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Berlinguer e il “compromesso storico”.

di Rosso Malpelo

Qualche anno fa ho tentato di svolgere una rilettura di quella fase politica e ne è venuta fuori un’immagine laica, sicuramente demitizzata, di uno dei grandi leader della Sinistra italiana. La riflessione si inseriva in un tentativo più ampio che si sforzava di comprendere il perché di una deriva violenta della minoranza della giovane Sinistra degli anni ’70. Una violenza che avrebbe segnato il futuro del paese e compromesso irrimediabilmente un’intera generazione. Nel rileggere quella riflessione ho trovato degli elementi che, forse, possono essere visti come i prodromi di una degenerazione dell’attuale disfacimento della Sinistra a favore di una politica delle alleanze e del compromesso all’insegna del tatticismo volto alla conquista del potere fine a se stesso.
(…) Perché non ci furono mediazioni culturali e politiche, forti e sagge, che incanalassero quel furore al di qua di quel fiume in piena che erano i gruppi della sinistra extra parlamentare e i loro servizi d’ordine? Tale operazione avrebbe dovuto comunque, e anzitutto, rendere giustizia di tutti quei morti, avrebbe dovuto incaricarsi di fare luce sulle trame e sulle stragi. Ma sul piano istituzionale si è già visto quale fosse il livello di complicità e l’assoluta irresponsabilità della classe dirigente democristiana nella gestione dell’ordine pubblico, nel fomentare e proteggere i fascisti e gli attentatori, nell’incolpare innocenti, nel minimizzare responsabilità gravissime di appartenenti ai servizi segreti, alle forze dell’ordine, all’esercito e più in generale ai vertici militari, questi ultimi veri e propri traditori della Costituzione repubblicana. A sinistra il PCI correva verso elaborazioni strategiche che non tenevano conto di quel che accadeva al di fuori di un perimetro ideale che ricomprendeva via delle Botteghe Oscure e Piazza del Gesù (rispettivamente sedi del PCI e della DC fino agli anni ’90). Nell’ottobre del 1973 Enrico Berlinguer, segretario del PCI, (figura che oggi giganteggia tra i nani che fino a non molto tempo fa si consideravano suoi eredi, prima di smarrirsi in un fantomatico e labirintico Pantheon alla ricerca di improbabili figure ideali di riferimento per una sinistra – non più sinistra), nella seconda parte di un articolo pubblicato su “Rinascita” dal titolo “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile”, definisce la tesi del “compromesso storico”.1
Gli interventi su “Rinascita” del segretario del PCI, che illustrarono nel suo complesso la tesi del ‘compromesso storico ’, furono, in realtà, ben tre : 28/09/73: Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni; 05/10/73: Via democratica e violenza reazionaria ; 12/10/73 : Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile. Alleanze sociali e schieramenti politici. Fonte : http://eddyburg.it/article/articleview/399/0/23.
N.B. : per tutta la parte che segue, riguardante il commento sui citati articoli di B., verranno riportate frasi virgolettate senza riferimento in nota. Esse sono state tutte estratte dai tre articoli sopra citati pertanto si ritiene superfluo riportarne ogni volta la fonte. Altre citazioni, nello stesso contesto, ma di altri autori riporteranno, invece, in specifiche note, le fonti da cui sono state estratte.
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Una prospettiva che, di fatto, al di là della serietà dell’analisi, risulterà essere tutta rivolta ad un gioco politico interno, ad una geometria partitica che non teneva conto di quanta parte di realtà si svolgeva al di là di quello scacchiere immaginato. Si è già detto di come il PCI si fosse tenuto fuori dal ’68 studentesco e dal ’69 operaio tralasciando, espellendo come corpi estranei, tutte le elaborazioni e le lotte che prendevano vita alla sua sinistra. Potranno forse sembrare sbrigative e fuori luogo le affermazioni appena delineate, apparendo riduttive del pensiero di Berlinguer e del ruolo del PCI in Italia in quegli anni, ma pur essendo consapevoli che il frutto delle analisi sviluppate dall’allora segretario del PCI si inquadravano in quello scenario interno ed internazionale pericoloso, inquinato e minacciato da forze esterne alla democrazia che ne mettevano fortemente a rischio i presupposti (elezioni, libertà sindacali, associazionismo, partiti, libertà di stampa, fedeltà alla costituzione da parte dei corpi militari. etc.), altrettanto basilare e necessaria sarebbe stata l’apertura di quel partito alle nuove istanze, che venivano espresse con forza e spinta ideale davvero inusitata, ed ai nuovi soggetti sociali che ne erano portatori. La spinta in questa direzione era già avvenuta e l’occasione, come si è visto, sprecata quando il gruppo de ‘il manifesto’ tentò di fare entrare quelle istanze dentro il dibattito del partito e fu proprio durante l’avvio della segreteria di Berlinguer che quel tentativo fu respinto e il gruppo de ‘il manifesto’ espulso. In altri termini la teoria del “compromesso storico” non teneva in nessuna considerazione quello che una nuova soggettività politica e sociale elaborava autonomamente e che si diffondeva nel corpo della società pervadendola e causando quelle reazioni sanguinose i cui contraccolpi ricadevano, schiacciandola, su un’intera generazione. Il PCI scelse di non aprirsi, di non mettere in discussione il proprio solipsismo burocratico, il proprio austero patrimonio ideologico, l’algida intelligenza dei suoi dirigenti, senza eguali nel panorama politico italiano ed europeo. Berlinguer, nei suoi interventi su “Rinascita”, parte da un’analisi concreta sulle cause che hanno portato alla caduta del governo di Unidad Popular di Allende. Registra che “il colpo gravissimo inferto alla democrazia cilena (…) si ripercuote sull’intero movimento operaio e democratico mondiale” ma ritiene che non bisogna reagire con “collera” o “scoramento” ma trarre il dovuto “ammaestramento”. I principali capisaldi della lezione riguardano la realtà della politica USA: sopraffazione, tendenza all’oppressione, dominio economico e politico sui popoli, in altre parole : imperialismo, quando e dove i rapporti di forza lo consentono. Quindi richiama il movimento comunista mondiale alla “vigile attenzione di tutti sui pericoli (…) per la libertà dei popoli e l’indipendenza delle nazioni” e ritiene necessario “un più generale risveglio delle coscienze democratiche, e soprattutto un’azione per l’entrata

