Parole sul vino

Percorso bibliografico sul vino nella letteratura e nei proverbi italiani

Sommario Simone Beta, Luca Della Bianca, Oinos : il vino nella letteratura greca, Carocci, Roma 2002 Simone Beta (a cura di), Vino e poesia : centocinquanta epigrammi greci sul vino, La vita felice, Milano 2006 Giusi Mainardi, Pierstefano Berta, Il vino nella storia e nella letteratura: feste, magie, storie e leggende di un simbolo universale: il fascino del vino raccontato attraverso la letteratura, Edagricole, Bologna 1991 Piero Gibellini, Il calamaio di Dionisio : il vino nella letteratura italiana moderna, Garzanti, Milano 2001 Ulderico Bernardi, La festa delle vigne, Santi Quaranta, Treviso 2003 Massimo Donà, Filosofia del vino, Bompiani, Milano 2003 Edmondo De Amicis, Gli effetti psicologici del vino, Donnedizioni, Torino 2003 Giuseppe Giacosa, I poeti del vino, Donnedizioni, Torino 2004

Il vino mi spinge, il vino folle, che fa cantare anche l’uomo più saggio, e lo fa ridere mollemente e lo costringe a danzare, e tira fuori la parola, che sta meglio non detta. (Omero) Il vino da millenni è presente nella vita dell’uomo, è per molti un eccezionale segno di civiltà, prova tangibile della capacità dell’uomo di trasformare un semplice frutto della terra in una bevanda degna degli dei. Al vino è stato attribuito un alto valore simbolico i cui significati esprimono la vita quotidiana e il mistero dell’esistenza del cosmo; rispecchiano la saldezza e la forza della tradizione, l’energia e la necessità del nuovo. Ogni epoca e ogni società hanno offerto al vino qualcosa di originale, risultato ed espressione di ciò che esse sono: lo hanno arricchito in termini di innovazione di conoscenze, di tecniche, di uomini. Tuttavia dai tanti documenti sul vino, da quelli artistici a quelli storici e culturali, temporalmente e geograficamente distanti, insieme ad alcune naturali differenze, si riscontrano anche fondamentali somiglianze che rendono il vino da un lato simbolo di iniziazione, immortalità, ispirazione poetica, libertà dello spirito, dall’altro testimonianza della vita materiale dell’uomo, di un buono e riuscito lavoro contadino, di un ciclo di produzione concluso, di un guadagno certo. Il vino ha bagnato da sempre lo spirito dell’uomo, ne ha ispirato il canto. La cultura popolare, contadina e (spesso) orale e la cultura colta e scritta offrono una messe ricchissima di documenti circa l’incontro dell’uomo con il vino. Tantissime sono le declinazioni possibili di questo confronto: il vino presiede alla fondazione di miti; partecipa al sacro; scatena le passioni, l’amore o placa i dolori; accende la memoria o aiuta a dimenticare; infiamma lo spirito e stimola l’ispirazione poetica; rende sveglio, veloce e più acuto l’intelletto o ne spegne le facoltà; aiuta il comico o suscita il tragico; guida le azioni o le blocca in un profondo torpore; moltiplica la percezione sensoriale; rende più facili le relazioni sociali o risveglia aggressività nascoste. Accende insomma tutto e il contrario di tutto, dipende principalmente dalla capacità di ognuno di goderlo e farsi trasformare entro i giusti limiti. Per dirla con Apuleio (II sec. d.C.)

