“Nugae - scritti autografi” ANNO IV - N.12 - Gennaio/Marzo 2007 Rivista letteraria trimestrale indipendente ed autogestita.

Direttore e Redattore editoriale: Michele Nigro Direttore responsabile: Alfonso Amato Direzione, Redazione, Amministrazione: via G. Guinizelli, 14 Sc. A-22 84091 - Battipaglia (Sa) e-mail: blog:
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Hanno collaborato: Giuseppe Bianco, Piero Borgo, Giuseppe Costantino Budetta, Teresa Castellani, Vito Cerullo, Erika Dagnino, Giorgio Galli, Mariano Lizzadro, Elisabetta Marino, Stefania Pagano, Antonio Piccolomini, Francesco Scapin, Antonio Scarpone, Lorenzo Traversi, Francesco Troccoli. Responsabile Redazione Napoli: Stefania Pagano cell. 340-9280709 Pagano.stefania@libero.it Responsabile Redazione Battipaglia: Michele Nigro cell. 333-5297260 mikevelox@alice.it Stampa: Centro copie “Duc@s” via E. De Nicola, 24 - Battipaglia Pubblicità su “Nugae”: Michele Nigro cell. 333-5297260 Registrazione del Tribunale di Salerno: N° 20 del 28/Giugno/2004 Editore: “Edizioni Nugae” Spedizione in Abbonamento Postale. TABELLA D Autorizzazione DCB/ SA/088/2005 Valida dal 16/05/2005 Chiuso in Redazione: 16 gennaio 2007 Prossima scadenza per l’invio dei lavori scritti: 31 marzo 2007

Norme per la collaborazione: la collaborazione è gratuita ed aperta a tutti, esordienti e scrittori editi.Gli elaborati possono essere inviati, al fine di essere valutati ed eventualmente pubblicati, secondo le modalità di seguito riportate: 1)come allegati, in formato word, tramite e-mail all’indirizzo di posta elettronica: scrittiautografi@virgilio.it 2)utilizzando la posta ordinaria (si consiglia Raccomandata con ricevuta) inviando i plichi all’indirizzo: “Redazione Nugae” c/o Michele Nigro via G. Guinizelli n.14 Sc.A-22 84091 Battipaglia (Sa) 3)consegnando i lavori direttamente ai Responsabili di zona (vedi recapiti). I lavori devono essere nitidamente dattiloscritti e firmati, ove non fosse possibile l’invio (decisamente preferibile) di floppy disk o cd-r contenenti i testi in formato word (.doc). Non saranno prese in alcuna considerazione per la pubblicazione, per ovvi motivi pratici e per preservarle da possibili errate interpretazioni, le opere calligrafiche, indipendentemente dal loro indubbio valore umano e letterario. I testi (escluso in casi particolari individuati dalla Redazione) non dovranno superare la lunghezza di 8 cartelle. Le sillogi corpose (previo consenso dell’Autore) saranno suddivise in “sottosillogi” e queste ultime pubblicate su numeri consecutivi della rivista. La stessa regola verrà applicata ai racconti lunghi, ai romanzi brevi, ai saggi, alle tesi di laurea e agli atti, utilizzando una suddivisione in “puntate” degli stessi, concordata con gli Autori e che ne rispetti (nei limiti del possibile) l’eventuale capitolato originario. La Redazione non restituirà il materiale pervenuto presso la sede del periodico. Si avvale, inoltre, della prerogativa di non pubblicare gli elaborati ritenuti inidonei. Condividere con gli Autori le motivazioni della non pubblicazione dei testi non fa parte degli obblighi redazionali. Tuttavia ogni richiesta di chiarimenti sarà da noi gradita in quanto costituisce reciproca occasione di crescita umana e letteraria. La riproduzione, anche parziale, della presente rivista, è consentita solo ed esclusivamente dietro autorizzazione scritta della Direzione e con la citazione della fonte (ciò vale anche per la pubblicazione su supporti tele-informatici quali siti web… ecc.) Gli organizzatori di premi letterari, rassegne o eventi culturali letterari che vorranno pubblicizzare i bandi/programmi, tenendo conto che i mesi di pubblicazione del presente periodico sono Gennaio, Aprile, Luglio, Ottobre, dovranno far pervenire i testi dei bandi/programmi entro e non oltre l’ultimo giorno del mese precedente al mese d’uscita. La stessa regola vige (l’alternativa è rappresentata dalla posticipazione dell’eventuale pubblicazione) per quanto riguarda l’invio di scritti in qualità di libero collaboratore (saltuario o continuo). La Redazione si avvale comunque, a prescindere dal rispetto delle suddette scadenze, della prerogativa di rimandare la pubblicazione per motivi differenti: sopraggiunta saturazione del numero; incoerenza dei contenuti per i numeri cosiddetti “a tema”; precedenza di pubblicazione per i lavori “a puntate” ecc. La Redazione, dopo attenta e scrupolosa analisi dei testi ricevuti, avvertirà gli Autori prescelti per la pubblicazione tramite i canali comunicativi attivati dagli Autori stessi. Gli articoli, i racconti e le liriche riflettono le opinioni dei loro Autori, che di essi risponderanno direttamente di fronte alla Legge. Gli scritti inviati dovranno essere inediti e accompagnati dalla seguente dichiarazione: “LO SCRITTO INVIATO E’ UN MIO PERSONALE LAVORO E NON E’ MAI STATO PUBBLICATO”. Gli scritti pubblicati e inediti sono di esclusiva proprietà degli Autori e fa fede la data di pubblicazione sul presente periodico. I lavori degli Autori editi, invece, dovranno essere accompagnati da apposita autorizzazione rilasciata dall’Editore di origine. Sono gradite le note bio-bibliografiche (con o senza foto) di chiunque collabori per la prima volta con il periodico. Il Foro di Salerno è competente per eventuali controversie.

In copertina: illustrazione realizzata per il numero 12 di “Nugae” da

Sergio Ceccotti
(copyright©2006 Sergio Ceccotti - all rights reserved) Sergio Ceccotti, nato a Roma nel 1935, svolge la sua attività tra Roma e Parigi. Allievo di Oskar Kokoschka alla Internationale Sommerakademie fur Bildende Kunst di Salisburgo nel 1956 e 1957. Allievo dei corsi di disegno dell'Accademia di Francia a Roma dal 1956 al 1961, la sua attività espositiva data a partire dal 1960. Numerose sono state le mostre personali, in Italia e all’estero, e le mostre collettive che hanno visto la partecipazione del maestro Ceccotti. Negli ultimi anni ha preso parte a varie mostre itineranti all'estero. Prestigiose raccolte pubbliche conservano le sue opere pittoriche. (Fonti: http://www.etciu.com/ARTISTS/SERGIO_CECCOTTI/sergioceccotti_f1.html)

SOMMARIO L’EDITORIALE riVISTE IL LABORATORIO Il filantropo Il teschio Il traduttore Chartres Ischia Chagall La passeggiata Con le suole sporche di luna Essere stato umano Campana, i “Canti orfici” e gli occhiali di Jung LA RECENSIONE:“Poesie pubbliche e...” di I.Cremaschi Il Classicismo attraverso il Cinema Artifici alentani e tedeschi L’eco Al di là della cornice Non jazzate vicino ai cimiteri LA RECENSIONE:“Il colore dei morti” di Luciano Nanni CONTROEDICOLA
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L’editoriale
di Michele Nigro
Spesso, nelle letterine natalizie dei bambini, leggiamo frasi del tipo: “…voglio essere più buono…!” Anch’io, cari Lettori di “Nugae”, vorrei farvi una promessa del genere (ci riuscirò? Mah!). Basta con gli editoriali acidi pieni di invettive e di puntualizzazioni; basta con il pessimismo scaramantico dei commiati letterari; basta con il fatalismo e la falsa indignazione. Vorrei cominciare, invece, il nuovo, quarto anno di vita di “Nugae” parlando di cose reali e visibili, di ciò che offriamo su questo 12° numero, delle riflessioni che Voi collaboratori offrite, tramite i vostri scritti, ai tanti Lettori lontani e, a volte, sconosciuti. Partiamo dalla copertina, che ospita una tipica e inquietante visione metropolitana dell’artista romano Sergio Ceccotti: in questo disegno realizzato per “Nugae” il dramma irrompe nella quieta collocazione degli oggetti quotidiani. Nessuno sa veramente se la donna attuerà il folle progetto di morte e se la causa di quel gesto è l’indifferenza dell’artista che guarda il mondo attraverso la finestra chiusa del suo laboratorio mentre dipinge e sorseggia del buon vino o se l’artista è solo il casuale testimone di una tragedia cittadina… Continua l’affascinante viaggio nel mondo delle Fiabe che, come giustamente sottolinea Teresa Castellani, non “sono semplici racconti per fare addormentare i bambini” e chiedo pubblicamente perdono all’Autrice se nella prima puntata ho ingenuamente inserito proprio l’immagine di una bambina addormentata su un libro di fiabe. Credo, e non potrebbe essere altrimenti, visto lo spazio che dedichiamo all’argomento nella rubrica IL LABORATORIO, nella forza pedagogica del racconto fantastico e in modo particolare nella

complessità filosofica e psicologica della fiaba. Non mancano, ovviamente, i racconti: fantastici, fantascientifici, storici, esistenzialisti con qualche venatura gotica; racconti brevi o lunghi; prolissi o talmente sobri e scarni da rasentare una sorta di prosa poetica; che parlano di vita e di morte; racconti impegnati o semplicemente nostalgici. E poi tanta poesia: sparpagliata qua e là come una sbadata semenza per l’anima; o sillogi schierate come le truppe metriche di un esercito inoffensivo. Diciamo tutti insieme un grosso “arrivederci e grazie” all’amico Mariano Lizzadro di Baragiano (PZ), poeta e psicologo, che con l’interessante tesi di laurea dedicata al grande poeta Dino Campana, e da noi pubblicata “a pezzettini”, ha “viaggiato” in nostra compagnia per un anno intero. Attualmente Mariano, al di là della poesia che rimarrà, ce lo auguriamo, una costante della sua vita, è impegnato anche in interessanti progetti di scrittura teatrale. Chiunque fosse interessato a conoscere e ad accogliere nel proprio contesto socio-culturale le pièces di questo autore poliedrico e pieno di energia, può farlo contattandolo via e-mail: marianolizzadro@yahoo.it. Termina qui anche il saggio di Antonio Scarpone (corredato di un bagaglio iconografico invidiabile che per motivi di spazio, ahimè, non abbiamo potuto pubblicare interamente) riguardante i rapporti esistenti tra classicismo e cinema. E’ stato un grande onore per me, infine, pubblicare le recensioni alle opere di due Autori importanti: il “sempreverde” Inìsero Cremaschi, uno dei padri della fantascienza italiana che, tuttavia, compare per la prima volta sul nostro periodico con un’opera poetica, e il Professore Luciano Nanni dell’Università di Bologna, poeta, saggista e pittore, che ha voluto gentilmente condividere con noi la sua narrativa. Buon Anno e buona lettura a tutti!

riVISTE
a cura della Redazione Futuro Europa Rassegna europea di Science Fiction (Perseo Libri) diretta da Lino Aldani e Ugo Malaguti Dir. Resp. Antonio Bellomi La colpa di scrivere
Supplemento alla rivista “La mongolfiera” diretto da Bonifacio Vincenzi (La Mongolfiera editrice)

Bollettario La clessidra Semestrale di cultura letteraria (Edizioni Joker) diretto da Mauro Ferrari Dir. Resp. Gino Fortunato
Storico quadrimestrale modenese di scrittura e critica diretto da Edoardo Sanguineti (organo dell’associazione “LE AVANGUARDIE”) Dir. Resp. Nadia Cavalera
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Il laboratorio
di Teresa Castellani
C’era una volta, or non c’è più… O forse sì. (seconda parte)
LE FIABE. Pretesti per analisi e interpretazioni. Se qualcuno crede ancora che le Fiabe siano semplici racconti per fare addormentare i bambini, si sbaglia di grosso. A volte, visti certi contenuti fiabeschi addirittura truculenti, i bambini possono anche perderlo il sonno, ma se l’adulto-narratore riesce a mediare scoprirà che la Fiaba risulterà avvincente e soddisfacente per entrambi. Oggi siamo in grado di esaminare il contenuto fiabesco da ogni angolazione, per essere stato sezionato, catalogato, analizzato da tutti i punti di vista: antropologico, etnologico, psicologico, psicoanalitico, formalistico, strutturalistico e altro ancora. Cosa che gli Autori classici non conoscevano: essi hanno però avuto il grande merito di avere liberato la letteratura infantile dai compiti edificanti delle origini. Per analizzare le fiabe da un punto di vista che non sia quello prettamente ludiconarrativo, non si può prescindere dallo studio meticoloso che ne fa l’etnologo Vladimir Propp in: Morfologia della Fiaba e Le radici storiche dei racconti di magia. Lo studio uscì in Russia nel 1928 e, come dice il sottotitolo dell’edizione italiana, “sono due opere fondamentali sul meraviglioso mondo della fiaba per conoscerne le regole di composizione e la genesi storica e sociale.” Nei confronti delle fiabe popolari, egli compì un’operazione simile a quella che Leonardo fece con la scomposizione di una macchina, non considerandola come un pezzo unico e irripetibile ma come un insieme di macchine più semplici. Nelle sue opere Propp espone la teoria secondo cui il nucleo più antico delle Fiabe di magia deriva dai rituali di iniziazione in uso nelle società primitive, asserendo che ciò che le fiabe narrano, una volta accadeva. I ragazzi, per entrare nel mondo degli adulti, dovevano superare certe prove fra cui la separazione dalla fami-

glia per essere portati nel bosco a celebrare i riti d’iniziazione. Qui gli stregoni della tribù, celati da orribili maschere, li sottoponevano a prove difficili, davano loro armi e li facevano tornare poi a casa ormai maturi per sposarsi. La fiaba, secondo le osservazioni di Propp, ripete in modo inalterato la struttura del rito, anche se poi, nel corso dei millenni, il racconto del rito ha subito modifiche e rifacimenti, divenendo sempre più fiaba con varianti dovute ai mutamenti storici e sociali. Ma pur nell’intricata matassa dei racconti – dice Propp – il filo principale è quello descritto. Così lo studioso, analizzando fiabe russe, vi scopre elementi costanti che chiama funzioni e che si ripetono invariabilmente in tutte le narrazioni fiabesche. Ne individua trentuno, che però non sempre sono tutte presenti in una stessa fiaba. Non stiamo qui a farne un noioso elenco, diciamo che le più importanti sono l’allontanamento, il divieto, il mezzo magico, l’antagonista, le nozze. A guardar bene, le funzioni compaiono anche nella struttura di certi film d’avventura o in certe fiabe moderne in cui la magia si mescola alla realtà di tutti i giorni. La loro conoscenza si è rivelata utile anche in campo educativo-didattico, per stimolare la creatività del bambino al quale basta rifarsi alla propria esperienza (ordini, divieti, duelli, prove difficili…) per rendersi conto che anche nella sua vita si annidano funzioni e la scoperta può aiutarlo a fare luce in se stesso. E non solo. Ma a proposito di luce interiore fornita dalle fiabe, ricordiamo che fecero il loro ingresso perfino nel campo psicoanalitico e furono utilizzate da Freud, Jung, Bettelheim, Von Franz, Pinkola Estés… Infatti, secondo questi Autori, la fiaba è espressione di una precisa struttura psichica profonda che ha valore universale. La fiaba, i lapsus, i sogni sono valvole attraverso cui l’inconscio comunica e mette in luce i problemi rimossi. Nella prima e seconda infanzia, il lieto fine delle fiabe consente di affrontare problemi esistenziali e di identificazione sessuale offrendo l’opportunità di uscirne indenni. Fondamentale, di S. Freud: L’interpretazione dei sogni pubblicato nel 1900, in cui spiega che quando si reprimono desideri della vita istintuale, questi ricompaiono sotto forma di sogno e di sintomo durante la veglia, collegando in tal modo i sogni alle fiabe. Così la teoria psicoanalitica ha indotto molti studiosi a vedere nella
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fiaba la risoluzione catartica dei problemi del bambino in crescita. Carl Gustav Jung sostiene che ogni essere umano desidera sviluppare le sue innate potenzialità e che a questo scopo l’inconscio e la coscienza devono cooperare. Se questo processo non si sviluppa in modo armonico, ha luogo una reazione dell’inconscio che si esprime nei sogni, nelle fantasie e nelle fiabe che mostrano per questo profonde affinità presso tutti i popoli del mondo. Jung chiama archetipi queste modalità di relazione. Tutto quello che appartiene al mondo della fiaba è interpretato come un archetipo: il bosco dove l’eroe o l’eroina si perdono, il mare che essi devono attraversare e gli stessi personaggi, visti come modelli di comportamento, sono archetipi. E tuttavia questi archetipi sono spesso gravemente minacciati dalla vita moderna, come afferma la psicologa Clarissa Pinkola Estés che li esamina da un punto di vista esclusivamente al femminile, poiché la civiltà ha rintuzzato gli slanci più pericolosi delle donne e ne ha soffocato la forza istintuale incanalandola verso uno stereotipo rigido di sottomissione. Interessante è anche l’aspetto formale e ambientale delle fiabe, che rivela culture differenti pur nella somiglianza dei contenuti. Infatti ogni popolo ha ambientato le sue fiabe nel paesaggio in cui viveva e, narrandole, ha fatto continui riferimenti non solo all’aspetto naturalistico ma anche alle proprie abitudini, alle proprie credenze, alle regole della propria società. Ed è così che i personaggi delle fiabe vivono ora nelle steppe con zar e zarine, ora tra i ghiacci o nelle praterie dello sconfinato nord dell’America. In Europa i personaggi sono a volte principi a volte ciabattini, mentre in Arabia sono sceicchi o beduini, in Cina filatori di seta o mandarini. Stessa sorte, con caratterizzazioni ambientali diverse a seconda del Paese che l’ha prodotti, è toccata agli esseri magici: fate, streghe, maghi, ma anche troll, elfi, orchi. Anche in molte opere di scrittori moderni è possibile riconoscere l’eredità della fiaba: nei racconti fantasy, di fantascienza oppure horror e in altri generi dove si incontrano esseri fantastici e accadono fatti inverosimili. Bibliografia: Vladimir Ja. Propp: Morfologia della fiaba e Le radici storiche dei racconti di magia. G.T.E. Newton Roma 1992. Gianni Rodari: Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie. Piccola Biblioteca Einaudi. Torino 1973. Wikipedia l’enciclopedia libera: La Fiaba.

