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LA STAMPA

SETTIMANALE LEGGERE GUARDARE ASCOLTARE
NUMERO 1554 ANNO XXXI tuttolibri@lastampa.it

TUTTOlibri
Ormai è un vero tormento, quello sulla critica, rinfocolato da «Alias». Sulla critica che non esisterebbe più. Come se si fosse smesso di esercitarla, prima ancora che a interessarsene. E si fanno nomi di tempi dell’oro in cui si aggiravano critici ascoltati e autorevoli, i Citati, Pampaloni, Milano, Baldacci, Guglielmi. A parte che alcuni di essi ancora ci sono e la loro la dicono, non è alla mancanza di critici che bisogna imputare tutte le colpe, ma ai libri che stanno loro intorno, la maggioranza dei quali, per progetto dell’autore, per desiderio dell’editore, non richiede critica.

SABATO 10 MARZO 2007 PAGINA I

FULMINI
NICO ORENGO nico.orengo@lastampa.it

GADDA

LA CRITICA E’ SENZA LIBRI

Mezzo secolo di Pasticciaccio Un’infrangibile cattedrale linguistica
FERRERO-CONTI P. III

FUMETTI

Bologna onora Magnus L’immaginario e il suo pirata, eros libertino
FAETI-GIARDINO P. IX

DIARIO DI LETTURA

Sintonizzati su Fahrenheit Sinibaldi, i libri raccontati alla radio
ZUCCONI

P. XI

Intervista A colloquio con Hofstadter, tra i protagonisti del Festival della matematica a Roma

E’ IL NUMERO, BELLEZZA
Douglas Hofstadter in un ritratto di Ettore Viola

FEDERICO PEIRETTI

«Come un matematico concepisce i numeri»: al Festival di Roma (venerdì 16 marzo h. 16) Douglas Hofstadter affronterà un tema «spericolato», visto il totale disaccordo sulla natura dei numeri che qualche matematico ritiene addirittura di origine divina. Nato a New York nel 1945, figlio di un Premio Nobel della Fisica, Hofstadter insegna Informatica e Scienza cognitiva all'Indiana University, dove dirige il Centro di Ricerca sui Concetti e i Processi cognitivi. Il suo primo libro scritto nel 1979, tradotto in Italia da Adelphi - Gödel, Escher, Bach. Un’eterna ghirlanda brillante - è diventato un best seller e ha vinto il Pulitzer nel 1980. Ha avuto il grande merito

di diffondere le idee più attuali della logica, portando in evidenza curiose e sorprendenti connessioni fra i linguaggi naturali, quelli della scienza e quelli dell' arte. Su questa strada Hofstadter ha poi proseguito le sue indagini scrivendo altri libri affascinanti, come Ambigrammi e Concetti fluidi e analogie creative. L'ultimo, I am a strong loop, esce in questi giorni ed è dedicato allo studio della mente umana. Punto di partenza una semplice domanda cartesiana: che cosa intendiamo quando diciamo «Io»? Ha raggiunto la popolarità, anche fuori dall'ambiente scientifico, grazie alla rubrica di giochi matematici su Scientific American, succedendo al mitico Martin Gardner nella redazione della più famosa rubrica di giochi matematici.

Professor Hofstadter, molti matematici ritengono che la divulgazione sia impossibile. Cosa risponderebbe loro, lei che è il principe dei divulgatori?

«Io di professione sono un professore delle scienze cognitive, e mi occupo del pensiero umano, cioè di che cosa ne costituisce l'essenza, di come funziona ecc. Non mi descriverei mai come un divulgatore, per non parlare del “principe dei divulgatori”. Se ho provato a volte a spiegare delle idee in matematica, è perché fin dalla mia gioventù sono stato profondamente coinvolto nella matematica, e ho fatto del mio meglio per comunicare a un pubblico intelligente alcune delle bellezze matematiche che più mi hanno affascina-

LE MENTI CHE CONTANO
Parata di «stelle» al Festival della matematica di Roma (15 - 18 marzo, Auditorium Parco della musica), tema conduttore «La bellezza dei numeri e i numeri della bellezza»: con Hofstadter, ci saranno Andrew Wiles (nel 1995 dimostrò l’ultimo teorema di Fermat), John Nash, il Nobel la cui vita ha ispirato il film «A beautiful mind»; Michael Atiyah e Alain Connes, entrambi «medaglie Fields»; Mandelbrot, il teorico dei frattali, e il fisico John Barrow. Il programma, curato da Piergiorgio Odifreddi, prevede numerosi altri incontri (tra gli ospiti italiani la decana Emma Castelnuovo, Claudio Bartocci, Alberto Conte, Corrado De Concini, Andrea La Forgia), una lezione spettacolo di Dario Fo, enigmi e giochi con Giovanni Filocamo e Ennio Peres, una sfida scacchistica tra un gruppo di matematici e Boris Spassky.

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Continua a pagina II

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Agenda
Carlo Fruttero, Tuttolibri-La Stampa, via Marenco 32, 10126 Torino cf@fruttero.net

SABATO 10 MARZO 2007 LA STAMPA

Tuttolibri

LA POSTA DI CARLO FRUTTERO

SCRIVERE A

Censurare le Pasque?
Gentile signor Fruttero, alcune sere fa ho seguito su «Matrix» (Canale 5) una appassionante discussione intorno a quel saggio dello storico Ariel Toaff, «Pasque di sangue», edito dal Mulino, che ha destato scandalo in Israele e da noi. Io non l'ho potuto leggere perché è poi stato ritirato. E proprio su questo verteva la discussione, se cioè si possa, si debba, censurare la ricerca di un serio studioso riguardo a un tema non tanto intricato

LA RUPE TARPEA
LUCIO CALPURNIO BESTIA

quanto politicamente pericoloso: nel Quattrocento, secondo le leggende o fonti antisemite, gli ebrei davvero sgozzavano i bambini cristiani e ne usavano il sangue per i loro riti? A quanto ho capito, Toaff non escluderebbe del tutto che nelle confessioni degli accusati (estorte ovviamente con la tortura) ci potesse essere un fondo di verità. Una ipotesi, non so quanto e come documentata, gravissima, un tripudio per i nemici di Israele. Ho ascoltato i vari interventi, ma alla fine non sono riuscito a farmi un'idea mia. Devo precisare che non sono ebreo, non sono mai stato in Israele, verso cui ho però sempre provato grande simpatia. Paolo Gamba, Roma

Gentile signor Gamba, anch'io ho seguito su Matrix la discussione che lei dice appassionante e io definirei lacerante, come quasi tutto ciò che riguarda il mondo ebraico. Nemmeno io ho letto il libro e come lei non sarei probabilmente in grado di giudicarne il valore scientifico, che postulo comunque elevato. Ma era giusto toglierlo dalla circolazione? No, è stato un grave errore, la libertà di ricerca è considerata sacra (ora più ora meno) nel nostro mondo civilizzato. E proprio la «disputa di Matrix», un po' come quella di Melo narrata da Tucidide, può valere come esempio di quanto sia per noi cosa ovvia, istintiva, respirare in comune l'aria della più

sciolta e sfaccettata libertà intellettuale. Questo dice la mia metà, chiamiamola così, «illuminista». Ma l'altra metà nota che dalla parte avversa, tra i tanti mortali nemici di Israele, non circola affatto la stessa aria (come minimo gli bruciano in piazza la bandiera) e nota soprattutto che Israele si sente in guerra ed è effettivamente in guerra, vera guerra, da decenni. E' un punto che i convenuti non hanno forse messo abbastanza in rilievo; e come ci ricorda il vecchio detto «In amore e in guerra tutto è lecito». Anche far sparire il libro di uno studioso di rango? Non lo so, ma ho dei dubbi (laceranti). Carlo Fruttero

QUANDO IL RING VA KO

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PROSSIMAMENTE
toborghese della capitale. Altro madrileno, diplomatico di carriera, è Miguel Albero i cui Principianti sono un «inventario di inizi senza lieto fine»; mentre da Barcellona, Mercedes Abad (sembra un personaggio di Almodóvar) con Sangue, racconta la storia drammatica di una madre e di una figlia lanciando anche un monito contro i fondamentalismi religiosi.
I BASCHI

ditorialmente «è la Spagna il Paese più interessante in questo momento in Europa»: Stefano Mauri dixit. (Non dimenticando di avere in classifica per Longanesi il suo romanzo di cuore e di portafoglio La cattedrale del mare di Ildefonso Falcones). Mauri è soprattutto uomo d’intuito, tant’è che non solo le testate del suo gruppo, Guanda in testa, hanno da tempo occhio vigile sulla penisola iberica, ma si può tranquillamente spaziare, attorno all’argomento, vedi adesso anche Neri Pozza, tra quasi tutte le editrici italiane. Il che avviene, si dirà, dal Don Chisciotte in poi: quel «qualcosa di nuovo» che sembra essere oggi nell’aria, riguarda però una diversa immagine della Spagna.
LA VIA PLURALE

SOFFIA IL VENTO DI SPAGNA
MIRELLA APPIOTTI

tutta italiana, dal titolo significativo di «Petulante». Si inaugura a maggio con il pecora di Giorgio Somalvico: la morte di Pasolini vista con gli occhi del suo assassino (da cui Giuseppe Bertolucci e Fabrizio Gifuni hanno tratto lo spettacolo «’na specie de cadavere lunghissimo» rappresentato con successo all’Ambra Jovinelli e pubblicato dalla Bur).
CHI HA PAURA DI ALET?

La sta programmaticamente esplorando Gran Via, piccola sigla nata nel 2006. Preso il nome dalla strada più famosa di Madrid, è partita con la collana m30, anch’essa riferita alla tangenziale che «gira attorno al cuore del Paese e da cui si dipartono le grandi arterie che conducono ai quattro angoli della penisola» e che quindi parla tutte le lingue della Spagna plurale: basco, castigliano, catalano, galego. Tra i libri sinora pubblicati Il rumore del sistema nervoso centrale del madrileno poco più che quarantenne Javier Corcobado, musicista all’esordio in letteratura, è senza dubbio il più importante, romanzo durissimo sulla Spagna attuale nella storia dell’implosione di una famiglia al-

«Pintxos» è il 4˚ titolo, si pronuncia «pincios» vale a dire gli stuzzichini per gli aperitivi, e sono 14 racconti di autori, da Bilbao a San Sebastian, in gran parte nuovi per l’Italia, Bernardo Atxaga a parte (occasione anche per «due giornate basche» che si svolgeranno a Milano il 14-15 prossimi, organizzate dalla Statale con l’Istituto Cervantes). E basco è anche Unai Elorriaga del quale Gran Via sta per pubblicare un tram a s.p., romanzo di «una dolce follia» tra vecchiaia e giovinezza, mentre Jaime Miranda da Tarragona descriverà l’alienazione del lavoro precario in Non sono qui per fami degli amici e Jesùs Ferrero in Le tredici rose, la Madrid nei primi mesi dopo la fine della guerra civile.
CONTRO L’ONDA

Una letteratura nel mirino di Longanesi («La cattedrale» di Falcones), ma non solo: dal 2006 la casa editrice «La Gran Via» sta programmaticamente esplorando il mondo basco, castigliano, catalano, galego
Salvador Dalí, «Paesaggio della spiaggia de El Llané a Cadaqués», 1921

«Credo esista un vuoto di conoscenza nei confronti di questa pluralità non solo linguistica del mondo spagnolo - sottolinea Fabio Cremonesi, storico dell’arte, ora direttore editoriale della giovanissima editrice - l’intento è seguire nel tempo i nostri autori i cui testi vanno decisamente contro il mainstream culturale di questi anni». Stessa «filosofia» per la prossima seconda collana,

Assomiglia a Liz Taylor, la bella editrice padovana voluta e finanziata dagli industriali Tosato? Tutti la vogliono, la prendono e scappano? Ha cominciato il primo direttore editoriale Simone Barillari, in realtà suo fondatore e al quale si deve un piccolo raffinatissimo catalogo che ha ancora qualche propaggine; è poi subentrato Marco Vicentini, patron di Meridianozero con il quale si sarebbe dovuta costituire una sorta di holding, rivelatasi poi impossibile; e ora anche l’appassionata Benedetta Centovalli, ex Rizzoli, ha traslocato a Milano accasandosi da Cairo. All’ufficio stampa Patrizia Renzi ha da tempo lasciato il ruolo a Rosaria Guacci. Chiunque arriverà adesso a Alet, troverà, oltre al catalogo, nuovi autori all’altezza del recente passato: dal settantenne Stephen Dixon, «maestro misconosciuto del racconto statunitense contemporaneo», a Linda Grant con il memoir-reportage su Israele, da una graphic novel del siberiano Nikolai Maslov, agli Avverbi di Daniel Handler (alias Lemony Snicket), all’esordio con Fìdeg di Paolo Colagrande (uno della banda emiliana dei Cornia, Benati, Nori). Ottime prospettive, purché la sindrome di Stendhal non colpisca ancora.

ualsiasi creatura del mondo occidentale con l'ambizione di rientrare nel novero dei nobili di spirito, ha l'obbligo di dichiarare il suo amore per i libri di fotografia. Alla regola non si sottrae certo il tenutario di questa rubrica, il quale nella sua vita ha dilapidato centinaia di euro per appropriarsi di volumi del genere, compreso uno, poche settimane fa, che si intitola «Combat». Un bel tomo compatto, pesante, carta patinatissima che è un insulto all' ecologia per il gusto del bello. A prima vista, un oggetto da possedere, nonostante tutte le foto siano in bianco e nero, stratagemma consunto e per cui molti di noi ormai apprezzano pregiudizialmente chi conserva il coraggio del colore. Un oggetto da possedere, a prima vista, persino per chi non ha il pallino per le arti marziali e i derivati più recenti, o per chi ha perduto la passione per la boxe dai tempi della messinscena fra Ray Sugar Leonard e Marvin Marvellous Hagler. Però la fretta è una bestiaccia, e la prima vista è ingannevole piu' del cuore. Un libro di farneticazione visiva, con pugilatori in posa guerresca o in azione di cui non viene cortesemente specificata l'identità. E questo è il meglio. Il peggio sono le foto del manager (anonimo, ovvio) al telefonino, dei ragazzini che si cimentano nella lotta libera, del judoka che fa le flessioni, della miliardesima schiena ipertatuata del muscoloso di passaggio. Accompagnano l'album le profonde riflessioni degli eroi del ring. Illuminazioni del genere: «La gente non capisce quanto incida un colpo da knock out quando ti prende al mento (di Carmen Basilio)». Però lo si intuisce a una qualsiasi delle non numerate pagine di "Combat", edito da Mondadori e in vendita a diciotto euro.

Hofstadter e la bellezza dei numeri
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Segue da pagina I
to - per esempio, il teorema di Gödel nonché la geometria euclidea, la geometria proiettiva, la teoria dei gruppi, e la teoria di Galois (in vari seminari sulla chiarezza in matematica che ho tenuto all'Università dell'Indiana negli ultimi quindici anni). Sono convinto senza ombra di dubbio che qualsiasi persona che capisca profondamente qualsiasi idea matematica astratta (come per esempio un gruppo, un sottogruppo normale ecc.) ne ha un'immagine interna molto concreta. Lo scopo per me, in quanto professore nei miei seminari, è quindi di cercare quest'immagine nella sua forma più primordiale (e quindi più chiara) e di trasmetterla ad altre persone. A volte la semplificazione che questo implica rende non rigorosa la comprensione, ma per me il rigore non importa un briciolo all'inizio. Quando si fa un edificio si costruisce innanzitutto l'impalcatura, e solo quando l'edificio è finito viene tolta l'impalcatura. È un po' così anche in matematica, ma con una differenza importante. Quando si vuole spiegare un concetto astratto si costruiscono (o si dovrebbero costruire) per prima cosa delle immagini basate sempre su esempi concreti e familiari; poi si spiega il concetto astratto in termini di questa impalcatura metaforica; e alla fine si arriva al concetto astratto. A questo punto cruciale, però, invece di smontare l'impalcatura non rigorosa, la si può (anzi, la si deve) tranquillamente lasciare, perché a differenza dell'architettura, dove gli edifici sono visibili e l'impalcatura è quasi sempre considerata brutta, nessuno può vedere dentro la mente di chi pensa matematicamente, per cui se l'impalcatura metaforica serve a rendere più chiara l'essenza dell'idea, allora meglio lasciarla. L'impalcatura invisibile che ha dato luogo all' astrazione arricchisce il pensiero matematico».
Cos'è la divulgazione della matematica?

tà? Non ha senso. È una contraddizione. Se qualcuno non sa spiegare bene non è per niente un buon insegnante».
Quale strada ritiene più utile per la divulgazione della matematica: la sua storia, le sue applicazioni o il gioco?

