dei grandi personaggi dello spettacolo. Non questo il silenzio dove si ascolta la volont di Dio. II silenzio di Pietro un silenzio interiore che consuma i suoi pensieri profondi nelle grotte o negli eremi, nel monastero o sui monti e si traduce nell'attuare la volont di Dio nella propria esistenza. Cos divenne l'uomo dell'oltre, non del buio oltre la siepe, ma della luce oltre la siepe, oltre gli orizzonti sfocati da cortile, oltre la staccionata dei nostri interessi, oltre gli intrighi della politica, oltre il pantano di una religiosit fondamentalista, oltre le prevaricazioni del potere temporale o del potere religioso dimenticando l'equilibrio di dare a Cesare quello che di Cesare e a Dio quello che di Dio. Vero che il brevissimo pontificato di Pietro del Morrone, l'eremita divenuto papa con il nome di Celestino V fra quelli sui quali maggiormente la storiografia si cimentata per cui anche la sua rinuncia o abdicazione alla carica venne interpretata gi dai suoi contemporanei in modi contrastanti multi multa dicunt ieri durante l'arco quasi secolare della sua vita 1210-1296, come ai nostri giorni quando scadiamo nel ridicolo equivocando ogni parola, frase o atteggiamento. E cos padre Dante interpret le sue dimissioni come un gran rifiuto addirittura per viltade, altri come Petrarca intravide un gesto di grande libert interiore compiuto da uno spirito angelico che non sopportava le imposizioni dettate dal compromesso di una guida suprema spirituale, come il papato, impastoiato di commercio, interesse e politica e di movimenti metallurgici. A me piace invece vedere sempre in Pietro del Morrone, la ricerca dell'oltre. Sin da giovane avverte l'esigenza di andare oltre una normale scelta religiosa, di per se stessa gi eroica, in un monastero benedettino e perci lasci il cenobio per diventare eremita sui monti abruzzesi. Rientrato a Roma per essere ordinato prete avvert subito dopo il bisogno spirituale di ritirarsi in una grotta sul monte Morrone vicino Sulmona, assumendone il nome appunto di Pietro dal Morrone con il quale viene sempre 182

chiamato. E quando i pellegrini, attratti dalia sua vita di santit, crescevano di numero nelle frequenti visite, ancora and oltre in luoghi inaccessibili della Maiella dove fond l'eremo di Santo Spirito con alcuni discepoli (1252). Il Papa Urbano IV inser nell'Ordine benedettino gli eremiti di Santo Spirito, ma Pietro dett norme disciplinari e liturgiche oltre la gi severa Regola di San Benedetto e perci, appena si consolid il Monastero di Santa Maria del Morrone, ancora una volta Pietro affid ad un altro religioso la direzione e si ritir in una grotta solitaria. E fu dal nuovo eremo di SantOnofrio, che Pietro fu chiamato dai cardinali riuniti in conclave (1294) alla guida della Chiesa per la sua grande fama d santit e saggezza. E fu Celestino V a 85 anni. Acclamato come un papa angelico e spirituale suscit grande entusiasmo nel suo ingresso allAquila, paragonato dalla fantasia popolare a Ges nel suo ingresso a Gerusalemme nella domenica delle Palme. Due ali di folla accolsero un vecchio e povero eremita, Cristo in terra, su un asinello condotto per le briglie da un re ( Carlo Il d'Angi) e da un principe (Carlo Martello). Il tempo di nominare alcuni cardinali, di concedere alla chiesa di Santa Maria di Collemaggio a L'Aquila I'indulgenza plenaria, nota come La Perdonanza celestiniana e di farsi costruire una piccola cella di legno qui a Napoli, in Castelnuovo, che dopo pochi mesi di pontificato, all'approssimarsi dell'Avvento, realizz il suo ultimo oltre, addirittura oltre il Papato, nel desiderio di ritirarsi nel suo eremo sulle montagne abruzzesi. Ma questa volta il suo ultimo oltre fu sviato (e questa una verit storica che non pu essere insabbiata come si dice oggi, anzi come si fa oggi) dallintervento del suo successore Bonifacio VIII che lo fece rinchiudere in una torre del Castello di Fumone nei pressi di Ferentino dove Pietro del Morrone, gi Celestino V, il povero cristiano di Ignazio Silone concluse la sua avventura sfociando, finalmente nell'oltre di Dio. Era il 19 Maggio 1296. E noi, a distanza di secoli, ne facciamo memoria e lo veneriamo come santo, come icona di ricerca al di l delle cose o come mi piaciuto chiamarlo il povero cristiano dell'oltre, per saper ritrovare anche noi la vera dimensione della spiritualit nell'oltre. Napoli, 1 aprile 2006 S.E. Mons. Filippo Strofaldi, vescovo di Ischia

