Marco Gava

Otto giorni e mezzo
Diario di produzione di “L’amore. quasi. (oppure no)”

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Dedico questo libro a Barbara e a chi, come lei, ha imparato a guardare la vita attraverso un biscotto.

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“Girls in white dresses with blue satin sashes Snowflakes that stay on my nose and eyelashes Silver-white winters that melt into springs These are a few of my favourite things” John Coltrane “Il diario è l‟ancora che raspa contro il fondo del quotidiano e si aggancia alle asperità della vanità. […] C‟è, nel diario, la felice compensazione reciproca di una duplice nullità. Chi non fa niente della sua vita scrive che non fa niente, e così si trova di fronte ugualmente a qualcosa di fatto” Maurice Blanchot, Il libro a venire

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PROLOGO

Esattamente come il prologo di un libro è la prova generale di un film. Alla fine, quasi sempre, ti convinci a leggerlo. Distrattamente, inevitabilmente. E altrettanto inevitabilmente ti penti di aver pensato che fosse una perdita di tempo. Perché capisci che il prologo è il vero inizio del libro. Così sono le nostre prove generali. Chiaro: non si gira. E‟ oggi che si crea davvero: si sistemano le imperfezioni, le sbavature… e quando queste ostinatamente rimangono, allora si cerca di trasformarle in normalità. Il piccolo errore in funzione della normalità. Bella questa. Chissà cosa vuol dire… Sorvolando in ogni caso sulla filosofia spicciola, questa mattina è iniziato il nostro prologo. Proveremo una buona parte delle scene del film con tutti gli attori. Per fare questo ci siamo trovati alle nove e un quarto al Politeama di Fano. E‟ un cinema. Uno di quelli mitici. Quelli che sono sempre stati lì. Ed è bellissimo stare al cinema per non vedere un film. Oggi qui si fa un film. Domani si girerà, ma oggi si fa. Scusate se è poco. Prima di entrare nella sala cinematografica vera e propria , dove si proverà, ci fermiamo tutti al bar per le colazioni e le presentazioni. A dirla tutta, all‟ora dell‟appuntamento non ci siamo tutti: io arrivo e trovo già Sebastiano Rizzo (l‟uomo della coppia) e Luca Caprara che parlottano. Luca, che è appena arrivato, ha la tipica aria del produttore esecutivo: raccoglitore ad anelli sotto braccio, cappuccino da sorseggiare rigorosamente durante la lettura di un giornale che in questo caso è “La gazzetta dello Sport” e atteggiamento di chi spera che vada tutto bene. Insomma, siamo solo in tre, ma si sente che c‟è, non voglio dire tensione, ma un certo senso di attesa. Sappiamo che la giornata sarà breve e il da fare tanto ed è sempre meglio portarsi avanti col lavoro. Evidentemente, non siamo solo noi a pensarla così, infatti, iniziano ad arrivare gli attori e i ragazzi dello staff. Per prima arriva Giorgia Scatasta (Onelia) che vaga disperata alla ricerca di una sigaretta. Quando la commessa del bar gli fa notare che c‟è un tabacchi proprio là di fronte, lei la vorrebbe baciare ma si astiene… peccato: mi sarebbe piaciuto poterlo scrivere…
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Dopo pochi secondi arriva anche Ploto (non c‟è niente da fare: non ci riesco proprio a scrivere Andrea Lodovichetti… è Ploto!), il regista. Sembra più attivo che mai e anche lui si fionda alla ricerca di un pacchetto di sigarette nello stesso bar che era stato la salvezza di Giorgia. Aspettando gli altri attori sfogliamo i giornali e mentre Ploto scopre su “Il resto del Carlino” un interessante articolo che parla del film, io mi dedico a letture „impegnate‟. Apprendo, infatti, dal quotidiano che ho per le mani (per non far nomi “Il corriere della sera”), quella che è la notizia più importante finora giuntaci dal festival del cinema di Venezia: pare che la cagnolina di Stefano Accorsi abbia avuto un flirt con un bastardino del Lido. Lascio immaginare lo sgomento che immediatamente, al diffondersi della notizia tra i ragazzi, si è creato: Roby Cardinali (backstage), arrivata nel frattempo, non ha nascosto le lacrime, dicendo che in occasioni funeste come queste non si possono ostacolare le proprie emozioni. Nessun bastardino merita la stima, né tanto meno l‟affetto della cagnolina di Stefano Accorsi. Ploto, con fare da vero gentleman, pronuncia per noi, affranto popolo cine/cinofilo, parole di conforto esortandoci a girar pagina e a guardare avanti. Intanto, ignari della notizia, sono arrivati tutti quelli che mancavano all‟appello, almeno per oggi: Pia Punzo (la portinaia), Ursula Iannone (la donna della coppia), Claudio Alfredo Alfonsi (lo psicanalista), Alessandra Faiella (Laura), Francesco Belfiori (lo sceneggiatore) ed Henry Secchiaroli (il direttore della fotografia). Siamo tutti pronti, finalmente. Si può cominciare. E si comincia. Ci trasferiamo nella sala vera e propria dove Ploto, Henry e Roby hanno allestito il minimo indispensabile per le prove: un faretto che contribuisce non poco all‟innalzamento delle temperatura corporea degli attori; un monitor con collegata una telecamera e la stessa Roby che si aggira felina tra tutti noi e fa riprese per il backstage. La prima scena che proviamo è la visita di Laura da Onelia, la strampalata cartomante. La cosa più bella di una prova è vedere la sceneggiatura che prende vita. Tutto quello che fino a ieri era stato solo inchiostro nero su un foglio, adesso diventa una situazione pseudo-reale. Giorgia ed Alessandra iniziano con una rispettosa lettura della scena. Sembra quasi che abbiano un po‟ paura di tradire il copione, di farlo proprio. Ma ogni volta che ripetono la scena si vede che si sciolgono, la voce prende sicurezza, i gesti si fanno decisi e la situazione prende vita dalla carta. Ora sono loro che dominano la sceneggiatura.

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E allora vedi Onelia che assume la sua caratteristica vena di cattiveria mentre entra e vola nel bosco preannunciando la solitudine per Laura, e Laura che cammina in bilico tra le sue insicurezze che si concretizzano in repentini ma comunque fluidi cambiamenti d‟umore. Ogni volta che si ricomincia, c‟è sempre un botta e risposta di improvvisazioni strepitoso che trasforma il copione quasi in un canovaccio e che trasforma quello che stiamo facendo. Da cinema a teatro. Profumo di commedia dell‟arte. E poi c‟è la quarta prova. Quella in cui nessuno ha più visto Alessandra o Giorgia. Sul palco c‟erano solo una donna nevrotica che sembrava uscita da “Io e Annie “ di Woody Allen ed una cartomante presa pari pari da Rete Capri e sfuggita agli arresti domiciliari solo per merito di un buon avvocato e di un rotocalco rosa. Serrato di battute davanti agli occhi di Ploto, visibilmente in sollucchero, che danzava come un pipistrello con in bocca un angolo della sceneggiatura. Ci sono state altre due prove, poi, nessuna si è più nemmeno avvicinata all‟intensità di questa. E‟ inevitabile che dopo il picco ascendente, si torni giù. Mica tanto. Quel tanto che basta a non essere eccessivi. Intanto poco dietro di me sono arrivati i costumisti, Jean Claude Poderini e Michela Ricci, stracarichi di borse, borsette , borsettine, sacchi e quant‟altro. Ogni tanto sequestrano un attore e gli fanno provare un po‟ di costumi. Si vede che si divertono… La prima a finire nelle loro mani è Giorgia, la cui vestizione sembra lunga e laboriosa. Pare infatti che la nostra Onelia sarà bardata di tutto punto come Cloris Brosca con tanto di cavigliere e bracciali che appena si muove fanno un rumore del diavolo e che secondo Francesco non saranno affatto graditi dal fonico di presa diretta. L‟effetto, però, è suggestivo e nonostante qualche piccolo difetto che Jean Claude e Michela ritengono indispensabile correggere e che io nella mia abissale ignoranza in materia di abiti e sartoria non avevo nemmeno notato, funziona. Liberata Giorgia, ora tocca a Pia per la quale le cose sono molto più semplici: una semplice divisa da portinaia e cioè, perdonatemi lo scivolone nel dialetto, „zinalon‟ e „grembiul‟ che indossa con disinvoltura e che la fanno entrare perfettamente nella parte. Proprio mentre Alessandra scende dal palco, i due costumisti la prelevano e sottopongono anche lei a diverse prove.

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Iniziano con un vestitino rosa attillato con un fiocco sul davanti che secondo me, se posso dir la mia, è… non brutto, ma parecchio di più… ma che viene ravvivato dal modo spiritosissimo di Alessandra di portarlo. La sfilata prosegue poi con il vestito da sposa con il quale Alessandra si esibisce in una corsa in mezzo al Politeama cercando la maniera migliore di ripetere poi la scena in spiaggia senza cadere intrappolata nelle maglie del proprio abito. Le prove dei costumi non si fermano quasi mai per tutta la mattinata e appena gli attori hanno un momento libero, eccoli a cambiarsi d‟abito e accessori cento volte e anche un po‟ a pavoneggiarsi… (stavo per scrivere “pavoneggiarsi come struzzi”, poi mi son reso conto che forse non dovevo bere tutto quel vino prima di mettermi a scrivere, ma si sa, come insegna il sommo poeta dialettale Giacomo Gabbianelli: “costo a me c‟è il fiasco pino / perché a me un bicchier di vino / mi fa scriver più migliore”…). Non bisogna però dimenticare chi sta ancora sul palco a provare e riprovare: ci sono Alessandra e Claudio per la scena dell‟ingesso di Laura nello studio dello psicanalista. C‟è una battuta che Alessandra non riesce mai a ricordarsi e per questo spesso si ricomincia ma alla fine si riesce a raggiungere una bella intesa e il ritmo giusto arriva. Claudio è un perfetto analista freudian-naturalista. Instilla il dubbio nello spettatore che quello che avrebbe bisogno della psicanalisi sarebbe proprio lui. E forse, chissà, vorrebbe essere curato proprio dal busto di Freud a cui si rivolge con insistenza mentre parla con Laura. Alessandra sprofonda ancora di più nell‟allegro terrore di diventare davvero pazza, a tal punto che non c‟è bisogno di sottolinearlo a parole: via quella battuta dal copione, le espressioni dicono molto di più. Ad un certo momento c‟è chi fa notare che il ritmo potrebbe essere migliore…. Ci siamo quasi ma con qualche ritocco si arriverebbe più avanti… Francesco, Ploto, Alessandra e Claudio prendono in mano il copione, Ploto lo mette in bocca e sbircia in quello di Alessandra: tempesta di cervelli. Alla fine provano a portare un po‟ di disordine nelle battute dello psicanalista: le tagliano e poi le rimettono insieme in modo differente. Finalmente è la volta buona: ora tutto è fluido e gira bene… Le pause hanno trovato il loro posto e il discorso scorre proprio bene con un ritmo più serrato. Sì, a posto. Per il momento si decide di provare il convivio finale con la coppia e lo psicanalista che, come l‟angelo e il diavolo nei cartoni animati di gatto Silvestro, stanno vicino a Laura e litigano perché hanno opinioni diverse su quale decisione lei debba prendere:

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restare single o farsi sposare dall‟uomo più ricco della città, ovvero il suo fidanzato Pierre. Le prime prove sono indubbiamente professionali, gli attori sanno perfettamente cosa dire, però manca la verve di una vera litigata: la coppia e lo psicanalista devono arrabbiarsi l‟uno con l‟altro perché Laura segua i loro consigli, ma in realtà ne approfittano per tirare in ballo qualunque pretesto buono per azzannarsi su questioni personali; si accusano di tutti quei piccoli screzi che avvengono all‟interno di un condominio come la polvere dei tappeti e l‟acqua dei fiori che finiscono sempre nei terrazzi altrui… Nelle prime prove manca l‟immedesimazione totale, manca quel sano odio che generalmente c‟è tra vicini di casa, infatti quando Claudio ha la bellissima idea di abbandonare la compostezza del suo analista Freudian-naturalista, tutto il meccanismo si sblocca e la rabbia comincia a montare davvero. I tre iniziano a guardarsi sinceramente in cagnesco e a rinfacciarsi con passione le battute del copione, mentre da dietro Ploto continua a farli spostare alla disperata ricerca di una disposizione spaziale che non sia troppo teatrale (mica facile, del resto, stiamo provando in un teatro…). A forza di provare, però, iniziamo a perdere la cognizione del tempo e quella che, nel pieno stile Lodovichetti, doveva essere “L‟ultima prova al volo prima di andare a mangiare” sta andando avanti ormai da più di mezz‟ora: evidentemente, però, negli attori comincia a farsi sentire una certa stanchezza e nemmeno a farlo apposta (o forse si… chi lo sa che non si siano messi d‟accordo… un boicottaggio…), tutti insieme, all‟una e trentacinque circa, iniziano ad avere qualche black out mentale e a dimenticarsi pezzi di copione. Vedendo ciò, forse impietosito e forse un po‟ stanco anche lui, il capo decide di smettere, tornare ancora un attimo sullo studio dello psicanalista e poi di andare davvero a mangiare: stavolta è di parola. Il motivo principale per cui ancora quella scena non gli va a genio è che non si riesce a capire quando Laura deve consegnare all‟analista il mazzetto di asparagi, visto che generalmente Alessandra finisce di recitare giocherellando in tutta tranquillità con l‟ortaggio che ha in mano. Questa prova, comunque, evidenzia anche che forse con qualche piccolo cambiamento di tono, il tutto potrebbe essere molto più divertente. A dimostrazione di questa tesi, quando Claudio prova ad aggiungere alla sua interpretazione un pizzico di quello che lui definisce “stile da integerrimo professionista”, io inizio a ridere di gusto, perché le espressioni che riesce a impostare con quel suo viso gommoso sono davvero irresistibili… Visti i risultati di quest‟ultima fatica, Ploto dichiara la pausa pranzo e ci informa che le prove proseguiranno nel pomeriggio nell‟ufficio della Lo.Be.Ca. film. Alla fine di queste, l‟appuntamento è al “Caffè del pasticcere” per la conferenza stampa di presentazione.
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LA CONFERENZA STAMPA Quando arrivo al locale dove ci siamo dati appuntamento, non riesco a fare a meno di notare che non riuscirò mai a vincere la mia abitudine di arrivare con almeno venti minuti d‟anticipo e sentirmi comunque in ritardo. Nell‟attesa mi siedo ad un tavolo, ordino un succo all‟ananas e approfitto per guardarmi intorno: la saletta per le conferenze è già pronta. C‟è il tipico tavolo da conferenza stampa con un mazzo di fiori che nessuno riuscirà mai a capire se veri o finti, tre bottiglie d‟acqua (Sempre tre… congresso di politici scalmanati e sudati… solo tre bottiglie d‟acqua…) e un microfono, come se ci fosse qualcosa di serio da dire (mah… io questa la taglierei…!)!!!!! Scherzi a parte, sono già pronte le sedie per i giornalisti e gli attori. Dopo pochi minuti dal mio arrivo, vedo fuori dal vetro Ploto, anche lui notoriamente affetto da quella piacevole malattia che è l‟“anticipite cronica” all‟ultimo stadio. Arrivano poi anche Luca e Checco con le cartelline stampa per i giornalisti contenenti i vari curricula, la scheda del film e un pass. A proposito di queste cartelline, voglio spendere due paroline: eh si, perché anche se Henry dice (e io non lo metto in dubbio) che per farle gli ci saranno voluti si e non dieci secondi, bisogna dire che fanno proprio la loro bella figura… Nel frattempo, mentre io sbircio dentro una di queste per vedere che cosa c‟è di bello dentro, la saletta inizia a riempirsi di giornalisti e dei ragazzi dello staff tecnico che cercano di prendere un posto buono (i posti in realtà sono tutti buoni, visto che la saletta è molto piccola…ma ognuno comunque cerca di leggere il libro del tornaconto e di evitare di ritrovarsi davanti il classico giocatore di pallacanestro di due metri e novantacinque proprio davanti… cosa che di solito capita con matematica regolarità al cinema anche se in sala ci sono solo due persone…). Il problema, però è che i posti davanti che sono riservati per i giornalisti (non è che sono proprio riservati, ma la logica impone che loro stiano il più avanti possibile, no?) sono occupati da persone che tutto sono fuorché giornalisti! Generalmente sono curiosi, o clienti del bar che approfittano della situazione per passare un po‟ di tempo in modo diverso dal solito. Proprio per cercare di liberare questi posti, Valentina Butera (l‟addetta stampa) gira per la stanza come una trottola e con tutta la gentilezza del mondo continua a chiedere alla gente di spostarsi. Qui va un grazie a tutte le persone che hanno capito subito, hanno chiesto scusa e si sono alzate. Di contro, non ricordo nessuno che abbia opposto resistenza! Ma allora tutto questo paragrafo che scopo ha di esistere??? Beh, se non c‟è altro mi pare proprio che si possa iniziare… E infatti si inizia.
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Il primo a prendere la parola è Luca, che per prima cosa fa un‟introduzione generale del discorso e si affretta a ricordare che il progetto è patrocinato dal Comune di Fano e finanziato da “Marina dei Cesari” (sploing bloing… leggasi come: sviolinata) dopo di che passa il microfono ad Alessandra Faiella, cui spetta il non facile compito di spiegare, senza però svelare nulla, la trama del film: sarà un momento epico. Anche il più grande scrittore esistito sulla faccia della terra, non riuscirebbe a scrivere, quanto il discorso di Alessandra sia strampalato, difficile da seguire e proprio per questo divertentissimo: parte in sordina, sembra avere le idee chiare e precise, ma quando il racconto entra nel vivo, la vediamo partire per la tangente e iniziare ad arrampicarsi sugli specchi scivolando rovinosamente nel tentativo di districarsi tra cartomanti (che non doveva nemmeno menzionare!), maggiordomi vestiti da mocio Vileda ed amiche vipere. Quando alla fine passa il microfono a Ploto, praticamente implorandolo di aiutarla, lui, divertito, non può fare a meno di dire “Signore e signori: Laura!”. E l‟applauso è immediato. La conferenza continua con gli interventi di diverse personalità politiche e non, tutti contenenti i migliori auguri perché il nostro lavoro prosegua nel migliore dei modi: sentitamente ringraziamo. Due in particolare sono gli interventi che mi hanno colpito: uno è quello di un giornalista che fa notare, essendo… no, non lo scrivo così… voglio provare a far uno sforzo e ricordarmi le sue parole: “Probabilmente questo che scriverò sarà l‟ultimo articolo su Ploto e Checco e Luca che scriverò, non perché io voglia cambiare mestiere, ma perché probabilmente, dopo questo lavoro, saranno loro ad approdare a nuovi porti, irraggiungibili da me. Spetterà a qualcun altro recensire i loro lavori. Ma finchè sono qui, mi ostinerò a dire che il film verrà girato in LUOGHI. LUOGHI. E non LOCATIONS. Non cediamo all‟esterofilia anche noi!” C‟è chi applaude e chi ride, ma generalmente l‟aria è di piena condivisione e anche i tre signori seduti laggiù al tavolo coi fiori misteriosi e le tre bottiglie d‟acqua sorridono. Il secondo intervento, invece, è forse l‟unico un po‟ pepato di tutta la conferenza. Non critico. O forse si, ma comunque in maniera costruttiva. Viene dal padre di Ploto, il quale non si lancia in una spassionata lode del figlio, ma molto lucidamente invita i fanesi, ma soprattutto i fanesi che hanno aiutato noi, a non dimenticarsi che nella nostra città non ci sono solo questi ragazzi a fare cinema: “Cerchiamo di tenere presente, che molti altri hanno imboccato la stessa strada e che non bisogna pensare che siano meno bravi di Ploto, Checco e Luca.” Il primo ad applaudire con foga è proprio il figlio.

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Visto che sembra che i giornalisti non abbiano più molte domande, Checco, cerca di alleggerire l‟aria dando i numeri della pre-produzione, ovvero i consumi di farmaci e veleni vari in tre mesi di lavoro: - 12347 sigarette - 12 casse di Maalox - infinite notti in bianco - innuemerevoli litri di Borghetti (suggerisce il padre di Ploto…) Sembra proprio che le parole da dire, o almeno quelle decise, siano già state spese… Nessuno chiede più se ci sono altre domande per timore che la risposta sia “Quando avete intenzione di scoperchiare il buffet, che è da oggi che non mangio!?” La conferenza è finita. Quindi si può cominciare a mangiare e nessuno se lo fa dire due volte: si avventano tutti sui vassoi come uno sciame di locuste su un campo di grano. Forse però questo, nella versione pubblica, sarà meglio farlo passare come uno scherzo… Anche se a me piacerebbe sapere quanti dei giornalisti presenti usciranno davvero con un articolo e quanti , invece, avranno solo scroccato una cena con le migliori pizzette farcite di tutta Fano (e suggerirei, di tutto l‟universo conosciuto…).

