Giacomo

INDICE

INTRODUZIONE..................................................................................................- 3 MONTANELLI VISTO DA VICINO..................................................................- 7 MONTANELLI: IL POMO DELLA DISCORDIA ....................................- 17 LA TRASCENDENZA DI MONTANELLI................................................- 29 CONCLUSIONE....................................................................................- 34 BIBLIOGRAFIA..................................................................................- 35 -

INTRODUZIONE
Dopo 92 anni, la gran parte dei quali dedicata al giornalismo, il 22 luglio 2001 è morto Indro Montanelli. Era nato a Fucecchio, in Toscana, il 22 aprile 1909 da componenti di famiglie “rivali”: Sestilio Montanelli e Maddalena Doddoli. Nei primi anni di vita Indro fu istruito e formato soprattutto dalla madre e dalla famiglia di lei. Del padre ha sempre parlato poco e malvolentieri. Durante gli anni dell’infanzia Montanelli prese a modello “nonno” Bassi, vecchi amico di famiglia Doddoli, nonchè sindaco di Fucecchio. Da lui Montanelli ereditò tutto il suo essere: la misantropia, l’attaccamento alla borghesia “nobile”, l’amore per la letteratura e soprattutto l’anticonformismo. Nel 1922, anno dell’avvento di Mussolini, Montanelli era a Rieti, a seguito del padre promosso preside del Regio Liceo, qui il piccolo Indro mosse i primi passi da giovane Balilla. Laureatosi in Legge e in Scienze Politiche, emigrò in Francia, frequentò la Sorbona, la più importante università francese, e venne assunto come cronista da Paris

Soir , in seguito passò all’agenzia statunitense United Press. Era il tempo della guerra
d’Africa e Montanelli partì volontario, come soldato ma, soprattutto, come cronista. Da questa esperienza ne uscì, in seguito, il suo primo libro XX battaglione eritreo, che lo lanciò nel mondo dei letterati. In Etiopia, vide le rappresaglie del generale Rodolfo Graziani, esasperato da un attentato alla sua persona che probabilmente era stato organizzato da ribelli eritrei e Montanelli ebbe il primo disincanto per il fascismo. Il giovane inviato fu mandato, per conto del Messaggero , in Spagna, dove si stava combattendo la guerra civile. Qui Montanelli rivelò tutto il suo anticonformismo, non uniformandosi alle cronache propagandistiche che arrivavano dal fronte nel nostro paese, ma scrivendo solo quello che vedeva, non una guerra ma “una lunga passeggiata con un solo nemico: il caldo.”. Come conseguenze immediate ebbe il licenziamento in tronco, la radiazione dall’albo dei giornalisti e la sospensione dal partito fascista. Quindi si spostò in Estonia ad insegnare italiano. Un anno dopo gli venne offerta un posto al Corriere della Sera , però, non fu possibile assumerlo per via della radiazione dall’albo, in seguito grazie ad un ripiego, la sola collaborazione, riuscì a entrare tra le firme del prestigioso quotidiano. E' in Germania quando il Terzo Reich avanza verso Danzica e, a quanto dice, parla con Adolf Hitler in persona. Poco dopo, Montanelli si trovava da alcuni giorni in un hotel di Helsinki, quando l’Unione Sovietica aggredì la Finlandia. Montanelli, per la prima e non ultima volta, era al posto giusto nel momento giusto e fece trepidare i lettori su quella lotta impari che opponeva un piccolo -3-

popolo al gigante russo, al contrario della propaganda giornalistica dei colleghi inviati, che esaltavano il quasi alleato russo. L’Italia era legata, infatti, alla Germania dal patto d’acciaio, quest’ultima aveva a sua volta stipulato il patto, di non aggressione, MolotovRibbentrop con la Russia. All’epoca della Repubblica di Salò, Montanelli accusato di antifascismo (per alcuni ironici articoli sugli amori di Mussolini attribuiti erroneamente a lui) fu arrestato e rinchiuso a San Vittore. Condannato a morte, fu salvato dal cardinal Schuster, in seguito riuscì a evadere e passò in Svizzera. Finita la guerra, Montanelli tornò al Corriere e riprese la sua vita da inviato di lusso. Si ritrovò un'altra volta nel posto giusto, quando nel 1956 a Budapest arrivò in città quasi contemporaneamente all’abbattimento della monumentale statua di Stalin nella piazza principale della capitale ungherese. Qui diede “fiato” al suo spirito critico e testimoniò che gli insorti non erano ribelli borghesi, ma “comunisti antistalinisti” cosa che gli attirò le antipatie della sinistra. Nel 1973 lasciò il Corriere per dissidi con il direttore Ottone, troppo “a sinistra” per il liberale Montanelli, e fondò Il Giornale Nuovo , in seguito divenuto semplicemente il Giornale , iniziando la sua esperienza come direttore. Vennero gli anni di piombo e Montanelli si ritrovò, letteralmente, tra il fuoco incrociato delle Brigate Rosse. Il 2 giugno 1977, infatti, venne “gambizzato” davanti alla sede del Giornale , a Milano. La sua vecchia "casa", il Corriere della Sera , nel darne la notizia non lo nomina neanche, ma si limita a dedicargli un articolo di spalla con l'indegno titolo di "Gambizzato un giornalista". Dopo un bel avvio, il Giornale , con gli anni, incominciò a perdere copie entrando in un’insanabile crisi economica. Montanelli fu costretto, quindi, a venderlo “per quattro palanche” a Silvio Berlusconi, con un preciso accordo: l’imprenditore non avrebbe dovuto interferire con l’orientamento politico della testata. Quando, però, nel 1994, Silvio Berlusconi “scende in campo” e impone una linea editoriale favorevole a “Forza Italia”, il nuovo partito fondato dall’imprenditore, Montanelli non ci sta e lo critica aspramente dalle pagine del Giornale . Il Maestro è costretto alle dimissioni. Pochi mesi dopo, Montanelli riuscì a fondare un nuovo giornale, La Voce , espressione di una destra liberale e anticonformista. Questa esperienza durò appena un anno, schiacciato, a quanto pare, dalle pressioni del suo ex-capo salito a palazzo Chigi. Rientrò al Corriere della Sera chiamato dal direttore Paolo Mieli e riebbe la Stanza , rubrica giornaliera di lettere da parte dei lettori, che aveva già tenuto nella “Domenica del Corriere”. Con “La Stanza” Montanelli riuscì a riaffacciarsi, in modo prepotente, nel repertorio storico-politico dell’Italia di fine secolo. Il grande giornalista, in seguito ad un malore, fu ricoverato nella clinica “La Madonnina” di Milano, dove, operato, sembrava essersi rimesso dopo l’intervento -4-

perfettamente riuscito, ma non fu così: si spense domenica 22 luglio 2001 all'età di 92 anni. Memorabile è rimasto il suo necrologio-epitaffio dettato, pochi giorni prima della morte, alla nipote giornalista Letizia Mozzi, nell’inconfondibile stile asettico che gli era proprio quando parlava di se stesso, ma per questo altamente commovente. L’autonecrologio è stato pubblicato il 23 luglio 2001 in prima pagina dal Corriere della Sera e ripreso nei giorni seguenti da quasi tutti i quotidiani nazionali. L’eco della notizia della morte di Indro Montanelli è stato fragoroso. La mia analisi si è svolta all’interno dei quotidiani nazionali dei tre o quattro giorni successivi la morte (23-24-25-26 luglio 2001). Nella scelta delle testate a cui far riferimento, ho spaziato nel trattare quotidiani di diversa idea politica-sociale: dai quotidiani più moderati, come il Corriere della Sera di Milano e La Stampa di Torino, a quelli più “schierati” a destra Il Giornale e a sinistra L’Unità . Riguardo al giornale storico della Sinistra, devo denotare che, dal punto di vista grafico, è il peggior quotidiano tra quelli da me analizzati. La mia lettura è stata spesso interrotta da bruschi cambi di direzione degli occhi per catturare il seguito dell’articolo, cosa che accadeva più raramente nelle altre testate. Anche dal punto di vista dei contenuti, si sa, d’altronde è giornale di partito, è poco obiettivo e molto schierato. La lettura delle varie colonne è molto difficile per molti riferimenti ad avvenimenti, ignoti ai più. Inoltre, dal mio punto di vista e almeno per l’argomento e i giorni da me consultati, molti, quasi troppi, articoli hanno un titolo che non è appropriato. Tutte e quattro le testate, da me consultate (Corriere della Sera, Giornale, Stampa e Unità) , danno molto spazio alla notizia della morte di Montanelli, riempiendo, in media, le prime quattro, cinque pagine per l’intero arco di tempo da me preso in giudizio. Certamente i giornali più coinvolti, quelli in cui militava o di cui aveva fatto parte, erano sicuramente il Giornale e il Corriere , che hanno dedicato anche sei o sette pagine ogni giorno. Come si può facilmente notare da alcuni titoli, la posizione, per esempio, dell’amore patrio del giornalista era trattato in due modi diversi dal Corriere della Sera in “Un vero italiano” (B. Severgnini) e dal Giornale di Berlusconi, tenendo presente che nel frattempo era Presidente del Consiglio, in “Un italianissmo anti-italiano”. (M.Veneziani) Per quanto riguarda le altre due testate, Stampa e Unità , per il giorno successivo all’evento dimostravano il necessario interesse occupando, le pagine dalla prima fino alla terza del giornale per poi finire, nei giorni seguenti, quando l’interesse calava e emergevano notizie più importanti, a relegare la morte di Montanelli in trentesima pagina o nella sezione “Cultura”. La mia relazione è composta da tre sezioni, che rappresentano una parte del consistente “carico” di argomenti che ogni quotidiano “trasportava”. Nella prima sezione, descrivo la figura di Indro Montanelli, riportando le parole usate dai giornalisti -5-

che gli erano, quasi tutti, amici e allievi. La seconda sezione è dedicata al burrascoso rapporto del Maestro con la politica italiana e internazionale. La terza è dedicata, infine, al rapporto, dell’ateo Montanelli, con la morte, con Dio e con il clero, insomma, con il trascendente. Ho selezionato solo questi tre argomenti perché mi sembravano quelli trattati con più dovizia di particolari. Ne ho esclusi alcuni, anche molto rilevanti, perchè trattati in modo più superficiale. Ad esempio non ho affrontato Montanelli divulgatore storico per due motivi: il primo perché non mi sembrava appropriato parlare di divulgazione storica in una relazione per un corso di Storia Contemporanea; il secondo motivo perché la mia ricerca non ha individuato abbastanza articoli per delineare adeguatamente questo argomento. Il mio lavoro non si è soffermato inoltre sulla figura del “Grande Inviato” o sul rapporto che egli ha intrattenuto con le città della sua vita: Fucecchio e Milano.