PREMIO “FRANZ ANTON MESMER” Il Centro Studi Agorà di Acerra (Na) indice la quinta edizione del premio “Franz Anton Mesmer” (1734/1815) sui fenomeni paranormali. Sono previste tre sezioni. Nella prima si può raccontare una propria o altrui esperienza relativa a un evento paranormale (uno strano sogno che s’è avverato, la visione di un ufo, un incontro con un presunto extraterrestre, una casa con inquietanti presenze, la visione di un animale mai visto, un’esperienza di pre-morte, il distacco del corpo astrale da quello fisico, e, comunque, tutto quello che vi hanno raccontato - o che vi è capitato - su un evento insolito). Si può partecipare con un massimo di dieci cartelle, scritte a macchina o a computer. Nella seconda sezione si può partecipare con un libro edito, anche se già premiato. La terza sezione riguarda un saggio - ricerca, anche se già premiato, senza problemi di cartelle. Per la prima sezione occorre inviare una copia firmata e una no (faremo noi le altre copie per la giuria). Per la seconda un solo libro mentre per la terza una copia (per le fotocopie vedi seconda sezione). Inviare, poi, un foglio con dati anagrafici, indirizzo, telefono, eventuale e-mail e una lettera, affrancata, con il proprio indirizzo sul davanti, per conoscere l’esito del concorso. La scadenza è il 31 Marzo 2007 (data timbro postale), la quota è di 15,00 euro (solo in contanti nel plico) e si può partecipare a tutte le sezioni. E’ previsto un Premio Giovani, dedicato a “Peter Kolosimo”, con quota di 10,00 euro, se non si sono superati i 30 anni alla data di scadenza. Saranno premiati i primi tre di ogni sezione più il primo del premio giovani. Opere e quote a Piero Borgo, via Zara, 45 - 80011 Acerra (Na), telefax 081- 8850793. Tutti saranno avvisati entro il 1° Maggio 2007. I premi, che consistono in artistiche targhe e attestati, saranno spediti ai vincitori a spese del Centro Studi Agora’. Tutti possono chiedere l’attestato di partecipazione, che è gratis. Il bando può essere richiesto anche via sms al numero 3470178427, segnalando tutti i dati anagrafici e postali. Le opere non saranno restituite. PREMIO DI GIORNALISMO Il Centro Studi Agorà di Acerra (Na), con il patrocinio morale dell’Amministrazione Comunale di Acerra, indice il terzo concorso nazionale di giornalismo “Città di Acerra”, riservato ai professionisti e ai pubblicisti italiani e stranieri, purché residenti in Italia. Si partecipa inviando entro il 28 Febbraio 2007 (data timbro postale) la fotocopia di un articolo, non superiore a cinque cartelle, a tema libero. Detto articolo, pubblicato su qualsiasi testata, purché autorizzata, deve essere stato pubblicato nel periodo 1° Gennaio - 31 Dicembre 2006. Si prega indicare su foglio a parte i propri dati anagrafici, residenza, telefono, e-mail. Inviare la fotocopia, i dati anagrafici, una banconota da 10,00 euro a parziale copertura delle spese di segreteria, una busta affiancata con il proprio recapito (per conoscere l’esito del concorso) al C. S. Agora’ c/o Pietro Borgo, Via Zara 45 - 80011 Acerra (Na), telefax 081- 8850793, cellulare 3470178427 o 3402649249, cui inviare sms con dati anagrafici e postali per ricevere il bando. Saranno premiati con targhe e attestati i primi cinque professionisti e i primi cinque pubblicisti in un luogo che sarà comunicato a tutti i partecipanti entro il 31 Marzo 2007. La premiazione si terrà a fine Aprile. I premi non ritirati saranno inviati a domicilio a spese del C. S. Agorà.
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Il Filantropo
NARRATIVA

2188 dopo Cristo divenne lo 1 A.R., ossia l’anno primo dall’Abrogazione delle Religioni. Tutto proseguì come prima, con la differenza che ora non ci si chiedeva più perché Dio fosse così ingiusto, e si poteva tranquillamente dare la colpa a ciò che più si preferiva: alla natura, al destino, all’atmosfera rarefatta, al Disordine, e via così. Nel personale tentativo di creare una valida alternativa a questi miseri palliativi, il linguista e fisico Raul P., padre di Elia, aveva teorizzato la tecnica della Materializzazione Vocalica: secondo i suoi astrusi calcoli le cinque vocali pronunciate dall’uomo erano la chiave per gestire e sconfiggere il Disordine. Inoltre era convinto che esistesse un luogo ben preciso da cui esso si dipanava. Esaltato dalle sue stesse congetture, aveva incoraggiato Elia ad esercitarsi per anni nella difficile pratica della Materializzazione Vocalica, unica via per una misteriosa salvezza. Elia, appena ventenne, vantava un curriculum di studi di tutto rispetto: quattordici lauree bisettimanali e sei trimestrali, un master in lettura veloce (riusciva ora a leggere un e-book di trecento pagine in due ore nette) e uno in sdoppiamento dell’attenzione. Oltre a ciò, dopo anni di interminabili esercizi e con orgoglio inconfessato, era riuscito a materializzare una vocale, la o. Su consiglio del padre aveva dedicato l’ultima parte del suo decennio sabbatico alla ricerca del famigerato luogo da cui si propagava tutto il Disordine. Dopo lunghe sessioni di sdoppiamento di concentrazione e con l’aiuto della psicogeografia satellitare, Elia era giunto alla strabiliante conclusione che il Disordine proveniva da una normale casa, situata nella Città Bianca in via Katrina 310. Smanioso di porre fine a quella che per il padre era diventata un’autentica ossessione, era partito senza indugio, sperando di risolvere finalmente quell’enigma. 3 Una sobria scritta luminosa campeggia all’incrocio delle innumerevoli vie alberate disposte a raggiera intorno all’agglomerato degli ascensori: “Benvenuto nella Città Bianca”. Emergendo dalla substrada E18 Elia imbocca con sicurezza via Katrina e, dopo una piacevole camminata nel viale costeggiato dalle case-cubo in pietra bianca, si ferma all’ingresso del numero 310: una casa-cubo uguale a tutte le altre. Bussa tre volte. Dopo pochi istanti la porta di alluminio si spalanca: “Finalmente, Elia! Ti stavo aspettando”. “Papà?” “Quasi, Elia, quasi! Entra, ti spiegherò tutto”. Elia, sbalordito, entra nel semplice soggiorno e si accomoda a gambe incrociate sul tappeto rosso. Sopra un piccolo tavolino davanti a lui sono appoggiati alcuni oggetti che attirano la sua attenzione: una sfera di legno, grande come una mela, con un foro sulla sommità; una clessidra di acciaio; un’asticella di plastica lunga trenta centimetri; un pezzo di pane. Elia rivolge l’attenzione sul quasi-Raoul che si sta in5

di Francesco Scapin
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Elia uscì dalla porta e raggiunse la strada. Un cane gli si avvicinò scodinzolando. Lui si chinò e gli fece una carezza. Tutto questo è inconcepibile. Non posso credere stia succedendo proprio a me. Impaurito ma calmo, Elia si apprestò ad eseguire le istruzioni appena ricevute nella casa-cubo. Estrasse dalla tasca uno strano oggetto, una sorta di clessidra interamente realizzata in metallo, grande una ventina di centimetri. Svitò con estrema cautela i due coni che formavano l’oggetto e li appoggiò a terra. Il cane si avvicinò e annusò, nella vana speranza che il ragazzo gli avesse offerto qualcosa di commestibile; con un guaito espresse la sua disapprovazione. Elia chiuse gli occhi, inspirò profondamente e pronunciò a bassa voce una semplice vocale: o. Il cane fu l’unico spettatore di quel prodigio: appena pronunciata la vocale, una o si materializzò davanti alla bocca del ragazzo, rimanendo sospesa a mezz’aria. Più piccola di un anello, di colore bronzeo, dapprima assunse una consistenza fumosa, per poi lentamente solidificarsi e acquistare peso cadendo tintinnando a terra. Elia sorrise soddisfatto e la raccolse; annuendo mormorò tra sé: “E ora vediamo che succede”. Si sedette sull’acciottolato e infilò la vocale sulla punta di un cono. Prese il secondo cono metallico e lo riunì al primo, formando nuovamente una clessidra con l’aggiunta dell’anellino brunito nella strozzatura. Guardò ancora una volta attorno a sé: le case-cubo gli parvero perfette nella loro austera regolarità; in fondo alla via intravide l’enorme agglomerato di ascensori che portavano ai parcheggi sotterranei; il cane nel frattempo si era appisolato e russava sommessamente. La sera era fresca nonostante fosse maggio inoltrato, e tutto sembrava trattenere il fiato nel tramonto, in attesa di un grande evento. Elia avvitò. 2 Dopo l’esplosione simultanea di quattromila kamikaze francesi sparsi nei 5 continenti. Dopo la controffensiva cino-americana durata cinquant’anni. Dopo i dodici uragani che rasero al suolo città intere negli Stati Uniti d’America. Ma soprattutto dopo il misterioso inabissamento dell’Africa, la comunità mondiale per semplificare le cose decise di negare l’esistenza di alcun Dio o divinità, e lo fece con il referendum mondiale per l’Abrogazione delle Religioni che, sempre per comodità, annullava anche tutte le datazioni a carattere religioso. Il

ginocchiando a terra. “Vuoi chiedermi qualcosa, caro?” “Papà, sei tu?” “Sono un Doppio. Sono qui e sono a casa che aiuto mamma in cucina. Riesci a capire?” Elia socchiude gli occhi e corruga la fronte. “Ti sei… sdoppiato?”. Raoul emette una breve risatina e si liscia le sopracciglia con un gesto veloce. “Già. Anzi, diciamo che mi sono moltiplicato. Ma da molto, molto tempo, ormai”. Una pausa di silenzio, mentre l’uomo sorride divertito. “Dove sei ora?” chiede Elia con cautela. “Beh, non voglio annoiarti con un interminabile elenco, Elia. Ti basti pensare che sono praticamente in ogni luogo”. Elia osserva attentamente l’uomo che ha davanti: è in tutto e per tutto suo padre, compreso il doppio mento e la barba di tre giorni. “Ok, papà. Che ne dici di spiegarmi tutto dall’inizio?” “Non c’è un vero inizio, Elia, ma in breve il fatto è questo: io sono Dio e tutto il Disordine del mondo proviene da questo luogo perché io abito ed esercito il mio ruolo da qui”. Nel dire questo Raoul si gira di scatto come spaventato da un rumore alle sue spalle. “Che c’è?” chiede Elia. “Oh, nulla, sono morto in Irlanda vittima di un incidente d’auto. Niente di grave”. Raoul sospira e afferra dal tavolino la sfera di legno. “Ah, i miei giocattoli. Di là ne ho tanti altri. Sono meravigliosi, non trovi?” Il ragazzo decide di non rispondere. Suo padre sembra estasiato e si rigira l’oggetto tra le mani, rimirandolo con occhi lucidi. “Ora ti faccio vedere. Mettiamo, come è appena successo, che io muoia da qualche parte nel mondo. Io giustamente mi incazzo. Allora prendo questa sfera, produco una I e provoco la morte di una persona, per bilanciare. Stai a vedere”. L’uomo chiude gli occhi, incrocia le gambe ed emette una I breve e secca. La vocale si materializza a mezz’aria e subito cade sul tappeto. Raoul la raccoglie e la infila rapidamente nel foro della sfera. “Ecco fatto” dice raggiante. “Papà, è mostruoso. Chi hai ucciso?” “E che mi importa, caro? Uno vale l’altro per me, l’importante è ristabilire l’ordine, no?” Elia è esterrefatto. Suo padre è Dio. O mi sta tirando un brutto scherzo. “Ma… e la teoria della Materializzazione Vocalica? Mi spieghi cosa diavolo è?” “E’ una mia trovata, un gioco che mi sono inventato subito dopo aver abrogato le religioni. E’ nata come strumento di appoggio - assieme a questi giocattoli per manipolare con efficacia diversi eventi più o meno

terribili sulla faccia della terra, e si è rivelata una sorpresa anche per me… troppo forte! Geniale!” Elia ha la salivazione azzerata. Per la prima volta prova paura di suo padre. Deglutisce, incerto se scappare o stare al gioco. “Papà, in sostanza mi vuoi far credere che sei Dio, ma che hai deciso di abrogare le religioni… che senso ha?” Raoul sogghigna, lo sguardo fisso a terra. “Abolendo le religioni ho potuto finalmente agire di testa mia. Non ne potevo più di tutti quei fanatici che pretendevano da me del bene. Il bene è noioso, Elia”. “Ma… i quattromila kamikaze francesi?” “Opera mia”. “Lo sprofondamento dell’Africa?” “Opera mia”. “E…” “E’ stato tutto opera mia, Elia. Ti chiedi il perché? Io ti rispondo: puro piacere personale. Guarda” esclama afferrando il pezzo di pane “con questo ed una semplice u posso affamare un intero popolo senza problemi. E con questa” dice afferrando l’asticella di plastica “posso scatenare i più terribili elementi naturali, a patto però che io riesca a materializzare contemporaneamente una e ed una a. Molto complesso. Molto divertente”. Mio padre. Dio. Un autentico sadico. “Che vuoi da me?” chiede il ragazzo, secco. Raoul esita un istante e accarezza pensoso il tappeto. Sospira e infine parla: “Elia, in questi anni ti ho insegnato come materializzare le vocali, ed è stato un modo come un altro per verificare se alla fine eri tu il Filantropo. Il tuo primo successo è stato proprio la o, la vocale che dovrebbe annullare il Disordine; a me non è mai riuscita. Questo era ciò che aspettavo – e temevo – da lungo tempo. Tu sei il Filantropo, figlio mio, e sei destinato a fare una sola cosa: porre fine al Disordine. Prendi quella clessidra di acciaio, esci da questa casa e infila la vocale dove i coni si uniscono – basta svitarli. E’ tutto ciò che il mondo intero chiede da millenni”. Il tono della sua voce è ora malinconico, ed Elia comprende che suo padre non sta mentendo. Esita un istante, stordito da quel che ha appreso. “Ok papà, diciamo che in linea di massima credo a tutto questo. Ma se faccio come dici, che succederà?” chiede. Raoul sorride malizioso, ora. Raccoglie la clessidra e la porge al figlio. “Prendila, Elia. E’ la sola cosa che ti resta ancora da fare, tutto il resto non ha importanza. Su, ora esci”. L’uomo accompagna il figlio alla porta e gli carezza una guancia. “Ti fidi di me, Elia?” “No, papà. Hai continuato a distruggere e sterminare per millenni, come posso fidarmi di te?” “Hai ragione, dopotutto. Ma per stavolta, fidati e metti in pratica quello che ti ho insegnato. Devi esserne orgoglioso”.
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“Va bene, papà”. Raoul chiude la porta ed Elia esce nella luce rossa del tramonto. 4 Quando Elia avvitò la clessidra completa di vocale, la sua limitata condizione di individuo terminò. Per un istante sentì un urlo atroce provenire dall’interno della casa-cubo da dove era appena uscito, poi la sua coscienza e il suo misero corpo si frammentarono in innumerevoli pezzetti che, soffici, ricaddero a terra. Svegliato dal grido di Raoul, il cane si rizzò sulle zampe e annusò speranzoso il mucchietto di briciole lasciato dal ragazzo. Il profumo era invitante, così mangiò con voracità quel prelibato quanto inaspettato spuntino.
Francesco Scapin è nato a Cittadella (PD) nel 1979. Dopo il diploma al Liceo Artistico A. Modigliani di Padova nel 1997, lavora come graphic designer e pubblicitario. Dal 1998 suona chitarra e computer nella band Vestfalia (www.vestfalia.com). Riconoscimenti. 2006: - III classificato con il racconto “Patrizia, Carlo, Giorgio e Chiara” al concorso “Il profumo dell’estate”, indetto da Scuola Holden in collaborazione con la rivista “Allure”; - Finalista con il racconto “Otto” al concorso “Città di Viareggio” indetto da edizioni Il Molo; - Finalista con il racconto “Senza filtro” al concorso “L’ermellino” indetto da Nicola Pesce Editore e Underground Press (www.underground-press.net); - Finalista con il racconto “BSA n. 6” al concorso “Utopia, Distopia, Ucronia” indetto dal sito www.nuoviautori.org; - I classificato con una raccolta di racconti al concorso “Spaziogiovani” indetto dall’agenzia letteraria “Il SegnaLibro”(www.ilsegnalibro.it); - I classificato con il racconto “Senza filtro” al concorso “Il Capo…lavoro” di Bassano del Grappa (VI); - Finalista con il racconto “Rinascita” al concorso “Interrete shorts” indetto dall’agenzia letteraria “Interrete”(www.interrete.it); - IV classificato con il racconto “Rinascita” al concorso “Donne in pagina” di Leno (BS); - Finalista con il racconto “Scarto di produzione” al concorso “Città di Sortino” (SR); - Piccolo festival della letteratura (Bassano del Grappa VI), in esposizione con il racconto “Senza filtro”. 2002: - II classificato con il racconto “Rinascita” al concorso “A. Baratella” di Loreggia (PD). Pubblicazioni -Rivista “Allure” (Agosto 2006) con il racconto “Patrizia, Carlo, Giorgio e Chiara”; -Rivista letteraria “Prospektiva” n. 36 con il racconto “Rinascita”; -Rivista letteraria “Il Mulo” n.19 (settembre 2006) con il racconto “Otto”; -Volume antologico (ed. Nicola Pesce) con il racconto “Senza filtro”; -Volume antologico “Pentelite” (ed. Morrone) con il racconto “Scarto di produzione”; -Volume antologico (ed. Il Molo) con il racconto ”Otto”; -Volume antologico “NASF 2” (Nuovi Autori Science Fiction) con il racconto BSA n. 6

