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REPUBBLICA 2200

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3 “Come dimostrano tutti coloro che ragionanno del vivere civile, e come ne è piena di esempli ogni istoria, è necessario a chi dispone una repubblica e ordina leggi in quella, presuppore tutti gli uomini rei, e che li abbiano sempre a usare la malignità dello animo loro qualunque volta ne abbiano libera occasione.” (Machiavelli, Discorsi, I, 3) “Nulla è soltanto e in ogni senso futuro, nulla definitivamente perduto. Il futuro contiene il passato.” Joseph Roth

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Prologo

- Non ti perdonerò, sono stanco. Nel buio quelle parole tuonarono sul volto di Titano, che in silenzio attendeva una speranza dal fratello: - Non ti perdonerò, sono stanco di perdonare. - Ma… - Non c’è ma, Titano – Prometeo proruppe deciso – non voglio più perdonare stupidità e indecisioni, egoismi e ribellioni. Non me lo concederò più. Nel buio della cella Prometeo passeggiò: - Perché? Perché proprio tu non capisci? Tutto questo, tutta la nostra opera si basa solo su questo concetto: non concedere più agli uomini la possibilità di sbagliare. - E non è questo un errore? – urlò con tutte le sue forze Titano – - Forse, e forse tutto si basa su di una finzione, su di una violenza. Dicendo questo Prometeo si voltò verso l’uscita della sala, calmo. Al suo avvicinarsi sbarre silenziose s’issarono, lasciando attraversare la soglia dell’aula al padre della Repubblica: - Eppure questa Repubblica, questo stato, questo sogno, si basa su queste norme. Il tuo tradimento, il tuo tentativo di sovversione, benché fosse solo un pensiero, le ha tradite. Non ti concedo perdono e scuse. Ho dato via la parte migliore di me per tutto questo – e, dando le spalle al fratello, Prometeo allargò le mani attorno a sé per indicare quanto era allora al mondo – e non concederò a nessuno di distruggere tutto. Che abbia ragione o no. Così dicendo Prometeo, calando la testa senza udire le proteste di Titano, uscì dalla cella. Le sbarre calarono, elettrificandosi, mentre Titano accorreva ad esse. Dopo qualche ora l’avrebbe atteso la sentenza di condanna.

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I Sotto l’ombra del faro

La via colonnata di marmo brillava dell’arancio fuoco del tramonto. Nea Alessandria era stupenda, o almeno così gli appariva. Sotto la via, il salotto buono della città, la città dei ricchi, i vari livelli e le varie strade si estendevano interminabili. I palazzi, villaggi e quartieri sviluppatisi verso l’alto sin dai tempi della rifondazione della città, quando sorse la Repubblica, quarant’anni addietro, fiancheggiavano le colonne dorate dalla luce. I bagliori dei lampioni incominciavano ad accendersi, mentre lui s’incamminava lento, apparentemente invisibile. Il vento, una brezza leggera dal mare, s’intrufolava fra i palazzi, soffiando vivo sul suo volto. Era un barbone, e come tale avrebbe dovuto destare fastidio, disprezzo, in quello che era il luogo prediletto dall’elite della Provincia, il paese più ricco della Repubblica: invece nessuno faceva caso, malgrado gli stracci che coprivano il suo corpo, alla sua figura che passeggiava tranquilla per le strade. O almeno, nessuno dava a vedere il suo fastidio per la sua presenza. La gente non faceva neanche lo sforzo di non osservarlo o di fingere la sua inesistenza; semplicemente, fra quelle strade e quegli incroci, ormai nessuno osservava niente, nessuno faceva più caso a niente, e in un mondo di maschere, nulla più vi era da scrutare. Non aveva un’identità, né un nome. Era strano che non avesse mai avuto un nome, in una Repubblica in cui la formalità era tutto: eppure era così, e la cosa, ormai, non gli dava più fastidio. Non aveva conosciuto né suo padre, né sua madre, o qualche altro parente nella sua trentennale vita: in un modo o nell’altro era sopravvissuto, in quella giungla chiamata metropoli, e ora, senza un nome né una casa, vagava come un’anima perduta fra le strade. Apparteneva agli scarti della cernita: quelli come lui, giudicati da apposite macchine e da giudici inflessibili, erano risultati già alla nascita senza valore alcuno, o addirittura pericolosi. Così, risultato

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inutile o dannoso, non era stato inserito in nessuna delle tre classi: né fra i Saggi, né fra i Guardiani, né nella Terza Classe. Una sirena e le urla di Guardiani in divisa lo destarono dallo splendore del tramonto. Evidentemente non erano proprio tutti a non fare caso al suo passeggiare su quelle mattonelle di ricco marmo rosato: qualche telecamera dei Guardiani doveva averlo visto, e ora una pattuglia giungeva a buttare via la spazzatura dalla strada. Affrettandosi corse via dalla strada colonnata. Ascensori tutti ai lati lo portarono rapidamente ai livelli più bassi, lì dove anche le aeromobili non hanno accesso. Perso nel mare di fumi di scarico e fra la gente comune, anche la sua povertà e la sua trasandatezza si nascosero per un po’. << Chi sono io? >> Era questa la domanda che ogni tanto si poneva, solo fra i cunicoli più sudici, quando uno strano torpore lo percorreva come un fremito; anche ora che brandiva un frammento di uno specchio trovato fra i rifiuti, quella domanda, quelle tre semplici parole, gli si riaffacciavano alla mente martellando i suoi nervi fino allo spasimo. Sembra una domanda stupida: << Chi sono io? >> Ogni persona normale, nelle sue condizioni, avrebbe risposto: << Stupido, tu sei tu, la persona con cui ogni mattina inizi a parlare, la persona che devi sfamare, il corpo cui talora devi dare riposo, la persona che la sera, quando ti addormenti, saluti augurandole di non svegliarsi mai più. >> Eppure per lui non era così semplice: dopotutto, già era un problema riconoscersi ogni mattina, senza un nome dalla nascita, senza un’identità che la società accetti come tua. In una società in cui ognuno ha un ruolo, essere un “senza ruolo”, essere come lui, insomma, equivaleva alla morte. Già, la società: viveva nella Repubblica perfetta, il frutto dei sogni e delle utopie d’un antico saggio, improvvisamente realizzatosi nel futuro più lontano. I Saggi governavano, i Guardiani custodivano l’ordine, e il resto della popolazione viveva del suo lavoro, nella sua pace e privo di responsabilità: cosa chiedere di più! Un gatto nero gli passò davanti, miagolando feroce, mentre realizzava per l’ennesima volta questi suoi pensieri. Aveva fame, lì nei bassifondi, dove l’aria è irrespirabile, ammorbata dallo smog e dallo sporco proveniente da due chilometri di piani superiori. Lì sotto la luce del sole non giungeva mai, e una perenne notte calda e asfissiante accompagnava la vita di quelli che la miseria, la fame, o semplicemente la stessa condizione in cui si trovava lui dalla nascita, avevano costretto a vegetare in quell’inferno di cemento. Lì sotto raramente, fra quelle baracche costruite di rifiuti,

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venivano i Guardiani. Poi, addirittura, la maggior parte di quelli che si trovavano nella Terza Classe neanche sapevano dell’esistenza del fondo della città: per la maggior parte della gente comune, Nea Alessandria non aveva limiti verso il basso, ma solo una profonda e luminosa voragine senza fine. Nessuno di quegli impiegatucci e borghesotti abitava in quella profonda e luminosa voragine, e così non potevano conoscere la realtà. Una realtà di miseria e di notte, di crimini e senza solidarietà alcuna. Una realtà ai limiti del bestiale, ai limiti della vita. Per di più aveva un gran mal di testa. Posò lo specchio, o meglio, quello che ne rimaneva. Aveva raccolto un tozzo di pane, ai piani alti. La fame glielo fece ricordare: presolo dalla tasca della giacca di pelle logora raccattata chissà dove, lo addentò con avidità. I suoi capelli lunghi, rossi e sporchi, finivano per coprire la pagnotta, e con rabbia li scostava mentre azzannava come un cane rabbioso. Un gemito vicino lo distolse: il gatto nero scappò via impaurito. Una donna, un’Orientale, una di quelle giunte da poco, gli si avvicinò, in lacrime. Con dei gesti convulsi gli fece cenno di dividere. Poteva avere al massimo 25 anni, quella ragazza, e sarebbe stata pure una bella donna, se la miseria e la stanchezza non la avessero abbrutita tanto. Distratto dalla giovane, lui non fece in tempo ad accorgersi del grosso Orientale che lo colpiva da dietro con qualche oggetto contundente. Sentì come una voce dirgli nella mente: << voltati, imbecille >>, ma non fece in tempo; colpito alla nuca, svenne immediatamente, mentre i suoi aggressori s’appropriavano del suo parco pasto e scappavano via in quella notte serpeggiante fra i cunicoli. Al suo risveglio aveva ovviamente ancora fame, e il mal di testa era peggiorato. Gli Orientali, i Senza Parole che l’avevano colpito, erano solo gli ultimi di una lunga serie di profughi che venivano dall’est, dalle terre contaminate dall’Ultima Guerra Mondiale. Da quel che si diceva fra la gente, cinquant’anni addietro, prima della Repubblica e di Nea Alessandria, nel mondo s’era combattuta una grande guerra, l’Ultima Guerra Mondiale, per gli stessi, soliti motivi di sempre: religione, potere e denaro. Alla fine della guerra poderosi bombardamenti incrociati a base di testate nucleari o peggio avevano colpito tre quarti del mondo. Incredibilmente, parte della buona e vecchia Europa e dell’Asia si salvarono, e sulle ceneri della guerra sorsero, o tornarono a nuova vita, le antiche megalopoli: Roma, Lundinum, Parisii, Nea Alessandria, Bisanzio e Babilonia. Stanchi di guerre e di follie, gli abitanti delle città s’affidarono

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ai Saggi, e così rivisse il sogno d’unica, antica repubblica, teorizzata da qualche filosofo il cui nome s’è sbiadito col tempo. La popolazione venne divisa nelle tre classi, che lo volesse o no. I cosiddetti eroi, o parte di essi, si schierarono con i Saggi, ne furono il braccio armato: con il loro potere, divennero i Guardiani della loro Repubblica. Ogni opposizione fu debellata in nome del bene e della concordia comune. In breve, l’opposizione, sotto il miraggio d’una pace perenne, non fu che un ricordo. Come ogni rivoluzione, anche questa fece le sue vittime, da una parte e dall’altra della barricata: ma dei morti, solo i martiri in nome della Repubblica sono conosciuti. Anche lui si considerava una vittima della Repubblica, delle sue classificazioni. E poi, fuori dalla Repubblica, vi erano quelli che stavano anche peggio dei più miserabili fra gli abitanti di Nea Alessandria: gli Orientali, i Senza Parole, le genti che per anni erano state soggette agli effetti delle radiazioni e delle armi chimiche dell’Ultima Guerra, e che ora fuggivano sempre più verso le megalopoli. Cosa si poteva dire ad uno di questi uomini, morti di fame, mutati o malaticci a causa delle condizioni in cui avevano vissuto o erano cresciuti? Si poteva negare a queste persone l’asilo, una speranza in quella Repubblica perfetta? Ma li si poteva accogliere, ora che loro odiavano proprio quella Repubblica, ai loro occhi colpevole della loro stessa sorte? E lo era, la Repubblica, colpevole della loro sorte? Era così perfetta quella Repubblica? Certo, per lui non lo era: ma c’era chi la considerava tale, e ci dovevano essere dei motivi per farlo, non una semplice fede, un’isteria metafisica. Ma per lui non erano quelli i quesiti di ogni giorno, le domande da porsi al risveglio. Un fremito e uno spasimo gli ricordarono che era affamato, ancora. Risollevatosi, con aria circospetta, raggiunse uno degli ascensori che portavano ai piani alti, quelli usati solo dai morti di fame come lui per andare a raccattare qualcosa per vivere, e dalle guardie, quando, di tanto in tanto, si recavano in quell’inferno senza luce per qualche rastrellamento. Nell’aria vide sfrecciare, alta sopra i palazzi, Sole Nascente. L’idolo di Nea Alessandria, il simbolo stesso della città, molto più del Faro e del Museo. Era quella donna il collante della popolazione della megalopoli. Certo, i veri comandanti erano i Saggi, ma la gente si fidava solo di quella Guardiana. C’era chi la riteneva la persona più potente al mondo, chi pensava che lei fosse l’erede di Prometeo. Ma quella donna non si poneva

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di tali quesiti: semplicemente, volava e metteva i suoi straordinari poteri a disposizione di quella che la repubblica chiamava giustizia. Nient’altro. Quando i colori della sua divisa, quel giallo chiaro e quel rosso fuoco, sfrecciavano sulle strade, allora sì che la folla trepidava e che i cuori della gente si rianimavano: per sino quello di un barbone affamato. Sole Nascente spariva all’orizzonte mentre lui si nascondeva alla vista di qualche Guardiano armato. Osservatolo di nascosto, attese che quella seccatura s’allontanasse; poi, con fare circospetto, si rimise in cammino. Conosceva alcuni luoghi privilegiati per trovare di che vivere: angoli di vita mondana, dove gente come lui veniva accettata, per qualche istante certo, e addirittura sfamata. Ecco, ora aveva proprio bisogno di uno di quegli angoli, e lì si dirigeva. Mosse pochi passi: l’alba lo accoglieva di fronte ad uno splendido panorama. Il Faro si alzava in tutto il suo splendore, ricoperto di specchi per tutta la sua struttura, fin oltre i limiti degli ultimi e più alti grattacieli della città. Sul suo culmine, gli enormi fasci di luce che indicavano la città sulla foce del Nilo. Tutt’attorno al Faro, una selva di aeromobili e di navicelle, come attratte da quell’interminabile splendore d’ingegneria, così sottile eppure così resistente, così solido, primo, accogliente approdo dal mare verso Nea Alessandria. Sotto il Faro, un enorme numero di piste d’atterraggio permettevano alle navicelle provenienti dalle altre megalopoli di sbarcare i loro passeggeri. Comode navette e aerobus avrebbero da lì convogliato quella gente verso il centro della città. A sud est del Faro, l’altra meraviglia di Nea Alessandria: il Museo, il tempio della cultura, certo, e di molto altro. Quello era ormai il centro affaristico della città o almeno il centro dei grandi ricchi, dei grandi affaristi che non potevano di sicuro sentirsi al sicuro nella capiente e ospitale, ma così comune, agorà della città. Nel Museo si compivano gli affari più clamorosi della parte orientale della Repubblica, e lì spesso si decidevano i destini economici di centinaia di migliaia di persone, di centinaia di migliaia di abitanti, quasi sempre cittadini di Bisanzio e di Nea Alessandria. Essere accolti al Museo indicava allora essere diventato qualcuno, essere diventato una persona influente, avere del potere, persino, in un certo qual modo, sui Saggi e sui Guardiani. Non era poco. Ebbe il tempo di voltarsi, che un boato, come il rombo di un tuono, risuonò per la città. Subito il fuoco e il calore, e la polvere del crollo fragoroso. Mossi gli occhi all’indietro, vide il Museo in fiamme implodere su se stesso.

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Qualcosa, qualche scheggia, gli fu addosso, come esplosa da un arma da fuoco: eppure non lo colpì. Un essere umano, apparso dal nulla, proprio di fronte a lui, teneva in mano quella scheggia incandescente di metallo. E ora quello, che ai suoi occhi si mostrava come un bambino, spariva lasciando cadere a terra, ormai inoffensivo, l’oggetto che fino a pochi secondi prima rischiava d’ucciderlo. Poco lontano un sibilo sommesso s’allontanò rapido mentre lui non faceva neanche in tempo a voltarsi verso chi l’aveva emesso

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II Incubi

Avvinghiato alla cima della Torre Alta, Incubo attendeva la sua preda. Il corpo era percorso da un fremito, mentre gli occhi rossi cercavano nella notte, sotto le stelle di Roma, quel piccolo criminale che da un po’ infestava le strade. Certo, quel ladro d’alto borgo era protetto da un’organizzazione dietro, qualcosa d’importante: per questo era necessario trovarlo quanto prima possibile. Fiutava l’aria come un segugio mentre scandagliava i quartieri con la sua vista. Le orecchie, se così si potevano chiamare quelle fessurine che aprivano il suo piccolo cranio senza capelli sopra quell’immenso corpo mostruoso, stavano tese, alla ricerca d’una minima traccia. E la traccia venne, un urlo ed uno sparo nella zona dove di solito si muoveva il criminale. Come una saetta quell’immenso corpo scattò dalla Torre, e le ali senza piume si spiegarono al vento della città. Planando velocemente Incubo fu per strada, una delle strade alte. Protetto dal buio si mosse repentino: - Stia zitta signora, e non le succederà niente. Il ladro aveva appena fermato una donna proprio di fronte all’entrata del suo lussuoso appartamento. Come un angelo Incubo balzò alle sue spalle, mentre le articolazioni delle sue gambe si allungavano nel salto. Con le ali spiegate atterrò dolcemente dietro il furfante, senza farsi sentire. La vittima dell’aggressione si vide sbucare un ombra, immensa, violacea, proprio dietro il suo aggressore. Quello non fece in tempo a voltarsi: dietro di lui le braccia d’Incubo si allungarono e lo cinsero, come catene. Tenendo ferma la sua preda a lungo ricercata, impossibilitata ora ad ogni azione, la creatura si voltò e saltò nuovamente, planando poi lungo i cieli notturni della capitale della Repubblica. - Piccola, cosa fai? - Sono qui, mamma, sto giocando.

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- Ah, va bene. Mi raccomando, non combinare niente finché io non torno. Vado a comprare le sigarette e dalla vicina. - Va bene mamma! Gratia era seduta per terra, nella sua cameretta. Giocava con delle bambole, dei modellini di qualche cantante o modella particolarmente famosa in quel momento. All’olovisione, scorrevano le gesta dei Custodi: Prometeo e Pandora intenti a fermare qualche famoso criminale a Parisii, supervisionati come sempre da Sinolo. Il resto del gruppo, invece, guidato da Vespro, era a Londinum per proteggere l’assemblea locale. Voci davano per imminenti attentati in quella città. Questi discorsi da grandi però non riguardavano la bambina, che rimaneva estasiata ad osservare il volo di quegli eroi. Li ammirava e li temeva, come chiunque. Eppure aveva conosciuto Prometeo e Vespro: qualche volta quei vecchietti simpatici venivano a trovarla, chissà poi perché, e le portavano sempre qualche giocattolo. Poi rimanevano da soli a parlare con la mamma, e infine, come se niente fosse, con un grosso sorriso sul volto, li salutavano e se n’andavano. Allora la mamma rimaneva un po’ a guardare sua figlia, la piccola Gratia – oh, lo faceva sempre! – e poi, prendendola in braccio, la stringeva a sé e sussurrava: - Tu sei la mia piccola tutta speciale! Poi la donna lasciava andare la bimba ai suoi giochi, e tutto continuava normalmente. Aveva dei capelli neri, Gratia, e degli occhi neri e vivacissimi. Maneggiava con cura i suoi balocchi, mentre si alzava in piedi e andava in cucina. Un suono acuto e continuo la informò che qualcuno li chiamava al video telefono. Pigiando su di un tasto, proprio come le aveva insegnato la mamma, aprì il terminale, e al posto delle immagini dei Custodi, le apparve il papa: - Ciao piccolina, come stai? Dov’è la mamma? - Io sto bene, e mamma è appena uscita…tu come stai, quando torni, papà? Gratia aveva pronunciato quelle ultime parole con gli occhi che brillavano. Erano due mesi che il papà era a Babilonia per lavoro, e ora lo attendeva sempre più con ansia: - Ci vorrà ancora un po’, piccolina cara. Sto bene. Mi raccomando, dì a mamma che ho chiamato! Con quella frase si chiuse la discussione, e al posto del volto del padre, Gratia vide sbucare dei cartoni animati sul canale dedicato ai bambini.

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Consegnato il delinquente al Tribunale, Incubo fu di nuovo per strada. Tornò a planare con le sue grosse e scure ali sulla città, e si appollaiò sul tetto di un alto grattacielo. Guardando verso il basso, tentò di parlare: - Nchheeee… mmmbbbbeeellllaaaa…ciiiittttàààà! Osservava dall’alto Roma, le sue luci di notte. Il foro, gli anfiteatri, i colli illuminati e tutt’attorno la città nuova che sorgeva, specchiandosi nel Tevere. Sentiva distintamente le voci di molti degli abitanti di quella città, la più popolosa della Repubblica: parlavano di commerci, di competizioni, d’amore; insomma, di vita. Amava Roma, Incubo, e i suoi abitanti, sebbene molti lo temessero per il suo aspetto. La sua contemplazione di quell’immenso spettacolo fu però interrotto da un aliante che sibilava accanto a lui, e da una voce conosciuta, sebbene non gradita: - Che c’è mostro, batti la fiacca? Ti manca la mammina? Ah, già, tu non l’hai conosciuta la mammina, come tutti noi! - Cccccceeeeeennnnnnssssssssooooooorrrrrreeeeeee….. - Sì, sai dire il mio nome, e con ciò? Al lavoro, bestia, prima che faccia rapporto a chi di dovere! Così dicendo l’aliante di Censore volò via, con il suo sgradito proprietario a cavalcioni, a spasso per la città. Incubo non capiva perché, ma da sempre Censore gli rimproverava la sua stessa esistenza, il suo vivere. E non smetteva di rinfacciargli la sua stupidità, il suo essere un bambino, un bimbo terribile e potente, nel corpo d’un mostro. Con la paura del rapporto a chi di dovere (cioè i Custodi, o peggio, i Saggi), balzò dall’alto sulla città, e volò a compiere ciò per cui era stato addestrato sin dalla nascita. Mamma non arrivava. Era da un po’, da circa un mese, che ogni sera andava a comprare qualcosa e poi passava dalla vicina. A volte, però, a Gratia era capitato di vedere dalla finestra la vicina uscire, quando la mamma era da lei. Eppure la mamma aveva sempre da raccontare sulla vicina, anche quando Gratia l’aveva vista uscire. Del marito della vicina, invece, mamma non parlava mai. Certo, quando lo incontrava per strada, mamma era sempre molto affettuosa con lui, e spesso si chiamavano con il video telefono. Ma con Gratia, di quell’uomo non parlava mai: diceva solo che era una brava persona, bella e brava. Aveva aspettata la mamma come ogni sera in cucina, e come ogni sera, arrivata a quell’ora, si era messa a dormire. Non aveva paura del buio, ma teneva ugualmente una piccola lucetta accesa nella sua cameretta tinta di giallo. Così, con il sonno che la vinceva, Gratia si girò di lato e si mise a dormire. Poi udì un leggero tonfo:

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pensò che fosse tornata la mamma, più presto del solito. Ancora assonnacchiata, corse nel corridoio, rumorosamente, per accogliere la donna che pensava fosse giunta; una mano invece le si strinse alla bocca, zittendola, e una voce disse: - Stupido, ma non dicevi che non c’era nessuno in casa? - N’ero sicuro! E chi ne sapeva niente di questa bambina! - E ora che cosa facciamo? Me lo spieghi? Che facciamo, la ammazziamo perché tu non ne sapevi niente? Sai quanti anni ci possono dare per un reato del genere, se ci scoprono? Sai che potrebbe anche esserci la pena di morte? Lo sai vero? Lo sai che stanno discutendo, i Saggi, per riapprovarla! - Calmati, calmati, non succederà niente…non è vero dolcezza, non è vero piccolina? Due uomini, completamente vestiti di nero e con dei passamontagna sul volto erano entrati in casa. Uno dei due la teneva stretta, mentre l’altro ora s’era abbassato alla sua altezza e le parlava dolcemente (e la chiamava piccolina, proprio come papà!) Planava senza meta, come sempre quando non gli veniva affibbiata una preda ben precisa, alla ricerca di quell’odore che conosceva bene: l’odore di colpa. Quella città n’era tristemente piena, lo sapeva bene, Incubo. C’erano però vari tipi di quell’odore, varie fragranze. E gli avevano ben insegnato quali di quelle fragranze lui dovesse seguire. Improvvisamente ne fiutò una, sentì l’odore dell’adrenalina di qualcuno che tentava una rapina. Sentiva la paura d’essere scoperti: non c’erano dubbi, riconosceva bene, oramai, quell’odore. Silenzioso come sempre s’aggrappò ad un palazzo allungando uno dei suoi bracci, e si fiondò dentro una stanza buia attraverso una finestra lasciata semi aperta. Dentro, rimase immobile un attimo. Fiutò e ascoltò, silente. Localizzò bene le posizioni dei presenti nella casa: c’erano due uomini e una bambina, impaurita, sì, ma innocente. Si mosse lentamente, ma inesorabilmente, per non farsi sentire. Intanto i due ladri parlavano con la bambina: - Diccelo che non dirai niente, che tu non hai visto niente, e noi non ti faremo nulla! Dai tesoro! L’altro delinquente, quello che teneva zitta Gratia, scostò la mano, per farla parlare. Tutt’e due i malviventi la fissavano, pronti ad agire al primo strillo. La bimba però non parlò con loro, ma rimase a fissare sbigottita

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oltre i due uomini. Qualcosa di grosso sbucava dall’ombra, camminando lentamente, mentre lei lo fissava: - Allora, bimba? Ti si è seccata la lingua? Fece uno dei due delinquenti, e stava per dare un ceffone a Gratia. La sua mano però fu fermata da un arto d’Incubo, allungatosi dall’inizio del corridoio. Il Guardiano poi ritrasse a sé il suo braccio, e il malvivente, trascinato veloce, sbatte contro il suo petto duro, tramortendo. L’altro delinquente rimase per qualche istante incredulo, ma poi, come svegliatosi da un sogno, corse via come un folle per la casa, prendendo Gratia per un braccio. La trascinò fino alla cameretta della bimba, poi, vistosi in trappola, rimase ad attendere la creatura sbucata dall’ombra. Estrasse una pistola e la punto alle tempie della bimba. Incubo piombò nella stanza dall’entrata, lento, poi rimase a fissare il ladro senza aprir bocca: - Sta calmo – prese ad urlare l’uomo – sta calmo e non le farò niente, ok? Sta calmo! Ora, io voglio, io devo scappare da qui, ok? Tu fa finta che non sia accaduto niente, e io ti do la bambina, va bene? Incubo non rispose, e rimase solo a guardare negli occhi il topo d’appartamento: - Che fai, non rispondi? Eh? Forza, entra nella stanza, piano! Io mi avvicino alla porta mentre tu vai dall’altro lato, ok? Ti lascio la bambina e tu mi lasci andare, d’accordo? Bravo, lentamente… Incubo mosse qualche passo nella stanza, ed entrò, seguendo gli ordini dell’uomo. Intanto l’altro uomo si riprendeva e fuggiva via dalla porta d’ingresso: incubo lo udì. Il rapinatore che teneva Gratia s’avvicinò allo stipite della cameretta, e sempre fissando Incubo, uscì. Non appena fu fuori della stanza, lascio la bambina dicendole paternamente: - Va via piccolina, e scusaci. Poi scattò verso l’entrata della casa. Istantaneamente le braccia di Incubo lo rincorsero dalla stanzetta della bambina, mentre questa si andava a rifugiare sul suo lettino, impaurita. Con un balzo Incubo fu fuori della stanza, nel corridoio. Le sue braccia avevano già catturato il delinquente. In un instante si diresse verso la finestra da cui era entrato in casa: senza pensarci, saltò fuori. Quel palazzo era basso, così, rapidamente, planando, si ritrovò per strada. Gratia non fece in tempo a giungere alla finestra e ad affacciarsi, che vide di nuovo l’enorme creatura svolazzare con le sue enormi, glabre ali, di fronte a lei: fra le braccia teneva i malviventi, saldamente: <<Non fargli del male>> pensò fra sé Gratia, e subito le giunse la risposta:

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- Mmvaaa bbeeennneee. - Cosa? Cosa va bene? - Nnnooonnn ggggllliii fffaaaccciiiooo nnniiieeennnttteee! - E tu come sai che l’ho pensato? Gratia era sorpresa e stupita: - Ssseeennntttiiitttooo iiinnn ttteeesssttttaaa. Tttuu sssooolllaaa… In quel momento tornò la mammina di Gratia: chiamò per vedere se la figlia era ancora sveglia, avendo trovato la luce del corridoio accesa. Poi intravide la figlia, sotto i raggi della luna, affacciata alla finestra. Le si avvicinò, ma non fece in tempo a rimproverare la bimba che si trovò davanti una creatura enorme e alata. Fu presa dalla paura. Incubo la osservò un attimo, poi esclamò: - Aaannnccchhheee…tttuuu…cccoooolllpppaaa…. dddiiiivvveeerrrsssaaa…. Poi, voltandosi, la creatura si allontano planando. Mentre volava via, Gratia salutò il suo salvatore: il cenno di una mano d’Incubo, da un braccio che tratteneva come una corda una delle “prede”, ricambiò il saluto nella notte.

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III Quando nasce il sole

Non s’era accorta di niente, lei, Sole Nascente. Lei che era l’idolo della città, lei che era il protettore di tutta quella gente, non s’era accorta di cosa accadeva. Eppure volava proprio lì vicino! Ma come pensare che una di quelle navicelle poteva essere stata dirottata senza che alcuno se n’accorgesse. Come pensare che quella navicella si dirigesse proprio verso il Museo, colpendolo in piano, distruggendo l’opera d’arte della rifondazione della città. Certo, lucida molto più di tutti gli altri, aveva visto che la cosa stava per ripetersi. Aveva visto, se n’era accorta, che un’altra navicella si dirigeva verso il Museo. Aveva capito che quello non era stato un incidente, che era qualcosa di molto più grave. Aveva fermato quella seconda navicella, lei, il Sole Nascente della città. Aveva salvato il Faro dalla sorte del Museo. Ma cosa raccontare alle vittime della strage? Che cosa raccontare ai parenti? Cosa raccontare alla gente della strada, alla folla terrorizzata, in delirio e nel panico, perché lì, ora, dove prima sorgeva il Museo, dove erano morte migliaia di persone in pochi istanti, lì non rimaneva che polvere. Li vedeva tutti, nella sua mente, lei Sole Nascente, così si chiamava per tutti, quei morti, ricoperti da tonnellate di cemento, arsi dal fuoco, asfissiati dalla mancanza d’ossigeno, dai gas della combustione. Ricoperti dalla polvere com’esemplari antichi di qualche parco archeologico, ora se li sentiva sulla coscienza, lei che era la luce della città. Erano passati giorni, e la sua divisa rossa e gialla aveva sfrecciato anche più di prima su quei cieli di Nea Alessandria, ora che serviva di più la sua presenza a confortare la gente. Quegli attentati erano arrivati del tutto inaspettati, o almeno per lei. Non sapeva se i Custodi, se qualcuno più in alto di lei, magari, ne fosse a conoscenza: non le interessava. Molti la paragonavano a Prometeo, per il suo potere, per le sue potenzialità. Ma lei non voleva essere la madre d’una Repubblica dell’ordine, come Prometeo: voleva essere la protettrice della gente. Prometeo non le piaceva.

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Quella mattina volava sulla città, come sempre. Era stata avvisata che s’attendeva da un momento all’altro l’arrivo d’una grossa ondata di immigrati, e forse terroristi, dall’Oriente. Ma l’avviso non era stato chiaro, preciso. Una carretta dell’aria giunse al Faro, strapiena d’Orientali, di profughi provenienti da fuori i confini della Repubblica. Tutti marchiati d’uno strano simbolo, una mezza luna sulla fronte, quei poveracci tremavano dal freddo e dalla paura, quando, scesi dalla nave, si ritrovarono di fronte lei. Furono controllati. Neanche l’ombra d’armi o di qualsiasi altra cosa potesse fare insospettire. Se c’erano terroristi fra quegli uomini, non si poteva scoprire così. Molti di quegli immigrati erano donne, e fra loro in tante erano incinte. Una cercò di parlarle, nella sua lingua, e un interprete subito s’avvicinò alla Guardiana per cercare di spiegarle cosa l’immigrata dicesse: - La prego, ci aiuti. Non trovo più mio marito e il mio bambino, la prego! - Come si chiamano – chiese Sole Nascente, facendosi capire. - Laibel, mio marito, e Wandiria mio figlio…Per favore, ci aiuti! La donna era stremata, e visibilmente disidratata. Incinta, vicina al parto, si rivolgeva in lagrime alla Guardiana, scura di pelle, come se si stesse rivolgendo al suo unico appiglio: - Signora, da che parte della nave erano suo marito e il suo bambino? - No, erano in una delle altre navi, in un’altra! - Altre navi? Quante? Ma Sole Nascente non attese la risposta. Se c’erano altre carrette dell’aria come quella, che ancora non erano arrivate al Faro, probabilmente non sarebbero arrivate mai più senza il suo intervento. Issatasi in volo, scrutò dall’alto sotto di sé per qualche miglio, ma non vide niente. Allora, procedendo veloce, s’allontanò dalla città e dalla sua confusione, verso Est, da dove venivano tutti quegli immigrati. Sulle terre del Medio Oriente volò come una saetta per miglia, sopra terreni fertili e zone aride, finché non vide ciò che non si poteva aspettare. Una flotta di migliaia d’aeromobili, di navicelle cariche di mercanzia umana, viaggiava all’orizzonte, diretta ad ovest, verso Nea Alessandria. Cosa fare? Come accogliere tutta quella gente? Potevano essere anche centinaia di migliaia di persone, tutte in viaggio verso la sua città. E come diavolo erano sfuggite ai rilevamenti radar e del satellite? Come mai ci si aspettava solo l’arrivo di qualche nave, e non di tutta quella massa di disperati? Tutte queste domande le venivano in mente mentre sfrecciava verso gli

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immigrati. Giunse vicina alle navi: <<E ora? Che si fa?>> pensò tra sé, ma non ebbe il tempo d’agire. Da alcune navi, davanti a lei, furono scagliati via degli uomini, mentre ancora le aeromobili erano in volo. Poi, a tutta velocità, le stesse navi si diressero in retro marcia verso il luogo da cui provenivano. Così iniziarono a fare molte di quelle navi. In un lampo si dovette muovere, per salvare quante più vite poteva. Sfrecciò in ogni direzione, prendendo al volo degli uomini inermi: poi iniziò a salvarne altri con i suoi poteri telecinetici, Sole Nascente. Ma cadevano in troppi, e i veicoli assassini da cui quella gente veniva trasportata fuggivano in fretta. Sembrava quasi che, in un modo o in un altro, quegli sciacalli dell’aria si disfacessero apposta di quei morti di fame: in effetti, pensava Sole Nascente, cosa cambiava per quei bastardi se dei disgraziati, dopo averli pagati, arrivavano davvero alla loro meta o erano scaricati per strada? La risposta era agghiacciante: nulla. Qualcuno morì, lanciato via a quella folle velocità, e non poté farci niente. Molti furono salvati: tutti portavano lo stesso marchio in fronte. Inseguì per un breve tratto quelle navi, ma erano troppe anche per lei, mentre fuggivano, conoscendo bene le terre su cui volavano, in ogni direzione, sparpagliate. Eppure qualche nave riuscì a catturarla, Sole Nascente, e gli occupanti furono condotti subito, costretti dai suoi poteri, a Nea Alessandria. Ma dentro, sempre la stessa immagine: poveri con il solito marchio e gli scafisti suicidatisi, per non diffondere informazioni sull’organizzazione che servivano. Nondimeno condusse tutti quelli che poté, navi comprese, al Faro. Lì, con sua sorpresa, si ritrovò davanti alcuni fra i Custodi: Vespro e Nereo, giunti da chissadove, venivano ad informarsi sull’andamento del caso, e a rendere noto a lei, Sole Nascente, che da quel momento se ne sarebbero occupati loro. I capelli lunghi, neri e lisci, sbattevano al vento, mentre correva via. Aveva una folla di Parassiti dietro, che lo seguiva nei cunicoli di Nea Alessandria, nel sottosuolo. Fuggiva perché neanche lui poteva farcela da solo contro tutti quei nemici. Caino scappava, con il sorriso dipinto sul volto e le sue croci nere agli occhi. Non era terrorizzato, o impaurito: semplicemente, in maniera realista, s’era accorto che in quella sua battuta di caccia, quella volta, per via d’imprevisti che non aveva considerato (l’alto numero di potenziali vittime che, per i Parassiti, erano i nuovi orientali appena giunti in città) s’era trovato davanti un numero di nemici troppo superiore alle sue sole capacità. Per quella volta era meglio fuggire. Aveva finito i coltelli, e questo ora era davvero un grave problema. Li aveva finiti tutti

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lanciandoli, con precisione, mentre scappava via, per tenere a bada gli inseguitori. Ora era disarmato, doveva adoperare solo la sua forza fisica e i suoi muscoli: brutta storia. Come un folle, però, il suo sorriso s’aprì davvero, mentre correva: si divertiva! Poteva vedere la morte in viso, e l’eternità come schiavo, o meglio, come un verme senz’anima, dei Parassiti, e lui rideva! Si nascose in un vicolo, contando di non essere visto. Una folla di parassiti, pelati e mostruosi, passò vicino senza scorgerlo, senza neanche fiutarlo nella foga. Come un felino afferrò l’ultimo della fila: con un movimento repentino delle braccia attorno al suo collo, glielo troncò, di netto. Un suono sordo accompagnò la morte del malcapitato. Eppure, proprio quel rumore fece insospettire i compagni della vittima passati oltre. Accortisi, dopo uno sguardo veloce, che mancava uno di loro, i Parassiti tornarono circospetti in direzione del suono: lì, ad attenderli, il sorriso stampato sul volto, Caino. I Parassiti gli si lanciarono addosso veloci, le bocche spalancate in mostruosi grugniti, gli artigli alle mani affilati come coltelli; non fecero in tempo a colpire, che un raggio di luce gialla li accecò, vaporizzando in un istante il primo fra gli assalitori: - Serve una mano, Caino? La voce di Titano risuonò nel vicolo, nel sottosuolo abitato di Nea Alessandria: - Fate un po’ come volete! Rispose Caino al leader degli Iloti, mentre si lanciava con furia assassina e folle sui suoi nemici. Titano lo superò di slancio, volandogli accanto, mentre Caino correva verso le sue prede. Senz’armi, poté solo ammirare la potenza di quell’uomo oltre la mezz’età che ammucchiava i corpi dei Parassiti, storditi o uccisi, al muro, dopo averli folgorati con i raggi che sparava dalle braccia. Dietro di sé, Caino vide sbucare Chimera, Alpha e Omega. Chimera, con la lingua di fuori, per l’appetito, gli appariva tanto bestiale quanto i Parassiti: la temeva e lo affascinava allo stesso tempo. La donna fissava i cadaveri con sguardo famelico: se le fosse stato concesso, presto n’avrebbe fatto un lauto banchetto. Accanto, i due gemelli, La donna cinta di bianco e l’uomo avvolto nel nero della sua cappa. Erano opposti e complementari: l’una con i suoi poteri curativi, l’altro con il suo potere di corrosione al solo tocco. Nessuno di loro lo guardò, né fece cenni di saluto: solo, rimasero in attesa di qualche comando di Titano. Questi, ben presto, aveva già espletato il compito che s’era proposto. In poco tempo gli inseguitori di Caino erano scomparsi nella polvere, o s’erano

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dileguati fra i cunicoli, fuggendo via dallo strapotere dell’ex Custode. Caino, con rabbia, parlò all’uomo: - Che cosa vuoi? Pensi che per quest’aiutino che mi hai dato, ora dovrei unirmi a te? Sbagli! - E dimmi – rispose Titano, calmo, volando di fronte all’interlocutore, braccia conserte, e sguardo fiero e ammonitore – che cosa avresti fatto se non fossi venuto in tuo soccorso? Mi devi un favore, Caino. - Ma piantala! Sai benissimo che ce l’avrei fatta da solo… - Ah sì? Tu e quale esercito? - La mia gente sarà qui fra poco. I Servi della Notte faranno strage di Parassiti… - Non verranno. La voce di Pizia, giunta sul suo trono, trasportata da Miraggio, risuonò nel vicolo: - Non verranno; l’ho visto nel futuro. La tua gente ti ha abbandonato, Signore della Notte. S’è trovata un nuovo capo da seguire, finché gli converrà. Poi anche quello sarà lasciato al suo destino. Non possiedi più casa, Caino. Gli occhi di Caino, furiosi, si lanciarono sull’indovina cieca. Accanto a lei, il giovane Miraggio, nel fremito dei suoi movimenti incontrollati, fissava inebetito quel guerriero dell’oscurità, senza capire come sarebbe finita la cosa: - Voi parlate di ciò che non sapete. La mia gente mi è fedele! Io sono il loro signore! Vedrete! Dicendo quelle parole, Caino s’allontano dal vicolo, scostando al suo passaggio Alpha e Omega. Questi, senza guardarlo, si diressero verso Pizia. Quando il Signore della Notte fu lontano, ella parlò: - Presto tornerà da noi, ormai è tempo. Apeiron e la Pais si svegliano. Titano, anch’egli osservando verso Pizia, chiuse gli occhi. In mente gli apparvero le immagini dello scontro, in un lontano tempo passato, con Prometeo. Suoni di sirene e di passi li destarono dalle loro riflessioni e dalle loro speranze: Guardiani giungevano dai piani alti. Evidentemente erano state piazzate da poco nuove telecamere per controllare il sottosuolo, che gli Iloti non avevano ancora scoperto e distrutto. Velocemente si allontanarono, quanto più silenziosamente poterono. In breve il vicolo fu un gran caos di Guardiani in armi e di fari per illuminare la zona. Dopo un’accurata ispezione del posto e dei dintorni, questi dovettero accettare l’idea che non rimaneva nessuno lì da catturare. Tutto ciò che riuscirono a

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trovare, e di cui poterono portare dei campioni al loro quartier generale, nei piani alti di Nea Alessandria, furono i resti, in polvere arsa da potenti raggi, di quelli che dovevano essere, forse, dei Parassiti.

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IV Custodi della libertà

- Ma perché questo lavoro dobbiamo farlo noi? - Chiedilo a Prometeo. Hestia continuava a lamentarsi con Icaro, mentre, nello spazio, di fronte alla stazione orbitante Ilio, eseguivano gli ordini per le riparazioni trasmessi dal direttore della stazione: - Non capisco proprio, questo è un lavoro da tecnici! - Questo è un lavoro pericoloso, Hestia…e dai, sempre meglio qui che a combattere, non trovi? E poi, io con queste cose tecnologiche mi trovo benissimo! - Tu, ma io non ne capisco niente. Il direttore della stazione, Tolomeo Alessandrino, continuava a guidare a voce Icaro nelle sue riparazioni, mentre lo fissava dagli schermi della stazione orbitante. L’uomo, un occhialuto e rubicondo ometto sulla cinquantina, aveva chiesto aiuto dallo spazio, quando contro Ilio era andato a sbattere un piccolo meteorite, danneggiando alcune parti della stazione, irreparabili per i tecnici che vi abitavano. Subito, dalla terra, erano stati mandati Icaro, nella sua armatura ultra tecnologica, ed Hestia, con la sua capacità di vivere anche senza ossigeno. Sfrecciando nel cielo, dopo poche ore di volo, i due Custodi, erano giunti sul posto e s’erano messi al lavoro: - Certo, se tu non avessi combinato quel casino, l’altro giorno, alla caserma, forse non ci avrebbero mandati quassù… Hestia aveva buttato giù quella frase per prendere un po’ in giro Icaro: - Senti, ma come potevo sapere che quell’uomo così tranquillo avrebbe bruciato metà caserma preso dalla pazzia…io non c’entro, l’avevo solo catturato! - Era uno dei ricercati numero uno, Icaro…era un piromane e un folle! Che t’aspettavi? - Sigh…lasciamo perdere.

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Hestia rise di gusto quando Icaro s’arrese all’evidenza delle sue colpe. Intanto, su di uno degli schermi controllati dal direttore della stazione, appariva Prometeo, capo dei Custodi, nella sua lucida divisa bianca, rossa e blu, con lo stemma dell’Aquila sul petto; I capelli corti e bianchi, come il pizzetto, schiarivano alla luce emessa della videocamera che lo inquadrava: - Allora, direttor Tolomeo, come procede il lavoro? I miei ragazzi? - Tutto bene, grazie, Prometeo. I ragazzi lavorano benissimo, non ti preoccupare. - Bene bene… - Giù sulla terra? Cosa succede? Problemi? - Non saprei…anzi, vorrei chiederti una cosa. Com’è possibile che lo spostamento di tutta quella massa di gente che è emigrata in questo periodo, non abbia avuto riscontro nei radar e dai satelliti? - Bhe – rispose Tolomeo con fare da saccente – ci possono essere vari motivi…non so, magari qualche forza schermava quelle navi, oppure disturbava appositamente radar e satelliti. - Ok, grazie, è sempre un indizio da cui partire. Rimandami i ragazzi prima possibile; ci servono quaggiù. Così dicendo, Prometeo scomparve dal monitor di Tolomeo, e i due si rimisero ciascuno al lavoro sui propri affari. Appena Tolomeo scomparve dallo schermo di Prometeo, subito quello interrogo il computer: - Omero, abbiamo indizi su chi può aver fatto qualcosa del genere? Schermare i radar con campi o qualcosa di simile? - Risposta affermativa – rispose lapidariamente Omero, il computer dei Custodi. - Bene, indicami i possibili indiziati. Allora Omero mostrò sul suo schermo una lunga lista di nomi: erano nomi di multinazionali, di organizzazioni varie, di tiasi, eterie, che potevano aver raggiunto, secondo le informazioni dei Custodi, le facoltà per compiere quell’atto. Fra i tanti nomi, uno incuriosì Prometeo: - Omero, dammi tutti i dati riguardanti questo tiaso: i Caldei. Omero snocciolò allora tutte le informazioni e i dati richiesti da Prometeo. Per quanto se ne sapeva, il tiaso dei Caldei era un’associazione a scopo religioso, con sede a Babilonia. Contava molti adepti, e diffondeva i suoi credi anche oltre i confini della Repubblica; anzi, contava più fedeli fra gli Orientali che fra i cittadini di Babilonia e della Repubblica in genere:

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- Dimmi, Omero, che collegamento ci può essere tra i Caldei, le migrazioni e gli attentati degli Orientali. Un desolante silenzio fu la risposta del Computer. Rimasto anch’egli in silenzio, Prometeo rimuginò un po’ sui fatti. Alle sue spalle, chiedendo il permesso d’entrare nella stanza, apparvero Sinolo e Pandora: - Prometeo, c’è qualcosa che ti turba, lo vedo dal tuo viso. Sinolo aveva parlato, con il suo solito stile elegante. Anch’ella nella divisa dei custodi, nera e blu scura, e l’Aquila stampata sulla schiena. - Sì, Sinolo: non riesco a ricondurre ad un’unica causa, tutti i dati che abbiamo sugli attentati e le migrazioni. - Forse – rispose Pandora, anch’ella in divisa – perché non tutti i dati si possono ricondurre alla stessa causa, Prometeo. Proviamo a ridurre i dati…vediamo, cosa sappiamo di questi Caldei? - Quello che vedi sullo schermo – rispose Prometeo alla giovane – che sono praticanti di una religione misterica, di cui Omero non sa dire altro, e che il loro credo si estende oltre i confini della Repubblica. - Va bene. Omero, che connessione ci può essere tra i Caldei e le migrazioni? - Diffusione del credo? – questa fu l’enigmatica risposta del computer. - Visto Prometeo – fece ora Pandora trionfante – ora abbiamo almeno uno spunto su cui lavorare. Pandora era raggiante per le conclusioni che aveva raggiunte. Con i suoi capelli corti e biondi, fissava i due compagni attendendo un cenno. Prometeo riprese la discussione, titubante, rivolgendosi alla mutaforma accanto a sé: - Sinolo, tu cosa ne pensi? - Credo che Pandora abbia trovato un indizio – rispose Sinolo, scostando con le mani i lunghi capelli neri e lisci – benché incerto. Ma dalle fondamenta parte la costruzione di una casa. - E va bene; vuol dire che faremo una visitina ai Caldei. I tre giunsero a questa conclusione, e velocemente disposero d’adunare i Custodi disponibili. Ma intanto Prometeo tornava a mettersi in contatto con Tolomeo: - Salve Tolomeo, scusami per il disturbo. Ho un favore da chiederti: puoi, puntare le tue apparecchiature verso Babilonia, verso la sede del Tiaso dei Caldei? Ti mando i dati. Mi raccomando, inviami appena puoi tutte le informazioni che ricavi.