in campo di nuove forze disposte a lottare concretamente contro l’imperialismo e contro la reazione.” In questa affermazione comincia a delinearsi il tentativo di fare uscire dall’isolamento il movimento comunista ma ancora non sappiamo, esplicitamente, in quale direzione. L’obiettivo è invertire i rapporti di forza considerando, però, all’interno di una sfera antitetica all’imperialismo USA, l’URSS e il blocco storico dei suoi paesi satellite. Dà per scontata l’adesione del movimento operaio e democratico mondiale al blocco sovietico quando già da anni la sinistra extra parlamentare criticava le politiche oppressive, ed imperialiste a sua volta, dell’URSS. Descrive l’obiettivo strategico della coesistenza e della politica della distensione 10con accenti realistici confermando l’impressione che quegli obiettivi scaturivano dal presupposto di base che la divisione bipolare del mondo, decisa a Yalta, dovesse essere immutabile e che la presenza dei partiti comunisti in Occidente fosse un anomalia da tenere sotto stretto controllo, non solo da parte degli USA, ma anche della stessa Unione Sovietica attraverso i partiti affiliati. E’ pur vero che Berlinguer si sforza di caratterizzare il suo pensiero nel solco di un’elaborazione autonoma (c.d. via italiana al socialismo) che viene direttamente riferita alla lezione togliattiana: “Questa è la concezione che noi abbiamo della distensione e della coesistenza : una concezione dinamica e aperta (…)” in cui viene sottolineata la distanza dalla concezione imperialista che tende a mantenere lo status quo. Nella sua auspicata prospettiva la visione della coesistenza avrebbe dovuto certamente salvaguardare l’equilibrio bipolare ma avrebbe potuto includere una opportunità di trasformazione “progressiva” nelle nazioni, come l’Italia, ascritte al blocco occidentale. Questa duplice ottica (ribadiamo: da un lato condivisione della strategia geopolitica della coesistenza che, in altri termini, significava rinuncia a rilanciare sul piano internazionale l’espansione della visione marxista per il superamento del capitalismo e dall’altro lato riduzione della massiccia interferenza capitalista nella vita di altri paesi nonché sviluppo di processi sociali e politici alternativi anche nel campo occidentale) viene così delineata: “Il nostro partito ha sempre tenuto conto dell’ apporto imprescindibile tra questi due piani. Da una parte, come ci ha abituato a fare Togliatti, abbiamo cercato di valutare freddamente le condizioni complessive dei rapporti mondiali e il contesto internazionale in cui è collocata l’Italia. Dall’altra parte ci siamo sforzati di individuare esattamente lo stato dei rapporti di forza all’interno del nostro paese”. Nel prendere, quindi, in esame gli avvenimenti cileni Berlinguer considera, anzitutto, le differenze : la struttura economica, l’assetto istituzionale, etc. e le analogie: la dislocazione delle forze in campo e la via democratica al socialismo che si erano proposti comunisti e socialisti cileni.

Entrambi i termini (coesistenza e politica della distensione) rappresentavano formule per definire i tentativi bilaterali, USA/URSS, di avvicinare i due blocchi attraverso forme molteplici: riduzione concordata di armamenti, cooperazione economica, scientifica e culturale per la risoluzione di problemi comuni, etc. Queste politiche tendevano ad evitare che la contrapposizione potesse sfociare in un conflitto nucleare in cui, con molta probabilità, non ci sarebbero stati né vinti né vincitori.

