You are on page 1of 424

a

Il linguaggio d’Italia
di Giacomo Devoto

Storia d’Italia Einaudi

a

Edizione di riferimento: Il linguaggio d’Italia. Storia e strutture linguistiche italiane dalla preistoria ai nostri giorni, Rizzoli, Milano 1974

Storia d’Italia Einaudi

II

.

Sommario
Nota dell’autore Introduzione Parte prima. Dalle origini al 500 a.C Capitolo primo. L’uomo e i materiali linguistici mediterranei Capitolo secondo. Unità e varietà nel mondo mediterraneo Capitolo terzo. La affermazione indoeuropea Capitolo quarto. Testimonianze epigrafiche preindeuropee Capitolo quinto. Tradizioni indeuropee I: protolatini, veneti Capitolo sesto. Tradizioni indeuropee II: umbro-sanniti Capitolo settimo. Tradizioni indeuropee III: Leponzi, Messapi, Galli Capitolo ottavo. Le origini di Roma Capitolo nono. Fioritura Regia Capitolo decimo. Primo assetto latino Parte seconda. La latinità: 500 a.C - 500 d.C Capitolo undicesimo. Fissazione delle strutture fonetiche Capitolo dodicesimo. Fissazione di strutture morfologiche sintattiche lessicali Capitolo tredicesimo. Il grecismo Capitolo quattordicesimo. L’accento 1 2 4 5 13 24 34 44 53 61 68 79 89 100 101 113 122 128

Storia d’Italia Einaudi

III

Capitolo quindicesimo. L’età classica Capitolo sedicesimo. Il latino in Italia Capitolo diciassettesimo. Il latino postclassico Capitolo diciottesimo. Novità imperiali Capitolo diciannovesimo. Il cristianesimo Capitolo ventesimo. Squilibrî accentuati Parte terza. Il Medioevo: 500-1200 Capitolo ventunesimo. Frantumazione della latinità Capitolo ventiduesimo. Verso il bilinguismo Capitolo ventitreesimo. L’azione dell’accento Capitolo ventiquattresimo. Metafonesi e vocali miste Capitolo venticinquesimo. L’ossatura consonantica Capitolo ventiseiesimo. Fatti morfologici Capitolo ventisettesimo. Germanismi Capitolo ventottesimo. Franchi e bizantini Capitolo ventinovesimo. Primi documenti italiani Capitolo trentesimo. Assestamento italiano Parte quarta. L’età moderna: 1200-1850 Capitolo trentunesimo. La Sicilia e la prima lingua letteraria Capitolo trentaduesimo. Spunti di lingue letterarie estrasiciliane Capitolo trentatreesimo. L’avvento di Firenze Capitolo trentaquattresimo. Dante e Petrarca Capitolo trentacinquesimo. Dal fiorentino al toscano Capitolo trentaseiesimo. Esaurimento della tradizione letteraria dialettale Capitolo trentasettesimo. Reazioni umanistiche

136 143 151 159 167 176 184 185 193 200 209 216 225 232 240 248 254 262 263 272 278 284 292 299 305

Storia d’Italia Einaudi

IV

Capitolo trentottesimo. La questione della lingua Capitolo trentanovesimo. Apogeo e sazietà Capitolo quarantesimo. Verso un nuovo bilinguismo Parte quinta. L’Italia unita: dal 1850 in poi Capitolo quarantunesimo. La ipercritica Capitolo quarantaduesimo. Lingua e nazione Capitolo quarantatreesimo. Dal purismo al manzonianesimo Capitolo quarantaquattresimo. La visione manzoniana e l’unità politica Capitolo quarantacinquesimo. Conseguenze dell’unità politica Capitolo quarantaseiesimo. Prime evasioni Capitolo quarantasettesimo. Dalle evasioni alla classicità Capitolo quarantottesimo. Strutture fonologiche Capitolo quarantanovesimo. Strutture morfologiche Capitolo cinquantesimo. Prospettive

312 319 326 333 333 339 347 355 362 369 377 388 397 409

Storia d’Italia Einaudi

V

NOTA DELL’AUTORE

Questo libro non è un libro di linguistica, ma un libro di storia, sia pure di una storia colorita, intinta, interpretata attraverso i fatti di lingua. Questi sono esili, apparentemente particolari e irrilevanti. Ma sono «continui» e soli permettono quella saldatura ininterrotta che si chiama tradizione e cioè storia. La continuità è rappresentata qui in partenza da una nozione geografica, la imagine dell’Italia come la natura l’ha formata, come gli eventi esterni l’hanno delimitata, ma come la sola parola degli uomini, nell’alternarsi di forze disgregratrici e ricostruttrici l’ha resa alfine vivente e unita. Se non si sfruttano né si rivivono le esperienze linguistiche non si fa la storia né dell’Italia né di nessuna altra nazione. Nell’evidente decadenza dello spirito scientifico, che si distingue nettamente dal progresso puramente esteriore della tecnica, di fronte al prevalere di egoismi cortoveggenti, di fronte ai tanti preannunci di una abdicazione medievale, queste pagine aspirano, proprio per il loro massimalismo e integralismo, a presentarsi come un atto di fede nella capacità dell’intelletto umano, nella sua capacità di proiettarsi nel tempo, di colloquiare, di farsi promotore di vita civile. Questo atto di fede è reso attuale dalla coincidenza col centenario della morte di Alessandro Manzoni che delle istituzioni linguistiche italiane fu l’utente piú alto e il cultore piú fervido. Larghi di consiglio e di aiuto mi sono stati nei capitoli epigrafici il professore Aldo Prosdocimi, e il dott. Luciano Agostiniani; sul piano tecnico il dott. Fabrizio Tausini. A tutti va il mio grazie dal cuore.

Storia d’Italia Einaudi

1

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

INTRODUZIONE

L’Italia è abitata da mezzo milione di anni. Da quanto tempo i suoi abitanti hanno imparato a parlare? All’ingrosso, da quando hanno raggiunto un minimo di vita organizzata, che ha imposto un coordinamento delle azioni degli individui, e quindi la necessità di reciproci messaggi. Ma solo con la fine della età glaciale, questi messaggi sono stati trasmessi secondo codici regolari, che hanno potuto trasformarsi e addirittura essere sostituiti, senza che intervenisse perciò una frattura di barbara alalía. In quanti nuclei, in quante forme, queste prime istituzioni linguistiche si saranno presentate? Neanche questo possiamo sapere. Ma sappiamo che l’Italia è uno spazio geografico che ha avuto per destino di raggiungere, possedere e poi perdere, e poi riconquistare, una unità etnica culturale politica, e cosí anche linguistica. «II linguaggio d’Italia» vuole insistere non sulla unità degli istituti linguistici e delle successive loro realizzazioni, ma sul tesoro espressivo che ha potuto sostituire i suoi codici senza essere mai nella impossibilità di trasmettere messaggi; che ha profittato di codici varî, tendenti ora a raggrupparsi ora a disperdersi ora a stratificarsi. Questo insieme di codici non alterna solo fasi di unità e fasi di varietà. Alterna anche il ritmo del suo svolgimento: in fasi ora talmente lente da consentire analisi e descrizioni di strutture quasi fossero effettivamente immobili, o almeno paragonabili a un film al rallentatore; e ora in svolgimento rapido o addirittura tumultuoso, tale da concentrare tutto l’interesse sulle modalità e i caratteri di un divenire affannato. Le alternative principali si succedono nell’ordine seguente: a) relitti di forme anteriori al 1° millennio a.C. §§ 1-15;

Storia d’Italia Einaudi

2

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

b) inizio di una tradizione linguistica continuata dalla fondazione di Roma in poi §§16-40; e) involuzione e frantumazione di questo primo patrimonio nel V sec. a.C. §§ 41-50; d) ascesa, anche estraitaliana, verso la unità linguistica dal IV sec. a.C. al II d.C. §§ 51-100; e) involuzione e frantumazione durante l’alto medio evo §§ 101-125; f) nuova ascesa verso la unificazione, questa volta limitata all’Italia §§ 126-250. Questo libro non intende affermare, in tanto mutare di situazioni, una preminenza di interesse per le forze centrifughe o le centripete; della analisi strutturale o di quella storica. Realisticamente, concentra la sua attenzione su quanto di chiaro e di stimolante i documenti offrono per il lettore, curioso di quanto i nostri progenitori, in fatto di lingua, hanno sperimentato realizzato e sofferto.

Storia d’Italia Einaudi

3

Il linguaggio d’Italia PARTE PRIMA Dalle origini al 500 a.C Storia d’Italia Einaudi 4 .Giacomo Devoto .

Il Paleolitico L’Italia. Il movimento era partito 1 Piccola guida alla preistoria italiana. cit.000 a. associati a industria del tipo musteriano.Il linguaggio d’Italia Capitolo primo L’uomo e i materiali linguistici mediterranei I. non dico di una documentazione. autori varî. «Historia». se questi uomini parlassero. sono stati trovati fra gli anni Venti e Trenta due cranî umani dell’uomo di Neandertal. p. e cioè la pontiniana1 . è stato detto. Firenze 1962. I. rimane evanescente e quasi fatua.2 ma fino a questo punto la domanda. e i conseguenti movimenti di popolazioni.C. Le testimonianze dirette dell’uomo sono molto piú recenti della data accennata sopra. Berna 1952. 294. ecco che appare una nuova stirpe umana. 118.Giacomo Devoto . A Roma. nella grotta Guattari. che erano state preservate dai ghiacci3 . sulla via Nomentana. Il periodo dell’uomo di Neandertal. e come. relativamente poco rispetto ad altre regioni europee. dura fino al 70. Solo col ripopolamento dell’Europa centrale in età postglaciale. secondo Eickstedt. ma anche di una ricostruzione indiretta approssimativa. sempre del tipo di Neandertal.. ma moltissimo rispetto alla possibilità. Storia d’Italia Einaudi 5 . è abitata da mezzo milione di anni: un niente rispetto alla età della terra. 2 «Historia Mundi». quella del «neantropo» altrimenti detto Homo sapiens.000 anni fa. Al monte Circeo. sono state trovate mandibole umane e un cranio. nella cava detta di Saccopastore. 3 Rust. Siamo nell’ultimo periodo interglaciale. diciamo 150. p. dalle aree europee sudoccidentali e sudorientali. con una industria un po’ piú recente di quella musteriana.

I tipi umani. non po4 5 Eickstedt. proprio sulla frontiera francese di Mentone. che quelli di bambini mostrassero indumenti ornati con conchiglie marine. A una ottantina di chilometri a occidente. che la testa di un giovane di razza negroide fosse protetta da lastroni formanti un vano riempito di ocra.. Queste prime testimonianze dell’uomo di Cro Magnon appaiono nel gruppo delle grotte dei Balzi Rossi nella Liguria occidentale estrema. Siamo qui al livello del paleolitico superiore del tipo detto «aurignaciano»5 . alla fine di questo lungo periodo di assestamento. tutto questo ci rende certi che. detta precisamente «dei Fanciulli». perché queste non arrivano al di là dei 5. e si era esteso verso l’Europa attraverso piú itinerarî. gli scheletri fossero accompagnati da ornamenti di conchiglie e di osso.Giacomo Devoto .000 anni da oggi. e principalmente quello delle coste nordafricane fino allo stretto di Gibilterra. Non è escluso che la regione balcanica abbia avuto anch’essa una parte. sono apparsi scheletri della razza parallela di Combe Capelle. «Historia». vengono a interessare l’Italia sono quelli detti di Cro Magnon e di Combe Capelle. e nella grotta. sono stati trovati scheletri di bambini. sempre al livello del paleolitico superiore. nella grotta delle Arene Candide. ininterrotta. ci si può orientare verso i 25.Il linguaggio d’Italia dall’Asia. ancora nel secolo scorso diversi scheletri. tav. p. Storia d’Italia Einaudi 6 . VII.000 anni: uno spazio che rimane immenso rispetto alle nostre possibilità di documentazione e ricostruzione linguistiche. Il fatto che ai Balzi Rossi. cit.. a queste attività. che. Piccola guida. Come cronologia. La età definitivamente postglaciale consente di riconoscere l’inizio di una tradizione che passa quindi i 20. Nella grotta detta della «Barma grande» sono stati trovati. e quello attraverso la regione del mar Caspio per le steppe della Russia in direzione dell’Europa centrale4 . 129.000 anni da oggi. cit.

Unità semiotiche nell’Eneolitico Alla fine del neolitico. Torino 1957. ma che era indispensabile un linguaggio. 3. nelle Marche e in Sicilia7 . sul monte Bego. a livello «semiologico». nel Veneto e nell’Abruzzo. Le iscrizioni rupestri di Monte Bego. 6 7 Storia d’Italia Einaudi 7 . 2. aratri e altri utensili. Piccola guida. cit. sia pure ben motivata. deve tener conto di alcuni punti fermi: a) Con l’inizio dell’età neolitica. Con la età eneolitica.000 anni a. «Historia». che sempre presuppone e una elaborazione e un dialogo.000-5. b) Queste strutture tardano molto a lungo prima di essere realizzate in documenti diretti linguisticoVedi la tabella di Kälin. tutte accompagnate da un corredo piú o meno ricco.000 figure di armi. sia pure rudimentale6 . e di figure geometriche8 . in territorio oggi politicamente francese. p. la comunicazione linguistica non è piú soltanto una presunzione.) abbiamo davanti ai nostri occhi sepolture di cadaveri quasi esclusivamente rannicchiati. nell’Emilia e nel Lazio. di animali bovini. ancora all’estremo angolo nordoccidentale dell’Italia.C... 8 Mercando. l’Italia era popolata da uomini che disponevano di strumenti linguistici organizzati. si sono trovate oltre 40. Da allora. cit.Giacomo Devoto . 60. se non ancora a livello «grammaticale». per tutto il mesolitico (13. tavole XIII-XIX. ma è una certezza.Il linguaggio d’Italia tevano corrispondere solo mugolii animaleschi. attestati in Liguria come nelle Puglie. l’approccio al problema di dare una forma a queste sicure inafferrabili entità linguistiche. Fonti indirette In mancanza di documenti diretti.

cominceremo a delimitare tre campi di ricerca. Firenze 1957. quegli elementi che possano essere «sospettati» di esservi stati travasati dal piú antico strato (che provvisoriamente chiamiamo «mediterraneo»): accettati.. dei quali non si conosca una etimologia evidente. Terracini. In queste condizioni occorre procedere per gradi.Giacomo Devoto . pp. che è stato per la prima volta applicato su larga scala da Francesco Ribezzo e poi portato a perfezione da Vittorio Bertoldi e Benvenuto Terracini9 . radicate per millenni sul suolo italiano. «Rivista Indo-greco-italica». non possono essere scomparse senza lasciar tracce. dall’arabo alle lingue germaniche e al francese. di origine sicuramente indeuropea. Nemmeno possono essere raggiunte attraverso normali procedimenti di ricostruzione perché mancano punti di appoggio validi. 4. Una seconda massa è costituita da parole attestate solo in età moderna. Si vedranno subito sotto esempi di questo procedimento. legati da un presumibile rapporto di parentela. Il primo è rappresentato dalla massa dei nomi di luogo antichi e moderni. 1920. specialmente nella zona alpina. confinate in dialetti appartati. Storia d’Italia Einaudi 8 . strutture grammaticali e unità lessicali. come se immense scope o taglienti rasoi avessero fatto tabula rasa. Il pioniere di que9 Ribrezzo. atti a permettere una comparazione non soltanto tipologica. Al fine di non muoverci alla cieca. e che si sottraggono a qualsiasi collegamento. «riconosciuti» anche se provenienti da una ascendenza illegittima. cercando di ritagliare o estrarre dal patrimonio tradizionalmente attestato. non solo col latino ma anche con altre lingue della nostra era. 41-52. Pagine e appunti di linguistica storica. 83 sgg. c) D’altra parte. pp.Il linguaggio d’Italia grammaticali. e insieme trovino corrispondenze in una area cosí vasta da esorbitare dai territorî indeuropeizzati già in età protostorica.

II.A: è il tipo di un nome locale come quello del fiume Vara. par giusto indicare qui alcuni «segnali». perché la diffusione dei tipi A.Il linguaggio d’Italia ste ricerche è stato lo studioso svizzero Jakob Jud10 .. H. pp. 1912. 11 Vedi i miei Scritti minori. 1-18. perché nella loro struttura mostrano particolarità fonetiche o morfologiche estranee ai modelli indeuropei consueti. per mezzo dei quali la nostra attenzione è chiamata a scegliere nelle grandi masse cosí delineate. pp. La terza massa è data dagli appellativi latini che richiamano la nostra attenzione. Firenze 1967. di un appellativo latino come alga. 12 Krahe.A è assai piú ampia di quello che sono le aree indeuropee primarie. Dal punto di vista fonetico il segnale caratteristico piú fidato è quello fornito da parole che contengano la successione A. sia. e soprattutto. 63-86. Questo segnale esteriore ma significativo è stato utilizzato da uno studioso tedesco. sia pure in modo provvisorio. come feconde11 . 20 sgg. 1969. pp. 3. Storia d’Italia Einaudi 9 . a concentrarsi su questioni ristrette che si annuncino. come caratteristico di una determinata area e di una determinata fase detta «antico-europea».. Heidelherg 1951. e «Studi etruschi». 4. nel quadro della antichità indeuropea12 .Giacomo Devoto . sia perché non sono suscettibili di confronti sodisfacenti con forme di altre lingue indeuropee. 37.. Indizi fonetici Allo scopo di favorire la raccolta di esempi in quantità sufficiente e omogenea. di una parola alpina come malga. Krahe. Sprachverwandtschaft im Alteuropa.... 93 sgg. La ipotesi non è legittima. e quindi non può essere uti10 «Bulletin de dialectologie romane»..

la differenza fra articolazione semplice e geminata. mentre in quello mediterraneo appaiono almeno in un settore centro-orientale. in seguito alla differenza fra il sistema fonetico mediterraneo da una parte e quello latino o greco dall’altra. Accanto a Barga (Lucca) abbiamo Parga (Firenze). di cui i sistemi mediterranei invece non dispongono. che è inseparabile dal tipo BERGA(MO) e cioè la possibilità di A/E. la cautela deve essere maggiore.Giacomo Devoto . Esempi di alternanze ammissibili sono quelli di un tipo BARGA. come inevitabili. attesta una vocale di partenza che all’orecchio greco o latino trovava qualche difficoltà di classificazione. Nell’ambito delle vocali. Naturalmente. Finalmente.Il linguaggio d’Italia lizzata che in un quadro estraindeuropeo e per ciò stesso preindeuropeo. la possibilità di alternanze. si hanno invece in- Storia d’Italia Einaudi 10 . piú limitata ma non eliminabile. sono inammissibili nel mondo indeuropeo che chiaramente le distingue. è quella di A/O. Cosí negli appellativi italiani tarma e tèrmite. Alternanza opposta. Il fatto che la parola latina menta trovi una corrispondenza col greco mínthe. un’altra alternanza deve essere considerata grafica. Nella riproduzione di parole mediterranee in un sistema indeuropeo. che tiene anche conto della quantità della vocale precedente. le oscillazioni fra sorda e sonora. quale appare nel nome di due fiumi che scorrono in direzione opposta partendo da sorgenti vicinissime: AMRA (Ambra) e OMRO (Ombrone). Quanto alle consonanti. quasi fosse una vocale intermedia fra la E e la I di queste lingue. perché nel sistema indeuropeo la validità delle corrispondenze tra forme alternanti poggia sulla corrispondenza con impieghi morfologici costanti. si deve ammettere anche nel sistema mediterraneo. pone nel mondo indeuropeo un certo rapporto di equilibrio. Come nelle lingue indeuropee. di fronte a Bergamo (in Lombardia) abbiamo Pergamo nell’Asia Minore.

FAUK lat. C’è una serie di parole latine che terminano in -K e che tutte sono prive di una etimologia indeuropea valida. KALK lat. costituita da FAIK lat. di carattere non indeuropeo: tali in nomi in -NT preceduti da vocale diversa da E/O come nel caso di Taranto. THALK lat. non si tratta tanto di individuare suffissi positivamente «mediterranei». falx «falce». Infine ci sono tipi che in sé potrebbero essere anche indeuropei come quelli in -NT. Infine Storia d’Italia Einaudi 11 . Ferento. crux «croce». quanto piuttosto. baca anche come bacca (§ 7). 5. fauces «fauci». merx «merce». Analogamente. faex «feccia». ma che si trovano talvolta in derivazioni nominali. Bodincus. nel campo dei suffissi. per le quali un tipo BAKA è riprodotto oltre che come lat. KRUK lat.Giacomo Devoto . calx «calcagno». FRAK lat. Tale lista. fraces «morchia». es. lentisco. un nome locale moderno come Bognanco (Novara) e un nome comune moderno come calanco. imponente. MERK lat. o anche da vocale E connessa con una radice non di verbo: p. negativamente. un nome antico. quello del Po. lanx «piatto». suffissi chiaramente non-indeuropei.Il linguaggio d’Italia certezze. Indizi morfologici Con criterî analoghi si deve guardare alla struttura dei temi e ai processi di derivazione. LANK lat. Un gruppo a sé costituiscono i suffissi rappresentati da K preceduto da consonante S oppure N: tali i nomi locali come Carasco (Genova) oppure Malosco (Novara) e i nomi comuni verbasco.

Il linguaggio d’Italia compaiono tipi caratterizzati da -p. L’ultimo caso è quando compaiono non piú suffissi ma addirittura desinenze. Storia d’Italia Einaudi 12 . Crevar(i). Thesaurus praeromanicus. i moderni Chiavar(i). 9 sgg. Berna 1936. es. nei nomi locali. Osoppo (Udine)13 . che non era piú adeguatamente segnalato da -AR. pp. Bavar(i). antica desinenza ormai conglobata nel tema. es.Giacomo Devoto . p. Tale -AR che nella lingua etrusca è segnale di plurale e che concorre a formare nomi locali rimasti sino ad oggi anche fuori di Etruria: p. I. nei quali la -I finale non è che la conferma neolatina di un valore di plurale. 13 Hubschmid.

. Strutture Sulla base di questi sondaggi e dei materiali che si raccolgono... in cui le due componenti del dittongo sono fortemente contrapposte... II... Storia d’Italia Einaudi 13 .U Le alternanze citate del tipo Barga/Bergamo e Parga/Pergamo sono piú frequenti che quelle dell’altro tipo citato Ambra/Ombrone. condurrebbe a una sistemazione non piú triangolare ma quadrangolare del tipo Ä E/I Å O/U 14 Scritti minori.. ... Un primo schema di sistema vocalico.. dissimmetrico14 porta a opporre una serie vocalica palatale in cui la vocale E gravita verso la A e una serie velare in cui la vocale intermedia o gravita invece verso la u. cit........ è possibile tentare qualche descrizione parziale di strutture mediterranee. p.Il linguaggio d’Italia Capitolo secondo Unità e varietà nel mondo mediterraneo 6. come SAITA «setola» (lat.... accennato dalla seconda alternanza. saeta). In relazione con la prevalenza del primo tipo si trova la prevalenza dei temi AU come AUSA.. Lo schema che ne deriva è il seguente A Ä......O I..Giacomo Devoto ... Lo sviluppo della vocale A nel senso opposto.. rispetto ai tipi in AI in cui lo sono meno... 21.

ecco che un quadro completo dei nuclei vocalici mediterranei e delle loro tendenze andrebbe raffigurato virtualmente nella forma Ä E/I Ü Å O/U Nel quadro delle consonanti. Se si prende in considerazione allora anche quest’ultimo spunto. dovrebbe condurre alla eliminazione della differenza fra le vocali intermedie e quelle estreme e delle due serie e cioè a uno schema A E/I O/U L’indizio è dato dalla incerta fissazione dei temi mediterranei nelle forme greche e latine: tali i casi di menta/mínthe. e fra semplici e geminate. kédros.Giacomo Devoto . Gli indizi risultano dalla somma di questi dati di fatto. Neanche in questa direzione si arriva però a un risultato definitivo non simmetrico: il processo di fusione O/U è molto piú avanzato di quello E/I. Un problema particolare e caratteristico è suggerito dalla opportunità di riconoscere nel sistema consonantico mediterraneo la presenza di una consonante interdentale sorda. cupressus e gr. citrus «cedro» e gr. kypàrissos. diretto a raggiungere una totale simmetria semplificata. di lat. Storia d’Italia Einaudi 14 . si è già accennato alla scarsa sensibilità per la distinzione fra consonanti sorde e sonore. Da questo appare in modo pressoché certo che nel mondo mediterraneo o in certe sue aree parziali sussisteva la vocale mista Ü.Il linguaggio d’Italia Lo sviluppo inverso. citato sopra e di lat. Un ultimo spunto viene offerto dal trattamento di una parola mediterranea quale appare nel greco sykon e nel latino ficus.

Essais d’étymologie et de critique verbale latine. 7. b) Cominciano però con F.Il linguaggio d’Italia a) Le lingue indeuropee di Italia. nelle quali la F deve risultare da un diverso ma non meglio determinato suono mediterraneo. al lat. 22. il greco fa corrispondere la sibilante dentale nella citata forma di sˆ ykon. sia per definire il mondo mediterraneo sia per riconoscerne gli elementi lessicali. a cui corrispondono forme parallele fissate in latino e in greco. alle quali sporadicamente si aggiunge talvolta la GH. è costituito dai valori semantici. il greco fa corrispondere.Giacomo Devoto . è certo che un fattore importante. determinata in TH (þ). attribuibili al gruppo delle parole mediterranee. 17 sgg. A queScritti minori. quasi un minimo comun denominatore. Neuchâtel 1918. in Zánkl¯ e (e variante Dankle)16 . In queste condizioni appare ragionevole pensare che la sintesi di F latina e s/z greca possa essere.. p. 15 16 Storia d’Italia Einaudi 15 . un suono diverso sí ma che ha elementi cosí di dentale come di affricata sibilante. al latino falx. II. nella sola posizione iniziale (in latino e venetico) oppure anche nell’interno (nella tradizione osco-umbra) risolvono nella bilabiale F le antiche consonanti indeuropee sonore aspirate BH DH GwH.numerose parole latine prive di etimologia indeuropea. ficus citato sopra. Campi semantici Se alcuni orientamenti di natura esterna delimitano una prima area di ricerca (§ 3) e alcuni caratteri formali permettono di accrescere la verisimiglianza dei riferimenti mediterranei. c) Alla definizione di questo suono mediterraneo non ci avviciniamo se non tenendo conto delle DUE parole mediterranee. Niedermann. Ebbene. perché la F primitiva non vi è attestata15 . cit.

Giacomo Devoto . negli stretti limiti in cui possono riconoscersi in unità lessi17 «Historia». almeno in teoria.Il linguaggio d’Italia sto fine non si tratta di decidere soltanto se certi gruppi di significato. terzo.. I significati vanno giudicati anche da un punto di vista esterno. le vie d’acqua. e i riti magici. in quanto nozioni astratte. la «grotta». Ma occorre che mostrino incompatibilità con le esigenze del mondo indeuropeo considerato sia dal punto di vista delle sue strutture originarie. condizioni preliminari alla sussistenza. In prima linea va messa la nozione del riparo naturale. cit. pp. A proposito del vocabolario elementare esemplificato da H. ivi compresi vesti e strumenti elementari. il trattamento dei morti. i ripari artificiali. e cioè da quello della loro trasferibilità. Breuil17 par giusto riconoscere che tutto quanto si riferisce alla caccia e alla raccolta di frutti è certamente legato al terreno. finalmente. che la ascendenza indeuropea presuppone. sia dalle circostanze connesse con il lungo periodo di trasferimenti e di assestamenti. sono da considerare con preferenza come mediterranei. ugualmente necessarie sotto tutte le latitudini in condizioni cosí di nomadismo come di sedentarietà. le varietà dei frutti. gli animali. ed è facile che i nuovi venuti imparino agevolmente la terminologia corrente nelle nuove sedi. Storia d’Italia Einaudi 16 . Non basta che si adeguino alle esigenze semantiche del mondo mediterraneo o anche alle sue caratteristiche geografiche e socio-culturali. 285 sgg. possono essere ordinati nel modo seguente. le fonti. senza contaminazioni. I. quinto. I campi semantici preferenziali per una interpretazione mediterranea del patrimonio lessicale di cui si dispone in età storica. o di cui nutrirsi. e quindi facilmente mantenute dai nuovi arrivati. seguono i rilievi del terreno. presi in astratto. Ma nozioni elementari come i numeri e tutto quello che si riferisce alla quantità e alla misura sono. quarto. da cui difendersi.

delta di sassi» nei nomi locali Chiav(ari) o Chiav(enna). PALA «rotondità (del terreno)». KAR(R)A «sasso»20 attestato in un territorio immenso. 21 Scritti minori. 59. «Atlante italo-svizzero». 20 Alessio. es. nell’etnico Ausones «il popolo della regione delle fontane»19 e diffuso in tutto lo spazio compreso fra la Irlanda e la Arabia. presso Mentone. e negli altri tuttora in uso p. BALMA «grotta» p. nel nome locale moderno Balme (prov. tav. Storia d’Italia Einaudi 17 . nell’it. 17. dall’irlandese carr «roccia» all’armeno kar.Il linguaggio d’Italia cali.. 10. Vercelli) o forma dialettale ligure nella Barma Grande o «Grotta grande» citata sopra (§ 1). es. nell’appellativo istriano arne «caverna»18 e. pp. oggi Arma (di Taggia) presso Sanremo. pp. pp. Ecco dunque alcune basi mediterranee ricavate con gli accorgimenti indicati sopra e cosí raggruppati: Tra le forme naturali del terreno (gruppi I e II): ALBA/ALPA «sasso» fissato nel latino Alpes. nel nome locale Alba longa. e in nomi locali italiani come Car(asco) (Genova). 1936. pp. LAMA «piano acquitrinoso» nome locale nell’Abruzzo (Lama dei Peligni) o nell’Emilia (Lama Mocogno). 44-49. palatum «volta» o «cielo della bocca» oltre i nomi locali moderni come il monte Cimon della Pala. II. cit. medv. glarea. es. al sumerico har. fra l’altro nel lat.. II. ARMA «riparo» p. 133 sgg. anche... nel fiume toscano in lat. Alba. Jud e Jaberg. Aus(er) oggi «Serchio». ARNA «letto incavato di fiume». nel lat.Giacomo Devoto . 165 sgg. RAVA «frana» nel toponimo moderno dell’Appennino bolognese Bocca del Ravari21 . BRATTA «fango» sopravvivente nel ligure bratta «fango» e nel verbo italiano (im)brattare «macchiare». arna «vas apium» (X sec. II. 44 sgg. AUSA «fonte». attestato nel fiume Arno. Ravarano 18 Scritti minori. 424. cit. KLAVA «cono di deiezione.). it. 9. 1935. cit. pp. GLARA nel lat. odierno arnia. 19 Scritti minori. «Studi etruschi».

POPLO «poggio» nel toponimo etr. GALLA lat. nel lat. e come appellativo ravaneto «insieme di detriti di marmo». MAL22 Ribezzo. lappa «lappola».22 VARA «acqua» frequente nome di fiumi (p. infine M (o)LU(M)B. Seguono. Meno tipici come struttura. progenie». 27. sgg. prov. Pistoia e Lucca). pp. lat. di Como. 35. 23 24 Storia d’Italia Einaudi 18 . bac(c)a. La Spezia). 1. ROKKA diffusissimo come nome locale (75 capoluoghi di comune) oltre all’appellativo. TAURA «tumulo» in nomi locali come Taurasi (Avellino) o (Gioia) Tauro (Reggio Calabria). non solo come toponimi. populus inteso come «crescita. BODO «fondo» sopravvivente. 155 Hubhschmid. croda forma dialettale veneta e Croda nome locale in prov.«piombo» lat. Mediterrane Substrate. fraga «fragola».Il linguaggio d’Italia (Parma). galla «galla». alga. AMPA «lampone» nell’it. già citata sopra (§ 4). mólybdos. Con lo stesso procedimento isoliamo. ma sempre nell’ambito della vegetazione. LAPPA lat. KRODA «roccia». strutture tipiche come le seguenti: BAK(K)A. it. «Rivista Indo-greco-italica». noto nell’estremo occidente fino al basco mag(uri). ALGA lat. il tema donde è stato tratto il lomb. bacca. oltre il fiume Lima (prov. in cui l’articolo è stato conglobato nel tema. sono i casi seguenti: LIMA «fiume dal letto roccioso» lat. nel lat. mag(iustra) «fragola».24 SRAGA «fragola» anche nel lat. 15. plumbus. o al caucasico kuk. KUKKO «rilievo appuntito del terreno»23 attestato in estensione larghissima dal basco kukur «pettine» allo slov. p. 1931. MAGA. Bodincus «Po». Hubschmid. es. con suffisso ligure. cit. Berna 1960. nel campo della vegetazione. lima.Giacomo Devoto . al di fuori delle bacche. lampone. it. nel monte Boplo attestato in vai Polcévera nella Sententia Minuciorum CIL I 584. ma bene documentati. op.. Pupluna «Populonia». ma gr. lima.

gr. kypárissos. ILEK «varietà di quercia» lat. si hanno poi nella vegetazione selvatica: KIDRO/KEDRO lat. gr. gr. falx. talpa. Lepus26 e cosí lat. WRODJA «rosa».. it. gr. TARMA lat. 131. tasso. leírion. WOINO. MINT(H)A «menta» lat. casa. Fuori delle forme tipiche si possono accettare LEB/LEP «lepre» lat. e it. cupressus.A o la finale in -K compaiono infine: BARRA it. barca. laurus. Nella vegetazione commestibile rientra la nozione di «fame» THAM lat.. 20. (i)bex «camoscio» lat. Foînos e FAIK lat. cab(allus) «cavallo da lavoro». (cam)ox (animale alpino). kédros.Il linguaggio d’Italia VA lat. Storia d’Italia Einaudi 19 . gr. it. (al)loro. falce. taxus. piatt(ola). napus. mínth¯ e. pp.. NAPA «cavolo» lat. ficus. e it. tarmes. lat. TAKSA lat. Nel campo degli animali. spóngos e THÜKO«fico». diffusissima come nome locale e presente nel lat. cit. vinum. malva. Come nomi di strumenti tipici per la forma A. 25 Hubschmid. oleum. it. 26 Terracini. Scritti minori. Al di fuori delle forme tipiche. fames. tarma. gr. citrus. lanx. p. lilium. lat.«vino» lat. gr. e it. rhódon. barra.«fungo» lat. ilex. op. BLATTA «insetto» cfr. 1926. faex «feccia». Devoto. menta. BARGA «capanna» che insiste sulla forma rotondeggiante. e it. LANK «piatto» lat. it.lat. 16.Giacomo Devoto . sˆ ykon. e it.. p. II. BAITA e MALGA «casa rustica nei pascoli alpini». il vocabolario dell’olio e del vino: ELAIWO. Nel campo dei ripari artificiali KASA «capanna» lat. «Archivio glottologico italiano». rosa. gr. it. infine THONGO. fungus. LEIRIO25 lat. élaion. THALK «falce» lat. hanno forme tipiche TALPA lat. LAURA lat. giglio. cit. KUPAR «cipresso» lat. 37 sgg.. Sezione Goidanich. it.. gr.

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

8. «Nostratico» e «Indo-mediterraneo» Alcune di queste somiglianze e contatti si spingono cosí lontano che è legittimo parlare di resti di una antica unità anche estraitaliana. Anche se questo non interessa direttamente il «linguaggio d’Italia», pure è consigliabile tenere presenti alcune distinzioni terminologiche. Ci sono temi come AUSA che hanno corrispondenze estesissime dal mondo basco all’Irlanda all’Italia al vicino oriente, all’Arabia, e sono compresi nel termine generalissimo di «nostratico»27 . Ci sono quelli che gravitano piuttosto verso una fascia settentrionale dai Pirenei alla regione alpina, dalla Balcania fino al Caucaso e sono detti «paleoeuropei» p. es. KUK (§ 7). Ci sono quelli che gravitano piuttosto verso il mezzogiorno e le coste africane, spingendosi addirittura fino all’India: sono detti «indo-mediterranei». Tale, secondo V. Pisani28 , il significato della diffusione del sistema numerale vigesimale; tale il valore di certe corrispondenze greco-indiane, come gr. erébinthos «cece», contro indiano aravinda. 9. Paleo-europeo Di maggiore interesse, dal punto di vista italiano, è il caso opposto, per il quale, all’interno dello strato mediterraneo e delle sue testimonianze italiane, si riscontrano differenze. Fra la tendenza di B. Gerola, aliena dal riconoscere questa varietà, e quella di M. Durante29 incline a esaltarScritti minori, cit., II, pp. 29-30. Pisani, «Scritti in onore di Alfredo Trombetti», Milano 1938, pp. 199-213. 29 Durante, «Annali dell’Istituto orientale di Napoli. Sezione linguistica», 3, 1961, pp. 59-77.
27 28

Storia d’Italia Einaudi

20

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

la e forse a esagerarla, merita preferenza questa seconda. Un esempio fondamentale di varietà è stato riconosciuto ad esempio da B. Terracini in Sardegna. Da una parte, soprattutto nel mezzogiorno, compaiono nomi locali come Ittiri, Isili, paragonabili all’africano Gilgili, e all’iberico Bilbili; dall’altra, nomi come Orotelli o Bosinco richiamano i temi liguri in -ELLO- e -INCO-30 , come Vercelli o Bodincus «Po». Ma la posizione corretta mira contemporaneamente a riconoscere in astratto che alcune grandi aree o focolai di attrazione agiscono all’interno della penisola italiana e, insieme, che certi segnali caratteristici non rispettano confini rigidi ma si espandono e si ritraggono in continuazione. Le grandi aree possono essere cosí definite: la ligure nell’Italia nordoccidentale, la euganea o reto-euganea nella nordorientale; la tirrenica nell’Italia peninsulare-occidentale e la picena in quella peninsulare-orientale. Sicilia e Sardegna si aprono in parte verso i mondi tirrenico e ligure e, da un’altra parte, verso l’Africa. Come esempi di frontiere che non sono barriere si possono utilizzare alcuni suffissi. In S, abbiamo Suessa Sinuessa nell’Italia sudoccidentale, ma Atessa in quella sudorientale. Suffissi in -SS e in -NTH sono propri, secondo Krahe31 , dell’Italia centromeridionale e la collegano col mondo egeo-anatolico32 . In -R(R) abbiamo Lipara, Mazara in Sicilia, Acerra alle porte di Napoli, Suburra a Roma. In L, AL(L)O-, EL(L)O-, IL(L)O-, hanno per focolaio il mondo ligure, nelle iscrizioni leponzie
30 Terracini, Gli studi linguistici sulla Sardegna preromana, Roma 1936, estratto, p. 12. 31 Die Indogermanisierung Griechenlands und Italiens, Heidelberg 1949, p. 32. 32 Vedi per il mondo egeo-anatolico: Herter, «Minos», 9, 1960, pp. 219 sgg.

Storia d’Italia Einaudi

21

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

(Tituk)alos, (Popp)alus (§ 31), nella Sententia Minuciorum (CIL I 584)* in rivo Tudel(asca); nella toponomastica da Rapallo, Varallo, Vercelli al lago Regillo presso Roma; a Roselle in Etruria, infine a Entella, che si trova in Liguria quanto nella Sicilia occidentale. In N, nelle varianti E(N)NA, in Etruria ma anche nelle aree circostanti: tali Bolsena, Rasenna in prov. di Macerata e di Modena; Ravenna e Cesena in Romagna; Chiavenna in Emilia e nelle Alpi centrali; Valbrevenna in Liguria; Palena in Abruzzo. Ampia è l’area delle formazioni in -ONA. A partire da Dertona in territorio ligure si estendono, attraverso Cremona, il territorio reto-euganeo, a Verona e Gemona; scendono sulla costa abruzzese dell’Adriatico a Ortona; si fissano sulla sua costa orientale a Albona, Fianona, Salona. Analogamente il suffisso TE ha il suo centro nell’Italia nordorientale: per es. Terges-te «Trieste» o Ates-te «Este», ma discende anche verso mezzogiorno a Tea-te «Chieti», a Rea-te «Rieti» e fino al monte Sorac-te «Soratte» a nord di Roma. 10. Collegamenti con l’Europa centrale Che nella protostoria neo- e eneolitica le società umane non fossero statiche ma stabilissero rapporti anche a grande distanza è provato dall’archeologia. Nei giacimenti della ceramica a nastro danubiana, e quindi nel tardo neolitico si trovano a scopo di ornamento conchiglie di un mollusco, lo Spondylus gaederopus33 . In quelli piú tardi della civiltà eneolitica di Unêtice (Boemia) appaiono le conchiglie di un altro mollusco, la Columbella
33

Vedi le mie Origini indeuropee, Firenze 1962, p. 94.

Storia d’Italia Einaudi

22

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

rustica34 . Dunque, dal Mediterraneo e dall’Italia movevano correnti culturali e commerciali che sono state definite come «antindeuropee»35 . Le civiltà eneolitiche di Serraferlicchio (Agrigento)36 e quella di Rinaldone nell’alto Lazio con le asce da combattimento37 , quelle del Gaudo in Campania presso Pesto con i loro meandri punteggiati, attestano collegamenti lontani in direzione opposta38 , talvolta transadriatici. Quelli di Remedello (Brescia), sul confine fra la età enea e quella del bronzo, attraverso la forma dei suoi bicchieri «campaniformi» è rivolta invece verso occidente39 . Discendendo infine alla civiltà terramaricola (bronzo medio e recente)40 i collegamenti evidenti sono di nuovo con la Europa centrale. Dall’una direzione o dall’altra, l’Italia del secondo millennio, sia per dare sia per ricevere, è sempre in contatto per mare o per terra col resto del continente41 .
Op. cit., p. 125. Scritti minori, I, Firenze 1958, pp. 70 sgg. 36 Piccola guida, cit., tav. XXII. 37 Op. cit., tav. XXIII. Cfr. Laviosa Zambotti, Le piú antiche culture agricole europee, Milano 1943, p. 500. 38 Piccola guida, cit., tav. XXIII. 39 Op. cit., tav. XXIV. 40 Op. cit., tav. XXXII. 41 Laviosa Zambotti, Op. cit., pp. 351-383.
34 35

Storia d’Italia Einaudi

23

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

Capitolo terzo La affermazione indoeuropea

11. Istituzioni linguistiche indeuropee Su questo mondo, originariamente uniforme, ma sottoposto nella storia a diversificazioni senza fine, si è affermata a un certo momento, dopo millenni, una tradizione nuova, che si adegua e si deforma, ma mette radici, e non si rompe mai piú. A differenza dei resti mediterranei, e nonostante esperienze vicende e fratture, questa tradizione linguistica, la tradizione indeuropea, riesce a serbare qualcosa di organico anche se il suo impatto con l’Italia non è né unitario né istantaneo (§ 15). I tratti salienti del patrimonio linguistico che ora si affaccia sono i seguenti42 . Sul piano fonetico, il sistema delle vocali si fonda sui tre timbri E O A. All’interno di queste la dominante era la E, alternante con O, mentre la A appariva o come vocale di forme non alternanti, proprie, secondo Antoine Meillet, di un vocabolario «popolare»43 o come vocale di soccorso e di appoggio quando per ragioni di accentazione o di morfologia i timbri normali si affievolivano. Il sistema delle consonanti si fondava in origine su una quadripartizione fra consonanti occlusive, da una parte sorde e sonore semplici, e dall’altra sorde e sonore aspirate, distinte ulteriormente, dal punto di vista del punto di articolazione, nelle quattro serie delle labiali dentali gutturali e labiovelari. Le consonanti continue si limitavano alla sibilante S, eventualmente sonorizzabile in Z. Intermedie fra le vocali e le consonanti, si avevaVedi le mie Origini indeuropee, Firenze 1962, pp. 15 sgg. Meillet, Linguistique historique et linguistique générale, 2ª ed., Parigi 1936, pp. 165 sgg.
42 43

Storia d’Italia Einaudi

24

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

no le sonanti, articolazioni suscettibili di fungere, secondo il contesto fonetico, come vocali oppure come consonanti. Le sonanti erano sei: I vocale alternante con Y (=J) consonante; U vocale alternante con w consonante; L, vocale, alternante con L consonante e cosí R e R consonante, M e M, N e N. Impossibilitata a esser definita foneticamente, ma necessaria dal punto di vista del sistema è la cosiddetta laringale, segnalata convenzionalmente con una E (rovesciata), anch’essa suscettibile di valore vocalico (E. accanto al consonantico E) e detta tradizionalmente «schwa»44 . Quando ha valore vocalico, si fonde, nella maggioranza delle aree, con A (nel mondo ario con I); quando ha valore consonantico, si fonde con la vocale precedente e dà vita alla quantità lunga della stessa. La differenza fra quantità breve e lunga non è dunque una proprietà primitiva delle vocali indeuropee, ma una proprietà acquisita. 12. Innovazioni indeuropee Ma la tradizione indeuropea, che si è affacciata sulla soglia dell’Italia, non era piú quella primitiva anche per altre ragioni. Le principali trasformazioni, che si erano già verificate parzialmente nel mondo indeuropeo, e comprendevano invece tutti i filoni: giunti in Italia, sono state principalmente due, e entrambe si riferiscono al sistema delle consonanti. Da una parte si tratta della trasformazione del sistema del grado di articolazione che passa da quadripartito a tripartito, in seguito all’allineamento di occlusive sorde, occlusive sonore e fricative, eredi di aspirate. Dall’altra si tratta dello scioglimento della categoria delle sonanti, che si scindono nelle «vocali» I e U e nelle «consonanti» J V L R M N, senza piú possibili44

Vedi le cit. Origini indeuropee, p. 18.

Storia d’Italia Einaudi

25

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

tà di alternanza. Le forme vocaliche delle quattro sonanti L R M N sono rappresentate in maggioranza dai gruppi OL OR EM EN. Le consonanti dette labiovelari sono conservate nella tradizione protolatina meglio che in tutte le altre lingue indeuropee, mentre sono energicamente labializzate in quella osco-umbra (§ 27). Nel campo della morfologia, il carattere fondamentale era quello delle alternanze delle radici tra un grado normale E, uno forte O, e uno ridotto, privo di vocale. In circostanze fonetiche speciali, al posto di un grado ridotto privo del tutto di vocale, se ne aveva uno semiridotto, variamente trattato sul suolo italiano. Questo sistema morfologico è stato vittima in Italia delle alterazioni fonetiche sopraggiunte, sia per l’azione della intensità dell’accento sia per una diversa gradazione dei timbri vocalici. La morfologia del nome si fondava su una declinazione di otto «casi», dei quali lo strumentale, e il locativo hanno lasciato in Italia solo tracce scarse. La morfologia del verbo si fondava sulla coesistenza, non necessariamente totale, dei temi fondamentali di presente aoristo perfetto, che definivano il tempo e la quantità dell’azione (o aspetto) del verbo; dei modi, che definivano la qualità; con relative forme nominali di participî, infiniti e cosí via. La diatesi del verbo mirava a opporre soprattutto quella attiva e la media mentre la passiva era affidata a un sistema secondario di coniugazione, parallelo alle forme causativa desiderativa o intensiva. Nel campo dei «modi» si distingueva fra un congiuntivo, segnale di possibilità e un ottativo, segnale di desiderabilità. Rimanevano tracce di un «primitivo»45 che ai fini della indeuropeizzazione dell’Italia non ha esercitato alcuna parte, salvo forse nella formazione del paradigma del verbo sostantivo s-u-m.
45 Schwyzer, Griechische Grammatik, Monaco di Baviera 1934-1953, I, p. 645; II, p. 303.

Storia d’Italia Einaudi

26

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

13. Gruppi lessicali Molto importante è avere un quadro del patrimonio lessicale indeuropeo, nelle stratificazioni filologica e sociale. Da un punto di vista filologico, il vocabolario arrivato in Italia si divide in tre categorie. La prima46 era costituita da quelle unità lessicali che, per il fatto di essere attestate in tutte o in quasi tutte le diverse aree indeuropeizzate, costituiscono un insieme «compatto»: tali le radi¯ «dare» lat. daci verbali come Es «essere» lat. esse, DO ¯ «arrestarsi» lat. stare, WEID «vedere» lat. vire, STHA dere, GEUS «gustare» lat. gustus, infine tutti i numerali, già disposti secondo un sistema decimale. Un secondo strato47 è rappresentato da parole gravitanti nell’area nordoccidentale, e cioè sulla sinistra dello scacchiere indeuropeo primitivo. Da un punto di vista climatico, si riferiscono al mondo forestale, ricco di umidità, dell’Europa centrale, e si oppongono al mondo arido delle steppe dell’Europa sudorientale. Tale è il caso di GwRANO- che, nel latino granum, indica quello che è (vantaggiosamente) secco, mentre in regioni piú orientali indica il valore di ciò che è (dannosamente) secco, e cioè il «vecchio». Analogamente KwyTI- è in occidente la «(sopportabile) sete» mentre in oriente, per es. nel greco phthísis, significa la «(insopportabile) consunzione». Un terzo strato48 è rappresentato da parole che sopravvivono non in aree contigue, ma in aree periferiche, e cioè si sono sottratte a mutamenti e sostituzioni affermate nelle aree centrali. Tali i casi delle parole latine rex, jus, credo, che trovano corrispondenze eventualmenOrigini indeuropee, cit., pp. 191 sgg. Op. cit., pp. 263 sgg. 48 Op. cit., pp. 292 sgg.
46 47

Storia d’Italia Einaudi

27

ferus. agere. che sopravvive. È strano come studiosi qualificati stentino49 ad accettare il principio fecondo della contrapposizione di marginalità e centralità. Piú importante è la stratificazione delle parole. della radice LEG che vuol dire «raccogliere» ma anche «scegliere». AL «nutrire» lat. p. e cosí PEKU «gregge» lat. sagax. R. 49 50 Storia d’Italia Einaudi 28 . «Atti delle giornate sociolinguistiche». LEIGH. che sopravvive nel valore astratto del latino imago. Si tratta in generale di parole attinenti alla cultura alla religione all’ordinamento sociale. in latino lingere «leccare». conservato meglio che i termini del mangiare e del bere. contiguo. proprio perché legato a una alimentazione gravitante sul miele e i succhi di bacche. intellettualizzata. Alla pastorizia è strettamente legata la famiglia lessicale di AG «condurre al pascolo» lat. oggetto della caccia. Devoto. GHWER lat. YEM. che è stato il grande passaggio dalla linguistica unidimensionale a quella bidimensionale50 . che ha sostituito. Roma 1970. non tanto in base alla loro documentazione esterna. L. la rad. che indica invece l’animale selvatico. e quindi richiamano la imagine di un rivolgimento sociale. Londra. legata alla moderna sociolinguistica. nel lat.. alere. The Latin language. 32. ma poi solo nel mondo indo-iranico. Ricordo della caccia sono la radice SAG «andare a caccia». partendo dall’interno. all’estremo opposto. ma che originariamente indicava il «frutto doppio» o «gemello». Palmer. il che è proprio dei raccoglitori. s.Il linguaggio d’Italia te nel mondo celtico. ma non degli agricoltori. pecu. Della fase primitiva dei raccoglitori ritroviamo echi ad esempio nella terminologia del «fratello» BHRATER che si è incrociato con quella del «portare» BHER.Giacomo Devoto . in attesa di quella tridimensionale. quanto attraverso la fase di civiltà a cui si riferiscono. le antiche istituzioni.d.

con le quali il patrimonio lessicale indeuropeo veniva in contatto. Storia d’Italia Einaudi 29 . di fianco all’oro argento e rame AUSO ARGTO AYES.Giacomo Devoto . che ARO ¯ «remare». Ricordi mitici dell’agricoltura hanno fatto sí che ¯. (G)LAKT «latte» lat.Il linguaggio d’Italia VAK(K)A «mucca» lat. infine WLeNA lat. costituissero altrettante tentazioni e attrattive per le unità lessicali mediterranee. In fatto di strumenti. lac. di fronte a WESTI «veste» accoglie palla «sopravveste femminile». quello delle ultime arriva mutilato e stanco. che sopporta bene le conseguenze dei grandi spostamenti geografici. pp. i tipi MALGA. di fronte a KELLA «capanna» il lat. Il vocabolario delle prime categorie citate si salva abbastanza bene.sia passato da «pascolo» a «campo». e quella economica tecnica alimentare. vacca. accoglie plumbum «piombo». Mantenendo la divisione in dieci grandi gruppi già attuata altrove51 . e socioculturale. nelle regioni alpine. il vocabolario può essere presentato diviso in grandi gruppi di significato. della natura cosí domestica come selvatica. Sono interessanti queste contrapposizioni: di fronte all’indeuropeo NAWI. È evidente che i vuoti. e it. e delle unità sociali maggiori. si ha all’ingrosso una differenza fra due gruppi: la terminologia generale psicologica meteorologica anatomica e dei rapporti famigliari piú stretti. i contraccolpi maggiori.il lat. Indipendentemente dalla stratificazione filologica. sia pure artificiosi. AGRO. ¯ «seminare» e MET «mietere» hanno invece un valore SE compreso tutto nel mondo degli agricoltori. lana.. di quegli spostamenti. o i luoghi di minor resistenza lessicale indeuropea. accoglie casa e. come un combattente dal campo di battaglia. il lat. di fronte a serra 51 Origini indeuropee. accoglie barca. cit. 382 sgg. abbia profittarisalente alla famiglia di ERE to della imagine dell’arare come di un «remar la terra». che ovviamente hanno sentito.

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

«sega» il lat. accoglie falx «falce». In fatto di forme del terreno, di fronte a mons «monte» il latino accoglie i numerosi toponimi del tipo Alba Alpes; di fronte a aqua si accolgono toponimi del tipo AUSA «la fonte». Nella vegetazione resiste flos «fiore», ma si accoglie il mediterraneo bac(c)a; ai nomi delle grandi specie forestali, fra le quali domina la quercia PERKwU- lat. quercus «quercia», si affianca il med. taxus. Il «miele» e l’«ape» resistono, lat. apis mel; ma la terminologia della sua tecnica assume dal mondo mediterraneo lat. favus «favo», fucus «fuco», e anche una parola, sopravvivente in italiano, arnia. Fra i roditori mus «topo» si arricchisce della compagnia di TALPA; fra gli insetti, a pulex «pulce», si affianca BLATTA; di fronte a vermis «verme» si accetta TARMA. Il contatto fra il mondo indeuropeo e quello mediterraneo non è, almeno in Italia, uno scontro: le sue conseguenze sono non già di distruzione, ma di completamento e arricchimento. 14. Primi focolai in Italia Queste nuove strutture, queste nuove unità lessicali non hanno dunque cancellato o sommerso il patrimonio linguistico originario dell’Italia. Si sono affacciate da principio in caposaldi o teste di ponte, che, sia pure sulla base di esigenze linguistiche insopprimibili, possono essere identificate soltanto per mezzo dell’archeologia. Un primo requisito sta nel fatto che si deve trattare di eventi così antichi da avere consentito l’arrivo in Italia di elementi lessicali, anteriori a quel rivolgimento interno della società indeuropea di cui si è detto sopra (§ 13). E poiché nel XV sec. a.C. nel mondo Egeo appare la lingua greca già costituita in modo autonomo, ecco che conviene identificare un primo focolaio press’a poco

Storia d’Italia Einaudi

30

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

contemporaneo, di affermazioni indeuropee in Italia52 . La risposta a questa esigenza è semplice. Le connessioni estraitaliane nelle stazioni preistoriche dell’Italia settentrionale (Emilia e Veneto) appartengono a età relativamente recente, perché, in connessione con la civiltà centroeuropea dei campi d’urne, e cioè posteriori al movimento rinnovatore democratico, ormai affermato in quel tempo. Piú a mezzogiorno, sulle coste del medio Adriatico, si trovano altri giacimenti, ricchi di corrispondenze transadriatiche, ma appartenenti alla civiltà del ferro, e quindi ancor piú recenti. Non rimangono che i giacimenti della cosiddetta civiltà di Matera, della fine del neolitico medio53 . La indeuropeità comincia perciò in Italia dalla Puglia ed è a questa sua prima testimonianza antichissima che spetta allora il nome artificiale di «protolatino». Somiglianze transadriatiche54 mostra la ceramica delle grotte della Pertosa e di Zachito (prov. Salerno)55 arieggianti al II strato di Vin˘ ea, in Jugoslavia. Sul Gargano si trovano cunei e ceramica dipinta del tipo di Turdos (Transilvania)56 , e in Puglia ceramica a nastro, che corrisponde a sua volta al II periodo della civiltà appenninica57 . Il focolaio settentrionale si concentra intorno alle terramare, e poi soprattutto a Este. Le terramare, che appartengono alla fine del II millennio, attestano la civiltà del bronzo medio e recente58 . La fase successiva o «proOp. cit., pp. 193 sgg. Piccola guida della preistoria italiana, cit., tav. XVIII. 54 Origini indeuropee, cit., p. 109. 55 Piccola guida, cit., tav. XXXI. 56 Origini indeuropee, cit., p. 109. 57 Rellini, «Bullettino di Paletnologia italiana», 48, 1925, pp. 32 sgg. 58 Piccola guida, cit., tav. XXXII.
52 53

Storia d’Italia Einaudi

31

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

tovillanoviana» ha le sue basi piú antiche a Fontanella di Casalromano (Mantova) e Bismantova (Reggio Emilia), e appartiene al bronzo finale. Ha una certa spinta a espandersi verso Pianello di Genga, Monteleone di Spoleto59 , fino al Lazio. La cultura atestina nella prima età del ferro è la piú brillante; attestata a partire dal IX secolo, si identifica con le testimonianze epigrafiche venetiche. Nei riguardi dei rapporti centroeuropei si hanno nella prima fase di questo complesso le fibule60 (§ 25), il rito della incinerazione dei cadaveri, e il rifiuto della decorazione61 ; nelle fasi piú recenti invece risalta la ceramica gibbosa e cannellata. Anche dalle coste delle Marche e degli Abruzzi il IX secolo attesta una civiltà del ferro che ha le sue connessioni transadriatiche, sia nel rito funebre inumatore sia in suppellettili come gli anelloni e le sferette trovati a Cupra e a Grottammare da una parte e i pendagli a sferette minuscole di Glasinac in Bosnia62 . Queste relazioni ripercorrono vecchi itinerari già ricostruiti attraverso le connessioni fra le piú antiche civiltà di Rinaldone e Belverde da una parte e quella di Vuˇ cedol dall’altra, illustrate da Pia Laviosa Zambotti (§ 10)63 . 15. Loro organizzazione Per rendersi conto della portata di questi movimenti, bisogna aver chiara l’idea del modo con cui la nuova tradizione linguistica si è imposta. Non si è trattato di una coPiccola guida, cit., tav. XXXV. Origini indeuropee, cit., p. 148. 61 Origini indeuropee, cit., p. 384. 62 Origini indeuropee, cit., p. 151. Cfr. Dumitrescu, L’età del ferro nel Piceno, Bucarest 1929. 63 Le piú antiche culture agricole, cit., pp. 402 sgg.
59 60

Storia d’Italia Einaudi

32

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

lonizzazione in senso demografico, né di vistose migrazioni di uomini, perché ne sarebbe rimasta traccia in leggende, come è avvenuto per i «nostoi» o «ritorni» dei combattenti della guerra di Troia, o per la discesa dei Dori nel Peloponneso. Non si è trattato nemmeno della affermazione di una aristocrazia culturale, perché avrebbe lasciato tracce monumentali. Il mondo mediterraneo, ivi compreso quello italiano, era superiore per civiltà; una conquista culturale indeuropea è impensabile. Eppure una forza, qualunque ne fosse la natura, deve essersi manifestata per consentire la conquista o almeno la affermazione linguistica. Tanto piú era necessaria, in quanto il trapianto di un sistema linguistico da regioni cosí diverse come quelle dell’Europa centrale, doveva averla messa in crisi. Questa forza non poteva essere che sociale. I nuclei di tradizione linguistica indeuropea, privi di qualsiasi forza demografica o culturale, erano invece saldamente organizzati in tribú sia pure piccole, ma solide, che, dovunque arrivavano, mantenevano la loro compattezza, non solo, ma costituivano una forza di attrazione e confronto per gli indigeni: prima, fonte di attrazione e curiosità, poi modelli di vita psicologicamente urbana, poi solido, fisso punto di riferimento nel mutare della vita quotidiana, qualcosa di paragonabile a un «mercato». Solo in questo modo è possibile rendersi conto di una affermazione cosí potente e durevole, e nel tempo stesso invisibile. Il linguaggio d’Italia si manifesta d’ora in avanti in forme nuove, secondo una tradizione ricca di traversie e ostacoli, ma non piú interrotta.

Storia d’Italia Einaudi

33

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

Capitolo quarto Testimonianze epigrafiche preindeuropee

16. Anetrusche Solo a partire dal I millennio è possibile passare, dalla «contrapposizione» frontale di relitti preindeuropei e strutture indeuropee, al «confronto» fra unità linguistiche storicamente costituite e afferrabili a noi. Naturalmente il risultato di questa svolta non è automatico, ma prende forma progressivamente attraverso un quadro tripartito. Si tratta di testimonianze piú o meno organiche di lingue preindeuropee, che si prolungano nella prima metà del millennio e oltre. Si tratta di avvisaglie indeuropee nell’interno di queste, soprattutto nel mondo etrusco, sino a legittimare la nozione di una fascia «periindeuropea» (§ 17 sgg.). Si tratta infine di definire le singole tradizioni indeuropee nelle aree e nelle forme da cui hanno preso le mosse per diffondersi con maggiore o minore fortuna in Italia: tali i focolai protolatini (§ 22 sgg.), venetico (§ 25) e osco-umbro (§ 26 sgg.), messapico, leponzio e gallico (§ 31 sgg.) e delle tradizioni che ne sono eventualmente discese. La iscrizione punica venuta in luce nel 1964 a Pyrgi presso Civitavecchia apre la serie delle testimonianze di lingue non indeuropee nell’Italia antica. Essa è anche la piú facile da interpretare storicamente, in quanto ricorda la consacrazione di un tempio alla dea Astarte, fatta da Tiberio Veliana, tiranno di Caere ai primi del V secolo a.C. Si tratta di una decina di righe che trovano una piú ampia corrispondenza nelle due analoghe, ma non identiche, redazioni etrusche. Essa prova la importanza dei rapporti fra Cartagine e la Etruria in quella età,

Storia d’Italia Einaudi

34

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

non l’esistenza nella Italia antica di un’area linguistica punica64 . Maggiore è la portata della iscrizione «sicana» di Sciri presso Caltagirone (Sicilia) pubblicata da Francesco Ribezzo nel 1933. Appartiene al VI secolo a.C., si compone di 58 lettere in alfabeto greco, parzialmente corrispondente a quello piú antico di Siracusa65 . Secondo il Ribezzo la iscrizione appartiene a un tempo nel quale la affermazione indeuropea in Sicilia già si è fatta sentire. Altri autori, per esempio V. Pisani66 , la considerano invece già al livello indeuropeo dei Siculi. In realtà la iscrizione è ancora mediterranea: parole come nendas, tebeg, pra arei, pagosti kealte, inrubo, si prestano difficilmente a una interpretazione indeuropea. Il significato attribuito dal Ribezzo è «Nenda Pureno distrusse in guerra nella città di Burena farce, cinque territori conquistò». Il tutto è però ancora aleatorio e vago. Nelle stesse condizioni si trova la celebre iscrizione di Capestrano scoperta nel 1934, appartenente al VI secolo a.C. Essa contiene una quarantina di segni senza divisione di parole ed è letta da G. Radke67 in questo modo: «Ma Kaprih K. oram opsu Tr Minis R akinebihi pomp... II». Su 11 parole cosí isolate, 6 dovrebbero essere nomi personali, due sono numerali, oram dovrebbe essere pronome, opsu un verbo, akinebihi indicherebbe una magistratura. Anche se non si può escludere qualche infiltrazione indeuropea, l’indeuropeismo del Radke sembra
64 Devoto, Scritti minori, II, Firenze 1967, pp. 200 sgg. con relativa bibliografia. 65 «Rivista indo-greco-italica», 17, 1933, pp. 197-211. 66 Le lingue dell’Italia antica oltre il latino, 2ª ed., Torino 1964. 67 Pauly-Wissowa, Realenzyklopädie, suppl. IX, col. 1779; Pisani, Le lingue, cit., pp. 225 sgg.

Storia d’Italia Einaudi

35

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

prematuro. L’alfabeto è comune a quello delle iscrizioni umbre arcaiche (o «protosabelliche»; § 26). Indubbi sono la natura e la portata della iscrizione di Novilara, scoperta nel 188968 . Si trova su un blocco di arenaria, nel quale è raffigurata una ruota a cinque raggi. L’iscrizione si compone di una quarantina di parole in dodici righe. Le prime due sono le seguenti: mimnis’ erut gaares ’tades’= =rotnem uvlin parten us’. Per quanto studiata a fondo, essa si ribella a qualsiasi tentativo di interpretazione. A questa difficoltà interna si aggiunge la profonda differenza che la separa dalla lingua etrusca, pure geograficamente vicina, non solo dal punto di vista morfologico e lessicale, ma anche per la presenza delle vocali o e u, reciprocamente indipendenti, e delle consonanti sonore in un alfabeto che pure è di origine etrusca. Le iscrizioni dette retiche, dell’Italia settentrionale, una settantina, sono disposte nella regione compresa fra il Trentino-Alto Adige e la base prealpina fra il lago di Garda e Padova. La loro antichità è scarsa ma la differenza dall’etrusco è troppo sensibile perché sia possibile considerarle come resti dello strato etrusco-padano respinto verso nord dopo l’invasione gallica del V sec. a.C. Gli alfabeti sono però del tipo etrusco settentrionale, e si dividono nei due tipi di Bolzano e di Sondrio. Sono pubblicate nelle raccolte dello Whatmough e del Pisani69 . Le piú importanti sono quella di Caslír (in val Cembra presso Trento) N. 215, di 60 lettere, quella della paletta di Padova N. 244, con una trentina, e la spada di Verona N. 247, con una quarantina. La discendenza etrusca degli alfabeti appare chiaramente attraverso la mancanza dei segni delle consonanti sonore, della voca68 Camporeale-Giacomelli in I Piceni e la civiltà etruscoitalica, Firenze 1959, pp. 93-104. 69 Pisani, Le lingue, cit., pp. 317 sgg.

Storia d’Italia Einaudi

36

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

le o, nonché delle oscillazioni nell’impiego delle consonanti sorde e sorde aspirate. Forme caratteristiche sono quelle del tipo trinaχ e, tinaχ e, che ricordano forme di perfetti etruschi70 . 17. Etrusche La iscrizione del lituto di Collalbo (Bolzano)71 rappresenta invece un testo francamente etrusco, di un etrusco «respinto» a nord dalla invasione gallica, secondo la notizia di Livio e di Plinio72 . Si introduce cosí il problema principale della preindeuropeità linguistica in Italia, quello della lingua etrusca. Di tutte le testimonianze preindeuropee, nessuna raggiunge neanche da lontano nella Europa intera la ricchezza e il significato di quella etrusca. Si tratta di quasi diecimila iscrizioni, la maggior parte brevissime, poche bilingui, oltre qualche decina di glosse isolate, raccolte nel «Corpus inscriptionum etruscarum» (CIE), iniziato nel 1890 e non ancora compiuto73 . Sono scritte in alfabeti non omogenei, di cui possediamo come prototipi: la tavoletta d’avorio della Marsiliana d’Albegna, un vaso di Formello e uno di Cerveteri. Essi risalgono a modelli greci occidentali e sono perfettamente leggibili, con alcuni segni divenuti superflui, come il B e il D, la vocale o e la sibilante «samech». Nelle iscrizioni piú tarde (IV-I sec. a.C.) si abbandonano anche il K il Q nonché X in quanto segnale di sibilante. I segni validi definiscono un sistema fonetico caratterizzato dalle quattro vocali A E I U, dalla semivocale V, dalla aspiPisani, op. cit., pp. 318 sgg., 323. Battisti, «Studi etruschi», 8, 1934, pp. 193 sgg. 72 Livio, V 33; Plinio, Nat. Hist., III, 133. 73 CIE, vol. II, sez. I, fasc. IV = 5607-6324, 1970.
70 71

Storia d’Italia Einaudi

37

Il linguaggio d’Italia razione H. Milano 1968. un libro su tela di lino che contiene. 18. pp. 1967. Peri-indeuropeità etrusca L’interesse che gli Etruschi e la loro lingua hanno suscitato. Queste letture sono ormai acquisite (salvo rettifiche minime) da un secolo74 . cosí le due lamine trovate a Pyrgi insieme con la iscrizione punica citata sopra (§ 14). 41. sarà mostrato al § 36. La lamina di Magliano (CIE 5237) contiene una settantina di parole. ha le sue radici nell’antichità: da Dionisio di Ali74 Vedi soprattutto Pallottino. La iscrizione di Pulena (da Tarquinia. CIE 5430) ne contiene una sessantina.. p. tenuto conto delle ripetizioni. Le prime iscrizioni sono del VII secolo. quando la moda si era esaurita. 385 sgg. Il cippo di Perugia (CIE 4538) contiene 46 righe e 130 parole. dalle tre sibilanti S S’ Z. risalendo a età micenea.) e da qui irradiate verso il Veneto. dove sono state regolarmente accolte (§ 25). dalla labiodentale F. Segue il tegolo di Capua di 62 righe conservate e di circa 300 parole leggibili. Lejeune75 . Ma che possibilità alfabetiche preesistessero da molto tempo in alcuni focolai dell’Etruria. I monumenti principali sono rappresentati dal testo della mummia di Zagabria. ottenendo fortuna nel periodo centrale della storia etrusca (secoli VI e V a. dalle due liquide L. dalle sei consonanti occlusive semplici (C T P) o aspirate (chi theta phi). R e dalle nasali M N. 6ª ed. Storia d’Italia Einaudi 38 . mentre nelle aree osca e umbra l’influenza alfabetica etrusca si è affermata nei secoli successivi (V e IV). caratterizzate da una puntuazione sillabica. Queste tracce antichissime. 75 «Revue des Études grecques». Etruscologia.Giacomo Devoto . sono state riesumate e utilizzate secondo M.C. 80. 530 parole.

inglese. 1877.Il linguaggio d’Italia carnasso. I. 79 Beiträge zur Lehre vom indogermanischen Charakter des Etruskischen. pp. italica o no. Heidelberg 1929. pp. 1925.Giacomo Devoto . Resipiscenze indeuropee si manifestarono in modo risoluto presso il Goldmann79 .) Tomaso Dempster. «Antichità romane». L’assillo primo è stato quello di assegnare all’etrusco una definizione genealogica. Vienna 1931. Die Etrusker. lo Skutsch e tutti i moderni.. dei tedeschi Carlo Ottofredo Muller nel 182878 . Muller. Firenze 1958. 2a ed. Una terza via è stata indicata una trentina di anni fa da P. Breslavia 1828. 14. la cui opera De Etruria regali fu però pubblicata solo nel secolo successivo (1723). Le parole Tinia «Giove» tiv «luna» sarebbero svolgimenti precoci del tema indeuropeo di(n) (che significa «luce») energicamente immerso e snaturato nel mondo etrusco82 dopo un avvicinamento lento e graduale da parte di tribú protolatine (§ 23) e umbre (§ 30). Rinnovatori di questo interesse nell’età moderna sono stati (XVII sec. Deecke. all’imperatore Claudio che ne ha raccolto testimonianze letterarie in un’opera andata perduta. 80 Etruskische Wortdeutungen. che ha definito la lingua etrusca diversa da tutte le altre76 . 63-69. Kretschmer con la teoria della «protindogermanische Schicht»81 o «strato protoindeuropeo» che io stesso ho trasferito dal piano storico a quello geografico con la nozione di «peri-indeuropeo». a cura di W. I. alla seconda il Deecke. Saggio di lingua etrusca e altre antiche d’Italia. Neue Beiträge ecc. 76 77 Storia d’Italia Einaudi 39 . 78 C. O. 82 Scritti minori. I. Alla prima scuola appartennero il Corssen. Degli antiquarî italiani raccolse le fila Luigi Lanzi (1732-1810)77 . Vienna 1937. in modo piú ondeggiante presso il Vetter80 . 300 sgg. 81 «Glotta». Roma 1789. p. il Nogara. 30. il Lattes.

Hethitisch und Etruskisch. quello detto combinatorio. Firenze 1966. La seconda fase è rappresentata dal metodo opposto. ta da lat.. pp. in Vertumno83 di nuovo da una tradizione protolatina. aisar «dèi» dalla tradizione norditalica. Firenze 1947. -th come segnale di locativo da una tradizione indeuropea -dhi. mi da lat. -umno.Il linguaggio d’Italia 19. con i contesti. 185 sgg. Nuovo saggio di lingua etrusca. perduta in latino. § 22). KwE. cosí -c da indeur. perché prescinde da rapporti esterni con altre lingue e determina il valore delle parole attraverso confronti interni. 79-87. Sofia 1962. che li debbono definire84 . II. Firenze 1967. 85 Saggio di lingua etrusca. piú recentemente il greco (Coli)85 e l’ittita (Georgiev)86 . Senza potere ricostruire un itinerario di arrivo. me. ma non provano parentela: tali lautni «liberto» risalente alla tradizione protolatina (v. II. (is)to. Le tappe attraverso le quali si sono isolati i valori fondamentali di alcune parole etrusche o per lo meno se ne è delimitato il campo semantico.. Op. sono state tre. cit. confrontando volta a volta per prime le lingue italiche ma poi anche l’armeno (Bugge) il basco e il caucasico (Thomsen) l’ugrofinnico (Martha) o addirittura il dravidico (Konow).per es. etera «estraneo» dalla tradizione osco-umbra (§ 20). finalmente la elaborazione di una declinazione. 83 84 Storia d’Italia Einaudi 40 . Strutture linguistiche etrusche Elementi indeuropei all’interno della lingua etrusca sono innegabili. sono da ricordare turce «diede» e cioè dalla radice indeuropea ¯ . Nella prima fase si è seguito un metodo etimologico. ampliata in R come nel greco dôron e con il sufDO fisso di perfetto in -ce. 86 Georgiev. in cui peOp. cit.d.Giacomo Devoto . in cui i singoli casi non si trovano del tutto assestati nei segnali. pp.

Storia d’Italia Einaudi 41 . Olzscha testé defunto e soprattutto A. Roma 1937. Studien zu den Agramer Mumienbinden. 24 sgg. Sul piano morfologico. Dallo studio delle strutture come da quello dei confronti bilinguistici sono stato influenzato io stesso nella interpretazione delle Tavole di Gubbio89 .. Goldmann88 . quali K. 90 Scritti minori. Pfiffig87 . es. 89 Tabulae Iguvinae. 20. II. 13. Si tratta del metodo «bilinguistico» che attua di nuovo confronti all’esterno della lingua indagata. cit. La terza fase è rappresentata dall’abbinamento dei due metodi all’interno di uno spazio piú ampio di quello accettato dal metodo combinatorio. quanto corrispondenze strutturali in testi di due sole lingue. come mostra lo svolgimento da Cluthumustha forma etrusca per il greco Klytaimstra passata a Clutmsta90 .Il linguaggio d’Italia riodicamente ritornano: è il metodo nel quale si sono cimentati soprattutto Emil Vetter e Massimo Pallottino. cit. Olzscha. l’attenzione dello studioso deve essere richiamata su tre punti fondamentali delle strutture linguistiche etrusche.. che annulla le vocali interne. Lipsia 1939. Etruscologia. 1962. inseguendo non tanto identità etimologiche.. anche se di questo confronto di strutture il precursore benemerito è stato E. Interpretation der Agramer Mumienbinden. insieme all’assesta87 Pallottino. ma molto piú ristretto di quello dell’etimologico. Scritti minori. Nell’ambito fonetico si fa largo col tempo l’influenza dell’accento di intensità. 289 sgg. Pfiffig. 88 Beiträge. 12. I.. E’ quello che applicano studiosi piú giovani. cit. 385. 254 sgg. 99 sgg. II.Giacomo Devoto .. pp. p. Vienna 1963. Interpretazioni etrusche Al di fuori di quei caratteri fonetici che risaltano dal divenire degli alfabeti. pp. cit. le tabelle alle pp. p. 3ª ed.

Non esiste prumths «pronipote» pedissequamente ripetuto dai vari autori. sval «vivere». cape «recipiente». lucumo «lucumone». nefts «nipote»92 . verse «fuoco». tular «confini». lucairce «fu lucumone». Nella religione: ais «dio». ril «in età di». «Rendiconti Accademia Lincei». celi «settembre» lat. lautni «liberto». dalla assenza originaria di una «mozione» (cioè di una segnalazione alternativa di genere maschile e femminile) si passa a qualche traccia di genere grammaticale. rumach «romano». rasna «Etruria». ecco un elenco di parole che si possono considerare interpretate sicuramente. 38. tur «donare». Nel mondo funerario: thaura «tomba». aisar «dèi». 323. 1958. p. 13. fler «offerta». lupu «morire». Nella famiglia: clan «figlio». ermius «agosto». Per quel che riguarda il lessico. spur «città». 6ª ed.. frontac «ferentano»93 . macstrevc «maestro». 93 Ferri. etera «estraneo» «inferiore».Il linguaggio d’Italia mento progressivo di una declinazione. Nomi di animali: andas «aquila». 1970. maru «marone» (magistrato). zich «scrivere». s’ec «figlia». Nella società: lautn «famiglia». zilc «pretore». sacni «luogo sacro» «azione sacra». par (parchis) «uguale» e cioè «cittadino di pieno diritto» (cfr... puia «moglie». vedi «Studi etruschi». lauchume lat.. tuthi «stato». 91 92 Storia d’Italia Einaudi 42 . si ha la diffusione del processo di rideterminazione morfologica91 . mechl «nazione». traneus «luglio».Giacomo Devoto . mul «dedicare». etera). thesan «mattino». sren «figura». arakos «sparPallottino. phersu «maschera». tivr «mesi». 142 sgg. cletram «carrello per offerte». cela «cella». hinthia «anima» «ombra». acale «giugno». trutnvt «augure». mutna «sarcofago». Nella vita domestica: vinum «vino». Nel calendario: tin «giorno». cepen «sacerdote». pp. naper (misura di lunghezza). pp. avil «anno». Etruscologia. Fra i verbi: am «essere». velcitanus «marzo» lat. 354 sgg. nets’vis «aruspice». pruchum «brocca». cit.

Pallottino. 6ª ed.Il linguaggio d’Italia viero». 403.. e poi agli appellativi che avevano connessioni con i materiali oggetto di quei traffici (tali Achmemrun dal gr. arimos «scimmia». CIE 5811 Arnth Churcles Larthal clan «Arnth Churclo di Larth figlio» Pevthial «e di Pevthi». 97-119. p.. In connessione con la apertura delle frontiere dell’Etruria ai prodotti artistici greci il vocabolario etrusco si apre a molti termini greci. cit.Giacomo Devoto . Prós¯ opon)95 .C. § 27). Scritti minori. Il prestigio della civiltà etrusca. Telam¯ on. par. capu «falco». 67 sgg. soprattutto nel VI secolo a. Storia della lingua di Roma. Bologna 1944. Etruscologia. pp. spurius. 94 95 Storia d’Italia Einaudi 43 . o formule come quella onomastica del prenome (sostantivo) seguito dal gentilizio (aggettivo)96 (cfr. cit. thevru «toro»94 . pp. 11. e soprattutto alla conquista fondamentale degli alfabeti (§ 17). ha diffuso parole come populus.. phersu dal gr. Agamémn¯ on o Telmun dal gr. Ecco un paio di esempi di iscrizioni interpretate: CIE 5424 Partunus Vel «Partunu vel» Velthurus Stalnal-c Ramthas clan «di Velthur e di Satlnei Ramtha figlio» avila lupu XXIIX «di anni morto 28». damnos «cavallo». 414 sgg. zilc parchis amce «pretore dei pari fu» marunuch spur a na cepen tenu «dei maroni civili da sacerdote funse» avils machs semphalchls lupu «di anni settantacinque morto». ha coordinato la vita culturale nell’Italia centrale. 2ª ed. in prima linea ai nomi propri dei miti che l’arte greca faceva conoscere in Etruria. 96 Devoto.

Una seconda fase è rappresentata dalla attrazione per la quale i frequentatori di quelli che sono stati detti sopra dei «mercati». sul piano sociologico. Focolai pugliesi: gli Enotri.Giacomo Devoto . I. nel quadro di quello che è stato definito sopra come il peri-indeuropeismo97 . prestigio. 80 sgg. Nuclei piccoli piú o meno organizzati hanno stabilito una maglia di rapporti in aree sempre piú interne e hanno lasciato. Storia d’Italia Einaudi 44 . Solo in una terza fase si ha una estensione. L’area indeuropeizzata in questa seconda fase non si sviluppa ancora in estensione. 1967. II.Il linguaggio d’Italia Capitolo quinto Tradizioni indeuropee I: protolatini. La prima fase sarà consistita in forme rudimentali. ma imparavano strutture funzioni e mezzi espressivi adeguati. pp. ma si sono stabiliti in modo graduale. Firenze 1958. precedono le affermazioni degli uomini e entrano come staffette in ambienti linguistici preesistenti senza snaturarli. ma si approfondisce. di queste loro antichissime affermazioni. ma a popoli. veneti 21. avanguardie di questi movimenti. anche se non è necessario associare a questa la nozione di una espansione demografica immediata. gli Opici I contatti fra i nuclei indeuropei e gli indigeni non sono soltanto cominciati in spazi ristretti. 63-69. da cui i nuovi venuti cominciavano a imparare una terminologia adatta ai luoghi. si consolida. Scritti minori. quasi di una lingua franca mutevole e povera. Parole isolate. pp. acquista. ib. dei nomi. legati non piú a tribú isolate. 97 Devoto. non si limitavano a scambiarsi strumenti di comunicazione linguistica.

pp. 22. 3ª ed. pp. 118. 35. 207 sgg. Nella Sicilia occidentale fra Segesta e Montelepre sono state scoperte un paio di centinaia di iscrizioni graffite99 . 6. Firenze 1967. «Kokalos». Piú oltre. p. pp. In Puglia questa successione si è realizzata attraverso lo strato illirico. 180. 33.Il linguaggio d’Italia Nella fase preliminare. pp. Gli antichi Italici. il termine tecnico che meglio definisce. 233 sgg. 34 sgg.Giacomo Devoto .C. cfr. 1966. dai Lucani. di cui è testimonianza linguistica il messapico (§ 33). in direzione di mezzogiorno. Entella. la situazione. Recenti scoperte fanno sí che non si possa piú identificare completamente la nozione locale di «siculo» con quella di strato protolatino quale è stato definito qui sopra. 1967. in cui ancora non si sono fissati nomi etnici indigeni. 1960. sia pure in modo artificiale. § 9) mentre la tradizione tucidi98 Devoto «Studi etruschi». Londra 1954. Nella regione immediatamente adiacente si assestarono gli Enotri (senza che loro testimonianze linguistiche arrivassero sino a noi)98 . 13.C. e cioè lascia apparire un segnale morfologico come emi di natura indeuropea. 99 Tusa. § 9). 43 sgg. l’ambiente mediterraneo (v. Palmer. ulteriori diramazioni sfociarono addirittura in Sicilia. Eryks-Lerici.. pp. sostituiti nel V secolo a. The latin Language. 12. 1967. Siculo In Sicilia nel primo millennio a. non era del tutto puro.. Storia d’Italia Einaudi 45 . La espansione di questa tradizione dalla Puglia si è sviluppata verso occidente e ha interessato la intera Italia meridionale. subendo poi pressioni o addirittura sovrapposizioni di correnti successive. delle quali una contiene la serie ataitukai emi. è quello di «protolatino». La complessità della situazione va valutata considerando che la Sicilia nordoccidentale dal punto di vista toponomastico ha legami addirittura con la Liguria (Segesta-[Sestri]..

88. Quanto ai contatti con l’oriente. p. Schmoll. La posizione piú ragionevole sembra quella intermedia fra il Durante e il Lejeune nel senso che si tratti di una italicità generica propendente però piuttosto verso il complesso protolatino che verso quello osco-umbro. G. 103 Lejeune. delle quali la piú importante è quella del guttus o brocca di Durante. La valutazione di questi resti non deve compromettere con la terminologia le conclusioni finali. 100 101 Storia d’Italia Einaudi 46 . Appendice A a p. Wiesbaden 1958. 7. «Studi e saggi linguistici». R. 102 Ambrosini. 1969. Parlangeli. Ambrosini vi vide invece una tradizione indeuropea autonoma collegata in qualche modo con l’Anatolia102 . 1961. 1961. occorre ricordare che gli anni a cavallo fra il secondo e il primo millennio sono gli anni della espansione micenea e cioè dei fatti linguistici e non linguistici. Agostiniani. Lejeune103 vi ha visto recentemente ancora una volta una tradizione italica. che egli vorrebbe considerare autonoma. p. 375 a cura di L. 1968. 33 (estratto). che hanno giustificato nell’antichità il sorgere della teoria dei «Pelasgi» (v. M. 20. M. 1961. 104 V. 7. ma che nella prima metà del millennio è ancora lontanissima dalla Sicilia. 160172. «Kokalos». 8. § 36)104 .Il linguaggio d’Italia dea associa gli Elimi a una prima pressione dall’oriente egeo.Giacomo Devoto . Alessio la definí piú genericamente come «italica»101 . p. Alessio. Durante considerò queste iscrizioni come testimonianze di un’avanguardia enotrio-bruzia100 . pp. La nozione di siculo in senso stretto si fonda principalmente su tre iscrizioni. 237-242. pp. «La Langue élyme d’après les graffites de Ségeste». Comptes rendus de l’Académie des inscriptions et belles Lettres. «Kokalos». Die vorgriechischen Sprachen Siziliens. «Kokalos» 7. cosí rispetto alle tradizioni venetica-falisca e latina come rispetto a quella osco-umbra.

Sospetto di opicità potrebbe essere la forma hipid per «habuit» con la sorda interna al posto di una antica sonora aspirata. 2ª ed. Altre glosse interessanti attribui¯ te alla lingua sicula sono unkia «uncia». A.. vedi ora: Campanile. 294. Storia d’Italia Einaudi 47 . 106 Thurneysen. 107 Devoto. e la possibilità di spiegare in latino un aggettivo come rutilus o un nome locale come Liternum quali resti di una tradizione protolatina risalente rispettivamente alle forme radicali RUDH. 212 sgg. kýbiton «cubitus». ha lasciato qualche traccia. Pagliaro oblata». Storia della lingua di Roma 2ª ed. Mentre da un punto di vista linguistico l’area enotria è muta. Bologna 1944. sopravvissuta all’avvento del superstrato sannitico sulla lingua osca (§ 29).. moîton «mutuum». litra rispetto al latino libra. 1897 pp. Roma 1968. grazie all’acume di F. p. Appendice A a cura di Luciano Agostiniani. 35. Le lingue dell’Italia antica oltre il latino.. p. 105 Pisani. quella opica. 293-322.Il linguaggio d’Italia Centorbi105 . pp. Ma la forma nunus. 56. Analogo è il caso di sic. Ribezzo. in «Studia classica et orientalia. fino a questo punto non appare107 . esclude qualsiasi collegamento col filone osco-umbro che avrebbe dato NOVIO106 . N. 126. V. e cioè prova il passaggio di DH a T. Il fonema F (mediterraneo TH. identica al latino Nonus. § 6). Si ha cosí insieme la prova di una differenza fra protolatino e latino dove si ha aedes con D. Note sulle glosse sicule ecc. La interpretazione non è chiarissima. Le glosse permettono di delineare altri caratteri importanti per la tradizione protolatina in Sicilia. «Kuhn’s Zeitschrift für vergleichende Sprachforschung». Torino 1964. LUDH rimasta indisturbata. Una forma come (in trascrizione greca) AITNA «Etna» è in connessione evidente con la radice indeuropea AIDH «ardere». A settentrione e occidente del territorio enotrio si ha quello «opico».Giacomo Devoto .

eko «io». il falisco come il latino entrano nell’area che ha elaborato il suono F (§ 27). es. I tante lecet «giace» gr. lékhetai.Giacomo Devoto . «ET». e mostra contemporaneamente il passaggio del gruppo die in ie. Sul piano lessicale è impor-osio des. loi(firta) lat. sg. p. Falisco A settentrione del territorio opico si ha quello ausone. Firenze 1962. Per quello che riguarda le consonanti. Nella raccolta completa del CIE esse comprendono i numeri 8000-8600. L’alfabeto è quello latino arcaico. «carebo») sottoposti analogicamente a F sabini. che corrisponde invece in latino alle sonore aspirate indeuropee: tale il caso del falisco loifirta di fronte al latino «libertas». mostra Z per S. Giacomelli108 . in parte influenzata dall’etrusca. talvolta U per O e K per G. Storia d’Italia Einaudi 48 . e infine. e T per D. «novem». tale quello delle forme carefo pipafo futuri in B (lat. Le iscrizioni importanti edite dalla Giacomelli sono circa 150.Il linguaggio d’Italia 23. p. In posizione interna la F prova una influenza sabina contro la sonora semplice. anche se il futuro orco-umbro era non in BH ma 108 Lingua falisca. quello latino. si ha un territorio (proto)latino superstite che è stato soggetto a influenze sia etrusche sia sabine. sia pure con una diversa forma della F. (lat. «libertas». «peperi». Innovazione comune al latino è quella del dittongo -OU in -OI. es. Le nostre conoscenze sul falisco si fondano oggi sull’opera di G. all’estrema ala settentrionale. Questo è tutt’altro che uniforme. di gen. eti lat. che nel falisco ha anzi uno sviluppo ancora maggiore che in latino: per esempio al posto della H iniziale ha foied per «hodie» (§ 41). La grafia. ¯). A nord di Roma. Arcaismi non necessariamente protolatini sono in falisco: neven lat. delle quali alcune in lingua etrusca. attraverso l’area falisca. peparai lat.

Pellegrini e Aldo Prosdocimi110 . che doveva essere grande. Le iscrizioni venetiche ogScritti minori. Dialetti latini Al di fuori del falisco non abbiamo testimonianze organiche di dialetti latini. Le iscrizioni venetiche sono citate 109 110 Storia d’Italia Einaudi 49 . A Lanuvio la consonante labiovelare sonora aspirata dava vita in gruppo non già a un G come a Roma ma a un B. che rimane disponibile per il latino fa sí che. cit. come quella volsca.. 2 voll. 24. prendano cittadinanza parole dalla impronta fonetica non cittadina ma rustica: tali i casi di bos «bove» che avrebbe dovuto essere latinamente VOS. II. lupus invece di LUKOS. cosí infine il falisco efiles di fronte al latino «aediles». è provato solo dalla forma italiana attuale. Le nostre conoscenze sul venetico sono ora raccolte nella grande opera di G. 25. ma solo indizi di una varietà dialettale.Il linguaggio d’Italia in S (§ 27). B. G. Venetico Un primo filone indeuropeo che ha avuto qualche parte nella formazione del latino. La esiguità del territorio. Padova-Firenze 1967. La situazione del latino è destinata ancora a peggiorare quando la esiguità linguistica viene alimentata non piú dalle varietà dialettali latine. B.Giacomo Devoto . va condotto alla tradizione norditalica del venetico. forfex invece di FORBEX. sopraggiungono in età posteriore (§ 46)109 . forbice.. ma da lingue diverse che. 362 sgg. La lingua venetica. pp. Prosdocimi. Pellegrini e A. anche all’interno del latino di Roma. Che quest’ultima forma regolarmente cittadina sia in realtà esistita. come prova neBrudines «testicoli».

pp. The venetic Language.C. ma si distinguono dal semplice S. 111 Vom Ursprung der Runen. Sul piano morfologico sono caratteristici i pronomi ego mego di fronte al lat. louderobos rispecchia una base di partenza LOUDHEROBHOS (dat. Sul piano fonetico l’importanza del venetico sta nel passaggio delle sonore aspirate a sonore semplici nell’interno di parola: il che significa affinità col latino e opposizione alla soluzione umbro-sannitica (§ 27): ven. La principale difficoltà è data dal ripiego adottato per indicare le consonanti sonore (non segnalate nell’alfabeto etrusco) e per le quali si impiegano i segni destinati invece in etrusco a indicare le consonanti aspirate: Khi per G. Zeta per D. la appendice si rafforza notevolmente. I segni per le sibilanti sono sovrabbondanti: S’ e Š si confondono fra di loro. VI a. I primi. presa organicamente dall’etrusco (§ 17) e risalente. sarebbero trascritti con SS. 73 dal Cadore. come mostrano le grafie kvidor (Cadore 64) o ekvon (Este 71). Il segno che una volta si leggeva H si legge oggi I: un nome di dea è Reitia non Rehtia.. Berkeley (California) 1949. alle soglie dell’età romana nel II. pl. cit. a quanto pare. a età micenea (§ 36). 23 dalla valle del Gail nel territorio austriaco al di là delle Alpi Carniche. Beeler. secondo la numerazione di questa edizione. Il loro alfabeto. op. nel caso di sselboisselboi (Belluno 1). di origine etrusca. Francoforte sul Meno 1939.) «liberis». è stato accolto nel periodo 550-450 a. nella grafia latina.C. Phi per B.Giacomo Devoto . Palmer. La loro età va dal sec. abl. Nelle serie labiovelari. 19 da Padova. con tutti i problemi che derivano dal suo adattamento a un sistema fonetico assai diverso.. Di importanza fondamentale è la punteggiatura sillabica111 . 15 da Adria. Storia d’Italia Einaudi 50 . o equiparabili alle labiovelari. cfr. per es. 41 sgg.Il linguaggio d’Italia gi sono 270 di cui 119 da Este.