«Per me la sua storia è senz'altro la miglior strada per capire e per spiegare la matematica.

«È il rendere chiari i concetti astratti della matematica, il cui numero è senza limite».
Didattica e divulgazione della matematica sono campi molto vicini o mi sbaglio? La scuola o meglio gli insegnanti devono essere anche bravi divulgatori?

«La storia è la miglior strada per spiegare la matematica, per capire da dove viene un’idea»
Si capisce da dov'è venuta un' idea, quanto era difficile per i matematici dell'epoca capirla e accettarla ecc. Sto pensando per esempio allo sviluppo dei numeri immaginari, a partire da Scipio del Ferro, Tartaglia, e Cardano, che li hanno scoperti e perfino manipolati (soprattutto Cardano) ma che non ci cre-

devano per niente, poi a Bombelli, che li manipolava da matti ma ci credeva solo un po', e infine a Eulero che aveva una fede totale nei numeri immaginari, ma solo grazie al lavoro dei suoi illustri predecessori italiani. La storia di questi sviluppi è fantastica, e ogni persona che s'interessa alla matematica dovrebbe conoscerla. Lo stesso vale per la storia del calcolo, la storia della geometria non euclidea, la storia della teoria dei gruppi, la storia dell'incompletezza dei sistemi formali ecc.».
Quali altri bravi divulgatori della matematica conosce?

tri libri eccellenti). E non potrei omettere David Wells, che ha scritto The Penguin Dictionary of Curious and Interesting Numbers e anche The Penguin Dictionary of Curious and Interesting Geometry, uno dei miei libri preferiti».
Visto l'argomento della sua relazione, sta pensando a un libro sui numeri? E quali sono gli argomenti non matematici ma divulgativi ai quali sta pensando per i suoi futuri lavori?

«Io non vedo nessuna differenza tra didattica e divulgazione in qualsiasi campo. Un buon insegnante come potrebbe essere un divulgatore di bassa quali-

«Martin Gardner è sempre stato quello più bravo. È il maestro di noi tutti! C'è anche Clifford Pickover. A un livello un po' più alto non potrei saltare Tristan Needham (autore del capolavoro Visual Complex Analysis), William Dunham (autore del bellissimo Journey through Genius e di Euler, The Master of Us All) nonché Saul Stahl (autore di The Poincaré Half-Plane e al-

«Sto scrivendo, assieme al mio collega francese, lo psicologo Emmanuel Sander, un libro sulla natura del pensiero umano. Anche se spiega molto chiaramente le cose e in quel senso ha un'apparenza non tecnica, non è per niente un lavoro divulgativo nel senso tipico del termine; cioè, non spiega le idee di altre persone, ma spiega le nostre teorie del pensiero umano. Con ogni probabilità si chiamerà Verso le radici del pensiero, ma chissà, può darsi che ne cambieremo il titolo».

Il personaggio
Il Pasticciaccio Compie mezzo secolo
il capolavoro del Gran Lombardo arcimboldesco catalogo enciclopedico

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SABATO 10 MARZO 2007 LA STAMPA

Tuttolibri

III

IL LIBRO

L’EVEREST DI GADDA CHE GRANDE FIERA POP
ERNESTO FERRERO

CARLO EMILIO GADDA

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana
GARZANTI, pp. 275, 18

Il Pasticciaccio di Gadda sta al Novecento letterario italiano come I Promessi sposi stanno a quello dell'Ottocento: costruzioni immani che giganteggiano nella pianura e si pongono a misura di quel che sta intorno. Oggetti misteriosi, figli della loro epoca e al tempo stesso quasi inspiegabili, come astronavi extraterrestri. Spesso le celebrazioni delle ricorrenze suonano come altrettanti esercizi obbligati che dicono freudianamente il loro contrario: proprio perché ci siamo dimenticati di tante opere e autori capitali, cerchiamo di placare i nostri sensi di colpa con riparazioni d'ufficio, magari fredde o sopra le righe. E dunque: si legge ancora Gadda? Parrebbe di sì, a giudicare dal numero delle ristampe garzantiane delle opere, e del Pasticciaccio in particolare. Ma chi lo legge? Un plotone sempre più esiguo di anziani gourmets? E tra i giovani, qualche primo della classe sfuggito per miracolo all'omogeneizzazione verso il basso in cui è precipitata da tempo la scuola italiana? Chi fornisce ancora ai ragazzi gli strumenti culturali per scalare l'Everest gaddiano, cioè per fare un'esperienza da cui usciranno sicuramente diversi? Chi è ancora capace di spiegare loro che tutto ciò che ha valore occorre guadagnarselo con fatica? E ancora: chi insegna Gadda da una cattedra? Non ho fatto indagini, ma così a occhio il Novecento italiano mi sembra drammaticamente poco presente nei corsi universitari (di sicuro a Torino, dove è cara grazia arrivare a Verga: figurarsi il Gaddus). Naturalmente mi auguro di essere smentito.

Rieccolo qui, il Pasticciaccio, anomalo, non finito, sghembo, ossessivo, imprevedibile, eccessivo, ridondante, farcito di digressioni, come tutti i grandi libri, per lasciarci sbigottiti e ammirati, per farci meditare sullo stato delle nostre papille di lettori, deteriorate da pappine premasticate, hamburger insapori e patatine fritte in olî perversi. La più stupefacente cattedrale linguistica mai costruita nella nostra letteratura. La più estesa tela cubista, tale da rivaleggiare per dimensioni con la Guernica picassiana (cui peraltro è superiore). La più sontuosa opera pop, prodotta da un anziano percussionista capace di cavare sonorità dagli oggetti più inusuali: motociclette, galline, topazi, vecchi pitali, treni, la

Compie cinquant’anni il «Pasticciaccio» di Gadda. Apparve la prima volta nel 1957, da Garzanti. La storia del classico è ripercorsa nella prefazione da Pietro Citati: «Garzanti aveva compreso ciò che quasi nessuno, allora, capiva: il Pasticciaccio era un grande romanzo. Non comprese che lo stile di Gadda era composto a strati successivi, come una torta ligure o siciliana; e che egli non raccontava in linea retta, ma fingendo di perdere il filo (...) Ma Garzanti fu l’unico editore che sia mai riuscito nell’impossibile impresa di costringere Gadda a scrivere un libro: lo fece con un’intelligenza, uno slancio e un fervore che, oggi, hanno qualcosa di unico».

IL FILM
Dal «Pasticciaccio» di Gadda Pietro Germi ha tratto nel 1959 il film «Un maledetto imbroglio»: lo stesso regista interpretava il ruolo del commissario Ingravallo, tra gli attori Claudio Gora, Eleonora Rossi Drago, Claudia Cardinale, Franco Fabrizi, Nino Castelnuovo, Alida Chelli. Nel suo «Dizionario dei film » Paolo Mereghetti lo definisce «il miglior giallo in assoluto del cinema italiano». Si trova in DVD, edito da Medusa

La più stupefacente cattedrale linguistica mai costruita nella nostra letteratura, la più estesa tela cubista
«grande fiera magnara» di piazza Vittorio Emanuele. Il massimo monumento d'amore e odio innalzato alla Roma provinciale del Mussolini 1927, «Testa di Morto in stiffelius, o in tight» sul punto di trasformarsi in Duce. Il più arcimboldesco catalogo enciclopedico dell'infinita appetibilità del reale. La più abbagliante pirotecnia di dialetti che, all'ombra magnanima del Belli, esplodono proprio quando si appresta a calare su di loro il velo della koiné televisiva, i «cioè» e gli «attimini», le trite metafore sessuali a cui si ridurrà il parlato quotidiano. Si legge il Pasticciaccio, ha scritto Emilio Cecchi, soprattutto «per imparare a stare dentro alle cose, pure infime e ingrate ch'esse siano, e par-

La locandina del film di Germi «Un maledetto imbroglio» tratto dal romanzo di Gadda

tecipare dei loro infiniti rapporti e significati vitali». Nella sua «fortissima polifonia» c'è tutto: romanzo e antiromanzo, Storia e cronaca minuta, ordine e caos, norma e trasgressione, Eros e Logos, ira e pietà, comicità e tragedia, amore per l'uomo e delusione furente per i suoi limiti. Gadda, l'eterno angustiato da colpe immaginarie, ha almeno avuto una grande fortuna: d'esser seguito, accudito, amato, talvolta salvato da spiriti degni di lui. Prima Gianfranco Contini, il protogaddiano più gaddiano di Gadda; Raffaele Mattioli, il leggendario banchiere-mecenate della Comit; G.B. Angioletti che l'assunse in Rai nel 1950 cavandolo dagli impicci. Poi Livio Garzanti, geniale editore trentenne che lo costrinse a rimetter

mano ai capitoli già usciti su Letteratura nel 1946-47 con un misto efficace di attenzioni e minacce, blandizie e calcolate vessazioni (alla fine Garzanti si dichiarerà «commosso e quasi impacciato» da tanto libro); Giulio Einaudi, che all'inizio degli Anni 60 impose la Cognizione ricomposta in volume a un'udienza internazionale; i giovani Arbasino e Parise, che identificavano in lui la grande letteratura; infine due angeli custodi sapienti e soccorrevoli: Giancarlo Roscioni, ambasciatore einaudiano, e Pietro Citati, allora giovane professore in una scuola di Avviamento Professionale, missus garzantiano ma soprattutto adoratore in proprio. Furono loro a essergli vicini con devozione, a risolvere problemi pratici e editoria-

li, a medicarne le nevrosi, a leggergli l'amato Manzoni, con Ludovica Ripa di Meana, fin sul letto di morte, facendolo ridere di beatitudine. Il ricordo introduttivo che Citati ha scritto per la nuova edizione del cinquantennale è così intenso e perfetto, umanamente prima ancora che criticamente, da strappare un applauso commosso. Gadda è stato fortunato perfino post mortem, grazie a un altro gran lombardo, Dante Isella, principe dei critici-filologi, direttore delle Opere complete (Garzanti) e dei preziosi Quaderni dell'ingegnere per Einaudi. Adesso che lo immagino in cauti conversari con Contini, Montale e quelli delle «Giubbe Rosse», non si può proprio più lamentare di niente.

Letto oggi Una tromba d’aria che

GUIDO CONTI

risucchia tutto ciò che ha d’intorno

LA SUA PAROLA PER NOI INARRIVABILE

Carlo Emilio Gadda: il «Pasticciaccio» iniziò su «Letteratura» nel 1946-47

Ci sono immagini, nel Pasticciaccio di Gadda, che si attaccano alla memoria come pezzi di ferro alla calamita: i due «bernoccoli metafisici» della fronte di Ingravallo, sotto i capelli, la «giungla nera di quella parrucca, lucida come pece e riccioluta come agnello d'Astrakan». Gadda ti tira dentro nel suo vortice, nel suo mulinello linguistico che come una tromba d'aria risucchia tutto ciò che ha d'intorno, rottami di parole, dialetti, gerghi, in un «nodo o groviglio, o garbuglio o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo». E d'intorno fa piazza pulita. Gadda è una grande forza centripeta, se entri nella sua orbita sei risucchiato dentro e non ne vieni fuori. Come scrittore vieni rapito dal fascino di quella scrittura, alla fine vorresti scrivere come lui, assomigliargli anche un po', e molti oggi, molti scrittori, lo addicono a

maestro, a esempio, a modello, spesso, delle loro scritture stantie, talvolta povere e traballanti. Ma Gadda è una vetta irraggiungibile. Il Pasticciaccio di Gadda in verità è un libro di reticenze, di allusioni, di confusioni, dove tutto si perde dietro quella nebbia di dolore e di malinconia, di vociare popolare in mezzo a biciclette e borse della spesa piene di arance dove sbucano i finocchi. Ingravallo è come l'ago di una bussola persa in un mondo impazzito, con le sue «filosofie», che però non sa dire bene cosa provi per la bella Liliana, subito nel romanzo presentata a quella cena accanto al marito malato di «egoismo o egotismo un po' da gallinaccio», e corteggiata forse segretamente dal «cugino». E poi la bella nipote che scatena nel commissario «un groviglio… di fili, un ragnatelo di sentimenti dei più rari…, delicati». Ma è di fronte al dolore di Ingravallo, l'angoscia che lo prende quando va nell'appartamen-

to di lei, stesa sul pavimento con la gola tagliata tra «filacce rosse» e una «spumiccia nera der sangue» (al novizio parevano «maccheroncini color rosso o rosa»), che il romanzo comincia il suo viaggio agli inferi. Il Pasticciaccio va continuamente riletto per la sua densità di polveri che raccoglie dentro di sé, per l'invenzione comica e

Molti scrittori lo hanno elevato a maestro, ma invano, così povere, stantie, sono le loro scritture
tragica insieme, per l'accozzaglia di registri che Gadda sa amalgamare in una pasta romanesca inimitabile. Il Pasticciaccio è un romanzo comico, pieno di digressioni, pieno di fughe centripete come le pagine sul «mascelluto» Mussolini, la «testa di morto», oppure le riflessioni sulle donne di don Ciccio

perché «'a personalità femminile» è «tipicamente centrogravitata sugli ovari». Il giallo, come in tutti i gialli, è solo un pretesto, una forma narrativa per raccontare un mondo in cui le certezze sono definitivamente perdute, dove la lingua è minata nel profondo da un disagio esistenziale che ha messo in crisi ogni conoscibilità e ogni verità. Resta questo turbine di parole dove è facile perdersi e divertirsi senza nessuna speranza, con un dolore incancrenito, immersi in un mondo feroce di ex puttane, nipotone e brigadieri, di coinquilini tremendi, esempi di una umanità caciarona e grottesca. Alla fine Gadda affonda il suo rasoio per raccontare il male, insondabile e inesprimibile, capace però di «maturare i giorni e gli eventi: da sempre: muta forza o presenza in un pandemonismo della campagna e della terra, sotto cieli o nuvole che non potevano far altro se non rimirare o fuggire».

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IV

Narrativa italiana
Ottavio Cappellani è nato a Catania nel 1969. Ha esordito nel 2004 da Neri Pozza con «Chi è Lou Sciortino?»