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MONTANELLI VISTO DA VICINO
Dall’analisi che ho condotto sui quotidiani dei giorni successivi la morte di Indro Montanelli si delinea una figura unica del panorama giornalistico dell’ultimo secolo. Indro (vorrei chiamarlo anch’io così d’ora in poi, dato che anche i suoi lettori gli davano del “tu”) si autodefiniva “reduce da tutto”. Attraverso le parole di affetto, riportate dai colleghi, quasi tutti suoi allievi, soprattutto de “Il Giornale” e del “Corriere della Sera”, ne esce l’immagine di un uomo sostanzialmente “contro”: controverso, controcorrente, contro i poteri forti. La prima parte della mia relazione vedrà parzialmente accantonato il quotidiano “L’Unità”, poichè non evidenzia la figura umana di Indro Montanelli, ma si sofferma maggiormente sui suoi rapporti con la politica (argomento discusso nella seconda parte della relazione). In questa prima parte cercherò di mettere in evidenza i tre “volti” di Indro Montanelli: il Maestro indimenticabile, un uomo dal carattere difficile e la sua vita sempre controcorrente. Inizio analizzando la figura de “Il Maestro” e del peso che ha avuto nel giornalismo dell’ultimo secolo, anche se “raccontare il giornalista Montanelli è un po’ come affrontare i brevi cenni sull’universo , di cui parlava Gramsci”1. Con Montanelli è scomparso il Novecento. “Addio Indro, il Novecento, il tuo secolo, ora è davvero finito”2. Questo è il commiato del direttore del “Corriere della Sera”, Ferruccio de Bortoli, nell’editoriale di prima pagina del 23 luglio, un articolo che “non gira , resta tutto in prima pagina.”3, come direbbe Montanelli, un ultimo tributo al suo insuperabile Maestro. “E’ uscito di scena il numero uno della stampa italiana e si avverte il senso di un’epoca che si chiude”4, con la morte di Indro Montanelli si è chiuso davvero il secolo, lui l’aveva percorso quasi tutto, raccontando con la sua prosa brillante “una sorta di raffinatezza nella semplicità”5 gli avvenimenti e i personaggi di questo nostro “pazzo” tempo. “Dove era passata la storia grande e piccola dello scorso secolo, lui era stato presente, lui ne aveva scritto”6 si era recato nei luoghi più militarmente “caldi”, dal fronte finlandese durante l’invasione russa alla Budapest 1956 della rivolta antisovietica. Il grande giornalista era “un archivio storico vivente […] O forse, più precisamente, una sorta di vivente memoria critica, spregiudicata”. Il direttore del
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Giulio Nascimbeni, “Giornalista contro, ‹‹reduce da tutto››” Corriere della Sera, 23 luglio 2001, pg 5 Ferruccio de Bortoli, “Addio a Montanelli, un Grande Italiano” Corriere della Sera, 23 luglio 2001, pg. 1 3 ibidem 4 Alberto Papuzzi, “Una vita lontano dal palazzo” La Stampa, 23 luglio 2001, pg 3 5 Antonio Spinosa, “I saggi di un toscanaccio che scriveva come un inglese” Il Giornale, 23 luglio 2001, pg 4 6 Giulio Nascimbeni, op. cit., pg 5

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quotidiano Libero , Vittorio Feltri, ingraziandosi i favori del Maestro anche dopo la sua dipartita e esagerando un po’, come al solito, fa questo azzardato paragone: “Montanelli stava al giornalismo come il Papa sta al cattolicesimo.”7 “Per quanti vollero approfittarne, (Indro, n.d.a) fu […] un maestro, figura in via di estinzione nelle redazioni dei quotidiani”8. Certo fu “non un grande giornalista: il più grande, non un grande maestro: il Maestro.”9 e in molti cercarono di “imitarlo”, di seguirne le orme, “ma non avrà allievi perché il mondo è cambiato”10. Però ha lasciato un’impronta, a quanto pare, profonda, nel giornalismo e nell’editoria del nostro paese, come testimoniato dalle parole della Federazione Nazionale della Stampa: ”È stato un grande maestro per tutti noi, ci ha insegnato da avere la schiena diritta, a sapere dire di no ad editori e politici che ci vogliono imporre il loro modo di fare informazione”11. Nell’articolo-intervista a nove colonne, così lo ricorda Enzo Biagi, suo grande amico: ”Un maestro dal quale mi dividevano le idee, ma sempre un maestro”12. Secondo Beppe Severgnini, uno degli “allievi” che meglio è riuscito a ricalcare le sue orme, “Montanelli è stato il maestro delle parole da non usare, dei libri da non scrivere, dei commenti crudeli da non fare, della gente da non frequentare delle tentazioni cui resistere. Era uno stoico pratico.”13 Certamente più delle parole scritte erano i pensieri non scritti, quelli che Indro riusciva a far trasudare dal testo, quelli che hanno infervorato i lettori e destabilizzato i potenti. Montanelli nella scrittura “imitava nessuno, a parte se stesso.”14; ed è questo che lo ha reso il più grande giornalista che l’Italia abbia mai conosciuto, aveva uno stile unico: “inimitabile”. Qualcuno ha cercato di rifarsi al suo stile, riuscendo solamente a scimmiottarlo malamente perché “il miglior modo per essere montanelliano è […] non tentare di somigliargli nello stile e nei contenuti. Per somigliare davvero a Montanelli bisogna essere inimitabili. Come lui.”15. “Missiroli diceva: Montanelli? Che talento! Fa capire agli altri quello che non capisce nemmeno lui ”16 questa salace battuta è di Mario Missiroli, direttore del Corriere della Sera nella prima esperienza di Montanelli in Via Solferino. “Montanelli è l’antichità del giornalismo, un classico della carta stampata; era già un postero da vivo. Ma era più vivo di molti suoi posteri. Si avvertiva la musicalità

Citazione da L’ultima “Stanza di Montanelli”, Corriere della Sera, 23 luglio 2001, pg. 7 Paolo Granzotto, “Il re della notizia senza sudditi né padroni” Il Giornale, 23 luglio 2001, pg 4 9 Roberto Gervaso, “Caro maestro, scrivi per noi dall’aldilà ” Il Giornale, 23 luglio 2001, pg 5 10 ‹‹Il Giornale›› dal ricordo di Eugenio Scalfari, fondatore della ‹‹Repubblica›› 11 Citazione da L’ultima “Stanza di Montanelli”, Corriere della Sera, 23 luglio 2001, pg. 7 12 Cesare Medail, “Enzo Biagi: ‹‹Non aveva padroni. Se sbagliava chiedeva scusa››”, Corriere della Sera, 23 luglio 2001, pg.3 13 Beppe Severgnini, “Un vero italiano con un difetto: troppo coerente”, Corriere della Sera, 23 luglio 2001, pg. 4 14 Sergio Ricossa, “L’ufficio dove nascevano fondi leggendari” Il Giornale, 23 luglio 2001, pg 4 15 Marcello Veneziani, “Indro, un italianissimo anti-italiano” Il Giornale, 24 luglio 2001, pg 1,4 16 Roberto Gervaso, op. cit, pg
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del testo mentre leggevi”17 era “l’antichità del giornalismo”? Certo era un giornalista “vecchio stampo” ma credo che se gli attuali giornalisti fossero “antichi” come Montanelli i nostri giornali non sarebbero i meno obbiettivi di tutta Europa, certo “ci saranno, ci sono, chi lo sa, giornalisti più bravi di lui ma nessuno sarà quel che è stato Montanelli.”18 Come prosegue Veneziani, parlando dei suoi famosi Incontri con le personalità di spicco, era:”un po’ esagerato nelle testimonianze dirette (sembrava che i grandi della Terra avessero consegnato a lui in tre minuti di colloqui il segreto della loro vita). Ma sempre accattivante anche quando un po’ inventava o faceva reportage per sentito dire: ma li scriveva in modo più veritiero di chi ci era stato”19 (quest’ultima frase è sicuramente vera per quanto riguarda l’“anti-propaganda” fatta quando era inviato sul fronte russo-finlandese). Sicuramente “Una luce si è spenta. Piacesse o no quella luce è stata un punto di riferimento, un faro indispensabile per molti, direi per tutti, in un arco di tempo che ha abbracciato gran parte del secolo scorso”20. Come dice uno dei suoi più “riusciti” allievi, Enzo Bettiza ”Oggi, per tutti, Indro è diventato una sorta di guru ecumenico del giornalismo nazionale”21. Però: “Domani, nei prossimi giorni, negli anni che verranno – ha dichiarato il sindaco (di Milano, n.d.a.), Gabriele Albertini – potremo dire quanto grande è stata la sua influenza sulla civiltà e l’umanità di questo nostro Paese. Oggi preferisco affidare il mio pensiero al grande, immenso dolore per un affetto che mi viene strappato e con me a tutti i milanesi e a tutte le persone che cercano ogni giorno di essere coerenti e semplici. Questo era il suo essere controcorrente .”22 Gaetano Afeltra, un grande vecchio amico de “l’artigiano della pagina scritta”23, ne riassume il rimpianto in queste semplici righe:” In queste prime ore dalla sua scomparsa, i ricordi si accumulano l’uno sull’altro, quasi a tenere a bada il dolore, sviandolo.”24.“Caro Indro, te ne sei andato, e con te se ne va un pezzo di me, tuo vecchio amico, tuo non più giovane allievo.”25 così ne richiama alla memoria il ricordo Roberto Gervaso, ma allo stesso modo la pensano tutti gli altri amici-allievi, più o meno famosi, che hanno scritto un trafiletto su di lui: qualcosa di importantissimo che c’era e adesso non c’è più. “Cerco di non farmi sopraffare – mentre butto giù queste righe – dall’emozione e dal dolore: che mi suggerirebbero di tacere, per confidare soltanto al cuore, e ai ricordi, i miei sentimenti. Ma ho il dubbio che questo sarebbe un gesto
Marcello Veneziani, op. cit., pg 1,4 Paolo Granzotto, op. cit., pg 4 19 Marcello Veneziani, op. cit., pg. 4 20 Mario Cervi, “Addio Indro” Il Giornale, 23 luglio 2001, pg 1,3 21 Enzo Bettiza, “Indro il mostro sacro” La Stampa, 23 luglio 2001, pg. 5 22 Pierluigi Panza, “Ore 17.30, è morto Indro Montanelli” Corriere della Sera, 23 luglio 2001, pg 2 23 Gaetano Afeltra, “Se n’è andato mentre veniva celebrata la messa per la madre” Corriere della Sera, 24 luglio 2001, pg 12 24 ibidem 25 Roberto Gervaso, op. cit, pg 5
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d’egoismo. Di lassù dove ormai si trova – con una abbagliante e indistruttibile Lettera 22 sulle ginocchia – Indro mi ammonirebbe: Mario, l’articolo viene prima di ogni altra cosa . E allora eccolo non l’articolo, che suona male, non un necrologio solenne che rievochi le vicende di una lunga, intensa, e straordinaria esistenza, ma una dichiarazione d’affetto all’amico di mezzo secolo che se ne è andato”26. Così apre Il Giornale del 23 luglio, il “suo” Giornale, con il ricordo dell’amico-collega, nonchè direttore dell’ex foglio montanelliano: Mario Cervi, con lui Indro Montanelli aveva firmato gli ultimi volumi della “Storia d’Italia” l’opera che più di tutte lo ha lanciato nel mondo dei VIP. Quindi non “un articolo” ma “una dichiarazione d’affetto” così ho interpretato tutti gli articoli che ho letto per documentarmi: solo “dichiarazioni d’affetto”. Anche un articolo di cronaca, del suo ricovero e dell’improvvisa morte, è diventato un commento alla sua dipartita in quanto l’articolista (come, ritengo, tutti i “buoni” giornalisti italiani) non riesce a tenere separato il sentimento dai fatti. Così ogni articolo soprattutto su giornali in cui “Il Maestro” ha militato, “Il Corriere della Sera” e “Il Giornale”, diventa un ricettacolo di commenti, citazioni famose, aneddoti sull’intramontabile Montanelli. Come continua Cervi: “tutti sentiamo che gli dovevamo molto, sentiamo d’essere un po’ più poveri di quelle componenti della vita che si chiamano cultura, genialità, umorismo.”27, Indro Montanelli era un mix di tutto questo, soprattutto usava l’umorismo legato alla sua cultura, sfoggiando aneddoti salaci sui personaggi da lui intervistati. Questo “gusto longanesiano (da Leo Longanesi un maestro di Indro, n.d.a) della battuta: vera o non vera, non importa, purchè fulminante, geniale, divertente e irriverente, almeno in apparenza.”28 Certamente qualche episodio era puramente inventato, ma lo faceva in buona fede solo per far comprendere meglio al lettore (“il suo vero padrone”29 e che lui reputava avere, come il cliente, “sempre ragione”) la psicologia di questo o quel personaggio, ritenendo questo elemento fondamentale per comprendere il fatto storico (anche per questa particolare caratteristica era stato osteggiato dagli storici di professione). Montanelli, quindi, a volte, inventava, d’altronde era pur sempre un toscanaccio “come Boccaccio o Cellini, che diventavano matti per raccontare qualche tiro burlone, e ancora di più per inventarlo, era nella realtà una persona gentile, spesso alle prese con un temperamento malinconico”30. Enzo Biagi, dalla prima pagina del Corriere della Sera del 24 luglio 2001, pone una domanda: “Diceva qualcuno di Indro: Ma che cosa ha di speciale? . A pensarci bene, niente. Scriveva degli articoli che erano letti e dei libri che si vendevano 26 27

