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la Repubblica

DOMENICA 9 MARZO 2014

CULT
MOHSIN HAMID
film mi sono sempre sembrati una forma di narrazione molto più stringata rispetto ai romanzi, perché richiedono una grande compressione e da questo punto di vista sono a metà strada fra il racconto e il romanzo vero e proprio. Guardare un film equivale a immergersi nel suo mondo per un’ora e mezza, forse due o in casi eccezionali tre. Ma un romanzo che si legge in sole tre ore di fatto è un racconto, ed è molto facile che un romanzo duri cinque volte di più. La televisione è un contenitore più capiente: episodio dopo episodio, e stagione dopo stagione, una serie tv può andare avanti per decine di ore prima di concludersi. Lungo la strada, i personaggi e la trama hanno il tempo di svilupparsi, cambiare rotta, solidificarsi. Nella sua quasi assenza di limiti, la televisione rivaleggia con il romanzo. A salvare il romanzo un tempo erano le differenze nella qualità della scrittura. I film potevano essere ben scritti, ma erano più brevi dei romanzi. In televisione c’era più spazio, ma le storie erano delle cretinate. Il romanzo aveva Orgoglio e pregiudizio, la televisione Dynasty. Ma negli ultimi dieci anni la televisione ha fatto passi da gigante: le sceneggiature sono migliorate moltissimo, così come la recitazione, la regia e la scenografia. Negli ultimi tempi il palinsesto televisivo ci ha offerto numerose serie di una qualità mai vista prima: la magistrale etnografia di The Wire, la strabiliante fantascienza di Galactica, la splendida ricostruzione d’epoca di Mad Men, l’avvincente fantasy de Il trono di spade, la lacerante autoanalisi di Girls. Fra l’altro, l’innalzamento della qualità delle serie televisive non è confinato a un solo Paese: qui in Pakistan la gente si divora serie pachistane, indiane, inglesi e turche (queste ultime doppiate). Grazie alla possibilità di scaricare via internet, anche la serie danese Borgen — Il potere ha trovato un suo pubblico qui da noi. Al momento guardo molta televisione. E non sono l’unico, anche fra i miei colleghi. Chiedete ai romanzieri di oggi se passano più tempo davanti alla televisione o con un libro in mano, e preparatevi, almeno in certi casi, a sentirli confessare l’inconfessabile.

Ecco perché da “Mad Men” a “Dexter” e “Girls” l’ultimo pericolo per la letteratura arriva dal piccolo schermo. Chi vincerà?

IL SERIAL (TV) KILLER DI ROMANZI

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Che tutto questo rappresenti una crisi per il romanzo mi sembra innegabile. Ma una crisi può essere un’opportunità, perché stimola a cambiare. E il romanzo, se vuole rimanere tale, deve cambiare continuamente. Deve, per rubare un’espressione alla televisione, avere il coraggio di spingersi dove nessuno si è mai spinto prima. Per citare la scrittrice canadese Sheila Heti: «Ora che ci sono queste serie tv impeccabili, gli scrittori di narrativa dovrebbero sentirsi più liberi, non più obbligati a preoccuparsi troppo della trama o dei personaggi, perché il pubblico ha tutte le trame e i personaggi che vuole con le serie tv; i romanzieri quindi possono sperimentare strade nuove, come successe con la pittura quando nacque la fotografia, più di un secolo fa. Da quel momento c’è stata un’incredibile fioritura dell’arte, in tante direzioni diverse e affascinanti. Il romanzo dovrebbe fare solo quello che le serie televisive non saranno mai in grado di fare». La televisione non è il nuovo romanzo. La televisione è il vecchio romanzo. Non vuol dire che in futuro i romanzieri dovranno abbandonare la trama e i personaggi, ma che farebbero bene a tenere in considerazione la peculiarità del romanzo. Con il livello di evoluzione tecnologica a cui siamo arrivati, probabilmente leggere un romanzo vuol dire impegnarsi nell’atto di trasferimento dati fra due esseri umani basato sul piacere più importante che ci sia, secondo soltanto al sesso. I romanzi sono caratterizzati dalla loro intimità, che è estrema, dalle loro dimensioni, che sono ampie, e dalla loro forma, che è linguistica e sinestetica insieme. Il romanzo è una bestia perversa. La televisione ci offre qualcosa che assomiglia a un microcosmo, fabbricato da un gruppo di persone che sono a loro volta un microcosmo. Il romanzo ci offre sonorità immortalate in geroglifici, barlumi di luce che si rifrange dentro un individuo. Il sufismo parla di due vie per la trascendenza: guardare fuori nell’universo e vedere se stessi e guardare dentro se stessi e vedere l’universo. Le destinazioni possono convergere, ma la televisione e il romanzo viaggiano in due direzioni opposte. Traduzione di Fabio Galimberti - From The New York Times Book Review © 2014 The New York Times distributed by The New York Times Syndicate
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L’analisi