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IL PRIMO GIORNO La Maison Coloniale Manca più di un quarto d‟ora alle otto, ora dell‟appuntamento ma io sono già piantato davanti ai cancelli di un posto che per quattro anni, uscendo ogni giorno da scuola mi son ritrovato davanti, senza mai capire cosa fosse. C‟è un gran cartello con scritto “La maison coloniale”, non mi ero mai curato di avvicinarmi per vedere meglio… Beh, per chi come me avesse passato anni senza sapere cosa pubblicizzava quel cartello, ve lo dico io: è un negozio di arredamento. Ma non un negozio di arredamento come tutti gli altri dove generalmente tu entri, guardi in giro e dici “Ah, bello questo tavolo: chissà quanto costa?” e ti si avventa addosso un avvoltoio che ti vende una cucina componibile da 185 pezzi senza nemmeno che tu te ne accorga. Questo è un negozio di tipo “Terzo mondo a ingresso libero”… che poi vorrebbe dire che tu entri e dici “Guardaaaaa!!! Tutte le cosine dei paesi lontani che non costano un cazzo!!!” e nessuno ti si avvicina nemmeno…. poi quando arrivi alla cassa e ti dicono il prezzo, nel terzo mondo ci finisci tu a prepararti la colazione col latte in polvere diluito nell‟acqua piovana. Non divaghiamo! Sono qui davanti al cancello e per ingannare il tempo e darmi un‟aria da “ingliscmen” leggo un giornale che mi sono previdentemente comprato. Come è logico quando si inizia a fare qualcosa di nuovo, c‟è sempre un po‟ di emozione e a dirla tutta il giornale non lo leggo nemmeno: lo sfoglio distrattamente modulando le espressioni in base al numero della pagina, assumo un faccione sconsolato quando arrivo alla pagina della politica interna (tanto anche se non leggo Berlusconi avrà fatto una buscherata nuova!), sbircio se negli spettacoli qualcuno parla di noi (stamattina no…) e guardo le figure… Proprio quando decido di mettermi di buzzo buono a leggere un articolo che mi pare interessante, ecco che mi ritrovo in fondo senza averci capito niente perché tanto ho la mente troppo occupata da altri pensieri… tanto vale mettere il giornale nello zaino e lasciarlo per tempi migliori! Stamattina ci aspetta la scena della telefonata iniziale tra Laura ed Anna nella quale Laura è agitatissima perché ha appena ascoltato il messaggio di Pierre in segreteria: ci saranno Alessandra Faiella e Marina de Juli a recitare i due ruoli,. Pochi minuti dopo di me, a cavallo di una delle tante ragioni per cui lo ammiro moltissimo e cioè una Ducati Monster 600 rossa, arriva anche Ploto. Ha l‟aria rilassata di chi la notte precedente ha dormito come un bambino. Scendendo, infatti, dalla moto si stiracchia e mi chiede se ho dormito bene anche io. La risposta è ampiamente negativa visto che la notte scorsa ho avuto mille pensieri per la testa (Se becco quello che ha inventato gli Sms, giuro che lo eviro… ti incasinano la vita in maniera impressionante!) e in più il vento, per ore ha fatto
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sbattere la cassetta della posta della mia vicina di casa (didindidindidindidin….) facendo un rumore infernale. Stamattina per precauzione, l‟ho tappata con lo scotch… la cassetta, non la vicina di casa… Comunque, quando Ploto rivolge la stessa domanda anche a Giammarco “Giammi” Grottoli (Il direttore tecnico) che è appena arrivato con le chiavi del negozio, questi lo guarda stralunato come a dire “ma scherzi o fai sul serio!?!?!”. Ormai rassegnato all‟evidenza di essere stato l‟unico a dormire bene, Ploto, sopraffatto da terribili sensi di colpa malcelati, decide saggiamente di smettere di far sondaggi d‟opinione sull‟argomento. Il set di oggi è stato “costruito” al piano superiore del negozio in due stanze attigue che, mi pare inutile dirlo, nel film saranno le stanze di Laura ed Anna, quindi si è dovuto rimediare al fatto che le pareti sono dipinte dello stesso colore perché non si capisca che in realtà siamo nello stesso posto. Per fare questo, Alessandra “Lalla” Giardini (la scenografa) e i suoi assistenti Sara Curina e Paolo “Magno” Magnoni, hanno tappezzato le pareti della stanza di Anna con dei pannelli di legno rigidi ricoperti di carta rossa: l‟effetto è sorprendente!! Naturalmente le due stanze sono arredate in maniera diametralmente opposta: se la stanza di Laura ricorda quella di una ragazzina di dodici anni, con il disordine che regna sovrano tra peluches e foto sparse ovunque (c‟è anche un libro: “Ma Pierre è un nome da finocchio?”), quella di Anna è il tipico habitat della “mangiatrice di uomini”, con lenzuola di organza rosso bordeaux cangianti, profumi e creme sparse dappertutto… Se vogliamo definirla con un timore di Checco Belfiori che nel frattempo è arrivato con molti altri: “Troieggia un po‟…”. Anche se le attrici non sono ancora arrivate, tutto il set è in piena attività: i tecnici finiscono di sistemare le luci allestite già dalla sera prima, Ploto stende i cavi di segnale delle telecamere e ogni minuto che passa lo si vede alterarsi (quanto mi piacciono gli eufemismi!!!) per il crescente ritardo di Henry che dovrebbe preparare le inquadrature e che invece non si vede…; Checco Montesi e Michele Conti preparano i microfoni e il computer per la presa diretta: insomma, non posso mica dire esattamente tutto quello che fanno tutti, però, per tagliare corto, non c‟è uno che stia con le mani in mano. Tutto questo per esprimere due concetti: a) Siamo in ventisei in un posto piccolissimo, sudiamo e ci muoviamo in continuazione, non possiamo tenere acceso il condizionatore perché con tutte le altre luci attaccate la corrente non reggerebbe: vi lascio immaginare la temperatura infernale…. Quando poi arriverà Henry…(ma poi…) ci dirà che il corpo di una persona emana 100 watt… roba che se mettiamo insieme tutti i
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nostri corpi (solo quando ve lo dico io…) accendiamo tutte le luci di Marte! b) In questo formicaio in piena attività, io mi sento l‟unica cicala (Miii… le citazioni!!!). E‟ vero che il mio ruolo è quello di osservare e poi scrivere, ma è anche vero che agli occhi di chi non sa ancora cosa sto facendo passa la sensazione che io me ne stia lì a non fare un beato cazzo. E se l‟attività gi ferve, potevano i problemi starsene a dormire? Visto che è anche Domenica mattina, mi verrebbe da rispondere di sì, però sapete eglio di me, che se la risposta fosse questa non avrei certo scritto le ultime tre righe. Infatti, visto che il film si apre con un messaggio in segreteria, par che si renda indispensabile il reperimento della stessa. Ploto, ha prontamente rimediato arraffandone una da casa propria e mettendola nel suo zaino senza curarsi di provare se questa funzionasse. Non spreco tempo a dire che così non è. Le soluzioni che si prospettano sono due: usarla così e aggiungere in fase di postproduzione un led usando la computer graphic (soluzione che Ploto, non vuol nemmeno sentire nominare) oppure aspettare l‟arrivo del Giardo (Giacomo Giardini, lo scrivo qui e poi lascio a voi il compito di ricordarvelo, è il fratello di Lalla e colui che ha costruito i carrelli e i dolly che useremo nei prossimi giorni), uomo geniale da cui tutti ci aspettiamo il miracolo. Quando arriva non gli diciamo nemmeno “Ciao”: gli viene messo in mano il cadavere della segreteria come se fosse il corpo di un bambino e si comincia ad attendere. Io no so di preciso in quale data si festeggi San Giardo, ma se non fosse stato ancora canonizzato vediamo di provvedere al più presto: in meno di un quarto d‟ora la segreteria torna a funzionare perfettamente e ci manca poco che non gli abbia anche inserito un processore per mandare e-mail e messaggini. Il Salvatore. Dopo qualche minuto dal lieto evento, finalmente arriva anche Henry, il quale non riesce a salire due gradini senza incappare in qualcuno che gli riversi addosso una valanga di improperi per i suoi ormai tre quarti d‟ora di ritardo. Arrivato in cima, provato come uno scalatore svizzero che si è rotto una gamba scavalcando un cancello (ogni riferimento a fatti o persone realmente esistite è da considerarsi puramente casuale), invece della quiete dopo la tempesta, trova ad attenderlo Checco e Ploto al Nirvana della rabbia o, per essere più filosofici, incazzati come api ( “South Park” docet) che gli danno il colpo di grazia. Per sua fortuna, ad interrompere la tortura, arrivano dal piano di sotto delle urla allucinanti. Bambini sgozzati? Orge da mille e una notte? Non lo so… Quando realizzo che questi versi oscuri provengono semplicemente da Alessandra e Marina che stanno provando la scena al piano di sotto, è troppo tardi: ho già in mano
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il telefonino che sta chiamando il pronto soccorso psichiatrico… Faccio appena in tempo a chiudere… Ormai è davvero tutto pronto per girare: anche le attrici hanno smesso di urlare e sono salite vestite in “abiti” di scena (piuttosto in disabbignè, come direbbe Sconsolata!). Alessandra è in accappatoio con un asciugamano in testa in pieno stile guerrigliero Mujaidin, Marina De Juli (che interpreta Anna), invece, ha un pigiamino azzurro stile Bridget Jones. Siamo tutti alle nostre postazioni, sui monitor c‟è il segnale (e non succederà spesso nei prossimi giorni…), le attrici sono nei loro rispettivi letti, quando Ploto, improvvisamente si ferma e fa: “Fermi tutti, qui non si comincia se non si fa l‟un, due, tre: MERDA!” Le uniche tre facce stravolte sono la mia, quella di Marina e quella di Alessandra, ovvero gli unici che non hanno mai lavorato con questo staff. In ogni caso, la spiegazione è presto data (e se non siete dementi del tutto, o miei fidi lettori, credo proprio che sarà superflua!): è un rito scaramantico che precede il primo ciak. C‟è qualcuno che fa giustamente notare che la formula ufficiale prevede anche di sgargarozzarsi un bel Borghetti, ma qualcun‟altro replica che essendo Domenica non è poi tanto facile trovarne una bottiglia così su due piedi (grave, gravissima disorganizzazione produttiva… signori miei!). Ci raduniamo tutti in “camera di Anna” e…. “UNO” “DUE” “TRE” “MERDAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA” Ora e solo ora siamo pienamente operativi e pronti a partire. Io, quaderno alla mano, sono dietro a una colonna: posizione strategica in quanto non do fastidio a nessuno, vedo perfettamente i monitor e mi becco un po‟ d‟aria condizionata che qualche temerario si è arrischiato ad accendere. “Pronti?” “Motore!!” “Partito!” “Partito!” “Partito!” “Sequenza uno, scena uno, uno, prima!” Dieci secondi di silenzio e concentrazione (Madonna!) “AZIONE!!!!”

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La mia azione è quella di non far sconti a nessuno ma stavolta anche senza sconti la scena è bella, alchemica (non perdete tempo a pensare a cosa mai possa voler dire alchemica, non lo so: ma rende l‟idea) e serrata. I problemi sono solo di natura tecnica. Quello che salta immediatamente all‟occhio è la durata: più o meno tre minuti. Ora, tre minuti a dirli così, sono un battito di ciglia (oh, ti sarai mica addormentato!?) ma in un film di quindici minuti sono un terzo della durata… Non rendo ancora bene l‟idea? Vi faccio un esempio, perché con gli esempi si capisce meglio… Sarebbe come se in “Il padrino parte seconda” Al Pacino stesse a parlare al telefono col suo avocato per un‟ora: roba da impiccarsi al soffitto per i piedi… E non mi venite a tirare fuori a storia di “Phone booth”. E‟ una situazione sensibilmente diversa. Comunque, si diceva, la scena dura troppo. Benché questo sia il problema più grave non è l‟unico… Infatti nel montaggio finale la telefonata che stiamo girando dovrà essere presentata in “split screen” che tradotto, vuol dire che gli attori non hanno una grande libertà di movimento perché appariranno solo in metà dello schermo. Per cercare di avere un effetto meno approssimativo, viene applicato sui due monitor una piccola striscia di nastro isolante a metà dello schermo, così chi li guarda può farsi un‟idea precisa del punto oltre il quale l‟attore finisce fuori campo… E‟ un trucchetto semplice semplice, ma a volte i detti delle nonne sono veritieri, infatti funziona alla grande e anche se Marina è un po‟ più sacrificata nei suoi movimenti, di natura abbastanza esuberanti, questo è un problema risolto.

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Nella stanza di Laura (Alessandra, Laura, Marina, Anna… alla fine di questo diario avrò una personalità ampiamente dissociata… come quel tale, Cameron West che a 38 anni ha scoperto di avere 23 personalità differenti… sapete come si chiama questa? “Cultura da Focus”, ovvero conoscere tante piccole curiosità totalmente inutili, e farne sfoggio da pavone…), ci sono Checco Belfiori, Alessandra, Marina e ultimo arrivato anche Ploto; tutti di fronte alla palese esigenza di tagliare il copione. Non si deve superare il minuto e mezzo… Non credo che sia un‟operazione piacevole: devi rinunciare a pezzi di una tua creatura… I tagli sono orientati in due precise direzioni: eliminazione di alcune battute e adeguamento della mimica facciale. Siamo d‟accordo che i giochi e le improvvisazioni spontanee non siano da penalizzare troppo… Su questo campo si decide più che di togliere, di pressare: così, si guadagna sia in ritmo che in tempo… “Two piccions with one fav”, come direbbe Oscar Wilde. “Ho sofferto, ma è venuto fuori un lavoro che neanche te lo immagini…”. Adesso che il copione sembra aver fatto la giusta dieta, si può ricominciare a girare. Dopo una pausa forzata come questa ci vuole un po‟ per riprendere il ritmo: tutti sono usciti a fumarsi una sigaretta o a sgranchirsi le gambe dopo essere stati pigiati come sardine nel corridoio del negozio per un buon paio d‟ore. Ora, io non so come la vedete voi, ma radunare una ventina di persone, far loro capire che la pausa è finita e che quindi è ora di tornare a lavorare senza essere pagati non è una delle cose più facili da fare che in questo momento mi vengano in mente. E‟ come l‟intervallo a scuola: dura ogni giorno di meno e alzi la mano chi, il grillo dotto rientra in classe con quel classico sorriso da ebete, di ci tutti gli appartenenti a questa categoria sono dotati, non ha mai pensato “Guarda st‟imbecille: passa la vita a ripetere le stesse cose, entra a scuola dopo di me e ne esce prima, osa anche darmi dei compiti perché crede che io nel pomeriggio non riesca a stare lontano dai libri e alla fine del mese lo pagano pure. Io invece, se mi viene in mente di comprare qualcosa devo mettermi per il corso a intonare squallidi motivetti natalizi con davanti un sottovaso verde sperando nella magnanimità di qualche passante. Tutto questo, naturalmente dopo aver fatto i suoi compiti.” Così dicendo, sperando di aver evocato in voi controversi ricordi delle superiori, vi sarete resi conto che prima di battere un altro ciak passa almeno un‟ora… Anche perché, ci ho messo tempo a capirlo, ma poi ci sono arrivato, se tu lasci sole per un po‟ le attrezzature, quelle si sentono trascurate… Per esempio: ti allontani dalla telecamera per un po‟? Affari tuoi: lei se ne va in stand-by e perde tutte le impostazioni! E via di nuovo a risistemare tutto.

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Nel riquadro rosso potete notare il frutto dell’ingegno del Giardo…

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C‟è una frase che in meno di una mattinata ho sentito due o tremila volte e comincio ad intuire che sarà il tormentone per i prossimi otto giorni: “HENRY FUOCOOOO!!!!” Alla fine, tra una battuta tagliata e una telecamera sensibile alla solitudine, riusciamo a riprendere a girare. Io mi rimetto nel mio angolino tattico e stavolta ci resto per parecchio tempo, perché grazie ad una concentrazione ritrovata, riusciamo a rifare la scena diverse volte di seguito senza problemi. Sì, vabbè, qualche sbavatura da correggere c‟è sempre, però in linea di massima ci siamo, ecco… Facciamo diciannove ciak (alla faccia di Kubrick!), tra i quali ce ne sono alcuni buoni e altri meno, alcuni interi e altri interrotti da clamorosi scoppi di risa. Quando Marina nel rispondere al telefono prende la cornetta al contrario, continua a recitare e dopo un po‟ si lamenta anche che non si sente bene la voce di Alessandra! Nel mezzo della scena si comincia a sentire un rumorino bastardo che entra nell‟audio e che nessuno capisce da dove venga. Titintitintitintitintitin…. Da andar via di testa… Alla fine, capisco che viene proprio da sopra la mia testa: è il cartellino di un lampadario che con l‟aria condizionata picchia contro il vetro. Per fermarlo, perfomance numeri da circo Togni per evitare di cadere addosso a mobili e persone. Prima di andare a pranzo ne facciamo proprio un‟ultima per star tranquilli. Siccome del senno di poi son piene le fosse e i tre capoccia lo sanno bene, decidono appunto di girare anche la ventesima. Si rivelerà un‟ottima idea. Stavolta va davvero tutto alla grande: i giochi con la voce ci sono, quelli con il viso anche, i tempi sono quelli giusti e nessuno si scorda le battute… In regia si assiste ad uno spettacolino esilarante: Ploto, Checco e Luca sono tutti davanti ai monitor con le dita incrociate, il respiro trattenuto e non so che altro… Dopo un minuto giunge, liberatorio più che mai il verdetto. “STOOOOP!!! PERFETTA: TUTTI A MANGIARE!!!!” Quando si può è giusto vantarsi un po‟ di quello che si ha. Noi abbiamo il catering. Una produzione indipendente, voi penserete, nella pausa pranzo fa mangiare ad ognuno il paninozzo portato da casa in un tascapane stile Calvino. Invece, abbiamo a disposizione la pappa ci viene fornita da “Il caffè del pasticcere “ .Non è un vero e proprio catering con i camerieri in alta livrea: disprezziamo gli
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sprechi capitalisti di questa società consumistica che non pensa ad altro che ad a sviluppare la propria economia… beato pensiero…prodromo di un discorso roboante, manicheo e fortemente dicotomico. Insomma, c‟è uno che prende la macchina, va al negozio e la riempie di paste, pizzette e di tutto quello che uno potrebbe mangiare ininterrottamente per tutta la vita senza mai stancarsi (forse non la penserò così alla fine delle riprese) e le porta qui. Durante la pausa l‟unica parola che è lecito pronunciare è “relax”. Si sentono però delle voci… Sembra che… oh, ma l‟hai sentito anche te??? “En el so….” Alla fine me lo dice direttamente Ploto: sembra che, anche se ancora non c‟è la conferma ufficiale, “Untitled” sarà proiettato a Venezia… Vederlo darmi questa notizia è una gioia: cerca di mascherare un po‟, ma in realtà si vede benissimo che non sta nella pelle…. È felice come un bambino! L‟unica cosa che lo preoccupa è che la proiezione dovrebbe essere giovedì mattina: questo vorrebbe dire prendere l‟aereo all‟alba per poi alla sera fiondarsi di nuovo qui per girare, perché non si può perdere nemmeno un secondo di tempo. Al momento preferisce non pensarci e rituffarsi nei tramezzini che, Venezia a parte, meriterebbero un premio. Ormai è più o meno l‟una e mezza, orario in cui una buona parte della popolazione mondiale si concede di mettersi sulla propria poltrona preferita e farsi un palugo di quelli storici. Invece qui, siccome ci piace andare contro corrente, ricominciamo di buona lena a lavorare. Stavolta, come non mi aspettavo, la ripresa dei ritmi è più veloce: si vede che hanno tutti voglia di concludere per andare a fare il famoso palugo.

In realtà il lavoro che rimane da fare non è tanto: qualche prova della telefonata in primo piano e poi i dettagli degli oggetti da montare sui titoli di testa. Si potrebbe prenderlo come digestivo…

Mai come adesso, mentre facciamo le soggettive, Alessandra e Marina sono state tanto brillanti. Tutto è ok dal punto di vista tecnico e da tutti gli altri. Di solito va avanti a oltranza, ma stavolta l‟unico commento che si riesce a fare è “Grandiosa!!”. Tomas Lunghi (Assistente alla fotografia) ed Henry hanno cominciato a cogliere i dettagli degli oggetti sparsi per le due stanze.
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Sembrano due venditori ambulanti che fanno le dimostrazioni di un aspirapolvere: si arrampicano anche sulle finestre per avere un‟angolazione che gli piace! Ci mettono una decina di minuti più o meno e alla fine indugiano un po‟ anche su un pesciolino rosso vanesio ed egocentrico dentro ad una boccia in camera di Laura che sembra molto felice delle attenzioni che gli vengono dedicate. La mattinata se n‟è andata senza particolari problemi e mentre i ragazzi cominciano a smontare luci, telecamere e tutto quello che c‟era ma che io nemmeno ho notato, ci diamo appuntamento per stasera al Duomo. Dal canto mio sento un bisogno assoluto, irrimediabile e improcrastinabile di una doccia. Adesso che ci penso devo ricordarmi di chiedere alla produzione se è possibile avere una bellissima donna che faccia la doccia con me, perché la mia paperella è affogata… Quando esco da qui lo chiedo a Luca…

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SERATA Il Duomo

Dopo la suddetta doccia mi sento fresco come se fossi stato appena messo al mondo (che poi è un‟affermazione discutibile). Quando arrivo al Duomo sono le otto passate, ma quel burlone del padreterno non ha la minima intenzione di spegnere il sole, per cui la prova luci che era prevista per adesso, salta per evidenti motivi e potremo farla solo tra una mezz‟ora abbondante se tutto va bene. Intanto, però, visto che a nessuno qui piace rilassarsi (o meglio, piacerebbe a tutti, ma non si può…) si cominciano a montare i carrelli e tutto quello che ci permette di risparmiare un po‟ di tempo, visto che la serata si preannuncia lunga e freddina. Mentre cerca di far spianare il carrello, il Giardo rende noto il suo desiderio, al prossimo film, di girare in uno studio con il pavimento liscio come un biliardo invece che in una via a schiena d‟asino dove mancano pure i sampietrini… Con un elaboratissimo sistema di zeppe (che sembra casuale, ma in realtà nasconde mesi e mesi di perizie geologiche, fori piezometrici e ore passate ad auscultare la terra… tutti questi dati poi sono stati trasformati, appunto, in una ventina di pezzetti di legno da infilare sotto il carrello) riesce però, incurante della forma del mondo, a far sì che le carrellate che bisognerà fare non sembrino uno spot televisivo per Mirabilandia… Mentre tutti lavorano, io continuo a prendere appunti e non trovando niente di meglio da fare, mi diverto a dir baggianate ai passanti che, incuriositi da tanto trambusto, si fermano a chiedere che cosa stiamo facendo. Un paio di volte ho anche provato a fare la persona seria, ma, a parte che non è proprio una cosa che mi si addice, un passante che si è sentito rispondere “Si gira un film…. Un corto di 15 minuti” ha avuto la bella pensata di ribattere “Ah… chisà cu ce vol… tut „ste casin pr‟un quart d‟ora?”. Credo che quell‟uomo debba ritenersi fortunato per due fondamentali motivi: 1) Lo ha chiesto a me, che non sono particolarmente affaticato dalla situazione e sono anche disposto a capire una simile critica (anche se la “testina” ci starebbe bene…) 2) Me lo ha chiesto al primo giorno di riprese. Credo che se, infatti avesse fatto la stessa divertentissima battuta otto giorni dopo, adesso vedrebbe il mondo da una prospettiva diversa.

Mentre io mi perdo in queste dolci immagini di linciaggio, il sole sembra essere calato e, a meno che non gli salti il ticchio di farci una sorpresa tra una mezz‟ora,
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La domanda sorge spontanea: Abbiamo tra noi il testimonial della Lacoste? Oppure quest’uomo sa compier miracoli? Perché il laccio del suo pass riesce a non nascondere il coccodrillo sulla maglia? “Lacoste. E la vita è un bellissimo film. Parola di Eugenio Cinti Luciani.”

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tornare su e chiederci come vanno le cose, credo proprio che si possa incominciare a provare le luci. Provo per un istante a mettermi nei panni di una luce: “Io sono una luce.” “Mica una luce qualsiasi, tipo lampadina a basso risparmio che tieni in cucina…” “Eh, no! Io sono una signora luce: il mio compito è quello di illuminare un set cinematografico…” “Ho lavorato con i più grandi maestri del cinema moderno: Fellini (le ultime cose, sono ancora giovane…), Scorsese, Kitano e chi più ne ha più ne metta.” “Ho fatto qualcosa anche con un noto regista di film osé (era un incompetente, ma mi aveva offerto una parte da protagonista…. è un‟esperienza che ricordo sempre con piacere… per qualche minuto appaio anche davanti alla telecamera, anche se i critici dicono che non è stato un bene per il film…)” “Ecco, dicevo sono una lampada importante, se mi spengo io, nessuno lavora più!” “Però io ho da fare un reclamo: è possibile che con il curriculum che mi ritrovo devo lavorare con questi straccioni che si illudono di fare cinema???” “Io non ci sto!” “Fammi pensare ad una vendetta meditata….” “Ci sono! Loro vogliono una bella luce soffusa con uno stile un po‟ etereo?” “E io invece gli faccio tanta luce che devono credere che sia esplosa una centrale nucleare!” Oh, l‟ha fatto! „Sta stronza ingrata di una lampada!!! C‟è una luminaria spaventosa!!! E in più, visto che lo scherzo è ben architettato, ci si mette anche il vento a portare via tutto, anche la gelatina per smorzare e colorare la luce. Se l‟inizio non è tra i migliori, il seguito va un po‟ meglio… Forse però Checco Montesi e Michele non la pensano proprio così, visto che è da mezz‟ora che cercano una maniera per proteggere i microfoni dal vento: prima con colla e gommapiuma (credo che l‟abbiano visto su Art Attack…) e poi costruendo uno strano “ambaradàn” con uno scatolone vuoto… Sì, lo so che adesso vi spettereste una foto a suggellare il momento magico, ma purtroppo non c‟è… Lavorate di immaginazione, dai… Comunque prima di parlare dei problemi dei fonici avevo detto che le cose stanno andando un po‟ meglio… Non era una bugia: infatti, una volta domata la lampada ribelle, siamo tutti pronti a girare.

