Il Manifesto, 4/9/2009 Opere contese.

L'arte oggetto di furti Federico Condello In un aggressivo pamphlet Christopher Hitchens auspica il ritorno dei marmi del Partenone da Londra ad Atene nel nome di una «grecità eterna» fatta di luce, aria, lingua. Ma un'analisi della pratica, tanto antica quanto diffusa, del furto delle opere d'arte dimostra efficacemente come ogni rivendicazione identitaria rischi di essere astratta e astorica. Nel maggio del '38, quando Hitler affrontò il suo poco goethiano, ma sensazionale, viaggio in Italia, a Ranuccio Bianchi Bandinelli - il maggior archeologo del momento - toccò "fare da duce al Führer": e cioè guidare l'ingombrante ospite fra monumenti e meraviglie del Bel Paese. Di fronte ai capolavori di Firenze e Roma - narra lo stesso Bandinelli - il Führer ripeteva puntuale il suo refrain: "Ah, se fosse venuto il bolscevismo, tutto distrutto!". È un aneddoto fra i tanti, utile a dimostrare una tesi ovvia: l'Occidente - specie se ha un Oriente da fronteggiare - ama erigersi a esclusivo paladino dell'arte; propria o altrui, poco importa. Su tale tesi induce a riflettere nuovamente il fortunato pamphlet di Christopher Hitchens, I marmi del Partenone, ora tradotto in Italia (Fazi, euro 19,50); un pamphlet che sin dalla prima edizione inglese (1987, 2008) provoca e irrita, com'è d'uso per le sortite di un opinionista celebre e discusso soprattutto nel mondo anglosassone. Il colonialismo culturale dell'Occidente è qui condannato senza riserve; un colonialismo che fa del furto la sua arma, della cultura la sua difesa, del temporeggiamento la sua tattica. Rapine spoliazioni Di cosa si tratta, in questo agguerrito libello? Si tratta di rapina artistica: un istituto venerando, che almeno dal sacco romano di Atene (86 a.C.) - per non citare Alessandro Magno in Persia l'Occidente pratica con costanza e indubbio frutto. La rapina, certo, può conoscere gradazioni diverse. La spoliazione di Atene, per Silla, è un capitolo marginale entro una più ampia campagna di approvvigionamento finanziario («non sono qui per studiare», avrebbe detto agli Ateniesi, secondo Plutarco); e che il saccheggio porti a Roma capolavori d'arte, o l'intera biblioteca di Aristotele, è un dettaglio. Ben diversamente Napoleone, che alla rapina artistica sancita, in armistizi e trattati, da apposite clausole - dedicò un'attenzione scrupolosa, affidandosi a esperti come il barone Denon, uno dei padri della museologia occidentale; e il barone, quanto a furti d'arte, si era già fatto le ossa a Pompei, da ambasciatore presso i Borboni di Napoli. Poiché la rapina, qui, è metodo e non accidente, non c'è da stupirsi che alla guida del Louvre Denon sia stato riconfermato, dopo Waterloo, da Luigi XVIII (l'istruttiva vicenda è stata ricostruita da Paul Wescher, I furti d'arte. Napoleone e la nascita del Louvre, trad. it. Einaudi, 1988). Più difficile giudicare se la spoliazione del Museo Nazionale di Baghdad, nell'aprile 2003, risponda al modello sillano, rude e improvvisato, o al modello napoleonico, deliberato e chirurgico - caso in cui occorrerà pensare a interessi organizzati di collezionisti, non a moventi di nazionalistica grandeur. Certo è che esso ha causato imbarazzo nei governi di Stati Uniti e Gran Bretagna, ha mobilitato Unesco, Interpol e Fbi, e ha arricchito più di un trafficante internazionale, se ad oggi - mentre il museo riapre, con il sostegno economico del Governo italiano - oltre metà dei circa quindicimila reperti sottratti manca all'appello. Un caso ancora diverso è la ricettazione di oggetti rubati da parte di grandi musei internazionali: si pensi al cratere di Cerveteri, trafugato dall'Italia nel 1971, subito acquistato dal Metropolitan di New York, oggetto di una logorante trattativa fra Italia e Usa sino al gennaio 2008; allora lo splendido manufatto tornò in Italia e fu destinato alla mostra Nostoi, i capolavori ritrovati, vanto

