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Sebastiano Cuffari

LE PAROLE DEL BARDO

©2002 Cuffari Sebastiano Via San Nicolò n° 372, 95045 Misterbianco, CT

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Racconti per il mattino

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Prologo

- Ciao Ewaniwe – proruppe una voce nel silenzio della sera di Bingrim. Ewaniwe si voltò di scatto come cercando qualcuno, ma non trovò nessuno né accanto a se né a lato. - Ti sei già dimenticato di me? Eppure sono passati solo sei anni o poco meno da quando ci siamo visti l’ultima volta. – Il Viandante fece un passo verso il bardo e d’improvviso gli fu visibile – Ti sei dimenticato, tu che eri l’unico capace di vedermi? Ewaniwe allora riconobbe la voce e l’aspetto del vecchio amico, ma ad un improvviso lampo di gioia si sostituì un malcelato timore nei suoi occhi: - Perché sei qui? Vuoi forse dire che è già venuto il tempo? - Sai benissimo perché sono qui: e sai anche cosa devi fare. Io rimarrò finché tutto non sarà compiuto. Di nuovo. Ewaniwe iniziò a protestare: - Ma è troppo presto! Non capirà cosa dobbiamo dirgli! - Non preoccuparti, capirà se sarà destino che capisca – rispose il Viandante – e poi, sai che il tempo e gli eventi non lo attenderanno. - Ma come posso io insegnargli ciò che è giusto, ciò che lui dovrà cercare per il resto della sua vita? – Chiese il bardo – Sai benissimo che sono solo un uomo qualunque. Ma il Viandante non rispose all’ultima domanda, invece si allontanò lento, e mentre i suoi passi si facevano sempre più lontani e indistinti iniziò ad intonare una canzone: Quale uomo sa cos’è giusto? Fra le piagge desolate vagando, Sotto notti velate gemendo, Quando un manto è unico conforto.

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Quale uomo sa cos’è giusto? Con le stelle come unico amico, Con il tempo che ti scorre accanto E lontano il rombo e il lamento. Quale uomo sa cos’è giusto? Se scende la pioggia al tuo fianco E un bimbo è madido in viso. Il fuoco è spento lontano. Quale uomo sa cos’è giusto? Se il nemico s’avvicina rilento E la lama brilla accanto, Mentre il filo specchia il viso.

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I Padri e figli

Ewaniwe sedeva sui colli accanto alla fortezza di Bingrim. Vicino Nelian scorazzava fra le erbe alte e si divertiva ad inseguire gli animaletti. Quanta pace! Quel giorno all’alba il bardo aveva deciso di portare suo figlio di fronte a quell’immenso panorama, per raccontargli una storia, la più bella e la più importante che il bambino avrebbe ascoltato nella sua vita. Era il decimo giorno del mese di Pisue del quattrocentoseiesimo anno della Seconda Era. Ormai erano passati parecchi anni da quando Ewaniwe aveva vissuto sulla propria pelle le vicende che doveva narrare al figlio, il futuro Grande Re; proprio suo figlio, lui che era nato da un povero bardo e da una mite balia. - Nelian – disse Ewaniwe – vieni qua, ti voglio parlare. Il bambino aveva ancora poco meno d’otto anni ed era allo scuro della vita di suo padre. Nelian s’avvicinò lentamente al genitore, ancora un po’ avvolto dalle maglie del sonno del primo mattino. Appena gli fu accanto, Ewaniwe lo prese a se e lo mise su una gamba; giocando con un fuscello d’erba, gli disse: - Nelian, oggi ti racconterò una storia, una splendida favola che ti riguarda, e che coinvolge tuo padre, tua madre, tutta Arret e il tuo stesso destino! Comunque non perdiamo tempo, se no faremo tardi, e la mamma s’arrabbierà; tu sai com’è terribile tua madre quando si arrabbia! Così i colli attorno alla fortezza di Bingrim iniziarono a risuonare delle parole del bardo, mentre distante e invisibile un osservatore attento studiava negli occhi del bimbo il futuro d’Arret. La notte precedente Alinea s’era sentita chiedere dal proprio marito di svegliare di mattina presto il loro figliolo. Non aveva indagato su quale

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motivo spingesse Ewaniwe a farle questa richiesta…acconsentì semplicemente con un movimento del capo, e poi, insieme, lei e il bardo andarono a dormire. La fortezza di Bingrim era un luogo tranquillo, lontano dalla confusione e dal trambusto della vita di corte. Si trovava bene in quella dimora, anche se, di tanto in tanto, i suoi ricordi non potevano fare a meno di tornare ai tempi in cui viveva al palazzo reale, giù a Tedaran. Con una scossa assonnata cacciò via quel pensiero e, abbracciando il marito, s’addormentò. La mattina seguente poi, svegliò di persona il loro figliolo, lo vestì di tutto punto e poi lo lasciò andare col padre, ma prima gli chiese che cosa avesse intenzione di fare. La risposta d’Ewaniwe fu lapidaria: - Inizierò ad insegnargli ad essere re. - Io, Ewaniwe, tuo padre, nacqui nel 372 della Seconda Era da tuo nonno Ewanian e tua nonna Tuliwe. Il Terrore era risorto da ormai sei anni, ma tutti noi riconoscemmo il suo influsso solo molto più tardi. Mio padre Ewanian era anch’egli bardo, e vivevamo tutti insieme presso il reggente del Numer Findolis. Passai la mia infanzia assieme agli altri bambini del castello, che si trovava all’interno di Nika. Fui educato da mia madre Tuliwe fino all’adolescenza, quando mio padre m’insegnò il mestiere del bardo. Findolis considerava tuo nonno, oltre che il bardo di corte, uno dei suoi migliori amici, ed uno dei suoi consiglieri. Naturalmente però i suoi migliori consiglieri erano altri: in politica il cavaliere Ledolan, mentre il suo mentore era il saggio Baurin, una specie d’asceta che viveva in una baracca nella città. Tuliwe era la balia del castello ed era lei che si occupava della crescita e dell’educazione dei bambini che vi dimoravano. Ricordo che attorno a lei si radunavano bambini di tutte le età e lei era felice, era soddisfatta così; tutti noi eravamo soddisfatti così. In quel castello nacque anche tua madre: Alinea nacque tre anni dopo di me, ma io mi accorsi veramente di lei solo a vent’anni, quando lei ne aveva ancora diciassette. Era una ragazzina vispa e spesso irascibile, ma a quel tempo notai soprattutto la donna che cresceva in lei…dopo tutto irascibile lo è sempre stata e lo è rimasta! Comunque lei era sempre stata vicina a tutta la nostra famiglia e mia madre la amò come una figlia fin dall’infanzia, né del resto lei ebbe altra famiglia che la nostra, dato che sua madre era morta per il parto e suo padre era morto poco prima. Alinea è sempre vissuta con mia madre nel castello di Nika, la residenza di Findolis. Quel castello lo conosco come le mie tasche: da piccolo lo

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avevo esplorato tutto quanto insieme agli altri bambini, e una volta avevo trovato un piccolo cunicolo che dalle cucine conduceva fuori dalle sue mura. Quella volta, ancora piccolo, fu la prima che uscii fuori dal castello e passeggiai per la città da solo, avevo otto anni. La mia vita scorreva comunque tranquillamente nel castello o al massimo allontanandomi per le strade di Nika. La città era un posto tranquillo ed era piacevole, ogni tanto, fuggire dalle regole della corte e vagare fra le bancarelle del mercato. Vi potevi vedere merci da ogni luogo d’Arret: sembrava spesso di vedere quelle terre lontane di cui mio padre m’aveva insegnato le canzoni, anche se poi il sogno finiva e scorgevi la povertà che dilagava fra i vicoli. Ma la gente della città era brava gente, ancora non si sentivano gli effetti del Terrore. Allora amavo trascorrere il tempo con mio padre fra i campi fuori città. Lì, tuo nonno iniziava a cantare, e io, estasiato, ascoltavo a lungo e in silenzio, mentre il vento mi scompigliava i capelli. Le ore passavano così fra i canti e lo studio, fra i giochi e le stanze del castello, mentre intanto volava via la mia infanzia. A ventidue anni fui nominato anch’io bardo di corte insieme a mio padre. Comunque, tranne che per me, quello non fu un buon anno per il Numer e per il Grande Regno: due anni prima era scomparso l’erede del Grande Re Natul che aveva nome Lendelin, ed ora il Grande Re, ormai vecchio, stava in fin di vita. Una nube nera era piombata dall’occidente, svuotando la città: una nuova Corruzione era scesa su Arret e l’odio e la discordia erano piombati anche sul Numer. Gli oppositori di Findolis si moltiplicavano e fra tutti il più potente era Flaka, un giovane cavaliere che si fingeva amico del reggente ma che in realtà era stato uno dei primi Corrotti. Naturalmente tutto ciò lo scoprimmo in seguito, quando gli eventi ci fecero consci della tristezza dei tempi. Quella fu l’annata più dura per il Numer prima della Terza Grande Battaglia, ma anche le successive non furono da meno; le razzie nel nord-ovest da parte di piccole bande d’orchi erano sempre più frequenti e il Dwaralud incuteva un Terrore infernale a noi e ai nani del nord. Eppure, anche altri problemi, da lungi esistenti, si affacciavano fra i pensieri del mio sovrano: allora, ricordo, Develaire d’Aledyef, una saggia, asceta, maga, e quant’altro tu possa immaginare, venne a richiedere con insistenza l’indipendenza per il suo popolo. Le terre d’Aledyef, un altopiano a nord di Nika, erano da tempo abitate da genti che non si riconoscevano nel Numer: d’esse, era guida spirituale quella donna, e a lei fummo inviati ambasciatori io, mio padre e Baurin.

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Alinea non poteva fare a meno di chiedersi che cosa avesse voluto dire il marito con quella risposta: - Inizierò ad insegnargli ad essere re, – aveva detto, ma cosa aveva intenzione di fare. Dopotutto, quel bambino aveva già un’orda d’educatori e di maestri che gli andavano dietro per insegnargli tutto ciò che era possibile…non riusciva proprio a capire. Poi d’improvviso un lampo: suo marito aveva intenzione di raccontare la Storia, cosa era accaduto prima della nascita del bambino! Ciò però poteva voler dire soltanto una cosa…il Viandante era tornato! Develaire viveva in una grotta, spoglia ma pulita, nel meridione dell’Aledyef. La casa era povera, come tutte le case nell’altipiano: eppure aveva qualcosa di straordinario, di magico o trascendente, direi. La padrona di casa poi, era straordinaria, e persino Baurin l’ammirava, anche se non ne condivideva il pensiero e l’agire. Quando con Baurin e tuo nonno giungemmo da Develaire, dopo che questa aveva minacciato rivolte della sua gente per ottenere ciò che chiedevano, fummo accolti dall’odore d’incenso. La porta che serrava la grotta era aperta, e così, attesi, entrammo. Una luce soffusa ci fece immergere in un’atmosfera di pace, mentre l’eco di campane e di preghiere sommesse ci ammaliava. Develaire ci fu subito innanzi, e immediatamente, con un cenno docile, c’invitò a sederci. Sedutici, la donna ci versò delle tazze di una bevanda calda, il Relash, tipica di quel luogo, e ne versò un poco anche per sé: poi rimase in attesa delle nostre parole. Io ero lì per fare esperienza, per espresso ordine di Findolis, ma per tutto il tempo rimasi in silenzio, stupito e ammaliato; così, a prendere la parola fu mio padre: - Develaire, dicci, perché siamo qui per sapere: tu e la tua gente volete davvero la rivolta e la violenza? - E voi ve la procurerete? – rispose la donna, mansueta – No, noi non desideriamo violenza, né lotte e sangue. Tuttavia, reclamiamo la nostra libertà, di culto, d’usanze, e infine, di leggi. - Develaire, mia cara – riprese Baurin tranquillo ma deciso – eppure tu ti rendi conto di ciò che accade attorno a noi…perché anche tu, saggia e giusta, cerchi di dividere gli uomini, invece che di unirli? - Non cerco di dividere, Baurin. Tu sai che da tempo alla mia gente è vietato di credere, pregare, agire secondo la sua tradizione: ora noi vogliamo ciò che è nostro di diritto. Ma non useremo violenza, né

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mancheremo nei confronti della giustizia, non temere. Anch’io vedo ciò che accade attorno a noi, e il temporale che s’avvicina. Ma scorgo già l’arcobaleno, anche se non vedo come sarà il mondo su cui esso si mostrerà magnifico. Baurin, vedrai che, come da sempre sappiamo, gli opposti si concilieranno, e una nuova armonia nascerà. È questo ciò che deve accadere. - Hai una visione più ottimistica della mia, Develaire. Ma tu leggi nella volontà di uno, io in quella di molti. E oggi i molti non sono saldi come i tuoi: perché so già che voi non userete violenza per il vostro scopo. - Getta una pietra in uno stagno – disse Develaire maneggiando delle pietre – e tanti cerchi ne nasceranno. Il loro ritmo è in un solo sasso. I molti vengono dal singolo, Baurin, tu questo lo sai bene. - A te il Creatore, Develaire, a me le sue creature. Questo è il nostro destino, e così andrà. - Spiace disturbare le vostre discussioni – intervenne mio padre – ma c’è da discutere anche altro. Che cosa dobbiamo dire a Findolis? - Dite che la mia gente vuole la sua terra e la sua tradizione. Non useremo violenza, ma in ogni modo porteremo avanti le nostre richieste. - Questo è quanto – concluse tuo nonno. Stavamo per alzarci, quando la donna prese ad armeggiare con i sassolini. Allora essi si sollevarono dalle sue mani, mentre gli occhi di Develaire si facevano bianchi. Le pietre girarono vorticosamente, e poi caddero a terra. Allora la donna mi fissò, ed esclamò: - Baurin, hai con te una gemma e non ne riferisci? Tu, – e m’indicò – tu avrai una gran sorte perché nulla desideri. È scritto: Chi nulla merita nulla avrà, E questa sarà la sua fortuna. Chi tutto vuole, tutto perderà, Che nulla rimarrà nelle sue mani. Chi di nulla avrà desiderio, La più gran sorte lo attende. Così disse Develaire, prima di licenziarci. Con le sue richieste tornammo da Findolis, e riferimmo, mentre io ben presto dimenticai le parole enigmatiche che ora ti ho riferito. La questione delle genti di quella donna cadde nel dimenticatoio, e quelle persone cominciarono una rivolta pacifica, non pagando le tasse. Alcuni di loro furono messi in

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carcere, ma ben presto, fra i mille altri problemi, la sorte di quella desolata terra, e la stessa Develaire, caddero nell’oblio.

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II Conversando al mercato

L’anno successivo Tuliwe, mia madre, morì per gli stenti cui tutti eravamo sottoposti, compreso Findolis: piansi come un matto sul suo letto mentre mio padre da quel giorno divenne irrimediabilmente cupo in viso. Il posto di mia madre nel castello fu preso da Alinea che ormai aveva vent’anni. Era la mia migliore amica e unica confidente; ci facevamo forza a vicenda per sopportare ciò che ci accadeva attorno. Ricordo che a volte aiutavo Alinea ad accudire i bambini e che insieme cantavamo loro la canzone de “La città dell’oro”…la conosci? – Nelian fece cenno di no con la testa, e il bardo, riprendendo, disse – allora ti canterò i versi che il tempo non ha cancellato dalla mia mente: S’alzano alti calici di vino Fra mura assolate della città dell’oro, E il fasto supremo regna sovrano, E gli uomini in casa cantano e danzano. Giunge il ramingo straniero sfinito Alle porte dischiuse della città dell’oro, Lo accolgono ridenti mani pietose, La mente e l’animo di fretta ristorano. Canta l’aedo fra le stanze del re Le gesta passate della città dell’oro, E il popolo ascolta, ascolta silente Le parole del bardo che splendide volano. Ormai ho dimenticato il resto della canzone, ma ricordo che quando la cantavo i bambini erano felici, riuscivano a dimenticare ciò che accadeva loro intorno. Ma canti e danze si facevano sempre più rari,

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mentre le liti a corte erano sempre più frequenti. In effetti, avremmo dovuto tutti aspettarci ciò che sarebbe in seguito accaduto. In quell’anno scoprimmo le reali intenzioni di Flaka, e le scoprimmo nel modo peggiore. Il Viandante era tornato, ma ciò voleva dire che aveva ordinato ad Ewaniwe di preparare Nelian? Questa domanda tormentava Alinea. Perché? Perché il bambino doveva essere preparato ora al suo futuro? Gnomanar non era stato sconfitto? C’era forse qualche nuovo pericolo? La donna fu avvolta dal gelo e il ricordo degli anni bui nacque nella sua mente. Ora temeva per il figlio. Non voleva che passasse ciò che già avevano passato lei e suo marito. Ricordo che passeggiavo per Nika quando ebbi per la prima volta sentore di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco. Le bancarelle del mercato erano semivuote per la povertà che era sempre più diffusa e dietro una di queste intravidi Flaka, nascosto, parlare con un tizio che scorsi di spalle, con i capelli lunghi fino alle gambe: parlavano di un evento che sarebbe avvenuto di lì a cinque giorni, che avrebbe cambiato completamente la loro vita. Sul momento non capii di cosa stessero parlando e mi allontanai noncurante, mentre osservavo distrattamente l’uomo che si voltava rapidamente e s’allontanava. Era il dodici di Neue del 395, avevo 23 anni. Non mi fermai a parlare con Flaka, anche se lo conoscevo, perché non lo avevo molto a simpatia, né lui provava quel sentimento per me; anzi tutt’altro, tant’è che ogni volta che vedeva me o mio padre aiutare Findolis da consiglieri, non perdeva l’occasione per ricordarci la povertà della nostra nascita e il nostro differente stato sociale. Così, proseguii per la mia strada. Tornando al castello inoltre incontrai Baurin e conobbi il suo discepolo Bellig. Baurin era un uomo pacato, cortese e amabile, sempre pronto ad una sottile ironia. Viveva nella povertà, nondimeno era una delle persone più rispettate di Nika. Spesso lo potevi vedere nelle piazze ad interrogare la gente su cosa fosse il bene o il male e a chiedere come ci si dovesse comportare nella vita e nelle varie occasioni; era strano vedergli porre queste domande, dato che tutti sapevamo che, in fondo, fra noi lui era quello che conosceva meglio le risposte. Eppure metteva tutto il proprio ardore in quei dialoghi, come se davvero volesse conoscere a tutti i costi quelle risposte che già conosceva. E non c’era volta che non avesse nuovi dubbi, nuove

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incertezze che trasmetteva al tuo cuore solo per aiutarti poi a risolverle. Findolis lo reputava il migliore dei suoi consiglieri, e non c’era volta alle assemblee che Flaka non tentasse di metterlo in fallo solo per farsi bello di fronte al reggente: non ci riuscì mai. Bellig, invece, a prima vista sembrava una persona completamente diversa. Non era pacato né gentile. Quando lo conobbi era sempre diretto, non usava giri di parole e in ogni cosa usava sempre andare subito al sodo. Eppure l’ultima volta che l’ho visto mi è sembrato una persona completamente diversa, molto più simile al suo maestro. È proprio vero che il tempo cambia le persone! Quando incrociai i due saggi, questi erano intenti in un’accesa discussione con un uomo e una donna abbastanza noti in città. I due vivevano secondo i loro canoni di bellezza e utilità, e in effetti, anche in quel momento, discutevano di tali argomenti con Baurin, mentre Bellig udiva attento. I due erano dei cultori del bello, e riempivano la loro casa d’ogni cosa in cui scorgevano un che d’affascinante. Non avevano molti amici, ma molti ne cambiavano, sempre in cerca di qualche nuova emozione. Lui, tra l’altro, si dava arie da filosofo e da saggio. Dopo questa discussione, presto ebbero a litigare per qualche screzio o qualche litigio avvenuto fra di loro, ed in seguito, in città non se ne seppe più niente dell’uno e dell’altra. Non so da quanto era iniziata la discussione quando sopraggiunsi, ma queste furono le cose che udii: - Guardaci – disse l’uomo, piuttosto giovane, come la compagna, a Baurin – noi viviamo sempre alla ricerca della bellezza, ed in ciò siamo felici. Anche tu sembri felice, Baurin, quindi pensiamo che anche tu, come noi, credi nella bellezza e nel godimento dell’istante, giusto? - A dire la verità, non credo in nessuna delle cose che dici, mio caro. - Ma come? Cos’altro ci può essere da cercare in questa vita, se non l’istante? - Vuoi davvero saperlo? Ebbene, due cose sole io cerco ed indago, e di altro non mi curo: l’anima in me e l’Uno sopra di me. - Sono belle le cose che dici, ma del tutto irraggiungibili per l’uomo – intervenne la donna. - Sbagli, sono le uniche realtà. Ma forse vediamo le cose in maniera diversa, e da ciò, credo, ci comportiamo anche in maniera opposta. Ditemi, voi credete nell’amicizia e nell’amore? E nel peccato e nell’errore? - Certo, soprattutto nel godimento dell’amore. Esso dà attimi di felicità e di quiete. Anche l’amicizia, come l’amore, e da un amico grande

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guadagno si può avere. Riguardo al peccato, non lo vedo, perché tutto è lecito, finché procura gioia al singolo. - Vedi che sentiamo le cose in maniera diversa: tu cerchi un amico per un guadagno, io per dare amicizia e solidarietà umana. Tu cerchi un amore per godere dell’attimo, io per donare me stesso nell'amore. Tu non vedi il peccato perché tu stesso sei il centro dei tuoi interessi: io lo vedo perché vedo l’Uno al centro di tutto. Ma da te stesso consegue un fatto: tu non hai certezze, perché non hai solide basi su cui costruire la vita. Il tuo presente è mutevole. Cerchi il bello, la soddisfazione in ogni dove, ma il bello presto ti appartiene dove l’hai trovato, e allora devi ricercarlo in qualcos’altro. Non ti fai scrupolo allora a trovarlo anche a scapito di chi ti ha voluto bene. Non è vero che, se vi fosse posta la questione, scegliereste tutt’e due la gioia d’un attimo ad un amico o ad un amore da tempo caro? - Io – disse la donna – lo sceglierei. - Anch’io – le fece eco l’uomo – ma forse mentirei per coprire la mia scelta. - Mentiresti, dici, perché anche tu in cuore t’accorgi di quanto è meschina la tua azione. Non è vero? - Non so. So solo che forse terrei nascosto ciò che faccio. - Io no – riprese con forza la donna – perché la vita è solo mia, e a nessun altro è dato di giudicare ciò che faccio. - E’ giusto non giudicare se non si vuol essere giudicati – continuò Baurin – e tuttavia tu non sei un’isola nel mare, e le tue azioni coinvolgono anche gli altri. Nella tua ricerca del bello tu non ti avvedi del vero bene. Non parlo dell’Uno, perché, anche se per me la sua essenza è una cosa chiara, forse per voi esso non esiste, o non v’interessa la sua presenza. Sarebbe lungo dibattere su di esso: tuttavia osservate con me. Cercate il godimento, ma non scorgete la bellezza del dono. Ad un amico chiedete, ma non esitate a tradirlo per il vostro utile o diletto. Di un amore godete, ma subito, finita la passione d’un attimo, non esitate a correre ad altri letti. La vostra non è vera ricerca. In voi, nulla vi è d’umano. Poco più di bestie siete comportandovi così. Ma voi siete uomini, e fra gli uomini deve regnare la solidarietà ed il rispetto. Nella vostra anima vi è una parte divina che reclama la contemplazione dell’unica bellezza. Se voi la seguiste, scorgereste bellezze che non crollano col passare dei minuti, amicizie e amori sinceri e duraturi vi si farebbero innanzi. Vi innalzereste a quote di gioia che i vostri sensi non

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possono nemmeno immaginare. Ma dai vostri sguardi scorgo come voi non crediate alle mie parole. Tuttavia voi cogliete la mia serenità d’animo: ed io vivo così. Credo in ciò che dico, e finché vivrò, sarò coerente a queste che per voi sono favole, per quanto la provvidenza me lo concederà. - Ci spiace Baurin, ma non vediamo ciò che tu vedi. Tu sei felice, ma anche noi ci sentiamo felici. Ora per noi è venuto il tempo di andare: stacci bene saggio, qualunque cosa voglia dire per te quest’augurio. - Poveretti, non si rendono conto che la loro gioia presto passerà, mentre i loro anni appassiranno. Non vedono, in parte perché non vogliono vedere, in parte perché non possono più. Tuttavia, pregheremo per loro. Mentre diceva ciò, i due se n’andavano, senza sentire le parole del saggio. Io, finito il dialogo, stavo per andar via, verso il castello, quando Baurin mi fermò e iniziò a parlarmi amabilmente. Mi presentò il suo discepolo, ma ebbi come l’impressione che questi non fosse interessato a me, che stesse cercando qualche altra cosa. Comunque ci congedammo in fretta e mi dissero che presto ci saremmo rivisti al castello. Non dissi niente a nessuno di quello che avevo visto, anche perché non avevo capito nulla di quello che stava accadendo. Quattro giorni dopo ci fu una festa nella dimora di Findolis. Parteciparono anche tutti i consiglieri, Flaka compreso, eccetto Baurin che non usava unirsi a noi in queste occasioni. Il cavaliere Ledolan trattava affabilmente con tutti mentre Flaka continuava a sdegnare chiunque. Findolis sedeva sul trono con sguardo compiaciuto, mentre io e mio padre continuavamo ad intonare canti e a suonare musiche che rallegrassero gli animi dei presenti. Sembrava una serata perfetta e per tutti fino a quel momento ogni cosa era andata nel migliore dei modi. Tuttavia una cosa mi insospettì: infatti, vi era un gran via vai d’uomini che più o meno senza dare nell’occhio andavano conversando e riferendo notizie a Flaka. Vidi per un attimo anche l’uomo che avevo intravisto al mercato parlare con Flaka aggirarsi con fare sospettoso per le aule del castello. Comunque anche questa volta non diedi molto peso alla cosa e continuai a fare ciò che anche ai tempi mi riusciva meglio…cantare il passato. Tutto d’un tratto però Flaka si levò in piedi e con il suo solito fare disinvolto prese la parola: - Sire e voi tutti qui presenti, voglio proporvi un brindisi alla salute del nostro regno e del nostro re; voglia il cielo che egli viva altre mille di queste serate, e voglia il cielo che le nostre terre vivano altre migliaia e migliaia di queste sere libere dall’invasore; tuttavia, brava gente, è

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proprio per questo che ho convinto il re, mi perdoni per ciò, ad indire questa festa; difatti voglio il vostro appoggio per convincere il nostro sire che l’unico modo per tenere salva la nostra salute è di attaccare prima di essere attaccati. O, comunque, di agire. Voi tutti sapete a cosa io mi riferisco…sto parlando del Terrore dall’ovest. Invano ho tentato di convincere il sovrano ad iniziare una campagna contro le terre occidentali, malgrado non avessimo nessuna autorizzazione dal Grande Re Natul. Il fatto che il Grande Re Natul condanni a morte la sua gente, non vuol dire che noi dobbiamo permettere che il nostro popolo subisca la stessa sorte. - Flaka – intervenne Findolis alzandosi dal trono – mi hai già fatto questa ramanzina varie volte, e sempre ti ho risposto che non mi muoverò senza l’appoggio di Natul. Sai benissimo anche tu che è meglio avere un solo nemico invece che due, e questa sarebbe l’unica cosa che otterremmo mettendoci contro il Grande Re… -Sagge parole – riprese Flaka – e meditate; si vede proprio che sono nate da un uomo che non ha nient’altro da fare che pensare ai cavilli nel sonno! Sire, quando smetterete di essere un burattino nelle mani di Baurin? Quando lascerete che la forza della gioventù irrompa in queste aule, invece che le tremule parole di un vecchio moribondo? E poi, dov’è ora questo grande uomo? Perché non è qui a mettere di fronte alle mie parole la sua saggezza? Ve lo dico io dov’è – e si volse ai commensali – il vile ha intuito che oggi non sarebbe stata la sua giornata, ed è rimasto nella sua capanna a dormire! E noi lo lasceremo dormire, ma non lasceremo che con lui dorma tutta la nostra terra…E poi sapete bene, sire, che c’è anche un’altra via…ciò che non si può combattere si può rendere amico… Il brusio si levò nella sala, mentre tutti i presenti si guardavano colti dal dubbio: - Sono forbite le tue parole – proruppe una voce dall’entrata dell’aula – taglienti come lame e avvelenate come serpi, ma saranno anche sagge? – Riconobbi l’uomo che aveva parlato, era Bellig, il discepolo di Baurin – Ma forse è proprio la saggezza ciò che ti manca – ciò dicendo si avvicinò al trono – Flaka, mio buon Flaka, perché parli di ciò che non conosci? – Continuò con fare ironico – Parli di guerra tu che al massimo vai appresso ad una volpe; parli di nemici, ma dimmi, quanti ne hai uccisi? Non hanno forse salvato il tuo castello ben scaldato dei poveri uomini ai confini? E infine parli di sagge parole, ma quando mai ne sono

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uscite dalle tue labbra? Vuoi forse metterti contro un nemico il cui numero è infinite volte superiore al tuo? Cosa ti farà vincere? Forse quel sorriso tirato sul tuo volto, o la fronte senza rughe di chi non ha mai patito il freddo? E vuoi fare ciò perdendo l’unico alleato che abbia le capacità di risollevare la situazione? Veramente un’ottima scelta… ricordami d’andar via dal Numer quando tu ne sarai il sovrano! O peggio ancora, parli d’alleati immondi, d’un’amicizia ad ovest…Flaka! Sai tu di cosa parli? Non ci può essere amicizia con il Distruttore, né alleanza con l’Ingannatore! – D’un tratto il suo volto si fece ancora più serio – Ora siediti e se vuoi dormi, ché forse a te farebbe veramente bene, e non parlare di ciò che non puoi capire. Bellig si volse verso il re e lo raggiunse; i due iniziarono un fitto dialogo privato mentre pian piano la calma e la normalità ritornarono nell’aula. Flaka tornò a sedere con fare calmo ma sulle sue labbra lessi queste parole: - Non avrai il tempo di andartene perché morirai prima. Poco lontano l’osservatore, il Viandante, mirava attento le reazioni di Nelian alle parole del padre. Mentre lo faceva ascoltava ciò che Ewaniwe diceva e istantaneamente viveva ciò che sentiva. Non erano dei ricordi, ma per egli era proprio come essere nel luogo dove si svolgeva il racconto del bardo. Da sempre condannato a questa pena, egli conosceva tutto, ma non dotato d’onniscienza, bensì condannato ad essere di nuovo conscio continuamente del passato, del presente e del futuro. Vedeva Flaka che parlava, l’intervento di Bellig, e nel frattempo gli sgherri del consigliere sgattaiolare per il castello per conoscerne ogni meandro. Vedeva l’uomo delle parole del bardo ricevere un ordine da Flaka, fisso per terra con viso torvo, e lo vedeva allontanarsi con sguardo indifferente. E la cosa peggiore per il Viandante era non poter intervenire. Egli che solo fra i Veida aveva la possibilità di collaborare con i mortali, egli era l’unico a non essere dotato di corpo o di voce avvertibile dal prossimo. Solo pochi lo udivano o vedevano. Quando Ewaniwe placò le sue parole, egli come per incanto tornò nel luogo da cui non era mai partito ma da cui era volato così lontano nel tempo. Fissò a lungo gli occhi di Nelian, che sembrò quasi accorgersi della cosa e rimase per un attimo stordito; poi tornò ad ascoltare il racconto del bardo.

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Che ti succede Nelian? – chiese Ewaniwe al figlio. - Niente, ma m’è sembrato per un attimo che qualcuno mi osservasse – rispose il bambino. Il bardo spostò il figlio sull’altra gamba e riprese: - Bellig e il re continuarono il loro dialogo per un po’ mentre gli altri invitati continuarono la festa come se niente fosse. Quando però finirono di chiacchierare, quel giovane saggio mi si avvicinò e mi chiese: - Salve Ewaniwe, credo proprio che tu non pensassi di rivedermi qui, vero? - In effetti hai ragione. Sapendo che Baurin non frequenta questo genere d’occasioni, il trovarti qui mi ha un po’ stupito. - Beh, diciamo che anch’io non apprezzo la vita di corte – mi rispose – però oggi non potevo fare a meno di venire. È da un po’ che tengo d’occhio qualche cortigiano…forse qualcuno trama qualcosa, ed io e Baurin abbiamo i nostri sospetti. Tuttavia il re saprà prendere provvedimenti. Ora ti saluto, non vorrei che la vicinanza di Flaka mi rendesse viscido quanto lui. Ciò dicendo si allontanò di qualche passo, poi, fermandosi, si voltò e mi domandò: - Secondo te sono stato troppo impulsivo nelle mie parole contro di lui? - Secondo me – risposi – hai detto solo la verità. Alla mia risposta Bellig si voltò ridendo e si allontanò. Fu allora che seguendolo con lo sguardo incrociai gli occhi con l’uomo del mercato, che poi velocemente sgattaiolò via in mezzo alla confusione. Ripresi a cantare insieme a mio padre fino alla fine della festa, poi mi ritirai nella mia stanza ripensando a Flaka, al mercato, a Baurin e a Bellig. Mi addormentai dopo un’oretta e il mio sonno fu tranquillo finché un fragore di armi e un urlo dalle stanze del re non svegliò tutto il castello. Mi vestii velocemente e corsi per le aule della fortezza finché non giunsi alla sala del trono dove una folla di uomini armati stavano assalendo il re difeso da mio padre e da alcune sue guardie. Alla testa degli assalitori vi erano Flaka e l’uomo del mercato. Quando Ewaniwe riprese a parlare il viandante tornò lontano nel tempo a quella notte. Rivisse le scene delle parole del bardo e ciò che questi non aveva potuto vedere. Vide un preoccupato conciliabolo nella dimora di Flaka, fra questi e gli sgherri dell’uomo del mercato. Vide quest’uomo riferire a Flaka che Bellig e Baurin avevano intuito ciò che

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loro avevano intenzione di fare, e che bisognava agire al più presto. Flaka ordinò allora d’anticipare d’un giorno gli eventi, giacché il re non si sarebbe aspettato una loro azione immediata. Tutto sarebbe successo in una notte, in quella notte. Quando lui, Flaka, sarebbe salito al potere, nessuno avrebbe potuto contrapporglisi. Gli uomini allora presero le loro armi e capeggiati dal nobile e dall’uomo del mercato s’avviarono col favore della notte verso il castello di Findolis. Lì una guardia compiacente li fece penetrare in silenzio e senza fare rumore giunsero quasi fino alla sala del re. Tutto andava secondo i loro piani. Tutto era perfetto. Ma d’improvviso una guardia del re che aveva sentito il fragore delle armi giunse sul posto, prima che i congiurati potessero entrare nella camera da letto di Findolis. La guardia gridò l’allarme e altre ne giunsero presto sul posto. Anche Ewanian giunse insieme a queste, mentre Findolis usciva dalla sua camera con solo una spada in mano. In quel momento giunse Ewaniwe. Il Viandante staccò gli occhi dal bambino. Sembrava provato. Provava dolore ogni volta che era costretto a rivivere qualcuno di quegli eventi dolorosi. Istintivamente dalle sue labbra uscirono queste parole, mentre pensava alle sciagure passate. Cadrà di nuovo questa pioggia Sulle natie mie lande assolate. Domani il mare tornerà a scurirsi E vicino rimbomberà il vento. Chissà se reggeranno le mura, Frutto ingenuo del nostro lavoro, E se i tetti sopporteranno il peso. Non resta più nulla del canto Che ieri intonavi al tramonto. Ora attendi del sole il ritorno Ma intanto la pioggia deve cadere.

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III La notte delle congiure

Con quelle parole Ewaniwe fecce una pausa. Staccò un attimo gli occhi fissi a terra e guardò verso l’alto. Intanto Nelian aspettava ansioso il prosieguo della storia. Il sole batteva un po’ più forte sulle loro teste, ma faceva ancora abbastanza freddo. Il bardo aiutò il proprio figlio infreddolito a coprirsi meglio e poi gli parlò: - Nelian, ti stai annoiando? - No papà. Dai, riprendi, dimmi come finisce la storia! - Guarda che la storia non finirà presto. Però hai ragione. Ora dobbiamo proprio riprendere. Alinea era sempre più terrorizzata. Temeva per il futuro di suo figlio. Vagava per la fortezza in preda al panico e non c’era nessuno che potesse calmarla. Cercò qualcuno che sapesse dove erano andati Ewaniwe e Nelian, ma nessuno le seppe rispondere. Pensò allora di andarli a cercare lei stessa, ma dove? E poi, cosa avrebbe potuto fare lei, se già la decisione era stata presa? Il Viandante le aveva sempre messo paura, anche se non l’aveva mai visto. Tutto ciò che sapeva di lui era quello che le aveva detto Ewaniwe…lui si che lo conosceva bene. Aveva dimenticato, quando alla fine di tutto, Ewaniwe le aveva detto ciò che aveva lui riferito il Veida: - Alinea, tu sai che nostro figlio diverrà Grande Re? - Certo – aveva risposto lei arrossendo, con un po’ d’orgoglio. - Ma sai perché gli Eida hanno scelto lui e hanno imposto a Lendelin di non avere figli? - A dire la verità no. - Il Viandante mi diede la notizia. Disse che era stato scelto nostro figlio perché Lendelin sarebbe dovuto andare fra gli Eida. - Non capisco – disse Alinea – perché dovrebbe andare fra gli Eida?

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- Questo non importa, del resto noi non possiamo capire il volere d’Euon. Ciò che per noi conta è che nostro figlio a detta del Viandante dovrà seguire lo stesso destino del suo predecessore, e per questo, quando lui mi dirà di farlo, io, e solo io, dovrò narrargli tutto il recente passato. Solo quando avrò svolto il mio compito, lui capirà ciò che dovrà fare nella vita. Quella fu una notte orribile, per me e per l’intero regno. Tutto d’un tratto ci sembrò che crollasse ogni certezza. Non fu una lotta lunga, anche se in quel momento mi sembrò interminabile. Le forze di Flaka erano troppo superiori ad un re mezzo nudo, due bardi armati e poche guardie. Io mi gettai nella mischia, gridando al re di fuggire, mentre accanto avevo mio padre e una guardia appena giunta. Le altre furono presto uccise dai congiurati, e quasi subito solo noi rimanemmo a tentare di difendere Findolis. Un uomo mi venne addosso e mi gettò a terra caricandomi. Quando mi risollevai la mia spada era infilzata nel suo addome: avevo ucciso; era la prima volta, e purtroppo non sarebbe rimasta l’unica, ma in quel momento non ebbi il tempo di compiangere il mio atto. Estrassi la spada dal corpo dell’uomo e salii sulla schiena di un altro che stava per trafiggere mio padre. Lo colpii con tutta la mia forza e risollevai velocemente Ewanian. Intanto la guardia si destreggiava fra i congiurati e teneva testa da sola a molti di essi. Feilon, questo era il suo nome, da solo stava proteggendo la vita del re. Findolis gridava l’allarme e tentava di difendersi da coloro che noi tre non riuscivamo a fermare. Maneggiava bene la spada, ma la sua età lo rendeva ormai troppo debole per riuscire a sopravvivere a lungo. Fu questione di un attimo. Del tutto distratti dagli altri, non ci accorgemmo dell’arrivo di Flaka di fronte al re. I due iniziarono a lottare; Flaka tentava di disarmare il re, e per fare questo s’erano aggrovigliati l’uno con l’altro. Ebbi a stento il tempo di voltarmi, che vidi l’uomo del mercato dietro al re. Dietro ai suoi folti baffi proruppe un sorriso, e in un attimo conficcò la sua spada fra le spalle di Findolis. Mio padre si gettò addosso ai due, ma non fu abbastanza veloce. Feilon continuava imperterrito a lottare con i congiurati, mentre io, immobile, rimasi come impietrito. Riuscii ad emettere soltanto un lungo urlo, che morì nel caos della stanza. Fu sempre questione di un attimo, che mio padre ordinò a tutt’e tre di ritirarci. Tentai in vano di recuperare il cadavere del re, ma fu tutto inutile. Ci avvicinammo alla porta, proteggendo l’uno le spalle

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dell’altro. Arrivati sotto di essa, fu mio padre a trovarsi faccia a faccia con i congiurati, mentre io e Feilon l’avevamo in un modo o nell’altro già varcata. Lo spazio del corridoio era stretto, a stento bastava al passaggio di una persona alla volta. Fu per questo che mio padre ci ordinò di scappar via e di mettere in salvo chiunque potessimo, e dicendoci ciò, si volto di nuovo contro il nemico. Non ci fu modo di convincerlo a venire con noi, mentre Feilon mi trascinava via a forza. Lo chiamai tre volte, e poi girando per il corridoio, non lo vidi più. Fu così che persi mio padre; rividi il suo corpo, solo quando potemmo rientrare nel castello. Il Viandante era lì, anche quella notte, e aveva visto lo scempio perpetuato da quegli uomini. Li vide far fuori ad uno ad uno tutti gli uomini della guardia, li vide circondare Feilon, Ewanian ed Ewaniwe. Vide poi cadere Findolis per mano dell’uomo del mercato. Vide cadere Ewanian, mentre salvava il proprio figlio. Il bardo resistette pochi secondi, forse un minuto, sul limite della porta. Non furono certo pochi i colpi infertigli per farlo cadere, ma ancora peggiore fu lo scempio che Flaka fece della sua salma, appendendola come trofeo, insieme a quella di Findolis sopra il suo trono. Ordinò ai suoi uomini di inseguire i fuggitivi, ma essi non riuscirono a trovarli. Intanto Alinea, allarmata dal fracasso e dalle urla che provenivano dalle camere del re, aveva fatto fuggire donne e bambini dal passaggio nelle cucine che Ewaniwe le aveva mostrato da piccoli. Rimase lì, per ultima, per qualche minuto, sperando di rivederlo e di fuggire con lui, suo padre e il re. Poi le donne fecero pressione per andarsene e insieme fuggirono dal castello e si sparsero per la città nelle case dei parenti o di chi era così gentile da accoglierle. Alinea non aveva nessuno in città e vagò senza meta per l’intera nottata, piangendo disperata; credeva, in una notte, d’aver perso ogni legame e affetto. Il castello di Nika era un’antica fortezza, molto ampia. Aveva un’infinità di corridoi e di sale, adibite a varie funzioni, così per noi non fu in realtà così difficile fuggire i nostri inseguitori. Ben più difficile era però trovare i nostri cari in quel caos. Cercai tua madre rapidamente, guardando in tutte le stanze in cui ebbi il tempo di entrare, ma non trovai niente. Pensai di aver perso anche lei e per questo mi prese un nuovo senso, come d’angoscia, al cuore. Feilon, anch’egli, cercava i suoi cari, e

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anch’egli non trovò nessuno. Tutt’e due ci lasciammo prendere per un attimo dalla disperazione, ma poi l’udire i passi degli inseguitori ci riportò alla realtà. Fuggimmo in fretta, più in fretta che potemmo, voltandoci spesso per difenderci dai congiurati. Ricordo che uno di loro, uno dei più esaltati, ci scagliò la sua spada addosso. Era un omone con una lunga cicatrice in viso che partendo da poco sopra l’occhio sinistro arrivava fino al labbro superiore. Evitammo il colpo saltando a destra, sempre correndo in avanti; poi Feilon si fermò e con un poderoso fendente lo colpì al collo. Feilon era un uomo dal fisico possente, che si intravedeva sotto l’abbigliamento ordinario delle guardie. Da quel poco che sapevo di lui, ricordai che anch’egli aveva vissuto per tutta la sua vita nel castello, addestrato sin da piccolo a proteggere il suo re. Era di due anni più grande di me. Giungemmo alle cucine. Gridai alla guardia che conoscevo un posto da cui fuggire e ve lo condussi rapidamente. Scoprii che il passaggio era già stato aperto; era infatti un lungo corridoio, un tempo usato per cogliere di sorpresa nemici all’esterno, o per fuggire, nascosto da un finto armadio, facilmente spostabile: ma allora l’armadio era stato rimesso a posto malamente dall’interno del passaggio. Ci buttammo rapidamente dentro il passaggio e lo richiudemmo con tutte le nostre forze. Evidentemente i nostri inseguitori non s’accorsero della strada che avevamo preso, e infatti, ormai sfiniti, mentre ci accingevamo a fuggire via dal castello, non udimmo nessuno inseguirci da dietro. Giungemmo alla fine del corridoio, dopo averlo attraversato tutto. Il corridoio era piuttosto una lunga scalinata, tra l’altro maleodorante, poco illuminata. Giunti all’esterno tentammo per prima cosa di capire se vi era qualcuno che controllasse eventuali fuggitivi. Per nostra fortuna non vi era nessuno. Stando attenti a non farci sentire e a non dar da sospettare, fuggimmo in città. Giungemmo al quartiere dove si tiene il mercato. Qui, nascostici in una viuzza stretta e nascosta, giacemmo per terra esausti. Non sapevamo cosa fare, né a chi rivolgerci. Avevamo perso i nostri cari, e nostro nuovo signore era un despota tirannico e violento, che, soprattutto, ci odiava e voleva la nostra morte. Feilon mi rivolse la parola: - Quel maledetto, come ha osato, ci ha portato via tutto! Ma giuro sul mio onore che me la pagherà, dovesse costarmi la vita… - La pagherà a tutt’ e due; se solo riuscissimo a trovare qualcuno per aiutarci contro di lui. - Ci serve qualcuno di influente nella città, qualcuno di amato dal

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popolo. - Soprattutto qualcuno che gli sia nemico quanto noi e sia abbastanza saggio da guidarci. Solo in quel momento pensai che dovevamo rivolgerci a Baurin. Lui ci poteva aiutare; lui era saggio, pensai. La donna si sedette su una sedia, temendo di svenire dalla paura. Ormai le era chiaro, dopo tanti anni, ciò che volevano dire le parole del marito. Nelian sarebbe diventato Grande Re, Lendelin sarebbe tornato fra gli Eida, la dove il suo cuore anelava di essere…ma loro due, lei e suo marito, che fine avrebbero fatto? Le tornò in mente quando suo marito, una volta, dopo aver parlato con il Viandante, le disse che il loro compito era di rendere sereni i cieli del presente, ma che toccava ai loro eredi sgomberare in futuro il campo dalle nubi dell’occidente. Allora non avrebbero potuto fare niente per loro figlio? Avrebbero dovuto assistere inermi al compiersi del suo destino? Non sapeva più che fare né come reagire agli eventi. Si sentì sola e indifesa come durante la Notte delle Congiure. E il Viandante vide Alinea vagare per la città, sola, priva di tutto. La vide abbandonata dalle compagne nel caos generale, mentre ciascuno cercava rifugio presso qualche conoscente. La vide accovacciarsi dietro ad un muretto con le lacrime asciugate dall’affanno, stringersi le braccia al petto e invocare invano l’aiuto di qualcuno. La vide di nuovo scappare via sentendo dei passi sospetti nella notte e dei sussurri nel silenzio. E in fine la vide accasciarsi a terra stremata, accanto alla porta di una casa sconosciuta, dopo aver molto vagato senza sapere nel buio dove stesse andando. Io e Feilon percorremmo in lungo e in largo la città, disorientati dalla notte e dalle nebbie che offuscavano la nostra mente. Camminammo in preda ciascuno ai propri pensieri, sussurrando nel silenzio e con passo sospetto come dei malviventi. Nessuno di noi due aveva un’idea chiara di dove stessimo andando; sapevamo solo che dovevamo cercare la baracca di Baurin. Ero stato una volta sola in quella baracca, prima di quell’occasione. Era accaduto quand’ero piccolo, non so dire a che età, per questo non ricordavo bene il luogo né come arrivarvi. Era comunque, ed era rimasta, una piccola

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baracca, piena di poveri oggetti; in essa sembrava dovesse vivere il peggiore degli uomini, ma invece vi viveva il migliore di noi. Con Baurin viveva anche Bellig, il suo irruente discepolo. Quando alla fine, ormai quasi all’alba, giungemmo alla porta della baracca, un esile pannello di legno, alle nostre richieste d’aiuto, rispose per primo proprio il discepolo. Dapprima, preso dal sonno, egli iniziò a lamentarsi, non ancora aperta la porta; ma non appena mi vide, subito il suo volto si fece serio; mi condusse in fretta dentro e svegliò il suo maestro. Baurin, ancora assonnato, mi chiese cosa fosse accaduto. Ricordo ancora le mie parole, come fosse ieri: - Maestro, è accaduta la cosa più grave che potesse accadere a noi tutti! È così difficile per me ora essere lucido, mi perdoni… - Non preoccuparti, figliuolo – fece lui per calmarmi, mentre intanto Bellig ristorava Feilon, se possibile ancora più stremato di me. - Flaka! Flaka è entrato a palazzo…è stata una carneficina… il re, il re è morto. Sono morte tutte le guardie, solo noi due siamo sopravvissuti! Anche mio padre, anche lui… - Ho capito…è accaduto ciò che temevamo, – e così dicendo rivolse un’occhiata al proprio discepolo – non ti nascondo che la situazione è grave…ma confida nella sorte, ché se non potremo riavere ciò che ci è stato tolto per sempre, con la luce tenteremo di riprenderci ciò che ancora possiamo. Ora riposati. Bellig, pensa a ristorare anche a lui, ché domani sarà una lunga ed estenuante giornata. Non ti preoccupare, nessuno ci verrà a cercare ora, a quest’ora della notte…metterebbero in subbuglio la città. Piuttosto Flaka vuole mettere il popolo di fronte al fatto compiuto…ma noi lo impediremo! Invece tu dormi in queste ore che ci separano dal giorno, e anche tu – fece rivolgendosi a Feilon – mentre io e Bellig decidiamo cosa fare. Così Bellig ci condusse, sfiniti, in un angolo della baracca. Qui, sistemate due coperte, il massimo che ci potevano offrire, fummo invitati a dormire dal giovane discepolo di Baurin. In realtà, malgrado tutte le buone intenzioni di quei saggi, non riuscii a dormire. Troppi pensieri continuavano ad affollare la mia mente. Mio padre, Alinea, il re, tutti quei morti…non potevo smettere di pensarci. Anche Feilon era nella stessa situazione. Neanche lui prendeva sonno, sebbene come me stesse cadendo a pezzi dalla stanchezza. D’un tratto si levò in piedi e mi chiese di cantargli una canzone, una qualsiasi, purché lo distogliessi dalle immagini che annebbiavano le sue idee. Non sapevo cosa

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rispondergli; non sapevo che canzone potesse essere adatta al momento, né riuscivo a ricordarne alcuna. Però una torma di parole vennero alla mia bocca e cantai, quasi miagolando per la tristezza, questi versi: È secco l’albero della vita, Che donato mi fu da mio padre, Fra chiari giorni e oscuri bui, L’ora che vidi la luce del sole. Lenta è stata la crescita Delle fronde dapprima rade Sotto cieli tetri o cerulei, Ma al fine immane la mole. Ma ora la linfa è sopita Ora cosa è rimasto da fare, E le foglie non ombreggiano lui E m’abbevero di gocce di mare. Muore di morte antica L’albero, dono del padre, Se non ha più l’uomo su cui Piangere le sue lacrime amare. Scoppiammo tutt’e due a piangere. Fu un pianto liberatore, e subito dopo crollammo vinti dal sonno. Riuscimmo a riposare solo un’oretta, e ricordo che non fu certamente un sonno tranquillo, né ristoratore. Non so dire con esattezza cosa sognai, ma al risveglio ero come raggelato, e un sudore freddo bagnava il mio corpo. Feilon addirittura si risvegliò con la febbre alta, e fu lasciato a letto a riposare da Baurin e Bellig. Fu chiamata una donna che viveva lì vicino, Luia, ad occuparsi della guardia, mentre io e i due saggi uscimmo presto per cercare di avvertire la città, prima che lo facesse Flaka, di cosa era accaduto nella notte. Era mattina presto. La città si era anch’essa da poco risvegliata. Si incontravano i primi uomini che andavano a lavorare nel mercato o nelle loro botteghe, mentre nelle campagne del contado gli agricoltori avevano iniziato a svolgere, come ogni mattina il loro faticoso mestiere. Per prima cosa ci dirigemmo al mercato, in cui però riuscimmo a trovare solo pochi uomini disposti a seguirci ed aiutarci contro Flaka. Molti avevano paura, ma un numero ancora maggiore di persone era del tutto disinteressato dell’accaduto, e la loro unica risposta era che non li

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riguardava chi li comandasse; tanto a nessuno interessava di loro e nessuno avrebbe fatto qualcosa per farli stare meglio. Invano Baurin cercava di convincerli, e alla fine tornammo dal mercato, dopo aver perso anche molto tempo, con soli cinque uomini, male armati, disposti ad aiutarci. Decidemmo allora di andare nella piazza della città, ormai ravvivatasi anch’essa, pensando che lì avremmo potuto trovare altre forze per la nostra causa. Attraversammo pochi vicoli dirigendoci dove credevamo di trovare aiuto per la nostra lotta. Invece in piazza la speranza ci abbandonò, alla vista di cosa aveva preparato l’usurpatore. Un grosso palco era stato montato in fretta e furia dagli uomini di Flaka, forse durante la notte, mentre altri procedevano alla congiura. Sul palco era stato posto un patibolo, e un boia era pronto per eseguire delle impiccagioni. Accanto sedeva Flaka con sguardo trionfante, e in piedi l’uomo del mercato arringava la folla: - Amici, concittadini, questa notte è successa una cosa gravissima; ciò che nessuno di noi sperava che accadesse alla nostra amata terra. Dei congiurati, entrando di nascosto al castello del nostro amato sovrano, sono giunti alla più miserevole delle azioni. Essi, cogliendo nel sonno tutti, hanno ucciso gli uomini della corte, coloro che non erano con loro, si intende; sono arrivati a macchiarsi di parricidio, e infine hanno ucciso il nostro amato re. Invano io, Livre, e il mio signore Flaka, gli ultimi ad andarcene dalla festa di ieri sera, udendo le grida dalla fortezza, siamo accorsi, sperando di poter evitare la strage. Ma nulla abbiamo potuto; tardivo è stato il nostro intervento. Io, uomo d’onore, e il mio signore, che ora si è fatto garante del destino del nostro regno, promettiamo che coloro che hanno perpetuato questo delitto pagheranno con la morte e che tutti i colpevoli, a cominciare dal peggiore di loro, Ewaniwe, macchiatosi della uccisione del padre, corso in soccorso del re, saranno puniti con la pena capitale. Nessuno fiatò, nessuno ebbe il coraggio di intervenire. Solo noi, pochi e male armati, ci avvicinammo al palco con in testa Baurin, mentre gli altri facevano quadrato attorno a me per difendermi. Non appena Flaka ci vide, gettò uno schiamazzo, come impaurito dalla contemporanea presenza del suo peggior nemico, Baurin, e del suo discepolo. Baurin, ormai sotto il palco, prese la parola: - Ho sentito che è stato commesso un delitto, e qui vi sono i colpevoli. Perché se di qualcosa è colpevole Ewaniwe che mi sta accanto, egli è colpevole di aver difeso il proprio signore, e tu questo lo sai bene,

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garante delle nostre sorti. Tu, di certo uomo d’onore, indichi in lui la colpa, tu che hai colpito alle spalle il sovrano. Tu, nostro tiranno, accusi Ewaniwe di parricidio, quando non hai avuto terrore di entrare di soppiatto a palazzo per compiere le tue efferatezze. Tu accusi, ma sei l’accusato. Tu ti proclami uomo d’onore, quando l’onore è l’unica cosa che non hai mai posseduto. Il popolo bisbigliò. Fra la folla riconobbi anche molte persone che vivevano a castello, nascoste per non farsi vedere. Flaka trasalì e iniziò ad urlare: - Anche tu, anche tu ti opponi a me? Perché, anche se sono vere le tue parole, cosa farai ora? Io sono il re, io il tuo signore. Mettiti sulla mia strada e subirai la sua stessa sorte. – Così dicendo mi indicò – Anzi, l’hai già fatto…Non ti preoccupare, subirai un giusto processo per alto tradimento nei confronti del tuo signore. Sai quale è la pena per tale reato? La morte! Così dicendo, lo fece prendere dai suoi scagnozzi e portare insieme a me, Bellig e i nostri compagni sul palco. Vidi che altri uomini condussero lì anche Feilon febbricitante e Luia dalla baracca di Baurin. Bellig cercò di aizzare la folla contro l’oppressore, ma nessuno rispose, nessuno si fece avanti in nostro soccorso. Baurin fu posto di fronte a Livre, vicino al patibolo, e quest’ultimo iniziò la propria inquisizione: - Baurin, neghi dunque di esserti opposto al tuo sovrano? - Certo che lo negherò – rispose il saggio – se qualcuno converrà con me che nostro sovrano era Findolis, e che oggi non abbiamo sovrano. Ma se tu vuoi sapere se invece mi oppongo a colui che hai messo al potere, allora sì, sono colpevole. - Ammetti allora – riprese Livre facendo finta di non avere udito l’accusa rivoltagli – la tua colpevolezza? - Di fronte alla legge io sono colpevole, non di fronte a te, né di fronte ad un sovrano molto più ingiusto di me. - E a che pena chiedi di essere condannato? - Se dovessi seguire giustizia – rispose il saggio con una calma sorprendente – mi condannerei a ricevere un premio e a vivere come un re allo stesso modo della pena a cui voi vi state sottoponendo. Ma dato che non mi concedo una simile grazia, mi condannerei ad una multa pagata da voi, dato che siete senz’altro uomo d’onore. Ormai Flaka non ci vedeva più dall’ira. Ordinò ai suoi di metterci nelle prigioni e declamò che al tramonto saremmo stati condannati tutti a

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morte. La prima impiccagione sarebbe stata quella di Baurin. Bellig urlò di nuovo in vano alla gente di opporsi ad una legge non giusta, ma incredibilmente Baurin lo fermò e gli disse: - Non è la legge che è ingiusta, se fu approvata dal popolo: sono i cuori che ci condannano usando la legge che hanno perso la via. Solo col sacrificio di un giusto, temo, si potrà riportare il senno fra di loro. Quando si risvegliò Alinea si trovava in un letto che non conosceva. Accanto una gentile donna l’aveva chiamata, cercando di destarla dal sonno nel modo più dolce possibile. In seguito le fu detto che era stata trovata sull’uscio della casa dal padrone quella mattina, e che subito l’avevano portata dentro. Si rizzò subito in piedi, frastornata, poi ricordò tutto ciò che era accaduto poche ore prima. Chiese di parlare col padrone di casa. Fu portata di fronte a Ledolan, proprio mentre Flaka condannava a morte Ewaniwe. Tutto venne raccontato al cavaliere. Ledolan, era confuso, non sapeva cosa fare e come reagire agli eventi. Poi prese una decisione; decise di avvertire qualcuno che lo potesse aiutare. Avvisò alcuni servi che mandassero i più veloci dei suoi messaggeri a Tedaran per avvertire il Grande Re che nel Numer era in corso una insurrezione. Temendo che i suoi servi prendessero la cosa alla leggera o che il Grande Re facesse la stessa cosa, decise di andare egli stesso. Montò il suo più veloce cavallo e ordinò ad Alinea di nascondersi nella sua casa finché lui non fosse tornato. Poi uscì e iniziò a cavalcare più veloce che poté. Alinea rimase di nuovo sola; unica a cercare di tenerle compagnia era la serva che l’aveva svegliata. Passò così un po’ di tempo. Proprio però mentre stava calmandosi, l’entrata della casa fu percossa da forti colpi, mentre la voce di Flaka intimò d’aprire. Subito Alinea fu presa dal panico, mentre i servi cercavano di convincere senza aprire, che il padrone non era in casa. Flaka allora disse ridendo: - Bene, allora fatemi entrare lo stesso; vorrà dire che lo attenderò dentro. La serva fece nascondere Alinea in una stanza nascosta, sotto il pian terreno, facendola passare attraverso una botola. Gli uomini di Flaka intanto penetrarono nella dimora, mettendo tutto a soqquadro. Fra di essi non c’era Livre, bensì era proprio Flaka a guidarli. Dopo che i suoi sgherri gettarono tutto ciò che trovarono per terra e distrussero quanto era loro possibile, o se ne impadronirono, Flaka, ghignante, stette seduto proprio nel mezzo della sala di ricevimento della casa. Mentre il suo riso

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si faceva sempre più stridulo, esclamò: - E ora dov’è questo valoroso cavaliere? E avrà il coraggio di opporsi a me? Credo proprio di no! Il suo riso tornò ad essere profondo finché non fu soffocato dalle urla di scherno dei propri sottoposti. Ledolan cavalcò veloce per giungere a Tedaran dal Grande Re. Era partito di mattina presto, e ora, col sole a picco, giungeva nel luogo. Fu presto condotto di fronte al Grande Re Natul e in fretta gli riferì gli eventi. Natul fu veloce e deciso nel suo responso. Diede a Ledolan un migliaio di uomini da condurre in fretta nel Numer per sanare la rivolta, e inoltre gli affidò come aiuto, un uomo, dicendogli: - Ledolan, costui verrà con te. Ti prego di difenderlo come fosse mio figlio, perché il destino vuole che il nostro futuro sia nelle sue mani. Egli viene da oriente e reca con sé la forza degli esseri divini, perciò lo puoi chiamare Eidur, figlio degli Eida.

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IV Baurin

Giungemmo alle prigioni, dove due guardie di Flaka ci sbatterono dentro una piccola stanza umida e male odorante. Intanto il sole batteva ormai forte all’esterno, mentre nella nostra gabbia giungevano solo pochi raggi. Nelle prigioni c’era una calma raggelante, e gli unici suoni che si sentivano, oltre ai risolini emessi dai nostri due custodi quando ci guardavano, erano le voci di Bellig e Baurin che tenevano un’accesa conversazione: - Maestro, perché avete lasciato che accadesse ciò? – fece il discepolo – Perché dite ancora che la legge è giusta, quand’è palese che sia ingiusto ciò che ci sta accadendo? Perché non avete voluto che aizzassi la folla? - Figliolo – rispose il saggio – credi davvero che saresti riuscito ad aizzare la folla? La folla non si sarebbe mossa, perché era conscia di ciò che stava accadendo, ma aveva paura: aveva paura che toccasse anche a lei quella sorte. E comunque ti ho già detto che non è la legge ad essere sbagliata. La legge è uno strumento…dipende dall’uso che se ne fa se essa è giusta o sbagliata. Semmai sbagliata potrebbe essere la pena a cui la legge sottopone, perché la pena di morte non va mai considerata giusta. Ricorda le parole dell’antica saggezza: ‘Per ogni colpevole che avremo condannato alla morte, potremmo aver reciso la vita di quanti innocenti?’ Chi è disposto a pagare questo prezzo? Chi si può arrogare tale diritto? Eppure dobbiamo essere onesti con noi stessi, e ammettere che purtroppo non vi è mai stata rivoluzione che non abbia macchiato nel sangue la propria veste, ma ciò non toglie che la necessità non rende giusto l’atto. - E allora dovremmo accettare passivamente la nostra sorte? Dovremmo ammettere la nostra incapacità a risolvere la situazione? Dovremo ammettere l’impossibilità che la giustizia agisca in questo frangente? - Bellig, – rispose in tono amorevole Baurin – oggi mi rendo conto che

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ancora lunga è per te la via da percorrere prima di giungere alla saggezza. Vedi, per noi uomini esistono tre categorie di giusto, che si trovano e sviluppano a livelli diversi. Un primo livello è il giusto che appartiene alla folla: questo talora coincide con gli altri generi di giusto, eppure è contaminato dalle passioni, dalla irruenza della massa, per cui non coglie l’azione adatta per il momento. Ad esempio, oggi la folla sapeva cosa doveva fare, ma non lo ha fatto per paura, e il suo sentimento del giusto, come vedi è stato contaminato. Probabilmente, se tutto continuerà così, un giorno il popolo si ribellerà a Flaka, ma lo farà nel momento sbagliato, quando sarà necessario uno spargimento di sangue maggiore di quanto era possibile ora, che si poteva ancora ricondurre qualcuno alla ragione. Poi esiste un altro tipo di giusto, che è il giusto di coscienza, il giusto del singolo. Questo è simile al giusto del popolo, ma un fattore lo rende diverso: quando un uomo solo è posto di fronte alla scelta fra bene o male, è molto più soggetto alla forza della sua coscienza, se questa è lucida. Ciò non vuol dire che il singolo non possa compiere il male, come ha fatto ad esempio Flaka, ma devi anche tenere in considerazione la Corruzione che viene da occidente e che potrebbe averlo colpito. Comunque questa categoria del giusto impera nell’uomo assieme alla prima, almeno in questo mondo. C’è poi l’ultimo tipo di giustizia, quella divina, in cui taluni non credono, che porta alla condizione di giusto perenne dopo la morte. Alcuni, come sai, affermano che dopo la morte non vi è la vita fra gli Eida, ma il nulla, e che quindi questo tipo di giustizia non esiste. A dire la verità io credo che dopo la morte noi cammineremo assieme agli Eida ad oriente, o staremo alla corte di Euon, ma se non fosse così, se non ottenessimo giustizia da quelli, e ci trovassimo nel nulla, credo che anche quella sarebbe una sorte priva di patimenti e di dolore, e quindi ci troveremmo anche in quel caso in una forma di giustizia. Ciò non toglie che fra queste due forme di giustizia divina la più auspicabile sarebbe la vita con gli Eida ed Euon. - Baurin, – fece Bellig, chiamandolo per la prima volta nella sua vita per nome – voi avete ragione e sagge sono le vostre parole, ma comunque non riesco a rassegnarmi a questa sorte… - Non è detto che tu debba rassegnarti; chissà se qualcosa porterà ad un altro esito questa situazione? Non ci resta che attendere. Alinea rimase dov’era nascosta, per lungo tempo immobile, per la paura

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di essere sentita. Intanto Flaka continuava nella sua opera di devastazione. Alla fine, stanco di attendere, si allontanò, lasciando sul luogo i propri uomini, col compito di arrestare Ledolan non appena fosse arrivato. Detto ciò se ne andò per i preparativi dell’esecuzione di Ewaniwe e degli altri. In questo modo Alinea seppe ciò che doveva accadere, e fu colta da un ulteriore improvviso smarrimento. Scoppiò in lacrime, non riuscendo più a trattenerle, e invocò gli Eida perché salvassero quegli innocenti e riportassero la pace. Ledolan scrutava quell’uomo che cavalcava assieme a lui e ripensava alle parole del Grande Re. Eidur era vestito di una lunga tunica marrone e un ampio cappuccio arrivava a coprirgli il volto, rendendo impossibile scrutare il suo sguardo. Sembrava tranquillo, calmo, ma la sua voce, quando di rado proferiva delle parole, tradiva la sua determinazione ed una certa tensione. Ledolan gli rivolse la parola e disse: - Eidur, perdonami se ti disturbo…puoi spiegarmi le parole del Grande Re, perché non riesco a coglierne il significato. Non capisco cosa volesse dire dicendo che sei depositario della forza degli Eida. L’incappucciato rispose: - Io vengo dall’oriente perché un destino mi è stato affidato. Non porti queste domande ora; comunque, tutto ti sarà chiaro a tempo debito. Ora piuttosto pensiamo a come comportarci nella tua città. Cosa credi abbia fatto fino ad ora Flaka? - Penso che abbia cercato in qualche modo l’appoggio della folla, ma se conosco il saggio Baurin, lui gli si sarà opposto. Di più non so dirti. - Io invece credo – rispose Eidur – che oltre a ciò che tu hai detto, sia successo qualcos’altro, e non penso che un saggio riuscirà da solo ad opporsi ai congiurati. Spera di arrivare in tempo, perché potremmo trovare delle brutte sorprese. - Sì, ma prima devo andare a vedere come sta la mia ospite. Interruppi il dialogo di Baurin e Bellig e mostrai loro Feilon e Luia. Feilon aveva la febbre sempre più alta e Luia era terrorizzata. Chiesi: - Secondo voi, come hanno fatto a trovarli? - Penso che Flaka abbia supposto che il luogo più probabile dove voi vi sareste nascosti fosse la nostra baracca. - Però può anche darsi che avessero intenzione di catturare anche voi, e che le guardie che li hanno catturati fossero andate a prendervi prima

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che Flaka ci trovasse nella piazza – feci io per risposta. - In effetti può essere, dato che io – concluse Baurin – ero il suo peggiore nemico assieme a Ledolan. Rimanemmo in silenzio e in quell’atmosfera ripensai a mio padre, al castello e a quelli che vi abitavano. Poi rividi fra i ricordi lo sguardo di tua madre, il suo sorriso, e fui colto da una profonda tristezza. Un mugolio di sofferenza di Feilon accompagnò i miei pensieri. Non ebbi però il tempo di piangere che i nostri aguzzini, sotto il comando di una voce, ci fecero uscire dalla cella e ci accompagnarono fuori dalle prigioni. Non ce ne eravamo accorti, ma già era arrivato il tramonto e con esso stava per essere segnata la nostra sorte. Ledolan arrivò alle porte della città insieme ai soldati mandati dal Grande Re, che era ormai il tramonto. Pochi uomini erano rimasti di guardia, seguaci di Flaka. Così, non appena le forze di Eidur e di Ledolan furono all’orizzonte, temendo di essere coivolti nella repressione della rivolta, gli sgherri dell’usurpatore si rifugiarono ciascuno nelle proprie case; così Ledolan ed Eidur poterono entrare rapidamente entro le porte della città. Ledolan si fermò e chiese ad Eidur: - Eidur, cosa hai intenzione di fare? Io devo assolutamente andare nella mia dimora prima di agire contro Flaka, perché è lì che si trova la testimone dei fatti, e a dirti la verità, in questo momento ho timore per la sua vita. - E sia – rispose quello – ma sbrighiamoci; non abbiamo tempo, se Flaka è stato veloce come hai detto al Grande Re. Si addentrarono per le vie della città con circospezione, ma nessuno gli si fece in contro. Giunti di fronte alla dimora di Ledolan però si accese il putiferio. Le guardie lasciate lì da Flaka, appena videro i soldati guidati dal padrone di casa, si gettarono loro contro come degli ossessi. Ma erano pochi, e non vi era nessuno a guidarli, mentre i soldati del Grande Re erano tanti e ben armati. Le truppe di Ledolan lì debellarono facilmente, poi il cavaliere corse dentro la casa alla ricerca di Alinea. Lo accolse il caos e la distruzione. Flaka aveva provveduto a far distruggere quasi tutto quello che si trovava nella casa, e ciò che si era salvato era di poco valore. Eppure non era questo che importava a quell’uomo in quel momento; invece anelava sapere dov’era la sua ospite.

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Un fragore di armi che si incrociano e stridono distolse Alinea dal suo silenzio. Temeva che Flaka fosse tornato, così non si mosse e rimase in attesa che tutto si calmasse. Aveva fame ed era priva di forze; anche per questo non riusciva a muoversi. Poi tutto fu silenzio, mentre sentiva dei passi percorrere la casa alla ricerca di qualche cosa. Sentiva degli uomini parlare, ma non erano le voci che aveva udito fino a poco prima. Poi d’un tratto sentì una voce conosciuta chiamare il suo nome…era la voce di Ledolan. Ogni stanchezza fu vinta dalla gioia e si catapultò fuori dal suo nascondiglio. Appena Ledolan la vide il suo volto si distese. Accanto a lui Eidur rimase impassibile, mentre il cavaliere chiedeva rapidamente come stesse la donna e che cosa fosse accaduto. I servi della casa non c’erano più, probabilmente fuggiti o portati via da Flaka come prigionieri, mentre lei era stata nascosta prima che l’usurpatore la potesse vedere. Poi, grazie alla confusione che quel branco di vandali aveva combinato nella casa, la botola che conduceva al nascondiglio non era stata trovata. Alinea chiese solo allora chi fosse quell’uomo incappucciato. Ledolan, con sguardo rassicurante, le rispose: - Un amico inviato dal Grande Re. Fummo condotti nella piazza. Qui la folla era già radunata, mentre nessuno si trovava per le strade nel resto della città. Con passo lento e greve salimmo sopra il palco; mentre Feilon era sull’orlo della perdita di conoscenza, io e Bellig ci dimenavamo e subivamo regolari strattoni dei nostri aguzzini. Baurin continuava ad essere imperturbabile. Flaka, sopra il palco, e Livre, anch’egli là sopra accanto al boia, ci indicavano e ci proclamavano colpevoli di fronte alla folla. Gli sgherri dei congiurati ci deridevano, mentre un silenzio assordante proveniva dalla piazza. Di tanto in tanto si sentiva un bambino piangere, e una madre celere rimproverargli di tacere; ma nessuno interveniva. Poi Flaka fece un cenno al boia, e ci furono indicati i cinque patiboli, uno per ciascuno di noi. Le corde tese, apparivano resistenti, mentre il boia, e accanto Livre, brandivano delle spade per ogni evenienza. Non c’era via di fuga, ché tutt’attorno al palco gli sgherri erano pronti a fare fuori chiunque di noi avesse tentato di scappare. Ci fecero avvicinare e infilare la testa dentro il cappio, primo da sinistra Baurin, accanto a Livre, ultimo io, in mezzo Bellig accanto al maestro, poi Luia

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e Feilon. Livre ci passò accanto bisbigliando, con un ghigno sarcastico, se avessimo un ultimo desiderio. Nessuno di noi gli rispose. Poi tornò da Baurin. Lo fissò negli occhi per degli interminabili istanti; in silenzio, gli si mise accanto. Flaka si avvicinò al saggio, lo guardò dai piedi alla testa e con sguardo trionfante disse: - Chiedi perdono e forse ti farò salva la vita. - Non lo farò, e lo sai benissimo. - Ti ho detto chiedi perdono – fece di nuovo con tono di voce più alto. - Fallo tu – rispose Baurin. Flaka sorrise e passeggiò lentamente per il palco, poi guardò il boia, sollevò la mano verso l’alto, lentamente, e la respinse verso il basso con foga. Il boia, ligio al suo dovere, attuò il meccanismo della botola. Baurin rimase con il corpo a mezz’aria, sollevato solo dal cappio. Eidur, Ledolan e Alinea si diressero velocemente verso la piazza con i loro soldati. Appena vi arrivarono si trovarono di fronte ad una scena surreale. Il silenzio della folla accompagnava i passi di Flaka sul palco e il fruscio dei suoi abiti mentre sollevava il braccio. Mentre quel braccio calava s’erano già intrufolati fra la gente ed erano sotto il palco. Il braccio calò, proprio mentre Eidur gridava: - Libera quegli uomini! - Chi è che ha parlato – fece Flaka voltandosi sorpreso, mentre Baurin rimaneva a mezz’aria. - Io – rispose Eidur, mentre scostava il cappuccio dal suo viso e mostrava la folta capigliatura bionda scura. – Io, – tuonò – Il principe Lendelin Eidur, figlio del Grande Re Natul. Ewaniwe e gli altri non ebbero il tempo di meravigliarsi alla vista del principe scomparso, che l’urlo di Flaka li fece raggelare in cuore: - No! Livre, uccidili tutti! Impugnando la sua spada Livre trucidò, se ancora non era morto, Baurin, passandolo da parte a parte, poi si volse verso Bellig; un colpo al fianco lo fermò. Ledolan era salito di corsa, mentre i soldati si occupavano degli sgherri e Lendelin Eidur s’era volto a Flaka. La lama del cavaliere aveva presto raggiunto l’uomo del mercato, dopo aver ucciso velocemente il boia. Livre, mal celando il dolore, cercò di colpirlo di taglio in testa, ma il cavaliere fu abile ad evitare il colpo, come lo fu il

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suo nemico nell’evitare il suo. Livre si fece allora indietro di un passo, per gettarsi con foga alla carica, mentre Ledolan, voltandosi su un fianco, lo evitava con disinvoltura e gli conficcava la lama all’altezza dei reni. Non feci in tempo a capire gli avvenimenti. Baurin fu trafitto, mentre i soldati di Lendelin Eidur iniziavano a combattere. Il principe andò celere verso Flaka, mentre Ledolan si occupava di Livre. Non vidi come finì i suoi giorni l’uomo del mercato, perché ero intento ad osservare la morte di Flaka. L’usurpatore, in preda alla confusione, brandì l’arma che era caduta al boia e cercò di colpire il principe: nella mano destra di Lendelin, che reggeva la spada, splendeva chiaro il sigillo del Grande Re. Lendelin Eidur fu bravo a parare il colpo e a far perdere l’equilibrio a Flaka spostandosi a sinistra, quindi, non appena questi si voltò, lo colpì all’addome. Flaka si accasciò per terra, in ginocchio, mentre accanto a me Livre periva. Lendelin Eidur allora si accostò al suo nemico che esalava le ultime parole, lanciandogli antiche maledizioni. Poi Flaka crollò con tutto il corpo a terra e spirò. Non appena sconfisse Livre, Ledolan ci si avvicinò e ci liberò. Feilon crollò a terra svenuto per la febbre, e subito Luia, rincuorata, gli si gettò accanto per controllare le sue condizioni. Intanto Bellig si diresse con furia verso il corpo del suo maestro morto. Iniziò a chiedere aiuto, a urlare verso la folla se c’era qualcuno capace di salvarlo. Ledolan ed io eravamo lì, immobili e pallidi. Lendelin Eidur ci venne vicino, poi, con gli occhi sul cadavere, calandosi su un ginocchio, guardò la ferita di Baurin. Controllò il respiro dell’uomo e, volgendosi verso il discepolo del saggio, disse: - Non c’è nulla da fare: se n’è andato. Bellig grondò lagrime sul cadavere del proprio maestro, mentre io, Ledolan e Lendelin Eidur ci lanciammo un profondo sguardo di pietà. Il principe si diresse poi verso la folla; intanto mi giravo e notavo che con poche perdite i suoi soldati avevano sopraffatto gli usurpatori. Incrociai lo sguardo di Alinea in mezzo della gente. Scesi di corsa dal palco e l’andai ad abbracciare. Piangemmo tutt’e due, l’uno sulle spalle dell’altra, e rimanemmo così per dei brevissimi minuti, mentre il principe iniziava ad arringare la folla assieme a Ledolan. Così seppi che lei era fuggita prima di me e che mi aveva atteso al

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castello. Seppi che era stata ospitata da Ledolan e che gli uomini di Flaka non erano riusciti a trovarla. Intanto Lendelin Eidur parlava alla piazza, ma in quel momento non mi interessava ciò che aveva da dire; mi interessava come tutto sembrasse finito. Il Viandante ricordò anche le parole del principe: - Uomini del Numer, come avete sentito, io sono Lendelin Eidur, figlio di Natul, il Grande Re – e nel frattempo mostrava il sigillo che aveva nella sua mano – e sono venuto perché il vostro servitore Ledolan mi ha qui convocato chiedendo aiuto a mio padre. Ciò che è qui successo è l’atto più grave che sia accaduto alle nostre terre da lungo tempo, ma purtroppo, non credo che questo sarà l’ultimo atto degli eventi che si preparano ad avvenire. Una guerra deve ancora scoppiare, per cui tutti i popoli liberi di Arret dovranno essere pronti a combattere. Non vi sto chiedendo di armarvi e di partire da soli: vi sto mettendo in guardia da quello che sarà il nostro futuro. Dovremo lottare tutti, se vogliamo qualche speranza; ma non temete, gli Eida sono con noi, e sono sicuro che voi sarete in futuro, come nel passato, nel giusto. Ma occorre un ordine anche per le forze migliori, e in questa terra manca una guida, dato che il re è morto, e Baurin, il migliore degli uomini, ci ha da poco lasciato. – Bellig piangeva ancora dietro di lui – Perciò, a nome di mio padre, nomino Ledolan vostro sovrano ed erede di Findolis, il vecchio regnante da poco morto. Ledolan sarà alleato di mio padre, come il suo predecessore prima di lui, e pronto a partire, assieme alle sue forze, non appena la necessità di tutto il Grande Regno lo richiederà. Accettate voi questa decisione? Dal popolo si alzò alto il grido di consenso, sia perché Ledolan era un uomo molto amato, sia perché era ben accetta qualsiasi decisione che riportasse la calma. Inoltre quella era una decisione del principe ereditario del Grande Regno: non si poteva rifiutare. Quella sera tornammo al castello, dove trovammo i cadaveri di mio padre e del re ancora come li aveva lasciati Flaka. Li sistemammo assieme a quelli delle guardie morte per difenderli e a quello di Baurin, ben coperti e nelle mani delle donne che li lavarono e li prepararono alla

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sepoltura che si svolse l’indomani. Poi cenammo, una magra cena, per riprendere le forze, assieme al nuovo re e a Lendelin Eidur. Sia io che Bellig eravamo scuri in volto e con gli occhi gonfi. Lendelin Eidur ci chiese come stessimo e che cosa avessimo intenzione di fare nell’avvenire. Tutt’e due a dire la verità avevamo la mente poco lucida, ma mai quanto Feilon, che s’era però un po’ ripreso grazie alle cure di Luia. Ci chiese: - Avete intenzione di rimanere nel Numer? - Io – risposi – non ho più nulla che mi leghi a questa terra. - Se è per questo neanche io – fece eco Bellig. - Allora cosa ne direste di seppellire i vostri cari e di venire con me? Mi serve gente come voi per ciò che deve accadere. Acconsentimmo, ma nella mente avevamo altri pensieri. Andai poi nella mia camera e preparai le poche cose che mi servivano per il viaggio. Mi venne a cercare Ledolan, e si fermò a parlarmi. Mi congratulai con lui per la sua nuova carica, ma nessuno dei due aveva voglia di festeggiare. Dopo qualche attimo di silenzio mi disse: - Ha parlato per tutto il tempo di te. - Chi – chiesi. - Alinea, la donna che ho ospitato nella mia casa. È una brava ragazza, e penso che debba venire con te. - Verrà solo se lo vorrà. – Risposi – non è donna da fare ciò che vogliano gli altri per lei. Piuttosto, come stanno Bellig e Feilon? - Feilon se la caverà. È Bellig che mi preoccupa. Sembra odiare tutti: mi sembra quasi che abbia tutto d’un tratto dimenticato tutto ciò che gli ha insegnato Baurin. - Si riprenderà. E tu invece come stai? – Notai solo allora il viso stanco di quell’uomo, non più giovane, e con i segni dell’esperienza addosso. - Me la caverò anch’io, come tutto il regno, se è per questo. Alinea aveva smesso di pensare da tempo alla notte delle Congiure e a ciò che era accaduto in seguito, ma tutto d’un tratto quel ricordo le era tornato in mente con veemenza. Ricordava la paura che aveva di perdere anche Ewaniwe, la gratitudine che provava verso Ledolan, e la liberazione del suo cuore quando vide cadere Flaka. Ewaniwe l’aveva stretta in un abbraccio che le era sembrato brevissimo, eppure non s’accorsero di Lendelin che parlava.

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Poi, la sera si era ritirata in quella che era stata la sua stanza nel castello, la dove accudiva tutti i bambini. Fu solo allora che si accorse di come tutto era cambiato, e che nulla poteva tornare come prima. Ricordando queste cose temeva che il figlio dovesse provare quei dolori anch’egli. Eppure era il suo destino, e la sua vita le aveva insegnato quant’è difficile sfuggire a quella forza infinitamente grande. La mattina dopo si svolsero i funerali. Io parlai per mio padre, Ledolan per il re morto, e Bellig avrebbe dovuto parlare per ricordare Baurin. Le guardie sarebbero state commemorate da Feilon, se avesse avuto la forza di farlo. La cerimonia si svolse poco fuori della città, accanto ad un antico tempio, immerso nel fresco di fiori e alberi che sembravano lì da sempre. Feilon ebbe l’animo di dire poche parole che empirono di commozione i cuori di tutti i presenti. A dire la verità, praticamente tutta la città era lì adunata per salutare i suoi cari. Dopo Feilon volli parlare io. E, non so perché, cantai di nuovo la canzone che avevo cantato a Feilon la notte delle Congiure, senza riuscire a dire altro. Dopo di me volle parlare Ledolan, che iniziò a lodare il re definendolo il più grande sovrano che le nostre terre avessero avuto da sempre, e che non sarebbe mai riuscito a giungere ai suoi livelli, perciò pregava perché lo aiutasse dalle aule d’oriente, dove alcuni dicono che dormano i morti. Dopo venne il turno di Bellig. Disse parole che nessuno di noi si aspettava, che ci ferirono nell’animo: - Non sono qui per ricordare un uomo, ma per piangerlo. Non elencherò i suoi pregi, perché tutti voi li conoscete, anzi, li avete conosciuti. Ma sebbene li conosceste, nessuno di voi, amati cittadini, ha alzato un dito in sua difesa; nessuno di voi si è mosso. Oggi avete il coraggio delle parole, ma ieri? Che coraggio avevate ieri, quale spirito ardente ruggiva nelle vostre anime? Lui dice – e guardò Lendelin Eidur – che siete stati un tempo nel giusto: se è vero, ciò non è accaduto ieri, che avete lasciato morire il migliore di voi. Allontanatevi da questo posto, perché nessuno di voi è degno di sollevare i suoi occhi su questa tomba: vostra era la legge che lo uccise, e la vostra pietà non lo riporterà qui. Spero che egli abbia ragione, – mentre lo disse tornò a fissare il principe – perché se così non fosse, l’uomo migliore si sarebbe sprecato per

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difendervi. Così dicendo finì il suo discorso e si allontanò dalla tomba e dalla cerimonia senza degnare di uno sguardo alcuno di noi. Ne perdemmo le tracce fino al giorno successivo, quello stabilito per andare assieme al principe. Con noi c’erano anche Alinea, che s’era decisa a seguirci, e Feilon con Luia. Ledolan ci salutò calorosamente; bisbigliò qualcosa nell’orecchio a Bellig e ad Alinea. Il discepolo di Baurin appariva più sereno, anche se il suo aspetto era profondamente mutato da quando l’avevo conosciuto. Durante il viaggio parlammo amichevolmente col principe, anche se non volle dirci nulla riguardo alla sua sparizione e sul suo ritorno improvviso. Poi Bellig gli chiese spiegazione delle sue parole sul destino futuro: - Sai meglio di me che cosa sta accadendo ad occidente.– Rispose il principe – Ormai è solo questione di tempo. Per quanto riguarda le tue di parole… ti assicuro che se tornerai in questa città, scoprirai che il sacrificio di Baurin ha risvegliato i loro spiriti molto più di quanto tu creda. - Spero che tu abbia ragione. – Controbatté Bellig con un sorrisetto tirato sul volto.

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V Lendelin Eidur

Lendelin Eidur era un uomo magro, d’altezza poco superiore alla media. I suoi capelli erano folti e biondi, ma tendenti al castano. Gli occhi verdi davano una sensazione di sereno, come i lineamenti del suo viso esprimevano una grande calma interiore: in questo mi ricordava un po’ Baurin. Quel giorno vestiva ancora con la tunica marrone del giorno precedente, sotto cui ora intravedevamo un’armatura argentea. Cavalcava con andamento regale e allo stesso tempo riusciva a trattarci con estrema umiltà. Credo avesse pochi anni più di me. Accanto a lui Bellig sembrava una persona molto più tesa, nervosa. Anch’egli vestiva poveramente, con una tunica avana, ma sapevo che non aveva con sé né un’armatura né delle armi. La sua fronte era ampia, messa in risalto dalla capigliatura tendente sempre più al brizzolato, già allora che aveva da poco superato la trentina. Gli occhi vispi, neri, che saettavano in mezzo al suo sguardo alla ricerca costante di qualcosa. I lineamenti del viso tirati, di chi ha già assaporato la fatica e la povertà nel vivere. Poco più alto e robusto di Lendelin, in quei giorni però la stanchezza e la malinconia lo facevano così piccolo. Dietro quei due venivamo io e Feilon, con accanto Luia e Alinea; Feilon era un uomo originario del Numer, muscoloso ma non troppo alto, cosa che lo faceva apparire una persona tarchiata. Aveva i capelli e la carnagione chiara e due occhi azzurri come le profondità delle maree. Una rada barba copriva i suoi tratti e lo faceva sembrare più vecchio di quanto era. Alla sua destra cavalcava con noi Luia, e alla mia sinistra Alinea. Tua madre aveva allora venti anni ed era bella come il sole a primavera. Magra e minuta, con i capelli che le scendevano oltre le spalle, dei capelli neri che le davano un tocco d’esoticità involontaria; come il suo colorito più scuro delle persone della nostra terra, come il mio del resto. Anch’io all’epoca portavo i capelli lunghi. Indossava un abito aderente che la metteva in

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risalto, e non potei fare a meno di fissarla per tutto il tempo. Io invece vestivo con dei vestiti da viaggio, piuttosto semplici. Infine Luia era una donna sulla trentina, poco più grande di Feilon, a cui però già sembrava legata da un profondo affetto. La sua bellezza non era ancora sbiadita, ma già sembrava più matura di quella di Alinea, né, credo, fu mai bella come tua madre. Teneva i capelli rossi raccolti, mostrando così delle spalle che non potevano non apparire già abituate al lavoro. La mattinata passò così sotto un sole sempre più caldo e immersa nella piana che si estende fra Nika e Tedaran, la capitale del Grande Regno. Circa a metà viaggio scorgemmo il bosco di Aulon alla nostra destra, e in corrispondenza alla nostra sinistra riuscimmo ad osservare i lontani bastioni della fortezza dove oggi abiti, Nelian. Dietro di noi le forze mandate dal Grande Re Natul andavano compatte e allegre per il ritorno alla loro casa, e una generale allegria in realtà pervadeva un po’ tutti noi. Non nascondo però che quando giungemmo quasi al confine con il Tedar non potei fare a meno di voltarmi e osservare, pensando che, probabilmente, avrei perso per sempre la mia casa natia. Tedaran è una città popolosa ma non particolarmente ricca. Eppure la sua importanza non sta nella sua ricchezza, ma nel fatto che in quella città si stabiliscono le sorti di tutti gli uomini. Le sue vie sono rette, perfettamente parallele e perpendicolari, secondo strutture insegnate nel passato agli uomini dagli elfi. Le linee degli edifici sono austere, ma la città ha comunque una certa aria d’imponenza. Appena giungemmo lì, Lendelin Eidur volle subito condurci da suo padre, il Grande Re Natul. Fummo così annunziati al sovrano, ancora con le vesti del viaggio. Il re era un uomo ormai molto anziano, penso più vecchio anche di Baurin prima che morisse, e la sua vecchiaia era evidente in ogni sua azione o parola. Non appena vide il figlio tentò di rizzarsi in piedi dal trono, riuscendoci solo dopo un immane sforzo e patimento. Volle comunque venire in contro al suo figlio compiendo pochi passi, mentre Lendelin Eidur corse ad abbracciarlo, mostrando un rapporto che aveva poco di regale e molto di familiare. Poi, col sorriso stampato sul volto, Lendelin, come voleva che noi lo chiamassimo, ci presentò a suo padre. Fu una presentazione veloce, informale, e subito il sovrano volle sapere esattamente com’erano andate le cose; così suo figlio raccontò per filo e per segno tutti gli avvenimenti, dalle morti di Findolis e Baurin, alla deposizione di Flaka e alla salita al trono di Ledolan. Natul fu

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amareggiato per la morte dei suoi vecchi amici; ci disse, infatti, che aveva conosciuto Baurin quand’era più giovane, ma fu contento di vedere che Lendelin aveva trovato degli uomini a suo dire valorosi. Così dicendo però ci annunziò di doversi ritirare nelle sue camere perché la sua età ormai non gli concedeva che pochi momenti di fatica, e così dicendo, ci licenziò. Lo stesso Lendelin volle mostrarci dove eravamo alloggiati e ci fece da guida nel castello. Io venni alloggiato in un’ampia camera provvista di ogni bene nei piani alti dell’ala destra del castello, proprio come Bellig e Feilon, mentre alle donne furono date altre camere nell’ala sinistra, come era uso del luogo. Ci ritirammo così nelle nostre stanze, mentre un paggio ci annunziava, dopo che il principe s’era allontanato, che una festa si sarebbe tenuta sul far della sera per il ritorno di Lendelin dal Numer, e che eravamo invitati a partecipare. Io mi ritirai a riposare per qualche ora, dopo aver consumato un povero pranzo, e in seguito mi preparai per la festa. La festa di quella sera fu una classica festa di corte, a cui anche tu ti dovrai abituare, in cui i nobilotti locali fanno sfoggio delle loro magnificenze e si mostrano zelanti nei confronti del loro sovrano solo per ingraziarselo. A dire la verità Natul era poco interessato, forse anche meno di noi, spaesati di fronte a quelle persone a noi sconosciute. Sempre vicino al Grande Re, stava il fido e vecchio cancelliere Zoradeas, ormai calvo e piegato dagli anni. C’erano stati dati degli abiti sontuosi per l’occasione, ma Bellig li rifiutò cordialmente e indossò un’altra tunica, un po’ più fine di quelle che usava di solito per i viaggi o per la vita quotidiana. Alinea indossava invece uno splendido abito blu notte, lungo e con strascico, mentre Luia vestiva un più austero abito rosso che finiva alle caviglie. Io e Feilon eravamo vestiti da parata, con degli abiti blu scuro venati ai fianchi d’azzurro, in cui la guardia sembrava un grande cavaliere, mentre io non riuscivo a trovarmi a mio agio. Ma Lendelin quella sera sembrava veramente il principe che era; vestito di tutto punto e ingioiellato, non poteva fare a meno di sembrare un'altra persona da quella che avevamo conosciuto. Accanto a lui, il suo cugino e amico Abantur: il nobile era alto quanto Lendelin, e anch’egli era vestito nobilmente, fino al punto che i due cugini smbravano gareggiare in splendore. Abantur aveva capelli corti e neri, e occhi neri. Una corta barba incorniciava il suo viso, alla vista serio e intelligente. Sempre

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appresso al nobile veniva un ragazzino, Lutian, si chiamava, piccoletto, con capelli rossi e lentiggini sul volto, occhi castani e sorriso perennemente stampato in viso: Lutian era il fratello minore di Abantur, e studiava a corte. Abbandonati per un attimo i nobili che gli si facevano attorno, Lendelin ci si avvicinò: - Allora, come vi trovate nella vostra nuova casa? - Bene, sire – risposi. - Sire? – fece lui con sguardo sorpreso – Non mi chiamare mai più in questo modo! Anch’io odio questi abiti almeno quanto te e Bellig! – Riprese, evidentemente avendo notato il mio imbarazzo, con fare scherzoso. - Invece per me stai benissimo – colse l’occasione tua madre – non come questo imbranato! – Mi indicò divertita. - Va bene, ho capito che questa non è la mia serata… – risposi ormai rassegnato a subire le burle di Alinea per tutta la festa. - Invece questa è proprio la vostra serata! Il principe era di buon umore, e si vedeva dal suo volto divertito; soprattutto, quando parlava con noi, sembrava essere come fra amici che si conoscono da tanto tempo. Mi avvicinò e mi prese a parte per dirmi queste parole: - E’ bella, non te la lasciare sfuggire. Lo guardai con uno sguardo che fingeva sorpresa, senza rispondere. In cuor mio, però, gli davo ragione. Poi Lendelin s’allontanò e si ritirò in un angolo a parlare con Bellig, prima che gli obblighi dell’etichetta lo riportassero ai suoi doveri. Il Viandante assistette alla discussione di Lendelin e Bellig. Bellig, con fare deciso e senza fronzoli disse al principe: - Tuo padre è vecchio; la corona non starà sempre sul suo capo. - A cosa vuoi arrivare, Bellig? - Sai bene che fra poco tempo erediterai il regno. Dove sei stato fino ad ora, e come mai sei tornato adesso? - Sono stato a prepararmi per il mio destino, il ché non vuol dire solo che mi sono preparato a regnare. - Penso che tu sia molto più di quanto io creda – Bellig era sempre più sospettoso. - E non sai quanto questo fardello opprima il mio cuore.

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Una voce dalla sala chiamò il principe: - Scusami, i miei “doveri” mi chiamano. - Concluderemo la discussione un’altra volta. - Certamente, anche perché tutti voi avete un ruolo nella Profezia - Cosa, – Bellig sembrava turbato – quale Profezia? - A tempo debito, a tempo debito! Così dicendo il principe si allontanò e si immerse nella folla di coloro che volevano farsi belli ai suoi occhi. La serata trascorse tranquilla, con Alinea che continuava a prendermi in giro, Feilon e Luia a studiarsi nelle loro nuove vesti e Bellig ad osservare tutto ciò che accadeva con occhio attento. Natul appariva stanco ma sereno: nei suoi occhi balenava tutta la sua saggezza, temperata dagli anni e dall’esperienza. Ad un tratto ordinò che tutto tacesse e iniziò a parlare: - Amici, abbiamo oggi l’onore d’avere qui con noi i salvatori del Numer; non vogliamo approfittarne? Signori – rivolgendosi ora a noi – non siate timidi. - Sire – Bellig prese la parola – penso di parlare a nome di tutti noi, dicendo che la ringraziamo di cuore per l’accoglienza offertaci. Ma in effetti noi non sappiamo bene cosa fare qui, di fronte a tutti voi, di così alto lignaggio… - Meno cerimonie, Bellig, tu che sei discepolo d’un mio amico. Comunque credo che fra di voi ci sia un bardo, no? Mi feci avanti e indicai che ero io con un inchino: - Ah, Ewaniwe, che ne diresti, per sciogliere il ghiaccio, di cantare una delle tue canzoni? - Accetto volentieri sire, anche se come sa, in questo momento il mio cuore è colmo di tristezza… - Non preoccuparti, qualsiasi cosa canterai sarà sicuramente ciò che di meglio ha da offrire la voce di un bardo! Iniziai allora a cantare questa canzone. Sulle calme sponde del Lolin Dalle calde acque del lago, Sorge la chiara voce del bardo. Vola la canzone del bardo, Vola sulle cime dei monti

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E gli strepiti dei fuochi o dei roghi Non cancellano il ricordo del canto. Le nubi distanti biancheggiano Fra i miraggi di terre lontane, Che correnti assopiscono in vano. Vola la canzone del bardo, Vola sulle cime dei monti E gli strepiti dei fuochi o dei roghi Non cancellano il ricordo del canto. Degli elfi le acque trasportano Melodie di strumenti sopiti, Fruscii di foglie d’oriente. Vola la canzone del bardo, Vola sulle cime dei monti E gli strepiti dei fuochi o dei roghi Non cancellano il ricordo del canto. Fra dimore mortali dell’uomo, Fra le pietre immortali del nano, Sopra i rami, dimora dell’elfo, Vola la canzone del bardo, Vola sulle cime dei monti E gli strepiti dei fuochi o dei roghi Non cancellano il ricordo del canto. Sulle tetre dimore dei morti Fra le torri nere d’occidente, O le argentee mura d’oriente, Vola la canzone del bardo, Vola sulle cime dei monti E gli strepiti dei fuochi o dei roghi Non cancellano il ricordo del canto. Se la fama si perde nel sogno, Se la gloria è sepolta col morto Immortale è la voce del bardo. Vola la canzone del bardo, Vola sulle cime dei monti E gli strepiti dei fuochi o dei roghi Non cancellano il ricordo del canto.

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Natul fu contento, e dopo un attimo di silenzio dalla sala si levò un rumoroso applauso. Il primo ad applaudire era Lendelin, e Bellig non era da meno: Lutian saltava dalla trasporto. Anch’io ero soddisfatto, perché quella era la canzone preferita da mio padre. Il giovane studioso mi venne subito a cercare, e con fare disinvolto mi parò: - Quella canzone era stupenda! Dove l’avete appresa? - Me la insegnò mio padre tanto tempo fa… - Perdonatemi, leggo l’imbarazzo sul vostro volto! Io sono Lutian, nipote del Grande Re… - Allora vi debbo reverenza… - Macchè! Piuttosto, mi dovete altro… - Cosa posso darvi, mio signore? - Sapete, io sono uno studioso…vi chiamate Ewaniwe, giusto? Bene, perché non m’insegnate un po’ delle vostre canzoni e poesie…sapete, io m’intendo anche di questo; a dire la verita, forse soprattutto di questo… - Con piacere, vi canterò e reciterò tutto ciò che vorrete! Così nei tempi avvenire frequentai a lungo quel sedicenne, finché la sorte me lo concesse, e con il giovane strinsi una fraterna amicizia. La serata della festa si concluse intanto a notte tarda, quando ci lasciammo nell’allegria generale. Passammo in seguito un mese di pace e tranquillità; trascorrevamo il tempo impratichendoci con la città. Io e tua madre passeggiammo a lungo assieme fra le vie di Tedaran, e lo stesso fecero Feilon e Luia. Bellig, più serio di noi tutti, trascorse invece molto tempo a colloquio con Lendelin e suo padre, e fu allora che divenne il migliore consigliere del Grande Re, ascoltato quanto il vecchio cancelliere. Poi però, accadde l’inevitabile. Era da qualche giorno passata la metà del mese di Miue, che Natul passò la peggiore serata della propria vita. Aveva avuto quell’unico figlio in età matura e la moglie era morta nel parto. Poi, quando Lendelin era scomparso, era come se sul suo corpo fossero volati altri vent’anni. Ora pagava le conseguenze d’una vita sempre al comando e alla ribalta. Stava sdraiato sul suo letto con accanto il figlio che lo rincuorava: appoggiati al muro, Abantur e Lutian, i parenti più vicini e più cari. Non si lamentava, ma sul suo viso si leggeva il dolore. Le donne continuavano a portare impacchi d’acqua fredda ma la sua temperatura, salita nel pomeriggio, non accennava a diminuire. Il colorito del suo volto variava dal pallido al paonazzo, a seconda di vampate di calore che

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provenivano dal suo male. Stringeva le mani del figlio con le sue e nel frattempo bisbigliava: - E’ giunto alla fine il tuo turno, mi raccomando, adempi il dovere che ti è stato affidato, fino in fondo. - Padre, non è questo il momento di pensare a queste cose… - Sai benissimo che non avrò altri momenti per pensarci…fai ciò per cui sei tornato…loro ti aiuteranno…devono farlo…non possono scegliere altro…sono uomini giusti…ricordati della Profezia. Ora ti lascio; ho adempiuto il mio compito, e senza remore né pentimenti, ora posso andare via. I suoi occhi si chiusero e si addentrò in un sonno che non avrebbe mai trovato risveglio. Si spense regalmente, senza lamenti, nella notte. Accanto a lui ci fu per tutto il tempo Lendelin, mentre noi tutti attendevamo fuori della porta sperando in un risveglio di Natul. Neanche Lendelin versò una lacrima, ma il dolore si leggeva nei suoi occhi. Vegliammo il corpo del re per tutta la notte, in silenzio, osservando meditabondi la salma e il viso del principe, su cui una folla di pensieri s’inseguivano. Anche noi fummo presi dai nostri ricordi, ciascuno ripensando ai propri cari. Quando ormai s’era quasi fatta l’alba Lendelin ci congedò ordinando che nella mattinata si facesse il funerale e nel pomeriggio la cerimonia d’incoronazione. Venerava suo padre, ma il dovere che gli era stato imposto lo chiamava. Ci disse d’andare a riposare e noi eseguimmo di buon grado i suoi comandi, mentre lui rimase ancora un po’ nella camera del morto. Salendo ciascuno alle proprie camere, mi fermai un attimo a parlare con Feilon e Bellig. Il saggio mi chiese: - Cosa credi accadrà ora? - Lendelin sarà il nuovo Grande Re – risposi disattento. - Sarà così facile? - Cosa intendi dire… Lo sguardo di Bellig era teso. - Intendo dire che Lendelin è ricomparso da poco sulla scena, e qualcuno potrebbe non voler stare sotto la sua ala protettiva. Nel Numer Ledolan gli deve obbedienza, ma altrove? - Non ti preoccupare, – c’interruppe Feilon – lui sa quel che deve fare; ha trascorso tutta la vita imparando come comportarsi per momenti di questo tipo. Non credo ci sia da preoccuparsi.