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Sul primo aspetto (dislocazione delle forze in campo) è interessante rilevare quanto riportato in una biografia di E. Berlinguer del giornalista G.Fiori: “(…) All’estrema destra gruppi reazionari che non rifuggono dal complotto e dall’omicidio. All’estrema sinistra il MIR (movimento de la isquierda revolucionaria), giovani extraparlamentari dei quali un dirigente comunista , Volodia Teitelboin, dirà: “Gente estranea al popolo che ha cognizioni soggettivistiche e volontaristiche, che per proprio conto ha abolito le leggi dell’economia politica, che ignora la tattica e crede che la rivoluzione cominci dalla fine. Sono pochi, ma le loro azioni hanno enorme rilievo nella stampa reazionaria”. Tra i due poli estremi, un forte partito radicale progressista, il partito socialista rifondato nel 1933 da Salvador Allende, un partito comunista (segretario Luis Corvolan) ben radicato e prudente, fermo sulla scelta della rivoluzione per vie legali, e una Dc policlassista, partito del ceto medio professionale e mercantile e anche influente dentro la Cut, la centrale unica dei lavoratori cileni.(…)”2 Sul secondo aspetto (via democratica al socialismo) viene ulteriormente affermata la continuità storica con la politica togliattiana (“avanzata dell’Italia verso il socialismo nella democrazia e nella pace”), la cui origine viene a sua volta fatta risalire “al pensiero e all’azione di Gramsci”, in particolare il Gramsci del Congresso di Lione del 1926 in cui fu sconfitta la linea di Bordiga, considerata settaria ed estremista. Sono molti i passaggi in cui Berlinguer fa obliqui riferimenti alla realtà contemporanea ed ai sommovimenti che agitano l’universo a sinistra del PCI. Ciò al fine di giustificare, nel segno dell’ortodossia, (non dimenticandosi di essere il segretario del PCI), le scelte che avrebbero condotto alla svolta del “compromesso storico”. In questo stesso solco B. prende a riferimento le alleanze e le conseguenti scelte unitarie compiute con le altre formazioni politiche nel contesto della “guerra di liberazione” (‘44/’45) : “ Si trattava di una unità che si estendeva dal proletario, dai contadini, da vasti strati della piccola borghesia fino a gruppi della media borghesia progressiva, a gran parte del movimento cattolico di massa e anche a formazioni e quadri delle forze armate.” Ma il patto resistenziale era stato infranto già dal 1948 con la violenta campagna elettorale che portò alla vittoria democristiana contro il Fronte del Popolo (PSI – PCI) e le logiche che produssero quella frattura sono tutte interne alla contrapposizione USA/URSS cui si è ripetutamente accennato. Tuttavia B. ritiene che sussista “un ampio tessuto unitario” ancora non del tutto lacerato e che da quello bisogna ripartire per evitare di spaccare il paese, per interrompere ed isolare le strategie dei gruppi reazionari che tramano per il sovvertimento della democrazia. Non è semplice, oggi, percepire fino in fondo il senso della strategia berlingueriana. Essa cercava di avanzare e di innovare (fuoriuscita del PCI dall’inscatolamento dentro una “democrazia bloccata” nella parte occidentale) e nel contempo di mantenere la propria identità “rivoluzionaria”, la
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G. FIORI, Vita di Enrico Berlinguer, L’Unità/Laterza – supplemento al numero 22 dell’Unità dell’8/6/1992

