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APPUNTI DALLE LEZIONI DI DIRITTO COMUNE PROF.SSA A.

SANTANGELO (IL PROCESSO CIVILE ROMANO-CANONICO)
SECONDA PARTE

contraria a prove volte a strumentalizzare il potere divino e a sollecitarne quasi a comando una manifestazione nelle vicende umane. col solito metodo interpretativo fondato sull’analogia. In un'epoca in cui mancavano per lo più archivi notarili e i documenti e le carte scritte in genere erano facilmente soggette a distruzione a causa di incendi o di guerre. per i quali dunque si temeva la morte. cioè chiamata delle parti. alla fine della deposizione. Venuto il momento della deposizione testimoniale. dovevano presentare requisiti di conditio (condizione sociale idonea). sigillo del notaio. nel dubbio. se non nell'immediatezza del proprio intervento. da cui il termine moderno di rogito. si interpretavano. uno solo costituiva prova semipiena da completarsi dunque di necessità con altri strumenti probatori. Il giudice. Le deposizioni avevano ad oggetto esclusivamente il fatto (la sua qualificazione giuridica e la questione di diritto erano infatti di esclusiva competenza del giudice). Ai testi non era consentito di correggere la deposizione resa validamente.Abbandonate progressivamente. Circa il loro numero. al contrario. le prove ordaliche di marca germanica. Erano altresì valide. La parte che intendeva avvalersene doveva innanzitutto compiere la publicatio testium. Pertanto due testi facevano piena prova. praticate peraltro anche nell’età alto-medievale dalla Chiesa. fides (fede religiosa). aetas. si aprì la via alle prove razionali. ciò però non valeva in materia di danni alle coltivazioni nei campi dove bastava un singolo testimone per la difficoltà di rinvenire con facilità persone all’interno delle terre adibite a coltivazione. contro la parte che li aveva prodotti.d. presenza e la sottoscrizione dei testimoni. la prova per testimoni costituiva la prova per eccellenza. La tendenza ad attribuire minor valore alla prova testimoniale e a richiedere di preferenza la prova scritta si avverte soprattutto nella legislazione posteriore al Cinquecento. Le loro parole. dopodiché veniva assegnato alla controparte un termine per controdedurre. interrogati anticipatamente in esordio di lite e alla presenza della controparte previamente citata: l'urgenza si giustificava di fronte a soggetti gravemente malati oppure in età avanzata. nell’epoca precedente. che faceva in giudizio piena fede se era stato confezionato in osservanza di tutte le formalità richieste: rogatio. Ai glossatori e ai commentatori va dunque il merito di avere elaborato l’odierna teoria dei documenti.toccando il Vangelo . per essere considerati degni di fede e dunque attendibili. secondo un principio giuridico che affondava le sue radici nell'Antico Testamento (Libro del Deuteronomio) e che aveva trovato successivamente conferma nel Codice e nel Digesto di Giustiniano e nelle Decretali di Gregorio IX. Resta comunque un contributo della dottrina dei glossatori e dei commentatori aver dato alla materia delle prove documentali quelle regole e quella disciplina che non esistevano invece nel diritto romano.e all'esame dei testi medesimi. sexus. le deposizioni rese prima della litiscontestatio dai testimoni c. riuscendo a costruirne le regole. Il sigillo del notaio era qualificato vox mortua. . fortuna (condizione patrimoniale adeguata). oppure di fronte a persone in procinto di partire. venivano redatte per iscritto dal notaio della causa e dovevano essere obbligatoriamente rese entro il termine perentorio assegnato dal giudice. vale a dire comunicare per iscritto al giudice i nomi dei testimoni e i capitoli dell'interrogatorio che sarebbe poi stato condotto dal magistrato. cioè vox unius vox nullius. discretio (capacità di discernimento). vigeva la regola che unus testis nullus testis (est). I testi. secondo l'uso comune. il quale non faceva alcuna differenza tra documento pubblico e privato. fama (buona fama). nell’età intermedia. reputandosi tale l’età superiore ai 50 anni. doveva leggerne il contenuto al testimone che l’aveva resa e chiederne conferma. anche perché il diritto romano non attribuiva alla professione dei notai un carattere di ufficialità in virtù del quale ai loro atti fosse conferita l’efficacia di prova piena. Tra le prove scritte massimo valore era attribuito. sulla base degli scarsi spunti offerti dalle fonti giustinianee. valutati attentamente dal giudice. si diceva con convinzione che “dignior est vox viva testium quam vox mortua instrumentorum” (è più degna di fede la voce viva dei testimoni della voce fredda dei documenti scritti). poiché decorso un intervallo di tempo si presumeva che il teste fosse stato maliziosamente istruito su cosa dire dalla parte che lo aveva chiamato a deporre. mentre le sottoscrizioni dei testi erano la vox viva del documento. inoltre. l'avversario doveva essere citato per assistere al giuramento dei testimoni di dire il vero . a partire dall’anno Mille. allo strumento pubblico redatto da un notaio. per essere messo in condizione di dedurre subito le controprove. affuturi. infine data e luogo.

la fama. Doveva quindi pronunciare la sentenza. avevano valore di prova se erano munite della firma di tre testimoni e del sigillo dello scrivente. giudiziale o extragiudiziale (in questo caso doveva essere però provata da testimoni). Il diritto canonico e la scienza canonistica diedero molta importanza al giuramento. cioè con prove non piene (un solo testimone anziché due o più. Non erano idonei a prestare questo giuramento gli scomunicati. o poche presunzioni non in grado di dare complessivamente vita ad una prova piena). era nell’arbitrio del giudice deferire il giuramento suppletorio all’una piuttosto che all’altra. aveva la più completa efficacia probatoria e si presentava dunque come prova piena in pregiudizio di chi confessava. Anche i documenti privati non valevano senza limiti di tempo. Perché il giuramento fosse valido doveva essere prestato da persona di buona fama e al di sopra del sospetto di spergiuro e in una lite di modico valore. Le scritture private. e a carico del convenuto nelle cause civili in assenza di altri mezzi di prova. non era più necessario il ricorso ad altre prove. le carte dovevano essere rinnovate. creando nuove figure ignote al diritto romano: ne ampliarono l’applicazione e innovarono in punti di notevole importanza. ad esse era accordata in ogni caso un’efficacia probatoria tendenzialmente inferiore a quella dell'atto pubblico. costituiti dal notorio. Vi era infine il giuramento decisorio. se l’autore le riconosceva o si provava diversamente che egli le aveva scritte. decorso il termine fissato dalla legge. donazioni e testamenti. Resa la confessione il giudice aveva l’obbligo di fondarsi su quella prova piena e decisiva. deferito dal giudice alla parte che avesse un fondamento di prova. e la preferenza doveva comunque accordarsi a quella che si poteva verosimilmente presumere non avrebbe giurato il falso. Oltre a queste prove la dottrina elencava un’altra serie di strumenti probatori. così gli statuti autorizzavano i giudici a far perquisire le case e a fare arrestare chi non consegnava le scritture richieste. vi erano tuttavia delle eccezioni a tale principio tra cui l'incapacità di agire del soggetto. se invece veniva resa prima della litis contestatio alla confessione seguiva in modo diretto il praeceptum del giudice immediatamente esecutivo. del notorio e degli indizi. Secondo le elaborazioni dottrinali la confessione. Non era tuttavia ammesso contro un atto notarile. o. né contro testi giudicati attendibili e nemmeno nelle cause matrimoniali. vi si ricorreva invece ampiamente per la stima dei danni. dagli indizi e dalle presunzioni. in quest’ultimo caso però con l'approbatio iudicis. perché per esempio minore d’età o insano di mente.L’importanza che veniva assegnata agli atti pubblici giustificava le sanzioni che erano comminate contro chi deteneva un documento che ad altri interessava e si rifiutava di esibirlo. ma non una prova piena: la parte richiesta non poteva rifiutarlo senza perdere la causa. fissandosi in linea di massima la scadenza ai 5 anni. definita pertanto “optima regina probationum”: ottenuta la confessione dell'avversario. Viene poi in considerazione la materia del giuramento. Vi si faceva ricorso nei giudizi penali per consentire all’imputato di un delitto di difendersi dall’accusa qualora non vi fossero testimoni contro. La mancanza di archivi pubblici imponeva difatti severe misure affinché non fossero sottratte prove utili all’accertamento giudiziale della verità. In alcuni casi si consentiva difatti la prova attraverso il notorio. se la confessione era stata compiuta dopo la litis contestatio. in alternativa all’utilizzo dell’atto pubblico. in particolare elevando il giuramento a vero e proprio mezzo di prova là dove il diritto romano lo considerava semplicemente come surrogato di prova cui ricorrere in assenza di prove effettive. Vi era il giuramento suppletorio. con la conseguenza che. Se entrambe le parti avevano provato le loro affermazioni con prove semipiene. Nell’età comunale si potevano compiere con scrittura privata anche compravendite di immobili. o la palese contrarietà della confessione alla verità (era dunque necessaria la sua verosimiglianza). i libri delle corporazioni e i registri parrocchiali. attraverso cioè la circostanza che un determinato fatto fosse noto a molti e quindi innegabile. stando sotto gli occhi di tutti. . Anche il iuramentum purgationis (purgatorio) aveva il favore del diritto canonico e venne accolto pure nella legislazione statutaria. in mancanza. per porre fine alla lite giudiziaria. detto anche giuramento di verità che veniva deferito o dal giudice o dalla parte. quali le lettere dei privati. gli ebrei e gli usurai.