Mario Cervi, op. cit., pg 1,3 Mario Cervi, op. cit., pg 1,3 28 Marcello Veneziani, op. cit., pg 1,4 29 Cesare Medail, op. cit., pg.3 30 Enzo Biagi, “Un solitario di compagnia” Corriere della Sera, 24 luglio 2001, pg 1

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e, come diceva Indro - adopero tutto quello che mi serve per catturare l’attenzione, la simpatia di chi mi legge ”31. Come dice Mieli, in un’intervista al Corriere della Sera , riguardo al suo stile nello scrivere: “al retaggio “partigiano” dell’Ottocento (l’antigiolittismo) si aggiunge uno stile più anglosassone, più equilibrato. Montanelli eredita queste due tradizioni in modo sapido, tipicamente toscano: unisce un finto stupore e candore di fronte agli avvenimenti per poi assestare dei micidiali colpi che lasciano il segno. Si presenta come un osservatore “ingenuo” e disarmato, in modo da accompagnare il lettore comune con la chiarezza e con il fascino della sua prosa; poi però, una volta chiarite le cose, ha la capacità di sferrare il suo attacco su aspetti che magari sembravano marginali.”32. Un altro aspetto straordinario della sua scrittura è “la brevità esemplare”33. Montanelli quando scriveva “non amava gli arzigogoli, le decorazioni stilistiche e argomentative”34. Come direttore, al suo Giornale : “Non ha mai tenuto chiusa la porta del proprio ufficio (il più piccolo, il più angusto di tutto il giornale)”35 e chiunque poteva entrare anche senza preavviso e senza essere annunciato, questo dimostra il carattere del “Mostro”, come lo chiamavano nella redazione del “Giornale”, “lo spirito che lo ha sempre contraddistinto quel misto di ruvidezza e sensibilità”36. “Forse nella sua toscanità, poteva apparire rude. Invece era un grandissimo gentlemen.”37. Dalle pagine del Corriere della Sera , Beppe Severgnini, uno dei pochi che ha sempre seguito Montanelli (prima al Giornale , poi alla Voce e approdando infine al Corriere ) e al quale era molto legato sia dal rispetto che dalla storica amicizia, così esplicita le sfumature del carattere del “Mostro” (che così “mostro” non era a quanto pare): ”Adesso che ci penso: anche lui era un po’ sentimentale. Come gli inglesi e i gatti, non voleva darlo a vedere […] aveva pianto per […] tutti gli amici che gli morivano intorno, e lo facevano arrabbiare, perché lo lasciavano solo come un monumento […] Ecco: se Montanelli sapesse che gli ho dato del sentimentale, si arrabbierebbe. Quindi, devo continuare. Non era solo sentimentale, Indro: era buono. Spesso, negli ultimi anni, scoprivo gente che aveva aiutato, incoraggiato, ricordato quando non se la ricordava più nessuno.”38. Rilevante da questo punto di vista era la sincera preoccupazione del Maestro che: “dall’avventura – e dallo spettacolare naufragio – della Voce (1994/5)
Enzo Biagi, “Un solitario di compagnia” Corriere della Sera, 24 luglio 2001, pg 1 Paolo Di Stefano, “Mieli: col ritorno al ‹‹Corriere›› si cancellò una ferita” Corriere della Sera, 24 luglio 2001, pg 15 33 ibidem 34 ibidem 35 Paolo Granzotto, op. cit., pg 4 36 Simonetta Bartolini, “ A Fucecchio lo attende l’unico ‹figlio›: una fondazione che porta il suo nome” Il Giornale, 24 luglio 2001, pg 3 37 Cesare Medail, op. cit., pg.3 38 Beppe Severgnini, op. cit., pg. 4
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qualcuno dei suoi ragazzi affogasse (professionalemente).”39, per scongiurarlo quindi si attivò fin da subito (e per gli anni successivi) a dare il cosiddetto “posto fisso” ai suoi “ragazzi” della Voce . “Aveva grande rispetto per le opinioni altrui e che io ricordi non censurò mai un articolo che contrastava con i suoi giudizi.[…] Montanelli difendeva le proprie opinioni, ma se non erano così convincenti da convertire l’intero uditorio, passava di mano.”40 Indro aveva “una straordinaria generosità, una grande attenzione verso tutto e tutti, una capacità di forti slanci.[…] In più era disinteressato, capace di battersi con coerenza senza legami materiali.”41. “Sugli uomini sbagliava di rado. Aveva un’intuizione quasi paranormale – femminile, dunque – per leggere nel cuore della gente.”42 Anche di difetti ne aveva: “come molti uomini di qualità, era vulnerabile all’adulazione”43, “era piacevolmente vanitoso: rileggeva i suoi pezzi, e quelli che scrivevano su di lui”44 “aveva troppa stima dell’indipendenza di giudizio e dell’iniziativa personale, per essere un buon caposquadra. Se fosse stato un ammiraglio, non ho dubbi, si sarebbe congratulato con gli ammutinati”45; gli piaceva “dare ordini […] sapendo di non essere obbedito. - per questo, continua Beppe Severgnini - Il più grande giornalista che io abbia conosciuto è stato il capo più inefficiente che io abbia mai visto all’opera”46 questo non vuol dire, però, “che non sapesse condurre (un giornale […]): non sapeva comandare, che è un’altra cosa. L’unica volta – riferisce Severgnini – in cui l’ho visto darmi un ordine con decisione è stato quando ho messo il sale sulla ricotta”47. Come riferisce il direttore di Repubblica , Ezio Mauro, Montanelli ”era un uomo che ha servito fino in fondo il mestiere di giornalista. Era più giornalista che direttore, come tutti i grandi.”48 Montanelli era “un uomo intelligente che mangiava poco, beve meno e fuma una sigaretta al giorno sarebbe stato perfetto e irritante come un teologo luterano. Invece Montanelli aveva questi lampi di normalità: la piccola dimenticanza voluta, l’occasionale finzione”49. “Tra tutti i suoi vezzi, il mio preferito – di Severgnini - era l’occhio sgranato. Quando Montanelli sgranava gli occhi, era il segnale che era stato colto in contropiede […] Celesti, grandissimi e abbaglianti: occhi che avrebbero dovuto essere regolamentati dal codice della strada”50. Era da sempre timidissimo e restio a buttarsi tra la folla, ma con il tempo, la sua timidezza mutò, almeno nei rapporti
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Beppe Severgnini, op. cit., pg. 4 Paolo Granzotto, op. cit., pg 4 41 Cesare Medail, op. cit., pg.3 42 Beppe Severgnini, op. cit., pg. 4 43 ibidem 44 ibidem 45 Beppe Severgnini, op. cit., pg. 4 46 ibidem 47 ibidem 48 Citazione da L’ultima “Stanza di Montanelli”, Corriere della Sera, 23 luglio 2001, pg. 7 49 Beppe Severgnini, op. cit., pg. 4 50 ibidem

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professionali. “Una volta Leo Longanesi così disse di lui: “Stava in mezzo agli altri per sentirsi anche più solo”. E aveva ragione Indro era un uomo solissimo.” 51 conviveva, infatti, da sempre con la misantropia che lo caratterizzò fin dai primi anni della giovinezza, senza riuscire però a frenare il suo spirito comunicativo che lo costrinse anche a debuttare sia sul piccolo che sul grande schermo, rispettivamente come “protagonista” e come autore. Per Montanelli:”La televisione – che usava con gigioneria, insultandola ma frequentandola, come fosse un’amante volgare – serviva solo per convincere qualcuno che valeva la pena leggerlo.”52 Sul rapporto tra la televisione e la carta stampata “non ha mai tralasciato di mettere in guardia i colleghi dai pericoli di appiattimento nei confronti del mezzo: Non fate che la stampa diventi succube della tv, non pubblicizzate oltre misura la tv, offrendole spazio e attenzione”53. Il suo appello è, purtroppo, caduto nel vuoto: ormai le notizie dei giornali sono ormai remake dei notiziari televisivi. “Montanelli era un amico, un maestro, una sicurezza, un punto di riferimento. Sebbene così esile era come una montagna.”54 questo è il ricordo di Alain Elkann, amico dei tempi in cui Montanelli “teneva salotto” sugli schermi di TMC. Così racconta il suo primo incontro, con l’allora direttore del Giornale, Sergio Ricossa: “Il tono era paterno, incoraggiante, e io fui contento dell’incontro con un maestro che mi dava del tu e al quale davo del tu”55. Indro era un punto di riferimento per l’intera redazione, soprattutto del Giornale , non si stampava una sola pagina se Montanelli non l’avesse rivista e corretta, e anche pochi secondi prima dell’accensione delle rotative, poteva correggere un articolo o eliminare una foto. Montanelli aveva una personale visione del mondo elaborata attraverso “l’osservazione spietata e sincera di ciò che accade per arrivare a farsi un’idea precisa delle cose non attraverso slogan o mode”56. Solo una semplice frase riesce, secondo il parere di chi scrive, a rappresentare in pieno lo spirito di Indro Montanelli: “Non mi faranno chiudere la bocca” queste furono le prime parole dopo la sua gambizzazione ad opera delle Brigate Rosse. La bocca non la chiuse per il resto della sua vita, scrivendo quello che tutti pensavano, ma non avevano voglia o coraggio di dire apertamente, attirandosi contro molte malelingue e aspre critiche. Commentando l’immensa folla che si raduna intorno al feretro del Maestro, Beppe Gualazzini ragiona così: “Ma cos’è, allora, lo amavano, lo amiamo il maledetto toscano,

Cesare Medail, op. cit., pg.3 Beppe Severgnini, op. cit., pg. 4 53 Aldo Grasso, “Quando Campanile stroncò i suoi ‹‹Incontri››” Corriere della Sera, 24 luglio 2001, pg. 15 54 Alain Elkann, “Un uomo gentile” La Stampa, 23 luglio 2001, pg 2 55 Sergio Ricossa, op. cit., pg 4 56 Gian Guido Vecchi, “Martini: ‹‹Un laico che si comportava da cristiano››” Corriere della Sera, 24 luglio 2001, pg.13
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l’anima controversa che nell’eleganza innata, collaudata dall’esporre si autoproclamava un controcorrente ma era più prosaicamente un funambolico bastian contrario”57. Certamente un po’ bastian contrario lo era: non stava mai con i “padroni”. Non saltava mai sul “carro del vincitore”, ma non ci rimaneva neanche quando quello del perdente entrava trionfalmente nelle stanze del Palazzo. Un esempio: basti pensare a quando e quanto criticò aspramente il Craxi Primo Ministro, pur avendone lodato le caratteristiche prima che prendesse il posto a Palazzo Chigi. Montanelli era un personaggio controverso ha vissuto una vita “controcorrente”, per riprendere il titolo della sua celeberrima rubrica sul Giornale . Infatti, dal 1974 al 1992, Montanelli scrisse ogni giorno sul Giornale poche righe in corsivo sulla parte bassa della prima pagina che si intolavano, appunto: Controcorrente. Questi “piccoli, micidiali ordigni quotidiani erano il piacere e l’ossessione di Montanelli.”58 e condensavano in poche righe la sua storia di anticonformismo e salace ironia. E’ stato sempre contrario al “partito preso”, per esempio, quando navigò “controcorrente rispetto alle veline del Minculpop e a quelle, secondo lui anche più detestabili, dei nostrani conformismi di sinistra e di destra sugli avvenimenti di Budapest”59 per questo: era “odiato” dai potenti e amato dai suoi cari lettori e, lui, contraccambiava volentieri entrambi. Talmente amato che furono in centinaia a rendergli l’ultimo saluto nella camera ardente allestita nell’ospedale La Madonnina, cosa che stupirebbe Indro Montanelli che forse direbbe: “Suvvia, è solo la morte di un giornalista”60. Posto all’entrata della clinica, il registro delle firme è un “testimone del cordoglio” per il Maestro che contiene dichiarazioni come: ”Bischero d’un toscanaccio, simpatico egoista, te ne sei andato rubando un pezzo di cuore a tutti noi”61 Indro, quasi sicuramente “scherzerebbe su questa corrispondenza d’amorosi sensi ; ma è una debolezza dei vivi che non si rassegnano a restare orfani”62. Davanti alla bara personalità politiche, giornalisti di spicco ma, soprattutto, tanta gente comune: i suoi affezionati lettori. C’erano tutti: dai suoi vecchi nemici forzisti ai suoi nuovi “amici” diessini e tutti pronti a commentare la sua fine con una, più o meno, ipocrita parola d’affetto. Sia chiaro non vedo niente di male in tutto questo, ma è una cosa strana, sentir parlar bene di una colonna abbattuta quando, lo stesso, le inveiva contro mentre ancora era in piedi. A rendere omaggio al grande Maestro vi era anche Franco Bonisoli, uno dei tre ex brigatisti che furono la mano armata responsabile nel ’77 della