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Mentre era nella camera il futuro Grande Re si accorse della presenza del Viandante: - Sei qui, vero? - Ci sono sempre. - Lo immagino – rispose Lendelin con sguardo assente. - Mi dispiace per tuo padre. - Lo so. - Eri preparato. - Non si è preparati per queste cose. - E per altre? Lendelin sollevò il capo dal cadavere, che ora chiaramente era bagnato da lacrime. - Mi avete preparato voi, suppongo quindi d’essere pronto… - Non sta in quello che ti abbiamo insegnato noi se sarai o no pronto, ma in ciò che tu hai appreso di quello che ti è stato detto. - Ho appreso tutto ciò che ho potuto. Ora lasciami con lui. Ti prego. - Non ti preoccupare, lui sta bene. - Perché non posso vederti? Perché non posso vedere lui per un’ultima volta? - Sai che solo uno può vedermi, anche se ancora non lo sa, e solo io posso vedere tutto, ovunque io sia. Ora tuo padre è lontano da qui, con Euon, dove un giorno sarai anche tu. I funerali si svolsero in un clima austero, di fronte alla tomba delle famiglie reali, con una rappresentanza del popolo e di tutte le famiglie nobili. Non vi fu nulla di sfarzoso, come volontà di Natul, né discorsi di qualcuno, ma soltanto lunghe preghiere e altrettanti silenzi da parte dei druidi. Lendelin era stato sveglio tutta la notte e aveva il viso pallido e dimesso di chi si regge a stento per il dolore. Camminava a stento e barcollando mentre tornavamo lentamente al castello, e gli occhi bassi non permisero a nessuno di scrutare i suoi pensieri. Era stato il destino a far divenire lei, Alinea, la madre del futuro Grande Re. Non poteva smettere di pensarci, di pensare a quando lei e il marito divennero da persone qualunque, fidati amici del Grande Re e consiglieri. Personaggi prestigiosi e insieme ambasciatori dei nuovi tempi. Quella cerimonia di incoronazione di Lendelin aveva trasformato le loro sorti e assieme segnato il destino del loro figlio. Eppure non

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poteva smettere di chiedersi: era tutto previsto? Di pomeriggio si svolse l’incoronazione. La cerimonia fu fatta nella sala del trono del castello, una enorme sala con mura dipinte di blu, possenti; tende di tessuti pregiati di color rosso adornavano le vetrate, scandite tutte nel loro ritmo da splendide statue di uomini valorosi poste sotto di esse. Noi eravamo stati disposti insieme a tutti gli altri uomini di corte in due file, uomini a destra, donne a sinistra. Tutti vestiti con splendidi abiti, attendevamo impazienti l’arrivo di Lendelin e dei druidi, sacerdoti preposti all’incoronazione del nuovo Grande Re. Giunse Lendelin, vestito nella sua armatura argentea e nella mano la sua spada, solida e finemente lavorata. Si mise in ginocchio di fronte al trono, e attese. Il druido della città giunse poco dopo con in mano un diadema, simbolo della regalità del sovrano. Il simbolo della regalità era d’oro, con un nodo proprio nel mezzo. Ai lati, pendenti, due foglie, sempre d’oro. Sul nodo, un po’ rialzata, un diamante brillava pallido. Incedendo lentamente il druido arrivò infine davanti al trono e si pose a faccia a faccia al sovrano. Salmodiò: Prescelto è il sovrano Dal destino, dagli Eida. Guida degli uomini, Primo in battaglia. La tua spada sia incisa Da giusta lama E la corona bagnata Da saggezza divina. Dicendo questo pose il diadema sulla fronte di Lendelin e dichiarò ad alta voce: - Abbiamo il sovrano! Un’acclamazione di felicità venne dalla sala, seguita da un lungo applauso che ebbe una profonda eco fra le mura. Il diamante luccicò come una stella sulla testa del nuovo sovrano, come l’armatura, bagnata dalla luce del pomeriggio proveniente dalle finestre. Bagliori rossi e gialli colpivano le spalle del sovrano, e la lama che teneva accanto, poggiata per terra. Dopo parecchio tempo in cui ancora perduravano le espressioni d’allegria, essendosi sollevato da terra e

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rivoltosi verso di noi, il Grande Re Lendelin fece cenno di silenzio e con tono solenne disse: - Amici, vi voglio ringraziare per l’appoggio che tutti voi m’avete dato in questi giorni, per me assieme così felici e tristi. Oggi sono Grande Re, come Natul prima di me, e come lui potrò solo tentare di difendere i nostri cari dal Nemico ad occidente. Natul, mio padre, ha svolto per anni questo compito, facendo fronte ad ogni evenienza, compresa la mia scomparsa. Oggi questo ruolo l’ho ereditato io, e sono fiero di ereditarlo da un uomo giusto come mio padre. Eppure devo ringraziare voi che lo avete aiutato sempre nei momenti di difficoltà. Oggi però, che devo essere io a far fronte agli eventi futuri, ho deciso di procedere con l’aiuto degli uomini e donne che sono per me più fidati e cari allo stesso tempo. Perciò – ci fissò con un sorriso – il mio primo atto da Grande Re sarà quello di nominare miei cavalieri e consiglieri delle persone di cui hanno piena fiducia. C’indicò, fece cenno d’avvicinarci e iniziò a dichiarare: - Tu, Bellig, da oggi sarai il mio primo consigliere, assieme al cancelliere Zoradeas. Tu, Feilon, sarai generale delle mie armate e siederai al Consiglio del regno. Tu, Ewaniwe, sarai il bardo di corte, amico fidato del re e siederai al Consiglio del regno. Voi tre farete inoltre parte della cavalleria del Grande Re. E voi, mie splendide dame, – fissando Luia e Alinea con sguardo compiaciuto – anche voi siederete al Consiglio del regno e vi occuperete delle condizioni del mio popolo. Noi tutti ci guardammo sbigottiti mentre dalla sala si levavano dei brusii: Abantur e Lutian fissavano in silenzio il loro cugino. Il mormorio si faceva sempre più forte, fin quando Lendelin non zittì tutti dicendo: - Questo è quanto ho deciso. Ciò non toglie che chiunque dimostrerà il suo valore entrerà a pieno titolo nel consiglio del regno e sarà gradito nella mia corte. La cerimonia si concluse con queste parole, e i nobili e tutti gli altri presenti uscirono dalla sala e si ritirarono ognuno alla propria dimora. Lendelin però ci trattenne e ci condusse in una stanza circolare attigua a quella del trono, con mura bianche e un tavolo rotondo in mezzo, assieme ad Abantur, a Zoradeas, e ad altri uomini che non conoscevamo.

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Era una stanza povera e piccola, forse ricavata da poco dalle enormi mura della stanza del trono. C’invitò a sedere e disse: - Miei consiglieri, siete soddisfatti dal vostro nuovo ruolo? - In effetti – rispose Bellig – nessuno di noi si aspettava un simile trattamento. - E come avrei dovuto trattarvi, voi che siete stati scelti dal destino per aiutarmi? Comunque altri ancora si aggiungeranno. Ora però non è il momento di pensare a queste cose. Difatti ho già bisogno di voi. Sapete infatti che probabilmente, data la mia lunga assenza, qualcuno potrà sfruttare la morte di mio padre per tentare di sconvolgere la pace del regno. Perciò ho bisogno che delle persone fidate, voi, vadano ambasciatori ai regni a noi alleati per annunziare che sono il nuovo Grande Re, e sedare eventuali rivolte. Ognuno di voi porterà con se mille soldati, per ogni evenienza, anche se spero in bene: con voi partiranno anche i generali del mio esercito, qui presenti. Perciò tu Bellig, andrai ambasciatore nel Rogan, tu Feilon, nel Minar, tu Ewaniwe, nell’Oldar, Alinea andrà nel Ducato e Luia infine porterà la notizia presso il suo vecchio signore Ledolan. Suppongo che sarà felice di rivederla. Preparatevi perché partirete domani stesso; confido in voi. Questo è quanto ho deciso. Avete domande da pormi? Nessuno rispose né fiatò. Le decisioni di Lendelin ci apparvero improvvise, ma nessuno ebbe in cuore, conoscendolo, di opporsi. Improvvisamente, però, fu Abantur a prendere la parola: - Grande Re Lendelin, non ho nulla da opporre alle tue decisioni. Invece, ho da porti una richiesta. - Parla Abantur – disse serio Lendelin. - Sai bene cosa sto per dirti, perché già avevo posto la stessa questione a tuo padre. Già molti volontari sono pronti a partire, e le mie truppe desiderano seguirmi… - Abantur, mio caro, perché desideri così tanto morire? - Non desidero morire, Lendelin. Ma non posso attendere oltre: non posso attendere finché tutto sarà perduto. - Perché diffidi così tanto della Profezia? Rinuncia a procurarti ora la rovina, e attendi quando tutto dovrà accadere. - Mi spiace Lendelin. Se vuoi, fermami, ma so che non lo farai. Presto partirò con quanti vogliono seguirmi, e assieme ci volgeremo ad ovest, verso la vittoria, o la morte. Sai perché agisco così, e sebbene non ci sia posto per me nella Profezia, tuttavia, abbi fiducia, e prega per me.

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Lendelin non rispose, né avrebbe potuto distogliere dai suoi intenti Abantur: solo lo guardò con profonda pena negli occhi. Così si concluse la seduta: ciascuno di noi si ritirò nelle proprie camere e preparò il necessario per i nuovi viaggi. Preparai le mie cose velocemente e poi andai a dormire presto, in previsione della fatica che m’avrebbe recato il lungo viaggio verso l’Oldar. Prima d’addormentarmi, però, udii bussare alla mia porta: Lutian venne a salutarmi. M’intrattenni con il ragazzo a lungo, quella sera; avrebbe seguito suo fratello. Parlammo e cantammo, senza pensare all’imminente separazione, e raccontammo storie passate. Poi, sul tardi, Lutian tornò alla sua camera, salutandomi calorosamente: non lo rividi più.

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VI Abantur e Lutian

Abantur e Lutian partirono il mattino seguente. In realtà, la loro spedizione era pronta da tempo, e i due nobili attendevano solo il momento adatto per attuarla. Così, fu facile apprestare tutto. Gli uomini in armi si raccolsero fuori delle mura della città: erano circa cinquemila. Loro guida era Abantur, ma con lui molti fra i generali che avevano partecipato alla seduta del Consiglio del Grande Re. Fra tutti quegli uomini grandi e valorosi, Lutian era davvero un pesce fuor d’acqua, come appariva al Viandante: eppure anche lui era partito, per la vittoria o per la morte. La spedizione si volse ad occidente, e marciò a lungo e duramente: nessuno le si pose contro nelle Terre di Confine o nelle Terre Inesplorate. Anzi, alcuni fra i barbari si univano a quell’esercito per andare a combattere le forze del Nemico ad ovest. Il Nemico appariva un fantasma da scacciare, un’illusione facilmente cancellabile. Sarebbe bastata la volontà e il coraggio per eliminare ogni male. Con questo cuore Abantur guidava i suoi uomini. Venne deciso di puntare più a nord, di non passare dal Bosco Scuro: invece si sarebbero attraversati i deserti. Dopo tutto, quell’esercito non mancava di vettovaglie e provviste. Trascorsi altri giorni di marcia, alla fine l’esercito di volontari si trovò dinnanzi al deserto: più a nord, distese di sabbie; a sud, aride e brulle pietre e rocce. Abantur, senza esitazione, puntò ora verso il deserto meridionale; da lì, contava, si sarebbe aperto un varco verso il Regno Nero. Non si poteva attendere, leggeva nei suoi occhi il Viandante. Non si poteva attendere, come faceva Lendelin, e sperare in Profezie o in aiuti divini. L’uomo deve essere padrone di se stesso: così pensava il giovane nobile. Ma più s’allontanava da casa, più s’addentrava nel deserto, più la volontà vacillava, e assieme a quella d’Abantur, vacillava la volontà dei volontari. Nessuno parlava di tornare indietro; tuttavia, ora che ci avvicinava alle terre nemiche, uno strano scoramento, una languida e miope malinconia coglieva le anime degli

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uomini. In tutto ciò, solo gli occhi limpidi di Lutian brillavano sotto lo sguardo invisibile del Viandante. Il giovane rallegrava col suo fare allegro quanti incontrava, portando un po’ di ristoro e quiete fra i pensieri che si affacciavano alla mente dei più. Naturalmente, un occhio di riguardo, nella sua giovane incoscienza, aveva per il fratello maggiore. Abantur era per Lutian un modello: tuttavia, Lutian non era un guerriero, cosa che invece era Abantur. Lutian era ancora un ragazzo, e per di più aveva trascorso tutta la vita sui libri. Non sapeva nulla, in realtà, di sangue e spade: e pur tuttavia, aveva voluto partecipare alla spedizione. Lì, per Lutian, ci sarebbe stato bisogno di lui. Lo sentiva nel cuore. Ma intanto, malgrado il ragazzo, il deserto ingoiava nelle sue aride gole gli uomini che erano giunti ad affrontarlo. E per di più, dei nemici, delle creature che si andava a distruggere, neanche l’ombra. Il Viandante sapeva, aveva già visto come quella spedizione, in cerca di gloria, avrebbe trovato solo la morte: e in cuor suo piangeva. Quante di quelle persone si sarebbero potute salvare, se per il troppo ardire non avessero seguito il loro coraggio? Non trovava risposta per quella domanda, e del resto sapeva che, anche se avesse potuto sapere come sarebbero andati gli eventi senza la decisione d’Abantur, tuttavia la cosa non avrebbe influito. Vedeva ciò che accadeva, ciò che sarebbe accaduto e ciò che già era passato. Nondimeno il suo cuore sanguinava, mentre la fine di quelle genti s’apprestava. Secondo i calcoli, l’esercito s’avvicinava all’estremo confine del deserto, quando, come un fulmine ed un lampo, venne la battaglia. Fiaccato dal calore, dalla marcia, e soprattutto, stanco in cuore, l'esercito d’Abantur si trovò davanti le forze del Nemico: quindicimila Uomini Neri, spuntati chissà da dove, chissà quando, avevano accerchiato le forze degli uomini. Quell’esercito di creature malvagie attendeva da tempo di attaccare battaglia, e in realtà seguiva da molto le forze d’Abantur: ora, in luogo favorevole, in un’amena valle dove le forze del Grande Regno apparivano strette, si apprestava all’attacco. Lo sconforto prese le forze degli uomini, ora che giungeva ciò che avevano ricercato. Fra tutte, due sole voci si mantenevano salde. Abantur allora rinfrancava le anime, mentre Lutian riscaldava i cuori. Infine, poco prima della battaglia, Abantur si rivolse alle truppe: - Soldati, compagni, voi che mi avete seguito: udite ora le mie parole, e assieme affrontiamo il destino che ci siamo guadagnati. Abbiamo

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ricercato questo momento, e certo, nessuno di noi pensava di sconfiggere il Nemico senza combattere. Ci hanno accerchiati? E che conta! Noi sbaraglieremo le loro difese, e da vinti diverremo vincitori! Sono più di noi? Ma noi abbiamo il nostro coraggio e la nostra fermezza d’animo! Noi combattiamo qui perché aneliamo la pace dei nostri, e del resto, ora non c’è data più possibilità di fuga o di resa: non di fuga, perché equivarrebbe a morte; non di resa, perché sarebbe consegnarsi a colui che odiamo. Perciò, miei prodi, disponetevi come stabilito, e accingiamoci alla battaglia. La vittoria arriderà, certo, ai valorosi! Così parlò Abantur, e accanto a lui stette tutto il tempo il giovane Lutian. Anche il ragazzo teneva una spada in mano, e come il fratello, prese poi il suo posto nell’esercito. Quando ormai le forze del Grande Regno avevano quasi finito di disporsi, i nemici calarono sulla valle. La prima ondata abbatté le prime linee degli uomini, ma il colpo fu retto valorosamente. Tuttavia, pochi fra i nemici caddero, e molti si apprestarono a continuare l’assalto. Venne allora la seconda ondata, e questa volta il nuovo assalto causò molte più vittime fra gli uomini. Cosa peggiore, riuscì a scompattare l’esercito di Abantur. Il nobile in vano incitava i suoi, e intanto mulinava la spada, fendendo colpi con abilità e destrezza. Il suo esercito cadeva, e non poteva non sentirsi in colpa. Lutian riusciva a difendersi, ma era impacciato, ed era quasi un peso per chi, fra i soldati vicini, doveva aiutarlo nella difesa. La battaglia continuava sotto il sole a picco, e il calore annebbiava la vista dei soldati. I colpi si facevano deboli, le forze scemavano, mentre da una parte e dall’altra cadaveri crollavano a terra. Abantur era stato ferito alla mano destra, ma lo stesso riusciva a combattere ancora: dei suoi cinquemila, non più di mille erano ancora vivi, quando nell’altro fronte, né sopravvivevano almeno sette volte tanto. In quel momento, iniziò la carneficina. Allora gli Uomini Neri presero a ritirarsi oltre la valle, sulle collinette attorno, senza perdere di vista i sopravvissuti: lì sarebbero rimasti, fino a vederli tutti morir di fame. Abantur comprese l’intenzione dei nemici, e in cuor suo, ora, meditava sul suo ardire, e vedeva chiara la morte. Non si combatteva più, ma si giaceva solo stremati, quando Lutian s’avvicinò al fratello e parlò: - Abantur, fratello, dimmi, cosa faremo ora? - Moriremo, Lutian. Vedi altra alternativa? - So bene, ormai, che moriremo. Ciò che chiedo è altro. Moriremo senza tentare più nulla, abbandonando ciò che ci ha spinto? Rimarremo inerti

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qui ad attendere la fine? Abantur allora, disteso per terra, ansimante, fissò per qualche istante il fratello minore. Gli occhi di Lutian brillavano. Allora Abantur disse: - Lutian, perché sei qui? Perché muori così giovane? Perché non sei rimasto dove, sicuro, avresti proseguito i tuoi studi? - Perché io, Abantur, temevo già che s’avvicinasse questo momento; lo temevo da quando mi parlasti per la prima volta delle tue intenzioni. Ma bada, non temevo la mia morte o la tua, perché queste non sono cose cui ci possiamo opporre: un tempo lessi d’un saggio che disse, più o meno, che quando c’è la morte, sono io a non esserci, quando ci sono io, è la morte a non esser presente. Così, non temo la morte e di soffrire per essa. Temo invece che tu muoia, dimentico completamente di ciò in cui credi, avendo perduta ogni speranza. Ricorda di altri, di Gwinahindil; non vinceremo oggi la guerra, ma tuttavia vinceremo la nostra battaglia, se compiremo fino alla fine il nostro ruolo nella vicenda. Allora, sicuramente, ci accoglierà poi, felici, Euon. Così disse Lutian, sorridendo, sotto gli occhi del Viandante, al fratello maggiore. Rimase poi a fissare Abantur, mentre questi guardava il cielo. La guida di quell’esercito ammirava il sole, alto e splendente sulle loro teste: allora in Abantur si destò l’orgoglio, si destò il coraggio, si destò la speranza. Sollevatosi in piedi, ordinò ai suoi di organizzarsi: egli avrebbe tentato l’attacco, con quanti avessero avuto la forza di seguirlo. Così l’esercito d’Abantur si rizzò, spinto da nuova fiamma. Dispostosi, si lanciò nella sua ultima carica. Velocemente caricò, e velocemente cadde quell’esercito, e con esso molti fra gli Uomini Neri. Dei nemici, solo mille tornarono vivi. Fra gli ultimi perì Abantur, stolto, ma grande e nobile. Al suo fianco, ferito, si trascinò Lutian. Strettosi in un abbraccio col fratello già morto, Lutian si abbandonò all’ultimo sonno, recitando, con voce flebile, versi di una canzone imparata da Ewaniwe: Immenso dinnanzi al sovrano, L’Oscuro accoglie la sfida. Spade mulinano al vento, Colpiscono cotte d’argento E di pietra nera e bollente. I capelli bianchi di perla Si bagnano di rosso sangue,

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E il viso si tinge di ghiaccio, Mentre si spezza la spada del re. Ma un colpo, uno soltanto, Ha ferito l’Oscuro Signore. Ora anch’egli gronda di sangue, Anch’egli conosce il dolore. Un fulmine, un lampo, E luce abbagliante. Il re è scomparso! Il re è scomparso! Gridano elfi, gridano uomini, Prendiamo il sovrano, Prendiamo il sovrano, Gwinahindil. Scappa ferito l’Oscuro, Ritirano i servi del male, Ma nessun corpo giace per terra, Del sovrano degli elfi d’oriente, Né la sua spada, Gwinahindil. Così perì Lutian, con un dolce sorriso sul volto, sotto gli occhi, in lagrime, del Viandante. Di quell’esercito di valorosi stolti, non uno fece ritorno a casa, né alcunché se ne seppe a Tedaran.

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VII Incontri nell’Oldar

La mattina successiva partimmo, ciascuno di noi con il drappello di uomini affidatigli da Lendelin, e un generale o un ufficiale alla guida di quegli uomini. Io e Bellig facemmo gran parte del viaggio assieme, giacché bisogna attraversare il Rogan se si vuole raggiungere l’Oldar dal Tedar. Seguimmo il corso del Lolin per un lungo tratto, procedendo con un passo piuttosto lento, ma continuo. Vicino, il fiume scorreva placido, mentre canali scavati nella pianura portavano le sue acque un po’ ovunque fra i campi. Furono sei giorni di viaggio, anche se nel terzo giorno ci separammo da Bellig, che scese poco più a sud in direzione di Ronin, la capitale del Rogan. Io invece proseguii la mia marcia verso sud-ovest verso Oldaran, la città principale della mia meta. Continuando dovetti attraversare il lembo più meridionale dei monti Kaldei, il quarto giorno, e poi mi si aprì di fronte la distesa pianeggiante che compone il regno. Il regno è povero, anche a causa del clima caldo e secco. L’unica risorsa economica degna di questo nome è la pesca, anche se è praticato il commercio marittimo con le altre terre. La sera del quinto giorno di marcia, già dentro al territorio del regno, ci fermammo in una piccola cittadina nella parte settentrionale del territorio. Qui i miei uomini, del tutto addestrati, montarono delle tende fuori dall’insediamento cittadino, guidati dal generale, un uomo grasso e tarchiato, che era con noi, mentre io, con poche persone scelte, entrai in una piccola taverna per informarmi della distanza della capitale e della situazione del regno: eravamo più o meno una decina. Appena entrati andammo al bancone del proprietario della taverna, che ci diede immediatamente una specie di minestra fredda di verdure. Intanto gli ospiti ci guardavano con sguardo annebbiato dal vino. Tutti erano di pelle scura, con i capelli ricci e neri, eccetto uno, seduto all’ultimo tavolo, alto più o meno due metri, si vedeva anche se era seduto, con lunghi capelli rossi, vestito completamente di nero. Egli stava seduto in disparte mentre gli altri

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avventori lo guardavano con disprezzo. D’un tratto uno di loro alzandosi gli venne vicino e urlò con la voce rotta dall’alcol: - Cosa vuoi da noi, barbaro? Altri gli vennero dietro, mentre lo straniero non reagiva. Uno alla fine gli gettò del vino addosso e causò la sua reazione. Lo straniero si alzò in piedi e sollevandolo sopra la testa lo gettò a terra. Un altro Oldariano gli venne addosso, ma il barbaro lo afferrò per il collo e sollevatolo lo lanciò contro il muro. Altri ancora gli si facevano in contro, ma tutti finivano a terra, finché il primo ad averlo insultato non tentò di colpirlo con una bottiglia. Lo straniero fermò con presa salda la sua mano e poi, prendendolo per le braccia lo sollevò con i piedi sulle sue spalle, per poi schiacciarlo sopra un tavolo che andò in mille pezzi. Intanto il proprietario della taverna cercava invano di separare i litiganti, finché non venne di corsa a chiedere il nostro aiuto. Riuscimmo a separarli, ma appena fummo vicini allo straniero, questi, nella foga, colpì anche uno dei miei, mandandolo a terra. I miei soldati sguainarono le armi, facendolo indietreggiare. Appena si fece un attimo di calma, avanzai e ordinai: - Adesso piantatela tutti quanti, lo ordino in nome del Grande Re. Nel frattempo indossai all’indice un sigillo che Lendelin mi aveva consegnato per farmi riconoscere come suo inviato. Alla vista del sigillo gli ospiti tornarono tutti ammaccati ai loro tavoli, mentre io rimasi a parlare con lo straniero: - Scusali, non capiscono, sono ubriachi. - Non mi interessa. Chi sei? - Ewaniwe, inviato dal Grande Re Lendelin. E tu? - Colwey. Il Grande Re è Natul. - Non più; è morto e il trono ora è di suo figlio. - Capisco…cosa vuoi da me? - Sei molto forte, non c’è dubbio. Da vicino i suoi muscoli risaltavano ancora di più, mentre mi si confermava che era alto più o meno due metri: - Ho una proposta per te; vieni con noi. Qui non puoi restare, dato che, evidentemente, non sei molto apprezzato. Seguimi. Sono convinto che Lendelin sarebbe felice d’avere fra i suoi uomini uno come te. - Sono un barbaro, o almeno così voi chiamate quelli della mia gente. – Disse con non curanza. - Sì, ma il Nemico ad occidente non ci permetterà ancora per molto di

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essere divisi. Suvvia, non fare caso a ciò che questi ubriachi t’hanno detto, e rifletti. Mi lanciò uno sguardo penetrante, come se avessi colpito nel segno: - Conducimi dal tuo re, e poi si vedrà. - Va bene, se è questo che vuoi, per accettare. Ci ritirammo, io e i soldati nelle nostre tende, lui nella sua camera nella taverna, convenendo che l’indomani saremmo partiti assieme. Giungemmo alla nostra meta il giorno dopo. La capitale dell’Oldar è in realtà poco più che un villaggio, se paragonata ad altre grosse cittadine del Grande Regno. Quando vi giungemmo, chiedemmo subito di essere accolti dal re Orennir. Fummo accolti nella sala del trono. Appena entrato mostrai il sigillo e dichiarai: - Buongiorno, re Orennir. Io, Ewaniwe, vengo a te come messaggero del nuovo Grande Re, Lendelin. - Lendelin? Ma non era scomparso? E suo padre che fine ha fatto? - Come anche tu sai Lendelin era scomparso, ma ora è tornato dai luoghi dove è stato, col nome di Lendelin Eidur, al suo stesso padre che, riaccoltolo, l’ha poi mandato a sanare una rivolta nel Numer. Natul è morto pochi giorni fa di vecchiaia e Lendelin ha ereditato la corona in una cerimonia ufficiale. - E così il Grande Re Natul è morto, giusto? - Si, sire. Il re mandò tutti i presenti fuori e rimanemmo nella sala solo io e lui. Scese dal trono e iniziò a passeggiare ossessivamente: - Dimmi, Ewaniwe, perché dovrei riconoscere Lendelin come nuovo Grande Re? - Sire, perché non credo che voi vogliate lo scontro con il Tedar. - Già, né Lendelin vuole lo scontro con noi. - Credo proprio di no. - Ma io che cosa ci guadagno? Mi guardò fisso negli occhi, e io guardai fisso nei suoi. - La sua gratitudine non vi basta, vero? - Esatto. - Cosa volete? - Mia figlia moglie del re. - Non posso decidere io sulla consorte del Grande Re. - Lo so, – il suo sguardo si faceva sempre più intenso – per questo voglio che tu comunichi al Grande Re la mia proposta.

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- E se Lendelin dovesse rifiutare, sire, cosa farete? Io non sono padrone del volere del Grande Re, ne sono solo messaggero. L’Oldar non ha la forza per sopravvivere da solo a questi tempi di carestia e crisi. - Lo so, lo so! – rispose con un sorriso sulle labbra Orennir – Non fraintendete – riprese – io non intendo mettermi contro il Grande Re. Ma ogni re ha bisogno d’una regina, e non vedo motivo alcuno per cui la regina non debba essere mia figlia. Riflettete, Ewaniwe! Non accettai né rifiutai, ma invece dissi che avevo bisogno di tempo per decidere il da farsi. Rimanemmo d’accordo che l’indomani sera ci saremmo rivisti per ridiscutere, con più calma, della cosa. Prima che mi allontanassi, il re però disse: - Aspetta, prima voglio che tu la conosca, così capirai perché voglio tutto il bene per lei. Uscimmo dalla sala del trono, con Orennir che m’accompagnava con amichevoli pacche sulle spalle. Percorremmo ampli corridoi, salendo infine delle scale, verso l’ala dedicata alle donne. Lì, fattici annunziare, incontrammo la figlia del re. La figlia di Orennir, Melin, era splendida; con un colorito bronzeo e lunghi capelli di color cenere che giungevano fino alle gambe. I suoi occhi, scuri come i capelli, avevano uno sguardo che immobilizzava le membra e ogni suo movimento richiamava l’attenzione sul suo corpo. Me ne innamorai appena la vidi, e per un caso del destino, credo che anche lei ricambiò subito il mio amore. Intanto il padre la mostrava con sguardo compiaciuto, dicendo: - Allora, che te ne pare? - Stupenda. – Fu l’unica cosa che riuscii a dire. Mi ritirai fra i miei uomini con in mente solo Melin. Appena giunto nell’accampamento che avevano montato fuori città, Colwey, con cui avevo stretto amicizia nel viaggio, mi si parò davanti e mi accompagnò alla sua tenda. Era una tenda piuttosto stretta, che gli era stata prestata evidentemente da qualche soldato. Facendomi accomodare per terra, mi fissò per qualche attimo e chiese: - E’ andata male, vero? - Più o meno… - Cosa ti ha chiesto? - Sua figlia sposa di Lendelin. - La principessa Melin? Ah, è proprio astuto quell’uomo. Lo guardai, chiedendomi chi fosse veramente quel barbaro. - La conosci?

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- Ovviamente; è la donna più bella del regno. - Già, l’ho notato. - Oltre che la più cocciuta. Penso che per sposare Lendelin, dovrebbe prima amarlo; non credo che lo farebbe solo per far piacere al padre. - Chissà se hai ragione…Colwey…posso farti una domanda…chi sei veramente? - Sono solo un semplice gladiatore venuto dalle Terre di Confine. Mi ritirai nella mia tenda, salutando Colwey, preso dai miei pensieri, rivangando con la mente fra le immagini di Melin, finché l’alba non mi accolse. Fra le vie s’era diffusa rapidamente la notizia dell’arrivo di uomini dal Tedar. In un primo momento si ebbe timore persino di un’invasione, ma poi non ci volle molto per capire che era morto il Grande Re e che se n’era insediato uno nuovo. Le case erano un brusio di uomini e la notizia si sparse notte tempo nella città mentre il Viandante assisteva impotente. E ben presto dei facinorosi aizzarono la folla. Perché rimanere alleati a quel paese così lontano? Perché non poter fare di testa propria? Questi erano gli interrogativi che serpeggiavano fra le mura, nati dalla Corruzione d’occidente, diffusi dalla povertà del popolo. Non fu nulla di organizzato, nulla di premeditato, semplicemente la foga di un popolo schiacciato dalla fame e da un male che non sapeva più riconoscere. Gli uomini si armarono nelle tenebre, le donne li incitavano, i bambini gridavano odio allo straniero, mentre tutto era stridore di lame che si affilavano e di parole d’ordine che si diffondevano. La mattina successiva decisi che per schiarirmi le idee avrei visitato la città, decidendo nel frattempo il da farsi. Orennir approfittò allora dell’occasione e, con noi degli accompagnatori e sua figlia, sempre più deciso a convincermi di chiedere a Lendelin di sposarla, mi portò in giro per la città. La compagnia di Melin mi inebriava e mi impediva di notare la povertà della gente. Io e la principessa conversammo del più e del meno per tutto il giorno, mentre in vano i consiglieri e il re cercavano di riportare i nostri discorsi ad argomenti più pertinenti la politica. Avevo permesso a metà dei miei uomini di comportarsi liberamente fino alla sera, così mi capitava di incontrarli fra i vicoli mentre cercavano mercanzie e donne. Colwey ci seguiva in silenzio, com’era suo solito, lontano, guardingo nei confronti della gente che non vedeva di buon

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occhio un barbaro aggirarsi fra quelle case. Melin mi portò nella piazza centrale della città, mostrandomi da lontano l’edificio più imponente di tutto il regno: - Ammira, quello è il Tolliak. - Ammira? Non speravo di poterle dare del tu, principessa. - Non ti preoccupare. Mi guardò negli occhi e il mio sguardo rimase ammaliato dal suo. - Sai cos’è il Tolliak. - Veramente – risposi – non ne ho idea. - E’ il più grande stadio del mondo, oltre che il più importante. Lì si tengono i giochi dei gladiatori. - Non sono banditi? - Qui no. Seguimi, oggi è giornata di spettacoli. Andammo così al Tolliak. Lì una folla era radunata in attesa di quei cruenti giochi. La principessa Melin si sedette alla mia destra, mentre il re e i suoi dicnitari stavano seduti una fila sotto di noi. Accanto a me Colwey rabbrividiva ogni volta che vedeva la fine di un gladiatore, ed io con lui: - Sai quante volte ho rischiato quella fine? Ormai non le conto più. Dopo che proferì quelle parole si voltò assieme a me verso una curva dello stadio. Era appena finita la terza gara dei gladiatori che un urlo si levò da quella curva: era stata decretata la fine del gladiatore sconfitto. Dapprima pensammo che quegli uomini protestassero per la morte di uno dei loro prediletti, poi però lo sguardo di Colwey si fece di ghiaccio e con fare frenetico si alzò e trascinando per le braccia me e Melin ci disse: - Dobbiamo fuggire! È una rivolta! Ci levammo senza ben comprendere, ma poi vedemmo anche noi ciò che il gladiatore aveva osservato per primo. Da lontano vedevamo le scintille delle lame, mentre correvamo verso le uscite: non ci curammo di Orennir, ma fuggimmo veloci, senza voltarci. Alle uscite degli uomini stavano cercando di richiuderle, ma io e Colwey con una spallata riuscimmo a tenerle aperte e a scappare. Proseguimmo di corsa per le strade, trascinando con noi Melin e quei pochi dei miei uomini che riuscivamo a trovare. Correvamo in direzione dell’accampamento, mentre, dietro di noi, la folla ci inseguiva brandendo qualsiasi tipo di utensile avesse trovato nelle proprie dimore. Giungemmo all’accampamento, e qui disposte rapidamente le difese, iniziammo la

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battaglia. I rivoltosi avevano deciso che tutto sarebbe nato al Tolliak, alla fine della terza gara. Sicuramente gli importanti ospiti del re sarebbero stati invitati ad ammirare i famosi giochi dei gladiatori dell’Oldar, e quella sarebbe stata la migliore occasione per agire. Se li avessero presi e fatti fuori, o meglio ancora, se avessero loro imposto di dichiarare l’assoluta indipendenza dell’Oldar, avrebbero già compiuto un grosso passo verso la loro meta. Tutto fu così deciso, nella notte, sicché la mattinata risvegliò nella folla espressioni di sottile complicità. Non potevano sbagliare, pena la distruzione dei loro propositi. Ma non avrebbero sbagliato, o almeno così erano spinti a credere dalla loro foga. Io e i miei uomini, in quel momento circa cinquecento, ci disponemmo in un muro di scudi. Il grasso generale che doveva guidarli uscì frettolosamente dalla sua tenda, ancora mezzo nudo, e brandendo in maniera ridicola una spada, prese a dare ordini. I nostri assalitori erano almeno il triplo di noi, ma erano male armati e scomposti nella loro azione. Io e Colwey eravamo al centro della prima fila, l’uno a difendere il fianco dell’altro, mentre il resto della fila si componeva alla nostra destra e sinistra di un totale di quarantotto soldati. Ogni fila era quindi composta da cinquanta uomini, per un totale di dieci file. Alzammo tutti i nostri scudi, tenendo ben ritta con l’altra mano la nostra spada, tentando così di fermare i primi assalitori, mentre il generale urlava come un ossesso. Dal canto loro i nostri nemici procedevano disordinati, caoticamente, ad ondate: ognuno di loro non tentava minimamente di difendere un suo compagno, invece il loro unico interesse era attaccare, come spinti da qualcosa di soprannaturale. Dietro di me le file successive iniziarono ad avanzare ad un comando, spingendoci in avanti con i loro scudi. Lentamente avanzammo, mentre altri venivano ad alimentare lo schieramento dei nostri nemici. Una nuova ondata fermò la nostra avanzata, anzi ci costrinse ad arretrare di qualche passo. Ero sicuro che Melin stava bene, dato che l’avevo affidata a dei soldati delle ultime file, a cui avevo ordinato di fuggire verso il palazzo di Orennir se le cose si fossero aggravate. La spinta dei nemici però continuava a farci arretrare, lentamente, di poco, ma continuava. Il generale ben presto si zittì, forse fuggito, forse colpito: in seguito comunque, lo rividi nella sua tenda, tremante. Colwey accanto a me era come una mannaia per

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chiunque gli capitasse a tiro, e urlava e guidava le truppe come un vero condottiero, mentre io usavo la poca esperienza che avevo di combattimento, fatta durante la Notte delle Congiure. Eravamo in una situazione di stallo quando il gladiatore accanto a me mi urlò nell’ orecchio per essere sicuro di farsi sentire: - Dobbiamo spaccare il loro fronte! Dobbiamo metterli in fuga! Gridò la stessa frase alle prime file e così l’ordine si propagò in tutto il mio schieramento. Le file più indietro iniziarono a spingerci, mentre ogni uomo che cadeva delle file davanti veniva sostituito da uno di quelli di dietro. Ci infilammo in mezzo alle schiere degli assalitori con relativa facilità, data la loro disorganizzazione e continuammo a procedere finché non causammo lo scompiglio fra i nemici: messili in fuga, ci fermammo. Fu una vittoria abbastanza facile, ma fu la mia prima esperienza di guerra, e in effetti allora scoprii di avere bisogno accanto a me di un vero stratega. Da quel giorno io e Colwey facemmo coppia fissa in battaglia. Rimanemmo a riposarci sul campo, mentre intanto giungeva Orennir con dei suoi uomini armati per darci aiuto. Non appena mi vide mi chiese: - Dov’è? Dov’è Melin? - E’ in salvo, non si preoccupi, sire. La feci chiamare e la figlia del re giunse da noi. Era evidentemente sconvolta, ma era illesa. Orennir era costernato per la rivolta e disse: - Grazie Ewaniwe, per aver salvato mia figlia. Io non so come sdebitarmi. Dimmi cosa vuoi ed io lo farò! - Ritira la tua richiesta, sire, ed io sarò soddisfatto. Rimase in silenzio per qualche attimo, poi, con gli occhi bassi, rispose: - Va bene, sarà come tu vuoi. Rimasi altri due giorni nell’Oldar, poi ritornai con Colwey a Tedaran. Lasciai lì una parte dei miei uomini per evitare nuove rivolte, mentre io tornavo da Lendelin ad avvertirlo dell’avvenuto riconoscimento del suo regno. Viaggiammo per altri sei giorni, compiendo lo stesso tragitto, ma all’inverso, dell’andata. Tornando a Tedaran ebbi modo di scorgere di nuovo le calme rive del Lolin alla mia destra, scendere placidamente dal Lago Maggiore attraversando due regni, il Tedar ed il Rogan, per poi gettarsi sulle acque tranquille del Mare Interno. Giunsi a Tedaran che era sera. Quando giunsi alla dimora del Grande Re, vi ritrovai già tutti i miei amici che mi attendevano con evidente preoccupazione. Non appena mi

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vide Lendelin, evidentemente teso in volto, mi fece accomodare assieme agli altri, escluso Colwey, al tavolo del Consiglio reale. Qui, iniziai ad esporre gli eventi: - Lendelin, mio Grande Re, ti reco notizie dall’Oldar. - Dimmi, non esitare. - Ebbene, l’accoglienza di Orennir è stata delle migliori, – lo dicevo mentre pensavo a Melin – ma una rivolta è scoppiata mentre il tuo contingente era stanziato ad Oldaran. È stato piuttosto facile sedarla, non era infatti una rivolta organizzata, e il popolo era spinto solo dalla fame. Eppure di grande aiuto mi è stato l’apporto dell’uomo che è rimasto là fuori. Il suo nome è Colwey ed è un barbaro proveniente dalle Terre di Confine. Narrai al Grande Re le gesta e il coraggio di Colwey. Questi lo fece chiamare, e l’uomo fu convocato dentro la stanza. Non appena si sedette, Lendelin, chiamandolo per nome, iniziò a parlargli: - Colwey, ti chiami così giusto? Ewaniwe mi ha decantato il tuo valore. Ebbene, mi fido di lui, ma prima voglio sapere da te una cosa. Come mai un uomo delle Terre di Confine è venuto nelle mie terre? - Sire, – rispose Colwey – la fame e il desiderio di gloria mi hanno spinto. Vengo dalla tribù dei Romoi, guidata da Lemmoia, ed io ero l’ultimo fra i suoi figli. I miei parenti sono rimasti tutti in quelle; ma io, insofferente alla mia condizione, ho deciso di venire alle tue lande per cercare un nuovo destino. Giunto nell’Oldar ho fatto carriera militare, ma poi, stanco e avvilito per la bassa considerazione nei miei riguardi, divenni gladiatore; praticamente vissi come uno schiavo, finché, con i soldi che sono riuscito a risparmiare, non ho riscattato la mia condizione. Non sono riuscito poi a trovare quel destino che cercavo, tanta era la diffidenza fra gli Oldariani verso gli stranieri, finché Ewaniwe non mi ha proposto di seguire il tuo esercito, ed io non l’ho aiutato nell’Oldar. Ora sai tutto di me. Dal canto mio, io accetto la proposta che mi ha fatto Ewaniwe, come già avrai capito. Se tu vorrai, sire, sarò fra i tuoi uomini. A te ora sta di convalidare la mia scelta. - Colwey, sappi che in questa reggia chiunque è ben accetto ai miei amici, è ben accetto a me. Accetto quindi la proposta di Ewaniwe, anzi, anche tu come Feilon sarai generale del mio esercito, dato il valore che hai dimostrato sul campo. Non essere sorpreso per tale scelta, perché già hai dimostrato il tuo valore aiutando Ewaniwe nel momento del pericolo. Se è poi un nuovo destino che cerchi, sappi che lo otterrai, dato

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che il futuro ci imporrà nuove guerre e nuove lotte molto più pericolose di quelle fino adesso affrontate. La carica datati rende anche te membro del mio Consiglio: confido nella tua maestria nel combattere. Ora voi tutti andate a riposarvi, ma sappiate che ho deciso che ciascuno di voi risiederà nei luoghi dove è stato ambasciatore finché non lo richiederà qui la necessità. Tu, Colwey, affiancherai Ewaniwe nell’Oldar, dato che ci serve lì un uomo d’armi. Partirete il prima possibile, quindi ora andate a riposare i vostri corpi e le vostre menti. Ci ritirammo in quelle che già erano state le nostre camere, mentre a Colwey ne venne data una nuova. Non riposammo parecchio quella notte, anzi io, Bellig, Feilon e Colwey rimanemmo a chiacchierare con in mano un buon bicchiere di vino, nella camera del saggio: - Il Minar – fece Feilon – è un luogo bellissimo; sembra di vivere in un’altra epoca, con tutte quelle vecchie costruzioni. Là vicino poi vivono gli elfi, e la loro vicinanza porta molti benefici alla popolazione, che ha uno stretto rapporto con la natura, dicono inferiore solo alle genti d’oriente. - Il Rogan – intervenne Bellig – è invece una terra di mercanti. Lì tutti sono industriosi e si interessano di scambi con popoli lontani. Non interessa loro la guerra, eppure fanno di tutto per avere più beni o più ricchezze del loro vicino di casa. La loro cupidigia si può definire unica. - Gli Oldariani – feci io – sono un popolo strano. Sono amanti delle armi, ma non della guerra, e se sono esperti guerrieri, lo sono per timore di invasioni esterne. Orgogliosi di nascita, arrivano a praticare le più ignobili barbarie e a dedicare tutta la vita all’addestramento militare. Eppure penso che il loro valore non si possa discutere e che in qualsiasi caso sia meglio averli alleati che nemici. - Il mio popolo – concluse Colwey – è diverso da tutti quelli che avete nominato. Sempre in guerra con le vostre genti e con i popoli di Gnomanar, vive alla giornata, sperando ogni mattina di giungere alla sera. Viviamo di stenti e spesso siamo venduti come schiavi presso i signorotti che vi governano. Altre volte siamo costretti a subire la voglia di sangue del popolo presso gli stadi, tutto a causa degli odi intestini alle nostre diverse tribù. Ma un giorno anche noi saremo un regno, un solo popolo, e un re giusto ci guiderà alla libertà e ad una vita che sia degna di questo nome. In quel momento ci raggiunsero anche Luia e Alinea, che pretesero di rimanere con noi. Sedutesi tutt’e due accanto a Feilon, anche Alinea ci

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descrisse le terre dove ella era stata: - Il Ducato è abitato dal popolo più strano che si possa immaginare; i Timber raggiungono in altezza l’addome di ciascuno di voi, né portano scarpe, ma vanno a piedi nudi. Vivono in piccole case, accontentandosi di poco. Eppure la loro fama è motivata, dato che, come si dice, amano rubare ai loro simili, soltanto per potersi mettere alla prova, mai per vera necessità, né tengono poi ciò che hanno rubato, ma lo restituiscono alla loro vittima. Fanno in qualsiasi posto si trovino così, né qualcuno se la prende se è vittima di un furto, perché sa che presto o tardi gli verrà restituito il mal tolto. La loro terra è una piccola isola, eppure per il loro piccolo numero quelle terre sono più che sufficienti. Scherzammo per un po’ sulle abitudini di tutti quei popoli, poi, alla fine, decidemmo di ritirarci nelle nostre camere. Giunto alla mia, sentii una profonda nostalgia dell’Oldar, e soprattutto di una persona che vi abitava: Melin. L’indomani stesso partii, precedendo tutti gli altri nel ritorno alle terre affidategli, compreso Colwey che mi raggiunse con due giorni di ritardo. Arrivai a Oldaran dopo sei giorni di strada, che ormai conoscevo bene, e la prima cosa che feci fu cercare la figlia di Orennir.

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VIII La Profezia

- Come va, figliuolo, sei stanco, vuoi fare una pausa? Ewaniwe guardava suo figlio amorevolmente, mentre Nelian, vispo, si dimenava sulla gamba del padre: - No, papà, voglio che tu finisca la storia. Che fine ha fatto Melin? - Non ti preoccupare, ora saprai tutto. Gli occhi del bardo si velarono d’un cenno di tristezza, mentre riprese a parlare. Passai due anni nell’Oldar, in compagnia di Melin, iniziando ad abituarmi alle consuetudini del luogo: frequentai talvolta anche lo stadio, il Tolliak, ma alla fine riuscii a convincere Melin a non portarmici; a dire la verità non apprezzavo i giochi dei gladiatori, né tuttora li apprezzo. Comunque furono tutto sommato due anni piacevoli e abbastanza pacifici. Io e Melin iniziammo a frequentarci e ad amarci, quasi subito dopo il mio ritorno nella sua patria. Suo padre a dire la verità non era molto favorevole, ma non poteva nulla contro il carattere testardo della figlia. Lei era tutto ciò che già ti ho detto, e in più molto altro ancora, che non riesco a spiegare: non fu la mia prima donna, anzi al palazzo di Findolis avevo già fatto pratica dell’amore, però lei fu la prima storia d’amore seria che mi fosse veramente capitata. La sera assieme facevamo lunghe passeggiate per le vie di Oldaran. Amava cercare nuove vie sconosciute, esplorare nuovi anfratti della sua cittadina, parlare con la povera gente, sentire la loro opinione su come andavano le cose. Abitavo in una piccola casa al centro della capitale, mentre i miei uomini si erano tutti insediati stabilmente nei dintorni. Stavamo così ad attendere che Lendelin ci richiamasse, sperando che quel momento non venisse mai, dato che per noi poteva significare solo problemi. Ogni tanto venivano delle ondate di barbari dalle Terre di Confine, ma ogni volta questi assalti non si risolvevano che in qualcosa

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di più che scaramucce. Colwey, come me, aveva preso casa e risiedeva anch’egli ad Oldaran. Ci vedevamo, di tanto in tanto, e tutt’e due sembravamo tranquilli così, persi nelle nostre occupazioni. Talora venivano Orennir e alcuni cortigiani a trovarmi, o io andavo da lui: ben presto il re chiedeva che gli cantassi qualcosa, e io, ogni volta, cantavo le gesta di Hentar, un condottiero Oldariano, che visse durante la Seconda Grande Battaglia. Pochi gli uomini, scarse le braccia. Di loro guida era Hentar di Oldar. Lontano è Voton, il mezz’elfo, lontano Ennhiol e i suoi prodi cavalli; lontano Alton, vincitore di Gnornak, lontano Ellinor e le sue nere navi. Su scuri cavalli Comanda i suoi prodi, Hentar di Oldar, Mentre il Nemico distese riempie Di caldi corpi e frementi di sangue. Lancia l’assalto l’Oscuro Signore E nulla rimane delle case del prode, Tutto brucia in un plumbeo vapore E solo rimane il deserto sui campi. Ramingo viaggia il signore dell’Oldar, Anela la pace e lo chiama la guerra. Anela il riposo ma la lama risplende E chiede rivalsa, lucente vendetta. Gli uomini stanchi, la morte nel volto, Le armi arrossate da sconfitte passate, Riprendono il viaggio, l’ antico coraggio. Il nemico è di fronte, lo guarda silente, Quando Hentar lancia l’urlo di guerra. Si schiantan le lame di fronte al nemico E la terra dell’uomo s’arrossa di sangue. Scende il sole e la battaglia infuria, Che corpi cadono sotto i colpi di Hentar. Nulla resiste alla sua cieca furia, Quando vendica il popolo di cui è sovrano. Cade il nemico alla giusta vendetta Del padre dell’Oldar, Hentar il prode.

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Lontano, a occidente, cade il Nemico Sotto colpi di una sorte a lui sfavorevole. La vittoria è dell’uomo, della libera gente. Io veramente non avevo mai apprezzato molto quella canzone, eppure gli Oldariani la adorano, forse perché ricorda loro le sofferenze passate dai loro padri per ottenere la libertà. I miei giorni continuavano così nella città che ormai mi aveva adottato. Ogni tanto i miei occhi e quelli di Melin si velavano di malinconia, e strani struggimenti affliggevano il nostro cuore. Ondate di barbari giungevano dalle frontiere sempre più frequenti, accolti dal filo delle spade degli Oldariani: eppure il loro numero sempre maggiore ci avrebbe dovuto fare sospettare; invece noi tutti ci adagiammo sulle nostre certezze, convinti che nulla dovesse accadere. Ricordavo di tanto in tanto le parole di Lendelin sul nostro futuro, convinto che il Grande Re avesse torto su ciò che sarebbe accaduto. I raccolti si facevano sempre più poveri e la miseria dilagava sempre più fra la gente. Ma re Orennir non se ne avvedeva, né sua figlia o i suoi consiglieri, mentre notizie arrivavano dagli altri regni, a conferma che tutti si trovavano nella stessa situazione. La folla non faceva altro che reclamare il suo tozzo di pane; eppure nessuno tentava di intraprendere nuove vie per guadagnare o per porre freno alle carestie. I sacerdoti, i druidi, trascorrevano le loro ore a predicare il bene comune, mentre nelle loro case prorompeva furente la calunnia degli uni verso gli altri, e l’arrivismo verso i posti di potere. Nella corte del re chiunque tentava solamente di ingraziarsi il sovrano, ma nessuno si occupava veramente del bene del suo popolo; né io o Melin eravamo da meno. Tutt’e due trascorrevamo il nostro tempo solo l’uno in funzione dell’altra, né altro occupava il nostro cuore. In quel periodo composi varie canzoni sul ricordo dei tempi antichi, mentre intanto la mia amicizia con Colwey si raggelava. Venni a sapere che aveva preso una umile sposa, ma niente lui mi venne a dire, né io mi interessai dei casi della sua vita. Ogni tanto arrivavano, dai barbari, notizie di armate che si preparavano ad occidente, ma nessuno di noi credette a quelle notizie. Una volta, dopo due anni che non ci vedevamo, mi venne a trovare Bellig dal vicino Rogan: - Come va, Bellig? – chiesi felice non appena lo vidi, mentre lo facevo accomodare nella mia casa – Come vanno le cose nel Rogan?

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- Male – mi rispose – e credo che lo stesso accada qui. - Cosa vuoi dire? - Il Nemico ad occidente. - Qui regna la pace. – Risposi con fare allarmato. - Davvero non ti accorgi? - Di cosa? – Ero sempre più innervosito dalle parole del mio amico. - Sono preoccupato per te, Ewaniwe. Non ti rendi conto della corruzione calata dall’ occidente. Non vedi che tutto va a rotoli e nessuno fa niente? Troncai le sue parole rispondendo: - Sono solo facili allarmismi. Qui nessun nemico si è fatto vedere, e se ciò accadrà, sapremo reagire. - Ho capito, – rispose – sai dove si trova Colwey? Proverò a parlare con lui. - Cercatelo da solo. Non ho idea di dove si trovi, né voglio saperlo. Sto bene così. Se ne andò così, a cercare Colwey, mentre io sbollivo quella rabbia improvvisa sfogandomi con Melin: - Hai sentito cosa ha detto? Crede che io non capisca! - Sta calmo – rispondeva lei – è solo preoccupato inutilmente. Vedrai, si rassicurerà anche lui. - Non lo conosci. Se è convinto di avere ragione, non c’è forza che gli faccia cambiare idea. Bellig trovò alla fine la casa di Colwey. Era una piccola casa povera, con mura di pietra grezza. Appena entrato, una donna, minuta ma gentile, lo accolse e lo fece accomodare in una stanzetta scarsamente illuminata. Colwey, il barbaro consigliere di Lendelin, arrivò poco dopo che la donna s’era allontanata. Non appena vide Bellig lo strinse in un caloroso abbraccio e gli chiese come stesse. Dopo i convenevoli, Bellig passò subito al dunque: - Hai saputo delle popolazioni scappate dalle Terre di Confine? - Ti riferisci alla mia gente fuggita da occidente? - Esatto. - Ho saputo qualcosa, ma nulla più. - Nel Rogan alcuni di loro ci hanno avvertito che folle di esseri mostruosi si affollano nell’occidente, e che loro sono scappati per paura. - Il mio popolo non scappa mai per paura. - Dillo a quelli con cui ho parlato.

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- Se ti hanno detto così saranno stati davvero terrorizzati. Iniziò a passeggiare nervosamente per la stanza: - Cos’altro sai? - Non molto. So solo che Gnomanar sta preparando un esercito e s’appresta ad attaccare. - Lendelin lo sa? - Già gli ho fatto sapere tutto, ma l’unica cosa che mi ha detto di fare è stata quella di avvertire noi tutti e di prepararci. Ho inviato dei legati anche nel Numer e nel Minar, ma non so cosa ne pensino quelli che lì hanno il potere. Qui ho già parlato con Ewaniwe, ma la sua reazione mi preoccupa. - Perché? – lo sguardo del barbaro era perplesso. - Non appena ho accennato al fatto che in futuro ci potrebbero essere problemi, è stato preso dall’ira e ha troncato ogni discussione. Non so cosa gli sia preso, ma ho paura. - Gli parlerò io. Ora tu va nel Rogan e prepara le tue difese. Qui penserò a tutto io. Il saggio allora si diresse rapidamente verso la porta da cui era entrato. Si coprì il capo con un cappuccio, poi, voltosi verso Colwey e sua moglie, fece un cenno di saluto. Si voltò di nuovo verso la strada e sparì fra i vicoli. La donna allora chiese al marito cosa fosse successo, ma l’unica risposta che ebbe in quel momento fu: - Devo cercare un amico. Si diresse anch’egli verso la porta, poi, uscitone, tentò di ricordare la strada per arrivare da Ewaniwe. Si rese conto finalmente di come la mente gli si fosse annebbiata in quegli anni, dopodiché corse alla porta del bardo. Nella mente di Alinea sbucarono anche i ricordi dei tempi che seguirono la Notte delle Congiure. Lei andò fra i Timber del ducato, piccoli ometti, allegri, gioviali. Non furono tempi difficili, anche se, di tanto in tanto, la malinconia e la nostalgia prendevano il suo cuore: in quei tempi non amava ancora Ewaniwe. Trascorreva giornate tranquille, fra quelle terre placide, immerse nel Lago Maggiore, ogni tanto chiedendosi se la leggenda dell’Isola dei Morti fosse vera o solo invenzione. Nessun grave problema le si pose, né, tra l’altro, le terre dei Timber dovettero subire invasioni di barbari come gli altri regni in quegli anni, perché di fronte si paravano le ampie distese del Tedar e del Numer. Il cielo però era

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sempre nero in quegli anni, quando a sera, il sole giungeva là dove cala, e, lontane, le nubi all’orizzonte richiamavano oscuri presagi e lotte di tempi passati e dimenticati. La dimenticanza, era questo il sentimento che dominava allora. L’oblio. Ciascuno si occupava solo del presente, non si ricordava dei sentimenti che aveva provato nel passato o delle paure per il futuro. Si continuava così, senza una meta precisa, mentre lontane, le nubi ad occidente, si facevano sempre più dense. Colwey bussò con forza alla mia porta. Lo accolsi senza sorriso né frasi di benvenuto, ma con una domanda: - Ti ha mandato Bellig? - Non mi manda nessuno, ricordatelo sempre. Lo feci entrare e parlammo nell’ampia stanza color cremisi che usavo come sala d’accoglienza. Melin, accanto a me, ascoltava attenta: - Credo alle parole del mio popolo. Proruppe con quella frase, e mi guardò squadrandomi dalla testa ai piedi: - Puoi credere in ciò che vuoi! - Dobbiamo prepararci. - E per cosa? – Esclamai esterrefatto. - Per la guerra! - Non ci sarà alcuna guerra! – Gridai aggirandomi rabbioso per la stanza – Tu, Bellig, Lendelin, sembrate non desiderare altro. Parlate solo della guerra! Non avete altro a cui pensare? Tu hai una moglie! Perché non pensi solo a lei e non ti riposi? - Ma cosa stai dicendo, Ewaniwe? La risposta di Colwey mi colse di sorpresa, e per un attimo, un attimo solo, le idee mi si schiarirono: - Ti rendi conto che il nemico è alle porte? O sei stato preso anche tu dalla Corruzione, come quel Flaka di cui mi hai parlato tanto quando eri in te? Non sei più tu! - Come osi paragonarmi a Flaka? Ti rendi conto di quello che dici? - E tu? – Mi prese, sollevandomi e scotendomi violentemente – E tu ti rendi conto di quello che dici? Ormai esasperato Colwey scappò via da casa mia, mentre io ero sempre più perplesso sul da farsi, e Melin invano cercava di calmarmi. Anche lei ora era presa dal dubbio, ma cercava di non mostrarlo, come per farmi vedere che tutti e due avevamo ragione. Eppure, anche se io e Melin eravamo convinti di avere ragione, qualche giorno dopo avvenne ciò che

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tutt’e due temevamo. L’otto di Nroue una folla mai vista di barbari si riversò sull’Oldar. Le mura della Nuova Frontiera, nel nord-ovest, al limite delle Terre di Confine, non riuscirono a contenerli. Si riversarono sul territorio già impoverito da lunghi anni di carestie, saccheggiandolo. Le truppe di difesa, allestite in fretta e in malo modo, non riuscirono a contenerne la foga, e questi barbari proseguirono congiungendosi poi nel Rogan con altri che si erano riversati su quelle terre. Tutti assieme, poi, giunsero infine nel Tedar, dove trovarono altri della loro stirpe, giunti anche dal Numer. Ma quei barbari non si spinsero tanto oltre nella loro fuga per sete di conquista o brama di potere. Quando si riusciva a catturarne uno, per chiedere cosa li spingesse a fuggire, non si otteneva altra risposta che questa: - Mostri! Mostri, ad occidente… Ci portavano via…Le nubi…sono tutti morti. Il terrore era lampante nei loro visi, mentre le loro parole ci risultavano sempre meno chiare. Eppure una volta Orennir mi fece udire ciò che non volevo. Convocatomi a corte, mi presentò un vecchio, proveniente dalle Terre di Confine, cieco. Il re iniziò ad interrogarlo sugli avvenimenti recenti, in particolare voleva sapere da quell’uomo, che appariva piuttosto calmo, il perché stessero scappando: - Scappiamo perché abbiamo visto con i nostri occhi di cosa sono capaci gli orchi di Gnomanar. Scappiamo perché abbiamo visto, evidentemente non io, i nostri figli portati via, bruciare in immensi roghi ai nostri confini. Cosa credete che siano quelle nubi che si levano ad occidente? Sono le ceneri dei nostri cari. Rimasi sconvolto da quelle parole. Orennir mi chiese il da farsi, in quanto io ero lì il rappresentante di Lendelin; ma per la prima volta, non gli seppi rispondere. Corsi via dalla corte, in mezzo alle vie, fra i cunicoli più stretti. Corsi per ore, mentre intanto una fitta pioggia, e scura, iniziò a calare da quelle nubi. Corsi verso una porta amica. Quando la raggiunsi, bussai con tutto l’impeto che avevo in me. Fui accolto da un volto silente. In una camera stretta e con poca luce, un volto a me noto mi chiese: - Come mai sei qui? Cercai con i miei occhi il suo sguardo, lo sguardo di Colwey: - Avevi ragione. Loro, le forze del Nemico, sono ai confini. Non permetterò che prendano i miei cari.

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La notte avvolgeva la biblioteca di Aliturn. Le ondate di barbari non l’avevano colpita; anche laggiù, presso i confini tra Tedar e Terre di Confine. Il suo direttore sedeva all’interno, accigliato, sopra un libro antico, le pagine logore e ingiallite, con sguardo perplesso. Il Viandante attendeva con Aliturn nella sala illuminata da cinque candele, con attorno immensi scaffali pieni di vetusti volumi, contenenti tutto il sapere di Arret. La notte era ricoperta da un manto oscuro, né brillavano stelle, né la luna era visibile alta nel cielo. Eppure sulla biblioteca vegliava solo un lume, i cui raggi sembravano proiettarsi silenti e tranquilli sulle mura di quell’edificio. Il resto era buio; in quelle sale, però, sembrava regnare una quiete divina. L’Oscuro Signore sembrò spuntare dal nulla, fra quegli scaffali altissimi, avvolto in un manto nero più oscuro della notte fuori. I suoi occhi rosso sangue proiettavano una strana luce sui capelli bianchi di Aliturn, mentre la sua bocca invisibile nello scuro dei suoi abiti, proferiva sussurri sibilanti: - Cosa hai intenzione di fare? Hai deciso alla fine? - Ti attendevo Gnomanar: – rispose Aliturn – conosco tutto; tuttavia, almeno, potresti salutare prima di entrare nella mia casa. - Rispondimi. - La mia risposta è già scritta da quando sono nato. Gnomanar s’avvicinò ad Aliturn. Scostò violentemente il vecchio e iniziò a leggere le antiche pagine su cui quello era chino. Un ghigno si udì nello scuro del suo viso. Passeggiò un po’ per la stanza, osservando i libri. Vi erano volumi su qualsiasi argomento. C’erano libri di magia, di poesia, racconti, fiabe, volumi di saggezza antica come gli elfi, e di religione. C’erano poi libri sulla Prima e sulla Seconda Grande Battaglia, le guerre mosse contro suo padre. Appena giunse a quei libri, il Nemico si fermò, ne prese uno e iniziò a sfogliarlo: - “ Così la pace tornò a regnare”, – lesse – credono che la loro pace durerà ancora? Poveri stolti, tutti quanti! - Hai conosciuto la mia risposta, – riprese la discussione Aliturn – e del resto te l’attendevi. Ora va via da qui. - Se non lo facessi? Cosa potresti farmi, tu? - E’ scritto che non è questo il momento della tua sconfitta, né questo luogo di battaglia. - Tu, tu e il tuo sgherro, siete solo dei Veida, io un Eida, ricordatelo sempre, e non osare sfidarmi!

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- So bene cosa siamo noi e cosa sei tu. Io so tutto. Non è questo che conta. Del resto è scritto che sarà un mortale a sconfiggerti. Un grugnito di Gnomanar accompagnò quelle parole: - Cosa accadrebbe se tutto ciò che sai, tutte quelle righe scritte da tempi immemori, non risultassero veritiere? Cosa, dimmelo, Aliturn? Io sono qui per dimostrare che non tutto è previsto, non tutto giace sotto di Lui. Ricordati chi sono io, e da chi fui generato. Ricordatelo, Aliturn, e temimi, perché non avrò pietà di chi oserà sfidarmi. Poi l’Oscuro si volse veloce verso l’uscita e scomparve così nella sua notte, mentre con un cenno della sua mano i libri della sconfitta di suo padre iniziarono a prendere fuoco. Il Viandante era lì e osservò tutto, nella sua solita silenziosa presenza. Aliturn ritornò a chinarsi sopra il libro di prima, mentre, con un movimento della mano, dal suo sedile, spense quelle fiamme dall’altro lato della stanza. Il libro era un unico canto, dalla prima pagina all’ultima. Non aveva le pagine numerate, perché al suo lettore non servivano, mentre scorrevano velocemente sino al punto che egli desiderava. Iniziò a leggere un lungo brano: Tornerà l’Oscuro Signore, Tornerà sopra Uccelli di fuoco. Veglieranno i Sette Oscuri Stregoni Il suo riposo in Lingua di Fuoco. Una nube dal tetro occidente Coprirà del mondo l’orizzonte, E rivolte macchieranno la terra Del sangue del fratello mortale. Passerà dell’Oscuro Signore La Corruzione sopra terre ignare, E silente sulle genti si spande La discordia che oscura la mente. Sorgeranno i prescelti nel mondo, Che porteranno i tre Numenali. Viaggeranno per tre direzioni Ricercando sé stessi fra loro. Finché uno non troverà nel vicino Ciò che aveva cercato nell’ ignoto. Uno troverà attorno, nell’uomo, Ciò che un tempo insegnò il saggio.

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L’ultimo accetterà per sé stesso Il destino affidatogli dagli Eida. Giungerà la battaglia alla fine Sotto la cima di Lingua di Fuoco E l’Oscuro Signore perirà Nelle fiamme che per altri creò. Ciò predissero gli Eida d’antico E i Veida ne siano testimoni. Aliturn tacque, mentre ancora il Viandante ascoltava. Poi chiuse il libro e rimase immobile ad attendere, quando un altro sarebbe venuto a parlargli.

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IX Tutto crolla

Mandammo immediatamente degli osservatori fra le Terre di Confine. Queste, poste ad occidente del Grande Regno, sono delle lande delle più varie. Si estendono dal confine meridionale del Dwaralud sino all’occidente dell’Oldar. Non esiste una vera e propria organizzazione politica in quelle terre; invece, lì vi sono insediate delle tribù, in parte organizzate. Fra queste, le più importanti sono quelle dei Romoi, guidata da Lemmoia, padre di Colwey, e quella dei Telteri, il cui capo è Drotor. Queste tribù vivono di pochi frutti che dà loro l’agricoltura, e soprattutto, di saccheggi nelle terre vicine. Comunque quando inviammo i nostri osservatori, le due tribù erano già da tempo fuggite e s’erano insediate nel Tedar meridionale, ai confini con il Minar. In effetti i nostri trovarono poco da riferire, se non che dei fuochi si scorgevano accesi ad occidente, e sopra di essi quelle nere nubi di cui già avevamo sentito parlare. Per il resto il territorio era deserto, poiché chiunque v’avesse risieduto era fuggito o aveva fatto una brutta fine. In un’accesa discussione fra me, lui e Orennir, Colwey decise che anch’egli avrebbe fatto parte del gruppo di osservatori. Io ero contrario, dato che speravo che egli rimanesse al mio fianco per aiutarmi se avessimo dovuto difendere il territorio, ma lui pretese d’andare in quelle lande desolate per osservare di persona cosa stesse accadendo. Orennir fu d’accordo con lui, così Colwey partì per unirsi al gruppo di uomini che avevamo stanziato di guardia. Intanto anche Melin era presa dagli eventi, e pretendeva di partecipare alle decisioni che si prendevano assieme a suo padre. Orennir però si opponeva; non voleva che una donna s’occupasse d’altro che di filare. Messaggeri giungevano dal Tedar, per informarci che Lendelin, conscio di quanto accadeva, avrebbe mandato rinforzi da noi al più presto, non

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appena avesse risolto anch’egli il problema dell’arrivo di barbari nella sua terra. Non avevo più notizie né di Bellig, né degli altri, cosa che, a dire la verità, mi preoccupava. Colwey ogni tanto mandava uno dei suoi uomini per riferirci che non avveniva nulla di nuovo ad occidente, e che per il momento non c’erano guai in vista. Lui e i suoi s’erano stanziati oltre la Nuova Frontiera, quasi a ridosso delle Terre Inesplorate. Aveva poco più di cinquecento uomini, pochi per difenderci tutti, ma sufficienti per poter tornare e avvertirci in tempo per fuggire. Non avvenne nulla per qualche settimana, mentre intanto anche le invasioni dei barbari s’erano fermate, probabilmente perché la loro patria s’era già tutta spopolata. Dopo però arrivò il peggio. Quando vedemmo giungere Colwey con i suoi uomini tememmo tutti, ma nessuno di noi s’aspettava di udire ciò che il barbaro ci riferì. Ci riunimmo in fretta nella sala del trono di Orennir. Colwey si arrivò a dare una sciacquata, poi corse da noi, sempre più preoccupati. Aveva il volto tirato, quando iniziò a raccontare: - Salve a tutti. Sarò breve; dobbiamo fuggire il più lontano possibile, unirci agli altri uomini. È l’unica speranza che abbiamo. - Calmati Colwey – lo interruppi – prima dicci cosa hai visto. - Ebbene, se volete, vi racconterò ciò che ho visto. I primi giorni sono stati abbastanza tranquilli. I fuochi continuavano ad ammorbare il cielo con i loro fumi, ma nessun nemico era in vista. Pattugliavamo le terre al di là della Nuova Frontiera senza spingerci troppo oltre quelle lande pericolose. Durante la seconda settimana però i fuochi sembrarono come avvicinarsi, anche se di poco. Nient’altro però ci dava segni di preoccupazione. Almeno agli inizi: poi i fuochi si spensero e le nubi sembrarono diradarsi. Dapprincipio fummo felici di ciò, pensando che il nemico si ritirasse almeno per il momento. Però anche se le nubi si facevano più rade, un forte olezzo di morte giungeva da occidente. Non ci facemmo molto caso, finché ad esso non si unì un continuo brusio, come uno spento lamento, proveniente dalle terre di fronte a noi. Mandai degli osservatori per constatare cosa stesse accadendo, e questi mi portarono l’agghiacciante notizia che un esercito di orchi e bestie mostruose era visibile ad occidente, mentre avanzava lento ma costante fra le prime lande a sud del Lago Innominato, nella parte occidentale delle Terre di Confine, proveniente dalle Terre Inesplorate. Decisi io stesso di controllare, confidando in un abbaglio di quegli uomini, ma giunto poco lontano da quelle terre, mi trovai anch’io di fronte a quello

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schieramento. Da quel momento ho solo cavalcato, il più velocemente possibile, per giungere fino a qui. Ma c’è dell’altro: tornando a questo luogo m’è capitato spesso di incontrare sulla via delle spie di Gnomanar che perlustravano alla ricerca di nemici o di prede. Con i miei uomini abbiamo ucciso tutti quelli che abbiamo visto, ma temo che altri ci siano scampati e che ora portino nuove notizie sulla via da percorrere al loro sovrano nella sua reggia, lontano, molto oltre l’orizzonte. Io ed Orennir ci lanciammo un lungo sguardo, mentre il gelo era calato nella sala. Balbettai qualcosa, ma le parole morirono fra le labbra. Seduto sulla mia sedia, ero rigido per il nervosismo. Orennir si grattava il mento, passando le dita fra i peli della barba bianca. La tensione s’avvertiva chiara, quando il re proferì parola: - Tu dunque consigli la fuga? - Si, mio signore. - Secondo te abbiamo il tempo di mobilitare tutta la gente? Colwey rimase in silenzio per un attimo, poi rispose: - A dire la verità, non so. Spero che il tempo rimasto ci basti. - Così com’è ora la situazione, non basterà. Abbiamo bisogno di bloccare il nemico, preferibilmente in un punto in cui si possa farlo senza grosse perdite, e lontano dalle nostre terre. Dobbiamo allestire una forza che serva a prendere tempo, mentre intanto il popolo potrà fuggire lontano, nel Tedar, o meglio ancora, Nel Minar. Dovremo avvertire Lendelin, sebbene credo che anche lui si trovi alle prese con la nostra stessa situazione. Nelle vostre ricognizioni, avete visto qualche territorio che secondo te può essere adatto ad attaccare battaglia contro il nemico? - Credo che la zona migliore per un tale scopo sia il vallo di Onidar, subito ad est della Nuova Frontiera. Il vallo è il passaggio più accessibile della Nuova Frontiera, se non l’unico, e ciò spingerà il nemico a tentare di passare da lì: eppure il vallo è il punto più sicuro per attaccare battaglia, per chi già lo tenga. È un passaggio stretto, posto al confluire delle mura, dove al massimo si può combattere in file di tre uomini. I carri non possono passarvi, a meno che non si riesca a distruggere le mura qualche chilometro più a sud. Se riusciremo a bloccare lì il nemico, penso che arriveremo a guadagnare anche una settimana. Rimasi in silenzio a guardare quei due che dibattevano di guerra, ammettendo la mia ignoranza in materia di strategia. Colwey smise di parlare con quelle ultime parole, lasciando di nuovo nel silenzio il re:

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questi continuava a passare la mano fra i peli della barba. Poi, smesso quel movimento, passò la stessa mano fra i capelli, e disse: - Va bene, è deciso. Raduna al più presto un contingente di mille uomini. Io poi lo guiderò in battaglia al vallo di Onidar. Tu, Ewaniwe, organizzerai la fuga del popolo, compresa mia figlia, e manderai un messaggero al vallo quando sarete già lontani. Io e l’esercito, sperando di aver resistito tutto quel tempo, fuggiremo quando arriverà quella notizia. Mia figlia Melin e Colwey verranno con te, cosicché, se io cadrò, almeno il regno avrà viva l’erede; questo è quanto è deciso. Ora andate ad attuare quanto vi ho chiesto di fare. Cercate di fare più in fretta possibile perché non abbiamo molto tempo. Uscimmo fuori dalla sala e corremmo tutti ai nostri compiti, prima però andai a trovare Melin nella sua camera a castello e le riferii le notizie. Melin corse allora ad abbracciarmi, preoccupata per me e per suo padre e mi chiese: - Ewaniwe, dimmi la verità, secondo te moriremo tutti? - Ma cosa dici, – le risposi – andrà tutto bene, vedrai. - Spero che tu abbia ragione, ma ho un brutto presentimento per mio padre. - Non preoccuparti, tu e tuo padre starete per sempre assieme. Chiusi la discussione con quella frase, tentando di rincuorarla. Mi allontanai di corsa da palazzo, avvisando degli uomini fidati di dare l’ordine alla popolazione dell’Oldar, di evacuare il più in fretta è possibile il paese. Ordinai anche di tentare di non spargere inutilmente il panico, ma di essere decisi nel comunicare l’ordine. I mille uomini furono radunati abbastanza in fretta e partirono con il re alla volta del vallo, fuori dalle frontiere dell’Oldar. La nostra mobilitazione fu terminata due giorni dopo la partenza del re. Guidati da me e Colwey, partimmo con tutto il popolo dell’Oldar che s’era adunato fuori dalle mura di Oldaran; altra gente, però, già era fuggita ad oriente, non appena le notizie s’erano diffuse. Tutti quelli che fuggimmo dalla capitale del paese avanzammo per un paio di giorni, ma il nostro passo era lento e discontinuo. Nella retroguardia stavano Colwey con gli uomini dell’esercito, mentre io stavo nelle prime file a guidare la fuga. Melin faceva la spola fra la folla per cercare di rincuorare gli animi e incitare ad andare più veloci. Giungemmo ai monti Kaldei e li superammo in due giorni di viaggio. Non ottenevamo notizie dal vallo, né i nostri osservatori ci informavano

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di eventuali presenze nemiche di fronte o dietro di noi. Proseguimmo ancora per un paio di giorni, arrivando fino al confine fra Tedar e Rogan, quando ci trovammo l’esercito nemico alle calcagna. Io, Colwey e Melin, assieme alla popolazione di Oldaran e a quanti s’erano uniti a noi, fummo assaliti dal Nemico. Dopo un giorno di viaggio l’esercito di Orennir giunse al vallo di Onidar: non troppo lontano si vedevano le prime schiere di mostri ad occidente. Le truppe scelte s’accamparono proprio al limitare del vallo e iniziarono a presidiare il passaggio che s’apriva fra le mura. Il passaggio era stretto come aveva riferito Colwey, e davvero ci si poteva disporre al massimo in file di tre uomini. Le mura della Nuova Frontiera erano abbastanza spesse e robuste da resistere, se difese, anche parecchi giorni, e l’unico punto debole era proprio quel vallo che ora Orennir presidiava. Il Viandante osservava il re disporre i suoi uomini e cercare di incitarli. Poi l’esercito nemico arrivò, all’alba del giorno successivo all’arrivo di Orennir. Le schiere del Nemico si assestarono di fronte alle mura per tutta la mattinata, mentre un olezzo nauseabondo giungeva da quei mostri. Una figura completamente nera s’agitava di fronte alle schiere, gridando formule e maledizioni impronunciabili contro le truppe del re. Questi dal canto suo rimaneva in attesa, aspettando notizie da oriente, o l’attacco di quelli di fronte a lui: non aveva in effetti altra scelta, perché, se fosse fuggito, sarebbe stato presto raggiunto e distrutto nella fuga. Per tutta la giornata non si mosse arma, così la sera, Orennir, dopo aver disposto turni di guardia, si rivolse ai suoi uomini pronunciando queste parole: - Miei uomini, conterranei, sarò chiaro. Siamo qui a difendere la nostra terra, ma, volendo essere sincero con voi, non è il nostro destino di vincere questa guerra, qui e oggi. Di fronte abbiamo una schiera di miriadi di armi, mentre noi qui siamo solo mille. Ma quelle armi colpiscono per sete di sangue, noi lottiamo per difendere i nostri cari. Questi esseri – e indicò oltre le mura – lottano per il loro sovrano, voi per la vostra libertà. Loro brandiscono armi per un ordine, voi per i vostri cari. Per questi motivi se qualcuno di noi sopravvivrà a questa battaglia, sarà un eroe o un codardo; non c’è scelta, né mezze misure. Non ci sarà salvezza per chi fuggirà, né gloria. Ma non sono queste le cose che oggi contano: volgete i vostri occhi ad oriente. Lì i vostri familiari fuggono sperando in voi. Io cadrò con voi, e sarò il primo di

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voi nella lotta, sebbene ormai i capelli bianchi incornicino il mio volto. Non chiederò la vostra pietà, né il vostro aiuto in battaglia: oggi invece vi chiedo coraggio e pietà verso coloro per cui combattete. Orennir si spostò e si diresse verso le mura. Prese la sua spada e iniziò a graffiare uno di quei mattoni che componevano la Nuova Frontiera. Vi scrisse qualcosa, poi tornò a parlare ai suoi sudditi: - Uomini, qui ci coglierà la morte da eroi, e se il cielo vorrà, la salvezza delle nostre famiglie. E questa dedica che qui ho inciso, sia per tutti voi monito e incitamento quando brandirete la vostra lama. Si volse indicando il mattone ai suoi uomini, e lesse: O Uomo, ricorda, Che ubbidienti al nostro dovere Noi qui giaciamo. - Questo è tutto. Ora chiunque di voi non sia di guardia vada a dormire, perché domani ci accoglierà la battaglia. Gli uomini si accovacciarono tutti per terra, cercando di riposare. Pochi di loro ci riuscirono davvero, mentre tutti gli altri furono presi dai ricordi delle mogli lontane. Ricordi di volti assalivano quei soldati, mentre accanto la spada non rifletteva la luna, coperta da un velo nero, spezzato lontano da una stella che sola splendeva a nord est. Orennir fece un breve giro fra i suoi uomini per tentare di rincuorare quelli più abbattuti, e poi fece la stessa cosa fra quelli di guardia. Dopodiché si distese anch’egli per terra, tenendo fra le due mani la sua spada. Questa aveva nel manico incassato un piccolo scarabeo blu, ricordo della nascita di Melin. Ripensò alla figlia, ammettendo che fra breve sarebbe divenuta la regina del suo popolo; in fondo anch’egli era convinto che Ewaniwe sarebbe stato un buon re. Poi calò il sonno e il resto della notte furono sogni insondabili. La mattina li risvegliò con il fuoco. Le schiere nemiche avevano acceso con l’arrivo del sole dei falò tutt’attorno alle mura, e i fumi che venivano da quelle fiamme impedivano di vedere con chiarezza. Schieratisi poi in strette file, le orde nemiche erano pronte per l’attacco. Orennir, dette le ultime parole, si sistemò nel posto che egli s’era affidato e poi disse ai suoi di aspettare l’attacco al Vallo. A mezzodì gli orchi si lanciarono all’attacco. Fu un attacco violento, che fece cadere velocemente le prime due file di uomini. Nessuno degli

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orchi però riuscì a penetrare le mura, ma anzi per ogni uomo caduto ne cadevano quattro di essi. Le lame degli uomini erano sporche di sangue, e il puzzo di quei mostri si faceva sempre più nauseabondo per il sudore e il caldo. Nuove ondate arrivavano, facendo sempre la stessa strage di uomini. La situazione era di stallo, e se le perdite erano nettamente superiori fra gli orchi, il ricambio delle file del Nemico sembrava infinito, quando già una cinquantina dei mille uomini erano periti. Le loro salme venivano semplicemente spostate, se non calpestate e lasciate come scudi umani di fronte al passaggio nella Nuova Frontiera. Tutta la giornata trascorse così nella lotta, mentre la sera Orennir approntò dei turni, per cui per qualche ora era la metà dei superstiti che presidiava il vallo, mentre poi l’altra metà dava il cambio. Giunse la nuova giornata, che fra i mille erano morti un centinaio di persone. L’atmosfera era pregna dell’odore dei cadaveri, su cui lontani volteggiavano già dei corvi. Quando si aveva un po’ di tempo si cercava di bruciarli, per evitare malattie, o peggio ancora, che divenissero vittime delle malefiche manipolazioni di Gnomanar. Orennir, sempre fra le prime file, continuava a maneggiare la sua lama, e le file nemiche continuavano a cadere, apparentemente senza difficoltà di ricambio. Il sole si levò così all’orizzonte, pallido e distante, apparentemente incurante delle lotte sotto i suoi raggi. La figura nera, alla guida dell’esercito nemico, andava e veniva fra le prime file, dileguandosi fra le gambe dei suoi soldati e scomparendo fra i fuochi accanto alle mura. Un brusio, come di spade e armi che si scontrano contro la pietra, accompagnava la giornata, continuo. Sembrava come il canto e le musiche che talora i generali fanno suonare durante le battaglie per incitare le proprie forze: o così almeno pensarono gli uomini. Durante il mezzogiorno anche gli orchi smisero di attaccare, evidentemente riarsi dalla calura, ma quel rumore non si placò. I fuochi continuavano ad essere alimentati, e anzi gli orchi si davano grande cura, anche mentre non combattevano, di mantenerli vivi. Su quelle fiamme ardevano tutto ciò che avevano a tiro, compresi i cadaveri dei loro compagni. Nel pomeriggio ripresero le lotte, fra le forze sempre più stanche che custodivano il vallo e l’esercito del Nemico: le nuove ondate d’attacchi fecero di nuovo un centinaio di vittime, sicché all’arrivo della sera Orennir poteva contare soltanto su circa ottocento soldati. Come la sera precedente, anche questa volta non si sospesero gli scontri. Stabiliti turni come la notte precedente, Orennir

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fu invitato dai suoi a prendersi un po’ di riposo, data la sua età. Sdraiatosi sulla nuda pietra, iniziò a fare più caso a quel rombo continuo e lontano. Quel rombo lo accompagnò nel suo riposo, come un continuo ricordo della battaglia oltre le mura del sogno, finché, destatosi, non tornò, per niente rinfrancato, al suo posto nello schieramento, sempre più infastidito da quel rumore. Gridò ai suoi uomini non appena ebbe brandito la sua arma: - Facciamo finire questo fracasso! I soldati, rinfrancati dalla presenza del loro re, difesero il vallo con maggiore veemenza, non tenendo più in considerazione quel fracasso fastidioso. L’alba di quel giorno fu ancora più sbiadita della precedente, e il sole, come una luna, sembrava risplendere d’una luce pallida proveniente da un altro lume. La mattinata era fresca, e la puzza di bruciato proveniente dai fuochi inceneriva le narici, sicché ormai era difficile sentire l’olezzo proveniente dai cadaveri e dagli orchi. I combattimenti proseguivano, ma era come se gli orchi non volessero forzarli, anzi sembravano come in attesa. Poi, d’un tratto, il rumore continuo si fece più forte, acuto e vicino: le mura crollarono poco lontano dal vallo, la dove i fuochi non permettevano di vedere le operazioni di distruzione. In breve un’ondata di mostri si riversò al di là della Nuova Frontiera, e con una carica possente e distruttiva, furono addosso ai superstiti a guardia del vallo. Non ci fu molto altro da vedere per il Viandante, se non come quelle bestie immonde furono sopra i loro nemici, lasciandone ben poco di riconoscibile. I cadaveri dei mille furono gettati sopra le braci al di qua delle mura, mentre altre parti di queste crollavano. Il resto della muraglia fu lasciato integro, ormai inutilizzabile, e con essa la dedica incisa sulla pietra dal re Orennir. La figura nera a guida dell’esercito nemico vi passò davanti, senza accorgersi di quelle parole incise. Ordinò alle proprie truppe di riorganizzarsi, e ottenne un mostruoso grugnito di approvazione: poi, mettendosi a capo di quell’esercito, lo condusse rapidamente e a marce forzate verso oriente. Credo fosse il quattro di Winue quando l’orda nemica ci sorprese al confine fra Tedar e Rogan. Vedemmo giungere quei mostri dietro di noi, e fummo tutti presi da improvviso terrore. Le descrizioni fatteci da Colwey dell’aspetto di quegli esseri, ci sembrarono allora riduttive. Quei mostri, poco più alti di noi, avevano in viso un naso taurino circondato

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da profonde rughe. Il corpo tozzo e muscoloso, coperto da stracci. La loro puzza s’avvertiva anche da lontano, come anche le loro profonde e roche urla, più simili a grugniti che a voci umane. Quando fummo avvistati da quelle creature fu una carneficina. In quel momento io mi trovavo alla testa della gente che fuggiva, mentre Colwey e Melin erano verso la fine della immensa fila composta dagli ignari abitanti di Oldaran. L’assalto fu improvviso: Colwey tentò di predisporre tutti i soldati presenti per una veloce resistenza, ma con scarso esito. Fra di essi c’erano anche dei Roganiani, dato che anche quelle genti s’erano unite a noi nella fuga. Non trovai però Bellig, cosa che mi preoccupò parecchio. Io intanto incitavo la folla ad accelerare il passo, mentre accorrevo verso la fine della fila con chiunque fosse in grado di combattere. Colwey resisteva strenuamente con quelli che aveva radunato, ma le forze nemiche erano troppo superiori alle sue. Quelli che erano con il mio amico barbaro furono accerchiati, quando giungemmo io e quelli che avevo trovato. Rompemmo l’accerchiamento e riuscimmo a ricompattarci con gli altri della nostra parte, ma comunque le nostre forze rimanevano inferiori agli avversari sia per numero che in armamento. Compresi comunque solo allora che Orennir era stato distrutto al Vallo di Onidar e che quelle erano le forze che giungevano dai confini dell’Oldar. Melin aveva trovato una spada di uno di quelli che erano con Colwey e s’era messa a combattere anch’essa. S’era comportata valorosamente, ma ora sia io che il barbaro le ordinavamo di andare a guidare il suo popolo. Eravamo riusciti a convincerla quando una nuova ondata di orchi ci travolse tutti, questa volta provenienti da poco più a nord dei precedenti; probabilmente dall’occidente del Rogan. Le nuove forze si gettarono subito all’attacco e travolsero le nostre truppe. Melin cadde fra quelli che morirono quel giorno, e io mi sentirò sempre colpevole per la sua morte, dato che non riuscii a salvarla: ero distante da lei, quando ciò accadde. I mostri sopraggiunti ci avevano divisi: liberatomi dalle creature che mierano venute addosso, mi voltai alla ricerca della principessa, la mia principessa. La trovai, ma non feci in tempo a correre da lei: vidi un orco giungere su di lei dalle spalle, colpirla da dietro con una spada e trapassarle l’addome. Non udii il suo grido nel frastuono delle armi, ma la vidi cadere e poi scomparire fra la polvere. Non ci fu il tempo di piangere, ma ti confesso che dopo versai parecchie lacrime per lei. Disperato, non ebbi più la forza di reggere la

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spada. Tentai d’accorrere verso la principessa dell’Oldar, verso la mia Melin. Non so cosa volessi fare; forse farmi uccidere io stesso. Comunque, non ci riuscii, mentre la mano di Colwey mi scuoteva e mi riportava alla lotta furibonda innanzi a me. Colwey era ancora vivo e resisteva a stento con ormai pochissimi sopravvissuti. Intanto quell’esercito di mostri era quasi giunto sulla folla di civili che difendevamo. Una folla di frecce giunse da nord. Una batteria di arcieri vestiti di bianco colpì da lontano gli orchi, mentre una carica della fanteria del Tedar, di quegli uomini che un tempo Lendelin guidò contro Flaka, spezzò il fronte dei mostri. Quegli uomini s’unirono alle nostre forze, mentre le frecce continuavano a volare. Feilon, ora lo vedevo, alla guida dei fanti, faceva strage di orchi, fin quando quell’immenso esercito che ci stava per sopraffare non fu distrutto quasi del tutto. La battaglia nelle nuove condizioni durò pochissimo; troppo ben armati e addestrati erano i soldati del Tedar e quegli arcieri vestiti di bianco. I pochi orchi sopravvissuti fuggirono ad oriente, mentre gli Oldariani e i Roganiani li inseguivano per qualche miglio. Feilon m’avvicinò per sincerarsi delle mie condizioni, e, dopo un abbracciò, mi disse laconicamente: - Dobbiamo andare a Tedaran. Tornai alla guida del popolo in fuga e ci dirigemmo a nord. Prima però seppellimmo come meglio potemmo i nostri morti: tutti si misero al lavoro, compresi i soldati del Tedar e gli arcieri venuti in nostro soccorso. Per conto mio, portai il corpo esanime di Melin fino a Tedaran. Lì la mia principessa fu sotterrata nelle tombe reali, sebbene non appartenesse alla stirpe di Lendelin. Sulla sua tomba, feci incidere queste parole d’addio: Addio, mia dolce regina. Ora che la tua luce s’è spenta, Tutto intorno a te muore. Il crepuscolo e l’alba ti piangono Con spente lagrime di sangue. Nella notte non brilla più stella, Né la luna bagna di luce La terra monca di te, Mia splendida, perduta, regina.

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X Genti d’oriente

Viaggiammo tre giorni verso nord. Feilon conduceva i soldati del Tedar, mentre gli arcieri vestiti di bianco viaggiavano un centinaio di metri più avanti di noi, davanti al popolo in fuga. Erano elfi provenienti dal Lovar, una terra ad est del lago maggiore. Quella era la famosa batteria d’arcieri chiamata Elfidraghi, e il loro comandante era Innioles. Vestivano completamente di bianco, tranne l’elmo, che aveva ai lati delle sporgenze a forma di ali di drago e che era di color rosso acceso. Non seppi altro per il momento sul perché si trovassero lì, né mi informai, dato che avevo già i miei problemi. Melin era morta, e il dolore per la sua perdita mi bruciava il cuore, ardendo le membra. Colwey era abbastanza ammaccato dopo la lotta, ma tutto sommato stava bene. Anch’egli aveva perso la moglie, che aveva invano cercato d’allontanare da sé, ma senza risultato. Era morta press’a poco come era morta Melin, assalita dagli orchi bramosi di sangue. Avevamo contato numerose perdite fra la popolazione che aveva lottato contro gli orchi, e inoltre l’arrivo di quell’esercito poteva significare solo la sconfitta di Orennir al vallo di Onidar. Il viaggio non fu funestato da nessun altro attacco, e pian piano la calma tornò fra la gente, anche se all’arrivo della sera serpeggiava nuovamente la paura di essere assaliti, magari nel sonno. Alla sera ci accampavamo alla bell’e meglio, cercando di allestire turni di guardia, ma la poca abitudine alla vita militare da parte della popolazione civile e la stanchezza portavano spesso molte guardie ad addormentarsi. Giunti a Tedaran, il problema principale fu trovare una sistemazione per quella massa di persone. Molti altri fra gli Oldariani e i Roganiani che erano fuggiti, erano già giunti nel Tedar. Altri erano morti sulla via. Ora una massa di gente attendeva una sistemazione provvisoria, nell’attesa che i tempi mutassero ancora. Lendelin ci accolse e ordinò, con un bando, ad ogni famiglia del Tedar di ospitare almeno due fuggiaschi, ma alla fine della

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sistemazione, dopo una settimana, molta gente rimaneva ancora senza alloggio e molte famiglie erano state divise. Riuscimmo ad ospitare molti di quei disgraziati nel palazzo di Lendelin, e altri nella fortezza di Bingrim e in altre ancora, così, in un modo o nell’altro, tutti i fuggiaschi furono alloggiati. Lendelin allora ci convocò nella sala del Consiglio. Entratovi, dopo aver alloggiato nella stanza che un tempo era stata mia nel palazzo del re, vi trovai già seduti Lendelin, Feilon, Colwey, il cancelliere Zoradeas e Luia, oltre che vari ufficiali dell’esercito. Mi sedetti e subito il Grande Re tempestò me e il barbaro di domande: - Ditemi esattamente tutto quello che è successo, senza tralasciare alcun dettaglio. Io e Colwey ci guardammo in volto, come per decidere chi dovesse parlare, poi io presi la parola: - Colwey aveva avuto sentore di quello che si stava preparando ed era andato a pattugliare le Terre di Confine, oltre la Nuova Frontiera. Dopo circa due settimane tornò avvertendoci che si preparava un attacco a cui non avremmo potuto resistere, così, assieme ad Orennir, decidemmo di far fuggire il popolo verso il Tedar o il Minar, per unirci alle tue forze. Come vedi fino a qui è tutto come già sai. Orennir inoltre decise di operare una resistenza alla Nuova Frontiera, al Vallo di Onidar, ma il fatto che gli orchi ci abbiano raggiunti, vuol dire che il re dell’Oldar è stato sconfitto. Durante la lotta, prima dell’intervento di Feilon, è morta anche Melin, la principessa ereditiera dell’Oldar, nonché mia compagna laggiù: poi è arrivato Feilon con i tuoi soldati. Ha velocemente spezzato il fronte nemico e mandato in fuga gli orchi. Inoltre le frecce scagliate da quegli elfi sono state di grande aiuto, soprattutto per fermare l’avanzata di quei mostri. Questo è quanto è avvenuto, dato che dopo non è accaduto nulla di rilevante, finché non siamo giunti alla tua reggia. Ah, dimenticavo di dirlo; come avrai notato, assieme agli Oldariani si trovavano i Roganiani, guidati dal loro re Rendall. Però fra loro non c’era Bellig; mi chiedo dove sia finito. Lendelin prese la parola e spiegò dove si trovasse Bellig: - Bellig è nel Dwaralud per mio ordine, dopo essere stato nel Dwaralar. Gli ho ordinato di recarsi lì e cercare innanzi tutto di procurarsi l’alleanza dei nani, e di scoprire più ad occidente possibile che cosa sta preparando Gnomanar. - E Alinea dove si trova? – chiesi incuriosito e allo stesso tempo preoccupato.

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- Alinea è al sicuro nel Ducato. Lì non corre pericoli, protetta dal Numer, dal Tedar, dai nani del Dwaralar e dalle acque del lago. I nostri problemi ora sono altri. Abbiamo perso con un solo attacco del nemico, anche se ne siamo usciti vincitori, sia l’Oldar che il Rogan. Non credo che Gnomanar si fermerà a solo questa offensiva, anche se ancora non s’è stanziato in quelle terre, stando a ciò che mi hanno riferito alcuni osservatori mandati al vostro arrivo. Di sicuro ci siamo fatti cogliere impreparati; abbiamo perso molte forze. Io sono direttamente responsabile di questa che ritengo una disfatta; che non si dovrà mai più ripetere. Dobbiamo pensare a come riprendere le nostre terre, e soprattutto a come fermare Gnomanar prima che faccia ancora altri danni. Possiamo solo sperare che Bellig torni con l’alleanza dei nani, ma non basterà solo questo. Sarò chiaro: abbiamo bisogno dei Numenali, anche se non sappiamo bene dove trovarli. Abbiamo bisogno dell’appoggio degli Eida, se vogliamo trovarli. Dobbiamo agire in fretta, recuperare i territori persi, trovare i Numenali e sferrare l’attacco contro Gnomanar, prima che sia lui ad attaccare noi. Ci siamo fatti irretire dalla Corruzione proveniente da occidente e dalla pace apparente di questi anni, ma ora non abbiamo scelta: o essere pronti o perire. Lendelin aveva ragione: ci eravamo tutti fatti cogliere impreparati dalla Corruzione dall’occidente. L’unico che fra di noi se n’era accorto era stato Bellig, ma ora il saggio era lontano e non potevamo ascoltare i suoi consigli. La sala del Consiglio, con le mura bianche e il tavolo in mezzo, era un po’ diversa da quella che ricordavo. Due affreschi enormi e splendidi campeggiavano sui lati delle mura, alti, senza coprire del tutto il biancore della sala. Su di uno, quello alla sinistra della sedia su cui sedeva Lendelin, era effigiato suo padre, il Grande Re precedente; Natul, in posa composta, sobria, seria, elegante, affrescato mentre spingeva le braccia in avanti, con le vesti nere lievemente illuminate da una luce distante, fuori dai limiti del disegno. La luce lo colpiva dal lato, proveniente da oriente, mentre la parte sinistra del quadro, più scura e meno illuminata, sembrava più tormentata, con la rappresentazione di montagne scoscese. Nella parte destra dell’affresco c’era un mare limpido, azzurro, con tocchi di verde e di bianco, e un’isola lontana, lievemente accennata oltre la foschia. Dietro Natul un castello, una spada per bandiera e il cielo vagamente offuscato da nubi grigie. La rappresentazione a destra della sedia era invece per me più difficile da

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interpretare. Un’immensa distesa pianeggiante, culminante ad ovest e ad est in acque luccicanti e sormontate dal tepore del vapore acqueo. Lontane, verso il limitare dell’orizzonte, delle cime di monti biancheggianti apparivano come vaghi punti, più intuibili come strani ricordi che come visione dell’artista. Ma la cosa più strana dell’affresco, almeno per me, era ciò che si trovava nel mezzo della piana, verdeggiante di erba alta e toccata di mille colori di fiori di tutti i tipi: un immenso albero, dalle grandi radici e dalla chioma alta fino al cielo, copriva più di metà dell’affresco. La prospettiva, apparentemente convessa dell’immagine, come quella dell’altra rappresentazione, accentuava le dimensioni dell’albero, mentre i frutti dorati che pendevano dai suoi rami proiettavano ombre di fronte, colpiti anch’essi da una luce proveniente direttamente dall’albero. Le ombre si allungavano fino al limite più basso del quadro, non scure, ma come composte da una tonalità poco più forte del colore di ciò che coprivano. Lendelin s’accorse che guardavo gli affreschi ai suoi lati e, richiamando la mia attenzione, spiegò: - Quello è mio padre – fece mentre io annuivo – e quello è Ela, l’albero da cui nasce ogni mattina il sole. Si trova ad oriente, nelle Terre dei Sogni, dimore degli Eida. Un tempo il mio maestro in quei luoghi mi portò a vederlo. Gli elfi del Lovar ne sono stati dichiarati custodi da Ilwanar, Eida dei cieli e signore della luce, e alla fine dei tempi, quando Gnornak tornerà e ai suoi piedi si svolgerà la battaglia, loro lo difenderanno in nome di Euon; se quell’albero sarà reciso, allora l’oscurità cadrà su Arret e il Nemico avrà vinto la nostra lunga battaglia. Comunque quella battaglia non ci riguarda, bensì dobbiamo pensare alla nostra. A proposito di elfi, come avrete notato, un loro contingente è giunto ad aiutarci nella lotta. Questo perché ho concluso un’alleanza con essi, sia con quelli del Lovar sia con quelli del Morien. Dal Lovar sono giunti subito a recarci aiuto gli arcieri chiamati Elfidraghi, mentre dal Morien sono giunte delle navi, già ormeggiate nel porto di Minaran. Inoltre il consiglio di governo del Morien ha inviato un elfo, un mago dell’acqua, per collaborare, mentre re Gonowa del Lovar ha inviato un suo collaboratore, oltre agli arcieri guidati da Innioles. Lendelin fece cenno a Feilon di andare a chiamare gli elfi; questi, alzatosi, uscì dalla sala e vi tornò dopo un po’, conducendo con se i due. Uno, vestito con una lunga tunica blu, l’altro, vestito con dei pantaloni attillati, lunghi stivali e un corpetto verde fino al collo. Alti tutt’e due

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circa un metro e ottanta, l’uno con carnagione dorata, l’altro molto più chiaro in viso. I capelli corti e scuri, quello vestito di blu, lunghi e rossi, l’altro. Ma ciò che spiccava evidentemente di più erano le orecchie a punta ai lati del loro viso, l’elemento che distingueva chiaramente quegli elfi da noi uomini, almeno a prima vista. Lendelin li presentò: - Miei cari, vi presento Ronilis del Morien e Mel del Lovar; – indicò prima quello vestito di blu e poi l’altro – prego signori, accomodatevi, dato che da oggi anche voi fate parte di questo Consiglio. I due si accomodarono su due sedie libere e rimasero in silenzio. Lendelin tornò a prendere la parola, volendo evitare il silenzio che stava scendendo sulla sala: - Bene, dato che neanch’io so molto di voi, sebbene mi fidi ciecamente di chi vi ha mandato, vorrei conoscervi di più; vi prego di presentarvi a me e ai miei amici. Quello con la pelle più scura si alzò dalla sua sedia e si presentò: - Il mio nome è Ronilis e sono nato a Norenar, capitale del Morien, settant’anni fa; – s’accorse dello stupore nei volti di tutti tranne che in quelli di Lendelin e dell’altro elfo – i miei anni sono pochi a paragone della vita degli elfi, chiamati gli eterni perché non muoiono mai, a meno che non si macchino di qualche colpa; allora sono condannati ad una vita mortale di circa cinquecento anni. Ben presto sono entrato a studiare nella Torre della Magia dell’acqua, nell’est della mia terra, dove ho appreso per lunghi anni le arti della magia. Fra i miei conterranei sono considerato un saggio, malgrado la mia giovane età, e per questo motivo sono stato mandato qui a recarti il mio servizio, Grande Re Lendelin Eidur. La mia terra s’estende fra il Mare Interno e l’Oceano delle Cascate. Attraversata dai monti Mellorion, da cui nasce lo splendido fiume con lo stesso nome. Verdi i campi e fertili le pendici dei monti, ma non di questo vive la mia gente. Amiamo il mare e l’acqua è la nostra più grande amica, sicché, a differenza degli altri elfi, navighiamo con navi e tentiamo di esplorare tutto il mondo, anche là dove esso non è conosciuto, nei mari del sud, oltre l’Isola dei Druidi. Norenar, la nostra capitale, attraversata dall’omonimo fiume, è famosa per il suo immenso porto, grande quanto tutto il resto della città, dove giungono da ogni parte le genti di tutte le terre per commerciare con noi, per conoscere la nostra cultura e per udire le nostre scoperte. Poi, la Torre della Magia dell’acqua è il luogo più straordinario del Morien. Eretta dagli incantesimi dei maghi, è fatta di acqua che scorre dal basso verso l’alto e

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pur rimanendo liquida si comporta come se fosse pura pietra. Molti vi accedono per apprendere l’arte della magia, ma pochi ritornano maghi, i più abbandonando per la difficoltà dello studio. Si sedette con fare composto, mentre l’altro elfo si accingeva a parlare, sollevatosi dal suo sedile: - Io invece ho nome Mel e nacqui fra i rami del Grande Bosco del Lovar sessantatré anni fa. Ho vissuto tutta la mia vita fra le piante e gli animali, imparando a comprenderne il linguaggio. Il re Gonowa mi ha accolto fra le sue grazie, facendomi dono di una condizione che non merito, quando l’ho salvato dall’assalto d’una belva feroce. Ritenendomi degno egli mi ha accolto nella sua corte nella capitale Gnyalan. Da qui, nutrendo egli fiducia in me, fui mandato a te per recarti qualsiasi aiuto io possa darti. Giunto nella tua terra, Lendelin Eidur, ho aiutato Innioles a respingere l’attacco del Nemico a sud, e ora siedo al tuo tavolo, per ascoltare ed eseguire i tuoi ordini. Il Lovar, da dove io vengo, è fertile quanto il Morien, ma la terra stessa ci concede i suoi frutti, sicché noi non siamo costretti al lavoro se non per nostra stessa volontà, per non cedere all’ozio. Molte piante e molti animali vivono nel Lovar, e noi elfi impariamo da giovani a capirne il linguaggio, dono che si dice, ci fu concesso dagli stessi Eida. Il Grande Bosco ricopre quasi tutto il territorio, attraversato da numerose correnti d’acqua, fra cui la principale è il fiume Teltia, che attraversa la città di Gnyalan. I cancelli della città, costruiti dal padre degli elfi, Gwinomir, s’ergono maestosi, mentre già si intravedono gli alti palazzi di re Gonowa e le splendide case sugli alberi della gente del mio paese; difatti gli elfi vivono in case costruite sui rami più possenti del Grande Bosco, e quasi mai in case sulle radure. Nell’ovest si trova la Torre della Magia della foresta, ma ancora più magia reca in sé lo Stagno del Destino, quasi sopra il Lago Maggiore, dove chi si affaccia può apprendere il proprio futuro, se sa leggere fra le immagini che vede. Lendelin, facendo cenno con le mani, fece sedere i due elfi, poi, con un sorriso sul volto, disse: - Amici, ho già conosciuto altri elfi quando fui fra gli Eida; molti, fra l’altro, che voi considerate come eroi, e tutti mi trattarono come un amico, senza paura o retosica quando si rivolgevano a me, volendo lo stesso trattamento da parte mia. Volete che io sia da meno di loro? Così, vi prego, siate meno cerimoniosi quando mi parlate: non voglio al mio tavolo consiglieri che temano di rivolgersi a me, ma amici che abbiano il

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coraggio di contraddirmi, se necessario. Perciò vi chiedo amichevolmente, non con un ordine, di smettere questi modi formali. Ora comunque dobbiamo tornare ad argomenti più seri: avete dei suggerimenti su come dobbiamo comportarci in queste ore? - Sire – Mel prese la parola – voi ci trattate come vostri amici e ve ne siamo grati. Per quanto riguarda la guerra che bisogna condurre, perché di questo si tratta, io posso consigliarti più di Ronilis che non ha avuto modo di vedere all’opera le schiere del Nemico. Ebbene io credo, viste le forze contro cui ci siamo scontrati, che sia bene allestire una via di fuga sicura, nel caso la resistenza in questi luoghi non sia sufficiente. Prepara quindi un modo per rifugiarti nel Minar, la dove ci potranno proteggere le forti mura della Grande Muraglia. Le navi potranno essere usate solo tardi in questa guerra, se ci accontenteremo di resistere solamente, così come sono ormeggiate a Minaran; preparale quindi per un assalto al golfo di Lolin nel Rogan o ad Oldaran. Questo perché credo che l’ideale sarebbe poter attaccare oltre che difenderci; ma se devo essere sincero, non credo che ciò sia possibile. Un aiuto può venire dalla magia, ma non pensare che questo possa essere così forte come lo è stato durante la Prima e la Seconda Grande Battaglia. Potremo contare sull’aiuto dei nani? Questa domanda esige una risposta al più presto, altrimenti dovremo agire senza di loro. Lendelin interruppe l’elfo, e mentre Feilon stava per parlare, disse: - Va bene, va bene, per oggi abbiamo già discusso abbastanza. Propongo di sospendere qui la seduta, e domani torneremo qui per ritornare e prendere delle decisioni. Tu intanto, Ewaniwe, accompagna i nostri ospiti a fare un giro per la città: mostra loro tutto ciò che c’è di bello qui, mi raccomando. Mel intanto fissava anch’egli l’affresco dell’albero Ela. Lendelin, accortosene, gli chiese: - Lo conosci, vero? - Ovviamente, rispose l’elfo. Ma mi chiedo come faccia tu a conoscerlo. - Io l’ho visto di persona. - Sono molto sorpreso: in effetti – riprese Mel – una tale grazia non è concessa dagli Eida neanche agli elfi, loro figli prediletti. Evidentemente tu sei speciale e nei loro cuori stai sopra gli elfi. Questa è già una buona causa per ubbidirti e difenderti. Alinea aveva saputo da dei messi di Lendelin dell’attacco dei nemici

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nell’Oldar e nel Rogan, e subito s’era preoccupata per Ewaniwe e Bellig. Lì dov’era lei, nel Ducato, la vita scorreva tranquilla, come se ancora l’ombra che calava da occidente non fosse così cupa come già si stendeva sul resto del Grande Regno. Aveva saputo che Lendelin aveva indetto una seduta del Consiglio, ma su suo ordine, le era stato imposto di rimanere dove si trovava. Lendelin pensava che il Ducato fosse un luogo sicuro, mentre aveva richiamato Luia dal Numer perché non pensava altrettanto di quelle terre. Anche Alinea si sentiva al sicuro in quell’isola sul Lago Maggiore, ma cominciava ogni tanto a mancarle la vastità di spazi, le enormi lande, in confronto al piccolo isolotto su cui si trovava, del Numer e del Tedar. Sarebbe tornata volentieri a Tedaran o a Nika, fra altri uomini. Non sapeva che il futuro prossimo le avrebbe fatto rimpiangere anche questo periodo di pace. Condussi i due elfi fra le austere ed eleganti strade di Tedaran, parallele e perpendicolari fra di loro, non molto ornate, ma con una certa imponenza e serietà. Avevano già avuto modo di vedere il palazzo reale, così non dovetti mostrarlo loro; li portai invece fra le piazzette e i vicoli più stretti e caratteristici, secondo il gusto che avevo appreso da Melin ad Oldaran. Mostrarono di gradire, anche se a dire la verità furono un po’ delusi dal vedere una simile austerità in una città così importante. Non avendo canoni di giudizio migliori, chiesi loro di descrivermi invece le loro città natie, cosicché Ronilis iniziò a parlare di Norenar: - Norenar, come già ho detto, è una città di mare. Tutto lì è legato al porto, cosicché ad ogni incrocio e ad ogni crocicchio, ad ogni traversa e in ogni facciata puoi trovare artigiani che lavorano materiale per le navi o per il commercio. Produciamo vasi per il vino che si ricava dalle pendici dei nostri monti, e per l’olio che portiamo in ogni territorio conosciuto. Ovunque trovi gente affaccendata nel lavoro, e lì è disprezzato non il povero, ma chi non cerca di risollevarsi da quella situazione. Nella parte più elevata della città si trovano i templi, preceduti da porte maestose, inferiori solo a quelle di Gnyalan. Tutt’attorno ai templi una folla di statue di pregevole fattura adornano gli spazi, sicché allo spettatore disattento sembrerebbe di trovare una gran folla di fronte alle terre sacre, quando invece non c’è nessuno, tanta è la maestria dei nostri artisti nello scolpire. E poi miriadi di colori, di affreschi e di dipinti sulle facciate, che non riusciresti a dire quale di essi sia più presente, tanti sono.