propria forza da adoperare per sconfiggere la reazione (B. enumera a raffica : il biennio 1947 – 48 la battaglia elettorale e la lotta contro le persecuzioni e la discriminazione dei comunisti, il 1953 l’opposizione vincente alla c.d. “legge truffa” - un meccanismo elettorale attraverso il quale la DC tentava di ridurre drasticamente la rappresentanza dell’opposizione comunista nel paese - il 1960 e la resistenza al governo Tambroni, il 1964 anno durante il quale il PCI creò un vasto movimento di opinione che si oppose al c.d. “Piano Solo”, il tentato golpe del generale De Lorenzo, etc.). A ciò si aggiunga l’aperto contrasto con il fronte extraparlamentare le cui posizioni vengono liquidate come “cretinismo antiparlamentare”, da aggirare, sublimare, superare con la concretezza e la superiorità della propria tradizione politica e la presunta egemonia sul movimento operaio e sulla classe lavoratrice in generale. Una strategia che si apre e si chiude in apparenti ossimori ideologici e che si esplicita nella originale posizione del PCI, il più grande partito d’Occidente. Il senso di quanto detto, in un certo qual modo, può essere racchiuso in questa frase : “ La decisione del movimento operaio di mantenere la propria lotta sul terreno della legalità democratica non significa cadere in una sorta di illusione legalitaristica rinunciando all’impegno essenziale di promuovere, sia da posizioni di governo che stando all’opposizione, una costante iniziativa per rinnovare profondamente in senso democratico le leggi, gli ordinamenti, le strutture e gli apparati dello Stato.” Si aggiunga, in questo quadro, la sfiducia di B. verso il futuro, il timore di una crisi incombente di lungo periodo (in effetti lo choc petrolifero del 19733 causò un forte scossone alle economie dei paesi industrializzati e si paventò una grave crisi). Inoltre, già da qualche anno, la chiusura del ciclo virtuoso post – bellico, che ebbe il suo culmine nel c.d. boom degli anni ’60, aveva introdotto nuove ed articolate fasi conflittuali nella dinamica capitale – lavoro. Anche sulla base di queste convinzioni si decideva di scegliere una via compromissoria. La tesi di fondo, comunque, era che il PCI di fronte all’esplodere di una crisi economica grave e profonda avrebbe avuto la responsabilità di guidare la classe operaia, senza che i processi di reazione del sistema capitalistico, a fronte di tale crisi, causassero una destabilizzazione sociale i cui sommovimenti potessero creare fenomeni ingovernabili, trascinando il PCI in una crisi di rappresentanza che ne avrebbe squassato la struttura politica ed organizzativa. Una tesi che Chiarante, dirigente del PCI di allora, critica a posteriori in questi termini: “ Certo giungeva a conclusione l’espansione economica che aveva caratterizzato i decenni successivi alla seconda guerra mondiale: ma dietro l’apparente arresto dello sviluppo già si stava avviando (anche se,
I paesi arabi produttori di petrolio, riuniti nell’OPEC (Organisation of Petroleum Exporting Countries), decisero di ridurre drasticamente la produzione e la esportazione di greggio verso i paesi occidentali fino a quando Israele non avesse abbandonato i territori occupati a seguito della c.d. guerra del Kippur. L’episodio è uno degli avvenimenti cruciali della guerra israelo – palestinese: truppe siriane ed egiziane, durante la festività ebraica dello Yom Kippur, tentarono di riconquistare le alture del Golan e la penisola del Sinai ma furono respinte dall’esercito israeliano che riuscì ad occupare nuovi territori.
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sul momento, non molti se ne rendevano conto) un processo di riorganizzazione e ristrutturazione economica che sarebbe sfociato nella fase del post fordismo. Di questo non si accorgeva Enrico Berlinguer, che anche su questo terreno era allora fortemente condizionato dalle posizioni della destra comunista, chiaramente illustrate dalla visione stagnazionista che ispirava in quegli anni le analisi di Giorgio Amendola 4. Questa interpretazione delle ragioni della crisi economico – sociali del paese portava Berlinguer e la maggioranza del gruppo dirigente comunista, a ritenere che la proposta di intesa con una DC che correggesse la sua politica era anche la strada obbligata per stabilire almeno con la parte più illuminata della borghesia italiana un diverso rapporto, che evitasse ‘la comune rovina’ delle due classi in lotta e consentisse di riprendere, nella democrazia, un cammino di risanamento e di progresso sociale ed economico.”5 In questa prospettiva si elabora il quadro delle “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile. Alleanze sociali e schieramenti” (il terzo articolo di “Rinascita”). Una prospettiva di ripiegamento della classe operaia e del movimento comunista. Difficile da capire da parte di quella nuova leva di giovani studenti ed operai che, al contrario, vedendo un incendio divampare nel campo occidentale e capitalista l’avrebbero voluto trasformare, correndo ovviamente dei rischi, in un occasione di profondo e radicale cambiamento della struttura politica e sociale. Un’analisi opposta a quella berlingueriana è quella che di seguito viene esposta, devo dire con un certo disagio, perché gli argomenti seppure, ad avviso di chi scrive, in una certa misura condivisibili risultano superficiali rispetto all’esposizione che B. fa delle ragioni del compromesso storico: “Di fronte al formarsi di una nuova composizione di classe, in seguito all’immissione di operai giovani ed immigrati, estranei alla tradizione politica comunista, estranei al mito produttivista di derivazione gramsciana, e soprattutto estranei alla cultura statalista del movimento operaio ufficiale, il Partito comunista cominciò a perdere sempre più rapidamente il controllo delle lotte di avanguardia. All’estremismo operaio il PCI rispondeva con la politica delle alleanze con i ceti medi; ma quella che fino agli anni sessanta poteva sembrare una politica volta a conquistare egemonia culturale e direzione politica, dopo il ’68, e ancor più dopo l’autunno caldo, apparve puramente e semplicemente come una politica di cedimento, di sgretolamento della forza politica operaia. Il ’73 rappresenta indubbiamente l’anno chiave in questo processo di divaricazione tra avanguardie operaie e Partito comunista. E ciò per due opposte ragioni. Le avanguardie operaie e proletarie ricevettero un segnale decisivo dall’occupazione di Mirafiori: era possibile organizzarsi autonomamente fino al punto di scatenare l’occupazione della più grande fabbrica italiana, senza alcuna partecipazione del sindacato e del partito, anzi dichiaratamente contro queste forze.

4 G. Amendola tra i massimi esponenti del PCI, arrestato dai fascisti negli anni ’30, fu il vice di Togliatti. Dopo la morte di questi fece prevalere la sua linea moderata su quella della sinistra di Pietro Ingrao. Muore nel 1980. 5 G. CHIARANTE, Alle origini del compromesso storico, “la Rivista del manifesto”, Dicembre 2003, n.45