Beppe Gualazzini, “L’addio degli amici di una vita ‹‹Ormai Indro pesava 47 chili››” Il Giornale, 24 luglio 2001, pg 2 58 Giulio Nascimbeni, op. cit., pg 5 59 Guido Vergani, “Fu il primo a Budapest Ma diceva: ‹‹Solo fortuna››” Corriere della Sera, 23 luglio 2001, pg 4 60 Pierluigi Panza, “L’abbraccio dei lettori nella stanza di Montanelli” Corriere della Sera, 24 luglio 2001, pg 12 61 Pierluigi Panza, “L’ultimo saluto di Milano, Indro torna a casa” Corriere della Sera, 25 luglio 2001, pg 10 62 ibidem

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“gambizzazione” di Montanelli, che gli lasciò un toccante messaggio sul registro dei visitatori: “Grazie Indro. Grazie di cuore, di tutto. Con affetto, Franco Bonisoli”63. Come ricorda Andrea Pasqualetto, da un piccolo articolo incastonato all’interno di una pagina del Giornale stracolma di commenti accorati, il “gambizzatore” di Montanelli “ha voluto ringraziarlo per quel perdono, per la sua coerenza, per il coraggio e l’aiuto che mi ha dato. Nonostante tutto ”64. L’ex terrorista, infatti, aveva chiesto perdono per il gesto sciagurato, e Indro glielo aveva concesso, commentando che in una “guerra” tutto era possibile e che alla fine, che si vinca o si perda, all’avversario va reso “l’onore delle armi”; Indro l’aveva oltretutto aiutato a cercare di riprendersi la sua vita dopo l’esperienza traumatica della prigione. Davanti alla bara del “Maestro”, sfilavano tutti quanti assorti in un silenzio assoluto sperando di strappargli per l’ultima volta “un commento salace, il ritratto istantaneo e graffiante di una delle centomila realtà di quest’Italia che lui, in poche righe, riusciva a rivoltare come un calzino.”65 Montanelli era “un italiano vero. Solo la coerenza, il coraggio, la sintesi e la statura non erano proprio italiane. Ma cosa ci volete fare: nessuno è perfetto.”66. “Maltrattò l’Italia e spesso mostrò disgusto per gli italiani, fustigò i suoi vizi e i suoi vezzi”67. L’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, dalle pagine del Corriere del giorno successivo alla morte del Maestro, nella sezione dedicata all’ultima “Stanza di Montanelli” ricorda il Maestro come ”spietato ma appassionato giudice di un paese che amava sopra ogni altra cosa al mondo.”68 Da italiano Montanelli era “gonfio di un amore sconsolato per l’Italia, si lagnava che non siamo affidabili neanche nell’inaffidabilità
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. Diceva: ”Ho smesso di credere all’Italia – a

un popolo che – tra tutti i popoli occidentali è quello che meno conosce la propria storia, forse perché non è un popolo, ma un agglomerato”70. Si era rassegnato ad un Paese, il nostro, destinato, probabilmente, a tornare dolcemente, in stato di anestesia, ad essere quella “terra di morti, abitata da un pulviscolo umano” che Montaigne aveva descritto tre secoli or sono . Indro aveva molte passioni: il ciclismo, il calcio, con particolare interesse per la “sua” Fiorentina, era un fan sfegatato di Rui Costa, aveva da sempre la passione per le lunghe passeggiate, prima alle Vedute di Fucecchio e in seguito a Milano, accontentandosi del surrogato propostogli da lunghe sgambate nei

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Pierluigi Panza, “L’abbraccio dei lettori” op. cit., pg 12 Andrea Pasqualetto, “‹‹Grazie di cuore›› dall’uomo che gli sparò” Il Giornale, 24 luglio 2001, pg 2 65 Gabriele Villa, “Crematemi e riportatemi nella mia Toscana” Il Giornale, 24 luglio 2001, pg 3 66 Beppe Severgnini, op. cit., pg. 4 67 Marcello Veneziani, op. cit., pg 1,4 68 Citazione da L’ultima “Stanza di Montanelli”, Corriere della Sera, 23 luglio 2001, pg. 7 69 Gian Antonio Stella, “Indro e il potere, la lezione di uno spirito libero” Corriere della Sera, 23 luglio 2001, pg. 6 70 Paolo Franchi, “Storico quasi per caso, fu Dino Buzzanti a convincerlo” Corriere della Sera, 23 luglio 2001, pg. 6

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parchi cittadini. Come dice Biagi, però, “credo che nella sua esistenza ci sia stata una sola passione esclusiva: il giornalismo.”71 “Ora ti lascio. Non voglio farti perdere tempo. So che domani debutterai sul Corriere del cielo con una nuova Stanza (la rubrica quotidiana di risposte ai lettori che teneva sul Corriere della Sera, n.d.a). Peccato non poterla leggere. Mettimela da parte.”72. Chi scrive si accoda a quest’ultimo saluto.

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Enzo Biagi, op. cit., pg 1 Roberto Gervaso, op. cit, pg 5

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MONTANELLI: IL POMO DELLA DISCORDIA
C’era una volta… uno “Stregone” senza Re e un Cavaliere con molti sudditi che ingaggiarono un’epica battaglia. Lo “Stregone senza Re” è ovviamente Montanelli, il termine è ripreso dal titolo di una biografia della prima parte della sua vita (in bibliografia, n.d.a). Il curioso titolo è suggerito dalla lettera indirizzata dall'ex ministro Grandi a Montanelli nell'estate 1963: "Tu sei riuscito a fare di questa storia (la rievocazione della figura del suo ministero, n.d.a) che dal punto di vista giornalistico non è più originale una cosa originalissima piena di novità e scoperte, scoperte anche a me stesso su cose che feci e che pensai e delle quali mi ero dimenticato e che tu hai ricordato e scoperto senza che alcuno te le dicesse. Sei uno stregone davvero". Nei quotidiani successivi la morte di Indro Montanelli, si analizza la sua figura di “stregone”, il suo talento nell’essere sempre al posto giusto nel momento giusto, e dalla narrazione dei suoi famosi reportage (in Spagna, Finlandia e Ungheria) si revisiona quella “tempesta” di umori che aveva generato nel panorama politico italiano e internazionale. Nei giornali da me analizzati, in numerosi articoli, si riprende, anche, la discussione sulla celeberrima “rottura” di Indro Montanelli con il “suo” Giornale e con il proprietario della testata, Silvio Berlusconi, per partire ad analizzare il rapporto burrascoso del “Grande giornalista” con la politica italiana post caduta degli opposti estremismi. Schizogeno. Era lungimirante Sestilio Montanelli, padre del nostro, quando gli affibbiò il quarto nome: Schizogeno, ovvero, dal greco, “generatore di discordie”. Certo che Indro di “discordie” ne creò moltissime, con destra e sinistra indiscriminatamente. A prova di ciò, riprendendo le parole del Foglio sulle diatribe tra lui e Berlusconi, il Corriere della Sera fa il punto così : ”E’ certamente vero, come scrisse Il Foglio […] che il nostro bisnonno della patria aveva vissuto e oltrepassato da fascista la caduta del fascismo (cosa che non sembra comprovata dalle parole di Indro, che disse di aver smesso di essere fascista nel 1937, n.d.a), da anti-fascista la crisi dell’anti-fascismo, da conservatore liberale il terrorismo rosso, da anticomunista il crollo del comunismo, da democristiano la fine della DC, da anti-democristiano la crisi della prima repubblica, da sinistra la vittoria della destra nel ’94 e da agnostico la vittoria della sinistra nel ‘96 . Ma sempre da uomo libero. Mosso da un carattere fumantino forse, ma mai dallo spirito del cameriere. Convinto davvero che la virtù del grande giornalista, […] sia quella d’essere

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sempre equi-distante. Ma equi-vicino.”73. Negli ultimi anni Indro è stato anche l’illuso “cantore di una borghesia che non c’era”74. Che, come dichiarava in una intervista del ’98, era: “la solita bruciante delusione […] Non cambia mai, è sempre la stessa: la più vile di tutto l’Occidente. Gente portata a correr dietro a chi alza la voce, a chi minaccia, al primo manganello che passa per la strada. Questo sono i nostri borghesi: tutti fascisti sotto il fascismo, poi tutti antifascisti fin dall’indomani. […] Ai tempi del terrorismo, amoreggiavano con gli estremisti nella speranza che quelli – andati al potere – gli risparmiassero la villa e il portafoglio. E ora che il comunismo non c’è più, si scoprono tutti anticomunisti, questi sedicenti liberaloni… - sedicenti – perché il loro eroe è sempre chi brandisce il manganello. Ieri, il manganello vero. Oggi, quello catodico delle televisioni. Il liberalismo vero l’hanno sempre tradito, anzi non hanno mai saputo che cosa sia. Non vogliono regole, detestano le leggi, vogliono avere le mani libere per fare quello che li pare, in nome della loro cosiddetta “efficienza”.”75 Montanelli era amato dai lettori per il suo essere “controcorrente. Era soprattutto questo opporsi al pensiero dominante che piaceva. Montanelli non si è mai adagiato sulla vulgata politicamente corretta: mentre altri colleghi cercavano consensi e prebende, lui sembrava tagliato fuori. Ma sapeva che chi sposa le mode rimane presto vedovo.”76. Questo atteggiamento, allo stesso tempo, però, gli regalò l’inimicizia, di numerosi Potenti e di “leccatori” di Potenti (come vedremo analizzando la vicenda del Giornale ), ma la sua dipartita ha ipocriticamente appianato le discordie così “mentre chi un tempo lo chiamava fascista ora si affanna a rendergli onore”77. Questo astio tra lui e molti politici, e probabilmente anche queste ultime “lacrime di coccodrillo”, non gli avrebbero impedito comunque di entrare in trincea ed esprimere le sue opinioni, che potevano essere giuste o sbagliate, ma sempre coerenti con la sua personalissima “regola del salmone”. Questi suoi punti di vista assonometrici e spietati hanno permesso al giornalista “armato unicamente di Lettera 22 – di esercitare anche - senza volerlo, o almeno senza inizialmente proporselo, un’influenza culturale e anche politica che nessun giornalista ha eguagliato, e che ritengo nessun altro eguaglierà. L’ha potuta esercitare, quell’influenza, anche per la sua allergia a onori ufficiali e a prebende clientelari o partitiche”78 Il suo essere controcorrente in politica, e la sua notorietà tra il pubblico, ebbero inizio quando il Messaggero gli affidò “un reportage sulla guerra di Spagna, a causa
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Gian Antonio Stella, op. cit., pg. 6 Pierluigi Panza, “L’ultimo saluto …”, pg 10 75 Marco Travaglio, “Montanelli e il Cavaliere Storia di un grande e di un piccolo uomo”, Garzanti, 2004, pg.386 76 Michele Brambilla, “In migliaia si scoprono orfani di Montanelli” Corriere della Sera, 25 luglio 2001, pg. 11 77 Citazione dalla prima pagina de ‹‹Il Giornale›› del 24 luglio 2001 78 Mario Cervi, op. cit., pg 1,3