“il primo bicchiere giova alla sete, il secondo al buon umore, il terzo al piacere, al quarto segue l’ubriachezza, al quinto l’ira, al sesto le liti, al settimo il furore, all’ottavo il sonno, al nono la malattia.” In che modo la fantasia dell’uomo ha dato la parola al vino? Come si è fatto ispirare? Che racconti ha immaginato o quali riflessioni ha fatto attorno al vino? A queste e ad altre domande circa il vino e le lettere hanno cercato di dar risposta molti studiosi attraverso l’analisi della vasta mole di documenti ispirati al vino. Il percorso bibliografico che proponiamo è frutto di una selezione tra le numerose pubblicazioni dedicate al tema e cercherà di indicare un primo e approfondito punto di partenza per ulteriori ricerche e interessi più specifici. Per il nostro legame originario con la cultura greca, partiamo da una recente pubblicazione Oinos : il vino nella letteratura greca (Carocci, Roma 2002), scritto a quattro mani dal ricercatore di filologia classica Simone Beta e dal romanziere Luca Della Bianca. Il volume offre un quadro molto accurato e documentato – frutto di una ricerca durata vent’anni – dell’importanza del vino nel mondo greco. In questo “romanzo filologico” gli autori vanno alla riscoperta di “Oinos”, forza sovrannaturale forse risalente al tempo dei Titani, quando le potenze sovrane del mondo non avevano ancora un volto. Oinos, demone del vino, precede la comparsa di Dioniso e svanisce al suo affermarsi. La ricerca spazia da Omero a Nonno, si sofferma sulla poesia epica, quella lirica e l’epigramma; studia l’importanza del simposio; indaga la produzione teatrale, soprattutto comica, e attraversa l’analisi scientifica di Aristotele e della medicina antica. L’origine sacrale del vino è alla base dell’istituzione del Simposio, considerato vero punto d’incontro tra umano e divino. Il Simposio, il cui inizio sembra risalire alla fine del VII sec. a.C., si svolge dopo cena: l’unica bevanda permessa è il vino, che si gusta mentre si declamano versi, si pronunciano colti ed eleganti discorsi e si fanno giochi di società in un contesto dal forte carattere sacrale e rituale. Per i Greci il gioco non contrasta con il sacro, sanno ridere degli dei e non temono di sminuire la sacralità del vino inserendo nel Simposio, per esempio, il “còttabo”, tiro a segno fatto col il fondo del vino rimasto nella coppa. Al vincitore sono offerti piccoli premi, mentre ogni tiro è dedicato all’amato. Dioniso presiede alla fondazione del teatro greco e a lui, e perciò al vino, sono dedicate molte commedie. Paradigmatica del profondo valore (anche drammaturgico) attribuito al nettare degli dei dai Greci, è la battuta che Aristofane fa pronunciare da uno dei personaggi della sua commedia “I Cavalieri”: “Vedi, tutte le volte che gli uomini bevono, allora diventano ricchi, fanno affari, vincono i processi, sono contenti, aiutano gli amici. Su, portami un boccale di vino, fammi bagnare la mente, fammi dire qualcosa di intelligente …” e l’espediente per il felice scioglimento della vicenda funzionerà davvero. Simone Beta cura anche la bella antologia Vino e poesia : centocinquanta epigrammi greci sul vino, (testo originale a fronte, La vita felice, Milano 2006). In un percorso lungo undici secoli di letteratura, Simone Beta fornisce una testimonianza concreta del profondo rapporto che lega vino e poesia. Registra sia l’influenza diretta del vino sulla produzione poetica, sia la presenza della bevanda durante la composizione o la sua declamazione. Il vino regala alla poesia epigrammatica una maggiore efficacia della parola, già propria del genere poetico caratterizzato da immediatezza, arguzia, a volte scetticismo. Nell’appendice del volume Beta allarga il suo orizzonte di ricerca all’opera lirica, delineando la storia del brindisi. Se nell’opera teatrale il momento conviviale ha sempre avuto un ruolo importante per l’azione scenica e l’impianto drammaturgico, Simone Beta sottolinea come, nel passaggio al cinema, nei primi decenni del Novecento, la poesia del brindisi diventa prosa. Mentre Simone Beta e Luca Della Bianca si sono fatti conquistare dall’affascinante mondo greco, alcune interessanti pubblicazioni partono dai primi documenti di produzione, consumo ed uso rituale del vino fino ad arrivare a tempi recentissimi.