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Mel pretese di intervenire: - Hai sentito un Norenariano parlare della sua città, ora ascolta me. Non ti parlerò di nuovo dei cancelli di Gnyalan, ma sappi solo che tanta è la loro grandezza, che guardando dal basso non ne scorgeresti la fine nel cielo, e che ogni centimetro dei cancelli è rifinito di splendide figure, anch’esse frutto di antica maestria. Tutta la città sembrerebbe un grande giardino, lavorato con cura, e sugli alberi case di legno lavorato dagli elfi si nascondono non turbando la bellezza della natura. E poi fontane ad ogni dove, piccole sorgenti di acqua cristallina, laghi popolati da cigni e pesci di ogni specie, e gli animali che girano indisturbati e mansueti in mezzo alle genti del luogo. I palazzi del re, numerosi e bellissimi, anch’essi imponenti in altezza, ricoperti di vetro per nascondersi fra le piante e non turbare la vista. Tutto ti apparirebbe pace, e, a dire la verità, l’aspetto non tradirebbe ciò che è realmente la vita in quella città, in cui nulla è fatto di pietra. Tentavo di immaginare tali bellezze che mi erano descritte da voci estasiate, e la mia immaginazione si allontanava da figure conosciute, trasformandole per assomigliare alle opere narratemi. Intanto continuavamo a camminare e giungemmo così alla piazza principale della città. Sedutici, i due elfi mi chiesero che mestiere facessi, e quando risposi che ero un bardo, mi chiesero di cantar loro una canzone umana, promettendomi che loro né avrebbero cantata una delle loro. Avvolto com’ero ancora dal dolore per la scomparsa di Melin, mi vennero alla mente solo questi versi: Le mura tetre di fumo, Il carbone che arde sul fuoco, Scintilla di piccoli lumi Che muoiono nel buio delle stanze. Odi i rumori della caduta? Odi i silenzi conosciuti? La città del Nero si nasconde Nella notte che gelida sorge. Lampade tardano ad accendersi E brusii lontani s’abbassano, Mentre intanto la pallida luna Un velo cupo nasconde nel cielo. Odi i rumori della caduta?

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Odi il silenzio dei cari? La città del Nero si nasconde Nella notte che gelida sorge. Cori vicini s’innalzano, Ma la città s’ammutolisce di colpo, E il bimbo ignaro piange Alla madre che tenera lo stringe. Odi qualcosa oramai? Odi il silenzio dei cari? La città del Nero si nasconde Nella notte che gelida sorge. Tutto è silente nelle case, Ma fuori urla già inneggiano E le statue ardono in fuochi E le fontane si tingono di rosso. Odi le mura cadere? Odi le case che ardono? La città del Nero è scomparsa Nella notte che gelida sorge. Mel m’interruppe con la mano, e senza dire alcun altra parola e senza spiegazioni, iniziò a cantare così: L’alba risveglia le case, Le stanze, le vie, la gente. Tutto è un fremito di vita E mani industriose lavorano. Splende la luce del sole, Splendono le acque alle fonti, E la città del Bianco si sveglia Nel giorno che svelto s’innalza. I bimbi giocano nei vicoli, Le madri lavorano la tela. Canti s’innalzano dalle piazze E nel silenzio rimangono le armi. Splende la luce del sole, Splendono le foglie delle piante, E la città del Bianco si sveglia Nel giorno che svelto s’innalza.

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Le statue biancheggiano sul colle E le mura del tempio risuonano. Le preghiere del sacerdote rintoccano Come campane al giorno di festa. Splende la fiamma nella brace, Splendono le acque alle fonti, E la città del Bianco si sveglia Nel giorno che svelto s’innalza. Lontane le spade s’incrociano, Non l’ode l’artigiano in bottega Ma foggia con lavoro esperto L’oro per la moglie a casa. Splende la lampada in casa, Splende la torcia nel tempio, E la città del Bianco gioisce Nel giorno che svelto s’innalza.

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XI Alinea

Alinea continuava a vagare fra i suoi ricordi, di quando ancora stava fra i Timber del Ducato, in mezzo al Lago Maggiore. Abitava una casetta proprio sulla riva occidentale dell’isola di Hena, vicina al Lago, e le placide acque del luogo la accoglievano ogni mattina al risveglio e la salutavano alla sera quando andava a dormire. Conosceva molti di quei Timber che abitavano nelle vicinanze, così piccoli e gioviali – avevano tra l’altro preso l’abitudine di rubare anche a casa sua, restituendole naturalmente tutto dopo un po’, come loro uso; – ma non aveva realmente degli amici lì. Ogni tanto Luia in quegli anni veniva a trovarla dal Numer, raccontandole di come le terre producessero sempre meno, o di come la folla fosse sempre più povera. Non erano certo bei tempi, però non le sarebbe dispiaciuto di venire a sapere qualcosa di più frivolo da quella donna. Ogni tanto le chiedeva di come andassero le cose con Feilon, e quella allora, arrossendo in viso, usciva compiaciuta da una borsa che teneva sempre con sé, delle lettere mandate dal generale dal Minar. Erano lettere piene di passione, d’un amore lontano ma vivo. Invidiava allora profondamente Luia, perché lei, in fondo, allora era felice; aveva trovato in un modo o nell’altro ciò che cercava nella vita. Invece lei allora si sentiva così sola, senza niente, abbandonata. Malediceva il proprio destino che l’aveva voluta prima senza i genitori, e poi, quando si sentiva in una famiglia e credeva d’avere trovato un fratello, lontana anche da quello e priva dei cari. Non resisteva più nel Ducato. Aveva bisogno di stare con altri uomini, con persone che le fossero care. Il fatto che Luia era stata richiamata nel Tedar la faceva sentire ancora più sola, perché almeno quella donna ora stava assieme ai suoi amici, mentre lei si ritrovava ancora in mezzo ad estranei. Decise così di lasciar perdere, di fare di testa propria. Lendelin non poteva pretendere che lei reggesse tutto quel tempo la solitudine, senza oltretutto dover fare nulla di particolare in quel luogo fin troppo

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tranquillo. Fece i propri bagagli, da sola, e senza dire niente a nessuno, partì. La barca che la portò la fece approdare nella costa orientale del Numer. Da qui si unì a dei mercanti diretti alla capitale del Tedar. Era gente simpatica, una famiglia di mercanti che venivano da Nika – il marito, che aveva una stranissima barba che si prolungava in due lunghe trecce, fino al petto, la moglie, una donna dai capelli rossi, molto premurosa verso i figli, e due figli, appunto, sui diciotto anni tutt’e due, poco svegli per la loro età, a dire la verità – che andavano a vendere le loro merci, abbastanza povere, a Tedaran, sperando di ottenere qualche guadagno. Non appena seppero chi era lei la riempirono di cure, sperando che ciò potesse portare loro qualche vantaggio. Lei, un po’ infastidita, continuava a dire che non voleva tutte quelle attenzioni, che non le meritava, e che se possibile avrebbe detto qualche buona parola per loro a palazzo. Dopo qualche giorno di viaggio giunsero a Tedaran. Qui Alinea si separò da quella famiglia e si presentò a corte, nella sorpresa generale. Ero fuori da palazzo quando tua madre, sorprendendo tutti, giunse a palazzo. Non appena rientrai, desiderando andare a parlare con Lendelin, subito degli uomini di corte mi vennero incontro, fermandomi, dicendo che Lendelin era arrabbiatissimo: - Perché? – chiesi a uno di loro, mentre ero già di fronte alla sala del trono. - Perché – rispose quello – dama Alinea è tornata dal Ducato, dicendo a Lendelin che non ha più intenzione di mettervi piede. - E’ sempre la solita – esclamai a voce alta, mentre, scansando l’uomo, aprivo la porta ed entravo nella sala del trono del re. Dentro, Lendelin passeggiava furiosamente avanti e indietro di fronte al trono. Alinea, ritta di fronte a lui, con una mano che stiracchiava le dita dell’altra, non fiatava: - Mi chiedo, perché hai deciso giusto ora di tornare dal Ducato. Voglio dire, quello è il posto più sicuro del Grande Regno! Ci andrei io a risiedere nel Ducato, tanto è tranquillo! E lei torna, proprio ora che le cose si mettono male. - Sire – interruppe Alinea – voi avete ragione, ma lì non ci resistevo più. Cercate di capirmi; lì sono completamente sola. - E ti lamenti? E poi piantatela con questo “sire” e con quel “voi”; li odio.

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Chiaramente la rabbia di Lendelin era sbollita parecchio, anche se era veramente preoccupato dalla scelta di Alinea di tornare dal Ducato. Fermatosi davanti al trono, Lendelin si accorse finalmente di me. Guardandomi sorpreso, esclamò: - Ewaniwe, e tu che ci fai qua dentro! - Sire… - Anche tu con questo “sire”? Ma lo fate apposta? Alinea iniziò a ridere, voltandosi verso di me per non farsi vedere: - Lendelin, scusa, è che mi hanno appena detto che era qui Alinea, e non ho potuto fare a meno di entrare. Volevo vedere come stava. E poi non ti arrabbiare con lei se ha la testa dura e fa solo ciò che vuole – ora fu Lendelin a ridere, mentre Alinea si faceva sorpresa in viso – non lo fa a posta, è così di natura. In effetti è molto più decisa di me nelle sue scelte. Mi chiedo se tu avresti fatto meglio a mandare lei nell’Oldar e me nel Ducato a scrivere canzoni in santa pace. - Va bene, va bene, hai finito di difenderla? Ho capito che non ho scelta e che anche lei starà a palazzo. Ora – fece con un sorriso – portala lontana dai miei occhi. Io e Alinea uscimmo dalla sala, mentre dei sudditi venivano accolti, dagli uomini di corte, nella sala per le udienze giornaliere del re. A dire la verità non credo che Lendelin fosse mai stato veramente arrabbiato, anzi penso che quella venuta improvvisa di Alinea fosse stata per lui un diversivo nelle sue giornate tanto piene di decisioni difficili e udienze per il suo popolo. Era passato poco più di un mese e mezzo da quando anch’io ero rientrato dall’Oldar. Quel giorno era il ventinove di Pisue. Usciti dalla sala, accompagnai Alinea nella sua camera, mentre mi raccontava di come s’era sentita sola. Mi chiese che cosa fosse accaduto nell’Oldar, così fui costretto a raccontare anche a lei ciò che mi era successo. Parlammo anche di Melin, di cui, non so come, aveva avuto notizia fino nel Ducato. I suoi capelli mi apparvero ancora più neri del solito, e la sua bellezza intatta da quando non l’avevo più vista. Io avevo tagliato i capelli al tempo in cui ci eravamo lasciati, ma non era il nostro aspetto che ci differenziava ora; erano le nostre esperienze, che dopo soli due anni, ci avevano trasformati, rendendoci diversi da come ricordavamo di essere. Due giorni dopo fu la festa della pace, il trentuno di Pisue. Allora come oggi, per quella ricorrenza, ci si ritrova tutti fuori dalle città, presso gli antichi cerchi di pietra avvolti dalle erbe delle campagne, per pregare per

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la pace, appunto. Quell’anno naturalmente la preghiera fu particolarmente sentita, dati i recenti avvenimenti, cosicché le famiglie parteciparono in massa alle celebrazioni, adorando alla sera, quando il clima permetteva maggiormente la concentrazione. Anch’io mi recai a pregare, assieme a tua madre: giunti ad un circolo di pietre poco fuori dalla città, ci accovacciammo attorno ad esso. Molta gente si trovava lì, pregando, alcuni in silenzio, altri, più allegri, con scherzi e in maniera più gioviale. Una famiglia accorse da Alinea non appena la vide, e subito con fare cortese ma insistente, l’uomo che credo fosse il capo famiglia iniziò a chiedere: - Buona sera dama Alinea, come state? - Bene, grazie, e voi? - Altrettanto, grazie. Questo è l’uomo di cui ci avete parlato nel viaggio? - Si, lui è Ewaniwe. - Ah, non sapete quanto ha parlato di voi! Dama Alinea deve esservi davvero affezionata. Alinea si fece rossa in viso e cercò di tagliare corto: - Va bene, mi ha fatto piacere rivedervi, spero che stiate tutti bene…ora noi dovremmo andare… - Aspettate, dama Alinea, vi volevo chiedere una cosa. Non vorrei sembrare insistente, ma…beh…ecco…avete parlato di noi al Grande Re? Avrei molta merce preziosa da vendergli, sapete? - Ecco – Alinea era imbarazzatissima – ancora non ho avuto occasione, ma giuro che lo farò, non temete! Dicendo quelle parole mi diede uno strattone sul braccio, così intervenni: - Va bene, Alinea, però ora dobbiamo andare. Perdonateci, buon uomo, e arrivederci! Ci allontanammo velocemente, sollevandoci da dove c’eravamo seduti. Ci rifugiammo in un luogo più nascosto, e lì ci sedemmo a pregare. Quando già doveva essere arrivata la mezzanotte, Alinea, stanca di pregare, con in viso le ombre del sonno, mentre torturava, come faceva di solito, le dita di una mano con l’altra, mi chiese: - Ricordi quando celebravamo questa festa da piccoli a Nika? - Già – risposi – quando Ewanian e Tuliwe ci accompagnavano fuori da palazzo. Andavamo sempre presso un piccolo cerchio di pietre appartato poco fuori la città. Papà diceva che era stato costruito tanti secoli prima dagli elfi, quando ancora le cose non avevano un nome e gli elfi

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vivevano soli su Arret. Pregavamo tutta la notte, senza che niente potesse turbarci. Poi, sul fare dell’alba, mamma iniziava a cantare quella canzone. M’interruppe: - E’ vero! Cantava sempre…come faceva? Scende la luna dai monti…e poi? - Papà e mamma cantavano assieme, ognuno sovrapponendo la propria voce all’altra. Mamma iniziava e poi papà faceva l’altra strofa, mentre lei continuava con la prima. Ci vennero in mente le parole di quella canzone e iniziammo a cantare, io al posto di mio padre, lei al posto di tua nonna: Scende la luna dai monti, Basso il sole silente rosseggia, Non più stelle brillano in cielo, Né ancora i raggi riscaldano erbe, E lo sguardo si volge ad oriente, Mentre la via del tramonto si apre. Si sveglia la tessitrice nel letto, Esce il contadino fra i campi, E la mente ritorna alla notte, Che prima di stancare le membra, Quando già il sonno è passato, Vagheggia che giunga la sera, E rimane il più dolce riposo. Quando giunge il dolce riposo. Riappare di nuovo la luna, Splende il sole degli ultimi raggi, I suoi occhi verso occidente, Il suo cuore verso l’oriente, Per il compagno che lontano saluta. Per la compagna che lontana richiama. Rimanemmo per un po’ in silenzio, ognuno avvolto dai suoi pensieri. Nell’aria un fruscio d’erba sembrava proseguire la melodia che avevamo intonato. Poi Alinea appoggiò la testa sulla mia spalla, e io la strinsi con il braccio a me. Mi guardò negli occhi, mentre io fissavo i suoi. Passai una mano fra i suoi capelli, mentre lei m’abbracciava forte. Era

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bellissima e per la prima volta mi resi conto di amarla da tanto tempo, anche se eravamo lontani. L’amavo, certo in maniera diversa da Melin, ma l’amavo. Mi strinse forte a sé e mi baciò. Quella notte ci amammo per la prima volta. Tornammo a palazzo che era già mattino. La accompagnai alla sua stanza, la baciai di nuovo, prima che chiudesse la porta, e poi mi recai in direzione della mia camera. Qui trovai un uomo, appena giunto, ad attendermi. Non appena mi vide, questi, mi disse: - Ewaniwe, venite presto alla sala del Consiglio. Il Grande Re Lendelin vi attende. Ci sono cattive nuove. Un esercito nemico dalle Terre di Confine muove dritto verso Tedaran, ed ha già superato la biblioteca di Aliturn. Lendelin era giunto quel pomeriggio già da un bel po’ presso la biblioteca di Aliturn, quando questi gli diede finalmente udienza. Appena lo vide, Lendelin gli chiese subito spiegazione di ciò che era accaduto nell’Oldar, ma Aliturn tacque. Aprì poi il libro, proprio sulle pagine di quella canzone che aveva cantato quando Gnomanar s’era recato presso di lui. Volse il libro verso Lendelin e gli fece cenno di leggere. Lendelin lesse questi versi: Passerà dell’Oscuro Signore La Corruzione sopra terre ignare, E silente sulle genti si spande La discordia che oscura la mente. Sorgeranno i prescelti nel mondo, Che porteranno i tre Numenali. - Cosa vuoi dirmi, Aliturn? - Non tentare di lottare contro un nemico che non puoi vincere. - Cosa? – Lendelin era sconvolto in viso, mentre il Viandante lo osservava invisibile. – E cosa dovrei fare allora? Aliturn gli indicò gli ultimi due versi che aveva letto. - Devo trovare i Numenali? - Non solo tu. Sarete in tre a portarli, uno per ciascuno. Allora potrete lottare contro Gnomanar; prima però metti al riparo il tuo popolo, oltre la Grande Muraglia. Sbrigati, ché un esercito si volge già verso di te col favore della festa. Conduci chi puoi nel Minar, ma non fermarti per

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salvare chi perderai per strada. Non sarà il tuo destino salvarli, che ad altre braccia toccherà liberare quelle genti. Non riferire a nessuno ciò che ti ho detto, perché toccherà a me parlare con i destinati all’impresa. Va ora, non perdere tempo, che quando tu sarai giunto a Tedaran questa biblioteca sarà distrutta! Il grande Re corse via, mentre, immobile, Aliturn lo osservava. Cavalcò via, verso Tedaran, dove giunse però solo sul far del sole. Nello stesso tempo giunsero le forze del Nemico e distrussero la biblioteca. Nessuno vi era più al suo interno, e un solo tomo era scomparso da quegli scaffali, prima che tutto ardesse in un fumo nero. Giunsi di corsa alla sala del Consiglio. Vi arrivai assieme a Feilon, mentre Alinea, Colwey, Luia e gli elfi giunsero immediatamente dopo di me. Ci attendeva all’interno Lendelin, sudato e stanco, in piedi davanti alla sua sedia, e con lui Zoradeas. Non facemmo in tempo a sederci, che iniziò a proferire verbo: - Il Nemico ha varcato le Terre di Confine; deve aver sbaragliato le nostre difese lì. Ronilis intervenne: - Sire, allora dobbiamo preparare la difesa? - No, dobbiamo fuggire nel Minar, oltre la Grande Muraglia. Colwey e Feilon erano sbigottiti: - Ma Lendelin – fece Feilon – non possiamo solo fuggire di fronte al nemico. L’abbiamo già sbaragliato una volta, possiamo farcela anche oggi. - Feilon, sappi solo che dobbiamo fuggire, e questo ti basti. E poi non sappiamo quanto è grosso questa volta l’esercito che vorresti sbaragliare, perciò dobbiamo innanzitutto cercare il posto dove potrà essere migliore la nostra difesa. Vi ordino, e sottolineo ordino, di preparare al più presto il popolo a fuggire verso il Minar; quanta più gente riuscirete a portare via. Dobbiamo fare in fretta, dato che il nemico è da poco giunto alla biblioteca di Aliturn, come mi hanno riferito i miei informatori. Così, per la seconda volta in poco tempo, fui costretto a cercare di organizzare una fuga generale. Questa volta però non avemmo il tempo di organizzarla in tutte le nostre terre, così dovemmo abbandonare al loro destino le popolazioni che vivevano fuori da Tedaran, dove comunque stava gran parte della popolazione del Tedar. Arrivati alla sera eravamo pronti alla fuga, e stavamo per fuggire, quando vedemmo

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giungere l’esercito Nemico. Le forze che componevano quell’esercito erano ora molto più numerose della volta precedente, tanto che c’era difficile vedere i limiti di quella massa che s’intravedeva all’orizzonte. La puzza di quell’esercito si poteva sentire da chilometri, così come si potevano sentire le urla e i rumori provenienti da quegli esseri. Cercammo di far abbandonare il più in fretta è possibile Tedaran, con l’ordine di fuggire in direzione sud-est, verso il Minar. Come già nella fuga dall’Oldar, anche questa volta l’esercito si pose a difesa della popolazione che abbandonava le proprie case. Il centro del nostro schieramento era costituito dai fanti del Tedar, mentre l’ala destra era formata dagli uomini raccolti da quelli fuggiti dal Numer e dall’Oldar. L’ala sinistra era invece data dagli elfi guidati da Innioles, con Ronilis e Mel ad aiutarlo. Druidi, maghi, stregoni e guaritori stavano vicini all’esercito, pronti a usare le loro arti, se fosse stato necessario. Alla guida dei fanti era invece Feilon, mentre l’ala destra era guidata da Colwey. Comunque la nostra posizione di battaglia era sfavorevole, sia perché eravamo costretti a retrocedere, sia perché le forze che componevano le due ali erano ben misere a confronto dello schieramento nemico. I nemici erano invece un’orda infinita di orchi, Uomini Neri e mannari, e alla loro guida stavano, lo sapemmo solo dopo essere giunti nel Minar, tre dei sette Stregoni Neri; gli schiavi più fidati di Gnomanar, l’Oscuro Signore. Lendelin, come me, Luia e Alinea, faceva la spola per guidare il suo popolo e assieme aiutare l’esercito, se fosse stato necessario. Quando arrivammo a qualche chilometro di distanza da Tedaran, a poca distanza dal Lolin, giunse il primo attacco degli orchi. Non ci attaccarono tutti; invece vennero all’assalto solo i mannari. Questi si gettarono, bestie fameliche, sugli uomini dell’Oldar, ma anche grazie all’aiuto dei fanti, l’ala destra riuscì a resistere senza gravi perdite. Varcammo il Lolin, mentre i lupi si ritiravano, temendo l’acqua. Riuscimmo così a prendere un po’ di vantaggio nella nostra fuga disperata, mentre le guide dei nemici, delle figure nere come ombre che incutevano terrore solo alla loro vista, avevano problemi a fare attraversare il fiume a tutto il loro esercito. Accadde lo stesso un po’ più a sud-est, dove un affluente si getta nel Lolin: anche qui infatti prendemmo qualche chilometro di vantaggio, mentre fuggivamo disperatamente da quei mostri. Intanto tutto ciò che veniva attraversato da quelle creature ardeva, incendiato senza pietà: furono così distrutti interi villaggi abbandonati dalla popolazione che si univa a noi

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vedendoci arrivare, raccogliendo le poche cose indispensabili, e unendosi chi poteva alla’ala destra o alla sinistra del nostro schieramento. Le ore passavano nella fuga disperata. Genti s’attardavano, vecchi e donne, soprattutto, scomparendo alla vista, inglobati dalla massa dei nemici che avanzavano. Superato l’affluente del Lolin, nulla, oltre la piana del Tedar, ci separava dalla Grande Muraglia, che difende il Minar: l’intenzione di Lendelin era attraversarla all’altezza della valle del Lugg, per poi scendere nel Minar attraverso la valle. Anche i nemici attraversarono il fiume, così si ritrovarono dietro di noi, a qualche chilometro di distanza, ben visibili. A quel punto le figure scure come ombre guidarono l’assalto. La carica di quei mostri fu devastante, proprio mentre ci avvicinavamo alle mura, dopo due giorni e due notti di marcia forzata. Molte persone, soprattutto bambini e anziani avevano già ceduto, e per ordine di Lendelin nessuno poteva fermarsi o tentare di aiutare chi sembrasse spacciato. Così, vedendo scomparire molte di quelle persone fra le fila dei nemici, sempre più il malumore serpeggiava fra la popolazione, delusa dal Grande Re, oltre che terrorizzata dagli avvenimenti. Quando chiesi spiegazioni a Lendelin, ottenni solo questa risposta: - Cammina, Ewaniwe, e non farmi domande. Non voltarti mai indietro quando abbandono qualcuna di queste persone, e sappi che ogni volta che uno di loro è inghiottito da quelle bestie, una nuova ferita mi si apre nel cuore. La carica fu devastante: per prima cosa i mannari assalirono l’ala destra, e sebbene le frecce degli elfi ne facessero cadere molti, alla fine questi giunsero sugli uomini dell’Oldar e del Rogan, facendone strage. I fanti non poterono intervenire, ché si videro di fronte gli Uomini Neri. Queste creature, del tutto simili ad uomini, sono molto più scure degli abitanti del Grande Regno, e il loro colorito è come quello della notte senza stelle. Essi ingaggiarono una furiosa lotta con i Tedariani, bloccandoli. Gli orchi invece si lanciarono sugli elfi, ingaggiando la lotta contro i loro antichi nemici. Lendelin si gettò nella mischia, andando ad aiutare Feilon fra i Tedariani, mentre io cercai di recare aiuto a Colwey, che batteva in ritirata. Gli protessi le spalle, mentre intanto i suoi uomini cadevano come fuscelli. Il resto dello schieramento reggeva, con gli elfi in particolare che sembravano resistere facilmente agli orchi; ma l’ala destra era perduta. Giunti a ridosso delle mura, dopo cinque ore di lotta, con il popolo guidato solo da Luia e Alinea, i lupi, giunsero infine

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addosso a coloro che erano inermi. Le porte della Grande Muraglia si aprirono, e da esse uscirono dei Minariani armati, che tentavano di difendere le mura. I mannari braccavano le nostre genti, azzannandole in ogni dove. Luia condusse dentro le mura una parte del popolo, mentre un’altra non arrivò ad entrare, del tutto in balia del nemico. Lendelin guidò i suoi fanti verso l’entrata, mentre gli elfi cercavano di coprirli con le loro frecce, allontanando nel frattempo gli orchi. Colwey ed io facemmo riparare nel Minar i pochi sopravvissuti fa gli Oldariani e i Roganiani. Per ultime si ritirarono le truppe di Innioles, aiutate dai Minariani che presidiavano il confine: fino all’ultimo Mel proseguiva a scagliare frecce contro le schiere nemiche. Non appena fummo dentro le mura, proseguimmo il nostro viaggio, oltrepassando i bassi monti di Boror attraverso la valle, finché, dopo un’altra mezza giornata di viaggio, non fummo al sicuro vicino al corso del Lugg. Le mura resistettero, difese dai Minariani e da chissà quali difese magiche che per ora il Nemico non volle oltrepassare. Giunti a questo punto, contammo i morti, i feriti e i dispersi: fra i primi, c’era il cancelliere Zoradeas. Tutta la popolazione fuori da Tedaran era andata perduta, eccetto gli abitanti dei villaggi che avevamo attraversato nella nostra fuga. Gran parte degli Oldariani e dei Roganiani che vivevano nella capitale erano periti nella disfatta dell’ala destra. Fra gli elfi e i fanti del Tedar si erano avute delle perdite, ma relativamente non numerose: però, cosa grave, la disfatta dell’ala destra aveva permesso ai mannari di assalire una buona metà della popolazione civile che migrava. Solo allora mi resi conto di non trovare Alinea. Il Viandante si aggirava sopra quello che era stato fino a poco tempo prima un campo di battaglia, e che ora era solo una vasta piana desolata. I mannari ringhiavano sopra la popolazione impaurita, sebbene molto maggiore di numero, vinta dal terrore. Un fischio li fece però arretrare, e sopra quella folla inerme giunsero allora gli Uomini Neri. I tre Stregoni Neri li guidavano, mentre passeggiando fra quelle persone le facevano svenire dalla paura che essi incutevano. Tutta quella gente venne incatenata e condotta ad ovest dagli orchi e dagli Uomini Neri che ritiravano, mentre la piana era lasciata allo svago dei mannari. A capo delle truppe che viaggiavano verso ovest, i tre Stregoni lanciavano le loro magie di controllo sulle menti dei prigionieri, mentre fra questi, stordita e sonnolente, Alinea marciava inconsapevole.

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XII Ritorni

Alinea, come tutti quelli che stavano con lei, fu condotta all’interno del Rogan. Camminavano lentamente, ma si fermavano solo poche volte, di tanto in tanto, quando erano gli stessi mostri che li conducevano a necessitare di una sosta. I tre Stregoni non si voltavano mai verso di loro, eppure solo la loro vista le incuteva grandissimo terrore. I mostri erano ancora più orrendi, visti da vicino, e ancora maggiore era il loro puzzo; parlavano fra loro in una lingua che le risultava per la maggior parte incomprensibile; solo ogni tanto riconosceva qualche parola che le sembrava simile a quelle degli elfi o degli uomini, ma pronunciate fra grugniti e rumori di ogni genere, con cadenze e accenti a lei del tutto estranei. Alcuni mannari venivano dietro alla lunga fila umana, famelici nell’aspetto, attendendo soltanto che qualcuno, stremato dalla fatica, cedesse e rimanesse indietro, fra di loro. Viaggiarono così, sempre lentamente, per non sapeva dire quanti giorni, cosicché la fame e la stanchezza s’erano sempre più impadroniti di lei. Eppure tentava di rincuorare chi le stava attorno, facendo di tutto pur di non far vedere di avere terrore quanto gli altri. Gli orchi torturavano chi rimaneva indietro, se non lo lasciavano ai mannari, o chi tentava la fuga. Le loro sevizie potevano essere atroci, potevano arrivare fino alla morte della vittima. La sera si viaggiava ancora più velocemente del mattino, quando invece la calura imponeva di riposare per non morire disidratati. Non c’erano vettovaglie, provviste o qualsiasi altra cosa di cui nutrirsi, ma invece gli orchi ogni sera mandavano a caccia una pattuglia, che tornava regolarmente con delle prede, spartite per la maggior parte fra i mostri e solo in piccole razioni fra i prigionieri. Molti non ce la fecero più e morirono per gli stenti, mentre il loro cadavere veniva sbranato dai mannari; talora però erano gli stessi orchi a mangiare i cadaveri di chi moriva per gli stenti, avendo così la possibilità di cacciare di meno la

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sera. Quando si fermavano, si accampavano semplicemente per terra sulla pietra nuda, mentre i tre Stregoni vagliavano incessantemente l’esercito: spesso in questi casi insorgevano piccole risse fra orchi e Uomini Neri, subito sedate dagli Stregoni. Altre volte gli orchi si dilettavano a mettersi attorno ad un malcapitato e spingerlo e spintonarlo fino a fargli male. Quando si stancavano, lo conducevano in un luogo appartato, e poi, un po’ dopo, tornavano senza il prigioniero, che evidentemente aveva fatto una brutta fine. Gli Uomini Neri erano più simili ai prigionieri, ma nella loro oscurità anch’essi si macchiavano verso questi ultimi di incredibili crudeltà. Il Viandante osservò questa lunga carovana, impotente, per un po’, finché non si ritrovò d’un tratto nel Numer ad assistere ad altri avvenimenti. Io, Colwey e Feilon stavamo già preparando gli uomini sopravvissuti per uscire dalle mura e andare a riprendere le persone catturate, quando Lendelin ci ordinò di non compiere alcun atto insensato. Fu organizzato un Consiglio in una piccola tenda tirata su alla bell’e meglio al momento, per decidere sul da farsi. Io e Colwey, assieme al generale, iniziammo a protestare: - Lendelin, perché non vuoi che cerchiamo di salvare il nostro popolo? Cosa ti prende in questo periodo? Lendelin era scuro in viso, cupo, indeciso. Iniziò a tormentarsi le mani e il volto, poi ci rispose: - Miei amici, non è per la mia volontà che vi chiedo di seguire i miei ordini, ma perché questo ordine parte direttamente dagli Eida. - Cosa vuoi dire? E poi, hai intenzione di abbandonare così il tuo popolo? Di tradirlo? Se tu hai questa intenzione, io non ce l’ho, anche perché fra quella gente c’è Alinea. - Calmati Ewaniwe, capisco le tue ragioni, il tuo affetto per Alinea… - E allora non impormi un ordine a cui sai che io non potrò obbedire. Lendelin stava per replicare, quando un nunzio entrò di fretta nella tenda. Corse all’orecchio del Grande Re e dopo aver sussurrato qualche parola si dileguò fuori. Lendelin si fece ancora più scuro: - Buone nuove? – Chiese ironico Colwey. Lendelin gli lanciò uno sguardo che avrebbe potuto uccidere: - Il Numer è caduto, vittima di un altro attacco. Luia trasalì: - Ledolan e il mio popolo si sono salvati? – Chiese ansiosa.

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- Il nunzio diceva che il re Ledolan assieme a parte del suo esercito e del suo popolo è riuscito a fuggire e sta giungendo qua attraverso la stessa via che abbiamo intrapreso noi. Ci guardammo in viso. Eravamo tutti evidentemente stravolti, per la fatica del viaggio come per la dura lotta che ci aveva visti sconfitti. Alinea era scomparsa, ed io ero fermamente intenzionato a cercarla. Lendelin interruppe il silenzio: - Bene, non ci resta altro da fare che attendere l’arrivo di Ledolan e concordare tutti assieme il da farsi. Non sarò io a decidere, dato che non esiste re senza il suo popolo. Seguirò le indicazioni della maggioranza fra di voi. Uscimmo fuori dalla tenda e attendemmo che arrivasse Ledolan con i suoi. Il Viandante assistette alla caduta del Numer. I Numeriani attesero i nemici, pronti alla lotta, nei pressi della fortezza di Bingrim, Ledolan contava di sbaragliare gli orchi con la propria cavalleria, mentre la fanteria, in parte composta da uomini del Tedar, ma per il resto quasi tutta reclutata nel Numer, avrebbe dovuto tenere solo una funzione di difesa. Ma non andò così. Gli orchi giunsero assieme agli Uomini Neri e ai lupi, ma assieme a loro anche delle creature simili a fuoco, chiamate Ghensfir dai loro stessi compagni, che ubbidivano loro terrorizzati. Sopra i Ghensfir solo tre creature più scure della notte senza stelle, tre Stregoni Neri, comandavano su tutto lo schieramento, infinitamente più grande in numero degli uomini posti a difesa del Numer. Fu una vittoria schiacciante e il popolo, tenuto al riparo nei pressi della costa del Lago Maggiore, fu presto catturato. Solo la cavalleria riuscì a fuggire, assieme al re. Ledolan così iniziò a cavalcare assieme a quei cavalieri che si erano salvati, in tutto quattrocento, verso sud. Con loro c’era anche Bellig, venuto chi sa da dove dal nord, dove era andato, mandatovi da Lendelin. Il vuoto e la desolazione li accolsero nel Tedar, dove ogni tanto si sentiva a stento l’ululato di qualche mannaro. Continuarono a cavalcare verso sud e giunsero infine alla frontiera del Minar. Ledolan e i suoi varcarono infine la Grande Muraglia, dove li accolsero degli uomini posti di guardia fra le impervie vie della valle di Lugg. Solo allora il sovrano del Numer seppe della sorte toccata al Tedar e al resto del Grande Regno, eccetto che al Minar, mentre intanto cadeva il suo regno. Chiese dove si trovasse Lendelin, e ottenne di essere

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accompagnato dal Grande Re. Prima però si riposò dopo quel lungo viaggio, dopo quella frettolosa fuga e il disonore della sconfitta, e soprattutto, dopo l’abbandono delle sue genti, quelle persone che gli erano state affidate dall’allora Grande Re Natul. Dopo il breve riposo venne a Lendelin, cui raccontò come ogni cosa s’era svolta. Con sorpresa vedemmo arrivare Bellig assieme a Ledolan. Il re del Numer, non appena ci vide, corse a Lendelin e inginocchiandosi gli si prostrò ai piedi. Non fu un atto di riverenza, ma anzi Ledolan era distrutto nel cuore; il sovrano del Numer scoppiò a piangere. Lendelin lo risollevò e lo mise in piedi di fronte a sé. Ci chiamò velocemente e senza convenevoli ci dirigemmo verso la tenda dove prima avevamo tenuto il Consiglio. Là dentro eravamo presenti io, Lendelin, naturalmente, Bellig, Colwey e Feilon, Luia, Mel, Ronilis e Innioles, e poi Ledolan re del Numer e Rendall re del Rogan. Inoltre ci aveva raggiunti Tellon, re del Minar. Il Grande Re non ci diede neanche il tempo di sederci per terra che iniziò a parlare: - Buon giorno ai nuovi arrivati, sempre che questo si possa dire un buon giorno. Siamo tutti riuniti nel Minar, quindi, evidentemente, questa è l’unica terra del Grande Regno ad essere rimasta libera. Ebbene, ora non abbiamo scelta. Io stesso ho ordinato di fuggire dal Tedar per cercare un rifugio più sicuro per le nostre genti. Ora lo abbiamo. Non potremo fuggire in eterno, e quindi non ci rimane altro che cercare una soluzione. Ma prima di decidere, voglio sapere da Ledolan cosa è accaduto di preciso nel Numer, e poi da Bellig come sono andati i suoi negoziati nel Dwaralar con i nani. - Grande Re, – prese la parola Ledolan – ebbene, non c’è molto da dire su ciò che è accaduto nel Numer. Ho cercato di organizzare una qualche resistenza di fronte alla fortezza di Bingrim, ma nulla è valso contro il nemico. Alla guida di quei mostri stavano degli esseri che sembravano bruciare, alti più degli orchi, che alla sola vista mietevano vittime e causavano un’insana paura. Anche queste creature obbedivano ad altre, delle figure vestite come i nostri stregoni, ma completamente coperte di nero. Queste erano in tutto tre. L’esercito vero e proprio era però fatto di orchi, di lupi mostruosi e famelici e di uomini come ombre. Solo la nostra cavalleria è riuscita a salvarsi, mentre tutto il resto del nostro schieramento è stato completamente distrutto. Subito dopo la battaglia, quell’orda inferocita si è lanciata verso la costa del Lago Maggiore, dove

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stava il nostro popolo che lì aveva riparato: io ed i cavalieri, assieme a Bellig non abbiamo potuto fare altro che fuggire. Non so che fine abbia fatto tutta quella gente, ma penso che sia perita: fra loro stavano anche gli abitanti dell’Aledyef, e Develaire, loro signora… Feilon interrupe lì le parole di Ledolan: - E tu sei fuggito così, senza fare nient’altro? Sarebbe stata molto più onorevole la morte, piuttosto che giungere qua senza le tue genti! Bellig allora prese la parola: - Feilon, amico mio, calmati, perché io ero la e ti assicuro che Ledolan si è battuto con valore. Tutti si sono battuti, anch’io che non conosco l’uso delle armi. Ma ormai non c’era più nulla da fare. Lendelin fece cenno di aver capito, poi chiese: - E come sono andati i negoziati con i nani? - Sono andati come ci aspettavamo: male. Quegli stolti non credono che Gnomanar oserà attaccarli nel gelo del nord fra le montagne che conoscono come le loro case. - Capisco, e del resto non contavo sul loro aiuto. Perciò sono qui riunite le nostre forze, con le navi del Morien ormeggiate a Minaran e tutte le nostre braccia qui. Ebbene, non mi rimane altro che chiedervi, dato che voi qui riuniti siete il mio Consiglio, che cosa devo fare. Perché oggi mi rimetto al vostro giudizio, sicché sul destino degli uomini siano più senni a giudicare. Da parte mia, consiglio di difendere la Grande Muraglia, ad ogni costo e ad ogni prezzo. Nel frattempo cercheremo i Numenali, dato che, a mio avviso, in quelli sta il nostro destino. Ma il mio voto varrà come quello di chiunque fra voi, perciò anche voi esprimete la vostra opinione. Rendall e Tellon, l’uno un omone dai capelli e dalla pelle scura, l’altro un omino bianchiccio con i capelli castani, tutti e due abbastanza strani, a dire la verità, messi assieme, votarono per la proposta del Grande Re. Ledolan anch’egli votò per la proposta di Lendelin. Io, Feilon, Colwey e Luia votammo invece per mandare il popolo che era ancora con noi il più ad oriente possibile, e tentare invece, con tutti quelli che volessero, d’andare a liberare i prigionieri. Almeno, nel caso di fallimento, pensavamo, avremmo ottenuto la morte. Mel e Ronilis e Innioles non si espressero, adducendo a scusa che non potevano decidere loro, elfi, su una scelta tanto importante per delle genti che non fossero le loro. Eppure, per quanto era loro concesso, erano d’accordo con il Grande Re. Rimaneva decisivo il voto di Bellig. Il discepolo di Baurin si espresse

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così: - Penso che l’opinione di Ewaniwe, Feilon, Colwey e Luia sia nobile, ma il loro comportamento sarebbe inutile. Che senso avrebbe sprecare la vita per una morte gloriosa, che lascerebbe al loro destino sia coloro per cui ci muoviamo, che quelli che lasceremmo qui, incitandoli ad andare ad oriente? Inoltre il Minar e la Grande Muraglia sono luoghi assai difendibili, cosicché avremmo il tempo di cercare davvero i Numenali, come dice Lendelin. Oggi dobbiamo essere realisti e cercare il modo migliore per sopravvivere, non quello migliore per morire. Io sono d’accordo con il Grande Re. La decisione fu presa così. Io, Colwey, Feilon e Luia ci guardammo in volto, adirati e stanchi, accettando malamente quella scelta. Il Consiglio fu sciolto e uscimmo dalla tenda. L’ultimo ad uscire fu Lendelin, anch’egli provato, sebbene la sua opinione alla fine avesse prevalso. Dal Rogan, la carovana di prigionieri e mostri iniziò a dirigersi verso nord. Il passo era sempre lento, ma costante. A quel punto, due degli Stregoni Neri s’erano allontanati velocemente verso oriente con una parte delle forze del Nemico, e poco lontano si unirono con altri simili a loro, provenienti da nord, che guidavano altre creature d’occidente. Così uno solo degli Stregoni continuava a guidare quella folla di mostri con le loro vittime. Non erano passati molti giorni da quando quel faticoso viaggio era cominciato, sicché non potevano aver fatto molta strada, data anche la lentezza del cammino; lo Stregone nero era arrivato a stento a condurli all’altezza di Ronin, la capitale del Rogan, quando i suoi compagni l’avevano lasciato, evidentemente impegnati in altre imprese. Quella decisione non mi piaceva, come del resto continuava a non piacere a Colwey. Feilon e Luia avevano invece ammorbidito, l’indomani, la loro opinione, forse con la complicità della notte trascorsa al gelo, e per la stima che riponevano in Bellig. Questi raccontò poi in privato e più specificamente i risultati della sua ambasceria fra i nani a Lendelin, ma in verità non c’era veramente molto da dire. Semplicemente quel popolo testardo che abita a nord si rifiutava d’aiutarci, convinto che Gnomanar non li avrebbe attaccati nelle loro terre e che comunque gliel’avrebbero fatta pagare da soli per tutto ciò che suo padre aveva loro fatto passare in passato. Se Feilon e Luia avevano cambiato idea, ciò non voleva dire che, io, non me ne potessi

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andare da solo a cercare Alinea, magari con Colwey, che insisteva per seguirmi. Eppure non ebbi il tempo di realizzare i miei piani, che un nunzio ci avvisò di nuovi eserciti nemici che giungevano alla Grande Muraglia. Lendelin decise di lasciare il popolo lì dove si trovava, mentre furono, per l’ennesima volta, reclutati in fretta e furia tutti coloro che potevano combattere per difendere il confine. La cavalleria del Numer fu però lasciata a difesa del popolo, anche perché, dato che ci si accingeva a difendere le mura, non sarebbe stata di grosso aiuto nella battaglia. In mezza giornata fummo alle mura, dove erano già pronti degli uomini del Minar. Tellon ordinò loro di prepararsi alla difesa, mentre Rendall guidò i pochissimi Roganiani rimasti in vita. Colwey ed io prendemmo il controllo degli Oldariani; Innioles con Mel e Ronilis comandava gli elfi, Feilon i Tedariani, mentre il Grande Re Lendelin comandava tutto l’esercito. Mezza giornata dopo il nostro arrivo, di notte, l’esercito nemico giunse alle mura. Alla sua testa erano, questa volta, quattro di quelle figure completamente vestite di nero, che si perdevano nella notte. Scuri poco meno di loro, stavano ritti alla destra dello schieramento gli Uomini Neri. Al centro gli orchi, in numero incredibile, mentre sulla sinistra un piccolo numero di figure che sembravano costituite di fuoco, così come le aveva descritte Ledolan. Tutt’attorno all’esercito un nugolo di mannari ululava alla luna e sbavava desideroso di sangue. Per primi si gettarono contro le mura i mannari, ma le frecce elfiche li costrinsero ad arretrare. La maestria degli elfi permise di colpire con quelle frecce anche lo schieramento nemico, posto a poca distanza dalle mura, costringendolo ad arretrare in blocco. Comunque le figure nere non sembravano avere intenzione di attaccare velocemente le nostre difese, ma invece sembravano avere intenzione di logorare le nostre forze. Lendelin chiese allora ad Innioles fino a dove potesse colpire i nemici con le frecce e questi, scagliandone una, gli mostrò che la maestria degli elfi con l’arco era nettamente superiore alla nostra e che la gittata si raddoppiava con la loro bravura. Il Grande Re decise allora di farci allontanare tutti dalle mura, eccezion fatta per gli elfi che dovevano continuare a difenderle, nascosti. Tutto il resto delle nostre forze si ammassò vicino alle porte, pronto ad un veloce assalto. Quando scomparimmo dai bastioni, l’esercito nemico, non convinto della nostra ritirata, dapprima rimase fermo. Passata qualche ora però si avvicinò quanto bastava per essere colpito dalle frecce elfiche. A quel punto uscimmo velocemente fuori delle mura e

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attaccammo quell’esercito che batteva in una blanda ritirata. Furono sorpresi, e così i mostri subirono numerose vittime, soprattutto fra gli orchi, le creature meno intelligenti nel campo avverso. Comunque l’esercito nemico non sembrava così grande come quello che ci aveva attaccato qualche giorno prima, come se quella fosse solo una azione di disturbo. Appena le schiere nemiche si ricomposero, rientrammo nel Minar al di là delle mura e tornammo a difenderle. L’arrivo dell’alba confermò la nostra impressione di relativa pochezza di quell’esercito, cosa che in effetti ci rimise in animo. Nessun attacco si svolse nella mattinata, mentre due delle figure nere si diressero verso occidente cavalcando destrieri grigi. Rimasero di fronte alle mura soltanto due di quelle creature, ad esaltare gli orchi e i lupi. Quegli esseri che sembravano ardere stavano in disparte rispetto all’esercito, temuti dai loro stessi compagni e tenuti a bada dai due comandanti. Sembravano insofferenti ai loro ordini e non partecipavano alle azioni di disturbo condotte dal resto dell’esercito. Anche il pomeriggio e la sera passarono così in questa attesa, con piccoli assalti e sporadici, facilmente contenuti dalle nostre forze. Lendelin sembrava attendere che qualcosa accadesse, e in effetti nessuno di noi sembrava convinto che quelli fossero i veri assalti alla Grande Muraglia. Il giorno successivo, finalmente, i due capitani a noi avversi scagliarono un poderoso assalto. Dapprima i mannari si scagliarono contro le mura senza grossi successi, seguiti dagli orchi che con arieti tentavano di abbattere le porte. A quel punto gli Uomini Neri si lanciarono verso le mura con scale nel tentativo di salire di sopra. Arrivarono quasi a prendere i bastioni, ma riuscimmo a contenerli. Per ultime partirono all’assalto le figure rosse, che gli elfi chiamavano Ghensfir e noi con loro. Solo i due comandanti rimasero fuori dell’assalto. I Ghensfir erano senza dubbio le creature più pericolose di tutte; bruciavano con il solo tocco chi gli si faceva in contro. Uomini Neri e orchi furono sconfitti, mentre i Ghensfir si aggiravano sui bastioni facendo strage. Ronilis si fece incontro ad uno di essi e con un incantesimo gli gettò sopra un ondata d’acqua che ne spense nel vero senso della parola i bollenti spiriti. Uno perì così, mentre gli altri, erano in totale quindici, furono sconfitti solo perdendo molte vite del nostro esercito. Alla vista della sconfitta i due comandanti semplicemente si allontanarono anch’essi su cavalli grigi, con dei copricapi neri sui musi. Le forze rimanenti di quell’esercito gettato allo sbaraglio furono sconfitte facilmente, caduti i Ghensfir: riorganizzammo

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le nostre forze e, lasciato un presidio di Minariani, ritornammo la dove avevamo lasciato il resto del popolo. Giuntivi, fummo accolti da una sorpresa. Infatti non appena arrivammo, Lendelin riconobbe un vecchio dalla lunga barba bianca come i capelli. Scese subito da cavallo e lo condusse di corsa alla sua tenda. Rimanemmo fuori, senza capire cosa stesse accadendo, attendendo spiegazioni. Sempre avvolta dai suoi pensieri, Alinea ricordò anche i periodi più brutti, quando assieme alla folla di prigionieri giunse a Ronin. Da lì coloro che erano stati catturati si diressero bruscamente verso nord. Poco fuori della città vennero incontro altri mostri provenienti da nord-est, guidati da un’altra creatura, vestita tutta di nero, e scura, proprio come quella che guidava il gruppo di prigionieri di Alinea. Con i nuovi venuti anche altre persone, catturate chissà dove. Le due folle di creature si unirono, e anche i prigionieri furono radunati. Ci si diresse allora verso nord-ovest, fino ad intravedere i monti Kaldei. A quel punto la carovana tornò di nuovo a dirigersi verso nord, senza superare i monti, addentrandosi in quelle che un tempo erano le Terre di Confine. Dopo poco tempo Lendelin convocò un nuovo Consiglio dentro la sua tenda. Tutti noi suoi consiglieri, nonché coloro che avevano partecipato alla decisione per la difesa del Minar, entrammo dentro la tenda, dove erano già seduti il Grande Re e quell’uomo anziano. Prima che ci sedessimo, gli elfi, che già quando avevamo visto quella persona erano rimasti sgomenti, gli si inchinarono di fronte e iniziarono a pregarlo. Io, come il resto degli altri presenti, non comprendendo cosa stesse accadendo, feci un semplice gesto di saluto e m’accomodai. Innioles, sorpreso dal nostro comportamento, iniziò a sbraitare: - Cosa fate? Empi! Prostratevi di fronte ad Aliturn il Veida! Nessuno di noi seppe come reagire; in effetti, a nessun umano oltre che al Grande Re era dato di conoscere Aliturn, né sapevamo che questi fosse un Veida. Dopo quell’attimo di smarrimento anche noi ci prostrammo ed iniziammo a venerare. Egli allora, con un gesto della mano, indicò di sederci, dicendo che non era quello il tempo di simili atti. Sedutici tutti quanti, il Veida prese la parola: - La Profezia si compie – egli poi iniziò a salmodiare: Passerà dell’Oscuro Signore

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La Corruzione sopra terre ignare, E silente sulle genti si spande La discordia che oscura la mente. Sorgeranno i prescelti nel mondo, Che porteranno i tre Numenali. Viaggeranno per tre direzioni. Giungerà la battaglia alla fine Sotto la cima di Lingua di Fuoco. Io non capii cosa volesse dire, come anche tutti gli altri: Lendelin allora, vedendoci perplessi, disse: - Questa è parte della Profezia di cui ho parlato ad alcuni di voi. E, in effetti, in essa è descritto ciò che accadrà in futuro; ma solo la mente di Aliturn può cogliere attraverso questa l’esattezza degli avvenimenti. I prescelti per portare i Numenali sono fra quelli che stanno in questa tenda… - Ma – lo interruppe Aliturn – non tutti voi parteciperete alla ricerca, ché certamente Gnomanar tenterà di prevenirvi e portare a compimento le sue conquiste, prima che voi troviate ciò che cercate. Egli infatti conosce la Profezia, e tenterà in ogni modo, con ogni suo potere, di far sì che questa non si realizzi. Lendelin stava per prendere la parola, quando intervenni io: - Lendelin, mi spiace, ma non sarò né fra quelli che staranno qui né fra quelli che attueranno la tua ricerca. Ho altro da cercare. - Anch’io, come lui, non ti ubbidirò – fece Colwey – e lo aiuterò nel suo viaggio. Se vuoi impedirlo puoi solo punirci con la morte, perché nient’altro ci distoglierà. Prima che il Grande Re intervenisse, Aliturn ordinò: - Lasciali andare, perché fra loro ci sarà uno dei portatori. E tu stesso partirai, Lendelin Eidur, ché anche tu sei destinato alla ricerca. Qui rimarrano i re dei regni e l’elfo dal lungo occhio, perché loro destino è la difesa. In otto andranno alla ricerca, ma in nove li accoglierà l’oriente. Fui nuovamente smarrito, senza comprendere cosa intendesse Aliturn con quelle parole riferite a me e Colwey. Lendelin, non appena il vecchio smise di proferire, si sollevò e disse: - Ebbene, se questo è scritto, così accadrà. Ewaniwe e Colwey, voi compirete il vostro viaggio assieme. Tellon, Rendall e Ledolan, i re dei regni, con Innioles, l’elfo dal lungo occhio, se intendo bene le tue parole

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– e si volse verso Aliturn – rimarranno qui e difenderanno il Minar. Tutti gli altri, partiremo per la nostra ricerca. Sarà conveniente dividerci per avere più speranze. Bellig partirà con Feilon e Luia, dato che non li dividerei mai in nome della loro amicizia e del loro amore. Io invece andrò con Mel e Ronilis. Ognuno si volgerà nella direzione che vorrà e, se sarà destino, ci ritroveremo con i Numenali. Lendelin finì di parlare e ci congedò tutti. Aliturn mi fissò a lungo mentre uscivo dalla tenda. Uscito, udii delle parole che il vecchio proferiva al Grande Re: - Non preoccuparti, il Viandante veglierà su di lui. Per l’ennesima volta non capii e mi allontanai con Colwey, per prepararmi al viaggio.

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Racconti per il pomeriggio

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I Partenze

- Sei stanco, Nelian, vuoi fare una pausa? - No, papà, continua, voglio sapere come va a finire la storia. Non si lascia un racconto a metà! Il bambino rispose ingenuamente, credendo che la conclusione fosse vicina. Era mezzogiorno e il celo dell’orizzonte di Bingrim s’era fatto ceruleo. Una leggera brezza veniva dalle acque del lago, dietro, ad oriente. L’occidente era vuoto di nubi e lontano, anche se sapeva che era impossibile, Ewaniwe credeva di riuscire a scorgere il bosco di Aulon. Intanto suo figlio era sceso dalle sue ginocchia e s’era accovacciato per terra di fronte al padre. Era un bimbo intelligente e in particolare amava sapere dei popoli e delle terre lontane; per questo la storia che suo padre gli stava raccontando lo affascinava particolarmente. Fin da piccolissimo aveva imparato ad amare le storie sugli elfi, che Lendelin ogni tanto gli veniva raccontando, quando veniva a fare loro visita. Quando stava con i suoi maestri, spesso gli ricordavano che in futuro sarebbe divenuto il Grande Re, così gli altri bambini che stavano con lui spesso glielo rinfacciavano e lo trattavano in maniera diversa dal solito fra bimbi. A dire la verità, a parte i doveri che aveva già imparato a memoria, non capiva bene cosa volesse dire cingere il diadema; in fondo era solo un bambino, malgrado tutti facessero finta di non accorgersene. Il Viandante, all’interruzione delle parole del bardo, tornò a fissare il bimbo. Sapeva che molte delle cose che in quel giorno avrebbe udito, non le avrebbe ricordate che per una sera. Eppure doveva apprenderle, perché per lui si profilava la stessa sorte toccata in un vicino passato a Lendelin. Ancora non era stabilito se egli in futuro sarebbe andato in oriente, come toccato al suo predecessore. Tutto dipendeva da quel giorno. Inoltre gli Eida volevano che gli abitanti d’Arret iniziassero ad usare la saggezza che gli anni avevano loro conferito; non potevano

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sempre contare sull’oriente e sugli Eida. Essi s’erano chiusi nel loro esilio dorato oltre l’Oceano delle Cascate per non interferire nelle loro sorti, e ora rivendicavano sempre più per se stessi il rispetto della loro decisione. Solo lui fra i Veida, il Viandante, continuava a recare loro aiuto, nei limiti concessigli. Ewaniwe riprese a parlare, e con quelle parole ripresero i viaggi. Nelian sembrò nuovamente stordito, e il padre chiese: - Stai bene? Sei sicuro di non voler tornare a casa? - No papà, ti ho detto che voglio rimanere qui; voglio che tu concluda la storia! - Va bene, ti ubbidirò! Farò come mi chiedi. Preparammo tutti dei bagagli leggeri per la partenza. Misi nella mia sacca solo qualche indumento e del cibo come scorta, mentre Colwey mi chiese di portare la mia lira, per rallegrarci quando la tristezza ci avesse colto di notte. Portai con me anche una piccola spada e un arco con poche frecce, che pensavo d’usare per procacciarci cibo durante il viaggio. Mel venne alla mia camera e mi diede dei pani di origine elfica. Mi disse che li usavano quando erano impegnati in lunghi viaggi senza sapere quando sarebbe giunta l’ora del ritorno. Ognuno di quei pani nutriva come il cibo di un mese circa, così saremmo potuti sopravvivere per lungo tempo anche senza altro cibo. Colwey invece portò con sé solo altre due vesti e una spada lunga e ben affilata. Oltre a ciò portava anche delle erbe che, diceva lui, avevano il potere di guarire dalle ferite, e altre erbe ancora di cui non mi volle descrivere l’utilità. Mi fidai di lui, dato che in tutta la sua vita aveva fatto molta più esperienza di me nel suo vagare nelle Terre di Confine. Così armati partimmo verso occidente, uscendo dal Minar dopo una giornata di cavalcata attraverso la Valle del Lugg e la Grande Muraglia. Nel territorio del Rogan non trovammo l’orda di mostri che ci attendevamo, ma solamente desolazione e rovine; tutto sommato però quella visione, rispetto a ciò che credevamo di trovare, ci rinfrancò. Così iniziammo a dirigerci verso nord-ovest. Partiti da poco Ewaniwe e Colwey, il Viandante vide allontanarsi dall’accampamento anche Bellig con Feilon e Luia. I tre si diressero verso nord, finché non raggiunsero la costa meridionale del Lago Maggiore e iniziarono a costeggiarla. Poco tempo dopo partì anche

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Lendelin con Mel e Ronilis. Il Grande Re con i due elfi si diresse verso sud, con l’intenzione di andare a cercare i Numenal nel Regno dei Druidi. Giunto a Minaran, Lendelin s’imbarcò sulla prima nave verso l’isola di là del Mare Interno. I suoi occhi caddero sul mare torbido, ma non volle interpretarlo come un cattivo presagio. Poi fissò l’oriente, speranzoso in un aiuto da quelle terre lontane. Nel Minar rimasero i re dei regni e l’elfo dal lungo occhio, così come aveva detto la Profezia. Coloro che erano rimasti si accordarono, seguendo un invito del Grande Re, per dividersi i poteri in pari modo. Ognuno di loro aveva pari importanza, dato che le genti erano ora riunite, e ogni decisione era presa assieme, con un voto per ciascuno. Giunti alle Terre di Confine, i mostri continuarono il loro tragitto verso nord, portando con sé la loro carovana. Quelli che morivano erano sempre di più e gli orchi se ne liberavano o nutrendosene o bruciandoli in grosse pile di cadaveri, che ammorbavano il cielo con fumi nauseabondi. Ma la maggior parte dei cadaveri, quelli delle persone che apparivano di più sana costituzione, venivano portati alla figura nera che li faceva vittime di incomprensibili riti e oscure formule. Assieme a questa, se n’era unita un’altra che conduceva i profughi che venivano da nord. Quei cadaveri sottoposti a questo trattamento allora iniziavano a camminare come non morti, comportandosi come servi devoti di quella figura. S’univano alle fila dei mostri, del tutto incoscienti, e iniziavano a trattare i loro antichi cari come li trattavano le altre creature mostruose. Non era un bello spettacolo vedere quei cadaveri riprendere vita, se così si può dire, spinti da forze insondabili. Apparivano però meno perfetti nella loro degenerazione, in confronto agli orchi, agli Uomini Neri e ai mannari, anche se aumentavano continuamente di numero. Alinea pensò comunque che quello doveva essere uno dei poteri dei servi di Gnomanar; corrompere ciò che dal bene aveva ceduto; meditava che, se quelle erano le capacità dei suoi servi, i poteri del loro padrone dovevano essere di gran lunga superiori. Quel pensiero la fece rabbrividire, mentre si faceva sempre più forte il dubbio; dove li stavano conducendo tutti quanti? Di fronte al Minar la desolazione si fece grande, sicché coloro che furono lì lasciati da Lendelin a difesa delle ultime terre del Grande Regno si chiesero che cosa avesse intenzione di fare il Nemico ad

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occidente. Aliturn era scomparso così come era giunto, senza lasciare traccia alcuna e senza dire se sarebbe mai tornato. Alla partenza di coloro che erano stati scelti dalla Profezia, Ledolan e Innioles, assieme agli altri, furono presi da forti dubbi sulle loro capacità di reggere, nella situazione corrente, il peso del comando. A loro era delegata la difesa del Minar, mentre gli altri si addentravano in quella ricerca, la ricerca dei Numenali. Ma che senso avrebbe avuto ritrovare quelle gemme se gli uomini, e poi dopo tutta Arret, fossero caduti? Tale dubbio li angosciava mentre intanto i giorni passavano senza novità da nessun fronte. Io e Colwey proseguimmo nel nostro peregrinare verso nord-ovest. Le terre desolate che attraversavamo ci rendevano insicuri e il timore ci appariva ogni momento con un volto diverso, sicché, qualsiasi cosa vedessimo o qualsiasi ombra ci sembrasse di scorgere, era per noi un potenziale nemico. Mi sentivo sempre osservato, come da qualcosa, una presenza che mi seguiva alle spalle, silenziosa e accorta. Non si mosse mai contro di me, però, questa figura che mi sentivo dietro, e nondimeno la paura che ci prendeva, mi faceva temere ad ogni istante che questa compisse qualcosa, che si manifestasse come una presenza nemica. Le notti erano scure durante il nostro viaggio, e la scomparsa della luna contribuì presto a farci perdere il conto dei nostri giorni di cammino. Né in effetti io e Colwey volevamo tenere quel conto, dato che il nostro scopo era solo ritrovare Alinea, né c’interessavano pietre magiche o quant’altro. Ti sembrerò egoista, figlio mio, ma allora non m’interessavo di nessun’altra persona che di tua madre, e non mi occupavo minimamente della salvezza d’Arret o del Grande Regno. Io non ero Lendelin, che adorava tanto il suo popolo. Non ero neanche Bellig, o Feilon, così legati alla loro stirpe da spingersi fino all’orlo della morte per difenderla. Io ero solo un piccolo ometto che spinto dalla passione si era buttato nel mezzo di una ricerca, forse cercando più la morte che la sua meta, senza vedere realmente i rischi che correva. Accanto a me Colwey. Quel barbaro era più saggio di me, più forte di me, più adatto alle armi e al comando di me (e in effetti ho sempre creduto, e tuttora lo credo, di non essere fatto per essere uno dei signori degli uomini). Insomma era tanto migliore di me: eppure anche lui s’era unito a me, forse per amicizia. Quando però chiedevo perché anche lui avesse intrapreso quella ricerca, apparentemente immotivata, quell’omone alto e possente rispondeva:

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- Perché se no, caro Ewaniwe, chi t’impedirà di morire al primo scontro? E poi anch’io ho perso la mia donna, e so quanto si può soffrire senza di lei; tu poi mi hai donato tutto ciò che ho ora permettendomi di unirmi a te; ora io devo ricambiare un tale favore. - A dire la verità – rispondevo – hai ricambiato il favore già parecchie volte; in effetti, ogni volta che sono sceso in battaglia c’è stato qualcuno a difendermi. Così a Nika fu Feilon e prima ancora fu mio padre, le altre volte tu. Mi chiedo se il mio destino sia veramente quello di impugnare le armi, o quello, che invano ho cercato di costruirmi, di cantare da bardo. Comunque sia, hai ragione, mio caro amico: chi m’impedirebbe di morire se tu non fossi qui? La sera cantavo prima che ci addormentassimo sulla nuda terra: cantavo canzoni di pace, e allora sentivamo come fruscii lontani, e odore d’edera e di fiori. Forse era solo un’impressione, ma ci sembrava che gli Eida ci fossero più vicini quando riappacificavamo il nostro cuore. Allora ci accorgevamo di un’unica stella, sola, che brillava di notte. Era strano, perché ci sembrava che ogni sera quella stella si dirigesse verso di noi, rincuorandoci anch’essa. Sembrava risplendere sopra i piccoli fuochi che accendevamo per difenderci dal freddo notturno e dai mannari che ululavano nella notte. Credevamo che quella stella donasse forza alle fiamme che accendevamo, e negli scintillii di quelle fiamme rivedevamo le splendide luci che un tempo risplendevano di sera. Il Viandante osservava quei due uomini soli, infreddoliti, di sera, e nel profondo del suo animo provava una grande tenerezza. Eppure invidiava il loro destino, perché quando il sonno li avrebbe presi davvero, in qualunque tempo, loro si sarebbero ritrovati, per sempre, alla corte d’Euon. Lui invece, che destino aveva? Era lì, ovunque fosse stato quel lì. Era lì in eterno; aveva visto generazioni nascere e perire. Il suo destino era anche peggio di quello degli eterni, gli elfi che abitano nelle terre d’Arret. Essi almeno, se vogliono, possono raggiungere in ogni momento le terre degli Eida; e, infatti, solo a loro è data la scelta di soggiornarvi finché vogliono e di allontanarsi da quelle se vogliono: a lui invece il fato aveva dato d’essere ovunque e in nessun posto, sempre e mai. Ora seguiva quei due uomini, mentre vedeva contemporaneamente cosa accadeva agli altri scelti dalla Profezia. Non aveva scelta, né gli era dato di decidere. Questo ciò che lui era. Guardava il bardo e il barbaro fissare la stella che unica brillava nel

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cielo. Sapeva che quella stella era chiamata Silin, e conosceva la leggenda che gli elfi crearono su di essa la prima volta che la videro; diceva che era in realtà un’antica eterna, cui sola fu data la vicinanza ad Euon nello spazio infinito. Silin aveva dedicato tutta la sua vita, per prima, alla ricerca di Euon. Era giunta ai piedi degli Eida, nell’oriente oltre il mare, ma neanche la loro vista l’aveva appagata. Così quell’intrepida costruì delle grosse ali con legna cava e cera. Imparò la magia per permettere a quelle ali di volare, e incantatele le mostrò agli Eida. Essi cercarono di convincerla dell’impossibilità di contemplare Euon da vicino per tutte le creature di Arret eccetto loro, fino alla fine dei tempi, quando Gnornak sarebbe tornato e gli Eida l’avrebbero combattuto assieme a quanti fra gli abitanti di Arret si sarebbero uniti a loro. Ma Silin non diede retta a quelle parole e, giunta ai piedi del Grande Lago nelle Terre dei Sogni, l’oriente degli Eida, pronunciò le formule che aveva imparato, e iniziò a battere le ali: le ali iniziarono a volare, e lei con loro. Ben presto l’eterna giunse nei cieli, molto sopra ogni terra d’Arret. Vide il nord, il sud, l’est e l’ovest dall’alto. Vide le Aquile e i Draghi spezzare le nubi sulle terre, fra i mari. Ma poi la cera prese a sciogliersi, quando già lei era là dove l’aria è irrespirabile e le cose sono sempre più attratte da Euon verso l’infinito. Giunse vicina al sole, e il legno delle sue ali s’incendiò. Ma Silin non era più viva per soffrire di quell’immenso calore, ché l’aria rarefatta l’aveva uccisa già da lungo. Così l’eterna vagò nell’infinito per lungo tempo, ardente del fuoco della sua legna. Euon allora ebbe compassione di quella creatura, e accoltala in cielo, ne fece la stella più splendente nel firmamento. Gli elfi dicevano che la stella di Silin, per la costanza di quell’eterna nel seguire il suo obbiettivo, brilla allo stesso modo, più ardentemente, ed è più visibile d’ogni altro astro, ogni qual volta che uomini o elfi, o qualsiasi altra creatura d’Arret, persegue un suo fine con tutta la propria volontà e determinazione. Silin allora protegge questo essere, e veglia nella notte su di lui; con lei, Euon. Il Viandante sapeva che in realtà quella non era una leggenda; sapeva che davvero Silin nella notte dei tempi aveva agognato la vicinanza d’Euon. In effetti, aveva visto quella creatura seguire il suo destino, in ogni suo passo. E Silin era così una sua amica da tempi immemori, e assieme a lui aveva vegliato sulle sorti del mondo. Gli uomini non avevano racconti su quella stella, per questo Ewaniwe non la riconosceva, né ne avevano i nani che vivono fra i monti. Questi, poco abituati alla luce della luna e degli astri, a stento

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riconoscevano la differenza fra la luce diurna e quella notturna, nelle loro case di pietra nel gelido nord, là dove il sole a stento irradia del suo bagliore i campi infreddoliti e l’arida pietra. Silin vegliava ogni notte sui due protetti dal Viandante, e in effetti l’impressione del bardo, che la stella li seguisse, era esatta. Silin, infatti, li seguiva, come un’ombra segue il corpo che la proietta. Ma anche di giorno la stella continuava a vegliare su di loro, quando però il suo potere è minore e la sua vista più difficile, nel mezzo dello splendore del cielo. Giunti nei pressi di quella che un tempo era Tedaran, iniziammo a dirigerci più verso nord, forse sospinti dall’istinto, forse da quella stella che ci osservava ogni sera, forse da qualche altra forza a noi sconosciuta. Orme di passi, non troppo recenti, facevano da contorno alla desolazione. Ululati di mannari ci accompagnavano nel nostro tragitto, e ogni tanto le belve ci assalivano. Allora eravamo costretti o a difenderci con le nostre armi; oppure, quando ci assalivano in gran numero, fuggivamo, cercavamo un rifugio, un albero o qualsiasi altra cosa in posizione elevata, su cui non ci potessero raggiungere. Quando capitava di uccidere una di quelle belve, le davamo subito fuoco, perché Colwey aveva appreso da genti che abitavano nei pressi delle Terre Inesplorate, là dove prima che tutto cominciasse quelle creature erano confinate, che ogni creazione di Gnornak era capace di riprendere vita per il potere dei servitori dell’Oscuro, se il suo cadavere non fosse stato distrutto. Io non ho mai visto un mannaro tornare in vita, però ho conosciuto i poteri dei servitori dell’Oscuro, e ti assicuro che è possibile siano capaci di tali imprese. - Però ora mi rendo conto d’una cosa…non credo d’averti mai detto chi fu Gnornak. Ewaniwe guardò suo figlio in volto. Nelian fece cenno di no con la testa, però rispose: - Gnornak era il padre di Gnomanar, giusto? Colui che fu sconfitto nelle prime due Grandi Battaglie, non è così papà? - Esatto, ma come hai saputo queste cose? - I miei maestri mi hanno parlato di quelle battaglie; però nessuno mi ha mai raccontato la storia che mi stai narrando tu, papà. - Nessuno te l’ha mai raccontata per ordine mio, Nelian, e ora è tempo che io riprenda la mia narrazione.

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Aliturn giunse di fronte alla reggia alle pendici di Lingua di Fuoco. Il vulcano, l’unico di tutta Arret, era in perenne eruzione. Colate di lava scendevano dalle sue bocche, giungendo fino alla piana sottostante, e continuando a scorrere in essa per ampi tratti, fino a fendere poi la terra nera e a nascondervisi dentro. Tutt’attorno alla reggia le colate laviche si allargavano, passando ai fianchi dell’edificio. L’edificio non veniva però toccato dalla lava. Vedette di Uomini Neri stavano ad ogni torre e schiere di cavalieri su cavalli neri nel cortile interno, ampio, infinito, scuro come la notte circostante. Aliturn s’addentrò all’interno della reggia: piccole fiaccole stavano alle mura, anch’esse nere e con appendici mostruose a sorreggere le fiamme. Un tappeto rosso sangue per terra indicava la via verso la sala del trono. Ogni creatura che vedeva quel Veida s’allontanava da esso come schifata, emettendo grida e suoni striduli. Un’immensa porta si poneva di fronte al vecchio custode della biblioteca nel Tedar. Fregi in basso rilievo la ornavano, barocchi nella loro forma, barbari nella loro mancanza d’armonia. La porta, molto più alta del Veida, era rossiccia, come di color ruggine, con due enormi battenti a forma d’otto, rotto però nel cerchio inferiore. Quando Aliturn spinse i battenti, la porta gli si aprì di fronte, per mano di creature all’interno della sala. Non appena fu dentro, Aliturn si trovò ai lati cinque Stregoni Neri, quattro posti simmetricamente ai suoi lati, uno di fronte a lui. Dietro al quinto, il braciere sacro di Gnomanar, che alimenta i fuochi di Lingua di Fuoco, e poi, il trono; sedutovi sopra, il signore della reggia. Il trono era preceduto ancora dal tappeto di prima, che si ornava nei suoi pressi di rivoli dorati. Il trono, enorme, con fodere in pelle e braccioli in oro, era imponente per la sua bellezza, ma emanava come qualcosa di oscuro. I braccioli a forma di teste d’uccelli, avevano un’appendice, come d’un getto che usciva dai becchi di quelle bestie. Ai lati del trono due enormi quadri. A destra, una raffigurazione incredibilmente cupa della reggia, con massiccio dietro di essa l’enorme vulcano. L’altro quadro era ancora più strano. Un’immensa tela, completamente nera, con una sola fiamma nel suo centro. Nient’altro in quella tela. Sul trono l’Oscuro Signore. Una mano reggeva il volto cupo, la corona di corni che pendeva sulla fronte: il corpo seduto, scompostamente, un po’ spostato verso destra. Gli occhi rosso sangue sfavillavano, più delle torce semispente tutt’attorno alla sala. La luce di quegli occhi si volse verso il Veida, mentre questi prendeva a parlare:

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- Gnomanar, sono qui per fare l’ultimo tentativo di riportarti alla ragione. L’Oscuro Signore, rizzatosi sul trono, si fece sorridente in viso. Un sibilo uscì dalla bocca, mentre gli occhi sfavillarono nello scuro: - Gnomanar, rinunzia ai tuoi piani; sai benissimo che l’esito ultimo potrà essere solo il fallimento: sai che per ogni tuo successo arriverà in seguito una sconfitta ancora maggiore. Non cercare la tua distruzione, non portare la discordia, un tale sconvolgimento, su Arret. Il sorriso di Gnomanar si trasformò in una grassa risata. Sollevatosi dal trono, si avvicinò al Veida. Imponente nella sua altezza, due volte più alto di Aliturn, gli si pose di fronte. Si voltò verso il trono su cui prima era seduto e proferì verbo: - Veida, perché sei venuto? Guardati attorno. Non una luce risplende che venga dal cielo, ma solo fuochi, che io ho appiccato. Dal mare non giungono aiuti per coloro che invano vuoi difendere. Credi davvero che dovrei fermarmi, perché tu, qui, solo ed inerme, mi implori di farlo? Tu dici che il mio destino è la sconfitta: ma cosa mi può sconfiggere? Non gli uomini, né gli elfi o i nani. In realtà tutto presto sarà mio dominio, né mi fermerò, finché anche le terre oltre gli oceani non saranno mie. Vai ora, e riferisci questo ai tuoi pupilli. Presto la loro casa sarà solo cenere, e di loro non rimarrà che il ricordo. Tornò a sedersi sul trono, ma poco prima che lo facesse, Aliturn rispose: - Ciò che tu dici ora, lo disse un tempo tuo padre. Ma come tuo padre, tu cadrai, ché nulla dura in eterno per le leggi d’Euon, e ciò che ora è grande, presto non sarà che rudere. E ricorda che ciò che ha sconfitto tuo padre, sconfiggerà anche te. Presto i Numenali spegneranno il braciere che i tuoi schiavi difendono inutilmente. Pensaci! Non tutti coloro che errano sono perduti! Pentiti e sarai perdonato… L’Oscuro Signore si voltò ringhiando. Sbraitando e senza far caso all’ultima parte della frase, disse: - I Numenali! Nulla potranno quelle pietruzze se saranno in mano mia! Sibilò quattro nomi e i quattro Stregoni Neri posti simmetricamente nella stanza gli si vennero ad inginocchiare innanzi. Non appena furono di fronte a loro, urlò: - Andate, portatemi quelle gemme, o non fate ritorno a questa reggia! Gli Stregoni corsero fuori dell’aula, mentre Gnomanar tornò a guardare il Veida. Fissatolo per un attimo, si voltò nuovamente, sentenziando: - Vedremo come i tuoi miserabili discepoli potranno trovare i Numenali!

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Ora non hanno davvero speranza! Va via, prima che ti riduca in cenere assieme al tuo servetto! Si sedette sul trono e scoppiò in una lunga risata agghiacciante, mentre Aliturn si allontanava dalla stanza con sguardo profondo come il cielo, impassibile, e con passo silenzioso. Il Viandante rimase, ancora pochi istanti, in quella reggia, fissando gli occhi di Gnomanar; vi lesse come un accenno di malinconia, malcelata dalle infinite arti dell’Ingannatore. Poi scomparve per ritrovarsi altrove.

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II Aqua

Bellig, Feilon e Luia intrapresero il loro viaggio verso nord. Erano partiti anch’essi per la ricerca dei Numenali, e fra di loro, secondo Aliturn, c’era uno dei futuri portatori. Dall’accampamento si diressero verso settentrione, in direzione del Lago Maggiore. Il Lago era il più grande di tutta Arret, delle dimensioni di un vero e proprio mare. Separava da nord a sud i territori del Grande Regno, da quelli abitati dagli elfi, eccezion fatta per il Minar che si trovava giusto a meridione del lago. A nord, oltre le acque, vivevano i nani, fra cui già una volta Bellig era stato inviato da Lendelin per un’ambasceria: fra le acque del lago, il Ducato. Questo era composto da cinque isole, come ben sapeva Alinea che vi aveva abitato, ma soltanto quattro di queste abitate; quella più densamente popolosa, però, era solo una, quella centrale, l’isola chiamata Hena. L’Isola dei Morti, quella più a sud, era disabitata. Lì vi trovò la morte un grosso numero di Tedariani durante la Seconda Grande Battaglia, fuggendo da Gnornak, padre di Gnomanar. Gli abitanti delle isole vicine, riferivano che alla sera, lì, si potessero udire i Tedariani lamentare il loro passato e la loro morte prematura. Giunti alle rive meridionali del Lago di sera, Bellig, Feilon e Luia si accamparono. Le acque erano una immensa distesa, una enorme tavola piana e scura, splendente di un'unica stella un po’ ad ovest. Montate due tende, una per Bellig e una per Feilon e Luia, i tre s’affrettarono a mangiare accanto ad un fuoco, e poi si trovarono nel silenzio della notte, soli. Non era la prima notte che passavano così da quando erano partiti, e pure ogni sera non ci facevano mai l’abitudine; una certa inquietudine calava su di loro. Colui che ne soffriva di più era Feilon, certo un brav’uomo, ma non di animo così dedito alla meditazione e alla contemplazione. Bellig invece ogni sera si chiudeva in se stesso, nei suoi pensieri, senza quasi far caso

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alla situazione in cui si trovava, né al sentimento dei suoi compagni. Luia, come una via di mezzo fra i due, riusciva a rimanere serena, anche se non comprendeva e non voleva conoscere le riflessioni del saggio, e nello stesso tempo cercava di risollevare il morale del suo compagno di vita. Ma ogni sera il malessere del generale di Lendelin aumentava, sempre più stizzito dai silenzi di Bellig; non aveva però il coraggio di interromperlo mentre era immerso nei suoi pensieri. Ma quella sera Feilon non resistette, e chiese una cosa che gli passava per la mente in quel momento, una qualsiasi, pur di fare parlare e di distogliere il compagno di viaggio: - Bellig, amico mio, ho una domanda da porti; cosa pensi del comportamento di Ewaniwe e Colwey? Bellig, molto più vigile di quanto i suoi compagni credessero, rispose: - Cosa intendi? - Beh, non ti sembra irresponsabile ciò che sta facendo Ewaniwe, e con lui Colwey? Voglio dire, nella situazione attuale, disubbidire a Lendelin… - Sai benissimo che Ewaniwe è un mio amico e non posso criticarlo. E poi, mettiti nei suoi panni; se ti avessero separato da Luia non saresti corso a cercarla? - Hai ragione Bellig, sarei corso anch’io a cercare Luia; però, in questo momento così difficile… - Feilon, perché mi chiedi di giudicare Ewaniwe? Comunque, ti insegnerò una cosa che un giorno mi disse il mio maestro Baurin, e poi tu mi dirai se sei d’accordo. Noi uomini, sosteneva Baurin, abbiamo la tendenza a giudicare ogni cosa. Così quando vediamo un oggetto lo giudichiamo secondo i nostri canoni di bellezza, che non corrispondono per forza a quelli degli altri. E alcuni sostengono che esista una bellezza assoluta; io non ti so dire se questa davvero esista, perché se davvero esiste, essa non è alla portata della mente umana: noi conosciamo solo le bellezze relative, soggettive. Allo stesso modo, quando osserviamo le azioni dei nostri vicini, le giudichiamo secondo la nostra morale: ma anche la nostra morale è relativa, appunto perché nostra. Ciò che c’è di assoluto è l’orrore per tutto ciò che tende a distruggere l’umano; ma questa legge morale non si occupa dei casi intermedi, per cui l’uomo ha stabilito le leggi. Ora, le azioni di Ewaniwe si pongono nel campo di quest’ultima morale, quella governata dalle leggi. Ma se esiste una legge che imponga di andare alla ricerca dei Numenali, io non la conosco:

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inoltre, anche se esistesse in alcune parti del nostro regno, questa potrebbe non esistere in altre ancora: ragione per cui essa si dovrebbe ascrivere al campo della morale relativa. Ma se le azioni di Ewaniwe e Colwey si devono ascrivere a questo campo, che modo abbiamo noi per giudicarle secondo il loro punto di vista? Semplicemente noi non possiamo, quindi dobbiamo giungere alla conclusione che qualsiasi azione vada posta nel campo della morale relativa sia ingiudicabile per chi creda nel vero giudizio umano. Ciò non vuol dire che le leggi siano inutili, perché queste mantengono l’ordine che un popolo s’è dato. Ma bisogna considerare che queste, quando non riguardano la morale assoluta, sono delle mere convenzioni, e vanno trattate come tali. Bisogna ubbidire ad esse, ma considerare anche che il giudizio dato per loro tramite può essere sbagliato. - Sì Bellig, hai ragione; ma in questo caso Ewaniwe non sta andando contro quella tua morale assoluta, causando una possibile sciagura per il suo popolo? Bellig tagliò corto: - Feilon, ascolta ora questo; un’altra volta Baurin vedendo l’assemblea raccolta in giudizio, pronta a decidere sulla pena per un imputato, si accostò al mio orecchio, ché anche noi eravamo in quella giuria; il mio maestro mi chiese che cosa pensassi io. L’imputato era evidentemente colpevole, così io dissi che andava condannato. Allora Baurin, sospirando mi chiese quanti di coloro che erano nella giuria, erano secondo me privi di qualche colpa. Ci guardammo attorno e iniziò ad elencare una serie di colpe, anche minuscole, che ciascuno poteva aver compiuto, parlando anche di me e di se stesso. Finito l’elenco mi chiese di nuovo cosa pensassi dell’imputato, se avevo il coraggio di condannarlo perché aveva compiuto una colpa, quando ciascuno di noi nell’assemblea nascondeva le proprie. Fui interdetto nella mia risposta, sicché giunse il nostro turno per dare il nostro voto, di colpevolezza o innocenza. Tutt’e due ci astenemmo, e alzatici dalle panche su cui eravamo seduti, ci allontanammo dall’assemblea, io seguendo il mio maestro. Ciò che sto cercando di spiegarti, Feilon, e che ciascuno di noi è colpevole, in qualche sua parte, e che è per noi ipocrita condannare le colpe degli altri senza purgare le nostre, guardando tutto dall’esterno: ognuno è colpevole dinnanzi agli altri, che lo voglia o no, e la saggezza sta nel comprendere e nell’accettare questa condizione. Pensa piuttosto a migliorare te stesso, a conoscerti, invece che perdere tempo a giudicare

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le azioni altrui. E poi, non hai udito Aliturn? Se fra quei due si trova uno dei portatori, non temere, i Numenal verranno trovati. A noi uomini è dato di scegliere, con il nostro comportamento, il momento e il luogo, il modo, forse, in cui si svolgono i casi della nostra vita. Ma essi sono già decisi. Ricorda che su di noi, persino sugli Eida e i Veida, persino su Gnornak, si muove un’altra potenza. E il suo giudizio è sempre l’ultimo. Feilon stava per replicare alle parole del saggio, quando Luia lo fermò e intervenne: - Bellig, hai perfettamente ragione. Perdona questa testa dura, se ancora insiste, con le sue domande, a farti perdere tempo. È che la malinconia ci prende per il viaggio, la lontananza da casa e la tristezza della situazione. Ma ora forse conviene a me e al mio compagno di andare a dormire, e di lasciarti alle tue meditazioni. I due si alzarono e si ritirarono verso la tenda. Prima che entrassero però, Bellig disse loro: - La malinconia è una cattiva compagna di viaggio, anche se naturale. Non la considerate come una vostra amica da seguire fedelmente, ed evitate che essa diventi qualcosa di peggiore, frutto della Corruzione da occidente. Chiuse così il discorso e rimase davanti al fuoco, ritornando ad immergersi nei suoi pensieri Feilon e Luia si ritirarono all’interno della loro tenda, e in fretta, per la stanchezza, si assopirono. Rimasto solo, Bellig meditava: i suoi pensieri erano molto meno astratti di quanto Feilon credesse. Pensava che presto sarebbero giunti ad Aqua, dove sperava di trovare, almeno, notizie, su dove si potessero nascondere i Numenali. Il fuoco si faceva sempre più piccolo, così lo dovette alimentare con un po’ di legna raccolta quando si erano accampati. Il legno iniziò a scintillare sopra al fuoco, emettendo fumi che giungevano alti nel cielo. Osservò il fumo che si diradava veloce nella notte, pensando che, in fondo, assomigliava un po’ alla loro condizione di esseri umani. Di fronte, le acque del lago, immobili e placide. Tutt’attorno la quiete, come se la lotta fosse lontana da quel luogo, remota. Pensò che gli sarebbe piaciuto vivere in pace in una terra come quella su cui ora meditava, e che, se un giorno, gli fosse stata concessa una simile occasione, sarebbe venuto ad abitare proprio vicino a quel lago. Dall’acqua saltò fuori un pesce, schizzando un po’ attorno. Quel movimento sulla cresta immobile del lago lo fece discendere dalle nubi di quelle immagini nella sua mente, e ritornare alle necessità attuali.

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Ripensò ancora un po’ al viaggio, alle parole di Lendelin, su cui rifletteva ogni sera; poi avvertì il sonno sulle sue membra. Rinvigorito ancora un po’ il fuoco, si ritirò nella sua tenda e calò sulle sue palpebre un sonno profondo, tanto quanto l’insondabilità dei suoi sogni. I quattro Stregoni Neri inviati da Gnomanar cavalcarono sui loro destrieri grigi. Sul muso delle bestie, copricapi ornati di colore nero come la pece. Un lungo manto nero li avvolgeva mentre cavalcavano veloci sui loro cavalli, e il vento faceva ondeggiare i mantelli, facendoli apparire ancora più lunghi di quanto erano realmente. Gli occhi sfavillavano di luce propria, come famelici di sangue. Cavalcarono per la piana del Regno Nero, giungendo sino alle soglie di Bosco Scuro. Il bosco, nero e malefico, si stagliava di fronte a loro, con i suoi cupi abitanti. Fermatisi di fronte ad esso, i quattro emisero un richiamo acuto; dal profondo silenzio di quel lugubre luogo un frastuono scomposto si sollevò alto. Il frastuono continuò mentre attraversavano veloci quella foresta, finché, usciti, non si spense così come era nato. Fuori da Bosco Scuro, i quattro tornarono a fermarsi nuovamente: i destrieri nitrirono furiosi, desiderosi di cavalcare veloci. Scambiatosi un veloce sguardo di intesa, gli stregoni si divisero, uno prendendo la via del sud, un altro cavalcando veloce verso nord; gli altri due, separandosi, solcarono le terre ad occidente, uno andando più a settentrione, l’altro continuando in linea retta. Così si sparsero per Arret, recando il loro Terrore ed il loro odio fra le genti. Il mattino dopo Bellig riprese come se niente fosse accaduto il suo viaggio assieme a Luia e Feilon. Continuarono ad attraversare la catena montuosa chiamata di Boror, ma ben presto ricominciarono a viaggiare verso nord. Usciti dai monti, si trovarono di fronte solo la vasta piana che poco più a nord era abitata dagli elfi. Ma la loro meta era un’altra, la città di Aqua, poco più a sud del confine con il Lovar, posta sul Lago Maggiore. Giunti alle porte della città, fu chiaro anche a Feilon e Luia, oltre che a Bellig, che lì avrebbero iniziato la loro ricerca. Di fronte alla porta della città, un Minariano chiese loro di farsi identificare. Bellig spiegò chi fossero lui e i suoi compagni, e mostrò i sigilli del Grande Re affidatigli da Lendelin. Il Minariano, mortificato per non averli riconosciuti, domandò loro scusa dicendo che aveva ordine di controllare l’identità di chiunque desiderasse entrare nella città. Alle

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parole del Minariano, Bellig rispose: - Non preoccuparti, ché i tempi sono quelli che sono e in ogni momento c’è bisogno di stare all’erta. Rincuorato il guardiano, i tre s’addentrarono nella città. Bellig era già stato nella città, quando era stato mandato ambasciatore presso i nani, così proseguiva velocemente per le vie. Feilon e Luia invece erano spaesati fra quelle mura sconosciute, e titubanti sul perché Bellig li avesse voluti condurre lì. Quando Luia espose i suoi dubbi, Bellig, senza voltarsi, lui che procedeva davanti agli altri due, fece: - Ora vi mostrerò una delle cose più incredibili che si trovano nel Grande Regno, e capirete perché spero che i Numenali si trovino qui. Continuarono ad attraversare la città, fino ad arrivare nella parte occidentale. Qui il Lago Maggiore si poneva di fronte a loro, e su di esso un porto, fornito, ma tutto sommato abbastanza consueto. Bellig però non si fermò lì, ma li condusse invece presso un edificio che dava proprio sul lago. Era un edificio molto alto e sontuoso, con mura color avana. Delle scalinate conducevano all’entrata, posta abbastanza in alto, circa a tre metri d’altezza sul resto della città: entrarono nell’edificio, la cui soglia non era protetta da porte, e si trovarono di nuovo a percorrere scalinate, però in senso discendente. Scesero parecchio verso il basso, probabilmente per una cinquantina di metri, finché non si ritrovarono in una stanza spoglia e priva d’arredamento, ma molto ampia e ben illuminata. Varcata la soglia di quella stanza, Feilon e Luia si ritrovarono senza parole. Al di là della stanza, una nuova, immensa città sotterranea si allungava sotto il lago, e mura di vetro facevano trasparire il fondale tutt’attorno alle vie. Negozi intorno erano esaltati da quella splendida cornice, e mercanzie di ogni genere sopra i banconi, facevano bella mostra di sé di fronte agli increduli Luia e Feilon. Luia si lasciò scappare un’esclamazione: - Questo posto… questo posto è fantastico! È il luogo più ricco che conosca! Feilon si voltò verso di lei e le sorrise. Davanti, anche Bellig si voltò, ma non ebbe apparentemente alcuna reazione emotiva. Proseguirono seguendo il saggio che s’incamminava sicuro, né Feilon e Luia chiedevano alcunché alla loro guida, ché erano troppo presi ad osservare mercanzie da ogni luogo. Sui banconi, vesti provenienti dalle terre degli elfi ad oriente, sgargianti nei colori; e poi gioielli dei nani, sontuosi e possenti, ma allo stesso tempo finemente lavorati. Su altri banchi

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v’erano le invenzioni degli gnomi, assurde e surreali, oltre che spesso, non funzionanti. Altrove i prodotti artigianali dei Timber, oppure i frutti dei raccolti provenienti dal Regno dei Druidi. Su di un banco poi, uomini albini vendevano povere merci, provenienti come i loro venditori dalle terre abitate dai barbari, quando ancora la furia ceca degli orchi non le aveva devastate. In ogni direzione si scorgevano uomini che vendevano mercanzie più o meno preziose: ma ogni cosa appariva ricca e sontuosa in quel mercato delle meraviglie. Le grida dei venditori potevano assordare un orecchio non abituato, mentre clienti da ogni luogo di Arret erano intenti ad acquistare ogni singolo oggetto. A Feilon e Luia sembrava impossibile che potesse esistere un luogo del genere nel Grande Regno, ma evidentemente, sempre che non stessero sognando, Bellig li aveva proprio fatti ricredere. Poi però il saggio dovette distoglierli dal loro stupore, non appena giunsero di fronte alla bottega di un piccolo mercante di gioielli. Entrarono nel negozio, una stanza umida e poco illuminata, dove ogni muro era ricoperto nel vero senso della parola di gioielli d’ogni tipo. Appena furono dentro, un omino vecchio e raggrinzito, magro e tarchiatello, con radi capelli brizzolati sulla nuca li accolse festosamente: - Bellig, da quanto tempo; cosa ti serve? L’omino parlava unendo le lettere, come se gli mancassero parecchi denti. - Zion Anig, vedo che persisti ancora nei tuoi “commerci”. Bellig fece come se conoscesse il mercante, e in effetti dopo riferì a Feilon e a Luia che l’aveva conosciuto quando era andato ambasciatore fra i nani: - Dimmi, in cosa ti posso servire? - Sto cercando i Numenali, tu sai dove trovarli? L’omino rimase sbigottito dalla richiesta. Dopo qualche attimo di stupore si riprese e disse: - I Numenali? E che cosa te ne devi fare? Comunque non so proprio come aiutarti, cioè, tutt’e tre i Numenali… Bellig s’avvicinò al mercante con passo lento, e con un sorriso tirato sul volto riprese il discorso: - Zion Anig, non mentirmi…sono sicuro che tu sai qualcosa…. Feilon, capita la situazione, s’avvicinò anch’egli, fingendo di brandire la spada che aveva con sé. Il mercante, impaurito, balbettò qualche parola: - Aspettate…non siate avventati…non c’è ragione…. È vero, potrei

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sapere qualcosa; ma che ci guadagno a dirvela? Uno sguardo malizioso apparve sul viso di Zion Anig mentre diceva queste parole e giochicchiava fremendo con le mani. Bellig guardò Feilon e i due s’intesero; poi il saggio rispose: - Zion, sai chi è quest’uomo che è qui con me? Il mercante fece cenno di no, e Bellig riprese: - Lui è Feilon, generale del Grande Re, uno dei suoi migliori soldati. Mi auguro che tu non voglia rischiare di essere arrestato da lui per i tuoi “commerci”, o peggio ancora, incorrere nella sua ira. Sai, sa essere spietato quando s’arrabbia. Il mercante fu colpito da quelle parole, sia dalla prima parte del discorso che dalla seconda, e così accompagnò Bellig e gli altri due nel retrobottega, fatto loro cenno di seguirlo. Accomodatisi nel retrobottega, disse: - Bellig, non vorrai mica rovinarmi? Ti sembra il caso di parlare così liberamente di come si svolgono i miei commerci? Ad ognuno il suo lavoro. Comunque vi ho condotto qua dietro perché i Numenali sono dei beni molto preziosi, e in questa città anche le mura hanno orecchie. E voi, suppongo, non volete che qualcun altro vi accompagni nella vostra ricerca, giusto? Bellig fece cenno di tagliar corto: - Io d’altro canto non so dove si trovino tutti i Numenali, ma ti posso dire dove puoi trovare quello rosso, o almeno dove si dice che si trovi. Secondo i miei informatori, e tu sai quanto essi sono bravi nel loro mestiere, quella pietra si trova fra le aule di Mur, re dei nani del Dwaralar, della casata dei Mor, discendenti di Intorin. I miei stessi informatori avevano intenzione di impadronirsi del Numenale assieme agli altri tesori di Mur, ma una ferrea sorveglianza impedisce di trafugarlo, né quel taccagno lo tratta per un qualsiasi compenso. Per quanto riguarda gli altri Numenali, non ti so dire nulla, anzi, ti posso dire che non si trovano nel Grande Regno, né fra i nani. Tutto quello che ti ho detto ti basti, e ora invece tu dimmi a che ti servono i Numenali. Bellig, udite le notizie sul Numenal rosso, rispose alla domanda del mercante: - Zion, tu tratti i gioielli per puro guadagno, e questo è il tuo mestiere. Ma io sono alla ricerca dei Numenali per altri motivi. Sicuramente saprai che gran parte del Grande Regno è caduto sotto i colpi del Nemico – Zion annuì con la testa – e ora siamo alla ricerca di quelle pietre per

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tentare di risollevare le sorti delle nostre terre, e, assieme di tutta Arret. - Capisco. Mi spiace di non poterti dare altro aiuto, e spero che tu porti a termine la tua missione, o non avrò altri clienti da frodare! Ora però perdonatemi, ma devo tornare ai miei affari. Sapete, il denaro non aspetta! Così dicendo li fece uscire dal retrobottega e li accompagnò davanti al bancone. Poi, rivolgendosi a Luia, disse: - Ma lei, bella signora, è proprio sicura di non voler nessuna delle mie mercanzie? Guardi qua, ho le più belle pietre preziose di tutta Arret! Zion iniziò a mostrare alla donna armadi ricoperti da splendide pietre preziose. Gli occhi di Luia luccicarono dal desiderio di averne qualcuno. Feilon, osservato il volto della propria amata mentre fissava una di quelle pietre sugli scaffali, stava per chiedere al mercante quanto costasse, ma fu interrotto da Bellig: - Grazie mille Zion, il tuo aiuto è stato prezioso, e del resto, se non ci hai detto la verità, sapremo come provvedere. Feilon, Luia, dobbiamo incamminarci in fretta e non abbiamo tempo da perdere. Forza, muovetevi! Bellig condusse fuori dal negozio Feilon e Luia e poi velocemente li fece uscire da quella città mercato sotterranea, esclamando: - Allontaniamoci il più in fretta possibile da questo covo di matti! Luia rimase a lungo con l’amaro in bocca; quel suo desiderio irrealizzato le dava il tormento, così, tornati sopra il livello dell’acqua nella città sotto il sole, chiese al saggio: - Bellig, perché questa città ti da tanto fastidio? Sembrava tutta gente industriosa e dedita al loro lavoro? Che c’era di male nel regalo che Feilon voleva farmi? - Luia – il saggio si fermò per risponderle – tutto ciò che vedi in questa città è falso. Non intendo dire che ciò che si vende qui siano dei vili falsi, ma intendo che le persone che commerciano qui sono false. Ognuno qui si occupa solo del proprio interesse e guadagno, né interessa a qualcuno ciò che accade fuori da questa città. Ad esempio, hai visto prima Zion; era interessato a che portassimo a termine la nostra missione solo per poter guadagnare ancora. Non gli interessava niente della sorte di Arret! Se il Nemico gli permettesse ancora di commerciare, lui accetterebbe anche di essere un suo schiavo! E non pensare che sia l’unico così, perché anche se Zion è il mercante più importante d’Aqua, anche gli altri nel loro piccolo sono come lui. E poi ciò che vendono è

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solo vanità. Tutto ciò che puoi vedere qui è vanità, il mercato dei ricchi che hanno interesse a mostrare la loro ricchezza. Le pietre e i gioielli che si vendono qui, sono solo vanità di vanità. Tutto qui è vanità di vanità, e ogni sfoggio che si fa, arrogante e smisurato di se stessi, ogni cosa è vanità. Così parlò Bellig, e riprese a camminare. Giunsero dove li aveva accolti tempo addietro il guardiano Minariano. Li salutò cordialmente, ed essi risposero allo stesso modo. Usciti dalla città ripresero di nuovo il loro viaggio, continuando a procedere verso nord. Dietro di loro, la città sotto il lago, la città delle meraviglie e dei mercanti, Aqua, rimaneva immobile e indifferente alla loro partenza.