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della quale il Regime lo aveva espulso dalla sua professione. Punizione severa per un reato raro, di quei tempi: nell’era della propaganda, Montanelli non aveva fatto propaganda. Si era limitato a raccontare la verità, non nascondendo una sconfitta militare ma raccontando esattamente una vittoria, senza fronzoli che erano graditi quando si tendeva a fare di ogni scaramuccia una battaglia campale”79. Prosegue in Finlandia con testimonianze al limite dell’anti-stalinismo, cosa molto problematica per l’Italia post-trattato Molotov-Ribbentrop; continuando con la rivolta montanelliana nella Rivoluzione ungherese. “Indro con i suoi pezzi dall’Ungheria divenne un punto di riferimento non solo per i liberal-conservatori ma anche per la sinistra italiana, per i comunisti critici rispetto l’Urss che poi sarebbero usciti dal partito”80. Certamente Indro diede fiato alle ubbie della sinistra, attirandosi contro, anche, molti sguardi maligni. Tutte queste malignità portarono all’attentato da parte delle Br. E si arriva, negli anni ’90, alla rottura con la destra, la sua destra. Incomincio la mia analisi facendo il punto della situazione sui prologhi della “rottura” tra Montanelli e il Cavaliere. Montanelli era direttore del Giornale dal giugno 1974, quando nel ‘77 la testata si ritrovò in una grave crisi economica e il direttore fu costretto a venderla “per quattro palanche” a l’imprenditore Silvio Berlusconi. Montanelli e il Cavaliere però avevano stipulato un patto “verbale”: l’imprenditore non avrebbe dovuto interferire nella linea politica del giornale, in quanto Montanelli, nell’editoriale del primo numero de Il Giornale Nuovo , rimarcò con lettere “cubitali” la linea di condotta da dare al quotidiano. Scrisse, infatti, così: “Chi sarà (il nostro, n.d.a) lettore noi non sappiamo perché non siamo un giornale […] di partito […] In compenso, sappiamo benissimo chi non lo sarà. Non lo sarà chi dal giornale vuole soltanto la sensazione : l’assassinio della mondana all’Idroscalo sarà debitamente registrato, ma non avrà l’onore delle sette colonne in prima pagina e la precedenza sul viaggio di Nixon a Mosca. […] Non ci contentiamo di dar vita a un giornale: ce ne sono fin troppi. Vogliamo creare, o ricreare, un certo costume giornalistico di serietà e di rigore.”81 Il rapporto, tra i due “liberi professionisti”, rimase idilliaco per quasi dieci anni: “un miracolo, se solo si considera la tendenza irresistibile di Berlusconi a occuparsi di ogni minuzia del suo impero. Un miracolo, se solo di considera la tutela gelosa di Montanelli nei confronti della sua creatura, e il sarcasmo sottile di un grande giornalista che certo non aveva propensione a nascondere o edulcorare le sue eventuali antipatie […] Quel sodalizio resse per tutto il periodo in cui Montanelli e Berlusconi sapevano di avere un
Alberto Pasolini Zanelli, “Inviato di guerra dalla prosa illuministica” Il Giornale, 23 luglio 2001, pg. 5 Paolo Di Stefano, “Mieli: col ritorno al ‹‹Corriere›› si cancellò una ferita” Corriere della Sera, 24 luglio 2001, pg 15 81 Editoriale di Indro Montanelli per il primo numero de ‹‹Il Giornale Nuovo›› riportato dal quotidiano il 23 luglio 2001, pg 3
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vitale bisogno l’uno dell’altro”82. Fu un rapporto, anche, di amicizia fino al 1983, quando salì a Palazzo Chigi un politico molto amico di Silvio Berlusconi: Bettino Craxi. Montanelli, fedele al suo spirito controcorrente, pur apprezzando l’uomo Craxi, non tentò di fermare la sua lingua biforcuta, lanciando anatemi contro il neo premier. Indro lo bacchettava perché lo reputava “privo della stoffa del capo ma dotato di quella del boss, del padrone, anzi del padrino e circondato da una corte dei miracoli sconvolta dal culto dell’imano , coi suoi officianti, i muezzin e il parco cammelli e l’harem ”83 tutte le persone adulanti che avvolgevano Bettino Craxi, prima e durante il suo mandato. Insomma quella che Rino Formica battezzò “corte di nani e ballerine”. Per queste critiche Montanelli venne rimbeccato immediatamente dall’editore Berlusconi, prima in modo blando e poi in modo sempre più deciso, ma Indro non si fece spaventare e continuò a “sparlare” del governo Craxi. Fu questa scaramuccia la scintilla che incendiò il “pagliaio” Indro. Il rapporto tra i due, Berlusconi e Montanelli, cominciò qui a incrinarsi. Nell’estate 1990, fu votata e approvata la legge Mammì. Essa introduceva, oltre ad una disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato, anche una norma sul pluralismo dell’informazione che impediva di prendere posizioni dominanti contemporaneamente nell’editoria e nella televisione. Silvio Berlusconi, per questa norma fu costretto a vendere il quotidiano al fratello Paolo Berlusconi. Il berluschino , come Montanelli chiamava il suo nuovo editore, rimaneva comunque un semplice “paravento” per l’azione del fratello maggiore, che rimase di fatto l’Editore del Giornale . La goccia che fece traboccare il vaso fu, però, la decisione del Cavaliere di “scendere in campo” formando un nuovo partito. Montanelli alla discesa nell’agone politico dell’imprenditore era fortemente contrario, e lo fece capire chiaramente con degli editoriali al vetriolo contro Berlusconi. Indro ammirava la figura del Berlusconi grande imprenditore, anche se aveva molti dubbi sulla provenienza dei suoi capitali, ma deprecava la sua decisione di fare il politico perché, era convinto, che fosse un’impresa al di fuori delle sue indiscusse qualità manageriali. Questa posizione del Maestro fu duramente criticata dal mondo di destra. I “cortigiani” di Berlusconi, per esempio, dalle reti Fininvest fecero di tutto per screditare Montanelli agli occhi dei telespettatori. Vittorio Sgarbi, futuro sottosegretario ai Beni Culturali nel 2001 sotto il governo Berlusconi, quotidianamente nella sua rubrica di Canale 5 Sgarbi quotidiani , attaccava Montanelli alacremente, sguainando molto spesso la parola “fascista” che è un pezzo forte del repertorio del critico d’arte. Emilio Fede, il più grande portavoce del Cavaliere, arrivò perfino a dedicare mezz’ora del TG4 delle venti, ad un monologo in cui chiedeva

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Pierluigi Battista, “L’invasione di campo di Silvio l’editore” La Stampa, 24 luglio 2001, pg. 31 Gian Antonio Stella, op. cit., pg. 6

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le dimissioni di Montanelli. Fede chiese l’allontanamento, mi si scusi il mio commento personale, senza aver nessun ruolo per poterlo fare. Infine, arrivò, improvvisato (dichiarò: “passavo per caso”) quanto attesissimo, il “blitz” di Silvio Berlusconi nelle stanze della redazione a promettere ai redattori investimenti e promozioni, solo se Il Giornale avesse appoggiato, facilitandone l’ascesa, il suo nuovo partito Forza Italia. Montanelli non ci sta. Abbandonò “il suo unico figlio”, non lo fece, sbattendo le porte (come scrissero molti giornalisti), non era nel suo stile, lasciò la redazione con le lacrime agli occhi, mestamente. Subito venne rimpiazzato. In via Gaetano Negri, sulla poltrona del direttore, salì Vittorio Feltri, già della cerchia di Berlusconi. Questa scelta e le dichiarazioni del Cavaliere, un “comunicato fatto fare al fratello Paolo in cui Vittorio Feltri […] veniva definito un Indro più efficace ”84, sono, secondo alcuni, denigratorie per il ruolo determinante che, il Grande Vecchio, svolse per anni nella sede del quotidiano milanese. Come confermato, nel 2001 dalle parole di Mario Cervi, appena licenziatosi dalla direzione del Giornale : “Piango il mio amico Indro, e piango anche il primo direttore di questo giornale che spezzò – sotto la guida del borghese Montanelli – i conformismi e le viltà d’una certa borghesia grassa e paurosa.”85. Dopo aver concluso l’esperienza del Giornale , Indro Montanelli, “all’età in cui altri vanno in pensione”, fondò La Voce , giornale che ebbe una vita breve, poco più di un anno. Marco Travaglio, nel suo libro “Montanelli e il Cavaliere”, ipotizza, dandone anche le prove, una specie di eutanasia per la Voce , provocata dall’interruzione di flusso di capitali, ad opera del Cavaliere con l’aiuto del nuovo manager finanziario del quotidiano: Gianni Locatelli. Quando si chiude l’esperienza della Voce “Montanelli scrive un congedo intitolato: Uno straniero in Italia ”86 per rimarcare la sua lontananza da Berlusconi e dalla sua Italia. Le polemiche con la destra di Berlusconi, non finirono qui, anzi, andarono avanti fino a pochi mesi prima della morte. Riaccendendosi, più forti che mai, in occasione delle elezioni, delle “illecite” epurazioni dalla Rai dei “denigratori” di Silvio Berlusconi, di esternazioni “illecite” da entrambe le parti, che sfociavano in dibattiti “scritti” ma assai “urlati”. Uno dei più accalorati fu quello sul presunto conflitto di interessi del Cavaliere. L’argomento fu attizzato dalla pubblicazione del libro “L'odore dei soldi. Origini e misteri delle fortune di Silvio Berlusconi” di Marco Travaglio, ma soprattutto dalla successiva intervista con l’autore da parte di Daniele Luttazzi a nella trasmissione Satyricon, programma pungente di Rai Due, e dal conseguente dibattito sull’argomento nel “salotto televisivo” di Michele Santoro. Riguardo al “conflitto di interessi” Montanelli rimproverava al Cavaliere di non aver fatto, parole sue, una scelta
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Gian Antonio Stella, op. cit., pg. 6 Mario Cervi, op. cit., pg 3 86 Alberto Papuzzi, op. cit., pg 3

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coerente come quella di vendere le sue imprese, investendone il ricavato in Buoni del Tesoro. Scelta che, a quanto pare, aveva fatto oltreoceano Rockefeller, imprenditore del petrolio, che per essere eletto vice-presidente degli Stati Uniti, fu “costretto” a vendere le sue attività. Per quanto riguarda il rapporto di Montanelli con il potere, egli, come giornalista, è stato sempre dalla parte dell’elettore e del paese; infatti “ha sempre pensato all’edicola e mai alle stanze del potere”87 e “quando vedeva lo strapotere di certi personaggi, si è sempre battuto cercando di rappresentare la voce di quelli che non potevano parlare”88 ma anche dicendo agli elettori che leggevano i suoi articoli nel ’76 di “turarsi il naso e votare DC” , monito che evitò il previsto sorpasso del Pci di Berlinguer ai danni della DC di Zaccagnini. Questo episodio è visto “oggi” dall’ Unità come: ”una spallata a qualsiasi proposito di rinnovamento del paese”89 invece era la solita montanelliana scelta del meno peggio. Girando lo sguardo verso destra, del rapporto di Montanelli con il fascismo, per esempio, ne riassume molto bene i termini, Enzo Biagi: ”Il destino di un uomo è il suo carattere: e difficilmente si sfugge agli effetti di quelli che pomposamente si chiamano gli eventi. Ma lui non ha mai avuto un dittatore preferito. Lo dimostrò persino nel suo rapporto con Mussolini, quando sbagliava, sapeva ricredersi. E non è da tutti.”90. “Per lui il mestiere contava più di tutto e non era scambiabile con onori, compromissioni, conformismi e altri vizi italiani del potere”91. Certamente “ogni tanto cambiava opinione: non per calcolo ma per slancio. Non si aggregava, e non mutava gabbana: sempre la stessa. Cambiava itinerario, perché gli pareva più giusto.”92. “Un impegno, quello di praticare l’ estraneità al potere, che […] mantiene fino all’ultimo. Con rare eccezioni, fra le quali c’è Cossiga”93, uomo, quest’ultimo, che Indro ammirava molto e con il quale divise per anni, fino all’ultimo, una profonda amicizia. Il 19 maggio 1991, Francesco Cossiga, eletto Presidente della Repubblica, propone a Indro Montanelli la nomina di senatore a vita, non per la sua amicizia con il Maestro, ma per quello che Montanelli significa ed ha significato nella storia del giornalismo. Montanelli, già dai primi anni di attività, se avesse voluto “avrebbe potuto sedere in Parlamento quanto Andreotti, ma ha capito che certi