SABATO 10 MARZO 2007 LA STAMPA

Tuttolibri

Cappellani La sua «Tragedi»
è una perfetta commedia noir

CARAVAN PETROL DI SICILIA
convolavano a giuste nozze con l'esasperazione dei contenuti. Cappellani ci riprova con gusto, e questa volta il lettore sguazza ancor più a suo agio in una vicenda nuovamente eccessiva e vagamente surreale, ma indirizzata felicemente alla concretizzazione espressiva e logistica di un archetipo tipico di tanta letteratura del Sud, quello legato alle onnipresenti egemonie mafiose. La forza della narrativa di Cappellani risiede - per ora - quasi tutta nel menù linguistico che l'autore sa presentare con geniale disinvoltura, con un'ironia istintiva che naturalizza verso il basso la mescolanza di umori della quotidianità. La quotidianità della gente comune, anche piena di soldi accumulati con l'arte dell' intrallazzo, anche dotata di poteri politici e infarinata di cultura da fiera paesana, poiché è così che, davvero, si esprimono gli italiani veri e puri, in una mescolanza istintiva e frenetica di barbarismi linguistici ereditati dal dialetto e dalle mode, dalla tv spazzatura e dall'intimità familiare, con in più qualche spruzzata di confuse reminiscenze scolastiche. Un linguaggio barocco da strada, a cui è facile abbandonarsi per godere a fondo di una coralità narrativa scoppiettante e variegata, che è poi l'altra caratteristicadi questo scrittore vulcanico, quasi teatra-

le nelle sue configurazioni mirate a coinvolgere quanta più umanità possibile sulla scena. In questo caso la scena è davvero quella teatrale, un teatro marginale messo in piedi con i soldi degli enti locali siciliani in un contesto di malaffare in cui due padrini macchiettistici - il vecchio Turi Pirrotta e Mister Turrisi - portano avanti una loro guerra psicologica legata al possesso di alcuni terreni in odore di petrolio. I contorcimenti cui si prestano questi mafiosi da barzelletta si incontrano e si scontrano con la realizzazione di un «Romeo e Giulietta» tutto isolano, con protagonisti due anziane colonne del teatro dialettale, Caporeale e Cosentino. In una Sicilia concreta ma mitizzata dal delirio narrativo, i giochi di potere dei trafficoni e i patimenti artistico-sentimentali di Tino Cagnotto - regista d'avanguardia pronto a dialettizzare Shakespeare per amore del commesso Bobo - si incrociano in un' alternanza di situazioni paradossali, in cui un paio di «ammazzatine» arrivano a concretizzare grottescamente la guerriglia tra i due rivali. Senza contare che le manovre di Pirrotta mirano a condurre sua figlia Betty - «ideale archetipico della buttanaggine incarnata in quaranta chili di tettine e sandali» - tra le braccia del Turrisi, mentre intorno si consuma un gioco di rivalse e tradimenti, contorsionismi provinciali presi in prestito dalle soap opera, drammi d'amore e artistici che sfociano puntualmente in un delitto durante ogni rappresentazione dello Shakespeare isolano. Modernità improvvisate e tradizione antropologica si miscelano in una commedia noir che lascia emergere tutti i difetti della confusione etica e sociale contemporanea. Roberto Saviano ha

PAROLE IN CORSO
GIAN LUIGI BECCARIA

Anni Sessanta C’è un provinciale
che vuole fare soldi facilmente

DAWIDH COSI’ AMATO

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Ottavio Cappellani SICILIAN TRAGEDI MONDADORI pp. 332, 18 ROMANZO

Uno straordinario menù linguistico, le rampogne e i vizi italici elevati a materia letteraria di qualità
scelto la strada della denuncia aperta, Cappellani l'arma leggera di un'ironia metafisica, ma sotto questa scombiccherata «tragedia siciliana» si cela una narrativa nuova e coraggiosa, che sa elevare le rampogne e i vizi delle italiche genti a materia letteraria di qualità, setacciando oltretutto il linguaggio, imbastardito e imbarbarito di pari passo con certi nostri stili di vita. Cappellani non è più solo una felice scoperta, ma uno dei narratori che davvero potrebbero imprimere una svolta al discorso letterario, sulle orme forse inconsapevoli - di un Gadda decisamente più accessibile ed esilarante.

SERGIO PENT

Avevamo parlato di «caotica sceneggiata» nell'avventurarci tra i meandri stilistici e narrativi del romanzo d'esordio di Ottavio Cappellani, Chi è Lou Sciortino? Il linguaggio ibrido e incalzante colorava di suggestioni siculo-americane una storiaccia pulp davvero singolare, rumorosamente plebea, tesa a sdoganare i luoghi comuni della malavita attraverso l'isterizzazione di personaggi e situazioni, nutriti per l’appunto da contorsioni linguistiche che

hi mi scrive chiede spesso notizie sul nome che porta. I nomi che portiamo vengono da lontano e da aree diverse, in Italia ce ne sono di ebraici, greci, latini, germanici: ebraico è Giuseppe, dal verbo yasaph,, accrescere, ha valore augurale «(Dio) accresca (la nostra famiglia)»), anche Davide lo prendiamo dalla tradizione biblica (in ebraico Dawidh è interpretato come l'«amato»), e così Elisabetta (ebr. Eli «il mio Dio»+(è) sheba, pienezza), e Sara, o Anna, dall'ebr. Hannah, grazia, e Raffaele, dall'ebr. Repha'el «Dio ha guarito (i miei errori)»; Eugenio si diffonde in età cristiana, dal gr. Eugénios, bennato; Alessio pure dal greco, trasmesso al latino e reso popolare dal nome di un santo morto a Roma verso il 412 d.C. e da un celebre testo medioevale, La vita di sant'Alessio; dal greco Filippo, o Irene, gr. eiréne, pace, e attraverso il greco (il nome è asiatico) Alessandro. Di origine latina Augusto, Silvio, Clemente, germanici Alberto, Aldo, Anselmo, Carlo, Franco, Guglielmo, Guido, Lodovico, Luigi, Raimondo, Roberto, Rodolfo, e Federico. Di origine greca ma tipici della devozione cristiana Agnese, Benedetto, Cristoforo, Domenico, Gerolamo, Luca, Nicola, Stefano. Quanto alla diffusione, in molti casi incide la tradizione regionale: sono caratteristici della Sicilia Cirino e Alfio (quest'ultimo figura tra i più popolari a Catania e dintorni, a ricordo di sant' Alfio, martire di Lentini); tipici della Puglia nomi di battesimo come Ciro, o Gennaro; ancora caratteristici della Sicilia e del meridione nomi mariani come Annunziata, Assunta, Concetta, Immacolata, della Sardegna Gavino, per il culto di san Gavino, martire cristiano nel IV secolo a Porto Torres.

LA PICCOLA CORTINA IN COSTUME
non possono mancare: il faccendiere romano con le amicizie nei ministeri, l'imprenditore edile senza scrupoli, il sindaco flemmatico e inadeguato con la cui figlia liceale il Timone intreccerà una storia d'amore, e il professore liceale ecologista ante litteram, imbranato, segretamenteinnamorato della stessa ragazzina...Appunto: si respira un'aria che ha vaghi aromi di Bianciardi, di Mastronardi - cioè di chi, quegli anni, li ha raccontati dal vivo con progetti ben più ambiziosi. Tuttavia, anche se di sole rassomiglianze, echi e aromi si può parlare, e dunque appunto di un romanzo niente più che «in costume», La città scomparsa non è povera cosa, ma è un libro che funziona. Basta oltrepassare la metà del romanzo per accorgersi che Governatori non prova a fare (senza riuscirci) l'Andrea Vitali romano, ma ha in mente qualcosa di diverso. La narrazione accelera, l'intrigo sentimental-economico smette di essere importante, e quel che conta diventa appunto La Città, Candora, che va a pezzi sotto gli occhi dell'unico che rima-

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Michele Governatori LA CITTÀ SCOMPARSA BARBERA pp. 191, 16 ROMANZO

PIERSANDRO PALLAVICINI

Sembra un romanzo approssimativamente«in costume» questo La Città Scomparsa di Michele Governatori, autore romano trentacinquenne con già all'attivo due bei romanzi per Fernandel e per Foschi. La vicenda è infatti ambientata in gran parte sul finire degli Anni Sessanta, ma manca il grande affresco di un’epoca complessa - quella dello sbandamento dopo il boom - per farne un romanzo compiutamente storico. Tuttavia, ci sono abbastanza fondali e oggetti di scena per rendere il colore, o se si preferisce l'aroma, di quell'Italia passata e distante. Gilberto Timone, provinciale e stolido protagonista, apre l'intreccio nell'ottobre del ‘66 acquistando una Giulietta rossa e dando il via al suo progetto per fare soldi facili: costruire una nuova cittadella, Candora, nei monti tra Lazio e Abruzzo. Nelle intenzioni di Timone Candora vorrebbe essere una piccola Cortina, ma finirà per essere un'anonima, sgangherata località di villeggiatura. Il lettore trova un catalogo di personaggi - viene da dire di caratteristi - che per quei certi Anni Sessanta torbidi e piccini

«La Città Scomparsa» di Michele Governatori: così va a pezzi un anonimo luogo di villeggiatura
ne a prendersene cura, e cioè Timone. Passano gli anni, i soldi per amministrare Candora non bastano più, i condomíni si sgretolano, la seggiovia si guasta, il ristorante chiude, i turisti se ne vanno. E cresce, in chi legge, il disturbante senso del disastro che incombe, dell'inutilitàdello scempio che è stato compiuto su un territorio paradisiaco, e, più ancora, sui sogni di una persona semplice, sciocca, ma fondamentalmente onesta e pura come Gilberto Timone. Che finirà la propria avventura di imprenditore alla guida di una Giulietta scassatissima: la stessa acquistata in gloria una ventina di anni prima.

Laura Facchi «Dietro il tuo

GIOVANNI TESIO

silenzio»: una strage a Milano

IL KAMIKAZE AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO
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Laura Facchi DIETRO IL TUO SILENZIO MONDADORI pp. 227, 17 ROMANZO ha esordito nel 2003 da Baldini& Castoldi con «Il megafono di Dio», ambientato in Albania: il romanzo vinse il premio Calvino

p L’autrice, nata a Milano nel 1971,

Romanzo tempestivo se ce n'è uno quello di Laura Facchi, Dietro il tuo silenzio, appena pubblicato da Mondadori. Storia di una lentezza necessaria, che rivela coraggio. Storia di una desolata landa interiore, che mostra lucidità. Romanzo tempestivo perché apparentemente connesso alla cronaca dei nostri giorni più immediati. Romanzo lento d'una lentezza necessaria perché immerso in un labirinto privo di uscita, nelle circonvoluzioni di una lunga interrogazione senza sbocco. Il lettore non si aspetti colpi di scena che non verranno, s'aspetti piuttosto la grigia ricognizione di un inferno del cuore. La novità sconvolgente sta nel principio, nel mattino traumatico di un giorno che cambia la vita. In una piazza insignificante di Milano lo scoppio di una bomba su un auto-

bus provoca una strage e a provocare la strage è il marito della donna che racconta. Prima la percezione di un puro e semplice fatto di cronaca, poi a poco a poco la notizia che il kamikaze è proprio lui, l'uomo meno probabile e meno sospettabile. L'orrore che viene dalla normalità? Il male che spunta dalla quotidianità? La deroga tragica che procede dall'ordine e dall'ordinarietà? Quale la traccia per rifare il cammino dei segni? Quale lo sbaglio? Com'è accaduto? Com'è potuto accadere? La moglie del mostro «guardata da tutti con occhi rapaci», l'abbandono che strazia, il passato che affiora in momenti dissonanti, i piccoli indizi, i comportamenti sintomatici, i tic, le ossessioni, l'affettività turbata. Ma soprattutto la scoperta che i legami resistono al loro segreto, che si può restare invischiati in una paura e in una vergogna

che non ha nome, in una responsabilità che non ha logica, e persino in una pietà o in un odio che trapelano dal profondo in tutta la loro scoperta contraddittorietà.
L’ETÀ DELLE PASSIONI TRISTI

Il romanzo della Facchi induce a riflettere su alcuni nodi profondi del nostro sentire. Non tanto o non solo il caso che genera ripensamenti e riflessioni, ma l'orrore del vuoto dei sentimenti, l'età delle passioni tristi che dietro quel fatto si mostra. Non dunque un romanzo d'azione (tant'è che i personaggi che ruotano intorno alla coppia si riducono a ben pochi) e nemmeno di molti fatti (e tuttavia di qualche fatto importante via via che la memoria getta le sue sonde, sì). Ma piuttosto un romanzo che guarda ai risvolti di una condizione che va oltre il dato - pur clamoroso - da cui prende le mosse. L'universo degli impaluda-

menti e degli abbandoni, dell' amore e del disamore, del mistero degli esseri, ignoti a se stessi ed altrui, lo stupore attonito di una scoperta che denuncia i segni della disattenzione, ma anche le ambivalenze della nostra comune inconoscibilità, la consapevolezza di una solitudine non condivisa («io da una parte, tu dall'altra»). Un magistrato che l'interroga, la folla dei giornalisti che l'inseguono, la famiglia d'origine che cerca di proteggerla, tanti ricordi che si aprono un varco. Tutto nel colloquio serrato di una donna in dialogo unilaterale e vocativo col marito. Da una parte lei che continua a parlare al marito non riuscendo a separarlo da se stessa. Dall'altra il silenzio di lui pieno di tutto il suo enigma. La soffocante impossibilità della risposta, gremita di tutta la sua lenta e inafferrabile verità.

Classici
nalmente ma significativamente vi hanno accennato. Di un tema così inafferrabile Sozzi non azzarda una qualsiasi tassonomia, ma si limita a costruire dei blocchi omogenei: l'illusione diabolica e quella analogica, le chimere assenti e quelle orrende, le illusioni perdute e quelle feconde, il vanitas vanitatum e il vertiginoso ossimoro della disperata speranza. Ad illustrare ciascuno di essi chiama voci molteplici e disparate, che qualche volta servono a illuminare la compresenza di istanze contrapposte (lo spazio dell' immaginazione nel secolo dei Lumi), altre volte semplicemente descrivono le infinite modulazioni o l'ampia dispersione di un particolare aspetto: per quelle del crollo delle illusioni, ad esempio, si va dall'«aureum somnium in merdam rediit» di una facezia di Poggio Bracciolini al bilancio fallimentare dei personaggi di Flaubert, passando per Corneille, Senancour, Chamfort, Leopardi, Boito e tanti altri testimoni tra cui gli oscuri Damas, Pères d'Uxo e Le Bastier de Douincourt, che hanno però il merito di aver parlato di illusioni nell'anno 1789. In alcuni casi l'analisi si addentra all'interno di una stessa linea di pensiero per mettervi a nudo, come per Voltaire ed Hel-

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SABATO 10 MARZO 2007 LA STAMPA

Tuttolibri

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BLOC NOTES
A MILANO E A NAPOLI

Libro antico e Gutenberg
= E’ la maggiore collezione
privata al mondo di Galilei il «brillante» della Mostra del Libro Antico, a Milano, diciottesima edizione, Palazzo della Permanente (16-18 marzo). Nel sito www.mostradellibroantico.it notizie sugli espositori (italiani, euroepi, americani) e le opere esposte. Di rarità in rarità. Da un «Libro d’Ore» miniato in Francia nella prima metà del XV secolo alla prima edizione delle «Vite» vasariane. Da «Fables choisies» di La Fontaine (edizione originale, 1668) a un catalogo di carte decorate settecentesche. Dalla traduzione foscoliana di «Relation de la bataille de Marengo» di Berthier a una
CRISTICCHI

Un’interpretazione della Chimera mitologica in un dipinto di Jacek Malcewski

lettera autografa di Filippo Tommaso Marinetti. A Napoli, dal 16 al 19 marzo, diciottesima edizione di «Galassia Gutenberg». Il tema è «Navigare». In programma, tra l’altro, l’omaggio di Goffredo Fofi al viaggiatore Kapuscinski, recentemente scomparso. Alla capitale partenopea renderanno poi omaggio, con varia inventiva, scrittori quali Antonella Cilento, Peppe Lanzetta, Valeria Parrella, Fabrizia Ramondino, Antonio Franchini. La sezione dedicata al Mediterraneo adunerà infine il libico Ibrahim Al-Khoni, l’egiziana Salwa Bakr e Pedrag Matvejevic, che presenterà la nuova edizione del «Breviario».
MAFFUCCI

Tra le Chimere L’impareggiabile

guida di Sozzi, un viaggio nei secoli

LE ILLUSIONI NON SONO PERDUTE
GIOVANNI BOGLIOLO

Nulla di più ambivalente e di più contraddittorio delle illusioni: sono, al tempo stesso, prezioso nutrimento dell'anima e pericoloso miraggio, tensione verso l'ideale ed errore fuorviante, lievito della speranza e preludio alla malinconia, antitesi della ragione e sua insopprimibile e spesso indispensabile alternativa. E nulla di più volubile e capriccioso: chi tributa ammirazione agli spiriti eletti che le coltivano e si appassiona alla lotta tormentosa che con esse combattono non esita poi, col sussiego di un' ostentata razionalità, a deridere coloro che nella vita se ne lasciano sedurre, i «poveri illusi». Eppure nessuno se ne può considerare indenne. In uno dei più angoscianti dei suoi Piccoli poemi in prosa, Baudelaire mostra una folla di umani, ciascuno con la sua mostruosa chimera abbarbi-

cata sulle spalle, che procedono verso l'ignoto «con la fisionomia rassegnata di quelli che sono condannati a sperare sempre». Lui solo ne è immune, ma l'indifferenza che lo protegge e lo paralizza gli appare un peso ben più gravoso dell'alternanza di speranze e delusioni, sogni dorati e amari risvegli che è sorte comune dell'umanità. Senza illusioni non si vive. Soprattutto, senza di esse, magari anche solo per celebrarne l'assenza, non si scrive: i filosofi, i pensatori, gli psicologi, i moralisti religiosi e laici ne analizzano valori e disvalori o ne propugnano ogni possibile buon uso; i romanzieri ne esemplificano nelle sue infinite e sempre nuove articolazioni la scontata parabola; i poeti ne celebrano o ne piangono gli «ameni inganni». E' un corpus sterminato, in cui solo uno studioso di ampia e sedimentata cultura e di consolidato acume come Lionello Sozzi si poteva avventurare col du-

plice intento di definirne l'organicità, le connessioni interne, i processi evolutivi e di scoprire, attraverso di esso, la complessa fenomenologia di una delle più ambigue facoltà dell'animo umano: un'analisi di «aspetti e momenti dell'idea di illusione nella cultura occidentale» e insieme una minuziosa topografia del Paese delle chimere ricavata dalle testimonianze di tutti coloro che nel corso dei secoli l'hanno visitato, sognato, perduto, aborrito. Dove il «tutti» convenzionale sta a significare non soltanto il completo regesto degli autori canonici del pensiero e della letteratura occidentali (con una escursione in India alla ricerca del velo illusorio di Maya), ma anche un'intricata selva di minori e di minimi che al tema dell'illusione hanno portato il contributo di una diversa sfumatura di pensiero o regalato la grazia di una metafora originale, senza trascurare saggisti e scrittori che solo occasio-

Cantare e scrivere i matti
= Tra spartito e libro. Simone
Cristicchi ha vinto il Festival di Sanremo con «Ti regalerò una rosa», un omaggio ai malati psichici. E’ l’umanità dolente a cui dà voce anche nel suo primo libro, «Centro di igiene mentale» (Mondadori, pp. 245, 15). Luoghi reali e immaginari, una fantastica «nave dei folli». Su e giù per l’Italia, una domanda come vessillo: «Prima eravamo matti, adesso siamo malati, quando saremo considerati uomini?». Quante storie, quanti nobili orgogli: «Io sento le voci: se fossi nato tra i nativi americani sarei stato lo sciamano (...). Qui, invece, vivo tra medicine e TSO...».