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- Va bene, Prometeo – rispose Tolomeo Alessandrino, ben consapevole che una richiesta di favore da parte di quell’uomo equivaleva ad un ordine – ma ci vorrà un po’ di tempo. Farò il possibile. - Va bene, e mi raccomando, manda appena puoi i miei ragazzi. Così dicendo, Prometeo chiuse il collegamento appena riaperto con Tolomeo, e si diresse fuori della stanza, verso la zona veicoli della caserma. Lì, pronti per la partenza, si trovavano Sinolo e Pandora, già di ritorno, e con loro Gladiatore, Druido, Nereo e Vespro. I due vecchi, Vespro e Nereo, più o meno della stessa età di Prometeo, chiesero, prima di partire: - Allora, Prometeo, dove ci dirigiamo? Le due ragazzine hanno parlato di certi affari a Babilonia… Vespro, con il braccio di metallo flessibile e circuiti, e il visore agli occhi, fissava con fare divertito Prometeo, mentre Nereo, con la lunga barba bianca e i capelli, anch’essi candidi come neve, fino alle spalle, più serio, attendeva la risposta: - Esatto, andiamo a Babilonia ad ispezionare un tiaso su cui nutro dei dubbi. - E perché non ci mandiamo Sole Nascente? Babilonia non è affar suo? La domanda di Vespro era tanto ironica quanto tagliente: - Perché – rispose spazientito Prometeo – migrazioni di massa ed attentati alla Repubblica sono affari per qualcuno di più importante di Sole Nascente. - Come dici tu Prometeo – concluse acido Vespro. In viaggio sulla nave dei Custodi, regnò il silenzio. Solo la voce di Gladiatore che si ripeteva a memoria i comandamenti della Repubblica rompeva la monotonia del volo: - La Repubblica è infallibile, La Repubblica è intoccabile, la Repubblica è eterna. Ogni comando della Repubblica è legge, ogni legge della Repubblica è un tuo dovere. Ogni tuo diritto è una concessione della Repubblica, solo la Repubblica è la tua famiglia. Tu sei di proprietà della Repubblica. Anch’egli in divisa, con la sua spada affilata sempre in mano e lo scudo legato alla schiena, i capelli corti e il pizzetto castani, gli occhi spiritati, sembrava davvero la copia folle, e giovane, di Prometeo. Accanto a lui, silenzioso e sfuggente, Druido, avvolto nel suo mantello con lo stemma

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dell’aquila accompagnato da simboli magici e rune, osservava la terra che scorreva sotto di loro dal finestrino. Presto i Custodi raggiunsero la loro meta, Babilonia. Strade rette e perpendicolari li trascinarono verso la loro destinazione. Recatisi al tiaso dei Caldei, furono accolti con ospitalità, come attesi. Nondimeno l’espressione di Prometeo rimase seria, impassibile, alla ricerca di qualcosa che lo insospettisse: cosa che del resto facevano anche gli altri Custodi. I maestri del tiaso accompagnarono in un giro di ricognizione nella sede i Custodi: ovviamente, niente fu ritrovato. Per tutto il viaggio però, Prometeo parlottò con Vespro. Alla fine del tour, tutti i Custodi furono accompagnati fuori della sede, alla nave. Lì, Vespro parlò: - Allora, Prometeo, ho annotato col visore tutto ciò che mi hai chiesto. Aspetta che ti faccio vedere le immagini sullo schermo. Allora Vespro collegò il suo visore ad uno schermo nella nave con un cavo. Subito apparvero le immagini richieste. Sul monitor scorrevano le foto di false mura che ad occhio nudo non si potevano scorgere, e di stanze nascoste. Inoltre i sensori del visore avevano rilevato un falso pavimento e delle enormi sale sotto la sede dei Caldei, che si dilungavano nel sottosuolo. A questo punto Prometeo esclamò: - Quindi i Caldei hanno comunque dei segreti, valido motivo per smantellarli. Proprio in quel momento, sullo stesso monitor di prima, il viso di Tolomeo Alessandrino portò nuove informazioni: - Salve Prometeo, ho i dati che mi avevi chiesto, e ti devo dare una conferma: il luogo presso di cui ti trovi è schermato, è del tutto introvabile per i radar e per le mie apparecchiature. - Capisco…grazie Tolomeo. - I tuoi ragazzi sono già in viaggio. - Bene. – Così dicendo Prometeo chiuse il collegamento, poi, rivolgendosi ai suoi Custodi – Ragazzi, è ora di darci da fare. I Custodi fecero irruzione nel Tiaso, seguendo il loro leader Prometeo. Dietro di lui, vicini, Gladiatore e Vespro, l’uno a controllare l’altro, e poi di fila tutti gli altri. Allo scompiglio generale seguirono rumori di crolli e di mura abbattute, di pavimenti sfondati, e urla di fuga. Scesi nei piani inferiori, i Custodi si trovarono davanti la soluzione di tutto: in enormi aule erano stipati tutti i fedeli, e dinnanzi a loro maestri del Tiaso, che con macchine infernali distruggevano la mente dei loro sottoposti. Unico simbolo di questo lavaggio del cervello, una mezza luna sulla fronte:

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- Tutti immobili, siete in arresto, e sotto l’autorità della Repubblica. – Urlò Gladiatore alla folla inebetita. - Ma cosa urli a fare, idiota! – gridò di risposta Vespro – non vedi che sono come statue? Prendi i maestri! Ma intanto la folla, incitata dai maestri del tiaso che la comandava come un immenso automa, si scagliava sui Custodi. Ovviamente quell’elite dei Guardiani era perfettamente addestrata per quella situazione, e si liberò con facilità di tutta quella massa di gente inerme. Rimasti da soli, la maggior parte dei maestri s’arrese: in pochi invece continuarono la resistenza. Contro di uno di questi si volse Gladiatore, aiutato da Druido e Nereo: - Dimmi, cosa progettavate? - Vogliamo distruggere la Repubblica degli infedeli! – Rispose quello preso al collo dal Custode – vogliamo abbattere quest’ingiustizia nel mondo… - Voi siete l’ingiustizia, idioti! - Basta così Gladiatore – proruppe Prometeo – porteremo questi criminali a Roma e provvederemo a loro. - E questa folla di idioti? –Gladiatore era realmente sorpreso. - Loro non hanno fatto niente, sono solo vittime. Rimarranno qui. - Ma… - Niente ma. Così si concluse la cosa. I maestri del tiaso furono catturati, immobilizzati e portati a Roma nella nave dei Custodi. Anche i macchinari trovati nell’edificio furono sequestrati dai Guardiani di Babilonia. Nella capitale della Repubblica, i criminali furono processati rapidamente, nella mattinata. Dopo poche torture, confessarono tutto: furono condannati al massimo della pena. Intanto Hestia e Icaro erano rientrati in sede. Quella sera stessa Prometeo si recò nella chiesetta di periferia dov’era solito andare. Appena giunto, il solito padre lo accolse: - Prometeo, anche questa sera qui? - Sì padre Ippolito. Anche oggi sono qui per la mia confessione.

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V Scoperte

A volte scoprire se stessi è traumatico: questa esperienza gli era toccata da poco. Certo, ormai dei giorni erano passati da quando il bambino gli era apparso per proteggerlo, ma lo stesso la cosa aveva un che di meraviglioso, di sorprendente ai suoi occhi. Altre volte da quel momento quel bimbo, così simile ad un ologramma, eppure così fisico, così palpabile, era tornato davanti a lui. Ogni volta che si concentrava, che rimaneva a riflettere, come un folle, quell’immagine, quel sogno fatto realtà risorgeva. Ora, da poco, il bambino aveva preso anche a parlare! Si era dato un nome, il bambino, o forse gliel’aveva dato lui: non lo ricordava più. Comunque sia, da un po’, quando ci si riferiva a lui, si proclamava il nome Er. E il bimbo aveva dato un nome anche a lui, che non ne aveva mai avuto: lo chiamava Arché, come se quel nome di un idea potesse valere per un uomo. Non che gli importasse davvero. Il problema per Arché (e tanto valeva chiamarsi così, se non c’era altro sostantivo su cui ci potesse mettere d’accordo con il pargolo) era un altro: come risolvere al più presto possibile e senza traumi quella che gli appariva come un insanabile follia. Certo, quel nome aveva anche il suo fascino, come quello del bambino. Si sentiva un po’ come i Guardiani e i Saggi, senza un vero nome, un nome comune, ma con un appellativo che distingua i poteri, le capacità, l’indole. Arché, principio, questo voleva dire: e per lui era il principio davvero, la possibilità di modellarsi attraverso una parola. Non era poco, soprattutto nella sua condizione. Ma nel mondo non accadevano cose solo a lui. Certo, con la distruzione dei Caldei le migrazioni s’erano calmate, ma era inutile negarlo, certo non erano finite. Piuttosto, ora gli orientali si ingegnavano a trovare nuovi metodi per penetrare nella Repubblica. La fiducia nei Guardiani era ritornata forte dopo il successo dei Custodi, gli eroi, i miti collettivi, ma si mormorava che ci fossero dei dissensi fra Sole Nascente e Prometeo. Persino quel giorno un giornale scandalistico indipendente titolava a tutta pagina << le rivelazioni di Sole Nascente: Prometeo, quel

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folle megalomane >>. A Nea Alessandria i Custodi non erano amati come nel resto della Repubblica, ma era facile spiegarsi il motivo di quella ripulsione: Nea Alessandria era la seconda città, l’eterna rivale (sconfitta) di Roma, in ogni campo. Era normale che la città celebrasse i suoi miti e screditasse gli altrui, nello sport, nello spettacolo, e fra i Guardiani. Ma tutti questi non erano affari di Arché. Il suo problema era un altro, la presenza che da un po’ di tempo lo seguiva (lo aveva notato Er) e che lo spiava. Non sapeva chi fosse, e ogni volta che aveva tentato di coglierla in fallo, quella era già fuggita. Poi la sorpresa: vicino a sé, dopo essersi svegliato una sera, dormito lungamente per la stanchezza, trovò un bigliettino. Diceva di venire all’arena della federazione di lotta della città, nella parte bassa di Nea Alessandria. Rilesse quel messaggio varie volte, infastidito dal non aver visto chi gliel’aveva lasciato. Non era davvero preoccupato, Arché, né Er lo dissuadeva dal recarsi presso l’arena, cosa che lo rassicurava ancora di più. Decise così di fare come gli veniva richiesto, e l’indomani, all’ora dell’appuntamento, andò nel luogo indicato. Non trovò subito qualcuno, eppure si sentiva osservato, Arché. Sentiva la stessa presenza degli ultimi tempi che lo scrutava indisturbata: la cosa gli dava parecchio fastidio. Poi un uomo, alto sui due metri, con barba rossastra e occhi castani, e un viso pallido come la peggiore delle lune, gli si avvicinò. Facendo un cenno, fece capire d’essere lui la persona che lo aveva cercato, e gli indicò di seguirlo. Insieme Arché e lo sconosciuto entrarono nell’arena. Era giornata d’allenamenti, e dentro, sul ring, alcuni ragazzi provavano le mosse da usare la sera dello spettacolo: - Ciao ragazzo, vedo che sei venuto fin qui: bravo. - Sì, sono venuto, ma non so ancora chi sei. - Certo, hai ragione: il mio nome è Giuda Alessandrino. Sono un lottatore e un agente, a tempo perso. Ti ho notato in giro, e penso che tu potresti fare carriera qui, diventare qualcuno. - Non credo proprio; io non ho mai lottato in vita mia. - O certo, come anche questi ragazzi. Ma a lottare si impara in fretta, e la cosa ti permetterebbe di diventare “davvero” qualcuno, non so se mi spiego. - Non capisco le tue allusioni… - Oh, certo che le capisci. – Lo sconosciuto, sempre fissando verso il ring, accese una sigaretta, e fumando riprese a parlare – tu capisci bene, non è vero? So chi sei, o meglio, chi non sei, e avere la

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cittadinanza e tutti i suoi vantaggi ti farebbe comodo, non ho forse ragione? - E tu cosa ci guadagni nel prendermi e allenarmi? - Oh, figliuolo, io vedo in te molto più di quanto tu creda, So che hai delle enormi potenzialità, e se imparerai ad usarle, mi farai fare una montagna di soldi. Certo, una montagna di soldi la faresti anche tu, se accettassi la mia offerta di lavoro. Non credi sia una cosa conveniente? - E se mi succede qualcosa durante un incontro? Se rimango ferito o mutilato? - Tutte le spese e le cure sono a carico nostro, non temere: per i casi più gravi, anche la soppressione. Questo è un lavoro violento, e pericoloso, non lo nego. - Voglio del tempo per pensarci su! - Quanto? Va bene qualche giorno? - Va bene, mi farò vivo io, per qualsiasi risposta. Così Arché concluse la discussione, e fece per andarsene dall’arena, dopo aver lanciato uno sguardo ad un pericolosissimo volo fatto da uno dei ragazzi dall’angolo del ring. Improvvisamente, apparve Er. Il bambino non disse niente, semplicemente fece cenno di sì con la testa. Colpito, sbalordito dalla sicurezza del pargolo, Arché non ebbe neanche il tempo di pensarci. Si voltò di scatto indietro. Giuda Alessandrino era ancora lì, e sembrava non aver fatto caso all’accaduto; solo con la coda dell’occhio guardò verso Er, senza farsi vedere da Arché. Quest’ultimo corse verso di lui, e senza indecisioni parlò: - Non ho bisogno di altro tempo; accetto la proposta. Quando comincio? - Bravo ragazzo, ero sicuro che avresti accettato. Oh, per me puoi cominciare anche ora. Di là è gia pronto un armadietto per te e gli allenatori sono tutti in palestra. Preparati che si parte fra dieci minuti. Così Arché s’addentrò nel mondo della lotta professionistica, divenne uno dei gladiatori del suo secolo. L’addestramento durò relativamente poco, solo qualche mese. Fu abbastanza veloce nell’imparare le varie tecniche di lotta. Era molto bravo nell’eseguire i colpi, con la massima rapidità possibile, così scavalcò negli allenamenti molta gente che veniva prima di lui. Giunse alla fine il momento del suo lancio di fronte al grande pubblico dell’arena. Era una sera di spettacoli, e prima dell’incontro di Arché se ne erano svolti altri

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cinque. Dopo il suo, solo l’incontro più importante della serata. Arché fu messo subito contro uno dei pezzi grossi della federazione, un bestione chiamato Fratello di Morte. A suo confronto, Arché sembrava un esile ragazzino. Il bestione vestiva una tuta rosso sangue con striature nere, mentre Arché lottava in un completo bianco e blu. Ovviamente non lottava col suo nome, ma gliene venne dato uno. Per gli scommettitori e i fanatici della lotta, lui era Primo Eroe. Giuda Alessandrino aveva organizzato un incontro normale per il lancio del ragazzo, e questo si rivelò più appassionante del previsto. Tutti gli occhi erano sull’esordiente, e ci si chiedeva quanto avrebbe resistito contro Fratello di Morte; invece Primo Eroe prese subito il controllo della lotta. Sferzava l’avversario con pugni e calci a ripetizione, e con prese da terra sulle gambe per rallentarlo. Più volte gli arti inferiori del bestione in tuta rossa si ritrovarono attorcigliati in dolorosi nodi, mentre intanto la sua lucidità scorreva via col dolore. Primo Eroe era completamente padrone della situazione, e una fulminea riscossa di Fratello di Morte con qualche colpo e una presa al collo non bastarono a fermarlo. Al tentativo dell’avversario di sollevarlo e di schiacciargli la testa a terra, Primo Eroe con una complicata rotazione scaraventò a terra l’avversario tenendolo fra le gambe. Una serie devastante di calci all’addome fu seguito da uno spettacolare quanto pericoloso volo d’angelo dall’angolo. Infine, la mossa che più Primo eroe prediligeva: salito sulla cima dell’angolo, attese che l’avversario intontito si rialzasse, e con una capriola saltò oltre la sua testa allargando le braccia, tirando il collo di Fratello di Morte e scaraventandolo a terra. Chiuse così l’incontro, mentre l’arbitro dichiarava la sconfitta del bisonte in tuta rosso nera, e la folla acclamava il suo nuovo pupillo, Arché, o meglio, Primo Eroe. Negli spogliatoi tutti si complimentarono con Arché, eccetto l’avversario, Fratello di Morte; quello, ripresosi, lo guardava in cagnesco. Al primo incontro, già s’era fatto un nemico. Giuda Alessandrino accorse a congratularsi: - Bravo, bravo ragazzo! – Disse tutto esaltato – tu hai un sicuro avvenire. E quel colpo quando l’hai imparato? Oh, che spettacolo! Vieni, ti offro la cena; è il minimo che possa fare per ricompensarti per tutti i soldi che mi farai fare! Così Giuda s’allontanava col suo nuovo protetto, mentre lo spogliatoio si svuotava, e solo Fratello di Morte rimanendo seduto inondava il silenzio delle docce con le sue imprecazioni.

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Sole Nascente non s’accontentava di certo d’essere lasciata da parte così: la sua città era stata colpita, e voleva scoprire da chi e perché. Decise d’indagare, e ovviamente, il primo posto in cui si recò fu il luogo dell’attentato. Ben poco rimaneva, e quanto s’era potuto raccogliere era già stato potato presso il deposito dei Guardiani per essere studiato attentamente. Si recò allora lì, e lì avvennero le prime scoperte. I veicoli adoperati, o almeno quello che ne rimaneva (davvero poco) venivano da Bisanzio. Fece subito richiesta, attraverso il computer centrale dei Guardiani, per avere la carta degli spostamenti aerei do Bisanzio il giorno dell’attentato: ebbene, le navette adoperate erano partite proprio da quella città, e chissà perché, nessuno fino a quel momento se n’era accorto, o se n’era voluto accorgere. Ora che si sapeva da che città erano venuti gli attentatori, s’era fatto certo un passo in avanti, ma la strada era comunque molto lunga. Bisanzio era grande, molto grande: aveva la stessa popolazione di Nea Alessandria, forse poco meno. Come trovare il gruppo, probabilmente ancora piccolo e circospetto, di persone che avevano potuto compiere quella orrenda strage, quell’attacco contro la Repubblica? E intanto doveva compiere i consueti lavori di ogni giorno: proteggere la gente era il suo mestiere, e lo faceva di cuore. Ma era difficile aiutare, proteggere le persone da se stesse. Come spiegare ad una madre che si vede arrestare il figlio contestatore della Repubblica, che lo si sta facendo per la sua stessa incolumità. Ma nella mente di Sole Nascente non poteva sorgere il dubbio che un’opposizione interna è la vera anima d’una Repubblica; non credeva minimamente che il dibattito sia la base del miglioramento. Lei era dalla parte dei Saggi, ma amava la gente; tutto qui. Scese in una delle strade basse: lì dei malviventi avevano importunato delle donne. Provava sempre un naturale disprezzo per gli uomini che si sentono superiori alle donne, e che desiderano approfittarne. Così riusciva a non provare pietà per le sue vittime, in quei casi. Trovò facilmente i colpevoli, perché per lei lo erano già, come per i Guardiani in genere, lo erano sempre, i piccoli malviventi. Non ebbe pietà di loro, né gli intimò d’arrendersi. Volando sopra di loro, li strinse per il collo e fece fare loro un bel giretto, in volo su per la città, appesi come due idioti penzolanti dalle sue braccia. Li sbatté in prigione senza fiatare, e poi tornò alla sua consueta ronda fra i grattacieli e le navicelle di Nea Alessandria. Il trafficò era assordante, lo smog devastava le vie respiratorie, in certe zone: eppure era la sua città, e non l’avrebbe cambiata con nessun’altra al mondo. E finì il suo turno di lavoro, ma ugualmente Sole Nascente non tornò alla sua

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stanza nella caserma dei Guardiani, a riposare. Si fermò all’archivio, alla ricerca di qualche indizio, qualche spunto per le indagini. Collegatasi alla rete informatica, setacciò ogni dato su gruppi sovversivi, finché non raccolse un buon numero di elementi su cui lavorare.

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VI Quando si cresce

La scalata alle vette della classifica della federazione fu veloce per Primo Eroe, forse anche troppo. Ad ogni incontro una sonora vittoria, e nuovi nemici nello spogliatoio: gente che per anni aveva calcato i ring per arrivare a quel punto, si vedeva superata da quel pivello d’innaturale talento e precocità. Più cresceva quell’odio, più aumentava anche la simpatia di Giuda Alessandrino per Arché. Per il lottatore ed agente quel ragazzo era una miniera d’oro, e la cosa non sfuggiva ai più. Eppure ancora non veniva dato il titolo alla nuova stella della lotta; troppi i contendenti. Fu così che a Giuda Alessandrino venne in mente d’organizzare un nuovo entusiasmante incontro: sei contendenti, dentro una gabbia d’acciaio massiccio, larga attorno al ring per permettere il combattimento anche all’esterno, circondati da fiamme alte un metro, con armi, tavoli e sedie e quant’altro, e scale. Sul ring, appesa ad una corda, la cintura del campione. Questa l’idea: nessuna fuga concessa, o la vittoria, o la morte. Nessuno si poteva arrendere in quell’incontro. Quando Giuda propose l’incontro agli sfidanti al titolo, una sera dopo uno dei tanti spettacoli, serpeggiò il malumore misto all’adrenalina per la sfida. Solo Primo Eroe ebbe davvero paura; Giuda lo notò, ma non disse niente di fronte agli altri. Poi, richiamato in privato il ragazzo, gli parlò: - Allora ragazzo, paura? - No, no di certo... - Oh, bene; comunque sarebbe normale. Dopo tutto tu non sei come loro... - In che senso? - Loro non possono avere paura di morire. - Cosa vuol dire? Parli dell’esperienza? Non ti preoccupare, anch’io ho vissuto per strada, e so come cavarmela in ogni situazione. - Non parlavo proprio di quello. Vieni, ti faccio vedere una cosa.

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Giuda accompagnò Arché da uno dei lottatori ancora negli spogliatoi, quello che si faceva chiamare Serpente. Poi, rivolgendosi a lui, disse: - Ora guarda bene, perché poi ti farò una proposta: e ricorda che tu devi tutto a me. Allora Giuda estrasse una coltellino da una tasca, e con rapidità lo conficcò nel braccio di Serpente, in profondità. Quello emise solo un breve sibilo, e niente di più. Giuda estrasse il coltello: poche gocce di sangue fuoriuscirono, e nulla più. Istantaneamente la ferita si cicatrizzò. Divertito, Giuda riprese la discussione con Primo Eroe: - Capito cosa ti volevo dire? - Ma che...ma come...ma questi non sono uomini! - Certo, proprio come neanche tu lo sei; l’ho visto, il bambino. - Quale bambino, non so di cosa parli. Arché farfugliò quelle parole, e arretrò senza guardare. Inciampò in una panca, e cadde all’indietro. Rialzatosi sotto le risate di Serpente, disse: - Cosa vuoi da me, Giuda? - Solo renderti come loro... - Mai! Ho già i miei guai! Basta, io me ne vado! - Vieni per l’incontro: ti propongo un patto. Se vinci, tutto rimarrà così com’è, se no...Non tentare di fare il furbo, di svignartela. Saprei ritrovarti. Allora Arché corse via, inorridito e impaurito. Sparì fra le strade, e non si fece vedere neanche per gli allenamenti. Voleva avere a che fare con quella gente (se di gente si poteva parlare) meno possibile. Er gli apparve un paio di volte, in quei giorni, ma non disse nulla. Solo, il bambino rimaneva a guardare, con aria seria, e poi spariva rapidamente. Arché si sentiva ora del tutto abbandonato, terrorizzato dall’incontro che doveva affrontare, e dalle sue possibili conseguenze. E venne così il giorno fatidico, quello dell’incontro. Entrò negli spogliatoi senza parlare, Arché. Si sentiva piccolo e inerme, mentre intanto i nervi pompavano tensione. La folla, nell’arena, era immensa: come mai se n’era vista. Tutti aspettavano solo la gabbia, e tutti gli altri combattimenti, non erano altro che un piacevole corollario. Finito l’ultimo incontro prima di quello di Primo Eroe, l’annunciatore prese ad arringare la folla per scaldarla, mentre intanto gli addetti montavano tutto il necessario. La voce al microfono rimbombava, mentre Primo Eroe attendeva nervosamente:

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- L’incontro del secolo amici, per assegnare il titolo di campione mondiale di lotta! Per decidere chi sarà l’erede di Giuda Alessandrino, l’ultimo campione mondiale, prima che si ritirasse! Signori, fate un applauso al primo contendente: Serpente! Fece allora la sua entrata Serpente, un uomo di media statura, pelato, con occhi maligni, che combatteva in mutandoni verdi. Nella schiena, un enorme serpente tatuato: - E ora, amici, Demone! Allora fece la sua apparizione dall’altro lato dell’arena un uomo con i capelli lunghi e neri, completamente vestito di nero. Sulla faccia, una maschera bianca che lasciava trasparire solo un inquietante sorriso e degli occhi rosso sangue: - I lottatori più spettacolari della storia: gli Angeli Caduti! Al loro nome corsero verso il ring due gemelli. Vestivano di bianco, ma delle striature rosse imitavano il colore del sangue. Uno dei due gemelli aveva dei capelli tinti di biondo, l’altro castani. Questa era l’unica differenza fra i due: - L’uomo senza paura: Fratello di Morte! La figura immensa del bestione che Primo Eroe aveva già sconfitto s’affacciò sull’arena. Lentamente giunse; vestiva della sua solita tuta: - E ora, ultimo ma non per importanza, la perfezione nell’esecuzione: Primo Eroe! La folla accolse con un boato Primo Eroe che arrivava correndo. Lo scrosciare degli applausi coprì le ultime parole dell’annunciatore: poi, quando tutti i lottatori furono pronti, gli arbitri spiegarono le regole dell’incontro. Con il gong, lo spettacolo partì. Subito iniziò la bolgia: Demone e Serpente si lanciarono addosso a Primo Eroe, colpendolo ripetutamente con una scarica di pugni. Nel frattempo gli Angeli Caduti facevano lo stesso su Fratello di Morte. Inutile dire che in breve tempo Primo Eroe e Fratello di Morte si ritrovarono distesi per terra, storditi, quanto meno. Intanto, gli Angeli Caduti, Demone e Serpente se le davano di santa ragione. Il pubblico si esaltò quando uno degli Angeli, salito su di una scala, volò addosso a Demone, gettandolo a terra. Intanto l’altro Angelo veniva scaraventato fuori dal ring da una poderosa spallata di Serpente. Poi questi, mentre l’altro Angelo Caduto tentava di montare la scala per recuperare la cintura, lo colpiva con una sedia, facendolo cadere. Serpente non fece in tempo a festeggiare, che di già però Demone s’era riavuto e lo stava assalendo con un manganello. Un colpo ben assestato, e

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Serpente fu per terra, sanguinante. Intanto Primo Eroe e Fratello di Morte si riebbero. Appoggiandosi alle corde si rialzarono, e partirono all’attacco di Demone. Il lottatore non ebbe neanche il tempo di voltarsi, che prima un calcio volante di Primo Eroe, e poi una presa di Fratello di Morte al collo, lo misero al tappeto. Fratello di Morte si accanì su Demone, colpendolo con calci ripetuti, e sollevandolo sulla testa. Con un volo impressionante, Demone, fu scaraventato verso il fuoco attorno al ring, e solo per miracolo non ci finì. Intanto gli Angeli Caduti e Serpente s’erano ripresi, e s’erano lanciati addosso a Primo Eroe. Serpente lo colpiva alla nuca, uno degli Angeli allo stomaco: l’altro si preparava per un volo dalle corde. Ma improvvisa venne la ripresa di Primo Eroe: con un pugno ed un calcio stordì i suoi aggressori, e afferrando l’Angelo sull’angolo, lo precipitò sul tappeto. Poi, prendendo l’altro Angelo sotto braccio, diede un calcio all’indietro, colpendo all’inguine Serpente. Afferrato anch’esso, postolo con la testa sulla spalla, si lasciò cadere sull’avversario disteso per terra, con la gamba. Con una sola mossa schiacciò per terra la testa d’un Angelo Caduto, fracassò il viso all’altro con la gamba, e ruppe il collo a Serpente, cadendo. Non appena si voltò, Primo Eroe si rese conto d’essere rimasto solo contro Fratello di Morte: quello brandiva la scala, ma inaspettatamente, la lanciò nel fuoco. Rapidamente s’incendiò e fu inutilizzabile. Con uno scatto felino Fratello di Morte corse verso la gabbia, e con un gran balzo, prese a scalarla. Comprese le intenzioni dell’avversario, Primo Eroe fece lo stesso. I boati della folla riempivano d’adrenalina e di imprecazioni l’aria. I due contendenti erano arrivati sul tetto, e avevano cominciato a scalciare, appesi con le braccia. Degli altri, nessuno sembrava rialzarsi. Ma ecco, un frastuono assordante, e la gente in delirio: nell’arena apparve Giuda Alessandrino, nella sua tenuta da lottatore! Come un fulmine fu vicino alla gabbia, e con un calcio ne sfondò una delle porte chiusa con un lucchetto. Corse al centro del ring, mentre improvvisamente anche gli altri lottatori si risollevavano, e i due appesi rimanevano inerti, come inebetiti. Giuda si sbracciò platealmente con le mani, e improvvisamente calò il buio nell’arena. Quando le luci si accesero, uno spettacolo agghiacciante. Tutto il pubblico era morto, disteso sulle poltrone, come svenuto. Arché rimase inorridito, mentre Giuda Alessandrino prese a parlare: - Lo sapevo, lo sapevo che avresti resistito al mio potere! Tu sei speciale! Unisciti a me e saremo imbattibili! Hai visto cosa ho fatto, no? Hai visto, certo!

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Dicendo questo Giuda fece un poderoso cenno con le mani verso l’alto. Allora dai corpi dei morti, come un bagliore giallognolo si sollevò, e corse verso il lottatore e i suoi compagni. Tutti furono colpiti da quella luce, e per un attimo rimasero come intorpiditi. Poi, recuperati il controllo, Giuda tornò a rivolgersi al suo interlocutore muto: - Hai deciso? Hai visto cosa vuol dire essere uno dei miei accoliti? Sarai con me signore del mondo, con il Ladro d’Anime! - Sei un folle, Ladro d’Anime! La voce di Caino risuonò nell’arena con una profonda eco, mentre l’uomo veloce scendeva le scale e s’avvicinava alla gabbia: - Cosa vuol dire tutto ciò, Giuda? Come capo dei Figli della Notte a cui appartieni io ti vieto... - Ma cosa vuoi vietare, Caino! Ancora non hai capito che non hai più nessun potere? Accoliti, uccidetelo! Con quelle parole Giuda scagliò i suoi sgherri su Caino, che intanto era entrato nella gabbia. Arché d’istinto gli s’avvicinò; al suo fianco era apparso Er: - E quel bambino quando è spuntato? – Chiese Caino senza farci caso – Comunque ragazzo ora va via. Questo non è posto per te. - Dove è il mio posto, lo decido io. Caino si scaraventò contro Giuda Alessandrino e Fratello di Morte, mentre su Arché si lanciavano il resto degli Accoliti. Er stava in disparte, seduto su di un angolo, e fissava la scena, muto. Ora gli Accoliti combattevano molto più seriamente, notava Arché, ed erano più resistenti, tanto che i suoi colpi sembravano non provocare loro alcun danno. Allora uno degli Angeli gli piombò addosso in salto, ma Arché con uno slancio improvvisò saltò all’indietro, compiendo parecchie capriole in aria, e aggrappandosi al volo alla gabbia. Gli Accoliti rimasero un attimo perplessi, ma poi ripresero l’attacco. Con un balzo, o per meglio dire, volando, Arché giunse fino all’altro capo della gabbia. Intanto Caino, armato di spada, si destreggiava contro Giuda e il suo sgherro, senza peraltro riuscire ad avere la meglio su di loro: ma non veniva neanche sconfitto, e questo era già qualcosa. Il rumore inconfondibile di urla e sirene fermò allora la lotta: evidentemente delle telecamere nascoste anche ai lottatori (e come potevano non essercene), avevano avvisato i Guardiani della carneficina che era avvenuta: in un lampo Giuda e gli Accoliti fuggirono via dalla gabbia, e passando dagli spogliatoi, si dileguarono. Scappando, Giuda urlò a Caino:

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- Rassegnati, i Figli della Notte ora sono miei! - Mai! – Fu la risposta rabbiosa del guerriero, mentre tentava di scappare da un’uscita di sicurezza. Intanto Arché era rimasto solo, inebetito: Er scese dall’angolo. Era diverso, sembrava cambiato, cresciuto. In effetti ora aveva il fisico e l’aspetto d’un adolescente. Prendendo per il braccio Arché, il ragazzo parlò: - Vieni, ora devi incontrare una persona. E così dicendo i due sparirono. Nel frattempo, urla fuori dall’arena. Caino era stato preso, e un raggio l’aveva colpito in pieno alle spalle, facendolo addormentare all’istante. Le sirene si allontanavano, portando il prigioniero via dall’arena, in un posto, se possibile, ancora meno ospitale.

VII

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Confessioni

-

Lei lo sa cos’è il male, padre Ippolito? Cosa intendi? Cosa intende lei per il male? Beh, molte cose. Non saprei dirti così su due piedi, Prometeo. Allora lasci che le spieghi il mio, di male. La tentazione è il male, ed è insito nell’uomo come in nient’altro. Mio caro Ippolito, aveva torto quel santo che diceva, povero Agostino, che dopo la mela l’uomo ha perso la possibilità di scegliere. Con la mela l’uomo ha proprio ingerito quella possibilità, l’ha voluta, se l’è cercata. Il Satana della nostra mitologia, tutti gli angeli caduti, quanti di loro avevano davvero questa possibilità? Quanti erano consci della scelta che compivano, o quanti lo facevano, si ribellavano, semplicemente perché “dovevano”? Penso che non avrò mai una risposta per questo quesito, ed il dubbio mi rimarrà sempre. È più malvagio il satana tentatore, che deve tentare nella funzione assegnatagli al mondo, o l’uomo libero che sceglie la tentazione, artefice del suo destino? A volte vorrei parlare con Lucifero, il nostro mostro, quello che abbiamo fatto esempio di tutto ciò che non deve. Sono quasi sicuro che mi si mostrerebbe come molto meglio di quel che si pensa. Oh, certo, forse anche questa sarebbe la sua maschera per guadagnarsi il mio rispetto, la mia fiducia; o forse sarebbe solo la sua fisionomia naturale, per occhi capaci di vedere oltre le maschere poste da colui che deve porle. Lei cosa ne pensa, Ippolito? Ma lei non risponde, tace ai miei quesiti: forse, forse ha ragione, forse deve fare così, star zitto ed ascoltare. Agli uomini non è dato di giudicare, lo so: lo dice la nostra morale. Ma non dice, non giudicare se non vuoi essere giudicato? Se io accetto, mi sottometto al giudizio altrui, ho diritto di giudicare? Perché questo ho creato. Questo lo stato che in realtà ogni teoria prevede: un giudizio che conceda a tutti di giudicare. Nella nostra libertà la libertà non esiste, come s’è intesa per millenni. Ciascuno è libero secondo il giudizio altrui. Ma certo anche lei pensa

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che la libertà in cui s’è creduto da quando questo nome è stato creato, era un’ipocrisia. Cosa c’è di libero nell’uomo che è libero di ferire? Eppure a lungo questa è stata la libertà, di questo gusto si bagnava tale parola. Era la maschera dell’anarchia. Allorché qualche saggio annotava come tutto questo fosse finzione, allora si richiamava il libero pensiero, la libertà di parola: perché non si ferisce di sola spada, lo sa anche lei vero? Si ferisce in ogni modo, si arreca e si procura male, a volte, col semplice respirare, col semplice concedersi alle emozioni, col semplice permettersi delle emozioni. Fa più male un pugnale alla schiena o il tradimento della propria moglie? E chi è più malvagio, il soldato che ti uccide in battaglia, o la persona cara che fa a pezzi la tua fiducia mentre neanche te n’accorgi? Commettiamo il male ogni giorno, ogni momento, e ci fingiamo di non volerlo: lo vogliamo, e come se lo vogliamo. Per questo questa Repubblica, per questo il sacrificio di tante anime, morte e non. Non concedere più questo sbagliare, questo fendere colpi al vento, alla cieca, provando gusto nel farlo. Non conta niente l’aporia di questo pensiero. Conta la sua realizzazione, la sua esistenza. Se nacque per cause o riflessioni fallaci, adesso non importa, conta solo che esista questa mia creazione, e che si conservi. - Perché oggi mi parli di queste cose, Prometeo? - Non lo so, padre Ippolito. Non lo so davvero. - Talora mi sembra, Prometeo, che più che confessarti, tu ti voglia giustificare. - Forse è così, forse… - Non hai bisogno di giustificazione, Prometeo. So che sei una persona buona. Perciò ti assolvo. Va via, e non stare in collera con te stesso. - Va bene: grazie padre. Così, con quell’assoluzione, Prometeo uscì dal confessionale. Fra le candele della chiesa, sparì come un’ombra inquieta. Fuori, la sua creazione lo attendeva.

VIII

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Ricerche

C’erano cose che ancora non le quadravano. Sole Nascente, certo, aveva saputo della cattura dei Caldei da parte dei Custodi, ma i conti non le tornavano. La setta era stata sgominata, era vero, ma la cosa non implicava dirette connessioni di quei folli estremisti religiosi con gli attentati a Nea Alessandria. Tra l’altro le esecuzioni che avevano concluso la vicenda avevano lasciato nel buio la situazione, senza risposte per i troppi quesiti. Chi c’era davvero dietro le navette dirette contro i grandi monumenti, i simboli della città? Doveva essere qualcuno di potente, di influente, sospettava, nell’ombra, con ottime coperture. Doveva essere qualcuno che cercava di destabilizzare la situazione, di creare scompiglio. Ma perché? Ci potevano essere vari motivi. Mentre volava di ronda, Sole Nascente si poneva questi quesiti. Intanto sfrecciava di fianco ad alti grattacieli, dove fini colonnati a capitelli corinzi incorniciavano i piani nobili, e giochi di luce e fontane rischiaravano il cielo a migliaia di metri d’altezza sulla nuda terra. Il Nilo, coperto da agglomerati di case, scorreva ancora lento, come millenni addietro, fonte di ricchezza, di muta energia onnipresente per l’immobile e caotica metropoli Africana. Una nuova città si diceva dovesse sorgere sulle terre d’Africa: Cartagine, rinata dalle sue ceneri per l’ennesima volta. Altrove, ad oriente, si voleva rifondare Antiochia. Era per ora solo un piano, un’ipotesi allo studio dei saggi, ma tante cose erano ancora da fare: c’era da bonificare le terre su cui dovevano rinascere le città, e assestare fondamenta per chilometri e chilometri, per il maestoso sviluppo dei palazzi e delle strade. Tutto doveva sorgere nuovamente, e in maniera poderosa. Le città della Repubblica erano splendidi castelli di enormi proporzioni, espansi per regioni intere, e di certo non s’innalzavano da sole. E poi c’era l’opposizione delle altre città, la nuova spartizione dei poteri e dei territori che si profilava: Bisanzio premeva per le nuove colonie, Nea Alessandria si opponeva, vedendo sorgere con quelle nuove città anche nuove e temibili concorrenti vicine.

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La via colonnata brillava delle luci fluorescenti sopra i capitelli e fra le volute. Agli angoli e agli incroci grossi, enormi, ologrammi e manifesti pubblicitari diffondevano fra la gente il verbo dei beni di consumo, e solo un enorme faro, una luce proiettata verso l’alto da macchinari sparsi, proprio lì dov’era prima l’edificio, ricordava il Museo abbattuto. S’era pensato di ricostruirlo subito: poi ci si era ricordati del valore delle macerie, del ricordo. Quel Museo non sarebbe risorto, non fin quando c’era bisogno di non dimenticare quant’era accaduto, quello che la follia e altri motivi molto più validi, probabilmente, avevano portato a compiere. Vorticando fra quei fasci di luce, Sole Nascente concluse la sua ronda, e tornò alla base dei Guardiani di Nea Alessandria, lì dove alloggiava anche lei, Guardiana fra i Guardiani. Ma non concluse con quel volo il suo lavoro per quel giorno, anzi: direttasi in fretta verso la sala centrale, il comando, non rispose alle domande di nessuno (il vantaggio della sua autorità era solo questo, il potersi permettere talora d’essere strafottente), ma si sedette direttamente davanti al computer centrale. Con fare deciso ordinò agli altri Guardiani di non disturbarla, poi chiese alla macchina: - Esiodo, sei pronto? - Certo Sole Nascente, rispose con suono metallico la macchina. - Bene. Sole Nascente guardò un po’ in ogni direzione per accertarsi che nessuno l’ascoltasse: - Cerchiamo un po’ qualche informazione. - Di che tipo? - Aspetta. Allora Sole Nascente digitò alla tastiera, per non rischiare che i suoi ordini vocali fossero uditi, alcune domande e parole chiave. Un desolante vuoto la accolse, ed il silenzio di Esiodo fu emblematico. Avvilita esclamò: - Eppure ci deve essere qualcosa. - Cosa cerchi? - Tracce, Esiodo. - Tracce di che? - Di qualcosa che mi porti al mandante degli attentati. Sono sicuro che i Caldei non siano coinvolti, o non del tutto. - Posso proporre una ricerca manuale? - Credo che tu abbia ragione, Esiodo. Va bene, prepara i connettori. Allora da delle aperture sulla tastiera fuoriuscirono degli aghi senza punta, cavi, collegati a lunghi fili connessi col computer. I connettori si

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posizionarono ai lati della testa di Sole Nascente, e rapidamente penetrarono le orecchie. In un attimo la Guardiana fu un tutt’uno con Esiodo, ed il suo corpo vagò nelle reti telematiche in mezzo a milioni di informazioni che si spostavano a folle velocità, senza mai sparire del tutto. Dopo un breve periodo di sbandamento, Sole Nascente si rivolse al computer: - Esiodo, guidami verso il settore. - Va bene. Come intrappolata in un vortice, Sole Nascente fu trascinata da una forza misteriosa, viaggiando alla stessa velocità delle informazioni. Raggiunse portali d’accesso chiusi, notizie e dialoghi riservati, alla ricerca di qualcosa che la portasse alla distruzione del Museo. Niente, nessun segno. Solo tre lettere che si riconoscevano come firma di qualche gruppo o folle. Ovunque, nascoste fra le ombre delle immagini, fra le notizie o le rivendicazioni più disparate e fantasiose, le solite tre lettere dell’alfabeto: - Esiodo, annota. - Sono pronto. - Ovunque vedo una sigla - Quale, Sole Nascente? - ABR. Ti ricorda qualcosa? - Nulla. Non ti sembra un po’ troppo vago? - Sì, ma è già qualcosa. Fai una ricerca approfondita su tutte le possibili parole connesse al caso con queste tre lettere. - Va bene? E tu? - Io rimarrò ancora un po’ qui a cercare. Ti chiamerò quando avrò bisogno. Immediatamente la connessione cadde, e Sole Nascente rimase sola nella rete: più sola di quanto volesse. Disturbi nelle linee, che non avrebbero dovuto, né potuto esserci, la percossero. Qualcuno stava sabotando la sua ricerca. Evidentemente era più vicina di quanto credesse alla soluzione, o forse semplicemente qualcuno cercava di sistemarla lì dove era fragile e senza poteri. Svenne, sotto colpi invisibili e terribili. Qualche ora dopo si risvegliò al quartiere generale dei Guardiani, sconnessa, e integra: Esiodo l’aveva salvata giusto in tempo. - Miraggio! Esci immediatamente da lì! L’urlo di Titano svegliò il ragazzo dal suo torpore; connesso alla rete vagava, insidiando per gioco il lavoro dei Guardiani:

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Cosa diavolo stavi combinando? Io… Tu cosa? Nuotavo nella rete per evitare che c’intercettassero… E come? Facendoti scoprire? Non mi avrebbero mai scoperto – protestò in vano il ragazzo. E come fai ad esserne certo? E dai, Titano, lo sai meglio di me che in genere i Guardiani non sono così svegli. - In genere? Cosa vuol dire – Titano era furibondo – e se ci fosse qualcuno che esce dalla tua casistica? - Non è mai successo… - E se dovesse succedere, razza di idiota? Per i tuoi giochi rischieremmo tutti d’essere scoperti? - Oh, insomma, Titano, sta calmo… - Senti, microbo. Questa è l’ultima volta che tu resti solo con il computer. Non me ne frega niente se sei il più bravo ad usarlo… - Ma… - Niente ma…non me ne frega niente di te, capito? Fa di nuovo quel che hai fatto oggi e ti faccio fuori io: poi i Guardiani avranno solo della cenere da analizzare, intesi? - Va bene. - Bene Titano fissò per poco Miraggio: negli occhi la collera brillava come lampi. Il ragazzo, Miraggio, calò gli occhi senza reggere lo sguardo. Razionalmente Titano aveva ragione: aveva rischiato inserendosi nella rete, disturbando la linea dei Guardiani. Ma non era tutto un rischio? E poi aveva ottenuto qualche risultato. Con i suoi attacchi a sorpresa aveva quasi fatto fuori qualcuno dei Guardiani, anche se non sapeva chi. Non lavoravano forse a questo, ad un modo senza Guardiani né Saggi? Eppure per questo veniva rimproverato, solo perché era il più giovane, inesperto. Ma che stupidaggini: valeva quanto gli altri e l’avrebbe dimostrato prima o poi. Richiuse il computer, lo piazzò nella tasca dei pantaloni. Titano l’aveva sorpreso nei suoi giochi mentre richiamava tutti per un’azione. Era tempo di muoversi, di qualche raid contro le forze di sicurezza della città. Andava delineato un piano: - Cosa faremo, Titano?

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L’uomo prese sottobraccio il ragazzo, conducendolo con sé fra le immense mura dei piani bassi, lì dove erano radunati gli altri Iloti: - Assaliremo il carcere. - Perché, cosa cerchiamo? - Abbiamo da liberare qualcuno. - Chi? Miraggio non capiva. Non aveva sentito degli ultimi avvenimenti in città: - Quell’idiota di Caino s’è fatto catturare. Lo recuperiamo prima che sia tardi. - Ma come? Caino? - Caino, esatto. S’è fatto catturare in un’arena. Pezzo di idiota. E ora tocca a noi il lavoro sporco. - Allora dobbiamo fare in fretta! - Abbastanza, Miraggio. E molto, visti i tuoi poteri, toccherà a te. Comunque ora ti spiegherò tutto: siamo giunti, gli altri stanno già arrivando.

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IX Dialoghi

- Gratia! Ci sono visite per te! Gratia non s’aspettava visite: allontanandosi dall’olovisione, corse verso la madre, all’ingresso. Ad attenderla tre signori che aveva visto altre volte. Erano venuti a parlarle, a vedere come stava. Prometeo, Vespro e Nereo entrarono in casa, e subito la strinsero forte e l’abbracciarono come tre vecchi nonni, e il capo dei Custodi la prese in braccio, sedendosi come un vecchietto ad una sedia, nella stanza della bambina. I tre erano di casa fra quelle mura. Da quando era nata passavano spesso a trovarla, senza che mai la mamma avesse spiegato il perché alla figlia. Vedevano in lei qualcosa di speciale, diceva; altro non sapeva: - Come stai, Gratia? - Bene signor Vespro. - Scusaci se ti disturbiamo ogni tanto. - Nessun disturbo signor Nereo, mi fa piacere vedervi. - Gratia vi guarda sempre in olovisione – disse la madre, intervenendo nella discussione; rimaneva sempre quanto più le era possibile, quando quegli uomini venivano a trovare la figlia – vi adora. Prometeo sorrise alla donna, accarezzando i capelli della bambina. Poi fece cenno agli altri due di andare con la madre, mentre lui rimaneva da solo a parlare a Gratia; Vespro e Nereo s’alzarono, sorridendo alla piccola, e accompagnarono fuori la donna. Prometeo e la piccola bambina rimasero soli: - Piccola, ti ho portato un libro. Lo leggevo sempre da piccolo. Parla di un’epoca lontana, quando la Repubblica non era che un’utopia. Ti va di leggerne qualche capitolo assieme? L’autore…beh, non l’ho mai saputo chi fosse. - Va bene signor Prometeo!