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Intorno alla regia si è creato un certo affollamento di persone che cercano di accaparrarsi un posticino per vedere qualcosina sui monitor…

Siamo pronti per girare: la scena di stasera è l‟uscita da casa di Laura. Lei cammina un po‟ sbilenca attraverso il piazzale del Duomo, si ferma a borbottare qualcosa a mezza strada guardando il rosone della chiesa e poi prosegue spedita verso ignoti luoghi e perigli dalla natura misteriosa. Poco prima che venga data l‟azione, risuona nell‟aria un grido raggelante e perentorio: SILENZIO ASSOULTOOOOOOOO!!!!!!! E‟, come avrete capito, Michele che in cuffia sente il brusio della gente che fuori dalle transenne cerca di carpire qualcosa che possa gettare un po‟ di divertimento nelle loro piatte esistenze… Non so bene quale sia l‟effetto sortito, cioè non capisco se sono tutti morti o se sono fuggiti in Pakistan a chiedere asilo politico, fatto si è che ( “Fatto si è che” dopo Collodi in Italia non l‟aveva mai più usato nessuno!!! Alle elementari, quando provavo a metterlo in un tema, “una” maestra me lo segnava in rosso venti volte…) all‟istante si crea, nella piazza un silenzio metafisico. Si gira. Alessandra cammina… pencola… incede con passo deciso.
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Dopo i primi due ciak, non c‟è nulla di diverso. Ad un tratto, però, avviene un fatto epocale. Qualcosa che cambierà per sempre le sembianze a questa scena. NO! Alessandra non è caduta dai tacchi!!! Mentre stiamo girando, si sente da dietro una transenna una voce: “Cel dit quand putem pasà?? Aven da gì a casa, stam malà dietra „l Dom!!!” Naturalmente fremiamo tutto e facciamo passare. Sono due signore anziane (mi verrebbe da chiamarle vecchiette, però fa brutto….) che si tengono a braccetto. Mentre aspettiamo il loro transito (che non avviene alla stessa velocità di una Ferrari…) ne approfittiamo per parlottare un po‟… Fino a quando gli occhi di Luca e Ploto cadono sui monitor. Ed è amore a prima vista. “CHECCOOOOOOOOOO!!” “Oh…” “Vien machì!!!” “Guarda un po‟… non è bellissimo??? Dai ti prego, vaglielo a dire…” “Eh, Io ci provo…” Avete capito? Sì… Checco sta andando dalle due signore a chiedere se almeno una delle due è disposta ad attraversare la piazza nel senso contrario a quello di Alessandra. Sarebbe bellissimo, no? Un tocco di realismo in più… Lars Von Trier del Metauro basso, ci chiamano… In un primo momento la missione sembra fallire rovinosamente: le due signore si dividono, scaltre come due spie russe: la prima torna indietro e la seconda prosegue verso casa aumentando l‟andatura e seminando Checco che riesce a malapena a farsi dire che la signora si vergogna… Finita? No. La seconda, nella sua fuga, commette un errore fatale: viene verso la regia dove sono anch‟io. Lei non mi ha visto, ma io l‟ho riconosciuta. E‟ la zia o nonna (non me lo ricordo più) di un ragazzo che veniva con me alle medie. Non ci conosciamo molto, ma lei è una di quelle che si affezionano… Il livello di intimità è quello delle caramelle al miele. Quando una vecchietta ti regala le caramelle al miele vuol dire che l‟hai conquistata. Non so perché regalino solo dolci a quel gusto orribile, però è un dato di fatto.
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A me, tempo fa, ne ha regalata una. Così, quando si avvicina tanto da riconoscermi, credo si renda conto di essere finita nella tela del ragno. Quando glielo chiedo, sulle prime è riluttante, ma poi inizia a cedere… Ora l‟ultima mossa è quella di pungerla nel vivo della sua vanità un po‟ assopita… “Ma dop arvengh fora in tel film???” “Certo signora, la invitiamo anche all‟anteprima!” “Mo en pos gì luntan… so vecchia” “No! Non è lontano! E‟ al Politeama, sotto Natale!” “Alora… va ben!” E così, anche la signora è stata scritturata. Checco la prende sotto braccio, la porta in postazione e le spiega tutto. Ma quando iniziamo a girare, non solo la signora (che, solo adesso mi viene in mente, non so ancora come si chiama!) segue alla lettera le istruzioni, riesce anche a improvvisare!! Fa un bel saluto a Laura e poi tira dritto verso casa sua (massimo del realismo!) in tutta tranquillità senza mai guardare in macchina. Un mito. Soprattutto quando riusciamo a strapparle altre quattro riprese, perché non si sa mai… Quando tutto è finito, scatta “per la miglior attrice” un lungo applauso… Sono bei momenti, quando la gente si presta così… Ormai siamo quasi in dirittura d‟arrivo… Dobbiamo spostare il set un po‟ più giù per poter seguire fino in fondo la camminata di Laura e poi tutti a dormire. L‟allestimento inizia subito e in pochi minuti siamo operativi…. Io di questa parte non posso raccontarvi granchè.. Perché? Perché prima di girare Ploto mi si è avvicinato e mi ha detto: “Ancora qui?? Va a dormire, ci vediamo domattina!” Io, che non disdegno affatto l‟idea, ringrazio, saluto tutti e me ne vado a letto. Un po‟ mi sento una merda ad andare a dormire mentre loro ancora lavorano, però l‟immagine di un bel lettone morbido tutto per me è troppo allettante. Buon lavoro, allora.

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IL SECONDO GIORNO La Palestra dell’Istituto A. Volta Ovvero: Se avete evitato la malaria quando avete fatto quel bellissimo viaggio in Kenya, stavolta non avete speranze di salvarvi. Io non so se vi ricordate bene “Se7en”. Se non ve lo ricordate, allora è il caso di seguire le semplici istruzioni che sto per fornirvi. In questo frangente sarebbe bellissimo utilizzare un diagramma di flusso se solo sapessi come si fa a inserirne uno in questo dannato computer. Faremo senza. Dunque: mettete il vostro segnalibro. Coloro i quali sono dediti alla pratica della “lettura da latrina” e hanno dimenticato il segnalibro sulla scrivania dello studio a due corridoi di distanza, possono fabbricarsene uno in modo semplice e veloce utilizzando un pezzo di carta igienica, sempre che abbiano sostituito il rotolo prima di entrare in bagno, e qui mi rivolgo naturalmente alle donne, in quanto è scientificamente provato che negli uomini è totalmente assente il gene che regola la funzione biologica del “sostituire il rotolo esaurito”. E‟ fatto divieto assoluto al lettore di torturare il volume con orecchie mastodontiche ai lati della pagina. Togliete i piedi dal tavolo di mogano sul quale li avete appoggiati durante la lettura ben attenti a non farvi scoprire dalla vostra convivente maniaca della pulizia e appoggiateci sopra il volume che avete tra le mani. Fino a qui tutto bene? Allora proseguiamo. Se avete la videocassetta o qualunque altro supporto contenente il film di cui sopra a portata di mano, non vi resta che inserirla nei meandri del vostro videoregistratore e godervi la visione. Se invece fate parte della stragrande maggioranza di persone che non posseggono questo prezioso oggetto, dovrete fare qualche sforzo in più. Alzatevi dalla poltrona evitando di rammaricarvi per il fatto che, nonostante quando l‟abbiate acquistata all‟Ikea vi avevano assicurato che nemmeno il vostro cospicuo peso vi avrebbe lasciato la forma, si è formato un cratere sospetto. Deambulate fino al vostro armadio e infilate i primi abiti che trovate: possibilmente devono permettervi di arrivare in videoteca senza essere arrestati durante il tragitto perché sospettati di accattonaggio. Prendete le chiavi di casa e iniziate pure a bestemmiare. Dovrete, infatti, cercare anche la tessera della videoteca che l‟altra volta avete scagliato non si sa più dove dopo aver buttato via due euro ed esservi addormentati davanti ad un documentario di sei ore sull‟avanzata dei Nazisti durante la seconda guerra mondiale.
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Quando l‟avrete trovata (probabilmente incastrata dentro alla guarnizione della lavatrice, cosa per la quale incolperete ingiustamente chi fa il bucato per voi), uscite di casa e dirigetevi con passo spedito verso la vostra videoteca di fiducia. Ora che ci siete davanti, potete entrare e fare alla commessa la vostra richiesta in tono deciso. “Sto cercando la cassetta di “Seven” di David Lynch…” MA IO DICOOOOOO!!!! Fino a qui era andato tutto bene! Tutto liscio come l‟olio! E vi siete andati a rovinare perché volevate fare i critici cinematografici! Ma si potrà????? Dai, vi aiuto io: David Fincher. Se volete dire le cose, assicuratevi di dirle giuste, dai… “No scusi, volevo dire Fincher, non Lynch… li confondo sempre, sa…” “Ah, tanto io non ne conosco nessuno dei due.” “Ah…” V‟è andata bene che l‟avete trovata ignorante come un cervo Andaluso… “Ecco a lei… e la prossima volta si ricordi di ricaricare la tessera ché ha pochi soldi!” “Grazie” Ora che siete fuori e che avete sfiorato una bella figurina, vi risparmio commenti, ma vi chiedo cortesemente di affrettarvi ad andare a casa a vedere il film perché io ho anche un limite di pagine da rispettare. Converrete di certo con me, che se tra un mese, consegno, invece di un diario l‟edizione rivista e corretta con due capitoli in più di ”Guerra e pace”, qualcuno potrebbe avere qualcosina da ridire. Facciamo così: mentre voi vi guardate il film, io vado a prendere un caffè, che ne ho proprio bisogno… Ripasso tra un paio d‟ore… Toc! Toc! Posso entrare? Avete finito di vedere il film? Ah, bene… è sempre un piacere rivederlo eh? Adesso prendete il telecomando e tornate indietro fino al punto in cui Brad Pitt e Morgan Freeman trovano il tizio legato al letto con gli Arbre Magique appesi al soffitto… ci siete? Era esattamente questo che volevo mostrarvi. Volevo che vedeste la sporcizia di quel posto, che vi immaginaste un odore rivoltante e che pensaste che lì, non ci entrereste mai nemmeno se dentro ci fossero in bella vista e pronti per voi duecento miliardi di euro. Ah…. Ora che avete fatto tutto quello che vi ho chiesto, posso anche dirvi perché ve l‟ho fatto fare.

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Volevo solo che capiste quanto può essere sporca la palestra di una scuola dopo tre mesi di chiusura estiva e che faceste un inventario di tutte le malattie che si può essere preso Checco Montesi compiendo l‟insano gesto che vedete nella foto qui sotto (mi sembra doveroso dire che la foto SEMBRA sfuocata ma, in realtà, è assolutamente perfetta, solo che la polvere nell‟aria contribuisce a creare una certa atmosfera rarefatta):

Oggi dobbiamo girare nella palestra dell‟istituto Volta. Per la precisione, non esattamente nella palestra, ma nello più ridotto spogliatoio. Il motivo di questa scelta, che a prima vista può sembrare da pazzi, è presto detto: la scena è ambientata di notte e sarebbe fisicamente impossibile oscurare tutte le finestre di una palestra scolastica e poi il soffitto è troppo alto incorreremmo senza dubbio in un effetto eco enorme. La scena di oggi non è complicata: è molto di più. Giriamo l‟interno del baldacchino della cartomante. Ovviamente per evidenti motivi logistici sarebbe stato impossibile girare nello stesso luogo sia l‟interno che l‟esterno, ma è altrettanto evidente che nel film i due momenti avranno una continuità temporale ben definita. Per fare questo dovremmo fare in modo che nessuno possa avere il minimo dubbio sul fatto che i due momenti siano stati girati in separata sede l‟uno rispetto all‟altro.
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E chi, secondo voi, poteva essere così bravo, così disponibile e geniale se non i magnifici tre scenografi? Sono proprio loro: la Lalla, la Sara e Magno aiutati dalla Roby e da altri che, da molto prima che arrivassi io, sono alle prese con teli, fascette, scotch e spille da balia per cercare di creare un‟atmosfera adatta ad un antro magico. Intanto gli altri ragazzi (Giammi, Longa, Riccardo...) montano la regia nella palestra vera e propria. Però io ho una sensazione strana… vedo la gente che va, viene, pensa… e poi torna via…. Son tutti fuori nel cortile con una faccia scura… Li raggiungo e comincio a capire piano piano. Prima di tutto, il cielo non promette niente di buono e stasera dobbiamo girare al Pincio. Ci sono qui bei nuvoloni bassi e pesanti che procedono lenti… lenti, ma sempre costanti verso di noi. Vediamo arrivare alla velocità di un vecchietto artritico i nostri problemi… pesanti e scuri. Il problema principale non è questo. Mi basta avvicinarmi a Ploto e a Luca che stanno parlando con aria preoccupata: la situazione è molto più che gravissima. Cerco di riassumere un po‟ perché la storia è lunga. Quando sono stati collegati i cavi di segnale delle telecamere c‟è stata una spiacevole sorpresa. Viste dai monitor, le due inquadrature sembrano fatte in due posti differenti: credo sia questione di luci, tessuti usati per rivestire il baldacchino e altre magagne simili. Comunque, qualcuno propone di girare il baldacchino, ma l‟operazione è palesemente impossibile per motivi di tempo. C‟è chi propone di cambiare la disposizione dei mobili all‟interno, ma anche questa soluzione viene scartata. C‟è una sola costante nei discorsi di tutti: col baldacchino messo in questo modo è impossibile girare. Ploto inizia a valutare seriamente l‟ipotesi di mandare a monte la mattinata di lavoro, ma poi ci ripensa. Si procede a piccoli passi: intanto smettiamo di preoccuparci per il tempo. Quella è una cosa che dovremo fare più tardi. Pensiamo al presente. Lalla e Sara lavorano come disperate, spostando candele, accendendole e spegnendole, mettendo drappi di stoffe sconosciute davanti alle telecamere per cercare di ottenere chissà quale effetto. In regia, Henry, Luca e Ploto continuano a guardare i monitor.
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E‟ un lavoro di precisione: comunicazioni veloci e frammentarie tra Henry e Thomas. “Prova 1.8” “Ecco…” “No, non va… ritorna com‟eri prima” Per più di un‟ora si va avanti così, lavorando sui centesimi, sulle posizioni delle luci e sui diaframmi, lottando con dei cavi di segnale che Ploto vorrebbe strappare. E ci sta riuscendo… ma poi il Giardo lo convince a lasciar stare perché non ce ne sono altri di migliori in circolazione… Non possiamo permetterci scatti d‟ira. E poi ci sono i problemi organizzativi, primo tra tutti, chiamare Checco e farlo venire con le attrici. Non le abbiamo chiamate per farle stare senza far nulla tutta la mattina… Con un po‟ di pazienza, per quello che riguarda la fotografia, si arriva ad un risultato accettabile e si comincia a far largo l‟ipotesi che forse tra un po‟ potremo battere il primo ciak. Ploto si attacca al telefono con Checco per dirgli che può portare le attrici: siamo pronti per girare. A forza di camminare su e giù per la palestra ha creato un corridoio perfettamente pulito e, forse, sterile. Sono momenti in cui lo sconforto è a livelli incredibili: io, poi, che sono uno che si definisce ottimista, ma in segreto sono pessimista come pochi, sento da vicino l‟ineluttabilità del destino e sono ormai convinto che non gireremo nemmeno due minuti… Invece per fortuna mi sbaglio: da poco sono arrivate Alessandra e Giorgia che senza nemmeno un saluto sono state spedite alla velocità della luce a vestirsi e al trucco. Al termine di queste operazioni preliminari, Ploto spiega alle due le ultime modifiche alla scena e le informa del fatto che non si girerà nella palestra (come stava ingannevolmente scritto nel programma dei giorni di posa) ma nello spogliatoio. Le facce che si producono all‟udire questa novità non sono quelle tipiche di chi ha appena ricevuto la notizia più bella del mondo. Un misto di disgusto, incredulità e indignazione si dipinge nel subconscio delle due attrici. Vi immaginate il perché di cotanta reticenza? Esatto! Proprio quello!!!! E‟ il caldo, maledetto porco bastardo.
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Tra lampade e candele in quello stanzino c‟è una temperatura insopportabile. A riprova del fatto che non sto qui a raccontare boiate, sappiate che appena Alessandra e Giorgia hanno messo piede dentro il baldacchino, il trucco che gli era stato diligentemente shpalmato® (non è un errore!) sul viso, fa i bagagli e se e va in vacanza in Groenlandia. La truccatrice non fa in tempo a dare la prima mano, che già è ora di ricominciare con l‟antiruggine (non sono troppo sicuro che la terminologia sia quella giusta…) Superate (?!?) tutte queste difficoltà, anche se non mi sembra vero, battiamo il primo ciak alle 13.20. Dai, in fin dei conti sono solo quelle tre orette di ritardo sulla tabella di marcia che ci possiamo anche permettere…. Non ci fa mica la fuga nessuno, no? Se, per esempio, oggi non fossimo riusciti a girare, che problema ci sarebbe stato? Nessuno! E‟ più che ovvio che gli attori sono dispostissimi a rimanere qui quanto tempo vogliamo… in fin dei conti è vero che il vitto e l‟alloggio sono a spese loro, ma è anche vero che da parte nostra non vedono un soldo! Di cosa possono venire a lamentarsi??? Tra una bestemmia perché nell‟inquadratura entra chissà che cosa e uno sguardo di approvazione quando tutto gira per il verso giusto, arriva l‟ora di pranzo. O meglio, un‟ora qualsiasi del pomeriggio in cui la produzione decide che comincia ad avere troppa fame per continuare a girare digiunando. I vassoi con pizzette e quant‟altro vengono appoggiati su panche ben lontane dal suolo per evitare la contaminazione con le sostanze tossiche presenti nell‟ambiente (abbiamo fosgene, isocianato di metile, diossina e una gran varietà di scorie radioattive stivate in barili custoditi negli scantinati della scuola), ma anche oggi la velocità con cui vengono ripuliti è così elevata che questa misura precauzionale si rivela del tutto inutile. Credo che se fossero stati gettati in aria, non un solo panino sarebbe caduto a terra. Siamo efficientissimi quando si tratta di nutrirci. Troppo, forse. Sì, perché mentre noi mangiamo ci dimentichiamo che Alessandra e Giorgia si stanno cambiando… Quando tornano, regna la calma più totale e, ad un ignaro spettatore, non sembrerebbe neanche che fino a due minuti prima in quello stesso posto era in corso un regale banchetto. Non ci sono più nemmeno i vassoi, ma quelli non so chi se li sia mangiati. Se Alessandra, non trovando nulla da mettere sotto i denti ci sia o meno rimasta male, è una cosa che lascio giudicare a voi guardando la foto della prossima pagina.

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“Tanto ero a dieta…”

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Per fortuna che a distoglierla dagli oscuri pensieri che le offuscano la mente in questo momento, arriva una gradita sorpresa (lo sapevamo tutti, ma voi che leggete no e quindi mi permetto di definirla ugualmente “sorpresa”), anzi due: Giorgio Ganzerli, che oltre a far coppia con lei sul lavoro è anche, ogni tanto, suo marito e il biondissimo figlio Leonardo. A proposito di questo, credo che si potrebbe scrivere un intero trattato di sociologia sul comportamento dell‟essere umano in relazione al cucciolo d‟uomo. Specialmente se questi non ha con esso grado di parentela alcuno. E‟ bello vedere come tutto lo staff “sacrifica” l‟ultimo quarto d‟ora della pausa pranzo per tentare di instaurare un rapporto interpersonale con Leonardo. Siamo tutti indaffaratissimi a guadagnarci un sorriso del cucciolo… Non so perché, ma l‟effetto dei bambini (quando non provoca istinti omicidi) è magnetico…. Nel frattempo, visto che il tempo stringe e che non siamo qui per far conoscenza, chi era andato alla ricerca di un panino per Alessandra (qualcuno si era accollato questa missione) torna vittorioso e così “ella puote sfamar se stessa e nell‟intanto giuocar col suo figliuolo”. Ormai sono quasi le tre e rientrare nel forno in piena digestione è un‟esperienza devastante. Sebbene non si registrino casi di morte immediata, secondo me, qualcuno ci è andato vicino… Nel pomeriggio, come ieri, del resto, il grosso del lavoro è fatto. Bisogna comunque fare i controcampi e fare qualche ciak in più sempre per sicurezza. L‟operazione, però, non è veloce, perché Alessandra e Giorgia devono andare a rivestirsi e riprendere una certa compostezza. Non so esattamente fino a che ora giriamo, ma approssimativamente direi fino alle cinque, ora in cui, non smettiamo perché abbiamo finito, ma semplicemente per dedicarci ad un abbondante quarto d‟ora di feroci bestemmie e ingiurie a tutto il calendario. PIOVE. Ma non è che piove un po‟… Diluvia in maniera indecorosa. Però, sai, è un temporale estivo, lo fa, dai è normale… Ma cosa vuoi che sia normale? Quest‟estate non ci ha fatto vedere una goccia d‟acqua nemmeno a pregare in ginocchio…. Infatti, dopo un‟ora non solo non ha smesso di piovere, ma ha aumentato il ritmo.

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A questo punto, si pone un quesito fondamentale: o si cambia radicalmente il copione di questa sera e lo si ambienta a Venezia, oppure non possiamo girare al Pincio. La prima ipotesi (per quanto affascinante) viene scartata per l‟impossibilità di trovare una gondola in tempo utile. La seconda, invece, sembra essere l‟unica proponibile. Nell‟aria c‟è una confusione pazzesca e la netta sensazione di essere stati presi per il culo. Luca cerca di dare una classifica delle priorità: prima dobbiamo assolutamente finire di girare qui e poi potremo pensare a questa sera. In realtà il lavoro viene finito abbastanza in fretta e senza molta passione da parte di nessuno. Appena viene dato l‟ultimo “STOP” ricomincia la tempesta di cervelli che iniziata prima. Telefonate. Molte telefonate. Imprecazioni contro chi ha il telefono e non lo tiene acceso. La soluzione che sembra meno problematica è quella di girare stasera l‟interno era in programma per domattina. In realtà, a ben vedere, così non si risolve nessuno dei problemi di tempo abbiamo, ma almeno cerchiamo di prepararci per altre eventualità ancora tragiche. era

che che più

Chiunque oggi abbia passato almeno dieci minuti in questa palestra, si è esposto a livelli di radiazioni e onde elettromagnetiche emanate dai cellulari talmente alti che gli è immediatamente spuntata la coda. Un intero staff di uomini e donne muniti di una nuova estremità è al lavoro per cercare di salvare il salvabile. Siamo tutti con il naso appiccicato ai vetri per vedere se si apre qualche piccolo spiraglio di speranza, anche se ormai è inutile. Dietro di noi, Checco sta facendo le ultime telefonate a Ursula e Sebastiano: ormai la decisione è presa. Stasera si gira. Facciamo la scena della casa della coppia stralunata all‟interno del palazzo di Pierre. Saremo a Casarredo. Sono ormai le sei passate e inizia la diaspora: ci sparpagliamo ognuno verso casa con in mente i più fantasiosi progetti di relax. I tecnici, invece rimangono a smontare il baldacchino e le attrezzature. Mi chiedo come faranno ad arrivare alla fine delle riprese lavorando a questi ritmi.