Giusi Mainardi e Pierstefano Berta, nel Vino nella storia e nella letteratura. Feste, Magie, Storie e Leggende di un simbolo universale: il fascino del Vino raccontato attraverso la letteratura (Edagricole, Bologna, 1991), accompagnano il lettore in un affascinante viaggio ad alto tasso alcolico che va dai Sumeri, l’antica civiltà egizia, la Grecia antica, la Palestina della Bibbia, passa per a civiltà latina, tocca la letteratura volgare del Medioevo, si estende alla produzione europea rinascimentale e barocca, a quella illuminista per approdare infine all’età contemporanea con i romanzi di Ignazio Silone, Steinbeck e la fantascienza di Jack Vance. Dall’analisi delle svariate ed eterogenee creazioni letterarie, i due autori presentano una quadro multiforme del vino attraverso i secoli e le varie culture. “Talora si vede il vino come un importante elemento dell’economia, un vino che è progredito insieme alle nuove conoscenze, un vino che richiede cure dall’impiantamento delle viti fino al momento del suo consumo. Talora il vino appare come uno dei piccoli e grandi piaceri quotidiani, può essere un vino preso con parsimonia come elemento essenziale di un nutrimento a volte scarso, oppure si presenta come elemento prestigioso che arricchisce tavole preziose, o ancora è un vino di tutti che celebra degnamente ogni festa ed è protagonista di ogni lieta compagnia.” Da una indagine a larghissimo raggio, sia spaziale che temporale, passiamo ad uno studio dai confini più ristretti, ma non per questo meno stimolante. Pietro Gibellini, nel Calamaio di Dioniso: il vino nella letteratura italiana moderna (Garzanti, Milano 2001), si dedica al vino dei letterati, restringendo il suo campo di ricerca alla produzione italiana del Settecento e dell’Ottocento. Le biografie e le opere dei massimi autori italiani dei due secoli offrono allo studioso materiale curioso, divertente e molto interessante circa il rapporto tra poesia ed ebbrezza. Gibellini permette di riflettere su aspetti inediti della produzione di noti scrittori: ecco allora Giuseppe Parini disegnare il “Giovin Signore” amante del tokay e sottolineare la funzione positiva del vino nella vita dell’uomo, come si può ricavare da questi versi, tratti dal “Brindisi”: “Le belle c’hor s’involano Schife da noi lontano, verranci allor pian piano lor brindisi ad offrir. E noi compagni amabili che far con esse allora? Seco un bicchiere ancora Bevere e poi morir.” Goldoni, da parte sua, inserendosi nella disputa sulla supremazia tra caffè, luogo per nobili e borghesi, e osteria, posto popolare ed adatto al vino, nella “Locandiera” fa pronunciare a Mirandolina un brindisi in cui si loda la bevanda bacchica: “Viva Bacco, e viva Amore: l’uno e l’altro ci consola; uno passa per la gola, l’altro va dagli occhi al cuore. Bevo il vin, cogli occhi poi … Faccio quel che fate voi.” Ancora si trovano i brindisi di Carlo Porta e Gioacchino Belli e si scopre la vena dionisiaca di Leopardi che nell’”Elogio degli uccelli” parla dell’homo ridens perché “ebrius”, mentre nello “Zibaldone” sottolinea la capacità del vino di accendere l’intelletto, la fantasia e l’ispirazione: “Il vino (ed anche il tabacco e simili cose) e tutto ciò che produce uno straordinario vigore o del corpo tutto o della testa, non pur giova all'immaginazione, ma eziandio all'intelletto, ed all'ingegno generalmente, alla facoltà di ragionare, di pensare, e di trovar delle verità ragionando (come ho provato più volte per esperienza), all'inventiva ec. Alle volte per lo contrario giova sì all'immaginazione, sì all'intelletto, alla mobilità del pensiero e della mente, alla fecondità, alla copia, alla facilità e prontezza dello spirito, del parlare, del ritrovare, del raziocinare, del comporre, alla prontezza della memoria,

