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UNA STORIA CHE NESSUNO VOLEVA di Christian Bobin

Christian Bobin, Une histoire dont personne ne voulait, nel suo vol. Une petite robe de fête, "Collection Folio" Gallimard, Paris 1991, pp. 13-21. Traduzione di Maddalena Cavalleri e Lorenzo Gobbi. Il racconto è inedito in Italia.

Il manoscritto è sciupato. C’è una data nell’ultima pagina. Cinque anni. È stato scritto cinque anni fa. Vi arriva per posta. Lo lasciate in disparte, sul tavolo, non ci pensate più. Arriva il sabato. Il sabato è un giorno in cui siete molto occupato: fate da autista a un gruppetto di bambini. Vogliamo andare qui, vogliamo che ci porti alla festa, vogliamo questo, vogliamo quello, vogliamo tutto. Obbedite con grande gioia, facendo disperare i genitori che impiegano ore a contraddire quell’aria spensierata che portate con voi. La vita scorre così veloce, i giorni si dileguano così presto. Perché preoccuparsi del domani, l’oggi risponderà bene a tutto. Non aver pensieri è più forte di voi: una forma sorrident e della fede in dio. Non insegnate nulla ai bambini. Piuttosto, siete voi alla loro scuola. A volte vi dicono tu esageri, non si deve lasciar fare tutto, dovresti essere più adulto. Ascoltate la lezione in silenzio, poi vi guardate attorno, a lungo: non una sola traccia di adulti. Bambini imbronciati, sì, molti. Bambini tristi che lavorano, guadagnano, consumano tempo, forza. Ma adulti, nessuno, nessuna traccia. Quel sabato, i bambini fanno a meno di voi, non chiamano. Rimanete a casa, inoperoso, tranquillo. La compagnia della solitudine è dolce come quella dei bambini. Leggere, sonnecchiare, camminare, non pensare a nulla, lasciare le luci del cielo impallidire sulla tappezzeria dei muri. Distrattamente, aprire il manoscritto alla prima pagina, cominciare a leggere. Quando levate il capo, il pomeriggio è trascorso, non è più giorno e non è ancora notte, resta solo una grande distesa di calma: un lento riaffiorare delle acque dalla calma, un’inondazione continua e luminosa. I pensieri dimorano in questa calma , al proprio culmine, un culmine di freschezza e leggerezza: non conoscono più l’impazienza. Non si turbano più. Riposano semplicemente e si mescolano a ciò che esiste, senza più cercare. Come chiamare questa leggerezza. La parola felicità non andrebbe bene: nessuna parola che porti in sé il suo contrario. La felicità va con l’infelicità, la gioia con il dispiacere. Ciò che vi accade, non va con nulla, oppure con tutto. Per esprimerlo bene, bisognerebbe ricopiare il manoscritto per intero: parola per parola . L’autrice è una donna di origine straniera. Non è lei a inviarvi il testo, ma il suo amico, l’amico di adesso. Non vi chiede nulla, solo cosa ne pensate. Un manoscritto è come un volto, un minuto basta per vedere, due, tre pagine e già sapete. Il racconto inizia con un abbandono, come nei racconti di fate: colui che questa donna ama, il principe prescelto dal sangue, il re di cuori, la lascia. La conduce nella più nera foresta dell’abbandono, poi se ne va. Lei resta là, seduta ai piedi di un albero. Attende. Attende, attende. Un mattino si alza, esce dalla foresta, entra in cucina, chiude la finestra, apre il gas. Una giovane donna che cade a terra e la sua anima che cade al suo fianco, l’anima pesante, più pesante di un uccello morto: la bianca colomba asfissiata dal gas, soffocata dal peso del suo stesso sangue. La giovane donna si risveglia all’ospedale. Si appoggia ai guanciali, guarda attorno a sé, guarda dentro di sé: niente più anima. Il corpo è là, funzionante. Le mani possono prendere, le labbra possono dire, gli occhi possono piangere. Tutto è là, eccetto l’anima. Il suo amico la deve aver portata via con sé in valigia senza badarci. Come si può essere così distratti. Lei lascia l’ospedale, torna alla vita di tutti i giorni. E sempre, niente anima. Ciò non si vede, non si sente, non impedisce nulla. Si può vivere benissimo senz’anima, non c’è di che farne una storia, accade spessissimo. Il solo problema è che le cose non vengono più verso di voi, quando le chiamate per nome. Potete essere assente dalla vostra vita e ingannare tutti eccetto