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Il silenzio
"Taccia ogni mortale davanti al Signore, poich egli si destato dalla sua santa dimora" (Zac., 2,17) (di Anna Maria Piantanida) Il silenzio un requisito indispensabile per percorrere il sentiero, perch sentiamo il bisogno di dire i nostri segreti? Vanit, verbosit, oppure piacere di insegnare, dobbiamo invece far consistere la nostra gioia, nellessere padroni di noi stessi. Se si parla troppo le cose vere saranno dimenticate, ma i nostri argomenti deboli saranno invece ricordati; la discussione si riferir a questi anzich alla verit. Andr Arnoux dice: "Rigira sette volte la lingua, non per rispondere, ma per riflettere, per avere il tempo di tacere: il silenzio, forma di saggezza. Giunger a te, le parole che trattieni si purificano e ti fanno pi forte". Fra luomo e la donna, il silenzio possibile soltanto quando lamore vero; il silenzio un segno divino. Il silenzio ci fa prendere contato con leternit, se sappiamo tacere allora converseremo con Dio, il seme matura nell'oscurit, nel nulla risiede l'intelligenza primordiale e l'Assoluto immobile. Se la musica il linguaggio degli angeli ed il silenzio e il linguaggio degli dei, allora l'alternanza tra musica silenzio come un dialogo tra gli uni e gli altri. "La quiete ed il silenzio ordinano l'universo" dice Tao Te Ching. Mentre Confucio, sostiene che "Il Silenzio un amico fedele che non tradisce mai" e Kahlil Gibran, scrive, "Soltanto avendo bevuto dal fiume del silenzio tu potrai realmente cantare". Alcuni proverbi come ''il silenzio d'oro" detengono, accanto al significato profano, anche un significato occulto; e il Maestro Kuthuma configura il silenzio come il linguaggio degli Dei. La Tradizione, indica la permanenza nell'oscurit, durante i giorni che precedono i solstizi e gli equinozi o prima dei riti, per rendere invisibile il nostro corpo nel momento della trasmutazione; cos analogamente essa cindica anche di praticare immobili ed in silenzio; ed noto che in molte antiche scuole di saggezza, i discepoli si preparavano a ricevere i primi gradi di conoscenza, dopo una lunga sosta nell'oscurit, preferibilmente immobili e nel pi assoluto silenzio. "LA PAROLA DEL SILENZIO" "Un nudo silenzio impersonale ora la mia mente, un mondo di visione chiara e inimitabile, un volume di silenzio, firmato da una Divinit, una grandiosit scevra di pensiero, vergine di volont.

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Un giorno sulle sue pagine, l'Ignoranza poteva scrivere in uno sgorbio dell'intelletto, la cieca congettura del Tempo e lasciare pallidi messaggi di luce di un sol giorno, cibo per anime che errano al margine della Natura. Ma ora, ascolto una parola pi grande, nata dal raggio muto, invisibile, onnisciente: la Voce che solo l'orecchio del Silenzio ha udito, balza emessa da una gloria eterna di Luce. Da una vastit e da una pace intatta, tutto passa a tumulto di gioia in un mare di ampio riposo". (Sri Aurobindo da "Last poems ") Molti credono che comunicare sia parlare bene, ma "Comunicare" essenzialmente saper ascoltare. E' l'ascolto, infatti, che permette di "Costruire" relazioni di qualit. Senza il "Silenzio" non pu esserci vera "Comunicazione". Il silenzio sempre presente anche tra le parole. Rimanere in silenzio davanti a Dio, per renderci conto delloscurit psicologica e spirituale, nella quale ci dibattiamo, quando siamo lontani da Lui. Rimanere silenziosi di fronte a Dio, non significa rimanere silenziosi dinnanzi agli uomini, con coloro che operano il male giusto protestare, sia come uomini che come credenti in un Dio di giustizia. Il silenzio ci porta ad avere un rapporto diretto con lo Spirito di Dio. C una parte della Regola di San benedetto, che istruisce sulluso del silenzio, lamore del silenzio. Facciamo come dice il profeta: "Ho detto: Custodir le mie vie per non peccare con la lingua; ho posto un freno sulla mia bocca, non ho parlato, mi sono umiliato e ho taciuto anche su cose buone". Se con queste parole egli dimostra che per amore del silenzio bisogna rinunciare anche ai discorsi buoni, quanto pi necessario troncare quelli sconvenienti, in vista della pena riserbata al peccato... Se, infatti, parlare e insegnare compito del maestro, il dovere del discepolo di tacere e ascoltare. Romano Guardini, nel suo libro" Il testamento di Ges" cos si esprime riguardo al silenzio: "Quando la santa messa viene celebrata come si deve, tacciono ad intervalli, nel suo sviluppo, sia la voce distinta del sacerdote sia quella dei fedeli. Il sacerdote parla a bassa voce o esegue, senza parole, ci che il servizio divino prescrive; la comunit prende parte con l'intenzione degli occhi e dell'anima". Che cosa significano questi momenti di silenzio? E che fare allora? Anzi cos' in fondo, il silenzio? 185