alla facilità di tirare le conseguenze, di conoscere i rapporti ec. ec. una certa debolezza di corpo, di nervi ec. una rilasciatezza non ordinaria ec. come ho pure osservato in me stesso più volte. Altre volte all'opposto.” Gibellini esamina, poi, i diversi significati “populisti” del vino in Manzoni e Verga, legge Carlo Dossi, Carducci, Pascoli per arrivare all’astemio D’annunzio, cantore di vino: “Vin ghiacciato di Sciampagna, quel vino chiaro e brillante che ha su le donne la virtù di risvegliare il piccolo demone isterico e farlo correre per tutti i loro nervi propagando la follia.” Altra prospettiva di ricerca è quella offerta dal sociologo Ulderico Bernardi ne La festa delle vigne. Il vino: storia, riti, poesia (Santi Quaranta, Treviso 2003). Pur partendo dalle origini mesopotamiche, come fanno nel loro saggio Mainardi e Berta, Bernardi delimita poi il suo campo di ricerca all’Italia, e più in particolare al Friuli Venezia Giulia. Ricostruisce la storia del vino attraverso l’analisi di riti primordiali, di proverbi e modi di dire popolareschi, di testimonianze letterarie. Bernardi definisce il vino “un limpido bene culturale … irrinunciabile, un documento fondante e vivo nell’archivio storico dell’umanità, una sacra metafora, una prodigiosa allegoria sociale”. Ma l’autore parla del “vino vero, naturalmente, di vino puro, apprezzato per la sua vivacità e mutevolezza”, conscio dell’esistenza di un “liquido spento e magari gradevole al palato, ma completamente estraneo alla natura e al cosmo che spesso ci viene propinato.” Con un linguaggio brillante e a tratti poetico, Bernardi antropologo illustra il ruolo del vino, insieme al pane e al formaggio, nella cultura alimentare: “tra tutti, il vino rinvia in modo specifico alla funzione del celebrare, dell’onorare e del festeggiare. Nella condivisione, non nell’isolamento. Un bicchiere di vino sorseggiato insieme agli altri, fa irrompere nel tempo profano della “società” – tempo ordinario, individuale, votato all’utile, ai vantaggi del potere e del denaro, al presente – il tempo sacro della “comunità”, straordinario, festivo, vocato alla gratuità, alla convivialità, alla memoria, al mito e al dono.” Bernardi racconta la sacralità del vino, la sua festosità, il limite tra giusto bere e ubriachezza, il perenne contrasto tra acqua e vino. Si avvale di numerose fonti letterarie e anche, in pagine molto vivaci, di proverbi, soprattutto in dialetto. Conclude il volume una ricca, curiosa e a volte divertente, “Cantinetta letteraria”. Sobrietà e ubriachezza, misura e dismisura del bere sono alcuni dei nodi attorno al quale si svolge l’analisi, rigorosa e aneddotica, di Massimo Donà nel volume Filosofia del vino (Tascabili Bompiani, Milano 2005). Il vino è il vero “daimon” che accompagna Socrate nelle sue peregrinazioni ateniesi alla ricerca della “vita buona”; diventa, con Cristo, simbolo del sangue; Platone ne loda la carica eversiva; Nietsche lo considera aiuto imprescindibile per naufragare … In breve, Donà studia la filosofia sotto una nuova prospettiva, partendo dal vino, capace di corrispondere allo spirito più autentico del filosofare, trovarsi cioè in una continua oscillazione tra misura e dismisura: “teso a disegnare i confini della misura consentita, di quello che può essere definito buono e vero, è a un tempo irresistibilmente chiamato a infrangerli.” Il vino, e l’ebbrezza che ne deriva, nella ricerca dell’uomo della giusta misura e della felicità considerata come esperienza di un “bene”, assume da sempre un valore paradigmatico, in particolare per gli effetti che può avere sulla nostra percezione del mondo e della vita. L’assunzione del vino porta, infatti, ad un graduale processo di perdita dell’autocontrollo, ad un progressivo effetto di liberazione dei sensi e dell’intelletto: soltanto l’ebbrezza da vino rende possibile un “esercizio paradossale compiuto tutto sul limite tra misura e dismisura, sospendendosi il più a lungo possibile, in difficile equilibrio, ai bordi di un delirio della sragione, sempre incombente, ma insieme sempre evitabile.” Il vino, continua Donà, può aiutare a comprendere che ragione e irragionevolezza non sono separabili e che “una dimensione è sperimentabile sempre e solamente nella perfezione dell’altra, di quella a lei opposta.”

Il percorso di Massimo Donà mostra come, nel corso dei secoli, la riflessione sul vino sia passata dal rifiuto totale, al più radicale entusiasmo, da un interesse di carattere scientifico all’attribuzione di una forte carica simbolica. Dopo aver seguito alcuni studiosi nelle loro ricerche su storia, prosa, poesia e vino, su riflessione filosofica e bevanda dionisiaca, passiamo ora a leggere il punto di vista dei letterati capaci, dall’interno, di osservare, valutare e raccontare il loro mondo toccato dal vino in modo critico, ma molto partecipato. Nel 1880, un ciclo di undici conferenze analizza il vino sotto svariati punti di vista: letterario, antropologico, medico, scientifico, economico. Studiosi del calibro del poeta e professore di letteratura Arturo Graf, del medico Angelo Mosso, dell’antopologo criminale Cesare Lombroso, di Giuseppe Giacosa e di Edmondo De Amicis – solo per citarne alcuni – si incontrano presso la Società Filotecnica di Torino, per riflettere sulla storia il piacere del vino, le implicazioni intellettuali, il valore e i significati simbolici del nettare degli “dei”. Pubblicato già nel 1880 presso l’editore Loescher, con il titolo “Il vino”, la nuova edizione dell’intero ciclo di conferenze fa parte di un progetto della casa editrice di Torino Donnedizioni, che ha già dato alle stampe, nella collana “Gli Epicurei:. Torino, città-capitale del vino”, Gli effetti psicologici del vino di Edmondo De Amicis (2003) e I poeti del vino di Giuseppe Giacosa (2004). Negli Effetti psicologici del vino, scopriamo così un De Amicis inedito, vivace nelle sue argomentazioni a difesa ed esaltazione del vino. Il letterato dà descrizioni particolareggiate e dettagli continui sia