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Quando saluto tutti e me ne vado verso il sogno di una doccia, ancora si telefona, si telefona, si telefona…

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SERATA Casarredo

La prima cosa sono le scale. Scale. Scale. Scale. La seconda sono i mobili. Ovunque. Qui. Lì. E l‟impressione è che anche il pavimento sui cui cammino sia in vendita. Un mobile anche lui. Sono più o meno le nove quando prendo le scale che in teoria dovrebbero portarmi al set. Durante la salita incontro progressivamente vari palloni sonda meteorologici, le urne cinerarie di qualche vezzoso personaggio dello spettacolo defunto ormai da qualche decennio e mi imbatto in un bambino-delle-stelle cui chiedo informazioni: “Scusi vado bene per di qua? Continuo a salire?” “…” “Ah, grazie, allora continuo…” Finalmente verso le nove e un quarto, metto il piede sinistro sul primo gradino dell‟ultima rampa. Si sentono voci. Forse ci sono. E mi sento a casa: il solito brulicare di formiche impegnatissime, e mille appunti da prendere. Non perdo tempo a trovare uno dei miei angolini strategici nei quali scrivere con una visuale privilegiata. Il set è quasi pronto. Da questo punto di vista la scelta di girare in un negozio di arredamento è estremamente azzeccata. La scenografia è semplice: siamo nel salotto di una casa moderna, l‟ambiente è accogliente (i colori sono tutti caldi), ma c‟è un forte senso di mancanza d‟aria… Se da questa stanza si seguono le svariate decinaia (chi lo diceva?) di fili stesi a terra, si arriva immancabilmente alla stanza dove è stata sistemata la regia davanti alla quale Ploto, Luca e Checco si stupiscono del fatto che, da quello che si vede sui
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monitor sembra andare tutto bene. In effetti, per una volta, è davvero tutto a posto e quando i tecnici hanno finito di sistemare le ultime luci e nascondere gli ultimi cavi, possiamo cominciare. No… Cosa avete capito? Non dicevo cominciare a girare: intendevo cominciare ad aspettare che Ursula e Sebastiano abbiano finito il magico rito della vestizione e del trucco (nel frattempo non perdono occasione per lanciarsi frecciatine al vetriolo…) ai quali pensano Jean Claude, Michela e Francesca. Nel frattempo, avvenimento che tutti ci aspettavamo e in cuor nostro temevamo un po‟, le porte dell‟ascensore si aprono e, in una nuvola di vapore, circondato da una luce abbagliante, ecco apparire (un po‟ come il mega direttore galattico del Rag, Ugo Fantozzi) il gran capo di Casarredo in persona. Nell‟ambiente circostante cala subito il gelo. Questo magnifico uomo, che cammina ad un palmo da terra con leggiadria, lancia sguardi di benemerenza alla volta di noi, miserrimi omuncoli, cui ha concesso l‟onore di occupare per una notte i suoi locali. Par che tutto vada nel migliore dei modi e che ciò che i suoi occhi scorgono sia di suo gradimento. Tutti ce ne rallegriamo. Ma ad un tratto, la sciagura. Il sommo vede qualcosa che turba la quiete del suo animo. Le sue papille gustative si interrompono e il gomito prende a fargli contatto con il ginocchio. Il suo sguardo va a posarsi, come un‟aquila che di lontano individua la propria mal capitata preda, su di un cavetto. Cavetto il quale è stato da noi accidentalmente appoggiato su di un prezioso mobile bianco lungo sei metri e novanta abbondanti (una cassa da morto bi-familiare, per intenderci…) che risalta in un lato della stanza della regia. Gli occhi di tutto lo staff corrono in cerca di altri occhi a cui poter dare la colpa. Nessuno osa respirare. La fine è ormai vicina. Queste potrebbero essere le ultime parole che scriverò… No… A dispetto di tutto mi sembra di essere ancora vivo… Ma che è successo? E‟ presto detto: invece di incenerirci tutti con i suoi superpoteri, l‟Uomo ha messo in atto del sano terrorismo psicologico. Niente violenza o cambiamenti del tono di voce.
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Solo una minuscola, ma incisiva, frase pronunciata in tono perentorio: “Quel mobile costa sei milioni”. Per rispetto nei confronti di tutti, il cavetto in questione si è smaterializzato all‟istante senza che nessuno avesse bisogno di andare a rimuoverlo dal posto in cui era venuto a trovarsi. “Torno a mezzanotte per chiudere” “benissimo, non c‟è problema! A più tardi” “…” Così com‟era venuto, il gran capo si dissolve nell‟aria, lasciandosi fluttuare. Forse prende l‟ascensore… non ricordo bene. Sono ormai le nove e mezzo e siamo tutti pronti per girare. Negli ultimi minuti prima che venga dato il ciak, mi concedo un paio di riflessioni: in fin dei conti magari non è andata così male che questa sera abbia piovuto… A ben pensarci, questa scena l‟avremmo dovuta girare domani mattina con il cospicuo problema che siamo in un sottotetto: probabilmente ci saremo liquefatti in meno di mezz‟ora… Non tutti i mali vengono per nuocere (ma per farti incazzare ,sì). Il secondo pensierino che formulo, riguarda sempre il luogo dove stiamo girando. A prima vista sembra il paradiso per un uomo che ha passato tutto l giorno in piedi in un posto lurido come l‟inferno: bello, pulito, pieno di divani comodissimi… sui quali è naturalmente vietatissimo sedersi. Capirete che psicologicamente è un colpo non indifferente. Tu vedi questi morbidissimi divani colorati e invitanti (“Siediti…siediti!”) e devi far finta di non vederli: è come quando sogni che qualcuno ti rincorre e tu non riesci a scappare. Un‟altra subdola tecnica di terrorismo psicologico… E sembra dare i suoi frutti: dopo la visita del Supremo, Luca, che già prima era preoccupatissimo che potesse succedere qualcosa, inizia gentilmente a chiedere a tutti coloro che non sono ASSOLUTAMENTE necessari di attendere fuori… Quando si accorge che in effetti nessuno lo ascolta, non si fa scrupoli a demandare a Giammi questo compito: anche se le sue maniere non sono assolutamente scortesi, la strana luce spiritata che si può intravedere nei suoi occhi, l‟asciugamano saldamente ancorato al collo e l‟altezza non del tutto trascurabile, hanno un effetto estremamente diverso sugli interessati: la saletta si svuota lentamente e senza lamentele da parte di nessuno, anche perché nessuno è dispiaciuto di questa licenza che permette, tra l‟altro, un bel digestivo… Naturalmente anche chi non ha ancora mangiato, non perde l‟occasione di avvantaggiarsi…. Intanto, Ursula e Sebastiano, vestiti come due scolaretti modello, continuano a bisticciare e a stuzzicarsi come farebbe una coppia davvero sposata.
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In giro vanno a dire che si odiano cordialmente, ma, si sa, chi disprezza compra… Quanto a noi, ci raduniamo tutti nella stanza dove abbiamo sistemato la regia e dove ci auto-convinciamo che non ci sia alcun tipo di poltrona o divano… Solo dopo averci accuratamente avvisati che non ha avuto il tempo di farsi una doccia e che quindi il suo odore potrebbe essere vagamente pungente, Ploto prende il posto di comando e dà l‟azione. I primi ciak, sono senza infamia e senza lode… una buona fase di rodaggio e qualche problema tecnico risolvibile con un po‟ di pazienza. Ploto,che non è del tutto soddisfatto di alcune inquadrature, scende direttamente sul set a fare l‟operatore per qualche ciak. E siccome, quando il gatto non c‟è i topi ballano, Luca e Checco rimangono in regia per controllare la situazione nei monitor e anche perché in cuor loro continuano ad essere non poco preoccupati del mobilio che ci sta intorno (In particolar modo Luca che, essendo quello che va in giro a chiedere le chiavi di mezza Fano mostrando la sua faccia e dando a destra e a manca il suo nome, sarebbe il primo, in caso di qualunque incidente ad essere chiamato a risponderne…). E‟ un po‟ come quando alle elementari la maestra doveva andare a fare una telefonata e lasciava il bidello a controllare l‟aula. Lui era sempre quello che si preoccupava di più. Nessuno l‟ha ufficialmente dichiarata, ma questi cinque minuti che sto usando per buttar giù appunti, sono una pausa… Forzata, per carità, ma sono pur sempre una pausa. Approfittandone, la Roby svolge il suo lavoro di ladra d‟immagini. Già da un po‟ si aggira furtiva, telecamera alla mano, tra tavoli e poltrone in pelle umana alla ricerca di gaffe, stronzate e momenti epici da inserire nel backstage. A proposito… Visto che, in fin dei conti, il mio diario è un back-backstage, vi racconto una cosina divertente che mi sa che non ha notato nessuno…. Mentre siamo quasi tutti pronti per ricominciare a girare, la Roby, spegne la telecamera e inizia a guardarsi intorno con la tipica aria di chi sta cercando qualcosa…. In un primo momento non capisco bene, ma poi ci arrivo: sul set serve un paraluce e non si riesce a trovarlo…. Naturalmente il bastardo, accortosi di essere un pezzo di plastica ricercato, si sarà andato a nascondere in chissà quale borsa… Visto che non si può cedere ai capricci di un paraluce buontempone, Tomas chiede alla Roby di dargli quello che sta sulla telecamera che usa lei. Lei accetta tranquillamente visto che può permettersi di spendere qualche minuto per cercarne un altro, ma appena lo smonta, mi fa piegare dal ridere.

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Con una mano copre l‟obiettivo della telecamera e con quella voce da bambini che solo le donne riescono a imitare così bene, le dice: “Dai, non ti vergognare se sei tutta nuda! Nessuno ti guarda la patatina!” Mentre in regia, fervono le ricerche del paraluce fantasma, nell‟altra stanza le cose procedono davvero bene: Alessandra si diverte a giocare con le espressioni, come un bambino gioca con le costruzioni. Ovvero, costruisce una casetta bellissima con tanto di finestre e mansarda abitabile e poi la distrugge con la stessa naturalezza con cui sorride. Ecco, lei continua a costruire smorfie, movimenti ed espressioni per poi cancellarli appena gliene vengono in mente di migliori. Una vera gioia per chi, come me, sta qui davanti ai monitor… Sta tutto andando a meraviglia: è addirittura balzato fuori dalla borsa di Henry il paraluce della Roby… Ploto gira per la stanza con la telecamera a mano e in regia Checco e Luca ridono a crepapelle e incrociano le dita perché continui tutto così. “STOOOP, QUINDICI MINUTI DI PAUSA!!!” FLASH. Naturalmente è successo. Abbiamo sbagliato ad illuderci: non avevamo speranze di finire una serata di riprese senza problemi. Illusi. FLASH. E‟ saltata la luce. Sprofondati in un buio esoterico, non abbiamo nemmeno il fiato per ribattere. A prima vista il problema non sembra così grave: basta trovare il pannello del quadro generale… Ma dove cercare? Siamo in un negozio che occupa un intero palazzo e probabilmente sarebbe più facile trovare un ago in un pagliaio. Tra l‟altro, la luce non è nemmeno saltata in tutte le stanze, quindi ci devono essere più quadri dislocati in giro… L‟unica cosa possibile da fare è mettersi a cercare di buona lena: in prima fila ci sono Giammi e tutto il suo squadrone di elettricisti armati di torce e dietro di loro tutti gli altri rabdomanti elettrici… Alla ricerca del quadro perduto. I più ottimisti dicono che ci vorranno almeno tre quarti d‟ora perché la ricerca dia qualche frutto e poter ricominciare a girare. Intanto in regia, Ursula si appropria di un inquietante puff bianco sul quale si distende a pelle d‟orso e dal quale sembra non volersi più staccare…

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Mentre la spedizione di temerari continua, comincia a insinuarsi in tutti una certa atmosfera di sconforto. Basta guardarsi intorno per vedere un campionario di facce smorte e incredule. C‟è chi lancia maledizioni contro tutto e tutti a gran voce e chi lo fa in silenzio. La costante sono le maledizioni. Fluiscono con impressionante regolarità. Siamo vicini alla mezzanotte e, tra l‟altro siamo preoccupatissimi del fatto che quando tornerà il mahatma dell‟atelier, sarà alquanto dispiaciuto dal trovarci ancora in alto mare e senza luce. Abbiamo il terrore che ci mandi via senza farci finire. Ormai però non abbiamo più alternative: se da soli non riusciamo a trovare niente, bisogna chiamarLo e farLo venire qui. Checco (credo) prende il telefono con aria titubante… Non sembra molto contento che gli sia stato affidato questo compito alquanto scabroso…. “Tuu tuu tuu….. Tim, il cliente da lei chiamato….” Spento.

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Siamo partiti con l‟idea di girare un film e sembra di essere capitati in un film dell‟orrore. Adesso ci manca solo di sentire un urlo e un botto, poi saremmo a posto. Ore? Ormai è mezzanotte. Guardando i lati positivi di questa faccenda, il proprietario del negozio starà sicuramente arrivando. Io, Checco, Ploto e la Roby scendiamo al piano inferiore: capitiamo in mezzo ad un a esposizione di cucine, ma almeno qui abbiamo la luce. Se Checco cerca di essere positivo (tra un‟imprecazione e l‟altra), Ploto riesce a raggiungere livelli di sconforto da Guinnes dei primati. Esprime i suoi dubbi. Non ha ancora visto il girato, ma ha la netta impressione che non sia il risultato del progetto originale: non sarebbe un difetto da sottovalutare.. E visto che il progetto nasce come comico non sarebbe un difetto da sottovalutare. Checco e la Roby stemperano l‟ambiente. Non si deve essere pessimisti, dai. Ma poi viene fuori una frase che mi gela le vene: “Se domani piove non finiamo il film. Mettiamocelo in testa”. Non capisco se è una di quelle frasi che si dicono ma non si pensano oppure se è la verità. Onestamente preferisco di gran lunga non indagare. Ma le facce che vedo intorno a me non lasciano spazio a molti dubbi. Segue uno di quei momenti di silenzio in cui il mondo sembra fermarsi per aspettare te. Non succede niente. Uno seduto. Tre in piedi. Non una sola molecola che osa saltellare da qui a lì. “Arriva!” “Chi?” “Casarredo!” Ci alziamo e cerchiamo di farci trovare un po‟ ricomposti per fare una figura decente. Nessuno osa pensare agli improperi che ci pioveranno addosso. Nemmeno a dirlo, Checco e la sua storica diplomazia vengono spediti a cercare di calmare le acque. Che però, a dir la verità sono molto meno agitate di quanto non credessimo. Chiaro: non è che il mikado sprizzi gioia da tutti i pori, ma poteva essere anche molto più arrabbiato…

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Finalmente scopriamo dove sta il quadro della luce: ovvero in una parte del negozio chiusa a chiave. Tra l‟altro c‟è un nuovo problema: anche se riattacchiamo la corrente, salta dopo un secondo…. Ormai non ci stupiamo più di niente. Però stavolta la soluzione si trova subito: c‟è un corto in una presa. E sappiamo anche in quale! Due minuti due e la luce torna a illuminare “Laura e Pierre” Peccato io non sia riuscito a vedere, quello che forse, sarebbe stato più divertente da raccontare. Sto, ovviamente parlando di Checco che con tutti i mezzi possibili cerca di convincere il proprietario a non sfrattarci. Non so che cosa gli abbia detto o quale mirabolante somma di denaro gli abbia offerto, ma so che quando li vedo salire le scale assieme sembrano due amici di bar. Hanno entrambi un bel sorriso stampato in faccia, ridono e scherzano. Sì, sono un po‟ tirati, ma non si può aver tutto dalla vita… Alla fine, riusciamo ad ottenere il permesso di restare fino a quando sarà necessario per finire le riprese. Ho sentito pronunciare da Checco splendide frasi da imbonitore come: “Domattina non si ricorderà nemmeno che qui è stato girato un film. Sarà tutto perfettamente a posto, esattamente come l‟abbiamo trovato.” E ho visto il capo acconsentire più rassegnato che convinto. Ma tant‟è. Questa scena la finiremo. Non c‟è più nemmeno un secondo di tempo da perdere: ripartiamo in quarta. Già il primo ciak dopo la pausa forzata ci regala una chicca storica: alla fine della scena Alessandra deve uscire di scena imbarazzatissima mentre i due sposini si sbaciucchiano teneramente. Non so come le sia venuto in mente, forse avrà pensato che ci voleva un tocco d pepe in più nella vicenda, ma proprio mentre sta uscendo dalla stanza si gira e fa: “Oh, c dà di lingua questo qua!!!” Ci tappiamo tutti il naso per cercare di non far sentire che ridiamo come disperati, ma ho miei dubbi che l‟audio sia utilizzabile… Mentre si cambiano le ottiche alle telecamere per i controcampi o per non mi ricordo più che cosa, Alessandra, che sembra aver sempre più voglia di scherzare, prende ad agitare la sua borsetta proclamando a destra e a manca che tornerà alla sua vecchia professione di meretrice visto che questo mestiere la stressa troppo. Il giochetto prosegue gaio come non mai e Ale sembra immedesimarsi nel ruolo con estremo piacere fino a quando non si gira e propone al signore che sta dietro di lei: “Solo 50.000!!!”.
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Dopo un istante di raggelante silenzio, Checco prende le redini della situazione e, misuratissimo, fa le presentazioni: “Alessandra, questo è il proprietario del locale dove siamo ospiti… rimane qui per vedere qualche ciak…” Noi ce la ridiamo della grossa alle loro spalle… Sadici… Ridendo (molto) e scherzando (poco) in questo gaudente clima, il nostro lavoro sembra volgere al termine anche questa sera. Rimangono i soliti dettagli finali, sempre gli ultimi… non si offendono mai. Sono i più importanti, eppure aspettano in fila il loro turno. Io saluto tutti e se mi ricordo ancora dove si passa, torno sul pianeta terra.

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IL TERZO GIORNO SERATA
Piazza XX Settembre e Fontana della Fortuna

Perdi un‟ora, guadagni un‟ora… Stamattina mi sono svegliato con una canzone in testa. Ti si insinua dentro, ti scioglie le sinapsi elettrochimiche che hai nel cervello e le lega in nuovo ordine… Non vi preoccupate: sono in acido. Nella vecchia azienda agricola icola icola ò… Stasera siamo in Piazza XX Settembre, come i più scaltri tra di voi avranno notato leggendo il titolo sopra la pagina, e gireremo due scene. La prima sarà una semplice camminata panoramica di Laura attraverso il portico del teatro illuminato a puntino da Henry (visto che Fano ha deciso di patrocinarci, noi le regaliamo un po‟ di notorietà…) e la seconda sarà il monologo di Laura con la statua della Fortuna. Ci sarà da divertirsi. Davvero? Mah, lo vedremo… Arrivo in piazza alle otto e quaranta più o meno e la prima cosa che vedo è il Giardo che assieme a tutta la sua allegra brigata fa il trenino per spostare un carrello. Come i bimbi dell‟asilo… Molti dei tecnici che hanno lavorato tutto il pomeriggio per portare l‟attrezzatura sul posto e montare le luci, si sono rifugiati dentro al “Caffè Aurora” e si stanno appunto imbottendo di caffè (forse in previsione di una serata fredda e stressante…). Io li imito e me ne faccio fare uno doppio da portare via: non si è mai troppo previdenti… Quando mi riavvicino al set, trovo Ploto che con Valentina Butera (Io odio Windows XP: perché se voglio scrivere Butera, questo maledetto pezzo di ferro si ostina a correggermi e insinuare che stia imperversando una Bufera!?!?!?) sta sfogliando tutti gli articoli che in questi giorni sono usciti su di noi. Alcuni fanno piacere, altri scatenano qualche dissapore…. Per esempio ci sono diversi giornali che hanno scritto che la Faiella ha rinunciato ad un film con Vanzina per girare con noi, quando lei aveva chiesto espressamente che questo non venisse scritto. D‟accordo: magari la sua è stata una leggerezza, ma a volte i giornalisti si attaccano a qualunque cosa pur di far notizia… (Frase trita e ritrita…). Per non creare ulteriori inconvenienti ci curiamo di non far leggere queste cose ad Alessandra.
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Pian piano tutti i tecnici, fonici, elettricisti, backstagisti, registi, sceneggiatori e produttori e chi più ne ha più ne metta iniziano a tornare sul set ben ristorati nel corpo e nello spirito dai caffè e dai superalcolici assunti: una Sambuchina, uno Jagermaisterino, un Borghettino al volo con mosche, mosconi, vipere e animali feroci…. Fuori dal set, che è delimitato da millemila metri di nastro bianco e rosso (stile scena di un delitto), inizia ad assieparsi un bel po‟ di gente curiosa che, insensibile al freddo ogni secondo più pungente (la stagione è quella che è: di giorno è caldissimo e di notte si muore di freddo), continua a guardare noi che ancora non stiamo facendo assolutamente niente. Alla fine delle riprese potremmo dare un premio al curioso più stoico degli altri che ci ha seguito in tutti i nostri set…. ma avremo mai un fan così fedele? A lungo andare però, noi abbiamo l‟esigenza del massimo silenzio. E per quanto le persone stiano zitte, non riusciamo ad ottenere esattamente questa fondamentale condizione per iniziare a girare. Michele dice che in cuffia sente lo stesso rumore che farebbero un branco di elefanti ubriachi e Checco Montesi dice che secondo lui ci sono anche un paio di criceti musicisti. Mi chiedo se i nostri microfoni captino anche le flatulenze degli abitanti del Cile. Giammi, armato del suo fedele “sciuttamani” infilato nella maglietta assume uno sguardo che sembra dire: “Io ve lo chiedo una sola volta con le buone, poi vi taglio le caviglie e le metto sott‟aceto…” e si avvicina alla folla chiedendo a chi non ha il pass di indietreggiare di qualche metro e cercare di stare nel silenzio più totale. Le persone interessate obbediscono all‟istante, probabilmente intimorite dall‟altitudine (altezza è riduttivo…) di Giammi. Quante bestie ha lo zio Bruno, uno uno uno, lui che è un orso… Prima di iniziare a girare rimane da risolvere un piccolo problema: Alessandra ha talmente freddo che si è nascosta nel furgone del Giardo e si rifiuta di uscirne.Tra l‟altro, questa sera, quel furgone sembra piacere a molti: è già da qualche minuto che la Roby si è arrampicata sul tetto per fare qualche ripresa “aerea” e non ha alcuna intenzione di scendere. Per schiodare la Faiella e vincerne la riluttanza a esporsi agli agenti atmosferici, Checco si presenta con in mano due bottiglie di Borghetti. Servizio di soccorso alpino. 24 ore su 24. E intanto la Roby è sul tetto che ha deciso di tornare sulla terra ma non ha ancora le idee chiare su come farlo. “Tu mi vuoi far lavorare da ubriaca” fa la Faiella. “Scenda Faiella!” Meglio ubriaca che niente.