Infine. L’uso dei giureconsulti di dare pareri scritti anche alle parti si afferma soprattutto a partire dal Trecento. in tema di indizi e presunzioni notevole fu lo sforzo di civilisti e canonisti per ridurre tutta la materia entro schemi sistematici. allegationes. Il giudice cui il consiglio era direttamente o indirettamente rivolto voleva essere informato. Pur implicando la rinuncia all’indipendenza e alla creatività del singolo giurista. L’altro tipo di giurisprudenza consulente è rappresentato dai consilia elaborati su richiesta della parte desiderosa di produrli al giudice come elemento di convinzione. Innanzitutto si definirono le presunzioni come prove generalmente semipiene. complete. posta autoritativamente dal giudice. che il consulente ricercava nelle opere della dottrina del diritto comune e tra le raccolte di consilia esistenti. come documentato dallo Speculum iudiciale di Guglielmo Durante (1270). consoli e podestà si rivolgevano dunque al sapiente (studioso indipendente che non sedeva a lato del magistrato) e riproducevano poi nella sentenza il consilium da lui ricevuto che garantiva così la giuridicità della decisione. non mancavano nel diritto comune regole precise sul modo di comporre le allegazioni: dovevano essere brevi. il parere rivestiva tanta più importanza agli occhi del magistrato quanto più poggiava su numerose e accreditate opinioni simili. per quanto i consilia tendessero a subordinarsi agli orientamenti giurisprudenziali dei tribunali supremi che potevano riformare in appello la sentenza che da quegli orientamenti si discostasse. cavilloso e perfino quello troppo verboso e troppo loquace. anche le difese in fatto e in diritto degli avvocati. il consilium sapientis iudiciale si avviò progressivamente al declino nel secolo successivo con l’affermarsi negli stati assoluti dell’autorevole e prestigiosa giurisprudenza dei Grandi Tribunali. per lo più. considerando determinante tale circostanza. dovuto al tramonto del sistema feudale e all’incremento delle ricchezze. era variabile a seconda dei singoli ambiti in cui la notorietà veniva fatta valere. formati da giuristi dotti e funzionanti secondo la regola “iura novit curia”. Ampiamente diffuso fino a tutto il ’500. necessitanti dunque.d. esso rappresenta il parere che negli ordinamenti comunali i giudici solevano domandare al giurista dotto per la definizione della causa.La fama e la notorietà di una circostanza dovevano essere provate per mezzo di testimoni disposti ad attestare l’esistenza di una publica voce. Di qui dunque l’abitudine dei consulenti di ricercare sui singoli punti di diritto la coincidenza di opinioni delle maggiori autorità. Il giudice poteva privare della parola l’avvocato arrogante. fondate sulla communis opinio. oltre che esposte a voce davanti al giudice. più che dell’opinione personale del consulente. La prima forma di consulenza a venire in considerazione è il consilium sapientis: istituto di origine consuetudinaria. Nell’ambito della sententia secundum consilium va dunque sottolineata la perfetta separazione tra essenza (sostanza). ALLEGAZIONI E CONSILIA Come tutti gli atti del processo. senza false citazioni di leggi o errata interpretazione delle stesse e. Professionisti della politica ma non altrettanto del diritto. in nome del fondamentale principio che governava tutta la materia probatoria secondo cui “quae singula non prosunt collecta iuvant”: singoli elementi di prova di per se stessi insufficienti possono contribuire. le c. e in seguito al sempre più pressante bisogno di orientamento dei litiganti nella selva delle norme giuridiche e delle interpretazioni dottrinali. insomma. a partire dal tardo Trecento. se assommati ad altri. era essenzialmente rappresentato dalle interpretazioni dei giuristi. una residua vitalità fino a tutto il Settecento si mantenne in ogni caso presso le corti inferiori. la communis opinio si presentava come il necessario prodotto del bisogno di certezza in un sistema giuridico in cui la legge era . formulata dal sapiens. il numero dei testi. del diritto da applicare che. in un sistema di diritto giurisprudenziale. a creare una prova piena. erano tendenzialmente caratterizzati da una maggiore oggettività ed imparzialità di valutazione della lite. dovevano essere redatte per iscritto. I consilia pro parte rappresentano qualcosa di diverso e di qualitativamente superiore rispetto alle memorie difensive degli avvocati (le allegationes) che venivano ad integrare: emessi essenzialmente pro veritate (da cui la denominazione). di essere integrate da altri elementi al fine di costituire piena prova. ed esistenza (forma). in seguito all’aumento della litigiosità. Dalle allegationes degli avvocati vanno tenuti distinti i consilia dati nel corso delle liti dai giuristi di professione. in genere 2 o 3. che doveva ascoltare con attenzione.

secondo le regole processualistiche di origine romanistica. se risultava evidente la mancanza del diritto in capo allo spogliato.insufficiente. riconobbe ai giudici la possibilità di optare per il rito abbreviato per le cause di diritto matrimoniale e beneficiale. come è evidente. infatti. normalmente prova insufficiente. almeno provvisoriamente. in vista del successivo accertamento della spettanza del diritto di proprietà. con una notevole semplificazione delle procedure: si conservavano gli atti e le solennità che avevano valore sostanziale ed irrinunciabile e si omettevano le mere formalità. nelle curie ecclesiastiche. Si voleva così ovviare alla lunghezza del giudizio ordinario e procedere e senza ritardi alla difesa del possesso. Divenne quindi di primaria importanza iniziare a risolvere queste vertenze con una procedura più sollecita e semplificata. le formalità procedurali e di abbreviare la lunghezza dei processi. La concreta applicazione di queste disposizioni era comunque. sine strepitu e sine figura iudicii. Nell'ambito del processo sommario un favore particolare era accordato alle cause possessorie. attraverso la prova del possesso originario e dell’avvenuto spossessamento. quando ci fosse il consenso di entrambe le parti: in particolare con l’espressione summarie si intendeva la riduzione dei termini. In questo contesto. il bene non veniva restituito. Ulteriore peculiarità del giudizio possessorio era che la reintegrazione del possesso avveniva anche attraverso prove del possesso e dello spoglio normalmente ritenute incomplete. rimessa in buona sostanza all'arbitrio del giudice. I pontefici. e il giudizio possessorio. ed estese il procedimento sommario anche alle cause in appello. Questa innovativa normativa ecclesiastica raggiunse l’importante risultato di avvicinare al processo sommario anche la dottrina civilistica.1. Papa Clemente V (1305-1314). e infine sine figura iudicii comportava la soppressione delle formalità. senza entrare. La parte che aveva subito lo spoglio di un bene. fin dal XII secolo aveva cercato di semplificare. in origine comprensibilmente legata al rigoroso dettato delle norme romanistiche sui tempi del rito ordinario. Veniva in questo modo riformato il sistema processuale formale e solenne. nel merito del diritto di proprietà. la dottrina universitaria tendeva alla ripetizione di insegnamenti ormai vecchi e superati e dunque il ruolo di guida all’interno del sistema giuridico veniva ad essere assunto dal giurista pratico (il forense). Viceversa. soprattutto nelle cause beneficiali (relative alla distribuzione delle cariche ecclesiastiche e dei relativi patrimoni tra i membri del clero) la cui natura particolarmente delicata richiedeva una maggiore speditezza. sine strepitu alludeva alla limitazione dei testimoni e delle perorazioni degli avvocati. per conservare. la base di continui litigi. de plano. de plano significava facoltà di ascoltare le parti anche nei giorni festivi e addirittura di notte. che trovavano la loro origine nell’intricata materia dei conferimenti ai chierici degli uffici ecclesiastici e dei relativi patrimoni. anche qualora fosse stato appurato che nemmeno il convenuto era proprietario della res litigiosa. la condizione iniziale delle parti. dunque. senza però sacrificare la piena cognizione delle liti. si era trovata ad essere titolare di una larga proprietà fondiaria che venne a costituire. 2. in breve tempo. come la testimonianza de auditu (di aver cioè sentito dire da altri. nel diritto intermedio. con la famosa costituzione Dispendiosam del 1312 (Clem. momentaneamente. cioè oculare) e la notorietà. al fine di ottenere una rapida reintegrazione nel possesso del bene sottrattogli. indipendentemente dalla richiesta delle parti. cominciarono a prescrivere ai vescovi investiti della funzione di giudici ecclesiastici nelle rispettive diocesi di procedere summarie. rivolto all’accertamento della spettanza del possesso del bene. si riconosceva all’attore il privilegio di sospendere il giudizio petitorio e proseguire il solo giudizio possessorio con le modalità del rito sommario.2). a differenza della testimonianza de visu. dagli inizi del secondo millennio. volto ad accertare la titolarità del diritto di proprietà. La Chiesa. LA SENTENZA . agiva in giudizio intentando contemporaneamente il giudizio petitorio. LA PROCEDURA SOMMARIA La legislazione pontificia.