Il PCI ricevette un segnale del tutto opposto dal colpo di stato fascista cileno: non è possibile andare ad uno scontro frontale con la borghesia, anche se si è forza di maggioranza, perché questo provocherebbe una reazione di tipo fascista, e dunque bisogna proporre al maggior partito della borghesia un compromesso che rappresenti la congiunzione fra tutte le forze sociali del paese in una prospettiva di solidarietà nazionale. Niente di più distante dalle tensioni che attraversavano l’intero corpo sociale. La divaricazione fra Partito comunista ed avanguardie sociali divenne scissione verticale, contrapposizione violenta.”6 Berlinguer, piuttosto, cita Lenin per ricordare alla “classe rivoluzionaria” che “non si può vincere senza avere appreso la scienza dell’offensiva e della ritirata”. In particolare, sottolinea che Lenin è stato il più audace nel sapere cogliere i momenti del consolidamento e della ritirata. Torna, quindi, sulla questione dei rapporti di forza . Insiste sul fatto che bisogna sapere comprendere “il quadro complessivo della situazione interna ed internazionale in tutti i suoi aspetti”. Sembra rispondere a quei giovani che sono ogni giorno nelle piazze, nelle strade, nelle fabbriche e nelle scuole : “ L’obiettivo di una forza rivoluzionaria, che è quello di trasformare concretamente i dati di una determinata realtà storica e sociale, non è raggiungibile fondandosi sul puro volontarismo e sulle spinte spontanee di classe dei settori più combattivi delle masse lavoratrici, ma muovendo sempre dalla visione del possibile (…) “ Sostiene che, ad ogni modo, la via democratica al socialismo da seguire in Italia si può realizzare nell’ambito della Costituzione e quindi all’interno di quel blocco sociale che l’ha voluta e propugnata (laici, cattolici, socialisti e comunisti). Analizza con lucidità le nuove composizioni e scomposizioni sociali nella società italiana ponendosi il problema del consenso e delle alleanze. Ritiene necessario capire dove si situa e come è orientato il vasto e composito ‘ceto intermedio’ posto tra borghesia capitalista e proletariato, frutto del processo di terziarizzazione già in atto. B. intuisce la complessità e l’importanza crescente di queste stratificazioni sociali che diverranno, via via, sempre più cruciali nell’epoca attuale (si pensi, ad esempio, a quel fenomeno, oramai in esaurimento, verificatosi negli anni ’90, sebbene in misura parziale, nel ceto operaio del nord – est italiano (in regioni come il Veneto, il Friuli, la stessa Lombardia) che alla crisi seguita al processo di ristrutturazione capitalista, nel passaggio dalla crisi della grande industria nazionale alla globalizzazione economica, si rigenera creando reticolati di piccole imprese che formeranno poi i c.d. distretti industriali e trasformando, quindi, l’operaio in piccolo imprenditore. Questa categoria, osserviamo en passant, è oggi buon bacino elettorale per la Lega e ancora di più per Forza Italia).7
PRIMO MORONI – NANNI BALESTRINI - L’orda d’oro, SugarCo, 1988. Questa osservazione non è più valida alla luce degli effetti della crisi economica che, dal 2008 in poi, ha modificato ulteriormente anche la struttura economica di quelle aree del paese che stanno attraversando una fase di desertificazione produttiva con una massiccia delocalizzazione delle imprese verso i paesi dell’Est, chiusura di impianti e disoccupazione diffusa.
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B. ritiene che questi ceti vadano incoraggiati a sentirsi a proprio agio in una prospettiva storico – politica che non li consideri nemici ma alleati. Pur intuendo, con vera sagacia e lungimiranza politica, l’importanza che questo corpo sociale, ancora disomogeneo, avrà nel panorama politico italiano, sorvola sui temi che, concretamente, dovrebbero generare convergenza di interessi con il blocco storico dei salariati. Indubbiamente Berlinguer è consapevole della necessità di confrontarsi con la modernità sforzandosi, così come fa, di ricollocare la forza del PCI in categorie che, seppure generiche, si delineano come “nuove soggettività sociali” portatrici di bisogni ed esigenze specifiche: le donne, i giovani e le ragazze, le masse popolari del Mezzogiorno. Resta, tuttavia il dubbio, che l’operazione abbia un che di astratto avendo assunto che tali riformulazioni delle classiche categorie sociali agiscano in altri luoghi e, autonomamente dalle elaborazioni teorico – politiche, intervengano con la loro stessa vita, con il loro modo di esistere, nel campo dell’agire politico concreto, quel campo cioè dove avvengono le modificazioni della realtà di cui parla B. Questo è il problema del consenso: Allargare la base storica di riferimento della sinistra a quel ‘ceto intermedio ’ in formazione, intercettandolo con politiche che ne appoggino le istanze ed i bisogni armonizzandole con il flusso storico del socialismo o meglio della via italiana al socialismo. Sia detto per inciso che tale politica declinata in vari aspetti e per successive aperture negli anni a seguire diede dei risultati ed è parte di quell’ampio consenso generale di cui godeva la sinistra, in senso esteso, lungo tutti gli anni settanta, in Italia. Più specificatamente portò il PCI, nel 1976, al suo massimo storico : il 34, 4 % alla Camera, distanziandosi di soli 4 punti percentuali dalla DC. Si pone, a cascata, il problema delle alleanze : “ Se è vero che una politica di rinnovamento democratico può realizzarsi solo se è sostenuta dalla grande maggioranza della popolazione, ne consegue la necessità non soltanto di una politica di larghe alleanze sociali ma anche di un determinato sistema di rapporti politici, tale che favorisca una convergenza e una collaborazione tra tutte le forze democratiche e popolari, fino alla realizzazione fra di esse di una alleanza politica. “ B. parte da una posizione a priori in cui viene ad inscriversi la lezione cilena. Sostiene, in sintesi, che seppure le forze di sinistra riuscissero a raggiungere il 51% dei voti e, conseguentemente della rappresentanza parlamentare, non ci sarebbero, dato il quadro internazionale, garanzie sufficienti per la sopravvivenza di un governo delle sinistre. Tale affermazione è vera in parte. La parte di verità che vi è contenuta è talmente cruda che anche l’altra parte del ragionamento risulta indigeribile: in una democrazia chi ottiene la maggioranza dei voti dovrebbe potere governare; se ciò non avviene è perché il quadro internazionale è pervaso dall’illegalità internazionale. Una determinata parte politica, seppure maggioranza in un paese occidentale, non può (paradosso) governare perché gli USA non ritengono che ciò possa o debba