Cesare Medail, op. cit., pg.3 ibidem 89 Oreste Pivetta, “A Enzo Biagi che lo va a trovare, dice: Ma non poteva venirmi un colpo?” L’Unità, 23 luglio 2001, pg.10 90 Cesare Medail, op. cit., pg.3 91 Citazione da L’ultima “Stanza di Montanelli”, Corriere della Sera, 23 luglio 2001, pg. 7 92 Enzo Biagi, op. cit., pg 1 93 Marzio Breda, “Quel ‹‹no›› all’amico Cossiga che lo voleva senatore a vita” Corriere della Sera, 25 luglio 2001, pg. 11
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compromessi con la propria coscienza cominciano così”94. Montanelli, quindi, chiede al Presidente, con una lettera, di riconsiderare l’offerta, scrivendo: ”Ti ringrazio di tutto cuore […] ma […] ti prego di rinunziare a questo proposito per non mettere me nella spiacevole condizione di un rifiuto, che potrebbe apparire come segno di spregio o di tracotanza […] niente di più lontano dal mio animo”95.Questo “passo indietro è in perfetta coerenza con il suo modello di giornalista assolutamente indipendente, anzi estraneo al Palazzo che scrive (Indro, n.d.a) al Quirinale, per sessant’anni ho perseguito e, spero, realizzato ”96. Indro si sentì in quei giorni imbarazzato dalla proposta, dicendo che l’avrebbe vissuta come un modo di “imbrancarsi” e come un “tradimento” nei confronti dei suoi lettori i suoi “unici padroni”; e confessa: “in questo mondo dove tutti si scannano per ficcarsi in, io sono nato out, e out devo restare”97. Quindi Montanelli rimane coerente con se stesso, restando solo “un giornalista e basta, che guarda, racconta, e resta indipendente… - continuando a parlare di se stesso, Indro dice – Vorrei che mi venissero riconosciute poche cose. Una è questa. L’altra è che ho sempre tenuto a debita distanza i politici e i privilegi della politica”98. Pochi mesi dopo quell’eclatante rifiuto Cossiga incomincia a “terremotare” la politica italiana dal suo “rifugio”. Sono giorni inquieti, in cui l’unico a parlare con lui e a comprendere la “profezia” delle sue esternazioni, è Indro Montanelli. Con l’attuale senatore a vita, il nostro condivideva oltre “a qualche diagnosi sulla società italiana, un identico senso di ironia e un modo ruvido ma leale di confrontarsi – e, come ricorda Cossiga nel momento del commiato all’amico di sempre - Piango la perdita di un amico, alle cui critiche e ai cui rilievi pubblici e privati devo molto più che non alle sue parche lodi”99. Di Montanelli “dicevano che era un liberale o un conservatore: ma se aveva qualche simpatia era per gli anarchici. Quelli veri”100; questo è il commento di Enzo Biagi. Chi scrive non ha conosciuto Montanelli, come, di sicuro, lo ha conosciuto Biagi, ma da quel poco che ho potuto sapere, e per il mio quasi irrilevante parere: Indro era si vicino agli anarchici, ma con un metodo tutto suo: da osservatore. Infatti, se per anarchici intendiamo quelli che “credono nella capacità naturale dell'uomo di autoregolarsi in società”101 e vogliono l’abolizione dell’autorità imposta, però, che sia chiaro, “l'esistenza di regole e convenzioni sociali nell'anarchia non è esclusa a priori a
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Mario Cervi, op. cit., pg 3 Marzio Breda, op. cit., pg. 11 96 ibidem 97 Citazione di Indro Montanelli da: Marzio Breda, op. cit, pg. 11 98 ibidem 99 Marzio Breda, op. cit., pg. 11 100 Enzo Biagi, op. cit., pg 1 101 Citazione da Wikipedia: l’enciclopedia libera, voce: Anarchia.

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patto che le regole e le convenzioni vengano liberamente determinate e accettate dalla comunità interessata e non rappresentino un'imposizione derivante dal maggiore potere di alcuni rispetto agli altri.”102. Se teniamo conto di tutto questo, alla “Idea anarchica” Montanelli avrebbe potuto anche accostarsi in modo netto, ma Indro era, soprattutto, realista e quindi, a mio parere, credo che abbia capito che questa “idea” era solamente un’utopia, e come tutte le utopie: irrealizzabile. Come dice un giornalista dalle pagine del Corriere della Sera : “per lui poteva valere la frase di Kennedy: sono un idealista senza illusioni ”103 che ricercava, almeno negli anni ’70, “una specie di utopia: spostare l’opinione moderata verso un voto utile , non ideologico, e […] impedire degenerazioni volta per volta considerate peggiori, aiutare il meno peggio”104. Scrive Veneziani, dalle pagine del Giornale : ”lievemente qualunquista e meteorologicamente ondivago, sempre all’opposizione ma poi sempre governativo per fatalismo, intransigente per tigna ma accomodante per pessimismo. Fu il tipico italiano, virtuosamente provinciale, fascista e frondista, femminiero e vanitoso, sempre protagonista anche quando non lo era. Individualista e anarchico come tutti gli italiani, ma conservatore e centrista come loro. Ribelle ma ammiratore dei potenti e del loro cinismo […] aveva per esempio una cotta per Andreotti”105. Questo esempio Veneziani, secondo il mio parere, lo ha mancato completamente, a meno che Montanelli accecato dalla “cotta” per il Senatore, non avesse perso il lume della ragione quando scrisse: “Sempre più si diffonde sulla nostra stampa il brutto vezzo di chiamare Andreotti col nome di Belzebù. Piantiamola. Belzebù potrebbe anche darci querela”. Inoltre, l’articolo del giornalista de Il Giornale , sembra “coniato” apposta per rinverdire le dichiarazioni di Berlusconi, sul rendiconto dei fatti della “rottura” con Montanelli, fatte solo pochi mesi prima, allo scoppio del caso Satyricon, la già citata trasmissione di Luttazzi che sparava a “palle incatenate” contro il Cavaliere. Veneziani dicendo che Indro era un “italianissimo anti-italiano” mette in secondo piano, secondo il parere di chi scrive, il fatto che Montanelli nella fase del governo Berlusconi avesse patteggiato per la sinistra. Scrivendo “italianissimo” non intende forse addossare, all’ormai defunto (quindi privo del potere di ribattere) Indro Montanelli tutti i “vizi” di noi italiani? E con “anti-italiano” il fatto che avesse votato contro il motto forzista e quindi contro il bene del popolo italico? Montanelli era, da sempre, di destra e anticomunista, nei confronti dei comunisti aveva un modo tutto suo di pensarla. Su Fausto Bertinotti, attuale Presidente della
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Citazione da Wikipedia: l’enciclopedia libera, voce: Anarchia. Cesare Medail, op. cit., pg.3 104 Vincenzo Vasile, “Il suo testamento: ‹‹Questa destra mi fa paura››” L’Unità, 23 luglio 2001, pg. 11 105 Marcello Veneziani, op. cit., pg 1,4

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Camera, per esempio, diceva:”Non è un comunista. È un populista della più dozzinale varietà demagogico barricatiera, fantocci di cui il Pci si serviva quando gli faceva comodo agitare la piazza ma a cui si guardava bene del concedere posto nella Nomenklatura”106. Poi, con l’avvento del berlusconismo, Indro si convinse che:” la destra, la sua destra in nome della quale si era fatto sparare dalle Brigate Rosse, fosse inaffidabile. E aveva preso a spararle addosso a costo di deludere perfino tanti lettori”107. Quei lettori di destra che si erano abituati ad un Montanelli schierato dalla loro parte. Il direttore dell’Unità, Furio Colombo, vorrebbe prendere ad esempio “la sua intransigenza, lui uomo di destra, ma non disposto ad accettare qualunque destra”108 Al capo del partito guida, Forza Italia, nonché dell’intera coalizione “rinfacciava di avere dissepolto paure e odii che hanno spaccato il Paese , d’essere un vanesio che ai matrimoni e ai funerali vorrebbe essere rispettivamente la sposa e il morto , di avere una voluttuaria e voluttuosa propensione alle menzogne , di essere uno che non delude mai: quando ti aspetti che dica una scempiaggine la dice sempre ”109. Sugli altri partiti della coalizione aveva le idee molto chiare. Della Lega, o meglio del suo personaggio di spicco, l’onorevole Umberto Bossi, “pensava che […] fosse un troglodita ”110. Del leader di AN, Gianfranco Fini che: ”usasse il linguaggio del peggior squadrismo”111. In conclusione dell’Italia berlusconiana, Montanelli pensava e diceva che fosse “la peggiore delle Italie che io ho mai visto. E dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime. L’Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze. L’Italia del 25 luglio (quando Mussolini fu arrestato e venne sostituito dal generale Badoglio, n.d.a ), l’Italia dell’8 settembre, e anche l’Italia di piazzale Loreto (dove fu esposto, appeso, il cadavere di Mussolini, n.d.a), animata dalla voglia di vendetta. Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l’avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo”112. Montanelli era preoccupato per il futuro dell’Italia sotto Berlusconi, anche se, come diceva: ”Che vuole, alla mia età preoccuparsi per i rischi del futuro fa quasi ridere.”113 Del Cavaliere sceso nel campo della politica, in un intervista su Repubblica del marzo 2001, Montanelli dice: “Io voglio che vinca, faccio voti e faccio fioretti alla Madonna perché lui vinca, in modo che gli italiani vedano chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a
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Gian Antonio Stella, op. cit., pg. 6 ibidem 108 Citazione da L’ultima “Stanza di Montanelli”, Corriere della Sera, 23 luglio 2001, pg. 7 109 Gian Antonio Stella, op. cit., pg. 6 110 ibidem 111 ibidem 112 Marco Travaglio, “Montanelli e il Cavaliere Storia di un grande e di un piccolo uomo”, Garzanti, 2004, pg. 386 113 ibidem