L'ASSOCIAZIONE CULTURALE "TERMOPILI D'ITALIA" Registrata al n° 6451 Agenzia delle Entrate Caserta 3\10\2005 Via Nicchio snc - 81020 Castel Morrone (Caserta) tel. 0823-390999 L'Istituto Comprensivo "Giovanni XXIII" di Castel Morrone Via Taverna, 81020 Castel Morrone (Ce) organizzano la Vª edizione del Premio Nazionale di Poesia "TERMOPILI D'ITALIA" con il patrocinio di: Amministrazione Provinciale di Caserta; Comune di Caiazzo; Comune di San Martino Valle Caudina; Istituto Italiano di Cultura di Napoli via Bernardo Cavallino, 89 - 80131 Napoli; Ente Parco Nazionale del Vesuvio Piazza Municipio, 8 - San Sebastiano al Vesuvio; Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini Roma, Porta San Pancrazio - 9; Fondazione "Giovanni Pascoli" Località Caprona, 6 CASTELVECCHIO PASCOLI (Lucca); Casa Museo Laboratorio della Civiltà Rurale Via A. Altieri - Castel Morrone; Poetilandia - Sito d'arte e di cultura on line (www.poetilandia.it); Ordine di San Fortunato - Sub-Priorato del Piemonte Via Monte Novegno, 20 - 10137 Torino; ENRICO FOLCI EDITORE e la collaborazione di: A.I.D.O. REGIONALE CAMPANIA Via Turati, 46 Caserta; Biblioteca Parrocchiale "Giustino De Jacobis" c\o Parrocchia S. MARIA DELLA VALLE Via De Jacobis - Castel Morrone; Associazione Culturale "Nuovo Mondo" Roma; Associazione "Leparoleperte" - Caivano; Rivista letteraria trimestrale "Nugae - scritti autografi" Redazione: via Guinizelli n.14 - 84091 Battipaglia (Sa) Associazione Culturale "Ma Va" di Roma; Associazione Culturale "Logos". Il Presidente Onorario del premio è l'on. Alessandro De Franciscis Scadenza: 21 marzo 2007 Il Premio vuole ricordare l'appellativo che Giuseppe Garibaldi diede dello scontro di Morrone del 1\10\1860, allorquando Pilade Bronzetti, "novello Leonida" difese la posizione assegnata "fino agli estremi" consentendo la vittoria dei garibaldini nella battaglia del Volturno. La quinta edizione 2007 cade nel BICENTENARIO della nascita dell'Eroe dei Due Mondi (4\7\1807 - 4\7\2007) Per ricevere il Bando completo del Premio: SEGRETERIA PREMIO "TERMOPILI D'ITALIA" FRANCESCA PRATA - VIA NICCHIO SNC 81020 CASTEL MORRONE (CE) e-mail: mic.marra@libero.it
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Il teschio
NARRATIVA

di Giuseppe Costantino Budetta

no di dare sepoltura ai morti in un luogo sacro e invece li buttavano nel Chiavicone. Nei secoli successivi il canale fu usato come immondezzaio. D’estate in particolare, miasmi melensi di morte emanava la forra piena di sorci. Il 14 agosto 1846 ci fu a Napoli un terribile temporale. Piovve e grandinò con tuoni e fulmini dal primo mattino. Si formò un devastante torrente che s’incanalò nel Chiavicone dove trovò ostruito il percorso al mare. La massa d’acqua fracassò le pareti del condotto e penetrò nelle fondamenta delle case prospicienti facendole crollare. Crollò anche il collegio di S. Tommaso e l’antica costruzione del Monte dei Poveri Vergognosi. La gran parte degli scheletri che il Chiavicone custodiva, si riversò in strada e Via Toledo ne fu piena. Dopo il temporale che cessò verso il pomeriggio, alcune carrozze transitanti per quella via non poterono evitare di passare su carcasse e scheletri umani. Il marchese Lorenzo Santacroce andava dalle parti di Via Chiaia a vedere come stava sua madre. Il cocchiere fermò la carrozza perché doveva rimuovere uno di quei cadaveri espulsi dal Chiavicone. Scese chissà perché anche il marchese che si trovò davanti ai piedi un teschio con resti di capelli e pelle. Il teschio sembrava sorridergli con quei denti incisivi in bella mostra. Egli vide subito l’incisivo tronco e fu stravolto. Urlando si gettò in mare. Nel 1890 un prete discendente del marchese fece pubblicare a proprie spese il diario dell’avo in cui era descritto l’infame delitto di Giulia Damiani. Il marchese Leonardo Santacroce scrisse il diario forse per mettere a tacere la coscienza ed il prete volle far luce su tanta infamia. Giuseppe Costantino Budetta è nato in Bellosguardo (SA) il 16/4/1950, diplomato presso il liceo classico A. Genovesi di Napoli e laureato con lode in Veterinaria. Ha due specializzazioni in immunoistochimica e in alimentazione degli animali domestici. Ha pubblicato oltre sessanta lavori scientifici alcuni dei quali su importanti riviste inglesi, francesi ed americane. E’ professore associato presso la Facoltà di Agraria di Palermo. Firenze University Press sta per stampare un suo libro di anatomia comparata e di fisiologia sulla circolazione sanguigna encefalica. Ha scritto 9 romanzi, un centinaio di racconti ed un migliaio di poesie. Ha stampato presso l’editore AR (Salerno) collegato ad una casa editrice di Udine diretta dalla signora Anna K Valerio, il romanzo “Vento di terra” presentato al salone del Libro di Torino (4-8) maggio 2006. Ha pubblicato presso L’editore Andrighetti di Cento – Ferrara una raccolta di venti racconti. E’ in stampa un romanzo giallo “Giallo Fiordaliso” presso la casa editrice “La Carmelina” di Ferrara.
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Nel 1846 il Giornale del Regno delle due Sicilie pubblicò la notizia della scomparsa del marchese Leopoldo Santacroce, morto all’età di trent’anni. L’articoletto descrisse i solenni funerali in Santa Chiara. Il rapporto del commissariato specificò che il Santacroce era precipitato in mare inciampando sul teschio di un cadavere ivi portato dalle acque torrenziali insieme ad altro ossame proveniente dalla prospiciente grotta del Chiavicone. Il rapporto della polizia ammise un particolare importante: il teschio apparteneva a persona giovane perché aveva tutti i denti intatti tranne un incisivo troncato a metà. Dalla circonferenza della scatola cranica poteva dedursi essere di donna. Un commissario più acuto avrebbe facilmente rapportato il teschio con dente spezzato alla scomparsa di una l’anno prima. All’epoca dei fatti testimonianze accurate e dicerie non mancarono. Può essere che la polizia non indagò oltre per evitare di compromettere il ricordo del marchese morto in modo tragico. Né la polizia tenne conto di testimoni che videro il marchese buttarsi in mare urlando stralunato come un pazzo. Adesso è facile ricucire i fili di quella vicenda oscura. Nel 1845 il marchese s’invaghì di una giovane ventenne sfortunata e povera di nome Giulia. Era figlia di un certo Rocco Damiano finito in carcere perché in un momento d’ira aveva ammazzato la moglie con un colpo d’ascia. Toccò a Giulia mantenere le due sorelline ed il fratellino rimasti soli. Fu operaia in uno dei capannoni del marchese in Via Medina. La ragazza era cucitrice insieme con una ventina di coetanee. Come le altre operaie era diretta da una sarta di professione, madama Durso. Giulia ricuciva i pezzi di stoffa ritagliati da madama. La ragazza era alta e ben fatta. Aveva solo un dente rotto in bocca. Anni prima dei monelli le avevano lanciato pietre e reciso a metà uno degli incisivi. Il marchese Leopoldo la notò lavorare e s’infiammò per lei. Giulia per necessità o perché non si poté sottrarre, fu amante del marchese. Dopo alcuni mesi era incinta. La poveretta non poteva nascondere il fatto ai parenti e non sapeva come fare. Il marchese strasvolto la uccise e di notte buttò il cadavere nel Pertugio parte iniziale del Chiavicone, un ampio condotto sotterraneo. Questo canalone passava sotto Via Toledo e finiva a poca distanza dal mare in Via Chiaia convogliando le acque dagli avvallamenti di Monte San Martino. Lo storico Carlo Celano riferisce che durante la peste del 1656 a Napoli ci furono oltre duecentomila morti su una popolazione di poco più di 400.000. Non si sapeva dove seppellire i cadaveri. I becchini prometteva-

Il traduttore
NARRATIVA

convincere ad entrare. Molte persone fumano e bevono, sedute o vagando nella confusione delle sale; i tavoli e le sedie in legno trattengono ed emanano un odore stagnante, pungente, penetrante, che potrebbe definirsi odore di marcio. Credo che un discreto numero di persone sia già ubriaco. Nonostante il chiasso e il baccano, gli strumentisti iniziano a suonare e a rendere partecipi, a modo loro, i presenti. Tra gli scambi di soli qualche mano tenta un applauso. La barista, dietro un orribile banco in acciaio, muove il corpo al ritmo moderno di un calypso, nell’attillata stoffa del suo abito rosa, mentre prepara cocktail e versa birre. Il brano musicale successivo mi desta uno strano senso di malinconia. È un blues. Penso alla locuzione inglese da cui deriva la parola: to have the blues: essere malinconico, triste, depresso. È l’unico pensiero che per un attimo mi distoglie da quella che in breve tempo sta diventando una vera e propria fissazione. Segue una serie di brani molto convincenti: un anathole, un afrocubano, che travolge i presenti nel suo tempo latino piuttosto selvaggio, un fast blues, una sensuale habanera, una ballad profonda e misteriosa, un mambo. Dopo alcune ore esco spossato dal locale facendo un cenno di saluto a J.. Forse ho bevuto troppo. Mi sento irrimediabilmente malinconico, ma nonostante lo stato di malinconica ebbrezza, continuo ad essere assillato dal pensiero di dover camminare, di dover cercare, di dover trovare il verso di Spenser che non ha più abbandonato i miei istanti mortali; non ho ancora compreso per quale ignoto motivo (forse non sarò mai capace di comprenderlo, forse non esiste). Mi domando inoltre perché sono finito in questo posto. L’aria notturna e fredda dà un po’ di respiro ai miei occhi intrisi di fumo. È mattino. Percorro la via che porta lungo il fiume: i flutti sono simili a braccia che si agitano e si stracciano prima di affondare nel buio e nel silenzio. Sono simili a corpi che si accartocciano e si sparpagliano nelle fibre del tempo, sfiorandosi in innumerevoli danze, o in un’unica danza, prima di abbracciare l’Ultimo Nemico. Provo ad abbandonarmi al suono incessante dell’acqua. Non ho pace. Il verso del poema soffoca il mio essere. Continuo la mia insensata ricerca. Assillato, tormentato, ottenebrato mi incammino lungo una strada che non ricordo aver percorso prima di questo estenuante giorno: una salita, una lunga discesa, un sentiero silenzioso come l’attesa, il suo snodarsi tra alberi e steli; un muro di cinta, pozzanghere, un cancelletto aperto, rami attorcigliati, petali sottili, croci, catene, lapidi. Il vento fa ondeggiare le vecchie catene, il loro tetro tintinnare sfiora la solitudine delle tombe. Non so in quale luogo sono giunto, in quale tempo o stagione. Un rumore, simile a quello di una pietra che raschia una dura superficie, mi costringe verso la direzione da cui l’ostinato suono proviene.

di Erika Dagnino

È la sera di un 30 novembre. Sono impegnato nella traduzione del poema di Edmund Spenser, Faerie Queene. VI libro. Al secondo verso del terzo canto sono inspiegabilmente attraversato dall’incontrollabile sensazione di dover cercare quel verso altrove. Scritto altrove: sull’acqua, sulla pietra, sull’aria, sulla terra… In pochi attimi sono schiacciato da questo tormento, che senza preavviso si è imposto con forza alla mia mente. Non riesco a restare in casa per l’eccessiva irrequietezza. Non posso recarmi in biblioteca poiché sono le dieci di sera. Inoltre, cambiare luogo di studio non risolverebbe la mia insensata, inspiegabile, indefinita inquietudine. Indosso il cappotto e la sciarpa. Esco. Vago tra i vicoli del centro storico della città, incurvato dal peso delle sillabe che gravano nella mia testa e dal vento freddo che fa rotolare e svolazzare alcune cartacce sulle pietre delle strette vie, illuminate da freddi lampioni. Attanagliato dalla certezza di doverle cercare altrove prima di tradurle, mi ripeto innumerevoli volte le parole del poeta inglese“The gentle minde by gentle deeds is knowne”. I fili dell’ostinazione nevrotica dei miei pensieri si impigliano nei lineamenti del volto di J., che incontro in Via XX. -Che cosa stai bevendo? -Una birra. Eku 28. - A quest’ora? -Metti il naso qui dentro! Senti. Salamoia, salmastro, mimosa. Devo suonare in un locale, il CXI. Amo suonare lì. È un locale putrido. Ci sei mai stato? -No. Non metto volentieri piede nei locali. Nessun pregiudizio. Sono semplicemente inadeguato. -Ah, fai male, ti perdi il piacere di gustarti fumo, alcool e la sensualità che si agita nei corpi della gente. Ma forse tu non mi stai capendo. Non fumi, non bevi, non scopi. Che diavolo fai? Bevi! Ti farà bene. Bevo dalla bottiglia che J. mi passa, non sento né mimosa né salmastro né altro, semplicemente mi piace e probabilmente, se ne berrò troppa, sconterò l’alcolico piacere con bruciori di stomaco e una sbornia terribilmente triste. -Hai meditato anche questa notte su Dio, sull’uomo, sull’infinito? È affascinante, ma io sono uno strumentista: non posso concedermi meditazioni su problemi esistenziali e cose simili, devo assolutamente concentrarmi sul suono emesso, sulla singola nota, sulla sua intensità. Voglio far passare quello che sento. Decido di accompagnarlo; mentre camminiamo J. mi parla dei maestri del jazz, da Charlie Parker a John Coltrane. Purtroppo posso seguire a fatica il suo discorso, a causa di ciò che sta stremando la mia mente e tutto il mio essere. Giunti davanti al locale mi lascio

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Dorothy Kate Pairros December 1947 January 1986 L’inclemente iscrizione incide, graffia, scalfisce l’ombra di un uomo piegato sull’oscurità della pietra tombale, soffocata quasi interamente dalle piccole radici avventizie di un’edera polverosa. L’uomo tenta di cancellare, raschiandola con la durezza di una pietra affilata, la data di morte della donna. La cancella, cosparge la pietra sepolcrale di fiori di croco e piange; ma le sue stesse lacrime, scivolando sulla muta pietra riscrivono il giorno, il mese e l’anno. Non so per quanto tempo resto schiavo di questa scena (un giorno, incalcolabili giorni, un infinito giorno, un’infinita notte). Non so quale terra stia calpestando il corpo triste e disperato dell’uomo. Egli ripete gli stessi gesti sotto la pioggia, nel vento, al chiarore lunare, sotto il cielo azzurro. Cancella, piange. La data ricompare dalle sue lacrime. Nell’orribile ora di infinita disperazione grida. Forse contro la morte (la morte insonne, la morte insonne tra i dormienti, la morte calpestatrice di ghiaie e di ossa quasi inghiottite). Inghiottite dalla terra, inghiottite dalla pioggia, inghiottite dal tempo. Grida le parole dell’iscrizione incisa sulla pietra definitiva:“The gentle minde by gentle deeds is knowne”. Il verso tocca le labbra dell’uomo, esce dalle sue labbra e si aggrappa al vento, alla pioggia, alla terra, alla vita; il verso si stringe contro il mio corpo, contro il corpo della mia mente. Resto immobile. Una lacerante commozione mi penetra con forza. Un giorno, incalcolabili giorni, un infinito giorno, forse un’infinita notte. I miei occhi ora sono fissi sulla pagina. La lampada sulla scrivania è ancora accesa. Provo a tradurre, ad allontanarmi dalla mia lingua per avvicinarmi a quella del poeta, ad avvicinare quella del poeta alla mia. Mi fermo paralizzato dall’immagine dell’uomo. Il ricordo vivo dei suoi gesti disperati mi impedisce quasi di respirare. Mi è impossibile riprendere a leggere, a tradurre, a scrivere l’opera. Comprendo che devo fermarmi, che della disperazione e delle parole dell’uomo trasuderanno i miei giorni terreni.

Poesia

Chartres
a P.P. Trompeo, per un non ben compreso azzurro Stavolta è il bianco del cielo e le cattedrali tra verdi acquari di pioggia. Per i primi, giunti sulla sera, quelle macchie sui pendii

Sei già abbonato e vuoi sostenere “Nugae”?

non faranno il sereno che già valse in un titolo. Riscuoterà fortuna l’altro bianco di una giovane maglia, per destare rumore stasera in Francia, ripartendo domani a ridosso di un giallo. Vito Cerullo
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Ischia
NARRATIVA

di Stefania Pagano

prendere atto che la pancia non mi consentiva più di vedermi i piedi, quando sentii il fiato di Maria alle mie spalle. Feci finta di non essermi accorto della sua presenza mentre preparavo il borsone, ma con la coda dell’occhio spiavo la sua espressione. Mi aspettavo un raffica di parole rabbiose e alla fine avrei desistito e aderito alla sua volontà, ma Marta aveva notato qualcosa di cui ero ancora inconsapevole e così mi disse con dolcezza: “Lo sai. Ho paura delle isole... Se dovesse succederti qualcosa. E poi tu... solo qualche mese fa...." Era vero. Soltanto due mesi prima il cuore aveva fatto le bizze. Avevo avuta salva la vita per la velocità con cui erano arrivati i soccorsi. E la cartella clinica parlava di un paziente “infartuato” aggettivo che da subito mi era apparso antipatico! Nonostante ciò, la visione del retino, quel cuoppo che era posato accanto al mio borsone, era qualcosa che aveva trattenuto il me ragazzo e tale mi sentivo in quel momento. Il tempo? E’ soltanto una categoria mentale. Dal suo ritrovamento, dal momento che avevo avuto tra le mani quel retino, io ero tornato diciottenne. E come tale ero andato al computer e mi ero collegato con la radio: avevo dato le mie preferenze musicali e... cantavo. Maria entrò e ruppe l’incantesimo. La parole mi uscirono da sole, così come il tono: sembrava che fosse avvenuto in me uno sdoppiamento. Io sempre gentile, accondiscendente, ero diventato il giovane con il retino, arrogante come possono esserlo i giovani, arrogante e incosciente. "Perché dovrebbe venirmi un infarto proprio quando sono a Ischia. Potrebbe venirmi anche adesso, o a Vienna o in un qualsiasi altro posto. Perché devi sempre pensare al peggio." Adesso ero quasi certo che la reazione sarebbe stata violenta, ma Maria si mantenne calma e perseverò sulla via della persuasione facendo leva sulla mia indiscussa maturità (indiscussa almeno fino a quel momento). "Ma abbiamo prenotato. Tra tre giorni dobbiamo prendere l'aereo." Non era mai stata così paziente con me, mai così prudente ed io mai così smanioso. "Vorrà dire che andrai da sola." E lessi negli occhi di Maria qualcosa che non saprei descrivere. Lei sempre risoluta ed io sempre esitante, adesso, così determinato da non riconoscermi: mi opponevo alla sua volontà, la contrariavo. Come un figlio che vuole liberarsi dal cordone ombelicale. Sostenni il suo sguardo che aveva perso durezza e determinazione. Mi fece tenerezza. Come lo sguardo della madre che sa che il figlio appartiene al mondo. Mi accostai a lei e accarezzandole i capelli le sussurrai: “Andiamoci insieme. Vedrai, è un’isola bellissima”. Fui sollevato dalla sua risposta che mi rivelò la donna
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Non avrei mai creduto che un retino tra le mani mi avrebbe reso così audace da dichiarare a mia moglie: “Maria, quest’anno vado a Ischia”. Maria sollevò lo sguardo dalla valigia aperta che stava riempendo e mi guardò. I suoi grandi occhi sembrarono inchiodati sulle parole rimaste sospese tra me e lei a riempire lo spazio che ci divideva. Per un solo istante stavo per ritrattarle quando volsi lo sguardo sul retino che avevo tra le mani: vidi il piccolo gorgo che provoca quando lo getti e poi lo rialzi dall’acqua. Ingoiai le parole espirando l’aria. Senza aspettare la sua reazione, tornai verso lo sgabuzzino pensando che se non mi avesse costretto a ripulirlo, adesso starei insieme a lei a preparare le valigie. Il ritrovamento di quel “cuoppo” aveva liberato dei ricordi avvolti nella nebbia del tempo e aveva scatenato il desiderio del ritorno. Con frenesia iniziai a cercare, tra le cianfrusaglie accumulate in tanti anni, l’arpione le pinne la maschera. Sapevo che erano seppellite lì, tra borsoni pieni di niente, ma che nessuno avrebbe buttato mai. Avevo trovato il manico di un martello, un borsone senza cerniera, una scatola vuota e ingombrante che stavo per schiacciare sotto i piedi, quando Maria mi gridò “Ma cosa fai? butti via una scatola foderata in raso?” “Perché, che ne devi fare?” Mentre me la toglieva dalle mani notai che la reazione era prossima a venire. Aspettai che si manifestasse, ma non appena mise sullo scaffale la scatola che avevo deciso di buttare, mi voltò le spalle e se ne andò dicendo: “Bada che devi soltanto ripulire e risistemare. Se c’è qualcosa che ritieni sia da eliminare mettila qui nell’angolo che poi me la vedo io.” Mentre indicava l’angolo aggiunse: “Ecco, quell’affare è da buttare, puoi già metterlo nei rifiuti.” Gesù, avrebbe buttato l’evocatore della mia giovinezza?! “Maria non ti azzardare a toccare il mio retino!” Lei si allontanò con un’alzata di spalle e sparì nell’altra stanza. Guardai il retino e dentro rividi Mario 'o latticino dall’incarnato chiaro, tenebroso e nostalgico che amava suonare alla chitarra Battisti; Vito 'o rillo che saltava da uno scoglio all’altro come se possedesse ali al posto dei piedi; Davide 'o purpo, il pescatore, tanto agile ed elegante nei movimenti sott’acqua, quanto goffo e trasandato una volta emerso dai flutti. Io, ‘o prufessore, perché iscritto all’università. Guardai il retino nelle mie mani, abbassai gli occhi per