del ministero Rutelli. Del cratere si è tornato a parlare in luglio, quando il «New York Times» ha accusato l'Italia di aver confinato il capolavoro, star del Metropolitan, «in una galleria deserta» del Museo romano di Villa Giulia; argomentate repliche non sono mancate, ma la questione rimane: benvenuti furto e ricettazione, se garantiscono visibilità ai reperti? Domanda scabrosa, mentre l'Italia attende dal Paul Getty Museum di Malibu la cosiddetta «Venere di Morgantina», trafugata negli anni '80, acquistata dal Getty per circa dieci milioni di dollari e oggetto di un memorabile pronunciamento da parte del tribunale di Enna, nel marzo 2001. Del resto l'argomento della «visibilità» (e della tutela) è stato impiegato nel 2005 proprio in Italia, e in primis dal sottosegretario Vittorio Sgarbi, contro la restituzione all'Etiopia dell'obelisco di Axum, che oggi è tornato a levarsi trionfalmente nella valle del Tigrè, là dove i soldati di Mussolini lo sottrassero nel 1937. Meno eclatanti e meno noti, ma identici nelle modalità, i casi frequentissimi di "rapina letteraria": il confine fra scavo ufficiale, acquisto legale, trattativa occulta e ricettazione fu sottile sin dall'epoca d'oro del colonialismo papirologico: quella che faceva meritare ai nostri papirologi, da parte del Duce, il titolo di "patrioti" (basti vedere su tutto ciò il Papiro di Dongo di Luciano Canfora, Adelphi, 2005); oggi, un caso eclatante come quello del "Papiro di Artemidoro" ripropone il problema dei beni giunti in Europa dopo il '72, quando il governo egiziano emanò leggi assai restrittive circa l'esportazione dei propri reperti (che poi il papiro sia verosimilmente un falso, e tutto europeo, è somma ironia della storia). La casistica, insomma, è varia e problematica, e le risposte legislative - nazionali e internazionali - tentano di adattarsi alla difficile materia, a partire dalle numerose Convenzioni Unesco che dal '54 a oggi (del 1995 è la Convention on Stolen or Illegally Exported Cultural Objects, del 2003, la Convention for the Safeguarding of the Intangible Cultural Heritage) ottengono adesioni spesso solo formali, e non sempre globali. Il resto è materia di trattativa diplomatica, talora ardua e senza esiti, benché in una recente lettera al "Corriere della Sera" (21 giugno 2009) il ministro Bondi abbia rivendicato gli accordi stipulati con i principali musei statunitensi - da New York a Boston, da Los Angeles a Cleveland - in vista di future ma ormai certe restituzioni. Proprio in quella lettera, scritta all'indomani dell'inaugurazione del Nuovo Museo ateniese dell'Acropoli, il ministro esprimeva il suo sostegno - in nome di «una politica di recupero dei beni culturali trafugati illecitamente» - alla causa del governo greco, che da anni chiede al Regno Unito la restituzione dei cosiddetti «marmi Elgin»: le sculture del Partenone sottratte ad Atene, fra il 1801 e il 1807, da Thomas Bruce, settimo conte di Elgin, ambasciatore britannico presso la Sublime Porta di Costantinopoli. Le autorità ottomane permisero a Elgin di saccheggiare l'Acropoli, non senza danni permanenti a statue e strutture, e il bottino fu rivenduto al British Museum nel 1816, proprio mentre una parte della refurtiva napoleonica veniva restituita agli Stati europei. Da allora, l'affaire dei «marmi Elgin» è questione d'attualità: e la causa «restituzionista», iniziata da Byron, ha conquistato negli anni adepti illustri, da Seferis a Kavafis, da Hardy a MacInnes, per tacere di Roosevelt. Oggi, a rendere più attuale il caso, è il sontuoso Nuovo Museo dell'Acropoli, progettato da Bernard Tschumi e inaugurato il 20 giugno scorso; in esso, metà circa delle sculture tratte dal Partenone è autentica; il resto è copia degli originali visibili al British. Nel giorno dell'inaugurazione, Antonis Samaras, ministro greco della Cultura, ha dichiarato che «il Museo stesso è una muta e costante denuncia». Una «denuncia». E qual è il reato? È «arroganza imperiale», è «colonialismo mascherato da semplice acquisizione di opere d'arte», diagnostica Nadine Gordimer nell'introduzione al pamphlet di Hitchens, che ossessivamente ripropone il caso, riepilogandone antefatti e storia. Il volume non manca di argomenti: essi sono anzi così numerosi e assortiti da ricordare talora - per restare in tema di restituzioni - quella che Freud ha