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III Nell’Isola dei Druidi

Mel e Ronilis apparivano più sereni sulla nave che li stava conducendo, assieme al Grande Re degli uomini, Lendelin Eidur, nel Regno dei Druidi. Il Mare Interno era agitato, e le acque apparivano torbide, mentre nubi di tempesta sembravano addensarsi sopra le onde. Lì, Lendelin fissava costantemente le acque e il vuoto, perso nei suoi pensieri. I due elfi, resisi conto della situazione, cercarono di distrarre il Grande Re; mentre anche loro fissavano il mare, chiesero: - Lendelin, conosci la storia del vostro più famoso marinaio, Ellinor del Rogan? Lendelin, ripresosi dai suoi pensieri nefasti, rispose all’interrogazione dei due: - Si la conosco, perché me lo chiedete? - Perché fra gli elfi si raccontano tante storie su quest’uomo, e vorremmo sapere da te quale è la verità sulle sue azioni, se la conosci e hai volontà di narrarcela. - Ebbene – Fece Lendelin – Ellinor fu uno degli uomini più illustri della sua generazione, e grandi erano le sue ricchezze e i suoi mezzi, sicché poteva vivere nell’ozio e non era affaticato dalla piaga del lavoro. Eppure, malgrado la propria condizione privilegiata, Ellinor non era appagato, e sempre si sentiva bramoso, ardente di un desiderio che neanch’egli sapeva spiegare. Si da il caso che Ellinor possedesse delle navi, le più belle, sicure e veloci che mai uomo abbia costruito, inferiori solo alle vostre; ma si racconta che potessero rivaleggiare anche con esse. E allora Ellinor si diede alla navigazione, lasciando le proprie ricchezze ai propri familiari che non vollero venire con lui. Sulle sue nere navi Ellinor solcò ogni mare conosciuto, approdò ad innumerevoli porti, superò tempeste e mostri marini, ma mai riuscì a giungere oltre l’Oceano delle Cascate; era però convinto che molto più a sud dell’isola ora abitata dai druidi, lì, finissero le immense cascate che proteggono le

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Terre dei Sogni e il passaggio alle acque che circondano quelle terre fosse praticabile. Ma dopo aver molto navigato, giunse il tempo in cui lo prese la voglia di rivedere la casa, ed erano passati innumerevoli anni da che s’era allontanato dalla sua terra, cosicché tutti credevano ormai che egli fosse morto in qualche sciagura sul mare. Giunto di nuovo nel Rogan, trovò così che i propri familiari avevano dilapidato tutti i suoi beni, e i propri cari, dimentichi di lui, s’erano costruiti nuove famiglie. E in effetti causa della sua colpa fu egli stesso, che per così tanto tempo era stato lontano da casa, né aveva avuto cura della propria famiglia e di chi un tempo gli aveva voluto bene. Ellinor rimase solo, senza beni, solamente con le sue navi, senza ciurma alcuna, ché i marinai degli antichi viaggi lo avevano anch’essi abbandonato, ormai vecchi, per aspettare serenamente la morte. Per sopravvivere Ellinor dovette vendere molte delle sue navi, e alla fine gliene rimase una sola, quella che amava di più, chiamata Alitra; quel nome vuol dire “la nave d’oro e d’argento”. Visse per lungo tempo su quella nave, ormeggiata nel golfo di Lolin, curandola egli stesso, come l’unica cosa che gli fosse rimasta al mondo, come in effetti era. Mentre viveva così, accadde che Gnornak attuò una seconda volta i suoi piani immondi di conquista, e tutti gli uomini furono in fermento. Nuovamente lo prese la brama di solcare i mari, ancora alla ricerca delle Terre dei Sogni. Ma non solcava i mari perché era privo di ciurma. Poi venne a lui Alton, il mago vincitore di Gnornak. Anch’egli desiderava raggiungere le Terre dei Sogni, e lì poter così chiedere aiuto agli Eida; ma coloro che conoscevano i passaggi che conducono in oriente erano tutti morti, e grande era il pericolo che correva tutta Arret. I due giunsero ad un accordo, e così Ellinor ebbe la sua ciurma, e Alton e il manipolo che guidava ebbero il modo di cercare l’oriente. Ellinor veleggiava fiero, ora, e sicuro sopra Alitra, e il suo equipaggio, composto dai più valorosi di Arret, era di grande aiuto durante la navigazione. Alton però premeva per dirigersi direttamente verso oriente, e lì, sicuro che gli Eida li avrebbero accolti, era convinto che in un modo o nell’altro avrebbero superato l’Oceano delle Cascate. Ellinor invece voleva tentare la via del sud, ma alla fine, spinto dalla volontà del suo equipaggio, dovette acconsentire alle richieste d’Alton. Alitra giunse così di fronte alle cascate che separano l’oriente dal resto del mondo. Non appena giunse di fronte a quelle cascate, onde e tempesta accolsero la nave di Ellinor, e la forza della corrente dell’acqua che scendeva dalle cascate si fece più forte; tutto l’equipaggio fu

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sbalzato fuori della nave, tutto eccetto il comandante di Alitra, che rimase avvinghiato all’albero maestro. Passata la tempesta, Ellinor si trovò da solo, nell’oceano, privo d’equipaggio, convinto di aver causato la morte di coloro che dovevano salvare Arret. Il mare era piatto, né un filo di vento soffiava da qualsiasi lato, e la nave rimaneva immobile di fronte alle imponenti cascate. Ellinor rimase così per tre giorni, solo e impaurito, in lacrime per l’accaduto. Al quarto giorno però una zattera s’avvicinò alla sua nave, condotta da un uomo dalla lunga barba ispida e nera, e gli occhi di un azzurro profondo come le acque su cui navigava. L’uomo salì sopra Alitra, rincuorando Ellinor, e disse di tornare nel Rogan, ché aveva visti Alton e gli altri salvarsi presso gli elfi (ma in realtà questi erano giunti presso gli Eida, così come doveva accadere, e la tempesta era stata mandata dai signori dell’oriente per far giungere i prescelti fra loro). Ellinor fu rincuorato in animo, e decise di accogliere l’invito dello sconosciuto. Un vento si alzò da oriente, e condusse la nave senza bisogno di remi: inoltre Ellinor era ormai vecchio, e aveva desiderio di ritornare fra gli uomini. Ellinor, con lo sconosciuto, navigò, ma giunto in vista delle coste elfiche, l’uomo abbandonò Ellinor, tornando sulla sua zattera che era stata portata su Alitra. In vano Ellinor, che s’era accorto della grande forza dello sconosciuto, lo pregava di accompagnarlo fin nel Rogan; infatti, temeva che il vento si placasse, ed egli rimanesse da solo in mare. Allora l’uomo si rivelò per colui che era. Egli era Teon, Eida del mare e signore delle acque. Teon fece un dono ad Ellinor: difatti gli diede in dono, che Alitra, unica fra le navi dei mortali, navigasse da sola verso la sua meta, senza bisogno d’equipaggio né di vento; e inoltre la nave sarebbe stata indistruttibile e avrebbe resistito ad ogni evenienza. Teon abbandonò Ellinor, ordinandogli di tornare nel Rogan, perché non gli era concesso, né lo era a nessun altro, di giungere nelle Terre dei Sogni via mare. Ellinor acconsentì, e, lasciatolo Teon, intraprese la sua navigazione solitaria. Eppure, non aveva compiuto neanche metà del suo viaggio, che dimentico del suo giuramento, tentò di nuovo di raggiungere l’oriente da sud, confidando nelle capacità di Alitra (e queste cose gli uomini le seppero da Alton, che ne venne a conoscenza quando fu fra gli Eida). Ellinor fece il suo nuovo tentativo, inseguendo nuovamente la sua brama, ma una nuova tempesta lo accolse, quando, giunto molto più a sud delle più meridionali terre d’Arret, tentò di viaggiare verso oriente, sperando poi di risalire verso nord. Una nuova tempesta lo accolse, più forte,

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imponente e duratura di quella che aveva sbalzato fuori dalla nave il suo equipaggio. Come previsto per il dono di Teon, la sua nave non fu danneggiata da alcunché. Ellinor però, ormai vecchio, morì di stenti e per la fatica, e non ultima, a causa della tempesta. Alitra rimase così immobile di fronte alle cascate che si trovano anche a sud di fronte all’oriente, e il corpo d’Ellinor incustodito nella nave. Degli aironi giunsero sulla nave, e preso il cadavere, mandati da Teon, volando lo portarono fino ad un’isola sconosciuta ai popoli d’Arret, che è uno dei luoghi preferiti dall’Eida. Lì Teon seppellì colui che era il suo preferito fra gli uomini, sebbene avesse disubbidito al suo comando, e facendo un cenno con la mano, lì giunse anche Alitra, che ancora è ormeggiata e fa la guardia alla tomba del suo capitano. Questa è la storia d’Ellinor il marinaio, così come è stata raccontata da Alton, appresala dagli Eida. Io non conosco cosa voi sappiate fra gli elfi di quest’uomo, ma questa è la sua storia, ed egli non fece mai più ritorno alla sua casa, se mai ne avesse avuta una, ma seguì fino alla morte il suo desiderio e il richiamo del mare. Mel e Ronilis furono contenti di aver udito la storia d’Ellinor, ma ora un nuovo dubbio tormentava il loro cuore, così, dopo qualche istante, chiesero nuovamente a Lendelin: - Lendelin, grazie per averci raccontato le opere d’Ellinor; e ora che ci hai raccontato questa storia, nuove domande s’affacciano nella nostra mente. A dire la verità, ciò che vorremmo udire spiegato da te, è ciò che nessuno degli elfi capisce dell’animo degli uomini. Perché voi uomini vi affaccendate tanto in imprese vane, e nel vostro bramare sembrate più simili all’Oscuro Signore, che agli elfi cui per il resto tanto assomigliate? Questo dubbio da sempre è fisso nella mente degli elfi, né riusciamo a capire il vostro comportamento, ma sempre ci affatichiamo senza risultato. - Vedete – rispose Lendelin – a voi è data l’immortalità, ed in questo gli elfi sono realmente diversi dagli uomini. Voi conoscete solo parzialmente il dolore della vecchiaia, il veloce consumarsi della vita. Voi, così dite, non morite, se non per ferite, oppure acquisite una vita mortale per degenerazione, e per questo vi tenete lontani da tutto ciò che vi può causare questo male. Ma per l’uomo, l’unità di misura del tempo è la morte, e per ciò ci affaccendiamo alla ricerca di qualcosa che ci appaia come una nostra conquista eterna, che sia la fama o quant’altro. La vita dell’uomo è breve, e presto scappano via le forze. Così, impauriti

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dall’impossibilità futura d’agire, inseguiamo affannati i nostri sogni, come miraggi lontani e inconquistabili. - Si, ma spesso anche vi procacciate la morte. È soprattutto questo che noi non capiamo, come, vivendo così brevemente, desideriate anche che il vostro soggiorno qui sia ancora più corto. - Ma agli elfi, gli Eida donarono parte della loro saggezza, così, se la loro esistenza non è sempre piacevole, essa non è quasi mai ignobile. E poi, rimembra Gwinahindil e i suoi dolori, e forse ci comprenderai un po’ meglio! Per gli uomini, per quelli per cui la morte è un dono, è difficile attendere in mezzo alle nostre sofferenze. Per questo molti, vinti dal tedio di vivere, agognano l’oriente o la morte. E da quel che so, anche fra gli elfi ci fu talora questo sentimento, fra i più vecchi di essi, e per motivi opposti: gli uomini di solito infatti, sono vinti dal tedio di vivere, quando, avendo vissuto ancora poco, non vogliono attendere oltre la loro fine, anche se questo sentimento ci può cogliere ad ogni età; voi invece, siete avvolti da questo dolore per l’aver troppo vissuto, e allora vi ritirate ad oriente, a ricercare una nuova vita fra gli Eida. Questa è la vera differenza fra uomini ed elfi; la morte, per alcuni dono, per altri sciagura, ma che comunque rende gli uomini del tutto differenti da voi, amici miei. Così si conclusero le parole di Lendelin, e già l’isola abitata dai druidi era in vista. Il cielo s’era un po’ schiarito, e s’era schiarito anche l’animo del Grande Re alla vista della sua meta. Giunti in porto, prese le proprie cose, Lendelin, Mel e Ronilis scesero dalla nave e iniziarono davvero la loro ricerca. L’intenzione del Grande Re era di ottenere udienza presso l’assemblea dei druidi, per ottenere i Numenali, o almeno loro notizie, se questi ne avessero avute. Viaggiando in un carro di contadini che facevano ritorno dal porto, Lendelin, Mel e Ronilis si accinsero verso la capitale, costeggiando il fiume omonimo della città, il Druria. Oltre la città erano visibili i bassi monti degli Agnyades, e, tutti intorno, campi di grano e frumento erano il paesaggio piacevole e un po’ monotono. I campi erano intervallati di tanto in tanto da cerchi di pietre, antichi templi, spesso in disuso, così presenti in quella terra, abitata come un ultimo rifugio della religione dai suoi alteri abitanti. Il carro giunse in città, e qui gli elfi e il Grande Re si separarono dai contadini, brava gente che viveva di ciò che quella terra offriva. Nessuno dei tre era mai stato in quella città, e inoltre, in incognito per timore di emissari dell’Oscuro Signore, fecero un po’ di fatica a raggiungere l’assemblea

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dei druidi. Ma dopo un bel po’ d’informazioni sbagliate e di tentativi, alla fine giunsero all’edificio dove speravano di ottenere qualcosa. L’assemblea era riunita per decidere se schierarsi o no con il Grande Regno nella guerra appena iniziata, quando Lendelin e gli elfi con lui dovettero fermarsi di fronte alla porta per attendere udienza: non appena questa fu concessa, entrarono nell’aula. Dentro l’aula, una tavola rotonda con seduti attorno quaranta druidi, i più anziani di quella terra. Essendogli chiesto di presentarsi, Lendelin mostrò il sigillo del Grande Re, e disse: - Io sono Lendelin Eidur, sovrano del Grande Regno, e vengo in pace in cerca di qualcosa. Sulle mura di marmo bianco, anch’esse circolari, stemmi di casate e arazzi. In effetti, non di sola religione si viveva fra quei druidi, ma anche fra loro, come fra tutte le altre popolazioni d’Arret, era giunta la Corruzione, e anche lì si poteva essere un aristocratico e druido, e in tal modo cercare il governo di quel popolo ed il potere. Ma per fortuna, naturalmente, non tutti i druidi di quell’assemblea erano corrotti; alcuni di loro erano spinti da vera fede ed agivano in nome di essa. Uno dei druidi, alla presentazione del Grande Re, levatosi in piedi dal suo posto a sedere, disse: - Grande Re Lendelin Eidur, è una sorpresa per noi vederti qui e in queste condizioni; abbiamo, infatti, saputo degli attacchi rivolti alle tue terre e delle perdite subite dal tuo popolo. Non di meno abbiamo appena deliberato di giungere in tuo soccorso, e, lasciati alcuni a difesa della nostra terra, di mandare gran parte delle nostre forze militari nel Minar per giungere in tuo aiuto. Ma tu ora sei di fronte alla nostra assemblea; se sei venuto per chiederci soccorso, hai perso tempo, dato che sarebbe bastato un semplice araldo, e sarebbe stato ovvio il nostro aiuto. Se sei però venuto per altri motivi, esponili, e noi decideremo sul da farsi. - Io, Lendelin Eidur, sono venuto a voi, non per richiedere la vostra alleanza; per quello, come ben dite, avrei potuto mandare un araldo. Altro mi ha spinto a giungere qui a Druria e a recarmi di fronte a quest’assemblea: io sono qui per chiedervi, se li possedete, di donarmi i Numenali, di cui abbiamo bisogno nella lotta contro l’Oscuro; e vi prego inoltre, se non sono in vostro possesso, di dirmi almeno, se lo sapete, dove io possa trovarli. - Grande Re, né io, né quest’assemblea sa dove si trovino i Numenali: ma se tu lo vuoi, con un rito sacro, recandoci presso qualche antico

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cerchio di pietre, potremo chiedere agli Eida dove quelle pietre si trovino. E anzi faremo proprio così, e dato che ora è mattino, ci recheremo ora stesso in uno di questi luoghi sacri, sperando di ottenere le informazioni che richiedi. L’assemblea si alzò dalle sedie, e conducendo il Grande Re e gli elfi che erano con lui, si recò fuori Druria, presso un cerchio di pietre. Nel mentre del viaggio, un uomo si avvicinò a Lendelin e gli parlò: - Salve, Grande Re Lendelin, io sono Dardarin, signore dell’ordine templare degli Scudi Gialli. Vengo a te per porgerti i miei servizi e il mio aiuto nella guerra contro il Nemico. L’uomo era alto circa un metro e settantacinque, aveva occhi neri e pelle scura, capelli neri e ricci. Lendelin, dato che Dardarin aveva proferito quelle parole stando in ginocchio di fronte a lui, fattolo rialzare, gli disse in risposta: - Grazie, Dardarin di Druria; accetto volentieri la tua offerta d’aiuto, ma per ora è necessario che tu difenda la tua terra; a tempo debito ti unirai a me contro il Nemico. - Attendo quel momento, quando i miei Scudi Gialli saranno al tuo servizio. Non appena avrai bisogno, Grande Re, manda un araldo, e io accorrerò con le mie forze il più in fretta possibile. Detto questo, Dardarin si dileguò fra gli uomini dell’assemblea che andavano al terreno sacro, dopo aver scambiato qualche parola con il gran sacerdote dell’assemblea, colui che aveva parlato in città con Lendelin. Dopo, il Grande Re si accorse che Dardarin non era con loro quando propiziarono il rito, ma che invece s’era allontanato fra le vie di Druria. A quel punto si chiese come avesse saputo che lui fosse lì, ma in quel mentre l’uomo con cui aveva parlato Dardarin gli si avvicinò e disse che era stato lui ad avvertire il signore degli Scudi Gialli. Lendelin lo ringraziò dell’offerta d’aiuto, mentre nel frattempo giungevano al tempio fuori città. Il capo dell’assemblea entrò da solo all’interno del cerchio di pietre, mentre tutti gli altri rimasero fuori. Recitò qualche verso in Basso Umano, che Mel e Ronilis non capirono, poi fece cenno a Lendelin di entrare anch’egli. Avvicinatosi Lendelin, il gran sacerdote recitò altri versi, e poi rimase in silenzio. Come una piccola luce apparve sopra la testa di Lendelin, e da questa immagini. Apparvero il mare, una statua immensa, e poi le coste del Morien; e apparve una torre fatta d’acqua, e una stanza buia. Dopo nella stanza s’aprì uno scrigno, e lì dentro brillava il Numenal! Dopo l’ultima immagine, la luce si spense, e

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con essa le visioni. Il druido cadde a terra, stremato. Dietro, oltre il cerchio di pietre, schiamazzi e urla richiamarono in fretta l’attenzione del Grande Re. Poco fuori la città, uno degli Stregoni avvertì della magia vicino, nella campagna. Si avvicinò con fare circospetto, e rimase ad osservare degli uomini evocare delle visioni dall’Eida Forman, signora della sapienza. Per vie traverse, anch’egli alla ricerca dei Numenali, era giunto sino a quel luogo. Il Terrore s’era sparso al suo passaggio, e tuttavia era stato cauto, tanto che nessuno s’era accorto della sua presenza in quella terra ostile. Osservò disgustato, senza riuscire a scorgere le visioni che venivano prodotte, ma solamente potendo stare immobile per non essere scoperto. Si nascose dietro una siepe, ma sfortunatamente uno di quegli uomini si avvicinò per fare i suoi bisogni: vistolo, avvertita subito la sua potenza malefica, gettò un urlo, proprio nel mentre il rito finiva. Il druido che aveva propiziato il rito cadde a terra, senza forze, mentre tutti gli altri, tutti uomini, tutti druidi, eccetto quello che era all’interno del cerchio sacro, e due elfi di cui lo Stregone s’accorse solo in quel momento, si voltarono verso di lui. Uscì dal suo nascondiglio, convinto di liberarsi facilmente di quelle creature, e ingaggiò battaglia. Un uomo uscì da una siepe. Anche Lendelin avvertì, non appena quello uscì dal suo nascondiglio, un forte terrore e potere provenire da quell’essere, cosicché pensò subito ad un emissario di Gnomanar. Poi, di fronte a tutti loro, quell’essere smise il suo travestimento, e apparve come uno dei sette Stregoni. Subito i druidi gli lanciarono alcune delle loro magie, mentre anche Ronilis preparava le proprie, e Mel armava il proprio arco. Lendelin, uscito dal cerchio di pietre, estrasse la propria spada dal fodero, e s’avvicinò ai due elfi. Lo Stregone sibilò qualcosa, e poi si gettò sul druido più vicino, che rimase fermo, come paralizzato. Lo uccise in un attimo, trafiggendolo con la mano, come se questa fosse una spada. Si avvicinò ad un secondo druido, mentre una freccia scoccata da Mel lo colpiva in fronte: del sangue nero sgorgò, e per un attimo lo stregone indietreggiò. Si volse allora verso colui che l’aveva colpito, e anche Mel rimase immobile, senza più riuscire a fare o a dire qualcosa. Anche Lendelin era come immobilizzato, ma con uno sforzo di volontà si scagliò contro lo stregone che s’avvicinava veloce all’elfo. I due s’abbracciarono nella lotta, e con un colpo veloce, Lendelin infilò

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la sua spada nell’addome dello stregone, e s’allontanò veloce. Quello barcollò rialzandosi, e poi, estratta la spada dal suo corpo, la scagliò via. Corse verso Lendelin disarmato, di nuovo incapace di agire. Gli era vicino, che un turbine d’acqua, una magia di Ronilis, lo scagliò via, lontano dal Grande Re. Intanto Mel s’era ripreso, e scoccava una nuova freccia verso lo Stregone stordito da Ronilis: Lendelin recuperò la spada, e si schierò accanto ai due elfi, pronti all’assalto. Lo Stregone osservò la situazione: vide i tre pronti a combattere e i druidi tutti attorno intenti a salmodiargli addosso magie; non dovette perdere troppo tempo per la sua decisione: corse via, agile malgrado le ferite, e scomparve, senza che nessuno lo inseguisse. Appena sparì, tutti furono rinfrancati, e controllarono di non essere stati feriti. A parte il druido morto, tutti erano incolumi, e anche il capo dell’assemblea, che aveva propiziato il rito nel cerchio sacro, si rialzò, recuperate le forze. Andarono tutti in fretta a Druria, dove era più facile difendersi, credendo che fosse vicino un attacco. Lendelin, Mel e Ronilis, dopo che il Grande Re ebbe spiegato ciò che aveva visto con grande sorpresa del mago, raggiunsero il porto e presero una nave diretta verso il Morien: lì erano sicuri di trovare almeno uno dei tre Numenali. Lo Stregone fuggì, veloce. Nessuno lo inseguì, né lui inseguì coloro che lo avevano quasi ucciso. Le sue ferite erano gravi, così decise di far ritorno alla reggia di Gnomanar per riferire ciò che aveva scoperto, cioè che dove era stato mandato non era presente alcun Numenale, e che neanche i nemici li avevano trovati. Messosi in mare, si diresse verso occidente. Dopo un lungo viaggio raggiunse le coste del Rogan, e da lì proseguì il ritorno al suo signore.

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IV Incubi nella notte

Da Tedaran proseguimmo la nostra ricerca. Continuammo a viaggiare verso nord-ovest. Avevamo da qualche tempo perso il conto dei giorni trascorsi, e le mattinate trascorrevano lente e inesorabili, mentre i nostri passi si facevano via via più stanchi. Avevamo quasi del tutto consumato le nostre provviste, e di rado si trovavano bestie da cacciare per avere cibo. La terra non era ancora del tutto sterile, cosicché talvolta riuscivamo a trovare qualche pianta da cui ricavavamo nutrimento. Il caldo di quando eravamo partiti s’era un po’ affievolito, e le giornate duravano di meno ed erano, di sera, anche abbastanza fredde. Dopo Tedaran, procedendo sempre più lentamente per la nostra stanchezza, non incontrammo che qualche mannaro, di tanto in tanto, ma le forze di Gnomanar sembravano essersi ritirate nell’attesa. Oltre ai mannari, non incontrammo altro che la desolazione. In effetti, non ci dispiaceva non trovare sulla nostra via mostri di fronte a noi, ma continuavamo a chiederci cosa accadesse nel Minar e nel resto di Arret. Io poi, ero preoccupato per Alinea, e avevo il terrore, alla fine della mia ricerca, di scoprire che questa era stata vana. I non morti percuotevano da dietro l’enorme fila di prigionieri che viaggiavano ormai da lungo tempo verso nord. Gli orchi, attorno, controllavano che nessuno fuggisse. Gli Uomini Neri, davanti, guidavano i prigionieri, e più avanti di tutti, i due Stregoni Neri, così tutti ormai li chiamavano, compresi i mostri nelle loro lingue quasi incomprensibili: eppure gli orchi li chiamavano anche guide oscure, signori della paura, padroni del lamento, sempre per quanto Alinea poteva comprenderli. Poi c’era anche un’altra parola con cui li chiamavano, ma questa non riuscì a tradurla: era “Lorfobeth”; capì che

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si riferivano a loro perché la accomunavano con gli altri aggettivi che riusciva a tradurre. Si rese conto comunque che gli Uomini Neri parlavano una lingua simile alla sua, ma come distante, fatta di suoni chiusi e sibilanti; con un po’ d’impegno, tutto sommato, comprensibile. Gli orchi invece, parlavano una loquela lontanamente vicina a quella in cui aveva sentito dialogare Mel e Ronilis in privato. E, in effetti, sapeva che un tempo gli orchi erano stati elfi, e che solo l’opera perversa di Gnornak li aveva resi ciò che erano. Intanto faceva sempre più freddo, e dei monti s’avvicinavano a nord. Si diressero verso di essi, puntando contemporaneamente in direzione dell’ovest. Lo Stregone Nero che s’era diretto verso nord oltrepassò il bosco d’Aulon, puntando il regno dei nani. Il suo signore era stato chiaro; dovevano tornare con i Numenali, o sarebbe stato meglio non fare ritorno. Cavalcò con questi ordini in mente di notte, col suo potere spiegato e manifesto, sicuro che nessuno ci fosse a poterlo contrastare. Giunse la notte e ci accampammo. Era una di quelle notti in cui ci accovacciavamo per terra, senza neanche montare una tenda o quant’altro, in cuore sperando che dei mannari ci trovassero, e mentre dormivamo, ci uccidessero. Così almeno la nostra ricerca sarebbe finita, e la nostra stanchezza alleviata. Quella sera poi l’angoscia era più forte ancora, e vinti da questa ci addormentammo, immergendoci negli anfratti più reconditi dei nostri sogni. Non furono di certo sogni tranquilli, in quelle notti. Ma quello che feci in quel sonno, quello, non lo scorderò mai, figlio mio. Ancora oggi, che debbo raccontartelo, il cuore riscopre il dolore che provai in quella notte. Non mi chiedere cosa significasse quel sogno, perché non ho mai saputo leggere i messaggi del mio inconscio. So solo che al mio risveglio ebbi subito la necessità di raccontarlo a Colwey, sebbene quello non fosse il primo incubo che facessi in quel viaggio. Scoprii che anche lui aveva visto le stesse cose, e rimanemmo sgomenti per lunghi minuti, avendo la sensazione che più forze avessero giocato con la nostra mente in quella sera fredda, e avessero combattuto una loro battaglia senza vincitori né vinti. Il Viandante era lì, anche quella sera, quando Ewaniwe fece la sua prima esperienza dei poteri del Nemico. Fu la fortuna del bardo, e con lui, di Colwey, a far sì che egli non perdesse completamente i sensi in quel

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sonno. Egli non cadde perché il Viandante era lì: o forse anche questo era deciso? Per qualche tempo la domanda balenò fra i pensieri del Viandante, poi quando il bardo s’accinse a raccontare il suo incubo al figlio, l’osservatore tornò a quella sera. Sognai di ritrovarmi in un castello. Stavo dentro una camera, con un tavolo ed un bicchiere, e nient’altro. M’avvicinai al bicchiere. Dentro, un liquido color rosso, che non odorava di vino: indeciso se berlo o no, lo fissai lungamente. Poi, fattomi coraggio, lo deglutii tutto d’un colpo. Quella bevanda aveva un sapore orribile, come di sangue, ed iniziò a bruciarmi nello stomaco. Tutt’intorno a me non c’era nient’altro che quel tavolo. Gettai via il bicchiere, in preda a quel bruciore sempre più forte allo stomaco. Soffrendo come un matto, strisciai per terra, come se la cosa mi potesse dar sollievo. Il pavimento era freddo, di marmo: ma nessun sollievo, anzi un maggiore fastidio per quel freddo intenso. Così mi sollevai in piedi. Il bruciore si fece dolore; andai a sbattere contro le mura lottando contro di esso. Le mura sembravano come sparire mentre le colpivo con le spalle. Poi, nel mio dolore, riuscii ad aprire la porta che si trovava di fronte a me. Varcai le mura grigie della mia stanza e il pavimento bianco e freddo, e mi ritrovai in un lungo corridoio. Ai lati, fiaccole consunte illuminavano a stento di fronte a me. Per terra, un tappeto rosso mi guidava. Di fronte, il buio. Nessun suono, come nella stanza da cui ero uscito. La luce si fece fioca, mentre il dolore era ormai lancinante. Il corridoio sembrava infinito, mentre i miei passi si facevano incerti, e la vista s’annebbiava: d’improvviso una figura bianca, evanescente, mi si fece incontro. Una mano sul mio viso, e il dolore passò. Poi, indicandomi avanti, mi precedette e scomparve di fronte a me. Non la vidi più, e inseguendola, proseguii nella direzione verso cui si dirigeva il corridoio. Una luce di fronte a me apparve, dopo molti passi. La luce, proveniva dagli spiragli di una porta enorme: m’avvicinai. La porta mi sembrò altissima, e le mie forze nulle di fronte all’imponenza di quell’opera. Non volevo aprirla. Desideravo solo tornare indietro e riposare. E di nuovo la figura evanescente apparve di fronte a me. Fece segno, come di sospingere. Mi pose una mano sul braccio destro, e mi accompagnò proprio davanti al portone. Mi gettai contro di esso convinto di non riuscire ad aprirlo: infatti non si mosse, e io fui sospinto indietro. Allora la creatura, sollevatomi delicatamente, mi fece cenno di no, e presami la mano, mi ricondusse alla porta. Giunto di

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nuovo di fronte all’opera, pose la mia mano sopra il legno possente di quell’enorme portone. Poi, mi fece cenno di spingere piano. Lo feci: la porta si aprì, e una luce possente mi accecò. Mi ritrovai dinnanzi ad una piana infinita. Lontani, come miraggi, dei monti pallidi all’orizzonte. Alla mia destra, un fiume, come una freccia indicava la via da seguire. Vicino ai monti, un boschetto, dall’aspetto tetro. Intrapresi così il viaggio. Fu uno scoppio di suoni. Fruscii delle erbe al vento tutt’attorno a me. Lo scorrere del fiume, pesci che vi sguazzavano dentro; tutto invitava al riposo. Mi stesi accanto al fiume, sull’erba alta, rigogliosa e fresca. Il sonno mi avvolgeva come un maglio indistruttibile. La vista s’annebbiò e gli occhi cedettero sempre più al loro peso. Un odore di terra fresca, di erba viva si diffondeva attorno a me. Uccelli volavano alti in cielo, e il loro cinguettare era ben chiaro alle mie orecchie. Quel suono accompagnava il mio riposo, conciliandolo. Ma poi i tuoni. Dalle montagne nubi scure s’avvicinavano. Fulmini illuminavano l’orizzonte, mentre la pioggia scrosciava sempre più veloce. Dall’erba sbucarono bisce, e io mi allontanai da esse correndo verso il castello da dove ero uscito. La porta davanti a me era di nuovo chiusa, né accennava ad aprirsi. La spinsi violentemente, o allo stesso modo in cui prima s’era aperta, ma non ci fu nulla da fare. Allora gridai, mentre le serpi s’avvicinavano sempre più a me. Ne scansai alcune con i piedi, e poi, decisomi finalmente, corsi via, seguendo il corso del fiume. Dietro me un boato: mi voltai, e vidi il castello crollare. Pietre su pietre, massi su massi; nulla esisteva più del luogo da cui ero scappato, e che ora rimpiangevo, come familiare. Continuai a camminare allora seguendo il fiume. Le correnti erano sempre più possenti, né si vedevano più pesci balzare fuori della cresta dell’acqua. Foglie mi giungevano in viso, spinte da un vento a me contrario. Non era una brezza, ma vento di tempesta. Ogni rumore e ogni odore piacevole s’era placato, e ora solo il fragore della pioggia sulla terra, mentre nell’aria odore di morte. I monti apparivano sempre più distanti, sembravano scomparire all’orizzonte. Il vento era sempre più forte, e impediva il mio passo. Una biscia morse il mio piede, e zoppicando andai sempre più lentamente. Poi d’improvviso, m’apparve nuovamente quella figura evanescente. Per la prima volta parlò, con voce di donna, dolce come un canto, suadente come una melodi: m’invitò a proseguire; io dissi di non riuscire. Allora lei iniziò a pregarmi, a dirmi di seguire comunque il corso del fiume. Prese a correre davanti a me, voltandosi per implorarmi. Le dissi che non ce la

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facevo a correre, ma che comunque avrei proseguito. Allora camminai a lungo, zoppicando, mentre il vento tormentava il mio volto, e le foglie, acuminate come spine, tagliavano il mio corpo. Mi resi conto d’essere nudo; lo ero sempre stato, dall’inizio di quel sogno. Seguii il corso del fiume, e il bosco di fronte a me si fece più vicino. Da lì provenivano le foglie che dilaniavano le mie membra; intanto la donna m’invitava ad attraversarlo. Il fiume penetrava anch’esso fra quegli alberi, di cui non vedevo la fine nel cielo. Intanto le nubi s’erano avvicinate a me, e tutti attorno, fulmini cadevano, incenerendo l’erba ed elettrizzando l’aria. Uno di quei fulmini mi passò vicinissimo, scagliandomi quasi dentro il fiume. Disteso sull’orlo della corrente d’acqua non riuscii a sollevarmi; alla fine, con una forza di volontà che non so da dove venisse, riuscii a issarmi. Davanti a me, il bosco era imminente. Tetro come una notte senza stelle e senza la luna, sembrava ululare. M’avvicinai, e proprio davanti ad esso, dei pipistrelli mi si gettarono addosso. Li scansai abbassandomi per terra, in ginocchio, e improvvisamente il dolore alla gamba per il morso, e al corpo, per la caduta a causa del fulmine, si fecero più intensi. Sentii di nuovo anche il bruciore che nel castello m’aveva dilaniato all’interno, e in preda all’incoscienza, ruzzolai dentro il bosco. Non vidi più il cielo, ma solo alberi neri da ogni parte. Nessuna luce penetrava fra i rami, ma solo il vento, che soffiando fra gli alberi, emetteva agghiaccianti ululati. Gufi mi guardavano, con occhi iniettati di sangue. Altri pipistrelli mi furono addosso, mordendomi in ogni dove. Vidi il corso del fiume, e mi ci gettai dentro. Al contatto con l’acqua, i miei dolori s’acquietarono, e le bestie s’allontanarono da me. Proseguii nell’acqua, sperando così d’evitare nuovi pericoli, ma il corso era impetuoso; dovetti lottare per non esserne vinto. Massi, fuoriuscivano dalle acque, e ad essi m’appoggiai per non essere trascinato via dalla corrente. Piccole cascatelle m’obbligavano ad uscire dalle acque per evitarle, ma subito dopo mi reimmergevo nel fiume. Poi, un albero, stette, come un ponte, sul corso del fiume. Profonde insenature nella sua corteccia, lo fecero apparire come un perfido volto dal sorriso agghiacciante. L’impressione divenne realtà, e la bocca si mosse, emettendo striduli richiami. Chiamò il mio nome, per tre volte, e cantò: Ascolta, straniero: Se seguirai la via senza meta, Se cercherai la città perduta,

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La strada smarrirai del ritorno. Ferma il tuo passo, raccogli i tuoi beni E torna alla casa, che ti aspetta tranquilla. Nulla oltre la soglia, Nessun miraggio ti resta. Oppure perditi in questa foresta, E sii sovrano dei suoi abitanti. Cosa cerchi fuori da qui? Non lo troverai nel tuo viaggio. Rassegna il cuore, le membra, L’ardore in anfratto riponi. Se vuoi dormi, Io veglierò la tua vita. Questo fiume non reca fortune, Ma solo disgrazie e visioni lontane. Accetta la gloria che t’offro, E sarai sovrano d’un regno, Potente vivendo in eterno. Abbandona la vita mortale, Unisciti a me nel mio sogno, Che comune sia il nostro disegno! Oscuro era quel canto, flebile, sommesso e ridondante. Martellava il cuore, mentre si faceva sempre più insistente; una risata accompagnava quei versi. Da essi non riuscii a distogliere l’attenzione, sempre più vinto da quella voce. Il Viandante sondava il sonno dei due viaggiatori. Si rese conto del sogno, figlio del potere del Nemico; eppure, Colwey procedeva potente, seguendo il corso del fiume, mentre dovette apparire più volte ad Ewaniwe, nel miraggio d’Alinea, per spingerlo a continuare il suo viaggio. Temeva che, sconfitto nel sonno, il bardo potesse perdere la via e la ragione: o peggio, la vita. I poteri del Nemico fecero nascere quel canto, frutto delle zone più insondabili della mente del bardo. Non aveva ben idea di come reagire, ma sapeva di doverlo difendere, come aveva ordinato Aliturn. Stava per apparire di nuovo come Alinea, quando il sogno prese una nuova piega, e non fu più lui a dover difendere il bardo. Non fu lui ad apparire ad Ewaniwe, ma lo spirito di qualche altra

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potenza. Fissavo l’albero, senza poter fare altro. Ne guardavo la corteccia, la dove l’insenatura a forma di bocca si faceva più grossa. Ero quasi convinto a lasciar stare tutto, mentre speravo che apparisse la donna per convincermi; ma niente. Ero quasi uscito dal fiume: ma davanti a me si pose un bimbo. Era pallido, piccolo, con capelli scuri e lunghi, – proprio come i tuoi, Nelian – e si pose proprio di fronte a me. Fermò il mio passo, e con voce fioca, ma decisa, disse: - Straniero, dove vai? Non segui la tua via? - Sono stanco e voglio solo riposare. - Arriverà il riposo, non temere, ma ora procedi, e sii sicuro nel passo. Mi prese per mano, e mi accompagnò oltre l’albero. Superatolo, scomparve, così come era apparso, nel nulla. Davanti a me, l’uscita dal bosco. Uscii, e rividi la luce, forte, né più nascosta da nubi. Mi rallegrai, vedendo anche che le montagne, ora davanti a me, non erano così alte come m’apparivano. Le scalai, con una forza non mia, e giunto in cima, rividi possente il sole. Fui come rinvigorito da quella visione, mentre mi svegliavo da quel lungo sonno. Colwey si svegliò con me, e subito volli raccontargli ciò che avevo vissuto. Anche lui, come me, aveva sognato gli stessi luoghi, ma senza la donna o il bimbo, e aveva proceduto da solo lungo la corrente del fiume. Rimasi un po’ a chiedermi che senso avesse quel sogno, finché io e il barbaro ci decidemmo a partire. Di fronte a noi, vedevamo il bosco d’Aulon, ed eravamo ora più che mai decisi a proseguire in quella direzione. Alinea giunse infine ai monti. Essi erano alti, sicuramente oltre i quattromila metri, e nevi perenni li imbiancavano. Il freddo era intenso, e nuovamente, molti prigionieri morirono, non resistendovi, assiderati. Si sentiva male anche lei: sentiva qualcosa di strano, ma pensava fosse perché era da tanto che viaggiavano; non sapeva, in effetti, da quanto, ma forse da mesi. Non mangiava da molto tempo, ed era denutrita: c’era, in ogni modo, chi stava peggio di lei. Voleva tanto rivedere Ewaniwe. Voleva che la coccolasse, che stessero di nuovo insieme: e voleva soprattutto che quel lungo incubo finisse. Aveva fatto amicizia con una vecchina, di nome Grama, presa prigioniera anche lei. Era coriacea, la vecchina, dato che molti della sua età, se non tutti, erano già deceduti,

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mentre lei sopravviveva vispa. Alinea aiutava spesso Grama a camminare e a restare in piedi, e ancora di più ora che si trovavano a scalare delle alte montagne. In cambio, la vecchina le dava qualcosa da mangiare quando poteva, che Alinea non riusciva a capire come si fosse procurata. Sembrava una maga, Grama, e la sua presenza consolava Alinea, soprattutto nei momenti di difficoltà. Intanto scalavano cime su cime, e si chiedevano se mai sarebbero giunti ad una qualche meta. C’era fra i prigionieri, chi diceva che tutto quel viaggio servisse solo per stremarli, e farne morire quanti più possibile. Alinea non lo credeva; pensava che li stessero conducendo da qualche parte, ovunque fosse questo luogo. Poi, giunti presso una cima, sopra un passo, videro a valle un immenso portone di pietra. Gli orchi li fecero scendere rapidamente, incuranti di chi cadeva giù o si feriva. Giunti di fronte al portone, esso si aprì dinnanzi ai due Stregoni Neri che li guidavano, i Lorfobeth. Furono condotti tutti dentro, mentre venivano divisi gli uomini dalle donne. Passavano tutti davanti ai due Stregoni, i quali sembravano scrutare le anime di ciascuno di loro, assieme alle condizioni fisiche. Chi entrava, veniva portato in apposite stanze buie, vicino al portone. Quelli più malandati poi, furono portati in camere distinte, e di loro tutti gli altri non seppero più niente. Anche Alinea e Grama passarono davanti ai due Stregoni, controllate ciascuna da uno di loro. Quello che guardava Alinea fissò la donna a lungo, sibilando; fissava il suo ventre. Poi con uno strattone la spinse dentro. Quello che fissava Grama ebbe una reazione anche più strana; urlò a lungo e con voce acuta, non appena la vide. La vecchia era seria in volto, mentre lo Stregone urlava maledizioni. Poi, senza far altro, Grama entrò, senza neanche guardare i due Lorfobeth. Venne accanto ad Alinea, e si sedette per terra, tornando allegra come al solito alla vista della giovane. I due Stregoni urlarono ancora per un po’, tutt’e due, poi, calmatisi, continuarono nella loro selezione, distribuendo i prigionieri dentro quella città perduta dei nani.

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V I passi del Viandante

Alinea e Grama, come la moglie di Ewaniwe ricordava bene, furono condotte in un enorme stanzone, buio; non c’era alcuna torcia in quell’aula sotto la montagna, né finestre da cui potesse penetrare qualche raggio di sole. Con lei e Grama, un’altra trentina di donne, più o meno di giovane età. Non avevano notizia di dove fossero stati condotti gli altri prigionieri, sia gli uomini, che quelli che erano stati separati dai relativi gruppi di sesso. Schiamazzi provenivano da fuori la camera, mentre ancora proseguivano le selezioni; dentro la sala, un silenzio assordante. Nessuno fiatava, così i rumori da fuori apparivano ancora più limpidi e tetri. Una volta sentirono una donna urlare e piangere perché la stavano separando da suo figlio piccolo, un maschio: fu subito zittita. Spesso irrompevano nel silenzio i grugniti degli orchi e le lingue aliene degli Uomini Neri, mentre intanto il tempo passava e si concludevano le selezioni. Qualcuna delle donne accennava ad un dialogo all’interno dell’aula scura, ma presto si finiva di parlare, tutte con in mente ben altro che la conversazione. I prigionieri persero ben presto la cognizione di giorno e notte, tanto era il buio. Passò così qualche ora, o forse qualche giorno, Alinea non sapeva dirlo. Veniva talora qualche Uomo Nero a portare del cibo, pochissimo in realtà, e lo metteva in mezzo alla sala; allora, alcune si gettavano su di esso come belve, altre invece, più degnamente, cercavano di distribuirlo. Grama aveva sempre qualcosa da dare ad Alinea, che aveva allora una gran fame. Stava stranamente mettendo su pancia, cosa che la fece insospettire, insieme ad altri indizi ben più gravi. Grama aveva capito cosa le stava accadendo; le era sempre vicina, anche se non entravano nell’argomento. Un orco venne una volta nella stanza, e chiamando tutte, una per una, con i suoi grugniti incomprensibili, condusse le donne, tranne Grama che fu lasciata lì da sola, in un lungo corridoio. Alle donne fu imposto di spogliarsi, mentre quei mostri facevano

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commenti osceni (e, in effetti, Alinea sapeva che quella sera molte di quelle donne, quelle che ancora avevano una parvenza di bellezza, furono portate via dalle loro celle e subirono violenza dalle creature perverse). Poste sotto delle protuberanze nelle mura, furono colpite da getti d’acqua. Stavano facendo loro la doccia! Alinea non s’aspettava un simile trattamento, come se quelle bestie fossero interessate a mantenerle sane e a non far scatenare epidemie. Comunque, quella doccia durò poco, e quasi subito furono chiamate a ritornare nella loro aula nera e umida. Con loro avevano fatto la doccia anche donne poste in altre aule; almeno fino a quel momento, erano quasi tutte vive: nulla invece continuavano a sapere degli uomini. Quando le donne tornarono nella loro camera, Grama fu chiamata da un orco. Alinea rincuorò la vecchina, dicendole che le avrebbero fatto una doccia, e nulla più, ma Grama non ne era così sicura. S’avviò mesta, seguendo il mostro, e scomparve nel buio fitto. Uomini Neri vennero a prendere le donne, e le condussero al centro della città. Dove erano ora, doveva essere una specie d’antica piazza della città dei nani sotto la montagna. La maestosità degli edifici adiacenti era ancora chiara sotto i ruderi delle distruzioni dell’esercito del Nemico; ma tutto era cadente, fatiscente. Al centro della piazza, un enorme, immenso braciere: un sistema di tubi conduceva fuori della montagna il fumo che nasceva da quel fuoco. Ai prigionieri era imposto d’alimentare quel braciere, che con le sue fiamme illuminava la piazza. Nella piazza, tutta una pira d’enormi tronchi, corpi morti e inutilizzabili dagli Stregoni, e quant’altro potesse bruciare, era pronto per essere arso. Mentre alle donne era dato d’alimentare il braciere, uomini venivano e andavano, portando il materiale da ardere. Una folla di mostri controllava che non avvenissero rivolte, e per evitare problemi, a due a due, i prigionieri erano stati legati con catene. Passarono molte ore lavorando così, fin quando, ad un nuovo turno, un gruppo di donne e d’uomini venne a dare il cambio a quanti lavoravano con Alinea. Di nuovo nell’aula, Alinea non trovò Grama, e rimase da sola con il resto delle sue compagne. Fu portato del cibo, e questa volta anche lei ci si gettò sopra, per prenderne un po’ per la sua amica anziana, e per saziare una sua fame insaziabile. Udì il vociare d’altre donne: una di loro diceva ad un’altra di essere incinta. Un coro di voci le consigliava di abortire; le dicevano che avrebbero pensato loro ad aiutarla. Alinea continuò ad ascoltare: aveva capito d’essere incinta, e non sapeva come comportarsi, soprattutto ora che erano prigioniere in

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quella città. Intanto il coro continuava a consigliare l’aborto a quella donna che aveva chiesto aiuto. Alinea allora si fece coraggio, e nel buio parlò: - Anch’io sono incinta, e non so cosa fare. - Tu sei Alinea, giusto? – Disse il coro – Dici di non saper cosa fare? - Si – rispose Alinea, sempre più incerta. - Ebbene, ascolta ciò che ti stiamo per dire: noi ti consigliamo di abortire. Vedi in che situazione ci troviamo; perché dovresti badare anche ad un bimbo? Perché dovresti rovinare la tua vita, che è già così difficile? E poi sappi che lui non soffrirà. In effetti, chi può dire che lui è vivo, finché non sarà nato? Inoltre, sappi che i bambini per lungo tempo non sono dei veri uomini, non ne hanno l’intelligenza. Essi diventano persone solo con l’esperienza; quindi, se tu abortissi, non si potrebbe dire che tu hai ammazzato un uomo, ma press’a poco tu staresti uccidendo un animale. Ascoltaci. Per te che sei ancora giovane, che forse non volevi questo figlio, che forse hai concepito per errore, per te non è una colpa l’aborto. Tu hai diritto alla tua libertà, a usufruire a pieno della tua vita. Se tu avessi un figlio, e per volontà della sorte riuscissi a fuggire da qui, saresti costretta a badare a lui; e mentre lui crescerà, vedrai fuggire i tuoi anni migliori. Soffrirai inoltre per ogni sorta di male che gli capiterà, e rimpiangerai di averlo generato, quando ti accuserà per i suoi sbagli. Sei costretta all’aborto dalle circostanze, e nessuno mai ti potrà punire, perché in fondo tu lo stai difendendo da un destino che potrebbe essergli avverso, soprattutto ora com’è la nostra vita. Ascoltaci. Abortisci, fa la cosa più saggia. Basta che tu ci dia ragione, e noi ti aiuteremo nella tua scelta. - Donne, cosa le state dicendo? – Un urlo venne dall’ingresso della sala. Grama, con passo lento e nobile, si fece avanti. Tutte riuscivano a vederla, malgrado il buio, come se emettesse una luce propria: - Cosa state blaterando! Voi, che siete donne, voi, che in molte, siete anche madri! Che razza di suggerimenti le date, e che mostruosità riuscite a pensare! Tu, figlia mia, non le ascoltare. Lascia correre i loro mali pensieri. Che vuoi fare, uccidere tuo figlio? Loro parlano della sventura presente, ma tu sai cosa accadrà in futuro? Forse loro ti possono dire se, quando domani si leverà il sole, noi saremo ancora qui, prigioniere? Loro ti assicurano che non soffrirà: e come fanno loro a saperlo? Solo perché non ricordano la loro venuta al mondo e i tempi precedenti, affermano che il bimbo non ricordi né capisca cosa gli

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accade attorno. Eppure tu lo senti vivo dentro di te, richiederti cibo, riposo. Affermano che non sarà un vero uomo, che non sarà se stesso, finché non né avrà l’esperienza e l’intelligenza. E come dovrebbe arrivare ad essere un vero uomo, come loro lo definiscono, un bimbo, se delle madri perdute come loro lo avranno ucciso prima, negandogli il suo più grande diritto, quello alla vita? E sei sicura che quello che loro definiscono come uomo, sia il vero uomo? O sarà uomo perché nascerà da uomini, proverà sentimenti, dolore, desideri, passioni, bramerà d’apprendere, di fare quelle esperienze che forgeranno il suo carattere, ma non lo renderanno uomo, perché uomo già lo era non appena concepito? Paragonano il figlio che porti in grembo ad un animale, e lo stesso vale per il figlio fin tanto che è piccolo: perciò, dicono non è una colpa ucciderlo, così come faresti per un animale. Ma noi uccidiamo gli animali per nutrirci, per sopravvivere, vero? Aborriamo la caccia che sia per svago! Ma tu ti vorresti liberare di tuo figlio, del sangue del tuo sangue, o potresti sostenere che abortisci per sopravvivere, quando sai che sei riuscita a sopravvivere fino ad ora, e che avrai sempre una mano su cui contare per il futuro? Pensa. Ti ricordano che forse non volevi questo figlio, che forse sta nascendo per errore: eppure, tu in cuore sapevi che, quando hai amato il tuo compagno, stavi compiendo ciò che da sempre si fa per generare. Ti dicono che hai diritto alla tua libertà, che vedresti la tua gioventù svanire, mentre egli cresce; che soffriresti, quando lui t’accusasse per i suo errori, come se fossero colpa tua. Ma dimmi, oseresti negare la sua libertà? Lo faresti per la tua? Ti comporteresti come fa ora Gnomanar con noi? Ebbene sappi, figlia mia, che vedrai comunque fuggire la tua giovinezza; è meglio che non ti leghi troppo ad essa, ché per l’uomo tutto è fugace. Tuo figlio compirà i suoi errori, è vero; ma ti accuserà di essi, solo se saranno davvero colpa tua; oppure avrai diritto a rimproverarlo, e ad obbligarlo ad essere giusto. Se i figli hanno mai accusato il coro di voci che ora è muto, lo hanno fatto perché quelle erano madri degeneri. Sai bene, mia cara, che abortendo non difenderesti tuo figlio dal suo destino, ma glielo staresti solo negando. Chi ti può assicurare che il suo destino invece, non sia, che so, di essere Grande Re. Le vie del destino sono imprevedibili, se non per i signori dell’oriente; non dimenticarlo! Rifletti: fa la cosa giusta, non condannare a morte un innocente, perché è falso che non avresti colpe sulla coscienza. Se queste donne si togliessero la maschera che hanno sul viso, sapresti che esse hanno abortito per il proprio egoismo; non

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portano rimpianti perché hanno il cuore di pietra di chi appartiene in parte all’Oscuro. Tu sei ancora giovane, e una brava ragazza. Sai che potrai contare su di me. Non commettere quest’errore! Grama tacque. Alinea tacque anch’essa per un po’, indecisa sulla risposta da dare a chi voleva aiutarla; poi, proferì verbo: - Ho preso la mia decisione, e, in effetti, mi ha spinto il mio cuore. Non abortirò, perché non me la sento, e credo d’essere d’accordo con Grama. Il coro vociò in disordine, in un gran caos. Grama s’avvicinò ad Alinea, e sempre emettendo come luce, con voce profonda e bassa, quasi impercettibile, disse: - Brava Alinea, hai scelto bene: e ti annuncio che davvero tuo figlio sarà Grande Re, e il suo nome sarà Nelian. Sono ormai quattro mesi che egli vive nel tuo grembo. Io, non sono Grama, sono Aliturn il Veida. Ti proteggo assieme a tuo figlio già da lungo. Il volto d’Aliturn divenne rugoso, maschile, e dai lunghi capelli; una lunga barba bianca lo incorniciava: - Qui siamo nella città di Kala, che ora Gnomanar usa come luogo di torture. Il braciere, che voi fate ardere, ammorba con le sue nubi tutta Arret. Coloro che non erano abbastanza forti, non hanno fatto la doccia, ma sono stati uccisi, e ora sono stati corrotti dagli Stregoni; questa sorte doveva toccare anche me, che sono stato portato da solo. Ma sono Veida, e così sono venuto a quest’aula giusto in tempo per sentire le parole di quelle donne e per difendere il tuo bimbo. Rimarrò con te finché non verranno a liberarvi, e non temere, ciò accadrà molto presto. Così dicendo, tornò a mutare il suo aspetto in quello di Grama, e smettendo la luce, s’appisolò accanto ad Alinea, vicina, esterrefatta per quanto accadeva. Giungemmo a pochi passi dal bosco di Aulon: il sogno che avevamo fatto, ci spingeva con un’innaturale volontà a penetrarvi. Entrammo. Il bosco, non era orribile come quello dei nostri sogni. Gli alberi erano sì alti, ma non incutevano alcun timore, forse perché era pomeriggio quando fummo nel bosco; eppure, là dentro accadeva qualcosa di strano. Strani echi si sentivano da ogni dove, innervosendoci. Ben presto ci perdemmo, iniziando a vagare in lungo e in largo, non riuscendo più a seguire un tragitto in via retta, come c’ eravamo preposti io e Colwey. Venne così la sera, e la luce sbiadita del sole di quei giorni fece posto ai raggi, altrettanto sbiaditi, della luna. Come ogni sera, accendemmo un

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fuoco sotto l’unica stella che ci seguiva e rimanemmo accampati in mezzo alla foresta, all’erta, attendendo il giorno per riprendere il cammino. Ci trovammo addosso uno Stregone senza neanche aspettarcelo: penso ci avesse trovati per via di quel fuoco. La foresta fu uno strepitio di fruscii dagli alberi: richiami acuti e sottili, impercettibili, si spandevano nell’aria, come grida di timore e richieste d’aiuto. Lo Stregone m’assalì per primo, dato ero più vicino, e Colwey con prontezza di riflessi si sollevò e, impugnata la spada che teneva accanto a sé, sguainatala, colpì il servo di Gnomanar; intanto quello cercava di trafiggermi con la mano, tagliente come una lama. Mi dimenavo, tentavo di liberarmi da quell’essere che mi era sopra. Lo trattenevo con le mani, ma la sua forza era grande, e avrebbe avuto la meglio, se Colwey non l’avesse colpito. Al colpo infertogli dal barbaro, lo Stregone si spostò con un tenue lamento di dolore, e io ebbi il tempo di alzarmi da terra. Fu ritto di fronte a noi. Il terrore invase le nostre membra: mentre riuscivamo a stento a rimanere in piedi senza fuggire, stringendo forte la testa, come vittime di qualche incantesimo, lui ci venne addosso. Mi saltò di nuovo addosso, ma questa volta non c’era Colwey a difendermi. Mi trafisse all’addome con la sua mano, e sanguinai copiosamente. Intanto il bosco sembrava come dotato di vita propria. Urla, schiamazzi, rimbombavano da ramo a ramo, da albero ad albero. Crollai a terra, e non vidi più niente, mentre i miei pensieri s’annebbiavano e la vista si tingeva di scuro. Seppi più tardi da Colwey che dopo fummo salvati dal signore del bosco, Aulon, ma non vidi l’accaduto. Quando mi svegliai avevo accanto il barbaro addormentato, assieme a qualcun altro, Aulon appunto, anch’egli assopito; mi trovavo in una piccola casetta nel centro del bosco. Lo Stregone trafisse Ewaniwe. Colpitolo all’addome, spinse in profondità la sua mano acuminata e avvelenata, e si volse verso Colwey. Questi, alla vista dell’amico ferito, s’era un po’ ripreso dal terrore che l’aveva colto, e brandiva la spada tremante, ma intenzionato a dar battaglia. Lo Stregone non attaccò, ma rimase fermo, salmodiando i versi di qualche incantesimo. Colwey si sentì come immobilizzato, mentre il servo di Gnomanar concludeva la formula. Poi, mentre il barbaro era sempre immobile, lo Stregone si avvicinò lentamente e inesorabilmente, scrutandolo divertito. Aveva intenzione di farne un suo

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servo, vista la sua forza. Un gran vociare veniva dai rami: lo Stregone, voltandosi, zitti gli abitanti del bosco, bruciando un albero di fronte a lui con un gesto della mano. Ritornò a fissare Colwey, sempre paralizzato. Un ringhio dietro di sé lo distolse: si voltò e vide che un branco di lupi lo fissava inferocito. Avanzando un po’, i lupi gli si gettarono addosso, e con essi degli orsi. Intento com’era lo Stregone alla lotta contro quelle bestie, Colwey si riprese dall’incantesimo. Il destriero dello Stregone venne avanti, e fu assalito anch’esso da alcuni lupi, mentre si difendeva scalciando. Ripresosi, Colwey si mise Ewaniwe sulle spalle e fuggì via, recuperando quanto poté. Il richiamo di un uccello intanto aleggiava sul bosco: l’animale scese in picchiata sullo Stregone a folle velocità, e lo colpì in testa. Sangue nero fuoriuscì dal capo di quello, assieme ad un urlo di dolore fra le sue labbra. Con un impeto di forza il servo del Nemico scagliò via tutte le bestie che gli erano addosso. Poi, recitando di nuovo delle formule incomprensibili, lanciò un incantesimo sull’uccello che l’aveva colpito. Immediatamente l’uccello, che volava abbastanza lontano, cadde a terra senza riuscire a volare. Nello scuro della notte, lo Stregone non scorse dove cadde, né si rese conto di dove fosse fuggito Colwey con Ewaniwe. Era stato scoperto, ma poco importava. Nessuno sarebbe sfuggito in eterno al suo odio. Al pensiero della vendetta, sopraggiunse presto quello della missione: immediatamente non ebbe dubbi sul da farsi; anche se avvertiva chiaro l’odore della morte e del sangue su quel bosco, decise di non fermarsi lì. Era sicuro che i Numenali non si trovavano fra quei rami vivi e quelle belve. Così liberò il proprio destriero, una specie di cavallo che emetteva vapori infernali. Gli occhi rossi, iniettati di sangue, mezzi coperti dai copricapi grigi. Montò il cavallo, che nitrì, e facendolo alzare sulle zampe posteriori, emettendo un lungo, assordante richiamo, si gettò in una folle cavalcata. Ben presto si trovò fuori del bosco, in direzione del Lago Maggiore. Uscito dal bosco, si voltò un’ultima volta indietro, come per cercare di scorgere chi l’aveva ferito, ma non ne trovò traccia. Cavalcò poi verso ovest, perdendosi presto lontano dal bosco. Proseguì nella sua ricerca: non aveva tempo per lotte contro miserabili raminghi. Intanto Colwey fuggiva, il più in fretta che poteva, convinto d’essere inseguito. Udì un tonfo poco davanti a lui, e per la paura si fermò. Fattosi coraggio dopo qualche istante, avanzò con circospezione. Si trovò davanti un uomo, a terra, rannicchiato e dolorante. S’avvicinò e gli chiese come si chiamasse e che cosa avesse. Aveva una spalla lussata,

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rispose, e il suo nome era Aulon, il signore di quella foresta. Attorno al collo portava, legata ad un laccio, una grossa pietra nera con venature blu. Il ferito chiese al barbaro di portarlo a casa sua; gli avrebbe indicato la via. Intanto Ewaniwe non riprendeva conoscenza e perdeva sangue copiosamente. Colwey, prima d’aiutare Aulon, si fermò a fasciare la ferita del bardo, poi, ripresolo sulle spalle, prese sotto braccio il signore della foresta, e lo condusse ad una piccola casetta in mezzo al bosco. Era una casa tutta in legno, e un piccolo ruscello vi sgorgava accanto. Entrati, si ritrovarono in un ambiente umile ma confortevole, e fatto sedere Aulon su una sedia, Colwey mise Ewaniwe su un letto in una stanza vicina. Estrasse dalla sacca, che era riuscito a recuperare, delle erbe, e prese a medicare il bardo. Ewaniwe non riprese subito conoscenza, ma la ferita smise di perdere sangue; un po’ di colorito riapparve in volto. Aulon, rimessosi un po’ in sesto, s’avvicinò e chiese come stesse Ewaniwe. Colwey disse che aveva tamponato la ferita, ma che non sapeva cos’altro fare; tutto dipendeva dal bardo. Aulon spiegò che era venuto a salvarli grazie agli avvertimenti delle driadi, le piccole abitanti dei boschi. Lui aveva guidato i lupi e gli orsi, e poi s’era fiondato sullo Stregone sotto forma d’aquila, anche se questo Colwey non l’aveva visto. Lo Stregone l’aveva colpito in qualche modo, e lui era caduto a terra, sbattendo la spalla, trasformandosi immediatamente in ciò che era realmente, un uomo. Colwey lo ringraziò e gli medicò la spalla con le sue erbe, mentre era tutto preso dal bardo. Lo vegliarono nella notte, senza che riprendesse conoscenza. Ogni tanto Ewaniwe emetteva qualche lamento, ma nulla più, mentre in tanto era sopraggiunta la febbre. Poi però le erbe di Colwey fecero effetto, e la febbre calò un poco. Aulon e Colwey vegliarono fino all’alba; in seguito, vinti dalla stanchezza di quella notte, crollarono dalla fatica. Intanto le condizioni d’Ewaniwe miglioravano, tanto che, ad un tratto, riprese conoscenza. Mi risvegliai in un letto. Accanto, come già ti ho detto, Colwey e Aulon. Tentai di chiamarli, ma la mia voce era flebile per la ferita. Smisi di tentare quasi subito, e rimasi tranquillo lì dov’ero. Vidi come qualcosa che si muoveva nell’ombra, non so descriverla, o forse era essa come un’ombra. In ogni modo, preso da chissà quale stupidità, tentai di scendere da letto, come per difendere coloro che erano con me. Naturalmente crollai a terra in un pesante tonfo. Caddi con la testa verso

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il basso, e rialzandola, mi sembrò di vedere davanti a me come un velo. Misi un dito nel velo: quella che era come una tenda posta di fronte a me scomparve, mostrandomi una figura che non avevo mai visto; eppure l’avvertivo da lungo tempo. Sorpreso, dissi dopo qualche attimo: - Chi sei tu? Dietro il velo squarciato, colui che era lì, tacque per qualche attimo, e poi rispose: - Il Viandante. Tu mi vedi, finalmente. - Che cosa vuol dire – feci – “tu mi vedi, finalmente”? - Tu sei destinato ad essere uno dei portatori, e io ho il compito di proteggerti finché tutto non sarà compiuto. - Ma si può sapere – ero evidentemente provato e irritato, per sopportare in quel momento delle frasi incerte – cosa sei tu? - Io sono un Veida, e ti seguo da quando sei nato. So tutto di te, come del resto so tutto ciò che c’è d’importante da sapere. La tua ferita è grave, ma dovrai continuare il viaggio verso nord-ovest. Lì troverai il Numenale, come ha detto Aliturn. I tuoi amici si stanno per svegliare. Ricorda che tu sei l’unico che può vedermi qui, forse solo Lendelin può farlo con te, anche se ancora non se ne rende conto: ma sa che io esisto, e spesso abbiamo parlato. Ora devo tornare dietro il mio velo; lo potrai squarciare solo tu. Fa come ti ho detto, va verso nord-ovest. Portate Aulon con voi: ne avrete bisogno. Sparì così, con un lento rumore di passi sopiti, lasciandomi con molte domande da porgli. Colwey si svegliò e non vedendomi sul letto iniziò a chiamarmi agitato. In quel momento si svegliò anche Aulon. Mi trovarono per terra e mi rimisero a letto, chiedendo come fossi riuscito a muovermi nelle mie condizioni, e come mi sentissi allora. Non risposi subito, ma continuai a domandarmi se ciò che avevo visto prima era stato un sogno. Tornai alla dura realtà quando mi accorsi di perdere di nuovo un po’ di sangue, e nello stesso tempo il dolore della ferita si fece più forte. Nuovamente medicato, diedi le mie spiegazioni ai due increduli; poi, fui informato di ciò che era accaduto dopo che ero svenuto, per via della ferita infertami dallo Stregone.

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VI Segreti fra le acque

Lendelin, Mel e Ronilis partirono con la prima nave diretta verso il Morien. Il Grande Re era sicuro d’aver visto, all’interno del cerchio sacro di pietre, la Torre della Magia dell’acqua, da cui proveniva Ronilis, e in una delle sue stanze, uno dei Numenali. Ronilis, a vederlo, sembrava non credere alle parole di Lendelin, ma non poteva che fidarsi della visione. In ogni modo, spiegava, non aveva mai avuto alcun sentore o sospetto, e con lui tutti quelli che avevano studiato la magia con lui in quella torre, che la dentro si potesse conservare ancora, e tener per di più celato, uno dei Numenali. Mel, invece, era molto più fiducioso e ottimista. In effetti, questa era un po’ una peculiarità del suo carattere, ancora baldanzoso per l’età. Al conrtario Ronilis era più chiuso, forse per gli studi che lo avevano impegnato per tutta la vita e l’avevano così temprato, o forse perché questa era la sua indole. Con loro Lendelin: il Grande Re era saggio e misurato, aveva del resto trascorso gran parte degli anni precedenti alla sua investitura a monarca fra gli Eida, per apprendere in che modo potesse contrastare l’oscurità che risorgeva ad occidente. Provava una forte fede verso i signori dell’oriente, e più ancora per Euon. Non bisogna credere che fosse perfetto, un essere divino in mezzo a tanti uomini deboli: a volte si perdeva di coraggio, il dubbio lo assaliva; le tentazioni nella sua vita furono sempre forti, soprattutto per ciò che egli rappresentava. In ogni situazione però, alla fine, Lendelin risorgeva, ritornava al suo antico spirito. Questo era stato il vero insegnamento cui era stato sottoposto: non perdersi mai del tutto d’animo, e trovare la capacità di tornare a sperare. I tre viaggiarono verso nord-est, per approdare a Norenar. Da lì, avevano intenzione di passare alla Torre della Magia e di recuperare il Numenal. Dopo di ciò avrebbero deciso il da farsi. Le acque del Mare Interno furono tranquille durante tutta la navigazione, ma non altrettanto fu il viaggio. Giunti, infatti, che già si vedevano le coste dell’agognata meta, una nave di

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corsari assalì la loro imbarcazione. Il capitano ordinò di non fare resistenza, cosicché l’equipaggio non si mosse, mentre che gli assalitori salivano sulla nave e la facevano ostaggio. Ordinarono di condurre la nave secondo i loro ordini, e così avvenne. La nave, accompagnata da quella dei corsari, fu guidata di nuovo in mare aperto, verso occidente. Dopo una giornata di viaggio, era già passata un’altra giornata e mezza da quando erano salpati dal porto di Druria e altrettanto mancava per il loro arrivo a Norenar, giunsero a vedere una costruzione sul mare, coperta da nebbie, mentre era ancora mattina presto. Avvicinatisi, Mel, Ronilis e Lendelin poterono riconoscere degli edifici costruiti sul mare. Una città sull’acqua si stagliava di fronte all’incredulo equipaggio della nave, che non sapeva nulla dell’esistenza di un tale insediamento. Volta verso oriente, un’enorme statua fungeva da porta alla città. La statua era di bronzo: aveva una gamba lievemente piegata in avanti, e l’altra ritta verso dietro. Le braccia, una sollevata, quella opposta alla gamba piegata, un po’ verso avanti, reggeva un’ancora, poggiata su un masso di bronzo anch’esso posto su di un piedistallo, assieme alla gamba verso dietro. Su un piedistallo dall’altro lato, la gamba sporgente un po’ verso avanti, e un altro masso, più altro del precedente, su cui si poggiava un braccio, ritto all’indietro. Sulla testa, un po’ girata verso l’ancora, una corona di alghe. Il corpo, nudo, velato solo di un finto manto, sempre di bronzo, con fitti panneggi che scendevano dal braccio che reggeva l’ancora, fino a coprirlo, ricadendo sulla gamba verso dietro, lasciando il sesso dell’uomo, o Eida, ritratto nella statua. Il corpo era finemente lavorato, lasciando scorgere la potente massa muscolare, posto come in attesa, pronto ad agire, non colto nel vivo d’un azione. A Lendelin sembrava che la figura riprodotta fosse appena uscita dall’acqua presso quegli scogli, reggendo quella pesante ancora come se niente fosse sopra le pietre, guardandola come una propria opera e proprio simbolo. Pensò così che quella statua rappresentasse Teon, Eida dei mari, ma ne tacque con gli altri. I due piedistalli su cui si reggevano le gambe e gli scogli fungevano da vere porte alla città, su cui vegliava, altissima, la statua. Oltre la statua si snodavano le costruzioni, poste su alte palafitte, circa cinque metri sul livello del mare, galleggianti come zattere. Si vedevano funi che scendevano verso il mare, probabilmente ormeggi gettate per fermare la città alla corrente. I vari zatteroni con sopra le case erano collegati con ponti di corde resistenti, cosicché era poca la differenza fra quella città e alcuni quartieri delle città portuali che si dipanano con

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ponti su canali. Superata la statua, un piccolo porticciolo con ormeggiate altre navi di pirati accolse l’imbarcazione di Lendelin e i loro predoni. Dopo che anch’essi ebbero ormeggiato, tutto l’equipaggio fu condotto a forza in città, mentre i beni che si trovavano sulla nave erano portati in alcuni silos stanti sul porticciolo. Tutti i prigionieri furono portati nello zatterone centrale della cittadina, piccola, più un villaggio che altro, che fungeva da piazza per gli abitanti. Bambini lì giocavano inseguendo una palla, mentre alla vista dei corsari che tornavano, delle donne accorsero congratulandosi per il bottino. Vennero anche degli anziani, i capi della città, per decidere cosa fare dei prigionieri. A questo punto Lendelin si fece un passo avanti fra quanti erano stati catturati e parlò: - Capi del villaggio, ascoltatemi; io sono Lendelin Eidur, Grande Re, e se non mi credete, potrete trovare nelle mie tasche il mio sigillo, giacché avete legato le mie mani come un prigioniero. Clamore venne dagli abitanti del villaggio. Uno degli anziani si fece avanti e rispose: - Giovani, frugate nelle sue tasche e controllate che siano vere quelle parole. – Alcuni fra i corsari fecero quanto era stato loro ordinato, trovando il sigillo e mostrandolo al vecchio, evidentemente la guida della città – Ebbene tu dici il vero, e così abbiamo preso prigioniero il Grande Re degli uomini. Dicci cosa ci chiedi, Grande Re, sapendo che in questo momento siamo noi ad avere il potere. - Intanto vorrei sapere dove mi trovo, e con chi sto parlando. Poi, cosa avete intenzione di farci, e in seguito esporrò le mie richieste e le mie motivazioni. - Ti trovi nella città di Mala, così noi la chiamiamo, né ci ha conosciuto altro uomo che non sia morto o schiavo. Abitiamo sul mare come corsari da quando il terremoto del 300 della seconda era non ha diviso le nostre antiche case dall’Oldar, ad ovest, nell’isola oggi chiamata del terremoto. Da allora, per fuggire i barbari e i figli di Gnomanar, navighiamo sul mare, su questa città, catturando navi, e rivendendo i bottini e i prigionieri nei mercati clandestini dei porti, avendone in cambio il necessario per vivere. Io sono Cerdon, e guido i miei concittadini. Come avrai capito, voi sarete venduti come servi, salvo che tu non abbia delle offerte migliori da farci, per quanto ti riguarda. - Ciò che ho da dirti, non è né un’offerta né un ordine, dato che, evidentemente, ora non sono in condizione di dartene. Io invece ti chiedo di lasciarci liberi, e smettere le vostre pratiche. Vi offro in

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cambio di divenire nostri liberi alleati, di poter vivere di commercio e diventare un porto franco e mercato, così com’è già Aqua sul Lago Maggiore, potendo contare sul mio aiuto e la mia difesa per ogni evenienza. Ti chiedo questo, non per paura d’essere schiavo, perché, a dirti la verità, già da un pezzo potrei essere libero. – Così dicendo Ronilis si liberò dai lacci con la sua magia, e in breve liberò tutti i prigionieri allo stesso modo. – Ti faccio la mia richiesta perché odio la violenza, e non voglio che ora si sparga sangue, voi per catturarci nuovamente, noi per difenderci. Inoltre mi preme la mia missione, vitale a tal punto che sono partito io stesso per adempierla. Forse non sapete che è scoppiata la guerra contro i nemici da cui fuggiste ad occidente, i figli di Gnomanar. E se bloccherete la mia missione, come quella dei miei compagni, rischierete di causare la vostra stessa fine, imminente, contro un nemico già di molto superiore alle nostre forze; infinitamente più potente di voi. Riflettete sulla vostra decisione, e operate una scelta. I corsari furono sorpresi dall’incantesimo di Ronilis, e si ritrovarono i prigionieri liberi e in buon numero di fronte a sé. Inoltre Lendelin, Mel e Ronilis erano pronti di fronte a loro, nonostante le parole pacifiche. Cerdon chiamò a consiglio alcuni dei suoi, dall’altro lato della piazza, e dopo un’accesa discussione, si fece di nuovo portavoce della decisione del suo popolo: - Grande Re, ti lasceremo libero, assieme al tuo equipaggio, con tutti i vostri beni e la vostra nave. Ma per il resto non accettiamo le tue proposte, benché ci faccia piacere la tua amicizia. Siamo corsari, tali fra noi molti sono nati, e tali vogliamo rimanere. In ogni caso, se ti servirà aiuto, lancia un messaggio via mare, e se vorrà la sorte e riceveremo la tua richiesta di soccorso, accorreremo con le nostre navi. Fini così la discussione, e rapidamente, ringraziando, Lendelin radunò l’equipaggio e i passeggeri della nave, e si allontanò verso il porto, accompagnato da alcuni corsari. Giunto alla propria imbarcazione, il capitano ordinò di partire e spiegare le vele, mentre intanto un’altra nave d’abitanti della città, con i suoi prigionieri, approdava nel porto. Le navi s’incrociarono di fronte alla statua di bronzo, e i corsari guardarono sorpresi l’imbarcazione di Lendelin che usciva dalle porte della città. Poi, la nave di Lendelin s’allontanò velocemente da Mala, riprendendo la propria rotta. La città sul mare scomparve presto indietro, sotto una fitta nebbia, probabilmente frutto di magia, come credeva Ronilis. Giunti a Norenar, il Grande Re e i due elfi presero in affitto tre cavalli,

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per cavalcare verso la loro meta. La città era splendida, con mura bianche o tinte di colori vari e brillanti. Il Grande Re poté solamente intravedere da lontano la parte alta della città, dove si trovavano gli antichi templi e le opere d’arte, mentre fu colpito dalla grandezza e dalla funzionalità del porto della città, inferiore solo a quello che aveva visto ad Atlasa, nell’oriente degli Eida. Mel e Lendelin furono guidati da Ronilis, da Norenar fino alla Torre della Magia dell’acqua. La torre si trovava nel lato orientale della penisola, in pratica dal lato opposto rispetto a dove si trovavano i tre; nel mezzo, la catena montuosa chiamata Mellorion. Cavalcarono su i tre cavalli, abbastanza veloci, per qualche giorno, sempre tenendo la direzione, riposandosi di notte, anche per fare rifiatare i cavalli. La sera, Ronilis raccontava le tradizioni elfiche sul nome del luogo in cui s’erano fermati, o sui posti che avevano attraversato: le sue descrizioni erano sempre particolareggiate, frutto degli studi e della sua passione per l’argomento. Mel ascoltava, disapprovando spesso ciò che diceva il Morieniano, esponendo per risposta la versione dei Lovariani, ma non è che in realtà ci fosse disaccordo fra i due; semplicemente per spirito di campanilismo, tutt’e due, come in ogni altra occasione, cercavano di far protendere la preferenza di Lendelin verso l’una o l’altra tradizione e cultura. Lendelin ascoltava i racconti degli elfi, ma in cuor suo era preoccupato da ciò che aveva lasciato nel Minar. Si chiedeva come stesse procedendo la guerra, se Gnomanar era riuscito ad avanzare, o se le forze che lui aveva allestito erano riuscite a contenere la potenza dell’Oscuro Signore. Inoltre, pensava alla missione: era certo che Bellig, Feilon e Luia avrebbero raggiunto il loro obiettivo; invece era titubante per Ewaniwe, anche se Aliturn l’aveva rincuorato, assicurandogli che il Viandante sarebbe andato con il bardo. Temeva che Ewaniwe non si dedicasse alla ricerca del Numenal, immerso com’era nel dolore per la scomparsa d’Alinea. Si sentiva colpevole, lui, il Grande Re, per la prigionia di parte del suo popolo, e in mezzo ad esso, Alinea, una delle sue migliori consigliere e amiche, oltre che l’amata di Ewaniwe. Con questi sentimenti il Grande Re procedeva nel viaggio, mentre l’allegra compagnia, a dire la verità più di Mel che dell’altro elfo, lo rimetteva un po’ in animo, alleviando un po’ le fatiche e la pressione da cui Lendelin si sentiva schiantato, e che non sapeva fin quando avrebbe retto. Lendelin e gli altri giunsero alla fine alla torre. Li guidò Ronilis: avvistati da lontano, fu chiesto loro di farsi identificare sempre

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rimanendo distanti; per tutti parlò il mago: - Sono Ronilis, mago d’acqua. Porto con me Lendelin Eidur, Grande Re degli uomini, e l’elfo silvano Mel, suo compagno. L’elfo che aveva chiesto di farsi identificare da una stanza di guardia sulla torre scomparve per qualche istante. Poi, riapparso alla finestra, gridò: - Vi è concesso di entrare, avvicinatevi alla porta, e siate i benvenuti. I tre s’avvicinarono piano. Sia Mel che Lendelin rimasero stupiti dalla vista esterna della torre, tutta fatta d’acqua che scorreva dal basso verso l’alto, al contatto, solida come pietra. La torre, come già aveva raccontato Ronilis, era frutto della potenza della magia dell’acqua, ed essi ora avevano dimostrazione visiva di ciò che diceva il mago. Giunti alla porta, due elfi accolsero i nuovi arrivati. Furono cordiali, soprattutto con Ronilis, ben famoso all’interno della torre. Accompagnarono i tre nella sala d’accoglienza della torre, dove erano portati il primo giorno i nuovi adepti alla magia per i giuramenti, o dove venivano intrattenuti gli ospiti. Naturalmente anche le mura della sala erano d’acqua, e così non potevano esserci intonachi o dipinti: eppure, per ravvivare la stanza, sempre grazie alla magia, in alcuni punti delle mura l’acqua scorreva tinta de i colori più vari, rendendosi simile ora al cielo, ora al colore del sole, ora a quello dei prati; talora di color neve, e altre volte pallida come la luna. Ronilis non faceva più caso a queste cose, ma Lendelin e Mel, invece, erano particolarmente colpiti e affascinati. Entrati dentro la sala, rimasero qualche attimo ad attendere, poi, un elfo molto vecchio, molto più anziano dei compagni del Grande Re, entrò dentro e diede il benvenuto agli ospiti. Si presentò. Il suo nome era Tumbar, ed era uno dei maestri, gli stregoni d’acqua, della torre. Ronilis lo conosceva, e i due parlavano con tono cordiale: - Ditemi – fece Tumbar – perché siete venuti qua? - La spiegazione è semplice – rispose Ronilis per Lendelin – abbiamo saputo dagli Eida che qui è conservato uno dei Numenali, e sempre per ordine degli Eida, siamo venuti per farcelo concedere per la nostra missione. Tu sai della guerra, vero? - Le notizie della guerra sono giunte anche qui; ma il Numenal, non posso darvelo. Così il segreto della torre v’è stato rivelato, e tuttavia non posso concedervi la pietra. Solo noi stregoni della torre siamo a conoscenza del fatto che qui è conservato uno dei Numenali, e senza di esso, senza il potere di quella gemma, la torre sarebbe indebolita;

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correrebbe il rischio di crollare. Devi attendere che torni Alimbar, l’altro maestro della torre, e dopo avrai la nostra decisione definitiva: ciò nondimeno, non avere grande speranza in cuore. Alimbar tornerà ben presto, ché era uscito per cercare delle erbe per le sue magie. Anzi mi stupisco che non sia ancora giunto. Poco lontano dalla torre, Alimbar avvertì una forte potenza magica. Egli raccoglieva componenti per una magia, per rafforzare le mura della torre, quando accadde l’imprevisto. Anche lo Stregone avvertì la presenza d’Alimbar. Voltisi uno verso l’altro, il maestro della torre urlò: - Tu, creatura di Gnomanar, cosa ci fai qui? Non ebbe risposta dallo Stregone, che gli venne addosso. Dapprima Alimbar cercò di scagliargli addosso qualche stregoneria, ma lo Stregone Nero le evitò con destrezza. Il servo di Gnomanar saltò su d’Alimbar, tentando di colpirlo con la mano, ma un getto d’acqua dal corpo del maestro della torre lo spinse via. Rialzatisi, i due stregoni iniziarono uno scontro mentale. Entrambi stavano uno di fronte all’altro, cercando d’abbattersi a vicenda con i propri poteri mentali. Fra i loro occhi, come tuoni e fulmini; l’energia della loro mente sprigionava da tutto il corpo: erano entrambi arrivati al massimo del loro potere, giunti allo spasimo. Poi, Alimbar si fece bianco in viso, e il suo antico corpo cedette alla potenza del servo di Gnomanar. Svenne e s’accasciò a terra, privo di coscienza. Anche lo Stregone Nero era affaticato, ma con le forze rimastegli si avvicinò, e con i potenti poteri fornitigli da Gnomanar, salmodiando, cercò di corrompere Alimbar. Stette così sopra il suo avversario per qualche tempo, sempre recitando versi. Poi, la mente del maestro della torre cedette e fu prigioniera del servo di Gnomanar. Si rialzarono entrambi: lo Stregone Nero e Alimbar in suo controllo si diressero verso la torre, e vi giunsero poco dopo. Lo Stregone aveva letto nella mente di Alimbar che nella Torre della Magia era conservato uno dei Numenali; così, sicuro di ottenerlo facilmente, si lasciò condurre dal maestro della magia dell’acqua. - Almeno mostraci dov’è conservato il Numenal. Sai che non siamo ladri, e che non hai da temere nulla da noi. Tumbar era titubante, ma dopo le richieste insistenti di Ronilis, accettò di mostrare loro la gemma. Li condusse così fuori della sala. Giunsero, attraverso un corridoio con il pavimento d’acqua coperto da uno speciale

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tappeto magico azzurro, in tono col resto dell’edificio, a delle scalinate a chiocciola. Salirono per le scalinate al quinto piano della torre. Li accolse un nuovo, lungo corridoio. Tutt’attorno libri d’ogni tipo, ma soprattutto di magia, su scaffali, incredibilmente appesi ai muri. Non c’erano torce nella torre, ma l’acqua, là dove non entrava la luce del sole, emetteva strani tipi di fluorescenza, dando forma ad una luminescenza pallida. Attraverso questo nuovo, lungo corridoio (anche in questo si trovava quella specie di tappeto, solo che qui era color blu notte) giunsero alla biblioteca. Vi entrarono e furono accolti da una vera montagna di sapere: Lendelin pensò subito che, se quella era la dimensione delle biblioteche in tutte le torri di magia, esse potevano quasi competere con quella che era un tempo la biblioteca di Aliturn. Lesse i titoli di alcuni volumi: riguardavano tutti la magia, ed erano i versi di migliaia di incantesimi, di tutti i tipi; non solo magie che riguardavano l’acqua, ma anche incantesimi della foresta, della terra, dell’aria o del fuoco. Lui aveva studiato fra gli Eida da templare, e aveva così qualche nozione di magia; ma di fronte a sé trovava una conoscenza sterminata sul campo, che lo affascinava. Si ripromise che, se fosse sopravvissuto alla sua missione e alla guerra, sarebbe tornato a quella torre e vi avrebbe studiato, per quanto n’era capace, quanti più possibile di quegli incantesimi. Intanto Tumbar e Ronilis procedevano con passo sicuro. Giunsero tutti di fronte ad una porticina nascosta, alla fine della biblioteca. Invitati a varcare quella soglia da Tumbar, i tre entrarono nella stanza. Era completamente buia. Entrato anche Tumbar, disse piano: - Luce! L’acqua attorno divenne fluorescente, illuminando la sala: era una specie di ripostiglio. Nascosto fra gli oggetti, uno scrigno, come aveva visto Lendelin nella sua visione. A quel punto il Grande Re si avvicinò. Lo scrigno era povero, in legno male intagliato; dove non ci si aspetterebbe di trovare una cosa così importante, essa era conservata. Lo scrigno si aprì davanti al Grande Re, come se la gemma dentro avesse avvertito il suo padrone; inevitabilmente la cosa sorprese Tumbar. Il Numenal era una gemma color blu notte. Piccolo, di fronte a Lendelin brillava intensamente. Tumbar rimase titubante di fronte a quei fatti; era come se il Numenal ordinasse d’essere portato via dal Grande Re. Il maestro della torre spiegò loro: - Da quando è sorta questa torre, la prima, eretta da Alton stesso, il

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Numenal è qui conservato. Alton fece un incantesimo, sicché la torre si regge in gran parte sul potere di questa gemma: voi mi capite, senza il Numenal la torre crollerà. Per questo devo attendere anche la decisione d’Alimbar. Comprendo però dalla reazione della gemma stessa, che è il destino che vuole che voi portiate via il Numenal dell’acqua. Non temete, presto arriverà il giudizio; sento che Alimbar sta arrivando, n’avverto il potere. Con il suo, avverto, però, anche il potere di qualcuno che non conosco; la cui presenza mi sembra potente e sgradita. Lo Stregone Nero e Alimbar furono accolti senza sospetto, come se il servo di Gnomanar fosse un ospite del maestro della torre. Egli era pallido, ma nessuna delle guardie notò la cosa, sapendo quant’era vecchio. Piuttosto tutti facevano caso al Terrore che emanava dall’ospite. Un’insana paura coglieva chi si rizzava innanzi allo Stregone, comprendendone il potere e la malvagità. Nessuno osò fermarli. I due così si diressero rapidamente alla sala dello scrigno. Quando vi furono davanti, la trovarono aperta. Dentro, un altro stregone, di pari potere di quello che il servo di Gnomanar aveva sconfitto prima e che ora controllava. Innanzi ad uno scrigno aperto che emetteva una luce dall’interno, un uomo e due elfi: lo Stregone riconobbe il potere del Numenal all’interno dello scrigno, e gettò alla carica Alimbar contro l’altro maestro, mentre egli si fiondava sui tre davanti al Numenale.

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VII Fenici

Lo Stregone che aveva puntato a nord proseguì spedito. Si dirigeva prima di tutto verso il Dwaralud: aveva sì intenzione d’ubbidire al proprio padrone, ma nella sua malignità, desiderava compiacerlo maggiormente. Pensava che si sarebbe distinto fra gli altri suoi pari, se, assieme al Numenale, avesse portato a Gnomanar anche il regno dei nani. Così, dalle terre abitate dagli uomini prima che l’Oscuro Signore sferrasse il suo attaccò, cavalcò verso il nord più estremo abitato dagli orchi. Naturalmente, non trovò opposizione di fronte a sé. Nessuno abitava più il Numer, se non dei mannari, che egli radunò con richiami, e sparute bande di orchi che già s’erano insediate in quelle terre. Ubbidienti, gli orchi giunsero al suo ordine, emesso silente eppure avvertito chiaramente da quelle creature. Giunsero, e s’inchinarono di fronte allo Stregone. Il destriero che il servo di Gnomanar cavalcava nitrì alla loro vista. Alcuni orchi s’avvicinarono allo Stregone, per farglisi cari. Di nuovo la bestia fu indignata che quelle creature fossero dinnanzi a sé, e s’impenno furiosa. Frattanto, nubi in cielo impedivano ormai da lungo tempo di distinguere notte e giorno. Fulmini di tanto in tanto illuminavano l’orizzonte, altrimenti cupo e indistinguibile, se non per l’occhio esperto dei figli di Gnomanar. Lo Stregone, radunate le bande d’orchi, fece cenno di seguirlo: prima che riprendesse di nuovo la sua cavalcata, nuovamente un orco s’avvicinò, per offrirglisi, infido, come servo personale. Questa volta il potente servo dell’Oscuro non trattenne la propria cavalcatura, stanco della stupidità dei suoi inferiori. L’animale scalciò contro l’orco, con occhi iniettati di sangue; spintolo a terra, gli fu sopra come una furia. E la furia ceca s’era impossessata davvero dell’animale; sbranò l’orco in pochi bocconi. Saziato il suo

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bestiale appetito, nitrì con soffi mefitici. Nessun altro orco osò più avvicinarsi allo stregone. Messo così ordine fra i suoi sgherri, il servo di Gnomanar continuò il viaggio, rallentato dal suo seguito. Passò fra i monti in cui giace la dimenticata Kala, Kala la persa, l’innominabile, la città dell’oblio, come la chiamano, in tutti questi diversi modi, i nani del Dwaralar. Varcati i monti con il suo seguito, lo accolse la Palude degli orchi, formata dal Nifilan, l’Oroko e il Koro. Qui gli orchi, da quando hanno conquistato queste terre, risiedono indisturbati, come branchi di lupi famelici saccheggiandosi gli uni con gli altri e attuando scorrerie rapide ed incisive verso est, contro i nani sempre all’erta. Anche qui giunse lo Stregone, col suo carico di terrore. Non appena gli abitanti della palude, non orchi ma orchetti, avvertirono la sua presenza, furono colti da grand’agitazione ed eccitazione. Giunti dinnanzi allo Stregone, recarono orrendi doni e la loro prostrazione. Lo Stregone fu compiaciuto della loro intelligenza, molto superiore a quella degli orchi, malgrado la loro forza fosse molto minore. Lo schieramento così formato fu condotto ancora più a nord, verso i confini estremi delle terre d’Arret. Gli orchi, come sentendosi derubati del loro ruolo d’eletti, accolsero in malo modo i nuovi giunti, più piccoli e più gracili, ma molto più intelligenti. Quando il seguito dello Stregone si fermava per riposare, subito nascevano liti fra le due fazioni: gli orchetti facevano scherzi crudeli agli orchi più stupidi, e i compagni di questi s’issavano per difenderli. La lotta allora si faceva serrata fra gruppi numerosi, finché una delle due fazioni non perdeva un buon numero di vittime e si ritirava. Di solito gli orchi cadevano in vere e proprie trappole degli orchetti, subdoli e astuti, e raramente vincevano in quelle scaramucce. A volte lo Stregone non interveniva, lasciando sfogare quei mostri in questo modo; altre volte invece, decideva di calmare gli animi, e lo faceva a modo suo. Si gettava allora in una cavalcata portentosa verso la mischia. Al rombo degli zoccoli del suo destriero, chiunque si poteva destare, e persino i litiganti si placavano. Poi, giungendo come una furia, s’avventava su i mostri, divisisi come le onde del mare. A quel punto afferrava una vittima a caso: presala con una mano, la tranciava di netto con l’altra. La mostrava alta come un trofeo, a tutti coloro si trovavano accanto a lui. Fatto ciò, gettava per terra la salma, lasciando la propria cavalcatura libera di cibarsene. Finito il macabro rito, atteso che le fazioni si ritirassero, s’allontanava lento dal luogo dove aveva fornito la sua prova di forza. Tornava una calma pesante nello schieramento, mentre orchi e orchetti,

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parenti di sangue, si guardavano l’uno con l’altro in cagnesco e con odio. Lo Stregone guidò il suo seguito verso nord, là dove anche gli orchetti del luogo non avevano osato spingersi per il freddo, e soprattutto per la potenza degli abitanti. Lì, le Fenici, splendide e maledette, giacevano prive di pace, maledicendo il loro passato e le loro sventure. Le Fenici vivevano nel Dwaralud, esiliate da Inagel, là dove regnavano le Aquile al loro posto: e in verità in passato, ingannate da Gnornak, generarono per questi gli Uccelli di Fuoco, malefiche bestie da allora al servizio degli Oscuri Signori, sempre pronte a distruggere ciò su cui volano veloci. Lo Stregone voleva recarsi presso le Fenici: pensava che, se fosse riuscito a sottomettere quelle creature e a metterle al suo servizio, avrebbe reso un gran servizio al suo padrone, diventandone il prediletto. Mentre per queste ragioni lo schieramento avanzava verso nord, la paura aumentava fra gli orchetti, consapevoli della potenza delle Fenici. Quegli enormi uccelli dorati, ardenti come lava, avevano spesso fatto strage di quei mostri in passato, anche dopo il loro triste esilio. Per ciò erano temute dagli abitanti del Dwaralud, che non osavano avvicinarsi loro. Lo Stregone non ebbe paura, e così, giunto ai piedi di uno dei tanti monti innevati del nord, trovò i loro nidi. Uno stormo di Fenici, l’unico d’Arret, volava su quel monte. Non appena lo Stregone fu sotto la vetta, le Fenici s’avvidero della sua presenza. Richiami acuti si udirono fra le nevi perenni stridere con la calma e il silenzio del monte. Le Fenici più imponenti si misero a volteggiare sullo Stregone con aspetto maestoso e minaccioso assieme. Lo Stregone fece allora cenno ad una di scendere a terra: la Fenice più grossa di tutte lo fece, scendendo planando elegantemente. Atterrata sotto la vetta, mentre le altre continuavano il loro volo, s’avvicinò in maniera sospettosa allo Stregone: - Che cosa vuoi da noi, servo di Gnomanar. - La vostra vendetta su chi vi ha esiliato. L’atteggiamento dello stregone era sicuro e la sua voce suadente: - Unitevi a me – riprese – e riavrete il posto che vi spetta a guida dei vostri simili. Non barricatevi dietro distinzioni fittizie, leggi astratte di giusto e sbagliato. Usate la vostra potenza per me, e assieme ai vostri figli sarete premiati. - I nostri figli – la risposta non si fece attendere – sono solo Fenici, non quei mostri cui abbiamo dato la vita con l’inganno. Con le tue parole e le tue arti non c’ingannerai. Sappiamo che è scoppiata la guerra, ché i

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nostri voli giungono rapidi e nascosti fino a molto più a sud di queste terre disperate. Fra poco anche noi scenderemo in campo, e la guerra presto sarà molto più ampia di ciò che è stato fin ora. Va via da qui, servo. Non ti fare vedere ancora sotto questo monte, perché la prossima volta non avremo pazienza. Allontanati veloce, e ringrazia il tuo signore se non scendiamo a distruggere te e il tuo seguito. Lo Stregone fu furibondo. Innalzate le braccia verso l’alto, salmodiando, avvenne una forte tempesta, e gli occhi dello Stregone si fecero tuonanti. Nacque una grande agitazione fra gli orchi e gli orchetti, mentre i mannari ululavano nervosamente. Le Fenici accelerarono il ritmo del loro batter d’ali. I loro richiami si fecero più acuti e frequenti. Anche la Fenice più grande si levò in volo. Salì all’altezza della cima, iniziando a volare assieme ai suoi simili. Volavano in circolo proprio sopra allo Stregone, che intanto continuava a recitare formule arcane. Guidando la picchiata, la Fenice più grande scese velocemente dalla cima verso il servo di Gnomanar. Proprio sopra di lui, un soffio di fuoco uscì dalle sue fauci, seguito da quello delle altre Fenici. Lo Stregone fu inondato di fuoco, e per qualche istante scomparve fra le fiamme; poi fece qualche passo, ed era ancora lì, apparentemente incolume. Uscendo dalle fiamme, lo Stregone rideva: salita di nuovo in quota, la Fenice tornò a scendere. Questa volta non colpì lo Stregone con il suo soffio di fuoco. Giuntagli vicinissima, la Fenice virò rapida contro l’avversario. Colpì il mostro con l’ala, e in un attimo, le vesti dello Stregone furono cenere e fiamme. Frattanto le altre Fenici lanciavano fiamme contro gli orchi, che fuggivano da ogni lato. Lo Stregone fu sballottato contro la parete d’un monte dal colpo infertogli. Si rizzò inferocito, urlando contro la Fenice nel crepuscolo della tempesta, camminando con passo deciso. Nuovamente la Fenice gli si scagliò contro, mentre tutt’attorno erano fiamme e tuoni. Il volatile colpì di nuovo lo Stregone, che la infilzò con la sua mano in un’ala. La Fenice, ferita, s’allontanò veloce, lamentandosi. Anche lo Stregone cadde a terra, e risollevatosi, mostrò d’esser ferito ad una gamba, spostandosi claudicante. Allora il volatile s’appollaiò su un picco, proprio di fronte allo Stregone: - Servo, va via. Se proseguirà questa lotta, tutt’e due troveremo la morte. Ma non è oggi che ciò deve accadere. Raccogli coloro che sono con te e allontanati; questo sarà l’ultimo avvertimento. Lo Stregone rimase fermo. Voltosi verso il suo esercito, lo vide nel panico. Si tornò a voltare verso la Fenice, e fissandola con occhi

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sulfurei, gridò: - Tu morirai, prima o poi, e io non avrò pietà di te! - Lo stesso – rispose pronta la Fenice – vale per te, servo! Lo Stregone s’allontanò sibilando, e raccolto il suo esercito si volse ad est. La Fenice volò ferita verso la cima del monte, osservando ancora quell’esercito che s’allontanava. Da sud intanto continuavano a salire in cielo fumi scuri, e il sole, se ancora esisteva, era ormai un ricordo. L’esercito d’orchi fu veloce a giungere nel Dwaralar. Arrivò preso Aiak per recarvi la guerra, mentre lo Stregone sibilava di gioia per il realizzarsi dei suoi piani. Bellig, Feilon e Luia avevano già viaggiato per buona parte dei territori occidentali del Lovar. Nel loro viaggio, avevano visto le mura di legno della Torre della Magia della foresta. Prima, erano passati accanto all’insediamento attorno allo Stagno del Destino, dove si dice, si possa scorgere il futuro. Un tempo lì, si radunarono gli elfi. Luia aveva proposto di recarsi in quel luogo per scoprire come si sarebbero svolte le vicende future, ma Bellig aveva risposto: - Donna, credimi, è già un male che ci sia stato riferito della Profezia, ma ne bisognavamo per convincerci a partire per la nostra ricerca. Non è un bene per l’uomo che vuole essere razionale e saggio, conoscere il proprio futuro, che sia buono o cattivo, perché allora si comporta in funzione di ciò che è venuto a sapere, non in relazione al giusto o allo sbagliato nel presente. Se tu venissi a sapere che Feilon morirà fra poco, cosa faresti? Forse cercheresti di impedirlo, affannandoti inutilmente se la cosa è davvero già scritta. Forse cercheresti di dimenticare il suo amore, per non soffrire alla sua dipartita. Comunque non ti comporteresti per ciò che sei, ma per ciò che diverrai, e le tue azioni non avrebbero più coerenza. Saremmo davvero schiavi del destino, mere marionette nelle sue mani. Ma almeno agiamo, convinti, anche se a torto, d’agire dandoci noi la nostra sorte. Luia fu convinta da quel discorso, anche se un po’ quel desiderio covò sempre nel suo animo. Comunque in questo caso non poté non obbedire a Bellig, e i tre, il saggio, Luia e Feilon, proseguirono dritto senza fermarsi allo stagno. Dopo qualche giorno furono alla fine nel Dwaralar, o almeno nei suoi territori più meridionali, là dove ancora non svettano le altissime cime. La catena del Sud, i monti più meridionali del Dwaralar, era ancora distante, mentre di fronte ai viaggiatori scorreva il

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Valor, fiume principale della zona, alimentato dal Lago Maggiore. Superarono il fiume attraverso un basso ponte, opera nanesca, la prima che incontrarono. I viaggiatori continuarono a costeggiare il lago alla loro sinistra, attraverso vie sempre più ricoperte dalla neve. Non incontrarono nessuno per lungo tempo, e Bellig spiegò ai suoi due compagni che ciò avveniva perché i nani vivono sotto terra e si spostano attraverso canali sotterranei, un po’ più caldi e confortevoli, almeno per quelle piccole creature, rispetto all’esterno innevato. Feilon chiese come facesse lui a sapere queste cose, e Bellig gli ricordò che lui era già stato nel Dwaralar come ambasciatore di Lendelin. Feilon, una volta, chiese a Bellig di raccontare loro ciò che aveva visto allora. Il saggio narrò a Feilon e Luia di quando fu ambasciatore. A quei tempi, non tanto distanti, lui vide la Torre della Magia del fuoco, dove, immersi fra le nevi perenni, adepti apprendono la difficile magia del fuoco. Raccontò che tutt’attorno alla torre, un fossato la proteggeva, pieno di fiamme perenni che né la neve né la pioggia riuscivano a spegnere. Questa era una delle torri fatte costruire da Alton, e le altre si trovano una nel Lovar, quella della foresta, e l’avevano da poco passata; una nel Morien, quella dell’acqua, la più bella di tutte; le altre due, forse ormai perse, nell’Oldar, dell’aria, e nel Numer, della terra. I maghi e gli stregoni che provenivano da quelle torri, come Ronilis, erano potenti e spesso anche saggi, ma non sempre. I nani però temevano abbastanza la magia delle torri, e ad essa, preferivano quella dei druidi. Oltre alla torre, Bellig aveva visto anche l’occidente del regno, e la capitale, Aiak. Aiak è la più bella città dei nani, oltre a quella ormai persa di Kala, come dicono essi stessi, ad occidente. Divisa in sei piani sotto terra, è un infinito labirinto di cunicoli, gallerie ed aule. Nella capitale vivono i membri di spicco dei sette clan del popolo. Su tutti governa Mur, del clan chiamato Mor, discendente d’Intorin, padre dei nani. Gli altri clan sono gli Ondir o “luna di fuoco”, gli Ellar o “elmo rosso”, i Kraka o “Asce d’oro”, i Tror o “forgiatori di martelli”, i Nin o “occhi di fuoco” e i Kalar o “maledetti” perché sopravissuti alla loro città. Ogni piano della città è abitato da un clan, e i Mor abitano nel sesto, più in profondità di tutti, segno di potenza fra i nani. Solo i Kalar non abitano in un piano, ma divisi fra i vari, dopo la cacciata dalla loro città. Il piano dei Tror, ricordava Bellig, era pieno di focolari e di officine, dove fabbri lavoravano incessantemente per produrre i più bei gioielli che Arret conosca. Poi nell’ultimo piano, tesori erano ammassati in stanze

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apposite, e ora sapevano che lì si doveva trovare il Numenal. Mur era un nano testardo, anche se a modo suo saggio. Tutti i nani, infatti, sono di solito presi esclusivamente dai loro interessi, e spesso sono disposti a fingere di non sapere ciò che accade loro attorno, pur di non correre rischi. Questo però, non perché sono dei vigliacchi, tutt’altro: sono prodi in battaglia, e testardi, come nel resto delle loro cose, così è difficile che accettino la sconfitta. Combattono fino alla morte, impugnando pesanti asce e martelli. La guardia reale comandata da Menhan, generale di Mur come Feilon lo era di Lendelin, incuteva terrore anche agli orchi che di tanto in tanto tentavano razzie ad occidente del regno. Non c’è nano che non abbia fiducia in se stesso e nel proprio valore in battaglia, e a maggior ragione i membri della guardia reale, capaci di sterminare gli invasori con pochissime perdite. Però i nani non sono solo valenti in battaglia, ricordava Bellig: la loro mente è chiusa. Odiano ciò che può venire di nuovo dal mondo oltre il loro regno, e lo temono: così, eccetto che i membri illuminati dei clan, nessun nano, tranne che per vendere le proprie opere, intrattiene rapporti con l’esterno. Infondo i nani invidiano gli elfi, per la loro condizione privilegiata nei confronti degli Eida. Perciò preferiscono la compagnia degli uomini, specie quelli delle campagne, che preferiscono ai “molli”cittadini. Mentre raccontava ciò che sapeva sul Dwaralar, e ogni cosa che aveva saputo sui luoghi che attraversavano, Bellig, Luia e Feilon giunsero nell’occidente del regno. In verità erano passati parecchi giorni da quando s’erano addentrati nel Dwaralar, e superando monti attraverso passi difficoltosi, erano giunti là dove ora si trovavano. Poco distante da loro, intravedevano la porta della montagna sotto cui s’addentrava Aiak. S’avvicinarono alla porta. Delle vedette, nascoste fra i massi della montagna, sorvegliavano i viaggiatori già da molto tempo. Mentre i tre s’avvicinavano sentirono una voce domandare loro: - Stranieri, chi siete? Perché siete giunti alla porta d’Aiak? - Siamo ambasciatori – rispose Bellig – di Lendelin Eidur Grande Re degli uomini. Veniamo per chiedere un particolare aiuto al re dei nani Mur. - Attendete senza muovervi. La voce intimò quell’ordine. Un rumorio di passi si sentì tutt’attorno. Una piccola botola poco distante dalla porta della città s’aprì. Da essa uscirono una decina di nani armati di asce e vestiti pesantemente: si posero in cerchio davanti a Bellig e ai suoi. Uno di loro lì squadrò

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avvicinandosi lentamente, poi, fatto segno ad un altro, li fece perquisire. Una volta che furono perquisiti e furono tolte le armi, portate via dai nani dicendo loro che le avrebbero restituite quando se ne fossero andati, fu concesso loro di entrare in città. Rientrati dalla botola, i nani aprirono la porta delle città. La porta si spalancò davanti a Bellig. Feilon s’aspettava d’essere accolto dallo sfavillare dell’oro e delle torce, e invece si ritrovò immerso nel buio pesto di cunicoli. Sbatterono tutti e tre le teste, senza accorgersi del fatto che il tetto s’abbassava. Ci misero un po’ ad abituarsi al buio. Non appena gli occhi presero a vedere più chiaramente, si accorsero però delle decorazioni a sbalzo. Bassorilievi tutt’attorno risaltavano vagamente nel buio. Presto dopo una serie di cunicoli, si trovarono in un’aula di cui, al buio, non trovavano le pareti. Nani attorno a loro, camminavano indaffarati senza fare loro caso. Delle guardie attorno, controllavano che tutto andasse tranquillamente. Nessuno li aveva accolti come ospiti del re, e così, Bellig, già esperto di quella città dopo la sua prima ambasceria, si dirigeva, abbastanza sicuro, verso cunicoli che conosceva. Naturalmente aveva intenzione di scendere all’ultimo piano della città, dove si trovava la corte. I viaggiatori giunsero guidati dal saggio di fronte ad una scalinata a chiocciola. Seguendo il discepolo di Baurin, Feilon e Luia s’accinsero per quei gradini; scesero per non sapevano dire quanti metri. Ad ogni piano, sempre la stessa visione: buio ed ombre di nani indaffarati in lavori. Attorno, statue e bassorilievi adornavano la città, con colonnati finti alle mura come pilastri. Giunsero, scendendo, all’ultimo piano: mura ancora più adorne, completamente coperte da figure scolpite li accolsero. Non si vedeva spiraglio che non fosse inciso, mentre delle piccole torce davano sta volta una flebile luce. Le guardie in questo piano erano di più, e di meno erano i nani dediti ai propri lavori. Appena entrarono nel lungo corridoio che conduceva alle stanze reali, Bellig, Feilon e Luia furono fermati da guardie. Di nuovo dovettero spiegare i loro intenti, senza però accennare al Numenal. Furono nuovamente perquisiti. Superate queste normali procedure, un nano si recò presso le sale reali per avvertire dell’arrivo dei viaggiatori. Bellig e gli altri furono condotti alla sala del trono: lasciati lì ad attendere (in un’immensa sala con ricchi colonnati, statue in ogni dove, altari, are e quant’altro la bravura di un artigiano potesse produrre, gemme e gioielli compresi), dopo qualche minuto venne a loro il re. Il re Mur era un piccolo nano, certo non più alto del resto del suo popolo. Sedutosi sul suo trono,

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riccamente intagliato nella nuda pietra con ornamenti in metalli preziosi, fece avvicinare gli stranieri. Quando Bellig e gli altri furono abbastanza vicini, chiese loro chi fossero e che cosa volessero. Un’eco profonda e duratura accompagnava le parole in quell’aula. Quando Mur pose fine alle sue domande, Bellig rispose: - Sire, veniamo ponendoti una richiesta d’aiuto da parte degli uomini. Io sono Bellig, discepolo di Baurin, e già una volta ti ho parlato in quest’aula. Loro sono Feilon, generale di Lendelin, e Luia, consigliera del Grande Re. Giungiamo per chiederti due cose: la prima, è il tuo aiuto nella guerra che come saprai è scoppiata; e penso che anche tu converrai che il tuo aiuto corrisponde al tuo vantaggio, perché se Gnomanar ci sconfiggerà ad uno ad uno non ci sarà destino per nessun popolo di Arret; la seconda richiesta, penso, ti sarà più sgradita. Aliturn ha parlato: la Profezia lo impone; urge che i Numenali siano raccolti di nuovo e sorgano i portatori contro Gnomanar. Sappiamo che tu custodisci una di quelle gemme; ti prego, concedicela, cosicché potremo usare il suo potere contro il Nemico. - Come fate a dire che io posseggo un Numenal. Voi blaterate. Bellig s’infuriò: - Non mentirci, sire, perché fai solo il gioco del Nemico. O forse sei anche tu fra i suoi servi? - Non vaneggiare! Come osi parlare così? Ti rendi conto di chi hai di fronte? - E voi sire – proruppe Feilon – vi rendete conto dell’importanza di quella gemma che volete custodire? Concedetecela, e redimerete la vostra menzogna di fronte agli Eida. - Perché non dovrei portare io tutti e tre i Numenali? Rispondete? Portatemi qui i Numenali, e io li riunirò col mio popolo in vostro aiuto contro Gnomanar. Riflettete, e trovate una risposta alla mia domanda; perché dovete essere voi i portatori? O forse, come penso, li desiderate solo per la vostra gloria? Non crediate che io non sia capace di leggere nella vostra mente…voi desiderate il potere! Non la salvezza di noi tutti! Ma il potere appartiene ai nani più che a tutti voi! Ora, sparite dalla mia vista, e tornate solo assolvendo la mia richiesta, o non fatevi più vedere! - Sire – riprese Bellig – è la vostra ultima parola? - Andate via! Ora! - Spero per voi, che non vi dobbiate pentire della vostra scelta. Bellig andò via veloce e infuriato dall’aula, come il re da un’altra uscita.