che conoscevo (forse sapeva guardarmi dentro molto meglio di me). Si staccò da me con astio e mi gridò in faccia “IO vado a Vienna. Così ho deciso e così farò. Tu fai quello che ti pare.” A pronunciare queste parole non era più la madre, ma la donna. Continuai a mettere senza ordine le cose nel borsone e infilai anche il retino. Ancora una volta il solo contatto mi trasferiva in un’altra dimensione. Stavo lasciando Maria. Nessun rimpianto. Lei era davanti allo specchio spalmandosi una crema sul corpo. Convinta che il mio fosse soltanto un bluff, si aspettava la mia solita reazione. Sapeva l’effetto che mi faceva. Rimasi a guardarla. Bella lo era, lo era sempre stata, ma questa volta un’altra forza mi attraeva più di lei. Uscii lasciando che lo scatto della porta chiudesse dietro di me la vita sicura e mi aprisse quella verso l’incerto. Niente è più pericoloso di un sessantenne che si sente diciottenne. Una forza incontrollata mi spingeva verso colori e profumi mai dimenticati, mai più incontrati nonostante i mille viaggi, scenari e paesaggi visitati. Sul vaporetto l'aria calda mi investe. Piccole gocce appiccicano sul viso la salsedine. Nella scia del traghetto i gabbiani fanno da damigelle d'onore alla mia partenza; si tuffano nella spuma e risalgono con il becco pieno del bottino pescato. Amo i gabbiani, questi uccelli dal corpo grosso sostenuto da esili zampe. Quando ero ragazzo restavo ammirato dall'audacia che mostravano nello spingersi fino a riva per raccogliere, scendendo in picchiata, i rimasugli di cibo. Io lasciavo un boccone sullo scoglio più vicino alla spiaggia e aspettavo paziente l'arrivo dell'uccello. Non si faceva attendere e giungeva in planata sfruttando il vento con le ampie ali. Si posava sullo scoglio, si guardava intorno voltando il capo a scatti e, con atteggiamento di sfida, raccoglieva il boccone e lo mangiava sul posto manifestando la propria audacia con falsa disinvoltura. Davanti a me un uomo con un bambino molto loquace. Forse l’uomo vorrebbe godersi il panorama e riposarsi un po’, invece il piccolo non gli dà tregua. Ascolta poco e chiede tanto, girando di qua e di là i suoi occhi svegli e vivaci, sommergendolo di domande senza dargli il tempo di rispondere alla prima che è già pronto con una seconda. L’uomo si volta verso di me e ho l’impressione che il suo sia uno sguardo di invidia verso la mia solitudine, la mia indipendenza. Ed io gli rivolgo lo stesso sguardo di invidia per la compagnia di quel bambino chiacchierone. Avrei voluto un figlio, ma Marta non ne voleva e per non correre rischi si fece chiudere le tube. Mi disse che così avremmo potuto godere la nostra sessualità con la massima libertà, senza preoccupazioni, senza l’uso di

rimedi fastidiosi. Mi aveva messo al corrente dell’intervento la sera che rientrai da una lunga assenza e il mio desiderio era incontenibile. Mi apparve con una camicia da notte si seta, trasparente. Si indovinavano i suoi fianchi formosi, le gambe lunghe e tornite, i seni sporgenti. Ero stregato dalla sua bellezza. Quella sera avrei accettato qualunque cosa pur di tuffarmi tra le sue gambe e baciarle tutto il corpo. Quanto ero stupido. La stupidità è un attributo della giovinezza. All’orizzonte si profila l’isola che, ai riflessi caldi del tramonto si presta a un gioco di ombre suggestivo. Sono le diciotto, è un pomeriggio di fine estate e prima che il sole declini verso l’altra parte del mondo, potrò ancora godere di tutti i cambiamenti di luce che si alterneranno prima dell’oscurità. Il vaporetto è in fase di attracco. Sul molo tanti ad attendere lo sbarco di amici e parenti. Sento il bambino urlare mamma e insieme al padre andare verso la donna che li attende. Farebbe piacere anche a me trovare qualcuno ad aspettarmi, qualcuno che abbia atteso il mio ritorno, ma dei miei amici ho perso ogni traccia: il corpo di Maria mi fece perdere la ragione. Ho rinunciato a tanto per possedere quel corpo. Soltanto adesso me ne rendo conto. Può darsi che i segni dell’età abbiano intaccato quel corpo che tanto mi fece perdere la testa? Accetto questa mia meschinità. La viltà appartiene a questa età. Molte cose sono cambiate ma l'essenza di quest'isola è rimasta inalterata: gli eucalipti crescono rigogliosi, gli oleandri, gli ibiscus, i pini, i glicini... Sono tutti qui con le loro tinte e le loro fragranze. La mano dell'uomo è intervenuta, ma non ha potuto sradicare un albero che ha scelto di restare a vivere in quel luogo. E’ stato l’uomo, allora, a piegarsi alla sua volontà e così tra i tavolini si erge maestoso, imponendo la sua presenza. Mi incammino lasciandomi alle spalle il vociare e le auto che sbarcano e mi faccio guidare dagli odori. I ricordi riaffiorano prepotentemente non appena imbocco la stradina. Adesso è asfaltata e sento lo scalpiccio dei miei passi sul selciato. Allora era un viottolo sterrato che, ragazzo, percorrevo a piedi scalzi correndo aspettando che come un fiume mi trascinasse verso il panorama che si sarebbe aperto come un estuario davanti ai miei occhi assetati. Non c'erano nemmeno tutti questi cancelli che nascondono alla vista le ville immerse nel verde. Ma gli aromi sono quelli ed io mi ci immergo. Mi fermo ad annusare e quasi mi sembra di ascoltare la voce di mio padre che mi chiama per rientrare. Pernotto nella stessa casa di quando ero ragazzo. Incontro la moglie del proprietario detto ‘o surdo (il soprannome è indispensabile per distinguersi: sono tanti i Di Meglio Giuseppe) che mi dice che il marito è morto da poche settimane (in realtà scopro che si tratta di quattro mesi prima, imbattendomi nell’annuncio fune12

bre affisso ad un muro). So anche che era riuscito a sparare all’acerrimo nemico per l’annosa questione della costruzione dell’albergo nell’area confinante con la sua proprietà. Percorro la strada che mi porterà al mare. Non c'è più la vecchia spiaggetta, e l’albergo è stato costruito. Al posto del terrapieno da cui si scendeva alla spiaggetta, c’è una rotonda per il parcheggio. E' ancora piena di auto a quest'ora del giorno. Il sole è caldo e l'aria afosa. La spiaggia è una lingua di sabbia su cui si ammassa un’umanità varia e vociante. Di fronte a me lo scoglio dal quale ci tuffavamo. Agli scogli non si può cambiar posto né modificarne la forma. Ai ricordi sì. Adesso ritorna alla memoria anche Giovanni, lungo lungo che si arrampica sullo scoglio, vi sale e getta con uno spintone Mario 'o latticino, che odia questo gioco. Allora inizia la baruffa. Gino si tuffa a cofanetto spruzzando acqua e cerca di mettersi fra Giovanni e Mario che stanno scalciandosi e Gino ('o paciere) si becca una bella ginocchiata, ma non perde la pazienza: molla un cazzotto al primo dei due che si trova davanti e si allontana nuotando a delfino verso riva seguito dal Lungo che con poche bracciate lo raggiunge. Mario resta incazzato per il resto della giornata e solo verso sera si riprende quando Antonio (o' musichiere) intona sulla chitarra I Giardini di Marzo. Mario e la sua passione per Battisti. Chissà se è riuscito a fargli leggere le sue composizioni. Era dolce Mario così delicato nella sua carnagione chiara. Mi tuffo e raggiungo lo scoglio. Sento di avere la stessa agilità di un tempo. Salgo riconoscendo il lato più comodo per arrampicarmi. Mi tuffo di testa, risalgo, mi rituffo. L'acqua mi avvolge, mi protegge ed io ritorno ragazzo, tutti gli acciacchi sono spariti. La schiena e le gambe riprendono tutta la loro funzionalità. Non ho più le articolazioni indurite come i cardini di una porta mai più aperta. Mi apro, e lascio entrare le emozioni. Mi rotolo nell'acqua ritrovandomi avvolto nel liquido arcaico. Non so quanto tempo resto a mollo. Deve essere stato parecchio perché la spiaggetta si è sfollata e i raggi del sole formano ombre lunghe. Alcuni ragazzi improvvisano una partita a pallone. Un calcio e la palla arriva a me che mi butto nella mischia e riesco anche a fare gol tra le magliette arrotolate messe ai lati per delimitare la porta. Si è alzata una fresca brezza. La giornata è sul finire. Sulla via del ritorno profumi e colori attraverso i rami carichi mi sussurrano che c'è stata una deviazione nella direzione presa dalla mia vita. Mi torna il corpo di Maria, desiderio costante della mia esistenza. Adoravo stare ore ad osservare le curve dei suoi fianchi e i seni torniti e sodi, le gambe lunghe. Ma adesso? Non è più lo stesso. Forse ho sbagliato tutto. Guardo le giovani passarmi accanto e mi piacciono, vorrei averle tutte. Una ossessione. Ripenso allo scoglio immobile, statico. Anche questo mostra piccoli segni del cambiamento, come il corpo di Maria. Ed anche il mio. Lo scoglio scomparirà sformandosi in briciole di sabbia, ma resterà vivo il ricordo di gioventù fino a quando sarò vivo per ricordarlo. Così come la mia ossessione per Maria.

Poesia
Chagall
Come avviene, Chagall, che i tuoi dipinti ci parlino di cose così semplici (matrimoni, funerali, fidanzati, il circo, e la tua Vitebsk, la tua religione che tanto vi costò) ed in quest’epoca di pazzi ci ricordino com’è grata la vita agl’innocenti. Tu non eri un ingenuo: laggiù a Vitebsk vivevate, ebrei d’Oriente, rifugiati, scampati ai pogrom dello zar di Russia, arroccati ai sacri libri della Legge, all’inverno della grande madre Russia, al focolare della lingua yiddisch, fra le feste, le musiche, e baracche, tradizioni conservate, custodite, cullate fin dentro i sogni remoti. Poveri esposti al freddo e alla rovina ma con l’obbligo d’essere felici. Tu l’hai visto che hanno fatto i nazisti e lo sai tu cos’è il rimpianto della patria; tua moglie poi è morta molto presto. Quando cerchi di somigliare ad altri artisti diventi allora proprio come una farfalla cui hanno tolto la polvere dall’ali: ma quando guardi indietro, ai tuoi ricordi, alla tua gloria misera d’Oriente o alla Parigi in cui hai respirato l’aria del mondo per la seconda volta, la tua felicità viene fra noi dolcissima, profonda e ci ricorda che siamo disperati senza aver visto i villaggi bruciare, gli angeli cadere, o i recinti dei lager. Giorgio Galli

Marc Chagall (1887 - 1985)

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La passeggiata
NARRATIVA

Poesia

di Giuseppe Bianco

Voi non mi amate e io non vi amo… Nell’incipiente primavera di un marzo quasi dimenticato, scendesti piano dai versi di una poesia. Apparisti all’improvviso, come i fiori di pesco sui rami dopo un consueto inverno. Con il tuo caldo e rassicurante sorriso riuscisti a spazzare via il freddo e la neve ed illuminasti il tuo animo col palpitare dei miei pensieri. Eri stata parole, sensazioni, ed in quella prima stretta di mano diventasti persona, mentre dai tuoi occhi fluivano le emozioni che conoscevo, i sogni che mi avevano già parlato di te. Mi affascinava la percezione diversa delle cose che avevamo attorno, e il chiedermi se davvero le persone potessero essere unite da sentimenti così astratti e appena appena percepibili. Cosa che dicesti, meravigliava anche te… e che speranza sarebbe stata per il mondo. Ci fermammo un attimo a respirare il mare, per poi riprendere a camminare per le vie di un sogno fatto su misura, per la grandezza di chi non si conosce e sul morbido ed invitante tappeto delle tue parole. Avrei voluto dirti tante cose anch’io, ma poi restavo lì ad ascoltare, ad ascoltare te. A respirare i tuoi respiri. Ad adattare il cuore ai battiti tuoi che non lo sapevi, o forse si, avevi bisogno di me. E ascoltavo, ascoltavo parole troppo grandi, immense per una persona facile. E tu parlavi. Parlavi e parlavi, forse per nasconderti, forse per… lo sapevi soltanto tu. Mi conducesti a te naturalmente: come il fiume al mare, come la notte alla fine di un giorno, come l’incedere della primavera dopo l’inverno. Sembrava una storia infinita, ma percorresti soltanto un tratto della mia strada, ed io, se pur per un attimo, attraversai la tua, ridipingendo il cielo ed ascoltando, in modo diverso, il rumore del cuore. Sei stata tutto e sei stata niente, tu che apparisti come i fiori di pesco in un marzo qualunque. A volte, è inevitabile quanto triste assistere impotenti alla dissolvenza di storie che nascono e muoiono naturalmente, avvertire l’esistenza di sentimenti che non avranno mai voce e a perdersi in versi che non saranno mai poesia. …o voi dal dolce nome che io non chiamo! Perché voi non mi amate ed io non vi amo.* *La Passeggiata – G. D’Annunzio
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Con le suole sporche di luna
Un punto luminoso lontano s’avvicina pian piano poi velocemente sembra una stella cadente. Ma le rocce non pensano osservano immobili senza emozioni da secoli aspettano quel punto nel cielo. Si alza la polvere ricade pigra ozio di millenni dei passi silenziosi come di pantera delle orme, le prime dopo quelle di Dio. Piero Borgo (scritta pochi giorni dopo lo sbarco sulla Luna del Luglio 1969)
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Essere stato umano
NARRATIVA

di Francesco Troccoli

Quando ero ancora ciò che si dice un essere umano, mi svegliai presto al mattino di un giorno d’inverno, raggomitolato nel mio letto nella stanza al cinquantesimo livello sotterraneo dell’albergo “Horizon” di Nuova Shangai. Non riuscivo più a dormire. Avevo troppo freddo, e avvertii subito lo stimolo della fame. Digitai i codici delle mie richieste per la colazione sulla tastiera alla mia sinistra e dopo pochi secondi avevo davanti a me il caffè tiepido e le fette di pane di sintesi coperte di crema di bacche dolci. Tentai inutilmente di scaldarmi le mani stringendo la tazza; la mia bocca faceva più vapore del caffè. Vivere su Nettuno richiede un’estrema attenzione al consumo di energia: la massima temperatura che il climatizzatore poteva concedere alla mia stanza corrispondeva a 16 gradi nella scala Celsius. C’era proprio bisogno di un buon motivo per accettare condizioni così ostili. Il mio, a quel tempo in cui vivevo ancora le fallaci passioni di coloro che si sentono umani, era fare carriera, e rendere felice la mia giovane e innamorata donna. Ero un brillante ingegnere, specializzato in impianti geotermici, e avrei dovuto guidare il gruppo di ricerca incaricato di ottimizzare lo sfruttamento dell’energia nella fascia tropicale del pianeta, l’unica abitabile. Quella stessa mattina uscii dalla mia stanza e mi recai al colloquio con il Governatore Planetario. Dopo un breve briefing mi ritrovai a sorvolare la fascia tropicale per il sopralluogo di rito. Guardando verso il basso mi resi conto di quanta entropia venisse bruciata stupidamente su quel pianeta e iniziai a fantasticare decine di idee per ridurre lo spreco, che si sarebbero presto potute trasformare in avanzati progetti di conversione e sfruttamento dell’energia. E invece, all’improvviso fu il buio. Seppi solo in seguito che la navicella su cui volavo insieme al pilota era stata colpita dal getto anomalo di un geyser di dieci chilometri di altezza ed era precipitata su di un insediamento coloniale. Gli sfortunati abitanti furono sterminati, ma quando venni a saperlo non provai alcun senso di colpa. Quando mi svegliai nel centro di riabilitazione di Sun City il mio primo movimento spontaneo fu tentare di gonfiare i polmoni per respirare a fondo. Mi accorsi che non ci riuscivo e fui preso dal panico; mi calmai quando mi resi conto che non era necessario riempire completamente i polmoni per essere in grado di far entrare in me tutta l’aria di cui avevo bisogno.