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Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L’immunità che si ottiene col vaccino.”114 Le previsioni di Indro Montanelli, che non era poi una così brava Cassandra, si riveleranno infondate? Berlusconi tornerà a Palazzo Chigi nel giugno 2001, il paese viene “vaccinato”, come sentenziò Indro, ma il Cavaliere rimane nelle camere del potere, attraverso un Berlusconi Bis, per l’intera legislatura. Nel 2006 va al governo la Sinistra, e negli anni avvenire fino a fine legislatura o al crollo del governo dell’Ulivo, si parlerà dei danni della sinistra e di un ritorno di Berlusconi. Se le previsioni si riveleranno fondate i casi sono due: o il vaccino non ha funzionato, perché l’aria era troppo satura di batteri, o Montanelli non era così lungimirante. Vedremo. Questa avversione per una destra giudicata “volgare”, portò inevitabilmente alla scelta di Indro di “schierarsi” a sinistra negli ultimi anni della sua vita, la cosiddetta “svolta” a sinistra di Montanelli dell’era postdiscesa in campo del Cavaliere. Racconta in modo esauriente le tappe di questo avvicinamento L’Unità del 23 luglio 2001:” Alla fine di passo in passo, conosciuti insieme con Andreotti anche Forlani e De Mita, visto all’opera Craxi, sperimentata da vicino tangentopoli, incappato in Berlusconi editore del “Giornale” e poi politico all’esordio, la grande svolta: trovarselo amico (della sinistra, n.d.a), sullo stesso fronte, bandiera di una nostra battaglia. Una sorpresa.”115 A questo proposito, nella sezione del Corriere della Sera , dedicata all’encomio dei suoi lettori; una lettrice, Arianna Marsico, infligge una virtuale bacchettata sulle dita a Rutelli “che non ha perso occasione per scrivere che Montanelli scelse nettamente l’Ulivo , omettendo – ricorda la lettrice – che il grande giornalista parlò del centrosinistra come di un male minore ”116. Uno dei, tanti, leader della sinistra ha manipolato la solita scelta di Indro del “meno peggio”, per pubblicare una sorta di “volantino di propaganda post elezioni”. Come dice un giornalista del Giornale : ”questo è il Paese nostro […] nel giro di ventiquattro ore, voltagabbana dei sentimenti non soltanto delle idee e delle ideologie, sepolcri imbiancati del cordoglio a gettone”117 e quindi si può sentire, qualche persona, non importa se di destra o di sinistra “oggi definirlo voce della libertà. Allora era la voce della maggioranza silenziosa. Leggo oggi che fu il paladino dell’indipendenza. Allora leggevo che era il servo dei padroni.”118. Secondo il parere di chi scrive, per quanto riguarda il rapporto storico di Montanelli con la sinistra, molto significativa è la frase collocata il 23 luglio 2001 in prima pagina dall’ Unità .L’epigrafe era scritta subito sotto al titolo, posta all’interno di un rettangolo rosso vermiglio, corredata da una miniatura del Maestro e
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Marco Travaglio, op. cit., pg. 386 Oreste Pivetta, op. cit., pg.10 116 Michele Brambilla, op. cit., pg. 11 117 Tony Damascelli, “L’abbraccio di quelli che ieri lo chiamavano fascista” Il Giornale, 24 luglio 2001, pg. 3 118 Tony Damascelli, op. cit., pg. 3

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recitava così: “ Abbiamo opinioni e orientamenti politici diversi. Ci unisce la preoccupazione comune per le sorti dell’Italia e per la qualità della sua classe dirigente . Indro Montanelli all’Unità, sabato 12 maggio 2001”. Nel quotidiano storico della sinistra, si fa molte volte riferimento all’unica esperienza in comune (ma non “comunista”) di Indro con i “compagni rossi”: il quotidiano La Voce . Un giornale fondato da Montanelli ma “che aveva più lo stile del Manifesto (giornale di estrema sinistra, n.d.a) che quello del Corriere (“nave scuola” del nostro, n.d.a)”119. Sono da riportare le parole dell’ Unità : ”Montanelli ci è rimasto vicino rimanendo in trincea – aggiungendo un commento leggermente acido che potevano anche risparmiare – comoda, malgrado tutto, molto comoda la scrivania del Direttore per stare in trincea”120. Continuando a scrivere, e giustificando questa defaiance come: “un’immagine che può rendere un poco giustizia al combattente che abbiamo conosciuto in tanti anni e su tanti fronti. Perché credo questa fosse la prima impronta caratteriale […] di Indro Montanelli, prima di una sua identità politica, che lui si appioppò sempre di grande coerenza, ma che era coerente soprattutto in un altro verso, non quello dell’appartenenza, ma quello per così dire della disobbedienza.”121. Infatti “dalla Voce Montanelli ha continuato a dare battaglia non per la sinistra ma contro l’involgarimento della politica, di certa politica” con allusione esplicita alla politica di Berlusconi, ghettizzata da Indro, cosa che comunque, di sicuro, non dispiaceva ai “compagni”. Tirando l’acqua al proprio mulino Pivetta, giornalista dell’ Unità , ricorda: “Invecchiando spesso si dà il meglio e, questa è una consolazione per noi, forse invecchiando Montanelli ha dato il meglio per coraggio morale (e ce ne volle molto, n.d.a) e per lucidità politica.”122. Sulla sua presunta conversione al comunismo, Montanelli “un po’ ne sorride: Passato per una ventina di anni per “fascista”, e negli ultimi dieci per “comunista”, me la rido di entrambe le etichette ”123. Per evidenziare gli ultimi anni di rapporto con la sinistra, la Stampa scrive: “Montanelli, fino agli ultimi giorni, è sembrato gradire la nuova compagnia della sinistra, a fianco per esempio di Michele Santoro, pur di ferire con uno sberleffo una destra che non amava”124. Il giornalista citato si riferisce, sicuramente, alla partecipazione di Montanelli al talk-show di Rai Due Il Raggio Verde condotto da Santoro. Nella puntata suddetta, che dibatteva il caso Satyricon (vedi sopra, n.d.a), però Indro intervenne solo telefonicamente e di malavoglia, aveva già rifiutato l’offerta di presenziare di persona, per controbattere alle dichiarazioni filoberlusconiane di Vittorio
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Oreste Pivetta, op. cit., pg.10 ibidem 121 ibidem 122 ibidem 123 Marco Travaglio, op.cit., pg. 411 124 Pierluigi Battista, “L’icona della destra affascina la sinistra” La Stampa, 23 luglio 2001, pg. 5

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Feltri e appoggiare le dichiarazioni, favorevoli al Maestro, di Marco Travaglio. Indro pensava che il centro-sinistra targato Ulivo fosse: “pieno di magagne e io l’ho scritto e non perdo occasione di scriverlo, è un’armata Brancaleone, si decompone a ogni svolta di strada, è balbuziente come me: quindi, per carità, è pieno di difetti, però non fa paura, mentre questa destra mi fa paura (la destra targata CdL, n.d.a)”125 Di una cosa sono sicuro, ovunque Montanelli sia adesso, e chiunque manovri il timone della “zattera” Italia: “Credo che ora quegli occhi (sgranati e azzurrissimi, n.d.a), da qualche punto del cielo, stiano guardando in basso, preoccupati”126

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Marco Travaglio, op.cit., pg. 435 Beppe Severgnini, op. cit., pg. 4

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LA TRASCENDENZA DI MONTANELLI
I giornali da me consultati riprendevano la recente polemica di Montanelli, lanciata qualche mese prima dalle pagine del “Corriere della Sera”, sull’accanimento terapeutico e sull’eutanasia per riferirsi al burrascoso rapporto del Maestro con la chiesa cattolica, con il Papa e più in generale con la Religione. Indro apertamente laico, anzi, “un cardinale del laicismo professato”127, e formalmente ateo, si approcciava al rapporto con i numerosi preti, vescovi, cardinali o Papi con il solito spirito da “toscanaccio” che lo ha sempre caratterizzato, entrando in calorosa polemica con il clero, mantenendo sempre, però, un certo rispetto per la loro carica ma, soprattutto, per la loro irriducibile fede in Dio. Aveva grande rispetto per chi aveva Fede ma “quali fossero i rapporti con Dio di Montanelli, escludo che lo sapesse lui stesso”128. Per esempio, quando, nel 1999, si ritrovò a festeggiare i suoi novant’anni nella natia Fucecchio, si sentì un po’ a disagio, da ateo dichiarato, ad occupare il pulpito della Chiesa cittadina la quale fu aperta appositamente per accogliere tutti i numerosissimi concittadini intervenuti per rivederlo e applaudirlo. Nell’intervista al cardinal Martini pubblicata sul Corriere della Sera , sua eminenza parla così del rapporto con la fede di Montanelli: “Almeno dal mio punto di vista personale, c’è una morale o un comportamento laico (nella vita di Indro, n.d.a) che ha molto di cristiano e di autentico; anche se non contiene la risposta completa alle aspirazioni umane. Qualcosa di molto importante e valido…”129 alla domanda del giornalista che gli chiede un ricordo di Montanelli, il cardinale risponde: “tra noi c’era una grande diversità di pensiero, di impostazione, e ho l’impressione che inizialmente avesse qualche diffidenza nei miei riguardi. Lo disse, anche.”130. I rapporti tra Montanelli e il cardinal Martini migliorarono notevolmente quando quest’ultimo rivelò all’ignaro Montanelli che, a salvarlo dalla condanna a morte per anti-fascismo, fu una intercessione del cardinal Schuster. Montanelli, infatti, non si riusciva a spiegare come sia avvenuto il “miracolo” dell’annullamento della condanna a morte e quando lo seppe, riferisce sua eminenza: “mi colpì l’emozione con cui me ne parlò, la commozione sincera. Questo in qualche modo ci avvicinò, imparai ad apprezzarne la sincerità e lo spirito d’indipendenza. E penso che anche lui potè comprendere meglio il significato del mio servizio nella Chiesa e nella società”131. L’eminenza “pubblica” apprezzò molto anche la sincerità dell’intervento del grande giornalista sul dibattito che ebbe con
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Giorgio Torelli, “Quell’attesa d’una telefonata da Dio” Il Giornale, 24 luglio 2001, pg 1-5 ibidem 129 Gian Guido Vecchi, op. cit., pg.13 130 ibidem 131 ibidem

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Umberto Eco su fede ed etica ( In cosa crede chi non crede? ). Montanelli intervenne scrivendo una specie di dichiarazione di fallimento dove, appunto, dichiarava di cercare la fede senza riuscire a trovarla. Montanelli, in questo saggio, ci regala una lucida visione del suo rapporto con la religione, dicendo: “Lo confesso: io non ho vissuto e non vivo la mancanza di fede con la disperazione di un Prezzolino (suo insuperabile maestro, n.d.a) […] Ma l’ho sempre sentita e la sento come una profonda ingiustizia che toglie alla mia vita, ora che ne sono al rendiconto finale, ogni senso. Se è per chiudere gli occhi senza aver saputo di dove vengo, dove vado, e cosa sono venuto a fare qui, tanto valeva non aprirli”132. Martini, esprimendo la sua opinione su questa dichiarazione dice: “non vi leggo tanto un’accusa, quanto la nostalgia, il desiderio di un senso più profondo. Come poi l’abbia potuto raggiungere, questo è ovviamente nel mistero di Dio – in un altro punto descrive Montanelli come - un uomo che aveva a cuore il senso della vita, anche se per educazione e cultura era rimasto un po’ bloccato e non sapeva in che modo esprimerlo – poi, prosegue il cardinale – ho apprezzato la sua sincerità nel confessarsi come impreparato davanti al senso ultimo della vita.[…] (nella vita di Indro, n.d.a) c’è un comportamento laico che ha molto di cristiano e di autentico”133. Quindi: Indro non era agnostico. Come dice Giorgio Torelli dalla prima pagina del Giornale del 24 luglio 2001: “Non è che Indro pensasse Dio non c’è e dunque è vano ragionarne, tanto non si verrebbe a capo di nulla. Niente affatto. Dio lo insospettiva al punto di alzare un lamento generico che però conteneva un profondo sospiro: Purtroppo, non ho la fede. Magari, ne fossi toccato. . Se la cavava così, tagliando corto sul tema ed esprimendosi come un utente della Creazione a cui non fosse mai arrivato il paccodono con la scritta d’ufficio contiene la fede cristiana ”134. Come dice il cardnal Tonini: “Gli atei veri si compiacciono della lontananza dalla fede, Montanelli al contrario era addolorato per la sua incapacità di aderire completamente a qualcosa che sentiva muoversi dentro di sé […] nel suo percorso interiore c’erano contraddizioni, slanci e perplessità come accade a chiunque non si adagi sulle altrui certezze”135. Un altro tema trattato spesso in questo contesto era il rapporto con la morte. Montanelli, a riguardo, diceva: “Io ho paura di morire ma non della morte. C’è una differenza, anche se sottile.”136. Montanelli infatti “non aveva paura di guardare in faccia la realtà, qualsiasi realtà, però temeva le sofferenze, i dolori della morte”137. Egli aveva