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Feilon e Luia seguivano il saggio, del tutto convinti di non andare via dalla città finché non avessero avuto la gemma. Salirono al primo piano, nella prima aula che avevano incontrato. Infuriati com’erano, non riuscivano a pensare serenamente a come comportarsi. I tre stranieri discutevano vivacemente sul da farsi, convenendo solo sul dover ottenere il Numenal. Ma i loro piani vennero di nuovo sconvolti. Un boato venne da fuori città; un urlo si sparse fra i nani, dalle sentinelle vicine alle porte: - Gli orchi! Un esercito d’orchi alle porte! Tutti si armino per la battaglia! Bellig, Feilon e Luia corsero verso la sentinella che aveva requisito loro le armi. Offrirono il loro aiuto, e dopo lunghe discussioni, riuscirono a farsi restituire le armi, mentre il rumore di un ariete avvisava della guerra anche i nani del Dwaralar.

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VIII Verso l’Oriente

Alimbar era pallido, pareva assente, distante migliaia di chilometri da dove si trovava realmente. Non sembrava davvero cosciente di ciò che stava facendo: eppure, in quel suo stato, attaccò Tumbar, con tutte le proprie forze di stregone e profondo conoscitore della magia. In un attimo la sala si riempì di flutti d’acqua, potenti, che si scagliavano i due stregoni. Ovviamente Tumbar non aveva intenzione di uccidere l’altro maestro della torre: la sua volontà era di liberarlo dal potere, che aveva capito, lo controllava; il potere dello Stregone Nero. Lo Stregone intanto s’era fiondato su Mel, Ronilis e Lendelin, colti di sorpresa dagli avvenimenti. Né Lendelin né Mel erano riusciti ad estrarre le proprie armi, ché con uno spintone il servo di Gnomanar li aveva già scagliati e tramortiti contro il muro. Ronilis era rimasto solo nella lotta. Fattosi coraggio, il mago salmodiò qualche magia contro lo Stregone Nero. Gli incantesimi non ebbero grande effetto, ma almeno riuscirono a rallentare il passo veloce della creatura verso il Numenal. La gemma si trovava ancora dentro lo scrigno, nessuno era ancora riuscito a raccoglierla. Intanto lo scontro fra Alimbar e Tumbar continuava. Tumbar era riuscito a portare la lotta fuori della stanza del Numenal, nel corridoio. Lì si fronteggiavano le potenti menti dei due contendenti, in una lotta al ricordo dell’ultima magia. Dentro la sala intanto, lo Stregone dirigeva ora la sua attenzione su Ronilis. L’elfo era un potente mago: certo, ancora non era al livello degli stregoni suoi maestri, ma era naturalmente portato per la magia, e la cosa lo aveva sempre aiutato ad uscire da situazioni difficili. Ora però si trovava realmente nella situazione più difficile della sua vita: di fronte aveva una creatura indubbiamente più potente di lui, e non poteva contare sull’aiuto di Lendelin o Mel, tramortiti, né su quello dei suoi istruttori. Doveva cavarsela da solo. Per

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di più il potere dello Stregone iniziava a farsi sentire anche su di lui. La creatura cercava di manipolare la sua mente con il terrore, di ridurlo ad un vuoto oblio di pensieri. In fondo il servo di Gnomanar pensava che la mente del suo nemico era molto più debole di quella dello stregone che aveva fiaccato prima, quindi sarebbe stato facile per lui sopraffarla. E, in effetti, le cose andavano secondo i suoi piani. Ronilis stava sempre più cedendo al potere del nemico. Gli occhi bassi, le mani strette alla testa, come per tappare le orecchie, cosa del tutto inutile contro quel potere. I pensieri dello Stregone s’addentravano sempre più nella sua mente: - Abbandona la speranza – dicevano – riponi le armi e accetta la sconfitta. Non desideri la pace? Perché lottare! Smetti la battaglia, e avrai davvero trovato ciò che cerchi. La mente dell’elfo era quasi vinta di fronte al potere di tanto nemico. Quasi; un luccichio attirò l’attenzione del mago. Guardò verso lo scrigno, e si ricordò del Numenal. La mente annebbiata non gli fece pensare di recuperare la gemma e combattere con rinnovata forza grazie al suo potere. Voleva solo metterla al sicuro, prima d’essere completamente sconfitto. Scagliò una magia sullo scrigno. Esso si chiuse e scomparve. Poi, con le sue ultime forze, il mago riempì nuovamente d’acqua la stanza. Lanciato quest’ultimo incantesimo, s’accasciò a terra, vinto. Lo Stregone Nero, visto scomparire lo scrigno col Numenal, fu sorpreso; non s’accorse della magia del mago (una magia anche piuttosto semplice e facilmente annullabile), e si gettò alla ricerca della gemma mentre intanto lo scrigno, ancora invisibile, era sommerso dall’acqua. Lendelin e Mel frattanto avevano ripreso i sensi e s’erano rizzati in piedi, l’uno sfoderando la sua spada e brandendo lo scudo, retaggio dell’addestramento da templare, l’altro impugnando il suo arco e le frecce avvelenate. Lo Stregone intanto cercava nell’acqua il Numenal, che scorreva, attraverso la porta aperta, fuori della stanza. Lendelin e Mel naturalmente non comprendevano cosa fosse accaduto, e visto Ronilis svenuto per terra, il Grande Re se lo mise in spalla, e assieme a Mel uscì dalla sala. Ronilis era svenuto, e assieme alla lucidità della sua mente era scomparso l’effetto temporaneo di quel debole incantesimo sullo scrigno. Lasciato il servo di Gnomanar alla sua vana ricerca, Lendelin e Mel ancora un po’ storditi si trovarono nel corridoio, dove si fronteggiavano Tumbar e Alimbar. Per terra, di nuovo visibile, lo scrigno del Numenal. Accortisi dello scrigno, Mel e Lendelin corsero verso di esso. Non appena lo raggiunsero, lo aprirono: il Numenal era

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ancora dentro. Rincuorati, presero la gemma, e richiusero lo scrigno proprio là dove l’avevano trovato, per prendere qualche secondo sullo Stregone tentando di ingannarlo. La lotta fra Tumbar e Alimbar era intanto sempre più accesa: i due stregoni, affaticati e assorti, non s’accorgevano di nulla di tutto ciò che accadeva loro attorno; così non videro Lendelin conservare la gemma nell’elsa della sua spada, in un incavo che sembrava fatto apposta per il Numenal (e, infatti, era così, perché durante gli anni della sua scomparsa, gli Eida gli avevano donato quella spada consapevoli che un giorno essa avrebbe custodito un Numenal). La mente d’Alimbar era sempre controllata dallo Stregone Nero, mentre Tumbar s’affaticava nel cercare il modo di liberarlo. Nel frattempo Tumbar doveva anche evitare d’essere sconfitto. Lo Stregone alla fine si rese conto che il Numenal non si trovava più all’interno della sala; uscì di corsa nel corridoio, dove trovò lo scrigno. Lanciatocisi sopra, lo aprì con rabbia. Frattanto i due elfi e Lendelin con loro erano già usciti da palazzo. Correvano via, mentre ancora Ronilis non aveva ripreso del tutto conoscienza. Gli studenti di magia della torre si facevano loro attorno, chiedendo con fare allarmato cosa stesse accadendo ai piani superiori: i tre fuggitivi non rispondevano, ma correvano via. Ronilis si riprese e fuggì sopra i suoi piedi. Dopo un po’ di tempo che fuggivano senza meta, vicino alla torre, il mago condusse quelli che erano con lui ad una piccola stalla nelle vicinanze. Giuntivi, presero di corsa tre cavalli, chiedendoli in prestito al proprietario grazie alla buona fama di Ronilis. Lo Stregone Nero si rese subito conto che lo scrigno era vuoto; la sua collera era infinita. Studenti di magia nel frattempo salivano al piano dove si combatteva, e si trovavano di fronte alla battaglia. Per essi lo Stregone non ebbe pietà; morirono ad uno ad uno, infilati nell’addome o nel volto dalla sua mano. Poi il servo del Nemico si accorse che il suo schiavo non aveva ancora vinto la sua battaglia. S’avvicinò a Tumbar ancora intento e assorto nella lotta contro Alimbar, e dalle spalle lo colpì in testa. Fu un colpo secco, una morte veloce. Irritato, il servo di Gnomanar richiamò il suo schiavo, e insieme i due scesero veloci le scale dirigendosi verso il destriero della creatura maligna. L’aveva nascosto poco vicino ala torre, così, montatoci sopra assieme ad Alimbar, cavalcò seguendo il potere del Numenal che ora, concentrato, avvertiva chiaramente. Lendelin, Mel e Ronilis fuggivano a casaccio su quei cavalli. L’unico

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che conoscesse quelle zone era Ronilis, ma al momento, dopo la battaglia che aveva sostenuto, non era molto lucido. In ogni modo i tre cavalcarono verso nord-est, confidando di seminare i loro inseguitori. Proprio della loro fuga caotica si avvalevano invece gli inseguitori. Il destriero della creatura del male, quel cavallo famelico e mostruoso, avvertiva chiaramente, come fiutandola, la paura delle sue prede, e così correva senza neanche l’ordine del proprio padrone, tutto preso dal seguire il potere del Numenal. Alimbar sembrava sempre più un cadavere ambulante. Aveva perso ogni colorito, la pelle pallida da morto. I capelli erano diventati lisci e smorti, le mani rattrappite. Gli occhi semichiusi, profonde rughe contornavano il suo volto. Seguiva ogni ordine del suo nuovo padrone. Ormai lo stregone dell’acqua non aveva personalità, era completamente in mano al potere del servo di Gnomanar. Vicino alla torre scorreva il fiume Plein, il corso d'acqua maggiore della zona. Lendelin e gli altri vi giunsero un po’ prima dello Stregone. I cavalli però non li assistettero a quel punto (già avvertivano gli effetti del potere del servo dell’Oscuro). Di fronte al fiume furono presi dal panico, rifiutandosi di guadarlo. Ronilis frattanto era tornato il mago lucido che era sempre stato, forse per la necessità, forse per intima forza di volontà. Il corso d’acqua era impetuoso in quel momento, forse per qualche magia d’Alimbar che contava di bloccare lì i fuggitivi. Visto il comportamento dei cavalli, Ronilis fu costretto ad operare un nuovo incantesimo. Dietro, lo Stregone s’avvicinò, giungendo infine, assieme ad Alimbar, a vista. Mentre Ronilis preparava l’incanto, Lendelin e Mel si preparavano alla battaglia: lo Stregone corse in una folle cavalcata alla carica. Era quasi giunto su Lendelin che brandiva la spada; nell’elsa il Numenal. Ronilis concluse la sua salmodia, e il letto del fiume si abbassò per qualche istante di fronte ai tre fuggitivi, innalzandosi ai lati. Non appena ciò accadde, Lendelin Mel e Ronilis cavalcarono più veloci che poterono oltre il fiume. La magia era potente, e affaticava visibilmente il mago. Quando i tre furono oltre il fiume, ancora i due stregoni dall’altra parte, l’elfo smise la sua magia, e in un impetuoso scroscio il Plein ritornò al suo corso naturale. In quel momento anche i due stregoni giungevano al fiume, e inesorabilmente furono inghiottiti dalle acque: o almeno così speravano i tre fuggitivi; gli stregoni, infatti, s’erano fermati poco prima che Ronilis ponesse fine alla sua magia. Videro le acque ritornare ad alzarsi di fronte a loro; non furono da ciò fermati, però, per molto: Alimbar mise mano al proprio potere, e il corso

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del fiume questa volta si divise di fronte agli stregoni. Lo Stregone Nero non attese questa magia, ma assieme al suo destriero cavalcò attraverso il fiume, incurante dell’altezza delle acque. Alimbar e lo Stregone proseguirono così nel loro inseguimento, non essendosi distanziati molto dai fuggitivi. Mel volgendosi all’indietro scagliava frecce, ma la sua precisione non poteva essere la solita mentre cavalcava a tutta velocità. Ronilis era in pratica distrutto, dopo il numero di magie che aveva lanciato. L’ultima poi l’aveva sfiancato, e così si reggeva a stento sul cavallo. Di fronte ai tre s’apriva una piana che si concludeva nella costa sull’Oceano delle Cascate. Furono spinti da qualche speranza all’apparenza infondata a dirigersi verso il mare, come se la cosa avesse poi potuto salvarli. La piana era rigogliosa, ancora quasi incontaminata dagli effetti delle nubi del Nemico. Eppure anche lì era ancora difficile scorgere il sole, e in quel momento particolare, per la presenza lì dello Stregone, era ancora più difficile capire se oltre le nuvole scure splendeva qualche astro; quello comunque non era un loro problema. Alimbar da dietro scagliava stregonerie potenti e per fortuna di Lendelin imprecise: una di quelle magie, una specie di frusta di liquido vischioso, colpì le zampe del cavallo di Ronilis, che stramazzò. Il mago, che a stento si reggeva, crollò per terra, rotolando ripetutamente costringendo Mel e Lendelin a fermarsi. Ronilis giaceva svenuto, mentre il suo cavallo, rialzatosi, era già fuggito via per un’altra direzione. I due stregoni sopraggiunsero. Mel scagliò delle frecce, colpendo una zampa del destriero dello Stregone; l’animale s’impennò, gettando a terra Alimbar. Questi non si fece male, e anzi si rialzò subito, puntando verso Ronilis, come se ormai non sentisse più il dolore. Mel frattanto continuava con le sue frecce a tener distante il servo di Gnomanar. Lendelin cavalcò impetuoso su Alimbar, per salvare l’amico: reggendo le briglie della sua cavalcatura con una mano, estrasse la spada con il Numenal. Alimbar non ebbe il tempo di lanciare stregonerie: la spada di Lendelin lo colpì al petto, di punta, con un colpo preciso e potente; subito Alimbar cadde per terra, esalando il suo ultimo respiro. Morendo per quella ferita, riprese colorito, come se nella morte il servo del Nemico avesse perso il controllo su di lui. Lendelin raccolse sul cavallo il mago svenuto, Ronilis, e postolo davanti a sé, tornò ad avvicinarsi a Mel. Le frecce del Lovariano da vicino erano precisissime, e facendo imbizzarrire il cavallo dello Stregone Nero, gli impedivano di

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avvicinarsi. Non appena Mel e Lendelin furono di nuovo assieme, ritornarono a fuggire veloci. Ogni tanto l’elfo tornava a voltarsi per scagliare qualche freccia, cercando di rallentare il nemico, mentre a quel punto lo Stregone era rimasto da solo. Il servo dell’Oscuro lasciò per terra Alimbar senza curarsi di lui, e continuò il suo inseguimento. Il suo destriero, spinto dalle urla e dagli strattoni del suo padrone, continuava a cavalcare, malgrado le frecce di Mel spesso gli passassero vicinissime o a volte lo colpissero di striscio. Allora dei rivoli di sangue nero cadevano per terra, e non appena ciò accadeva, le piante su cui cadevano quelle gocce seccavano, come bruciate. I fuggitivi s’avvicinarono sempre più alla costa. Intravidero una costruzione, e istintivamente ci si diressero, come sperando di trovare lì qualche aiuto. La desolazione e il vuoto attorno, ma assieme, come la sensazione d’una pace austera e imperitura. Lo Stregone dietro scaraventava odiose maledizioni, e i cavalli di Lendelin e Mel stavano ormai per cedere alla fatica e alla paura. Ad una nuova maledizione i cavalli s’imbizzarrirono, e gettarono giù i loro fanti. Lendelin e Mel caddero raccolti in se stessi, mentre Ronilis incosciente cadde malamente, lussandosi una spalla. Mel fu il primo a rimettersi in piedi, e scoccata qualche freccia contro il nemico che era sopraggiunto, aiutò Lendelin a rimettersi stante. Questi sfoderò la spada, convinto che ormai la lotta fosse inevitabile. La costruzione era vicina, a pochi passi, ma difficilmente ci sarebbero giunti senza combattere; inoltre poi non capivano perché sentivano quella forte spinta ad entrare in quella casupola proprio sul mare. Udivano come una voce, flebile, lontana, ma continua, richiamarli alla porta; istintivamente tendevano ad essa. Lo Stregone si getto alla carica appena fu abbastanza vicino. I due fuggitivi, Ronilis era ancora svenuto, si apprestarono alla difesa. Poco prima che lo Stregone fosse sui due, Mel scoccò una freccia che colpì al collo il destriero del servo del Nemico; la freccia fece il suo effetto, e l’animale, rizzandosi sulle zampe posteriori, fece cadere il cavaliere. Poi la bestia caricò l’arciere, e questi arrivò a stento a spostarsi rotolando per scansarlo. Lendelin e lo Stregone rimasero l’uno contro l’altro. Il Grande Re brandiva la spada, mentre l’altro lo malediceva cercando di vincere la sua mente, e intanto preparava la mano acuminata. I due si muovevano in circolo l’uno di fronte all’altro. Lo Stregone fu il primo ad attaccare, con un colpo di punta, se la sua mano fosse stata una spada, verso l’addome, che Lendelin parò facilmente roteando la sua arma verso sinistra. Di nuovo quello attaccò

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portando un attacco dal lato verso l’interno, ma questa volta il Grande Re evitò facendo un passo in dietro. Allora Lendelin rispose con un colpo di spada portato dall’alto, verso la testa della creatura. Questi, inginocchiandosi, parò afferrando con le mani la spada, e poi con uno spintone spostò il suo nemico. Lendelin ebbe allora il tempo di prendere lo scudo che teneva sulle spalle. Teneva lo scudo con la sinistra, e la spada con la destra. Lo Stregone, rimessosi in piedi, lo guardava fisso, tentando di intimorirlo. Frattanto Mel lottava contro la bestia del nemico, che cavalcava contro di lui furente per tutte le ferite che l’arciere gli aveva inferto. L’elfo non aveva il tempo di preparare una nuova freccia, che l’animale gli era già addosso. Rotolava in ogni direzione, giacché ancora non aveva avuto il tempo di rizzarsi in piedi, per evitare gli zoccoli di quella bestia. Giunse vicino ad una pietra abbastanza grossa per terra. L’animale, cercando di colpire l’elfo con una zampa, non s’avvide che quello s’era spostato, e diede un colpo contro la pietra, frantumandola. Schegge volarono in tutte le direzioni, colpendo l’animale agli occhi. Il colpo dovette fargli del male, dato che la bestia si allontanò dolorante; grondava il suo orrido sangue dalle pupille, mentre un’improvvisa cecità l’aveva colta. Allora Mel ebbe il tempo di scagliare un dardo: prese bene la mira e lanciò. La freccia colpì l’animale fra gli occhi: la bestia impazzì dal dolore, e iniziò a correre a casaccio sulla piana; eppure non moriva, tanta era la tempra di quelle belve immonde. Liberatosi di quel problema, Mel si rivolse ad aiutare il Grande Re. Presa la mira, lanciò un’altra freccia contro lo Stregone, centrandolo al petto. Il nemico non prestava attenzione all’elfo quando fu colpito. Sorpreso dal dolore della ferita, si volse in direzione di colui che l’aveva colpito. Proprio in quel momento Lendelin si lanciò all’attacco. Riuscì a colpire con l’elsa alla testa il servo del Nemico di nuovo disattento, mandandolo in confusione. Non appena l’elfo e l’uomo s’accorsero dello stato del loro nemico corsero a piedi verso la casupola, raccolto Ronilis. Vi giunsero mentre la creatura riprendeva coscienza. Il servo dell’Oscuro corse dietro di loro, cercando di raggiungerli. Nel frattempo magie nere come pece passavano ai lati dei due fuggitivi, che le schivavano fortunosamente; erano come raggi di luce, ma il loro colore era il nero della notte più buia. Mel e Lendelin raggiunsero la casupola, e aperta una porta, vi entrarono: dentro era buio, una piccola stanza vuota. Forse quella era una piccola stalla, o forse un locale dove un tempo era custodito il fieno. Delusi i due

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s’appoggiarono al muro di fronte alla porta, sicuri che fosse arrivata la loro fine; in un lampo di luce scomparvero, mentre la sorpresa empiva i loro cuori. La voce che udivano nell’aria si spense, assieme alla luce che li aveva accolti. Lo Stregone sopraggiunse alla costruzione. Aprì la porta che i tre avevano richiuso davanti a lui, ma non trovò nessuno dentro. Sorpreso guardò fuori per vedere se le sue prede fossero fuggite da un’uscita laterale, ma niente. Setacciò il pavimento, in cerca di una botola, ma la sua ricerca fu vana. Irritato uscì dalla casupola distruggendone la porta. Aveva perso le sue prede ed il Numenal. Richiamò il suo cavallo, che ancora dolorante vagava nella piana; la bestia ora vedeva di nuovo. La montò e cavalcò un poco in lungo e in largo sperando di trovare quell’elfo e quell’uomo che gli erano sfuggiti: non trovò niente. Dopo parecchi giorni, e parecchie vittime fra gli elfi che abitavano nella zona, tornò alla fine dal suo signore, per riferire che uno dei Numenali era stato trovato dai nemici. Dopo qualche giorno le mie condizioni migliorarono e fui in grado di camminare. Ero deciso a riprendere la mia ricerca. Aulon a quel punto volle sapere cosa cercavo, dato che ancora non avevo voluto spiegargli la situazione, se non per sommi capi: - Sono alla ricerca di una donna e di un popolo, sempre che entrambi siano ancora vivi. Furono condotti via dai figli di Gnornak quando fummo sconfitti alle soglie del Minar. Fra quelle persone c’è la mia Alinea, e farò di tutto, tutto ciò almeno che sarò in grado di fare, per ritrovarla. - Forse vi posso aiutare. Qualche tempo fa passarono a qualche chilometro da questo bosco migliaia di orchi e altre creature assieme a dei prigionieri. Allora non potei aiutarli, ma li vidi mentre facevo una ricognizione in volo sulle terre vicine. Il loro numero era enorme. Lo stesso seguii le creature e le vidi giungere alla città abbandonata di Kala, a nord-ovest da qui. Se volete vi ci posso condurre, e tentare di aiutarvi nel liberare quelle genti, sperando che esse siano quelle di cui voi andate alla ricerca. - Te ne sarei grato Aulon, anche se quelle non fossero le genti per cui siamo partiti. Partiamo subito, e guidaci. - Ma Ewaniwe – fece Colwey intervenendo nella discussione – tu sei ferito.

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- Non importa – risposi – prima partiremo, prima porremo fine al nostro viaggio, qualsiasi sia il suo esito. Deciso a partire, anche da solo, costrinsi gli altri a condurmi a Kala. Viaggiammo per parecchi giorni, sostando soltanto di notte e per poco, per riposarci. Le mie condizioni miglioravano, ma la ferita tardava a rimarginarsi, così dovevo viaggiare fasciato. Colwey mi aiutava, mentre intanto Aulon in forma d’uccello volava sopra di noi e ci guidava grazie alla pietra che portava al collo. Poi, dopo il lungo viaggio, giungemmo alla fine alla nostra meta. Faceva freddo, dato che eravamo in mezzo alle montagne, e molto a nord. In una delle vallate in mezzo a quei picchi, un enorme portone faceva da guardia alla nostra meta. Per nostra fortuna non c’era nessun addetto alla sorveglianza, giacché, evidentemente, i mostri non s’aspettavano un nostro arrivo in quella zona, da qualche tempo controllata da loro. Ci potemmo così avvicinare alla porta: era chiusa. Sentivamo dei potenti grugniti dall’interno; fumo fuoriusciva da una specie d’enorme camino che culminava nella cima d’un monte vicino alla porta. Aulon c’indicò che quello era il posto dove erano stati condotti i prigionieri. Non trovammo modo di entrare nel luogo, così io e Colwey rimanemmo nascosti per lungo tempo fuori, mentre che la nostra guida volava attorno alla ricerca di un’apertura; alla fine trovò uno spiraglio in mezzo a delle rocce, e con l’aiuto di Colwey, riuscimmo a spostare i massi, ritrovando un’antica porta secondaria che era crollata. Cautamente c’infilammo nella porta. Delle scalinate ci condussero molto in basso nella terra nera e buia, e l’oscurità si fece sempre più fitta. Le mura erano gelide, mentre noi le usavamo da guida nella nostra discesa. Scendendo, udivamo sempre più forti delle voci umane, e assieme, grugniti mostruosi. Alla fine della nostra discesa, sentimmo col tatto che le mura della stanza in cui eravamo giunti erano molto più distanti fra loro. Inciampai su qualcosa, e una voce femminile mi parlò: - Fa attenzione, mi hai svegliata. Conoscevo quella voce, e fui pieno di gioia: - Scusami Alinea, non n’avevo intenzione. Ero in lagrime: una luce s’accese accanto a me, proveniente da una donna, se così si poteva definire. Alinea fu sorpresa di vedermi, più o meno come lo ero io d’averla trovata; mi misi in ginocchio e la abbracciai. Colwey e Aulon accanto rimasero in principio sorpresi per il mio ricongiungimento con Alinea, ma poi anch’essi ne furono felici: inoltre avevamo ritrovato il popolo che cercavamo. In un bagliore tenue

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vidi, accanto ad Alinea, la donna che aveva acceso una luce, e che, ora lo notavo, in realtà emetteva luce, trasformarsi in qualcos’altro. Improvvisamente m’apparve Aliturn. Non disse d’essere felice di vederci, né ci chiese come li avessimo trovati. Semplicemente Aliturn tagliò corto la nostra gioia, e parlò: - Bene, finalmente siete giunti. Ora sollevatevi. Avete una missione da compiere. Dovete portare via queste persone da qui, e trovare il Numenale. Non c’è più tempo da perdere.

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IX La caduta dei nani

L’ariete spingeva alla porta della città d’Aiak. Bellig, Feilon e Luia, all’interno delle mura, erano riusciti a farsi rendere le loro armi e si preparavano alla lotta. Dentro la città s’era propagato lo scompiglio. In effetti, il fatto che un esercito d’orchi fosse giunto sino alle porte della città, indicava che aveva già sbaragliato gli insediamenti dei nani più ad ovest, le resistenze dei nani di guardia. Insomma quello che ora gli abitanti della città non potevano vedere doveva essere un forte esercito di mostri se era giunto sino a lì. La notizia dell’assedio inaspettato giunse fino ai piani bassi, dove si trovava Mur. Subito il re dei nani accorse al primo piano, dove si trovavano anche i tre stranieri. Si fece accompagnare da una guardia attraverso un piccolo cunicolo, ad una finestrella nascosta da cui poteva osservare le dimensioni della potenza nemica. Affacciatosi, Mur osservò un enorme esercito d’orchi, orchetti e mannari. Nel caos anche Bellig, Feilon e Luia s’affacciarono col re e con quanti l’avevano seguito, e con questi anche loro si poterono rendere conto di ciò che stava per accadere. Data la situazione, Bellig richiamò il sovrano: - Sire, usate il potere del Numenal! Così avrete qualche speranza di sopravvivenza per la vostra città… - Uomo – fu la risposta del sovrano – ti ho già detto di tacere! - Ma re – tentò nuovamente di replicare Feilon – così sarete sconfitti! Anche voi avete visto quanti sono fuori i nemici, giusto? - Un re dei nani – troncò la discussione Mur – non ha bisogno di consigli d’uomini! Ora sparite dalla mia vista, prima che pensi che voi siate dalla loro parte! Mur s’allontanò di fretta dai tre stranieri. Giunto in mezzo alla sala del primo piano, dove era radunata una gran folla in preda al panico, parlò: - Sudditi, non dovete temere! Le mura di questa città non cadranno mai di fronte agli attacchi degli orchi. Noi nani le difenderemo con tutto il

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nostro coraggio! Nessuno riuscirà mai a conquistare questa montagna, che sia orco, uomo o elfo! Ma voi miei sudditi, eccetto quanti saranno scelti, scendete al piano inferiore, dove potrete stare tranquilli e sicuri. Quanti invece saranno scelti, ma anche i volontari, rimarranno qui sopra, nel caso la porta dovesse essere abbattuta e ci fosse bisogno di resistenza. Frattanto saranno sigillati i vari piani, cosicché, anche nell’eventualità dell’imprevisto, chiunque potrà stare sicuro d’aver il tempo di salvarsi. Abbiate fiducia in me, mio popolo! Così dicendo Mur scese nuovamente al suo piano, mentre dei soldati erano scelti per la prima resistenza. A questi si unirono dei volontari: in totale, cinquemila nani erano pronti nell’aula del piano più alto alla resistenza. Il resto della popolazione ammassata in quella stanza, grande quanto uno stadio, fu condotto al piano inferiore. Bellig, Feilon e Luia s’unirono a questi. Ammassate quelle genti nel piano a loro adibito, furono sigillate le scale, per impedire o almeno ritardare l’eventuale arrivo degli orchi. Frattanto l’ariete spingeva sempre più alla porta, mentre l’esercito di resistenza stava pronto attendendo il momento della battaglia. La porta resisteva, mentre delle guardie dell’entrata, affacciandosi da cunicoli segreti, colpivano con armi da lancio gli orchi di fuori, anche se in piccolo numero e facendo poche vittime. Colpivano soprattutto quelli che reggevano l’ariete, per far loro perdere tempo, costringendo i mostri a dare spesso il cambio ai caduti, senza poter vendicare i propri simili (cosa che del resto non interessava veramente a quelle creature), mentre erano uccisi da armi nascoste. Malgrado questa resistenza, il campo fuori città era già irrimediabilmente perso per i nani, colti indubbiamente di sorpresa da quell’attacco. Al piano di sotto, il caldo soffocava la folla ammassata. Bellig notò che in quel piano non era presente nessun funzionario reale, né il re, evidentemente messosi al sicuro ben più sotto nella città. Il saggio aveva notato che era stata sigillata anche la scala che conduceva ancora più in basso verso le sale reali, e la cosa lo fece preoccupare notevolmente per un eventuale fallimento dei piani di Mur. Lo Stregone stava fuori della città, mentre suoi servi con un ariete tentavano di abbattere la porta e le mura che proteggevano i nani all’interno. Molti di quelli che usavano l’ariete cadevano vittime d’attacchi veloci e precisi portati dall’interno da quelli che si nascondevano nella montagna: ma poco importava al servo di

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Gnomanar. La città sarebbe caduta, e con essa il signore dei nani, e, con tutta probabilità, secondo lui, i Numenali sarebbero finiti nelle sue mani. - Bellig, ma Mur è sempre stato così testardo e arrogante? La domanda di Luia interruppe i preoccupati pensieri del saggio. Dopo qualche secondo di riflessione, Bellig rispose: - A dire la verità, testardo lo è sempre stato. Però da ciò che ricordo, quando l’ho incontrato la prima volta, il re non era così arrogante e intransigente. Quando lo incontrai la prima volta, non avrebbe mai nascosto il suo popolo in una parte della città, senza essere rimasto anche lui con la sua gente. Ho paura che qualcosa sia accaduto a Mur, o almeno al Mur che conoscevo. Ho idea che qualcosa l’abbia fatto cambiare, e mi chiedo che cosa; anche se purtroppo, credo di conoscere la risposta. Bellig condusse allora i suoi compagni di viaggio in direzione delle scale che portavano più in basso nella città. Si trovavano in mezzo alla folla, e raggiungere il loro obiettivo era abbastanza difficile, ma in un modo o nell’altro ci arrivarono. Al piano superiore la porta reggeva, grazie ai guastatori dell’opera degli orchi fra i cunicoli; ma la resistenza dell’entrata era sempre minore, e presto la porta avrebbe ceduto. Dentro, i nani se n’accorsero, troppo fini artigiani per non sentire il tonfo debole di una loro opera che sta per sfasciarsi. La loro sicurezza diminuiva ad ogni colpo, ad ogni colpo dell’ariete che sentivano abbattersi contro la porta di Aiak. Fra quei guerrieri non era presente la guardia reale guidata da Menhan, ma in ogni caso i soldati erano ben armati. Qualcuno, per infondersi coraggio, iniziò a sbattere il proprio martello contro lo scudo, come contro un tamburo, e quel ritmo diede un po’ d’animo ai soldati. Poi dai cunicoli verso l’esterno giunsero, correndo, delle guardie, quelle che fino a quel momento avevano colpito nascoste gli orchi che erano fuori. Corsero verso i soldati, urlando: - Cade! La porta sta cedendo! Ebbero a stento il tempo di mischiarsi fra i soldati, che un boato sordo, alla caduta della porta, accompagnò l’entrata ad Aiak degli orchi. I soldati mantennero il loro ordine. I cinquemila erano schierati a muro, con scudo a sinistra e martello a destra. Le file dietro aiutavano la carica di quelle davanti, e le sostituivano quando qualcuno cadeva. Al contrario i mostri attaccavano disordinati, eccezion fatta per gli orchetti. Orchi e mannari si gettarono all’assalto dei nani, travolgendo ciò che trovavano

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innanzi. Li accolsero i pesanti martelli, che fracassarono innumerevoli teste. Fra gli orchetti intanto, più ordinati nel loro schieramento, fece la sua entrata lo Stregone. Contemplando la città che iniziava a cadere, rideva di gusto, noncurante dell’andamento della battaglia che considerava già vinta. I mostri erano in quattro per ogni nano, se non di più, cosicché anche se con numerose perdite, facilmente l’esercito di Gnomanar stava espugnando la città. Mannari e orchi continuavano l’attacco veemente, e a quelli si univano gli orchetti, i quali combattevano in maniera molto simile a veri soldati, nonostante la loro forza fosse molto inferiore a quella degli orchi; o forse, proprio per questo motivo. Quando i nani si trovarono di fronte anche gli orchetti, la loro sconfitta iniziò ad apparire più evidente. I soldati presero ad indietreggiare, anche se in maniera compatta. Ben presto però le ultime file si trovarono pericolosamente vicine alle scale sigillate. Quando era stata preparata la difesa, abbandonato il piccolo esercito per la resistenza, s’erano fatte crollare delle pietre per chiudere il passaggio alle stanze inferiori; ora i nani vicini alle scale si trovavano senza via di fuga, e iniziavano ad avvertire l’odore della morte. Nel tentativo di guadagnare metri, i soldati si spinsero in una poderosa carica sui mostri, spinti dalle ultime file. Si lanciarono in avanti colpendo coi pesanti martelli e spingendo con gli scudi, che ormai non adoperavano più per la loro difesa. Ma già dei cinquemila nani n’era rimasto che un quarto abbondante. Lo Stregone, assistendo alla carica di quei nani valorosi, decise di intervenire e porre fine alla battaglia che ormai lo annoiava. Si erse allora sopra i prrpri servi; concentrandosi, fece appello ai suoi poteri, e un’improvvisa paura penetrò lo schieramento nemico, in quel momento di rabbia preso dal furore della battaglia. Vittime dei poteri del servo di Gnomanar, i nani indietreggiarono velocemente, non più in maniera ordinata, ma scomposti. Dinnanzi a loro, orchi e mannari, rinfrancati dall’intervento del loro generale, si gettarono nell’inseguimento. I sopravvissuti dei cinquemila caddero ad uno ad uno vittime dei mostri; alcuni furono uccisi mentre tentavano di spostare le pietre che bloccavano le scale, nell’ultimo tentativo di fuggire più in basso. Ma l’opera di quanti avevano spostato parte dei massi fu ripresa dai mostri, sotto ordine dello Stregone. Gli orchi così presero a scaraventare pietre lontano dal passaggio. Ancora le creature di Gnomanar erano in gran numero, e il loro lavoro fu così svolto velocemente.

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Bellig, Feilon e Luia intanto facevano la stessa cosa che gli orchi compivano qualche metro più in alto di loro. Al piano dove si trovavano si sentivano chiaramente i rumori della battaglia, ma nessuno riusciva a capire come stesse andando la lotta e a chi arridesse la vittoria. Poi si sentì il rumore delle pietre che venivano scaraventate via. Inspiegabilmente all’inizio quel rumore fu accolto con gioia, come se indicasse che i sopravvissuti fra i cinquemila venivano a liberare coloro che erano stati posti in salvo di sotto, dopo aver vinto la battaglia: ma poi qualcuno s’accorse dei grugniti assieme al rumore, e il terrore e lo sconforto si fecero grandi in mezzo alla folla. Il rumore si faceva sempre più vicino, mentre anche i tre stranieri erano quasi riusciti a spostare tutti i massi che erano stati posti a difesa delle stanze di Mur. Quando ci riuscirono, un rombo provenne dal piano più in alto. Subito Bellig e gli altri si lanciarono nelle scale che portavano più in basso, mentre gli orchi e i mannari giungevano impetuosi e desiderosi di sangue sulla folla. Per fortuna dei tre stranieri i mostri non s’avvidero subito che le scale continuavano ancora verso il basso, e così le creature si lanciarono sulla folla facendo innumerevoli vittime. Alla fine di quel massacro nessun nano che si trovasse in quella stanza durante la lotta si salvò: i mostri che fecero più vittime però non furono né gli orchi né i mannari; bensì gli orchetti, con la loro astuzia e la loro crudeltà. Quei mostri meschini e crudeli assalivano le loro vittime a gruppi, come feroci predatori, e mentre il malcapitato si difendeva da chi gli stava innanzi, altri lo attaccavano e finivano da dietro. Fu un vero massacro: i nani fuggivano in ogni direzione, ma non riuscivano a fare che pochi passi. Se per fortuna qualcuno era riuscito a non cadere vittima di un mostro che lo stesse assalendo, subito un altro lo attaccava. Non c’era spazio per fuggire, tanto era ricolma l’aula, di creature di Gnomanar e di nani. Al centro della stanza, anche lo Stregone mieteva vittime col suo pugno. Alcuni, coloro che cercavano di resistergli, li paralizzava prendendone il controllo mentale, e ordinava loro d’uccidere quelli della stessa specie. Così nani erano uccisi in maniera inaspettata dai loro simili, mentre il servo del Nemico gioiva vicino. Le mura venivano imbrattate di sangue; le opere dei nani distrutte. Mostri s’aggiravano per i corridoi, alla ricerca di chi malauguratamente s’era nascosto nelle proprie stanze. E così i mostri scoprirono anche, o meglio si resero conto di ciò di cui non s’erano avveduti nella foga di uccidere, che esisteva anche un passaggio verso le stanze inferiori. Scorte le scale libere da massi, i mostri ci si

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catapultarono dentro, seguiti dallo Stregone che procedeva lentamente, godendosi il suo momento. Bellig e i suoi compagni avevano qualche piano di vantaggio ormai, quando i mostri s’erano resi conto delle scale. Il saggio era giunto alle sale del re all’ultimo piano. I corridoi attorno erano tutti un fermento di nani che si preparavano per l’ultima resistenza, per la difesa del sovrano. Menhan, guida della guardia reale, era fra loro. Visti i tre stranieri, si pose loro davanti e li fermò mentre stavano per entrare nella sala del trono: - Dove andate? Nessuno può entrare nella sala del re! Bellig, che l’aveva conosciuto nel suo primo viaggio nel Dwaralar, fissò il nano, dicendogli per risposta: - Menhan, davvero mi vuoi fermare mentre cerco per l’ultima volta di far rinsavire il tuo re? Piuttosto dimmi perché non è qui a combattere e ad usare il Numenal per difendere il suo popolo! Il nano non seppe cosa rispondere, e scansandosi fece entrare gli stranieri nella sala del trono, dove Mur attendeva la morte. Il re stava immobile di fronte al trono; in ginocchio, attendeva di essere trafitto alle spalle. Era in lagrime, senza scettro né corona, ma come un semplice nano che attendeva la sua ultima ora. Bellig s’avvicinò al re silenzioso. Appena giunse dietro il sovrano, parlò: - Mur, così difendi il tuo popolo? Piangendo? Il tono del saggio non era d’inquisizione, ma di domanda affettuosa. Il nano, riconosciuta la voce, rispose senza voltarsi: - Come avrei potuto difenderlo, quando sapevo già da tempo che la battaglia sarebbe stata perduta? - Che cosa dici? Perché la battaglia doveva essere persa in partenza? - Da quando è iniziata la guerra, sono consapevole che nessuno potrà resistere a Gnomanar. Per me è passato il tempo della speranza, e preferisco trovare oggi il riposo. - Credo che il potere di Gnomanar sia arrivato sino a questa reggia, mio sovrano – rispose Bellig – e che tu ti sia lasciato sconfiggere ben prima di questa battaglia: ma non così il tuo popolo, né Arret. Consegnami ora il Numenal, usa per un’ultima volta la tua volontà. Il nano si voltò verso il saggio. Era pallido, consumato dal pianto. A stento si reggeva in piedi. Ebbe però la forza di avvicinarsi ad un piccolo forziere dietro il trono. Lì, nascosto, il Numenal rosso, una piccola pietra rossastra, che brillò notevolmente di fronte a Bellig. Presa la pietra, Mur

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tornò al saggio. Gli prese la mano e la aprì, poi, tremante, gli porse la gemma. Intanto boati venivano dalle scale, a prova che gli orchi giungevano all’ultimo piano. Mur parlò allora così: - Forse, Bellig, hai ragione, forse non è giunta l’ultima ora per noi tutti. Fuggi da qui: dietro il trono, accanto al nascondiglio in cui era celato il forziere, un passaggio attraverso un falso muro ti condurrà lontano, oltre le montagne. Da lì potrai scappare con dei cavalli che dei miei servi tengono sempre pronti per una mia fuga, per qualsiasi caso. Ti chiedo solo di portare con te Menhan; lui sarà il nuovo sovrano dei nani, e condurrà il mio popolo alla vittoria, mentre io muoio con le guardie. Dicendo questo il sovrano riprendeva colore. Mur indicò allora ai tre stranieri di attendere accanto al passaggio che avevano trovato grazie alle sue indicazioni, e, uscito dalla sala, chiamò Menhan. Il futuro sovrano era un giovane nano, poco più alto della media, con lunga barba castana e degli occhini neri come la cenere. Dopo un po’ di reticenza, il nano fu convinto, e vistosi consegnare la corona da Mur come simbolo del suo potere, condusse i suoi compagni al passaggio che richiuse velocemente appena furono dentro. Mur prese allora il comando delle sue guardie, per dare il tempo ai fuggitivi di scappare in tutta tranquillità e senza correre rischi. Gli orchi giunsero alle sale reali, e lì, la guardia reale, qualche attimo prima guidata da Menhan, dimostrò tutto il suo valore: i guerrieri combatterono fino allo stremo, come se avessero dovuto resistere ancora per le genti della città, di cui erano invece gli ultimi sopravvissuti. Caddero molti mostri in quella lotta, finché quasi tutto l’esercito radunato dallo Stregone non scomparve. Ma prima che fosse sconfitto lo Stregone, la guardia reale era stata tutta debellata, e la città d’Aiak era diventata una delle proprietà di Gnomanar. Per fortuna dei fuggitivi, nella furia della battaglia, le sale reali furono incendiate, e così il passaggio segreto rimase a lungo nascosto, almeno finché non tornò la pace assoluta nella città. Lo Stregone cercò a lungo ciò per cui era veramente partito, il Numenal, ma non lo trovò. Adirato, si rifece sui suoi servi, sottoponendoli a sevizie immani per svagarsi un po’ dalla delusione. Poi lasciò campo libero nel Dwaralar alle sue creature, mentre lui ritornava al Regno Nero, senza il Numenal, ma con il regno dei nani ai suoi piedi. Del resto, pensava, se la gemma non si trovava nel regno dei nani, in quella città, non si poteva trovare in nessun altro posto. Era sicuro che già i Numenali fossero stati ritrovati da qualcun altro, ma che fossero gli altri Stregoni o chissà chi, questo non era in grado di dirlo.

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Nel viaggio di ritorno passò attraverso il Numer e accanto al bosco d’Aulon, ma senza attraversarlo. Da lì, passate le Terre di Confine e le Terre Inesplorate, giunse a Bosco Scuro, e attraverso il bosco, si trovo nel Regno Nero, dove fece rapporto, ritrovando già alcuni suoi compagni che avevano fallito. Non subì una sorte troppo tremenda solo perché aveva conquistato nuove terre, ma già il Nemico capiva che la profezia s’avverava e che i Numenali finivano in mano ai portatori. Erano così passati parecchi giorni. Intanto i fuggitivi avevano attraversato il lungo passaggio segreto della città d’Aiak, camminando senza riposo per due giorni, con la paura d’essere inseguiti. Giunti fuori del passaggio, si ritrovarono in una delle valli interne del Dwaralar. In una piccola casupola, un nano accudiva dei cavalli, come aveva detto Mur. Mostratagli la corona da Menhan, dopo avergli spiegato tutto l’accaduto con gran dolore di entrambi i nani, i fuggitivi presero un cavallo per ciascuno e ripresero la fuga, portando con se anche il nano. Menhan riconobbe la valle come una di quelle nelle vicinanze della Torre della Magia del fuoco, e così gli stranieri ed i nani si diressero verso quel luogo per cercare aiuto. La strada non era poca, anche se l’intuizione del nano era stata giusta. Orchi s’aggiravano già, anche se in pochi, per quelle terre inospitali, così i fuggitivi spesso dovevano nascondersi per rupi insidiose o combattere, soprattutto Feilon e Menhan, quando potevano, contro quelle creature. Ormai però intravedevano la torre, e con quella numerosi maghi. I mostri non assalivano quel luogo, temendone la magia, così Menhan propose di rifugiarsi lì e organizzare la resistenza da quel posto. Bellig però dissentì: spiegò che ora doveva tornare nel Minar, e sperare che gli altri membri della missione avessero trovato le altre gemme di cui erano partiti alla ricerca. Menhan comprese la situazione, e così il gruppo si divise. Menhan e il nano che era con lui si rifugiarono nella torre, mentre Bellig, Feilon e Luia proseguirono verso sud-est. Non percorsero però molti chilometri, che videro una creatura librarsi in aria assieme ad altre sue simili. Quella più grande, ma anche le altre come questa, bruciava come se fosse di fuoco; la cavalcavano tre persone. La bestia, scorti Bellig e i compagni, scese veloce in picchiata assieme alle altre. Si posò davanti ai fuggitivi sbigottiti da una visione simile, mentre intanto figure amiche li salutavano felici. Le Fenici osservarono a lungo dal loro monte nel Dwaralud i fumi

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innalzarsi da sud. Una coltre in particolare, s’innalzava altissima e scura, ammorbando il cielo per chilometri e chilometri: si sarebbe detto che oscurava tutta Arret. Le ceneri e la puzza di quel fumo giungevano sino al monte abitato dai volatili, oscurando la loro vista. La ferita della Fenice più grossa non s’era ancora rimarginata del tutto, né del resto poteva essere così, ché quella era una ferita inferta da uno Stregone Nero. Così la bestia stava a riposo, mentre le compagne volavano attorno al monte, infastidite dalla nube scura. La nube proveniva da una montagna, che le creature sapevano essere un tempo una città dei nani. Nessuna però delle Fenici osava volare sino alla montagna, ma tutte rimanevano di guardia alla grande compagna, temendo che per un nuovo attacco dello Stregone essa avesse dovuto di nuovo combattere. Sapevano che la ferita era abbastanza grave, così attendevano che il signore dello stormo si ristabilisse, per poter poi assieme a lui porre fine a quella nube che ammorbava le loro narici. La grande Fenice però rimaneva appollaiata, mentre passavano i giorni. Giunse però il tempo in cui la ferità si rimarginò quasi del tutto, e la creatura poté tornare a volare. Libratasi in volo possente, la bestia, fu di nuovo a capo delle altre compagne. Allora la Fenice guardò verso sud, e anch’essa vide da dove proveniva il fumo. A stento si scorgeva la montagna da cui nasceva la nube, ma oltre la vista non andava, tanto era densa e scura quella coltre di cenere in aria. Allora, la Fenice battendo le ali possenti di fronte alle compagne, parlò: - Volate, Fenici! Giunto è il tempo della nostra riscossa, e che questa nube scompaia rendendo chiaro il cielo! La creatura allora, pronunciate queste parole, guidò le compagne volando verso sud. Le Fenici volarono veloci sopra i monti e le terre, verso la montagna che emetteva quel nero vapore, quasi che fosse un vulcano. Vi giunsero: in basso risuonavano urla scomposte e boati, mentre le Fenici si gettavano contro la porta della città, e con soffi di fuoco la abbattevano.

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X Kala liberata

Le parole d’Aliturn non ci scrollarono di dosso quella felicità che aveva preso me e Alinea non appena c’eravamo rivisti: ma pur permanendo la nostra gioia, ci sollevammo in piedi. La nostra idea fu quasi subito di condurre i prigionieri attraverso la via da cui eravamo venuti. Aliturn c’illuminava cautamente, per cercare la strada da cui eravamo giunti. Ritrovatala nel buio, c’accingevamo a condurre le donne attraverso quella lunga scalinata verso l’esterno. Un lieve brusio s’alzò nella sala, mentre intanto le prime fuggitive s’accingevano attraverso le scale. A quel rumore però, qualche guardia, degli orchi, s’insospettì, e sbattendo la propria arma contro la porta, urlò di fare silenzio; rimanemmo tutti immobili, per qualche attimo, e così le guardie si allontanarono. Quando tornò la tranquillità, riprendemmo a fare fuggire le donne all’esterno. Aliturn stava davanti a noi, illuminando la via, ripreso l’aspetto del vecchio saggio quale l’avevo conosciuto la prima volta che c’eravamo incontrati. La porta secondaria che avevamo liberato poco prima, e con lei lo spazio esterno e la libertà s’aprivano dinnanzi a noi. Varcammo la soglia, e le donne proruppero in un pianto liberatorio; per nostra fortuna, nessuna guardia era fuori, che potesse sentirle. Anche io e Colwey eravamo felici, convinti d’aver liberato tutti i prigionieri, e posto fine alla nostra ricerca; contavamo ora di ricondurre le donne con noi in una marcia forzata verso il Minar. Fu Alinea a freddare i nostri piani: - Ewaniwe, dentro la montagna ci sono ancora centinaia, se non migliaia di prigionieri! Non possiamo lasciarli qui! - Cosa? Allora non eravate sopravvissute solo voi? Aulon intervenne: - Certo! La carovana che io avevo visto era molto più grande di queste poche donne che ora abbiamo salvato. - Ewaniwe – proruppe la voce d’Aliturn – entra nella montagna e

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troverai molto più di ciò che cerchi. Io baderò a queste donne, ma voi tre dovete proseguire la ricerca. - Questa non è una ricerca! – urlai contro il Veida, insondabile nella sua reazione – io ho già trovato ciò che cercavo! E questo non è più il tempo degli oracoli e di frasi criptate, immortale! Dicci chiaramente cosa c’è la dentro e cosa dobbiamo fare! Il mio impeto d’ira sorprese un po’ tutti, me compreso, ma non infastidì il saggio, per mia fortuna (se ciò fosse accaduto avrei potuto fare immediatamente una mala fine). Aliturn però tacque, lasciando così me nella mia rabbia, e Colwey e Aulon nell’indecisione. Alla fine il barbaro si prese di coraggio, e guidando tutti e tre si diresse di nuovo verso l’entrata secondaria, per discendere nuovamente all’interno della montagna. Le mura fredde ci guidarono fino alla sala dove era prima prigioniera Alinea. Arrivati, ci trovammo di fronte all’ennesimo problema: come arrivare alle altre sale dei prigionieri? Aulon pensò di richiamare l’attenzione delle guardie, e di tentare di assalirle; probabilmente quegli stessi orchi avevano le chiavi delle altre stanze, almeno lo speravamo, e così, forse, procurandocele, saremmo riusciti a liberare i prigionieri. Rimaneva il problema di come riuscire poi a fuggire senza essere di nuovo catturati, ma cercammo di rimanere lucidi e di affrontare una cosa per volta. Fummo d’accordo con l’idea d’Aulon, e del resto, non ci veniva in mente niente di meglio; dato che avevo la voce più acuta fra tutti e tre, fui io a chiamare le guardie: - Aiuto! Degli intrusi! Aiuto! Qualcuno ci aiuti! Urlai la prima cosa che mi venne in mente, a ripensarci delle stupidaggini belle e buone, ma tanto bastò perché giungessero tre orchi. Le guardie spinsero rumorosamente la porta della sala, dimentichi che era chiusa con varie serrature. Facendo allora stridere e cigolare i meccanismi, aprirono la porta ed entrarono uno dietro l’altro. Colwey, nascosto dietro la porta, colpì la prima guardia con l’elsa della sua spada, eliminandola sul colpo; Aulon, nascosto dall’altro lato, assalì il secondo orco, colto di sorpresa dalla rapida morte del suo compagno. Anche questa guardia, però, non sopravvisse tanto a lungo da capire cosa gli stesse accadendo. L’ultima guardia fu più veloce a comprendere: scorti Colwey e Aulon, corse via dalla stanza, per dare l’allarme; imbracciai allora il mio arco e scoccai una freccia al buio, sperando di colpire il mostro. Per mia fortuna lo colpii alla nuca, uccidendolo sul colpo, poco fuori della stanza. Sconfitte le guardie,

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trascinammo gli orchi dentro la sala e frugammo i loro corpi alla ricerca delle chiavi delle altre stanze. Per nostra fortuna, la supposizione di Aulon era esatta, e così ci appropriammo delle chiavi. Uscimmo poi con circospezione dalla stanza, tentando di fare meno rumore possibile: ci trovammo in una via di quella antica città, probabilmente una delle vie periferiche. Tutt’attorno a noi altre sale, con dentro altri prigionieri. Giungevamo alle loro porte come salvatori, e non appena coloro che erano all’interno erano liberati, subito indicavamo loro la via in silenzio, attraverso le scale da cui eravamo scesi, per uscire dalla montagna. I più fuggivano, sia che fossero donne, o poco più avanti nella via, uomini. Ma qualcuno ci seguiva, per aiutarci nella nostra impresa, o alla ricerca di qualche suo caro, o perché temeva di uscire fuori della montagna da solo, senza la protezione delle armi. Incontravamo poche guardie, a dire la verità, nel nostro cammino: quelle che trovavamo, venivano uccise quasi subito da Colwey, divenuto in quel viaggio un ancor più grande guerriero. Il mio amico mulinava la sua spada con maestria, e la dove non arrivava con la sua lama, la sua incredibile potenza fisica faceva il resto. Sollevava i mostri per il collo, anche se erano alti anche più di lui. La sua forza gli permetteva di alzarli di slancio, e con incredibile impeto, di schiacciarli con la testa per terra; ma il più delle volte non doveva ricorrere alle sue braccia, e grazie alla sua lama affilata che con facilità trapassava il petto dei mostri, ci spianava la strada. Aulon gli veniva dietro per dargli una mano, ma la sua forza era molto minore, e il grosso dello sforzo così lo faceva il barbaro, mentre l’altro guardava le spalle. Io, accesa una freccia come una torcia, guidavo quelli che ci venivano dietro, e andavo di stanza in stanza a liberare i prigionieri. Continuando così giungemmo alla fine della via senza essere stati scoperti. Quelli che venivano con noi ci avvertirono però che c’erano ancora altri prigionieri, nella piazza della città, costretti a lavorare come schiavi. Facendoci quindi condurre da quelli che erano con noi, silenziosamente camminammo verso la piazza. La città di Kala era desolata e visibilmente consunta: molte zone fra le mura erano crollate, e altre erano consumate dal tempo. Le stanze che i nani solitamente usano come case erano vuote, e nessuno vi abitava, neanche gli orchi o qualche prigioniero. Venimmo in seguito a sapere che i mostri occupavano come bestie la zona opposta a questa, oltre la piazza, mentre le stanze attorno a noi erano occupate dai due Stregoni che erano venuti assieme ai prigionieri in città. La piazza era circolare, e

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dava su un grande braciere che i prigionieri s’impegnavano ad alimentare. Portici ai lati, colonnati, permettevano di nasconderci fra le ombre. Guardie da ogni lato, controllavano che tutto si svolgesse nel migliore dei modi e con continuità, senza però essersi accorti di noi. Fra le guardie c’erano qui anche numerosi Uomini Neri; non vedevamo invece gli Stregoni, e, invero, n’eravamo molto felici. Ci nascondemmo anche col favore della penombra fra gli edifici fatiscenti tutt’attorno alla piazza e fra le colonne, mentre il braciere emetteva un fumo insopportabile per le narici e le fiamme inondavano di luce il luogo. Quelli che erano con noi non avevano armi, mentre gli orchi e gli Uomini Neri, una cinquantina, impugnavano pugnali, asce e spade. I prigionieri che lavoravano in lunghe file di catene erano almeno due centinaia, sicché pensavamo che se fossimo riusciti a liberarli e a privare un po’ di mostri delle loro armi, forse saremmo riusciti ad averne la meglio e poi a fuggire. Mentre mi avvicinavo alla piazza iniziavo a sentirmi strano, come se qualcosa non andasse, e se la paura gelida penetrasse nel mio corpo. Poi, mentre mi nascondevo, quella sensazione si fece sempre più forte. Quelli che erano con me non provavano però ciò che provavo io: avevano sì paura, com’era normale averne in quel momento, ma nessuno provava quel terrore e quel senso di pesantezza e fallimento che avvertivo io. La ferita faceva un po’ più male di quanto ne facesse prima, come se si stesse per riaprire. Pensai che fosse per la stanchezza degli ultimi avvenimenti e perciò cercai di non farci caso: dovevamo finire ciò che avevamo iniziato, e non avevo tempo di pensare a me. Colwey e Aulon, con alcuni altri che ci avevano seguito, iniziarono a muoversi fra le ombre. Assalirono una prima guardia, e rapidamente eliminatala, consegnarono le sue armi ad uno che li seguiva. Continuarono così, una volta, un’altra volta ancora, una terza e una quarta, sempre muovendosi nel silenzio e circospetti, e così via finché tutti quelli che ci seguivano, una ventina di uomini, non furono tutti armati. Eravamo ancora troppo pochi ad essere armati, rispetto al numero di guardie, ma dalla nostra avevamo l’effetto sorpresa. I nostri avevano fatto le cose per bene, nascondendo le loro vittime al buio o all’interno delle costruzioni fatiscenti tutt’attorno. Io avevo armato il mio arco, tenendo pronte tutte le frecce, e avevo posato la mia spada corta in modo da poterla prendere non appena n’avessi avuto bisogno. Colwey brandiva già da qualche tempo la sua lunga spada. Aulon accarezzava nervosamente la pietra che

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portava al collo, e nel frattempo impugnava con l’altra mano la sua lama tenendola dall’elsa. Gli uomini che erano con noi erano nervosi ma decisi: non erano tutti esperti nell’usare le armi che avevamo recuperato per loro, ma nondimeno c’era fra loro qualcuno che aveva militato nell’esercito e che sapeva cosa fare in quel caso. Avevamo intenzione di continuare ad uccidere ad uno a d uno tutte le guardie, come c’era riuscito fino a quel momento, senza farci scoprire, per poi liberare i prigionieri: ma naturalmente, le cose non andarono così come speravamo. Non so di preciso cosa successe, forse uno dei nostri inciampò e finì a terra, forse qualcuno fece semplicemente rumore. In effetti, ora, questo dettaglio non conta. In ogni modo, una delle guardie si voltò improvvisamente verso qualcuno dei nostri, e scorgendolo nel luccichio della sua lama, riconobbe che non era né un orco né un Uomo Nero. A quel punto diede l’allarme, e tutte le guardie che erano nella piazza s’avvidero di noi. I prigionieri si fermarono, allarmati per ciò che stava accadendo, senza ben capire. Le guardie ci balzarono addosso, e noi addosso a loro. Ero distante da Colwey e Aulon, dall’altro lato della piazza, e così dovetti arrangiarmi a difendermi da solo: un primo orco mi venne addosso urlando, ma quando fu a pochi passi da me lo colpii in faccia con una freccia. Un altro lo seguiva a poca distanza, ma anche questo fu infilzato nel petto da un mio dardo. M’avvicinai ad uno di quelli che era con noi, che usava abbastanza bene un pugnale che gli avevamo affidato, così, ci proteggemmo reciprocamente le spalle. La battaglia andava lo stesso male, perché le guardie erano poco meno che il doppio di noi, sicché spesso ciascuno di noi si ritrovava a combattere contro due di quelle creature contemporaneamente. Io e il mio compagno nella battaglia corremmo al centro della piazza, verso i prigionieri. Quando questi si accorsero che eravamo uomini ed eravamo lì per liberarli, urlarono di gioia; c’indicavano le catene, e ci pregavano di spezzarle. Allora il mio compagno fu assalito da un Uomo Nero, mentre io ero libero d’usare la mia spada per tentare di spezzare le catene. Mi gridò di non pensare a lui, e di pensare ai prigionieri. Lo guardai bene; era un uomo sulla cinquantina, visibilmente possente, ma con i segni dell’età sul fisico. Doveva essere originario dell’Oldar, forse l’avevo conosciuto quando avevo vissuto là. In ogni modo l’Uomo Nero lo uccise con un colpo secco al torace, dopo averlo immobilizzato ferendolo profondamente alla gamba destra. La creatura era ora libera di colpirmi, dato che le davo le spalle mentre ero intento alla mia opera. Io

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m’ero messo in ginocchio e facevo forza con la spada per liberare il primo nella fila dalle catene. La creatura issò la sua ascia in alto, pronta a colpirmi di taglio in testa, mentre io non mi rendevo conto di niente. Feci appena in tempo a voltarmi, che vidi cosa stava accadendo e la scena successiva: vidi volare una spada verso la testa della creatura. Il sibilo dell’arma schioccò contro il cranio del mostro, che cadde verso il lato, ancora rigido. L’arma veniva da uno dei lati della piazza, e quando vidi chi l’aveva lanciata, mi rassicurai enormemente. Colwey correva verso di me, inerme, per recuperare la spada e per difendermi. Lo vidi giungere nei miei pressi, mentre un altro Uomo Nero lo assaliva. Lo disarmò del suo pugnale, e presolo sulle spalle, lo schiacciò contro il suo ginocchio, spezzandogli la schiena. Un orco allora corse contro di lui che ancora non aveva ripreso la spada, ma un poderoso calcio le fece barcollare, dando al barbaro il tempo d’afferrargli la testa e saltare verso dietro spaccando il cranio del servo di Gnomanar per terra. Io ero tornato alla mia opera, ed ero riuscito a liberare il primo dei prigionieri; questi prese un pugnale da terra e mi aiutò. Così facevano gli altri prigionieri che liberavamo, finché tutti non furono sciolti dalle loro catene. Subito i prigionieri assalirono quanti delle guardie erano ancora in vita, dando manforte a chi era stato liberato prima di loro. I mostri venivano sopraffatti, sotto la spinta di quella massa che li attaccava anche senza armi, con le unghie e con i denti. Io però avvertii d’improvviso un dolore atroce provenire dalla ferita. M’accasciai a terra, vinto dal mio male, mentre Colwey mi soccorreva. Aulon, nella piazza, lottava assieme ai prigionieri, ignaro di ciò che accadeva. Il panico si diffuse inspiegabilmente su tutti noi, dal nulla. Gli Stregoni Neri allora uscirono dalle sale che occupavano, quelle più ricche di quell’antica città, almeno in quel piano, dato che certamente dovevano esserci altri abissi in quell’enorme montagna. Al buio il loro aspetto era ancora più terribile, e tutti si fermarono al loro apparire, compresi i loro servi. Il loro incedere era lento, i movimenti lunghi e infiniti, o almeno così mi sembrarono. Al loro comando ricominciò il massacro, e le guardie presero a trucidare i prigionieri inspiegabilmente immobili. Io ero sempre più sofferente, e strisciando, nel tentativo di allontanarmi, m’avvicinai al braciere. Il fuoco s’era spento, senza essere più alimentato, e solo un tenue fumo puzzolente emanava da quell’enorme pira. Anche se le fiamme però non bruciavano più, dopo che i prigionieri avevano smesso di alimentarle, intravidi un tenue bagliore provenire

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dalla cenere, e m’avvicinai sperando di non esser scorto dagli Stregoni. Colwey e Aulon, soli assieme a me, riuscivano a muoversi debolmente, non vinti del tutto dal terrore. Con grande coraggio si spinsero verso la causa di tutto. Aulon si trasformò in aquila e planò con gli artigli su uno degli Stregoni, colpendolo, evidentemente sorpreso, al viso. Allora parte dei prigionieri si liberò dalla morsa della paura, e prese a lottare contro le guardie. Colwey brandì di nuovo la sua lunga spada, e s’avvicinò barcollando all’altro Stregone. Tentò di colpirlo, ma quello parò facilmente, con il braccio, il debole colpo del mio amico, e con l’altro braccio, con un colpo lo scagliò contro un muro. Poi, scortomi, venne in contro a me che strisciavo verso la pira. Continuavo imperterrito a fissare la luce che proveniva dal braciere, non comprendendo nient’altro né facendo caso ad altro; giunsi alla pira: una piccola pietra luccicava, bianca come la neve, fra i resti della legna e la cenere. Aveva iniziato a splendere quando avevo fissato per la prima volta verso di lei, e senza quella luce sarebbe apparsa facilmente una pietra qualunque finita lì per caso. Non appena fui vicino alla gemma, sentii come un alito di vento soffiare verso il mio viso, asciugando il sudore dalla mia fronte. Non feci in tempo a capire. Il dolore si fece lancinante; avvertii la morte avvicinarsi alle mie spalle, pronta a colpirmi. Presi in mano la gemma, vinto dall’istinto, e svenni, non sopportando più il male che veniva dalla mia ferita. La pietra smise di brillare non appena fu nella mia mano. Dietro di me, uno Stregone s’avvicinò, senza scorgere la pietra che tenevo stretta. Piegò il braccio con la mano appuntita come una lama verso dietro, pronto a colpirmi, ma qualcosa lo fermò: un richiamo stridulo lo interruppe; l’eco del battere d’ali lo fece volgere verso l’alto, mentre Colwey rinveniva. Lo Stregone si spostò, mentre delle Fenici prorompevano nella sala dall’entrata e dal camino immenso che permetteva al fumo del braciere di fuoriuscire dalla montagna. Alcune Fenici assalirono lo Stregone, mentre altre colpirono le guardie. Colwey corse verso di me e mi raccolse da terra: la gemma rimase nelle mie mani. Dopo qualche minuto eravamo fuori della città, usciti dalla via attraverso cui vi eravamo entrati, mentre fuori ci attendevano Alinea ed Aliturn. Parte delle Fenici penetrò a Kala dall’immensa porta che custodiva l’entrata principale, altre invece proruppero dal camino. In città era buio pesto e il caos regnava. Uomini mezzi morti lottavano contro i mostri. I

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Lorfobeth guidavano le proprie creature, mentre uno di loro era impegnato a combattere contro un’aquila con appesa al collo una pietra nera, Aulon. Vicino al braciere al centro della città, un uomo svenuto, Ewaniwe, come il Viandante vedeva bene, e Colwey che lo soccorreva. Fuori dalla città rimanevano in attesa quanti già erano riusciti a salvarsi, e fra essi anche Aliturn e Alinea. Lindore, la grande Fenice, signore di tutte le sue compagne, riconosciuto il Veida, non entrò subito in città, ma scendendo in picchiata verso di quello, accostatoglisi, gli parlò: - Veida, perché ti trovi qui? - Lindore, signore delle Fenici, sono qui per volere degli Eida, perché oggi si concluda la ricerca, e anche tu dovrai contribuire. Ma non perdere tempo, entra in città! Lì nemici t’attendono assieme a degli uomini da condurre in fretta ad Oriente: uno di loro è fra i portatori dei Numenali. Trovalo, e conducilo fuori. Da qui poi, con questa donna, partirete verso le terre dove abitano gli Eida. Lindore entrò allora in città dal camino. Dentro, le altre Fenici s’erano già sbarazzate di quasi tutte le guardie, e qualcuna di loro aveva anche preso a combattere contro i Lorfobeth. Aulon continuava imperterrito a tenere testa al suo nemico, e assieme a lui ora lottavano due Fenici. Lindore allora si scagliò contro l’altro Stregone: con un colpo d’ala lo schiantò lontano, contro un muro di quelli attorno alla piazza. Il nemico, rialzatosi, non ebbe tempo di far niente, che Lindore lo assalì di nuovo. Frattanto Colwey portava via Ewaniwe, e lo conduceva fuori Kala. Alinea, non appena lo vide, esclamò: - Colwey, cos’è accaduto? Perché non è cosciente? Non dirmi che è morto! Aliturn rispose per il barbaro: - Egli ha vissuto più di tutti il terrore di Gnomanar e non lo ha retto. Ora solo il potere degli Eida lo può salvare. Ma guardate la sua mano; la Profezia s’è avverata, e il Numenal è stato ritrovato! La mano d’Ewaniwe splendeva, anche se non era calda. Dentro, la gemma bianca emetteva luce propria. I prigionieri uscirono pian piano dalla città dopo Colwey, mentre dentro rimanevano Lindore, Aulon, le Fenici e i Lorfobeth. Non appena tutti gli uomini furono fuori di Kala, Aliturn decise che era tempo di porre fine alla battaglia. Entrò allora in città dalla porta principale, e in poco tempo si trovò di fronte alla battaglia. Giunto di fronte ai contendenti, ad alta voce e rimbombante, parlò:

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- Lorfobeth, Fenici, basta! Non è destino che qui muoia qualcun altro, come non è destino che voi Lorfobeth vi battiate con me qui, ché altrove verrà la nostra lotta. Così, non provate a ribellarvi al mio potere! Stregoni, andate via da questa città, e non rimetteteci mai più piede! Annunziate al vostro signore che nulla è cambiato nella Profezia! Gli Stregoni rimasero fermi, come se non volessero ubbidire al Veida: - Cercate la mia collera? Fuggite, finché ve ne do l’occasione! Gli Stregoni si recarono allora nelle sale che avevano prima occupate: lì, i loro destrieri scalpitavano. Montatili in sella, cavalcarono fino innanzi ad Aliturn. Dinnanzi al Veida si fermarono per qualche attimo, poi ripresero la loro corsa, senza fiatare. Usciti da Kala, presero la via per l’occidente fino alle sale di Gnomanar, maledicendo il loro nemico. A Kala, Aliturn condusse fuori le Fenici e Aulon. Sulla cima della montagna, i prigionieri, Colwey, Alinea ed Ewaniwe in coma, attendevano il Veida. Di fronte ai tre, Aliturn richiamò Lindore: - Conducili a Luma, la città degli Eida, assieme alle tue due compagne più fidate; lì gli Eida sapranno cosa fare. Sulla strada troverete forse altri loro compagni, che condurrete con loro ad oriente. Fra loro, un altro porterà uno dei Numenali. Le tue compagne, le rimanenti, condurranno queste persone sino al Minar, e con esse Aulon, e lì tutti si fermeranno, nell’attesa degli eventi futuri. Lindore, sappi che oggi avete riabilitato la vostra sorte, cancellato la vostra onta. Ora regnate assieme alle Aquile, sottomessi solo ai Draghi. Ricorda le mie parole, perché presto verrà la battaglia a cui anche voi avete in sorte di partecipare! Detto ciò, Aliturn sparì nel nulla. Lindore scelse due compagne, Meliki e Terda, e presi in groppa Colwey, Alinea ed Ewaniwe, le tre Fenici partirono. Sulla via per l’oriente, scorsero fra i monti Bellig, Feilon e Luia. Posatisi vicino a questi, Colwey e Alinea salutarono con gioia i loro amici, e li fecero salire in groppa a Meliki e Terda. Bellig fu sorpreso di non bruciare al contatto di quei corpi infiammati, ma le Fenici spiegarono che il loro tocco bruciava solo coloro che esse volevano bruciare. Rassicurato così il saggio, il volo riprese. Le Fenici volavano a velocità inaudita per fare presto, così come aveva detto loro di fare Aliturn. Era giorno quando erano partite, e dopo ventiquattro ore raggiungevano, di nuovo col giorno, la loro meta. Le Fenici atterrarono allora nel centro di Luma, attese. In città già era giunto Lendelin, con Mel e Ronilis, ed erano i tre ad attendere con più impazienza l’arrivo dei compagni. Ewaniwe fu adagiato mollemente per terra, e subito portato in

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una stanza, con l’inseparabile compagnia d’Alinea e dell’amico barbaro. Intanto le altre compagne di Lindore conducevano rapidamente nel Minar i prigionieri di Kala, e venivano accolte con stupore da Tellon, Rendall, Ledolan e Innioles. Aulon, presentatosi, spiegò loro cosa era successo: parlò del ritrovamento del Numenal e delle parole d’Aliturn. Non seppe spiegare altro al suo auditorio, indeciso fra l’incredulità, la meraviglia e la felicità.

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Racconti per la sera

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I La favola d’Euon

Ewaniwe interruppe nuovamente le parole. Era sera, ormai, ora di cena; Nelian aveva ancora la forza d’ascoltare, ma ugualmente il bardo decise di fare una pausa e di riportarlo a casa. Il bimbo protestò un po’ quando il padre disse che dovevano tornare alla fortezza di Bingrim, ma il sole stava calando veloce e le prime stelle s’affacciavano all’orizzonte. Il tramonto nella sera di Bingrim era spettacolare: di mattina presto si poteva vedere sorgere il sole dalle acque del Lago Maggiore, che perdevano il loro colorito ceruleo per trasformarsi in un arcobaleno dalle mille sfumature d’arancio. Ma alla sera, quando il sole scendeva e si perdeva nell’occidente, l’atmosfera della fortezza diveniva magica, ed era come se il passare del tempo si fermasse, se secoli interi si sciogliessero in quell’attimo breve e infinito. Al vento le erbe attorno alla fortezza sembravano cantare un accompagnamento corale alla voce del bardo. Il cielo si striava di rosso, e il verde dei prati risplendeva, mentre le nubi si tingevano di colore arancio e giallo, come campi di grano. Ewaniwe amava quel paesaggio. Alla vista di quel tramonto, intonava sempre questi versi che aveva scritto per quella terra: Schiumano le acque cerulee Nel silenzio della luce che sfuma. Si cancella il ricordo passato, Dorme calmo il futuro immediato. Abbiamo amato così tanto E siamo stati odiati altrettanto; Sotto un cielo albino, striato di fuoco, Tutto risuona di niente. Fra le erbe d’un verde infuocato, La sera di Bingrim risplende.

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Anche a quel tramonto intonò questi versi; poi, rimasto ancora a fissare per qualche attimo il paesaggio, Ewaniwe si alzò, e mentre Nelian scorazzava davanti a lui allegro, padre e figlio tornarono alla fortezza di Bingrim. Alinea si vide sbucare davanti il marito e il figlio, così, come se niente fosse. Ewaniwe le chiese se già era pronto qualcosa per cena, dato che sia lui che il figlio erano abbastanza affamati. Alinea allibita, non riuscì a chiedere niente. I tre cenarono tranquillamente, mangiando le vivande che avevano preparato loro i pochi servitori che avevano nella dimora. Quando avevano preso ad abitare a Bingrim erano stati d’accordo nel non volere molta gente con loro, perché volevano far vivere al figlio una vita quanto più possibile normale, e non la vita avvantaggiata, di corte, del futuro Grande Re. Nella fortezza vivevano così con i tre solo qualche maestro che educava Nelian, assieme ad altri bambini figli dei servitori o agli amici che il piccolo s’era fatto, e appunto qualche servitore, il minimo indispensabile per quella grande fortezza, e soprattutto per garantire l’incolumità del bambino e dei suoi genitori. Spesso però in quel castello venivano amici di mamma e papà, che si fermavano lì anche per lungo tempo, oppure amichetti di Nelian, che accompagnati dai loro genitori, venivano ospitati anche per mesi. Per questo quel palazzo non era mai realmente vuoto, e anche per questo per Ewaniwe a volte era difficile trovare dei momenti per stare assieme al figlio. Inoltre il bardo spesso andava via da palazzo, per ordine di Lendelin, per delle ambascerie o per altri incarichi ufficiali. Altre volte partiva tutta la famiglia al completo, perché il bimbo doveva dimostrare al popolo d’essere in buona salute, facendosi vedere nelle occasioni mondane, anche per evitare dicerie e complotti di corte. In effetti, per molti era strano che Lendelin, il Grande Re, non dovesse avere figli, e che così il regno dovesse passare al discendente di una balia e di un bardo. Il principio adottivo, che da allora doveva forse essere rispettato dai Grandi Re, non era compreso. Ma così stavano le cose, e il fatto tutto sommato non pesava molto né a Nelian, né ad Alinea e ad Ewaniwe; o almeno così era stato fino ad allora. Nelian non aveva mai sentito la storia della Terza Grande Battaglia, per ordine degli Eida, fino a quel giorno. Per gli Eida doveva essere Ewaniwe, quando fosse tornato ad apparire il Viandante, a narrare quei fatti al piccolo. L’Oriente ed

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Ewaniwe sapevano che Nelian avrebbe dovuto combattere, avrebbe dovuto guidare gli uomini nella Quarta Grande Battaglia. Il bardo non capiva però perché dovesse essere proprio lui a raccontare quella storia: a dire la verità, era convinto che il più adatto fosse Lendelin; ma naturalmente, non poteva opporsi alla volontà degli Eida. Dopo cena in ogni modo Alinea volle parlare con il marito; chiamatolo nella sala degli ospiti, fattolo sedere, gli chiese francamente, senza giri di parole: - Ewaniwe, dimmi la verità… il Viandante è tornato, vero? - Esatto – rispose il bardo con fare conciliante. - Quindi…è venuto il tempo in cui tu narrerai la Storia a tuo figlio, giusto? - Si, Alinea… - Perché lui? Perché di nuovo? Perché questo peso non deve cadere su un figlio di Lendelin? Non è lui il Grande Re? Preferirei che mio figlio vivesse normalmente, piuttosto di vederlo Grande Re a lottare di nuovo, come noi. Alinea singhiozzava, e le lagrime sembravano voler rigare il suo viso, trattenute solo dall’orgoglio. I suoi occhi brillavano, mentre li copriva con una mano. Una candela bruciava placida nel mezzo della sala, illuminando mura coperte da quadri sobrii. Il bardo si alzò dalla sua sedia, e si mosse ad abbracciare la moglie; la strinse dolcemente, accarezzandole i capelli. Poggiò il viso della donna sulla sua spalla, dicendo: - Non ho risposte alle tue domande, Alinea: non ne ho mai avute. Ma tutto quello che so, è ciò che devo fare, anche se non voglio e me ne dolgo. E comunque, sai che non abbiamo scelta; e n’abbiamo forse mai avuta? Non ci resta altro da fare che seguire il nostro destino, fino al suo compimento, attendendo il riposo futuro. Calmati, Alinea. Ewaniwe allontanò la donna quel tanto che gli bastava per poterla fissare negli occhi. Era bellissima: - Smetti di piangere, ti prego, o piangerò anch’io. Ecco, brava. E poi ho già raccontato a Nelian quasi tutta la Storia…ora mai il grosso è fatto… anzi, devo andare a concludere ciò che ho iniziato. Dov’è nostro figlio? - A letto – rispose Alinea asciugandosi il viso. - Spero che non si sia addormentato; non volgio concludere la storia domani. Perché non vieni anche tu ad aiutarmi? - No, non voglio, e non ci riesco. Vacci tu, e sbrigati, se non vuoi svegliare tuo figlio.

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Un sorriso tirato s’affacciò sulle labbra d’Alinea. Il bardo tornò ad abbracciare sua moglie, e poi la baciò. Corse via, dalla sala degli ospiti alla stanza del figlio; Alinea rimase sola. Si strinse le braccia al corpo, come stringendosi per il freddo, e rimase a pensare. Ewaniwe entrò nella stanza di suo figlio: trovò che una delle balie che l’aveva cresciuto assieme a lui e ad Alinea lo stava mettendo a letto; le disse di lasciarli soli, e la ringraziò. Quando di nuovo padre e figlio furono soli, il bardo chiese al figliolo sotto le coperte se voleva ascoltare la conclusione della Storia che fino a poco prima gli aveva narrato: il piccolo fu entusiasta. Ewaniwe rise contento della vitalità del figlio, e presa una sedia, piccolina per la sua taglia, e, postala vicino al letto dalle pesanti lenzuola bianche, si sedette e riprese da dove aveva lasciato. Il Viandante era appoggiato alle mura della stanza di Nelian, proprio mentre Ewaniwe chiedeva al figlio se voleva ascoltare la fine della Storia. Era passata qualche ora da quando erano tornati all’interno del castello. Faceva un po’ freddo in quel castello, anche per quella stagione, ma il bambino stava bene, tutto coperto dalle lenzuola dentro il letto. Ewaniwe invece, sulla piccola sedia del figlio, aveva un’aria scomoda e un po’ ridicola: ma il bardo stava bene anche così. Nessuno dei due padroni di casa s’accorgeva della sua presenza, o forse facevano finta di niente. Imperterrito il bardo raccontava e Nelian ascoltava assorto e affascinato da quella lunga, infinita storia. E con quelle parole che volavano nella stanza, riprendeva anche il viaggio del Viandante, con i suoi lievi passi che avevano calpestato ogni landa di Arret. Non vidi cosa accadde dopo che entrai in coma, ma me lo raccontarono quando mi svegliai; con me, quando rinvenni, c’erano tua madre e Colwey. Mi narrarono come fummo trasportati dalle Fenici dalla città fino a dove ci trovavamo, e che per strada avevamo incontrato anche Bellig, Feilon e Luia. Poi mi fecero aprire la mano destra e guardare ciò che tenevo. Feci ciò che mi dissero, ancora intorpidito dal sonno: avevo una gemma in mano, bianca; questa cominciò a splendere non appena la fissai. Fui meravigliato, anche se non capivo bene cosa stavo vedendo. Colwey, resosi conto, mi annunciò che avevo trovato uno dei Numenali, e che gli altri li avevano Bellig e Lendelin: io ero uno dei portatori, come diceva la Profezia. Rimasi per qualche tempo allibito, confuso,

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poi, pian piano, i ricordi degli ultimi tempi si affacciarono alla mia mente. Mi ricordai della ferita, d’Aulon, di Kala, della gemma e di quando persi i sensi, come morto. A quel ricordo andai d’istinto a toccarmi la ferita, che inspiegabilmente non c’era più. Mi accorsi anche che non riconoscevo la stanza in cui mi trovavo: il letto aveva lenzuola rosse, brillanti; le mura erano semplici, di marmo bianco e rosato; delle colonnine intagliate di foglie reggevano il tetto, alto, di travi dorate incastrate come a scacchiera; la stanza era grande, non saprei dire quanto. Di fronte, poggiata sul muro opposto a me, una scrivania: una pila di libri sul tavolo, tutti ordinati e accatastati; innanzi alla scrivania, una sedia dorata e intagliata di fregi bellissimi, di foglie, rose, rami e uccelli. Ai miei lati, Alinea e Colwey seduti su sedie altrettanto splendide. Tutto era incantevole dove mi trovavo, ma non lo riconoscevo e facevo fatica ad immaginare dove potessi essere. Pensai di trovarmi fra gli elfi, nelle città di Mel o Ronilis, così chiesi conferma ad Alinea. Tua madre rise, e poi guardandomi e avvicinandosi, rispose: - No mio caro, non ti trovi fra gli elfi. Ti trovi in un posto ben più meraviglioso, vicino alla terra che ogni sera sogni quando t’addormenti. Siamo sul continente dove risiedono gli Eida, e questa in cui ti trovi è una delle tante stanze del palazzo degli Eida nella città di Luma, dove signore è Ilwanar. Rimasi a bocca aperta: Colwey rise di gusto per la mia reazione, e con lui anche Alinea. Io invece, me ne infischiavo delle loro battute sull’espressione del mio viso. Era incredibile! Mi trovavo a Luma, la città degli Eida! Mi sollevai un po’ sul letto, sempre rimanendo sotto le lenzuola: - Ma, come siamo arrivati qua? - Te l’ho detto, portati dalle Fenici. Per Alinea la cosa doveva essere abbastanza naturale, ma per me non lo era! È già abbastanza strano credere di aver volato in groppa ad una Fenice, poi il pensare di essere a Luma usciva completamente dall’ordine delle mie idee, o almeno dal mio concetto d’ordinario: - Eppure è così – riprese affabilmente il mio amico barbaro. Rimasi di nuovo un po’ in silenzio, rimuginando sui miei pensieri. Poi chiesi: - E gli altri? - Ma mi ascolti quando parlo? – Alinea si stava divertendo da matti a prendermi in giro – Bellig, con Feilon e Luia sono venuti con noi dopo

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che li abbiamo trovati soli soletti su una montagna nel Dwaralar; invece Lendelin, Mel e Ronilis li abbiamo trovati qui quando siamo giunti. Erano riusciti a raggiungere queste terre da un passaggio nel Morien, e da dove sbucarono furono condotti fin qui. - Ma da quanto tempo è che dormo? – chiesi. - Cinque giorni; anche se non hai proprio dormito; – lo sguardo di tua madre era più serio – sei stato in coma per parecchio tempo…a dire la verità ho temuto…tutti abbiamo temuto che tu morissi. Per causa tua ho avuto una gran paura! Alinea mi diede uno schiaffo che era più una carezza. Colwey sorrise e arrossì un po’ mentre tua madre mi abbracciava, e alzandosi dalla sua sedia, disse senza che lo ascoltassimo: - Va bene piccioncini, ho capito che è ora di lasciarvi soli! Uscì dalla stanza, richiudendo con cura la porta dietro di sé senza fare rumore. Io e tua madre rimanemmo abbracciati ancora per qualche istante, poi, con sguardo incuriosito, chiesi: - Come mai la mia ferita è guarita senza lasciare traccia? - Perché – rispose Alinea con sguardo ironico – a quanto pare qui stai a cuore a qualcun altro oltre che a me; sei stato in questa stanza, in cui ogni giorno ti veniva a medicare Aliturn. Ma la cosa più incredibile, è che quando noi chiedevamo come stavi e se ti saresti ripreso, il Veida ci assicurava che lui stava seguendo le istruzioni degli Eida; solo loro sapevano se saresti guarito. Capisci? Tu devi la vita ad Aliturn e agli Eida che ti hanno voluto salvo! - Capisco…senti, voglio uscire da qui! Credo di essere rimasto in questa stanza già abbastanza! Detto questo mi sollevai in piedi scendendo dal letto. Avevo indosso una tunica bianca: mi feci consegnare da Alinea i miei vestiti, ma scoprii che ce n’erano per me pronti di nuovi e puliti, così, indossatili, mi feci accompagnare da tua madre per il palazzo dove mi trovavo. Feci pochi metri, il tempo di ritrovarmi al centro d’un ampio corridoio dalle mura chiare e ben illuminate, impregnato dal profumo di gelso, che vidi in una stanza Lendelin e gli altri. Bussai delicatamente, e spingendo la porta semiaperta, entrai. Alla mia vista si levarono parole di gioia. Nessuno sapeva eccetto Alinea e Colwey che m’ero ripreso, e il barbaro giunse poco dopo di me nella stanza; tenevo ancora in mano il Numenal, così, per istinto. Bellig, Lendelin e Feilon corsero assieme ad abbracciarmi, e con loro Luia, Mel e Ronilis un po’ più contenuti. In disparte, Aliturn

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rimaneva immobile a fissarmi. Quando i miei amici smisero di abbracciarmi e di baciarmi, m’avvicinai al Veida, e inginocchiandomi ai suoi piedi, lo ringraziai per tutto quello che aveva fatto per me. L’anziano mi fece issare, e con una pacca sulla spalla, mi disse: - Ewaniwe, non ringraziare me, ma gli Eida ed Euon che hanno deciso questa tua sorte. Ho potuto guarire la tua ferita solo grazie al potere dei signori di questa terra; ed ora è tempo che voi li conosciate, e che da loro stessi veniate istruiti sul vostro passato, il vostro presente ed il vostro futuro. Voi portatori apprenderete il segreto dei Numenali. Perciò seguitemi senza remore. Lento Aliturn uscì dalla stanza, mentre noi tutti e nove lo seguivamo. Attraversando tutto il palazzo, salimmo sino al terzo piano. Qui entrammo in un’ampissima sala tinta d’azzurro e divisa in tre navate da tre file di colonne. Di fronte a noi un altare di marmo bianco striato di blu. Ci ponemmo al centro della stanza, seguendo l’ordine del Veida, tutti in cerchio attorno a lui: io, Bellig e Lendelin gli eravamo proprio di fronte. Aliturn era al centro del cerchio, e fissava con lo sguardo verso l’alto: quando passò qualche istante, la stanza divenne buia. Il Veida sembrava aver raggiunto una concentrazione elevatissima; poi, si mise a levitare. Una luce sembrò brillare sopra il Veida, che distendeva le mani orizzontalmente. I suoi occhi si fecero brillanti come stelle, e la sua bocca si aprì. Una voce roboante uscì dalla sua gola: - Prestate attenzione, voi che state davanti all’altare degli Eida! Porgete l’orecchio alle parole d’Ilwanar, e date attenzione, perché tali parole non saranno ripetute! Il Viandante presenziava anch’egli a quel rito sacro. Udì che Aliturn disponeva i nove attorno a sé. Vide che egli poneva i tre portatori di fronte a sé. Vide la stanza, illuminata da alti finestroni, divenire d’improvviso buia, d’una strana oscurità mista a pochi raggi che ancora penetravano dall’esterno. E poi la voce d’Ilwanar, proferire quelle parole dalla bocca d’Aliturn. Quello fu l’inizio dell’istruzione dei portatori. Quello fu l’inizio della conclusione della Grande Battaglia. - In principio vi fu Euon. Tutto era Euon, e niente esisteva fuorché Euon. Ed Euon raccontò la sua favola, la storia d’Arret. Per prime vennero le genti d’Oro; i Primi, gli Eida e Veida. Ed essi

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furono con Euon, e tutto era Euon al di fuori degli Eida, ma anch’essi erano Euon. Ed Euon, finito il primo capitolo, intraprese un nuovo racconto. Sorse Arret, nel vuoto; e attorno ad Arret furono le stelle, e la luna e il sole. Ma Arret era deserta, vuota e brulla. Euon allora disse agli Eida di narrare ciascuno una sua storia, e su Arret sorsero le piante e i fiumi, i monti e le pianure, i mari e i cieli, le nevi e i ghiacci, i laghi e le isole. Gli Eida allora osservavano dall’alto la loro creazione, estasiati. Ed Euon concesse loro di scendere su Arret e abitarla. Gli Eida abitarono a lungo da soli le lande d’Arret, attribuendo un nome ad ogni cosa, rimodellando le terre e i cieli, le isole e i fiumi, secondo il loro gradimento: e gli Eida abitarono l’oriente, ma la loro casa era tutta Arret. Ilwanar governava i cieli d’Arret, mentre Teon regnava sui mari. Link modellava il sole e la luce, e sua sorella Nea era ricca di messi. Forman e Mianar attendevano il tempo in cui anche i capitoli della loro storia si fossero realizzati, ma in quel tempo aiutavano gli altri Eida nelle loro opere; ma già Mianar si dilettava delle foreste. Gnornak solo non aveva raccontato la sua storia, né era sceso su Arret: ed Euon interrogò Gnornak, ma questi tacque, e già nei suoi pensieri covavano i suoi desideri. Gli Eida abitarono a lungo le lande d’Arret così, finché non li prese il desiderio di vedere realizzati i capitoli di Forman e Mianar. Pregarono allora Euon, e su Arret sorsero le stirpi d’Argento. Gli elfi e le stirpi elfiche sorsero a quel punto della storia, e li accolsero gli abitanti dell’oriente, gli Eida. Forman e Mianar erano gli Eida più legati ai nuovi giunti, e trascorrevano gran parte del tempo con loro, insegnandogli tutto il loro sapere e il loro amore per Arret. Gli elfi vissero per secoli a contatto con gli Eida, e diedero un nome ad ogni cosa; abitarono tutta Arret, tranne l’oriente degli Eida, che però a quel tempo trascorrevano lungo tempo con loro. E venne il tempo in cui gli elfi conobbero ogni cosa d’Arret, e provarono per la prima volta desiderio di nuove visioni e di nuovi incontri. Pregarono allora gli Eida d’aggiungere nuovi capitoli alla loro storia, ma non ce ne fu bisogno, che a quel tempo si realizzò il capitolo di Mianar. Sorsero gli animali e i Draghi, le Aquile e le Fenici. Le stirpi d’Argento furono felici con gli animali di Mianar, e li amarono, mentre si realizzavano i capitoli degli Eida tutti tranne che di Gnornak. Fu quello il tempo in cui i pensieri di Gnornak divennero manifesti, e questi, abbandonata ogni remora, narrò il suo capitolo, come aveva ordinato un tempo Euon. Gnornak narrò la

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sua storia, e scese su Arret, abitando l’occidente. Le stirpi d’Argento furono lusingate dalla venuta di Gnornak, e allora nessuno eccetto Euon conosceva il capitolo di Gnornak, giacché gli altri Eida già abitavano le lande d’Arret. Forman e Mianar vennero a contrasto con Gnornak, dubitando dell’Eida, non avendone udito la storia; già in cuor loro lo temevano e né avvertivano il cuore pesante, mentre quello prometteva doni e dispensava promesse alle stirpi d’Argento. Allora Forman e Mianar misero all’erta le stirpi d’Argento. Sorse il dubbio fra le genti elfiche, ma alla fine l’amore per la terra e per la saggezza prevalsero sui doni di Gnornak. Fu allora che le azioni di Gnornak divennero chiare anche sulle lande d’Arret: migliaia di genti della stirpe d’Argento, d’animali, di Draghi, Aquile e Fenici divennero preda del potere dell’Eida, divenuto l’Oscuro Signore. Ma l’Oscuro Signore non vide sorgere le stirpi di Bronzo, figlie della storia di Link: e queste genti abitarono sole il nord, senza guida o maestro se non Link che le tenne segrete per il pericolo, e qui conobbero quanto è dura la pietra e quanto è faticoso lavorare i metalli. La prigionia sotto Gnornak trasformò le sue prede, e così si realizzò il suo capitolo. Sorsero gli orchi, i goblin, gli Elfi Neri o Perduti, gli Uccelli di Fuoco e gli Avvoltoi e tutti gli altri animali malvagi. Così s’attuò la Prima Corruzione di Gnornak. Le stirpi dell’Oscuro Signore abitarono col loro sovrano l’occidente, tenendo in massimo odio le stirpi d’Oro e d’Argento. In quel tempo ancora gli Eida stavano con gli elfi, e massimamente Forman. Regnarono allora sulle stirpi d’Argento re Gwinomir e il suo gemello Uallo; Gwinomir amava le foglie fresche di primavera, i fiori e i frutti degli alberi; Uallo invece si dilettava dell’acqua, dei mari e dei fiumi, dei ruscelli e dei laghi. Ma tutte assieme allora abitavano le stirpi d’Argento, dal Lago Maggiore sino all’Oceano delle Cascate, senza aver scorto mai né genti di Bronzo né i figli dell’Oscuro Signore. E Gnornak insegnò ai suoi figli la guerra e la lotta, e ordinò loro la conquista di nuove lande che egli avrebbe governato, e nuove prede per la sua Corruzione. Gli orchi si spinsero ad oriente e con loro le altre creature della Prima Corruzione, dapprima timidamente, poi con ferocia. Vennero alla fine a contatto con i popoli che avevano imparato ad odiare, sebbene non li conoscessero. Le stirpi d’Argento accolsero con benevolenza i nuovi giunti, ma ben presto furono travolti dalla violenza: l’odio dell’Oscuro Signore dilaniò Arret, sterminando le stirpi d’Argento. Forman corse in aiuto dei suoi prediletti, e insegnò loro

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la tecnica delle armi. Scoppiò così la Prima Grande Battaglia.

