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I RICORDI DEL RE

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RACCONTI D’AUTUNNO

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Prologo

L’uomo che bussò alla sua casa aveva circa quarantacinque anni: bussava forte, con insistenza - Arrivo, arrivo…chi è a quest’ora? Felev s’accostò la porta, titubante. Lui, ormai vecchio, come poteva difendersi da qualsiasi brigante che vagava allora per quelle terre? - Chi sei? - Porin, quello che per te era come un figlio. Felev, al solo udire quel nome obliato dal tempo, aprì di fretta la sua casa all’uomo. Piovigginava fuori, e l’ospite era bagnato. Celere il padrone di casa lo fece accostare al fuoco, per scaldarsi, e gli diede qualcosa con cui cambiarsi, dei vecchi stracci che lui chiamava abiti. - Come, com’è possibile…come sono felice, Porin, tu sei qui! Che gioia! - Sì, padre, alla fine ti ho ritrovato… - Hai tante cose da raccontarmi, caro ragazzo; no, sbaglio, non sei più un ragazzo, sei un uomo. Ma dimmi, dove hai vagato, cosa hai fatto in questi vent’anni? - Non farmi domande, per favore. Almeno non oggi. - Oh, certo, hai ragione! Che stupido che sono! Ma devi essere stanchissimo, te lo leggo in volto: ecco, vieni, dormi nel mio letto, io dormirò nella sedia, non temere. - No, padre, faremo il contrario, secondo l’ordine. Eri tu il Grande Re, e io il tuo servo. - Ero, Porin, ero: non lo sono più. Ma sia come tu desideri. - Grazie, mio signore, io dormirò qui, sulla sedia. Ogni racconto, per piacere, rimandiamolo a domani. Allora Porin si stese nella sedia, con aria distrutta. La barba scura gocciolava ancora, incolta, come i corti capelli. Gli occhi incavati s’assopirono veloci, sotto lo sguardo di Felev, stupito e felice ad un tempo. Il vecchio fissò per un po’ il dormiente, massaggiandosi i radi peli bianchi sul suo volto e i lunghi capelli canuti. Gobbo sul letto rimase desto finché

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il cuore e gli anni glielo concessero, poi cadde in un sonno leggero, finché una nuova visita non lo destò. - Scrivi; io t’aiuterò per le parti della storia che non conosci o che hai dimenticato. La voce del Viandante assordò il vecchio, Grande Re, Felev, solo nella sua piccola stanza ricavata in una delle mura esterne della fortezza di Bingrim. Non viveva più nessuno in quell’antico palazzo, solo lui in quella casetta che dava sull’esterno. Il Grande Re, fissando il Veida, chiese amareggiato: - Perché devo essere io a scrivere i ricordi di questa sventura? Perché? - Perché tu l’hai conosciuta meglio di tutti, tu l’hai patita più di tutti. - Proprio per questo non voglio farlo. Non ti basta che io continui ad affogare la vita nel mio dolore? Perché mi condanni a quest’altro supplizio? - Perché nessuno, eccetto te, potrà narrare di quando gli uomini hanno giudicato un giusto, l’hanno condannato. Nessuno meglio di te potrà narrare del tuo figlio che ha deciso di portare sventure che non erano sue. - Sì, e di quando il padre è stato l’assassino del suo unico figlio, e da ciò considerato eroe. - Uno dei più grandi di sempre. - Solo il fallimento dell’umanità. Non so narrare, non sono un bardo io, Felev, figlio di Belessar, discendente di Nelian. - Sì, ma in te scorre anche il sangue di bardo, non solo quello del guerriero. Ora chinati sul foglio, che il nostro racconto abbia inizio. Felev si piegò dolente su una pergamena ingiallita ma vuota, ignara d’inchiostro. Attingendo la sua penna al calamaio, attese: - Come devo iniziare? - Scrivi “Ricordi del Grande Re Felev, o della sventura degli Uomini”. Partiremo dal principio, da quando il male sembrò sparire per sempre da Arret, e gli Elfi sembrarono scomparire dal mondo. Così prese il via il dolente racconto della vita e delle opere del Grande Re Felev, e di come gli Uomini, i signori d’Arret, furono essi stessi il nuovo male del mondo, la causa della distruzione di molte meraviglie, e assieme la cura contro ogni tormento che afflisse in quei tempi tutte le genti. Prima di narrare però, il Viandante cantò, un canto sommesso:

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Sei terra e vento sugli scogli, Sei eroe, di tempra d’acciaio E di vetro sottile, sì fragile E forte ad un tempo, sì grande E debole in un giorno. Ciò Che tu sei, non fu né scelta, Lo sai, né piacere, e pur lo sei. Ricorda solo che sei uomo, Gli occhi volti al cielo, la mano Lo sfiora, il cuore fisso a terra, Incatenato a fango e sabbia. Ricorda che sei uomo, di vento, Fuoco divino in te pur brucia, In un corpo di cenere e terra.

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I Felev

Questi sono i ricordi del Grande Re Felev, figlio di Belessar, discendente di Nelian. Non la storia della mia vita, non il ricordo delle mie gesta, se mai ce ne furono: solo la cronaca di una condanna, che scosse profondamente il mio animo, se non l’intera coscienza degli uomini di quei tempi. E da quella morte molte cose sono cambiate, o forse nessuna: perché i cambiamenti fra gli uomini sanno essere tanto improvvisi e lancinanti, quanto lenti e nascosti, e nessuno dei viventi ne può giudicare la portata; solo il tempo, e il futuro, possono darci le risposte. Ma tutto fra noi ha un’origine, nulla dura in eterno, nulla viene dal niente: e l’origine di questa vicenda risale a qualcosa avvenuta anni prima, ad una decisione presa da altre genti. Una decisione sofferta, di cui noi uomini, allora, non comprendemmo la portata, ma che alla lunga mostrò tutte le sue conseguenze, e ci fece scoprire l’importanza di ciò che avevamo perso, forse irrimediabilmente. Ricordo come venni a sapere dell’accaduto: fu in maniera ufficiale, nella sala del trono nel mio castello, la mia residenza d’allora, a Tedaran. Ai confini del mondo, sulle Rupi del Cielo, il Corvo Bianco stava in attesa da tempo infinito. Da quando tutto era stato creato, l’animale sacro attendeva. Fissava il vuoto immobile, finché non fosse venuto il segno: e il segno giunse. Un fischio profondo risuonò allora nei cieli, e pochi poterono udirlo, volontà e potere d’Euon. Il Corvo udì il fischio, e si mosse. Gli occhi del colore dell’arcobaleno guizzarono, improvvisi, e le maestose ali si spiegarono impetuose. Come un lampo, l’animale sacro spiccò il volo, come le antiche canzoni, perdute nei ricordi degli elfi, annunciavano che sarebbe avvenuto, Quello fu il principio del viaggio degli elfi, il principio del dominio degli uomini.

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L’ambasceria dei Morieniani venne a me, annunciata solo da un breve comunicato: nessuno sapeva cosa si dovesse discutere, così, quando Ronilis, il vecchio e saggio ambasciatore del Morien fra gli uomini, venne a comunicarci la decisione del suo popolo, mi colse del tutto impreparato. Ricordo le sue parole, tanto mi rimasero impresse nella mente; ricordo che mi si presentò tutto agghindato alla maniera degli elfi del sud, in un lungo vestito da cerimonia, blu come il mare. Avvicinatosi, calatosi in un regale inchino, l’elfo parlò ad un mio cenno: - Salve, Grande Re degli uomini, Felev, figlio di Belessar, discendente di Nelian. Come vanno le cose fra gli uomini dell’ovest? - Bene, grazie, Ronilis del Morien. Perché mi fai questa domanda? Perché sei venuto a me? O devo pensare ad una visita di cortesia? - No, mio buon re, c’è un motivo per cui io sono qui. Devo comunicarti qualcosa d’importante, la risposta degli elfi del sud ad una chiamata che attendevano da tempo: da tanto tempo, che l’avevamo quasi obliata. - Di cosa parli, Ronilis? Che chiamata? Ci conosciamo da tempo, ormai; sai che mi puoi parlare con franchezza. - Ebbene sire, pochi giorni fa gli elfi hanno assistito ad un segno, che da tanto attendevano: vecchie canzoni e profezie delle origini ce n’avevano parlato, e ora si è compiuto. - Dimmi di cosa si tratta; non lasciarmi in quest’attesa. - Grande Re Felev, abbiamo aspettato che l’animale sacro volasse sulle nostre terre, e quello alla fine è venuto: il Corvo Bianco ha spiccato il volo, ben visibile ad oriente. Ora è tutto un fermento di navi, di gente che s’appresta a partire. Via, queste terre non sono più per noi, le antiche profezie si compiono. - Che cosa vuoi dire, Ronilis? Dove andate? - Via, Grande Re, neanche noi elfi sappiamo la meta. Sappiamo solo di dover partire, od obliare in reconditi nascondigli, nell’attesa che tutto finisca. Questo penso, faranno gli elfi del nord, i Lovariani, quanti fra loro non verranno con noi, sulle nostre barche. - Ma perché? Perché gli elfi devono partire? - S’è conclusa la stagione degli elfi su queste terre, mio sovrano. È finito il tempo degli elfi e della loro saggezza, almeno qui. Nuove genti, nuove forze hanno da venire, e nuovi tempi: sire, vi facciamo dono di questo mondo, ve ne prego, fatene un buon uso. Ronilis fece per andar via, alzandosi, ma io lo fermai:

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- Ma che dici! Voi non potete andare! E verso dove, poi? Non sapete cosa c’è nei mari! - Lo so – rispose l’elfo – e temo cosa ci aspetta: eppure non possiamo non partire, perché ora il nostro cuore brama le onde. Sire, è passato tanto tempo dall’epoca delle grandi genti: io la ricordo, io ero lì, sventurato protagonista. Degli amici di Lendelin Eidur e di Nelian, forse solo io e Mel del Lovar siamo rimasti. Ma le cose sono cambiate, e i nostri cuori, in cinquecento anni, si sono stancati. A volte ci sembra di non udire più la voce di questa terra, di esserne diventati estranei: altre volte, come un richiamo dal mare e dal cielo. Sire, questa è l’epoca degli uomini: non c’è più spazio per le certezze degli elfi, per le loro arti e la loro grazia, non qui. Voi crescete in numero, noi ci assottigliamo, ci sentiamo sparire; e ora, il Corvo Bianco ci chiama a seguirlo. Nessuno ora ci può fermare; il nostro viaggio è benedetto da Euon. Così parlò, e questa volta si sollevò, e io non riuscii a fermarlo. A passi veloci uscì via dalla sala, e con lui quanti lo seguivano: furono gli ultimi elfi ad andar via dal Morien, di ritorno dalla mia reggia. Quando gli ambasciatori erano tornati alla loro terra, una sola nave rimaneva ad attenderli: tutti gli altri elfi del Morien erano partiti, o scomparsi, non so. Le loro navi erano salpate, veloci così come lo era stata la loro decisione di partire. Degli elfi dei boschi, i Lovariani, nulla sapevamo, nulla era stato comunicato: eppure le parole di Ronilis non lasciavano speranza; anche quelli sarebbero partiti, o scomparsi, e nulla, nessuna traccia sarebbe rimasta di loro. Ero giovane allora, e poco compresi della gravità degli eventi: eppure le conseguenze apparvero quasi subito. Ben presto noi uomini ci insediammo in quelle che un tempo erano le terre degli elfi del sud: all’inizio i coloni furono pochi, ma col passare degli anni aumentarono in numero. In quell’epoca nacque il mio unico figlio, quello che doveva essere il suo erede: avevo trent’anni, allora. Norea, mia moglie, di poco più giovane di me, ebbe una gravidanza tranquilla, così mio figlio Nolundir nacque sano e forte, la speranza del futuro per gli uomini. Pochi mesi dopo nacque anche quello che fu il migliore amico e il compagno di sventura di mio figlio, il suo fraterno compagno Porin: per me fu come un secondo figlio, tanto gli volli bene. I due crebbero assieme, uniti in tutto, mentre la corte attenta vegliava e vigilava su di loro, affinché non conoscessero né dolore né fatica. Erano privilegiati: l’uno il figlio del Grande Re, l’altro il suo fedele

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amico e compagno. Nulla avevano da temere dalla vita, e nulla temevano, né conoscevano dolore. Così i due passarono la loro infanzia e raggiunsero la loro prima maturità, quella fatta dalla prima lanugine sul viso e dai primi cambiamenti nella voce. Rinchiuso in una torre d’avorio, ignaro del male nel mondo, mio figlio crebbe. Fu allora che ricevetti notizie anche dagli elfi del nord, i Lovariani; ma non come speravo. Un giorno, ad una delle porte della mia dimora, fu trovata una freccia: un nastro teneva legata una breve lettera. Era firmata da Mel del Lovar, uno degli amici di Lendelin Eidur e di Nelian. Nella lettera poche parole: i Lovariani si ritiravano nell’ombra dei loro alberi, nascosti del tutto alle altre genti, come banditi. Quello, per quanto li riguardava, sarebbe stato l’ultimo loro contatto col le altre genti, anche se in realtà erano spariti da parecchio. Con un triste commiato, gli elfi salutavano il mondo: Addio, miei fiumi spumeggianti, Addio, pianure e laghi assolati, Ora io vi lascio ad altre genti: Non più fra voi voleranno canti D’elfi. Forse nell’erba udrai, A volte, l’eco del nostro ricordo, Tu che mai hai visto la stirpe D’argento, quegli elfi nascosti E di luce splendenti, di cui mai Più vedrai segno, né udrai voci.

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II Nolundir

“Guarda, figlio, gli elfi che partono su navi veloci verso altri lidi, sconosciuti. Guarda i loro volti lucenti per un’ultima volta, mentre le terre mute li salutano con sguardo assente. Ascolta i loro canti, che non più udrai risuonare fra le onde e rami fruscianti. Senti, le loro ultime parole che rintoccano dalle navi per gli uomini:‘Partiamo senza meta, né sappiamo se vedremo ritorno, se rivedremo mai queste candide spiagge, o se mai ci risveglieremo dal torpore che c’oblia nei reconditi nascondigli fra alberi remoti, se non alla fine di tutto. Vi doniamo il mondo, v’abbandoniamo queste lande: a noi fu dato di proteggerle e conoscerle, a voi di forgiarle; di chi sia il più grave destino, solo il cielo lo sa. ’” Così cominciava un racconto di allora sui viaggi degli elfi che partivano, e poi continuava con mirabolanti imprese sui mari e nuove terre conosciute dalla stirpe d’Argento. Ma in realtà, nessuno di noi seppe davvero che fine fecero gli elfi, e quando una loro nave fece il suo breve ritorno, alla fine della storia che devo narrare, fu in circostanze tristi, guidata dal Corvo Bianco, e poi subito, svolto il suo compito, ripartì. Ma mentre questi racconti, e queste bizzarrie, dilagavano fra gli uomini, mio figlio e Porin crescevano, belli e forti nell’aspetto e nell’animo. Si facevano uomini, avevano già raggiunto quasi gli anni della maturità. Fra di loro Nolundir era il capo, il maggiore, non solo nell’età, mentre Porin era più debole e insicuro. Nolundir teneva i capelli lunghi e scuri, mossi, quasi ricci, sempre legati. Non aveva barba, cosa che sembrava farlo più piccolo d’età rispetto a quanti anni avesse realmente. Porin invece teneva capelli corti e scuri come il carbone, e barba incolta sul viso, quasi a dargli un po’ della sicurezza che non aveva; di carnagione più chiara di mio figlio, Porin aveva a volte l’aspetto d’un bambino, a volte quello d’un uomo, e la sua indole era indefinibile, quasi sfuggente, in ogni caso insicura. I due ragazzi stavano sempre assieme, come due fratelli, e io

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assecondavo la loro amicizia. Si volevano bene, e a palazzo un po’ tutti li consideravano come due piccoli miracoli, due ragazzi che sembravano uscire dar racconti dei saggi sull’innocenza delle prime creature che abitarono Arret. Ma l’innocenza non ha più luogo su queste terre, e ogni cosa bella ha presto da finire, talora nel modo più inaspettato: accadde in quei giorni che mio figlio e Porin si spingessero ad ovest, per una caccia. Entrambi erano ottimi cavalieri, e con loro vi erano molte persone a fare da guardie a quelle che in ogni modo erano persone care al Grande Re. Ma qualcosa accadde in quella caccia, qualcosa di strano, che mutò le certezze di mio figlio, non il suo carattere; come se d’un tratto cambiasse il punto di vista su di un panorama, non la profondità della visione. Mentre Porin e Nolundir vagavano in cerca d’una qualche preda nel mezzo d’un boschetto, il principe fu richiamato da qualcosa, che tutti gli altri lì presenti non udirono: - Che fate? Non sentite? Di la c’è qualcosa! Presto, seguitemi, lì troveremo ciò che oggi cacciamo! Così Nolundir parti al galoppo sul suo cavallo, ma nessuno lo seguì, nessuno, meglio, fece in tempo: come se d’improvviso tutti quelli che erano con lui fossero rimasti inebetiti, rallentati nel pensiero e nel cuore chissà poi da che. Nolundir rimase da solo nel bosco, mentre la selva si faceva più fitta, e il richiamo che aveva sentito si faceva sempre più vicino: con lui non c’era Porin a guardargli le spalle, e così la sicurezza giovanile che lo aveva accompagnato fino a quel momento veniva meno lentamente. Non di meno il principe avanzava: una figura apparve alla sua vista; un piccolo cerbiatto che a brevi saltelli procedeva per la sua strada. Il principe rimase un attimo a fissarlo, indeciso se scoccare o no una freccia su quella creatura indifesa: non fece in tempo a decidere, che un branco di lupi fu sul cerbiatto. Erano giunte silenziose, quelle bestie, e nemmeno il principe s’era accorto della loro presenza: ora sembrava che quegli animali non l’avessero notato, intenti com’erano ad accerchiare la povera vittima, improvvisamente terrorizzata e confusa. Con un impeto di coraggio Nolundir domò il cavallo impazzito, e corse verso il cerbiatto, scoccando frecce sui lupi e sguainando la spada. Corse all’impazzata per salvare la creatura che fino a poco prima pensava di fare sua preda: ora non pensava a questo, voleva solo salvarla. Ma i lupi furono più veloci: con un balzo uno di loro fu sul collo del piccolo cerbiatto, e quello, con un flebile e

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tenerissimo gemito, come il frusciare d’una foglia caduta che si deposita sul suolo, spirò. Per di più il vano tentativo di Nolundir era riuscito a far innervosire il branco di lupi, che ora avanzavano inferociti verso il principe. Facendo girare il suo cavallo, si diede alla fuga, mulinando la spada verso il basso sulle bestie che si gettavano contro le zampe del suo destriero, Cavalcò come un folle, rimpiangendo d’esser rimasto solo, finché dal nulla un fossato, enorme, non bloccò il suo cammino. Non riuscì a rallentare la sua corsa, ma il cavallo, voltandosi, incespicò, sbilanciando il suo cavaliere: con un volo, Nolundir finì nel fossato, mentre il cavallo rimase sull’orlo; in un attimo i lupi fecero di esso la loro nuova vittima, disinteressandosi del proprietario del destriero. Ammaccato e malconcio Nolundir corse via, per ore, nascondendosi per riposare sugli alberi. Nel frattempo venne la notte, chiara e illuminata da un quarto di luna e da numerose stelle, come riflessi del sole sulla calma piatta del mare. E venne anche il nuovo giorno, e di nuovo il principe riprese la via, nutrendosi di bacche e dei piccoli animaletti che riusciva a trovare. S’era perso, di questo non dubitava, e ora doveva assolutamente trovare un modo per tornare alla civiltà. Un viottolo, piccolo e mal disegnato, si fece chiaro con i lumi del sole, immerso fra le foglie: conduceva ad una piccola casetta, nel mezzo d’una ridente rada nella foresta. Il fumo del camino disegnava piccole nubi scolpite dal vento, mentre un fragrante odore di pane e miele si spandeva tutt’attorno. Nolundir non avrebbe mai pensato che in mezzo a quel bosco potesse abitare qualcuno, eppure era così. Decise di bussare, per vedere se c’era qualcuno in casa, capace d’aiutarlo. Al rimbombare della sua mano contro la porta, una sonora voce di donna rispose: - Chi mai può essere qui nel bosco…aspettate, arrivo, chi è? - Mi scusi signora – rispose Nolundir da fuori – sono un cavaliere che s’è perso nel bosco. - Aspettate, prego, entrate – rispose la donna, aprendo cordialmente la porta – non è buona educazione lasciare un viandante fuori, soprattutto se ha bisogno. Prego, sedetevi e raccontatemi tutto. Così Nolundir entrò in casa: era una piccola casetta, ma accogliente. Sul camino arrostiva della carne, e del pane appena cotto stava su di un tavolino di legno sbozzato alla grossa, ma ugualmente elegante. Le pareti gialle erano interrotte da poche porte per la stanza da letto e per la stalla, da dove s’udiva il rumore di zoccoli di pochi cavalli recalcitranti. Un bambino, neonato, stava in braccio alla madre: dormiva placido e assorto

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nei suoi sogni senza notte e paura, mentre un dolce sorriso si stendeva sulla pelle morbida e bianca. La donna, la padrona di casa, parlò: - Allora vi siete perso, giusto? Non temete, mio marito appena arriverà vi indicherà la via. Sapete, noi siamo i custodi del bosco…qui non viene mai nessuno…e voi chi siete? - Signora, forse dovrei dirvi che sono solo un cavaliere che s’è perso durante una caccia, eppure sento di potermi fidare di voi: sono Nolundir, figlio del Grande Re. - Oh, mi scusi principe, se non l’ho riconosciuta! Mi prego, perdoni la povertà della casa! Oh, non si preoccupi, non appena verrà, mio marito l’accompagnerà subito fuori da qui…lo farei io, ma come vede, non posso lasciare mio figlio…vuole favorire? - Signora, davvero, non si preoccupi: starò qui in un angolo ad aspettare. Così Nolundir rimase in casa, in attesa, assieme alla donna: la padrona di casa era poco più che una ragazza, giovane e bella. Aveva capelli rossi, e occhi chiari, incastonati in un viso bianco e brillante. Era snella, e scattante, e sembrava innocente come il cerbiatto che il principe aveva visto il giorno prima. Avrebbe potuto essere una principessa, e invece era un’umile donna di casa. Sbrigava le sue faccende con grazia, un po’ intimidita dalla presenza del principe, e nel frattempo badava la figlio, tutto vestito d’azzurro, che ogni tanto reclamava la giusta attenzione della madre. Le ore passarono così, mentre da un momento all’altro doveva tornare l’uomo di casa: eppure non giungeva. Ma la donna non era preoccupata, diceva che qualche ritardo nel bosco era normale. Qualcuno bussò alla porta, una vocettina flebile chiese: - Signora, potete aprire, abbiamo bisogno d’aiuto… - Certo – fece la donna di getto, aprendo la porta con incauta noncuranza. Apertasi la porta, un omone enorme si getto sulla ragazza, mentre altri entravano in massa: erano circa venti, banditi. Uno di loro, ridendo, prese ad urlare come un folle: - Buon giorno, bella signora, tuo marito ci ha indicato la strada per la tua mensa, prima di morire…e noi siamo venuti dove ci ha detto, non potevamo certo fargli questo sgarbo, no!

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L’uomo sbraitava divertito, mentre stringeva le braccia della padrona di casa, visibilmente confusa e impaurita; intanto tutti gli altri si erano fiondati su Nolundir, bloccandolo fra risa e sghignazzi: - Ma cosa abbiamo qui, un bel damerino, uno splendido fiore del bosco e un bambino –, il capo della banda vaneggiava come un pazzo, mentre le sue risa echeggiavano nella casa – e noi faremo vedere a questa brava gente qual è la nostra educazione, no? Il bambino si mise a piangere, e come un fulmine uno dei banditi estrasse un coltello dal fodero: con un colpo secco lo colpì al collo, e dopo un brevissimo lamento il neonato morì. Nolundir urlò, ma le sue parole furono coperte dai lamenti della donna: era indifesa, e s’era vista uccidere il figlio davanti. Ma il suo strazio non finì lì: con uno strappo violento il capo dei banditi la spogliò e la spinse sul tavolo, piangente. Mentre gli altri tenevano fermo Nolundir e lo pestavano di botte e con le armi, a turno tutti i banditi la possedettero e le fecero violenza. Alla fine la donna non ebbe neanche la forza più di lamentarsi, fra gli schiamazzi compiaciuti di quelle bestie: sul suo viso le lacrime erano ormai asciutte, e solo il sangue bagnava gli occhi. Erano bestie, non erano uomini: forse qualcuno può perdonare dei mostri come quelli, può chiedersi il perché delle cose e di tale orribile violenza; io no, non ci riesco, so solo odiarla, e come me allora Nolundir. L’odio cresceva in Nolundir ancora di più di fronte alla rassegnata ed esanime donna; non più un gemito, non più un lamento, solo la voglia che tutto sia finito, di morire. E intanto i banditi urlavano, festeggiavano gozzovigliando, imprecavano, compiaciuti della loro stupida e folle potenza, mentre insozzavano quel corpo candido e fragile con le loro più turpi fantasie, costringendo la donna ad atti e umiliazioni indicibili: finché non decisero che fosse tutto finito. Allora il capo, soddisfatto, ordinò ai compagni di concludere tutto: uno di loro, con un colpo secco alla nuca fece svenire Nolundir, privo di conoscenza. Gli altri si appropriarono di quanto poterono prendere in casa, mentre la donna, nuda e umiliata, rimaneva immobile sul tavolo, spoglia d’ogni volontà di vita: - Grazie mia signora, è stata proprio una splendida giornata…è piaciuta anche a te, vero? Oh, ma non ti preoccupare, torneremo quanto prima a farti visita, data la tua splendida accoglienza! Mai vista una donna così aperta al prossimo! Urlando queste frasi e simili, le bestie lasciarono la casa e i dolori che vi avevano inferti, irrimediabili.

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Solo dopo molte ore Nolundir si risvegliò, con un gran dolore al capo e la rabbia che riaffiorava: la donna era ancora lì, esattamente come quando i banditi avevano deciso d’andarsene. Le si avvicinò: tremava, era in fin di vita. Il principe avrebbe voluto rincuorarla, avrebbe voluto sapere cosa dire; invece tacque, distrutto da tutto ciò che era successo. Mentre pensava al da farsi, la donna, ormai vinta nel corpo e nell’animo, chiuse gli occhi e si spense per sempre. La casa rimase vuota, e dopo poco tempo anche Nolundir la lasciò, malconcio e dolorante. Camminò senza meta, senza voler pensare: eppure una folla d’immagini, per la maggior parte agghiaccianti, s’affollarono nella sua testa, mentre il bosco si faceva più fitto fra i suoi piedi. Vagò per due giorni, fermandosi raramente: un branco di lupi o qualsiasi altro animale avrebbe potuto attaccarlo, allora, ma per il principe non contava, non in quel momento. Invece Nolundir ritrovò la via di casa, e la voce di un cavaliere amico lo risvegliò dal suo torpore, dopo il lungo vagare: - Signore, guardate, il principe! Un cavaliere su di un alto destriero richiamò un altro uomo poco lontano. Questi, il signore, Porin, accorse pieno di gioia: quasi subito però, alla vista dell’amico malconcio, questa si rivolse in paura. Con fare frenetico chiese: - Nolundir, tutto bene? Come stai? Cosa ti è accaduto? Sei sparito per giorni! Nolundir non rispondeva, sicché Porin insistette con più forza: - Nolundir, cosa c’è? Che cosa hai visto? - Per favore Porin, non ora. Ho visto l’orrore che la vita e l’uomo sanno essere…voglio solo riposare, dormire e dimenticare; abbi pietà di me. Porin non fece altre domande, solo fece montare l’amico sul suo cavallo e insieme tornarono dove dovevano alloggiare per quella caccia. Si riposarono l’intero giorno, e il successivo di buon ora si misero in cammino per tornare a Tedaran.

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III La terra degli uomini

Tornato a palazzo, Nolundir non fece mai parola con me dell’accaduto, e per molto tempo rimasi allo scuro dei suoi pensieri: eppure notavo in lui cambiamenti; dovevo notarli. Porin al contrario rimaneva uguale a se stesso, sempre, mentre ormai giungeva alla maturità. Intanto gli anni passavano sulla nostra terra, scorrendo come finissimi granelli di sabbia attraverso una stretta clessidra: all’apparenza piccolissimi, quasi inesistenti, eppure continui, finché non accumulano una montagnola che informa della fine del tempo, del suo scorrere precoce e inalterabile. Come un rintocco d’oscuri presagi quegli anni si accatastavano sulle terre, come la legna che era tagliata dagli antichi boschi ad est e ad ovest. L’uomo si procura il suo spazio, non si accontenta di ciò che trova: ha bisogno di modellare a sua immagine e somiglianza il mondo, e poco importa se la figura che ne risulterà sarà uno sfigurato mostro da baraccone; avrà sempre la scusa delle sue fini estetiche, della bellezza dell’asimmetria, delle sproporzioni, dell’irrazionale e dell’illogico. A dire il vero classifichiamo illogico tutto ciò che ci è oscuro, bollandolo come impossibile, inesistente, pura immaginazione e follia: poi, talora, qualcuno s’appropria dell’illogico; non certo perché lo ritenga vero, solo perché ha bisogno d’una scusa, una giustificazione per se stesso. L’uomo ha bisogno dei ripari che costruisce per la sua coscienza, ha bisogno di poter dire al suo sguardo schifato, ecco, tu ti schifi, ma questa è la mia creazione, il modello dei miei sogni. Poco importa se è il peggior incubo di chiunque ragioni con qualcosa di diverso dal semplice egoismo, tanto l’uomo si parerà dietro la solita, scura frase di circostanza: ecco, tu vedi le cose come se fossero bianche e nere, ma non lo sono; non vedi le sfumature, eppure io le creo; dalla luce io creo l’ombra, e non importa se non riesco ancora a creare dall’ombra la luce, non interessa, finché posso userò la luce altrui. Tanto, io, uomo, ascoltando una voce che non ha mai

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parlato, pensando che l’essere immagine corrisponda all’essere, mi sono proclamato creatore, e se anche non è vero che lo sono, questo è il mio diritto: non modellare per trovare nuove forme, ma distruggere, per il folle disegno di fabbricare ciò che non posso. Con questi sconfortanti pensieri che ora circondano la mia vita solitaria, io, allora, non vivevo: non osservavo, non volevo e non sapevo farlo. E perché poi, cosa c’era da osservare? Non capivo cosa pensasse mio figlio, eppure lo vedevo crescere, maturare, sotto una nuova luce, e non sapevo definirla, se più cupa o più luminosa, o forse tutt’e due assieme. E intanto il mio popolo cresceva in forza e in numero: cresceva come le formiche in una loro tana, col bisogno di nuove terre per soddisfare la sua fame. Taluni parlavano di distribuire nuovamente le ricchezze presenti, ché ancora non c’era bisogno di prendere le terre dei popoli scomparsi. Sembravano vedere più in là di altre, quelle voci, ma in realtà guardavano ben più in basso: tutto ciò che volevano era la piccola campagna del loro vicino, in un impeto d’ira e d’orgoglio, signorotti mai nati nobili che non desideravano altro che essere quello che non erano mai stati: ricchi, nulla di più, e certo, nulla di meno. Dei nani a nord venivamo a sapere sempre meno notizie, finché quelle genti non s’isolarono del tutto a nord: le loro nevi e le loro montagne appagavano ogni brama di quell’antico popolo, né a noi uomini, interessavano davvero gli affari di quelle creature altere. Certo, tenevamo ancora commerci con i nani, la loro abilità d’artigiani ci serviva e ci affascinava, ma niente più di questo: il bisogno di trastullarsi con nuovi monili e di compiacere il lusso di giovani e recalcitranti donne come quello di più anziane e distinte signore, fino ad arrivare al virile narcisismo d’ometti tutti trapuntati nei loro abiti finemente tagliati sui corpi scolpiti nel marmo e mai toccati dal freddo e dalla fatica. Nel frattempo però la fame e la fatica erano le compagne di vita di tutte quelle migliaia d’anime sconosciute: quelle che non si vedono alle feste e ai banchetti, quelle che non si vedono durante le cacce con i cortigiani, perché troppo intente a chiedere l’elemosina o a lavorare campetti sterili e sabbiosi. Le persone che non vedevo, perché soffrivano, mentre vivevo nella mia torre d’avorio. La sofferenza era eppure il pane quotidiano di troppe persone, e certo lo è anche ora: nulla è cambiato davvero, se non per poco. Non solo la sofferenza degli stenti, ma anche quella del vivere, delle incomprensioni e delle miserie dell’animo umano. Si può soffrire anche vivendo nell’oro, ne sono certo, lo so; non è il successo a dare le gioie alla vita – e come

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potrebbe? Dura il breve spazio d’un istante! – né la fama, non la bellezza o l’appagamento d’un qualche stupido desiderio: perché questo è l’uomo, malgrado facciamo finta di non vederlo. Ci mascheriamo, ci voltiamo di fronte alla sofferenza, ma quella è la nostra unica compagna nella vita, e c’è chi decide di riconoscerla, di parlarle, e di non dimenticare i suoi insegnamenti. Ma per la maggior parte di noi, la grigia signora è solo un bagaglio ingombrante di cui liberarsi velocemente sulla via, quanto prima: e così era anche per me. Qualcuno un giorno mi disse che aveva trovato la pace nella sua missione, nella sua scelta e nella sua fine; non ricordo chi fosse, ma vorrei dirgli questo: non ho trovato la mia missione né la pace, ma solo una profonda e malinconica invidia per chi è riuscito a finire potendosi dire felice. Ma questi sono i pensieri d’oggi, le riflessioni che tengo rannicchiato su di un letto o su una vecchia scrivania spigolosa: altro pensavo allora, sul mio trono intarsiato o sul talamo nuziale. Cera da governare un popolo in forte espansione, c’era da gestire il mondo che diventava il mondo degli uomini. Velocemente decisi, malgrado le opinioni altrui, e per me in effetti la situazione era chiara: avevamo bisogno di terre, di case per le famiglie, numerose, che crescevano in numero nel Grande Regno. Così la colonizzazione delle vecchie terre degli elfi divenne massiccia, guidata dalla monarchia stessa. Fra quelle case e quelle costruzioni della Stirpe d’Argento, ormai fuggita sulle sue navi veloci e luminose, sorgevano ora le nostre case, le nostre costruzioni. E tutto ciò che era stato degli elfi diventava sempre più una rovina, da conservare e proteggere, un rudere d’un tempo antico, quasi una fiaba. Gli anni erano trascorsi, come aveva detto bene Ronilis: dalla morte di Nelian, l’ultimo Grande Re coinvolto nella lotta contro gli Oscuri, il ciclo delle stagioni aveva percorso trecentoquarantatre volte il suo tragitto. Non c’erano più nemici da abbattere ad Ovest, e di questo ringraziamo sempre il cielo, perché neanche ora sorgono tetre nubi da Occidente; ma non c’era più neanche l’Est. L’antico mondo allora si allontanò da noi, e non tornò più: fummo sradicati dalle nostre radici, o forse fummo noi a tagliare via i ponti col passato. Comunque anche le terre dell’Est, oltre l’Oceano, scomparvero fra le loro cascate, né più ritrovammo le vie che ad esse conducevano. La voce degli Eida s’udì sempre meno risuonare fra le nostre acque e nei nostri cieli, e sempre più flebile: avevamo perso il legame con le nostre origini, il religioso senso di contatto con qualcosa che ci era superiore; la cosa più triste, è che a nessuno dispiaceva quella perdita.

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Siamo da allora i padroni del mondo, quale è il problema! Abbiamo il diritto di fare ciò che vogliamo! Possiamo finalmente inebriarci del nostro potere, non c’è più nessuno che si possa considerare nostro maestro e custode! Siamo noi ora i maestri e i custodi, e sarà come noi vogliamo! Urlando simili scempiaggini, in mente, al cielo e ai venti, ci appropriammo di tutto, e il mondo degli elfi e le sue città, divenne nostro. In breve tempo, tutto ciò che c’era in quelle lande, a ricordare il passato e ciò che aveva significato, fu sepolto dalle nostre esigenze, irrimediabilmente nascosto, se non per pochi. Dei perché di tante cose, non ci fu più traccia, né dell’antica saggezza e dell’antica fede: molte cose si persero nel mito, altre nella leggenda, e altre semplicemente, e irrimediabilmente, nell’oblio.