dato per iscritto. La sentenza definitiva. mirava a dare stabilità e certezza ai diritti dei privati. La conclusione era un atto formale. come avveniva ad esempio per le sentenze dichiarative dell’incompetenza del giudice.o da uno di essi . doveva riportare il nome del giudice e delle parti. attribuendo carattere irrevocabile ad una pronuncia pur difettosa nelle forme o falsa nel merito. veniva richiesta al giudice dai contendenti . Il concetto di cosa giudicata non richiedeva un intervento ad hoc ma operava automaticamente in presenza di una tripla sentenza conforme. attraverso l’esibizione di documenti appena scoperti. di estrema brevità e semplicità. ponendo fine alla vertenza.la conclusio in causa. non reputando necessarie né la scrittura né la citazione delle parti. le parti dovevano essere citate ad audiendam sententiam con indicazione del termine perentorio nel quale presentarsi. secondo il rito ordinario. non potevano essere pronunciate in giorni festivi (a differenza delle sentenze definitive). Si garantiva in questo modo alla sentenza passata in giudicato la forza di creare una verità formale. assegnazione degli alimenti in via provvisoria in cause dotali o di accertamento della paternità). erano in gran parte quelle di diritto romano e consistevano nella forma scritta.) e contenere il dispositivo. Tali pronunce erano sempre appellabili ed avevano in certi casi l'efficacia di sentenze definitive. con la consueta formalità delle tre citazioni consecutive compiute dal messo del tribunale. La prassi finì tuttavia col permettere. supra). Primo obbligo del giudice era di pronunciarsi entro il termine prestabilito a partire dal conclusum in causa. favorire senza riserve il pieno accertamento della verità dei fatti.Terminati tutti gli atti processuali delle parti ed esauriti tutti i mezzi di prova. ad personam. siffatte sentenze. la cui inosservanza determinava la nullità dell'atto. infatti. confessioni inizialmente non prestate e deposizioni di testimoni prima ignoti. che importava il divieto per le parti di presentare nuove prove e nuove allegazioni. Quanto al contenuto. non si poteva svolgere in giorni festivi. a seconda dei casi. anche dopo la conclusione. non dedotte nella domanda dell'attore né nelle risposte del convenuto (ad es. LA MOTIVAZIONE DELLA SENTENZA La motivazione della sentenza non era obbligatoria nel processo romano-canonico e per tutta l’età medievale la si incontra pressoché esclusivamente nella prassi della Rota Romana. era riconosciuta l'efficacia di res iudicata che impediva ulteriori contestazioni sulla stessa cosa e tra le stesse persone. A pena di nullità della sentenza. anche in extremis. con la richiesta del quale si sollecitava al magistrato la pronuncia della sentenza definitiva. o per le quali fossero inutilmente decorsi i termini 'fatali' (perentori) per l’impugnazione. e sarebbe stato pericoloso per il giudice formularla ugualmente poiché la sentenza . Accanto alle sentenze definitive vi erano poi quelle interlocutorie che si pronunciavano su presupposti processuali (competenza del giudice. revoca di un attentato etc…) o su questioni di merito incidentali. ma pure la produzione di nuove prove fino alla citazione delle parti ad audiendam sententiam: si voleva. Le solennità richieste per la sentenza. Alle sentenze che avessero percorso tutti e tre i gradi di giudizio. in quanto tappa intermedia del processo che. vale a dire una situazione giuridica incontestabile che veniva tutelata contro ogni tentativo di ulteriore impugnazione. dunque. dando vita ad una presunzione di verità. se pronunciata dal giudice secondo le formule di rito. nella lettura pubblica in presenza delle parti regolarmente citate ad audiendam sententiam e nella pubblicazione. l'atto di chiusura del giudizio. non solo le semplici informazioni. ad domum e per edictum (v. però. cioè l’accoglimento o il rigetto della domanda dell’attore così come formulata nel libello introduttivo della lite. “testibus et positionibus visis” etc. Non era richiesta la motivazione della pronuncia. Le leggi e la dottrina. Le norme e la dottrina di diritto comune esigevano per le interlocutorie forme e solennità minori rispetto alle sentenze definitive. costituiva la decisione giudiziale della res litigiosa e metteva fine al processo. E' evidente che la res iudicata. non la richiedevano. esprimere in sintesi le fasi del processo (“viso libello”. in genere fissato dalle norme locali a 10 giorni.

1). era diritto di tutti. che poteva essere proposto in ogni causa e contro qualsiasi sentenza. Introdotta la causa. non gli si imputava la colpa di non essersi presentato in giudizio. senza libello e senza contestazione della lite. e riconosciuta la regolarità della sua adizione. in attesa della nuova pronuncia: ogni atto compiuto dal primo giudice sarebbe stato pertanto revocato quale attentato alla litispendentia davanti al secondo magistrato. poteva ricorrere al giudice d'appello. su richiesta della parte soccombente. L’obbligo della motivazione. Si richiedeva. Il magistrato d’appello. generalmente con rito sommario. Ricevuto l'appello. secondo la dottrina prevalente. restavano comunque validi gli atti esecutivi nel frattempo intrapresi. c. che per lui decorreva. apostoli (in greco “inviati”). per la validità dell'inibizione. come previsto dal diritto canonico e sostenuto con decisione anche dalla dottrina. per lo più. pertanto i giudici scelsero. cioè di soggetto citato non personaliter bensì ad domum o per edictum e non comparso in giudizio: poiché la citazione non gli era stata intimata di persona. con cui inviava al giudice superiore la richiesta di riesaminare la causa. ordinava al giudice inferiore di sospendere la prosecuzione del giudizio e tutti gli atti di esecuzione della prima sentenza (atto denominato inhibitio). L'APPELLO Tipico rimedio ammesso contro le pronunce giudiziali era. seguito anche nelle curie ecclesiastiche e confermato dalla dottrina processualistica sia civile che canonica. insieme con la sentenza e tutti gli atti del processo. però. notificava l'appello alla controparte (appellato). strenuamente sostenuto dalla dottrina illuministica settecentesca per liberare le parti dall’arbitrio dei giudici e sottoporre questi ultimi a controllo e alle conseguenti responsabilità. e non solo del soccombente ma anche del terzo che provasse il suo interesse e il danno a lui derivato dalla pronuncia che veniva impugnata. Si trattava sia di un mezzo di adizione del supremo tribunale contro sentenze di primo grado delle autorità giurisdizionali inferiori. allora come ora. Si riguardava infatti l'appello come un nuovo processo in cui i litiganti erano abilitati a proporre ulteriori riscontri oggettivi. la citazione della controparte. il giudice superiore riesaminava la controversia. sia di un mezzo di riesame di vertenze già giudicate in secondo grado presso l’alta corte di giustizia. i c. Dati gli apostoli. il reclamo al giudice superiore tramite appello. decorsi dieci giorni dalla pronuncia della sentenza. L'appello andava presentato al giudice di primo grado nel termine romano di dieci giorni dalla pronuncia della sentenza. non dal momento della lettura della sentenza (alla quale non aveva assistito) ma dal momento della sua conoscenza. il giudice a quo assegnava all'appellante un termine ad prosequendam appellationem entro cui raggiungere il tribunale superiore e introdurre la causa davanti al giudice dell'appello. per le quali era tuttavia prevista l’impugnazione davanti a giudici diversi dello stesso supremo organo giudiziario per un’ulteriore istanza di giudizio: soltanto infatti di fronte a tre sentenze conformi la lite poteva considerarsi veramente conclusa. Questi poteva dunque ricorrere al giudice superiore entro il termine di dieci giorni previsto dal diritto comune. L'appello.d.in quelle criminali. con le consuete formalità previste per l'atto di citazione e nel termine di un mese prescritto dalla clementina Causam alla rubrica De electione. o litterae dimissoriae. Davanti al secondo giudice era ammessa la deduzione di nuovi mezzi di prova non presentati in primo grado. a questo punto. aperti gli apostoli contenenti gli atti processuali e la sentenza. Persino il contumace. purché si trattasse di ficte contumax. Il giudice ad quem. il giudice a quo era obbligato a rilasciare. accolto anche nel processo canonico: si trattava del decedium appellationis previsto da una Novella di Giustiniano (Nov. ricevuti gli apostoli. di non motivare le proprie pronunce sia nelle cause civili che – con conseguenze ancora più devastanti per le più gravi implicazioni .avrebbe potuto essere dichiarata nulla se la motivazione fosse stata trovata falsa o erronea. verrà introdotto nelle legislazioni italiane e più in generale europee a partire dalle moderne codificazioni ottocentesche. 23. .