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II La stirpe d’Elettro

Aliturn rimase in silenzio mentre noi attendevamo che proseguisse la sua narrazione. La voce del Veida poi cambiò, divenne più bassa, come gli abissi insondabili del mare: - Prestate attenzione, voi che state davanti all’altare degli Eida! Porgete l’orecchio alle parole di Teon; attenzione, perché non saranno ripetute! Accadde la Prima Grande Battaglia, con cui le stirpi d’Argento fanno nascere la Prima Era. Vennero tempi neri, e per la prima volta le acque si sporcarono, i cieli si offuscarono e le terre tremarono. Le genti dell’Oscuro Signore invasero Arret, e gli elfi arretrarono sin quasi le coste dell’Oceano delle Cascate. Fu allora la massima espansione dei figli di Gnornak, e forse mai come allora furono potenti e temibili. Le stirpi d’Argento già allora, per la prima volta, si chiusero nel Grande Bosco, da lì chiedendo l’aiuto degli Eida. Con loro le Fenici, le Aquile e i Draghi; ogni cosa era in balia di Gnornak. A lungo gli elfi chiesero il nostro aiuto, e a lungo regnò il dubbio fra gli Eida sulla guerra contro Gnornak: ma l’amore per Arret e pei suoi abitanti, spinse poi me, Teon, e Forman e Mianar e Link alla lotta, e con noi Ilwanar e Nea. Fu allora che Link rivelò agli altri Eida il frutto del suo capitolo. Le genti di Bronzo furono alleate con le stirpi d’Argento, grazie all’intervento di Link e Mianar, senza neppure essersi mai conosciute le due stirpi. Già erano trascorsi dieci anni da quando era iniziata la guerra, e da lungo tempo le stirpi d’Argento erano costrette nel Grande Bosco. E Uallo più di tutti ne soffriva, lontano dal mare e dal mio richiamo; ma allora Ilwanar ordinò ai Draghi di farsi cavalcare dall’Elfi. I Draghi si sottomisero alle genti elfiche, e assieme volarono sopra i figli di Gnornak. Sui cieli di Arret ci fu battaglia, e le Aquile e le Fenici lottavano assieme ai Draghi contro gli Avvoltoi di Gnornak e gli Uccelli di Fuoco, e il cielo era pieno di urla, di canti di elfi e di dardi, di soffi di

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fuoco e di piume taglienti. Ma la potenza dei Draghi alla fine vinse il terrore degli Avvoltoi, e con questi mostri anche gli altri figli di Gnornak fuggirono a nord, ignari che lì erano attesi da nuovi nemici in armi. Le asce e i martelli dei nani accolsero sulle montagne innevate gli orchi e i mannari. I figli di Gnornak, sorpresi dai nuovi nemici, erano facili vittime per la furia e la potenza dei nani. Molti cadevano vittime del terribile freddo del nord, delle trappole delle dimore nanesche, e dell’inesperienza del nuovo nemico; e quanti scampavano cadevano sotto i dardi precisi degli elfi, le loro spade affilate e le loro lunghe lance. Si compì così la Prima Grande Battaglia, nel decimo anno dal suo inizio. Gnornak fuggi da Arret, tornando lontano dal mondo, supplicando il perdono d’Euon: ma giunsero presso il Narratore anche gli altri Eida, e tutti reclamarono la punizione dell’Oscuro Signore, così come Gnornak si faceva chiamare dai suoi figli. Euon prese la sua decisione, già stabilita da sempre. Gnornak fu esiliato su Arret, a contatto con le stirpi d’Argento, mentre gli altri Eida erano vigili sul suo operato, ancora una volta dal lontano oriente. Gli elfi accolsero fra di loro l’Eida, com’era stato loro ordinato, e per lungo tempo questi si mostrò loro amico, covando nel profondo e orribile suo animo l’odio per quelle creature. A quel tempo Gwinomir guidava ancora il suo popolo, e ad esso aveva donato una capitale: così era sorta Gnyalan, nel Grande Bosco, e lì risiedevano quanti avevano voluto seguire Gwinomir, e da allora questi si chiamarono Lovariani. Gwinomir donò parte del suo regno al gemello Uallo, e quanti seguirono Uallo da allora sono chiamati Morieniani. Ma Uallo non amava la terra: il suo cuore anelava il mare di Teon, e lì egli mori, in tempesta. Ad Uallo succedette Endion, che regnò per lungo tempo. In quei tempi i nani vivevano a nord, ma il loro regno era molto più ampio di quello di oggi. Loro guida nella Prima Grande Battaglia era stato re Intorin, signore dei sette clan. Il re era morto in battaglia, e suo successore era stato il nipote Elian. Questi fondò Kala, la Maledetta, vicina agli estremi limiti del regno dei nani. A quel tempo le Fenici persero il loro trono, esiliate dagli altri animali. Loro colpa era la nascita degli Uccelli di Fuoco: queste creature malefiche erano nate dalla Corruzione piombata anche sulle Fenici, e subito Gnornak, prima della guerra, aveva rapito questi figli mostruosi, addestrandoli e nutrendoli d’odio. Le Fenici giurarono allora eterno odio per Gnornak, e da allora risiedono ad occidente, prima guardia dalle avanzate del Nemico. Lo

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scettro delle Fenici fu preso dalle Aquile, ma da sempre i Draghi comandano sugli animali, e grazie a loro le Aquile sono regine, perché i Draghi non vivono con le altre creature, ma sull’isola di Lizara, separati da ogni altro essere vivente. In quel tempo la pace regnava su Arret, e le macchinazioni di Gnornak non erano chiare, e gli elfi e i nani erano alleati. I mostri di Gnornak costretti nell’occidente vivevano senza guida, ché il loro sovrano sembrava averli abbandonati; ma in realtà già allora rincuorava i suoi figli e prometteva loro vendetta delle sciagure. Eppure Gnornak stava con gli elfi, e per la sua mano era morto Gwinomir, che ancora gli era in cuore nemico. Da allora il regno del Lovar si tramanda fra i figli, i figli dei figli, i figli dei figli dei figli del re Gwinomir. Mentre Gnornak si fingeva amico degli elfi, a Gnyalan, alla luce del sole del mezzogiorno, vivevano anche nani: e in una delle fucine di tali nani furono forgiate le gemme che voi portatori ora recate con voi. Già da allora il Nemico va alla ricerca di queste gemme, ma sempre sorgono i portatori, che hanno il compito di custodirle, proteggerle e adoperarle. I Numenali furono però al loro sorgere causa di discordia fra nani e elfi, fomentata da Gnornak: questi sussurrava ai nani che era loro merito se erano state create quelle pietre, ma allo stesso tempo insidiava le menti degli elfi del Lovar, dicendo loro che quelle gemme erano loro proprietà di diritto perché essi erano i Primi venuti dopo la stirpe d’Oro. Così i Numenali si divisero e furono tolti dal guanto di Filteor gnomo che li custodiva, e quello rosso finì fra i nani del nord, quello bianco fra gli alberi del Lovar, quello blu sulle coste del Morien, e così rimasero separati fino alla Seconda Grande Battaglia. Allora si svolse uno dei capitoli d’Euon, e nacque la stirpe d’Elettro. Gli uomini nacquero inattesi per gli Eida e per Gnornak. Solo Euon era a conoscenza della loro venuta, che Egli e nessun altro aveva voluto. La stirpe d’Elettro sorse in Arret ad occidente del Lago Maggiore. Gli uomini nacquero nudi, imbelli, senza arte né tecnica, né giustizia né malizia, semplici come la terra su cui si svegliavano: ed essi erano anche la stirpe dell’Oro bianco, dell’Oro misto ad Argento, perché insieme nella loro anima vivono e lottano i desideri e le passioni, i sogni e le idee della stirpe d’Oro e di quella d’Argento. Gnornak venne per primo fra gli Eida a conoscenza dei nuovi venuti su Arret. Venne così agli uomini come maestro di conoscenza e portatore di doni, ingannando gli elfi, dicendo loro che nei suoi lunghi viaggi andava alla ricerca della

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sapienza e del perdono di Euon, mentre invece si recava fra gli uomini. Diede agli uomini vari doni, fra cui le armi, e per farseli grati donò loro la magia, il dono più grande che l’Oscuro Signore potesse recare: e mai prima di allora la magia era stata a disposizione di qualche stirpe, se non quella d’Oro, o se non come pietre e oggetti magici. Ma Gnornak donò agli uomini l’arte della magia, rendendoli le creature più potenti e più fragili di tutto il creato. Allo stesso tempo Gnornak tentava gli uomini con le sue lusinghe, mentre continuava ad odiare sempre più chiaramente gli elfi. L’Oscuro Signore insegnò agli uomini che gli elfi erano il male, che la stirpe d’Argento avrebbe distrutto la stirpe d’Elettro non appena l’avesse conosciuta, per l’invidia della magia. Così gli uomini crescevano nell’odio degli elfi, come i precedenti figli di Gnornak, anche se erano ancora del tutto ignari di cosa fosse un elfo, né i loro occhi ne avevano mai scorto uno. La voce d’Aliturn mutò di nuovo, divenne bassa e suadente come quella di una donna, ma con una profonda e insondabile eco: - Giunse l’ora che stirpi d’Argento e d’Elettro s’incontrassero. Gli uomini su zattere di legno, povere e malandate, varcarono il Lago Maggiore, e furono di fronte agli elfi. Questi li accolsero con sorpresa ed entusiasmo: difatti per loro i nuovi arrivati erano simili e distanti; in loro non scorgevano la profondità dell’occhio elfico, né la sua infinita sapienza; nondimeno gli uomini amavano e odiavano come gli elfi, e pregavano e gioivano delle bellezze d’Arret; ma gli uomini, non come gli elfi, in ciò più simili ai nani, seppur molto meno longevi, morivano per la vecchiaia e gli stenti. Gli elfi non comprendevano il destino degli uomini, come del resto neanche quello dei nani: a lungo interrogavano gli Eida, sul perché loro era toccata una vita eterna, cui solo ferite mortali potevano strapparli, mentre a quasi tutti gli altri abitanti di Arret era toccata un’altra sorte. Io, Forman, Eida della sapienza, risposi loro. Agli elfi tocca il loro destino, perché più simili agli Eida di qualsiasi altro abitante di Arret. Ma gli elfi non sono come noi, e così anche loro possono conoscere la morte. E lo stesso del resto può loro capitare di invecchiare e morire, come succede a chi desidera malamente, e come accade anche a Gnornak e Gnomanar fra di noi, della stirpe d’Oro, sebbene il loro decadere sia infinitamente lento per la loro antica e immortale potenza. E Gnomanar più di Gnornak è simile a mortale, ché anche la morte scura e tetra più delle sue nubi, potrà coglierlo per la sua brama di potere, infatti, la Profezia annuncia che egli perirà per mano di

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mortali suoi pari. Gli uomini invece, la stirpe d’Elettro, sono partecipi sia dell’oro che dell’argento, ma sono insieme imperfetti in tutto. Il loro destino già scritto è il desiderio, la loro sorte è il pentimento e la sofferenza, il loro fine ultimo è la morte. Ma Euon non diede loro una tale sorte per gusto del dolore; essi, infatti, vivono in seguito alla sua corte, unici fra tutti, eccetto quanti raggiunsero queste terre. Dei nani invece, niente si sa né si racconta, e c’è chi assicura che dopo la morte essi rimangano legati alla terra che hanno abitato, dove riposano per sempre. Quanti però muoiono fra quelli delle stirpi d’Argento e d’Oro tornano qui, e attendono in questa terra privi di corpo e immemori, e vivono come una seconda vita vicino a noi Eida, come nostri compagni, finché Euon non assegna loro una nuova vita e un nuovo destino. La stirpe d’Argento comprese in parte le mie parole, ma nondimeno gli elfi furono soddisfatti, e accolsero a sé gli uomini giunti alla loro terra. Gli uomini abbandonarono presto ogni remora e paura; videro che quanto aveva detto loro Gnornak era menzogna, videro la bellezza degli elfi, il loro splendore e la loro sapienza. Gli elfi insegnarono loro la vera religione, la scienza che io avevo loro donato, e quanto conoscevano del mondo. La stirpe d’Elettro non aveva nulla con cui contraccambiare il dono, eccetto il regalo di Gnornak. Gli uomini così mostrarono agli elfi la potenza della Magia, frutto del potere dell’Oscuro Signore: le genti elfiche furono sorprese d’un tale potere presso quei popoli da poco apparsi e così primitivi, nondimeno accettarono con gioia lo scambio, e così su Arret si diffuse la Magia. Il piano di Gnornak sembrava allora fallire, e intanto gli uomini gli sfuggivano, ché andavano ad abitare le terre che le genti d’Argento donavano loro a sud del Lago Maggiore. La rabbia e l’odio dell’Oscuro Signore divennero allora chiari e manifesti a tutti. Quanti fra gli uomini morti sotto il suo triste consiglio tornarono in vita, mentre creava i giganti dai troll, gentili creature delle stirpi di Bronzo! Ma alcuni fra gli uomini anche allora gli rimasero alleati; essi erano già vinti dal suo malefico fascino, e sempre di più divenivano l’ombra di se stessi, fredde creature che ora chiamano Uomini Neri, come il colore del loro gelido cuore. Gnornak abitò nuovamente l’ovest, e di nuovo la sua potenza fu enorme, e il rischio grande per tutta Arret. Lo seguirono quanti erano stati il suo antico popolo e la sua nuova progenie. I sogni di Gnornak tornavano a manifestasi e nel frattempo cataclismi ed epidemie infestavano il mondo. Scoppiò di nuovo la guerra, da allora chiamata Seconda Grande

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Battaglia. Kala la maledetta fu la prima a cadere, e da allora fino ad oggi la città è stata sotto il potere del Nemico, e solo grazie a voi oggi risorge libera. La guerra si volse agli uomini, mentre i nani in scompiglio perdevano il Dwaralud. Guida delle stirpi d’Elettro era Moren, ma la sua saggezza e forza non bastò, che gli uomini persero gran parte delle loro terre e furono costretti oltre la Grande Muraglia. Con Moren lottavano il Generale Hentar dell’Oldar ed Ennhiol, guida della cavalleria. Alleati degli uomini erano gli elfi, per l’occasione riuniti, e loro signore era Gwinahindil, figlio di Gwinomir. Con lui combatteva Voton mezz’elfo. Arret stessa fu mortificata dalla lotta, e le piagge più belle e ogni monte del mondo subì l’onta del passaggio del Nemico. Ciò nonostante le stirpi d’Argento, d’Elettro e di Bronzo sopravvivevano, e il potere dei Numenali era vivo nel cuore della resistenza. La frontiera dei popoli liberi era la Grande Muraglia, ma per il resto tutta Arret era scossa da battaglie. I cieli brulicavano d’Aquile e Draghi, Uccelli di fuoco e Avvoltoi. I ghensfir attraversavano i campi di battaglia, accompagnati da schiere di vampiri, Elfi Neri abbandonatisi al dolce sapore del sangue e del potere. I cavalli degli uomini percuotevano i mannari, le asce dei nani fronteggiavano i giganti, e i dardi degli elfi si conficcavano nei petti degli orchi. La stanchezza tuttavia affliggeva i cuori dei popoli liberi, che già erano trascorsi vent’anni dall’inizio della guerra. Voton mezz’elfo morì in battaglia, e questo fu il segno che fece traboccare di rabbia il cuore del figlio di Gwinomir, Gwinahindil. Gwinahindil allora giurò eterno odio all’Oscuro Signore, e lo sfidò in aperta lotta. Lo scontro fu impari, ma la spada del re inflisse un colpo al Signore Oscuro, uno solo, al braccio, e da allora la cicatrice brucia lo spirito di Gnornak e non v’è rimedio che ne curi il dolore. Gwinahindil ora riposa, distante da ogni altra stirpe dopo la morte; forse anch’egli tornerà ad un nuovo destino, e forse la sua spada completerà l’opera, ciò che aveva iniziato, quando Euon decreterà il tempo e ogni cosa sarà conclusa, quando Arret sarà vecchia e gli uomini saranno un popolo antico. Allora viveva fra gli uomini Alton, il mago. Questi venne fra noi Eida, primo fra gli uomini, chiedendo il nostro aiuto: recava con sé i Numenali, e io gli insegnai il loro vero potere. Suoi compagni di viaggio erano Nemo ed Ellinor e la sua nave Alitra, e altri valorosi fra le stirpi d’Arret. Di nuovo la voce d’Aliturn cambiò timbro e tono. Si fece bassa, ma allo stesso tempo possente e imperitura, come il martello che batte il ferro sulla pietra. Gli occhi del saggio brillarono per qualche secondo di

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sfavillanti bagliori, e le sue mani furono rosse come torce roventi: - Alton tornò alle terre d’Arret, recando con sé il potere dei Numenali di cui era custode. Giunse in breve di fronte a Gnornak, ché nessun altro osava contrapporsi a lui e ai suoi prodi paladini. L’Oscuro Signore vide e bramò i tre Numenali, così tentò di traviare l’anima del mago; egli però aveva una tempra degna delle mie opere, ché io che parlo sono Link, Eida del sole e del fuoco. Gnornak comprese di non potere nulla contro quell’anima, e così tentò di distruggerne il corpo. Il suo braccio perdeva ancora nero sangue per la ferita di Gwinahindil, ma lo stesso il potere dell’Oscuro Signore era superiore a quello di tutti gli altri della gente d’Oro. Il mago perse i Numenali, ma ugualmente la vittoria arrise ai popoli liberi, perché il più debole fra i paladini, Nemo, raccolse il bastone d’Alton in cui erano incastonate le gemme, e con un colpo mandò in frantumi il potere dell’Eida. Alton, riavutosi, ritornò in possesso del bastone, e con fermezza scacciò ad occidente il Nemico. L’Oscuro Signore tornò allora alla sua reggia ad occidente, ma noi tutti Eida riuniti venimmo fra le terre lontane dalla nostra casa e lottammo contro Gnornak. Gnornak fu sconfitto e mandato lontano da Arret, e solo Euon sa dove oggi egli è tenuto in una sicura prigione, attendendo anch’egli la fine di tutto e il suo ritorno. Egli ora regna sulle empie anime degli uomini morti che hanno seguito i suoi consigli su Arret, e per ordine d’Euon infligge loro pene per la loro redenzione, sicché anch’essi possano poi venire alla sua corte. Le schiere di Gnornak furono costrette nell’occidente, debellate e ormai non più pericolose. La pace tornò su Arret, e con la fine della guerra gli elfi pongono anche la fine della Prima Era d’Arret. Aliturn brillò di verde smeraldo, mentre le sue parole si facevano veloci, il suo tono acuto come quello d’un uccello di campagna e le sue mani sembravano rami cinti di foglie: - Ela allora era già antico fra queste terre, quando gli elfi fecero cominciare la Seconda Era d’Arret. L’albero del sole brillava difatti dalla realizzazione dei primi capitoli d’Euon, e dalla loro nascita gli elfi avevano giurato a me, Mianar, Eida della foresta, di difenderne il tronco e le radici. Allora Ela tornò a fiorire come non mai, ché Gnornak era lontano e il suo potere era scomparso. Ogni stirpe tornò ad abitare le terre che aveva posseduto prima della guerra, ma i nani non tornarono mai a Kala e nel Dwaralud, dove ancora vivevano figli di Gnornak, e quelle terre rimasero desolate fino a questi tempi. Furono eretti i cerchi

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di pietre in cui era professata la vera religione. Alton realizzò le scuole di magia: difatti fino ad allora il dono di Gnornak agli uomini si tramandava furtivamente e come fra padre e figlio. Alton invece pose le fondamenta della prima scuola di magia; con il potere del Numenal blu, egli eresse la Torre della Magia dell’acqua nel Morien, e da allora il Numenal blu fu lì custodito, a difesa di quella torre. Presto sorsero anche le altre torri, quella della foresta, nel Lovar, quella del fuoco, nel Dwaralar, quella della terra nel Numer, quella dell’aria nell’Oldar. La magia fu così divulgata fra numerosi discepoli, e con essa la stregoneria e la potenza dei druidi. Fu istituito anche l’ordine dei templari, guerrieri difensori della vera religione, ma nessuno ebbe più paura dell’Oscuro Signore, del Nemico scomparso da Arret. Alton e gli eroi della Grande Battaglia guidarono la ricostruzione d’Arret, finché, ormai vecchi, non fu data loro l’occasione per la scelta, fra la morte di vecchiaia come loro destino o una vita immortale in questa terra: ed essi oggi vivono qui, nella città d’Atlasa, per restarvi in eterno dimentichi dei dolori della vita mortale, fin quando tutto non sarà compiuto. Diverso tempo trascorse così nella pace, mentre le stirpi d’Arret riassestavano i loro possedimenti e consuetudini. La gente d’Elettro divenne in questi anni sempre più potente e progredita, e il suo impero si fece solido e sicuro. I nani continuavano a vivere nel nord, a lavorare le pietre e le gemme e a meditare e ad attendere il momento del riscatto della Maledetta Kala. Il Popolo Vecchio d’Arret, la stirpe d’Argento, era tornato diviso fra la stirpe di Gwinomir e quella d’Uallo, ma la concordia regnava fra le genti elfiche, e il Popolo Eterno rimaneva la guida d’Arret. Trascorsero tre secoli dall’inizio della nuova epoca, la Seconda Era d’Arret. Per l’ennesima volta Aliturn tacque per qualche istante. Le sue mani, che prima erano state infuocate, quando, attraverso di lui, aveva parlato Link, e poi erano diventate di verdi germogli quando gli aveva dato la voce Mianar, ora divenivano pietra salda e forte, dura e resistente. I suoni che provenivano dalla bocca del Veida erano secchi, rochi e gentili, come il rumore d’un sasso che rotola sulla nuda terra: - Le terre d’Arret erano state però a lungo sopite nel tepore della pace, quando nuove sciagure le risvegliavano dal sonno. Venne, infatti, la nuova sventura. La terra, essa è opera mia, che io sono Nea, Eida della terra e signora dei campi, fu scossa e tremò veloce e insicura, mossa dall’interno da un male che voleva espellere. L’Oldar fu spezzato e

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l’isola che oggi chiamate del Terremoto se ne distaccò violentemente. Città crollarono e montagne franarono. Piane si spezzarono come carni sotto un coltello. Il dolore mi prese alla vista della distruzione della mia opera: l’occidente fu squassato, e da lì venne alla luce il nuovo male d’Arret. Una crepa sembrò spaccare in due quello che era stato il regno di Gnornak. Fuoco e terra incandescente né fuoriuscivano notte e giorno, con potenza e distruzione inaudita; fiumi di massi infuocati scorrevano allora fino ai mari dalle terre d’occidente, e i figli di Gnornak esaltati veneravano impazienti. Un monte di fuoco sorse sulla crepa, e da allora fu chiamato Lingua di Fuoco: il monte sputò fiamme per anni interi senza mai trovare riposo, fin quando non empì i cieli e tutto l’occidente delle sue scorie. Poi, dopo lungo tempo, un riso, la gioia di Gnomanar risuonò nel vulcano. La terra sputò il figlio di Gnornak con fuoco e lapilli, e Gnomanar fu sovrano dei domini di suo padre. Egli riposò per anni in una grotta ai piedi del monte, nell’attesa che il suo potere raggiungesse l’apice; quando ciò accadde, il Nemico, urlando la sua rabbia con voce profonda quanto il baratro che l’aveva nascosto alla sconfitta di Gnornak, si rivelò ad Arret e ad i suoi abitanti. Attorno a Gnornak i suoi sette Lorfobeth, o Stregoni, i suoi Veida generati con lui da Gnornak dopo la sconfitta patita da Alton. Erano passati trecentosessantasei anni dall’inizio di quella che le stirpi d’Argento chiamano Seconda Era d’Arret. Ben presto Gnomanar attuò la sua nuova Corruzione, la Terza della storia d’Arret. I suoi fumi e i suoi mali si diffusero fra le genti, come voi che state qui dinnanzi a Nea, che parla col corpo di Aliturn il Veida, ben sapete: e quando Gnomanar pensò che il suo potere fosse grande e che bastasse per il suo folle progetto, invase le terre dei popoli liberi. Gli uomini furono costretti a tornare dietro la Grande Muraglia, e i nani persero altre fra le loro antiche terre. Di nuovo i Numenali furono trovati, e da loro sorse la nuova riscossa dei popoli liberi. In nove erano alla ricerca, e in tre erano i portatori. Kala fu liberata, la Maledetta era di nuovo vuota d’abitanti, sia che essi fossero nani o che fossero progenie del Nemico. Ora voi portatori state di fronte l’altare degli Eida, e conoscete la storia di Arret così come essa s’è svolta realmente: ma ora tocca a voi il compito più ingrato; conoscere il potere dei Numenali e adoperarlo. Questo è un peso che spetta ai tre soli prescelti dalla storia d’Euon, Lendelin Eidur, Grande Re degli uomini, Bellig il saggio ed Ewaniwe il bardo. Voi altri che siete qui, ritiratevi nelle vostre stanze, attendendo la

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vostra sorte, ché nuovi incarichi e fardelli peseranno anche su di voi.

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III Il segreto dei Numenali

Colwey e Alinea, Feilon e Luia, Mel e Ronilis, uscirono assieme dalla stanza, lasciando soli me, Lendelin e Bellig dentro con Aliturn. Il Veida attese che tutti fossero fuori, sempre levitando a qualche passo da terra, con gli occhi, ancora fissi verso l’alto; emettevano luce illuminando il soffitto della stanza: pitture di cieli e di terre da un lato, d’elfi e uomini, e poi d’Eida e Veida, e di nani e d’ogni creatura d’Arret; ma dall’altro lato del soffitto anche gli orchi e i servi di Gnornak, e lì troneggiava Gnomanar e dietro di lui l’ombra di Gnornak, in primo piano i Lorfobeth. Al centro del soffitto, una luce imperitura, e poco più in basso un albero infinito in altezza e maestà. Sulla luce imperitura, bianca e splendente, un libro. La luce che proveniva dagli occhi d’Aliturn era diretta principalmente verso il centro del soffitto, verso la luce imperitura, e i mille colori che sfavillavano dagli occhi del Veida tingevano anche tutta la rappresentazione: ma la luce rimaneva bianca, candida, e continuava a splendere di luce propria, non di quella riflessa del Veida di fronte l’altare. La luce degli occhi d’Aliturn però s’abbassò, quando finalmente fummo soli. Il Veida guardò verso di noi, senza espressione: - Mostrate le gemme. La voce d’Aliturn ora sembrava cambiare, un’ennesima volta. Questa volta essa era ancora più strana, come l’unione di tutte le voci che fino ad allora avevamo udito. L’eco rimbombò nella stanza. Protendendo le mani, io, Lendelin e Bellig mostrammo i Numerali; Aliturn lì fisso tutti e tre per un po’, poi quelle voci tutt’assieme esclamarono: - I Numenali sono di nuovo assieme. Troppo poco tempo è trascorso da quando li vedemmo riuniti contro un comune Nemico. Forse sono passate generazioni d’uomini, ma per noi eterni e immortali, una frazione della nostra infinita vita è il tempo da quando altri furono

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addestrati per l’uso di queste gemme. Voi siete i portatori, voi i prescelti per portare il fardello di quest’incarico. Il potere vi darà una tremenda responsabilità, e a voi starà l’ultima scelta, e a nessun altro. Nessuno vi potrà consigliare, né a noi Eida è dato di stabilire come voi vi dovrete comportare nel momento in cui vi sarà dato di scegliere. Nostro destino è quello di fornire la saggezza, ma nient’ altro più possiamo fare per Arret, che tanto amiamo. Voi non conoscete il reale potere di queste gemme, e, in effetti, ciò è toccato in passato a pochi, e a nessun altro è stato concesso di conoscere questo segreto. Un tempo, come v’è stato narrato, i tre Numenali furono creati, assieme, dall’arte della stirpe d’Argento e di quella di Bronzo; e alla loro creazione non furono neanche estranei Link, l’Eida, né Gnornak, e da ciò deriva il loro potere tremendo anche per noi. Il loro potere è grande se essi sono adoperati da soli, ma diviene immenso se essi sono usati insieme. Chi adopera il Numenal blu controlla l’acqua nelle sue infinite forme, e il suo potere su quell’elemento è inferiore solo a quello di Teon signore dei mari. Il possessore del Numenal rosso forgia ed è padrone della terra, adoperandola a suo piacimento; il potere del Numenal è minore solo a quello di Link e di Nea signora della terra. Il Numenal bianco, infine, è padrone dell’aria; ogni cosa che sia soggetta all’aria del cielo gli è sottomessa, e solo Ilwanar ha maggior potere su quest’elemento. Questi sono i già grandi poteri che queste gemme danno ai singoli portatori. I portatori sono di gran lunga gli esseri più potenti fra le stirpi d’Argento, d’Elettro e di Bronzo, e anche di molti fra le genti d’Oro meno potenti. Già solo per questi poteri il Nemico desidera queste gemme, ma ancora di più per il vero segreto dei Numerali; sappiate però che il vero potere delle gemme si sviluppa solo se esse sono portate da una stessa persona, e quindi, se desidererete adoperarlo, due di voi dovranno rinunziare al proprio dono. Se farete questa scelta, e solo se la farete, il vero potere dei Numenali si rivelerà. Prima di compiere questa scelta, però, sarà bene che voi conosciate qual è il segreto delle gemme. Le gemme un tempo erano conservate assieme, nel guanto di Filteor, e allora il loro potere era massimo ed era temuto da chiunque né fosse a conoscenza. Ben presto le gemme furono divise, e noi Eida non sappiamo dire se questa fu una fortuna o un dramma. Mai i portatori sono stati d’altra stirpe che di quella d’Elettro, se non quando le gemme furono create e divise. Durante la Seconda Grande Battaglia, le gemme furono portate da Alton, e solo per poco da Nemo. In quel caso Euon

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volle che il portatore fosse uno, perché allora ritenne un uomo solamente degno di tale potere. Oggi i portatori sono tre, perché così è stato deciso dal Narratore, e c’è un motivo se anche ora le gemme sono divise fra uomini. Alle stirpi d’Argento e di Bronzo non è dato un dono che invece v’è proprio, e che non appartiene a nessun altro su Arret. Voi come tutti avete un destino, ma come nessun altro avete la capacità di modellarlo; ed è per questa vostra libertà che Euon vi diede una vita così breve, ché se no sareste stati ben le creature più potenti e maestose, o arroganti e terribili di tutto il creato. Per questa vostra libertà v’è dato anche di scegliere se usare o no il potere delle gemme, ed è tempo che finalmente ve ne parliamo. Le gemme, se riunite e se il suo portatore lo desidera, possono distruggere: la distruzione che esse possono creare è grande, e persino noi Eida tutti la temiamo, e Gnomanar ancora di più perché certo che da quel potere sarebbe sconfitto. Il Nemico sarebbe annientato quasi certamente, e la vittoria arriderebbe ai popoli liberi. Questi i vantaggi del segreto delle gemme, ma purtroppo la medaglia di questo potere ha anche un’altra faccia. Un male incurabile s’espanderebbe dopo l’uso delle gemme, forse per tutta Arret, colpendo ogni essere vivo nel creato. Le terre diverrebbero sterili, le madri genererebbero mostri o bambini già morti. Forse questi effetti un giorno scomparirebbero, ma certamente voi non avreste il tempo di vedere quel momento, perché anche voi perireste nell’esplosione dovuta ai Numenali: né lo vedrebbero i vostri figli, o i figli dei vostri figli, né chissà quante generazioni. Probabilmente anche la stirpe d’Argento soffrirebbe gli effetti di tale potere, ma su questo neanche noi Eida possiamo pronunciarci, perché fino ad ora nessuno mai ha osato adoperare il segreto delle gemme. Questo è quindi il segreto dei Numenali, che avevamo promesso di svelare a voi, che ne siete i portatori. Aliturn tacque, ma dalle sue mani, come una sfera d’aria si creò d’incanto; essa sfavillava di luci bianche all’apparire, mentre, pian piano scendeva e si muoveva verso di noi allibiti. Non appena ci fu innanzi, immagini apparvero, e vedemmo cosa volevano dire le parole del Veida. Fuoco e fiamme ci si mostrarono, e fumi e nubi bianche e rosse, immense. Venti e polveri si sollevavano fra le immagini, e un lungo crepuscolo accoglieva nel suo sterile grembo la notte e il giorno. Nulla era chiaro, nulla resisteva a quell’irresistibile violenza; gemiti e lamenti, urla e lagrime da ogni stirpe ci apparivano, e nient’altro. Capi chini per il lutto, la fame e la sofferenza per la povertà. E deserti, immani, in ogni

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direzione, né più rimanevano boschi e alberi, prati e ruscelli. Su tutto, un immenso albero di fumo, portatore di morte; del resto, più nulla. Comprendemmo così il vero potere, il vero pericolo, il vero peso delle nostre scelte: ne fummo atterriti, mentre i cuori, in quel luogo di lieta gioia, soccombevano ad una cupa tristezza. Il silenzio pesò sulla sala, finché il Veida non riprese: - Non dovete rispondere a noi per la vostra scelta, ma alle vostre coscienze e alla vita di chi subirebbe la vostra decisione. Decidete con calma, infatti, non dovrete riferire a noi. Sull’altare si trova il guanto di Filteor; raccoglietelo. Tu, Lendelin Eidur, lo porterai con te anche se deciderete di non usare assieme le tre gemme, e di adoperarle singolarmente. Lendelin s’avvicinò all’altare, prese il guanto e lo mise alla destra. Tornò al posto che aveva prima mentre ascoltava Aliturn, e rimase in ascolto: - Quella che combattete passerà alla storia come la Terza Grande Battaglia. Sarete ricordati come eroi, e anche voi se vorrete potrete venire e risiedere in queste terre come quelli che già hanno fatto questo viaggio prima di voi. Presto però verranno altre lotte, e il male non sarà sconfitto in questi anni, né nel futuro. I vostri figli dovranno lottare di nuovo, e così le generazioni che verranno; finché non giungerà il tempo del crepuscolo d’Arret. Tutto si compirà alla fine, quando giungerà il tramonto d’Arret, e Gnornak tornerà e con lui Gnomanar e tutto il suo popolo. Noi Eida torneremo a solcare le lande d’Arret e abbandoneremo questa nostra terra. Le stirpi d’Argento difenderanno Ela dai suoi nemici guidate da Gwinomir e Uallo, redivivi, e tutta Arret sarà sconquassata da indicibili battaglie. Le genti di Bronzo saranno guidate da Link e Nea, e solcheranno alla luce del sole tutte le terre inseguendo per ogni dove le creature di Gnornak. Allora quanti della stirpe d’Elettro erano già alla corte d’Euon, questi torneranno assieme ad Euon e si ricongiungeranno ai vivi, e con lui Gwinahindil e la sua spada. Gnornak, Gnomanar e la loro progenie saranno sconfitti per sempre, e con loro calerà la notte su Arret. Allora Euon narrerà una nuova storia, ed essa sarà più bella della precedente, e ogni gente troverà una nuova pace e nuova gloria nei nuovi capitoli d’Euon. Ma tutto ciò accadrà quando già per voi sarà trascorso un tempo indicibile, e anche per noi che viviamo da sempre, il tempo passato sarà già molto. Ela allora sarà quasi secco, e le lande d’Arret antiche. Gli elfi proveranno da lungo tempo desiderio di una

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nuova storia, e i loro visi saranno profondi come quelli di noi Eida. Bene, questo era ciò che dovevamo dirvi. Ora potete uscire anche voi da questa stanza e riposare; presto vi faremo sapere quando sarà per voi il tempo di partire. Tu, Lendelin, puoi rimanere; infatti, leggiamo nel tuo cuore che hai qualcosa da chiederci. Io e Bellig uscimmo dalla sala, frastornati. Fuori della stanza, chiusa la porta dietro di noi, tirammo un profondo sospiro di sollievo, e nel frattempo fissammo nelle nostre mani i Numenali. Mentre io risollevavo il volto, vedevo che il saggio continuava a fissare con gli occhi la sua gemma, senza però che riuscissi a sondare la sua mente: poi, resosi conto d’essere osservato, Bellig sollevò il viso e stentò un sorriso. Facemmo quattro passi assieme, senza però parlare, dirigendoci nel frattempo nella stanza dove avevo incontrato tutti i miei amici quando ero rinvenuto, prima di venire all’altare degli Eida. Lì, come pensavamo, li trovammo tutti ad attenderci. Nessuno chiese niente, ma tutti avevano sguardi perplessi e interrogativi. Alla fine Feilon si decise a parlare: - Bellig, tu sei saggio; ho una domanda da farti, come tante te ne ho fatte durante il nostro viaggiare: perché gli Eida ci hanno narrato cose che, chi più, chi meno, conoscevamo tutti? Perché c’è stata narrata la storia d’Arret? - Qualcuno dice – rispose Bellig – che la storia sia maestra di vita, e forse quanto si dice è vero. Non so darti una risposta precisa, però sappi, Feilon, che io oggi ho saputo quanto non avrei mai voluto sapere, e da oggi, fin quando non so, il carico delle mie conoscenze s’è fatto molto più pesante e doloroso di quanto fosse prima. Forse quanto è stato narrato era rivolto solo a noi tre portatori, o forse c’era un motivo che nessuno di noi può capire: sai meglio di me quanto sono oscure talora le vie del Creatore. Nessuno fece più domande, nemmeno su dove si trovasse Lendelin. Io desideravo solo andare nella mia camera, così mi congedai da tutti e mi ritirai: Alinea volle però venire con me, così esaudii il suo desiderio. Entrati in camera, mi gettai subito sul letto; in mente non avevo altro che le parole degli Eida sul segreto dei Numenali. Alinea non parlava, ma si stese anche lei accanto a me. Rimanemmo in silenzio per un po’, poi tua madre, per distrarmi un po’, disse: - Sai, Aliturn ci ha spiegato il perché queste sono chiamate Terre dei Sogni. Diceva che tutt’attorno al continente ci sono infiniti scogli e isolotti, e che lì, per volere d’Euon, giunge l’anima di chi si addormenta,

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e le pietre degli scogli assumono le sembianze dei desideri e delle paure dell’anima. Così si svolgono i sogni: la cosa incredibile è che quegli scogli sembrano divenire infiniti per dimensioni per la mente di chi sogna, e che per volere d’Euon lì possono anche accadere cose miracolose. Non trovi che sia fantastico? Alinea era riuscita a farmi pensare ad altro che al fardello che dovevo portare. Sorridendo risposi che sì, era fantastico. Lei riprese: - Credi nei sogni, Ewaniwe? Credi che si possano realizzare? - Guarda dove ci troviamo – risposi – e guarda cosa ci sta accadendo intorno. Ormai credo nei sogni e negli incubi, e penso che ogni cosa possa accadere. - Ewaniwe, ricordi cosa sognavi da bambino? Che cosa volevi che divenisse la tua vita? - Ricordo – dissi – che desideravo poco; una vita tranquilla, una casa nel Numer, vivere come mio padre, come un bardo. E tu, da bambina cosa sognavi di essere da grande? Alinea si mise a ridere un po’ e rispose: - Sognavo d’essere come tua madre…sognavo di essere una madre. La strinsi a me mentre sorrideva: - E la cosa più meravigliosa – continuò – è che il mio sogno si realizza…solo che si realizza nel momento peggiore possibile! Non è buffo Ewaniwe? La guardai stupito: non sapevo cosa dire, mi mancavano le parole. Certo, avevo visto che era ingrassata di qualche chilo, ma non potevo pensare che fosse incinta. In effetti, non avevo avuto molto tempo per pensare a me e tua madre, da quando tutto era cominciato, e ora mi sentivo in colpa perché non m’ero accorto di niente. Tua madre s’accucciava al mio petto, mentre le mie braccia erano strette. Cercai di farfugliare qualcosa: - Davvero? È…è bellissimo! È la cosa più bella che potesse accaderci! Io…non so cosa dire, sono così sorpreso! Tu, da quando lo sai? - Sono più o meno al quinto mese, rispose Alinea. - Al quinto mese…è fantastico! Sarò padre! Tu sarai madre! Ti amo Alinea, e perdonami se solo ora te lo dico e se solo ora mi rendo conto di tutto. Noi due dobbiamo sposarci, ora e subito! Che ne dici? Tua madre mi fissò dritto negli occhi alzandosi un po’ dal letto; sorrideva di meno, ma il suo viso s’era fatto un po’ serio, severo, e commosso. Io ero d’un tratto euforico, e la baciavo ogni istante. Avevo

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anche paura che mi rispondesse no, ma in fondo al cuore sapevo di amarla e credevo che anche lei mi amasse. Alinea strinse le sue braccia attorno al mio collo, mi baciò sulla fronte, e disse: - Anch’ io ti amo, Ewaniwe. Sposami oggi, e sarò la tua sposa per sempre. Era circa mezzo giorno. Quella sera ci saremmo sposati. Il Viandante rimase nella sala da solo con Lendelin e Aliturn. Aliturn, a mezz’aria, e Lendelin erano uno di fronte all’altro: - Parla – disse Aliturn, – dicci cosa vuoi, anche se già conosciamo la tua richiesta, Lendelin Eidur. - Voi conoscete i miei sentimenti, il mio desiderio di rimanere per sempre in questi luoghi. Ebbene, vi chiedo di potervi fare ritorno prima della vecchiaia, molto prima di quando mi concederebbe Euon, dopo, certo, aver svolto il mio compito fra le lande di Arret. - Perché desideri ciò, Lendelin Eidur? - Perché per troppo tempo ho risieduto in questi luoghi, per non essermene innamorato. Vi prego! Concedetemi ciò che vi chiedo! - Lendelin Eidur, conoscevamo già la tua richiesta, e ne conosciamo anche le reali ause, sebbene tu ora le taccia per troppo pudore: sei umano, e ciò lo dimostri ora più che mai con il tuo silenzio; nondimeno abbiamo voluto ascoltare la tua voce, tu che sei il prediletto fra gli uomini, tu che porti il guanto di Filteor e rechi uno dei Numenali, tu che sei Grande Re. Comprendiamo il tuo amore per queste terre, e da ciò non biasimiamo i tuoi desideri: ma tu hai un destino su Arret, di guida per le tue genti. Tu hai ricevuto un governo, un regno da tuo padre, ed un destino dal racconto d’Euon. Tuttavia era scritto che tu patissi questo desiderio, e che tu non ne soffrissi per lungo tempo. Un bambino cresce ora nel grembo di una donna, che a tempo debito occuperà il tuo posto. Egli guiderà una nuova generazione, quando tu non sarai ancora vecchio: nondimeno dovrai attendere che egli cresca, prima che tu possa tornare nelle tue terre predilette. L’unica possibilità per te per ottenere ciò che chiedi è accettare questa via. Il Viandante vide che Lendelin stava per rispondere, commosso, e accettare, quando Aliturn lo fermò e continuò con le sue parole: - Vi è anche un’altra condizione per cui tu potrai far ritorno a questa terra per risiedervi prima di quanto sia lecito ai portatori. Non dovrai lasciare eredi né figli, e dovrai condurre una vita di solitudine fin quando

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non giungerai qui. Queste sono tutte le condizioni, e ora sai ciò che gli Eida possono fare per te affinché tu sia felice nelle loro terre. Di nuovo, a te sta la scelta. Allora Lendelin finalmente fu libero di parlare. Non rispose subito, ma stette un attimo a riflettere su quanto gli era stato detto e imposto. Ripensò alla felicità d’Ewaniwe con Alinea e a quella di Feilon con Luia. Ripensò anche alla gioia che aveva provato un tempo in quella terra, quando vi aveva risieduto per il suo addestramento. Si ricordò degli amori che vi aveva lasciato, e chiese: - Se io accetterò le vostre condizioni, giungerò a queste terre vivo e ancora giovane? - Ciò che per te è stato disposto – rispose Aliturn – è in parte oscuro anche a noi. Per ciò considera le nostre condizioni per quelle che sono, e non ti porre altre domande. Dopo la tua risposta, saprai chi è il bambino di cui ti è stato detto. Lendelin allora non esitò più, e rispose: - Va bene, accetto le condizioni, pur di tornare qui al più presto, e di risiedervi per sempre. - Hai fatto la tua scelta, Lendelin Eidur, e dovrai seguirla fino alla fine. Ora saprai chi è il bimbo. Il suo nome sarà Nelian, e ora cresce nel grembo d’Alinea. Suo padre è Ewaniwe, e a tempo debito, egli condurrà di nuovo i tre Numenali contro il Nemico. A te non è dato di sapere di più su questi fatti. Sappi solo che fra diciotto anni egli prenderà il tuo regno, e tu sarai libero di fare ritorno presso di noi. Ora puoi andare, Lendelin Eidur: o hai ancora altre domande da porci? - Non ho altro da chiedere…grazie infinite! Forse voi immortali non potete capire quanto il vostro dono allievi ora le mie sofferenze! Lendelin si allontanò inchinandosi, poi però, davanti alla porta della stanza, si voltò e chiese: - Si, ho ancora in verità un’altra domanda, cui non riesco a dare una risposta: si narra che Gnornak apparisse in battaglia, e sempre come una creatura immensa, possente e orribile. Si sostiene che oggi Gnomanar sieda sul suo trono, anch’egli di carne e sangue. Perché invece voi che abitate queste terre non apparite, se non come voci attraverso il corpo d’un Veida? Questa è la mia ultima domanda, e spero di avere una risposta, se non è troppo chiedere. - Lendelin Eidur, risposero gli Eida – Gnornak e Gnomanar – pur essendo della nostra stessa stirpe, appaiono come creature in carne ed

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ossa, perché hanno preferito il desiderio alla loro condizione. Essi ogni giorno hanno bramato il dominio del mondo più d’ogni altra cosa, fino a perdere ogni parvenza, se non i loro poteri, della loro nascita fra le genti d’Oro. Così essi hanno guadagnato un corpo mortale, sebbene potentissimo. Di più; sappi che Gnomanar è ancora più imperfetto del padre, se così si può chiamare Gnornak nei suoi confronti. Egli è legato, oltre che al suo corpo, anche ad un oggetto che tiene sempre al riparo nella sua dimora: lì, un braciere arde senza che sia mai spento. Ma quel fuoco si spegnerà quando Gnomanar sarà sconfitto, o Gnomanar sarà sconfitto quando quel fuoco si spegnerà. Per i motivi opposti noi non abbiamo corpo, e ci manifestiamo a te come voci attraverso il corpo del Veida che voi chiamate Aliturn. Così anche la tua ultima domanda ha trovato risposta, e adesso puoi andare a riposarti nelle tue camere, Lendelin Eidur. Così dicendo Aliturn crollò a terra, come sfinito, e i suoi occhi non brillarono più. Lendelin corse verso il Veida, ma quello gli fece cenno che era tutto a posto e che poteva andare. Il Grande Re uscì così a passi lenti dalla sala, voltandosi spesso, dubbioso e preoccupato. Chiusa la porta, si guardò per qualche attimo attorno, spaesato, poi si recò nella sua camera a riflettere. Il Viandante vide tutte queste cose, poi si trovò di fronte ad Ewaniwe nella sua camera. Dopo quelle parole, io e Alinea corremmo subito nella sala dove stavano i nostri amici. Lì regnava un’atmosfera pesante, che strideva fortemente con i nostri sorrisi. Quando ci vide, Luia chiese perché fossimo così allegri: io e Alinea ci guardammo in viso, soddisfatti, poi rispondemmo: - Ci sposiamo! Abbiamo deciso di sposarci! Sta sera! - Cosa? – urlò la compagna di Feilon assieme al generale. Spiegammo cosa era successo, compreso che tua madre era incinta di te, figliolo. Tutti furono felici per noi, e ci abbracciarono per complimentarsi. La più felice era Luia, mentre, un po’ in disparte, Feilon era imbarazzatissimo. M’avvicinai a lui e dissi: - Beh, non sei felice per me e Alinea? - Oh, sì, certo… – fece quello sconsolato per l’impressione che aveva dato – il fatto è un altro: è che io e Luia, anche noi ci amiamo, e il fatto che voi vi sposiate… ho paura che lei si senta come ferita dal fatto che voi facciate “il grande passo” prima di noi… - Qual è il problema: se la ami, sposala.

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Dissi quella frase ridendo come un matto, mentre Feilon rimaneva con un’espressione inebetita. M’allontanai mentre il generale s’avvicinava furtivo a Luia dopo qualche minuto d’esitazione. Li osservai che sgattaiolavano in un angolo della stanza, e poi vidi la donna piangere e abbracciare il mio amico, commossa. Gridai: - A quanto pare sta sera non saremo solo io e Alinea a sposarci! Guardate quei due! Tutti si voltarono verso Feilon e Luia, mentre quelli come impazziti di gioia annuivano con la testa e le braccia e confermavano. Li abbracciammo per complimentarci e festeggiarli. Rimanemmo ancora per un po’ di tempo in quella stanza a festeggiare e a parlare, poi Luia e Alinea corsero nelle loro camere per prepararsi, Bellig andò a cercare Aliturn e Lendelin assieme a Mel, Ronilis e Colwey, mentre io e Feilon ci ritiravamo nelle nostre stanze per riposare in vista della magnifica serata. Quando fui dentro la mia camera, però, mi vidi di fronte il Viandante. Sorpreso, chiesi: - Tu cosa ci fai qui? Che cosa è successo? - Hai saputo di tuo figlio, giusto? - Sì, ma…cosa c’entra mio figlio? - Ebbene, adesso saprai qualcos’altro sul suo destino. Il suo nome sarà Nelian, e sarà Grande Re. Lendelin lo dichiarerà suo erede al termine della Grande Battaglia, e quando avrà diciotto anni erediterà il trono, mentre Lendelin, senza figli né eredi, verrà ad abitare queste terre. Un giorno tuo figlio porterà i tre Numenali contro un nuovo Nemico, ma per quanto riguarda la tua sorte, non so se allora tu sarai vivo né cos’altro toccherà alla tua vita dopo questi eventi. Mi rivedrai, e allora sarai di nuovo istruito. Così dicendo, il Viandante scomparve, così come l’avevo visto apparire dal nulla nella mia stanza. Fissai il vuoto, in direzione dell’immagine che avevo visto sino a pochi secondi prima. Poi mi gettai sul letto, e subito m’addormentai vinto dalla stanchezza e dalle emozioni. Quando mi risvegliai era già quasi sera e l’ora del matrimonio: mi preparai in fretta e uscii dalla camera.

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IV Matrimoni

Giunsi al cortile che avevamo deciso essere adatto per il matrimonio, che erano già quasi tutti dentro: mancavamo solo noi che dovevamo sposarci. Il matrimonio si svolgeva in mezzo a degli alberi alti, fra siepi magnifiche. Attorno a noi erba alta e rigogliosa, e in mezzo un cammino di pietre intagliate. Alla fine del cammino, un piccolo altare, dove due torce alte rischiaravano il buio della sera. Dietro l’altare, un muro e due statue di marmo ai lati. Vicini a queste, due colossi di bronzo. Il muro anch’esso in marmo scompariva poi oltre le siepi: su di esso era scolpito un fregio. A sinistra stavano delle figure sedute, vestite con lunghi pepli e alla testa dei diademi. Di fronte da destra venivano verso quelle figure sedute delle offerenti. Recavano melagrane e frutti, vasi e statue, e altri doni di questo genere. Ogni figura era scolpita come viva, vista nel movimento; la potevi vedere chiamare quelle che venivano dietro, o chinarsi di fronte a quelli cui offriva, o più semplicemente camminare, ma sempre come se fosse nell’atto più spontaneo che si potesse compiere; e quelli seduti sorridevano compiaciuti, e applaudivano, o accennavano abbracci e accoglienza, ma sempre emanavano dalle loro sedie la loro benevolenza. Ai lati di questo fregio, due sculture di marmo rappresentavano quelle che apparivano due gemelle. I lunghi capelli coprivano, leggermente ondulati in entrambe le teste, le orecchie. Pepli ornati vestivano i corpi agili e scattanti: quella a destra del fregio, era piegata con le ginocchia verso l’esterno, e sembrava raccogliere una nave che teneva in mano; quella a sinistra invece si allungava anch’essa verso l’esterno a raccogliere qualcosa che teneva sulle punte delle dita, credo dei frutti. Ancora accanto a queste due statue di marmo, due colossi di bronzo, di due uomini barbuti e coronati da un nastro alla testa, i corpi muscolosi e nudi che reggevano una lancia e un bastone. Davanti all’altare stavano Aliturn e Lendelin, che avrebbero celebrato i

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matrimoni. Tutti ai lati, Colwey, Bellig, Mel e Ronilis attendevano che la cerimonia iniziasse. Subito dopo il mio arrivo, fece capolino anche Feilon. Tutt’e due eravamo vestiti con le splendide vesti che ci avevano fatto trovare nelle nostre camere, dei pantaloni neri e una camicia bianca striata di soffi d’azzurro e d’arancio, con bottoni d’oro e d’argento. Dopo un tempo che mi sembrò interminabile nell’attesa, giunsero tua madre e Luia. Erano vestite di lunghe tuniche bianche come la neve, e avevano degli strascichi a forma di fiori che si dilungavano per qualche metro. Tua madre portava un piccolo diadema ed un telo sul viso, mentre Luia era a volto scoperto. Tutt’e due s’avvicinarono lente, calme, mentre io e il generale al mio fianco fremevamo. Ci vennero incontro di fronte all’altare, poi si misero ciascuna alla sinistra del loro futuro sposo. La cerimonia fu breve, e si concluse con l’unzione sacra che di solito il druido fa sopra i due sposi, d’acqua di rose e d’aceto: poi Lendelin dichiarò che eravamo sposi, e tutto finì lì. Io e tua madre sembravamo come increduli e inebetiti, mentre Feilon era paonazzo dalla gioia e Luia lacrimava per la felicità. Ci voltammo verso i presenti, ma non feci in tempo che mi ritrovai addosso Colwey che mi stringeva con tutta la sua forza e si congratulava. La stessa cosa facevano tutti gli altri, e per ultimi Lendelin, che ci baciò tutti calorosamente, e poi Aliturn, molto più freddamente. Non credo però che fosse freddo per qualche motivo particolare: semplicemente era così. Ci attendeva la cena rituale, ma prima io e tua madre ci dileguammo per stare un po’ da soli, e suppongo che lo stesso facessero Feilon e Luia. Così io e tua madre ci nascondemmo dietro una siepe in un immenso giardino. Sembrava un labirinto, e, in effetti, ora che ci ripenso, probabilmente lo era. Ci addentrammo in quel labirinto, e iniziammo a camminare mentre parlavamo: - Come ti senti – chiesi – ora che sei la mia sposa? - E tu ad essere mio marito? Tua madre ha sempre saputo che odio quando risponde ad una domanda con una domanda, e spesso lo fa per provocarmi, anche solo per potermi prendere un po’ in giro, come allora. Tuttavia quella volta non me la presi, e mi misi un po’ a ridere. Lei fece lo stesso, poi prese la parola: - Io mi sento bene; felice. E tu? - Anch’io – risposi, e vorrei che queste ore non finissero mai. Davanti a noi ora si trovava una piccola panca su cui ci sedemmo. Dietro di noi, delle siepi erano state tagliate fino a disegnare due bambini che

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s’inseguivano: ci voltammo un po’ a guardarli. Li fissammo per un po’, poi tua madre disse: - Sembrano noi quando eravamo piccoli, non credi? - Già – feci io – però tu eri più bella. Tua madre rise e controbatté: - Dai, non dire idiozie, non ero di certo più bella di una creazione degli Eida. Non mi prendere in giro. Poi tu, sicuramente non eri più bello di quel bambino… Forse tua madre aveva ragione, e sicuramente io non ero più bello di quel bambino tagliato dagli Eida fra le siepi per il loro diletto. Però tua madre allora mi sembrava veramente splendida sin da quando n’avevo ricordo: anche ora la vedo così, anche se gli anni iniziano a mostrarsi sul suo viso. E dopo tutto, noi ancora siamo giovani, malgrado tutte le vicissitudini che abbiamo attraversato in questi anni. Rimanemmo ancora un po’ lì seduti, poi ci rendemmo conto che s’era fatto tardi, così, passeggiando lentamente, uscimmo dal labirinto da dove v’eravamo entrati. Fuori, rientrati nel cortile, ci trovammo di fronte i nostri amici che aspettavano impazienti. Dietro di noi rientravano da un altro lato anche Feilon e Luia. Quando ci vide, Colwey esclamò: - Ohhh! Finalmente gli sposi sono tornati fra noi! Ciò vuol dire che possiamo dare inizio alla festa! Prendendoci sotto braccio, a me e a Feilon, il barbaro ci portò di fronte ad un tavolino, dove ogni ben di dio era pronto per essere consumato. Lendelin rideva vicino, mentre Bellig scrutava divertito ma composto. I due elfi con noi stavano un po’ in disparte, finché Luia e Alinea non s’avvicinarono a loro per dargli un po’ di compagnia. Servitori s’affaccendavano per il cortile, per servire vini di gusto squisito. Bellig li rifiutava gentilmente, mentre invano Lendelin, con un bicchiere sotto mano lo invitava a bere qualcosa; Colwey divorava qualsiasi cosa trovasse di suo gusto sul tavolo, e Feilon non sapeva se essere disgustato o divertito da quell’uomo che, evidentemente, sapeva essere anche più rozzo di lui, quando voleva, a tavola (e, in effetti, Feilon ha anche lui sempre avuto l’abitudine di mangiare “con gusto”, ma quella sera non toccò cibo per l’emozione). M’avvicinai al Grande Re, al mio amico Lendelin, e lui subito disse: - Ewaniwe, non smetterò mai di farti i miei complimenti per la tua scelta. Non credo che potessi trovare donna migliore di tua moglie, e lo stesso vale per Feilon, sia chiaro!

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- Grazie Lendelin. – Sorridevo e spontanea mi venne una domanda – E tu quando farai il grande passo? Lendelin si rattristò un po’ e disse: - Forse un giorno, se mai potrò fare ritorno ai luoghi che mi premono; allora forse, anch’io ritroverò il mio cuore. Sai, fra queste terre c’è una città, Atlasa; lì, un tempo, una donna mi assicurò che m’avrebbe aspettato in eterno. Spero tanto che le sue parole fossero vere. - Come si chiama? - Relindele. La conobbi quando fui addestrato fra queste terre, e da allora il mio cuore le appartiene. - Spero tanto che un giorno tu ritroverai la tua donna, e ne sono sicuro, Lendelin. - Va dalla tua, ora, Ewaniwe…non la vorrai lasciare tutta la serata da sola? Sappi però che verrà tempo in cui dovremo parlare di qualcosa che riguarda tuo figlio. - Già so tutto sulla sorte di mio figlio – risposi gentilmente – non chiedermi come, ma già ho saputo più di quanto volessi sapere. M’allontanai dal Grande Re, per avvicinarmi a tua madre. Mentre lo facevo, vidi Mel e Ronilis che parlavano fra di loro sorridenti; poi, Mel, mettendosi al centro del cortile, aprì bocca ad alta voce: - Amici, credo che una cosa bella in questo lieto giorno, sarebbe sentire una canzone. E si da il caso che abbiamo fra di noi un bardo, oltre che degli sposi: Ewaniwe, perché non canti per noi qualcosa? Ne saremmo tutti felici! Tutti concordarono a quella richiesta. Io ero, a dire la verità, un po’ restio, ma visto l’incoraggiamento anche d’Alinea, m’avvicinai a Mel e postomi al centro del cortile assieme a lui, dissi: - Va bene, accetto la vostra richiesta. E dato che ci troviamo nel più magnifico posto di tutta Arret, canterò del luogo più bello di cui si narri fra i canti che conosco. Spero che mi perdonerete se le parole saranno poche e un po’ rotte dall’emozione, o se la canzone non sarà di vostro gradimento. Questa è la canzone della città di cristallo: Le torri bacia la luna, Compagna fidata della città di cristallo. Le stelle illuminano d’argento, Né le nubi addensano le volte.

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Le porte aperte alla pace, Compagna fidata della città di cristallo, Che illumina mura candide Splendenti di luci di perla. La magia trabocca dalle stanze, Compagna fidata della città di cristallo, E le genti ridono, ridono ilari, E ascoltano mute parole di dei. L’acqua del mare imbianca la costa, Vicina fidata della città di cristallo. Soli gli scogli sulle onde pallide, Mirano lontano, oltre l’orizzonte. Un gabbiano da solo solca le terre, Amico fidato della città di cristallo, E reca notizie di città lontane, Oltre le terre e i mari d’oriente. Eterna è l’anima in questa terra, Che vive sicura nella città di cristallo, E reca con se frutti e colombe, Vicina ad eterni, amorevoli dei. Cantai la mia canzone, e quando finii seguì l’applauso dei presenti. Colwey s’era per un po’ allontanato dal tavolo delle vivande, e ora teneva sotto braccio Feilon e Luia, e nel frattempo applaudiva. Lendelin e Bellig, più composti, sembravano più presi dai loro pensieri che dalla festa. Effettivamente, anch’io avrei dovuto quel giorno provare i loro stessi sentimenti, ma per il momento l’unico mio pensiero era il matrimonio con tua madre. Aliturn era scomparso, o forse s’era ritirato per lasciare noi tutti soli con la nostra allegria mentre Mel e Ronilis, compiaciuti dalla canzone, chiacchieravano affabilmente. La serata proseguì ancora per un po’ così, poi tutti, forse un po’ alticci per il vino, ci ritirammo nelle camere, mentre ancora regnava l’allegria per quella serata. Io e tua madre andammo a dormire nella camera della mia sposa, mentre Feilon e Luia si ritirarono in quella del generale del Grande Re:

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eravamo stanchi, ma felici. Io e tua madre ci sdraiammo sul letto e ci mettemmo a scherzare per un po’, senza pensare ai tempi futuri. Poi, ci amammo, per lungo tempo, e infine crollammo per il sonno e dormimmo fino alla mattina successiva. Quel giorno, il vent’otto di Neue, era stato il giorno più felice della mia vita. L’indomani trascorremmo una mattinata tranquilla, passeggiando per le vie della città di Luma, immersa nel Piccolo Bosco. Udimmo mentre passeggiavamo come un battere d’ali, potente, venire da occidente verso il palazzo; poco dopo quello stesso rumore d’ali che fendevano il cielo si spostò verso nord, mentre altre ali rimbombavano tutt’attorno alla città. Nessuno ci fece caso fra gli abitanti della città, come se fossero abituati, così anche io e tua madre alla fine lasciammo correre. Le strade erano larghe, pavimentate di marmo. Ai lati alberi infiniti in altezza, alternati a lunghi colonnati striati d’arancio e coperti da volte a botte; le casette basse con mura dipinte d’azzurro e di bianco circondavano le strade. Altre invece avevano mura lasciate del colore dei marmi, rigati di blu o di rosa, e colonnine ne sorreggevano i balconi spioventi sulle strade. Lì abitavano soprattutto elfi, così vecchi che i più vecchi fra quelli che ancora vivono su Arret potrebbero essere benissimo loro nipoti: eppure il loro aspetto era vitale e giovanile. Altri elfi vivevano naturalmente sugli alberi, in mezzo agli uccelli che lì risiedevano, e stavano lì a suonare e a godersi la splendida natura di quella città. Torri altissime si sollevavano ai lati delle strade o ai confini della città costruita come un enorme quadrato. Le torri si perdevano fra le nuvole, e lì riposavano le Fenici che ci avevano condotto fino a quelle terre. Ma più di tutte le torri svettava il palazzo dove vivevano gli Eida: non riuscivo a contarne il numero di piani, dato che presto essi si perdevano nel cielo. Finestroni altissimi permettevano alla luce di penetrare fra le stanze del palazzo, e di riscaldarne le mura. Desideravo vedere Ela, l’albero altissimo di cui altre volte ti ho parlato, Nelian, ma non seppi mai dove esso si trovasse, né mi fu concesso di osservarlo, così lasciai perdere la cosa. Trascorsa la mattinata, giunta l’ora più calda anche in quella terra dove il clima e le stagioni sono temperate dalla potenza degli Eida, rientrammo a palazzo, dove eravamo alloggiati. Dopo poco, un elfo che viveva a palazzo per servire gli Eida, bussando alla nostra porta, chiamò me e tua madre. Quando aprimmo, con un profondo inchino, si porse: - Scusate il disturbo, Ewaniwe e Alinea. Il mio nome è Deroina, e servo gli Eida in questo palazzo. Il Veida Aliturn v’annunzia che questo

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pomeriggio v’attende assieme agli altri ospiti nella sala dell’altare degli Eida, per parlarvi. Detto questo Deroina se n’andò salutando, e io e tua madre ci rituffammo nei problemi che avevamo abbandonati per una sera. Quel pomeriggio ci presentammo nella sala, più o meno tutti assieme. L’ultimo ad arrivare era stato Lendelin, visibilmente provato e col fiatone. Quando fummo tutti riuniti, Aliturn, che era già nella sala prima che arrivassimo tutti, senza farci disporre in qualche modo, proferì parola, con la sua voce normale, almeno quella volta: - Finalmente siete tutti riuniti. Ho da dirvi poco, e sarò breve. È finito il tempo del riposo e dello svago: è giunto il tempo della partenza e del dovere. Avete appreso ciò che dovevate apprendere, e siete stati istruiti sul futuro e sul passato. Ora tutti voi tornerete al vostro destino, e gli Eida non influiranno né vi consiglieranno sulle vostre azioni; ma non partirete tutti assieme: i tre portatori dovranno fare un viaggio diverso, più lungo e pericoloso degli altri. Loro dovranno lottare contro Gnomanar, ad occidente. Gli altri giungeranno nel Minar, e lì difenderanno Arret. Spero che voi portatori abbiate già deciso sull’uso del segreto dei Numenali, ma questa è una cosa che non mi riguarda, perché anch’io ora dovrò andare incontro al mio destino. Riposatevi per queste ultime ore, perché domani con l’alba voi lascerete questa città e queste terre, ed Euon solo sa se mai ci tornerete: questo era quanto dovevo dirvi. Finì così il discorso d’Aliturn, e il Veida ci fece cenno d’andare via dalla stanza. Bellig e io, fuori della sala dell’altare, ci avvicinammo a Lendelin, e io chiesi al Grande Re cosa credesse volesse dire Aliturn riguardo al nostro viaggio: - Credo – affermò Lendelin con un sorriso amaro sul volto – che si riferisse al fatto che noi dovremo recarci alla reggia di Gnomanar, e che dovremo combatterlo nella sua terra. Pensavo che questo compito dovesse toccare solo a me, e lo speravo per voi, prima di giungere a questa città, ma evidentemente mi sbagliavo. Io impallidii, mentre Bellig, assorto nei suoi pensieri s’allontanava. Lendelin gli gridò: - Bellig, dobbiamo prendere una decisione, fare una scelta, tutti e tre assieme! - Lo faremo in viaggio – gridò di risposta il saggio – quando i dolori d’Arret ci renderanno più obiettivi.

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La tensione si leggeva chiaramente sul volto del Grande Re. Aveva in mano il guanto di Filteor, con incastonato il suo solo Numenal. Lo vidi ancora ansimante, così gli chiesi: - Lendelin, ma cosa hai fatto? Perché sei così stanco? Sembra quasi che tu venga da un viaggio lunghissimo! - Non da un viaggio lunghissimo – rispose – ma lo stesso sono appena tornato da un luogo non molto vicino a questa città. - Sei andato a trovare Relindele? - Esatto, ed è ancora bella come il sole, mentre io sono solo più stanco e vecchio. Risi e abbracciai il mio amico, per confortarlo. Poi gli chiesi: - Ma come sei arrivato e sei tornato così in fretta da Atlasa? Quella città è distante da Luma! - Un’amica mi ha accompagnato. Devi sapere, Ewaniwe, che queste terre sono solcate dall’alto dalle Aquile e talora dai Draghi, alleati fidati degli Eida. E fra le Aquile, Ro, la regina, è mia amica da qualche tempo. Ro mi ha accompagnato, giunta qui per volere d’Aliturn assieme a cinque sue compagne, e sempre Ro mi ha riportato qui veloce come un dardo degli elfi. Di fronte a noi, Alinea aveva atteso tutto quel tempo; quando me n’accorsi, salutai il Grande Re, e assieme a mia moglie andai nella sua camera, ormai divenuta la nostra. Lì avevo portato tutto ciò che prima stava nella camera dove ero stato curato e che mi apparteneva. La camera di tua madre aveva delle mura rosate, con colonnine agli angoli delle pareti: una finestra di vetro dipinta di blu e di giallo stava proprio di fronte al letto, e delle tende bianche ne coprivano i lati. Una scrivania a lato reggeva un vaso di terracotta nero con figure dipinte di rosso: erano delle donne che danzavano con degli uomini. Un armadio conteneva vestiti, mentre vicino uno scaffale conservava numerosi libri. Un piccolo comodino accanto al letto, su cui la sera si accendeva una lampada. Tua madre ora avvertiva la preoccupazione, ed era tesa in viso. Io invano cercavo di rallegrarla. Alla fine scoppiò: - Ewaniwe, ho paura. - Di cosa – dissi io fingendo sorpresa. - Sai di cosa ho paura. Ho paura che tuo figlio rimanga senza padre. Ho paura che tu rimanga senza moglie. Ho paura per tutti noi. M’avvicinai, e prendendole la mano, le dissi: - Non temere; sono sicuro che Lendelin ci guiderà saggiamente, e che

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alla fine tutto finirà per il meglio. Per quanto riguarda tuo figlio, quando tutto finirà, un grande destino gli si aprirà dinnanzi: ma non è questo il momento di parlarne; verrà l’ora in cui anche tu saprai ciò che ho saputo io su di lui. Evidentemente però non ero riuscito a confortare troppo tua madre, che facendo finta di niente, riprese: - Ti prego, dà via quella gemma; dalla ad Aliturn, o a Colwey, o a chi vuoi tu. Ma tu rimani qui con me, non te n’andare e non allontanarti da me! Non risposi. Tua madre sapeva che non avrei mai fatto ciò che chiedeva e la discussione finì lì. Dopo un po’ Alinea si calmò, e assieme uscimmo di nuovo dalla stanza per passeggiare nuovamente fra le vie della città degli Eida. Tornammo nel cortile dove c’eravamo sposati, e anche lì trascorremmo un po’ di tempo. Cenammo come la sera prima assieme agli altri, ma questa volta tutto era più parco e calmo. Tutti eravamo un po’ preoccupati in viso, anche se si cercava di scherzare per allentare la tensione. Dopo un po’ andammo a dormire, dato che la sveglia per l’indomani era puntata per mattina molto presto, poco prima dell’alba; in realtà quella notte dormii poco, ma rimasi tanto a pensare. Provai anche a sgranchire le gambe nel corridoio per prendere sonno, ma non ci fu nulla da fare. Vidi che gli stessi miei problemi avevano Colwey e Feilon, mentre Alinea era crollata, o faceva finta d’essersi addormentata per non innervosirmi ulteriormente. Rimasi così un po’ a parlare con i miei amici del più e del meno, facendo finta di niente, come del resto facevano anche loro, poi alla fine, che era quasi ora di alzarci, tornai nella stanza e mi distesi senza riuscire ad addormentarmi. Giunsero, qualche ora più tardi, a chiamarci dei servitori del palazzo. A noi venne a svegliarci Deroina, ma fu un viaggio inutile, dato che io e tua madre quando l’elfo bussò alla nostra porta eravamo già svegli. In ogni modo lo ringraziammo, per tutto quello che aveva fatto per noi e lui ci benedisse. Prima di uscire dalla camera preparai tutte le mie cose, e come me fece tua madre. Prestai attenzione a raccogliere il mio Numenal, e lo conservai in una collanina che Aliturn m’aveva donato apposta per quello scopo. In seguito, ci ritrovammo tutti fuori del palazzo. Lendelin teneva la sua solita spada, ma l’incavo era colmato dal suo Numenal. Teneva, come un normale guanto, il guanto di Filteor. In effetti, il Grande Re aveva preso l’abitudine di tenere sempre con sé il Numenal, quando poteva nella spada, se non poteva, nel guanto. Bellig invece

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conservava il Numenal in un lungo bastone di legno: anche il saggio era pronto per la partenza. Tutti eravamo pronti per partire, e io e tua madre c’eravamo già detti addio varie volte nella notte, prima che lei s’addormentasse, e dopo, poco prima d’uscire dalla camera. Poi giunsero le Aquile e le Fenici, e dal palazzo Aliturn; Il Veida, venendo ad accarezzare Ro e Lindore, la grande Fenice, ci disse: - Ebbene, questi saranno i vostri mezzi di trasporto: i tre portatori voleranno verso occidente, guidati da Lendelin, sulle Fenici, – ed indicò Lindore, Meliki e Terda – mentre i rimanenti voleranno verso il Minar sulle Aquile di Ro. Io vi raggiungerò poco dopo. Allora prima di partire, Bellig ricordò a Feilon di convocare in aiuto per la guerra Menhan, re dei nani, e Lendelin disse la stessa cosa a Mel e Ronilis riguardo all’aiuto offerto da Dardarin dell’Isola dei Druidi e Cerdon della città di Mala. La guida del Minar al loro arrivo sarebbe stata affidata per la guerra a Colwey e Feilon, mentre Mel e Ronilis avrebbero guidato gli elfi assieme ad Innioles. Dopo le raccomandazioni, ci scambiammo l’uno con l’altro gli ultimi saluti e auguri; poi, io, Lendelin e Bellig salimmo in groppa alle nostre Fenici, Lendelin su Lindore, io su Meliki, Bellig su Terda, e partimmo verso occidente, volando come non è possibile descrivere. Dopo poco, i nostri amici e mia moglie volavano anch’essi verso il Minar, portati dalle ali possenti delle Aquile di Ro.

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V Il responso dei morti

Volammo pochissimo verso occidente, ma quasi subito Lendelin bisbigliò qualcosa all’orecchio di Lindore, e veloci cambiammo rotta, dirigendoci verso nord. Io e Bellig non capivamo cosa avessero intenzione di fare la grande Fenice e il nostro Grande Re, ma dato che la guida di noi tutti era affidata a Lendelin, seguimmo obbedienti guidati dalle nostre cavalcature. Attraversammo così in volo gran parte delle Terre dei Sogni, e volammo anche sopra Atlasa. Lì Lendelin guardò per qualche istante verso il basso, come se dalla folle altezza a cui volavamo, egli potesse riuscire a scorgere il volto della sua amata: eppure fece quel gesto istintivamente, e contribuì assieme a quanto avevo sentito in quei giorni da quell’uomo, a rendermelo più vicino, a sentirlo più umano, molto più umano di quanto l’avessi sentito prima. Continuammo a volare, passata Atlasa, sempre verso nord, nord-ovest. Le Terre dei Sogni, ora le vedevo, erano splendide: non si scorgevano villaggi o paesi, ma le uniche città erano Atlasa, che avevamo appena superato in volo, e Luma da cui eravamo partiti. Tutto il resto era campagna. Non che quei campi fioriti fossero disabitati, tutt’altro: erano ricchi di animali liberi di scorazzare per quelle terre pacifiche assieme. Scorgevi poi elfi e qualche uomo disteso sull’erba che suonava strumenti troppo piccoli dall’alto per essere scorti. Altri semplicemente rimiravano e contemplavano; altri ancora danzavano e cantavano. Pochi lavorano in quella terra, ché tutto nasce per volontà degli Eida: e quanti lavorano lo fanno per dar sfogo alla propria anima, per non renderla vile in un ozio senza senso. Quelle terre, lo riconoscevo ora che le sorvolavo e che me n’allontanavo, erano realmente ciò che ogni abitante d’Arret avrebbe voluto che fosse la propria città e la propria nazione. Capivo ora più che mai perché Lendelin amava tanto quella terra. Ben presto però giungemmo nel settentrione di quel continente, dove s’innalzano monti

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alti e innevati: quelli erano i monti della Catena del Pizzo. Volammo sopra quelle cime che solo Ilwanar aveva potuto scalare, e vidi ciò di cui già m’aveva parlato tua madre. Scogli e isolotti, piccoli ma in numero infinito, tutt’attorno alla costa; quelli erano gli scogli su cui, diceva tua madre, ogni volta che dormono, giungono le anime degli uomini e sognano. Non vidi se c’erano abitanti su quegli scogli, o forse non potevo vederli. Volavamo velocissimi, e il vento schiacciava la pelle sul mio viso; così istintivamente portai la mano al Numenal e, non so se fosse un’impressione, sentii come se l’aria che sbatteva contro la mia faccia si facesse d’un tratto più fine e morbida, come se s’aprisse di fronte al mio passaggio senza recarmi dolore. Man mano che ci allontanavamo da Luma il tempo e il clima si facevano più inclementi. Varcati i monti delle Terre dei Sogni, il limite settentrionale di quel continente, avvertimmo inaspettato il freddo del nord e delle grandi altitudini. Varcammo le Grandi Cascate dell’oceano, che separavano le Terre dei Sogni dal resto di Arret: le acque vicine alle terre che lasciavamo scendevano potenti e distruttive con boati enormi sulle correnti dei mari di Arret. Impossibile n’era la risalita, e certa la morte per chi provava una tale impresa senza l’approvazione degli Eida. Ben presto volando sopra l’oceano avvistammo Lizara, l’isola dei Draghi. Scorgevo alte e scoscese coste, e cascate che s’abbattevano sul mare; il territorio era alto e brullo, fitto di canyon e di caverne, di scoscesi pendii e rupi. Nessuna creatura si poteva vedere che vivesse alla luce del sole, sicché sembrava che quella terra fosse soltanto il ricordo della landa che si narra da secoli ospiti i Draghi. Vidi degli sbuffi di fumo provenire da talune caverne, e sentii un odore acre di zolfo che impregnava l’aria. Sorvolata per un’ora circa quella terra, Lendelin sussurrò di nuovo a Lindore, e scendemmo improvvisamente in una veloce picchiata seguendo tutti la grande Fenice. Volammo verso una di quelle caverne da cui fuoriusciva quel denso fumo: era un fumo strano, tinto di rosso e di bianco, non come quello nero e tetro che avevo conosciuto mentre vagavo fra le terre conquistate da Gnomanar. Giunti veloci dinnanzi all’entrata della caverna, le Fenici si poggiarono bruscamente per terra; quella sembrava una terra infernale. La neve non aveva occasione di depositarsi, nonostante il clima, che subito si scioglieva per il calore del terreno, come se dentro ribollisse un magma denso e fluente. Il fumo proveniva ad intermittenza, come se fosse il respiro di chissà quale creatura. Lendelin ci guidò nella caverna, buia, pregna d’odore di zolfo

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ancor più che il suo esterno, seguito dapprima da Lindore, e poi in fila da tutti gli altri. Un calore incredibile ci accolse all’interno. Evidentemente per me quello era il tempo in cui tutti i miei sogni d’infanzia, i racconti e le canzoni dei tempi antichi e dimenticati, si dovevano fare vivi e reali dinnanzi ai miei occhi increduli, perché poco oltre l’entrata della caverna, si stagliava infatti l’immensa mole di un Drago: quella creatura che vedevamo, era enorme, molte volte più grande di me, Lendelin e Bellig messi assieme, e persino Lindore di fronte a quel Drago impallidiva per grandezza; poco contava che Lendelin ci bisbigliasse che quello era Thorn, il più antico e maestoso fra i Draghi, perché avevo paura di fronte a tanta imponenza, e allo stesso tempo infinito rispetto e ammirazione, quasi quanto ne avevo avuto fino a poche ore prima di fronte all’altare degli Eida. Istintivamente portai di nuovo la mano alla gemma che tenevo appesa al collo. Thorn dormiva, e ad ogni suo respiro quei fumi invadevano la caverna e ne uscivano poi dall’entrata. Non temeva alcunché, quel Drago, e per questo poteva permettersi di dormire in quella maniera così tranquilla. Le Fenici erano nervose quanto me e Bellig, anche lui colpito da tanta imponenza, e solo Lindore dimostrava tanta tranquillità quanto il Grande Re. Poi Lendelin avanzando di qualche passo rispetto a noi, svegliò il Drago: - Thorn, della stirpe dei Draghi, svegliati! È un tuo giovane amico che ti chiama e che si rivolge a te nella tua caverna. Thorn emise, un verso, come uno sbadiglio: una ventata di fumo ci colpì. Il Drago sollevò la testa, che teneva abbassata sul terreno. Era come quella di un serpente, o meglio ancora di una lucertola. Aveva però delle orecchie che assomigliavano a quelle di un cavallo. Visto il Grande Re, Thorn si alzò sulle zampe, mostrandoci anche tutto il resto del suo corpo in maniera ancora più chiara di prima: era anche più grande di quanto m’era sembrato. Thorn fece qualche passo, agitando le grandi ali che teneva sulla schiena, e poi, avvicinata la testa al Grande Re, avendolo squadrato ben bene con i suoi occhi da serpente, disse: - Lendelin Eidur, Grande Re degli uomini, cosa ti porta alla caverna del tuo amico Thorn? - Thorn – rispose Lendelin – sai cosa mi porta qui. Sai anche cosa sto per chiederti: perciò, non mi costringere a pregarti per ottenere ciò che voglio. Il Drago guardò oltre Lendelin, osservando me, Bellig e le Fenici, che

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indietreggiarono di qualche passo, poi chiese: - Cosa ci fanno quelle creature indegne qui con te? Hai forse tradito anche tu, Lendelin Eidur, le genti libere d’Arret? Lindore volò veloce accanto a Lendelin e stava per rispondere, quando il Grande Re prese la parola: - Le Fenici sono state riammesse fra le stirpi libere dagli Eida, da quando hanno recato il loro aiuto nella liberazione di Kala la Maledetta. Tu, Thorn, non hai più nulla da temere da queste creature, né ti è più consentito rinfacciare loro gli errori passati. - E chi mi vieta una tal cosa? Forse questi uccellacci fiammeggianti? Lendelin ebbe grande coraggio nelle parole che disse in seguito, e anche lui era nervoso ora di fronte al Drago che ne sfidava l’autorità, mentre brandiva la spada con incastonato il Numenale: - Te lo vietano gli Eida, Thorn dei Draghi, ed io per loro, Lendelin Eidur, Grande Re degli uomini. Thorn rise: - Questo è il Lendelin Eidur che conobbi quando si recò in questo luogo accompagnato da Aliturn. L’uomo che di fronte ad un Drago di millenni più vecchio di lui e infinitamente più potente, brandisce una spada e ne sfida il potere. Il Drago continuava a ridere, e con lui ben presto rise anche Lendelin. Persino le Fenici si rasserenarono un po’, e con loro Bellig ed io: - Vieni a chiedere il mio aiuto, non è vero Lendelin Eidur? Thorn fissò di nuovo il Grande Re, con una specie di sorriso sul suo volto. Poi s’accorse del Numenal nella spada e del guanto di Filteor: - Ma una cosa è veramente diversa da allora; oggi rechi con te una gemma e un guanto, non è vero Grande Re degli uomini? - La gemma che reco – rispose Lendelin mostrando la pietra nella spada di colore blu scuro – è uno dei Numenal, come avrai capito, e gli altri li posseggono i miei compagni di viaggio; e questo è il guanto che un tempo li tenne tutti. - Ricordo quei giorni e conosco quelle pietre – riconobbe il Drago – e ne rimembro anche il potere. Da ciò comprendo che tu vuoi l’aiuto dei Draghi, e di Thorn loro signore, per abbattere la reggia di Gnomanar. Se è questo che vuoi, Lendelin Eidur, t’accontenterò. - In parte sbagli, Thorn. Non voglio che tu accompagni il mio viaggio, perché già ho potenti aiutanti in questo. Desidero invece che tu rechi aiuto alla mia terra, mentre io ne sono lontano: lì sicuramente giungerà

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un forte esercito di Gnomanar, e ci sarà battaglia. Recati lì con la tua stirpe, e avrai modo di tornare a lottare contro i figli maledetti di queste creature – Lendelin indicava le Fenici, che fremevano di rabbia quando si parlava degli Uccelli di Fuoco – e di concludere, se Euon vorrà, la tua lotta contro gli Avvoltoi. - Comprendo la tua richiesta – fece Thorn – e, per quanto mi è possibile, porterò il mio potere al servizio delle tue genti, e con il mio quello di tutta la mia stirpe. Sappi, infatti, che già ci preparavamo alla lotta, ché già Ro, nostro vassallo, era venuto a chiederci aiuto e a recarci notizie, le stesse che reca agli Eida a sud. Ora puoi andare sicuro e veloce, Lendelin Eidur, ma prima dimmi una cosa: tu, e quelli che vengono con te, avete deciso cosa fare del segreto delle gemme? Sappi che io lo conosco, e ne conosco la portata, perché noi Draghi siamo le creature d’Arret più vicine al potere degli Eida, e solo di questi temiamo la forza, e solo a loro siamo inferiori in sapienza. - Nessuna decisione abbiamo preso – rispose Lendelin – riguardo al segreto. - Capisco – Thorn annuì con la testa – e non ve ne biasimo. Questa è la decisione più grande che mente possa prendere, tanto più grande di voi mortali, che sempre noi Draghi troviamo stupore che tale fardello vi sia assegnato. Ma, ed è chiaro da ciò, neanche noi possiamo comprendere tutta la saggezza di Euon, e vi sono tratti della sua storia che ci appaiono nebulosi e incerti, come, a volte, accade persino agli Eida. Bene, ora va via, e non dubitare, Grande Re, dell’aiuto che Thorn e i Draghi recheranno al tuo popolo. Thorn disse così, e scomparve nella sua caverna, mentre l’odore di zolfo si faceva più debole. Lendelin allora tornò indietro, presso di noi, e disse: - Bene, ora che abbiamo un tale alleato per i nostri amici, possiamo volare veloci verso occidente; sbrighiamoci, che già è volata la mattinata assieme alle nostre parole. Uscimmo così dalla caverna di Thorn e salimmo nuovamente in groppa alle Fenici che erano con noi. Subito queste spiccarono in volo, alte sull’isola di Lizara, e volammo verso sud-ovest. Il Viandante vide il Drago addentrarsi in un profondo cunicolo, percorrerlo per intero, e a diversi bivi chiamare con urla stridule. A quelle urla altre giungevano di risposta, e fumi, da incredibili distanze

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nel sottosuolo. Altri Draghi s’univano a Thorn attraverso il terreno, pur sempre imponenti ma più piccoli del primo della loro stirpe: e i Draghi s’accodavano a Thorn e lo seguivano nel suo peregrinare fra le caverne. Tanti divennero, ché giungevano da tutta l’isola attraverso le caverne della terra. Ognuno di loro emetteva quel suo odore di zolfo pungente, e batteva le ali poderose alla vista del suo signore. Poi tutti i Draghi giunsero ad un’enorme radura, uscendo dal lungo cunicolo che avevano attraversato seguendo Thorn: e fuori già calava il sole, ché tutta la mattina e il pomeriggio aveva impiegato il primo dei Draghi a richiamarli. Lì, nella radura, i Draghi si sistemarono tutti attorno al loro signore, e grande era la concitazione e il battere d’ali: immani gli sbuffi di fumo, e alcune di quelle enormi creature emettevano persino sbuffi di fuoco. Thorn parlò nella lingua dei Draghi, e disse alla sua gente che era tornato il tempo della lotta. I Draghi batterono le ali in segno d’approvazione: Thorn allora balzò in volo, con agilità sorprendente per la sua immane stazza; egli mostrava ai suoi sudditi il proprio petto rosso, come il resto del suo corpo. Il primo dei Draghi emise allora il suo più forte richiamo, e questo echeggiò per tutta l’isola, e allora anche gli altri si alzarono in volo, e tutto il cielo di Lizara fu un fremito d’ali. Thorn in testa alla sua gente volo verso le lande di Arret, mentre già la luna e Silin illuminavano la notte. Volammo per tutto il pomeriggio, e di sera ci trovavamo a sorvolare il Lago Maggiore. Avevamo attraversato Inagel, terra abitata unicamente dagli animali, che per magia degli Eida reca ogni clima favorevole ad ogni genere di creatura. Signore di quella terra era stato Lindore, e con lui lo erano state le Fenici. Così le nostre accompagnatrici emisero un lungo e tenue lamento quando sorvolarono quella che era stata un tempo la loro antica terra, e che, se avessero superato questa nuova guerra, forse sarebbe tornata la loro patria. Osservammo il Grande Bosco, dove abitano gli elfi del Lovar, e dove aveva vissuto Mel prima della guerra. Vidi quella terra e sperai un giorno di arrivare a visitarla, magari in compagnia del mio amico, per conoscere meglio la dolcezza di quell’antica gente e splendente: ma ora volavamo sul Lago Maggiore, e vedevamo già le isole che ne compongono l’arcipelago. Le isole, chiamate da tutti Arcipelago del Crocevia, dove anni addietro aveva vissuto tua madre, erano sotto di noi. Riconoscevo dall’altro i paesaggi che m’aveva descritto tua madre, le isole di Hella più a nord, Dhena ad

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ovest e Dhella ad est, e poi Hena al centro, e il suo fiume chiamato Acque che nasce dai colli Acque. Su quell’isola aveva abitato Alinea, e lì aveva conosciuto i Timber, gli strambi abitanti del luogo. Mi chiesi se quelle isole erano ancora ridenti e spensierate come le aveva conosciute tua madre, ma naturalmente non potei avere una risposta. Tuttavia dall’altro non si scorgeva devastazione alcuna, e ciò mi rincuorava per i ricordi, piacevoli o tristi, che tua madre aveva lasciato in quelle terre. Più a sud, ultima isola dell’arcipelago, vedevo l’Isola dei Morti. La vide anche Bellig, e questa volta fu lui a parlare alla sua Fenice, Terda. Terda emise dei suoni, forse parlando nella lingua delle Fenici, bassi e continui: allora Lindore comprese il pensiero di Bellig e scese in picchiata verso l’isola. Né Lendelin né io sapevamo cosa stesse accadendo, mentre anche Meliki, la mia cavalcatura, se così si poteva chiamare, scendeva seguendo le altre due sue compagne. Ci posammo così sull’isola, un territorio fertile, ma disabitato, da quando, all’epoca della Seconda Grande Battaglia, un gran numero di uomini inermi erano stati li trucidati dai figli di Gnornak mentre cercavano riparo. Era il tramonto, mentre mettevamo piede sull’isola. Sceso da Meliki, subito chiesi a Bellig il perché della nostra sosta: - Perché – rispose il saggio – non è prudente giungere di notte alla terra di Gnomanar, quando tutto gioca a suo favore; e poi abbiamo qualcosa da fare qui. - Cosa – chiesi sorpreso e stupito. - Attendi la notte, e lo vedrai – fu la risposta che ottenni. Era l’imbrunire: il sole scendeva lento e inesorabile oltre le nubi d’occidente. La luce si faceva sempre più tenue e rosata. Poi un’esplosione d’arancio, e le prime tenui luci della luna e delle stelle: e in un attimo il sole scomparve, e calò la sera ancora inondata dalla luce. Quello è il momento più bello del tramonto, quando il sole scompare e sembra salutare la luna che s’affaccia fra i raggi del primo. Allora tutto s’ammanta di nuove sfumature, di colori insospettati, di chiaroscuri sopiti e sconosciuti. Poi viene il buio con le luci delle stelle a rischiararne l’infinito, e la luna che su tutto vigila. Così non era allora, che come già da tanto ogni luce era debole e flebile, ricordo di tempi che furono. Calò la notte anche allora, come m’aveva detto d’attenderla Bellig. Lendelin era imperscrutabile, forse già a conoscenza di ciò che stavamo attendendo; io invece non capivo, e aspettavo teso, battendo con il piede lo scorrere degli attimi. Un gran vento si levò allora

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sull’isola, che fece barcollare noi e anche le Fenici al nostro fianco, e udimmo come un lontano e insistente vociare, come sibili e lamenti. Quel vociare si faceva sempre più insistente e acuto col passare dei minuti. Poi, i sibili si fecero come soffi, e apparvero a poco a poco come figure e immagini sbiadite. Erano i morti che avevano perduto la vita su quell’isola maledetta: e quei morti erano sempre più chiari, mentre vagavano per le lande dell’isola senza motivo e senza meta, lamentando con flebili sospiri il loro destino. Allora, come tante altre volte in quei giorni, venne per me il momento della meraviglia e dello stupore. Come ti ho già detto, quella fu l’epoca in cui la meraviglia viveva con il reale. Bellig a quel punto fece un passo avanti, tenendo stretto il suo bastone, con forza, unico segno di debolezza in quell’animo che aveva imparato da tempo a contenere le proprie paure e i propri desideri. Poi il saggio prese la parola: - Anime dei morti che vagate per quest’isola, trovate pace per qualche attimo e rispondete al mio quesito. - Chi è che richiama dal loro vagare senza meta le anime perdute di quest’isola, vittime della maledizione di Gnornak? - Bellig discepolo di Baurin. - Che cosa vuole il discepolo del più saggio fra i mortali dalle anime dei dannati? - Una risposta per un suo quesito. - Ebbene? - Voglio sapere da voi cosa desiderate di più in questa condizione, se la vendetta o la giustizia. - Sappi, Bellig, che nessuna delle due cose che c’indichi, noi oggi desideriamo. Ciò che noi qui vogliamo con ogni parte del nostro spirito, e che chiediamo ogni notte con lamenti ad Euon, è ciò che si dice sia il destino d’ogni mortale, di giungere alla sua corte e lì di attendere la fine di tutto. Ma perché, discepolo di Baurin, ci poni una simile domanda? - Perché noi che qui v’interroghiamo ci rechiamo di fronte all’Oscuro Signore, e a noi è data la possibilità di scegliere fra una vendetta che annienterà forse ogni male, ma con esso gran parte dei beni, oppure una giustizia molto più labile e pericolosa. - Bellig, cosa direbbe il tuo maestro di fronte ad un simile quesito? Sembrerebbe davvero che tu non abbia compreso la profondità del suo pensiero se ci poni una simile questione. Ma ora lasciaci, che per la vostra sorte già pesante e pericolosa, noi oggi non vi arrecheremo

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fastidio. Per quanto riguarda la tua domanda, conosci già la risposta che il tuo cuore vuole dare. Detto questo, la voce che aveva parlato si assopì, e con lei scomparvero anche i sibili: solo noi tre, io, Bellig e Lendelin, con Lindore, Meliki e Terda, rimanemmo sull’isola. Ci guardammo l’uno nel viso dell’altro finché non fu Bellig ad interrompere il silenzio: - Le anime hanno dato anche la mia risposta alle tue domande, Lendelin. Per quanto mi riguarda il segreto delle gemme deve rimanere tale, né quest’epoca né alcuna mai dovrà conoscerlo, se è davvero quel tremendo potere che gli Eida hanno descritto. Questa la mia opinione, ma per la decisione mi rimetto anche alla vostra scelta. Allora intervenni io: - Per quanto poca possa essere la mia esperienza, penso che Arret non necessiti d’altre distruzioni; e sarebbe ancora un fatto peggiore se fossimo noi che difendiamo i popoli liberi, a causare loro altri dolori. Per quanto mi riguarda, noi non utilizzeremo il potere delle gemme riunite. Solo a Lendelin rimase di parlare: - Ebbene, questa è la vostra scelta, e anche la mia. Questo guanto dovrà rimanere sempre vuoto, e mai contenere tutte e tre le gemme che portiamo assieme, almeno finché tanto fardello è posto sull’animo di deboli uomini. Speriamo solo che questa scelta che oggi noi facciamo in buona fede, non sia la rovina d’Arret, e la sua condanna. Come ha detto oggi Thorn, ci sono parti della storia che Euon ha narrato, incomprese anche dagli Eida, e altre che possono essere riscritte, soprattutto fra quelle che riguardano gli uomini: preghiamo che questa non sia una di quelle, e che la nostra opinione sia seguita da esito felice. Queste furono le ultime parole pronunciate quella sera su quell’isola, riguardo a quell’argomento. L’Isola dei morti risuonò ancora dello strepitio d’un fuoco con cui ci riscaldammo, e del rumore che la terra emette sotto il corpo d’uomini che vi si distendono sopra per cercare uno stentato riposo. Ma non trovammo quel riposo, se non per poche ore, e la notte dalle luci deboli sopra le nubi trascorse così, nell’attesa d’un nuovo giorno che riscaldasse il mattino e rischiarasse l’orizzonte.

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VI Tre piccoli uomini

Quella sera rimanemmo soli, tutt’e tre: io, Lendelin e Bellig, tre uomini, soli di fronte al destino. Nessuno di noi riusciva a dormire, ma tutti eravamo presi da mille e da nessun pensiero: nessun’idea si fermava nella nostra mente, ma tante immagini e ricordi vagavano, senza meta, nell’animo. D’un tratto Bellig sospirò profondamente, disteso per terra accanto a me, e d’istinto, come per umana solidarietà, chiesi: - A cosa pensi, Bellig? - Chissà! Forse a niente, forse a tutto…ora non so darti risposta, Ewaniwe, e per l’ennesima volta nella mia vita, scopro di non esser pronto; per nulla. - Calmati, Bellig, ti stai lasciando andare alla malinconia, proprio tu che dovresti guidarci con la tua saggezza… - La mia saggezza! Di tanto in tanto mi chiedo se tutta la mia saggezza valga un granello di sabbia, Ewaniwe. Dov’era la mia saggezza quand’è morto Baurin? Dov’era la mia saggezza quand’è caduto il Numer? Dov’era la mia saggezza quando i nani d’Aiak sono periti tutti sotto i colpi del Nemico? Non trovo risposte, Ewaniwe. - Bellig – risposi, ma non feci in tempo ad intervenire, che Lendelin c’interruppe per confortare l’amico: - La tua saggezza si trovava nei luoghi dov’era richiesta. Me nessuno l’ha scorta, Bellig. Eppure tu c’eri, e hai fatto tutto ciò che era in tuo potere. - In mio potere allora c’è solo il fallimento! La risposta sarcastica di Bellig ci stroncò le parole in bocca, e tutti e tre rimanemmo in silenzio, senza saper cosa dire. Poi, cambiando completamente discorso, il saggio riprese a parlare: - Quand’ero piccolo immaginavo la mia vita: vedevo la gloria di qualche libro, l’ammirazione come un famoso consigliere di corte. Agognavo

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gloria e potere, e nient’altro. Nulla mi appariva importante al di fuori di quelle mie mete. Poi accadde ciò che non immaginavo: nella mia vita apparve Baurin, e quel vecchio sconvolse profondamente ogni mia idea. Dove io vedevo gloria lui scorgeva solo ambizione, dove vedevo potere scorgeva solo sofferenza. Baurin m’ha aperto gli occhi sul mondo, sul mio mondo. Ma non riesco ad essere come lui, non ne ho l’animo, né il coraggio. Lui è morto, e sopravvivo io che non ne sono che un’ombra sbiadita. - Basta! – intervenne con forza Lendelin – sto sentendo soltanto stupidaggini! Tu, Bellig, sei il più saggio fra gli uomini d’oggi, e sono sicuro che la tua fermezza non verrà via certo ora che più n’abbiamo bisogno. Hai già fornito prova di quanto sia grande il tuo animo: non per niente sei uno dei portatori! Allora, cosa dovrei dire io, che ho lasciato che gran parte del mio regno cedesse! Non siamo perfetti, Bellig, nessuno di noi! Neanche Baurin lo era, e forse comprenderai meglio il tuo maestro quando te ne renderai conto. Guardaci, siamo tre piccoli uomini che viaggiano verso qualcosa di molto più grande di loro. E allora? Che cosa possiamo fare? Vorresti abbandonare tutto? Cercare scampo nell’oblio? Non sai quante volte ho desiderato questa soluzione da quando sono Grande Re! Non immagini neanche quanto mi pesi questa vita…eppure sento di non poter cedere a questo desiderio. Ogni volta che avverto di non resistere più, ogni volta che guardo la mia lama sognando che tutto finisca, allora, non so come, un fuoco mi brucia in cuore e sul viso. Mi passano davanti agli occhi tutti gli anni della mia vita, tutte le gioie e i dolori: rivedo mio padre, rivedo i cari lasciati ad oriente. Vale la pena di abbandonare tutto in balia della disperazione? Quand’ero piccino m’immaginavo una vita diversa, certo: una vita tranquilla, senza tutta la sofferenza che c’è toccata. Non so perché a taluni uomini tocchi di soffrire anche per molti che non soffrono, e a volte mi sembra che ci siano anime come le nostre condannate a portare i fardelli di tutti quelli che, senza neanche accorgersene, non si assumono i propri: non so davvero perché sia cosi. In realtà, non so neanche se le cose stiano davvero così, o se tutti noi uomini non celiamo, in qualche parte recondita del nostro minuscolo cuore, un dolore insopportabile sempre pronto ad affogarci, quando meno lo sentiamo vicino; pronto a colorare di nero tutte le nostre vicende. In realtà credo che noi tutti soffriamo, ed è nel nostro sangue che scorre questa sofferenza: non c’è nulla che ci si possa fare. La si può solo

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accettare, farsela amica se non la si vuole nemica. E poi, di tanto in tanto, appare qualche gioia nel nostro cammino che ci ripaga di tutto. - E’ vero – intervenni – talvolta s’incontrano delle persone che ci segnano per sempre, il cui ricordo o la cui presenza ci dà gioia. La cui sola esistenza riempie la vita d’un senso che sembrava non avere. Forse si vive solo per questo, per essere uomini con gli uomini. Per riempire la vita degli altri, sperando che qualcuno, alla fine, riempia la tua. - Come Alinea per te, giusto Ewaniwe? Bellig mi fece quella domanda con un dolce sorriso sul volto e gli occhi brillanti di lagrime. Mai più, come in quel momento, quell’uomo m’apparve solo e debole al di là della scorza che ricopriva la sua fragilità: - Come Alinea per me; hai ragione… - Sei fortunato – riprese Lendelin – ad aver sposato Alinea, mio buon bardo. Quella ragazza ti ama come nessun altro al mondo… Mentre diceva quelle parole, Lendelin fissava il vuoto e le stelle. Bellig si alzò in piede, e passeggiando lentamente, parlò ad alta voce: - L’amore e il dolore: alla fine sono queste le cose che muovono ogni nostra azione. E per di più l’una cosa è così legata all’altra da non poterne fare a meno. Ma guardaci, Ewaniwe! Tu oggi sei il più sereno fra noi, e chissà che ciò non accada perché sei anche il più umile! Uno stolto oggi, forse, ti definirebbe un ometto da niente in mezzo a due grandi dell’umanità; forse affermerebbe che la tua vita, quanto più desidera d’essere una vita qualunque, tanto più è una vita sprecata. Ma dov’è l’errore? Non è essere uomini anche il tuo? Non vivi, in fondo, come tutti noi? Hai cercato anche tu il tuo amore per colmare la ferita del tuo dolore: dov’è la piccolezza della vita qualunque, di fronte alla piccolezza dell’uomo? Guardaci tutt’e due: siamo qui, sia io che Lendelin, a farneticare di ciò che abbiamo sbagliato, di ciò in cui abbiamo fallito; tutta la nostra grandezza non riporterà indietro il tempo che abbiamo sprecato. E invece, questo piccolo bardo, mite e mansueto, avanza con tutto se stesso verso il suo destino, qualunque esso sia, senza aprir bocca, senza nulla da dire: lui semplicemente, ha capito molto più di noi che questa è la vita. Nient’altro. - Non esagerare, Bellig; anch’io ho paura; anch’io sento esattamente tutto ciò che avete descritto… - Sì, e lo hai accettato, questo è il punto: tutto qui. Bellig allora venne di corsa verso di me, e mi s’inginocchiò davanti;

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allora, prese fra le sue mani le mie, disse: - Grazie, grazie davvero d’esistere, mio buon bardo: perché nel tuo cuore d’umile tu sei il più grande fra gli uomini! Non sai quanta speranza m’infonde la tua presenza qui, Ewaniwe. Poi, sollevatosi, Bellig corse ad abbracciare Lendelin. Allora i due amici si strinsero fraternamente, e di nuovo il saggio proferì verbo: - E grazie anche a te, mio Grande Re, perché nel tuo animo ho trovato il migliore amico che la sorte mi potesse concedere: i nostri visi, i nostri abiti, i nostri destini possono essere diversi, ma in fondo, i nostri umori sono uguali. - Grazie a te, Bellig, perché quello che hai detto è esattamente ciò che io pensavo. Quelle furono le ultime parole che risuonarono quella notte, poi, un sonno pesante e senza sogni ci accolse fra le sue maglie: ci lasciammo vincere, senza combattere, e per poche ore i nostri tre cuori trovarono riposo. Il mattino dopo, tre piccoli uomini si risvegliarono e ripresero il viaggio verso la loro missione.