Se le telenovelas si credono García Márquez e “Breaking Bad” sfida Julian Barnes
GABRIELE ROMAGNOLI
iamo alla finale: la serie tv sfida il romanzo. Nel precedente scontro del play off aveva eliminato il film: più complessa, più innovativa e capace di sperimentare linguaggi e tecniche della narrazione. Ora resta l’avversario supremo e qualcuno sostiene che anche questo può essere battuto, che la forma di racconto esemplare in questo inizio di terzo millennio l’hanno consegnata ai posteri gli autori di Mad Men o Breaking Bad piuttosto che Julian Barnes o Jennifer Egan. Sarà anche per questo che Philip Roth ha smesso di scrivere e nel suo tempo infinitamente libero ha rivelato di «guardare molte serie tv»? L’esito della partita appare francamente incerto e condizionato da molti fattori. Il primo è il terreno di gioco. Per quanto qui sopra Mohsin Hamid ci rassicuri sulla validità delle serie tv pachistane è lecito avere qualche dubbio. Di quelle latino americane (dalle telenovelas brasiliane agli sceneggiati argentini) avete tutti conoscenza diretta e potete giudicare se abbiano diritto di rivaleggiare con la saga dei Buendía di Cent’anni di solitudine o perfino con La casa degli spiriti di Isabel Allende (sopravvissuta a un agghiacciante adattamento cinematografico). Le serie del Ramadan trasmesse ogni anno nel mondo arabo durante le lunghe sere del mese di festività, fidatevi, non reggono al confronto con l’impianto di Palazzo Yacoubian. Quanto all’Italia, se si chiede il nome di una serie esemplare 99 su 100 rispondono Romanzo criminale. Quella però deriva da un romanzo di centinaia di pagine e risorge sulle ceneri di un film che non ne aveva saputo restituire la complessità dei personaggi né la verità del linguaggio. Perché una serie italiana originale possa candidarsi occorre sperare nell’imminente 1992 prodotta da Sky (essendo anche Gomorra una terzogenita). Non resta allora che andare nel teatro decisivo del confronto: gli Stati Uniti, dove si celebra il miracolo dell’Arc Tv, la narrazione attraverso episodi che segue un arco, copre anni e generazioni, mette sullo sfondo la Storia e in primo piano personaggi complessi, spesso in equilibrio sulla zona grigia, senza manicheismi e, perfino, con qualche scorrettezza politica. Certo, questa è la cornice ideale in cui inserire una narrazione capace di sommare destini individuali e collettivi. Bene, allora perché non la si usa per un romanzo, per il Grande Romanzo Americano

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Chissà se può essere anche per questo che Philip Roth ha smesso di scrivere e nel suo tempo libero ha rivelato di guardare molte serie televisive I produttori dei network hanno avuto molto più coraggio degli editori Ma è adesso che viene il difficile: come fare a continuare a innovare ancora il genere

Tabelline

Elogio di Perec e di un capolavoro nato dagli incroci su una scacchiera
PIERGIORGIO ODIFREDDI

o scorso lunedi, 3 marzo, cadevano 32 anni dalla morte di George Perec. E lo scorso venerdì, 7 marzo, lo scrittore avrebbe compiuto 78 anni. Tra le sue opere ricordiamo la famosa La Vita, istruzioni per l’uso, del 1978, di cui Calvino disse nelle Lezioni americane che costituiva «l’ultimo avvenimento nella storia del romanzo». La Vita descrive un istante nella vita di un condominio di 100 stanze, distribuite 10 per piano su 10 piani, alla maniera di una scacchiera. L’edificio è abitato da 10 tipologie di personaggi (A, B, C, eccetera), che compiono 10 tipologie di azioni (1, 2, 3,