. centrale con valore religioso. dono lat. almeno per ora e senza ricorrere alla fantasia. G. Il loro primo illustratore. 113 A. F. In realtà le dubbie forme italicheggianti sono.Il linguaggio d’Italia «ego» «me» (in got. Radke112 ha voluto piuttosto connetterle col mondo umbro.Giacomo Devoto . L. i due nomi di divinità femminili LOUDHERA lat. tiez. louderobos «liberis». forse da leggere dies. Estr. il cit. applicata anche alla declinazione in -O: p. e per. associato a scena di culto solare) di una indeuropeità che.» XXXIII. le forme di cosiddetti ingiuntivi come kvidor «pagò» o toler «pose». ek(acc. non offre però alcuna qualificazione in senso di posizione genealogica113 . Jahr «anno». il tema ben noto TEUTA «popolo». fagsto «fecit». Nella declinazione ha rilievo la desinenza -bos. tema indeur. cit. il tema foug. 575-599. aisu-. 1965. pl. della rad.C. Horthía. risalente alla radice indeur. col. Un tema importante ma meno chiaro è rappresentato da iorobos se si può connetterlo al ted. «equom». Restano comunque tratti (ad es. «Libera». Prosdocimi. «St.C. Altheim. 1764 (Radke). e Reitia semanticamente equivalente al gr. insufficienti per essere assegnate a un determinato gruppo genealogico. Infine appaiono preposizioni come op(i) lat. Nel vocabolario le parole attestate si avvicinano al centinaio e mezzo. 112 Pauly-Wissowa. DO von lat. supplemento IX. al 70 a. Sono da ricordare l’arcaico deivos «dei» ¯ «dare». gli aoristi sigmatici donasto «donavit». pp. es. «ob». Esse sono comprese in un periodo che va dal 350 a. «donum». Una appendice del mondo venetico è rappresentata dalle iscrizioni camune. BHEUG.). Per una edizione delle Iscrizioni della Val Canonica. nelle quali si assiste al processo di indeuropeizzazione di una popolazione originariamente euganea. penetrato anche in etrusco. ha voluto sottolinearne la latinità. identica alla corrispondente latina. Per i Storia d’Italia Einaudi 51 . ik mik). doto aoristo atem. Realenz.

Giacomo Devoto ..Il linguaggio d’Italia Indipendentemente da questi fatti l’area venetica in senso lato mantiene la sua importanza. 47 sgg. op. dal Veneto sono discese fino al Lazio correnti linguistiche e culturali. in quanto connessa a un sistema di grandi comunicazioni. pp. e Venetulani è addirittura il nome di una tribú laziale. 19-29 «II. Valcamonica» §§ 7-17. Innsbruck 1971. pp. Storia d’Italia Einaudi 52 . Edizione di altri testi camuni in A. spec. 583-6 (ivi pure i facsimili-calco). 114 Altheim. la regione è stata passaggio obbligato in senso inverso per quelle correnti. in una fase piú antica. L Prosdocimi. in Studien zur Namenkunde und Sprachgeographie [= Festschrift Finsterwalder]. in una fase piú recente. Se. 15-46. che hanno portato nel nord la tradizione alfabetica delle rune114 . cit. testi qui citati v. pp. Note di epigrafia retica.

e si assesta nella regione interna. intendiamo come «umbra» una tradizione linguistica che si inizia su suolo italiano. compresa fra Gubbio e Rieti. cit.Giacomo Devoto . Non è essenziale insistere a questo fine. 217 sgg. Il nome tradizionale di questo complesso è quello di «osco-umbro». attraverso successive espansioni.Il linguaggio d’Italia Capitolo sesto Tradizioni indeuropee II: umbro-sanniti 26. In questo senso. La prima testimonianza di questa tradizione appare nella epigrafia. Umbro arcaico La comunità umbra viene per importanza storica subito dopo quella etrusca. pp. pp. ha dato vita a successive cristallizzazioni linguistiche e culturali. II. attraverso le iscrizioni dette «protosabelliche» o. che hanno raggiunto lo stretto di Messina. sulle coste del medio Adriatico nelle province di Ascoli Piceno e Teramo. «Indogermanische Forschungen». soltanto tardi riconosciute nei loro legami con le testimonianze classiche delle Tavole di Gubbio116 . sulla originaria base mediterranea del nome. Di là. Il loro alfabeto. Blumenthal. meglio «anticoumbre». 48-72. anche se sussistono poi dispareri nella lettura di alcuni segni: taScritti minori. al quale solo per ragioni formali mi sembra da affiancare quello di «umbro-sannitico». 115 116 Storia d’Italia Einaudi 53 . legate nella tradizione storiografica alla pratica delle «primavere sacre». assunto successivamente come termine tecnico della linguistica115 . 1929. che già compare nella iscrizione del guerriero di Capestrano (§ 16) mostra diversi legami con i modelli greci corciresi. 47..

op.. cit. svaipis di fronte all’umbro svepir. Sabelli..Il linguaggio d’Italia le quello che il Pisani legge F mentre il Radke legge H117 . supplemento IX. 117 Radke in Pauly-Wissowa. cit. ma i derivati di questa sono andati perduti cosí presso i «Protosabelli». Li ritroveremo invece ancora in età storica presso le popolazioni che si sono assestate piú a mezzogiorno. 1779 sgg. che significano sicuramente. come presso gli Umbri di Gubbio. a Gubbio. nell’ordine. Pisani. 118 Radke. citati sopra. p. col nome italiano di Attiggio. una località che tuttora sussiste presso Fabriano. Il nome originario di questa tradizione etnica doveva invece essere tratto dalla radice SABH. 226. sul versante tirrenico dell’Appennino.. i dittonghi non si sono ancora fusi come mostra protosabell. garantiscono la parentela parole «protosabelliche» come petro. Storia d’Italia Einaudi 54 . a oriente del crinale appenninico.puqlo. Sanniti. Nonostante queste incertezze. Di una fase precedente. col.. «quattro» «figlio» «padre» «madre» «dopo» oppure «secondo». nell’Abruzzo e nel Sannio. 1780. infine si hanno finali di temi nominali in -es invece che in -os118 . cit. op.Giacomo Devoto . rimane in queste tavole una traccia nel nome della confraternita dei sacerdoti di Gubbio. Le testimonianze fondamentali della lingua umbra si trovano lontano dalle coste adriatiche. Tre sole differenze appaiono nei confronti dell’umbro classico: le consonanti aspirate sonore non si sono ancora confuse in F. op.patere matere postin estas. come Sabini. infine un pronome dimostrativo. che si chiamano «fratelli di Atiedio».

pure parzialmente adattato alle esigenze della lingua umbra. L’alfabeto etrusco usa una certa violenza alla lingua umbra. Sono aggiunti nell’alfabeto etrusco due ˇ e Ç. identico. e il I. Risalgono a un periodo compreso fra il III sec. né fra le consonanti sorde e sonore. 3ª ed. Tabulae Iguvinae. Il primo indisegni nuovi che trascriviamo con R ca la pronuncia «rotata» della D intervocalica.Il linguaggio d’Italia 27. Umbro iguvino Le Tavole di Gubbio119 sono sette. in quanto non distingue fra le vocali O e U. La S accompagnata da un apice (s’) indica la palatalizzazione delle consonanti gutturali davanti a E e I: Tavola VI b 3 Fiso Sans’ie «al dio Fiso S’a(n)cio». scritte in parte in un alfabeto di origine etrusca. per esempio in seRse lat. parzialmente adattato alle esigenze della lingua umbra. Il digramma RS serve a indicare la stessa pronuncia della D postvocalica che sopra è stata detta «rotata». abbastanza vicina al latino e ad altre lingue dell’Italia antica. La differenza tra le due grafie risulta da questo confronto fra due passi paralleli: Tav. Talvolta essa va però piú d’accordo col greco o con altre lingue indeuropee che col latino: purom-en 119 Devoto. da STRUK(E)LA= lat..C. «sedens». VII b 6 rubine porca trif rofa(con distinzione in alfabeto latino fra B/P e O/U) identica per contenuto a Tav. è «tre porcelle rosse». Anche l’alfabeto latino ha ricorso a due modifiche o ripieghi. La lingua che le Tavole attestano è una lingua indeuropea. a. I b 28 RUPINIE E TRE PURKA RUFRA. e in parte (minore) in un alfabeto latino. di bronzo.Giacomo Devoto . «struicula». Roma 1962. Storia d’Italia Einaudi 55 . Il significato. nel palazzo dei Consoli. Sono state trovate nel 1444 e sono conservate nella stessa Gubbio. senza queste distinzioni. il secondo la pronuncia palatalizzata della consonante gutturale sorda davanti a E e I: tale STRUÇLA (una torta).

. come nell’umbro tiom di fronte a lat. eru (lat.«tavola».(ingl. «te» o osco siom lat.. estratti in umbro dalla «radice» e quindi NOVIO da *nov(em). la formazione dei futuri in -S. anche in posizione finale. una forma di ablativo esu (lat. Non si ha solo un gen. la diversa formazione degli ordinali. «plenis». infine il rotacismo della S. prepari»: vepurus è il caso dat. esunes-ku vepurus. il caso accusativo con la desinenza -om. fra i verbi. sopravvivente nelle lingue germaniche nella forma bordo. mentre esunes-ku mostra la associazione della posposizione com al dat. «bord») e risalente a un tema indeuropeo BHORDHO. P. «hoc») da piú antico EKSO. il trattamento delle consonanti aspirate. pl. il passaggio della U temente attraverso una fase intermedia ü. «pia- Storia d’Italia Einaudi 56 . dello stesso tema del greco wepos «parola».come in pehast (lat. Caratteri solo umbri sono: la palatalizzazione di K e di ¯ lunga a I. «se». Gw dà B. Nel campo della morfologia. es. ancora oggi riconoscibili. abl. Sul piano fonetico. Questo perché purom è l’accusativo del tema PUR (gr.Giacomo Devoto . qualunque sia la loro posizione nella parola: da DH come da BH si ha sempre F.Il linguaggio d’Italia efurfatu significa «si tolga dalla tavoletta (sacrificale) e si getti nel fuoco». Parole somiglianti al greco per parentela genealogica possono trovarsi accanto a parole mutuate dall’etrusco.. mentre in latino F compare solo in posizione iniziale. pl. «eo») da piú antico EISO. Va II sg. pl. fra i dimostrativi. fra i personali. evidenG davanti a E e I. sono: fra i numerali. in -arum da ASOM ma anche un dativo-ablativo plurale come plener lat. le forme caratteristiche. «pˆ yr») e efurfatu è l’imperativo di un verbo denominativo tratto da un tema FURFO. mentre in latino dal «tema». aisuna.. nonus da NOWEN-. le consonanti labiovelari sono labializzate: Kw dà P. di un tema proveniente dall’etr. abl. prehubia «con le parole sacrificali. Sono comuni non solo all’umbro ma anche alle altre lingue del gruppo.

solo umbri: tali i temi di perfetti in -L-. 28. pp. La pressione sabina su Roma si lascia addirittura classificare in una piú antica o protosabina. Della lingua sabina non esiste praticamente nessun testo. «-dederit»). di infiniti in -o(m) p. es. Bologna 1954.come (an)dersafust (lat. Sabellico Dagli Umbri si sono distaccate svariate tribú che si raggruppano nel modo seguente. di futuri anteriori in -F.Il linguaggio d’Italia bit»). Protosabino. p. di fronte a quelle in -ter dell’osco120 . Ma essi premettono il patronimico al gentilizio come gli Etruschi della valle padana. se ne hanno altri. comuni a tutta la tradizione osco-umbra. es. oppure in . Bologna 1969. e quella piú recen120 Bottiglioni. quasi avanguardie. G. Manuale dei dialetti italici.Giacomo Devoto . ferar con valore impersonale. che arrivano fino alle soglie di Roma. I Sabini e la loro lingua. Storia d’Italia Einaudi 57 . Postsabino. i Sanniti. All’interno di questi fatti. (combifia) nsiust (lat. quella della fondazione e sistemazione della città. «nuntia)verit»). «imposueris»). Per quanto riguarda le desinenze. Bruno. in ENTELUS da EN-TEND-LO (lat. p. partendo dall’altopiano di Rieti: verso occidente i Protosabini e Sabini. ma soltanto parole isolate121 . FAÇIU (lat. corrispondente alla prima fase. piú avanti ancora.ns . contro quelli della Toscana e contro i Latini: lo schema umbro è «Lucio figlio di Tito Tetteio» mentre in latino è «Lucio Tetteio figlio di Tito» (cfr. Nelle desinenze è notevole che l’umbro abbia quelle in -tur d’accordo col latino. es. Sabino. § 41). piú a oriente i diversi rami sabellici. 121 sgg. es. «facere»). Anche gli Umbri hanno preso dagli Etruschi la formula onomastica composta di prenome e gentilizio (§ 20).p. 121 M. sono caratteristiche le medie in -r.

anziché in quello sabellico: difatti la formula onomastica porta il patronimico prima del gentilizio come in umbro e non come in 122 123 Devoto. Storia d’Italia Einaudi 58 .) non sono omogenee. 77-88.)122 (§ 46). cit. Il trapasso dalla fase originaria con i dittonghi ancora conservati a quella con i dittonghi fusi appare attraverso il confronto tra il marrucino totai (in umbro «tote») o il peligno coisatens (lat. nonostante la sua posizione meridionale. come ha reso probabile E. composta di sole quattro righe. Manuale dei dialetti italici.C. 119-120). che consentono però di classificarla. Bologna 1954.) attraverso i due caratteri inequivocabili della desinenza in -OI del dativo singolare (Numasioi) e del perfetto raddoppiato (attestato nella lingua osca) fhefhaked. arc.. che appare nella cosiddetta «Tavola di Velletri» del III sec. «cura-») di fronte a una forma marsa come (iou)es invece di -ois. Esso si oppone a quello non raddoppiato. Sono questi «protosabini» che. Le testimonianze sabelliche (sec. di sette. quattro marse (132-135). La piú antica testimonianza di una pressione protosabina o comunque osco-umbra nel Lazio è data dalla «Fibula prenestina» (VII sec.C. una marrucina (121). che culmina nel primo secolo della repubblica romana (V secolo a. che compare invece nel lat. o sabina in senso stretto. Nella edizione Bottiglioni123 esse sono rappresentate da due vestine (NN. pp.Il linguaggio d’Italia te. nel quadro umbro. feced. a. Una testimonianza a sé è quella della lingua volsca. dieci peligne (122-131).C. Sono in maggioranza limitate a poche parole. risalente a un aoristo indeuropeo.. a. Storia della lingua. III e sg.Giacomo Devoto . Peruzzi (§ 41) hanno trasmesso a Roma la formula onomastica etrusca primitiva col patronimico DOPO il gentilizio. salvo il bronzo marrucino di Rapino (di 12 righe) e la iscrizione peligna detta di «Herentas».

mantiene le consonanti gutturali intatte. la Tavola bantina. «hae».Il linguaggio d’Italia latino (§ 41). nonché quella di Adrano. Osco A differenza delle altre lingue italiche. Le piú importanti sono: la tavola di Agnone in territorio molisano del IV secolo.C. 35. Seguono infine le iscrizioni del Bruzio e di Messina125 .Giacomo Devoto . piú un frammento scoperto nel 1966. 4. che tratta della delimitazione di un tempio di Ercole sulla linea di confine dei territorî di Nola e di Abella. di 39 righe. 124 Devoto. feihos «muro» che è identico al gr. indipendentemente dalla vocale seguente. pp. la Maledizione di Pacio Clovatio.. «Studi Etruschi». la lingua osca eccelle per la ampiezza del suo territorio e per la unità. pp. proveniente da Capua. EKAS lat. Le consonanti gutturali si alterano di fronte a vocale palatale. Gli Italici del Bruzio. pp. nei documenti epigrafici. nel campo del vocabolario. 46 sgg.. Nella morfologia. PRUFATTED lat. di 58 righe. De Franciscis-Parlangeli. teîkhos. Le iscrizioni osche di Messina.p. i perfetti in -TT p. Napoli 1960. 125 Parlangeli. i dittonghi sono assorbiti. Dal territorio campano proviene il grosso delle iscrizioni minori. 1967. «probavit» e. 1956. di 48 righe. assicurata praticamente alla intera Italia meridionale a partire dal IV secolo a. «Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani». in Sicilia. 28 sgg. 29. di 13 righe. Le iscrizioni osche sono piú di duecento. cit.. 179 sgg. op. Pisani. sono da ricordare il tema di pronome dimostrativo EKO. La lingua osca è in generale piú conservatrice della umbra: mantiene i dittonghi. es. testo giuridico proveniente da Bantia in Lucania (a nord di Potenza). es. ma manca in latino. il cippo di Abella in Campania. che contiene un importante elenco di divinità124 . Storia d’Italia Einaudi 59 .

Profilo di storia linguistica italiana.Giacomo Devoto . Firenze 1964.Il linguaggio d’Italia 30. di cui l’alfabeto etrusco aveva imposto il sacrificio. 12 sgg. Sopravvivenze Gli alfabeti usati sono l’uno di origine etrusco-campana. destinata a indicare o una E di pronuncia particolarmente chiusa o una I particolarmente aperta. ma questa serve piú che altro a ristabilire la differenza fra O e U. l’altro è quello latino. pp. 4ª ed. nel senso che. Esiste anche la vocale U’ e cioè U con apice. fra le vocali I e E. Questo fatto è una prima spia di quella distinzione fra i gradi di apertura delle vocali che è caratteristica del latino volgare126 . Storia d’Italia Einaudi 60 . Ci sono alcuni esempi di impiego dell’alfabeto greco normale. viene introdotta una vocale I’ e cioè una vocale contraddistinta da un apice. L’alfabeto di tipo etrusco mostra una innovazione importante. 126 Devoto..

129 Fluss-Philipp in Pauly Wissowa cit. 1972. pp. 42. «Archivio glottologico italiano». 1926. 377 Appendice B a cura di A. (CIL I2 584) e la Tabula alimentaria di Veleia. «Studi etruschi». la lingua leponzia è quella di alcune iscrizioni. Sezione Goidanich. G. che ripropongono per altre ragioni il problema di una indeuropeità non italica né gallica130 . Storia d’Italia Einaudi 61 . 20. 126 sgg. 40. 3 sgg. 259 sgg. 1964. recentemente ristudiate da M. Il fatto che le due aree non siano contigue e alcuni caratteri ciò non ostante siano comuni giustifica la ipotesi che la frattura sia dovuta alla invasione dei Celti ai primi del V se127 «Athenaeum». comprese nel territorio tra i fiumi Toce e Adda e collegate con l’area propria della antica popolazione dei Lepontii129 e la attuale Val Leventina nel cantone svizzero del Ticino.. «Rendiconti dell’Istituto Lombardo». Galli 31. 281 sgg.C. La estensione di questo termine.Giacomo Devoto ... Queste testimonianze compaiono in due monumenti scritti in lingua latina che sono la «Sententia Minuciorum» del 117 a. Le lingue dell’Italia antica.Il linguaggio d’Italia Capitolo settimo Tradizioni indeuropee III: Leponzi. Nella tradizione epigrafica normale. col. pp. L. XII. nel triangolo compreso fra Genova Piacenza e Parma. 130 Terracini. dell’età di Traiano (CIL XI 1147). Tibiletti-Bruno127 . pp. sopravvivono nella onomastica e nella toponomastica testimonianze. cit. Per questo non posso rinunciare al termine. 2067 sgg. Messapi. è giustificata dal fatto che. pp. che postula una tradizione indeuropea non italica né gallica. a p. 118 sgg. pp. 128 Pisani. 100 (1966). Monumenti leponzi La prima nozione da elaborare è quella di «leponzio». come vorrebbe il Lejeune. Prosdocimi. circa una ottantina128 . Tuttavia v.

Il linguaggio d’Italia colo. Genava «Ginevra» nel punto dove le acque del lago Lemano ritornano a formare l’alveo del fiume Rodano. formus. proprio di uno dei poderi elencati nella Tavola di Veleia. Lo stesso trattamento della consonante sonora aspirata appare nel fundus Roudelius. debelis. ma in forma quanto mai diversa. che si trova nella Tavola di Veleia. Il nome Genavia. alla quale corrisponde il nome del fiume piemontese-ligure Bormida. Il lat. Genua «Genova» corrispondente al fondo di un golfo ben delimitato. che sbocca in mare immediatamente a occidente di Genova.-abl. la stessa da cui discende. può difficilmente essere separato dal lat. Una necessità fonetica obbliga a ricorrere a un ripiego estraneo alle tradizioni italica e celtica nel caso del toponimo Bormio. la cui struttura risulta composta da un elemento porca «zolla» e da un tema bero-.è certo lo stesso che compare nell’irlandese gorm e nel lat. assorbito forse dallo strato preindeuropeo precedente è quello dei derivati in -alo come Ritu-kalo (§ 9). § 4). da una radice DHEGwH. La base di partenza comune è quella del tema GENU «ginocchio». ma il trattamento fonetico della consonante labiovelare sonora aspirata GwH è diverso cosí dalla tradizione italica come da quella celtica. alla cui articolazione è paragonata la «articolazione» del golfo. equiva- Storia d’Italia Einaudi 62 . Testimonianze indirette Coincidenze toponomastiche estendono ulteriormente l’area. Il nome latino del fiume Polcévera. Nella stessa serie entra il dat. località delle Alpi centrali. Il tema BORMO.Giacomo Devoto . 32. plur. cui corrisponde oggi il monte Rudella. La necessità di denominare il tutto con un termine artificiale deriva a sua volta dalla necessità di riservare il termine di «ligure» per lo strato preindeuropeo della regione (v. è Porcobera. completa il quadro. Un carattere leponzio. il latino foveo.

attraverso la documentazione onomastica e to131 132 Scritti minori. Origini indeuropee. pp. per definire presumibilmente una «terra rossastra». Monumenti messapici Di quanto è circoscritta la nozione di «leponzio». ma nella val Polcevera i Galli non si sono mai insediati.Giacomo Devoto . Accanto agli Illiri. e in ogni caso non avrebbero tollerato una consonante P. estendendosi verso occidente. riapparendo nel lat.Il linguaggio d’Italia lente al latino fero. 332 sgg. dopo che i Celti si sono costituiti in nazione. Storia d’Italia Einaudi 63 . II. Un tema leponzio pare essersi esteso anche in direzione dell’Italia centrale. La nozione di «Illiri» va convenzionalmente definita in modo negativo. per indicare un colore rossiccio dei cavalli. Germani e Balti verso settentrione e Slavi verso oriente. Solo da una decina di anni essa tende a rientrare in limiti ragionevoli. Essa definisce i resti delle tribú indeuropee che non si sono allontanate dai luoghi di origine. di tanto è vaga ed esagerata quella di «illirico» non solo nell’Italia antica. e immediatamente piú a oriente. È questo un derivato di un tema BITU che si trova in forme piú elementari nel territorio leponzio: Bittelus oggi «Bettola» (Piacenza) e Bettonianus che presuppone Betunia. Ai tentativi di dare alla nozione di «illirico» un contenuto positivo. che si riteneva solo germanico. 33..iniziale. cit. Un trattamento quasi germanico della nasale vocalizzata ON appare nel vico Blondelia della Tavola di Veleia e prova la esistenza di un tema BLUNDA. pp. oggi Bedonia (Parma)131 . mentre risulta già presente molto prima. 395-402. fanno parte di questi Indeuropei «centrali» i Traci132 . bitumen. cit.. Questo trattamento potrebbe essere anche gallico. penetrato nel tardo impero.

1937 pp. cui va riconosciuta la denominazione di «illirico». L’assestamento dei Dauni sembra abbia risentito di qualche contatto protolatino in quanto Fauni è parola latina distinta solo dal diverso trattamento della consonante sonora aspirata iniziale: resa fricativa in latino. Questo non esclude che sussistano in Italia concordanze transadriatiche: come è stato detto al § 14. p. trattandosi in buona parte di elementi non illirici ma «preindeuropei»133 . rispettivamente di Foggia Bari e Lecce. II. e cioè nell’area di Lecce. per la sua ascendenza umbra venetica o protolatina. che si sovrappone a quello protolatino a partire diciamo dal IX-VIII sec. Gli antichi Italici. secondo il detto di Festo (248 L). Ma queste sono sempre connessioni «indeuropee» non ancora differenziate. a. «esige» connessioni transadriatiche. Nell’insieme esse rappresentano uno strato indeuropeo. implica una dipendenza geografica e non una etnica. La nozione generale di Iapigi e quelle particolari di Dauni Peucezi e Messapi si susseguono. quando si entra nel territorio della Puglia. sopravvissuta nel Salento. cit.Il linguaggio d’Italia ponomastica occorre invece apportare riduzioni drastiche. 110. La lingua messapica è attestata da piú di trecento iscrizioni.Giacomo Devoto . l’Italia. corrispondendo approssimativamente alla nozione generale di Puglia. come molti sono stati tentati di fare134 . privata della aspirazione presso i Dauni. spinto alle estreme conseguenze dall’influenza di altre correnti indeuropee piú orientali. 263-269. I caratteri di questo illirismo. eccelle per ricchezza di testimonianze la tradizione linguistica messapica. «Paeligni ex Illyrico orti». come le traco-frigie. Tuttavia. non circoscrivibili in un termine ristretto come è l’illirismo. Storia d’Italia Einaudi 64 .C. del133 134 «Studi etruschi». All’interno di questo gruppo. le cose cambiano. e alle sue tre province storiche.. è dato dal passaggio di O breve in A. che vanno dal VI al I sec.

1941. deranthoa gr. dehatan agg. I legami lontani della lingua cosí attestata sono da ricercare. ha fatto fortuna. Messapische Studien. «filia» (280). Die messapischen Inschriften. BHLAU. Haas139 . Le iscrizioni. bilia comunemente contrapposta al lat. «argyro-».. perché si è avvicinato al valore U e ha finito per eliminare il segno greco Y. Die Sprache der Illyrier. 136 Ribezzo. vol. 25. pp. «Rivista d’Albania». 2. 139 Haas. Parlangeli137 . L’alfabeto è legato essenzialmente con quello greco di Taranto: alcune incertezze sono state illustrate da O. collegato con la rad. n. Nel campo della morfologia.Giacomo Devoto . berada e affini con la rad. come bene ha visto F. blavit «offrí» dalla rad. p. pp. verb. con l’albanese. Ribrezzo136 . 137 Parlangeli. kalatoras 135 Parlangeli. barzidihi nome personale tratto dalla radice BHERGH 277. GHEU «versare». Vedi inoltre: Haas.. nella classificazione del Parlangeli138 . si dividono dal punto di vista dell’alfabeto in quattro fasi: arcaica classica seriore e finale. De Simone presso Krahe. op. 212. Ecco alcune parole interessanti: argora(pandes) «pesatore d’argento» nome di presunto magistrato collegato con gr. Non esistono segni di distinzione fra le parole. op. infine dalla assibilazione delle consonanti gutturali135 . Storia d’Italia Einaudi 65 . hazavathi «versa» (314) rad. deivas «dio» (302 sg. Milano 1960. cit. Alle pagine di questa opera si riferiscono i numeri contenuti nel testo. un carattere interessante è quello della desinenza del genitivo singolare in -ihi. Il segno o che aveva minori occasioni di essere usato in conseguenza del citato passaggio di O breve a A.). 129 sgg. La originaria area etno-linguistica dell’albanese.Il linguaggio d’Italia le consonanti sonore aspirate in sonore semplici. 138 Parlangeli. Studi messapici. II. Heidelberg 1962. BHER (279). cit. DHEIGH «plasmare» (300). Wiesbaden 1964. «gerusia» secondo O. 23 sgg.

Se si tiene conto della età relativamente tarda (2a metà del II secolo a. quali il passaggio della E lunga a I o del140 141 Haas. lat. KwO-.Il linguaggio d’Italia (320) cfr. interrog. 331 sgg. Rimane però il fatto che. pp. abl. Novara). realizzata dai Leponzi (§ 31). seguita da colonizzazione. Monumenti gallici All’inizio del V secolo appare in forma organica. 34. «calator». che non sono stati ancora disturbati dall’azione dell’accento di intensità. Le lingue dell’Italia antica. di Zignago presso La Spezia.. veinan (380) da SWEINO. plur.. Anareuiseos Tanotalos Anokopokios Setupokios. che si erano stabilite nel secolo precedente. Pisani. infine il nome brendon. sempre nella stessa iscrizione. testimonianza di scorrerie posteriori. karnitus. Essa spezza la continuità precedente fra le Alpi centrali e l’Appennino ligure. klaohi (323) imper. -thi (desinenza) da connettere forse con il gr. Come testimomanza di uno stato ancora relativamente arcaico valgono i nomi personali della iscrizione di Briona141 . KLEU «ascoltare».). connesso con il tema TEUTA140 . 221. la tradizione linguistica gallica. kos pron. Importante è il verbo. (e)pi (350). cit. totthebis dat. 141. la importanza del monumento sembra decrescere. eti (370). da connettere con quello di «Brundisium» (Brindisi) e col significato di «cervo». e piú a oriente sopraffà le colonie etrusche. DO con il pref. Storia d’Italia Einaudi 66 . analogo al lat. Venus (380). inteso come «fecero».Giacomo Devoto . dalla rad. n.«SUO»: venas prob. zi. Le testimonianze epigrafiche galliche si riducono alle iscrizioni di Briona (prov. da connettere forse con «Giove» (386). come una vera invasione.C. anche se caratteri linguistici celtici non si affermano nella Gallia cisalpina. n. pido «diede» da una rad. rad. infine quella bilingue di Todi.

Esso ha dato all’Italia settentrionale un’impronta che non è mai piú venuta meno142 . I dialetti delle regioni d’Italia. e tanto meno i caratteri tipici della labializzazione britannica e celtico-continentale. pp. veredus «cavallo». In latino. dal gallico sono state accolte parole come ambactus «servo» bracae «calzoni» brennus «sovrano minore» bulga «borsa» benna «piccolo veicolo» carpentum «carro» petorritum «carro a quattro ruote» carrus «carro».Il linguaggio d’Italia la consonante labiovelare sonora aspirata da GwH a G. con evidente propensione a quanto si riferisce al viaggiare. Anche se non tutte le impronte che caratterizzano i dialetti dell’Italia settentrionale (detti appunto gallo-italici). è stato accettato come lingua dell’uso e la tradizione gallica è stata abbandonata. Storia d’Italia Einaudi 67 . Firenze 1972. pure i resti gallici nel latino e nella sua ulteriore tradizione in Italia rimangono ingenti. ma in parte dipendono da influenze proprie dell’età imperiale (§ 97).C.Giacomo Devoto . Sopravvivenze Ma questo è niente in confronto della impronta lasciata sul latino. risalgono a questo evento. a. 1 sgg. pure i processi di palatalizzazione sia di vocali ˆ (§ (passaggio di A in Ä) o di consonanti (da CT a IT e C) 126) risalgono a questo strato linguistico.. 35. 20 sgg. alauda «allodola». 54 sgg.. quando questo verso la fine del I sec. 142 Devoto-Giacomelli.

Storia d’Italia Einaudi 68 . Fasano 1967. hanno avuto a loro volta conseguenze linguistiche indirette ma significative. quasi di traghetti. le coste orientali della Sicilia su su lungo il Tirreno. cit.Giacomo Devoto . Questa espansione preco143 144 Pugliese-Carratelli. dove in un abitato appenninico sono stati trovati cinque frammenti di ceramica micenea del Miceneo III B e C. anche se non sono stati itinerari di vere e proprie migrazioni. la penisola salentina. giunte entrambe attraverso il mare Adriatico. hanno invece permesso o promosso traffici e affermazioni coloniali. Op. la seconda su quelle marchigianoabruzzesi (§ 14). Gli altri mari d’Italia. In Sardegna si sono trovati addirittura lingotti di rame con segni in scrittura lineare A144 . Come risulta dal catalogo di una recente mostra di Taranto143 i trovamenti micenei che si vanno di quando in quando verificando lungo l’itinerario del primitivo cabotaggio dalle isole Jonie al canale di Otranto. il golfo di Taranto.Il linguaggio d’Italia Capitolo ottavo Le origini di Roma 36. lo Jonio. 24. si appoggiano oggi ad esempio a Ischia dove si rinvennero tre frammenti di ceramica micenea del Miceneo III A e a Luni sul Mignone (Viterbo). radicate poi in tradizioni storiografiche o addirittura in miti. p. e insieme la piú tardiva nel farsi riconoscere.. Spicca fra queste vicende la piú antica. Filoni micenei Per alcune delle tradizioni linguistiche indeuropee in Italia. la componente micenea. la prima sulle coste pugliesi. il mare era stato veicolo e condizione per raggiungere l’Italia: tale quella protolatina o quella umbro-sannitica. I micenei in Italia. il Tirreno. Si trattava allora di tragitti brevi.

C. 67. Scritti minori. fino a tanto che non si costituiscono colonie vere e proprie. che non conosceva altri pretendenti al di fuori delle imprese fenicie. I. intrusi o legittimi che fossero. Firenze 1962. ed è importante. come quelle attribuite agli Etruschi.Il linguaggio d’Italia ce dura fino al XIII sec. «Relazioni del X Congresso internazionale di studi storici». 145 146 Storia d’Italia Einaudi 69 . Tutto sommato. 376 sgg. Origini indeuropee. Lo spazio che rimane libero per i Fenici inclina verso itinerari diversi.. non piú riconosciuta come greca nei secoli successivi nemmeno dai connazionali. costeggiando l’Africa e la Sardegna. a. III. rimane da una parte il nome galleggiante dei Pelasgi146 .Giacomo Devoto . ecco che viene «occupata» dalla materia micenea e quindi preclusa ad altri presumibili navigatori. e quindi rimaneva disponibile per ipotesi piú o meno aleatorie. cit. pp. Ai fini linguistici tuttavia la conseguenza di queste constatazioni non raggiunge risultati analoghi a quelli adriatici. 147 Pallottino.. esteso poi dalla leggenda anche nel bacino dell’Adriatico fino alle foci del Po147 mentre dall’altra la leggenda conserva alcune tracce indirette. cit. alle isole Baleari145 . 34-38. anche se parole micenee avranno accompagnato le «cose». 65. 337. Questi ultimi saldano gli aspetti tecnico-culturali con quelli etnico-linguistici connessi con le prime affermazioni di tradizioni linguistiche indeuropee. Tuttavia una conseguenza linguistica indiretta appare evidente. La via tirrenica. pp. p. pp. con punti di appoggio dalla Cirenaica al Marocco. ma non assurde. di altri spostamenti e di altre migrazioni. Roma 1955. 69. Nel Tirreno. l’espansione rimane in limiti tecnico-culturali: non si può parlare ancora di incontro o innesto di una tradizione linguistica greca con quelle dette genericamente italiche. di questa espansione arcaica. di cui una è data dalla prima fondazio«Historia mundi».

e quindi la leggenda raggiunge anch’essa le coste tirreniche dell’Italia. se prendiamo in considerazione le tradizioni leggendarie. Lund 1937. I. ancora piú importante. cit. Il quadro acquista una luce diversa. col. tale la città di Aineia152 in Macedonia. op.. 1961. Storia d’Italia Einaudi 70 . 151 Pauly-Wissowa.)153 in cui non si ha solo un focolaio di partenza ma anche una destinazione verso il paese occidentale. che non è ancora una colonia ma solo una stazione di rifornimento. IXA. I. 1013. Pauly-Wissowa. p. I primi contatti con l’oc148 Eusebio presso S. 149 sgg.2) l’eco genealogica generica di città. 3) la cristallizzazione dell’epos successivo alla guerra di Troia secondo il poema di Stesicoro (VII-VI sec. Ma già Esiodo150 conosce un «Latino». pp. anche se si tratta di un eroe troiano e non di uno greco. quindi greca. che raggiunge le coste italiane come conseguenza della guerra di Troia. Girolamo. 150 Esiodo. cit. indiretta ma efficace. op. 1011 sgg. e quindi intorno all’XI secolo.Il linguaggio d’Italia ne di Cuma intorno alla metà dell’XI secolo148 .Giacomo Devoto . col. 69. Helm cfr. che sono essenzialmente disposte secondo due filoni. rimasta poi inutilizzata. col. Wüst presso Pauly-Wissowa.. La prima tradizione si riferisce alle coste pugliesi come le piú prossime per un viaggiatore che proveniva dall’Egeo.. cit. Ch. op. 538 14. op. 1009 sg. 152 Pauly-Wissowa. p.. Il secondo filone. fratello di Agrio e figlio di Ulisse. Il primo è dato dalla leggenda di Ulisse149 . Theogonia. 153 Wikén. che poggia su tre elementi: 1) l’eco dei nostoi e cioè dei «Ritorni» degli eroi della guerra di Troia. è dato dalla leggenda di Enea151 . cfr. Velleio I. che connettono le loro origini con Enea per ragioni etimologiche.. l’Esperia. Die Kunde der Hellenen von dem Land und den Völkern der Apenninenhalbinsel bis 300 v. I.. cit. 1014 sgg.

Storia d’Italia Einaudi 71 . la ionica Cuma presso Napoli e la dorica Taranto nell’VIII secolo155 . che preesistesse in Italia un alfabeto sillabico antichissimo. in Sardegna con la popolazione degli Iliensi. 27. 158 Pfiffig. col. pp.. 478-481. Pallottino. 2476.). op. Heidelberg. Silbenpunktierung und Silbenbildung im Altetruskischen. «Studi etruschi». quasi una propaggine delle scritture lineari A e B del mondo egeo-miceneo e di quello cipriota. 114-133. ma soprattutto attraverso lo storico siciliano Timeo (IV-III sec. II. Vetter157 hanno condotto a dedurre dalle tracce dell’impiego della puntuazione in un periodo centrale della epigrafia etrusca. pp. pp. Pauly-Wissowa. 1936 pp. Il collegamento finale col Lazio o Roma avviene durante il V secolo. 40. cit. 154 Per questa valutazione conservatrice della tradizione vedi Pallottino. 1939 pp.Giacomo Devoto . cit. 22. 142-149. il matrimonio con la figlia saldano la tradizione tirrenica di Enea con quella adriatica risalente a Ulisse154 .. 278 sgg.. etimologicamente affini al nome di Ilio-Troia. 24. I risultati combinati delle ricerche di F.Il linguaggio d’Italia cidente furono stabiliti in Africa con l’episodio di Didone. L’espansione micenea è sfiorata inoltre da un problema particolare. 155 Strabone. 156 Slotty. delle quali due soprattutto erano destinate ad avere anche una portata linguistica. 1963. 1952. Pfiffig158 e M. quello degli antefatti degli alfabeti. 157 Vetter. XI. cfr. Slotty156 e E. 29. 1953. la lenta elaborazione di una dottrina circa la affermazione di una tradizione greca in Roma trovano a un certo momento una conferma con la costituzione effettiva delle prime colonie greche. Infine la guerra con Latino. VI. Attraverso gli ulteriori lavori di A. 157-162. pp. War di erste Schrift der Etrusker eine Silbenschrift? Kadmos. «Glotta». Le possibilità racchiuse nei trovamenti archeologici. op.

59. Ma quando in tempi piú re159 Lejeune. ma ad ammettere la possibilità di un anello di congiunzione fra le testimonianze greche. Naturalmente il tempo ha appiattito queste stratificazioni. Pietro a Tolfa e Allumiere fino al Foro romano e poco piú a sud160 I trovamenti nell’Italia meridionale. vedi Piccola guida.. 82. al § 1. Per Timmari. 1967. 160 161 Storia d’Italia Einaudi 72 . Filoni protovillanoviani Piú vaga ma innegabile è la parte che il Tirreno ha avuto nel diffondere elementi collegati non piú con la Grecia. p. pp.Giacomo Devoto . Questo sistema di puntuazione sarebbe passato poi organicamente nell’ambiente venetico (§ 25). tav. ancora alla fine del II millennio. si arriva non certo a ricostruire un sillabario tirrenico. secondo Dionisio di Alicarnasso (I. 14) son messi sullo stesso piano Demarato Corinzio che avrebbe insegnato agli Etruschi l’alfabeto diciamo storico (§ 17) e Evandro. e quelle etrusche. e che potrebbe essere considerato perciò come una prima personificazione della leggendaria precoce trasmissione dell’alfabeto sillabico di cui si è detto. sarebbe arrivato in Italia prima ancora della guerra di Troia. come una moda riemersa da una penombra nei secoli VI e V. Presso Tacito (Annali XI. 84. cit..Il linguaggio d’Italia Lejeune159 . 31). ma con l’Italia settentrionale. La cosiddetta civiltà protovillanoviana ha potuto essere seguita per via di terra dai luoghi di origine dell’Emilia fino ad Ancona (colle dei Cappuccini). 37. 40Antichi Italici. XXXV. che invece. cit. nella regione di Taranto161 hanno posto un primo punto interrogativo che non bastava a individuare o supporre un percorso marittimo. «Revue des études grecques». poi nell’interno al Pianello di Genga a Ponte S.

rinforzano solo l’indizio che le vie marittime erano sull’itinerario delle coste tirreniche «occupate». Per Chiavari.Giacomo Devoto . 162 163 Storia d’Italia Einaudi 73 . e Roma è ben lontana dall’essere una metropoli: è solo un «Ponte». Nella prima metà dell’VIII sec. radicata. ecco che Per Milazzo. tav. quella di Roma. 1960. 38. l’Etruria non rappresenta ancora una forza irradiante. La necropoli ligure di Chiavari.C. pp. ecco che la faccia marittima ha guadagnato terreno. Dittatore-Vonwiller durante un incontro a Orvieto al Primo Simposio di Protostoria organizzato dal Centro Faina nel settembre del 1967. un ponte che è condizione all’Etruria e al suo inserimento nei commerci anche per via di terra. 164 Sono debitore di questa immagine provvisoria a F. 26. e ha consentito di affacciare la tesi dei protovillanoviani divenuti a poco a poco dei navigatori. indisponibili per tradizioni linguistiche che non fossero né greche né protovillanoviane165 . «Rivista di studi liguri». trovano il loro punto di confluenza finale e il loro assetto in un’area ben definita. XXXV. illustre. 91 sgg.. cit. Se allora non siamo obbligati a tener conto dell’Etruria come elemento e forza costitutiva della Roma delle origini. The foundations of Roman Italy. Il quadro storico è il seguente. dopo essersi intrecciate e mescolate.Il linguaggio d’Italia centi si è avuto un protovillanoviano di Milazzo162 in Sicilia e. a. vedi Lamboglia. 165 Whatmough. Londra 1937. Solo con questo assetto si può parlare di una tradizione continuata. dei Normanni164 con venti secoli di anticipo. I protovillanoviani-Normanni. risalendo verso il nord si è arrivati a trovare un protovillanoviano di Chiavari163 . se non forniscono connessioni linguistiche dirette. vedi Piccola guida. Origini tripartite di Roma Tutte queste forze e correnti periferiche.

168 R. dei Protolatini. Un piacevole parallelo di tripartizione linguistica è dato dalle sopravvivenze della radice REUDH «rosso». L. è di tipo osco-umbro e cioè (proto)sabino. a. Heidelberg 1924. 166 167 Storia d’Italia Einaudi 74 . e dei Protolatini in senso stretto. collegate con le tombe a fossa dei colli albani e perciò sul piano dei Ramni. I. infine gli incineratori del Foro romano che consentono solo connessioni settentrionali. secondo già il Duhn167 e il Mac Iver168 . tenendo conto della «tripartizione»166 che dà un’impronta alle origini di Roma cosí dal punto di vista storiografico come da quello archeologico e linguistico. pp. anche se da lui sentite come di nome etrusco.Giacomo Devoto . con la civiltà del ferro adriatica. attraverso la necropoli dell’Esquilino collegata. Duhn. il tipo Rufus. Della tripartizione originaria non rimane nella storiografia tradizionale se non la eco parziale di una fusione Scritti minori. connessi agli insediamenti dei Colli albani. Sul piano storiografico.. che risponderebbe ai Tities protosabini.Il linguaggio d’Italia il problema si apre e insieme si semplifica. con la consonante sonora al posto della sonora aspirata. Oxford 1928. cit. le tre tribú primitive ricordate da Varrone L. II tipo rutilus con il trattamento T da DH è protolatino e documentato sino in Sicilia. il tipo rubro-.L. con la fricativa in posizione interna. è di tipo venetico cioè norditalico. filtrati attraverso la diffusione terrestre degli antichi Protovillanoviani. Italische Gräberkunde.C. e dei Norditalici.L. nell’interno della parola. le capanne del Palatino. Mac Iver. V 55. 349 sgg. II. Accanto a questa tripartizione giuridica e etnica si manifesta la tripartizione archeologica. possono essere ricondotte sul piano etnicostorico con i valori rispettivi dei Protosabini (diversi dai Sabini del V sec. V 89 dei Tities Ramnes Luceres. Italy before the Romans. e quindi vanno collegati con la nozione giuridica dei Luceres e quella etnico-storica di Norditalici.).

E poiché della fase precedente è rimasta nella tradizione anche la denominazione dei primi testi giuridici come delle «leggi di Numa». Senatus populusque romanus ci mostra che la nozione di populus. Tuttavia hanno qualche significato le seguenti due formule. nell’un caso come nell’altro non associata ancora a Roma. cosí pare giusto dare a questa prima fase del latino. Il primo suggerimento sarebbe quello di «latino dell’età regia». Storia d’Italia Einaudi 75 . la collina. quella anteriore ai re Tarquinî e quella corrispondente a questi monarchi. il senato come consiglio degli anziani preesisteva alla fissazione della tradizione latina in Roma. la suburana. si tratta ora di darle un nome preciso per la sua fase piú arcaica. come si vedrà subito sotto. 45. ormai ancorato a Roma. il latino regio si divide in due ben distinte fasi di civiltà. non importa se a un’altra sede topografica oppure a una divinità. quella dei cittadini collegati. «Lingua di Numa» Riferimenti linguistici. dell’elemento etrusco. al di fuori del campo etimologico. cit. Nel prosieguo di tempo. la esquilina. è legata alla nozione topografica di Roma. e cioè nell’età dei re Tarquinî. (Graffunder). 1021 sgg. la palatina. e cioè la gioventú organizzata in reparti armati. De lingua latina. la cui prima notizia risale a Varrone169 . V.. 39. Pauly-Wissowa. op. divenuto determinante. la definizione di «latino 169 Varrone.Giacomo Devoto . col. populus romanus Quirites analogamente acclude alla figura della gioventú armata e «romana». si assiste invece a una organizzazione quadripartita attraverso la città delle «quattro» regioni. a questi antefatti mancano. Costituita una tradizione unitaria. Ma. cfr. Con questo allargamento si riconosce l’apporto. I A.Il linguaggio d’Italia romano (proto)sabina.

Firenze 1971. § 47). Essa è stata sviluppata da Emilio Peruzzi170 che ne ha sottolineato i tratti sabineggianti. Peruzzi sono: Il latino di Numa Pompilio in «Parola del passato». Uno dei suoi caratteri consiste nel dativo-ablativo plurale della I decl. p. La seconda che 170 I principali lavori in argomento di E. 1969. Nella prima. 142. facilmente comprensibili. piú esattamente. 15-40. Esso avrebbe. in -as (anziché in -ais -is) come risulta dalla formula devas corniscas sacrum che in forma classica sarebbe «diis cornicibus sacrum». oggi Le Origini di Roma. tale Tarpeius. definita come quella di Numa. legato al Campidoglio. attraverso lo iato che divise gli avvenimenti dalla costituzione delle loro prime fonti.Giacomo Devoto . pp. cfr. Il ritorno a un certo quale rispetto e fiducia della tradizione liviana non impedisce di riconoscerle deformazioni cronologiche. pp. «Maia». Storia d’Italia Einaudi 76 . dovrebbero essere detti «protosabini» (§ 28). solo «dopo» che questo aveva superato la fase etrusca dei «Tarquinî»171 (§ 51). 171 Peruzzi. secondo il Peruzzi. Onomastica e società nella Roma delle origini in «Maia».Il linguaggio d’Italia di Numa». 1969. Questi però. Questo non significa che si debbano considerare come contemporanee di Numa forme che sono arrivate a noi adattate snaturate o tradotte: tali paricidas che mostra come già avvenuto l’inserimento della apofonia vocalica (che è invece del V secolo. 21. fra le tradizioni protolatina protosabina e norditalica. connessione con le iscrizioni pesaresi (§ 80). 40. 1966. Comunità latina Il latino dell’età regia si divide in due fasi. rientra tutto quello che risulta dal primo equilibrio raggiunto. 126-158.

Non è certo se la azione dell’accento e specialmente le raffiche distruttive che hanno profondamente alterato la struttura primitiva di parole protolatine. II. che è attestato nella iscrizione di Bantia in lingua osca. 172 173 Storia d’Italia Einaudi 77 . 174 Storia della lingua di Roma.C. Anche il dativo Numasioi in -oi. Il suo testo è Manios med fhefhaked Numasioi. 352 sgg. Perciò. pp.Giacomo Devoto . Catania 1945. è caratterizzata invece da un assestamento in un quadro piú ampio. infine la attiva presenza greca. È il periodo definito correttamente da Santo Mazzarino172 come quello della Koiné etrusco-italica. di oltre un secolo piú recente. p. La forma decisiva è fhefhaked. ed è un vecchio perfetto indeuropeo. cit. perfetto raddoppiato. la forma del pronome personale med è latina174 . cit. si debbano riferire alla comunione con i Protosabini nel ciclo di Numa oppure appartengano a questa seconda fase. Viceversa. che appartiene ancora al VII secolo a. Naturalmente il materiale linguistico non si lascia sempre classificare direttamente nella prima piuttosto che nella seconda fase.. Si tratta della Fibula prenestina. Scritti minori. Il piú bell’esempio di questa fase è dato da una iscrizione che a torto è detta la piú antica iscrizione latina. che significa «Manio mi fece per Numasio». la presenza etrusca in tutta Italia.Il linguaggio d’Italia comincia con il regno di Tarquinio Prisco. mentre in latino la forma del perfetto è stata presa dall’antico aoristo e compare nella iscrizione di Dueno. 62.. attraverso la Fibula prenestina. si ha un documento diretto di una apertura di orizzonDalla monarchia allo Stato repubblicano. quella della Koiné. che discende invece da -o. i contatti italici non piú limitati al solo elemento Sabino. È certo che il trattamento definitivo con D (invece di T o F) di aedes appartiene già al latino del tempo di Numa173 . come feced. ha un carattere osco e non quello latino.

questa tendenza è stata ulteriormente confermata dalla azione concentrica che si è sviluppata nella età della koinè. con la eliminazione di ben due sillabe (§ 47-49). Ma si tratta di una minoranza di casi. Tale il caso di HOSTI-POTIS.Giacomo Devoto . Viceversa.Il linguaggio d’Italia ti e di una compenetrazione. non si è trattato di una azione sistematica. rimangono immuni da queste spinte distruttive quelle sillabe interne che nel secolo successivo (§ 47) saranno oggetto di un trattamento diverso. che va al di là dei ristretti orizzonti dell’età di Numa. esso presuppone delle sillabe interne ancora intatte. ma solo di «raffiche» violente e insieme parziali. Qualunque sia la spiegazione che di questo si vuole dare. trasformato prima in *hospots (in tempo posteriore hospes). Storia d’Italia Einaudi 78 . Tuttavia. Se la età di Numa ha portato con i contatti sabini una accentazione intensiva. a differenza di quanto insegnano i manuali.

contrariamente a quello che affermano molti manuali. 106-113.. come rehte «recte». Storia d’Italia Einaudi 79 .. non è un antefatto alla costituzione delle tradizioni latina e osco-umbra. 159 sgg.. L’allargamento degli orizzonti e la stabilità dei rapporti che vengono a instaurarsi hanno una conseguenza generale e alcune conseguenze accessorie. ma è un fatto secondario. la quale. pp. cit. I caratteri dell’italico comune consistono essenzialmente nel potenziamento del caso ablativo. Comunità etrusco-laziale Il VI secolo coincide con una fioritura culturale ed economica che irradia dall’Etruria e investe Roma e il suo entroterra. karne come «carne». subra «supra»175 . 138 sgg. cit.si trasforma in uno umbro mefio-. Quella piú generale sta nella costituzione di quella fase che tradizionalmente è detta dello italico comune.Il linguaggio d’Italia Capitolo nono Fioritura Regia 41. ad esempio il rapporto fra consonanti sonore all’interno della parola (D oppure B) del latino di Numa di fronte alle F della tradizione umbro sannitica: un tema mefio. Bottiglioni. Manuale.umbro si traduce in un tema latino medio come un tema latino medio. Le conseguenze parziali consistono nello stabilirsi di termini di confronto fra le tradizioni destinate a convivere senza fondersi. pp. tota «tota» e nelle derivazioni avverbiali da strumentali o ablativi. determinato dalle esigenze della nuova società che si è venuta a costituire. 175 Gli antichi Italici.Giacomo Devoto . che è in umbro uguale al latino per desinenze e per importanza: poplu come «populo».

3 ed. § 23). di fronte a questo che è un relitto già dal punto di vista indeuropeo. per la sua tradizione composita (v.. ecco che -OSIO va attribuito alla componente umbro-sannitica del falisco. 11. perché la desinenza -I ge al tema ma alla radice (semplice o ampliata). 177 A differenza di Pisani. Ci sono casi in cui il latino serba strutture arcaicissime. 615 sgg. E poiché il falisco.poi in-. Il latino. che è -OSIO177 . vittima della analogia. nel mondo italico si ha il solo gerundivo. Grammatica latina. Nell’osco-umbro a sua volta non si ha né un relitto sterile né un resto efficiente della tradizione indeuropea ma un conguaglio con la desinenza dei temi in -I. d’accordo con l’irlandese. Un primo esempio dato dalle sonanti è quello della vocalizzazione A (come la greca) che ancora si manifesta qua e là al posto di quella latineggiante con E: tale la forma osco-umbra -an di fronte a quella latina en. Handbuch der lateinischen Laut. ecco che troviamo la classica desinenza indeuropea omerica. Torino 1962. è stato sostituito da -eis. non può avere conservato da solo la desinenza -OSIO. Storia d’Italia Einaudi 80 . che solo poi nel falisco si è conservata. Ebbene. Ebbene.und Formenlehre. 176 Sommer. Heidelberg 1914.Giacomo Devoto . p. forma che ancora serba la funzione di verbo. attestata nel sanscrito. conserva una forma arcaica nemmeno inserita nel¯ non si aggiunla declinazione. Sia il caso del gerundio latino176 . il gerundio è stato rifiutato come un ferro vecchio non piú funzionale. ma che soggiace alla tendenza ad accentuare i caratteri nominali e quindi a trasformarsi in aggettivo gerundivo. Importante è la vicenda tripartita del genitivo singolare dei temi in -o. con bibliografia.Il linguaggio d’Italia Naturalmente i casi piú interessanti sono quelli che non arrivano alla fusione totale e mostrano soltanto l’avvio. che gli umbrosanniti accettano solo nelle frange piú recenti e funzionali. pp. e nell’ambiente originario.

la novità maggiore è la accettazione da parte dei Romani della formula onomastica etrusca. costituiscono una opposizione tra una forte F e una debole H. che si sono sviluppate cosí in Roma come fuori Roma: tali i casi di foied a Falerii di fronte a «hodie» in Roma (§ 23). È naturale che ci sia stata una certa tendenza alla trasformazione del loro rapporto da rapporto di opposizione a rapporto di varianza con conseguenze. hordus invece di «fordus» «pregno». horctus invece di «forctus» (cfr. § 27). che avrebbe dovuto dare HEL. dal patronimico: Marcus (sost. fariolus di fronte a «hariolus» «indovino». Sul piano culturale.Il linguaggio d’Italia Ci sono infine fatti che si sviluppano come tendenze parziali ed estreme. la F investe parole indeuropee di diversa provenienza fonetica e anche parole mediterranee. folus di fronte a «holus» «legume». La H rispecchia solo parole provenienti da GH indeuropeo.8) di fronte a «harena» latino. e nessuna parola mediterranea. L’esempio piú interessante è quello delle consonanti aspirate che. costituita da prenome (sostantivo) seguito da gentilizio (aggettivo) e. All’estremo opposto si hanno le varianti indebolite di haba falisco invece di «faba» romano «fava». come è stato detto sopra. § 55). Una forma rinforzata che ha avuto il totale sopravvento è invece fel «fiele» da GHEL. tale fasena in Sabina (Velio Longo VII 69. hebris invece di «febris» «febbre». eventualmente. tale inversamente in Roma Foratia (CIL 12 166) in confronto del normale «Horatia». Storia d’Italia Einaudi 81 . e persino fostis di fronte a «hostis» «nemico».) Tullius (aggettivo) Quinti filius (cfr.Giacomo Devoto . L’equilibrio fra i due elementi è instabile. Analogamente si contrappongono all’interno del latino le forme rinforzate di fordeum di fronte a «hordeum» «orzo». Indipendentemente dalla maggiore consistenza articolatoria. «valido». ora nell’area latina ora in quella osco-umbra.

manifestandosi con un andamento normale da sinistra a destra nelle iscrizioni della Fibula prenestina. è immenso. Beiträge zur Geschichte des etruskischen lateinischen und griechischen Alphabets. sul piano. Firenze 1932. La seconda categoria è rappresentata dall’alfabeto latino. per esempio nella umbra (§ 27). La differenza fra C e K era quella di sonora e sorda. in altre lingue.Giacomo Devoto . Storia d’Italia Einaudi 82 . La prima espansione è quella degli alfabeti di origine greca (§ 17) che si sono introdotti in Etruria e. 126-158. perché solo questi possono avere introdotto il patronimico proposto.Il linguaggio d’Italia E. I Sabini. XLIX. pp. lo avrebbero. Peruzzi178 ha mostrato con argomenti convincenti che intermediarî necessarî per la formula binomia sono stati i Sabini. che sono stati adoprati a indicare numeri. 244-272. 1969. «Acta Societatis scientiarum Fennicae». anzi bisogna precisare i Protosabini. e bustrofedico in quella del Foro romano. oggi prevalente. è passato direttamente dal mondo delle colonie greche a Roma. 133 sgg. attraverso l’Etruria. Helsinki 1920. ma. 2. legati agli Umbri. inversamente. «Maia». Gli Etruschi non hanno esercitato una parte se non periferica nella trasmissione materiale. contrariamente alla opinione. 179 Hammarstroem. che risale ai lavori di M. il phi e il khi. il theta. Ma a un certo momento è parso piú necessario. 178 Onomastica e società nella Roma delle origini. che è anch’esso di origine greca. Primi grecismi Il potere di irradiazione di focolai come Taranto e Cuma. 21. mentre tre erano per il latino superflui. Rispetto all’alfabeto calcidese. pp. cosí linguistico come economico e culturale. non occorrevano per il latino segni nuovi. a differenza di quelli delle altre lingue dell’Italia antica. Buonamici. 42. preposto. Hammarström179 . Epigrafia etrusca.

fu impiegato. Storia d’Italia Einaudi 83 . Il segno Z indicò la S sonora e cioè la S intervocalica non ancora assoggettata al rotacismo (v. «z¯ on¯ e».Il linguaggio d’Italia attraverso una influenza umbra (e non come si suol dire etrusca). fra la I vocale e la J consonante. davanti a M e ad altre articolazioni labiali. 180 CIL I2 . lacrymis180 (§ 62). il semplice F. § 51). Superata questa fase. p. riservando il segno H alla aspirata leggera del tipo homo. Il suono greco zeta (§ 62) venne invece confuso con S e quindi lat. Pure non segnalata rimane la differenza fra la U vocale e la U consonante. cosí importante. mentre K si è impiegato davanti a A. distinguere i suoni gutturali. massa rende il gr. bilabiale sordo. Dopo di che il latino semplificò di nuovo. es. il lat. Piú tardi si introdusse nell’alfabeto latino la Y (§ 87) e la Z fu messa in fondo. secondo il punto di articolazione. per distinguere il suono Z delle parole greche da S. per indicare il nostro F. il G. máza.Giacomo Devoto . associato a H. Finalmente. e quindi C è stato impiegato davanti a E e I. e Q davanti a O e U. la aspirazione non viene nei primi tempi segnalata: purpura rispetto al greco «porphýra» non segnala la differenza fra il phi e il pi. K è diventata superflua. impiegando per la bilabiale sorda. 1222. piuttosto che secondo il grado di articolazione. determinato dalla vocale che seguiva. il suono greco Y fu adoprato talvolta a indicare quel suono intermedio fra U e I che era proprio della vocale interna. mentre per la sonora si è introdotto un segno nuovo. anch’esso superfluo. Per quanto riguarda la vocale mista Y del greco. cosí in calx «calce» non compare traccia del khi iniziale greco. C si è specializzata a indicare la articolazione sorda (§ 89). Il digamma F. Nella accettazione delle parole greche. essa venne assimilata nei primi tempi al latino U. secondo accade anche nell’alfabeto etrusco e in quello venetico. sona «cintura» il gr.

Presumibili intermediarî La ondata grecizzante. distingue grecismi che sono sicuramente arrivati in età regia sia perché effettivamente attestati in età regia. come quella adattata nel latino oliva o in Achivi. 109 sgg. pp. presuppone una età piú antica che una forma «ionica» senza digamma. indica una provenienza cumana. e con il primo lotto di parole greche. subendo eventuali in181 Pasquali. ionica. di carattere cronologico. La seconda indaga se l’itinerario dal mondo greco a quello romano ha attraversato una tappa etrusca. La prima. 1959. 59 sgg. A questa prima classificazione se ne aggiungono altre due. Anche l’itinerario sarà piuttosto terrestre nel primo caso e marittimo nel secondo. Preistoria della poesia romana. che segue agli alfabeti ai primi del VI secolo. 182 Castagnoli. «Studi e materiali per la storia delle religioni». ma imponenti per quantità e per la sicurezza con cui si lasciano assegnare a questo primo periodo di grecismo. 30. Firenze 1936. come oleum e Achei.Giacomo Devoto .Il linguaggio d’Italia 43. balineum da «balaneîon» talentum da «tálanton». mentre la contrazione di EA in E. pp. Queste non sono unitarie per provenienza e itinerario. Agrigentum da «Akrágas-antos». come nel caso del tempio dei Dioscuri di Lanuvio182 e sia perché assoggettati a mutamenti fonetici latini183 che si sono compiuti nel v secolo: tale il caso di trutina «bilancia» e di mac(h)ina dalle forme greche trytán¯ e e dorico «m¯ akhaná» camera da kamára. Storia d’Italia Einaudi 84 . si manifesta nella leggenda delle origini greche di Tarquinio Prisco e dei suoi legami con Demarato. con l’afflusso di vasi protocorinzi181 . analogamente la contrazione di EA in A è dorica e quindi un grecismo piú recente come choragus appartiene a una tradizione piuttosto tarantina. All’ingrosso una forma «dorica» col digamma. 183 Vedi sotto § 48.

che entrambe presuppongono un indebolimento della consonante stessa188 : da ld in l(l). nel senso di «maschera». Quando in greco c’è una consonante sonora che in latino è sostituita da una sorda.. thríambos e lat. dal greco. p. «prós¯ op(on)». amurca «feccia dell’olio». 184 185 Storia d’Italia Einaudi 85 . 123 sgg. 21. 130. cit.Il linguaggio d’Italia fluenze fonetiche184 . Perseponas186 . attraverso un presunto PRSRPNA. amórg¯ e lat. Castellani-Pollidori. 11. «kóbios». (acc. 11. col rafforzamento della consonante sonora. lat.) «spyrída». Finalmente la dea greca Persephón¯ e. «Atti della Accademia Toscana «La Colombaria». cit. Burrus di fronte al gr. «kydónia (mala)». cit. lat. La intermediazione etrusca è invece esclusa nel caso dei Dioscuri. O. 117 sgg. persona. 234. arriva a giustificare il lat. La parola etrusca phersu. 35. anche se hanno qualche parallelo nello svolgimento dal latino volgare all’italiano: per es. 187 Scritti minori. Se consideriamo la forma etrusca che è Phersipnai. pp. Alcune altre alterazioni nel grado di articolazione appartengono alla età piú antica. 115. ma anche a una intermediaScritti minori. gr. n. 11. possiamo vedere in questa un anello di passaggio che. può essere interpretata come adattamento di un gr. 1957. buxus di fronte al gr.. pp. «kamp¯ e». cotonea e gr. «triumpe». gamba di fronte al gr. Proserpina187 . l’indizio etrusco185 si può considerare certo: tali i casi di gr. «pýxos». sporta e gr. nel caso di gobius (pesce) di fronte al gr. 188 Scritti minori. La forma etrusca del gr. 186 Pisani.. 181 sgg. è attestata presso i Peligni in modo quasi identico. Non solo a un itinerario terrestre. pp.. 115. e insieme come base per il lat. Polydeúk¯ es è «Pultuke». cit. 47. mentre la forma latina arcaica è Poloces e quella classica è «Pollux». pp. che nessuno potrebbe mai considerare come derivazione «diretta». «Pýrrhos».Giacomo Devoto . I piú antichi grecismi nautici in latino. Le lingue.

op. Parigi 1923. e in condizione di trasmettere cosí ai greci come ai latini tradizioni ritmiche omogenee. e Bruges di fronte a un gr. resti importanti di tradizioni allitteranti si trovano nel Carmen Arvale e nelle preghiere a Marte in occasione dei Suovetaurilia191 . accentuativi e allitteranti. le conclusioni del Pasquali sono queste tre: il verso saturnio NON è accentuativo. Pasquali189 . Tuttavia nell’ambito della Grecia190 si ha una evidente distinzione fra una tradizione eolica in cui ha una parte l’isosillabismo (ugual rapporto di numero fra le sillabe) e quella ionica che inclina invece verso la isocronia (o ugual rapporto di lunghezza e brevità di vocali) nell’ambito del latino.. La tradizione linguistica indeuropea era sensibile alla differenza quantitativa fra vocali lunghe e brevi. Les origines Indo-européennes des mètres grecques. 76. pp.Il linguaggio d’Italia zione messapica conducono le parole ballaena di fronte a un gr. Preistoria della poesia romana. 191 Pasquali. Ritmi greci La prova della intensità della influenza greca in questa età è data anche dai fatti ritmici quali sono stati messi in giusta luce da G. che appaiono chiaramente nella prosa e un tempo erano stati riconosciuti genuini della presunta tradizione ritmica latina. cit.Giacomo Devoto . «phállaina». Per quello che riguarda il verso saturnio. p. Il verso saturnio non appare piú in questi schemi rigidi. nel verso saturnio affiorano «cola» di origine greca che. 44.. 1 sgg. Pasquali. cit. associati in coppia a Roma. la mancanza di dati di fatto è totale. hanno dato origine al saturnio stesso. «Phrýges». 189 190 Storia d’Italia Einaudi 86 . Meillet. che corrispondono allo apporto della componente sabina.

Il linguaggio d’Italia In altre parole. per esempio da parte di Orazio su Livio Andronico (Ep. riconosciuti come dovuti a forze esterne. di cui dovremo parlare193 (§ 47). III. I. 53. Il Carmen salia192 Meillet. e cioè della incomprensibilità del latino dei tempi che hanno preceduto gli autori «arcaici». XXXIV. 53) e sullo stesso Plauto (Ars poet. I fatti.Giacomo Devoto . b) è meno straniera perché l’accento. 28. la storia della grecità in Roma non è unitaria. 193 Vedi il § 47. 195 Dionigi d’Alicarnasso. IV. 14. aveva rispettato il grosso del materiale lessicale latino e questo ha potuto subire piú tardi quelle alterazioni meno drastiche. e per quanto riguarda il periodo arcaico si distingue per due caratteri: a) è importante fino dall’età dei Tarquinî. Cosí avviene per altri trattati dei secoli VI195 e V196 fra Romani e Latini oppure fra Roma e Ardea197 . Primi movimenti Non solo di questo periodo ma dell’intera età arcaica è rimasta nell’età classica una eco di compatimento sdegnoso. 87 sgg. 22. Parigi 1928. Plinio.). Del primo trattato fra Roma e Cartagine Polibio dice di esserne venuto a capo solo con l’aiuto di alcuni dotti romani194 . Pro Balbo. 196 Cicerone. Storia d’Italia Einaudi 87 . IV. contrariamente all’insegnamento dei manuali192 . sebbene avesse subito raffiche di intensità iniziale e conseguenti sincopi. È rimasta anche la affermazione di un fatto. pp. 26. 197 Livio. II. 7. 270 sgg. si integrano con i testi arcaici pervenuti in modo piú o meno fedele attraverso testi piú vicini a noi. 45. Naturalis Historia. Esquisse d’une histoire de la lingue latine. IV. 194 Polibio. 23.

I dati risultanti dal Cippo del Foro sono essenzialmente le forme qoi «qui». The latin Language. cosmis «amorevole»199 . sakros «sacer». VII. 198 «Corpus glossariorum latinorum». e delle consonanti p/b200 . 346 sgg. di consonanti conservate in fine di parola o di sillaba. 199 Vedi la mia Geschichte der Sprache Roms.C. p. pronome relativo col dittongo ancora intatto. duonos ceros «il buon creatore» mostra un passaggio parziale del gruppo primitivo DUE. ma non ancora al classico bo. ivece di «-it». per es. la -D finale persistente e la desinenza -onti al posto della classica «-unt». le incertezze grafiche nel caso delle vocali in sillaba finale -es/-is. arrivato a noi in una copia epigrafica. Storia d’Italia Einaudi 88 . 28. prai ted tremonti (§ 53). recei «regi» di nuovo col dittongo intatto e la leggera influenza che la consonante gutturale subiva dalla vocale E seguente. sono da ricordare la forma rinforzata del plurale di prima persona enos. iouxmenta «iumenta» con il dittongo conservato e col gruppo KS conservato in finale di sillaba interna.quale appare in bonus.Giacomo Devoto . 200 Palmer. i tipi pleores per «plures». dove si trova una splendida raccolta dei documenti arcaici essenziali.. cit.. pp. pp. però del III secolo d. Heidelberg 1968. arricchisce la serie degli arcaismi con formule come tonas Leucesie. iovestod «iusto» col trittongo intatto e cosí pure la desinenza di ablativo. passato a duo-. col dittongo EU ancora intatto e non confuso con OU. Lipsia 1888-1923. 71 sgg. col dittongo AI intatto. Del «Carmen arvale».. arrivato a noi attraverso Terenzio Scauro198 . Analoghi sono gli insegnamenti del vaso di Dueno con la conservazione e di dittonghi e trittonghi. -ar/-or.Il linguaggio d’Italia re. esed «erit» senza rotacismo e con la finale -ed. con la sillaba finale ancora intatta.

pp. 202 Vedi Gli antichi Italici. in cui i latifondisti si affermano con le loro esigenze interessi e mentalità201 . Da una parte il prestigio e la irradiazione della cultura etrusca cominciava a declinare. Le ragioni del mutamento erano state in gran parte esterne. «Rivista storica italiana». 118 sgg. proprio come presso gli Ottomani si è distinto a un certo momento il sultanato dal califfato.. 109. La Regia che è stata ricostruita in quel tempo di trapasso mostra che il nome non era morto ma si era soltanto specializzato. con la prevalenza degli interessi plutocratici di quelli che dopo sarebbero stati chiamati i «plebei». e viene sostituita da un regime oligarchico.Il linguaggio d’Italia Capitolo decimo Primo assetto latino 46. e cioè la caduta della monarchia non determina immediatamente un capovolgimento sociale. Gli rimane la sovranità religiosa (piú tardi assunta dai pontefici) nel titolo di «rex sacrorum». Nei primi ventiquattro anni di repubblica si hanno dodici consoli di ascendenza plebea. La figura del REX cessa di corrispondere alla massima autorità dello stato. Al posto del vecchio regime. Storia d’Italia Einaudi 89 . La monarchia di origine etrusca cade. Mutamenti socio-culturali Agli inizi del V secolo la scena politica all’interno di Roma muta. 1969. aperto ai traffici sia verso l’Etruria sia verso mete transmarine. subentra il particolarismo e la cortoveggenza dei patrizi. 5-43. 81. esclusiva di Roma. di sovranità risolutamente uguale. e viene sostituita dai due consoli con una formula. cit. dall’altra la pressione delle «primavere sacre»202 italiche dalle mon201 Arnaldo Momigliano.Giacomo Devoto . poco interessati agli orizzonti lontani. pp.

p.. si sempli203 Huelsen in Pauly-Wissowa.Il linguaggio d’Italia tagne si faceva sentire sulle popolazioni costiere. i Sabini si fanno sentire con gli episodî di Atto Clauso (Livio II 16). tremonti diventa «tremunt». moribondo. p. verso i colli Albani. è talmente ridotto che secondo ogni apparenza. che contengono una S. c) Nelle consonanti. Storia d’Italia Einaudi 90 . 113 sgg. Nel movimento è compreso pure il passaggio del trittongo da OUE a O oppure U. 204 Gli antichi Italici. in questo tempo. mentre AU si fonde solo in età imperiale. III. d) I gruppi del tipo DUE si labializzano e duenos si riduce a «bonus». 123. che raggiunge il Campidoglio (Livio 111 15) e con una guerra regolare nel 449 (Livio III 61). e) I gruppi di consonanti. A oriente di Roma. Lo spazio vitale rimasto al latino di Roma. interrompendo le comunicazioni da Cuma e dalle altre città campane verso Roma204 . il latino è. nella regione pontina discendono i Volsci. col.Giacomo Devoto . cit. Rapida evoluzione nel v secolo Un bilancio complessivo di questi squilibrî porta alle conclusioni seguenti: a) Nelle vocali comincia il processo di fusione dei dittonghi.. il rotacismo trionfa per es. 1555 sgg. specialmente davanti a nasale e dentale. nel latino volgare (§ 87). Immediatamente a mezzogiorno di Roma. sotto influenza esterna. di Appio Erdonio... cit. premono i Volsci e gli Equi. feced diventa «fecit». cit. sabineggiante: esso si continua per tutta la età classica. 47. Cosí in Campania si ha la discesa dei Sanniti che si sovrappongono alla colonizzazione etrusca203 . Gli antichi Italici. op. nella desinenza del genitivo plurale -arum da ASOM. b) Nelle vocali comincia l’oscuramento di E e O in sillaba chiusa verso I e U.

Come è stato detto sopra (§ 40). quello di «causare» è accUsare. un composto di «caedere» è incidere.. in sillaba cosí aperta come chiusa. Se si tratta di un dittongo in I assume il valore I lungo. f) Tutto questo passa però in seconda linea di fronte alla azione dell’accento. p. Impletus rimane intatto. «Cassandra». pp. pp. la vocale breve interna assume il valore E. se è in U assume il valore di U lungo: tali gli esempi di CONFACIO che in sillaba aperta appare come confIcio. poi hospes. 1962. 54 sgg. il suo participio passato ha la vocale interna in sillaba chiusa ed appare perciò come confEctus. LOUKSNA diventa luna205 . Firenze 1924.. Handbuch. aperta e con una vocale di quantità breve. La apofonia è tipicamente romana: se ne hanno due esempi a Preneste su specchi.Giacomo Devoto . 31. 95. cit. se la sillaba è chiusa. questa assume il valore I. pp. Ma Sommer. nel periodo regio la accentazione latina aveva subito raffiche di intensità iniziale che avevano alterato profondamente e reso irriconoscibili parole come HOSTIPOTIS ridotto a HOSPOTS (§ 40). IN STLOCO diventa ilico. è generale presso gli Italici.Il linguaggio d’Italia ficano energicamente per es. Se la vocale è lunga rimane. 215-240. 205 206 Storia d’Italia Einaudi 91 . cit. La regola generale è la seguente: in ogni sillaba interna. MANTERGSLE diventa mantele «tovagliolo». La sincope. Vedi il mio lavoro Adattamento e distinzione nella fonetica latina. in via di crescita presso gli Etruschi. perché la E è di quantità lunga. e Geschichte der Sprache Roms. inoltre Lepschy. tenuissima a Roma. con le scritte alixentrom CIL 12 553 e Casenter(a) CIL I2 566 per «Alexander». quale si manifesta attraverso la cosiddetta «apofonia latina»206 . Il grosso delle parole latine avevano superato questo periodo senza danni e hanno potuto sottoporsi alle alterazioni della apofonia latina in condizioni non pregiudicate. 199-246. intatta. «Annali della Scuola normale superiore di Pisa». Il problema dell’accento latino.

viene eliminata. EU in Leucesie (§ 45) (epiteto di Giove). Dal punto di vista del punto di articolazione si conservano nelle consonanti occlusive le quattro distinzio207 Palmer. Non esistono piú R L M N. OU in loucom. pp. KMTOM centum. cit. e le I e le U consonanti. Inoltre le sonanti vocalizzate: I breve in video «vedo» e lunga vidi «vidi». EI in deico «dico». MLDM mollem. infine i dittonghi dell’età arcaica: AI in aidilis «edile».Giacomo Devoto . 48. la lunga di femina «donna». la lunga di mater «madre». la O breve di octo «otto» e la lunga di donum «dono». vidi «vidi». OI in oino (per class. senza piú possibilità di alternare. oltre lo SCHWA rappresentato da A in pater (da PTER). la E breve di ego «io». La categoria delle sonanti.. jugum «giogo» e V per es. Le altre sonanti non sono piú suscettibili di pronuncia vocalica e si appoggiano (cfr. TNTOS tentus. Storia d’Italia Einaudi 92 . la U breve in jugum «giogo» e la lunga in fumus «fumo». come elemento costitutivo del sistema fonetico. op. Immutate perdurano la A breve di ago «conduco». sono ormai suoni indipendenti j p. § 11) in questi casi a un’altra vocale vera e propria: MRTM è diventato mortem. es. Assetto fonetico Se a questo punto si tenta un confronto sommario con le strutture indeuropee quali sono state delineate ai §§ 11-12. AU in augeo «aumento». «unum»).Il linguaggio d’Italia a Falerii si dice cuncaptum CIE 8340: soltanto a Roma appare «concEptum». Sul piano fonetico207 la stabilità del sistema delle vocali in sillaba iniziale è impressionante. 214 sgg. il latino di Roma appare caratterizzato da queste differenze rispetto alle strutture linguistiche proprie delle prime teste di ponte indeuropee in Italia.

La sibilante sonora Z scompare. DISFERO che diventa diFFero «dispongo qua Storia d’Italia Einaudi 93 . ADFERO che diventa aFFero «io porto a destinazione». Nelle gutturali si ha invece homo « uomo» all’iniziale come veho « io trasporto» all’interno. funeBris «funebre» da SRIGOS. da cui nasce il gruppo FR p. FUNES-. § 51). Dal punto di vista del grado della articolazione questi esempi mostrano che si conserva la distinzione fra consonanti sorde e sonore. viene a costituire una categoria autonoma. In posizione intervocalica subisce il rotacismo (v. nel secondo a confondersi con la sonora. gutturali in Centum «cento» e Genus «genere». frigus «tempo freddo». delle dentali Fumus «fumo» e aeDes «focolare». che anzi nel caso delle labiovelari si accentua fino a perdere il primo dei due elementi costitutivi della labiovelare sonora. es. La assimilazione regressiva è largamente diffusa da parte di consonanti occlusive sorde o anche di continue.Il linguaggio d’Italia ni indeuropee: labiali in Potis «signore» e deBilis «debole». La sibilante sorda si conserva solo in posizione iniziale p. Sedes «sedia». dando vita a una articolazione diversa all’iniziale e all’interno di parola: tendendo nel primo caso a rafforzarsi. La aspirazione. Tali gli esempi delle opposizioni delle labiali in Fero «io porto» e neBula «nuvola». «neve». lasciando eventualmente una traccia attraverso un allungamento di compenso nella vocale precedente. che costituiva in origine un soffio aggiunto all’articolazione sorda o sonora. In latino il soffio viene a fondersi con l’articolazione precedente. o a ridursi a semplice H. equidistante cosí dalle sorde come dalle sonore. dentali Tres «tre» e Domus «casa». e individualizzarsi. labiovelari in Quis «chi» e Vivus «vivo». niVem «nevica». come nei casi di OBCAIDO che diventa oCCido «uccido». delle labiovelari formus «caldo» e ninGuit. ma davanti a R dà vita a una specie di interdentale. es. come è avvenuto in greco o nell’area germanica.Giacomo Devoto .

Resti sparuti del tipo E alternante con Zero sono la opposizione di Edo «mangio» e D-ens «dente» (cioè il mangiante). Storia d’Italia Einaudi 94 . Sono quelli in consonante (reX). che ostacolano il riconoscimento dei loro elementi costitutivi: GHOSTI-POTIS ridotto a «hospes» (§ 40) non consente di riconoscere piú gli elementi costitutivi hosti.Giacomo Devoto . di E con O nel caso di tEgo «copro» alternante con tOga «toga». in -O come lupus (da LUPO-). CORONLA a coroLLa «coroncina». anche se alquanto deformati nella sistemazione normativa dei grammatici. in -I (sitIs) «sete». Timidi tentativi di ripresa appaiono nei tipi corrispondenti 208 Palmer. la capacità di composizione di temi nominali è grandemente ridotta. Assetto morfologico del nome Nella morfologia208 . SAKRO-DHOT. in -U (statUs). e cosí ATNOS rispetto ad aNNus «anno».Il linguaggio d’Italia e là». op. Nella formazione delle parole. in -A (rotA «ruota»). (confusi con quelli in consonante). SEDLA a seLLA «sedia». Assimilazioni parziali sono quelle di LEGTOS passato a lectus «scelto» e SOPNOS passato a somnus. da TORSEO a torreo «asciugo». Segue una categoria eterogenea di temi. pp. la efficacia delle alternanze vocaliche all’interno della radice è stata neutralizzata dalla apofonia descritta sopra. apparentemente in -E lunga (res).e potis. da VELSE a velle «volere».. 233 sgg. in parte in conseguenza delle alterazioni intervenute all’interno delle parole. Meno diffusa è la assimilazione progressiva promossa comunemente da consonanti liquide: da TOLNO a tollo «sollevo». ridotto a «sacerdos». non consente l’analisi di sacer seguito da -fex. 49. I temi nominali sono analoghi per struttura con quelli indeuropei. cit.

ma un derivato: dominus da «domus» «casa».in intimus «intimo». il collettivo come in clientela rispetto a «cliens». (is)te/(is-)tud. ampliato in vario modo. magister «maestro» che hanno perduto efficacia ai fini della comparazione. per es. o lo strumento come da arare. infine IS-SeMO. Il pronome fondamentale è tratto dal tema I/EI in is ea id. nota anche nel mondo celtico. per la quale il segnale tradizionale -OSYO del genitivo dei temi in -O. Si hanno accanto solo resti del suffisso -TERO. La derivazione originaria per mezzo di -YOS era la piú antica. per es. il tema SO-/TO. sostantivi che indichino l’agente o «actor».sopravvive solo associato ad altri temi. o aggettivi da sostantivi come patrius da pater «padre» o anche da verbi come audax «audace» dal verbo audeo «io oso». da aggettivi si traggono sostantivi astratti come superbia da superbus. La declinazione si è ridotta a cinque casi. non dal tema del positivo magnus. Parallelamente. Nelle desinenze della declinazione è caratteristica la anomalia. che si mette NON al seguito ma al POSTO del segnale tematico -O: lupi. come in maior che è tratto da MAG. da verbi. non dal tema aggettivale. «sacri-legus». aratrum «aratro». tratta dalla radice. NON lupo + i. -eMO in plurimus (da PLOIS-eMO-) «il piú». l’azione o «actio».Il linguaggio d’Italia come «agri-cola». ma l’ablativo (§ 41) è stato valorizzato. subentrando in questa funzione al perduto Storia d’Italia Einaudi 95 . SeMO in maximus «massimo».Giacomo Devoto .in longissimus «lunghissimo». Avviene cosí che il «padrone di casa» non sia piú un composto come nel greco de(m)s-pót¯ es. Suffissi di derivazione si hanno per segnalare il genere femminile in genetrix di fronte a «genitor». si ha una successione di suffissi dai piú elementari ai piú complessi: -MO in summus (da SUPMO) «il piú alto». per trarre. è sostituito da una specie di avverbio in -I. TeMO. in alter «l’altro». Il tema qui/quo non è soltanto indefinito e interrogativo ma anche relativo. Per quanto riguarda il superlativo. La comparazione dell’aggettivo è in fermento.

All’interno dei tematici. fra quelli che hanno per tema la vocale tematica tradizionale E/O (legit da LEG-E-T) e quelli contraddistinti da altre vocali.Il linguaggio d’Italia YO-. propria del congiuntivo. (ant. e questa op- Storia d’Italia Einaudi 96 . in quello del verbo esse: sim sis ecc. La qualità della azione del verbo.Giacomo Devoto . Resti di forme di ottativo sopravvivono. non distingue piú fra la azione possibile. in quanto non esisteva una coniugazione indeuropea ma solo singoli temi (di presente. audIt «loda» «avvisa» «ode». propria dell’ottativo. Una classificazione razionale deve distinguere in prima linea la opposizione di verbi atematici (fert «porta») dai verbi tematici (leg-i-t «sceglie»). irriconoscibili. Nel verbo latino è valorizzata formalmente la diatesi media. monEt. ma queste mantengono la loro funzione solo in una parte dei verbi transitivi che vengono detti «deponenti» mentre negli altri passa a segnalare la diatesi passiva. come le declinazioni per il nome. di perfetto e cosí via). ma legittima. Assetto morfologico del verbo La divisione in coniugazioni è. Come i nomi. tarda e artificiosa. I pronomi personali e numerali brillano per la loro stabilità. segnalata dalle desinenze arcaiche in -R. o verbi denominativi: laudare da «laus». nel congiuntivo latino per es. quali laudAt. di aoristo. Si mantiene visibile ed efficace nell’imperfetto in opposizione col perfetto. La quantità dell’azione. perde la preminenza primitiva. il cosiddetto «aspetto». cosí i verbi si dividono in primitivi e derivati. siem sies). il cosiddetto «modo». metuere da «metus» «timore». 50. e quella desiderata. Nasce cosí una dissimmetria fra la opposizione funzionale di verbi transitivi e intransitivi (senza passivo) e quella formale di desinenze senza R (attivi) e con R (deponenti). fra i quali si distinguono quelli tratti da nomi.

non va intesa come opposizione aspettuale se non in piccola parte. Si tratta di elementi tratti dalla radice stessa di fui.come noVit «conobbe» «sa». amaveram passato relativo. cosí costituito. Dal punto di vista della formazione dei singoli temi. op. b) il perfetto latino è una formazione composita. è caratterizzata in questo tempo da: a) rigidità e automatismo nei rapporti fra i temi temporali del verbo regolare. Il verbo latino. come ha mostrato Alessandro Ronconi210 . non raddoppiati come vidit «vide» o raddoppiati come tutudit «batté»209 o caratterizzati da -w. opponendosi nettamente ai paralleli legami fra il tema di presente dell’indicativo e i presenti e imperfetti del congiuntivo e dell’infinito. che in facere rimane ancorato al suo valore durativo. La coniugazione latina.Giacomo Devoto . cit. del congiuntivo (e in parte dell’infinito). Bologna 1946. che usa segnali indeuropei di valore diverso e unificati: tali la -S. amavero futuro relativo. Ronconi. ha rilievo il procedimento perifrastico. Storia d’Italia Einaudi 97 . che si costituisce. In conseguenza di questo. 261 sgg. si sviluppa e si armonizza in latino la distinzione fra tempi assoluti e relativi: amavi è passato assoluto. pp.degli aoristi sigmatici in dixi. è la base per i perfetti e piuccheperfetti dell’indicativo. utilizzando le possibilità di derivazione offerte dai prefissi: conficere ha il valore di «condurre a termine». amabo futuro assoluto. tali i perfetti originari. Questa opposizione.. In altre situazioni tende a evadere verso il campo lessicale. Il tema di perfetto. ha preso presto il predominio. trattati secondo 209 210 Palmer. detta di «infetto» e «perfetto». col quale si formano gli imperfetti in -Bam e i futuri in -Bo.Il linguaggio d’Italia posizione è vivente ancora oggi in italiano. I verbi cosiddetti irregolari sono verbi che non hanno accettato la sistemazione di un tema verbale unico. La categoria del tempo.

Nel participio presente sopravvive solo la diatesi attiva. in cui l’azione attiva del verbo viene tradotta in valore passivo nell’aggettivo. TU. in confronto di «audiendo verbum». È accompagnato dalla forma aggettivale detta di «gerundivo» p. alumnus «colui che è allevato» columna «quella che è inalzata».Il linguaggio d’Italia la regola delle consonanti aspirate. talvolta ancora fluida. che si riducono a sonore all’interno di parola. che passa da una forma nominale irrigidita nella desinenza di un caso particolare. Su questa ossatura approssimativa. 278. tratta da temi nominali in -TU-M. non esiste. Storia d’Italia Einaudi 98 . quando si tratta di verbo transitivo attivo. quando si tratta di verbo intransitivo attivo: tali i casi di laudatus «lodato» hortatus «che ha esortato». Il supino rappresenta una forma di infinito. che ignora il gerundio come forma del verbo (§ 41). ma NON *itus «andato». solo attivo. Inversamente il participio passato. e insieme destinato a grande avvenire. laudans «lodante». Solo questa forma aggettivale è stata accolta nell’area italica. es.. antico aggettivo verbale. op. impoverite di fronte alle larghe possibilità offerte dalle strutture indeuropee. Importanti sono le novità nelle forme nominali del verbo. p. precedentemente caduti in disuso. ha la diatesi passiva. Il gerundio del tipo legendo amando è una forma caratteristica ma di oscura origine. L’infinito è il risultato di un procedimento opposto. si inizia un duro lavoro di ordinamento. inammissibile. cit. a una forma piú «verbale»: tali le forme latine atematiche come es-SE «essere» o tematiche come lege-re (da LEGE-SE).Giacomo Devoto . ad audiendum verbum. che sembrano antichi locativi di un tema in sibilante211 . Della media sopravvivono solo resti isolati per es. classifi211 Palmer. Il participio futuro in -turus. rappresenta un perfezionamento simmetrico importante. attiva quando si tratta di verbo «deponente».

incideranno profondamente e finiranno per determinare nuovi squilibri. Ma le successive vicende politiche. divenuta letteraria. francamente rivoluzionarie.Giacomo Devoto . fissazione. un minimo di stabilità.Il linguaggio d’Italia cazione. Storia d’Italia Einaudi 99 . che assicura alla lingua.

C Storia d’Italia Einaudi 100 .Il linguaggio d’Italia PARTE SECONDA La latinità: 500 a.C .500 d.Giacomo Devoto .

II. Tuttavia questi sabinismi non hanno una cronologia certa. Per il valore di plebs. 212 213 Storia d’Italia Einaudi 101 .. II. Le prime conseguenze linguistiche sono date dalla presenza di sabinismi nel vocabolario latino.Giacomo Devoto . Sabinismi supplementari Prima di chiudere il suo processo di assestamento. cit.. In sé essi possono essere anche anteriori alla rivoluzione repubblicana in Roma. Scritti minori. il cui nome è derivato da ner «uomo» (in lingua umbra) come in latino Virus è derivata da vir. è una derivazione di tipo Sabino da una radice TARP che è la traduzione sabina di un latino Tarqu(inius) e di un TARKUNA etrusco212 . Si presenta il Sabino cuscus per «vecchio» di fronte a vetus. pp. tratto dal latino plebs. ma con un suffisso sabino213 . e la divinità Nerio legata a Marte.. cfr. Il Campidoglio rivela cosí la sua toponomastica originaria anteriore all’avvento della repubblica e alle influenze sabineggianti. Sabinismi e in genere italicismi si presentano inoltre sotto le forme seguenti: 1) al posto di un dittongo compaioScritti minori. p.Il linguaggio d’Italia Capitolo undicesimo Fissazione delle strutture fonetiche 51. pp. 355 sgg. l’attributo della famosa rupe. februum che secondo Varrone vale purgamentum. cit. curis «asta» contro «hasta». Sicuramente a questa fase della storia romana appartengono invece i seguenti: Tarpeius. 359 sgg. La seconda testimonianza è data da plebeius. sopra § 39. il latino subisce nella prima età repubblicana ulteriori pressioni sabine. 367. attribuita da Festo a Plauto come parola addirittura umbra.. vedi ibid. In questa scia si trovano strebula -orum «parti di vittime». dirus che secondo Servio vale malus.

Cecilius praetor (per Caecilius). ma poi si estende.Giacomo Devoto . p. che in umbro rimane invece salva. come nel caso di sehmenier dequrier (Tab. cit. 230. censore. 20.C. la riforma ortografica di Appio Claudio il Cieco. queror: 214 Secondo una informazione del giurista Pomponio (II sec. mentre si sarebbe dovuto avere DINGUA DACRU DAIVER. V 97. 21 arvorsum 581. dove talvolta si presenta anche in posizione finale.und Formenlehre.l. 190. 3) la estensione di questo processo anche alla iniziale. Ancora in questa categoria rientra il cosiddetto rotacismo e cioè il passaggio della S in R che si verifica in partenza in posizione intervocalica. d. Ig. La tradizione assegna al 312 a. 16) in confronto di AVEZ ANSERIATES (T.. arvorsario 583. Storia d’Italia Einaudi 102 . e cosí apur finem12 5 invece di apud (§ 80). edus invece di haedus «capretto» ricordato da Varrone l. Vb 11.24. p. Esempi di situazioni prerotacistiche sono invece Lases per «lares» nel Carmen arvale e esed per «erit» nel Cippo del Foro romano CIL I2 I. Il focolaio di origine è ancora una volta nell’area umbra. Una forma analogica esagerata è honor invece di «honos» CIL I2 15 nel II sec. a. tale levir «cognato» che teoricamente dovrebbe mostrare il dittongo ae come lo esige il greco dar. 2) la sostituzione di una consonante liquida a una dentale sonora: tale solium «soglio» di fronte a seDere. Heidelberg 1914. Sommer.C.). secondo una alterazione generalizzata nella lingua umbra. op.Il linguaggio d’Italia no vocali unitarie. Ia I).C. Handbuch der lateinischen Laut. che «R litteram invenit»214 «che ha inventato la lettera R». cfr. Palmer. Rientra qui anche il caso del prefisso AR invece di ad-: tali gli esempi di arfuise CIL 12 581. Il contrasto fra situazioni intervocaliche e no si vede nel confronto fra gero: gestus. oppure oLere in confronto di odor. come nei casi di lingua lacrima levir. pronuncia contadina ricordata da Lucilio 1130.