Patemi d’amore
= Un altro cantante prestato
alla letteratura. E’ Matteo Maffucci, fondatore, con Thomas De Gasperi, degli «Zero Assoluto», anch’essi in gara a Sanremo. «Spielberg ti odio» è il suo nuovo romanzo, per i tipi di Rizzoli (pp. 165, 16). Quando finisce un amore... Filippo, lasciata la fidanzata, trova un cane. Saggio, discreto, devoto, certo, ma lei era lei . Subentra la nostalgia e la voglia di riconquistarla, sullo sfondo i film di Spielberg visti a ripetizione. Come sopravvivere alla ex e all’incubo che è la realtà quotidiana? «Ogni volta cerco di stupirmi. Apro gli occhi...».

Gli «ameni inganni» celebrati dai poeti, come Leopardi e Baudelaire: un libro che farà data nella storia delle idee
vétius, aporie latenti, contraddizioni inconsapevoli o anche solo gli effetti, sul terreno infido del Paese delle chimere, di una già accertata visione «bi-dimensionale» del mondo. In altri, e sono quelli più appassionanti, si cimenta in finissimi approfondimenti monografici, la cui valenza supera di gran lunga i già ampi confini del tema delle illusioni: preziose, tra le altre, le pagine su Rousseau, Madame du Châtelet, Leopardi, Chénier e in modo particolare quelle su Stendhal e Balzac, entrambi definitivamente affrancati dai condizionamenti sociologistici di Lukács. Tutto concorre a fare di quest'opera un libro capitale che farà data nella storia delle idee, anche perché ha per oggetto una facoltà umana, che le idee le precede e le condiziona. Una facoltà insopprimibile e feconda. «Si torna a visitare il Paese delle chimere ogni qual volta si riaccende il bisogno di finzioni immaginative», scrive Sozzi. Grazie a lui, per i prossimi imminenti viaggi, disponiamo di un impareggiabile baedeker.

DUE CONVEGNI E IL PREMIO GO WINE A MONDO E TESTA

Tra cibo, cultura e arte
= Tra «cibo, culture,
comunità» si muove il convegno internazionale «Di cotte e di crude», il 15 marzo a Vercelli (Centro Studi Piemontesi, Regione Piemonte), il 16 a Pollenzo. Relazioni, tra gli altri, di Carlo Petrini, Gian Luigi Beccaria, Luca Serianni, Folco Portinari, Piero Gibellini, Alessandro Barbero, Angelo Gaja. A Parma fa tappa il «Grand Re-tour», nell’ambito di «Torino capitale mondiale del libro con Roma». In particolare, il 16, presso la Casa della Musica, convegno su «Il gusto come cibo, il gusto come arte». Con Gillo Dorfles, Tullio Gregory, Francisco Jarauta, Carlo Ossola, Franco Maria Ricci, Pierre Rosenberg, Davide Scabin, Luciano Scala, Enzo Vizzari. Lorenzo Mondo, giornalista, scrittore, critico letterario (da Rizzoli è apparso di recente «Quell’antico ragazzo», biografia di Cesare Pavese) e il cantautore Gianmaria Testa sono i vincitori del premio «Go Wine, i maestri di bere il territorio», nelle scorse edizioni assegnato a Luigi Meneghello, Niccolò Ammaniti e Claudio Magris. Cerimonia oggi, Teatro Sociale di Alba, con inizio alle 10,30. Saranno quindi premiati i vincitori del concorso letterario promosso da Go Wine fra i giovani delle scuole italiane.

p Lionello Sozzi p IL PAESE DELLE CHIMERE

Aspetti e momenti dell’idea di illusione nella cultura occidentale p SELLERIO, pp. 416, 24

Gli inediti giorni Vecchi e giovani,
biliardo e pernod, panchine e fumo

MASSIMO ROMANO

NELLA PARIGI FOLLE E ALLEGRA DI QUENEAU
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Raymond Queneau GLI ULTIMI GIORNI trad. di Francesco Bergamasco introduzione di Arnaldo Colasanti NEWTON COMPTON pp.223, € 6 ROMANZO E’ il terzo romanzo dell’autore di «Zazie nel metrò», scritto nel 1936: per Colasanti è «uno dei meno riusciti» ma pur sempre «una macchina carezzevole»

Una Parigi autunnale e piovosa. Un vecchio che esita ad attraversare la strada fra rue Dante e boulevard Saint-Germain. Un camion che gli sfiora l'ombrello. Un altro vecchio, simile a lui, con gli stessi baffi folti e spioventi, lo affianca. Cominciano a parlare, si conoscono di vista perché andavano a sedersi su una panchina del Jardin du Luxembourg. Vanno in un bistrot, immerso nella puzza «di un cane bagnato che avesse fumato la pipa». Inizia così Gli ultimi giorni, terzo romanzo di Raymond Queneau, pubblicato nel 1936 e ancora inedito in Italia. Come il romanzo d'esordio, Le chiendent (1933), tradotto nel 1947 da Fernanda Pivano col titolo Il pantano, poi sostituito dal più letterale La gramigna nell'edizione EinaudiPléiade, presenta una struttura circolare in cui i personag-

gi seguono la linea del cerchio per ritrovarsi alla fine nello stesso luogo di partenza. I due vecchi del primo capitolo sono Brabant, mediocre truffatore che ama le ragazze giovani, e Tolut, professore di storia e geografia che rimpiange di non aver mai viaggiato e si sente in colpa con i suoi studenti per aver spiegato luoghi che non ha mai visto. Poi entrano in scena i giovani studenti, che passano le giornate nei caffè del Quartiere Latino, giocano a biliardo e bevono pernod, discutono di letteratura e di filosofia, di Einstein e di Landru, il mostro che ha bruciato nella stufa diverse donne dopo averle fatte a pezzi, di Apollinaire e delle poesie dada di Picabia. Tra questi c'è Vincent Tuquedenne, malinconico flâneur e autobiografico studente di lettere che, bocciato agli esami, trascorre le vacanze da solo leggendo

Raymond Queneau

Conrad e Gide, Hublin, che si dedica allo spiritismo, Rohel, che si atteggia a poeta e finge di divertirsi. Queneau ricrea da maestro l'atmosfera parigina dei primi Anni Venti, folle e allegra, ma vuota e incupita dai segni della fine. Memorabile il dialogo tra Tolut e un oste sui cimiteri, sui fantasmi, sulla morte. Ogni personaggio sviluppa un segmento di storia e di

tempo, costruito a incastro con gli altri, e ogni segmento trova il suo perno in Alfred, il cameriere del Soufflet, che svolge la funzione del coro: intorno a lui girano le stagioni, i mesi, le persone, «le foglie sui rami, le nuvole sui tetti, i vecchi giornali sui marciapiedi, le idee nelle teste, le passioni nei cuori, i sessi nei pantaloni». Matematico, enciclopedista, Queneau ha il gusto per l'arte combinatoria e per i giochi linguistici, scrive libri geometrici, precisi, ordinati e rifiuta l'ispirazione, il lirismo romantico e l'automatismo. Questo spiega il suo distacco da Breton e dai surrealisti, messi in parodia nel romanzo successivo a questo, Odile (1937), e la scoperta di una strada nuova con lo straordinario Pierrot amico mio (1942), storia di un Peter Pan di periferia, imbevuto della follia lunare di Buster Keaton.

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Narrativa straniera
Notte fonda con cavalli e nebbia e rammenterete, credo, di Browning il memorabile Ultimo viaggio in carrozza insieme. Ma lo scatto finale («... A questo s’era ridotto / in fondo. Il resto della sua vita. / Maledizione») è ben suo. Memore dei suoi dichiarati modelli francesi - Flaubert, Balzac, Goncourt - Carver li trascina dalla impietosa, realistica quotidianità, come in Le pietre azzurre: «Stai scrivendo di desiderio sessuale, / quella voglia di una persona di possederne un’altra / e il cui fine ultimo è la penetrazione. / L’amore non c’entra per niente». Una maschera, un gioco crudele teso a rovesciare i valori quasi per proteggersene. Circolazione, uno dei vertici del Carver poeta, prende le mosse da un’occorrenza quasi circostanziale: un guaio notturno appunto di circolazione, di momentanea paralisi mentre l’uomo è a letto accanto alla donna lei gli ripete tranquillizzata la buonanotte: «E ti sei riaddormentata. Forse / tornando in quello stesso sogno, oppure un altro». Si tratta, verosimilmente, di una premonizione della morte: «... anche mentre / siamo alle prese con questo viaggio, / ce n’è un altro; ben più bizzarro, che ci attende». La vita e la morte sono, al fondo, bizzarre, una parola chiave nell’universo degradato di Carver. Scatta una scelta folgorante di dati ordinari, una Cadillac del 1945, mentre «la sua mente un alveare di arcana attività». Quest’ultimo verso potrebbe simboleggiare sia il senso della poesia di Carver, sia la sua inventività verbale. Carver si sbarazza della pur alleggerita sintassi della sua prosa per riformularne il lin-

SABATO 10 MARZO 2007 LA STAMPA

Tuttolibri

Ol'ga Slavnikova In «L’immortale»
lo stagnante universo di Breznev

L’INVALIDO NEI CIELI DELL’URSS

Raymond Carver (1938-1988): maestro della narrativa breve

Tutti i versi Eroica gente comune
tra sensi di colpa e disperazione

CON CARVER TRA NEBBIA E CAVALLI
biamo a disposizione la sua ricca opera in versi. Diciamo subito che il Carver poeta non risulta affatto subalterno rispetto al Carver narratore. Certo, esiste una corrispondenza tematica evidente. La critica americana ha giustamente additato alcuni motivi ricorrenti, il cui realismo si trasferisce sollecitamente in simbolo: il senso di colpa, la paura, l’ansia, la disperazione, o forse l’abolizione della speranza, in chi attraversò le fasi estreme dell’alcolismo. Essi emergono tutti nel Carver poeta, anche se in particolare il ricorso all’alcol viene qui introiettato, se mi concedete una parola poco elegante, quotidianizzato. Accanto, si accentua la dimensione dell’io, in una sorta di fisicità intellettuale, mentre l’ambiente naturale per così dire dilaga, senza cancellare gli scarni interni peculiari del Carver narratore. Gli eroi, ovvero i protagonisti, sono gente ordinaria, una categoria peculiare del repertorio di Carver. Se il retroterra di Carver si rifaceva a modelli americani ma anche stranieri, dal prevedibile Cecov a Maupassant, la sua poesia segna una tappa estrema dell’imagismo, ma si ricorda, ad esempio, di Robert Browning: leggete il sofferto addio di

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Ol'ga Slavnikova L'IMMORTALE trad. di Grazia Perugini EINAUDI pp.185, 11.80 ROMANZO

Ol'ga Slavnikova
NADIA CAPRIOGLIO

p Raymond Carver p ORIENTARSI CON LE STELLE
Tutte le poesie

p trad. di Riccardo Duranti p MINIMUM FAX p pp. 553, 17,50

La poesia come incantesimo, più impalpabile e insieme ancora più limpida della prosa
guaggio, dai ritmi più frantumati; insieme, sollecita una vera e propria metafisica, appunto del quotidiano, come nel caso di Una pacchia, dove così si definisce, beffardamente, l’uomo fortunato perché «ho campato dieci anni di più di quanto io o chiunque altro / si aspettasse». La poesia come incantesimo, più impalpabile e insieme ancora più limpida della prosa, è la conquista estrema di Carver, raggiungibile. «Così. Solo con parole e segni». Un grazie a Riccardo Duranti, per una traduzione davvero cristallina, che davvero aiuta a orientarsi con le stelle.

CLAUDIO GORLIER

Raymond Carver ha lasciato un segno profondo nella narrativa breve non soltanto americana, ma va sottolineato che egli ha operato su un terreno che proprio nella letteratura degli Stati Uniti ha prodotto risultati di singolare inventività e varietà. Lasciamo perdere la banale etichetta di «minimalista» che egli sempre detestò, e domandiamoci invece in che misura il Carver poeta sollecita un discorso specifico, ora che ab-

Immaginiamo di camminare lungo le vie di una piccola cittadina degli Urali, partendo dal centro, discretamente elegante e pulito, attraverso le abitazioni di seconda classe, poi di terza, fino ai quartieri miseri e dimenticati della periferia. Il mondo appare sempre più vuoto, eco di un autunno inoltrato in cui «sulle strade sembra mancare qualcosa, come se l'avessero preso e portato via». Lo squallore dell'urbanizzazione sovietica prende alla gola, con i suoi labirinti di vie tutte uguali, gli edifici che si stagliano anonimi, grigi, sullo sfondo del cielo opaco. E' in uno di questi fabbricati vetusti degli Anni 50, nell' angolo più remoto e buio di un ordinario appartamento, che si trascina l'immobile esistenza di Aleksej Charitonov, un veterano della Grande Guerra, paralizzato, afasico, cui la famiglia tiene nascosta la fine dell'Unione Sovietica. Il tempo stagnante conservato nella stanza, in cui domina simbolicamente il ritratto di Brež nev, non permette di andare avanti: la moglie e la figlia hanno edificato con la fati-

ca di anni una immortalità paralizzata, hanno creato uno scompiglio teatrale intorno alla sua malattia, montando ogni giorno un Telegiornale della sera in cui gli anni si suddividono in piani quinquennali e il Paese, insieme con l'industria pesante, «continua a costruire nei suoi cieli il comunismo». Un mondo contraffatto che permette all'invalido di continuare a vivere nell' epoca per gli altri ormai interrotta, affinché il suo cuore non ceda e continui a funzionare fino a tempi migliori, quando non serviranno più i grossi biglietti inamidati da cento rubli della sua pensione per tirare avanti di mese in mese.
UNA DENUNCIA VIOLENTA

con il suo quarto romanzo 2017 il «Russian Booker Prize», uno dei più importanti premï letterari della Russia. Appartiene alla nuova generazione di scrittori russi accomunati dall'attenzione alla realtà economica, politica e sociale del momento, autori di romanzi-documento in cui c'è poca psicologia, poca fiction, ma una denuncia dura, spesso violenta, del caos della vita quotidiana, riflesso di un mondo in tumulto e in collera. Ne L'immortale si contrappongono due dimensioni temporali, «due paesaggi in uno solo», che hanno smesso di comunicare fra loro: spesso è difficile individuare il confine oltre il quale la realtà si interrompe e cominciano gli pseudo-avvenimenti. C'è il paesaggio interno della camera, cosparsa di una bianca polvere di sogno che consente ai morti di continuare a vivere, in cui troneggia il grande letto, «vecchio trofeo di guerra simile a una carrozza di ferro», il mondo di Charitonov. C'è il paesaggio esterno, minaccia da tenere a bada, con le strade imbrattate dagli involucri dei prodotti d'importazione, l'abbondanza di carne nelle vetrine, i chioschetti privati in cui si vendono «oggetti che nessun libro dei sogni potrebbe interpretare». Ol'ga Slavnikova con la sua grande capacità di misurare l'esistenza umana dipinge una società che pullula di ambiziosi, di arrivisti perduti nei loro calcoli meschini, individui «quasi artificiali che hanno incluso il denaro nel proprio metabolismo»; ma ci sono anche gli ingenui che cedono con facilità all'improvvisa «illusione che anche nella loro vita siano possibili un'automobile di lusso e un conto in banca». E ci

Una famiglia tiene nascosta a un veterano della Grande Guerra, paralizzato la fine dell’Unione Sovietica
sono coloro che hanno rinunciato ai presagi di ricchezza, gli intellettuali con gli «occhiali incrinati e l'abito tanto liso da sembrare un pigiama d'ospedale», costretti dall'indigenza a rubare al supermercato, le donne che continuano a indossare la loro vecchia bigiotteria sovietica, sognando «perle cinesi, bianche come il riso». Il romanzo può essere letto come un quadro della Russia di oggi, ma anche come una riflessione sull'incapacità degli esseri umani di comunicare. Nessuno, però, è immortale, né Charitonov, né Brež nev, e neppure i «nuovi russi».