Anzitutto, una cosa semplicissima: che ci sia proprio silenzio, che non si parli e, che non sia dato di cogliere nessun rumore, nessun movimento, nessun fruscio di fogli, nessun colpo di tosse. Non vogliamo esagerare: gli uomini sono degli esseri viventi e si muovono, e un essere schiavo, non sarebbe da preferirsi al disordine. Eppure silenzio per l'appunto silenzio e, solo allora, silenzio, quando positivamente lo si vuole. A volte la preghiera diventa silenziosa. Una tranquilla comunione con Dio si pu trovare senza parole. "Io sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre". Come un bambino soddisfatto che ha smesso di piangere ed nelle braccia della madre, cos pu "stare la mia anima" in presenza di Dio. La preghiera allora non ha bisogno di parole, forse neppure di pensieri. Com possibile raggiungere un silenzio interiore? Qualche volta siamo apparentemente in silenzio e tuttavia, abbiamo grandi discussioni dentro di noi, lotte con compagni immaginari o con noi stessi. Calmare la nostra anima richiede una specie di semplicit. "Non mi tengo occupato con cose troppo grandi o troppo meravigliose per me". Silenzio significa riconoscere che le mie preoccupazioni non possono fare molto. Silenzio significa lasciare a Dio ci che oltre la mia portata e le mie capacit. Un momento di silenzio, anche molto breve, come una sosta santa, un riposo sabbatico, una tregua dalle preoccupazioni. Il tumulto dei nostri pensieri pu essere paragonato alla tempesta, che colpisce la barca dei discepoli sul mare di Galilea, mentre Ges stava dormendo. Come loro possiamo sentirci senza aiuto, pieni di ansiet ed incapaci di calmarci. Ma Cristo abile nel venire in nostro aiuto. Come rimprovera il vento e il mare e "ci fu una grande calma", egli pu anche donare calma al nostro cuore, quando agitato dalla paura e dalle preoccupazioni. (Marco 4) Rimanendo nel silenzio, confidiamo e speriamo in Dio. Un salmo ci suggerisce che il silenzio perfino una forma di lode. Siamo soliti leggere allinizio del Salmo 65: "A te si deve lode, o Dio". Questa traduzione segue il testo greco, ma effettivamente il testo ebraico dice: "Il silenzio lode a te, o Dio".

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Quando le parole ed i pensieri si fermano, Dio lodato in un silenzio di stupore e ammirazione. Quando Ges nacque, era una notte silenziosa e la grotta del nostro cuore deve essere silenziosa, per accogliere la nascita del Cristo. Cristo dice: "Questo il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati" (Giovanni 15,12). Abbiamo bisogno di silenzio per accogliere queste parole e metterle in pratica. Quando siamo agitati e irrequieti, abbiamo cos tanti argomenti e ragioni per non perdonare e per non amare. Ma quando "abbiamo calmato e reso quieta la nostra anima", queste ragioni ci paiono insignificanti. Forse qualche volta rifuggiamo il silenzio, preferendo qualunque rumore, parola o distrazione, perch la pace interiore una cosa rischiosa: ci rende vuoti e poveri, disintegra le amarezze e ci conduce al dono di noi stessi. Il silenzio un umile ma sicuro cammino verso lamore. Tratto da un brano della comunit di Taiz

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Il silenzio dentro di noi Il film Il grande silenzio