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La madre di Gratia, appena fuori della stanza, si rivolse ad uno degli ospiti improvvisamente seria: - Signor Vespro, le vorrei parlare. - Mi dica pure, cosa c’è? - Avrei bisogno d’un vostro favore. - Certo, cosa le serve? Sotto il visore lo sguardo benevolo del Custode osservava la donna. Con fare paterno la fece accomodare ed ascoltò: - E’ da qualche giorno ormai che mi sento, come dire, diversa. - In che senso? Anche Nereo s’accostò, interessato sotto il suo sguardo severo: - Beh, ecco, è come se mi sentissi sempre leggera, e se non riuscissi bene a ricordare le cose. - Ho capito. Vuole farsi controllare? Perché non va all’ospedale? - Ecco, è che non mi fido tanto degli ospedali, mi fanno paura. E poi pensavo che voi aveste strumenti migliori, quindi, se possibile, ne volevo approfittare… - Signora – sorrise Vespro – non ne approfitta… - Veramente – lo interruppe Nereo – non si potrebbe. Le regole della Repubblica… - Ma che diavolo c’entrano – Vespro si passò una mano sul volto, inviperito – le regole della repubblica con questo. Si chiamano favori, Nereo. In questo mondo di bestie, chi non lo è dovrebbe saperli fare. - Fa come vuoi Vespro: ma te ne assumi la responsabilità. - Certo, come sempre. Signora, domani mattina passerò a prenderla, va bene? Così da noi vedremo se c’è qualcosa. - Va bene, grazie mille. - Signora, ringrazi la Repubblica, non lui – intervenne Nereo. - Signora, ringrazi chi vuole – rispose Vespro.

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SPROLOQUI SU JUAN SEBASTIAN ANLACHI

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Premessa: due parole per cominciare
"Stronzo maledetto, cacca infame e moralista, bigotto finto poeta del cazzo di un Sebastian!Lo sapevo! ha fatto incazzare… perchè st'arrapato mongolo fissato..." “La presi come un’investitura.” Curtius “La cultura e l’arte prive di ricerca etica hanno portato ai campi di sterminio nazisti” Elie Wiesel

Quella che leggete è la vita di Juan Sebastian Anlachi: oh, certo, questa non è una sua biografia. Questa è proprio la vita del mio protagonista. Vi chiederete (e mi chiederete) chi diavolo sia Juan Sebastian Anlachi: semplicemente Juan è il protagonista di tutte le vicende che vi narrerò. Per il resto, lui non è nessuno. Ma perché questi racconti? Qual è il senso profondo di tutto ciò? Rullino i tamburi…nessuna risposta a queste domande. Questa è la vita di un uomo, d’un personaggio. Non ha per forza bisogno d’un senso, né di realismo. Non vi è criterio temporale, né di contenuti nella disposizione di questi sproloqui: come sono venuti sono stati disposti, nulla di più. Certo, così la vita di Juan apparirà un po’ ingarbugliata, ma in fondo, quale non lo è. E poi, mi chiedo, perché non porre tutte le domande a lui, dato che, ora, è vivo?

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Portatore di luce

Sembrerà incredibile, sembrerà da non crederci, lo so: eppure, lo ricordo ancora come se fosse ieri, il trenta del secondo mese dell’anno al mio protagonista è capitata una cosa stranissima. State a sentire. Camminava allegramente per la città, quando improvvisamente, si trovò davanti una porta, apparsa dal nulla: - In tanti anni che faccio il giornalista non mi era mai capitata una cosa del genere! – esclamò. Spinto da chissà quale isteria e curiosità, fece la cosa che un uomo normale non avrebbe mai fatto: entrò, dentro, varcò la soglia ed entrò. Aperta la porta, nera come il petrolio (e cosa strana, nessuno sembrava vederla tranne lui), Juan Sebastian Anlachi si trovò in una stanzetta accogliente, bene illuminata, anche se un po’ maleodorante. Un odore di zolfo e di bruciato, a dire la verità, riempiva l’ambiente, ma dopo un po’ ci si faceva l’abitudine: - Prego, vuole bere qualcosa? Una voce aveva parlato, nella sala, e solo ora Juan s’accorgeva che lì dentro stava con lui qualcuno. Juan si voltò alla sua destra, verso la voce; lo so, è da non credersi! Il diavolo era davanti a lui: - Dicevo, vuole qualcosa da bere? Il diavolo disse di nuovo interrompendo il silenzio calato sulla sala; allora Juan rispose cortesemente: - Ehm, no grazie, sto bene come sto. - Mi scusi, che scortese che sono diventato con il tempo. Non ci siamo neanche presentati: piacere, io sono Lucifero. L’attendevo da un po’, sa? - Io sono Juan Sebastian Anlachi. M’attendeva? Perché? Sono morto e non me ne sono accorto? - No, non si preoccupi…l’attendevo per la nostra intervista. Sa, è da un po’ che pensavo di parlare, di fare le mie rivelazioni. E per questo ho scelto lei: il migliore giornalista sulla piazza! Lucifero fece cenno a Juan d’accomodarsi su di una piccola poltrona al centro della stanza, e lui sedette davanti. Ora Juan s’accorgeva delle sue

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piccole alette bianchicce e spoglie, raggrinzite, e dei suoi capelli biondi anneriti dal fumo. Aveva però, ancora, degli splendidi occhioni azzurri: - Scusi, sa com’è, ma non ho domande preparate: certo, questo sarebbe un gran scoop… - Oh, non si preoccupi, avevo pensato alla sua sorpresa: immaginavo qualcosa tipo flusso di coscienza, se permette… - Qui comanda lei! Lucifero rise ed imboccò un grosso sigaro cubano, fumandolo nervosamente, poi continuò: - Allora, se me lo concede, inizierei… - Aspetti un attimo che prendo qualcosa per appuntarmi le sue parole…ecco, siamo apposto. - Vede, è da tanto che voglio sfogarmi. Il problema è uno soltanto, ma è di fondamentale importanza: chi sono io? - Come scusi? - Sì, ascolti, e poi mi darà ragione: nacqui Lucifero, sa cosa vuol dire, Portatore Di Luce! E poi? Sono finito qui, a regnare sulle tenebre! Non le sembra una contraddizione? - Sì, ma lei… - Già certo, è quello che mi si dice sempre: il mio smisurato orgoglio mi ha portato qui, mi ha reso l’angelo caduto. Ma se non fosse proprio così? - Cosa intende, si spieghi meglio. - Vede, io ero il prediletto, oltre il Figlio, dopo il Figlio, ovviamente. Ma dopo di Lui, lì sopra ero il capo, il boss, per parlare come parlate voi. Ma poi Lui ha deciso: in fondo, cosa avviene senza che lui voglia o permetta? Cioè, mi spiego: nessuno pensa mai che quell’infinito orgoglio me l’ha dato lui, sapendo che alla fine, avrei fatto proprio questo… - Ma non le sembra di scaricare le sue responsabilità su di Lui? - Certo, in parte è così. Ma come voi uomini insegnate, non si creano i presupposti di una cosa se non si vuole che quella accada. Dire che le cose capitano è un’ipocrisia; le cose capitano quando le si vuol far capitare. Juan si fermò un attimo e fissò gli occhioni di Lucifero: erano tristi. Non disse niente, mentre lui riprendeva: - Comunque non è questo il problema. Cioè, il mio problema non è con Lui, anche se mi ha destinato qui sotto, al buio. Gli perdono pure

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di non poter più volare: come potrei con queste misere alucce? Il mio vero problema in realtà è un altro: è con voi che sono adirato. - Con noi? – chiese Juan – E perché? - Vede mio caro, nella storia io sono stato tante cose: mi segua nel ragionamento. Innanzi tutto fui un Suo figlio, senza dubbio, ma poi anche qualcos’altro; sono stato un rivoluzionario, un “no global” – se questa frase può farle vendere qualche copia in più la scriva pure – forse anche un comunista ante litteram. Non accettavo le gerarchie acquisite; poi sono stato tentazione (Adamo, ti ricordi di me?); sono stato odio (Caino, da quanto non ci vediamo!), e poi licenza (ah, che belle città Sodoma e Gomorra); sono stato persino lo spirito stesso della terra che si fa peccato, e così ho tenuto in tentazione persino Suo Figlio. Insomma, sono stato questo e tante altre cose su cui sarebbe noioso dilungarsi. Juan si fermò e rivide gli appunti, poi esclamò: - Aspetti un attimo, non capisco cosa c’entri tutto questo con ciò che dicevamo in precedenza. - Ora le spiego: sono stato tante cose, e nessuna; sono stato tutto ciò che hanno voluto gli altri. Ma oggi, cosa sono? Chi sono? - Lei è sempre Lucifero, il male… - Eh no, caro mio, c’è da fare distinzione! C’è male e male! Non tutto ciò che c’è di brutto è causa mia, figliolo. Se no avrebbero ragione i Manichei, e voi stareste ancora a sbattervi come dannati su problemi di fede inutili… - Ma allora? - Faccia distinzione fra il vostro male, e quello mio! Guardi che io faccio le cose per bene, certo, ma perché è il mio lavoro! Anch’io merito un po’ di rispetto, un po’ del vostro perdono, forse. Juan non capiva cosa Lucifero stesse insinuando, così chiese prontamente: - Scusi, cosa intende? - Insomma, non voglio essere confuso con quegli ottusi e ridicoli omucci pezzenti, quei vermetti insignificanti che circolano fra di voi: quelli in preda ad esaltazioni mistiche, alle loro frustrazioni ed eccitazioni sessuali, che con me non hanno a che fare. - Continui… - Insomma, a partire dai vostri carnefici, fino a giungere ai più insignificanti fra i vostri ominicchi, tutti agite senza capire, e date la colpa a me. Eh no, cari miei, voi il male ce l’avete nel sangue e io

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regno su di voi qua giù perché non sono come voi: io il bene lo conosco, e il male lo faccio perché è il mio lavoro; ad ognuno il suo. - Capisco. Quindi lei si ritiene diverso da loro. - Certo! Juan fissò gli occhi del Portatore Di Luce. S’erano infervorati mentre parlava, e ora avevano un che di triste nel dire “ad ognuno il suo”: - Non sono un vermuccio che si nasconde, io voglio il male e lo faccio. Purtroppo sono nato per questo. Non sono cattivo, è che mi disegnano così. - Va bene. Scusi, ha ancora tanto da dire? - No, no, ora chiudo. Sa, un vostro scrittore una volta mi ha fatto rinunciare all’Inferno per vedere il tramonto…Non sa quanto mi piace quello scrittore, è proprio bravo…Comunque non posso farlo, purtroppo. Ecco vorrei che da questa intervista si capisse questo: io sono Lucifero, signore del Male. Sono stato e sarò anche altro, ma non sarò mai come i vostri malvagi. Quelli, per la maggior parte, fanno schifo persino a me. Così si concluse l’intervista. Lucifero ora era allegro, ridacchiava. Si salutarono come due amici e Juan uscì dalla porta da cui era entrato. In seguito consegnò il pezzo in redazione, e fu un gran successo. Il giornale si vendette come il pane: ovviamente però, tempo due giorni, il mondo dimenticò le parole del Portatore Di Luce e tornò al suo tran tran quotidiano.

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La città, di Natale

Era il 21 di Dicembre, quando, con le luci della notte che si spegnevano sotto il sole che sorgeva, Juan Sebastian Anlachi s’era accorto, al risveglio, che qualcosa non andava. Un uomo di fretta correva verso la fermata dell’autobus, giù, sotto la finestra della sua camera da letto: gli sembrò un abbaglio, e non fece caso a ciò che vide. Si lavò e si vestì in fretta per andare al lavoro, per non perdere il bus delle 7.15. Sotto il cartello degli orari, solo lui ad attendere, ed il freddo d’una giornata fredda e desolante. Il mezzo pubblico arrivò come al solito in ritardo, ma Juan Sebastian Anlachi non ci fece caso, quando, salito, si rese conto che quello di prima non era stato un semplice abbaglio né una svista. Vedeva tanti mucchietti di ossa, sorreggersi in piedi di fronte a lui, o seduti stretti nell’afa dell’autobus. Si sedette in un posticino ancora libero, sorpreso, ovviamente non solo perché aveva trovato posto, e dopo essersi strofinato gli occhi per benino, tornò ad osservare: era tutto come prima. Certo, ora che osservava con più attenzione, s’accorgeva che c’erano anche, poche in realtà, alcune persone in carne, con uno strano candore attorno a sé; ma, notava, c’erano anche persone, sì in carne, ma come morenti, in putrefazione, come andate a male. Sentiva le voci di tutta quella gente, ed erano le solite di ogni mattina sull’autobus: risolini d’anziane signore, commenti politici e calcistici di maturi manager in avaria; e poi, la cosa che più lo stupì e inorridì, le voci di tanti studenti, di liceo, se non più piccoli. Fece tutto il viaggio come immerso in un sogno, o in un incubo, se volete, finché non giunse al lavoro: insegnava, allora, in un piccolo liceo della città, Juan, anche se da poco. Era in realtà un supplente di Latino e Greco. La professoressa che sostituiva s’era presa un brutto malanno, e aveva presi due mesi di malattia. Juan aveva preso l’incarico all’inizio del mese, ma quello comunque era l’ultimo giorno di lezioni prima delle vacanze di Natale. Anche al liceo, in aula, vedeva nondimeno mucchietti di ossa vaganti per i corridoi, o seduti su scomode sedie dietro a banchi colorati, e, per la maggior parte, graffiati e grattugiati. Trascorse l’orario delle lezioni lavorando come in trance, e poi corse via senza salutare. Alla fermata rimase sempre col viso basso: ne aveva

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abbastanza di ossa per quella mattinata. Così anche sull’autobus, in piedi, non sollevò mai gli occhi stralunati da terra, contando a memoria il numero delle fermate, per non osservare quando arrivava la sua. A casa, ormai pomeriggio, Juan si gettò sul letto senza pensare, e chiuse gli occhi: quando li riaprì, dopo qualche istante, si sentì di buon umore, convinto d’essersi svegliato da un incubo. Accesa la televisione, s’accorse che non era così: le ossa o la pelle flaccida e morta di quelle che dovevano essere formose ballerine lo accolsero sullo schermo. Inorridito, cambiò canale, ma ovunque, sempre la stessa immagine (e anche quella che era stata la sua attrice preferita, ora non sembrava altro che un morto che parlava). Qualsiasi tasto del telecomando pigiasse, sempre si ripeteva ai suoi occhi quella scena, tranne in uno o due casi, quando incontrò un uomo e una donna in carne e rivestiti da quell’alone pallido. Rimase di nuovo pallido e insofferente per ore, finché i nervi non lo vinsero e prese a correre per l’appartamento come un pazzo, e ad urlare, Juan. Non durò a lungo quello sfogo, ma si concluse quando un gran vociare dalle scale e dagli appartamenti vicini non richiese silenzio. Era già arrivata l’ora di cena, ma Juan Sebastian Anlachi si gettò sul letto a stomaco vuoto, attendendo un sonno che non arrivò. Il giorno dopo non tentò neanche d’uscire, non appena vide tre allegri scheletri alla tele canticchiare gioiosamente. Corse a chiamare al telefono di Stephanie, la sua compagna d’allora, cercandola: la segreteria telefonica rispose affabilmente. Aveva dimenticato che lei non sarebbe tornata che il giorno successivo. S’affacciò alla finestra, e di nuovo, come alla tele, come il giorno prima, tanto calcio e tanto avorio che passeggiavano allegramente, incuranti. Decise di fermarsi a riflettere, di chiamare Luke. Compose il numero di telefono, ma poi, l’istinto lo distolse: non poteva telefonare a qualcuno, così, tranquillamente, raccontando come stavano ora per lui le cose; quanto meno avrebbero chiamato la neuro. La televisione ora passava un quiz, uno di quei concorsi a premi in cui la cultura popolare e nozionistica la fa da padrone: insomma, quei programmi attraverso cui, secondo i sociologi, si dovrebbe sollevare il tenore medio culturale della gente del paese. Ridendo a questo pensiero, per un attimo Juan non fece caso ad una carie e ad una o due ossa rotte e rimesse assieme, che, riconosceva, appartenevano al più famoso fra i presentatori della TV. Nuovamente si affacciò alla finestra: una coppietta, passeggiava per strada; con stupore, vide che riusciva a vedere la pelle, i capelli, le mani, i vestiti; come due piccoli immortali, quei due fidanzatini – e quanto

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avranno avuto? Al massimo sedici anni ciascuno, non di più – mano nella mano, vivevano inconsapevoli in un mare di morti. Un bambino, proprio come loro, incrociò lo sguardo con Juan dalla strada. Piccolo mentre correva inseguito dalla madre, un poderoso insieme d’ossa scomposte nel movimento, rivestito di bianco, quel bimbo sembrava ai suoi occhi un angelo all’Inferno. Alla vista di quelle persone, così in salute, decise di voler vedere Stephanie quanto prima, e le lasciò un messaggio: l’indomani, sapeva, la sua amata sarebbe tornata di mattina presto, verso le sette; loro si sarebbero incontrati alle 10 al bar giù in piazza, quello solito. Fatto ciò, tornò alla tele e trascorse una inutile giornata in attesa, e di notte, poi, dormì poco e male. L’indomani si recò presto in piazza: i capelli lunghi e neri, fino alle spalle; il giubbotto nero di pelle scendeva piegandosi fino alle gambe, nascondendosi fra la sedia e la schiena. Le dita, frementi, tamburellavano sul tavolino all’esterno del bar, di fronte alla piazza. Gli occhiali da sole, neri anche più dei suoi occhi pesti dal sonno, nascondevano due grosse borse, dimostrazione pratica delle due notti insonni. Mentre attendeva Stephanie, osservava di sfuggita, cercando di non dare nell’occhio: ad un tratto, fu felice. Rivide passare la coppietta, i dolci fidanzatini del giorno prima: erano ancora così come li aveva visti. Poi, però accadde qualcosa: i due passeggiavano, felici, nel mezzo della piazza, proprio accanto ad una fontana; alla fontana, stava appoggiata una ragazza, in posa seducente, ammiccante al fidanzatino. In un attimo Juan ebbe la dimostrazione di ciò che già aveva intuito: senza farsi scorgere dalla fidanzata, il ragazzo adocchiò, sempre camminando, la ragazza alla fontana; facendo finta di niente, le fece l’occhiolino e le sorrise, poi, con una scusa, dicendo che andava un attimo a salutare un’amica, s’allontanò dalla fidanzatina. Con noncuranza, si fece dare il numero di telefonino della ragazza della fontana. In un attimo, Juan lo vide in putrefazione. Senza pensare, al nostro protagonista, scappò di dire: - Fra breve avremo altri due morti che parlano. - Dicevi? Stephanie era appena arrivata, quando aveva sentito Juan. Non so cosa s’aspettasse il nostro protagonista, ma, comunque, apparentemente, non fu quel che vide. Davanti a lui, l’ennesimo mucchio di ossa semoventi, questa volta con la voce della sua donna: - Niente, niente… - Che hai Juan, sembri agitato…

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- Ehm, sai com’è, quando vedi delle cose che non ti aspetti. - Tipo? - E’ un po’ difficile da spiegare, Stef. Stephanie prese le mani di Juan, accarezzandole delicatamente, ma improvvisamente a lui il suo tocco sembrò diverso, freddo; e anche un po’ troppo sensuale: - Senti, non so che dirti…era solo che volevo vederti…Cosa facciamo domani sera? È la vigilia, giusto? - Sì. Per me possiamo andare un po’ in giro, che dici? - Sì va bene. Scusa, devo scappare. - Ehi, ma perché tanta fretta? Non mi hai neanche baciata! Ma Juan non udì quelle parole: era già di corsa verso casa, quando si fermò, come colpito da una rivelazione. Non ci aveva fatto caso, non aveva mai notato quella vetrina che rifletteva la sua immagine. Eppure, ora che rifletteva le sue orbite prive d’occhi, i suoi femori, le sue scapole, il suo osso sacro, ora si vedeva in quella vetrina. Allibito, Juan scappò via, a casa. Immerso in chissà quali immagini e pensieri, tornò al suo fido letto, dopo aver mangiato un boccone, andato di traverso per i nervi. Dal letto non si alzò neanche per cena: per sua fortuna aveva già comprato da tempo tutti i regali, e ora poteva evitare ogni sorta di pensiero. Non rispondeva al telefono: semplicemente, rimuginava sul fatto che, anche lui, come gli altri, era un morto che camminava. E venne la vigilia, con le sue campane e il suo buonismo, le sue stelle sugli alberi, i regali sotto gli alberi, le lucette in mezzo agli alberi…insomma, la vigilia con gli alberi che fanno tutto tranne che essere alberi. Oramai, da quando sapeva d’essere come gli altri, Juan aveva quasi fatto l’abitudine alle ossicine del suo corpo: era incredibile che in tutti quei giorni non le avesse notate! Comunque la sera Juan si vide con Stephanie, ma la serata scorreva via, senza molte parole. Con loro due c’erano due amici di Stef, un uomo e una donna, che Juan conosceva appena, e così, tutti nella macchina dell’uomo, il gruppo di conoscenti vagava per le strade della città. S’avvicinò mezzanotte, e scesi dalla macchina, i quattro vennero in piazza ad attendere di scambiarsi i regali. Allora Juan si decise a raccontare tutto a Stephanie. Appartatisi un po’, le disse: - Stef, mi credi se ti racconto una cosa? - Oh, finalmente allora mi vuoi spiegare che cos’hai? Le campane risuonarono per la nascita del Cristo. Juan e Stephanie si voltarono verso la chiesa, interrompendo la discussione, mentre era tutto

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uno scoppiare di sciampagna. Tornatisi a voltare l’uno verso l’altro, Juan notò un particolare interessante: Stephanie era di nuovo in carne. Si voltò: di nuovo tutti erano in carne; niente più ossicine in giro, ma solo bei muscoloni e panciotte ridondanti. Un enorme sorriso s’affaccio sul volto del signor Anlachi, mentre Stephanie chiedeva: - Allora, dicevi? - Eh? Ah sì…ehm dicevo che quest’anno ho dimenticato una cosa… - Che cosa? Non sarà mica per questo che sei tanto preoccupato? - Sì, sì, è proprio per questo… Juan farfugliava, mentre Stephanie, stizzita, replicava: - Juan Sebastian Anlachi, ti sei dimenticato di farmi il regalo, per caso? - Oooooppppssss… Ad una prima delusione, Stephanie riprese, mentendo clamorosamente: - Ma non devi preoccuparti per una cosa così piccola; ecco, intanto tieni il mio. Stef uscì un piccolo regalino dalla borsetta, un’agendina, una penna costosa e una cravatta. Nel frattempo, Juan prese dal taschino del giubbotto il suo regalo, una collanina d’argento: - Scherzavo… - Ma vaff… I due si baciarono affettuosamente, e poi, salutando gli amici dopo un po’, si diressero verso casa di Juan: per quella sera Stephanie avrebbe dormito lì. In seguito Juan ripensò a quei fatti: non che ci abbia capito qualcosa, ma dato che anche lui era solo un po’ d’ossicine scarnificate che deambulava, malgrado le apparenze, si decise a guardare gli altri in modo diverso. Non saprei dire però, se in maniera più comprensiva, o semplicemente, complice.

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Il vecchio del mare

Juan Sebastian Anlachi passeggiava tranquillamente sulla spiaggia, aveva vent’anni, quando accadde ciò che sto per raccontarvi. Una leggera brezza proveniente dal mare soffiava sul suo corpo, da destra. Il mare era calmo, sul far della sera; nessun pescatore a riva. Era inverno, dicembre, e la temperatura era abbastanza bassa. Eppure, anche in quel periodo, era piacevole per il nostro protagonista, passeggiare sulla sabbia a piedi scalzi. Così nel pomeriggio, interrompendo lo studio sui libri universitari, aveva preso un asciugamano ed era venuto lì. Dicevamo che non c’erano pescatori, quella sera, ma la cosa non era del tutto esatta. Un pescatore, uno solo, c’era, e la sua presenza saltò subito agli occhi di Juan. Aveva un aspetto strano, quel pescatore: era vecchio, senza dubbio, e trasandato. Una lunga barba incolta giungeva fino a terra, bianca come neve, e i capelli, grigi, scendevano fin’oltre le spalle, incorniciando una fronte spaziosa. Visto da lontano il pescatore appariva piccolo, indifeso. Chissà perché, Juan decise d’avvicinarsi all’uomo, per scrutarlo più da vicino, incuriosito. Non appena il nostro protagonista fu in prossimità del vecchio, notò dettagli che da lontano non poteva vedere: s’accorse di quanto fosse grossa la testa rispetto al corpo, sproporzionata; le labbrette sottili, bianchicce, chiudevano una bocca sdentata; il naso aquilino scendeva da due sopracciglia che si congiungevano in un grosso zerbino candido; due occhioni, verdi, luccicanti, che sprizzavano intelligenza in quel corpo da asino, stridevano come scintille con il resto del corpo; e due mani, grosse e con dita lunghe, come rami di chissà quale quercia antica. Il vecchio vide arrivare Juan, ma sempre reggendo la canna da pesca, fece finta di niente. Accortosi che il ragazzo lo fissava con aria trasognata, vagamente irritato, chiese: - Hai problemi, ragazzo? Ti serve qualcosa? - No, signore, nessun problema. Eppure, dopo quella risposta, Juan rimaneva a fissare il pescatore. Le grosse mani e la barba iniziarono ora a tremare per l’irritazione. L’uomo, d’età certo indefinibile, ma sicuramente molto vecchio, sbottò con tutta la sua rabbia:

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- Sicuro di non avere problemi? E allora perché mi fissi così? Juan si rese conto solo allora d’aver infastidito quel vecchio del mare, e farfugliando, rispose: - Mi scusi, signore, non volevo disturbarla. Ecco, ora me ne vado… scusi davvero! Il nostro protagonista tutto frastornato si voltò di scatto, come tramortito. La sua vocetta stridula era apparsa ridicola a confronto del vocione profondo e roboante del vecchio. Aveva appena fatto pochi passi, che si sentì richiamare: - Torna qui se vuoi; io non ti ho detto d’andare via, t’ho detto di non fissarmi! Juan si voltò nuovamente verso il pescatore. Il suo sguardo era sempre più istupidito, e come un bambino cui si offriva una caramella, tornò tutto scodinzolante alle manone che reggevano la canna da pesca. Ecco, ora lo notava, persino quella canna era strana: sembrava di legno, ma come di quel legno antico, anche un po’ fossilizzato, sempre che ci si possa credere. Accovacciatosi a lato del vecchio, Juan attese, un tempo indefinito, finché quello non gli rivolse la parola: - Bello il mare, vero? Lo sento un po’ come il mio regno. – Juan annuì con la testa, mentre quello continuava – Molti dicono che il mare è pericoloso, che è ingovernabile…appunto per questo il mare ha un suo fascino, no? Come il vento. Che cosa sarebbe il vento se noi lo governassimo del tutto? Sarebbe soltanto un soffietto, tutto sommato fastidioso. E invece volare fra i venti è il sogno dell’uomo da sempre. - Chi è lei? - Solo un vecchio pescatore…molto vecchio. - Quanto vecchio? Chi è lei? Cioè, penso che in tanti glielo abbiano fatto notare, lei non appare del tutto come gli altri. - Parli delle mie mani, della mia testa, della mia barba? Figliolo, cosa sono queste, se non ciò che tu vuoi vedere di me. - Scusi? - Ciò che io appaio, è ciò che tu mi vuoi far apparire. Non che io non abbia queste manone o questa testona, ma sei tu che hai deciso di non poter fare a meno di notarle. - Forse ha ragione. Però continua a non rispondere…Chi è lei, cosa fa nella vita? Ha un nome? Il mio è Juan Sebastian Anlachi. Sono uno studente.

69 - Piacere Juan. Io invece sono solo un vecchio, povero pescatore, un

amico del mare se vuoi. Per quanto riguarda il mio nome, nessuno più mi chiama con quello vero da tanto. Puoi chiamarmi Acquatico, sì, credo suonerebbe così, ora. - Acquatico? - Bruttino, vero? - Più che altro caratteristico. Quanti anni ha, signore? - Mettila così: quando l’uomo ha visto il mare, io sono nato. Sono tutto ciò che non si governa del mare, il suo spirito libero. La sera era ormai scesa, e la luna e le stelle s’ammantavano ora di sottili nubi. Le onde si fecero un po’ più alte, mentre lontano, il lume d’un faro rischiarava l’orizzonte. Un castello antico, a sud, illuminato dai lampioni delle strade, s’incorniciava fra i lampi d’una tempesta che sopraggiungeva. - Lo spirito libero del mare? - Già, o almeno quello che ne rimane. - E ne rimane poco di spirito libero? - Solo quello d’un povero vecchio pescatore. - Perché dice così? - La fame di conoscenza, la sete di ragione, ha ucciso l’anima poetica. Forse è giusto così, o forse gli spiriti liberi creati da voi uomini non hanno saputo adattarsi. Forse proprio noi spiriti liberi siamo stati la causa della nostra morte, con il nostro sognare. Ma quelli fra noi che sopravvivono, le metafore viventi della vostra anima, ormai non sono che poveri vecchi trasandati. Nulla di ciò che fummo un tempo sopravvive. - Forse però nascono nuovi spiriti liberi… - Forse… - Inizia a piovere; forse è meglio andar via. - Per questa pioggerella? No, no davvero. Eppure la pioggia, appena iniziò a scendere, si fece intensa. La tempesta scoppiò presto. Fulmini caddero sulla spiaggia. Juan, intontito e impaurito, corse via, voltandosi verso il vecchio che rimaneva immobile a pescare. Urlando con tutta la sua voce, disse: - Venga con me, mettiamoci al sicuro! - Non preoccuparti per me, giovane Juan. Fa buon viaggio. Un’ultima cosa: il mio nome è Nereo. Juan scappò via. Raggiunta la strada ai bordi della spiaggia, tornò a guardare verso il mare. Nereo era ancora lì, immobile. Proprio in quel

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momento un’ondata, alta quanto un uomo, sopraggiunse. Nereo fu inghiottito, e mai più riapparve. Il giorno dopo Juan tornò sulla spiaggia, alla ricerca del Vecchio del mare, di Nereo, ma non trovò nulla. Di quello che era stato lo spirito d’uno dei sogni, d’una delle paure degli uomini, non rimaneva che il ricordo.

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Viaggio d’andata e ritorno

- Grazie, grazie davvero per avermi accolto a casa vostra; non sapete cosa significhi per me… Così esordì Juan verso i suoi improvvisati benefattori. La ridente famigliola lo guardava con aria fra l’ironico e l’incredulo. Certo la mammina e il paparino erano anche un po’ preoccupati (e magari quello non era davvero Juan Sebastian Anlachi, il famoso giornalista, ma solo un barbone che, guarda caso, gli assomigliava pure tanto); ma la figlioletta, la dolce Nausicaa (che nome poi!) dai ricci capelli rossi e con le ribelli lentiggini sul viso, lei sì che lo fissava estasiata… - Si figuri, e che vuole che sia per noi, discreta famigliola, aiutare lei, qui, in difficoltà, dopo tanti giorni che è scomparso da casa… - Non me ne parli! Dieci giorni d’inferno! - Ma ci racconti, cosa le è accaduto? - Di tutto, davvero, e sarebbe lungo da raccontare… Nausicaa emise un sospiro d’ammirazione, mentre il paparino insisteva: - Suvvia, non sia timido, ci racconti pure! - Va bene, allora, prima di tornare a casa dalla mia mogliettina, vi narrerò cosa ho passato da quando sono andato via da casa dieci giorni fa. Così il nostro eroe iniziò a narrare le sue epiche imprese alla discreta famigliola (così loro stessi si definivano)… Io per quanto mi riguarda, per oggi, almeno per un po’, lascerò penna e inchiostro a lui stesso, e da solo, il mio protagonista, vi delizierà del suo racconto. Partii da casa per una chiamata improvvisa del mio direttore, quello del giornale: invano avevo tentato di nascondermi, di chiedere le ferie; per lui, quella maledetta mattina di dieci giorni fa, dovevo andare a fare un pezzo su di una squallidissima vicenda di corna. Lui ama lei, lei ama lui, lei incontra l’altro e dimentica lui, lei fugge con l’altro, lui raduna fratelli e amici e sistema l’altro e lei, e poi torna felice e tranquillo a casa, come se niente fosse. Tutto qui! E voleva che lo condissi con intricate vicende di passione e un buon condimento dei più alti e dei più bassi sentimenti umani! Schifato e annoiato andai comunque a svolgere il mio lavoro, sulla

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mia scomodissima vespa. Giunto sul luogo del duplice omicidio, trovai una selva di cronisti e di reporter: poliziotti e curiosi ovunque. La famiglia dell’indagato non parlava, mentre quelle delle vittime sproloquiavano pure troppo: in breve, s’accense una vera e propria battaglia che ci vide tutti coinvolti. Alla fine della giornata, dopo sei ore di viaggio di sola andata, montai sulla ancor più scomoda vespa riportando il notevole bottino di due contusioni e qualche costola incrinata: ovviamente, del pezzo da portare al direttore, ancora neanche l’ombra. Da questo momento, in ogni modo, partì la mia vera odissea. Imbottigliato nel traffico sulla via del ritorno, decisi di cambiare strada, di fare il giro dei paesini: uscii al primo casello autostradale che incontrai, e andai in direzione delle prime case (e dico tra me, tanto ci sono i cartelli! Che vuoi che sia!). Ovviamente mi illudevo. In una selva, in una marea di viuzze tutte uguali mi perdetti rapidamente in un paesuncolo di cui ancora non ho neanche capito il nome. Decisi così di entrare in un bar, per chiedere informazioni (nel frattempo s’era pure fatta notte). Lì, sorseggiando un bicchiere di vino, un gruppo di giovani mi riconobbe. Avvicinatisi a me spavaldamente, quelli iniziarono a parlarmi: - Scusi, Lei è il famoso giornalista Juan Sebastian Anlachi, vero? Noi siamo dei suoi fan… - Ah, la cosa mi fa piacere. Ora scusate, andrei di fretta… - No, aspetti, rimanga qui con noi. Che vuole che sia se rimane seduto a parlare per dieci minuti! Voi avete già capito che anche se sono irritato, a me piace molto fare quattro chiacchiere con la gente. Così, senza rimanere lì a pensare sul da farsi, mi sedetti ad un tavolino con quei giovani e mi misi a discorrere: - Lei è così bravo a raccontare le storie, – fece uno per sciogliere il ghiaccio – e poi quei suoi articoli, sempre così di stile decadente! - Io non direi… - Oh, ma forse lei neanche se ne accorge – riprese un altro – eppure quel suo gusto per il piacere, per l’edonismo, non immagina neanche quanto ci piaccia! Lei ha proprio la capacità di rinfrancare quelli come noi, quelli costretti a vivere in un mondo così squallido! Ora, dovete sapere, amici miei, che se c’è un genere di persona che odio, quelli sono gli esteti, o peggio, gli edonisti. Questa sotto specie d’ominicchi, tutti presi da se stessi e dal loro piacere, incapaci di vedere oltre il loro naso e i loro gusti; ecco, questi omuncoli, proprio non li reggo. Per l’appunto, ora avevo davanti di quelle creature:

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- Lei è proprio un’artista della parola, si fidi! – Continuò un altro ancora di quei giovani, buttandomi sempre più nel panico – Lei è capace di dipingere dei quadri soltanto attingendo al suo calamaio. E che arte, che cura! - E poi come descrive bene i suoi casi, quegli uomini capaci di infischiarsene di questa volgare morale, così capaci di trascenderla per soddisfare i propri sacri piaceri. Si vede proprio che lei, nel cuore, nell’animo, sta con loro. Ormai non ce la facevo più, e la discussione mi poneva dei seri interrogativi: erano degli idioti, quei ragazzi, che leggevano nei miei articoli giusto ciò che non c’è mai stato, o io ero come loro? Trasalendo sbottai: - Scusate, ma voi scherzate, vero? - No, perché lo crede? - Ma pensate davvero che io sia con voi, con i vostri gusti? Ma avete mai capito qualcosa da ciò che scrivo? Voglio dire, il non condannare non vuol dire per forza essere d’accordo! - Ma via, come fa a pensare che questo buon costume, queste ipocrite leggi morali, siano vere! Un uomo intelligente come lei! Le cose capitano nella vita, bisogna coglierle così come vengono, e gustarne la polpa fino all’ultimo… - E stia attento a non affogarsi lei, con quella polpa, con questi frutti di loto buoni solo a perdercisi. Anzi, ci si perda, ci si perda, va, e non dia più fastidio! Con quella risposta brusca mi sollevai dalla sedia e me ne andai al banco. Pagato il conto e ricevuta qualche informazione, uscii dal bar. Era ormai notte fonda, quando m’avviai per la strada, irritato e assonnato, con la mia vespa. Ma figuriamoci se finiva lì! La fortuna sarà pure cieca, ma la sfortuna no, e quando ti sceglie come vittima, hai voglia di aspettare fino a quando non si trova qualcun altro con cui giocare! Questo preambolo sta soltanto ad indicare che in quel momento scoprii che la mia vecchia, scomodissima vespa aveva deciso d’abbandonarmi, e non ci fu santo o preghiera che la convinse ad un ultimo sforzo. Così, buttata la mia compagna di viaggio a lato della stradina, continuai a piedi. Ora, per evitare che vi facciate strane idee di me, devo spiegare una cosa: quella stradina, di notte, era male illuminata, e la cosa avrebbe dovuto farmi pensare. Ma con i nervi che avevo! Non feci caso neanche alle poche, pochissime macchine che passavano, lente…Comunque, tagliando corto,

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dopo un’oretta di cammino, un gruppetto di donne mi si avvicinò. Erano vestite, direi, in maniera decisamente succinta: - Ciao paparino, ti serve qualcosa? Gradisci? - Ehm…veramente, non mi serve niente, grazie… - Ma dai, oggi sconto per te! - No, grazie davvero…non serve… - Ma che hai, stai male, ti serve qualcosa? Non so perché, ma quelle donne mi videro in difficoltà, anche se non avevo davvero niente. A questo punto, divennero realmente premurose: - Forza, paparino, vieni con noi che ti diamo qualcosa da bere, un po’ di pane! Dicendo questo, mi si fecero tutte attorno (ed erano pure un bel gruppetto), e mi portarono di peso in una casupola, lì vicino, dove vivevano tutte assieme. Lì mi costrinsero a forza a sdraiarmi in un lettino e…presa una copertina e messamela addosso, mi si sederono tutte accanto e mi trattarono come un malato! Cioè, meglio, come un figlio, un bimbo malato! Non lo so, sarà stata la faccia pallida per la paura, sarà stato qualcos’altro, ma mi riempirono di medicine e m’accudirono come un cucciolo. Solo io potevo trovare le prostitute con l’istinto materno! Tutte bravissime donne, che si davano il cambio ogni tot di ore e andavano poi a svolgere onestamente il loro compito nella società; ma, dico io, proprio su di me dovevano sfogare tutto il loro affetto? E intanto diventavo sempre più pallido e debole per le medicine, e per loro ero sempre più malato; e così nuova dose di medicine. In questo modo la cosa è durata per cinque giorni, finché, quando vidi che rimaneva ad accudirmi la più gracilina di loro, richiamando tutte le mie forze non mi sollevai dal letto e scappai via, facendo un gran fracasso per farle paura (e chissà quanta gliene feci, povera ragazzina, avrà avuto al massimo sedici anni…) Erano passati così sei giorni, ed era mattina presto. Avevo perso il portafogli chissà dove (non voglio assolutamente sospettare di quelle brave donne) ed ero rimasto a piedi. Attraversavo una strada in aperta campagna, e, praticamente mi ero perso. Non vedevo un cartello già da un bel po’. Ad un certo punto, mi si fa davanti un pecoraio con il suo gregge. Quell’uomo era bello grasso, rubicondo, con le guanciotte piene e rosse, mezzo brillo già di mattina. Non appena mi vide, iniziò a parlare ad alta voce: - Hic! Ehilà, brav’uomo, come va? - Mi sono perso, mi sa indicare la strada per la città? - Sempre dritto…hic…non può sbagliare!

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- Grazie, e mi sa dire quanto dista? - Oh, al massimo mezza giornata a piedi…hic…ma…hic…lei è palliduccio… A quella frase mi sentii come un colpo al cuore pensando a tutte le medicine che mi ero preso in quei giorni. Lo stesso il pecoraio continuò: - Tenga, le regalo questo, – e mi porse una fiasca di vino – stia attento perché è molto forte…hic! - Grazie, non doveva. - Si figuri…hic! Così dicendo il pecoraio mi lasciò al mio viaggio, mentre lui proseguiva per la sua via con il suo gregge. Dopo poco, pensai che la fortuna finalmente si fosse ricordata di me. Una macchina, la prima che vidi, mi si accostò, e la voce d’un ragazzo sui venticinque mi chiese: - Salve, le serve un passaggio? - Sì, grazie, andate in città? - Sì, salga pure! Così dicendo montai sulla macchina. Dentro, oltre all’autista c’erano una ragazza davanti, e altri due dietro. I giovani erano tutti vestiti con abiti scuri, di pelle, con borchie, anellini. Appena salito (oh, furono carinissimi, tanto che quelli di dietro mi fecero sedere in mezzo, per mia sfortuna), i ragazzi mi dissero che erano un gruppo rock che andava da uno dei tanti paesini della zona a fare un concerto giù in città, in uno dei tanti pub. Erano simpatici, e apparentemente cordiali. Eppure notavo, che anche se cercavano di non farlo vedere, spesso i loro occhi cadevano sulla fiasca di vino. Ben presto l’autista parlò apertamente: - Senti un po’ paparino, quello cos’è, vino? Passalo un po’; modestamente sono un esperto! Non feci in tempo a rispondere che già m’avevano strappato di mano la fiasca. Rapidamente il ragazzo alla guida bevette, e poi a circolo tutti gli altri. Non so da dove, quasi subito uscirono fuori lattine di birra. E la cosa peggiore è che convinsero a bere anche me…me ne vergogno. Ora, avevo completamente dimenticato il consiglio del pecoraio (lo so, sono troppo sbadato), e in breve ci ritrovammo tutti sbronzi, nella peggiore maniera. Non mi chieda come abbiamo fatto, ma in un giorno di viaggio abbiamo percorso tutta la strada per la città, e siamo riusciti pure ad andare oltre di parecchio, senza accorgercene! Siamo giunti a quest’altra provincia che io ancora dormivo, quando abbiamo finito la benzina (e non ho ancora capito

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chi guidasse, dato che, quando mi sono svegliato, ho trovato l’autista sdraiato su di me). E, peggio, eravamo ancora in aperta campagna, ed era già passato un altro giorno. Mamma mia, chissà come sarà preoccupata mia moglie! Sarò stato crudele, ma abbandonai quei rockers in erba alle loro strade (quegli invidiosi non mi hanno neanche permesso di chiamare a casa dai loro cellulari!) e ho ripreso la via a piedi, senza incontrare più nessuno per tre giorni, finché non ho trovato voi, grazie a Dio. Questa è la storia, più o meno, delle cose che mi sono accadute in questi dieci giorni. Così finì il monologo di Juan sotto gli occhi allibiti della discreta famigliola, e qui riprendo io la parola. C’è poco da dire, ora. Cortesemente, molto cortesemente, quella famiglia accompagnò sino in città il nostro protagonista (e che storia avevano ora da raccontare agli amici), e lo lasciarono proprio di fronte casa. Ora, non che Juan s’aspettasse davvero la polizia o la folla di fronte alla porta ad attenderlo, ma neanche quell’aria di normalità che lo accolse. Eppure, non era tutto come prima. Suonò ripetutamente il campanello (aveva perso anche le chiavi…) finché non gli venne ad aprire uno sconosciuto che neanche lo guardò in viso, ma scappò via, dentro, in cucina. Dentro, sì che c’era la folla! Sua moglie, la sua bellissima Stephanie era tutta attorniata dai suoi colleghi; chi l’abbracciava, chi si dimenava per consolarla, chi gli faceva gli occhioni a cuori, chi le diceva parole dolci. Rimase lì per un po’ ad osservare, senza essere visto, mentre sua moglie teneva tutti a bada, quei porci, poi quando si rese conto che la cosa si faceva insistente, richiamò l’attenzione con un colpo di tosse: - Ciao cara, sono tornato! - Mio caro, finalmente! Ma dove sei stato? Stephanie corse ad abbracciarlo commossa: - Niente, cara, ho vissuto la mia Odissea. E ora scacciò di casa i miei proci, anzi i miei porci. Detto questo, Juan iniziò a sbraitare verso i suoi colleghi, che scapparono dalla casa con la coda fra le gambe. Rimasto solo con la moglie, le spiegò tutto l’accaduto. In seguito furono avvisate le autorità competenti, e l’allarme per la sua scomparsa si placò. Fu intervistato dalla televisione, e per un po’ il suo caso fece clamore, finché, col tempo, tutto non tornò alla normalità, porci compresi.