sugli effetti psicologici passeggeri del vino (come l’esaltazione intellettuale, la debolezza, lo smarrimento, l’ebbrezza, la condizione del giorno dopo…), che su quelli ‘durevoli’. Nella prima parte, parla delle ubriacature casuali e passeggere, capitate “a ciascuno, almeno una volta in vita, dopo un banchetto geniale d’amici, nel quale si sia troppo spesso affacciato, come disse un poeta, al finestrino rotondo del calice”. E l’autore racconta in modo molto preciso, e brillante le varie fasi e i diversi effetti psicologici: “Il tipo più frequente è quello che ha dato origine al detto In vino veritas. La
manifestazione, involontaria quasi, dei pensieri più nascosti sotto l’influsso del vino, non deriva da ciò: che le sensazioni non essendo più in perfetta relazione cogli oggetti esterni, né le idee colle sensazioni, svanisce la prudenza che nasce dal sentimento di quelle relazioni, e non si obbedisce più nel parlare che la passione predominante del momento. Quasi tutti nell’ebbrezza si lasciano sfuggire qualche segreto. Uomini d’affari confessano atti disonesti, altri difetti ridicoli, dissensi domestici, intimità coniugali, e persino azioni riprovevoli……e quando han detto tutto, e si sono rovesciati come un guanto, si sentono soddisfatti, come se avessero pagato un debito, come contenti d’aver ridato indietro alla gente quella parte di stima che le scroccavano, e quasi lavati d’ogni colpa dalla loro confessione, in una specie di stato di grazia. Puri e disposti a salire alle stelle.”

Passa poi a trattare gli effetti dell’ardore bellicoso, dell’ebbrezza febbrile o amorosa, o ancora della malinconia e della cattiveria. Tutti atteggiamenti che si manifestano a seconda della personalità, dell’indole di ciascuno e del suo livello sociale, oltre che della capacità di reggere l’alcool. Nella seconda parte, più breve, disegna in modo poetico ed estremamente concreto, i caratteri dei bevitori, degli “ubriachi in qualsiasi sera”, trasformati nel corpo e nello spirito dal vino.
Suddivide il vino in due tipi: “L’uno è il veleno che trascina all’ozio, all’istupidimento, alla prigione, alla tomba” ed è quello dei viziosi, dei malati, dei tarati “e questo vino fuggiamolo, combattiamolo, vituperiamolo. L’altro è il vino che fa alzare nello stesso tempo il calice, la fronte, il pensiero; il vino che mette all’operaio la forza nel braccio e il canto sulle labbra; l’allegria della nostra mensa di ogni giorno, il festeggiatore delle riconciliazioni e dei ritorni, il liquore … che aggiunge un sorriso all’amicizia e una scintilla all’amore: il secondo sangue della razza umana. E questo onoriamolo e festeggiamolo, benedicendo le due grandi forze benefiche a cui ne andiamo debitori: la fecondità della terra e il lavoro dell’uomo.”