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IV Malinwe

Ci sono tre visioni possibili del mondo e dello svolgersi della storia, sostanzialmente: le altre, credo, sono più o meno varianti. C’è chi crede che tutto sia un’eterna evoluzione, che si passi da una fase all’altra, senza cambiamento sostanziale, un cambiamento di forma, non di qualità, insomma. Per chi la vede così, la scomparsa degli elfi, e tutto ciò che ne è seguito, è stata solo una fase: un periodo storico, come lo sono stati il mondo degli elfi, e quello degli elfi e degli uomini assieme. Anzi per taluni di quelli che parlano così, si può anche parlare d’evoluzione, di progresso, di passaggio da una condizione peggiore ad una migliore, e di scomparsa degli elementi più deboli od ormai inutili nelle società. Questa è la visione della nostra cultura d’oggi, e quindi anche la visione della mia mente. Poi c’è un’altra visione del mondo, opposta. Ci sono uomini che rimpiangono il passato, come se tutto dipendesse da esso, come se tutto il bene del mondo venisse dai tempi andati, e se al giorno d’oggi non ci fosse che bruttura e ingiustizia: certo, hanno anche le loro prove, quest’uomini. Se si guarda a che cos’è l’uomo oggi, certo, spesso gli si dà ragione. E, in effetti, dalla partenza delle navi mai più riapparse, molte cose sono successe, che c’hanno spinto in condizioni spesso disastrose. La vita al mondo è realmente peggiorata, e in molti campi, dalle scienze all’arte, nascondendoci dietro la nostra volontà di cambiamento, fingiamo di non vedere la decadenza che ci ha colpiti. Dietro questa visione, pessimistica, c’è qualcosa, proveniente da parti profonde del nostro spirito, spesso della nostra stessa spiritualità. Molti fra noi uomini credono che la storia sia un lento, inesorabile declino: per chi ci crede, da quando Relue ed Evria hanno aperto il vaso proibito, l’uomo si è condannato da solo alla sua stessa pena; noi stessi, nella storia, siamo gli esecutori della nostra condanna. Tutto sparirà alla fine, tutto si perderà, e ciò che c’è stato di buono fra gli uomini, inesorabilmente, crollerà. Questa, è triste

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ammetterlo, è la verità che il mio spirito grida con forza, e a prova ne fa la mia vita. Infine, l’ultima visione del mondo: forse la meno sincera, quella che più ci siamo costruiti, eppure, l’unica a cui vuole credere il mio cuore. Decadenza e rinascita s’alternano, inesorabili nella nostra esistenza, gioco e frutto d’una provvidenza, d’una divinità più in alto e infinatemente più saggia di noi. Da queste nascono le altre due visioni: nei momenti d’apice delle nostre genti, vediamo chiaramente ciò che è stato di squallido e di decadente, ponendoci altri obiettivi, altri intenti; ma quando la nostra stessa esistenza scade, allora ci diciamo di vivere in un mondo che è solo cambiato, forse per nasconderci l’evidenza, o per consolarci. Ma se tutto muta, è vero, non per questo tutto muta in meglio: il cambiamento, non implica la negazione della caduta, anche se questa viene dalla volontà stessa dei tempi e delle genti; semplicemente, a volte bisogna cadere, per risalire di nuovo la china. Talora i grandi devono essere abbattuti, per poter sorgere una nuova generazione migliore; il frutto dell’albero deve cadere, il suo morire è necessario, per nascere da esso il seme e un nuovo albero. Chi guarda al mondo con questi occhi, vede ormai rassegnato e sereno, ben sapendo che la sua libertà e il suo essere uomo, sono limitati proprio dalla sua umanità: non tutto ci è possibile, e la nostra vita è parte, ma per quanto, nessuno lo sa, del caso. Non è una visione, in sé, né pessimistica, né ottimistica: solo consolatrice e rassicurante. Oggi guardo con questi occhi alla mia vita, i miei anni passati. È inutile negarlo: ricordo gli elfi, e vedo come il nostro mondo è peggiorato senza di essi, soprattutto per causa nostra; ma forse, le cose accadute dovevano avvenire, perché gli uomini cambiassero. Lo spero. E alla fine mio figlio raggiunse la maggiore età e la maturità, sicché venne accolto al consiglio, assieme all’amico Porin. Erano riveriti e rispettati, ma ancora tutto avevano da dimostrare, e tanto da imparare: non di meno, Nolundir mostrava una saggezza, già allora, maggiore di quella dell’amico, e di quanto fosse normale per la sua età. La sua opinione era udita con attenzione, e spesso la sua era l’ultima voce, quella decisiva, nelle decisioni. Solo io e Malinwe, il mio consigliere, contavamo di più a quel tavolo. Al contrario Porin era sempre silenzioso a consiglio, come a disagio: non si sentiva nel suo ambiente, non sentiva suo il comando e la decisione. Ogni uomo è diverso dagli altri, e ogn’uno ha le proprie predisposizioni: Porin era un grande amico di mio figlio, la sua spalla e il suo conforto, ma quella sedia nella stanza del potere gli era estranea, come

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lo può essere la lettura ad un analfabeta; anche se desiderava esserne degno, in cuor suo, al ragazzo, non interessava stare lì, e più volte me lo fece presente. In realtà era mio figlio a desiderare il suo sostegno e la sua presenza, forse un conforto per un’indecisione e una debolezza che cercava di non far trapelare. Accanto a loro, Malinwe: il mio consigliere era un uomo totalmente diverso, e non per questo meno giusto o degno. Apparteneva alla vecchia generazione, era più anziano di me di una ventina d’anni. Aveva avuto parecchio a che fare con gli elfi, e a lungo, spesso coinvolto in rapporti diplomatici fra le genti. Allora era ormai anziano, e stanco, e non di meno metteva la sua esperienza a disposizione dello stato. Ma della sua esperienza con gli elfi, poco era rimasto, o poco trapelava: quell’uomo si sforzava d’essere razionale, severo, sempre attento alla realtà. Nella sua mente non c’era spazio, né per l’utopia, né per il sogno. O forze il vecchio non gliene concedeva più, scottato dalle giovanili speranze andate perdute. La sua indole contrastava con quella dei giovani a consiglio: gli uni protesi verso ideali senza terra, l’altro ineluttabilmente legato alle realtà di fatto. Non c’era possibilità di conciliazione, nessuna. Ogni volta che gli uni parlavano, sempre l’altro commentava criticamente, e viceversa: al resto del consiglio il compito di conciliare le volontà, se possibile. Ma non si deve pensare, come si è fatto, che Malinwe odiasse mio figlio, o che lo stesso facesse Nolundir, o persino Porin: è strano a dirsi, ma in quell’opposizione di vedute c’era anche un profondo rispetto; Nolundir vedeva in Malinwe il suo futuro, più che in me, e il vecchio vedeva in mio figlio un ricordo della sua giovinezza. Ma tutto il rispetto che provavano l’uno per l’altro, Nolundir e Malinwe, non poteva attenuare i loro contrasti. Proprio in quel periodo tra l’altro si discuteva del destino del nostro regno, e di una scelta difficile da prendere. Anche dopo l’espansione celere nelle terre che un tempo erano appartenute agli elfi, anche allora, rimaneva gente senza terre, e in quella situazione d’improvviso benessere diffuso fra quanti avevano ricevuto qualcosa, si pretendeva, se possibile, di più per chi non aveva ottenuto soddisfazione per le proprie richieste. Così da più parti si diffuse una richiesta, presto fatta propria da quanti avevano interesse a farsi portavoce o presunti tali delle richieste della povera gente: si diceva, se gli elfi potevano solcare i mari alla ricerca di nuove terre, lo potevano fare anche gli uomini. Allestite navi adatte a solcare le acque anche per lungo tempo, cosa avrebbe potuto fermare l’espansione della stirpe d’Elettro?

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Il sussurro si diffuse fra i sospiri della gente, passando d’orecchio in orecchio come il fruscio d’una foglia: dal fruscio nacque una voce, da prima flebile e sommessa, poi sempre più insistente e aspra; la voce si fece richiesta, e da richiesta passo ad urlo, scorrendo di bocca in bocca come le acque del fiume in piena. Chi avrebbe potuto più fermare quell’ondata di desideri rimasti sopiti per troppo tempo nella povertà? Cosa fare? Cosa dire? Come spiegare alla povera gente che gli elfi erano partiti per disegno divino? Cos’era il divino? Chi lo avvertiva più, chi lo riconosceva? Come riconoscerlo nel buio d’un tugurio o nel vino rancido d’una locanda, buona solo ad affogare le sofferenze? Troppe domande, troppe richieste, troppi interrogativi a cui non si poteva più dare solo una mezza risposta, una mezza verità. La gente esigeva una scelta, una sola, e l’azione: e fu quello che gli offrimmo. A consiglio giunse la proposta, su richiesta popolare, e la questione spaccò la mia corte fra quanti erano favorevoli ad una spedizione esplorativa, e quanti ancora temevano il mare oscuro e inviolabile. Ricordo come si svolse la discussione, come si tennero i discorsi: a tenere la parte della spedizione era Nolundir; ovviamente Malinwe era per la decisione contraria. Le parole con cui esordì Nolundir ritornano oggi alla mia mente come se fosse ieri: - Mio Grande Re, padre, mio consiglio, ascoltate le urla che vengono da fuori del palazzo: non abbiamo scelta, dobbiamo dare a questa gene un terreno da arare, dove fare sorgere la propria casa, il proprio cortile e il proprio orto; o presto nessuno più l’avrà, ma l’unica cosa che terremo saranno le spade e gli archi, armati contro i fratelli in una sanguinosa guerra intestina… - Ma ancora – intervenne Malinwe – ancora ci sono terre libere fra quelle che un tempo tennero gli elfi; ancora ci è dato di ridistribuire le terre già nostre, e avere di meno tutti, togliendo a quanti hanno troppo per darlo a chi non ha niente. - Malinwe – rispose mio figlio – sai che chi ha, anche se ha troppo, farà di tutto per tenere tutto, e che chi non ha farà di tutto per avere quanto più possibile; non si accontenterà d’avere qualcosa, l’elemosina di chi ha più di lui. A quel punto la mente del povero si chiederà perché lui deve avere solo una parte di quanto aveva il ricco, perché non l’intero. Cosa può voler dire per lui che quello che prima era ricco ora si ritroverà povero…cosa conta? Non lo sono stato io, si dirà, che ora lo sia lui!

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- Vedi le cose in maniera poco realistica, giovane principe. La gente capirà che non c’è altra scelta, che non c’è altra soluzione che questa: il popolo non ragiona con l’unica testa che dicono i detti. - Forse hai ragione, Malinwe, ma rischierai davvero d’accertare la veridicità di quei detti? Sai, penso anch’io che la gente non sia stupida…ma la gente desidera, e il desiderio cresce in maniera proporzionale alla precarietà della vita. - Secondo la tua teoria chi mena ha tanto più desidera, e chi più ha meno vuole, giusto? E quindi il ricco sarà ben lieto di donare al povero, non credi. E poi, parlando seriamente, non abbiamo le risorse e le conoscenze per una tale impresa: gli uomini non sono gli elfi, non ne hanno né il potere né l’ingegno - E sono io, Malinwe, che vedo le cose in maniera poco realistica? Credi nelle favole? Ancora non hai imparato quale è la reale natura di noi tutti? Credi davvero che a qualcuno di noi importi qualcosa dell’altro, del suo bene o del suo male? L’unica volontà che ci vince è quella di dominio, di superiorità. Gli elfi ci frenavano, la loro presenza c’era d’ammonimento. Ma fino a quando credi che tale compito lo svolgerà il ricordo? Non per molto. Guardate là fuori, e guardate tutti. Qui sotto c’è gente che si guarda attorno con occhi iniettati di sangue, e non sono tutti poveri! Fra loro, non solo quelli che la necessità priva di scelta fra bene e male: ormai la serpe del desiderio striscia fra gli uomini, e non ci rimane scelta, o appagarla oggi per non essere morsi domani, o subire la furia del lato peggiore di noi uomini. Allora non ci sarà scelta, e vedremo davvero a che bassezze può giungere la nostra stirpe. Non abbiamo le conoscenze e i mezzi per tale impresa, dici: ma la nostra storia ci ha insegnato che non abbiamo limiti, se non quelli che ci siamo dati. Se vogliamo davvero, e lo vogliamo perché non ci resta altro, questa impresa sarà l’impresa della nostra generazione. - No Nolundir: anche se tu avessi ragione su tutto, noi non possiamo salpare sul mare. C’è stata data questa terra, questa soltanto. Lo so che quanto sto per dire sembrerà distante dalla mia visione solita, o da quella che avete voi tutti di me, ma questa è la verità così come appare alle mie tempie canute: non c’è dato di solcare il mare, come è stato dato agli elfi. Il Corvo Bianco è apparso per la stirpe d’Argento, non per noi. Solo sventure saranno per noi se batteremo il mare canuto con remi maneggevoli. I nostri limiti non sono quelli

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che ci siamo dati, ma quelli che ci diede qualcun altro, non dimenticarlo. - Che oggi ci chiede di non temerlo, ma di seguire il suo volere gridato dai più umili. - La voce della folla, soprattutto se adirata e in preda alla rabbia e all’orgoglio, raramente è la voce della saggezza. - Non sempre si può il giusto, Malinwe: tu vedi, anzi cerchi solamente, una scelta dove non ce n’è. - Basta – intervenni – ho sentito abbastanza, e penso che lo stesso possano dire tutti gli altri miei consiglieri. Capisco che entrambi volete il bene della mia gente, anche se lo cercate in maniere opposte: in entrambi vedo la saggezza e la dignità di chi si è votato alla povera gente, nondimeno qui si necessità di una risoluzione, e di una scelta definitiva. La decisione è troppo importante per essere del solo vostro re, perciò voterà il consiglio, e a me spetterà l’ultima opinione. Il consiglio votò, ma come previsto si spaccò. Per l’opinione portata avanti da Malinwe votarono in cinque, compreso ovviamente il mio anziano consigliere; per le opinioni portate avanti dal principe Nolundir votarono in sei, compresi ovviamente mio figlio e il suo amico Porin. Il mio voto era quello decisivo, e avrebbe potuto portare ad una parità senza decisione o alla scelta: decisi che non c’era permesso di perdere ancora tempo, che bisognava agire. Votai per l’opinione di mio figlio. Così la spedizione alla ricerca di nuove terre venne approvata, anche se ancora era da decidere tutto su di essa, compreso a chi sarebbe toccato di guidarla.

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V Navi verso sud

S’annida in me il canto, Si pasce di sospiri e sogni: A suo diletto in me si muove Percorrendo il corpo esanime, Vinto da sonno e notte. Qual mio re, qual mio vanto Si nutre di luce spenta, E come di blu notte manto M’avvinghia il petto e il cuore Rosso di sangue e speme. Viene col sonno a me Obliato dal buio, splendente Di luminosa luce, bello di bianco Suono di cetra e flauti Sonori, e arpe. Scompare con l’alba E il cielo tinto di blu e d’arancio Lo rinchiude con celeste scrigno. Prigione dorata e d’argento Lo circonda. Si nasconde nel giorno Luminoso di mare e di voci. Profumato di vita e di vero Odorando di fatica e finzioni Di lui solo il ricordo.

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Promette ritorno e rinnovo Di quel canto e del suono Sopito nel sonno, ora sordo Sussurro nel sibilo del sogno Scomparso al risveglio. Mi sono sempre chiesto i perché di molte cose, riguardo agli uomini: e fra questi, uno dei dubbi che mi ha sempre incuriosito di più è il perché ci affanniamo tanto dietro le forme, non guardando ai contenuti. Ammetto di non avere una risposta, di non aver mai capito: forse ho sempre sbagliato io, affaccendandomi troppo su cose che, in fondo, sono pura costruzione anch’esse; forse non ho l’animo per capire certe finezze e sfumature dell’anima, la sensibilità sopita di spiriti eletti. Forse sono soltanto un’ipocrita che non giunge a comprendere l’estasi magica della parola, il suo potere obliante, il sonoro oblio del suo suono appena sussurrato: in questo però avevo per compagno mio figlio. Ricordo che odiava questo genere di canti, aveva una parola per definirli: finzione. Oltre la musicalità, nulla. Dietro la maschera dell’immagine, il buio. Perché? Certo, il potere della poesia è grande, la sua magia immensa, come quella della musica: ma così non si sminuisce? Se dietro la formula magica del poeta non c’è niente, non si spreca la parola? Penso che talora i migliori poeti siano quelli che non usano orpelli di sorta, quelli il cui unico strumento sia la parola nuda e cruda: non amo coloro che vogliono evocare ai miei sensi per giungere al mio animo; preferisco quelli che hanno il coraggio di parlare direttamente al mio cuore. Non intendo che dietro ogni parola ci debba essere un insegnamento, perché i migliori maestri sono quelli che hanno imparato di non poter insegnare; intendo che dietro ogni parola ci debba essere la verità, che sia del reale o del cuore e dei sentimenti. Ma ogni costruzione fatta per stimolare un attimo, di passaggio, i sensi, quella non m’interessa, ed è quella che mio figlio definiva finzione. Questa era una delle rarissime cose su cui Malinwe e mio figlio, il principe Nolundir, erano d’accordo; del resto, non poteva che essere così, vista la loro ottusa volontà di giungere al profondo delle cose: ma per il resto, come si sa, erano quasi sempre in contrasto. Appunto per questo loro opposto modo di vedere le cose, furono scelti entrambi per guidare la spedizione sul mare, e con loro l’affabile Porin. Certo c’era il rischio di

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continue liti e contrasti, ma almeno l’uno avrebbe controllato i previsti slanci, o le temute paure dell’altro. Quando si diffuse la voce della spedizione, il sollievo e la speranza colsero la popolazione. Ben presto però si unì a questi sentimenti un malcelato ottimismo, la sicurezza fra gli uomini di tornare trionfanti con la preda agognata. La voce si spandeva fra le bocche, come se d’un tratto non ci fosse null’altro d’importante: si faceva la spedizione, le navi salpavano! Niente poteva andar male, a nessuno saltava in mente questa immagine d’oscuro presagio: quelli che pensavano come Malinwe erano pochi, e fra loro la maggior parte si nascondeva nella folla, silenziosa, fingendo approvazione. Erano quelli che, se qualcosa fosse andata storta, avrebbero potuto poi dire che loro, soli, l’avevano pensato e predetto. Fra la gente c’è sempre questa strana esaltazione, o anche una folle paura talora, che prende in maniera collettiva: molti saggi ne hanno parlato, molti l’hanno studiata, hanno tentato di capirla e comprenderne i meccanismi. Eppure c’è sempre qualcosa che sfugge, data la sua natura irrazionale, la sua nascita solo apparente dal pensiero. I sentimenti non vengono dal ragionamento, per quanto poi cerchiamo di spiegarli con esso. Però possiamo controllarli, o forse ci nutriamo della speranza di poterlo fare: ma quando siamo assieme a qualcuno che non lo fa, o scopriamo che prova qualcosa di simile, o opposto, a ciò che sentiamo noi, allora ci lasciamo andare. Lasciamo che il sangue scorra nelle arterie e nelle vene, lasciamo che la parte più profonda e incontrollata di noi stessi s’inebri di potenza e compia il suo viaggio, prenda il potere. È come il furore da battaglia, come l’ira o la rabbia, la paura o la commozione: non c’è nulla di razionale in queste, solo la facoltà di controllarle, per chi lo vuole e crede di poterlo fare. Poi, ovviamente, ci sono anche quelli che sostengono l’impossibilità di tale controllo: non so davvero se hanno ragione, ma talora mi chiedo se la loro non voglia essere solo una giustificazione, per la loro volontà di non controllarsi. Come si capisce, penso che la volontà giochi un ruolo fondamentale nel singolo, ruolo che purtroppo non ricopre nella massa. Senza controllo, l’esaltazione prese tutti, fatta eccezione per pochi: Porin era tutto preso dal viaggio, e come lui anche Nolundir. Allora il suo furore giovanile e la fiducia prevalevano anche sul suo carattere prudente e ormai cupo. Fino all’ultimo Malinwe tentò di diffidarmi, di convincermi a non compiere l’impresa: non ci riuscì. Così, sconfitto, il saggio, anch’egli, s’apprestò per il viaggio, studiando il da farsi e organizzando ogni cosa.

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Ci volle comunque qualche settimana prima di preparare il tutto, ma alla fine ogni cosa fu al suo posto, e la spedizione pronta a partire. Furono approntate tre navi, ognuna con il suo capitano e il suo pilota. Sulla maggiore, Neriwdella, viaggiava mio figlio, e capitano della nave era Varende, pilota il fidato Telisla. Sulla seconda nave, Neriwdine, viaggiava Malinwe, mentre la terza si chiamava Nerindum: su di essa viaggiava Porin. Erano le tre migliori navi che avevamo, il fiore all’occhiello della flotta del Grande Regno, quanto di meglio avevamo per quel viaggio rischioso e carico di attese. Anche l’equipaggio era composto solo di uomini scelti, la parte più salda e vigorosa della gioventù degli uomini. Tutto era perfetto, ogni cosa al suo posto quando, un mese esatto dopo la decisione del consiglio, le navi partirono dal porto di Minaran, dirette a sud. Le urla e le acclamazioni incorniciavano il porto nella mattinata fresca e limpida nel cielo. Canti di giubilo e d’incoraggiamento risuonavano fra le acque e nei porticcioli, come richiami di gabbiani sulle onde fresche d’estate. Salpa dal porto la nave Nera di pece e luminosa, Bella di remi intagliati E d’alberi alti e robusti Come cime di monti innevati Di vele e d’uomini all’opera. Si scaglia fra le onde e sicura Scorre nella forte corrente E nei marini flutti; non teme D’abissi di mari in tempesta, Né d’onde e marosi spumanti. Sicura viaggia nella spuma. Guarda e saluta, prega levando Alte le braccia la donna, e teme Di mai più rivedere l’uomo Che in ignoto viaggio s’affida: Manda un bacio alla poppa Sciogliendo lisci capelli al vento.

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Fra quella gente che salutava c’ero anch’io, ad osservare mio figlio che partiva: in cuor mio non so se era maggiore l’eccitazione e l’orgoglio, o la paura di non rivederlo mai più. Quello s’affacciò verso il porto, poco prima di sparire all’orizzonte, o forse fu solo una mia impressione. Da lontano, mi parve di vederlo salutare, e far cenno di addio con le mani. Così salparono le tre navi verso sud: quando tornarono, ogni cosa fu diversa fra noi uomini, e soprattutto per me.

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VI Fallimenti

Il principe Nolundir vide terra dopo tre mesi di viaggio. La spedizione aveva vagato a lungo, e ormai la speranza aveva quasi lasciato il posto alla delusione: la ciurma incominciava a pretendere il ritorno alle terre conosciute; non si era intravista terra fino a quel momento, perché si sarebbe dovuta vedere dopo. Le isole si ergevano sul mare piatto, senza un filo di vento o brezza, né l’ombra di corrente. Incastonate nel blu del mare e nel cielo azzurro, come una gemma splendevano al sole alto; su di esse volavano uccelli neri, grandi stormi, in circolo. L’equipaggio prese quel volo come buon presagio, simbolo di abbondanza e di natura amica: non appena sbarcati, gli uomini avrebbero avuto di che cibarsi. Tuttavia mancava ancora un giorno di viaggio all’approdo, che già fremevano i preparativi, e tutto era esaltazione e certezza di vittoria: si sarebbe tornati a mani piene, e almeno per qualcuno ci sarebbe stata una nuova casa. Prima videro una costa soltanto ergersi sulle acque, ma poi, mentre il giorno passava e la notte s’avvicinava sempre più, scorsero la seconda isola, e poi la terza e la quarta: arrivati al primo approdo, poterono contare in tutto sette isole, tutte tanto grandi da poterne scorgere a stento le coste, saliti sul promontorio più alto. Quando le navi approdarono, tutte e tre in un piccolo golfo che a stento le conteneva, subito gli uomini scesero a baciare le sabbie: bianca e splendente, la riva del mare li accoglieva come madre amica e sincera al ritorno del figlio dalla guerra. Non s’intravedeva pericolo, e tutto era pace e illusione di benessere. Giunse la notte, e tutti, per ordine di Malinwe e Nolundir, tornarono sulle navi: l’indomani si sarebbe proceduto con le perlustrazioni, ma per quella sera sarebbe stato meglio rimanere in nave. Quella non fu però la notte che molti si aspettavano, ma per tutti strani sogni e oscure immagini furono il cibo del sonno, e l’amaro calice dell’oblio fu per altri più desiderabile delle terribili

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visioni che funestarono il loro riposo: solo Malinwe dormì un sonno quieto, senza sogni né incubi, ma fatto solo di una lunga e sterile notte. Così non fu per Nolundir: non appena prese sonno, subito il buio più fitto lo avvolse con maglie strette come i nodi che solo i marinai sanno sciogliere. Non uno spiraglio, non una luce nell’oscurità, solo il buio. Poi, un’immagine: l’ombra fugace d’una donna che scappa, l’ombra d’una donna già vista nei tempi passati, che lunghi ricordi e interminabili incubi aveva popolato con la sua presenza, ormai, solo di spirito. La donna d’improvviso si volse al principe, come sorpresa e avvilita; con fare premuroso e fresco, lo prese per mano, e tirandolo via gridò: - Che fai, vieni via, non restare qui, non è luogo per te! Non sono per te queste terre. Non il limitare della tua vista è il tuo confine, ma l’albero che il padre ti disse di non superare: non dimenticare, mio principe, le leggi del passato! - Non capisco, cosa dici: queste sono solo terre, isole che di noi hanno bisogno, come noi necessitiamo d’esse. - Non capisci, o non vuoi capire, mio principe? Eppure, ora mi rendo conto, e ora vedo, che nel tuo di vagare, c’è ben altra meta. Nel tuo errare, la via d’altri. - Continuo a non capire le tue parole, compagna scomparsa dei miei sonni antichi. Di quale errare parli? Finalmente sono giunto alla mia meta. - Va ora, riposa, e ricorda le mie parole: fra tre giorni troverai il segno, e molte cose diverranno chiare ai tuoi occhi; altre lo saranno poi. Addio, ora, non sarò più io la compagna dei tuoi sonni antichi. Allora il sogno si concluse, ma Nolundir non si svegliò: rimase solo nel suo sonno, non più agitato, e gli occhi e la bocca non si aprirono che al risveglio. Poco rimaneva della notte passata, e ben pochi ricordi: solo l’inquieto ricordo di una donna dal viso sconosciuto, un tempo bella, e ora dilaniata dall’orrore e dal dolore, dal sorriso stravolto dalla sofferenza. Ma nel cuore, quella ragazza gentile, era ancora la splendida dama che Nolundir aveva conosciuto nella foresta. Col sole, l’equipaggio si mosse dalle navi e allestì la colazione. Quando tutti furono sazi, allora vennero scelti gli uomini per andare a perlustrare le terre dell’isola: tre uomini furono scelti, uno per nave, e con loro fu il Malinwe, a guida. I tre si mossero verso est, procedendo attraverso la costa. Camminarono per l’intero giorno, non trovando che sabbia e mare, e fitta foresta d’alberi alti e rigogliosi, come mai ne avevano visti quegli

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uomini: ma nient’altro. Non un segno di vita, presente o passata, ne segno di passaggio degli elfi per quelle terre. Ai loro occhi l’isola era disabitata, e questo fu quanto riferirono al loro ritorno, a sera. Quando gli esploratori furono di nuovo alle navi, allora venne preparato il pasto, e tutti attinsero al vino nero e alle pingui carni: allorché tutti gli uomini furono sazi, scelte delle guardie rimaste a riva, il resto degli equipaggi si ritirò a riposo. Di nuovo incubi e insonnia li colsero, tutti, eccetto Malinwe e Nolundir. Col nuovo giorno, furono scelti nuovi esploratori, e loro guida fu Porin. Ma prima di partire gli uomini scelti, venne preparato il pasto, e tutti si saziarono. Gli esploratori si volsero ad ovest, anch’essi seguendo il limitare della costa: ora la spiaggia faceva posto ad una profonda e fitta scogliera, nera di pece, ora a strapiombi, a picco sul mare, abitati solo dagli stormi neri degli uccelli maestosi. Il loro canto risuonava nelle gole e sul mare, e tutto appariva vivo, su quelle pietre e sulla bianca spuma delle acque: ma ancora, nessun segno di vita che facesse pensare ad altri uomini sull’isola. Se v’erano stati abitanti, questi non conoscevano la navigazione, perché non v’era traccia di porti o di approdi adoperati da uomini o da altre razze. Allora calò di nuovo la notte, questa volta più cupa: strane nubi si addensavano a nord, verso casa; erano ancora lontane, ma l’odore della tempesta non lasciava presagire nulla di buono. Gli esploratori con Porin tornarono indietro, alle navi: anch’essi portarono il loro responso di desolazione. Allora si prese piacere dal cibo, si allestì la cena. Tutti mangiarono fino ad essere sazi, e i bicchieri brindarono finché il calice della stanchezza non fu colmo: il sonno li colse attorno al fuoco, con in mano ancora la coppa di vino. Sorse il nuovo giorno, ma le nubi di già coprivano i raggi del sole. Una mattinata fredda accolse i marinai, e le onde che si facevano alte. Legate bene le navi, gli uomini presero la colazione: poi, tirando a sorte, scelsero l’esploratore per ogni nave. Guida, per quel giorno, sarebbe stato il principe Nolundir. Scelti gli uomini, di buon mattino, il drappello di esploratori si volse finalmente verso l’interno dell’isola, verso sud, lasciandosi dietro la tempesta che giungeva. I passi di Nolundir si volsero alla foresta, penetrandola con disinvoltura. Con andatura celere, questi si volse verso il centro della macchia, a quella che sembrava essere una valle bagnata da un fiumiciattolo: lì i raggi sembravano penetrare meglio, come se le foglie verso quel luogo li spingessero, incanalandoli. Passo qualche ora, prima di giungervi, e nel frattempo Nolundir pensava al sogno e alla sua previsione: non capiva come e perché, ma ora quella immagine tornava

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ai suoi occhi, come carica di qualche mistero recondito e disperso nelle tentazioni di qualche tempo antico. Scrollandosi il capo, il principe lavò via da sé quei pensieri, concentrandosi solo sul cammino e sulla sua ricerca di vita: ma nulla appariva, se non alberi secolari e forti, immemori del gelido tocco della mano dell’uomo, armata o spoglia. Notava solo ora, il principe, che però non c’era traccia d’animale, eccetto che gli uccelli che vedevano da quando erano giunti; sapeva dai racconti che le fiere però, lì dove hanno meno conosciuto l’uomo, tanto più sono facili ad avvicinarlo, come non temendo da tale figura così fragile nulla. Lì invece non si vedeva ombra di creatura vivente, né di insetto: solo il buio della foresta spumeggiante, e il continuo e assordate richiamo dei volatili. Gli esploratori giunsero al centro dell’isola, la valle che s’erano prefissati come meta, che già era passata metà della giornata. Un fiumiciattolo, un torrente che nasceva da poco più in alto, scorreva, poco ingrossato, come nell’attesa che le piogge imminenti lo caricassero di nuova linfa e potenza. Ora il principe vedeva che la luce non veniva incanalata dal cielo verso terra, come credeva, per chissà quale prodigio; una magia ancora maggiore faceva risplendere una pietra, una roccia, intagliata e segnata in lingua nota. Vinto dalla curiosità e dalla tentazione della scoperta, l’uomo corse a leggere: accanto, una grotta illuminata d flebile luce, come l’ingresso d’un antico e venerando tempio. Qui tutto ebbe origine Per l’uomo, Qui la sua scelta Ed il suo fato. Non comprese, Nolundir, di che posto fosse quello in cui era giunto: ora anche il suo fato si compiva, si incanalava in una via che gli veniva posta davanti, e che lui sceglieva di percorrere. Il principe penetrò nella grotta, con i compagni. Era breve il tragitto, illuminato da candele e profumato d’incenso: di fronte un altare. Subito il principe s’avvicinò, e lì sopra trovò un foglio scritto in elfico; accanto giacevano gemme e monili d’antichissima fattura, e una piccola otre aperta. Non facendo caso a quei monili lì vicini, il giovane uomo disse ai compagni disattenti: - Queste sono parole d’elfi! La stirpe d’Argento e passata da queste isole nel suo viaggio. Qui hanno lasciato un loro monito:‘Questo è il luogo del fato degli uomini, e il suo mistero non ci riguarda. Eppure

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la sua tentazione ci avvince, e il suo potere ci opprime; fuggiremo via da queste isole, che scompaiano dalle mappe, loro e il loro peso: già troppa sofferenza è nata dall’otre e dal suo contenuto. Qui giacciono quanti, per essa, fra i nostri, immortali, sono caduti, come fulminati da terribile potere. Che nessuno mai segua il loro esempio, e desideri toccarla: solo male nasce da essa, perché così ha voluto colui che è il padre delle stirpi’. Solo allora Nolundir comprese dove si trovava, dove aveva condotto i suoi uomini: voltandosi vide degli scheletri e dei teschi, non umani, ma d’elfi. Per terra quegli elfi giacevano morti, chissà ormai da quanto: capiva d’essersi imbattuto nella caverna dove era nato ogni male per gli uomini, e ora si rendeva conto di dove l’aveva condotto la sua curiosità e la sua sete di conoscenza: la sua umanità più schietta sembrava rovinarlo. Ma non tutto era ancora perduto, pensava Nolundir; poteva ancora portar via i suoi uomini da lì. Del resto, non aveva preso l’otre, non l’aveva toccata. Di scatto si girò, e come un fulmine una visione lo colse: i suoi uomini attorno all’otre, con le mani su di essa. Tutti e tre la tenevano in alto, come vinti da qualcosa, come se non potessero non farlo: eppure ciò che li vinceva apparteneva alla loro stessa natura, ma al contempo ne era estranea; come se una serpe sibilasse al loro orecchio, sicché seguissero solo i loro desideri. L’angoscia prese il principe, il terrore lo vinse: lui solo aveva compreso cosa accadeva, lui solo riconosciuto il posto e il fatto lì compiuto. Con un urlo imperò ai suoi d’allontanarsi dall’otre: - Via da lì, sciocchi, se non volete il vostro male! Quelli, come risvegliati da un lungo torpore, trasalirono, e in un attimo furono desti. Con fare ancora poco lucido, lasciarono l’otre che cadde per terra emettendo un sordo rumore, e come una flebile voce, un lamento. Allora gli uomini s’allontanarono, fuggendo via dalla grotta: gocce d’acqua picchiavano sulla terra, avvertendo dell’arrivo della tempesta. Solo Nolundir rimase nella grotta, e i suoi occhi privi d’espressione sembravano ora in attesa: aveva riconosciuto il segno che gli aveva predetto la donna dell’incubo, e ora attendeva di conoscere il suo destino. Lentamente s’avvicinò all’otre, per terra: questa lo chiamava, e il suo sospiro era l’unico suono che l’orecchio del principe riuscisse a sentire. Inginocchiatosi, allungò una mano verso il vaso, fin quasi a sfiorarlo: ma qualcosa lo placò, una nuova voce, un nuovo silenzio intorno; non toccò il vaso Nolundir, non lo prese, né ne condivise il fardello: il suo di destino,

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non apparteneva a quell’oggetto, e quanto gli capitò fu voluto da ben altro disegno, e dalla sua scelta libera. Desto, più forte di prima, Nolundir si volse alla tempesta, ancora negli occhi le parole degli elfi: nuova miseria s’attendeva da quanto era accaduto, e di essa ora sentiva il peso, come se fosse sua la colpa. E anche se non lo era, perché lui non aveva toccato il vaso, tuttavia un nuovo senso si appropriava del suo cuore, di consapevolezza. Sentiva che la sua via s’apriva dinnanzi, quale che fosse: a lui se percorrerla o prenderne un’altra. Fuori pioveva, e i compagni erano in attesa: quando Nolundir tornò a loro, nessuno proferì verbo o chiese cosa; solo, tutti dietro al principe si volsero alle navi, dove giunsero ben presto. Il mare era agitato, tanto da impedire la navigazione. Gli esploratori erano stanchi, e visibilmente sconfortati, e tuttavia non dissero subito ai compagni quanto era accaduto. I loro visi erano pallide, e le loro bocche attinsero poco al vino, e poco desiderio tenevano di cibo. I loro occhi agognavano solo l’oscuro riposo che, erano certi, li attendeva di notte. Nolundir invece tenne consiglio con Porin e Malinwe, in privato, e celere riferì quanto aveva trovato. Il vento rombava sugli alberi, mentre il principe iniziava il suo discorso: - Non so se sia giusto dire agli altri cosa io qui ho trovato, ma voi lo devo. All’interno di quest’isola sta una grotta, accanto ad un torrente in una rada della foresta. La grotta è poco profonda, e al suo interno candele e incenso ne rischiarano il percorso: dentro, un altare con preziosi monili e un otre, e accanto un foglio. Su questo lessi parole d’elfi qui di passaggio e in fuga: avvertivano di stare lontani dall’otre, che quella era il vaso di Relue ed Evria, portatore ancora di sventure fra gli uomini. Vicini giacevano dei teschi d’elfi, quanti s’erano lasciati vincere da quella tentazione: non feci in tempo ad avvertire i compagni, che li trovai già con le mani sull’otre, vinti. Destatili, essi scapparono, ed io solo rimasi nella grotta; un richiamo silenzioso m’avvicinava al vaso, e allora mi sembrò d’essere avvolto nelle maglie d’un incantesimo, di cui io ero in parte artefice. Ma non ricordo cosa accadde, né se toccai il vaso: quando mi risvegliai, la mano era lontana dall’otre, e il cuore leggero. Allora corsi ai compagni, e insieme tornammo qui. Questo è quanto ho visto, e ora consiglio il ritorno a casa, perché queste, mi è ben chiaro, non sono più terre per noi.