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Condannati

La cella era tutto sommato ben illuminata, quella mattina, e la compagnia là dentro ottima. Certo Juan era vittima d’un errore, o meglio, d’una burocrazia che condanna la protesta studentesca e non guarda a ben altre forme di violenza e di trasgressione. In fondo, da un bel po’, organizzare l’occupazione d’un liceo, per i rappresentanti d’istituto, era come un rito di passaggio, una prova d’iniziazione a più alte forme di consuetudine con il vivere sociale. Basta con gli scioperi per qualsiasi futile motivo, si diceva nella testa il rappresentante coscienzioso, da oggi si fa sul serio. Oggi si occupa il liceo, oggi l’azione studentesca diviene simbolo del malessere diffuso, della società contro il sistema. Insomma, il solito confuso pensiero di protesta della maggior parte dei diciottenni pseudo-intellettuali. E il problema in tutto ciò stava proprio in quel “diciottenne”. Eh già, proprio perché maggiorenne, il nostro buon Juan dovette fare i conti con la responsabilità del suo atto: fu così che si ritrovò in quella cella superaffollata del penitenziario, con un lettino, una gran folla, e delle tendine bianche alle finestre. Come già detto, però, Juan non poteva recriminare sulla compagnia: certo, erano quattro condannati a morte, lì con lui, ma era davvero brava gente. Uno condannato per aver “corrotto dei giovani”, quello steso sul lettino, con una gran folla d’amici attorno; un altro, seduto per terra, in silenzio, condannato per essersi proclamato re di chissà quale gente, e peggio, figlio del Padre. Eppure tutti e due, in realtà, erano condannati da una società che non li capiva, non li riconosceva e li temeva. Poi altri due, due ladri della peggior specie: uno pentito, l’altro no, ma ugualmente condannati. Il Figlio del Padre, un uomo gentile, con capelli lunghi e neri e barba incolta, leggendo sul viso di Juan paura e nervosismo, gli chiese: - Ragazzo, cosa temi? - Niente…è che l’essere qui, senza una vera giusta causa, m’adira e mi rattrista. - Anch’io sono qui senza una giusta causa, mio caro – fece quello steso sul letto, un vecchio, con il naso porcino, tarchiatello e con la pancetta – pensa che m’accusano di traviare i giovani con la mia

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conoscenza! E come dovrei fare, io, che l’unica cosa che so è di non sapere? - Sì, in effetti è un po’ una contraddizione… Allora la folla che era attorno all’uomo prese a protestare: - Ma allora fuggi con noi, tu che sei il più giusto fra gli uomini. Non sprecare la tua vita per un popolo che ti condanna ingiustamente! - Ma io, miei cari, accetto la mia condanna per un ideale, per la vera giustizia. E anche se le leggi sono sbagliate, o se la loro applicazione è errata, io non fuggirò una sentenza delle leggi che ho accettato. Non fuggirò una sentenza ingiusta perché non temo, ma amo la vera giustizia. - Tu, mio caro, anche se non mi hai riconosciuto – fece il Figlio del Padre – tu sarai con me là sopra, perché tu ami la giustizia. E sappi che io morrò anche per te, e per quelli che ti condannano senza capire cosa fanno, perché tu muori per un ideale, per qualcosa di divino, io muoio per gli uomini. - Ma tu che ti proclami Figlio del Padre, tu – interruppe il discorso il ladro non pentito – dimostraci chi sei, dimostraci che chi tu dici essere tuo Padre esiste, e noi saremo migliori, noi crederemo e la gente cambierà. Salvati, evadi, fuggi la tua pena, compi il miracolo che a te nessuna folla di cari ti offre, e noi crederemo in te! Ma l’uomo con i lunghi capelli e gli occhi ridenti non rispose, solo, sorridente, guardò l’uomo alla sua sinistra. Allora l’altro ladro, in piedi alla destra del Figlio del Padre, rimproverò il suo collega: - Stupido, che dici? Come osi tu criticare chi ti è superiore in tutto? Chi muore anche per te? Perdonalo, te ne prego. - Non temere, e sappi che anche tu, questa sera, sarai con me Piombò allora il silenzio nella camera. Dopo un po’ di tempo, entrò il primo carnefice: il boia dell’uomo sul lettino. Teneva in mano un bicchiere di cicuta. Il condannato la bevette, d’un solo sorso, e poi attese la morte fra gli uomini in lacrime. Morì con un sorriso sul volto e le mani conserte, morì così il più divino fra gli uomini. Dopo breve anche gli altri tre condannati furono portati dinnanzi al loro destino: ad attenderli, la crocifissione. Fuori della cella, assieme agli esecutori della condanna, una donna, la madre del giovane con i lunghi capelli, e uno solo dei suoi compagni. La compagnia s’avvio mesta, mentre il Figlio del Padre, di fronte alla sua sorte, chiedeva al padre d’allontanare

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da lui quel calice, e si domandava il perché il Padre l’avesse abbandonato di fronte al dolore: ma chissà davvero se l’avesse abbandonato. Anche questi tre condannati perirono in breve tempo, mentre Juan rimaneva solo nella cella. Pensò solo ad una cosa, in tutto quel tempo: il più divino fra gli uomini era morto per un ideale, non per se stesso, forse, ma neanche per gli altri; ma il Dio fatto uomo, ora lo riconosceva e credeva mentre il cielo si faceva scuro e un urlò ed un tuono, e lontano un sospiro, cospargevano di cenere e di dolore gli animi degli uomini, Lui moriva per gli uomini, e moriva umanamente. Ed in ciò, nel farsi carico degli errori altrui, non soltanto nell’accettarli, quell’uomo s’innalzava su ogni altro e saliva alla destra di suo Padre. Si fece una mattinata in carcere, e poi fu rilasciato. Eppure, quella fu una delle lezioni più importanti di tutta la sua vita.

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L’uomo che soffia

Juan camminava tranquillamente, di notte. Era stato mandato a fare un servizio sulle donne della strada, e così si recava nei luoghi tipici della vita notturna cittadina, quella “trasgressiva”, si intende. D’un tratto gli arrivò una chiamata al telefonino: - Juan, dove sei? - Sono per strada, che c’è? Il direttore del giornale lo aveva rintracciato per mandarlo di fretta da un’altra parte. Aveva pronto per lui un nuovo servizio, più interessante: - C’è giunta l’ansa d’un omicidio a casa d’una famigliola; devi andare lì. - Va bene – disse Juan vagamente annoiato dal cambiamento – ma di preciso di che si tratta? - Non è ben chiaro; un bambino è morto in un’aggressione. Così Juan si recò nel luogo del delitto. Una folla di volanti attorno alla casa, e la prima ressa di giornalisti. Facendosi largo, Juan entrò nell’appartamento. Dentro, una donna accasciata per terra in lacrime, in bagno: la madre del bambino morto. Poliziotti facevano i riscontri e raccoglievano le prove, mentre il commissario, davanti al ladro entrato in casa, ferito, lo interrogava insistentemente: - Dimmi la verità! Cosa è accaduto? Com’è morto il bambino? - E che diavolo ne so io! - Va bene – disse il commissario inferocito, senza neanche accorgersi che dietro aveva un giornalista, e che giornalista, Juan – Dimmi com’è andato tutto l’accaduto! - Io sono entrato, con la mia pistola, quella folle ha sparato e il bambino è morto! - Non è vero – intervenne la donna, urlando – ti ho visto con la pistola, allo specchio! Tu hai sparato! Mio figlio era davanti a te e l’hai colpito! - Ma anche tu hai sparato, troia! Due volte! Tu hai ucciso tuo figlio! - Basta! E questo chi è? Chi l’ha fatto entrare?

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Il commissario s’era appena accorto di Juan. Incredulo che un giornalista stesse assistendo all’interrogatorio, smise lì tutto. Il ladro fu portato in caserma, mentre alcuni poliziotti rimanevano in casa, commissario compreso, ad esaminare l’appartamento e a cercare i bossoli. L’interrogatorio sarebbe proseguito più tardi. Intanto Juan fu cacciato in malo modo, e così ebbe il tempo di riorganizzare le idee e capire meglio cosa poteva essere accaduto. L’uomo era entrato in casa, di notte. Le luci erano spente, e il bambino l’aveva sentito e s’era diretto in bagno, forse per paura. L’uomo l’aveva sentito e aveva cercato di trovare il bambino, sempre al buio. La mamma del bambino s’era svegliata, e accortasi dei rumori, aveva impugnato la pistola che teneva a casa; va verso i rumori. Incrocia lo sguardo del ladro in bagno, attraverso lo specchio. Anche il ladro spara, il bambino viene colpito. La donna spara di nuovo e il ladro rimane ferito. Qualcuno chiama la polizia, fra i vicini, e tutto si conclude. Qualche ora dopo giunse la verità, sotto forma di responso della scientifica: i proiettili nel corpo del bimbo coincidevano con quelli dell’arma della madre. Lei stessa aveva ucciso suo figlio. Subito una ressa di giornalisti attorno alla mamma, mentre lei piange alla notizia, udita alla radio. Nessuno si curò davvero del suo dolore, neanche Juan Sebastian: era troppo importante dare la notizia, procurarsi lo scoop delle prime parole della donna. Ma la donna cadde a terra, accasciandosi per la sofferenza. Era un pozzo di lagrime, con i capelli che scendevano a coprirle il viso. Non udiva le domande: solo rivedeva il viso del figlio che aveva ucciso per sbaglio. Allora fra la folla un vecchio, caratteristico col suo cappello a larghe falde, eppure passato inosservato, le si avvicinò. Nessuno se ne accorse, solo Anlachi lo notò. Premurosamente baciò in fronte la donna, e poi soffiò. Come una luce s’accese attorno al vecchio, bianca, ma tinta di rosso. Non appena inspirò, quella luce penetrò nel corpo dell’uomo, come ferendolo. La dona invece s’addormentò, quieta. Il vecchio allora si rizzò da terra, posando leggero la donna. Sembrava afflitto agli occhi di Anlachi, come se soffrisse: i due si guardarono per un lungo istante. Juan si riconobbe negli occhi del vecchio. Poi l’omino strano, tutto vestito di nero, con i capelli bianchi sotto il cappello, fece un largo e dolce sorriso. Come carico di qualche peso, s’allontanò voltandosi. Andando via, canticchiava una canzone: C’è un uomo qua sotto, cammina;

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Cammina in cortile: vestito D’un alto cappello nero di notte. I capelli bianchi si spandono Sotto le falde, giù deboli e lisci, Sulla fronte pallida e larga. Gli occhi incavati, due borse Scure di notti senza sonno. Un sorriso flebile e stanco S’allarga fra le labbra bianche, Nelle urla della città, silente; Nei dolori della gente, lento Si muove, e improvviso soffia. È come un alito di vita, È come il soffio della morte: Quiete cala, una luce s’accende, Il respiro rallenta, la calma Ritorna sui visi; né più dolori, Ma solo pace. E poi lui Respira, e la luce lo penetra; Come una fitta lo prende, Come una coltellata, ogni volta. Ma il sorriso rimane nel dolore, Il sorriso rimane fra le urla. È sempre più vicina la morte, Ogni volta, e sempre più le croci Che porta, come figli in grembo. Ma anche la nera signora Gli è amica, né lui la teme. Solo la guarda, lento e gentile, Mentre sotto labbra pallide Uno stanco sorriso si stende. La canzoncina rimase impressa nella mente di Juan, come il sorriso dell’uomo. Quelle furono le due cose che ricordò per sempre di quella sera.

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X Quella notte, questa notte

- Prometeo, ricordati di queste parole. Il sogno della Pizia ritornò alla notte di tanti anni addietro, quando le sue doti erano al servizio dei Custodi, e la sua premonizione doveva avvertire il padre della Repubblica: - Ricordatele bene, nell’avvenire, perché esse s’avvereranno, lo sai, e tu rimarrai solo al loro cospetto. - Parla Pizia, ti ascolto. - Quando la Pais rimarrà sola, allora l’utopia, come sempre, crollerà, sotto i colpi dell’indefinito, del variabile. Lei, la Pais, fonderà un nuovo mondo, e questo si baserà sul suo genio. Oltre non vedo, né ti riguarda. - Non si avvererà, Pizia; lo impedirò. - Tenterai, ma il tuo volere sarà finalmente umano, in quei giorni, e dell’eroe non rimarrà che lo spettro, del genio politico e della sua potenza, solo il folle e umano progetto, caduto, scioltosi come neve al sole che abbaglia. - Tu farnetichi! - Forse, ma tutto fra noi è follia: e in questo mondo le follie si realizzano. Allora Prometeo cacciò via la donna, mentre lei ancora gli diceva: - Prometeo, conosci te stesso. Da questo tutto deriverà, come da quelli che si riconosceranno ugualmente. La donna sparì dal mondo, allontanata dai Custodi per le sue previsioni giudicate di malaugurio. Vagò a lungo, sapendo che il suo ruolo non s’era concluso nella vicenda, che ben altra importanza avrebbero avuto i suoi vaticini per il destino della Repubblica. Finché non venne il tempo di prendere Titano, di liberarlo dalla sua prigione, di farlo assurgere a distruttore. Lei raccolse Titano dalla cenere del suo fallimento, lo portò a Nea Alessandria, lo rese quello che era ora.Aveva raccolto quelle strane e addolorate anime dalla melma della città, li aveva resi un unico corpo nel

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bisogno, li aveva uniti nell’odio, ben sapendo che sarebbero stati parte d’un disegno più ampio che la semplice rivalsa su un mondo che li aveva scartati. Quegli Iloti erano una sua creazione, li aveva plasmati dal nulla col semplice dono della parola, innata, suadente e severa ad un tempo, e certa, ferma come nessun’altra al mondo. Solo prometeo e pochi altri le sapevano resistere, resistevano al fascino della realtà che supera ogni sogno, che col valore del suo essere è capace di distruggere ogni desiderio, col semplice potere della sua conoscenza. Non era onnipotente, perché, al di là delle sue conoscenze e previsioni, la Pizia non poteva nient’altro, e la sua debolezza fisica le avrebbe impedito ogni ardore bellico: eppure, proprio in quella sua conoscenza, la scienza delle cose che sono, furono e saranno, lei era onnipotente ed imbattibile, e niente alla fine, le avrebbe resistito. Non c’era volontà per lei, nulla che potesse cambiare le cose. Semplicemente, ciò che fu, ciò che è, ciò che sarà, tutto era un semplice esistere, una ragionata consapevolezza dell’inevitabile fatto compiuto prima ancora del compiersi. Chi le si poteva opporre? Si risvegliò: sapeva che doveva andare all’adunanza con gli altri Iloti, e così fece. Li trovò già tutti riuniti. Sul suo trono volante li osservò tutti: Titano con accanto Miraggio, Chimera, Alpha e il fratello gemello Omega. Eccoli, i suoi Iloti. Mentre li scrutava, Titano prese la parola: - Ho già detto loro per cosa ci siamo radunati,e cosa dobbiamo fare. Siamo già tutti d’accordo. - Bene. - Allora diamo inizio alle danze? Sai che sarà una cosa in grande stile. - Lo so bene, e chi dovrebbe saperlo meglio di me, Titano? Procediamo. - E tu cosa hai fatto per essere qui? - Esisto. - Ed è una colpa? - Evidentemente. La voce di Caino era ironica di fronte alle domande del suo compagno di cella. Le sbarre elettrificate ronzavano, e il trucco sul viso gli si scioglieva. Era già stato torturato, non per un interrogatorio: per puro sport. Ora, steso sulla sua branda nella cella, attendeva l’occasione adatta per fuggire. Se mai ce ne fosse stata una. Gli avevano tolte le armi, tutte, e non aveva

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niente con cui anche solo tentare di attaccare briga. Il sorriso stampato in viso sembrava ormai più una smorfia, ma nondimeno restava lì, monito per i carcerieri. Era stato tradito, indubbiamente: gli Iloti avevano ragione sulla cosa. I Servi della Notte non gli appartenevano più, loro nuovo signore era il Ladro d’Anime; ma le cose sarebbero cambiate nuovamente, lo giurava. Fin da quando era nato, e poi cresciuto fra quella gente, era sempre stato il destinato a guidare quella setta contro gli acerrimi nemici, i Parassiti. Del resto del mondo, nulla importava, se non per l’uso che si poteva fare degli uomini comuni, talora. Per il resto, la città era solo il campo di battaglia per quella interminabile guerra. Il perché poi di quella guerra, era presto detto: due tribù di creature diverse dagli uomini che, troppo simili fra di loro, si contendevano uno spazio troppo piccolo. In realtà né Servi della Notte, né Parassiti, avevano caratteristiche tali da renderli distinguibili dal resto della folla di sciroccati della città: forse, solo i Parassiti si sarebbero distinti perché tutti pelati, e con un leggero aspetto cadaverico, ma per il resto, nulla di che. Rifletteva anche su questo, e sul da farsi. In realtà, anche se mai fosse riuscito ad uscire, non sapeva proprio come avrebbe potuto riappropriarsi della sua gente. Il Ladro d’Anime era un nemico temibile, potente: solo lui resisteva alle sue capacità, per via della sua grande volontà, ma gli altri? Non era del tutto vero che solo lui potesse resistere al suo nemico: c’era quell’uomo, all’arena. Era quello l’obiettivo del Ladro d’anime, e lui aveva resistito, anzi, contrattaccato. Chi era? Cosa faceva lì? Perché il Giuda lo voleva? Inutile dire che non aveva risposte per nessuna di queste domande: ma le avrebbe avute, ne era certo. Un botto, un’esplosione annunziarono un ingresso trionfale al carcere. Urla di Guardiani in subbuglio, e il correre repentino di qua e di là. Uomini fuggivano dalle celle squarciatesi come fogli di carta (ovviamente era solo un detto, per lui: non aveva mai visto un foglio di carta in vita sua). Una scia luminosa lo avvolse, finché non s’arrestò, e al suo apice comparve distinta ma frenetica l’immagine d’un ragazzo, dai capelli corti e dal viso lentigginoso. L’aveva già visto, era uno degli Iloti. Il ragazzo gli strinse la mano e chiese: - Caino, vero? - Sì. - Sono miraggio: quasi non ti riconoscevo col trucco semisciolto. - Se non l’hai notato fuori c’è l’inferno. Cosa vuoi? Giocare a carte?

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- No, no – Miraggio si passò una mano fra i capelli, imbarazzato – lo faccio sempre, perdo tempo… - Lo stai facendo ancora. - Oh, scusa, è che, non lo so, sarà che mi viene d’istinto, non riesco a fermarmi… - Sì, va bene, ne parleremo qualche altra volta, ok? Sei venuto a liberarmi o a farti liberare? - Giusto, giusto, seguimi. - Sì, ma rallenta. - Ok, scusa, non avevo pensato alla tua lentezza. - Ragazzo, vuoi forse morire per mano mia? - Va bene, sto zitto. - Bravo. Ma prima devo fare una cosa. I due s’avviarono nel carcere, circospetti, nonostante tutto, alla fine fu Miraggio a seguire Caino. L’uomo, i capelli slegati, scendeva per scale, seguendo l’istinto, finché, ghignante, non aprì una porta. Entrando nella stanza, fu felice come un bambino con i primi giocattoli: - Ed eccoli qua, i miei gioielli! Siete felici? È tornato papà! Nell’armeria Caino raccolse i suoi coltelli, poi rivolgendosi soddisfatto a Miraggio, disse: - Ora mi puoi condurre dove vuoi, ragazzo. - Va bene: ma non c’era bisogno dei coltelli, cioè, avremmo potuto recuperarne in altri modi, o… - In silenzio! Di nuovo i due tornarono a salire per l’edificio, scostando corpi travolti da esplosioni o dalla battaglia, fino a raggiungere, col massimo dell’attenzione, lo squarcio aperto fra le mura del carcere. Lì, ad attenderli con le braccia conserte, Titano: - Ce ne avete messo di tempo. - Scusa Titano, ma abbiamo preso i coltelli, e poi io prima come al solito ho perso tempo, e nel farlo ne perdevo ancora per scusarmi… - Dannazione – irruppe Caino – ragazzo, ma non sai proprio star zitto! Ma come diavolo fai? - Forza, seguitemi – proferì ora risoluto Titano – fra poco questo posto sarà pieno di Guardiani, e non voglio Sole Nascente fra i piedi. Venite con me. - Vado dove voglio – rispose Caino rimanendo immobile. - Cioè con me, giusto?

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- Giusto. Quelle parole risuonarono dopo un attimo di silenzio, e furono seguite solo dal suono della corsa frenetica di fuggitivi.

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XI Dialoghi

Prometeo si tolse da sopra le gambe Gratia; era così leggera per le sue braccia, eppure quant’era importante! Poi, con tono paterno, chiese: - Ti sono piaciuti questi racconti? - Sì, molto! Ma sono molto tristi, però… - Sì, lo sono. - Perché me li ha letti, signor Prometeo? - Vedi, forse un giorno lo capirai, Gratia, forse un giorno li capirai, cosa anche più importante. Per ora sta tranquilla. Fra qualche giorno, appena potrò, tornerò a trovarti, va bene? - Sì! - Bene. Ora devo andare. Mi raccomando, fa la brava! Allora Prometeo si rizzò sulle gambe: sembrava solo un uomo ormai quasi vecchio, e stanco. Aveva davanti una bimba che poteva essere sua nipote, e tentava di essere per lei come un nonno, da amare e rispettare. Vedeva nella bimba qualcosa, come Nereo e Vespro: forse lei… Uscì dalla stanza, scacciando ogni pensiero, ogni timore. Ad attenderlo, ormai da tanto, i due compagni anziani fra i Custodi, Vespro e Nereo. Assieme a loro salutò Gratia e la madre della bambina, promettendo di ritornare ed elargendo immensi sorrisi. Eppure quelle visite per lui si facevano ogni volta più penose, ché con lo scorrere del tempo segnavano inesorabile il passo della sua creazione. Usciti dalla casa, a breve distanza, Vespro si fermò davanti a Prometeo: - Come procede? - Cosa? – Rispose Prometeo alla domanda di Vespro, mentre Nereo rimaneva immobile, serio e impassibile, in attesa. - Come va la bimba? Si vede qualcosa? - Non vedo niente, ma si sente distintamente in lei qualcosa, al solito, Vespro. - È lei? – Interloquì drasticamente Nereo.

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- Non lo so… – fu ’unico commento di Prometeo – e almeno per oggi non voglio saperlo. Il solito battito alla finestra richiamo nella notte l’attenzione di Gratia: - Inc! Che bello, sei venuto! Inc, il Guardiano Incubo, veniva a giocare appena poteva con la bambina che non aveva paura di lui: - Dove mi porti oggi? Saltando dalla finestra, Gratia salì a cavalcioni sul tenero e mostruoso amico, pronta a scorazzare sulla sua schiena per l’intera, immensa Roma. Già assaporava la vista dal cielo dei magnifici Mercati illuminati a giorno, dei Fori, quando un bagliore improvviso e inusitato richiamò la sua attenzione, proprio sul tetto del palazzo dove si trovava la sua casa. Accarezzando l’amico, fece cenno ad Incubo di salire su e di andare a vedere. Sul tetto, un uomo e un adolescente; l’uomo sembrava confuso, mentre parlava col ragazzo: - Dove siamo? - A Roma. - E perché? - Te l’ho detto: devi vedere una persona. - Chi? - Aspetta, lei è già qui. Allora Er si scostò, mostrando con la mano ad Arché, Gratia e Incubo: - E loro chi sono? - Chiedilo a loro. Gratia s’avvicinò, seguendo Incubo. Il Guardiano era minaccioso, ma la bimba, dopo un attimo di perplessità, gli fece cenno di star calmo, e disse: - Chi siete? Come mai siete qui? - Siete? - Certo, tu e il ragazzo. – Rispose Gratia quasi indispettita. - Perché, tu vedi Er? - Dovrei non vederlo? - In effetti, no. Almeno fino ad ora l’hanno visto in pochi. - E io sono fra questi. Allora, chi siete e da dove venite? - Io, beh, io non ho un nome, ma lui mi chiama Arché. Il ragazzo che vedi si chiama Er, veniamo da Nea Alessandria. - Bene, io sono Gratia, e lui è Incubo.

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- Piacere di conoscerti, Gratia, piacere, Incubo. – Disse l’uomo di fronte al Guardiano, un po’ intimorito. - Allora, perché siete qui? Siete ben strani, sapete. Che vestiti sono quelli? L’uomo, Arché, vestiva ancora col costume che indossava quando lottava: - Oh, beh, è una lunga storia… - Immagino che tu lottassi, per vestire così, e che per qualche motivo, qualcuno volesse prendere il controllo della tua anima, e che per questo tu sei fuggito via, qui. - Esatto! Ma come diavolo hai fatto… - Non so, l’ho visto, l’ho immaginato, una voce me l’ha detto. Il silenzio piombò di nuovo fra i quattro. Er, calmo, con un sorriso sul volto, s’avvicinò alla bambina. Sembravano due fratelli; il ragazzo, il maggiore; divisi dallo spazio di pochi anni di età, eppure simili in qualcosa, forse negli occhi. Tutt’e due avevano occhi neri, brillanti, vivi, e infiniti, indefiniti e indefinibili, d’una profondità accecante, d’una luminosità intangibile. Incredibilmente sicura, Gratia si lasciò avvicinare dal ragazzo, mentre su tutto vigilava Incubo, silenzioso tranne nel rumore d’un lieve soffio di vita, controllando ogni tanto che Arché non facesse nulla. Allora Er e Gratia si sedettero, sul tetto dell’edificio, e rimasero soli. Non parlarono, ma fu come se si fossero detti l’infinito e oltre, mentre inermi i due accompagnatori rimanevano ad osservare, senza comprendere, in apparenza, cosa stesse accadendo. In profondità, molte cose mutavano in entrambi, rendendo l’uno più umano, l’altro, rendendolo qualcosa di diverso dall’uomo comune, forse, solo, un uomo diverso. Quel muto dialogo durò ore, finché una sorda stanchezza non colse Arché; allora, avvicinatosi ad Er, richiamò la sua attenzione: - Er, improvvisamente ho un gran mal di testa, e non mi reggo più in piedi. - Anch’io. – Rispose sorridendo flebilmente Gratia. - Sì, – concluse Er – perché ancora non tutto è pronto, non tutto è maturo. Ma molto si è fatto. Bene – disse ora rivolgendosi ad Arché – allora noi ora possiamo andare. Abbiamo da incontrare altre persone ancora, e molto da compiere; lei, Gratia, rimarrà qui: ancora deve venire il tempo della nuova identità nella solitudine, eppure… La frase non si concluse; Er si alzò dal pavimento, e si allontanò, dando le spalle ai presenti. Camminò per un po’, poi si voltò verso Arché, chiedendo:

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- Che fai, non vieni? - Sì, arrivo, certo! Dove potrei andare qui senza di te! - Bene, allora, affrettati. - Solo un attimo, voglio fare le cose per bene, salutare. Arché si girò verso i due, la bambina e il Guardiano. Prima si diresse verso Incubo, gli si fermò davanti: - Sta con lei. - Cccccccccccceeeeeeeeeeeeerrrrrrrrrrrrrrrttttttttttttttoooooooooo. Il rantolo del Guardiano fu un breve squarcio nella quiete della notte, che muta ripiombò nel suo sonno con la fine di quel doloroso mormorio. Con una pacca azzardata, Arché scosse il corpo di Incubo in un gesto amichevole, fraterno. Questi, inopinatamente, ricambiò delicatamente il gesto. Con passi veloci e lunghi l’uomo ora si diresse verso la bambina, che immobile l’attendeva, ancora seduta; chinatosi verso di lei, Arché le accarezzo i capelli, e sorridendo, disse: - Arrivederci bimba. Non so perché ma ho l’impressione di conoscerti già; e so che presto ci rivedremo. - Anch’io ho quest’impressione, e in te mi sembra d’aver trovato un familiare…A presto Ap! - Ap? - Ap! Così ti chiamerò quando ci rivedremo, non ti piace? - Certo che mi piace! Per un uomo senza nome, ogni nome che lo identifichi è uno splendido dono! A presto! - A presto! Con quelle parole i due si lasciarono: lentamente, voltandosi, varie volte in dietro, Arché si diresse verso Er. Quando entrambi furono assieme, Er fissò il vuoto dinnanzi a sé, stringendo la mano dell’uomo. In un attimo entrambi balzarono, sparendo nella notte, in un breve bagliore di luce: - E ora dove si va? - Hai detto d’essere stanco, no? Riposati. Er e Arché erano riapparsi nel mezzo d’una stanza, buia: - Prima che venga il proprietario di questa stanza passerà un po’, quindi dormi. - Come dici tu. La conclusione dell’uomo fu a metà tra il rassegnato e l’ironico: - Buona notte.

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- Buona notte – rispose il ragazzo, prima di sparire al nascere del sonno d’Arché. Cosa vuoi fare ora? Vvvvvvvvooooooooolllllllllaaaaaaaarrrrrrreeeeeeeeee………. Ma è tardi ormai, Inc! Vvvvvvvvvoooooooooolllllllllllllllllaaaaaaaaaaaaaa cccccccccccooooooooooonnnnnnnnn mmmmmmmmmmeeeeeeee… ….. - Ora? Ma fra poco sarà l’alba! A quest’ora dovrei essere a dormire! - Ppppeeeeeerrrrrr fffffaaaaavvvvvoooooorrrrrreeeeee… ddddddddaaaaaaaaiiiiiii……. Incubo accompagnò quella richiesta con una tenerissima smorfia, che voleva essere il broncio d’un bambino: - Va bene…ma dobbiamo fare in fretta. Se la mamma scopre che sono in giro a quest’ora non mi permetterà più di vederti, Inc! Allora Gratia balzò in groppa all’amico, e con un gran balzo entrambi si librarono in cielo. Nulla aveva sentito il mondo del loro dialogo, tutto era risuonato nelle loro menti. Due piccole teste di due bambini speciali. -

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XII Bisanzio

- Allora Esiodo, quella ricerca che ti avevo chiesto di fare? - Fatta, proprio come richiesto, Sole Nascente. Sole Nascente s’era appena ripresa, e già era all’opera: - Bene, cosa hai trovato? - Poco. - Mi so accontentare, forza! - Bene, le tre lettere che mi hai dato appaiono di fila in molte sigle e nomi… - Lo immagino, continua. - Ecco l’elenco completo… Sullo schermo apparve una lista informe di nomi, sigle, ditte, società d’ogni tipo e singoli cittadini della Repubblica. Ma fra questi nomi, nessun indizio: - Va bene, troviamo un senso a tutto ciò. - Dimmi cosa devo fare. - Fai una cernita; separa tutti i nomi relativi alla parte orientale della Repubblica, da quelli della parte occidentale. - Va bene. Esiodo eseguì nuovamente l’ordine: la lista venne divisa verticalmente, più o meno a metà: la maggior parte dei nomi venivano dall’est: - Bene, iniziamo da quelli occidentali…vediamo un po’ cosa abbiamo… Sole Nascente osservò e studiò scrupolosamente la lista: vi erano inseriti dati provenienti solo da Roma, Lundinum e Parisii. Fra i nomi, le sigle di molte ditte che si occupavano di vari campi. Uomini più o meno illustri e potenti campeggiavano a lato di emeriti sconosciuti, ma niente che destasse interesse nella mente vigile della Guardiana, niente che suscitasse il minimo dubbio, il minimo sospetto di coinvolgimento: - Va bene – disse dopo un’ora di esame la donna – passiamo ai nomi della parte orientale.

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I nuovi dati venivano da Nea Alessandria, ovviamente, da Babilonia e da Bisanzio. Di nuovo un elenco simile al precedente, fatto di parole slegate fra loro, con in comune solo quelle tre lettere, ABR. I dati provenienti da questa parte del vasto dominio della Repubblica erano circa il doppio di quelli dell’altra zona, e così l’esame di essi fu ancora più lungo e monotono. Ma alla fine qualcosa uscì: - Esiodo? - Sì, chiedi pure. - Chi o cosa è Abraniman? - Abraniman è il nome d’un antico demone in non so bene quale vecchissima religione: oltre i miei dati non vanno. - E perché questo nome è associato ad una persona, a Bisanzio, e vari suoi interessi? - Forse è il nome della persona, per chissà quale gioco di coincidenze, o una copertura. - Meglio indagare, non credi? - Faccio qualche ricerca mentre ti prepari. - Mi leggi nel pensiero, mio caro Esiodo. Rapidamente Sole Nascente si alzò, e con passi lunghi e veloci uscì dalla sala, dirigendosi verso la sua stanza. In breve fece i suoi preparativi, allestì tutto quello che pensava le potesse essere utile, adattando la sua divisa alle cose che aveva intenzione di portare. Aveva preso solo qualcosa per il viaggio e qualcosa per medicare eventuali ferite, poi tornò subito ad Esiodo: - Allora? - Ho delle informazioni. - Bene, dimmi pure. - Abraniman è uno dei saggi di Bisanzio. - Ohhh, che scoperta interessante… - E uno degli uomini più influenti della città. - Ovviamente – i commenti di Sole Nascente erano a metà fra il sarcastico e il colpito. - Inoltre Abraniman è coinvolto nei progetti di ricostruzione di Cartagine e Antiochia. - Dimmi di più sull’argomento. - In pratica l’idea delle ricostruzioni è nata da lui. - C’è altro?

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- Nient’altro di importante. È anche un magnate nella città ed è fra i saggi più stimati. - Bene. Comunque ho intenzione di parlargli. Da qualche parte si dovrà pur cominciare, no? Come una freccia Sole Nascente saettò fuori dall’edificio sede dei Guardiani a Nea Alessandria: sorvolò la megalopoli il più rapidamente che poté, salutando dall’alto la sua città, che immobile nella sua frenesia nulla sapeva della sua ricerca e del suo viaggio, né dello scopo d’esso. Come il battito del cuore, il frastuono proveniente dalle strade era l’unica parvenza di risposta da quella immensa, interminabile, perennemente dormiente e super eccitata città. Il Faro era lì, ad attenderla: di fronte ad esso si fermò qualche istante, per osservarlo. Possente nella sua struttura e nella sua splendente luce, l’abbagliava e la salutava. Entrambi erano le luci della città, le guide. Girando attorno alla costruzione che si stagliava, fra cielo e mare, Sole Nascente scrutò tutto. Era perfetto, non un graffio. La guardia che si montava attorno al Faro lo stava preservando da nuovi attacchi e nuovi pericoli; quel simbolo non doveva cadere. A seguito venne il mare, il caldo mare Mediterraneo. La destinazione era a nord, A Bisanzio, lì dove la vecchia Europa e l’Asia s’incontrano e s’amalgamano in un unico, mastodontico agglomerato di case sorte per vari strati e altezze, vari quartieri spesso alla rinfusa attorno alla splendida via colonnata e alla grande agorà circolare. Colonne, immense colonne da ogni parte, e cinte murarie a separare e distinguere le varie parti della città. Mura bianche e grandi dipinti color oro s’alternavano alle brillanti vetrate dei palazzi, e giardini, ovunque giardini, nella splendida Bisanzio. La dimora dell’uomo che aveva nome Abraniman si trovava proprio nella zona centrale della città, vicina alla grande agorà. Una immensa tenuta, circondata da muraglie, come una città dentro la città, un palazzo enorme, come quelli dei tempi antichi, ma più grande. Torri si elevavano da esso, loggiati, colonne e giardini intorno. Guardie erano poste ad ogni angolo, e sulle torri: armi comandate da computer erano pronte a sparare, adibite alla difesa d’un solo uomo. Era evidentemente attesa. Scendendo di quota si vide puntare le armi addosso, ma non reagì; attendendo, rimase per aria: - Prego identificarsi. Le parole di una delle guardie spezzarono la tensione del momento: - Sono Sole Nascente, la Guardiana.

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Allora un uomo, fino a quel momento rimasto nascosto, corse dentro ad una stanza; dopo breve tempo tornò, facendo cenno di lasciare passare la Guardiana. Sole Nascente scese per terra, scrutando intorno a sé. Più che una villa, sembrava una fortezza in mezzo alla città. Non aveva mai visto nulla di simile. Fu accompagnata in un enorme sala circolare, e lì lasciata in attesa. Colonne con capitelli corinzi di tipo orientale la circondavano, con profonde scanalature. Un tetto a cassettoni ricoperti di bronzo e stucchi, dipinti vari la circondavano: un gusto barocco ed espressionista, ricco di forme, interpretate astrattamente, in maniera soggettiva. Figurazioni di mitologie varie si succedevano senza sosta, in una raffigurazione continua di valori simbolici e religiosi, d’un sapore misterico e messianico, come solo l’Asia ha saputo insegnare alla civiltà. Di fronte a quello sfarzo, condito da mosaici sul pavimento raffigurante la grande lotta fra due schieramenti angelici e demonici, c’era da rimanere allibiti: così accadde a Sole Nascente. Ma lo stupore si disfece all’apparire dell’ideatore di questa opera d’arte: - Buon giorno, sono Abraniman. In cosa posso esserle utile? - Buon giorno, signor Abraniman. Il mio è un semplice controllo. - Allora faccia pure, sono a sua disposizione! - Bene. Davvero una bella casa. - La ringrazio. - Cosa rappresentano dipinti e pavimenti? - Oh, sa, sono varie visioni religiose del passato. - Capisco… - Se ne interessa anche lei? - No, ma qualcosa l’ho appresa nel corso degli anni. - Sa, ogni popolo ha avuto la sua religione, ma anche ogni tempo… - Sì… - E ogni religione i suoi simboli, le sue ideologie. - Continui pure, l’ascolto. - Sembrano tutte uguali, tutte voler dare l’impressione d’una salvezza ultraterrena all’uomo, ma non è così. Questo è ciò che pensa chi non comprende lo spirito religioso. - E lei lo comprende, vero? - Oh, è il mio pane quotidiano. - Quindi lei – chiese un po’ stupita Sole Nascente – si ritiene quasi un mistico? Pensavo che fra i Saggi certe idee fossero scomparse…

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- No, no, non ha capito – rispose imbarazzato l’uomo – che mistico! La mistica è una piccola parte delle religioni, ben poca cosa! No, no; semplicemente comprendo bene lo spirito religioso… Sole Nascente si mise un po’ a passeggiare, ammaliata dalla discussione, ma ancora lucida: - Capisco; ma ho altre domande, e devo chiederle altro. - Faccia pure. - Qual è il suo rapporto con Roma? - In che senso? - Beh, è in buoni rapporti con i Saggi d Roma? Apprezza la loro politica? E con quelli di Nea Alessandria? - Direi di sì. Non condivido alcune scelte, darei più libertà alle altre città…ma nulla che non provi il resto della gente. - E perché lei vive in questa villa pur dovendo condividere l’alloggio, come gli altri saggi? - Motivi di sicurezza. - Cioè? Abraniman s’allontanò, dando le spalle. Poi rispose: - Ho ricevuto troppe minacce…la sicurezza degli altri Saggi era fondamentale. - Capisco. Mi accompagna a fare un giro della villa? - Certo, mi segua. Abraniman accompagnò nel giro Sole Nascente; la Guardiana non trovò nulla, come c’era da attendersi, ed un senso di frustrazione la prese. Ad istinto sospettava del Saggio: era troppo diverso da quelli che aveva conosciuto in passato, ma… Lasciò la villa e la città nel dubbio: senza farci caso, arrivò a Nea Alessandria, fino all’edificio abitato dai Guardiani. Con gli occhi bassi lo attraversò, fino ad entrare stanca e avvilita nella sua stanza. Una voce la accolse: - Salve, noi non ci conosciamo, ma credo che dovremmo presentarci.

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XIII Risvegli

Come sempre Roma era splendida di notte: le sue luci, le sue stelle, i suoi bagliori e i silenzi improvvisi; gli edifici che si stagliavano alti, e le ville immerse in un verde irreale; gli acquedotti, gli stadi, i mercati. Agli occhi della bimba che volava sul grande mostro dal cuore d’un angelo, quello era un sogno, un sogno tinto di tutti colori, ai suoi piedi. Ma degli spari rovinarono il sogno. Velocemente Incubo scese in picchiata, nella direzione del rumore, deponendo poi al sicuro Gratia: - Ssssssssssssttttttttttttaaaaaaaaaaaiiiiiiiiiiii qqqqqqqqqqqqquuuuuuuuuuiiiiiiiiii…….. Incubo disse quelle parole in tono sommesso, poi si avvicinò ai caduti. Se n’era accorto appena era arrivato: non sentiva più niente, con le sue capacità. Dopo pochi passi, davanti a sé trovò tre corpi: una bambina, il padre che la teneva per mano, ed un bandito; chissà come, chissà perché, l’ultimo era morto anche, senza causa apparente. Incubo s’avvicinò ad essi, poi si voltò di scatto: dietro, l’aveva seguito Gratia: - Pppppppeeeeeeerrrrrrrrrrcccccchhhhhhhéééééééééé ssssssseeeeeeeeegggggguuuuuuiiiiiiiitttttttooooooo? - Avevo paura per te. Cosa è successo? - Tttttttttuuuuuuuttttttttttttttttiiiiiiiiii mmmmooooooorrrrrrtttttttiiiiiii… - Anche la bambina? Al massimo ha due anni. Gratia s’accostò alla bimba. La morte l’aveva resa quieta, non c’era espressione di dolore sul suo volto, quella che invece si leggeva sul viso del padre. Era il dolore per la morte della figlia o per la propria? Non lo sapeva, ma quasi senza bisogno della domanda, rispose Incubo: - Pppppppprrrrrrrrriiiiiiiiimmmmmmaaaaaa llllllleeeeeeiiiiii…. - Ho capito.

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La mano di Gratia accarezzò i volti di entrambi, prima l’uno e poi l’alta, mentre il Guardiano la osservava incuriosito, senza capire. Gli occhi della bimba si fecero vitrei, immobili; la mano iniziò a tremare: - Cccccccccchhhhhhhhheeeeeeee hhhhhhhaaaaaaaiiiiiiiii!?!?!?!? Incubo era terrorizzato. Sentiva improvvisamente la bambina diversa; come se qualcosa si stesse risvegliando in lei. La mano di Gratia si fermò sulla piccola, posata pesantemente sul volto; anche l’altra mano la seguì, accostandosi al petto della morta. Sui due corpi un lieve bagliore, mentre Incubo s’allontanava, per la prima volta nella sua vita, provando terrore. Vedeva e non capiva, ma solo scorgeva che qualcosa avveniva di grandioso, che qualcuno tornava da luoghi ignoti ai vivi, e che l’artefice di quel portento era Gratia. Una pallottola scivolò dal corpo della bambina. Le palpebre della bambina caduta sotto i colpi d’arma da fuoco s’aprirono, e degli splendidi occhi verdi tornarono fra i vivi. Incredula e stordita, la bimba guardò Gratia, per poi rivolgersi al padre. Con un filo di voce disse: - Papà. Poi s’addormentò, stanca, ma viva. Anche Gratia era stanca: - Cccccccoooooommmmmmmeeeee… - Non lo so, Inc. Ho sentito di poterlo fare e l’ho fatto, tutto qui. Ma ora sono stanca. - Ppppppaaaaaaaadddddrrrrrreeeeeeee… - Sì, lo so; devo tentare anche con lui. Solo lasciami un attimo di riposo. Gratia si sedette sulle gambe, come una piccola e tenera divinità orientale, rimase per poco col capo chino a terra, ansimante. La mano di Incubo le scostò i capelli e l’accarezzò, mentre la bimba sorrideva: - Che strana notte, vero? - Sssssssììììììììì… - Lui come è morto? Con quella domanda Gratia si riferiva al bandito: - Nnnnnooooonnnn ssssssooooo….nnnnoooo ppppaaaallllloooottttoooolllleeee, nnnnnoooo tttttaaaaggggllllliiiii… - Che strano! - Sssssìììììì… - Comunque ora c’è da tornare all’opera, no? Su, la mamma poi mi aspetta a casa!

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Così Gratia s’accostò all’altro uomo morto per colpa delle pallottole del bandito, e s’accinse allo stesso rituale usato con la figlia che dormiva accanto. Una mano andò sul viso, l’altra sul petto dell’uomo: questa volta Gratia tremò tutta, gli occhi tornarono due cristalli, fissi e splendenti. Il bagliore fu più intenso che in precedenza, lo sforzo più grande. Tre pallottole vennero via dalla schiena del morto, e d’improvviso il rosso del sangue tornò a dipingere il viso, e un fremito colse il corpo. Gli occhi si spalancarono alla vista, come colpiti da qualche incantesimo. Il morto era tornato alla vita. Stordito, confuso e incredulo, s’alzò di scatto. Vide la figlia accanto a sé, e quasi stava per piangere, quando Gratia, tornata in sé, lo prevenì: - Dorme, ma è viva, non temere. - Ma come… - Un miracolo…non so… - Un miracolo? - La prenda e la porti a casa, fa freddo. Gratia distolse con quelle parole l’attenzione dell’uomo, e lo riportò al pensiero della figlia: Incubo ora era muto, fissava il bandito. Padre e figlia s’allontanarono in fretta: la bimba in braccio dormicchiava ancora, e non aveva ben capito d’essere portata via dal padre, ma poco importava. Per terra rimaneva supino solo il corpo esanime del bandito, morto senza perché né cause apparenti: - Dici che devo tentare anche con lui? - Ssssssììììììììì… Titubante Gratia rispose: - Va bene, se lo dici tu. Così Gratia tentò anche con l’ultimo morto; eppure niente, non succedeva assolutamente niente. I suoi occhi cambiavano, le sue mani compivano gli stessi gesti, il suo corpo tremava, ma nulla. Il morto non riprendeva vita: - Nnnnnnniiiiiiieeeeeennnnnntttttttteeeeeeee… - Già, niente; non capisco il perché, però. Allora Gratia riprovò, ma lo stesso senza effetti. Il morto rimaneva tale, e la sua fatica s’accumulava, col sonno: - Evidentemente non tutti hanno un anima e una vita da risvegliare, e non su tutti vale il mio potere. Ma non capisco il perché… Rimasero entrambi, la bambina e Incubo a fissare il corpo: non dicevano niente, solo osservavano. Un rombo li destò dal torpore; un aliante

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s’avvicinava a loro, e una voce arrogante e conosciuta già prendeva in giro il Guardiano: - Incubo, ora giochi con le bambole? - Cccccceeeeennnnnnssssssooooooorrrrrrrrrrrrrrreeeeee… - Oh, ma non è una bambola, è un’amichetta! Ti sei fato un’amichetta! E bravo il nostro idiota di quartiere! - Ccccccchhhhhheeeeeeee vvvvvvvvvvuuuuuuuuoooooooooiiiiiiiiii… - Io faccio solo il mio dovere, Incubo, quello che tu non sei capace di fare. Ma dimentico sempre che non mi capisci se parlo troppo in fretta. - Cosa vuole questo rompiscatole, Incubo? Gratia intervenne con un’ironia e una spavalderia che non aveva mai avuto in vita sua, sorprendendo tutti: - Ma allora la bambolina parla, non è solo un oggetto nelle tue mani! Piccolina cosa ci fai con questo mostro, tu? - E tu cosa ci fai con una bocca ed un cervello che non sai usare? - Gggggrrrrrraaaatttttiiiiaaaa… Sorpreso e sconfitto, Censore s’accostò a Gratia: - Senti bambolotta, sai chi sono io? Potrei decidere ora stesso sulla tua esistenza e sulla tua sopravvivenza per quello che mi hai detto. - Fallo, se ci riesci. Gli occhi della bambina si fecero di fuoco, i capelli si issarono in aria; ma Censore non fece in tempo ad accorgersene, che Incubo era già fra di lui e Gratia: - Vvvvvaaaa vvvvviiiiaaaa…vvvvviiiiaaa! I muscoli erano tutti tesi: non si sarebbe risparmiato se fosse servito. Censore osservò la situazione, poi decise: - Siete fortunati, non farò niente, e non dirò a nessuno di quanto accaduto. Questo corpo deve sparire: bravo, vedo che finalmente capisci come vanno trattati i criminali. Chiama chi di dovere, e ora via! Censore s’allontanò in un frastuono assordante, mentre i due a terra lo fissavano. Poi Gratia monto in spalla ad Incubo, sussurrandogli all’orecchio: - A casa.

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XIV A caccia

- Cosa facciamo, Caino? - Sta zitto e seguimi. E fai piano. - Va bene, dimmi tu. Ti seguirò in silenzio… - E allora fallo dannazione! Questa volta Caino s’era arrabbiato davvero con Miraggio; con quel suo parlare rischiava di farli scoprire durante la battuta di caccia. Cercavano parassiti e Figli della Notte: quella notte non avrebbero fatto ostaggi. Il ragazzino che accompagnava l’uomo dal volto dipinto era sicuramente volenteroso, ma terribilmente inesperto e ingenuo. E la sua lentezza nell’imparare era un ironico pendant con i suoi poteri, la sua incredibile velocità. Regolarmente doveva essere zittito, fermato, salvato: non riusciva proprio a capire la situazione di pericolo, in cui, di volta in volta, si veniva a trovare. Un giorno o l’altro c’avrebbe rimesso le penne. Gli altri Iloti, più o meno benevolmente, vegliavano su di lui, in particolar modo Caino e Chimera: il primo era per il ragazzino quasi un fratello maggiore, uno spericolato modello da seguire. Non capiva proprio che dove lui vedeva coraggio allo stato brado, v’era anche una perizia e un insondabile calcolo dei pericoli e delle possibilità. Al contrario Chimera era più distaccata, sebbene guardasse anche lei alla salute di Miraggio; ma in lei l’adolescente non vedeva un modello, vedeva, incredibile a dirsi, il primo amore. È difficile a credersi, pensare che Chimera potesse essere una creatura da amare, con la sua violenza famelica, i suoi modi bestiali, la sua malizia. Eppure Miraggio la vedeva così. Inesperto anche in questo, nelle cose del cuore, ed in lei vedeva una creatura adorabile sotto la scorza della rabbia sempre presente in quell’anima: forse aveva ragione, o forse no. Comunque Chimera non provava, e non poteva provare, per lui che una vaga simpatia, una specie di senso di protezione, nient’altro. Erano tutti in giro, per aiutare quella sera Caino in quel suo regolamento di conti: l’uomo dal sorriso dipinto aveva scelto con sé il ragazzino solo per non lasciarlo da solo, non perché ne avesse realmente bisogno.