eternato come «logica del paiolo bucato» («quando ti ho reso il paiolo era intatto. E poi quando me l'hai prestato era già bucato. E poi non mi hai mai prestato un paiolo...»). Gli stereotipi del classicismo Tra gli argomenti dispiegati, senza risparmio e non senza contraddizioni, figurano il senso «naturale» del diritto, la valenza estetica indiscutibile di un patrimonio finalmente riunificato, l'infondatezza giuridica delle concessioni ottomane a Elgin, e infine una spietata demolizione biografica dello stesso Lord, che occupa (in pagine corrosive e spesso corrive) gran parte del libro. Ma un argomento spicca su tutti: è l'argomento della «grecità eterna»; una grecità fatta di «luce», «aria», «lingua», «tradizione artistica e filosofica», coscienza nazionale incrollabile. La Gordimer è più cruda: l'arte dei «marmi Elgin» racchiude «l'ethos, la storia, la mitologia religiosa e le fondamenta di un popolo»; i marmi «sono il dna artistico dei greci, e a essi appartengono». Prevedibile corollario di tale impostazione è l'intramontabile argomento delle «origini»: i marmi del Partenone devono essere ricomposti là dove sono nati; «il Partenone è stato costruito dai greci e appartiene ai greci». Esso - ha dichiarato su toni analoghi il primo ministro greco - è «la nostra identità e il nostro orgoglio». L'apparente «anti-occidentalismo» di Hitchens si spiega dunque nel modo più ovvio: la Grecia, qui, è più che mai la culla dell'Occidente («la battaglia di Maratona, per l'Inghilterra, è stata più importante della battaglia di Hastings», secondo il motto di Stuart Mill). Quindi non sorprende ritrovare i più triti clichés del classicismo europeo («politica», per esempio, è «parola greca»; ma, se è per questo, anche «eczema» e «zoo» e tante altre). Che l'eventuale restituzione dei «marmi Elgin» possa costituire un atto politico significativo, nessuno dubita; ma un simile atto politico - come ogni riparazione postuma - non potrebbe essere che una forma di «riscrittura» storica, un'affermazione di discontinuità che equivarrebbe, come ogni assunzione di continuità, a una peculiare «invenzione» o «reinvenzione» della tradizione, per parafrasare Hobsbawm. Il Partenone, nella sua storia, è stato tempio pagano, chiesa cattolica, moschea islamica e polveriera turca. «Questa roba greca non mi commuove affatto», confessò uno studente, dinanzi ai marmi del British, a Eric Dodds, che narra l'aneddoto nel suo I Greci e l'irrazionale. In visita al Museo dell'Acropoli, nel 1944, Roland Barthes riuscì a osservare soltanto che «per il viaggiatore torrefatto, i musei sono freschi». Prova che la storia lascia segni. Oggi, senza dubbio, il Partenone può essere monumento internazionale; può esserlo ex novo, per atto politico e non per eredità di sangue. E c'è da augurarsi che l'unica medicina del colonialismo europeo non debba essere un filellenismo a base genetica, una rivendicazione identitaria non meno astratta e astorica di ogni tardiva «arroganza imperiale». Inoltre. I fregi per Atena Parthenos dispersi in molti musei I "marmi del Partenone" sono le decorazioni provenienti dal tempio di Atena Parthenos, capolavoro di Fidia, vanto di Pericle ed emblema dell'arte classica. Metope, pannelli del fregio e sculture del frontone- per un totale di circa centotrenta pezzi e numerosi frammenti - sono divisi fra Atene e il British Museum, al quale furono venduti da Thomas Bruce, conte di Elgin (1766-1841), ambasciatore presso l'Impero Ottomano e autore di un esemplare saccheggio; minimi resti si trovano a Parigi, Copenaghen, Roma, Vienna, Würzburg. La causa della restituzione alla Grecia è difesa, oggi, da Christopher Hitchens, intellettuale britannico noto per le sue passate posizioni trotskiste e per le attuali simpatie «neo-con», per il radicale anti-islamismo e per le numerose, rumorose polemiche che l'hanno visto contrapposto a Chomsky, a Michael Moore e a tanti altri.

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