Resistenze e reazioni urbane Nonostante la affermazione di queste novità.C. Clodis CIL I2 1050 invece di Clodius. italicismi morfologici vi si aggregano. questa si oppone a Roma col suo antico Numasioi di fronte al romano Aiscolapio CIL I2 26 senza dittongo finale. Tuttavia. cit. ai piedi dei colli Albani. si dice nebrundines da NEGWHR-. Non solo rusticismi isolati penetrano in Roma come quelli segnalati sopra. a Velletri si parla volsco e questa lingua rimane in uso fino al III sec. A Lanuvio. Mercuris 563 invece di Mercurius. Storia d’Italia Einaudi 103 . 50. n. «Quarta». luna. n.216 . 52. Al di là del Tevere si parla etrusco. il particolarismo linguistico di Roma assume il suo volto definitivo. Il territorio dove si parla il latino di Roma è ristretto cosí a un’area inferiore all’odierno territorio comunale di Roma.. infine cura (da KOISA) peligno coisa(tens)215 . Nonostante i due esempi di apofonia nello specchio di Preneste. cit. Pisani.Il linguaggio d’Italia questus. losna CIL I2 549 rispetto a lat. a.Giacomo Devoto . 117 sgg. Sui colli Albani. Quorta I2 328 di fronte al lat. op.. altre soltanto attraverso la tradizione latino-volgare e romanza. prima ancora che circostanze politiche mutino il quadro soffocante dello spazio vitale rimasto alla lingua latina. nefarius: nefas. Lingue dell’Italia antica. tali Caecilis CIL I2 1036 invece di Caecilius. qualche manifestazione di resistenza interna si manifesta: qualcuna viene confermata piú tardi nella età classica. che in latino avrebbe dato negr-. dirimo: distineo. pp. A Tuscolo si ha la fusione del dittongo in Fortune CIL I2 48 invece di Fortunae. 215 216 Pisani. 55.

. mentre nella età classica si è allineato con i modelli greci. 79. ma in forma italica. Questa distinzione. scompare nella età repubblicana: essa era stata imposta da tipi di pronuncia italici (e non latini). fuori del latino. cit. si ha la controprova della esistenza di una forma in PLO(D) primitiva attraverso il lit. op.Giacomo Devoto . sia perché. p. cit.Il linguaggio d’Italia La prima manifestazione sta nella resistenza delle consonanti gutturali rispetto alla vocale seguente. come avviene nel rapporto di causare-accusare). abbiamo due esempi di resistenza muta ma eloquente attraverso il tipo FORBEX.. 218. Storia d’Italia Einaudi 104 . valida nell’età regia. ha assunto la aspirazione. accolti nelle lingue germaniche (§ 89). op. Palmer. che sono stati riassorbiti. contro forfex attestato in età classica. Altro esempio è *MACINA. Per ritrovare una diversa pronuncia della K davanti a E e I bisogna o spostarsi nell’Umbria o discendere nel tempo fino ai latinismi cristiani (non pagani). Quanto al lessico. e ha avuto con questa lo svolgimento indipendente sfociato nel nostro macchina (§ 75). L’esempio piú bello della rivolta urbana si manifesta con la sostituzione di forme dittongate a non dittongate anche in modo storicamente ingiustificato: tale il caso di plaudo217 «applaudo» che deriva da un piú antico PLODO. p. plóti «batter le mani». sia perché i suoi composti sono del tipo explOdo (e non *explUdo. NON attestato in tutta la antichità classica e invece sopravvivente in italiano. del K e del C. Un caso analogo è fornito da scaina «scena» dal greco sk¯ en che presuppone una forma anteriore SKENA: questa è stata in217 Sommer. Essa aveva determinato particolarità alfabetiche attraverso la triplice distinzione dell’impiego del Q. arrivato sino a noi nella forma non aspirata e cioè genuina e arcaica.

. attestato anche epigraficamente.34: suUm593. almeno nella scrittura. sacrum. sotto spinte esterne. duonoro. di fronte al solo Luciomcon la -M conservata e alle forme classiche unUm.C. optumo. Ci sono resti di K in Keri CIL I2 445. A questo procedimento. Sullo stesso piano del rafforzamento delle consonanti finali si hanno fatti paralleli con la sostituzione della consonante sorda alla sonora: tali. era stata in procinto di distinguersi secondo la natura della vocale seguente. dove si hanno i quattro esempi di caduta della -M dopo la vocale O oino. fa riscontro una maggior capacità di resistenza in tempi piú vicini. Il consolidamen218 Vedi per una diversa interpretazione Scritti minori. Parola del passato. per sua natura. Infine la tendenza antica mirava all’indebolimento anche totale della -M finale. II. Una tendenza a «risorgere» manifesta. dekem(bris) 1038. tendeva a ridursi a semplice S219 : tale cosol cesor I2 8. eset 58 I2 3. consentiUnt. pp. virUm. si diffonde ora il segno generalizzato per la gutturale sorda C: ca in Capio. da cosentiOnt I2 9: class. cesendi I2 593. p.Il linguaggio d’Italia tesa come dialettale. 10. co in coctus. bonorUm. Tali i dati della iscrizione CIL I2 9. Per quello che riguarda la pronuncia delle consonanti gutturali che.Giacomo Devoto . oscurandone il timbro da O in U. cui si oppongono le forme consul censor dell’età classica.) class. però Peruzzi. 1966. tale cosentiont di fronte a consol censor I2 9. il gruppo NS che. viro.) al classico dederUnt. ce in centrum. anche a costo di diminuire la vistosità della vocale precedente. optimUm.152 di fronte a censor I2 593. 25. sied I2 4. 141 sgg. cit.32. Storia d’Italia Einaudi 105 .C. mitat I2 4. velet. suom I2 593. LuciUm oppure sacrOm 12 607 (217 a. e quindi corretta prima in scaina poi in scaena218 . tale ancora nel 45 a. in confronto di feced. Analogo il passaggio da dederOnt I2 383 (III sec. 219 Cfr.144.

ious 583. quando il timbro della vocale precedente si oscuri: si hanno cosí le tre fasi di dedet I2 9. Per quanto riguarda AU la conservazione dura fino alla età imperiale (§ 82. 53.Giacomo Devoto . in confronto delle soluzioni parziali di coeraverunt I2 672 (112-1) e di quelle totali utier I2 10. 22. 121.). di fronte ai tipi in I generalizzati. che in questo periodo i cittadini romani vogliono ancora tenere lontane. ma fecid I2 561. 26. oino «unum» I2 9. 87). 23. e iuset 593. forse per eccesso di patriottismo romano (cfr. di fronte a AEdem 581. infine.C. Dittonghi e fonemi isolati Il travaglio piú visibile è quello però che conduce alla fissazione dei dittonghi e poi al loro graduale attenuarsi e fondersi in età piú tarda. Per quello che riguarda i trittonghi.Il linguaggio d’Italia to della articolazione finale è favorito.C. invece di *matutae. Finalmente le conservazioni di adouxet CIL I2 2438. m. iousit «iussit» 614. 4 comoine(m) 581. a. 4. e infine il classico fecit. abbiamo casi di conservazione come coventionid I2 581. 91 (186 a. dat. oitile I2 586. contra- Storia d’Italia Einaudi 106 . 22. oppure feced I2 4. usura I 2632 (145 a.C. lento a svolgersi secondo la trafila di OE OU U: tali i casi di loidos I2 364 (200 a.C. immune dalle influenze rustiche. in confronto delle forme risolte già in Lucius I2 7. matuta I2 379. indoucebamus 586.). dedit I2 561 (III sec. 19 (123-2). 1. Di dubbia interpretazione è il dat. stabile ma con la vocale oscurata. sg. in quanto la fusione fra i dittonghi EU e OU si è diffusa anche nelle lingue italiche. Per EI si ha deicerent I2 581. in analogia col fenomeno precedente. dede I2 477. parziale semplificazione come in noundinum I2 581. haice «haec» 581.). 6. Forme arcaiche superstiti sono di AI aidiles I2 8. Per EU si ha il solo Leucesie in età prerepubblicana (§ 45).). Vistose sono le manifestazioni di OI. aiquom «aequum» 581. 9 coiraverunt moiros I2 1722. in -O).

cit..I2 581. Un risultato solo parziale rispetto alla regola generale lo si trova in inceideretis invece di incid. orat. op. cit. Palmer. da infUmum 584. soveis I2 364 conservato di fronte a suos I2 583. 130 al classico maxImus.C. p. rispettivamente pontUfex per il classico pontIfex 12 1488 in cui la U non ha nessuna giustificazione fonetica. op. Compare ad esempio in un nome personale greco labializzato nella forma Lusumacus CIL I2 2393 di fronte a Lusimacus e a un classico piú tardivo Lysimachus. semplificato. Sommer.. tale il passaggio da maxUmum CIL I2 593. Siano ricordati infine due eccessi di labializzazione e delabializzazione. Il processo di labializzazione si impone sulla apofonia classica in modo stabile in occupare da OB-CAPARE oppure in recUperatores 582.Giacomo Devoto . 219.) e finalmente la forma classica nuntiata. 5 (160 a. 50.Il linguaggio d’Italia zione in O come in nontiata 586. 4. che nella forma classi220 Institut. Si avvicinano a questi schemi i casi di con flovont I2 584. 8. in confronto di tua già semplificata in 12 10. cfr.). 27 di fronte alle forme classiche corrispondenti optImo facillIme. e inversamente trebIbus 398.. in forma provvisoria in condUmnari (CIL I2 582. 26. 10): condemnatus. Per un certo tempo si ebbe la coscienza di un suono I/U per esempio secondo Quintiliano220 . Rientra in un processo analogo di semplificazione il passaggio dalla forma intatta Gnaivod I2 7. le incertezze non sono di grande rilievo.23. 10 a infImo 584. svoltasi nel periodo precedente. facilUmed 581.C. I. 104 sgg. 6. 9 (125 a. e quella classica semplificata attraverso la eliminazione della v: Gnaeo. e cosí optUmo I2 9. Per quello che riguarda le alterazioni dovute alla apofonia vocalica. o tov(am) I2 1805.. A poco a poco aveva cominciato a prevalere la soluzione «generale e palatale». In generale si ha un conflitto fra la soluzione «locale» e labiale e quella «generale» e palatale. Storia d’Italia Einaudi 107 . pp.

ma si raggiunge un equilibrio solo con il tipo classico a vocale oscurata militaris. Novios. Quando intervengono ragioni morfologiche per mettere fuori uso una desinenza le nostre testimonianze si limitano alle forme arcaiche con le vocali ancora non alterate: da Diovos 360 non si passa a un parallelo *Diovus ma a (D)iovis. Fra le consonanti siamo in grado di assistere al passaggio di DJ in J in posizione iniziale.19 abbiamo oinVOrsei. da Diove I2 20 al classico Iovi.Il linguaggio d’Italia ca non ha sostituito la U perché segnale della IV declinazione. Mostrano vocale aperta e caduta della consonante finale maio I2 76. Fissazioni minori sono quelle di O che passa a U davanti a L velare come dall’arcaico I2 581 consOluerunt al classico consuluerunt. da NOMINOS Si passa a nominUs 581. mino 126 di fronte alle forme classiche del tipo maius minus con consonante conservata e vocale oscurata. Cosí le forme praifectOs 398. 581.). Infine da VenerEs I2 451 si passa a honorIs (193 a. Venos 550. in 581. Analogamente ci si comporta con -O. che passa al classico uniVErsi.per es. di fronte a militarE I2 49 con vocale aperta e caduta di consonante si ha aedilES I2 8 con vocale aperta e conservazione della consonante. di DU. VenUs NoviUs PlautiUs. da REGOS si passa a regUs. ma questo è poi eliminato dalla diversa desinenza del classico nominIs. Parallelamente a quanto si verifica con la -M. 7. PlautiOs 561 rispetto alle forme classiche praefectUs. anche con la -S finale si generalizza l’oscuramento della vocale precedente.C. da 439 pocOlum si passa al classico pocUlum. Il gruppo UO si differenzia in UE: 581. per es. destinato a diventare il classico fAve. proprio per lasciare piú respiro alla articolazione della consonante: di fronte alla caduta in Cornelis I2 8 si arriva al classico Cornelius. Anche OV si differenzia in AV: I2 573 abbiamo ancora fove.a B. poi eliminato da regis. 2 Duelonai Storia d’Italia Einaudi 108 .Giacomo Devoto .24 abbiamo arVOrsum destinato a diventare il classico adversus.

C. decreivit 614 (per decrevit) (189 a.in I2 11. e sed CIL I2 582.C. feiat (per fiat) 600. Uno degli strumenti piú efficaci a questi fini è costituito dall’«arcaismo». Importante perché connessa con la morfologia è infine la progressiva eliminazione della -D finale: quando è segnale di ablativo allinea forme come eod con la -D e quo senza.).) e poplicod 581. 45. se. peteita 592 II 9 (per petita). 30.13. preimus 589 (71 a. 8 (186 a. 21 (125 a. oppure sententiad I2 581. è data dall’impiego abusivo di dittonghi privi di qualsiasi giustificazione storica. gnatus. e soprattutto di EI: tali i casi di pleib CIL I2 22. si hanno quelle arcaiche med presso Ennio var.a SL. pleibeium 591. nel quale la -D finale non raffigura uno stato di cose precedente (che in realtà non è mai esistito) ma si comporta di fronte al classico sunto. Nei monumenti di cui disponiamo. seit (per sit) 756 11. 4 (138 a. ecc. e finalmente a lis 583. a slis I2 583. Un contenuto può ricevere particolare rilievo attraverso qualche particolarismo linguistico.). eitur (per itur)I2 1529. si incrocia con una preoccupazione opposta. non importa se autentico o simbolico.).e L-: da stlitium CIL IX 2845. di fronte alle forme classiche me. cfr. Iperarcaismi Lo sforzo di normalizzazione che mira a mettere qualsiasi testo su un unico piano.C.C. I2 401. Al di fuori del paradigma propriamente detto. nolei (per noli) 2188.7.Giacomo Devoto . in CIL I2 366. 15 di fronte a in agro Turano 581. di GN.C. di STL. Su basi del tutto diverse ma sempre efficaci a fini arcaistici è il tipo suntod I2 366.a N.63 (123-122 a. Storia d’Italia Einaudi 109 . 583.Il linguaggio d’Italia (186 a.C. come estod (che è invece forma legittima) di fronte al classico esto. 8.). 54.). meilia (per milia) 638.C. la tendenza piú vistosa per sollecitare il sentimento dell’arcaismo.) che passa al classico Bellonae. che diventa poi il classico natus.

)« parentis» 1214. perché presuppongono una contaminazione fra AE e E. invece di mihi si ha mi I2 1216 B) Tra vocali diverse essa sussiste unicamente come segnale che giustifica uno iato: ahenam I2 581. che dal di fuori tendeva a guadagnare terreno sulla troppo debole H (§ 41). Sono questi i problemi delle consonanti deboli come H e quelli delle consonanti geminate. dal punto di vista dell’arcaismo. Oppure si annulla: cosí DEHABEO diventa debeo. problemi sillabici Altre questioni sembrano minori e quasi soltanto grafiche mentre preparano il terreno a sistemazioni e distinzioni che diventeranno rilevanti in età piú tarde. 71 audeire.9 veneire «venire». e il dittongo al posto di una I breve come in 583. E) Sotto influenza arcaizzante può essere introdotta anche da- Storia d’Italia Einaudi 110 . A) la H in posizione intervocalica omogenea può annullarsi: invece di nihil I2 1219 si ha nil 1212. All’interno del latino i casi che si erano verificati sono i seguenti. essa non ha esercitato nessuna azione. Forme piú spinte e. può avere perduto ogni efficacia: già al tempo della apofonia. e da un composto del tipo DIS-HABEO. 54 seine» «sine».). La consonante H in latino si era venuta a trovare in equilibrio instabile e in opposizione esterna con la F.C. invece di Horatia. «audire». sg. arbitrarie. 26 (186 a. infine 1739 seibi« sibi».C. sono quelle con AEI 633 Caeicilius «Caecilius» e 638 11 (132 a. 588.) conquaeisivei «conquisivi». 1547 (Q)ueinctius «Quinctius».Giacomo Devoto . 5. parenteis (gen. si è avuto col normale rotacismo e la normale apofonia.Il linguaggio d’Italia Seguono CIL I2 583. dirhibeo. 632 faxseis «faxis». C) Dopo consonante. 55. Aspirate. geminate. D) In posizione iniziale finisce per essere omessa con un anticipo di quello che sarà il normale sviluppo del latino volgare e romanzo: Oratia 1124.

).Giacomo Devoto . secondo Festo (293). Cottidie 593.. 18. La oscillazione fra litteras I2 588. 223 Sommer. Vedi anche sotto. cit.). 156. op. Tuttavia questa singolarità. 21 (81 a.C.C. L’esempio classico è quello di quattuor per es. si tratta di innovazioni analogiche. proposta da Ennio. p. RETETULERIT. in CIL I2 587. 222 Storia d’Italia Einaudi 111 . rimane bisillabico.C. è di tre sillabe223 . Sommer. § 67. Uno dei piú caratteristici è la vocalizzazione dei gruppi costituiti da consonante seguita da J: in tutte le lingue indeuropee il tipo MEDHYO-.C. Finalmente nei casi di rellatum 585. qualunque sia la sua sorte affettiva.). 35 (123/2 a.) piú che a una differenza di cronologia si spiega attraverso la incertezza con cui veniva pronunciata una parola di lontana origine mediterranea. accussasse 593. In latino no: la forma che ne deriva medius.C. Caussa I2 589. 120 mostrano geminazioni originarie abbandonate poi progressivamente in età successive.Il linguaggio d’Italia vanti a vocale iniziale senza giustificazione storica: 1222 havet. Essa ha una diversa portata a seconda trovi giustificazioni storiche oppure solo affettive. che corrisponde a un classico avet «saluta»221 . e leiteras I2 583. rettulerit 593.. La segnalazione delle consonanti geminate comincia alla fine del III secolo222 . 15 rispecchiano correttamente le formazioni originarie QUOTITEI-DIE. p. 30. cit.C.) e relliquiae 1297. di fronte al grado E delle altre lingue indeuropee.. op. op. La affermazione della romanità si manifesta anche attraverso fatti che rimangono privi di una convalida epigrafica. p. 194. che pur distingue il latino di Roma da 221 Sommer.) 593.80 (II a. Le geminazioni consonantiche cosí caratteristiche dell’italiano in età posteriore non hanno ancora occasione di manifestarsi. 10 (78 a. 58 (45 a. II 9 (71 a. cit. II 18. in cui la doppia può trovare una giustificazione indeuropea addirittura in connessione con il grado semiridotto delle radici in A.

224 Anche per questa parte è preziosa la raccolta di testi di Palmer. pp.. non è solo una differenza di ordine geografico: è anche una differenza di natura sociale. 346-357.C. ma travagliato e contrastato224 . L’esempio piú caratteristico è quello di CIL I2 582. Le iscrizioni danno una testimonianza che lo iato fra vocali non era gradito.Il linguaggio d’Italia tutte le altre lingue italiche.Giacomo Devoto . Che questo sia già volto al futuro è mostrato dalle manifestazioni analoghe che si hanno a Pompei (§ 80). pareat (125 a. cit. op.). Storia d’Italia Einaudi 112 . 10 pariat per. In queste forme appare in modo tangibile lo sforzo organizzativo verso la normalizzazione fonetica nei secoli IV-I: intenso.

8 (186 a.) Duelonai. in manubies 635 (135 a. p. cap. Ablativi con un -D analogico superstite sono sententiad 581.). 60 (123/2 a.) suei «sui» 583.) e Hinnad 608 (211 a.C. es.C.C.Giacomo Devoto . Storia d’Italia Einaudi 113 .C. Aquilliaes «Aquilliae» 1249.C. Suffissi e desinenze Nel campo della morfologia. Una forma contaminata fra quella primitiva e quella nuova ha per risultato la desinenza -AES. 397 Fortunai Poplicai e rispettivamente tabelai datai 581. Un locativo superstite è Romai 561.) e nuges 1861. Per quello che riguarda la II declinazione. la desinenza originaria -I del genitivo è chiara fin dai documenti piú antichi cosí per i temi in -O come per quelli in -IO: 453 Volcani 440 Aisclapi. quella contratta ma non ancora allineata nella forma definitiva -IS. -D come desinenza di ablativo sin225 Vedi Peruzzi. 8. il tratto saliente è dato dalla sostituzione della desinenza del genitivo singolare in -AS con quello formato analogicamente sul modello del genitivo della seconda in -I.C. Nel dativo-ablativo plurale abbiamo tre fasi: quella originaria in libertabus 1278. Di fronte a familias CIL I2 582. il procedimento di fissazione non è meno complesso.Il linguaggio d’Italia Capitolo dodicesimo Fissazione di strutture morfologiche sintattiche lessicali 56.). Dativi in -A paralleli a quelli maschili in -O sono Matuta 379 e Flaca 477225 .). quella analogica rispetto alla seconda declinazione ma ancora dittongata in soveis «suis» 364. Dativi singolari e nominativi plurali in -AI (non ancora in -AE) sono I2 34 Menervai. Per quello che riguarda la prima declinazione. sopra. 29.C. XI n. Brutali introduzioni di falsi arcaismi sono 632 cogendei dissolvendei (145 a. si hanno I2 443 Fortunai 581 2 (186 a. 12 (125 a.

22 (186 a. meritod CIL I2 33.) e cioè posivi di fronte a 1545 posuit. qui. es. 20 il normalizzato attingat.).C. eventualmente in forma arcaica o arcaizzante -IEI.C. le tre forme successive della desinenza -EI -E -I: Iunone. Nei pronomi la fissazione è travagliatissima.. Importante è la sistemazione delle desinenze di 3a persona plurale in -ERE e in -ERONT. Nel dativo compaiono nella stessa iscrizione 12 1430.). destinate a fondersi nel classico -ERUNT: 581. in 583.). sg. di fronte alle forme in -IVI che poi si affermano: tali i casi di petiei I2 15 e di quaesierit 583. coventionid 581. 687 (106 Storia d’Italia Einaudi 114 . 638.C. non ancora allineati con quelli femminili in -SOM si hanno in socium «sociorum» 581.-abl. Nell’abl.Giacomo Devoto . Nella terza declinazione si hanno i resti del gen. Genitivi plurali in -OM. plurale si ha una forma ancora dittongata castreis 614 (189 a. sovom 727 «suorum» (80 a. ma 581. 7 nominus «nominis».C..C. sei ques esent quei. 3 si ha censuere. tali le forme in -IVI destinate a essere sostituite da forme in -UI. Importante è solo la distinzione fra pronome interrogativo-indefinito e relativo in 581. Per quanto riguarda il verbo. 34 (123/2 a.C. distinzione che la lingua classica dissolve nell’unico plur.3 sg. 581.) rispetto a quella contratta rostris 583.Il linguaggio d’Italia golare superstite appare in Gnaivod I2 7. si hanno forme con e senza -D: per es. Nella formazione del perfetto ci sono tipi in -II. 62 di fronte a conquaesiverit 583. 730 regus «regis». la situazione a lungo caotica. ma sanctioni 583.) e una arbitrariamente arcaizzante suieis «suis» 2208. sg. Nel dat. in -OS -US invece dei normali in -ES -IS: 360 Diovos «Iovis».43 (123/2 a. 56 (123/2 a. 3 poseivei (132 a. Seispitei matri. 7. p.): ma la forma allineata é già documentata nel III secolo: duonoro «bonorum» I2 9. 1 consoluerunt. la normalizzazione appare attraverso la eliminazione dei temi di congiuntivo sganciati da quelli normali di presente: in 499 c’è ancora antigas.C. deicerent.

faciendam CIL I2 581.).C. Parigi 1949. 57. es. persistente come arcaismo giuridico. Storia d’Italia Einaudi 115 . Precoci sono le forme exdeicendum. è la formula iure dicendo ancora nel I secolo d. Quelques aspects de la formation du latin littéraire. dall’altra le grafie arcaizzanti EI per -I p. bene illustrate da J. si trascina a lungo la coesistenza fra le forme del tipo -UNDOe quelle del tipo in -ENDO nelle coniugazioni III e IV. Per quello che riguarda le forme nominali del verbo. solvei.).) in confronto del normale tribunal. 26 (45 a. parallelo o intersecantesi. 3. 71. mittei 584.C. perché attratto dalla normale desinenza delle forme neutre degli aggettivi in -alis / ale.C. particolarmente laboriosa è la fissazione dell’infinito medio-passivo. 27. 34 (45 a.). coesistenti reficiUndas sternEndas. Marouzeau226 che dà vita ad aggettivi verbali senza che si possa dire se la sua vocazione primitiva è quella della diatesi attiva o passiva: terribilis è «capace di atterrire» mentre adorabilis è «meritevole di essere adorato». Tali le sorti del suffisso -bilis.) coeravere. quale tribunale 593. 25 (186 a. Derivazione di parole Nella derivazione e nell’inquadramento delle parole si hanno numerosi processi di assestamento.C.C. 44 (117 a.) coiraverunt fecerunt. cosí faciUndum e claudEndam I2 1565.C. 37 sgg. Piú vistosi sono gli assestamenti fra suffissi di significato connesso. La fissazione linguistica non avviene cioè su una base di coerenza grammaticale. 593. avocarier abducier 583.Giacomo Devoto .Il linguaggio d’Italia a. Per quello che riguarda gerundio e gerundivo. pp.C. ma come attraverso singoli con226 Marouzeau. fecere rispetto a 675 (108 a. Da una parte si hanno i resti della desinenza -IER in figier gnoscier 581.

piú legato a forme nominali del verbo. anche costruito con l’articolo e cioè nettamente considerato come sostantivo. ma disponibili in occasione di ogni ritorno di mode arcaizzanti. sia di quelle derivate da radici o temi verbali. ormai irriconoscibile. Esuberanti sono le possibilità di derivazione di parole astratte sia di quelle derivate da aggettivi e in origine poco amate (astratti in senso stretto). come negli esempi plautini manum iniectio227 hanc tactio «il fatto di toccar questa». in confronto con cultio agri. II verbo latino. oppure tussis. e dette piú propriamente «nomi di azione». formalmente nominale ma sintatticamente verbale 227 Ronconi. per es. p. Questo è stato ben presto ampliato nella forma -tio(n). mercatura. era nelle lingue indeuropee segnalata dal suffisso -ti. a quello in -tio(n). del tutto nominale. es.Il linguaggio d’Italia gelamenti. in cui l’infinito. destinati a decadere presto. «l’amar la patria». con la sua natura fortemente nominale. I nomi in -tio conservano in un primo tempo ancora la possibilità di essere costruiti come verbi. Storia d’Italia Einaudi 116 . troppo presto per poterla correggere e uniformare. quelle dei nomi in -tura. come mostrano gli esempi di cultus regis «comportamento del re». La forma originaria dei nomi di azione. troppo tardi per guidare la loro applicazione. Con l’andar del tempo il valore nominale si accentua e un suffisso di derivazione come -tu si contrappone. Accanto a questi si fa strada un terzo procedimento. huc ventio «il fatto di venir qui». 153. scriptura. anche nella età imperiale. regge il complemento oggetto p. di largo uso anche preistorico. Antichi suffissi di astratto sono quelli in -tudo e in -ities.Giacomo Devoto . Firenze 1946. È un procedimento tuttora valido in italiano. gens. come in lat. Ma questo è possibile in italiano solo perché in partenza l’articolo determinava l’intero sintagma «l’amar-la-patria». textura. natio ratio.

in cui la elementarità sintattica agisce come fattore di forte espressività. Nelle formule plautine ire dixi. p. l’infinito accentua quella verbale. gli infiniti sono una specie di complemento oggetto perché equivalgono a «dichiarai il fatto di andare. op. di un soggetto all’accusativo me. dare promitto. 16. Storia d’Italia Einaudi 117 .Giacomo Devoto .Il linguaggio d’Italia perché agri è un «genitivo oggettivo». che nella età classica si riducono a deponenti esclusivi: tali amplecto. Infine. a Dueno non ne vengano conseguenze spiacevoli». La fase elementare appare attraverso l’allineamento asindetico: nella iscrizione di Dueno si legge «Dueno mi fece a fin di bene. e cioè le due proposizioni sono ancora su un piano di parallelismo. contemplo. Per quello che riguarda la elaborazione dei verbi deponenti. Queste formule nell’età classica avrebbero avuto bisogno. ma vengono a essere considerate come un grup228 Ronconi.. cit. laeto. che sostituisce un complemento oggetto. 58. sono le seguenti. pacisco228 . Le tappe successive. prometto un dono». di fronte al processo per il quale i nomi di azione accentuano la loro natura nominale. il processo appare in corso attraverso la rinuncia progressiva alle forme attive di certi verbi. All’altro estremo si legge presso Cesare veni vidi vici. l’acquisizione piú importante di questo periodo è data dalla organizzazione della ipotassi e cioè della distinzione fra proposizioni principali e dipendenti. La seconda tappa è rappresentata dai casi in cui si stabilisce un rapporto di correlazione. aio scire. davanti all’infinito. attraverso le quali il procedimento si afferma. affermo il fatto di sapere. Assestamenti sintattici Nel campo della sintassi.

Oppure Rudens 779 abi modo. presso Plauto Miles 1378 ne me moneatis. Reale infine è il segnale in Casina 421 quamquam hoc tibi aegre est. oppure Casina 510 iani victi vicimus «già vinti. nel caso citato sopra del dum. Il quinto caso si realizza infine. so il mio dovere». abbiamo vinto» equivalente a una struttura ipotattica «sebbene vinti. ma è destinato a diventare segnale sintattico ben piú importante. in cui la correlazione è rappresentata da quamquam contrapposto a tam. memini ego officium meum «non ricordatemelo. tam fac accures. p. che cessa di essere avverbio per diventare congiunzione temporale.Giacomo Devoto . attraverso un segnale di collegamento virtuale o reale. Virtuale e cioè equivalente a zero ad es. in quanto le forme nominali del verbo sono di livello indeuropeo: tali gli esempi plautini Cistellaria 123 quae hinc flens abiit «la quale se ne andò piangendo» in cui il participio presente sottintende una struttura ipotattica del tipo «mentre se ne andava piangeva». «anche se ti secca. cerca di fare per bene». e quello della dipendente diventa definitivamente congiunzione: tali le elaborazioni definitive dei passi della legge di Numa SI qui hominem liberum dolo sciens morti duit. secondo il tradizionale parallelismo fra tema di interrogativo e di dimostrativo. 4 SI intestato moritur cui suus Storia d’Italia Einaudi 118 . La quarta fase si realizza. quando la proposizione reggente abbandona il segnale di correlazione. La terza fase è quella della criptoipotassi inclusa nelle forme nominali del verbo. Il segnale di una certa quale opposizione o avversatività è dato dal pronome personale ego rispetto al sottinteso vos della prima parte. quando un elemento passa da una funzione di correlazione a un segnale di rapporto ipotattico. Da un punto di vista storico si tratta di una situazione antica. Oppure XII Tab. es.Il linguaggio d’Italia po a sé di fronte a tutte le altre. V. ego dum hoc curabo recte «va pure. ZERO paricidas esto. L’elemento dum vale qui come avverbio che limita la sua azione al verbo curabo. abbiamo vinto». intanto me ne occuperò per bene».

Nei Captivi di Plauto si legge a breve distanza: 359 sg. 59. che è stato denominato «consecutio temporum». A monte delle diverse congiunzioni subordinanti ci sono cioè sempre temi di dimostrativi o interrogativi. sono destinate a prendere sempre piú piede e finiranno per eliminare quelle di natura soltanto morfologica (§ 100). la fissazione della lingua letteraria latina si avvantaggia della possibilità di avere forme rinforzate dei normali segnali morfologici mediante procedimenti sintattici. Ma non si tratta di una conseguenza della elaborazione degli schemi ipotattici: il valore relativo dei tempi del verbo latino fa parte della sua struttura fondamentale da quando ha abbandonato il fondamento aspettuale. Praecipe quae ad patrem vis nuntiari. Storia d’Italia Einaudi 119 . che cosí si stabiliscono.Il linguaggio d’Italia heres nec escit. il periodo latino approfitta in pieno della possibilità di articolarsi in forme sempre piú complesse. ZERO adgnatus proximus familiam habeto. che era stato proprio della antichità indeuropea e si era conservato in greco. Lo diventa. Forte di questa strumentazione. se si pensa che le forme con ad. è diventata congiunzione condizionale subordinante vera e propria. numquid aliud vis patri nuntiari? La importanza delle due costruzioni parallele durante questo periodo non è rilevante. che trovano la naturale conclusione negli schemi ciceroniani. La particella SI. conduce a un sistema di legami temporali fra i verbi delle proposizioni principali e dipendenti. da elemento di correlazione. e al 40 sg.Giacomo Devoto . Ulteriori squilibri sintattici Accanto alla struttura del periodo. La complessità di rapporti. per il momento eccezionali.

ager non solo «pascolo» e «campo» ma anche «territorio». laetamen «letame» in quanto è «ciò che allieta (la terra)».. 111.Il linguaggio d’Italia 60. Un passo degli Adelphoe di Terenzio 987-990 contiene una formula. impedire «(ostacolare) il piede». op. in cui si afferma che qualcosa non avviene ex aequo et bono. Tuttavia le strutture formali irradianti dai nomi d’azione esistevano e a un certo momento. locuples «ricco (di terra)». Uno dei veicoli fu il processo di personificazione. Orazio (Odi 1. Il primo sta nella consacrazione di un certo numero di metafore prese al vocabolario dell’agricoltura: pecunia «danaro» da pecu «bestiame». frugi «buono (da frutti)». sed ex adsentando indulgendo et largendo «attraverso la equità e l’onestà.Giacomo Devoto . conforme alle esigenze di una società in via di trasformazione. cioè quello che per noi è rappresentato da astratti il latino indicava con aggettivi o gerundi229 . 24. Lucrezio (III 65) ricorda Turpis enim fere Comptentus et acris Egestas. Problemi lessicali Il carattere principale del vocabolario latino in questo periodo è il suo arricchimento. incorrupta Fides nudaque Veritas. p. che irradiò da ambienti religiosi: Pallor Pavor ebbero templi secondo Livio (I 27. 229 Marouzeau. in connessione con la elevazione del livello intellettuale della società si aprí la strada ad esse. delirare «delirare» e cioè «uscire dal solco». ma attraverso la condiscendenza la comprensione e la premura». cit. 6) pudor ac iustitiae soror. Storia d’Italia Einaudi 120 .7). Gli aspetti salienti sono essenzialmente due. rivalis «rivale» e cioè «confinante sul canale di irrigazione». egregius «scelto dal gregge». peccare «agire (difettosamente) col piede». basta allineare alcune formule di fronte al nostro «lo appresi nella giovinezza» si dice in latino adulescens didici. Per misurare quanto la tradizione latina fosse aliena dalle parole astratte rispetto alla nostra sensibilità.

del quale è ora che ci occupiamo.Il linguaggio d’Italia Ma la spinta decisiva in questa direzione dipese da un altro fattore. il grecismo Storia d’Italia Einaudi 121 . poderoso.Giacomo Devoto .

che è attestato nella iscrizione CIL I2 440. Il carattere fondamentale del grecismo di questo tempo è che agisce a tenaglia.. p. la rottura del trattato con Taranto (303). p. rappresenta l’inizio della ascesa romana come potere politico in Italia. e del regno di Pergamo (132) è la conseguenza diretta di una spinta non piú arginata. Il quadro culturale Attraverso lo scioglimento della lega latina. papae. console nel 223. nella forma Aisclapi (§ 56). La ripresa di un culto greco si inizia con quello di Esculapio (293). ecco che. la sottomissione di Taranto (272). la Sicilia provincia romana nel 241. Storia d’Italia Einaudi 122 . op.. pax. 128. Ma con la fine delle guerre sannitiche. l’entrata di una guarnigione romana a Turio (285). sia pure con il ritardo di qualche decennio si aprono le cateratte per la penetrazione di elementi linguistici greci. tutto quello che segue piú tardi.C. Le interiezioni. La ripresa di contatti col mondo greco tarda ancora alcuni decenni. 230 231 Marouzeau.C. attat pol231 . 131. dalle origini piú varie ma accomunati dalla lingua d’uso universale. euax. la sottomissione della Grecia nel 146 a. il 338 a. Marouzeau. cit. dopo la lunga interruzione.Il linguaggio d’Italia Capitolo tredicesimo Il grecismo 61. largamente diffuse già in età plautina sono la migliore testimonianza di questa pressione dal basso: heia. la greca230 . euge. eugepae. Cosí pure. dagli strati piú alti e insieme da quelli piú bassi. cit.Giacomo Devoto . dei secondi. le moltitudini di schiavi. Dei primi sono segni i soprannomi greci che prendono uomini come Sempronio Sophus console nel 304 o Furio Philus. Traité de stylistique.

drachuma dal gr «drakhm». thermae. Si hanno le forme symbolus. il greco amphoreús. cit. cithara. senza aspirata. Storia d’Italia Einaudi 123 . spatha dilagano. Antíokhos 12 12. syngraphus. schola. in questo secondo strato. la questione è regolata. «colpo». destinata poi a confondersi con la I. Philémon rispetto al gr. appare. symposium. symphonia. Handbuch. si afferma colaphus con la aspirata. papyrus.Su questa scia si affermano oriza «riso». zephyrus «vento occidentale». triumphus e cosí phaselus. zona «cintura». sopravvive nascosto nel latino volgare e riappare nell’it. Da un antico grecismo senza aspirata *ampora era stato tratto il diminutivo ampolla. scapha. mentre in tempi posteriori si ha la trapezita. e cosí mina da «mnâ». 199 sgg. con la aspirazione. nel lat. con esagerazione ingiustificata. La sensibilità per la aspirazione penetra in parole anche non greche: si fissa stabilmente nel caso di pulcher232 . Qualche testimonianza epigrafica senza aspirazione si ¯ CIL I2 681. p. Ma la aspirazione diventa la regola: si ha al posto di «triumpe». accanto a Achaia CIL I2 626 si ha ancora Corinto. Solo certi gruppi di consonanti sono risolti attraverso una vocale anaptittica. Antioco continua: pilemo dal gr.. Il tipo colapus. 232 Sommer. Ma. es. talvolta aperta sino a O come in ancora (dal gr. si introduce la Y. Alcumena da «Alkmén¯ e». ánkyra). techina dal gr. athleta. A un primo livello il banchiere era il tarpessita di fronte al greco «trapezít¯ es». come era stato nel caso di purpura (dal gr. Dalla metà del II secolo. pp. amphora. aether. ma. myrtus. porphýra). «tékhn¯ e». Al posto della U come specchio del greco Y. L’adattamento fonetico L’adattamento delle parole greche tende a essere piú fedele. nel latino classico.Giacomo Devoto . nel caso di lachrymis I2 1222 o sepulchrum 1225 (§ 42). appare occasionalmente.Il linguaggio d’Italia 62. Finalmente anche il suono z è accettato dopo l’adattamento precedente in s o ss.

Il linguaggio d’Italia 63. moechisso. da cui. e di un tipo greco kratr fa un tema della prima declinazione latina cratera. il contrasto maggiore si è realizzato per quanto riguarda la composizione nominale. mediante un suffisso greco. si possono avere esempi di parole greche che mantengono legami con la declinazione greca originaria. Dal punto di vista delle desinenze. La morfologia Nel campo della morfologia. proprio sottolineando con questo la sua esoticità. Nell’adattamento alle declinazioni. In greco. perché non esiste il modello di verbo greco ma solo il sostantivo moikhós (lat. presenta la composizione nominale anche sotto forme scherzose. craterra «coppa». Sul piano morfologico. e questa appariva ai Romani come qualcosa di francamente straniero. in badisso.Giacomo Devoto . ma in Italia e nel latino arcaico era stata fortemente danneggiata dalle raffiche di accento intensivo (§ 40) che avevano tolto la possibilità di riconoscere gli elementi costitutivi della parola: in hospes nessuno era in grado di riconoscere piú i due elementi costituitivi HOSTI e POTI. le conseguenze del grecismo sono meno vistose. cyatisso e. Plauto. il livello inferiore agisce piú energicamente. 148. viene precocemente accolto il suffisso greco -izo. Nei processi di derivazione di parola. in un primo tempo latinizzato in -isso: per es. accanto ai modelli che gli derivavano dalla commedia greca. particolarmente importante. del Persa plautino sono significativi: «vani loquidorus. inquadrato nella stessa declinazione della greca. virginesvendonides= =nugiepiloquides. per es. argen- Storia d’Italia Einaudi 124 . moechus «adultero»). I versi 702 sgg. è stato derivato il verbo latino. Questa era presente e vitale nel mondo indeuropeo. i composti avevano conservato invece la loro vitalità intatta. la forma di accusativo aera presso Ennio Ann. Nello strato sociale superiore si mantiene piú fedele e dà vita a un lat. crater. tipico dei verbi denominativi.

che non sono divenuti «*ponfex». ecco che il problema delle forme nominali del verbo. e carnufex.Giacomo Devoto . dal punto di vista della loro varietà. aveva fornito uno strumento che permetteva di mantenere distinti e insieme collegati i due elementi costitutivi di una parola composta: di fronte a sacerdos difficilmente analizzabile. Non appena la esoticità del procedimento fu superata. altisonus. e cosí agricola. ignifer. pedisequa già plautini. La sintassi Sul piano sintattico. ecco che Ennio mostra esempi di partici- Storia d’Italia Einaudi 125 . dal punto di vista del meccanismo interno. levipes. avevano svalutato anche le forme sopravvissute. aurifer. cosí primigenius rispetto a «princeps». caelipotens e i composti tipici dei frammenti poetici di Cicerone altitonans. pontifex municeps. horrificus. Tuttavia. e in particolare dei participi. cosí iuridicus rispetto a «iudex». Ora. la E).Il linguaggio d’Italia tumextenebronides= =tedigniloquides. Anche la apofonia vocalica (§ 47) aveva contribuito a rendere la composizione nominale difficile: tuttavia. una forma ridotta di subordinazione. sacrilegus era analizzabile. La satira non colpisce solo il passo e il personaggio ma l’intiero procedimento morfologico della composizione. I participi. furcifer. non ci sono da principio fatti paragonabili per importanza. connessa alla loro natura intermedia fra verbo e nome. 64. e cosí via. in sillaba chiusa. sulla base di modelli greci. si ripresenta. ecco che il latino poté sviluppare le sue possibilità interne e fornire tipi come angiportus. «*munceps». sostituendo alla caduta delle vocali interne la I (e. e il conseguente dilagare della paratassi asindetica. che non è divenuto «*agercola». avevano permesso nelle origini. numquameripides». di tradizione indeuropea. nugides. L’impoverimento delle forme nominali del verbo. palponides= =quodsemelarripides.

Al di là delle singole parole.Il linguaggio d’Italia pi con piena capacità di sostituire proposizioni subordinate p. «ratio». ma non soppianta caelum. pp. addirittura di humanus. VII 218 «Sophiam sapientia quae perhibetur». nos Sapientiam». dant operam simul auspicio augurioque». Ann. oppure Ann. 81 sgg. Ann. 65. «aitía». «philánthropos». Ci sono i casi in cui la parola greca non trionfa. Cosí causa per gr. per es. che non pone problemi lessicali e nemmeno morfologici: versutus non è parola composta. Si pone a questo punto il problema dei calchi. Calchi formali. Livio Andronico traduce nel primo verso dell’Odissea il greco polýtropos con «versutus». fra gli uomini di lettere il problema si presenta in forma complessa. phýsis e lat.Giacomo Devoto . «natura». cit. Il problema nasce all’ombra di un certo ritegno. che superano elegante233 Palmer. op. tra il gr. Storia d’Italia Einaudi 126 . o anche.: «curantes magna cum cura. 299 «Sophiam vocant me Grai. Come calco di significato. che si impongono isolatamente come fatti di forza bruta. come equivalente del gr.: «Haud doctis dictis certantes nec maledictis-Miscent inter sese inimicitias agitantes». È una traduzione ineccepibile. es. lógos e lat. o quando Afranio v.. soprattutto nelle classi inferiori. assistiamo allo stabilirsi per convenzione di una equivalenza fra il greco téchn¯ e e il latino «ars». tum cupientes-Regni. Il vocabolario Naturalmente è il lessico che fa la parte del leone nell’imprimere al linguaggio d’Italia nei secoli III-I una svolta233 (§ 43). quando Ennio affianca alla parola greca la traduzione. locus per «tópos». ma si tiene in riserva per sottolineare una certa solennità: aether si impone. sia di significato sia anche di forma. 270 sg. fra il gr. 77 sg.

sesamum. Esempi di vegetali sono malum (anche melum). thálassa «mare») cumatilis (da «kˆ yma» «onda»). statera «peso». papyrus. pausa (dei rematori). thalassicus (da gr. tus. poi le monete nummus mina talentum obolus. allineo qui termini attinenti al mare: phaselus lembus scapha prora anquina nauta proreta pirata. viceversa. infine i nomi dei venti: aura. nei dialoghi. Sono ammessi piú nella lingua famigliare. campsare «doppiare». poena «multa». poiót¯ es da «poîos». pontus pelagus oceanus isthmus petra antrum spelunca. A titolo di saggio. charta. mulierositas per «philogýneia». nausea «mal di mare». arrabo «pegno». Nelle opere filosofiche. Storia d’Italia Einaudi 127 . sinapis. sono convenientia per «homología». sono accolti piú facilmente in poesia che in prosa. eurus. piú nella poesia comica che nella tragica o epica. dica «assegnazione».Il linguaggio d’Italia mente anche la difficoltà della composizione. providentia per «prónoia» infine qualitas tratto da «qualis». oriza. notus. Neanche nei momenti di maggior successo i grecismi si trovano però in condizione di vera parità. All’interno delle opere letterarie. castanea. il grecismo può imporsi come necessità tecnica. Dal commercio: emporia danista symbolus «carta di identità». platanus. syngraphus «biglietto». negli epistolari che nelle opere letterarie e documenti ufficiali. malacia «bonaccia». exantlare. zephyrus. cerasus. come gr. recipienti come cupa cista saccus canistrum.Giacomo Devoto . aequilibritas per «isonomía»: medietas per «mesótes». Non è possibile fare liste eccessive di unità lessicali di origine greca. boreas.

pp. alla fine del IV secolo. sottoposto a restrizioni nella sua libertà. come provano i fatti di apofonia (§ 47). nell’ambito delle TRE ultime sillabe. prende l’accento su di sé. Monaco di Baviera 1918.Giacomo Devoto .Il linguaggio d’Italia Capitolo quattordicesimo L’accento 66. Se questa è lunga. da questo vuoto di potere. piú indietro della terzultima sillaba. l’accento cittadino aveva cercato di difendere la sua natura originaria. Lateinische Grammatik. Sua sede In tutto il periodo precedente. e condizionato negativamente. Nasce cosí. 234 Stolz-Leumann. il passaggio dalla libertà primitiva alla fissazione sulla prima sillaba. mentre se è breve. ha fatto credere a una analogia col greco e alla applicazione di una cosiddetta «legge delle tre sillabe»234 . Ma neanche questa accettazione condusse a un assetto definitivo e. che impone dall’esterno una regolamentazione «attiva» sulla penultima. esaurito il periodo della azione apofonica. Il fatto che non si trovi mai. Storia d’Italia Einaudi 128 . dopo la fine della monarchia. In greco si tratta dell’accento indeuropeo. ma aveva dovuto subire due cose: le folate di una intensità esterna. l’accento (rimasto poi stabile nelle parole sopravvissute al passaggio dal latino all’italiano). La analogia non esiste. 181 sgg. lo respinge sulla sillaba precedente. che dipende dalla quantità della penultima sillaba. il latino si trovava privo contemporaneamente e della consapevolezza dell’accento storico e di una solida sostituzione automatica come quella dell’accento iniziale generalizzato. In latino si tratta della applicazione di una disciplina nuova. che aveva introdotto alcune drastiche sincopi (§ 40) e.

ma solo che la parola ha delle frontiere chiaramente percepite. 1930. Al fine di insistere su una interpretazione della natura dell’accento latino. Berlino 1928. nette. La prima sta nella brusca vocalizzazione della sonante del tipo MEDHYO-. sono stati fatti studi per provare che nella prosodia si sarebbe verificata una certa tendenza a far coincidere la sede del tempo forte del verso con la sede dell’accento di parola. è provato dal fatto che il ritmo si libera di tutti questi freni. e che la finale non si presta a essere il centro ritmico di un piede. come ai tempi di Orazio. 235 236 Iktus und Akzent im lateinischen Sprechvers. pp.Il linguaggio d’Italia OPPURE sulla terzultima sillaba. 157-188. La ampia recensione del suo antico compagno di studî Giorgio Pasquali236 ha ristretto di molto la portata di queste coincidenze. ha dedicato al problema tutto un libro235 . 67. Il latino riceve un accento nuovo. non già in corrispondenza di un indebolimento dell’accento ma viceversa quando. «Rivista di Filologia classica». Questo significa non già che il tempo forte coincida automaticamente con la sillaba accentata. Un illustre filologo tedesco. Storia d’Italia Einaudi 129 . all’atto di passare dalla fase preistorica a quella storica. in armonia con gli indizi precedenti di una sua natura intensiva. si indebolisce ulteriormente. 58. Scarsa capacità accentratrice Si hanno a questo punto le prove che non solo la sua attività accentratrice è scarsa ma che questa. Edoardo Fraenkel. Che i due movimenti siano del tutto indipendenti. l’accento latino si avvicina al periodo in cui manifesterà sempre piú chiaramente la tendenza a intensificarsi e ad accentrare la sua azione sul resto della parola.Giacomo Devoto . e ha fatto notare che il tempo forte del verso rifugge piú che altro dal coincidere con la sillaba finale delle parole. Le prove sono due.

Abbreviamento giambico La sistemazione della eredità precedente non si esaurisce nella accettazione di un accento nuovo. POKLO. meccanico.Il linguaggio d’Italia che in tutte le lingue indeuropee è bisillabico. lascia il dubbio. come si è visto al § 55. Ma. Il diverso trattamento. «spalla». «specchio».Giacomo Devoto . piú delicati e sensibili. Specchio sia stata quella non già di un volgarismo relativamente recente come quello biasimato da Probo (§ 87). Rimane dubbio se questa fase ha colpito l’intero spessore del sistema linguistico. e in spec(u)lum che viene dissimilato nell’it. ma sia l’arcaismo SPEKLOche gli strati inferiori della popolazione hanno rifiutato di sottomettere alla anaptissi suggerita dall’alto. 68.diventa poculum «bicchiere». in latino. che la ascendenza dell’it. Il secondo esempio è dato dalla vocale anaptittica. Il processo di decentramento è stato dunque una «fase» nello svolgimento delle strutture del latino. che viene a dividere i gruppi di consonante+L: STABLO«stalla» diventa stabulum. Cosí avviene in tutte le serie costituite da consonante seguite da J: capio venio «prendo» «vengo» sono parole trisillabiche. che si constata nella sorte di spat(u)la assimilata nell’it. La sistemazione doveva consistere nel tradurre in termini ritmici quello che era stato l’equilibrio determinato dalla Storia d’Italia Einaudi 130 . trisillabico. oppure solo i suoi strati superiori. una fase che corrisponde alla sua età classica. TABLA diventa tabula «tavola». medius è invece. e questo non può essere accaduto se non attraverso il rilassamento della capacità accentratrice dell’accento di parola. Non appena si manifesterà l’accento di intensità (§ 87) si verificherà un movimento opposto: una delle prime conseguenze sarà l’accentramento della parola sotto l’accento e il conseguente indebolimento e caduta della vocale atona interna.

continuasse ad avere la I al posto della vocale tematica O. Questa prevalenza non può essere tollerata dal sistema. perché cosí era stato imposto dalla regola della apofonia (§ 47): la quale non ammette nella sillaba posteriore alla iniziale se non la vocale I in sillaba aperta e E in sillaba chiusa. ben¯ e diventa «ben˘ e». una serie trocaica spondaica o pirrichia non urta contro la tradizione risultante dalla apofonia. per il quale. Ebbene. era rimasto. Se si considera accettabile la eventualità che in un composto nominale la vocale tematica NON dovesse essere di maggior sonorità della vocale iniziale. Nel campo della formazione delle parole. ab¯ ı diventa «ab˘ ı». di chiarissima analisi. pirrichia oppure giambica –. anche dopo la cessazione della attività apofonica. dato uno schema di parola composta oppure di formula costituita da quattro sillabe. un modello di formazione delle parole. In termini ritmici. Solo con l’avvento dei grecismi è superata questa prevenzione contro la vocale interna. Nel caso della serie giambica invece il secondo elemento. per il fatto di essere lungo. Analogamente l’abbreviamento si è verificato là dove si hanno formule che costituiscono un’unità ritmica come Storia d’Italia Einaudi 131 . prevale sul primo. non si dovrà rimanere sorpresi se qualche cosa di parallelo si verifica ora anche dal punto di vista delle serie ritmiche. si continuava a trovare normale che il composto agri-cola. mod¯ o diventa «mod˘ o» . con particolare attenzione per quella posta in seconda posizione. perché in nessuno dei tre casi la seconda sillaba ha rilevanza ritmica superiore a quella della prima. e cosí interviene quella che é stata detta la legge dell’abbreviamento delle serie giambiche: mal¯ e diventa «mal¯ e».Il linguaggio d’Italia applicazione della apofonia e delle sue conseguenze indirette.Giacomo Devoto . anche in età classica. ecco che la prima coppia può ammettere quattro casi diversi: di essere cioè trocaica – spondaica – –.

l’abbreviamento rimane una possibilità a disposizione dei poeti come v˘ ol˘ uptates. 238 Sommer. De Groot. nell’Orator 48. possibilità di cui Plauto ancora si vale. e.Il linguaggio d’Italia in male dicere. anche la prosa può essere influenzata da modelli o ideali ritmici. Cicerone De oratore III 196 afferma che la minima irregolarità quantitativa suscita la reazione degli ascoltatori. La successione di sillabe lunghe e brevi dà vita al ritmo del verso. La regola dell’abbreviamento giambico è stata usata come prova in favore della prevalenza di intensità propria dell’accento che la avrebbe determinata238 . cit. la sensibilità quantitativa è assai affinata. a maggior ragione si sarebbe manifestata in favore della trasformazione di una serie spondaica in trocaica: il che non avviene. Ma. che non falla nel riconoscere le distinzioni di quantità. 239 Cfr. Handbuch.. Palmer. p. Schemi ritmici in prosa Al di fuori di queste deviazioni ben delimitate. se fosse dipeso dalla natura dell’accento. Anche all’interno di parola. senza che intervengano analisi morfologiche. 69. bene facere. indipendentemente dal fatto che un verso di Ennio può venire trasportato in un contesto di prosa storica. e che poi sono invece lasciate progressivamente cadere (§ 83). Heidelberg 1968. 93. Teoricamente la prosa non deve stabilire legami col ritmo. è verosimile che la 237 Vedi la mia Geschichte der Sprache Roms. p. invita a fidarsi tranquillamente dell’istinto uditivo. Storia d’Italia Einaudi 132 . 213.. 159. Handbook of Antique Prose Rhythm. cito venire237 . È da obiettare che. cit. per quanto riguarda il latino di questo tempo. p. che pertanto è in perfetta armonia con la capacità dell’ascoltatore a percepirlo239 . i˘ uv˘ entute. op. 104.Giacomo Devoto . Groninga 1919.

I passi fondamentali sono tre. 18. R. 525.. cit.. Che la voce. il cretico piú spondeo – ∪ – – – e altre ancora. La voce come materia dell’accento ha tre dimensioni. cit. le testimonianze dirette degli antichi. cit. 143 e cfr. per quanto riguarda la natura dell’accento.. pp. Cicerone ama il ditrocheo – ∪ – ∪ . la natura che può essere volta al basso oppure all’alto. 70. mentre dicere aidetur con l’indicativo è preferito a «dicere videatur» col congiuntivo240 . il dicretico – ∪ – – ∪ –. 211. la altezza o musicalità. p. la sede che è la sillaba. quando li considera «slavish imitators of Greeks»241 . pp. Gli schemi preferiti possono essere vari. op. con cui si esprime ad esempio L. 130 sgg. Palmer. in 240 Vedi la mia Geschichte. IV. nell’accento si deve distinguere la materia che è la voce. che può essere anche enfasi. La penetrazione dei fattori ritmici nella prosa si concentra nelle parti finali delle proposizioni o clausole. Esse devono essere prese in considerazione con spirito critico sí. la chiara esposizione del Palmer. Storia d’Italia Einaudi 133 . p.Giacomo Devoto .Il linguaggio d’Italia moda sia irradiata dalla Grecia. ma NON con la sistematica diffidenza. la lunghezza (o quantità). 242 De accentibus. Se tutte le sillabe sono pronunciate a pari altezza. Secondo Varrone. il doppio spondeo – – – –. non c’è nessuna «prosodia». 241 Palmer. Il peso degli schemi ritmici è tale che possono imporre il congiuntivo al posto dell’indicativo o viceversa: per esempio esse videatur col congiuntivo è preferito a «esse videtur» con l’indicativo. aspirazione o intensità. Il primo è di Varrone ed è arrivato a noi attraverso Servio242 . op. Natura dell’accento Sono infine da considerare. infine lo spessore.

non c’è dubbio. quando si interroga (e si ha un tono piú alto nella seconda sillaba) e quando invece si chiama (allora il tono piú elevato è sulla prima sillaba). 11 con bibliografia. Egli afferma (Orator 18.58) che la natura. 243 244 Storia d’Italia Einaudi 134 . è cosa mirabile. quasi per modulare il parlare degli uomini. era presso i Romani lo stesso che per i Greci e quindi quello di questi ultimi doveva passare inavvertito. L’enfasi dell’oratoria di stile asiatico risultava spiacevole all’orecchio romano perché. La terza prova è di Cicerone.5’7) che la natura della voce con le sue tre modulazioni «inflessa» acuta e grave. 245 Orator. infine che la natura ha collocato nel nostro orecchio la possibilità di distinguere voci acute e voci gravi. 8. come dice ancora una volta Cicerone245 . 246 Pisani. Nonostante la dottrina e le serietà delle argomentazioni in favore della intensità dell’accento nel latino dell’età classica quali sono state svolte da V. 26. Esso è riferito da Gellio243 e considera soltanto la differenza musicale che passa tra la pronuncia del nome Valeri. p. ha posto in ogni parola una «voce acuta». A queste testimonianze positive va aggiunta una argomentazione di ordine negativo. dava l’impressione di un canto (fuori posto). Grammatica latina. Il secondo passo è di Nigidio Figulo. 1930. nell’Orator (17.. Notti attiche. L. Pisani246 o R.1.Giacomo Devoto . dovuta a G. Torino 1962. 3 ed.27. Pasquali244 . 58. evidentemente perché il «canto». contemporaneo di Varrone. XIII. «Rivista di Filologia classica». Ma nessun romano ha mai avuto l’occasione di criticare il «canto» di quelli che parlavano il greco normale. 185. p.Il linguaggio d’Italia quanto materia di accento. conosca l’altezza musicale. inscindibile dalle lingue ad accento musicale.

Il linguaggio d’Italia Palmer247 .Giacomo Devoto . 64.. p. Traité de stylistique. op. 247 248 Palmer. è perciò raccomandabile la tesi opposta della musicalità dell’accento latino. cit. Storia d’Italia Einaudi 135 . quale è stata esposta ad esempio da J. pp. Marouzeau248 . ma della sostanziale continuità della tradizione dell’accento indeuropeo.. non solo. cit. 211 sgg.

non abbandonati a occasionale eclettismo. ancora nel I secolo a. mantengono le loro posizioni. ma legati a una ricerca di sensibilità gentilezza e ritegno.Giacomo Devoto . favoriva l’afflusso di unità culturali e di utenti di lingua stranieri. legata al formalismo e all’immobilismo insito nelle formulazioni giuridiche arcaismi. L’arcaismo come gusto letterario e come realizzazione linguistica viene respinto in genere nel mondo letterario. Terenzio addirittura africano. Livio Andronico da Taranto. Nella tradizione epigrafica.. In questa unità confluiscono dalle regioni piú diverse. L’unità culturale si può considerare raggiunta con Ennio e Plauto e cioè alla metà del III secolo a. oltre Plauto umbro e Ennio salentino. Il rusticismo viene respinto. Essa si svolge attraverso criteri concretî. recitano una parte. esercitava un’attrazione sempre piú lontano.C. La buona consuetudine La fissazione linguistica non è soltanto un fatto di epurazione da incrostazioni rustiche né di semplice assestamento interno. deplora a piú riprese la «sermonis Storia d’Italia Einaudi 136 . Lucrezio. Nevio campano. Ma la urbanità non nasce soltanto da una operazione negativa. Solo la fissazione di un’unità culturale superiore condiziona consente o promuove la ricerca di una base linguistica unitaria. Per il fatto che Roma guadagnava prestigio.C.Il linguaggio d’Italia Capitolo quindicesimo L’età classica 71. Le nozioni e i gusti che ne derivano sono in diretta relazione con le esigenze contrastanti che si fanno sentire. Il fabbisogno lessicale è immenso. Questi avevano contemporaneamente la aspirazione a una unità superiore e portavano insieme elementi e gusti divergenti e nuovi. autentici o anche falsi.

Le dottrine grammaticali Accanto a questi indirizzi. non diversamente che per il grecismo. la povertà dell’idioma patrio. La definizione di questa prudenza. se non la necessità. ha dato vita alla dottrina della «anomalia». perché in questi casi non si tratta di ricerca voluta. comincia a poco a poco a farsi sentire il desiderio. ha dato vita al concetto di «analogia». 258. La impostazione di una dottrina grammaticale. era stato definito come creatività o enérgeia della lingua. 250 Storia d’Italia Einaudi 137 . 74. presso Platone. attuata prima che elaborata razionalmente. piú che altro istintivi. almeno per quanto riguarda la lingua letteraria. I due principî insiti in qualsia249 De rerum natura. Diversa è la situazione negli strati sociali inferiori o nel parlare famigliare delle persone colte. non cade in facilità incontrollate. 251 Varrone. Quello che presso Platone era la ipotesi di una lingua come nómos «legge» o «convenzione». De lingua latina. 832. la ricerca dei neologismi è sempre vagliata e selezionata. e fu fatta conoscere a Roma da Cratete di Mallo.Giacomo Devoto . la anomalia fu elaborata nella scuola di Pergamo. arrivato prima della metà del II secolo a. appariva presso i Greci come potenzialmente duplice. Brutus. di una dottrina quale i modelli greci offrivano.Il linguaggio d’Italia patrii egestas»249 . si identifica in quella che Cicerone ha chiamato la «bona consuetudo». I 139. Dell’una e dell’altra si mostra bene informato Varrone251 . fino ai tempi di Platone. libri 8-10. Ma. 72. Quello che. ma di elementi stranieri. III 260. Come dottrina grammaticale la analogia si sviluppò soprattutto ad Alessandria di Egitto. la buona consuetudine250 . nella scuola di Aristarco.C. che si offrono o si impongono per forza propria.

con una U sola252 . la «lenitas vocis». è agli occhi di Cicerone. in quanto si rifiutava a un confronto con tutti gli altri participî. Vale la pena di illustrarne due. per indicare il «fiume». raggiunta dopo un travaglio cosí complesso. Il primo problema riguarda la pesantezza dell’accento che viene suggerito da un passo di Cicerone nel Brutus (259). Analogamente la parola mortuus.. 12. la mia Geschichte. Le anomalie La fissazione della lingua letteraria. Secondo il Marouzeau253 questa pesantezza. Grande seguace della analogia fu in Roma Cesare: il quale ad esempio preferiva. la «suavitas». 73. cit. p. doveva portare a una posizione di resistenza o addirittura di rifiuto di fronte a nuove tentazioni centrifughe che potessero sopraggiungere. p.Giacomo Devoto . che non avevano forme «analoghe» cui confrontarsi. gli pareva accettabile solo come aggettivo. Storia d’Italia Einaudi 138 . questa pienezza di suono dovrebbe essere spiegata con l’abbondanza dei dittonghi.Il linguaggio d’Italia si sistema linguistico. che si inseriva in una lunga serie di altri termini uscenti in -men.. cit. richiamanti qualcosa di agreste o rustico. con la sua parte finale caratterizzata dai due U. Ma 252 253 Cfr. piuttosto che i sinonimi fluvius oppure amnis. opposta alla compostezza normale dell’età ciceroniana. Aveva difficoltà a usarla come participio. un termine come «flumen». sono validi anche per la linguistica moderna. anche senza il rinforzo di una motivazione dottrinale come quella analogica. 135. la levità o «subtilitas». propria del parlare arcaico. relativo a pronunce risonanti. Il carattere opposto che merita lode. come appare nel De Oratore III 42 sgg. che uscivano in -tus. che ne deve accettare la co-esistenza. Marouzeau. Traité de stylistique.

Prima che al rigore dei significati e alla opportunità di sottili distinzioni semantiche. propria delle aree umbra sabina etrusca. le parole che appaiono piú o meno sinonimiche sono sottoposte a un vaglio sociale. Proprio perché in ambienti chiusi la aspirazione agiva per esempio in Etruria. oppure fino a tutta l’età ciceroniana. La selezione lessicale La barriera repressiva non si arresta di fronte ai problemi del vocabolario. in seguito alla diffusione del latino per tutta Italia e alla sua sovrapposizione a strati linguistici. 74. come è stato visto sopra. che Cicerone ammette solo in alcuni esempi di eccezione: tali pulcher triumphus Cethegus. Questa pesantezza. Ma le forme aspirate. rispecchiano particolarità arcaiche o regionali di alto livello. proprio delle aree periferiche e rustiche. Storia d’Italia Einaudi 139 . Questa pesantezza ed eccessiva risonanza si spiega invece molto bene se viene connessa con la pesantezza dell’accento di intensità. 190. Un esempio famoso è stato additato da Eduard Norden254 a proposito della serie quadruplice di sinonimi attinenti alla nozione di «congiurare». perché. piuttosto che rusticismo. viene poi condannata la aspirazione. 254 Antike Kunstprosa. sopra).. è destinata a imporsi a partire dagli inizi dell’età imperiale. che pronunciava cHommoda per «commoda» e hinsidias per «insidias». Lo svuotamento della aspirazione come relitto di strati di lingua anteriori è definitivo (v. rispetto alla cinta urbana di Roma.Giacomo Devoto . 3 ed. Lipsia 1915-1918. la rusticità ha sempre coinciso con la precoce fusione e cioè l’eliminazione dei dittonghi. caratterizzati ormai in gran parte dall’accento di intensità (§ 80).Il linguaggio d’Italia questo è impossibile. Oltre la pesantezza. p. ecco che si spiegano civetterie come quella che Catullo nel carme 84 rimprovera a tale Arrio.

In questo ritegno Cesare e Cicerone. tra i sinonimi perfugere e trasfugere per «disertare». che. mai presso Cesare. di queste quattro unità lessicali soltanto la prima. compromittere. quale appariva necessario ad esempio. è stata ritenuta meritevole di essere continuata nell’uso dell’età classica. hanno potuto dare stabilità e armonia alle strutture del latino nel senso dello spazio come in quello del tempo. analogamente ci appare immotivata la preferenza data a externus rispetto a extraneus nel significato di «straniero». Una esigenza soggettiva classistica. si trovano accomunati. cosí diversi per temperamento e sensibilità. volta all’arricchimento. se sono penetrate in tutto lo spessore (sociale) del sistema. Contro l’arricchimento del vocabolario. non siamo in grado di rispondere alla domanda. La tradizione nascosta Le preoccupazioni selettive. anzi. In un interessante lavoro Storia d’Italia Einaudi 140 . La preferenza di Cesare. e per ciò stesso impoverente. conspondere.Giacomo Devoto .Il linguaggio d’Italia contenuti nel testo del «Senatoconsulto dei Baccanali» (CIL I2 581): coniurare. A una indagine piú approfondita si ha la prova che. Ebbene. ha la meglio sulla esigenza funzionale. absumere «dissipare» si trova presso Cicerone. convovere. coniurare. questa penetrazione non è avvenuta. appoggiate a una dottrina coerente e a una analoga sensibilità. È un tratto del linguaggio d’Italia che si farà sentire per tutta la sua storia fino si può dire ai giorni nostri. 75. ecco che la «censura sociale» introduce un fattore che è sí di selezione ma anche di povertà. non per ragioni tecniche ma per il livello sociale superiore che le veniva riconosciuto. sceglie il primo e mai il secondo (come fa Cicerone). selettiva. a Lucrezio. rimane ai nostri occhi priva di motivazione. A prima vista.

Ronconi. poi sembrano essere stati dimenticati. 7-35. invece di «castra -orum «accampamento» si trova presso Accio in età repubblicana e poi solo nella Bibbia. 256 Blatt. Marx255 . ma poi ricompare piú tardi negli Acta Andreae et Matthiae256 del secolo VI d. nella seconda metà dell’età imperiale. Esempio diverso di una vita per cosí dire sotter255 Marx. 190 sgg. mentre in Francia e nel resto d’Italia gli si sovrappone PAR(ABO)LARE. uno studioso tedesco. 1909. minaciae si trova presso Plauto e presso Arnobio. per riapparire in aree periferiche come la Spagna e il Friuli. 257 Ed. che presuppone il passaggio alla sintassi romanza.Giacomo Devoto . non è una novità del latino volgare: si trova nel latino di Plauto e in un testo anonimo. Fabulantur invece di «loquuntur» si trova presso il commediografo Titinio ai primi del II sec. Pascucci. poi scompare. priva del costrutto dell’accusativo con l’infinito. ha richiamato l’attenzione su elementi linguistici che si trovano documentati nell’età arcaica. it. e è poi alla base del latino volgare in Spagna. Una parola come canutus «canuto» è parola plautina che scompare per tutta la età classica. Storia d’Italia Einaudi 141 . appare presso Nevio e Pacuvio in età repubblicana. La declinazione di arva -ae invece di «arvum -i». pp. pp.C. 356. 1957. dove sopravvive nelle forme fonetiche moderne di sp. e poi soltanto presso Venanzio Fortunato e nella Bibbia (Itala). cosí castra -ae. 9. Firenze 1965. «Maia». «parlare». 23. Giessen e Copenaghen 1930.C. pp. il «Bellum hispaniense» attribuito a Cesare257 . Beziehungen des Altlateins zum Spätlatein. Quaero nel senso di «voglio» si trova presso Terenzio nel II sec a. pp. 207. a. non nell’età classica. «Neue Jahrbieher»..C. Die lateinischen Bearbeitungen der Acta Andreae et Matthiae apud anthropophagos. La costruzione con quod (§ 85).Il linguaggio d’Italia dei primi anni del secolo. 434 sgg. e invece riappaiono in età tarda. hablar e friulano favelà...

insomma di vegetazione. perché l’italiano «forbice» lo esige.Giacomo Devoto . che nascondono il tronco. quale il latino classico machina. Ma questo nell’età classica è stato sostituito da una forma piú aderente. ma pure riconoscibile continuatore di quello che era stato visto prima. L’italiano macina esige una spiegazione indipendente fin dai tempi piú lontani dell’arrivo della parola greca in Italia (§ 51). ecco che il vecchio tronco riappare non del tutto immutato. come la lingua latina si adorna nel suo periodo d’oro di forme e caratteri nuovi. che non è documentato. la immobilità. Storia d’Italia Einaudi 142 . a sua volta rappresentato in italiano da «màcchina». quella del tronco d’albero. L’immagine metaforica adoperata dal Marx richiama un fiume che gela in un certo periodo del suo corso. In questa immagine c’è del vero. di fiori. Quando la stagione passa e la vegetazione diminuisce e scompare. Analogamente MACINA rappresenta la forma piú genuina del greco makhaná (§ 43). È stato esattamente l’opposto. perché in tutta la tradizione latina si usa la forma. per il linguaggio d’Italia. Ma quello che determina la continuità fra testimonianze arcaiche e testimonianze tarde non sta nel fatto che ci sia stata una corrente sotterranea a congiungerle.Il linguaggio d’Italia ranea è FORBEX. È una prima prova. mentre al di sotto dei ghiacci continua a scorrere la corrente originaria. di resistenza e continuità. forfex: eppure deve essere esistita. di origini rustiche. Per questo mi sembra migliore l’altra immagine. che nella sua stagione d’oro si copre di foglie.

costituivano però focolai in cui si coltivava il desiderio di inserimento nella comunità linguistica del latino. 268-276. Le colonie L’unificazione linguistica d’Italia si compie in circa tre secoli. per entrare nel grande gruppo. e alla legge Pompeia dell’89. Sora nel IV se258 Vedi l’eccellente esposizione di Pulgram.. pp.C. per opera di Cesare. non potevano irradiare latinità. Non si tratta di una espansione a macchia d’olio. chiuse com’erano nel loro forzato particolarismo. viene estesa fino alle Alpi. che conferisce la cittadinanza fino al Po..) 1958. erano immediatamente a sud-est di Roma. irradianti in tutte le direzioni. finché nel 49. già fondate nel 338 a. The Tongues of Italy. Accanto a queste irradiazioni dirette. la romana.C. Storia d’Italia Einaudi 143 . se pure. linguisticamente unito258 .Il linguaggio d’Italia Capitolo sedicesimo Il latino in Italia 76. nel paese dei Volsci. Vi si aggiunsero Fregelle Sezze Ponza Interamna Lirenas (presso Cassino). che conferisce fino alle Alpi la cittadinanza latina. Questi vuoti nella continuità linguistica latina erano nel III secolo ben 150. quali piú e quali meno maturi.Giacomo Devoto . Il maggior numero delle colonie latine. solo i territorî annessi rappresentavano una continuità linguistica diretta con Roma. Ma anche le città-stato legate a Roma da alleanza ineguale. dallo scioglimento della Lega latina fino alla legge Giulia del 90 a. Durante i tre secoli l’unità linguistica è stata preparata da una quantità di focolai isolati. Esse facilitavano il compito di quelle correnti che irradiavano dalle colonie come dai territori annessi. le colonie di diritto latino come quelle di cittadini romani. Cambridge (Mass.

sulle soglie dell’Etruria Alsio (247) e Fregene (245). Pyrgi (191) Saturnia (183) Graviscae nella Etruria meridionale. nel Piceno Castro nuovo. tutte nella Gallia transpadana e cioè a nord del Po.. capolinea terminale della citata via Appia. Salerno in Campania. Squillace (122). Numerose sono invece nel II secolo: Volturno (= «Capua» attuale). fondata nel 314. seguirono altre nove. a settentrione a Bologna (189). Temesa e Crotone (194). in territorio etrusco. Agata dei Goti) nel territorio dei Sanniti Caudini. teoricamente. nel Bruzio. Calvi e Saticula (oggi S. infine il porto di imbarco per l’oriente. Literno. entrambe nel territorio dei Volsci. la lontanissima Venosa in Apulia (291).C. sull’asse della futura via Appia. tutte al principio del secolo. Bussento e Potenza in Lucania. verso nord-ovest soltanto Cosa. Quelle romane che. Nel III secolo le grandi affermazioni furono rivolte soprattutto verso settentrione: Narni (299) Spoleto (241) Atri (dopo il 290) Fermo (264) Rimini (268) Cremona e Piacenza (218). Luni sui confini settentrionali dell’Etruria.Il linguaggio d’Italia colo a. presso gli Ausoni. in posizione intermedia. Verso sud-ovest non si ha che Pesto (273). furono da prima relativamente rare: nel IV secolo non si hanno che le due di Anzio (338) e Terracina (329).Giacomo Devoto . Pesaro (184) in Umbria. Verso nord-ovest le prime affermazioni del genere si ebbero a Nepi e Sutri. dopo la citata legge Pompeia. piú all’interno Isernia (263). Siponto (194) e Taranto (122) in Apulia. e a Aquileia (181). Ai primi del II secolo gli estremi si allontanano ulteriormente: a mezzogiorno nel Bruzio a Turio (193) e Vibo (192). che era stata preceduta già dalla lontana Luceria. Sessa Aurunca. Nel III si hanno. nell’Umbria adriatica Jesi e Senigallia. Pozzuoli. In direzione di oriente si ebbero Carsòli (298) presso gli Equi. Verso oriente si ebbe nel territorio dei Marsi Alba Fucente (nel 303). dovrebbero essere irradiatrici piú efficaci di quelle latine. Minturno e Sinuessa. Modena Parma e Storia d’Italia Einaudi 144 . cui. Benevento (268). Brindisi (246).

nata nell’ambito linguistico e culturale. Una categoria a parte è costituita dalle due province di Sicilia e Sardegna. Da una parte agisce la curiosità. 77.Il linguaggio d’Italia Tortona nella Gallia cispadana sull’itinerario della futura via Emilia. nel quale tutti gli italiani aspirano a unificarsi e confondersi. delle popolazioni non solo di non resistere ma anzi di accogliere e sempre piú avvicinare la irradiazione linguisticoculturale. La guerra sociale si identifica con una sconfitta sul piano militare ma con un successo pieno sul campo politico e linguistico delle aspirazioni delle popolazioni. e quelle augustee ad Aosta Brescia Este Concordia Trieste Pola. anche se non per l’ultima. sullane ad Atri Teramo Arezzo Palestrina Nola Abella Pompei. Durante la età repubblicana e i primi secoli dell’impero. adatte certo a ricevere e trasmettere latinità. si estende poi al campo politico e addirittura a quello militare: la guerra sociale (90-89 a. Osimo nel Piceno. L’altro aspetto dinamico del problema è dato dalle strade. ma attraverso flussi non continui. la loro distribuzione è stellare: sono tanti raggi che irradiano da un unico astro. poi il desiderio. la coorte degli amici. Per la prima volta.Giacomo Devoto .C. gli apparitores (impiegati subalterni). realizziamo il detto che «tutte le strade con- Storia d’Italia Einaudi 145 . Strade e rotte marittime Alla considerazione statica si deve accompagnare una rappresentazione dei fattori dinamici di questo processo. Da aggiungere sono poi le colonie di veterani come Ivrea (100). I loro fili conduttori passavano attraverso gli uffici del governatore (console proconsole o pretore). con i legati. legati alle frontiere marittime. in quanto appaiono come condizione necessaria per la diffusione e la accettazione della romanità. Questa aspirazione.) non nasce da odio ma da amore esasperato per il mondo romano. propria della metropoli sempre piú famosa.

attraverso ulteriori diramazioni. la grecità dorica della antichità preromana. del S. e il nome attuale recentemente aggiunto a S. nella fascia centrale e meridionale. E infatti. del Brennero. L’ossatura della rete stradale è data dalle strade seguenti: A) la via Appia da Roma a Brindisi. ma preso da fonti an- Storia d’Italia Einaudi 146 . Questo sistema non è il risultato di una unica programmazione ma invece di sforzi isolati compiuti attraverso secoli. e di Postumia. Da Rimini si staccava un’altra via Popillia. che. 78. esso ha potuto conservare intatta la seconda A.Il linguaggio d’Italia ducono a Roma». che si diramava dalla precedente a Capua per raggiungere lo stretto di Messina. di quantità lunga. quando si sono fatti sentire i modelli ellenistici o bizantini. conduceva ai valichi di Resia. Bernardo. D) la via Flaminia da Roma a Spoleto e Rimini. dove. di Monte Croce Carnico. ecco che il tema originario ha sostituito la A con la E. dello Spluga e del Giulio.Giacomo Devoto . donde proseguiva come via Emilia fino a Piacenza e di là ai valichi del Monginevro. Le rotte marine erano necessarie per quel che riguarda la Sardegna: ma preferenziali. Resistenze greche Questo solido sistema stradale non ottiene un risultato totalitario. C) la via Aurelia da Roma alla frontiera della Gallia transalpina. «Amato» è in realtà un antico LAMATO: nell’ambito dialettale dorico. Una delle testimonianze decisive è data dal nome del fiume Amato. Tipico è il caso della Calabria. sopravvive tuttora. B) la via Popillia. di Tarvisio. che sbocca bel mare presso S. sia pure in resti sparuti. per ragioni tecniche. che in ambiente ionico avrebbe dovuto essere mutata in E. quando. Eufemia. in piena età romana. e anche dopo. potevano essere quelle da Roma per la Provenza oppure quelle da Roma o da Napoli per la Sicilia. Eufemia.

attraverso la persistenza di gruppi consonantici del tipo ND. Anche il nome del fiume appare in un ¯ . Realenzyklopädie. fino ai nostri giorni. Numerose formule. § 90). 259 260 Storia d’Italia Einaudi 147 . 135.C. appartenente al II secolo a. Il sistema napoletano delle 9 vocali ha potuto raggiungere la Calabria centrale solo piú tardi. di Medma. di Vibo. Nei primi decenni del II secolo sono state fonddate le colonie di Copia (al posto di Turio). 544. si hanno tuttora forme di latinità «romana» e non «umbro-sannitica». dove. Questo prova che «questa» latinità è arrivata nella Calabria meridionale attraverso la Sicilia e non attraverso la via terrestre delle restanti Calabrie260 . 79. uno dei principali monumenti della lingua osta. non assimilato in NN. Tipico è il caso della Tavola Bantina. col. si conserva un sistema vocalico di 5 vocali del tutto simile a quello del sardo (v. Devoto-Giacomelli.Il linguaggio d’Italia tiche. Ciò nonostante non era stato possibile superare l’ostacolo della strettoia naturale nei pressi di Maratea. Temesa. Firenze 1972. Dalla parte opposta. p. frammento di Ecateo259 già nella forma ionica LámEtos Accanto a questo dato positivo. equella di Castra Hannibalis. I dialetti delle regioni d’Italia. XII. che si trovano in questo monumento. poi colonia graccana col nome di «Minerva Scolacium». È stata preceduta anche dalla accettazione parziale di unità lessicali e schemi sintattici romani in testi giuridici del mondo italico. sulla punta meridionale della Calabria.. si affiancano quelli negativi.. scavalcando il diaframma sul confine lucano-calabrese. Influenze del latino L’unificazione linguistica dell’Italia non è stata preceduta soltanto da una preparazione psicologica.Giacomo Devoto .. non sono resti di una tradizioPauly-Wissowa. è LamEzia.

Ceus Bantins equivale a «civis romanus». il tesoro.Giacomo Devoto .Il linguaggio d’Italia ne osco-sannitica. trasportate in luoghi lontani da Roma.. rientra il titolo del magistrato umbro detto kvestur e cioè «questore». a differenza del suo omonimo romano.. come quello del senato risalgono a etichette romane.. Una serie come sipus. lo aprissero di comune accordo». fossero in territorio comune. 80.. ma nuclei romani piú o meno naturalmente accettati. Ma nel Cippo abellano si trova in piú un campione sintattico. un esempio di quel costrutto indiretto libero che compare nel Senatoconsulto dei Baccanali (CIL I2 581) «quel tempio e quel territorio. perum dolom mallom è la «traduzione» della formula romana sciens. Licitud è la traduzione osca della formula conclusiva romana «liceto». Influenze sul latino Non soltanto fra i cittadini d’Italia si trova una larga disponibilità per accettare elementi romani anche in testi ufficiali. sine dolo malo. non sono impervie alla penetrazione di elementi locali.. Anche le strutture latine. I nomi dei magistrati.. le entrate del tempio e del territorio fossero comuni. del questore. voluta. Sempre in questo spirito di accettazione ricercata. che cominciano necessariamente a svisare la materia tradizionale locale... Tre testi- Storia d’Italia Einaudi 148 . non aveva nessuna mansione di carattere finanziario.. nel quale la volontà di uniformarsi a un modello romano arriva a battezzare col nome non romano di «questore» un magistrato che. ma questo non prova che la nozione di «cittadino» risalga fino a una presunta comunità italica.. del censore. non destinata a proiettarsi verso il futuro. Anche la iscrizione del Cippo abellano contiene le parole romane tratte rispettivamente da senatus e da liceto. che mostrano questa azione locale come inconscia. Da principio si tratta soltanto di particolari.

Risaltano qui aspetti morfologici come loucar che corrisponde al latino «lucus». cit. L’iscrizione di Lucera (CIL I2 401) mostra alterazioni maggiori rispetto agli schemi romani: cosa che si comprende. non può essere considerato. Diverso è il vocalismo di stircus rispetto al normale «stercus». sono le formule res deina. Una reazione all’osco può apparire macisteratus con la grafia C e la vocale anaptittica. ampliato mediante un suffisso di derivazione. p. provenienti da un ambiente fortemente latinizzato. e quella di Lucera. Un po’ meno evidenti ma valide per provare un certo quale rilassamento dai modelli romani. se si pensa alla lontananza e alle differenze linguistiche e culturali che separavano il mondo sannita da quello romano. come le forme verbali fundatiD. che nel caso specifico non ha avuto nella capitale un sèguito. Lateinische Grammatik.Il linguaggio d’Italia monianze importanti rientrano in questo primo schema: quella delle iscrizioni di Pesaro e Spoleto. un rusticismo superstite nel latino di Roma. parentatiD. è alieno dai dittonghi. immersa ancora in ambiente sannitico. dialettismo non ignoto a Roma è arvorsum per «adversum» (§ 51). con la sua monottongazione. Storia d’Italia Einaudi 149 . come sappiamo attraverso altre testimonianze umbre. data la natura della iscrizione. rei dinai per «res divina». forse influenzate dai modelli oschi in -TT-261 . di dubbia interpretazione. Nella iscrizione pesarese CIL I2 378 colpiscono le due forme matrona(s) Pisaurese(S) che presuppongono un nominativo plurale in -AS passato in latino dal mon261 Stolz-Leumann. proiecitaD. Analogamente cedre per «caedere» mostra un tipo di sincope perfettamente nota nel mondo umbro.in posizione intervocalica è una antica tendenza romana.Giacomo Devoto . «rei divinae» perché la caduta della sonante -V.. Esso rispecchia un ambiente che. Nell’iscrizione di Spoleto (CIL I2 366) sono notevoli le forme seguenti: cedito per «caedito» che. 323. ma estranea al latino.

peria qui non sci amare. Lund 1933. Diehl 593. come prova un frammento di Pomponio quot laetitias insperatas (v.Giacomo Devoto . la eliminazione di importanti segnali grammaticali. il passaggio da EA a IA (§§ 55. pereat qui nescit amare. prova insieme l’ambientamento locale. 2 ed. bis tanti pereat quisquis amare vetat. 141)262 . La prova dei diversi strati che vengono a coesistere è data dalle due iscrizioni ed. Siamo di fronte a un testo regolare conservato in normali condizioni epigrafiche. 262 263 Löfstedt. ma la eliminazione delle consonanti finali. Per trovare testimonianze che si inseriscano nello svolgimento generale del latino e cioè abbiano un avvenire. 594263 : a) quis amat valeat. l’inizio di una nuova tradizione destinata a sfociare in un sistema linguistico non piú latino ma italiano. Syntactica. 329. Il contenuto è identico. Storia d’Italia Einaudi 150 . bis tanti peria quisquis amare vota. b) quisquis ama valia. bisogna discendere a Pompei. quando la fusione latinoitalica ha fatto maggiori progressi. Pompeianische Wandinschriften.. II. Berlino 1930. Pure di chiara ispirazione umbra è un perfetto come dedrot per il normale «dederont». p.Il linguaggio d’Italia do osco. 87).

imperitare per «imperare. convalida invece apporti di varia natura.Giacomo Devoto .. quello letterario. per quanto riguarda la oratoria. comandare». 156. soprattutto. missitare per «mittere» e cioè «mandare». non si riscontra mai una assoluta chiusura rispetto alle forze vive che premono. accetta parole di impronta piú popolare come i verbi detti frequentativi (e cioè derivati secondariamente da forme participiali del verbo primitivo). negitare per «negare». alla azione del ritmo e della melodia. ecco che la scelta delle parole la pronuncia e la grafia potevano essere influenzate da altre esigenze. attraverso la grafia U per I all’interno di parole del tipo infUmus «infimo» oppure. Autori ancora classici Anche quando del linguaggio d’Italia si consideri soprattutto lo strato piú elevato. «di un discorso serio e severo». tende alla reverenza verso il colorito arcaico. pugnam facere per pugnare «combattere». Da una parte. Questa definizione che si addirebbe a un sistema linguistico duramente selezionato. Dalla parte opposta. Se da un punto di vista rigoroso. Esempi importanti di queste esigenze si trovano negli schemi linguistici proprî di un autore come Sallustio. Forme ancora piú derivate sono in questo senso le locuzioni fugam facere per «fuggire». dalla società nel suo insieme. il modello ciceroniano dava peso. oltre che dal mondo letterario. che Varrone definiva come propri di una «seria et severa oratio»264 . come agitare per «agere». la preferenza per le forme in -ere rispetto a 264 Vedi la mia Geschichte. Storia d’Italia Einaudi 151 . p.Il linguaggio d’Italia Capitolo diciassettesimo Il latino postclassico 81. nelle realizzazioni auree della età ciceroniana. sul piano morfologico. cit.

Giacomo Devoto . nei libri I-XII degli Annali si manifesta una chiara preferenza per modelli arcaici. aures: le forme italiane «bello» e «orecchia» fanno capo a questi diminutivi. il Dialogo. 206. per la quale non si possono prendere in considerazione né le motivazioni di una moda. la mia Storia della lingua. p. In Tacito il modello arcaico costituisce una disponibilità di strumenti di fronte ai quali egli reagisce sulla base di reazioni personali destinate a mutare.. II. ma solo come una particolare accentuazione della arcaicità formale. 243.8. p. Accusativi plurali della III declinazione in -is.4. cit. né le esigenze interne del sistema linguistico. il problema dei modelli arcaici si pone in una forma ancora diversa. accolti per ragioni prosodiche. Dagli studî fondamentali di E. Bellus e auriculis che compaiono rispettivamente nelle Satire (1. risulta che nei primi suoi testi. Tutto questo va inteso. l’Agricola. sono diminutivi che hanno preso piede fino al punto di avviarsi a sostituire in futuro le forme tradizionali bonus.. Syntactica. Per Tacito. la Germania. e nelle Epistole (1. rientrano però anche nel quadro dell’avvicinamento di E e I in sillaba finale (§ 83). Löfstedt266 . prosatore. Presso Orazio verbi frequentativi come cantare invece di «canere». captare invece di «capere» appaiono per questo motivo indiretto.Il linguaggio d’Italia quelle in «-erunt»265 . non nel senso di una polemica contro i detrattori della società e cultura romane arcaiche.16). le sue preferenze sono ancora per modelli aderenti genericamente agli schemi classici. Storia d’Italia Einaudi 152 . come una specie di nobilitazione e accentuazione della dimensione del tempo.114). cit. finalmente nei libri 265 266 V. la apertura a parole di tradizione non elevata é promossa nella lingua della poesia dalle esigenze prosodiche. anziché in -es. senza che contribuiscano a delineare un aspetto del popolarismo di Orazio. Per tutt’altre ragioni.

82. nel parlare dell’imperatore Vespasiano (VIII. cit.22).. Nell’«Arte poetica» Orazio (71 sgg. Svetonio. Grammatici A queste realizzazioni si accompagna la riflessione grammaticale. Storia d’Italia Einaudi 153 .6.3. Vedi la mia Geschichte. Modifica e rende piú concreto il giudizio sui modelli arcaici. 87) già monottongato in O. apostrofando come Flaurus il grammatico Floro che evidentemente dissentiva. Quintiliano si trova ancora nella prima fase quando insiste nell’esaltare la «urbanità»268 e a bandire rusticità ed esotismo nella pronuncia (XI. dell’impiego delle due forme equivalenti di forem (arcaico) e «essem» (classico). Novità che si annunciano sono presentate senza esplicita condanna. pp.) proclama che l’uso è lo «ius et norma loquendi» «la legalità e la norma del parlare». La azione dei grammatici si manifesta in questo tempo come volta a passare progressivamente dal patrocinare schemi e modelli da perseguire.4) Quintiliano afferma la validità dell’uso prima della dottrina. Due professioni importanti di fede «anomala» appaiono presso Orazio e Quintiliano. II.Il linguaggio d’Italia XIII-XIV si ha un ritorno verso la classicità: tali le prove statistiche parlanti. 199. Nell’ambito della vo267 268 Syntactica..10.30). Nella Istituzione Oratoria (XII.3. ma difendeva la sua pronuncia. p. verso una constatazione e una correzione di errori. nel secondo 113 forem contro 48 essem.Giacomo Devoto . 283 sgg. cit.24). riferisce che pronunciava abitualmente il dittongo AU (§§ 53. infine nel terzo UN solo forem contro 29 essem267 . Nel primo gruppo si hanno 4 forem e 20 essem. in quanto possono apparire sí piú duri nei suoni (XII.27) ma rendono il discorso piú ricco di dignità «sanctiorem et magis admirabilem» (VIII.