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Ovviamente sapeva come muoversi, sapeva dove andare, dove cercare le prede. Conosceva i cunicoli che i suoi vecchi compagni e i loro acerrimi nemici percorrevano ogni notte, in cerca di lotta o di sangue: conosceva abitudini e modi. Non si sarebbe lasciato sfuggire quell’occasione quella notte. Era notte di luna piena, e con quel tempo tutti uscivano per la loro festa, la loro rivolta violenta contro una società che non ne riconosceva l’esistenza: quei mostri, quegli errori, tutti indistintamente, sotto i raggi lunari scendevano per le strade nascoste o negli angoli più remoti di Nea Alessandria, sfoderando le armi tutti contro tutti. Quella notte non ci poteva né doveva essere pace nei quartieri più bassi e poveri della città. I Guardiani non scendevano quasi mai in queste occasioni: diventava pericoloso anche per loro. Allora la città diventava il regno dei violenti e degli audaci: il suo re era sicuramente Caino. O almeno lo era stato: ora che i Figli della Notte erano passati sotto il controllo del Ladro d’anime, lui, Caino, era solo un sovrano decaduto; sovrano che mirava ancora alla sua corona però, con i suoi insperati, e spesso indesiderati, alleati, gli Iloti. Titano, il loro signore, era uno dei pochi uomini che temeva, e Pizia, suo braccio destro e mentore, una delle poche donne che non capiva. Ne aveva avute tante donne, e tante ne aveva conosciute, che per lui erano un libro aperto, ormai, ma non quella. Gli altri membri del gruppo, di quel branco che s’era formato solo per la distruzione sognata della Repubblica, per lui erano solo una specie di corollario: gente che ogni tanto doveva portarsi appresso, o a cui doveva accodarsi, ma che non amava né odiava. Solo li aveva accanto, ogni tanto. Alpha e Omega però lo incuriosivano: sempre assieme, sempre inseparabili, i due gemelli erano però gli opposti. Il potere di lei era complementare e opposto a quello del fratello, e i caratteri divisi da tali differenze. Cos’ pacata lei, così squilibrato lui. Lei donava la salvezza e la salute come un dovere, lui la morte come un sacrificio, un tragico onore o il megalomane scopo della sua stessa esistenza. Lei usava con discrezione le sue capacità. Stimava Titano perché le aveva insegnato a controllarsi; li stimava Titano perché gli aveva insegnato cosa voleva davvero dire essere potenti, ma come nessun altro al mondo Omega odiava e adorava le sue doti. Dare la vita porta tranquillità, pensava Caino, ma dare la morte cosa portava? Parassiti e Figli della Notte erano dappertutto; sparpagliati, nella furia della baldoria, non c’era casa in cui penetrassero, che non saccheggiassero, quella notte, né via che non infestassero. In fondo quella sera gli Iloti

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facevano quello che i Guardiani non erano capaci di fare, o che non volevano fare. Incrociando le armi con quelle sette, il gruppo capitanato da Titano svolgeva una funzione di controllo, di salvaguardia del bene della Repubblica. Certo, lo facevano tutti a modo loro, non secondo le norme; ma la legge marziale non era anche una norma della Repubblica? Vedendo i suoi ex compagni morire, e i suoi acerrimi nemici, i Parassiti, fare la stessa fine, in tutta sincerità, Caino non provava niente. Non gioia, quella la sentiva nel semplice atto dell’uccisione, se di gioia si poteva parlare, o di fervore; non dispiacere, di certo, né rabbia, o l’orgoglio ferito da qualche tradimento, quello l’aveva provato prima. Ora la mente era vuota, tutta protesa all’attimo, alla protezione del ragazzo che gli veniva appresso, al raggiungimento della meta che s’era prefissato. Nient’altro. Quella sera era lui a fare strada, a guidare gli Iloti: lui sapeva cosa fare, chi voleva colpire davvero: era la sua vendetta, e gli uomini che lo aiutavano erano solo dei suoi strumenti. Passi dietro di lui: forse qualcuno l’aveva visto. Lo schioccare dell’aria, il sordo movimento d’una mano che si scosta a velocità dal corpo, afferra qualcosa. Sapeva cosa stava accadendo alle sue spalle: - Attento Miraggio! Un coltello fendette l’aria, mancando di poco il ragazzo, che lo scansò grazie alle sue capacità di velocista. Al coltello ne seguirono altri, e la rincorsa d’un nemico: - Caino, dove scappi! - Non scappo, non temere! Caino aveva già riconosciuto l’avvicinarsi di Serpente, e ora lo attendeva. L’avrebbe fatto fuori, quel verme, come meritava: - Sta in disparte, Miraggio. Queste sono questioni personali. Serpente s’avvicinò, vestito d’una maglietta verde e pantaloni neri; la sua testa pelata splendeva sotto le luci della città: - Quanto tempo, Caino…come era la cella? - Nulla che non ti si adatti, Vermicello. Serpente rise e si fermò: - Avanti, che fai, hai paura di me? Caino non rispose, solo si mise in posizione da combattimento, e con la mano fece cenno all’avversario d’avvicinarsi: - T’aspetto, Serpe!

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Serpente si scagliò con tutte le sue forze, con uno presa da lottatore avvinghiò il suo vecchio comandante: questi rapidamente si divincolò, colpendo con un calcio al ventre l’avversario, per poi continuare con una serie di pugni in faccia. Serpente arretrò, fino ad un muro, per rimettersi in sesto: - Scappi, Serpentello? - No, mio caro, non ci sperare. Di nuovo una presa di Serpente, e una serie di calci alle gambe di Caino, e chiavi articolari rapide e dolorose. Serpente tentava di strozzare Caino, ma questo resisteva e si liberava sempre, ma sempre soccombeva: - Caino, lascia che ti aiuti – disse Miraggio in pena. - No! Stanne fuori ti ho detto! Di nuovo i contendenti erano in posizione d’attesa, ma questa volta fu Caino ad attaccare: un calcio volante, ed una presa con le gambe per lanciare l’avversario; seguirono serie di calci al volto di Serpente e alla schiena, una ginocchiata in pieno viso, e un urlo rivolto al cielo. Caino chiamava la morte dell’avversario sorridendo: - Sei pronto a salutare il mondo, Serpente? - Vai al diavolo Caino! Serpente con una capriola all’indietro si risollevò e fuggì via. Caino, dopo un attimo di sorpresa, urlò: - Miraggio, che diavolo aspetti! Inseguiamolo! Una folle corsa accomunò Serpente e gli inseguitori: fra cunicoli stretti e rifiuti, il rintocco dei passi faceva da contorno al sangue che scendeva dai volti e al sudore. Miraggio non conosceva la zona, se no non avrebbe avuto problemi a raggiungere e a stendere Serpente; ma così doveva fermarsi spesso per riorganizzare le idee, finché non persero la loro preda: - E ora che si fa, Caino? - Sì continua di qua. - Perché? Siamo lontani dagli altri. - L’istinto mi dice che siamo sulla strada giusta. Oggi faremo festa. Molti uomini s’accalcarono attorno a Caino e Miraggio; Ladro d’Anime li capitanava, e con lui Fratello di morte, Serpente, Demone e gli Angeli caduti: - Sei sicuro che sarai tu a fare festa, mio caro? Chi ti aiuterà questa volta? Un ragazzino? Caino e Miraggio erano caduti come dei principianti in una trappola.

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XV Filosofia imperfetta

Vespro e Prometeo entrarono in casa, accolti come dei vecchi amici, dei parenti ben accetti. Salutarono cordialmente, sia la madre che la figlia, e rimasero in attesa. La donna fece in fretta, attendendo già da un po’ gli sopiti: - Arrivo, aspetti un attimo! - Non si preoccupi signora, faccia con comodo. Intanto Prometeo s’era già seduto e aveva preso in braccio la piccola Gratia, come avrebbe fatto un nonno con la nipote: - Cosa mi racconterà oggi, signor Prometeo? - Non lo so, vedremo….mi sembri diversa, sai Gratia? Forse sei più alta… - Non so, me lo deve dire lei! - Eccomi, sono pronta! - Bene, venga con me – rispose Vespro – Prometeo rimarrà qui con la bimba mentre lei fa le analisi da noi, va bene? - Non c’è problema, vero Gratia? - No, nessun problema! Allora la mamma di Gratia salutò la bambina con un bacio ed uscì di casa col suo anziano accompagnatore; Prometeo, come deciso, vegliava sulla piccola: - Vieni con me, piccola, sediamoci fuori. - Va bene. Prometeo prese in braccio Gratia, e la portò sul tetto, volando fuori dalla finestra: - Ti piacciono le stelle? - Sì. - E cos’altro ti piace. - Le statue antiche, gli edifici del passato.

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- Oh, allora abbiamo un’archeologa qui davanti! Bene, allora oggi parleremo un po’ di questo. - Di cosa? - Dell’antichità, della sua arte, sei d’accordo? - Sì! Che bello! - Starà tranquilla mia figlia sola con Prometeo, vero? - Certo signora, cosa teme? - No, sa, è che Prometeo è una persona così importante; non vorrei che corresse rischi e che così li corresse anche Gratia. - Non tema, signora; Prometeo sa difendersi. - Mi dice la verità su mia figlia? La domanda arrivò piuttosto diretta, mentre Vespro guidava la navicella che li stava conducendo dalla piccola casetta nella periferia ovest di Roma verso il centro, alla grande sede dei Guardiani: - In che senso? - Perché vi interessate tanto a lei? Non lo fate di certo con tutti i bambini! - No, non con tutti. - E allora? - Signora, sua figlia non è certo una bimba normale, l’avrà notato. - In che senso? - Non ha notato che per le sue enormi capacità conoscitive le abbiamo impedito d’andare a scuola? - Già, perché? E perché non l’avete presa con voi come si fa di solito con i bimbi con queste capacità? - Perché di lei s’era saputo qualcosa prima ancora che nascesse. - In che senso? La madre di Gratia era sempre più preoccupata. Prese a tossire: - Lei stia tranquilla. Una veggente aveva parlato di sua figlia. - Per dire cosa? Me lo deve dire. - Mi spiace; è una cosa che possiamo sapere solo io, Prometeo e Nereo, oltre che la veggente. - E questa veggente dov’è ora? - Non lo sappiamo; è dispersa. - Dispersa…o uccisa? Vespro stette un attimo in silenzio, poi controbatté: - Signora, a cosa allude?

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- Ad alcuni vostri metodi. Sappiamo bene di cosa parlo. - No, non lo sappiamo. - Il suo silenzio di prima ha dato la risposta che pensava davvero sull’argomento. Vespro rimase di nuovo muto, poi concluse: - No, signora, non è morta, ma davvero non sappiamo dove sia quella veggente; è scappata via ribellandosi alla Repubblica. Ora siamo arrivati, si prepari. Prometeo indicò una statua su di una colonna, che da lontano si vedeva, dal tetto della casa di Gratia: - Ti piace quella? I due erano accovacciati, con le gambe che pendevano dalla parete. Gratia osservò e rispose: - Sì. Prometeo sospirò: - Gratia, con me puoi anche non fingere. So delle tue capacità e della tua intelligenza. Gratia fu sorpresa, ma subito riprese il controllo: - Va bene, allora ascolterò senza fingere. - Bene. Di certo sai cos’è l’estetica, vero? - Sì, vuoi parlarmi di questo? - Sì. Vedi quella statua? Secondo te perché il suo autore l’ha fatta? - Perché voleva creare un’opera d’arte, immagino. - Non ti sembra un po’ facile, così? La bambina era dubbiosa: - In che senso? - Ascolta: secondo te davvero l’ha creata solo perché voleva crearla? È una statua molto antica, giusto? Sai se l’ha modellata perché è stato pagato per modellarla così? Se avesse aggiunto la sua sensibilità ad un’idea già d’altri, il tuo giudizio sull’artista cambierebbe? Se avesse adoperato solo la tecnica, non la concezione d’un’opera d’arte, cosa ne penseresti? - Credo che lo riterrei solo un artigiano. Ma non so se la cosa può essere valida per l’antichità. - Non esiste uccello che voli libero, così non esiste volontà solo artistica. In quasi tutte le culture ci sono stati artisti, ma anche richiesta d’opera d’arte, e questa richiesta è stata anche più o meno

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definita e esplicita: come avviene ora, tempo in cui è la Repubblica a commissionare le opere d’arte pubbliche, e i privati a commissionare opere d’arte per il loro lusso. Capisco cosa intendi, ma così non si rischia di pensare ad un modello di decadenza nell’arte, coincidente con una ricerca, momento sublime, e di maniera, momento decadente? Mia cara, la decadenza, come l’evoluzione, come il modello lineare o quello circolare, o qualsiasi altro modello interpretativo, sono tutte creazioni umane, e hanno la loro validità solo se intese in questo senso. Anche l’idea di decadenza può convivere con un modello d’evoluzione: le idee decadono, se ci pensi, nel momento stesso in cui cambiano, diventano altro, e la loro base, i loro principi e presupposti, il motivo stesso del loro essere, non è più. Eppure, se ci pensi, la cosa non nega assolutamente un modello evolutivo nelle cose; si cambia, e allo stesso tempo ci si può anche evolvere. Pensa anche ad altri schemi: illusionismo, impressionismo, espressionismo; ci si basa su nostre interpretazioni del reale, sensibili direi, per darne altre teoriche, razionali, a cui si danno dei nomi più o meno evocativi e rappresentativi. Ma cosa ci dice davvero che quelle realtà che noi diamo per certe, lo siano sul serio? Se fossero solo il frutto di quello che vediamo, per cultura, sensibilità, ingegno, volontà? Abbiamo un idea degli artisti e dell’arte, e l’applichiamo sempre e comunque, quasi tutti fra noi! Ma sono sempre valide queste idee, questi schemi? La cultura contemporanea è davvero così universale come pretende? Non l’ha preteso ogni cultura contemporanea? Lo sono state davvero? No, perché anche in questo si cambia. Sì, capisco cosa dici: so cos’è il cambiamento. Ogni schema interpretativo è uno schema umano: ogni nostra costruzione lo è; non dimenticarlo. Non vi è nulla, nella interpretazione delle cose, che fra gli uomini non sia anche umano. La cosa vale anche per l’arte. E allora, alla fine, come vedi tu l’arte? Come la vedo? Bene, te lo dirò. Non vedo evoluzione nell’arte, forse decadenza talora di idee e nascita di altre, ma l’evoluzione è uno schema che non mi piace. È sovrarazionale, vuole incasellare l’inincasellabile. Penso che l’arte, quando è vera arte, sia qualcosa di irrazionale; non nel senso che la ragione non ne partecipi, anzi. Spesso le più belle opere d’arte sono quelle frutto d’una sentita

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ricerca razionale che s’accorda ad un’acuta sensibilità: l’una è niente senza l’atra, e viceversa. Ma l’arte è irrazionale perché non si lascia costringere in schemi; se li crea a seconda del senno e della mentalità dell’epoca che la vive e la crea, ma è superiore a tutto ciò. L’arte è di netto superiore agli artisti stessi, a stento la maggior parte di loro sono suoi strumenti: taluno ne è però suo forgiatore, inusitato genio; altri sono solo la sua parodia che la fama ha immeritatamente consegnato alla storia, ma questo vale per ogni arte e per ogni storia. Sei d’accordo con me? - In linea di massima sì, ma ho cose su cui vorrei pensare, meditare, riflettere. - Bene, e allora ti lascerò riflettere su di esse: vieni, torniamo a casa. A quest’ora la mamma avrà finito. Il capo dei Custodi, il padre fondatore della Repubblica pose la domanda senza pensarci: - Come è andata con la madre di Gratia? Le sue analisi? - Ho qualche sospetto. Per oggi l’ho fatta tornare a casa, ma voglio farle altri controlli. - Capisco… Vespro e Prometeo erano quasi arrivati alla sede dei Custodi, quando il primo pose la sua domanda: - Prometeo, perché stai tanto con lei? Prometeo non rispose subito; guardò un po’ dal finestrino della navetta, prima di parlare: - Ha nelle mani il destino del futuro. Voglio almeno che siano buone mani. Sbaglio forse? Continuando a guidare fra la folla di navicelle che s’aggiravano fra i canali aerei di Roma, Vespro lasciò correre la cosa, senza far caso al silenzio che era sceso. Entrambi si tuffarono nei loro pensieri, soppesando le parole che l’uno aveva detto all’altro, come due buoni amici, ma anche come due leali contendenti. La via d’accesso al centro si allargò d fronte ai loro occhi, mentre qualche folle li superava a velocità senza accorgersi di chi fossero. Lasciarono correre la cosa, senza intervenire: per quella sera volevano smetterla d’avere il controllo di tutto, volevano solo stendere le loro stanche membra su di un letto comodo, e riposare. Poco prima di scendere di quota, Vespro s’accinse a concludere quella breve discussione: - No, penso che non sbagli, se è questo il tuo intento.

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- So di non sbagliare.

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XVI Dove la luce scompare

La luce si accese: - E voi chi diavolo siete e che ci fate qui! Arché si svegliò di soprassalto, così fu Er a parlare: - Stia calma, andrà tutto bene. Persino Arché rimase sorpreso dal tono vagamente intimidatorio di Er: - Chiuda la porta, e faccia con calma, andrà tutto tranquillamente, non tema. - Perché dovrei ubbidire ad un ragazzino? Qui poi! Allora, come trascinata, Sole Nascente si trovò dentro alla stanza, contro un muro. Sorpresa non reagì: - Oh, buono Er, che diavolo fai? Il ragazzo non rispose, solamente guardò la porta e questa si chiuse. Rivolgendosi nuovamente a Sole Nascente, tornò a chiedere: - Starai calma? - Sì, sì, va bene, ora molla la presa. - Mi fido di te. Er mollò la presa, e Sole Nascente tornò libera di muoversi, anche se non lo fece. Tirò solo un gran respiro, e fissando entrambi gli intrusi, domandò: - Ora volete dirmi chi siete e come avete fatto ad entrare? - Semplice, è bastato decidere d’essere qui. La risposta di Er lasciò tutti a bocca aperta. Sole Nascente guardò Arché: - Non chiedere a me, è lui che guida! La donna guardò con occhio schifato l’uomo, poi tornò a rivolgersi al ragazzo: - che vuoi dire? - Proprio quello che hai capito. - Va bene, come dici tu. Chi diavolo siete? - Io mi chiamo Er, e lui Arché. - E perché siete qui?

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- Per farti sapere chi siamo, e per dirti di non metterti sulla nostra strada. Sole Nascente si mosse liberamente; fece pochi passi per la stanza, stizzita. In fine, voltandosi verso Er, aprì la bocca con tono minaccioso: - E con quale autorità me lo dici? - Hai visto cosa ti ho fatto prima, no? - E allora, mi hai colto impreparata, ma ora… - Sai che non cambia niente. Non puoi fermarmi. - Ragazzo, tu non sai con chi hai a che fare… - Ma tu senti il nostro potere, non è vero? Sai che ho ragione. Sole Nascente non accettò la provocazione, solo cambiò discorso: - Siete venuti solo per dirmi questo? - No. - E allora? - Ci sono altri poteri. - Non capisco. Er s’accostò ad Arché, e si distese sul letto: - A Roma, qualcuno d’importante è lì. - Prometeo. - No, non lui. - E chi allora? – Sole Nascente era spazientita. - Una bambina. Proteggila. - Scherzi? Non prendo ordini da te. Er non lasciò correre la cosa; con uno scatto si rialzò, e solo con lo sguardo sbatte contro il muro Sole Nascente. Questa tentò di resistere e per pochi secondi riuscì, ma dopo qualche istante cedette, finendo contro la parete. Arché non rimase più in silenzio; alzatosi anch’egli, con una mano abbrancò Er: - Ora basta. Er fissò Arché, poi mollò la presa; questa volta c’era andato giù pesante, e Sole Nascente si sentiva soffocare: - Scusalo, è solo un ragazzino. - Un ragazzino, eh? - Sì, beh, più o meno… - E tu, tu chi sei? - Io? Solo un senza nome. Sole Nascente gli si avvicinò: - E allora perché sento il potere venire da te, non da lui?

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- Non so, forse ti sbagli. - Non credo proprio. Tu lo controlli, solo non lo sai. - Non controllo me stesso, figuriamoci lui. - Lui è te stesso, non ci vuole molto a capirlo. Entrambi guardarono Er con occhi nuovi, più attenti; il ragazzo corrispose gli sguardi, finché Arché sentenziò: - Ti sbagli. - Credi in quello che vuoi. Rumori vennero da fuori. Forse qualcuno s’era insospettito, o forse s’era sentito qualcosa. O più semplicemente qualche telecamera o sensore di cui neanche Sole Nascente conosceva l’esistenza o l’ubicazione, s’era accorta degli intrusi: - Dovete andare o vi prenderanno. - Prenderci? Er sembrava divertito. S’avvicinò ad Arché, sorridendo, ma fu interrotto dalla Guardiana: - Ragazzo, ci sottovaluti. Non ci sono solo io qui, siamo in molti. - Chissà, forse tu sottovaluti me… - Basta Er! Questa volta ubbidiamo e andiamo. Arché prese con forza il ragazzino. Quanto gli sembrava diverso ora! Strattonandolo, gli disse: - Noi due dobbiamo parlare; ma prima andiamo. - Sbrigatevi. Io non vi ho visti. Ma Er tardava. Voleva la sua sfida, quel giorno. Arché lo prese a schiaffi, scotendolo: - Er, andiamo! Con un bagliore, entrambi sparirono dalla stanza, lasciando sola Sole Nascente, con unici compagni i suoi dubbi e tanti quesiti insoluti. Apparvero in mezzo ad una strada, buia, sporca e puzzolente. Arché non fece in tempo a capire dove fosse, che fu investito da una folla di creature che correvano. Era apparso all’improvviso fra di loro, e queste neanche s’erano accorte della sua presenza. Scaraventato per terra, si poté rialzare tutto ammaccato solo quando quell’orda s’era allontanata. A lato, nascosto, Er: - Ma che diavolo! Dove siamo e chi erano quelli? - Parassiti. Fuggono da qualcosa. - Parassiti? Cosa… - Nasconditi, c’è qualcun altro.

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Così fece, riparandosi in un vicoletto. Presto apparvero alla vista due uomini: l’uno completamente vestito di nero, l’altra, tutta nascosta da vesti bianche. Inseguivano i Parassiti, sembravano non essersi accorti di lui. L’avevano superato, non l’avevano visto; ma non era così. L’uomo in nero tornò in dietro, affacciandosi nel vicolo: lo osservò scrupolosamente, poi tornò alla sua caccia. Di lui non gli interessava. Accanto, Er era scomparso. D’istinto Arché, pur senza il ragazzo, inseguì i due cacciatori. Sentiva che la cosa lo poteva riguardare: nel frattempo si chiedeva cosa fosse accaduto ad Er quel giorno. Era divenuto totalmente diverso. Il ragazzo era diventato aggressivo, e aveva mostrato una potenza che non immaginava neanche d’avere. Aveva fermato senza sforzo la più importante Guardiana della città: certo, magari lei non aveva fatto molto per resistere, magari s’era fatta cogliere di sorpresa, magari…O forse no. Forse, semplicemente, Er l’aveva vinta su tutta la linea. Già, ma Er o lui? Forse Sole Nascente aveva ragione, forse… Troppi dubbi per uno che insegue qualcuno, per l’attenzione che la cosa richiede. Le due sue prede lo attesero o lo catturarono facilmente. Tenendolo fermo, uno dei due, l’uomo, chiese: - Cosa vuoi da noi? Tu non sei dei loro, non ci interessa ucciderti. - Non lo so…sono confuso…portatemi con voi! - Con noi? Ragazzo devi essere folle o speciale per venire con noi. - Entrambe le cose, credo…entrambe. La porta s’aprì di scatto. Un uomo venne a chiamare Sole Nascente, visibilmente stanca e scioccata: - Sole Nascente, tutto bene? - Sì, credo… cosa c’è? - Vieni, Esiodo deve mostrarti qualcosa. La donna seguì l’uomo che era venuto a chiamarlo meccanicamente: nel frattempo rifletteva sulle cose accadute. Perché aveva lasciato andare i due intrusi? Non lo sapeva. L’aveva fatto d’istinto, e ora se ne pentiva; ma ormai, cosa poteva farci? Però non avrebbe fatto quello che loro chiedevano: proteggere una bimba a Roma; e come? Come avrebbe dovuto trovarla poi? Era una follia, e lei ora aveva cose più importanti a cui pensare.

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Nel frattempo era arrivata a destinazione: numerosi tecnici lavoravano davanti allo schermo di Esiodo, in sua attesa; uno di essi, appena la Guardiana fu accanto a lui, esclamò: - Guardi, è arrivato questo. Allora Sole Nascente lesse sul monitor un messaggio. Era firmato da tre lettere: - Pensi di potermi fermare? Credi d’essere sulla buona strada? Hai puntato una vittima, senza trovare il carnefice. Non puoi fermare ciò che è spirito: le forze più profonde e oscure dell’anima non si piegano ad una donna o ad uno stato! Sotto il messaggio le tre lettere, ABR, la sigla del suo nemico. Sole Nascente lesse e rilesse quel messaggio: - C’è modo per rintracciare il mittente? - No, purtroppo. - Va bene, lasciatemi sola con Esiodo. - Mah, dopo l’altra volta… - Andate. Tutti lasciarono la stanza, e solo la Guardiana rimase davanti allo schermo del computer. Rivolgendosi ad esso, chiese: - Esiodo, secondo te ha ragione? - Non so, sole Nascente. - Bene, cerchiamo di dimostrare che il nostro bravo santone ha torto.

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XVII Rivolte

Le luci della camera erano spente, e solo il suono di sospiri ansimati inondava le mura. Due corpi si stringevano teneramente nel buio, fra paura e rimorsi, desideri incontrollati e passioni; finché in uno dei due non esplose l’angoscia: - Icaro, sai che non possiamo! Per favore, basta! La donna che aveva parlato si stava risollevando sul letto, coprendosi con le lenzuola: - Lo sai che non ci è concesso d’amarci; conosci le regole… - Sì, le dannatissime regole. Che ci impediscono d’amarci… - Ce lo concedono solo per la Repubblica, lo sai… - Ci permettono solo d’essere perfetti, vero? Non uomini. - È il prezzo da pagare per… - Cosa? La felicità altrui? - Già. Icaro rise sarcastico: - Dimmelo, chi è felice? - La gente fuori… - E tu ne sei certa? Perché te lo dicono i sondaggi dello stato? Credi che la gente direbbe d’essere scontenta della Repubblica procurandosi la morte per diserzione? - Icaro… - No, non mi interessa. Ti amo, e ti voglio. - Anch’io, ma… - Non ci sono ma, Hestia. Questo non è solo un amore, non è solo il possesso reciproco di due persone. - Cosa vuoi dire? Icaro s’accostò ad Hestia, la donna che amava: - Noi non ci ameremo soltanto; noi ci ribelleremo. So che anche tu lo vuoi. - Per favore Icaro, no…

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Ma l’uomo aveva già iniziato a baciarla sul collo; le sue labbra scesero sulle braccia, le mani le avvinghiarono il corpo. Di nuovo presi dalla passione, i due si lasciarono andare nuovamente alla loro amorosa ribellione alle leggi. Era un atto politico, fra le altre cose. In quell’atto non udirono altro che i loro respiri, non ascoltarono la sirena che li richiamava: vivevano l’uno per l’altra, solo questo. Ma nulla dura quanto si vuole, e l’aprirsi sorpreso della porta, l’accendersi della luce, li colsero inermi. Vespro li vide; dopo un attimo, uscì: - Idioti, rivestitevi e venite con me. I due ubbidirono di fretta, poi, di fronte all’anziano, farfugliarono qualcosa: - Vespro…noi… - Voi cosa? Io non ho visto niente. - Niente? - Sentitemi bene, idioti. Io non ho visto niente, e a voi conviene essere d’accordo con me, no? O sbaglio? - Sì…sì, certo… Icaro sembrava poco convinto della risposta; poco convinto di Vespro: - Vespro, ma allora tu…come me… - Come te cosa? - Anche tu…la Repubblica… - La Repubblica è la mia patria, e l’amo, Icaro. Non provocarmi, non mi tentare. Chiuso l’argomento. - Certo… Entrambi, Icaro ed Hestia, gli vennero appresso, muti. Guardavano l’anziano, convinti che in fondo, anche lui, diffidasse ormai del reale valore di quella costruzione umana. Quello stato santo e pio, perfetto per uomini perfetti, che in fondo, per loro, era solo un’aurea gabbia dei sogni e delle idee. Lo guardavano fisso, dubbiosi; era davvero come loro? Sapevano che un tempo Titano fra tutti era stato punito per questo. La sua condanna era stata la morte: la pena eseguita con scrupolo dai Custodi, il corpo seppellito da Prometeo. Possibile che anche lui, anche Vespro, ora fosse come il fratello di Prometeo? Possibile che anche Vespro, uno dei padri della Repubblica, ora aborrisse la sua stessa creazione? Possibile che anche lui, quell’anziano col visore e i modi burberi e allo stesso tempo paterni, odiasse quella utopia che sapeva di pena? Non trovavano risposta sul serio: la cosa era ancora troppo calda, troppo recente per essere assimilata, compresa. Nel frattempo, il visore agli occhi,

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indicava col braccio meccanico la navicella che avrebbe condotto tutti. Alla vista della nave, Hestia chiese: - Dove andiamo? Cos’è successo? - Vedo con piacere che, finalmente, uno di voi due ha smesso di preoccuparsi solo della sua incolumità fisica, e si è ricordato del fatto che è anche un Custode! Entrambi, Icaro ed Hestia, si guardarono in viso, imbarazzati: - Andiamo a Lundinum. - Perché? La domanda di Icaro era scontata quanto sciocca: - Oh, mio caro, perché ho voglia di una scampagnata! Ma quanto diavolo siete rimasti sotto quelle coperte, tutti e due? - Ma… Il tentativo di trovare delle parole da parte dei due fece solo innervosire l’anziano: - Ma che ma e ma! E io che vi ho sempre protetto! Idioti! È scoppiata una rivolta a Lundinum, dal nulla; i Guardiani locali non sono riusciti a sedarla, così andiamo noi, capito? - Sì. - Bene, e mi raccomando, sul luogo, controllatevi, in ogni senso. I tre non parlarono più, ma dirigendosi verso la navicella, trovarono già pronti il resto dei Custodi; fra tutti, prese la parola Prometeo: - Bene, finalmente siamo tutti qui. Sapete tutti cosa andiamo a fare, e dove; mi raccomando evitate gli eccessi. - Tutto secondo il volere della Repubblica. La conclusione di Gladiatore lasciò interdetto Vespro, rimasto fuori dubbioso, fissando il giovane Custode che entrava nella nave. Prometeo gli venne accanto: - Problemi, Vespro? - No, no, nessun problema, Prometeo. Saliti tutti a bordo, la nave decollò, teleguidata dai satelliti. Silenziosi, come al solito, i Custodi s’apprestavano alla loro battaglia. Solo il mormorio di Gladiatore intervallava il mutismo generale: - La Repubblica è infallibile, La Repubblica è intoccabile, la Repubblica è eterna. Ogni comando della Repubblica è legge, ogni legge della Repubblica è un tuo dovere. Ogni tuo diritto è una concessione della Repubblica, solo la Repubblica è la tua famiglia. Tu sei di proprietà della Repubblica.

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- E piantala! Va bene, li sai! Non c’è bisogno di dimostrarlo ad ogni secondo! Gladiatore guardò torvo l’anziano; con l’indice della destra andò ad indicare la spada che teneva con la sinistra. Nuovamente piombò il silenzio, questa volta assoluto, ma intanto già si intravedeva la città: del fumo saliva da alcune vie centrali, e il bagliore di fiamme s’intravedeva nella luce della mattina. Per cosa s’erano rivoltati gli abitanti? Chissà! Forse per un po’ di libertà, forse per qualche legge che non era gradita, forse perché non ne potevano più della corruzione di qualche Saggio o Guardiano, forse…o forse senza un reale motivo; forse perché quella Repubblica cui soggiacevano aveva già stabilito, dalla loro nascita, praticamente ogni cosa importante, ogni avvenimento, della loro vita. Forse erano semplicemente stanchi, diffidenti, increduli di quella utopia o presunta tale. L’ira serpeggiava, già da lungo, in ogni città: chiunque lo sapeva, ma si pensava di poterla tenere sotto controllo. Tutto per quel sogno, quella tranquillità: quel miraggio di pace che sempre, in tutte le epoche, i sognatori e i perdenti, gli sconfitti, inseguono. Forse i fondatori della Repubblica avevano perso troppe battaglie, ricevuto troppe coltellate alla schiena, per poter credere ancora nella società così come essa era prima. Ma i giovani, quelli che ancora non potevano ricordare troppe sconfitte, quelli che non ne portavano i segni sul volto e sulle spalle, quelli vedevano solo le aporie d’una costruzione troppo perfetta per essere umana: vedevano l’immobilità quando desideravano solo il dinamismo. In fondo volevano anch’essi le loro sconfitte, perché la sconfitta, al mondo, è l’unica vera cosa certa assieme alla morte. Una sconfitta era stata anche la Repubblica, in realtà: già da un pezzo se ne erano accorti sia Vespro che Prometeo, e chissà, forse anche Nereo; ma i tre reagivano in modo diverso. Se una immagine esiste della loro reazione, è questa. L’uno teneva gli occhi spalancati, piangendo per la sua ennesima sconfitta, gridando per il dolore, ma sempre con una voce troppo debole per essere udita, forse anche da se stesso; un altro osservava, osservava silenzioso, comprendendo, ma senza voler agire, ché troppa fatica gli era costata quella scelta, quella fabbrica; ad altri di demolirla, lui l’avrebbe difesa fino allo strenuo, coerentemente, amabilmente, follemente; l’ultimo, chiudeva gli occhi, si voltava, fingeva di non vedere, continuava per la sua strada, realmente convinto che quella sola potesse essere giusta, a chi non fosse stato d’accordo con lui, la sorte non sarebbe stata amica.

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Intanto erano arrivati: scesero di quota, piano, mentre la folla non si accorgeva di loro. Un gran numero di persone erano attorno a barricate improvvisate, sotto trincee fittizie, attenti a proteggersi dallo strapotere dei Guardiani, decisi a non mollare. Urla di disperazione e rabbia richiamavano all’azione. Osservando tutto dall’alto, Prometeo ebbe già un inquadramento generale: - Bene ragazzi, ora scendiamo. Ciascuno sa cosa fare. Ognuno al suo posto: Sinolo e Pandora cercheranno d’arringare la folla. Gladiatore e Nereo staranno con me, e tu, Druido, dato che vieni da queste terre, m’aiuterai a convincere la gente. Dall’alto veglieranno su di noi Hestia e Icaro. Vespro rimarrà sulla nave per tenere tutto d’occhio. Bene? Domande? Nessuno ebbe obiezioni, così le istruzioni vennero seguite alla lettera. Sotto i lacrimogeni, Sinolo e Pandora si sparsero tra la folla; il loro era il ruolo più pericoloso: mimetizzate, avrebbero dovuto lavorare sulle paure della gente, per convincere quanti più si poteva, a disperdersi. Distanti dalla folla, invece, si disposero Prometeo, Druido accanto a lui, e più lontani Gladiatore e Nereo. Furono subito accolti da una fitta sassaiola, ma ugualmente rimasero immobili. Nel tentativo di parlare, si fecero avanti Prometeo e Druido: - Gente di Lundinum, ascoltatemi! Non siamo qui per farvi del male! Vogliamo solo parlare con voi! La sassaiola si arrestò per qualche secondo, dando a Prometeo il tempo per tentare qualcosa: - Bene. Ora, esponeteci le vostre richieste. Perché siete insorti così? A che pro tutta questa violenza? Tutt’intorno palazzi in fiamme, vetrine distrutte. Numerosi morti ai lati delle strade: uno spettacolo indegno dell’uomo si presentava alla vista d’entrambe le fazioni coinvolte nella contesa. Qualche voce rispose alle domande di Prometeo: - Vogliamo libertà? Vogliamo essere padroni di noi stessi, non sotto questa Repubblica. Il capo dei Custodi fece cenno a Druido di parlare: - Mia gente, ascoltateci! Senza la Repubblica non avrete più niente, né sicurezza, né pace. Sarete in balia degli eventi… La voce del custode, sottile e bassa, sembrava aver fatto presa; da sotto il cappuccio, l’uomo guardava, pensieroso, la sua gente in rivolta. Non aveva

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in realtà pietà per loro, né comprensione. Sbagliavano, ecco tutto quello che pensava di loro: - Tornate in voi, andate a casa. Questa lotta è sbagliata, inutile. Oltre la Repubblica c’è solo l’oblio, non capite? Ma un sasso interruppe quelle parole, colpendo in viso il Custode assorto. Ferito al labbro, una goccia di sangue scese sul suo mento, scatenandone una furia improvvisa, e tutto sommato immotivata. Voltandosi verso Prometeo, Druido fece come cenno di resa: per lui era l’ora dell’azione. Il capo dei Custodi avrebbe tentato altro, ma…una mano sulla sua spalla, quella di Nereo, gli fece capire che un’altra volontà avrebbe allora agito. Gladiatore sorrise, prima di buttarsi a testa bassa e con in mano la spada, contro la gente. Allora iniziò il massacro. Hestia e Icaro, dall’alto, rimasero scioccati. Non sapevano se intervenire, e come, così Icaro via radio chiese a Vespro sulla nave, impossibilitato all’azione: - Cosa dobbiamo fare, Vespro. Dalla nave Vespro osservava, impotente. Era schifato; quell’inutile violenza su gente realmente impossibilitata a reagire contro simili poteri. Perché? Ce n’era realmente motivo? Era abbastanza, come causa, il mantenimento dell’ordine? Non lo sapeva, e in fondo non lo credeva. Ma non poteva non ubbidire, perché un suo ordine avverso sarebbe stata una diserzione: - Fate quello che fanno gli altri…massacrateli. - Ma…va bene, Vespro. Icaro chinò la testa, e Hestia comprese; ubbidienti al loro mentore, i due giovani scesero in picchiata, catapultandosi sulla massa delle persone, proteggendosi le spalle l’un l’altra, e coprendo anche l’azione degli altri Custodi. Non che ce ne fosse realmente bisogno, ché già Gladiatore e Nereo avevano preso il controllo sul campo, mentre Prometeo da solo spianava la strada. Pandora e Sinolo, ora chiaramente riconoscibili, s’erano ricongiunte a lui, e con lui combattevano. Da lontano, Druido scagliava magie dagli imprevedibili e terribili effetti sulla gente, disperdendo qualcuno quando otteneva effetti pacifici, il più delle volte uccidendo. Era tutto uno spreco, ogni resistenza vana. Non ci fu storia, la battaglia, quella vera, contro i Custodi, durò il breve spazio d’un battere di ciglia, solo il tempo di provare dolore, di vedere la morte dinnanzi a sé. Lì finì la rivolta

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di Lundinum, fra quelle strade morì quell’anelito di libertà, per quel giorno e quel tempo. Il futuro avrebbe guardato un altro giorno a quella città. Quando tutto fu concluso, Vespro chiamò a sé Prometeo sulla nave: - Era necessario? Era necessario tutto questo sangue? Ancora Gladiatore infieriva sui vinti, mentre Nereo lo guardava senza reagire: - Diavolo, idiota, smettila! Hai vinto! Vespro urlò con tutte le sue forze, dalla nave, attraverso altoparlanti, al Custode. Questi si voltò, fissò la nave, e sorrise. Prometeo non osava rispondere al suo vecchio compagno. Lo sguardo era basso, gli occhi rivolti a terra; Vespro chiuse i microfoni e riprese: - Allora, rispondi? Era necessario? - Questi sono i metodi della Repubblica. - I metodi della Repubblica? O i metodi di quei folli? Vespro indicò col dito fuori dalla nave. All’esterno, solo un cumulo di cadaveri: - Anche noi usavamo questi metodi da giovani, Vespro. Ti stai infiacchendo; o devo pensare ad altro? Con quelle parole Prometeo troncò ogni discussione. Volando fuori dalla nave, richiamò tutti: I Custodi rientrarono solerti, tutti ai loro posti. Qualcuno era indignato ma non lo dava a vedere; altri erano orgogliosi e soddisfatti. Fu dato dall’alto ordine ai Guardiani locali di concludere l’opera, e di riportare tutto alla quiete, mentre il seguito di Prometeo tornava a Roma. Il viaggio di ritorno fu breve e silenzioso, nella navetta dei Custodi trionfanti.

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XVIII Il confronto

I corridoi per cui passava erano lunghi e stretti: luci bianche, soffuse, lo illuminavano gradevolmente. Colonnine di marmo s’appoggiavano ai muri, strette e alte, con capitelli dorati, a figure d’uccelli. C’era una finestra che dava su di una stanza, dentro all’edificio, a sinistra del corridoio. Dentro dei bambini giocavano, innocenti. Inconsapevoli di quanto era loro attorno: erano così piccoli! Trascorrevano il loro tempo fra le culle e i balocchi, grati alla Repubblica che faceva loro da madre, dato che la loro era scomparsa. Delle infermiere accudivano i pargoli: era lì, immobile che guardava quei gesti amorevoli, tenero, come un nonno di fronte al nipote appena nato, quasi aveva dimenticato il motivo per cui era stato convocato in quella sede. Lì, il senato era a lavoro; la congrega dei saggi era adunata, in perenne e quieta assemblea, per decidere eventuali provvedimenti per quanto accaduto a Londinum. Con un minimo di raziocinio si sarebbe guardata in faccia la realtà, si sarebbero abbassate le pretese fiscali da quella città, in fondo abbastanza in periferia dal centro economico e politico dello stato, e si sarebbe istituita qualche lieve sanzione, niente più, contro i presunti mandanti della ribellione. Fatti i capri espiatori per un eventuale atto di forza sulla stessa popolazione, si sarebbero ottenuti anche i colpevoli su cui la massa minuta avrebbe dovuto rifarsi. Insomma, con buone manovre politiche tutto si sarebbe rattoppato. Più volte gli era stato chiesto di unirsi ai Saggi, come anche a Vespro e Nereo; ma lui, Prometeo, preferiva rimanere in prima linea a difendere la sua Repubblica. Aveva visto numerosi Saggi sedersi su quei posti, al Senato di Roma, ma poche persone avevano contato come lui, in realtà. Era riverito e rispettato, e come lui soltanto quei due altri padri della Repubblica: tutti gli altri Guardiani erano per i Saggi solo strumenti, niente di più. Persino quelli, come Censore o Gladiatore, lo sapeva bene, che erano in realtà quasi dei folli; anche loro erano degli strumenti, a cui però si concedeva una valvola di sfogo. Ma la realtà era quella: i Custodi non

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erano l’apice dello stato, come taluno credeva, ma solo lo strumento più potente e famoso, non di certo l’unico. Fu accolto come sempre, fra gli applausi. Riferì quanto aveva da riferire, quanto sapeva degli accadimenti, e quanto aveva compiuto la sua squadra. Alle gesta di Gladiatore e degli altri seguì un lungo applauso d’approvazione; solo pochi occhi bassi mostravano uno sdegno malcelato. Ma cosa contava quello sdegno se non aveva voce? La trovava forse in lui? No. E allora cosa c’era di diverso fra le sue e le loro di paure? Uscì dalla grande aula circolare così come era entrato: Le luci artificiali s’abbassarono, si concentrarono su di lui, mentre la grande finestra, l’occhio al centro della cupola, si chiudeva istantaneamente. Lo scrosciare degli applausi sparì solo col richiudersi della porta, assieme alla sua ingombrante presenza. Gli era stato detto d’attendere fuori, e così fece, ubbidiente, ancora una volta: poi qualcuno uscì dalla sala, uno dei Saggi, uno fra i più influenti. Facendogli cenno di seguirlo, l’uomo tutto ricoperto dalla toga, lo precedette dentro una stanza collaterale dell’edificio, il suo ufficio personale. Non sapeva cosa il Saggio volesse, così semplicemente entrò nella stanza e attese: - Bella città Lundinum, vero? - Sì, signor Saggio. - Prometeo, ci conosciamo dall’infanzia. Chiamami col mio nome. - Non posso, è la regola. - Te lo ordino. - Allora va bene, Saggio Catone. - Bene. Catone si sedette su di una poltroncina. Guardò un po’ negli occhi il vecchio compagno di battaglia, uno degli uomini che assieme a lui aveva fondato quella Repubblica. Con noncuranza buttò lì una domanda: - Come va? - In che senso? - Voi siete esposti a molte più pressioni di noi Saggi. Com’è la situazione fra i Guardiani? - Al solito, credo. - E la Pais? Prometeo rise: - Quale Pais? - Non mentire, Prometeo. Sai che teniamo d’occhio anche te. - Veramente non lo sapevo.

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- Avresti dovuto immaginarlo… - Immagino di sì… - Allora? Prometeo si sedette ad un’altra poltroncina, di rimpetto a quella di Catone. Accavallò le gambe, e tranquillamente proferì parola: - Forse è lei, o forse no. - Per te è lei? - Onestamente? Credo di sì. Ma l’oracolo ancora non s’è realizzato, credo. Comunque sta crescendo, acquista potere e capacità ogni giorno. - Hai paura di lei? La uccideresti? - Ucciderla? - Per non permettere l’oracolo. - Non so. Seguì un lungo silenzio. Prometeo teneva gli occhi bassi; poi, in fine, decise d’alzarsi: - Te ne vai? - Sì. - Non era una domanda; era un ordine. Il capo dei Custodi guardò per un attimo Catone, poi si voltò e uscì dalla stanza, chiudendo la porta con forza: tirò un grosso sospiro, e poi s’avviò. - Allora, Prometeo, cosa hai da dirmi oggi? - Padre, provo una sensazione orribile, di nausea. - Perché, figliolo? Nella chiesa piombò il silenzio. Alle parole che non uscivano, il padre diede la spinta che serviva: - Allora? - Ha visto cosa è accaduto a Lundinum, no? - Ho visto le immagini trasmesse dalla Repubblica. - Quindi non ha visto, padre. Lì s’è svolto un massacro orribile, ed io non ho fatto niente per fermarlo. - Sono sicuro che hai fatto quel che potevi. - No padre, ho lasciato che le cose andassero come dovevano andare, ma non ho fatto nulla per cambiare il destino. Quand’ero giovane, prima della Repubblica, quand’ero semplicemente un eroe, ero pieno di speranza. Ma ora mi rimane solo il dovere; ma è vuoto senza perché…

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- Ti chiedi mai perché vivi? Qual è il progetto del Signore per te? - Pensavo di saperlo, pensavo di conoscere quel progetto, padre. Ma ora mi chiedo se non ho soltanto compiuto il più grosso errore della mia vita. Sono sicuro che anche Vespro sia giunto a questa conclusione, lo so per certo. Lui disprezza quanto abbiamo creato, tutto questo enorme marchingegno chiamato Repubblica. La disprezza dal midollo, e come dargli torto? Davanti a Gladiatore, io rimango come paralizzato. Lui è il futuro, lo so. Non comprende minimamente il prezzo che abbiamo pagato tutti per questo stato, per questa nazione basata sul sacrificio di molti. Lui vaneggia su regole e leggi che non s’è guadagnato, su diritti che non s’è costruito. È la storia che si ripete: perduto il ricordo della fatica, la conquista perde di senso, diventa solo abitudine, schema. E alla fine decade, muore, e viene superata da una nuova conquista. Solo, non pensavo che dovesse avvenire così in fretta. - Prometeo, abbi fede. Sei diventato troppo pessimista. - Padre, non vede? Quanti ricordano il perché di questa Repubblica, di tutto questo? Nessuno sa che prima il mondo era una guerra continua, violenza, terrore, contrasti. Paghiamo la nostra conquista con la dimenticanza; nessun cambiamento, nessuna utopia porta solo benefici e crescita: quanto v’era alla sua origine, quanto l’aveva causata ed era in fondo il suo stesso scopo, subito si perde. Rimangono solo le conseguenze: e chi le pagherà? - Penso tu stia esagerando. Gladiatore è solo ligio al dovere. - È solo un folle, padre, nient’altro; lo detesto. Nulla v’è di sensato in lui, nessuno scopo se non un artificio. E il peggio è che il futuro è suo. Vede, espio le mie colpe ponendo la mia creatura nelle mani di chi non saprà, non capirà mai come gestirla. So che anche in questo momento qualcuno mi controlla mi sente. Forse è lei, padre, l’uomo che riferisce le mie azioni, i miei pensieri ai Saggi; non importa. Comprendo, comprendo bene Vespro, ma non posso seguirlo nei suoi dubbi. Questo stato è tutto ciò che ho fatto della mia vita. Che sia giusto o sbagliato, un errore o solo il mio dovere, questo ormai non conta più. Difenderò la Repubblica fino alla fine, finché vivrò, finché dovrò difenderla. Perché in lei ci sono anche pregi, c’è quanto di meglio l’uomo ha saputo fare nei millenni per preservarsi, e assieme quanto ha creato per distruggersi, ferirsi. Non scenderò dalla barca

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fino all’approdo ultimo; ciò non toglie che forse oramai mi rendo conto che tutto il viaggio s’è volto verso mete sbagliate. Prometeo s’allontanò dal confessionale, senza attendere risposta dal prete. Questi provò a fermarlo, ma senza riuscire: da lontano vide il Custode andare via, in preda ad un ira frutto dei dubbi e dell’orgoglio, e di qualcos’altro. Prometeo come nessun altro uomo al mondo aveva sentito il dovere, il dovere fino a spingere al sacrificio i suoi stessi ideali, la sua famiglia (fin dove era riuscito, in quel frangente). S’era giocato l’anima, se così si può dire; nella Repubblica v’era tutto quell’uomo, la costruzione perfetta per il mantenimento d’una vita perfetta. Ma come in realtà l’anima di Prometeo non era scomparsa, non s’era annullata del tutto (e tutti quei dubbi ne erano atroci testimoni), ma si sarebbe allontanata definitivamente verso mete più meritate, solo alla morte, così la Repubblica non sarebbe sopravvissuta senza la sua anima, lo spirito, il bisogno di quiete, pace, a costo di finzioni e violenze ad occhi chiusi, che l’aveva generata.