mentre il diritto romano fissava il limite di un anno per la conclusione del giudizio d’appello e il diritto canonico accordava addirittura un intero biennio. la restitutio in integrum ad appellandum. di due anni dalla sentenza definitiva. La querela. la non stesura per iscritto della sentenza o la sua pronuncia fuori dai termini processuali. LA QUERELA DI NULLITA' Accanto all'appello. già in parte elaborato dal diritto romano ma perfezionato nell'età di mezzo soprattutto dalla scienza canonistica. Si ammetteva peraltro. esaminava l’eventuale iniquità. inizialmente ignote alla parte soccombente. La quaerela nullitatis poteva persino essere deferita assieme all'appello. tali cioè che. tra error in iudicando e error in procedendo. Il rimedio della querela. Vi era poi il rimedio della supplicatio. dipendente dalla benignità del sovrano. e per il suo carattere di rimedio straordinario di grazia. In tutti i periodi di civiltà .Il processo d’appello doveva concludersi entro pochi giorni. quali ad esempio il difetto di competenza del giudice. Rendeva la pronuncia nulla. che differiva dall’appello per il maggior tempo dato per presentarlo. Costituiva giusto titolo per chiedere la restituzione il ritrovamento di nuove prove. veniva utilizzato nei confronti di quelle pronunce talmente viziate nella forma che ad esse si arrivava persino ad escludere l'efficacia di sentenze. e si provvedeva al primo con l'appello e al secondo con la quaerela nullitatis. in caso di pronuncia che escludeva la nullità. ma intervennero direttamente con mezzi di coazione contro la resistenza che eventualmente opponeva il soccombente. nonché la corruzione dell'organo giudicante. l'illegalità della procura. testimoniali o documentali. da indicare pertanto nell'atto introduttivo della causa come elementi utili da far valere contro la sentenza passata in giudicato. poiché era ammesso il cumulo dei due rimedi secondo la comune opinione dottrinale recepita anche dalle norme statutarie. se utilizzati tempestivamente. anche nei periodi di maggiore indebolimento dei poteri pubblici. e gli errores in procedendo. vi era. pur essendo perpetua e non sottoposta a termini. per la presenza di errori macroscopici nell'applicazione della legge o di difetti per solennità non osservate. Anche la revocazione era un mezzo straordinario di impugnazione delle sentenze che i giuristi giustificarono sulla base di norme sia romane che canoniche. la palese violazione e la palesemente falsa interpretazione delle leggi. GLI ALTRI RIMEDI CONTRO LE SENTENZE Contro le sentenze era esperibile anche la restitutio in integrum. in tal caso il giudice prima decideva sulla nullità e poi. Il giudizio sulla nullità veniva proposto al giudice di secondo grado. la quaerela nullitatis. rimedio straordinario cui si ricorreva solo quando non era più possibile l’esercizio dell'appello per il raggiungimento della res iudicata. IL PROCEDIMENTO DI ESECUZIONE FORZATA Fin dall’altomedioevo. la mancanza della citazione. secondo quanto prevedevano le norme statutarie. contro il decorso dei termini 'fatali'. vincitore in sede processuale. avrebbero determinato fin dall’inizio una pronuncia diversa. La finalità era quella di ottenere una riforma della sentenza di primo grado da parte del medesimo giudice che l’aveva pronunciata. la realizzazione del diritto consacrato nella sentenza divenuta cosa giudicata. Tale revocatio era ammessa se il giudice fosse stato tratto in inganno da uno dei litiganti o avesse giudicato sulla base di documenti scoperti come falsi dopo la sentenza o nel caso di documenti ignorati dalla parte soccombente o prima non producibili per difficoltà oggettive. tra le forme di opposizione alla sentenza. i vertici istituzionali non abbandonarono mai del tutto all’azione del privato. forma di ricorso al principe contro sentenza divenuta inappellabile. si poteva tuttavia presentare una sola volta: la sentenza resa in proposito era infatti definitiva e contro di essa era precluso ogni altro ricorso e rimedio. secondo il diritto comune. Si distingueva in sostanza nel processo romano-canonico tra ingiustizia e nullità del giudicato. il quale poteva quindi annullare la sentenza e sostituirla con una nuova pronuncia. doveva trattarsi di argomenti rilevanti.

Ciò era spesso consentito anche da specifiche clausole inserite nei contratti. Questa prassi era prevista dagli statuti e ammessa anche dalla dottrina. ammettevano l’esecuzione convenzionale. esercitando così nei suoi riguardi un’esecuzione reale: era questo il pactum de ingredienda possessione . Pertanto. Nel comune dunque.conosciuto anche dal diritto romano . Tali strumenti di esecuzione erano residui di una pericolosa autogiustizia e contrastavano con quei principi di ordine e di autorità che il comune cittadino voleva attuare. con le sole clausole convenzionali. i poteri di esecuzione erano esclusivamente nelle mani del giudice che agiva in nome dei suoi diritti giurisdizionali. Di fronte a queste difficoltà oggettive si comprendono pertanto quegli statuti che. se poi il debitore inadempiente fuggiva dalle carceri. oppure togliergli la libertà. Alessandro Tartagni. gli uni e gli altri al momento dell’assunzione della carica giuravano infatti di assistere i titolari di diritti soggettivi e di impedire che i privati o per arbitrio o per patto scavalcassero l’autorità pubblica e ricorressero alla giustizia privata. nei primi tempi del comune. con le quali il debitore autorizzava il creditore a pignorargli i beni. e Matteo degli . nulla potesse fare di propria autorità. si faceva ricorso. facendolo chiudere in carcere.e presso tutti i popoli si avvertì in sostanza che. il comune rispondeva del debito al creditore. che si definiva pertanto come esecuzione convenzionale. accostandosi maggiormente alla realtà dei fatti. contenuto nelle legislazioni municipali. i comuni si dedicarono in modo specifico alla disciplina dell’esecuzione forzata delle sentenze civili. ovvero stabilita con pattuizione tra le due parti al momento stesso della stipula del contratto. Altra alternativa per i creditori rimasti insoddisfatti dopo la condanna definitiva era l’occupazione dei beni del debitore insolvente che venivano così presi in pegno. di non procedere all’esecuzione senza licenza del giudice induce a ritenere che ancora in pieno Trecento e Quattrocento i creditori avessero più fiducia nelle proprie forze che in quelle dei pubblici poteri. ma questa volontà era tuttavia contrastata dalle abitudini alla violenza dei contemporanei e dalla lentezza degli stessi ordinamenti giudiziari. secondo lo stile notarile di redazione dei documenti. il debitore che non pagava il suo debito riconosciuto da regolare sentenza di condanna veniva consegnato dagli organi pubblici al creditore che poteva o adibirlo al compimento di prestazioni di lavoro presso di sè per estinguere le sue obbligazioni. che aveva altresì l’approvazione della migliore dottrina processualistica: ne parlano Paolo di Castro. nel senso che l’esercizio della giustizia nella sua interezza. A partire dall’XI secolo i giudici comunali assunsero il compito di portare ad esecuzione le proprie sentenze. per rispondere alle esigenze di una più elevata civiltà e alle più complesse relazioni giuridiche dipendenti dall’esercizio di attività economiche: si imponeva in sostanza la realizzazione di misure per rendere sicuri e spediti i diritti dei creditori. Appena però venne raggiunto un regolare assetto. per la negligenza manifestata nella custodia del carcerato. ancora nel XV secolo.inserito. che nei confronti dei concittadini. lo stesso Baldo giustificava l’espediente della cattura privata con la mancanza di giudici. ai mezzi adoperati contro la criminalità. Giason del Maino. in linea di principio. di marca germanica. per l’esecuzione delle sentenze civili. la legge sarebbe stata inutile e la giustizia una parola vuota di significato. fosse di esclusiva competenza dei consoli o del podestà. spesso insufficienti e talvolta anche privi di mezzi efficaci per portare ad esecuzione le sentenze definitive. in tal caso non era neppure richiesto uno specifico provvedimento del giudice che autorizzasse l’esecuzione forzata. non era del tutto scomparsa. Numerosi statuti minacciavano dunque pene a chi effettuava pignoramenti di propria autorità sui beni del debitore. offesa equiparata ad un reato. ma dovesse ottenere dal giudice un provvedimento ad hoc e avvalersi dell’aiuto degli ufficiali del comune al fine di ottenere sequestro. nei contratti da cui nascevano obbligazioni a carico di una sola parte. A questi ultimi non mancava certo la volontà di sostituire ad un sistema di giustizia privata un razionale apparato di intervento esecutivo nelle mani dei funzionari pubblici. senza esecuzione forzata. inclusa l’esecuzione delle sentenze. sia nei riguardi dei debitori forestieri. L’esecuzione presupponeva però uno stadio di perfezione nell’organismo politico e una acquisita autorità da parte del potere centrale che solo lentamente conseguirono i comuni dell’Italia centrosettentrionale e le monarchie del Mezzogiorno. il procedurista napoletano Roberto Maranta. ma l’ordine esplicito. col tempo si affermò pertanto il principio che il creditore. Ancora nel XII secolo l’esecuzione privata sulla persona e sui beni del debitore. immissione in possesso o arresto del debitore. Raffaele Fulgosio. Inizialmente. cioè il bando e la confisca dei beni: si puniva così la persona per l’offesa all’ordine del giudice di dare esecuzione alla sua pronuncia.