De Amicis divide anche i bevitori in due categorie: “ci sono, specialmente fra gli artisti, nature elette, dotati di grande intelligenza e di cuore delicatissimo, ma di tempra fiacca, i quali bevono per attenuare la violenza dei propri sentimenti, per addormentare la fantasia inquieta che li tormenta, per frenare l’attività eccessiva del loro cervello, che li affatica, anche durante i loro riposi, e li logora. … Ed è questa la cagione principale della intemperanza famosa di tanti poeti: non è vero che bevessero, come suol credersi, per prodursi un eccitamento artificiale, a fine di scrivere; bevevano per acquietare il loro eccitamento naturale, dopo che avevano scritto. … Tutti questi bevitori vanno avanti sulla stessa via fino a un certo punto, e poi si dividono. Gli uni s’arrestano, e diventano i golosi; gli altri tiran via, e diventano gl’ingordi del vino. Nei primi alla passione si viene ad innestare il capriccio, quasi un sentimento della poesia del vizio, che lo frena, unito ad un raffinamento di gusti che lo ingentilisce; e fra costoro, quelli che hanno borsa pari alla gola, diventano una specie di bibliomani della bottiglia – raccoglitori e assaggiatori, piuttosto che bevitori – dotti nella loro materia – che mettono nella cantina l’amore, gli studi, l’alterezza che uno studioso mette nella biblioteca; e ci hanno anch’essi, infatti, i loro classici polverosi, le edizioni d’antica data, le celebrità straniere, i prosatori un po’ grevi, ma sostanziosi del Nord, la letteratura passante e leggiera che rallegra senza nutrire, la poesia tutta fuoco del mezzogiorno, che infiamma ed esalta; che fanno del vino un argomento continuo di ricerche e di discussioni, un’arte insomma, e una scienza, che provvede nello steso tempo ai bisogni del loro stomaco e del loro intelletto. E costoro sono quelli che godono veramente il vino. Uno psicologo artista ci avrebbe da fare uno studio curiosissimo. Per loro il bere è una moltiplicazione continua di voluttà squisite non meno dell’immaginazione che dei sensi.” Nel 1880, insieme a De Amicis, a riflettere sul vino, c’è anche Giuseppe Giocosa, drammaturgo e librettista, con Luigi Illica, di Giacomo Puccini. Nel 2006 cade il centenario della sua morte. Al 2004 risale la riedizione della sua conferenza I poeti del vino (Donnedizioni e Donne Sommelier Europa), uscita insieme all’omonimo cd musicale, curato da Maria Luisa Canavese e realizzato grazie al sostegno dell’associazione Il Contado del Canavese e dell’azienda agricola di Antonio Longo (a tiratura limitata: 1000 copie). Il cd raccoglie 13 tracce in cui, a poesie recitate sul vino, si accostano brani della “Bohème”, della “Tosca”, e di “Madama Butterfly”, eseguiti dall’orchestra e coro della Compagnia d’opera italiana. Giacosa, nella sua conferenza, partendo dalla considerazione che il vino è un medium all’ispirazione, divide i poeti in due classi: la prima è quella dei poeti che menzionano il vino nelle loro opere; la seconda quella che lo bevono in quantità. La prima classe non è sempre allegra, serena: in essa il vino ha un ruolo consolatore ma, nota Giacosa, tutto ciò fa parte della storia del pensiero dell’umanità. La seconda classe va letta all’interno della storia delle miserie umane. Il drammaturgo tuttavia non indaga sulla liceità o meno del bere vino; sostiene infatti che “tutto ciò che è capace di commuovere fortemente l’anima umana, e farne scattare quella fiamma, o irradiare quella continua luce che si chiama poesia, al giudizio di chi studia i poeti deve apparire come un bene, se non in se stesso, almeno in rapporto alla poesia.” Nel suo viaggio alla ricerca del vino dei poeti, Giocosa parte da Anacreonte (VI sec. a. C.), che considera il vero e assoluto cantore del vino, autore dall’ingegno sottile e raffinato, la cui “arte squisitissima … gli fa ingentilire le più repugnanti laidezze”. Anacreonte è colui che riesce, in modo sommo, ad unire Bacco e Amore: “Bacco lo fa seguace d’amore, Amore lo fa ardere di sete” … “invoca ed esalta le orge”. “O fanciulle, porgete da bere ch’io vo ber finchè bastami il fiato, Ho bevuto, ma voglio ribere Chè tutto ardo anelante, assetato.”