Mi portai istintivamente la mano sul petto e le punte delle mie dita sfiorarono appena, per ritrarsene subito con paura, il gelido titanio che a larghi tratti si sostituiva alla mia pelle. Mi dissero che anche una parte dei miei organi interni erano stati sostituiti con prodotti di una nuova tecnologia; mi guardai allo specchio e alla forte luce del bagno della clinica i miei fragili occhi umani furono quasi accecati dai riflessi delle lastre di metallo che si mescolavano al mio martoriato ma funzionante corpo. I medici e gli ingegneri biomeccanici mi dissero che ero stato molto, molto fortunato, e io credetti alla loro professionale, impeccabile e retorica loquela. Mi accorsi che da allora la mia visione della vita era cambiata; o per meglio dire, fu la mia donna a farmelo osservare, il giorno in cui mi lasciò solo. Ero diventato un freddo cinico, e mi scoprii sempre alla ricerca del colpo di fortuna che mi riempisse di crediti. Il giusto, per farsi una bella casa sull’oceano della tranquillità di Fobos e starsene tutto il giorno in panciolle, sotto il cielo verde scuro e alla caldissima luce bianca del riflettore solare orbitante. Volevo solo essere al riparo dagli sguardi indiscreti di facili e improvvisati giudici della mia sincera apatia verso le cose che nascono dai sentimenti. Alla ricerca di nuove fonti di energia iniziai a preferire un’occupazione ben diversa e più divertente: il redditizio commercio di beni tra pianeti. Scoprii di avere un talento particolare per lo scambio, il baratto, la capacità di mercanteggiare oggetti contro oggetti diversi, cibo pregiato contro metalli pesanti, pile atomiche portatili contro vesti artigianali dei più lontani ed esotici mondi esterni. Ero un vero portento; dare ad ogni cosa l’esatto valore commerciale mi consentiva margini di guadagno ampi e soddisfacenti. E, cosa ancor più importante per il mio successo, anche chi scambiava merce con me rimaneva sempre soddisfatto e continuava a cercarmi per fare affari. I portuali dei vari pianeti presero a chiamarmi “il rigattiere”, e divenni presto famoso per essere in grado di scambiare al giusto prezzo qualunque oggetto capitasse tra le mie fredde mani di essere a sangue caldo. I commercianti più invidiosi mi giudicavano un reietto perché a differenza di loro, che non vedevano l’ora di tornare tra le braccia delle ansiose mogliettine, avevo deciso di vivere per conto mio sul mio cargo, il “Solitudo”. Era lì che mangiavo, dormivo e lavoravo, unico a decidere in che ordine e in quale momento. Avevo persino la mia più che dignitosa vita sessuale, con tutte le puttane orbitanti nei loro monolocali nella fascia degli asteroidi, dove le pattuglie di controllo non entrano mai, per quel misto di tolleranza e paura, lasciando che la fertilissima muffa di parassiti, ladri, dissidenti, assassini e rivoluzionari in fuga nascosti nella zona di interposizione si trasformasse nel regno di bengodi per noi mercanti. Furono tre brevi anni di avventure nella mia fissa di15

mora vagante. Poi, quei maledetti mercanti di Giove mi speronarono con un carico di rifiuti espulso da una delle loro navette di spola. Sono convinto tuttora che lo avessero fatto di proposito. Furono felici di sapere che in seguito all’incidente persi entrambe le gambe e persino il mio ricercato e brillante organo riproduttivo. Divenni così oggetto di interesse del professor Kamer, che dopo avermi operato nella sua lussuosa clinica sul pianeta Radon fu lieto di annunciare in olovisione planetaria il primo impianto di un pene meccanico perfettamente funzionante in un essere umano. La cosa procurò fama e successo ad entrambi. La mia attrazione per il sesso opposto era ancora integra; fui cavia umana negli accoppiamenti con donne splendide che finalmente non dovevo pagare di tasca mia. Non nego che qualcuna ne abbia anche tratto un certo godimento. Ma dell’amore, quella strana inspiegabile sensazione che ti scalda anche nel deserto più freddo degli anelli di Saturno, dentro il mio stomaco in lega avanzata, non sentii più alcuna voglia. Ne serbavo memoria ma me ne sentivo come alienato, estraneo. Pensavo alla mia donna e mi chiedevo come mai fossero scomparse la nostalgia e l’affetto di un tempo ormai lontano. Fotografie senza movimento al posto di affetti personali, questa era la sola rappresentazione del mio passato, scolpita nel mio cervello come una collezione di fredde statue senza vita. Ma le mie potenti gambe di lega Ferro-Silicio si muovevano più in fretta di quelle di un atleta. La padronanza e la coordinazione che avevo del mio corpo e delle sue reazioni fisiche era diventata stupefacente. Mi muovevo come mai mi era capitato dalla nascita. Ogni mio pensiero si traduceva in azione senza più dubbi, né esitazioni. L’azione che ne derivava veniva portata a termine in modo accurato e preciso. Mi sentivo potente. Imparai ad usare le armi, anche le più pericolose, ma non fu per aggressività, come alcuni sostenevano. Fu invece la capacità di uccidere con la massima indifferenza a guidarmi verso di esse; eppure non lo feci mai, a meno che non fosse strettamente necessario.

Cominciai a pensare di essere ormai diverso da tutti; se più o meno perfetto non saprei dire, tuttora. Decisi di arruolarmi volontario nel corpo di custodia della banca interplanetaria. Guadagnavo in una sola settimana quello che prima avrei messo insieme in un lungo anno; scortavo carichi di riserve di platino in viaggio tra pianeti e sistemi, e quasi nessuno credeva che fossi nato sulla terra. Sei troppo perfetto, mi dicevano tutti, per venire da quel pianeta malato e morente. Le donne erano ancora molto attratte da me, e solo in rare occasioni le parti non umane del mio disgraziato corpo le allontanavano in gran fretta. Negli altri casi, il mio prezioso seme veniva ricercato con un’ostinazione particolare, soprattutto in quei sistemi in cui la decadenza e le malattie rendevano fragile la sopravvivenza delle colonie umane e aumentavano a dismisura il prezzo di un accoppiamento con il maschio più ambito della galassia. Pensavano che fosse una questione genetica. Un giorno compresi che la mia fama mi avrebbe consentito di farmi strada in politica. Decisi di accettare le pressanti insistenze di un tale che conoscevo sin dai tempi in cui ero stato un mercante. Divenni sindaco del porto di Bathros, nel sistema di Vinesta. Le folle mi adoravano, e grazie al fatto che Vinesta era una delle poche democrazie sopravvissute nella galassia, dopo pochi mesi fui eletto vice-governatore del sistema. Ma gli interessi dei tiranni dei sistemi limitrofi erano troppo vasti e Vinesta venne presto invasa. Dovevo difendere i miei interessi. Fui tra i capi della rivolta e diedi il mio formidabile contributo alla guerra di resistenza, ma ero ancora troppo umano, a quel tempo, per poter resistere alla tortura della fame e della sete a cui venni sottoposto in prigionia. Il mio corpo chiedeva ancora del cibo, a quel tempo, e tanta acqua. Riuscii ad evadere, ma durante la fuga venni attaccato da un pattugliatore e precipitai nel campo gravitazionale di un piccolo pianeta con atmosfera di ossigeno, in cui la nave, colpita, si accese come un fiammifero. Il mio corpo andò a fuoco insieme alla nave. Poi l’incendio si esaurì e rimasi avvolto tra i suoi resti. Non mi è possibile stabilire se fossi vivo o morto; le normali cognizioni e le regole della fisiologia umana si adattavano solo a una parte di me. Il mio cervello era
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spento; il mio cuore di sintesi era integro ma fermo. Eppure, il mio ricordo di quei tre mesi in cui fui dato per disperso è così simile all’immagine del sonno umano che non saprei cosa rispondere a questa difficile domanda. I miei uomini mi cercarono e trovarono sul pianeta ciò che di me rimaneva. Avevano ancora bisogno di me; il capo della rivolta di Vinesta non poteva morire. Fui portato su Radon, e fui affidato nuovamente alle cure di Kamer e della sua equipe. Ciò che avanzava di me sarebbe stato molto difficile da descrivere. Lo spettacolo fu giudicato ripugnante dai presenti, ma il mio vice, Kaltor, convinse Kamer che era necessario preservare il mio aspetto fisico; darmi nuova vita. La minaccia delle armi a disintegrazione che Kaltor e gli altri compagni impugnavano contro i medici furono un notevole strumento di persuasione. A volte, il fine giustifica largamente i mezzi adoperati. Kamer ritenne di poter recuperare o sostituire tutte le parti del mio corpo che non avevano natura umana; le altre erano andate perse nei processi di putrefazione organica. Ma il mio cervello, ancora chiuso nella calotta in lega al titanio che mi era stata impiantata anni addietro dopo uno dei numerosi incidenti, era apparentemente integro. Kamer fu protagonista di un vero miracolo, e creò così un corpo di androide perfettamente somigliante a me; il mio prezioso cervello venne trasferito e collegato, sinapsi per sinapsi, ganglio per ganglio, terminazione per terminazione, al sistema elettroneuronico del mio nuovo brillante organismo biomeccanico; Kamer fu anche in grado di espiantare le mie retine umane e trasferirle nell’androide che divenni. Pensava che fosse fondamentale riutilizzarle, e dovette superare le resistenze di alcuni suoi collaboratori che ritenevano superflua quest’integrazione, rispetto ai rischi che implicava. Non ricordo molto di quel giorno, a parte l’intensa luce che colpì i miei occhi, dopo che le palpebre meccaniche si sollevarono in seguito all’attivazione del circuito linfatico vitale. Mi guardai allo specchio e vidi il me che ero stato un tempo. Mi riconobbi. Non più metallo, all’aspetto, non più pelle, nella realtà, ma ero proprio io. Nessuno mi avrebbe definito e giudicato altro che un uomo. Ma ero un robot. Passò del tempo. Avevo ancora in me tutti i miei ricordi e sapevo di non essere ormai più che un androide, seppur comandato da un cervello umano. Nessuno poteva dirmi se e quanto sarei potuto sopravvivere, ammesso che questo termine fosse adatto alla mia situazione. I miei nemici non sapevano della mia resurrezione; i miei uomini attendevano che tornassi a guidarli contro gli oppressori.

La mia memoria era sorprendentemente piena di ricordi e immagini del passato. Giorno dopo giorno, era come se me ne riappropriassi, lentamente, e con calma. In una giornata intiepidita dalla luce dei tre soli del sistema di Radon, passeggiavo in un giardino al ritorno dall’ennesimo controllo biomeccanico, a poche centinaia di metri dalla clinica. Vidi una bambina correre svelta su per il vialetto e allontanarsi dalla madre, che si era fermata a parlare con un’altra donna poche decine di metri più in basso. Istintivamente, la seguii con lo sguardo, e non ne compresi il motivo; erano decenni che non eseguivo gesti inutili per la mia sopravvivenza. Vidi quella bambina ruzzolare in terra e rimanere distesa per qualche istante vicino alla barriera di energia della caserma dei pattugliatori, all’interno della zona di sicurezza che tutti, tranne i bambini, sanno di non dover oltrepassare; a meno di un metro dalla barriera si rischia di morire disintegrati in pochi minuti. Non ci pensai un istante e mi lanciai verso la bimba, che stava già urlando per il dolore che il campo di energia doveva provocarle in testa; vidi i suoi boccoli biondi cominciare ad annerirsi, segno che la combustione stava iniziando e che il calore doveva essere già insopportabile. Sapevo che la barriera avrebbe potuto crearmi dei danni irreversibili, eppure il mio unico e irrefrenabile pensiero fu toglierla di lì. Corsi più in fretta che potevo, mentre udivo le urla disperate della madre, che si era finalmente resa conto di quanto stava accadendo e imprecava contro se stessa, immobile, terrorizzata e impotente. Dovetti avvicinarmi molto alla barriera e riportai una violenta abrasione al braccio destro, con il quale riuscii comunque ad afferrare quel corpo leggero e piangente e lo scaraventai senza troppa gentilezza nel prospiciente laghetto, dove il calore si disperse in fretta e la piccola fu salva. Alcuni passanti accorsero e la estrassero dall’acqua. Fui subito fermato da tre pattugliatori, che per via della disumana rapidità del mio intervento non avevano notato nulla di quanto accaduto alla bimba. Notarono subito, invece, il mio braccio ferito. -Che diavolo ci fai qui, civile? -Nulla, Signore, le chiedo scusa, esco ora dall’ospedale e sono ancora sotto l’effetto dell’anestesia; ho perso l’equilibrio e sono scivolato. Abbassai lo sguardo e mostrai a quell’uomo un reverenziale rispetto per la sua divisa e le sue onorevolissime funzioni. Dovevo salvaguardare il mio anonimato. Il pattugliatore che mi aveva rivolto la parola si rese conto che il mio braccio era artificiale e con mia grande sorpresa ne fu subito affascinato. -Kamer, eh? -Sì, signore, Kamer - replicai con deferenza.

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-Quell’uomo è un genio! - aggiunse lui - ti ha salvato il braccio? quella è una sintesi titanio alfa-sette, non è così? In caserma abbiamo tre colleghi che devono la vita a quel chirurgo e alle sue meravigliose protesi ed oggi sono ancora tra noi a lavorare per strada per proteggere la collettività. Chiuderò un occhio su questa grave violazione aggiunse sorridendo - ma allontanati immediatamente! Avevo avuto fortuna. La madre della bimba non aveva compreso l’accaduto e mi guardava con odio, forse ritenendomi responsabile della disgrazia, mentre si allontanava con la piccola; la bambina piangeva ancora, mi fissò diritto negli occhi, mi sorrise con infinita dolcezza e mosse le labbra per ringraziarmi, senza emettere alcun suono. Fu allora che sentendo una goccia calda offuscare la perfetta vista della mia pupilla artificiale e scendere sulla mia pelle di polimeri di sintesi capii ciò che Kamer mi aveva dato. Prima di allora le lacrime mi erano servite solo per sciogliere la secchezza e aumentare la capacità visiva. Pensai di nuovo alla luce che avevo visto il giorno in cui ero rinato, e compresi che fino a quel giorno non avevo mai vissuto la mia umanità. Ma in quell’istante, in questo corpo androide e in qualche modo che non ho più voglia di comprendere, me ne ero finalmente riappropriato. Francesco Troccoli. Romano trentasettenne, dirigente in azienda farmaceutica, grazie ad un corso di scrittura regalatogli da due donne splendide, inizia ad evadere nel fantastico da marzo 2005. In pochi mesi legge praticamente tutto quello che ha scritto Isaac Asimov, e lo condisce con gustosi assaggi di Ray Bradbury, Harry Harrison, Philip Dick, Frank Herbert, Ursula K. Le Guin, Stanislaw Lem e Michael Ende. Poi decide di cimentarsi nel ruolo attivo, scrivendo racconti. Finalista in premi di letteratura di genere, a volte con pubblicazione (Tabula Fati, Nuovi Autori Science Fiction 1 e 2, Apuliacon, il presente Racconti dall’Oltrecosmo) e di narrativa generale (Il Prione 2005 e 2006, Interrete, Città di Melegnano, Racconti in Viaggio); più recentemente, vincitore nella sezione fantascienza del premio Akery 2006; al premio Parco Majella 2006 vincitore con la raccolta dei suoi migliori racconti, “Fantasie di Mondi Possibili”. Ogni notte sogna di poter vivere di tutto ciò; poi però si sveglia, e fin ad oggi si è sempre ricordato di doversi recare in ufficio.

Problemi psicologici di Dino Campana
TESI

di Mariano Lizzadro
(quarta e ultima parte)

Campana, i “Canti orfici” e gli occhiali di Jung
(la prima, la seconda e la terza parte sono apparse rispettivamente sul n.8 - n.9 - n.11/2006 ) Notturni La chimera Con questa poesia si apre la sezione dei “Notturni” che nei “Canti Orfici” seguono “La Notte” ma che in realtà cronologicamente vengono prima di quest’ultima. Dunque La chimera inizia con un dubbio che è anche un’evocazione, infatti Campana riferendosi alla chimera si chiede se la sua apparizione sia avvenuta tra le rocce, verosimilmente in uno dei suoi tanti vagabondaggi sui monti, oppure se questa apparizione sia “sorriso di lontananze ignote”, o ancora se quest’apparizione sia piuttosto il frutto di un suo ricordo. In ogni caso, la chimera qui viene subito trasfigurata nella “sorella” della Gioconda, di Leonardo da Vinci, in altre parole il primo riferimento artistico per la rappresentazione della chimera campaniana risulta essere Leonardo da Vinci. Inoltre la chimera nella mitologia è raffigurata come una creatura con tre teste, il che nel caso specifico, ossia nella chimera campaniana, potrebbe simboleggiare tre arti: pittura, danza e musica. Ma molto probabilmente essa rappresenta i tre riferimenti culturali più prossimi a Campana e cioè Leonardo da Vinci, Raffaello Sanzio ed infine il mito di Proserpina – Persefone, la regina adolescente. Altri possibili riferimenti per la chimera campaniana potrebbero essere Michelangelo, Dante e i quadri che rappresentano la Vergine conosciuti da Campana. Terminata questa parte iniziale, un “ma” introduce alla seconda parte, in cui Campana parla in prima persona definendosi “poeta notturno” che veglia osservando il cielo notturno mentre la poesia ancora non ha trovato la forma e soprattutto mentre egli ascolta silenzioso la poesia nel suo farsi e la poesia silenziosamente si concretizza. Al pari di Campana che è un poeta notturno anche la chimera è una creatura della notte e l’assenza e contemporaneamente la presenza che vengono evocate dalla chimera rimandano da un lato alla figura mitologica, ma dall’altro lato con tale termine si indica, nel linguaggio quotidiano anche un qualcosa di irraggiungibile, un’utopia. Inoltre La Chimera potrebbe essere associata al colore bianco ed al silenzio indici di un profondo stato di introversione dello stesso Campana, ma anche colore bianco ed assenza di suono potrebbero essere associate ad una condizione di inizio o di fine dell’opera alchimistica. Infine, il colore bianco e l’assenza di suono ben si accordano con il ciclo di nascita,
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morte e rinascita della filosofia orientale, che così tanto interessò ed appassionò Jung. La Chimera è un testo poetico in cui il soggetto evocato, ossia la chimera, compie il suo ciclo di assenza e presenza, di apparizioni e sparizioni, di nascita, morte e risurrezione tramite quest’evocazione e solo alla fine si palesa come soggetto. Ciò, ossia l’evocazione di quest’assenza che però è anche contemporaneamente presenza, ossia la scomparsa e la comparsa della figura mitologica della chimera, si accorda perfettamente con questa figura che è mito ed utopia contemporaneamente. Esistono anche altre interpretazioni de La Chimera, che vedono nella chimera un anagramma della parola l’america, per cui cambierebbe tutto il senso dell’intera poesia ed alla fine la chimera, secondo tale interpretazione, sarebbe il nuovo continente americano, il nuovo continente della poesia in cui vecchio e nuovo si fonderebbero. Giardino Autunnale (Firenze) Questa poesia è suddivisibile in due parti: la prima che narra del passaggio dal tramonto all’oscurità, quindi dalla luce al buio ed anche del passaggio dal rumore al silenzio; una seconda parte che racconta invece del passaggio dal silenzio alla dolce melodia quindi ad una visione. Dunque la scena di Giardino Autunnale si svolge all’interno di un giardino fiorentino ed inizia con la descrizione delle piante di lauro, che risultano essere simili a scheletri in quanto essendo in autunno hanno perso le foglie e con il paragone fra lauro potato ed i tagli dolorosi che la vita effettua. Campana inoltre osservando il panorama scorge le colline brulle ed aride e vede nel fiume di Boboli riflessa un’immagine degli Uffizi mentre c’è un frastuono, presumibilmente dato dai rumori di una caserma li nei pressi, e la riflessione del nostro poeta va al fatto che la vita vera si svolge al di fuori di quel giardino. Con il calar della sera, arriva anche l’oscurità ed il silenzio diventa pervasivo, quasi l’unica presenza della notte. L’unica cosa che rimane costante nel tempo in questo giardino sono le statue, che insieme al profumo dell’alloro sono le uniche testimoni dell’apparizione della chimera. In effetti il giardino diventa luogo privilegiato, con i suoi elementi ordinati ed equilibrati, per l’apparizione della chimera. Ma questo giardino, quindi questo scorcio fiorentino, viene definito falso da Campana poiché è lontano dal dolore presente nella vita quotidiana. Tale dolore raffigurato mediante immagini forti, quali le piante di lauro senza foglie oppure il lauro potato, è inerente al senso di morte ed all’angoscia per la solitudine, realmente presenti nella sua vita. Mentre tutto sta per essere risucchiato in un vortice, ossia mentre le considerazioni dello stesso Campana stanno volgendo in un gorgo senza via d’uscita, ecco spuntare la chimera. E’ interessante notare il passaggio dalla luce all’oscurità, chiara allusione di un processo di introversione in cui la libido è come se si rivolgesse all’interno, come un fiume sotterraneo che scorre all’inverso, ossia dall’esterno verso l’interno. Sono questi, inoltre, i momenti della vita d’un individuo in cui è possibile riportare alla luce alcuni tesori