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- Grave sventura hai destato – rispose il vecchio saggio – Nolundir, e prego che non nascano con essa nuove disgrazie. Ma come vedi non ci è dato di partire, almeno finché non cesserà la tempesta. Perciò, ora riposa, e sta quieto in cuore. Sia quel che sia, quant’è fatto è fatto: non ci resta che pagare le conseguenze. Per il resto, silenzio. Questo fu quanto decisero i tre, e poi si divisero. Porin però rimase un po’ con l’amico a confortarlo: ma la sua presenza non servì a molto, almeno finché Nolundir non sprofondò in un sonno profondo e inquieto. Al risveglio, non ebbe ricordo alcuno dei suoi sogni, ma i compagni furono pronti a giurargli d’aver gridato, e con lui i suoi tre compagni. La tempesta mostrò incessante la sua forza per dieci giorni consecutivi: per dieci volte il sole sembrò non sorgere, e la notte sembrò non calare. Gli uccelli neri non si destarono in volo, ma rimasero appollaiati ai loro dirupi, attendendo la luce e la quiete sul mare. Gli uomini non stettero sulle barche in questi giorni, ma rimasero sulla riva, lontani dal mare tanto da non soffrirne, ma vicini per controllare l’integrità delle imbarcazioni. Ci fu poco da dire e da fare in quei dieci giorni, e neanche si procedette più alle spedizioni nell’interno dell’isola, ché già s’era conosciuto più di quanto si dovesse conoscere. Gli uomini divennero pallidi in viso, e a molti salì una febbre alta, che ne corrose il vigore. Alla fine dei dieci giorni, i tre che erano andati con Nolundir alla grotta, morirono. Con l’alba del undicesimo giorno sorse anche un nuovo sole, in fine. Il cielo apparve finalmente libero, e all’orizzonte non si mostravano nuove nubi. Subito Malinwe ordinò ai suoi di imbarcarsi, e lo stesso fecero Porin e Nolundir. La spedizione si concludeva lì, e non c’era necessità d’esplorare le altre isole, ché già fin troppo s’era scoperto. Allora gli uomini salirono sulle navi, e si sistemarono ordinatamente ai loro posti. Altri, oltre ai morti, sembravano essersi ammalati: ma non si poteva ovviamente lasciare indietro nessuno. In quelle condizioni la spedizione ritornò alle terre degli uomini, con un male risvegliato ed un’epidemia in corso nell’equipaggio, su tutte e tre le navi. Altri ne morirono durante il viaggio. Quando giunsero al porto di Minaran, i marinai furono accolti come trionfatori: ma nessun’altra spedizione seguì la loro, né quelle isole che erano state il loro approdo furono mai più raggiunte da altro uomo. Quella che a molti, vista la scoperta che portava, sembrava una grande impresa degli uomini, col tempo scoprimmo essere uno dei nostri più travagliati fallimenti.

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VII Il principe contro il saggio

Ben presto però ci si rese conto, fra la gente, che le cose non erano andate così bene come si pensava. Anche se la grotta e l’otre non vennero mai citate, si parlò di isole che non si dovevano raggiungere, e di oscuri motivi per cui quel viaggio era stato un fallimento. Solo in pochi conoscevano le reali motivazioni di quel ritorno al Grande Regno, con l’equipaggio decimato, e fra i più si congetturava: qualcosa doveva essere accaduta, qualche sventura, ora se ne parlava, doveva aver colto le navi in mare. Oppure qualcosa s’era trovato nelle isole, che non doveva essere scoperto; c’era anche chi, lasciando ampio spazio alla sua fantasia, sosteneva che le navi erano giunte alle terre degli elfi, e che questi avevano scacciato in malo modo la stirpe d’Elettro. Solo a consiglio si parlò delle reali motivazioni del ritorno, e dell’accaduto nelle isole, che da allora furono dette Maledette. Quando tutti i membri del consiglio furono riuniti, a palazzo, e tutti fummo seduti attorno al tavolo, il primo a prendere fu Nolundir. Mio figlio appariva pallido, stanco, anche dopo il riposo che avevo concesso dal ritorno delle navi. Qualcosa lo turbava nel cuore, mentre le parole scorrevano fra le sue labbra: - Molte cose sono accadute nelle isole che abbiamo toccato, anche se non sembrerebbe. Poco abbiamo trovato, ma di gran valore: per tre notti ì abbiamo sostato, sulla costa della prima isola che abbiamo raggiunto, colti da incubi, ma nient’altro ottenevamo nella nostra ricerca, che cielo e mare. Poi, addentratomi nella foresta con tre compagni, è accaduto ciò che non doveva accadere, e causa ne sono solo io e la mia follia: scorta una grotta, luminosa di candele e odorosa d’incenso, vi siamo entrati, incuranti dell’avviso al suo ingresso; dentro trovammo l’otre di Relue ed Evria, e come stolti ad essa c’accostammo, vinti nell’animo. Fuggimmo via, come riavutici da sogno, ma il danno era fatto: una triste e grave febbre prese i tre, e in breve perirono: pesante compagna, la malattia dilagò fra gli

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equipaggi, rendendo oggi al regno solo i sopravvissuti. Ma questo, temo, sia solo l’inizio. - Esatto, Nolundir, temi bene. E anch’io nutro lo stesso timore: la colpa di ciò, lo sai bene, è tua. Le parole di Malinwe, brevi e lapidarie, avevano tuonato nell’aula come la tempesta al suo scoppiare. D’improvviso il vociare prese le mura, e tutti presero ad alzare la voce, per esprimere la loro rabbia e le loro fobie: in un angolo, Porin taceva, quasi indifeso di fronte a quel caos. A stento richiamai tutti all’ordine: Nolundir e Malinwe erano rossi di collera in viso, e si guardavano con odio e aria di sfida, mentre cercavo di rimettere pace: - Va bene, basta così! Questa non è l’ora della collera: penso che di fronte a quell’oggetto, ciascuno di noi avrebbe agito come quegli uomini, perciò, figlio mio, non ti accuso di nulla… - No, mio signore – mi interruppe Malinwe – la cosa non può passar così, se recherà dolore fra noi tutti: forse è vero che tutti avremmo agito in quel modo, o forse no, chi può dirlo! Ma rimane il fatto che tuo figlio e quelli che erano con lui hanno sbagliato, e ora tutti noi pagheremo le conseguenze… - E credi – proruppe Porin, preso coraggio vinto dall’indignazione – che lui non provi da solo già una gran pena? Pensi che già Nolundir non si condanni per ciò che è accaduto, conoscendolo? - Sì, però questo non baserà alla gente: come non facciamo sconti agli altri, non possiamo per lui. - Basta! Non siamo qui a consiglio per condannare qualcuno: non mi interessa avere un capro espiatorio, che sia o no mio figlio. - No, aspetta, padre – la voce del principe Nolundir s’era fatta calma, aveva ripreso calore, e ora esprimeva il pensiero che sgorgava dalla mente dell’uomo – ho da dire qualcosa: Malinwe ha ragione in parte, perché lui ci aveva avvisati su ciò che avrebbe potuto accadere; ma bisognava tentare, e questo lo sa anche lui. Purtroppo ora comprendo le sue parole sui limiti datici da chi sta pi in alto di noi: comprendo che a noi non è dato di seguire le orme degli elfi, il loro stesso tragitto e la loro stessa via. Malinwe aveva ragione, e me ne dolgo: ma tuttavia, continuo a dirlo, si doveva fare quello che si è fatto, tentare quello che si è tentato, che si finisse bene o male. - Stupidaggini e giustificazioni, Nolundir; e in cuore lo sai bene anche tu, perché sei un uomo giusto.

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La sentenza del vecchio saggio spezzò a tutti le parole in bocca; cosa si poteva rispondere? Tentai di farfugliare qualcosa, ma fui interrotto da Porin: - Malinwe, dicci onestamente, cosa avresti fatto tu al posto del principe? Dillo pensando prima di rispondere. L’indignazione di Porin era giunta al suo culmine, e la sua accusa sferzava Malinwe come una frusta; questi, calmo, riprese: - Ma io non accuso il principe per aver ceduto di fronte a ciò per cui l’uomo è quello che è. Ma lui ha fatto in modo di trovarsi davanti a quella situazione. E vedi, Porin, il tuo amico ne era ben consapevole, sapeva verso quali rischi navigavamo: e pure ha voluto tentare, dicendo ora che si doveva. Ma si doveva davvero? È questo il punto: fin dove possiamo e dobbiamo agire. Per quanto mi riguarda, il principe ha valicato volutamente il confine che si trovava davanti a lui, e questo non era il toccare o no l’otre, ma giungervi. Se ora tutti dovremo pagare per la sua stoltezza, credo che almeno qualcosa sia giusto che lui la rimetta: non vedo in realtà come lui possa ancora sedere a questo tavolo, avendo ben dimostrato di non esserne degno: - Come osi! – Porin urlò a squarcia gola – come puoi dire una cosa del genere! - Così come faccio ora: alla luce dei fatti, lui qui non può più stare, che sia o no il figlio del sovrano. Penso anche d’essere generoso con lui. Di nuovo la confusione s’impossessò dell’aula. Schiamazzi e grida, e uomini in piedi e gesticolanti al vento: non si capiva più niente, e tutti erano presi dalla foga, me compreso. Solo Nolundir rimaneva muto e assorto, in affranta e dolorosa attesa. La gran parte del consiglio appoggiava la tesi di Malinwe, e solo io e Porin tentavamo di difendere mio figlio: alla fine dovetti cedere alla volontà dei più, e ristabilendo la calma, parlai: - E sia, Malinwe! Sarà come tu vuoi! Nolundir da oggi non è più membro di questo consiglio, almeno fino ad un nuovo ordine: spero che il desiderio di rivalsa di voi tutti sia soddisfatto. Ora andate tutti via! - Non è rivalsa, signore: solo giustizia, la stessa che diamo ad altri. Non ascoltai quell’ultimo commento di Malinwe, solo mi allontanai addolorato nelle mie camere, e lo stesso fece Nolundir: rimasi solo a pensare, immerso in vaghi sogni e visioni della mia animuccia sbiadita.

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Dopo qualche ora decisi di cercare mio figlio, ma non lo trovai: allora qualcuno dei cortigiani mi riferì quanto gli era stato lasciato detto. Mio figlio era partito, con Porin al seguito, preparati rapidi bagagli. Non lasciava detto quando sarebbe tornato, né dove andasse: solo chiedeva di non preoccuparmi. Così feci, e lasciai correre, tornando a pensare al mio regno. E di certo i problemi non mancavano: non avevamo risolto il problema della sovrappopolazione e della redistribuzione delle terre, mentre avevamo ottenuto solo false e infondate speranze per il popolo. Quanto aveva predetto Malinwe si stava drammaticamente avverando, portando presto, lo immaginavo, scompiglio. Ora si cercava un capro espiatorio, ed era naturale che questi fosse il principe Nolundir, mio figlio: lui era stato l’esponente fra coloro che avevano voluto questa spedizione, che s’era risolta in un fallimento. Come proteggerlo, come difenderlo? Non lo sapevo, e in questo mio dramma personale mi arrovellavo: in gioco non c’era solo la presenza di mio figlio alle sedute del consiglio, ma anche la stessa credibilità della nostra casata. Se avessi condannato mio figlio a stare fuori dalle decisioni, come avrei potuto poi affidargli il regno alla mia morte? Che fiducia poteva avere la popolazione in lui. E ora la sua fuga, la sua scomparsa non mi aiutava di certo: come un bambino sembrava fuggire alla sconfitta, inerme e impaurito di fronte al suo errore. Malinwe aveva ragione su tutta la linea, me ne rendevo conto; e per di più le sue richieste erano le stesse che avrei posto io nel suo ruolo. Il consiglio s’era diviso, ma la maggioranza era dalla parte del saggio: certo, come Grande Re potevo comunque decidere di mia volontà; ma sarebbe stato giusto ignorare le ragioni altrui per difendere la mia famiglia? Volevo dare un’altra possibilità a mio figlio, sapevo che la meritava: ma come fare? Cosa dire? Che motivazione trovare? Intanto altri lutti s’affacciavano all’orizzonte. La malattia, come c’era da immaginarsi, non s’era fermata agli equipaggi della nave, ma iniziava a colpire fra la gente di Minaran, che per primi era stata a contatto con essa: quando la notizia giunse, segreta, a corte, convocai Malinwe, invitandolo a recarsi nella città, per costatare se i sintomi corrispondessero a quelli che lui conosceva. Il suo responso fu quello che temevo: la malattia si propagava, si faceva epidemia, e oscuro morbo della mia gente. Convocammo tutti i medici più illustri del Grande Regno, alla ricerca di una cura, di un qualche medicamento per risolvere la crisi, ma ogni tentativo risultò vano: nulla funzionava contro quella febbre che

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consumava il corpo e la mente. Gli occhi si arrossavano, le mani e le gambe si facevano pallidi e freddi. Fronte e labbra erano bianchi di morte, mentre lenta la nera compagna giungeva, attesa come salvezza. Un tremore diffuso coglieva il corpo, la lingua non era più capace di parola, ma solo di sottile respiro, flebile, un sussurro: tutto sbiadiva alla vista, la mente s’offuscava, finché, agognato, non giungeva fra le sofferenze l’oblio. La paura del nuovo male si diffuse rapida come l’epidemia, e superstizioni e fobie colsero la mia gente, d’improvviso dimentica della sua passata grandezza: d’opposto, animi fieri e pieni d’orgoglio sfidavano il pericolo in festini e baldorie, dando libero sbocco alla loro follia, e libero sfogo al male. Fra questi eccessi scoppiò la crisi, mentre non avevo più notizie di mio figlio, e temendo per lui passavo notti insonni: ben presto l’avrei ritrovato, ma non nelle circostanze che mi auguravo.

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VIII Di notte

Le mura della taverna erano scure della poca luce: a stento si scorgevano i visi degli avventori. I bicchieri di vino e i boccali di birra ricolmi rilucevano dei lumi delle candele e delle torce, mentre fumo e sospiri caldi annebbiavano vista e menti: da tutte le parti vociare scomposto e caos, risa e schiamazzi che intorpidivano il pensiero. In mezzo a quel trambusto, tranquilli con le loro bevande e i loro pensieri, Nolundir e Porin risaltavano per la loro estraneità. Il principe, tutto preso dagli eventi degli ultimi giorni, non emetteva respiro o sibilo, mentre Porin invano cercava di scrutare lo sguardo basso dell’amico. Poi, preso coraggio, il compagno del principe, dopo un interminabile silenzio, chiese: - Nolundir, perché da giorni ormai stai lontano da casa, rifugiatoti fra la gente, e vaghi di strada in strada senza meta? Il principe non rispose; emise solo un lungo respiro, quasi cercando, frugando fra le sue idee qualcosa da dire, ma niente. Silenzioso, appena un sussurro, cantò qualcosa Fra le strade scorsi Quello che fu il mio sogno; Per strada vidi, quale che fu, Il segno. Ora spegni il lume e dormi, Oblia: tutto tornerà Al risveglio. - Cosa, scusa, non riesco a sentirti in questo vociare! - Lascia perdere, Porin: è solo follia. Dall’altro lato del locale, un vecchio rubicondo, grassoccio e ubriaco, prese a sbraitare parole senza senso apparente, mentre Porin faceva fatica a

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capire, anche lui preso dai fumi dell’alcol; Nolundir invece, era fin troppo lucido, inviolato il suo boccale: - Brindiamo tutti al nostro re! Brindiamo al principe, che ci ha fatto questo splendido dono! - Cosa urli, sei ubriaco – rispose qualcuno dalla folla. - E anche se fosse? Io voglio proprio brindare al nostro buon sovrano che ha ammazzato mio figlio portandolo in mare, e che ora ammazza mia figlia con ciò che ha portato in dietro dal viaggio. Non smetterò mai di ringraziarlo! - Cosa c’importa dei tuoi figli, vecchio. Sta zitto e non disturbare. Il vecchio s’ammutolì, e sedette ad una panca, guardando nel vuoto: una lagrima scese sulla sua guancia, rossiccia. Nolundir solo ascoltava il vecchio sul serio, col capo chino: Porin non sentiva, preso com’era a fissare tutti gli avventori, ponendosi interrogativi sui loro perché e sulla loro vita. Ma più ancora si perdeva nelle immagini e nelle visioni del vino, obliato ogni pensiero: quel dolce veleno lo prendeva, appropriandosi sempre più del suo animo, e ora nient’altro esisteva che il suo dolce vagare fra finzioni e falsità. Il principe s’alzò, con passo malfermo, e venne al vecchio; postosi vicino, chiese con fare amico: - Dimmi dei tuoi figli. Nessuno in quei giorni l’aveva riconosciuto fra la folla, se non pochi, e nessuno gli aveva parlato; in tutto il suo vagare, il principe era rimasto irrimediabilmente solo: - Sono morti, entrambi ammazzati da questa febbre. - Tuo figlio aveva navigato col principe? - Sì, era andato con quel dannato, nella sua stessa nave. Credeva in lui, e quello l’ha ucciso. Perché non s’è ammalato anche lui? Il suo popolo muore della sua malattia, e lui gioca a fare il bambino viziato, scompare nell’ombra, fugge. Si nasconde dietro giustificazioni e scuse, ma non vale niente: uno qualsiasi dei suoi uomini è migliore di lui. - Forse hai ragione; sì, credo proprio che tu abbia ragione. - Grazie ragazzo, sei una brava persona; come ti chiami? Perché possa pregare per te sul letto di morte. - Nolundir, come il principe.

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- Addio Nolundir; ora devo andare. Non credo che più ci rivedremo, perciò t’auguro di vivere una vita migliore della mia, persa fra miseria e vino. Il vecchio si rizzò in piedi: a stento si teneva sulle gambe, e le mani cercando appigli lo portavano verso l’uscita. Il principe rimase lì a fissarlo per un po’, assorto; poi, quando ormai l’uomo era sparito dalle nebbie della taverna, Nolundir tornò al tavolo, dove a stento Porin s’era accorto della sua assenza: - Dov’eri? Non ti ho più visto… - Qui vicino. Porin, come ti sei ridotto…andiamo via da questo posto: qui non abbiamo più nulla da fare. - Va bene…dove andremo? - Per strada. Ancora non è tempo per me di tornare a palazzo: prima devo confessare le mie ultime colpe, a me stesso, per primo. Forse domani tornerò da mio padre. - Come vuoi tu, Nolundir: sai che verrò ovunque con te. - Va bene, ma ora usciamo da qui: questo posto, tutto questo, non lo sopporto più. Mi prende la nausea; no, non pensar male di me, non delle persone che sono qui: mi prende la nausea di come ci si riduca qui, e del perché lo si faccia. Non sopporto più la miseria di questo mondo d’uomini, e delle bestie che sappiamo essere per nascondercela. Tutti questi uomini, qui, si mischiano alle bestie, come loro non vogliono essere, perdere la loro mente, essere solo, vivere perché si deve, finché occorre. Del resto, la vita ha insegnato loro a non occuparsene: ma in fondo, questo, lo facciamo tutti. Il principe ed il suo amico uscirono in fretta dalla taverna, pagato ciò che avevano consumato: fino a quel giorno avevano dormito in un piccolo ostello, in realtà non molto distante dal palazzo di Tedaran, eppure, come parte d’un altro mondo. Le mura basse, il tetto ammuffito dall’umidità, i letti scricchiolanti e grondanti d’insetti: quello era davvero un altro mondo rispetto al lusso a cui erano abituati. Tuttavia, Nolundir e Porin si curavano poco della cosa: s’erano allontanati da palazzo perché avevano bisogno di stare fra la folla, di sentire la gente viva, e di capire molte cose; avevano bisogno di riflettere su quanto era accaduto negli ultimi tempi, anche per causa loro, e il modo migliore era stare in mezzo alle conseguenze. Le strade erano buie, e la notte ormai giungeva al suo culmine: una luna alta e rossa brillava in cielo, silenziosa compagna del sonno. Poche stelle splendevano vispe, le più s’ammutolivano sotto sottili veli di nubi, che

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come lenzuola riscaldavano la città sotto di esse. Nolundir sorreggeva Porin, totalmente ubriaco: con un braccio attorno alle sue spalle lo aiutava a camminare per le vie silenziose e addormentate. Di tanto in tanto, solo il miagolare di qualche gatto dava cenno di vita nella tenebra, e il calpestio della terra di qualche altro ubriaco ricordava al principe che non era del tutto solo al mondo. Nolundir allora, per dare un volto alle sue meditazioni, prese a parlare ad alta voce, come rivolgendosi all’amico accanto, in realtà incapace di seguirlo nello scorrere veloce delle parole: - Sai Porin, credo che Malinwe avesse ragione al consiglio, l’altro giorno; ho sbagliato su tutta la linea. - Come dici tu, Nolundir. - Concordi con me allora – fece il principe con un risolino ironico e afflitto – ma bene, e io che speravo che mi difendessi. - Nolundir… - No, ve bene, non parlare; aveva davvero ragione, e mi rammarico di ammetterlo solo ora. Avrei dovuto rispondere allora, davanti a tutti. Ma non ne sono stato capace, e piuttosto vago qui, come un ladro nella notte. Che cosa sono io, se non un fallito? Mentre diceva così ed era intento in simili ragionamenti, Nolundir giunse di fronte alla casa di Malinwe. Il saggio viveva in una palazzina confortevole, di quelle in cui abitavano allora gli uomini d’un certo prestigio: nulla d’eccessivo, o di troppo lussuoso, ma di certo non una baracca. Una finestra, quella della camera da letto del saggio, era aperta, ma dentro era tutto buio. Fermatosi a fissare la casa, il principe parlò di nuovo all’amico che sorreggeva: - E qui infine abita il mio carnefice; colui che ha avuto ragione di me. La cosa peggiore, è avere in cuore il desiderio di ringraziarlo e di dirgli che ha ragione, e provare la rabbia per l’impossibilità del gesto, per la vigliaccheria. Anche in questo, oggi, io risulto soltanto un vigliacco con la carica di principe. - Nolundir, andiamo a casa… - Sì, andiamo a casa; domani la finiremo con questi giochi. Proprio mentre i due muovevano il primo passo, però, qualcosa reclamò la loro attenzione; un primo urlo, dalla casa, passò inosservato o quasi, ma poi un secondo e un terzo: - Aiuto! Sono in due! Insospettito, con Porin appresso, Nolundir s’avvicinò: guardando bene s’accorse che la porta dell’ingresso era accostata all’uscio, e facilmente

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s’aprì. Il principe decise d’entrare, d’istinto, temendo una tragedia: una corda si calava dalla finestra. Dentro la casa, tutto era buio; al principe non venne in mente d’accendere una torcia, ma si mosse senza difficoltà, conoscendo la casa dove spesso s’era mosso dall’infanzia fino a poco tempo prima. Con sicurezza si volse alla camera da letto, indovinando nella penombra ombre e mobili. Malinwe viveva con qualche servo, ma nessuno sembrava aver udito le urla: solo i due, da sotto la finestra, s’erano resi conto dell’accaduto. Porin era praticamente un peso, eppure Nolundir continuava a trascinarlo con sé, bisognoso d’un conforto, probabilmente; Il suono d’un oggetto che veniva calpestato ridestò per un attimo l’amico del principe; calatosi per terra, Porin impugnò qualcosa: le mani sembrarono come bagnarsi. Allora Nolundir, più lucido, prese dalle mani dell’amico l’oggetto, e anche le sue dite grondarono del sangue che il coltello stillava: poco vicino, il corpo di Malinwe giaceva supino, colpito numerose volte, esanime. Una torcia s’accese dietro Nolundir, lo inondò di luce: qualcuno dei servi era accorso, anch’egli destato dalle urla. Davanti vedeva l’assassino del suo signore, con in mano un coltello, sporco di sangue. Vicino a questi il complice, anch’egli rosso del sangue di Malinwe, ubriaco, praticamente incosciente. Le guardie giunsero presto, e si trovarono davanti alla medesima scena: allibite, riconosciuto il principe, dovettero adempiere il loro dovere. Legati i prigionieri, e portatili con loro, conclusero il loro compito: gli assassini del saggio Malinwe erano stati colti sul fatto, e ora bisognava comprendere il movente dell’accaduto, per quanto poco importasse; ciò che realmente contava e allibiva, era chi fossero i criminali di simile reato. Ma questa, alla fine, era una cosa secondaria che non doveva contare. Intanto due figure, calatisi dalle corde, nascosti dall’ombra, fuggivano via nel silenzio della notte, e la loro stessa esistenza si spegneva nel sonno della città.

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RACCONTI D’INVERNO

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I Parole di saggio

La stanza era muta: Felev quella sera non scriveva, non ci riusciva. Troppi dubbi gli affollavano la mente, troppe domande insolute, questioni senza risposta; e su ogni cosa, una questione: perché. Perché; perché il dolore, perché la sofferenza, perché la vita. Perché il piacere, a stridere ancora di più con le angosce della vita, perché questo vivere stesso. E ancora il perché di quel destino che gli toccava in sorte, ora, di scrivere, aveva dovuto patirlo lui, la sua famiglia, suo figlio, e di riflesso il suo mondo, la sua epoca. Non trovava risposte, e fissava il tavolino su cui era solito scrivere, assente. Porin era già andato a dormire: da quando aveva preso a raccogliere le sue memorie era già passata una settimana, e quell’uomo che era sparito dalla vita del Grande Re Felev ormai da vent’anni era rimasto con lui in quei giorni. Ma Porin non sapeva niente di quel manoscritto, e non c’era motivo per cui ne venisse a conoscenza: in effetti, Felev non sapeva neanche perché stesse scrivendo questi suoi ricordi. L’incedere lieve del Viandante lo destò dai suoi pensieri, ma il volto rimase fisso, immobile, vitreo: - Sei appena arrivato? - Se così vuoi dire: oppure ero già qui da un po’. - Non capisco, ma fa lo stesso. Il Viandante s’avvicinò al Grande Re, vicino al tavolo, lento e grave. Con un movimento del braccio scintillò sul manoscritto, e lesse le ultime parole: - Sei fermo al punto di ieri sera. - Lo so. - Perché? Hai dimenticato qualcosa e aspettavi il mio aiuto? - Dimmelo tu. Il Viandante, tutto incappucciato e nascosto in viso dal buio fissò Felev per qualche attimo, senza dare segno di che, poi proferì verbo:

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- Vuoi delle risposte da me, vero? Sei convinto che io le abbia. - Non so se le hai, ma da te desidero questo tentativo, se puoi. So bene di non poter pretendere nulla da te, che mi sei così alieno. - Formula la tua domanda, e io cercherò le parole da dire in risposta. Felev si alzò dalla sedia su cui teneva il corpo buttato giù come un peso. Scostandosi dal tavolo prese a passeggiare nervosamente per la stanza: un piccolo lume la rischiarava, e nient’altro. Il miagolare di una gattina in calore, fuori dalla casa, interruppe il silenzio di quella notte. Poi, voltandosi verso l’ospite della sua dimora, il Grande Re parlò: - Dammi un perché a tutto questo, a questa follia e a questo dolore, ed io sarò soddisfatto. Il Viandante rimase muto per qualche istante, come per riordinare le idee, e sapeva bene d’avere un uditorio che non si sarebbe accontentato di ciance. Avvicinatosi alla sedia, fece per leggere, ma non andò oltre qualche rigo. Senza voltarsi, rispose: - Avete fatto in modo che alcuni debbano soffrire, che alcuni debbano portare i fardelli di tutti. Questo è il mondo degli uomini, anche il tuo, Felev, e questa la vostra vera legge. Non ve n’accorgete, ma ve la siete data voi stessi. - Bugie – il grido proruppe nella stanza, rischiando di svegliare Porin, in casa – Quando ci siamo dati questa legge? chi ne è testimone? chi l’ha voluta? - Non gridare, non ne hai bisogno. - Di cosa ho bisogno, lo stabilisco io. La rabbia di Felev proruppe libera, senza nascondersi nella tranquillità. Senza calmarsi, l’uomo riprese: - Quando ammetterai che soggiacciamo alla legge che altri ci diede. - Avevate una scelta, e avete preso la vostra via. - Ma piantala! Non vedi quant’è caotica la legge che tu dici esistere? Non vedi come tutto avvenga a caso, come le vittime siano scelte senza un perché? Nessuno di noi è un eroe come vuoi che io creda: solo una vittima. Il Viandante non rispose, rimase muto. Stava per alzarsi dalla sedia, ma Felev gli si pose davanti, intimandogli di rimaner fermo: - Non abbiamo ancora finito: non hai dato le risposte che chiedevo. - Non te le dai già da solo?

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- Non sviare le domande, perché tu mi devi queste risposte, ed io le esigo. Dimmi a che pro questa sofferenza, dimmi perché la mia famiglia ha dovuto soffrire così. - Te l’ho già detto, e un tempo te lo disse tuo figlio, molto prima di me: qualcuno deve portare il suo peso e quello degli altri, quando questi lo abbandonano. Tuo figlio, Nolundir, l’aveva compreso: perché tu ti ostini a rifiutare questa risposta? - Perché questa è una menzogna ornata di gloria! A nessuno interesserà mai se mio figlio è morto da innocente, per farsi carico degli errori altrui, a nessuno! Non è cambiato nulla, e nulla cambierà mai! E della sua morte hanno sofferto solo altri innocenti, ma chi aveva colpa, l’ha mantenuta, l’ha custodita gelosamente, come un tesoro! Sai che siamo i giocattoli di altri che tutto possono, che si sollazzano con i fili della nostra vita. Ci prendete a caso, e ci rendete le vittime al vostro diletto: non espiazione, non la cancellazione delle colpe di qualcuno, ho visto; solo follia, e la morte d’un figlio. - Questa sera non scriverai. - Non scriverò mai più: non sarò più un pupazzo nelle tue mani. - Tornerai a scrivere; questa sera avrai visite. Il Viandante s’alzò dalla sedia: era più alto di Felev, lo sovrastava in altezza. Lentamente lo scansò, e s’avviò per la strada, dileguandosi, sparendo. Poco prima d’essere scomparso del tutto, parlò per l’ultima volta, quella sera: - Le mie parole non hanno potere sul tuo dolore: eppure sappi che sono vere, e che io non mento. Un giorno di certo, tutto ti sarà chiaro: forse anche questo tuo lungo patire era stabilito, e forse la tua sorte non è dissimile da quella di tuo figlio. Anche tu porti il tuo fardello, fino in fondo. Al suo cospetto, ne sono sicuro, tutto t’apparirà nel vero. Così dicendo il Viandante scomparve. Felev rimase solo: il lume si stava spegnendo, consumandosi lentamente. Il Grande Re fissò per un attimo soltanto la pergamena, poi l’arrotolò e la ripose. Soffiò forte sul lume, spegnendolo, e uscì dalla stanza. Coricatosi, in breve tempo il sonno lo vinse; un breve sonno senza sogni, senza pena né consolazione, solo dimenticanza. Il nunzio arrivò dopo poche ore, trascorse veloci nella notte. Bussò forte alla porta, temendo di non essere udito, ma per fortuna destò Porin: l’uomo

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chiamò subito Felev, svegliandolo, avvisandolo che qualcuno era alla porta. Memori d’antiche sventure, i due presero qualcosa per difendersi, e accostandosi all’uscio, chiesero circospetti: - Chi è? Chi bussa a quest’ora della notte? - Sono un nunzio da Tedaran; vengo da parte di vostra moglie Norea. Rapidamente allora Felev aprì, e l’uomo da fuori entrò in casa, intirizzito e assonnato. Senza perdere tempo il Grande Re chiese: - Che succede, perché mia moglie ti manda a quest’ ora? - Non mi manda vostra moglie, non può. Sta male, molto male; si dice che stia per morire, e i dottori richiedono la vostra presenza al suo capezzale. Un brivido freddo solcò il volto di Felev, mentre Porin gli parlava invano; il Grande Re per qualche minuto non udì più nulla, assordato nell’animo e nel cuore dalla notizia. L’ultimo legame che aveva con la sua famiglia si scioglieva: il destino s’accaniva su di lui. Uno scossone di Porin lo riportò alla realtà. C’era da affrettarsi, correre; non c’era minuto da perdere. Prese poche cose e cambiatisi, Porin e Felev montarono su due cavalli che il vecchio teneva in una stalla accanto alla casa, ultimo ricordo della sua grandezza e del suo lignaggio. Con loro era il nunzio, che li accompagnava a Tedaran, a corte. Felev e la moglie non s’erano più parlati da quando questi le aveva lasciato il potere; ora si sarebbero rivisti per la sua morte, e nessun’altra occasione ci sarebbe stata, se non dopo la fine d’entrambi. Porin poi non vedeva la donna dalla sua fuga rocambolesca, dalla morte di Nolundir: nessuno dei due sapeva come Norea li avrebbe accolti, se avrebbe avuto piacere nel rivederli, o se la loro presenza avrebbe solo guastato la sua ultima ora. Ma poco contava davvero, e ad entrambi era troppo necessario rivedere la malata un ultima volta, parlarle, chiederle perdono per quello che erano stati. A mezzogiorno giunsero in città, dopo aver cavalcato come folli sulla via che da Bingrim porta a Tedaran; giunti veloci a palazzo, senza cerimonie o pompa, Felev e Porin vennero al letto della regina. Questa dormiva quando giunsero, tanto che da principio temettero d’essere arrivati troppo tardi. Uno dei medici spiegò che Norea era ancora viva, ma grave. La donna giaceva sul letto, malata di qualche malattia che i medici ormai non sapevano più curare: ma più ancora, ormai, l’affliggeva il desiderio di lasciare il mondo e di finire sofferenze e responsabilità. Felev la osservava: la sua bellezza era sfiorita con gli anni, e di lei solo il ricordo, il miraggio,

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sotto le rughe e i solchi del tempo che aveva percorso il suo corpo. La stanza era calda e poco illuminata, per dettami dei medici: la luce dava fastidio alla regina, le doleva agli occhi, e così si era resa necessaria la penombra. Coperte spesse le pesavano addosso, e quella nel sonno le scostava, forse accaldata; subito qualche ancella ricopriva la donna, amorevolmente. Tutta la corte stava attorno al letto infermo della regina Norea, tutti sembravano ormai in attesa dell’ultima ora; nessuno faceva caso ai nuovi arrivati, l’unica cosa che contasse allora era la veglia per quella donna che aveva retto negli ultimi vent’anni, da sola, il Grande Regno, e che ora si spegneva. Felev, lasciando il posto accanto a Porin, s’avvicinò a sua moglie facendosi spazio: prese una sedia e si mise accanto a lei, facendo cenno, se possibile, a tutti quelli che erano nella stanza di allontanarsi. Rimasto solo, prese la mano della donna, e la baciò, dolcemente e flebilmente. Mentre compiva quel gesto, una lagrima scorreva sul suo viso; il suo addio alla moglie che, lo sapeva, da tempo, da troppo tempo, ormai non lo amava. Stava per alzarsi, lasciata la mano, Felev, quando Norea, la regina, si risvegliò. Norea vide il marito, Felev, il padre di suo figlio; a stento, con un sottile soffio di voce, gli chiese di rimanere Così Felev, il Grande Re, e Norea, la sua regina, rimasero soli.