Ha l’abi tudine di scrivere. Si nascondeva molto di più dietro a quei libri ma la storia era la stessa. Avevate perduto molto più della vita: la parola. Trascorrono gli anni. Il suo nome non è ancora stato iscritto nei dizionari. è seccante vederla saltare qua e là. dal sapore del tè alla malinconia della primavera. Eravate davanti alla parola come un bambino malato davanti al cibo. tre volte la stessa risposta. Di giorno dorme. È a quest’uomo che lei parla. Rilke vi ridà da mangiare. Con la parola nuda ritorna la verità. la veglia speciale in compagnia degli angeli. questa luce che pesa con tutta la sua dolcezza sulla corteccia delle betulle e la carne dei rosai. come tutti i suicidi mancati. l’idiota di ogni villaggio. letteratura: non vogliono dire nulla e lei ha scritto a Rilke come daremmo notizie a un amico d’infanzia rimasto a l paese – l’amante di ogni vita. Sì. questo testo giunge fino a voi. per notti intere. prima che un nuovo amore ritorni a popolare i luoghi della sciagura – e i luoghi della sciagura siete voi. Voi. Quasi: nel dolore ha trovato il canto. dove collocarla. E poi di chi parla. Lei non scrive secondo i dizionari. quella di una risurrezione. La lettura di quel sabato impregna i giorni che seguono. Di una morte e poi di una risurrezione. Rinuncia. una lettera che inizia nella piccola cucina buia e termina in fondo al giardino sotto la luce dei tigli. I dizionari dicono che Rilke è uno dei più grandi poeti di lingua tedesca. le cose. Colei che vive questa storia desidera raccontarla – per ringraziare. interamente voi: dal vestito di cotone ai pensieri proibiti. Chi. Come toccare la vita immediata. storia di una lunga migrazione di uccelli morti. l’amore della parola vera. poi un’altra ancora e tutti gli uccelli dell’anima ritornano a voi quando aprite la voliera d’inchiostro. Storia di una lenta rieducazione. gli alberi. Ci prova ancora. una poesia dopo l’altra. della bontà dei grandi alberi e di ciò che crede essere amore – di ciò che inventa credendolo. Non ci pensa più. di Rilke o di lei. da una parola all’altra. Scrive come si deve scrivere: senza preoccuparsi della scrittura ma avendo la massima cura di ciò che non affiorerà mai sulla pagina bianca. poeta. ma questo dono nessuno lo vuole. le madri per i loro figli. Come raggiungere ciò che svanisce. senz’ anima da indossare. poi un’altra. senza sorriso in fondo agli occhi. lei vi risponde. Grande. cerca la parola giusta. un chiaro sabato d’autunno. come. non fa che sviluppare in sé l’attenzione che hanno gli amanti l’uno per l’altro. L’unica grandezza di chi si nasconde per scrivere viene dalla perfetta sottomissione alla vita così com’è. proprio i vostri occhi. Non si rivolge a chi è morto ma a chi è vivo e cammina con passo esitante nelle vie delle grandi città. della luce delle stagioni. Parliamone. Il cuore non è ancora congelato nella gloria. Innanzitutto cominciare dal più urgente: non potete più continuare a uscire così. interamente nuda. la vita senza frasi. Come fare. interamente voi. non cerca la consolazione ma la verità – che è il contrario della consolazione. Riescono solo a piangere e quando non piangono. Le lettere conoscono . eccetto la chiara luce d’autunno. ci pensa ancora. la gioia e il dolore stretti l’uno all’altro nello stesso letto. L’arte. nell’incertezza e nell’esitazione della vita. È quasi guarita. Quando scrive. Il vostro suicidio era riuscito. E’ un passante come gli altri. leggono e un giorno leggono una pagina di Rilke. esattamente. Cosa vuol dire “grande poeta”. L’amore è passato sopra di voi come i rossi incendi sulle foreste di Provenza. il sapore della parola chiara. per altre mani diverse dalle sue. cinque. di ciò che la minima parola spaventerebbe – la vita. Finito il manoscritto. Di notte veglia. Con la verità ritorna l’anima. assolutamente nulla. non si sa come prenderla. Sì. Qualche anno prima ha scritto libri che hanno conosciuto il favore degli editori e dei lettori. la vita. Per vie strane. un’immagine dopo l’altra. Scrivete all’autrice. come tornare alla vita semplice. il genio dell’arte è soltanto ciò che resta della vita amorosa che è la sola vita. Due volte. Gli parla del gas nella piccola cucina. Ci vorranno anni prima che l’erba ricresca. Allora scrive una lunga lettera a Rilke. lo invia agli editori e gli editori le dicono: la sua storia non interessa. il sonno comune dei lavori necessari.gli animali. la vita come due bambini piccoli. Non vuole dire nulla. Tutti. Scelga. La sofferenza si è riversata nel dono del libro.

impazienti nella voce. Un altro giorno. Cancellare tutte le pieghe e tornare al più ampio. evidente. una storia che nessuno voleva. che serve per la menzogna. è ciò che vi colpisce nella compagnia dei bambini: una presenza vera di tutto. tenendo tra le dita e il cotone questo bene. Un giorno vi scrive che il suo libro finalmente è accettato: sarà pubblicato lontano da lei. Non una volta fa sua la parola generica. silenzioso. il più prezioso: un’anima bruciata fino alla trasparenza . Sempre la stessa voce calma. . di nessuna terra che serve per le idee. all’ampia e ininterrotta dolcezza di vivere. malati di intelligenza. in una lingua che ha sempre temuto. un’immagine di lei. immobile. Ciò che vi colpisce in quella scrittura. in una terra che non è quella dell’infanzia. in Germania. Come se fosse tutta in questo gesto semplice: dispiegare. mentre passate la mano su una tovaglia di cotone per togliere le pieghe. la parola di nessun corpo. Restate così per molto tempo. un modo di essere nel mondo che rende il mondo leggero. all’ininterrotto.lo stesso destino del manoscritto: una sola lettura basta a renderle indimenticabili. la mano distesa sulla tovaglia. vi giunge luminosa. Sempre l’assenza di menzogna. Parla solo di sé nei dettagli delle proprie ore e vi fa vedere il mondo molto più chiaramente di quanto non facciano i giornalisti.