L'immortale non riprende il tema del film tedesco Good bye Lenin! perché è stato pubblicato prima, nel giugno 2001, ma sviluppa l'idea analoga che è impossibile sbarazzarsi con un colpo di spugna del passato comunista. Ol'ga Slavnikova, nata nel 1957, di cui l'editore Einaudi pubblica il primo romanzo in italiano nella traduzione di Grazia Perugini, è sconosciuta in Italia, ma gode di buona notorietà nel suo Paese, sia come critico letterario che come scrittrice. Nel 2006 ha vinto

Cullin Sotto gli occhi di Jeliza-Rose

GIORGIA GRILLI

madre e padre nel gorgo della droga

UNA BAMBINA NEL TEXAS DELL’EROINA
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Mitch Cullin TIDELAND trad. di Stefano Tummolini FAZI, pp. 236, 14,50 Cullin, nato nel 1972, vive in Arizona, è autore tra l’altro di «Un impercettibile trucco della mente» (Giano, 2005). Da «Tideland», Terry Gilliam, ex «Monty Python», regista di «Brazil» e «Il barone di Münchhausen», ha tratto nel 2005 un omonimo film, mai arrivato in Italia.

Forse il modo migliore per parlare dell'infanzia non è tanto disquisire, da adulti, dei bambini, quanto provare a vedere il mondo come lo vedono i bambini. Quando proviamo a parlare con la voce e da dentro la testa di un bambino, il mondo stentiamo a riconoscerlo. Niente, di tutte le categorie, le idee, i pre-concetti che per noi servono a tenere dritto, a mantenere ordinato, a rendere apparentemente stabile il mondo, «tiene» se lo sguardo che dà vita al racconto è quello di un bambino. In quel caso la terra trema, si fa liquida, cambia forma, diventa non più la terraferma delle certezze adulte, ma «terra di marea», Tideland, come recita il titolo del romanzo di Mitch Cullin che ha per protagonista la piccola Jeliza-Rose, o meglio, che parla con la voce (per lo più interna) di Jeliza-Rose. Un romanzo insieme dolcissimo e tremendo ne emerge. Un romanzo provocatorio e

audace, che ha così affascinato il grande regista Terry Gilliam da averlo spinto a creare uno dei capolavori in assoluto sull'infanzia nel cinema. La bambina è figlia di due californiani eroinomani, il padre una ex rockstar ora finita nel dimenticatoio, la madre una bulimica completamente andata. Come tutti i bambini Jeliza-Rose segue necessariamente i ritmi e la vita che conducono i suoi genitori, aiutandoli a prepararsi le dosi e a farsi in vena, rimanendo da sola a giocare, farsi domande e darsi risposte in giro per casa, ogni volta che loro entrano in uno stato catatonico che lascia lei alle sue cose. Non è che l'incipit di una serie di orrori in mezzo ai quali, senza protezione, è collocata l'infanzia. Orrori che noi intuiamo essere tali, ma che la voce della bambina senza giudizi e senza pregiudizi racconta con un candore, con una grazia e con una tranquillità che lasciano sconcertati. Quando la madre muore di

overdose, il padre la porta con sé in un viaggio che finisce in Texas, nella casa abbandonata e decrepita che era stata della nonna, una casa in mezzo al nulla nella quale anche il padre, appena arrivati, muore, senza che la bambina se ne renda conto veramente, perché quel cadavere seduto su una sedia non è diverso dalle immagini a cui si era abituata di suo padre sotto l'effetto delle droghe.
TRA BUIO E SOLE

Da questo momento parte un ritmico movimento della bambina di andata e ritorno, di uscita e di rientro, verso il fuori e di nuovo all'interno della casa, tra il grano giallo, la piena luce, l'aria aperta in cui incontra animali parlanti e inquietanti vicini di casa e il luogo claustrofobico, polveroso e chiuso in cui suo padre, come tutto, si decompone, un luogo chiuso che proprio perché è così risulta comunque magico per una bambina lasciata sola a esplorare, ad aprire porte, a trovare sof-

fitte, e bauli, e vecchi abiti da indossare e con i quali uscire di nuovo fuori, in un ondeggiamento tra buio e sole, spazi troppo vasti e altri troppo angusti, senso di perdita e senso di soffocamento che ricorda così da vicino quello altrettanto instabile di Alice nel Paese delle Meraviglie, nel testo più volte citata. Un vero omaggio all'infanzia, un vero sforzo di mettersi dalla sua parte e dal suo punto di vista (bellissimi i dialoghi tra la bambina e le sue teste di Barbie, il suo continuo sdoppiarsi per non sentirsi sola, la tenera amicizia che nasce tra lei e il malato di mente Dickens, per citare solo alcuni momenti insieme ironici e commoventi del suo sentire). Uno sforzo che, oltre a dirci qualcosa di profondo dell'infanzia, ci restituisce un'immagine del mondo adulto e di noi stessi così inquietante, così scomoda e così totalmente imbarazzante che forse, nascosto dalle pile dei ben più invadenti best-seller, lo faremo passare inosservato.

Storie
rivoluzionari, tra cattolici e no, pur essendo schierati dalla stessa parte. Qui mi riferisco a quelle figure profonde risorgimentali che ne sono l'anima - onore amore virtù sacrificio -, tanto ben individuate da Banti e Ginsborg quali veri fondamenti del fenomeno. Eppure mi vien da pensare come all'interno di ciascuna ci si muova contraddittoriamente. E' vero che il melodramma è il veicolo di divulgazione e trasmissione ideologica più dei libri, ma è altrettanto vero che nel melodramma continuano a essere vincenti formule di onore amore virtù da cui escono sconfitte tutte le istanze libere e trasgressive. D'accordo che l'amore si debba consacrare con il matrimonio, però a passare è la regola dell'«imene celeste», rinviato e consumato nell'aldilà. C'è una virtù sacrificale (persino Violetta, prostituta professionale, la pratica) che non è solo patriottica bensì familiare e individuale. E poi, a confondere le carte, c'è il diverso senso che hanno le medesime parole, e quindi i concetti, in Piemonte, LombardoVeneto, Toscana, Stato Pontificio, Sud borbonico, spesso contraddittori.
PADRI E FIGLI, POPOLO E EROI

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SABATO 10 MARZO 2007 LA STAMPA

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VII

IL LIBRO

IL RISORGIMENTO

Annali 22 Storia d’Italia
a cura di Alberto Maria Banti e Paul Ginsborg EINAUDI, pp. 884, 88

«Il bacio» di Francesco Hayez, dipinto del 1859 esposto a Brera per l’ingresso di Vittorio Emanuele II e Napoleone III

Grandi opere Un «Annale» della Storia d’Italia Einaudi
a cura di Banti e Ginsborg, centrato sulla vita culturale

IL RISORGIMENTO A CUORE APERTO
FOLCO PORTINARI

Ci sono parole che ripetiamo, convinti di conoscerne il significato, e il senso, ma ci accorgiamo, pronunciandole, che così non è. Perché senso e significato sono cangianti come il cielo o la luce. Per esempio, le parole romanticismo e risorgimento. Mutano addirittura a seconda del luogo ove le pronuncio. Se in Italia, in Francia o in Inghilterra. Sì, in Italia risorgimento e romanticismo quasi coincidono, perché il nostro risorgimento è un fenomeno che qualifica il nostro romanticismo, lo rende originale rispetto agli altri Paesi, e pensando all'uno automaticamente gli si accompagna l'altro. Quando pensiamo al risorgimento prevale in noi (in me) una nozione politica e ideologica diffusa in quel particolare periodo storico, mentre se dico romanticismo è la nozione sentimentale ed emotiva a prevalere. Poi mi addentro in questi concetti e scopro solidi con-

notati politico-ideologici nel nostro romanticismo (da Foscolo a Manzoni a Carducci a Nievo) e connotati emotivosentimentali (gli eroi e il culto dell'eroico) nel risorgimento. Non senza l'inganno dell'estensione «popolare» per entrambi (popolo, o «massa», è un'altra parola polisemica e ambigua). Sono queste alcune considerazioni preliminari nell'affrontare la lettura delle circa 900 pagine dedicate al Risorgimento nel ventiduesimo degli Annali della Storia d'Italia Einaudi, sotto la guida esperta di Alberto Maria Banti e Paul Ginsborg. Già scorrendo l'indice ci si rende conto della complessità della materia che si convoglia sotto quell'etichetta onnicomprensiva. Il che vuol dire che quell'operazione politica che in meno di un secolo ci porta alla costituzione di uno Stato unitario nazionale è stata, contestualmente se non prevalentemente, culturale e intellettuale. E' argomento sviscerato in cento anni sia dagli storici che dai letterati e che ritroviamo nel capitolo

introduttivo, al cui centro si trova proprio un ampio paragrafo intitolato «Risorgimento e Romanticismo». Per parte mia credo che una buona porzione della difficoltà di cogliere una definizione univoca, una sintesi su un comune denominatore, sia riconducibile alle contraddizioni e alla diversità dei coef-

Oltre la cronaca dei fatti, l’analisi di mentalità, emozioni, sentimenti, virtù, ideali e progetti di uomini e donne che hanno unito il Paese
ficienti interni al «risorgimento» e al «romanticismo», per instabilità semantica. Da questo punto di vista il risorgimento italiano è un poco un unicum in Europa perché unica è la sua situazione, perché la «nazione» sembra il frutto, così com'è, di una «invenzione». Ci sono cioè contraddizioni di cui tener conto. Che so, tra conservatori e

L'impresa di Banti e Ginsborg e dei loro collaboratori attrezzatissimi, ricalca il modello che costituì la novità metodologica delle «grandi opere» einaudiane. E' naturale immaginare in una «storia» Garibaldi e Cavour, Pisacane e Mazzini, ma in questa la cronaca è invece data come conosciuta dal lettore. Nell'introduzione si precisa: «Scopo di questo nuovo orientamento è di far vivere la cultura profonda del Risorgimento, di osservare la mentalità, i sentimenti, le emozioni, le traiettorie di vita, i progetti politici e personali degli uomini e delle donne che al Risorgimento hanno preso parte». La cultura, insomma. Tale impostazione meglio si chiarisce quando si considerino i venticinque capitoli tematici. I titoli sono più che significativi, danno un'idea della complessità cui si deve far fronte: «Una nuova morale per la donna e la famiglia», «Amore familiare, amore romantico e amor di patria»; «Padri e figli nel Risorgimento», «Il Risorgimento delle donne», «Un'immagine che prende corpo: il “popolo“ democratico nel Risorgimento», «Il 1848 e la melodrammatizzazione della politica», «La memoria degli eroi», «La rappresentazione della guerra nella pittura risorgimentale», «Immagini dell'altro: austriaci e italiani». Ecco, anche solo da questo parziale elenco emergono novità con le quali la cultura italiana deve fare i conti. Il risorgimento in Italia provoca d'un colpo quella rivoluzione solo sfiorata negli anni e nei secoli precedenti, rendendola estranea alla partecipazione attiva europea: controriforma senza riforma, marginalità nella rivoluzione francese, niente romanzo e ritardata egemonia culturale della classe borghese, niente colonialismo. Infine un'unità dinastica, nella quale non è ben visibile, almeno mi sembra, il contributo attivo dei vari membri aggregati, nelle loro specificità. Certo, la capitale a Firenze,

Divisa in sei percorsi tematici (da «Amore e famiglia» a «Immagini e modelli della nazione»), l’opera ha tra i numerosi collaboratori Roberto Bizzocchi, Marta Bonsanti, Martin Thom, Eva Cecchinato e Mario Isnenghi, Carlotta Sorba, Fernando Mazzocca, Stefan Malfér.

certo la capitale a Roma, ma la capitale del regno sabaudo mi pare che rimanga a Torino e a Monza, nonostante i Ricasoli, i Crispi, i De Sanctis… O i Manzoni, i Tommaseo, i Giusti, i Nievo... Accade però che un'idea, un progetto, una serie di azioni e reazioni, cioè quei venticinque capitoli dell'Annale, intervengano nella realtà culturale, modificandola. Si viene formulando una retorica in quegli anni, i cui capisaldi sono qui ben esposti e che fanno di questo volume un testo di analisi insostituibile. Retorica intesa come problematica e come modo di affrontarla in nome della persuasione. Un cardine è, per esempio, l'amor di patria senza o prima che ci sia una patria. La patria è l'oggetto da «fare» (che sia stato fatto bene o no è ancora oggetto politico controverso). Una modalità di questo «fare» è il sacrificio e il sacrificio comporta una sacralità religiosa dell'evento, alternativa e laica. Il nuovo si segnala con la presenza della donna e soprattutto con la riconosciuta specificità del ruolo della donna, che affianca, e non in subordine, il protagonista della storia in veste di «eroe». Tutto ciò viene convogliato in una proprietà primaria del Risorgimento, la sua rappresentazione con quei suoi caratteri, la sua rappresentatività. Il riscontro? Nei luoghi canonici, la letteratura, la musica, il teatro, la pittura, dove meglio si esaltano le virtù necessarie. Questo fino al 1870, l'anno fatale di chiusura dello spettacolo risorgimentale. Da quel momento dai campi di battaglia si passa alla borsa, la guerra si trasforma in lotta di classe, la patria emigra in altri paesi, in altri continenti, la fedeltà mette le corna. Però quell'avventura, da quel momento, ci ha tutti radicalmente cambiati.