è essenziale che nel valutare la accentazione intervenga qualche nuovo criterio.57): «un carattere che non so se considerare piú inutile o piú brutto». Si tratta di primi accenni critici.3. Quintiliano (XI. Una ultima novità in quest’ordine di fatti sta nella oscillazione finale di una parola come heri «ieri».19) che Augusto imperatore preferiva già caldus a «calidus».22). 1. 83. è impossibile che si trovi qualcosa di riprovevole nella successione delle altezze musicali. Per quel che riguarda la natura. attraverso la affermazione che non si parla se non attraverso una successione di sillabe brevi e lunghe.3. per il momento. anche se.II. che nell’uso corrente. Perché questa sensibilità si manifesti.8) che le sillabe finali non soccombano né «extremae syllabae intercidant». e raccomanda ad essi (I. non ancora costruttivi. Novità nell’accento A questo punto appaiono i primi indizi che qualcosa muta nel campo dell’accento.6.6. anche di Augusto. dalle quali sorgono i piedi prosodici. Se questo non esiste. che preannunciano. La validità della quantità e del conseguente ritmo quantitativo é riconosciuta pienamente (19.4. il processo di normalizzazione quantitativa non si arresta. non provocano.61). cosí dal punto di vista della sua forza accentratrice come della sua natura. La azione citata sopra della tendenza all’abbrevia- Storia d’Italia Einaudi 154 .Giacomo Devoto .33) osserva che gli oratori si concentrano nella pronuncia delle vocali precedenti «priorum sono indulgent». pare confondere il timbro I con E (1.17) preferisce la forma audacter a «audaciter» con la vocale interna intatta e riferisce (I. Quintiliano (I.8. A proposito della pronuncia della vocale finale.4.Il linguaggio d’Italia cale atona interna. novità. il senso della quantità non cede. In tutto questo periodo.7. una osservazione importante fa Quintiliano quando segnala gli inconvenienti del canto (XI.

Achillas -atis. 1.Giacomo Devoto . Nel campo della morfologia il nome della città africana di Siga può essere declinato nella forma latina Siga -ae ma anche secondo lo schema piú aderente al greco «Sige -es». Vedi la mia Geschichte.. pur di non patire eccezioni: tali i casi di fumeus. che è piú funzionale di «fumosus». Che le parole composte continuino a costituire un ostacolo. VI. è ancora una volta provato da Quintiliano (1. che sostituiscono l’inadattabile «nuptiae»270 . a noi meno si addice». Storia d’Italia Einaudi 155 .138). I vincoli prosodici obbligano a sostituire in poesia le parole che non entrano nell’esametro.5. Secondo il quale la composizione «magis Graecos decet. arcton (Georg. Tityon (ib. o quelli di thalamus o hymenaeus. Lampiris -inis. seguite da altri tipi piú o meno contaminati come Psyche -enis. Come singole desinenze. 188. 187 sgg. 84.70). Dido -onis. cit. Grecismi La azione del grecismo si continua cosí dall’alto come dal basso. p. Viceversa la corrispondenza fonetica e grafica delle parole accettate dal greco viene maggiormente curata Alcmena è preferita a Alcumena.334). Agisce addirittura una moda grecizzante. Nicias -adis. in cui nominativi di stampo greco vengono allineati con casi obliqui aderenti a schemi latini.Il linguaggio d’Italia mento delle serie giambiche (§ 68) vien meno. Declinazioni nuove piú o meno «suggerite» da schemi greci sono quelle di Eutyche -etis. cit. cui persino il nome del Tevere soggiace: Thybris al posto del normale «Tiberis». accusativi in -N anziché in -M appaiono ad esempio presso Virgilio Oronten (Aen. Da un 269 270 Vedi la mia Geschichte. 595). nobis minus succedit» «ai Greci conviene di piú. pp. gli accenni a un ipotetico contrasto fra sillaba finale e tempo forte del verso scompaiono269 .. drachma a dracuma.

411. Storia d’Italia Einaudi 156 . come lo ha bene mostrato E. IV-V cosí corregge: «ut diffunderetur». Questo costrutto non è collegabile con il costrutto enniano cupido vivere nella Medea di Ennio271 in cui il nome di azione ha ancora un legame col verbo che giustifica l’uso dell’infinito. cit. e al di fuori dei cristianismi di cui si parlerà (§ 91 sgg. nel quale la parola aveugle «cieco» presuppone una base di partenza nel latino volgare ab oculis. VI. cit. Löfstedt272 . p. per il quale molte parole 271 Norden. non costituisce piú però un episodio italiano. 272 Syntactica.319 dederat comam diffundere ventis «aveva dato la sua chioma a disperdersi nel vento» che il grammatico Servio del sec. Stoccarda 1957... in virgine fixus «con gli occhi fissi sulla ragazza». 163. vistoso è il considdetto accusativo di relazione alla greca del tipo Aen. Di un altro calco sul greco abbiamo la prova indiretta attraverso il francese. Esso rispecchia il grande processo di interpenetrazione greco-latina. Grecismi si trovano anche nei nomi personali: tali Virgilius rispetto a «Gr¯ egórios». mentre piú tardi è indispensabile il costrutto nominale del gerundio al genitivo.. Vincentius: Nikásios273 . Il grosso del grecismo nel primo impero. 217. 4ª ed.507 oculos. Kommentar zum VI Buch der Aeneis. Constantinus: Eustáthios. in cui si dice che i rematori per longa iuga sedebant «sedevano disposti in lunghi ‘gioghi’». II. come appare nel verso Aen. Questa formula non è attestata ma. Desiderius: Himérios. 1. cui in latino dovrebbe corrispondere «transtra». 376.. p. XI.. non alieno dalla sensibilità italiana è l’infinito impiegato al posto di una proposizione subordinata. 273 Vedi la mia Geschichte. Venantius: Kyn¯ egésios. Si tratta di un grecismo sul modello greco zygá. DEVE essere esistita come calco sulla formula greca ap’ommat¯ on.Il linguaggio d’Italia punto di vista sintattico.Giacomo Devoto . p.). Un grecismo vistoso. Come esempio di calco semantico va ricordato il passo Aen.

Vedi op. come se per Petronio non esistesse piú audax. infine le scelte fra sinonimi. in 63 hominem. con la sua snellezza e vivacità. Elementi popolari presso Petronio La novità piú vistosa dal punto di vista sociolinguistico è data in questo periodo dai materiali appartenenti a Petronio274 . in cui il parlato. che solo avrebbe giustificato l’avverbio «valde». è portato arditamente alla ribalta sul piano della lingua letteraria. cit.. cit. pp. 274 275 Vedi la mia Geschichte.. soprattutto per quanto attiene alla Cena di Trimalcione.Giacomo Devoto .. Il grecismo. Che. come processo di arricchimento del patrimonio linguistico italiano. per cui si preferisce forsitan «forse» a «fortasse». i quattro esempi di quod che riappare come surrogato dell’accusativo con l’infinito dopo una lunga interruzione (§ 75). Storia d’Italia Einaudi 157 . contro l’ampio periodare della prosa dell’età classica. la fortuna di perifrasi come quella di coepi con l’infinito quasi come forma perifrastica di perfetto incoativo275 . invenire a «reperire» «trovare». 219. e sempre nei limiti citati. compaia qui. gli indizi di svalutazione dei cosiddetti diminutivi come ad es. anche là dove a rigore non sarebbe necessario. propter a «ob». è un processo concluso. 217 sgg. e l’annuncio di un principio di stanchezza del perfetto tradizionale.. subito a «repente». non è ancora una prova dell’avvicinarsi di realtà linguistiche nuove. p. valde audaculum. 85. occidere a «interficere». largamente attestata. homo a «vir». Sono da segnalare piuttosto l’impiego sovrabbondante del pronome personale. una diffusa semplicità paratattica.Il linguaggio d’Italia latine sono anche grecizzate o tradotte in greco.

Giacomo Devoto .Il linguaggio d’Italia Tuttavia. Storia d’Italia Einaudi 158 . non entrano nell’intero Satyricon. ma rimangono confinati nella cena di Trimalcione come in una specie di ghetto. queste novità per quanto rilevanti. questo doppio aspetto delle testimonianze linguistiche di Petronio rimane piú rilevante per il critico letterario che come una effettiva consacrazione di realtà e forze nuove. Ai fini dello svolgimento del linguaggio d’Italia.

di fronte alle quali il prestigio accentratore di Roma non agiva con la stessa efficacia. I fattori in gioco si precisano presto sotto questa forma. 394. una grande varietà di situazioni. l’Italia aveva a suo vantaggio la immensa disponibilità di spazio. Mescolanze Di fronte ai problemi della lingua letteraria. che ha raggiunto secondo gli studi del Beloch e del Cicciotti276 a un certo momento un settimo della popolazione italiana. si pone ora un problema importante. 1909.Giacomo Devoto . Dalla varietà delle strutture politico-costituzionali esistenti in Italia fino alla guerra sociale ci si potrebbe aspettare una immensa varietà di reazioni. invece di rassegnarsi a una uniformità. Soltanto.Il linguaggio d’Italia Capitolo diciottesimo Novità imperiali 86. Storia d’Italia Einaudi 159 . p. se sono spie di una realtà sotterranea. di fronte alle teorie grammaticali. hanno agito per ostacolare il processo di avvi276 «Biblioteca di storia economica». sono stati preceduti dalla buona disposizione sociopsicologica ad accoglierli. In realtà non è cosí: là dove i legami diretti con Roma hanno tardato di piú a costituirsi sul piano politico. come le boe sono spie di una rete che esse sostengono a una maggiore o minore profondità sottomarina. 4.. diverso da quelli proposti da un autore popolareggiante come Petronio: se le alterazioni delle iscrizioni latine registrate sopra (§ 80) sono sempre l’annuncio di novità occasionali oppure definitive. Si possono distinguere a questo fine due grandi gruppi: l’uno è quello in cui elementi prepolitici. Roma aveva per sé il prestigio e il rilievo demografico sempre crescente. come le diverse strutture linguistiche.

Ciò premesso. a definire la impronta dei dialetti «gallo-italici». teoricamente si viene a 277 Devoto. Gubbio 1970.Il linguaggio d’Italia cinamento e mescolanza linguistica. in cui le circostanze politiche predisponevano già all’avvicinamento e alla fusione dei sistemi linguistici. 118 sgg. la affinità fra il latino e le lingue di estrazione umbro-sannitica. Questo lo si comprende. Se questo è vero da un punto di vista generalissimo. pp. il Salento dove si parlava la lingua messapica (§ 33). L’Etruria ad esempio è una regione che. oltre alla Etruria.Giacomo Devoto . Il solo problema dubbio è quello del presunto legame fra la aspirazione delle consonanti occlusive sorde in toscano e la fonetica etrusca (§ 124)277 . la lunga tradizione di reciproci scambi. Nell’Italia mediana (e cioè la Italia centro-meridionale con esclusione della Toscana). non è che il processo di avvicinamento e fusione sia in proporzione alle differenze maggiori o minori fra le lingue con cui il latino viene a incontrarsi. dove si parlava invece una lingua molto affine al latino. le regioni dove la mescolanza è stata minore o addirittura assente. non importa se di tipo ligure oppure libico. Meno facile appare la intimità dei rapporti. l’altro. dove si parlavano lingue mediterranee. il venetico (§ 25). Storia d’Italia Einaudi 160 . sembra il campo ideale per escludere qualsiasi mescolanza. negli ultimi secoli dell’Impero. gli stretti rapporti culturali che. A questa contrapposizione va aggiunta un’ultima riserva: il latino «non mescolato». sono state: la Sardegna. Nel resto dell’Italia il latino ha subito fortemente l’influenza linguistica degli ambienti precedenti. che si sono stabiliti nella Gallia cisalpina. proprio per la differenza risoluta di strutture linguistiche fra etrusco e latino. «Atti del V convegno di Studi umbri». si sono stabiliti fra le scuole della Gallia transalpina e la valle padana (§ 97). rendono il fatto agevole a comprendersi. la Venezia euganea. Ma qui sono intervenuti.

«Archivio glottologico italiano». 27.C. come nelle forme italiane gabbia. La cosiddetta «Appendice di Probo». alveus non «albeus» e cioè lo scambio V/B. è opportuno registrare alcune osservazioni di grammatici. 278 Terracini. 145. perché una lingua può essere abbandonata alla deriva di un rapido svolgimento per lo scatenarsi di forze interne indipendenti da qualsiasi processo di mescolanza. L’«Appendice di Probo» Prima dei segni diretti di mutamenti. nel campo del genere grammaticale pauper mulier non «paupera mulier». cavea non «cavia». accettati all’interno dei sistema latino come preannunci di novità neolatine. p. aper non «aprus». che nessun grammatico neppure tardo ha mai riconosciuto. corregge. la caduta della vocale interna nella serie viridis non «virdis». Ma neanche questo è un rapporto meccanico. febbraio. le seguenti novità nel campo delle vocali columna non «colonna». 1935.Giacomo Devoto . 87. e cioè la esistenza di una U aperta (trasformata poi in O).. e cioè la consonantizzazíone (o soppressione) delle vocali I e U davanti a vocale (§ 80). Nel campo della morfologia i grammatici reagiscono alla normalizzazione analogica della declinazione: teter non «tetrus».). frigida non «frigda». Storia d’Italia Einaudi 161 . auris non «oricla». e cioè riconosce come esistenti. speculum non «speclum». februarius non «febrarius». vetulus non «veclus»278 . assegnata comunemente al III secolo d.Il linguaggio d’Italia trovare in una condizione favorevole per conservarsi meglio. calida non «calda». e cioè la monottongazione di AU in O. inclini per natura a registrare le forme irregolari che hanno già ottenuto un certo seguito (§ 96 sgg. tristis non «tristus». come è avvenuto col latino nei primi tempi dell’età repubblicana. Nei grecismi sono corrette.

le forme arcaiche: tymum non «tumum». Se si tiene conto del fatto che. Il primo di questi caratteri consiste nella assimilazione progressiva del gruppo ND. ecco che si raggiungono alcune prime conclusioni. 88. che le hanno fatte proprie e le hanno diffuse. Berlino 1930. ed. deformato secondo gli schemi validi nella lingua di Pompei. e cfr.. 121. non solo nell’Italia settentrionale e in Toscana. porta Secunnus invece di «Secundus». per accoglierle. «Atti». là dove l’ambiente era piú favorevole. p. 279 280 Pompeianische Wandinschriften. La seconda. qualificano le novità attive nell’interno del sistema linguistico dell’età imperiale. La prima. Diehl279 N.Il linguaggio d’Italia piú ancora che le forme troppo moderne. § 98. Questo non significa che il latino abbia accettato universalmente il tipo NN al posto di ND.. myrta non «murta» (§ 42). Ma queste correnti non corrispondono al latino piú antico. Assimilazioni consonantiche Indipendentemente dalle testimonianze dei grammatici. 2ª ed. La introduzione di NN non è il risultato (automatico) di pronunce locali. ma di correnti latine. chiarissima. sotto. ma anche in Sicilia ci sono tracce di una latinità senza NN ma con ND. sono tre le innovazioni che. documentato nell’antichità preromana dall’Umbria sino allo stretto di Messina. Storia d’Italia Einaudi 162 . cit. documenta Verecunnus e cioè il latino «Verecundus». Esse forniscono anzi un criterio per distinguere una prima latinità con ND da una seconda con NN. Le testimonianze dirette sono quelle delle iscrizioni pompeiane. apertamente attestate oppure no. 447 e 237. che si risolve in NN: esso è un carattere proprio del mondo umbro-sannitico.Giacomo Devoto . meno chiara. La distinzione è particolarmente importante per la Sicilia280 . Devoto.

C’era stato anche a Roma un accenno a questa particolare pronuncia. dobbiamo distinguere fra una espansione latina piú antica. Anche qui. e una finale con CE CI. anche sorde. e da Roma ulteriormente. La prima fase appare ancora oggi at- Storia d’Italia Einaudi 163 . è mostrato dall’italiano dito. Questa pronuncia è stata accettata dal latino nell’età imperiale.Il linguaggio d’Italia 89. Ma il caso di fridam non è che uno spunto per considerare la generale alterazione delle gutturali. mentre in umbro la novità si era generalizzata nel III sec. come per NN da ND siamo nella necessità di dover distinguere sul piano geografico e perciò stesso su quello storico. In analogia a quanto si è detto a proposito di NN da ND.. e cioè la caduta totale della consonante. Che in latino siano state accolte soluzioni analoghe.(§ 121). davanti alle vocali E e I. a. l’iscrizione pompeiana Diehl 631 documenta la forma fridam.C. senza penetrare nell’interno. segnalata dal segno C.Giacomo Devoto . nel resto del mondo romanzo CE CI si sono entrambi affermati. che deriva da un MUGETU. nell’esempio citato. una seconda legata a KE CI. DI(G)ITU. che la gutturale persiste ancora nel III secolo dopo C. nel Campidano. Nel cuore della Sardegna la pronuncia palatale CE CI non è mai arrivata. Ma a Roma non aveva avuto alcun seguito (§ 42). Identica sorte la G intervocalica mostra nell’antica lingua umbra. contro il K davanti a A. Questa ad esempio ha raggiunto anche la Sardegna. e Q davanti a U e O. attraverso ondate successive. che convenzionalmente translitteriamo con ç. Mentre la Appendice di Probo ci mostra. ancora ancorata a KE KI. nel caso di muieto. che è evidentemente da lat. in Dalmazia è arrivato CI ma è rimasto KE. Prime alterazioni delle consonanti gutturali Un secondo carattere è dato dalla sorte delle consonanti gutturali. o di iouino da IGOVINO. anch’essa documentata nel mondo umbro attraverso un apposito segno dell’alfabeto. II primo spunto ci viene dalla parola frigida «fredda».

282 Cfr. fondato. 113. Nel sistema osco appaiono invece le tracce di un ordine nuovo. destinata ad avere all’interno del sistema latino. ted. 1969. tante conseguenze282 .. keller da «Caesar» «cellarium». In analogia con gli esempi illustrati prima. es. attraverso il segno I con apice. Il mondo umbro-sannitico è invece disturbato sino dagli inizi. Kreuz. una validità storica tre secoli prima di Cristo e una precisazione geografica definita nella Campania. ancora durante la validità degli alfabeti nazionali. Storia d’Italia Einaudi 164 . secondo la durata.Il linguaggio d’Italia testata nelle parole latine pagane accolte nella lingua tedesca. le interessanti considerazioni di T. anche qui si pone la necessità 281 Op. l’ultima nelle parole cristiane. in lunghe e brevi. pp. p. La esigenza postulata dalla grammatica comparativa delle lingue neolatine di un prototipo «E chiusa». quando subentra l’alfabeto latino. alcuni secoli dopo.Giacomo Devoto . divenuto disponibile. Kaiser. 90. es. assume attraverso la testimonianza osca. Questa è la prima segnalazione di una distinzione. p. dal fatto che questi offrivano quattro segni per un sistema di cinque vocali. diciamo una E chiusa. che serve a indicare una vocale intermedia fra E e I. 54. sul sistema armonico delle cinque vocali A E I O U. persistono impieghi di U. Per la testimonianza dei grammatici vedi § 96. p. tutte quante alternanti. cit. Franceschi sul principio della «esagerazione» qui applicato: «Archivio glottologico italiano». Il sistema vocalico La alterazione piú importante è però quella del sistema vocalico. 59 sgg. Inoltre l’umbro mostra talvolta di impiegare disordinatamente il segno I anche quando ci si aspetterebbe E. e cosí. per quanto riguarda il latino. Zelle da «crucem» «cella»281 . là dove sarebbe da utilizzare il segno O.

pp. «Atti». In tutta la restante latinità del mondo d’occidente si diffonde invece l’ultimo sistema. quello fondato sul riconoscimento della distinzione di una U aperta e chiusa e cioè di nove vocali (§ 96). e nel Salento lungo l’asse della via Appia. precisamente la I aperta. 283 284 Storia d’Italia Einaudi 165 . che uno studioso come G. sedimentato nel Salento. Scavi linguistici nella Magna Grecia. 233 sgg. ha diffuso quello di otto. 1939 pp. 1950. 26. Hall286 per una classificazione delle tradizioni linguiDevoto. 98 sgg. cit. affermato. 84 sgg. limitata alle cinque vocali del sistema primitivo sopravvive in Sardegna e in una striscia compresa fra Bruzio e Lucania da Maratea sul Tirreno a Sibari sullo Jonio283 . Rohlfs ritiene invece sopraffatta dalla grecità. un sistema che. 26. Roma 1933. rispetto a quello di «Sei» vocali implicitamente postulato dall’alfabeto osco. In un’area ristretta della Lucania interna si hanno poi tracce dell’arrivo di un sistema che riconosceva una ottava vocale. 285 Die Mundarten Südlukaniens. 90. 286 «Language».Il linguaggio d’Italia di considerare nell’ambito del latino delle stratificazioni successive. «Beihefte zur Zeitschrift für romanische Philologie». e l’attuale romeno. si trova sullo stesso piano. e ristabilita solo nell’XI secolo (§ 151)284 . In Sicilia arriva per via di mare. che possiamo chiamare la O chiusa. Lausberg285 sta nel fatto che la situazione della latinità orientale. Questo sistema sopravvive a tutte le novità linguistiche ed etniche della Sicilia e quindi è una prova di quella continuità latina.Giacomo Devoto .. dopo aver diffuso fino a Brindisi il sistema di sette vocali. ne postula simmetricamente una settima. Le differenze nel sistema vocalico sono state usate da R.. L’importanza di questa scoperta dovuta a H. De Felice. La via Appia. pp. esportato poi da Brindisi nella Balcania. pp. 6-27. quale appare attraverso il latino della Dacia. La prima di queste stratificazioni. «Atti Accademia Colombaria». 1961-2.

Storia d’Italia Einaudi 166 . situazioni storico-culturali. Soprattutto non conduce a risultati storico-genealogici.Giacomo Devoto . e uno occidentale. perché nessuna traccia rimane di assestamenti organici che consentano di dedurre. come ad esempio la realtà obiettiva della unità romana o quella ricostruita della comunità indeuropea. Questo viene diviso in un continentale orientale. In base a questo criterio. A sua volta quest’ultimo viene diviso in un «italo-romanzo» che dal napoletano (compreso) arriva alle Alpi e uno occidentale in senso stretto. da situazioni linguistiche. se prende per base altri criterî come quelli del gruppo ND oppure delle consonanti gutturali. egli oppone a un protoromanzo meridionale (sardo corso lucano siciliano) un protoromanzo continentale.Il linguaggio d’Italia stiche romanze. con avamposti in Lucania. Una classificazione analoga conduce a risultati diversi. che comprende tutta la neolatinità non italiana. La classificazione è valida come classificazione a) tipologica b) limitata al sistema delle vocali.

si contrapponeva a millenni di divisioni classistiche. Risente anche di novità qualitative e fra queste nessuna nel tempo antico si era ancora presentata con la serietà profondità ed eroismo del messaggio cristiano. ascese e discese. non foss’altro con la condanna della schiavitú. non importa se ispirati alla analogia o alla anomalia.Giacomo Devoto . Strati cristiani All’interno delle strutture della lingua latina. secondo ogni ragionevolezza. allargamenti e restringimenti. una ascesa dagli strati inferiori del parlato verso quelli superiori. la durata della lotta che impegna per circa due secoli la classe dirigente dell’impero prima che essa si decida a riconoscere il nuovo culto e la nuova visione della vita. Ma un sistema linguistico. come una società. Al livello superiore. quale si era stabilizzata la età repubblicana. La carica morale di una visione della vita. e una tendenza volta a estrarre da modelli arcaici quanto poteva servire ad assicurare dignità e prestigio. che. alterabilità e stabilità.Il linguaggio d’Italia Capitolo diciannovesimo Il cristianesimo 91. all’interno della lingua letteraria. si sono presentati sino ad ora due ordini di mutamenti. La affermazione degli schemi latini in tutta l’Italia ha portato un fatto nuovo. di cui qualche anticipo è anche venuto alla luce del sole. È quanto è stato visto nel passaggio dalla visione ciceroniana e cesariana a quella sallustiana e tacitiana (§ 81). in una visione atemporale delle strutture linguistiche. aver lasciato una traccia ben profonda nelle strutture del linguaggio d’Italia come si era configurato nel II Storia d’Italia Einaudi 167 . la grande alternativa era fra la aderenza a schemi classici. dovrebbe. non risente solo di mutamenti quantitativi. di tendenze divergenti e inconsce.

92. 262. il latino abbia potuto essere lo strumento espressivo normale dei cristiani quasi due secoli prima che essi potessero strappare il riconoscimento politico-religioso. sempre in Africa. si parla287 di libri et epistulae Pauli viri e cioè della redazione già latina di elementi. Precocità di Tertulliano Ed ecco che subito appare nei primi documenti linguistici cristiani una distinzione che solo in parte è cronologica.Il linguaggio d’Italia secolo d. nella sostanza. Tertulliano.Giacomo Devoto . ecco che ci si rende conto che è impossibile distinguere fra un latino cristiano anteriore (della «Vetus Lati287 Vedi la mia Geschichte. come greci e orientali. si deve considerare anche l’altra ipotesi. Ma questo. p. non appare. in Africa e già nel 180.C. almeno a prima vista. e cioè che. che si erano annunciati in un primo tempo. cit. nasce intorno al 160 d. che siano state invece le strutture interne dello Stato a mascherare una identificazione e una immersione precoce della materia espressiva cristiana nelle strutture linguistiche latine. in un processo contro i cristiani. Il complesso organico della «Vulgata» e cioè della traduzione della Bibbia da parte di S. 347-420) si sovrappone all’insieme eterogeneo delle formule bibliche. quale risulta isolatamente da testi anteriori. dunque piú di un secolo prima del riconoscimento. raccolto sotto il nome di «Itala» o meglio di «Vetus Latina». Prima però di negare che il cristianesimo abbia lasciato nella lingua tracce decisive. Durante il papato di Vittore I (ca. Storia d’Italia Einaudi 168 .. 189-198) il latino si afferma come lingua liturgica a Roma. Gerolamo (ca.C. disposti intorno a un nucleo di tecnicismi liturgici greci ed ebraici. Il primo grande autore cristiano. Se si prendono in esame le differenze fra le due fonti. avvenuto nel 313.

beatus. Da una parte si aveva la esigenza tecnica e liturgica. Dall’altra si aveva l’apostolato. Storia d’Italia Einaudi 169 . iniziate sotto la guida di Jos. non significa allineare una serie di caratteri propri della cristianità arcaica in confronto di una per cosí dire classica. Gerolamo ha tradotto con una sensibilità diversa dai suoi predecessori. sostanzialmente stabilizzatrice. La distinzione è di ordine qualitativo. si trasforma in realtà obiettiva non appena si volga lo sguardo ai risultati delle ricerche degli studiosi olandesi. e cioè sul riconoscimento che le strutture linguistiche latine. per «felice» felix contro Vulg. Charakteristik des altchristlichen Lateins.Giacomo Devoto . affondare nel loro mondo linguistico in movimento. Nimega 1932. laqueus. il che non vuol dire che il gusto di S. Gerolamo fosse piú moderno. La distinzione che ora appare è fondata non già su una documentazione quantitativa ma su una ripartizione di funzioni e di significati. S. per «mettere in ridicolo» deridetur contro Vulg. conservatrice. applicate alle esigenze espressive della comunità cristiana dovevano rispondere a due esigenze contrapposte. Questa varietà di tradizioni. irridetur.Il linguaggio d’Italia na») e uno posteriore o gerolamiano. Schrijnen a Nimega288 . per «trappola» muscipula piuttosto che Vulg. all’ambiente dei catecumeni. Si tratta di riconoscere che il cristianesimo era già penetrato fortemente nelle strutture linguistiche latine da potersi permettere di profittare di tutte le loro possibilità di scelta. dei pagani in mezzo ai quali si voleva agire e si doveva partecipare e comunicare. e cioè una apertura al dialogo. conversatio. Usare per «rallegrarsi» iucundari piuttosto che il laetari della Vulgata. 288 Schrijnen. per «commercio spirituale» municipatus contro Vulg.

che però assumono il valore di astratto «cristiano» e non già di astratto generico preso da un normale aggettivo latino: tale il caso di salvatio «salvezza cristiana» e non già formulazione associata Storia d’Italia Einaudi 170 . la quarta infine adattata a una festività ben nota come quella della Pasqua italiana odierna. alcune sono rimaste poi chiuse nel valore tecnico dei libri. martyr.Giacomo Devoto . Una prima classe è rappresentata da elementi ebraici rimasti tali e quali. attraverso i quali si costituisce il vocabolario cristiano sono varî. amen. né adattati né tradotti: tali gehenna. propheta. Come già per le parole ebraiche. autorevole. accanto alla tradizione scritta. di «incarnazione» incarnatio. appena adattati: tali i casi di eucharistia. catechizare. evangelico ma vangelo. ecclesia. diaconus. sulle quali però occorre operare una ulteriore distinzione. apostolus. mammon. La seconda classe. a differenza della loro origine omogenea. episcopale ma vescovo. blasfemo ma bestemmia. episcopus. evangelium. e cosí epiphania. molto numerosa. La vicenda ulteriore di queste parole. ecclesiale ma chiesa. baptisma. è data dai tecnicismi greci. di «monogamia femminile» univiratus. è varia: le prime due si sono congelate nei libri. presbyter. ne hanno avuto anche una parlata.Il linguaggio d’Italia 93. pascha. mentre altre. blasphemare. Sono tutte parole fondamentali. presbiterio ma prete. e in un rapporto analogo. la terza è entrata nell’uso come simbolo di brevità e automaticità. il libresco epifania e il parlato befana. Una quarta categoria è costituita da parole latine derivate con suffissi latini. Abbiamo cosí oggi in italiano. anzi eterogenei. Una terza categoria è rappresentata dai calchi e cioè da parole latine formate sulla falsariga di elementi greci corrispondenti: tali le nozioni di «trinità» trinitas. Lessico cristiano Gli elementi.

caro «carne» scriptura «scrittura». di saeculum da «secolo» nel senso temporale a «società laica’». Appartengono perciò nella terminologia dello Schrijnen ai cristianismi «diretti» parole come humilitas «umiltà» confessio «confessione» confessor «confessore» vigilia «vigilia».Il linguaggio d’Italia alla normale qualità di «salvo» né alla nozione di nome d’azione del verbo salvare. nel quale significato assume rilievo invece precari. di pagano da «appartenente alla campagna» a «pagano».Giacomo Devoto . sia pure nelle sue «Confessioni». e naturalmente deus «Dio». Agostino. Essa agisce cosí nel profondo che è minore la differenza fra un testo letterario cristiano come quelli di Tertulliano e quello laico di Apuleio. La quinta categoria è costituita da parole latine che si sono specializzate. Ultima categoria è quella delle parole latine deformate e specializzate: classici gli esempi di gentiles che passa da «appartenenti alla stessa gente» al valore di «non cristiani». donde l’italiano «pregare». che non fra Tertulliano e la Vulgata. Infine interessa la vicenda complessa di orare oratio che erano sul punto di cedere il passo al piú efficace rogare (e rogatio) nell’uso laico e che invece si caricano di un valore religioso e acquistano nuova e diversa vitalità. senza però scindere i loro antichi rapporti col sistema lessicale precristiano. fides «fede». di plebs da «plebe» a «pieve». Ma in questo nuovo settore si specializzano a loro volta. che fra questi e le elevate formulazioni di S. Inversamente passa meno differenza fra gli errori corretti da Probo nell’ambito pagano e le particolarità delle prediche domenicali del prete. Storia d’Italia Einaudi 171 . Questa ramificazione della tradizione cristiana nel suo interno facilita a sua volta il superamento delle barriere verso quella pagana. nel valore liturgico e non apostolico.

148. Lund 1932. che si muovono nell’ambito del vocabolario cristiano. la categoria dei nomi di azione come statio facilita l’affiancamento di ieiunatio accanto a ieiunum «digiuno». Storia d’Italia Einaudi 172 . p.Il linguaggio d’Italia 94. che letteralmente potrebbe corrispondere al costrutto italiano «ho da voltare» e ancor di piú nel De Idolatria sempre di Tertulliano § 5 vivere ergo habes «hai dunque da vivere». Ma l’impulso alla loro nascita non è dato tanto dalla esigenza collettiva del movimento cristiano quanto dalla forte personalità del loro autore. determinano il neologismo informator.Giacomo Devoto . Nel campo della morfologia si inseriscono nelle novità cristiane esigenze già insite nella normale tradizione latina. Appaiono cosí verbi normali con valore di antichi deponenti come colligere «raccogliersi». longinquare «allontanarsi». che anticipa il normale futuro italiano vivrai derivato esatta289 Beiträge zur Sprache und Kritik Tertullians. Invece resuscitator appare molto meglio motivato di fronte alla imagine cristiana della «risurrezione» che non il pagano tradizionale restitutor. Dall’altra parte si leggono inizi di costruzioni perifrastiche come presso Tertulliano «adversus Valentinianos» 32 habeo devertere «devo voltare». e dall’altra la aggressività delle nuove costruzioni perifrastiche. Secondo le statistiche H. Spesso sono determinate da esigenze formali come la ricerca di simmetria allitterazione e persino di rima: cosí reformator e consummator. Hoppe289 le parole che compaiono la prima volta presso Tertulliano sono 982 delle quali quasi la metà (438) sono attestate esclusivamente come tertullianismi. facere «recarsi». Da una parte l’anacronismo dei segnali propri dei verbi detti deponenti. che richiama essenzialmente la imagine del «restauratore». Caratteri morfologici Tertulliano appare certo in prima linea come creatore di termini nuovi.

291 Svennung. oppure «nodosità» per «nodo» (Conf. II. Il futuro italiano si distingue da questo costrutto latino non già per gli elementi costitutivi ma solo perché non è ancora raggiunta la fissità della posizione posposta del verbo «ausiliare». Un altro innesto. p. Gerolamo290 fraternitas per «fratelli». Astratti veri e proprî sono invece le definizioni del «peccato» che appare presso S. che ora appare. 10.. non attestato nei testi ma sicuramente predioclezianeo (§ 98). Ancora una volta l’elemento cristiano si innesta su un movimento che è genericamente moderno.. scrittore di agricoltura del IV secolo. è quello della fortuna degli astratti. amaritudo «cosa amara». Un caso analogo di perifrasi è il primo dei tipi di condizionale. che la tradizione classica ammetteva come possibilità di derivazione grammaticale ma non amava sul piano semantico. Untersuchungen zu Palladius. Uppsala 1935. presso cui si riscontra acerbitas per «uva acerba». 123. anche se i modelli greci già avevano dato un avvio. novos sapores «olio nuovo»291 . 18) qui exaperit istam tortuosissimam et implicatissimam nodositatem? Un impiego ancora diverso degli astratti è poi quello che appare presso Palladio. consiste intanto nell’astratto come indice di un valore collettivo: tali gli esempi di S. 1.Il linguaggio d’Italia mente da vivere habes. fecondo e talvolta esagerato. 518. p. I I. Quelques aspects de la formation du latin littéraire.. La novità. siccitas «luogo secco». propinquitas per «vicini» analogamente all’uso attuale in cui si dice vicinato per «vicini» o padronato per «padroni». 290 Marouzeau. Agostino come «brutture» o «corruzioni» (Conf.) recordari volo transactas foeditates meas et carnales corruptiones animae meae.Giacomo Devoto . 1.. Storia d’Italia Einaudi 173 . Parigi 1949. gentilitas per «genti».

carnem DUM omnino non natam. ma anche rafforzato nella sua autonomia. associando congiunzioni che tradizionalmente dovrebbero accompagnarsi a forme finite del verbo: tali gli esempi. Strutture lineari come quelle del Vangelo di Luca I.Giacomo Devoto . 6 «Erant autem iusti ambo ante Deum incedentes in omnibus mandatis et iustificationibus Domini sine querela». nel De corona 8: passivitas fallit obumbrans corruptelam. sempre tertullianei.. con un ossequio alla simmetria che può parere classico. assumono la autonomia che ha presso di noi il gerundio. si qui velit de deo inquirere et inquisito invenire et invento credere et credito deservire. Iohannem iam advenisse.. infine. né a corruzione né a diminuzione di impegno. Questo rapporto viene ulteriormente chiarito.. fortemente potenziati. nell’Apologetico 18: Instrumentum adiecit literaturae. e con una apertura verso l’avvenire che duole non sia stata maggiormente continuata in prosieguo di tempo.. 18 ut confirmans. per quanto riguarda la vicenda linguistica. 1 «In principio erat Verbum et verbum erat apud Deum et Deus erat verbum» rap- Storia d’Italia Einaudi 174 . da Adversus Marcionem IV. Nell’insieme appare quindi che la apertura verso le novità non costituisce abbandono o rinuncia all’impegno.Il linguaggio d’Italia 95. 24 nemo enim te sustinebit improvidentiam adscribentem deo. nell’Adversus Marcionem II. I participî. un po’ meno lontano dagli schemi tradizionali. Il fattore cristiano NON si associa. Caratteri sintattici Potenti sono i risultati degli innesti sintattici. In relazione con la stessa linea di sviluppo si hanno impieghi piú liberi dell’ablativo assoluto per es. Nel trattato tertullianeo De Pudicitia 9 si legge nec notaretur cum Iudaeis communicans victum. oppure De carne Christi 6: habuerit. o di Giovanni I. come sostegno di una proposizione autonoma ancorché dipendente.

Il linguaggio d’Italia presentano qualche cosa di forte e di vitale. che avrebbe consentito alla tradizione latina di reggere alle durezze del primo medio evo molto meglio degli sgargianti schemi ciceroniani. Storia d’Italia Einaudi 175 .Giacomo Devoto . staccati dalla circolazione normale cosí di parole come di idee. piú o meno artificiosamente tenuti in vita.

Da Terenziano Mauro (fine del III secolo) si sa che la O era pronunciata diversamente a seconda si trattava di una O lunga o di O breve. dei quali Probo (§ 87) è stato un annuncio. La prima è quella critica che mira a correggere ed è appunto quella di Probo. secondo la loro quantità. dei fatti fonetici attinenti al sistema delle vocali non si erano avuti che riconoscimenti parziali. Ma mentre del singolo fatto Probo era già consapevole. e che successivamente la U aperta si fosse confusa con la O (chiusa). nel V secolo. che invece è necessaria proprio per spiegare la correzione di «colomna» da parte di Probo. nel IV secolo. e cioè che la U latina si fosse distinta in una U chiusa e in una U aperta. La seconda è invece quella. oppure non erano stati presi in considerazione. impone di credere a una relativa antichità di questo arricchimento qualitativo del sistema vocalico del latino. Servio. avevano due pronunce. riconosceva una differenza anche fra la I aperta e la I chiusa. Nessuno si è mai reso conto di una differenza fra U aperta e chiusa. Il fatto che Probo corregga «columna non colomna» presuppone una successione di fatti che i grammatici non avevano ancora tutti riconosciuti. piú misurata. Il sistema massimo di NOVE vocali deve essersi irradiato da Roma verso Gallia e Ibe- Storia d’Italia Einaudi 176 . riconosceva che la E lunga si avvicinava alla I. decisivo. delle quali due la E e la O. Problemi grammaticali pre-dioclezianei La «sveglia» dei grammatici. si manifesta in due direzioni. sempre nel V secolo. che prima. Un altro argomento. o non si erano ancora verificati. Pompeo. Consenzio.Giacomo Devoto . della constatazione di fatti nuovi.Il linguaggio d’Italia Capitolo ventesimo Squilibrî accentuati 96. affermava che le vocali erano cinque.

97. a Sirmio nell’Illiria. Secondo: al posto dell’unica capitale ne subentravano quattro.C. e cioè prima che la linea Spezia-Rimini si trasformasse da spartiacque in barriera culturale e linguistica: e cioè in età predioclezianea. ecco che viene riconosciuta per accenni per esempio da Terenziano Mauro (fine III sec. Primo: Roma cessa di essere capitale unica. Finalmente quella pronuncia alterata delle consonanti gutturali davanti a E e I (§ 89. e che le tante novità risalenti direttamente o indirettamente al rinnovamento del movimento cristiano avessero libero corso. è attraversata tutta dal piú meridionale di questi itinerari. la oscillazione B/V è già conosciuta presso Probo. con ripercussioni particolarmente gravi su quello che abbiamo chiamato il «linguaggio d’Italia». in Gallia. di cui una a Milano (le altre a Treviri. I punti essenziali sono questi tre. Riforma di Diocleziano Prima ancora che il culto cristiano fosse riconosciuto per opera di Costantino (313). che ha il suo maggior centro a Milano. la riforma dell’imperatore Diocleziano modificò le strutture costituzionali dell’Impero. ancora prima del 300 d. che ha i suoi punti terminali nella Gallia transal- Storia d’Italia Einaudi 177 . Terzo: la distribuzione della rete stradale non è piú stellare. irradiante da un unico centro. a Nicomedia nella Tracia). La Gallia Cisalpina. che a un certo momento è necessario postulare in seno al latino volgare.Giacomo Devoto . e quindi la sua funzione stimolatrice e regolatrice per diffondere o arginare novità anche in campo linguistico era destinata a indebolirsi progressivamente. e conseguentemente le correnti di traffico. ma assume la figura di un fascio di linee parallele da oriente a occidente e viceversa.Il linguaggio d’Italia ria. 125).) e da Mario Vittorino alla metà del quarto.. la tendenza all’assimilazione delle consonanti è registrata da Servio nel commento alle Georgiche di Virgilio (II 16). Nel campo delle consonanti.

Le aree in cui la 292 Marrou. 6 ed. in seguito al saccheggio di Roma da parte del re dei Visigoti Alarico (410). mentre la barriera alpina attenua la sua natura di ostacolo alle comunicazioni economiche e linguistiche. per inserirla in un ambiente integralmente umbro-sannitico. 425 sgg. Histoire de l’éducation dans l’antiquité.Il linguaggio d’Italia pina. In un primo tempo si devono contrapporre le aree italiane nelle quali il latino si è mescolato intensamente con gli ambienti linguistici preesistenti. ma partendo da focolai ricchi di prestigio linguistico come le scuole di Gallia. Prime distinzioni dialettali La classificazione dialettale che si può adombrare a questo punto per quanto riguarda il linguaggio d’Italia. non diversamente da Spoleto o da Capua. pp. Parigi 1965. diciamo a Lione. e il latino padano si accentua il solco. La linea Spezia-Rimini viene valorizzata come barriera culturale economica e linguistica. Inversamente. Marrou292 . e aree in cui la mescolanza è stata scarsa o nulla. Fra il latino di Toscana non solo. il latino della Gallia cisalpina si apre alle influenze occidentali che attraversavano le Alpi per mezzo di vie di comunicazione importanti. ma anche fra quello dell’Italia umbro-sannitica.. cosí bene illustrate da H. Storia d’Italia Einaudi 178 . ma per il prestigio sociale. lungi da qualsiasi allusione a genealogie e ramificazioni è la seguente. 98. Il ripopolamento conseguente cooperò a sottrarre Roma dall’ambiente non mescolato o scarsamente mescolato. nel quale doveva rimanere per oltre mille anni. La latinità pagana si distingue da quella centro-meridionale non solo per i legami grammaticali con le regioni transalpine.Giacomo Devoto . Lo squilibrio dell’Italia centromeridionale si accentuò ulteriormente un secolo dopo.

Le distinzioni minori che maturano all’interno delle due grandi aree mescolate. distinzioni minori si fanno luce invece ancora durante l’Impero. sempre nell’età imperiale. l’Italia umbro-sannitica e cioè la Italia centromeridionale. Oltre all’estuario veneto e alla Toscana possono essere considerate aree non mescolate la Sardegna e il Salento. come quello di Sicilia. la pronuncia chiara delle vocali finali: corrisponde alle aree laziali umbre e marchigiane. Storia d’Italia Einaudi 179 . sono state essenzialmente due: l’Italia gallo-italica e cioè tutta l’Italia settentrionale.Giacomo Devoto . salvo la regione dell’estuario veneto intorno a Venezia. attraverso la metafonesi. Per quel che riguarda le vocali finali. dalla chiarezza della pronuncia delle vocali finali. c’è una differenza fra regioni nelle quali non solo le vocali finali si sono mantenute ma anche hanno ignorato la metafonesi in quanto compenso qualitativo (v. Il primo gruppo corrisponde alla Sicilia e a quella prima zona calabrese che è stata latinizzata attraverso la Sicilia: essa é caratterizzata dal sistema primitivo di SETTE vocali (§ 90). Il quarto è quello del latino abruzzese e pugliese. ma SENZA la Toscana. § 116). piú antica. esorbitano dalla età imperiale intesa in senso proprio. compresa la Sicilia. Il secondo gruppo si fonda su un sistema vocalico di NOVE vocali ma conserva. tardive. risalenti forse ancora a una eredità adriatica o illirica (§ 113) A queste definizioni ancora vaghe si possono. Il terzo è quello napoletano e calabrese. mostrano già di percepire un pericolo di decadenza e una conseguente necessità di difesa: chiameremo la prima una latinità «romana». aggiungere alcune ulteriori distinzioni. che. Nell’Italia centromeridionale. sono. oltre alle vocali finali indebolite. per quanto riguarda l’Italia settentrionale. la seconda una latinità «napoletana» posteriore. e regioni che.Il linguaggio d’Italia mescolanza ha agito in modo rilevante. fondato sulle nove vocali e sulla pronuncia oscurata delle vocali finali. subisce alterazioni profonde dittongazioni e frangimenti.

136. I dialetti delle regioni d’Italia.Giacomo Devoto . 147. Il grammatico Sacerdote (III secolo) ha dato una descrizione dei varî tipi. che è l’equivalente accentuativo di quello che nel regime della musicalità erano state le clausole. Ma ai tempi di Cesio la sensibilità quantitativa persisteva ancora. Bologna 1944.Il linguaggio d’Italia «Napoletana» sarà la innovazione del gruppo NN al posto di ND (§ 88) il quale ultimo sopravvive solo in un piccolo triangolo nel messinese e nell’adiacente area calabra. La elaborazione costruttiva appare attraverso il cursus. Avvento dell’intensità d’accento Mentre negli strati inferiori delle istituzioni linguistiche si svolgevano e diffondevano lentamente queste novità.293 «napoletana» la forza che ha portato i tipi cririri per «credere». pp. 294 Vedi la mia Storia della lingua di Roma.. alla luce del sole si verificava l’adeguamento dei ritmi alle esigenze della nuova natura dell’accento. parte reliqua deprimit. avría da haber(e hab)ebam di fronte a averra da haber(e habue)ram (§ 128).C. Lo provano gli adattamenti portati dal grammatico Cesio Basso al sistema delle clausole fino dal I sec. p.) v. 99. 2 ed. che si raggruppano in tre schemi principali la finale cohe293 Devoto-Giacomelli. d. Su questo terreno la sensibilità dei grammatici era stata piú pronta. dopo Cristo. Storia d’Italia Einaudi 180 . Il riconoscimento vero e proprio della intensità dell’accento e la introduzione del termine tecnico di sonor -oris sono dovuti a Terenziano Mauro (fine del III sec. 273. arsin hanc Graeci vocarunt alteram contra thesin. 1345294 : parte nam attollit sonorem. la intensità. Firenze 1972. «napoletana» quella che ha portato i condizionali in -ia (tratti dall’imperfetto per es.

Questi schemi mettono radici profonde. rispettivamente il nome di cursus planus velox dispondaicus. Questo svolgimento non è dovuto a polemica o indifferenza perché egli si 295 296 Op. Per quello che riguarda la poesia. 331. La collocazione del verbo nelle proposizioni principali è quella finale nel 18%. Storia d’Italia Einaudi 181 .. Oppure presso S. di un esametro uniformato alle esigenze nuove: Libri Instructionum I 16 3 sg. dolores detulerunt. Op. essi assumono. Dicite/ nunc ergo/ quibus/ primum/ sacra fe/ rantur inter u trimque/ vias mors/ imma/tura va/gatur295 . Agostino. e cioè di parola trisillabica piana preceduta da polisillabica piana.296 Che tutte queste nuove aspirazioni non dilaghino incontrollate è mostrato da S. Nelle proposizioni dipendenti la proporzione rispettiva è del 42% e del 22%.Giacomo Devoto . Nei primi suoi scritti come il «De vita beata» o «Contra academicos» egli è in materia sintattica ancora incline alla classicità: di fronte a 55 esempi di costruzione di accusativo con l’infinito non se ne ha che 1 col quod.. nel De Civitate Dei. p. La sola modifica consisterà nell’aggiungerne un quarto. p. modicos coluerunt e cioè quadrisillabica piana preceduta da trisillabica sdrucciola. del 13% nelle Confessioni. cit. Commodiano. Ma nei Sermones la proporzione non è che di 2 a 1. 325. cit. Quando sette secoli piú tardi rifioriscono gli studî retorici. Agostino l’antico ritmo trocaico appare attraverso la successione degli accenti primari o secondarî: tale dal «Salmo abecedario»: àbundàntia pèccatòrum sòlet fràtres cònturbàre. e cioè quadrisillabica piana. preceduta da polisillabica piana. lo spondaicus. un poeta cristiano della seconda metà del III secolo. mostra versi in cui gli accenti di parola fungono ormai da tempi forti del verso. Nelle «Confessioni» la proporzione scende a 11 contro 1.Il linguaggio d’Italia redem detraxit. dei casi.

in cui si abbandona il classico «vesper». Agostino. 8 antecessus ve297 Op. eulogias «quando uscivamo dalla chiesa.Giacomo Devoto . Nella collocazione del verbo. a favore dell’uso. che è comunemente considerato prezioso ai fini di una valutazione del dilagare dei popolarismi.Il linguaggio d’Italia è effettivamente posto il problema teorico.6) attraverso l’ut temporale: iam ut exiremus de aecclesia. si riduce al 25% nelle proposizioni principali e al 37% in quelle dipendenti. Ricche sono le testimonianze di unità lessicali e valori semantici di tipo romanzo: 3.1 sabbato sera ingressi sumus montem. 334. 4. la posizione finale. persino hispatii per «spatii». L’innovazione piú appariscente è invece l’inizio della declinazione romanza con i primi esempi del genitivo segnalato da de: de terra Aegypti che non è piú il classico terrae Aegypti e non ancora il romanzo de terra de Aegypto. Tuttavia l’autrice ha le sue manifestazioni di zelo anche sbagliato: nella ortografia l’abuso della H iniziale. Una ricerca di costruzioni meno comuni appare ad esempio (3. in un rapporto che è meno lontano da quello classico di quel che non sia nelle ultime opere di S. Appariscente è pure il grecismo (37.». Il testo di Eteria come riconoscimento di forze nuove Eteria297 corrisponde a un testo. Storia d’Italia Einaudi 182 . risolvendolo contro la grammatica. 24.. hac per «ac».. 8 gustavimus nobis loco in horto «lí nell’orto» in cui loco si è ormai irrigidito ad avverbio. normale negli schemi classici.. hivit per «ivit». dederunt nobis presbyteri. p. cit. 100. hostium per «ostium»... 7) ille locus de Evangelio cata Ioannem «quel passo del Vangelo secondo Giovanni» che si aggiunge al de genitivale.

6 toti illi montes. ecco l’eredità che lasciò da elaborare ai secoli successivi. Si affacciano poi portare a danno di «ferre».Il linguaggio d’Italia niunt «arrivano in anticipo». La debolezza delle consonanti finali. Storia d’Italia Einaudi 183 . gyrus per es. Il linguaggio d’Italia attraversa cosí nel passare al secolo V. la semplificazione del periodo. plorare rispetto a «flere». per gyro «tutto all’intorno». totus rispetto a «omnis» come in 2. vadere rispetto a «ire». un periodo ricchissimo di fermenti. cosí decisivo per la storia politica. la affermazione di parole nuove risalenti da strati socialmente inferiori... il linguaggio d’Italia. alla fine del mondo antico. la diffusione delle forme perifrastiche del verbo. Grecismi importanti sono ascitis da asketés. sui quali né sul piano grammaticale né su quello artistico si è esercitata una opera di coordinamento efficace.Giacomo Devoto . in mons. la preminenza delle preposizioni come segnali morfologici della declinazione a danno delle desinenze.

Il linguaggio d’Italia PARTE TERZA Il Medioevo: 500-1200 Storia d’Italia Einaudi 184 .Giacomo Devoto .

costituivano una remora alle forze centrifughe. Non potevano inserirsi immediatamente in quelle istituzioni linguistiche quali. Sedi metropolitane importanti erano Roma Milano Genova Ravenna Aquileia Cagliari. con mezzi (legali o non legali non importa). sperdute. non legate stabilmente al suolo. Gli Eruli e le altre tribú barbariche. Conventi come Montecassino (dal 530 circa). nel divenire del latino. in Italia Odoacre. Compaiono nuclei sparsi. Seguivano quelle vescovili di Palermo Messina Siracusa in Sicilia. di cui era a capo. ma anche quasi cento volte piú numerose e oltre tutto piú civili. Farfa (680) esercitavano sicuramente una forte attrazione. poi Vercelli. erano eterogenee. né unite da rapporti regolari con le popolazioni di ascendenza romana.Il linguaggio d’Italia Capitolo ventunesimo Frantumazione della latinità 101. Queste erano sí disorganizzate. non fornivano un telaio suscettibile di creare una nuova unità.C. ci sono i capi barbarici. La pieve Quando nel 476 d. non atti a costituire qualcosa. ecco che dietro il sipario della autorità imperiale non appare il quadro organico delle diverse unità geografiche e strutturali. Bobbio (612). Scuole come quelle di Novara Modena Lucca. un successore. non si sentí piú la necessità di nominare. Brescia sul continente. La organizzazione ecclesiastica perdurava. Ma le tribú barbariche. Como. inorganici. di Napoli Firenze Bologna Torino Bergamo Verona. alla morte dell’imperatore Romolo Augustolo. sia pure di parziale ma di durevole. erano venute a configurarsi. Certo.Giacomo Devoto . Vivario in Calabria (dal 538). di cui Odoacre era l’esponente. delle quali si componeva l’impero. il Pa- Storia d’Italia Einaudi 185 .

assicuravano una continuità amministrativa e cancelleresca alle scarse esigenze di comunicazione che continuavano a farsi sentire. Ogni impulso linguistico. sempre piú si adeguava alle limitate esigenze delle popolazioni. Milano 1966. risentiva sempre meno delle irradiazioni linguistiche dai centri di cultura piú vicini. 4ª ed. Storia d’Italia Einaudi 186 . pp. il linguaggio d’Italia perde quel velo. che in condizioni normali veniva neutralizzato. non controllati. Con la fine dell’Impero di Occidente. che non deve tanto aderire agli schemi linguistici validi per i fedeli. chiuse nella attività spicciola di contadini. ecco che trovava via libera in seno alle tante piccole comunità parrocchiali. si divide in tante unità quante sono le parrocchie. che non devono sorprendere lo storico avvertito. legato alle pievi. attraverso mutamenti maturati all’ombra di quel velo. all’ombra di qualche signore. ormai da due secoli. quanto seguirli nei loro sviluppi istintivi. Origini. eppure appaiono come una lacerazione improvvisa. sbilancia il proprio equilibrio. da quando il parroco.. ancorate al piccolo territorio della corte. artigiani. Divisa in due aspetti opposti. L’aspetto conservatore della lingua del rito resiste agli spunti innovatori della lingua dell’apostolato. può svolgere la sua attività pastorale senza piú esser perseguitato. 227 sgg.Giacomo Devoto . cosí lentamente a faticosamente raggiunta. Impedirono che si arrivasse a una frattura totale. rallentato convogliato dalle esigenze di una comunità tanto vasta quanto solida. esaspera i proprî contrasti. non rallentati. impersonato nel parroco. piccoli mercanti o corrieri. 298 Viscardi. Ma il clero sparso. il Laterano di Roma298 . non coordinati da contatti permanenti con altri cittadini lontani.Il linguaggio d’Italia latium di Pavia. la lingua cristiana. divenuto ormai sottilissimo. di unità. manifesta differenze.

rudimentali. Ebbene. questa forma è rimasta intatta. acqua. dalla latina angustia alla italiana angoscia. non solo dal punto di vista del significato nel suo insieme ma anche nei suoi elementi costitutivi. àncora. dalla latina auscultare alla italiana ascoltare. che ebbe presto applicazioni amministrative nel senso del numero di «anime» appartenenti a una data parrocchia. da potersi conservare intatta. aceto. alpe. Accanto ad essa si ha la regolare alterazione delle parole sdrucciole. improvvisamente circoscritti. nessuna interruzione. neanche minima. aglio. Fra le parole comincianti con A. come è stato visto. arare. Tale la vicenda di anima che si appoggiava a una nozione fondamentale della dottrina cristiana. dell’agricoltore o dell’artigiano nel loro lavoro. anzi sono «le stesse parole latine» che hanno subito l’usura del tempo. se non in tutto il territorio italiano. asino. interrompe la continuità dalla forma latina area alla italiana aia. ora nell’una ora nell’altra regione. Siamo in grado di allineare cosí le parole italiane aia.Il linguaggio d’Italia 102. che. possiamo utilizzarne una serie di cui siamo certi che si è trasmessa dalla età tardo-antica sulla bocca di tutte le generazioni senza alcuna interruzione. dalla latina hamus alla italiana amo. nonostante tutte le forze centrifughe di cui poteva essere vittima. ala. angoscia. non hanno solo la conseguenza di incrinare la unità preesistente. agro. già durante la età imperiale. Essi determinano un drastico impoverimento lessicale. Resistenze lessicali Gli orizzonti. asse: sono parole che.Giacomo Devoto . avena. amo (del pescatore). arco. amara. tendevano a eliminare la vo- Storia d’Italia Einaudi 187 . ascia. o alle loro emozioni elementari. arte. arena. arma. che coinvolgeva pensieri e affetti nei riguardi delle «anime» del purgatorio. ascoltare. corrispondono a esigenze espressive. In certe circostanze la parola era talmente importante. Anche se tutte si collegano perfettamente con modelli latini.

abuso. superflue. Di fronte alla serie di parole comincianti con A che sono state trasmesse da una generazione all’altra senza interruzione. sono state conservate in mezzo ai libri. non però nel senso mai venuto meno della religione. che. nella vita quotidiana della corte e della pieve si può fare a meno. in questo primo periodo di disgregazione fonetica e di impoverimento lessicale. perché divenute sovrabbondanti. 299 Devoto. 103. le scuole e i vescovadi di cui si è parlato al § 101. Storia d’Italia Einaudi 188 . culturale. pp. Ma del primo. Spoleto 1963. sostanzialmente «meglio» conservate delle precedenti. canna o cannone299 . ad esempio per definire la parte interna di un tubo. per piú secoli. e naturalmente linguistica. nell’ambito del piccolo mondo della corte e della pieve. ecco che un analogo campione ci presenta una serie di parole. costituivano forze di conservazione letteraria. La devono al fatto che. La Bibbia nel Medio Evo. Ma queste devono la loro miglior conservazione non già a loro maggior vitalità. 58 sgg. Questo secondo campione è composto dalle parole: abile. dopo di che. soprattutto in campo lessicale. del nome di un mese cosí importante no. attraverso un’altra metafora è stata applicata di nuovo all’anima come centro di vita.Giacomo Devoto .Il linguaggio d’Italia cale interna priva di accento. Augusto somiglia di piú al latino augustus di quel che non somigli il nome del mese agosto. ma in quello fiorito in Italia all’ombra dello Stil nuovo (§ 162). sia pure subendo alterazioni piú o meno vistose. avrà assunto qualche valore metaforico. Questa forma «normale» è alma. Unità lessicali refrigerate nelle biblioteche Se non potevano esercitare una attività di stimolo né di coordinazione.

Resistenze toponomastiche Ci si domanda ora se la testimonianza dei nomi locali conferma o rettifica quella dei nomi comuni. attiguo. adulto. assurdo. che sono rimaste congelate nei libri. augurio. II mutamento della visione generale del problema appare in questa forma. atto. L’entità dell’impoverimento lessicale. oppure addirittura alla frattura che si è stabilita fra la organizzazione della società imperiale e quella dell’alto medio evo. adottare.Il linguaggio d’Italia accusare. adibire. relativamente al restringimento degli orizzonti. appare manifesta. Mentre nel secolo scorso si dava grande peso alla cessazione di qualsiasi continuità dall’età antica a quella medievale. cui si è alluso. nei libri e nelle biblioteche del medio evo. atroce. attraverso la loro conservazione TROPPO fedele. aderire. La maggioranza è costituita da quelle che sono RITORNATE alla lingua parlata dopo un esilio. Fra questi. o augurio. non deve MAI dimenticare che la maggioranza di queste non è costituita da parole regolarmente trasmesse da una generazione all’altra. vantaggioso per la loro conservazione materiale. e si minimizzavano le lacerazioni compiute nel tessuto connettivo dell’impero. al riparo degli svolgimenti normali per le parole che sono state sempre alla luce del sole. che ha seguito la fine della comunità imperiale dell’occidente latino. che considera la grande parte di parole italiane di origine latina. ecco che alla conferma delle lacerazioni orizzontali (§§ 101-103) si accompagnano ora i risultati delle ricerche di Storia d’Italia Einaudi 189 .Giacomo Devoto . Lo studioso della lingua italiana di oggi. rivelano. con la -B conservata fra vocali. azione. acido. abile e abuso. col dittongo iniziale intatto. 104.

Pievepelago. ma solo si è aristocra300 Bognetti. 301 Serra. Realtà economiche Le conclusioni di ordine linguistico non devono però confrontarsi soltanto con i problemi giuridici e costituzionali. Contributo toponomastico alla teoria della continuità nel Medio evo delle Comunità romane e preromane dall’Italia superior. non privata ma «comune». Cluj 1931. 105. D. Stefano. Bognetti300 e G. Storia d’Italia Einaudi 190 . nomi di città minori che si sono fissati secondo l’uno o l’altro criterio. se la vita del singolo cittadino è caduta in un profondo isolamento. o di un territorio come Comuneglia derivato dal latino communis. Concludono questa serie le numerose località chiamate con «Pieve»: Pieve S.Il linguaggio d’Italia G. Se le unità superiori sono venute meno. resti di quella unità parrocchiale. Sulle origini dei comuni rurali del Medio evo. sul terreno economico non è detto che si sia precipitati in una totale autarchia. Città S. Pieve Albignola e cosí via. sulla quale si è tanto insistito. Se presso gli uni come presso gli altri la continuità storica verticale a danno di quella geografica orizzontale sembra acquisita. diciamo Zena di fronte a Genova. P. Il commercio internazionale non è morto. Angelo. e finalmente resti di confini e di sistemazioni topografiche di età romana. Serra301 sulla continuità onomastica e toponomastica di questo. indicante evidentemente un territorio di proprietà. non si deve svalutare la importanza dei problemi economici. Cívita Lavinia di fronte a Città della Pieve.Giacomo Devoto . per esempio Cívita vecchia. come un nome di torrente Vicano. Si hanno cosí da una parte i nomi delle città importanti che hanno le forme popolari. Pavia 1927. sulla continuità delle comunità rurali di quello.

Lo storico belga Henri Pirenne304 . dal punto di vista del linguaggio d’Italia. Parigi 1927. p. la persistenza di eredità e tendenze anteriori alla diffusione del latino in Italia. 280. cit. la introduLot. sulla base di dati attendibili relativi alla persistenza di scambi commerciali nell’alto medio evo. come quelle citate al § 101. Non diversamente la vita culturale non si è annullata ma si è concentrata in quei chiostri e scuole che. si è chiuso a quanti non avevano la possibilità e la potenza della organizzazione necessaria. decisiva. Questo disordine è attenuato da tre forze: la persistenza del latino in quanto abito di cerimonia. Lot.Il linguaggio d’Italia ticizzato. Né numerose erano le tribú barbariche sopraggiunte: gli Ostrogoti in Pavia non erano che ventimila303 . erano in grado di attrarre e mantenere persone qualificate. di fronte ai superstiti collegamenti commerciali.. La distinta veste di cerimonia cui era ridotto il latino continua a essere usata in cerchie ristrette. Roma si era ridotta a un decimo della popolazione del IV secolo302 . Parigi 1937. risoluta. 302 303 Storia d’Italia Einaudi 191 . che non è abbandonato del tutto (§§ 106-110). 313. Ma se. Il Pirenne ha errato nel non considerare. che riaffiorano e contribuiscono a determinare distinzioni fra grandi mode regionali (§§ 111-130). La fin du monde antique. Molte città erano spopolate. il disfacimento delle connessioni linguistiche. Ma normalmente si usano tanti diversi (e sdrusciti) vestiti quante sono le pievi. la svolta c’è stata. per quanto riguarda l’Italia. fosse anche legittimo affermare che l’impoverimento dei traffici non ha raggiunto i limiti di una rottura economica in connessione con il disfacimento dell’impero d’Occidente. 304 Mahomet et Charlemagne. p. op. Dopo la guerra gotica. ha affermato che il mondo antico si conclude solo con la età di Carlomagno.Giacomo Devoto .

Il linguaggio d’Italia zione di fattori di ricostruzione linguistica per opera dei Longobardi (§§ 131-140).Giacomo Devoto . Storia d’Italia Einaudi 192 .

in forma di eccezione. piú tecniche. prescindenti da spinte e tendenze del parlare corrente. Origini.. 480-ca. Viscardi.. op.. p. che vengono a rappresentare i capostipiti di due diverse tradizioni. L’esile cortina superiore del linguaggio d’Italia sopravvive dunque. 586. La sua prosa è di alto livello e questo livello cresce con gli anni306 . anzi si continua.Giacomo Devoto . piú vicine a gusti e tendenze degli autori cristiani307 . Auctores e artes L’abito di cerimonia che continua. 308 Norden. p. 4ª ed. Il doppio indirizzo che si rifà a questi due autori ha avuto una esatta denominazione attraverso la contrapposizione nei secoli successivi fra i seguaci degli «auctores» e cioè di quanti si prefiggevano modelli individuali308 e seguaci delle «artes» e cioè di modelli collettivi309 . p. Boezio è stato definito come l’ultimo dei Romani e il primo degli scolastici.. cit. Antike Kunstprosa. Origini. in quanto le strutture paratattiche continuano ad avere le sue preferenze. si presenta da prima impersonato da due figure autorevoli305 . Cassiodoro impersona invece esigenze diverse. Milano 1966. non priva peraltro di aspetti tradizionali. Ricciardi 1956. 305 B. 525) e di Aurelio Cassiodoro (ca. ma non si estrania rispetto ai tempi. pp. Norden. secondo due distinti filoni. meno fissate sui modelli antichi. Nardi. 309 Norden. 306 307 Storia d’Italia Einaudi 193 . op. 480/ 190-573/583). 2ª rist.Il linguaggio d’Italia Capitolo ventiduesimo Verso il bilinguismo 106. 680. 1- 25. pp. quelle di Severino Boezio (ca. cit. Milano-Napoli. 334 sgg. 690. Lipsia 1918.

letteraria o cancelleresca non importa. Il suo atteggiamento non è rigido e tiene conto quando ne è il caso del livello degli interlocutori310 . 311 Devoto. anteriore di due secoli. né ha falsi pudori rispetto alla grammatica. non chiude ermeticamente di fronte a incertezze ondeggiamenti o risolute novità. Gregorio Magno Questa sovrastruttura di lingua scritta. E tuttavia. se proprio non campanilistiche. oppure non si ponga espressamente canoni da seguire e imitare. clarisco. in tutto l’occidente latino. nel campo della morfologia. 278. che pure i grammatici pretenderebbero: unde et ipsam loquendi artem quam magistri disciplinae exterioris insintuant. La tradizione della lingua scritta.Giacomo Devoto . In registrum Gregorii Magni studia critica.Il linguaggio d’Italia 107. Geschichte der Sprache Roms. della quale rifiuta la disciplina integrale. non è che non subisca pieghe e anche deformazioni. servare despexi : in questo confermando la posizione di S. papa dal 590 al 604. sia che si richiami a modelli precedenti in modo consapevole. Agostino311 . Storia d’Italia Einaudi 194 . autore fra l’altro di dialoghi e omelie. La tradizione dell’abito da cerimonia resiste durante i secoli VII-VIII. se questo abbellisce e attenua particolari e difetti delle forme umane. discendo. Heidelberg 1968. e in particolar modo in Italia. Da un trattato medico del diacono Crispo (fi310 Norberg. ha un carattere costante. quello di sentire la lingua latina ancora come un universale. Uppsala 1937. e. Ma queste aperture non sono un cedimento. scrive grandevus per «grandaevus». continuando nella figura dell’abito da cerimonia. usa abbati de monasterio per «monasterii». A influenze locali. benivoli con le I al posto delle E normali. Gregorio Magno. non indulge. p.

pp. egrum. cit. Questo innesto avviene prima attraverso la attività cancelleresca e giuridica. L. 1. morti incurrat periculum. nel quale.Il linguaggio d’Italia ne del VII secolo)312 si può estrarre un passo come il seguente: «si caput innumeris agitatur pulsibus.. Non è certo un passo a livello della letteratura. da una parte di modernità e semplicità. Barni nelle Origini. poi attraverso la riflessione grammaticale. È il risultato della confluenza delle varie esigenze. dall’altra di decenza grammaticale. Inserimento barbarico Il dialogo fra lo strato superiore (e unitario) del linguaggio d’Italia e quello inferiore dei (tanti) parlati delle singole pievi. cit. et res eius infiscentur». L’esempio fondamentale è quello dell’editto del re Rotari (del 643)313 .. la chiarezza non è mai troppa. ma non è neanche il risultato irresponsabile della penetrazione di elementi volgari o barbarici.. Per rimanere nel quadro che si è delineato a proposito della tradizione latina. pp. 47 sgg. il linguaggio d’Italia assume di fronte alle sovrastrutture barbariche. dal quale estraggo qui un passo eloquente: «si quis foris provincia fugire temptaverit. lo stesso doppio 312 313 Origini. Esso mostra solidità e funzionalità esteriori impeccabili: il problema di uno spessore dell’edificio linguistico. si arricchisce a questo punto di un fattore nuovo: la partecipazione della nuova classe dirigente barbarica. per quanto riguarda lo strato superiore latino qui non appare. G. 108. alla n. 66 sgg.Giacomo Devoto . come deve avvenire in un testo tradotto. la sua accettazione del mondo romano cosí dal punto di vista della confessione religiosa come da quello delle strutture linguistiche. 1.. alla n. protinus ex hederae studeas redimire corona». Storia d’Italia Einaudi 195 .

Firenze 1964. 316 Monteverdi. 152. «Studi romanzi».Il linguaggio d’Italia processo: a livello superiore. come un verso saffico. a livello inferiore non tanto la penetrazione di innovazioni e di errori. Il secolo successivo mostra la partecipazione barbarica addirittura a livello dei problemi grammaticali. attraverso l’opera di Paolo Varnefrido. 28. 1939.). si ha la totale accettazione della tradizione latina da parte del mondo barbarico.. Infine. augusto. 314 315 Storia d’Italia Einaudi 196 . Una prova della serietà con cui Paolo Diacono si è immerso nel sistema linguistico latino. alla n. egli è rimasto famoso negli studî di latino per la sua epitome del glossario de verborum significatione di Festo. cit. Le strutture del latino letterario hanno perduto elasticità. passa una differenza minore che fra una lettera e un trattato o una orazione di Cicerone315 . Autore di una Storia dei Romani e di una dei Longobardi. meglio conosciuto sotto il nome di Paolo Diacono (720/724-799)314 . ma vale da un punto di vista italiano già come un normale endecasillabo. 4ª ed.. fra una lettera e una pagina di storia di Paolo Diacono. Vedi il mio Profilo di storia linguistica italiana. Il verso ut queant laxis resonare libris 316 può essere considerato. non affondano piú come una volta nel vivo della lingua parlata di alto livello ma costituiscono pur sempre un monolito solido. quanto di unità lessicali e di documenti onomastici (§§ 131 sgg. pp. dal punto di vista della metrica classica. Per opera sua. 29. Il verso sarà utilizzato da Guido d’Arezzo secoli dopo. si ha una saldatura con la tradizione grammaticale di Donato e Prisciano dei secoli IV o V. per fissare la terminologia delle note musicali (§ 145). Anche in questo si ha una prova del tranquillo trapasso dagli schemi commodianei Origni.Giacomo Devoto . 1. Paolo ha lasciato un documento attinente al ritmo. p. è data dal fatto che. 92 sgg. p.

che altro era il latino biblico e altro quello che lui si illudeva ancora di parlare. che propose la revisione dei testi sacri. occorrevano due cose. consci della importanza del problema e della necessità di studiarlo e risolverlo a fondo.Giacomo Devoto . Alcuino (735-804). per imporre autorità ai superstiti centri di cultura. diventando anzi disordinato e vario anche nella fissazione scritta. sufficiente per contrastare i municipalismi. associata a una estensione territoriale. I testi. Conseguenza di questa operazione fu sí il ritorno della Bibbia piú o meno alla forma originale della Vulgata di San Gerolamo di quattro secoli prima. Questo avviene solo quando. Sul piano generale occorreva che si ricostituisse un minimo di volontà politica. Storia d’Italia Einaudi 197 . La seconda condizione era che si costituisse un gruppo di uomini di studio. o indispensabili alla maestà del culto. abbiamo davanti agli occhi un «impero». che comprenda in tutto o in buona parte l’Italia. Questo non era piú latino anche se lui lo chiamava ancora latino. Eponimo di questo movimento fu un monaco di origine anglosassone. 109.Il linguaggio d’Italia e agostiniani a quelli della prosodia e metrica italiane del dolce stil nuovo e di Dante. e la purificazione della Bibbia dalle incrostazioni che ne avevano reso irriconoscibile il testo. ma fu anche la prova agli occhi dell’uomo della strada. Alcuino Nonostante questa solidità e continuità. organico e con sufficiente consenso e coordinamento. Perché questo fosse realizzabile sulla base di un piano. al di sotto dei vestiti di cerimonia il resto dell’abbigliamento andava logorandosi. legati a una tradizione venerabile di prestigio letterario. per opera di Carlomagno. dovevano prima o poi porre il problema di una revisione e risanamento.

Storia d’Italia Einaudi 198 . oggetto di studio approfondito da parte dello svedese J. liso. già attribuite al latino parlato dell’età imperiale. XX.Giacomo Devoto . Gli strati inferiori Le testimonianze dello sviluppo divergente di questo abbigliamento minore non sono straordinariamente abbondanti. risale a un monaco spagnolo. Oxford 1911. Uppsala 1941. 4. ma che nella realtà fonetica e morfologica sono profondamente erosi.Il linguaggio d’Italia 110. Isidoro di Siviglia (570-636) il quale317 attribuisce agli italiani la pronuncia ozie per «hodie». dice «vo317 318 Etymologiae. Una frase caratteristica è la seguente: «Tinctio pellis prasini (verde). Tolles pellem depellatam et mitte stercos caninus et colombinus et gallinacium». Sono orizzonti ancora lontani che appaiono attraverso le scuciture di un sipario logoro. IX. Svennung318 . Lindsay. Un altro testo. La prima. ma non soltanto centrifughe. il testamento di un vescovo Walprando. e cioè fissa una cronologia per la palatalizzazione del gruppo DJ. dopo di che si impone la ricostruzione di tutte quelle forze centrifughe. piccola ma genuina. tipica dell’italiano. Ma piú significativi sono gli esempi tratti da interi testi ancora latineggianti o da parole dalla impronta ormai integralmente italiana. del 754. che in questi quattro secoli (VI-IX) hanno spinto avanti le tendenze. Compositiones Lucenses. La declinazione è declassata nell’incertezza e soprattutto nel disordine in -US e in -UM da una parte e desinenze in -OS e in -US dall’altra. ma esistono. Ecco che si hanno cosí testi anche non sacri che dal punto di vista soggettivo sono ancora latini. Tale è il caso del trattato artigiano dell’VIII secolo che è stato chiamato Compositiones Lucenses o «composizioni lucchesi». È tempo che se ne prendano in considerazione alcune. ed.

terre incolte (776. si allineano novità lessicali. porcello (777). limitandosi a spiegare o «tradurre» queste ultime.) si limitano a «tradurre» quello che i contemporanei non usano o non capiscono piú: p. 24. duas partes abeat»319 . 319 Profilo. per i nostri occhi modernissime: tali in documenti lucchesi: menare «condurre» negli anni 770 e 777. es. p. Mentre la Appendix Probi «rimproverava» dicendo «columna non colomna» (§ 87). cit.Giacomo Devoto . Anche l’atteggiamento dei grammatici si svolge sempre piú nella direzione di lasciar coesistere le forme della lingua scritta con quelle della parlata. Si tratta come ognun vede di forme che sono ormai «italiane». «transmigrat ‘de loco in loco vadit’». le glosse di Reichenau (VII-VIII sec. 795).Il linguaggio d’Italia lo ut omnes res meas que ad dicata et non vendita aut non donata remanserint. Storia d’Italia Einaudi 199 . pascolo (787).. Accanto a queste testimonianze di disgregazione morfologica.

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

Capitolo ventitreesimo L’azione dell’accento

111. Prima delimitazione della toscana Un secondo temperamento (§ 105, fine) permette una prima approssimazione nello sforzo di raggruppare le migliaia di mini-latini sbocciati all’ombra delle pievi. Esso è dato da alcune sopravvivenze tipiche delle tradizioni linguistiche preromane, e di alcune mode e correnti, già ricostruite sopra, all’interno della comunità romana (§§ 87-90, 96). Le tante frontiere che vengono a costituirsi fra pieve e pieve non sono comparabili fra loro. Accanto a quelle che costituiscono solo sfumature all’interno di un colore locale, ve ne sono altre che, già per ragioni storiche, appaiono come virtualmente costituite, sia pure in forma ancora fluida, anteriormente alla frantumazione della unità romana. Fra tante frontiere linguistiche ora impercettibili, ora visibili, ora vistose, si pone per primo il problema di quelle che portano a una definizione, sia pure negativa, di una intiera regione, la Toscana. I presupposti lontani, predioclezianei, esposti al § 96, ci dicono che avevano raggiunto la Toscana senza difficoltà le due grandi innovazioni della palatalizzazione delle consonanti gutturali, da cui era rimasto immune solo il centro della Sardegna, e la organizzazione di un sistema di NOVE vocali, poi raggruppate in sette, rimasta propria di tutto il mondo romanzo non italiano, mentre in Italia, si era diffusa solo nell’area a settentrione della via Appia. Una terza grande innovazione, quella della assimilazione progressiva del tipo da ND a NN, di provenienza umbro-sannitica, si arresta sulla frontiera della Toscana, intesa non precisamente in senso amministrativo, perché, movendo da sud-est

Storia d’Italia Einaudi

200

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

e est, raggiunge il territorio ormai toscano delle falde meridionali del monte Amiata (§ 139). L’età postdioclezianea, e soprattutto l’inizio del medio evo, propongono due problemi in buona parte, ma non solo, innovativi, che si impongono, coinvolgendo la imagine geografica della Toscana. Si tratta delle conseguenze dell’accento d’intensità, di cui si sono citati i primi indizi in età imperale (§ 99). Si tratta delle manifestazioni di maggiore o minore accentramento della parola, sempre per opera dell’accento, con conseguenze non soltanto sulle vocali prive d’accento, ma anche sulle consonanti in posizione finale (§§ 114, 115). Per i caratteri che sopraggiungono a definire ulteriormente la Toscana v. § 149. 112. La dittongazione «interna» Indipendentemente dai cambiamenti di timbro che già durante l’età imperiale si devono ammettere per tutte le vocali accentate all’infuori della A, la azione dell’accento di intensità si manifesta attraverso l’allungamento della vocale accentata320 . Una forma latina come dicit non si accontenta cioè di distinguersi, con la sua pronuncia chiusa, da un tipo come picem, che con la sua I aperta è passato all’italiano «pece». La forma dicit, ha una I che, oltre che chiusa, è anche «lunga», una specie di DIICIT. Ma il sistema linguistico aveva appena perduto la capacità distin320 Vedi Richter, «Beihefte der Zeitschrift für romanische Philologie». 27, 1911, pp. 120 sgg.; Meyer-Luelrke, Einführung in des Studium der romanischen Sprachwissenschaft, Heidelberg 1920, pp. 141 sgg.; Vidos, Handboek tot de Romanse taalkunde, ed. it., Firenze 1959, pp. 244 sgg. Per la parte funzionale è importante L. Romeo, The economy of diphthongization in early Romance, The Hague 1968.

Storia d’Italia Einaudi

201

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

tiva per la opposizione di quantità lunga e quantità breve. Le vocali che non distinguevano piú una pronuncia chiusa da una aperta, si sono adattate alla nuova situazione; fra quelle che distinguevano una pronuncia aperta e una chiusa, come nel caso della E e della O aperte, ecco che si è presentata la tentazione di accentuare ulteriormente la distinzione fragile delle aperte, prolungandone la quantità con una intensità e uno sforzo che non potevano essere al riparo da tendenze dissimilatrici. E quando la struttura della sillaba aperta non ha posto ostacoli di volume e di durata (come invece frapponeva la sillaba chiusa) ecco che la serie PEE-DE non ha potuto impedire quello squilibrio qualitativo, che si è realizzato attraverso la dissimilazione di E in IE. Inversamente, la struttura sillabica chiusa di PER-DI(T) ha mantenuto immune la vocale in questione. La stessa elaborazione si compie nel caso della O aperta che, in sillaba libera, subisce allungamento e dittongazione come in cuore, ma in sillaba implicata rimane ferma nella situazione originaria come nel caso di porta. Tale è il caso tipico della dittongazione «interna», e cioè non determinata né sollecitata da circostanze periferiche quale la pronuncia la persistenza o la decadenza delle vocali finali di parola. Si tratti di fiera lat. FERA, piede lat. PEDE(M), fuochi lat. FOCI, duomo lat. DOMU-, qualunque sia stata la vocale finale, hanno subito uniformemente la innovazione. La rigorosa delimitazione della dittongazione interna, accompagnata alla chiara pronuncia delle vocali finali, sia pure private della opposizione -O/-U, fa sí che la dittongazione toscana debba essere considerata come qualcosa di chiuso in se stesso, e per cosí dire abbozzata senza spingersi al di là dei limiti che l’insieme della parola imponeva o consentiva; senza incrociarsi con altre tendenze; distinguendosi risolutamente dalle dittongazioni, proprie delle aree

Storia d’Italia Einaudi

202

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

circostanti321 . A questa sua definizione strutturale deve corrispondere una delimitazione nel senso dello spazio, in quello del tempo, in quello dello spessore sociale. Nel senso dello spazio, essa non è una esclusività della Toscana, ma rappresenta il risultato spontaneo, non influenzato da forze esterne, e quindi originariamente piú esteso, sul quale eventuali forze esterne hanno agito piú tardi, spostando frontiere dialettali preesistenti. Il primo di questi problemi è rappresentato da Venezia, la cui area è stata riconosciuta sopra come un’area di latino scarsamente mescolato (§ 98) e nella quale già G. I. Ascoli322 aveva riconosciuto la esistenza di una dittongazione interna pura, non diversa da quella toscana. In un secondo tempo Venezia è stata deformata dall’arrivo di correnti estranee, rappresentate da lenizioni e troncamenti di origine gallo-italica o ladina. Analogamente, come ha riconosciuto Gerhard Rohlfs323 , nella Liguria nordorientale e precisamente nella zona del monte Antola, sopravvivono resti deturpati di una dittongazione del tipo toscano UO, resa però irriconoscibile dall’avvento di un sistema vocalico nel quale sono presenti le vocali miste e perciò estraneo al sistema toscano: si tratta dell’inserimento di questa zona ligure nell’insieme dei dialetti gallo-italici, e quindi si deve tenere aperta la strada alla possibilità di dover riconoscere una fase «pre-gallo-italica» dell’area ligure stessa (§ 140). Questa delimitazione geografica ha altre due conseguenze storiche di primaria importanza, che provano la
321 Castellani, «Atti del V Convegno di Studi umbri», Gubbio 1970, pp. 57-62 con bibliografia; cfr. la testarda resistenza dello Schürr, «Revue de linguistique romane», 9, 1933, pp. 203 sgg. 322 Ascoli, «Archivio glottologico italiano», 8, 1882-5, p. 110. 323 Rohlfs, Historische Grammatik der italienischen Sprache, I, Berna 1949, p. 192.

Storia d’Italia Einaudi

203

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

alta antichità di questa dittongazione elementare. Per avere raggiunto, partendo dal mondo equilibrato del vocalismo toscano, la regione di Venezia, essa deve essere stata abbastanza antica A) per consentire di raggiungere la valle del Po, sia pure nella sua estremità orientale, anteriormente al 300 d.C., età della riforma diocleziana, e B) per precedere la frattura operata negli ultimi due secoli dell’impero dalla ulteriore gallicizzazione della regione intermedia romagnola, quale appare attraverso la caduta delle vocali finali, anche dopo consonante occlusiva. La ipotesi di una influenza germanica e comunque settentrionale, è pertanto da escludersi324 (§ 131). Quanto alla cronologia assoluta, le testimonianze effettive sono invece tarde. In una carta lucchese del 761 si trova quocho e Quosa (nome locale); nel 983 aqua buona; a Venezia325 si ha normalmente cuor «cuore», dieze «dieci». Finalmente, per quanto riguarda lo spessore, ancora per opera di G. Rohlfs326 è stata richiamata l’attenzione sul fatto che la dittongazione toscana è regolare ma non universale, e cioè rispecchia uno sforzo di precisione e attenzione, che non sempre è stato accettato dagli strati inferiori. Essi hanno detto sempre lepre nove (non LIEPRE NUOVE), mentre il fiorentino bono potrebbe essere ancora oggi valido e significante. 113. I frangimenti Parallela alla dittongazione «interna» delle vocali aperte, è la resistenza delle vocali chiuse e di quelle che ignorano
324 Wartburg, Die Entstehung der romanischen Völker, Halle 1939, pp. 149 sgg.; Schürr, «Atti», cit., pp. 384 sgg. 325 Ascoli, op. cit., pp. 110 sgg. 326 Rohlfs, op. cit., I, pp. 152 sgg., 185 sgg.

Storia d’Italia Einaudi

204

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

la differenza di apertura. La conservazione delle E e delle O chiuse si oppone nella grande area (sia pure non contigua) tosco-veneziana a quel fatto violento, che si verifica in tutte le altre regioni italiane, detto «frangimento». Questo è una dittongazione brusca o chirurgica, il cui tipo piú elementare è il passaggio da E a EI, da O a OU. A Firenze come a Venezia si dice tela, vena, e cosí croce a Firenze, croze a Venezia, con una identica o chiusa, inalterata. A Genova si ha invece meise, neive per «mese» «neve», a Bologna vous soul per «voce» «sole». In Puglia, a Lucera si ha meisë, a Barletta soulë per «mese» «sole». Il rapporto è chiaro: dove c’è dittongazione interna, le vocali finali sono pronunciate chiare; dove c’è il frangimento, le vocali finali possono sí anche salvarsi ma, nella maggioranza dei casi, si confondono in una vocale indistinta, oppure scompaiono. Col frangimento è connessa una intensità di accento molto maggiore di quella che si manifesta invece nella dittongazione interna. Come si vedrà piú sotto, i focolai del frangimento sono due: quello adriatico agisce in età relativamente recente, è valido anche dopo che si son manifestati i fatti di metafonesi, ma ha anche lontani preannunci nella preistoria, per esempio per quello che riguarda la vocale «mista» ü. L’altro, il gallo-italico, si connette anche esso a innovazioni tuttora persistenti nel francese. 114. Le vocali finali A queste azioni dell’accento, concentrate nell’ambito delle vocali accentate, si accompagnano i processi di accentramento che agiscono sulla compattezza della parola nel suo interno oppure sulla sua maggiore o minore individuazione nella serie della frase. II primo è il problema della vocale finale di parola, che già durante l’età imperiale aveva dato segno di trovarsi in condizione se non di debolezza, di minore capacità distintiva a proposito di

Storia d’Italia Einaudi

205

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

-I/-E finali (§ 83). Da un punto di vista della sua pronuncia piú o meno chiara, si contrappongono aree conservatrici a livello piú o meno integro, e aree indebolitrici fino alla eliminazione totale. Le grandi aree, che conservano una pronuncia chiara delle vocali finali, sono da una parte il gruppo siciliano sardo e salentino327 , dall’altra la Toscana, col Lazio, l’Umbria (col finitimo territorio aquilano) e le Marche. La chiarezza della pronuncia non significa che si conservi il numero originario di vocali. In Sicilia ad esempio le vocali finali sono tre; in Toscana sono quattro. In una zona ristretta umbro-marchigiana se ne conservano cinque perché la distinzione fra -U e -O è salvaguardata328 . I testi che lo dimostrano sono molto piú tardi, ma si deve considerare la possibilità che, inquesto periodo intermedio, distinzioni morfologiche come quella del genere neutro abbiano consolidato la vitalità fonetica di elementi che nei riguardi dell’accento si trovavano in condizioni uniformi. Le due aree innovatrici non sono neppure esse contigue. L’area settentrionale che comprende la valle padana e le Marche settentrionali fino al fiume Esino, mira alla eliminazione della vocale finale: ma naturalmente questa è poi favorita o ostacolata dalla resistenza maggiore o minore delle intelaiature consonantiche. Dove queste reggono meglio, si indeboliscono le vocali finali, e inversamente le vocali finali resistono di piú quando la lenizione consonantica imperversa. All’ingrosso si possono identificare in Liguria e intorno a Venezia le circostanze meno favorevoli alla caduta delle vocali finali. Quanto all’altra area, che comprende Abruzzo (senza il territorio aquilano) Puglia (senza il Salento), Campania Lucania Calabria, la meta immediata non è tanto la distruzione delle vocali finali quanto la loro fusione in una unica voca327 328

Rohlfs, op. cit., I. pp. 239 sgg., 243 sgg. Rohlfs, op. cit., I, pp. 240 sgg.

Storia d’Italia Einaudi

206

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

le indistinta. All’interno di questo risultato globale ci sono focolai estremistici isolati che pervengono alla caduta totale. Ma si tratta di fenomeni posteriori, dei quali in questa età non esistono che premesse indirette. Mentre nell’età imperiale non si potevano concepire che indebolimento e caduta di vocali interne, l’alto medio evo introduce perciò un fattore nuovo di alterazione e complicazione che accavalla insieme i processi di indebolimento vocalico e consonantico, in modo che questi finiscono per neutralizzarsi in parte. 115. Le consonanti finali L’indebolimento delle consonanti finali richiede un minore intervento dell’azione dell’accento. Nella antichità si era avuta una contrapposizione della pronuncia cittadina di fronte a quella rustica, e cioè di un focolaio di resistenza e autonomia della parola di fronte alle tendenze a eliminare le frange finali, nel frattempo esautorate dal punto di vista morfologico. L’indebolimento massimo era stato quello della -M, resa addirittura non valida ai fini prosodici: una persistenza isolata è rappresentata da una parola non italiana ma francese, che è rien (lat. REM). In italiano le preposizioni con per (lat. cum, per) conservano la consonante finale integra perché sono enclitiche, non è sí accentato, ma non compare mai in fine di frase. La -S a Roma si era certo indebolita, come mostra la prosodia nell’età plautina. La reazione cittadina l’aveva risanata, e mentre il successivo indebolimento appare in tutta la latinità orientale fino in Dacia, l’-S resiste invece vigorosamente in tutto l’occidente ivi compresa la valle del Po, sensibile alla azione della cultura gallica, e il Friuli, raggiunto da correnti di gallicità transalpina. Le tracce di una -S, superstite ancora nel medio evo nell’Italia settentrionale, confermano questa visione unitaria.

Storia d’Italia Einaudi

207

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

Per quello che riguarda la -D/-T, la situazione è un po’ diversa, perché la consonante dentale era destinata a cadere senza traccia nella parola isolata, mentre si trova in condizioni di privilegio quando faccia parte (come le citate con per) di una particella proclitica, e perciò venga a trovarsi in condizione analoga a quella dell’interno di parola. Nasce cosí in quella parte di Italia che ammette la assimilazione delle consonanti e il mantenimento delle doppie che ne derivano, il cosiddetto «raddoppiamento sintattico» cosí caratteristico per gli italiani delle altre regioni e, per quanto riguarda soprattutto le consonanti gutturali, in chiara opposizione con le forme semplici, soggette alla aspirazione toscana329 (§ 124). Un procedimento cosí caratteristico è soggetto a esagerazioni, come ha mostrato G. Rohlfs. Piú importante è il fatto che il raddoppiamento sintattico appare anche in altre forme, fra le quali è da ricordare il tipo campano: singolare o ritë «il dito», plur. e dde¯ ıë330 (§ 123).
329 330

Rohlfs, op. cit., I, pp. 290 sgg. Rohlfs, op. cit., I, p. 258.