Quanto alle misure cautelari contro lo stesso cittadino debitore. Negli statuti era pertanto frequente la disposizione che riconosceva al creditore la facoltà di richiedere al magistrato un praeceptum intrandi et capiendi relativo ai beni del debitore che venivano pignorati senza alcuna cognizione di causa da parte del giudice. fu pertanto costretta a dare ai testi interpretazioni più ampie e a volte persino forzate. Altra forma di tutela dei diritti si realizzava nelle città maggiori. Sardegna e Sicilia. Per tutto quel secolo e per il successivo il pactum de ingredienda possessione è giustificato dai giuristi più accreditati e dai consulenti che distinguevano così tra patto sulla persona e patto sui beni: il primo. finalizzato ad ottenere la cattura del debitore da parte del creditore. tuttavia. consistente nell’accordare al creditore un diritto di controllo sul debitore. si esigeva però per lo più il giuramento del creditore circa l’esistenza del suo titolo di credito e il sospetto di fuga o inadempimento del debitore. nel caso di sospettata dilapidazione del patrimonio o di temuta fuga. sempre qualora si temesse l’insolvenza o la fuga. ovvero la testimonianza di due o tre persone degne di fede disposte a deporre sul sospetto di inadempienza o di fuga. se commerciante. La fuga del commerciante era pertanto reputata una forma di fallimento con la conseguente necessità di recuperare i beni alienati in precedenza. centri di vita commerciale. quando non si era ragionevolmente sicuri dell’adempimento di un credito pur non ancora giunto a scadenza. si trattava però di un procedimento delicato. oppure ammettevano il pagamento di cauzioni a garanzia del futuro adempimento del debito. al fine di venire indennizzato dal colpevole attraverso il pagamento di un’ammenda e il risarcimento dei danni. dopodiché esso scomparve dalle opere processualistiche settecentesche. ma anche nelle città lombardo-venete. era trattato come bancarottiere. che le leggi subito accordarono e che la stessa dottrina riconobbe come necessarie e giuste.si argomentava . La scienza giuridica. le norme statutarie e la dottrina mostrano quanto stessero a cuore alle città italiane gli interessi dei creditori. per le quali tutti gli atti esecutivi erano oramai di competenza della sola autorità giudiziaria. La legislazione statutaria era poi unanime nel permettere che chi veniva danneggiato dal pascolo abusivo sulle sue terre potesse trattenere gli animali che trovava nel fondo. le leggi riconoscevano questa facoltà di pignoramento dei beni mobili soprattutto al proprietario di terre o di case contro i coloni o gli inquilini inadempienti nel pagamento dei canoni di locazione o delle pensioni di affitto. nell’ambito della nascente economia capitalistica che richiedeva precise garanzie per assicurarsi vitalità. non trovando nel diritto romano quanto occorreva per giustificare la missio in possessionem o la sequetratio senza regolare giudizio e sentenza. il secondo era al contrario pacificamente riconosciuto. obbligati in solido all’adempimento dei suoi debiti. il creditore poteva ottenere dal giudice le lettere di rappresaglia e procedere contro i beni dei concittadini del fuggiasco presenti nel territorio del comune. sviluppo e crescita. con la fuga. solo però dopo sentenza di condanna passata in giudicato. gli statuti prevedevano che il giudice consentisse al creditore che ne facesse richiesta l’intromissio de omnibus rebus debitorum (pignoramento dei beni del debitore straniero presenti nel territorio del comune).gli uomini non possono validamente pattuire sulla propria persona e la cattura spetta ai soli pubblici poteri. ciò era previsto in particolare in Piemonte.Afflitti ne attesta l’osservanza consuetudinaria nel Regno di Napoli in età aragonese. poste in atto prima della scadenza del credito. Questa esecuzione privata poteva essere condotta sia sui beni immobili sia. Nei confronti del debitore forestiero. Come estrema misura. caratterizzate da una più vivace attività economica e da un maggior movimento di affari. inclusi gli animali. studiarono così espedienti per non chiudere le porte ai forestieri. ma nello stesso tempo impedire che questi. La pratica dell’esecuzione convenzionale continuò per tutto il XVII e parte del XVIII secolo sia nell’Italia settentrionale che nei regni di Napoli e di Sicilia. Il fuggitivo era dunque equiparato all’insolvente e. persino con maggiore estensione. se lo straniero si sottraeva all’adempimento con la fuga. anche per l’accoglimento che ne aveva fatto il diritto romano. Il commercio e il capitalismo italiano nei suoi primi albori esigevano infatti forme di protezione contro il debitore sospettato di fuga o di dilapidazione del patrimonio. di esecuzione preventiva. quando vi era il sospetto di insolvenza o di fuga del debitore. sui beni mobili. danneggiassero i creditori cittadini. Le città italiane. non era ammesso perché . erano adoperate specialmente nelle curie mercantili. Tali misure conservative. cosicchè si raccomandava al giudice di procedere con cautela all’arresto preventivo per non privare ingiustamente il . procedendosi così anche contro i suoi familiari e parenti.