L

eccetera), in tutte le 100 possibili combinazioni (A1, A2, A3, eccetera). Ma la distribuzione di queste combinazioni nelle stanze non è quella banale della battaglia navale, in cui tutte le occorrenze di una lettera appaiono in un’unica riga, e tutte quelle di un numero in un’unica colonna. Bensì, la distribuzione non banale in cui ogni lettera e ogni numero occorrono una volta sola in ciascuna riga, e in ciascuna colonna. Questa condizione definisce i cosiddetti quadrati alfanumerici, che si possono costruire facilmente su scacchiere 3 per 3, 4 per 4 e 5 per 5. Nel Settecento Eulero provò a

costruirne su scacchiere 6 per 6, ma non riuscendoci pensò che la cosa fosse impossibile, e che rimanesse impossibile anche su scacchiere 10 per 10. Nel 1901 Gaston Terry provò a mano tutti i casi possibili, e confermò che Eulero aveva ragione per il caso 6 per 6. Ma nel 1959 Ernst Parker trovò col calcolatore un quadrato alfanumerico 10 per 10, e dimostrò che Eulero aveva torto per il caso 10 per 10. E fu proprio sentendo del risultato di Parker, che a Perec venne l’idea per il suo romanzo a struttura matematica, per il quale lo ricordiamo nelle nostre Tabelline.
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ILLUSTRAZIONE DI OLIMPIA ZAGNOLI

o di qualsiasi altro Paese? Una delle possibili risposte è che i produttori televisivi americani hanno avuto più coraggio degli editori di tutto il mondo, Stati Uniti compresi. Ovunque la Arc Novel è confinata nel pur lussuoso recinto del fantasy. Lì, grazie anche alle magie di Harry Potter, è consentito anzi suggerito proporre fin dall’inizio una trilogia che si sviluppa su due mi-

gliaia di pagine. Per il resto, vorrei vedere la faccia dell’editor sul cui tavolo arrivasse il concept di un contemporaneo Vita e destino, il capolavoro di Vasilij Grossman. Nelle sfilate editoriali degli ultimi anni vanno il memoir, il romanzo breve e intenso («è già un film»), lo scimmiottamento della comunicazione via internet e un pizzico di esoterismo che la pillola va

giù. Dopodiché, è ovvio, sta alla libertà dello scrittore sovvertire le tendenze, andare per la sua strada e finire nel fosso o girarsi e scoprire di aver determinato la prossima moda. Gli autori di serie tv hanno avuto coraggio: se tutto è cominciato con I Soprano, poi ci sono state quasi soltanto variazioni sul tema. Lost è un altro mondo. Walking Dead un altro ancora. Dr.

House e Dexter sono lontanissimi parenti. È adesso che viene il difficile: come continuare a innovare il genere che più ha innovato? Da questo punto di vista il romanzo ha un vantaggio. La sua morte presunta è già stata dichiarata più volte, diventando una specie di tormentone paragonabile al ritorno delle maggiorate: le une non se ne sono mai andate e l’altro ha sem-

pre tossito sul tavolo dell’obitorio. Il tempo ha i suoi cicli ed è probabile che tra qualche anno la copertina di un supplemento domenicale del New York Times possa avere come immagine un grande televisore e la scritta su fondo nero “The End” a simboleggiare la presunta fine di quello che oggi ci appare lo strumento di narrazione più riuscito. A li-

mitarne lo sviluppo potrebbero essere restrizioni che il romanzo non conosce: misure imposte, mediazione di registi e interpreti, nuove tecnologie. Tutti fattori che gli autori non possono sempre controllare. Finora ci sono riusciti con successo, ma è soltanto l’inizio di un confronto che può far bene a entrambi.
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