Storia d’Italia Einaudi

208

Giacomo Devoto - Il linguaggio d’Italia

Capitolo ventiquattresimo Metafonesi e vocali miste

116. La metafonesi come compenso qualitativo La contrapposizione di due Italie, l’una a parole decentrate, l’altra a parole piú o meno fortemente accentrate, non è equilibrata. Proprio in questo periodo, in cui siamo praticamente ancora privi di documenti, dobbiamo fissare, in base a testimonianze indirette, altri processi e altre innovazioni, destinate ad allargare gli spazi in cui l’accentramento si faceva sentire in modo piú o meno netto rispetto agli spazi che ne rimanevano immuni. Un reagente ci permette di riconoscere la estensione delle tendenze volte a indebolire la consistenza fonetica della sillaba finale, e nello stesso tempo a evitare gli svantaggi morfologici che derivano dalla minore efficacia segnalatrice dei morfemi finali. Questa è la cosiddetta «metafonesi», un fatto fondamentale della dialettologia italiana, attestato in forme varie in tutta l’Italia, fuori che in Toscana e in alcune parti della Sicilia. Si intende per metafonesi la alterazione del timbro di una vocale interna della parola, volta a renderlo meno distante o addirittura a identificarlo con quello della vocale finale. Questa è momentaneamente abbastanza forte per influenzare la precedente, ma si sente insicura, come destinata a indebolirsi o addirittura a soccombere. Da questo deriva la conseguenza che NON si tratta di un vero atto di forza della vocale finale, che si impone su quella interna, quasi possedesse una prevalenza simile all’accento. All’opposto, la metafonesi attesta invece al massimo una esigenza morfologica, abbinata però a un sentimento di indebolimento e perciò stesso di invalidità fonetica. La metafonesi è uno strumento per garantire una validità morfolo-

Storia d’Italia Einaudi

209

ne ha determinato la pronuncia «chiusa». L’indebolimento delle finali in sardo non si è però verificato.Giacomo Devoto . ma una dittongazione. 332 Rohlfs. ha inteso avvicinarla al suo timbro. Halle 1941. non dittongato. Beiheft». sostituendo un segnale fonetico di cui si avvertiva la fragilità.Il linguaggio d’Italia gica. Nella Sicilia. specialmente in quella orientale e sudorientale332 . mentre il femminile corrispondente è bona con una O normale. e la metafonesi precoce del sardo non ha avuto altro effetto che arricchire il suo sistema vocalico da cinque a sette unità. La prima varietà di metafonesi è quella precoce. con un altro. del quale si possa esser sicuri per quanto riguardi chiarezza e solidità. I. non ha avuto bisogno di agire sulla vocale precedente331 . cit. 310. § 15. 93. La -A del femminile. Storia d’Italia Einaudi 210 . non piú atto a trovare un sostituto. «Zeitschrift für romanische Philologie. si ha un femminile vecchia. e in questa situazione essa ha agito sulla vocale antecedente. percepita in opposizione a quella di bonu. dittongato. sentita invece come solida. La base di partenza sta nel fatto che a un certo momento la -U finale è stata sentita come destinata all’indebolimento. La metafonesi si definisce pertanto come un «compenso qualitativo preventivo» attuato prima che il segnale entrato in crisi sia divenuto irriconoscibile o addirittura scompaia. che ottiene il risultato di rinforzare la vistosità di una opposizione morfologica.. Berna 1949. si trovano forme precoci di metafonesi. il risultato delle quali non è una chiusura del timbro. La lingua sarda. 178. Di fronte a un singolare maschile viecchiu. E cioè la relativa sicurezza della -A 331 Wagner. p. Nella regione sarda del Logudoro il singolare maschile del tipo latino volgare BONU è bonu con la O chiusa. p. Historische Grammatik der italienischen Sprache. anche senza che lo sviluppo successivo del sistema linguistico venga a giustificarne la necessità.

Giacomo Devoto . Le vocali finali -I e -U conservano la loro efficacia distintiva e tuttavia abbiamo ener- Storia d’Italia Einaudi 211 . a settentrione. ma proprio in queste regioni si è mantenuta meglio che nella stessa Toscana la distinzione fra -O e -U. Si tratta di due aree lontanissime fra di loro. si è avuta la stessa operazione. dell’Umbria col finitimo territorio aquilano. locale. si ha il singolare maschile nero. ma. che non penetra dalle coste marine verso l’interno. mentre il previsto indebolimento della -U finale ha determinato una pronuncia rafforzata della sillaba interna. Nemmeno essa è determinata da fatti di indebolimento e irriconoscibilità prevedibili. Il rafforzamento ha avuto per risultato una pronuncia prima allungata. per la Sicilia si può invece considerare che il sentimento della fragilità della vocale finale e la tendenza a contrastarne le conseguenze attraverso la via della metafonesi corrisponda a quella seconda corrente di latinità che è stata definita sopra come di «latinità napoletana» (§ 98). a differenza della sarda. Non solo qui non si è avuto un indebolimento effettivo delle vocali finali. Da una parte. ha tali contatti con le aree di classica diffusione metafonetica che merita di essere distinta dai precedenti esempi di metafonesi precoce. All’estremità opposta. Mentre per la Sardegna si può ammettere che la nuova variante nel timbro vocalico risponda a una esigenza spontanea. poi dittongata. cui corrisponde un plurale niri. Metafonesi prematura Una seconda metafonesi può essere detta «prematura». destinato a custodire il valore morfologico distintivo della -I in quanto desinenza di plurale. delle Marche. Ad Amelia. nell’Umbria.Il linguaggio d’Italia finale non ha posto un problema di rafforzamento della vocale precedente. sta il territorio che comprende le attuali regioni del Lazio. nel Salento. 117. ma contigue rispetto al grande territorio della Italia meridionale.

la tecnica della dittongazione mostra l’attenzione gravitante sulla vocale interna. cueri invece di «cuori». non ha agito sulla vocale precedente e. rappresentando la pronuncia oscurata sia di QUESTU sia di QUESTI. cueru invece di «cuoio». la sua mancata azione ha giovato alla distintività del rapporto: ches¯ ıé «questa» si distingue agevolmente da chistë. Metafonesi classica meridionale Il grosso della metafonesi meridionale comprende le regioni dell’Abruzzo. 118. si annullano.Il linguaggio d’Italia giche dittongazioni metafonetiche quali vienti per «venti. con la eccezione del territorio aquilano. La azione metafonetica è stata precoce in senso sia assoluto sia relativo. anche quando si è indebolita. destinate a indebolirsi precocemente. il cui valore rimane invece ambiguo di maschile cosí singolare come plurale: la azione metafonetica ha dato al sistema morfologico un aiuto soltanto parziale. in certe zone piú o meno ristrette. della Lucania e della Calabria salvo quella meridionale. In un primo tempo tutte le vocali finali si riducono a una -Ë. per esempio in chistë. con la eccezione della -A. la vocale -A. dopo essersi spostata da quella finale. Avviene cosí per esempio a Bari che le desinenze del singolare maschile -U e quella del plurale maschile -I. il quale però. Il movente del procedimento è palese. 20». della Campania.Giacomo Devoto . in un primo tempo piú valida. In un secondo tempo. come in Sicilia. Anche qui. Solo nel caso del femminile. la -A subisce anch’essa questo indebolimento mentre le altre vocali. significa contemporaneamente «questo» «questi». Un aspetto molto importante del problema è di ordine cronologico. del Molise. Tutti i frangimenti di cui si è parlato sopra (§ 113) colpiscono a uno stesso modo Storia d’Italia Einaudi 212 . e cioè NON distingue piú il singolare dal plurale maschili. agiscano preventivamente sulla vocale precedente per oscurarne il timbro.

la sorte delle vocali finali è stata nell’Italia settentrionale piú spinta che nell’Italia meridionale e quindi la importanza delle vocali metafonetiche nell’interno della parola aumenta ancora. Il vantaggio della soluzione settentrionale appare schematicamente da questa opposizione in confronto dell’esempio barese citato sopra: il singolare maschile QUEST(U) si oppone al plurale QUIST(I) in un modo che rimane chiaro anche dopo la caduta totale delle vocali finali. Tali gli esempi genovesi in cui can da CANE non deve compensare né preventivamente né posticipatamente la caduta della E finale. Dall’altra parte. Gubbio 1970. segnale fondamentale del plurale. determina la metafonesi della A interna in -E-. Metafonesi classica settentrionale L’altra grande area metafonetica è quella dell’Italia settentrionale. Da una parte. 112. Le differenze rispetto all’area metafonetica meridionale sono due. ma sottolinea la maggiore urgenza di «compensare» l’indebolimento della I piuttosto che quello della U. Storia d’Italia Einaudi 213 . l’azione metafonetica non mantiene la simmetria fra l’azione della I e quella della U. 333 «Atti del V convegno di Studi umbri». 119. p. mentre la -I. che bene spesso si riduce al valore zero. perché di questa distintività il sistema genovese non può fare a meno. ma il plurale è cen da PLANI.Giacomo Devoto . dando luogo a chen. di fronte al segnale finale.Il linguaggio d’Italia ad esempio le I e le U primitive come quelle sopraggiunte dopo. determinate dalla metafonesi333 . naturalmente in forma non assolutamente livellata. Cosí al singolare cian da PLANU non ha bisogno di nessun compenso.

In quella adriatica lo svolgimento è stato caotico e le vocali miste non sono che un caso particolare dei complessi fenomeni di frangimento. passano 350 chilometri.Il linguaggio d’Italia 120. a sua volta risalente a O aperta. Vocali miste Del tutto diversa è l’altra innovazione che dobbiamo postulare fino dai primi secoli del medio evo. la Ö è il risultato di un dittongo di tipo EU. Storia d’Italia Einaudi 214 . Di ciascuna area municipale si può descrivere un sistema vocalico differente. Lo schema potrebbe essere il seguente: A E Ö O 334 Vedi i miei Scritti minori. Anche per queste esistono due grandi aree in cui si sono affermate. lo schema può essere presentato invece in modo pressoché costante unitario: la Ü è il risultato dell’antica U chiusa. Essa non ha nessuna connessione con la morfologia. sia pure partendo da esigenze assai diverse: l’una è la meridionale adriatica. Nell’area settentrionale. che ne irradiava. Una profonda differenza separa il meccanismo di diffusione dell’una e dell’altra. quella delle vocali miste. oso dire ortoepico. ma rappresenta un diverso equilibrio all’interno del sistema delle vocali. II. per quanto riguarda le vocali miste. differenziata. Fra l’una e l’altra area. Firenze 1967. La meridionale va vista nel quadro del disordine vocalico proprio dell’antica eredità illirica334 . che ha lasciato tracce sulle due coste adriatiche. pp. l’altra la settentrionale che è però solo padana occidentale. la settentrionale va vista invece nel quadro dei rapporti con la Gallia e il prestigio linguistico. 214 sgg.Giacomo Devoto . che escludono qualsiasi possibilità di connessione o contatti originarî. e cioè fra il corso del Taro in Emilia e quello del Tronto nelle Marche.

Vidossi. pp. Sono infatti senza vocali miste le parlate emiliano-romagnole a oriente del Taro. «Revue de linguistique romane». Origini. e che trova una delimitazione analoga in un fenomeno tutto diverso. p. 203 sgg. poi le venete e friulane. quello del trattamento dei gruppi consonantici (§ 126).. Milano-Napoli 1956. fino a tutta la regione giulia. A questa demarcazione può avere contribuito la resistenza e il prestigio di modelli linguistici irradianti dalla area bizantina di Ravenna e di Ancona335 . XXXIX. proprio perché l’area immune da vocali miste si estende in tutta la regione a oriente dell’Adige. 1933.Giacomo Devoto . Ma non può averla determinata esclusivamente. 9. 335 Schürr. determinandosi cosí una linea di demarcazione in direzione sud-nord che corrisponde press’a poco ai corsi dei fiumi Taro e Adige. Storia d’Italia Einaudi 215 .Il linguaggio d’Italia I Ü U Attraverso la diffusione delle vocali miste è possibile distinguere due aree nell’Italia settentrionale che hanno un andamento assai diverso da quello tradizionale.

Il linguaggio d’Italia Capitolo venticinquesimo L’ossatura consonantica 121. se solide. nei quali la solidità della ossatura consonantica era minore. secondo il modello del friulano fred. e di questo si ha la testimonianza nell’italiano freddo. che ceda la impalcatura consonantica e si abbia un tipo FRI(G)I(D)U. A) La prima eventualità è che resista meglio della vocale interna. è concepibile fino a tanto che le frontiere fra sillaba e sillaba sussistono: se queste vengono meno.Giacomo Devoto . B) La seconda eventualità è quella opposta. in confronto dei sistemi. consentivano una maggior libertà di azione alla vocale accentata. Lenizione Si pone a questo punto un problema. e per ciò stesso esposta ad altre forze neutralizzatrici. delle vocali non accentate. da DI(G)I(T)U (§ 89). Esso era anche condizionato dalla solidità delle strutture consonantiche. Da una base di partenza del latino volgare FRIGIDU non si ha un solo problema di azione da parte dell’accento di intensità. Queste. quella finale. press’a poco quello sfociato nello spagnolo frio o nel genovese diu. se ne hanno tre. piú o meno efficace. la prevalenza della sillaba accentata viene ostacolata o deviata. piú o meno accentratrice. il rapporto che si veniva a stabilire non dipendeva soltanto da queste forze in gioco. da FRIGD(U). C) La terza eventualità è che si indeboliscano su uno stesso piano le due vocali atone e l’ossatura consonantica sopravviva. Se sulla struttura delle parole si facevano sentire forze contrastanti come quella della vocale accentata. Una lotta fra sillabe. e la resistenza. e che l’ossatura consonantica rimanga salda: da FRIGIDU si passa a FRIGDU (§ 87). Storia d’Italia Einaudi 216 .

Nell’Italia settentrionale era in corso di svolgimento. nelle parole latine sopraggiunte. a Orani. La lingua sarda. 311. b) da sonora a fricativa e cioè ancora lenizione parziale come da JUGU «giogo» a jughu. Per la Sardegna.Giacomo Devoto . e gli esempi sono piú netti: da una parte le consonanti sorde mostrano lenizione parziale nei tipi spiga da SPICA (da sorda a sonora). cit. da CODA a codha. Anche attraverso questi pochi esempi si ha la prova della interdipendenza tra la forza della lenizione e una relativa capacità di resistenza delle vocali 336 Devoto. La lenizione era una tendenza che esisteva fino dai tempi piú antichi nel mondo mediterraneo occidentale336 e compare spontaneamente in Sardegna. 116. c) infine (lenizione totale). Questa tendenza si chiama «lenizione»... p. da sonora a zero come istria. 337 Wagner. coa per «strega» «coda» a Dorgali. La lingua sarda. cit. Historische Lautlehre des Sardischen. mentre in crèa da CRETA si ha lenizione totale. Nell’Italia settentrionale la situazione è piú semplice. Gli esempi sardi attuali sono di queste tre categorie337 : a) da sorda a sonora nella Baronia e nella zona di Bitti. p. in quello gallo-italico. influenza delle vocali vicine. e. oppure la lenizione totale del tipo stria (da G) e coa (da D). § 106. che non è caratteristica del mondo gallo-italico ma è già del latino volgare (§ 96). 311. Halle 1941. attraverso questo. p.. In Sardegna i testi scritti piú antichi ancora non la documentano. oppure nei tipi cavèi da CAPILLI con passaggio da sorda a spirante. inoltre nel mondo gallico. Partendo da consonante sonora le eventualità non sono che due: la spirantizzazione di B in V. cit. piú o meno energico.Il linguaggio d’Italia Di fronte alla intensità della vocale accentata si affianca la possibilità maggiore o minore delle consonanti di sottostare alla. «Atti del V convegno». Storia d’Italia Einaudi 217 . vedi Wagner.

Rattrazione Un secondo fenomeno. Le pronunce DD sono atti di forza. è mostrato sia dagli adattamenti del gruppo DD a DD semplice. Poiché tracce di questo procedimento si sono ritrovate anche nella regione apuana e persino nell’area Storia d’Italia Einaudi 218 . dettati non da prestigio delle tradizioni locali ma da esigenze quasi di ordine fisiologico. come avviene nel napoletano periferico di Ischia e di Monte di Procida. in Sardegna e nella Corsica occidentale. e cioè dalla presenza di articolazioni. TTR.Giacomo Devoto . là dove non si sono verificati fatti di vera e propria mescolanza con tradizioni linguistiche intermedie fra lo strato mediterraneo e il latino. ma questo si sia reso fluido con l’andar del tempo. per cui si hanno le pronunce approssimative siciliane di as-ciu per «astro» e qua-ciu per «quattro». ancora meglio della lenizione. pronunciata con la rattrazione della lingua contro il palato. e. che ha le sue radici in età mediterranea. § 140. 122. anche con STR. Essa è attestata in quasi tutta la Sicilia. si oppone alle strutture tradizionali del latino. oltre che in connessione con LL. generalmente subentrate alla articolazione LL. che deve aver conosciuto prima la rattrazione.a -R. Questa articolazione si è affermata anche nella Calabria meridionale e nel Salento. Le articolazioni rattratte compaiono. Per la lenizione estrema di -L. che non è stata esposta alle influenze toscane nella seconda parte del medio evo (§ 146). Gli esempi classici sono quelli di cavaddu stidda «cavallo» «stella» e simili.in Liguria v.Il linguaggio d’Italia finali. è dato dai fatti di «rattrazione». Che però la innovazione non abbià avuto un confine definitivo.

rombë «rompe»339 . Storia d’Italia Einaudi 219 . cit. parallele a queste sono quelle di MB a MM. Da dentali a liquide Una terza alterazione della articolazione consonantica interessa necessariamente il periodo alto-medievale. che sono stati già visti in documenti latini (§ 88). MP a MB: tali mondë «monte». Rohlfs. cit. La alterazione classica è quella di ND che passa a NN. I. gamma «gamba». angora «ancora».. p. sopravvissuto nell’Italia peninsulare. perché ha anch’essa le sue chiare origini nell’antichità.Il linguaggio d’Italia pistoiese338 . per es. 123. op. chiummë «piombo». ma questa non ha avuto alcuna influenza sulla formazione del latino della regione di Messina: che difatti non ha introdotto il tipo NN da ND (§ 88) se non in città e in età posteriore. Una prova della necessità di questa distinzione è che a Messina era stata introdotta dai Mamertini la lingua osca. 390. cui seguono a breve distanza i passaggi da NT a ND e quelli di NK a NG. pp. Le forme attestate per esempio a Pompei. 425 sgg.. I. 338 339 Rohlfs. ancora nella prima età imperiale. Non è detto naturalmente che il passaggio dalle forme di lingua osca alle forme neolatine sia stato diretto. è chiaro che siamo di fronte a un fatto mediterraneo occidentale. Si tratta dei fatti caratteristici proprî del mondo sannitico. Che i dialetti gallo-italici portati nella seconda metà del medio evo nell’Italia meridionale e insulare abbiano contribuito a ridurre le tracce della rattrazione sarà mostrato al § 153.Giacomo Devoto . Historische Grammatik. possono derivare da focolai che hanno irradiato quegli stessi schemi non piú come reazioni umbro-sannitiche ma come modelli di latino «umbrosannitizzato».

attribuendo alla parola una specie di articolo o prefisso per tutelarne la articolazione iniziale. oppure rurëcë «dodici». Perciò nella Calabria centrale si dice chianta mentre solo in quella settentrionale si dice chianda «pianta»340 . Cosí nel caso di addèdeca «dedica» si esagera. A Napoli. si dice ancora o ditë «il dito» ma a Napoli o ritë. Tale è il caso del passaggio della dentale sonora. di fronte a un singolare «liquido» come o ritë «il dito» si ha un plurale rinforzato e dditë «i diti» (§ 115). 124. Storia d’Italia Einaudi 220 . A Gallo. carè «cadere». pp. in determinate circostanze. Nell’antichità lo si osserva solo nell’ambito umbro-sabino. a liquida (o a liquida associata a sibilante). ma non ha fatto a tempo a ricevere l’innovazione successiva di ND da NT. Durante l’età imperiale e nell’alto medio evo il movimento si è sviluppato verso il mezzogiorno e abbiamo oggi forme abruzzesi del tipo chiure «chiude»..Il linguaggio d’Italia Un altro esempio molto elegante di questa distinzione è quello che si verifica nella Calabria centrale. Mentre i secoli dell’alto medio evo DEVONO essere stati partecipi della diffusione della lenizione rattrazione e assimilazione 340 Rohlfs. vere «vedere». 418-427. La innovazione si estende verso il mezzogiorno. cit.Giacomo Devoto . Un altro elemento interviene a confermare la tesi che solo in parte si tratta invece della accettazione da parte del latino di precedenti tendenze umbro-sannitiche. I. in Campania. Aspirazione e palatalizzazione La aspirazione costituisce un caso a sé. Essa ha ricevuto dal nord napoletano il tipo NN da ND. op. Nella fonetica sintatica e nelle parole letterarie si ha invece quel rafforzamento che preserva dalla alterazione. colpendo prima la D interna poi anche la iniziale.

pp. Esso consiste nell’aspirare la consonante gutturale sorda in posizione intervocalica. 118 sgg. l’aspirazione interessa l’alto medio evo solo a una condizione. le iscrizioni etrusche sono sei volte piú numerose delle latine (4833:785)342 . confrontandoli con la diffusione della aspirazione consonantica. La proporzione fra le iscrizioni etrusche e latine nelle zone settentrionali della Toscana di Luni Pisa Lucca Pistoia Fiesole Firenze Arezzo è. A ogni modo. In queste. Gubbio 1970. Viceversa nei territorî centrali di Volterra Siena Cortona Perugia Chiusi. che nessun autore né antico né medievale ivi compreso Dante. di 82 iscrizioni etrusche rispetto a 505 latine. comprendendo nella parola unitaria anche gli elementi proclitici come l’articolo. ecco che si può sottolineare una dissimmetria fra le diverse regioni dell’Etruria. ha fatto mai cenno a quel particolare carattere della parlata fiorentina e di quelle adiacenti. L’ostacolo piú grave a questa attribuzione sta in questo.. cit.Giacomo Devoto . 327 sgg.. Devoto. cit. La affermazione latiRohlfs. cosí isolata e enigmatica. Il trattamento della dentale sorda è analogo anche se meno vistoso341 . Un secondo ostacolo consiste nel fatto che tutto lo svolgimento del latino di Toscana è caratterizzato dal suo isolamento. e cioè le latine sono circa sei volte piú numerose delle etrusche. ma per avere un quadro completo delle forze in gioco. I. dalla assenza di mescolanze: pare strano che la sola mescolanza sia questa.Il linguaggio d’Italia progressiva. non per giustificare una ipotesi siffatta a qualsiasi prezzo. «Atti del V convegno». op. sulla base del «Corpus inscriptionum etruscarum» e rispettivamente del «Corpus inscriptionum latinarum». pp. 341 342 Storia d’Italia Einaudi 221 . gli indizi di un diverso grado di assestamento fra tradizione latina sopraggiunta e tradizione etrusca preesistente possono essere valutati. e cioè che si tratti effettivamente di un movimento che abbia le sue origini nella antica Etruria.

non solo linguistiche ma socio-culturali. cui seguono le forme. Fatta propria dalla tradizione romana a metà dell’età imperiale (§ 89. la pronuncia alterata dei gruppi CE CI rispetto a quelli con altre vocali. si diffonde. Mentre nel centro del territorio gallo-italico si hanno molte gradazioni di questo svolgimento e a Milano si affermano per ragioni varie anche semplici palatali. piú arretrato di quello che aveva raggiunto l’umbro nell’antichità. soprattutto per quanto riguarda la sua rapidità.Giacomo Devoto . A) L’Italia meridionale si arresta a un livello di occlusiva palatale. nella seconda direzione vanno i pipi della montagna ligure tsentu. oppure ci si avvicini alla prevalenza della sibilante. e insieme di esasperazione delle divergenze. già documentato nell’antichità. B) In Toscana si afferma una articolazione fricativa per la quale il rapporto fra cena e scena è vivente ma non è di risoluta opposizione. la resistenza etrusca fino a età tarda fa supporre che le due tradizioni. La distribuzione geografica dell’aspirazione toscana corrisponde in buona parte alla regione settentrionale. C) Nell’Italia settentrionale si hanno svolgimenti divergenti secondo che si mantenga una certa parte di articolazione dentale. ma piú avanzato rispetto al mondo osco che aveva sempre ignorato l’alterazione. si afferma. Nella prima direzione vanno i tipi veneti di TH thento col suono interdentale. Per quello che riguarda la palatalizzazione. In questo senso è lecito affermare che. l’alto medio evo è un periodo di lenta accentuazione del processo. totalmente assibilate. la geografia delle iscrizioni elimina un ostacolo e definisce un rapporto geografico che ha un certo potere di suggestione. del genovese sentu «cento». il risultato finale lo si raggiunge in due Storia d’Italia Einaudi 222 . siano state invece reciprocamente e a lungo autonome. in mancanza di prove dirette. La diversa intensità di questo svolgimento può essere rappresentata nel modo seguente. 90). si accentua.Il linguaggio d’Italia na favorisce la ipotesi di un assestamento e di una mescolanza piú agevole.

il problema piú caratteristico è dato dagli incontri fra consonanti occlusive e soprattutto fra gutturali e labiali seguite da una dentale. allinea indistinguibili le iniziali di cent e di saint. santo e sento a Venezia sono ormai sullo stesso piano del rapporto francese. sonora con sonora). per es. mostra il mantenimento della gutturale davanti a dentale ma la uniformazione della prima al grado sordo della seconda. rimanendo intatto il punto di articolazione: lectus da LEG + TO. quali appaiono nel periodo antico in modo evidente sono queste tre.Giacomo Devoto . All’interno però del gruppo umbro-sannitico si notano segni di stanchezza in questa direzione. per cui la occlusiva anteriore si trasformava in fricativa o spirante davanti a un’altra occlusiva: HAHTU «capito» mostra il passaggio da PT a HT. invece. e insieme anticipatrice della soluzione «italiana». che si fonda sulla differenziazione. La tradizione umbra originaria consisteva. nelle quali la sibilante da gutturale e quella primitiva non si distinguono piú fra loro. 125. gene- Storia d’Italia Einaudi 223 . La terza tradizione è quella gallica. che. nella differenziazione. Le tradizioni locali in Italia. In latino la regola era la assimilazione dal punto di vista del grado di articolazione (sorda con sorda. ahtu «agito» mostra il passaggio del G di AG davanti a T a AH. Santu e sentu a Genova. La assimilazione si fa strada sia nell’area osca quando si tratti di incontri avvenuti in conseguenza delle sincopi intervenute in un secondo tempo.Il linguaggio d’Italia città non propriamente gallo-italiche. nell’osco actud risultante da una forma anteriore AG(E)TOD. e nella stessa area umbra si ha un riferimento topografico a un tettom che sembra da interpretare come TEKOM e cioè con una assimilazione totale piú energica di quella di tipo latino. Gruppi consonantici Per quanto riguarda i gruppi consonantici. al di fuori della ortografia.

con la finale ancora salva e con la contrazione. nöc’. notte. una condizione esterna apre la strada a due diverse soluzioni. stabile. Storia d’Italia Einaudi 224 . in genovese. la fricativa non agisce sulla consonante seguente. e cosí läte «latte».Giacomo Devoto . Se la vocale finale non offre un appoggio sufficiente. La tradizione italiana che si sviluppa in tutta l’Italia centromeridionale e in quella nordorientale (emiliana veneta friulana) è quella della assimilazione TOTALE: fatto da FACTU. tec’. ma diventa spirante e poi I: si ha cosí lo schema FAIT(U). a cui risalgono le forme lombarde fac’. lec’. a differenza della umbra. letto. Se la vocale finale è abbastanza resistente. che in piemontese (come in francese) dà fait. teitu «tetto». ecco che il processo di palatalizzazione agisce sulla consonante finale del gruppo e la intacca come nello spagnolo hecho da FACTU: un tipo FAHTU diventa un tipo FAT’(U). tetto».Il linguaggio d’Italia ralizzata ma. «fatto. si deve anzi presupporre il passaggio a HT (§ 35). rotto da RUPTU. per quello che riguarda CT. Viceversa nelle regioni piemontese lombarda e ligure si eredita la tendenza differenziatrice e. oppure. senza contrazione. dà fätu. A questo punto.

dove la -S finale si salva per capacità conservatrice intrinseca: tempus. Un caso ancora piú caratteristico è fornito da un dato indiretto. opus sono forme sarde normali. Abbiamo la Sardegna. mentre l’altra parte la conserva.Il linguaggio d’Italia Capitolo ventiseiesimo Fatti morfologici 126. soprattutto per quanto riguarda la -S finale. frius. deve sostituirla come segnale del plurale in tutte le declinazioni diverse dalla seconda.Giacomo Devoto . sulla base della lingua osca. Il Friuli è l’altra regione italiana in cui la -S finale è conservata: questo non piú per una vitalità interna ma perché il Friuli è stato sotto l’influenza gallicizzante durante i secoli IV e V. latus. timòn: timòns (Tramonti). Conseguentemente le desinenze normali sarde del plurale sono in -os per il maschile. al posto del primitivo in -AS. Segnali di plurale Sempre in questo tempo si compie il destino delle desinenze in consonante che. L’area italiana sente il contraccolpo in modo non uniforme. La sua progressiva debolezza è proseguita nel tempo durante l’età imperiale. In latino. Storia d’Italia Einaudi 225 . indebolite. La validità della -S come segnale del plurale appare attraverso opposizioni come quella di nuf: nus’ «nuovo»: «nuovi». Ora si forma una opposizione fra la maggior parte di quest’area che. mantenevano la forma primitiva in -AS. perdono ogni capacità di segnalazione morfologica. anche quando si era generalizzata la desinenza del nominativo plurale femminile in -AE. non era mancato l’afflusso di forme provinciali che. perdendo la -S finale. in -as per il femminile. o di mur: murs.

«Romanisches Jahresbericht». cfr. II. 343 344 Storia d’Italia Einaudi 226 . reso irriconoscibile almeno a prima vista dalla usura fonetica della -S finale. infine. 127. cui segue il complemento oggetto («il nemico»). 44 sgg. agisce insieme con «ho» come inscindibile predicato (ho preso). II. per la quale in latino captum è complemento predicativo dell’oggetto (hostem) mentre in italiano. 178. Rohlfs. coLöfstedt.Giacomo Devoto . Salvioni ha scoperto in una piccola area della Garfagnana nella Toscana nordoccidentale. anche il condizionale (§ 128). È una testimonianza che proietta una informazione anche sul piano del latino. pp. 4. Historische Grammatik der italienischen Sprache. poi un rapporto parallelo rispetto al passato remoto. 325 sgg. Syntactica. Salvioni. pp. una forma di plurale come duo dona «due donne» che presuppone evidentemente una forma latina DUO DOMNAS344 . Si tratta cioè di una svalutazione del verbo ausiliare assunto a indicare prima un rapporto piú intenso rispetto al semplice perfetto. Passati e futuri perifrastici Già nell’ambito del latino avevano cominciato a utilizzarsi delle possibilità di forme perifrastiche che nell’alto medio evo si sono progressivamente morfologizzate: tali il passato prossimo.Il linguaggio d’Italia Qualche manifestazione era penetrata persino nella lingua letteraria343 . e la sola differenza fra il costrutto latino hostem captum habeo e quello italiano «ho preso il nemico» sta nella struttura sintattica. 1. C. il futuro. Non si può trattare di una forma risalente al mondo osco: ma si tratta di un resto morfologico antichissimo. Il passato prossimo è rimasto come costrutto perifrastico sino ai nostri giorni.

in Sicilia cantara «canterei» vulera «vorrei».. cui già in età latina si è ricorso. che sottolineasse la importanza o necessità della azione collocata nel futuro. Il piuccheperfetto sottolineava una irrealtà. 36. L’esempio italiano piú chiaro è quello di fora «sarei» (da un originario FUERAM). op. ma nello stesso tempo una insistenza su qualcosa che già da molto tempo sarebbe compiuta. III. a erodere il campo d’azione del passato remoto stesso. e quindi risponde a una esigenza nuova. L’area 345 346 Rohlfs. Le formule perifrastiche. Questo.Il linguaggio d’Italia me è avvenuto nell’Italia settentrionale.Giacomo Devoto . La prima perifrasi accentua con decisione la immediatezza della azione condizionata in quanto questa risulta dalla somma di infinito piú il verbo ausiliare habere nella forma del piuccheperfetto habueram. la esigenza di affiancare al futuro temporale una forma affettiva. sostanziale. perde di importanza di fronte alla sua valutazione affettiva. Storia d’Italia Einaudi 227 . Presso Gregorio di Tours si legge (IX secolo) «si fas fuisset angelum de coelo evocaveram»346 . pp. 380 sgg. p. in quanto segnalazione formale. Essa è sfociata nell’italiano «darò» e sul modello della prima persona si è allineato l’intero paradigma. La perifrasi latina dare habeo345 significa precisamente «ho da dare» «devo dare». sono tre. Rohlfs. op. Condizionale Piú complesso è il problema del condizionale che in latino non esiste. II. cit. hanno agito contemporaneamente due forze: l’una. è la scarsa riconoscibilità del tipo amabo rispetto all’imperfetto amabam. formale. Anche qui l’elemento affettivo è fondamentale. Altri esempi sono citati al § 94. l’altra.. Presso Dante si trova anche sodisfara. Per quanto riguarda il futuro. cit. 128.

privo di qualsiasi carica semantica e ciò nonostante rimasto vitale fino ai nostri giorni. Articolo Molto importante è la vicenda dell’articolo. 129. dalla Provenza in quelli settentrionali.. op. op. p. II. definitivamente comprende la Sicilia. 347 348 Storia d’Italia Einaudi 228 . La materia prima è di due tipi.Il linguaggio d’Italia in cui questo tipo arcaico si è affermato piú o meno. Questa soluzione manca nell’Italia meridionale. è la piú energica.Giacomo Devoto . che ha aspetto durativo e quindi fortemente intenzionale. p. l’Italia meridionale. op. 28. ha due focolai di origine. darea. invenisset. Se ne ha un bell’esempio nel latino dell’VIII secolo349 «si. Lazio. quell’aggettivo pronominale. III p. necessaria. Dalla Sicilia è passata nei monumenti letterari toscani. 30. cit. La seconda perifrasi avviene per mezzo dell’imperfetto. non nella conseguenza. La terza soluzione mediante l’ausiliare habui.. Forme spontanee in -ea si trovano però qua e là: per es. arriva sino alle Marche ma non oltre verso settentrione. 349 Rohlfs. Umbria. cit.. III. è priva di una determinazione piú o meno relativa nel senso del tempo ed è attestata nel IV secolo nell’esempio sanare te habebat deus si fatereris347 : l’irrealtà è tutta nella formula condizionante.. Scandalum cum eum committere habuit» e cioè in italiano «commetterebbe». legata al verificarsi della condizione. la Sicilia e la Provenza.. perché sottolinea una realtà effettiva. cit. Rohlfs. Questo costrutto che si è fissato nel suffisso in -IA.. e non ha avuto nessun riconoscimento letterario sostanziale (§ 98). automatica. sarea rispettivamente presso Guittone e Ristoro348 . 388. voluta.. Il primo e piú antico è tratto da Rohlfs.

Giacomo Devoto . 80. Accanto a questa analogia di aree conservatrici abruzzesi. Felice Circeo (Latina) ju canë (maschile). che a Napoli diventa o canë (maschile) senza traccia della consonante finale dell’articolo. (i)ssos. Altrove rimane traccia della differenza fra il tipo latino (IL)LU(M) CANE(M). proprî anche della Sardegna. Si conservano fino a tempi moderni le seguenti opposizioni: a Norcia lo mèle «il miele» (neutro) contro ru cane «cane» (maschile). come la resistenza della distinzione fra timbri vocalici in 350 Per le varie realizzazioni del periodo ipotetico nel mezzogiorno. p. Roma 1933. Storia d’Italia Einaudi 229 . (i)ssas. a S. con la assimilazione della consonante finale -D ancora vivente. sa cauda «la gallina» «la coda». si troverà sotto un altro esempio a proposito della conservazione dei gruppi di consonante occlusiva con L (§ 137). lu mèlë (neutro). Di importanza fondamentale per dare una retta interpretazione di questi fatti è il riconoscere la analoga documentazione abruzzese: së lupë. e (ill)ud mele(m) che diventa o mmelë. (i)ssu (i)ssa.Il linguaggio d’Italia IPSU ed è stato ritenuto esclusivo della Sardegna: la loro base è sing. vedi Rohlfs. Se si tiene presente che in una oasi ristretta dell’Italia centrale si era mantenuta una distinzione fra la vocale finale -O e la -U (confuse in tutto il resto d’Italia) (§ 114) ecco che nella questione dell’articolo coesiste a lungo un intreccio di rapporti sia di ordine morfologico come la persistenza del genere neutro. së ditë «il lupo» «il dito» (Pescasseroli) sa gallina. a Nemi (Roma) o latte (neutro) ma u lopë «lupe» (maschile). sia di ordine fonetico. Scavi linguistici nella Magna Grecia. Il plurale campidanese è is cosí per il maschile come per il femminile. plur. Di diversa natura ma sempre relativo all’articolo è un altro fatto di conservazione che conserva la distinzione fra il genere grammaticale maschile e neutro in una zona che va dall’Umbria meridionale alla linea Bari-Matera350 .

. è praticamente vincolante in italiano la successione soggetto + predicato + oggetto. Histor. II. Naturalmente. cit. nella sintassi del periodo la novità piú importante è data dallo sviluppo del gerundio come agile sostituzione di proposizioni dipendenti causali o tempo351 352 Rohlfs. Il sistema si fonda sulle sei preposizioni fondamentali. p.. 133.Il linguaggio d’Italia fine di parola o di certe consonanti come la -D che. attraverso l’impiego delle preposizioni che diventano quasi prefissi. la costituzione di un sistema che surroga la declinazione. DA. op. Rohlfs. Un resto della tradizionale posizione finale del verbo appare spesso solo nell’uso siciliano352 . come la collocazione delle parole: in confronto della libertà del latino. Surrogazione della declinazione Nell’ambito della sintassi la trasformazione del linguaggio d’Italia dagli schemi latini a quelli moderni è profonda e laboriosa. All’interno della frase. Mi limito qui a collocare nel tempo la attualità di tre processi. resiste fino a età tarda. rappresenta una novità. pp.Giacomo Devoto . Anche qui il condizionamento fonetico è intervenuto perché non ci si poteva sottrarre alla necessità di sostituire la preposizione a(b) rimasta troppo esile. 101-124. cit. intorno alle preposizioni piú morfologizzate si ha una intera costellazione di preposizioni specifiche e munite di maggiore personalità cosí semantica come fonetica351 . III. Una altra conseguenza della dissoluzione della declinazione è data dalla necessità di accettare un sistema di segnalazione indiretta. forte del suo valore morfologico. Grammat. tre locali (DA IN A) e tre modali (CON DI PER). Storia d’Italia Einaudi 230 . delle quali cinque continuano una tradizione latina e solo una. 130. Finalmente..

I primi esempi sono del tipo sol calando.Il linguaggio d’Italia rali. Storia d’Italia Einaudi 231 .. op. p.Giacomo Devoto . 209. cit. che richiamano i modelli dell’ablativo assoluto latino353 . 353 Rohlfs. III.

Non contano molto invece per quello che riguarda le strutture linguistiche. provenendo non già dalle tendenze ereditate ma dal di fuori. sia come nomi comuni sia come nomi personali e locali. Ma. accolte dalla popolazione romana. ricoperte di un velo corrispondente alla mai interrotta tradizione culturale. infine come stimolatrici di nuove istituzioni ordinamenti e attività. Queste forze agiscono profondamente: da un punto di vista negativo. pure non si sono ancora prese in considerazione le forze nuove.Giacomo Devoto . quello longobardo. dagli arrivi isolati di parole germaniche alle istituzioni organizzazioni e sconvolgimenti collegati alla costituzione degli stati barbarici: piú importante fra tutti. entrate nell’intreccio delle tradizioni linguistiche italiane. in quanto distruttrici di vecchi equilibri e istituti. Storia d’Italia Einaudi 232 . Germanismi antichi Il contrasto fra la scarsità delle fonti e la profondità dei mutamenti che si DEVONO assegnare a questi secoli «oscuri» per le strutture del linguaggio d’Italia non potrebbe essere maggiore. ma non ha mai passato le poche decine di migliaia di persone ed è stato demograficamente insignificante. e le loro trasformazioni inconsce. da un punto di vista positivo in quanto portatrici di alcune centinaia di parole nuove. per quanto si sia fatto per rendere comprensibili le forze in gioco. anche perché il numero delle popolazioni barbariche che si sono succedute ha costituito sí un superstrato autorevole. Si tratta delle infiltrazioni e squilibri dovuti alle pressioni barbariche nel lungo periodo che va dal III al IX secolo.Il linguaggio d’Italia Capitolo ventisettesimo Germanismi 131. Pregiudiziali come quelle di W.

non hanno sufficiente evidenza: cosí soprattutto per quanto riguarda la formazione dei dittonghi italiani che sono stati spiegati sopra (§ 112) in modo assai diverso. Se però non ci sono argomenti per escludere parole germaniche dal sistema lessicale latino della età imperiale. Halle a/S. Come barbarismi germanici antichi sarà bene accontentarsi perciò di tipi come alces. irradianti da Roma.Giacomo Devoto . Die Entstehung der romanischen Völker.Il linguaggio d’Italia v. Per quanto riguarda il romeno. Prove negative per escludere parole germaniche dal vocabolario latino dell’età imperiale non ce ne sono. è evidente che dagli inizi del IV secolo parole romane non sono arrivate piú in Dacia nel quadro dei rapporti interni all’impero: essa era infatti ormai sgomberata. Un recente lavoro di Anna Giacalone Ramat ha ridimensionato questa affermazione e ha reso verisimile una cronolo354 Wartburg. non già perché intrinsecamente impossibili. Diffusa era l’opinione che parecchi nomi di colore appresi attraverso la terminologia delle cavallerie barbariche assoldate dalle legioni romane rientrassero in questo gruppo. perché il sardo è stato ben presto tagliato fuori dalle correnti lessicali. 1939. ma perché nel rapporto delle forze etniche che si contrappongono. tipici animali delle foreste dell’Europa centrale. framea. pp. Wartburg354 in favore di influenze fonetiche di ispirazione germanica sono inaccettabili. urus. La pretesa che qualora manchino in sardo o in romeno debbano essere già di età barbarica non regge. come nomi dell’ambra e rispettivamente di un’arma paragonabile a un’asta. Cosí i nomi italiani della «martora» e del «tasso» animali caratteristici. e in genere linguistiche. mancano anche gli argomenti per renderne verosimile la accettazione qualora non siano attestati direttamente. Storia d’Italia Einaudi 233 . glesum. 73 sgg. cosí l’italiano vanga risalgono in pieno all’età del latino volgare.

di aggettivo sghembo. aggettivi sono ranco «zoppo» da cui «arrancare». All’interno di queste la distribuzione geografica permette di distinguere fra parole «visigotiche» (quando sono attestate anche in Francia o in Spagna) e parole «ostrogotiche» (quando sono attestate solo in Italia). fiasco. fa eccezione «biondo» che. Esempio di verbo è smaltire «lasciare scorrere». guardia. Alle forme del suolo si riferisce forra. attrezzi come stecca. (s)magare. II. seguono Godego (Treviso). 784. 333. albergo (che deriva da un HARI-BERG «riparo dell’esercito»). Cosí bitumen356 . arredare. nastro. Verbi importanti sono recare. p. astio (da HAIFSTS «litigio»). pp. 357 Migliorini. 32. guercio. stia. pp. contrariamente ad altre connessioni. Brescia 1963. 132. stanga. rocca. Al primo gruppo si assegnano i termini militari come banda. lobbia. Storia della lingua italiana. 1967. 356 Vedi i miei Scritti minori. Firenze 1960. Il nome locale piú significativo è Goito (Mantova). 105-211. Gotismi Il primo strato di parole germaniche posteriori alla fine dell’impero romano di occidente è costituito da parole gotiche357 . schietto.. briglia. Bonfante. Al secondo gruppo appartengono invece arengo «luogo di adunata». corredare. pp. deve essere ricollegato con il termine Blondelius della Tavola di Veleia (§ 32) e quindi considerato come parola leponzia. spola.Giacomo Devoto . Attrezzi domestici sono rappresentati nel patrimonio lessicale di ascendenza gotica occidentale (n)aspo. 31 sgg. Latini e Germani in Italia.Il linguaggio d’Italia gia piú recente355 . Storia d’Italia Einaudi 234 . Gottolengo (Brescia). elmo. sgg. 1967. 355 «Memorie dell’Accademia Toscana di Scienze e Lettere la Colombaria».

toccati dalla sola prima mutazione. Longobardismi diffusi Il dominio gotico è durato solo un ventennio. Tale il caso di panca. quest’ultima in origine nel senso di «briglia». predella. Roasenda (Vercelli) a un Hrodasindis358 . Romania Germanica. palco. bruno.Il linguaggio d’Italia Nomi personali importanti si nascondono dietro nomi locali: Rovigo riconduce a un gotico Hrôtheigs «vittorioso». 133. durato due secoli. è invece parola gotica. come ha mostrato A. come si è visto. Rispetto alle parole longobarde accolte in Italia. Gia358 Gamilischegg. Tuttavia lo strato longobardo. si ricordano parole militari come strale. non cosí quello longobardo. lo dimostra. le seconde longobarde. L’editto di Rotari. Origini militari ha sguattero. spalto. balcone che risalgono a modelli gotici.Giacomo Devoto . e lasciar filtrare o addirittura imporre termini suoi. in quello della tradizione latina. che. perché viene dallongobardo wahtari «guardiano». se ha avuto piú occasioni per assestarsi. a soli 75 anni dall’avvento del regno longobardo. ha anche avuto maggiori occasioni per lasciarsi assorbire. Dai colori dei cavalli si è avuto bianco. si presentano alle volte difficoltà per distinguerle dalle gotiche. 14. Dal punto di vista dei gruppi semantici. sicuramente longobarde. La distinzione è perentoria solo quando si trovino di fronte parole germaniche con la sola prima mutazione consonantica e parole che mostrano anche la seconda: le prime sono gotiche. II. di fronte a banca. Storia d’Italia Einaudi 235 . Lipsia e Berlino 1935. Alla cavalleria longobarda risale staffa. se non nel quadro ancora informe della lingua parlata. p. Vidigulfo (Pavia) a un Widwulfs.

ricco. russare. p. 55. grinfia. cit. i nomi longobardi sono va«Memorie». scherzare. manigoldo. Livello sociale (non elogiativo) indicano il gastaldo. Oltre a «palco» e «panca» sono longobarde le parole scranna. II. questi tre ultimi frequenti nella toponomastica. cit. All’abitazione si riferisce. nocca. 126 sgg.. greppia. Si riferiscono alla natura lo stambecco. anca (e sciancato). stracco. sgherro. stucco. zazzera. Di grande importanza sono i termini indicanti parti del corpo. (ar)raffare. spranga. op. con la variante di Brera. strofinare. ciuffo. Braida. scalco (maniscalco). il tonfano e la melma. spaccare. Al centro di questi gruppi si trovava Pavia. Gamillschegg. Olcenengo (Vercelli). Spie toponomastiche dei Longobardi sono in prima linea i nomi in -engo360 che costituiscono tre costellazioni o gruppi rispettivamente nel Monferrato. stamberga. nel Bergamasco e nel Cremonese: tali nel primo Murisengo e Marengo (Alessandria). milza. 72 sgg. Altri toponimi longobardi sono Fara. spruzzare. Pozzolengo (Brescia). pp. nel’ultimo Romanengo (Cremona). stinco. scaffale. cafaggio. trappola.. sono gruccia.Giacomo Devoto . Verbi sono (im)bastire. zanna. pp. e con queste anche palla.. gualcire.Il linguaggio d’Italia calone Ramat359 . Sala. tuffare. Ai fini di prova della affermazione dell’elemento longobardo in Italia. 359 360 Storia d’Italia Einaudi 236 . guernire. spanna. nel secondo Vidalengo. che in origine voleva dire invece «riparo di sassi» e cioè qualcosa di solido. Martinengo (Bergamo). Nomi personali longobardi sono Anselmo Arnaldo Arnolfo Baldovino Bernardo Bertrando Ildebrando Federico Garibaldo Giraldo Umberto Teobaldo Gualberto Guido Guglielmo. fra i piú significativi per attestare una convivenza se non proprio una mescolanza: guancia. sia pure declassata. cit.. di animali. grinza. paggio. 150 sgg. Aggettivi sono: gramo. ai boschi gualdo. schiena.. Utensili. op. Bonfante.

Il fatto che sul piano linguistico la eredità longobarda sia stata unilaterale.. non deve avere per risultato di minimizzare il valore invece grandioso che la esperienza longobarda ha avuto nella storia d’Italia. e cosí un tema WOSTI che sopravvive tuttora nel tedesco Wüste «deserto». 134. che sopravvive tuttora nel tedesco waten «guadare». Davvero in Italia si distinguono ancora oggi due anime: quella i cui antenati hanno conosciuto la dura esperienza longobarda. 4ª ed. fosse influenzato da una pronuncia longobarda unitaria. Storia d’Italia Einaudi 237 . In un diploma del 912 si parla di un servo «nomine Aregisum cum uxore sua Adelinda et filio suo Adelardo»: i nomi longobardi erano discesi ormai a livello della classe inferiore361 . 26. Firenze 1964. p. sfuggente in mille rivoli campanilistici. Si trattava di affinità che favorivano avvicinamenti casuali. non tanto fra un modello longobardo e i tanti modelli volgari. Non ci sono che due esempi in cui una mescolanza è avvenuta. Longobardismi parziali Non si può immaginare invece che il volgare. non hanno piú valore etnostorico.Il linguaggio d’Italia lidi non oltre la età carolingia. e non della imposizione organica di una pronuncia longobardeggiante. e in fondo non molto rilevante. quanto piuttosto fra il modello longobardo e il modello «latino»: tali i casi delle parole latine vadum «guado» e vastare «guastare» che sono state trattate all’iniziale come se fossero parole longobarde. quella che. cosí ricca di fermenti reazioni e spinte ad agire e costruire.Giacomo Devoto . non aven361 Vedi il mio Profilo di storia linguistica italiana. E difatti doveva esistere di fronte a vadum un tema WAD «guado».

e scomparsi in quelle primitive: tale il caso di sarnacchiare «russare» che si trova in Toscana e nel ducato di Spoleto. 364 Op. Organizzando un nuovo stato. 148. Proprio per questa sua varietà e mobilità. Conseguenze indirette La azione linguistica longobarda è stata anche indiretta. pp. Storia d’Italia Einaudi 238 . 145 sgg. neutralizzando in qualche modo anche il valore di frontiera. I tipi principali di queste diffusioni parziali sono tre.. Essa dà la imagine di una massa che avanza.Giacomo Devoto . Die Entstehung.Il linguaggio d’Italia dola sperimentata. Firenze 1963. è rimasta nell’immobilismo spirituale e economico del latifondo romano e bizantino. ma in cui ciascuno degli elementi costitutivi ha una diversa molla per arrivare piú o meno lontano. 363 Wartburg. cit. Ancora piú gravitanti verso il mezzogiorno sono i tipi uffo «fianco» da Perugia a Taranto. Gra362 Sabatini. cit. che la riforma di Diocleziano aveva assegnato al crinale appenninico fra La Spezia e Rimini. 135. i Longobardi hanno cominciato a superare i confini dialettali. Il tipo spanna non si estende invece al di là della Toscana e della Romagna. oppure l’abruzzese seneide «pietra di confine» limitato all’Abruzzo364 . Il tipo schiena si è diffuso energicamente fino al Lazio meridionale e alla Puglia362 .. la tradizione longobarda si è assestata linguisticamente ancora una volta in modo difforme dalla politica. ma anche fra ducato e ducato. anche se la continuità territoriale era interrotta dal corridoio da Roma a Ravenna (§ 139)363 . Il terzo tipo mostra invece esempi rimasti superstiti in zone lontane. p. non solo fra pieve e pieve all’interno dei singoli ducati. Riflessi linguistici della dominazione longobarda nell’Italia mediana e meridionale.

Il flusso si continua anche in età postlongobarda. A Siena si trova un testo che contiene fadiga per «fatica». lungo la via dei pellegrinaggi che segue l’itinerario Cisa Garfagnana Lucca Siena. cit. 31 sgg. sopravvivente nei nomi locali di Scoppio frazione di Acquasparta (Terni) e Scoppito (prov. e opposto al trattamento normale nell’Italia centrale di scoppio. come già uno latino conteneva madodinos per «matutinus»365 . novità proprie dell’Italia settentrionale si sono diffuse in Toscana: tale il caso della lenizione che si presenta in buon numero di parole toscane. SCOPLU). 365 Vedi il mio Profilo. pp. che sarebbero state le forme teoricamente regolari. e di SPATA SCUTO. La consonante labiale sorda appare come sonora nel caso di Befana che rappresenta la lenizione nella posizione intervocalica risalente a LA(E)PIFAN. aGo. conformemente allo sviluppo settentrionale. in caVezzo di fronte a «capestro» e in VescoVo in confronto di (E)PISCOPU. spaDa.e appare invece addirittura come spirante. Storia d’Italia Einaudi 239 . Gutturale sonora invece di sorda si ha in luoGo. scuDo in confronto del verbo potere nato e sviluppato sul posto. L’Aquila). A questa capacità di diffondere e livellare propria dei Longobardi si deve anche l’arrivo in Toscana del termine genovese scöggiu (lat. adattato in forma toscana come scoglio. appare in poDere. invece della sorda..Giacomo Devoto . Dentale sonora.Il linguaggio d’Italia zie all’azione unificatrice dei Longobardi. laGo invece delle forme normali che avrebbero dovuto essere LUOCO ACO LACO.

anche se la parola. rispettivamente dai modelli BLAWA FALWA GRIS SAUR367 . In questo rinnovato afflusso i termini germanici presentano due difficoltà: l’una. cit. l’altra. usbergo. Parole franche Al periodo longobardo succede alla fine del secolo VIII quello franco: lo impersona Carlomagno imperatore. 105-211. penetrata in Francia in Bonfante. Latini e Germani. pare preferire la forma GU +vocale come in guardare guarnire guadagnare guanto. nelle parole longobarde. pp. 32. dardo. che influisce dall’alto verso il basso. che. almeno in certe zone. è parola germanica. poi la dinastia carolingia.Giacomo Devoto . Parole militari sono battifredo. portata dai Franchi.Il linguaggio d’Italia Capitolo ventottesimo Franchi e bizantini 136. che mostrano una tradizione germanica ormai fortemente mescolata con quella gallo-romana366 . barone. pp. 41 sgg. come ad esempio in garantire. gonfalone. mentre le franche dovrebbero essere segnalate dal trattamento francese in G+vocale. tregua. i Franchi hanno il carattere di un superstrato dominante. 1967. «Atti della Accademia Colombaria». opposta. l’unico accenno a una distinzione è forse quello del trattamento della consonante bilabiale sonora. La vita politica e sociale è rappresentata da feudo. 366 367 Storia d’Italia Einaudi 240 . Dal punto di vista formale. schiera. Giacalone-Ramat. che non sono facilmente distinguibili dai longobardi in base a caratteri formali. ad essa appartiene pure ligio. A differenza dei longobardi che hanno raggiunto. Colori di origine franca sono biavo falbo grigio soro.. una effettiva mescolanza con la tradizione linguistica romana.

Ristabilirono però in misura maggiore comunicazioni e influenze lontane. i Franchi penetrarono meno in profondità dei Longobardi. I tipi settentrionali con labiale piassa. erano stati trasformati in GL. GHI. 137. «biondo». diffondendo novità che movevano anche dal sud. Nel mezzogiorno. platea. e se erano secondarî (da sincope). territorio cui sovrintende un «marchese». «ghiaia». passati rispettivamente alle forme toscane «chiamare».Il linguaggio d’Italia età piú antica. di fronte a «chiama». «fiamma». BLUNDO-. grattare. La piú caratteristica è quella della palatalizzazione dei gruppi di cons + L. Espansioni linguistiche in età franca Proprio perché impersonavano una autorità di ampio raggio. Non esistono casi del tipo dentale + L perché. nelle aree piemontese lombarda emiliana. schivare.Giacomo Devoto . glarea. mentre invece. avevano dato luogo a LL come in spalla da SPAT(U)LA. Come esempi di verbi si hanno galoppare. fiama. Nel gruppo di Storia d’Italia Einaudi 241 . BJ. «piazza». di fronte a «ghianda» abbiamo gianda. In condizioni analoghe si trova marca. e accolta quindi in Italia come una specie di francesismo. flamma. ecco che in età carolingia le grandi vie dei pellegrinaggi agirono nei due sensi. si è arrestato sul livello toscano quando si trattava di consonanti labiali. Nell’Italia settentrionale. ardire. biond. abbiamo ciama. trescare. Mentre i Longobardi agivano soprattutto nel senso dal settentrione verso il meridione. PJ. La soluzione piú semplice è quella toscana che risolve il gruppo nella successione rispettiva di CHJ. sparagnare «risparmiare». il fenomeno si è svolto ulteriormente quando si trattava di consonante gutturale. se erano preistorici. il rafforzamento della palatalizzazione si manifesta in direzione opposta. «ballare». FJ: tali gli esempi di clamare. sono trattati come in Toscana.

Storia d’Italia Einaudi 242 . pp. con la vocale finale e la consonante interna lenita. nell’estendersi. e quindi janchë di fronte al toscano «bianco». confondendosi cosí con i risultati di gutturale + L. nei tipi come chiave (lat. che hanno dato luogo alle soluzioni estreme di cui sopra si è detto. Lo svolgimento estremo di queste doppie tendenze si ha nell’area ligure dove cian «piano». È questo un altro argomento per distinguere nella Italia li368 Scritti minori. Il focolaio di questo processo va cercato nella regione laziale368 . nel meridione e nell’area ligure. oppure un blocco della palatalizzazione come nel tipo ljuttë (lat. chiú per «piano». senza lenizione e senza la vocale finale. né si distingue giancu «bianco» proveniente da BL. per esempio in sciamma di fronte al toscano «fiamma».Il linguaggio d’Italia gutturale + L. nell’età carolingia e successiva. si ha soluzione «toscana». per quanto riguarda il cedimento delle articolazioni labiali. 1958. La palatalizzazione dei gruppi con L può incrociarsi o sommarsi con altre tendenze. Finalmente. di sciamma. gluttus).Giacomo Devoto . nel caso di FL. e del ligure ögiu «occhio». Ma. spinto. 357 sgg. Allo stesso livello meridionale. I. Si hanno cosi i risultati divergenti del lombardo öc. Nel caso della labiale sonora si ha la disarticolazione della consonante occlusiva dopo la palatalizzazione della L. Nei gruppi di labiale + L si ha la ulteriore palatalizzazione della consonante sorda in chianë. proveniente da PL non si distingue da ciama «chiama» proveniente da CL. «piú». per esempio alla lenizione. ha trovato aree particolarmente propizie. si ha la palatalizzazione totale del gruppo nell’unico suono di sibilante palatale. quando la vocale finale resiste abbastanza per consentire alla lenizione stessa di manifestarsi e di agire. corrisponde il ligure sciama da FL. clavis). donde è irradiato in connessione con gli itinerari dei pellegrini. da gianda «ghianda» proveniente da GL.

Il trattamento friulano dei gruppi all’interno dimostra che non siamo di fronte alla passiva conservazione di una realtà latina immobile. ma che. Historische Grammatik der italienischen Sprache. o di GENUCULI ridotto a zenoli «ginocchi». greva da GLEBA. e cosí planë (Atri). Storia d’Italia Einaudi 243 . § 140). ploverë «piovere» (Palena). I. graccë «ghiaccio». infine frumë frammë «fiume» «fiamma» a Lanciano. plazzë «piazza» (Teramo). per cui la occlusiva antecedente viene sottomessa e. Berna 1949. dove con lo stesso procedimento si ha la conservazione iniziale di clair (e di glace) di fronte alla semplificazione interna di oeil da OCLU. All’estremo opposto si ha la grande area friulana. Klíma). soltanto successiva.Il linguaggio d’Italia gure una fase pregalloitalica e una fase. 295. Di fronte alla maggiore o minore accettazione della tendenza palatalizzante dei gruppi con L. p. Sono tre. in certe condizioni. si hanno focolai piú o meno organici di resistenza. in cui si ha plan «piano» flame «fiamma» claf. fleumë «fiume» (Penne). glazze glerie glesie «ghiaccio» «ghiaia» «chiesa». clamà. clar «chiave» «chiamare» «chiaro».Giacomo Devoto . al contrario. si tratta di un processo di rafforzamento della consonante liquida. frori da FLORE369 . plenë «pieno». effettivamente galloitalica (v. con o senza il passaggio di L in R: flumë «fiume». che arriva a rinforzare la L mutandola in R: crae da CLAVE. alla area compatta del sardo si accompagnano aree conservatrici isolate in Abruzzo. climë «inclinazione» (dal gr. Come già per l’articolo. Ancora una volta un esempio di collegamento transalpino tra il Friuli e la Francia. Quello classico è il «sardo». 369 Rohlfs. annullata: cosí nel caso di OCULI ridotti a (v)oli.

370 «Archivio glottologico italiano». Il ritorno delle paludi lungo la valle del Tevere ha fatto sí che ritrovassero giustificazione geografica le frontiere linguistiche. mentre si era spinta a fondo in direzione di settentrione sulla sinistra del Tevere lungo l’asse approssimativo della via Flaminia. La donazione di Liutprando nell’VIII secolo e l’orientamento. 141 sgg. Roma riesce a mantenere in attività un corridoio che la collegava a Ravenna. si era arrestata abbastanza presto sulle frontiere della Etruria. spiegano la meridionalità moderata dei dialetti umbro-marchigiani. 35. durante la repubblica romana. il restringimento alla Toscana del passaggio di -ARIU a -AIO che. Stato pontificio e corridoio Roma-Ravenna La diffusione della egemonia longobarda nell’Italia centrale non ha impedito che la natura si prendesse una rivincita e riconducesse i rapporti geografici nei termini che le erano stati propri nella preistoria.Giacomo Devoto . Questa.C. come si è visto sopra. Castellani370 . hanno condotto a distinguere una Italia toscana da una Italia umbra e laziale (§ 111).Il linguaggio d’Italia 138. con la colonia di Rimini. Il suo itinerario era analogo a quello che la aveva collegata a partire dal 268 a. che ne deriva per lo stato pontificio. si. che. 1950 pp. Storia d’Italia Einaudi 244 . La pressione romana verso la Etruria si limita a due caratteri linguistici: la estensione del passaggio ND a NN in territorio toscano fino all’Amiata (§ 111) non oltre. estendeva un tempo anche nell’Umbria e nel Lazio settentrionale. dopo aver posto colonie a Nepi e Sutri (§ 76). Ma l’VIII secolo significa una svolta ulteriore anche da questo punto di vista. Con l’inizio del potere temporale dei papi si assiste a una ripresa della irradiazione politica e parzialmente anche linguistica da Roma. come ha mostrato A. Aiutata dalla protezione bizantina.

Nello stesso ordine di dipendenza. mostra la sua formazione medievale attraverso il passaggio da R a L (da farò a falò). Parole bizantine Questa azione irradiante da Roma è stata grandemente favorita dagli sforzi bizantini. dove il «basilico». già noto nella Roma repubblicana. e ha dato vita al nome dei «Firpo». oppure il nome greco di Phílippos. pháros «faro» e phanós «lanterna». Indipendentemente dal porto di approdo. con l’it. XXXIX. specie di barca. che viene accolto a Genova con l’accento normale greco sulla terzultima. con l’intermediario o meno di forme latine. caratteristico dell’area pisana. adattamento dal greco Érasmos. incrocio di gr. di «Teodòro». appare riferito a una erba caratteristica con l’accento greco nella forma di bazgiaikò. parola già nota in Roma in età plautina.Il linguaggio d’Italia 139. Venezia conserva Tòdero. môlos. falò. appaiono sartie 371 Vidossi. Innanzi tutto. Milano-Napoli 1956. Origini. e poi italiana. medievale kondûra. Storia d’Italia Einaudi 245 . Ma le tracce bizantine rimaste nel patrimonio lessicale del linguaggio d’Italia. Tali i casi di Genova. Un parallelo napoletano è Elmo. accentato come il greco Theódoros. Da questo viene in certo modo legittimata la tesi di G. quelli connessi con la navigazione: galea molo rispecchiano fedelmente i tipi greci tardi galéa. con accento di terzultima in confronto del corrente «Eràsmo». Si tratta di bizantinismi che «arrivano» e si alimentano abitudinariamente alle nostre città di mare. Rohlfs371 che vede in questa linea un criterio per classificare i dialetti italiani. gondola appare un incrocio di un gr. si possono considerare su un piano unico i bizantinismi seguenti. volti a mantenere aperto a fini anche commerciali e militari l’itinerario RomaAncona. (d)ondola(re).Giacomo Devoto . si appoggiano ad altre forze. anziché con l’accentazione latina. prima quella delle nostre Repubbliche marinare.

lat. hormizare. Relitti dell’ordinamento gerarchico bizantino sono infine catapano dal nome del funzionario bizantino. Spicca da questo punto di vista la figura dialettale dell’estuario veneto. (e)ikóna «imagine» e ánkón -ônos «piegatura» e cioè «nicchia per imagini (sacre)».Il linguaggio d’Italia (gr. risalente al nome del sottufficiale detto basilikós o «(rappresentante) regio». ivi compreso Grado. tratta dal gr. strategós. il veneziano squero «cantiere» è un incrocio tra il greco eskhárion «scalo» e l’italiano squadrare. che aree meno esposte potevano avere mantenuto una certa quale personalità e autonomia. tardo eksártion «attrezzatura della nave»). di un recipiente che ne aveva la forma. straticò dal greco biz. è il verbo gr. nome bizantino. dim. che è dal greco heksámiton. manico). (t)à (ó)rgana «strumenti». del gr. che agisce kat’epáno «in direzione dell’alto». Nelle stoffe. 140. infine quello della provincia di Basilicata. làstrico è il gr. ormeggiare. medv. tratto da hormós «rada». hormízein. «(stoffa a) sei fili». Aree pregalloitaliche Di fronte a tutte queste occasioni di comunicare e di attenuare e livellare differenze dialettali fra territori maggiori e minori.Giacomo Devoto . óstrakon «coccio. occorre tenere presenti. biz. Con it. bambagia risale a un greco medievale bambákion. con propaggini piú o me- Storia d’Italia Einaudi 246 . ancona un incrocio di gr. medv. àrganum forma biz. donde poi il nome della provincia di Foggia detta «Capitanata». Nelle costruzioni. lastra e i temi in -ICO (carico. con il trattamento padano di CHJO in GIO attraverso SGIO. forse ravennate. stratikós. mastós «mammella». in modo piú o meno analogo alla Toscana. Strumento è mastello. conchiglia» incroc. nel periodo che si aggira intorno al X secolo. sciàmito risale al latino medievale hexàmitum. andrón -ônos). àrgano lat. androne era in origine un passaggio riservato agli uomini (gr. class. col passaggio regolare di CSA a SCIA.

e. I caratteri tipici sopravvissuti fino ai nostri giorni sono stati bene definiti da Giulio Bertoni372 nella assenza di vocali miste. di molte sincopi proprie al resto della valle padana. pp. sû «sole».Il linguaggio d’Italia no erose nella terraferma. inversamente. che uno sviluppo caratteristico si è avuto in Liguria. cû «colore».Giacomo Devoto . che non è mai diventata integralmente gallo-italica. dû «dolore». nelle testimonianze storiche. Milano 1916. propria esclusivamente delle sillabe aperte. Che sia esistita tuttavia una Liguria pregalloitalica. Di fronte all’area veneziana. si ha quella ligure che. risulta sia dalla prova che un tempo la dittongazione toscana. sia per quanto riguarda la palatalizzazione estrema dei gruppi in PL. Storia d’Italia Einaudi 247 . risulta energicamente galloitalicizzata. 110 sgg. di consonanti nasali velari o faucali. sia per quanto riguarda la lenizione che colpisce in modo totale la L e poi la R intervocalica. sâ «sale». 372 Italia dialettale. estraneo alle tendenze gallo-italiche. La larga accettazione di lenizioni e di assibilazioni non hanno potuto impedire fino ai nostri giorni che la latinità dell’estuario veneto si sia non solo mantenuta ma anche espansa nell’entroterra (§ 187). di dittonghi in sillaba chiusa. tale gen. ha lasciato traccia in una piccola area nordorientale.

in Italia non c’è traccia. ma non al fine di consolidare coordinare uniformare le nascenti tradizioni dialettali. abbastanza validamente sí per conservare documenti e cimeli. e si appoggiano soltanto a una necessità storicogeografico-comparativa. le capitali culturali si mantenevano nelle diocesi e nei conventi. Storia d’Italia Einaudi 248 . ci si domanda per quali ragioni i documenti scritti corrispondenti tardino cosí a lungo373 (e cioè praticamente fino al secolo XI) a manifestare una tendenza alla regolarizzazione e alla fissazione. 88. Tardività dei documenti volgari Se si considera che la maggior parte di queste classificazioni e ricostruzioni mancano di una conferma documentaria. Di una prescrizione come quella del concilio di.Giacomo Devoto . La prima consiste nel fatto che lo allontanamento del volgare dal latino è diventato un fatto consapevole solo dopo che il rinascimento carolingio (§ 109) aveva diffuso testi latini cosí purgati e normalizzati da fare risaltare la loro grande differenza dal volgare. L’indovinello veronese La prima conseguenza di questa tardiva documentazione è connessa alla gradualità e lentezza del passaggio da 373 Migliorini. La seconda sta nel fatto che. Storia della lingua italiana. 142. Firenze 1960.Il linguaggio d’Italia Capitolo ventinovesimo Primi documenti italiani 141. Le ragioni sono due. per quanto con i Longobardi si fosse imposta una nuova struttura politica. p.Tours in Francia (814) che prescrive ufficialmente di predicare in volgare. ancora frantumate.

della penna e dell’inchiostro.(praTalia) e il -B. Stino di Livenza (Venezia). Origini.dei suffissi caratteristici dell’imperfetto. Migliorini376 . pp. Ponte nelle Alpi (Belluno). scoperto da Luigi Schiapparelli nel 1924. Milano-Napoli 1956. La parola «versorio» è ancora il latino versorium piuttosto che il volgare versòr che. Storia d’Italia Einaudi 249 . D’accordo con B. S. 113. cit.. 164 sgg. Comacchio (Ferrara).Il linguaggio d’Italia strutture «latine» a strutture «italiane». op. Tale è il caso dell’indovinello veronese. E cioè «somigliavano a bovi -aravano bianchi prati – tenevano un bianco aratro – seminavano un nero seme»: si trattava perciò rispettivamente delle mani. Ridossi. 376 Migliorini. sia pure solcato da volgarismi. 61 sgg. I. 375 «Atlante Italo-svizzero». Cerea (di nuovo Verona). Essa rende difficile decidere quando è che si è davanti a un testo già volgare.. e quando è invece che si è ancora davanti a un testo latino. 374 «Archivio storico italiano». op. qui nel testo di Monteverdi-Migliorini374 : «se pareba boves – alba pratalia araba – albo versorio teneba – negro semen seminaba».Giacomo Devoto . In compenso però si trovano le consonanti finali -S e -N. 64. sia pure ancora ricco di elementi latini genuini. l’indovinello veronese non è il primo documento di lingua italiana volgare. Migliorini. il latino è potentemente snaturato con la caduta delle desinenze -NT e -M. p. 1924. Certo. come risulta dalla carta dell’Atlante Italo-svizzero375 è tuttora usata nell’area compresa fra Torri del Benaco (Veronal. p.. le consonanti non lenite -T. e con le vocali E e O al posto rispettivo di I e U(M) in negro. cit. pp. carta 1434.

et trenta anni la posset parte Sancte Marie». Sessa. p. I Placiti cassinesi Francamente italiani sono invece i testi di Cassino377 . Dal punto di vista dello spazio. Bartoli379 aveva pensato a un vero e proprio precoce «italianismo» letterario. que tebe mostrai. Questi erano apprezzati in documenti ufficiali come le citate testimonianze cassinesi. op. Vedi il mio Profilo di storia linguistica italiana. I quattro documenti. anche se contengono elementi latini ancora ben distinguibili. che è il latino SAPIO. que ki contene. et trenta anni le possette». e anche piú settentrionali. scritte. 6.. molto simili fra di loro. e che la carta dell’Atlante Italo-svizzero mostra diffusa in tutta la regione378 . 93. 1944-5. 4. anche se non sono riuscite a imporsi nel parlare corrente. que tebe monstrai. trenta anni le possette parte sancte Marie». cit. la forma piú famosa. per kelle fini. sao «so». sancte Marie è. a Cassino Sessa e Teano. 377 378 Storia d’Italia Einaudi 250 . si deve supporre che si tratta di un portato delle vie dei pellegrinaggi. 379 Bartoli. marzo 963 (in due varianti): «sao cco kelle terre. marzo 960: «sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene.Il linguaggio d’Italia 143. ma non in un volgare andato alla deriva. Migliorini. trenta anni le possette parte Sancti Benedicti». sono: Capua. 33. cit. p. Teano luglio 963: «kella terra. Piú prudentemente. frantumato in modo magari non uniforme. M. che irradiavano modelli romani. Questo volgare ha subito un processo di adeguamento sia dal punto di vista dello spazio. destinate a essere capite da tutti e a durare. que bobe mostrai. per kelle fini.Giacomo Devoto . sia da quello dello spessore sociale. per kelle fini.. non corrisponde alla forma attuale saccë. «Lingua nostra». I testi sono volgari. Teano ottobre 963: «sao cco kelle terre. Pergoaldi foro. p.

«Archivio glottologico italiano». è stao «sto» presso Cielo d’Alcamo (§ 155) mentre forme analogiche come abo «ho». pp. 133 sgg. Davanti a O questi ripieghi non erano necessari. 28. anche se per deCodex diplomaticus cavensis. Via Garibaldi senza la fase normale intermedia con la preposizione DI. Le forme tebe bobe sono molto importanti come testimonianza morfologica della declinazione pronominale sopravvivente. Piú recente. 1935. § 87. dabo «do» si trovano nel codice diplomatico di Cava che contiene documenti dall’anno 792380 in poi. 85). que «che». Un importante problema di grafia è dato dalla questione delle gutturali non soggette a palatalizzazione. «parte sancte Marie» qui inserite figurano invece come se fossero citazioni di nomi proprî. piú recente di due secoli (§ 48). I. viventi.. nel senso di «che». Le forme latine «parte Sancti Benedicti».Il linguaggio d’Italia Procedimenti analoghi di livellamento delle forme di verbi fondamentali sono noti nel mezzogiorno. è provato dal fatto che. Che non sia un artificio. Terracini. 380 381 Storia d’Italia Einaudi 251 . Quanto alla grafia con B essa non è né un latinismo né un arcaismo. quod. che già nell’età imperiale si è visto corrispondere alla costruzione classica dell’accusativo con l’infinito (§ 75. 134 sgg. 27. ko. vol. è mostrato della persistenza di tebe sebe nel ritmo cassinese. 1936. Giovanni. sono sopravvissute nelle città italiane le forme Piazza S.. pp. Che queste forme fossero radicate. L’uso del K e del digramma QU mostrano nei testi cassinesi la loro utilizzazione parallela. perché si salda con il lat.Giacomo Devoto . ma rispecchia la pronuncia intermedia B/ V tipica delle regioni meridionali fino dall’antichità381 . cfr. in cui sono comprese anche le desinenze latine del genitivo singolare. sopra. fino ai nostri giorni. ke. Altra forma importante è cco. ma molto aderente. Napoli 1873.

Di data imprecisata. p. ammaestrò i popoli in triplice linguaggio». si riferisce che.Il linguaggio d’Italia siderio di uniformazione. in occasione della incoronazione del re Berengario I (915). parla dell’uso «nostrae vulgaris linguae. o per eccesso di zelo. op. Consapevolezza della differenza fra latino e volgare Saranno stati consapevoli di usare il volgare i testimoni dei placiti cassinesi? Nessuna affermazione espressa ancora lo convalida. volgare e latina. mentre il popolo emetteva gridi «nativa voce» (in volgare). il senato recitava canti «patrio ore» (cioè in latino). L’epitafio di papa Gregorio V. lo svolgimento verso un linguaggio d’Italia «nuovo» subisce una 382 Migliorini. Nel 960 Gonzone. morto nel 999. 110. dice «usus francisca vulgari et voce latina – instituit populos eloquio triplici» e cioè «si valse della lingua francese. Nelle «Gesta Berengarii». Storia d’Italia Einaudi 252 . quod). scrivendo ai monaci di Reichenau. quae latinitati vicina est» e cioè vicina sí al latino ma autonoma. riferimenti indiretti se ne hanno altrove. poema anteriore al 923. Viceversa. Riscossa latina nell’XI secolo Di fronte a questi fermenti e a questa consapevolezza italiana. manifesti nel secolo X. ma sempre nel X secolo. 145. è la formula di un penitenziale cassinese che avverte «fiat confessio peccatorum rusticis verbis» e cioè «la confessione dei peccati deve avvenire in lingua volgare»382 . Infine il sassone Vitichindo afferma nella sua cronaca che l’imperatore Ottone I (m. si hanno anche esempi di ko accanto a cco (lat.Giacomo Devoto . cit. e hanno forte valore probante.. 973) conosceva la «lingua romana» e cioè il volgare d’Italia. ecco che nell’XI. 144.

ignora il cursus e quindi si ispira. Compaiono dottrine e applicazioni di schemi stilistici che si riattaccano a precedenti. 162 sgg. la rima. Milano-Napoli 1956. Genova 1934. 322 sgg. legato alle dottrine di Isidoro di Siviglia (VI-VII sec. Le risorse che i modelli latini vengono cosí a offrire agli autori sono immense. Milano 1966. Lo stile «gregoriano».. se non impedito. ancora al di là. si ispira ai modelli della età imperiale.Il linguaggio d’Italia battuta d’arresto: alla frequenza e disinvoltura nell’impiego del volgare fa riscontro un rifiorire di studi retorici imperniati sul latino383 . Il tentativo di sostituire toghe e abiti di cerimonia con normali vestiti borghesi viene. Gli schemi fondamentali sono questi tre. accetta in pieno il cursus. propri del cursus (§ 99). Il volgare può imporsi in materia di fonetica e morfologia: in fatto di stile non ha ancora parola da dire. Tradizione e poesia nello prosa d’arte italiana dalla latinità medievale a Giovanni Boccaccio. pp. a schemi classici.) introduce infine un carattere ritmico nuovo. 385 Viscardi. cosi denominato in età piú tarda dal nome di Gregorio VIII. 4ª ed. e diventa il capostipite della lingua cancelleresca della curia romana. 383 Schiaffini. sia pure non identici. Lo stile «tulliano» abbonda nella metafora. pp. ritardato. Esso appare presso autori come Guido d’Arezzo (990-1050)384 . Origini. Lo stile «isidoriano». Origini. Pier Damiani (1007-1072) e altri385 .Giacomo Devoto . papa dal 1187. 384 Ronga. Storia d’Italia Einaudi 253 .

mentre quelle occidentali salvano meglio la loro struttura originaria386 ..a. Dalla Corsica l’influenza pisana si estende alla Sardegna nordoccidentale. Le repubbliche marinare. 248 sgg. in Corsica e poi in Sardegna. fondato sulla distinzione delle due E e delle due O già nel latino volgare: si dice cosí a Sassari pelu in confronto col sardo normale pilu. in senso per cosí dire verticale. Espansione Toscana in Corsica e Sardegna Al di sotto di questo manto latino di alto livello non c’era stasi proletaria. si è introdotta la distinzione del latino volgare (non sardo) fra la I aperta e quella chiusa ad esempio di filu387 (§ 111). per cui le parlate orientali diventano sostanzialmente toscane. 387 Wagner. 1926. sottrae l’area sassarese all’insieme originario sardo logudorese. 147. pp. 1927.Giacomo Devoto . perché.Il linguaggio d’Italia Capitolo trentesimo Assestamento italiano 146. La lingua sarda.. Spicca in questo tempo per le sue conseguenze linguistiche la espansione pisana. l’isola. 2. 156 sgg. 3. Di questi il piú importante è un «privilegio» logudorese (1080-1085). «Italia dialettale». di cui tre sardi. In Corsica essa ha per risultato di dividere. Storia d’Italia Einaudi 254 . toscanamente. pp. e la snatura. rappresentavano elementi di collegamento interregionale. pp. Documenti volgari dell’XI secolo I documenti dell’XI secolo sono 6. Berna s. soprattutto imponendo il sistema vocalico toscano. già nei loro primi passi. del quale si dà qui un saggio: «È ccando mi 386 Bottiglioni. I sgg.

Tratti caratteristici fondamentali sono le desinenze dei plurali in -S.» «E quando mi domandarono la esenzione. Mancano esempi di lenizione.. 97 sgg.. traíte «tirate».. appartiene alla fine del secolo. 391 Migliorini.. L’iscrizione di San Clemente a Roma. ligatarios ci mi mandarun homines ammicos meos de Pisas.. con la terminazione ancora in -U (non in -O).: fálite dereto colo palo «fàgliti dietro con il palo». 10. 389 Migliorini.. pp. Firenze 1960. p. I tre documenti rimanenti sono l’uno toscano meridionale. 390 Migliorini. 20 sgg. La grafia di coctu per «cottu» prova che la autonomia del volgare come lingua scritta era ancora scarsa. pure piú antichi di un secolo390 .. pp. Ruggieri. Monteverdi nel 1934391 . Gli altri due documenti sardi sono due carte cagliaritane. non -U per es. detto «postilla amiatina». Firenze 1964.. gli ambasciatori che mi mandarono uomini amici miei di Pisa. di cui una del 1070-1080 è in caratteri latini. il verbo tràere passato alla coniugazione in -I. e un termine caratteristico come rebottu. una parola tutta diversa isolata come toloneu equivalente a «dogana»388 . Essa mostra le finali -O. 98. op. in certo senso ancora inferiore a quella dei placiti cassinesi. è presente invece il rafforzamento sintattico. Storia della lingua italiana.». mostra l’articolo illu. l’altra in caratteri greci. pp. 40 sgg.Giacomo Devoto . 4ª ed. l’altro romano. 284. cit. p. l’altro umbro. pubblicata da A. «Lingua nostra». cit. che significa probabilmente «il maligno». che piú tardi sarà eliminato dalla grafia389 . il verbo arcaico petterun per «chiedere». Infine la confessione di Norcia documenta due fatti che 388 Vedi il mio Profilo di storia linguistica italiana. op.Il linguaggio d’Italia petterun su toloneu. 1949. il passaggio di RB a RV nel nome proprio Carvoncelle «Carboncello». Il primo. Storia d’Italia Einaudi 255 .

o la palatalizzazione di CT in IT. debui. pettine). Discendono dal settentrione verso il mezzogiorno. e il digramma GU piú vocale per segnalare la gutturale sonora. dovetti). pp. Petru. intatta davanti a vocale palatale: brague. probabilmente del 1182. preso. scritto oggi «braghe». oggi ulteriormente semplificato in uegè per «origliere (cuscino)». J) per es.. Storia d’Italia Einaudi 256 . battismu. e da -I in dibbi invece di DEBBI (lat. Dei trattamenti fonetici appaiono la palatalizzazione congiunta alla lenizione (§ 121. prixun «prigione». corno di fronte a quelle in -U. 123) per es. e le lacune da colmare sono meno rilevanti. col dittongo non ancora semplificato in -prete. in oregèr. 148. nappari)392 o in un testo della montagna pistoiese con dinaio (cui il plurale corrispondente dovrebbe essere DINARI). Paulu. la distinzione delle finali in -O come in io. PECTEN) (§ 126) oggi ulteriormente semplificato in peètene (it.Il linguaggio d’Italia si erano presupposti già nei secoli precedenti per la zona umbro-laziale.Giacomo Devoto . Documenti del XII secolo I documenti del XII secolo sono piú numerosi. Nel codicillo di un testamento pistoiese si ha la forma arcaica di arciprete. confessu. accuso. 102 sgg. nappaio (plur. Di queste ultime sono da ricordare l’impiego di X per la sibilante palatale sonora (francese. it. diabolu. Per la Toscana i primi esempi di -aio (da ARIU) si trovano in una pergamena volterrana del 1158 per es. offre non soltanto testimonianze fonetiche ma anche grafiche. per esempio in peiten (lat. determinata da -U finale in púseru «posero». cit. 392 Op. In questo stesso testo si trovano i dittonghi regolari di tiene (da E) e di fuori (da o). Il testo mostra anche due esempi di metafonesi. Una carta savonese.

per es. 395 Op. Qualche maggior collegamento con caratteri meridionali mostrano i documenti connessi con la area marchigiana. nei pronomi e in alcuni aggettivi dimostrativi. ma la abbondanza dei derivati verbali in -esco. 41. tratto dalla forma perifrastica col verbo ausiliare al piuccheperfetto (§ 98).. op. Questo ignora la dittongazione di E e O aperte.. si immerge nel mondo già umbro-sannita attraverso il passaggio di ND a NN. col mantenimento del gruppo FL. cit. ha la distinzione delle finali -U e -O con la conseguente possibilità di distinguere. Il Ritmo cassinese ci porta piú a mezzogiorno in un ambiente che è stato detto395 del «campano illustre». Di paura sbagutesco. come principale caratteristica. che. 110 sgg. Mostra un carattere arcaico per es. cit. p. apre la via a confronti con la Umbria393 : «Li arcador ne vann’a tresco. Fora «sarei» documenta il tipo arcaico di condizionale.Il linguaggio d’Italia Il ritmo giullaresco laurenziano (1150-1171) è francamente toscano. Rispos’e disse latinesco: – Sten e tietti nutiaresco –». p. 394 Storia d’Italia Einaudi 257 .Giacomo Devoto . Non ci sono tracce di metafonesi. in flore. 109. In una carta marchigiana di Fiastra (Macerata) del 1193 si ritrova la metafonesi. Il piú importante è il ritmo di S. pp. -O è distinto da -U. né di finali in -U. e questo esercita azione metafonetica. cit. B prevale su V. sia da -I come nel caso di Carvone: Carvuni. I gruppi di consonante + L sono intatti. Alessio394 di 257 versi. Migliorini. sia da -U come nel rapporto di questo: quistu.. 393 Vedi il mio Profilo. nel campo della morfologia (fra il genere maschile e il neutro).

Pistoia era vicina a un facile passo appenninico. povera di eventi nel senso del tempo. la Toscana aveva invece varî gradi di apertura nel suo interno. nel senso dello spazio. esile dal punto di vista dello spessore sociale. Se a Firenze si dice «lingua» «unto» (non LENGUA ONTO) questo non significa che la I aperta o la U aperta.Giacomo Devoto . La mancata mescolanza con precedenti tradizioni linguistiche spiega questa esilità. Firenze 1952. Se i dialetti toscani si definiscono in quanto NON raggiunti da innovazioni. e la val di Chiana. 21. Castellani. dopo essere diventate E e rispettivamente O chiuse. Fra tutte le città toscane. Lingua. Nuovi testi fiorentini del Dugento. il dialetto fiorentino è quello che meno è stato raggiunto da innovazioni toscane. Arezzo si apriva attraverso il Casentino e l’alta valle tiberina a comunicazioni transappenniniche.Il linguaggio d’Italia 149. p. Storia d’Italia Einaudi 258 . siano ridiventate I e U. cosí meridionali come orientali o settentrionali. quello della Collina. Lucca era stata capitale di un ducato longobardo su un’importante via di comunicazione col settentrione. Testi fiorentini del Dugento e dei primi del Trecento. corrispondono a una pro396 Schiaffini. La tradizione linguistica latina nel suo insieme è stata poco disturbata. risulta che la Toscana corrispondeva (§ 16) come già era stato preannunciato al § 111. a una regione appartata. la piú isolata e tardiva era Firenze. Se era chiusa verso l’esterno. verso la Umbria e Roma. Firenze 1926. unto. che erroneamente è stato denominato «anafonesi» e cioè «rialzo»396 . la malaria delle coste tirreniche cooperavano all’isolamento. Le paludi del Tevere e dell’Arno. lungo la valle tiberina. Pisa era potenza politica sul mare. del latino volgare. Caratterizzazione toscana Da quanto si è detto. Siena era tappa importante sulla via romea che conduceva i pellegrini a Roma. La prima resistenza è data da quel fatto.

cit. Naturalmente esistono anche innovazioni fiorentine. 161. con la conseguenza di una dissimmetria fra le forme del singolare come denaio. soprattutto. Innovazione toscana tipica è quella di -ARIU. Alle grandi innovazioni venute di fuori. si accompagnano quelle minori. cit.Il linguaggio d’Italia nuncia ininterrotta dalla latinità ai nostri giorni. come la palatalizzazione dei gruppi di consonante occlusiva piú L (§ 137). ma guadagnando terreno anche ai nostri giorni. andato presto in disuso e. per esempio la accettazione delle forme della sibilante sonora proveniente dal settentrione. quasi il prestigio delle parlate esterne lo dominasse.Giacomo Devoto . Attraverso i lavori di A. generalizzata poi nelle forme del futuro. Essa si afferma prima nella Toscana occidentale. è ancora vivo in Toscana (come in altre regioni) il possessivo enclitico. che si è imposto universalmente nella forma amerò invece di AMARÒ399 . 157. Analogamente. il fiorentino interessa nel Duecento per le sue incertezze grammaticali. SchiaffiMigliorini. cit.. cui deve corrispondere un plurale denari. che passa a -AIO (§ 148). il passaggio di -ARin posizione interna a -ER-: Làzzero invece di «Lazzaro». per es. sia pure poco significatiti: tali atro per «altro». Vi si accompagnano però poi forme analogiche con i singolari del tipo contraro. càsasa a Firenze fratèlma «fratello mio» cognàtoma «cognato mio» a Siena398 . di là si è allargata verso Firenze senza affermarsi risolutamente. op. 106. 399 Migliorini. Nell’ambito della morfologia. p.. p.. p. Ma piú che per i suoi caratteri permanenti. senza raggiungerla397 . op. davanti a L palatale conseglio someglio circondano Firenze come ponto onghia.Verso la metà del Duecento si semplificano i dittonghi discendenti secondo lo schema da EI a E: PREITE diventa «prete». 397 398 Storia d’Italia Einaudi 259 . mógliema. che conquistano tutta la Toscana. Op.

alla vigilia di constatare che lo scettro del comando. e danno tutte la impressione che Firenze fosse ancora un’area recettiva. 150. ecco che pare opportuno fissare i tratti fondamentali del sistema consolidato in questo tempo. I suoi tratti 400 401 Vedi il mio Profilo. contro il passaggio di AR a ER. 60. segondo. Altre. che presuppongono imitazione di modelli settentrionali. Tali i tipi con AU al posto di O. Cosí le reazioni per le quali lauda diventa «lalda» e autore diventa «altore»401 . forme snobistiche modellate su schemi siciliani: aulire per OLIRE «odorare». cit. op. di carattere letterario. rimangono su un piano occasionale. Storia d’Italia Einaudi 260 . la validità del simbolo di italianità generale sta per essere assunto dal fiorentino. Ma. intendendo con questo di fissare il «primo sistema fonologico italiano». 157. aunore per «onore». quale si era venuto configurando a partire dal IX secolo. di base fiorentina. etade. Una reazione antifiorentina appare invece a Siena dove. vengono rapidamente riassorbite. pp.Giacomo Devoto . 224. Migliorini.. cit. opposto all’originario e fiorentino vivere. Cosí le lenizioni. aperta a ampie possibilità di colonizzazione linguistica che solo con la maturazione sociale economica e politica di Firenze. Castellani400 sono messe in giusta luce nei testi fiorentini forme come dissoro «dissero». si ha quello inverso da ER a AR: per esempio il tipo vívare. p. è impossibile. Il primo sistema fonologico italiano Parlare di un equilibrio assestato e perciò stesso di un sistema valido per tutto il territorio italiano..Il linguaggio d’Italia ni e di A. appartengono a questa categoria: imperadore. feceno «fecero» metteno «mettono» diceno «dicono» stra «starà» che si riferiscono rispettivamente a Prato Pistoia Lucca Pisa.

BLANCU che diventa bianco. oggi. Ma HODJE si ferma al livello di it.Il linguaggio d’Italia consistono in svolgimenti che sono stati illustrati in paragrafi precedenti: A) si eliminano le parole sdrucciole in tutti quei casi. C) Le consonanti finali vengono eliminate. RUPTU rotto. almeno negli strati superiori: METIT diventa miete. Storia d’Italia Einaudi 261 .Giacomo Devoto . GLAREA che diventa ghiaia. MODIU che diventa «moggio»). cosí PT: FACTU diventa fatto. secondo un rapporto che non ha paralleli nel sistema e non è suscettibile di una interpretazione chiara neanche sul piano geografico (cfr. FLAMMA che diventa fiamma. di fronte a NUMERU che diventa novero. Altre palatalizzazioni hanno sviluppo unitario solo in parte: PLATJA diventa piazza. NITIDU diventa netto. come MEDJU diventa mezzo. NOVU diventa nuovo. in cui il risultato degli scontri fonetici non era controproducente: SOLIDU diventa soldo. E) I gruppi di consonante + L vengono palatalizzati in forma blanda secondo gli esempi di CLAVE che diventa chiave. B) Le vocali E e O aperte in sillaba libera dittongano. non NOMBRO. PLENU che diventa pieno. D) I gruppi di consonanti si assimilano in senso regressivo: CT diventa TT. CAPUT capo. METIT diventa miete.

Il linguaggio d’Italia PARTE QUARTA L’età moderna: 1200-1850 Storia d’Italia Einaudi 262 .Giacomo Devoto .