Gian Guido Vecchi, op. cit., pg.13 ibidem 134 Giorgio Torelli, op. cit., pg 5 135 Giacomo Galeazzi, “Grande laico in cerca di fede (intervista al cardinale Ersilio Tonini)” La Stampa, 24 luglio 2001, pg.31 136 Ferruccio de Bortoli, op. cit., pg. 1 137 Gian Guido Vecchi, op. cit., pg.13
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paura di “una vita dimezzata” del deperimento fisico ma, soprattutto, di quello mentale che poteva affacciarsi con l’approssimarsi della “Oscura Mietitrice”. Come dice Mario Cervi: ”La sorte ce l’ha tolto, e per questo mi vien voglia d’odiarla. Ma la sorte gli ha risparmiato la decrepitezza. La testa è rimasta fino all’ultimo splendidamente lucida, la voce è rimasta forte, lo sguardo penetrante […] Indro ci ha lasciati alla Indro, senza consentire che l’età l’umiliasse”138. “Avrebbe voluto […] scegliere come morire. Non è stato possibile - invece per sua fortuna (o sfortuna?) - il caso (o un’altra mano?, anche il laico Montanelli qualche volta ci pensava) ha fatto si che non ci fosse alcun accanimento terapeutico.”139 “L’amore per la vita […] lo portava a parlare spesso della morte. Forse per sfidarla in un duello dall’esito scontato […] Vorremmo dire, da colleghi, per intervistarla, guardandola in faccia. Con la solita impertinenza.”140 In una delle sue ultime interviste: rispondendo alla domanda di Giorgio Soavi che gli chiedeva se non era stufo, Montanelli risponde:” Proprio stufo marcio […] Non mi diverto più. E quando vado a spasso ai giardinetti sotto casa non sto più a pensare all’inizio dell’articolo che scriverò tra due ore. Non mi va. Non mi va più niente. E quella dichiarazione sull’eutanasia, che mi sembra regolare, logica, leale verso me e verso tutta la mia natura di condannato a vivere, è semplicemente una virgola in più.”141 “Montanelli proseguì la battaglia per l’eutanasia. L’ultima battaglia. Dalla Chiesa molti lo invitarono a riflettere ( Vogliono riportarmi nel gregge, ma non ci sono mai stato disse)”142 Nel necrologio “scritto di suo pugno”, pochi giorni prima di morire, oltre a “esprimere un desiderio, quello di essere ricordato con un solo titolo onorifico: giornalista.”143, Indro ricorda di non gradire nè cerimonie religiose né commemorazioni civili , ma i parenti, prima della cremazione, hanno chiesto a un sacerdote di dargli, in forma privata, l’estremo saluto. Montanelli ha comunicato attraverso il necrologio “sia di essere cremato, sia che gli fossero risparmiate da morto certe smancerie ed orpelli mai digeriti da vivo – non avrebbe permeso a nessuno di – attardarsi per alcun discorso ufficiale o ufficioso. Solo il silenzio. Indro può avere ragione. Esso magari consente maggiore concentrazione e può essere più eloquente di mille discorsi di circostanza.”144 Su questo argomento, il cardinale Carlo Maria Martini, dalle pagine del Corriere dice: “Montanelli non amava i complimenti, le etichette, le

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Mario Cervi, op. cit., pg 3 Ferruccio de Bortoli, op. cit., pg. 1 140 ibidem 141 Dal colloquio di Giorgio Soavi con Indro Montanelli, Corriere della Sera, 23 luglio 2001, pg.2 142 Marco Neirotti, “‹‹Una morte dignitosa›› L’ultima campagna” La Stampa, 23 luglio 2001, pg 5 143 Carlo Brambilla, “E’ morto Montanelli, giornalista” L’Unità, 23 luglio 2001, pg. 10 144 Beppe Gualazzini, “Un prete benedice la bara di Montanelli” Il Giornale, 25 luglio 2001, pg 9

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cose che suonavano false. […] le commemorazioni potevano avere il senso dell’encomio, della lode postuma, e tutto ciò non gli sarebbe piaciuto, gli sarebbe suonato inautentico.”145. Avrebbe detto “il cordoglio universale, che bischerata”146. “Quando scriverai tra le nuvole. Perché ti chiederanno di farlo, stai sicuro. Dio ama chi l’ha cercato, e poi è un talent-scout straordinario. E tu (Montanelli, n.d.a) sei troppo bravo perché possa lasciarti tranquillo.”147 Montanelli era fondamentalmente laico. Alle domande: esiste una religiosità laica? Ha ragione Severgnini quando dice che “Dio ama chi lo cerca”? Sua eminenza il cardinal Martini risponde: “Si, io credo che in effetti dietro l’espressione “morale laica” si può intendere anzitutto quel bisogno di onestà, di lealtà, di coerenza, di rispetto delle persone e delle istituzioni che poi prelude alla vera libertà di parola”148. Il cardinale, secondo il parere di chi scrive, si limita a eludere la seconda domanda, anche se, sia chiaro, quello che dice è sacrosanta verità; ma, rispondendo io, alla domanda del giornalista, posso permettermi di risponde di si, dato che Dio ama tutti i suoi figli, perché avrebbe dovuto escludere quel “toscanaccio” di Montanelli, tuttalpiù che, da sue dichiarazioni, ha “invidiato” e rispettato profondamente chi è riuscito a trovare la Fede. Riguardo ai cattolici praticanti diceva: iniziando il ragionamento con un condizionale “se Dio ci fosse, e io credessi in Lui – continuandolo con una, seppur velata, accusa - voi cattolici non me la contate. Fate la giostra attorno al Firmatario del Cosmo (se ha davvero un indirizzo) e prendete eccessi di confidenza con quel che è più smisurato, ci andate a braccetto, fate perfino le giaculatorie pappa e ciccia. No, cari cristiani della domenica. Se davvero io dovessi diventare dei vostri – Dio mi scampi – vorrei volgermi verso la più radicale delle testimonianze: prendere i voti perpetui e farmi frate trappista, claustrale, vegetariano e penitente. Diverrei uomo di preghiera e di digiuni nel succedersi dei giorni e delle notti ”149. A costo di sembrare blasfemo, riporto una citazione su Montanelli, secondo il mio parere, azzeccata: ”A due sole divinità Montanelli è rimasto devoto per tutta la vita: il mestiere e l’Italia.”150 Montanelli, nel rapporto con l’organigramma ecclesiastico “dichiarava il massimo rispetto per i missionari”151 ; Indro “passava per un anticlericale. Ma oggi (25 luglio 2001, n.d.a) un sacerdote italiano che sta a Buenos Aires da 40 anni […] manda via email: Sempre ho seguito Montanelli. Lo rimpiango, e lo ricorderò nella Santa Messa .

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Gian Guido Vecchi, op. cit., pg.13 Salvatore Scarpino, “La strada di Indro porta al ‹‹Giornale››” Il Giornale, 25 luglio 2001, pg. 1 147 Beppe Severgnini, op. cit., pg. 4 148 Gian Guido Vecchi, op. cit., pg.13 149 Giorgio Torelli, op. cit., pg 5 150 Salvatore Scarpino, op. cit., pg. 9 151 Giorgio Torelli, op. cit., pg 5

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Ed Emanuele Bresciani rivela: Il mio padre spirituale, don Narciso, mi ha spinto sulle tue (di Montanelli, n.d.a) tracce sin dal 1982 ”152. Certo alcuni avvenimenti ridimensionano queste testimonianze. Un esempio: racconta Torelli, sul Giornale , che al ricevimento di un dono, un Vangelo da comodino, da parte delle monache Orsoline di Milano,Montanelli “aveva tratto il volume e letto forte il nome dei traduttori, sempre più sorpreso, sempre più contraddetto: Matteo, tradotto da Nicola Lisi; Marco, tradotto da Corrado Alvaro; Luca, tradotto da Diego Valeri; Giovanni, tradotto da Massimo Bontempelli . Il gesto successivo era diventato inequivocabile. Indro accantonava il volume con un sonoro: Figurarsi se mi fido! ”153. Il giornalista, allora prova a domandarsi “di chi si fidava Montanelli al momento di tirare in ballo […] la Rivoluzione, Gesù, il Crocifisso, la Risurrezione? – e provando a darsi una risposta diceva - nessuno in particolare […] anche se Montanelli aveva conosciuto molti preti e di solito li disattendeva.”154. Indro Montanelli, nella sua lunga carriera, aveva avuto modo di conoscere e di intervistare numerosi “papi, futuri papi, cardinali d’ogni spessore, vescovi e abati. I più gli erano rimasti indifferenti. Qualcuno gli era sembrato un pesce lesso . Altri gli apparivano maschere di una commedia interpretata da dilettanti.”155. Montanelli fu il primo giornalista ad intervistare un Papa, Giovanni XXIII, il Papa buono . Di Papa Wojtyla, Giovanni Paolo II, il “suo” ultimo Papa, Indro fu apertamente impressionato, dopo aver trascorso, nel 1993, una cena in Vaticano. Durante la visita “caduti pudori e diaframmi disse al Papa: “Quando sarò davanti a Dio gli chiederò perché non mi ha dato la fede”156. A popolare l’insonnia di Indro fu, però, un semplice padre, Olinto Marella (1882-1969), suo vecchio professore di filosofia, ingombrando con domande persistenti le sue notti agitate: “chi mai aveva ispirato quel coltissimo valent’uomo, diventato sacerdote, a sedersi d’inverno fuor dei cinema di Bologna per invocare – cappello da prete in mano – l’elemosina per una schiera di ragazzi in malora? Chi mai gli diceva e ridiceva di farlo? E perché? I santi erano forse come padre Olinto?”157

152 153

Michele Brambilla, op. cit., pg. 11 Giorgio Torelli, op. cit., pg 5 154 ibidem 155 ibidem 156 Giacomo Galeazzi, op. cit., pg.31 157 Giorgio Torelli, op. cit., pg 5

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CONCLUSIONE
Alla fine della mia relazione vorrei fare delle precisazioni: la prima parte di questa tesina ha poco contraddittorio. Ogni evento luttuoso livella ogni divergenza, quindi, anche gli articoli sulla morte di Indro Montanelli sono pieni di lodi postume e, se permettete, alcune molto ipocrite. Nella seconda e nella terza parte, invece, sono riuscito, credo, a doppiare la voce di tutte le parti e a regolarizzare alcuni, esempi, episodi, aneddoti che mi sembravano errati, riuscendo a “riscriverli” chiarendo come, secondo me, le cose sono andate esattamente. Con questa mia relazione sono riuscito a scoprire un grande giornalista, ma a quanto pare, anche un grande uomo. Ho imparato ad amarlo come se fossi stato un suo assiduo lettore. Ho imparato che l’indipendenza è la carta più potente da giocare, l’asso nella manica. Narrando dell’ultima battaglia, quella più dura, quella con il Destino, di uno “Stregone” allergico al podio e fedele alla Buca del Suggeritore, un posto privilegiato per guardare e riferire, ma anche per indirizzare lo scorrere degli eventi, ci si imbatte in frasi vividamente attuali. Una di queste frasi è stata da me scelta per chiudere la mia relazione: “Allo specchio, cioè al bilancio della propria vita, prima o poi ci si arriva. E lo specchio non vi giudica dai successi che avrete ottenuto nella corsa al denaro, al potere, agli onori; ma soltanto dalla Causa che avrete servito. Tenendo bene a mente il motto degli hidalgos spagnoli: La sconfitta è il blasone delle anime nobili .” (Indro Montanelli, Corriere della Sera , 31 dicembre 1997)

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BIBLIOGRAFIA

Per documentare la mia relazione ho consultato, letto e studiato, analizzando e riportandone alcune citazioni, quattro volumi: una biografia completa di Indro Montanelli, scritta da un suo allievo, Paolo Granzotto; il libro di Travaglio del 2004 che tratta in modo dettagliato e puntiglioso, le origini e gli avvenimenti successivi alla “rottura” di Montanelli con il “Giornale” berlusconiano; inoltre ho consultato un libro sulla Storia del giornalismo dello storico Gozzini e un libro su “Come si legge un giornale” di Murialdi, grande esperto di giornalismo. BIOGRAFIE DI INDRO MONTANELLI − Travaglio, M., 2004, Montanelli e il Cavaliere: storia di un grande e di un piccolo

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