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Basteranno solo un paio di bicchierini a riportare un bel colore rubizzo sulle gote della nostra primadonna e a farla scendere dal camion Per, la Roby, invece sarà sufficiente un balzo felino con triplo avvitamento carpiato all‟indietro. Coefficiente di difficoltà 4.9 (esiste?). Sequenza boh, scena boh, boh, prima!!! Alessandra cammina sbilenca e viene verso il porticato del Teatro…. Litiga con la borsetta e maledice i trampoli sui quali si è costretta da sola (ma nella sua testa fiumi di imprecazioni verso i costumisti…) per piacere al suo Pierre. E via col dolly a seguire tutto l‟attraversamento del porticato, l‟uscita e qualche altro passo verso la piazza… Bella. “Plo, la gente!” “Checco, il grillo” L‟uomo si nutre, indi scricchiolii tetri: troppa attenzione Nascosto sotto un domino, c‟è un grillo. Ci osserva lavorare, curioso anche lui. Ma canta. O frinisce. Fa frusc frusc frusc. E questo non va bene. Sono il canto interrotto di un grillo. Addio, mio caro, piccolo insetto estivo: ci incontreremo ancora. Ti cercherò. Per ora, sotto la scarpa di Michele. Abbiamo anche qualche problema con dei faretti bianchi che illuminano la vetrina della “Benetton” per il corso. Sono molto forti, molto bianchi, ma soprattutto sono molto in campo. Non riusciamo a dare un taglio diverso all‟inquadratura, ma d‟altro canto, nessuno è molto soddisfatto della resa del fotografia. E poi giriamo in digitale. Le luci bianche sono molto più evidenti rispetto a come verrebbero se girassimo su pellicola. Io questo lo so perché lo sa Ploto. E me lo ha detto una sera in un pub. Le possibili soluzioni sono tutte impossibili. Qualche sabotatore si offre, con aria preoccupantemente seria, di tagliuzzare qualche cavo qua e là…. Alcuni burloni propongono di munirsi di fionde e sassi per eliminare alla base il problema…

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Alla fine, la vittoria va ai realistibarrapessimisti che propongono la via dell‟accontentarsi… Sono il fegato in vacanza del regista. “Una macchina???” “Eh, no! Stavolta vado oltre io… non c‟è diplomazia che tenga: quello se ne deve andare.” Tutti ci guardiamo allibiti. La reazione animalesca tipicamente umana che abbiamo appena osservato ci ha sbigottito. Proveniva da Checco Belfiori. Con passo deciso e occhi spiritati sta attraversando di gran carriera la piazza per andare a punire lo sventurato che ha osato entrare in campo con la sua macchina. Avreste dovuto vederlo. Ergersi nella sua maestosità di divinità imbestialita. Scatenare le sue ire contro l‟empio traditore. O perlomeno, provarci. “ Checco, noooo!!! “ “Perché!?” Il suo sguardo sottintende: “Non tentare di fermarmi o ne farai le spese tu stesso!” “Perché il signore sta caricando in macchina un paraplegico” “Ah…” Sono il calore che avvampa sulle guance di Checco. Giriamo diverse volte questa scena: non è facile tecnicamente per via di quel bel movimento del dolly sul carrello. In un‟ora e mezza ce la caviamo. Si inizia a togliere il nastro rosso e bianco con cui avevamo infiocchettato la piazza da lampione a lampione. Con il nastro, man mano se ne vanno anche i nostri spettatori. Se ne va la curiosità della gente che ci stava attorno. Se togli il nastro ad un pacchetto, poi cosa ne rimane? Cos‟è più bello tra l‟emozione dello scartare il regalo e l‟averlo tra le mani? Il mondo si aspetta così tanto da un semplice nastro di plastica… “Sei una vespa in culo!” Una frase che si commenta da sé. Racchiude il vero senso della vita. Cinque brevi parole che raccontano lo spirito della lavorazione di questo film. Le rivolge Alessandra a Checco, che come sempre dall‟inizio delle riprese le ronza intorno sfornando mille richieste, proposte, consigli, aggiunte e decurtazioni al copione… Ognuno ha il suo compito.
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Se mancasse un solo componente dello staff, tutto il lavoro si fermerebbe. Se mancasse la vespa in culo, non ci sarebbe miele da spalmare sulle fette biscottate al mattino. Una gerarchia perfettamente organizzata. E chi, ora si dovesse sentire confuso, disorientato dalla logica di queste poche righe, si ricordi una cosa importante. La prima regola di “Laura e Pierre” è: non si fanno domande. C‟è un gran fermento per il trasferimento del set fin davanti alla fontana. Intanto Alessandra, Checco, Ploto e Luca discutono degli ultimi ritocchi al copione. Rispetto alla sceneggiatura originale ci sono stati molti tagli. A dire il vero, quello che era nato come una specie di dialogo, si è radicalmente trasformato ed è diventato un velocissimo scambio di battute. Scambio, poi, è una parola grossa, visto che l‟interlocutrice è una statua… Faccio un giro per il set. Distese di cavi: probabilmente ci si potrebbe far due volte il giro del mondo. Checco Montesi e Michele Conti stanno cercando di trovare una soluzione al problema del vento che disturba l‟audio. Il Giardo si occupa delle sue creature. Henry controlla che le luci siano esattamente come lui le vuole. Una fotografia splendida. La Roby continua a backstaggiare (?!?) e si occupa di mantenere in fresco Sambuca e Borghetti. Siamo pronti: poco prima del ciak c‟è stata un‟altra amputazione al copione. Ci sarebbe dovuta essere una comparsa, ma con i tagli che sono stati fatti, sarebbe stata di troppo. Anzi, avrebbe avuto più posto della stessa statua della Fortuna. Il clima sta raffreddandosi ulteriormente e finchè Ploto non dà l‟azione, Alessandra (che ancora non ci ha perdonato di averla trascinata fuori dal furgone…) resta imbacuccata in un cappotto di lana da cosacco. “Via col cappotto e azione!” Stoc. Stoc. Stoc. Col solito passo precario Alessandra attraversa la scena. Col solito fare nevrotico Alessandra guarda la statua e ascolta ciò che essa ha da dirle. Col solito fare preoccupato, Alessandra esce di scena e si rituffa nella divisa da cosacco. Prima voce: Michele Conti
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Seconda voce: Checco Montesi Terza voce: Ploto. “Michele, com‟è?” “Nient!!” “Plo, l‟audio è inutilizzabile…” “Vento?” “Eh…” “Fa sentire…” “…‟spetta un attimo… prendi le cuffie…” “Eh, nient nient..” Se c‟è un attimo in cui il vento si calma, passa un motorino. L‟audio sembra la registrazione di un atto di guerriglia in Somalia. Dovremo doppiare? Sarebbe un grosso problema. Per il momento continuiamo a girare scene su scene per cercare di avere il più ampio margine di scelta possibile. “Dammi un po‟ di Borghetti, va‟…” “To‟…” Prima o poi questa frase l‟han detta tutti. “Oh, è fnit…” “Facciamo l‟ultima!!” Finito il carburante, finito il gioco. Senza Borghetti, si va a nanna. “Stop, buona!” Gli ultimi momenti di questa sera sono consacrati a registrare per un paio di minuti il gorgoglio della fontana. Servirà nel montaggio audio. Nemmeno a dirlo, ora che abbiamo finito, il vento si è calmato e anche la temperatura sembra un po‟ più mite… Ma che bella fattoria piena di umorismo…

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IL QUARTO GIORNO Appartamento sfitto di F. DeMarchi Ovvero: il cinema sopra il cinema

Passi. “A me en me piac per nient…” Più vicini. “Va… va… tut ste piant in gir… e pu la polvra…” “Buongiorno signora!” “Eh… bongiorn… mo sta a sentì… sa la luc… du è che sit „tacati?? Tel cunduminiiiii???” “No, signora, non si preoccupi: non le rubiamo niente!” “En so tant cunvinta….” “Buona giornata anche a lei e tante belle cose!” Quando si dice un‟accoglienza straordinaria…. Sono arrivato da meno di cinque minuti e già ho capito contro chi dovremo stare in guardia oggi: l‟oscura signora. Oggi giriamo in un appartamento sfitto di Francesco DeMarchi sopra il cinema Malatesta e a giudicare dalle facce stressate di chi è arrivato prima di me, la signora dell‟appartamento vicino ha cominciato a stuzzicare i chitarrini da un bel po‟… Costei infatti fa parte di quella categoria di persone che porta il nome di “vicinidicasa”. I compiti di questo esteso gruppo integralista armato sono i seguenti: 1. Sondare (e riferire) scrupolosamente le abitudini di chi abita nel raggio di un paio di chilometri dalla loro dimora. 2. Avere sempre un occhio attaccato allo spioncino della porta e almeno un orecchio teso alla ricerca di rumori sospetti. 3. Individuare e distruggere ogni eventuale forma di vita che osi aggirarsi nei corridoi del condominio. Sfortunatamente, la nostra condizione di esseri viventi ci rende bersaglio della amabile signora, che proprio stamane ha deciso di non aver nulla di meglio da fare se non uscire ogni due minuti dalla porta (rigorosamente blindata) del suo appartamento e scrutarci tutti con fare imbronciato dall‟alto in basso (metaforicamente). Bisogna anche dire, per dovere di cronaca, che probabilmente qualche sospetto lo desteremmo anche in qualcun altro che non sia la nostra burbera amica: infatti la scena di oggi si svolge all‟interno dello studio di uno stravagante psichiatra che arreda lo spazio che lo circonda con ogni tipo di pianta. In pratica, a chiunque esce dall‟ascensore sembra di trovarsi in un‟isola tropicale, circondato da una selvaggia e ostile vegetazione.
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Credo che anche mio fratello, che abita proprio di fronte all‟appartamento che abbiamo trasformato in foresta vergine, quando stamattina è uscito di casa per andare al lavoro sia rimasto un tantino colpito… Cerco di infilare il naso dentro l‟ingresso, ma mi basta una fugace occhiata per accorgermi che oltre alle piante e alle persone che già si contorcono in modo strano per montare luci e barre estensibili non ci entrerebbe neanche uno spillo per traverso… Così me ne sto fuori, e osservo il passeggiare pallido e assorto di Ploto lungo il corridoio. Come se fosse una novità, è tra il preoccupato e il rassegnato… Il motivo c‟è: domani è il gran giorno. Di cosa? Della presentazione di “Untitled” a Venezia!!! Si rende quindi necessaria la sua presenza e quella di Checco Belfiori alla conferenza stampa e alla proiezione…. Ma come fare? Il piano elaborato già da qualche giorno di andare con l‟aereo sembra essere ampiamente irrealizzabile perché una volta atterrati a Venezia non ci sarebbe il tempo materiale per arrivare ai giardini del Casinò, dove avverrà il tutto. Sulle facce che vedo intorno a me non leggo una grande dose di ottimismo. Ploto, che pur di trovare una soluzione darebbe il suo fegato in pasto ai pesci, è quasi rassegnato all‟evidenza: se non ci possiamo permettere di perdere un giorno di riprese (e non possiamo permettercelo), allora non si può fare. Eh, va bè… ogni tanto una ne va buca per definizione…. Meglio continuare a lavorare e non pensarci, dice qualcuno, ma si vede che ai diretti interessati la cosa non va giù per nessun verso. Hanno tutta l‟aria di due bambini che mentre fanno finta di fare i compiti, sono intenti a architettare un fior di birbonata … Bisognerà tenergli gli occhi ben piantati addosso. Intanto, accantonati momentaneamente sognidigloriacoppevolpieleonidoro, il set è pronto per girare: abbiamo avuto il nulla osta di Giammi. E dell‟asciugamano. Ignorando la reale necessità di una guida per orientarci nei meandri della nostra piccola savana artificiale, ci addentriamo nel set e ci arrampichiamo nella sovraffollata regia (sistemata al piano di sopra). Alessandra, impacchettata nel suo solito vestitino rosa confetto, claudicante come non mai fa il suo timido ingresso nel bosco: pare, si dice, si mormora che le facciano male i piedi ed abbia esaurito la sua personalissima scorta di cerotti; pazienza, dovrà stare seduta per tutta la scena. Claudio Alfredo Alfonsi, invece, al suo primo giorno di riprese, è proprio impossibile da guardare senza ridere: camicia rosso fuoco, cravatta a fantasia floreale cambogiana e aria da uomo assorto in astratti ragionamenti teoretici….

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Le risate che non è ancora riuscito a strapparmi Claudio, me le tira via a forza il busto di Freud agghindato con un cappellino da baseball e un fazzoletto al collo che fa molto Sergio Leone.

Superato il primo momento di ilarità generale, il lavoro procede bello spedito anche se le prime riprese sono come sempre da ritoccare. Una è scarica, una è fuori fuoco e una non ci piace perché stamattina ci siam svegliati tutti con la luna storta. Col passare del tempo, però, Claudio, che evidentemente è un motore Diesel, si scalda e comincia a tirar fuori battute una dietro l‟altra e a improvvisare. Risultato: in regia facciamo aeroplanini di carta col copione e ci scascelliamo dal ridere con somma disperazione di Michele Conti e di Checco Montesi che continuano a minacciarci che se andiamo avanti così o viene fuori un film muto o bisognerà doppiare tutto, perché si sentono più le nostre risate in sottofondo che le voci degli attori. Da bravi bambini ci ricomponiamo (anche se a volte sfugge qualche sghignazzo soffocato…) e continuiamo a lavorare cercando di assumere un‟aria consona alla nostra occupazione….
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A dire il vero, Ploto sembra aver preso sul serio la cosa, visto che è da una buona mezz‟ora che sta andando in giro come un tossico ad implorare chiunque gli capiti a tiro di dargli un analgesico per il mal di testa che lo sta logorando… Per una volta che sarebbe stato utile che qualche ragazza fosse stata proprio in quei giorni lì…. Insomma, tanto strepita e si dimena cha alla fine la sua richiesta di medicinali cade ignominiosamente nel vuoto, ma almeno bisogna dire che Francesca Cognome (la truccatrice) arriva con un bel vassoio di caffè bollente per tutti… Alla vista della magica bevanda tipo dei dell‟Olimpo, il dolore non gli passa, ma almeno se lo scorda…. Momentino di relax… Troppo bello…. Intanto, mentre noi siamo quassù schiacciati come sardine in una scatoletta, gli attori di sotto sudano copiosamente al caldo di luci e piante; sembra che chi se la stia passando meglio siano i tecnici che saggiamente hanno deciso di non entrare e di starsene beatamente seduti nel corridoio del condominio…. Qui, il sonno arretrato e la stanchezza fisica accumulata da quattro giorni sembrano farsi sentire… A turno, i ragazzi si litigano un po‟ di pavimento per stendersi (notizia falsa e tendenziosa, visto che di posto ce n‟è quanto ne vogliono, ma così fa più effetto…) e con una birra in mano (?!?) si godono un po‟ di riposo… i momenti belli della vita…. Ad affacciarsi dalla balaustra della scala uno può anche vedere un mucchietto d‟ossa piluccate con Henry al centro che banchetta beatamente. Le ossa sono di Checco Belfiori che aveva osato far presente che forse la scena era un po‟ buia. Pare che dovremo fare a meno dello sceneggiatore. Ma almeno ora il direttore della fotografia sembra sazio e appagato. E magari, a ben vedere la scena non era poi nemmeno così buia come sembrava. Ma non siamo soli. Qualcuno ci osserva ossessionato dalla nostra presenza. A questo qualcuno non piacciamo per niente. E questo qualcuno non aspetta altro che una misera occasione per farci sbattere fuori. Pausa pranzo. Arrivano pizze e panini di gran carriera (cioè, non è che arrivano proprio da soli…. C‟è qualcuno che li porta in braccio…. credo…) e noi dietro come lupi famelici in ansia da prestazione. Fame. Sbranare. Nutrirsi. Ci trasferiamo tutti su un piccolo ponticello che unisce due delle ali del palazzo.
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Mi viene in mente “Rosemary‟s baby”. Crunch. Come andavano i ciak? Glom. Bene. Molto bene. Magari dopo vediamo…. Su qualcosa c‟è ancora da lavorare un po‟…. Mi passi la birra? Tieni. Un occhio si stacca dallo spioncino di una delle tante porte lungo il corridoio. Sciabattio veloce verso carta e penna. “Egr. Amministratore dello stabile, Le scrivo per informarLa che nei corridoi del palazzo loschi individui si aggirano con aria sospetta e bivaccano senza ritegno Essi arrecano alla mia persona un certo fastidio, pertanto La prego cortesemente di provvedere. Certa che Lei vorrà intervenir al più presto, le porgo i miei omaggi.” Rumore di fax. Partito. “Vogliamo ricominciare?” “Eh…. È fatiga a fatigà….” “El so….” Con l‟ennesimo caffè in mano ci avviamo nuovamente verso il set. O la foresta. Dipende da come vi piace di più chiamarlo… Rannicchiato nel mio personalissimo cantuccio perfetto per scrivere e sbirciare i monitor (ce n‟è uno in ogni set…) mi diverto a guardare Checco Belfiori che bestemmia in religioso silenzio. Io lo so il perché. Ci sono passato anch‟io. Ha appena comprato un cellulare nuovo. Che si spegne quando gli pare. Senza preavviso lui prende e si spegne. Quasi tutti i cellulari Panasonic hanno questo difetto. Dicono che si faccia l‟abitudine a tutto e forse è vero: dopo un paio di settimane viene quasi automatico cercare il telefono in tasca per vedere se è ancora acceso. Ma è anche vero che il primo periodo lo passi con un tarlo in testa che continua a dire: “che impalata”. Quando Checco mugugna tra se e se che forse è meglio andare al negozio a fargli dare un‟occhiata e che “tutte a me, le cose fallate….”, mi sento in dovere di intervenire reprimendo un ghigno.
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“Non sprecarci nemmeno il tempo….” E giù a raccontare la storia di come è successo anche a me, mia sorella e un paio di amici. “Ma a parte questo, funziona perfettamente e resiste a qualunque tipo di urto.” “Beh, fantastico” è la replica che mi aspetto. Ed è la replica che arriva puntuale. Rumore di fax in arrivo. E tu che ti eri appena messo a sedere a guardare la televisione. Chi è? L‟oscura signora del condominio. Gente che bivacca nei corridoi del palazzo. O è l‟Alzheimer o sono arrivati gli alieni a colonizzare Fano. Ma forse, a ben pensarci, qualcuno te lo aveva anche detto… C‟era qualcuno che doveva girare un film oggi… A casa di DeMarchi? Probabile… Pagheresti oro quanto pesi pur di non alzarti dalla poltrona, invece ti vesti alla bell‟e meglio e vai a dare un‟occhiata. Ripensando a tutti i tuoi amici che ti dicevano che mestieraccio fosse fare l‟amministratore di condomini. Finito. Almeno per la prima parte della giornata. Nessuno più bivacca nei corridoi: tutti i tecnici tornano dentro a disboscare il set. Un via vai di piante talmente grandi che nascondono chi le trasporta. Le piante viventi. Attacco finale. Luci. Via. Telecamere. Via. Hai sigillato i nastri finiti? Si. Dove li hai messi? Via. Ci vediamo stasera allora. Bon. Ciao. Ciao. No. Non tutti se ne vanno. Anche io me ne sono andato, a dire il vero, ma il narratore qui è onnisciente. So tutto. So quindi che è rimasta ancora una persona in quel corridoio. So che questa persona è Luca Caprara, armato di straccio e scopone che cerca di ramazzare meglio che può i pavimenti sacramentando un po‟ e chiedendosi perché mai ci sia rimasto solo lui. So che dopo che ce ne siamo andati tutti, arriva l‟amministratore del palazzo, finalmente giunto sul posto del bivacco clandestino segnalatogli via fax dalla malefica e oscura signora delle tenebre.
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So che anche lui conviene con Luca che la suddetta è una rompiballe di discrete proporzioni. Come io sappia tutte queste cose non è affare di nessuno, se non mio e dei miei informatori. E questo basti.

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SERATA Il circolo cittadino (Prima parte)

Sto mangiando il pass. Masticandolo con gusto, dimentico del fatto che un paio di giorni fa mi sembrava il cartoncino più importante dell‟universo. Seduto su una panchina di fronte al portone d‟ingresso del circolo cittadino aspetto che si faccia vivo qualcuno con più autorità di me per suonare il campanello. Non sono cose, queste, che si possono prendere alla leggera. Potrebbe volerci un permesso speciale. Non so. Per il momento, la mia attività principale è rileggere gli appunti presi nei giorni passati e mangiare il pass. Fame nervosa. Quando non ho niente da fare, mangio. E quando non ho niente da mangiare mastico la prima cosa che mi capita tra le mani. Oggi è il pass. Spesso sono le mani stesse. Sono quasi a metà pasto (domani dovrò farlo plastificare nuovamente) quando arrivano Michela e Jean Claude carichi di vestiti. Si guardano intorno con aria torva, hanno mangiato in fretta e furia, dicono, per venire qui in orario. Sembra che solo loro si siano presi questo disturbo. “Ricordati di metterlo nel diario!” Sìsì. Obbedisco a tutti, basta darmene il tempo. Mentre io me lo appunto mi comunicano che vanno a prendersi un bicchiere di vino. Un aperitivo dopo cena, in sostanza. “Vieni con noi?” “No grazie, sono a posto. Ci vediamo dopo.” Dicono che l‟ispirazione arriva a chi la sa aspettare. Per stasera l‟ispirazione è rimasta indietro, ma almeno arrivano la Lalla, Magno e la Sara. Portandosi dietro l‟autorità di suonare il campanello. Driiiiiin. “Si?” (E io che mi aspettavo “Parola d‟ordine?”) “Siamo i ragazzi della Lo.Be.Ca.” “Ah, salite pure!” Semplice e indolore. Saliamo le scale. Io con la mia cartellina da conduttore di quiz televisivo.
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Gli altri tre carichi di cartelli, targhette e targhettine per camuffare i campanelli degli appartamenti. Subito dietro di noi arrivano anche l‟accoppiata dei costumisti che deve averci visto salire e che si è fiondata a depositare gli abiti. Non c‟è ancora nessun altro e io ne approfitto per darmi un‟occhiata intorno. Mobili Luigi nonsochenumero. Pavimenti antichissimi. Soffitti affrescati. Persino i tarli e la polvere sono d‟epoca. Smetto di curiosare subito dopo essermi imbattuto in una bacheca tipo quelle che si trovano nelle scuole. Solo che qui non ci sono avvisi di motorini scassati da acquistare a poco prezzo. Qui si parla di cifre simboliche. Duecento eurini striminziti per la festicciola di Carnevale. Giusto un contributo per le patatine, in sostanza. Quando mi affaccio alla finestra per osservare da dentro quello che per una vita avevo sempre e solo visto da fuori, vedo che di sotto è arrivata un po‟ di gente. Scendiamo. Un altro giretto per le amene stanze del circolo e ci saremmo forse persi la parte più divertente della serata. All‟osteria qui all‟angolo (da Micky Mazza, che detto così sembra un incrocio tra Topolino e John Holmes…), Alessandra, evidentemente elettrizzata e soddisfatta per le buona riuscita di queste prime fasi della lavorazione, sta offrendo da bere a tutti. Oddio, qualcuno dice che forse le parole “a tutti” erano da intendersi metaforicamente, ma noi che non siamo avvezzi alle figure retoriche e agli intrallazzi grammaticali, ci fiondiamo dentro al locale e due minuti dopo, grandissime faccedaculo, abbiamo in mano un bel bicchierozzo di vino bianco propedeutico alle riprese. Nemmeno a farlo apposta, qualcuno fa bella mostra della splendida e ormai storica maglietta-ricordo della Sora Emilia che recita: “Non siamo noi che siamo alcolizzati: siete voi che siete astemi!!”. Se qualcuno ancora nutrisse dei dubbi, questo è il tipico inizio di una serata che finirà immancabilmente in vacca. Usciamo dall‟osteria visibilmente più allegri e ben disposti verso le sfighe che ormai siamo abituati ad aspettarci. Ormai siamo arrivati tutti: Tomas sistema le telecamere con Henry, Ploto confabula con Valentina Butera, Pia Punzo, per la prima volta sul nostro set, sta vestendo gli abiti della portinaia assumendo via via un‟aria sempre più angosciante. Ognuno al suo posto.

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Pare che ci sia un problema: non abbiamo corrente elettrica. O meglio, tutti i modi che potremmo utilizzare per averla non sono praticabili. Questi modi sono due: usare un generatore smarmittato di quelli che i venditori di zucchero filato usano a carnevale che col suo lieve rumorino sveglierebbe le marmotte uzbeke oppure affidarci al Giardo che, pinze alla mano, propone di scardinare una cabina dell‟Enel e ciucciare la luce gratis (Daidai facciamo così…daidai…. Almeno ho qualcosa di veramente figo da scrivere…). Al solito una ventina di teste pensierose si girano tutte insieme verso Checco Belfiori in attesa di una risposta. Messia casalingo. “Si potrebbe provare a chiedere la corrente al ristorante…” “Chiedila” Ora, una piccola precisazione è d‟obbligo. Il ristorante, per chi non fosse pratico o non si ricordasse è “Da Pep”. Proprietario del suddetto ristorante è appunto Pep. Vedi anche: armadio a quattro ante. Vedi anche: Rubeus Hagrid. 140 chili di cattiveria leggendaria. La speranza, appunto, è che sia solo leggendaria. A onor del vero, non ci son stati morti. Abbiamo avuto la nostra corrente elettrica senza perdere nemmeno un ossicino del nostro sceneggiatore. “Ma quant consuma sta roba machì???” “No… poco…. Come un frigo, più o meno….” “Si, mo a mezanot stacat e non rumpet i cuaon, eh?” “Benissimo” Una paio di piccole bugie a fin di bene. Scusa Mamma, Scusa Pep. Si comincia. Causa mancanza di spazio, stasera non sono riuscito a imbucarmi vicino alla regia, così me ne sto fuori a scribacchiare. Ad ogni ciak, qualcuno esce fuori dalla regia, spara un paio di ordini e torna dentro. E si rifà. Per la cronaca, il problema Venezia è stato risolto. A farne le spese sarà Checco Montesi. Domani lo aspetta una splendida giornata in macchina per accompagnare l‟altro Checco e il solo Ploto alla proiezione. Anime grandi: stasera gli hanno concesso la serata libera per fare un po‟ di nanna preparatoria. Al suo posto Longa, armato di cuffie e buona volontà.
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In sottofondo Pia continua a minacciare Alessandra con un piumino e con apocalittiche predizioni. Dentro il regista dirige, lo sceneggiatore assiste, il produttore produce. Tutto va bene. E poi accade. Non che non ce lo fossimo aspettato. Gli stomaci si chiudono. Altri luoghi si dilatano. Una porta si apre e subito dopo si chiude. Sereno come un cielo senza nuvole, maglioncino finto casual gettato sulle spalle, appare il proprietario della baracca. Il Conte Bracci. E il livello di leccaculaggine e ossequiosità della troupe raggiunge vertici assoluti. Roba da acquario degli impiegati. Lui, il Conte, si profonde in eloquenti gesti di approvazione. Sorriso smagliante. Casomai ci fosse un fotografo di Vogue dietro l‟angolo. Mano tesa a stringere altre mani. L‟educazione prima di tutto. Poi, così com‟era arrivato, dopo essersi sincerato di non disturbare, infila la porta e se ne va. Gli stomaci si dilatano. Altri luoghi tornano alle loro normali dimensioni. Nuovamente tutti al lavoro. Henry va ripetendo che non è del tutto soddisfatto della sua fotografia. Credo che la cosa che lo faccia più incazzare, sia che trattandosi di opera sua non possa nemmeno prendersela con qualcuno. A me succede spesso. Angelino Cognome (Uno degli elettricisti), temendo che un eccessivo carico di corrente possa far rimanere al buio sia noi che il ristorante, si è improvvisamente fatto religiosissimo e timorato di Dio: per non sbagliare lo prega in diversi modi, così si inginocchia verso La Mecca (“No, da quella parte c‟è Senigallia…”), snocciola una preghiera standard e in ultima analisi, chi lo sa che non aiuti anche quella, pronuncia con solennità la PREGHIERA PERCHE‟ NON SALTI LA LUCE. Non è tanto una questione del tipo: “Non vorrei in alcuno modo arrecare danno al gentile signore che ci consente di usare la sua corrente, altrimenti la mia coscienza ne risentirebbe”. E‟ più un problema metafisico: nel deprecato caso in cui dovesse davvero andar via la luce, le nostre articolazioni, dopo un‟attenta revisione da parte di Pep, spingerebbero verso inconcepibili angolature (questa devo averla già sentita…).