Giacomo Devoto . 698-844. B. bucecia «gallina». spec. Pellegrini. Brescia 1970. Spoleto 1965. zizzu «elegante». Tuttavia. ai fini delle strutture 402 G. B. sciurta «sentinella». come nell’antichità si era contrapposto un occidente cartaginese a un oriente greco. pp. G. bburgiu «bica di paglia». Praticamente assenti sono i verbi. zammataru «cascinaio». sciara «colata lavica». zàgara il fiore dell’arancio. aveva da tre secoli rivissuto la opposizione fra un occidente (arabo) e le coste orientali. «L’occidente e l’Islàm nell’alto Medio evo». L’importanza dell’elemento arabo nell’ambito del lessico italiano è immensa402 . dopo la invasione e colonizzazione araba. Molè e altri. tarca «velo di lutto». pp. Questa.. ma è invece difficile stabilire quali sono resti arabi trasmessi specificamente attraverso la Sicilia. càmula «tignola». Parole arabe. la regione piú importante per la storia del linguaggio d’Italia diventa la Sicilia.Il linguaggio d’Italia Capitolo trentunesimo La Sicilia e la prima lingua letteraria 151. Morabito. carabba «caraffa». Pellegrini. zappa «misura d’acqua». Il grosso delle parole arabe in italiano si divide invece nelle due grandi categorie. di quelle pervenute dal vicino oriente attraverso le repubbliche marinare e di quelle pervenute dalla Spagna. Arabi Col. XII secolo. Sono tra questi ammiraglio in origine un «comandante» non soltanto di forze di mare. Nomi di famiglia sono Vadalà. 731 sgg. rabba «granaio pubblico». rimaste piú o meno nell’orbita bizantina. macaduru «sudicio». L’elemento arabo nelle lingue neolatine con particolare riguardo all’Italia. cantusciu (veste femminile). Storia d’Italia Einaudi 263 .

che eliminò del tutto la Storia d’Italia Einaudi 264 . libeccio. infine di Ruggiero Il re di Sicilia (1130). collegando regioni lontane. ricamo. I fattori di complicazione sono due: l’uno agisce dall’alto. bagarino.Il linguaggio d’Italia lessicali del linguaggio d’Italia.Giacomo Devoto . zerbino. quella dei Normanni. arancio. le une e le altre possono rimanere indistinte in un elenco indicativo che contenga parole relative alla tecnica come azimut. ragazzo. alla vita sociale come moschea. giulebbe. ai traffici come arsenale (a Venezia). tutta la Italia meridionale fu sottoposta a un dominio unitario. magazzino. Nello spazio di un secolo per opera di Guglielmo Braccio di Ferro duca di Melfi. introducendo nella grande area meridionale nuclei linguistici italiani. sultano. cifra. camallu (a Genova). Normanni Per arrivare alle novità e agli assestamenti. sufficienti per rompere continuità ereditate. califfo. Il primo di questi fattori porta una etichetta. zibibbo. darsena (a Pisa e Genova). La loro affermazione durante questo periodo fu rapida. l’altro agisce dal basso. giubba e i due colori cremisi e scarlatto. amalgama. fondaco. fra oriente e occidente. zero. che si preparano per il XIII secolo. zenit. il contrasto dominante cessa di essere. dogana. provenienti da settentrione. zucchero. almanacco. bisogna tener conto delle forze che investono principalmente la Sicilia e turbano l’equilibrio linguistico durante il XII: virtualmente complicando la carta geografica del linguaggio d’Italia. scirocco. alchimia. Nel 1030 Rainolfo ottenne la terra di Aversa presso Napoli. di Roberto Guiscardo duca di Puglia e di Calabria. tarsia. aguzzino. sciroppo. Col XII secolo. algebra. introducendo anche elementi stranieri. 152. melanzana. in Sicilia. ai cibi. baldacchino. racchetta. assassino. come elisir. insufficienti per costituire legami nuovi. per far posto a correnti e pressioni non omogenee. bazar.

Le crociate alimentarono ulteriormente i contatti linguistici con la Francia. di un processo di unificazione linguistica.. unificando la amministrazione pubblica nel mezzogiorno. la Sveva. come nella età successiva. se i Normanni. 2. 3. Il livello culturale era alto. ecco che si vede come lo sforzo unificatore precedente si trova ancora ai primi passi. «lesina» di fronte a scugghja. Quando (§ 154) si hanno i documenti di una attività linguistica già a livello letterario. Gli elementi che permettono di definirla sono i seguenti. Questi elementi permettono di giustificare l’arrivo in Sicilia di innovazioni per via di mare. furono autori.Giacomo Devoto . 305 sgg. Un numero notevole di francesismi normanni si aggiunsero ai francesismi di età carolingia (§ 136). pp.. «dumani» di fronte a craj.. 296 sgg. il materiale linguistico era spesso straniero. A questi elementi che si ricollegano al movimento normanno per 403 «Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani». 4. «testa» di fronte a capu. dai quali non siamo però in grado di distinguerli. quella sociale si identificava con l’ordinamento feudale. 280 sgg. Il primo è dato dal contrasto fra testimonianze dei dialetti calabresi settentrionali che conservano unità lessicali piú arcaiche di dialetti siciliani questi hanno baddagh jari «sbadigliare» di fronte al nord-calabrese alare. elementi linguistici italiani nell’ambito normanno erano solo occasionali. pp. provenienti da porti di imbarco piú settentrionali di Napoli e Roma. La tradizione linguistica che i Normanni portavano era francese.Il linguaggio d’Italia tradizione araba della Sicilia e restrinse quella bizantina nel continente. «avantieri» di fronte a nustiertsu. Bonfante403 . La risposta è in linea di massima. Storia d’Italia Einaudi 265 . pp. negativa. 45 sgg. 1954. 1953. sia pure lontani. I. 1955. e l’ha illustrata assai bene G. «vottsu» «gozzo» di fronte a cagnu. è legittima la domanda. pp. Ciò non ostante una fase normanna esiste. A questo punto. 1956.

la litoranea tirrenica di Sanfratello e Nicosia. È naturale. ma che NON scende a eliminare fiata404 . c) la caduta di –L(L). cit. tuttora persistente. cosí «sentiri» che NON soppianta audiri. totalmente prive di prestigio culturale fossero destinate a subire la prevalenza numerica delle tradizioni siciliane genuine. Quelli riconoscibili oggi si distinguono in tre aree.Giacomo Devoto . Tali i casi di «andari» accolto nella lingua dei poeti siciliani. senza penetrare negli strati popolari che continuano (fino ai nostri giorni) a usare unità lessicali originarie. riconoscibile adesso attraverso i dialetti «galloitalici» di Sicilia. 153.in -V-. Galloitalici in Sicilia Del tutto diversi sono i procedimenti di effettiva colonizzazione. Questa colonizzazione demografica.Il linguaggio d’Italia ragioni «geografiche» se ne accompagnano altri di natura sociale. pp. che non discende a eliminare il preesistente sinonimo iri. che queste tradizioni linguistiche. op. che NON si sovrappongono come strato superiore ma si «inseriscono» come parastrato demografico. preparata già durante il secolo XII e sviluppata nel XIII. e quella della labiale -P. la interna di Piazza Armerina. I. la tirrenico-ionica di Francavilla di Sicilia fra Patti e Taormina. cosí «volta». è certo stata piú ampia di quella. Tuttavia si sono mantenute fino ad oggi: a) forme prive delle vocali finali..dopo vocale e davanti a O e E: tali gli 404 Bonfante. b) la lenizione della palatale sorda davanti a vocale palatale nella sibilante palatale sonora SG. 47 sgg. già andate perdute nei luoghi d’origine del settentrione quando non si trattasse di A. accettato ad alto livello. Le innovazioni «normanne» arrivano in Sicilia ma si affermano soltanto nello strato superiore delle corti e degli ambienti letterari. Storia d’Italia Einaudi 266 .

di un’«area» gallo-italica.iniziale: la quale. pro405 Rohlfs. lo prova la reazione esagerata che mostra la sorte della L. bensí in quei tratti conservatori che sono stati lumeggiati a suo luogo (§ 90). I caratteri sono tre: la metafonesi attenuata e cioè determinata solo dalla -I (e non anche dalla -U) finale. La colonizzazione settentrionale in Sicilia è costituita da tanti episodi isolati. Roma 1933. È stato supposto che si debba ascrivere a questa colonizzazione di provenienza settentrionale il carattere «meno meridionale» del dialetto siciliano405 . influenzato ma non snaturato dall’ambiente che accoglieva i coloni. savor «sapore». hanno fatto sí che le ragioni del numero abbiano avuto maggior libertà di azione di fronte all’insufficiente prestigio della società preesistente. La tecnica della colonizzazione non è stata è vero diversa intrinsecamente. 154. che ha costituito nel territorio lucano un insieme autonomo. in rattratta. alcuna possibilità di rigenerare l’ambiente costituitosi nei secoli precedenti. a Picerno e Tito. senza nessuna influenza diretta. esagerando. il minor livello sociale della regione. Che tuttavia il confronto con gli schemi siciliani fosse permanente e magari polemico. La assenza di una corte. insiti negli schemi settentrionali. Scavi linguistici nella Magna Grecia. Galloitalici in Lucania Altro è l’equilibrio raggiunto in Lucania.Il linguaggio d’Italia esempi rispettivi di pet «petto». casteu «castello». Storia d’Italia Einaudi 267 . dorm «dormo». dando luogo a det per «letto». di pau «palo». Ma la minore meridionalità del siciliano non sta in caratteri fortemente innovativi. di asg «aceto». Anziché di colonie si può parlare nella Lucania a occidente di Potenza. che non hanno potuto avere per ragioni cosí sociali come funzionali. si trasforma.Giacomo Devoto .

oppure totale come in MOLLICA che diventa modía. si hanno esempi parziali a Tito o a Trecchina come LOCU che diventa luoghu. ecco che le vocali finali vengono ricostituite secondo quello schema tripartito che in Sicilia era stato invece tramandato senza interruzioni. 155. vocali finali turbate. la lenizione «spinta».Giacomo Devoto . MARITU che diventa maridhu. sing. a Picerno. come in Sicilia. in Lucania le colonie gallo-italiche hanno costituito una specie di cuneo. che comincia a distendere sulla Sicilia la corte normanna. si ha il singolare non metafonetico porchë «porco» contro il plurale metafonetico purc’ «porci». tsupp «zoppi». e quelle meridionali. o MICA che diventamia. Esso ha approfondito la divisione fra aree nordorientali di chiara impronta pugliese per quanto riguarda metafonesi. STOMACU che diventa stomaghu. Cosí. Per quello che riguarda la lenizione. Mentre in Sicilia la colonizzazione gallo-italica non ha avuto ripercussioni sulla classificazione dei dialetti siciliani. tali SAPERE che diventa savè. tsopp «zoppo» plur. raggiunge un risultato finale nella prima me- Storia d’Italia Einaudi 268 . PRE(S)BITche diventa prèvidhu.Il linguaggio d’Italia pria del settentrione. il singolare mortu di fronte al plurale muorti. la caduta (e non la semplice riduzione) delle vocali finali. Ma in questa posizione piú avanzata nel senso del meridione. RAPA che diventa rava. La corte di Federico II a Palermo La coltre. Nelle stesse condizioni si hanno a Trecchina risultati analoghi anche se quantitativamente dissimmetrici coll’oscuramento della E in I e la dittongazione di O in UO sotto la azione metafonetica di -I (non di -U): tale il normale freddu di fronte al metafonetico friddi. e assenza di lenizione. in cui le vocali finali sono pronunciate ancora chiare. I passaggi paralleli con consonanti dentali o labiali sono tutti parziali: tali NEPOTE che diventa nevodhi.

Eleva queste ultime a livello letterario. come di fronte alla riscossa latina.Il linguaggio d’Italia tà del XIII secolo con la corte sveva. e soprattutto il trentennio federiciano. e sensibilità poetiche individuali non doveva risultare da provvedimenti artificiosi o impulsivi. ma risultare da uno sviluppo di impulsi esistenti. ma per mezzo di un «adstrato» che non era universale. Questa ha come carattere fondamentale la apertura verso poeti e correnti culturali diversissime. ma reso autorevole da una parte dalle tradizioni «franconormanne» e dall’altra dalla poesia lirica che irradiava dalla Provenza per tutta Europa406 . Perché questo afflusso. che possono esser detti «siciliani» anche se eterogenei. grazie ai rapporti che l’autorità imperiale poté stabilire alimentare e difendere. p. Il superamento del latino non avvenne qui dal basso. questa circolazione di idee e di parole fosse vitale. Storia d’Italia Einaudi 269 . rappresenta la maturità di questo pro406 Schiaffini. abbastanza ampia. La apertura a varî modelli. Il prestigio che ne derivava al volgare non era piú quello. parlati e vari. tradizioni minori. Momenti di storia della lingua italiana. dello spazio. ma le sottrae nel tempo stesso alle ristrettezze geografiche tradizionali.Giacomo Devoto . amministrativa e politica. sui quali la corte esercitava una azione discreta di coordinamento e promozione. ma secondo quella. 2ª ed. la corte di Federico offre per la prima volta un ambiente propizio. 10. (Roma 1953). Di fronte ai dialetti. dalla Provenza. secondo la dimensione verticale della tradizione e del tempo. dall’Italia meridionale come dalla Sicilia stessa. dalla Francia. orizzontale. Anche questo la corte di Federico II offrí. La prima metà del secolo XIII. occorreva però che alla elevatezza dell’ambiente di cultura si affiancasse unità. propria degli studi di retorica nell’XI secolo. atto insieme a resistere al prestigio del latino e alla frammentarietà delle tradizioni linguistiche municipali.

tutte le volte che. La coesistenza di diverse tradizioni assicura o impone la possibilità di varianti linguistiche particolari: una forma provenzaleggiante come «amori» si affianca a quella genuinamente siciliana come amuri La tradizione latina si inserisce nel processo di assestamento linguistico come una riserva lessicale e fonetica. Pier delle Vigne (1190-1249).Giacomo Devoto . 44 sgg. accanto al siciliano chiú. funzionato da spazio ampio.Il linguaggio d’Italia cesso. impersona la molteplicità di queste tradizioni.. il latineggiante «quando». questo non mostra alcun vero ancoraggio locale. divenuto ministro di Federico II. educato a Bologna. per ragioni ritmiche o altre. anche se non sempre per ragioni evidenti. Profilo di storia linguistica italiana. i cui antefatti risalgono fino alla metà del XII secolo. con l’Italia settentrionale. che integrò il filone francese e provenzale con filoni e modelli della Italia meridionale. Firenze 1964. il latineggiante «plenu». 1287) lasciò due canzoni «Anchor 407 Devoto. anche al di là della Sicilia. atto agli incontri. pp. Storia d’Italia Einaudi 270 . Giacomino Pugliese. Proprio perché le condizioni politiche hanno avuto una parte determinante nel realizzare e nel mantenere un equilibrio nuovo ma elastico. il latineggiante «plu». 4 ed. conformemente alle sue origini. e. L’intera Italia meridionale. porta tradizioni continentali. accanto al siciliano quanno. si trova accanto al siciliano chinu. ha. nemmeno con la città capitale. Ecco alcuni esempi di problemi che appaiono attraverso singoli autori407 . tale da giustificare le ipotesi piú varie circa la espansione della cosiddetta «lingua poetica siciliana». Guido delle Colonne (m. si esigono forme parallele: perciò. L’inizio della tradizione si può far coincidere con Jacopo da Lentini e il suo primo componimento «La namoranza disiusa». attraverso i legami dinastici. nato a Capua.

capaci di aver saputo poetare con dignità. Nel contrasto di Cielo d’Alcamo. non solo. della lingua dei poeti siciliani. Finiscono insieme il mondo poetico siciliano e la tradizione linguistica che non era potuta arrivare se non a una maturità parziale. mostra forme tipicamente siciliane come nei versi «di chi eu putía sanari». politiche furono quelle che portarono al suo isterilimento. Stefano Protonotaro. ma anche gallicismi come «ma beni è da blasmare» o «m’eu duttu fortimenti». in cui si ha da una parte il trattamento parlato meridionale di NN per ND. che Dante cita come esempio di autori locali. peri. in pieno secolo XIII. vien meno la forza che sosteneva l’equilibrio cosí instabile e eterogeneo. Storia d’Italia Einaudi 271 .Giacomo Devoto . «disía d’amari e perdi sua spiranza». Con la fine della monarchia sveva.Il linguaggio d’Italia che l’aigua per lo fuoco lassi» e «Ancor che lungiamente m’ài menato». il confronto addirittura fra il parlato e lo scritto appare ad esempio nei versi «addomannimi a mia màre e a mon peri». lungi dall’esser definitivo. Se politiche furono le circostanze che portarono a fortuna la poesia siciliana. e i chiari gallicismi quasi eruditi cleri. oppure «arrenneti donna col viso cleri». ma anche un adattamento del provenzale mirador nel verso «di chi fa la tigra in illu miraturi».

specialmente messor lo frate Sole. la cui sintassi sincopata corrisponde a una energia mistica interiore. ma non annunciano ancora l’avvento di una nuova classe al potere.Giacomo Devoto . Storia d’Italia Einaudi 272 . piú ancora che a subirle. L’elemento religioso. con tutte le tue creature. il fascino di qualcosa che lega l’uomo in modo esclusivo alla terra natale. e insieme redimeva il volgare.Il linguaggio d’Italia Capitolo trentaduesimo Spunti di lingue letterarie estrasiciliane 156. bisogna guardare piuttosto a Jacopone da Todi (12301306). lo inalzava a dignità di strumento espressivo di alto livello. Una frase come «Laudato sie mi Signore. nel quale un uomo coltivato come Francesco d’Assisi (1182-1226) si è valso del volgare non solo per ragioni espressive. Ma neanche in questo caso si leva una esperienza di lingua letteraria suscettibile di gareggiare con la tradizionale latina. atta a diffonderle. Tale il caso del Cantico di Frate Sole. Sperimentazione umbra La esigenza di una lingua letteraria volgare cominciava a farsi sentire anche in altre regioni. Ma non è ancora una società dinamica. appassionato. se vogliamo la protesta individualistica. (per) lo quale iorna et illumina noi per loi» associa al loro potere poetico. L’ambiente umbro si rivela propizio ad accogliere delle novità di questa natura. travolgeva gli ostacoli di tradizioni linguistiche e di modelli artistici convenzionali. Le novità linguistiche di Francesco e di Jacopone richiamano allo storico piuttosto la affermazione di principio. legato all’Umbria. Se si cerca di individuare un principio di tradizione.

pp.. pure certe concessioni nei riguardi di tra408 Vedi le obiezioni di G. si deve riconoscere nei testi «franco-veneti» questa aspirazione a uscire dal campanile per guardare a una piú ampia regione. II. Era però una regione aperta agli scambi economici e culturali soprattutto con la Francia. p. Uno sforzo maggiore appare nella poesia didattica.) preannunciati come caratteristici della Padania occidentale. Lombardia e Veneto si trovarono perciò in condizioni propizie per ricevere assimilare e adeguarsi.zo que hom po far». Appare ormai attestata e la caduta della vocale finale (hom. la lenizione parziale (povre) o totale (mia) delle consonanti intervocaliche... LXIII sgg. già affermati. Se anche si deve rinunciare alla ipotesi accarezzata da qualcuno in passato di un principio di lingua letteraria comune408 a tutta l’Italia padana. Milano-Napoli 1956.Il linguaggio d’Italia 157. né la spontaneità appartata dell’ambiente umbro cosí caldo e genuino. sensibile al prestigio culturale. I passi successivi sono mostrati dagli esempi seguenti. Tale il sermone VII «per que est apelà povre? Car Dominidé non est mia endeignos. l’Italia settentrionale non ebbe fino al pieno XIII secolo né l’aiuto di un potere politico.Giacomo Devoto . attraverso i modelli letterari provenzali e francesi che si facevano conoscere e apprezzare. i caratteri (§§ 114 sgg. per esempio presso Bonvesin de la Riva (1240-1313) e Giacomino Veronese (2ª metà del XIII secolo).. far). la assibilazione di consonanti palatali (zo «ciò»). Storia d’Italia Einaudi 273 . Contini nell’«Italia dialettale».de recevre. Alla fine del XII secolo i «sermoni subalpini» mostrano. Vidossi in Origini. 54 e cfr.. 1935. Se non si può dire che essi realizzino una lingua letteraria sopradialettale. Sperimentazione padana A differenza della Sicilia e dell’Umbria.

Il linguaggio d’Italia dizioni latine o addirittura centro-italiane appaiono attraverso la scarsa presenza di consonanti finali diverse da -N -R -L -Z. con la L intatta. Accanto al passaggio di L in R «in tug’ li soi perígori». destinati a essere sommersi. che riappaiono al posto delle lenite (e presso questi autori attestate) crèer véo409 Contini. ispirata a modelli toscani ha fatto sí che certe lenizioni totali o certe realizzazioni metafonetiche fossero piú tardi abbandonate: tali le forme moderne creder. si trova miracui «miracoli» con la eliminazione totale. con la energica eliminazione delle vocali atone finali. seguita da H. vedova. che nei placiti cassinesi imponeva «parte sancti Benedicti». vagheggiata piuttosto che realizzata. Mostra anche novità. Una specie di normalizzazione posteriore. Nella forma sancta può aver agito lo stesso movente.Giacomo Devoto . Di questa lenizione totale si ha un esempio estremo in aiaoper «aiutato». che non sono state però definitive. di fronte al FJ della lingua letteraria italiana. Inversamente. Questa lingua. in cui. compaiono latinismi piú o meno giustificati. Cinque volgari di Bonvesin de la Riva. non mostra soltanto chiazze di conservatorismo o addirittura di latineggiamenti. e accanto una totale lenizione della T. si ha un FL eccessivamente conservatore. La lenizione della T intervocalica è indicata efficacemente attraverso la consonante sonora. Storia d’Italia Einaudi 274 . indice di una spirantizzazione incombente. Ma un verso come quello di Bonvesin (v. Il verso «Giama Sancta Maria quella vergen beadha» mostra la palatalizzazione-lenizione addirittura in posizione iniziale. 56)409 «Quand tu mang’ con cugià» mostra chiaramente la impronta locale settentrionale. Ma queste alterazioni e passaggi sono ancora fluidi. Modena 1937. con la palatalizzazione abbinata alla lenizione del gruppo CL in G’. in plena plu avrà agito una velleità arcaizzante pura e semplice. Soluzioni contraddittorie compaiono in flao «fiato».

raccolta di formule volgari posteriori al 1239410 . il secondo da Francesco d’Accursio (1182-1258/60) con la sua «Glossa ordinaria». impossibili in Toscana. sopraffatta da una tradizione venuta di fuori. L’eredità della poesia didattica padana. consiste nel trasferimento al volgare degli schemi fino ad allora riservati al latino. piú ampi. come se ormai si trattasse di un sistema paragonabile per regolarità e prestigio al latino. Testimonianze bolognesi Gli interessi grammaticali e retorici latini maturati nell’XI secolo. come savere «sapere» oppure òvere «opere».Giacomo Devoto . rime del tipo «come» / «lome». Di lui possediamo due testi: la «Gemma purpurea». non sorprende che abbiano potuto apparire accettabili. a un livello letterario. m. prima del 1190. ugualmente straniere alla Toscana. Guido Fava (n. 410 Monteverdi. Roma 1945. decisivo. Il terzo. piú vitale.Il linguaggio d’Italia va (§ 179). 158. Storia d’Italia Einaudi 275 . piú aderente al parlato genuino dei luoghi. Il collegamento si manifestò in tre tempi. il modo di agganciarsi indirettamente a questa realtà. non avevano solo un aspetto retrivo di distacco dalla realtà linguistica vivente. Il primo è rappresentato dalla «Glossa» di Irnerio (1055-1125). che fornisce per cosí dire la materia e la sostanza viva per collegarsi attraverso la materia giuridica alla vita reale. e i «Parlamenti ed epistole». tali i plurali in «-osi» che soppiantano quelli metafonetici in -usi. chiude il suo ciclo. Essi trovarono in un centro italiano. All’ombra di questo prestigio dottrinale. pp. Saggi neolatini. 94-101. dopo il 1243) è il primo teorico del volgare. o forme di lenizione. a Bologna. del 1239-1243. che conclude questo avvicinamento fra materia giuridica e esigenze grammaticali. piú ricca di prestigio.

Storia d’Italia Einaudi 276 . si dovesse verificare un incontro fra le forze vive ma disordinate e gli schemi troppo ordinati ma astratti. 48 sgg. 413 Segre.Il linguaggio d’Italia 159. 4ª ed.. Per gettare un ponte. Questo incontro non fu agevole. privo di legami con una realtà poetica. p. 59 e 73. Realizzò una lingua letteraria. non bastava riconoscere. e si veniva a sottintendere la necessità di quello che piú tardi sarebbe stato definito con tanto rigore come «volgare illustre».Giacomo Devoto . S. Tentativi toscani Le esperienze siciliane e quelle padane (sia pure in misura piú ristretta) vennero a trovarsi di fronte al focolaio bolognese in un rapporto di complementarità: là una genuinità. ai modelli classicheggianti di Boezio. insieme con altre forme nominali del verbo. 2. spontaneità e «anomalia» di creazioni aderenti all’estro dei poeti. Lincei». cit. pp. di fronte al latino. qui uno sforzo di regolarità e «analogia». vol. caratterizzata da tre elementi: periodi chiusi in sé. Guardò anche piú lontano. collegati da congiunzioni coordinanti leggere come e ma però dunque412 . pp. 73. ricchezza di subordinazione all’interno del periodo. 412 Segre. Ma non si distaccò dai modelli latini e dai diversi stili. di Agostino. fra i quali sentí congeniale quello «isidoriano» (§ 145). a un certo momento. un volgare: bisognava rendersi conto di quanto si poteva contrapporre di altrettanto unitario e regolare al latino. sono frequenti nei testi latini del XII secolo413 .. segnalata da gerundi. op. per quanto riguarda lo zelo grammaticale. Firenze 1964. 411 Devoto. 1952. che. Il primo tentativo è impersonato da Guittone d’Arezzo411 (1230-1294). e quindi un insieme di strutture vuote. Questi si ispirò a Guido Fava. Era naturale che. Profilo di storia linguistica italiana. VIII. «Memorie Acc.

la maturazione e il completamento degli sforzi di Guittone di Arezzo non potevano affidarsi solo al fatto che la corte di Federico e poi quella di Manfredi si spostavano. I testi viaggiarono e. prima ancora che a poeti. forme settentrionali lenite come savore e savèr. nonostante tutte queste aperture. creasse un mercato.Giacomo Devoto . e la cui rinomanza aveva varcato le frontiere regionali. op. e a questi gusti. ebbe a trovarlo «municipale». estendendosi al di fuori di cerchie ristrette. 65. 414 415 Segre. I suoi risultati non furono definitivi. dove un largo strato di commercianti e artigiani. stabilivano contatti415 . divenuta sensibile a queste mode. in Toscana. 160. svegliati. cit. Questo si verificò in Toscana. nello sforzo di instaurare una tradizione di lingua letteraria volgare. nella storia del linguaggio d’Italia. Questa dipendeva da una trasformazione sociale che. nel quale appaiono largamente accettate forme umbre come ono alcono ciascono. cit. Storia d’Italia Einaudi 277 . chi correggeva. a degli amanuensi. diffondevano mode.. deve essergli riconosciuta una piena significanza. 50. interessati. ecco che. Profilo. avvicinò alla lingua della poesia anche la prosa414 . e Dante.Il linguaggio d’Italia apertura nel vocabolario. p. trovarono chi leggeva e ascoltava. Contatti tra la Sicilia e Firenze La saldatura organica fra gli spunti poetici siciliani e quelli grammaticali bolognesi. desiderosi di conoscere creazioni meritevoli di lettura. chi comprava e chi riesportava in cerchie sempre piú vaste. p. a grammatici o a dotti. infine provenzalismi come aucello bealtà miraglio dibonaire. Ma se si pensa che. diedero vita. Le forze decisive dovevano essere altra cosa che la corte le scuole e la attività di scrittori isolati: dovevano essere impersonate da «lettori»..

L’anonimo artigiano toscano che ha determinato la fortuna di questi amanuensi è stato. che si risolsero solo perché il lettore toscano non fu esclusivista. cui non si reagiva intollerantemente ma anzi si indulgeva. erano maggiori ma non insuperabili. come nel caso delle rime siciliane fra amuri e muri che non reggevano all’opposizione toscana di amori e muri. forme come nui per «noi». Il modello toscano di fronte ai testi siciliani imponeva sí alcuni ritocchi fonetici. legati a una cultura. esotico se non proprio siciliano. saccio per «so». anche perché aveva in comune la chiara pronuncia delle vocali finali e non lo sentiva straniero né nella ossatura fonetica né nell’armonia. avria per «avrei» furono accolte facilmente. atti a fare considerare come «propria» una poesia nata in regioni cosí lontane ed eccentriche rispetto al cuore d’Italia. dovute soprattutto alla caduta delle vocali finali è alla lenizione delle consonanti intervocaliche. non per ragioni funzionali ma solo come prove di un colore. Costruttività fiorentina Questa circolazione di testi propose subito dei problemi.Giacomo Devoto . interessata alle manifestazioni letterarie del regno meridionale. In Toscana sussistevano gli elementi favorevoli perché un testo poetico non toscano trovasse una udienza favorevole. una attenzione piú concentrata che nei limiti stretti delle frontiere regionali. Se da un lato i modelli «dotti» di marca bolognese come podere e savere furono accolti per il loro prestigio intrinseco. Ma in generale non lo snaturava. hanno gettato le basi di attenuazioni e adattamenti dialettali.Il linguaggio d’Italia Capitolo trentatreesimo L’avvento di Firenze 161. nella battaglia per assicurare al linguag- Storia d’Italia Einaudi 278 . Verso settentrione le difficoltà. Amanuensi toscani.

sia pure in misura meno vistosa. Tutto questo fu reso possibile dal «miracolo» fiorentino che riproduce a 1600 anni di distanza quello romano del IV secolo a.Giacomo Devoto . soprattutto per quanto riguarda un suo centro geopolitico realizzato in Firenze. prossima al soffocamento. nazionalmente. Tradizione dello Stil Nuovo Il prestigio culturale non è costituito solo dalla eccellenza poetica ma anche dal peso dottrinale. e quello contemporaneo. arrivare a essere lodata da Brunetto Latini (12201294) per «il grande onore e la ricca potenza»: e si assicurò. di Venezia (§ 178) che. il primato anche politico in Toscana. il «milite ignoto» dimenticato ma vittorioso. e a riimporla. dopo aver perseguito ideali guittoniani. a riespanderla. rese necessarie dalla fioritura culturale e prese quasi tutte dai testi latini 162. si presenta cosí. aderí ai modelli toscani.Il linguaggio d’Italia gio d’Italia una tradizione di lingua letteraria volgare.. C. La minore distanza delle strutture fiorentine rispetto a quelle latine aggiunge un ulteriore vantaggio: la facile introduzione di una massa di parole nuove. Guido Giunizelli (1230/40-1276) bolognese. comincia una tradizione Storia d’Italia Einaudi 279 . La centralità geografica rispetto al resto d’Italia costituisce un elemento favorevole a che questo primato si affermi e poi si consolidi. Con la canzone Al cor gentile ripara sempre Amore. o interregionalmente. come determinante anche in Toscana. non importa se internazionalmente. fece opera di ricostruzione e riuscí a imporla. su una tradizione linguistica declinante. in pochi decenni. A monte degli interessi e entusiasmi individuali si era compiuta infatti un’opera di rigenerazione politica per cui una città appartata isolata arretrata potè. con la vittoria di Campaldini (1289). L’appoggio politico che era stato determinante per il prestigio culturale a Palermo.

chiusa in un fondamentale riserbo non incline a quelle aperture che presso Guittone avevano dato la impressione di un certo quale cosmopolitismo. per una forte propensione alla metafora. 163.Giacomo Devoto . come al misticismo umbro. Il quadro. occorreva. per affermarsi. Quale fosse l’effettiva consistenza e reciproca divergenza dei dialetti italiani. Legati dal punto di vista del contenuto cosí a modelli provenzali come alla filosofia scolastica. secondo una tendenza che compare anche nel Convivio di Dante. il prestigio di una personalità poetica. passare ancora per altre esperienze. nel quale doveva prendere posizione Dante è. la seconda. per la capacità di affiancare piani stilistici diversi. che. e quale fosse la presa di posizione di Dante nei loro confronti. che viene detta del «dolce stil nuovo». Le due condizioni preliminari. Domina la parola in sé la inclinazione all’etimologgizzare. Questa personalità è Dante. per avvicinarsi alla stabilizzazione di una lingua letteraria nazionale. co- Storia d’Italia Einaudi 280 . esterna. e tener conto di due realtà: la prima. i giochi di parole. associata a una visione della vita nuova rispetto alle realizzazioni siciliane. una tradizione di lingua letteraria doveva. oltre alla perfezione dell’apparato dottrinale. La loro discendenza è tutta toscana. stanno nei due problemi. sia pure non completo.Il linguaggio d’Italia di lingua poetica. Guido Cavalcanti si distingue per un’aggettivazione particolare e ristretta. Testi dialettali del XIII secolo Per quanto successo avessero teoria e pratica della scuola del Dolce stil nuovo. per irradiare al di fuori non dico del campanile ma della diocesi o anche della regione. per la consacrazione letteraria dell’uso popolare del discorso diretto. che tradizioni dialettali volgari si erano ormai costituite anche se non avevano capacità di irradiare. crearono una tradizione linguistica caratterizzata dalla terminologia rigorosa.

gli statuti dei Disciplinati di Maddaloni. quanto della psicologia con cui egli prese di fronte il problema. 164. per il romanesco. la carta di Fabriano. Per i testi toscani. p. Uguccione da Lodi. per l’area campana. la carta di Rossano. l’insieme dei poeti siciliani. Ugo da Persico di Cremona. al di fuori dei testi che sono stati già sopra presi in considerazione. Storia d’Italia Einaudi 281 ..Giacomo Devoto . per l’Umbria. per l’area marchigiana. A questo fine occorre rifarsi a una delle prime affermazioni del De vulgari eloquentia. e la canzone del Castra. in cui afferma decisamente il maggior pregio del volgare in quanto rispecchia la «natura». la ricca messe dei documenti giuridici detti Condaghi. Vidossi416 . Migliorini. mentre il latino è artificio. il seguente. Girardo Pateg. quella picena. Prima di delineare il nocciolo di quella tradizione linguistica che da lui discende.. Storia della lingua italiana. cit. per la Sardegna. non tanto della elaborazione finale di una sua teoria relativa al «volgare illustre». cit. Per il ligure il contrasto bilingue di Rambaldo di Vaqueiras. l’inventario di Fondi. il Liber Ystoriarum Romanorum e Le miracole de Roma. Analogamente giustifica nel Convivio417 l’impiego del volgare per interna coe416 417 Origini. LIII-LVII. Classificazioni di Dante Per comune ammissione. spetta a Dante il titolo di padre della lingua italiana. il libro di Cato. per la Sicilia. per il lombardo. per l’emiliano. è fondamentale il testo senese del Libro di Mattasalà di Spinello. Pietro da Barsegapé. pp. la serventese dei Lambertazzi e Geremei. occorre rendersi conto. il Lamento della Vergine. la «regola» e la «lauda» dei servi della Vergine. 184. per l’area calabrese. le formule volgari dell’arte notaria di Rainerio di Perugia.Il linguaggio d’Italia me risulta dalla tabella riassuntiva di G.

e la avvenuta palatalizzazione del gruppo CTO in CIO. Marigo. infine (importantissimo) per «lo naturale amore de la propria loquela». I. Questo amore si tradurrà nella ricerca di un ideale. ed. o quello sul genovese. 80-129. per «pronta liberalitade» nei riguardi di un pubblico piú largo. di cui sette collocate sul versante occidentale (o destro) degli Appennini e sette sul versante orientale (o sinistro). eliminando questo suono i genovesi sarebbero costretti ad ammutolire oppure a cercarsi un’altra lingua. Le varietà dialettali italiane appaiono agli occhi di Dante418 come a un osservatore che. che somiglia tanto al latino da far ritenere i sardi «incapaci di aver creato un dialetto loro. Gli esempi piú caratteristici sono quelli del duro giudizio sul romanesco che è «il piú brutto dei volgari» e quello sul sardo. I criteri che usa per valutarli non sono però né oggettivi né funzionali. Storia d’Italia Einaudi 282 . talvolta da risentimenti personali. ma dominati da sue reazioni estetiche. e ricerchi invece una certa quale distinzione e raffinatezza. e insieme una unità sopramunicipale. Firenze 1957. proiettata fra i due mari. pp. Dante individua quattordici varietà dialettali. oppure l’esempio apulo volzera che chiangesse «vorrei che piangesse». X-XV. e solcata dalla catena dell’Appennino.Il linguaggio d’Italia renza di commento a canzoni in volgare. che non abbia dei volgari esistenti né la volgarità né il folle divergere. immaginasse di avere davanti agli occhi la penisola italiana. cosí ricco di sibilanti sonore (z) che. 418 De vulgari eloquentia. Ciò nonostante Dante offre testimonianze dirette di caratteri dialettali importanti: tali nell’area milanese-bergamasca la forma occhiover (leggi ociover).Giacomo Devoto . ridotti per questa incapacità a imitare il latino quasi fossero non uomini ma scimmie». posto al centro della cerchia alpina. il Tirreno e l’Adriatico. che documenta la caduta delle vocali finali propria dei dialetti gallo-italici.

Storia d’Italia Einaudi 283 . cit.Giacomo Devoto . VOLSERAM. Dante. Il bolognese non viene cioè preferito per una virtú obiettiva. giunge. sia il condizionale tratto da una forma di un piuccheperfetto.Il linguaggio d’Italia che documenta sia il passaggio di PLA in. si sottrae automaticamente al principale difetto di un volgare illustre. 165. È interessante la motivazione. CHIA. p. a indulgere nei riguardi del bolognese. 419 Migliorini. Egli ritiene che il bolognese abbia preso dall’imolese una certa quale levità e mollezza (lenitatem atque mollitiem) mentre dal ferrarese e modenese avrebbe preso una certa quale gutturalità (garrulitatem). dalla esposizione delle sue spontanee reazioni. avendo accolto elementi di diversa natura e provenienza. per via di esclusione.. È questo un passaggio obbligato perché Dante possa. sostituitosi al classico volueram. quello di essere legato a una singola tradizione «municipale». ivi compresi il fiorentino e gli altri toscani. arrivare a una ben motivata teoria: il superamento dei campanilismi è secondo Dante condizione essenziale per arrivare alla stabilità419 . 185. ma perché. Il bolognese come dialetto sopra-municipale Dopo avere scartato tutti i dialetti italiani. op. sia pure in forma prudente e contorta.

Questo sistema elaborato da Dante non è una realtà ma solo un ideale.Il linguaggio d’Italia Capitolo trentaquattresimo Dante e Petrarca 166. in quanto Dante dice in fatto di «costruzione» e di «vocabolario». intorno al quale ruotano tutte le altre istituzioni linguistiche. che vuol dire «fulgido») sono tre: «cardinale». secondo me in quanto «degno della corte» e cioè non chiuso alla partecipazione dei gregari. Gli sottostà un volgare «mezzano». «curiale». Dante teorico Agli occhi di Dante. I. dialettali o no. non è nemmeno un ideale che. infine «aulico» («degno della reggia») e cioè corrispondente a desideri gusti e ispirazioni discendenti dall’alto420 . quello della elegia. la Divina Comedia avrebbe dovuto essere scritta secondo lo stile mezzano in quanto «comedia». volta a eliminare scorie locali (per Cicerone arcaismi e rusticismi). Storia d’Italia Einaudi 284 . non a tutti. Dall’In420 De vulgari eloquentia. A un livello ancora inferiore sta il volgare «umile».Giacomo Devoto . Gli attributi che Dante assegna a questo volgare (oltre «illustre». La sua ispirazione non è lontana da quella ciceroniana. per stendere il tutto secondo un minimo di artificio (per Cicerone il ritmo del periodo). Per di piú. e precisamente solo alla canzone e alla tragedia. L’ideale di selezione e di unità si manifesta nei particolari. corrispondente alla ballata e alla commedia. In realtà essa è scritta in tutti gli stili pensabili. il volgare «illustre» si associa ad alcuni generi letterari. perché «cardine». per accogliere a ragion veduta un minimo di elementi non locali (per Cicerone un moderato grecismo). Dante abbia cercato di realizzare. come poeta. XVII. Teoricamente.

L’arricchimento non consiste soltanto nel sodisfare sfumature semantiche sempre piú differenziate e sottili. 190 sgg. poetico e prosastico. op. perché il crogiolo non ha agito in connessione con il mondo ben delimitato delle opere specializzate.. annulla di colpo tutte le inferiorità che trascinava con sé da sette secoli di povertà. pp. le situazioni espressive sono talmente varie. dopo l’esperienza di Dante. limitatezza parrocchiale. sottosviluppo. l’opera dantesca ha avuto conseguenze e risultati immensi.Giacomo Devoto . lirico e filosofico.Il linguaggio d’Italia ferno al Paradiso. il (pre)potente latinismo cive per «cit421 Migliorini. che nessuna casistica stilistica riesce ad adeguarsi ad esse meccanicamente. In fatto di lessico essa rappresenta un arricchimento poderoso. fra queste innovazioni lessicali. 167. nel discorso dell’imperatore Giustiniano.. cit. La tradizione volgare. nel VI canto del Paradiso. oppure. formule come dal cirro negletto fu nomato. Tali. oso dire prepotenti. sono state introdotte da Dante per primo. Questo arricchimento non ha nulla del procedimento tecnico che crea o introduce parole come etichette. ma anche nella possibilità di evocare sia imagini nuove sia nuovi affetti o toni. Dante arricchitore Anche se è inorganica nel procedimento. Il vocabolario trasmesso dalla Divina Comedia è atto a qualsiasi argomento. la morte prese subitana ed atra. anche all’interno delle singole Cantiche. nel commensurar di vostri gaggi. ma nell’ambito della universalità degli interessi e degli affetti della Divina Comedia... sulla bocca di Beatrice. Storia d’Italia Einaudi 285 . Ma naturalmente non siamo in grado di indagare quali. e quali hanno ricevuto da lui la consacrazione e l’alone della letterarietà421 ..

miraglio 422 «Studi di filologia romanza» I. o conservo che risale all’Apocalisse. forme considerate di alto livello di fronte ad altre popolari. inurbarsi. spene. che risale alla parabola evangelica del vignaiolo. Variante nel condizionale è il sicilianismo vorría di fronte al normale vorrei. e naturalmente dettate da ragioni non esclusivamente espressive.Il linguaggio d’Italia tadino».Giacomo Devoto . senza essere latinismi: adimare. Storia d’Italia Einaudi 286 . I latinismi. come agricola. igne. Varianti morfologiche garantite dalla rima sono diceva con «Eva». 1884. dicea con «Citerèa». sgannare. Zingarelli422 ha analizzato concretamente il patrimonio lessicale della Divina Comedia. ingigliare. 168. imagine di fronte a imago. Varianti nel passato-remoto sono fenno feron fero di fronte a «fecero». speme di fronte a speranza. da quando N. acquisita definitivamente. talvolta da necessità ritmiche. appulcrare. per esempio appropinquare. 1 sgg. ma i piú non hanno avuto seguito: di fronte a masnada. Varianti di derivazione sono rege di fronte a re. cernere. Infine ci sono processi di derivazione che si valgono di modelli latini. nel senso rigoroso del termine. Dante fiorentino Se ora si cerca di valutare quantitativamente le aperture che Dante ha realizzato per uscire dal municipalismo fiorentino. Varianti fonetiche sono padre accanto a patre. I gallicismi sono alcune decine. tacette di fronte a tacque. madre di fronte a matre. digesto. ecco i risultati a cui si perviene. si avvicinano ai cinquecento. oppure il normale speglio di fronte al latineggiante speculo. pp. o inversamente parole che sono in realtà citazioni da testi augusti. Un caso particolare di arricchimento è dato dalle varianti che oppongono forme piú antiche a meno antiche.

Ma se. In quanto grammatico. come quella che la sua teoria esigeva. 2. non si è sentito. Un esempio di forma meridionale è sorpriso. quando nel De vulgari eloquentia aveva disdegnato la stessa desinenza nell’esempio «pisano» di andonno. dal punto di vista interno la smentita è stata invece cocente. La tradizione unitaria di una lingua letteraria italiana non ha alle sue origini quella specie di esperanto che il De vulgari eloquentia postulava. Dante ha usato un lessico sostanzialmente omogeneo. Dante ha nobilitato il fiorentino senza costruire una sovrastruttura. arriva addirittura a inserire nella Divina Comedia forme che nel De vulgari eloquentia aveva fatto oggetto di sdegnato rimprovero. tale la desinenza del passato remoto terminonno «terminarono». in quanto poeta.Il linguaggio d’Italia «miracolo». Storia d’Italia Einaudi 287 . vengiare «vendicare». senza tuttavia smentirsi. Ci sono alcuni settentrionalismi come brolo «orto». 105). I. 423 De vulgari eloquentia. aperto. e si è mosso con una certa libertà. ma come una montagna eccelsa che la natura ha foggiato. per tradurla in realtà. XIII. 60). non si è sforzato di fare una sintesi lessicale. dal punto di vista delle aperture sopradialettali. ma non sensibilmente intaccato da unità lessicali estranee. Tale il caso di manichiamo «mangiamo» rimproverato a suo luogo423 . che compare nel XXXII canto dell’Inferno (v. Non solo non tenta di stabilire un canone costante al livello illustre e nemmeno a quello mezzano. Essa si presenta per la prima volta a noi non già come frutto di difficili calcoli. Dante non è stato chiuso nei limiti della sua dottrina.Giacomo Devoto . giuggiare «giudicare» non hanno avuto fortuna. burlare «cadere». Dante ha elaborato una teoria. di mortificare i suoi slanci espressivi. che compare nientemeno che nel XXVIII canto del Paradiso (v. cosí a fiorentini come a pisani. II vocabolario della Divina Comedia nel suo insieme è dunque ricco.

il Petrarca sia in realtà meno moderno di Dante. Come dice B. che da lui è derivata alla giovane tradizione di una lingua letteraria italiana. ammirando. 183.Giacomo Devoto . che si immedesimava col volgare fiorentino come per istinto. A questa nozione fondamentale. per esempio nei riguardi del latino. non è che egli sia rimasto del tutto sordo all’altra esigenza. Essa integra l’opera di Dante e le assicura il prestigio necessario perché i suoi modelli. sotto altri aspetti. Ma la selezione. opera sempre 424 Migliorini. Storia d’Italia Einaudi 288 . quanto sul discernimento (latinamente discretio). Di questo. in tutti i caratteri formali. A differenza di Dante. a preferenza.. fondamentale per qualsiasi strato linguistico elevato. 56. Questo non esclude che. ricchi ma inorganici. Migliorini424 .Il linguaggio d’Italia un uomo in preda a un abbandono estatico ha attuato. Il Petrarca e la selezione Se Dante si impone per la universalità e ricchezza. si trasformino in elementi di una tradizione autorevole e consapevole. aveva dato importanza nell’antichità lo stesso Cicerone mentre nel Cinquecento le succederà quella di «gusto». a differenza di Dante. di questo si serve. si limita ad accenni: Dante evita ad esempio di impiegare nell’alta lirica parole «puerili» come ad esempio mamma babbo. riconosce la «maggior dignità». in postille personali come hic placet nella canzone CCLXVIII v. il Petrarca. op. quella della selezione. nelle scelte lessicali. cit. presso Dante. e i posteri hanno accettato. p. Dante non insiste tanto sulle «regole». 169. L’attenzione organica per la selezione di parole (e di costrutti) viene invece impersonata da Francesco Petrarca (1303-1374). negli schemi ritmici. o «selvatiche» come cetra greggio. si mantiene in misura modesta. o «lubriche» come femmina corpo.

Giacomo Devoto . p.Il linguaggio d’Italia a ragion veduta. da una libera abbandonata comunicazione in una cerchia ristretta. o aura celeste sostituito a «aura amorosa»425 . Allo stesso fine. 425 Contini. Storia d’Italia Einaudi 289 . secondo il Foscolo «scegliere. fa parte di uno sforzo di selezione per raggiungere un miglior livello. Ugo Foscolo426 ha distinto nella elaborazione petrarchesca tre passaggi. talvolta rifacendosi a modelli siciliani. a una prima elaborazione latina. sostituisce di sua ombra uscían a «fra i rami uscía». Soprattutto. p. Lo studio delle varianti permette di dare alla lingua individuale del Petrarca le linee di uno svolgimento. che mostra una prima redazione va mormorando E per la fronte viemme e in una successiva mormorando a ferir nel volto viemme. Tale la tendenza a passare dall’allineamento paratattico a quello piú elaborato e complesso «ipotattico» come nella canzone CXCVI. in via di costituirsi.. Secondo F. a un perfezionamento finale «con piú arte» nella forma italiana. 426 Opere edite e postume. si sforza di evitare ripetizioni anche a costo di sostituire (banalmente) dir cose a «parlare». che prende il posto di «vedere». che interessano tutte quante le strutture della giovane tradizione.. 25. a scopo di intensificazione metaforica. II significato esatto della parte avuta dal Petrarca nell’assetto della tradizione di lingua letteraria è stato precoce. continuando la tradizione degli stilnovisti. Nel campo lessicale mirare. Firenze 1943. Firenze 1859. di fronte a Dante che «crea sovente una lingua nuova». 41. le piú eleganti parole e frasi». Saggio di un commento alle correzioni del Petrarca volgare. il Petrarca sa. De Sanctis «fu atto come nessun altro a raggentilire una lingua e una poesia». superandola. o.

Fra queste è famosa quella dei Fioretti di S. p. Il Novellino428 contiene un passo come il seguente «Marco Lombardo.. uomo.. la prosa.. Firenze 1964. L’avvicinamento alla tradizione prosastica volgare avviene da due parti. Profilo di storia linguistica italiana. p. che fu re dal 1245 al 1266... Cicerone. dissero. Ma tecnicamente piú significative sono quelle che partono da modelli classici.Il linguaggio d’Italia 170. fosse stata in grado di maturare le sue forme volgari.. Francesco427 .. 52.. Storia d’Italia Einaudi 290 . 63. raggruppate in un rapporto superiore di correlazione: «nel tempo che segnoreggiava. soprattutto per quanto riguarda la struttura complessa del periodo. de cui Lucano e Salusto. massiccia. L’altro filone prescinde completamente dai modelli classici e muove sia dal parlato sia dalla elementarità degli schemi sintattici del Vangelo. Certo.. Avviamento alla tradizione prosastica volgare Sembrerebbe che. 428 Op. prima della poesia. Esso comincia con una concatenazione di proposizioni relative.. dedicato a Manfredi... il quale era fatto abitante della nobile città di Roma et avea nome. Giulio Cesare il quale fu il primo imperatore di Roma.. ai quali cercano di mantenersi fedeli.. cit.. Fue a u’ Natale a una città dove si donavano molte robe. Trovò un altro di corte 427 Devoto. Il primo filone è rappresentato dai volgarizzamenti e cioè da traduzioni. Tale è il Fiore di rettorica del bolognese Fra Guidotto. Non ebbe neuna. Ma le sue applicazioni volgari trovano di fronte a sé l’ostacolo di una tradizione latina solida. per la maggior naturalezza e frequenza dell’uso. essa ha molte piú occasioni e necessità di essere usata in cerchie vaste. Invece no. il quale fu maestro e trovatore de la grande scienza di Retorica». in quel tempo fue un. fue molto savio.Giacomo Devoto . 4ª ed.

o. nella «agevolezza delle sue sillabe. una esperienza e una svolta decisive. Alla fine arrivaro ad uno porto nel quale era adorato Malcometto ed era tenuto deo. se vogliamo. Ma nonostante queste differenze il linguaggio d’Italia ha compiuto.Giacomo Devoto . le proprietadi delle sue costruzioni. Storia d’Italia Einaudi 291 . Analogamente un testo di maggior livello come la Retorica di Brunetto Latini: «Mercatanti fiorentini passavano in nave per andare oltremare. Questi mercatanti lo adoraro come idio». pieno di fiducia nel volgare. si riducono a punti di riferimento. Sorvenne loro crudel fortuna. relitti sia quella di Dante. Come ebbe a dire il Latini (Tesoro VIII... IX. 429 Convivio. Il rapporto fra i due filoni non deve essere visto come quello fra realizzazioni intellettuali complesse e realizzazioni istintive elementari. E avea avuto robe». Mentre i due filoni sono destinati a convergere.Il linguaggio d’Italia il quale era nesciente persona appo Marco. le posizioni rispettive di Dante e del Petrarca finiscono per appartenere al passato. con maggiore o minore rapidità. grazie a questi due grandi nomi.9) a proposito di un’altra forma d’arte come la pittura si raccomanda di «evitare il troppo dipignere ché alcune fiata è colore lo schifare dei colori». e le soavi operazioni che di lui si fanno»429 . 13. mentre quella del Petrarca valuta a pieno la differenza che divide i due mondi linguistici. non incline a contrapporre autori latini e volgari.

in «armonia. quelli che erano semplici spunti destinati a maturare a poco a poco.Giacomo Devoto . secondo i modelli latini. musica».Il linguaggio d’Italia Capitolo trentacinquesimo Dal fiorentino al toscano 171. 431 Tradizione e poesia. p. Storia della lingua italiana. sono adoperati a ragion veduta. 207 sgg. 187. o a quelli posposti. cosí la preferenza. Il Boccaccio Queste esercitazioni e queste innovazioni avrebbero dato vita a una tradizione unitaria meno sicura o infinitamente piú lenta. se non le avesse assimilate coltivate e sottomesse alla sua capacità realizzatrice e rese viventi Giovanni Boccaccio (1313-1375)430 . Schiaffini431 il momento formale si trasforma. participi presenti ancora abbondanti. secondo il gusto del parlato volgare. Per la importanza completezza grandiosità dei traguardi raggiunti. Dalla Vita di Dante al Decamerone i modelli contrapposti non sono piú impiegati con rigide preferenze. pp. Storia d’Italia Einaudi 292 . Costrutti concorrenti corme quello del che col verbo finito o quello corrispondente all’accusativo con l’infinito del latino. Nel Filocolo si ha ancora una prevalenza di elementi classicheggianti in aggiunta a quelli appena citati: verbi in posizione finale. Firenze 1960. il Boccaccio si allinea con Dante e col Petrarca. facoltativi. armonizzati: per dirla con A. appaiono come risultati di una scelta coerente. liberandosi. data volta a volta agli attributi preposti. dando alla prosa italiana un capostipite non in430 Migliorini. Grazie alla sua capacità. proporzione. cit.. inversione nella posizione del verbo ausiliare. si trasformarono in modelli esemplari. ma entrambi disponibili.

Participi passati senza suffisso vengono estratti da quelli segna432 Migliorini. Il verbo impersonale comporta un soggetto. Nelle forme del verbo si generalizza la prima persona plurale in -iamo. che non è soltanto un tempo relativo. Ma è anche impiegato in modo piú ampio che ai nostri giorni. anche come superlativo relativo: tale l’esempio soavissima di tutte l’altre scienze «la piú soave di tutte le altre scienze». conservato fino ai nostri. Storia d’Italia Einaudi 293 . attraverso numerosi fatti morfologici. es. 172. è piú libero l’impiego del trapassato remoto. egli. dopo che le istituzioni linguistiche italiane avranno superato la prova della reazione umanistica. el mi restava molte cose a dire. mila contro milia. Assestamento morfologico L’assetto raggiunto mostra a questo punto il suo travaglio. evidentemente perché la sostituzione di -er a -ar era una caratteristica della sillaba interna. è regolare lo. Tuttavia. Nell’articolo. di fronte al nostro uso personalizzato «mi restavano molte cose da dire». amiamo temiamo sentiamo. Questa si manifesterà solo piú tardi. ai verbi di tutte le coniugazioni. dopo consonante. Nel verbo. le forme il el ci rimangono oscillanti. che persistono a Pisa Lucca Arezzo. op. Le forme sarò sarai sostituiscono quelle regolari SERO SERAI. p. alla importanza intrinseca del modello non si accompagna l’importanza storica adeguata. Il superlativo in -issimo è un arricchimento recente.. che esige una successiva e mai interrotta continuità. contro le forme in -amo -emo -imo. Forme fiorentine che si impongono nel resto della Toscana sono ogni che si afferma contro ogne. mentre. come avviene oggi: ebber veduto Andruccio = videro432 . giorni nella locuzione per LO piú.Il linguaggio d’Italia feriore alla Divina Comedia. cit. el: p.Giacomo Devoto . 229.

Giacomo Devoto . op. pp. Meno significativi erano naturalmente i casi. sorico. diciamo delle masse. 231. quasi per sottolinearne l’aspetto non piú verbale: cerco da «cercato». 233-238. Migliorini. tocco da «toccato». oppure segnale di rapporto di oggetto. es.Il linguaggio d’Italia lati normalmente. p. guasto da «guastato». sorgo. ecco le conquiste anonime. l’odierno sorcio aveva sorice. Il primo carattere di questo periodo è la sua vocazione sperimentale. Anche negli aggettivi derivati si sperimentava: il nostro unitario poetico aveva allora forme parallele in poetévole poetesco poetale. sorco. I latinismi accolti in questo periodo sono decine e decine434 . 173. in cui le varian433 434 Migliorini. oggi ancora nelle formule «la città di Firenze». es. di A come segnale di rapporto di agente si lasciò vincere A sua femina=DA sua femina. Arricchimento lessicale Di fronte all’impronta di uomini che sono stati capostipiti. cattivello». cit. Importanti sono infine gli impieghi delle preposizioni: tali l’impiego partitivo di DI p.problemi di ordine anche fonetico e morfologico. e poi serocchia sirocchia sorocchia. che comporta vari. cit. di DI appositivo il cattivello di Calandrino «Calandrino. Una parola odierna unitaria come «sorella». l’odierna lepre ha avuto allora le forme parallele levre. vi ha DI valenti medici «vi sono valenti medici». trova nel Trecento sperimentate le varianti suora suore suoro sorore (latinismi evidenti)... Storia d’Italia Einaudi 294 . op. Mandirà AD Eneas a lu infernu433 . Si tratta dell’arricchimento soprattutto lessicale. Participi e gerundi sono di largo impiego e costituiscono un caso particolare della generale tendenza a far prevalere le strutture ipotattiche su quelle paratattiche. caratteristica meridionale p. lievre. lièvore.

incerti furono anche i risultati dal punto di vista della morfologia.Il linguaggio d’Italia ti erano dovute a esigenze metriche. si sostituiscono con forme piú aderenti al latino. che dice preera alla provincia. Ma il prestigio della tradizione latina è tale che. «sinistro» di sinestro. «repubblica» comune. altre. «orazione» diceria. invece di essere quello tradizionale dell’accusativo latino. «cigno» di cecero. Sono attestate anche esagerazioni come quella del Boccaccio. sfumare. Un fattore importante di arricchimento erano i termini tecnici. quando il modello. nell’ambito delle parole italiane. «decimo» di decimo. rimanendo aderente alla formola praeerat provinciae. «onorevole» di orrevole. la esclusione della -U non accentata in posizione finale. per esempio quando «lepore marina» o «madre vetula» erano imposte dalla necessità di parole trisillabiche. a fresco poi affresco. «Sicilia» di Cicilia. Sperimentali. Per esempio nascono. fu il nominativo donde da «Venus» si ebbe Veno oltre Venus Venusso. satelle invece di «satellite». a proposito della pittura. In contrasto invece col sistema precedente si impongono cinque importanti novità: la accettazione indiscriminata di parole sdrucciole e cioè Storia d’Italia Einaudi 295 . «ferire» di fedire. i termini di acquerella (poi acquerello). Nei limiti piú strettamente formali «pittore» prende il posto di dipintore. ospe invece di «ospite». ma alterate troppo. e cosí aspe invece di «aspide». che dovevano riempire i vuoti lasciati dall’abbandono della terminologia latina.Giacomo Devoto . 2° sistema fonologico italiano Le conseguenze di queste immissioni massicce si ripercuotono sul sistema fonematico italiano di base fiorentina: le strutture consolidate nei secoli IX-XII (v. 174. Di questo rimangono ben fermi solo due caratteri entrambi negativi: la esclusione delle consonanti in posizione finale. in sé latine. § 150) non bastano piú. nel corso della loro tradizione ininterrotta: «esercito» soppianta oste.

es. o nella parola italiana vezzo. come nel caso appena citato di pleVe di fronte a pieve. La pronuncia aperta di bello. da un antecedente SJ. quali si erano assestate fra i secoli IX e XII. il solo ammesso nel sistema precedente. HA IMPOSTO ritocchi vistosi alle strutture italiane. non contestato dagli italiani delle altre regioni. introdotta insieme con la parola. che. e come tali accettate nel secondo.Giacomo Devoto . da originario latino K. perché nessuno poteva piú ricordare che nel latino volgare quelle I erano I aperte. che prima venivano invece inesorabilmente palatalizzati in «consonante + J» p. Allo stesso modo le parole latine iustitia vitium sono state accolte come «giustizia» «vizio».Il linguaggio d’Italia dei tipi solido in confronto dei tipi soldo. per essere accolta. e quindi destinate a sfociare nel suffisso italiano -ezza. priva di giustificazioni storiche (cfr. che si sono affermate nella loro struttura piú recente. il tipo plebe che si affianca al tipo pieve. collo è dovuta a ragioni storiche. radicate nel latino. introdotte dal latino o da altre lingue. Essa vale come modello di pronuncia normale italiana non per ragioni storiche. Sul piano della morfologia. infine la arbitrarietà della apertura delle vocali E e O nelle parole. Ma la pronuncia aperta di problèma è una scelta casuale. dieci. La indipendenza del secondo sistema fonologico italiano rispetto al primo è stata determinata dalla fiumana di parole latine di tradizione interrotta che. la persistenza della B intervocalica. nelle parole di tradizione ininterrotta. Il solo punto delicato è quello delle forme del condizionale. risultante dalla perifrasi di infinito + perfetto: AMA- Storia d’Italia Einaudi 296 . § 239). la situazione è meno eterogenea e quindi ormai piú «italiana» che «fiorentina». ma come atto di forza del modello fiorentino. con la spirante di bacio brucia. la accettazione dei gruppi di «consonante + L». era soggetta invece alla lenizione in v. la fusione della pronuncia toscana della affricata di aceto. integrate nel primo sistema fonologico italiano. i soli ammessi nel precedente sistema.

op. p. salavo «sudicio». cit. si impone in un tempo in cui il particolarismo dei comuni toscani ha fatto il suo tempo. condizionali di forma diversa come nella incertezza dei plurali dei temi terminanti in consonante gutturale. Se non sopprime i caratteri particolari dei singoli parlari crea una opinione pubblica favorevole a una interpretazione piú larga. plurali di «cavallo». che dà amerei. presi nel paradigma. Una seconda differenza separa il primo dal secondo sistema fonologico italiano: essa riguarda l’ambito. mostra sí caratteri dialettali senesi. merollo «midollo». ascaro «dolore». Il secondo sistema fonologico.Il linguaggio d’Italia RE (HABU)I. cui corrispondono plurali fonetici «inanici» «!stornaci» e plurali analogici «manici» «stomaci»435 . e nel tempo stesso disturbano il sistema. p. op. nei testi letterari. ma fortemente attenuati. pégnare «(di)pingere». giógnare «giungere». se debbono palatalizzare quest’ultima davanti alla desinenza -I oppure. cit. ma lingua e famiglia hanno già forma fiorentina. Il primo è ancorato rigorosamente all’area fiorentina. 175. Principio di una tradizione Caterina da Siena (1347-1380). Dal punto di vista fonetico sono senesismi oncenso. Dal punto di vista lessicale si ha ancora aciare «alitare». Storia d’Italia Einaudi 297 .Giacomo Devoto . resistere per analogia col singolare: tali i casi di manico.. 161. Analogamente nei dialetti le dissimmetrie di cavagli e cavai. cosí nell’accettare. 435 436 Migliorini. Apporti di natura culturale arricchiscono. 225. mammolo «bimbo». Migliorini. di rai plurale di «raggio»436 . pógnare «pungere». a differenza del primo. scrittrice senese. papero «lucignolo».. stomaco.

che dà una impronta incancellabile alla tradizione letteraria del linguaggio d’Italia. Francesco da Barberino dice «E parlerai sol nel volgar toscano». proprio perché si indirizza a una cerchia chiusa come è quella degli uomini di lettere. A differenza del francese e dell’inglese. Legandola strettamente alle manifestazioni di ordine letterario.. «lingua tusca magis apta est ad literam vel literaturam»438 . p. op. ma aggiunge che parlano in modo «piú bello ed elegante» pulcrius et ornatius quelli che sono usciti dai confini municipali che non gli altri. Esso riceve stabilità precoce. Queste definizioni fissano un altro aspetto della lingua letteraria italiana. la tradizione italiana nasce. 214. esse sanciscono anche una differenza fondamentale. fissato sulla base della traduzione dalla Bibbia di Martin Lutero. è penetrato nella coscienza belle masse frequentanti chiese. Devoto. che si affermano perché solidamente ancorati alla lingua dell’uso delle cancellerie regie.Il linguaggio d’Italia Benvenuto da Imola nel suo commento a Dante437 afferma sí che non c’è volgare pulcrius aut proprius. 437 438 Migliorini. cit. 51. «piú bello e appropriato». come lingua di una minoranza. del fiorentino. cit. sociale e non soltanto geografico. Antonio da Tempo. Profilo di storia linguistica italiana. Storia d’Italia Einaudi 298 .. e per secoli rimarrà. p. padovano.Giacomo Devoto . oligarchica (§ 246). a differenza del tedesco che.

op. 6.»440 . p. fra le quali solo l’inserimento di una unità lessicale sopraregionale come similituden apre uno spiraglio. la soluzione veneto-emiliana di CT in T (fata).Il linguaggio d’Italia Capitolo trentaseiesimo Esaurimento della tradizione letteraria dialettale 176. Testi non toscani del Trecento.. Storia d’Italia Einaudi 299 .. lo mostrano invece le testimonianze seguenti. 9. 177. Persistenza di testi dialettali nel meridione A Roma.»439 . era apparso nelle «Storie di Troja et de Ro439 Migliorini-Folena.. porçél). Esse mostrano la persistenza di strutture soltanto dialettali. e ha un musèl a mod de porçèl. il dialetto molto meridionale. la lenizione delle consonanti intervocaliche (çega). cit. la assibilazione delle consonanti palatali (çega.. Persistenza di testi dialettali nel settentrione Quanto si fosse ancora lontani da queste affermazioni fuori della Toscana. nel secolo precedente. Modena 1952. 440 Migliorini-Folena. p. il mantovano Vivaldo Belcalzèr tradusse (prima del 1309) il libro «de proprietatibus rerum» di Bartolomeo Anglico. sono impronte settentrionali. In Sardegna gli Statuti della repubblica sassarese (1316) mostrano tuttora caratteri sardi sabenti. come il futuro perifrastico ael mitter «metterà» o la preposizione articolata dessa «della»: «si alcunu iniuriosamente aet mitter manu contra alcuna dessa famiça dessa potestate. Per esempio «Talpa è la topina fata a similituden de soreg et è çega e senza ocl.Giacomo Devoto . La caduta delle vocali finali diverse da A. per guardare verso gli svolgimenti futuri.. che. Nell’Italia settentrionale.

il poemetto «I bagni di Pozzuoli». si inserisce con la sua natura intermedia. si ha ancora nel XIV secolo. la prevalenza di V su B in forme come vagno varva «bagno» «barba». ancora durante il 441 «Studi romanzi». In Sicilia la tradizione locale non è solo ancora costante nel XIV secolo ma.Il linguaggio d’Italia ma» (1252-1258) come volgarizzamento di un testo latino. contro il singolare dente. A Napoli. la portata dei latinismi è molto maggiore di quella dei toscanismi nella necessaria opera di arricchimento lessicale. p. pirkí non sí tutt’una?» con le vistose I al posto delle normali E toscane.. Debenedetti441 mostra la «fissità la stabilità e quasi. Da una parte stánno gli indizi di una soggezione a correnti finitime piú o meno intense. l’area veneziana. cosí al settentrione come nel meridione. persiste nel secolo XIV con la «Vita de Cola de Rienzo» (1313/4-1354) con i suoi tre fondamentali caratteri meridionali: la metafonesi esterna di dienti (plur. 22. secondo S. ad esempio nel «Libru de lu dialogu de Santu Gregoriu» della prima metà del XIV secolo. in cui la dittongazione in sillaba chiusa appare con tutta la sua forma caratterizzante ad esempio nel passo «che una cosa facza multi effiecte – nuy lo vedemmo per li sol proffiecte». prossima a un assetto definitivo e il persistere dei dialetti. 178. mentre. Storia d’Italia Einaudi 300 .Giacomo Devoto . la unità propria delle lingue letterarie». 12. Miracolo a Venezia Fra la costruttività toscana. 1932. Un esempio di lingua della poesia è tratto dalla «Profetía» o «Lamentu di parte siciliana» «O fortuna fallenti. la palatalizzazione spinta del gruppo PJ in via Acia per «Appia». e piú esattamente quella dell’estuario veneto. nonostante i legami che il Boccaccio aveva potuto stabilire con la tradizione toscana. dal punto di vista lessicale..

125. Alla prima categoria di fatti si riferisce la pressione gallo-italica sulla intera Venezia euganea. che ha potuto sí salvare la sua autonomia miracolosamente come è stato detto ai §§ 121. ma pur sempre legato al mondo friulano nel quale era stato fondato. persino nel cuore di Venezia. 1. 45. 444 Op. o la convenzione con Ramadàn signore di Crimea. 443 Migliorini-Folena. dalla introduzione di vocali miste Ö o Ü e dalla palatalizzazione di CT. 471. le energiche lenizioni di consonanti intervocaliche e numerose cadute di vocali finali. Storia d’Italia Einaudi 301 . La riscossa avviene non tanto nei riguardi della galloitalicità sistematicamente accettata e non correggibile. p. insieme col Friuli. p. destinata ad avere conseguenze non soltanto strutturali ma anche sociogeografiche (§ 187). 9. cit. che è riconosciuta in Friuli attraverso la accettazione di parole friulane in sloveno a partire dal X secolo. p. Si tratta probabilmente di influenze risalenti all’azione del patriarcato di Aquileia. dall’altra gli indizi di una ripresa. Accanto a questa azione dal basso. 463.Giacomo Devoto . 445 Ascoli. presso Ascoli «Archivio glottologico italiano». 442 Dal trattato De Regimine Rectoris. e che appare attraverso la grafia chian «cane»442 . op. Un primo esempio di questa soggezione è dato dalla palatalizzazione della gutturale anche davanti ad A. p. o la dichiarazione di Ser Michele Zancani (del 1307) in cui si parla di glesia per «chiesa»443 .. «Archivio». cit. 1873.. 126.Il linguaggio d’Italia secolo XIV. ma ha dovuto pagare un forte prezzo accogliendo. senza contare la forma ladineggiante autro negli a «Atti di Lido Maggiore»445 . un’altra soggezione proveniente dall’alto aveva lasciato le sue tracce nella Venezia del XIV secolo. passato sí a Grado nel 568. e solo salvandosi. in cui compare ancora la forma intatta sclavo444 . cit..

e i modelli linguistici veneziani si presentano in tutti i capoluoghi della regione come forniti di prestigio. 179. parzialmente uniformando e praticamente facilitando la reciproca comprensione. Ma anche senza proiettarsi ancora in un futuro cosí lontano. modificando completamente l’area. in cui i modelli linguistici irradiavano da Venezia. la tradizione linguistica veneziana guadagna non solo in estensione geografica ma anche in spessore sociale e stabilità. nei primi decenni del XV secolo. presso le corti e i centri di cultura che si erano andati formando intorno a quelle. al di fuori della Toscana. Bernardino da Siena (1380-1444). a Ferrara Mantova Milano. ivi compresa la udinese e la triestina. Questi. La base di partenza da cui bisogna partire per intendere la situazione. predicava in volgare in Storia d’Italia Einaudi 302 . Le circostanze esterne hanno agito subito dopo. che si distende al di sopra. e nel XVI secolo raggiunge il livello di lingua della cancelleria (§ 187). L’azione metropolitana di Venezia si continua ancora oggi a un secolo e mezzo dalla fine della repubblica veneta. è il dato di fatto che si riferisce alla predicazione di S.Giacomo Devoto .Il linguaggio d’Italia ma invece nella epurazione dai ladinismi per cui «cane» si dice can e non piú «cian» (chian). e ancora oggi insidia tutte le aree dialettali. A partire dalla metà del XV secolo Venezia diventa capitale dell’entroterra veneto. Attenuazione nei dialetti I primi focolai di una ricostruzione sopraregionale furono. Questo non è destinato a soggiogare o distruggere ma costituisce come una coltre superiore. come a Urbino e a Roma.

ricostituiti attraverso un processo di adeguamento verso i modelli piú conservatori. vèDova. la azione delle corti e dei centri di cultura si manifesta nel riparare agli inconvenienti della lenizione e assibilazione che si verificano nei dialetti settentrionali e specialmente in Lombardia. con una consonante palatale. 4ª ed. 73.Giacomo Devoto . si manteneva aderente. e cioè lontani. Questo non esclude che in altri passi non appaiano resti di dialettismi fortemente palatalizzati o assibilati come in «non si metería li piedi in giesa (per ‘chiesa’)» oppure «l’arco che in cielo zase (per ‘giace’)». almeno nelle intenzioni. e nel tempo stesso un eccesso di zelo nel sostituire a una forma sia pure normale come addrizzare una correzione eccessivamente zelante. C. si legge nella prefazione alla Vita di Filippo Maria Visconti di P. Nella seconda metà del XV secolo. Là dove in pieno medio evo si diceva créer vèova con la totale lenizione di D intervocalica (§ 157). il primo a emergere dal grigiore dialettale è quello di Ferrara. Analogamente è da pensare che la tendenza alla assibilazione del tipo ce in çe fosse già avanzato nel medio evo. Piú ancora che in testi corrispondenti a ambienti e autori piú coltivati. 446 Devoto.Il linguaggio d’Italia Toscana. mentre. al latino446 . Profilo di storia linguistica italiana. Storia d’Italia Einaudi 303 . Firenze 1964. Decembrio (1392-1477): «non sapería io adriciare la lingua se non al ferrarese idioma». mentre ancora oggi si dice a Milano cent cinc per «cento» «cinque». nell’Italia settentrionale. ecco che oggi si ritrovano creDer. p. Fra i territori citati sopra. che discendevano dalle corti.. in cui si ha da una parte un condizionale aperto ai modelli siciliani.

novelle del bolognese Sabbadino degli Arienti che rappresenta l’innesto di una tradizione di «bolognese illustre» nell’alveo della lingua letteraria ormai sopraregionale447 . cit. Firenze 1960. credette e credé. sancí la pari dignità letteraria del volgare rispetto al latino. a cui la Toscana era arrivata con forze proprie. che pure. dal punto di vista dialettale la svolta è compiuta.Il linguaggio d’Italia 180. ma da una persistente propensione a modelli arcaici latineggianti.. p. era venuto in quel tempo alla riscossa. p. ma un riconoscimento come l’uso reso obbligatorio del volgare nei tribunali commerciali (1414)448 . 71. Ma. la pubblicazione delle «Porrettane». se qualche anomalia resta. Non si può certo parlare di una lingua perfettamente uniformata nella coesistenza di forme latineggianti e forme analogiche. tra le varianti di debito e dovuto. Il primo si compie nel mezzogiorno nel 1476 con la pubblicazione del Novellino di Masuccio Salernitano. e. attraverso gli umanisti. 447 Migliorini. Ma nel frattempo si era compiuto in Toscana un avvenimento di portata sociolinguistica fondamentale: non già la pubblicazione di un testo nella lingua normalizzata. Prime adozioni di lingua letteraria Gli eventi decisivi in questa marcia verso la normalizzazione sono tre. Storia della lingua italiana. Devoto. dubitare e dottare. Piú ancora caratteristico è a questi fini il «Certame coronario». Nel 1483 si compie un avvenimento parallelo.Giacomo Devoto . il dibattito cosí chiamato da Leon Battista Alberti che. Profilo di storia linguistica italiana. 448 Storia d’Italia Einaudi 304 . questa dipende non già da concessioni al parlato locale. 276. in piena età umanistica (22 settembre 1441).

Il linguaggio d’Italia Capitolo trentasettesimo Reazioni umanistiche 181. redento. Storia d’Italia Einaudi 305 . Il primo evento si era compiuto nel 1396 con 449 Devoto. Primi umanisti Il riconoscimento dovuto al «Certame coronario» era tanto piú sorprendente in quanto il passaggio al secolo XV era coinciso insieme e con gli sforzi per il consolidamento e la unità di una lingua letteraria volgare e nel tempo stesso con un radicale mutamento di gusti. lungi dal rappresentare gloriosamente l’avvento della lingua letteraria volgare. Non è che il gusto e la sensibilità per le forme classiche fosse mai venuto meno. sarebbe riuscito «piú artificioso» e «sublime» e cioè piú prestigioso. di cui si è appena parlato. ma si profilava la imagine. di fronte al volgare. non si realizzava un vuoto. dominati da un ritorno di simpatia verso i modelli non soltanto linguistici della antichità classica. Quest’ombra non fu solo oggetto di contemplazione distaccata: lo fu anche di meditazione. ecco che. di comparazione. p. 74. e che.Giacomo Devoto . Profilo di storia linguistica italiana. purificata. per quanto riguarda l’equilibrio linguistico conducono alla vicenda famosa. di incapace a raffinarsi. se fosse stato scritto in latino449 .. Ma se col XIV secolo si era imparato in età postpetrarchesca e postboccacciana a identificare il latino medievale come qualcosa di rozzo. ecco che comincia una catena di eventi che si identificano con il periodo ben noto dell’umanesimo. quella della reazione linguistica degli umanisti. di un latino classico emendato. Ancor prima che sul terreno pratico si avesse il riconoscimento giudiziario del 1414. cit. Niente di meno che il Boccaccio fu condotto a dire che il poema dantesco.

o addirittura irreali. L’insistenza nel volerli ciononostante perseguire giustifica l’attributo di «reazionario» che è stato dato al movimento450 . Il ciceronianismo tuttavia si continuò attraverso Poggio Bracciolini (1386-1459). durante il quale la teoria ciceroniana venne formulata e riformulata in modo sempre piú rigido. che. si batte contro il primo ostacolo al ritorno dei modelli classici e cioè contro la prosa rimata. perché non teneva conto delle affermazioni ormai raggiunte dal volgare.. poté essere sgrammaticato nei particolari. a partire dai traguardi funzionali già raggiunti col Decamerone. Il ciceronianismo Gasparino Barzizza (1370?-1431) mirò a definire in modo rigoroso e restrittivo il modello latino che si riproponeva agli scrittori. e le applicazioni risultavano sempre piú difficili. che devono però armonizzarsi nel sistema come se fossero «non trovate. nel quadro del ciceronianismo. diede peso alle disquisizioni intorno all’uso di singole particelle latine. fissato negli schemi stilistici. per la rigenerazione di una prosa latina cancelleresca. Questo modello doveva essere non tanto genericamente classico. cit. e in questo agisce da pioniere. Coluccio Salutati (1331-1406). ma svoltesi in te dalle tenebre dell’antichità».Il linguaggio d’Italia l’inizio a Firenze dell’insegnamento del greco per opera di Michele Crisolora. quanto precisamente «ciceroniano». Ma questa posizione era astratta. E in questa direzione il 450 Op.Giacomo Devoto . Storia d’Italia Einaudi 306 . Con questa tesi cominciò un dibattito disperato. e ammette il principio di parole nuove. Lorenzo Valla (1407?-1457). Leonardo Bruni (1370-1444) usa un latino epistolare meno artificioso di quello del Salutati. per quanto legato alle dottrine medievali dei dictamina. 75. p. 182.

sui quali si imperniarono volta a volta le discussioni furono principalmente questi quattro. Questo non toglie che altri autori siano immersi in modo cosí equilibrato e organico nelle strutture linguistiche latine da potere scrivere con uguale agio in latino e in volgare: tale Agnolo Poliziano (1454-1494). in base all’ambito e cioè allo spazio. poco rispondenti alle esigenze dei tempi. 77. di fronte alle quali gli spiriti eccezionali non avevano una parte decisiva. cit.. Ma questi erano uomini fuor del comune.Il linguaggio d’Italia filone continuò in forma corrente ed estrema sino a Paolo Cortesi (1465-1510). che. era noto in Francia Spagna. ebbe a dire che l’italiano. persino in Tur451 Op. tale Giovanni Pontano (1426-1503). Confronti fra il latino e il volgare Proprio perché l’interesse per il mondo antico rimaneva vivente e profondo. I principi. nel quale esse potevano essere validamente impiegate. p. anacronistiche. i confronti fondati su criterî e unità di misura. 183. Su questo argomento Gerolamo Muzio (1496-1576)451 . quasi ottantenne (1477) ebbe a dire che scriviamo in volgare solo quello che non vogliamo che arrivi sino ai posteri «quod nolumus transferre ad posteros». il suo polo d’attrazione doveva gravitare piuttosto verso le forme d’arte cosí letteraria come architettonica. il latino o il volgare. Il loro virtuosismo linguistico doveva fare i conti con collettività ed esigenze. poco funzionali in sé. Si discusse della superiorità dell’una o dell’altra lingua. che verso le aride strutture linguistiche.Giacomo Devoto . Alle affermazioni effettive in prosa latina subentrarono perciò le disquisizioni dottrinali. Rispetto a questo filone centrale rappresenta un’ala convinta Francesco Filelfo (1398-1481). Storia d’Italia Einaudi 307 . fuori d’Italia.

limitandosi il latino a conservare le sue posizioni in Germania e Inghilterra.. Profilo di storia linguistica italiana. 87. adottò come lingua degli atti ufficiali. una novità importante si realizzò nel 1561: Emanuele Filiberto. mentre il volgare è mutevole o dantescamente è un «uso». l’italiano453 . La giusta risposta fu data da Benedetto Varchi. 452 453 Percolano. Terzo criterio fu quello della autonomia e cioè il pregiudizio che l’italiano fosse una «corruzione» del latino. Ultimo criterio è quello della regolarità. generazione». duca di Savoia. p. bensí quella opposta fra quello che è vivente contro quello che non lo è piú. sul piano politico. che nel 1574 pubblicava un libro dal titolo De linguae latinae usu et praestantia (Dell’uso e della superiorità della lingua latina). L’argomento era specioso e ancora nel 1524 Vittoria Colonna (1490-1547) osava affermare che il latino era paragonabile a un oggetto d’oro. A questo proposito Leon Battista Alberti (1404-1482) aveva sostenuto che la perfezione di una lingua sta non nella sua materia ma nel suo uso. 1518-1581). mentre un testo in volgare non poteva corrispondere che al rame.. al posto del francese. § 193 fine.Il linguaggio d’Italia chia. La polemica a poco a poco si rallentò. Devoto.. eminentemente soggettivo. Storia d’Italia Einaudi 308 . L’ultima organica difesa del latino fu quella di Uberto Foglietti (ca. Nel frattempo. nel quale il latino ovviamente prevale. perché «fermo» o dantescamente riferibile a un’«arte».Giacomo Devoto . Un secondo criterio. era quello del pregio intrinseco. Ma in questa contrapposizione non si hanno di fronte i pregi della stabilità contro i difetti della mutevolezza. il quale nel 1570 scrisse452 che il volgare è una lingua nuova «non corruzione ma. cit.

e dall’Orlando Furioso di Lodovico Ariosto (1474-1533). dal latineggiante J iniziale per esempio in Julio. dai tipi non fiorentini onto longo. sotto un unico impulso fondamentale. Bologna 1960. quello dell’unità sia sopraregionale sia grafica. Storia d’Italia Einaudi 309 . La crisi linguistica del Quattrocento e la Arcadia di Jacopo Sannazaro. Debenedetti-Segre. del 1504. 1532)455 . 1521. 217 sgg. 1930.Giacomo Devoto . Sannazaro (1456-1530). nuovo contro femm. Ludovico Ariosto: L’«Orlando Furioso». l’invenzione della stampa per opera del Gutenberg (1453). esigeva costanza e coerenza nella ortografia. Le edizioni dell’Orlando Furioso sono tre (1516. Dell’Arcadia454 del Sannazaro si ha una redazione nel Codice vaticano. Torino 1937. Le correzioni che appaiono. 1649 sgg. a quelli fiorentini di «unto» «lungo». I frammenti autografi dell’Orlando Furioso. Da questo punto di vista è istruttivo avere un saggio delle correzioni che si introducevano nelle successive edizioni. nova.. detta Summonte. nel secondo verso l’area emiliana reggiano-ferrarese.. Le correzioni piú significanti consistono nel passaggio dalle forme metafonetiche meridionali masc. Gli esempi che seguono sono presi dall’Arcadia di J. da forme dittongate come priego a forme non dittongate «prego». Si tratta di due esempi del dilagare dei modelli toscani nel primo caso verso il mezzogiorno. Essa portava infatti la possibilità di moltiplicare le copie dei libri e nello stesso tempo. Le correzioni del Sannazaro e dell’Ariosto Il XV secolo. Id. alla palatale normale di «Giulio». 455 Debenedetti. Firenze 1952.Il linguaggio d’Italia 184. alle forme costanti «novo: nova». per quanto di 454 Folena. pp. pp. portava alla fissazione di una lingua letteraria un contributo di tutt’altra natura. cui segue a distanza di circa vent’anni l’edizione a stampa. «Studi romanzi». 20. al di là di queste discussioni.

attestano tutte una aspirazione alla regolarità: da in l’altra. Dialettalismi sussistono viceversa ancora nell’edizione del 1532 con gianda. trassinare. Leonardo e Cellini Altre incertezze. convertirsi in rosso sangue.. Oppure. si passa a «ne l’altra» «ne la terra». egli è signore»..Il linguaggio d’Italia non grande rilievo. Meno coerenti appaiono le correzioni quando attengono a questioni di pronuncia: nel 1515 si hanno già le forme corrette con la S palatale toscana scevra sdruscito. ciucca per «zucca» e nel 1532 roverscio per «rovescio».». decisamente in forma di comando.. affabile. li come articoli si introduce «il» «i». Leonardo da Vinci (1452-1519) e Benvenuto Cellini (1500-1571).. diversissimi fra di loro. nel 1521. non farai il viso di chi piange. in la terra.. perciocché s’egli ha desiderio.. subentrano le forme moderne inverse «ti lodo» «te la dono».».. pongono gli scritti di altri due autori di questo tempo. La polvere. Il primo tocca un vertice di razionalità. che sono altrettante prove di vitalità. invece di el. «Farai uomini morti. ma persistono ancora le forme emiliane con la S normale in settro.. mirando a realizzare nel suo Trattato della pittura non tanto un modello di trattato scientifico quanto piuttosto un modello di didattica. con suggerimenti in seconda: «el pittore è padrone di tutte le cose. vivace. Esempi di correzioni esagerate sono.. giotto per «ghianda» «ghiotto».Giacomo Devoto . dialogata. alcuni ricoperti mezzi dalla polvere ed altri tutti. Il testo ha forma parlata con aforismi in terza persona. al posto dei pronomi atoni te. Siamo davanti a un condensato di tra- Storia d’Italia Einaudi 310 . lodo. E con l’innesto della seconda persona: «a colui che piange s’aggiunge ancora l’atto di stracciarsi. con un andamento che ricorda quello delle lettere esortatrici di S.. ti la dono. per ciò stesso sottoponendo la lingua letteraria a una tensione speciale. Caterina da Siena... 185.

sgg. ma NON coopera al rafforzarsi di una tradizione. ma faceva». pp. Un passo come «e quivi è gran gentili uomini: ancora ne è in Pisa. né nel senso della paratassi del Novellino (§ 170) né in quello della ipotassi boccacciana456 . anzi povertà. spontanea. mentre l’altro lo porta a scavalcare la rigidità delle strutture sintattiche normali. Ancor piú estraneo a dottrine grammaticali e stilistiche.Giacomo Devoto . Ma il gerundio impiegato come forma principale del verbo per es. meglio detta la impulsività.. 457 Storia d’Italia Einaudi 311 . 91 Op. ecco che va al di là delle strutture ammesse. e ne ho trovato in molti luoghi. di strutture..Il linguaggio d’Italia dizione linguistica nascente. Profilo di storia linguistica italiana. 92 sgg. cit. bene al di qua del periodare del tempo. dei quali l’uno lo ferma al di qua delle scelte stilistiche ammesse dalla tradizione.. che non ha bisogno di ispirarsi a modelli anteriori. pp.» mostra semplicità. rafforza sí l’efficacia espressiva delle sue intuizioni. cit. per entrare apertamente nel campo della sgrammaticatura del parlato. alla quale è invece interesse di tutti assicurare regolarità e stabilità457 . non indegna dei trecentisti.. il Cellini si impose da prima come campione di una ingenuità scanzonata. In realtà la ingenuità. si sdoppia in due diversi atteggiamenti. 456 Devoto. «il signore non gli rispondendo a proposito.

cogitazione. ostello. tutto osservanza. arrivò ad associare alla nozione di fiorentino quella di onorabilità linguistica. Storia d’Italia Einaudi 312 . occasionali o ufficialmente adottati: tali fauta «errore». Firenze 1969. allegare.Giacomo Devoto . l’efficacia e la brevità. impeto per «assalto». Il cammino percorso in centocinquant’anni a partire dal Boccaccio è delineato efficacemente dai due giudizi di Leonardo Salviati (1540-1589).. prima ancor che nei fatti. 1952. tutto splendore». lingi «to458 Chiappelli. Nuovi studî sul linguaggio del Machiavelli. Compaiono anche dei gallicismi. Il suo vocabolario è unitario. La intrinseca fiorentinità. anche se un certo numero di latinismi sono presenti: «grafici» come descendere miraculo populo iusto. Machiavelli Colui che conclude vittoriosamente il travagliato processo di formazione di una tradizione di lingua prosastica italiana è Nicolò Machiavelli (1469-1527)458 . appare nelle intenzioni. e quelli che vagheggiavano modelli toscani erano tollerati come «meno inonesti».Il linguaggio d’Italia Capitolo trentottesimo La questione della lingua 186. Anche se fu alieno dal teorizzare secondo gli schemi cari anche a Dante. «semantici» come chiamare per «acclamare». appetito per «tendenza». tutto fiore.. mentre quanti miravano a modelli italiani erano considerati da lui «inonestissirni». mentre di quella del Machiavelli esaltò «la chiarezza. nell’ultima a Tacito da paragonare». «lessicali» come accidente. che della prosa del Decamerone ebbe a parlare come di un «tutto candidezza. Nella prima a Cesare. Studî sul linguaggio del Machiavelli.

. villa «città»459 . La morfologia non è né tradizionalista né improvvisatrice. Bari 1949. di una coesistenza fra complessità e libertà nel periodare461 . Nuovi studî. Chiappelli. 463 Nuovi studî. 168. 38. che presso il Machiavelli definisce tecnicamente il risultato finale di una politica sbagliata. ma risale a quella fonte fiorentina popolare. cit. cit. 459 460 Storia d’Italia Einaudi 313 . 82. Profilo di storia linguistica italiana.Il linguaggio d’Italia vaglia». bene illustrato da F. non sfigura463 colui che per quattordici anni fu segretario della Signoria fiorentina. per la quale. cit. si passa dai «ragionamenti a piramide» proprî degli scolastici ai «ragionamenti a catena» propri dei tempi nuovi.. p. 462 Devoto. Russo460 . Nuovi studî. 3ª ed. Machiavelli. corrisponde a una fase di transizione oggettiva. per la quale. col risultato. accanto alla sua figura di autore concentrato in una scrittura di alto livello. La struttura del periodo ancora abbastanza complessa.. 52 sgg. 68. pp. quale appare nelle «Regole della lingua fiorentina» attribuite a Lorenzo il Magnifico462 : tale il lui come soggetto singolare maschile. se il bando di cui furono oggetto i suoi scritti non lo avesse chiuso per decenni e decenni in un limbo sterile. cit. ai fini del consolidamento della tradizione linguistica in prosa. Naturalmente l’omogeneità del lessico era possibile solo se si accompagnava alla possibilità di tecnificare eventualmente le parole correnti: tale la sorte di ruinare. p.Giacomo Devoto .. Ma la sua conquista maggiore. secondo L. sta nell’unità fondamentale. 461 Chiappelli. p. Il Machiavelli potrebbe considerarsi capostipite della prosa letteraria italiana quanto e piú del Boccaccio. il le come soggetto femminile plurale. Chiappelli. padrone di una lingua cancelleresca maturata e degna. seggio «assedio».. p.