GIANLUIGI BECCARIA

Vale sempre la pena raccogliere le voci di un microcosmo. Una minuscola comunità è nicchia che compendia l'universo. La sua piccola storia può diventare la grande Storia. Lo sono state per Nuto Revelli le valli del Cuneese. Lo è ora Perdasdefogu, sperduto nel centro della Sardegna, nel libro curato da Giacomo Mameli, La ghianda è una ciliegia (Cuec, Cagliari, pp. 345, 16). L'autore ha raccolto quattordici storie di vita che risalgono agli anni della II guerra mondiale o poco prima, raccontate da sopravvissuti ai campi di concentramento in Africa, in India, in Germania, o alla terribile campagna di Russia. Partono fascisti e dalla guerra tornano «delusi» dai falsi miti. Quasi tutti i testimoni sono di Perdasdefogu, un paese a quei tempi fuori del mondo, dove «non arrivavano neanche i giornali. Tagliati fuori dal mon-

do eravamo». Il quadro che risulta da questi racconti è un coro di concordanze. Sono tutti pastori o contadini, che conducevano una vita di miseria e di stenti. Per seminare il grano disotterravano più che altro pietre, anche gli orti andavano «spietrati». Dignitoso e disperato era lo sforzo di sopravvivere su una terra grama. Qualcuno andava a lavorare a Carbonia, ma veniva la tosse e la saliva nera. Di quei luoghi miseri e pietrosi ci si ricorda intensamente anche nel gelo del Don, di ogni particolare. Ma senza struggimento. Sono giovani coraggiosi. Anche quando nel vivo della battaglia muoiono loro accanto i compagni, quelle morti sono descritte seccamente, con un'assenza di retorica che sino ad ora mi è soltanto capitato di leggere nelle sue pagine di guerra di Beppe Fenoglio. Alle pagine drammatiche nel libro di Mameli s'alternano anche momenti di grande ilarità, storie di paese, come quando un

Perdasdefogu Pastori e contadini
in un microcosmo della Sardegna

CRESCE IL GRANO TRA LE PIETRE

militare racconta che sta tornando a casa in licenza, e il conduttore della corriera che lo porta a Perdasdefogu su strade bianche, piene di buche e di sassi, più che pensare alla comodità dei passeggeri, sbanda continuamente apposta per ammazzare conigli selvatici e lepri che tagliano la strada, e finirà col portare a casa un bel bottino. Straordinari anche i ricordi sui nomi che a Pedasdefogu era d'uso dare ai propri buoi: «erano nomi da sbeffeggio, da offesa, destinati a un rivale». Ce n'era uno chiamato «Airosu», riferito a un paesano che si riteneva il più potente della terra, un altro bue era «Po nudda», per niente, rivolto a un fabbro ferraio che non sapeva il suo mestiere, «non era in grado di fare né uno spiedo e neanche una graticola», un altro bue era «Mancài crèpisi», puoi anche crepare, così che quando si passava col carro davanti alla casa di chi si voleva sbeffeggiare o insultare, bastava incitare ad alta voce il proprio bue...

Ogni testimonianza è dunque uno vivo specchio di una civiltà scomparsa, con le sue usanze, costumi, tragedie, stupori anche, e la sua grazia, come quando un raccontatore ricorda il manico della sua penna di scuola, la più bella di tutta la classe, col manico «fatto con un bastoncino d'asfodelo, colorato di bianco e di rosso, di celeste e di verde, e anche di ocra, come le foglie di fichidindia delle nicchie nella chiesa di San Sebastiano»; o quella pagina in cui si racconta di quando il soldato mette per la prima volta il piede in continente e riconosce, in Sicilia, i luoghi che aveva studiato a scuola; o sogna anche di esser visto in paese con la divisa da caporale. Sale dal basso come un anonimo brusio. Parlano i senza voce, con le loro paure, i loro desideri, parlano le generazioni anonime che hanno sofferto, con la loro estraneità dalle grandi decisioni che spesso li hanno travolti nelle sabbie africane o nel gelo della Russia.

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VIII

Percorsi
rivoluzionari, i giornali e la televisione. La paura come emozione, dunque; ma anche come strumento di potere. Perché è facile da stimolare, economica come investimento (basta poco per provocare paura), ma dai profitti molto alti (anche se oggi durano meno e allora ecco la produzione incessante di sempre nuove paure). Paura, o meglio: paure. Tante, oggi; troppe e tutte insieme. Paure individuali: il buio, la morte, la solitudine, la malattia, l'imprevisto. Paura di fare o di non fare, di un rimprovero, di essere emarginati. E paure sociali: la guerra, il terrorismo, la violenza, il disordine, la disoccupazione, il lavoro precario. Eppure, anche la spettacolarizzazione della paura, i film del terrore che ci piace guardare. E ancora: la paura degli altri e dei diversi da noi. Due libri da leggere e da meditare, allora. Il primo è la nuova edizione di un classico sull' argomento, la Psicologia della paura di Anna Oliverio Ferraris, psicologa e psicoterapeuta, docente di Psicologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma. Una piccolo libro, denso, ma di facile lettura. Indispensabile. Il secondo: Paura. Una storia culturale, di Joanna Bourke. Storica al Birkbeck College di Londra, la Bourke ha scritto un'affascinante storia (culturale, appunto) della paura, ricca di esempi (come quelli citati di Darwin e Welles). Paura come

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LONTANO E VICINO
ENZO BIANCHI

IL NON CREDENTE CHE HA RISPETTO
Le riflessioni di Arturo Schwarz «ateo anarchico ebreo, anche»: una feconda etica laica, il soffio vitale delle Scritture, capaci di parlare a ogni essere umano, strumenti di liberazione

Il saggio di Burke studia «la paura come forza trainante della Storia». Qui sopra un fumetto dei Simpson

Tra psiche e cultura Un’emozione
decisiva per l’individuo e la società

CHI CREA LE NOSTRE PAURE?
LELIO DEMICHELIS

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Joanna Bourke PAURA Una storia culturale LATERZA, pp.476, 20 Anna Oliverio Ferraris PSICOLOGIA DELLA PAURA BOLLATI BORINGHIERI pp.167, 14 Altri titoli per approfondire: Freud «Il disagio della civiltà e altri saggi», Bollati Boringhieri; Jean Delumeau «La paura in Occidente», Sei, e «Il peccato e la paura», il Mulino; Michel Foucault «Sorvegliare e punire», Einaudi; Umberto Galimberti «Psiche e techne», Feltrinelli.

La paura. Un'emozione. Forte. Fortissima. Davanti alla quale siamo fragili e deboli. Charles Darwin narra di quando andò a visitare lo zoo di Londra e avvicinò il viso a una teca di vetro contenente una vipera africana: «Con la precisa determinazione di non indietreggiare se il serpente avesse tentato di colpirmi. Ma appena quella attaccò, la mia risoluzione scomparve e feci un balzo indietro di un metro o due con sorprendente facilità. La mia volontà e la mia ragione erano impotenti contro l'immaginazione di un pericolo di cui non avevo mai fatto esperienza». E cosa spinse, nel 1938, un milione di americani a fuggire dalle loro case, convinti - dall' adattamento radiofonico di Orson Welles de La guerra dei mondi - che un esercito di marziani fosse sbarcato nel New Jersey? Perché la paura fa di-

ventare ingenui? E che ruolo hanno i mass media nel creare le nostre paure e nel farci accettare anche l'impossibile e l'incredibile? Paura. Individuale e sociale. Paura che genera reazioni diverse: la chiusura in se stessi o la ricerca di protezione nel gruppo; l'invenzione di capri espiatori e/o la sottomissione all'autorità. Dopo l'11 settembre, le società occidentali e liberali hanno accettato maggiori controlli, maggiore sorveglianza. Senza fiatare: anzi, invocando meno libertà e più (apparente) sicurezza. Invece: la paura dell'effetto serra e dell'inquinamento è meno potente, non si invoca nessuna diversa politica economica. Forse perché la paura del terrorismo è funzionale al potere, per controllare meglio la società. Se invece la paura per l'ambiente si facesse diffusa metterebbe in crisi il modello economico, la ricchezza e i profitti - e questo il potere non lo può permettere.
UN INVESTIMENTO ECONOMICO

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Dal buio al terrorismo, dalla morte alla guerra, un «fattore innato» utile al potere: i saggi di Bourke e Oliverio Ferraris
«potente forza trainante della storia umana», dalle religioni alla guerra fredda e oltre. Il cui spettro, che continua ad aggirarsi per l'umanità, non può essere ignorato, anche perché rapido e veloce; mentre altre emozioni «come l'amore o il senso di comunità, hanno bisogno di più tempo per svilupparsi. E hanno lo svantaggio di rendere forti, non deboli i cittadini». Per questo non sono amate dal potere. Non solo: «Oggi usiamo il linguaggio del terrore per giustificare il fatto che terrorizziamo altri individui»; e le guerre in Iraq e in Afghanistan ci ricordano «che perpetriamo la violenza contro il prossimo, tanto quanto siamo vittime a nostra volta della brutalità terrorista». Eppure, scrive la Bourke, «un mondo senza paura sarebbe un mondo senza amore». E, forse, anche «noioso».

Dunque: paure innate, ma anche paure prodotte perché producano certi risultati; e altre paure che devono invece essere rimosse o attenuate perché non funzionali. Un'autentica gerarchia delle paure (e delle emozioni). Al lavoro ci sono quelli che Marco Revelli ha definito gli «imprenditori della paura». Che la producono, la diffondono nella società per trarne alti profitti. In realtà, questi «imprenditori» esistono da sempre: le religioni e le Chiese, gli Stati e i governi, le imprese e i

oi abbiamo solo le Scritture e la libertà». Questa affermazione - che Antonio, il padre del deserto egiziano nel IV secolo, applicava ai monaci - mostra a volte un'assoluta pertinenza anche in riferimento a persone totalmente estranee al mondo monastico cristiano, come Arturo Schwarz che nel titolo stesso della sua opera - Sono ebreo, anche. Riflessioni di un ateo anarchico (Garzanti, pp. 110, 10) non fa mistero della sua alterità nei confronti della religione. Infatti, da dove, se non da uno «sta scritto» accolto nella libertà, viene la linfa che ha alimentato la sua «filosofia di vita»? In pagine densissime e al tempo stesso scorrevoli come una conversazione a cuore aperto, l'autore fa emergere come «il rifiuto del principio di autorità, la brama di conoscenza, il rispetto del diverso, l'anelito di giustizia, il rispetto della natura, il diritto alla felicità, il riconoscimento della valenza salvifica e iniziatica della donna» - sono anche i titoli dei brevi capitoli dell'opera - affondino le proprie radici nel testo biblico e nella tradizione del pensiero ebraico che quel testo ha letto, interpretato, commentato nel corso dei secoli. Così, in un percorso che si sofferma con particolare insistenza e sagacità sulla letteratura talmudica, midrashica e cabbalistica, per toccare il culmine con Spinoza, e giungere fino al nostro secolo, ritroviamo gli ideali che hanno mosso e muovono il cuore, il pensiero e l'agire di questo «ebreo, anche» e che,

come lui stesso afferma, «sono contenuti in una sola parola: Rispetto». E' un esempio sintomatico di come non solo esista, ma sia anche feconda un'etica laica, di come la «spiritualità» non sia appannaggio esclusivo dei credenti, ma dilati il suo soffio vitale ben al di là degli steccati confessionali. Scorrendo le pagine di Schwarz si ha poi anche un'altra piacevole conferma: le «Scritture», cioè i testi che i credenti ritengono ispirati e attribuibili a Dio in modo diretto o mediato, si mostrano ricche di ulteriore senso e profondità quando vengono accostate da non credenti con discernimento e intelligenza. Si finisce per ritrovare in esse principi capaci di parlare a ogni essere umano, strumenti di autentica liberazione interiore, piste di umanizzazione della vita personale, comunitaria e sociale. Sì, «le Scritture e la libertà», cioè l'eredità di sapienza di quanti ci hanno preceduto e lo spazio vitale nel quale ci è dato di accoglierla, è in fondo tutto quello che ciascuno di noi ha diritto di possedere e dovere di custodire: forse oggi ci pare divenuta merce rara, ma se ripercorriamo l'avventura umana sulla terra vediamo che la salvaguardia di questi due elementi ha sempre avuto, per il singolo come per le collettività, un prezzo altissimo. Un prezzo che a volte solo delle minoranze perseguitate o dei profeti solitari hanno saputo pagare: ma è proprio grazie a simili testimoni di una controcultura marginalizzata e osteggiata che sono sopravvissute a beneficio di tutti le istanze più profonde che abitano e nobilitano il cuore umano.

GIORGIO BOATTI

Si chiama Leonardo Vitale il primo «pentito» di mafia, che il 30 marzo del 1973, deciso a rompere il patto omertoso che lo legava a «Cosa Nostra», fa irruzione nella Questura di Palermo in preda a una specie di crisi mistica che gli impone di cambiare vita e di rivelare aspetti, peraltro del tutto veritieri, della struttura e delle imprese delittuose dell' organizzazione criminale in cui è inquadrato. Il giovane, forse instabile psicologicamente, fa emergere già allora, in epoca non sospetta, i nomi di personaggi di spicco, quali Riina e Calò, che componevano la «cupola» malavitosa siciliana, ma viene preso per pazzo. Travolto dalle perizie psichiatriche finisce per undici anni dimenticato negli manicomi giudiziari. Il 2 dicembre 1984, tornato in libertà, viene fatto assassinare dalla mafia che non può concedere a nessuno, nep-

I «Pentiti» Come li «usano» i giudici,
come li giudica l’opinione pubblica

LORO PARLANO, NOI DIFFIDIAMO
pure a un matto, di rompere il patto del silenzio che deve avvolgere il fenomeno mafioso. Le legislazioni antimafia, mutuate dall'esperienza di contrasto del terrorismo, elaborate a partire dagli Anni 90 e ridefinite più volte sino a giungere alla più recente legge 45 del 2001, costituiscono un rilevante aspetto nella lotta opposta dallo Stato alla struttura della criminalità organizzata. Tuttavia, fino all’uscita del volume Pentiti (a cura di Alessandra Dino, Donzelli, pp. 282, 25), il tema non era ancora stato investito da una messa a fuoco di così ampio respiro, diretta non solo agli addetti ai lavori ma mirata a inquadrare il fenomeno attraverso la riflessione storica, l'analisi sociologica, la puntualizzazione giuridica, la comparazione con gli altri Paesi (a cominciare dagli Usa). Il volume - che accosta numerosi contributi, da Salvatore Lupo, di cui Donzelli annuncia un saggio su «Sciascia e Andreotti, l’antimafia e la politica», a Francesco La Licata - spiega come, rispetto all'imponente mole che il fenomeno ha assunto negli Usa, i collaboratori di giustizia italia-

ni siano stati, fino al 2000, poco più di un migliaio (e 4 mila i famigliari tutelati, assieme a loro, dal Servizio Centrale Protezione): persone decisive, però, poiché in cambio di sostanziali riduzioni di pena hanno fornito alle autorità informazioni tali da consentire di infliggere significativi colpi alle più rilevanti organizzazioni criminali. I saggi confluiti in Pentiti consentono di valutare il decisivo mutamento apportato da queste nuove figure - i «collaboratori», appunto - che pur essendo state poste al centro di seguitissime cronache giudiziarie e di fiction televisive di largo successo, non erano mai state oggetto di un'analisi così sistematica. Dalla quale, soprattutto attraverso l'analisi sociologica posta in appendice, emerge il giudizio ambivalente, spesso la diffidenza - ben lontana dell'effettiva conoscenza dei fatti - con cui la realtà dei pentiti viene ancora percepita da un campione significativo dei nostri concittadini.

Dall’autore di TUTTI I BAMBINI TRANNE UNO

Philippe Forest

PREMIO GRINZANE-CAVOUR 2007
NARRATIVA STRANIERA

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“Ho fatto di mia figlia un essere di carta...”