senza che fossero necessari ulteriori accertamenti. Il precetto notarile veniva così riguardato come un titolo immediatamente esecutivo. come attesta in termini chiari lo stesso Bartolo: “executio sententiae potest fieri . ottenendo così immediata esecuzione. restava al magistrato solo l’obbligo di vendere i beni del debitore e consegnarne il ricavato al creditore fino al raggiungimento della somma a lui dovuta. e non a caso. tanto da attribuirsi loro la qualifica di iudices cartularii e da equiparare i loro atti alle confessioni giudiziali raccolte dai giudici ordinari in sede di contenzioso. Il fatto che nella prassi procedurale dell’età intermedia gli strumenti notarili avessero acquistato il valore proprio delle sentenze si spiega col carattere di pubblici ufficiali attribuito ai notai fin dagli ultimi tempi dell’impero romano. come il Piemonte. lo Stato pontificio. Da tutto ciò la professione notarile uscì notevolmente valorizzata. Dalla prassi toscana questo modo di considerare i notai e il loro operato divenne rapidamente comune a tutta Italia: la confessione di un debito resa davanti al notaio era reputata pertanto pubblica e solenne e acquistava efficacia di giudicato a garanzia del creditore che si trovava in possesso di un titolo immediatamente esecutivo. vedendo attribuita ai suoi atti la stessa efficacia esecutiva delle sentenze. Si consentiva al creditore anche un altro rapido espediente per ricordare al debitore. tra l’altro. Tale sviluppo dell’attività notarile ebbe inizio in Toscana. bastando la semplice esecuzione interamente privata del creditore. come ad esempio in Lombardia. nel quale ultimo caso si dava inizio al giudizio di merito sull’effettiva spettanza del diritto di credito in capo al sedicente creditore. che comportava per il debitore l’obbligo dell’adempimento entro un certo termine. in mancanza del quale il creditore era autorizzato a ricorrere all’esecuzione forzata sui beni dell’obbligato senza richiedere un nuovo precetto al giudice. date le peculiarità dell’attività economica della società mercantile toscana che conobbe precocemente le esigenze di un’economia capitalistica e i vantaggi derivanti dallo svolgimento di proficue attività commerciali. nell’ipotesi in cui risultasse abbastanza chiara la favorevole situazione economica della controparte che rendeva ingiustificati atti preventivi di esecuzione. è indubbio che la volontà del governo comunale di riservare a sè l’attuazione delle sentenze risulta già dai più antichi statuti. ad assistere i vincitori dei giudizi anche con l’uso della forza. Nel giuramento che pronunciavano i consoli al momento dell’assunzione della carica essi si obbligavano. ad invitarlo a pagare o a fare opposizione. oppure assegnare i beni direttamente al creditore. richiesto invece senza eccezioni dalla dottrina processualistica. questo intervento. Addirittura in Toscana e in qualche altra regione. la Sardegna e i regni di Napoli e Sicilia. in assenza di compratori. in base alla sola affermazione del creditore dell’esistenza di un diritto di credito. Nel XII secolo l’autorità dei notai era pienamente riconosciuta in tutto il territtorio italiano. essa era per contro avversa alle lungaggini delle procedure giudiziarie e dunque incoraggiata ad investire i notai della stessa autorità delle magistrature giudicanti e a permettere che i loro atti valessero come res iudicata. in ogni caso bisognava far precedere all’esecuzione personale la preventiva esecuzione reale con sequestro dei beni del sospettato. Questo praeceptum executivum sine cognitione causae (appunto perché veniva concesso sulla base della sola richiesta del creditore) fu introdotto nella pratica italiana. Alla presentazione del documento alla scadenza. ci si limitava così ad ammonire l’obbligato. gli obblighi assunti ed invitarlo ad adempierli: si trattava della richiesta rivolta dal creditore al giudice perché emettesse invito al debitore di pagare o di fare opposizione. non era neppure necessario l’intervento del tribunale per dare attuazione ai loro strumenti.debitore della sua onorabilità. su istanza dell’interessato che si rivolgeva ai pubblici ufficiali per ottenerne l’esecuzione immediata alla scadenza del termine indicato. L’opposizione del debitore apriva il giudizio di merito nel quale si accertava il credito in vista del finale adempimento del debito. praeceptum o mandatum de solvendo executivum.d. Nella pratica però la strada da percorrere in questa direzione era ancora lunga. prima della scadenza del termine fissato per l’adempimento. dove i notai godevano di una particolare reputazione. Per quanto invece concerne l’esecuzione di autorità. se in pieno XIV secolo si era ben lontani dal rinunciare del tutto all’iniziativa privata in fase di esecuzione dei giudicati. era imprescindibile soprattutto negli ordinamenti retti da monarchie. I contraenti potevano poi inserire nei loro contratti conclusi davanti ad un notaio il c. che si mantenne anche nei regni romano-germanici.

Qui si ritenne pertanto sufficiente colpire gli insolventi con la c. il bando. si procedeva a pignoramento dei beni mobili che venivano assegnati al creditore. che solo in un momento successivo si sarebbe trasformata in bando se il debitore non avesse obbedito all’ordine di pagamento che accompagnava l’atto di biasimo. I mezzi di esecuzione delle sentenze civili rivestivano dunque. Il blasmato era privato del diritto di ricevere giustizia. A Milano il procedimento del bando apparve eccessivo al legislatore. si disponeva l’immissione nel possesso degli immobili. il bandito per debiti non doveva subire alcuna offesa alla persona. forse per la maggiore vitalità economica che. Pertanto. Gli ufficiali pubblici spesso intervenivano solo in caso di resistenza della controparte che si sottraeva all’esecuzione privata. in sede di contezioso giudiziario si imponeva alle parti il versamento di un certo numero di cauzioni. quia potest propria auctoritate victor ingredi possessionem et sic ipsemet esse potest executor et nuncius in causa propria”. Era dunque questo il primo mezzo di coazione. aveva contraddistinto la città. in una fase iniziale. vale a dire il trasferire al vincitore della lite la cauzione del soccombente. decadendo da quelle già rivestite. Mentre chi subiva bando per la commissione di gravi delitti poteva essere ucciso impunemente da chiunque. così la pressione del giudice sul debitore si manifestava con analoghi atti di devastazione legittimati dall’autorità pubblica. Malgrado simili tolleranze legate all’insufficienza degli organi deputati a coadiuvare le magistrature nel dare attuazione alle loro pronunce. solo decorso questo termine si procedeva all’esecuzione forzata nelle due forme reale e personale. e. Tipico rimedio contro il condannato in sede processuale era. cosicché un inadempimento contrattuale accertato con sentenza definitiva acquistava tutto il disvalore di un reato contro la pubblica autorità: davanti al debitore ribelle o fuggiasco la giustizia del comune cittadino si armava per non apparire impotente e inefficace nella sua funzione di tutelare la pace sociale e l’ordine interno. cioè di riprovazione. appunto. l’intendimento della legislazione italiana fin dal XIII secolo fu di reazione alle forme di esecuzione privata e di esclusione dell’azione dei privati. curatore. al bando. fino a concorrenza della somma a lui spettante. contro il debitore privo di beni. potendo giungere alla distruzione dei beni dell’inadempientee al bando. in mancanza di cose mobili. proveniente dal giudice. con la conseguenza che un’applicazione puntuale dell’esilio per debiti avrebbe causato non pochi problemi alla produttività cittadina. il giudice ordinava l’allontanamento dalla città e dal distretto. là dove l’executio realis non era praticabile. essere notaio. Generalmente. ci si liberava invece dal blasmo se si pagava quanto indicato nella sentenza di condanna. In una prima fase di vita dei comuni l’impiego della forza da parte degli stessi pubblici ufficiali in sede di esecuzione dei giudicati non conosceva limiti di sorta.etiam sine executore. in osservanza di un antico sistema previsto dal diritto romano. i caratteri specifici di una condanna penale. non potendo però ricoprire cariche pubbliche. nota di biasimo (in lingua volgare blasmo). pur non perdendo la capacità di deporre in giudizio come testimone. L’esecuzione era vista come atto dell’autorità che doveva essere disposto dal giudice ed eseguito dai pubblici ufficiali. che consisteva nell’esilio che veniva richiesto dal creditore insoddisfatto che non avesse rinvenuto beni del debitore insolvente coi quali soddisfare il suo credito giudizialmente accertato. L’esecuzione reale era la datio in solutum dei beni del condannato che venivano assegnati al creditore fino al raggiungimento del suo credito ovvero venduti con corresponsione del prezzo alla controparte fino . di essere testimone e di ricoprire cariche pubbliche. Il suo nome era generalmente iscritto in uno speciale liber bannitorum finché il debito non veniva pagato. tutore. si ricorreva come ultima ratio all’arresto personale o.d. insieme ad una multa. sia nell’età romana tardo-imperiale che nel medioevo. Nella perdurante inadempienza del condannato colpito da nota di biasimo. di conseguenza. Chi aveva ottenuto una sentenza di vittoria doveva poi presentarsi davanti al medesimo giudice che l’aveva pronunciata e chiedere che essa fosse mandata ad esecuzione. il giudice intimava così all’avversario di ottemperare a quanto stabilito entro un intervallo di tempo che di solito era fissato dagli statuti a 10 giorni. che costituiva così il primo e principale oggetto dell’esecuzione. somme di denaro a garanzia dell’impegno che veniva con esse assunto di perseverare nel processo iniziato e di rispettare la sentenza. Simili mezzi di coazione corrispondevano a quel livello di violenza che dominava tutta la vita sociale. segnale evidente di impotenza oltre che di inciviltà. politica e privata tardo-medioevale: come gli odi di parte e di fazione si sfogavano nella distruzione delle case degli avversari.