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XIX L’oracolo

Con un cigolio seguito da un segnale acustico, la macchina si spense. Vespro osservò i risultati delle analisi, e poi disse sconfortato alla donna: - Signora, sono preoccupato. - Cosa c’è? Vespro s’avvicinò alla donna: - Le macchine che ho usato, ogni database di malattie, non conoscono il male che l’ha colpita. - E io mi sento peggiorare di giorno in giorno. - Già… La donna si sollevò dal lettino su cui era sdraiata: - E ora cosa dovrei fare? - Lei crede, signora? - Sì. - Allora preghi. - Non è molto bravo a confortare lei, vero? La donna disse quella frase con un filo di voce, piangendo: - Non sa neanche quanto sia io addolorato per quello che sta accadendo… - Lo devo dire a mia figlia? - Se crede, signora. Ma credo che lo capirà da sola…è molto sveglia. - Già. Cosa doveva fare? Seguire l’ordine. Prometeo non lo sapeva. Si trovava in una delle situazioni più complicate della sua vita: sapeva che altri avrebbe tentato, se lui non avesse compiuto il compito assegnatogli. Pensava di già anche a qualche nome, ma alla fine, gli importava poco. In questione non c’era il suo rapporto con gli altri, ma con se stesso. Doveva decidere fra due doveri che lo chiamavano. Tentare di fermare ciò che sapeva era inarrestabile, o sottomettersi a quella volontà superiore.

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Si dirigeva verso la casa della bambina senza avere ancora deciso il da farsi. Teneva un pugno chiuso, mentre volava, e nell’altra mano teneva il libro di racconti che aveva iniziato a leggere a Gratia. Non sapeva più che farci, e ogni parola di quel volume ora frullava, navigava nella sua mente, alla ricerca della giusta posizione, del suo contesto, della frase che le avrebbe dato un senso. Di fronte alla finestra della cameretta, ora, si rendeva conto anche d’essere di fronte ad un bivio. Forse avrebbe intrapreso una strada senza neanche accorgersene, forse avrebbe poi ripercorso in altre occasioni i suoi passi, avrebbe cambiato direzione in un impeto d’orgoglio. Forse quel giorno avrebbe lasciato vincere la sua fede, altre volte la sua utopia. Sapeva che avrebbe pagato la sua scelta: ma la sua scelta, sotto altri punti di vista, sarebbe anche potuta apparire come la cosa più sensata in un mare di follie. Bussò: Gratia era sveglia, forse aspettava Incubo. Lo fece entrare, e subito l’uomo abbracciò la bimba. Tremava: - Che c’è Prometeo, hai freddo? - No, no, mia cara. - E allora cosa c’è? Prometeo s’allontanò dalla bambina, fissandola negli occhi. Aveva pupille di ghiaccio in quel momento, ma il resto del suo corpo era in fiamme: - Cosa hai in mente, Prometeo. Mi fai paura! - Ti faccio paura? - Sì. - Mi sono ridotto così, a fare paura ad una bambina…O Signore, perdonami! Prometeo, il padre della Repubblica, s’inginocchiò davanti a Gratia. Piangeva: - Tieni, tieni mia cara, è il libro dell’altra volta. Io non ho più che farmene. Leggilo, leggilo tu. Credo, sì, credo che non ci rivedremo più…ma chissà. Allora l’uomo lasciò sul letto della bambina il libro, poi corse alla finestra. Solo, prima d’uscire, si voltò per dare i suoi ultimi ammonimenti: - Mi raccomando, sta attenta. Di a Incubo di vegliare su di te! Così dicendo, volò via, verso le conseguenze della sua scelta, verso la strada che si dipanava, dopo il bivio che aveva superato. Di lui rimaneva solo il libro. Certo, sapeva che non ci sarebbero state conseguenze dirette

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su di lui. Era troppo potente, troppo importante per essere colpito: eppure conseguenze ci sarebbero state, era ovvio. Gratia s’avvicinò ammutolita al letto: il libro era lì, fermo, che la chiamava, attendeva d’essere sfogliato. E Gratia ubbidì, e lesse.

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La finestra

- Lei è uno scrittore, giusto? - Veramente sarei un giornalista. - Bene o male fa lo stesso. - Se lei crede… Quell’anziano, compagno di camera all’ospedale, s’alzò a fatica dal letto. Si diresse verso la finestra della stanza: da fuori, abbagliante, la luce penetrava fra le mura di primo mattino. Si voltò verso il suo compagno, verso Juan: - Sa, un saggio un tempo ha detto che vivere è come fare la fila per affacciarsi almeno una volta ad una finestra; dopo si può solo cedere il posto. - Piuttosto pessimista. - Direi di sì. Ma è anche peggio se affacciandoti alla finestra vedi solo delle bestie, le tue bestie. - Cosa vuol dire? - Arriva qualcuno a trovarmi. Vedrà fuochi d’artificio, sa? Tanto sto morendo. L’uomo si tornò a sdraiare, con un sorriso sarcastico e malinconico sul volto; sotto le coperte, rimase in attesa, mentre il mio protagonista, Juan Sebastian Anlachi, senza capire, attendeva anche lui. Bussarono alla porta: di fila, entrarono tre persone. Una donna e due uomini s’accomodarono nella sala, salutando con aria vagamente imbarazzata. Accerchiarono il letto, come amici di lunga data, ed in effetti erano coetanei del malato: - Come stai, mio caro? La donna lo chiese; sembrava presa nel porre la domanda: - Muoio, e muoio da solo. - Ma che dici! E poi non sei solo! - Sareste voi la mia compagnia? Grazie, no. Potete andare.

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Ma gli ospiti non si smossero; rimasero fermi, come disposti davanti al vetro per un interrogatorio. Uno degli uomini, quello più a destra, disse: - Tu, sei ancora in collera per quello… - Ora e sempre. - Ma tu… - Non tentare di farmi lezione, maestruncolo. L’amico che copre chi ti tradisce non vale un soldo né una lacrima. Peggio ancora se cerca scuse per le sue mirabili gesta. La donna intervenne, smovendo i suoi lunghi capelli neri, da donna fatale: - Non trattarlo così! Siamo come fratelli, noi. - Hai sbagliato parola; dovevi dire complici. Ma guardati, tu, la mia ex moglie; oggi che muoio della peggiore morte, che mi porta via lenta, ti ricordi di me? Va via: non sai quante volte ho maledetto la notte che mi sono innamorato di te. - Aspetta. Ora mai è tutto finito. Era l’altro uomo ad aver parlato. Juan aveva già intuito il suo ruolo nella storia: - Mi spieghi perché, se non ci siamo mai parlati in vita, sotto specie di seduttore, dovremmo parlare oggi? Non ho nulla da dirti; va fuori, magari qualche infermiera si interesserà a te. - Allora tutto finisce così? - Sì. Non c’è nient’altro. I tre s’allontanarono. Erano dispiaciuti, ma in fondo sembrava che avessero ottenuto proprio quello che cercavano. Erano riusciti a tagliare i ponti con un loro passato ingombrante: forse alla fine, anzi sicuramente, la vittoria era loro. Davanti alla porta, si voltarono un ultima volta, per salutare. Sorridevano, un po’ per che il costume voleva questo, un po’ perché erano felici. Sul carro dei vincitori salgono sempre i peggiori. La porta si chiuse, e i tre non vennero più, neanche una volta, nelle tre settimane di vita che rimasero all’anziano. Juan, con una gamba rotta e qualche complicanza, gli fece compagnia solo per poco, eppure dopo lo venne trovare fino al giorno prima della sua morte: non conosceva quell’anziano signore, eppure lo sentiva vicino, chissà poi perché. Usciti quei tre, dopo qualche minuto di silenzio assordante, il compagno di camera di Juan chiese divertito: - Crede che sia un folle, che abbia sbagliato a non perdonarli, almeno in fin di vita? - Non saprei dire; non so quant’ha sofferto.

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- Tanto, si fidi. Sa, un imperatore un tempo disse che quella pestilenza che colpiva il suo popolo nel corpo, colpiva la sua gente nell’animale che è in loro; ma la superstizione che faceva temere quella pestilenza, quella era la peste che colpiva gli uomini nella loro parte umana. Aveva ragione, ma anche altre sono le pestilenze che colpiscono l’uomo nell’uomo che è. - E quali sono queste pestilenze? - L’incoerenza, la finzione, l’ipocrisia. - Brutte cose. - Brutte cose davvero: se avessi fatto finta di niente, oggi, sarei stato incoerente, e avrei lasciato correre sulle cose peggiori, le finzioni e le ipocrisie, il fango in mezzo a cui sono vissuto in questi anni assieme a quelle persone. Sto morendo, cosa vuole che mi interessi se torneranno o no? - E l’orgoglio? Non è neanche quella una pestilenza? L’anziano signore non rispose subito. Per un poco rimase a meditare sulla domanda di Juan, capendo bene l’aporia in cui cadeva la sua risposta: - Sì, lo è anche quello, almeno molto spesso. - E se lo sa, sa anche che lei soffre di quella peste, ora. - Sì, lo so bene. Il giorno dopo Juan fu dimesso. Salutò il vecchio, con lo stesso gesto che compì nei giorni successivi, fino alla fine. Ma la considerazione che gli frullava in testa, l’unico pensiero, era sempre quello: quell’uomo aveva tutte le ragioni, ma lo stesso alla fine, l’unico sconfitto era lui. Le bestie, come lui le chiamava, continuavano a vivere, per di più felici; lui moriva, e moriva solo e sofferente, senza nessuno. C’era qualcosa che non andava, c’era un lieto fine da trovare, una morale della storia che non voleva apparire. Dov’era il principe che avrebbe risollevato la sorte della vittima? Dov’era il ladro gentile per rubare la felicità immeritata altrui e darla a chi di dovere? Non c’era, e quella era l’unica risposta. Il giorno prima di morire, l’uomo chiese a Juan di non venire più. Prima di darsi l’ultimo commiato, il vecchino, quello che per Juan era ormai lo scandalo, volle dire al giornalista alcune parole: - Sa, credo che ogni tanto Dio si conceda un errore, tanto per sentirsi vicino agli uomini. - Un errore? Che dice? - Sì, un errore. C’è una differenza sostanziale fra un errore di Dio e un errore d’un uomo: dall’errore di Dio nascono disadattati come me,

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gente per nulla buona a vivere, che nasce solo per aspettare la morte e creare un po’ di fastidi nella vita altrui; da un errore di uomini viene solo la morte, come le bombe nucleari lanciate sul Giappone dal Presidente degli Stati Uniti senza conoscere le proporzioni della devastazione che avrebbero procurato. Questa è la differenza: una bella differenza, dopo tutto. - Sì, ma lei non è un disadattato; così cade la sua tesi. - Dice? Non credo, non so. Non ho saputo vivere, ho sprecato la mia vita. Alla fine sarò solo una bocca in meno da sfamare per la madre terra. Persino quando sono stato nel giusto non ho saputo fare altro che rimuginare. Alla fine quelli come me salgono sul carro dei predenti, e tutti gli altri, sia quelli che ci feriscono, sia quelli che ci sostengono fino a non poterne più, sia in fine quelli che tu sostieni, e poi si scordano di te, tutti questi salgono sul carro dei vincitori. Le rotaie vanno in direzioni opposte: non sono linee parallele, per nulla. Vada via, ora è tempo anche per lei di salire sul suo carro. Ognuno segue la sua natura e il suo destino, la sua testa, in ultima analisi. Se la testa è vuota o inutile, c’è poco da farsi. Addio. Il vecchio si voltò dall’altro lato, versando delle lagrime senza volersi fare vedere. Non ascoltò Juan, e lo cacciò via in malo modo. Non lo rivide più, ed il giornalista, il mio protagonista se ne andò senza neanche poter salutare, senza neanche poter baciare quel vecchio che, aveva ragione, non era proprio nato per vivere. Juan chiuse la porta guardando ancora verso la stanza, e poi trasse fuori un profondo sospiro; con passo lento, se ne andò. Il giorno dopo, il vecchio morì.

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L’illuminato (o lo scocciatore)

Juan era all’università per scrivere un pezzo su di un noto docente, uno studioso di gran fama a livello mondiale: sua era stata la scoperta di chissà quale città sepolta nella terra, che solo allora rivedeva la luce. Naturalmente la comunità era fiera dello studioso, come dei suoi discepoli, lunga serie di facce serie e impettite, osservanti in rigoroso silenzio il loro maestro che parlava dall’alto, durante un convegno. Onestamente Juan non capiva un’acca di quanto si diceva, ma era molto incuriosito da una cosa: il modo d’atteggiarsi da pavone spiumato del docente, e più ancora di qualcuno fra i suoi giovani allievi. Aveva il vago sospetto che anche loro capissero quanto ne capiva lì, tuttavia erano lì, e quindi qualche arcano motivo per la loro importante presenza doveva esserci, magari sepolto fra i segreti universitari, così come la città che veniva sommariamente illustrata a colleghi e giornalisti. Ma oltre alla vasta congrega di accademici assortiti, erano accorsi all’evento culturale archeologico anche tutta una serie di tipi, di macchiette e caricature, una fauna locale, tipicamente provinciale, che sentiva di dover essere lì, quel giorno: signore bene, la media borghesia che doveva mostrare la sua esistenza, la sua cultura in quelle manifestazioni, e quanto si era soliti vedere in queste circostanze. In somma, nulla di nuovo sotto il cielo. Juan era avvezzo a simile compagnia, ormai ci aveva fatti i calli, e guardava tutto con ironia, conscio di far parte, lui stesso, di quella strana ed eterogenea congerie antropomorfa. Malauguratamente, a quella specie di uomo che esce dal suo nido di lino in queste occasioni, apparteneva anche un suo vecchio amico, tollerabile nel resto delle occasioni, del tutto intrattabile davanti allo scrigno del sapere. In queste occasioni Oliver, così si chiamava, mostrava un lato di sé che forse neanche lui riconosceva, e si buttava a capofitto nella battaglia, combattuta a colpi di citazioni, ipotesi, certezze e congetture. Insomma, diventava un intellettuale.

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Ma non un intellettuale normale, no! Di quelli della peggior specie: un illuminato. La verità assoluta si impadroniva di lui, e di essa diveniva portavoce e ministrante; proprio come allora. Non appena Oliver lo vide, gli si accosto con sguardo famelico, meditando chissà quale diatriba; non avrebbe sentito ragioni, si sarebbe lanciato nei suoi voli pindarici, e la gente, il suo popolo appassionato e in muta attesa l’avrebbe ascoltato estasiato e assorto, come si ascoltano solo i saggi di fronte al fuoco, o capi di stato ad una conferenza prima d’una guerra (o dopo uno scandalo dai caratteri marcatamente sessuali…). Prode paladino dell’illuminismo, s’accostò alla sua vittima, inerme, e armato della sua parola aguzza, attaccò: - Salve Juan, anche tu qui? - Sì, per lavoro, Oliver. Tu? - Interesse. In effetti tutto questo è molto interessante. - Già, più o meno; ma non è che io ne capisca molto. - Oh, non importa! Dimmi cosa vuoi sapere, ed io ti farò da cicerone nel mirabolante viaggio della cultura. - No, va bene, magari un’altra volta; per ora devo fare un articolo… Ma gli occhi di Oliver ormai brillavano; aveva trovato qualcuno che gli faceva resistenza, che tentava di fuggire al suo genio, la cosa non poteva passare inosservata: - Cosa ne pensi dei crocefissi? Credo sia uno scandalo che non siano ancora stati tolti! - Ehm, non saprei; penso che sia giusto rispettare le minoranze, e se a queste dispiace quel simbolo religioso, vada tolto dai luoghi pubblici, tutto qui! - Esatto! È vergognoso! Noi, che siamo così superiori a quelle culture, ci comportiamo come loro! - Va, bene, superiori…diversi, forse… - No, no, noi siamo superiori. Noi siamo uno stato laico, ed è da retrogradi e fascisti mantenere quel simbolo religioso, d’oppressione morale e anche politica, sulle pareti! - È semplicemente un simbolo spirituale, personale; solo per questo andrebbe tolto, per rimanere solo un simbolo personale, di ciascuno che ci creda veramente. - Ma perché, ci si dovrebbe credere ancora? Ah, questi riti! Juan, non posso credere che anche tu ti faccia invischiare ancora in queste usanze così barbare, retrograde…

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- Oliver, non pretendo d’essere un illuminato come te; m’accontento di poco. - Sciocchezze! - Vedila come vuoi… - No, ma davvero? Tu, una persona colta, credi ancora a queste cose da popolino. - Magari il popolino non ha torto solo perché è popolino, come lo chiami tu… - No, voi persone di destra rimarrete sempre legati alla vostra sub cultura: ma del resto, fra di voi non ci sono veri intellettuali. Juan era già stufo, nondimeno dovette continuare quella stupida discussione. Non voleva lasciar correre su questioni di principio con quell’individuo: - Pensi davvero che la cultura stia solo dalla vostra parte? - Certo! È risaputo! - Dammene una prova valida. - Nessuno ricorda nomi di grandi intellettuali fra di voi. - Non ci vuole molto a cancellare i nomi; basta avere il controllo della memoria sociale, riempire di luoghi comuni sulla cultura la gente. In realtà neanche Juan era contento della sua risposta; in fondo, anche quello era un luogo comune: - Perché vuoi contraddire l’ovvio? - Mamma mia, Oliver! Smettila di parlare per luoghi comuni! Non ti sembra almeno verosimile che molte opinioni diverse possono avere un fondo di realtà? - Sì, ma non sono tutte giuste. - Va bene, basta, rinuncio! È una lotta senza possibilità di vittoria. Juan s’allontanò affranto: per di più s’era anche perso buona parte della conferenza, e ora non sapeva cosa scrivere nell’articolo. Ma ovviamente non poteva essere finita così facilmente. Oliver seguì il mio protagonista con aria baldanzosa, e con un sorrisone stampato sul volto, tornò alla carica: - Senti, Juan, ti volevo parlare d’altro. - Ancora? - Sì, ma non la prendere male. - Dimmi. - Senti, non è che serve un opinionista nella vostra redazione? - E chi dovrebbe essere l’opinionista?

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- Io, che domande. Juan si voltò disgustato, poi tornò a parlare: - Non saprei, Oliver. E poi, che referenze hai. - Ma tu mi conosci, sai che la mia testa girà a tutta velocità. In effetti ho letto molti dei tuoi articoli, belli davvero, ma senza dubbio saprei fare di meglio. - A sì? - Sì, per esempio tu spesso… - No, non mi interessa sapere da te i miei errori, Oliver. - Bene, comunque se tu potessi mettere una buona parola per me. - Ma non saprei. - No, ma ascoltami… Juan tentava di divincolarsi dalla stretta del suo fiero avversario, ma nulla poteva contro quella poderosa morsa. Tentava di fuggire, vagava per la stanza causando l’ira degli ascoltatori attenti. Nulla, nulla fermava quel cacciatore d’un posto al sole sulla carta stampata: - Ascolta. - Davvero, non so cosa fare per te, Oliver! - Ma dai, tu sei vicinissimo a quel grand’uomo del direttore. - Grand’uomo? - Come te, del resto. Le adulazioni iniziarono a sprecarsi, susseguendosi a raffica. Improvvisamente Juan era un genio agli occhi di Oliver, e il direttore una divinità, da ammirare e contemplare: - Noi due lavoreremo sempre assieme, fianco a fianco, Juan. - Non chiedo altro. - L’unione fa la forza, la fatica ripaga sempre, no? - Eh, come no? - Sarà una battaglia che vinceremo assieme, Juan e Oliver per la libera informazione. - Con te come cavaliere e il mio posto da scudiero, chi ci potrà fermare, eh Oliver? - Esatto. Davvero non ne poteva più, Juan Sebastian Anlachi, ma per fortuna la conferenza volgeva al termine. Mentre si scambiavano le ultime battute fra i relatori, Oliver chiudeva: - Bene, allora domani sarò da te e… Un uomo irruppe:

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- Tu, io ti conosco! Juan pensava ci si rivolgesse a lui, ma poi con stupore vide l’espressione dell’uomo, basso e tignoso, e vide che si volgeva ad Oliver: - Tu sei quello che mi ha tamponato la macchina e non ha ancora pagato! Non hai voluto l’assicurazione, e ancora io ti aspetto! Ma vieni qui che ti picchio!. L’omino si scagliò su Oliver, con tutta la foga che aveva; in molti s’avvicinarono per trattenere i contendenti, mentre nel frattempo Juan fuggiva via cogliendo l’occasione: - Juan, aspetta, dobbiamo discutere. - No, devi discutere con me – urlò l’omino. - Addio Oliver, ci rivedremo il trentuno di Febbraio! Con un balzo Juan sparì fra la folla: in una marea di giacche e colletti bianchi, il mio protagonista si nascose a stento, prima di sparire fra l’orda di macchine delle strade, sospirando e giubilando per lo scampato pericolo.

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Il diavolo custode

Era la solita strada, sempre la stessa passeggiata, ogni mattina, in bici. E cos’altro poteva fare, con quel traffico? Juan andava al lavoro tranquillo, ordinariamente schivando le macchine che non rispettavano i segnali stradali. Un folle gli venne quasi addosso, e lui lo scansò solo per i suoi riflessi: gli era sembrato d’essere stato buttato contro la macchina, come spinto. Cadde senza farsi niente, tranne uno strappo comico ai pantaloni. Prendendo la cosa con filosofia si rimise in sella; voleva tornare a casa, per cambiarsi, così invertì la rotta, e pronti, via! Già era per strada. Sulla via qualcuno gli spruzzo del fango su una pozzanghera; ma cosa volete che fosse? Era una giornata bellissima, non ci si poteva arrabbiare. In un lampo si cambiò e volò di nuovo fra le vie della città: ora Juan doveva fare davvero presto, o la rampogna settimanale (ne prendeva regolare una ogni sette giorni circa) non gliel’avrebbe tolta nessuno. Corse come un folle, di nuovo fra le macchine e la gente che andava tutta di fretta: ognuno aveva una meta, in quella città assonnata che viveva la sua quotidiana e indolore lotta per la sopravvivenza nel concorrenziale mondo del lavoro. Ogni cosa avveniva a ritmi frenetici, senza prendersi un attimo di pausa e riflessione sulle cose che circondavano un po’ tutti attorno. Non si poteva dare importanza alle cose di valore, perché non c’era il tempo di valutarle tali. Ma tutto questo non riguardava Juan, fino a quel momento, ovviamente: arrivato all’edificio che doveva raggiungere, entrò di corsa dalla porta principale. Cigolava stridulamente, mentre s’apriva, e dovette metterci un po’ più di forza del solito: stranamente il portiere non era lì, se no avrebbe pensato lui a lubrificare, dopo averlo aiutato. Ma pazienza! Cose che capitano! Salì per le scale frenetico, quasi sembrava che volasse. Vedeva già il suo piano, quando inciampò; grossolanamente cadde, sbattendo il gomito ed il mento contro uno scalino. Un taglio gli si aprì proprio sotto la bocca, e uno sul braccio, così prima d’entrare finalmente nel suo ufficio, Juan dovette cercare il bagno, per lavarsi e medicarsi almeno un po’.

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Sciacquò come meglio poté i graffi, poi si guardò allo specchio: iniziava ad innervosirsi, e la cosa che più lo infastidiva quando si arrabbiava, era chi lo fissava, proprio come in quel momento. Infatti un tizio, dietro di lui, lo guardava divertito, riflettendosi sullo specchio nel suo ghigno vagamente cattivo: - Cosa ci trova di divertente? - Un po’ tutto, caro Juan. - Caro Juan? Ci conosciamo? Ancora il mio protagonista non s’era accorto delle strane protuberanze che facevano capolino fra i capelli dell’uomo, né, strano, della coda: - In effetti è ora che mi presenti. Salve, io sono il tuo diavolo custode. - Cosa? Juan era abbastanza sorpreso. Certo, ne aveva viste di cose strane, ma questa di certo non sfigurava fra le altre. Poi, con un po’ di esitazione, il mio protagonista domandò: - Diavolo custode? Mi potrebbe spiegare meglio? - Certo, mi sembra anche giusto. Vedi, là su in questo momento c’è un gran da fare, ed il tuo angelo custode s’è preso una vacanza, così… hanno chiesto aiuto ai piani inferiori, e l’unico disponibile ero io, a quanto ne so. - Ah, beh, allora posso stare tranquillo! E quanto durerà questa storia? - Non so, forse un paio di giorni. Giusto il tempo di divertirmi, in fondo. - Certo…mi mancava solo il diavolo custode in giacca e cravatta, ora. Sei invisibile per gli altri, giusto? Fammi un favore, restaci. - No problem, sì signore! Così dicendo sparì in un nuvolone di fumo: - Magari meno teatrale la prossima volta, se si può… Scomparso il nuovo compagno di vita di Juan, il giornalista uscì dal bagno, per arrivare finalmente alla sua scrivania. Il direttore venne a chiamarlo di persona, sorpreso dal (lieve) ritardo. Quando lo vide, tagliuzzato, chiese preoccupato: - Anlachi, che diavolo hai combinato? - No, niente, è una lunga storia. - Va bene, va bene…comunque devi andare a fare un intervista. Recati all’indirizzo che ti ho scritto sul foglio – glielo passo con un gesto fulmineo della mano – e intervista la proprietaria dell’appartamento. Sospetto che dietro ci sia un qualche grosso scandalo legato a

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compravendite di immobili, di proprietà di grosse ditte farmaceutiche. Forse ti sto dando lo scoop del secolo, sai? - Grazie! Ma se è una fregatura? - Tu fanne lo scoop del secolo…intesi? - Sigh; sì, capito. Senza neanche il tempo di riposarsi, subito il mio protagonista si rimise in moto. Temeva che nel suo lavoro il suo nuovo diavolo custode lo intralciasse, ma fino a quel momento non aveva dato fastidio, almeno col capo… Ma niente dura: giunto per strada il cornuto riapparve più in forma che mai. Si divertì a fare cadere un paio di volte la bici di Juan mentre questi cercava di montarci su, ma alla fine si stancò di quel gioco e pensò ad altro. Si stupiva del fatto che nessuno aiutasse il mio protagonista: - Ah, uomini! – esclamava, e non aveva tutti i torti. Giunsero all’abitazione; di fronte stava una scuola, in fibrillazione perché si preparava chissà quale manifestazione. Ma la cosa non contava, in quel momento: per strada aveva avuto già i suoi problemi, ché il suo nuovo compagno non aveva fatto altro che giocare con i suoi nervi. Non era mai capitato a nessun uomo, tutto quello che era capitato a lui in quel giorno: dei bimbi l’avevano schizzato d’acqua e chissà cos’altro; una signora s’era addormentata in macchina proprio davanti a lui, bloccandolo, mentre un autista d’autobus inferocito ringhiava sul suo collo; era caduto innumerevoli volte, e tutto ciò che ne aveva ottenuto, era l’irrisione dei passanti, ma nessuna mano in soccorso, ma in fondo questo l’aveva salvato da ulteriori scherzi, perché a quella reazione popolare, anche il diavoletto rimase abbastanza schifato, e studiò nuove provocazioni senza più compiere alcunché. Comunque suonò al campanello, e rimase in attesa: sembrava che non ci fosse nessuno alla porta. Risuonò, ma ancora niente. Sconsolato si voltò, e dietro, il suo custode a braccia conserte ghignava: - Viaggio inutile, eh? - Che ti ridi? - Io? Niente! Chi ride? Fecero per andare via, quando lo sgommare di ruote sull’asfalto li colse immobili. Un omone spostò via dal dalla traiettoria dell’auto Juan, e finì sotto la macchina che scappava a folle velocità. L’auto si scontrò con il muro d’un appartamento, proprio accanto alla scuola, e in un fragoroso

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boato, esplose. Tutto divenne cenere, e il fumo s’alzò fra le finestre, mentre inermi i passanti rimanevano attoniti. L’omone che aveva salvato il giornalista morì sul colpo, mentre l’edificio stracolmo prendeva a fuoco, e in tanti non facevano in tempo a salvarsi sotto i crolli del soffitto: - Sei stato tu? È colpa tua? Il primo pensiero, il primo colpevole che Juan poté immaginare era il suo accompagnatore, ma sbagliava: - No, non sono stato io! Non ne sapevo niente! Ma perché nessuno fa niente? Nessuno accorreva, nessuno aiutava i feriti; tutti rimanevano allibiti ad osservare, e a pensare alla propria incolumità: - Ma cosa fate? Correte ad aiutarli! Incredibilmente fu quel diavolo ad urlare quella frase, ma nessuno poté sentirlo; solo dopo un po’ arrivarono i primi soccorsi, le prime ambulanze giunsero sul luogo. Fu una lunga giornata, anche per Juan, che rimase tutto il tempo lì. Davanti al liceo, a vedere, osservare come si evolveva la situazione, a tentare di capire cos’era accaduto. Qualcuno parlava d’un attentato, qualcun altro d’un incidente, ma poco cambiava in quel momento: c’erano dei morti, c’era qualcuno che li aveva causati con la sua follia, qualunque ne sia stata la causa, e c’erano le colpe di chi non aveva fatto niente. Questo era quello che c’era, questo quello che Juan e il suo custode avevano potuto osservare. Quando tornò a casa, Juan poté assistere alla solita comica della politica locale. Tutti si scambiavano accuse, appurato che si trattava d’un attentato, tutti esprimevano le solite frasi retoriche di cordoglio; chi parlava di patria unita come un’unica famiglia attorno ai suoi figli, ma erano parole: dietro si guardava solo al valore politico di quell’azione terrorista, e già si dimenticavano i nomi dei caduti di cui si giurava lunga memoria. Se c’erano eroi, bisognava celebrarli e cancellarli in fretta, pena, la memoria. In tutto ciò, la cosa che più lasciava attonito il mio protagonista era il comportamento del suo diavolo custode; questi lo guardava, e spesso chiedeva senza ottenere risposta: - Perché voi uomini siete così? - Così come? - Vili e malvagi fino al midollo. Noi che dovremmo tentarvi dobbiamo solo temervi; e quando trovate qualcuno che vale davvero, che ha un briciolo d’umanità, lo usate e gettate via, proprio come ora.

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- Non so, lo siamo sempre stati, credo. Dovresti dirmelo tu, tu ne sai molto più di me. - Dovrei sapermi dare una risposta, dovrei essere felice per quanto successo, ma oggi non lo sono. Sono solo schifato, e se vorrà chi deve, starò ancora poco qua giù. - Te lo auguro. Juan andò a letto, ma riuscì a dormire molto poco: la maggior parte del tempo aveva incubi, o gli occhi non gli si volevano chiudere. Rivedeva le scene di quella giornata, e rimaneva agghiacciato, tanto quanto il suo custode, quel povero diavolo che nell’altra stanza rimaneva lì, fermo, immobile tanto quanto visibile, e dubbioso. Quasi intenerito, alla fine Juan tornò da lui: - Problemi? - Dubbi, più che altro – allora il diavolo dalle corna meno visibili del solito chiese – cosa ne pensi? Pensavo che fossimo noi a tentarvi, eppure oggi ne sono sicuro, noi per quello che è successo non c’entriamo. È tutta opera vostra. - Speravo non fosse così, ma se sei tu a dirmelo, dovrei crederti, anche se non so quanto ci si possa fidare della tua genia. - Non molto, è vero. L’alba apparve fra le tende, risvegliando le piaghe fra le mura, sopite nei silenzi di quella strana notte: - Comunque il mio tempo qui con te è già finito, ringraziando il cielo. Non avrei mai pensato di dover dire questa frase. - Allora ci si rivede. - Non te lo auguro: vorrebbe dire che sei finito lì sotto con me. - Ma sei sicuro d’essere un diavolo? Non si vedono più né corna né coda. - Cosa? Ma il custode non arrivò a finire la discussione; in una bianca nube scomparve, e mai più tornò agli occhi del mio protagonista. Juan si lavò, fece colazione, e poi tornò sul luogo del misfatto: trovò macerie e desolazione, e un mazzo di pallidi fiori riposti a ricordo di morti che, forse, alla fine erano serviti a qualcosa.

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Volta faccia

- Signor Ted, Hearth, come si sente? Domani sarà la sua ultima serata fra di noi, vero? - E’ strano, davvero strano. Mi mancheranno molte cose di questo posto…per quindici anni è stata la mia casa, e anch’io l’ho resa grande… Juan era fresco di laurea: subito aveva mandato il suo curriculum, appena aveva letto che si cercavano booker per la più importante federazione di wrestling del globo. Forte di qualche racconto pubblicato e della sua attività di collaboratore per qualche giornale, fu preso in prova. Non era retribuito in maniera gratificante, ma il lavoro gli piaceva. Certo, non veniva consultato per le decisioni più importanti, così ad esempio, non sapeva l’esito dell’incontro di quella sera: - Ma scusi, lei non è ancora campione? Perderà questa sera? - Qui, a casa mia? Nella mia città. No, non di certo. Domani, domani cederò il titolo, ho ottenuto questa promessa da Win Owner. - Senta, mi dica la verità. È vero quel che si dice, che andrà a combattere da qualche altra parte prima di perdere il titolo? - No, mai! Non farei mai una vigliaccata del genere. Bussando alla porta dello spogliatoio, entrò nella stanza uno dei dirigenti: - Ted, sta iniziando l’incontro prima del tuo. Accendi il monitor e seguilo, così saprai quando entrare. Quella sera Ted combatteva contro il suo rivale storico, Late Love; l’incontro si sarebbe ripetuto anche il giorno successivo, l’ultima serata di Hearth. Intanto era salito sul ring un peso leggero, astro nascente della federazione: IAN combatteva il suo primo incontro importante, per il titolo Cruiser. Il suo avversario era Oil Hard, un sopravvalutatissimo lottatore. Il presentatore lanciò l’incontro, e questo cominciò subito a grande velocità,

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con scambi di colpi tipici da pesi leggeri. Poi Oil Hard immobilizzò in una presa IAN, ma questi si divincolò facilmente. Intanto negli spogliatoi Ted Hearth si preparava, indossava il suo famoso costume nero e rosa. Nello spogliatoio fece capolino anche Late Love, e i due iniziarono a preparare l’incontro, sotto l’occhio attento di Juan che aveva tanto da imparare da quei due grandi professionisti. Late love era l’opposto di Ted: tanto era timido Ted, tanto spavaldo Late Love, il primo scuro di carnagione e dai lunghi capelli neri, ricci, l’altro chiaro, dai capelli lisci e biondi. Non si amavano, e si rispettavano poco: ma erano gli uomini di punta, i più amati, i veri campioni. Improvvisamente, accompagnato dal cognato di Ted, Dave, ritornò il dirigente di prima; Dave aveva lo sguardo dubbioso: - Sentite, perché non fate anche questo, per rendere più elettrizzante l’incontro? Sarebbe grandioso se ad un certo punto Late usasse il colpo finale di Ted, la Sharpshooter, la presa del cecchino, e lui la ribaltasse e vincesse, no? I due lottatori si guardarono in faccia, poi acconsentirono: - Va bene, chiuderemo così. Non appena però il dirigente fu lontano, Dave s’avvicinò a Hearth: - Ted, non ti fidare; questa cosa mi puzza di bruciato. - Non temere! Non siamo negli anni trenta; vedrai, andrà tutto bene. Intanto l’incontro di IAN volgeva al termine. Oil Hard era a tappeto, mentre il giovane lottatore gli balzava addosso con una capriola dal paletto, eseguendo la sua Suicide. Il pubblico chiamava la mossa, e subito IAN lo accontentò; urlando il suo sfottò chiuse l’avversario nella presa tipica, la Mule Streetch. L’arbitrò fermò la mossa, mentre Oil Hard toccava il paletto con una mano: comunque il biondine era stremato, in ginocchio vicino alle corde. Tutta la folla cominciò ad urlare un solo coro: - 095! 095! I tre numeri risuonarono per l’arena, e con essi i passi della rincorsa di IAN. Poggiando sulla schiena dell’avversario, il ragazzetto esile dai capelli castani spinse Oil a poggiare sulla corda più bassa: intanto con un balzo faceva perno su quella più alta, roteando su di essa, finendo per rivoltarsi e colpire con i talloni il viso dell’avversario. Questi volò, per rialzarsi stordito, mentre IAN gli balzava addosso con una Italian Coast Pop, la sua mossa finale, che gli valse il conteggio da tre. L’incontro era finito, e nel putiferio, IAN era il nuovo campione dei pesi leggeri.

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Era il turno di Ted, così questi si mosse ed uscì dallo spogliatoio, assieme a Late Love. Quest’ultimo, dirigendosi verso il ring, scambiò uno sguardo emblematico con i dirigenti, e nulla più. Nel corridoio Ted Hearth incontrò IAN che tornava dal ring, ancora nei suoi pantaloncini lunghi e con la sua maglietta da calcio numerata e con il suo nome; gli fece i complimenti, augurandogli un futuro radioso: fu come uno scambio di testimone. Risuonò la musica di Late Love, e il biondine entrò eseguendo al solito i suoi ballettini idioti, da omino sexy. Poi rintoccarono le note rock della canzone di Ted, e il pubblico andò in visibilio. Stringendo le mani a quanti più poté, Hearth arrivò al ring, e salì. L’arbitrò sancì l’incontro per il titolo, e così ebbero principio le ostilità. Win Owner, a bordo ring, seduto, assisteva al tutto, teso. I lottatori partirono da prese basiche, come da scuola di lotta: il tutto procedeva secondo perfetta psicologia, con prese alle gambe, da parte di Ted, e colpi per fiaccare quella parte del corpo di Late Love, e risposte rapide, fulminee, dell’avversario. Al tutto assisteva anche Juan, come tutti, dagli spogliatoi. Era un gran spettacolo: i due non si incontravano ormai da anni; c’erano stati dissapori in passato, calunnie, ma tutto sembrava essere stato cancellato, anche se per Ted era stato difficile passare sopra le accuse di adulterio che Late Love gli aveva fatto in pubblico. Ora si incontravano, e l’incontro si sarebbe ripetuto il giorno dopo: ma quel giorno, di fronte alla platea di Hearth, nella sua città, nella sua casa, quella doveva essere la celebrazione d’un campione davanti alla sua gente. Doveva, ma così non fu. Si superarono i quindici minuti di lotta, lo scontro volgeva ormai al termine, rimasto sostanzialmente in equilibrio per tutta la sua durata. Lanciato contro le corde, nel rimbalzo Ted aveva evitato Late Love, finendo però addosso all’arbitro: si arrivava alla sequenza programmata, proposta dal dirigente negli spogliatoi. Mentre Hearth si rassicurava sulle condizioni dell’arbitro, Late love si preparò per il suo colpo: la Mandibole Music andò a segno, proprio mentre l’avversario si girava. Il calcio in pieno viso aveva steso il campione nella sua casa, e ora Late Love s’accingeva al massimo sfregio: chiudere Ted Hearth nella sua famosissima presa. Mentre iniziava la manovra, sbagliando malamente per l’inesperienza, un boato lo ricorreva per l’arena: ma alla fine ce la fece. Chiuso nel suo stesso colpo finale, la Sharpshooter, Ted stava per risollevarsi, mandando in visibilio il pubblico, per vincere; ma non ne ebbe il tempo, un urlo da bordo ring fece risollevare l’arbitro fino ad allora incosciente:

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- Chiudi l’incontro, ora! Nulla di già programmato, o che Ted conoscesse prima, accadde allora; l’arbitro decreto la fine dello scontro, per lui Hearth aveva ceduto per il dolore. Tutti lì sapevano che non era così, ma comunque il gong suonò, e Late Love fu il nuovo campione. Da magistrale attore, il nuovo titolato finse stupore anch’egli, mentre alcuni dirigenti lo riaccompagnavano di corsa negli spogliatoi; dopo lo sbigottimento iniziale, Ted, con tutta la dignità possibile, si risollevò, e affacciandosi dalle corde, fissò Win Owner; gli disse qualcosa che nessuno sentì, e poi gli sputò, centrandogli il viso. Owner se ne andò, mentre Ted rimaneva sul ring, girando sconcertato; a lui accorsero gli amici, Dave, il fratello Orwen, tutti spiegarono al pubblico quanto accaduto, e poi affranti, se ne andarono. Intanto negli spogliatoi regnava il caos: Win s’era chiuso nel suo ufficio, a chiave, e non voleva uscire; alla sua porta bussava fortemente Deadman, ordinandogli d’uscire, o sarebbero entrati a forza. Intanto Ted, Dave e Orwen s’erano recati negli spogliatoi, chiedendo spiegazioni a Late Love, e questi mentendo vergognosamente, finse di saperne quanto loro, e che per dargli un segno, l’indomani sarebbe salito sul ring senza cintura. Intanto Win Owner aveva trovato il coraggio d’uscire dal suo ufficio: accompagnato da Deadman e dal figlio, era venuto a parlare a Ted, esordendo con parole di scusa: - Scusa Ted, scusami davvero. Ma non potevo rischiare che tu te ne andassi, con la cintura di campione, alla concorrenza. - Stupidaggini, Win, sai che non l’avrei fatto! - E cosa me lo avrebbe dovuto accertare? - Sono quindici anni che lavoro qui, e non ho mai mancato uno spettacolo, mai disobbedito! E tu mi ripaghi così? Sotto gli occhi di Juan, Ted Hearth saltò addosso a Win, prendendolo a pugni; il figlio di questi si aggrappò alla schiena di Hearth, per toglierlo da sopra il padre, ma su di lui balzò Dave, ricadendo malamente e infortunandosi ad un ginocchio. Scoppiò il putiferio, e a stento i contendenti vennero sparati: tutti si allontanarono ripromettendosi che le cose non sarebbero finite così, e quella lunga notte si concluse con la famiglia di Hearth che si allontanava sconfitta e abbattuta nell’orgoglio dall’arena. Venne il giorno successivo, quando Hearth avrebbe davvero dovuto salutare il suo pubblico: Juan era lì, fra gli addetti, nei corridoi, che lo attendeva. Ma il campione non venne, non si presentò, e con lui in molti;

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ma di certo Late Love era lì. Salì sul ring, con la cintura, insultando tutta la famiglia Hearth, celebrandosi come l’unico vero campione; il pubblico, sicuro ormai di non vedere più Ted calcare quel ring, prese ad urlare: - Vogliamo Ted, vogliamo Ted! Late Love dovette allontanarsi fra gli insulti. Quella sera l’incontro principale fu di IAN, e lo concluse in modo diverso dal solito: messo a terra l’avversario con la sua 095, non balzò dalle corde, non si agitò come al solito; fatto un cenno al pubblico, prese le gambe dell’avversario, eseguendo la Sharpshooter, la mossa di quello che considerava il suo maestro. Il pubblico fu con lui, mentre dedicava la vittoria al suo mito, lanciando la sua sfida a Late Love: più tardi ricevette una chiamata di Ted, che lo ringraziava per il gesto. Così si concluse la storia di Ted Hearth, lì, su quei ring, fra quelle arene. Juan si allontanò schifato da quell’ambiente patinato d’oro, all’interno di carbone già consunto: ma seguì ancora quell’uomo che aveva imparato a rispettare; lo vide vincere qualche altro titolo, soffrire per la morte del fratello, sul ring, dopo una violenta caduta; lo vide accusato dal cognato Dave d’averlo abbandonato alla squallida decadenza della sua carriera; lo vide ritirarsi, sconfitto non dalla vecchiaia, ma un colpo maldestro d’un nuovo sopravvalutato campione, che gli costò il venti per cento delle capacità cerebrali. Ma Ted Hearth rimase nel cuore di tutti, rimase nella leggenda; e anche se questo non è il suo vero nome, la sua storia rimarrà sempre fra le pagine indelebili della memoria, almeno di quella di Juan Sebastian Anlachi.

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Ma ora una pagina di silenzio, una pagina vuota in questa storia. Perché questo è il giorno del muto cordoglio per il mio paese, oggi si commemorano i nostri caduti d’Iraq. Forse sarà retorica, forse solo parole buttate via, al vento della dimenticanza. Ma se esisterà anche solo un lettore di questa storia, che ricordi questo giorno, che ricordi il lutto d’un’intera nazione, comunità che non viveva una tale mesta commemorazione da tanto, per fortuna. E che ora questa pagina vada via, nel muto e composto silenzio del ricordo.

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XX Guerra

- Sono lì dietro, Omega? - Sì, e hanno preso Caino e Miraggio. - Chi? La domanda di Arché gli costò la figura dell’idiota. Chissà perché avevano deciso di portarlo con loro, un emerito sconosciuto, praticamente una palla al piede: - Scusate – fu l’unica cosa che riuscì poi a dire a bassa voce. Speravano che il resto degli Iloti arrivasse al più presto. Dietro l’angolo un nugolo di Figli della Notte, assieme al loro capo, Ladro d’Anime, e ai suoi sguatteri, e con loro, prigionieri, Caino e Miraggio: - Speriamo che gli altri arrivino presto. - Siete in tanti? Fatemi guardare. Senza che arrivassero a fermarlo, Arché affacciò il viso, scorgendo i suoi ex compagni di lotta, e l’uomo misterioso che aveva combattuto con lui, la sua ultima sera all’arena. Allora, con fare stranamente calmo, strano anche per se stesso, l’uomo esclamò: - Li conosco tutti, ci ho già lottato. So come batterli. - Ah davvero? E chi saresti tu? Primo Eroe? - Esatto. Alpha e Omega si guardarono sconcertati: - Tu saresti quello di cui si è parlato tanto? Quello che ha stupito persino Caino? - Non sapevo di queste reazioni…comunque, sì, sono io. - Pazzesco! Questo essere inutile è Primo Eroe! La reazione di Omega fu scomposta: - Grazie per l’inutile, e se devi chiamarmi, chiamami Arché. Ma cerca di non chiamarmi. - Va bene, non è il momento per scaldarvi. Cosa facciamo? Aspettiamo gli altri? Davvero sapresti batterli?