Visioni
Fumetti Bologna celebra il creatore
non solo di «Kriminal» e «Satanik», artista dell’incisione e del colore

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SABATO 10 MARZO 2007 LA STAMPA

Tuttolibri

IX

LA MOSTRA

MAGNUS IL SEGNO DEL SOGNO
ANTONIO FAETI

MAGNUS

Pirata dell’immaginario
a cura di HAMELIN BOLOGNA, Pinacoteca nazionale, via Belle Arti 56 (info 051 233401) dal 16 marzo al 13 maggio

C’è, in Magnus, un segreto, c’è una nascosta ma fermissima vocazione, c’è un modo di vivere il suo rapporto con la Comic Art che determina ogni sua scelta e ogni suo itinerario. Magnus era immerso nel fumetto popolare, era l’inconfondibile creatore visivo di personaggi come Kriminal e Satanik che entrarono nel sogno collettivo dei lontani, primi Anni Sessanta, con una capacità di condizionamento non ancora davvero studiata. Ma il segno di Magnus non fu mai quello di un vero cartoonist adatto a rivolgersi a un pubblico di massa. Nero, limpi-

Uno «spirito bodoniano» di livida eleganza, un fulgore di sfumature, un nitido eros libertino, una festosa malinconia
do, lucido, inflessibile, quasi spietato nella sua livida eleganza, il segno di Magnus scaturiva dai suoi studi presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna: era un segno che si collegava con la storia dell’incisione, con le ricerche anatomiche, con un segreto e onnipresente spirito bodoniano. Se si osservano attentamente, con tutta la cura che meritano, le tavole del volume Le Femmine Incantate, proposto da Alessandri Editore nel 2006, si coglie, devo dire con commozione, il senso pieno di una fatica, di un impegno, di un sacrificio, di una vocazione. Possedevo già Le Femmine Incantate nella grande, elegante versione editoriale della Granata Press del 1990, ma questa nuova versione non contiene solo la storia, mostra invece il senso dell’elaborato cantiere in cui la storia è nata. Ci sono straordinari abbozzi a matita, splendidi nella loro estatica freschezza, ma lasciati lì, buttati

via nel corso di una incontentabile frenesia tesa a conseguire solo l’esito ultimo, l’unico in grado di accontentare l’autore. E ci sono grandi tavole create per sperimentare il colore, per raggiungere quel fulgore sconosciuto di sfumature, di contrasti, di tinte rare e inedite che Magnus voleva ottenere. C’è l’incantevole umiltà della carta quadrettata, quella che garantisce la qualità vera del progetto, quella che, come diceva Borges della letteratura, «impone al sogno una guida». L’eros che scaturisce dalla visione di questo cantiere fumettistico è direttamente connesso con l’eleganza struggentemente libidinale del libertinismo settecentesco. Curve, volti, seni, gambe si offrono nella cornice di un nitore che rende l’eros, anche nella sua esplicitazione più ribadita e provocatoria, soprattutto un momento nella storia dell’eleganza. Poi c’è il Magnus davvero ultimo, quello offerto dal volume L’introvabile Magnus, edito da Eredi Raviola/ Lennox nel 1999. L’artista viaggia nelle sue montagne ultime tra i calanchi, le colline, i viottoli, i tratturi in cui scelse di attendere le sue ore definitive. Il segno, sempre inflessibile, sempre severamente deciso ad occhieggiare la perfezione, qui si fa più terso, più lieve, più arioso, più malinconicamente festoso. Sono storie incantevoli, raccolte da Magnus nelle osterie, nelle aie, nelle mute rovine di casolari di cui ha fatto parlare i muri. E’ una poetica lezione di antropologia culturale offerta ai suoi tanti lettori proprio mentre li lascia per sempre. Aveva amato i grandi classici dell’eros cinese, con lo Sconosciuto aveva guardato ai misteri internazionali di un mondo pervaso di ansia e di follia, aveva illustrato Sarti Antonio e il malato immaginario per raccontare la sua Bologna nera e solenne, e stava concludendo il suo Tex, quel testamento che si gode con ammirato stupore e si rispetta come un ultimo saluto. Ma ha disegnato i suoi ultimi prati, il suo addio è grande e misterioso.

A destra, Magnus; qui sopra una sua tavola da «Milady 3000» (Ed. Glénat)

La mostra del fumettista bolognese Roberto Raviola (1939-1996), in arte Magnus, con oltre 300 opere,prende il via nell’ambito di BilBOlbul, primo Festival internazionale del fumetto, dal 14 al 16 marzo. Il 15 e il 16 si terrà su Magnus un convegno, alla Accademia di Belle Arti: tra i relatori Antonio Faeti, Luca Boschi, Luigi Bernardi, Daniele Brolli, Carlo Branzaglia, con testimonianze di Loriano Machiavelli, Claudio Nizzi, Vittorio Giardino (quest’ultima anticipata in parte qui sotto, dal catalogo, a cura di Hamelin, edito da Black Velvet). Il Festival prevede altre 15 mostre in città e incontri con autori (tra cui Gipi, Scozzari, Mattotti).

Il ricordo Un amico e «compagno di matita» rievoca i loro incontri

“STORIE VASTE COME UN AFFRESCO, DETTAGLIATE COME UNA MINIATURA: UN LAVORO DA PAZZI ”
VITTORIO GIARDINO

A dire il vero, Magnus ed io ci incontravamo di rado e sempre in modi imprevisti. Non ricordo di aver mai fissato un appuntamento con lui, tanto uno dei due di sicuro non sarebbe venuto. In ogni modo, quando ci vedevamo c'era sempre da imparare. Ricordo una volta… Ci eravamo rifugiati in un bar piuttosto squallido al margine di un festival, per riposarci un po' e bere qualcosa. Cominciammo a parlare di quanto fosse poco nota la fatica del nostro mestiere. - La bellezza, quella la vedono tutti, ma il sudore… - disse. - Meglio così, tutto sommato. - replicai. - Può darsi. Però, per una volta, mi piacerebbe fare una mostra di una sola storia, completa, con tutte le tavole che la compongono. Per esempio, L'uomo che uccise Ernesto Che Guevara. - Quante pagine sono? - chiesi. - Settantadue. - rispose - Vorrei montarle fitte fitte, una accanto all'al-

tra e una sopra l'altra, in modo da comporre un grande rettangolo ricoperto di disegni. Si vedrebbe allora che una storia a fumetti è vasta come un affresco ma dettagliata come una miniatura. - Geniale! - esclamai. Dopo averci pensato un po', aggiunse: - Non sono mica tanti, sai, gli affreschi in cui ogni centimetro quadrato è rifinito con pennellini doppio zero! Un lavoro da pazzi maniaci! Restammo qualche istante in silenzio. - Già, ma nessuno riuscirebbe a leggere le pagine in alto. - obiettai - Come succede con gli affreschi, per vedere i particolari hai bisogno del binocolo. Mi venne un'idea. Mi venivano facilmente, parlando con Magnus. - Ti propongo una variante, - continuai - invece di mettere le tavole appese al muro mettiamole per terra, naturalmente sotto una robusta lastra di plexiglass. Così la gente potrebbe camminarci sopra, come su un pavimento a mosaico. -

- Non funzionerebbe. - disse lui - Al decimo visitatore il plexiglass sarebbe tanto rigato che non si vedrebbe più nulla. - Allora mettiamo un mucchio di pattine all'ingresso. L'ho visto fare a villa Barbaro, a Maser, per non rovinare i pavimenti… Che cosa c'è da ridere? Magnus rispose sogghignando: - Pensavo alla scena. Tutti piegati in due, qualcuno anche in ginocchio, per leggersi la storia. Carino! - Si potrebbe fare anche un percorso, tipo gioco dell'oca o labirinto. Che te ne pare? - domandai. - Magari mettere due storie diverse - ribatté lui - che ogni tanto si incrociano, in modo che si possa cominciare con una e proseguire con l'altra… Pensa alle combinazioni possibili! Parlavamo molto seriamente di cose simili e ci divertivamo un mondo. Era così tutte le volte che ci vedevamo. Si parlava liberamente e faceva bene al cuore e al cervello. Caro Magnus, sento la tua mancanza.

P

uò un'esperienza estrema come quella della Shoah essere racchiusa in un'immagine, in un testo letterario, in un film, in un dipinto? La questione della sua «raccontabilità» evoca subito quella che Primo Levi definiva l'impossibilità della «testimonianza integrale», altri dell'«immagine integrale»: nessuno dei morti era tornato indietro per raccontare l'interno della camera a gas; nessuna macchina fotografica era entrata in quelle stanze per documentare gli ultimi istanti dei deportati. I disegni di David Olère (membro del Sonderkommando del Crematorio III di Birkenau) furono tracciati a memoria nel 1946. Le quattro incredibili fotografie scattate sempre a Birkenau dal Sonderkommando documentano solo il prima e il dopo (la fila delle donne nude all'ingresso della camera a gas, i corpi bruciati

nel prato dopo l'esecuzione). I quadri della mostra Montparnasse deporté. Artisti europei da Parigi ai lager (aperta al Museo diffuso della resistenza di Torino fino al 9 aprile) appartengono però a un altro percorso conoscitivo. Si tratta dei quadri dipinti dagli autori convenuti a Parigi negli Anni 20 e 30 e che vanno riassuntivamente ricompresi nell’etichetta dell'Ecole de Paris. Non è il loro contenuto intrinseco (paesaggi, nature morte, ritratti e autoritratti, ardite raffigurazioni stilistiche) a legarle allo sterminio, quanto il dato estrinseco che tutti i loro autori furono deportati nei lager e che la loro quasi totalità fu assassinata. Si tratta di opere fatte prima e, solo in qualche rarissima eccezione, durante la permanenza nei campi, a cui lo storico non può quindi chiedere di rispecchiare la realtà di Auschwitz . No, quello che ne scaturisce è un altro tipo di ricerca che ruota intorno a due punti fermi: da

L’OCCHIO E L’ORECCHIO
GIOVANNI DE LUNA

MONTPARNASSE AD AUSCHWITZ
Una mostra di artisti europei deportati nei lager perché ebrei, perseguitati perché artisti: nei loro quadri prorompe la vita, il sogno di quel che il Novecento avrebbe potuto essere
un lato, come ci ricorda Paolo Levi nella bella introduzione al catalogo Electa, occorre «separare il messaggio pittorico e plastico dall'icona del martirio»; dall'altro, non si può prescindere dal dato di fatto che quei quadri - che spesso sprigionano una prorompente carica di vitalitàfurono comunque dipinti da chi stava per morire, così da rendere inevitabile la curiosità di scoprirvi una qualche forma di presagio, una sorta di intuizione profetica del Male che si era in procinto di incontrare (si pensi alla malinconia che affiora nell' autoritratto di David Goychman, la copertina del Catalogo, realizzato però già nel 1942, nel campo di internamento di Drancy, o - in modo molto più inquietante - ai disegni del 1935 di Jean Moulin, cataste di corpi nu-

di che lasciano intravedere i carnai di Auschwitz). Non è la morte ma la vita che prorompe da quei quadri. E' la vita di quella straordinaria comunità di artisti, esuli politici, intellettuali sradicati e assetati di conoscenza che fecero allora di Montparnasse il sogno di quello che il Novecento avrebbe potuto essere e non è stato. In quei quadri non c'è nessuna rivendicazione identitaria, nemmeno di quella ebraica, pur essendo ebrei la loro stragrande maggioranza. Si sentivano cittadini del mondo, apolidi in terra francese. Montparnasse fu il luogo della modernità, del cosmopolitismo, della gioia di vivere e la loro arte (penso a Max Jacob su tutti) fu contaminazione, simbiosi, rottura degli schemi, ansia di andare oltre le rigidità di qualsiasi ortodossia, di infrangere le regole dei generi prefissati. Questa fu la loro arte, la scintilla della loro vita. E questa fu anche la causa della loro morte.

Furono deportati perché erano ebrei, ma furono perseguitati anche perché erano artisti, quel tipo di artisti. La loro arte entrava in rotta di collisione con il principio gerarchico autoritario del «ciascuno al suo posto» su cui si fondavano tutti i totalitarismi novecenteschi. Non accettavano le «riserve indiane» in cui quei regimi frammentavano la società e gli individui (le donne con le donne, gli uomini con gli uomini, gli studenti con gli studenti, gli operai con gli operai,…), non accettavano Stati nazionali costruiti su frontiere che erano barriere, su identità che erano nemiche, su territori e su confini che erano fortezze assediate da difendere. Morirono per questo, precipitando nell'anonimato della morte di massa in cui lo sterminio annegò il loro sogno. Montparnasse fu il volto radioso e paradisiaco di un Novecento che scelse invece di legare la sua storia a quello tragico e infernale di Auschwitz.

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La classifica
AI PUNTI
LUCIANO GENTA

SABATO 10 MARZO 2007 LA STAMPA

Tuttolibri

NOA E THEO O GLI AMICI DI MARIA?
I PRIMI DIECI

C’

è una notte profonda in classifica, una di quelle notti in cui due vite si confrontano, si cercano e si scontrano, si allontanano e si ritrovano, provano la fatica e la virtù del compromesso, della comprensione e della tolleranza. La notte di Noa e Theo nel deserto di Amos Oz, la novità più «alta» della settimana tra i primi 10, rompe la solitudine di Roth, almeno per chi cerca letteratura, in una classifica sempre guidata da Moccia, capofila del rosa giovanilistico. Nella sua scia sale A un passo dal sogno, «il romanzo di Amici», «il primo (?) romanzo ispirato a un

reality show», la danza del cuore di Giada e Mattia «tre metri sopra il cielo» sotto gli occhi vigili di Maria (ci vorrebbe un erede di Eco per una «fenomenologia» della De Filippi, maîtresse-à-penser della competizione - «la vita è una sfida» -, temperata con astuta ipocrisia - «non ha importanza vincere o non vincere, ciò che conta è capire»). Fra le altre novità in tabella, nella narrativa straniera tornano Amélie Nothomb, sempre più «nera» (i suoi giovani protagonisti non sognano, coltivano morbose ossessioni e praticano gelidi delitti) e Tracy Chevalier, che dopo le ombre e le luci di Vermeer racconta, nella Londra

di fine ‘700, innocenza ed esperienza di un amore sotto il segno di William Blake, poeta-artista di parole e immagini «al punto che era difficile distinguere le une dalle altre». In saggistica il pacato Augias è scalzato da un Odifreddi furioso, un Pitagora della provocazione più sprezzante che impertinente (il cristianesimo «essendo una religione per letterali cretini, ... freno e erbaccia del pensiero democratico e scientifico europeo»). In confronto la ri-conversione del catto-comunista Vattimo (10˚) è una mite parabola evangelica e le frecciate della Littizzetto a Eminence sono affettuose «avemaria».

Scusa ma ti chiamo amore
MOCCIA RIZZOLI

1

100

La cattedrale del mare
FALCONES LONGANESI

2

54

Il colore del sole
CAMILLERI MONDADORI

3

54

Tango e gli altri
GUCCINI; MACCHIAVELLI MONDADORI

4

44

Non dire notte
OZ FELTRINELLI

5

42

Il cacciatore di aquiloni
HOSSEINI PIEMME

6

37

A un passo dal sogno
SFONDRINI; ZANFORLIN MONDADORI

7

35

Boccamurata
AGNELLO HORNBY FELTRINELLI

8

29

10 +. Il mio mondo in un numero
DEL PIERO MONDADORI

9

27

Everyman
ROTH EINAUDI

10

26

Narrativa italiana
1. Scusa ma ti chiamo amore 100 Moccia [1]
18,00 RIZZOLI

Narrativa straniera
1. La cattedrale del mare Falcones
18,60 LONGANESI

Saggistica
54 [1] 42 [10] 37 [2] 26 [4] 26 [3] 12 [-] 12 [-] 10 [5] 8 [6] 7 [-] 1. Perché non possiamo... Odifreddi
14,60 LONGANESI

Varia
15 [-] 15 [4] 13 [3] 13 [6] 12 [1] 11 [5] 9 [2] 8 [-] 8 [8] 5 [-] 1. 10+. Il mio mondo ... Del Piero
14,00 MONDADORI

Tascabili
27 [1] 16 [2] 1. L’ombra del vento Ruiz Zafon
12,00 MONDADORI

Ragazzi
19 [1] 13 [3] 12 [2] 10 [-] 8 [4] 8 [6] 7 [-] 7 [-] 6 [-] 6 [-] 1. Le due guerriere Troisi
17,00 MONDADORI

22 [-] 11 [1] 5 [4]

2. Il colore del sole Camilleri
14,00 MONDADORI

54 [2] 44 [3] 35 [-] 29 [4] 24 [5] 17 [6] 14 [9] 13 [8] 13 [-]

2. Non dire notte Oz
15,00 FELTRINELLI

2. Inchiesta su Gesù Augias; Pesce
17,00 MONDADORI

2. Rivergination Littizzetto
15,00 MONDADORI

2. Neve Pamuk
12,80 EINAUDI

2. Il piccolo principe Saint-Exupéry
7,00 BOMPIANI

3. Tango e gli altri Guccini, Macchiavelli
17,50 MONDADORI

3. Il cacciatore di aquiloni Hosseini
17,50 PIEMME

3. Una vita con Karol Dziwisz
17,00 RIZZOLI

3. E’ facile smettere di fumare... 12 Carr [4]
10,00 EWI

3. Il mio nome è rosso Pamuk
11,80 EINAUDI

3. Eldest. L’eredità. Vol. 2 Paolini
6,00 FABBRI

4. A un passo dal sogno... Sfondrini; Zanforlin
14,00 MONDADORI

4. Everyman Roth
13,50 EINAUDI

4. Esportare la libertà Canfora
12,00 MONDADORI

4. L’Italia spensierata Piccolo
9,00 LATERZA

12 [3] 5 [-] 5 [-] 5 [-] 5 [6] 5 [-] 4 [-]