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VII I nemici alle porte

Mentre Ewaniwe e gli altri con lui viaggiavano in groppa alle Fenici verso occidente, anche le Aquile con addosso gli altri sei ospiti della città di Luma volavano verso le lande di Arret: Feilon, Luia, Alinea, Colwey, Mel e Ronilis viaggiavano ciascuno in groppa ad un’Aquila. Alinea in particolare volava grazie alle ali spiegate di Ro, la regina; e ovviamente il Viandante era anche con loro. Così i sei partirono poco dopo il Grande Re, il saggio e il bardo, puntando dritti verso il Minar. Le Aquile erano meno veloci e potenti delle Fenici, ma ugualmente la loro forza e maestria nel volare erano grandi. Ro guidava lo stormo, in forma di triangolo. A fianco d’Alinea volavano Colwey e Feilon; dietro la madre di Nelian si trovava Luia, e ai suoi lati Mel e Ronilis. Ben presto anche le Aquile varcarono le ultime terre e gli scogli delle Terre dei Sogni e già gli occhi degli elfi, di vista più aguzza degli uomini, scorgevano rive amiche e conosciute. Già apparivano le spiagge del Morien, e il cuore di Ronilis giubilò mentre attraversava la sua patria, e la trovava ancora integra dagli assalti di Gnomanar: vide però dall’alto che la sua scuola era crollata. Pensò che ciò fosse accaduto perché dalle mura di quell’edificio era stato portato via il potere del Numenal, che da solo reggeva in piedi quella magnificenza. Allora l’animo dell’elfo fu colmo d’amarezza per la perdita di quella meraviglia, di quella che per lunghi anni era stata la sua casa, mentre nelle ore faticose studiava fra quelle stanze e apprendeva le arti della magia. Ma quella torre era caduta perché il Numenal doveva essere di nuovo adoperato, e non c’era giustificazione per tenere quella gemma lontana dal campo di battaglia. Forse, finita la guerra, pensò ancora l’elfo, forse quella gemma sarebbe potuta tornare fra gli elfi, e una nuova torre essere edificata; anche se allora mancavano i custodi di quella torre, forse in futuro nuovi stregoni adatti a quel compito sarebbero sorti, e allora la Torre della Magia

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dell’acqua sarebbe stata nuovamente issata, e di nuovo fra le sue mura si sarebbe tornata a studiare la magia. Con questa speranza Ronilis continuava il suo viaggio, mentre Mel volgeva gli occhi a nord, come cercando Il Grande Bosco, il bosco amico da dove veniva e dove, se Euon avesse voluto, sarebbe tornato. Gli altri che invece viaggiavano con loro, avevano lo sguardo fisso ad occidente, e un solo pensiero nella mente: si chiedevano cosa fosse accaduto nel Minar e nel resto del Grande Regno durante la loro assenza; si chiedevano se il loro ritorno sarebbe stato tardivo, e se avesse potuto portare qualche aiuto per la battaglia, che credevano in ogni caso imminente. Queste e altre domande più dolorose affollavano la mente di quegli uomini in volo, e su tutto un dubbio: che cosa avrebbero potuto fare loro, che tornavano senza armi e stanchi dalle fatiche di mille peripezie? Almeno Lendelin e gli altri avevano ora con sé i Numenali, ma loro erano invece disarmati, eccetto la benedizione ricevuta dagli Eida. Intanto sotto i loro piedi s’allontanava la patria di Ronilis, e sempre più vicine si facevano le terre degli uomini, il Minar, che era rimasta come ultima speranza alla gente di Lendelin. Sorvolarono quasi tutto il Minar, e si diressero direttamente verso la Grande Muraglia. Lì contavano di trovare Innioles e quelli che con lui avevano lasciati a difesa degli uomini. Atterrarono proprio dove avevano lasciato l’accampamento quand’erano partiti, a qualche chilometro di distanza dalle mura, verso sud-est; era pomeriggio inoltrato quando giunsero all’accampamento. Lì, Ledolan, Rendall, Tellon e Innioles, d’un tratto, videro arrivare delle creature che alcuni di loro credevano solo frutto delle leggende, e per di più cavalcate da coloro che temevanom ormai, dopo tutto quel tempo, essere spacciati. Ro con le sue Aquile atterrò proprio nel mezzo dell’accampamento, in cui in quei mesi era rimasto solo parte dell’esercito, mentre un’altra parte era spiegata a difesa della città di Minaran, per ogni evenienza. Anche tutte le genti che erano giunte da ogni parte del Grande Regno e che s’erano riuscite a salvare s’erano disperse per il Minar, che aveva avuto tanti abitanti solo quando erano sorti gli uomini. Nel porto della città di Minaran, fra le altre, si trovavano anche le navi degli elfi del Morien. Quando le Aquile atterrarono, subito i re e l’elfo alla guida degli Elfidraghi, furono chiamati da messi; usciti dalle loro tende, i re del Minar e del Rogan rimasero di stucco, mentre Ledolan e Innioles non ebbero il tempo di stupirsi, ché erano vinti dalla felicità per il ritorno dei sei. Innioles, più lucido degli altri, s’accorse però subito della mancanza

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di Lendelin, Bellig ed Ewaniwe, e lo disse all’orecchio a Ledolan, che subito chiese: - Sono felice che voi siate tornati sani e salvi, ma noto che con voi non ci sono né il nostro Grande Re, né Bellig ed Ewaniwe. È successo quindi l’irreparabile, e ora gli uomini si trovano senza il loro sovrano? Feilon rispose per primo: - Non giungere subito ad affrettate conclusioni, Ledolan. Sappi solo che Lendelin, Ewaniwe e Bellig stavano bene, almeno fino a quando sono partiti per una meta diversa dalla nostra; ma non è questo il luogo per parlare di tali cose; sarà meglio parlarne nel chiuso di una tenda, perché abbiamo da narrare cose incredibili a dirsi, e altre orribili. Intanto Rendall e Tellon s’avvicinavano cauti e circospetti a Ro e alle sue compagne per guardarle da vicino. Colwey e Feilon, che avevano ricevuto il comando da Lendelin, convocarono allora i presenti per un Consiglio, in cui avrebbero chiarito ogni cosa. Ledolan, sollevato del fatto che il suo Grande Re non fosse morto, offrì la sua tenda, e insieme i sei e coloro che erano stati lasciati a guida del Minar, si riunirono in essa. Entrati, tutti si sedettero per terra; non ci furono convenevoli, né un attimo di riposo per i viaggiatori, ché subito Colwey e Feilon presero la parola: - Salve a tutti coloro che non vedo da tempo; – disse il barbaro – cercherò d’essere quanto più coinciso e chiaro mi sia possibile. Dopo lunga ricerca, i Numenali sono stati trovati. Forse dopo vi narrerò in che modo e dove abbiamo trovato le gemme, ma per ora sarà meglio parlare di altro. I loro portatori sono Lendelin, Ewaniwe e Bellig, e assieme alle gemme siamo giunti ad oriente, presso le Terre dei Sogni, e lì gli Eida hanno istruito i tre portatori sull’uso delle pietre. Noi invece abbiamo conosciuto dalla viva voce degli Eida la Storia di cui tutti facciamo parte, ma siamo stati tenuti lontani dal segreto che concerne i Numerali; tale fardello, abbiamo appreso, sarà il carico solo dei prescelti della Profezia. Dopo aver trascorso fra gli Eida un periodo di riposo, noi siamo giunti qui sopra le Aquile, come avete potuto osservare. Prima di partire, Lendelin ha affidato a me e a Feilon la guida degli uomini durante la guerra, credo pensando che dobbiamo dividerlo con voi che siete rimasti qui sul fronte, mentre Mel e Ronilis guideranno gli elfi assieme ad Innioles. Altre cose sono accadute durante la nostra assenza, e alcune di queste forse anche voi le conoscete. A quel punto Feilon interruppe il barbaro:

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- Già: sapete che il regno dei nani è caduto, e con quello il suo re; e oggi Menhan è il nuovo sovrano del nord, per quanto la sua potenza sia molto minore a quella del passato. Ronilis si fece avanti e aggiunse: - E inoltre la Torre della Magia dell’acqua è crollata, e con essa i suoi custodi. Colwey concluse: - Ma soprattutto, Kala, la Maledetta, è di nuovo libera; ma credo che questo lo sapete già, perché qui con voi dovrebbe esserci un uomo speciale che ha contribuito a tale impresa. - Se ti riferisci ad Aulon – rispose Ledolan – sappi che egli è a Minaran, e lui presiede ora alla difesa della città. Con quell’uomo sono giunte qui delle creature, Fenici si chiamano, ed esse riposano poco più a nord, e vegliano che nessuno arrivi da occidente di malvagio: Aulon ci ha narrato parte di ciò che avete detto nel vostro racconto, ma molte altre cose neanche lui sapeva, e ora le apprendiamo con gioia da voi. - Ma altri ci hanno aiutato nel nostro viaggio – Mel parlò interrompendo le parole di Ledolan – e ora mi ricordo del suggerimento che ci ha dato Lendelin prima di partire. Egli ci disse di mandare un messaggio per mare alla città di Mala, cui signore è Cerdon, così come ci avevano detto di fare gli abitanti di quella città sul mare, e di inviare nunzi veloci a sud, all’Isola dei Druidi, per richiedere celere l’aiuto; inoltre dovremmo mandare altri araldi a nord, per richiamare qui Menhan. Egli certamente verrà, se potrà, perché l’odio che oggi cova verso gli orchi è certamente cresciuto rispetto al passato. Infine, qui ci sono due persone che possono correre dei rischi – Mel fissava ora Alinea e Luia – e penso che sia meglio per loro ritirarsi in un luogo più sicuro. Innioles, riprendendo le parole dell’amico elfo, concluse: - Ebbene, questa è la decisione di questo Consiglio: manderemo in groppa ad alcune Aquile Luia ed Alinea a Minaran. Dei nunzi viaggeranno su quelle creature verso sud e verso nord, mentre il messaggio per la città di Mala, a me sconosciuta, sarà mandato secondo il modo che tu ritieni giusto. Alinea e Luia presero a lamentarsi per la decisione: dato che anche loro avevano fatto parte di quella ricerca, ora volevano rimanere sul campo di battaglia per concludere la faccenda; ciò nonostante fu Feilon a ribadire la decisione: - Non posso permettere che voi rimaniate qui. Non voglio che mia

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moglie corra qui dei rischi! Noi non stiamo giocando, e questa è una situazione troppo seria per sindacare su questa decisione… la stessa cosa vorrebbe Ewaniwe, per ciò anche tu, Alinea, seguirai mia moglie. Questa è una decisione del Consiglio del Grande Re, e voi dovrete ubbidire; inoltre necessitiamo di qualcuno che pensi ad organizzare le cose a Minaran, nel caso che qui la sorte volga al peggio. Suvvia, ora riposatevi un po’, perché fra poco partirete. Ledolan intervenne: - Prima di chiudere il Consiglio, un’ultima cosa. Verso dove sono diretti il Grande Re, Bellig ed Ewaniwe? - I portatori – rispose Alinea, ora preoccupata al pensiero del marito lontano e in pericolo, – sono diretti ad occidente. Essi hanno per sorte di giungere alla reggia di Gnomanar, e di lottare contro di lui. Se Euon vorrà, la loro lotta si volgerà al meglio, e la Profezia s’avvererà: mai come ora, spero nelle parole d’Aliturn, e temo che quella profezia non s’avveri. - Perché temi una tale cosa? – Una voce dall’entrata della tenda disse queste parole – Non hai fiducia negli Eida e in quello che è stato predetto? Aliturn entrò nella stanza; il viso al solito imperturbabile, la barba lunga e perfettamente curata. I capelli, bianchi tanto quanto la barba, incorniciavano un viso rugoso e indefinitamente vecchio. Gli occhi, profondi come l’infinito, fissavano la moglie d’Ewaniwe, mentre questa rispondeva sorpresa per l’arrivo del Veida, farfugliando qualcosa, con gli occhi abbassati. Innioles subito si mise in ginocchio di fronte al vecchio per pregarlo, ma questi non gliene diede il tempo e lo fece rimettere seduto: - Mio signore – rispondeva Alinea – ho fiducia negli Eida e in ciò che è stato predetto, ma sono un’umana, e il dubbio e lo sconforto sono miei compagni di vita. Per ciò non biasimarmi per le mie parole! - Non ti preoccupare, non ti biasimo, perché conosco la vostra natura e i vostri sentimenti. Piuttosto t’invidio perché hai la possibilità di provarli…comunque non sono qui per parlare dei sentimenti degli uomini. Ho udito solo parte delle vostre decisioni, ed esse sono giuste. Sono convinto che anche il resto di ciò che avete ordinato sarà altrettanto giusto; ma io sono qui perché qui si svolgerà parte della Profezia, quella che mi riguarda, e voi vedrete per la prima volta Aliturn il Veida imbracciare un’arma e combattere la sua battaglia. Presto la

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guerra scoppierà di nuovo, e sappiate che lo farà con rinnovata potenza. Ad occidente marcia un incomparabile esercito, e presto giungeranno Fenici ad annunziarvi il suo arrivo. Sbrigatevi perciò ad eseguire ciò che avete stabilito. Udite quelle parole, subito tutti si diedero un gran da fare. Colwey e Feilon corsero da Ro, e le spiegarono ciò che era stato deciso; frattanto Ledolan, Innioles, Rendall e Tellon cercavano le Fenici e allertavano gli uomini. Anche Luia e Alinea uscirono dalla tenda, per tentare debolmente di convincere Feilon e Colwey a permettere loro di rimanere, ma senza alcun esito. Mel e Ronilis corsero dagli altri elfi del campo, pochi in realtà, per allertare quelli e rincuorarli con la loro storia. Solo Aliturn rimase nella tenda, pensoso; la sua mente era insondabile come sempre: eppure in quel giorno la sua fronte si crucciò più che mai, e sul viso del Veida apparvero improvvise nuove rughe e il peso degli anni, infiniti, trascorsi su Arret. Ovviamente Aliturn vedeva il Viandante, suo allievo e compagno nei secoli; lo vedeva, ma non diceva niente, né il Viandante proferiva verbo. Poi, dopo minuti, od ore, che era rimasto nella tenda, il Viandante udì la limpida voce di Ro chiamare e raccogliere con sé le altre Aquile. Vide allora quelle immagini, con Aquile che prendevano il volo verso nord, altre verso sud, e altre, fra queste Ro, che, con Alinea e Luia in groppa, volavano poco più a sud, verso Minaran; in pochi minuti così Alinea e Luia furono nella città. Ro atterrò vicino al palazzo reale, dove rapidamente s’era radunata una gran folla all’arrivo dei volatili e delle donne. Dal palazzo, subito corse fuori Aulon, che era lì ospitato; l’uomo vide Luia, e la donna che aveva conosciuto soltanto per pochi minuti, ma per cui Ewaniwe lo aveva convinto a correre quei rischi immensi a Kala. Alinea gli narrò tutto, su ciò che era accaduto dopo che erano partiti da Kala, sulla ferita di Ewaniwe curata dagli Eida, e sui Numerali: Aulon la seguì nelle sue parole fino ad un certo punto, ma di troppe cose non era a conoscenza per capire tutto ciò che gli era detto di fretta. Poi le donne gli diedero l’ordine del Consiglio, d’allertare tutte le forze della città per prepararsi al peggio. Nel porto intanto le navi pattugliavano notte e giorno, e i mari venivano solcati ogni ora per difendere Minaran da un attacco da quella direzione. In città si trovavano gran parte degli Elfidraghi d’Innioles, e anche molte delle persone che erano fuggite dall’avanzata di Gnomanar. Ovviamente si viveva in una situazione di gran caos, ma almeno negli ultimi mesi la vita era tornata un po’ più normale; non c’erano stati,

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infatti, grossi attacchi da quando avevano dato inizio alla ricerca, ma più che altro scaramucce dinnanzi alla Grande Muraglia. C’era chi pensava che Gnomanar s’era acquietato perché già aveva soddisfatto con le sue conquiste il suo desiderio di potenza: ovviamente c’erano anche molti altri, la maggior parte, che erano sicuri che prima o poi l’Oscuro Signore sarebbe tornato alla carica, e per ciò ci si preparava, anche quel giorno, e si viveva sempre all’erta. Le Aquile s’appollaiarono sul tetto del palazzo reale, l’edificio più alto del Minar, anche loro nell’attesa degli eventi; le altre Aquile volarono ai druidi oltre il Mare Interno, e in breve quelli furono avvertiti. Ci volle tempo però a quelli per armare le navi e preparare le truppe di Templari. Altre Aquile ancora giunsero a nord, a Menhan, e annunziarono la loro richiesta d’aiuto: Menhan però non fece in tempo a partire, che altri ospiti giunsero a lui, anche più inaspettati delle Aquile. Il messaggio per Cerdon fu mandato da Alinea stessa, attraverso una bottiglia, verso la città, in continuo movimento, di Mala. Esso fu raccolto da una delle navi corsare della città, e con segnali di luce giunse rapido a Cerdon, che subito ordinò d’armare le navi. Intanto era calata la notte sul Minar, e rombi di guerra provenivano da più a nord, assieme al battito delle ali delle Fenici. Queste volavano veloci dall’occidente verso l’accampamento di Ledolan e Innioles; atterrate, in fretta fu annunziato ciò che già Aliturn aveva predetto: un esercito ad occidente marciava verso la Grande Muraglia. Alla sua guida i Lorfobeth, non tutti e sette, ma senza il maggiore fra loro, in sei, e guidavano infinite schiere di mostri; l’esercito era davvero imponente. Probabilmente Gnomanar aveva messo assieme per mesi tutte le sue forze per sferrare ora un attacco definitivo. Non solo i Lorfobeth componevano quell’esercito: per terra orchi, orchetti, goblin, Elfi ed Uomini Neri, non morti, giganti, mannari, ed ovviamente i ghensfir, tutti questi, a migliaia, o a centinaia di migliaia, marciavano contro il Minar. Era uno spettacolo orribile e incredibile assieme; L’orizzonte era completamente coperto dalla distesa dell’esercito di Gnomanar che avanzava verso la Grande Muraglia, e l’esercito si distendeva per miglia e miglia, senza quasi avere fine. Forse altri mostri, inoltre, avanzavano anche da altre direzioni, o forse dal mare, mentre il cielo era solcato da altre creature infernali, e fra queste spiccavano gli Avvoltoi, antichi nemici dei Draghi e delle Aquile, e soprattutto gli Uccelli di Fuoco, che devastavano le terre su cui volavano voraci, quando queste non erano già state distrutte dalle passate o dalla presente spedizione. Queste furono le

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notizie portate dalle Fenici all’accampamento, del tutto simili a quelle che aveva dato Aliturn. Lo sconforto calò fra le tende, dove erano riuniti Minariani assieme ad altre genti del Grande Regno, e con questi taluni elfi al seguito d’Innioles. Ledolan, Colwey e Feilon allora presero a rincuorare tutti i soldati, ma con scarso esito, e inoltre ora tutti temevano per un attacco via mare verso Minaran, che se fosse avvenuto con una forza pari a quella cui accennavano le Fenici, difficilmente sarebbe stato possibile sopraffare. Tuttavia non furono in molti ad avere il tempo di dolersi degli avvenimenti: l’esercito di Gnomanar giunse, infatti, presso la Grande Muraglia che era notte fonda, e l’orda mostruosa di nemici impiegò lungo tempo per schierarsi in posizione d’attacco. Le Fenici erano sorte in volo, per evitare incursioni delle creature volanti del Nemico, ma queste le soperchiavano innumerevoli volte in numero; tuttavia, per il momento, i Lorfobeth temporeggiavano di fronte alle mura. Dietro le mura invece la frenesia regnava e tutte le truppe furono allertate; ci si attendeva qualcosa di simile ad un assedio, ma era difficile pensare che questo potesse durare a lungo e che le mura potessero resistere. Anche Aliturn si dava da fare per organizzare la resistenza, e Feilon salì in volo assieme ad una delle Fenici per osservare la consistenza delle forze del Nemico; ne fu terrorizzato e assieme inorridito. Tornato all’accampamento, subito venne a riferire; mentre Colwey chiedeva informazioni, quello rispondeva: - Sono in numero infinito! Non se ne scorge la fine…non c’è speranza! - Ma se rimarremo dietro le mura – rispose Colwey – allora riusciremo a difendere il Minar, non è così, Aliturn? Il Veida scosse il capo, e per la prima volta si vide un’espressione avvilita sul suo viso: - Non resisteranno. Oggi è tempo che voi abbandoniate questa terra. Io rimarrò qui mentre voi andrete a difendere Minaran, perché oggi si realizza ciò che ho sperato fino all’ultimo che non dovesse mai accadere, ed in ciò ho sbagliato, ritardando la vostra fuga. Quanti di voi possono andare via, lo facciano, ma qualcuno resti, pochi, a difendere per quel poco che serve queste mura, finché voi non sarete arrivati distanti da qui sulla via per la capitale. Tutti sbiancarono in viso, mentre il Veida parlava: Colwey non voleva credere a quelle parole, mentre Feilon era col capo chino verso il basso. Poi il barbaro urlò al Veida, in preda all’ira e allo sconcerto: - Non voglio credere a ciò che dici! Rimarremo qui, e assieme

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vinceremo questa battaglia, ne sono sicuro! - No – rispose calmo e rassegnato Ledolan – non rimarremo tutti. Tu, Colwey, assieme a Feilon e agli altri, andrete a Minaran. Qui rimarrò io, che ho ancora da vendicare la morte di tanta mia gente, davanti a cui sono fuggito. – Ledolan fissò Feilon con grande dignità – Ti prego di accettare questo mio ultimo ordine. Innioles si disse d’accordo con Ledolan, e con lui Rendall e Tellon. Colwey, e questa volta anche Feilon, stava per intervenire per controbattere, quando anche Aliturn stroncò ogni discussione dicendosi d’accordo con il cavaliere del Numer. Subito allora la decisione venne manifestata ai soldati, per trovare un numero di persone che volessero rimanere a difesa del passo. Ne furono scelti un migliaio, soprattutto fra i veterani e le persone capaci di impugnare delle armi ma in fin di vita o malate. Tutti gli altri, prese le loro cose, con in testa Rendall e Tellon, e a capo della retroguardia Feilon e Colwey, si diressero verso la capitale del Minar, mentre intanto era sorta da poco l’alba. Così vennero lasciati a combattere quella battaglia, la battaglia della valle di Lugg, in pochi, valorosi e veterani, come già in precedenza era successo nell’Oldar al vallo di Onidar: Aliturn rimaneva con i volontari per la battaglia, a rinforzarli con la sua presenza. Poco dopo dell’alba, quando la maestosità delle forze del Nemico appariva chiaramente anche dalla sommità delle mura, i Lorfobeth avanzarono da soli verso una delle porte della Grande Muraglia. Venivano in ambasceria a chiedere la resa dei loro avversari. Aliturn uscì allora dalle mura, per rispondere agli Stregoni, mentre in alto le Fenici, rimaste per dar man forte in quella resistenza, volavano a mostrare la loro presenza. Uno dei Lorfobeth, dinnanzi al Veida, parlò: - Aliturn, tu che sei della nostra stessa stirpe, non ti opporre a noi, oggi che è scritta la tua morte, e unisciti alle nostre forze; evita la tua sorte, perché già sai che non in tutto si compirà la Profezia, ma sicuramente essa avrà ragione nel sancire oggi il tuo declino! Il Veida, senza reagire apparentemente alle parole del Lorfobeth, chiese con tono solenne e ostile: - Dimmi cosa volete realmente, e non perdere tempo, servitore di Gnomanar. - Arrendetevi – gli disse un altro – e forse avrete salva la vita. Alcuni almeno. - Se oggi dovremo morire – rispose Aliturn spazientito tornando

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indietro, dando le spalle ai Lorfobeth – lo faremo combattendo, e prendendo quante più vite delle vostre. Così dicendo Aliturn tornò indietro ed entrò di nuovo dalla porta della muraglia, mentre i Lorfobeth, sui loro destrieri, ghignando, si ritiravano anch’essi fra le file delle loro schiere. Pochi minuti dopo, al suono di corni e di tamburi, incominciò il massacro cui il Viandante fu costretto ad assistere.

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VIII Bosco Scuro

La mattinata successiva ripartimmo; lasciata l’Isola dei Morti, nel Lago Maggiore, il nostro viaggio verso occidente divenne molto più lento. Volavamo lenti e nascosti, spesso anche molto bassi, su quelli che un tempo erano i territori del Tedar: facevamo ciò perché temevamo che Gnomanar avesse approntato delle difese temendo l’arrivo dei portatori; in particolare Lindore temeva che volassero sopra quei cieli gli Uccelli di Fuoco. Non sapevamo che allora già quelle creature lottavano poco più a sud, nel Minar. Lindore, la Fenice su cui volava Lendelin, e che seppi, aveva portato me e tua madre da Kala sino alle Terre dei Sogni ad oriente, era la più grande fra le Fenici che ci accompagnavano; Meliki e Terda erano maestose, ma Lindore era molto più imponente e regale delle altre Fenici. Tuttavia Lindore aveva anche una grossa ferita, rimarginatasi, sull’ala sinistra: ci disse che gli era stata inferta da uno degli Stregoni, com’era accaduto a me, solo che la ferita di Lindore non era mai stata guarita dagli Eida, mentre la mia sì. Continuammo a volare in questo modo per tutta la mattinata e il primo pomeriggio, mentre il paesaggio si faceva sempre più triste e desolato fra le terre che un tempo avevano fatto parte del Grande Regno. Sorvolammo anche quella che era stata la biblioteca d’Aliturn, ora un cumulo di macerie e di cenere, tutta andata in fuoco durante le invasioni delle orde di Gnomanar. Volando giungemmo alle Terre di Confine, patria di Colwey, e poi alle Terre Inesplorate, ultimo confine con le lande diretto possedimento del Nemico. Lì, la ferita di Lindore prese a pulsare e a dolergli, come un tempo era accaduto anche a me, a Kala, alla vista di uno degli Stregoni. Attraversavamo un banco di nubi che venivano dall’occidente quando ciò accadde, e immediatamente Lindore precipitò verso il basso, riprendendo solo dopo un po’ il controllo del volo. Atterrammo allora per sincerarci delle condizioni della Fenice, ma essa ci rassicurò, e

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rassicurò anche le sue compagne, sicché riprendemmo il volo; volammo ancora, tanto che era giunta una nuova sera, indistinguibile tra le altre cose dal resto del giorno, in quelle terre, visto il banco di nubi che coprivano e ammorbavano il cielo, impedendo alla luce di riscaldare quelle terre d’Arret, e intravedemmo da lontano gli alberi tenebrosi del Bosco Scuro. Lì di nuovo Lindore dovette cedere al dolore della sua ferita. Dal bosco ululati e brusii pervenivano alle nostre orecchie, mentre intanto la grande Fenice, e noi con lei, eravamo atterrati poco distante, attendendo che le condizioni di Lindore migliorassero; ma ciò non accadde. Lindore agonizzava solo alla vista del bosco, soffrendone il malefico potere. Fino a quel momento avevo pensato che sopra a quei volatili noi fossimo davvero invulnerabili, ma ora m’accorgevo di quanto grande fosse il potere del Nemico, per abbattere così, senza azione alcuna, una creatura di tale potenza. Lindore era vittima del terrore che affligge coloro che hanno patito le ferite del Nemico, e io lo conoscevo bene quel terrore, perché l’avevo provato sulla mia pelle: allora ci s’immobilizza, ed è come se la volontà non esistesse più. Una folla di pensieri riempie la tua testa, e tutti concordano, tutti ti dicono di fuggire, di abbandonare la via che hai intrapreso, oppure di lasciarti andare al dolce oblio della scomparsa. Se io in quel momento non provavo quel dolore, lo dovevo solo ad Aliturn e agli Eida. Tuttavia, al di là della mia guarigione miracolosa, rimaneva il problema di Lindore e del nostro viaggio. Temevamo d’addentrarci da soli nelle terre di Gnomanar, ma se non ci fosse stata altra soluzione, l’avremmo fatto. Avremmo potuto, certo, viaggiare sopra Meliki e Terda, ma così Lindore sarebbe rimasta sola e abbandonata ai confini del Bosco Scuro, e l’idea non ci piaceva affatto; del resto, neanche Meliki e Terda avevano quell’intenzione, e in quel momento, anche se noi eravamo i portatori dei Numenali, occorreva una decisione che fosse ben accetta da tutti. Lindore allora parlò a Lendelin: - Grande Re Lendelin, non preoccuparti per me; compi il tuo viaggio verso occidente assieme alle mie compagne e agli altri portatori. Io n’attenderò qui l’esito. Non temere per me, ché i figli di Gnornak non tenteranno d’assalirmi, tanto è il terrore che causo loro, e soprattutto l’odio. - Appunto perché ti odiano – Lendelin contraddisse la Fenice – ti assaliranno più volentieri. Intanto Meliki e Terda avevano preso a lamentarsi alle parole di

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Lindore, e Bellig aveva dato ragione al Grande Re. Io, m’avvicinai e parlai alla Fenice: - Lindore, conosco il tuo dolore, perché l’ho provato, come sai, e so che se proseguirai il viaggio, anche solo se per pochi metri, morirai o perderai i sensi, ad andarti bene; né è possibile lasciarti qui da sola, perché sei troppo debole. Torna indietro, vai a difendere Colwey e gli altri. Tu ci hai già aiutato fin troppo, e non dimenticheremo mai ciò che hai fatto per noi. Lendelin fu concorde con le mie parole, ma Meliki e Terda temevano a lasciare da solo Lindore, anche se per un viaggio verso l’oriente. Vista la situazione, Lendelin prese una decisione drastica: - E sia, anche Meliki e Terda verranno via con te, mentre il viaggio lo proseguiremo noi da soli. La Fenice scuoteva la testa e rimproverava aspramente le sue compagne, ma Lendelin continuò: - Non temere per noi, Lindore, perché abbiamo in ogni caso con noi il potere dei Numenali; tuttavia, se vuoi, tu e le tue compagne potrete rimanere con noi almeno per questa sera, e poi volare via domani mattina. Noi, infatti, non attraverseremo col buio Bosco Scuro, perché troppe insidie si nascondono fra quegli alberi maledetti. Meliki e Terda erano concordi con quest’idea, e, tutto sommato, anche io e Bellig, così alla fine Lindore si rassegnò a questa decisione. Trascorremmo allora la notte di fronte al Bosco Scuro, cercando di alleviare il dolore della Fenice curandola con qualche rada erba che trovavamo in zona, ma il rimedio era poca cosa. Di tanto in tanto delle crisi colpivano Lindore, che iniziava a lamentarsi e ad emettere suoni bassi o sibilanti, ma poi il dolore s’alleviava e la Fenice riprendeva il controllo di se stessa. Arrivò l’alba del nuovo giorno, e ce n’accorgemmo solamente perché con essa giunse anche la fame e il bisogno di nutrimento; da oriente avevamo portato con noi dei viveri, e così recammo soddisfazione a quel bisogno. Il cielo era completamente scuro e ricoperto di nubi, e il freddo era possente, tanto che ogni parte del nostro corpo tremava. Lindore,Meliki e Terda, rimasero ancora un po’ con noi che ci apprestavamo a ripartire, ma quando c’avvicinammo al bosco, le Fenici presero il volo verso oriente e ci lasciarono, credo per andare a ricongiungersi con il resto del loro stormo. Io, Lendelin e Bellig, invece, affrontammo Bosco Scuro. Quella foresta emanava possente un’atmosfera di disperazione e dolore. Lendelin ci raccontava

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che un tempo, quando Arret era ancora giovane e s’attuava la Prima Corruzione, in quel luogo si nascondeva Gnornak, e ancora oggi gli alberi e le pietre sono pregne del suo odio. Ululati, urla sguaiate e risate malefiche facevano seguito ai nostri passi, mentre fruscii sordi e la sensazione continua d’essere osservati erano compagni dei nostri movimenti. Tuttavia proseguimmo abbastanza spediti in quella terra, senza particolari intoppi, fin quando non calò di nuovo la sera, cosa che notammo di nuovo per la nostra fame. Allora il buio nel bosco si fece più intenso; una fitta nebbia calò fra gli alberi, rendendo evanescenti le nostre figure; i rumori si fecero continui, e ad essi s’aggiunsero come dei passi provenienti da ogni lato. Anche i nostri passi si fecero più veloci, intenzionati com’eravamo ad uscire da Bosco Scuro al più presto possibile, senza fermarci al suo interno neanche di sera: tuttavia ci sentivamo come col fiato di qualcuno sul collo. Pipistrelli ci volavano ai lati, con occhi iniettati di sangue; Il respiro ansimante di bestie c’era attorno, e con esso il loro muoversi, come in circolo, tutt’intorno a noi. Quello era il nostro terzo giorno di viaggio da quando eravamo tornati dall’oriente, e ora avvertivamo a pieno l’orrore che aveva preso le lande d’Arret. D’un tratto le bestie si fecero più vicine, i loro ululati si levarono al cielo, e i pipistrelli ci volarono radenti sulle teste. Tutto ci diede l’impressione della frenesia, mentre dei mannari ci assalivano e i pipistrelli tentavano di morderci sul collo. Afferrai la gemma che tenevo nella collana, e come per un soffio che avevo voluto inconsciamente, i volatili che avevo attorno furono sbalzati sugli alberi. Intanto dei mannari cercavano di azzannare Lendelin e Bellig, ma il saggio, anch’egli d’istinto, piantò per terra il suo bastone, e da quello come un muro s’issò contro le creature che ci sbatterono contro, ritirandosi poi indietro frastornate. Il Grande Re invece mulinava la sua spada, trafiggendo i mannari, e nel frattempo la sua corazza lo proteggeva dai pipistrelli. Dei mannari puntarono verso di me, ma imbracciai il mio arco e le mie frecce, e presi a scoccarne il più rapidamente possibile. Queste, come guidate dal vento, volavano veloci contro i loro obiettivi, facendone strage: al mio collo, il Numenale luccicava come una stella, illuminando di fronte a me. Bellig prendeva confidenza con il potere della sua gemma, facendo salire da terra cunei che colpivano i mannari, i quali in vano attendevano una sua distrazione per azzannarlo; ma non avrebbero mai trovato un momento in cui il saggio non fosse stato attento, tanta era la concentrazione che aveva raggiunto. Alla fine cinse

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tutto il suo corpo d’un’armatura di terra, che lo proteggeva, e nel frattempo, ricoperto anche il suo bastone, allontanava lentamente ma inesorabilmente le bestie che gli si paravano davanti. Nel frattempo avanzavamo nel bosco, convinti che presto avremmo raggiunto i suoi confini. Le bestie allora vennero richiamate da un fischio, e così si allontanarono da noi, in attesa: dall’ombra s’avvicinò quello che sembrava un elfo. Illuminai colui che s’avvicinava con la luce della mia gemma, ed egli gridò, mentre le bestie ringhiavano ai suoi piedi e i pipistrelli gli volavano intorno: - Spegni quella luce, m’acceca! Non vedi che sono solo un elfo? Sembrava come bruciare alla luce del mio Numenale, così allontanai il bagliore dall’elfo, e questi parve smettere di ardere. Aveva un colorito pallido, molto più pallido di quello di Mel e Ronilis, e lunghi, lunghissimi, capelli neri e lisci come paglia. Si sedette in mezzo alle sue bestie, e prese a parlare: - Che cosa volete, viandanti, fra le mie terre? Perché venite ad attaccare i miei prediletti? Non sapete che questa è la terra di Vurina, signore degli elfi di Bosco Scuro? Fu Lendelin a rispondere: - Vurina, non so di che stirpe degli elfi tu sei signore, ma io sono Lendelin e devo attraversare questa terra; non abbiamo attaccato noi le tue creature, ma semmai è accaduto il contrario. Ritirale ora, se non vuoi che ciò che è accaduto a loro accada anche a te! - Modera le tue parole, Lendelin, signore degli uomini: questo non è il tuo regno, ma il mio, e tutt’attorno a voi centinaia d’elfi della mia stirpe v’osservano già da quando riposavate fuori del bosco, e attendono che voi paghiate il vostro tributo per il passaggio. Questo bosco è il dono che ci diede Gnomanar per il nostro appoggio, e su di esso regno e legifero. Per ciò impongo che anche tu ti sottometta alle sue leggi e paghi il pedaggio a me, Vurina, signore di Bosco Scuro. - Che cosa vuoi, allora, Vurina, per lasciarci passare? Vurina rise, e rispose: - Lendelin, sai che per il modo in cui abbiamo vissuto, noi elfi di Bosco Scuro abbiamo perso da tempo la nostra immortalità: ma una cosa ci concesse Gnornak, e fu il dono più gradito e odiato che ci potesse fare. Ebbene, noi siamo eterni di natura, e recuperiamo la nostra eternità se beviamo il sangue degli altri popoli d’Arret. Tu concedici il sangue di uno di voi, e noi lasceremo passare gli altri. Se non accetterai la nostra

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richiesta, avrai firmato la tua condanna a morte. Lendelin non attese di consultarsi con noi, ma senza pensarci rispose: - Vurina, rinnegato fra gli elfi. Non avrai il pedaggio che chiedi, ma piuttosto ti attende la sorte che meriti! Dicendo così Lendelin si gettò contro l’Elfo Nero del Bosco Scuro. Fu rapidissimo, mentre attorno a noi si levò un vociare sorpreso. Io e Bellig ci avvicinammo, e iniziammo ad illuminare ogni lato del bosco con le nostre gemme: urla si levarono alla luce che proveniva dai Numenali, e con esse rumori di elfi che cadevano storditi e s’allontanavano impauriti. Vurina intanto lottava con Lendelin, cercando di sottometterlo: lo fissava dritto negli occhi. In viso aveva una strana espressione, come se chiedesse allo stesso tempo d’essere salvato e di cedere al suo potere: Lendelin non riusciva a fissarlo senza essere colpito da quel viso profondo. Tuttavia il Grande Re s’accorse ben presto che quando guardava gli occhi di Vurina rimaneva come sospeso e intorpidito, come se l’elfo avesse il potere di penetrare nella sua anima e avvinghiarla al suo volere. Allora il Grande Re distolse lo sguardo da quello di Vurina, e s’avvicinò a me e a Bellig. Vurina scagliò contro di noi le sue bestie, ma queste furono presto vittime della spada di Lendelin e del bastone di Bellig; anch’io contribuivo con il mio arco, ma per la maggior parte del tempo stavo ad illuminare il bosco per evitare l’assalto della gente di Vurina. Il signore degli elfi di Bosco Scuro vide cadere ad una ad una tutte le sue creature, e alla fine si vide solo nella lotta, mentre Bellig pensava agli ultimi mannari e io mantenevo accesa la luce del Numenal. L’elfo, vistosi solo, mostrò allora la sua nera anima. Gridò, e si gettò veloce su Lendelin: il Grande Re e l’elfo caddero assieme per terra, mentre Lendelin perdeva la sua spada e rimaneva avvinghiato a Vurina. Questi stava sopra al mio amico, e sgranava i suoi occhi verso quello, che tentava di non fissarli. Lendelin però era sempre più vinto da quello sguardo, e ormai aveva quasi smesso di dimenarsi. Vurina allora aprì la sua bocca, mostrando dei lunghi canini e affilati; s’avvicinò al collo del Grande Re, pronto a morderlo e a prendersi il suo pedaggio. Vidi la cosa e istantaneamente spostai la luce del mio Numenale verso l’elfo, colpendolo in pieno, sicché questi subito s’allontanò come vinto da un calore insopportabile. Lendelin si riprese, anche se era ancora un po’ stordito, e corse verso la sua spada per raccoglierla. L’elfo non riusciva a vedere, mentre la luce lo abbagliava e lo bruciava, e copriva con la mano gli occhi tentando di fuggire. Udii dei rumori dietro di me, veloci

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scendere da un albero, così fui costretto a volgere la luce in quella direzione; Vurina allora ebbe il tempo di correre, per vendicarsi, contro di me. Fece qualche passo, ma non riuscì a raggiungermi: la spada di Lendelin lo trafisse in pieno, al cuore. L’elfo cadde a terra, morto, e in pochi attimi divenne cenere e fango, mentre tutt’attorno a lui, acqua bagnava il terreno rendendolo umido e fangoso: era fuoriuscita dalla spada del Grande Re. Non ci rimase tempo per parlare, o per guardare la cenere di Vurina che si disperdeva fra le foglie a causa del vento. Ad un segno di Lendelin, io e Bellig, che finalmente aveva finito di sistemare gli ultimi prediletti di Vurina, corremmo fra gli alberi. Lendelin davanti a tutti brandiva la sua spada colpendo all’impazzata; Bellig mi copriva le spalle, mentre io, per ultimo, facevo luce dove mi capitava per rallentare gli inseguitori. Sentivamo che gli elfi ci venivano dietro, ma erano rallentati dalla luce del mio Numenale. Poi scorgemmo gli ultimi alberi di Bosco Scuro, e la nostra corsa si fece più rapida. Raggiungemmo il confine del bosco, e ci gettammo fuori: avevamo raggiunto il Regno Nero, e la luce faceva capolino, fra le nubi, come invece non faceva fra i rami che avevamo appena lasciato. In ogni modo anche nel Regno Nero il sole era coperto, soprattutto all’alba di quel nuovo giorno: la terra era pianeggiante, solcata da letti di fiumi ormai secchi da tempi immemorabili. Pozze d’acque bollenti intervallavano una terra spoglia e arida e piccoli valloni ci facevano da nascondiglio quando avvertivamo che dei nemici erano vicini. In uno di questi ci nascondemmo, e quando fummo certi di essere al sicuro, dormimmo per riprenderci dalla notte trascorsa. Riposatici e nutritici, riprendemmo il nostro viaggio, ormai giunti nella dimora del Nemico. Il freddo era intenso e pungente, e un vento gelido dalle coste ad occidente lo rendeva ancora più insopportabile; tuttavia, più ci avvicinavamo al centro di quella terra dimenticata dagli Eida, più dei rigagnoli di lava contribuivano a dare a quel luogo un’atmosfera infernale. La nebbia era per tutto il giorno bassa, e la cosa contribuiva ad impaurirci e a nasconderci, né si avvertivano suoni, se non di tanto in tanto ululati e ghigni. Il Regno Nero ci appariva comunque disabitato, o meglio, smobilitato, come se tutte le miriadi di mostri che sapevamo popolarlo, ora fossero altrove. Pensammo che fossero ad oriente, alle porte del Minar, e la cosa rese il nostro passo più celere mentre attraversavamo quella piana maledetta. Un’altra giornata passò viaggiando per il regno, sempre all’erta. Nascostici, di nuovo, questa volta dietro una piccola collina,

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approntando dei turni di guardia, dato che non avevamo trovato nulla di meglio, trascorremmo la notte, infreddoliti e stanchi per il lungo viaggiare. Ci risvegliammo nelle stesse condizioni in cui eravamo andati a dormire, e la notte ci aveva portato solo incubi e paure. In ogni caso, caricatici di nuovo delle nostre poche cose, riprendemmo il cammino. I fiumi di lava si facevano sempre più consistenti e frequenti, mentre sorgeva una nuova giornata, o forse sorgeva altrove, ma non in quella terra dimenticata dal sole e dalla luna. Trascorremmo camminando anche quasi tutto il quinto giorno dalla nostra partenza da oriente, finché scorgemmo da lontano, massiccia e imponente, la sagoma del vulcano, Lingua di Fuoco, come è comunemente chiamato su Arret: ai piedi del monte, la reggia di Gnomanar. Camminammo piano, circospetti, prestando attenzione che non ci fosse nessuno nascosto pronto ad assalirci. Non c’era nascondiglio che potesse renderci sicuri in quel luogo, e tuttavia non scorgevamo alcun nemico. Anche i posti per le vedette sulle torri erano vuoti, e la nostra sensazione riguardo alla povertà d’abitanti di quelle lande era confermata. Nondimeno la reggia incuteva grandissimo timore, con i suoi fiumi di lava tutt’attorno, provenienti dal monte vicino, e le sue torri, collegate fra loro da mura nere come la notte, come le torri del resto. Al centro delle mura, l’entrata esterna della reggia, aperta, come se nessuno s’attendesse rischi, o li attendesse felice. Anche il cortile interno era sgombro: questo era completamente coperto da un fitto banco di nebbia. Ci sembrava infinito, mentre lo percorrevamo cauti e all’erta. Anche la luce del mio Numenale non perforava quella nebbia, sicché alla fine smisi d’usarla. Ci perdemmo l’uno con l’altro, o forse una magia non ci fece più scorgere, non lo so: lo stesso non vidi più Lendelin e Bellig. Delle voci allora iniziarono a parlare, ed erano voci suadenti, femminili e calme. Esse mi parlavano, sussurrando come all’orecchio: chiedevo in vano chi fossero e cosa volessero, ma non ricevevo risposta. Invece le voci continuavano a ripetere la stessa litania; dicevano: - Lascia questa reggia, lascia i tuoi amici e fuggi; ritorna ad oriente, dai tuoi cari, ritorna ad oriente. Lì c’è chi ti attende, e attende che tu la difenda. O unisciti a noi e in eterno vivi con il signore Gnomanar. Cercavo di non ascoltare quelle parole, ma esse penetravano fin dentro l’animo. In vano tentai di coprirmi le orecchie, ma nulla serviva a zittire quelle voci. Poi una voce maschile, possente, come se ruggisse, iniziò a ripetere con forza quelle parole, e io sentivo la mia mente come cedere a

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quella voce, come abbandonarsi al suo volere e volgersi all’indietro. Tentai di pensar ad altro, di distrarre i miei pensieri. La mia mente si volse subito ad altri luoghi, ad altre voci e suoni da quelli che ora sentivo. Pensai a tua madre, al figlio che portava in grembo; pensai a Colwey, che tante volte m’aveva salvato la vita; pensai all’oriente, elle meraviglie che vi avevo visto e ai giorni di pace che vi avevo trascorso. Le voci si fecero più deboli, finché scomparvero; solo la voce maschile continuò ad urlare alle mie orecchie, forte, il suo ordine e le sue richieste: quella voce martellava la mia mente, e nulla, nessun ricordo di tempi e luoghi felici, riusciva a farla sparire. Poi, improvviso, come un lampo davanti a me, e una parola: - Svegliati! Una voce, a me ignota e mai più riudita, parlò, e d’un tratto mi ritrovai assieme a Bellig e Lendelin dinnanzi alla porta interna del cortile. Anche Bellig e Lendelin subirono la stessa sorte d’Ewaniwe. Anche il loro coraggio e la loro sanità furono messi a dura prova, come ricordava il Viandante. Il saggio vide innanzi a sé il suo maestro, Baurin, da tempo morto, tentare di convincerlo con parole severe ad abbandonare il suo cammino. Egli era nel torto, egli lottava contro il giusto, egli lottava contro il potere. Bellig era allibito dinnanzi a Baurin che in tale modo lo rimproverava: temeva di compiere ciò che era sbagliato, di andare contro giustizia; temeva d’aver frainteso tutto ciò che gli aveva insegnato il maestro. Tuttavia nell’animo aveva una certezza, superiore ad ogni sapienza, che sentiva ribollire nel cuore; sapeva d’essere nel giusto, sapeva di non compiere torto nel lottare contro Gnomanar. Lo urlò al cielo, e come neve al sole, l’immagine di Baurin gli sparì di fronte e gli apparve la porta nera della reggia. Lendelin pure combatté la sua prova. Natul, suo padre, gli apparve. Il vecchio sovrano gli ricordava la sua mortalità: gli ricordava quanto erano limitati i suoi poteri, quanto era misera la sua vita di fronte a quella di Gnomanar. Come poteva lui controbattere a tanto potere? Sarebbe stato meglio unirsi ad esso. Se avesse lottato al fianco di Gnomanar, sarebbe stato invincibile; la sua gloria sarebbe stata eterna, come la sua vita grazie a doni dell’Eida. E infinita sarebbe stata la sua ricchezza, ché tutto gli avrebbe dato l’Oscuro Signore se quello gli avesse donato i Numenali. Ma il ricordo dei Numenali rimembrò alla mente di Lendelin il segreto delle gemme; egli ricordò anche il fardello

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che portava, della decisione sul segreto. Non poteva lasciare un tale potere a chi n’avrebbe fatto il peggiore degli usi! Brandendo nuovamente con forza la spada, Lendelin tentò di cacciare l’immagine di suo padre davanti a lui: Natul lo rimproverò perché non ascoltava le sue parole, e gli si avvicinò, mentre Lendelin invano tentava di intimare al padre di non muovere alcun passo; ma quello sordo alle parole del figlio gli venne vicino. In un attimo, Lendelin piangente sollevò la spada, e diede un colpo di taglio dall’alto in basso. Non guardo ciò che faceva, eppure compì quell’atto, come spinto da chissà quale forza, a lui infinitamente superiore: Natul, la sua immagine, sparì così come era apparsa. Al suo posto la porta della reggia.

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IX Aliturn

Colwey e Feilon, Rendall e Tellon, assieme ad Innioles, Mel e Ronilis si ritiravano con i loro uomini già da qualche ora. Era passata da poco l’alba quando erano partiti dalla valle di Lugg, e ora che era mattina inoltrata, seguendo il corso del Lugg verso sud, viaggiavano verso Minaran. Le migliaia di uomini che erano con loro erano di malumore mentre viaggiavano; si sentivano tutti dei codardi perché avevano abbandonato dei compagni, più coraggiosi di loro, a morire nella valle, mentre loro fuggivano verso la capitale per cercarvi scampo: gli stessi sentimenti provavano soprattutto Colwey e Feilon. In particolare l’ultimo si pentiva d’aver male giudicato in passato Ledolan, che ora s’immolava assieme ad Aliturn per dar loro il tempo di fuggire. Colwey invece ricordava quando, più o meno allo stesso modo, aveva dovuto fuggire via dall’Oldar. Non era certo un bel ricordo. Rendall e Tellon erano invece preoccupati per altri motivi: il primo si trovava quasi come un re senza un popolo, giacché ora gli abitanti del Rogan erano dispersi nel Minar. Il secondo invece vedeva anche la sua terra come ormai una futura conquista di Gnomanar, e si sentiva un omino insignificante travolto dagli eventi (e in realtà era davvero un omino, soprattutto a paragone del re del Rogan, alto quasi quanto Colwey). Colui che invece era più lucido allora era Innioles: questi guidava i suoi elfi, né aveva provato terrore dinnanzi alla vista delle schiere di Gnomanar, né s’era fatto ora prendere dal panico nella ritirata, e allora tutto giudicava con razionalità e saggezza. Innioles poteva essere antipatico per la sua fierezza e il suo orgoglio, oltre che forse per la sua freddezza, ma in battaglia dimostrava tutta la sua esperienza di veterano, di chi va in guerra contro il Nemico da secoli. Suo padre aveva combattuto nella Seconda Grande Battaglia, e lui era già abbastanza grande allora da partecipare alle scaramucce meno pericolose e da prender contatto fin da

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giovane con l’arte del combattere. Sempre da suo padre, generale allora fra gli elfi, aveva appreso i segreti della guerra, e ora rimaneva come uno degli ultimi grandi combattenti delle genti elfiche. La sua vista era aguzza, e il suo ordine meditato, per questo era così rispettato fra gli Elfidraghi che comandava. Anche Mel e Ronilis lo rispettavano grandemente, e in particolare per il Lovariano Innioles era una vera e propria leggenda vivente, per quante volte era stato al fronte nelle piccole scaramucce che da quando era sorto Gnomanar avevano visto coinvolti anche gli elfi. Le truppe marciarono veloci accanto al Lugg: quando capitava, chi poteva adoperava delle navi che salpavano sul fiume, e così a poco a poco gran parte dei combattenti in marcia salì su numerose imbarcazioni, e rapidamente, attraverso le correnti del fiume, raggiunse le porte della capitale del Minar. Giunte nei pressi della città di Minaran, le truppe abbandonarono le imbarcazioni, e assieme, con in prima linea coloro che guidavano quell’esercito, si presentarono dinnanzi alle porte della città. Non appena l’esercito fu scorto da coloro che erano dentro la città, subito fu accolto all’interno delle mura. Rapidamente Colwey e gli altri furono condotti al palazzo reale, quello che era l’abitazione di Tellon e che ora ospitava Luia, Alinea e Aulon. Luia, non appena seppe che era giunto in città il suo Feilon, subito corse ad abbracciarlo. Erano arrivati che era pomeriggio inoltrato, e non sapevano come stesse andando la battaglia nella valle a nord: raccontarono come, alla vista dell’esercito che s’apprestava alle mura, Aliturn avesse ordinato a tutti loro di allontanarsi, e che solo Ledolan aveva insistito per rimanere con il Veida fino ad ottenere il permesso. Quelli che ora si trovavano nella città erano fuggiti prima a piedi, poi attraverso delle navi sul Lugg, che giungeva sino alla capitale e la attraversava. Non sapevano altro, né altro potevano dire, e così tutti allora rimasero in silenzio, attendendo che qualcuno prendesse la parola e desse un po’ d’animo agli spiriti spenti; ci penso Innioles a farlo. Naturalmente fece la cosa alla propria maniera: ordinò a tutti di preparare presto la città all’assedio. Se Minaran fosse stata conquistata, pensava, la guerra sarebbe stata irrimediabilmente perduta. Comandò a Tellon d’annunziare dal palazzo reale gli ultimi avvenimenti ai suoi sudditi, mentre intanto tutti gli altri preparavano i reparti e gli uomini dell’esercito. Lui si sarebbe occupato delle cose nel porto, assieme a Ronilis e Mel. Così furono disposti gli ordini, e tutti andarono ad intraprenderli. Luia e Alinea furono invece chiuse nella stanza della

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seconda, e fu allestita per questa una scorta speciale di elfi, pronta anche alla morte più orribile pur di difenderla. Calò la notte mentre si apprestavano questi dispositivi di difesa e Tellon annunziava il probabile assedio dalle finestre del suo palazzo, ad una popolazione impaurita e scoraggiata. Frattanto nella valle del Lugg era accaduto ciò che tutti temevano: il migliaio di uomini scelti, e fra loro non c’erano più elfi, s’apprestava alla difesa della Grande Muraglia già dalla mattinata. Le Fenici volavano sulle mura, e di fronte a loro volavano in segno di sfida gli Avvoltoi e gli Uccelli di Fuoco. Gran rumore di tamburi proveniva dallo schieramento del Nemico, mentre i sei Lorfobeth a capo di esso passeggiavano fra le schiere, sempre con lo sguardo alle mura, e incitavano le creature di Gnomanar. Aliturn, sulle mura, mirava a quell’infinito esercito, e con lui Ledolan; anche l’uomo era convinto ormai della sua morte, e così la attendeva in pace con la sua coscienza. Non c’era molto da fare: quei volontari potevano solo attendere le mosse del Nemico, e sperare di sopravvivere il più a lungo possibile. Stranamente gli uomini che proteggevano le mura erano allegri. Alcuni cantavano, altri, fra quelli che stavano meglio, facevano esercizi ginnici. In pochi invece trascorrevano le ore d’attesa pregando gli Eida ed Euon. In quest’atmosfera s’attendeva l’attacco che giunse nell’ora più calda della giornata. Gli Elfi Neri non attaccarono, ma rimasero chiusi nelle tende, aspettando l’arrivo della notte. In compenso, tutte le altre orde di creature del nemico si gettarono contro la Grande Muraglia ad un cenno dei Lorfobeth. Il rumore dei passi fu assordante, così come quello degli arieti che percuotevano le porte, mentre all’interno, Aliturn e Ledolan incitavano a resistere coloro che tentavano di tenere chiuse le porte, e altri gettavano cera bollente e olio contro le creature di fuori che spingevano. Corde dall’esterno venivano gettate per tentare di scalare la Grande Muraglia, facendosi sempre di più. Per qualche ora gli uomini riuscirono a non far salire sulle mura le schiere dei Lorfobeth, ma alla fine, sotto la spinta di quel numero impressionante di mostri, dovettero abbandonare le loro posizioni e arretrare o scendere dalle mura. Ledolan combatteva brandendo la sua spada: non era certo giovane, e tuttavia faceva rispettare la sua forza. Ma anche il cavaliere del Numer dovette cedere allo strapotere del Nemico, quando fu colpito alle spalle da un Ghensfir che aveva scalato la Grande Muraglia e che si era trovato dietro di lui. Gli uomini non cadevano però in preda allo sconforto, mentre

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giungeva il pomeriggio, e poi la sera, e gli Avvoltoi attaccavano nei cieli le Fenici, senza riuscire ad avere la meglio su queste. Invece coloro che ubbidivano ora solo ad Aliturn arretravano, e arretravano vistosamente, quando le schiere del Nemico s’erano appropriate delle mura e ora sciamavano nel Minar. Era sera, e solo Aliturn combatteva facendo strage di mostri, con un bastone di legno che brandiva come arma, mentre gli uomini invece cadevano come foglie. Anche le Fenici ora subivano l’assalto degli Uccelli di Fuoco assieme a quello degli Avvoltoi: ma il Veida invece non arretrava, sicché combatteva da solo fra le file del nemico, mentre gli uomini e le Fenici fuggivano alla disperata. Il potere di Aliturn era infinitamente superiore a quello delle creature che gli si paravano davanti, e così neanche i Ghensfir cercavano di contrastarlo, ma tutti rimanevano in attesa, come sperando che il Veida cedesse spontaneamente le armi. Allora uno dei Lorfobeth, uno di quelli che gli aveva portato l’ambasceria, il primo, gli venne incontro. Giunse entrando dalla porta delle mura, sul proprio destriero, il muso rosso di sangue degli uomini che aveva azzannato, uccidendoli; anche le mani del Lorfobeth erano sporche di sangue. Questi venne di fronte ad Aliturn, al piccolo trotto, mentre le schiere dei suoi servi si aprivano al suo passaggio: di fronte ad Aliturn, lo fissò immobile. Pronunciò parole di scherno, e si gettò addosso al Veida al galoppo. Lo colpì con la mano, ferendolo in viso e buttandolo a terra, poi, girandosi si fermò e rise. Aliturn si risollevò poggiandosi sul suo bastone, e asciugandosi il taglio in faccia con la sinistra, fece cenno al Lorfobeth di tornare alla carica. Il servo di Gnomanar accettò la sfida, e galoppò nuovamente, ma questa volta però il suo attaccò non andò a segno, perché il Veida lo disarcionò, colpendo il destriero, su cui cavalcava il nemico, al dorso, e schivando il colpo del mostro. Il Lorfobeth ruzzolò a terra, ma si rialzò prontamente. Il destriero si allontanò imbizzarrito, e poco dopo cadde morente per uno squarcio che dilaniava il suo corpo. In seguito scomparve in una nube di cenere nera. I due contendenti s’affrontavano ora, mentre attorno era finita la battaglia da un pezzo, e già era calata la notte e gli Elfi Neri uscivano dalle loro tende. Il Lorfobeth tentava invano di colpire il Veida, ma questi scansava senza del resto riuscire a ferire il nemico. Un rumore di passi s’udiva dietro nel frattempo. Il Lorfobeth tentò un nuovo assalto, ma il suo colpo andò completamente a vuoto; prontamente si voltò e diede un colpo di lato al Veida, colpendolo e rallentandone i movimenti, oltre che ferendolo al torace. Le schiere tutt’attorno che

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incitavano s’aprirono al passaggio d’un altro Lorfobeth, il secondo che aveva parlato nell’ambasceria. Aliturn tentò lui un attacco, e con il bastone impugnato come una spada tentò di colpire il Lorfobeth che gli stava davanti. L’assaltò fallì, e il mostro accennò una risposta, che il Veida fuggì spostandosi indietro. Un colpo potente e preciso infilzò allora il Lorfobeth, allo stomaco. Il bastone d’Aliturn s’era mosso repentino trafiggendo il mostro: ma il Veida non ebbe però il tempo di voltarsi. Il secondo Lorfobeth lo passò da parte a parte con tutto il suo braccio, mentre rideva al suo orecchio. L’ultima cosa che fece il Veida prima di morire fu eliminare quell’altro Lorfobeth: così, spingendo all’indietro il bastone che teneva il quel momento orizzontale gli fracassò il torace. Gli occhi del servo di Gnomanar si spalancarono, mentre cadeva all’indietro portando con sé il corpo ormai senza vita d’Aliturn. Caddero assieme, mentre già l’altro Lorfobeth diveniva cenere. Anche il secondo fece la stessa fine, mentre Aliturn si tramutava in finissima sabbia bianca. Il Viandante assistette così alla morte del bibliotecario, e alla scomparsa di colui che leggeva su Arret la Profezia alle genti. Mai più nessuno ricostruì la biblioteca, né la Profezia soggiornò fra le lande d’Arret. Da allora essa è letta solo ad oriente, e solo chi n’è coinvolto giunge sino a quelle terre. Lì gli Eida si mostrano a coloro che devono sapere, e mostrano loro il tomo della sapienza perduta d’Aliturn, rendendo palese il significato dei suoi versi. In questo modo si concluse la battaglia della valle di Lugg, anche se in realtà era già finita da tempo quando Aliturn soccombeva. Solo le Fenici n’erano scampate, e non tutte. Quando queste fuggirono, Avvoltoi e Uccelli di Fuoco si gettarono al loro inseguimento, ma il richiamo dei quattro Lorfobeth sopravvissuti li fece tornare indietro. Riorganizzato l’esercito, subito la spedizione ripartì, puntando verso sud, verso Minaran e la conclusione di tutto. Le Fenici giunsero anch’esse alla capitale sul far del mattino, e recarono con sé la notizia della sconfitta. Facevano frattanto ritorno le Aquile inviate come ambasceria a Dardarin a sud: esse annunziavano che gli abitanti dell’Isola dei Druidi apprestavano i loro aiuti. Con la mattinata si finirono i preparativi per l’assedio, ormai sicuro, e si pregarono per l’ultima volta gli Eida. La giornata era fredda, e le nubi erano basse e scure, più cupe del solito. Trascorrevano le ore, le ultime di pace per la città, ma già tutti gli abitanti erano presi dall’isteria. Gli elfi nel porto preparavano le armi e le navi, ché ci si attendeva anche un attacco dal

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mare. Giunse il pomeriggio in quell’atmosfera, e di fronte al porto della città fecero capolino delle navi che già Mel e Ronilis avevano conosciuto. Cerdon e i suoi approdarono e furono subito informati sulla situazione precaria. Il volto del signore di Mala era cupo, nondimeno egli non negò il suo aiuto per mare e per terra, lasciando alla guida di Feilon i migliori nella lotta fra i suoi uomini. Con la sera i timori aumentavano, e le Fenici più coraggiose che si gettavano in un volo disperato per osservare i movimenti del nemico, riferivano che l’esercito di questo era già circa a metà strada dalla città. Allora furono chiuse le porte delle mura della città, e Aquile e Fenici presero a volteggiare in alto sulle torri e sul palazzo reale. Ro guidava i due stormi, e, come da tanto tempo non accadeva, c’era concordia fra Aquile e Fenici. Trascorse così la notte, di calma apparente e di nubi che coprivano l’orizzonte. Nessuno dormì in quella sera fredda, e la veglia era vera signora della città. Il mattino era anche più gelido del precedente, e nubi coprivano il sole, sicché la giornata non fu che il prolungamento della notte. Una pioggia acre scendeva, mentre le ore passavano lente. Il mare s’intorpidiva e si faceva scuro, quando ad occidente apparvero anche le sagome di navi dipinte completamente di nero e con vele tinte di rosso. Esse provenivano direttamente dall’Artiglio a nord del Regno Nero, e viaggiavano già da lungo tempo, anche se giunsero alle porte della città al pari della spedizione terrestre. Alla guida delle navi, numerose e imponenti, Uomini Neri, Elfi Neri e non morti, che lanciavano urla indicibili di scherno a quanti stavano sulle navi ormeggiate nel porto. Con il pomeriggio giunse alle soglie della città anche l’esercito di Gnomanar: a guidarlo i quattro Lorfobeth sopravvissuti al destino d’Aliturn. Quando tutto l’esercito e le navi furono vicini alla città, sorse la battaglia, senza che prima vi fosse dialogo o ambasceria di qualche tipo. Il sole doveva essere al tramonto, quando in una folle e indemoniata carica, per primi i mannari, e poi tutto il resto delle creature di Gnomanar tonfarono contro le mura di Minaran. Intanto sui cieli Aquile e Avvoltoi, Uccelli di Fuoco e Fenici si davano battaglia, e l’aria era irrespirabile per i soffi di fuoco che la incendiavano; su taluni degli Uccelli di Fuoco volavano Ghensfir, anch’essi ardenti fra le nubi basse. In mare la flotta del Nemico, le navi nere, velocemente era andata a cozzare contro la flotta del Minar, accresciuta dalle navi elfiche del Morien e da quelle di Mala guidate da Cerdon. Proprio sul mare e in cielo la battaglia era più accesa e più aperta. Innioles, Mel e Ronilis

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erano su tre navi diverse, e lottavano contro gli Uomini e gli Elfi Neri che guidavano le imbarcazioni che venivano loro addosso. Le magie di Ronilis saettavano sul mare al pari dei dardi scagliati da Mel e Innioles sui ponti delle loro navi. Le navi corsare di Cerdon aggredivano per prime quelle dei nemici, e gli equipaggi di corsari della città di Mala erano lesti a salire sui ponti nemici e a far fuori coloro che gli si opponevano. Le bianche navi degli elfi e quelle color oro del Minar, invece, combattevano una lunga guerra di dardi infuocati e di lenti speronamenti, ed in ciò gli elfi si dimostravano più abili degli uomini. Per terra invece le mura della città ancora reggevano. Olio bollente, cera e bitume, preparati in gran fretta per l’assedio, tenevano lontane le scale degli assalitori e i loro arieti. Gli Avvoltoi non riuscivano ad assalire coloro che stavano sulle mura, che subito le Aquile di Ro erano addosso e li colpivano con i loro artigli. Tuttavia le forze del Nemico sembravano infinite, e anche fra questi esistevano frecce e opere che servivano per facilitare l’assedio: inoltre i Lorfobeth scagliavano magie potenti e malefiche dal basso, e nessuno riusciva a mirare loro incrociando con quelli lo sguardo, tanto il terrore che procuravano solo alla vista. Le loro magie colpivano gli uomini, invischiandoli come se ricoperti di cera o bitume nero, che li consumava fino a bruciarli. Due dei Lorfobeth richiamarono allora l’attenzione di due Uccelli di Fuoco e questi scesero ai loro piedi, mansueti. Salitici sopra, i Lorfobeth, nascosti in orribile e spettrale mantello scuro, volarono sino ad alcune delle navi. Ed essi salirono su due di quelle, e n’assunsero il comando. Così anche sui mari si diffuse il loro potere, mentre gli altri due continuavano la loro opera sotto le torri della città. La notte trascorse in un bagno di sangue, e con il sangue sorse anche l’alba del nuovo giorno. Con la tenue luce che filtrava dalle nubi, superiore in realtà a quella del giorno precedente, gli abitanti di Minaran, coloro che non potevano combattere per qualsiasi motivo e stavano al porto o in città nell’attesa di nuove notizie, s’accorsero di quanto nella notte le navi del Nemico, soprattutto con l’approdo su di esse dei due Lorfobeth, avessero superato in numero quelle degli alleati e dei Minariani. Le forze del Nemico erano quasi il doppio per mare di quelle degli uomini e degli elfi. Questi, arretrando, s’avvicinavano sempre più al porto, come per volersi barricare anch’essi in città. Le navi del Nemico, come fulmini cupi sul mare, avanzavano veloci, e spaccavano in due gli scafi delle navi degli uomini; gli elfi, unici fra gli alleati dei Minariani, non arretravano

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minimamente, ma anzi mantenevano la loro posizione in acqua. Tuttavia le navi degli elfi erano poche a confronto di quelle del nemico, e anche la sapienza e la magia di quel popolo soccombevano dinnanzi al potere tremendo dei Lorfobeth. Taluni equipaggi, addirittura, di fronte alle navi su cui comandavano gli Stregoni, si gettavano in acqua senza neanche combattere o tentare una resistenza. Questo non era però il caso delle navi guidate da Mel, Ronilis e Innioles, che s’adoperavano più di tutti per la resistenza sul mare. Fra le tre navi, era quella d’Innioles che guidava le altre due, e tutti e tre gli scafi navigavano vicini per difendersi l’uno con l’altro. Il sole, o la sua pallida immagine, saliva frattanto nel cielo, mentre anche per terra a poco a poco le truppe del Nemico s’avvicinavano sempre più a scalare le mura, e in aria Fenici e Aquile soccombevano al numero maggiore dei loro oppositori. Con il sole, che riapparve quel giorno anche se blandamente e nascosto alla vista degli uomini intenti ad altro, sul mare apparvero però nell’ora più calda anche navi amiche che giungevano da sud: Dardarin e i suoi giungevano ora a recare l’aiuto che avevano promesso. Intanto anche gli elfi erano dovuti arretrare con le loro navi, e già i primi fra gli uomini che erano approdati nel porto fuggivano dalle loro navi, e le imbarcazioni del Nemico sembravano aver costretto gli alleati alla fuga in città. Ma con l’arrivo di Dardarin la situazione cambiò e si volse per il meglio per gli uomini: dai ponti delle navi, druidi scagliavano magie contro gli equipaggi delle navi nere, e questi cadevano al potere degli abitanti dell’isola del sud. Le navi nere erano ora schiacciate fra le navi dei druidi e quelle dei Minariani e dei loro alleati. Gli uomini ora spinti dall’entusiasmo risalivano sulle loro navi, e con nuovo vigore assalivano e speronavano le imbarcazioni nemiche. Dardarin guidava i suoi negli assalti, e la sua armatura bianca e la sua spada dall’elsa d’oro e d’argento lo proteggevano nella lotta contro i nemici che gli si facevano contro. Presto le forze d’Innioles, Mel e Ronilis s’unirono a quelle sopraggiunte, schiacciando chi si poneva davanti. Le forze del Nemico sul mare cedevano velocemente il campo, mentre il calore del sole tiepido diminuiva per il passare delle ore. Le navi dei Lorfobeth, ora, sole si opponevano realmente a quelle degli elfi, che primeggiavano nella battaglia. Mel si ritrovò allora davanti la nave di uno dei Lorfobeth, e con coraggio temerario ordinò di speronarla. La nave nera fu tranciata in pieno, mentre gli elfi colpivano quanti di quell’equipaggio cercavano di opporsi. Il Lorfobeth salì allora sulla nave degli elfi, alla ricerca di chi

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aveva osato attaccarlo. Elfi cadevano ai suoi piedi, vittime di un insano terrore. Solo Mel resistette al suo potere, e gli si pose innanzi. Dardarin vide ciò che accadeva, e velocemente ordinò ai suoi d’avvicinarsi alla nave di Mel. Non appena ciò accadde balzò sul ponte, e brandendo la spada s’avvicinò all’elfo per recargli il suo aiuto. Una barba scura e corta ricopriva ora il viso dell’uomo, che non teneva quando aveva conosciuto l’elfo. I suoi templari degli scudi gialli erano le migliori truppe dell’isola a sud, ed egli primeggiava fra loro. Il Lorfobeth, per nulla colpito dall’arrivo dell’uomo, digrignò i denti e sollevò le mani al cielo per scagliare una magia, ma Dardarin, comprese le sue intenzioni, non dandogliene il tempo, gli si gettò addosso con la spada. Il mostro evitò il colpo, e solo il suo mantello fu fatto a brandelli dalla spada del templare. Tuttavia, il Lorfobeth non sopravvisse alla freccia di Mel, che questi aveva lanciato non appena il servo di Gnomanar aveva schivato l’attacco di Dardarin. Il dardo colpì il Lorfobeth in pieno volto, e questo cadde a terra, morendo immediatamente e divenendo cenere, mentre anche la spada consacrata di Dardarin gli si conficcava nel ventre. Mentre accadeva ciò su una nave, la nave di Ronilis veniva assalita da quella dell’altro Lorfobeth. Questo saliva sulla nave, e faceva strage di elfi: Ronilis gli lanciava magie, ma queste non ne rallentavano il passo. I due già si conoscevano, perché quello era, infatti, lo Stregone che aveva combattuto con il mago nella Torre della Magia dell’acqua nel Morien. Innioles, che in quel momento navigava vicino alla nave del mago, ma andando in direzione opposta, scorse la situazione. Era troppo distante per salire in tempo sulla nave, ma nondimeno non avrebbe lasciato che il suo amico morisse per mano del servo di Gnomanar. Ordinò di speronare la nave dell’elfo, proprio là dove si trovava lo Stregone. Con un’ardita manovra, il timoniere della nave eseguì quanto gli era stato detto, e lo scafo si spinse molto all’interno di quello di Ronilis. Lo Stregone, sospinto di lato, urtò contro l’albero della nave, rimanendo stordito, dando giusto il tempo a Ronilis per concentrarsi per la sua magia più potente, e ad Innioles per salire sullo scafo. Quando il Lorfobeth si riprese, voltandosi nuovamente verso il mago, una possente ondata d’acqua, frutto di una magia di Ronilis, lo scagliò lontano. Il mago cadde sfinito, e non ebbe il tempo di vedere come lo Stregone finì i suoi giorni. Ma questo, scivolando per il ponte, cadde proprio ai piedi d’Innioles che sopraggiungeva; l’elfo non batté ciglio né ebbe timore alcuno. Senza guardare il servo di Gnomanar, schiacciò la sua spada

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verso il basso, come volendola piantare per terra: la testa del Lorfobeth fu mozzata di netto dal suo corpo, e ben presto volò via come cenere perdendosi sul mare. Innioles corse a raccogliere Ronilis svenuto, e lo portò sulla sua nave: proprio allora si rese conto che la battaglia sul mare era vinta.

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X Un soffio nel fuoco

Mentre Innioles e Mel, Ronilis, Dardarin e Cerdon vincevano la loro battaglia sul mare, per terra e nei cieli la lotta infuriava. Da occidente, poco dopo che le navi dei druidi del sud erano giunte a recare soccorso alla città, erano volate sopra a Minaran tre Fenici: Lindore, Meliki e Terda giungevano da Bosco Scuro. Il loro viaggio era stato lento per le condizioni della Fenice ferita; Lindore, pur allontanandosi dalle terre su cui più forte era il potere di Gnomanar, tuttavia ora avvertiva forte il dolore per il taglio che aveva sull’ala. Nondimeno, la Fenice aveva desiderato venire a soccorrere il suo stormo nella capitale del Minar. Non appena giunse, il morale delle Fenici presenti, basso per la battaglia che le vedeva soccombere, si alzò incredibilmente, e ora le Fenici combattevano con nuovo vigore, stando attorno al proprio signore. Lindore guidava così il suo stormo, e Ro quello delle Aquile. Malgrado ciò, in cielo le forze del Nemico erano superiori, e in particolare erano gli Uccelli di Fuoco, che con crudeltà e violenza inaudita colpivano chi gli si parava innanzi. Così queste creature planavano non appena potevano sulla città, facendo strage di coloro che non erano impegnati nella lotta e rimanevano in attesa di notizie. Anche gli orchi e le altre creature lentamente ma inesorabilmente cominciavano a sciamare per la città. Dardarin, con tutti quelli delle navi, non appena le forze del Nemico sul mare furono debellate, subito sceso dalle navi, corse in aiuto di quelli dentro la città e sulle mura. Qui, Feilon, Colwey, Aulon, Rendall e Tellon cercavano di mantenere unite le forze e lottavano spalla a spalla. Nel palazzo intanto, Alinea e Luia rimanevano nell’attesa, affacciate alle finestre della camera della madre di Nelian, dove s’erano rifugiate, sperando e pregando. Non potevano uscire dalla camera, ché degli elfi al comando d’Innioles stavano innanzi alla porta a fare loro da scorta. Fuori delle mura e fra le strade si combatteva. All’interno della

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città ancora i mostri erano pochi, ma erano riusciti a penetrare da una delle tre porte della città, quella occidentale, mentre quella settentrionale e quella orientale ancora resistevano. Uno dei Lorfobeth sopravvissuti, decise allora che era giunto il tempo di schiacciare la città. Richiamato il maggiore degli Uccelli di Fuoco, vi salì in groppa, facendone scendere un Ghensfir che volava sulla creatura. Il ghensfir ringhiò e protesto, ma subito fu colpito dal mostro che lo lanciò lontano, e disinteressandosi di esso salì sul volatile e prese il volo. Il Lorfobeth lanciava magie dall’alto, e colpiva le Fenici e le Aquile che gli venivano incontro. Un altro invece, sfondava dalla porta occidentale, penetrando in città. A quella porta accorse Colwey, ma giunse troppo tardi, ché già quando era arrivato, il Lorfobeth con molti del suo esercito attraversava le strade vicine portando morte e distruzione. Presso la porta settentrionale, Aulon e Feilon invece reggevano, e da quel lato gli orchi non riuscivano a sfondare. Ad oriente infine, Innioles e gli altri elfi sostenevano bene gli assalti e tenevano lontani i mostri. Lindore e Ro scesero allora in picchiata presso la porta settentrionale, mentre intanto il Lorfobeth faceva strage dei loro: Feilon accorse a loro, ed essi riferirono quanto accadeva nei cieli. Immediatamente il generale del Grande Re salì in groppa a Ro, e con l’aquila salì in quota, seguito da Lindore, ancora affaticato e debole. Aulon rimase alla porta, e con lui Rendall e Tellon tenevano il comando di quanti erano lì. Il generale allora, su Ro e con accanto Lindore, si mise ad inseguire nel cielo il Lorfobeth. Questo frattanto colpiva delle Aquile che gli venivano incontro, e quelle cadevano al suolo con tonfi fragorosi. Il servo di Gnomanar si rese conto d’essere inseguito, e volgendosi al generale del Grande Re, gli venne incontro come in un torneo di cavalieri. Ro era più veloce dell’Uccello di Fuoco del Lorfobeth, ma lo stesso doveva tenersene lontano perché ne temeva il contatto e la potenza. Lindore invece, di fronte alla vista dello Stregone, cadeva con clamore in picchiata, come perdendo conoscenza, e riprendeva i sensi solo poco prima di toccare il suolo, recuperando immediatamente quota. In volo, lo Stregone scagliava le sue magie e tentava di colpire Feilon con le braccia taglienti: questi, grazie all’abilità di volo di Ro, riusciva ad evitare le magie, ma allo stesso tempo non poteva avvicinarsi al nemico per colpirlo. Intanto passava il pomeriggio, e il cielo si faceva più fresco e buio. A terra il Lorfobeth s’avvicinava al palazzo reale, e le sue truppe penetravano da occidente. Colwey, imboccando altre strade, cercava con degli uomini che gli venivano

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dietro, tutti barbari e oldariani sopravvissuti alle invasioni, di precedere lo Stregone, tentando di pararglisi di fronte prima che quello raggiungesse il palazzo; il caos regnava fra le strade della parte occidentale della città. Gli orchetti distruggevano le case dandole a fuoco, e i giganti e gli orchi spezzavano i corpi e le vite degli innocenti che fuggivano al loro passaggio. Il Lorfobeth, sul suo destriero, avanzava lento fra i cadaveri e i mostri, impedito da improvvisate barricate che gli venivano poste davanti al passo: tuttavia avanzava, lento ma costante, verso il palazzo. Il sole dietro le nubi calava, mentre la battaglia e l’assedio di Minaran proseguivano, e gli uomini perdevano a poco a poco posizioni. Nei cieli, la battaglia di Feilon continuava, mentre tutt’attorno erano schiamazzi e tonfi di volatili di entrambi i campi che perivano ai colpi dei loro nemici. Lindore era scomparsa, appollaiata al palazzo reale per recuperare le ultime forze: quando la Fenice si sentì di nuovo al culmine della sua potenza, riprese il volo, puntando dritta allo Stregone in aria, che le dava le spalle. Lindore volò veloce, più veloce di quanto non avesse mai volato. Il suo schianto contro il nemico fu possente. Lo Stregone e l’uccello di Fuoco caddero a terra, sorpresi e feriti. Con loro, anche la Fenice finì a terra, vinta dalla stanchezza e dalla ferita. Toccato il suolo, Lindore si spense. Ro subito calò in picchiata sullo Stregone stordito. Lo colpì con gli artigli al volto, mentre intanto Feilon balzava per terra impugnando la spada con la destra. Il Lorfobeth perdeva sangue dal viso, tuttavia ora era lucido, anche se sdraiato per terra, mentre il generale gli si gettava addosso. Il colpo di Feilon fallì clamorosamente, mentre lo Stregone lo evitava e con un movimento secco mozzava il braccio sinistro del generale. Il generale del Grande Re urlò di dolore, e nel frattempo lo Stregone si rialzò da terra, pronto a gettarsi sul nemico. Dall’alto, Ro gli piombò addosso; Feilon stava in ginocchio, la spada in mano, ritta, quando lo Stregone finì addosso all’arma del generale, sospinto dall’Aquila. Il Lorfobeth morì immediatamente, spalancando la bocca e gli occhi. Nello stesso istante divenne cenere alla vista attonita di Feilon. Poi il generale svenne, e l’Aquila celere, reggendolo con gli artigli, lo portò al palazzo reale, dove egli fu subito portato nella camera di Luia, che si prese immediatamente cura di ciò che restava del suo braccio e tamponò l’emorragia. Tuttavia in cielo, anche sconfitto lo Stregone, il dominio rimaneva del Nemico, mentre anche il grande Uccello di Fuoco, colpito da Lindore, riprendeva il volo e la battaglia. Venne la sera, e con essa la

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conclusione di tutto. L’unico Lorfobeth sopravvissuto avanzava per le strade, ed era ormai a pochi metri dal palazzo. La rincorsa di Colwey aveva portato il barbaro ad essere di fronte allo Stregone proprio davanti alla porta dell’edificio. Qui, con il suo manipolo d’uomini, il barbaro attendeva di trovarsi faccia a faccia con il nemico. Questi avanzò sul suo cavallo, giungendo davanti all’amico del Grande Re. Gli si fermò davanti, e sollevando le braccia sul suo destriero che nitriva, scagliò una delle sue stregonerie: come un lampo partì dalle braccia del Lorfobeth, e per fortuna Colwey lo evitò saltando alla sua sinistra. La porta del palazzo reale si aprì con un boato. Il barbaro gridò una disperata carica, e i suoi uomini ubbidirono gettandosi fra le braccia degli orchi. Intanto dall’alto, buone nuove arrivavano per la città: Aquile giungevano da settentrione; erano le Aquile che erano state mandate come nunzi a nord, presso Menhan. Dietro di loro, s’avvicinava come un rombo assordante. Tutti si fermarono ad assistere a ciò che accadeva, tranne lo Stregone, che gettava via come un panno Colwey sui ruderi di un muro del palazzo, crollato per la sua magia, e sceso dal suo destriero, saliva le scale. Quelli di dentro fuggivano o svenivano alla sua vista, mentre imperterrito avanzava fra i piani, giungendo in fine di fronte agli elfi che difendevano la camera d’Alinea. Da nord, volavano intanto verso Minaran i Draghi: Thorn e i suoi giunsero con in groppa i nani di Menhan, quanti quello era riuscito a radunare. Essi erano forse due migliaia, e stavano a decine sulle spalle di quelle immense creature. Giunti sulla città, furono fatti scendere ad occidente, e immediatamente, quanti erano con il re dei nani, colpirono con le loro asce e i loro martelli da guerra i figli di Gnornak sorpresi. I Draghi, ripreso il volo, subito si misero a dar aiuto a Fenici ed Aquile: ora gli Uccelli di Fuoco e gli Avvoltoi fuggivano in ogni direzione, inseguiti da quelli di Ro e quelli di Thorn, e le Fenici intanto volavano sulle schiere del Nemico, e ne facevano strage. Quelli che avevano sfondato ad occidente erano ora chiusi e intrappolati dai nani di Menhan e gli uomini che lottavano dentro la città, e uccisi ad uno ad uno. Anche alle altre porte la situazione volgeva al meglio, mentre quanti potevano fra i mostri correvano, tentando di evitare i soffi delle Fenici. Aulon a nord, Innioles ad est e Menhan ad ovest facevano uscire dalla città le schiere che difendevano le mura, e inseguivano il nemico in campo aperto: solo in qualche strada della città, là dove ancora i nani di Menhan e gli uomini dentro inseguivano quelli che erano penetrati, gli orchi facevano ancora

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vittime. Ma su questi si riversò la forza dirompente di Thorn, che planava su di loro dall’alto. A palazzo intanto il Lorfobeth stava lottando con gli elfi di guardia: dentro la stanza, Alinea, Luia e Feilon privo di coscienza. Le due donne avevano visto dalle finestre il cielo riempirsi delle immense figure dei Draghi che sbaragliavano le forze del Nemico. Tuttavia ora udivano il trambusto provenire da fuori, e temevano che qualcosa potesse loro accadere. Sentivano le urla degli elfi che andavano alla carica, e i tonfi di corpi che cadevano esanimi o urtavano contro le mura. Fuori, lo Stregone vinceva la sua personale battaglia, ripromettendosi di portare con sé quante più vittime avesse potuto, dato che già avvertiva che la battaglia era persa. Uccise gli elfi con immane crudeltà e infinita ferocia, poi, con gelida calma, aprì la porta della stanza delle donne; alla vista di quelle vittime indifese provò una gioia senza fine. Mosse la destra per entrare nella stanza: dal corridoio, Colwey gli piombò addosso in salto, e i due nemici rotolarono per terra. Feilon era ancora svenuto. Alinea s’affacciò dalla stanza, per assistere a ciò che accadeva: il barbaro e lo Stregone lottavano avvinghiati per terra, l’uno sull’altro, contorcendosi e spingendosi l’uno con l’altro. Colwey tentava di colpire il nemico con la sua lunga spada, ma questi ne fermava la mano; allo stesso tempo il barbaro teneva la mano del nemico che cercava di trafiggerlo. Con le gambe, lo Stregone, che stava sotto il nemico, lo sospinse via contro il muro. Colwey era stordito, in ginocchio, mentre il Lorfobeth, con un ghigno sul viso, s’issava e lo puntava col braccio come con un’arma. Era calato ormai il sole, mentre i Draghi ripulivano dalle nubi il cielo, sospingendole con i loro soffi ad occidente; dopo tanto su Minaran brillava ora la luna. Per dei secondi, poi, un urlo incredibile e improvviso sconvolse le menti di quanti erano su Arret. Proveniva da occidente. Lo Stregone, a quel grido immane e di morte, mostrò per la prima volta paura, e si torse verso ovest, disinteressandosi del suo nemico e di tutti quanti erano sulla sua strada. Colwey, a quell’urlo disperato, si riprese, e sollevatosi da terra, corse verso il Lorfobeth distratto. I suoi passi erano pesanti quanto la sua lunga spada che tagliava in due il corpo del nemico. Questi neanche s’accorse della sua morte, e mentre cadeva sul pavimento del palazzo diveniva polvere nera. Alinea fu subito da Colwey, e assieme, chiamando Luia e portando a spalla Feilon che iniziava a riprendersi, i quattro scesero per le scale. Fuori dell’edificio, i loro volti, come quelli di tutti quanti erano dentro e fuori della città, erano rivolti ad occidente.

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Nel frattempo, l’assedio di Minaran s’era concluso. Quando mi trovai davanti alla porta della reggia di Gnomanar, mi voltai per un istante. Vidi una cosa che mi sembrò buon segno: le nubi volavano da oriente verso occidente. La porta nera davanti a noi s’aprì solo quando la spingemmo tutti e tre assieme, tanto era pesante. Dentro la reggia, costruita su di un unico immenso piano, fiaccole nere anch’esse emettevano una luce fioca fra le mura. Camminavamo a passi lenti, coprendoci le spalle l’uno con l’altro. Per terra, un lungo tappeto rosso sangue conduceva fra le varie stanze e corridoi, dritto alle camere di Gnomanar. Giungemmo davanti alla sala del trono dopo minuti in cui camminammo con l’angoscia nel cuore. Un’immensa porta, più grande di quella che avevamo visto, ci si pose davanti: era rossiccia, come arrugginita, ed aveva strani fregi che non mi misi ad osservare. Due battenti a forma d’otto, rotti in basso, stavano sulla porta. Lendelin li volle sbattere. Da dentro, una voce profonda disse: - Entrate pure, miei ospiti graditi! La porta è aperta! Tentammo di aprire la porta tutti e tre assieme, ma questa non si mosse. Mi venne in mente d’usare il mio Numenale. Feci allora allontanare Bellig e Lendelin, e impugnando la gemma nella collana all’altezza del mio collo, feci sorgere verso la porta un vento potente. La porta si mosse, dapprima piano, come titubante, poi, cigolando sempre di più, si schiuse completamente. Davanti a noi, seduto sul suo trono, l’Oscuro Signore, Gnomanar, ci attendeva. Ai suoi piedi il signore dei Lorfobeth, Tanasza, come oggi sappiamo si chiama. Poco più avanti, un braciere acceso che faceva luce a tutta la sala. Entrati, davanti a tutti Lendelin, Gnomanar parlò: - Sono felice che voi siate venuti qui a portarmi di persona le vostre gemme. Lasciatele per terra assieme al guanto, e poi andate via. Non vi preoccupate, se farete così non vi accadrà niente. Lendelin sudava freddo, e tremava dinnanzi all’imponente visione di quell’Eida; tuttavia fu lui l’unico ad avere il coraggio di controbattere a quelle parole, e in quel mentre, m’apparve per un attimo come un Eida sceso fra noi, candido e imponente: - Gnomanar, non parlare! Sai che non siamo qui per donarti le gemme, né per cadere ai tuoi inganni. Siamo venuti qui per concludere tutto, ed è ciò che faremo! Eppure tu, rimetti la tua scelta e tutto sarà pace. Non arrogarti diritti che non sono tuoi: raccogli la speranza che abbandonasti

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e torna ciò per cui nascesti… - Basta! – tuonò l’Oscuro. Ciò che sono è ciò che voglio…nessuno potrà contrastare il mio volere: e voi, o sarete con me, o contro di me! - Se non c’è altra scelta, Oscuro, noi saremo contro di te! Che questo capitolo abbia una conclusione! Lendelin disse così, e istantaneamente corse verso il trono. Tanasza con un balzo gli fu sopra. Subito io e Bellig giungemmo a recare aiuto al nostro Grande Re. Bellig tentò di colpire il Lorfobeth con il suo bastone, ma questi, accortosene, scagliò una magia e lanciò l’avversario verso un muro vicino. Poi si volse verso di me, ma io, imbracciando il mio arco, scoccai una freccia. Il dardo corse sibilando in aria verso il viso dello Stregone, ma questi lo fermò con le mani. Poi, ghignando soddisfatto, balzò su di me. Non ebbi il tempo di scoccare un’altra freccia, che mi trovai il servo di Gnomanar sul petto. Salita su di me, quella creatura con una forza incredibile tentava di strozzarmi, mentre mi schiacciava con tutto il suo peso. Lendelin s’era risollevato da terra, e veniva verso di me zoppicando per cercare di portarmi il suo aiuto. Colpì da dietro lo Stregone in testa con l’elsa della spada, lì dove teneva il Numenale. Il Lorfobeth rimase stordito, e lasciò la presa. Io ripresi a respirare, e m’allontanai, strisciando, dal servo di Gnomanar. Bellig intanto s’era rimesso in piedi, ed era andato incontro all’Oscuro Signore. Quando gli giunse di fronte però, si fermò, come se una voce gli stesse parlando nella mente. Gnomanar, tranquillamente, rimaneva seduto sul suo trono. Avevo tentato varie volte di immaginare l’aspetto che quell’Eida poteva avere, ma il modo come ci appariva non smetteva di sorprendermi: assomigliava ad un elfo, o meglio, era molto più imponente d’un elfo, ma in viso aveva qualcosa che ricordava le genti d’Argento. Tuttavia era molto più alto. I suoi capelli erano d’un color oro scuro, e il suo viso era pallido. Era bello, affascinante, e nei suoi modi suadenti. Ma aveva anche qualcosa di malizioso nel suo aspetto, come se la sua astuzia infinita e la malvagità trapelassero dal suo viso. Gnomanar aveva delle ali nella schiena, ali lunghe e bianche: ma quelle ali sembravano come sporche, incrostate di sangue e luridume. Il figlio di Gnornak non riusciva più a volare, anzi non c’era mai riuscito. In ogni caso non erano queste le cose che mi colpivano dell’Oscuro Signore. Ciò che mi colpiva erano i suoi occhi. Essi, rossi e lucenti, saettavano in ogni direzione a scrutare attentamente tutto ciò che vedevano. Sotto il sorriso di quel viso, essi perlustravano a fondo gli animi di noi che stavamo

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davanti al Nemico per fargli assaporare il sapore della sconfitta. Eppure, negli occhi, leggevo anche altro: una profonda, insondabile tristezza. Una certezza balenava fra le pupille, una sentenza già scritta. Giudice di se stesso, Gnomanar attendeva la sua sorte, impegnandosi ad assolvere la pena cui s’era condannato. Nessuna speranza di perdono su quel volto, solo un profondo, opprimente desiderio d’oblio. Ma sembrava divertito, Gnomanar, del balletto di spade e di corpi cui assisteva, mentre noi, stanchi e feriti, lottavamo per la nostra salvezza. Sembrava divertito del terrore che ora balenava sul viso di Bellig, mentre, ai suoi piedi, perdeva completamente il controllo della sua mente. Io intanto strisciavo, e vicino a me Lendelin zoppicava verso il trono. Il Lorfobeth, reggendosi la testa, cercava di riordinare i suoi pensieri. Perdeva sangue dalla nuca. Leggevo lo strazio nel viso di Bellig; mi venne in mente l’unica cosa che riuscii a fare. Portai la mano alla collana, e un turbine portò via il saggio dai piedi del Nemico. Quello si voltò verso di me, e fece una faccia compiaciuta: gli era piaciuta la mia trovata, e mi era grato perché gli davo ancora modo di assistere a quella tragedia che si svolgeva nella sua reggia. Il Lorfobeth si riprese, e digrignò i denti vedendo Lendelin che si avviava piano verso il trono. Si mosse verso di lui: imbracciai l’arco, e mi sollevai un po’ da terra; scoccai una freccia, quasi alla ceca, ma questa per fortuna colpì lo Stregone nel centro della schiena, fermandolo. Con un urlo di dolore il servo di Gnomanar si voltò verso di me. Giunse a me che ero ancora rannicchiato per terra. Mi sollevò, e prese a colpirmi con il pugno chiuso nell’addome: soffrivo incredibilmente, ma i miei occhi continuavano a cadere su Lendelin. Il Grande Re era giunto al trono. Gnomanar applaudì quando vide l’uomo che lo sfidava, e avvicinò un po’ il viso, come nell’intento d’ascoltare meglio. Lendelin sollevò la spada, puntandola verso l’Eida. L’Oscuro Signore, ancora più fremente, esclamò: - Bene, Lendelin Eidur, sei giunto ai miei piedi…e ora cosa farai? - Sai benissimo cosa farò. Il Grande Re rispose quasi sottovoce. Gnomanar fece un finto sorrisetto stupito, e riprese le sue parole, mentre intanto Bellig si risollevava aiutandosi con il suo bastone. Lo Stregone mi lanciò contro il braciere, e poi con passo veloce mi venne addosso mentre cercavo di rialzarmi. M’accorsi che Lendelin non riusciva più a muoversi, mentre anche Bellig sopraggiungeva lì vicino: - Tutt’e due – disse Gnomanar – che siete i migliori fra quelli che

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s’oppongono a me, ora siete in mio potere; che cosa pensavate di fare venendo alla mia reggia? Pensavate davvero di sconfiggermi? Me? Il signore della speranza perduta? Gnomanar rideva mentre urlava. Intanto anche Bellig era rimasto immobile davanti all’Oscuro Signore: - Voi non conoscete la profondità del mio pensiero, la grandezza del mio potere. Eppure siete venuti a me, armati di tre miserevoli gemme, convinti di potermi sconfiggere. Voi non sapete cos’è il potere, qual è la disarmante grandezza del mio desiderio. Voi non conoscete la pesantezza del mio dolore e l’infinita maestà del mio odio! Voi non sopravvivrete a me, e con voi periranno anche le vostre futili speranze! - Mai! L’urlò di Lendelin segnò anche il momento in cui si liberò dalla potenza della mente del Nemico. Con uno scatto furibondo gli fu addosso, e la sua spada colpì al petto l’Oscuro Signore, purtroppo solo di striscio. Intanto anche Bellig si liberava dall’incanto che lo tratteneva dal muoversi. Gnomanar fu d’improvviso serio, e la sua ira scoppiò nella sala. Issatosi in piedi, abbatté per terra accanto a sé il Grande Re. Bellig diede un colpo per terra con il suo bastone, e un baratro s’aprì davanti al trono, vicino a Gnomanar, senza però inghiottirlo, ché quello, avendo trascinato per la spada Lendelin, era già giunto accanto al saggio. L’Eida era molto più alto di Bellig, e facendo scintillare gli occhi lo colpì con il pugno al viso. Il saggio perse conoscenza, mentre il Nemico lo sollevava per il bastone che quello non smetteva di stringere neanche svenuto. Sollevò allo stesso modo dalla spada Lendelin, incurante del sangue che perdeva dalla mano. Fra le dita del Grande Re, scintillava nell’elsa della spada il Numenal, e allo stesso modo brillava quello che si trovava nel bastone di Bellig. Gnomanar li guardava compiaciuto, meditando la fine di coloro che gli si erano opposti. Intanto il Lorfobeth, Tanasza, tentava di strozzarmi sul fuoco del braciere. Era tanto, infinitamente, più forte di me. Avevo davvero già ceduto, e mi stavo abbandonando alla morte: la mano dello Stregone spezzò la collana che avevo al collo. Questa con, il Numenal nel suo centro, precipitò nel fuoco del braciere; sbattendo sulla pira sacra di Gnomanar, la gemma emise il suo ultimo soffio prima di spegnersi priva del suo portatore. Quel soffio fu forte, abbastanza da spegnere la fiamma del braciere: in un attimo tutti i progetti dell’Oscuro Signore crollarono assieme a Lendelin e Bellig dalle sue braccia, mentre si sforzava di capire cos’era accaduto. Un urlo infinito dilaniò la stanza.

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Durò a lungo quell’urlo, e credo che si potesse udire in tutta Arret, tanto gridò forte l’Eida. Poi a poco a poco Gnomanar iniziò a sbriciolarsi: per prime caddero le sue ali. Tanasza preso dal terrore, guaiendo, fuggì via dalla stanza portando le mani alle orecchie per non ascoltare. Non feci caso a dove andò, e in seguito non riuscimmo più a trovarlo. Questa è la cosa di cui più mi dolgo, fra i fatti di quella sera memorabile. Lentamente Gnomanar continuava a sbriciolarsi, sempre gridando: sembrava che chiedesse aiuto. Intanto io, Lendelin e Bellig assistevamo attoniti alla morte dell’Oscuro Signore. La Profezia s’avverava. Dopo che fu in mille pezzi e il suo urlo era ormai solo un ricordo, ciò che rimaneva di Gnomanar divenne cenere, come arso dal fuoco del vulcano vicino alla reggia. Rumori di crolli provenivano dalle mura. Resici conto, dopo lo stupore, di ciò che accadeva, sostenendoci l’uno con l’altro, io, Bellig e Lendelin fuggimmo via dalla reggia. Prima però avevo recuperato dal braciere, ancora sopra i tizzoni ardenti, il Numenale, che ricominciò a splendere nella mia mano. Fuori della reggia che crollava su se stessa, ci sedemmo, senza curarci più di dove fosse Tanasza. Assistevamo a quel crollo fragoroso seduti al sicuro poco lontano. Rimanemmo così, stanchi e feriti, ad attendere che qualcosa accadesse, mentre la luna salutava la nostra vittoria.

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XI Ritorno a casa

Trascorremmo, dove eravamo seduti, tutta la notte, a riposarci al chiaro di luna: avevamo sconfitto Gnomanar il terzo giorno del mese di Miue, i giorni di Mianar. Passata la notte, fra sonni profondi e veglie sotto raggi che le lande d’Arret non vedevano da tempo, giunse il sole con il suo risveglio dorato. La luce del sole ci colpì in pieno volto, mentre eravamo dimentichi, dopo soli pochi giorni di viaggio, del suo splendore. Rinfrancati da quel bagliore nel cielo che riscaldava le membra, sollevatici dalle grigie terre di quello che era stato fino alla notte prima il Regno Nero, ci mettemmo in marcia per fare ritorno al Grande Regno. Ora il nostro passo era spedito e tranquillo, né temevamo qualche avversità. Lendelin m’aveva donato il guanto di Filteor per conservare il mio Numenale, dato che la mia collana s’era spezzata, e così, incastonata la gemma in uno dei fori di quel guanto argenteo, camminavo assieme agli altri due portatori. Il Grande Re era ancora un po’ zoppicante, ma tuttavia s’era ripreso bene; Bellig, a parte un gran mal di schiena e dei capogiri, era tutto intero, mentre io provavo ancora dolore al collo per la forte stretta di Tanasza, ma per il resto non mi sentivo affatto male. Non viaggiammo a lungo a piedi, però, che dall’alto scorgemmo arrivare, nel pomeriggio, una piacevole compagnia: Ro, con le Aquile meno ammaccate del suo stormo, era volato veloce verso occidente. L’urlo dell’Oscuro Signore alla sua morte aveva sconvolto tutti, e per questo le Aquile ora rischiavano tanto, ignare che non esistesse più pericolo, giungendo fino al Regno Nero. Lendelin, appena Ro atterrò, subito gli corse incontro; l’Aquila era stanca per il viaggio; nondimeno, alla nostra vista, gioì e chiese: - Lendelin Eidur, amico mio, raccontami che cosa è accaduto e cos’è stato quell’urlo che ha sconvolto tutte le terre! Ma prima sappi che il tuo regno è salvo, e che i Lorfobeth che hanno assediato Minaran sono stati

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tutti sconfitti, e i loro corpi ridotti in cenere. - Ro, regina delle Aquile, quell’urlo che hai udito è stato l’ultimo alito di vita dell’Oscuro Signore! Egli è stato sconfitto, e di lui non rimane altro che polvere! La sua reggia è crollata, e solo il signore dei Lorfobeth che difendeva il suo padrone è salvo fra le genti del Nemico…noi non siamo riusciti a scorgere dove egli sia fuggito, e solo per questo anch’egli non ha avuto la sorte che voi avete riservato ai suoi pari. Eppure, neanch’io ancora so come è perito Gnomanar, perché davanti a me è caduto a pezzi e poi è scomparso, senza che noi l’avessimo sconfitto: forse qualcosa di più sa Ewaniwe, perché egli stava sul braciere sacro del Nemico, ed egli l’ha spento. Subito intervenni, per non prendermi meriti che non m’appartenevano: - No, non ho sconfitto io Gnomanar, come Lendelin insinua. Sappiate, che io piuttosto ero sconfitto, ma per fortuna o per la sorte, o per la provvidenza, se volete, il mio Numenale è caduto sulla pira ardente del braciere, ed emettendo un soffio improvviso l’ha spento. In quel momento Gnomanar è stato sconfitto, ed evidentemente il merito non va né a me né a nessuno di noi portatori. Ro fece cenno con il capo, ed esclamò: - Capisco la tua modestia, Ewaniwe, ma sappi che in ogni modo la vostra è stata un’opera memorabile, che rimarrà nelle leggende d’Arret. Detto questo l’Aquila costatò che eravamo malconci, e riprese le sue parole: - Comunque, ci sarà tempo per discutere di leggende e d’onore. Ora salite sulle nostre spalle, e preparatevi a volare, perché sarete voi stessi a recare queste ottime notizie alle vostre genti. Ubbidimmo lieti all’Aquila, e io e Bellig salimmo in groppa alle compagne di Ro, mentre Lendelin saliva sulle spalle della sua amica. Subito prendemmo il volo, e iniziammo a solcare un cielo limpido; in aria le Aquile ci narrarono quanto era accaduto nel Minar. Venimmo a sapere del sacrificio d’Aliturn e Ledolan, e dell’assedio di Minaran; ci narrarono anche la battaglia, gli arrivi di Cerdon, di Dardarin, di Menhan e Thorn; conoscemmo la sorte dei Lorfobeth così come la conoscevano quelle Aquile, e la sconfitta di quell’incredibile esercito con l’arrivo dei Draghi. Tristemente scoprimmo anche che Lindore era morto, il signore delle Fenici cui in parte, come a tanti, dovevo la mia vita. Volammo dal Regno Nero per tutta la sera e la notte, e la mattina successiva, poi, avvistandola dall’alto, scorgemmo Minaran riscaldata dal sole dell’ora

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più calda. Scendemmo di quota planando, scorti dal basso da quelli della città, e poi, dolcemente, atterrammo dinnanzi alla porta abbattuta del palazzo reale. Quelli di dentro, chiamati da coloro che ci avevano visto da fuori, e avvertiti dal boato d’acclamazione all’arrivo di Lendelin, corsero all’esterno. Ultima, stanca quanto a coloro che avevano combattuto, ma per motivi diversi, giunse Alinea, che camminava piano con la pancia che s’intravedeva fra le vesti. Tua madre mi corse incontro e m’abbracciò con forza; poco dopo, fecero la stessa cosa Feilon, Colwey, Luia e Aulon. Intanto giungevano da poco distante Mel, Ronilis, Innioles, e due uomini che non conoscevo; seppi in seguito che erano Cerdon e Dardarin. Ultimo, vidi arrivare una figura bassa e robusta, e intuì che quello doveva essere il re dei nani Menhan. Subito tutti vollero sapere cosa era accaduto ad occidente, e allo stesso modo chiedeva la folla che s’era raccolta attorno a noi; Lendelin allora volle salire sulla torre più alta del palazzo assieme a me e Bellig, e da lì ci affacciammo per parlare, ma per tutti noi parlò il Grande Re: - Uomini, elfi, nani, e quanti vi siete raccolti in questa città, vi sono grato per l’aiuto che avete recato a coloro che hanno combattuto questa guerra. Sappiate che ho una lieta notizia da portarvi: l’Oscuro Signore ad occidente è caduto, scomparso nella sua stessa terra, distrutto! Di lui e del suo orrore più niente è rimasto, tranne la devastazione che ha lasciato sulle terre d’Arret. Ora rimane a noi di costruire ciò che è andato distrutto, arare le terre disastrate, ridare vita alle lande d’Arret. Molti sono periti in questa guerra, ma essa ora s’è conclusa: i suoi orrori ci rimarranno sempre impressi negli occhi, non li dimenticheremo mai. Ciò che è accaduto a molti di noi deve rimanere sempre nella nostra memoria! Ma questa è stata anche la guerra che ci ha coinvolti tutti, e questa battaglia, quest’assedio, ne è stata il culmine. Questa battaglia passerà alla storia, entrerà nelle leggende e nelle canzoni dei bardi, perché qui, in questa città, hanno combattuto assieme dopo tanto tempo e discordie, nani, elfi e uomini, e su questi cieli hanno volato i Draghi, le Aquile e le Fenici assieme. Questa sarà la Battaglia delle sei stirpi, perché qui tutti assieme hanno lottato uomini, elfi, nani, e le regine e i re d’Inagel e di Lizara, assieme per gli stessi fini. Sappiate genti, che io, Lendelin, e Bellig ed Ewaniwe, qui vicini a me, non abbiamo presenziato alla battaglia, perché combattevamo la nostra lotta ad occidente, nelle stanze dell’Oscuro Signore. Ed egli è perito, grazie ai poteri dei Numenali che abbiamo riuniti! Festeggia, popolo di Minaran,

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perché la guerra è finita, e solo fra tre giorni tornerà il tempo di pensare alle incombenze presenti! Con quelle parole finì il discorso di Lendelin, mentre si alzava un urlo di gioia dalla folla; allora salutammo e scendemmo di nuovo all’entrata del palazzo. Lì ottenemmo il nostro bagno di folla esultante. Ci fu festa nella città per tre giorni da quando giungemmo sulle spalle delle Aquile, e ai festeggiamenti s’unirono anche i nostri alleati nella guerra. Poi, finiti i giorni di giubilo, tutti tornarono alle proprie terre. Menhan e i nani furono trasportati a nord dai Draghi che li avevano condotti con sé anche quando erano giunti a noi; le Aquile che erano andate da Menhan ci raccontarono di come, quando erano giunte in ambasceria dal re dei nani, avessero incrociato Thorn e la sua stirpe, e l’avessero convinto a portare con sé la gente di Menhan che avevano radunato. Cerdon ci lasciò, ma accettò un’offerta di Lendelin: il Grande Re aveva chiesto al signore di Mala di trasferire la sua città galleggiante ai confini fra Rogan e Oldar, e lì la città fiorì come porto libero nel Mare Interno. Dardarin e i suoi templari degli scudi gialli fecero ritorno all’Isola dei druidi a sud con le loro navi, mentre le imbarcazioni degli elfi si volgevano ad oriente. Con quelle navi salparono anche Mel, Ronilis e Innioles, anche se i primi due vennero in seguito sovente a trovarci, e altre volte siamo andati noi a visitare le loro terre. Aulon tornò al suo bosco nel Numer, salutandoci calorosamente pochi giorni dopo la fine della festa: a Minaran, durante la ricostruzione, restammo io e tua madre, Feilon e Luia, Bellig e Colwey, oltre che, ovviamente, il Grande Re Lendelin. Rimanemmo a lungo, anche perché ancora c’era il problema di risistemare le terre che erano state conquistate, o che erano rimaste prive dei loro governanti: mancavano dei sovrani per il Numer e l’Oldar, mentre nel Minar e nel Rogan si tornavano ad insediare Rendall e Tellon. Lendelin chiese a Bellig e a me se desideravamo governare quelle terre, ma tutt’e due rifiutammo: io non volevo proprio una simile responsabilità, dopo quanto già avevo passato, ed in ciò anche tua madre era d’accordo, e Bellig aveva altri progetti, e, pur ringraziando il Grande Re, rifiutò la proposta. Altre persone erano però ben liete di quegli incarichi, e così Feilon fu proclamato sovrano del Numer, mentre manteneva la sua carica di generale di Lendelin. Per Colwey poi cominciò allora il suo regno sull’Oldar, divenendo credo, il primo straniero ben accettò in quella terra così orgogliosa. Feilon e Colwey ci salutarono così, chiamati ai loro incarichi di ricostruzione dei loro nuovi

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regni, e rimanemmo con Lendelin solo io e tua madre, mentre anche Bellig andava a seguire le sue aspirazioni. Egli andò a vivere sulle rive meridionali del Lago Maggiore, nel Minar, e lì ancora trascorre la sua vita nella meditazione. Quando i lavori a Minaran furono a buon punto, noi e il Grande Re rimettemmo trionfalmente piede nel Tedar e a Tedaran, dove già ritornavano le genti che avevano abitato quel territorio prima dell’invasione, e lì trascorremmo mesi di lavoro e di pace. La pancia di tua madre si faceva sempre più grossa, finché nei giorni d’Euon, il venticinque del mese d’Euonue dell’anno trecento novantottesimo della Seconda Era, tu nascesti, figlio mio. Avevo ventisei anni, e tua madre ventitré. Eravamo sposati solo da qualche mese, e quel giorno raggiungevo il culmine della mia felicità. Lendelin proclamò festa per un giorno intero a Tedaran, quella giornata, e quando compisti due mesi convocò una cerimonia solenne: in uno dei nuovi templi nei dintorni della città, si riunì tutta la gente di Tedaran. C’erano anche i sovrani dei vari regni su cui domina Lendelin, e Bellig; vidi che Luia aveva un bel pancione. Durante la cerimonia, dopo che il druido che la presiedeva aveva salmodiato per lungo tempo, il Grande Re si avvicinò al sacerdote, e chiamandomi con te in braccio, mi fece porre accanto a sé. Mi chiese di prenderti in braccio, e io ti passai fra le mani del mio amico con delicatezza; quello, guardatoti per un po’ amorevolmente, ti passò al druido. Il sacerdote ti bagnò la fronte con dell’olio, e ti alzò sopra la sua testa: ricordo che la folla rumoreggiava sorpresa. Poi il sacerdote parlò: - Lendelin, Grande Re, riconosci il tuo erede? Lendelin rispose a gran voce: - Sì, questo bimbo è il mio erede, Nelian figlio d’Ewaniwe e Alinea. La folla era sorpresa quanto tua madre, che diceva di non sapere niente del tuo destino. Anche i nostri amici erano sorpresi. A dire la verità anch’io ero sorpreso che Lendelin avesse voluto dichiararti suo erede, e così presto. Solo sul viso del Grande Re si poteva scorgere un’espressione compiaciuta, mentre sulle labbra di Bellig leggevo un sorriso d’approvazione divertita; tuttavia la folla accettò ben presto la scelta di Lendelin, e fino adesso nessuno ha mai contestato la tua successione. Alla fine della cerimonia salutammo tutti gli amici dei giorni della guerra: Luia era incinta già di quattro mesi; dopo quella giornata, passammo qualche altro giorno a Tedaran. Tutto d’un tratto però la vita nella capitale s’era fatta per noi stancante; certo, essendo i

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genitori del futuro Grande Re, eravamo d’improvviso gravati da non puoi immaginare quante responsabilità e pressioni, e francamente, né io né tua madre reggevamo il peso di quella vita. Così convenimmo con Lendelin di venire qui a Bingrim, dove tu avresti potuto avere un’educazione e una vita tranquilla. Lendelin, malgrado fosse dispiaciuto di ritrovarsi solo nella capitale, fu d’accordo con la nostra idea: così, preparati i nostri bagagli e scelti gli uomini che avrebbero dovuto occuparsi della tua istruzione, venimmo in questa fortezza ai confini fra Numer e Tedar, vicina al Lago Maggiore. Forse tu neanche ricordi quando siamo venuti qui, e neanche hai ricordi di quando hai vissuto nella capitale del Grande Regno, anzi, a dire la verità, credo che sia sicuro che tu non ricordi niente di quei tempi; eri troppo piccolo. Comunque, non passò neanche un anno, che nacquero i figli di Feilon e Luia. Appena fummo a conoscenza della notizia, subito io e tua madre partimmo, con te in braccio, per Nika: Feilon aveva avuto due splendidi gemelli, un maschio e una femmina. Non so se c’è un motivo, ma egli li volle chiamare, d’accordo con sua moglie, con due nomi quasi uguali, così i gemelli si chiamarono Elur ed Elea, e se non sbaglio oggi hanno sette anni. Quella volta vidi giungere anche Colwey, con la sua nuova compagnia: era un’Oldariana molto carina e simpatica, Teli, si chiama, e credo che ancora viva con Colwey, anche se non si sono mai sposati, da quel che so. Bellig vive ancora sulle rive del Lago Maggiore, ma spesso Lendelin lo chiama a sé, oppure lui va a trovarlo a Tedaran. Quei due sono sempre andati d’accordo, e credo che in fondo, Bellig sia l’animo più simile a quello di Lendelin fra le persone che ho conosciuto. Spesso poi Bellig viaggia fra le lande di Arret, e va a trovare gli elfi ad oriente, Menhan a nord, e spesso viene qui, a parlare con me e tua madre dei bei tempi. Ora ha quarantuno anni, ma continua con la vita che ha imparato a fare sin da giovane. Se non sbaglio è in cerca di discepoli, giù nel Minar, come un tempo il suo maestro Baurin. Anche Lendelin viene spesso a trovarci, come sai, o noi andiamo a trovare lui: ora il Grande Re ha trentasette anni, anche se non li dimostra, e tuttavia il suo volto, anche quando si sforza di sembrare allegro, è sempre rigato da un filo di malinconia. Si vede, per chi lo conosce bene come me e tua madre, che desidera molto d’andare ad oriente, e più ancora desidera la sua donna ad oriente, Relindele. I Numenali ora sono custoditi in luoghi sicuri, uno a nord, fra le stanze di Menhan, uno ad est, nella risorta Torre della Magia dell’acqua, ed uno fra le montagne nei dintorni della Valle di

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Lugg. Essi attendono i loro nuovi portatori, e se la sorte lo vorrà, dovranno attendere ancora a lungo. Una cosa sola mi manca ora di narrarti, figlio mio, prima di lasciarti dormire. – Nelian sbadigliava e i suoi occhi mostravano il peso del sonno – Ti devo narrare il perché ti ho raccontato questa storia. Sappi che due anni dopo della tua nascita, venne a trovarmi un amico che m’era apparso poche volte nella mia vita, ma che m’era stato sempre vicino durante la guerra: forse anche ora egli è qui a seguire tutto il nostro discorso. Comunque sia, il Viandante mi venne a trovare qui a Bingrim. Avvertii i suoi passi e la sua voce quando mi chiamò, riconoscendolo immediatamente; era dietro di me. Non appena mi voltai, lo rividi dopo tanto tempo: - Ciao Ewaniwe – disse nel silenzio interrotto solo dal suo incedere lento. Era tutto ricoperto da una fitta tunica marrone che lo nascondeva fino ai piedi. Il suo volto era oscurato da un pesante cappuccio. - Ciao – risposi sorpreso dalla sua venuta. - Ti devo parlare – mi disse, e si fermò davanti a me – come sta Nelian? - Bene – risposi un po’ allertato. - Non preoccuparti, non è successo niente di cui tu debba avere paura. Piuttosto ho un compito da assegnarti, Ewaniwe: verrà il tempo in cui io tornerò a te. Fino ad allora Nelian non dovrà conoscere la storia della tua vita e della Terza Grande Battaglia. Quando io tornerò qui, sarai tu a narrargli tutti i tuoi ricordi. È importante, Ewaniwe: è importante che lui capisca il destino che lo aspetta. Ricorda quanto ti ho detto, e vivi sereno fino a quel giorno. Pochi giorni fa il Viandante è tornato in questa casa, Nelian, ed è per questo che ti ho raccontato i miei ricordi. Tutto il resto, da ora in poi, spetta a te. Spero solo per te, figlio mio, che tu non debba patire sventure simili alle mie; ma, tristemente, ne dubito. Ora dormi, e riposa tranquillo. Il bardo concluse così la sua storia. Avvicinatosi al figlio, lo baciò sulla guancia e gli rimboccò le coperte. Allontanandosi, soffiò su una candela che illuminava la camera, spegnendola; poi, uscendo dalla stanza, lasciò il figlio al suo sonno. Nella stanza, il Viandante rimase nel buio con il bambino. Nelian, prima d’addormentarsi, lo salutò:

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- Ciao Viandante! - Ciao Nelian. La risposta del Veida fu un po’ velata di sorpresa. Poi, ricompostosi, il Viandante camminò in mezzo alla stanza. S’avvicinò alla porta, ma senza aprirla, scomparve nel buio. Poco dopo Nelian s’addormentò, per risvegliarsi solo il giorno dopo con il sole già alto.