Angelo Beolco detto il Ruzzante (ca. cit. con la forte dittongazione non solo in sillaba aperta come in bruolo «orto». il Ruzzante opera come autore teatrale per coordinare piú di una tradizione linguistica in una sintesi superiore. attraverso il passaggio dal «pavano» al «padovano». p. un processo analogo nelle Venezie. con la forte palatalizzazione di L davanti a I in cavigi «capelli» friegi «fratelli». ancora nel XVI secolo. amalò «ammalato». Cresciuta in senso geografico. nel quale si contrappongono ad altri livelli sia inferiori sia superiori. Sono presenti latinismi sia lessicali come tuti «sicuri». sia pure a distanza. Storia d’Italia Einaudi 314 .Giacomo Devoto . Nella sua comedia giovanile La pastorale appare cosí il dialetto indigeno di Padova con le sue finali in -ò invece di -ATO. Simbolo dell’antico pavano è.. nelle aree piú vicine. la importanza della nascente tradizione di lingua letteraria veneziana ha una rapida attuazione cancelleresca nelle lettere degli amba464 Vedi Profilo. che parla il bergamasco.Il linguaggio d’Italia 187. il superstrato veneziano compare in forme come agiuto per «aiuto» o si scorze per «si scorge». Ma le forme pavane sono inserite in un insieme sociolinguistico. Su questa base genuina. 93. dove le circostanze politiche hanno dato la possibilità al sistema linguistico veneziano di diffondersi progressivamente come superstrato fino alle frontiere alpine e. Venezia Al processo di maturazione fiorentina e toscana fa riscontro. intendendosi per quest’ultimo il «veneziano inserito a Padova». addirittura di confondersi con i parlari originari. 1502-1542). La operazione linguistica piú interessante è quella che si compie in questo periodo a Padova. sia grafici come victo stricto464 . Quello inferiore è impersonato dal contadino rozzo. come in acolegò «coricato». ma anche in sillaba chiusa come in govierni «governi».

attraverso la impressione di una pronuncia toscana attenuata. anche linguistici. ma continua a distinguersene come una sua varietà non piú cosí antitetica come prima. Roma L’assestamento romano è stato molto piú moderato. Bari 1912-1916. nel prestigio che assicurarono ai modelli fiorentini. 1950. 152. Se gli eventi politici connessi con la lega di Cambrai si fossero conclusi in favore di Venezia. L’origine e lo sviluppo della prosa volgare italiana.. cfr. Sul piano psicologico. p. 71. e piuttosto passivo che attivo. 188. e nella compattezza del loro seguito che li accompagnò da Firenze. «Cultura neolatina» 10.Giacomo Devoto . cit. si hanno le condizioni per la nascita del detto «Lingua toscana in bocca romana» che ha avuto successo fino quasi ai nostri giorni come modello di pronuncia italiana tempe465 Segarizzi. 466 Op. che provano insieme e la maturità di una classe politica e la adattabilità delle strutture linguistiche veneziane ai nuovi compiti465 . questo augurio avrebbe potuto divenire realtà secondo lo stesso procedimento che ha imposto cosí in Francia come in Inghilterra una lingua di base cancelleresca e non letteraria... Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato. Storia d’Italia Einaudi 315 .Il linguaggio d’Italia sciatori. p. Kristeller. Avviene cosí che il dialetto romanesco perde nel secolo XVI i suoi caratteri piú vistosamente antifiorentini come la dittongazione in sillaba chiusa (§ 176). come n’era una latina per tutto il mondo»466 . II napoletano Benedetto di Falco vissuto in quel secolo si augura che la signoria di Venezia «riformerà l’idioma italiano componendo una sola lingua comune a tutti. 3 voll.. La novità romana consisté nel periodo dei due papi medicei Leone X (1513-1521) e Clemente VII (1523-1534).

1931. ciò che è comprensibile se si pensa che Dante. pro467 Merlo. non furono immediati. In una comedia della fine del secolo. Storia d’Italia Einaudi 316 . a quattro matrici. ma in qual modo IL volgare debba essere definito. nella loro forma dialogata. 7. una interpretazione sintetica. 115. di Cristoforo Castelletti rappresentata nel 1585. Da questo avvicinamento si ebbe in questo tempo anche un parallelo teorico. esercitarono subito una influenza profonda. «Italia dialettale». toscano. Teorie del Bembo È arrivato cosí il momento di rispondere consapevolmente non piú alla domanda se si debba preferire o no il volgare. del Boccaccio e degli altri trecentisti. La prima risposta la si trova nelle Regole della volgar lingua di Gian Francesco Fortunio che sono del 1516. anche se oggi superata (§ 236). Questi mutamenti nel romanesco del Cinquecento. per quanto ricchi di conseguenze. che. p. anche in tempi moderni. Affermato il volgare. e nemmeno «quale» volgare debba essere preferito. Al principio del secolo Angiolo Colocci (1474-1549) aveva elaborato una teoria circa le origini del volgare ricondotto. ispirato ai modelli del Petrarca.Giacomo Devoto . una certa Perna467 . il romanesco sopravvive sulla bocca del personaggio piú umile. Da questi modelli deve essere tenuto staccato Dante. le Stravaganze d’amore. Nonostante la loro sostanziale validità esse furono ben presto oscurate dalle Prose della volgar lingua (1525) di Pietro Bembo. destinata ad essere ripresa.Il linguaggio d’Italia rata gradevole. 189. debitamente trasformata. Non basta: questo toscano deve essere anche «arcaico». la picena la orca tosca la sabina. questo deve essere secondo il Bembo. attraverso la Roma della età imperiale.

Gli attributi che potevano essere assegnati a una parola. Affermava poi il Bembo che ogni parola doveva essere proporzionata al tono che la materia esigeva – parole gravi a materia grande. con minore organicità. 1519. Quanto alla disposizione nella frase e nel periodo. 190. 83. Nella visione del Castiglione. Storia d’Italia Einaudi 317 . parole lievi a materia volgare. egli si discosta meno dall’integralismo pragmatico dantesco. erano: pura chiara monda bella grata. che escludeva qualsiasi campanilismo cosí geografico come cronologico. Non è quindi possibile illustrare un ragionamento ma solo commentare alcuni esempi delle sue diverse aperture. impersonata da Baldassarre Castiglione (1478-1529). p. Non è esatto che forme latineggianti come populo onorevole non toscane siano piú decorative delle toscane corrispondenti «popolo» «orrevole». anche a costo di dover diventare discriminatoria e classista. Viceversa. talvolta non approvabili. di fronte alla selezione «araldica» secondo il Petrarca. si levò invece la tesi «cortigiana». Teorie del Castiglione Di fronte al Bembo. non fu in caso nel tempo stesso di selezionarlo (§ 109)468 .Giacomo Devoto . 1528). con un rigore non diverso da quello a cui ci si sottometteva in poesia. ma con valide ragioni. quale appare nel suo Cortegiano (edizioni successive nel 1508. la lingua non è che un caso particolare di una visione civica sociale e mondana. se disapprovata: languida densa rinserrata pingue arida morbida. cit.Il linguaggio d’Italia prio perché ebbe ad arricchire il patrimonio lessicale italiano. non si prestano ad obiezioni dal punto di vi468 Profilo. se elogiata. si trattava sempre di mirare a un effetto di gravità o di piacevolezza. La sua differenza dalle posizioni bembiane non è di qualità ma di quantità..

Delle posizioni minori sono da ricordare qui quella del Trissino (1478-1550).Giacomo Devoto . pp. diffidato «disperato». Migliorini. e successivamente «Degli avvertimenti della lingua sopra ’l Decamerone»470 . 83 sgg. Esotismi spinti sono brida «briglia».. sentare «sedere». 358 sgg. Storia d’Italia Einaudi 318 . capigliara «capigliatura». debatto «dibattito». Storia della lingua italiana. argumento. che scrisse nel 1564 una «Orazione in lode della fiorentina lingua». documento per «insegnamento». La tesi bembiana ricevette un impulso fondamentale attraverso l’opera di Leonardo Salviati (1540-1589). § 196) appare come la applicazione e conseguenza finale della dottrina formulata coerentemente. cit. Toscanismi arcaici accolti sono avvilito «ribassato di prezzo». Infine la tesi intermedia di Claudio Tolomei (1492-1556) che concentra la sua attenzione in un ideale piuttosto «toscano» che rigidamente fiorentino. Ma soprattutto importante fu l’opera del Salviati nel travasare la dottrina fiorentina nell’ambiente degli accademici della Crusca in modo che la prima edizione del Vocabolario degli accademici della Crusca (Venezia 1612) (v. captino. esito per «uscita». 469 470 Op. cit.. divorzio di acque. che non si fissa in Toscana ma mira a un contributo (teorico) dell’Italia tutta. visaggi «facce»469 . da Pietro Bembo 87 anni prima.Il linguaggio d’Italia sta nostro latinismi come abusione. pp. Dialettismi settentrionali sono biastemar «bestemmiare». per la prima volta. manco «manchevole».

appoggiandosi sempre piú ai denti. Una soluzione intermedia si ha attraverso la forma PR. I casi piú elementari471 consistono nella normalizzazione delle U atone. che ancora sopravvivono in forme come vulgo/volgo. e cosí mastio «maschio» o diacere per «giacere»472 . capitulo/capitolo. al posto delle forme ragghiare. non è privo di difficoltà. Storia d’Italia Einaudi 319 . che soppianta i tipi GHJ GHI in ragliare. cit.Giacomo Devoto . oppure nella ritardata palatalizzazione di J. che impone il passaggio da PL a PJ a uno che accetta la persistenza di PL. p. Figghine. Il trapasso da un sistema fonologico. cit. per la quale si hanno compressione frutto pepro per «complessione» «flutto» «pe471 472 Migliorini. mugliare. Figline. come in iocondo/giocondo. che. Ecco i resti di antichi ondeggiamenti. connessi talvolta con i problemi dell’adattamento dei latinismi tardivi. finiscono per dare vita a gruppi con vere e proprie dentali. Iulio/Giulio.. non si arriva ancora. quali possono apparire attraverso la differenza fra i primi due sistemi fonologici dell’italiano. Tuttavia alla stabilizzazione.Il linguaggio d’Italia Capitolo trentanovesimo Apogeo e sazietà 191. mugghiare. trova nel Cinquecento meno occasioni di manifestarsi. Assestamenti fonetici e grafici La opposizione fra periodi statici e dinamici. Storia della lingua italiana. tale diaccio «ghiaccio». Dall’altra stanno i casi della deviazione delle palatali. con un che naturalmente di estremismo plebeo: tale stiavo di fronte a «schiavo». Op. Ma i processi di palatalizzazione pongono due problemi piú complessi. 386.. pronosticata e attesa. p. sustanza/sostanza. 387. Da una parte sta la L laterale (GL).

che diventava A. mescolandosi. una debolezza di lontana ascendenza indeuropea. per la quale si era confermata nel mondo italiano la natura debole della seconda sillaba. sono invece da ricordare le dittongazioni esagerate di tipi come spiero «spero» a Venezia. 192.Il linguaggio d’Italia plo». per es. amorusi ma già «religiosi». tieco «teco» a Bologna.in parole di tradizione ininterrotta (§ 106). es. con connessi eccessi di zelo: si ha nel. È da notare anche il disordine nel quale si fissano. pp. La costruzione regolare era stata fino a questo momento pregovi. 255-261. Assestamenti morfologici Al di fuori della fonetica. come ALTRU che poteva diventare aitro. In questo quadro rientrano la attenuazione della metafonesi fuori di Toscana. Tentazioni minori. le particelle pronominali atone dovevano essere collocate nella seconda posizione. stanno scomparendo: una delle ultime tracce è arora «aurora». e ancora oggi sono valide e esclu473 Mussafia. Storia d’Italia Einaudi 320 . In conseguenza di questa regola. p. crudiele «crudele» nell’area emiliana del Boiardo. «Miscellanea Caix-Canello». Dal punto di vista dell’adeguamento a caratteri proprî di altre regioni.Giacomo Devoto . genoísi ma già «bolognesi». e NON «vi prego». ancora alcune asperità rimangono da eliminare. forme lenite e non lenite. Un primo trapasso di qualche valore strutturale è dato dalla decadenza della cosiddetta Legge di Tobler e Mussafia473 . e cioè essere «enclitiche» rispetto alla parola precedente. Il rapporto perde ora di rigidità: le forme «vi prego» cominciano a diffondersi. settentrione il tipo deliberaDo accanto a «deliberaTO» e addirittura daTo per «dado». O AU antecedente all’accento. pienamente accentata. presso Sabbadino degli Arienti. Firenze 1884.

L’articolo. accentate per es. dominata dal modello ciceroniano. nonostante la sua lunga storia. e LA di Maria. Infine si matura in questo tempo la formula allocutiva attraverso le tre fasi: nella prima. «vistisi». lei si riferiscono sempre a una sottintesa vostra signoria.Giacomo Devoto . ancora quattrocentesca. mantiene in qualche caso la validità del pronome: la vita di Gesú. E invece. ti. e sopravvive solo Ella/Lei. in forma nominale (quasi si trattasse di complemento predicativo del soggetto). che noi saremmo oggi obbligati a sostituire con «’quella’ di Maria». che è invece maggiormente inserito nei rapporti nominali: oggi dovremmo dire «restata la femmina contentA» mentre allora era ammesso restatO la femmina contenta. al di fuori dello stile telegrafico nel quale la economia di parole fa considerare i tipi originarî come preferenziali.. Le forme nominali del verbo avevano un inquadramento piú «verbale» del nostro. Per quel che riguarda il verbo. il chiarimento progressivo delle teorie. Perdurano le forme mi. oppure gli operai vistOsi in vergogna. La melodia della frase Per quanto riguarda le funzioni. l’avvicinamento delle grandi aree regionali. solo in questo tempo si raggiunge la regolarità paradigmatica di «dissero» in confronto alle antiche varianti. vostra magnificenza. 193. in misera mi. facevano prevedere per la seconda metà del Cinquecento un periodo di tranquillità pari a quello della lingua latina. mentre noi oggi diciamo «misera ME». In questa situazione si conclude il secolo XVI per quanto riguarda le «strutture». nella seconda si generalizza l’uso spagnolo di dar del «Signore».. pro- Storia d’Italia Einaudi 321 . Nella terza fase Lei assume figura e valore autonomo. sempre sottintendendo «Signoria». essa. fra cui principale era quella di dissono (§ 149). i pronomi quella. parallelo al «Voi» e a «Vostra signoria». dovrebbero definirsi oggi.Il linguaggio d’Italia sive.

cit. spesso fu anzi piú moderato dello stesso suo padre. cominciò a ingerire i germi delle sue future alterazioni. purché tratte da lingue congeniali. nei quali l’uso del latino ancora perdurava. distinguendo lo stile in «magnifico» «mediocre» «umile».. Teorizzò su schemi simili ai danteschi. esaltando del primo soprattutto gli aspetti lessicali. che allora era. Non resistette alle tentazioni della onomatopea ed ebbe cosí a veder criticati i suoi versi perché «bassi» o «cacofonici». che si entusiasmava alla lettura dei classici e apprezzava la dulcedo (dolcezza) e la sonoritas (sonorità) delle parole. quella di raggiungere l’unità della lingua letteraria. a questa dolcezza e sonorità non era stato sordo l’Ariosto.Giacomo Devoto . e la esigenza melodica poté avere libero il campo. a cavallo dei secoli XV/XVI. Bernardo Tasso (1493-1569). e la «esasperazione» dei suoi strumenti e istituti di carattere periferico. 392. Certo. oltre il latino. ancora solcata da regionalismi piú o meno fastidiosi. come il ritmo e la melodia474 . come si è visto. il francese e lo spagnolo. piú ancora che la chiara derivazione o il significato traslato. senza interferenze fonetiche o grammaticali. Storia d’Italia Einaudi 322 .C. Non vi si abbandonò in modo cieco. il ritmo dell’ottava poté esercitare una attrattiva incontrollata. uomo del secondo Cinquecento. ma. che fu chiamato la 474 Migliorini. il «sussurro». cosí la lingua letteraria italiana è chiamata ora ad affrontare due problemi gravi: la sua «estensione» a campi non letterari. il gusto prende nuovi spunti dal Petrarca giovane. come. appariva ai suoi occhi ancora come esigenza primaria da sodisfare. p. op. il «rimbombo». Ammise anche il principio di parole artificiali o «finte». fra le quali ricercò. Prese posizione con animo aperto a favore delle parole straniere.Il linguaggio d’Italia prio come la lingua latina nello stesso I secolo a. qualità estrinseche. Solo con Torquato Tasso (1544-1595). Cominciando da questo secondo punto. Nel rifacimento del suo poema.

La lingua della scienza e Galileo L’altro momento essenziale è dato dalla applicazione della lingua letteraria volgare a testi filosofici e scientifici. Di fronte alle difficoltà e al tormento di questi pionieri. non raggiunse risultati proporzionati al suo impegno475 : fu bersagliato da duri attacchi da parte del Salviati476 (§ 196). ora francamente volgare. cit. il fatto nudo basta ad assicurargli un posto nella storia delle istituzioni linguistiche italiane. Impersona la prima un matematico di scarsa dottrina umanistica. 476 Storia d’Italia Einaudi 323 . che scrisse in volgare i suoi Dialoghi. ma alla esaltazione di una tradizione di lingua letteraria. sgg. Nicolò Tartaglia (1499-1557). la imprecisione terminologica e i contrasti di tono. Da un punto di vista storico-linguistico sono anch’essi un documento di rilevante significato. Nuovi studi di stilistica. proprio per lo sforzo che mostrano. egli cooperò. ecco che si leva invece con una grandiosità. Ma. la tradizione della lingua scientifica.Il linguaggio d’Italia Gerusalemme conquistata (1593). ora letterario. non necessariamente collegate a teorie. Basti qui segnalarne tre tappe. Firenze 1962. ora dimesso.Giacomo Devoto . la cui Nova Scientia del 1537 era stata tradotta in francese. p. maturità e perfezione.. op. proprio per le sue preoccupazioni formali. che si continua nel pieno Seicento. 143 Migliorini. 367. per quello scrupolo chiuso in sé rispetto alle questioni formali. impersonata da Galileo Galilei 475 Devoto. non solo a una tradizione. degna del Boccaccio. Il secondo momento è dovuto a Giordano Bruno (1548-1600). 194. pp. Per quanto la novità di scrivere in volgare fosse considerata prematura e non molto onorevole.

ma solo di una lingua letteraria. solida. non già come strumenti di varietà esteriore. reso atto a formulare precetti scientifici. Il parlato dei suoi dialoghi viene disciplinato. di una tradizione di lingua speciale per la scienza. soprattutto nel tecnificare parole normali. le interrogazioni retoriche. dalla sensibilità e dalle realizzazioni di Torquato Tasso. La sua bravura sta poi nel vocabolario. Le ottave di G. Secentismi Impulsi e impeti. nel tempo stesso. è di alto livello. parole nuove come apogeo. da cinquantenne. 195. quando occorrevano. tale momento nel senso della fisica. per la prima volta. lontanissima. matura. La sua influenza appare tanto piú potente e decisiva in quanto si somma in lui la persona che condusse a perfezione la lingua scientifica italiana e. si continuarono a cavallo dei secoli XVI/XVII. tali le macchie solari. Non fu nemmeno sordo alle prese di posizione teoriche in questioni di lingua. che non si può parlare. le esclamazioni allinea- Storia d’Italia Einaudi 324 . presso di lui. Questo non gli impedí di creare.Giacomo Devoto . parallasse. senza snaturarsi. di cui aveva dato testimonianza il Tasso. La sua «poetica» fu quella della concisione. ma con la simmetria dei cristalli. tale l’uso sostantivale di pendolo. come oggi avviene con tanta naturalezza nella lingua inglese: tale l’uso di candore come «luce lunare». Marino (1569-1625) associano alla ricerca della melodia tutto quello che può eccitare la fantasia: gli estremismi etimologici – il fiume Dora associato all’oro – le metafore in serie. impiegò l’italiano col discorso «Intorno alle cose che stanno in su l’acqua» (1612). La trasfigurazione operata da Galileo è tale. Il discorso diretto e l’indiretto si alternano. La sintesi che Galileo opera. definitiva. ad esempio. in forme ancora piú estreme. cosí agile da potersi piegare alle esigenze della scienza. B.Il linguaggio d’Italia (1564-1642): placata. colui che.

come creanza sussiego premura lindo.Il linguaggio d’Italia te. La spinta all’ornamento e alla melodia si salda con la moda spagnola diffusa nel tempo. Tali i racconti di viaggi conseguenti alle grandi scoperte geografiche che facilitano la conoscenza della India. della Cina. Storia d’Italia Einaudi 325 . Le esclamazioni ossessive che si succedono «oh cecità! oh stupidezza! oh delirio! oh perversità!» accompagnano le descrizioni paurose.. Queste manifestazioni piú spinte non conducono a una vera frattura con le tradizioni del secolo precedente. un senso costante di meraviglia. che rientrano nel culto delle forme. che può associare alla lingua. cit. p. pronunziano le sentenze decisive e inappellabili tra i potentati. le imagini apocalittiche. le invettive terrificanti. quanto alla grandiosità e opulenza delle chiese barocche477 . poi saldamente inserite. Esse si cercano si fuggono o si danno». si continuano quelle piú misurate che non propongono nessun contrasto con gli schemi del secolo precedente. Questo provoca anche afflusso di parole spagnole. in poesia. che scendono dai pulpiti. terminano le guerre e immortalano il capitano. Accanto alle manifestazioni spinte. del Giappone. 477 Profilo. intonate non tanto alla massa del pubblico non abbastanza raffinato.Giacomo Devoto . Le testimonianze dei resoconti dall’India di Filippo Sassetti (1540-1588) non vengono smentite né corrette dalle splendide lettere dall’Estremo Oriente di Daniello Bartoli (1608-1685). tutto quello. 98. insomma. Al di fuori di queste merita di essere segnalato un brano tratto dall’Arte della Guerra di Raimondo Montecuccoli (1609-1680) con periodi tacitiani tra l’aforisma e l’epigramma: «Le battaglie danno e tolgono i regni. proprio alla Spagna del tempo. Non diversa è la strada battuta dalla oratoria sacra. della quale il padre Paolo Segneri (1624-1694) è il rappresentante piú significativo.

Esso fu il capostipite dei dizionari delle lingue moderne. per ragioni 478 Migliorini. Simbolo e strumento di questa attività è la Accademia della Crusca. in prima linea di quello della Académie française (1692). Storia della lingua italiana. Nel 1583 nacque ufficialmente la Accademia della Crusca. quella normativa. 410. L’Accademia della Crusca Le teorie linguistiche di singoli studiosi. vide nei suoi componenti. come per separare da questa la «crusca». L’eco del Dizionario della Crusca fu grandioso anche all’estero. invece che dei Buontemponi. ispirato nella scelta e nel riconoscimento delle parole al modello fiorentino arcaico. e non piú soltanto individuale. le preferenze di singoli scrittori non esauriscono la descrizione delle forze che agiscono sulle istituzioni linguistiche.Giacomo Devoto . che il Bembo aveva propugnato478 (v. Esse si avviano a una fase ulteriore. § 190). i «Crusconi». p. che però intese da prima il suo nome in senso scherzoso. Solo per opera di Leonardo Salviati (cfr.Il linguaggio d’Italia Capitolo quarantesimo Verso un nuovo bilinguismo 196. § 193). uscito in prima edizione a Venezia nel 1612. Il primo compito. quando Cosimo I aveva riconosciuto l’Accademia fiorentina col compito di ridurre ogni scienza nel volgare toscano. La seconda edizione uscí a Venezia nel 1623. collettiva. a Firenze. uomini addetti a vagliare la farina. Quest’ultima accoglieva voci di parecchi altri autori: particolarmente vistoso fu l’accoglimento dei materiali provenienti da Torquato Tasso. cit. I suoi antefatti risalgono al 1541. che prescinde però. la terza. in tre volumi.. che la nuova Accademia si assunse fu il Vocabolario degli Accademici della Crusca. Storia d’Italia Einaudi 326 . nel 1691.

Giacomo Devoto . 197. del Marino piuttosto che dei lirici del Cinquecento. Il primo periodo di attività della Accademia della Crusca si chiude con la IV edizione.. Tuttavia un aspetto particolare di questo primo Settecento è dato dalla fedeltà al ritmo nel campo della lingua poetica. Nel primo. gravitante su un vocabolario elementare e una soggezione al ritmo estesa anche all’impiego delle interiezioni: «Ah. resa nuova attraverso la lingua poetica specializzata nel melodramma. cit. 517 sgg. da qualsiasi raccolta di materiale dei secoli anteriori al XVII. Questa si manifesta in due tempi. L’Arcadia e il Metastasio La tensione ornamentale ed enfatica. Pietro Metastasio (1698-1782) è continuatore del Seicento con la sua propensione verso gli schemi del Tasso piuttosto che per quelli dell’Ariosto. ma sostanzialmente non diverso da quello imposto dal Barocco secentesco. 479 Op. Questo mutamento si identifica con la fondazione della Accademia dell’Arcadia (1690). che si era manifestata durante tutto il secolo XVII. si tratta soprattutto di una questione di imagini e di gusti. Nata come una formula. pubblicata in sei volumi a Firenze fra il 1729 e il 1738479 . Ne fu promotore G. Gravina (1664-1718). Ma è il campione di una tradizione. che non incide direttamente sulle strutture della lingua letteraria italiana. finí per determinare un manierismo opposto. con lo scopo di opporre al gusto del meraviglioso e del monumentale le imagini campagnole. pp. gli affetti misurati e gentili.Il linguaggio d’Italia peculiari alla lingua francese. V. che né mal verace – né vero ben si dà – prendano qualità – da’ nostri affetti». Storia d’Italia Einaudi 327 . doveva portare a una reazione.

Giacomo Devoto . il gusto per gli aggettivi preposti a coppie o a terne. Un ulteriore allargamento nel campo d’azione della lingua letteraria italiana si ebbe in questo secolo a proposito dell’erudizione antiquaria. Vico (1668-1744). la ricerca di verbi composti.Il linguaggio d’Italia 198. Vico e L. Ma d’altra parte. notomía «anatomia». la sua complessità rimase molto al di qua di quella cosí armoniosa e controllata del Boccaccio. B. Non rifiutò modelli napoletani. proprio «proprio». proprio per il tumulto interno. in quanto secolo della sicurezza e espansione linguistica. la tendenza ai costrutti con l’infinito. con le oscillazioni nel presentare il discorso indiretto e il diretto. per opera di Ludovico Antonio Muratori (1674-1750). B. col suo periodare complesso. Al di fuori del latino. sia pure senza mai dare al suo periodare un colorito locale. il Vico sentí il prestigio dei modelli toscani e fra questi preferí gli arcaici come nei casi di maestrato «magistrato». piú risoluta. A. e rimangono estranee persino ai modelli ormai classici di Galileo. Le due redazioni della Scienza nuova prima (1725) e Scienza nuova propriamente detta (1730). attraverso la documentazione di un tormento linguistico piú accentuato ancora di quello di Giordano Bruno (§ 194) e cioè presso G. G. Questi non fu tuttavia. non si ispirano a nessun modello secentesco. I modelli latini sono per il Vico quelli esemplari. L’atteggiamento del Muratori fu sí Storia d’Italia Einaudi 328 . per la lingua erudita. si manifesta in tutt’altra forma. egli si ispirò anche in italiano a quei modelli. non si accontentano delle leziosità della Arcadia. ricche cosí di capacità speculativa come di potenza lirica. quel che era stato Galileo per quella della scienza. Dopo essere ritornato in un primo tempo a scrivere latino. Muratori La vera ribellione al Seicento. l’insistenza sul valore affettivo dei prefissi.

Storia d’Italia Einaudi 329 . Per quello che riguarda il problema piú strettamente linguistico. ma italiani. ebbe lunga parte nell’aprire al lin480 Devoto. piú che campione di una visione nuova. Quanto a parole isolate. Non avendo avuto uno sbocco costruttivo. non in quanto fiorentini. Nel Trattatello della perfetta poesia italiana (Modena 1706) sottolineò i pregi dei modelli cinquecenteschi. raccomandando esperimenti di traduzione dai primi nella seconda. entrò in crisi. Francesismi: nel lessico L’eredità del Seicento non fu dunque riequilibrata né dall’Arcadia né dalle realizzazioni non sistematiche cosí del Vico come del Muratori. La continuità. lasciò una scia non solo di distensione. p. un autore di primo piano come Francesco Redi (1626-1698) NON continua la tradizione galileiana e nemmeno sa iniziarne una nuova. lasciò esempi di prosa pedestre. Profilo. Nelle sue Antichità del Medio evo dedicò la sua 32ª dissertazione alle origini della lingua italiana. Già nell’ambito della lingua scientifica. 199.Il linguaggio d’Italia antibarocco ma. cit. per «scodella» «catino». ebbe preferenze non banali: garofani per «garofoli» e scudella. ebbe il significato negativo di una scarsa considerazione per l’impiego ragionato delle strutture linguistiche. 104. cadino. Sentí il problema del rapporto fra dialetti e lingua. Sentí la opportunità di un arricchimento della terminologia nel campo della erudizione. al di fuori dei suoi aspetti estetici.Giacomo Devoto .. che dai tempi di Dante durava ininterrotta. Viceversa un uomo di lettere. il Muratori ebbe reali interessi. ma di (voluto) rilassamento (§ 203) destinato a sfociare in quello che fu detto da Giuseppe Toffanin480 lo «sciopero della lingua». Lorenzo Magalotti (1637-1712).

scialuppa. portreto «ritratto». manteni481 482 Migliorini.Giacomo Devoto . massacro. nella vita sociale: abbordare. ghette. 392. dominò. vagú. baionetta. cotolette. ecco che una nuova linfa. imparzialità. lutta «lotta». ghisa. cabarè. op. scivolata la protesta dell’Arcadia nel manierismo. nell’arredamento: burò.. andare alla deriva. montura. cochetta. volare «rubare».. fricassea. fricandò. Si deve insistere sui tanti che non hanno trovato un collocamento definitivo in italiano: tali partaggio «divisione». brodosa «ricamatrice». 525. finezza. nella navigazione: manovra. arricchitrice e rinnovatrice. Migliorini. Chiuso da poco il dialogo col latino. cerniera. mantò. bidè. surtú «soprabito». paressoso «pigro». visaggio «viso». flanella. op. nella cucina: bignè. falbalà. tappa. frisatura. ridò. p. da cui il francesismo irradia sono il Piemonte e Parma482 . bonè. rango. trattenute le velleità particolaristiche di centri dialettali. zinco.Il linguaggio d’Italia guaggio d’Italia uno sbocco nuovo e quasi fatale. si manifestava attraverso il francesismo. fisciú. madamosella. vanitoso. Gli procurò questo piú tardi la qualifica di uno «tra’ primi corruttori della lingua»481 . esaurite col Seicento le possibilità melodiche e ornamentali. quello del francesismo. regrettare «rimpiangere». mitraglia. 15 edizioni della Iphigénie di Racine compaiono fra il 1708 e il 1799. nell’industria: calotta. sciampagna. Parole francesi misero radici nella nostra tradizione linguistica a cominciare dal campo dell’«abbigliamento» e della moda con esempi estremi quali disabigliè. polito «cortese». cit. cit. trumò. in modo nuovo ma non dissimile da quello. Ma non si trattava di un capriccio. Fin dal 1625 era apparsa la prima grammatica francese a cura di Pietro Duranti: nel Settecento si moltiplicarono. p. irritabilità. I focolai principali. picchetto. Storia d’Italia Einaudi 330 . condiscendenza. allarmare. nella milizia: ingaggio. che era stato rappresentato dal latino ai tempi di Dante.

Op. Un settore particolare viene ora a prendere importanza. La moda francese non introdusse solo francesismi. 528. dettaglio. comitato. che gravita in buona parte verso modelli francesi. Come questi intrecci fossero intimi anche presso singoli autori è mostrato dal caso di Francesco Algarotti (1712-1754) che483 criticò l’uso corrente di dettaglio. cit. infine milionario. come egualità. come presso gli italiani (destinatarî). 483 484 Op. Inversamente spettano a questo tempo parole di importanza fondamentale come esportare in quanto termine economico. mano d’opera. p. cochette. lui stesso impiegando però capo d’opera. commissione. l’abate Ferdinando Galiani (1728-1787) mostra una lingua tecnica già piú matura e con francesismi destinati ad avere fortuna: tali materie prime.. monetaggio. fermentazione. 664. Fu mediatrice anche di anglismi484 come costituzione.Il linguaggio d’Italia re «mantenere» e lo stesso pesàno «contadino». con non poche difficoltà di carattere terminologico. specializzato di fronte al generico «estrarre». raffinazione. analisi.Giacomo Devoto . maggioranza. Ma come ognun vede si tratta in realtà di anglolatinismi. come simbolo della ricchezza mobiliare che in quel tempo cominciava a prendere consistenza. opposizione. cosí presso i francesi (intermediarî). p. cit. che trovavano facile accoglimento. aumentazione. Infine anche in questo campo ci sono francesismi provvisorî o caduchi. regretto. debosciato.. Storia d’Italia Einaudi 331 . petizione. quello dell’economia. Dopo Antonio Genovesi (17121769) che iniziava nel 1754 all’università di Napoli un corso di «economia civile». importare a fianco di «immettere».

l’influenza benefica appare nella introduzione di uno schema molto piú lineare. 487 Op. 486 Storia d’Italia Einaudi 332 . idealmente cosí diversa. cit. in confronto del tradizionale. Ma nell’insieme del periodare. Critiche eccessive furono invece ancora una volta quelle dell’Algarotti che disapprovava formule come fare il diavolo a quattro o mettere una cosa sul tappeto... che nella sua ode «Il giorno» (vv. Profilo. essa poteva fornire anche occasione a satira di costume: tale presso Giuseppe Parini (§ 204). Essa si continuò fino a saldarsi con la corrente francese. cit. il poema IL piú galante. sulla base del francese «en lisant». Costrutti perfettamente integrati sono invece i polli ALLO spiedo e le frasi rinforzate E’ lui che l’ha detto485 . discendere a ordinare. passare a esaminare. cit. Naturalmente.Giacomo Devoto . Francesismi: nei costrutti Nel campo dei costrutti sono da ricordare i francesismi violenti come vengo a dire «sto per dire». p. Devoto. 101-104. 543 sgg. innovatrice. 2001) scrive «misere labbra che temprar non sanno – con le galliche grazie il sermon nostro»487 ..Il linguaggio d’Italia 200. le pene LE piú acconce. pp. ispirata a Napoleone. invece che «l’ha detto lui». pp. e nonostante la sua profonda penetrazione e autorevolezza. La tradizione francese fu dunque profonda. meritevole di fare intitolare il Settecento come il secolo del «nuovo bilinguismo» (non piú latino)486 . in leggendo. occorre piú Di energia. complesso. 109. gerarchizzato. vengo di leggere «ho appena letto». 485 Op. «architettonico».

operare. a livello di poesia diligenza va sostituita con «cura». divertimento. esclude ad esempio dalla lingua poetica parole come appetito. neanche affondando nella indifferenza. salario. Altri criteri di confronto discriminazione e svalutazione prendono piede. tribolato. collera. in modo non importa se uguale o diverso dalla nostra sensibilità attuale. Cosí Scipione Maffei (1675-1755) classifica le parole. Cosí secondo Eustachio Manfredi (1674-1731). Selezioni Esautorandosi e languendo i dibattiti teorici. con «pago». il vasto mondo delle esperienze linguistiche non si placa. sezionandole e collocandole volta a volta verso l’alto o verso il basso. con «piacere». dimenticanza. con «mercede». Storia d’Italia Einaudi 333 . soddisfatto. Non piú secondo il criterio unidimensionale dell’adeguamento rispetto allo spazio geografico toscano o a quello temporale della fiorentinità arcaica.Il linguaggio d’Italia PARTE QUINTA L’Italia unita: dal 1850 in poi Capitolo quarantunesimo La ipercritica 201. con «sventura».Giacomo Devoto . magnificenza. confutare congratularsi. misericordia. disgrazia. con «disdegno». ma secondo quello dello spessore sociale: le parole si analizzano e si preferiscono.

breve. Nel contempo egli definiva rigorosamente questo quadro ideale. che propose fra il nichilismo del gruppo del «Caffè» (§ 203) e il letteralismo delle tradizioni della Crusca. animato da forte spirito polemico. in senso opposto con la tendenza esasperata verso la melodia e l’ornamentalità. del Cellini «semplice. definito nella «Frusta letteraria» del 1763 «rovina della lingua d’Italia». Devoto. pidocchiosa». nei quali appare un vero campionario di un periodare snello. pieno di «stomachevoli vocaboli e modi di dire. Una presa di posizione non motivata. utile in fondo per neutralizzare in senso non reazionario le conseguenze del pessimismo e della disgregazione linguistica testé illustrata488 . Storia d’Italia Einaudi 334 .. e forse inconsapevole. pp. che egli riconosce la validità di un modello consacrato dalla storia: contro la banalità di uno scrittore contemporaneo come l’economista Antonio Genovesi (§ 199). in qualche armonia col periodare francese.Il linguaggio d’Italia 202. chiaro. consiste in questo. veloce e animatissimo». Profilo. sempre toscano e fiorentino. Questo passato non è però quello dei trecentisti ma quello. Gaspare Gozzi (1713-1786) con i «ritratti» dell’«Osservatore Veneto».Giacomo Devoto . egli invita a guardare nel passato. definito «linguarella. Non risparmiò il Vocabolario della Crusca. 101 sgg. escludendo da una parte la autorità di un modello come quello troppo aulico del Boccaccio. appare nel periodare di un vivace saggista. Sul piano costruttivo. cit. Eliminava però anche da ogni velleità normatrice o imitatrice il fiorentino contemporaneo. Resistenze Nemmeno le posizioni negatrici ebbero un successo incontrastato come già era avvenuto nel Seicento. La via intermedia.. un indirizzo di qualche interesse fu propugnato da un altro saggista. parte tratti 488 Cfr.. meritevole di imitazione. Giuseppe Baretti (1719-1789).

opposta a tutto quello che era stato il travaglio degli autori italiani. p. 187. Due sono le prese di posizione famose di Pietro Verri (1728-1797) in questo giornale: «Ogni parola che sia intesa da tutti gli abitanti d’Italia è secondo noi una parola italiana: l’autorità e il consentimento di tutti gli italiani. La lingua sarda. d. e parte raccolti nei chiassi e nei lupanari di Firenze»489 . 513. nei quali l’abate Luigi Lanzi (1732-1810).. a qualsiasi branca del sapere. Storia della lingua italiana. Wagner.Il linguaggio d’Italia da molti dei loro ribaldi prosatori e poeti. dove si tratta della loro lingua. con la sua opera fondamentale Saggio di lingua etrusca e di altre antiche d’Italia (1789). Berna. La seconda: «Qualora uno scrittore dica cose ragionevoli. 203. Si tratta degli studi di antichità classiche. Quanto all’estensione geografica del suo impiego come lingua ufficiale. l’italiano registra la sua ultima conquista. e le dica in 489 490 Migliorini. cit. dai primi tentativi di una lingua letteraria in volgare. Questi si presentano ora in forma contestatrice. Per quanto prepotente disordinato e paradossale. Negazioni Nello stesso tempo. l’afflusso del francesismo ha ancora una portata modesta di fronte alla nuova visione dei problemi linguistici.Giacomo Devoto . p. nel solo campo in cui aveva resistito il latino. Questo atteggiamento negativo di fronte alla validità delle disquisizioni linguistiche ebbe il suo centro a Milano nella cerchia della rivista «Il Caffè» (1764-1766). Storia d’Italia Einaudi 335 . è maggiore dell’autorità di tutti i grammatici». s. per quanto riguarda l’ambito delle sue applicazioni. interessanti.. mostra che l’italiano è ormai perfettamente adeguato a qualsiasi argomento. è del 1764 la sua adozione in Sardegna490 al posto dello spagnolo.

Ritmi La corsa verso l’ornamentalità e l’esasperazione espressiva avevano trovato. sfoGio.. Come suole avvenire. Op. Storia d’Italia Einaudi 336 . che (nel «Caffè» del luglio 1764) solennemente rinuncia «alla pretesa purezza della toscana favella». cit. p. Ma il passaggio dalla teoria alla pratica non era semplice. piú giovane di una ge491 492 Migliorini.. diFusamente. cercando di conciliare un’arte dello scrivere. si provò a elaborare una teoria linguistica nelle sue «Ricerche intorno alla natura dello stile» (1770). per quanto lo riguardava. anche se in una lettera privata di quattro anni dopo ebbe a mostrare qualche pentimento491 . Non diversamente Francesco Algarotti (§ 199) un paio di decenni prima aveva scritto «chi dice. E Cesare Beccaria (1738-1794).. 204. L’abate Giuseppe Parini (1729-1799). e la scriva con tale arte da esser letta senza noia. l’apogeo nella melodia. cit. delle cose utili e buone alla civile società. per quanto riguarda la lingua della poesia. «diretta da principi certi e da norme inalterabili». gueReggiare. 512. neanche una ortografia conseguente. diriGGano. p. Si collega con queste proposizioni un documento del fratello Alessandro Verri (1741-1816). impersonati soprattutto da Pietro Metastasio (§ 197). 506.Giacomo Devoto . può fare senza le belle parole»492 . op. quell’autore deve dirsi un buono scrittore italiano». nei ritmi. come mostrano le grafie diffenderlo. i traguardi estremi provocano reazioni. Purtroppo non riuscí a raggiungere..Il linguaggio d’Italia una lingua che sia intesa da tutti gli italiani. col riconoscimento dei poteri evocativi della lingua. il famoso patrocinatore della abolizione della pena di morte.

ebbe sempre il culto della misura. che alle volte gli apparvero capricciosi o grotteschi. Nell’uso dell’articolo compare ancora IL davanti a Z493 . Esse si riducono a incertezze grafiche nel senso di alternanze fra consonanti semplici e doppie in parole di tradizione interrotta come: a(b)bate. Indulse eventualmente a qualche latinismo sintattico. cit. sonoro. dal Foscolo. per esempio per quanto riguardava l’ordine delle parole. sentí lontani da sé i modelli danteschi. continuato nobilmente nella linea rappresentata dall’Alfieri. Il Parini preferí l’ode alla canzonetta dal punto di vista della metrica. per quanto riguarda la lingua della poesia. austero e maturo presso il secondo. Tuttavia le incertezze particolari diminuiscono in continuazione. Nel pronome impiegato come 493 Op. simboleggiò un totale capovolgimento di interessi. 538.. rispetto al mondo fatuo ed esteriore del secolo. ma. innalzare. p. dal Monti: ribelle e angoloso presso il primo. tali: immagine. Da questa diversa visione della vita il linguaggio d’Italia doveva. 205. rob(b)a. orazianamente. risentire contraccolpi profondi. Ma ebbe abbastanza autorità per diventare capostipite della tradizione moderna dell’endecasillabo sciolto. Storia d’Italia Einaudi 337 . Soppressione dell’Accademia della Crusca I problemi delle strutture e del loro coordinamento sono messi in crisi. Non aderí ai modelli centrifughi o lassistici.Giacomo Devoto . o di introduzione della consonante doppia in seguito a una diversa analisi della parola. talvolta melodrammatico presso l’ultimo. Non ebbe velleità riformatrici in materia lessicale o grammaticale. La tradizionale ricerca di ritmi sempre piú eccitanti e scanditi fu la prima vittima. e l’endecasillabo sciolto alla rima.Il linguaggio d’Italia nerazione del Metastasio. come l’aveva avuta nei ritmi. uf(f)izio.

sperimentò nuove crisi. cit. Di origine spagnola495 è il che «quanto». fondendola con quella Fiorentina. il granduca di Toscana soppresse la Accademia della Crusca. Come ausiliari del verbo si hanno forme come si hanno preso la briga che noi sostituiamo oggi con «si sono presa la briga». nelle varie edizioni del suo dizionario. nel 1783. svalutandosi. il condizionale alla siciliana in -ía è sempre frequente in poesia.) le rinfacciò di non aver tenuto conto. Caterina da Siena. Storia d’Italia Einaudi 338 . ecco che la autorità morale della Accademia della Crusca si attenua. cit. p. p. nelle forme verbali. 542. Girolamo Gigli. nel suo Vocabolario cateriniano (del 1717 e sgg.Giacomo Devoto . dei materiali provenienti da S.. screditandosi le preferenze tradizionali. Ma la conseguenza finale di questa impopolarità fu che.Il linguaggio d’Italia aggettivo compare ancora mia invece di «mie» «miei»494 . Il linguaggio d’Italia si apri a mille orizzonti. Riducendosi a quisquilie le incertezze formali. 470. La forma nominale del verbo in dipignere «nel dipingere» risente in parte del tipo francese «en peignant» (§ 200). Op.. 494 495 Op. e diede luogo a polemiche e ritorsioni.

prive di uno scopo costruttivo visibile. I passi dialettali appaiono tutti nella loro piena spontaneità. si manifestano con criteri del tutto diversi. trovano una rappresentazione spontanea e sciolta. Una formula italiana come converrà che 496 Devoto. nella forma dialettale. per ragioni però che sono esclusivamente letterarie. Storia d’Italia Einaudi 339 . nella aderenza totale di personaggi e situazioni cosí psicologiche come espressive. 109. che invece. non solo in dialetto veneziano. inadeguata a esigenze. e persino in francese: l’impiego del dialetto non rappresenta per ciò stesso una mentalità e tanto meno una corrente di ritorno al campanilismo. nella applicazione pratica. Riprese dialettali La nozione di «spessore linguistico». Egli è autore di comedie che sono scritte. In testa a tutte le aree dialettali compare adesso la piú autorevole e funzionale.Il linguaggio d’Italia Capitolo quarantaduesimo Lingua e nazione 206. la discriminazione dal basso che vi si connette. ma anche in italiano letterario. l’italiano e il veneziano non si trovano nelle stesse condizioni. cit. Il principio che li faceva riaffacciare all’orizzonte non era se non negativo: la eliminazione di esclusivismi. che impersona questa grande svolta. Il secolo dell’illuminismo e della razionalità. proprio in opposizione con gli atteggiamenti precedenti. di barriere. p. Profilo.. che pure avevano chiuso col Cinquecento le loro velleità letterarie. quella veneziana. Tuttavia.Giacomo Devoto . non blocca gli impieghi letterari dei dialetti. L’autore. L’italiano delle comedie goldoniane appare invece spesso come una realizzazione estrinseca convenzionale e artificiosa. è Carlo Goldoni496 (1707-1793).

Anzi. in Sicilia. quanto. non agisce ma si inserisce nel rapporto astratto e pedestre di quelle rappresentazioni che esigono illustrazioni e commenti esterni. adatto a una situazione occasionale di ristrettezza di ambiente. come legame. attraverso elementi e unità lessicali siciliane. che nell’impiego dialettale si trova a disporre di strutture adeguate al suo mondo. Ivi Giovanni Meli (17401815) si è dedicato al dialetto per lo stesso motivo di maggiore aderenza al suo mondo espressivo497 . si sarebbe avuto. 497 Op. paradossalmente. specializzata. messo a fianco di un quadro o di una figura posta su un altro piano. Ma nemmeno lui ha assunto una posizione polemica o antitetica rispetto alla lingua letteraria. mentre si rivolge alla sua cameriera nella comedia «Le smanie per la villeggiatura». non conduce a quello stesso risultato che. a differenza del Goldoni. cit. il Meli non è partito dal dialetto in modo altrettanto esclusivo. Per questo non si può parlare di una affermazione linguistica veneziana generale. sempre di lingua letteraria italiana. sempre in forma di lingua letteraria.Giacomo Devoto . di una tradizione. ma solo di un affiancamento.. Storia d’Italia Einaudi 340 . Un impiego parallelo di strutture dialettali si ha all’estremo opposto. Quello che lui ha lasciato non è stato tanto un campione di una nuova realizzazione dialettale a livello letterario. La formula richiama questa situazione. e cioè come un elemento a sé. di intimità. la lingua letteraria.Il linguaggio d’Italia lo soffra sulla bocca del personaggio Giacinta. Di fronte a questo. ad esempio. p. 110. come se fosse stata una didascalia. con la formula «bisognerà che mi adatti». o meglio diluita. sia pure adoperata in modo maldestro.

che trae le sue origini proprio da quella pressione francese sull’italiano. Tra i secoli XVIII e XIX. Questa interpretazione dei sistemi linguistici come cellule di significato nazionale non nasce all’improvviso. non gerarchizzate. Ogni sistema linguistico. ai rapporti fra nazioni. in quanto condizione di reciproca comprensione e affratellamento. per diventare unità autonome.Il linguaggio d’Italia 207. che sembrava dovesse condurre a risultati assai lontani da una coscienza linguistica nazionale italiana. per il naturale velocissimo svolgimento della lingua francese fra il medio evo e il Rinascimento. la sterilità delle sue derivazioni prive di superlativi e di dimi- Storia d’Italia Einaudi 341 . Il primo tempo di questo movimento consiste nel confrontare le strutture e la funzionalità delle istituzioni linguistiche dei due paesi. Un sistema linguistico può essere associato. se non nei limiti del necessario. ma è il risultato di uno svolgimento. in modo ancor piú evidente che ai rapporti fra classi sociali. Simbolo nazionale Da ogni disgregazione nasce un ordine nuovo. critiche particolari che colpivano la rigida disposizione delle parole nella frase. come in Italia. Lo spessore sociale non agisce soltanto nel proporre distinzioni stratificatrici. A ogni negazione subentra un forte principio ispiratore nuovo. a carico del francese. Ogni unità statale desidera o esige di essere affiancata a una parallela unità linguistica. è una spinta verso un disegno politico di indipendenza. i popoli si sottraggono alla loro definizione antica di «greggi dei re». Seguivano. Questi. di unità. che non poteva. a carico del francese. per il quale. stava la sua instabilità anche ortografica e la tirannide dell’Accademia.Giacomo Devoto . Con la seconda metà del secolo XVIII parve giustificato uno schema di bilancio. confrontare e temperare la sensibilità contemporanea mediante il confronto di testi antichi. non fornivano materiale di confronto intelligibile.

che impediva una distinzione fra lingua della poesia e lingua della prosa. § 211). Nel terzo si associa la unità linguistica a valori non piú quantitativi ma qualitativi. Dal punto di vista dello studioso di lingue. nel sonetto «L’idioma gentile». Il meccanismo di questo dibattito si riduce perciò a questi tre tempi. Essi costituivano infatti ai suoi occhi qualcosa di simile. sono però piú significanti le prese di posizione dei letterati non militanti: tale il piemontese Gianfrancesco Galeani-Napione (1748-1830). Nel primo si constata la impossibilità di un confronto fra le due lingue. cit. Nel secondo si introducono criteri di giudizi funzionali. Chi senti fra gli scrittori questo problema fu in Italia Vittorio Alfieri (1749-1803) che. almeno per un certo periodo. o nella rigida affermazione che tutta la lingua sta in Dante e Petrarca non fu un precursore di quell’esclusivismo bruto che fu detto purismo (v. le sottigliezze e le proclamazioni di fede fiorentina. per 498 Profilo. 112. In questa prospettiva. perché il diverso sviluppo storico non lo consente. la compattezza monolitica. scritto in occasione della soppressione della Accademia della Crusca (1783). suggerendo di convogliare i francesismi in quei settori semantici che piú gli si confacevano. apparire come futili. nel quadro di questo sentimento. e cioè da sistema linguistico a comunità nazionale.. infine la monotonia dei suoi ritmi.Il linguaggio d’Italia nutivi. ma espresse invece un punto di vista orgogliosamente nazionale: per questo poté affermare. che si richiede piú grandezza d’animo a osservare che a disprezzare le inezie grammaticali498 . come quelli della toeletta. e cercò di passare all’azione. dovettero.Giacomo Devoto . Storia d’Italia Einaudi 342 . p. piú ancora che inattuali. che scrisse dell’«Uso e dei pregi della lingua italiana» (1791). della cucina e degli ornamenti.

cit. cit. 115. p. nei limiti delle cose umane. ancor prima di quella del Napione. Filosofia delle lingue La interpretazione nazionale delle istituzioni linguistiche si salda naturalmente col problema della interpretazione dei fatti linguistici nel loro insieme.. «La giurisdizione sopra la lingua scritta appartiene indivisa a tre facoltà riunite. la lingua scritta «dee avere per base l’uso. Cosí pure. la erudizione e il gusto». 501 Devoto. La differenza riconosciuta fra vocaboli «memorativi» e «rappresentativi» colpisce con esattezza la differenza riconosciuta oggi tra azione «evocativa» e azione «rappresentativa» delle istituzioni linguistiche501 . L’opera che. 208. 113. È proprio la esistenza di prese di posizione generali in questo quadro.Giacomo Devoto . Profilo. La congenita inadeguatezza dei sistemi linguistici è deProfilo. per consigliere l’esempio. definitive: «Niuna lingua originariamente non è né elegante né barbara» «niuna lingua è pura» «niuna lingua fu mai formata sopra un piano precedente» «niuna lingua è perfetta» «niuna lingua è inalterabile» «niuna lingua è parlata uniformemente nella regione».Il linguaggio d’Italia la loro indispensabilità e eccezionalità. la filosofia. alle interpretazioni particolari. 499 500 Storia d’Italia Einaudi 343 . ripubblicato poi nel 1800 con il nuovo titolo di Saggio sulla filosofia delle lingue *. serietà e attualità.. apre la strada a questi dibattiti è il Saggio sulla lingua italiana500 pubblicato nel 1785 da Melchiorre Cesarotti (1730-1808). Linguistics and Literary Criticism. pp. p. Non è finito. che dà. Alcune delle sue affermazioni sono. ai casi straordinari in cui «la Chiesa permette anche di rubare»499 . 77-102. New York 1963. per direttiva la ragione».

Il linguaggio d’Italia finita con la frase «per ciò quand’anche volesse fingersi che si fossero già scoperti e denominati tutti gli oggetti possibili. cit.. Contro la tendenza a ramificarsi che la linguistica ottocentesca avrebbe esasperato. ecco che propone la fondazione di un responsabile «Consiglio nazionale della lingua».. I rapporti fra morfologia e sintassi sono riconosciuti. 209. Nei particolari. 116.. attraverso la distinzione fra «materia» e «forma» della sintassi intesa in senso generale. l’età napoleonica rappresentò uno scossone anche linguistico. p.. Criticò viceversa la medicina «ammorbata da un grecismo perpetuo». infugare. osò affermare che le lingue erano destinate ad avvicinarsi fra di loro. la lingua agli uomini. disragione. come nel caso di sintonia per «accidente». rischievole. magnetico di fronte a «magnetismo». Difese «per analogia» elettrizzare visto che esiste «elettricità». difese neologismi come incompassione. 503 Storia d’Italia Einaudi 344 . È adombrata anche la distinzione fra «tempo semantico» e «tempo sintattico»502 . diatesi «disposizione».Giacomo Devoto . Studi di stilistica. Non fosse che per la adozione del codice Napoleone. narcotico «sonnifero». si presentò un’occasione piú organica di quante non se ne fossero speri502 Devoto. riuscirebbe ancor povera»: ciò che non le impedisce di apparire talvolta sovrabbondante di forme. sgg. rimbaldire. 138 sgg. 163 Profilo. Firenze 1950. L’età napoleonica Indipendentemente dalle teorie. Ma nel pieno del periodo che aveva esautorato tutti gli sforzi normativi in fatto di lingua. sceleranza503 . e cioè un equivalente della squalificata Accademia della Crusca. pp.

660. giurí. casseruola. intatti come leader.Giacomo Devoto . all’amministrazione: borderò.. p. La soppressione della Crusca. ma si continuano.. dal teatro: debutto. per accogliere parole. Ricostituzione dell’Accademia della Crusca La razionalità e la simmetria dovevano aver la meglio sulle estrosità e impulsività. viadotto. Napoleone. assenteismo. regía. parafare. si diffonde -ista. non subí soltanto una correzione attraverso il giudizio di un singolo studioso come il Cesarotti (§ 208). Tali gli anglismi. trattoria. radicale. Fu annullato dalla intuizione del sovrano «eversore». dall’abbigliamento: bretelle. che era stata sciolta «prima» della rivoluzione francese. i termini ferroviari intatti. non sempre adattandosi. cit. e la conoscenza della società inglese. casermaggio. che il legittimismo del Granduca aveva inteso come una manifestazione di opportunità e di tempismo. fu ricostituita da Napoleone nel 1808 nel quadro delle accademie esistenti a Firenze. dalla milizia affusto. come vagone. come tender. locomotiva. proprio come si accoglievano istituti giuridici francesi. tartina. i termini psicologici intatti di humour. ferrovia. 210. arrivano altri termini tecnici. percalle. tunnel. controllo. timbro. e fu riconosciu504 Migliorini. dal sistema metrico: metro. ambulanza. quelli adattati o ricalcati. appello. È impossibile fare liste proporzionate504 .Il linguaggio d’Italia mentate prima. Storia d’Italia Einaudi 345 . tuttora vitalissimo. L’Accademia. avamposto. calosce. cassazione. Storia della lingua italiana. spleen. Seguono i suffissi: si potenzia il non nuovo -aggio. litro. seguendo lo sviluppo industriale. meeting e adattati come conservatore. Sempre attraverso la Francia. paletò. dalla cucina: griglia. buffetteria. marmitta. Queste aperture non si concludono col periodo napoleonico. e poi l’Austria. grammo.

pubblicò le sue «Proposte di alcune aggiunte e correzioni al Vocabolario della Crusca» (1817-1824). Di fronte alla Crusca. che fargli riprendere una attività già sottoposta a troppe prove.Il linguaggio d’Italia ta autonoma. Napoleone non esitò nemmeno nell’assegnarle un compito di supervisione sulla lingua letteraria italiana e in particolare sulla sua «purezza». rinasceva screditata. la analogia deve sapere autolimitarsi: non deve ad esempio imporre la concordanza nella formula eccettI i figli. e della preposizione deve assumere la indeclinabilità.Giacomo Devoto . definí gli scopi di un dizionario italiano nel «purgare la lingua. l’una in contrasto con l’altra. che egli faceva questione di parole e non di autori. anche se per sua natura lontanissimo dai dibattiti in materia di dottrine linguistiche. perché «eccetto». è diventato preposizione. Il suo atteggiamento è definito dalla affermazione fondamentale. che dovessero essere accettati o esclusi globalmente. cessando di fungere da participio. Storia d’Italia Einaudi 346 . soprattutto valorizzava la vecchia categoria della analogia: se si accoglie giullare si deve accogliere giulleria. Per riprendere il problema fu utile la iniziativa di Vincenzo Monti (1754-1828). Subito dopo la restaurazione austriaca. in fondo imbarazzata nel dovere riprendere il suo lavoro. e stabilmente formarla». Vagheggiava in fondo un italiano «illustre». scrittore. per lo stesso motivo che consente di affiancare bibliotecario e biblioteca. legittimamente arricchirla. Naturalmente era piú facile richiamare in vita un ente. D’altra parte. Priva di una mente o di un principio direttivi. sempre in pieno periodo napoleonico. poeta. nel 1811. ammetteva una distinzione fra lingua scritta e parlata.

napoletano (1782-1847). tutti erano aggiustati e corretti... 604. Il primo è il veronese Antonio Cesari (1760-1828). senza partecipare ai loro aspetti creativi. la sua posizione diventava affettiva. Il secondo fu Basilio Puoti. che accetta oggettivamente una siffatta impostazione. Storia della lingua italiana. che si immerge nei problemi di lingua. e perciò stesso aperti alle irregolarità. quando si trattava di scriverne: tale il seguente periodo. la necessità di una loro applicazione rigida. ci rilucea per entro un certo naturale candore. cit. La dottrina. che fu una specie di Vangelo del nuovo purismo. pubblicata nel 1806. storici geografici o sociali. Promosse una edizione non ufficiale del Vocabolario della Crusca. Ma fu piú arbitrario nel discriminare autori 505 Migliorini. è il «purismo». un po’ meno esclusivo nei limiti cronologici.. Diversa è la condizione dell’erudito. Esso si ispira alla «purezza» della lingua. che non sente molto i principi e. Essa è impersonata nell’Italia del tempo da due autori di poco piú giovani del Monti. fu premiato dall’Accademia di Livorno per la sua «Dissertazione sullo stato presente della lingua italiana (1808)». una grazia di schiette maniere e dolci che nulla piú»505 . p. tanto meno. chiusi nell’età arcaica. comunque si stabiliscano i criterî per determinarla. che è efficace esempio cosí della sua impostazione come delle sue passioni: «Tutti in quel benedetto tempo del 1300 parlavano e scrivevano bene. Rigida nella sua formulazione esclusivistica.Il linguaggio d’Italia Capitolo quarantatreesimo Dal purismo al manzonianesimo 211.Giacomo Devoto . Storia d’Italia Einaudi 347 . Puristi e non puristi L’atteggiamento del Monti è determinato dalla sua natura di scrittore.

che conservano un qualche interesse.Giacomo Devoto . nei riguardi dei fiorentini. 506 Op. durante quei decenni. sono alcune affermazioni polemiche. che avevano aspetti pregevoli. i punti di vista essenziali sono i seguenti. cit. pp. come un grande iato. 605 sgg. Fu ostile all’andamento del periodo alla francese.Il linguaggio d’Italia e testi. da lui detto vera «logica in atto». nell’ampia fronte difensiva della lingua italiana tradizionale. Nel 1833 pubblicò delle «Regole elementari della lingua italiana». Con quel purismo di stretta osservanza sono da confrontare (alcune) prese di posizione non sistematiche. che trovava troppo analitico ed epigrammatico. annaspava. senza progredire visibilmente col suo lavoro. perché non ci è paese dove meno si studi la lingua». fu poco scrupoloso come editore perché corresse appoggiandosi al suo orecchio506 . si pronunciò contro i modelli fiorentini (e toscani). da pioniere. o poeti. Di Pietro Giordani (1774-1848). Storia d’Italia Einaudi 348 . Ma poiché né lui né il Cesari ebbero la capacità di imporre il purismo generalmente. Analogamente... scrittori. in confronto alla complessità e armonia di quello latino. ecco che la prima metà del secolo XIX si prospetta all’occhio dello storico. da parte di autori di questo primo Ottocento. Nonostante queste impulsività. prevalentemente critico. Indipendentemente dal loro livello di critici. il Giordani ha il merito di aver formulato per primo la esigenza di una storia della lingua. con uguale impulsività.. e la Accademia della Crusca. considerata nelle vicende della lingua». a distanza di un secolo e mezzo. come «abbozzo di una storia dello spirito pubblico in Italia. e cioè una tesi scientifica di primaria grandezza. In una lettera del 16 maggio 1817 scrisse: «Non ci è paese in tutta Italia dove si scriva peggio che in Toscana e in Firenze.

definito cosí «preciso» «matematico». di straniero. tacitamente gli richiamava qualcosa di cartesiano. Ogni letterato deve parlare alla sua nazione con la lingua patria. e poesia. Il Porta supera la lingua poetica goldoniana per la genuinità della sua testimonianza. Per rappresentare il pensiero bisogna dunque conoscere il valore della parola. piú adatte alla sua natura di poeta: «La lingua è padrona degli ingegni mezzani. Fra i tanti motivi.» Giacomo Leopardi (1798-1837) vide correttamente il problema della stabilità linguistica. 212. e «termini». «Ogni nazione ha una lingua. credendo nella naturalezza. e cioè di francese.. ebbe a provare freddezza per gli schemi stilistici galileiani. Milano e il Porta Di fronte a queste prese di posizione. Distinse fra «parole» capaci di evocare emozioni. il piú appariscente è quello della poesia dialettale attraverso Carlo Porta (1776-1821). interessanti ma occasionali. e insieme negare che le lingue possano sfociare in una sola «quasi tutta matematica. conforme alla grammatica universale». il secondo piú letterale. Tenne il giusto mezzo. Sottolineò la differenza che passa da questo punto di vista fra l’italiano e il francese. Galileo.Il linguaggio d’Italia Di Ugo Foscolo (1778-1827) vanno citate queste altre formule. Per questo. Mirò all’eleganza cercando di evitare ciò che è consueto e banale. il primo piú evocatore.. Il pensiero non è rappresentato che dalla parola. che una lingua non raggiunge se non quando è morta. nel primo quarto del secolo. Milano. Per questo poté accettare il principio della «proprietà linguistica». opposta sí alla artificiosità ma anche al volgareggiare.Giacomo Devoto . ma serva degli uomini supremi». acquista un significato particolare. non legate a nessuna città particolare. confinati nei limiti di una letterale «rappresentazione» (§ 208). chiusa nel Storia d’Italia Einaudi 349 .

senza confronti con realizzazioni letterarie italiane e straniere. 213. rilievo. nel «Cinque maggio».Il linguaggio d’Italia mondo del dialetto. non solo per quel che riguarda i problemi italiani. In tutto questo fu tradizionalista: nelle scelte lessicali. invece di rimanere nel quadro quasi folcloristico. Il problema della prosa gli si presen- Storia d’Italia Einaudi 350 . Piccolo impiegato. proporzionati agli argomenti epici. non attraverso la collettività milanese ma attraverso un singolo cittadino milanese. da arrivare a formulare se non una dottrina. personaggi. organica. aderente alle esigenze del tempo. ecco che viene integrata e prende. e supera quella siciliana perché mostra il dialetto molto piú impervio rispetto ai processi di annacquamento. non aveva spinte per guardare al di fuori del suo mondo verso le leziosità degli aristocratici o il prestigio dei francesizzanti. discese una esperienza fondamentale. sono un tutto inscindibile attraverso il quale la delimitazione geografica del dialetto e quella sociale dei personaggi costituiscono una unità storico-culturale chiusa in sé. colui che ha vissuto una esperienza linguistica cosí profonda e ricca. Ma il periodo tradizionalista si conclude per il Manzoni prima del 1825. Questo milanese illustre fu Alessandro Manzoni (17851873). nei ritmi fortemente scanditi. La lingua poetica del Manzoni Ma questa genuinità e integralità di documentazione. si sviluppò presso di lui il sentimento per la lingua poetica. per contrasto.Giacomo Devoto . di tutte le documentazioni esclusivamente dialettali. nelle tragedie. una «direttiva». le sue prime esperienze linguistiche si aprirono al di fuori del suo ceto. Da questa primordiale estraneità. privo di inibizioni. completa. Per quanto appartenesse agli strati superiori della società. Come un fiore di serra. inteso in senso stretto: furono la milanese e la francese. lingua. Vita. e questa si realizzò ad alto livello negli Inni sacri.

attraverso piú di una fase: prima quella di una generica lingua sopradialettale. il milanese e il francese. Storia d’Italia Einaudi 351 . arieggiante la visione dantesca. in quanto scrittore. Ma il quadro era paragonabile a un campo di concentramento. egli parla di quella lingua «toscano-milanese» che. infine quella di una visione fiorentina rigorosa: non piú nel senso dei puristi. ecco che dovette prendere in considerazione e sottoporre a critica quanto la lingua letteraria corrente gli offriva di artificioso o addirittura di estraneo. si sarebbe potuto anche accontentare di essere l’ultimo rappresentante del bilinguismo settecentesco. Nella realtà del «Fermo e Lucia». immersa nei modelli vivi del suo tempo. palpitante. la posizione del Manzoni appare già costruttiva.Il linguaggio d’Italia tò come a uomo. poi quella di una lingua genericamente toscana. Se. per quanto riguarda la struttura del periodo. tomo III. a utente di lingua. Rifletté. 214. il 1823507 . in quanto uomo. composto fra il 1821 e. ma a poco a poco. In una lettera del 1825 a Luigi Rossari. imbalsamati nella contemplazione di una fiorentinità arcaica. e la nuova dottrina non nacque nella sua mente come un tutto organico. vol. entrambi vagheggiavano da tempo. II. anche se è ancora lontana dal suo assestamento finale. per vocazione ambizione e serietà di convincimenti. ma in quella integrale. per quello che riguardava le scelte lessicali: tenere il libro socchiuso «nella destra màno» «arriva507 Vedi l’edizione Chiari-Ghisalberti. doveva perseguire ideali e nuovi e consapevoli. egli aveva mostrato un traguardo già raggiunto. Milano 1954. prima che a creatore. mai pubblicato dal Manzoni.Giacomo Devoto . prima ancora che a romanziere. Idee manzoniane sulla prosa All’età di quarant’anni. a suo dire. Non potendo elaborare gli strumenti di cui disponeva.

508 Reynolds. e questa si supera col famoso soggiorno a Firenze. fatto di concretezza. quanto provinciale. fuori moda. Ma già due anni dopo. proprio nelle prime pagine del libro. tutti. Nessun autore né scrittore né grammatico. Appunto per questo. il Manzoni continuò la sua battaglia. pp. La prima edizione autorizzata dei Promessi Sposi (1827) non si distacca gran che da questo stato di cose. 44 sgg. appare ad apertura di pagina nella edizione definitiva del 1840. estranea. a centotrenta anni di distanza. inesorabile. sono richiami vistosi per prepararci a un seguito incessante di volgarismi dialettismi e banalità lessicali.. centrò il problema del linguaggio d’Italia come Alessandro Manzoni. destinati a essere spazzati via dal lavoro minuto. Bret. che la farebbe considerare. l’uno piú infelice dell’altro. si annuncia la crisi decisiva. The linguistic writings of Alessandro Manzoni.Giacomo Devoto .Il linguaggio d’Italia re a una rivolta della strada». umorismo. non tanto respinta nel passato. Che il vocabolario manzoniano abbia subito una rigenerazione radicale. Ma questo rinnovamento «fiorentino» non è una traduzione lessicale o fonetica in unità linguistiche fiorentine: è un rifacimento secondo un gusto e una sensibilità fiorentina. Storia d’Italia Einaudi 352 . la lingua letteraria manzoniana non risente affatto di un colorito locale. Carena per un vocabolario metodico della lingua italiana (1845) alla relazione della commissione incaricata di proporre i mezzi migliori per diffondere la buona lingua e la buona pronuncia (1868). 1950. di «utente di lingua»: da una lettera a G. Cambridge Gr. in due lettere del febbraio e aprile 1829508 . acutezza. della revisione successiva. Dai sessanta agli ottanta anni. nemmeno Dante.

ad esempio. e ha idealizzato i paesaggi. Alla disciplina rigida dei procedimenti di costrizione. grazie alla sapiente costrizione509 . appaiono veri. che Alessandro Manzoni ha saputo esercitare su tutte le strutture linguistiche e. non sono deformati. Storia d’Italia Einaudi 353 . Oltre che un campione di costrizione il Manzoni è quindi un campione di «evocazione» linguistica: noi non dobbiamo fare nessuno sforzo per entrare nei sistemi linguistici individuali propri dei diversi personaggi.i loro elementi costitutivi. Ma questa è evidentemente solo un filtro: nella realtà. per quanto filtrati attraverso le strutture rigide della lingua letteraria. non ha nessun interesse che la forma di monti fiumi villaggi sia 509 Devoto. il Manzoni aggiunge una specie di spremitura o condimento ideale. per i quali queste stesse strutture. trasferendoli dalla bruta aneddotica realtà topografica in una visione universale. Don Abbondio avrà parlato un dialetto attenuato. i due personaggi.Il linguaggio d’Italia 215. confidenziale o commossa. 73 sgg. che appunto redime il potere espressivo da tutte le limitazioni formali. Nuovi studi di stilistica. avranno parlato un dialettaccio lombardo. pp. oltre i rapporti geometrici che gli sono intrinseci. mentre il cardinale Borromeo. Firenze 1962. Personaggi di tutte le classi sociali parlano nei «Promessi Sposi» la stessa lingua italiana di estrazione fiorentina. per la sapienza con la quale ha distribuito nel dialogo i diversi piani del racconto. incapaci di leggere e scrivere. anche minimi. Renzo e Lucia. Inversamente. la lingua letteraria integrale. sia pure corretta dalla pronuncia lombarda e da una voluta semplicità di costrutti.Giacomo Devoto . dalle strutture totalmente differenti da quelle toscane. Eppure i quattro protagonisti. Applicazioni manzoniane Le istituzioni linguistiche italiane raggiungono traguardi mai piú superati. emanano una aura speciale. per quanto riguarda i paesaggi.

non assoluti. ma le singole montagne acque e abitazioni sono presentate in un quadro di insieme dai valori relativi. La descrizione costrittrice si sviluppa con somma cura. non assoluto (e insieme particolare). Storia d’Italia Einaudi 354 .Giacomo Devoto .Il linguaggio d’Italia descritta come in una fotografia. privi della necessità di confrontarsi con una carta topografica o trasferirsi sul piano del racconto degli abitanti dei luoghi: il loro valore è relativo (e insieme universale).

in cui avevano possibilità di manifestarsi infinite sfumature di preferenze e definizioni. diversa è la sorte delle corrispondenti prese di posizione teoriche. a affrontare cioè un problema di «politica linguistica». anche una unità di lingua. ma come cittadini. ai cui istituti non venivano piú a essere interessati solo come cultori minoritari di una lingua di letterati. sotto questa nuova luce il problema diventava razionale e storico insieme. desiderosi di affiancare a unità di istituzioni politiche e a unità di storia finalmente raggiunta. a esigenze primarie degli utenti della lingua italiana. Graziadio Isaia Ascoli Storia d’Italia Einaudi 355 . Mentre il dibattito precedente investiva perciò questioni di gusti. passarono rapidamente da postulati formulati in vista di applicazioni artistiche (riservate a una minoranza di autori. se non proprio a un singolo autore).Giacomo Devoto . Non si poteva né discutere né prender posizione in base a preferenze ma solo in base a «esperienze»: si trattava di una sfida. con l’andar del tempo. con le novità rivoluzionarie. Colui che la raccolse fu il maggior linguista italiano del tempo.Il linguaggio d’Italia Capitolo quarantaquattresimo La visione manzoniana e l’unità politica 216. intervenute nelle istituzioni politiche d’Italia. che non offre occasioni di incertezze. Il Manzoni venne quasi senza accorgersene a dare della teoria della lingua letteraria una interpretazione non piú artistica ma giuridico-politica. Dirigismo manzoniano e liberismo ascoliano Se il linguaggio d’Italia nelle sue realizzazioni manzoniane è qualcosa di cristallino e definitivo. La conseguenza di questa presa di posizione non si limitava a offrire la occasione a un dibattito teorico ma a decisioni nel campo della azione. Queste.

Il rimedio non poteva essere immediato. hanno avuto una diffusione e una accettazione precoce e per cosí dire democratica. pp. Ma affermava che questa non era dovuta al caso o a un capriccio. La fissazione della lingua letteraria. La occasione gli fu offerta nel 1872 dalla presentazione della sua rivista. non è stata la lingua di una nazione. fino alla metà del secolo XIX512 . precocissima sul piano letterario.. cit. Bari 1963. Stava nel «rinnovare e allargare la attività mentale della nazione» non nel creare una nuova «preoccupazione della forma». 511 690.Il linguaggio d’Italia (1829-1907)510 . 673. Nuovi studi di stilistica. La vicenda italiana è l’opposto. 687De Mauro. ma aveva giustificazioni storiche. 512 Storia d’Italia Einaudi 356 . perché non ne ha avuto l’occasione o la necessità. Confrontando le vicende della fissazione delle lingue letterarie francese o inglese. destinata a diventare famosa.. pp. è facile riconoscere che. Storia della lingua italiana. Storia linguistica dell’Italia unita. l’«Archivio glottologico italiano». Problema storico-politico Il ragionamento dell’Ascoli era corretto. 169 Migliorini.Giacomo Devoto . non è discesa negli strati inferiori. sgg. Nella introduzione o «Proemio» al primo volume egli riconosceva il problema anzi l’inconveniente della «mancanza della unità di lingua fra gli italiani». 217. essendo state diffuse per opera delle cancellerie dei re come lingue della amministrazione. con mezzi artificiali: le cause erano infatti nel «sapere concentrato nei pochi e nelle esigenze schifiltose del delicato e instabile e irrequieto sentimento della forma»511 . ma 510 Devoto. che non potevano essere corrette da un giorno all’altro. La lingua letteraria italiana. Firenze 1962.

Ferme rimanendo le difficoltà pratiche per una politica di intervento e dirigismo linguistico. Gli inconvenienti di una mancata politica linguistica successiva alla unità politica furono ridotti anche per un’altra ragione: l’immobilismo sociale che accompagnò la rivoluzione nazionale. anche a costo di dover correggere la natura. Ma si trattava di quell’infima minoranza che arrivava a terminare le scuole secondarie. e non erano le riserve tecniche dei linguisti che potevano accantonarle. E questa. È vero.Il linguaggio d’Italia di una casta di letterati. sul piano teorico.Giacomo Devoto . di una oligarchia. perché gli uomini di una stessa comunità nazionale comunichino fra di loro attraverso istituzioni linguistiche adeguate. rinunciasse. la posizione rinunciataria dell’Ascoli richiamava un po’ troppo l’imagine di chi. essa doveva tener conto del fatto che il problema era uno di quelli che l’uomo deve affrontare. la posizione dell’Ascoli era ineccepibile. aspettando all’infinito. per creare vie di comunicazione. che facevano la loro carriera attraverso l’Italia intera. a irrisioni. senza prestarsi a confronti odiosi. si dovettero facilitare le comunicazioni all’interno della classe dirigente. a discriminazioni. sul piano storico-politico del cittadino. trovando faticoso o lungo risolvere i problemi delle grandi strade di comunicazione. La maggioranza schiacciante degli italiani si accontentava della cerchia dialettale. che i tanti pedoni susseguentisi trasformassero i sentieri in piste e le piste in strade. La esigenza di una unità linguistica da promuovere esisteva. deve anche cercare di gettare ponti ideali. invece di essere fonte e ri- Storia d’Italia Einaudi 357 . Se. valide per tutti i cittadini. degli insegnanti e dei funzionari statali. dei membri del parlamento nazionale. per esempio attraverso la idea di esportare dalla Toscana in tutta Italia dei maestri elementari che propagassero la nuova legalità linguistica unitaria. Se l’uomo corregge la natura forando le montagne e scavalcando bracci di mare.

Il linguaggio d’Italia serva di genuinità e espressività. un ghetto513 . Questi ebbero nell’Ascoli il loro principale cultore. sul dialetto milanese. agiva nella sua mente uno stato d’animo determinato dai tempi. e. estranea alle deformazioni della cosiddetta civiltà.Giacomo Devoto . fu in realtà per decenni un archivio di indagini sui dialetti italiani. non la lingua letteraria ma i dialetti sembravano condurre a rivivere gli svolgimenti spontanei delle popolazioni. 21 sgg. E nell’«Archivio glottologico italiano». che non erano state deformate dalla classicità greca e romana. Storia linguistica. il celebre articolo dell’Ascoli pubblicato nell’Enciclopedia Britannica514 . questo riserbo. piú indietro nella preistoria. 98- 128. Testimonianza di questi interessi fu l’Italia dialettale.. pp. pp. cit. che teoricamente doveva esser consacrato a documenti linguistici di qualsiasi natura. a tutti quegli indizi di civiltà (e lingue) sconosciute. Da questo punto di vista. 218. e costituirono fino alla grande guerra si può dire l’unico oggetto di lavoro e ricerca creativa nell’ambito dei linguisti italiani. 1882-5. L’«Archivio glottologico italiano». costituí ancora per tutto il secolo e il primo decennio del successivo. Storia d’Italia Einaudi 358 . nata nell’ambito delle curiosità e sensibilità romantiche. Preferenze dialettologiche Accanto alla ragione storica che imponeva al raziocinio dell’Ascoli. all’ombra dei municipi e dei campanili. guardava ai problemi con tanto maggiore interesse quanto piú questi appartenevano alla genuina natura dell’uomo. La tradizione degli studi dialettologici si continuò per un quarantennio attraverso i contributi di Francesco d’Ovidio (1849-1925) sul dialetto di Campobasso. 8. di Carlo Salvioni (1858-1920). di 513 514 De Mauro. La linguistica di allora.

518 Op. cit. Si generalizza la concordanza qualche speranzA. 517 Op. Belli (17911863). Si accresce il valore nominale del participio presente: presidente DEL tribunale. di buon livello. p. 519 Op. al posto di «presidente IL tribunale». G. divergenti verso la dialettologia e la lingua letteraria. e specialmente noi si dice per «diciamo»519 . p. Si regolarizzano Il zio. p. cit. Assestamenti grammaticali Le incertezze grammaticali a metà del secolo XIX sono esigue. di G.Il linguaggio d’Italia E. la poesia dialettale si rinchiuse sempre piú nel suo quadro folcloristico. Devoto. cit. cede li come articolo plurale.. Ne fu vittima anche quella. qualche decinA al posto di «speranzE». di Carlo Battisti (n. 121. ad esempio. cit. 219. di B. gli517 . op. con i suoi sonetti cosí efficaci e genuini. i Vangeli515 . sostituiti da lo..Giacomo Devoto . cit. Sacrificata da questi interessi. I stenti. «decinE». di Clemente Merlo (1879-1966) sui dialetti meridionali e quelli ticinesi. p. Migliorini. 630. p.. Appaiono due toscanismi eri per «eravate»518 . Profilo di storia linguistica italiana. 1882) su quelli ladini. Decade il ne «ci» come pronome atono di prima persona plurale516 . 706.. atti per confessione del loro autore a rispecchiare soltanto una lingua «abietta e buffona» non a tradurre. 629. G. di Matteo Bartoli (1873-1946) sul dalmatico. Parodi (1862-1923) sui dialetti liguri.. 515 516 Storia d’Italia Einaudi 359 . Terracini (1886-1968) su quelli piemontesi. 706.

La validità dei giudizi e delle scelte del Tommaseo non è diminuita dalle estrosità e vivacità dei suoi giudizi.Il linguaggio d’Italia 220. la seconda il grande (non ancora in tutto sostituito) «Dizionario della lingua italiana» in collaborazione con B. Broglio (4 voll. Firenze 1870-1897) che.. che pure nel 1863 pubblicava il primo fascicolo della sua 5ª edizione520 . condusse a termine due opere classiche. p. La prima fu il Dizionario dei sinonimi. dalla Accademia della Crusca. Nato a Sebenico in Dalmazia. Attività lessicografiche Gli inconvenienti di non aver potuto imporre con la forza le tesi manzoniane.Giacomo Devoto . la lingua del suo tempo. è il Novo vocabolario della lingua italiana di G. II secondo filone si impersonava invece in un personaggio caratteristico. Niccolò Tommaseo (1802-1874) che. aveva appreso perfettamente la pronuncia fiorentina521 e fu in grado di giudicare in maniera autonoma. preferito come forma fiorentina al normale «nuovo») presentava in modo polemico il principio informatore delle sue scelte. Storia d’Italia Einaudi 360 . come pure ci si aspetterebbe. La prima. uscito in prima edizione nel 1830-1832. op. cit. per esempio: «gergo composto di vocaboli e maniere esoti520 Arrivando con una prima parte dell’XI volume (alla voce ozono) nel 1923 e rimanendo da allora interrotta. 521 Migliorini. Bellini. 594. già nella grafia del titolo (Novo. Giorgini e E. al di fuori di ogni teoria e abbinando una energia di lavoro e una sensibilità lessicale di grande classe. L’una fu rappresentata dalle imprese lessicografiche. ancorché risentita. L’altra non dipende. in particolare due. la impossibilità di affidare alla successione dei secoli la unificazione linguistica furono attenuati da due circostanze differentissime fra di loro. B. di genuina ispirazione manzoniana.

522 Op. 691. ridevoli a chi ne conosce l’origine»522 . stranamente figurate..Giacomo Devoto . Storia d’Italia Einaudi 361 . p.Il linguaggio d’Italia che. ricercate nella ineleganza. cit.

erano paralleli alle erosioni. né una lingua poetica. Il momento epico si manifesta per primo. anche per una ragione psicologica: lui toscano. e in particolare quelle imperiali. che il cristianesimo aveva operato nella visione della vita. veniva non a smentire ma a sintetizzare le tradizioni antiche. anzi trasfiguratore di questi affetti. Ispirazione classica La morte di Alessandro Manzoni (1873) segue a breve distanza di tempo la liberazione di Roma e la unificazione effettiva dell’Italia (1870). che ponesse solo problemi esteriori di prosodia.Giacomo Devoto . classiche. intesa solo da un punto di vista materiale. strettamente legato agli affetti che avevano accompagnato la unificazione dell’Italia: la «Terza Roma». Egli manifestò presto i suoi sentimenti antimanzoniani. negli agi e nei lumi delle abitazioni e delle terme. fu Giosue Carducci (1835-1907). La polemica che si era svolta fra il «dirigismo-populismo» manzoniano e il «liberismo» ascoliano viene meno. all’alternativa dottrinale di populismo e liberismo si sostituisce l’alternativa fra momento epico e momento musicale nelle realizzazioni della lingua letteraria. patrocinato da Storia d’Italia Einaudi 362 . il dibattito si concentra negli strati linguistici superiori. A questa esplosione di affetti non poteva bastare né il culto di una unità linguistica. Nel quarantennio seguente (1870-1910). dopo quella dei papi e degli imperatori romani. L’Ascoli si concentra nello studio dei dialetti. proprî dell’età media. Interprete. Gli spezzettamenti dialettali. pieno di fervori politici. E mentre la posizione di questo rimane statica in relazione con le strutture immobili della società. nell’agonismo sportivo. reagiva a quel monopolio fiorentino.Il linguaggio d’Italia Capitolo quarantacinquesimo Conseguenze dell’unità politica 221.

di ricorrere a soluzioni contrastanti ed estreme. Da queste pro- Storia d’Italia Einaudi 363 . un dibattito storico-politico. come artificiosa. il periodare fastoso. La orazione in memoria di Garibaldi. l’invettiva. non chiuse alla rima. gittate le fogge straniere e l’abito provinciale». ma gli endecasillabi sciolti del Parini (§ 204) svolti dal Leopardi nella forma severa delle sue canzoni.Giacomo Devoto . tornasse ad avere qualità «forti almeno e pure. del Manzoni (§ 213). «smesso il belletto delle Accademie. facendo intervenire poderosamente le imagini e i miti e le armonie della antichità classica. nella migliore delle ipotesi. Nella lingua poetica i modelli da cui partì non furono quelli. si trasfiguravano sotto la sua penna in un racconto epico. che si redimesse dalla «barbarie» medievale. un commento letterario. le personificazioni. Schemi carducciani Pur professandosi contrario alla retorica. ma piene di riserbo antimelodico. Se attenuò il rigorismo esteriore delle forme e realizzazioni manzoniane.Il linguaggio d’Italia un lombardo. fortemente ritmati. nella lingua poetica accentuò moltissimo il patos della prosa. Questo non gli impedí. politicamente moderato. la polemica alata. sia in altrettanto violente italianizzazioni come Voltero dal francese «Voltaire» o Cromuello dall’inglese «Cromwell». nei casi particolari. 222. rifletté e descrisse quelli che erano i suoi ideali linguistici: per una lingua del Cinquecento. da una parte violentemente latineggianti come nella cerula Addu-a di fronte al normale italiano «Adda». ebbe il Carducci una sua retorica. solenne. Era una visione destinata ad apparirgli. nazionali e popolari». mostrando per ciò stesso un apprezzabile senso della misura. per una lingua moderna che. in un’alta testimonianza delle possibilità insite nelle strutture linguistiche italiane. le metafore. Se non elaborò una dottrina grammaticale sua.

e altri schemi ancora. mentre presso il Carducci la lingua della prosa è obiettivamente qualcosa di intrinsecamente diverso da quella della poesia. rispetto a quella stessa operata da Dante523 .Il linguaggio d’Italia cedette. da Gabriele D’Annunzio (1863-1938). p. occorrevano mani esperte. con le cosiddette Odi barbare. cercando nei ritmi classici qualcosa che potesse mettere a frutto nuove. a un certo momento. Naturalmente. Non si limitò perciò a trattenere gli eccessi melodici tradizionali. Storia d’Italia Einaudi 364 . 223. cominciate con l’ode dedicata all’«Adda» (1873) e culminate nelle «Fonti del Clitunno». per arrivare a un risultato che fosse sintesi e non giustapposizione o contaminazione. Alla impronta epica viene. la principale differenza sta nel fatto che. Da un punto di vista formale. Musicalità Il periodo d’oro della tradizione carducciana come autorità e prestigio di modelli stilistici comprende però solo il quindicennio 1875-90. La idea conduttrice del Carducci consisteva nel perseguire schemi metrici classici. a contrapporsi l’impronta melodica e lirica. ma costruí ritmi nuovi. impersonata. Profilo di storia linguistica. superiore. anche se non piú duratura. presso il D’Annunzio.Giacomo Devoto . la ispirazione musicale domina ugualmente le due tradizioni. fa sí che i due fi523 Devoto. 133. Se non si può dire che si sia stabilita in conseguenza una continuità durevole.. i modelli carducciani nella storia della lingua poetica italiana rappresentano una aggiunta e una svolta. ancor prima degli anni Novanta. identificando i tempi forti del verso classico con gli accenti di parola italiani. sia pure rinunciando alla distinzione delle quantità vocaliche: ricostruí esametri o odi saffiche e alcaiche. applicazioni nella lingua poetica contemporanea. cit.

che era positivistica nelle scienze e nella filosofia. inserite nella vicenda della guerra d’Africa del 1911-1912. il dialogo è sempre stilizzato. È di musicalità altrettanto estrema. mai riferibile a una realtà.Il linguaggio d’Italia loni si avvicinino. rappresentarono un 524 Documento della sordità degli uomini di lettere italiani sono gli Atti della Tavola rotonda. è meno originale e coerente di quella carducciana. a poco a poco si era avviata verso altri interessi. Comincia precocissima col Canto novo (1882). Raggiunge vette di artificio nelle «Canzoni di Oltremare» che. realizzato attraverso la musicalità della prosa. attinta alle fonti. evocatrici di una atmosfera. caratterizzata piuttosto dal di fuori con ritmi meno arditi. è delimitata con somma cura. oppure riesumate con fedeltà storica.Giacomo Devoto . In queste condizioni la novità della lingua della poesia risalta un po’ meno di quella della prosa. cosí di forme particolaristiche come di contenuti umani. Di questo edonismo. ed edonistica nelle arti e nella vita comune. Dal punto di vista lessicale. All’opposto del Manzoni. come in una recita ideale e permanente. talvolta prese materialmente di peso da fonti altrui524 . nel dramma La figlia di Jorio. attraverso una melodia del periodo. si era adagiata in una visione della vita. il D’Annunzio fu interprete massimo: il suo capolavoro fu in questo senso il romanzo Il trionfo della morte (1894). le parole preziose sono foggiate volta a volta nell’eccesso di una vena rara. e invece con vocaboli altrettanto e piú preziosi. D’Annunzio e la lingua letteraria del Novecento in «Quaderni dannunziani» XL-XLI (1972). Una giustificazione di ordine negativo sta nel fatto che la società italiana. Questo è veramente il maggior campione di realizzazioni linguistiche. dopo essere stata dominata dalla grande novità della unificazione e dalle tentazioni per una sua interpretazione epica. che non è mai piú stata superata. Storia d’Italia Einaudi 365 . Nel grigiore della vita corrente.

intonati a un gusto lontano dalle ornamentalità tradizionali. ma chiuse la sua significanza storico-linguistica. a differenza del Carducci. una contemplazione estatica dei grandi modelli trecenteschi. Storia d’Italia Einaudi 366 . Alla fine della grande guerra egli si chiuse cinquantacinquenne. con un ventennio di anticipo sul suo ciclo mortale525 . che volse il suo sentimento di dignità linguistica verso una sintassi immacolata. gli schemi stilistici da lui impersonati. Manara Valgimigli (1876-1965) cosí nei saggi come nelle sue traduzioni. p. La prosa comune La prosa borghese. quasi per adeguarsi alla dignità dei personaggi dei dialoghi di Platone. All’estremo opposto. Ma. moderno nel senso migliore della parola. 224. che si accompagna a queste vicende non ha bisogno di analisi approfondite. si mantenne in una linea di classicità esaltata e armoniosa. purificata e acquetata dal temperamento meno combattivo di quello del maestro. Come rappresentanti estremi di questa corrente possono esser considerati agli inizi un coetaneo del Carducci.Il linguaggio d’Italia contesto unitario fra le realizzazioni linguistiche e le vicende di una società.Giacomo Devoto . dei quali il piú antico e togato è legato alla dignità carducciana. interpretata e sollecitata da una visione estetizzante. appassirono presto. Il nuovo corso gli assicurò plauso da parte dei critici. piú aperto a popolarismi conviviali. uno dei suoi ultimi discepoli.. cit. idillici. contrari alla sua sensibilità effettiva. e ancor piú del Manzoni. col «Notturno» in schemi elementari. 135. il filosofo Francesco Acri (1836-1913). All’ingrosso i filoni da seguire sono due. 525 Op. di stretta discendenza carducciana. da lui tradotti.

l’unità d’Italia propose il problema della lingua dell’amministrazione. non diversamente dalla Storia d’Italia Einaudi 367 . e nel tempo stesso piú sorvegliato nel discutere di fatti linguistici. polemizzò in fatto di purismo e a questo culto romantico dedicò un libretto apposito ben noto. nella aderenza delle parole cosí alle cose come ai sentimenti. inclini al purismo. ispirato a periodi semplici a un rispetto intrinseco per le tradizioni linguistiche non legate a un capostipite. I tre tempi sono rappresentati successivamente da Edmondo De Amicis (1846-1908). al di là delle generiche professioni di fede puristica e delle puntate terroristiche e degli anatemi che di solito vi si accompagnano. appunto per questo. del purismo. alieno da ogni retorica. sia pure non legata ad ambizioni. La prosa burocratica Al di sotto di questa prosa letteraria. venuto dal giornalismo e non dalla letteratura e. raccogliendo per primo i neologismi italiani.Il linguaggio d’Italia L’altro filone. sottomettendoli a critica piú o meno spiritosa nel Dizionario Moderno e diventando infine altro alfiere. fondamentale per la struttura elementare paratattica del suo periodare. si realizza in tre autori che sono i piú significativi per delineare la prosa intermedia. e mostrò interessi lessicali.Giacomo Devoto . eppure genuina. divenuto famoso attraverso un suo libro per ragazzi intitolato Cuore (a torto svalutato in tempi piú vicini a noi). 225. Le polemiche contro i difetti della lingua giuridica italiana preesistevano all’unità e. non tradizionale. Infine. anche se meno autorevole del De Amicis. aliena dalle stranezze e dalle novità. che fu campione fino alla Grande guerra di un periodare ingenuo e attonito. piú lontano dal manierismo. la quale ha la sua realizzazione piú importante nei testi delle leggi. Il secondo tempo è rappresentato da Alfredo Panzini (1863-1939). Nel campo teorico. l’Idioma gentile (1905). terzo fu Ugo Ojetti (1871-1946).