Virgilio, al contrario, rende Bacco il dio della vendemmia, nume agricolo; mentre da Tibullo in poi il vino diventa nemico dell’amore o antidoto all’amore. Nella poesia cristiana si perde la sacralità del vino: solo i goliardi del XII secolo cantano con libertà la bevanda bacchica; a volte, nel Medioevo, il vino diventa un’arma del demonio, in grado di portare alla perdizione l’uomo che ha scelto di bere come minor male tra ubriachezza, lussuria e omicidio. Giacosa considera Francesco Redi di “Bacco in Toscana” un poeta freddo, “buon assaggiatore di vini, … esperto a far confronti, erudito a raccontare la storia di ogni diverso prodotto, uomo di spirito, ma del tutto estraneo a quel che dice.” Il drammaturgo procede a salti tra i poeti del vino, cita tra i vari Apuleio, Bandello, Petrarca e dedica infine qualche pagina ai poeti che hanno bevuto troppo vino e per questo sono morti. Ne parla con indulgenza: il vino ne ha accesso l’ispirazione, anche se li ha portati ad una tragica fine. “Il poeta ci afferra, si impadronisce del nostro senso artistico a scapito del morale, ci costringe ad un’ammirazione calda, spensierata, ci eccita e ci sfibra, ci infonde la deliziosa mollezza dei suoi costumi e del suo cielo, e tutto ciò semplicemente e quasi candidamente.”

Poeti sobri o ubriachi, astemi e cantori di vino, pensatori dalla mente accesa dall’alcol ci hanno accompagnato in un percorso lungo secoli che ha individuato differenze e somiglianze nel bere e nel cantare il bere. A chi volesse approfondire l’affascinate tema del vino nella cultura contadina e nella tradizione popolare, nei proverbi in italiano e nei diversi dialetti della penisola, segnaliamo alcune pubblicazioni che raccolgono i più interessanti e curiosi. • • • • • • • C. Pasqualigo, Raccolta di proverbi veneti, terza ed. accr., Coppelli, Treviso 1882 (ried. Anasatica: Forni, Bologna 1976) Marchiori Agostino (a cura di), Aforismi, allocuzioni e proverbi sul vino, Trento, Tip. C. Aor, 1966. In testa al front. Confraternita della vite e del vino, Trento Marchiori, Augusto Proverbi, motti, aforismi e sillogismi sul vino, 2 ed. riv. e ampl., Trento, Tip. Aor, 1970. In testa al front. Confraternita della vite e del vino, Trento Spapperi, Gabrio, ‘L vino è la poccia di vechi. Proverbi e modi di dire in dialetto castellano, Edimond, Città di Castello 1996 Buon vino, favola lunga : vite e vino nei proverbi delle regioni italiane, testo a cura di Maria Luciana Buseghin ; iconografia cura di Maria Grazia Marchetti Lungarotti, Electa Editori Umbri, Perugia, c1992 (contiene una bibliografia molto ricca sul tema) D'Ajello, Roberto; Palombi, Elio, Proverbi & maccheroni. Antologia di antichi detti napoletani sul mangiare e bere, Grimaldi & C., Napoli 2003 Santunione, Giovanni, Il Lambrusco e la cultura del vino. Storia, proverbi, rime, usanze, ricette, Il Fiorino, Modena 2006

Forse la lettura di questo viaggio eno-bibliografico avrà fatto venire la voglia di assaggiare parole scritte sul vino. In tal caso consigliamo di leggere qualche racconto, scegliendo tra le più recenti degustazioni letterarie. Si tratta per lo più di pubblicazioni antologiche che raccolgono scritti di diversi autori, o racconti selezionati di un solo autore, come nel caso emblematico di Mario Soldati, per il quale il vino è “la poesia della terra.” • • • Bacco e le muse. Quando il vino ispira... Poesie, racconti e dipinti, Pendragon, Bologna 2003 Ode al vino: concorso di poesia, Montespertoli 16 marzo 2004, Polistampa, Firenze, 2004. Luigi Anaìa e Silverio Novelli, Confesso che ho bevuto : racconti sul vino e sul piacere del bere, prefazione di Luigi Veronelli, DeriveApprodi, Roma 2004

• • • •

Enrico Remmert, Luca Ragagnin, Elogio della sbronza consapevole : vendemmia 2005/2006, prefazione di Bruno Gambacorta, Gli specchi Marsilio, Venezia 2005 Mario Soldati, Da leccarsi i baffi : memorabili viaggi in Italia alla scoperta del cibo e del vino genuino, a cura di Silverio Novelli, DeriveApprodi, Roma 2005 Eno-killer : il sapore giallo-noir del vino, Morganti, Sona 2005 Chandra Kurt, I racconti del vino : quindici storie per quindici grandi bottiglie, Aliberti, Reggio Emilia 2005

Ci piace concludere il percorso sul vino e le lettere con le parole di Orazio, forse un po’ di parte, ma certamente condivise da molti: Non possono piacere a lungo Né vivere I versi scritti dai bevitori d’acqua Orazio

(a cura di Adele Blundo)

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