La prima richiesta del 1984. Allora Philip Grning, giovane regista di Dsseldorf, scrisse al priore generale dei certosini per ottenere il permesso di girare un documentario allinterno della Grande Chartreuse, la casa madre dellordine situata sulle Alpi francesi, vicino a Grenoble. Gli fu detto che era troppo presto. E che sarebbe stato meglio risentirsi una decina danni dopo. Grning non si perse danimo, ma il consenso dei monaci arriv soltanto nel 2001, accopagnato da una serie di clausole da seguire accuratamente. Cos, lanno successivo, il regista tedesco cominci le prime riprese di quello che sarebbe diventato Il grande silenzio, presentato lo scorso settembre alla Mostra di Venezia, accolto a dicembre in Germania da un successo sorprendente e divenuto negli ultimi tre mesi un vero fenomeno culturale, occupando intere pagine sui giornali e aprendo interessanti dibattiti sul rapporto tra cinema e fede. Realizzato in digitale, in alta definizione, con alcune parti in Super8, lungo 165 minuti (su 120 ore complessive di girato, ridotte a due ore e quarantacinque minuti di immagini dopo due anni e mezzo dedicate al montaggio), privo di musiche, senza commenti esterni e con pochissimi dialoghi, Il grande silenzio ha richiesto a Philip Grning cinque mesi di permanenza nel seicentesco convento certosino, in totale aderenza alla disciplina monastica. Ospite dellAlba international fillm festival, la rassegna diretta da Luciano Barisone incentrata sulla spiritualit (che si svolta dal 31 marzo all8 aprile e che ha omaggiato il regista tedesco con una retrospettiva dei suoi lavori), Grning, 47 anni, formatosi alla scuola di cinema di Monaco, risponde alle nostre domande in un italiano corrente, una delle cinque lingue parlate insieme al tedesco, linglese, il francese e lo spagnolo. Pochi giorni prima era a New York. Due giorni dopo sarebbe ripartito per Hong Kong. Il fascino de Il grande silenzio risiede indubbiamente nel suo contenuto, ma anche nella sensibilit, nel pudore con cui sono state eseguite le riprese. Lo stile sobrio e poetico del suo film stato per cos dire obbligato dal contesto monacale oppure c stata una valutazione a priori su come filmare i certosini e la loro quotidianit? Io sapevo dentro di me che per fare il film che avevo in mente dovevo vivere come i monaci, seguirli non solo con la macchina da presa ma anche nelle loro attivit giornaliere. Non volevo, cio, girare il film fuori dal monastero, ma viverlo fino in fondo dallinterno. Certo, le restrizioni a cui ho dovuto sottostare, come il divieto di porre domande e fare interviste, di non sovrapporre alle immagini una colonna sonora n una voce fuori campo, hanno delimitato lo stile de Il grande 188

silenzio, ma su questo piano di lavorazione ero daccordo anchio, non lho vissuto affatto come unimposizione. Gi nel 1984, quando avevo scritto al priore della Grande Chartreuse per chiedere il permesso di girare il film, avevo specificato che avrei portato nel monastero solo me stesso e la mia macchina da presa, nullaltro, n altri tecnici n altri strumenti. E chiaro, comunque, che per restituire agli spettatori il senso di unesperienza cos profonda, come cineasta bisognava porsi dei limiti. Non cera bisogno di un elicottero per inquadrare dallalto, in volo, il monastero, n di uno staff che mi prelevasse e mi riportasse in hotel dopo ogni giorno di riprese. Dovevo trovare un ritmo intermo al film, non convenzionale, non concentrato solo sui dettagli. Perch il pubblico deve trovare un equilibrio tra lesperienza che sta vivendo seduto in platea e la curiosit personale di trovare altri agganci nella storia. Cinque mesi di riprese: con quale ordine ha proceduto? Il monaco africano che si vede allinizio del film, Benjamin, sarebbe entrato nella comunit certosina quattro giorni dopo il mio arrivo nel monastero, per cui fin da subito ho deciso di partire con le riprese. In realt, se avevo delle idee generali su come procedere, non sapevo ancora bene come fare per riprendere i monaci nella loro armonia contemplativa. Appena arrivato ero un po imbarazzato, non volevo sembrare irruento. Per cui ho optato per quei ritratti in posa, dove loro fissano la macchina da presa, senza pronunciare alcuna parola, per qualche secondo. Mi sembrava il modo pi naturale e rispettoso. Limmagine della preghiera in solitudine con cui si apre il film, invece, stata effettuata molto pi avanti. Ho osato filmare il monaco nella sua cella solo dopo cinque o sei settimane dal mio arrivo nel convento. Prima avevo girato in chiesa, in cucina, nelle sale comuni. Quella sequenza di intima solitudine con Dio stata possibile solo dopo che tra me e la comunit della Grande Chartreuse era nata una totale fiducia reciproca. Il grande silenzio ha avuto un grande successo in tutto il mondo. Si chiesto quali sono le ragioni per le quali il suo documentario riuscito a interessare cos tanti spettatori? Sono onesto: mi aspettavo che questo film sarebbe stato visto da parecchia gente. Credevo in questo progetto, pensavo che potesse avere delle potenzialit di comunicazione. Per non mi aspettavo cos tanti spettatori, questo certamente no. Parlando con il pubblico, prima e dopo le proiezioni de Il grande silenzio, ho capito che sono tre le ragioni fondamentali del successo del film. La prima legata al bisogno di una spiritualit profonda, unesigenza, da parte della