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II L’ultimo atto

- Te ne vuoi andare senza neanche salutarmi? Così Norea esordì verso il marito, il vecchio Grande Re Felev. La stanza era calda, poca luce risvegliava la vita e i colori fra quelle mura: nella penombra la morte sembrava giungere più lieta, attesa come compagna. Felev non voleva rispondere a quella domanda; non aveva intenzione di litigare, lottare ancora con quella donna che per tanto tempo aveva amata, e che per tanto tempo, lo sapeva, l’aveva odiato: sapeva che entrambi i sentimenti non erano mutati: - Come stai? - Muoio; questo sarà il mio ultimo giorno secondo tutti i medici: come credi stia? - Magari sbagliano. - Magari morirò domani mattina o nel pomeriggio inoltrato, o la mia agonia si protrarrà ancora per due, tre giorni, o per una settimana. Cosa cambia, ora? Dimmelo, cosa cambia? Felev non rispose neanche questa volta, mentre la voce della regina si faceva più potente, riprendeva forza, dignità: - Come mai sei qui? Non avevo dato disposizione di chiamarti. - È giunto un messaggero a Bingrim; forse qualcuno della corte ha pensato di farti cosa gradita, o di farla a me. - Tutti pensano, o credono di farlo, per me. Per vent’anni li ho custoditi nella loro ottusità, e ora mi ricambiano con questo loro servile affetto: non avevo chiesto di chiamarti, non volevo rovinare anche la mia ultima ora; in ogni caso, ormai che sei qui, rimani. - Loro ti amano, il popolo tutto ti ama più di quanto ha amato me. - Non ci vuole molto a non amarti, Felev, o ad odiarti: forse non te ne rendi conto, ma non sei propriamente la persona meglio vista fra gli uomini, e non lo sei mai stato. - Questo lo so…

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- No, caro Felev, caro Grande Re; non capisci che un tempo riposi la mia fiducia in te, il mio cuore, ciecamente: io, probabilmente sola fra tutti. Ti difendevo a spada tratta da ogni diceria, da ogni menzogna o critica, da ogni voce che si levasse contro di te. Tutta la mia persona aveva un solo obiettivo, essere il tuo scudo: pensavo che tu, essendo il sovrano, dovessi essere sottoposto a pressioni e sofferenze che non avevo neanche il diritto di tentare di figurarmi; pensavo che nella tua posizione, con l’amore che nutrivo per te, cieco, le tue decisioni, qualsiasi fossero, dovessero avere ragioni che non potevo vedere o capire, per la mia stupidità, per la mia piccolezza. Tu eri il grand’uomo, io la tua umile serva. Allora l’amore m’orbava della vista, non osservavo i tuoi sbagli, la tua arroganza, le tue follie, le tue fobie e la tua assoluta indecisione; sempre in balia di consiglieri e di consigli, sempre guidato dalle opinioni di altri, che sapevi solo fare tue. Eri una marionetta dei tuoi uomini e di qualche tuo ideale fuori dal mondo, della tua presunta saggezza e della tua conclamata idiozia: ed io? Io dietro di te, ad osservare, giustificare, comprendere, aiutare; io dietro a zittire, a reprimere i primi dubbi, le prime incertezze. Avevi ragione, punto e basta. Ma dov’era la tua ragione? Hai portato questa gente alla rovina, hai dato inizio ad una crisi e ad un male che non cesserà più; non hai compreso in tempo cosa perdevamo, non hai saputo impedirlo, non hai voluto farlo. Tutto preso da te stesso e dalla tua piccola visione del mondo e della vita, non hai osservato la vita degli uomini dimezzarsi per i mali che hai causato e permesso: qualcuno ti ha salvato, sempre, è vero; ma la cosa non è mai stata merito tuo. - Per favore, non pensare a queste cose ora; conosco tutte le mie colpe, e me ne dolgo più di quanto tu possa credere; ma non è questa l’ora di tornare su di esse. Ora noi due dovremmo solo tentare di riconciliarci, prima che sia troppo tardi, prima che non si possa più. - Riconciliarci? Parli di riconciliazione, tu? Forse non comprendi che tutto quello che ti ho detto, fino ad ora, non è che una piccolissima parte dei motivi per cui ti odio; al massimo per queste tue idiozie saresti degno del mio disprezzo. No, Felev, non ti sopravvalutare, non per questi motivi ti odio, semmai il tuo popolo, sempre che si sia mai sentito tuo. Sai perché ti odio: non udrai da me quel nome; gia rimbomba troppo nella mia mente. - Nolundir.

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- Tu lo dici, e per la prima volta nella mia vita mi dai dimostrazione di non essere del tutto stupido e folle. - Non mi condannare, ne soffro anch’io. - Non mi interessa cosa tu senta o soffra: hai privato una madre, tua moglie, del suo figlio per un ideale. Hai permesso quel sacrificio di sangue innocente; tu sei sopravvissuto a tuo figlio, tu vivi e lui giace sotto terra, od ovunque ora sia. Non pensare d’ottenere perdono da me, mai, perché non ne sei degno. - Dovevo fare giustizia. - Su tuo figlio? Condannando quello che forse era un innocente? Cos’è la giustizia, Felev? Quando mai tu ne sei stato portatore, tu che non sei mai stato capace di discernere giusto e sbagliato? Come può pretendere un incapace e folle come te, d’aver fatto giustizia? Felev rimase per l’ennesima volta muto: Norea aveva ripreso colore, e il tono delle sue parole era alto, da rimbombare per la stanza; uno spasimo di tosse troncò di netto quell’impeto di salute della regina. Un’ancella, sentita la voce della sovrana, credendo un urlo o richiamo, entrò prepotente nella stanza: tutta eccitata si rivolse a Norea, se avesse bisogno di qualcosa, volesse qualche medico; dalla porta s’intravide Porin. Afflitto nella stanza, Felev rimaneva inerte, col cuore e la mente ancorati a terra, desiderosi di volare ad altri luoghi e tempi. Tutto, tutto quello che la moglie tanto amata ora gli rinfacciava, per l’ennesima volta, Felev lo sentiva vero: eppure sapeva che sempre, non avrebbe potuto e dovuto fare diversamente, lui. Aveva ragione Norea: lui non doveva essere il sovrano, non avrebbe dovuto mai esserlo, semplicemente perché non poteva e non era degno. Invece lei, Norea, malgrado il suo dolore, aveva retto le sorti della sua gente per tutto quel tempo: nonostante il suo odio, non s’era vendicata su di lui che l’aveva gravata di tutti i suoi pesi. Aveva aggiustato tutti i balocchi che lui aveva rotto, Norea. Se gli uomini ancora esistevano, e ancora erano degni d’essere al mondo, lo dovevano alla loro regina, non a lui, Felev, l’ultimo discendente di Nelian, figlio di bardi e Grandi Re. Con tutte le sue forze aveva tentato di votarsi alla giustizia e alla saggezza, ma non era stata che un’utopia, sul limitare della pazzia. Lei col suo realismo e la sua rabbia aveva fatto molto meglio di lui. L’ancella uscì dalla stanza, e Felev e Norea rimasero nuovamente soli; senza guardarsi mai in viso, la regina riprese a parlare: - Quell’uomo, dimmelo, è chi credo che sia? - Quell’uomo è Porin, l’amico di tuo figlio.

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- Anche lui gli è sopravvissuto; un altro miserabile al posto di Nolundir. - È cambiato molto; è un brav’uomo. Hai ragione di condannare me, ma non farlo a lui, non lo merita. - Risparmiami le tue parole e la tua presenza, Felev. Non ti voglio più qui, a rovinare anche il suono dei miei ultimi respiri: tornatene a casa, o va dove vuoi; la cosa non mi riguarda. - Non ho speranza d’avere il tuo perdono, vero? - No, Felev, e non fingo di dispiacermene. Ti odio, ti odio dal profondo, e tu stesso sei la causa di tutte le mie maledizioni. Se la sorte vorrà, patirai a lungo e duramente, osservando lo sfacelo che hai causato e che bussa già alle porte del Grande Regno: nulla più rimane della tua stirpe, tu le hai posto fine; nulla più del tuo regno con la mia morte, perché anche ad esso hai dato una conclusione. Gli uomini ti malediranno in eterno con me, perché per causa tua saranno nuovamente divisi, Felev. Se vuoi recriminare, recrimina con te stesso, e sparisci dalla mia vista. - Addio Norea: ti auguro di ritrovare Nolundir là dove, ne sono sicuro, andrai. Così dicendo, Felev si sporse sul letto della donna. La guardò in viso per l’ultima volta nella sua vita: la rivide da giovane, e si commosse. Una mano le passo fra i capelli, teneramente, e le accarezzò il viso con le dita anziane. Gli occhi si chiusero in un ricordo di giovinezza fuggita, e il corpo si chinò lentamente; avvicinatesi, le labbra si chiusero nell’estremo, non ricambiato, bacio d’addio. Felev uscì dalla sala meccanicamente, senza pensarci, e subito una folla di medici e donne penetrò dentro, di corsa. Porin s’avvicinò al Grande Re, ma non fu degnato d’uno sguardo: continuando a camminare, Felev s’allontanò dalla stanza senza muovere mai lo sguardo, sempre fisso nel vuoto. L’amico di Nolundir, Porin, lo seguiva senza fiatare; camminava anch’egli, muto, come un servo che segue il padrone senza farsi sentire finché non è richiesto. Intanto la sala s’era già riempita di nuovo, e di nuovo quella gente vegliava la regina, l’amata regina Norea, che da sola, con le sole sue forze, aveva retto quanto s’era salvato dalla distruzione. Ora moriva, e come aveva appena accennato al marito, ora davvero un mondo e una lunga epoca degli uomini, scomparivano. Felev e Porin giunsero laddove erano custoditi i cavalli: salirono in groppa senza emettere mai fiato. Gli animali erano ancora stanchi dal viaggio,

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avevano riposato pochissimo e a stento c’era stato il tempo di nutrirli: non di meno, usciti dalla stalla, cavalli e cavalieri si volsero a nord, verso Bingrim. Cavalcarono con calma, e sempre un silenzio assordante, da requie per un morto, li accompagnò: si celebrava la fine d’un regno, perché non v’era più re; si celebrava la fine d’un matrimonio, perché non c’era più la moglie; tutto s’apprestava a concludersi, il volgere del tempo portava agli epiloghi di quelle storie che s’erano intrecciate per i lunghi, o brevi, archi delle vite. Il calare del sole e il sorgere dell’oscurità accompagnarono Felev e Porin nel loro viaggio verso casa, e una notte illuminata a giorno dalla luna piena fu la loro guida. Cavalcando i due cavalieri contavano le stelle e le loro storie, cercavano le costellazioni e figure amiche; Felev e Porin osservavano le terre del nord del Grande Regno scorrere sotto gli zoccoli delle loro cavalcature, e pensavano al lento fluire delle cose, allo sfuggire delle occasioni e dei pensieri, delle emozioni e delle paure, degli odi e degli amori. La notte, distesasi quieta sulle loro teste, lasciò il posto al rosseggiare d’un nuovo cielo, ai riflessi di sonno dell’alba sull’orizzonte: con quel sole, erano giunti a casa, a Bingrim. Intanto Norea era morta da un’ora.

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III Relimam

La luce filtrava a stento attraverso le grate: tinta d’arancio flebile e azzurro, s’appoggiava sul pavimento con grazia sopita e mesta, scaldando le piastrelle d’un grigio spento. Fredda, la stanza, ghiacciava il cuore di prigionieri, Nolundir e Porin. Il mattino appena sorto poteva solo rischiarare nuove ore d’attesa, nuovi momenti d’apprensione e di paura, nulla più: persi in quei minuti infiniti, pensieri tenuti segreti dal silenzio scorrevano con la forza d’una piena nelle menti dei due carcerati, e in quella violenza d’immagini e ricordi s’annegava la coscienza del mondo e del tempo. Cos’era successo? Erano là dentro, Nolundir e Porin, ma non sapevano dire altro: forse erano colpevoli, forse no, forse solo in parte. Vivevano in un gioco più grande di loro, che li sovrastava e li abbatteva senza tregua né riguardi, vinti dal fluire degli eventi che il principe aveva preteso di controllare: della sua spavalderia, della sua sicurezza, negli ultimi tempi nulla era rimasto; solo il vuoto mormorio, un fruscio di vociare dietro porte chiuse, di certezze sbiadite dietro specchi e vetri. Malinwe era morto, di questo si era sicuri, ma chi l’aveva ucciso, si chiedeva Nolundir: chi, forse lui stesso? No, non l’aveva ucciso, malgrado ora la certezza di tutti quelli che gli erano attorno, lo facesse dubitare; non l’aveva ucciso neanche Porin, né alcuno dei servi giunto dopo. Forse s’era ucciso da solo: no, Nolundir non credeva a quella possibilità; sapeva bene che Malinwe non era uomo da fare una cosa del genere, da giungere ad un simile atto: con tutto il carico di dolore che quel vecchio poteva portare con sé, non si sarebbe mai tolto la vita. Ma allora cos’era accaduto? Chi aveva ucciso Malinwe? Non erano state trovate tracce, niente di niente, cosa che ovviamente condannava ancora di più il principe e Porin. A ripensarci, l’essere giunto proprio in quel momento all’uscio di quella casa, quando il vecchio saggio veniva assassinato, la cosa aveva un che di comico; e di tragico, assieme. Era comico che Nolundir giungesse all’uscio dell’uomo

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che l’aveva rovinato, e non riuscisse a salvarlo: in effetti, quante persone il principe non aveva salvato; ed era tragico il tutto, perché in quella burla del destino stava la sua ennesima sconfitta, la sua condanna. Porin accanto s’era appena riaddormentato, sebbene fosse nuovamente giorno; le notti funestate dagli incubi lo fiaccavano più delle cacce e degli sforzi a cui un tempo i due amici si sottoponevano per diletto. Le guardie non parlavano, non dicevano niente, ma solo con poca attenzione vegliavano i loro illustri prigionieri ed osservavano, sempre un po’ meravigliati, fino a che punto potesse giungere la sorte umana. La follia che intravedevano nei carcerati, nel loro odio celato verso un vecchio consigliere del re, forse era reale. Forse davvero Nolundir e Porin erano saggi, folli ed ebri della loro condizione: ma nulla sapevano davvero, e molto pensavano d’arguire dagli occhi sempre volti in basso, spenti di luce e di senno. Il tempo che passava corrispondeva al mutare dell’ombra delle grate, al loro correre e inseguirsi nei riflessi della luce; compagna di quella caccia era la fame che di tanto in tanto incontrava per via i prigionieri, assieme alla più pura e pudica delle noie. Allora il corpo, per il resto buttato in un angolo della stanza e lì dimenticato dalla mente, allora, reclamava il suo diritto ad esistere, i suoi piaceri e le sue voglie. A quel richiamo all’ordine Porin e Nolundir rispondevano in modo diverso: il primo, famelico, carnale, ubbidiva con un ardore che gli proveniva dalle passioni più viscerali; l’altro sembrava macerarsi in un ascetismo noncurante, che nulla aveva del proclama ideologico, fatto solo di noncuranza e stanchezza. Allora Porin tornava l’amico del passato, il compagno fedele, e con forza imponeva a mio figlio d’ubbidire ai suoi bisogni e dare requie alle sue carni; insisteva finché le sue richieste non erano esaudite, così, di giorno in giorno, di ora in ora. Cogli anni Nolundir era diventato sempre più negligente verso i bisogni d’ogni uomo, quelle che gli altri chiamano necessità: non era un asceta, certo, ma a quelle forme di vita guardava con rispetto; trovava nella moderazione e nel limite di se stessi una nobiltà ed una quiete che altrove non vedeva più. A tante cose aveva preso a rinunziare, e, lo so, d’una cosa avrebbe voluto fare a meno, se ne fosse stato capace, l’amore. Non certo l’amore degli altri uomini per quelli che sono, per la loro umanità, se le parole non si confondessero in richiami che nulla significano; no, avrebbe rinunciato al lato carnale dell’amore, al lato sensuale, che ormai gli appariva soltanto come lo sfoggio d’una corporeità marcia. La sua vita,

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certo, l’orrore a cui aveva assistito da giovane, l’avevano reso così: ma qualcosa era nella sua stessa natura di sognatore, d’amante dello spirito più che del corpo. C’erano giorni in cui lo vedevi, prima dell’arresto, solo a fissare le strade da una finestra: guardava amanti, se ne scorgeva, e si rammaricava che il loro sentimento si dovesse sporca, lordare, con le loro stesse mani. Eppure anche lui amava una donna: sembrerà incredibile ad alcuni che Nolundir, vedendo così il mondo, potesse degnarsi d’amare davvero un’altra persona in carne ed ossa, una donna che non fosse solo un’immagine svolazzante nel cielo. Eppure era così, e Relimam non era certo una visione, anzi: nei suoi momenti migliori era così piena di vita, di forma fisica e giovinezza, che quasi non si capiva come i due potessero essere così felici assieme. Certo poi la gente capiva, quando scortili passeggiare per le strade della città, stretti per mano, si completavano: non opposti, anche se lo apparivano, trovavano l’unione nella loro stessa ricerca, l’uno dell’altra. A volte mio figlio diventava improvvisamente ansioso, spasmodico quando lei mancava, e ogni dubbio l’assaliva; poi, appena Relimam era lì, ogni cosa svaniva e il cielo tornava sereno. Lo stesso accadeva a quella ragazza di poco più giovane di lui, ne sono certo, glielo leggevo negli occhi. Questo ovviamente quando tutto sembrava andare bene. Allora però mio figlio era in carcere, e da qualche tempo, dalla sua fuga da palazzo, non vedeva la sua amata. Molte cose erano iniziate ad accadere in città, oltre alla morte di Malinwe: la malattia si diffondeva anche da noi, e in breve colpiva e uccideva. Relimam era stata fra le prime persone a cui erano insorti i sintomi di quel male incurabile. Allora i suoi capelli castani chiari e il suo viso chiaro s’erano fatti pallidi, smorti, da vecchia. Improvvisamente la sua schiena s’era inarcata, le sue forme, un tempo così vive, fiaccate. L’ombra di se stessa, Relimam s’avvicinava alla fine senza aver parlato con Nolundir. Fu così che, quella volta, con uno strappo alle norme, le fu concesso di vedere il suo amore prima di concludere il suo tragitto su questo mondo. Da quel che so le cose si svolsero così: giunta al carcere aiutata da persone rimaste fuori, la ragazza entrò. Le guardie, che erano state avvisate prima, accompagnarono Relimam alla cella di Nolundir, ma prima di mostrarla la detenuto, lo richiamarono. Lo avvisarono che c’erano visite per lui, e aprirono le porte della cella. Allora, e solo allora, Relimam entrò dentro, dove stava mio figlio, e correndogli incontro lo abbracciò. La stretta era debole, e il corpo freddo; nondimeno

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allora i due provarono una gran gioia, e rimasero in quella posizione per interminabili minuti. Dopo parecchio però, Nolundir si decise a guardare in volto la sua donna, vergognandosi della sua condizione: con orrore si rese conto d’aver riconosciuto la voce che lo chiamava prima, ma di non vedere più lo stesso viso d’un tempo. I segni della malattia apparivano chiari sul volto di Relimam, e chiara era anche la sua fine imminente: l’ennesima persona che era passata per la vita di mio figlio, scompariva. Con orrore Nolundir comprese tutto, né ebbe più la forza di parlare: con lo sguardo impietrito fissava la donna sua amata, e vedeva solo un fantasma che sbiadiva lentamente sotto i suoi occhi. Con orrore Relimam si rese conto di tutto, della paura e della rabbia che suscitava in Nolundir, e ne provò sgomento: mio figlio non riusciva a parlare, e la cosa la feriva, ora che lei aveva bisogno della sua presenza, per un ultima volta. Con titubanza prese la parola: - Nolundir, non guardarmi così, te ne prego. Non aver paura di me… - No, no! Relimam, non ho paura di te! Improvvisamente ho paura di ciò che accade: tu, così, malata. Io non riesco a pensare. - Sto morendo, Nolundir, non c’è nulla su cui riflettere. Muoio a poco a poco ad ogni istante; anche ora, ecco, tu m vedi morire. - No che dici, non dirlo neanche per scherzo! Vedrai, guarirai… - Nolundir, non guarirò, come nessun’altro è guarito da questo male. Giungo alla fine, e prima di essa volevo vederti per un ultima volta. - No! Non sarà l’ultima volta! - Smettila, basta. Non è per piangere che sono qui: ormai ho versato le mie lacrime e saluto la mia vita. Tu sei qui con Porin – l’amico di mio figlio stava rintanato in un angolo, in silenzio, senza interferire in quella che era una discussione privata – e ancora hai una speranza. Ti credo quando dici di essere innocente, perché fra la gente s’è sparsa la notizia che questa sia la tua opinione: ma anche se sarà una bugia, confessa, se ti può salvare la vita. - Relimam, ma che dici… - Sì, metti da parte l’orgoglio e confessa, Nolundir! Almeno tu, vivi. Nolundir rimase muto, con gli occhi bassi nel buio, a riflettere. Relimam lo fissava dolcemente, senza parlare; con le mani gli carezzava il viso: - Non dici niente? Non hai qualcosa da dirmi? - Sei venuta solo per questo? Per chiedermi di confessare?

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- No, mio amore: sono venuta per darti il mio addio ed il mio dono, perché ti siano di conforto in quest’ora. Ora che muoio, sappi che ti amo. - Lo so, mio amore: anch’io t’amo e sempre lo farò. - Se è vero promettimi che farai quel che chiedo. Nolundir rimase immobile e muto, i suoi occhi fissi negli occhi di Relimam. Questa ansimava vistosamente, e la sua pelle negli ultimi minuti s’era fatta ancora più pallida, quasi trasparente: - Non posso, per quanto è vero che t’amo perdutamente e su ogni cosa. - Bene, Nolundir; perché è per questo che t’amo, e questa è stata la prova di quello che sei ai miei occhi. Anch’io t’amerò finché avrò respiro e oltre, là dove, nessuno sa dove sia, tutti giungiamo dopo la fine. Ti veglierò sempre, amore mio; quando sarai triste e solo, ricordati di me, come io farò da lì. - Non mi lasciare ora solo, te ne prego… - Non ho scelta Nolundir, devo. Già ora mi sento di sparire, e non voglio che tu lo veda. Devo andare via, fuggire alla tua vista, addio Nolundir! Con quelle parole dette nello spasimo, Relimam si voltò verso la porta della cella: allora Nolundir, dimentico d’ogni pericolo, la tenne per il braccio, fino a farle male, e farne a sé assieme; tirata la donna al petto, strettala nell’abbraccio più delicato e forte che poteva, Nolundir, baciò Relimam, con tutto la passione e l’anima che teneva in corpo. Non c’era tempo o malattia o condanna che lo trattenesse, soli erano, entrambi, e la loro sorte: senza fiato, si lasciarono, e la donna corse via, debole, nei corridoi delle carceri. Sudava freddo e gli occhi non vedevano più. Relimam s’appoggiava alle mura, in preda alla debolezza, sentendosi svenire: intanto mio figlio s’era seduto accanto a Porin, in lacrime. La corsa s’arrestò ben presto; le gambe non sorressero più il corpo, le mani non trattennero il venir meno. La mente si lasciò andare, le forze s’affievolirono, la vista cedette il passo all’oblio. Tutto si fece scuro per Relimam, indistinto, mentre la febbre bruciava le carni e fiaccava l’anima. Nulla tratteneva più alla vita quella donna, nulla ci riusciva più. Come lo scorrere improvvisamente celere d’un fiume ad una cascata, tutto sparì; e poi la corrente si fece lenta davanti alle onde del mare, alla foce raggiunta con infinita fatica. In uno scioccare di forze e turbinare di suoni indistinti e immagini lontane, tutto s’obliò e si perse, e ogni fatica apparve vana e

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perduta: così si spense la vita di Relimam, in uno sparire d’istanti durate ore, e di ore durate attimi. Il suono sordo d’un tonfo e l’accorrere di guardie, annunziò anche a Porin e Nolundir l’accaduto.

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IV L’isola perduta

Ed il sonno prese mio figlio, e lo avvinse nella sua stretta, tenace come la morsa dell’acciaio d’un serpente, le cui spire di ferro stringono la flebile natura d’un uomo. Allora, abbattuto e tradito dalla luce, immerso nel mondo irreale al di là dell’Oceano, mio figliò tornò a vagare, Nolundir, senza meta stabilita, senza compagnia di speranza o sogni da realizzare, solo avvinto nelle immagini che un destino e un volere più grande di lui gli proponevano; e in esse, scelte che non avrebbe più potuto cambiare, e nuove volontà e segni che apparivano. Luci, luci s’affollavano alla sua vista, soli segnacoli d’una vita ancora presente, senza respiro o soffio di vento; sole strade da percorrere, le luci indicavano la via al passo malfermo, per un pendio scosceso, non calpestato da piedi, senza odore di erba o di terra; senza contatto col fango o l’ombra di alberi e foglie. Ma la via s’alzava e s’abbassava ad intervalli regolari; una catena di moti e di colline che s’affacciavano ai sensi e alla mente, scorrendo via, liquidi e senza forma. Le luci sul capo di Nolundir si fecero più potenti, più vicine: fattesi un'unica stella dispersa nel cielo azzurro, sola visibile, anche più del sole, la via fu rischiarata di nuova chiarezza. La spuma del mare apparve nel suo chiarore, bianca, chiara, pura: le onde si succedevano sempre uguali e diverse, il ritmo del respiro del mare, mai identico a se stesso, eppure sempre lì a dichiarare la sua esistenza. Lo sguazzare di delfini attorno alla nave ricordavano che il mondo esisteva ancora, che Nolundir non era l’unica creatura vivente su quelle acque chiare e calme, che il vento a stento scalfiva con un soffio leggero, di bambino. Le voci dell’equipaggio s’affacciarono all’udito del principe silenziose e fuggitive, sospiri di genti vicine, e allo stesso tempo così irrimediabilmente lontane: invano Nolundir parlava a quegli uomini che richiamavano la sua attenzione; niente riusciva a dire o a spiegare, che la sua voce facesse chiaro a quelle orecchie sorde.

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Il suono di gabbiani sul mare e il frusciare del legno sulla corrente accompagnavano il veloce scorrere del tempo: in poco più di un attimo, la notte con il suo silenzio e il troneggiare delle sue stelle era su di lui. Nolundir s’acquattò sulla nave, pensieroso, incredulo sul viaggio senza destinazione, senza comprendere cosa accadesse e perché. La luce degli astri disegnava figure accanto alla luna, immobili compagne del suo alzarsi e correre via, rincorsa da un alba biancastra e fredda, come quelle che d’inverno risvegliano il giorno d’una pallida luce, stemma d’un sole smorto e assonnato. Le ore si dileguavano, invisibili fuggitive ad una vita che in vano le rincorre sempre, senza esito né vittoria possibile: quando le ha raggiunte, allora non ce ne sono più per essa. Il sonno calato su compagni di Nolundir s’allontanava scorrendo sulle onde lontano dalla nave: durante la notte mai aveva colpito mio figlio, mai l’aveva sfiorato o gli aveva sussurrato all’orecchio; al suo posto, la pallida angoscia e la follia tinta d’arcobaleno. Gli uomini cantavano filastrocche e canti, mentre il rullare dei remi teneva loro il ritmo: di quelle parole, a Nolundir non giungeva che fuggevole il ricordo, l’ombra che scompare al sopraggiungere della notte senza luce, tinta da un nero più forte e duraturo. Sola qualche sillaba penetrava il muro dell’incomprensione, come se tutto provenisse da genti straniere e mai udite fra le acque di quel mare sconosciuto, su quella nave salpata chissà da dove, chissà da quando, e chissà poi perché. Tutta quella vita di sogno non trovava un senso, nelle nebbie che oscuravano la mente di mio figlio. Se c’era una causa, a lui rimaneva sconosciuta, come la meta ultima e i confini di quel mare che attraversava, sempre uguale. Capitano d’una nave che non conosceva, Nolundir guidava una ciurma che non aveva mai visto ne scelto, verso un luogo che non s’era prefissato a destinazione; senza parlare, con pochi gesti che compiva senza pensare, mio figlio, il principe, conduceva ad un approdo (sperava) uomini che non comprendeva: eppure erano uomini, proprio come lui. Ma non erano uomini come lui, non è vero; nessuno è uguale a qualcun altro, specie nel cuore e nell’animo: chi non comprende questa verità, nascondendosi dietro uguaglianze che sanno di giustificazioni, commette uno dei più grossi crimini verso il mondo. Tutti valevano tanto quanto lui, sapeva bene Nolundir, ma nessuno era lui, e nessuno lo sarebbe mai potuto essere: crederlo sarebbe stata soltanto una menzogna. Una nuova notte giunse, più scura, su di un mare che non dava segni: nulla si vedeva all’orizzonte, nulla di quello, qualsiasi cosa fosse, che s’era

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abbandonato dietro. Solo mio figlio scorgeva la luna, piena, come un tondo scolpito nel buio, che illuminava di riflessi sull’acqua il suo mondo, confinato ad un chiarore di mare e ad un turbarsi di specchi. La luna gli fu compagna per istanti che apparvero interminabili, pensieri che si rincorrevano senza senso e che sparivano d’incanto così come erano apparsi: nulla valeva il reale, nulla era reale davvero. Il nuovo sole portò un dono, un bagliore, come la freccia, che, scoccata dall’arco, indica di nuovo chiara la via. Ma solo Nolundir la scorgeva, mentre l’equipaggio rumoreggiava infastidito. Perché continuare verso il vuoto ancora? Anche se da poco salpati, nulla v’era all’orizzonte da scorgere, nulla che valesse il viaggio. Lo sconforto si fece sussurro, il sussurro proclama, il proclama rabbia. L’equipaggio ammutinava, deponeva il suo capitano mai scelto: con foga, tutti gli uomini venivano a mio figlio, pronti a fare quello che in molti avevano desiderato da tanto, porre fine alla sua vita. Le lame scintillavano al sole chiaro, riflettendo sul viso di Nolundir la luce, abbagliandolo: le acque si mostravano sulle spade, sempre immobili e placide, con lo schiumare delle basse onde sulla legna della nave. Una di quelle spade gli fu contro, più veloce ed irruenta delle altre: su di essa si specchiava qualcosa che non era il viso del principe. Un urlo fermò ogni gesto, ogni follia di rabbia: - Terra, terra! L’uomo sull’albero maestro gridò con quanto fiato aveva in corpo, con tutta la forza dei suoi polmoni: - Terra, all’orizzonte un isola! - Dove? - All’orizzonte, verde si staglia sul mare. Guardate! Al richiamo tutti osservarono, tutti cercarono: l’isola si intravedeva fra le nebbie del mare lontano, alta di monte e bianca e verde di sabbia e foresta. Una nuova terra viveva di fronte, e la meta di quel viaggio intrapreso per caso, nel sonno. Ciechi e vani Canti d’artisti E poeti: Presunti geni e signori Di dolori e vite; Ma chissà poi Se si perde sul fiume

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Del vivere Tal miserabile orgoglio, E nell’infinito Silenzio Del loro nulla essere, Quell’alto sentire Non sia soltanto Orpello E finzione Di cuori vuoti. Nell’attesa cantava, mio figlio, simili poesie e pensieri; e nella sua accusa e nel suo disprezzo, prima di tutti veniva lui stesso. Non era ogni ricerca, allorché si gloriava di se stessa, spoglia della sua vera essenza? Non era, invece, orgogliosa affermazione di grande sentire? E chi stabiliva questa grandezza? Chi diceva a Nolundir d’essere, di provare qualcosa di diverso da ogni altro uomo, o superiore? Quale arcana consapevolezza, o finzione? Forse era solo un ometto illuso, preso di se stesso, vacuo e vuoto come un vaso dipinto lasciato di lato, un orpello da contemplare con ammirazione dopo averlo plasmato. Certo, che senso avevano allora quei pensieri? In realtà ne avevano: perché era lui il capitano, e non un altro? Perché non uno qualsiasi di quegli uomini, che, sapeva, gli erano probabilmente superiori? Non si arrogava forse un diritto che non poteva dimostrare suo? Non era, alla fine, un sopruso, quanto il suo essere principe, in condizione più agiata di quanti gli erano sottoposti? Quando, realmente, saggi, poeti, sono più grandi del resto degli uomini? E quando, invece, si sono posti da soli su di un piedistallo che non avrebbero neanche il diritto di osservare? Quanti di loro si pongono il problema del loro stesso essere, prima della sua espressione? Quanti alla fine, valgono come uomini, quanto pretendono d’affermare? Fra quei voli era calata la notte, cupa, questa volta, senza stelle né luna, né bagliori riflessi sul tappeto di specchi delle onde. La ciurma mormorava alla vista dell’isola che s’avvicinava: nessun fuoco o segno di vita appariva sulla costa, né resti di mura o di porti. Il bagliore che aveva guidato Nolundir ancora splendeva per lui, se possibile, anche più forte, ma a nessun altro appariva, e nessuno scorgeva la linea che tratteggiava nel cielo, verso dove conduceva la sua nave mio figlio. Giunse al fine la nave alla costa, bassa: gli ormeggi furono gettati, e l’equipaggio scese veloce

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sulla spiaggia a toccare quella terra agognata e sconosciuta. Bianca la sabbia penetrava le narici respiranti aria salata di mare e fredda di buio. Infiniti colori e odori apparivano ai sensi: rossi spumeggianti fra i fiori addormentati e richiusi, profumi di piante mai viste e studiate dai saggi fra gli uomini. Ma, appunto, di uomini non c’era traccia alcuna, né del loro passaggio; tanto meno d’elfi e delle altre stirpi d’Argento che erano scomparse nel crepuscolo della loro era. L’equipaggio sbraitò nel silenzio dell’isola. Uno fra i tanti in quel sentimento comune, urlò contro il suo capitano: - Dov’è ciò che ci promettevi? - Io non so di cosa voi parliate. Non ricordo d’avervi mai promesso cosa. - Dov’è la speranza perduta? - La speranza perduta? Di cosa parlate? - Dove le cose perdute, il senno fuggito via? - Io non so rispondervi. - Eppure qui ci hai condotto. - Non lo feci di mia scelta. - Tutto è una tua scelta, tutto il tuo fato. - Voi mi condannate per crimini che non ho commesso. Ma l’uomo non rispose; riprese solo con il suo interrogatorio: - Dov’è il fato che ci avevi promesso? Dove la felicità che ci dicesti alla partenza, con parole velate di miele? - Non li scorgo da lungi. - Sei guida senza esserlo, sei martire senza sofferenza, guerriero senza spada, condannato senza condanna. Dicci, ora, cosa sei, e perché sei qui? - Sono qui per caso, e chi io sia, questo, non lo so più. - Tu ci guidi ad una sorte ignota: ma dicci, qual è la tua? Quando mai ti sei chiesto i perché delle cose? - Sempre, o forse mai; perché in questo incubo comprendo di non avere le risposte, e che molte di quelle che mi sono dato, non erano che menzogna. - Conosci te stesso, disse un tempo un saggio; tu che t’ammanti di saggezza, fallo ora. Forse allora troverai la tua via. - Ma dove, come? - Non importa, ed è un tuo problema. Ora rivogliamo la casa lontana di cui ci hai privati, gli affetti di famiglie nascoste dal mare profondo.

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Questa è la notte, e questa l’isola. Domani ritorneremo, con te o senza di te. Tutto allora tacque, e l’equipaggio si ritirò sulla nave: Nolundir, da solo, rimase sulla spiaggia, in ginocchio sulla sabbia bianca. Le luci in breve si spensero sullo scafo, e la notte muta e immobile fu l’unica compagna. Allora mio figlio pianse: pianse disperato, mi disse poi in un suo racconto. Pianse vinto dagli eventi, vinto dal mondo e dalla gente. Pianse vuoto, svuotato, ripulito forse, ma terribilmente solo. La sabbia bianca si scurì delle sue lacrime, il mare si bagnò del suo dolore nei lembi di onde che lo costeggiavano: chiunque fosse stato fino ad allora, ora non contava. Una figura leggera come una nube apparve dal nulla: il suo passo era lieve e il fruscio di foglie l’accompagnava. La sabbia non si smuoveva al suo incedere, ma come con canto la seguiva attenta: Canta le odi Della donna a te giunta; Canta le odi Della donna scomparsa; Perduta è l’ombra compagna Dei sonni antichi: Volteggia al tuo sguardo Lo svanito amore Dei perduti giorni. Relimam allora s’accostò al suo amore ignaro. Con un sussurro lo consolò, e d’incanto scomparve ogni lagrima e tormento. Gli occhi si fecero luce, mentre la mano s’accostava al viso del principe Nolundir. Tutto il viaggio, tutto quel sogno non furono che un brutto ricordo al suo cospetto, Bianca di candida veste e di luce riflessa del bagliore che sopra lei splendeva. Allora lo spettro della donna amata invitò Nolundir a rialzarsi, e con un suo gesto quello fu in piedi, carico di nuovo spirito: Relimam camminava davanti, e Nolundir e la seguiva come in estasi; un odore d’incenso e d’unguenti le veniva dietro, suo splendido dono all’isola. Il mondo perse i colori; tutto si fece bianco e nero, terribilmente chiara la realtà delle cose e la finzione delle sfumature: a quella vista l’animo si sarebbe atterrito, ma un suo sorriso rallegrò i cieli. Allora Nolundir fu davanti al mondo dei morti, lì dove giungono quelli che abbandonano la vita e le terre conosciute; con lui era Relimam, sua guida fino ad allora silenziosa. Ma

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quella cappa di muti suoni si ruppe alle parole della donna, mentre guidava il principe a compiere quegli ultimi passi verso l’ingresso: - Vieni con me, non temere: ho cose da mostrarti, e tu hai fatti da apprendere. Così i due si incamminarono, e nella notte scomparvero dall’isola.