in presenza del pubblico banditore. le spese giudiziarie e le multe dovute per la mancata esecuzione tempestiva della sentenza. e per converso per ridurre al minimo il collasso patrimoniale del debitore. gli animali da lavoro e via dicendo. al fine di conservare le terre e le case nel possesso dei nativi del luogo. Prima di procedere alla vendita all’asta dei beni dell’insolvente. ed adoperandosi affinché tutta la procedura venisse compiuta senza scandalo e disonore per il condannato: il buon nome e la buona fama di un soggetto avevano nella società dell’età intermedia enorme importanza. e gli uni e gli altri godevano pure di un diritto di riduzione del prezzo. escludendo dal pignoramento anche le tegole del tetto. Nei secoli XV e XVI. I mobili che venivano pignorati dovevano essere venduti all’asta. uguale preferenza era accordata ai condomini. si citava il debitore e si bandivano le aste col suono della tromba: gli incanti si tenevano di domenica. gli strumenti di lavoro. La dottrina si ingegnò a trovare ampliamenti e limitazioni. che si svolgeva nella piazza principale. per impedire che il diritto del creditore fosse indebolito dagli stratagemmi posti in atto dall’avversario al fine di prolungare i tempi dell’esecuzione. veniva compiuta la notifica del pignoramento o del sequestro al condannato che poteva evitare la vendita offrendosi di pagare. si raggiunsero notevoli traguardi in direzione della tutela dei creditori ma anche della salvaguardia dei debitori dalla rovina. si passava ai titoli di credito. Se le cose mobili non bastavano a soddisfare il diritto della parte vincitrice. dei quali solo le rendite potevano essere assegnate ai creditori. all’ora dell’uscita dei fedeli dalla messa. il decorso degli interessi e delle penalità di mora fissate dalla legge. i vestiti. ma doveva farsi con l’autorità del giudice. in conformità a quanto sancito in materia anche dal diritto romano: così non erano pignorabili le provviste alimentari. cosicché chi turbava le operazioni incorreva nella confisca di metà delle sue sostanze. Dalle aste erano esclusi i forestieri. equiparandosi addirittura la perdita dell’onore e della dignità alla perdita stessa della vita. decorso il quale il dominio del creditore diveniva irrevocabile. fedecommissari ed enfiteutici e inoltre i benefici ecclesiastici. L’esecuzione iniziava sui beni mobili. il debitore lo faceva contare alla presenza di testimoni e deporre in un sacco sigillato che rimaneva presso il debitore o che veniva depositato nella sacrestia della chiesa fino al ritiro da parte dell’avente diritto: spesso infatti i creditori rifiutavano il pagamento per lucrare le pene stabilite per i casi di mora e gli interessi sul denaro dovuto. vi erano consuetudini secolari che esentavano i beni necessari all’economia familiare ed agraria. poi proseguiva sui crediti e infine si concludeva sugli immobili. davanti alla chiesa. all’esperienza maturata e al progresso della civiltà. se vi era il sospetto che con dolo e malizia avesse nascosto le proprie sostanze per sottrarle al pignoramento: la mancanza o comunque l’insufficienza di libri catastali che rendessero evidenti i beni posseduti da ciascuno nel contesto cittadino rendeva opportuno il ricorso al giuramento. Un sentimento di cortesia voleva poi esentati i doni che la moglie aveva ricevuto il giorno delle nozze. Tale offerta (oblatio) poteva essere verbale (con assunzione formale dell’impegno di pagare) o reale. le imposte delle finestre. il letto. Se il creditore si rifiutava di ricevere il denaro. ma prima si invitava il debitore a giurare ad purgationem. oppure in giorno di mercato.all’estinzione del debito. in denaro contante. le armi e i cavalli dei soldati. in caso contrario gli si assegnavano in solutum tanti beni quanti erano sufficienti al pagamento del debito e la controparte aveva un anno di tempo per riscattarli. grazie ai contributi della dottrina giuridica. . le coperte. in giorni di mercato. gli utensili domestici. Se l’asta andava a buon fine si corrispondeva il ricavato al creditore. Al momento della vendita giudiziaria dei beni del condannato era ammesso il diritto di prelazione in favore dei parenti del debitore insolvente. i libri di dottori e studenti. col prezzo della vendita si pagavano i debiti. Fatto il sequestro si nominava un custode. purché non ne venisse danneggiato il creditore. Riguardo ai beni mobili. mentre l’offerta reale liberava del tutto il debitore. limitandoli comunque allo stretto necessario per evitare un ingiustificato arricchimento del creditore. Non erano soggetti ad espropriazione i beni feudali. cioè cum consignatione (con pagamento di quanto dovuto). la prima aveva l’effetto di impedire il pignoramento. Nell’esecuzione immobiliare la procedura era più lunga e complessa e iniziava con l’affissione dello stemma pubblico sugli edifici che si intendevano sequestrare. Essa non si rivolgeva indistintamente a tutti i beni del debitore né si compiva necessariamente in un’unica soluzione: il giudice doveva a questo riguardo regolarsi in base al proprio arbitrio e lasciare al debitore di indicare i beni da dare in solutum.

In linea di principio la detenzione doveva essere sofferta nelle carceri pubbliche. intimandogli di presentarsi in tribunale e di pagare il suo debito. sulla base del principio che tutte le ricchezze non valgono quanto la dignità di un essere umano. nei giorni di festa e dopo il suono del coprifuoco. i genitori per i debiti dei figli. che preferivano in genere infliggere pene corporali e pecuniarie piuttosto che detentive. tale sistema.Quando non vi erano beni del debitore. nelle abitazioni private. in una prima fase di vita comunale in cui vi era ancora ampio spazio per la vendetta privata. pertanto. ma per costringere il debitore al pagamento. che gli fu proprio fino a quando l’arresto per debiti non venne definitivamente abolito. oltre che per i condannati per reati. di autentica origine barbarica. i minori di 18 anni. il creditore poteva rivalersi sulla sua persona. L’arresto era vietato per i piccoli debiti e ne andavano esenti i nobili. i pubblici funzionari. Tuttavia i comuni. almeno nei primi tempi. Per esempio era invalsa nell’uso di molte località italiane la pratica di chiudere dall’esterno le porte delle case dei debitori condannati. La Chiesa fu invece sempre contraria all’arresto per debiti. dichiarate libere e immuni -. si può facilmente immaginare quanto e come i creditori inveissero contro il debitore vivo ma insolvente. erano state sciolte da ogni vincolo verso il signore. L’arresto veniva così ordinato dal giudice ed eseguito dal messo pubblico dopo che si era constatata la nullatenenza del debitore. con danni incalcolabili per le persone che vi abitavano. La stessa circostanza che il creditore era tenuto a somministrare il vitto al debitore carcerato conferma il carattere cauzionale di tale detenzione. Il tocco si introdusse nella prassi fiorentina nel 1474 e consisteva nell’incarico dato dal giudice al messo pubblico di toccare appunto con un’asticella il debitore contro cui era stata pronunciata sentenza di condanna. i dottori. non ammettendo che venisse molestata la persona per pretese connesse a beni materiali. benché spesso il creditore fosse tenuto ad assumersi le spese di mantenimento del debitore in carcere. vi furono pretese persino sul cadavere del debitore da parte del creditore insoddisfatto che pretendeva di esercitare così una sorta di sequestro giudiziario. se non fosse stata frenata dal timore della peste. Se non si rispettavano i morti. chiamato dai giuristi tactus o captura verbalis. considerate luoghi inviolabili al pari degli edifici di culto. dunque come mezzo di coazione piuttosto che come strumento di punizione. vi erano poi le peculiari consuetudini locali.d. costrette ad abbandonare le loro case e i loro averi. i cristiani per un debito contratto con un ebreo. Da quel momento le carceri pubbliche si aprirono anche per i debitori. Nell’altomedioevo. L’arresto non era inflitto a scopo di pena. e l’esecuzione personale divenne competenza esclusiva della pubblica autorità. Mentre in un primo tempo era facoltà del creditore scegliere tra esecuzione sui beni e esecuzione sulla persona del debitore. con l’avvento dei comuni. osteggiato tanto dai civilisti quanto dai canonisti. gli anziani oltre i 70. secondo una pratica ereditata dal mondo romano. anno di abolizione del carcere per debiti. borghi franchi .terre originariamente feudali che. in seguito tramontò per dare luogo all’altro del carattere meramente sussidiario dell’arresto. le donne oneste. per non aggravare il bilancio dello stato col mantenimento dei carcerati. Spesso ai debitori ricercati veniva concesso asilo nei c. Il tocco faceva dunque le veci dell’arresto. cominciandosi solo dal tardo XIII secolo a comminarsi pene contro chi deteneva qualcuno contro la sua volontà. invece. come ad esempio quella fiorentina del “tocco”. da praticarsi solo in mancanza di beni del debitore. non era ancora del tutto svanita in pieno Trecento – tanto che ne parlano non solo i novellieri ma anche i commentatori civilisti e canonisti -. oppure nelle città se debitori forestieri. fino a tutto il Duecento. Alle vendette private le leggi sostituirono il diritto del creditore di fare incarcerare il debitore insolvente e tale sistema prevalse in Italia e durò fino al 1876. in reazione a consuetudini evidentemente non infrequenti. impedendo così a chi era dentro di uscire e a chi ne era rimasto fuori di entrare. in pochi casi aprivano le carceri quale luogo di pena. se . Accanto alle regole comuni in materia di esecuzione personale. il quale faceva in ogni caso riferimento al debitore vivo. del resto esso andava spesso a tutto vantaggio del debitore che si sottraeva così alle molestie anche più gravi minacciate dal creditore. e sarebbe stata accolta nella prassi in misura ancora maggiore. Non si poteva procedere all’arresto in chiesa. tale offesa al morto e alla sua famiglia. Questo uso era abbondantemente diffuso soprattutto in Toscana e in Lombardia. non si concedevano le prigioni per la custodia dei debitori i quali rimanevano così in balia dei creditori e dell’esercizio del carcere privato.