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collettivit, in ogni parte del mondo, molto pi accentuata di quanto si possa di norma pensare. E Il grande silenzio consente allo spettatore comune, osservando una diversa scelta di vita, intensa, serena e pervasa dalla Grazia, di riflettere sul proprio vissuto quotidiano, sulla distanza che c tra quel tipo di esistenza e la propria. La seconda ragione che, in Germania ma anche nel resto dEuropa, c una forte preoccupazione nella gente di perdere il proprio posto di lavoro. Questa paura condivisa e condivisibile della disoccupazione, o perlomeno della precariet occupazionale, la dimostrazione che certi ritmi esasperati in ufficio e la competizione sfrenata tra colleghi non ha senso, lillusione di una sicurezza economica che non corrisponde pi alla realt. Allora il pubblico, osservando i monaci che dal lavoro nei campi traggono soltanto il nutrimento essenziale per sopravvivere, dedicando al contrario tutto il loro tempo al rapporto con lAssoluto, credo che tragga da quellesempio uno stimolo profondo, un insegnamento particolarmente efficace per la propria crescita interiore. E il terzo aspetto? E collegato alla seconda ragione. C una grande tristezza, a mio avviso, nelle persone che dedicano ogni energia ai propri interessi personali. C un egoismo diffuso, nella nostra societ, che investe la sfera degli affetti, del denaro, del tempo libero e che talvolta appare invalicabile. Invece, la leggerezza con cui i monaci de Il grande silenzio affrontano ogni giornata dimostra che c unaltra dimensione dellesistenza, totalmente disinteressata agli affanni quotidiani, slegata dai beni materiali e predisposta al viaggio interiore, alla conoscenza di s attraverso la vicinanza con Dio. Ecco, credo che questa leggerezza faccia molto bene al pubblico, perch propone unalternativa concreta, chiara, persino affascinante ad una programmazione della vita troppo egocentrica. S, credo che vivere solo per i propri obiettivi sia davvero deprimente Quanto queste tre ragioni, a livello personale, hanno influito su di lei nella scelta di girare Il grande silenzio? Per me la molla stata la ricerca interiore. Sono cresciuto in un ambiente cattolico, ma sono stato ragazzo negli anni Sessanta, un periodo di forti contraddizioni. Mi sono rimesso in discussione molte volte, nel corso della mia vita, e ventidue anni fa, quando ho scritto per la prima volta al priore della Grande Chartreuse, lho fatto perch volevo capire da dove venivo, come intellettuale e come uomo, quanto fossero autentiche le mie radici. Allinizio mi interessava pi lesperienza umana di quella artistica, ero cio pi invogliato a vivere con i monaci che a fare un film su di loro. Poi, per, le cose sono cambiate.