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V Bianco e nero

- Perché tutto è così? Perché non vedo più i colori? - Perché tutto qui è chiaro, le sfumature delle cose che appaiono nell’incertezza, qui non esistono. - Non capisco – mio figlio chiedeva, confuso da ciò che non riusciva ancora ad appartenergli – spiegami. - Non importa, non è questo il tempo in cui tu veda con chiarezza le cose, non ancora: tu solo guarda e passa. Allora Nolundir penetrò il muto mondo degli spettri, delle anime tinte di bianco o nero: fra loro, non v’era grigio o colore, ma solo quei due opposti. Fumi candidi e odorosi s’alzavano attorno al principe, mentre lesta la donna amata, splendente guida, lo accompagnava fra miraggi di luoghi mai visti fino a quel tempo da uomo vivente. Solo il fruscio del passo di mio figlio turbava il mirabile silenzio e la quiete del luogo, e in alto, un sole candido e assorto, caldo e avvolgente nella sua bianca luce, splendeva sulla terra nera, dai contorni definiti e netti. Tutto era di quei due colori, nulla era diverso: e la vista si perdeva nell’infinità di quel bianco sorgente dai cieli e nel cupo nero del resto delle cose. Anime vagavano, perse in pensieri o nell’oblio: anch’esse vestivano dei due colori, alcune di lunghe tonache candide di quiete, altre in strette vesti di notte; quest’ultime, le riconoscevi solo nel viso spento e pallido. Nessuno sembrava far caso al principe; eppure in lui ben chiare erano le vesti tinte di blu e di rosso, la pelle rosea della giovinezza viva e in salute. Ma lì nulla contava quella temporanea vitalità: tutto era muto ed eterno, in placida attesa o dolorosa espiazione; tutto, assieme, il mondo degli spettri stava al cospetto del suo signore silenzioso. Allora Nolundir, preso dal dubbio, chiese: - Perché non lo vedo neanche qui? Eppure da sempre si dice che i morti stiano al cospetto di Euon? - Sei forse morto, mio amato principe?

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La risposta di Relimam s’accompagnava d’un dolce sorriso bagnato nel suo ridente sguardo. Doveva essere mattino, in quel luogo, ma probabilmente non si sarebbe notata differenza dalla notte. Nolundir ora sentiva di non provare stanchezza per i suoi passi, di non provare fatica o dolore: quieto, il cuore muto stava in quei luoghi lontani dal tempo e dal mondo, quanto poteva essere lontano dal vero il chiaro sonno ristoratore: - Dove mi porti? - Non aver fretta, un lungo viaggio ci attende. Tu osserva ciò che ti circonda: a suo tempo verrà la decisione. - Che decisione, di che parli? Ma non ci fu risposta a quella domanda, ne continuarono a volare parole fra i due: solo, Relimam conduceva, e Nolundir seguiva. Un lungo corteo d’anime incrociò i suoi passi con quelli dei due viaggiatori; tutte bianche, percorrevano una via tracciata da canali nella terra nera, in direzione contraria a quella di Nolundir. Mentre camminavano, le anime emettevano un sottile canto, per il principe del tutto indecifrabile: - Dove vanno quelle anime, e cosa dicono? Io non capisco. - Non t’angustiare, mio amato: vanno al suo cospetto, e ne cantano le lodi; la loro voce e le loro parole non ti appartengono, per questo non le odi. - Ma allora – chiese Nolundir stupito – perché però sento te? - Perché – Relimam rise attendendo e abbracciando il suo principe – le loro voci non ti appartengono, ma il mio cuore sì; e con esso il mio compito. Mentre dicevano così, i due viaggiatori giunsero ad una palude. Acque scure e smorte scorrevano lente, e da esse anime putride fuoriuscivano copiose: queste non sembravano scorgere mio figlio, che attonito le osservava e indicava. Le acque sembravano bruciare sulle carni di quelle anime, sempre che ne avessero: espressioni di lamento campeggiavano nei loro sguardi smorti, ma nient’altro turbava l’aereo silenzio di quelle piagge. Allora, prima che Nolundir chiedesse, Relimam parlò: - Sono anime d’uomini che si sono macchiati d’azioni ingiuste da vivi; qui si tingono del nero della disperazione, e attendono ai voleri dei loro carcerieri. Sappi che questo non è solo il regno di color che stanno al cospetto d’Euon; qui altri attendono la fine di tutto, e altri seguono i destini loro assegnati da colui che tutto ha narrato in principio.

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- Allora, chi incontrerò in questi luoghi dove mi conduci? - Questo lo ignoro anch’io; non m’è dato di sapere chi dovrà parlarti. Conosco solo il luogo dove dovrò condurti. I due viaggiatori proseguirono, e un ripido colle si fece loro innanzi. Inerpicandosi su di esso, sentirono come d’avvicinarsi al ridente sole che dall’alto li guardava. Allora Relimam prese a ballare davanti allo sguardo del suo principe, e di nuovo fra i due tornò la tranquillità, e il ricordo del negro posto, visto poco prima, si sbiadì negli attimi senza tempo. Rada l’erba popolava la salita, frusciate al volteggiare dell’uomo dietro l’anima della amata: tutto sembrava popolarsi della giovane vita di Nolundir e del suo amore, anche lì dove gli spiriti si perdono nella quiete e nella dimenticanza delle passioni. Giunse in fine la cima e da lì apparve lo splendore d’un panorama indicibile: campi popolati di spettri s’estendevano senza fine, e monti, e fiumi, e colli intorno, come cornici d’un quadro dipinto da un maestro antico, improvvisamente tornato alla vita per questo suo ultimo capolavoro sconosciuto. La vista si perdeva in quello splendore, e con essa tutti i sensi e le passioni, e ogni dolore e noia, e l’amore e l’angoscia, e l’odio e la paura. Puro lo spirito rimaneva inerte ad osservare, e in quell’immagine s’obliava la vita e il mondo, assieme all’ardore. Ma il viaggio non era concluso, e rapida la discesa portò alla vasta piana che s’apriva sotto il colle. Lì, rigagnoli d’acque calme scorrevano, verso il mare, forse, chissà. Nel loro fluire bagnò la fronte Nolundir, e gocce fredde scesero fino al collo, bagnando si profumo incolore le vesti: proprio dove le gocce penetrarono i colori, lì tutto sbiadì e si fece di neve. Nolundir osservò, ma nulla chiese: solo si compiacque e passò avanti. Vicina, una piccola folla d’anime in abiti bianchi, passeggiava fra fiori trasparenti e le acque dei ruscelli; tutto quel moto era lento, placido, di sogni. Ad esse Relimam condusse Nolundir, e questi intanto osservava attento i volti delle anime, per vedere se fra esse riconoscesse qualcuno. Con sorpresa, conobbe un viso, e con paura s’accostò al suo amore: - Mi hai condotto a lui? È con lui che devo parlare? - Avvicinati, e vedi se ti riconosce. - Perché? Perché lui? - Ascoltami, mio amore, Nolundir. Fa quello che devi, accostati a lui. Se così vorrà chi deve, qualcosa accadrà.

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A malincuore Nolundir ubbidì a Relimam, e lento e grave il passo lo portò allo spirito conosciuto. Era uno spirito morto da poco, e ancora qualche ricordo del mondo viveva in lui: era lo spirito di Malinwe. Malinwe dapprima non fece caso a mio figlio che gli veniva in contro; poi però, vistosi osservato da una presenza strana, e forse conosciuta, emise flebili parole, il riflesso della sua antica eloquenza. Nolundir non udì e non comprese, così, fattosi coraggio, parlò a sua volta: - Pace a te, spirito di Malinwe; dovresti riconoscermi, sono il figlio del tuo Grande Re, il principe Nolundir. Malinwe fu come stupito, perplesso; riordinate le idee, rispose a suo modo, aiutandosi con i gesti: - Nolundir? Credo di ricordare il tuo nome. Eppure non capisco, perché sembri così differente da tutti gli altri qui? - Perché ancora sono vivo, anche se in disgrazia. - Mi dispiace per la tua sorte. - Eppure tu ne fosti la causa: tu fosti la mia rovina, tu con la tua saggezza. - Non comprendo, ricordo a stento. Di che parli? - Tu m’accusasti a consiglio, tu mi facesti perdere onore e carica. Per la tua morte sono accusato, innocente. Della tua morte, presto, morirò anch’io. - Ora ricordo qualcosa. Mi spiace, Nolundir, che si faccia il tuo nome per il mio assassinio. So bene che non fosti tu, e se potessi lo testimonierei. Ma per il resto, tua fu la scelta e la responsabilità. - Mia? Non fosti tu ad accusarmi? - E t’accusai forse di cose non vere, principe? Nolundir rimase in silenzio, battuto; in animo capiva d’essere andato troppo oltre, d’accusare davvero Malinwe di cose non vere. Così, affranto, riprese: - Perdonami, non dovevo. Non sei tu il mio carnefice: alla sorte sola devo la mia rovina. - Comprendo il tuo dolore, principe; tuttavia, non errare ancora a guardare i fatti. - Che intendi? - Non fu la sorte la tua carnefice. - E chi allora? - Tu, tu soltanto, Nolundir, e la tua mano quando si pose sulle sue scelte.

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- E cos’ io sarei la causa dei miei mali? - Tu e nessun altro, Nolundir. Non cercare altrove, ciò che hai sotto gli occhi. - Sai quant’è doloroso ciò che mi dici: quante è pesante l’idea che mi chiedi d’accogliere. - Eppure devi, Nolundir; se a qualcosa è servita per te la mia vita, e la mia morte. Forse, è a me che lo devi, innanzi tutto. Allora il silenzio calò sui due discorrenti, e ad essi s’avvicinò Relimam lieta. Malinwe riconobbe lo spirito della donna che guidava mio figlio, e quella lo salutò calorosamente. Allora i due presero a conversare, mentre Nolundir rimaneva attento ad ascoltare i loro sussurri: - Dove lo conduci, Relimam? - Devo condurlo al trono: lì, mi è stato detto, qualcuno verrà a parlargli - Allora non era lui lo spirito con cui dovevo incontrarmi? – chiese stordito Nolundir. - No, mio caro. Altri ti deve parlare. Anzi, abbiamo già perso troppo del tuo tempo qui: perciò seguimi e sta molto attento. Così il viaggio riprese, e i due viaggiatori per le lande dei morti salutarono con un gesto mesto della mano l’anima di Malinwe; presto si sarebbero rivisti, ma forse allora non avrebbero tenuto più ricordo della loro vita nel mondo. Dopo che il veloce passo di Relimam ebbe trascinato per la piana mio figlio, i due alla fine si ritrovarono davanti ad un edificio. Un’alta porta si poneva loro innanzi, nera di pece. Varcatala con difficoltà, i due viaggiatori si ritrovarono in un’ampia aula scura, dove la luce non penetrava che a stento. Il silenzio si perdeva qui in uno scrosciare si sospiri e sibili, e il cuore si faceva inquieto davanti a figure ignote modellate sulle pareti. Una aria grave pesava sulla stanza, come se da tempo la porta non venisse spalancata, e tutto ristagnasse dalla sua creazione. Inorridito, Nolundir s’accostò a Relimam, come per proteggerla, e per lasciarsi proteggere da lei; il chiarore della donna, in quel luogo, sembrava come sbiadire ed incupirsi, mentre i colori delle vesti di Nolundir si facevano improvvisamente scuri. Allora Nolundir chiese, impaurito: - Dove mi hai portato, Relimam? Che luogo è mai questo? - Questo è il misero regno dell’Oscuro; qui egli è solito attendere impaziente la conclusione, dannando le anime che alla sua custodia sono assegnate. - Cosa vuol dire? Perché delle anime vengono consegnate all’Oscuro?

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- Sono le anime di coloro che si sono macchiati di gravi colpe in vita, e non ne provarono rimorso, né chiesero perdono. Ho sbagliato a dire che gli vengono consegnate; in realtà, gli si consegnano da sé. Relimam tacque, e Nolundir prese ad osservare attentamente attorno, nell’aula. Davanti a sé scorgeva ora, mentre avanzava, un trono, alto. Su di esso non sedeva nessuno, eppure come una presenza arcana s’udiva nell’aria. Delle candele s’accesero d’un tratto attorno al trono, e dei lumini. L’aria odorò di bruciato, mentre il rumore di tamburi avvisava dell’arrivo dell’ospite. Improvvisamente, una voce chiamò Nolundir ad avvicinarsi al trono, e il principe ubbidì. Allora, la voce, facendosi più forte, parlò: - E così, Nolundir, sei venuto al cospetto dell’Oscuro? E, dimmi, cosa t’aspetti ora d’udire? - Non so, non sono qui di mia scelta. - Oh, tutto da tempo è una tua scelta, e tuo sarà il calice. Sai di cosa parlo? - No. Non lo so. - Bene, te lo spiegherò: ti viene chiesto di portare i fardelli che altri rifiutano. - Chi è che me lo chiede. - Non certo io, mio caro. Io sono qui per toglierti questo inutile peso dalle spalle; non è giusto che tu regga la responsabilità della stupidità altrui, non trovi? Che fai, non rispondi? Non ti coglie il dubbio, non vedi la follia d’un ordine che crea martiri? Nolundir non rispondeva, ma solo, con lo sguardo basso, ascoltava: - Eppure, questo accade: tu patirai, per chi non lo farà mai. Il vostro egoismo vi soverchia, che persino a me, l’Oscuro, create disprezzo. V’odiate l’un l’altro senza rispetto alcuno, senza senso. Per il vostro orgoglio gettate via tutto, compresa la vostra dignità. Per il vostro piacere, causate sofferenze e passioni nei cuori dei vostri vicini: m’accusate d’essere la causa dei vostri mali; ma io sono stato solo la tentazione, i vostri carnefici, siete voi stessi. Avete raggiunto livelli di follia che io non avrei nemmeno immaginato; in questo, i discepoli hanno superato di gran lunga il maestro. A nulla sono valsi tanti anni a fianco degli elfi: rimasti soli, avete dimostrato tutta la vostra immane follia, e ora un male da voi cercato vi debella. Guardami! Nolundir sollevò il capo e attese: - E’ per queste meschine persone che morirai?

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Nuovamente mio figlio non rispose; fissava il vuoto del trono, fisso, aspettando che la sua prova si concludesse: - Certo, mio principe. T’hanno insegnata la fedeltà al destino che qualcuno t’ha inferto. Sappi che non sono io, piccolo potere che mendica rispetto in questa aula abbandonata. T’hanno mentito, t’hanno sedotto, Nolundir. T’hanno avvinto con belle parole, ma alla fine ti hanno ingannato. Anche se morrai, tutto sarà vano; nessuno comprenderà il tuo gesto. Da martire, sarai solo un nome su una lapide. Dimentica tutto quello che t’è stato insegnato, cancella questa follia! Il tuo sangue non laverà alcun peccato, non darà senso alla pazzia! È solo pazzia tutta questa, Pazzia! Nolundir allora cadde in ginocchio, come sferzato da qualche arma. Con un gesto veloce della mano, scosse via lo scotimento dal capo: - Ti faccio una proposta, mio principe: confessa il falso, e la vita ti sarà salva. Penserò io poi, a farti liberare da tuo padre. Il mondo presto, vedrai, dimenticherà l’accaduto, e tu sarai nuovamente il principe, anzi no, il Grande Re. - Non posso… La risposta farfugliata da mio figlio fu solo l’eco della voce roboante dell’Oscuro: - Non puoi, o non vuoi? Disprezzi così tanto la tua vita? Nolundir si sentiva travolgere dalla forza del contendente; era quasi sconfitto, abbattuto. Come per cercare sollievo, si volse a ciò che teneva di più caro al mondo. Dietro di mio figlio, Relimam attendeva, sbiadita; allora apparve la rivalsa per il principe, la forza di lottare ancora un po’ con l’Oscuro. Ma la rivalsa divenne una nuova arma per l’Oscuro, una nuova tentazione: - Quella donna, l’ami, vero? Sai che presto ti dimenticherà? Sai che anche tu, da morto, la oblierai? Lo vuoi davvero? Nolundir tremò a sentire parlare di Relimam, ed esclamò: - Cosa c’entra lei? - Bene, vedo che tieni a lei più d’ogni altra cosa. Ti propongo uno scambio: confessa e salva la vita. Presto tuo padre ti cederà il regno, e tu lo donerai a me. In cambio, io ti donerò la sua eterna compagnia, e il suo amore, vivo. Tutto sarà come prima; non è quello che vuoi, Nolundir? Rifletti, principe, perché non avrai altra occasione. Questa è la tua ultima scelta. Ora va: hai poco tempo per decidere; fra poco, dovrai tornare a me con la risposta.

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Così concluse l’Oscuro, e la sua presenza parve scomparire. Nolundir si sentì come trafitto, e fuggì via dall’aula. Il cuore gli batteva forte nel petto, sembrava voler scappare via. Che fare? Che dire? Non conosceva ancora la risposta ai suoi quesiti, mentre Relimam lo raggiungeva nella piana antistante alla reggia dell’Oscuro.

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VI Tentazioni e scelte

- Dimmelo, Relimam: cosa devo fare? Relimam fissava mio figlio negli occhi; egli stava seduto sull’erba fresca, bianca e sottile, mentre lei, ritta davanti a lui, cercava parole da dire: - Devi essere tu a decidere. - Insomma, non lo sai neanche tu, giusto? - Esatto… Gli occhi di Nolundir brillavano mentre parlava: - Se mentissi, tutto tornerebbe come prima… - Nolundir, aspetta, rifletti. - No, ascoltami: basterà dire d’essere colpevole, e tutto sarà risolto. Pensa, tu tornerai con me, e dopo qualche tempo torneremmo assieme. È tutto facile. - No, non lo è, mio caro. Non possiamo fingerci il falso, neanche in questa occasione. - Ma… - Non ci sono ma; Nolundir, sai cosa devi fare, e sai anche quanto ti costerà. Ma in quel mondo là fuori, di menzogne, almeno tu dì la verità, fino all’ultimo. - Se lo farò, tutto il nostro mondo andrà in rovina. Ne ho il diritto? Ho il diritto di fare una cosa del genere? - Hai il dovere di farlo, mio amore. Nolundir si alzò da terra, sconsolato. Gli occhi erano mesti, lo sguardo assente: - Mi spiace, non ci riesco. Voglio che tutto questo finisca, e che allora tu sia con me. Il mio regno cambierà solo di padrone, non la sua sorte; ne sono certo. - Sei certo del contrario in realtà, Nolundir!

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- Basta! Non ce la faccio più, lo capisci? Tutto questo, tutto nelle mie mani; qualcuno mi tolga questo calice dalla bocca, perché io non so più berlo. - Lo so, amore, lo so… - No, non puoi saperlo! Mi sento il mondo addosso, e tutto ciò che vorrei è scaricarlo da qualche parte e fuggire. Tutte queste tentazioni, queste scelte: troppo dolore, troppa morte sulle mie mani. Furioso mio figlio prese a passeggiare: in giro, un venticello mesto e assente si levava dalla collina verso la piana, proprio contro il suo capo, risvegliandone i capelli e i sensi. In quel momento Relimam strinse come poté il suo amato; quell’abbraccio fu freddo come la neve: - Vorrei aiutarti, ma posso solo consigliarti. Non fare quello che ora mediti, non cedere e porta la tua croce; tutti lo hanno fatto in passato nella tua casa, tu forse lo farai per ultimo, poco importa. - La mia casa, mio padre: cosa contano ora? Fuggire, morire, dormire… - Cosa dici, Nolundir? - Sto dando di pazzo, mia amata: il mio senno vola via portato dal vento; lontano, dove, non so. - Fermati, per favore. - No, tutto ciò deve finire, sia come sia. - Basta Nolundir, smetti di giocare e torna te stesso! - Non sto giocando, dannazione, Relimam! Sto morendo, sto morendo dentro, non so più che fare! Tutte le mie certezze svaniscono di fronte al dolore, davanti all’orrore della realtà: ogni mia azione è stata un fallimento, ogni mio pensiero, solo un insulto verso la sofferenza del prossimo. Ho il diritto di continuare in questa mia pantomima? Non credo. - Basta Nolundir, ho ascoltato troppe bugie e scuse da te in un solo giorno: perché sai che queste sono tutte scuse, e che l’unica cosa che stai cercando è la via più breve. - E anche se fosse? Sbaglio? Qualcuno m può condannare se cerco il minore dei dolori? - Sì: io. Questo non è l’uomo che ho amato. - Forse solo la sua ombra. - Il riflesso su di uno specchio deformante. - Le spoglie senza più l’anima. - E tutto ciò ti va bene, Nolundir?

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- Non ho scelta altra che essere un fantoccio, e non lo vedi. È facile parlare così, Relimam: troppo facile giudicare senza esporsi. La tensione era salita con quelle ultime frasi; rabbioso, ora, mio figlio fissava negli occhi l’anima della sua amata, con un veleno che mai aveva conosciuto: - Cosa stiamo facendo, Nolundir? A che pro litigare, qui, ora? - A nessuno: ma troppa rabbia e frustrazione scorrono mischiate al mio sangue. Unica vittima ne sei tu. - Già. Nolundir, non posso fare altro che attendere la tua decisione; tua solamente è la scelta, tuo il fardello. - Lo so. Amore, lasciami solo per qualche minuto. Allora Relimam s’allontanò, ubbidendo alla richiesta di Nolundir; questi rimase solo a pensare. Fissava il vuoto, e il suo sguardo spazzava la piana attorno a sé. Il vento frusciava fra i capelli, mentre un cielo sempre uguale appariva ora, stranamente, più bruno. Scorgeva lontane anime assorte nel loro oblio, e altre prese dal loro tormento: nessuna di loro, apparentemente, si curava di lui, fragile e indifeso uomo in quella valle di spettri. Niente funzionava come avrebbe voluto, niente andava come avrebbe sperato; ogni sua concezione del mondo, del tempo e dello spazio, lì si perdeva irrimediabilmente, sopraffatta da una vita e da una forma diversa, meno appariscente, eppure così solida e misteriosa. Si sentiva disperso, perduto fra stranieri di cui non comprendeva nulla, e da cui sapeva di non poter più essere compreso: in un modo o nell’altro, lì Relimam, e con lei tutti gli altri, avevano dimenticato la fragilità della condizione umana. Lui invece, in quel mondo sconosciuto, sentiva la sua condizione ancora più debole e sofferente; eppure si sentiva anche irrimediabilmente legato a quel suo fato, a quel suo stato; quasi si compiaceva di quel suo vivere, né voleva abbandonarlo, ora che sembrava vicino alla fine. Il vento soffiò improvvisamente più forte: sembrò il soffio caldo di qualche essere superiore. Mentre Nolundir si copriva dagli sbuffi di quel cielo ora rabbuiatosi, Relimam tornava da lui: - Allora, hai deciso? - Sì, credo di sì. - Puoi dirmi cosa hai scelto? Fallo solo se lo vuoi. - Lo faccio perché riguarda anche te: l’Oscuro avrà il regno, e io sarò nuovamente con te. Ti amo troppo per dimenticarti. Il silenzio piombò per qualche secondo, rotto solo dallo sbuffare del vento sull’erba:

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- Sia come vuoi, Nolundir. I due, il principe, mio figlio, e la sua amata, s’accostarono nuovamente alla porta della reggia: dentro, lo sapevano, li attendeva l’Oscuro Signore. Con uno spintone aprirono, scorgendo inaspettata una presenza: una figura, nota da canti secolari, li attendeva, muta. Nolundir riconobbe subito quel Veida: troppi canti della sua famiglia gliene avevano parlato; troppe volte aveva sentito la sua descrizione, per non riconoscere la presenza d’Aliturn. Il Veida stava muto, davanti al trono, nel mezzo della stanza: il suo sguardo era fisso, inamovibile, in attesa, fermo, su Nolundir; non si mosse mai dai suoi occhi, non pronunziò parola. Non disse niente Aliturn, non richiamò l’attenzione di mio figlio; essa era già, ben desta, su di lui. Di nuovo l’atmosfera nella sala si faceva pesante, e la presenza dell’Oscuro tornava ad inquietare il cuore del principe; giungeva l’ora della risposta, mentre, fermo nel passo, anche Aliturn attendeva le scelte di mio figlio. Avvenne allora ciò che neanche io so ben spiegarmi, Felev, Grande Re degli uomini, in disgrazia qui a Bingrim, e a cui, soprattutto, faccio fatica a credere: Aliturn prese a scomparire in un flebile bagliore, fuggevole come il tempo. Non aveva parlato, non aveva chiesto o ottenuto niente da mio figlio; eppure egli era scosso per la presenza di colui che aveva guidato gli animi dei Grandi Re nelle loro imprese ricordate dai poeti. Ma ora Aliturn spariva, era già quasi un miraggio: il Veida giunse le mani, e crollando a terra, rimase in ginocchio, in preghiera. Nell’ultimo istante della sua immagine, un sospiro, forse qualche parola consunta, proferì dalle sue labbra: il suono non giunse all’orecchio del principe, ma di esso significato e potere. Relimam osservò il suo amore, l’uomo per cui avrebbe volentieri donato la vita, se di nuovo l’avesse avuta, e comprese: comprese il senso dell’apparizione, ultimo evento miracoloso in un sogno tragico e meraviglioso ad un tempo; comprese che tanto aveva potuto quel Veida, fin dove lei non aveva potuto arrivare; fu sicura che, alla fine, tutto il loro viaggio aveva avuto per meta solo quei brevi attimi, l’ultimo segno di riconoscimento, per una vita spesa, alla fine, in un destino più grande d’ogni uomo. Allora, quel ricordo della paura, che in segreto aveva provato fino a pochi attimi prima, scomparve, mentre lo sguardo di Nolundir s’ammantava d’una aura mai vista prima: e non era pace, o tranquillità; era la più sofferente delle espressioni, e assieme, la più devota ad un fine. Nolundir rinasceva in sogno d’una nuova vita, d’un nuovo coraggio e d’una nuova fede: di fronte all’Oscuro, un uomo nuovo, non

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meno grande dei suoi predecessori, gli uomini della sua casata; in fine, non meno tragico, e dal destino non meno triste di quello dei grandi elfi d’un tempo, antico e perduto. La voce dell’Oscuro, roboante, spezzò il filo di quelle visioni, riecheggiando nella sala: - E allora, è giunta la tua decisione, principe? - Sì, essa è giunta con lo sparire d’una visione. - Ebbene? - Morirò, così come devo, così come si vuole. - Sei certo delle tue parole? Sappi che perderai presto ogni ricordo, d’amore e di gloria, e la tua scelta non sarà che un sacrificio fra tanti. - E sia, se così deve essere. E se così dovrà essere, come dici, porterò fardelli che non mi spettano. - Vedo di non avere più potere su di te; non sei più schiavo delle mie tentazioni. Eppure sappi, che nella tua sorte sarai solo, e chi sarà con te quel giorno, fuggirà il suo destino, vagando per anni lontano dal tuo ricordo. La tua famiglia patirà per il tuo volere, la discordia affonderà le sue zanne su tua madre e tuo padre: nessuno terrà ricordo del tuo morire, se non annali consumati nelle biblioteche; tutto non sarà che un attimo, ma il dolore che infliggerai ai tuoi cari, eterni. - E anche questo sia così, se così dovrà essere: chi dovrà fuggire, scamperà alla sua morte; chi dovrà litigare, perderà il suo orgoglio. Tutto sarà secondo questa strada, e le tue parole non fermeranno il mio volere. - Stolto, pensi di poter sfuggire al mio potere? Tu non sei che cenere, e cenere ritornerai ad essere: mucchio di ossa che si corrode, sarai per sempre, in una tomba, il martire del mio tormento; imparerai così a sfidare i miei desideri. - Sia così, se deve: ma, se qualcun altro vorrà, così non sarà. Ma accada ciò che deve accadere, io porterò la mia croce. Allora, con una forza d’animo che non s’era mai sentito in corpo, Nolundir uscì dalla sala, seguito da Relimam. L’Oscuro era vinto, e la sua presenza scomparve come la notte all’alba. Fuori dalla reggia, Relimam parlò a mio figlio: - Ti amo, mio principe, ricordalo sempre: la prossima volta che ci vedremo, forse non avremo più ricordo l’uno dell’altra, eppure t’amo. Ora va, la notte finisce, i compagni salpano.

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Così Nolundir si trovò improvvisamente nella baia dell’isola, da cui era partito il suo viaggio con la donna amata: la nave con cui era arrivato, s’accingeva a salpare. Allora corse in fretta sulla riva, e salito a bordo, partì anch’egli: non aveva più motivo alcuno per rimanere. Il viaggio fu lungo quanto quello dell’andata, eppur sereno: all’arrivo lo accolse il risveglio e le sue certezze.

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RACCONTI DI PRIMAVERA

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I Ricordi delle origini

- Hai vinto tu, no? Sto continuando il racconto: perché sei ancora qui? Il passo leggero, invisibile, del Viandante, risuonò solo per Felev, mentre era intento ai suoi scritti. Il Veida, fattosi vicino al Grande Re, interruppe il lavoro, e con fare calmo, rispose alla domanda: - Ricordi le domande che mi hai posto? Ho da darti delle risposte. Felev rimase a bocca aperta, sorpreso; dopo qualche istante di stupore, si mise in attesa, attento a ciò che il Veida stava per raccontare: - Bene; allora parla. - Prima ricorda cosa mi hai chiesto: il perché del destino tragico degli uomini; il perché del dolore; il perché del tuo dolore. Ora considera che sto per raccontarti ciò che già altri ti narrarono: ma io, come puoi immaginare, ero lì ad osservare, immobile ed impotente, quanto accadeva; anch’io, nel mio piccolo, sono stato un muto testimone del vostro dolore. - Va bene, terrò a mente queste tue raccomandazioni. Ora parla. - Ti narrerò di Relue e d’Evria, il primo uomo e la prima donna: della loro nascita e della loro vita; della loro ascesa e della loro caduta. Ma il racconto non iniziò allora: il fioco suono d’un canto ammantato di ricordi lo lasciò in attesa per qualche attimo. Ricordi quei mari senza macchia, Quei campi spazzati Da venti antichi e persi; Ricordi quegli uomini, soli, Per compagni i loro pensieri. Lo stesso loro fato Oggi bagna le stirpi d’Elettro: Gli stessi compagni, Gli stessi pensieri;

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I loro dolori, Le loro scelte funeste Ed eterne S’immergono ancora oggi Nello stesso mare, Sotto lo stesso cielo, Lontani nel tempo.

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II Quando il mondo era giovane

- Ascoltami bene, Felev, ascoltami! Non ti ripeterò di nuovo questo racconto, e occorre che tu lo comprenda. - Va bene, parla, Viandante. E con quel permesso, il Viandante iniziò il suo racconto: con questo, riprese anche il suo eterno viaggio nei tempi e nei luoghi, e il vivere nel ricordo, il vivere i ricordi suoi e del mondo, infinitamente distanti nello spazio e nello scorrere degli attimi. Allora, quando il suo essere volava in luoghi già stati o da venire, il Viandante comprendeva davvero la differenza fra la sua vita e quella d’ogni altro essere: e in quella comprensione, si perdeva. Venne il giorno sulle Isole Maledette, e con esso una nuova vita: Relue, come narrato da lungo tempo, si svegliava nella nebbia della nascita, solo sotto il suo primo sole. Allora quelle isole che gli facevano da casa non avevano nome, e lo spumare delle onde sulle loro spiagge risuonava nel silenzio. Relue era muto, non parlava, né conosceva cosa alcuna attorno: gli alberi, le piante, tutto gli era estraneo, nuovo, e la vita stessa era un’incognita mai contemplata. La stirpe d’Elettro sorgeva. Improvvisamente le isole si popolarono degli animali che il creato già aveva conosciuto, e Relue li conobbe e contemplò: udì le voci delle fiere, ed emise i suoi primi suoni; ma nessuno c’era ad ascoltarli e a comprenderli. Ma il racconto d’Euon era ancora incompleto, e molte cose avevano ancora da avvenire, molte cose ancora doveva conoscere, Relue, e molte parole udire: ora però la stanchezza lo prendeva, e dopo il sole, Relue conobbe il sonno, e i dolci ed ingrati inganni dei sogni; vivo di vita breve, Relue s’assopì, e nella notte le sue membra trovarono pace oltre i sensi. Durante il sonno, un dolce canto, di voce mai udita, femminea: la voce cantava, mentre Relue tentava senza riuscire d’ascoltare quelle parole che

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il vento dei sogni portava via, lontano; tutto era inutile, però, ché non gli era dato d’afferrare quelle note e quei suoni, mentre intanto il risveglio già gli era prossimo. Giunse il nuovo giorno, e Relue, stordito, fu desto. Ignoto gli era ciò che aveva udito nel sonno, e incomprensibile era per il primo uomo anche lo stato che fino a poco tempo prima gli era appartenuto. Così, sperduto e solo, Relue prese a vagare, scoprendo nuove sensazioni: ebbe fame, e si nutrì di frutti; ebbe sete, e si dissetò ad una fonte. Provò gioia, e corse per i prati, rincorrendo il vento con i piedi veloci; fu alla fine stanco, Relue, e si quietò sotto un albero. Gli animali allora, tutti, gli si avvicinarono incuriositi, e alcuni gli furono amici, altri gli furono estranei, altri diffidenti: ma nessuno era come lui, il primo della stirpe d’Elettro, e nessuno lo comprendeva appieno, né lui comprendeva appieno alcuna delle fiere. Giunse nuovamente la notte, mentre una tiepida luna s’affacciava, gialla e bella come l’oro che risplende, e venne nuovamente il sonno, fitto di sogni e voci. Nuovamente una voce femminea cantò il suo richiamo, e nuovamente Relue la udì: questa volta però le sue parole furono chiare, e la voce limpida Danzando su prati fioriti Sorse la mia stirpe Ammantata di nuvole e sole. Ora corro su distese Di vento caldo di mare, E il mio corpo si perde Su pascoli azzurri Scintillanti di stelle. Chi sono? Cercami a valle E mi troverai nuda E dormiente, sola Sorella e madre, Amante e sposa. Sono la compagna Delle tue notti sognanti E dei risvegli improvvisi: Sono la sposa fedele Che aspetta silente

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Il marito che torna. Sono la madre che alleva Sono la sorella che cresce. Sono la donna, Che ama, Desidera e spera. Sono ciò che tu non sei Né sarai mai: Sei ciò che io non sono Né comprenderò mai. Sono la terra che ti chiama E a sé ti lega, E alle sue pietre. Morto il canto, Relue si svegliò di sobbalzo, e senza meta partì alla ricerca. Vagò per l’isola, finché non si trovò a valle; nascosto sotto le foglie d’un albero, si riposò dal caldo, Relue. Allora udì un singhiozzare, come di neonato, ma d’un’innocenza strana, diversa: accostatosi alla fonte, vide qualcosa che non aveva mai vista; lì, per terra, giaceva sperduta e sola Evria, la prima donna. Allora Relue la strinse a sé, per proteggerla, e quella cessò il suo pianto: in quell’abbraccio si sentì quieta, e silente stette immersa in quelle braccia. Quando fu passato qualche minuto, allora Relue condusse lontano dalla valle Evria, verso i luoghi che l’uomo già conosceva, e lì rimasero, l’uno fissando l’altra, tentando di comunicare a gesti e parole: fra d’essi nacque il dialogo, e i due si capirono. In quel momento uomo e donna compresero d’essere l’uno il completamento dell’altra, e decisero di rimanere assieme, così come, per ogni altra creatura, femmina e maschio vivevano gli uni per gli altri. Relue ed Evria rimasero così assieme nelle isole, e conobbero ogni cosa, e vissero a lungo in pace e nella tranquillità più santa. Di tanto in tanto qualche sogno veniva a loro, di notte, e diceva di venire ad una grotta: lì, avrebbero sentito una voce; eppure, per lungo tempo, i due rimasero dubbiosi sul da farsi, e temevano che da quella grotta, mali nascessero. A volte Relue s’avvicinò al luogo indicatogli, cosicché bene imparò dove fosse, e quale fosse la via più veloce e migliore per arrivarci: tuttavia, mai v’entrò da solo. Così, la voce attese, mentre uomo e donna vivevano nell’isole. Una sera però un nuovo sogno venne, e questa volta le sue

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parole furono decise. In canto, una luce parlò ad entrambi, proferendo queste parole avvolte dal chiarore: Il canto si spande E le sue parole volano; Volano agli uomini, E la voce chiama. Venite, non è più tempo D’attesa e di timori. Venite a me, ché è giunto Il tempo di ascoltare Il chiaro suono Della mia voce. Udrete d’ogni bene, Che ogni cosa v’appartiene. Sarete felicemente liberi E al mio cospetto Voi vivrete. Svegliatisi, Relue ed Evria discussero del sogno che avevano avuto in comune, e decisero d’ubbidire alla sua richiesta.