costretto a subire gli insulti e la derisione dei presenti. toccatori non dovessero entrare nelle abitazioni private. facendo mostra di sè per un’intera giornata. tempo ridotto a 6 mesi in caso di assoluta povertà. una volta accertato che l’insolvenza era dovuta a cause indipendenti dalla volontà del debitore. il debitore si liberava della sue pendenze con una cerimonia pubblica offensiva nei riguardi di chi la subiva e spettacolo ridicolo per il pubblico che assisteva. una volta scontata la pena del carcere. Dopodiché veniva bollato come infame a vita e costretto ad indossare un apposito copricapo. Per porre fine alla carcerazione il debitore non in grado di pagare era tenuto a sottoporsi ad un particolare rituale che consisteva nello spogliarsi dei suoi pochi beni. in seguito al fallimento della sua attività. negli alberghi e in generale in tutti i luoghi pubblici. e sul banchiere che doveva avere sempre denaro disponibile: in caso contrario si presumeva la frode e si procedeva immediatamente al sequestro dei beni e all’arresto personale come misure preventive e conservative. macchiava il buon nome e l’alta considerazione della categoria. E’ certo che alcune espressioni entrate nel linguaggio comune. che veniva esercitata sia nel contesto europeo che in direzione dell’Oriente. era riguardata quasi come un ufficio pubblico. se pure tardivo. il dolo era presunto fino a prova contraria. vi era la berlina. si apriva poi un giudizio sommario per verificare la sua condizione economica presente ed anteriore. dal momento che non era stato in grado di pagare adeguatamente il creditore. come ridursi in camicia o ridursi al verde (dal colore dei cappelli che coloro che avevano fatto cessione erano tenuti ad indossare) derivano proprio da queste formalità. Il . infine coi suoi beni si tacitavano i creditori. ai debitori del fisco. i quali dovevano inesorabilmente subire il carcere. Il diritto comunale era del resto piuttosto propenso a fare largo uso di pene ignominiose e infamanti. molto economiche per le casse dello stato e. così da indurre i cittadini dal guardarsi dall’instaurare rapporti giuridici con quei soggetti che venivano appositamente segnati con abbigliamenti riconoscibili. per sottrarli ad una carcerazione che altrimenti sarebbe stata definitiva. ai giocatori d’azzardo. nelle botteghe. speciale segno distintivo dei debitori cedenti che se ne liberavano solo pagando il proprio debito al creditore. data l’elevatissima importanza del buon nome e della dignità personale nella vita sociale dell’epoca. accertata l’insolvenza. L’attività mercantile. ove comunque non rimaneva mai più di un anno. Il mercante fallito incorreva fin dai primi tempi del comune in pene particolarmente severe. La cessione era un estremo rimedio per i poveri. L’avvenuto pagamento. Nacque dunque il procedimento di esecuzione fallimentare. La severità di tutta la procedura si spiega con l’alto senso di responsabilità che incombeva sul commerciante che doveva possedere sostanze sufficienti per far fronte ai suoi impegni. in considerazione del peculiare rilievo sociale ed economico che rivestiva l’attività commerciale nelle rifiorite realtà cittadine. liberava in ogni caso il debitore dal carcere. fino a rimanere coi soli vestiti strettamente necessari. infatti. esposto alla derisione della cittadinanza convocata col suono delle campane. gli si chiudeva la bottega e lo si cancellava dalla corporazione. giudizio nel quale poteva essere applicata anche la tortura per costringere il fallito a rivelare quali beni avesse sottratto e nascosto: contro il fallito. Si disponeva inoltre negli statuti che i c. di origine romanistica. si procedeva alla vera e propria cattura. presentandosi quasi nudo (con indosso solo una camicia) e scalzo nella pubblica piazza. cui si doveva accompagnare una corrispondente severità nei confronti di chi aveva l’onore di appartenere alle superiori corporazioni dei mercanti e dei banchieri e che. per questa ragione non la si accordava ai mercanti falliti. Il povero che non era dunque in grado di pagare. Era invece di diversa natura il regime punitivo cui veniva sottoposto il commerciante fallito. condannandolo al carcere o all’esilio e in certi casi perfino alla pena capitale. di maggiore efficacia dissuasiva rispetto ad altre pene afflittive. reputate luoghi inviolabili al pari delle chiese. In alcune città. ai dilapidatori dolosi. Tale usanza fu abolita nel 1778. tanto era elevata la reputazione dei mercanti. seduto su di una pietra posta al centro della piazza. a quei tempi. in cui l’insolvente doveva ‘cedere’ tutto ciò che aveva. mentre potevano recarsi nelle scuole. cioè l’obbligo di indossare un cappello verde per tutta la vita.il debitore ciononostante non si presentava o non pagava. generalmente verde. Con la cessio bonorum. la cui legge comunale più antica è quella senese del 1180. rispondeva del suo debito rinunciando pubblicamente alla sua dignità. Il fine di queste pratiche era di manifestare in modo popolare e chiaramente visibile a tutti chi si era comportato da pessimo debitore.d.

Nello stesso tempo la gravità delle sanzioni e l’illogicità delle procedure erano comunque attenuate e in parte neutralizzate dalla frequente applicazione di pene straordinarie ridotte. nel passato e fino alla vigilia del XIX secolo. arbitrariamente applicate. fosse colpito il debitore nella sua persona con sanzioni penali. Ma pur tenuto conto di tali circostanze. certamente il più idoneo strumento al servizio di una vera giustizia la cui realizzazione fu sempre avvertita come precipuo interesse pubblico. è vero d’altra parte che gli eccessi.procedimento contro il fallito aveva dunque carattere rigorosamente penale. è certo che il procedimento criminale era viziato nelle direttive essenziali e aveva fortemente bisogno di riforme radicali. ad arbitrio del giudice. che pure non mancarono. una volta liquidato il patrimonio. affidata ad una classe di giudici sempre riguardati come primi funzionari dello stato e circondati in ogni epoca della più alta considerazione. irreparabili. In realtà anche in questa valutazione c’è molta esagerazione.di genuina creazione dottrinale sulla base di pochi e superati principi romanistici si svolgeva davanti ai tribunali della mercanzia ed aveva come primo obiettivo quello di salvare il patrimonio del fallito nell’interesse dei creditori. la tutela dei diritti fosse molto labile e che gli ordinamenti giudiziari subissero potentemente la pressione degli interessi politici non resiste di fronte ad una serena riflessione. con un’inquisizione fondata principalmente sulla tortura giudiziaria e che limitava la difesa dell’accusato e lo condannava senza che conoscesse i motivi della sentenza. rispetto alle ordinarie previste dalle nrme giuridiche. . con pene esagerate. La negazione di tutti quei principi di diritto naturale che sembrano oggi così elementari e scontati ma che sono trionfati solo dopo secoli e sforzi di illuminati pensatori finiva col coinvolgere in un giudizio di valore fortemente negativo tutta la giustizia. CONCLUSIONE Il pregiudizio che in Italia. Tutta la procedura . L’origine di siffatto preconcetto e la sua persistenza nel tempo erano specialmente dovuti al carattere assunto dal procedimento criminale basato sul principio della vendetta pubblica e del terrore. erano determinati dalla accesa lotta contro la grande criminalità e dalla debolezza dei pubblici poteri nella repressione. specchio com’era della civiltà italiana che lo rese se non il più agile. Tanta severità di giudizio non si può invece rivolgere al processo civile che ebbe sì difetti di forma ma non di sostanza. affinché.