19 luglio 2007

L’Europa e il riconoscimento di Hamas
Le illusioni del realismo Hamas, per bocca del suo leader Haniyeh (La Repubblica di ieri), ha ringraziato il ministro degli Esteri italiano Massimo D'Alema per le sue parole («Hamas è una forza reale che rappresenta tanta parte del popolo palestinese »). La presa di posizione del ministro italiano è il seguito di una iniziativa (la lettera a Tony Blair) assunta da dieci ministri europei, francese e italiano inclusi, e tende alla legittimazione di Hamas di fronte alla comunità internazionale. Come, con sentimenti opposti, ha colto anche l'ambasciatore israeliano Gideon Meir (nell'intervista al Corriere di ieri), Hamas ha così segnato un punto nel braccio di ferro con il presidente Abu Mazen, la cui posta è il diritto di rappresentanza dei palestinesi. Una parte d'Europa, dopo il colpo di stato a Gaza, sembra voler riconoscere il fatto compiuto e accettare gli integralisti di Hamas come interlocutori al posto del moderato Abu Mazen. L'ambasciatore Meir ha ragione quando ricorda a D'Alema che anche Hitler vinse, come Hamas, democratiche elezioni e che quello dunque non può essere un argomento buono per legittimare dei fanatici estremisti, ma difficilmente questa constatazione può far cambiare idea alla parte di Europa più interessata a normalizzare i rapporti con i movimenti integralisti del Medio Oriente che alla sicurezza di Israele. C'è un'Europa che, scambiando per realismo le proprie illusioni, pensa di poter trattare con chiunque, anche con il diavolo, trovandovi comunque un tornaconto. Essendo secolarizzata essa non registra il fatto che movimenti politicoreligiosi come Hamas o Hezbollah non hanno nulla in comune con i vecchi «movimenti di liberazione nazionale ». La dimensione religiosa (e il fanatismo che essa alimenta) di questi gruppi sfugge alla sua comprensione. E favorisce l'illusione di poter negoziare con essi con reciproca soddisfazione. Lasciamo da parte il caso della Francia che in questo momento sta lanciando messaggi contraddittori (la firma del ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner nella lettera dei dieci, in effetti, è in contraddizione con le posizioni del «Quartetto» di cui la Francia fa parte). E' possibile che Sarkozy non abbia ancora messo definitivamente a punto la sua posizione sul Medio Oriente, come sembrerebbe indicare la presa di distanze di Kouchner dalle parole di D’Alema. Prendiamo invece il caso dell'Italia il cui governo, grazie soprattutto all’attività del ministro degli Esteri, ha indubbiamente una posizione coerente. C'è continuità fra le diverse iniziative del governo Prodi sulla scena mediorientale. Fin dai tempi della guerra del Libano (luglio 2006) quando D'Alema si dimostrò assai meno indulgente nei confronti di Israele che dei suoi nemici integralisti. Allora D'Alema legittimò Hezbollah con parole simili a quelle ora usate per Hamas: è una forza popolare, disse, radicata nella società libanese. Giudizio descrittivamente ineccepibile da cui veniva tratta l'eccepibile conclusione che il «dialogo» con Hezbollah fosse necessario. Il tutto sullo sfondo (è l'aspetto più importante) delle ottime relazioni che l'Italia ha instaurato con l'Iran e con la Siria, g l i stati-sponsor di Hezbollah e di Hamas. La coerenza è certa ma è lecito dubitare

che l'arrendevolezza nei confronti degli estremisti e dei loro sponsor serva alla stabilità del Medio Oriente e, quindi, agli interessi dell' Italia e dell'Europa. Per fortuna, molte partite sono ancora aperte. C'è spazio per la resipiscenza. Per riconoscere, ad esempio, che buttare a mare i moderati (come oggi Abu Mazen) e legittimare gli estremisti è sempre stata, fra tutte le politiche concepibili, la peggiore. Angelo Panebianco