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III Voci

Relue ed Evria vennero alla grotta – la grotta che tuo figlio conobbe, Felev – e la trovarono disabitata, vuota. Dentro, solo un bagliore splendeva, visibile anche dall’esterno. Guardatisi in viso, con un muto cenno di consenso, entrambi penetrarono, e seguirono quanto era stato loro chiesto dal sogno. Nulla trovarono dapprincipio, e le mura erano fredde, irte di punte aguzze: per terra pietre pungevano i piedi, e freddi i sassi raggelavano le membra. Eppure qualcosa spingeva proseguire: era il bagliore che ad ogni passo si faceva più intenso, e la sua luce riscaldava i corpi nudi dei due uomini. Proseguendo, Relue ed Evria giunsero fino alla parete che limitava la grotta: su di essa, bianca, splendeva una gran fiamma, senza legna o altro da ardere essa bruciava, e i lembi dei suoi fuochi giungevano fino al soffitto della caverna, senza oscurarlo; dalla fiamma non nasceva fumo, ma solo luce, e la cenere non le apparteneva, solo il bagliore. In ammirazione i due uomini s’accostarono alla fiamma, per osservarla più da vicino, quando una gran vampata, e un soffio di potente vento, annunziarono nuovi miracoli e voci: allora la grotta s’illuminò tutta a giorno, e in essa fu come se si risvegliasse la primavera nel fiore della sua vita. S’udì lo sgorgare di ruscelli, lo strepitare del mare sulle coste, e gli infiniti richiami delle fiere e delle creature più mansuete. Il vento rispose al vento, le foglie frusciarono d’assenso, mentre la fiamma si faceva più alta e rigogliosa, e gli uomini arretravano al suo splendore. Dopo poco, tutto fu nuova quiete, e tutto si placò al calmarsi della fiamma, mentre allibiti e increduli, Relue ed Evria rimanevano ad osservare. Passarono i minuti, e la fiamma arse ancora, abbagliando i volti dei suoi osservatori, finché Evria, sola, non decise d’accostarsi nuovamente: tutto fu nuovamente rigoglio, come pochi minuti prima, e la fiamma ancora s’accrebbe, più alta e splendente che poc’anzi; quasi da essa fu colta la donna, e su di lei fu Relue per proteggerla, entrambi colti da veneranda

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paura. In quel momento, la voce udita nei sogni si spanse dalla luce e parlò ai due uomini: - Finalmente siete venuti a me; che da me voi siete stati plasmati, e da me ottenete vita e libertà. - Chi sei? - Sono colui che è, e la fiamma imperitura della vita è solo una mia parte. - Perché ci chiami? - Perché è giusto che voi mi conosciate, e voi siete fra le mie genti: un giorno voi verrete a me, e mi vedrete in tutta la mia essenza, quando io sarò con voi. - Quando? Perché? - Quando io sarò fra voi, alla fine di tutto: prima vi coglierà la lunga notte. - Cos’è la lunga notte? - La morte che attende le stirpi d’Elettro; voi, Relue ed Evria. - Relue, è questo il mio nome? Ed il suo Evria? - Sì, io ve li diedi, a voi che siete il primo uomo e la prima donna. - Perché ci hai chiamati a te? Perché in questo luogo, tu che puoi tutto? - Perché conosceste la strada di questo luogo, e sapeste: d’ora in poi non dovrete più entrare in questa grotta, e vi sarà vietato ciò che qui sarà custodito. Per il resto, il mondo è la vostra casa. - Ci hai chiamati a te solo per dirci questo? - No, Relue: altro ho da dirti. Sappi che sarai padre d’una lunga stirpe, e la tua vita sarà sola nelle tue mani. Io oggi ti dono la possibilità d’essere felice, e d’avere nella tua gioia la compagnia di questa donna. I tuoi figli, qualsiasi cosa tu farai, lasceranno queste spiagge, troveranno nuove case: a loro un giorno sarà dato il dominio di quanto io ho narrato, e a loro la scelta di come adoperarlo; questo sarà il tuo dono alla tua discendenza. E tu, Evria, tu sarai madre dei suoi figli, e tuo sarà l’amore verso ciò che genererai; ne farai dono col cuore. Per sempre mi sarai più vicina e più lontana ad un tempo dell’uomo, ché nella tua natura si mescoleranno tante anime quante io ne seppi creare. In te, donna, brilleranno stelle, le più magnifiche, e s’oscureranno i più profondi pozzi e le profondità del mare. Tu sei la creatura preferita, e assieme quella che più mi si rivolterà e m’amerà: ma il tuo amore per sempre, sarà in parte amore del tuo

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amore. Ricordate queste mie parole, perché questo sarete e saranno i vostri figli. Ora andate nel mondo. - Sì, andiamo; mai più torneremo in questo luogo. - Lo spero, Relue, e ricordate: non dovrete mai penetrare questa grotta, né toccare ciò che vi si troverà; questo è il mio divieto per voi. Allora la voce s’acquietò, e ad essa si sostituì un sommesso canto, diffuso, di parole ignote agli uomini, e incomprese: in quelle parole si celava la nascita dell’uomo e il suo fato, le sue scelte ed il suo vivere. Relue ed Evria uscirono dalla grotta, promettendo solennemente di non farvi più ritorno, mentre ancora, dietro di loro, quel coro sommesso li seguiva, accompagnato, lontano, dallo sbattersi delle onde, continuo e veemente, contro la spiaggia: come quelle onde, le loro promesse passarono via ben presto.

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IV Errori di gioventù

Relue ed Evria tornarono alle loro vite sull’isola, e per lungo tempo trascorsero la vita in pace: passarono gli anni, e le cose sembrarono non cambiare. Ma i cuori e gli animi degli uomini facilmente si lasciano andare alla dimenticanza, e alla giustificazione; cercano le scuse per le proprie debolezze, invece che correggerle. Così accadde anche per primi della vostra stirpe, ed in ciò per nulla siete migliorati. Relue ed Evria sapevano che la grotta era loro vietata, e così se ne tenevano lontani: allora pascolavano le greggi nei campi, frequentavano le spiagge e i boschi. Passavano il loro tempo assieme,e assieme parlavano fra loro, e di nulla si curavano che di se stessi. Relue ed Evria osservavano tutto: osservavano il sorgere del sole e della luna, lo scrosciare delle onde sulla spiaggia, il crescere delle piante, ed il morire delle creature ed il loro svanire nel nulla. Osservavano, e ricordavano, ma senza comprendere: la cosa però non aveva importanza, perché semplicemente i due scrutavano e non scorgevano le ombre attorno alla loro vista. Il tempo passò, e molte delle cose dette parvero solo come ricordi, voci del passato che scorreva via, silenzioso e senza più sogni. Le onde del mare scotevano ancora le sabbie, gli astri ancora sorgevano e si nascondevano col trascorrere delle ore; ancora le piante crescevano e germogliavano, e da molte di esse nascevano frutti; sempre le creature attorno morivano, e persino Relue ed Evria ora si sentivano come più vecchi, anche se il loro fisico non era cambiato, e il loro aspetto appariva lo stesso del loro primo giorno. Tutto ancora si perdeva nel suo sbiadirsi, e i giorni, i mesi, gli anni scorrevano via, con il defluire delle acque, portandosi dietro domande che rimanevano senza risposta. L’inquietudine cresceva nei cuori di Relue ed Evria: cos’era tutto? Che fine faceva il sole al tramonto? Dove andava la luna all’alba? Perché la vita, perché la morte?

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Queste domande crescevano nel cuore degli uomini, e su tutto la sete della conoscenza: conoscere per conoscere, conoscere per essere se stessi; non la conoscenza per vivere, quando la vita era già data. Spesso di questo parlarono i due della stirpe d’Elettro, e spesso si mostrarono i loro dubbi: perché le onde, e cos’erano? Perché le nubi, i venti, e da dove venivano? Tante volte provarono a chiedere al silenzio, ma questo tale restò. Nessuna voce s’udì più, e l’isola, eccetto che le voci degli uomini e lo sbatter d’ali degli uccelli, rimase muta. Così la vita proseguì ancora a lungo, ed un segreto rancore crebbe in seno alla curiosità: rancore per una solitudine che non s’accettava, per un’ignoranza che non si desiderava, e delle conseguenze degli atti, che non si riuscivano a scorgere. Così gli uomini smisero di pascolare le greggi, e smisero d’osservare: colsero i frutti della terra, senza più chiedersi i perché; tanto non avrebbero ottenuto risposta, perché nessuno rispondeva più ai loro quesiti. Erano abbandonati a se stessi, e le loro scelte apparivano ora libere, soggette solo al loro volere; almeno, così presero a considerarle. Il desiderio d’andare alla grotta li colse senza che loro se ne accorgessero, Relue ed Evria. Quella tentazione si nascondeva bene nelle vesti della loro sete d’umanità: volevano essere uomini, e la cosa, per i due, implicava il ritorno a quel luogo. Allora Evria una volta andò da Relue; questi carezzava dei cani lì vicino, e con essi giocava, attendendo che venisse la notte. Interrotto quell’idillio, Evria prese con sé Relue, e gli parlò. Allora Relue si mostrò dubbioso, ma lei con poche parole fugò ogni incertezza: - Cosa c’è da temere! Andremo, osserveremo, e non faremo mai più ciò che c’è vietato: per una volta trasgrediremo le leggi, e finché la cosa sarà nascosta, nulla accadrà. Quieta il tuo dubbio, perché a noi è necessario, talvolta, concederci qualche debolezza. - Forse hai ragione, Evria; eppur temo. - Che cosa temi? Hai paura di tutto, mio caro? Ma lascia fare a me, e tu seguimi; agirai solo quando sarà il momento, quando te lo dirò io. Così alla fine decisero Relue ed Evria, ed attesero il nuovo giorno per andare alla grotta: la notte trascorse senza luna, né stelle, e nella luce che era scomparsa, dal loro capezzale si fugò anche il senno che li aveva fino ad allora frenati. Col nuovo sole, Relue ed Evria s’avviarono verso la grotta, per cui conoscevano il tragitto. Vicino ad essa, un piccolo torrente scorreva

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placido, e odore d’incenso: lì vicino, illuminato di luce propria, su di una roccia, un’iscrizione. Qui tutto avrà origine Per l’uomo, Qui la sua scelta Ed il suo fato. Relue lesse l’iscrizione, ma non comprese; solo, trascinato da Evria, penetrò nella grotta. La trovarono mutata, illuminata da candele e profumata d’incenso, dentro non brillava più la fiamma che un tempo li aveva chiamati. All’estremità della grotta, monili su di un altare, di cui gli uomini, nudi, non conoscevano l’uso, né conoscevano la funzione delle vesti che ricche giacevano per terra. Vicina ai monili, una otre, chiusa, attendeva come d’essere aperta, e il suo richiamo echeggiava per la grotta, colpendo facili bersagli in uomini sprovveduti. Evria non guardò neanche i monili e le vesti, ma il suo sguardo passò direttamente sull’otre, attratto da quello che, riconosceva, era il divieto maggiore. Desiderava ardentemente d’aprirla, ma non ne aveva il coraggio; allora si rivolse a Relue: - Relue, ecco l’otre che c’è vietata per dispetto. Su, aprila, e finalmente conosceremo la saggezza e la libertà, ne sono certa! - Non so, Evria; ora al suo cospetto, sono preso dal dubbio. - Non è più il tempo del dubbio, fugalo, e fa come ti chiedo, per favore. Vedrai che poi mi ringrazierai. - Va bene. Allora Relue s’accostò all’otre, e con due mani, posandola per terra, l’aprì. Dapprima un soffio di vento, poi un gorgheggiare come di mare, e il suono del tuono e della frana si riversarono nella grotta; il vento fu tempesta, e spazzò lontano da sé i due ospiti della caverna, investendoli. Bagliori bianchi pallidi si riversarono su Relue ed Evria, e questi li respirarono a pieni polmoni: i loro occhi s’aprirono, e i loro sguardi s’accesero di terrore, alla vista di ciò che era. Allora Relue corse all’otre, e di fretta la rimise sull’altare, aperta, mentre Evria afferrava di getto le vesti. I due uomini corsero via piangenti, fuori dalla grotta, senza più il coraggio di guardarsi, con istinti che mai avevano conosciuti prima d’allora. Si videro nudi, Relue ed Evria, e ne ebbero vergogna; nascostisi dietro rocce, si

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coprirono con le vesti che avevano recuperato nella caverna, mentre un roboante fulmine annunziava il tremore che coglieva l’isola intera.

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V Conseguenze

Tutto tremò, e s’alzò un forte vento fuori dalla grotta: il cielo si fece cupo, e gli alberi s’incrinarono. Sotto la pioggia, i due uomini si coprirono delle vesti prese nella grotta; fino ad allora non ne avevano sentito il bisogno. La notte non fece posto al giorno per lungo tempo, e la fitta valanga d’acqua dal cielo non trovò più pausa. L’isola tutta rumoreggiava, come se volesse espellere esseri che sentiva ora come corpi estranei. Relue allora pregò, pregò forte, implorando perdono e pietà, e dalla sua bocca sgorgò un canto che non più risuonò fra gli uomini, il suono della voce d’un maledetto. Fuggii nel dubbio La mia sorte, e ora Muore nella pioggia La mia vita. Via da qui Mi caccia la terra Che mi lega al suo ricordo. È la mia casa, Ma ora mi scaccia: Mai più qui Sarò benvenuto, Fra voci ormai silenti E passati sbagli Che amerò obliare. Su tutto questo, Solo, Chiedo perdono; Di tutto questo, Se vale, Me ne dolgo.

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A quelle parole il cielo rimase muto perché per quanto compiuto non c’era un’altra possibilità: e anche se ci fosse stata, temo, il tempo avrebbe portato agli stessi avvenimenti, né l’uomo impara mai dai suoi errori. Così Relue ed Evria costruirono una barca, e ben presto presero a navigare sul mare aperto, verso nord, cercando nuove terre da abitare, lontane dalle isole che avevano conosciute. Navigando, ben presto li colse ancora la tempesta, e l’onde alte li sbalzarono, come il rigetto d’un mondo che rifiutava i suoi carnefici. Così, in quello stato d’abbandono dolente, su una corrente nemica in acque agitate, Relue pianse, lagrime amare, e gridò forte al vento: - Perché, perché tutto deve andare così? Tutto finisce in un miserabile, mio fallimento. - Vedrai che tutto s’aggiusterà in un modo o in un altro, Relue. - Basta menzogne, Evria! Abbiamo commesso un errore. L’unica cosa che dovremmo fare ora, è chiedere perdono. Allora Relue pianse ancor di più, e le sue furono lagrime sulla vita di miseria che apprestava alla sua gente. Calò la notte, e venne un nuovo giorno, e poi ancora, finché nuove terre non furono visibili; davanti a quella visione, una nube di nebbia calò sugli occhi degli uomini, e un sonno di sogni. Nel sonno, di nuovo una voce conosciuta parlò, ora con tono amorevole e persuasivo: - Sappiate che non tutto è perduto, non tutto è fallito. Verrà il tempo in cui qualcuno laverà via il vostro errore, e verrà il tempo in cui l’errare vostro non sarà che un ricordo. Allora le isole che abbandonaste saranno di nuovo per voi terre accessibili, e la mia voce ritornerà ad essere chiara alle vostre orecchie. Per ora andate, ed il ricordo delle mie parole sia con voi. Così parlò la voce che quei primi uomini conoscevano così bene, e mai più essi la risentirono, anche dopo che nelle nuove terre, ad ovest del Lago Maggiore, essi si insediarono e conobbero il realizzarsi di quanto predetto loro e alla loro stirpe. Queste furono davvero le ultime parole che echeggiarono per quei due uomini; in seguito, la nebbia svanì, e il sonno si diradò, lasciando spazio alla veglia e ad un sole caldo. Gli uomini popolarono le terre del nord, e si moltiplicarono. Il racconto di come, dopo, incontrarono prima l’Oscuro così come era conosciuto in quelle terre, e poi gli elfi, questa è un’altra storia.

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- Questo è il mio racconto, Felev, le mie risposte: spero ti siano gradite. - Eppure, ancora mi parli della colpa di alcuni; ma perché questa deve essere la colpa di tutti? - Non di tutti voi la colpa, ma in tutti voi si trasmette quella colpa: è diverso, Felev, profondamente. Quel peso si riverbera sul vostro animo ormai da tanto; così lungo tempo è trascorso che ormai per voi è quasi naturale. Ma non è così! Non è nel vostro cuore questa follia! - Mi rendo conto sempre più, Viandante, che il nostro è un dialogo fra sordi. Tu non comprenderai mai quanto siano folli le tue teorie astratte, alla luce della sofferenza vera. Sono parole, solo questo. - Forse è così, ma forse no, Felev, e l’anima tua ti chiama ancora al dubbio, lo sento, e ti chiede ancora di credere e sperare. - L’anima mia, Viandante, è affare mio, e per quanto mi riguarda, forse, è già morta, per il troppo sangue versato. - Hai ragione, temo: il nostro è davvero un dialogo fra sordi. - E se è così, tanto vale stare muti. Completerò il compito che mi hai assegnato, te lo prometto: ma tu non chiedermi più di questo, perché nient’altro ti concederò in questa mia vita. - E sia così come mi chiedi, Felev. - Bene, ora va. Per questa notte non scriverò: impegni mi chiameranno domani, avrò da andare ai villaggi vicini, e bisognerà che io mi alzi presto. Ora vado a dormire: buona notte, Viandante, sempre che per te esista. - Esiste per me la notte, come per te; ma la mia è diversa, e si estende nei tempi assai lungi in cui cose che non dovrebbero essere dimenticate, vanno perdute. Cuori che non dovrebbero obliare, s’arrovellano nelle loro tane, chiusi in piccoli cunicoli; allora si perde la loro umanità in sottigliezze e creazioni di fantasie malate, e tutta questa bellezza che è cantata, questa creazione dell’uomo stesso, diviene l’unico fine. Altro è il bello, altro ciò che dovreste cercare: ma così non sarà, finché, forse, non l’avrete perso. Il genio, questo mirabile pasticcio di follie ed egoismi, e false libertà: ecco cosa cercate, scordando che la vostra libertà assai costa cara, e che il vostro genio, spesso, non è che un miraggio che si specchia su oceani d’animi alteri. Gloria e potere, e le seduzioni del vostro lasciar fare e del quieto vivere, sono vostri obiettivi: le prime scompaiono col calar del sole, le seconde si scontrano con le loro stesse conseguenze; di

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questo non vi occupate, non vi interessa, e ciò che l’uomo lascia all’uomo in retaggio, non è affare vostro. Ma sia così, se così deve essere. Così concluse il suo discorso il Viandante, sbiadendo nella notte. Presto la sua figura non fu più, mentre la luce si spegneva nella stanza, e Felev, più quieto per il sonno, s’addormentava al cullarlo della notte.

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RACCONTI D’ESTATE

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I La verità

I ricordi del Viandante armarono di nuovo le parole del Grande Re, le mie parole, Felev; l’ultimo sovrano di tutti gli uomini. Venne il giorno dell’interrogatorio, alla fine. Quella mattina la luce penetrava forte dalle grate, e un caldo umido soffocava la bocca; il corpo sudato si rannicchiava alla ricerca d’un po’ di frescura, ma di essa, solo l’abbaglio sotto i raggi potenti del sole. Dopo due giorni che Nolundir e Porin erano rinchiusi in quella cella bollente, finalmente vennero ad interrogarli, a chiedere la loro versione dei fatti. Un gran vociare si sparse della città, perché quel giorno ci sarebbe stato il confronto fra accusatori ed accusati, e si sarebbe stabilita, o almeno si sarebbe tentato, la verità. Porin era nervoso: sul suo viso contrariato e stirato, come da presse, per tutto quello che stava accadendo, scorrevano gocce di sudore e paura, e la pelle, bianca di fremiti, improvvisamente s’accendeva di rabbia. Allora l’orgoglio sopito dell’uomo che si riteneva nel giusto, senza saperlo esplodeva e le mani tremavano senza motivo, la vista si faceva più cupa, come gli occhi dell’uomo, le labbra si inarcavano in uno sguardo d’odio puro e di vendetta; vendetta, sì, su chi tentava di colpire impunemente lui e mio figlio, che già avevano provato abbastanza i colpi della vita in quei giorni. Nolundir era invece immobile: immerso nelle sue profonde visioni (era pallido in viso, due giorni l’avevano smagrito come anni d’ascesi) e non s’accorgeva di nulla intorno a lui. Le sue gote ogni tanto si tingevano di rosso, ma non di furore, solo la prova che il sangue ancora scorreva in lui, ultimo segnacolo d’una vita che già sembrava abbandonarlo, sicura d’una condanna. Le game rannicchiate al corpo, le mani a tenerle, lo sguardo impietrito, gli occhi chiusi: così si presentava mio figlio ai suoi carcerieri, mentre questi, curiosi, lo scrutavano, come per scorgere l’ultimo segno della sua rinomata vitalità, o i primi segnali d’una follia che, ne erano quasi certi, gli si accostava come una compagna di viaggio.

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D’impeto, Porin prese a parlargli: - Cosa credi ci diranno? - Non so; probabilmente l’accusa – rispose Nolundir, incredibilmente desto. - Certo, questo lo immagino anch’io; ma sono sicuro che tenteranno di trarci in errore, di coglierci in fallo, di trovare qualche nostra contraddizione. Conosco questi uomini, quanto pensano d’essere arguti… - Fanno solo ciò che sono chiamati a fare, Porin. - Dobbiamo organizzare cosa diremo. - Tu dì la verità, al resto penserà chi di dovere. - Ti sei già arreso. - Sono solo sicuro delle nostre azioni, Porin. Diremo che siamo innocenti; per il resto, si vedrà. Fu un vociare acceso, a risvegliare sull’esterno i sensi dei due carcerati: rumore di porte che s’aprivano, e d’uomini che percorrevano il lungo corridoio verso la loro cella. Una voce squillante, più forte delle altre, chiedeva informazioni, già al suo udire, sicura di sé. Un’ombra distesa sul pavimento fu la prima impressione che ebbe Porin della sua condanna: quell’ombra veniva a prenderlo, sentiva, e a portarlo al patibolo. Poi l’ombra si fece carne, e apparve il volto grassoccio d’un uomo scuro, sui cinquant’anni d’età, capelli grigi che gli si diradavano sulla testa, corti. Gli occhi guizzavano tronfi di calma qua e là, mentre lo sguardo si posava su Nolundir e Porin, ora fissi sul loro accusatore. Questi li guardò per qualche istante, con un largo sorriso fra i denti, bianco, che splendeva in mezzo a quelle guance paffute e sudate per il caldo. Poi di nuovo quella voce udita pochi istanti prima, proruppe, mentre dietro l’uomo s’accavallavano nuove figure ad assistere, testimoni: - Ebbene, mi spiace doverla conoscere in questa situazione, mio principe. - Dispiace anche a me. La cella s’aprì, e Nolundir, mio figlio, s’alzò, avvicinandosi all’uomo che aveva parlato, per stringergli la mano; subito i carcerieri s’avventarono su di lui, sbattendolo contro il muro, mentre l’uomo grasso e scuro, come impaurito, arretrava, nascondendosi, Quando tutto si calmò, si rifece avanti: - Stia calmo, e tutto andrà bene, principe. - Volevo solo stringerle la mano, tutto qui.

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- Quello che lei voleva, o non voleva fare, questo tocca a noi scoprirlo. Ora si sieda, perché dobbiamo fare una lunga chiacchierata. Voi – disse rivolgendosi ai carcerieri – portate via l’altro. Così Porin fu preso di peso e portato via, in un’altra cella, dall’altra parte del carcere. Da lì non udì niente di quanto disse Nolundir interrogato: - Cominciamo. Dov’era la sera dell’omicidio? - Per strada, in giro con Porin. Prima eravamo andati in una taverna, a bere. - E tu bevesti? – l’accusatore usava ora un tono più confidenziale, mentre un sorriso bonaccione, da complice, s’affacciava sotto il naso camuso. - No, non amo bere. - E il tuo amico? Lui invece ama bere? - Sì. - C’è qualcuno che può testimoniare quanto avvenne? Fin quando voi rimaneste lì? - Sì, forse; ma nessuno lì ci riconobbe, almeno da quanto ne so. - Quindi, in realtà, nessun testimone, eccetto voi stessi. - Penso di poter dire così. - Bene, e dopo? Raccontami i particolari. - Dopo – l’accusatore prese a passeggiare tranquillo sul racconto di mio figlio, mentre le parole tentavano d’afferrare e rendere solido quanto era successo nella sera dell’omicidio – passeggiammo per strada, e poi ci trovammo per caso sotto la casa di Malinwe. - Per caso, vero? - Sì, per caso. - Bene, e poi? - Udimmo voci, e ci accostammo alla porta d’ingresso: era aperta. Entrammo, insospettiti, e al buio giungemmo alla stanza di Malinwe. Lì lo trovammo morto. - E il sangue sulle vostre mani? - Urtammo qualcosa per terra, al buio, e lo raccogliemmo: era il coltello. - Già, con cui vi trovarono gli uomini accorsi e le guardie. - Sì, proprio quello. - Principe, si rende conto che senza testimonianze la sua condizione è indifendibile. - Lo immagino – rispose quieto in animo Nolundir.

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- E non sa trovare di meglio? - No davvero, questa è la verità. - Lo chiederò un’ultima volta, principe: ha ucciso lei il consigliere del Grande Re chiamato Malinwe. - No, lo giurò sulla verità. - Ma lo odiava, giusto. - Forse sì, forse per un po’ l’ho odiato. - Va bene. Basta così. Portatelo fuori e recatemi l’altro. Così Nolundir fu condotto presso un’altra cella, e venne portato davanti all’uomo che procedeva alle indagini Porin. Sbattuto in una cella, Nolundir non poté ascoltare, mentre Porin veniva frettolosamente interrogato, e le sue parole consumavano la tragedia a venire. - E ora? Cosa devo fare? Non verrò mai creduto. La voce di Nolundir proruppe da sola, senza nessuno che potesse ascoltarla, nel vuoto d’una cella. Nolundir si teneva con le mani il viso, trattenendo a stento le lacrime: - Non va, non ci riesco. Nuovamente il terrore, la paura, la voglia di fuggire via: - Relimam, se solo tu fossi qui… Passi nervosi nella stanza, e il ticchettare d’una guardia alle grate che richiamava il silenzio: - Non ci riesco, voglio scappare via! Niente ha senso, non posso portare questa maschera di quiete e rassegnazione, non io! - Silenzio! - Tutto è finzione, dolore…cosa fare, cosa dire? Dove sono ora le certezze dei sogni? Dove le speranze? Abbandono Porin al suo tormento, e fingo un animo che non ho. Non sono un martire, non sono un eroe. Non è per me questa sorte, questo peso: sono solo un ometto che si perde in questo sentiero, e tutta la mia vita non è stata che un inganno costruito da me stesso. Sì, tutti si sono sbagliati su di me: troppo vile per morire, troppo vile per fuggire; posso solo languire in questo oblio, e forse è questo ciò che merito. Ma lui, ma Porin, lui che c’entra? Si salvi almeno lui, almeno lui possa fuggire da questa mia sciagura. Lui che c’entra? Lui che c’entra? Nolundir si sedette, e il suo sguardo si perse nel buio della sala; gli occhi, prima vivi, d’un tratto s’arrestarono, come inermi, e le labbra tremarono, assieme alle dita nelle mani. Il principe sembrava in preda come a visioni,

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al più puro dei terrori. La febbre salì nelle sue membra, d’un tratto, e il viso si fece rosso di calore. In uno spasimo, il corpo s’agitò tutto, poi più nulla, mentre le palpebre si chiudevano in un fuggevole riposo. Dopo qualche istante, il singhiozzare interruppe nuovamente il correre dei pensieri, e le lagrime corsero sul volto. Le mani portate assieme le asciugarono, mentre s’avvertiva un lontano frastuono, dalla cella dell’interrogatorio. L’amico del principe, ritto davanti all’accusatore, ascoltava digrignando i denti, mentre le domande s’accavallavano: - Lei ama bere, alcolici intendo, vero? - Mi sta chiedendo se sono astemio? No, non lo sono. - E quella sera, aveva bevuto? - Sì, avevo bevuto. - Capisco – l’uomo scuro e tronfio di se stesso si massaggiava le guance grassocce, goffo e sicuro del proprio acume; dietro un vociare preludeva all’apice dell’interrogatorio – e si ricorda bene, quindi, cosa è avvenuto dopo che ha bevuto, vero? - Io e Nolundir siamo andati un po’ in giro. - Mi sa dire che strade avete percorso? - Le strade? Ecco, vediamo: no, non le ricordo. - Come immaginavo – l’accusatore, con movenze teatrali si voltò verso i suoi testimoni, alzando le braccia in segno di trionfo, prendendo una pausa prima di ricominciare; ma a sorpresa, Porin lo interruppe, irritandolo. - Non vincerà nessun premio dimostrando che ero ubriaco: noi non abbiamo ucciso! - Stia zitto e risponda alle domande! Quando deve parlare lo stabilisco io! Allora l’uomo, con cassettini corti e respiro ansimante, gli occhi che uscivano dalle orbite per l’improvviso furore, s’avvicinò all’amico del principe, e con le braccia paffute, e fatica spesa nell’atto, diede un forte colpo sul viso del carcerato. Questi per reazione gli si avventò contro, e subito le guardie intervennero per sedare la rissa: Porin fu preso a calci e pestoni, e le sue braccia legate. L’accusatore, calmatosi e medicata con un fazzoletto una piccola ferita che s’aera fatto sopra un occhio, s’accostò di nuovo al carcerato, e con fare risoluto riprese:

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- Ora mi dica, ricorda cosa avete fatto per strada? - Abbiamo camminato, non ricordo altro. - E qualcuno vi ha visti? - Non so, non mi viene in mente niente. - Non ricorda o non sa: o forse non vuole ricordare, né può. Nuovamente l’accusatore si volse al suo pubblico, acclamato sotto voce, e facendo imbestialire Porin: - E poi? - Arrivammo alla casa di Malinwe. - E lì? Ricorda cosa accadde? - Le mie idee sono confuse…Nolundir mi condusse dentro: era buio… poi ricordo solo il sangue. - Già, il sangue che avevate sulle mani; ed il coltello fu ritrovato fra le dita del principe, l’assassino. - No! Né Nolundir né io uccidemmo Malinwe! Ne sono certo! - E come fa – l’uomo grassoccio e grondante sudore s’infervorò – come fa ad esserne certo, se non ricorda niente: vuole sapere cosa accadde, Porin, quella sera? Vuole saperlo, dato che lei non ricorda? Il suo amico, spinto dall’odio verso chi lo aveva rovinato, venne alla sua casa, in compagnia d’un ubriaco. Col favore del buio, e con la conoscenza delle stanze data da una lunga frequentazione, penetrò fino alla camera di Malinwe; con un coltello che portava con sé lo uccise, e lei, inebriato dall’alcol, lo aiutò. Ma qualcosa andò storto, qualcuno vi udì, Malinwe gridò: colti in fallo dalla servitù, veniste catturati dalle guardie. Un omicidio commesso per rabbia e per orgoglio, e accecato dal vino: ecco cosa accadde quella sera, e di cosa siete colpevoli. - Bugie! Sono tutte bugie! - Sarà vero, ma tutto va contro di voi. - Non potete, sono solo bugie! Ma quelle ultime parole risuonarono a vuoto: l’uomo che aveva condotto l’interrogatorio s’allontanava, trionfante, accertandosi che i testimoni avessero appuntato tutto. Nolundir venne riportato alla sua cella, e alla sua vista apparve un Porin alterato, dagli occhi iniettati di sangue e di lacrime. Solo l’orgoglio non aveva dubbi, ma il resto della sua anima ora era pervasa dall’angoscia, per cosa temeva d’avere commesso la sera dell’omicidio, e per cosa temeva d’avere commesso quel giorno.

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A nulla servì il fraterno abbraccio del principe, e il richiudersi di qualche porta lontana fu come l’ultimo canto della loro stessa libertà.

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II Giudizi

Qualche giorno dopo i due carcerati furono portati all’esterno. Fuori faceva caldo, e le strade sembravano come vuote, deserte, sotto i loro passi bagnati di sudore. Non si vedeva nessuno in giro, tutti apparivano chiusi nelle loro case, acquattati dietro le finestre, sospettosi. I segni della malattia che ancora dilagava, il Nuovo Male, così veniva chiamato, erano chiari ovunque. Resti di cadaveri erano sparsi, e di tanto in tanto si scorgeva qualche uomo mentre trascinava la salma d’un qualche caro. Bisbigliando, Porin chiese a Nolundir: - Dove ci portano? Tu lo sai? - Penso ad udire giudizio e sentenza. - E secondo te quale sarà? - Non so; ma credo di poterla immaginare. Mentre rispondeva, Nolundir era pallido. Il sole alto abbagliava i suoi occhi, e il corpo stanco sentiva ora il peso di giorni di prigionia e tormento. La testa era sempre chinata verso il basso, le gambe deboli; a stento Nolundir si reggeva in piedi, e una delle guardie lo sorreggeva accompagnandolo: - Cos’hai, Nolundir? Come ti senti? – domandò Porin nell’impeto della sua antica amicizia. - Niente, sto bene: mi sento solo stanco. - Se vuoi, puoi appoggiarti a me. - No, non ti preoccupare, Porin. Ce la faccio anche così. Tu, piuttosto, come ti senti. - Come uno che sta per essere condannato a morte; ecco come mi sento. Con quelle parole chinarono entrambi il capo, e proseguirono, da quel momento muti. Quello che videro in seguito, non li stupì affatto.