avvenire. Costi quel che costi. La domanda è dunque : che cosa sarebbe accaduto se le sinistre avessero provato a governare con il 51% dei voti, quindi con un pieno e legittimo mandato popolare e democratico? Ci sarebbe stato un intervento USA, diretto o, molto più probabilmente indiretto; le prove generali di strategie golpistiche in Italia erano già in atto da anni (fascisti, Gladio, P2, etc.) e le varie branche delle forze armate (servizi segreti inclusi) già sufficientemente inquinate. Questo è, detto grossolanamente, ciò che Berlinguer temeva ed è ciò che accadde in Cile. Ma alcuni elementi non tornano nel ragionamento di B. Vediamo il Cile. Allende, alle elezioni presidenziali cilene, con la sua Unidad Popular prende il 37,8% dei voti, la DC cilena ne prende esattamente 10 punti percentuali in meno, il candidato di destra, invece, riesce ad ottenere un risultato quasi pari a quello di UP: il 35,8%. Quindi siamo ben lontani da una maggioranza assoluta e da quel 51% di cui parla B. Allende riesce, comunque, ad andare al governo sulla base della Costituzione di quel paese (quindi in modo pienamente legittimo) la quale prevedeva che il Congresso (il parlamento) scegliesse il candidato che avesse ottenuto il maggior numero di voti, e questo era il caso del governo di Unidad Popular di Allende. La DC cilena, tra l’altro, appoggiò la fase iniziale dell’esperimento di UP: “Although Allende's Popular Unity (Unidad Popular--UP) government drew initially on the congressional support of the Christian Democrats, whose backing made his election possible in the congressional runoff on October 24, 1970,(…)"8 Ma le pressioni esterne non dovettero tardare se la DC cilena e il suo leader Eduardo Frei si affrettarono a costituire una federazione con il partito di destra . A questo punto bisognerebbe chiedersi in che senso l’Italia avrebbe dovuto tenere conto della lezione cilena? Allende va al governo nel 1970 perché la costituzione glielo consente ma la maggioranza assoluta, se si sommano centro e destra, non c’era certamente. In questo caso, con l’UP che aveva ottenuto il 37,8%, si parla di maggioranza relativa, in raffronto con le formazioni politiche concorrenti che avevano ottenuto il 36% e il 27%. Siamo lontani da quel 51% di cui parla B. Quindi, di fatto, nel caso cileno, un paese con una maggioranza politica , stando ai numeri, non di sinistra. Ma l’appoggio iniziale della DC cilena al governo di UP rappresentò certamente un elemento essenziale per far sì che Allende si assumesse il rischio di guidare un governo di sinistra (si badi che Allende era socialista non comunista, sebbene i comunisti fossero parte di UP) nel continente americano. Appoggio che, come sopra accennato, venne prontamente e prepotentemente ritirato con una brusca virata a destra.
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Rex A. Hudson, ed. Chile: A Country Study. Washington: GPO for the Library of Congress, 1994. fonte:

http://countrystudies.us/chile/.- Traduzione: “Sebbene il governo di Unità Popolare di Allende avesse ottenuto
all’inizio l’appoggio parlamentare della DC cilena, che rese possibile la sua elezione nella tornata del 24 Ottobre 1970 (…).”