sopiti all’interno della nostra anima. Impresa questa, sempre difficile, ma che a Dino Campana riusciva di frequente. La speranza (sul torrente notturno) La speranza principale di Dino Campana è quella relativa alla sopravvivenza di almeno una parte della sua poesia. L’incipit di questa poesia è un’invocazione alla notte, definita come principessa, in accordo col nome di regina datone ne La Notte, ma anche presumibilmente alla chimera. Quest’invocazione è anche una richiesta alla notte-chimera di riuscire a diventare, tramite la poesia, un suo interprete; successivamente diventa una richiesta di tregua per il dolore provocato dall’assenza d’amore. La scena muta ed il “chi” è l’espediente letterario usato da Campana per introdurre un diverso scenario, in cui si palesa la presenza di più soggetti che stanno a guardia della porta della morte. La presenza di questa porta potrebbe significare che la consapevolezza reca con se dolore, ma la porta potrebbe anche avere il significato di spiraglio, ossia di risoluzione del problema. Per Campana la notte e tutti gli elementi ad essa connessi simboleggiano anche una “sorta” di luogo e di tempo in cui diventa possibile il passaggio dal finito all’infinito, il che tradotto in termini psicologici potrebbe risuonare all’incirca così: la notte, ossia l’intera personalità o il Se, diventa il luogo, reale ma al contempo immaginario, in cui avviene la trasformazione di contenuti inconsci in contenuti coscienti e viceversa. Intanto con lo scorrere del tempo se ne va anche la notte che lascia spazio al giorno e con essa si dilegua anche la speranza che la poesia sia immortale. Dunque, svanito il sogno, subentra una nuova speranza: raggiungere con la morte l’infinito che gli si è palesato durante le visioni della notte e che almeno una sua poesia diventi eterna. La speranza termina con una nuova invocazione alla notte-chimera affinché la poesia apra le porte della morte sull’infinito, cioè che la poesia diventi immortale valicando i limiti temporali ed entrando nel regno dell’immortalità; ma anche che essa, ossia la notte-chimera, gli faccia recuperare il sogno della poesia oramai quasi compromesso dal dolore. L’invetriata Questo componimento poetico si svolge in due spazi e l’invetriata erroneamente potrebbe portare a supporre che lo sguardo di Campana sia protetto, ma, come già detto, la sua posizione è sempre di chi in quanto soggetto agente, partecipa attivamente, vive in prima persona, sulla propria pelle quello che scrive. Questi due scenari su cui si dipana la trama di tale componimento sono: molto probabilmente un caffè di Genova e il chiuso della sua stanza. L’invetriata, dunque inizia in una sera estiva che rende le cose non perfettamente definite e dai contorni incerti, questo fenomeno capita in genere sul calar del sole. In effetti qua ci troviamo dinanzi ad un fenomeno di tipo allucinativo, per cui elementi non percepibili mediante i sensi vengono riconosciuti attraverso segni quotidiani, i quali a loro volta si trasformano in elementi inquietanti, quindi in altri termini in dei percetti allucinati. A questo punto si in19

staura il parallelismo fra poeta e sera, ossia fra Campana e l’oscurità, il che vuol dire che nel viaggio che il poeta sta facendo verso se stesso egli incontra l’ombra e gli altri archetipi che cercano di fuorviarne il cammino. Tale similitudine fra poeta e sera è data dalla presenza in entrambe di una ferita: la sera ha una piaga rossa nel cuore mentre il poeta ha, quasi come se fosse un tatuaggio, un marchio indelebile lasciato dalla presenza della sera. Dunque la sera è vista sia nel suo aspetto esteriore che anche come portatrice del dolore del poeta, dello stesso Campana. Cambia lo scenario ed adesso la scena viene raffigurata all’interno della stanza in cui il dolore dato dalla ferita sembra trasferirsi alla stanza, ai suoi oggetti. Anche la luce proveniente dall’illuminazione di una madonna appare, in questa serie di allucinazioni, come una propagazione di quella stessa ferita. Ed intanto le stelle brillano nel cielo mentre quest’ultimo si è fatto più scuro e in questa oscurità è come se le stelle brillassero di più, per via del contrasto. Il canto della tenebra Questa poesia si può schematicamente suddividere in tre parti: una prima parte in cui avviene il crepuscolo, ossia quando sta per calare il sole, una seconda parte in cui è scomparsa quasi completamente la luce ed infine una terza parte in cui cala la notte. A questi tre scenari corrispondono tre stati d’animo: al crepuscolo corrisponde un’invocazione alla tenebra affinché sia dolce anche con coloro che non la amano, alla quasi oscurità corrisponde un sentimento di gratitudine poiché l’augurio precedente si è avverato: la tenebra è percepita come dolce in quanto tutti gli spiriti inquieti hanno compreso che la morte è più dolce di tutto, anche dell’amore; ed infine alla notte con l’oscurità corrisponde il suicidio di uno di questi spiriti. Il canto della tenebra comincia con il crepuscolo, in una situazione di ascolto della propria interiorità, che è una situazione cara a tutti gli spiriti inquieti ed è in questa condizione di ascolto che subentrano allucinazioni sensoriali. Campana ascolta la luce, situazione questa che secondo lo stesso autore è comune a tutti gli spiriti inquieti ed in ultima analisi a tutte le persone molto sensibili. Intanto la narrazione passa all’altro scenario e siamo in una quasi oscurità, scenario che è molto caro agli spiriti inquieti che amano la tenebra. Cambia il soggetto a cui è rivolta la poesia: adesso Campana si rivolge a se stesso dicendo che in effetti ha vinto la sorte, il che in termini psicologici potrebbe essere tradotto con l’irrompere dell’inconscio che inizia a pervadere l’intera personalità. Infatti, subito dopo, afferma che chi come lui si è affrancato da tutto ciò che è terreno, ama la morte. La terza parte viene introdotta dalla reiterazione del sintagma “più”, ripetuto ben tre volte. Avviene una regressione allo stato infantile per cui, è come se lo stesso Campana ci portasse nella sua culla con questa constatazione: mentre la madre ci culla per tutta l’infanzia, la morte con le sue lusinghe ci culla per tutta la vita, la stessa morte che sussurra all’orecchio dello stesso Campana, facendosi anche portatrice della voce della sorgente iniziale, di finirsi, di finirla e di

affidarsi a lei. Intanto il vento che per Campana è sempre apportatore di nuove cose, nuove notizie, ritorna al mare cioè al suo luogo d’origine, il che potrebbe essere tradotto o con una regressione infantile per cui sarebbe un desiderio di rinascita o molto più probabilmente potrebbe essere un inabissarsi nel mondo dell’inconscio, seguendo anche questo percorso: il vento che da sempre è la metafora dello spirito umano, quindi dell’anima, ritorna al mare che è un chiaro simbolo dell’inconscio. Il che in termini junghiani potrebbe essere a sua volta tradotto mediante quel processo per cui la libido incapsulata nell’inconscio emerge alla coscienza, esperienza questa tremenda che dovrebbe essere adeguatamente tradotta in linguaggio, comunicata e condivisa con altri individui, per poi ritornare nuovamente nell’inconscio. Il canto della tenebra termina con una situazione apparentemente paradossale, per cui in questo terzo scenario di regressione e di suicidio, improvvisamente tale desiderio inconscio di Campana si concretizza in una visione, che a sua volta potrebbe anche essere una proiezione: un bambino che sta mano nella mano con la mamma e che dice indicando verso l’alto: chi è quell’uomo che si sta suicidando lassù? Dunque nel Canto della tenebra, Campana stesso, ascolta tutti i suoi demoni che dalla notte salgono su, ossia che dall’inconscio emergono alla coscienza. In questo passaggio dal crepuscolo alla notte, il filo che lega la narrazione è dato dalla constatazione che a questa assenza d’amore, realmente presente nella vita di Campana, corrisponde una tendenza suicidaria, anch’essa realmente presente nella sua vita. Ciò che colpisce, ne Il canto della tenebra, è il continuo cambio di soggetti, per cui si passa con disinvoltura da io a tu a noi ad egli; che insieme alla presenza fantasmagorica di questo grembo materno, rimanda alla scrittura che percorre il cammino all’inverso, ossia alla ricerca delle proprie origini. Inoltre è da notare come sia proprio il canto evocato, questa “sorta” di ninna nanna, ad avere una funzione protettrice, in ultima istanza, nei confronti della propria disgregazione psichica. In effetti è il passato, evocato mediante l’elemento uditivo, ossia tramite la cantilena, che ritorna nel presente e il passato sembra quasi che lotti con le forze della notte, per ritornare. Questa lotta del passato che ritorna è un chiaro segno del processo d’individuazione in atto, è un segno della “descensus Averno”, che più o meno consapevolmente accadeva a Dino Campana. La sera di fiera Il componimento poetico La sera di fiera si snoda attraverso il contrasto fra la notte “babelica” e la visione incantevole di questa fanciulla che insieme al mattino formano un tutt’uno, una coppia. Ad un certo punto la poesia cambia registro ed interviene un sentimento di angoscia per la perdita, reale o immaginaria, della donna amata. Tale perdita è simboleggiata dal sentimento di inquietudine che sopraggiunge in Campana, quando, non avendo trovato la donna che ama, pensa che lei sia morta. La rosabruna che sarebbe il soggetto femminile a cui è dedicato tale componimento è una ragazza conosciuta in qualche casa di piacere ed incarna il sogno
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di Campana ed i profumi presenti nell’aria. Questa fanciulla ha comunque qualcosa in più rispetto alle altre ragazze del bordello in quanto incarna il suo sogno ed è quasi una presenza che condensa in se tutti i profumi. Cambia lo scenario e ci troviamo catapultati in una sera di una festa di paese, con luci e frastuoni. In questa serata le persone passeggiano, quasi allegre, ostentando atteggiamenti, modi e vestiti che, secondo Campana, non corrispondono alla realtà. La donna che passeggia ostentando ciò che in realtà non è, viene definita dal nostro autore: Ofelia. Tale poesia si conclude con la constatazione della propria inquietudine e solitudine. E’ il contrasto e la differenza fra la condizione di introversione di Campana e la condizione di estroversione degli altri, il dato centrale di questo componimento. Questa situazione mista alla consapevolezza della propria diversità, è causa di profondo dolore che genera inquietudine e vissuti d’angoscia. La petite promenade du poete Questa passeggiata è un componimento ironico e popolaresco, che si apre in una situazione di moto, infatti Campana sta passeggiando per le stradine, molto probabilmente di Marradi, comunque di un piccolo borgo, definite: “oscure e misteriose”. Presumibilmente è ubriaco dato che barcolla e vede affacciarsi alle finestre le vecchiette del paese che commentano la scena. E’ notte e non c’è nessuno per strada, s’intravede solo qualche stella. Campana amava molto la notte e come al solito stava vagabondando anche quella notte. Ma più che una passeggiata è una fuga dal tanfo e dalla vita paesana verso l’aperta campagna. Giunto su di un prato con l’erba umida per via della rugiada, si stende come un cane per terra. A questo punto tale scena, ironica ed idilliaca, viene interrotta dalla auto rappresentazione di se stesso che ubriaco “canta amore alle persiane”, aggiungerei inascoltato. Anzi probabilmente con i carabinieri della locale stazione che interverranno da un momento all’altro, per la salvaguardia della calma pubblica. La Verna (Diario) La Verna è un diario che nei Canti Orfici viene subito dopo i Notturni. Essa racconta del pellegrinaggio dopo la notte, quindi rappresenta sia la purificazione che un nuovo inizio dopo la rivelazione notturna. Dunque in altri termini si tratta sempre di un viaggio compiuto dallo stesso Campana che questa volta ha connotati opposti a quello della notte, in particolare mentre il viaggio notturno è una discesa agli inferi, quello verso i monti è elevazione spirituale. Il viaggio ne La Verna è carico di solitudine che è al contempo fisica ma anche dialogo con artisti del passato. 15 Settembre (per la strada di Campigno) La Verna comincia con la presenza di tre ragazze ed un asino, immagine emblematica “dell’inizio del viaggio”, poiché nell’ambito della tradizione letteraria religiosa, spesso con tale immagine viene indicato l’incipit del viaggio. Ad esempio nell’iconografia cristiana, la fuga di Maria e Giuseppe, ossia dei genitori di Gesù, viene

spesso raffigurata a cavallo di un asino. Queste tre ragazze mentre stanno scendendo per la mulattiera, avvertono i complimenti di alcuni operai addetti alla manutenzione delle strade. Poi l’asino scivola per terra e si sentono le imprecazioni, nel dialetto montanaro, che insieme alla caduta dell’asino provoca una risata negli operai. Questa prima brevissima parte de La Verna termina con la presenza delle rocce ed il rumore del fiume. In genere la metafora del viaggio esprime una condizione di introversione della libido per cui al viaggio metaforico corrisponde il viaggio nella propria interiorità, nello specifico in questo brano iniziale de La Verna ci sono molti elementi dell’inizio del viaggio: le tre ragazze, l’asino, il mattino e la luce, anche se questi ultimi due elementi sono evocati e non scritti da Campana. Castagno, 17 Settembre Questa seconda parte de La Verna si apre con l’immagine della Falterona, che è una montagna dell’Appennino Tosco Emiliano, avvolta fra le nebbie. Segue una minuta descrizione delle insenature ai lati della montagna e della fitta nebbia che il sole, quella mattina, non riesce a diradare. La nebbia è presente poiché il giorno prima ha piovuto ed anzi la pioggia sembra quasi che abbia colorato di grigio la montagna. Intanto gli abitanti di Castagno, rattristati dalla pioggia, aspettano trepidanti il sole. Una ragazza passa dicendo a bassa voce che la piena, prima o poi, distruggerà tutto. Il fiume con i suoi rumori completa il background sonoro di questo inizio della seconda parte de La Verna. Campana, osservando la montagna, avverte un senso di oppressione al cuore poiché, se vuole arrivare in cima, dovrà salire. All’improvviso si trova dentro la chiesa di Castagno ove si trova una lapide dedicata ad Andrea del Castagno. Viene colpito dai particolari del viso delle ragazze locali, che sembra quasi in contrasto con il profilo ed il collo dipinti da Andrea del Castagno. In ogni caso per Campana questo contrasto esprime sempre la lotta fra passato e presente e rappresenta l’occasione per una riflessione sulle origini della poesia toscana. Subentra un paragone fra Castagno e Campigno, il primo considerato luogo di dolore e di miseria mentre il secondo, nel ricordo Campaniano, assume connotati opposti di gioia Elementi naturali sono percepiti come dei segni celesti dell’inizio del pellegrinaggio, che tradotto in linguaggio psicologico, potrebbe risuonare all’incirca: la condizione di solitudine genera percezioni allucinate per cui al posto di elementi naturali compaiono segni divini. Il paesaggio per Campana rappresenta sempre un elemento in cui collocare ricordi, fantasie e proiezioni inconsce. Il paesaggio nella prospettiva campaniana diventa perciò il luogo di proiezione fantasmatica dei propri ricordi, delle proprie fantasie e dei propri contenuti inconsci o archetipici. La narrazione continua con una sensazione che pervade tutto il corpo alla vista di un enorme arco frastagliato formatosi nel corso di secoli a causa di lenti movimenti geologici ed anche grazie all’azione delle intemperie. Dinanzi a questo spettacolo della natura Campana avverte la sensazione di non esistere, come se per contrasto con la vita di quella roccia egli non avesse mai vissuto; il tempo è fermo,
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quasi sospeso, in questo momento. La condizione di introversione potrebbe generare questa “sorta” di sospensione temporale, per cui lo scorrere del tempo viene percepito come irregolare. Intanto mentre il tempo riprende il suo andamento regolare, Campana sente un canto di tre fanciulle nella notte, che prosegue con questa scansione temporale: canto – silenzio – eco. Nella solitudine più completa che crea un rapporto più stretto fra uomo e natura, questo canto è percepito come un modo di cantare antico di secoli e che esprime la pena breve ed oscura di ciascuna singola vita. E’ come se Campana instaurasse un paragone fra la cadenza del canto che si ripete da tempo immemore e il dolore di ciascuna vita. Terminano qua i ricordi di Campigno e tale fine è rappresentata dal punto di vista letterario dall’uscita dalla chiesa di Castagno. Per Campana è fondamentale la descrizione del paesaggio ed in particolare nell’ascesa a La Verna vengono sempre messi in rilievo i cosiddetti elementi primi o primordiali, cioè roccia, acqua e vento. In questo viaggio verso le cime dei monti il principale compagno interiore diventa Leonardo da Vinci che lo accompagnerà in quest’ascesa, così come Dante e Michelangelo lo hanno metaforicamente accompagnato nell’inferno de La Notte. Sulla Falterona (Giogo) In questa terza sezione de La Verna, Campana si avvia a piedi verso la montagna della Falterona percependo il contrasto fra il paesaggio Toscano e quello Emiliano. Giunto sulla cima, detta giogo, vede le case di Castagno, che sono paragonate ad alcune creature dei quadri cubisti poiché, evidentemente, viste dall’alto così appaiono o meglio così sono apparse agli occhi di Dino Campana. La similitudine è data dalle casette che assomigliano alle teste, dalle finestre illuminate che sembrano occhi e dalla vegetazione intorno alle case che rassomiglia ai capelli. Subito dopo tale similitudine viene trasfigurata nel sorriso della Cerere bionda. Tale figura rappresenta un ideale di bellezza ma anche un emblema della poesia del passato, infatti è contemporaneamente sia l’incarnazione di Sibilla Aleramo che anche un tramite per l’invocazione finale a Leonardo. Questa allucinazione dovuta alla fantasia, per cui al posto di un paesaggio visto dall’alto vengono percepiti alcuni personaggi di quadri cubisti, rimanda ancora una volta al tema junghiano della introversione. Chiara invece risulta essere la funzione simbolica dell’immagine della Cerere bionda che trascende la rappresentazione reale o immaginaria della donna, ossia della Aleramo nel caso specifico, per donare un nuovo senso rappresentato dalla raffigurazione dell’ideale di bellezza e della poesia. Quindi potremmo dire che tale immagine diventa il simbolo che unisce Campana e Leonardo. Campigna, foresta della Falterona Questa sezione de La Verna si apre con una minuta descrizione del paesaggio, mentre sta per calare la sera. Fanno parte di tale paesaggio di montagna pini ed abeti, immense rocce che si ergono, pascoli e cespugli, insomma un panorama bellissimo. In particolare il profilo delle montagne appare a Campana come intagliato nel cielo in questo meraviglioso paesaggio alpino. Poi, mentre sta camminando, avverte la similitudine fra una