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Io, Felev, giunsi alla piazza dove venne letta prima la sentenza, e poi la pena a cui furono condannati gli imputati, che ancora mio figlio stava giungendo. Lo vidi arrivare, senza potergli parlare, né toccarlo: fino ad allora non mi era stato concesso, e, mi si diceva, avrei potuto farlo solo dopo le decisioni. Era una mattinata calda, afosa: sedutomi sul mio trono, a distanza dalla corte, vidi tutta la scena, come in un teatro, mentre un pubblico recalcitrante applaudiva esasperato; mia moglie, accanto, si teneva il viso, pallida per il caldo e la scena a cui, povera, era costretta ad assistere. Quella fu una delle giornate più nere nella mia vita. Il palco era montato su di un alto podio quadrangolare, nel centro della piazza, chiamata, della Giustizia. Lì da tempo si tenevano le sentenze dei processi e le condanne, di fronte solitamente ad uno scarso pubblico. Ma quel giorno, malgrado il caldo, in tanti si erano radunati ad osservare, a commentare, a congetturare. Molti fra gli spettatori assomigliavano più a spettri che a uomini: merito della malattia che imperversava, e della fatica che procurava ai vivi. Quanti infatti fio a quel momento non s’erano ammalati, avevano, ovviamente, da badare ai loro cari infetti, alle loro ultime volontà: perché cure, non se ne trovavano. Il podio era di legno, come il palco: su di esso, delle sedie per gli imputati, e di fronte, dietro un tavolo all’apparenza finemente lavorato, dei troni, sette, per i giudici. Attraverso delle scale ad alti gradoni, Nolundir e Porin furono sul palco, accompagnati dalle guardie, due per ciascuno. Sedutisi, dando le spalle al fitto pubblico che si era accalcato dietro di loro e che di già mormorava, i due attesero i giudici. I giudici vennero, in fila, l’uno dietro l’altro: il loro sguardo era assente, il rumore dei loro passi echeggiava in maniera sinistra sulla legna, rimbombando nel brusio della piazza, giungendo fino alle orecchie più disinteressate. Ciascuno di loro era vestito secondo il cerimoniale: una lunga tunica rossa pendeva sul loro corpo, fino a strisciare per terra, dilungandosi in un’ampia falda sul pavimento; sulla tunica, un manto nero, messo su di una sola spalla, indossato con malcelata disabitudine; su tutto, uno spillone dorato, splendente, a forma di otto aperto, la cui unica funzione era fermare assieme manto e tunica. Qualcuno fra i giudici indossava anche, alla mano sinistra, dei lunghi guanti neri, fino all’avambraccio, con sopra degli anellini: quelli erano i membri della corte di grado superiore, ed un numero maggiore d’anelli indicava una maggiore importanza. Su tutti i giurati spiccava poi un uomo, più alto anche di

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statura, con indosso un alto e pesante copricapo: il cappello era nero, con dei lunghi pendenti argentati che calavano sui lati, ad incorniciare un viso spento per il caldo, amplificato dal copricapo. Quando tutti i giudici furono ben posizionati davanti al tavolo, salutarono verso la folla, e poi s’andarono a posizionare sui loro troni. Quando furono messi composti, il più importante di loro, quello con il cappello, si issò in piedi, a fatica. Era un vecchio, uno di quei giudici di lungo corso, che avevano caratterizzato, in parte, con le loro decisioni, anche la sorte stessa del regno. Come fu ben dritto, il giudice fece cenno agli imputati d’alzarsi anch’essi, e poi prese la parola: - Di fronte a questa corte, principe Nolundir, e voi, Porin, avete nulla da dire? Conoscete le accuse che vi si fanno? - Sì, le conosciamo. - E cosa rispondete ad esse? - Rispondiamo – disse a piena voce Nolundir – che siamo del tutto innocenti della morte di Malinwe. - Negate quindi d’essere stati voi gli assassini del consigliere chiamato Malinwe? - Sì – fece ancora Nolundir – lo neghiamo. - Sapete che tutte le prove depongono contro di voi? Ma a quella domanda non ci fu risposta; dopo qualche istante di silenzio, il giudice riprese nuovamente: - Ebbene, la corte ha deciso Allora un altro fra i giudici s’alzò, e venne accanto al suo superiore, portando una pergamena, intarsiata, di quelle che s’usano a corte. La srotolò e la consegnò al vecchio oratore, e questi lesse: - Questa è la decisione della corte: viste le prove, tutte a danno degli imputati; visto che gli imputati qui presenti non hanno saputo portare testimoni della loro innocenza, e unico dato che recano per essa è la loro parola; vista la gravita dell’accaduto – a queste parole seguì una lunga pausa, inframmezzata solamente da urletti che provenivano dalla folla; in questa, solo il palco regale rimaneva muto – gli imputati in piedi qui davanti a noi sono dichiarati colpevoli. La folla gridò d’approvazione: davanti a sé vedeva dei colpevoli che andavano puniti, era certo; e in più erano anche gli uomini che avevano portato dal loro viaggio folle il male che li stava scotendo tutti…ora dovevano davvero pagare per tutto.

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E io, Grande re, assistetti impotente a quella scena, mentre tutta la mia gente reclamava il sangue di mio figlio. Il cielo crollava sulla pedana rialzata da cui assistevo a quell’incubo, e nel caos una sola parola veniva alla mia bocca, pressante, spingendo onnipotente fra la torma di pensieri e paure che ora si affacciavano alla mia mente. Perché? Perché alla mia casa, alla mia famiglia? Perché alla mia gente? Perché quegli stupidi non stavano zitti, invece d’affogare la loro idiozia nella condanna? Perché desideravano tanto la morte di chi aveva tentato d’aiutarli? Perché doveva contare tanto per loro se mio figlio aveva ucciso un uomo, che fino ad allora, non avevano neanche mai considerato? Ma ovviamente non arrivava risposta, né dal cielo né dagli spettatori di quel teatrino, di quella farsa tragica, completamente disinteressati a quanto accadeva dietro di loro. Occhi, un infinità, erano puntati sul palco, tutti intenti ad osservare, a scrutare, a condannare. Fra di essi, sguardi di tutti i tipi, da quelli di bimbi ancora innocenti, a quelli d’uomini vissuti; dagli occhi di anziani ormai stanchi, si poteva passare alle dita puntate di donne isteriche, bisbetiche che sfogavano la loro irresistibile voglia di aprire la bocca e parlare di ciò che non capivano, indicando, additando. Erano tutti giudici, senza esserlo mai stato. Ma anche altri visi fissavano i colpevoli, diversi; erano diversi anche fra di loro: l’uno, fremente, era fra quelli che più sbraitava, l’altro, silenzioso, osservava voltandosi in ogni direzione, stupito e sconvolto. Allora quest’uomo si volse indietro, ad osservare il Grande Re e la moglie. Li vide, sempre guardando in silenzio: ma i suoi occhi giungevano più in profondità d’una lama, penetravano nell’anima, scavavano nelle profondità, giungevano fino alle radici di quel dolore che ora straziava una famiglia. Erano occhi colpevoli, colpevoli d’omicidio. Erano occhi impuniti. Erano occhi che osservavano chi pagava per lui. Una mano li coprì, chiudendoli, mentre accanto il complice notava, e trascinando per il braccio, poneva fine a quell’improvviso rimorso. Insieme, i due uomini s’allontanarono, si rinchiusero in una casa, aspettando che quella fitta al cuore passasse; attesero che quella marea d’emozioni si spegnesse contro la roccia d’un animo di pietra, ma la cosa

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non accadde. Una frase sola uscì da quel viso spento, che osservava occhi che non lo comprendevano più, ma che in parte compativano: - Quell’uomo paga per noi; non capisco. - Ma questa corte non ha ancora stabilito la condanna. Perciò si ritira a giudizio, rimandando la comunicazione della pena a questo pomeriggio, al tramonto. Per ora i condannati vengano riportati in carcere. Così le guardie attorno a Porin e Nolundir condussero i due uomini, attraverso le scale da cui erano saliti, sotto il palco. Insulti ricoprirono il principe e il suo amico, infangando il loro onore e le loro famiglie: ma allora cosa contava. Era Porin ora ad essere pallido, bianco come un lenzuolo, quasi un fantasma. Ma non era così per il caldo, no, solo per tutto quello che gli accadeva, che ora si realizzava concretamente, in decisioni: - Ci portano via tutto… - No, non pensare questo, Porin. La voce di Nolundir fu incredibilmente chiara, tranquilla. Il Principe sembrava certo chiaro in viso, ma non pallido, anche se i suoi occhi vagavano nel vuoto, senza meta: - Cosa abbiamo noi più da dare? Non ti chiedere mai cos’hai da prendere dagli altri, solo cosa hai da dare. Noi non abbiamo più niente: faccio dono dell’unica cosa rimastami. Non saremo eroi, né martiri: siamo solo uomini, non dimenticarlo. Dopo quelle parole, in silenzio, i due tornarono in carcere.

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III Sentenze

- E’ strano, vero? - Cosa, Nolundir? - Come tutto alla fine sparisca; persino le persone. - Che vuoi dire? Tutto ciò che si sentiva nella cella erano le parole dei due amici. Quel discorso, frutto di pensieri che ormai sfuggivano dal senno, appariva come il volo d’una follia che si realizzava improvvisa, senza avvisaglie: - Credi che io stia impazzendo? - No, Nolundir, come puoi pensarlo; ma non capisco… - Guarda, anche noi spariamo; anche chi ci è stato vicino, o ha finto d’esserlo, sparisce senza lasciare traccia. - Cosa stai dicendo… - Il mondo ti usa, la gente ti usa, finché ha bisogno della tua esistenza; poi, via, la tua vita viene gettata, fra i rifiuti. - Nolundir, calmati… - Follia, il nome comune dell’intransigenza; sai, mi chiedo se i folli non siano che rabbiosi. - Calma Nolundir, questi discorsi non sono da te: il principe che conosco non direbbe queste frasi, non si abbandonerebbe al dolore. Morirebbe con dignità. - Morire con dignità? E cos’è la dignità? Il buon costume di non dar fastidio agli altri neanche nel momento della morte? Forse hai ragione, però. Forse, come sempre, sei lo specchio che riflette l’immagine che io, in quel momento, non so più mostrare. Porin scosse il capo, accigliato: - Non so cosa sono, Nolundir: forse nessuno lo sa davvero, e ciascuno si costruisce da sé la sua immagine. Ma so che ora stai dando di folle, e stai dicendo cose non da te.

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- Hai ragione ancora! Moriremo, se dovremo. Morirò, perché devo, sia chiaro, non perché voglio. Non mi interessa compiere il compito che qualcuno mi ha imposto; non mi interessa lottare in una lotta più grande di me, non sono uomo da farlo. Non sono uomo tanto grande da morire per salvare qualcun altro, sebbene qualcuno forse lo creda o ci speri: morirò perché, ormai ne sono certo, ciascuno di noi è in parte colpevole di tutto quanto avviene fra di noi; se sono chiamato a portare questo peso, ebbene, lo porterò, ma per il resto, nient’altro. - Assomigli sempre più a tuo padre, sai: ormai avete la stessa ostinata e rabbiosa rassegnazione. Moriremo, se dovremo, come dici, e a me pesa molto più di te; sono molto più debole di te, Nolundir! Moriremo, se dovremo; del resto, c’è qualcuno che lo vuole? - Perché, Porin, non lo sai? Non hai mai provato il desiderio di morire, di fuggire via, altrove? Sei stato così fortunato in vita? Credi davvero che qualcuno non possa desiderare di morire? - Perdonami, forse non ho mai riflettuto sul serio sulla cosa… - Oh, non sai quanto si può desiderare la morte; e allo stesso tempo temerla. Un filo sottile ti tiene ancora legato alla vita, fino all’ultimo, ed è così resistente! Quanta fatica per trovare la forza di reciderlo! Alla fine, molti di più di quanti pensi, non trovano il coraggio di farlo. - Silenzio, dobbiamo andare – intervenne una delle guardie. Così i carcerati vennero ricondotti in piazza. Attesi la condanna sulla stessa pedana, sullo stesso trono da cui appresi della sentenza: mia moglie era accanto, ma per tutte le ore dell’attesa non parlammo. Non mangiammo neanche, solo rimanemmo ad osservare la folla che si diradava lentamente, mentre ciascuno tornava alle sue occupazioni. Sembrava che noi non avessimo niente da fare, ma in realtà la questione era diversa: improvvisamente, tutto l’equilibrio che c’eravamo creati attorno, si sfasciava. Con una rapidità sorprendente, tutto si rivoltava contro di me e la mia famiglia: la malattia, la condanna di mio figlio. Norea, da quando nostro figlio era stato arrestato, aveva smesso di parlarmi. Non capiva come non potessi intervenire, come non volessi fare nulla per impedire quanto accadeva. E cosa potevo fare? Impedire il processo e causare una rivolta? Cosa potevo fare, se mio figlio non voleva il mio aiuto? Lui si dichiarava innocente, e ancora oggi gli credo: ma tutto era contro di lui, e

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un’ammissione di colpa gli avrebbe giovato molto di più; se si fosse dichiarato pentito, avrebbe evitato la morte, ma così… No, lui era troppo orgoglioso, troppo fiero… Preferiva l’onore alla vita, il dovere alla realtà… Si doveva tentare, come disse per la spedizione verso le isole da cui provenne il male che c abbatteva; ora doveva pagare, lui stesso… Lui, Nolundir, non poteva essere come tutti gli ometti che valicano la vita cercando solo di evitare quanto più possibile il male, la sventura: no, lui doveva proseguire per la sua strada, doveva affrontare tutto con la testa alta; piuttosto cadere per terra, che inginocchiarsi o calare la testa… Stupido. Per quel suo egoismo da grand’uomo l’ho odiato, lo ammetto: è stata forse la prima persona che ho odiato davvero; perché lo vedevo superiore a me stesso; perché vedevo che mio figlio faceva, che lo volesse o no, ciò che io non ero capace di fare. Ad un tempo lo amavo, lo ammiravo, e lui lo sapeva. Venne assieme a Porin, sempre accompagnati dalla loro scorta di guardie che li controllavano come dei pericolosi criminali: mio figlio, una delle persone più pacifiche che abbia mai conosciuto, ed il suo amico, che la tranquillità andava ricercando nella vita. Sembravano tranquilli, entrambi, ma il loro fisico era stanco: lo si vedeva dall’incedere traballante, dal passo lento, tremulo. Erano accaldati, sudati, mentre la folla nuovamente accorreva. Di nuovo le acclamazioni, gli insulti, le accuse: non avrebbero sfogato di più la loro rabbia, neanche se il morto fosse stato un loro parente. I due uomini tornarono anch’essi in piazza: già il principe ed il suo amico erano sul luogo, seduti, ad attendere che la corte si riunisse. Un muro di persone li separava dal podio, inferocito. Qualcuno urlava accuse verso il principe: lo si accusava d’essere il vero responsabile di tutti i mali che fino a quel momento avevano colpito il Grande Regno e gli uomini tutti. Chi meglio di lui? Una persona di prestigio, da invidiare; un giovane, da accusare di inesperienza; una persona di potere, su cui riversare le proprie frustrazioni ed i propri fallimenti. La corte giunse, in fine: appostatisi tutti, nuovamente il più importante fra i giurati parlò.

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La lettura della condanna avvenne sotto i miei occhi: ovviamente, come Grande Re, dovevo essere presente, assistere, senza discutere quanto la giustizia e le leggi imponevano; era il prezzo della civiltà. Quelle parole risuonarono nella piazza, improvvisamente silenziosa, nella attesa che quei fatidici suoni, tanto attesi, rintoccassero come il suono dell’ultima campana per i due condannati. - I colpevoli sono condannati alla pena capitale, come previsto dalla legge. La sentenza verrà eseguita fra tre giorni, all’ora del tramonto. Lo strumento, sarà l’impiccagione. Vidi Porin piangere, in uno scoppio improvviso dei dolore e di lucidità. La folla, la gente che avevo amato, a modo mio, e che assieme alla mia famiglia, con la mia corte, avevo cercato di guidare, ululò d gioia. Otteneva ciò che desiderava, che altro aveva da chiedere? Era l’ora di esultare. L’unico a rimanere impassibile fu mio figlio, ed io nell’osservarlo. Divenne solamente più pallido di quanto già era, mentre veniva portato via, sempre dalle guardie che ora mai erano i suoi custodi. Scendeva le scale spinto chissà da quali pensieri, non sembrava interessarsi di quello che gli avveniva attorno, mentre contro di lui volava di tutto, lanciato dalla gente: forse in quel momento mio figlio pensava solo alla sua morte; del resto, non lo saprò mai. Con una pacca tentò di confortare quell’amico fraterno che ora moriva della stessa sua fine, ma la cosa non valse a molto. Porin continuò a piangere, senza potersi trattenere, mentre nel frattempo entrambi sparivano fra le vie, verso il carcere. Accanto a me, Norea non guardava più: con una mano sugli occhi, aveva chiuso le porte del suo cuore al mondo intero; compreso in quel mondo che si lasciava alle spalle, c’ero anch’io, ormai corpo estraneo nella sua vita. Lo scoppio delle grida coprì ogni eventuale commento, ogni pensiero, rimorso. Bisognava festeggiare, per non essere da meno di quanti s’erano ritrovati in quella piazza per quell’evento: non era solo la condanna d’un colpevole (e gli occhi che fissavano quel capro espiatorio, un tempo chiamato principe, lo sapevano innocente); era anche la rivolta dei poveri contro i potenti. Non si combatte contro il potere, semmai quello lo si desidera: si combatte contro i potenti, perché di essi si vuole l’autorità. Ora

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la folla s’esaltava perché vedeva il dolore che, nella crisi che sconvolgeva gli uomini tutti, colpiva il sovrano ed i suoi. In realtà di Nolundir, non interessava niente: in lui e con lui, pagava suo padre e la sua stirpe. Nient’altro. Finito tutto, anche i due veri colpevoli tornarono alle loro occupazioni. Ormai era sera, la notte li chiamava al suo riposo; ma ovunque si espandeva una malcelata soddisfazione, e il motto del giorno echeggiava di casa in casa. Esulta Ché giustizia è fatta. Col sonno, anche quelle palpebre colpevoli si calarono, ed il sonno li ammantò di sogni: ma la quiete, quella no, non venne. Al suo posto, il rimorso.

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IV L’oblio

- E ora? Cosa faremo? - Non lo so, Porin; non lo so proprio. Quelle parole suonarono più sconsolate di quanto mai lo fossero suonate prima. Desideravano solo l’oblio, entrambi: il cuore, il dolore li chiamavano a quello, a quello soltanto. Non più pensare, concludere tutto, o perdersi, prima possibile: l’alternativa a quei desideri era solo la vita libera, fuori dal mondo, nient’altro. Era pericoloso, quel desiderio, anche allora; poteva solo rendere più traumatico il tutto, non risolvere qualcosa. Non c’era una reale soluzione in quei vagheggiamenti, non la conclusione tanto agognata, solo la sparizione, il non pensiero, la negazione stessa della loro umanità. Ma non si poteva chiedere a degli uomini in quelle condizioni, d’essere razionali o coerenti con quanto avevano creduto fino a quel momento nella loro vita. Non sarebbe stato giusto, né altrettanto umano. Soffrivano come cani, nell’animo, quei due uomini condannati a morire per cose che non avevano compiuto, e la comprensione di qualche altro uomo, o l’intima solidarietà che ci dovrebbe essere fra creature in stato di totale abbandono alla sofferenza, era l’unica cosa che ancora gli era compagna. Ma non sempre, nel momento del bisogno comune, l’uomo è alleato dell’uomo, che sia un altro o se stesso: quasi sempre, invece, l’uomo diventa il suo stesso carnefice, il suo inquisitore e la sua stessa condanna. Vittima ed esecutore della pena, l’uomo si inabissa nelle più basse profondità dell’animo, o nel momento in cui non gli resta più nulla, o quando ha tutto, e la vita che tutto gli ha concesso, gli permette anche di perdersi nella sua insignificanza. Sa essere una creatura meschina, questo figlio della stirpe d’Elettro, questo padrone del mondo, che non sa essere padrone di se stesso: all’invito, all’ordine di conoscere se stesso, risponde con mal celato sarcasmo – cosa vuoi, guastafeste? Questo è il signore del mondo, non molto di più, a volte

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anche meno. Cosa si può pretendere da tanta creatura? Non è forse meglio non chiedergli nulla e continuare da soli? A volte, forse, sì. L’oblio, il dolce abbraccio del nulla intarsiato di fini decori, dipinto tutto dall’arcobaleno, ma solo alla rinfusa, un’immagine da ricostruire con l’inganno. Questo per taluni l’oblio; ma per altri, il vuoto, il non essere. Scompaiono i pensieri, le paure, gli spasmodici affanni. L’anima s’abbatte da sé, s’acquieta e zittisce il suo grido, reclama da sola la sua requie, e nel silenzio scompare. Diviene un vizio, un bisogno, l’oblio; il dolce e oscuro nemico del pensiero, dai pensatori a volte cercato nel momento dell’affanno, per giustificare il muto vuoto del proprio cuore. Dai poeti spesso cantato, come un sogno in cui vivere? La ricerca del senso d’una vita, diviene in esso il senso stesso, ed il tetro inganno delle sue parole, risponde bene a domande poste perché si deve, non perché le si vuole: in quel caso, la prima risposta è quel che vale. È questo l’oblio? Chi lo sa? Forse per ognuno è diverso, forse non esiste. Ma questo non era il problema di mio figlio. Il suo problema era riuscire ormai a fare quel che sentiva di dovere; doveva, doveva non perdersi, doveva proseguire per la sua strada, con insofferente coerenza; quello che il mondo un giorno prenderà per arroganza, per coerenza priva di senso, di ego malato, quella in realtà era la sua virtù. È comico come la storia trasmuti a suo piacere i fatti, cercandovi significati che più le sono graditi in quel determinato luogo e tempo: eroi divengono mostri, decadenze sono solo cambiamenti, cadute si mascherano di passaggi; tutto non è altro che ciò che vogliamo vedere, o non vedere, il più delle volte. La storia stessa, la vita stessa, non è che la nostra creazione, il frutto del nostro peggio celato bisogno: essere i padroni di tutto. Ma queste sono solo le mie di riflessioni, frutto di anni di meditazione su singoli, minuti eventi, di quella vita che intanto scorreva via, come sabbia fra le dita; la vita di mio figlio è stata un abbaglio, e per quanto se ne sia andata con un ultimo lampo di luce, fu solo quello; così breve, fugace. Vita vissuta per qualcosa che non era la vita stessa, per altro: ma cosa fosse davvero, quest’altro, non lo saprò davvero mai. Una delle guardie s’avvicinò con passi pesanti. Guardo con sguardo compassionevole, a suo modo, quei due carcerati, consapevoli d’essere solo morti che ancora camminavano, e chiese, reggendosi alle sbarre: - Volete qualcosa per trascorrere questo tempo? Sorpreso, Nolundir non rispose, mentre Porin, scosso ma desto, domandò: - In che senso? È uno scherzo?

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- No, nessuno scherzo – fece la guardia da dietro le sbarre – se volete posso darvi da bere qualcosa di forte, o altro… - Cosa d’altro – continuò Porin, tutto eccitato – cosa ci puoi dare? Allora la guardia s’allontanò per qualche attimo, sparendo nelle ombre del corridoio. Dopo qualche minuto appare nuovamente davanti alla cella, reggendo con una mano una grossa bottiglia di vino, e nell’altra dei pani avvolti in foglie verdi: - Se volete, di vino ce n’è dell’altro. Allora l’uomo fece scivolare attraverso le sbarre sia la bottiglia che i pani, due, e li passò ai due carcerati: - Cos’è? – chiese Nolundir, riferendosi al contenuto delle foglie verdi. - Oppio. - Va bene così, grazie. Con quelle parole Porin s’avventò su quanto gli era stato dato; con rabbia bevve dal vino, attingendo dalla bottiglia quanto più poté, in un solo sorso: - Vuoi, Nolundir? Nolundir fece cenno di no con la mano, e si volse a guardare da un altro lato. Allora Porin tornò a bere. Il vino era potente, e già scorreva nelle sue vene, arrossando il suo viso. Rosso di furore e d’incoscienza, in breve Porin finì la bottiglia, e richiamò la guardia per averne un’altra. Quella venne, e ubbidiente, recò altro alcol per l’assetato. Questa bottiglia durò anche meno della prima, e altre due la seguirono: Porin ormai era privo di senno. Nolundir intanto osservava il decadere d’un uomo. A lungo aveva pensato che la società crea i suoi mostri, ed è vero: Porin pagava assai caro ora il prezzo del suo dolore…eppure, era pur sempre lui a scegliere il suo degrado. Gli veniva offerta una via di fuga facile dai pensieri, ma era lui che la intraprendeva. La tentazione, pensava il principe, è esterna all’uomo; a lui solo appartiene la possibilità di accettarla o respingerla. Porin allora l’accettava, con tutta la foga che teneva in animo, mentre Nolundir la rinnegava, anche allora: l’uno distruggeva quanto vi era d’umano in lui, per non sentirne il lento morire; l’altro lo tratteneva finché né aveva il cuore. Intanto il vino scorreva a rivoli dalle labbra di Porin, assieme a parole senza senso: - Così, paghino tutti…Tutti sono colpevoli…sì, anch’io. - Cosa dici, Porin? - Via, va via! Tu e le tue certezze…ho sonno, non ti vedo bene…

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- Sei ubriaco. - Non è affare tuo, lasciami in pace! Allora Nolundir smise di parlare, e rimase solo ad osservare quello che il suo amico, ormai del tutto ubriaco, faceva. Questi smise d’armeggiare con le bottiglie, e prese i due pani di oppio: - Che fai? - Cosa vuoi da me? Me li vuoi togliere! - Lasciali Porin; non lo fare… - Va via! Lasciami stare, lasciami andare via… - Basta, smettila! Porin stava per adoperare i due pani di oppio, arrotolati nelle foglie, che gli aveva passato la guardia. Nolundir s’avvicinò a lui, e lo prese a schiaffi, facendogli cadere dalle mani quanto teneva: - Cosa vuoi fare con questi? Cosa vuoi ottenere con queste follie? - T’ho detto d’andar via! Tu li vuoi solo tutti per te! Con quelle parole Porin prese a spintoni il suo amico, senza riconoscerlo. Sebbene fosse ubriaco, era ancora forte, e Nolundir fu scaraventato contro il muro: - Tu chi sei, tu chi ti credi di essere! Non sei nessuno, non sai cosa è giusto o sbagliato! Se ti togliessi quelle vesti da censore che indossi, noi oggi ci potremmo salvare…ma no, tu devi essere coerente con te stesso…tu devi credere nelle tue stupide leggi, e gli altri devono pagare per le tue scelte. Va via, e lasciami perdere, se non posso fuggire. Nolundir s’avvicinò, ora più calmo, all’amico che dopo quello sfogo s’era acquietato, come una bestia in attesa d’un attacco. Sedutosi davanti a lui, Nolundir prese ad accarezzarlo: - Le vesti da censore? Non sai da quanto le ho smesse, Porin. Basta, smettila anche tu di farti del male da solo, te ne prego. Tutto questo non ti serve, non serve a niente questo dolore che ti provochi, e che provochi anche a me che ti osservo. Nolundir guardava fisso Porin; questi era silenzioso, con gli occhi socchiusi, ascoltava: - Non obliare, non dimenticare, non ti perdere mai. Non lasciare che il mondo ti scorra addosso, non ti perdere nelle tue vicende, nei tuoi pensieri, nelle tue paure, nel tuo egoismo. Ricordati sempre che sei solo un uomo, e per quanto tu possa essere grande, la tua sensibilità superiore, la tua saggezza maggiore di quella degli altri, per quanto la

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tua grandezza possa troneggiare sugli altri infinitamente più alta, sei solo questo; un uomo, uno dei tanti. Tutto quello che fai ha conseguenze sugli altri, e non solo sul loro pensiero, sulla loro opinione; sulla loro stessa vita, le loro passioni, i loro sentimenti, le loro sensazioni ed emozioni. Chi siamo noi per arrecare dolore agli altri, per chiuderci nel nostro mero egoismo? Mentre ti perdi, e lo fai per tua scelta, lasci che le tue azioni scorrano via, falsamente irresponsabili; ma è sempre tua la scelta, tua la condanna nella coscienza. Potrai tentare d’obliare anch’essa, e forse ci riuscirai, ma credo, non del tutto. Eppure la realtà rimarrà sempre là davanti, a specchiarsi nei tuoi occhi con le sue mute ombre che ti osservano. Non obliare, non cercare mai la fuga dal mondo, qualunque essa sia: il riposo verrà, forse, dopo la vita; non pretenderlo là dove non è concesso, non è giusto verso chi soffre per te. Porta il tuo fardello, Porin, fallo di buon animo, perché non è solo tuo; forse, da qualche parte, senza che tu lo sappia, qualcun altro sta sorreggendo il tuo carico, se ne fa portatore. Tutti siamo colpevoli di tutto, tutti responsabili, tutti dobbiamo esserne le vittime, se ne siamo carnefici; proprio perché ciascuno è causa di male, tutti noi dobbiamo essere portatori del suo fardello. Non c’è scelta, Porin, o tutto crollerà alla fine. Ma Porin, chissà da quanto, non ascoltava più, e i suoi occhi crollavano col capo in un profondo sonno senza sogni. Allora Nolundir sistemò il suo amico, perché fosse più comodo: - Dormi, Porin, dormi tranquillo; e rifuggi questi oblii, queste fughe dai sensi e dalla vita: non sia mai per noi la diserzione dall’uomo. Detto ciò, il principe prese i due pani, e chiamò la guardia. Gli disse di farli sparire, e di non portarne mai più; gli diede anche le bottiglie, ringraziandolo per il suo tentativo, spinto da buone intenzioni, ma che alla fine aveva solo procurato più mali che beni. Poi, compiuto tutto ciò, Nolundir si sedette per terra, con le spalle poggiate ad un muro della cella. Nella penombra, prese a cantare con ritmo greve e lento. E viene la notte Con i suoi silenzi, Su tutto si stende, Tutto ricopre col manto Che ombreggia le vite,

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Plasmando nel buio I suoi riposi silenti E privi di sogni. Viene l’oblio dei sensi, Si spengono le luci Nel nero delle vite, Per strade rotte Da pianti e fiele. S’abbrutisce l’uomo Nei suoi stessi inferni, Li chiama piaceri; Sono soltanto morte Dell’uomo nell’uomo Ancor vivo, se vita, la morte, ancora chiama. Maledetto il giorno, Maledetto sia colui Che all’uomo insegnò L’edonista conforto Delle follie del suo ego, Chiamandole debolezze. Appoggiando le braccia alle ginocchia, Nolundir si coprì il viso, nascondendo lagrime che scorrevano sulle guance; in quella posizione, s’addormentò anch’egli.

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V Carnefice

Il giorno dopo, entrambi, Porin e Nolundir, furono condotti a me. Non ricordo bene i perché, e forse il tutto era stato approntato dal potere dietro le quinte d Norea, per tentare ancora di salvare il figlio. Fatto sta che, malgrado non lo fossero, entrambi vennero a me da supplici, per invocare la mia grazia. Presi di peso, Porin ed il principe furono trascinati verso mezzogiorno dalle loro guardie, fuori dal carcere. Venivano condotti da qualche parte, ma non venne detto loro dove, così solamente seguirono, attendendo cos’altro la sorte tenesse in serbo per loro. E del resto, cos’altro potevano fare? Fuori dal carcere faceva caldo, quasi innaturalmente: le vie erano inondate dai raggi del sole, e su tutto la luce sbatteva, si rifrangeva, quasi voler accecare gli occhi di chi, a quell’ora, si ritrovava in giro, ancora intento ai suoi lavori e ai suoi compiti. Come quelle guardie, che per tutto il tempo delle vicende di mio figlio, erano stati i suoi custodi, guardiani e silenziosi osservatori. Anche allora lo scortavano, assieme al suo amico, come ombre, sempre all’erta, sempre presenti, senza poter fare nulla di più o di meno di quanto dovevano: in fondo, in parte, erano simili a mio figlio. Vistili arrivare, rimasi senza parole: era la prima volta che mi si dava l’occasione di parlare con mio figlio, da quando era scomparso da casa, e dalla morte di Malinwe. Purtroppo però il corollario di cortigiani tutti attorno a noi ci impedivano d’essere più diretti, oserei dire onesti, nelle nostre parole, e la forma del cerimoniale ci costringeva in assurde formule e domande che giravano solamente attorno agli argomenti. Non mi era comunque dato di sapere come stesse, se avesse patito, se avesse da recriminare qualcosa; non potevo sapere se qualcuno gli aveva torto anche solo un capello mentre era stato in carcere.

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Attorno a noi, mentre mio figlio e Porin, giunti ormai al mio cospetto, s’inchinavano, s’alzava il frastuono sgradevole delle voci: ciascuno esprimeva più o meno sotto voce la sua opinione sull’accaduto, e la sua idea sul condannato. Per la maggior parte dei presenti Nolundir era colpevole, e con lui Porin. Dietro un angolo della sala, scorsi, nascosta, Norea, ad osservare quanto accadeva nell’aula; con gli occhi che brillavano fissava suo figlio, in ginocchio e con le mani e i piedi legati, davanti a suo padre. Mentre tutto sembrava fermo, e lo scrosciare delle parole sussurrate faceva da cornice agli occhi bassi dei presenti, qualcuno, non saprei dire chi, chiese: - Perché sei qui? Cosa chiedi al tuo sovrano? - Sono qui – rispose Nolundir – perché qui sono stato condotto; non fu per mia scelta. - E allora chi è che volle questo incontro – chiesi sorpreso. - Non saprei, mio sovrano. - Chiunque sia stato – ci interruppe Porin – lo fece evidentemente per un motivo; per chiederti la grazia, mio sovrano, perché tu solo puoi concedercela. Le mura rimbombarono, e i marmi bianchi della sala del trono, tinti dell’arcobaleno dalla luce che filtrava dalle finestre, furono ricoperti dalle grida dei consiglieri. Un urlo comune, di sdegno, per la richiesta di Porin, fu la risposta che venne da molti consiglieri alla sua affermazione, mentre in pochi difendevano l’amico del principe: - Come puoi chiedere una tal cosa – gridò uno degli uomini presenti. - E’ una vergogna che un tale assassino reclami la grazia – gli fece eco un altro. - E’ un suo diritto – intervenne uno con forza. - Ma che diritti! Non ne hanno, questi vili assassini – fu la conclusione d’un uomo nascosto tra la folla. La baraonda prese la sala, e nessuno smise di parlare, finché non intervenni: - Zitti tutti, ve lo ordino! E ciò che è la mia decisione, è solo mio. Allora tutti si ammutolirono, rimanendo in attesa che dicessi o facessi altro. Pensieroso su cosa dire o fare, rimasi un po’ in attesa, fissando il pavimento: scaglie nere sul marmo bianco come latte, si rischiaravano sotto i colpi della luce, e i vetri che filtravano i raggi del sole trasmettevano il miraggio di colori che la dura pietra non aveva, intingendo il proprio pennello fra le tinte dei migliori pittori. Giochi

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d’immagini si sviluppavano per terra, e nubi creavano ombre non prima presenti: tutto sembrava essere un altro mondo, fatato, diverso; non il mondo della grave realtà, ma il vago sogno notturno, quando d’estate la mente vola, sconfina oltre i limiti delle terre, giungendo là, nei cieli, senza confine apparente, né limite. Come il sonno, quando la sera ti coglie febbricitante, e la mente, sciolti i vincoli che la legano al corpo, viaggia senza meta apparente, in un succedersi di follie, chiamati sogni, di paure e di incubi mai più sopiti. È il mondo che va oltre la vita che allora ci sembra dischiudersi per noi; ma forse non è così, forse è solo altro, solo il grido di rabbia della nostra anima che sempre altro cerca da quel che ha già. No, non c’è vita senza desiderio, per l’uomo comune; la pace, la felicità, non sono davvero per noi. Tutto questo m’apparve come un appiglio su quelle pietre lavorate; e come un miraggio sparì in un attimo, al risvegliarsi dei sensi che in quel volo s’erano assopiti. Allora, nuovamente desto, chiesi a mio figlio: - Anche tu vuoi la mia grazia? Sei innocente? - Sì, sono innocente. Di nuovo la baraonda, e nuovamente feci fatica a tacitarla; scorsi mia moglie, convinta di non essere vista; teneva le mani giunte, in preghiera, e muoveva le labbra al cielo, salmodiando promesse a chiunque potesse accontentare la sua speranza di madre. Intorno a me, occhi accaniti guardavano con sguardo di odio: in fondo anche la mia corte sembrava essere morta con Malinwe, e ora reclamava anch’essa la sua vendetta. L’odio verso mio figlio serpeggiava fra le lingue, spingeva i più audaci a chiedere la parola. Acconsentii ad uno di essi di parlare, concedendogli di pormi la fatidica domanda: - Sire, se concederai a questi uomini la grazia, cosa dirai al tuo popolo? Forse che l’hai fatto perché uno di essi era tuo figlio? - Anche se fosse? Non sarebbe una cosa comprensibile? - Comprensibile certo; ma non acquieterà il desiderio di giustizia della gente. - Questa gente – fece un uomo, nascosto – non reclama giustizia; reclama solo una condanna. - Può anche darsi – fece lo spregiudicato accusatore di mio figlio – come può darsi che quest’uomini siano davvero innocenti, come dicono; forse non lo sapremo mai, o magari i reali colpevoli, se esistono, verranno in questa aula e ci concederanno la verità. O forse no, forse nessuno verrà a difendere il principe Nolundir, forse

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davvero egli ha ucciso l’uomo che odiava, e forse il suo amico l’ha aiutato. Tutto rimarrà possibile, nulla ci sarà mai di certo: eppure su questo noi dobbiamo decidere. - Appunto – fece un anziano, avanzando fra gli altri – perché nulla abbiamo di certo, possiamo così impunemente dispensare morte e condanne. Non abbiate fretta d’essere carnefici, non siate così presuntuosi da pretendere di conoscere bene e male. - E nel frattempo – rispose l’accusatore – il regno cadrà perché abbiamo garantito la vita del principe. Per quanti non siamo così magnanimi? Eppure la cosa ci verrà rinfacciata, certamente. Nuovamente nacque lo scompiglio, ed io lasciai che proseguisse indisturbato, mentre mi ritiravo nelle miopi profondità del mio pensiero, a cercare una soluzione alla situazione. A parte poche voci, nessuno voleva la grazia per i due condannati; comprendevo le ragioni di questo fronte, ma in ballo c’era la vita di mio figlio. Su di un piatto tenevo tutto il mio regno, la sua quiete, la sua vendetta, il suo volere; su di un altro c’era la mia famiglia, il mio amore di padre, e un’assurda condanna verso persone che, lo sapevo, ne ero certo, non potevano essere colpevoli di quanto li si condannava. Cosa fare? Ancora oggi non ho certezze, non so come mi sarei dovuto comportare. Nessuno si dovrebbe mai trovare a sopravvivere al proprio figlio, o in genere ad un proprio caro; sarebbe meglio morire assieme a quanti si è amati, o piuttosto non essere mai vissuti. Ma ancora peggio è essere i carnefici della propria creatura, del sangue del tuo sangue: allora, ogni certezza che fino a quel momento hai avuto in seno, scompare, lentamente e dolorosamente, si scioglie come neve al sole. Se hai delle certezze nella vita, se sai di poter credere o di poter confidare su qualcuno, allora le avversità sembrano minori, o addirittura appaiono come inesistenti; ma se quegli appigli scompaiono, o addirittura sei tu ad esser costretto a distruggerli, allora tutto si fa più difficile. Le maschere si sgretolano, le finzioni s’accavallano, e improvvisamente, davanti a te, si rivelano per tali. Tutto quello che ti sei costruito in anni, pensando che la vita potesse solo migliorare, tutto si sgretola con una facilità estrema, e quanti ti erano stati accanto nella fortuna, si rivelano come ombre dai sorrisi agghiaccianti. Forse sono solo un paranoico, frustrato e abbattuto dalla vita: forse non ho capito niente dell’esistenza; o forse l’ho capita meglio di tutti, e il mio odierno, cupo pessimismo, suonerà ai più solo

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come gli incubi d’un cuore nero. Comunque, sarò solo nello scorrere del tempo. Così come ero solo allora. Fissai tutti i volti che potei inquadrare con il mio sguardo: la rabbia li tratteggiava tutti di sangue, e gli occhi sembravano voler uscire dalle orbite. Allora mi sembrò di cogliere, mio malgrado, la giustizia, e parlai: - Non posso, non posso concedere questa grazia; non sarebbe giusto verso il mio popolo. - Ma lui è tuo figlio – urlò Porin. Ma prima che rispondessi, prima che chiunque rispondesse, intervenne lo stesso principe, Nolundir: - Capisco padre; non ti biasimo, vista la tua posizione. Se non hai altro da dirci, noi andremo. - Non ho più nulla da dire. Allora, alzatosi da terra con tutta la dignità che poteva, Nolundir si diresse verso la porta; dietro di lui, le guardie e Porin. In breve l’aula si svuotò, nel solito inutile vociare. Quando cercai con lo sguardo, non scorsi più mia moglie, Norea.