4. La pensione Eva Camilleri
6,00 MONDADORI

4. Arthur e il popolo dei Minimei 5 Besson [2]
18,00 MONDADORI

5. Boccamurata Agnello Hornby
15,00 FELTRINELLI

5. Nei boschi eterni Vargas
15,80 EINAUDI

5. La scomparsa dei fatti Travaglio
15,00 IL SAGGIATORE

5. Tutto il Grillo che conta Grillo
13,00 FELTRINELLI

5. Predatore Cornwell
6,00 MONDADORI

5. Salviamo la balena bianca Stilton
8,20 PIEMME

4 [3] 4 [6] 4 [10] 4 [9] 4 [-] 4 [-]

6. Gomorra Saviano
15,50 MONDADORI

6. Diario di rondine Nothomb
12,50 VOLAND

6. Compagni di scuola Romano
16,50 MONDADORI

6. Il libro del desiderio Cohen
15,50 MONDADORI

6. Proibito parlare Politkovskaja
10,00 MONDADORI

6. Principesse Autori vari
3,50 WALT DISNEY ITALIA

7. Ritorno a Baraule Niffoi
16,00 ADELPHI

7. L’innocenza Chevalier
17,00 NERI POZZA

7. Il mondo secondo Fo Fo; Manin
13,50 GUANDA

7. La danzatrice bambina Flacco
16,50 PIEMME

7. E’ una vita che ti aspetto Volo
7,80 MONDADORI

7. Eragon. L’eredità. Vol. 1 Paolini
18,90 FABBRI

8. Stagioni Rigoni Stern
10,80 EINAUDI

8. Hannibal Lecter Harris
19,00 MONDADORI

8. La vita digitale Andreoli
10,00 RIZZOLI

8. La classe fa la ola... Beer (cur.)
10,00 RIZZOLI

8. Seta Baricco
5,00 BUR RIZZOLI

8. Principesse. Libro puzzle Autori Vari
7,90 WALT DISNEY ITALIA

9. Testimone inconsapevole Carofiglio
11,00 SELLERIO

9. Prova d’appello Turow
18,50 MONDADORI

9. Il principe nero Greene; Massignani
19,00 MONDADORI

9. Limes Autori Vari
12,00 L’ESPRESSO

9. Se questo è un uomo Levi
9,80 EINAUDI

9. Eldest. L’eredità. Vol. 2 Paolini
15,90 FABBRI

10. Ho voglia di te Moccia
16,00 FELTRINELLI

10. La schiava bambina Diaryatou
14,90 PIEMME

10. Ecce comu Vattimo
12,50 FAZI

10. Fate la nanna Estivill; De Béjar
8,00 MANDRAGORA

10. In viaggio con Erodoto Kapuscinski
7,50 FELTRINELLI

10. Cronache del mondo emerso Troisi
20,00 MONDADORI

LA CLASSIFICA DI TUTTOLIBRI È REALIZZATA DALL’ISTITUTO DEMOSKOPEA DI MILANO, ANALIZZANDO I DATI DELLE COPIE VENDUTE OGNI SETTIMANA, RACCOLTI IN UN CAMPIONE DI 120 LIBRERIE A ROTAZIONE, DI CUI 80 EFFETTIVE. SI ASSEGNANO I 100 PUNTI AL TITOLO PIÙ VENDUTO TRA LE NOVITÀ. TUTTI GLI ALTRI SONO CALCOLATI IN PROPORZIONE. LA CIFRA FRA PARENTESI, SOTTO IL PUNTEGGIO, INDICA LA POSIZIONE IN CLASSIFICA NELLA SETTIMANA PRECEDENTE. LA RILEVAZIONE SI RIFERISCE AI GIORNI DAL 24 FEBBRAIO AL 2 MARZO.

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Diario di lettura
Marino Sinibaldi
La vita. Marino Sinibaldi è vicedirettore di RadioRai e conduttore di «Fahrenheit», il programma di RadioTre «non sui libri ma con i libri». È nato a Roma nel 1954: per molti anni bibliotecario, è fra i fondatori di «Linea d'Ombra», tiene seminari di «tecnica radiofonica» all'università di Roma.

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SABATO 10 MARZO 2007 LA STAMPA

Tuttolibri

XI

Le opere. Lettore voracissimo, dice di scrivere ormai «pochissimo: l'ultima cosa è una prefazione a Clara Sereni». Il più recente libro a sua firma è «È difficile parlare di sé» (Einaudi), «conversazione a più voci» intorno a Natalia Ginzburg. «Pulp, la letteratura nell'era della simultaneità» (Donzelli) è del 1997.

“IL SESTO SENSO DEL LIBRO COME IL SENSO DEL GOL”
GIOVANNA ZUCCONI

LE SUE SCELTE

«Leggo tre o quattro giornali, annuso tantissimi libri, e tanti li leggo. Vedo, con preoccupazione e con rassegnazione, che oggi si può essere colti o almeno informati senza libri e senza giornali. Ma non con la stessa profondità».
“Fahrenheit”, lei dice, non è una trasmissione di libri ma con i libri.

«Parliamo di lentezza, o di Islam, o delle basi Usa, con chi ha approfondito scrivendo un libro. La nostra agenda è l'Indice dei libri in commercio, sul quale costruiamo le puntate. Oggi forse solo Gad Lerner mostra in televisione l'uso possibile dei libri per parlare d'altro, la trasformazione mediante incantamento che operano. Né vorrei un programma sui libri, troppo noioso».

«Sono nato in una casa senza libri, per questo ne avevo un culto quasi fanatico. Poi ho fatto un lavoro che mi ha guarito, dal culto e dal fanatismo». Doppia fortuna, dice Marino Sinibaldi: l'ossessione e il suo antidoto quotidiano, l'incantamento ma senza reverenza. «Esile e biondino» nelle memorie settantasettine di Lucia Annunziata, parecchio esile e biondino tuttora, trent'anni dopo, con quel quid di irriducibilmente adolescenziale di certi romani cresciuti nel Movimento, e ancora sempre in movimento. Identica curiosità, perpetua, irrequieta, e facondia nel frugarne le pieghe. D'altronde, parlare è il suo lavoro (tre ore ogni pomeriggio, per radio, da molti anni). Leggere pure, e lo è da tanto, in tutte le varianti, dalla più muscolare alla più sofisticata. «Ho cominciato facendo il magazziniere di libri, verso i vent'anni, come tanti ragazzi del mio quartiere. Ricordo l'opera completa di Teilhard de Chardin, volumoni pesantissimi: al momento delle rese tornarono tutti, fra noi magazzinieri era l'autore più impopolare».
Poi ha fatto per vent'anni il bibliotecario.

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Avete appena proclamato il «libro dell' anno» di “Fahrenheit”.

MARIANGELA GUALTIERI

Senza polvere senza peso
Einaudi, pp. 121, 11,50

«Ha vinto Gomorra di Roberto Saviano, com'è ovvio. Ma mi preme di più rendere visibili libri magari sfuggiti, come Il passato davanti a noi di Bruno Arpaia, Figlia di una vestaglia blu di Simona Baldanzi, o lo splendido Mi chiedo quanto ti mancherò di Amanda Davis, uscito, assurdità tutta italiana, da un'editrice "di strada" come Terre di mezzo».
Non è stanco di trangugiare tanta narrativa?

Poesia, come quella di Mariangela Gualtieri che nasce spesso anche sulla scena teatrale (per esempio in «Fuoco centrale e altre poesie per il teatro», Einaudi): per Marino Sinibaldi serve a restituire purezza al linguaggio incrostato dal troppo uso quotidiano. Fra gli altri libri amati nelle ultime settimane, anche«L'ospedale dei dannati di Lem »(Bollati Boringhieri) e «Il padre degli animali» di Di Consoli (Rizzoli). E, sopra a tutti, «Stagioni» di Mario Rigoni Stern (Einaudi).

«La quantità può produrre assuefazione, oppure rendere più sensibili alle cose davvero sorprendenti. Mi rimane ancora curiosità, prensilità. Il rischio, semmai, è di lasciarmi invadere troppo».
Ma questo è proprio di chi legge. Purché sappia di essere un lettore, e non un artista, uno scrittore.

«Ecco, so di non essere un artista, non ho romanzi miei nel cassetto né altrove».
Come screma, come sceglie che cosa leggere nel mare magnum delle uscite?

f

«A caso. Poi ormai ho un'efficiente rete di pre-giudizio: di un libro so già, a seconda di chi ne ha scritto, o me ne ha parlato».
E la sera come si disintossica dalle troppe parole lette e scritte?

«Altro mestiere che aiuta a sviluppare un atteggiamento attento ma non retorico. In biblioteca i libri sono an-

«Ho cominciato facendo il magazziniere di libri, ricordo l'opera completa di Teilhard de Chardin, suo il record delle rese»
che una scocciatura».
Oggi, per restare all'aspetto pratico, volumetrico, del suo lavoro, sarà sommerso dai pacchi con gli omaggi degli editori.

ADAM MICHNIK

Il pogrom

«La terapia, quando sono esausto, è leggere poesia. Se riesci a creare silenzio, aiuta a depurare il linguaggio che la quantità d'uso banalizza».
Siete stati i primi a intervistare Ariel Toaff, per il suo libro «Pasque di sangue» ora ritirato dopo le polemiche sugli infanticidi rituali da parte degli ebrei.

Bollati Boringhieri, pp. 77, 7

Il film di Truffaut «Fahrenheit 451» ha dato il titolo alla trasmissione di Sinibaldi Scusi la domanda brutale: si sentiva anche inferiore, socialmente, culturalmente, arrivando al Mamiani benestante?

«Un tempo un libro gratis era la felicità, adesso quando ne arrivano a valanghe sono disperato. Mi viene in mente quella frase orribile: Dio ti punisce realizzando i tuoi desideri».
E che se ne fa? Dei libri, intendo, non dei desideri.

«Certo. È stato uno choc. Però era una situazione in cui chi si sentiva inferiore sapeva che tutto era possibile. Oggi invece, come spiega Marco Lodoli, nelle scuole chi si sente inferiore sa di non avere nessuna possibilità. Mio padre era operaio, ha fatto un cammi-

«Solo un professore delle medie, che ci fece leggere Cristo si è fermato a Eboli e Spoon River. "Tu fosti saggio a far scolpire per me:/ Strappato al male a venire": dunque esisteva la poesia senza rime! Lui e nessun altro, gli insegnanti erano ignoranti, incapaci, irrilevanti. Sono molto meglio quelli di adesso».
Che cosa plasmava, allora? E l'università?

«Forse alla Rai mi scaffalano la stanza, il responsabile si è commosso».
È un grande privilegio, in azienda, più della poltrona in pelle di Fantozzi...

«Credo riservato finora soltanto a Enrico Ghezzi, per le videocassette».
Ma non credo proprio che i libri le provochino soltanto angoscia.

«E’ terapeutico leggere poesia: se riesci a creare silenzio, aiuta a depurare il linguaggio che la quantità d'uso banalizza»
no nitido: dalla fame (letteralmente, orfano capofamiglia quindicenne durante la guerra) alla sicurezza. Da guardare persino con invidia, rispetto alla nostra confusione. Se ascolti Bob Dylan, senti il senso dell'apocalisse ma anche del cambiamento possibile. Oggi invece viviamo un'apocalisse aliena dal cambiamento, guardiamo per esempio alla crisi ambientale sapendo che non ce la faremo mai a superarla».
Altri tempi, c'era lo slancio della ricostruzione.

«La socialità, la dimensione orizzontale con i compagni». «Studiavo storia, ho smesso nel '77. In quello stesso anno ho cominciato a lavorare in biblioteca, e dai primi Anni Ottanta anche a RadioTre. Mi hanno assunto nel 1999».
Anche le biblioteche, come gli insegnanti, sono cambiate in meglio?

«Sull'antisemitismo, molto meglio di “Pasque di sangue” di Ariel Toaff è questo librino di Michnik, quello di Solidarnosc.Un pogrom nella città polacca di Kielce, luglio 1946. Un bambino sparì, si disse che era stato rapito dagli ebrei: la folla ne uccise 42, appena tornati dai lager, la Chiesa era spaccata in due perché in parte li vedeva come comunisti». C'erano 24mila ebrei a Kielce prima della guerra, 150 ne tornarono, scampati ai massacri e a Treblinka: neppure uno vi rimase dopo il tardivo pogrom del 1946.

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«Mi turba l'uso sfrenato e strumentale della storia per polemiche legate soltanto al presente. Disseppelliscono cadaveri senza rispetto né per il loro destino né per la verità, e questo avvelena tutto, è un segno di degenerazione molto peggiore del consumismo letterario, o dell'omologazione editoriale. Toaff non riesce a dimostrare la propria tesi, è questa la debolezza del suo libro. Mentre invece, per esempio, Foibe rosse di Frediano Sessi racconta una storia vera, quella di Norma Cossetto ventitreenne violentata e infoibata dai titini nel 1943, inserendola nel contesto vero: restituendo alla vittima il diritto di esserlo. Chi riesuma soltanto una parte della verità, “dimenticando" che noi italiani eravamo invasori e perdenti, strumentalizza proprio il destino delle vittime».
I giornali fanno questo di mestiere: semplificano, e amplificano.

«Ho sempre usato la lettura come strumento, fondamentale, di emozione e di conoscenza. Per questo non leggo libri né sul Settantasette né di calcio, perché ne so più di quelli che scrivono».
Senza eccezioni?

«Moltissimo, sono fra i luoghi trasformati più in profondità. Allora lo scopo della biblioteca era la custodia, la buona catalogazione, e che qualcuno venisse a prendere libri in prestito era quasi un fastidio».
Per un onnivoro come lei, la verbalità radiofonica è un appagamento? Anche, mi perdoni, del narcisismo?

MILENA AGUS

Mal di pietre
Nottetempo, pp. 119, 12

«Sto leggendo un libro su Silvio Piola, Il senso del gol. Bellissimo».
Lei è figlio di un tranviere, racconta di essere cresciuto in una casa senza libri. Quando e come ha cominciato a leggere?

«Mi hanno iscritto al Mamiani, un liceo classico. Un mese dopo l'abbiamo occupato. Anch'io: ma non ci capivo niente. Mi misi a leggere per capire che cosa avevo fatto nel ‘68».

«Io sono un prodotto generazionale fin troppo banale, ho beneficiato di quell'eredità storica e familiare: l'apertura al cambiamento».
Gli adulti, i professori per esempio, hanno contribuito?

«Certamente è la forma più adatta al mio temperamento. Quanto al narcisismo, lo placo facendo volare in aria sempre una palla in più, e dimostrandomi che ne sono capace. Adesso, per esempio, ho cominciato a occuparmi di letteratura per ragazzi».
Ma così diventa quasi un giocoliere, o un acrobata. Con quale e quanto allenamento quotidiano?

Nella vita della nonna della narratrice, arriva prima il matrimonio e solo poi l'amore, in un incontro durante una cura termale. Accanto alla sarda Milena Agus, Sinibaldi apprezza anche «Un saluto attraverso le stelle» di Marisa Bulgheroni (Mondadori), traduttrice di Emily Dickinson che qui rievoca illusioni e dolori di tre sorelle sul lago di Como, in tempo di guerra. Mentre «ammirazione e spavento» ha suscitato in lui «L'anno del pensiero magico» di Joan Didion (Il Saggiatore), per l'elaborazione del lutto tramite la scrittura.

«Ma è terribile quando le ragioni editoriali sono più importanti di quelle reali. Nella banalizzazione della storia ad uso polemico, ma anche nella rincorsa alle anticipazioni sui libri in uscita. Diventa una guerra fra testate, mentre il lettore reale neppure se ne accorge, e intanto legge Il piccolo principe o Flaubert».
È la famosa autoreferenzialità, la politica che parla alla politica, i giornali che parlano agli altri giornali, in scollamento dalla platea realei.

«È una degenerazione, che separa la società letteraria dai lettori. Ma fenomeni come i milioni di libri venduti in edicola o come i festival tipo Mantova, hanno riavvicinato lettori e libri. Questa è democrazia».

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