stella solitaria e la sua solitudine. Il silenzio maestoso di questi luoghi viene interrotto solo da qualche fruscio nella vegetazione. Mentre continua a camminare scorge anche la luna che è rossa quella notte, luna che da sempre è la compagna di tutti i viaggiatori notturni. La descrizione del paesaggio che è un elemento centrale della poetica campaniana assume, in questo passo de La Verna, una funzione amplificatrice per cui la prospettiva diventa più vasta e si colora di mistero. La situazione di pellegrinaggio, profondamente avvertita da Campana, viene paragonata al viaggio dei cavalieri: mentre i pellegrini sono protetti da Dio i cavalieri da qualche incantesimo. Ed è in questa condizione che a Campana capita il fenomeno dell’audizione colorata, ossia allucinazioni sinestetiche o sensoriali. Una nota sul colore rosso: in genere questo colore è collegato alla fase alchimistica della rubedo che segue l’albedo, il che tradotto in termini più accessibili indica che il processo d’individuazione in Campana è in atto. Infatti il passaggio da La Notte a La Verna può essere considerato come una transizione da una fase ad un’altra del processo alchimistico, ossia del processo d’individuazione, in atto in Campana. Stia, 20 Settembre In questa quinta parte de La Verna la scena si svolge in un albergo di Stia, un piccolo paese ai piedi della Falterona. Nell’albergo ove è ambientato l’incipit, ci sta un vecchio cavaliere di Milano intento a raccontare tutti i suoi problemi amorosi ad una donna anziana che lo ascolta. In questo luogo, che appare a Campana come se fosse incantato e ove sembra che regni una saggezza secolare, anche chi viene da lontano come questo vecchio cavaliere è quasi come se alla fine rientrasse in una trama antica fatta di secoli e secoli di conoscenza e saggezza. Intanto la narrazione prosegue ed ora Campana descrive in prima persona il viaggio fatto da Castagno a Stia, avvalendosi di esempi pittorici. Stia appare ai suoi occhi come terra mitica in cui è ancora viva l’antica poesia Toscana e le donne affacciate ai balconi gli sembrano le antiche dame descritte appunto in molte poesie del duecento e del trecento. Dal punto di vista grammaticale si trovano molte descrizioni nominali di Stia, il che indica una contemplazione del paesaggio di queste zone come avvenente fuori dal tempo. Dunque il viandante Campana trova in questo paese, ma più in generale in questi luoghi, l’ambiente idoneo per una “sorta” di proiezione di desideri: infatti il paese nuovo, metafora della meta a cui tende Campana, ossia alla serenità, al riposo ed all’oblio dopo il viaggio, diventa una terra promessa. A questo punto si interrompe il ricordo – descrizione del viaggio da Castagno a Stia e subentra nuovamente l’immagine del dialogo fra il vecchio cavaliere e la vecchia signora. Questo artificio letterario, che conclude questa parte de La Verna, indica probabilmente una fase di interruzione dello scorrimento libidico per cui a volte la libido che scorre incontrollata nel suo viaggio a ritroso dissotterrando tesori che si esprimono in immagini, si arresta riportando il soggetto bruscamente alla realtà. 21 Settembre (presso la Verna) Il viaggio verso la Verna prosegue e Campana vede
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una tortora che vola liberamente verso valle, mentre a fatica sta giungendo in cima. La tortora, così come la colomba ed in genere quasi tutti gli uccelli, rappresenta lo spirito umano. E’ una metafora dell’anima e dell’intelletto dell’uomo che nel caso specifico potrebbe simboleggiare che la libido si sta affrancando dalla sua componente ctonia, terrena e materiale per diventare puro spirito, il che tradotto potrebbe a sua volta significare che la componente animale si sta differenziando da quella spirituale. Più in generale la colomba rappresenta nell’iconografia cristiana lo Spirito Santo, quindi è a questo tipo d’immagine che probabilmente si riferisce Dino Campana. In pratica potrebbe voler indicare che il suo spirito si sta elevando, ma come Jung sottolinea un tale avvenimento viene sempre accompagnato da una ricaduta, per cui più alta è la vetta a cui anela l’uomo, più forte è la forza che lo tira verso il basso. Infatti nel caso specifico di Campana si potrebbe altresì ipotizzare che tale forza sia stata talmente forte da sospingerlo nel baratro della follia. La narrazione prosegue con la descrizione di queste altissime colonne di roccia che nel crepuscolo appaiono grigie quasi per contrasto rispetto al verde scuro della vegetazione che le circonda. Proseguendo nel suo cammino che è faticoso, infatti Campana è sudato, incontra una famiglia di contadini che gli offre dell’acqua da bere e lo incoraggia. Campana viene colpito dallo sguardo della figlia di questi contadini, sguardo che possiede la saggezza e la calma di quella gente e di quei luoghi. La descrizione che Campana effettua dei paesaggi della Verna è minuziosa, minimi dettagli, che sfuggirebbero ai più, vengono catturati dagli occhi, dalla fantasia e rivissuti poi tramite il ricordo. In questo meraviglioso album fotografico, ossia nella fantasia campaniana, trova spazio anche la visione della natura vista come presenza benefica in grado di riordinare il caos primitivo. In cima alla Verna vengono riappacificati tutti i contrasti, tutte le scissioni interne allo stesso Campana. Quindi in questo caso si potrebbe dire che la Verna ha una funzione simbolica in quanto riunisce le parti scisse, riappacifica i conflitti derivanti dal dolore per tali fratture e dona conseguentemente un nuovo significato al viaggio di Campana. Oppure si potrebbe ipotizzare che la Verna rappresenti la pietra filosofale degli antichi alchimisti, ossia che essa metaforicamente sia l’immagine che funge da principio e fine dell’intero processo d’individuazione dello stesso Campana. 22 Settembre (La Verna) Questa sezione de La Verna inizia con un fatto insolito e cioè mentre Campana sta attraversando il corridoio di questo convento viene catturato da una scritta presente sul muro. Questa scritta sul muro del corridoio, dove ogni anno si rappresenta la vita di S. Francesco, è di una certa Francesca B. uno dei primi amori marradesi di Dino Campana, che a sua insaputa aveva percorso l’itinerario che adesso lui stesso sta percorrendo. Dunque in questo corridoio in cui sono presenti affreschi della vita di S. Francesco ed in cui passa la processione dei frati francescani, Campana avverte che quella storia d’amore si è ormai conclusa. In questa chiesa si trova anche una “Annunciazione” dipinta da Andrea della

Robbia, che suscita in Campana forti emozioni. La narrazione prosegue come per una “sorta” di procedimento cinematografico, per cui immagini si susseguono a formare questo “film campaniano”. Infatti un particolare del quadro di Andrea della Robbia diventa il tramite per un volo pindarico nella sua fantasia, per cui si trova ora in altri luoghi e precisamente a Caprese un altro paese da cui è possibile osservare all’alba zone oscure per la notte e zone già illuminate dai primi raggi di sole. Dopo la visione di Caprese, Campana, ha un’altra visione: vede in S. Francesco un’altra immagine di Cristo. Diverso ambiente, diversa epoca ma stesso destino, stesso amore per il prossimo. Dopo questa analogia fra Cristo e S. Francesco Campana proietta anche la sua analogia con S. Francesco in questo passo de La Verna, ossia egli al pari del frate povero e santo proviene da una famiglia benestante, con spirito di rinuncia ha accettato la solitudine, vive la stessa rassegnazione, cerca di trasformare tutto il suo dolore in poesia ed infine anch’egli è considerato pazzo dai suoi concittadini. A questo punto comincia una descrizione minuziosa di un tavolo intarsiato in noce e dei giochi che la luce fa quando entra al calar della sera tramite l’invetriata, creando un particolare effetto ottico. La riflessione di Campana va alla sua similitudine con la sensibilità ed il modo di vivere francescano ed alla differenza con altri tipi di sensibilità e di vita di altri ordini monastici. Nel frattempo sta svanendo il sogno, ossia lo stato di unione mistica fra Campana e la poesia, e questo dissolversi è percepito come una sofferenza e dal punto di vista letterale ciò viene simboleggiato dalla luce fioca delle candele e dall’uscita dalla chiesa. Uscito fuori gli appare una scena irreale data dalle sagome dei frati e di qualche altro pellegrino nella penombra che vagano ciascuno con una lampada. Alla fine di questa settima sezione de La Verna Campana inserisce un passo di Dante (e pare il giorno dall’ombra, il giorno piagner si muore) che ha una duplice funzione: da un lato descrive il suo stesso stato d’animo e dall’altro lato lo pone come nuovo pellegrino d’amore. Questa scena termina con un rintocco di campane e con la già citata frase Dantesca. RITORNO SALGO (nello spazio, fuori dal tempo) Inizia la seconda parte de La Verna che rappresenta, come il titolo esplicita un ritorno. Infatti Campana descrive il suo ritorno reale e simbolico: reale poiché dopo l’ascesa inizia la discesa e simbolico nel senso che rappresenta lo stato di grazia in uno spazio fuori dal tempo. L’incipit di questa ottava sezione è dato da un piccolo componimento in versi in cui Campana descrive la lotta fra l’uomo e la natura che si esprime attraverso il lavoro umano contrapposto ad eventi catastrofici quali ad esempio frane ed alluvioni. Ma in realtà, Campana contrappone a questa visione catastrofica una integrazione dell’essere umano in tutte le vicende naturali ed in ultima analisi nella continuità ed onnipresen23

za della vita. La Falterona intanto viene percepita come in grado di esprimere una melodia che ha il carattere di sacralità, con i suoi abeti che lasciano trasparire la luce del sole. A luce fioca, invece, gli arbusti gli sembrano un esercito che avanza e la stessa Falterona un enorme pachiderma. Questa allucinazione continua e il paesaggio viene percepito come un qualcosa che si muove con lui. Anche le rocce intorno Campigno, viste da lontano e di notte appaiono come un incubo. Giunto a Campigno avverte che i gesti dei suoi abitanti è come se si inserissero in una trama grottesca ed antica che esprime sia il passato che viene inglobato nel presente che anche un accordo con la primordialità del paesaggio. Il profilo della Falterona visto da Campigno appare a Campana come duplice figura sullo sfondo del cielo con le nubi in rapido movimento. Segue una veloce descrizione delle case di Campigno mentre muta la scena ed adesso il poeta è in una situazione di riposo che non indica solo il riposo fisico ma anche un altro tentativo di ritrovare la poesia delle origini, meta di tutto il viaggio de La Verna. A questo punto cambia la scena ed un ricordo di Dante e della sua opera poetica è l’occasione per un invocazione. Infatti Campana definisce la poesia di Dante come “di movimento”, ossia Dante al pari di altri poeti, fra cui egli stesso, sono spiriti inquieti che vagano sempre alla ricerca di qualcosa. La trasfigurazione della scena continua ed adesso subentra una nuova figura femminile: Catrina. Tale figura potrebbe essere sia la raffigurazione reale di una giovane contadina che anche l’incarnazione dell’ideale della poesia tanto agognato ne La Verna. In ogni caso questa parte si conclude con una fantasia, cioè Campana che si finge personaggio del passato, che incontra Catrina, che velocemente dimentica tale incontro al momento della partenza di questo viandante, proiezione fantasmatica dello stesso Campana. Monte Filetto (25 Settembre) Questa nona parte de La Verna si apre col canto di un usignolo e continua con la descrizione del paesaggio che si vede da Monte Filetto, ove Campana è salito da Campigno. Lo sguardo di Campana è quasi perso in questa contemplazione e tale flusso di immagini contemplative è interrotto solo da alcuni falchi che volano, o meglio dalla fantasia campaniana che immagina che lassù volino solo i falchi. E’ sempre una condizione psicologica di introversione a generare tali vissuti. Sullo sfondo si sente il rumore del fiume ed il ricordo va ora alla pioggia estiva che bagna il noce ed all’odore dell’acacia, che sprigionando i suoi profumi al calar del sole è un albero caro alla notte. Campana è nella sua stanza e vede dapprima l’albero di noce e poi quello d’acacia e fra essi anche un bagliore di sole. Le stelle di sera sembra quasi che siano delle ballerine mentre la strada è solitaria. A Campana piaceva molto osservare la campagna, il paesaggio, gli alberi, ma tale osservazione non era mai disgiunta da considerazioni, similitudini e immedesimazioni. Il clima idilliaco di questa breve sezione de La Verna prosegue col ricordo delle fanciulle di alcuni romanzi di Maupassant e di Jammes. Mentre il fiume riprende i suoi rumori interrotti nella fantasia di Campana in seguito alla catena di ricordi e sensazioni, egli va via.

La scena finisce con Campana che osserva esterrefatto il paesaggio dalla finestra con un coro di falchi che squittiscono. Presso Campigno (26 Settembre) La decima sezione de La Verna inizia con un itinerario in cui tutto vive nel presente compreso il passato. Il fiume scorre ed il suo rumore rompe il silenzio e sembra quasi una musica che descrive il paesaggio, avendo nelle sue acque il sapore di vita antica. E’ come se i quadri, evocati in questo passo, non riescano a cogliere interamente ciò che invece lo sguardo di Campana coglie. A questo punto il linguaggio di Campana è come se “avesse bisogno” dell’acqua per specchiarsi, ed il ritorno ma oserei dire tutto il viaggio diventa viaggio e ritorno di ricordi. Questo lungo incipit viene interrotto da un dato di realtà, ossia dalla descrizione di Valdervè un paesino non molto distante da Marradi. Segue una descrizione delle rocce, probabilmente di uno strapiombo nei pressi di Valdervè, con il conseguente paragone fra l’eterno ripetersi del lavoro umano e l’atavica opera della natura. A questo punto Campana riflette sulla sua natura di fuggitivo ed in particolare sull’inizio di tutti i suoi vagabondaggi che adesso sono diventati un modus vivendi. In tutti i Canti Orfici v’è una stretta affinità tra musica e scrittura, quindi non stupisce che a questo punto Campana affermi chiaramente che la musica è strettamente connessa ai viaggi ed ai ritorni. La riflessione artistica sulla propria opera, anche detta riflessione metacomunicativa, continua e adesso Campana si chiede quali siano i suoi riferimenti culturali ed inizia una piccola polemica con la poesia decadente. A tutti questi sofismi intellettuali Campana contrappone gli elementi primordiali fra cui il principale è l’acqua. Quindi per Campana anche gli occhi hanno una dolcezza liquida al pari del suono delle chitarre sinesteticamente evocate da alcuni quadri di Ribera, visti presumibilmente anni prima nel museo civico di Faenza. Con un salto Campana ora si trova a Campigno e mentre sta seduto a contemplare gli elementi primi, ossia acqua, vento e roccia, d’improvviso ha una visione. Vede cioè la morte, raffigurata dall’assassinio del conte Lando avvenuta proprio nel luogo in cui Campana è seduto, ossia presso Le Scalelle di Campigno, molti secoli prima. Dal poggio delle Scalelle Campana osserva la Romagna, che rappresenta una figura ancestrale, incarnazione dell’antica Bisanzio. Inoltre la Romagna incarna presumibilmente anche l’evocazione ad una donna, che riporta nuovamente il tema del desiderio e dell’elemento acquatico. Infatti subito dopo interviene il ricordo della Francesca di Dante la cui vicenda è ambientata in terra Romagnola. Dalla Romagna, considerata da Campana come luogo della sua origine, ed anche grazie all’immagine del desiderio, irrompono sulla scena ricordi d’infanzia. Questa voce che proviene dall’infanzia, è paragonata al grido di Francesca da Rimini che pare risuonare in tutto il paesaggio Romagnolo. La fanciullezza è rappresentata da un giovane steso sull’erba che sta tra il sonno e la veglia, probabilmente in riva ad un fiume, nei pressi di un mulino. Questo giovane è immobile ed ancora non ha coscienza del tempo che trascorre con le sue ritmicità, con l’alternanza di nascita e
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morte. Campana si chiede se l’immagine del giovane non sia altro che una sua proiezione, in questa “sorta” di monologo interiore che poi sono tutti i Canti Orfici. Compare un incubo, ossia la rappresentazione della similitudine fra fanciullo e del proprio cadavere. Tale similitudine si gioca su due piani: uno esteriore dato dalla immobilità di entrambi, ed uno interiore rappresentato dalla non coscienza del tempo di tutti e due. In ogni caso tale incubo probabilmente rappresenta la proiezione di un desiderio di morte dello stesso Campana. Marradi (Antica volta. Specchio velato) L’undicesima parte de La Verna incomincia con la descrizione del paesaggio visto da Marradi, con il sole mattutino che sembra quasi ridere dietro i monti ed il castello sullo sfondo. Intanto mentre Campana continua ad osservare altri particolari dello scenario Marradese, fra cui lo stemma di un palazzo nobiliare ed una filanda, passa a bordo di un carrettino una ragazza con un prete. Questo piccolo quadretto finisce con i colori dei panni stesi al sole della filanda. Presso Marradi (Ottobre) Quest’ultima sezione de La Verna è la descrizione della fine del viaggio, poiché molto probabilmente Campana al ritorno dopo il pellegrinaggio sui monti è stato spedito dal padre in accordo con l’ufficiale sanitario presso qualche conoscente. L’incipit di questa dodicesima parte è dato dalla constatazione di essere capitato fra brave persone. Dalla finestra di questa stanza osserva un usignolo che ha una zampa spezzata, proiezione dello stesso Campana che avendo terminato il suo viaggio è ritornato nella sua casa paterna. Siamo ad Ottobre ed in alta quota già è caduta la neve, per cui Campana assiste alle prime nevicate, mentre la signora che gli ha affittato la stanza insieme ad una fanciulla gli stanno rassettando la camera. In questo clima quasi irreale il silenzio che cozza solo col rumore del vento e il ritorno alla vita di tutti i giorni si conclude quest’ultima parte de La Verna. PROBLEMI PSICOLOGICI DI DINO CAMPANA Volendo tirare le somme di questo lavoro sono giunto ad affrontare i problemi psicologici di Dino Campana, nel senso che al termine di questo lungo viaggio fra carte, pensieri e ripensamenti intorno all’opera poetico - letteraria del suddetto autore mi trovo nella condizione di poter affrontare un discorso complessivo sul rapporto fra personalità e poesia in Dino Campana.