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Tutto procede bene ma a rilento: Michele continua a far tremare la terra con le sue grida per imporre il silenzio, Federico continua a sbucar fuori da ogni angolo con una macchinetta digitale facendo foto a destra e a manca. La rifacciamo. Ancora. L‟ultima. No, un‟altra. Al tredicesimo ciak, Checco esce a fumarsi una sigaretta con gustosa avidità. Il lavoro non si ferma: chi deve minacciare minaccia e chi deve subire subisce. Per la quattordicesima, quindicesima, sedicesima volta…. Ogni volta che vedo Pia sventolare il piumino, sbraitando contro Alessandra, temo che alla fine, a forza di ripetere la scena, possa provarci gusto e prenderci tutti quanti in ostaggio. “La pulizia e l‟igiene sono le porte. Di là tutto è pulito. Vuoi vedere com‟è di là?” “Grazie, magari più tardi.” Ho perso il conto dei ciak, ma arriva il momento in cui chi deve sentirsi soddisfatto si sente soddisfatto. O anche se non è del tutto soddisfatto, confida nel fatto che tra i vari ciak, uno buono non possa non esserci. A voler essere sinceri, poi, abbiamo fatto anche parecchio in fretta: oltre ogni più rosea aspettativa. Ci complimentiamo gli uni con gli altri mentre i tecnici smontano qui e rimontano lì. Dove qui è da intendersi come qui e lì come il pianerottolo del circolo. Qualche gufo, però, dice che non andrà sempre così bene. Tanto qualcosa deve succedere. Chissà che il gufo non abbia ragione. Nell‟attesa di conferme o smentite, approfitto per sgranchirmi le gambe e fare un po‟ di su e giù per le scale. Simone Lodovichetti (aiuto regista) e Eugenio (quello dello sponsor Lacoste nonché segretario di edizione) si litigano una penna per annotare i ciak buoni e quelli meno buoni. Henry fa la spola tra il cortile e il pianerottolo per decidere come vuole esattamente che le luci vengano posizionate per avere una buona fotografia. Thomas sistema le telecamere sui cavalletti sfidando angoli, scale e forza di gravità. Michele scalda la voce perché qui dentro ci vorrà ancora più silenzio del solito. Io mi acquatto su uno scalino. Siamo pronti. “CHE NESSUNO RESPIRI!!!!!!!!!” Questo è il nuovo consiglio di Michele.
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“AZIONE!” Ma stavolta non andiamo da nessuna parte. Le luci sono invasive, le macchine perennemente fuori fuoco. Battiamo pochissimi ciak e sono tutti da buttare. In regia l‟occupazione principale è chiedersi se sia più tragico che non si riesca a fare una ripresa decente o che tra un ciak e l‟altro voli via come minimo un quarto d‟ora. Stand-by. Gli asparagi che servono a Pia per questa scena sembrano appassire lentamente ma inesorabilmente. C‟è una macchia sul vestito? Si, ma dai che non si vede. Sbrigarsi. Niente. E‟ serata per i gufi. Basta. Non vale più nemmeno la pena di stare qui a perder tempo: la scena va rigirata. Siamo tutti scoglionati e il fatto di non sapere perché non aiuta di certo. Sento Ploto che dice di scattare più foto possibili a luci e camere per poterle riposizionare nello stesso modo Sabato. Ovvero, quando ricominceremo daccapo. Non è ancora nato e già “ Laura e Pierre” soffre di crisi di mezza età. Ma di questo ce ne occuperemo più avanti. Ora è il caso di andare a dormire o ad ubriacarsi fino al collasso. Domattina vacanza (o Venezia) e domani sera, non so in che condizioni, Il Pincio. Vale a dire il set più difficile di tutti. Staremo a vedere.

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IL QUINTO GIORNO SERATA Il Pincio Mondoboia, sta già facendo buio e io non so come fare per scrivere. Sono appena le otto e già hanno spento le luci del mondo. Lasciatemi almeno un abat-jour! Niente, manco quello. Aspetto un miracolo. E luce fu. Grazie ad Angelino che ha appena acceso un domino posso iniziare a scrivere qualcosa (cioè quello che avete appena letto, in quanto il prima e il dopo in questa dimensione spazio temporale si escludono a favore di una circolarità del tempo… no?). Reduci dall‟avventura veneziana, arrivano anche Ploto e Checco Belfiori (il secondo ancora impacchettato in un simpatico completino da gangster…) “Com‟è andata?”1 “Bene, molto bene ma siam disintegrati…” In effetti non è che potevamo aspettarci qualcosa di molto diverso. A detta di Checco Montesi il viaggio non è stato tra i più divertenti: da Fano a Venezia, l‟unica compagnia che ha avuto è stato il russare dei suoi due compagni di viaggio. Poi la proiezione del film. Poi la conferenza stampa (con gli organizzatori che ogni due secondi gli facevano segno di stringere). Poi di nuovo in macchina (dormendo) per venire quaggiù a girare di nuovo. La notte dei morti viventi. Mentre fioccano racconti e raccontini di quello che è successo in questa movimentata giornata, tecnici e scenografi lavorano, armati di scotch e pazienza, alla costruzione del baldacchino della cartomante: stasera, infatti, ci attende la scena di Laura che entra nel misterioso rifugio di Onelia. Ogni tanto si sente qualche insulto contro il vento che scombina i teli e rischia di far spegnere le candele che sono state sistemate sui muretti del Pincio. Henry studia le luci e si arrovella il Gulliver per cercare di capire perché la fotografia non dia esattamente lo stesso effetto della prova luci fatta una settimana fa. Checco Montesi e Michele Conti montano computer e microfoni per preparare la presa diretta dell‟audio e lanciano sguardi di sfida contro il cielo come a dire: “Vedi te cosa ti faccio se non smette di tirare „sto vento!”. Sapevamo che sarebbe stato il giorno di posa più difficile di tutti e già adesso sembra che le nostre aspettative saranno più che soddisfatte.
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Sono più o meno le nove e la serata si preannuncia freddina. Alla faccia di un‟estate torrida e insopportabile. Immagino quanto sarà contenta Alessandra che dovrà stare fasciata per non so quante ore dentro al suo vestitino smanicato rosa confetto. Tra le altre cose non l‟ho ancora vista. Speriamo non ci dia buca… In attesa degli ultimissimi preparativi (in realtà manca ancora parecchio, ma volevo creare una certa suspence…) per iniziare a girare, Ploto ci fa sapere che il suo problema non è assolutamente il sonno perso in questi primi quasi-cinque giorni di lavorazione, non è il viaggio Fano-Venezia di stamattina che a ben vedere non è che lo abbia stancato eccessivamente, non è il fatto che il suo ultimo pasto completo e decente risalga a quattro giorni fa e non è nemmeno il massiccio consumo di sigarette, caffè e alcolici di quest‟ultimo periodo. No no no. Quello preoccupa per davvero e che lo fa stare un pelino in ansia è l‟ictus che potrebbe derivare dalla somma di tutti questi fattori. Mah… speriamo bene! Nel frattempo Checco Belfiori sta facendo un salto a casa per cambiarsi d‟abito e mettersi qualcosa di più adatto alla situazione. Vedendolo allontanarsi in moto tutto ben vestito, con la giacca svolazzante e il vento che gli si insinua tra i lunghi capelli scompigliandoglieli bizzarramente, mi ricorda tanto El Mariachi… Peccato che non ci sia in giro la Roby con la telecamera… Qui vicino a me, mentre scrivo, c‟è una signora di quelle, non voglio dire matte, ma… aspetta fammi trovare un sinonimo carino… ecco: “conosciute a Fano”, che mi scruta con attenzione dalla testa ai piedi… Non mi pare molto felice di questa nostra intrusione nel suo territorio. Non mi stupirei se questa sera ce la ritrovassimo in mezzo in qualche ciak. Sempre qui vicino a me c‟è anche qualcun altro. Sembra che stasera siano tutti molto interessati a quello che faccio… Appollaiato dietro la mia spalla c‟è Stitch, il cagnolone di Elisa Ridolfi (fotografa di scena in b/n. Non nel senso che lei è in bianco e nero… le foto, intendevo) che legge avidamente ogni parola che scarabocchio sulla mia cartellina stile “Lascia o raddoppia”. Intervallo. Quando una signora, incuriosita da questo insolito movimento di luci, telecamere e attori, chiede alla Roby “Che festa c‟è stasera??”, lei risponde prontissima “La festa della polenta”. “Ahhh… Dopo faccio un saltino con mio marito!” Cercando di essere discreto e professionale, mi alzo e mi avvio verso un posto dove possa sganasciarmi dal ridere senza essere visto dalla signora.

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Ogni tanto qualche passante si ferma a chiedere informazioni. Qualcuno chiede apertamente al primo che passa. Qualcuno fa finta di sapere perfettamente che cosa stiamo facendo e si fa carico della responsabilità di spiegare a chi gli sta vicino la situazione. “Vedi? Registrano un programma per la Rai!” Una signora ci comunica che lei abita proprio di fronte alla statua di Cesare e che le luci che abbiamo acceso potrebbero darle fastidio durante la notte. Forse disturberanno i suoi focosi incontri amorosi. Qualcun altro, infine, guarda e basta, accontentandosi di vedere qualcosa di nuovo e fregandosene altamente di sapere che cosa sia. Abbandono per un attimo i preparativi delle telecamere Rai per filmare la grandiosa festa della polenta e mi avvio verso Sara, Franz e Lalla che da una mezz‟ora buona sono alle prese con un cartello con su scritto “14.8 METRU” che non vuole proprio saperne di stare attaccato dove dovrebbe. Mentre li guardo divertito, cercando di capire perché effettivamente il cartello non voglia star su, Lalla dice che è un po‟ preoccupata del fatto che io possa scrivere per filo e per segno tutti gli scleri (si, un piccolo fanesismo ogni tanto ci vuole proprio) che sento da cinque giorni a questa parte. Le dico di non preoccuparsi anche perché se davvero mi mettessi a scrivere tutto quello che viene detto, verrebbe fuori un libro al cui confronto “L‟uomo senza qualità” di Musil, sembrerebbe un Bignami da nascondersi in tasca…. Quando sono all‟incirca le 21.19.37‟.29‟‟, i preparativi entrano nel vivo. Si cominciano ad armare dolly e macchine. Ogni minuto che passa mi dico che non manca più tanto. Mi auto-convinco di questo. Ci voglio credere. Sto brinando. Non sarebbe stata una brutta idea appendere al collo di Stitch una boccetta di grappa come si fa con i cani da valanga. Henry sembra aver risolto i problemi che aveva con le luci ed ora, guardando sul monitor l‟illuminazione della scena è ben soddisfatto. Il Giardo è arrampicato su una scala il cui equilibrio è una sfida alle leggi della fisica e controlla se il dolly funzioni a dovere armeggiando con pesi da palestra, cinghie e tiranti. Checco Belfiori sta tornando sul set in compagnia di un‟immensa palla di vestiti ambulante. A questo punto i casi sono due: o L‟Omino Michelin esiste davvero e ha deciso di venire a trovarci sul set, oppure sotto i cappotti sta ben nascosta Alessandra. La seconda ipotesi si rivela quella giusta.

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Sta diventando così freddo che Alessandra dopo aver salutato tutti velocemente si infila a razzo dentro il furgone del Giardo e non ne esce più finché non arriva il suo momento. Ormai siamo quasi pronti per girare e per tirar giù Alessandra dal suo piccolo e caldo nido. Gli ultimi problemi tecnici (come il fatto che le macchine che passano sulla nazionale disturbano la presa diretta) sono praticamente irrisolvibili quindi seppur a malincuore facciamo spallucce e iniziamo a lavorare sul serio. Ben scaldata dagli alcolici che Checco Belfiori continua prontamente a procurarle, Alessandra è più attiva che mai e per lo meno durante i primi ciak si cala nei panni di una Laura agguerritissima e più nevrotica che mai. La sua unica richiesta è il suo fedele cappotto tra un ciak e l‟altro. Non la ferma nemmeno il vento. Vento che, se non ferma lei, continua a spegnere le candele sui muretti. Il bello è che ogni volta che se ne spegne una, ci vogliono cinque minuti buoni per riaccenderla. E quello che fa davvero ridere è che se non facciamo in fretta a girare andrà a finire che finiremo la cera per alimentarle. Ci sbellichiamo. “Pronti?” “Azione!” Treno. Aereo. Sirena di un‟ambulanza. Ma stiamo girando il remake di “Apocalypse now”??????? O il freddo ha congelato i centri critico-paranoici di Ploto o le cose stanno andando davvero bene. Sono stati battuti appena otto ciak quando decide che sono sufficienti: da non credere. Non voglio dirlo troppo forte ma forse stasera potremmo avere il riscatto dopo la serataccia di ieri. Alle undici e venti si cominciano ad armare i dolly al piano superiore: pochi minuti e siamo di nuovo pronti a girare. Io mi sistemo su uno scalino proprio di fianco ad una candela in via di estinzione: c‟è una puzza di pollo bruciato da far paura… spero solo non provenga da me! Visto che non le è stato concesso di rifugiarsi nuovamente nel furgone, Alessandra si è barricata dentro al baldacchino. A suo dire sta amabilmente conversando con un lupo e un orso polare sorseggiando Borghetti. Non capisco se stia scherzando o se sia in preda ad allucinazioni alcoliche.
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Forse per assicurarsi che i due compagni di tenda non la infastidiscano, alla parola magica Borghetti, Ploto si precipita come un cane idrofobo dentro alla tenda e non ne esce finché non è riuscito ad appropriarsi di almeno un bicchierino del magico fluido scuro. Nel triangolino erboso nel quale è stato sistemato il set, sono stipate talmente tante persone che è difficile capire come facciano a stare in piedi. C‟è chi gestisce la macchina montata sul carrello frontale, chi quella montata sul treppiedi, chi ha trovato un posticino vicino a una candela dal quale si vede anche discretamente. Il freddo ci spinge a lavorare il più velocemente possibile, ad abbassare il nostro limite di pignoleria, a far passare meno tempo tra un ciak e l‟altro: non tutti i mali vengono per nuocere… Intanto la metà del cast tecnico è emigrata al bar Pincio per tentare di scongelarsi a forza di punch, Tè caldi e alcolici vari. Ci faccio un salto anche io, anche perché rimanere qui sarebbe inutile visto che le mani mi fanno troppo male per riuscire a scrivere un‟altra sola riga. Quando, rinfrancati e un po‟ più felici (come diceva una pubblicità un po‟ di tempo fa), torniamo sul set, abbiamo una piacevole sorpresa: stanno già fervendo i preparativi per trasportare baracca e burattini ai piedi di Cesarone. Cesarone. Il solito spaccone, non c‟è niente da fare… E‟ sempre mezzo nudo qualunque temperatura ci sia... E non si prende mai un malanno, eh… Magari avrà ragione lui… Domani vado a scuola con addosso solo quel gilettino di bronzo tanto carino che lui indossa da un po‟ di tempo (con buona pace di chi, da tre anni, sta provando a infilarmi in testa qualche rudimentale nozione di storia dell‟arte)… Seduto sopra un masso, attaccato ad un domino, cerco disperatamente di scaldarmi il fondoschiena (come il pinguino de “I tre Caballeros”)… Niente: è definitivamente fuori uso…. Non so bene che ore sono, credo più o meno le due e mezzo. Iniziamo ad essere tutti stanchi. Qualcuno, a dire il vero, non ha mai smesso di esserlo da qualche giorno. Forse è la voglia di andare a dormire che ci spinge a lavorare meglio e più in fretta, ma anche qui chiudiamo la faccenda con pochi ciak. La scena che abbiamo appena finito è quella in cui Laura conversa amabilmente con la statua di Cesare chiedendogli consigli…

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La sceneggiatura originale prevedeva un discorso ben più lungo di quello che effettivamente è stato girato, ma questo voi non avreste dovuto saperlo. A questo punto rimarrebbe un‟ultima cosuccia da fare. Roba da niente, invero. Sarebbe solo un‟inquadratura di Alessandra che cammina sculettando e inciampando verso l‟arco di Augusto. Giardo e Ploto stanno già armando il dolly. Questione di cinque minuti e poi basta, ché ridendo e scherzando, si son fatte le tre e rotti…. “Alessandra!” “Mhm?!” “Dai, un ultimo sforzo e poi abbiamo fatto!” Forse questo ciak non era stato previsto. Forse questo. O magari anche forse quest‟altro. Fatto sta che la risposta di Alessandra non lascia molto spazio a interpretazioni. “@!(“)/£”)&%&$%)&%!!!!!!!!!!! Ci vediamo domani!” “Mi sa che ha detto che non la vuole fare….” “Dici? Sarà un‟impressione….”

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IL SESTO GIORNO Il bagno

Causa mancanza di materia prima (affermazione dalle molteplici possibili interpretazioni), la cronaca del giorno sesto di lavorazione, sarà sensibilmente più breve. Per favore, contenete la vostra gioia. L‟avrei capito solo dopo, ma per arrivarci, bastava seguire i fili. Dico sul set. Stamattina abbiamo in programma la scena dello psicologo in ammollo nella vasca da bagno e mi pare quasi superfluo dire che, per poterla girare, come minimo, ci serve un bagno. Lo abbiamo trovato, magari disturbando un po‟ il legittimo proprietario, ma lo abbiamo trovato… Siamo a casa della ragazza del fratello di Ploto. Risalite di una riga a leggere con più attenzione, ché di solito sulle parentele uno non si sofferma, ma è giusto rendere giustizia a chi ci ha lasciato scorrazzare liberamente per casa sua. Il bello del cinema indipendente è proprio questo: sfruttiamo al massimo le risorse…. In una produzione diversa non ci sarebbero stati problemi per cercare un bagno e la relativa vasca: la si sarebbe ricostruita in studio. Volete mettere la soddisfazione di fare tutto con le proprie forze? (I lati negativi di questo metodo di lavoro sono volutamente omessi: qui l‟autore vuole tirare l‟acqua al proprio mulino e a quello della produzione…) Comunque, stavo dicendo che per arrivare fino a qui bastava seguire i fili: ora che sono in casa vedo che da ogni finestra che dà sull‟esterno penzola una gran numero di cavi che collegano non so cosa a non so cosa. Io, che non li avevo notati, ho semplicemente aspettato che arrivasse Ploto che mi indicasse dove andare. Quando arriviamo sono più o meno le 11.00, ovvero in perfetto orario. Tanto di tempo per accumulare il ritardo ce n‟è tanto. La casa, e specialmente il bagno, è invasa dai tecnici che montano luci, microfoni e telecamere. Lalla sta riempiendo la vasca d‟acqua e bagnoschiuma facendo quella tipica schiumina vaporosa e profumata, come dire… da film. A sporgere la testa dentro la porta del bagno si può assistere ad un affascinante spettacolo di giocoleria e contorsionismo: una massa confusa di gambe, braccia e teste, si muove con precisione cambiando i connotati alla stanza. Un paio di braccia fissano una barra estensibile. Due mani fissano un quadro sopra la vasca.

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Una bocca si lamenta perché le mattonelle lucide riflettono le luci montate sopra lo specchio. Un avambraccio risolve il problema. Ritiro la testa dal bagno avvertendo fortissimo il senso di essere di troppo. Mi accoccolo in un angolino del corridoio sperando di non dare fastidio a nessuno, anche se le cosa non è per niente facile: tutti ci diamo fastidio a vicenda. Intanto, in un‟altra stanza, Claudio Alfonsi sta calandosi nella parte. Indi per cui, serissimo, si barda con la precisione di un Samurai. Cuffia da bagno verde a forma di ranocchia. Costume. Camicia e cravatta rossa e arancione. Nessuno riesce a guardarlo senza ridere sotto i baffi. Io, che i baffi non li ho, uso una mano per nascondermi. Ora che anche Alessandra è vestita, siamo pronti a girare. Stamattina Thomas non c‟è e quindi starà a Ploto fare l‟operatore almeno per qualche ciak. Inversione di ruoli. Luca è da solo in regia vicino a Checco Montesi che insieme al suo computer registra quello che il microfono di Michele capta. Versati gli ultimi 2/3000 litri d‟acqua nella vasca, iniziamo. Con la porta del bagno chiusa, e i monitor girati dalla parte opposta da quella in cui io sono incastrato non ho la minima idea di come questa scena sia venuta. I soli metri di misura che posso usare, sono le espressioni che via via si susseguono sul viso di Luca. Ride. Scuote la testa. Ride di nuovo. Annuisce. Si mette le mani davanti agli occhi. Ploto continua ad uscire dal bagno con una sola domanda: “Com‟era?”, poi confabula un paio di secondi con Luca e scompare nuovamente chiudendosi la porta alle spalle per evitare il rischio che, vista la mancanza di spazio, la regia possa entrare in campo. Intanto quelli che non hanno trovato nemmeno un posticino o quelli che hanno le gambe troppo doloranti per continuare ad occupare il proprio si radunano in salotto dove si formano due o tre gruppetti di conversazione. Chiacchiere pacate ad occhi semichiusi per il sonno arretrato. Un incrocio tra la compostezza di Parini e l‟intorpidimento malefico di Baudelaire.

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“Com‟era?” E‟ tornato fuori. “Ah, per me era ottima… abbiamo già un certo numero di ciak buoni” “Checco, il suono?” “Ti dirò che oggi è andata benone! Ce ne sono molte buone….” “Perfetto” E si richiude dentro. La perfezione va bene, ma se si può ottenere qualcosa di più è ancora meglio. Le quattordici sono passate da poco quando Ploto decide di non aver superato la perfezione ma che comunque va bene così, liberando Claudio Alfonsi dalla vasca da bagno nella quale nel frattempo aveva messo le radici: speriamo solo di non doverlo travasare a terra come nel finale di un certo film.