Quindi tornando alla proposta berlingueriana, anche in raffronto con la situazione cilena, il problema delle alleanze diventa effimero. Chi avrebbe potuto/dovuto mettere il suggello della fedeltà ad un alleanza tra il PCI e la DC in Italia? Quali sarebbero dovute essere le condizioni affinché una tale alleanza sarebbe stata al riparo da un intervento USA, che, non dimentichiamolo, in Cile fu perseguito con una morbosa caparbietà dall’amministrazione Nixon, una delle peggiori che ci siano mai state negli Stati Uniti (escludendo Bush jr.) ? La proposta berlingueriana prevede, quasi come una formula esorcistica, che nel caso del compromesso storico si parli di “Alternativa democratica” e non di “Alternativa di sinistra”. Ma proprio la lezione cilena, al di là delle formule e tenendo fermo berliguerianamente il ‘quadro internazionale’, ci induce a pensare che il rischio di un intervento USA con un partito comunista al governo, sebbene stabilmente o temporaneamente alleato dei centristi della DC, in un paese occidentale, sarebbe stato identico. A fronte, dunque, di una sostanziale parità di rischio tra una prospettiva di governo delle sinistre, democraticamente eletto, e di governo di “Alternativa democratica” (DC e PCI alleati), perché B. e il gruppo dirigente dell’ allora PCI scelse questa seconda ipotesi? Due elementi, anzi un primo elemento ed un’ipotesi, sembrano emergere: il primo elemento escluderebbe anzi tutto e preliminarmente l’obbligatorietà della alleanza con la DC sulla base dell’evidenza della lezione cilena. Perché? Ma perché il PCI quell’alleanza la voleva, la cercava e la preparava da tempo. Il golpe cileno fu né più né meno che uno spunto nemmeno tanto appropriato. Riprendiamo, a tale proposito, quanto sostiene G. Chiarante che più che un testimone diretto di quell’epoca ne è uno dei protagonisti: “La proposta [il compromesso storico] uscita da quel congresso[il XIII Congresso del Pci, svoltosi a Milano dal 13 al 17 marzo 1972] , rilanciata con chiarezza da Berlinguer nel rapporto al Comitato centrale del 7-9 febbraio 1973 2, era infatti quella di «un programma di rinnovamento e risanamento nazionale», che per realizzarsi richiedeva «l'incontro e la collaborazione di tutte le forze democratiche e anzitutto delle tre grandi componenti del movimento popolare italiano: quella comunista, quella socialista e quella cattolica» . Della possibilità di tale incontro Berlinguer vedeva una conferma nella convergenza fra Cgil, Cisl e Uil, nella larga partecipazione di forze cattoliche alle manifestazioni per il Vietnam e alla battaglia antifascista, nelle comuni iniziative per le riforme soprattutto in sede regionale e locale.”9 Quindi la proposta era già stata elaborata prima che in Cile avvenisse il golpe, aggiunge Chiarante che il dibattito nel partito su quella che veniva definita la questione democristiana era intensissimo. Allora il settimanale “Rinascita” pubblicava, a sua volta, un mensile “Il Contemporaneo” che uscì con ben dodici articoli di approfondimento sul tema (siamo nel maggio del 1973, il golpe avviene l’11 settembre):

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Art. cit. G. CHIARANTE, Alle origini del compromesso storico

“L'articolo principale, che apriva il fascicolo, era opera di Gerardo Chiaromonte, che non era soltanto il direttore di «Rinascita» in quel periodo, ma uno dei principali esponenti della destra comunista, il cui peso era allora determinante nelle scelte politiche del partito. È particolarmente significativo che in quell'editoriale, che pure precede di diversi mesi il colpo di stato in Cile, Chiaromonte anticipava quasi alla lettera (persino sul tema, che più tardi susciterà tante polemiche, dell'impossibilità di governare col 51 per cento) le analisi e le argomentazioni con cui in autunno Enrico Berlinguer, nei tre articoli su «Rinascita», avrebbe presentato la proposta del compromesso storico. Infatti Chiaromonte, dopo aver sottolineato i pericoli di contrapposizione frontale con la Dc, che spingeva quel partito a un alleanza organica con la destra, così proseguiva: «Diciamo di più: ammesso che le sinistre laiche, socialiste e comuniste conquistassero il 51 per cento dei voti, superassero le loro divergenze e riuscissero a mantenere la loro compattezza e a formare un governo di sinistra, il progresso democratico e sociale dell'Italia non potrebbe essere assicurato in una contrapposizione frontale contro l'altro 49 per cento, al di fuori, cioè, della ricerca del consenso e della collaborazione con il grosso delle masse cattoliche e con le loro rappresentanze sindacali e politiche. […]”. La questione democristiana per il PCI diventava essenziale perché nella situazione data dall’analisi del reale, seguendo il documento berlingueriano e gli accenni che Chiarante fa del dibattito interno che lo precedettero, soltanto l’alleanza dei due grandi partiti della tradizione italiana, la cattolica e la comunista, avrebbe potuto creare le condizioni sufficienti per risanare il paese rilanciandone l’economia e porlo, nel contempo, al riparo dalle trame. Questa operazione politica poggiava su un altro presupposto direi scricchiolante (tale e quale a quello secondo cui gli USA avrebbero fatto i salti di gioia vedendo a braccetto i loro alleati storici e i loro nemici storici, a loro volta alleati dell’URSS) e cioè che il PCI avrebbe potuto cambiare la DC facendo leva sulla parte sinceramente democratica. Considerando, ancora una volta berlinguerianamente il ‘quadro interno’ (quell’orrendo pasticcio di trame, stragi, servizi deviati etc.) e quello internazionale ma come si poteva sinceramente ritenere che ciò fosse possibile? E’ probabile che, comunque, B. e il partito si sentissero chiusi in un angolo da avvenimenti incalzanti, quale era il clima di quello scorcio degli anni settanta, nei confronti dei quali si imponeva l’elaborazione di una strategia di rilancio che, in qualche modo, scavalcasse le questioni entrambe mastodontiche, quella ‘a destra’, ovvero la DC che con il suo blocco storico e il suo legame a doppio filo con gli USA faceva dell’Italia una democrazia bloccata e quella ‘a sinistra’ dei movimenti che incalzavano incessantemente il PCI su tutte le questioni che riguardavano la teoria e la prassi di un azione politica comunista. Sembra opportuno, su questo punto, citare quello che B., nella seguente frase, esprime, e che è quasi un grido lacerante, una specie di invocazione: “La nostra ostinazione nel proporre questa prospettiva è oggetto di polemiche e di critiche di varia provenienza. Ma la verità è che nessuno dei nostri critici e obiettori ha saputo e sa indicare un’altra