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- Sì, credo. - E perché dovremmo crederti? - Sarò stupido, ma non mi sembra che abbiate molte alternative: o credete in me, o aspettate che qualcuno venga ad aiutarvi, e magari nel frattempo i vostri amici scopriranno oltre la vita un posto migliore. Allora, che si fa? I due fratelli si guardarono negli occhi, e poi scrutarono Arché; parve loro sincero, e in quel frangente non videro molte alternative: - Va bene, dicci che fare. Alla risposta di Alpha, nuove prospettive s’aprirono ad Arché, e nuove responsabilità. Sapeva di dover decidere per altri, e la cosa un po’ lo turbava. Comunque ora mai s’era buttato nel gioco, e tanto valeva giocare: - Voi cercate delle scale, dovrebbero essercene, e piombate su di loro dall’alto. Io andrò da qui e li terrò a bada. - Tutto qui? - E che ti aspettavi, un piano di guerra con carri armati e laser? Omega avrebbe volentieri picchiato quello sconosciuto, ma la sorella lo trattenne. Tenendo la mano del fratello, la donna concluse: - Va bene, faremo come dici. Così dicendo i due s’allontanarono, lasciando solo l’ex lottatore. Ora, prima d’entrare in azione, c’era una cosa da fare: - Er, vieni fuori! Aveva perso le tracce del ragazzo da qualche minuto, e ora aveva urgente bisogno di lui: - Beh, cos’è uno scherzo? Non è divertente! Ma Er non comparve, mentre il tempo correva; doveva fare in fretta, andare all’attacco prima che quei due si calassero dall’alto sui Figli della Notte. Facendosi coraggio, partì così com’era, senza il suo solito compagno. Fu subito a vista dei suoi nemici, così, con un braccio alzato, salutò come se niente fosse: - Salve, come va? Quanto tempo! Molti rimasero increduli nel vederlo, altri semplicemente non avevano la più pallida idea di chi lui fosse. A tutto il mormorio pose fine Ladro d’Anime: - Primo Eroe, cosa vuoi? Vieni a sfidarmi? Noi non abbiamo ancora concluso le nostre faccende. - Lo so, Ladro d’Anime; se no non sarei qui.

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Il leader dei Figli della Notte sollevò un sopracciglio in segno di rispetto,e stirò un sorriso sul viso; poi, voltandosi, ordinò: - Fate fuori questo pagliaccio. Un orda di Figli della notte fu su di lui, e, cosa peggiore, Er non venne a salvarlo. Così dovette fare quel che poteva, combattere secondo quanto gli era stato insegnato. Si difese bene, schivando e incassando quanto poteva; ma ancora i pezzi grossi dovevano attaccarlo, così come ancora dovevano arrivare gli aiuti. Davvero non capiva perché Er non sbucasse dal nulla, ma in fin dei conti, non poteva farci niente e doveva arrangiarsi. Corse verso una scaletta, e con notevole agilità balzò da essa verso i discepoli di Ladro d’Anime, schiacciandone un paio col suo peso moltiplicato dallo slancio; altri ne colpì con dei calci volanti e ginocchiate in corsa, e qualcuno con un paio di prese bene assestate, con cui tramortiva l’avversario sbattendogli la testa per terra. Incredibilmente si ritrovò da solo, senza avversari, tutti sconfitti: allora aveva davvero del talento come lottatore! Ma i pezzi grossi dovevano ancora arrivare, e la cosa accadde, puntualmente, mentre intanto alcuni dei Figli della Notte che aveva steso si rialzavano. Fratello di morte, Serpente, Demone, gli Angeli caduti vennero verso di lui; in viso ghignavano, soddisfatti. Senza Er non poteva farcela, ed infatti cominciò a prenderle da quei cinque senza che neanche si applicassero particolarmente: A turno qualcuno lo teneva, e gli altri lo tempestavano di pugni e calci. Il massacro continuò per poco, finché annoiato, Ladro d’Anime non s’avvicinò: - E allora? Ti trovo peggiorato… - Va al diavolo. - Già fatto… - Il peggio per te deve ancora venire! Dietro il capo dei Figli della Notte, Arché aveva visto sbucare Alpha e Omega, che silenziosi avevano liberato Miraggio e Caino. Ora le sorti della lotta sembravano un po’ riequilibrarsi. Ladro d’Anime s’accorse della cosa: - Primo Eroe, davvero pensi che mi dovrei preoccupare di questi? Ma dai! Questi ragazzini li faccio fuori in un attimo! - Giuda, non ti esaltare! Ti farò saltare la testa! Caino in un balzo si lanciò contro il suo acerrimo nemico; avvinghiatisi assieme, rotolarono per terra. Subito scoppiò il caos, e tutti furono contro tutti, senza guida né strategia. Alpha e Omega fronteggiavano gli Angeli caduti, Fratello di morte corse ad aiutare Ladro d’Anime, mentre Serpente

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tentava di fermare Miraggio. Arché si ritrovò a lottare, dopo essersi rialzato, contro Demone: - Stai giù, o farai una brutta fine. - Mi piacciono le sfide, Demone. La maschera bianca di Demone si tinse presto di rosso, come la sua lunga veste nera. Arché perdeva molto sangue, dalla fronte e dalle braccia, ma quel che si poteva osservare, non aveva ferite gravi: - Allora, di che morte vuoi morire, Primo Eroe? - Scegli tu, non mi interessano particolarmente queste storielle - Sicuro? Potrei torcerti le gambe fino a farti morire dal dolore, fra le lacrime e le urla, oppure posso fracassarti il cervello, spargendo per strada il contenuto della tua testolina. Sicuro di non voler scegliere? - Facciamo così, Demone: sceglierò quando e se mi avrai vinto; ma la cosa non capiterà. Nel frattempo gli altri combattimenti proseguivano. Da solo, Caino non poteva tenere testa ai suoi due avversari, per di più così potenti, né Miraggio riusciva a portargli soccorso; del resto, che aiuto avrebbe potuto dargli? Neanche Alpha e Omega riuscivano a trovare la vittoria contro quegli indemoniati degli Angeli caduti: correndo e saltando da ogni lato, li tenevano fermi, costretti sulla difensiva. Sarebbe occorsa una prova di forza, di strapotere, come quella che Er aveva dato con Sole Nascente; ma il ragazzino non sbucava, e da solo Arché valeva comunque meno di tutti. Ma per volontà del cielo le cose presero a cambiare; timidamente, Er apparve dal nulla, accanto ad Arché: - Serve una mano? - Direi di sì. - Bene Il ragazzino fissò per un attimo Demone, poi allungò un braccio, senza sfiorare l’alleato di Ladro d’Anime: questi volò per il vicolo, fermandosi solo contro un muro. Tramortito, rimase per qualche istante sorpreso, mentre anche gli altri scontri si arrestavano. Tutti si bloccarono, fissando increduli quell’adolescente spuntato dal nulla, dotato di simili poteri. Alla sua vista, anche ladro d’Anime e Caino si fermarono, mentre il capo dei Figli della Notte, esclamava: - Finalmente è arrivato, e la sua potenza è cresciuta ancora…deve essere mio…prendetelo! Demone si sollevò da terra e corse assatanato verso Er, e con lui partì anche Fratello di morte. Assieme si lanciarono sul ragazzino,

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disinteressandosi completamente d’Arché, che ormai aveva perso d’interesse: - Prendetelo, deve essere mio! Il resto ora non conta! Anche tutti i Figli della Notte che erano rimasti ai lati, temendo le capacità di quanti lottavano, seguirono l’ordine, cosicché un nugolo di corpi si scaraventò sulla vittima designata, o presunta tale. Dei raggi luminosi, e l’urlo bestiale di Chimera, interruppero quella caccia.

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XXI Ordini e scelte

La carica di Titano e del resto degli Iloti arrivò come manna dal cielo. Certo, c’era anche Er ora, ma i nemici erano troppi, così tanti che Arché temeva che neanche il suo potentissimo alleato avrebbe potuto farcela da solo. Ovviamente era solo una supposizione, ma aveva buone ragione per tenere fede ad essa: fra i nemici, alcuni erano molto potenti, avevano fermato abbastanza facilmente i suoi alleati improvvisati, e su tutti Ladro d’Anime, che voleva pure portargli via ogni capacità, con l’anima stessa. Erano buone ragioni per rallegrarsi all’arrivo d’un aiuto, dopo tutto. Chimera balzava fra i Figli della Notte, assatanata quanto se non più di loro, mentre su tutti, Titano volava dispensando raggi. Caino s’era avvicinato ad Er, e ora stava in guardia, attendendo: osservava lo svolgersi degli avvenimenti, aspettando per prendere una decisione, mentre Miraggio s’accostava al resto degli Iloti in posizione da battaglia. Da quel poco che ne poteva capire lui di battaglie, si era arrivati a d un punto di svolta: la cavalleria aveva suonata la carica, erano arrivati i rinforzi, si passava al contrattacco. La cosa era stata chiara non solo a lui, ma un po’ a tutti. Ora erano i Figli della Notte a temere, ad arretrare. Caino colse al balzo l’occasione. - E ora, Ladro d’Anime? Che farai? - Tu cosa credi che farò? - Se ti conosco come credo, tenterai di scappare a gambe levate. - Credi di sapere tutto, stupido idiota; non ti rendi conto d’avere già perso le tue battaglie. - Già già, solo parole. - Vieni avanti, Caino; facciamola finita noi due. O hai paura? - Impara due cose, Giuda: primo, io non ho mai paura; secondo, io non perdo mai. Caino si lanciò, facendo volare davanti a sé un coltello; Ladro d’Anime lo evitò facilmente, e poi impattò contro l’avversario, mentre tutti

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rimanevano ad osservare immobili quella lotta per la supremazia fra le strade di Nea Alessandria. I due s’accapigliarono, rotolando sull’asfalto: Titano intanto s’era avvicinato ad Er, mentre la Pizia, facendo la sua comparsa, s’accostava ad Arché, squadrandolo dalla testa ai piedi. Tutto si svolgeva in un’atmosfera surreale, di incredibile silenzio; s’udivano solo i sibili delle armi, e lo sbattere dei corpi sul duro cemento delle vie: tutti erano in tensione, ma nessuno osava muoversi, contravvenire alle leggi non scritte di quel duello; poi improvvisamente, le sirene distrassero tutti. Ladro d’Anime volse un attimo lo sguardo alla strada, e Caino lo trafisse; fratello di Morte gli fu sopra, e sollevandolo lo lanciò lontano, mentre il rumore dei passi dei Guardiani si faceva più vicino. Era una grande operazione, si sentiva l’avvicinarsi d’un folto numero di persone: Fratello di Morte e gli altri Figli della Notte si caricarono addosso il loro leader, che perdendo sangue giurava vendetta, mentre, per tutt’altra direzione, gli Iloti e Arché scappavano via. Er era scomparso, di nuovo. Al loro arrivo, i Guardiani poterono trovare solo tracce di sangue. In una stanzetta, dentro un tugurio buio, Arché, senza Er, stava al cospetto di Titano e Pizia. La donna lo fissava, immobile, mentre l’ex custode leggeva ad alta voce: - Alfine eccomi in pace – che pace? Stanchezza, sopore di sepoltura. Ho vagato per queste montagne. Non v’è albero, non tugurio, non erba. Tutto è bronchi, aspri e lividi macigni; e qua e là molte croci che segnano il sito de’viandanti assassinati – La giù è Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi. - Cosa legge – chiese Arché alla Pizia, senza avere risposta, stupito poi di qualcuno che usasse ancora i libri. Senza farci caso, Titano continuò. - Mi sono fermato su quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte su le cervici dell’Alpi altre Alpi di neve. - Scusate… - La Natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi. Titano fece una pausa, e scrutò Pizia; ancora quella non si muoveva, così lui riprese:

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- Se ti troverai davanti ad un bosco folto di alberi secolari, di altezza insolita, dove la densità dei rami, che si coprono l’un l’altro, impedisce la vista del cielo, l’altezza di quella selva, la solitudine del luogo e lo stupore che desta un’ombra tanto densa e ininterrotta in uno spazio aperto, ti persuaderà che lì c’è un dio. Finite quelle parole, finalmente la Pizia parlò: - E’ lui, ne sono sicura. Non c’è alcun dubbio! - Lui chi? La domanda di Arché, per l’ennesima volta, era scontata, stupida, se si vuole; ma questa volta ottenne risposta: - Tu sei Apeiron. - Chi? - Colui che abbatterà la Repubblica. È stato predetto, non c’è alternativa alle mie visioni. Arché rimase a bocca aperta: - Vi sbagliate di sicuro…io non so far niente! - Dici? E quel ragazzino? - Oh, ma io non lo controllo per nulla, l’avete visto anche voi. - Col tempo imparerai, basterà poco. - No, voi non capite! Er appare quando vuole, e ormai, agisce senza controllo. Titano allora irruppe nella discussione, avvicinandosi ad Arché. Indicandolo con le dita di una mano, buttò giù una verità che in quel momento tutti pensavano, ma nessuno aveva il coraggio di proferire: - Il ragazzino agisce senza controllo perché tu vorresti agire senza controllo. Quel ragazzino sei tu, o ciò che parte di te vorrebbe essere. - Come fai a saperlo? Tu non mi conosci! - Perché chiunque di noi vorrebbe essere quel ragazzino senza controllo. Se no non saremmo qui. - Io non so se voglio essere davvero qui, con voi. Non so se mi interessa ciò che fate. - Davvero? Quindi tu preferisci questa Repubblica? - Quali sarebbero le alternative? Quali soluzioni altre avete, voi? - Cioè? - Volete una distruzione fine a se stessa? E poi? L’anarchia? E sarebbe davvero meglio? Titano si voltò ridendo, mentre il suo interlocutore rimaneva fermo, lo sguardo impietrito, e la Pizia taceva:

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- Cosa devo sentire! Un uomo, senza nome, che si fa chiamare con un’antica parola che solo in pochi conoscono, che difende la Repubblica…follia! - E io sto qui ad osservare uno dei padri della Repubblica, dato per morto, che mi vuole incitare a distruggere la sua creatura…follia! - Il mondo è follia, mio caro; e nella follia i folli danzano. Ora sta a te: accettare o no di danzare; del resto avrai notato, ormai, che sei nel pieno del ballo, non al suo inizio. - L’ho notato, e come se l’ho notato. - Bene. La porta dell’ufficio s’aprì silenziosamente; Catone attendeva il suo ospite seduto sulla comoda poltroncina: - Saggio Catone… - Censore, accomodati. Censore, spaesato in quel lusso misurato che sapeva di cultura, si sedette goffamente sulla scrivania: - C’è una sedia, Censore… - Oh, scusi! - Niente, niente. - Allora, perché mi ha convocato? Catone arrotolava un foglietto di carta, portandolo poi verso le labbra; ci soffiò all’interno, attestando che l’aria passava da un lato all’altro: - Sei troppo prevedibile, a volte, troppo irruente; se ti moderassi… - Non sarei Censore, no? Solo uno dei vostri tanti Guardiani. - Già, e chissà che non sarebbe meglio. Il commento di Catone fu seguito da un’espressione disgustata: - Cosa? - Niente. L’aliante e le armi? - Fuori; non mi hanno lasciato portarle dentro. - Ovvio. Recuperale subito dopo la nostra discussione. Hai una missione urgente, da svolgere quanto prima. - Dica, sono tutto orecchie. - C’è una bimba, che qualcun altro s’è rifiutato di far sparire… - Una bimba? - Sì. Voglio che tu le faccia ciò che sai fare meglio. Censore si distese sulla sedia, ghignando: - Perché io? Non basta uno qualunque.

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- Evidentemente no: la bimba ha degli amici, e delle capacità. Fa fuori i primi e annulla le seconde. - Mi scusi, ma cosa ci guadagno? Catone divenne rosso in viso dalla rabbia; i capelli si tinsero d’un’aura gialla, alzandosi lievemente, mentre il corpo era tutto un fremito. Censore si sentì penetrare nella mente: - Stupido! Chiunque in città sa che sei estremamente violento, un folle! Non ci vorrebbe niente a farti inquisire ed eliminare! Hai ancora voglia di contrattare con me? - Nnn…no, no – Censore balbettò, reggendosi la testa con le mani. Le facoltà mentali di Catone, come quelle di qualsiasi Saggio, avevano reso più breve la discussione con quel debole soggetto, per il resto del tutto adatto alla missione. Ora, placandosi, il Saggio tornava del suo colorito normale: - Bene, allora farai quanto ti è stato ordinato, giusto? - Sì, lo farò sicuramente. Censore, ancora stordito, si alzò dalla sedia, e fece per allontanarsi: - La ragazzina, dove la trovo? - Ho già immesso nella tua memoria tutti i dati; fra qualche ora ricorderai e saprai tutto quel che devi sapere. - Bene, allora andrò a riposare per qualche tempo; ho un gran mal di testa. - Fa quel che credi, ma ricorda; questa discussione fra di noi non è mai avvenuta; è chiaro, vero? - Si, tutto chiaro. - Molto bene. Allora Censore uscì dalla stanza, mentre Catone rimaneva seduto, incurante. Richiusasi la porta dell’ufficio, il Saggio tenne il suo posto sulla poltrona per qualche minuto: poi, stancatosi, uscì lui stesso dalla sua stanza personale, riunendosi con gli altri suoi pari.

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XXII L’inganno

La ricerca tramite Esiodo era stata estenuante, ma aveva portato i suoi frutti: il computer sembrava, in un modo o in altro, confermare le tesi di Sole Nascente sui complotti a Bisanzio. Per la Guardiana non c’erano dubbi, il mandante, la mente dietro a tutto era l’uomo che aveva nome Abraniman, uno dei potenti della città. Non comprendeva perché quell’uomo agisse in quel modo, perché avesse attaccato Nea Alessandria; oltre alle motivazioni di gretto patriottismo, campanilismo cittadino, non riusciva a vedere (e questo era un suo profondo limite, non riuscire a pensare che per qualcuno, quella Repubblica poteva non essere perfetta). Comunque era sicura, e non voleva lasciare che le cose rimanessero in quella situazione: - Vado a Bisanzio, Esiodo. - Ne sei sicura, Sole Nascente? - S’, ho una cosa da finire. - Immagino di sì. Sii prudente. - Lo farò senz’altro. Partì da Nea Alessandria in un lampo, senza lasciar detto a nessuno dove andava: amava seguire le regole, ma a volte sapeva di dover fare di testa propria, nel bene o nel male. Viaggiò veloce, sul Mediterraneo: il mare era agitato, forti onde squassavano la corrente, e tempeste si incamminavano verso oriente, Ma la cosa non la riguardava, mentre il suo volo veloce si dirigeva a nord. Vide le coste dell’Asia che le si avvicinavano, con gli interminati spazi di quel continente che s’appropinquavano, muti osservatori delle sue gesta; vide il mare che schiumava sulle terre d’Europa, e la città più importante di quelle terre che le si affacciava innanzi, sonnolenta e accorta, amorfa nella nebbia.

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Avrebbe voluto essere altrove, occuparsi della sua città natale, e invece un folle la chiamava a quel lungo viaggio, alla lotta senza quartiere in terreni che non conosceva. Ma doveva farlo, pensava. - Mamma, che hai? - Mi sento male, cara. - Vuoi che ti prenda qualcosa, un po’ d’acqua? - No, va bene così, sta tranquilla. - Sicura? - Sì, cara, ora passa. La mamma di Gratia mentiva, e lo sapeva bene. Ma come poteva dire alla figlia che stava morendo? Quella bimba così docile, indifesa; non poteva farle quella violenza, distruggerla così nell’animo, non ne aveva il diritto. Ciò che più temeva era il fatto che la bimba sarebbe rimasta da sola, morta lei. Il padre non c’era mai, era sempre fuori, né poteva chiedere all’amante di occuparsi di lei. E con che diritto? In nome di chi o che cosa? Sapeva benissimo che quella non era una storia seria, era solo passione e nient’altro: non riguardava la bimba. Non c’erano altri parenti, erano soli. Solo Incubo la veniva a trovare regolarmente; vero, c’erano anche i Custodi: - Cara, rimani qui con me, fammi compagnia. - Sì, mamma, rimango qui. - Ggggggrrrrrrrrraaaaaaaaatttttttttiiiiiiiiiiiaaaaaaaaaa….. Incubo, dalla finestra, chiamava la bimba: - Aspetta un attimo, mamma. Correndo via, Gratia fece entrare l’amico: - Che c’è, Inc? - Ppppppppaaaaaaaauuuuuuuurrrrrrrraaaaaaaaaa… - Di cosa, Inc? - Gratia, vieni? La mamma ormai chiamava con un filo di voce: - Arrivo mamma! Allora, Inc? - Pppppppeeeeeeerrrrrrrrriiiiiicccccccccooooooolllllllloooooo… - Non c’è nessun pericolo, sta tranquillo. Vieni con me. Inc entrò in casa con la bimba; alla sua vista, la donna esclamò, amorevole: - Mi raccomando, Incubo, prenditi cura di lei, se puoi. - Ssssssììììììì…

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- Ascoltami; se non puoi proteggerla, chiedi aiuto a Prometeo, o chi per lui, te ne prego. - Lllllllloooooo fffffffaaaaaaarrrrrrrròòòòòò. L’enorme villa di Abraniman l’accolse, lucente nei riflessi della luce: appariscente come non mai nella città, a Bisanzio, l’abitazione sembrava quasi attenderla. Ed, in effetti, era così. Chissà da quanto avvistata, uomini di guardia la puntavano con fucili al laser ed altre armi, tutte dirette verso di lei. Sole Nascente non fece nulla per provocarli, sperava di riuscire ad ottenere quel che voleva senza violenza. Scese di quota, e senza neanche arrivare a presentarsi, fu attorniata e prelevata con la forza: - Venga con me, Guardiana. Fu tutto quello che le disse un omone, e poi, con un fucile puntato alla schiena, fu condotta dentro. Non si oppose, seguì gli ordini, e fu portata direttamente davanti ad Abraniman: - Salve, Sole Nascente. - Salve, saggio Abraniman. - Cosa vi porta qui? - Dovere. E voi cosa vi spinge a questi metodi? - Di recente sono stato minacciato, indi mi difendo. Allora, cosa volete? - Che ne dite di parlare un po’ - Va bene, prego, accomodatevi. Abraniman indicò una sedia, nel suo studio, e Sole Nascente si sedette, accavallando le gambe. In realtà c’era attrazione tra i due, ma non l’avrebbero mai ammesso: - Allora? - Cosa volevano dire quelle minacce che avete mandato a Nea Alessandria? - Non so di che parlate. - Lo sapete benissimo. Dietro la scrivania, Abraniman spinse un pulsante; un cannoncino sbucò alle spalle della Guardiana: - Credete che non abbia veri e fondati sospetti su di voi? - Può darsi, ma non ce n’é motivo. - Va bene, e allora seguitemi. Vi interrogheremo dove si conviene.

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- Spiacente, non posso, ho altri impegni. E anche voi, credo. - Cosa? Il cannoncino sparò, stordendo la Guardiana. Svenuta, s’accasciò per terra, mentre uomini entravano nella stanza, e legandola bene, la imprigionavano. Sdraiata sul letto, la donna respirava a fatica; la madre di Gratia spirava gli ultimi sospiri, e nel farlo teneva la figlia accanto a sé. Come l’ultimo sibilo di vento in una giornata piatta, il suo respiro s’avvolgeva, s’arrotolava a fatica in parole sconnesse, mentre allibita e improvvisamente attonita, la piccolina le rimaneva vicina, le stringeva la mano, a quella madre che pian piano spariva. Un suono acuto e continuo informò la bambina e la madre che qualcuno le chiamava al video telefono. Pigiando su di un tasto, proprio come le aveva insegnato la mamma, Gratia corse ad aprire il terminale; era il papà: - Ciao, tesoro, come state? - Papà, mamma sta male! Corri presto! - Tesoro, cosa dici? Non posso venire, lo sai! Sono qui a Babilonia. - Non mi interessa, devi venire al più presto. - Tesoro, passami mamma, fammi parlare con lei. - Non può venire, non riesce ad alzarsi. Vieni prima possibile; ora corro da lei. - Ma, Gratia… Ma l’uomo non concluse la frase, o non poté farlo; Gratia chiuse prima le comunicazioni. Era arrabbiata col padre, anche se immaginava che non aveva alcun diritto di esserlo; lui era via per lavoro, non per divertimento (almeno sapeva così), e non era colpa sua se la loro famiglia andava a rotoli, o almeno non solo colpa sua. La mamma, anche se non sapeva bene cosa volesse dire, aveva un altro; lei era una bambina quanto meno singolare, e il padre era un uomo troppo ingenuo; così tutto s’era rovinato da solo. La donna la chiamò a sé: - Mi raccomando, fa la brava: io vado. - No, mamma, non andare. Ma non rispose più. Chiuse gli occhi, e dormì. Intanto Gratia fissava la mamma, senza sapere, per la prima volta da tanto, che fare; aveva perso la spavalderia che aveva acquistato da un po’. Poi, l’illuminazione: giunse le mani sopra la madre e si concentrò; l’avrebbe

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guarita come aveva fatto con altri. Si sforzò, fece tutto quello che aveva fatto le altre volte: la mano di Gratia accarezzò il volto della mamma mentre il Guardiano la osservava per l’ennesima volta incuriosito, ancora senza capire. Gli occhi della bimba si fecero vitrei, immobili; la mano iniziò a tremare. A questo, però nulla seguì. Il male era incurabile anche per lei; la donna moriva, e non poteva farci niente. Intanto la madre della bimba s’era addormentata dell’ultimo sonno, senza riprendere più conoscenza; il suo respiro s’era affievolito, un sorriso disteso era apparso sul volto. Le profezie s’avveravano allora, ma poco contava in quel momento. Solo, all’ultimo respiro della donna, seguito dal colorito freddo e bianco dell’ultimo sonno, Gratia pianse, abbracciata forte ad Inc. Sul comodino della donna, un libro aperto su parole d’un poeta e filosofo antico, che, chissà perché, la madre le aveva lasciate aperte ad ultimo monito. Così in esse si leggeva: “Il più deciso effetto, e quasi la somma degli effetti che produce in un uomo di raro ed elevato spirito la cognizione e l’esperienza degli uomini, si è il renderlo indulgentissimo verso qualunque maggiore e più eccessiva debolezza, piccolezza, sciocchezza, ignoranza, stoltezza, malvagità, vizio e difetto altrui, naturale o acquisito…”

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XXIII Fuochi d’artificio

Arché aveva alla fine deciso d’unirsi agli Iloti, quindi non gli rimaneva che collaborare con loro (chissà poi perché, se non condivideva molte delle azioni di quello che riteneva semplicemente un gruppo di terroristi). Comunque, alla fine quella era stata la sua decisione, e a quel gruppo doveva uniformasi e con quelle persone doveva collaborare. Fra tutti, quelli che lo incuriosivano di più erano Caino, Miraggio e Titano. L’uomo dipinto in viso lo sentiva in parte simile a sé, forse perché l’aveva conosciuto per primo ed in circostanze che li avevano avvicinati. Caino era un guerriero formidabile, per le sue caratteristiche: probabilmente era il meno dotato del gruppo, ma forse il più carismatico, e i suoi coltelli erano delle armi letali, nelle sue mani. Miraggio invece era un ragazzetto, ai suoi occhi, cresciuto in fretta e non del tutto, per quanto poteva giudicarlo. La sua capacità innata di cacciarsi nei guai poteva essere un problema, ma dalla cosa ne guadagnava in simpatia (certo però non da parte di chi di volta in volta doveva salvarlo…). Comunque, i suoi poteri di velocista erano estremamente utili in molte circostanze, e per questo il ragazzo veniva alla fine curato e protetto, da alcuni come un fratello minore, da altri come un figlio. In fine Titano: fra i tre il più potente e misterioso. Persino Caino, all’apparenza del tutto ignaro della parola paura, lo temeva, e soprattutto lo rispettava. Perché Titano comunque aveva compiuto scelte nella vita, rispettabili, per quanto non condivisibili a volte: da giovane aveva fondato quella Repubblica che ora tentava d’abbattere, ma l’aveva fondata dietro sogni, come suo fratello e gli altri padri dello stato, che poi s’erano rivelati miraggi, fallaci immagini che nascondevano pericoli e miseria, per molti. Ma probabilmente non era del tutto esatto pensare che aveva smesso di credere in quei sogni, o che prima s’era illuso: per quanto molti non lo notassero, Titano era molto meno sognatore, molto più pragmatico del fratello; odiava la Repubblica, sì, ma quell’odio era nato nutrito da chissà quale risentimento, non da umana solidarietà o

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filantropia. Forse senza saperlo odiava il fratello maggiore, Prometeo, perché in tutto gli era più grande, o chissà cos’altro. Il reale, profondo motivo per cui Titano tentava di distruggere quanto un tempo con altri aveva partorito, rimase sempre un mistero. Comunque avevano iniziato le loro operazioni di sabotaggio: prima poche cose, piccoli attentati e roba di poco conto, ma comunque gesti visibili. Agivano da gruppo, e tale si sentivano, bene o male, tutti. Sotto la guida di Titano le azioni si fecero più violente, continue, di giorno in giorno. Prima piccoli negozi, meri gesti di violenza cittadina, in un certo senso: imbrattavano, minacciavano, rendevano la vita dei piccoli borghesi un inferno. Certo la cosa non passò inosservata, ma, in effetti, in quel momento non facevano nulla di più di una normale organizzazione mafiosa. Però loro puntavano molto più in alto, a terrorizzare, a far sorgere un problema, a richiamare davvero l’attenzione. Non volevano passare inosservati, tutt’altro. Se fosse andata in quel modo, il loro cammino sarebbe stato molto più lungo: invece volevano fare tutto in fretta, gli Iloti, perché sentivano d’avere la vittoria in pugno. Volevano lo scontro con i Custodi, volevano sconfiggerli, distruggerli, con l’ausilio dell’Apeiron erano sicuri che ce l’avrebbero fatta. Ma davvero avevano l’Apeiron con loro? E chi o cosa era? Arché se lo chiedeva ogni giorno, mentre continuavano a riporre fiducia in lui. Non si sentiva nulla d’eccezionale, e ancora aveva problemi a controllare gli umori d’Er. Ormai il ragazzino veniva a trovarlo quando voleva, senza curarsi, se non minimamente, dei pericoli o della necessità. Era divenuto un ribelle, e lui nel contempo aveva come finito tutta la sua rabbia. S’erano scissi, per così dire, e la cosa non era senza conseguenze. Tra l’altro aveva sempre l’impressione che ciò che il mondo cercava da lui non era Arché, ma Er. La cosa non era in sé improbabile: il mondo lo aveva ignorato o evitato per tutta la sua vita; perché in realtà smettere allora? Titano vegliava su tutto e tutti, e con lui Pizia. Girava voce che Sole Nascente fosse coinvolta in grossi affari, giochi di potere che la portavano allora a disinteressarsi della città, a lasciarla ai più deboli. Era l’occasione buona per richiamare lì i Custodi, per lo scontro decisivo. Ma per quello scontro c’era bisogno di tutti i componenti della squadra nel pieno controllo di sé, ed era chiaro che le cose non stavano per tutti così: - Arché, devo parlarti.

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Richiamato allora in privato il nuovo arrivato, il leader degli Iloti parlò chiaramente: - Il tempo dello scontro s’avvicina, ed io ho bisogno di tutti capaci di combattere. Devi trovare il modo di controllare Er. - Non è che sia propriamente una cosa facile. - Devi imparare. Prenditi un giorno, al massimo. Domani colpiremo la città poco prima del tramonto. Per allora devi essere qui, capace di fare quello che nessuno di noi sa fare. - Penso che voi mi sopravvalutiate, francamente. Io sono solo un tizio a cui appare un ragazzino. - D’immani poteri, che ancora non conosci e controlli. Se solo… - Cosa? Se si potesse avere solo Er? Ve lo donerei volentieri. Il potere non fa per me; vorrei solo una vita semplice. - Ma sai che non potrai averla. Non per ora, almeno. - Già, lo so. - E allora sai quel che devi fare. Cerca di esserci domani, se no sarà tutto finito. Allora Arché si voltò, allontanandosi nella perenne ombra dei vicoli degli strati bassi di Nea Alessandria. Ma prima di andarsene, Arché pose la domanda che gli girava per la testa da tanto: - Com’è che sei ancora vivo? È da un po’ che me lo chiedo. Titano s’aspettava quella domanda, e dopo aver riso, rispose: - Allora, al processo, ci fu chi tentò di salvarmi, e chi rimase in silenzio. Ma quel silenzio era carico di pena, di sofferenza, d’orgoglio deluso e disgusto. Tanti sentimenti che combattevano fra di loro si riducevano a quella tregua armata che era la non azione. Ma dopo, a sentenza già letta, qualcosa ebbe il sopravvento sul resto. Allora Prometeo, mio fratello, mi salvò. - Come? - Decise che dovevo vivere, ma in segreto. Così, sapendo la mia condanna a morte, mi diede una pillola, una semplice pillola che mi avrebbe mantenuto in vita malgrado l’esecuzione. - Tutto qui? - Già, non fece altro. Vivo ma debole, rimasi fermo dopo l’esecuzione, ringraziando il cielo che in quell’occasione, l’unica volta nella sua vita, mio fratello fece un eccezione alla sua rigida e stupida etica. Trascinandomi poi non visto dall’obitorio, giunsi all’esterno

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dell’edificio della mia presunta morte. Qui trovai Pizia, e fu lei a portarmi qui. - Capisco. Bene, era una curiosità che volevo sciogliere. Come chiedi, ora vado. Non prometto niente, però. L’intera giornata successiva fu dedicata ai preparativi. Avrebbero occupato il Faro, conquistato il simbolo della città, e da lì interrotto ogni contatto e commercio col resto della Repubblica. Il gesto non sarebbe stato in realtà troppo difficile a compiersi, senza Sole Nascente in città: ma l’obiettivo degli Iloti era evidentemente un altro. Si sarebbero posti al centro dell’attenzione, avrebbero fatto di tutto per far giungere la notizia fino a Roma. Lì era il vero obiettivo. Così venne il pomeriggio, e le ore passarono lente. Erano riuniti, assieme. Si sarebbero mossi in fretta, dirottando una navicella. Quando uscirono dal tugurio che li ospitava, per intraprendere la loro azione, mancava circa un’ora al tramonto. Il dirottamento fu rapido e violento: l’autista della navetta bus morì senza neanche accorgersene, mentre i comandi della navetta erano presi da Alpha. I passeggeri furono comodi ostaggi in quel viaggio diretto verso il destino. Per molti fu solo un’andata, quanti tentarono di ribellarsi o di fuggire. Non c’era scampo, mentre Titano rimaneva freddo, lucido alla guida dei suoi uomini. Tutto giocava a loro favore, e le loro prede avrebbero abboccato, n’era certo. Giunti al Faro la navetta s’accostò piano, poi si fermò. Fu subito chiaro ai presenti che qualcosa non andava, e poi quando dei raggi apparvero tutto in giro, provenienti dall’interno, e gli sportelloni si tinsero del rosso del sangue di qualche vittima, allora si comprese perfettamente tutto. Vennero all’ertati i Guardiani, giunsero i giornalisti. In breve tempo il mondo intero seppe cosa accadeva a Nea Alessandria. I Guardiani del luogo non riuscivano ad avvicinarsi; i raggi di Titano ne freddarono un paio, prima che quelli si arrendessero. Allora il capo degli Iloti uscì dalla nave, mostrando al mondo, che l’aveva dimenticato, eccetto qualcuno, che ancora era vivo. Allora la Repubblica tremò. I Custodi si prepararono in fretta, secondo l’ordine di Prometeo. Si andava a Nea Alessandria, a fermare dei folli, questo si sapeva. Tutti erano pronti, in attesa: mancava solo Prometeo. Sorpreso dal fatto, Vespro andò a cercarlo, mentre mille pensieri si rincorrevano nella sua mente. Trovò il padre della Repubblica catatonico davanti agli schermi:

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- Prometeo, siamo pronti. Non vieni? - Sì, arrivo. Perché è tornato? - Titano? - Non sa che lo dovrò uccidere? - Dovrai davvero, Prometeo? Ma non ci fu risposta. Dopo uno sguardo, entrambi si apprestarono a partire, che il sole era quasi sceso.

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XXIV L’inizio della fine

Sole Nascente s’era fatta catturare come una bambina. Lì, ora, in una città non sua, segregata nelle segrete d’una villa che sapeva quasi di castello medievale, chi l’avrebbe aiutata? Doveva aiutarsi da sola, era l’unica possibilità. Lo sapeva. Ma come? Era legata, la Guardiana. Mani e piedi, con manette di metallo, in quel momento non avrebbe saputo dire che tipo. Era al buio, e solo un lieve bagliore veniva da oltre una porta, ma non sapeva se era luce del sole o di lampade, o di laser. Sentiva voci fuori dalla stanza in cui era chiusa, abbastanza difficili da distinguere: sforzandosi un po’ riconobbe tre uomini e una donna, che parlavano nel dialetto della città, per lei abbastanza difficile da comprendere. E tuttavia riconobbe qualche parola: si parlava di rivolte, di lotta armata, di un leader carismatico e di Bisanzio città stato indipendente. I congiurati erano fiduciosi nella riuscita dei loro piani, guidati dall’uomo con la maschera nera di ferro, che li avrebbe condotti alla vittoria. Abraniman, l’oppositore; Abraniman, il mistico conduttore dell’esercito orientale; Abraniman, il nero incappucciato, che avrebbe stabilito un nuovo ordine, nuovi paradisi, nuovi giardini per i suoi fedeli, contro l’occidente ed il bianco colore dell’ordine. Sembrava che fosse tutto pronto, che Abraniman attendesse solo un segno dal cielo, una grande esplosione, la caduta di qualcosa, lo scoppio d’una battaglia che avrebbe dato il via alle sue gesta. Di cosa si trattasse, in realtà, Sole Nascente non lo sapeva proprio: aveva, certo, capito abbastanza di tutta quella discussione, di quel fermento, ma poteva sbagliarsi. Non era la sua lingua, non aveva con sé il traduttore auricolare (le era stato tolto), così doveva andare ad intuito, rischiando di sbagliarsi, o peggio, di non poter fare niente per fermare quanto accadeva. Ripensando a quanto le era accaduto intorno negli ultimi tempi, le veniva solo un gran mal di testa e una confusione che non aveva mai provato:

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quell’uomo, con la sua proiezione sotto forma d’un ragazzino potentissimo; la bambina a cui aveva accennato, e ora questo mistico, Abraniman. Troppo, troppe cose strane tutte assieme per essere solo coincidenze. In realtà qualcosa accadeva, qualcosa di grosso bolliva nel variegato pentolone che era la Repubblica, e lei rischiava solo di morire dentro a quel pentolone, senza fare niente, senza capire i perché delle cose. Tentò di forzare le manette: erano resistenti, ma forse con un po’ di sforzo ce l’avrebbe fatta. Ovviamente doveva tentare di liberarsi le braccia, per poter poi sciogliere anche le gambe, ma doveva fare tutto molto silenziosamente. Le manette si dilatavano solo col calore, mentre i suoi poterei telecinetici non avevano capacità su di esse. Pensava ad un gesto estremo, perché solo con quello si sarebbe liberata. La sua capacità di manipolare il fuoco doveva aiutarla, in quell’occasione, e così tentò: soffrendo come non mai, applicò il suo potere alle sue mani e alle sue braccia, portandole ad una temperatura altissima. Si ustionò, perdette completamente la sensibilità, mentre le manette si liquefacevano, sciogliendosi in una melma incandescente e intoccabile. Avrebbe voluto piangere per il dolore, e temeva di non poter più usare le mani, dopo quel giorno, ma comunque strinse i denti e proseguì per la sua strada. Puntando le braccia verso le gambe, emise un sottile raggio di fuoco, riscaldando gli ultimi fermi per la sua libertà. In breve li sciolse, liberandosi. Rimase tuttavia ferma, scagliando invece con la sua telecinesi una delle manette verso la porta: il tonfo richiamò l’attenzione dei suoi aguzzini, che immediatamente si precipitarono dentro, troppo agitati per controllare da una piccola finestrella. Quando i carcerieri furono dentro alla sala, lei rimase come prima, immobile, attendendo l’occasione giusta. Fece finta d’essere ancora imprigionata, ma non appena uno di quelli che erano appena entrati le si avvicinò, lo fece in cenere, bruciato senza neanche accorgersene. Gli altri ebbero il tempo di voltarsi, che le manette, volando per la stanza, gli fracassarono il cranio. Finalmente libera, Sole Nascente uscì, dolorante. Si riprometteva che Abraniman gliela avrebbe pagata cara, ma prima di tutto doveva riuscire a trovarlo. I sotterranei di quella villa erano come un immenso labirinto, fatto di corridoi asettici, tutti uguali, senza neanche un punto di riferimento. Le celle ai lati erano sempre le stesse, stesse porte, stesse urla di dolore e sofferenza dall’interno. Non trovava modo di orientarsi, così decise di fare le cose in grande. Si calò, concentrandosi fino allo spasimo,

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fino a quando le sue condizioni glielo concedettero: ricoprendosi di potere, balzò verso l’alto, volando; sfondava soffitti, spessi fino a cinque metri, pronti a riparare coloro che ricoprivano da ogni tipo d’arma. Salì di una decina di piani, fino a ritrovarsi in un’enorme sala, con un trono intarsiato al centro. Abraniman la attendeva. Ora che la mamma era andata, cosa doveva fare? Non lo sapeva Gratia. Non le interessava altro, voleva solo piangere. Piangere a dirotto, fino a non avere più lagrime, fino a svenire, sparire anche lei in quella notte senza tempo che chiamano morte. Abbandonare sofferenze e spasimi, questioni più grandi di lei, così gravi, almeno per un giorno, qualche ora appena. Voleva che tutto fosse silenzio, intorno a lei, mentre il sole calava in quel pomeriggio maledetto e incantato. Voleva tante cose, e soprattutto la sua mamma, ora che era sola. Aveva invece solo Inc, lì, a proteggerla, ma cosa poteva il povero Guardiano? La sua emotività, il suo cervello erano meno sviluppati di quelli di Gratia, e malgrado la tenerezza che provava, sembrava capire poco di quanto accadeva. Così Gratia era sola, mentre frustrazione e rabbia crescevano. L’ululato di un aliante non la distolse, era troppo piena: era in quello stato, quella condizione, in cui afona, ogni parola le scivolava addosso, perdendosi poi in terra, assieme ai suoni, ai rumori, al muto distendersi dei respiri, e tutto si nascondeva fra la polvere e le lacrime che ancora scendevano, proprio come tutto ciò che veniva da fuori, dai suoi occhi, sul viso bianco e innocente. La rabbia, la rabbia dell’impotenza, era tutto ciò che sentiva, nient’altro. Si chiedeva cosa sarebbe accaduto se si fosse accorta prima delle sue capacità. Si chiedeva chi era, cosa faceva, cosa voleva. Una bimba filosofa che popolava la sua mente di pensieri e d’incubi cupi, ora, dopo aver conosciuto l’inebriante sapore della potenza. Sapeva davvero cosa volesse dire il potere, sapeva, se ne rendeva conto, della tragicità della conoscenza; comprendeva quanta verità ci fosse nel suono della frase che tante volte aveva udito, la felicità sta nell’ignoranza. Nel frattempo era giunto Censore, e Incubo gli era andato in contro, fuori dalla casa, sul tetto: - Cccccooooossssssaaaaaaa vvvvvuuuuuuooooooooiiiiiiii????? - Incubo, anche tu qui? Certo dovevo immaginarlo. - Ccccooooooossssssssaaaaaaaa… - Allora la mia preda è la bimba che l’altro giorno…

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Ggggggrrrrrraaaaaatttttttttiiiiiiaaaaaa!!!!!!! Gratia? È così che si chiama? Bel nome. Nnnnnnnoooooooonnnnnnnn llllllllaaaa ttttooocccaaaaarrrreee!!! E chi la tocca? Mica mi voglio avvicinare a quel mostro! No, la devo far fuori da lontano. - Nnnnnnnooooo!!!!!! Mmmmaaaaaaiiiiiii! Sul tetto Incubo spiegò le ali, saltando addosso di Censore. Questi fece in tempo ad allontanarsi, volteggiando sul suo aliante, mentre con un fucile laser sparava al guardiano: - Non ti opporre a me, incubo. È un ordine! - Nnnnniiiieeennnttteee ooorrrdddiiinnniii… - Faccio solo quanto mi è stato ordinato, Incubo! - Nnnooonnn iiinnnttteeerrreeessssssaaaa!!! - E allora morirai prima tu! Sparando a più riprese, Censore colpì ad un’ala Incubo, il Guardiano che era lì per proteggere la piccola Gratia. L’amico della bimba, roteando vertiginosamente, cadde sul tetto, rimanendo tramortito; Censore gli si avvicinò, per dargli il colpo di grazia: - Bene, e ora crepa. La tua sola esistenza mi ha sempre infastidito. - Prova a toccarlo, e non morirai semplicemente per il mio tormento: non vedrai con i tuoi occhi solo il volto del dolore, non sentirai con ogni tuo senso l’angoscia; no, disperso in un limbo senza fine, il tuo patire sarà eterno, tanto quanto il mio gioco crudele vorrà prolungare la tua sofferenza. Una voce tonante aveva parlato, da dietro, come fluttuante in miriadi d’eco. Il suono vibrava nell’aria, che il sole già era quasi scomparso, e i suoi raggi non scaldavano più, misera consolazione, i capelli di Gratia mentre in preda a chi sa quale rabbia, volava senza sforzo nel cielo, trattenuta dal suo solo pensiero, e attorno a lei tutto si deformava come un errore di calcolo in un sistema. In casa, anche il corpo della madre era deforme, ora, ma per il male che ormai finiva su di esso la sua opera. Censore rimase sorpreso; i capelli della bimba s’innalzavano, come impazziti per l’elettricità, mentre gli occhi brillavano, e il corpo era tutto un fremito. Allora sparò qualche colpo verso la bimba, ma i raggi deviarono la loro traiettoria: - Allora non capisci? Ti è così poco chiaro l’andazzo delle cose, la fine dei tempi?

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- Bimba, mi costringi tu a questo. Non pensare che non sia venuto preparato. I Saggi m’avevano avvisato delle tue capacità, così non ti lascerò scampo. - Tu non lascerai scampo a te stesso rimanendo qui. Ti sto concedendo d’andare via, ora. - Non andrò. Via davanti ad una poppante. - Ho detto ora! Non ti sto concedendo una scelta. Seguì un’esplosione che scosse l’intera Roma, e un bagliore a giorno che illuminò le case, come se il sole da poco sceso tornasse a sorgere, o una nuova stella, ancora bambina, e nuovi tempi apparissero con lei.