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POMERIGGIO Il Lido
(Scene non presenti in copione)

Fare in fretta. Queste sono le parole che più frequentemente serpeggiano tra i ragazzi che stanno allestendo il set. Ognuno lo dice alla sua maniera. Qualcuno non lo dice, ma lo fa capire. Come in ogni scena in esterni che venga girata di giorno, abbiamo il problema del rapido variare della luce. Nemmeno il Giardo è riuscito a attaccare un dimmer al sole e così per una volta dobbiamo adattarci a queste tradizioni ormai vecchie di secoli che vogliono che il crepuscolo venga proprio verso le sei di sera. Almeno d‟estate. Per questo pomeriggio abbiamo in programma ben due scene che non erano previste originariamente nel copione (in fase di lavorazione, a dire il vero, sono stati fatti diversi cambiamenti tra i quali, appunto, l‟inserimento di queste due scene e il totale sconvolgimento del finale) ovvero un‟onirica corsa sulla spiaggia in cui Laura vestita da sposa e Pierre vestito da non so cosa si gettano (forse) l‟una nelle braccia dell‟altro e un inserto finale nel quale Laura gioca con suo figlio e chiacchiera con una passante, qualche tempo dopo la conclusione della storia. Per la serie “se facciamo le cose in famiglia magari vengono meglio” il figlio di Laura è Leonardo, ovvero il figlio della Faiella e la signora con la quale Laura scambia un paio di battute, è la madre. Non passa neanche mezz‟ora da quando arrivo che siamo già pronti per girare. Rimane qualche problema come il fatto che ci sono un sacco di riflessi sui monitor e che bisogna usare uno scatolone come camera oscura per vedere cosa stiamo girando; Michele ha rinunciato al suo silenzio assoluto capendo che per ottenerlo in una spiaggia alle sei del pomeriggio di una giornata estiva come questa ci vorrebbero almeno un paio di omicidi di quelli sadici, ma a parte questo siamo tutti operativi e possiamo iniziare. E‟ incredibile. Quando un bambino deve fare qualcosa non la farà. E non è mica per una questione di capricci o cose del genere. No. E‟ natura. Non è che gli stiamo chiedendo una cosa che gli costerà un sacrifico enorme. Deve solo scendere da uno scivolo. Dal lato divertente, nemmeno dalle scale. Eppure lui non ne vuole sapere. Ci puoi rimettere l‟orologio che in un‟altra occasione, magari se la mamma avesse avuto una fretta del demonio, lui su quello scivolo ci si sarebbe impallinato per ore.
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E invece adesso sembra che lo faccia star male solo il pensiero di una scivolatine. Avrà visto l‟altalena. Per cercare una soluzione, mezzo staff si sposta dall‟altra parte del set per cercare di invogliare Leo a scendere giù. Muahahahahah!!! PLPLPLPLPLPLPLPLPLP!!!!!!! Aahhhhhhhhhhh!!! Sono solo alcune delle argomentazioni che i ragazzi cercano di usare per convincerlo a scivolare. Sembra una squadra di poliziotti che cerca di convincere un aspirante suicida a non buttarsi. Solo che stanno facendo il contrario. Alla fine non so quale sia stata la smorfia che lo ha conquistato, ma la situazione si è sbloccata e Leo si è lanciato in una timida scivolata. Che gli è piaciuta. Oh, gli è piaciuta proprio tanto! Lo rifà? Si? Via a fare ciak, allo sfinimento finché non si stufa! Oh, non si ferma più! Quante ne abbiamo buone? Eh, un po‟ ce ne sono… facciamone un altro paio (la paranoia non se ne va mai del tutto) e poi spostiamo il set in riva…

*** Tutti in riva mare. STOP. Seduto su sdraio fregata sotto ombrellone. STOP. Osservando Ganzerli (arrivato da poco) e Faiella in vestiti bislacchi. STOP. Set spostato quasi interamente in riva mare per ultima ripresa giornata. STOP. Problematico carrello non stabile causa sabbia. STOP. Bestemmie Giardo. STOP. Lo aiutiamo tutti. STOP. A bestemmiare, intendo. STOP. Arrivato sul set Artù. STOP. Artù, cane. STOP. Ma vedi anche: giraffa. STOP. Ganzerli non troppo convinto bontà cane. STOP. Simpatico, ma a distanza di sicurezza. STOP. Primo ciak: Ganzerli si allontana da Artù quasi prima di partire. STOP. Faiella vestita da sposa fa certo effetto. STOP.

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Ma si sente mancanza vestito rosa confetto. STOP. Sole sempre più basso su mare. STOP. Stringere i tempi. STOP. Forza col carrello. STOP. Luce insufficiente. STOP. Ultimo ciak. STOP. Stop. STOP.

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IL SETTIMO GIORNO Il circolo cittadino (Seconda parte)

Non ho suonato. Nemmeno stavolta. Però ho fatto un passo avanti e ho bussato. Non potete chiedermi di suonare, su… è troppo! Mi hanno aperto i tecnici impegnati nel cortile. Sollievo. Sgattaiolo su per le scale incrociando e salutando chi sta già lavorando da un po‟. “‟giorno!” “Uè, ciao!” “Novità?” “Eeee…” Gira voce che la giornata di oggi sarà una di quelle da ricordare. Non è che gira voce. Lo so. Sta tutto scritto sull‟elenco dei giorni di posa. Gireremo le scene in cui Laura, finalmente arrivata a cosa di Pierre incontra uno per uno nelle varie stanze del suo palazzo tutti i personaggi del film fino ad arrivare poi al convivio finale che si risolverà in una specie di zuffa. Una vocina in testa continua a ripetermi: “Hai voluto la bicicletta… etta… etta…” Zitta, tu. “Oh, ha portato i viveri!” “Lascia sul tavolo che poi facciamo colazione!” “Di prima mattina???” “Ogni momento è buono!” Lascio sul tavolo il Borghetti e la Sambuca che ho comprato prima di arrivare in previsione di una giornata faticosa. La regia è sistemata in un angolo della stanza del circolo in cui c‟è il bar. Come gli antichi Greci, abbiamo edificato la nostra fortezza in posizione strategica e l‟abbiamo dotata di tutti i comfort. 10 passi dal bagno. 1.5 passi dal bar. 18 passi in media dai vari set considerando gli spostamenti nel corso del giorno. Tre sedie con braccioli per chi sta davanti ai monitor. Un divano (che poi si rivelerà una trappola mortale) per chi invece, come me, si limita a cacciare il naso.

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Visto che le scene che gireremo si svolgono di notte, già da qualche tempo, abbiamo iniziato a sprangare le finestre per non fare entrare nemmeno un filo di luce. Nelle fessure che rimangono (gli infissi sono vecchi) viene infilato di tutto: Nastro adesivo colorato. Stracci presi in prestito dal bar. La tua maglia. La mia? Si! Buio pesto. A parte tutte le luci accese, i riflettori e quant‟altro. Prendiamo posto e per l‟ennesima volta negli ultimi giorni, siamo pronti a iniziare. “Azione!” Diciotto passi più a est, Alessandra entra in scena e trova Sebastiano e Ursula seduti al pianoforte che si scambiano sguardi languidi. “Sposati e troverai la felicità” “…” Non era male. Ma la rifacciamo. Ancora. Per sempre… e sempre… e sempre… Otto passi a sud della regia, nello stesso momento in cui la melensa coppietta incita Laura a sposarsi per la quarta volta, Giardo scopre il biliardo. L‟artigiano che è in lui prende il sopravvento. Lo squadra. Batte le palpebre per tre volte. Passa una mano sul panno verde. Accarezzandolo. Afferra un stecca. Non l‟ho più visto. Zerovirgolasette passi a est del divano Ploto si arriccia nervosamente la barba con due dita, Checco Belfiori si leviga ossessivamente il viso con entrambe le mani, Luca è irrigidito sulla sua sedia a due braccioli, le braccia conserte. Ottovirgolatre passi a nord del bagno, con indosso un grembiule preso non so dove, la Roby sta sfornando caffè per tutti. “Vuoi caffè?” “Si” “Tu?” Annuisce “Anch‟io!”
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Ogni tre minuti e cinquantasette secondi esatti, Bruno, il barista del circolo, passa a controllare che non esploda niente. “Ho fatto la barista tutta l‟estate”, lo rassicura la Roby. “Oh…” Tranquillizzato, il ritmo delle sue visite cala a una ogni sei minuti e dodici secondi. Salvo per le ordinazioni dei membri del circolo. Quattro passi a sud di una delle finestre rattoppate con ogni e qualsiasi materiale, i tre uomini seduti sulle sedie di legno con braccioli e schienale dichiarano lo stop. Cinque minuti per trasferire il set nell‟altra stanza. Per un quarto d‟ora abbondante non riesco a tenere il conto dei passi. Troppa gente che viene e che va. Mi capita un giornale tra le mani. Notizia del giorno: in uscita il CD “Meglio una canzone”. Musiche di Mariano Apicella. Testi del Cavalier Silvio Berlusconi. Peccato, era una bella giornata. Tredici passi a est del bar, radunati in una stanza che fino a poco prima era stata usata come spogliatoio, togliamo la carta dai vassoi, arrivati direttamente dal “Caffè del pasticcere”. Stretto in mano il nostro trofeo con prosciutto o tonno, lo addentiamo con gusto mistico. Guarda quant‟è carino quello sgabello. Sembra sia stato messo appositamente in quell‟angolo per farmi mangiare seduto in pace riguardando gli appunti presi durante la mattinata. 5.6 secondi di indecisione. Mi ci siedo o no? E se poi magari rubo il posto a qualcuno che lo aveva visto prima di me? Naaaa… E mi siedo. “Dai tirati su!” “Muahahahahahahah!!!!!!!!!” “Io l‟avevo detto che lo dovevate nascondere meglio….” “Non era uno sgabello quello… è un tavolino per giocare a carte…. Non molto resistente… l‟avevamo nascosto in quell‟angolo perché è scollato….” “Ah….” Non è da escludere l‟ipotesi che dietro alla porta della sala situata a sei passi a nordest dell‟ingresso, ben nascoste, ci siano ancora le spoglie dell‟ex tavolo da gioco camuffato da sgabello.
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Nove passi a est della sala con il pianoforte, il set è stato trasferito con successo e quando una voce a ottovirgolauno passi dal biliardo strilla “Azione”, Anna, sbracata sul divano con fare da diva, si fa aria con un piccolo ventaglio ragguagliando Laura sui suoi diabolici piani di conquista sessuale ai danni di Alfredo, Ettore, Franco e Luigi (Chiiiiiiii?????). Un orgasmico salto sul divano. “Ma chi è Alfredo?” Per mezz‟ora, Anna continua a saltare e a non rispondere a Laura, che con pazienza certosina continua a chiedere chi sia Alfredo. Poi, l‟ultima. Ultima domanda. Ultima non risposta. “ssshshhshshhshhs sh hs hsshhsh” “Va bene” Stasera non possiamo girare. Dovevamo recuperare la disastrosa scena del pianerottolo dell‟altro giorno. Ma non possiamo. C‟è la partita. I membri vorrebbero vederla e noi non possiamo impedirglielo. Recupereremo domani. Ora, corri a cambiar di nuovo tutto per la scena del convivio finale. Sposta i cavi di segnale. Attento che qui tirano. Che gelatina ci metto qui? Un frost. Giammi e il suo asciugamano coordinano le operazioni. Te lì, te qui e voi via. Sistema le sedie. I paraluce ce li hai tu? No. Batteria scarica. C‟è n‟è un‟altra in quella borsa laggiù. Com‟è la luce? Spegni quella?... Nonono! Riaccendi! Pronti? Partito. Partito. Partito. Vai col ciak, Mone. Sequenza 7, scena….
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Azione! Quindici passi a sud-est di Mone, accoccolato sotto un termosifone col ciak in mano per non entrare in campo, Laura si fa imbottire la testa di stupidaggini dalla coppietta e dallo psicanalista. Urla. Più forte. DI PIUUUUUUUUUUUUU‟!!!! Ancora. E Mone va avanti e indietro col ciak. Trenta passi. Ancora. E Mone va avanti e indietro col ciak. Trenta passi. A fine giornata lo accompagno a fare il tagliando. “Basta!!! Tutti a casa!” “Ah…..” Stiracchiamento generale. Quello non lo smontare: ci serve anche domani. Questo? Si, questo lo puoi portare via. Faccio le foto alle attrezzature per rimetterle a posto domani? Si! Click. Click. Click. Dodici passi a sud-est della regia, imbocco le scale e: “A domani ragazzi” “‟ao!”

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L’OTTAVO GIORNO Il circolo cittadino (Terza parte) E‟ ancora lì. Non solo: ora c‟è anche Giorgio Ganzerli. Dove lo avevo perso ieri mattina, lo ritrovo oggi. Giardo, sta dando spettacolo. E‟ da un po‟ che li osservo. Senza capirci assolutamente niente. Non ho ancora capito chi sta vincendo. Il fatto è che giocano su uno di quei biliardi che non hanno le buche. Ci sono i birilli. Niente da dire: giocano in maniera estremamente scenografica. Birilli abbattuti che si rialzano, fanno una piroetta, ringraziano e tornano a stramazzare sul panno verde. Solo che non so quanto questo sia positivo per l‟uno o per l‟altro. Un paio di porte più in là, computer con foto alla mano, i tentativi di ricostruire il set esattamente uguale a com‟era ieri. Allooora…. Quella sedia stava a metà tra la terza e la quarta mattonella a partire da destra… Uno, due, tre… qui. La prima telecamera? Esattamente dove ho i piedi io: non mi sposto finché non l‟hai sistemata In sottofondo, senza un attimo di pausa, il sibilo sfinito della macchina del caffè messa nuovamente sotto torchio dalla Roby. Uno per volta, con gli occhi che ormai hanno preso la residenza fuori dalle orbite, ci presentiamo al bar per riscuotere ciò che ci spetta. Quelli più distrutti, insieme al caffè trangugiano un paio di pastiglie di guaranà. Un‟erba o qualcosa di simile. E‟ da una settimana che questa strana sostanza gira sul set. Dammene un‟altra, tanto non fa niente…. Son stati svegli per tre giorni con le allucinazioni. Dicono che abbia vinto Giorgio. Avrà buttato giù più o meno birilli del Giardo? E perché? Attenti a non spostare nemmeno di un millimetro le poltrone del salone, Alessandra, Giorgio, Checco Ploto e io sediamo in cerchio. Loro reinventano il finale. Di sana pianta.
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Io lo riscrivo. Kasparov, gli scacchi… ci serve una scacchiera….. e poi una canzone… Hai scritto? Si E poi io ti guardo, dico che mi hai stancata e me ne vado… E magari dai anche un ceffone a Ste. (Stefano Mancini: il maggiordomo) Eh eh… ok… Deve essere tutto più chiaro per chi guarda. Stai scrivendo? Si, ma andate un po‟ più piano che faccio confusione… Mhm… Provatelo, dai. Appollaiato sul suo trono, Giorgio. In una sorta di equilibrio zen sulla punta di una poltrona, Alessandra. Partono al rallentatore. Quindi gli scacchi. Lo sguardo stralunato nel vuoto dove dovrebbe stare il cameriere. Laura? Che ci fai qui? E cominciano a volare i più turpi improperi. Contro gli scacchi. Contro lo sguardo stralunato nel vuoto dove dovrebbe stare il cameriere. Schiaffo. Stop. Ridiamo. Che è comunque una cosa positiva. “Chi è?” “Sono quelli della Rai, t‟avevo detto…” “Ah si… arriviamo…” Una troupe del Tg3 regionale, si fa largo tra la selva di cavi sparsi per il pavimento fino ad approdare alla regia. Dammi un‟intervista con il regista. Dammi verità. Dammi passione. Lei vede questo corto come un possibile approdo al lungometraggio? Risposta. La scelta di girare a Fano è dettata dal budget ridotto? Risposta. Perché cimentarsi in un progetto comico? Risposta.
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Datemi movimento. Fate come vi pare, ma datemelo. E noi ci muoviamo. Vengono battuti anche un paio di ciak nel frattempo. Grazie, noi avremmo finito. (Dammi gratitudine) Prego, buona giornata. Il servizio non è mai andato in onda. Forse non gli abbiamo dato abbastanza movimento. Andiamo avanti. Arroccati sulle loro personalissima scacchiera, Laura e Pierre continuano ad urlarsi contro. Ti lascio perché mi sposi. Non ti sposo più. Ho perso il conto. Bastaaaaaaaa!!!!!!! Sciaffff….. Prima è il gelo. Alessandra, nella concitazione della scena ha mollato un ceffone a Stefano. Fatto bene. Di quelli sonori, che lasciano le cinque dita. Roba che ti vien da dire: l‟ha rotto dentro. Prima è il gelo. Poi vedi la faccia di Stefano. Lacerato dal suo dissidio interiore. L‟ammazzo qui o la prendo a ridere? Mentre lui decide, noi ci sbellichiamo. Pausa. Ora di pranzo. Ormai i vassoi di pizzette conoscono da soli la strada per raggiungerci. E invece no. Oggi si cambia. Camminiamo fino in fondo al corridoio. Ma non finisce mai? Poi a destra. Tre scalini. Sinistra. No, destra. Non lo so. Un ultimo pezzo dritto.
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Ci siamo. Siamo in un salone. Non un salone qualsiasi: una sala da pranzo. A qualcuno iniziano a scendere le lacrime. Goccioloni di commozione. Bruno fa il suo ingresso con una fiamminga mastodontica di spaghetti al pomodoro. Italia, spaghetti, mandolino. Qualche problema? Dopo i primi minuti di smarrimento (dopo una settimana di panini, viene difficile tenere in mano una forchetta), iniziamo a familiarizzare con l‟ambiente e, piatto alla mano ci serviamo senza fare troppi complimenti. Quelli li faremo dopo mangiato. Per dieci minuti il silenzio totale si impossessa della stanza. Non una mosca si azzarda a dire zzz. Teste chine sui piatti e zitti tutti. Le gambe appesantite dal vino e tutto il resto appesantito dalla pasta, ci alziamo dal tavolo con qualche difficoltà. Laura e Pierre continuano a ribattere sugli stessi argomenti. Litigano. Litigano. Litigano. Laura che si sente presa in giro. Pierre incapace di capirne il perché. “Si possono rivedere un paio di ciak, così vedo dove posso fare di meglio?” “Ci mancherebbe! Naturale!” Giorgio si studia con attenzione. Alessandra anche. “E se cantassi qualcosa?” “Come?” “Qualcosa… proviamo come dico io…” Torna nell‟altra stanza. Kasparov e tutti i suoi amici scacchisti che abbandonano le partite. Il maggiordomo spazzolone per pavimenti. Tu. Io. Loro. Schiaffo. (Beh, non canta?)
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Figli delle stelle, figli della notte che gira intorno a noi…. Auhhhhhh!!!!!!! Rimaniamo basiti. Poi ci mettiamo a ridere come porci sumeri fino allo sfinimento. Ploto gliela farà rifare almeno cinquanta volte. “Ragazzi non ridete…” Checco Montesi e Michele Conti ripetono come un mantra la stessa frase da un quarto d‟ora. “…che lo sentiamo in audio!” Ci imponiamo di fare almeno tre ciak di fila senza nemmeno sorridere. Giorgio non ci aiuta. Appena credi di aver capito cosa farà se ne viene fuori con una faccia nuova. E tu, lì, costretto a tapparti la bocca. Ce l‟abbiamo fatta. Cambio scena. Porta tutto fuori. Come sempre: via i cavalletti, le luci, i microfoni. Porta tutto in fondo in fondo. Nella stanzetta con i tre scalini. “Servizi igienici per signora”. Questo sta scritto sul cartello che Stefano regge in mano. Una semplice indicazione a seguire un percorso forzato. (Metafora dell‟inspiegabile evolversi della vita, potrebbero dire i critici all‟uscita del film) Laura deve entrare in bagno. E ci entra. “Cos‟è un‟esplosione nucleare?” Non si capisce dove piazzare le luci. In una stanza così piccola i problemi si moltiplicano. O è buio pesto, o si deve andare in giro con gli occhiali da sole. “Basta. Lasciale così.” Senza puntini di sospensione. C‟è un‟aria d‟incazzatura generale. Sciak. Perché secondo me il ciak non fa ciak. Fa SCIAK. Prima della botta c‟è il sibilo nell‟aria. Laura entra, guarda il cartello e obbedisce.
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Moltissime volte. Un‟infinità di volte. Dietro alla regia qualcuno fa il gesto dell‟impiccato. Qualcun‟altro stramazza a terra. A forza di entrare e uscire dalla stessa porta, Laura che (sta scritto sul copione) ha bisogno del bagno, rischia di farsela addosso. “Bon. Fatto. Portiamo tutto di sotto per rifare i pianerottoli”. “Plo, ti dispiace se faccio un salto a casa a fare una doccia?” “Vai vai, ci vediamo dopo”

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SERATA Il circolo cittadino (Quarta ed ultima parte) “Non son più buono manco per il brodo…” Non so se a parlare è stato Giammi o il suo asciugamano. Stanno tutti e due distesi a terra nel cortile del circolo a guardare il cielo. “Giardo vieni te a sistemare sto c…o di cavalletto se no lo schianto contro il murooooo!!!!!!!!!” L‟importante è la calma. L‟atmosfera è rilassata, noi siamo tranquilli e tutto procede per il meglio. “Comunque, a parte tutto, ho rivisto tutto il girato e… guarda meglio di come credessi… dai, con tutti i casini che abbiamo avuto…” “Ma guarda che se le cose si fanno con l‟impegno…” “Ah… ho pers tre chili sa la scusa d‟l‟impegn...” “Tre chili? Mo sa co i tieni su i calson, sa l‟elastic di capei??” “Embè… gin a lavorà, va là! Ce vol la pasiensa….” Questo cinque minuti prima che Ploto manifestasse l‟intenzione di distruggere il set. Ragazzi tenetevi pronti che iniziamo, eh? Dai, tira su il cavo del segnale… Michele si vede la tua ombra sul muro…. Come devo fare, non posso scomparire… Fa un po‟ te… Dammi uno sgabello… adesso? Va bene, ma non ti muovere… Gli asparagi dell‟altra volta? Eh… te sogni! E‟ da mo‟ che son marciti… Dimmi che non è vero… Verissimo…. Ma li abbiamo ricomprati! Ti bacerei…. Prendi gli asparagi, va… Quella gelatina in basso era proprio gialla? Si si era gialla… Ma io me la ricordo rosa… Ma io ho le foto… Ah… Pronti? Via. La pulizia e l‟igiene continuano a spaventare Laura sotto forma di portinaia imbufalita.
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Cosa sono quelli? Asparagi? Ehm… si… verdi e… nuovi… Me li dia.. No, faccio io, grazie… (e stai indietro con quel piumino…) Stop. Buona. Ottima. Bravissime. Ne rifacciamo un‟altra, per sicurezza. Gliene bastano due. Un mormorio di incredulità si diffonde per le scale dal basso verso l‟alto… Ho sentito male? Ma… davvero fa solo due ciak?? En el dì trop fort… da ment… I nastri vergini ce li hai nella borsa? No, guarda in quella della Roby… Mi raccomando, segna quelli finiti e sigillali… Tomas, stand-by… Arrivo….. Arriva il segnale? No, muovi il cavo… Eh eh eh … no… „spetta… lascia così…. Perfetto: non muovere niente. “ATTENZ….” Non ha fatto in tempo a finire la parola. Dal terzo piano, una pioggia di acqua e vetri. Ma che caz… “Scusate, colpa mia…” Una vocina dall‟alto. “Stacca il domino, dai!” “Tutto a posto?” “Spero… vediamo quando lo riaccendiamo…” “S‟è fatto male nessuno?” Silenzio. O son tutti morti, oppure chi tace acconsente. Era l‟unica bottiglia d‟acqua di vetro che era mai arrivata sul set in otto giorni. Le altre tutte di plastica. Asciugatura del domino. Una pulita per terra. Riprendersi dalla paura. Operazioni che portano via più o meno un quarto d‟ora. Per una sera eravamo in orario… non faceva, dai…

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Rimangono da girare le scene in cui Laura entra in casa della “trasgressiva” coppietta e quella in cui viene accolta dal maggiordomo in casa di Pierre. Con calma, facciamo tutto. Stefano, tu sistemati dietro la porta. Appena te lo diciamo, te apri e le fa segno di entrare, ok? Va ben. Ale, mi raccomando: carica… Ci proviamo… Driiin… “Dovrei vedere Pierre…” “…” Entra e scompare. Stop. Facciamone diverse di questa. Magari poi viene fuori una magagna in montaggio… Driiiin. Pierre. Muto. Intanto Sebastiano e Ursula (la coppietta) vestiti di tutto punto, aspettano. Quando Laura entra per l‟ultima volta in casa di Pierre, il pavimento è consumato. Si gira il set di centottanta gradi. Si cambia porta. Si cambiano i personaggi. Ma il concetto è sempre quello. Azione. TOC TOC…. “Aprite…. dai aprite….” “Siiiiiiii??” “Posso farvi… ehm… (fatemi entrare…..) qualche domanda?” “Si accomodi….” Entra e scompare. Ursula, non dimenticare la battuta! Si, scusa! La rifacciamo? Si. Mezz‟ora di presentazioni sulla soglia della porta. “Uhm…. Bene! Buon lavoro ragazzi, abbiam finito!”

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Saluti. Saluti più forti con quelli che partono stasera. Baci. Abbracci. Ebbuonanotte.