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Ma senza lesperienza "dal di dentro" non sarei mai riuscito a fare questo film. Ne Il grande silenzio, come regista, non sono il centro focale. Io sono solo il mezzo, il tramite tra i monaci e il pubblico. Le prime riprese del film risalgono a quattro anni fa. A distanza di tempo, cosa le ha lasciato questa esperienza? Ho capito che io, come tutti, sono parte di un mondo che vive di armonia e di bellezza. E ora mi sento pi forte nellaffrontare le traversie della vita, perch mi rendo conto che ogni momento della nostra esistenza legato alla scintilla della creazione delluniverso. S, avendo vissuto ogni giorno con i monaci e avendo condiviso con loro per cinque mesi le mie giornate, ho imparato che la vita destinata ad un traguardo felice. Si possono commettere tanti errori, certo, ma se si capaci di ascoltare il richiamo interiore si acquisisce la certezza che ogni strada individuale conduce alla felicit. E come regista, cosa le ha insegnato Il grande silenzio? Che il mio prossimo film sar molto difficile da realizzare. Il grande silenzio stato per certi versi un punto darrivo, ho lavorato sul concetto di tempo in maniera assidua e coinvolgente, alcuni giornali in Germania hanno definito il mio lavoro un film assoluto, interrogandosi su cosa adesso potr fare di pari intensit. Sinceramente non lo so. Ho due progetti in corso di film di finzione, non documentari, e c uninstallazione video che mi appassiona parecchio. Vedremo. In realt sto cercando di uscir fuori da Il grande silenzio, ma non facile: interviste, presentazioni, rassegne, convegni... Per quando un film arriva nelle sale, il suo autore deve lasciarlo al pubblico, come un padre deve lasciare che un figlio, ormai adulto, se ne vada di casa. La verit che in questo mestiere si ricomincia da zero ad ogni film. Non ci sono soluzioni giuste e scelte perfette, ma si possono rifiutare le direzioni sbagliate e i compromessi umilianti. Questa la fatica, ma anche la soddisfazione di fare cinema. Il grande silenzio si muove, in effetti, lungo la direzione impalpabile ma emozionante del cinema puro, un cinema che capace di spurgarsi di ogni sovrastruttura e indagare lanimo umano con toccante sensibilit. Vengono in mente, pur su sponde distanti, Abbas Kiarostami, Aleksandr Sokurov e Terrence Malick. Esiste per lei il cinema puro? Di Malick conosco solo il primo film, La rabbia giovane, che ho trovato bellissimo, e il penultimo, La sottile linea rossa, che ho visto solo per la prima mezzora e poi sono uscito dalla sala. Esiste il cinema puro? 191

Io credo che se il cinema continua cos, tra ventanni non esister pi. Un cinema che non offra un luogo, un riparo alle esperienze interiori destinato a scomparire, non ha una sua ragion dessere e il pubblico, alla fine, lo penalizzer. Il cinema, a mio giudizio, unarte non ancora sviluppata rispetto ad altre discipline artistiche, e questo a causa di una serie di automatismi di natura economica, commerciale. A Hollywood tutti lavorano per fare soldi, per incassare pi degli altri, proponendo sempre le stesse storie appiattite e gli stessi clich abusati. Ma in realt gli studios hollywoodiani sono in crisi, il trend in ribasso, dunque la formula non cos vincente come potrebbe sembrare. Il compito del cinema, allora, di trovare nuove soluzioni, proporre al pubblico storie diverse, pi personali, pi intime. Kiarostami, certamente, lo fa. Ma i distributori hanno sempre pi paura di questo cinema puro, e non lo aiutano. In alcune sequenze Il grande silenzio riesce anche a "desacralizzare" limmagine dei monaci di clausura, ad esempio quando uno di loro parla con i gatti a cui d da mangiare o quando alcuni gruppi si ritrovano insieme a chiacchierare nel giardino del monastero S, non vero che Il grande silenzio racconti lesperienza ascetica e contemplativa dei certosini solo in termini di rigore e disciplina. Certo, le regole ci sono e nel monastero devono essere rispettate. Per ci sono anche momenti di svago, che stando a contatto con i monaci per cos lungo tempo ho cercato di cogliere e restituire al pubblico. Ci che mi ha pi colpito di loro che dietro le tuniche dei religiosi ci sono degli uomini. Uomini che hanno verso la vita unattitudine speciale, che non temono la morte e che dedicandosi a Dio hanno raggiunto una libert interiore straordinaria, a volte quasi infantile. Io volevo mostrare tutto questo: non dei santi, ma degli uomini coerenti con la loro scelta. Non persone che si sono autoescluse dal mondo, ma, al contrario, persone che sono in cammino verso una qualit di vita molto pi alta della nostra. Non delle icone, ma degli esempi illuminanti. Paolo Perrone (nostro servizio da Alba)

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SCELTO CORRETTO E IMPAGINATO DA ANGELICO BRUGNOLI


PER IL GRUPPO DI INCONTRI DI SPIRITUALITA NEL MESE DI MARZO 2008

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