». quali poterono essere. in sanscrito.. 36). ai neologismi e ai forestierismi. ad esempio. si commetta cosa indegna del Codice di una nazione «in pronunziandola ancora» (p. consistevano nella critica alle imprecisioni. Bari 1963.. di popolarità. es. 10: «Come sarà mai possibile che si possa per noi adempiere a quelle leggi che voi c’imponete.. Le cause di queste difficoltà specifiche per una lingua della amministrazione sono piú evidenti nel linguaggio giuridico perché. con una lingua qualunque ma esistente. non le scrivete in italiano. 27) che non si può «negligentare» l’ortografia.Giacomo Devoto . De Mauro526 ha dato un sommario di notevole interesse. Napoli 1867. fatta di commozione. Di questo T. a proposito di una parola definita «bassa». se.. Questo zelo non impedisce all’autore di scrivere (a p. che culmina nell’arringa penale davanti ai giurati. 424-435. di genericità. Storia linguistica dell’Italia unita.? Scrivetele almeno in arabo. Valeriani. i lavori di Gaetano Valeriani527 . Del patos che accompagnò questi dibattiti sono esempi efficaci nel libro citato (alla nota 5) del Valeriani.. A p. significa «che può essere contato». ma da quello dell’avvocato. pp. a p.. Piú che i dati di fatto interessano qui i simboli. dal punto di vista del magistrato. né che. La lingua dei nostri legislatori ossia Dizionario degli errori di lingua intrusi nel codice penale del Regno d’Italia. deve tenere il massimo conto della precisione e diciamo del tecnicismo e della formalizzabilità.. 526 527 Storia d’Italia Einaudi 368 . p. secondo l’autore.Il linguaggio d’Italia lingua letteraria. dell’arte suasoria. 21 sotto CONTABILE: «Come potremo noi osservare ed obbedire alle vostre leggi se le non si intendono?» perché contabile..

In fatto di lingua. non solo perché si tratta di uscire dalla lingua letteraria normale. con maggiore o minore disciplina. Civiltà del dopoguerra. scavalcare gli elementi simbolici che la hanno fissata e stabilire un collegamento piú diretto con le imagini. 57 sgg. Firenze 1955. suscettibili di essere tradotte in parole. i canoni delle poetiche. tutte le volte che si tratti di imagini acustiche. pp.Giacomo Devoto . Per lungo tempo gli uomini non si sono resi conto di questa esigenza. ma in fondo da OGNI lingua letteraria. La esigenza espressiva degli uomini è difatti cosa viva. che ha permesso di attuare procedimenti di costrizione. e hanno accettato. Questo si verifica attraverso l’impiego della onomatopea. Sentimentali Il sistema linguistico nel quale ha preso forma il linguaggio d’Italia nel passaggio dal XIX al XX secolo. ed è quindi normale che possa trovarsi in conflitto col sistema. ha mostrato dunque due aspetti importanti: una certa elasticità. l’insieme di questi impulsi si raggruppano sotto il titolo comune di «fatti di evasione».Il linguaggio d’Italia Capitolo quarantaseiesimo Prime evasioni 226. cosí nel campo delle lingue letterarie come nelle arti figurative o nella musica. e una solidità sufficiente per sopportare procedimenti di «sopraelevazione» dell’edificio linguistico. Storia d’Italia Einaudi 369 . L’evasione è in questi casi dominante. Un primo procedimento di evasione consiste nell’uscire dall’ambito geografico normale della lingua letteraria. o addirittura di evasione. Tutto questo ha cominciato a esser messo in discussione un secolo fa528 . di affermare un ideale di totale liberazione dalle 528 Devoto.

un zisteretetet di cincie. Secondo la spiritosa imagine di Renato Serra531 . Giovanni Pascoli. 196. ed ora servendosi di altre piú particolari e chiuse. che vi si inserivano. nell’Appennino prossimo alla città di Lucca. che ovviamente si fonda su valori universali. un rererere di cardellini. Tuttavia i confini di un sistema linguistico non sono rigidi. e a ciascun utente è lecito valersi delle sue strutture ora preferendo quelle piú generali e aperte. 531 Vedi Devoto-Altieri. 21) «E me segue un tac tac di capinere. consacrate dalla storia. L’indirizzo pascoliano ha dato luogo a polemiche e a giudizi severi... La lingua italiana. lo spunto per negargli quella validità poetica. nel regno dell’Ineffabile diede a tanti fra l’altro anche a Benedetto Croce530 . seguendo un filone sentimentale. Nei suoi Canti di Castelvecchio si legge ad esempio nella poesia «L’uccellino del freddo» il verso ritornante trr trr trr terit tirit529 (p. adattamenti rispettivi delle parole inglesi «rail-road» e «steamer». quella della Garfagnana. se non proprio universali. e che il Pascoli ha accolto in poesia. p. 12ª ed. è stato Giovanni Pascoli (1855-1912). 529 530 Storia d’Italia Einaudi 370 .»: Questa aderenza alla natura da parte del Pascoli era direttamente legata a UNA natura. oppure la stima. Questa ha fornito al Pascoli un’altra occasione di evadere. L’autore che ha piú coerentemente e audacemente dato via libera a questo indirizzo. ambiente montano contadino di abbondante emigrazione. e nella «Pania» (p. Piú che di questioni di principio si trattò di mode. Citazioni dall’edizione Zanichelli. attraverso le parole del gergo italo-americano. Torino 1968. e me segue un tin tin di pettirossi. non per ragioni teoriche ma perché quel suo rifugiarsi.Il linguaggio d’Italia strutture linguistiche. Bari 1920. 13-4)..Giacomo Devoto . Bologna 1926. tali il Re Erode. tra l’imbarazzato e l’infantile.

era stata nel frattempo attuata da Antonio Fogazzaro (1842-1911) nei suoi romanzi. e si limita a registrare in forma dialettale genuina. è netta. «la gente ritirò dai davanzali quelle tante gabbiette di uccellini che in onore del Pascoli aveva esposto». le presunte parole degli interlocutori: sulle parole lasciando prevalere le cose. che sfugge sem- Storia d’Italia Einaudi 371 . mentre il Fogazzaro rifiuta qualsiasi trasfigurazione. ogni corso d’acqua si rifiuta presso il Fogazzaro di entrare in una categoria piú generale. cambiata la moda. dovevano effettivamente parlare il dialetto.Il linguaggio d’Italia a un certo momento. piú fredda e calcolata. subiscono inversamente l’ «invasione» di forme letterarie nel caso della poesia dialettale. 227. attraverso lo scrupolo di fedeltà linguistica nei riguardi di certuni dei suoi personaggi che. legalitaria. particolarmente per quello che riguarda i paesaggi e i dialoghi. con la tecnica del Manzoni. Realistiche Una evasione.Giacomo Devoto . fuori della sua individualità. Si tratta qui non tanto di un’ «evasione» da un sistema organizzato. Là dove il Manzoni «costringe» il sistema comune della lingua a descrivere paesaggi disancorati dalla piccola realtà topografica. quanto di una NON-entrata e cioè di una evasione anticipata. La antitesi. ogni abitato. dal sistema della lingua letteraria. ecco che il Fogazzaro li particolarizza davanti ai loro nomi specifici. il Manzoni li trasfigura allineandoli sul piano unico della lingua letteraria nazionale. per trasferirli in imagini universali. quanto di rinuncia alla costrizione. però rinunciatario. Là dove si tratta di dialogo fra personaggi di diversa collocazione sociale. sia pure ragionata. che diventano quasi le loro onomatopee: ogni cima. seguendo un filone di realismo. Gli elementi dialettali che consentono qui una evasione. Non si tratta tanto di evasione. nella realtà ricostruita. integrale o attenuata.

l’1% presso Trilussa. questi balbettii sono paragonabili al532 De Mauro. New York 1963. le parole prettamente vernacole sono il 4% presso il Belli. 228. 137. Il Fogazzaro del Piccolo mondo moderno (1900 sgg. La figura del narratore vi si intreccia con quella dei personaggi. una lingua letteraria dimessa. c) un seguito di eventi compiuti o subiti da estranei. si è trovato coinvolto in situazioni. e quindi di contenuto prevalentemente lirico. b) un dialogo fra due o piú interlocutori. o il Salustri (Trilussa) porta a constatare che le parole foneticamente identiche alle italiane corrispondenti sono il 60% presso il Belli ma il 71% presso Trilussa. inculta. 63 sgg.Giacomo Devoto .) affrontando temi delicati di consapevolezza religiosa. le parole parzialmente discordanti sul piano fonologico sono il 36% presso il Belli. o epico. nelle quali il rapporto tradizionale fra il narratore e le cose narrate non bastava piú. Linguistics and literary Criticism. segnalati dal pronome personale di 1ª persona (IO. Questa disarmonia. VOI). consentono di allineare: a) un seguito di esperienze personali e memorie. p. NOI). Bari 1963. segnalato dal pronome di 2ª persona (TU. Esuberanti I piani del racconto533 . 533 Vedi Devoto. quali si dispongono nelle strutture tradizionali della lingua italiana.Il linguaggio d’Italia pre piú alle tentazioni ambiziose di esprimere valori diversi da quelli strettamente locali. Storia d’Italia Einaudi 372 . pp. segnalati attraverso un soggetto di 3ª persona. il 28% presso Trilussa532 . e il testo che ne deriva mostra incertezze e sbandamenti. Il confronto fra la percentuale di italianismi presso poeti romaneschi come il Belli. Storia linguistica dell’Italia unita. e quindi di contenuto sostanzialmente narrativo. e quindi di contenuto drammatico.

parole che in realtà sono sulla bocca di singoli personaggi o di gruppi e cioè sul piano del TU e del VOI è costante e. «Archivio glottologico italiano». ecco che la natura della similitudine ci mette in allarme. Ma. 54. E cioè la similitudine è in realtà messa sulla bocca dei personaggi che vivono sui luoghi. 534 Vedi Herczeg. introduce in questo ambito altre distinzioni. Giovanni Verga (1840-1922). nel suo romanzo I Malavoglia. Riducendo i segnali propri del discorso indiretto.Il linguaggio d’Italia le incertezze degli antichi placiti cassinesi. mescolando inorganicamente particolarismi. è un discorso diretto. anticipano l’avviamento verso strutture nuove. latinismi. La prima frase del libro è «Un tempo i Malavoglia erano numerosi come i sassi sulla antica strada di Trezza». Zeppetella. 1969. attraverso «i Malavoglia». pp. 260-266. o un coro. costituiva un avvicinamento verso il sistema della 2ª persona. Questa affermazione invece «chiude» nel mondo ristretto in cui si svolgerà il racconto. si era costituita una variante (§ 79) subordinata. Normalmente la similitudine è fatta per «aprire» verso un mondo piú vasto. Storia d’Italia Einaudi 373 . che NON è piú quello epico. dà un carattere tipico alle possibilità espressive del linguaggio d’Italia. all’interno della terza categoria. nella ultima parte dell’Ottocento. sulla soglia di una lingua nuova che. Lo stile indiretto libero in italiano. Firenze 1963. cfr. quella del racconto epico. interregionalismi. e cioè del regno della 3ª persona. rappresentava qualche cosa di intermedio fra il regno dell’epica e quello del dramma534 . La stessa tecnica di presentare sul piano del racconto in 3ª persona. Benché la struttura formale sia regolare. posto su un piano del racconto.Giacomo Devoto . attraverso il cosiddetto «costrutto indiretto libero». già in età romana.

sostituí la alternativa fra il narrato e il ricordato.Il linguaggio d’Italia 229. ma non propose né impose soluzioni. non ebbe velleità né occasioni per dibattere il problema. nel quale le correzioni però non rispecchiano né una affermazione della sensibilità dell’autore in via di svolgimento né una visione organica altrui. Delle sue difficoltà ebbe coscienza. con la differenza però che alla alternativa del narrato e del dialogato. non diversamente dal Manzoni della giovinezza. debolezze. determinata da un preesistente insufficiente ambientamento dell’autore nel seno delle istituzioni linguistiche del suo tempo. dal binomio dialetto locale lingua straniera piú vicina. in quanto trasferí difficoltà essenziali dalla lingua comune a quella letteraria. investi invece i problemi dei piani del racconto. scrittore triestino. quanto in difetti di esperienza. Tale è il caso di Italo Svevo (1861-1927). sordità. Filippo Tomaso Marinetti (1872-1944). e tanto meno instaurò una tradizione. quella impersonata dai futuristi e dal loro capo riconosciuto. con un avvicinamento epico-lirico che non ebbe in Italia altri confronti. in questo caso il tedesco. con criteri normativi. Povere L’evasione può anche essere non voluta. fra la 3ª e la 1ª persona. 230. accettando di ripubblicare una edizione riveduta del suo romanzo Senilità. Futuriste Si arriva cosí alla sola vera organica evasione. Per ragioni di contenuto. propria del Verga. una testimonianza di povertà. Il suo valore documentario sta perciò non tanto in schemi congeniali o preferiti. Essa si identifi- Storia d’Italia Einaudi 374 . ma ne trasse conseguenze solo di ordine negativo. e tanto meno per risolverlo. A differenza del Manzoni. Fu un pioniere.Giacomo Devoto . dominato.

E poiché la classicità tradizionale della società italiana era lo specchio di un tradizionalismo sociale. con la differenza che avevano sempre qualche cosa di monellesco e di sorridente. disponendo i sostantivi a caso come 535 Migliorini. non soltanto contro la borghesia. Storia d’Italia Einaudi 375 . La rivista fiorentina «Lacerba» fu per breve tempo il suo organo.. a differenza degli spettacoli truci e barbuti di oggi. in favore dei rumori. come su quello emotivo. specialmente francesi. I comizi arieggiavano i modelli delle contestazioni moderne. perché investí anche quelle figurative e musicali. cit.Il linguaggio d’Italia ca in una lotta contro tutte le strutture giudicate superflue e sopraffattrici.Giacomo Devoto . Per usare immagini del tempo «l’irruenza del vapore-emozione farà saltare il tubo del periodo. e per la generalizzazione di strutture telegrafiche. condotta cosí sul piano tecnico. ecco che la propugnata rivoluzione linguistica era un caso particolare. Il manifesto dei futuristi è stato pubblicato nel giornale parigino «le Figaro» il 20 febbraio 1909. La lotta per la liberazione propugnava la distruzione delle armonie tradizionali nella musica. 680. per esempio contro la punteggiatura. ma anche contro le organizzazioni del proletariato. contro le desinenze eccessivamente specializzate. in favore di contrapposizioni di forme geometriche e di colori. Né fu limitato alle convenzioni linguistiche. di quanto fosse raffigurazione e imitazione della natura nella pittura. Il movimento non è soltanto italiano né soltanto linguistico. prive di qualsiasi carattere formale. perché coinvolge ambienti internazionali. p. le valvole della punteggiatura e i bulloni della aggettivazione»535 o anche: «bisogna distruggere la sintassi. contro tutti i segnali grammaticali superflui. le parole accessorie. Storia della lingua italiana. nel quadro di una sia pure velleitaria rivoluzione politico-sociale.

furono fonte di clamorose degenerazioni retoriche. Nel ritmo si deve fare un ulteriore passo al di là del verso libero. Storia d’Italia Einaudi 376 . Mentre la critica delle convenzioni pittoriche e musicali lasciò tracce anche feconde. 536 537 Devoto-Altieri.Il linguaggio d’Italia nascono536 . Non solo non si instaurò una tradizione rinnovata. due cardini della visione della vita futurista. pp. ma lo sport e la guerra. attestate dalle cronache calcistiche degli anni 1910-15537 o dalle corrispondenze di guerra cosí dall’Africa nel 1911-12. verso le ‘parole in libertà’». cit. 17 sgg. nella lingua la esplosione fu clamorosa ma poco concludente. op. 1939.. come dalla guerra europea 1915-18. pp.Giacomo Devoto .5 sgg. «Lingua nostra». 14. 1.

Non parliamo della rumorosa terminologia politica del tempo. Di fronte al dannunzianesimo che aveva cercato la melodia. ma per rinforzare la impassibilità di fronte alle emozioni: tale la costante per «caratteristica». doveva farsi sentire non appena il dialogo.Il linguaggio d’Italia Capitolo quarantasettesimo Dalle evasioni alla classicità 231.Giacomo Devoto . anziché nei riguardi della società immobilistica dell’ultimo Ottocento. a definire un autore. Le metafore furono prese spesso dalle lingue tecniche. quale si manifestò soprattutto nella cerchia della rivista fiorentina «Letteratura» (1937 sgg. le parole tenui. Al di là delle applicazioni. presa dalla terminologia della fisica. Intorno a una parola centrale o «essenziale». e applicata nella critica letteraria. parole satelliti che ricevono dalla prima una luce particolare. si dispongono. hanno lo stesso potere evocativo in questa direzione che gli avvicinamenti di forme come «stelle che Storia d’Italia Einaudi 377 . ricercò. si dovette svolgere. Due versi di Eugenio Montale come viaggiano la cupola del cielo= =non sai se foglie o uccelli= =e non son piú. nel quadro degli ermetici. A differenza del clamore dei futuristi. coltivò ideali amelodici. ad esempio quelli di Giuseppe Ungaretti (1888-1970). La «istanza» viene invece dal linguaggio giuridico e prende il posto della «esigenza» o «rivendicazione». non avrebbe mai potuto trovar posto neanche svirilizzata o attenuata. la parola in sé diviene oggetto di attenzione esclusiva. tutto diverso. l’ermetismo. come in una costellazione. che. favori le pause. trovando difficoltà. in quella totalitaria del ventennio 1925-1945. i silenzi. i periodi disadorni.). e quasi di culto. Ermetisti Un secondo spunto per evasioni. non già per meccanizzare enunciati e lettori.

sia ancora oggi. Se cessò immediatamente come tradizione organica.. Il primo si connette con l’indirizzo di Carlo Emilio Gadda (1893-1973) che. anzi. e la paratassi spinta. sia in età prefascista. cit. 164 e cfr.. veniva lasciata sola a ’tremare’ nel verso che in lei si esauriva. Ne ricordo due: la agilità nel trasferire parole da una lingua tecnica qualsiasi nella lingua letteraria. per usare le parole di M. Intorno all’ermetismo gravitarono altri procedimenti di arricchimento linguistico. I suoi svolgimenti estremi stanno nel fatto. affiancò la tecnica delle realizzazioni linguistiche alla esuberanza delle sue esigenze espressive: ai quali fini associò dapprima. p.. in ardite mescolanze con la lingua letteraria. l’ermetismo non poteva sopravvivere alla caduta della società totalitaria. Storia d’Italia Einaudi 378 . Altieri538 che «la parola sottratta al flusso melodico ritmico sintattico. «ossessiva». cit. raggiungendo cosí il limite di una contestazione539 . 540 Altieri. All’estremo opposto si associa. dell’ermetismo sussistettero gusti e tradizioni particolari. 39-68.. 1. secondo la Altieri. 201. dal silenzio». a umile ineffabilità. le risorse del gergo dei combattenti della Grande Guerra. in cui si realizzano i giudizi di Giuseppe de Robertis. op.Il linguaggio d’Italia esorbitano» «capriolo che esulta» «cipressi equinoziali» del Luzi. Milano 1962. il milanese: arricchí il tutto di tecnicismi legati alla sua professione di ingegnere. 173. Cento anni di lingua italiana. p. Altieri. La lingua italiana. e quelle del suo dialetto nativo. procedimento cui ha dato grande lustro Gianfranco Contini (n. 539 Sempre secondo M. 1912). Nato per una esigenza polemica. Schiaffini in Devoto-Migliorini-Schiaffini. p. lo integrò con un 538 Devoto-Altieri. cit.Giacomo Devoto . dei quali due meritano di essere messi in rilievo. L.. critico attento e sottile nello studio della formazione e del divenire del testo dei suoi autori540 . invece che a orgoglioso isolamento. L. n. pp. all. isolato dallo spazio bianco. op.

non soltanto nell’ambito letterario. che ebbe successo immediato nel cinema.. da quando risiedette a Roma. di analizzare la realtà in modo spietato. lussureggiante. p. quale è uscita dalla seconda guerra mondiale. op. sostanzialmente coerente e immutata. Fu il momento del cosiddetto «neorealismo».. Da Altieri. cosí come in età prefascista fascista postfascista. cit.Giacomo Devoto . op. Film come Riso amaro o Due soldi di speranza. 232. Esso è immerso e condizionato dalla società italiana. L’autore domina non solo le strutture linguistiche. p. è la sua personalità. l’imagine di una «foresta tropicale»541 . Storia d’Italia Einaudi 379 . A differenza dell’Ottocento. nacque il gusto.Il linguaggio d’Italia gergo romanesco (non perfettamente naturale) negli ultimi trent’anni. cit. Sotto la pressione delle evidenti conseguenze della guerra. nei suoi principî informativi. ma si impone attraverso le vicende di una comunità preermetica ermetica postermetica. quando ap541 542 Alberi. per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni e i quadriploni»542 . che erano i dialetti. indicarono alle strutture linguistiche dei modelli. Il risultato è quello di richiamare con il suo lessico. 258. Che questo non sia un istinto incontrollato ma una precisa volontà ragionata è provato dalle seguenti sue parole: «I doppioni li voglio tutti. alle volte masochistico. Neorealisti Il filone opposto nasce da una esigenza non individuale ma collettiva. Questo si manifestò sul piano letterario nel dirottamento dell’interesse dai pomposi ambienti dei benestanti verso quelli dei poveri. al di là di Roma città aperta o Ladri di biciclette. Questo si manifestò nella presa di posizione di fronte a quella equivalenza linguistica degli strati umili della popolazione. 259.

233.Il linguaggio d’Italia parivano come testimonianza di una realtà piú vera ingenua e genuina. bidonvilliano. Una vita violenta. i gerghi di mestiere. da lui introdotti. I suoi romanzi Ragazzi di vita. Chi piú di ogni altro si fece interprete di questa esigenza e si diede a svilupparla in modo costruttivo e coerente fu Pier Paolo Pasolini. Larghi orizzonti di ringiovanimento e rinnovamento della tradizione linguistica apparvero evidenti. valide nella totalità del territorio nazionale e delle normali circostanze quotidiane. per ragioni artistiche. non consistono solo in espressioni violente o grossolane ma anche in attenuazioni ed eufemismi. cioè. su quello tecnico-sociale: di fianco ai dialetti. senza pretendere di acquistare una cittadinanza e una maggiore età in modo definitivo. proprie di uno spazio geografico. Avanguardie Con maggiore chiarezza. Esclusa è invece la possibilità o la legittimità che una evasione di questa natura possa «ringiovanire» tradizioni e strutture del sistema linguistico italiano. Al di là delle strutture dialettali. dei quali la testimonianza Storia d’Italia Einaudi 380 . La bravura del Pasolini appare poi anche attraverso il fatto che gli elementi dialettali e gergali.Giacomo Devoto . precisione oggettiva nella attività quotidiana apparirono subito evidenti a scrittori in cerca di realtà nuove. ora venivano presi in considerazione come una testimonianza sociale. Si compongono anche di unità facoltative. Immediatezza psicologica. perché. il problema si pone a proposito dei movimenti di avanguardia. che possono esser messe a disposizione occasionalmente. Ma un sistema linguistico non si compone solo di strutture permanenti. devono rimanere confinati nell’ambiente dialettale suburbano. non conducono naturalmente a un rinnovamento linguistico. come già era stato il caso del Pascoli (§ 226). comparivano le strutture caratterizzate.

di Alfredo Giuliani545 : «Ma io-qui-ora. Le cose non stanno cosí. XVIII. so = che non basta.. Op. 190. In queste condizioni le avanguardie non solo non hanno condotto a nessun risultato. che fa consistere le avanguardie nella «comunicazione della negazione della comunicazione esistente». non ammetto la conclusione =. Le ragioni sono due. Come esempio di queste sperimentazioni mi limito a uno degli esempi piú moderati. dolorosa sospensione. 546 Op. Milano 1961. va confrontata con la presa di posizione teorica dello stesso autore546 . che è nei loro voti. 545 Tratto dai «Novissimi». mettendo in crisi le strutture linguistiche di una comunità. Esse si sono rivelate in totale contrasto con tendenze e gusti oggi in atto. cit. poesia = nient’altro che paralogia dei soliti discorsi». Questa sentenza. neanche negativo. protestatario. capire è un sentito dire. La prima sta nel carattere pregiudiziale. si arriva. p.. Ma la vera debolezza e insignificanza del movimento delle avanguardie sta nel fatto che si muovono in una contraddizione interna. Come ha mostrato benissimo la Altieri544 . si affronti un caso particolare di quella globale contestazione della intera società. è lo stesso. p. totalmente estranei alle possibilità e ai gusti delle masse. la noncuranza = si corruga. È chiaro che alla fine di un procedimento di questa natura. Con gli anni tutto diviene = simbolico. a accettare il «silenzio». le sperimentazioni delle avanguardie sono fatti di aristocrazia.Il linguaggio d’Italia piú significativa è la Antologia detta dei «Novissimi»543 . non indulgo. 268.Giacomo Devoto . che presuppongono un ambiente chiuso di pochi iniziati. Angelo Guglielmi. che è fra le meno scompaginate della raccolta. 7). cit. «La visioA cura di Alfredo Giuliani. 543 544 Storia d’Italia Einaudi 381 . p. (opera citata alla n. come ha riconosciuto uno degli esponenti del movimento. sul terreno linguistico. illuse come sono che.

occasionale o pianificata che sia. «pelle» fodera. per ragioni sociali. p.. Si tratta di affioramenti che cominciano con una certa carica affettiva. 316. al groviglio di piani del racconto intersecati. ispirate alla visione strumentale e meccanica. tipici caratteri la discontinuità del processo imaginativo. di voluta confidenzialità. Un bellissimo esempio di spostamento coerente è dato dalle metafore applicate alle imagini del corpo umano in un gruppo beat. cit. possono dar luogo a novità strane.. Da queste non sarebbero mai uscite se. e si dividono in due grandi gruppi. Per essa i «gomiti» sono detti angoli. non ci fossero state occasioni di incontri e confronti. anche se non necessariamente capricciose. ma una evasione totale..» Non è piú la evasione. senza choc. «cervello» motore. «mani» tentacoli. «occhi» fari.Giacomo Devoto . che va dalla frattura tra unità lessicali e valori semantici. «fiato» è gas. «ombelico» centro. può invece condurre a un arricchimento vantaggioso del lessico. la violenza operata sui segni. cristallizzate in aree piú o meno limitate. 234. Prelievi lessicali Queste evasioni che mirano a «chiudere» l’esercizio della facoltà linguistica in cerchie ristrettissime.. e lo stesso «nome» diventa stanga547 . l’evasione consistente nel prelevare unità lessicali affioranti da dialetti o da gerghi occasionali. dai quali una forma dialettale è risultata particolarmente efficace 547 Op. «dente» diventa avorio. Storia d’Italia Einaudi 382 . Quando si esce da questi casi estremi.. Il primo consiste nei termini che si prendono dai dialetti in quanto creazioni della storia.Il linguaggio d’Italia ne schizomorfa con cui la poesia contemporanea prende possesso di sé. l’asintattismo.

che consistono nel prelevare da un settore semantico professionale per trasferirli in un altro. singoli elementi delle strutture linguistiche. Alle evasioni sistematiche che investono il «sistema». e si limita a fungere da sfogo. per altre ragioni. si oppongono infine evasioni minori. Si tratta di quella stessa tecnica che. da prima veneziano poi anche milanese. Se non ci fossero stati contatti col vocabolario dialettale genovese attraverso l’ampio contesto degli uomini immersi nella Grande guerra. L’altro gruzzolo. la parola non avrebbe avuto le occasioni per questi confronti.Il linguaggio d’Italia ed espressiva.Giacomo Devoto . in quanto si offrivano come «lustratori di scarpe». è dato dai meridionalismi paisà «compaesano». irradiando da Napoli. che è ciao: arrivato ora a significare nient’altro che «arrivederci». per «strappo». e cioè del filone che le ha assicurato fortuna. riferita al significato restrittivo di «passeggiatrice». i ragazzi detti sciuscià (dall’inglese «shoeshine»). Anche segnorina. era stata applicata dagli scrittori «ermetici» quando prelevavano parole proprie del vocabolario scientifico per inserirle nella lingua letteraria. privo di reali conseguenze. nel senso di una protesta che non calcola su un successo. scippo «furto con destrezza». e portato addirittura anche fuori d’Italia. poi generalizzato a tutta Italia. Gli esempi sono infiniti. Storia d’Italia Einaudi 383 . fasullo «disprezzabile (perché non autentico)». dopo la guerra mondiale. quasi migrazioni interne al sistema. penetrato nella lingua letteraria negli ultimi venticinque anni. Una impronta interessante anglo-americana lasciarono. ma la pronuncia E della vocale protonica vi è rimasta come traccia della pronuncia normale sulla bocca dei militari anglo-americani a Napoli. che dovevano portarle riconoscimento e fortuna. Tale è la sorte del saluto. e cioè avvantaggiata: tale è il caso del genovese mugugno «brontolamento». è sí l’italiano «signorina». ma qui la loro quantità o abbondanza non interessa.

mirava a riportare le tradizioni linguistiche al loro compito funzio548 Cosí Ardengo Soffici citato da Altieri. in connessione con le novità teoriche o comunque intellettuali.Il linguaggio d’Italia Piú interessanti sono i casi particolari. Questa aspirazione. Il linguaggio della critica d’arte. Questi si sentivano misconosciuti dalla terminologia infelice o immatura dei critici perché creata da «gente la quale parlava di quadri e di statue con un frasario da pasticciere»548 . una nozione musicale definita con termini pittorici. p. Firenze 1965 con ricchi dati statistici. attraverso la eliminazione di tutto quello che era superfluo. Classicità finale La reazione agli squilibri determinati dal bisogno di evasione non consiste soltanto in un ritorno a una classicità esclusiva. Si conoscono le critiche anche acerbe. cit. La critica delle arti (figurative o musicali) non ha dietro di sé una tradizione paragonabile alla critica letteraria. Storia d’Italia Einaudi 384 .Giacomo Devoto . Ma un impasto di note e di toni mostra. op. di cui la lingua ancora balbettante di certi critici d’arte è stata oggetto da parte di artisti. Questo appare in settori nei quali la tradizione linguistica non si è ancora costituita saldamente.. in cui il prelievo assume un carattere meno «quantitativo» e tecnico. collegata alla presa di conoscenza di correnti ideali straniere come il pragmatismo americano. 205. Esso si manifestò in tre altre forme. Naturalmente una tradizione non nasce senza dolore. inversamente. 235. La prima di queste consistette nel rifiuto del tradizionalismo ornamentale. Il suo vocabolario si viene formando non solo con parole nuove ma anche attraverso metafore prese da altre arti: una sinfonia di colori o i colori squillanti mostrano il passaggio da una nozione musicale a una pittorica. per l’insieme del problema De Mauro. cfr. senza le eversioni dei futuristi.

131. 135. la capanna per «casa». Il secondo filone fu meno spettacolare. ecco che alcuni tranquilli uomini di lettere e poeti furono attratti dal «piccolo». Nella atmosfera del piemontese Guido Gozzano (1883-1916) o del romagnolo Marino Moretti (n. Il terzo filone. Torino 1969. p. il bugigattolo per «stanza»549 . fra il 1908 e il 1916. impersonò un atteggiamento antiretorico. Furono detti questi i «crepuscolari». i diminutivi.Giacomo Devoto . op.Il linguaggio d’Italia nale di strumento di comunicazione. la aioletta per «giardino». Tali i versi di Sergio Corazzini550 : «Perché tu mi dici poeta?= =i o non sono un poeta= =Io non sono che un piccolo fanciullo che piange= =non ho che lagrime da offrire al silenzio». vedi Cassieri.. p. Op. la vera reazione. cit. Dopo il culto del «grande». Questo ebbe una prima manifestazione nel passaggio dal primo al secondo decennio del secolo. la cerchia fiorentina della «Voce». pronti a rimanere nell’ovile. l’orto per «podere». Nel campo della sintassi. 1885). esercitò una funzione di modello e di guida. Isolata nel succedersi dei gusti e delle mode italiane. l’equivalente di questa minimizzazione fu una nuova ondata di paratassi spinta all’estremo.. a cui era seguito quello del «disordinato». Nell’ambito di questa. presero rilievo: tali gli alberini invece di «alberi». evasori soltanto virtuali. semantici o morfologici che fossero. e soprattutto per opera del suo fondatore Vincenzo CarDevoto-Altieri. il solicello invece del «sole». cosí ai sentimentalismi delle realizzazioni pascoliane come alle sonorità di quelle dannunziane. sia pure attraverso scorribande nel settore esagerato e impulsivo della polemica. 551 (1919-1923). «Antologia della Ronda». 549 550 Storia d’Italia Einaudi 385 . sta nel movimento che fu detto dal nome della rivista «la Ronda»551 . cit. dimessi ma purificati.

di lasciare una tradizione di lingua letteraria italiana.Il linguaggio d’Italia darelli (1887-1969) si manifestò una specie di «poetica del ritegno». impassibilità e lontananza. raggiunse rapidamente la maturità linguistica. È in questo quadro che va vista la vicenda crociana. Lo stile nominale in italiano. che egli seppe instaurare. era riuscito al Manzoni. che incide profondamente non tanto sulle strutture linguistiche quanto sulla loro funzionalità. esistenza senza attributo. al di là delle sue teorie. Ma proprio perché dominata dal senso della misura. La tradizione. 227-231. cosí nelle loro coordinazioni come 552 Altieri. offre allo studioso delle strutture via via adottate dal linguaggio d’Italia un materiale fecondo552 e in parte nuovo. Benedetto Croce (1866-1952). Anche senza prendere in considerazione schemi e dosaggi. Chiusa in limiti piú classici. una prosa che non ceda a tentazioni o pericoli di sviamenti e di caducità. Il problema di un aggiornamento e di un ringiovanimento sussisteva invece. per quanto riguardava la prosa non narrativa. Herczeg. come appare fin dagli inizi della rivista la «Critica» (1903 sgg. cit.Giacomo Devoto . Storia d’Italia Einaudi 386 . inni senza interiezioni. Opposto al Manzoni fu nel sottrarsi a qualsiasi dottrinarismo. quella che doveva riempire il vuoto. può proporsi ideali di prestigio. rimasto dopo Galileo. un polo di attrazione. fra la prosa letteraria e quella scientifica. a differenza del Manzoni. della erudizione. cfr. a qualsiasi aspirazione normativa in fatto di lingua. della storia. op.). Son da citare a questo fine le seguenti proposizioni del Cardarelli: «Luce senza colore. Firenze 1967. eccelleva nel saldare i periodi. una tradizione atta ad imporsi. arrivare a costituire dopo tante incertezze. giovanile e insieme capace di durare. ordini e non figure». pp. la tradizione linguistica lasciata ad esempio dal Cardarelli per quanto riguarda la frase nominale.. quella della critica.

come modelli validi. Questo non toglie. riconosce. ha tenuto il pubblico lontano anche dai modelli linguistici corrispondenti. cosí il modello crociano ha superato indenne il periodo delle «evasioni» linguistiche. E come il modello manzoniano. come la Storia d’Europa. La ostilità alle teorie fiorentine del Manzoni. nella quale parole consuete e parole meno consuete si ritrovavano a loro agio. armoniosa. 142. la validità di questa prosa classica non è stata immediatamente riconosciuta e tanto meno continuata. 553 Devoto. Non diversamente dal Manzoni.Il linguaggio d’Italia nelle loro opposizioni. cit. insuperati553 . nonostante tutto. Storia d’Italia Einaudi 387 .. supera indenne le due parentesi carducciana e dannunziana. Chi confronti i periodi di tre opere diversissime del Croce. cosí del futurismo come dell’ermetismo. la natura fluida. per chi studia le vicende del linguaggio d’Italia. a tanti decenni di distanza. entrambe ormai lontanissime da noi. una sostanziale unità. la Logica o la critica al Pascoli. l’obbligo di allinearli entrambi. e trasmette alle generazioni successive un modello di classicità degno di quella di Alessandro Manzoni.Giacomo Devoto . in un’armonia. p. allo storicismo idealistico del Croce. di un racconto. Profilo di storia linguistica italiana. nonostante la diversità degli argomenti. narrato con arte consumata e con costante proporzione di partecipazione e di distacco.

laziale. emiliano. veneto. sul quale è ricaduto il compito l’onore e l’onere di un superstrato letterario. ligure. sardo.Giacomo Devoto . i suoi caratteri si attenuano. quale appare fissato a seimila anni dalle sue prime tracce virtuali. B) si oppone all’Italia settentrionale come alla centromeridionale Storia d’Italia Einaudi 388 . A evitare il pericolo di cadere in semplicismi ingiustificati. calabrese. che costituiscono il sistema delle istituzioni valide oggi. e precisamente quello fiorentino. che si sommano a quelle esterne collegate al rapido mutamento delle strutture della società. che si sono introdotte nelle rigide strutture originarie. che vi si riscontra (§ 246). occorre per prima cosa considerare i due aspetti diversi. sia per le numerose incrinature. sia per la melodia della frase. Il modello fiorentino temperato Da queste forze contrastanti all’interno del sistema. umbro-marchigiano. lombardo. Dal primo punto di vista la Toscana è la regione che A) per quanto riguarda il sistema delle vocali mantiene la ortodossia dell’Italia (a nord della via Appia) delle nove vocali del latino volgare ridotte poi a sette. ecco allora prender forma il quadro approssimativo del linguaggio d’Italia. e non è esatto parlare del sistema italiano solo come di un fiorentino «illustre». abruzzese-pugliese. campano-lucano. sia per la varietà lessicale. toscano. esteso poi e riconosciuto in tutta Italia.Il linguaggio d’Italia Capitolo quarantottesimo Strutture fonologiche 236. Si tratta piuttosto di un fiorentino «temperato». Da una parte domina il principio particolarista per il quale l’italiano è un dialetto toscano. In conseguenza di questo. a duemilacinquecento dai primi monumenti. che rivela tuttora una decina di varietà di italiani regionali: piemontese. siciliano.

E) concorda con il resto dell’Italia centromeridionale nel rifiutare la lenizione e nel mantenere e sviluppare il processo di assimilazione regressiva nei gruppi di consonanti occlusive. non solo non toscane ma anche non italiane.Il linguaggio d’Italia ignorando la metafonesi554 . da parte della maggioranza degli utenti. che vi si è adattata senza resistenze consapevoli. lo schema toscano tradizionale non si identifica col 3° sistema fonologico italiano. e del peso ancor maggiore. eterogenei ma rappresentativi di una maggioranza numerica del 90%. che non svaluta e tanto meno annulla le vocali finali. H) si distingue da tutte le altre regioni per la moderazione dell’accento. C) si oppone all’Italia settentrionale occidentale. «Revue de linguistique romane». il quale ha dovuto fare numerose concessioni alle pressioni. Storia d’Italia Einaudi 389 . I) mostra un eccesso di conservazione (fiorentina) attraverso la cosiddetta anafonesi. 1972. D) concorda con l’Italia settentrionale nel rifiutare la assimilazione progressiva di ND a NN. e la decisa. Ma. cosí politico come economico. pp. Temperato da queste necessarie aperture rispetto a correnti pressioni e influssi periferici. radicata figura di superstrato culturale. 311-321. di Roma e Milano. 36. spec. ignorando le vocali miste e i processi di frangimento. G) si distingue per la dittongazione delle E e O accentate in sillaba aperta d’accordo con il veneto euganeo. lo schema toscano rimane tuttavia come quello piú raccomandabile per equilibrio armonia elasti554 Nonostante la testarda insistenza di F. nonostante la chiara delimitazione delle sue strutture.Giacomo Devoto . Schürr nell’articolo Epilogo alla discussione sulla dittongazione romanza. F) introduce soluzioni proprie nella moderata palatalizzazione delle gutturali. come alla centromeridionale adriatica. K) un eccesso di innovazione nella aspirazione delle consonanti occlusive in posizione intervocalica. di CT PT in TT.

. pp. Devoto. 1962. «Orbis».Il linguaggio d’Italia cità. sono trenta555 . Una teorizzazione parallela di un italiano su base romana. 173.. 237. 556 Muljaˇ ci´ c. date a parole tratte dai libri. Storia d’Italia Einaudi 390 . 174). che non hanno avuto la possibilità di una ripartizione spontanea. Nella maggioranza dei casi. naturalmente estraneo a qualsiasi forma di imposizione didattica o di moda. non è legittima né attuabile (§ 188). Si deve ricordare poi che solo in una minoranza di casi la ripartizione delle E e O in aperte e chiuse ha una giustificazione storica. si tratta di attribuzioni arbitrarie. 425 sgg. Già ora il sistema eptavocalico è limitato alle vocali accentate. §§ 149. Bologna 1969. cfr. sulla base di valori assoluti. Occorre darne una descrizione piú approfondita. in posizione atona la differenza fra le E e le O aperte e chiuse NON esiste556 . p. p. cit. per i quali i principali elementi sono stati raccolti da Ž.. La obiezione di quanti ritengono che se ne debbano riconoscere solo CINQUE è prematura. Profilo di storia linguistica. I fonemi italiani attuali. dei quali ventidue fuori discussione. cit. secondo questo autore. il loro sistema è oggi di SETTE. op. quello attuale. 150. anche se è presumibile che dentro un secolo questa struttura pentavocalica sarà raggiunta. Una formula empirica dice «vocale incerta voca555 Fonologia generale e fonologia della lingua italiana.Giacomo Devoto . Qui non basta piú segnalare tratti distintivi essenziali come nei sistemi precedenti. Muljaˇ ciˇ c. e soltanto otto tuttora soggetti a qualche dubbio. 379 sgg. 3° Sistema fonologico: le vocali Si pone cosí il problema di delineare il 3° sistema morfofonologico italiano (cfr. sia pure temperata. Malmberg. p. I) Per quanto riguarda le vocali. 11.

9-10. senza sentirci in errore: è un altro esempio di quelle incertezze e difficoltà che solo la fusione delle due E potrà risolvere. p. rispettivamente lunghe e brevi. op. Muljaˇ ci´ c. cit. 559 «Bollettino dell’Atlante linguistico italiano». La differenza faato «fato» e fatto (con la breve) è valida nella pronuncia regionale piemontese-lombardo-ligure. con possibilità di corrispondenti alternan(n ze. tale il genovese che distingue nettamente baagiu «sbadiglio» da bagiu «rospo». aglio ˇn ˇ . da quella breve in sillaba chiusa. delle vocali antecedenti. pp.. Op. 417. p. ma solo di un principio di dittongazione verso JI. in certe regioni. fascio. Viceversa sarebbe assurdo considerare lunga la finale di dormii. a schemi regionali si rifanno le pronunce semplici o geminate di bagno. ad esempio nel plurale bivî559 . 238. nelle pronunce regionali dell’italiano.Giacomo Devoto . Franceschi ha sostenuto la autonomia del fonema î. Tuttavia. cfr. 43-44.Il linguaggio d’Italia le aperta»557 ed è quella che si applica ad esempio nelle parole del tipo di «problèma». cit. perché non si tratta di vocale lunga. in cui si tratta visibilmente di due sillabe Op. ma solo in certi dialetti. Analogamente. šš. 557 558 Storia d’Italia Einaudi 391 . Le semivocali III) T. cit. che noi settentrionali pronunciamo «probléma». 436. mentre si pronuncia indistintamente la quantità breve in Toscana e nel Veneto. anche se nessuna ragione impone di affrettarla. condizionata dalla posizione nella sillaba aperta. 429. p.. ci sono differenze fra la pronuncia lunga. l’l’)558 .. II) Una differenza di quantità nelle vocali italiane non esiste sul piano fonologico panitaliano. 1964.

il problema principale è quello della differenza fra semplici e geminate o (meglio detto) intense. di «tre» sillabe. In queste opposizioni si inserisce il trattamento dell’articolo davanti a parole straniere comincianti con H. op. Le consonanti VI) Per quanto riguarda le consonanti. ai fini della eventuale elisione dell’articolo. 442. La differenza non giustifica il ri560 561 Muljaˇ ci´ c. p.è una sillaba sola. ma «due» sillabe -quia-i561 . IV) È indispensabile in italiano distinguere una doppia categoria di semivocali. op. mentre in la-scia-re.). Distinzione di sillaba. -scia. cit. si ha anche in pi-ano «di Pio».). che NON vengono a costituire dittonghi. 239. quasi fossero equivalenti a un gruppo di consonanti complesso come SP e insieme fragile: tale l’opposizione fra i tipi l’uomo. lo Haldane (ingl. però Muljaˇ ci´ c. V) Un esempio ulteriore di semivocale è la R vocalizzata in brr (che freddo)562 . lo uadi. sono trattati come fossero vocali. non so quanto durevole.Il linguaggio d’Italia indipendenti560 . 437. Una corretta grafia dovrebbe contribuire a distinguere le due entità attraverso i segni I/J e U/W. Dall’altra si hanno elementi. p. Cosí in ossequiai non si ha un tetrattongo -quiai.. cit.). quindi non ammettono la elisione e anzi impongono l’articolo LO. Storia d’Italia Einaudi 392 . perché troppo evidentetnentc interiettiva: cfr. lo Watt (ingl.. cit.Giacomo Devoto .). cosí pure in sci-a-re. p. 455. diverso da «piano» che è il latino volgare PLANU. effettivamente articolato: tali lo Hegel (ted. Contro Muljaˇ ci´ c. Da una parte si hanno elementi vocalizzati che entrano a far parte di un dittongo e quindi. 562 Difficilmente inseribile nel sistema. l’ieri contro lo iato. come lo Jäger (ted. op. lo Jonio..

mèzzo. 433. op. attimo è un fatto opposto. distinguere e articolare le consonanti geminate. ma paragonabile. I veneti sono bollati nella loro incapacità di pronunciare. e di articolazione sul piano descrittivo. p. Nell’ambito della sola Toscana. la cui trascrizione TS DS NON è raccomandabile. zinco. costituisce un tutto unico: sembra difficile postulare una serie quadripartita PP. che coinvolge la distinzione di grado. BB P B. 46-47. pp. Si tratta sempre di una articolazione unica come nel caso di zio. Franceschi565 . op. ATOMU In it. come di lenizione su quello evolutivo. d’accordo con T. Il quadro di insieme. mézzo. la anomalia piú evidente è la tendenza a lenire le consonanti sorde intervocaliche nella pronuncia generale odierna dei meridionali. i tipi faccia maggio non devono essere considerati fonemi autonomi ma solo varianti intense di presunti FACIA MAGIO. op. a quello del passaggio da NUBULU a nuvolo. a parte il detto assai poco valido «consonante incerta consonante sonora». p.Giacomo Devoto . 428. A differenza di Muljaˇ Secondo Muljaˇ ci´ c. cit. alla nota 6. VII) Per quanto riguarda il rapporto fra consonanti sorde e sonore. cit. non solo palatalizzato ma anche affricato. è certo che le pronunce cena gente dice regina presuppongono un fonema diverso. Tuttavia questo allineamento è accettabile solo se prendiamo come base uno strato toscano attenuato. La geminazione è uno dei caratteri fondamentali del sistema italiano. La geminazione da lat.Il linguaggio d’Italia conoscimento di una diversa natura fonologica563 . cit. anziché una PP/P BB/B. Storia d’Italia Einaudi 393 . tendenza a cui corrisponde quella a geminare le sonore quasi si trattasse di preservarle dalla confusione con le 563 564 565 ci´ c. Ancora una volta.. I fonemi suscettibili di geminazione in italiano sono quindici564 .

Giacomo Devoto . cuggino per «abile» «cugino». assente presso i. la simmetria non toscana delle pronunce paCe faCCia vinCe. che però sta lentamente avviandosi ad accettare gli schemi sonorizzanti del Settentrione: non piú cosí ma cozí. Segre presso Bally. caotica in Toscana e nella stessa Firenze.. sono da ricordare altri tre casi tipici: la resistenza delle forme dittongate del tipo buono di fronte a quelle non dittongate del tipo fiorentino «bono». per esempio in quella di Parma.Il linguaggio d’Italia sorde lenite: tali le pronunce romanesche àbbile.meridionali da Arezzo in giú. la resistenza della pronuncia meridionale del tipo sci-enza in confronto di quella centrosettentrionale. normale in posizione intervocalica nella pronuncia dei settentrionali. 449. 566 567 Che il Muljaˇ ci´ c op. Anche qui è prevedibile che pece e vince siano attratti in futuro nel sistema unitario di «faccia». in aree particolari. VIII) Oltre che la oscillazione nel rapporto di sorde e sonore in posizione intervocalica. definita felicemente da C. la persistente preferenza per le finali in vocale le assicura una solidità e rilevanza di costituzione totalmente diversa dalla parola francese. Linguistica generale e linguistica francese. p. Segre567 . ma è diffusa in tutte le classi sociali. che si va avviando a «scenza» (scritto scienza). IX) Di minor rilievo sono le incertezze di ordine sociale: la R uvulare è frequente negli ambienti snobistici della diplomazia o plutocrazia566 . come ridotta ormai a un ideogramma. X) Per quanto riguarda l’insieme della parola. con la S divenuta sonora. Storia d’Italia Einaudi 394 . che in Toscana è disturbata dal fatto che il primo esempio di (apparente) palatale pura è attratto dalla serie delle palatali affricate come in pesce. cit. Confusa è la situazione della S sonora. 445 sopravvaluta. Milano 1963 p.

feLDSPato. di cui la prima sia continua e la seconda momentanea. aDLa). Ma nel lessico tecnico si trovano serie non assimilate di sorda piú sorda come PTerodattilo o CTonio. DL (aVLa. e non in modo definitivo. Storia d’Italia Einaudi 395 . e l’abbandono della vocale protetica facoltativa nei tipi in (I)spagna. facoltativi: ammessi in determinati settori tecnici. ma non dappertutto. Certo. ma sarebbe grottesco affermare che il sistema italiano tollera i gruppi BSTR. LDSP. 149. I gruppi di consonanti XI) Tuttavia la caratteristica principale del 3° sistema fonologico italiano sta nella regolamentazione delle finali consonantiche di parole straniere che le vedono accettate quando si tratti di consonanti isolate come in baR gaS gaP. oppure «piú» continua della precedente. i gruppi di sorda piú sonora (aPBa) o di sonora piú sorda (aBPa). in (i)scuola ne è una prova. Non ha possibilità di espansione un gruppo come PN eppure compare in una parola fondamentale come PNeumatico. l’assetto è lungi dall’esser raggiunto. NGST. Casi estremi. intermedi.. Incompatibilità persistenti sono i gruppi di nasale piú liquida (ANLA). Ma soprattutto si deve vedere qui un altro aspetto del processo (che si vedrà di nuovo a proposito dei procedimenti di derivazione) per il quale si tende a passare da un sistema lin568 Devoto. p. di sonora piú sonora come BDellio. Profilo di storia linguistica. SPORT FILM sono perfettamente inseriti. Non si può parlare solo di gruppi ammessi e gruppi esclusi.Il linguaggio d’Italia 240. i gruppi VL. tuNGSTeno. ma bisogna riconoscerne anche di parziali. sempre tecnici sono suBSTRato.Giacomo Devoto . mentre sarebbero impensabili gli adattamenti dei francesi act(e) o t(h)eatr(e)568 . una maggiore elasticità si diffonde. cit. oppure in gruppi di consonanti. XII) Per quanto riguarda i gruppi di consonanti.

cosí nel campo fonetico.Il linguaggio d’Italia guistico «chiuso» a uno «aperto».Giacomo Devoto . Storia d’Italia Einaudi 396 . come in quello morfologico della derivazione delle parole (§ 242).

in tedesco. si era preso coscienza della funzionalità di certi prefissi come RI. ma questo stenta ad assumer l’automatismo del paradigma come avviene invece ad esempio nella battuta scherzosa «ri-buon giorno». cit. con i prefissi detti separabili: parole come risentire o premettere consentono agevolmente di riconoscere il prefisso. Diminuiscono le tentazioni per elisioni e troncamenti come quella (già segnalata al § 240) a introdurre vocali protetiche. l’italiano aveva una certa abbondanza di suffissi caratteristici tradizionali. In fatto di derivazione di parole. ad esempio.Il linguaggio d’Italia Capitolo quarantanovesimo Strutture morfologiche 241. soprattutto. sotto la influenza dei latinismi. Storia d’Italia Einaudi 397 . Storia linguistica. Derivazione: prefissoidi e suffissoidi La maggiore elasticità e adattabilità fonetica ha conseguenze anche indirette sulla individualità della parola nella frase. 414-415. per i sostantivi. Nella composizione nominale. Anche le preposizioni diventano meno inclini a fondersi con l’articolo nella forma delle preposizioni dette «articolate»: dalla lingua dell’uso sale a quella letteraria la preferenza per il tipo «con il» a danno di quello «col»569 .Giacomo Devoto .. se si tien conto delle scarse risorse del francese: per gli aggettivi. ad esempio. La composizione spontanea in italiano è quella col 569 De Mauro. la varietà di accrescitivi diminutivi vezzeggiativi del tipo casona casina casetta rispetto a «casa». come avviene.per indicare una ripetizione. pp. quando. la formazione dei superlativi in -issimo. Ma questi prefissi non hanno mai costituito una risorsa funzionale. una certa possibilità di sviluppo si era già avuta nel sistema precedente.

pp. contro questa resistenza del sistema significante. 571 Per uno schema delle basi sintattiche dei composti italiani. «Atti del I e del II Convegno di Studi della Storia d’Italia Einaudi 398 . che non va al di là del composto «attributivo». Non è pensabile un equilibrio lessicale-derivativo italiano senza considerare la parte che vi hanno ormai i tipi formati con auto. e quindi al livello del tedesco Morgengabe. vedi Ambroso. 84 sgg. del superamento anglosassone. della intelaiatura «europea» in corso di costituzione (§ 250). unità intermedie fra i temi nominali e le preposizioni o prefissi. 4 ed. Tuttavia anche questa tecnica risente di difficoltà e ambiguità. Ma. che risulta dall’abbreviazione di una parola. e altro quello secondario. letteralmente MATTINO-DONO è inammissibile e deve essere «tradotta» nel sintagma ben piú complesso di «dono del mattino».«da sé» o con tele. nella quale era entrato come componente normale: autorimessa non è una «rimessa per cosí dire automatica». 570 Migliorini. perché i prefissoidi si sono ormai scissi.«a distanza» cosí auto (combustione) cosí tele (comunicazioni). telespettatore non è uno «spettatore a distanza» ma uno «spettatore della tele(visione)». come appare negli esempi citati. Lingua contemporanea. Quella del tedesco Morgen-gabe. Esse cominciano a essere soddisfatte attraverso la tecnica dei «prefissoidi»570 . Altro è il prefissoide primario. I prefissoidi primari sono impiegati per creare parole «motivate». ma semplicemente «rimessa per auto(mobili)».Giacomo Devoto . stanno premendo le esigenze semantiche del nostro tempo. I prefissoidi secondari sono introdotti per «abbreviare» e esorbitano dagli schemi tradizionali della composizione: si tratta di composti in cui l’elemento reggente NON è verbale. Firenze 1963. con una tecnica di composizione..Il linguaggio d’Italia primo elemento verbale mangia-fuoco. che è stato definito or ora estraneo alla tradizione italiana571 .

senza un segnale formale che specifichi se si tratta davvero di un allineamento oppure della eliminazione di uno o piú segnali sottintesi. Morfologizzazione di sintagmi Nell’ambito della ricerca di una motivazione. sui quali si allineano avicolo «allevatore di polli». Il terzo procedimento si fonda sul modello dei telegrafismi. Al posto di «mangiatutto» subentrano i tipi latineggianti onnivoro. Gli schemi latini. al di là della motivazione evidente. ha anche il vantaggio funzionale della maggior brevità. arti-fex. Gli esempi della prima categoria sono particolarmente numerosi nella lingua cancelleresca. mira non tanto a una vera funzionalità quanto a un ideale economico di sforzo minore. si notano oggi tre diversi impulsi. che per natura prescinde dagli affetti. vermifugo «allontanatore di vermi». 242. Il primo di questi mira a sostituire parole immotivate o locuzioni ingombranti con parole motivate e piú brevi. Un esempio.Il linguaggio d’Italia Tuttavia qualche cosa si muove anche nell’ambito della seconda parte delle eventuali parole composte. circolo).Giacomo Devoto . pp. igni-fer. Storia d’Italia Einaudi 399 . è quello di evidenziare al posto di «mettere in evidenza». erbivoro. agri-cola. attraverso elementi definibili non già come «suffissoidi» ma come «predicatoidi». Piú Società di linguistica italiana. associata o no a quella della brevità. per i quali le parole si giustappongono. pestifero «portatore di peste». già radicato anche al di fuori del mondo burocratico. il quale. Roma 1969». p. che costituiscono una risorsa provvidenziale per esigenze sempre piú profondamente sentite e diffuse. 97-98 (v. creati in parte sul modello dei composti greci sono stati illustrati al § 63. es. Il secondo mira a sostituire derivazioni morfologiche a rapporti sintagmatici.

ma non si può convalidare senz’altro un giudizio estetico negativo. Potrà piacere piú o meno. Esso mira a «motivare» la sua forma attraverso il collegamento col sostantivo. a livello di «parola» e non di «lingua». che prendono ogni giorno piú piede. Del secondo tipo sono i costrutti. nella tradizione risalente al latino. con atteggiamento rinunciatario. solo perché si tratta di una deviazione dalle abitudini. tali «movimento testa-coda» o «missile terra-aria».Giacomo Devoto . per esempio «la gente bene». ipotizzare «fare l’ipotesi». e si avvicina a un tipo linguistico aflessivo. strumentalizzare «usare come strumento» (meglio sarebbe strumentare). che. Questa moda è oggetto di critiche. Esso proviene sia da rapporti usuali privi di importanza. con avverbio che prende il posto dell’aggettivo. sia da tecnicismi e cioè veri telegrafismi: tali borsa valori o cassa pensioni. aperte. era contenuto nel sistema «suppletivo» e immotivato dell’infinito referre e del supino relatum. di (stato) confusionale. i rapporti rimasti privi di segnalazione. in cui si sottintende rispettivamente «dei» e «delle». fanno a meno di segnalare i rapporti di reciproca dipendenza. Questa mobilitazione di procedimenti morfologici conduce a un risultato parallelo a quello segnalato. revisionare al posto di «rivedere». che. ma non rappresenta in realtà né una anomalia né una fonte di disordine per il sistema attualmente in vigore. A questa serie appartiene sensibilizzare «render sensibile». (potere) decisionale per «stato di confusione» «potere di decisione». Essi affidano all’interlocutore o lettore il compito di integrare. La terza categoria è la piú anormale. che possono trova- Storia d’Italia Einaudi 400 . a proposito di feldspato e simili (§ 240). perché esce dal tipo flessivo tradizionale. caduche.Il linguaggio d’Italia indicativo di questo rilassamento sono relazionare al posto di «riferire». prende di petto cosí i rapporti morfologici come quelli sintattici. sul piano fonetico. Essa conduce alla possibilità di coniare parole occasionali.

10. Storia d’Italia Einaudi 401 . b) il valore solo funzionale. p.Giacomo Devoto . 572 Vedi il mio libro Civiltà del dopoguerra. Dall’altra si ha la apertura illimitata. indicante dottrina o abitudine. Firenze 1955. in italiano come in tutte le altre lingue. Cosí. cit. Le testimonianze estreme di questa ricerca della brevità. lontana. create volta per volta. attraverso un sistema paradigmatico piú ricco. come federale per «(segretario) federale» o direttivo per «(consiglio) direttivo». La loro stessa fortuna ha fatto si che esse non sempre rispettino quei criteri e limiti che soli possono renderle utili. il musicista trae degli «accordi»: i quali non sono che «parole». quello della «velocità». senza pretendere un riconoscimento e una regolare registrazione nel tesoro lessicale della lingua. Da una parte abbiamo mutilazioni all’interno della parola come cine(ma) per «cinematografo» o del sintagma. attraverso l’allineamento di un certo numero di note. alla SIGLA574 . pp. dovrebbe in teoria essere equiparato alla possibilità di trarre da ogni forma verbale un participio passato. per esempio CED=C(omunità) E(uropea di) D(ifesa). Cosí. con la quale schemi europei. 573 Saggi di linguistica europea. si diffondono573 . tipici della nostra civiltà comune. I tipi fondamentali sono tre: a) quello semantico e funzionale. anzi di quell’impazienza. non sono altro che il risvolto interno di un fattore esterno. Salamanca 1958. per esempio FIAT che fa corrispondere alla sigla «F(abbrica) I(taliana) A(utomobili) T(orino)» il valore di una parola latina quasi beneaugurante. rispettando schemi piú o meno generalmente accettati572 . 9 sgg.Il linguaggio d’Italia re una giustificazione in un apposito contesto. Ma questa paradigmaticità integrale è ancora straniera. si può mirare a un sistema linguistico «aperto» (§ 240). 274 sgg. op. Il principio che da ogni astratto si possa trarre un aggettivo in -ale o da ogni aggettivo un astratto in -ismo. 574 Altieri presso Devoto-Altieri.. pp.

L’impiego. Queste appaiono anche in italiano nel caso dei pronomi atoni. per scioglierle. e fatica.Il linguaggio d’Italia c) quello né semantico né funzionale di CLN=C(omitato di) L(iberazione) N(azionale). Nell’ordine delle parole. Le sigle Pacilitano. rapidamente e a vantaggio degli iniziati. per concentrare prima. Le desinenze personali del verbo sono sufficienti in italiano a segnalare la «persona» senza l’intervento dei rispettivi pronomi personali. è a te che obbedisco.Giacomo Devoto . in sé superfluo. Storia d’Italia Einaudi 402 . obbedisco a te. in confronto ad esempio del francese. è possibile alternare la disposizione mio amico con quella amico mio. di fronte a mon ami. Nella declinazione si assiste invece agli inizi della indeclinabilità del pronome relativo almeno nel parlato: «una donna che suo marito è scomparso». offre una variante importante per concentrare l’attenzione sul soggetto. 243. e che ha dato vita al derivato integrato «ciellennistico». consentendo la triplice stratificazione: ti obbedisco. che richiede la integrazione con elementi vocalici per potere essere pronunciato. sta nella migliore conservazione dei segnali. sia anche da un punto di vista di preferenze regionali: mentre in francese. NON può sussistere ami mon. gli elementi essenziali per un riconoscimento. Scelte sintattiche Nella morfologia un carattere saliente dell’italiano. ogni volta che appaia opportuno: in italiano si può scegliere fra dico e io dico. in francese si può usare soltanto je dis salvo ricorrere a complesse circonlocuzioni. Esse conducono a un circolo vizioso. sia secondo la insistenza che si vuole associare all’attributo. di questi. ma sono chiuse ai non iniziati. di fronte al regolare «una donna il cui marito è scomparso». a vantaggio dei non iniziati. il che permette scelte stilistiche che in francese non sono possibili. salvo poi a esigere tempo.

ma se ne pronuncia solo uno575 . p. soprattutto sotto l’influenza della lingua (cosí carica di emotività) della pubblicità. i quattro segnali rimangono a livello di grafia. Essa consiste soprattutto in forme di frasi affettive. La macchinosità delle concordanze in italiano risalta in confronto della semplificazione francese. che incide piú o meno sulla struttura effettiva della frase. Situazioni in parte analoghe si verificano anche nella sintassi della frase. Anche il passato remoto è in decadenza e dall’uso settentrionale è scomparso. Nella serie basta tintarella. mangiate snello si assiste a una omissione di segnali.. cit. abbreviate. vota socialista. ma non nelle proporzioni francesi. Nelle forme verbali. tanto nero. «ADOPERA tanto nero».. Storia d’Italia Einaudi 403 . in questi casi. Sopravvivendo. ma è una frase telegraficamente visiva: «vota PER LA LISTA so575 Segre presso Bally.. per insistere su un comando o su una proibizione. l’Africa». consente però una segnalazione sufficiente di rapporti di dipendenza di proposizioni. Nell’equivalente francese «les vaillants soldats avancent». Nella frase italiana «i bravi soldati avanzano» si hanno ben quattro segnalazioni del numero plurale. in cui vengono omessi solo segnali di preposizioni: «basta CON la tintarella». via le catene. Il primo è quello di una frase effettivamente nominale. niente Africa. Proprio per questo. e non italiana.Giacomo Devoto . si tratta di decadenza regionale. 444. il congiuntivo è in decadenza. «METTETE via le catene». e quindi anche per questo il periodo italiano si mantiene piú complesso e articolato rispetto a quello francese. anche sfavorevoli. Nessun indizio c’è che questo processo si estenda all’Italia meridionale. tre. op.Il linguaggio d’Italia La miglior conservazione dei segnali morfologici ha conseguenze sintattiche. La terza non è piú una frase con segnali ridotti. Il secondo richiede l’integrazione di un predicato verbale: «NON VOGLIAMO. I gradi sono.

nella storia. maggiore nel settentrione. 244. oppure di verbi denominativi che la sottomettono a una motivazione astratta. Al principio tradizionale che impone di scrivere con la naturalezza con cui si parla. tanto esagerata quanto opaca e inefficace. ma. Si tratta di schemi (soprattutto burocratici) distribuiti in periodi tortuosi. È una forma di egocentrismo. L’altro aspetto della questione va piú nel profondo. a poco per volta. aleggia poi una forza coordinatrice. Siamo davanti a una ricerca di motivazione egoistica. per la quale. desídero. mentre in italiano la sua posizione è libera. e oggi noi del settentrione sentiamo l’accento dei meridionali come piú intenso del nostro. desiderano. si è spostata in direzione di mezzogiorno. determinato però sempre da esigenze emotive. come sulla frase. senza vedere davanti a sé l’interlocutore. La misura di questa intensità è stata. Siamo di fronte a una forma di abbreviamento sintattico. ancora una volta l’italiano si trova all’estremo opposto del francese. sempre piú accentuato. salvo alterazioni dovute alla analogia: un esempio di queste possibilità è dato dalla serie seguente: desiderò. In questo. intensiva fino dai primi secoli dell’impero romano. desideriamo. Per quanto riguarda la sua natura. e consiste nella banalizzazione generale del periodare parlato. Se si tiene conto delle Storia d’Italia Einaudi 404 . Per quanto riguarda la sua posizione. esso è vincolato all’ultima vocale pronunciata. Accenti sussidiarî Sulla parola isolata. e di nomi astratti che nominalizzano la azione compiuta. ricchi di forme nominali del verbo.Il linguaggio d’Italia cialista». «mangiate IN MODO DA RIMANERE snello». anche contro il proprio interesse. si contrappone l’abitudine di parlare come si scrive. si dimentica che si parla per essere intesi. che è l’accento. e cioè determinata dalla storia. essa è. nel linguaggio d’Italia.Giacomo Devoto .

. non assoluto: due accenti pieni non possono essere contigui. brevissima quella delle quattro vocali non accentate. Ithaca-New York. il 32% e sono particelle enclitiche o proclitiche. 11-12. ecco la serie vistosa di telèfona. In ogni successione di piú che due o tre sillabe ci è dato riconoscere sillabe francamente atone e sillabe provviste di una accentazione secondaria parziale: sarebbero anzi da distinguere.Giacomo Devoto . Hall577 . Descriptive Italian Grammar. si può certo introdurre il troncamento della E atona finale. oltre che una opposizione di forza. telèfonami. telèfonamela. cit. quella della sillaba accentata. 1948. uno nullo. Storia d’Italia Einaudi 405 . 491. Fonologia. il 60% sono piane. si ha la retrocessione dell’accento nella pronuncia di àndar lí. oltre la opposizione di sillaba accentata e sillabe non accentate. che ha il rilievo di un eventuale accento intermedio. salvo quella finale. uno intermedio. il 4% sdrucciole. Secondo una statistica. p. Nel caso di parole accentate sulla quartultima o quintultima interviene poi anche un altro criterio. Ma la parola italiana non è costituita solo dalla opposizione di sillabe accentate e no. l’1% bisdrucciole576 . il 3% tronche. pp. sviluppando un suggerimento di R. La maggioranza delle parole italiane ha l’accento sulla penultima sillaba. quello della quantità: nell’esempio citato di telèfonamela. che normalmente in italiano non ha alcuna parte.Il linguaggio d’Italia particelle enclitiche. anche una opposizione di quantità: lunga. si ha. un accento pieno. è difficile introdurre una parola tronca o assoggettata a troncamento: in una serie come andàre lí. ma anche uno enfatico. 576 577 Muljaˇ ci´ c. Ma si paga un prezzo: di fronte alla normale successione di accenti in andàre lí. Il rilievo dell’accento è poi relativo. davanti a sillaba accentata all’iniziale di parola.

cit. 14. Le prime due sono importanti in quanto hanno un valore di segnale sintattico. 580 De Mauro. Un ulteriore confronto col francese porta a segnalare un’altra opposizione: la frase interrogativa lo conosce? che noi segnaliamo solo attraverso la melodia ascendente. la seconda per la interrogazione introdotta da pronomi o avverbi interrogativi: la intonazione di vieni? è difatti opposta a quella di chi viene? Il terzo tipo è quello degli enunciati normali579 . Fiorelli. 246). Firenze 1965. pp.Il linguaggio d’Italia Accanto ai problemi quantitativi dell’accento in senso stretto si hanno quelli qualitativi della cosiddetta melodia della frase. cit. da uno piú o meno fortemente emotivo: quel corridore è un pazzo. È un campo in cui vi è ancora molto da indagare. 579 Muljaˇ ci´ c. ha bisogno. 495 sgg. Varietà melodiche distinguono assai chiaramente le grandi regioni d’Italia. la ascendente. la prima per la interrogazione normale. tale la formula interrogativa «le connait-il?» di fronte all’affermativo «il le connaît». cit. All’interno di questo è da distinguere un enunciato puramente indicativo. nella forma corrispondente francese. non c’è niente da fare. è pazzo. pp. p. p. 3ª ed. Hall578 . a cura di P.. Si deve aggiungere anche la melodia particolare di un enunciato segmentato: lo conosco bene. Tuttavia. dalla successione «conosco bene l’amico»580 . 418-422 con ricca bibliografia. op. di una segnalazione sintattica. si è arrivati a supporre la legit578 Camilli. si distinguono tre intonazioni melodiche.Giacomo Devoto .. Pronuncia e grafia dell’italiano. da alcune analogie che si è creduto di individuare fra melodie diffuse sulle coste adriatiche e la regione padana. Storia linguistica. anche al di fuori dell’uso dialettale (§ 236. la ascendente-discendente. l’amico: che è del tutto diverso. Hall. Attraverso le osservazioni di A. op. nella successione melodica. Camilli e di R. la discendente. es. Storia d’Italia Einaudi 406 ..

581 582 583 584 Battisti. da basi di partenza opposte. I fondamenti della storie linguistica. Fonologia generate. «Genio» della lingua? Un sistema linguistico non è. 460 sgg.. quasi l’insieme delle istituzioni linguistiche giustificasse l’analogia con un essere vivente: basti ricordare la visione di Carlo Vossler585 . pp. che lo ha reso adeguato ai suoi compiti nel mondo della natura. Op. Per riprendere una mia vecchia formula. né geometrico né immobile. frutto di una selezione. le lingue non sono «codici naturali» e lo «studio sincronico» non può permettersi il lusso di prescindere dalla storia di una lingua583 . Firenze 1936.. Fonetica generale. in base a queste considerazioni. Meriggi. la nozione di un «genio» della lingua. 585 Lingua e nazione. Milano 1968. cit. pp. p. Il marxismo e la linguistica. 245. 586 Vedi la mia prefazione a Stalin. Esso risulta dall’equilibrio di tante forze contrastanti: come una nave. Firenze 1951.Giacomo Devoto . Muljaˇ ci´ c. la sincronia non è che una storicità mascherata o microscopica584 . cit. Una lingua è un prodotto convenzionale in cui la vischiosità della tradizione ha reso pressoché nulle le forze selettive586 . trad. Per usare le parole di un distinto studioso contemporaneo582 . Ma la espressione è impropria: un essere vivente può essere piú o meno efficiente ma rappresenta sempre un tipo di vita organizzata. Milano 1938. 251.Il linguaggio d’Italia timità di una melodia «gallo-italica» che sarebbe tuttora sopravvivente581 . che può stare ferma ma non è immobile. Storia d’Italia Einaudi 407 . p. di B. perché il suo galleggiare è il frutto di tanti equilibri particolari. In contrasto con queste tendenze livellatrici è stato però elaborato. 5 sgg. 460.

587 588 Devoto. per quello che hanno di convenzionale. Storia d’Italia Einaudi 408 .. sulla goffaggine e povertà di quello tecnico. In relazione con la lingua italiana si è insistito. Storia linguistica. tutti caratteri che sono in stretta connessione con la struttura e le vicende della società italiana.. passim. sulla artificiosità connessa alla agilità e ricchezza del suo vocabolario poetico.Il linguaggio d’Italia Le istituzioni linguistiche.. sul tradizionale riconoscimento della sua varietà e armoniosità (a torto svalutato da un recente autore588 ). Venezia 1957. rispetto alle esigenze espressive dei loro utenti587 . e non della lingua italiana589 . Se dovessero meritare la qualifica complessiva di «genio».Giacomo Devoto . 313. De Mauro. volta a volta sulla impronta tradizionalistica collegata con la sua somiglianza col latino. 322. Fondamenti. cit. p. cit. 589 Cfr. Lingua e letteratura. cosí eterogenea. 288 sgg. per definirne il «genio». si tratterebbe però di un «genio» della società. pp. sono sempre inadeguate o esuberanti. Parodi. di fronte ai quali per metà sono strumento e per l’altra metà prigione.

pp.Il linguaggio d’Italia Capitolo cinquantesimo Prospettive 246. la lingua letteraria italiana interes590 591 Storia linguistica dell’Italia unita.. immutata. elaborato da T. è impossibile fissare il rapporto che passa oggi fra utenti di lingua e utenti di solo dialetto. 65-72. La società Queste strutture. al momento della unificazione politica. Tre forze hanno fatto si che in mezzo secolo. da una parte consolidate. Storia d’Italia Einaudi 409 . in sostituzione di quel 3/97 di un secolo fa.000 abitanti il 17% della popolazione e nel 1961 il 34%591 .000 abitanti siano cinque nel 1770. pp. Nella fluidità della situazione attuale. Da questo punto di vista. la lingua letteraria italiana non interessava che il 3% della popolazione. 41 sgg. Il dato statistico fondamentale. pongono ora i problemi attinenti ai loro rapporti con la società. sono tutte cifre che non hanno diretto interesse linguistico perché i grandi centri favoriscono certo la formazione di una comunità linguistica unitaria. prova che. mentre il 97% si moveva solo nell’ambito dei dialetti. Questa si è semplicemente sovrapposta a una società sostanzialmente statica.Giacomo Devoto . almeno potenzialmente. che le città con piú di 100. dieci nel 1881 e oltre quaranta oggi. la grande svolta non si è compiuta in connessione con la unificazione politica. Bari 1963. Che gli abitanti d’Italia siano 17 milioni nel 1770. dall’altra sottoposte a tanti fermenti. veri ghetti linguistici. op. De Mauro590 . 28 e mezzo nel 1881 e 55 oggi. Gli altri dati statistici hanno meno rilievo. in senso geografico. che nel 1861 vivesse in città con piú di 50. ma non sempre in senso sociale. De Mauro. cit.

armadio/guardaroba.000 italiani di un secolo fa. cfr. che ha méscolato fra di loro milioni di italiani. De Mauro. comò/cassettone. la televisione. tutti indistintamente i 55 milioni di italiani di oggi: la Grande guerra 1915-18. salvietta/asciugamano. pp. si mantengono. eventualmente diluito. lavandino/acquaio. cit. che ha avvicinato in un fronte unico tutti i lavoratori. op.. Parallelamente. al posto dei 750. 244). 234 sgg. si ha una lingua letteraria che da una parte si mantiene chiusa nella sua tradizione oligarchica.. Questo processo non ha solo il risultato di uniformare. La opposizione fra lingua e dialetto non si trasforma soltanto a vantaggio della prima e a danno del secondo. Storia d’Italia Einaudi 410 . rubinetto/chiavetta. Si ha da una parte il dialetto tradizionale che accentua la sua natura di ghetto anche sociale. 384-402. Si ha dall’altra il dialetto aperto alle esigenze di una società coltivata. Diventa piú articolata. uscire/sortire. a Torino a Genova a Milano a Roma a Napoli. Allineo qui un certo numero di coppie592 rispetto alle quali vorrei raccomandare agli utenti stranieri (oltre che agli italiani) la piú assoluta indifferenza: intendere/sentire. Ruegg. gruccia/ometto.Giacomo Devoto . la organizzazione sindacale. aspetti particolari regionali (§§ 236. mezzanino/ammezzato. balcone/fi592 R. ma dall’altra accetta. Colonia 1956. 140 sgg. senza influenzare la dignità sociolinguistica degli utenti. Zur Wortgengraphie der italienischen Umgagssprache. ma si restringe sempre piú in estensione e profondità. che presenta quotidianamente a milioni di italiani istituzioni linguistiche realizzate in modo pressoché uniforme. che permettono di legare l’utente piuttosto all’una che all’altra regione italiana. stringa/fettuccia. soprattutto dal punto di vista di particolari pronunce o di una struttura melodica media.Il linguaggio d’Italia si.. cassetto/tiretto. ma in certi centri come Venezia tuttora vivace. che lo usava nelle grandi città. Coppie sinonimiche.

tavola/asse. per quel che riguarda la lin593 De Mauro. infreddatura/raffreddore. saetta/fulmine. Sono le forme temperate cosí della lingua letteraria.Giacomo Devoto . Tocca alla scuola. la possibilità di raggiungere un nuovo equilibrio elastico. 247. In un primo tempo la norma linguistica continuò a essere presentata nella scuola italiana come autoritaria. Lo insegnamento linguistico continua a agire indirettamente anche piú tardi. trapunta/imbottita. e che in novant’anni ha fatto scendere le percentuali dal 75% al 14%593 . Questa.. dall’uso diciamo medio degli scrittori e dei giornalisti. era quella della lotta contro l’analfabetismo. crescenti di numero vertiginosamente. piú tardi. cacio/formaggio. pelare/mondare. come dei dialetti non esclusivi. sasso/pietra. e poi a quella che è stata detta «scuola dell’obbligo». granata/scopa. gota/guancia. intrapresa subito dopo l’unità. Col 1923 la scuola italiana ebbe la sua grande riforma. da prima solo fra i ragazzi della scuola elementare. a loro volta come maestri. almeno su quelli che. che rifiuta di tiranneggiare. bollito/lesso. coesistendo. La prima esigenza. dalla tradizione sempre meno riconosciuta della Accademia della Crusca. daranno al linguaggio d’Italia. midolla/mollica. sottana/gonna. op. cit. Storia d’Italia Einaudi 411 . giocattolo/balocco. rudimentale. che. 81-96.Il linguaggio d’Italia nestra. nella crisi interessante ma profonda che sta attraversando. pp. saranno in grado di proporre sempre piú frequenti occasioni di impiego per la lingua letteraria. La scuola Dopo la società. confrontare le strutture linguistiche con le esigenze degli utenti. riga/scriminatura. in un ufficio o in una fabbrica. adesso/ora. se non da una autorità ufficiale. valido. è protagonista la scuola. determinata.

non ricondusse in fatto di lingua a un nuovo regime autoritario. ecco che le strutture che la governano. sotto le conseguenze di una dissimmetria. venisse alleggerito di travi di sostegno.Il linguaggio d’Italia gua. Poiché la creatività. che facessero da ponte fra il parlare genuino e lo scritto. fece sí che i dialetti furono ben presto considerati elementi di disgregazione. venuto meno il modello o il termine di confronto dei dialetti. e messi al bando. senza la quale una società rimane monca. doveva lasciare la piú grande libertà nella realizzazione delle loro esigenze espressive. § 246). Tutte le considerazioni di ordine descrittivo rispetto all’insieme del sistema linguistico italiano devono tener conto di questa sua intrinseca crisi. l’impiego del dialetto locale e di libri di lettura. nei limiti delle possibilità. pure il danno Storia d’Italia Einaudi 412 . venivano smobilitate. proclamata come esigenza fondamentale della personalità degli scolari. ecco che. quella stabilità linguistica. Si arrivò cosí alla metà del secolo. nulla subentrò a mantenere e sostenere. Tuttavia questa riforma non ebbe risultati favorevoli. attraverso un confronto permanente. e promosse. Proprio quando la clientela della lingua letteraria si espandeva diciamo di cinquanta volte (v. perché riconosciute «non essenziali». si allontanò in modo drastico dalla visione autoritaria. fra le necessità sociali e i postulati psicopedagogici. anzi di una divergenza. gradatamente. rapidamente sopraggiunta. destinato a ospitare un pubblico cinquanta volte piú numeroso di quello che aveva sempre ospitato. al livello della scuola elementare. Fu come se un edificio. o almeno erano presenti alle coscienze. La evoluzione subita dal regime fascista. e quindi della necessità di instaurare un ordine nuovo. cui la riforma scolastica si era ispirata. deviato verso una organizzazione dello stato in senso risolutamente accentratore. Anche se lo spirito della vecchia riforma di mezzo secolo fa è ormai assente dalla scuola italiana. Ma questa svolta. soprattutto perché non durò.Giacomo Devoto .

Questo deve essere definito nei suoi principi informatori come negli strumenti che traducano le innovazioni e le proposte dei singoli. permanente. sia intensificato. 248. Il dirigismo linguistico Contro la società che fornisce tendenze uniformatrici sia pure a livello regionale. snaturatrice). e nelle sue tante possibilità di evocazione e di scelte. in fatti e rapporti linguistici riconosciuti da tutti. l’insensibilità civica. e le pressioni di sistemi stranieri. generalizzata nell’uso. né un simbolo romantico di gentili età scomparse594 . Rossi-Landi (contro la lingua letteraria intesa come lunga mano della classe egemone. agiscono due forze uguali e contrarie. Esso rimane valido come legittimo termine di confronto. De Mauro (contro la esaltazione sociale dei dialetti) e di G. stentano ad accettare di risottomettersi a una disciplina linguistica. sia pure non vessatoria. che non insistono sul mito della creatività e della lingua-poesia. fondata su modelli temperati e aperti. in tutti i livelli scolastici. Si pone cosí. alla spersonalizzazione e banalizzazione irradiante dalla lingua letteraria. nelle sue strutture rigide. Il dirigismo si identifica con quella attività che 594 Vedi gli opposti punti di vista di T. antidogmatico nei confronti della lingua letteraria. Urge a questo fine che. il problema del dirigismo linguistico. senza scetticismi. e anche persone. Di fronte a questa lingua letteraria. contro la scuola che dovrebbe cooperare a una uniformità addirittura nazionale. liberatrice. né un malinteso simbolo di degenerazioni autonomistiche o separatistiche. È una alternativa. Storia d’Italia Einaudi 413 .Giacomo Devoto . l’insegnamento della lingua letteraria. come senza dogmatismi.Il linguaggio d’Italia linguistico è ormai acquisito. per ragioni superiori. il dialetto non è destinato ad essere né un marchio di inferiorità.

arcaico. classista. Soprattutto considerando delle difficoltà che. in teoria. funzionale che è stato detto «neopurismo»595 . pp. Teoricamente. e accetta quello temperato. fissati in partenza. che possono facilitare o ostacolare i suoi suggerimenti e le sue proposte. ispirata a dati principi. Ma essa deve tener conto delle circostanze. Lingua contemporanea. essa potrebbe anche proporsi la creazione di una lingua artificiale. e per gusti mentali. degli utenti. Urgente è la segnalazione appropriata degli accenti sulle parole sdrucciole (quando la sillaba finale cominci per consonante) e sulle piane (quando la sillaba finale 595 Migliorini. Firenze 1963. Le istituzioni linguistiche italiane risentono delle conseguenze della loro formazione storica sia in senso favorevole sia in senso sfavorevole. La buona conservazione di molti segnali ha fatto sí che. Per questo rifiuta il «purismo» tradizionale. in cui piú sente di poter contare sul consenso. ciò che è la forza invece dell’inglese. consapevole o non. come strumento teorico. un calco creato in modo ineccepibile su «glotto-logia»: la «tecnica della lingua» di fronte alla «scienza della lingua».Giacomo Devoto . alla sua azione. il sistema linguistico italiano attraversa. per la quale si propongono piú sotto solo alcuni ritocchi. che ne abbisogna per ragioni tecniche. La glottotecnica non ha limiti. Le origini e la storia oligarchica bloccano la possibilità di creare metafore prese dalla lingua usuale. 125 sgg.Il linguaggio d’Italia Bruno Migliorini ha chiamato «glottotecnica». Punti di forza dell’italiano sono solo la chiara pronuncia e la ortografia decente. Ma la pesantezza delle concordanze rende macchinoso il sistema. Storia d’Italia Einaudi 414 . la scarsa predisposizione alle parole astratte in una società. volti a eliminare incertezze. è una remora gravosa. per ragioni sociali. il glottotecnico dell’italiano dovrà limitare i suoi interventi soltanto a quei casi. esse rappresentino tuttora qualcosa di valido.

boom (§ 240). bali-a. «lemmazione» deve ancora imporsi a «lemmatizzazione». -GIE dopo vocale e cioè provinCE facCE franGE di fronte a audaCIE valiGIE. Sembra poi consigliabile che il segno della x sia ridotto al minimo e si dica e scriva tassí. lider da «leader». -GIA sia -CE. «automazione» ha già vinto su «automatizzazione». Nella formazione delle parole si dovrà tener conto non solo della opportunità di preferire suffissi già funzionanti e perciò piú funzionali. filoloGi a «filologhi». ma senza accento risa-ta. taièr da «tailleur». lo pneumatico. Nel trattamento delle parole straniere. b) «adatta» quando l’incompatibilità è limitata: gol da «goal». Storia d’Italia Einaudi 415 . ring. ma della esigenza di semplificazione e brevità. siano abbandonati a se stessi e non ci si perda a disquisire se si debba preferire stomachi a «stomaci». il glottotecnico procede secondo tre direttive: a) «riproduce» quando la loro struttura è compatibile con quella delle parole italiane: tali gap. ancorché questo sia piú corretto dal punto di vista della morfologia tradizionale. «xilografia». che l’articolo davanti ai gruppi con PN o PS sia Lo. tosti da «toasts».Giacomo Devoto . silografia invece di «taxi». Cosí è da preferire «anglismo» ad «anglicismo». lo psicologo. che il dittongo UO sia eliminato dopo la I fonetica o grafica che sia. piolo. che i plurali dei nomi in -CO -GO. bang. gioco (e NON aiuola ecc. d) «traduce» quando l’incompatibilità è totale: flash deve essere reso in «lampo» o altra parola equivalente. e quindi si generalizzi la pronuncia e la grafia di aiola. -GE dopo consonante e -CIE. test. mochetta da «moquette». che la grafia del plurale dei nomi in -CIA.).Il linguaggio d’Italia cominci con vocale): perciò con accento màcchi-na e malí-a.

Il linguaggio d’Italia 249. Firenze 1970. per impegnarli a perseguire la regolarità ortografica e grammaticale a tutti i livelli scolastici. Finalmente l’ufficio legislativo presso la presidenza del Consiglio dei Ministri potrebbe essere fornito di una sezione linguistica autorizzata a regolamentare la babele terminologica propria dei diversi ministeri e uffici burocratici. L’insuccesso della Accademia d’Italia nel periodo. Fiorelli. Sono queste la RAI-Televisione596 . e nel tempo stesso collaborare a mantenere la sintassi italiana in una scia di snellezza e efficienza. in cui pure poteva fruire dell’appoggio di un potere totalitario. per attenuare certe eccessive differenze di pronunce troppo regionali. Autorità linguistica nazionale Ma. a cura di P. che potrebbero tradurre visivamente suggerimenti e proposte dei glottotecnici. la Crusca poteva imporre o almeno discutere o polemizzare. C. si identificò con la Accademia della Crusca. in materia di lingua la attività legislativa non basta: occorre anche quella esecutiva che. Storia d’Italia Einaudi 416 . DOP. ne è un esempio. naturalmente nei limiti delle parole «tecniche». i sindacati degli insegnanti.Giacomo Devoto . anche se non nello stesso spazio e con la stessa intensità. tutto questo è impensabile. Tagliavini. Anche qui una questione di numero ha sconvolto l’equilibrio tradizionale: di fronte a una oligarchia di letterati. e con essi i sindacati dei poligrafici. per tre secoli e con diversa energia e prestigio.. abbr. Migliorini. B. Nella attuale situazione della società italiana. Enti culturali come la Accademia della Crusca possono oggi proporsi solo fini che richiedano contatti con 596 Benemerita per la pubblicazione dell’importante Dizionario di Ortografia e Pronuncia. infine i maggiori giornali. Un risultato apprezzabile non si può raggiungere se non attraverso la collaborazione di tre forze.

Salamanca 1958. 7. Anche qui si vede come. e proseguito sotto forma angloamericana. non si fanno neanche dizionari fidati. dall’antica situazione oligarchica. Che sia in corso di formazione una comunità semantica europea. III. per la lingua italiana. 250.Giacomo Devoto . Roma 1950. 599 «Atti e memorie dell’Arcadia». la raccolta completa di tutte le unità lessicali (ivi comprese le varietà dialettali) attestate. a quelli interni. si sia passati alla convergenza di mas597 L’Accademia della Crusca ha fondato nel frattempo un Centro di grammatica italiana (1970). come per le altre lingue nazionali. Coordinamento linguistico a livello neolatino e euro-comunitario I problemi dell’avvenire non si limitano. p. Infine le istituzioni grammaticali dell’italiano d’oggi devono essere descritte da una grammatica adatta ai tempi597 . (a proposito degli europeismi).Il linguaggio d’Italia un numero limitato di operatori: tale la grande raccolta del vocabolario storico della lingua italiana. Peruzzi se ne sono ulteriormente occupati600 . che impegna una cinquantina di anni di lavoro e che per i primi due secoli della nostra storia letteraria sarà un effettivo «Tesoro». Compiti non meno degni. perché. V. è stato mostrato già da L. 600 Saggi di linguistica europea. 33 sgg. pp. Spitzer598 . 598 Essay on historical Semantics. anche se meno vistosi dal punto di vista monumentale. preziose anche ai fini della conoscenza del linguaggio d’Italia. Storia d’Italia Einaudi 417 . senza edizioni fidate. Nencioni599 e E. sono quelli che riguardano le edizioni di testi antichi. New York 1948. promosso prima sotto etichetta anglo-francese. Quest’ultimo ha mostrato bene come l’allargamento sia stato progressivo. G.

e lo spagnolo. o del tedesco -ieren602 . Peruzzi. e tocca soprattutto il trattamento del601 602 Peruzzi.Giacomo Devoto . piú aperto. i problemi del dirigismo consistono soprattutto nella possibilità di concordare o meno l’adattamento delle parole affluenti dal mondo anglosassone. op. non si trattà soltanto di adattamento di forestierismi. Qui non si tratta tanto di regolare gli eventuali neologismi che si trasmettono all’interno della comunità. Sono in preparazione accordi col «Conseil international de la langue française» e eventualmente con la Accademia spagnola per affrontare il problema di un reciproco coordinamento attraverso il FITRO (Fond international pour la terminologie des langues romanes). arrivato a noi attraverso il francese gratte-ciel. cit.. quali i suffissi dell’italiano -izzare. applicati alle formazioni nuove. Sul piano estranazionale. La soluzione italiana è aderente alla francese sia dal punto di vista fonetico come da quello semantico. 97-104. come il francese. La fortuna di «cortina di ferro»601 è uno dei migliori esempi di questo massiccio europeismo. I problemi che si pongono appaiono ad esempio attraverso la sorte della imagine americana dello skyscraper. Sul piano formale dei significati. cit. 27. mentre quella tedesca Wolkenkrätzer corregge l’originale anche sul piano semantico in quanto sostituisce l’imagine «nuvola» a quella originaria del «cielo». Il problema è quello della facile traducibilità. come il Mercato comune europeo. pp. piú chiuso dell’italiano. Storia d’Italia Einaudi 418 . con le lingue piú vicine all’italiano per struttura morfologica. che facciano parte di un sistema politico-economico comune.Il linguaggio d’Italia sa. p. ma di posizioni parallele da prendere ad esempio in fatto di verbi denominativi. op. del francese -iser. quella spagnola di rascacielos rimane aderente al solo piano semantico.. Un altro aspetto del problema riguarda invece i problemi dei rapporti fra lingue intrinsecamente diverse.

le scelte raffinate degli scrittori capostipiti di una tradizione. attraverso la civiltà dei calcolatori.Il linguaggio d’Italia le parole composte tedesche e nederlandesi. come gli schemi uniformi e spersonalizzati. che oggi incombono.Giacomo Devoto . di fronte alla possibilità o meno di corrispondere ad altri composti oppure a semplici derivati in italiano (e francese). È stata una contemplazione. nonostante lacune e punti oscuri. che. e si predispone ad esprimersi nel prossimo futuro. Con costante attenzione e comprensione. vede passare davanti ai suoi occhi il peso delle anonime plebi medievali. costituisce un quadro incomparabile di serenità e di efficacia. Con queste prospettive a largo raggio si chiude questo panorama delle vicende e delle strutture. Storia d’Italia Einaudi 419 . Di fronte al continuo alternare di forze individuali e sociali in contrasto. dall’utilitarismo degli specialisti. l’uomo di studi si mantiene libero da tutele filosofiche o nazionali. nelle quali volta a volta il linguaggio d’Italia si è realizzato. dalla tirannide della specializzazione.