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IL NONO GIORNO Il porto Un bubbolio lontano… Eh… mi sa che va a piovere oggi… Zitto! Non lo dire neanche! Era una constatazione… Z-I-T-T-O. Siamo alla “Marina dei Cesari”, porto turistico. Oggi saremo a bordo del “Cacao”. Catamarano messoci a disposizione dalla società che gestisce il porto. Giriamo il nuovo finale, quello su cui si è lavorato per tutta la durata delle riprese. Pierre e Alfredo (ahhhh, ecco chi era….) se ne vanno in crociera lasciando Laura ed Anna con un Palmo di naso. “Tirat via finchè en tira „l vent… dop buta giù un scrulon d‟acqua….” Parola di lupo di mare che passeggia assorto sulla banchina. Ci proviamo. Primo ciak max. alle 11.00. Tutti operativi per le 10.00, con possibilità, dunque, di iniziare a quell‟ora. Contaci. “Tataplumplum flac flac […] Addizione 200.000 blocchi travi funi barili (pluuuum)” Guardi oltre il canale d‟imbocco del porto. Li vedi. Un reggimento di operai. Scavano. Smuovono. Spaccano pietre. E noi che dovremmo prendere l‟audio. “Scusi, signor padrone del porto….” “Si?” “Ci rendiamo conto della richiesta bislacca… ma non è che si potrebbero far tacere almeno le ruspe?” “Si può tutto. Il problema è che noi non c‟entriamo niente.” “Ovvero?” “Non abbiamo nessuna autorità per far smettere gli operai.” Rosseggia l‟orizzonte, come affocato a mare:
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Facciamo così. Ci prepariamo in modo da essere pronti in qualsiasi momento. E iniziamo nel momento esatto in cui loro fanno la pausa per il pranzo. La faranno, no? Henry come sono le luci? Un po‟ più alta quella lì a destra… bon, ferma così. C‟è troppo vento per i microfoni, come si fa? Aspetta, ho un‟idea: vieni con me. In lenta processione (per non cadere in acqua), un attimo dopo Mone e Michele arrivano con la macchina sulla banchina. E adesso? Adesso ci accucciamo nel bagagliaio con il computer e i microfoni. Il portellone attutirà il rumore. Ingegnoso. “Dov‟è Francesca?” “Chi?” “Francesca, la truccatrice…” “Ah… non è arrivata…” “Cosa????” “Non riusciamo nemmeno a rintracciarla” “Ma che ore sono?” “Meglio che non te lo dico…” Rossoarancionegialloverdebluindacovioletto. Tutti insieme sul viso di Ploto. nero di pece, a monte, Vento sempre più forte. Ci viene in mente il lupo di mare. Mezzogiorno passato. Attrici ancora struccate. “Non mi sembra una persona così snaturata da non presentarsi al lavoro. Dev‟essere sicuramente morta.” Ora di pranzo. Per noi e per gli operai. Ruspe ferme. Silenzio assoluto. Minuti che se ne vanno.
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Sono le due. Allegra e giuliva, borsetta in mano, arriva la truccatrice. Rancore negli occhi di tutti. E‟ viva. stracci di nubi chiare: Iniziamo prima che piova. Ci siamo? Azione. Laura ed Anna telefonano. I loro innamorati le portano in crociera. No…. Ehi? Siamo quiiiiiiiiiiiii……. Stop. Fa schifo. (Dovremo rigirare. Oggi è improponibile). Riproviamo. La seconda va meglio. Accettabile. Ploto, Luca e Checco, nascosti sotto un telo per eliminare i riflessi, meditano intensamente. “Vale la pena andare avanti?” “Ormai siamo qui” “Non possiamo permetterci di fare diversamente” Molto più tardi, col cielo ancor più scuro, viene dichiarato lo stop. Disperazione o soddisfazione. Non so quale delle due. Via veloci! Trasferire il set in sull‟ultimo molo dove è ormeggiato “Cacao”. Aiutami. Arrivo: che devo fare? Prendi un monitor, portalo laggiù. “Ehm… signore… scusi..”. Un uomo rivolto a Ploto. “Dica”

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“Mi spiace che vada così… ma se non sbaglio lei aveva chiesto di far uscire il catamarano per una delle riprese, vero?” “S.. si” “Beh, ecco, non è più possibile… sa, il vento sta gonfiando un po‟ il mare… potrebbero esserci dei danni…. Non possiamo rischiare.. sono certo che lei capirà…” “Naturale… troveremo una soluzione… Grazie dell‟informazione.” Una goccia. No, adesso, no. E‟ inutile che provi a piovere, chiaro? A costo di rimanere fulminati, noi oggi finiamo il film. Smettila di far casino con quei tuoni. Ragazzi ci siamo: possiamo cominciare. Stefano, alias il maggiordomo, pantaloni al ginocchio, è in piedi al fianco di Giorgio e Michele (bisogna mettere il cognome), ovvero Pierre e Alfredo, porgendo loro fazzoletti di ogni foggia per salutare e sbeffeggiare Laura ed Anna. Fuoco di fila di telecamere a riprenderli. Tre in tre angoli differenti. tra il ero un casolare: “L‟ultima.” La voce tremava di rabbia, emozione. Azione!. Dettaglio su Alfredo. Fazzoletti che sventolano. Stop. Momento di silenzio generale. “Il film è finito!!!!!!!!!!!” Liberatorio, l‟applauso corale. Piove. Goccia su goccia, sempre più in fretta. Svelto a smontare quel faro! Copri la telecamera e tieni questo. Cos‟è? Non lo so. Seduto su una panchina, la pioggia battente, sistemo nella borsa la cartella con gli appunti. Alzati da lì e vattene. E‟ finita. Questa volta è finita davvero.
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un‟ala di gabbiano.

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CENA DI FINE RIPRESE Cartoceto (PU) 19 Settembre 2003 Casa Curina

In macchina con Magno e Lalla dritto verso quella che, già lo so, sarà la serata più distruttiva di tutta la mia vita. Una settimana dopo l‟ultimo ciak di “Laura e Pierre”. Settimana passata a dormire senza alcun tipo di interruzione. Sognando dolly, telecamere e asparagi. “Magno ti ricordi dov‟era il posto?” “L‟ultima volta che ci son stato avevo si e no otto anni… ho una vaga idea…” “Boh… va un po‟ per di qua…” “Va piano che leggiamo i cartelli…” Terza. Seconda. “Avanti dritto..” Terza. Quarta. “Mi ricordo che a un certo momento si doveva girare a destra…” “CARTOCETO!!! QUI QUI QUI!!!!” La frenata è così brusca che noi non ci muoviamo. E‟ il mondo a ruotare di 180 gradi sotto di noi. Ci scrolliamo la polvere di dosso e ripartiamo. “Oh, adesso piano piano che non ci sono più cartelli e dobbiamo ricordarci qual è la casa….” “Sta anche facendo buio….” “No, aspetta un cartello c‟è….” La luce fioca di due candele illumina un cartello artigianale con tanto di freccia: “MACHI‟! Siamo arrivati. La prima cosa che vediamo è Ploto che si sbraccia facendo il parcheggiatore. La seconda è Sara che lo aiuta. Sara nel senso di Sara Curina e quindi, padrona di casa. Poveretta… “Le paste le hai prese tu?” “No, io ho il vino in mano…” “Dai a me…”

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Davanti e dentro casa, lo scenario è di Petroniana memoria. I genitori di Luca, sono impegnatissimi ad accendere il barbecue che servirà tra qualche minuto. Eh, se servirà! “Oh, ciao Henry!” “Uè, come va?” “‟utto bene…” “Oh, c‟è troppo vino in giro… un aperitivino?” “Eh.. bisogna consumarlo…” (Chi ben comincia...) Rumore di macchine. Cominciano ad arrivare gli altri ragazzi. Ciao. „Spetta, parcheggia più giù… Machì? Bon, ferma! Venti minuti più tardi siamo tutti attorno ai genitori di Luca (nel frattempo arrivato anche lui) con un filino di bava che ci scende lungo l‟angolo sinistro della bocca. Pesce. Chili e chili di pesce. In ogni salsa. Mi viene in mente La Bubba Gump Gamberi Corporation. Ho mentito: non siamo tutti. Manca ancora il Giardo. Passo indietro a oggi pomeriggio: “Giardo, prendi la cartina che ha disegnato la Sara per arrivare a casa sua… dai, sei anche in moto…” “No… cu ce fagh?? El saprò….” “Fa un po‟ te: se la prendi è meglio..” “Bada a gi‟…” E se n‟è andato a fare un giro in moto per le strade di campagna intorno a Fano. Tanto poi non avrebbe avuto problemi a orientarsi. “Lalla, dov‟è tuo fratello?” “Doveva essere qui da un pezzo, a dire il vero…. Poverino, il mio fratellone….” “El sapeva…” Cinque minuti e suona un telefono. “Ma dove caaaaazzzzzo siete? Saranno tre ore che giro e mi ritrovo sempre nello stesso posto!” “Beh, guarda sulla cartina…”
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“T‟a fa de‟n tel cul te e la cartina! En l‟ho presa..” “Segui i cartelli per Cartoceto…. Dove sei esattamente, ora?” “Davanti a “L‟alberone”… Risata generale. Quando sentiamo il rumore di una moto corriamo vicino al cancello per accogliere il nuovo arrivato con il giusto applauso. Non lo stiamo prendendo per il culo… Parigi-Dakar. Ora che siamo tutti arrivati possiamo anche pensare di iniziare. Pronti? Partito. Partito. Azione!!!! Stocazzo. Seduti a tavola, con la forchetta inconsciamente in mano, un occhio al bicchiere e l‟altro alle bottiglie. Non so su cosa concentrare i miei pensieri. Poi capisco. Seppie coi piselli. Spiedini. “Ehm.. ehm…” Teste che si girano verso Ploto. Ha in mano un piccolo plico di fogli. Chissà perché mi viene in mente l‟inaugurazione del Teatro. “Vorrei leggere un paio di righe, se non vi dispiace…” “Ha d‟avè scrit gros un bel po‟ s‟en sol un para d‟rig…” Mentre legge, mi vien da ridere a ripensare ai momenti divertenti. Quelli faticosi non ti vengono più in mente. Anche se ci pensi. Tanto ormai sei vaccinato. L‟importante è che le bevute risultino pari. Questa la frase del giorno, estrapolata dal paio di righe che Plo ha appena finito di leggere. Silenziosamente, mettiamo in opera. Attenzione: da questo momento in poi mi risulta difficile trovare un filo logico nel corso dei miei pensieri. Avrò preso freddo…
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Quello che mi ricordo sono solo sprazzi di conversazioni. “L‟hai letto quel libro? Lui si strozzava per guadagnarsi da vivere…” Assopito, il criceto che abita nel mio cervello zoppica faticosamente… “Mhmmm l‟ho letto anch‟io… ma non mi ricordo che libro è…” “Soffocare” “‟zz, vero.. gran libro…” E ripiombo nell‟incoscienza. Metà del mio stomaco è pesce. Tre quarti sono vino. Col risultato che almeno un quarto di vino esonderà dal mio io. Ma questo accadrà molto più tardi. Per essere precisi quando Mone mi picchierà sulla spalla e mi dirà “Oh, tutto bene?” Mi sveglio. “Si, perché?” Risata generale. Prima sento tepore addosso. Poi un freddo fottuto. Di quelli che ti gelano le ossa. Sono un disastro. Fradicio. Non so cosa stiano facendo gli altri. Sembrerà strano ma in questo momento non me curo più di tanto. Non è stata una grande idea far scrivere questo capitolo proprio a me… Mi alzo. “Serve una mano?” “Nono, tranquillo…” E invece mi servirebbe. Proprio mentre mi sollevo dalla sedia qualcuno, da fuori, inizia a ruotare la stanza. Perché fate cosi? Mi volete far star male. Non siate dispettosi…. Devo arrivare al bagno… Ci sono: mi spoglio. Freddo. “Ben tornato!” “Grazie”. Con addosso un maglione di Ploto, sprofondo su una poltrona.
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Dormo. Dormo. Dormo. Mi sveglio molto più tardi. Ricordo: Le braccia di Tomas e Ploto. Una siepe. Un tubo. Stare finalmente moooooolto meglio. Mi guardo intorno: passeggio generale. Stomaci pieni. Mezz‟ora di stallo. Stupidaggini che non colgo. Discorsi seri. Noi andiamo. Quando qualcuno se ne va, usa sempre la stessa frase. Ognuno prende una copia dei fogli che Ploto ha letto ad inizio cena. Rilegata con un nastrino rosso. Alla prossima. Tempo dopo saremmo rimasti solo in sei: Ploto, Luca, Sara, Tomas, Giardo, io. Atmosfera rilassata. Sto benissimo. Nanna. *** Sono sveglio. Dalla finestra entra uno spiraglio di luce gialla. E‟ una bella giornata. Guardo Ploto che dorme nel letto di fianco a me. Stringo gli occhi. Respira? …. Si, è vivo. Al piano di sotto, Giardo prepara caffè su caffè. Dopo la morte, rinascere fa un certo effetto. “Tomas dov‟è?” “Partito… stamattina si è alzato alle otto… aveva un appuntamento”
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Per lo stupore, mi cade la mascella sul tappeto. Alle otto… per alzarsi deve aver fatto meditazione guidata…. Un paio d‟ore dopo Giardo è in giro per campi a raccogliere frutta. Noi, tutti svegli, seduti su un divano a parlare. Poi il pranzo. Io no. Poi ancora divano. Azz… è arrivato il sole… Giardo se ne va. Una giornata così chiama un giro in moto. Alberone… one.. one… Ci spostiamo sul prato e continuiamo a parlare, parlare, parlare… Ultimi film visti. Belli. Brutti. Stupendi. Orribili. Potrebbero passare secoli e noi non cambieremmo discorso. Più equilibrati dell‟armonia universale. Poi, però, inizia a farci male il culo… Diamo una ramazzata generale alla casa. C‟è l‟immondizia da portare via. Un numero imprecisato di sacchi. Solo la fisica quantistica offre metodi per calcolare numeri talmente grandi. “Due li porto io in moto” “Quattro nel bagagliaio da me…” Ne avanzano due. “Li porto io fuori dal finestrino!” Così per tutto il viaggio dalla casa a un bidone della spazzatura, mi godo la vista di persone che mi osservano con sguardo truce sul limitare della strada. Mi si stanno spezzando le braccia. “Ci siamo” Pfui… Risaliamo in macchina e non ci fermiamo più fino a casa. ***
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Seduto sulla punta di una seggiola spagliata, leggo e rileggo quello che in questi mesi ho scritto fino a qui. Di sicuro poteva essere molto migliore. Avrebbe potuto essere peggiore. Domani consegnerò questo volume a Luca. Farà una dieta dimagrante. Probabile che anche queste ultime righe verranno tolte. Non m‟interessa. Ho provato a raccontare un film dal suo interno. A questo tenevo davvero.

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Stavo dimenticando… Quella che ha letto Ploto alla cena era una poesia. Questa:

“…Non lo so…”
Cena di fine riprese LoBeCaFilm - Cartoceto (PU) 19 Settembre 2003 Sequensa quatordic, scena dic‟nov mutor, “asiòn”, e guai chi se mov! Via sa‟l carèl, el “dolli” più in su ma occhio ai riflessi, snò miga fnìn più! Pronti? Va ben: non muovete nient: se questa arièsc‟ aven fnit -fors- dat ment! …stop, perfetta! Ala grande, „stasera: adè ne fen n‟altra, pu basta davera… L‟atòr è un po scaric, la batuta acsì en va machì la fen lunga, è mej a tajà El nastre diciot du è, chi ce l‟ha? Enrico c‟l‟aveva, ma è git su malà! El cav del segnal… vien e va via cu fag? Prov a movle, el stronc o el but via? Ochi a chel fòc, bateria, pu “stend bai” Cavi balord, marchingegn, batanài Mo en era mej - e qualcun l‟ha det de fa un spetacul al Masèt? Tut a post, un e una dò… forse ce sin? No, ancora no! …è sempre te‟l mes, cl‟afari cinès ogni scena presente, in tut le ripres Faiella, Ganzerli, Alfonsi e pu… oh! C‟è anca lù tra j‟ator: el sig. “chinoflò” ! E per fortuna, ch‟ ogni mod chel trabicul ha lavràt sod per da vita, anima e cor ma i prim piàn de tut j‟ator Un era tènue, cl‟alter più fort
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ma uno di dò me sa che pu è mort perché quand un solo è armasto tra i pìa le gente brindava, malagiù in regia! …questa è cla bona, el sent, so sigùr prò c‟è che‟l trespul che s‟ved in te‟l mur! Nient: ardà el “ciàc”, al vol… puden gì! …si mo chi è cla gent dietra, malì? “En è di nostre, cu i gin a dì?” Boh, de gi via, opur de murì! Cu ce facen i prublem de cusciensa? Aven da fa un film, mica beneficiensa!

En tucava, solament, chiuda intorne ala funtana Fil de spranga in tuta Fan: per l‟intera settimana! Alarga sa‟l “zum”! -che imatimentmo en c‟era na piassa un cuncin più capient? Un po‟ che per me c‟è „na maledision: metti in bolla la piasa, se storc i lampion! Fài un “ciac” bòn, sa‟l muviment a regìm pu vedi, t‟la scena, le person a decìn! Giu‟l lido, t‟le spiagg…o magara al Centràl… …niente da fare, manca a sugnàll: tuti in te‟l set a fa i cacianàs… …a mnài tant dle volt, c‟è mancat propi un pass! Va la ch‟ c‟è qualcun che va oltra -se el dmandiMo chi ce pol gì? O Belfiori opùr Gandi Gandi è fatiga, Belfiori è impegnat Luca e Plòt èn distràti… pericul scampat? …no! Thomas c‟è git, sa‟l crick in t‟le man: per me stend ma tuti, en ariven a dman… Thomas, di suo, la diplomazia en c‟ha propi n‟idea, en sa manca cu sia, invec el Giard ha mumenti diversi: a volte discur e a volte fa i versi. Pu conia eleganti definizioni: del tipo: “frantoio per i maroni” Una gli ha chiesto “cos‟è, una sfilata?” E lu j‟ha dit “Brava, ce sia „rivata! Mo se adès en vai via, gentil signorina
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t‟argir e te fiss el „dolli‟ in t‟la schina te vrichi i tirant sota le ascell e te stend giu da pied anca tut el carell. Apena pu sent che qualcun dà l‟ „asiòn‟ tien pur el respìr a pieni pulmon: che si c‟èn Merio e Fede a dàm una man te fag veda, da pr‟aria, i tre quarti de Fan!” Sa „sti sistem, terurisànt de rompiball en c‟n‟era tant. Thomas, Giardini e Michele: che trio… …la grasia in ti pied: tremavo anche io! “Silenzio Assoluto” – sisi, basta dill! J dava l‟”asiòn”, ma miga tranquill! Vedeva ma lù sa‟l furcòn in t‟le man …c‟è modi me mena… e manca pian pian! Cioè me dà fort, me mena de cor de gust e deciso…ma sensa rumor! I faceva dacsì [gesto] vuiatre capìt: se i diva “ciao” lu me diva “sta sit”! Pu, per furtuna: sa me era normale… per chi‟alter vigeva il “silenzio totale”!

Qualcun, delo staff, per tratà sa la gent c‟l‟aven, e oltretutt en èn male per nient: la Roby e Montesi, pr‟esempi, b‟n‟o mal pressa puchìn èn persone nurmal Se Giammi era trist per quant era gross fugit pur, chi ragass, de corsa e de sfors Sa chel sciutaman, in pied, sota i far meteva paura, „trachè bon e car! C‟è poc da fa i lòfer, i vulon o anca i bei: statle a sentì e rigat driti, che è mej! A „ste punt è giunta l‟ora de da „na svolta a „sta poesiola sa na dumanda blina blina a cui pensavo stamatina: quanti colp m‟avet mandat? Tuti, su, en ve vergugnat! Dopo cla serie de richiest
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de fa le rob ben bèn e prest quanti han dit “J se putessa, j darìa un casòt t‟la testa!” ? Se me davàt tuti „na bota la schina mia armaneva rota! En pagaven cur e fial tucava curra al‟uspedal! E‟ che se ved che sota al let c‟ho un prutetòr, o un angiulèt che tien distant le bastunat del staff ch‟è sfnit e sotpagàt! E va la che sit in ner: i sindacàt ce fan el pel! Per dì del fat che avemi fnit e ben o mal tut era git ho chiamat lundì mi padre vergugnadme cum un ladre per il tanto materiale in abbondanza, da montare “Babo aven fnit: vent‟ òr de giràt” M‟ha ris te‟l mus – c‟avria giuràt Se girami in pelicola, poc manfrìn bene o non bene: erne bòn tut le prim! Ma giràn in magnetic, e purtop -per vuialtrese un “ciac” è bon s‟ne fa anca n‟altre! E se anca el scònd è bon ugual chi ha dit che el ters ha da nì mal? So‟n po‟ paranoico, ne prendo pur atto ne so propi cuscent, ma resta di fatto che quand un giorn farìn el porno …tuti cuntenti: pignolo un corno! Se se gira diciòt‟ òr tra don nud e vibrator voi veda el prim che lascia el set tra chel casin de cul e tett! Ma donca, adè, per fala brev fen le robe cum se dev.
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Pian pianìn sarìa trop bel tentar di fare un mes apèll! Ma se de alcuni en cnosc i nom, sa altri faccio confusion: se manca un, porca miseria en el fag per cativeria! Jean Claude, Michela, Lalla e la Sara la Franci, “Alfredo”, Longa e Caprara Belfiori, Simone, Eugenio e Marchino la Vale, Livi, l‟Eli, e continuo… … l‟Elena, Magno, Pacio, el can la Virgi e Angelino, Franci, Fan! Cascioli, Chiappa, De Sena, Carlotta dai c‟né per tuti, sota a chi toca! Henry, Giammi, Giard e la Roby Thomas, Checco, Calcina… en èn pochi? Fede, Merio, j‟asistent Riccardo, e quei che en vienne in ment. Michele, Bruno… cum chi è? I quatrecent euro d‟ cafè! Nico, le Raffi, Franz Mirco e Tommaso chi c‟ha aiutat, passando per caso chi portava pasiensa, chi teneva dur chi per grasia dovuta, non c‟ha fat el cul… El grazie è sentit, ma tuti e de cor lo stress, la tension, i nerv e i rancor s‟han da „fugà, adè, in „ste mument: riempit i bichier, su, forsa, dat ment! È stat un piacer lavrà sa vuialtre speran c‟d‟ ucasiòn ne capiten altre, adè magnat pur, sensa limit nè uràri… …l‟important è le bùt: che risultino pari! Bon, è „l mument, sin giunti al fin, se pol inisià a magnà e beva el vin… …ma cu vria dì, ala fine, „ste scritt? io… “non lo so”… ma bon apetìt!!!

Andrea “PLOTO” Lodovichetti

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SCUSE

Devo le mie più profonde scuse agli artisti a cui ho rubato qualcosa. Eccone alcuni: Chuck Palahniuk, Woody Allen, Fernando Marchiori, Marco Paolini, Alessandro Baricco, J.K. Rowling, Giovanni Pascoli, Hubert Selby Jr., Lucia Moisio, Gabriel García Marquez, J.D. Salinger, Italo Calvino, Osvaldo Soriano, Bret Easton Ellis, Elio e le storie tese, Anthony Burgess, Filippo Tommaso Marinetti…. e molti altri dai quali ha preso in prestito stile, frasi e modi di dire senza nemmeno essermene accorto… RINGRAZIAMENTI Grazie a chi mi ha detto e mi dirà: “ Questo toglilo”, a chi, per tutti i giorni di lavorazione, ha portato i panini sul set, a Barbara e mio padre che hanno corretto le mie bozze, a Ploto a cui sequestrato un maglione per mesi e mesi, a Tommy che armato di pazienza e cacciavite ha permesso che io potessi scrivere queste pagine, a Sabrina che prima o poi verrà a bere qualcosa con me, a Rupert, a Mone ed Eugenio senza mai una penna, a Luca che mi ha fatto scoprire “Requiem for a dream”, a Federico ed Elisa per le foto di queste pagine, a Checco e al suo nuovissimo cellulare, a chi mi ha detto: “Son gli ultimi otto giorni che puoi dormire: dormili!”, alla mia mamma, ad Andrea che mi ha insegnato come giustificare un testo e mi ha dato dieci validi motivi per farmi una carta di credito, ad Alby e alla Tata, a quella famigliola (mmammababbofigliofiglianonna) che ha attraversato la superstrada proprio sotto il mio naso, a Sara che non ha ancora visto “Memento”, a tutto lo staff di “L‟amore. Quasi. (Oppure no)” di cui ancora faccio fatica a ricordare i nomi, a tutti quelli che leggendo queste ultime righe hanno pensato: “Mi piacerebbe che ringraziasse anche me”….

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