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XXV L’infinito inesperto

In una piazza desolata dei bassifondi, Arché era immobile, confuso e contrariato. Cercava di richiamare Er, ma senza successo: - Vieni fuori, dobbiamo parlare. Non succedeva niente alle sue richieste, alle sue imprecazioni, ai suoi richiami, alle sue urla. Er sembrava sordo alle sue grida. I suoi capelli lunghi e rossi si dimenavano ai suoi gesti scomposti; prendeva a calci delle pietre, dei mattoni, cercava di farsi del male, di richiamare del pericolo per causare la comparsa d’Er, ma niente sembrava funzionare, e già da un po’ la sua proiezione, o ciò che credeva fosse qualcosa di simile, non si curava più di queste cose, se non nei momenti topici. Alla fine Arché s’innervosì e prese ad urlare al vento: - Esci fuori maledetto! È un ordine, e abbiamo troppe cose da chiarire. - Cosa urli, idiota. Vuoi che ti prendano per pazzo? Er era alla fine comparso, dietro ad Arché. Ora aveva più o meno l’età di colui che fino a pochi secondi prima lo richiamava con forza, e in viso gli assomigliava tantissimo, sebbene tenesse dei capelli corti, e neri: - Cosa vuoi? - Dobbiamo chiarire i ruoli. - Cioè? - Comando io, e tu appari quando voglio io. Sei mio, sei parte di me, credo. - Parte di te? Credi male. Io sono te…tu sei parte di me. - Io ero prima di te. - Un errore temporale. Non mi costringere a porvi rimedio. - Cosa vuoi dire? - Posso sempre farti sparire, inglobarti. Se ancora non l’ho fatto è per pietà, per tenerezza. Tu, in fin dei conti, non mi servi. Arché rimase sorpreso. Guardava Er, e non riconosceva più il bimbo che fino a poco tempo prima lo proteggeva:

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- Cosa ti è successo? Perché sei cambiato così. - Forse non capisci. Io sono tutto ciò che temi, che sei e non sai o non vuoi. Un tempo ti proteggevo, quando mi volevi e non sapevi di volerlo. Ora che non mi vuoi perché temi il mio potere, io sono questo. Le tue paure in me s’incarnano; sei tu l’anomalia, ciò che non riconosce se stesso, non io. - Tutto quello che dici non ha senso. - Nell’indefinito nulla ha una forma fissa. Tutto è mobile, fluido, senza limiti. Tu ora sei il mio limite; non mi costringere ad abbatterlo. - Non lo faresti. - Credi? Per dare una prova del suo cinismo, Er lanciò una pietra contro il volto d’Arché, semplicemente osservandola. L’uomo fu colpito in pieno, e cadde per terra, stordito, mentre Er rideva: - Continuo? - Ma che…lurido figlio di… - Vuoi attaccarmi? E per fare cosa? Non riusciresti neanche a sfiorarmi. Arché aveva già sentito altre volte Er dire frasi simili, e le temeva. L’uomo che gli stava davanti aveva ragione, lui aveva paura di ciò che Er diveniva di giorno in giorno, e proprio per quella paura doveva riuscire a controllarlo, a costo di distruggerlo. Balzando da terra, esclamò: - Vedremo se ti sfiorerò o no! Ma come immaginava, fu sbalzato via, rimbalzando come contro una cortina protettiva. Di nuovo a terra, si chiedeva cosa potesse contro il suo avversario, non sapeva dire se immaginario o no. Intanto quello lo fissava divertito; non tollerava quella presa in giro: - Visto? Scivoli via addosso a me come la pioggia. Cosa vuoi farmi? - Tu sei solo una mia immagine, limitata e imperfetta. - E allora? In ogni caso di più di te; un moscerino senza arte. Arché non seppe replicare, mentre Er attendeva. Alla fine, quest’ultimo nuovamente riprese la parola: - Che delusione che sei, mio buon Arché. Del tutto incapace al ruolo che la storia sembra darti. Molto meglio per te sparire, ora, mentre il mondo non sa della mia esistenza. Vedi? Con la tua scomparsa ti donerò memoria eterna, perché io sarò Arché, e le cose andranno come devono.

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Dicendo quelle parole, non lasciò diritto di replica: semplicemente, col solo sguardo, prese l’uomo, i capelli rossi al vento, e lo sbalzò contro una parete. Per miracolo o volontà divina, Arché rimase vivo, cosa che lasciò il tempo ad Er per altre sue considerazioni: - Ancora vivo? Non per molto. So cosa pensi ora; se io muoio, tu morirai con me, non il contrario. Ma sbagli: io sarò te, e tu sarai l’immagine, il riflesso scomparso. Perciò all’infrangersi di questo specchio, di questa realtà che io manipolo ormai, tu non sarai più, Arché. Nuovamente Arché volò, sfondando le pareti d’una casa, scaraventandolo direttamente in un piccolo studio: nel volo i suoi capelli s’erano rizzati, e tuttavia tali rimanevano mentre l’uomo stava disteso per terra, svenuto. Er osservò la cosa, curioso, bollandola: - Il mio potere t’è penetrato nel profondo, Arché. Buon ritorno al creatore. Fissando dei vetri che s’erano infranti, Er li posizionò su Arché, sul cuore e le tempie: fece per precipitarli, ma qualcosa lo trattenne, una forza invisibile che gli si opponeva. Ritentò, e nuovamente fallì. Tuttavia Arché non riprendeva conoscenza. Qualcosa lo fermava, ma ora se ne accorgeva, non era una forza esterna, no; era interna a lui, qualcosa che lo fermava nell’animo. Non una voce, non l’opera d’un telepate: era proprio come se manipolassero il suo volere, se quello cominciasse a sbiadire, a non esistere più. Er s’allontanò, sbalordito, per cercare di riunire le idee, ma senza riuscire: convinto di vincere, si sentiva improvvisamente vicino alla sconfitta. Pensava che se fosse riuscito a calmarsi tutto sarebbe tornato a posto, ma che doveva sbrigarsi, o sarebbe stato lui a scomparire. Fattosi più in là, fece nuovamente fluttuare i frammenti di vetro, e di nuovo tentò quanto non gli era riuscito prima. Con più veemenza, spingendo come se stesse spostando un carico di chissà che peso, divenne rosso per lo sforzo, ma senza sortire risultato alcuno. Non riusciva proprio ad uccidere Arché. Infine, quello si riprese. Volava, non una sola parte del suo corpo poggiava in terra: certo, ancora era dolorante e affaticato, ma era cambiato parecchio dall’inizio dello scontro. I ruoli s’erano invertiti, e ora era Arché ad avere il potere, a tenere il controllo della situazione, a vedere tutto più chiaro. In definitiva, era lui quello senza limiti. Così, con una voce ferma, l’uomo parlò, immerso nei suoi capelli rossi tesi per l’energia:

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- Grazie, Er, per avermi fatto risvegliare. Grazie per avermi fatto comprendere chi sono, chi non sono, cosa posso e cosa invece non posso, davvero poco. Ma ora il tuo tempo è finito, l’immagine sparisce alla realtà. Ora tornerai solo una parte di me; di te avrò il controllo. - Mai, Arché! Vienimi a prendere! Entrambi si lanciarono l’uno contro l’altro, correndo: Arché però volava. Lo scontro avvenne in una nube di luce roboante, e al suo scemare, uno solo era in terra. Arché era ancora lì, ma i suoi capelli, lunghi, ora erano neri. Risollevandosi, esclamò solo: - Io sono Apeiron.

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XXVI La fine del mondo in diretta

- Hai paura, ora, Censore? - Cosa vuoi? - Vattene. - No, non mi fa paura una bambinetta. - Vattene. - No. - Vattene. Quella voce continuava a rimbombargli in testa, mentre Gratia stava davanti a Censore, senza muoversi, splendente. Come faceva? Era un potere superiore a quello di qualsiasi Saggio. Faceva quello che voleva con i suoi pensieri, giocandoci come balocchi: - Vuoi andare vero? - N-no. - Scappare, vero? - No! - Lo vuoi. Sento la tua paura. - Io non ho paura. - Oh, certo che ne hai. Hai tante paure tu, per questo credi di vincerle con la tua stupida violenza. - Che diavolo dici? Non ti azzardare a leggermi la mente! - Sei un libro aperto: alla fine temi anche il tuo stesso essere, e ad un tempo ne godi. Godi dell’autorità, della tua volontà di potenza. - No, io sono un Guardiano! - Corrotto! Ipocrita! Falso! Violento! Vuoi che continui? - Esci fuori dalla mia testa, stupida bambina! - Lo vuoi davvero? Sai che succederebbe se solo volessi ucciderti? Ti lascerei senza coscienza, una marionetta nelle mie mani. Lo vuoi? - Va via? Cosa vuoi da me? - Vattene di tua volontà, finché te ne lascio una. O non avrò pietà.

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- Non posso! Censore quasi lacrimava, ormai: - Perché? - I Saggi! Mi uccideranno come vuoi fare tu! - I Saggi? A loro penserò io, ormai. Ora va via. - Va bene. Allora censore fu libero, e sconvolto s’allontanò dal tetto, sul suo aliante. Aveva rischiato grosso, eppure, ancora, non era del tutto convinto della sua fuga. Quella bambina sapeva troppe cose, ormai, di lui. Doveva coglierla di sorpresa, e farla fuori, farla finita una volta per tutte. Pensava d’appostarsi, di coglierla di sorpresa. Sì, l’avrebbe colpita alle spalle con tutte le armi che gli avevano dato i Saggi, con tutto ciò che aveva a disposizione. Vigliacco com’era, non si faceva problemi a sparare di nascosto ad una bambina. No, nessun problema davvero: soprattutto se la bambina poteva farlo fuori facilmente in uno scontro diretto. Certo, c’era anche un altro problema: Incubo. Doveva liberarsene, o sfruttare la sua scarsa intelligenza. Fatto questo, non sarebbe stato più un ostacolo. S’allontanò con l’aliante, mentre intanto arrivavano mezzi stracolmi di giornalisti, richiamati dallo scontro precedente: da tutte le parti apparivano telecamere e microfoni, e da ogni dove la zona era inquadrata per quello che poteva essere lo scoop dell’anno a Roma. La nascita d’un nuovo potere avrebbe dato gloria e fama a chi l’avrebbe documentato. In realtà quelle immagini non sarebbero mai apparse così com’erano realmente: una commissione di censura le avrebbe vagliate e censurate, per renderle più tranquillizzanti, sminuirle. Nessuno avrebbe saputo della bambina, di Gratia, perché ufficialmente non c’era nulla da sapere. Poco importava se su un tetto della città una bambina era carica di potere, così forte da poter entrare nelle menti di tutti, assieme, contemporaneamente, leggervi e convincere a seguire il suo volere. Ormai aveva davvero quelle capacità, anche se ancora doveva imparare a adoperarle. Ora, sdraiata, la bimba si sentiva persa, nell’affollarsi di voci che si susseguivano fra i suoi pensieri, discordi, rapide come saette, incongruenti fra di loro: come seguirle tutte? Come selezionare cos’era importante e cosa no? Non lo sapeva, non ci riusciva, e si sentiva come se stesse per perdere il controllo. Incubo le si avvicinò, senza sapere bene che fare, ancora tramortito. La vide, vide Gratia che si stringeva la testa, quasi sull’orlo di impazzire, e così, senza pensarci, l’abbracciò. Le voleva bene come ad una sorella, la voleva proteggere, e allo stesso tempo nascondere da tutta quella folla che

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ora appariva all’orizzonte. La voleva proteggere da tutto e da tutti, e soprattutto da quello che fiutava, in giro. C’era tanta corruzione, odio, desiderio di morte che le si avvicinavano, circospetti, ma non troppo, alla ricerca o del suo volto per la fama, o della sua testa. Fiutò, Incubo, anche Censore, le sue intenzioni, prima ancora che Gratia, la Pais, le distinguesse nella marea di pensieri che s’avvicendavano ai suoi. Così, sempre stringendola, disse: - Ddddooobbbiiiaaammmmoooo aaannnndddddaaarrrreeee… - Non posso, Incubo. Non riesco più a muovermi. È tutto così confuso, complicato, affollato. Aiutami, ti prego! - Ccccoooommmmeeee???? - Non lo so, ma devi farlo! Ti scongiuro! Ma Incubo non aveva la più pallida idea di cosa dovesse fare, e così rimase in un’interlocutoria attesa, all’erta. Senza farsi vedere, seguiva i movimenti di tutti quanti s’avvicinassero, soprattutto dell’uomo che odiava, e sapeva ricambiare il sentimento, Censore. Questi continuava a volare intorno al tetto, sempre cercando uno spiraglio, un momento di debolezza, senza peraltro riuscire a cogliere degli attimi propizi. Intanto una navetta s’avvicinò, e da essa uscì un giornalista, con un microfono, seguito dai cameraman. Rapidamente avanzarono in direzione di Gratia, fino ad esserle molto vicini; allora il giornalista esclamò: - Mostro, facci parlare con la bimba! Vogliamo vederla. Incubo non si mosse, mentre il giornalista tornava alla carica: - Su, fatti da parte! Dacci la bimba! Il Giornalista mise una mano sulla spalla d’Incubo, e quello con un gesto rabbioso la scostò, allontanandosi per un solo istante dalla sua protetta. In quell’istante medesimo, censore sparò, colpendo in pieno, con un potente cannone laser Gratia, sbalzandola via, senza che la bimba si fosse accorta di niente, confusa per i mille pensieri che sentiva in testa. Il colpo però non uccise la bimba, e come una vecchia regola insegna, tutto ciò che non uccide rende più forte. Nello stupore generale, Gratia si risollevò da terra, incolume, come se non le fosse appena accaduto niente. Guardò in alto per un solo istante, alla ricerca di Censore, poi capì improvvisamente di non averne bisogno: lo sentiva, sentiva la sua sorpresa, il suo stupore mischiato al più nero terrore. Sentiva che stava per fuggire, ma non gliene avrebbe dato l’occasione: - Pensi di poter andare via, ora? Non sai quanto possono essere vendicativi i bambini? Ora pagherai!

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- No! M-ma cosa? Improvvisamente Censore sentì che la sua testa stava come per esplodere. Provava un dolore che le parole non possono mostrare, mentre le telecamere lo inquadravano, zig-zagare col suo aliante sui tetti di Roma. Mentre le telecamere stringevano l’inquadratura, la Repubblica intera poté assistere ad uno spettacolo a cui mai aveva assistito: Censore si puntò un’arma addosso, una pistola laser, con una mano, alle tempie, mentre con l’altra cercava di scostarla, senza riuscire. Il dito premette il grilletto, mentre l’aliante volava, volava ancora. E volava ancora quando il cervello del suo pilota s’era già sparso fra le strade della città, distrutto da una volontà non sua che ne aveva preso il controllo. Le telecamere si spostarono da Censore solo quando l’aliante andò ad impattare contro le pareti d’un alto edificio; allora gli occhi del mondo furono su Gratia, sulla Pais che splendeva, mentre fragile, svenuta, giaceva per terra, di fronte ad Incubo che finalmente era accorso a lei.

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XXVII Il tramonto dalle dita rosate

Titano attendeva fuori della navetta l’arrivo dei suoi veri obiettivi, i Custodi: non lo infastidiva l’attesa, ma il dubbio che la cosa fosse sottovalutata, che suo fratello non accorresse all’esca che aveva predisposto. A gesti comunicava con quelli all’interno, il resto dei suoi Iloti, che come lui aspettavano il volgere degli eventi. Ormai erano in ballo, alla resa dei conti con la Repubblica c’erano giunti in una rapida scalata della violenza, confidando in chissà poi cosa, forse in qualcuno in loro soccorso, che tardava ad arrivare. Sì, perché sapevano bene che malgrado Titano, tutti loro erano inferiori in potenza e organizzazione ai Custodi. Assieme avrebbero potuto tenere a bada tutti gli altri Guardiani della Repubblica, Sole Nascente compresa, ma non avrebbero vinto contro i nemici che ora facevano di tutto per affrontare. I Custodi lottavano assieme da anni ormai, avevano esperienza e affiatamento, loro no; I Custodi erano potenti, quasi tutti; forse fra loro solo Vespro sarebbe stato facilmente sconfiggibile da ciascuno di loro in uno scontro singolo; ma sapevano bene che Vespro sopperiva al suo scarso potere con i ritrovati della tecnologia, con la sua intelligenza e con l’astuzia, oltre che con il bagaglio di conoscenze che danno anni di lotte per la sopravvivenza. Insomma, erano allo sbaraglio, e di certo avrebbero giocato le loro carte, ma partivano in netto svantaggio. Nel mentre che le loro paure affioravano alla mente, giunsero i Custodi. Una voce si udì dalla loro nave, amplificata dai microfoni: - Terroristi, uscite fuori con le mani alzate e nulla vi sarà fatto. Gli Iloti risposero col silenzio, e ad esso seguì una nuova richiesta: - Vi ordiniamo di uscire, non fate resistenza, o sarà peggio per voi. Per risposta un fiotto di sangue fuoriuscì da una delle finestrelle della nave sequestrata, e con esso una nuova vittima spirò: - Smettete di uccidere i civili, e comunicate cosa volete.

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Allora Titano alzò la mano, e indicò la nave dei Custodi. Dentro fu subito fermento: nessuno si aspettava quella risposta, quel gesto, e gli interrogativi e i dubbi si sprecarono, alla ricerca di un significato e di un perché. Poi Prometeo prese la parola, e dai microfoni chiese: - Vuoi me, Titano? Titano non rispose, ma rimase in attesa: - Allora, vuoi me? Sono Prometeo. Titano rispose di no: - E allora cosa vuoi? Di nuovo Titano indicò la nave: - Vuoi noi Custodi? Nuovamente il capo degli Iloti non rispose, fissando divertito le telecamere: - Allora? Titano scosse il capo, compiaciuto. Poi tracciò sul suolo una parola, sparando raggi dalle braccia; sul faro era chiaramente leggibile ciò che il capo dei terroristi aveva scritto, il nome con cui lo stato si faceva chiamare, la Repubblica. Era la Repubblica che volevano gli Iloti, la sua caduta; un nuovo stato, un nuovo ordine, diverso, forse migliore, ma in ogni caso un altro governo, che non quello di Saggi che su tutti vegliavano e per tutti decidevano, lasciando una libertà che era solo apparente, in una prigione di cristallo, invisibile, che tutti opprimeva, più o meno consciamente. In mezzo alla strada, fra il sogno degli Iloti e la sua realizzazione, stavano i Custodi, e su tutti Prometeo, fratello maggiore di Titano: - Sai che non possiamo permetterti di arrivare alla Repubblica, vero Titano? Titano allargò le braccia divertito: - Sai che sei vivo per un errore, giusto? Il rivoluzionario sghignazzando fece un cenno, e fu chiaro che l’errore era stato di suo fratello: - Un errore a cui si porrà rimedio, Titano. La mano invitò a raggiungerlo, lì, sul suolo, e i Custodi furono pronti a seguire l’invito. Conoscevano i rischi che correvano ad accettare quella sfida, ma conoscevano anche la loro forza, quel corpo scelto di Guardiani, fra i più potenti della Repubblica intera; non potevano rimanere lì, ad assistere, inermi e spauriti alla volontà di quello che un tempo era stato

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uno di loro, e ora li combatteva, col solo fine di annientarli, assieme a quanto proteggevano: - Scendiamo e sbrighiamo la faccenda – fu l’ordine di Prometeo, e in men che non si dica tutti furono pronti ad obbedire. Solo Vespro si avvicinò, dubbioso: - Credi che ci sia di mezzo l’Apeiron? Se quella bimba a Roma è la Pais… - Anche se fosse? Abbiamo un compito, un ruolo al mondo. Rimarremo al nostro posto, vero Vespro? - Sì, certo… - Allora oggi anche tu scenderai a lottare, anche tu sarai nella battaglia. Metti il pilota automatico alla nave e farla tornare a Roma. Quelli di noi che sopravvivranno troveranno il modo di tornarvi. - Va bene. Fuori i raggi del sole cominciavano a cambiare colore, a farsi rosati, e uno spicchio di luna appariva in alto, lieto compagno inconsapevole di quanto accadeva sulla terra. La luna sembrava vegliare su tutto, osservatore attento e sbiadito, ma incolpevole e impotente, mentre la resa dei conti negli affari interni di quegli uomini arrivava inattesa ai più, repentina, e si preannunciava violenta, all’ultimo sangue. Intanto tutti i Custodi erano scesi dalla nave, Vespro compreso, portato da Icaro sul faro: - Dicci come dobbiamo comportarci, Vespro. La domanda d’Icaro colse di sorpresa il vecchio Custode, mentre anche Hestia s’avvicinava: - Come sempre, lottare per la Repubblica. - Ma è Titano? - Lo so; se non combatteremo, però, la Repubblica sarà spazzata via, proprio perché il suo oppositore è un uomo come Titano. Seguite Prometeo, lui saprà cosa ciascuno di voi deve fare. - E tu? - Per me è diverso da voi, ho più esperienza. Credo di sapere cosa devo fare. Allora arrivarono proprio davanti alla nave ostaggio degli Iloti; questi raggiunsero Titano all’esterno, e rimasero immobili a fissare i loro avversari, mentre si apprestavano allo scontro; non avevano ordini precisi, solo di lottare e tentare di vincere, per il resto, Prometeo era di Titano e di nessun altro, né alcuno di loro aveva intenzione di trasgredire quell’ordine

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implicito, mai dato ufficialmente, perché tutti conoscevano le reali capacità del Custode. Alpha e Omega rimasero vicini, e Caino prese sotto la sua custodia Miraggio, Pizia e Chimera si coprivano le spalle a vicenda, e Titano, fiero, pensava di dover resistere quanto più possibile, in attesa del ritorno d’Arché; sperava nel pieno controllo di se stesso. Al contrario i Custodi si sistemarono in tre gruppi, capitanati dai tre “vecchi”: Vespro guidava Hestia e Icaro, Nereo (o per meglio dire Gladiatore e Nereo) si avvalevano dell’aiuto di Druido, mentre Pandora e Sinolo facevano da sé, sicure dell’approvazione di Prometeo. Il capo dei Custodi, come da copione, si schierava contro il fratello. E sembrava davvero una messa in scena teatrale, in cui i figuranti davano vita alle scene d’azione di un qualche vecchio copione, e quella che ora accadeva era la fase drammatica, in cui il pathos raggiungeva il suo apice, per sfociare poi nello scontro tragico, nell’evento che avrebbe portato alla conclusione del tutto, alla catastrofe. Secondo le migliori regole del giornalismo, il tutto stava per accadere in diretta, e sprezzanti del pericolo, microfoni, camere e relativi giornalisti erano già lì, pronti ad accaparrarsi le immagini e le notizie miglioro; sempre secondo le migliori regole (ma di uno stato totalitario, questa volta) le stesse immagini erano vagliate da una commissione di censura, e trasmesse in una differita di qualche minuto. Eventuali brutte notizie, o azioni violente dei Guardiani, non dovevano arrivare agli occhi della gente. Poi, come un onda che s’infrange contro uno scoglio, scemando in una schiuma densa, confusa e frastagliata, così cominciò lo scontro. I Custodi erano superiori anche nel numero, e a due Iloti, tre di quelli si contrapponevano. Gladiatore e i suoi si gettarono contro Caino e Miraggio, e il ragazzino apparve immediatamente l’elemento debole dello scontro; impreciso, inesperto, si muoveva a casaccio, evitando i colpi degli avversari, ma senza riuscire a fare di più. Caino doveva badare anche alla sua incolumità, mentre il feroce Custode gli stava addosso, tentando di carpire ogni attimo prezioso per colpirlo. Nel frattempo Gladiatore continuava ripetere, come per esaltarsi, i dogmi della Repubblica: - La Repubblica è infallibile, La Repubblica è intoccabile, la Repubblica è eterna. Ogni comando della Repubblica è legge, ogni legge della Repubblica è un tuo dovere. Ogni tuo diritto è una concessione della Repubblica, solo la Repubblica è la tua famiglia. Tu sei di proprietà della Repubblica.

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Riusciva solo ad innervosire quello che era stato il signore dei Figli della Notte, e nient’altro. Intanto Alpha e Omega se la vedevano con il gruppetto guidato da Vespro. In realtà il vero combattente fra i due era l’uomo, Omega, con i suoi letali poteri, mentre la gemella, Alpha, durante la lotta era in pratica un orpello inutile, viste le sue scarsissime abilità al riguardo. Al contrario Icaro, Hestia e Vespro erano un gruppo affiatato, e si vedeva che lottavano da parecchio assieme. Accerchiando gli avversari, tentavano di evitare quanto più possibile il contatto fisico, appena comprese le enormi possibilità d’Omega, capace di uccidere solo sfiorando un uomo; così Hestia e Icaro volavano intorno, diretti da Vespro a debita distanza, colpendo come potevano. Nel frattempo Vespro teneva d’occhio tutto l’andamento della battaglia, in special modo osservava affranto Gladiatore e lo scontro tra i due fratelli, Titano e Prometeo. Altri si scontravano: la Pizia e Chimera se la vedevano con Sinolo e Pandora, e anche in quello scontro la sorte arrideva alle Custodi. La mutaforma, Sinolo, lottava ad armi pari con Chimera, sfoderando un’aggressività fino ad allora nascosta, mentre Pandora fronteggiava la Pizia, in evidente affanno in uno scontro fisico. Certo l’Ilota prevedeva le mosse dell’avversaria, ma non sapeva né poteva fare di più; era troppo debole. Era debole, la Pizia, come tutti gli Iloti nei confronti dei Custodi: per primo cadde Miraggio, colto alle spalle da Druido; in un attimo fu per terra, senza vita; non ebbe il tempo di dire le sue ultime parole, le sue ultime preghiere, di comporre la sua ultima frase; cadde con il respiro mozzato, senza parole, per la prima volta nella sua breve vita. Quella morte scosse gli Iloti, primo fra tutti Caino, ma li rese anche insicuri, prevedibili, affannati: così Alpha cadde per seconda, non senza conseguenze anche fra i Custodi; trattenne col corpo Hestia, e la furia omicida e la rabbia d’un fratello che si vede portare via ciò che ha di più caro, si scatenarono sulla Custode. Hestia perdette la vita con gli occhi sbarrati, le mani dell’Ilota impazzito per il dolore sulle sue guance, la cappa avvolta addosso, tetro abito di morte. Icaro gridò, gridò a lungo, ma non c’era più nulla da fare. Era una tragedia, da una parte e dall’altra: anche Chimera alla fine cadde, svenuta, morta, chissà, e Caino fu alla fine immobilizzato, lasciato alle sevizie di Gladiatore, Nereo e Druido; urlava di dolore, l’Ilota, e di paura, di panico, perché ogni piano falliva.

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Intanto Prometeo e Titano si scontravano, e non c’era vincitore, non c’era sconfitto, non si vedeva conclusione, fine alcuna di quella follia. Titano invocava alla ragione il fratello: - Abbandona la Repubblica, Prometeo! Quello rispondeva con la stessa ragione: - Abbandona la tua violenza, il tuo caos, Titano! Non c’era ragione, verità assoluta da una parte o dall’altra: alla fine erano entrambi assassini, entrambi santi. Ma Prometeo era semplicemente più grande, come uomo, come spirito, come potere ed esperienza. Colse di sorpresa il fratello, fingendo d’essere stato colpito duramente: finse d’accasciarsi, e poi sferrò un pugno micidiale. Titano barcollò, stordito, e Prometeo lo strinse con entrambe le braccia, come una pressa: - Ho sbagliato una volta, Titano, ma non ripeto gli errori. - Quando, quando hai sbagliato, dillo! - Quando ti ho lasciato in vita. - No, Prometeo. Titano non aveva più fiato, né forze: - Non hai sbagliato quando mi hai lasciato in vita; no, hai sbagliato a fondare la Repubblica. - Stupidaggini! E ora basta! Diede uno scossone, e Titano Spalancò la bocca; ma già aveva smesso di respirare. Intanto le dita rosate del tramonto si stendevano su tutti loro, e un uomo solo, sulla cima del faro, osservava Prometeo, mentre questi si accorgeva di lui.

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XXVIII Misteri d’oriente

- Salve, Sole Nascente. - Salve. Abraniman, suppongo. - Esatto. L’uomo, il saggio di Bisanzio che già conosceva, era lì, che l’attendeva, in mezzo alla sala. Teneva sul volto una maschera di ferro. Sole Nascente lo guardò un po’, insospettita da quella calma, poi alla fine si fece coraggio e chiese: - La maschera? - Ciò che tutti portiamo, solo portato con maggiore serietà. - Ha l’abitudine a generalizzare agli altri i suoi comportamenti, non trova? - E se fossero gli altri a non voler riconoscere in se stessi che sono proprio come me? - Sa, alla fine non conta. Lei sa, Abraniman, perché sono qui: tra l’altro quello che è successo in questa dimora, la violenza che è stata tentata su di me, non farà che aggravare la situazione. - Sì. Suppongo siano i rischi che ci si prende a fare quello che noi stiamo facendo, no, Guardiana? - Dipende: io so cosa sto facendo, ma non so cosa vuole fare lei. - Oh, è semplice! Voglio distruggere questo sogno, questa Repubblica. Voglio il mio sogno, la mia repubblica, il mio stato, basato sulle mie leggi. La mia base sarà Bisanzio, poi Antiochia, Cartagine. In breve m’espanderò, farò mia una terra che sarà ben più grande dei confini di questo misero staterello. - E come, se posso chiederlo? - Semplice: eliminando ad uno ad uno tutti quelli che mi si faranno contro. - Ah, logico. Scusi per la domanda stupida. - Prende in giro, Sole Nascente?

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- No, mai! Perché dovrei? Solo perché ha concepito un piano folle e senza speranza? Non vede che già ho superato le sue difese, Abraniman? - Superate? Ma quelle non erano le mie difese, era solo un gioco! - Un gioco? E allora dove sarebbero le sue forze? L’e capacità con cui abbattere la Repubblica? - Oh, mia cara, il potere delle mie reliquie ancora non te l’ho mostrato! Aspetta e vedrai! - Non aspetterò niente, Abraniman! Ora basta giocare! Abraniman saltò dal trono, mostrando sotto la tunica dei calzari alati, che gli conferivano una velocità straordinaria e la capacità di planare; strinse le mani attorno al collo di Sole Nascente, e poi con forza la spinse via: - Ti sembra che io stia giocando? Abraniman rideva, sotto la maschera, osservando la Guardiana che si risollevava a fatica: - Vuoi giocare ancora, Sole Nascente? - No, grazie. A meno che non faccia io le regole! Sfrecciando come una saetta, bloccando Abraniman: - Tutto qui quello che sai fare? Il Saggio allargò le braccia con forza, liberandosi della presa: - Credo proprio d’averti sopravvalutata, Guardiana. - Dici? - Senza le tue mani non vali granché - Lo vedremo. Stava per volare nuovamente, la Guardiana, ma Abraniman la prevenne, e alzando il braccio, la colpì con un raggio proveniente da un anello, irrigidendola all’istante: - Sole Nascente, tu non reggi il paragone con le reliquie. Abbandonati alla morte, al dolce oblio del limbo in cui ti spedirò. Forse un giorno rinascerai, sai? - Dove le hai trovate, folle? - Sapevo dove cercarle, e le ho trovate: vedi, la Repubblica è riuscita a cancellare la conoscenza fra chi non vuole conoscere; ma se vuoi, e sai trovare le possibilità… - La censura fatta dalla Repubblica serve solo… - Per favore, siamo entrambi abbastanza intelligenti da sapere che la censura della Repubblica serve solo a mantenere le cose come ora, né

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più né meno. Risparmiami la lezioncina di paideia Repubblicana, non mi serve! - Perché non mi uccidi? - Ogni cosa a suo tempo, mia cara. Prima devo farti soffrire, cosicché la strada per il tuo martirio sia completa. Pensi che voglia solo ucciderti? No, io voglio salvarti, darti la vita eterna! Allora Abraniman puntò il braccio sempre più verso l’alto, e Sole Nascente si alzava da terra col raggio; raggiunto il centro della sala, il Saggio ordinò: - Fuori le armi. Da delle finestrelle sbucarono fuori delle armi, dei cannoni laser, tutti intorno a Sole Nascente, puntati su di lei: - Sai cosa farò ora, vero? - P-penso di poterlo immaginare. - Ad uno ad uno i cannoni spareranno, al mio ordine. Quando avranno sparato tutti, tu sarai morta. Ed era vero, tristemente. Le armi erano tutte puntate sulla Guardiana, e lei non riusciva a liberarsi; erano quattordici, tutte uguali. Cosa poteva fare? Non riusciva neanche ad alzare le braccia, per tentare, con un ultimo doloroso sforzo, di bruciarle, mandarle in fumo. Era impotente, alla mercé dell’avversario, quel Saggio doppiogiochista che chissà da quanto adoperava i mezzi della Repubblica, riuscendo a non farsi scoprire, per raggiungere un proprio folle piano assolutistico: - Dimmi, Abraniman, sarai il re nello stato che vuoi creare? - Re, imperatore, divinità, che differenza fa? - Beh, era una curiosità, per sapere le tue vere intenzioni. Quindi vuoi dare salvezza, non libertà. - La libertà è un’utopia, lo sappiamo entrambi: in nessun posto, in nessun momento, nessuno di noi è libero; persino un re. - Che vuol dire? - Avrò sempre qualcosa di più grande sopra; la differenza sta in quanti avrò di più piccoli sotto. - Oh, ma quanto ti limiti, mio saggio. Pretendi di essere il signore assoluto, e poi ti limiti a profeta? Sei tu la delusione. - Mi tenti? - No, ti faccio notare la realtà. - Spiegati in fretta.

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Il piano di Sole Nascente sembrava funzionare; la sua intuizione sul carattere del Saggio stava dando dei frutti, e ora la donna sperava di allentare la sua presa quanto più possibile: - Mi rendo conto, ora che mi sconfiggi, che tu vali molto di più di chiunque altro. - È vero. - Sei un dio a confronto di noi tutti; un dio dell’oriente antico. - Può darsi, sì, può darsi… - Tu non dovresti stare su di un trono, ma volare e guardare dall’alto tutti. - Sì… - Scagliare tuoni, ricevere sacrifici, proprio come ora fai con me. - Vedo che capisci. Sole Nascente aveva preso la strada giusta; ora doveva stare attenta a non sbagliare: - E allora avvicinati a me, fa di me il tuo sacrificio a te stesso, assistendo da pochi passi alla mia morte. - Non tenti di ingannarmi? - E come potrei? Sono nelle tue mani. - Bene. Allora Abraniman prese a volare tramite i suoi calzari,e s’avvicinò alla donna. Non s’era reso conto che la sua concentrazione era calata, e che la stretta che aveva su di lei s’era fatta più debole: - Bene, ora dai l’ordine, e nel breve volgere di qualche secondo, il mio corpo arderà per te. La Guardiana aveva riconosciuto le armi; erano cannoncini che richiedevano qualche secondo per caricarsi e sparare: - Allora ora t’immolerai per me. - Con piacere. - Fuoco! Abraniman diede l’ordine, e nel breve volgere d’un istante, Sole Nascente forzò la presa del raggio proveniente dall’anello, liberandosi; cogliendo di sorpresa il folle Saggio, la Guardiana lo strinse in una presa, portandolo sotto il fuoco del primo cannone, trattenendolo, colpita anch’essa. Mentre i due si dimenavano, i cannoni iniziavano a sparare, a poco a poco, tutti: - Cosa fai? Lasciami! - Prima dovrai morire.

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- Non c’è possibilità di fermare i cannoni! Lasciami o moriremo assieme. - E sia, se deve essere. - Pazza, lasciami! Sole Nascente non obbedì, ma rimase lì, colpita anche lei dai potenti cannoni; erano stremati, in fin di vita, entrambi, ma ancora lì. E se lei fosse morta e il Saggio in un modo o in un altro sopravvissuto? E se le reliquie fossero rimaste intatte mentre entrambi morivano? Qualcuno le avrebbe prese di certo, e tutto sarebbe ricominciato. Non poteva rischiare una simile conclusione, a costo del sacrificio ultimo, quello della sua vita. Decise di portare al massimo i suoi poteri, di ardere come una piccola stella, se vi fosse riuscita, di emettere luce ed energia tali da disintegrare quanto doveva essere assolutamente distrutto; era a pezzi, ma avrebbe dovuto farcela: - Ora tu immagini cosa farò, vero Abraniman? - Non ne avrai il coraggio; non mi ucciderai a costo della tua vita. - Chissà, chi vivrà vedrà. Sempre tenendo stretto il Saggio, la Guardiana attuò i suoi propositi. Il calore che emetteva, unito a quello prodotto dai raggi dei cannoni era insopportabile, e tutto nella stanza iniziava a liquefarsi: Sole Nascente brillava come una piccola stella, o forse come una stella quando sta per morire, e nella sua conclusione si portava con sé tutto quanto le era intorno. Giunta al suo apice, al culmine delle sue capacità, spiccò in volo, perdendo totalmente il controllo di se stessa: Abraniman, in ogni modo, aveva già cessato la sua esistenza. Al suo passaggio, tutto crollo via, tutto esplose in quell’immensa e vuota dimora d’un folle signore dell’oriente antico; nulla rimase in piedi dopo che la mente, senza più freni, di Sole Nascente aveva condotto il suo corpo ardente in un peregrinare senza meta fra quelle stanze. Finché, uscita fuori di quel cumulo di macerie, Sole Nascente non si trovò a librare nell’aria priva di conoscenza; finalmente smise di ardere, crollando, come un peso, sul suolo di Bisanzio. La cosa non fu avvertita dalla gente della città, assordata dal crollo della dimora di Abraniman, e intenta ad osservare nei grandi ologrammi pubblici trasmessi per le strade, quanto i notiziari mostravano da Nea Alessandria e da Roma. Così, nel disinteresse generale, la Guardiana rimase per terra, svenuta, per qualche minuto: si riprese senza crederci lei stessa, Sole Nascente; evidentemente aveva una tempra ben più formidabile di quanto potesse immaginare.

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Intanto le immagini continuavano ad inseguirsi: vide Prometeo sul faro che reggeva un uomo per il collo, ma non riuscì a capire chi fosse; vide una bimba, svenuta, a Roma, e un mostro che la proteggeva dai curiosi, e lì comprese. Comprese il suo ruolo, quello che doveva fare, ormai; perché, anche se aveva sconfitto Abraniman, la Repubblica cadeva. Nuovamente, Sole Nascente balzò in alto, sul cielo di Bisanzio, e si accinse ad un nuovo lungo viaggio: ma non verso sud, no; verso occidente, a proteggere una bambina che già le era stata raccomandata.

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XXIX Il faro rosso sangue

In un primo momento, Prometeo non riconobbe l’uomo solo sul Faro; poi, guardando meglio, vide che era Vespro. Sorpreso, stanco, afflitto per aver ucciso il fratello, volò da lui, poco propenso a sentire storie, riflessioni, lamentele, racconti: - Cosa c’è Vespro? Perché sei qui? - Guarda il sole: sta tramontando… - Già. - La luce non ti sembra sinistra? - È la stessa luce d’ogni tramonto. Vespro scosse il capo: - Non vedi quant’è rossa? È tinta di sangue. - Non ho tempo di discutere di queste cose, Vespro. - Vedi di trovarne, Prometeo. C’è molto di che discutere. Prometeo s’era già voltato per tornare indietro, ma si fermò, sorpreso, e fissò negli occhi il Custode: - Di cosa dobbiamo parlare? - Di tutto questo. Guarda, guarda cosa abbiamo fatto oggi: abbiamo annientato delle vite, ma non abbiamo ottenuto nient’altro. - Ti sbagli, abbiamo ottenuto molto di più. - Sì? Cosa? Ah, già, siamo riusciti a distruggere due ragazzi che si amavano. - Chi? - Non importa. Abbiamo iniziato tutto guardando alla realtà dei nostri tempi: la vecchia società non funzionava, c’era bisogno di cambiarla. Il modello basato sulla famiglia andava in frantumi, squassato dalla società che mutava, si modificava, agiva sempre più in fretta. Allo stesso tempo si modificava anche il pensiero politico, prendeva sempre più piede l’idea che si dovesse agire prima di subire. Quest’idea nata con la rivoluzione francese portò a catastrofi

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inimmaginabili, applicata da più forze. Quindi prendemmo la nostra decisione. - La Repubblica. - No, Prometeo; una sola forza ad applicare quella norma ormai d’uso comune; un solo stato al posto di tante famiglie. - Chiamalo come vuoi. - Ma abbiamo fallito, totalmente, inequivocabilmente. - No! Vespro tese le mani all’amico: - Sì, invece, guarda! La Repubblica sta per cadere perché la gente esige la sua liberà di sbagliare, esige di non comprendere le cose e di manipolare la storia, ma in ogni caso d’avere più di una versione della storia. - Cosa vuole la gente non mi riguarda, se è in errore. - E invece ti riguarda, Prometeo, ti riguarda eccome. Allora Vespro si voltò, diede le spalle al capo dei Custodi: - Colpisci, se vuoi. - Credi che non lo farò? - Non lo so più. - Guardati in giro, Vespro. Dov’è questo Apeiron che temevamo? Lo vedi? Non c’è più nessuno ad ostacolare la Repubblica; non lascerò che sia tu a prendere il loro posto. Allora Prometeo prese per la spalla Vespro, facendolo voltare verso di lui: l’altra mano era stretta a pugno. Un pugno nello stomaco del vecchio Custode poteva bastare, se era lui a sferrarlo, per ucciderlo, ma non si accontentò; decise di andare sul sicuro, e caricò il pugno di quanta energia gli rimaneva in corpo, sfondando da parte a parte il vecchio amico, Vespro, mentre il resto dei Custodi, e il mondo intero, guardavano la scena allibiti. L’altro pugno poi strinse la gola di Vespro, sollevandolo in aria, sospeso sul baratro sotto il Faro, ormai morto: - Mi ci hai costretto tu, Vespro, proprio come Titano prima di te. Tu l’hai voluta! Le camere e i microfoni erano tutti puntati verso l’alto, a tentare di carpire quanto accadeva lì in cima; ma ormai c’era veramente poco da osservare. Solo un vecchio stanco e quasi folle per le delusioni, che reggeva il corpo del suo migliore amico sul vuoto, dopo averlo ucciso: un evento triste e tragico, insomma. Eppure Prometeo non piangeva, ancora invasato dallo scontro, solo tremava, brividi di fatica, di nervi ormai a pezzi; decise di far

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sparire per sempre quel cadavere, quel corpo che gli ricordava solo il passato, e aprendo la mano, lasciò cadere Vespro. Non guardò sotto, in basso, per vedere come l’amico spariva; si voltò, emettendo un lungo respiro, profondo, quasi parole d’addio. Fece per tornare dai suoi, ma dovette fermarsi udendo le urla che da ogni parte lo avvertivano che qualcosa era successo; voltandosi, vide quello che sperava di non dover vedere: un uomo, dai capelli lunghi e neri, carico d’energia che emetteva, come scariche di luce da ogni parte del suo corpo, volava di fronte a lui; sulla sua spalla, teneva Vespro. Apeiron lesse chiaro lo stupore sul volto di Prometeo, mentre piano adagiava sul faro il suo carico, e rivolgendosi al Custode, esclamava: - Getti via così i tuoi simili, Prometeo? Come rifiuti, dopo averli adoperati fino e renderli larve al tuo volere? E chi ti si oppone, lo condanni, come tuo fratello? Rispondi! - No, no! Non è così, non è così! - Forse non per te, ma per il resto del modo sì. Per troppo, troppo tempo tutti sono stati succubi del tuo volere, della tua determinazione, dei paletti che hai posto al mondo. Questo è il momento per l’indeterminato, l’indefinito: ciò che si plasmerà da esso, dalle mani e dalla mente d’una bimba, ti sono estranei, come l’acqua al fuoco. - Dici solo menzogne! Tu non sei l’Apeiron, e la Pais non esiste! - Davvero, Prometeo? Davvero? Allora Prometeo sentì che l’uomo gli entrava nella testa, nei pensieri, fino alle emozioni. Riusciva a scrutare fin dove nessuno dei Saggi era mai arrivato, a leggere cose che erano sempre rimaste celate, persino al Custode stesso. Apeiron peregrinò senza meta fra le più recondite passioni di Prometeo, scrutando fino ai ricordi; ma il suo obiettivo non era convincere alla resa l’avversario, renderlo partecipe della sua superiorità; gli pose in senno una folle paura, il terrore, e l’angoscia d’una vita, come quella che aveva vissuto lui per tanti anni, Apeiron, Arché, quell’uomo che per tanto tempo era stato senza nome. Non voleva sconfiggere il padre della Repubblica, abbattere il suo sogno: voleva distruggerlo, detronizzarlo, non lasciargli dignità alcuna, perché quello pensava allora giusto, e quello avrebbe compiuto. La Repubblica doveva cadere, e niente doveva rimanere a suo ricordo; neanche la sbiadita dignità dell’uomo da cui era sorta, a difesa e protezione di chissà poi chi.

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Ad un tempo penetrò negli animi degli altri Custodi, più deboli di spirito: ad uno ad uno spense la loro volontà (con alcuni in maniera più crudele che con altri), liberando il mondo dai suoi difensori. Agiva senza limite alcuno, e tutto era in suo potere. Chi poteva fermarlo? Sentiva l’ebbrezza dell’assoluto, sentiva che il suo essere era senza confini. Compiuto ciò che aveva iniziato con gli altri Custodi, ora Apeiron tornava a rivolgersi a Prometeo: - Allora, Prometeo. Come ci si sente ad essere soli? - Tu…tu non puoi aver fatto tutto questo. - Non posso? E perché mai! - Tu non sei l’Apeiron! L’Apeiron non esiste. - Ma non sai che il dubbio è sintomo di intelligenza, Prometeo? - Taci! - Dai ordini? Ancora? Ma non capisci che è finita! Basta, mi sono stancato! È ora che il cerchio si chiuda… Con un solo pensiero, Apeiron si trastullò col corpo di Prometeo, strisciandolo lungo le pareti del Faro: il Custode era inerme, nudo davanti alla superiorità di colui che ora si ergeva innanzi alle sue misere membra. Non aveva più niente da fare, si diceva. Stava muto, non si difendeva, neanche avrebbe potuto se solo l’avesse voluto; ma non lo voleva più. Intanto improvvisamente serio, Apeiron continuava a domandare, mentre finiva quanto aveva iniziato, abbattendo la mente, l’anima del padre della Repubblica: - Ora rispondi solo a questa domanda; perché tutto questo? Prometeo tacque, immobile disteso malamente: - Perché? Nuovamente il silenzio, interrotto solo da silenziosi lamenti e sospiri affannosi: - Perché? Ma non poteva esserci più risposta, mentre le camere dei giornalisti e i microfoni saltavano per aria, interrompendo ogni trasmissione. Lo spettacolo s’era concluso, doveva fermarsi. Il padre della Repubblica, Prometeo, aveva raggiunto il resto dei Custodi.

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Epilogo

Gratia, distesa sul letto, veniva accarezzata dall’amorevole mano di Sole Nascente; nel frattempo la bimba pensava, e pensando esternava ciò che sentiva: - Tutto finisce, Sole Nascente. Anche l’infinito, ben presto avrà i suoi limiti. Fino ad allora, tu sta con me e con Incubo, perché dopo, dalle mie mani, dalle mani di una bambina, sorgerà il nostro nuovo mondo. - Lo so mia cara, lo so. Ma ora riposa; sei stanca, ti si legge in volto. Così Gratia si mise a dormire. Sole Nascente la guardava, la fissava allibita nell’animo: la stupiva come una bimba così piccola e all’apparenza innocente, potesse tenere con tanta sicurezza in mano i destini di tutti. La cosa le faceva paura e allo stesso tempo la confortava: la confortava sapere che non erano più gli adulti a decidere, che forse s’era sbagliato tutto fino ad allora, ma che ancora si poteva porre rimedio. Apeiron entrò al senato sbattendo la porta: nell’aula, i Saggi, seduti compostamente, sembravano attenderlo. Su di una spalla stava il corpo senza vita di Vespro, sull’altra quello di Prometeo: era scuro in viso, serio come mai lo era stato in vita sua. Apeiron fissò tutti in volto, per la prima volta fiero di se stesso, conscio del grande passo che stava per compiere, dicendo le parole che avrebbe pronunciato. Prese fiato, e davanti agli occhi passò tutta la sua vita, fin da quando la ricordava, e gli incredibili eventi degli ultimi tempi. Intanto facevano capolino le prime camere e i microfoni dietro di lui, sparpagliandosi per tutta la stanza. Fattosi coraggio, davanti a quel pubblico in attesa, Apeiron parlò: - Questi sono i vostri Custodi; eccoli, ve li rendo per come li ho lasciati. Morti. Oggi io sciolgo il vostro Senato, abolisco i vostri

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poteri. Chi si metterà contro di me, farà la fine di coloro che dovevano proteggerlo. Allora Apeiron tornò a fissare in volto tutti, adagiando i corpi senza vita per terra, e concluse la sua breve arringa: - Questa Repubblica, la vostra Repubblica, è morta!

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