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VI La fuga

Decisi d’andarlo a trovare, di nascosto. Non potevo lasciare stare così, non potevo far finta di niente e attendere in silenzio la morte di mio figlio. Lui scompariva, ed io rimanevo con le mani in mano a volgere lo sguardo da qualche altra parte. Non era giusto, non potevo lasciare che finisse così. Quando vidi mio figlio, lui era rannicchiato per terra. Mancava un giorno alla condanna, e le ore trascorrevano lente, senza senso. Le mani tra i capelli sembravano fermare lo scorrere dei pensieri, mentre una muta voce, accanto, quella di Porin, salmodiava di continuo preghiere affinché fosse liberato: quelle parole volavano al vento, e fra le spesse pareti della cella sembravano rimbombare d’un eco inesistente, come se si fermassero a ricordare la follia degli eventi e il tragitto già stabilito di quelle vite. Mio figlio trasalì nel vedermi, e con un balzo, in piedi, s’accostò alle sbarre che ci separavano: - Cosa ci fai qui, come sei venuto? - Sono venuto di nascosto, non temere, e nessuno sa della mia presenza qui. Ho già parlato alle guardie: non diranno niente a nessuno. - Rischi parecchio con l’essere venuto. - Non importa, dobbiamo parlare. Allora una guardia mi si avvicinò, e aprì la porta della cella. Con un gesto d’assenso le feci cenno d’allontanarsi, e così quell’uomo fece. Lo osservai mentre s’allontanava circospetto nei corridoi, ogni tanto tornando a fissare se fosse tutto a posto: ma ovviamente io non temevo niente da mio figlio, né dal suo amico. Entrato dentro alla cella, mi sedetti accanto a mio figlio, dopo averlo abbracciato. Porin stava davanti a noi, immobile e silenzioso; sembrava come già vivere in un altro mondo, ai confini della follia: - Fa così da molto? – chiesi intenerito verso un ragazzo che avevo visto crescere. - No, solo da oggi.

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Domani verrà eseguita l’esecuzione, lo sai, vero? Sì, certo che lo so. Come potrei dimenticarlo? E non la temi? Non temi la morte, figlio? La temo come chiunque, e forse anche di più, padre mio. – Nolundir sembrava davvero sconfortato, mentre parlava. Eppure era terribilmente serio. - C’è ancora una via per evitarla… - Non mentirò, non posso. - Perché non puoi? - Altri mi impongono di non farlo: per primo me lo impone l’amore per Relimam; ma anche altre forze, molto più grandi di noi. E innanzi tutto il mio dovere. Allora Nolundir mi raccontò del suo sogno, dell’apparizione di Aliturn, dell’Oscuro che aveva sentito come presenza, che gli aveva parlato. Ero sbalordito, e allo stesso tempo facevo fatica a credere. Ma ciò che mi stupiva di più, era la sicurezza con cui mio figlio parlava: - Non credere che io mi dichiari innocente per tutto questo, però; forse neanche per Relimam. - E allora perché, se di tutto questo non ti interessi. - Perché devo, solo per questo. Sento che devo farlo, e la cosa mi distrugge più di quanto tu potrai mai immaginare. Ma devo. - E altri dovranno soffrire del tuo dovere. - Sì, se devo. Mi dispiace, padre, Felev. Ma non cambierò la mia idea, e porterò la mia pena. - No, Nolundir, non capisco. Come puoi essere fiero della tua morte? Come puoi gloriarti della distruzione della tua famiglia, del male che ci stai infliggendo? - Non ne sono fiero, non ne provo neanche disgusto; semplicemente, di questo non mi posso curare. Mi spiace. Ora ricordo, ora ricordo chi mi disse quella frase: fu lui, fu mio figlio. Me la disse subito dopo queste parole. Mi disse, con un sorriso e una lacrima, stringendomi le mani: - Ho trovato la mia pace nella mia missione, nella mia scelta e nella mia fine. Perdonami per questo. Con quelle parole si concluse tutta la nostra discussione; non potei più parlare con mio figlio, potei soltanto osservarlo mentre si allontanava da me, senza più speranze di reincotrarci.

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Forse avrei potuto dirgli qualcos’altro, tentare qualche altra via. Ma alla fine, che senso avrebbe avuto? Era felice così, in un modo o in un altro. Non di quelle felicità che i danno gioia sul viso, che ti portano un sorriso che non sparisce mai dal volto: semplicemente mio figlio realizzava quanto credeva, e di tanto si accontentava, se era quello un accontentarsi. Mi alzai in piedi, voltandomi verso Porin: neanche allora parlò, né sembrò accorgersi di me. Salutai mio figlio, lo baciai in volto; lo strinsi a me, con tutta la forza con cui un padre può stringere suo figlio. Ai miei occhi tornava bambino, lo ricordavo quando ancora piccolo veniva a me e saliva sulle mie ginocchia. Ora invece mi sfuggiva, senza ritorno. Piansi lacrime amare, ma le asciugai subito, per la stupidissima dignità che un uomo non deve mai perdere; poi, accostatomi alle sbarre, feci sbattere l’anello contro il ferro, richiamando l’attenzione della guardia di prima. Quella venne a noi, e aprì nuovamente la cella: uscii lento, voltandomi numerose volte verso Nolundir. Quello mi fece un ultimo cenno, con la mano, e poi si sedette nuovamente per terra, sempre fissandomi. Nell’arco di pochi passi mi allontanai, svanendo nell’ombra senza ricordi del corridoio, perdendo l’ultimo brandello, ora lo riconosco, della mia famiglia. Una mano s’affacciò dalla finestra, di nascosto. Sbattendo contro il muro, richiamò l’attenzione di mio figlio e del suo compagno di cella: - Ehi, dico a voi dentro. Mi sentite? - Ma cosa… Quello fu l’unico commento di Porin, mentre fra le dita della mano splendeva il sigillo di Malinwe. Allora Nolundir, sospettoso, s’avvicinò e chiese: - Chi sei? - Non importa – fu la risposta – volete fuggire? Perché io posso farvi scappare da questa prigione. - E come? – chiese infervorato Porin. - Lasciatemi fare. Allora, mi credete? - Prima voglio sapere chi sei e che intenzioni hai. Perché ci offri questo aiuto? Nolundir divenne terribilmente serio. La sua voce sembrava di ghiaccio, eppure era calda, appassionata, contrastata: - Ma insomma, cosa ti interessa? Vuoi fuggire o no? - Sei il vero assassino, giusto?

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La risposta di mio figlio colse nel segno, frantumando ogni ipocrisia e mettendo in luce il dubbio di tutti lì. La mano dell’assassino di Malinwe era lì, offriva il suo aiuto, con la sua via al vivere. Ai due carcerati il seguire o no quella maniera. Un tonfo nel corridoio fece arretrare la mano, spostandosi, nascondendo le sue dita dalla finestra. Era una cella abbastanza alta, ma in qualche modo quell’uomo, o quegli uomini, erano lì. Passò un po’ di tempo, e nessuna guardia si fece viva: evidentemente non s’erano accorti di niente. Allora nuovamente la mano apparve, e il sigillo al dito abbagliò iniettando di luce la camera. Apparve anche un viso, facendo capolino nel metallo arrugginito delle sbarre. Due occhi blu, profondo, incorniciati da capelli argento. Degli sparuti peli, bianchicci, cingevano delle labbra carnose, scendendo da un naso lungo e affilato: - Si, ho ucciso io Malinwe. La cosa ti crea così tanti problemi? - Sbrigati, non possiamo rimanere qui in eterno. La voce del complice fu una sorpresa per Nolundir e Porin, che rimasero per qualche istante in silenzio. Poi mio figlio parlò per se: - Perché non ti costituisci? - Non mi farò il carcere, né morirò per la pena di morte. - Ma non vuoi neanche che moriamo noi per te? - Esatto. Porin intervenne, rabbioso: - Basta Nolundir! Questi uomini ci offrono la fuga. Non possiamo rifiutare! Allora Nolundir, che fino a quel momento aveva guardato verso l’esterno, fissando negli occhi l’assassino, rispose, voltandosi verso l’amico: - Se vuoi fuggire, sei libero di farlo, Porin; io non dirò niente, non temere. Ma neanche fuggirò, questo è certo. - Perché? - Sarò libero se l’assassino si farà avanti, ma non fuggirò, non tradirò la mia gente. Tu fa quel che vuoi. - Ma Nolundir, capisci quel che dici? Vedi in che posizione mi metti? - Porin, non posso fuggire! Non posso essere diverso da quel che sono! - Che stupidaggini! Allora Porin si voltò, scotendo il capo. Le braccia si cinsero, e l’amico di Nolundir non guardò più verso gli altri uomini. Nolundir lo seguì per un po’ con lo sguardo, poi tornò a guardare verso l’esterno, e parlando piano, distanziando bene le parole, quasi ad accertarsene egli stesso, concluse:

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- Non fuggirò, e credo neanche il mio amico. Costituitevi, fate la cosa giusta; ne guadagneremo tutti. - No, non rinunzieremo alla nostra libertà e alla nostra vita per qualche stupida legge, o per la giustizia della gente: forse tu, principe, sei abbastanza grande o stupido per farlo; ma noi non siamo, né vogliamo essere, né l’uno né l’altro. - Capisco più di quanto immaginiate. - Basta con le parole: vi auguro una buona morte, ad entrambi. Magari troverete, dopo, una vita migliore. Noi preferiamo procurarcela qui. Allora il volto scomparve, rapidamente, lasciando filtrare una scarsa luce. Con quegli occhi colpevoli e tanto umani, fuggì via anche il sigillo di Malinwe, e mai più fu rivisto; né i colpevoli dell’omicidio più si fecero vivi, ma si camuffarono nella folla. Forse assistettero persino alla morte di colui che scompariva al posto loro.

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VII L’esecuzione

Come previsto, i colpevoli non confessarono. Tutto allora andò come una sorte ingiusta e violenta aveva predisposto, col tacito assenso degli uomini, che in essa sguazzano, di essa si compiacciono ed essa esaltano. Ci sono bestie che hanno pensato, pensano e penseranno tutta la vita solo a se stessi e al loro io, al loro ego. Per potersi permettere un simile comportamento, vivere usando gli altri solo per la realizzazione della propria presunzione, o si è qualcosa di superiore all’uomo stesso, o si è bestie; ecco, queste sono bestie, in tutto e per tutto. Potranno nascondersi, cammuffarsi, mascherarsi dietro presunte sensibilità, coscienze o intelligenze superiori: la loro realtà rimarrà immutata. Potranno accusare le grandi lotte e le passate ideologie, e l presenti, d’essere solo sofismi, stupidaggini; potranno additare quelli che per esse si battono, d’essere solo sciocchi. Eppure queste bestie parlano, perché quegli sciocchi, con le loro lotte, gli hanno dato la libertà e il trono caldo da cui signoreggiano. Le libertà che millantano, la libertà totale dell’uomo, è forse il più bel sogno: ma in essa cova l’incubo; perché questa visione, in mano ai geni o ai veri grandi animi, produce i suoi frutti; ma non tarda a divenire la maschera degli egoismi dei mediocri. Stiano attenti gli uomini, conoscano davvero se stessi, e chi promette loro fughe: nella maggior parte dei casi, questi maestri mentono; le altre volte, tristemente, sono incompresi, o spesso manipolati dai loro discepoli. Così le bestie s’imbestiano: dall’alto trono su cui si sono assise a signore, indicano; non esiste bene e male dall’alto, tutto si mescola. Sono cieche, le bestie, perché dal basso si scorge quanto in realtà non guardino. Realmente l’ignoranza dell’uomo crea i suoi mostri, ma la presunzione crea i suoi signori; in genere questi signori scompaiono con lo scorrere del tempo, le loro vittime sacrificali, immolate sull’altare della loro contestata grandezza, limitate a poche vittime; talora, qualcuno di questi comprende, si riabilita; talora qualcuno degli allievi delle bestie se ne allontana,

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schifato da tanto egoismo mascherato di libertà. Ma, a volte, le bestie assurgono a ruolo di idoli, e le loro ombre, i loro simulacri s’ergono su alti podi, vengono issati sull’apice dell’umanità. Guai a contestarli, allora, quegli idoli: sei solo un bigotto, un ignorante, allora; per i discepoli abbagliati dall’oro delle statue, sei tu il cieco. Le bestie hanno gioito alla fuga degli elfi: certo, li vedevano liberi. Ma la vera superiorità di quella anime li trafiggeva, loro, anime elette! Senza più nessun controllo, ora loro possono ergersi a grandi: nessuno le zittisce, le bestie, ma tutti li adulano. Nessuno s’accorge che potere e gloria sono il dono dell’uomo all’uomo, e che il primo può riprenderseli, se vuole: no, ciascuno s’abitua ad ingraziarseli, a zittire la voce che nel profondo del cuore gli dichiara la loro bassezza. Le bestie sono le dominatrici degli uomini, perché gli uomini lì le mettono e lì le lasciano, dimenticando che possono anche volgersi da altre parti. Così deboli, così infidi: non c’è da fidarsi degli uomini. È l’uomo la vera causa del male dell’uomo; qualsiasi tentazione esterna non conta, se è l’uomo così cieco da non volerla vedere. Un tempo, fra tribù sperdute, si cantava d’un antico signore d’un villaggio, infido, subdolo, e di due fratelli. Uno dei due era cieco, e malediceva la sua condizione; l’altro era il custode del villaggio, vicino e nemico a quello dell’antico signore, un ingannatore. Allora l’antico signore parlò al cieco, convincendolo che sarebbe stato in grado di cacciare col suo aiuto: portatolo lontano dalla casa natia, lo fece nascondere tra i cespugli, e l’ingannatore invitandolo a scoccare una freccia, gli fece colpire il fratello, custode del villaggio; il fratello fu la causa del suo male, puntando nel vuoto la sua freccia, e la malizia dell’ingannatore ne fu solo la tentazione. A scoccare la freccia che uccise il custode, fu il sangue della sua stessa famiglia, non altri; la voce che l’aveva colpito, aveva solo parlato ad orecchie che volevano udire. La tentazione, è vero, forse non appartiene all’uomo: ma l’anima che la vuole sentire, gustare, provare, quella ci appartiene, è nostra; di essa ci trastulliamo, ci fingiamo di dominarla, ma non è vero. Siamo tutti solo buffoni di corte che appagano un desiderio che si fingono superiore, un potere più grande, un signore; una bestia, infine. Potranno venire al mondo migliaia di uomini, a farsi carico di quanto non faranno le bestie: sempre esse vivranno, e l’uomo mai cambierà davvero, perché non c’è cultura, non c’è stata né ci sarà, che voglia obliare i signori che ci imponiamo. Li chiameremo solo con altri nomi, ma alla fine la nostra unica volontà si chiama egoismo.

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Siamo tutti bestie in realtà, o quasi: e quelli che non lo sono, li infanghiamo, li facciamo rotolare nel letame delle nostre vendette, e alla fine li facciamo sparire. Ma talora, almeno, qualcuno di questi, gli unici che dovrebbero fregiarsi del nome di uomini, qualcuno la storia lo risolleva; allora talvolta spodesta qualcuno degli idoli, per un po’. Finché qualche presunto discepolo non ne manipolerà la vita e il significato, per imbestiarsi anch’egli. Questo purtroppo siamo, la grande stirpe d’Elettro. I colpevoli furono portati ad un alto muro, all’ora stabilita. Tutto andava come doveva, secondo i canoni comuni: peccato che nell’occasione, i canoni comuni fossero folli. Il sole cominciava a calare, e delle nubi erano ancora lontane. La luce si faceva più fredda, tinta di rosso, come se il sangue che si doveva versare già si spandesse sulle calde braccia del sole, bagnando anch’esso. L?astro fuggiva a quello scempio, per non assistere, e lasciava l’orrore ad una luna che di già faceva capolino, lentamente, sotto lo spesso strato di luce. Il muro era marrone, appena ridipinto: da un po’ non si condannava nessuno in città, e l’importanza della vittima dichiarava un illustre giorno. Dal primo pomeriggio in tanti accorsero, ad osservare: fra la gente si scherzava e si rideva, si parlava anche d’altro, attendendo che i condannati giungessero alla loro fine. Quando tutto fu pronto, anche io e mia moglie giungemmo sul posto: inermi, potevamo solo osservare. Sull’alto muro erano stati allestiti due patiboli, e i cappi erano pronti e ben annodati, sicuri di ricevere le loro prede, mentre ora la gente aizzava ed esplodeva, improvvisamente di rancore che nasceva dal nulla. Molti volti mostravano chiari i segni della malattia, e in tanti fra gli uomini lì presenti avrebbero raggiunto dopo qualche giorno mio figlio: ma non contava; solo moriva allora un uomo, mio figlio, e degli altri, onestamente, non m’importava nulla. Come richiesto dal boia, Nolundir si fece avanti: il primo dei condannati era lui. La corda gli fu passata attorno alla testa, giù per il collo: li fu chiesto se aveva un ultima parola, ma lui tacque. Io, dal basso, appartato dal mio popolo, cercavo i suoi occhi, ma la distanza mi impediva la vista, prendendosi gioco di me anche nell’ultima ora; mia moglie mi stringeva forte la mano: - Avanti! L’urlo delle bestie fameliche che attendevano il cadavere da sbranare, giù dal muro, risuonò, e con uno spintone, Nolundir, il principe, si sporse. Cadde, veloce, rimanendo improvvisamente appeso. Probabilmente morì sul colpo, o forse soffrì per un po’, non lo saprò mai: eppure lo osservavo, e le mani tremavano di fremiti, e il corpo cedeva assieme al suo. Non so

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come descrivere le mie emozioni: eppure forse sono comprensibili da chiunque; ma il loro ricordo, quello ancora mi spezza la schiena e il cuore, mi smembra, m’abbatte. Il dolore d’un padre può essere più profondo di quanto ciascuno, da sé, non possa immaginare. Stranamente, tutto divenne silenzioso, e gli occhi del mio popolo, dei cittadini che fino a quel momento avevano bramato morte e vendetta, ora si sbarravano dallo stupore. Con lo sguardo puntato in alto, tutti miravano, mentre le nubi ora erano vicine, stendendosi come un velo sulla luce d’un sole ormai sparito. Fece freddo, freddo d’inverno, di notte senza stelle né luna, di buio pesto e morte; fece freddo d’ingiustizia e follia, di vuote chiacchiere e stupidità. Fece freddo come è freddo il cuore di taluni, persi nelle loro vanità e nel loro orgoglio; e il freddo fece male, ferì gli animi, fece scorrere lacrime, destò le menti. Il vento scosse i corpi, come bufera, stringendo e avvolgendo bestie fameliche d’una improvvisa coscienza: l’uomo era vittima e carnefice in un solo attimo, era maestro e allievo, folle e saggio. Fra le lacrime si mescolava la pioggia, fitta e buia come il cielo d’allora; neanche i fulmini osavano rischiarare quella notte senza luna: non volevano mischiarsi, per terra, a quella stupida stirpe d’Elettro. Con uno strattone, da qualche palazzo si strappò uno stendardo, mentre il cadavere ora esanime veniva trascinato in alto: lo stemma del regno, bagnato ma inspiegabilmente leggero, volo culle teste attonite; come guidato da una mano compassionevole, si pose sul cadavere ora sul muro, mentre i boia sorpresi s’allontanavano, e stupiti guardavano in basso verso di me. Mia moglie già saliva verso il muro, per raccogliere la salma del figlio. - Va via. - Cosa? Porin udì una voce, mentre attendeva la sua morte; volgendosi in ogni direzione cercò, ma nessuno gli era vicino, ché anche le sue guardie s’erano allontanate, accorrendo al cadavere di Nolundir, per mirarlo: - Va via. Non c’è bisogno d’altre morti oggi; un innocente è già morto, non ne moriranno altri. La voce ora tacque, e Porin fu solo, improvvisamente. I nodi alle mani e alle gambe, le corde, li sentiva inspiegabilmente leggeri, e con poca forza si sciolsero. Allora, accortosene, l’amico di mio figlio rimase interdetto su quanto gli accadeva, finché non decise d’ascoltare la voce. Allora scese rapidamente dal muro, proprio dalle scale da cui saliva mia moglie: i due

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s’incrociarono, incrociarono gli sguardi, ma negli occhi gelidi di Norea, Porin non trovò conforto né solidarietà, ma solo disperazione. Così, volgendosi da un’altra parte, fuggì, mescolandosi fra la folla. Ma allora a questi fatti non feci caso: osservai solo Norea che s’accalcava sulla salma di mio figlio; inginocchiandosi, lo accarezzò, ancora sotto lo stendardo; la mano scorreva lenta, con fare materno e dolente. Allora Norea volle scoprire il capo di Nolundir, per baciarlo un’ultima volta, mentre dal basso osservavo. Porin mi passò davanti, cercando di richiamare la mia attenzione, senza riuscirci; in breve fu un punto fra la folla, e poi sparì fra le vie e i palazzi. In seguito non lo rividi per anni. Le mani di madre presero lo stendardo, tirandolo; sotto, già appariva un lieve bagliore. Quando lo stemma del mio regno, bagnato da quella pioggia e quel sangue furono issati, sotto non rimaneva più nulla, e le spoglie senza vita del principe caduto erano scomparse dalla vista, nella sorpresa senza parole, dolorosa e pietosa assieme, dei presenti.

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VIII Navi da sud

Nel trambusto generale, molte cose furono dette: molte ipotesi furono immaginate, si parlò di fughe e incantesimi, di miracoli. Non so cosa accadde realmente, né forse lo saprò mai. Spero d’avere risposte certe dopo la morte, ma sempre più spesso ne dubito. Non dubito solamente delle certezze che tenni n quei giorni. Queste certezze furono poche, ma stabili. Nel popolo il disappunto non scomparve, né d’un tratto, con una bacchetta magica, i problemi vennero meno: anzi, il male continuò a propagarsi fra quella che un tempo era la mia gente. Ormai l’epidemia che aveva colpito noi uomini dilagava, con proporzioni mai viste, e un numero di morti che ormai era incredibile, persino per i più pessimisti. Le terre però da coltivare ed abitare rimanevano poche, o meglio, mal gestite, e i problemi e le sommosse s’accompagnavano alla povertà. Non bastava un capro espiatorio, chiunque fosse, per portare via le disgrazie, e ora la cosa si faceva chiara, manifesta per tutti. Nella mia corte il malumore regnava, perché non si era riusciti a portare a termine quanto ci si era prefissato: Porin era ancora vivo, e per molti la cosa era una grave onta. Se devo dire la verità della cosa non mi interessava niente: certo quel ragazzo era stato amico di mio figlio, e gli avevo voluto bene; ma ora mio figlio era scomparso, in qualsiasi senso si volesse interpretare queste parole, lasciando un vuoto infinito nella mia anima. Ma sparendo, Nolundir, per quanto mi riguardava, aveva portato via con sé anche tutto ciò che gli era legato o gli apparteneva: nulla mi restava di lui, se non i ricordi dei momenti passati assieme. Sapevo che il tempo avrebbe cancellato anche quelli. Eppure non tutto cancella il tempo, e spesso, sono le cose che non dovrebbero salvarsi quelle che si salvano. Così fu anche allora, così sarà sempre, e ormai nel mio più cupo pessimismo che chiama come amica attesa la morte, riconosco che i miei pensieri sono solo fastidio per la gente che mi sta attorno. Un tempo fui fastidio per altri motivi, ma oggi la mia

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compagnia è solo pesante e cupa: in fondo, non biasimo chi mi disprezza o odia. Allora pensai d’abbandonare tutto, tutta la mia gente: che ciascuno facesse come credeva giusto. Avrei donato loro il potere, senza la responsabilità; avrei realizzato l’anarchico sogno di libertà assoluta, e così il mondo avrebbe scoperto come può essere un incubo. L’avrei fatto davvero: l’ho fatto davvero, ho lasciato a ciascuno la possibilità di determinarsi, di darsi una dimensione da solo. Ciascuno, per quanto mi riguarda, può vivere per sé e di sé, di nessuno di loro mi interessa niente. Di tutta la folla di persone che mi ha accompagnato nella vita, forse solo di due o tre ho condiviso i pensieri. Di meno ancora sono quelli che hanno compreso i miei; di nessuno mi interessai realmente, nessuno si interessò realmente di me. Col tempo scopri che la gente non è quello che pensa, né tu lo sei. Scopri che l’animo più meschino risiede nel volto più angelico, e che il fango, nell’uomo, s’accompagna all’oro. Non credo in nessun uomo, sia chiaro, né cambierò mai idea. Troppo infida e stupida, è la mia stirpe. Facevo allora quel dono, ma non per coloro a cui regalava il loro miraggio: lo facevo per me, perché nulla più vedevo in quelle utopie. Le perle si sprecavano con i porci, per i porci, e io con quelle bestie allora diedi un taglio, definitivo. Non c’era scusante, non ce ne sarà mai: dietro troppe scuse ci siamo sempre nascosti, per poterne accettare ancora. Così realizzai il desiderio dei molti, lasciai il regno. Lo lasciai nell’ombra, sfuggendo nella polvere da cui pretendevo di venire, e dove volevo tornare. Se qualcuno lo desiderava tanto, poteva prendere il mio posto, e io avrei acconsentito. Cosa mi poteva interessare di chi fosse. Allora i nodi vennero al pettine, e per sfregio e per odio, fu proprio mia moglie a chiedermi il trono. Chi meglio di lei poteva regnare? Lei era davvero, allora, l’unica persona adatta, e così, con sorprendente, anche per me, facilità, le cedetti il mio scettro, mentre fra gli insulti e le dicerie, mi ritiravo nella mia erma casa: anche di quelle cose che si dissero allora, nulla mi interessava. Lei acconsentì a prendere il potere con malcelato entusiasmo: avrebbe messo in riga la gente che aveva ucciso suo figlio, primo fra tutti il suo marito. Non desiderava il potere per sé, ma solo per riaggiustare le cose, secondo la sua visuale. Cosa sarebbe accaduto dopo di lei, dopo la morte della mia amata Norea, questo non le riguardava, né riguardava me. Decise così, da nuovo sovrano, che alla sua morte non ci dovesse essere più alcun altro Grande Re. Al posto della monarchia, delle repubbliche: che la gente imparasse davvero quanto può grondare di

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sangue lo scettro del potere, e di che pene; che gli stupidi si facessero realmente carico delle loro libertà. Forse in fondo, pensavamo le stesse cose, reagendo diversamente. Dal mio esilio volontario a Bingrim osservai tutto, indistintamente, mentre le cose sembravano cambiare attorno a me: non dubitavo che il mutamento fosse solo di facciata, ma mantenevo per me le considerazioni che, in realtà, non affollavano per nulla le mie giornate; solo e perso in una vaga contemplazione e nel quieto vivere, ho lasciato che la mia anima scorresse via col tempo, inseguendo un sogno di pace, solo un sogno. Nella mia languida tristezza, non ho osservato altro che il germogliare dei giorni e lo scendere delle notti dal lago, e di nulla mi sono curato. Eppure ancora qualcosa rimaneva delle follie dei miei tempi, e ancora di qualcosa portavamo alle labbra l’amaro calice. Ancora il male portato da sud infestava le vite della gente tutta attorno: forse io non m’ammalai per poter essere l’osservatore, per recare la cronaca di quanto accadde assieme a quella pestilenza. Non so davvero se è così, o se solamente mi do un ruolo nel mondo che altrimenti non avrei. Alla fine, neanche questo importa realmente. Quello che accadde, che arrestò l’epidemia, fu un regalo dal cielo, nient’altro. Non fu merito nostro, di noi uomini intendo, fu solo un dono, sotto forma di creature provenienti dal passato, e che nel passato poi tornarono di nuovo, definitivamente. Ricordo che quando giunse anche a me la voce, a Bingrim, delle navi approdate a Minaran, rimasi sorpreso: non m’aspettavo quelle navi, né i marinai che recavano. Gli elfi, da terre remote che ora abitavano, venivano a noi, guidati, nuovamente, dal Corvo Bianco. Venivano silenziosi, come se ne erano andati, eppure la loro vista riscaldò i cuori come nessun’altra visione mai. Giungevano su navi bianche, con alti alberi e vele d’argento ricamate d’oro: il loro bagliore splendeva sul mare, si diceva, accecando come luce del sole. Ma poche navi venivano, tre in tutto, da sud, da lontano, e venivano solo per ambasceria e per un richiamo, un’ultima volta. Approdati in porto, gli elfi cantarono in lagrime, quanti fra loro giungevano. A guidarli, Ronilis, antico d’antica stirpe Rivedesti le spiagge Ed il mare Quando ormai non speravi Che quiete e sonno.

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Pianure e laghi, E fiumi assolati Che abbandonai in lagrime, Ora torno non per restare Ma la vostra visione Riempie di ricordi Un cuore antico. Ricordi di terre e tempi Luoghi e genti Che non più rivedranno La stirpe d’Argento. Ronilis venne condotto a Tedaran, e accolto da mia moglie. Veniva con dei doni, uno scopo. Si disse che fosse stato mandato, lui e i suoi, per portare agli uomini il regalo d’addio degli elfi. Quello che non ci avevano lasciato partendo, ora lo riportavano, come qualcosa di dimenticato nella fretta: dopo, forse non li avremmo rivisti più. Il Corvo Bianco s’appollaiò su di una delle navi, attendendo di riportare nuovamente lontano quei legni della stirpe d’Argento, ma intanto Ronilis era nuovamente fra noi. E il suo dono fu manifesto, come acque pure in un’ampolla. Stappata la bottiglietta, in breve il liquido contenuto evaporò al caldo dell’estate: un tenue e frizzante odore s’espanse, sparendo ben presto. Allora Ronilis disse: - Ci fu detto di recarvi una delle nostre antiche medicine, e così feci, lieto di tornare a queste terre. Ma già il ritorno mi chiama. - Chi vi disse della medicina? – Chiese allora, nella reggia, Norea - Un emissario dei tempi antichi, sparito da tempo fra di voi. La medicina ora è nelle vostre carni, in breve v’avvolgerà tutti: essa era nell’ampolla. Altre ne schiudono oggi gli elfi nelle navi; il male che vi colpisce ora svanirà ben presto: per quelli futuri, non contate sugli elfi. - Questo è davvero un dono, Ronilis della stirpe d’Argento. - Di niente, mia regina. Ma ora, se posso, concedimi una domanda: dov’è tuo marito, il Grande Re? - Lontano, a Bingrim: ha abbandonato tutto. - Capisco. Se premetti, prima di tornare dalla mia gente, di fretta, andrò da lui, per un ultimo saluto.

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E così Ronilis fece, mentre la voce del suo arrivo serpeggiava veloce come la pioggia fra le terre che percorreva. Quando giunse, su d’un cavallo bianco, mi trovò in attesa: - Ronilis, mio amico. - Felev, mio Grande Re. - Non più, mio caro. Ci rivediamo, una visita insperata! - E veloce, mio caro. Devo fuggire via, non più dovrei essere qui; ti trovo invecchiato. Allora le mura della mia casa ci accolsero, risuonando della chiara voce dell’elfo: - Sono invecchiato dentro e fuori, mio compagno di viaggio. - So cosa ti è accaduto, Felev: per quanto valgono, ti porgo le mie condoglianze. - Grazie, Ronilis. Tu invece sembri più giovane. - Il mare ci ha ringiovaniti: ma già ora, qui, sento nuovamente il peso degli anni. - Allora va via, mio caro; ti capisco e ti invidio, perché a te è data un’altra vita. A me questa misera. - Ma finirà, anch’essa, vedrai. Ora davvero, la voce del mare canta il mio nome: addio Felev; mai più ci rivedremo. - Addio Ronilis: davvero mai più ci rivedremo. Allora Ronilis salì in groppa al cavallo bianco su cui era venuto: cavalcando leggero, giunse a Tedaran, e da lì scese le terre degli uomini fino a Minaran. Laggiù le navi degli elfi erano pronte a salpare: all’arrivo del mio amico, esse mollarono gli ormeggi; dopo breve volgere di tempo, gli infiniti regni del mare le avvolsero, ingoiandole nelle loro distese.

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Epilogo

E così si conclude questa mia vicenda: il resto è solo tempo trascorso senza senso, in attesa di qualcosa, forse, della fine non scritta su di una pergamena ingiallita, ma su di un letto nell’ultimo riposo. Non saprei cos’altro dire, perciò con la partenza degli elfi, si conclude anche questo racconto dei miei ricordi. - E ora, vuoi rispondermi? - Ponimi prima le tue domande. - Perché? Dammi i perché di tutta questa vicenda. Non rispose, il Viandante: non era suo compito dare risposte; forse solo di far nascere domande. Allora Felev protesto, e mentre svaniva nella notte, il Viandante, voltandosi un’ultima volta, disse: - Ti rispondi da solo, Grande Re. Anche tu porti il tuo fardello; tu, come tutti gli uomini degni di questo nome, te ne fai carico, in un modo o in un altro. - Le solite parole: non cambi i tuoi discorsi, vero Viandante? Ma Il Viandante era già sparito, e Felev era solo. Rimase a lungo, fermo, a fissare la pergamena: lo sguardo era vuoto, e allo stesso tempo pieno di significati e pensieri. Il volgere degli istanti si fece minuti, da minuti ore, e la stanchezza colse il vecchio Grande Re di sorpresa. Il sonno lo avvolse nelle sue maglie. Allora Felev s’adagiò accanto allo scritto, e immerso nei sogni attese il sorgere del sole. Porin si svegliò presto quel giorno, e subito s’accorse dell’assenza del vecchio. Preoccupatosi d’aver dormito troppo, accorse alla stanza dove il Grande Re era solito trascorre il suo tempo. Qui lo trovò poggiato su di un tavolo, con accanto ancora l’inchiostro e un calamaio. Vicina, stava una pergamena, tenuta celata fino a quell’ora.

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Facendo piano, l’uomo s’accostò allo scritto, e lo lesse, saltando ampi brani. Riconosceva la storia, i protagonisti e le amare conclusioni. Vi lesse tutto il malessere del suo ospite, e la conclusione non scritta. Allora, avvicinandosi e attingendo al calamaio con una penna, pose la fine, che Felev non trovava il coraggio di scrivere. Era forse, quanto realmente l’anziano pensava e meditava. Ho la mia pace nella sua missione, nella sua scelta e nella sua fine.