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Racconti prima di dormire

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I Nelian

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Il giorno dopo Nelian si risvegliò di buon’ora. Era di buon umore, il bambino, e canticchiava allegramente. Tutta la mattinata stette con i suoi insegnanti, quelli cui, per una giornata intera, suo padre s’era sostituito il giorno precedente. Ascoltò diligentemente tutto ciò che avevano da dirgli tutte quelle persone, e come un bravo scolaro svolse i suoi esercizi. Di pomeriggio lo misero a letto, dopo lo studio, come di consueto, ma il futuro Grande Re non riusciva a dormire: i pensieri del bimbo si volgevano ad altri lidi, altri luoghi e altri tempi. Ancora, dal giorno precedente, meditava su tutto ciò che gli aveva narrato il padre, Ewaniwe. Aveva molti dubbi, e molte domande che frullavano per la sua testolina, ma soprattutto aveva una voglia: che suo padre continuasse a narrargli delle vicende d’Arret. Così, agitandosi nel letto senza prendere sonno, attese l’arrivo delle balie, per alzarsi e cercare il bardo. Per tutta la giornata non l’aveva visto. Sapeva che probabilmente era impegnato in qualche compito importante affidatogli da Lendelin, e nondimeno era impaziente di rivederlo. Temeva tuttavia che il padre fosse partito di mattina presto, per andare in ambasceria chissà dove e chissà per quanto tempo. In effetti, questa non era una possibilità così remota, anzi accadeva spesso che Ewaniwe s’allontanasse da Bingrim per lungo tempo. Non appena s’alzò dal letto, Nelian corse a cercare la madre. Questa, Alinea, era nella sua camera intenta in alcuni lavoretti domestici: in particolare in quel momento cuciva una maglia pesante per Ewaniwe, contro i rigori dell’inverno. Non appena vide la madre, il frugoletto le si lanciò in braccio e la strinse teatralmente. Alinea, un po’ sorpresa, strinse anch’essa suo figlio, che la fissava con due occhioni immensi. La madre era vagamente turbata, anche se conosceva quello sguardo del figlio. Di solito, quando aveva in viso quell’espressione, Nelian stava per chiedere qualche cosa di molto grosso o cui teneva particolarmente: - Che cosa vuoi, Nelian – chiese Alinea con un sorrisetto sarcastico. - Niente mamma, solo… - Solo cosa? - Solo… Alinea iniziava a spazientirsi: - Nelian, non perdere tempo. Cos’è che vuoi? - Dov’è papà? La donna rimase spiazzata dalla domanda del bambino. Dopo un attimo di smarrimento, rispose:

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- E’ andato in un villaggio qui vicino a comprare qualcosa per la casa; perché me lo chiedi? - Così, per curiosità… - Per curiosità, vero? Figliolo, quando fai così forse puoi pensare di prendere in giro qualcun altro, ma non me di certo. Che cosa vuoi da tuo padre? - Io pensavo che questa sera, se lui volesse, magari potrebbe raccontarmi ancora qualcosa, come ieri… - E tutta questa scenata per una richiesta così piccola? Tuo padre sarà felice di raccontarti qualcos’altro, e questa volta io starò con voi ad ascoltare, se tu vorrai. - Sì, sì, e anche tu se vuoi racconterai qualcosa! - Vedremo Nelian, vedremo…ora vai a fare il resto dei tuoi esercizi e a giocare, forza! Nelian scese dalle gambe della madre e corse via per le stanze. Si gettò allo scrittoio dove era solito studiare con il sorriso stampato sul volto. Fece i suoi compiti rapidamente, come al solito, e poi fu a giocare con i suoi amichetti. Quella volta, e poi ancora tante altre volte, i bimbi però non giocarono, ma invece il futuro Grande Re narrò ai suoi compagni d’elfi, spade, gemme e nani. Tutti i bambini rimasero a bocca aperta ad ascoltare, mentre le ore passavano, e alla fine calò il buio. Con la sera, Ewaniwe ritornò a casa, assieme ad i suoi accompagnatori; era tornato con degli oggetti per la casa, vasi, e poi cibo e vino. Appena arrivato lo accolse la moglie con le altre donne della dimora. Rimasti soli, Alinea raccontò ad Ewaniwe ciò che le aveva chiesto il figlio nel pomeriggio. Udito tutto, il bardo tirò un sospiro, come fosse dispiaciuto di dover narrare altre storie del passato: eppure in cuor suo era felice, sia di trascorrere altro tempo con il figlio, sia di narrare quelle storie, che sin da piccolo, avevano affascinato anche lui. Venne l’ora di cena per gli adulti, mentre i bambini avevano già mangiato poco prima e ora trascorrevano assieme gli ultimi momenti di gioco. La cena fu consumata con calma, mentre la sera passava lentamente dinnanzi al camino; poco dopo però giunse l’ora d’andare a letto, e allora Nelian venne a reclamare quanto gli era stato promesso. Ancora non aveva visto suo padre, dopo la lunga giornata precedente e l’ancor più lunga sua narrazione. Ewaniwe acconsentì di buon grado a venire presso la camera del figlio per narrare delle storie, e con lui venne anche Alinea. Insieme, genitori e figlio, quello sotto le coperte, i primi seduti di fronte al

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bambino, rimasero soli nella cameretta da letto. Subito allora Nelian inondò il padre: - Papà, sono tante le cose che voglio sentire narrare… - Aspetta, aspetta – disse frettoloso Ewaniwe – prima ascolta quello che ti devo dire: io non sono un saggio né conosco tutto ciò che è accaduto nel passato. Eppure conosco qualcosa, e quello, se sarà ciò che vorrai ascoltare, ti narrerò. - E sia! - Bene, se è questa la tua richiesta, figlio mio, risponderò alla tua domanda.

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II Gwinomir e Uallo

- Papà, nelle tue parole dell’altro racconto mi hai narrato di vicende d’uomini e di elfi e delle altre genti del mondo che io conosco malamente: ecco cosa voglio, voglio che tu mi narri la storia delle genti di Arret. - Nelian, figliolo mio – rispose Ewaniwe al figlio pronto ad ascoltare – non sai cosa mi chiedi! Con le storie delle genti che hanno abitato il mondo in passato si potrebbero riempire libri e libri senza giungere ad una conclusione… Nelian prese a protestare, così rapidamente il bardo riprese la parola: - Va bene, va bene… tenterò d’accontentarti…però tu ricorda che non potrai mai conoscere tutto ciò che è avvenuto al mondo, a meno che tu non sia un Eida. Tuttavia ti narrerò qualcosa del passato, sia antico che recente. Ciò che sentirai però saranno i racconti delle vite e delle morti di alcuni grandi del passato…eppure è importate che tu sappia che molti altri racconti andrebbero narrati, per tutte le vite spese in questo mondo, e su cui l’oblio del non ricordo è già calato; coloro per cui il destino comune è già sopraggiunto. Penso che per questa sera sia giusto partire dal primo racconto che io possa narrare. Non è però l’inizio di tutto che qui ti narrerò, Nelian, perché io non sono adatto a narrartelo. Ma se una di queste giornate, Lendelin o Bellig dovessero passare da qui, li pregherò di raccontarti anche quella storia, perché loro la conoscono e comprendono molto meglio di me. Perciò ho deciso di narrarti il racconto di Gwinahindil, il più grande forse fra i sovrani che hanno abitato queste terre. Eppure la sua storia non nasce con lui, ma la parte che lo riguarda è soltanto la conclusione d’un lungo racconto, che inizia con gli elfi stessi. Perciò, figlio mio, prima di sentire di Gwinahindil, ascolterai anche la storia di Gwinomir, e di quant’altri furono partecipi di queste vicende.

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La storia degli elfi nasce con due fratelli, due gemelli, Gwinomir e Uallo, i primi della stirpe d’Argento. Nessuno fra i mortali e gli elfi sa da dove essi giunsero, ma essi erano già al mondo quando sorsero gli altri elfi. Gwinomir era alto, i suoi capelli giungevano sino alle gambe, biondi e bianchi già nella sua giovinezza. Gli occhi erano verdi e profondi come quelli di un Eida, ma egli non lo era, e nemmeno suo fratello Uallo. Uallo era alto quanto Gwinomir, ma i suoi capelli erano scuri come la pietra, e rigati d’azzurro, a volte, sotto i raggi del sole. Gli occhi erano di un blu scuro, secondo quanto dicono le canzoni, come il mare d’insondabili profondità, e il cuore già lo anelava. Dapprima i gemelli sorsero, e attesero l’arrivo di quanti li avrebbero seguiti. Attesero a lungo, presso lo Stagno del Destino, che gli altri giungessero, finché ciò accadde. Improvvisamente Arret era viva, d’elfi, di genti della stirpe d’Argento, e parte della creazione d’Euon sorgeva alla fine fra le terre immacolate. Gli elfi giungevano, splendenti, e le loro lingue e le loro gole popolavano di suoni e canti le pianure e i boschi. E gli elfi giungevano, e s’adunavano attorno a Gwinomir e ad Uallo, e questi rimanevano, silenti e immobili, mentre le genti d’Argento gli si facevano attorno. Poi, dall’acqua un guizzo, e una luce apparve: questa immerse i due gemelli nel suo bagliore, e allora le stirpi d’Argento fecero silenzio, e udirono le parole che provenivano dallo Stagno: - Le genti nascono, popolo prediletto delle terre d’Arret; s’avvera il racconto. Ora le lande hanno un nome, e le pietre e gli alberi cantano e danzano, perché giunti sono coloro che li ameranno. Allora fra gli elfi fu grande la meraviglia, e innanzi allo Stagno fu un gran vociare: solo i due gemelli tacevano, ancora immersi nella luce. Ma quando molte parole furono dette, allora Gwinomir uscì dalla luce, e di nuovo apparve a quanti gli si erano raccolti intorno. La sua voce proruppe su tutte, come un canto melodioso fra schiamazzi, anche se quelle erano le voci più belle del mondo. E Gwinomir parlò, e di nuovo fu silenzio attorno: - Non riconoscete la voce di vostro padre? Figli d’Euon, figli di Forman e di Mianar, non siete ancora desti? Eppure siete giunti qui innanzi a queste acque benedette! Svegliatevi, e ammirate! Allora gli elfi tutti si sentirono come colpiti, e una nuova leva li accolse a più alti pensieri. Ora Arret appariva loro in tutta la sua grandezza, e

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l’eco delle sante parole d’Euon rimbombava nelle loro orecchie; allora una voce rispose a Gwinomir: - Sì, mio signore, riconosciamo la voce del Creatore; e ora siamo qui, desti innanzi a te: guidaci! Thorindalle fu da allora il nome fra le genti dell’elfo che rispose, ed egli, come dice il suo nome, fu davvero il più nobile fra gli elfi, e la sua vita una delle più tristi. A quella risposta, anche Uallo uscì dalla luce che lo avvolgeva, e un passo innanzi, s’avvicinò al fratello. Sollevata la mano, l’elfo parlò, e la sua voce, cristallina e flebile, sommessa, invase le menti delle genti d’Argento: - Le genti sono deste: seguiteci, e che tutto abbia vita. Allora i gemelli si misero alla testa del proprio popolo, e questo li seguì; Gwinomir guidava, e Uallo, un passo indietro, parlava a coloro che seguivano. Allora i passi condussero quel popolo verso il Grande Bosco, e lì solo un nuovo riposo e nuove parole accolsero benevoli menti e animi giovani. Nulla vi era oltre agli alberi in quel bosco, né un animale pascolava fra le erbe: solo gli elfi si spargevano fra le piante, sui rami. Gwinomir, giunto ai piedi d’un immenso abete, proprio al centro del Grande Bosco, si fermò, e allora Uallo disse al suo popolo di sedere e ascoltare: - Udite genti, e pronunziate il giuramento delle stirpi d’Argento: come quest’albero, nel mezzo delle nostre terre, ma molto più di questo, amiamo Ela, ad Oriente, l’albero della vita. A lui rechiamo in dono le nostre parole per Euon e gli Eida, e a lui le nostre promesse; di lui saremo custodi, e con lui invecchieremo, e antichi e stanchi saranno i nostri occhi, quando antiche e stanche saranno le sue radici. Se la morte guasterà il suo fusto, allora la morte colpirà anche noi: a te, Mianar, il nostro giuramento e la nostra obbedienza, e a tutti gli Eida! Tu accoglili benevola! - Giuriamo! – fu un coro unanime di voci limpide e profonde, e gli elfi legarono allora la loro esistenza all’albero della vita, l’albero da cui nasce ogni giorno il sole, ad est, per sempre. Istantanea venne la risposta dell’Eida, e la sua approvazione, e ai piedi di Gwinomir una piantina crebbe rapida sino a diventare cespuglio; così Mianar accettò le promesse delle stirpi d’Argento, e a loro donò il proprio amore. Allora Gwinomir riprese la parola, e disse:

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- E così sia: qui abiteremo in pace, secondo il volere d’Euon. Ora, miei compagni, spargetevi fra queste lande e donate loro la vita; inondate di canti e di racconti queste terre, perché così è stato deciso per noi. E così fecero gli elfi, e le loro genti si sparpagliarono per tutta Arret, seguendo le parole di Gwinomir: ma i due gemelli rimasero nel bosco, e con loro molti fra gli altri antichi delle genti d’Argento. Allora tutto prese un nome, e nacquero il ricordo e l’esperienza delle cose, perché ora gli elfi apprendevano e conoscevano il mondo. Infiniti anni e infinite ere trascorsero così, mentre gli elfi da soli abitavano su Arret: e venne in tempo in cui ogni cosa ebbe un nome, ogni cosa fu conosciuta dalla prima stirpe. Gli elfi allora erano tanti, e le loro case e le loro voci inondavano come il mare in piena ogni luogo, eccetto le fredde terre del nord. Eppure ancora gli elfi non vivevano vicini al mare, e in pochi anelavano di navigare sulle onde e fra i flutti: fra questi, Uallo più di tutti lo desiderava, ma sapeva che ancora non era il tempo per lui di prendere quella via. Altri anni trascorsero ancora così, e questa fu l’epoca di più grande splendore per le stirpi d’Argento, ché nessun male li colpiva, né loro conoscevano. Ma i tempi trascorrono, e ogni cosa invecchia e cambia. Anche i cuori degli elfi presero a cambiare, e la compagnia di se stessi non bastò più: allora molti fra gli elfi vennero a Gwinomir, pregandolo. Essi iniziavano a sentirsi stanchi, e i loro cuori anelavano nuove cose; come loro, anche Uallo aveva un suo desiderio da realizzare, ma per il momento tacque, perché conosceva gli eventi futuri: egli solo fra gli elfi, e neanche Gwinomir, cui altro destino era stato assegnato, leggeva fra le righe degli eventi, e solo comprendeva quanto quel desiderio della sua gente avrebbe scosso il mondo. Gwinomir ascoltò le parole del popolo, e decise che era giunto il tempo di parlare con gli Eida: così, chiamato a sé il fratello, i due partirono, di nuovo volgendosi allo Stagno del Destino. Giuntivi, i primi fra i primi, pregarono a lungo. Gwinomir e Uallo pregarono gli Eida, perché nuove meraviglie prendessero vita; gli Eida udirono misericordiosi quelle preghiere, e alla loro misericordia nuovi eventi seguirono su Arret, che nuove parti dei capitoli della creazione prendevano forma, sia benevoli che oscuri. Sorsero su Arret nuove creature: Draghi, Aquile e Fenici solcarono i cieli, e tutti gli altri animali furono compagni di vita degli elfi. Allora, per la prima volta, sorse nel mondo ciò che le stirpi d’Argento faticano a comprendere: la morte, ché, infatti, tranne i Draghi, le creature che nacquero allora furono tutte mortali. La gioia invase i

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cuori del popolo di Gwinomir e Uallo, perché parte della creazione s’avverava per loro, ma anche altre cose avvennero per quella preghiera: Gnornak fu colto dall’ira e dallo sdegno, perché lui solo ancora non aveva partecipato alla creazione, lui che si credeva il più potente fra tutti. Egli non era sceso su Arret come gli altri Eida, perché solo la compagnia d’Euon riteneva a sé degna: eppure le genti d’Argento non l’avevano pregato, né avevano richiesto il suo aiuto; egli solo non aveva narrato la sua storia fino a quel momento, ché la riteneva la più importante, e stimava i suoi pensieri udibili e comprensibili solo dal Creatore. Gnornak si riteneva allora saggio e giusto, e santa pensava la sua ira, così si rivolse ad Euon: - Padre, vedi l’insolenza dei tuoi prediletti? Essi non mi venerano e non mi temono! - Perché – rispose Euon – dovrebbero venerarti se fino ad ora li hai sdegnati, considerandoli poca cosa? Perché dovrebbero temerti se tu sei un figlio mio, come loro? Ma Gnornak non udì quelle parole, ché già l’orgoglio montava l’ira, e la sua storia s’intorbidiva di malvagi desideri. Così l’Eida riprese la parola, e di nuovo proferì verbo: - Padre, io solo non ho narrato né preso parte alla creazione. Ora desidero raccontare, e che prendano vita i miei pensieri. Gnornak stava allora per narrare, ma di nuovo Euon l’ammonì: - Bada, che non tua è la creazione, e che i tuoi pensieri sono a me già chiari: rimetti il tuo orgoglio! Ma sia la tua scelta come tu vuoi, perché io la conosco. Allora Gnornak narrò, e solo Euon udì le sue parole, e il suo cuore si riempì di tristezza al loro suono. Concluso il suo racconto, l’Eida discese su Arret; ma non si ritirò ad oriente come i suoi pari, ma venne ad occidente e fu fra gli elfi. Ancora il suo cuore desiderava la loro reverenza, il loro rispetto, il loro timore, la loro obbedienza. Solo Uallo temeva qualcosa, ma ancora non tutto gli era chiaro del cuore dell’Eida, e così, di nuovo, tacque. Gwinomir invece venerò l’Eida senza riserve, e con lui tutti gli altri del suo popolo, e per un po’ l’orgoglio di Gnornak si assopì, e con esso il suo odio. Ma nuovamente i tempi trascorsero, e nuovamente i cuori mutarono: così anche la mente di Gnornak fu presa da nuovi pensieri, pensieri d’invidia degli altri Eida, desiderio di potere fra tutti. Egli era il più grande, pensava, e il rispetto e la venerazione non gli bastarono più. Ai suoi occhi apparvero immagini di nuove creazioni,

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d’immense montagne e scure, d’infinite distese di deserti e di nubi: tutto quanto avrebbe dimostrato il suo potere agli occhi degli altri, tutto ciò egli voleva sommamente e meditava. Così la sua mente si fece astuta, i suoi occhi aguzzi e il suo cuore di pietra. Chiamati a sé gli elfi pretese obbedienza, ché nessuno avrebbe potuto opporsi a lui; in cambio, prometteva doni ed elargiva promesse di pace. Il dubbio prese la stirpe d’Argento, ché molti avrebbero seguito l’Eida, se tutto non avesse cominciato ad essere chiaro agli occhi d’Uallo. L’elfo parlò al fratello, e Gwinomir udì affranto: Uallo riconosceva ora il dolore che gli appariva venturo, e già l’inquietudine che avvertivano i due ne era avviso. Così i gemelli, i padri degli elfi, vennero nuovamente allo Stagno, e nuovamente pregarono gli Eida. Forman e Mianar più di tutti colsero la paura dei due, e frattanto sempre più chiari erano agli Eida i pensieri di Gnornak. Così Forman e Mianar fra tutti convinsero i primi fra gli elfi a rifiutare i doni di Gnornak e a non donargli la loro obbedienza. I gemelli allora tornarono fra i loro compagni, e parlarono loro, al cospetto di Gnornak: - Quanti fra le stirpi d’Argento ci udite e avete seguito i nostri passi, ascoltate: giunto è fra di noi il Tentatore, il Mendace, e le sue promesse ammorbano i vostri sogni. Diffidate di lui, ché non è lui il vostro Signore. Ad altri dovete le vostre preghiere, ad altri dovete la vostra pietà, non a lui! Non credete alle sue promesse, ché lui non le manterrà, lui che è signore di menzogna e di falsità. Già il suo orgoglio desidera distruzione, e quanto voi amate lui desidera distruggere; non seguite il suo consiglio! Che vi si aprano gli occhi! Allora Gnornak rispose pieno di collera: - Miserabili! Voi scegliete il mio odio quando mi dovreste soltanto ubbidienza! Il mio unico dono per voi sarà il Terrore, la mia collera eterna; voi non troverete più scampo, che sempre le mie maledizioni v’inseguiranno: ovunque sarete, non sarete che polvere al mio soffio! Detto ciò Gnornak scomparve, e si ritirò lontano dalla loro vista, molto più ad ovest. Ad occidente rimase l’Eida, e lì accrebbero ancora il suo odio e la sua rabbia, così ebbero vita i suoi più perversi progetti e pensieri. Molti caddero sotto le sue menzogne, alcuni volontariamente, altri spinti con la forza: nessuno di questi rimase lo stesso, e ciascuno fu pervertito fino all’anima. Anche alcune fra le Aquile e le Fenici caddero vittime degli inganni dell’Oscuro; pochi invece fra i Draghi, ché la loro saggezza e forza era grande. Ma il numero maggiore fra le vittime fu fra

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le stirpi d’Argento: su di loro l’Eida riversò il suo terrore a lungo covato, e come un sole che esplode, il suo potere e la sua astuzia furono chiare per tutti. Corrotte, le sue vittime divennero dolorosamente e violentemente le creature che, terribili e mostruose, ne seguono il volere con cieco spirito: orchi, orchetti, goblin, Elfi Neri, tutti questi nacquero da quella terribile Corruzione; i figli di Gnornak cavalcavano gli Avvoltoi e gli Uccelli di Fuoco, i figli dell’inganno, la maledizione delle Fenici. In quel tempo spesso Forman e Mianar vennero agli elfi, e ne furono conforto e guida, ora che il dolore e la disperazione affliggevano il popolo. Le stirpi si stringevano attorno a Gwinomir e Uallo, e loro massimo aiuto era Thorindalle, l’unico fra gli elfi di allora che era tale da reggere il paragone con quei grandi. Gli elfi si ritirarono fra il Lago Maggiore e l’Oceano delle Cascate, e rimasero in attesa che qualcosa avvenisse, timorosi dell’Ovest e della sua potenza. Frattanto Gnornak insegnò la guerra ai suoi, e questi presero le armi, sicché avvenne la Prima Grande Battaglia. Gli orchi dilagarono nel Grande Bosco, portando la morte fra gli elfi, e questi ancora non sapevano né il sangue né la spada: Forman allora parlò a Gwinomir e Uallo, e meraviglia, essi furono guerrieri e re, e le genti li seguirono nella lotta. Aquile, Fenici, Draghi, tutti furono con gli elfi, e tuttavia questi arretravano, sempre più vicini al mare che temevano, e sempre più vicini ai freddi del nord, sconosciuto e inospitale. Allora Link mostrò la sua creazione, il frutto della sua storia, che fino ad allora era rimasto celato: i nani del nord. Gwinomir raccontò al fratello ciò che Link gli aveva mostrato in sogno una notte, dicendo: - Fratello, ho fatto un sogno, o forse ho avuto una premonizione, e il senso di ciò che ho visto non mi è chiaro, dato che tu, fra noi due, sei colui cui è stato donato di interpretare i segni. Eppure ieri sera, vinto dalla stanchezza, mi assopii; durante il sonno, immagini m’apparvero, che non avevo mai visto né immaginato. Montagne vidi, alte e possenti, e fra esse valli e gole profonde. Eppure fumi provenivano da quelle, e bagliori di fuochi. Gli orchi, pensai, sono giunti fino alle montagne. Tuttavia non era così, perché la pace regnava su quelle cime. Non feci in tempo a capire e a pensare, però, che una nuova immagine, di caverne profonde e illuminate, e lame taglienti e circolari, e martelli, tanti. Poi, il risveglio. Dimmi fratello, cosa vedi nel mio sogno? - Gwinomir, ti dirò con gioia cosa vedo nel tuo sogno, perché ben chiare mi sono le tue parole: ebbene, una nuova speranza sorge per noi, non

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credo un nemico, a nord, fra i monti e le gole che noi non visitammo. Suvvia, corri lì veloce, e controlla tu stesso se è vero ciò che dico; se vuoi, verrò con te. - No fratello, andrò da solo, ché è meglio che uno solo corra rischi. Tu rimani, e guida il popolo finché io non tornerò. Così dicendo Gwinomir partì, in groppa ad un Drago, e assieme i due volarono a nord, mentre Uallo rimaneva a guardia del Grande Bosco. Dieci anni di guerra, di sangue e dolore, di morte e di disperazione, tanti erano passati da quando era stata mossa la prima arma contro gli elfi, quando Gwinomir e Intorin dei nani s’incontrarono; fu miracolo, o volere degli Eida, ma essi quel giorno parlarono la stessa lingua, e accordo vi fu fra gli elfi e i nani, e assieme le genti scesero in battaglia. I nani non avevano mai visto altra gente, eppure, grati a Link e da sempre suoi prediletti, vennero in soccorso a Gwinomir. Gwinomir fece ritorno fra i suoi con la notizia di nuovi alleati, e subito la gioia si sparse fra le stirpi d’Argento: Draghi furono cavalcati dagli elfi, e la loro potenza scosse le file dei nemici. Allora gli orchi arretrarono, mentre Gnornak dall’ovest vedeva fuggire la sua vittoria: spinte a nord, le sue creature furono improvvisamente assalite dai nani, e fra loro, Intorin, re del nord, morì portando con sé centinaia di mostri. Molti fra i figli di Gnornak caddero per mano di nani ed elfi, finché Gnornak non comprese d’essere sconfitto. Allora fuggì da Arret, ritirandosi supplichevole presso d’Euon: ma presso il Narratore vennero anche gli altri Eida, ciascuno chiedendo condanna per l’agire dell’Oscuro. Fra tutti Mianar, Forman e Link erano più in collera con Gnornak. A tutti, dopo aver a lungo ascoltato in silenzio e meditato, infine rispose Euon: - Riponete le armi e gli odi, perché Gnornak è già stato sconfitto. Sincero è per me il suo pentimento, anche se forse egli stesso se lo nasconde. Smettete la collera, concedete il perdono e una nuova possibilità. Tu, Gnornak, sei libero, ma sarai con gli elfi, e loro t’accoglieranno in pace, non temere. Questa fu la decisione d’Euon, come si dice: ed egli forse vide in profondità nel cuore dell’Oscuro, forse più in profondità di chiunque, Gnornak compreso; ma per questo quesito, non c’è risposta. Per gli elfi intanto la guerra era finita, non certo il dolore per le morti e per le devastazioni; nondimeno rimaneva un mondo da ricostruire. Così le stirpi d’Argento acclamarono, alla fine della guerra, i loro signori, e Gwinomir e Uallo furono sovrani. Gwinomir era il re delle stirpi

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d’Argento, ma volle donare parte del suo territorio al gemello, così gli elfi si divisero fra quanti vollero seguire Gwinomir e quanti seguirono Uallo: nacquero il Lovar e il Morien. Lì dove il re del Lovar, Gwinomir, aveva giurato per l’albero Ela, lì fondò la sua capitale, Gnyalan, così parlando al suo popolo: - Questo è da oggi il nostro regno, e qui sorgerà la nostra città; Gnyalan s’innalzerà su ridenti prati e fra rami portatori di vita, e quest’albero e questo cespuglio saranno fra gli elfi sacri, e guai e disgrazie colpiranno chi li violenterà impunemente. Gwinomir era il più bello e il più alto allora fra gli elfi, e nemmeno il suo gemello poteva competere con lui per maestà e imponenza: ed egli fu re del suo popolo, e dove lui desiderò e ordinò, la stirpe d’Argento si stanziò e prese a vivere in pace. Uallo invece regnò a sud, attendendo sempre più che il suo desiderio s’avverasse, potendo, libero, solcare il mare verso il meridione.

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III Thorindalle

Con quelle parole Ewaniwe concluse il suo racconto per quella sera. Nelian neanche protestò, che subito, vinto dal sonno, s’assopì. Allora il bardo uscì dalla camera del figlio, senza fare rumore, assieme ad Alinea, e insieme, marito e moglie si ritirarono nella loro stanza e diedero riposo alle loro membra dopo un ultimo bacio. Il giorno successivo, Ewaniwe ed Alinea furono svegliati da una piacevole sorpresa: alla porta di Bingrim, due amici erano giunti senza preavviso. Chiamato dai servitori, Ewaniwe non fece in tempo ad uscire per accogliere gli ospiti, che una voce amica chiese: - Salve, mio buon bardo, a letto fino a tardi, vero? - Lendelin! – urlò Ewaniwe per risposta, e subito corse ad abbracciare il suo Grande Re. Accanto, sorridente, Bellig. Solo allora, corso fuori, Ewaniwe s’avvide della presenza del saggio, e subito la sua gioia e la sua commozione raddoppiarono. Salutato calorosamente anche il discepolo di Baurin, il padrone di casa condusse i suoi ospiti veloce dentro il palazzo; Alinea venne immediatamente a ringraziare i vecchi amici per la visita, e poi li condusse a mangiare qualcosa: dovevano essere sfiniti, pensava, se, come credeva, avevano viaggiato di notte per arrivare di mattina presto. Rinfocillati i viaggiatori, allora Ewaniwe chiese quale fosse il motivo di quella visita: - Nulla di particolare, non temere – rispose Lendelin – semplicemente era un po’ che io e Bellig programmavamo un viaggio per il Grande Regno, e ci sembrava giusto passare anche da questa tua dimora. - Grazie davvero! Ewaniwe ed Alinea erano davvero felici di rivedere il resto dei portatori: - Ma naturalmente voi rimarrete qui per qualche tempo, non è vero? – chiese il padrone di casa tutto preso dai suoi doveri d’ospite.

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- Hai voglia di scherzare, Ewaniwe! Sai che non mi posso trattenere a lungo e il viaggio che vogliamo compiere è lungo, e tante città attendono la nostra visita. A stento sono riuscito a partire di nascosto: il mio viaggio è conosciuto solo da pochi… Fino a quel momento Bellig aveva fatto silenzio, e al massimo aveva riso e apprezzato le cure del bardo, ma ora si decise a prendere la parola: - Ma dai, Lendelin! È da tanto che non viaggi, e se per un po’ ti prenderai una vacanza, nessuno te ne farà una colpa! Penso che per questa sera potremmo tranquillamente rimanere qui, e ridere un po’ con i nostri cari, come nel passato… - Certo, rimarrete qui – intervenne Alinea elettrizzata – e non vi mancherà niente, ve lo prometto. - Non preoccuparti – rispose Bellig, temendo d’essere stato frainteso – non c’è bisogno che tu ti preoccupi d’alcunché; a noi basta poco, giusto Lendelin? - Certo – rispose il Grande Re imbarazzato. Così Bellig e Lendelin rimasero ospiti di Ewaniwe e Alinea a Bingrim: la mattinata trascorse tranquilla fra lunghi racconti e risate, e nel pomeriggio i vecchi amici uscirono per andare a contemplare le bellezze del luogo. Intanto Nelian, anch’egli, gioiva, convinto di poter udire nuove storie e il prosieguo di quella della sera precedente da nuovi menestrelli: in particolare era riuscito ad estorcere una storia prima di dormire al discepolo di Baurin. E venne la sera con le sue stelle e la luna, i suoi suoni e le sue malinconie, e venne il tempo di nuovi racconti per il futuro Grande Re. Allora attorno al letto del piccolo, dopo la cena, si radunarono il padre e la madre, con i due illustri ospiti. Fattisi tutti attorno, subito Nelian parlò: - Maestro Bellig, maestro Bellig, voi avete promesso di raccontarmi una storia…ora dovete pagare il vostro debito! - Giusto Nelian, hai ragione: dimmi cosa vuoi che ti racconti? - Voglio che tu continui ciò che mio padre ha lasciato in sospeso: mi ha narrato di come sorsero gli elfi e dei gemelli loro re, di come Gnornak fu sconfitto una prima volta; ora voglio che tu completi la storia. Ma c’è di più: voglio sapere di Thorindalle, perché spesso mio padre me ne ha accennato, eppure dell’elfo nulla so di preciso, tranne che fu fra i grandi. - Sia come tu vuoi, mio futuro sovrano: ma sappi che forse la tua richiesta va oltre le tue attese, e che forse il racconto di Thorindalle non sarà di tuo gusto.

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Thorindalle era un grande fra gli elfi, e il suo nome n’era dimostrazione: egli era il più nobile fra quanti seguivano Gwinomir e Uallo, e il più saggio, e il suo consiglio era sempre ben accetto e giusto. Così Thorindalle visse dalla nascita della sua gente fino ai giorni dopo la caduta di Gnornak in pace, e Gnornak né temeva il pensiero e la grandezza, e tuttavia i suoi tranelli erano fino ad allora volti a Gwinomir e Uallo. Venne la pace intanto su Arret, e con essa l’esilio di Gnornak fra gli elfi: questi lo accolsero fiduciosi nel suo pentimento, ignari del futuro, tutti, forse, tranne che Uallo e Thorindalle; il primo leggeva ancora assai lontano nel futuro, il secondo dubitava ancora dell’Oscuro. Tuttavia ora Gwinomir era in pace con Gnornak. A quel tempo nacquero i figli di Gwinomir e Uallo, Gwinahindil ed Endion, e questi furono principi. Thorindalle invece non aveva figli, mentre i suoi occhi e i suoi anni si facevano sempre più pesanti e stanchi. Venne allora il tempo in cui il sogno d’Uallo si realizzò, ed egli, non curante più del futuro e del passato, partì su una nave, solo con il figlio, promettendo ritorno. Ma la nave fu colta da una tempesta, e Uallo perì, perso nel profondo delle acque: eppure il figlio, Endion, fu salvato dalle onde, e il suo corpo stanco e ferito riportato sulle sponde del Morien. Endion fu re d’un regno a lutto, e fra i grandi elfi del passato, il primo fu perduto. Era tempo di pace, quello, ma non forse di macchinazioni, che presto nuove sciagure colpirono l’antico popolo: anche Gwinomir cadde, in circostanze misteriose e insondabili, colpito dalla freccia d’uno della sua gente. Frattanto nella sua casa, nel Lovar, nascevano i Numenali, ma subito erano dispersi e causa d’odio. Gwinahindil fu re e sovrano degli elfi, ma ancora il re, com’Endion ma più di quello, era giovane e inesperto, insicuro e nervoso, e dietro al suo trono Gnornak macchinava e ordiva. La sua vendetta giungeva nella casa dei nemici, là dove non era giunto con i suoi eserciti. Numerosi anni passavano, e intanto il cuore di Thorindalle si faceva scuro, e il suo animo cupo, e sempre più l’elfo s’allontanava da Gnyalan alla ricerca di pace, ché una inspiegata inquietudine lo colpiva e fiaccava. A quel tempo Gnornak anch’egli s’allontanava sempre più dalla città di Gwinahindil, non temendo più la saggezza degli elfi: in uno di quei suoi viaggi nascosti e maligni, egli, per primo, vide il nuovo frutto della Creazione. Ad ovest del Lago Maggiore, lì era sorta la stirpe d’Elettro, ancora debole e malferma, imbelle e pavida. Allora l’Eida avvicinò quelle genti, tentando di

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sedurle: egli era splendido ai loro occhi, e saggio, e recava doni, e fra essi il più grande, la Magia. Insegnò agli uomini la paura della stirpe d’Argento, e questi gli credettero, e nei loro cuori crebbe l’odio per quelle genti sconosciute. Così gli uomini crescevano al di là del lago nell’inganno, mentre Thorindalle viveva sempre più a lungo nei pressi della sponda opposta. Giunse però il giorno in cui anche Thorindalle desiderò allontanarsi del tutto dal suo popolo, e abbandonato Gwinahindil, egli prese una nave e si recò ad ovest del lago, ignaro della stirpe d’Elettro. Giunto sull’altra sponda, Thorindalle riposò il suo corpo stanco, sdraiato sulla verde erba presso le acque del Lolin, ché lì vicino era approdato. Era vecchio Thorindalle, eppure meraviglioso alla vista. Aveva occhi e capelli neri, velati da ciuffi bianchi, lunghi fino alle spalle, e mossi come onde. La vista si perdeva nel vuoto mentre osservava in silenzio le nubi, quando qualcosa destò la sua attenzione. Fra le erbe alte qualcosa si muoveva, circospetta. Non un’elfa, ché non n’aveva l’altezza e la regalità, eppure simile. I suoi occhi se n’avvidero sebbene quella creatura si nascondesse, e invano cercarono di capire. Allora Thorindalle s’issò da terra, e subito la donna corse via impaurita, resasi conto che quello non era un uomo. Ma Thorindalle non sapeva degli inganni di Gnornak presso gli uomini, né sapeva dell’odio di questi verso gli elfi: allora rincorse la donna, gridandole di fermarsi, senza ottenere risposta. I due corsero, finché non giunsero ad un villaggio d’uomini vicino al lago: la donna gridò l’allarme, e uomini vennero a sua difesa; tanti, deboli e male armati, ché forse Thorindalle avrebbe potuto difendersi, se avesse voluto, ma così non fu. Senza capire la sua colpa, l’elfo fu legato con fragili corde ad un palo, mentre la sera e le stelle s’affacciavano su di un cielo limpido. Stupore e paura si levarono sui visi degli uomini alla vista dell’elfo, e fracasso e urla per decidere cosa fare di lui: tutto il villaggio era riunito attorno al prigioniero, bello e vestito di splendidi tessuti, mentre gli uomini vestivano di stracci ed erano sporchi di fango e polvere. Mentre tutti urlavano e si dimenavano, e mostravano lame rudimentali, un vecchio giaceva sofferente poco lontano da Thorindalle. Questi lo vide, e l’uomo vide l’elfo: nei suoi occhi Thorindalle non lesse odio, ma solo dolore e paura di morire; il volto dell’elfo si riempì di pietà e stupore, perché scorgeva il seme della morte in quel popolo. Allora spezzò le corde con debole sforzo, e si mosse verso il vecchio fra lo stupore e le grida. Nessuno però corse contro l’elfo, ché troppo grande fu la sorpresa per le sue azioni. Gnornak

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diceva che gli elfi odiavano gli uomini, ma Thorindalle invece pose una mano sulla fronte del sofferente, e la baciò; Gnornak diceva che la stirpe d’Argento temeva quella d’Elettro, ma Thorindalle pose l’altra mano sul corpo dell’uomo, e pregò. Le preghiere dell’elfo vennero ascoltate, dopo che questi aveva salmodiato a lungo e con passione: il corpo del vecchio guariva dal suo male, e la sua anima s’acquietava. Alla fine delle preghiere Thorindalle fu stremato, e i suoi capelli e i suoi occhi apparvero per qualche attimo più chiari: eppure il vecchio ora si reggeva in piedi, e anzi cantava e ballava, mentre prima soffriva solo a respirare. Il dubbio colse il villaggio, mentre il vecchio e i suoi festeggiavano: fra di loro, la donna che era fuggita prima alla vista di Thorindalle, ora in lagrime, rideva e scherzava con il nonno. Allora il vecchio parlò al villaggio nella sua rozza lingua, e il villaggio ascoltò le sue preghiere: Thorindalle fu libero. Ma Thorindalle non andò via dal villaggio, perché ancora grande era in lui il desiderio di conoscere quelle strane genti: le vedeva simili ad elfi, ma in loro scorgeva, sempre più chiari, dolore e sofferenze, e passioni e innocenza facile all’idiozia. Così Thorindalle rimase nel villaggio, e in cuor suo dimenticò sempre più il suo popolo, né ebbe pensiero di tornare fra le genti d’Argento per narrare l’accaduto. Ma non tutti fra gli uomini amavano quell’elfo, anzi, la maggior parte di loro diffidava di Thorindalle, ché troppo forte era stato il potere di Gnornak fra di loro. Ma Thorindalle non faceva niente per giustificare quell’odio, e anzi, portava le sue conoscenze fra gli uomini. Così, come Gnornak aveva portato l’odio e le armi, la magia e l’astuzia in dono ai nuovi popoli, così ora Thorindalle portava le sue capacità di guaritore: ed egli stesso si stupiva di esse, perché mai aveva avuto tali poteri sugli elfi. Eppure l’elfo si rendeva conto da solo che fra gli uomini qualcosa era cambiato in lui; ora leggeva i cuori, ascoltava dolori e sofferenze, avvertiva passioni e desideri, e faceva quanto era in suo potere per alleviare e confortare quelle anime deboli. Così passarono gli anni per Thorindalle fra quegli uomini, e l’elfo era sempre più accetto, e la sua fama si diffondeva fra i villaggi vicini, mentre ancora uomini ed elfi non si conoscevano e non avevano tenuto contatti che per quell’unico caso. Thorindalle curava gli abitanti dei villaggi, e loro insegnava la lingua degli elfi, per loro cuciva abiti. La sua opera era ignota persino a Gnornak, ché ancora non teneva in pugno tutti gli uomini, anche se da tutti era conosciuto come l’Alto Signore. Ma Thorindalle non si curava dell’Alto Signore, perché anche lui era allora vittima delle umane

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passioni che curava: i suoi capelli si facevano sempre più bianchi, ogni volta che aiutava un uomo, e così i suoi occhi. La sua vista si fiaccava, e il suo animo si faceva sempre più pesante e malinconico. Suo unico conforto, la donna che per prima aveva conosciuta: essa aveva nome Darea, e viveva con il nonno che Thorindalle aveva guarito, primo fra gli uomini. Ora quello, Aram, era il più vecchio del villaggio, e si dice, il più vecchio allora fra gli uomini, e la sua voce era udita e il suo consiglio seguito fra molti della stirpe d’Argento. Egli sapeva dell’Alto Signore, e comprendeva quanto fosse quello diverso da Thorindalle: comprendeva le differenze fra i due e l’amore di Thorindalle, tanto diverso dall’odio dell’Oscuro Signore. Eppure Aram non parlava a Thorindalle di Gnornak, né quello chiedeva alcunché, tutto preso dalle sue fatiche fra gli uomini. L’elfo allora viveva su di un albero accanto alla capanna di Aram, e suo grande conforto nei momenti di malinconia era Darea: Thorindalle era legato alla donna, le aveva insegnato per prima la lingua degli elfi, e spesso la donna lo teneva in grembo dopo che quello, fiaccato dall’uso del suo dono, crollava vinto dalla fatica. Darea stessa allora lo accudiva nella sua capanna, e badava a lui finché quello non si risvegliava. Thorindalle scoprì ben presto d’amare la donna, eppure temeva il suo sentimento, giacché mai elfo aveva sino ad allora amato una figlia delle stirpi d’Elettro: egli ora soffriva d’umana passione. Ma i cuori degli uomini sono deboli, e spesso si volgono a ciò che non dovrebbero, più che a ciò che è loro più caro: Darea non amava Thorindalle, né provava per lui sentimento alcuno, se non sincera amicizia e gratitudine infinita. Ciò che Thorindalle non capiva, egli che fra tutti leggeva i cuori, egli non comprendeva nell’animo della donna. Vi era nel villaggio anche gente che però non amava Thorindalle, e anzi vedeva in lui un nemico, avverso, sebbene così non si potesse certo dire, all’Alto Signore. Fra questi, Nesat, un uomo più o meno coetaneo di Darea: Nesat odiava inoltre Thorindalle, giacché il suo cuore da lungi non pensava ad altro che alla donna, e sempre più bruciava alla vista di lei con l’elfo. Aram era ormai molto vecchio, né i poteri di Thorindalle riuscivano più a fermare la sua veloce decadenza, così Aram si spense, ma prima di perire egli così parlò all’elfo: - Sta attento all’Alto Signore, perché egli trama, e presto gli giungerà voce di te. Presto sciagure s’abbatteranno sulla mia casa, Thorindalle, ma non scorgo se queste colpiranno anche te. Ascolta il mio vaticinio! Allontanati alla mia morte dal villaggio, oppure dolore e disperazione

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s’abbatteranno anche su di te e su chi ami! Più in là, se vi sarà misericordia e perdono, io non scorgo. Così parlò Aram a Thorindalle morendo, e poi spirò. Il suo posto di capo villaggio fu preso da Nesat. Questi reclamò in moglie la nipote del capovillaggio, come usanza degli uomini, giacché lei era la parente più stretta, e nessuno s’oppose alla richiesta: neanche Darea. Solo Thorindalle s’opponeva, e l’ira dei compagni di Nesat si volgeva verso di lui, finché il capovillaggio non parlò dinnanzi al popolo stesso: - Elfo, cosa fai qui? Che cosa vuoi dalla nostra gente, tu che prolunghi solo il dolore in questa triste vita? Torna dal tuo popolo! - Non posso – rispose Thorindalle – perché qui sta ciò che amo. Voi ancora siete ingenui, deboli, e già dimenticate ciò che vi ho donato: eppure conosco i vostri cuori, e so quanti fra voi mi sono grati. Tu Nesat, non mi togliere la mia vita, non portarmi via Darea. - Io portarti via Darea? Ma non sei forse tu, elfo, che desideri allontanarla dalla sua gente? In ogni modo, sia Darea a scegliere; vedremo se sceglierà uno straniero dispensatore di mali, un cieco pellegrino, al migliore dei suoi. Venga qui la donna e parli! Allora venne condotta Darea davanti ai due, e le fu chiesto chi fra Thorindalle e Nesat lei scegliesse; dopo qualche esitazione, Darea diede il suo sventurato responso: - Sono grata all’elfo – disse – perché so che ciò che ha fatto l’ha fatto per bontà, e a lui tutto debbo. Eppure io sono mortale, figlia di mortali, e i mortali desidero. Io scelgo Nesat. Così disse Darea, e gli occhi e i capelli di Thorindalle persero ogni colore. Allora, come cristallo, essi seguirono i passi ciechi dell’elfo, ed egli si ritirò vicino al lago, poco lontano dal villaggio, giurando odio agli uomini traditori. Venne il tempo del matrimonio di Darea e Nesat, e da loro nacque Cahen. Allora Nesat venne a fama presso gli uomini, e il suo nome giunse sino a Gnornak. L’Oscuro allora lo convocò, e i due s’incontrarono. L’Eida sondò la mente dell’uomo, e fra i suoi ricordi vide Thorindalle. Mascherando la collera verso quell’antico elfo, egli chiese: - Uomo, vedo in te saggezza; eppure scorgo fra i tuoi pensieri qualcosa che ti turba, un nemico, forse. Parlami dell’elfo, perché già so che uno ne incontrasti.

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- Sì, mio Alto Signore, e il suo nome era Thorindalle. Egli mi fu avverso, ma io lo scacciai dalla mia terra. Allora Gnornak lesse nella mente di Nesat, e scoprì dell’amore di Thorindalle per la moglie di questi. Meditando allora come l’elfo gli fosse stato nemico assieme a Gwinomir e Uallo, ricordando le maledizioni scagliate prima della sua sconfitta, l’Eida degustò la vendetta, finché non riprese la parola: - Uomo, la tua opera mi è gradita; perciò, sarà per te un onore consegnarmi tuo figlio. Con me crescerà e diverrà forte, e presto sarà signore degli uomini e siederà accanto a me. Ancora un’altra richiesta ho per te: torna a me con tuo figlio e tua moglie, e reca con te l’elfo, sicché io possa giudicarlo e condannarlo per le sue colpe. Nesat si ritenne a quelle parole grande fra gli uomini, e caro si pensò all’Oscuro per quelle sue richieste, sicché obbedì senza fiatare. Così, tornato al villaggio, ordinò secondo quelle che erano state le richieste di Gnornak. Thorindalle, stanco e cieco, fu presto trovato e condotto a Nesat. L’uomo non ebbe compassione per quella larva, e messolo in catene, lo portò con sé presso Gnornak. Thorindalle non fiatò mai durante il viaggio, e solo la compagnia di Darea lo teneva in vita e lo sorreggeva. La donna ora si pentiva della sua scelta, ma non aveva il coraggio di confessarlo, ché Nesat era un uomo potente e violento. Compagni dei tre e del piccolo bambino erano quattro del villaggio, che stavano attenti a che il prigioniero non fuggisse né attaccasse l’odiato rivale: ma nulla di tutto questo faceva Thorindalle, ché per il troppo amore e il troppo odio era ormai divenuto mortale come la gente d’Elettro. Questo è il destino di quanti fra gli elfi s’abbandonano alle passioni umane, d’essere, in fine, mortali come umani. Ora Thorindalle vedeva vicina la morte, e silenzioso l’attendeva. Giunsero i viaggiatori innanzi all’Alto Signore, e allora Thorindalle riconobbe Gnornak, ma niente sentiva di poter fare, vecchio e stanco: l’Eida ordinò allora ai quattro del villaggio di lasciare Nesat, l’elfo, Darea e Cahen da soli alla sua presenza. Gli alberi del Bosco Scuro, cupi e senza foglie, incorniciavano secchi il viso dell’Eida, mentre ridente gustava la sua vendetta: l’ultimo dei grandi elfi era ai suoi piedi, impotente. Chiamato Nesat, disse: - Uomo, vieni a me, e consegnami tuo figlio. Nesat venne a Gnornak, e gli porse Cahen. L’Eida raccolse il bimbo fra le sue braccia, e poi fece cenno all’uomo di fermarsi al suo fianco.

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Gnornak sedeva su un trono di legno, alto e tinto di nero. Fissando Thorindalle, riprese a parlare, mentre Darea attendeva vicina: - Thorindalle, riconosci la mia voce, non è vero? Ricordi ancora le mie maledizioni? Non senti il peso della tua sconfitta? L’elfo non fiatò, ma gli occhi ciechi si volsero verso Gnornak, e intravidero il suo volto. Nesat non capiva di cosa si parlasse, e in preda al dubbio si volse a fissare l’Oscuro. Non fece in tempo a girarsi, però, ché una lama l’aveva trafitto all’addome, uccidendolo. Darea urlò sorpresa, mentre Gnornak disse: - Non perirai oggi, ma dopo lungo vagare e soffrire, perché le mie maledizioni ricadono su te e su quanti ti hanno conosciuto e amato. Darea allora cadde, e i suoi occhi mai più videro, e la sua bocca mai più parlo: solo, le rimaneva d’udire quanto veniva detto. Gnornak rise: - Elfo, l’ami, non è vero? Ma lei non potrà difenderti, anche se sa, perché nulla le rimane oltre che udire! Che fai, non fuggi? Presto i tuoi inseguitori ti saranno addosso! Scappa, soffri! Scappa, soffri! Allora l’Eida urlò l’allarme, ché Nesat era morto, ucciso davanti ai suoi occhi da Thorindalle. Il vecchio elfo, veloce, comprese le parole d’Aram, e quelle di Gnornak, e in un attimo, con forza che non aveva da anni, raccolse da terra Darea e la prese con sé. Ora l’elfo vedeva, poco, ma vedeva, e correva via mentre accorrevano i quattro del villaggio. Cahen rimase in braccio all’Oscuro, in lagrime di fronte alle urla. Thorindalle, in braccio Darea, fuggì, quanto più veloce poté, fra gli alberi, e poi fra le erbe, fuori del bosco, mentre i quattro lo cercavano. L’elfo alla fine però fu stanco, e non resse più la fatica. Allora crollo, di nuovo memore della sua lunga vita e della sua mortalità, e in breve fu raggiunto da uno degli inseguitori. Gli altri, più lenti, erano rimasti attardati e non li scorgevano. L’uomo s’avvicinò all’elfo, temendolo armato, lento, e gli fu sopra: Thorindalle e Darea, a terra, attendevano ciascuno la morte e il riposo. L’uomo fissò gli occhi dell’elfo, e le mani. Non odio, vide, né sangue, e la misericordia lo accolse fra le sue braccia. Senza parlare, si volse indietro, e raggiungendo i compagni, urlò: - Di là, nessuno. Cerchiamo di nuovo fra gli alberi. Gli inseguitori credettero all’uomo, e velocemente ritornarono nel bosco. Thorindalle rimase solo con Darea: la donna era svenuta, mentre dolori indicibili tormentavano il suo viso. Allora l’elfo rimembrò il dono che aveva avuto un tempo per gli uomini, e decise di tentare. Posate le sue mani sul volto di Darea, pregò a lungo, finché non stramazzo spossato.

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La donna ora riposava tranquilla, e i dolori che la affliggevano erano passati, anche se non il male che la uccideva dall’interno. Né la vista e la parola le erano tornate, né ciò accadde mai. I due fuggitivi rimasero per giorni immobili, ciechi e stanchi. Ora Darea amava Thorindalle, e Thorindalle amava Darea: nient’altro era loro rimasto. Sorreggendosi l’uno con l’altro, i due alla fine riuscirono a sollevarsi e a cercare cibo e acqua. Trovatili vicino ad un fiume, nutritisi di frutti, rimasero a riposare. Thorindalle parlò davanti alle correnti alla donna, e quella udì: - Darea, ora si avvera ciò che m’aveva profetizzato Aram prima di morire. La sventura coglie sia me che te, e non vedo speranza. Eppure siamo qui, finalmente assieme. Il destino gioca con noi, e riempie i nostri calici di veleno e di vino assieme. Crudele, non trovi? Darea non rispose, ché non avrebbe potuto, eppure una fitta al cuore riempì il suo petto di dolore e tristezza, e cercando la mano dell’elfo, la carezzò. Allora la donna si strinse al compagno, e lo amò, e insieme i due rimasero in quel luogo per lungo tempo, attendendo solo l’uno all’altro. Passarono i mesi, e Darea partorì di nuovo, aiutata dal marito: nacque Adeila nelle lingue degli uomini, ma per gli elfi fu Voton, il primo fra i figli delle stirpi d’Argento e d’Elettro. Darea però appassiva velocemente, e i suoi capelli s’ingrigirono e caddero. Un giorno, poco dopo la nascita d’Adeila, la donna si distese accanto al fiume che li aveva salvati. Allora Thorindalle, comprendendo ciò che accadeva, parlò un’ultima volta alla donna: - Fiore della mia vita, anche tu mi abbandoni? Maledetto colui che ti volle così, fragile e indifesa! Ma oggi, senza padre né lagrime, cosa mi rimane? Volesse il cielo ora portarmi via con te, assieme! In quel momento Adeila pianse, e carponi s’avvicinò alla madre per berne l’ultimo latte. Thorindalle, tenutolo stretto a sé, riprese a parlare a Darea: - Eccolo il figlio delle mie sventure. Egli ora soffrirà per le mie colpe? Soffrirà le maledizioni che ricadono su di me? Ma finché n’avrò potere, lui riposerà e crescerà in una casa sicura. Finì le sue parole che Darea era già morta. Allora, raccolte le sue poche cose, Thorindalle si mise in viaggio verso est, seppellita come poteva la donna che aveva amato. Viaggiò a lungo, con passo malfermo e fra gli stenti, e quanti lo videro fra gli uomini non scorsero altro che un mendicante vestito di stracci con un bimbo affamato. Molti gli donarono un tozzo di pane e del latte, e sempre egli diede tutto al figlio, finché non

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giunse alla fine alla barca che tanti anni prima aveva lasciato sulle sponde del Lago Maggiore. Essa era ancora lì, come in attesa. Imbarcatosi, sciolti gli ormeggi, l’elfo navigò di nuovo sul lago, finché non giunse nuovamente fra le sue genti. Molti non lo riconobbero al suo ritorno, ma molti si ricordarono di quel vecchio elfo: nessuno egli però cercava, se non il sovrano degli elfi che tanto tempo prima aveva lasciato. Giunse così alla corte di Gwinahindil, e da quello fu accolto. Il sovrano però, ancora giovane e bello, non ebbe il tempo di parlare e chiedere all’elfo dove fosse stato e cosa gli fosse accaduto, che subito Thorindalle prese la parola: - Sire, accogli mio figlio nella tua casa, ché già molto ha patito, e temo ancora molto patirà. Egli non è elfo; forse non è neanche come sua madre. Sappi che al di là del lago, nuove genti abitano ormai da tanto, e loro si chiamano uomini, e fra di loro è sovrano d’odio Gnornak. Questo è il frutto delle mie sventure fra loro: amalo e proteggilo come un fratello, perché su di lui, come su di te, grava l’odio dell’Oscuro. Egli è Voton, e fra gli uomini Adeila. Un fratello egli ebbe, non mio figlio, ma cosa sia di lui, io lo ignoro. Così dicendo Thorindalle cadde in ginocchio, e chiudendo per un’ultima volta gli occhi ciechi, cantò: Gioiello incastonato fra dolori, Or che da te io parto, ricorda: Colui che dona senza prendere, Colui che ama senza chiedere, Salpa per un ultimo viaggio; Meta o ritorno, non scorgo, E ciò che è stato e passato, Ciò che non fu, se non desiderio, Tutto oblia in sbiadito ricordo. Finiti i versi, Thorindalle perì. Così si concluse il racconto di Bellig su Thorindalle; e quello fu un racconto triste, e Nelian non ebbe domande, ma solo lagrime. Quando però il futuro Grande Re fu calmo, e il sonno lo prese, tutti abbandonarono la sua camera, lasciandolo solo mentre s’addormentava.

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IV Gwinahindil

Il giorno dopo gli ospiti si svegliarono di buon mattino, mentre i viaggiatori furono lasciati a riposare. Poi, quando anche quelli furono svegli, Ewaniwe, Lendelin e Bellig uscirono di casa, per fare una passeggiata come nel pomeriggio precedente. Tornarono solo all’orario di pranzo, e subito il Grande Re e Bellig salirono alle camere dove alloggiavano per preparare le loro cose: in vano Ewaniwe aveva cercato di convincerli a rimanere ancora; nulla valeva contro la fretta del Grande Re. Quando tutto fu pronto, e Bellig e Lendelin erano già lì per partire, allora fu chiamato Nelian per salutare gli amici dei genitori, oltre che, ovviamente, il sovrano. Allora il bambino corse all’entrata. Era arrabbiato, e subito parlò a Lendelin con la franchezza che solo i piccoli conoscono: - Cattivo! Come puoi andartene senza aver concluso il racconto! Bellig ieri mi ha raccontato di Thorindalle, ma tu non hai parlato! - Nelian – disse Alinea in tono di rimprovero – rivolgiti come si deve al tuo re. Bellig rideva, mentre Ewaniwe era imbarazzatissimo. Tuttavia il bambino non fece come aveva detto la madre: - No e poi no! Voglio che anche Lendelin mi racconti qualcosa! Che cosa cambia se vanno via domani invece che oggi? Rimanete, per favore! Bellig ora fissava il Grande Re sempre più divertito, mentre questo s’era fatto rosso in viso. Ewaniwe tentava di mettere delle parole in fila per far perdonare i capricci del figlio, ma Lendelin lo interruppe e disse: - Nelian, desideri veramente che io concluda la storia? Il piccolo fece cenno di sì con la testa, e il re riprese: - Va bene, ma solo un altro giorno, e un altro racconto, intesi?

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Nelian proruppe di gioia, e così ottenne la conclusione del racconto dal più importante narratore che ci fosse fra gli uomini. Allora, sorridente, ritorno alle sue faccende, mentre i viaggiatori riposarono le loro cose nelle camere. Pranzo e pomeriggio passarono veloci per il bambino, come la cena, finché non fu a letto, con accanto Lendelin pronto a narrare da dove aveva lasciato la sera prima Bellig. Il Viandante volò dinnanzi alla camera del bimbo. Di fronte a sé scorgeva ora nel ricordo che non è un ricordo il figlio di Gwinomir. Per il Viandante era come rivivere la storia fra le parole del Grande Re, fra le azioni delle genti. Ma non sembrava tutto un eterno ripetersi fuorché nei dettagli? Il Nemico non era ancora lì, ad occidente, sempre lo stesso e pur diverso, investito d’un altro nome? Non v’era qualcun altro pronto suo malgrado alla lotta? Che importanza poteva avere che fosse elfo o uomo? Non trovò risposta alle sue domande. Gwinahindil fu re degli elfi, l’ultimo che abbia riunito sotto il suo governo tutte quelle genti. Gwinahindil era figlio di Gwinomir, il padre di tutti gli elfi assieme ad Uallo, il primo fra di loro ad essere sorto su Arret, con il gemello. Gwinomir era stato grande nella sua vita, e la sua morte era avvolta dal mistero, oscura, fra le tante macchinazioni del Nemico in quei tempi ignari. Egli, era stato, assieme al suo fratello Uallo, il grande paladino contro l’oscurità che già una volta era dilagata fra le nostre case. Ma, mentre il padre era stato un pio paladino, l’animo di Gwinahindil era diverso, più insondabile e nervoso, sempre ossessionato dalle piccole cose, pronto a perdersi in facezie e divertimenti. Chiunque avesse conosciuto il principe non poteva non pensare che un destino di desolazione si sarebbe abbattuto sugli elfi, allorché questi avesse occupato il posto del padre, con l’animo che gli giaceva in corpo. Il principe non aveva amici, ché tutti mal sopportavano il suo carattere. Non aveva amici, eccetto uno, Voton il mezz’elfo. Questi era stato accudito nella casa di Gwinahindil sin da quando era stato portato lì da Thorindalle, non solo perché il vecchio elfo l’aveva consegnato al re, ma forse anche per suggerimento degli Eida. Voton e Gwinahindil crebbero assieme, in amicizia, fraternamente legati, giacché Voton crebbe molto più rapidamente del re, e questi era ancora giovane e immaturo quando era salito al trono. Essi sembravano opposti e complementari, e mentre l’uno cresceva chiuso e serio nei suoi pensieri,

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tutti volti al proprio destino, come già conscio della tragica sorte in attesa, il re raggiungeva gli anni delle responsabilità del tutto indolente del proprio lignaggio, dei propri doveri. Egli era invece solito trascorrere il tempo fra i divertimenti e i giochi. Solo la presenza di Voton rasserenava l’animo del re, mentre il mezz’elfo era capace di distogliere la sua mente dai suoi pensieri solo dinnanzi all’ilarità dell’amico. E venne il tempo in cui i due conobbero l’amore, e Gwinahindil trovo una moglie che fosse capace di sopportare il suo carattere irrequieto, e Voton sposò invece una donna, da tempo sua cara, che sola fra tutte giungeva fino alle insondabili profondità dei suoi pensieri. Infatti, stirpe d’Argento e d’Elettro vennero a contatto dopo il nunzio di Thorindalle, e si legarono in amicizia e alleanza, sebbene le macchinazioni di Gnornak. Questi fu scacciato dalla casa degli elfi, e solo e odiato si ritirò ad ovest. Da lì l’Oscuro lanciava maledizioni contro il mezz’elfo, ignaro di chi fosse, e accudiva Cahen. Allora nacque la sua promessa: la morte di Voton avrebbe segnato l’ultima ora del re Gwinahindil. Eppure anche dopo quest’allontanamento, le sorti continuavano ad incrociarsi, mentre Voton continuava ad essere il migliore amico del sovrano degli elfi, e l’affetto era ricambiato da questi con grandi e magnifici doni. Allora Endion, figlio d’Uallo, aveva consegnato anche il suo regno al figlio di Gwinomir, e di nuovo tutti gli elfi stavano sotto lo stesso sovrano, sebbene Endion apparisse a molti più saggio e prudente di Gwinahindil. La moglie di Gwinahindil perì partorendo il suo primo figlio, che poi divenne in seguito il re degli elfi. Gwinahindil stava sul trono del padre, avendo così da poco perso la persona più cara, e trascorsero tempi in cui il male non si manifestò e la quiete era assopita fra la strisciante opera dell’Oscuro Signore. Gwinahindil frattanto regnava, e suo consigliere e paladino era Voton. Il mezz’elfo era ora cavaliere del re, e a questo elargiva consigli, come spronato da infinita saggezza: era veramente infinita saggezza quella che suggeriva le parole di Voton, ed egli era guidato dagli Eida d’oriente. Un Veida, infatti, Aliturn, gli era maestro segreto e nascosto fra le mura della casa di Gwinahindil. Eppure Gwinahindil e Voton, lontani dall’Oscuro, stavano ansiosi e all’erta, avendo udito della promessa di Gnornak. La maledizione del Nemico turbò gli animi dei due amici, ed essi sentivano come questa si sarebbe realizzata, e come, ora e per sempre, la sorte dei due sarebbe stata legata. Il re divenne più cupo, e il suo sguardo già da tempo non più spensierato e gaio, divenne scuro, più serio anche di quello di Voton, come malato.

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Così, come in ogni cosa, il mezz’elfo era più moderato del re, e il suo sguardo sull’avvenire si estendeva sempre di molto più avanti di quello di Gwinahindil. Allora, un giorno, Voton venne a portare notizie al suo sovrano: il re e il mezz’elfo si trovavano entrambi nella sala del trono. Voton, dinnanzi a Gwinahindil, annunziava solerte, venuto da occidente: - Sire, il Nemico, a quanto si dice fra gli uomini, si arma ad occidente, e forse prepara la vendetta contro queste terre. Gwinahindil, immobile, ascoltava e meditava le parole del mezz’elfo. Non una parola di commento uscì dalla sua bocca. Anche Voton rimase muto attendendo risposta, per un po’, ma poi, come per rompere il silenzio che era sorto nella sala, continuò il suo discorso: - Non pensate, mio sovrano, che sia prudente prepararsi per ogni evenienza? Dopotutto conosciamo ora le reali intenzioni del Nemico. - Hai ragione, Voton, come sempre, e sempre il tuo consiglio mi è stato utile. Eppure oggi temo il tuo suggerimento, ho paura della guerra più che mai, e temo soprattutto la maledizione che ora incombe su di noi. E invece tu, qui dinnanzi a me, sembri non far caso alla sorte che incombe sulle nostre vite. - Sire – replicò Voton – non parlate così… - Voton – lo interruppe il re – tu mi sei amico da quando venisti con tuo padre a questa casa, e da allora sei sempre stato più saggio di me e lungimirante. Forse questo trono sarebbe stato meglio custodito da te! Ah, se solo mio padre avesse scorto ancora più in là di ciò che ha visto, e avesse lasciato ad altri il mio regno! Da me non avrebbe avuto altro che gratitudine… - Sire, non parlate così! A voi appartiene questo regno, e a nessun altro! Così è stato deciso da chi vede molto più in là di tutti noi e tutto decide… - Voton, mio caro amico, parli della sorte come fosse per te un peso leggero. Ma guarda al nostro destino, al futuro che ci aspetta. Come fai ad essere così impassibile? - In realtà, mio sovrano, ho da confessarvi una cosa. Già da qualche tempo conosco la mia sorte; invero essa mi fu rivelata da bambino dagli Eida e dai Veida. Così, di nascosto fra queste aule, io sono stato istruito da alti maestri per sopportare il mio destino e farmi carico delle mie responsabilità. E soprattutto, mio sovrano, sono stato allevato per aiutarvi quando anche voi affronterete il vostro compito.

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- Voton, tu che sei per me come un fratello! Perché mi hai tenute nascoste queste verità per tutto questo tempo? Perché tu, su cui solo credevo di poter contare, tu proprio mi hai mentito? - Non è stata menzogna, Gwinahindil: solo che voi non eravate pronto… - Per cosa? – Il re si alzò dal trono e venne verso il mezz’elfo – per cosa non sono pronto, parla! - Voi – disse Voton indietreggiando e poggiando ad una colonna – guiderete il popolo in battaglia e forse assisterete agli eventi più turpi… tuttavia dovrete resistere, e forse lottare contro un nemico che nessuno di noi potrà battere… - Tu ancora mi nascondi i fatti, Voton, e provi paura a parlare. – Gwinahindil si fece più vicino all’amico, e abbassando il tono della voce, quasi sussurrando, riprese: - Dimmi ciò che sai, te ne imploro! - Gwinahindil, vorrei ma non posso. Tu attendi, e vedrai ciò che deve accadere… - Basta! – Il re irruppe nella sua rabbia – Se non vuoi dirmi ciò che sai, allora va via da qui. Non ho tempo di giocare con i tuoi indovinelli! - Ma sire… - Niente ma! Va alle tue camere! Voton si ritirò voltandosi più volte verso il proprio sovrano. Questi gli dava le spalle e attendeva d’udire richiudersi la porta della stanza. Non appena il mezz’elfo fu fuori, Gwinahindil si diresse verso il trono. Prima però di potercisi sedere, gli si fermò davanti, e crollando in ginocchio, prese a singhiozzare. La mano reggeva il capo, mentre i pensieri del re sgorgavano dalle labbra: - D’improvviso, d’improvviso tutto è più scuro della notte. Come un macigno ora pesa la mia vita, e non riesco a farmene carico. Cosa fare? Cosa dire? Cosa tentare? Forse dovrei lasciare tutto a Voton…Voton, povero mio caro, anche lui ora sgrido, anch’egli ora tratto come uno straccio, lui che per tanti anni è stato la mia guida e il mio conforto. Lui sa, e per questo pazienta…Anche ora, che una maledizione ci accomuna, lui è lo stesso, mentre per me tutto è cambiato! Ma lui è stato guidato per tutti questi anni da oriente, mentre io, io, sono qui, lasciato da solo, senza il padre a sorreggermi nel momento del bisogno, senza l’amore, solo con me stesso e le maledizioni d’un Nemico, lontano da qui, che può qualsiasi cosa egli voglia. Basta! Basta con questi pensieri, basta con le preoccupazioni! Vorrei tanto che il mio cuore tornasse leggero

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come quello d’un tempo, e i miei passi veloci sulle erbe di primo mattino…sì, farò così, lascerò per oggi ogni fardello e correrò libero per i campi! Gwinahindil corse allora via dalla stanza, fuori, dalla porta da cui prima era uscito Voton. Un tonfo sordo accompagnò l’uscita del re, mentre un alito di vento spegneva le candele e le torce che illuminavano la stanza. Passarono i giorni dopo questo dialogo, e la Grande Battaglia scoppiò su Arret. Anche fra gli elfi si diffuse l’agitazione, e allora come sempre, le parole di Voton si rivelarono sagge e prudenti. L’esercito fu allestito in gran fretta, e i più valorosi fra gli elfi s’adunarono a Gnyalan e formarono le guardie di Gwinahindil: loro guida era Voton, generale di tutto l’esercito, sottomesso solo al volere del re. Gwinahindil guidava anche gli elfi del sud, i Morieniani, lui che era re del Lovar. Allora, per l’ultima volta, non ci fu distinzione alcuna fra le genti elfiche, e tutti furono sotto la stirpe di Gwinomir. Quando le truppe furono adunate, il re e i suoi guerrieri partirono da Gnyalan: per le strade i bambini e le donne, e fra questi l’unico figlio di Gwinahindil, Gelen, e i cari di Voton. Fra le vie le donne cantavano e parlavano assieme: Verso occidente, verso un mare Oscuro e in tempesta Parte il re. Ora del figlio di Gwinomir La sorte si compie, Quale che sia, Gwinahindil. Con lui le più care Fra le braccia degli elfi, E le navi e le spade, E i carri e gli scudi, E i dardi e i cavalli. Ma noi, qui, sole, attendiamo, E i figli, il ritorno dei cari. La paura ci coglie, Che forse non più rivedremo I visi che bianchi sorrisi Risplendono di luce di perla. Forse le nubi in battaglia

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Li bagneranno, lontani da qui, E ignoti, una tomba illacrimata, Sarà per loro ultima dimora. O peggio, desideri perversi Dell’Oscuro Signore Volgeranno i loro sguardi Alle loro chiome dorate: Vittime allora di tanto potere, Cosa potranno? Il nostro sovrano, Gwinahindil, Il capo chino, il viso solcato Di rughe e di lagrime, li guida. I suoi capelli, neri e fluenti Coprono la paura del volto, Mentre, alta, la mano, Stanca e avvilita, Brandisce la spada del re. Che sia presagio questo giorno? La sorte non voglia. L’esercito degli elfi viaggiò allora a lungo, finché venne a portare aiuto agli uomini, riparatisi dietro la Grande Muraglia, mentre già il Nemico aveva conquistato le terre ad occidente delle mura. Voton era la vera guida delle genti elfiche, ma anche Gwinahindil combatteva valorosamente sul campo di battaglia, e la sua spada, che prima era appartenuta a Gwinomir, era il terrore delle schiere nemiche. Tuttavia allora la forza del nemico era grande, e le sorti volgevano al peggio per le genti d’Arret, anche se, con l’aiuto degli elfi, gli uomini erano riusciti a spingere avanti le proprie forze sino al fiume Lolin. Così, sulle rive di quel fiume, si svolse una delle battaglie più importanti di quella guerra, mentre gli orchi assalivano di sorpresa le schiere alleate: guida delle creature dell’Oscuro era Cahen, ignaro del fratello e tutto preso dalle congiure del Nemico. Voton e coloro che egli guidava furono i primi ad accorgersi dell’attacco, mentre ancora nessuno avvisava il re nel suo accampamento, ché grande era lo scompiglio e la sorpresa. Quando il re e le forze rimanenti furono pronti alla battaglia, già lungo tempo era passato, e pochi fra quelli di Voton erano ancora in vita. Il Mezz’elfo,

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ferito e sanguinante, attorniato dai nemici, innanzi a Cahen, a stento si reggeva in piedi, mentre gli aiuti tardavano ad arrivare, impediti dal furore dello scontro. Gwinahindil si lanciò in soccorso, spronando il suo cavallo con tutte le proprie forze e l'ardore che teneva in corpo. La spada del re mulinava e le teste degli orchi saltavano al passaggio dell’elfo. Ma la cavalcata del re fu tardiva. Quando fu dinnanzi a Voton, questi era riverso a terra, esanime: sul suo corpo, Cahen festeggiava per aver preso la sua vita. In un attimo il re degli elfi fu sul nemico, e celere la sua spada, la spada di suo padre, s’abbatte con rabbia sul fratello di Voton. Allora Cahen cadde per terra, pallido in viso sotto l’elmo nero come la notte, e le sue ultime parole furono per il re degli elfi: - Ora vedo cosa ho compiuto, e solo morente gli inganni appaiono a me chiari. Egli era mio fratello, Adeila, e le maledizioni si compiono… sventurata la mia sorte, e con la mia quella del fratello; ma ancor di più la tua, sire degli elfi, Gwinahindil. Gwinahindil non udì i suoi giungere dietro di lui e uccidere quanti gli si accalcavano attorno. Si tolse l’elmo a protome di drago: sotto i capelli erano ora pallidi quanto il volto. La destra al corpo dell’amico, morto, la sinistra a sorreggerne il capo, bagnato dai rigagnoli di pianto che scendevano dal viso del re. Non disse una parola, Gwinahindil, mentre vedeva la maledizione realizzarsi. Non vide i suoi alleati e gli elfi che erano distrutti dai nemici. Galoppò di nuovo il suo cavallo e tornò alla tenda, con il cadavere di Voton, l’elmo di drago nuovamente sul volto. Cahen, il suo corpo dimenticato, fu sommerso dalla battaglia. Nessuno accolse il re, ché tutti erano a combattere. Sceso da cavallo, entrò nella tenda portando l’amico fra le braccia. Le sue mani erano coperte dal sangue del morto. Pose Voton sul letto, e poggiando il suo capo sul petto, gettato via l’elmo, pianse e gridò di rabbia: - Perché? Perché lui che era migliore di me? Io dovevo essere al suo posto, e invece sono qui a piangerlo. Dannato sia chi l’ha ucciso, dannato sia chi ha voluto questa morte! Dannato chi ha voluto fratello contro fratello, e la rovina di tanta stirpe! Una maledizione gravava su di lui e ancora grava su di me, e oggi ho perso tutto il vigore della mia giovinezza assieme a Voton, mio unico amico. Ma giuro su me stesso che questa morte non rimarrà impunita. Se nulla posso fare per uccidere chi ha voluto questa morte, sarò io a morire. Sì, sono sicuro che se io morrò e il mio sangue bagnerà il letto, allora Voton si desterà e assumerà

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il comando che meritava. Nessuna maledizione potrà fermare il mio atto, nessun volere d’Eida o di chi altro! Gwinahindil era completamente impazzito; il suo furore e la sua rabbia offuscavano la mente, mentre le parole fluivano dalla sua bocca: - Ecco, sì, sacrificherò me stesso per riportare in vita quest’innocente. Sì, e se non funzionerà, almeno avrò trovato la morte, lontano da questa tenda e questa battaglia folle. Il re piantò per terra la sua spada, con la punta verso l’alto. Postosi dinnanzi all’arma, fissandola con occhi iniettati di sangue, rimase per un attimo fermo: guardò dritto il filo luccicante dell’arma, e poi il letto. Avanzò d’un passo prima di lasciarsi cadere e abbandonare ogni affanno. Un impetuoso soffio di vento spazzò la tenda dall’interno, spingendo all’indietro il re degli elfi: Gwinahindil cadde con la schiena per terra, mentre un vortice d’aria si formava poco sopra il suo viso, e da questo una piccola nube iniziava a parlare con voce tuonante: - Che cosa fai, signore degli elfi? Abbandoni il tuo popolo? Gwinahindil rimase sbigottito, in silenzio, senza essere capace di rispondere alla domanda. Dopo poco però la voce dalla nube riprese: - Non abbandonare tutto, Gwinahindil della stirpe di Gwinomir, e non rovinare quanto ha fatto per te Voton. Non cedere alle lusinghe di chi vuole insediare in te terrore e follia. - Ma chi sei? – gridò forte il re degli elfi. - Sono chi tu credi che io sia. Ora rialzati, e indossa l’elmo che hai smesso. Solleva la spada da terra e riponila. Esci, dopo, fuori della tenda e osserva il tuo popolo in fuga. Placa il suo terrore, e percorri il campo di battaglia, là dove nessuno c’è più dei tuoi. Nessuno ti colpirà, ma tutti si scanseranno al tuo passaggio: giungerai sino al tuo Nemico. Solo allora potrai brandire di nuovo la tua arma. Non temere per questo corpo, io veglierò su di lui. Ora va, e non avere più dubbi. Presto sarai con me, e verrà il tempo, non temere, che calcherai di nuovo queste terre e navigherai su questi mari, e il tuo nome sarà venerato come quello dei signori d’oriente, e la tua spada sarà il terrore d’ogni nemico. La pace t’accompagnerà, e con essa la saggezza. Ora va! Gwinahindil si risollevò da terra. Improvvisamente il suo cuore era rinfrancato, quieto, come mai era stato nella sua vita. Raccolse l’elmo e la spada e si diresse in direzione dell’uscita. Voltosi un’ultima volta, vide il turbine ancora fermo e il corpo di Voton illuminato d’una calda luce d’oro. Rassicuratosi, Gwinahindil corse al cavallo, e montatovi in

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groppa, fece ciò che la voce gli aveva detto di fare. Il re degli elfi vide anche ciò che aveva detto la voce, gli alleati in rotta, i nemici padroni del campo, sebbene senza più guida. Eppure, al suo passaggio tutto si quietava: ogni combattimento si fermava, e tutto era come in attesa di qualcosa. Gwinahindil giunse dinnanzi alla tenda del nemico, indisturbato: nessuno gli si fece incontro. Ma giunto a quel luogo, ancora il silenzio lo accolse, e nessuno fra i nemici. Si fermò. Diede un urlo di sfida, e, conficcando la spada per terra, attese l’arrivo di qualcuno. Nessuno era lì, che chi per il terrore, chi perché impegnato a difendersi, nessuno fra gli elfi e gli uomini o qualsiasi altra gente di Arret ha potuto assistere nello scontro l’elfo. Tuttavia in seguito fu un gran vociare fra gli uomini nell’accampamento sull’esito dello scontro, l’ardire del re degli elfi e gli avvenimenti successivi. Queste parole si dissero e questi canti s’intonarono: Rombano i cieli e le acque Per l’urlo possente del re, Gwinahindil. Solo fra tutti, L’arma in mano, ebra di sangue. L’elmo lucente di drago, Sopra capelli d’avorio. Saldo innanzi al nemico, Attende. Eterne maledizioni sulle labbra, D’ogni pena incurante, Sfida il nemico possente. Risa antiche e agghiaccianti, Accolgono le parole dell’elfo. Immenso dinnanzi al sovrano, L’Oscuro accoglie la sfida. Spade mulinano al vento, Colpiscono cotte d’argento E di pietra nera e bollente. I capelli bianchi di perla Si bagnano di rosso sangue, E il viso si tinge di ghiaccio, Mentre si spezza la spada del re.

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Ma un colpo, uno soltanto, Ha ferito l’Oscuro Signore. Ora anch’egli gronda di sangue, Anch’egli conosce il dolore. Un fulmine, un lampo, E luce abbagliante. Il re è scomparso! Il re è scomparso! Gridano elfi, gridano uomini, Prendiamo il sovrano, Prendiamo il sovrano, Gwinahindil. Scappa ferito l’Oscuro, Ritirano i servi del male, Ma nessun corpo giace per terra, Del sovrano degli elfi d’oriente, Né la sua spada, Gwinahindil. Il corpo di Gwinahindil non fu mai più ritrovato, né le sue armi o i beni. Neanche il corpo di Voton fu più recuperato, sebbene si sapesse che anch’egli era perito in battaglia. Tuttavia, chi entrò nella tenda del re, trovò lì l’armatura del mezz’elfo, dorata da una luce che brillava su di essa. Altri vinsero poi la guerra, ma senza Gwinahindil e Voton, oggi nessuno sarebbe qui a narrarne le morti. Questa fu la tragedia della stirpe di Gwinomir e Thorindalle: il suo ricordo ancora m’inquieta e rattrista, e allo stesso tempo riempie d’orgoglio e stima per tante vite. Questa è la mia risposta alla tua richiesta, questo il mio racconto Nelian. E ora a dormire! - Aspetta, Lendelin, un’ultima cosa…perché Gnornak si è comportato così? Perché è nato il male? - Nelian – rispose Lendelin dopo qualche attimo di riflessione – non sai cosa chiedi! Eppure la tua domanda merita una risposta, perché è una delle richieste più profonde che tu potessi farmi. Perché esiste il male, chiedi. Non lo so davvero, Nelian, eppure esiste, e la prova l’hai avuta nei racconti che ti sono stati narrati. Il male esiste, Nelian, ed è molto più profondo e radicato di quanto credi. Esso esiste in ogni cosa, e

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Gnornak, e chi per lui, purtroppo ne sono, penso, solo il compimento estremo. Eppure, Nelian, ti dirò cosa mi hanno riferito gli Eida su Gnornak. Si dice, infatti, fra gli elfi che l’Oscuro alla fine dei tempi tornerà, e questo è vero, e forse ci sarà battaglia fra gli Eida e lui, e con loro quanti combatteranno fra le file del Nemico e quanti per i signori d’Oriente. Eppure ad oriente rimane una speranza, ed essa è anche d’Euon. Gnornak, infatti, era il più potente e il più grande fra gli Eida, il prediletto d’Euon. Forse fu questo a renderlo superbo, forse doveva semplicemente accadere, giacché questi sono fatti in parte oscuri persino ai grandi dell’Est. E la speranza di Euon è questa, che quando Gnornak tornerà, allora anch’egli sarà diverso, perché anche per lui i tempi saranno passati, e forse il prediletto tornerà com’era all’origine, quieto e mansueto agli occhi di Euon. Euon allora lo perdonerà, e così il figlio perduto sarà ritrovato. Una cosa però ti sia chiara, Nelian: Euon ha già perdonato Gnornak, l’aveva già fatto quando ancora neanche l’Oscuro sapeva cosa avrebbe compiuto. Egli è già nel cuore d’Euon, e, chissà, forse verrà il tempo di chi redimerà i peccati anche dell’Oscuro. Il perdono e la pietà non sono solo per i giusti, futuro Grande Re, ma a maggior ragione per chi erra. Gli erranti non sono perduti, Nelian, e anche in mezzo al carbone, talora, si nasconde l’oro. Ma ora basta, ché già è tardi. Ora devi dormire davvero! Nelian protesto fiaccamente, ma già il sonno socchiudeva le sue palpebre. Baciando i suoi genitori, si volto da un lato del letto, e in men che non si dica crollò in un sonno profondo e ricco di sogni piacevoli. Silenziosi, Alinea ed Ewaniwe lasciarono la sua camera, e assieme Bellig e Lendelin: questi, il giorno dopo, di mattina presto, lasciarono Bingrim per il loro viaggio, baciando nel sonno Nelian senza svegliarlo. Così si conclusero i racconti prima di dormire: certo, ancora Ewaniwe narrò storie al figlio, e talora anche Lendelin e Bellig, o Feilon o altri ancora, ma ora davvero Nelian aveva appreso la Storia, e qualsiasi altro racconto gli venne narrato, non fu altro che una piccola parte di essa.

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Epilogo

- Ciao Nelian – risuonò una voce fra le stanze della reggia di Tedaran. - Ciao Viandante – rispose il Grande Re. Nelian aveva ormai ventidue anni, ed erano passati già quattro anni da quando Lendelin s’era ritirato ad oriente: - Ho recuperato i Numenali – esclamò il giovane sovrano al Veida che gli veniva in contro dal nulla. - Bene – fu l’unica risposta che ottenne. - Le forze di Tanasza ad occidente sono tenute sotto controllo dalle Fenici di Meliki. - Lo so. Dove sono gli altri due portatori? Dove sono Elur ed Elea? - Nelle loro stanze nel palazzo. Il Grande Re sembrava tranquillo, o almeno nascondeva le sue emozioni; aveva trascorso troppo tempo con quel Veida che ora gli stava davanti, ad oriente, per non aver imparato almeno a nascondere i suoi sentimenti: - Come stanno i miei genitori? E Feilon e Luia? - Sono tutti al sicuro con Lendelin – rispose calmo il Viandante. - Bene – esclamò il Grande Re. Nella sala del trono erano presenti solo loro due. Sapevano bene, che sebbene la Quarta Grande Battaglia non fosse ancora iniziata, giungevano i tempi peggiori della vita del giovane sovrano. Nelian era pronto, o almeno si sentiva tale. Sollevatosi dal trono, il Grande Re parlò al Veida: - Domani io e i gemelli partiremo verso la reggia di Tanasza sulle spalle delle Aquile di Ro. Qui rimarrà Colwey a guidare gli uomini, assieme a quanti sono sorti in nostra difesa. Il Viandante non rispose, ma pian piano iniziò a sparire; prima però che

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fosse del tutto scomparso, Nelian salutò il Veida che era stato suo maestro: - A domani, Viandante. - A domani, Grande Re. Dopo poco, anche Nelian si ritirò nella sua camera.

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Appendici

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Appendice A
Sui nomi e i luoghi Per facilitare la lettura è di seguito presentato l’elenco dei nomi e dei luoghi citati nel libro (spesso non indicati nella mappa); viene dato, per i personaggi, un breve riassunto del ruolo nella storia, o, una sommaria descrizione, per i nomi di luogo. Prima va fatta però una breve digressione sulla pronuncia delle lettere. G ha sempre un suono gutturale (ad esempio nei nomi Gnomanar e Gnornak). O va sempre letta come lunga e chiusa, con un suono tendente alla U (ad esempio nei nomi Feilon e Aulon). W si pronuncia quasi come una W inglese (ad esempio in Ewaniwe). TH ha il suono del TH inglese (ad esempio in Lorfobeth).

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Abantur: cugino di Lendelin, fratello maggiore di Lutian, morto nella spedizione distrutta nel mezzo del Deserto del sud. Acque: fiume maggiore del Ducato. Adeila: altro nome di Voton mezz’elfo. Aiak: capitale del Dwaralar nell’ovest del territorio. Aledyef: altopiano nel nord del Numer abitato da povera gente, guidata da Develaire. Alimbar: maestro corrotto dallo Stregone della Torre della Magia dell’acqua.

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Alinea: madre di Nelian, moglie d’Ewaniwe e consigliera di Lendelin. Alitra: la barca incantata d’Ellinor. Aliturn: Veida signore della biblioteca. Muore nella battaglia della valle di Lugg. Alton: mago vissuto durante la Seconda Grande Battaglia. Aqua: città nel Minar che si estende anche sotto il Lago Maggiore. Aquile: le dominatrici d’Inagel. Loro regina è Ro. Aram: nonno di Darea e capo del villaggio in cui vive Thorindalle.

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Arcipelago del Crocevia: le isole del Lago Maggiore. Arret: la creazione d’Euon e degli Eida. Artiglio: arcipelago a nord del Regno Nero, dove stanno i giganti e gli Uccelli di Fuoco. Atlasa: città nell’ovest delle Terre dei Sogni. Aulon: signore del suo bosco, in possesso d’una pietra che gli permette di tramutarsi in aquila. Avvoltoi: nemici delle Aquile e dei Draghi al servizio degli Oscuri. Battaglia delle sei stirpi: la battaglia dell’assedio di Minaran. Baurin: maestro di Bellig, ucciso in seguito alla Notte delle Congiure. Bellig: discepolo di Baurin e portatore del Numenal rosso. Biblioteca d’Aliturn: edificio dove Aliturn è depositario della Profezia nell’occidente del Tedar. Bingrim: fortezza fra Tedar e Numer dove si ritira Ewaniwe con Alinea e Nelian. Bosco d’Aulon: bosco dove è signore Aulon fra Tedar e Numer.

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Bosco Scuro: bosco ad ovest delle Terre Inesplorate, dov’è sovrano Vurina. Cahen: figlio di Darea e Nesat, allevato da Gnornak, uccide il fratellastro Voton, prima di perire per opera di Gwinahindil. Catena del Pizzo: monti a nord delle Terre dei Sogni. Catena del Sud: una delle catene montuose del Dwaralar. Cerdon: signore della città di Mala. Colli Acque: colli da dove nasce il fiume Acque. Colwey: barbaro amico d’Ewaniwe e consigliere di Lendelin. Dardarin: signore dei templari dagli scudi gialli. Darea: compagna di Thorindalle e madre di Voton e Cahen. Deroina: servitore elfico al palazzo degli Eida. Deserto del nord: deserto ad ovest delle Terre Inesplorate, prevalentemente sabbioso. Deserto del sud: deserto ad ovest delle Terre Inesplorate, prevalentemente montagnoso. Develaire: saggia guida spirituale dell’Aledyef.

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Morta nella caduta del Numer. Dhella: isola più ad est del Crocevia. Dhena: isola più ad ovest del Crocevia. Draghi: creature potentissime che vivono a Lizara, cui è sovrano Thorn. Druria: capitale nel nord dell’Isola dei Druidi. Anche fiume che attraversa la città. Ducato: territorio abitato dai Timber, corrispondente alle isole dell’Arcipelago del Crocevia nel Lago Maggiore. Dwaralar: regno dei nani nel nord d’Arret. Dwaralud: territorio ad ovest del Dwaralar, un tempo in mano ai nani, in seguito agli orchetti, dove risiede lo stormo di Lindore. Eida: membri maggiori della stirpe d’Oro; gli Eida sono Ilwanar, Teon, Forman, Link, Nea, Mianar, Gnornak e Gnomanar. Eidur: soprannome di Lendelin che vuol dire “figlio degli Eida”. Ela: l’albero da cui nasce il sole e che alla fine di tutto verrà difeso dagli elfi nella lotta contro Gnornak.

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Elea: figlia di Feilon e portatrice di uno dei Numenali. Elfi Neri: anche Vampiri. Elfi mortali al servizio degli Oscuri. Elfi: la stirpe d’Argento che abita ad est. Elfidraghi: batteria d’arcieri guidata da Innioles. Elian: successore d’Intorin, fondatore di Kala. Ellar: uno dei clan dei nani. Ellinor: marinaio vissuto all’epoca della Seconda Grande Battaglia. Elur: figlio di Feilon e portatore di uno dei Numenali. Endion: successore d’Uallo alla guida del Morien. Ennhiol: cavaliere del Numer vissuto all’epoca della Seconda Grande Battaglia. Euon: il Creatore. Ewanian: padre d’Ewaniwe, amico e consigliere di Findolis. Ewaniwe: bardo portatore del Numenal bianco e padre del Grande Re Nelian. Feilon: guardia di Findolis, poi generale di Lendelin e infine sovrano del Numer. Fenici: creature fiammeggianti e volanti,

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madri degli uccelli di Fuoco. Loro signore è Lindore. Filteor: gnomo creatore del guanto per contenere i Numenali. Findolis: re del Numer assassinato nella Notte delle Congiure. Flaka: consigliere di Findolis e congiurato nella Notte delle Congiure. Forman: Eida della sapienza. Gelen: figlio ed erede di Gwianhindil. Ghensfir: creature fiammeg-gianti al servizio degli Oscuri Signori. Gnomanar: l’Oscuro Signore, Eida figlio di Gnornak. Gnornak: Eida signore del male sconfitto nella Seconda Grande Battaglia. Gnyalan: capitale del Lovar nel mezzo del grande Bosco. Goblin: creature al servizio degli oscuri. Gonowa: sovrano del Lovar. Grama: vecchina che conforta Alinea nella prigionia a Kala, in realtà Aliturn. Grande Bosco: bosco ad est del Lago maggiore, fra Inagel e Lovar. Grande Lago: lago nel nord delle Terre dei Sogni.

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Grande Muraglia: muraglia eretta a difesa degli uomini ai confini del Minar. Grande Regno: la federazione di regni su cui è signore Lendelin. Grandi Cascate: cascate che impediscono l’accesso via mare alle Terre dei Sogni. Gwinahindil: successore di Gwinomir, perito ferendo Gnornak, dopo aver ucciso Cahen. Gwinomir: primo sovrano degli elfi, fratello d’Uallo. Hella: isola più a nord del Crocevia. Hena: isola maggiore del Crocevia. Hentar: signore dell’Oldar ai tempi della Seconda Grande Battaglia. Ilwanar: Eida signore dei cieli. Inagel: terre a nord del Lovar, dove vivono le Aquile. Innioles: veterano alla guida degli Elfidraghi. Intorin: il primo sovrano dei nani, diede origine alla casata di Mor. Isola dei Druidi: anche Regno dei Druidi, sebbene non ci sia un re. L’isola nel Mare Interno dove sono

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sovrani i druidi, e da cui proviene Dardarin. Isola dei Morti: l’isola più meridionale del Crocevia, dove morirono numerosi uomini durante la Seconda Grande Battaglia. Isola del Terremoto: isola separatasi dall’Oldar all’epoca della nascita di Gnomanar. Kala: città dei nani conquistata dal Nemico e liberata nella Terza Grande Battaglia. Kalar: uno dei clan dei nani. Koro: fiume del Dwaralud. Kraka: uno dei clan dei nani. Lago Innominato: lago nel sud delle Terre Inesplorate infestato da mostri. Lago Maggiore: il più grande lago del mondo, più o meno al centro della terre di Arret. Al suo interno, l’Arcipelago del Crocevia. Ledolan: cavaliere e poi sovrano del Numer dopo la morte di Findolis e la sconfitta di Flaka. Muore nella battaglia della valle di Lugg. Lendelin: Grande Re e portatore del Numenal blu. Lindore: signore delle Fenici, muore nell’assedio di Minaran.

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Lingua di Fuoco: vulcano sorto alla nascita di Gnomanar. Link: Eida signore della luce. Livre: sgherro di Flaka nella Notte delle Congiure. Lizara: isola a nord-est del Lovar, dominata dai Draghi. Lolin: fiume che dal lago Maggiore attraversa il Tedar e il Rogan sino al Mare Interno. Lorfobeth: vedi Stregoni Neri. Lovar: regno ad est degli elfi. Lugg: fiume che attraversa verso sud tutto il Minar. Luia: moglie di Feilon e consigliera di Lendelin. Luma: la città degli Eida nel sud delle Terre dei Sogni. Lupi Mannari: bestie fameliche al servizio degli oscuri. Lutian: cugino di Lendelin, fratello minore d’Abantur, morto con questo in battaglia. Mala: città galleggiante sul mare, cui signore è Cerdon. Mare Interno: mare che divide l’Isola dei Druidi dalla costa del continente principale d’Arret. Mel: elfo del Lovar e consigliere di Lendelin.

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Meliki: una Fenice compagna di Lindore. Poi diviene signore delle Fenici. Melin: principessa dell’Oldar amata da Ewaniwe e morta nella ritirata verso il Tedar. Menhan: capo della guardia reale e sovrano dei nani. Mianar: Eida signora delle foreste e degli animali. Minar: il regno più ad est fra i regni degli uomini, e il più antico fra quelli federati al Grande Regno. Minaran: capitale del Minar a sud del territorio sul Mare Interno. Monti Agnyades: monti a sud di Druria. Monti di Boror: monti nel settentrione del Minar, che si estendono fino alla Grande Muraglia. Monti Kaldei: catena montuosa che verso sud-est si estende dalle Terre Inesplorate sino ai confini tra Oldar e Rogan. Monti Mellorion: catena montuosa che attraversa il Morien da nord a sud. Moren: re degli uomini all’epoca della Seconda Grande Battaglia. Morien: territorio a sud del Lovar abitato dagli elfi. Mur: sovrano dei nani.

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Nani: la stirpe di Bronzo che abita il nord. Natul: Grande Re e padre di Lendelin. Nea: Eida regina della terra e dei campi. Nelian: figlio d’Ewaniwe e Grande Re. Nemo: uno dei membri della compagnia d’Alton. Nesat: successore d’Aram, nemico di Thorindalle e padre di Cahen. Nifilan: fiume del Dwaralud. Nika: capitale del Numer, nel nord-est del regno. Nin: uno dei clan dei nani. Norenar: capitale del Morien, nell’ovest del territorio, sul Mare Interno. Notte delle Congiure: la notte in cui Flaka e Livre assassinano Findolis e prendono il potere nel Numer. Numenali: gemme create dai nani nel Lovar recanti un immenso potere. Sono tre, uno bianco, uno rosso e uno blu, e controllano l’aria, la terra e l’acqua. Numer: il regno più settentrionale fra quelli federati al Grande Regno. Nuova Frontiera: muraglia che si estende in parte nelle

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Terre di Confine a sud del Lago Innominato. Oceano delle Cascate: l’oceano ad est d’Inagel, del Lovar e del Morien, che divide le lande d’Arret dalle Terre dei Sogni. Oldar: il regno più meridionale e più ad ovest fra quelli federati al Grande Regno. Oldaran: capitale dell’Oldar, nell’estremo sud, sul Mare Interno. Ondir: uno dei clan dei nani. Orchetti: sotto razza degli orchi, di cui sono più intelligenti. Orchi: le prime creature frutto della Corruzione di Gnornak. Orennir: sovrano dell’Oldar, padre di Melin, morto nella battaglia del vallo d’Onidar. Oroko: fiume del Dwaralud. Palude degli orchi: palude formata dai fiumi Nifilan, Oroko e Koro nel Dwaralud. Piccolo Bosco: bosco attorno a Luma. Plein: fiume del Morien. Prima Grande Battaglia: guerra in cui Gnornak fu sconfitto e in cui le stirpi d’Argento e di Bronzo vennero a contatto.

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Quarta Grande Battaglia: la guerra condotta da Nelian contro Tanasza. Regno Nero: il regno ad ovest, di Gnomanar. Relindele: amata di Lendelin. Rendall: sovrano del Rogan. Ro: regina delle Aquile. Rogan: regno fra il Tedar e l’Oldar, federato al Grande Regno. Romoi: tribù di barbari da cui proviene Colwey e il cui signore è Lemnoia. Ronilis: elfo del Morien, mago, consigliere di Lendelin. Ronin: capitale del Rogan che s’affaccia sul Mare Interno. Seconda Grande Battaglia: la battaglia in cui fu sconfitto definitivamente Gnornak. Silin: stella, prima una femmina della stirpe d’Argento. Stagno del Destino: stagno nell’occidente del Lovar dove si può conoscere il futuro, e dove si riunirono per la prima volta gli elfi. Stregoni Neri: o anche Lorfobeth. Veida al servizio di Gnomanar.

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Tanasza: Lorfobeth e Oscuro Signore, nemico di Nelian. Tedar: maggiore regno del Grande Regno. Tedaran: capitale del Tedar, sita nella zona centrale. Teli: compagna di vita di Colwey. Tellon: sovrano del Minar. Telteri: tribù di barbari, il cui signore è Drotor. Teltia: fiume che attraversa il Lovar. Teon: Eida signore dei mari. Terda: una Fenice compagna di Lindore. Terre dei Sogni: terre ad est dell’Oceano delle Cascate, abitate dagli Eida. Terre di Confine: lunga striscia di terra abitata dai barbari che da sud a nord divide il Grande Regno dalle Terre Inesplorate. Terre Inesplorate: striscia di terra ad ovest delle Terre di Confine in cui abitano solo creature di Gnomanar. Terza Grande Battaglia: la guerra condotta da Lendelin contro Gnomanar. Thorindalle: letteralmente “il più nobile fra gli elfi”. Colui che fra le stirpi d’Argento per primo venne a contatto con gli uomini. Padre di Voton.

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Thorn: signore dei Draghi. Timber: gli abitanti del ducato della stirpe di Bronzo. Tolliak: lo stadio per i giochi dei gladiatori d’Oldaran. Torri della Magia: le torri in cui sono insegnate magia, stregoneria e magia druidica. Tror: uno dei clan dei nani. Tuliwe: madre d’Ewaniwe. Tumbar: uno dei maestri della Torre della Magia dell’acqua. Uallo: fratello di Gwinomir, e primo sovrano del Morien. Uccelli di Fuoco: voraci mostri al servizio degli Oscuri. Uomini Neri: gli uomini che hanno seguito Gnornak. Uomini: la stirpe d’Elettro che abita il Grande Regno e l’Isola dei Druidi. Valle di Lugg: valle vicina alla Grande Muraglia in cui nasce il Lugg. Vallo d’Onidar: passaggio nella Nuova Frontiera dove è sconfitto Orennir. Valor: un dei fiumi che scorre nel sud del Dwaralar. Veida: membri più deboli della stirpe d’Oro, come Aliturn, il Viandante o i Lorfobeth.

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Viandante: Veida, compagno e discepolo di Aliturn che protegge Ewaniwe e istruisce Nelian. Voton: mezz’elfo vissuto ai tempi della Seconda Grande Battaglia. Figlio di Thorindalle, chiamato anche

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Adeila. Ucciso dal fratellastro Cahen. Vurina: Elfo Nero signore di Bosco Scuro. Zion Anig: mercante d’Aqua. Zoradeas: cancelliere di Natul e del Grande Re Lendelin Eidur.

Appendice B
Sulle lingue Su Arret esiste una lingua parlata in tutte le terre. Questa ha nome Endarin. Questa lingua deriva dall’Alto Elfico. Ogni stato però ha anche una sua propria lingua, oltre che vari dialetti. Le varie lingue sono: Alto Elfico, parlato nel Lovar. Basso Elfico, parlato nel Morien. Nanico, parlato dai Nani. Alto Umano, parlato nel Numer e nel Tedar. Medio Umano, parlato nel Minar. Basso Umano, parlato nel Rogan, nell’Oldar e nell’Isola dei Druidi. Barbarico, parlato dalle tribù delle Terre di Confine. Inoltre Fenici, Aquile e Draghi parlano delle loro lingue, simili a richiami d’animali, ma in realtà perfettamente articolate e distanziate. Uomini Neri, Elfi Neri e orchi parlano invece delle lingue imparentate a quelle degli elfi e degli uomini, ma che ne sono un imbarbarimento e una corruzione. Nel libro, tutti i dialoghi si svolgono in Endarin, lingua che gli abitanti d’Arret apprendono sin da piccoli e che sentono come propria.

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Appendice C

Sul calendario e le feste Il calendario in uso su Arret è il seguente. • Ilue (giorni d’Ilwanar) • Teue (giorni di Teon) • Forue (giorni di Forman) • Liue (giorni di Link) • Neue (giorni di Nea) • Miue (giorni di Mianar) • Gnorue (giorni di Gnornak) • Euonue (giorni d’Euon) • Doue (giorni dei morti) • Nroue (giorni dei fuochi) • Winue (giorni dei vincitori) • Pisue (giorni della pace) I mesi sono quindi dodici, di trentuno giorni ciascuno. L’anno inizia il primo d’Ilue, detto Giorno della luce. Ilue corrisponde più o meno a Settembre. Quello che segue è un elenco delle più diffuse ed importanti festività d’Arret: Il ventitré di Neue, festa della nascita, si donano fiori alle donne. Il quindici di Doue, la festa dei morti, si depositano fiori per i caduti. Il tredici di Nroue, la festa del fuoco, si accendono falò per tre giorni. Per la festa della vittoria, il tre di Winue, si sfila in lunghi cortei in maschera. Per la festa della pace, il trentuno di Pisue, ci si raccoglie in preghiera nei templi. Questa festa indica anche la fine dell’anno. Pisue corrisponde all’in circa ad Agosto.

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Indice
Racconti per il mattino Prologo I Padri e figli II Conversando al Mercato III La notte delle congiure IV Baurin V Lendelin Eidur VI Abantur e Lutian VII Incontri nell’Oldar VIII La Profezia IX Tutto Crolla X Genti d’oriente XI Alinea XII Ritorni Racconti per il pomeriggio I Partenze II Aqua III Nell’Isola dei Druidi IV Incubi nella notte V I passi del Viandante VI Segreti fra le acque VII Fenici VIII Verso l’Oriente IX La caduta dei nani X Kala liberata Racconti per la sera I La favola d’Euon 3 5 7 13 23 35 47 61 67 79 89 99 111 121 133 135 145 155 165 173 183 193 203 213 223 233 235

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II La stirpe d’Elettro III Il segreto dei Numenali IV Matrimoni V Il responso dei morti VI Tre piccoli uomini VII I nemici alle porte VIII Bosco Scuro IX Aliturn X Un soffio nel fuoco XI Ritorno a casa Racconti prima di dormire I Nelian II Gwinomir e Uallo III Thorindalle IV Gwinahindil Epilogo Appendici Appendice A Sui nomi e i luoghi Appendice B Sulle lingue Appendice C Sul calendario e le feste Indice

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