prospettiva valida, capace di far uscire l’Italia dalla crisi in cui è stata gettata dalla politica di divisione delle forze democratiche e popolari, di avviare a soluzione gli immani e laceranti problemi economici, sociali e civili che sono aperti e di garantire l’avvenire democratico della nostra Repubblica. “ Il secondo elemento, anzi l’ipotesi che potrebbe tratteggiarsi riguarda il fatto che il PCI temeva fortemente l’importanza crescente dei movimenti e la loro forza ed influenza sulle giovani generazioni. Temeva la radicalità delle loro istanze, il loro fare politica al di fuori degli schemi tradizionali. La temeva su due piani: sul primo si può dare ragione a B. e al suo quadro internazionale, e mantenendo una logica strettamente politica, era pericoloso accondiscendere ad una linea, diciamo anche a più linee spesso in disaccordo (tante quanti erano i gruppi dell’extra sinistra), acerbamente rivoluzionaria ed esacerbatamente contraria ad una prassi politica che tenesse conto della Costituzione nei limiti dell’agire parlamentare. Sul secondo, in prospettiva, si temeva la perdita del monopolio sul movimento operaio e sulle giovani generazioni che, in effetti, si palesava attraverso gli scioperi selvaggi, le occupazioni delle fabbriche, i cortei spontanei che non avevano l’imprimatur del PCI ma che venivano organizzati, a seconda delle realtà e dei periodi da LC, da PotOp, etc., in egual modo il mondo studentesco si esprimeva nei Comitati di base, nei collettivi, legati a questo o a quel gruppo extra parlamentare, e la FGCI aveva un esigua rappresentanza. La contrapposizione tra queste due sinistre diventerà sempre più violenta e con essa crescerà anche la violenza in generale nel paese. R. Rossanda, in un articolo che precede quello di G. Chiarante, intervenendo sullo stesso tema e riferendosi al PCI afferma che “ (…) fuori dal partito, rompeva ogni dialogo con i movimenti che erano nati intorno al 1968. Il PCI si interdiceva così di capire una vicenda in quegli anni ancora tutta in fieri e che fino al 1975 avrebbe gonfiato il suo bacino elettorale. E finiva con il dare argomenti alle derive estremiste, invece di tagliare loro l’erba sotto i piedi: e in quella estate del 1976, con il consenso di fatto del PCI al governo Andreotti,10 che i movimenti si dividono acerbamente e si formano o allargano (nel caso delle BR) i gruppi armati.”11 Il ragionamento condotto sinora non può, però, essere interpretato come l’arringa di un avvocato difensore a sentenza di condanna già emessa ma piuttosto come il tentativo di allargare lo zoom su una panoramica più ampia, facendo intravedere, come nel teatro delle ombre cinesi, le silhouettes degli attori che, seppure non visibili come forme fisiche, agirono su vari fronti ed ebbero specifiche parti in quella che poi divenne una tragedia italiana per più di una generazione.

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Qui Rossanda si riferisce al figlio deforme del ‘compromesso storico’ cui si arrivò nel 1976 e che fu denominato “governo delle astensioni”. In sostanza il PCI dava l’appoggio esterno al governo democristiano astenendosi e non votando contro in parlamento. 11 R. Rossanda, Discutendo di Enrico Berlinguer, la rivista del manifesto, n. 44 novembre 2003

Non è, dunque, nemmeno il tentativo di scaricare sul PCI il dilagare di quella violenza che aveva ben più radicate e variegate origini si tratta, piuttosto, di richiamare ad una responsabilità oggettiva una grande forza politica che avrebbe potuto e dovuto porsi la questione di ciò che stava alla sua sinistra e dare corpo, attraverso le sue imponenti batterie teoriche ed organizzative, ad un’ elaborazione politica che instradasse, coinvolgesse, attirasse in un orbita, non dico non violenta, perché quello specifico periodo storico non era, probabilmente, intellettualmente ed emotivamente maturo per quella scelta, ma a-violenta (ovvero senza quella mitizzazione della violenza che nasceva dall’isolamento di fronte alla crescente ed imponente ingiustizia) quella galassia di gruppi e movimenti giovanili che finirono con il praticarla sotto varie forme ed a pagarne un prezzo altissimo, il più alto, in termini di vittime e di costi sociali, tra tutti i paesi europei.
Rosso Malpelo (2006)