Premettendo che il mio obbiettivo non è quello di descrivere il sia pur affascinante e complesso rapporto fra genio e follia, o meglio fra poesia e malattia mentale in Dino Campana, ho cercato di descrivere le costanti della sua personalità, il suo mondo interno, piccole cose che mi hanno colpito da questo piccolo e particolare angolo visuale rappresentato dal mio interesse per l’opera poetico - letteraria di Dino Campana. Innanzitutto mi riferisco al viaggio reale e fantasmatico, reale poiché in tutta la sua vita Dino Campana ha vagato costantemente, sempre alla ricerca di qualcosa, tra i monti dell’Appennino Tosco Emiliano, in Sud America, in Francia, in Belgio, in Russia ed in tutti gli altri luoghi in cui Campana è stato durante la sua breve, affascinante e travagliata esistenza; fantasmatico in quanto al viaggio reale corrisponde sempre un viaggio interiore, per cui, ad esempio, l’ascesa alla Verna è contemporaneamente un viaggio reale fatto appunto durante quei quindici giorni ma è anche un viaggio immaginario, alla ricerca delle origini della poesia toscana. Dunque se al viaggio reale corrisponde quello fantasmatico psicologicamente ciò implica che Campana appartiene al tipo psicologico introverso o interiore, ma anche che egli soffre costantemente e che quindi ha bisogno di fuggire sempre poiché chi fugge è quasi sempre perché non si trova bene in quel luogo oppure perché è fondamentalmente incompreso dagli altri con cui interagisce. Affine alla tematica del viaggio è il dolore connesso al viaggio, poiché partire è sempre un abbandonare qualcosa di certo e iniziare qualcos’altro e questo reca sofferenza. Inoltre il viaggio è connesso al concetto di individuazione di Jung, per cui al viaggio reale e fantasmatico corrisponde anche il viaggio per raggiungere la propria individualità, in ultima analisi il proprio Sè. All’idea del viaggio, presente nella letteratura di tutti i tempi, nel caso di Campana corrisponde anche l’instabilità interiore per cui il viaggio si configura come modalità di sopravvivenza psicologica, ma oserei direi anche reale. Sopravvivenza nel senso che un modo fra i tanti possibili di adattamento al mondo appunto consiste nella fuga. Ma quando si fugge da qualcosa, e questo è un modus vivendi, bisogna fare attenzione poiché in effetti ci sono alcune cose da cui è impossibile fuggire. Mi riferisco al nostro mondo interiore o, come direbbe Jung, archetipico, per cui Campana non è riuscito a trovare quell’equilibrio necessario alla propria sopravvivenza, da cui poi l’alienazione, il manicomio ed infine la morte. Infine anche la scrittura di Campana o meglio i “Canti Orfici”, possono essere letti come un
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viaggio, poiché essi restituiscono l’immagine di una scrittura inquieta, dinamica, di una continua sperimentazione stilistica, insomma di qualcosa in perenne movimento. “Se la malattia non avesse preso il sopravvento, Campana avrebbe probabilmente continuato il suo viaggio nella scrittura” (Il poema necessario, Carlo D’Alessio, ed. Bulzoni, 1999) Un altro aspetto della complessa psicologia di Campana che si configura come una costante è il difficile rapporto con la figura femminile. Infatti a partire dal rapporto con la figura materna passando poi ai rapporti con le prostitute fino a giungere al rapporto con la Aleramo, il nostro autore ha avuto sempre relazioni difficili e conflittuali con le donne. A livello psicologico questa difficoltà ad avere rapporti stabili e sereni si configura sia come difficoltà oggettiva che come metafora di un disagio più generale. In altre parole il difficile rapporto con le donne, per Campana, è sia una difficoltà interiore, di comunicazione e di incapacità od impossibilità a relazionarsi in modo sereno e stabile, che anche simbolo o espressione di un malessere più globale. Dal punto di vista junghiano dunque tale difficile rapporto con la figura femminile si potrebbe configurare sia come eccessiva influenza dell’archetipo dell’Anima sull’intera personalità, che anche come espressione di una più generica difficoltà di adattamento alle condizioni esterne, ossia ai rapporti con gli altri ed in generale alla vita. Il viaggio ed il difficile rapporto con la figura femminile nell’opera di Campana potrebbero anche essere letti come eventi che accadono contemporaneamente per cui ad esempio ciò che lo spingeva a vagare poteva essere un rifiuto o viceversa poteva essere l’innata difficoltà di relazione a spingerlo inconsciamente a “cercarsi” i rifiuti e di conseguenza a farlo vagare, in ogni caso essi sono metafore di un disagio generale, per cui l’innata ipersensibilità mista a condizionamenti familiari ed ambientali lo costringevano a vagare e perché no anche a cercarsi inconsciamente un rifiuto. Ma questo è un terreno arduo da sondare ed esula dai miei intenti. Costante in tutti i Canti Orfici è anche la minuta descrizione del paesaggio, dato questo che rimanda per l’ennesima volta al tema dell’introversione. Infatti molto spesso ciò che genera un tale tipo di attenzione è quasi sempre uno stato di introversione, per cui essa, che nel tipo introverso è rivolta verso la propria interiorità, subisce un cambiamento di rotta e si rivolge all’esterno, dandoci nel caso specifico di Campana descrizioni meravigliose degli elementi che costituiscono l’ambiente circostante. Infine l’ultima costante che appare essere fondamentale per una più profonda comprensione dei Canti Orfici e della psicologia del loro autore sembra essere la spiccata attenzione ai dettagli, ossia quella “sorta” di “allitterazione semantica”, di cui è ricca tutta l’opera campaniana. In pratica le reiterazioni di sintagmi ed a volte di intere frasi rimanda da un lato al tema della sofferenza individuale dello stesso Campana, ma dall’altro lato essa rimanda al tema del tentativo della parola che si libera, in questo tentativo costante e riuscito di farsi memoria e quindi di sopravvivere nel tem-

po. Infatti dietro il fenomeno della reiterazione si nasconde molto spesso uno stato di profonda sofferenza interiore per cui l’emergere ed il ripetersi della parola o della frase è sintomo di un urgenza di comunicazione della stessa parola o della stessa frase che per molto tempo è rimasta soffocata dentro l’autore. Quindi è come se l’emergere della reiterazione a livello verbale sia l’unico modo possibile di dar vita a quel fantasma rappresentato appunto dal sintagma o dalla frase stessi. L’emergere del fantasma o contenuto inconscio o meglio archetipico, in ogni caso è sempre fonte di sofferenza. Per quanto concerne il tentativo che si nasconde dietro una reiterazione, della parola che tenta di liberarsi dalle catene del tempo per affidarsi all’eternità, si può notare che è sintomatica di un processo interiore di ampliamento della personalità o di ricerca della propria individualità. In pratica la reiterazione diventa simbolo del tentativo mai completamente riuscito dello stesso Campana di liberasi dei propri demoni interiori o contenuti archetipici, che però a livello verbale e scritto, ossia nei Canti Orfici, sembra essere ampiamente riuscito. Infatti i Canti Orfici sono vivi e lo saranno per sempre poiché essi trascendono il Novecento e si affidano all’eternità delle grandi opere artistiche di tutti i tempi. BIBLIOGRAFIA Aleramo Sibilla – Campana Dino: “Un viaggio chiamato amore: lettere 1916-1918” ed. Feltrinelli 2000 Bonifazi Neuro: ”Dino Campana. Canti Orfici ed altre poesie” ed. Garzanti 1989 Capodaglio Arturo: “Un’idea di poetica. Nuovo saggio su Dino Campana”ed. Congedo 1991 Cacho Millet Gabriel: “Dino Campana fuorilegge” ed. Novecento 1985 Cacho Millet Gabriel: “Dino Campana sparso per il mondo. Autografi 1906-1918” ed. Olschkyi 2000 Carotenuto Aldo: “Le rose nella mangiatoia” ed. Raffaello Cortina 1990 Carotenuto Aldo: “Trattato di psicologia della personalità e delle differenze individuali”ed. Raffaello Cortina 1991 Carotenuto Aldo: “Integrazione della personalità” ed. Bompiani 1992 Carotenuto Aldo: “I sotterranei dell’anima” ed. Bompiani 1993 Carotenuto Aldo: “Riti e miti della seduzione” ed. Bompiani 1994 Carotenuto Aldo: “Le lacrime del male” ed. Bompiani 1996 Ceragioli Fiorenza: “Dino Campana. Canti Orfici” ed. BUR 1989
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Cecchi Emilio – Sapegno Natalino: “Storia della letterature italiana. Il Novecento”ed. Garzanti 1987 D’Alessio Carlo: “Il poema necessario. Poesia e Orfismo in D. Campana e A. Onofri” ed. Bulzoni 1999 Del Serra Maura: “Campana” ed. La Nuova Italia 1985 Echaurren Pablo: “Vite di poeti. Campana, Majakovsky, Pound” ed. Bollati Boringhieri 2000 Ferri Teresa: “Dino Campana. L’infinito del sogno” ed. Bulzoni 1985 Gentilini Anna Rosa: “Dino Campana alla fine del secolo” ed. Il Mulino 1999 Jacobbi Ruggero: “Campana” ed. Mursia 1976 Jung Carl Gustav: “Simboli della trasformazione” ed. Bollati Boringhieri 1992 Jung Carl Gustav: “Tipi psicologici” ed. Bollati Boringhieri 1992 Jung Carl Gustav: “Due testi di psicologia analitica” ed. Bollati Boringhieri 1993 Jung Carl Gustav: “La dinamica dell’inconscio” ed. Bollati Boringhieri 1994 Jung Carl Gustav: “Gli archetipi e l’inconscio collettivo” ed. Bollati Boringhieri 1992 Jung Carl Gustav: “Aion: ricerche sul simbolismo del Sé” ed. Bollati Boringhieri 1997 Jung Carl Gustav: “Civiltà in transizione: dopo la catastrofe” ed. Bollati Boringhieri 1993 Jung Carl Gustav: “Psicologia e alchimia” ed. Bollati Boringhieri 1995 Jung Carl Gustav: “Studi sull’alchimia” ed. Bollati Boringhieri 1997 Jung Carl Gustav: “Misterium conniunctionis” ed. Bollati Boringhieri 1991 Pariani Carlo: “Vita non romanzata di Dino Campana” ed. Ponte alle grazie 1994 Ridolfi Renato e Rodolfo: “Bell’ami’ e Gigino. Il giornalista e il filosofo amici marradesi di D. Campana” ed. Del Girasole 2001 Turchetta Gianni: “Dino Campana. Biografia di un poeta” ed. Marcos y Marcos 1990 Vassalli Sebastiano: “La notte della cometa” ed. Einaudi 1984

CERTAMEN DI POESIA IN LATINO Il Centro Studi Agorà di Acerra (Na) indice la sesta edizione del certamen di poesia in latino. Ogni autore può partecipare con un massimo di tre opere, lunghezza massima trenta versi ognuna. Per ogni componimento è necessaria la relativa traduzione. Di ogni poesia inviare un esemplare firmato, con l’indicazione dei dati anagrafici, di residenza, telefono, e-mail più una copia non firmata (sarà nostra cura fare le fotocopie per i componenti della giuria). Il premio è così articolato: Premio Virgilio, riservato a chi, alla scadenza del concorso, che è il 31 Marzo 2007, non abbia superato i 18 anni, Premio Ovidio, da 19 a 25 anni, sempre a detta scadenza. Premio Catullo, da 26 a… Non inviare fotocopie della carta d’identità ma precisare la data di nascita e a quale premio si partecipa. Le quote sono di 5,00 euro per il Virgilio, 10,00 per quello Ovidio e 15,00 per il Catullo, da inviare, solo in contanti, nel plico con le opere a Piero Borgo, via Zara, 45 80011 Acerra (Na), telefax 081- 8850793. Inviare una busta affrancata, con il proprio indirizzo sul davanti, per conoscere l’esito del concorso. Saranno premiati i primi tre di ogni sezione. Attestati gratis a richiesta. La data di scadenza è quella del timbro postale. Le opere non saranno restituite. Tutti saranno avvisati entro il 1° Maggio 2007. I vincitori riceveranno un’artistica targa, a spese del C. S. Agorà, entro il 31 Maggio 2007. La giuria è composta da docenti universitari, degli istituti superiori (Liceo Classico, Scientifico, Pedagogico e Linguistico) e da laureati in Lettere Classiche e Moderne. Il regolamento può essere chiesto anche inviando un sms con tutti i dati postali al numero 3470178427.

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I Lettori/Collaboratori eventualmente interessati possono contattare la Redazione di “Nugae” al 333-5297260 o tramite e-mail: scrittiautografi@virgilio.it
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La recensione
POESIA

di Vito Cerullo

“Poesie pubbliche e private”
di Inìsero Cremaschi

tetico a priori il tutto converge in un’unica formula, ovvero “al centro della mente”, il processo creativo tende di nuovo a ridurre “la realtà in frammenti” e principiare daccapo la sintomatologia poetica descritta sopra. Prosegue a intermittenza la fase botanica illustrata ora in “Belladonna”, “Colchico”, che rimanda a ulteriori e sinisgalliane rassegne su erbe tossiche del tipo “Catapuzia”, “Mordacchia”. Parimenti all’autore che vide le Muse, affascinato dalla cava anima della chiocciola che “curva i corni”, in Cremaschi vive l’elogio di una conchiglia, figura altrettanto complessa, e discreta “immagine curvilinea” adeguata alla geometria del Cosmo. Aggiungeremmo che “l’implosione all’annullamento totale” in direzione dell’ “estremo spasimo di luce” delle Cefeidi di una nota lirica, possa essere dinamicamente allusivo a un esito di risoluzione grammaticale sul riscontro di un’ “intelligenza umana” prevedibile nella sua variabilità e irregolarità.

Inìsero Cremaschi è nato a Cannetolo di Fontanellato, PR, il 16 dicembre 1928, giornalista pubblicista, scrittore e redattore editoriale, ha esordito con alcune raccolte di poesie, vincendo nel 1959 il Premio Firenze: L’Annuncio (Schwarz 1956), Cento cavalli grigi (Sciascia 1958), Il Giudizio (Leonardi 1959). A quarant’anni di distanza è tornato alla poesia con le raccolte Poesie cortesi e scortesi (2004) e Poesie in regalo (2005), presso Starrylink Editrice. Come narratore ha pubblicato i romanzi A scopo di lucro (Mondadori), Il mite ribelle (Editoriale Nuova De Agostini), Paesaggio urbano (La Centona), Le rose assassine (Camunia), Le cattedrali, Giocattoli e Il cielo di Teodolinda (Polistampa Firenze). Gialli e fantascienza: Le mangiatrici di ice-cream (Fabbri), e Dossier extraterrestri (in collaborazione con Gilda Musa, Rusconi Libri). Per ragazzi: Zoo in soffitta (Mursia), La figlia di Gengis Khan (Signorelli), Le grotte di Marte (Editrice Piccoli). Le numerose creature di forme (evidenziate in altra eco da Luigi Picchi in Prefazione) che aleggiano all’interno del testo poetico di Inìsero Cremaschi, Poesie pubbliche e private, Brescia 2006, si motivano come rimedio in parziale temporalità all’assenza forse di una specifica verità assoluta, rimutuata a una diversa “ragione essenziale” e restituita alla sua larva di mistero, per ritrovare sempre un’impermeabilità di salvezza da ogni versante indagato alle cose. In un caso, la sincronia tra il firmamento in perenne moto e la stasi degli asterismi ne risulta simulacro, ne detta i tempi. Tempi asincronici, a volte, come ad esempio, nel fuori tempo del rintocco di campana omologabile solo sulle rotte insonni del campano di una capra, ultima traccia di uno stesso suono che completa e annulla la traccia dell’originale errore, altrimenti sospeso. D’argomento all’economico quotidiano, pergiungendo all’esegesi, ricordiamo “le spicciole vicende del quartiere” oppure “il prezzo della carne e dei fagioli”. La coordinata di riferimento alle cose si sintetizza alle serie vegetali “quercia”, “platano”, “ciliegio”; esito atomistico e spirituale, tensione tra bene e male, simulata alle mutevolezze meteorologiche “di sole, vento o tempesta”. E se in un ipoDisc-jockey per la radio, concuratore del settimanale “Tuttilibri” per la Rai-TV, ha sceneggiato otto telefilm in uno dei quali, A come Andromeda, ha avuto una parte come attore. Animatore della fantascienza italiana, ha curato la selezione antologica Universo e dintorni (Garzanti), oltre a “La Collina”, rassegna annuale di critica e narrativa dedicata alla corrente del neofantastico (Editrice Nord). Naturalizzato milanese, da sei anni vive a Palazzolo sull’Oglio (BS), dove collabora attivamente con il Gruppo Letterario “Meteora”, fondato nel 1991 da Fulvio Fapanni e Margherita Ruggieri.

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Il Classicismo attraverso il Cinema
SAGGISTICA

di Antonio Scarpone
(seconda e ultima parte)

chiave marxista, in quanto i personaggi vengono ad esprimere una ideologia. Alle origini della Tragedia Greca c’erano dei germi, è lì che si annidano i nostri rapporti (problemi) con l’autorità (padre, Stato, Scuola, ecc.). Il vero protagonista di questo film è la condizione dell’umanità “Nera” di ogni Paese e di ogni classe, umanità che nell’immaginario collettivo occidentale è identificata con la primitività dell’uomo. Pasolini aveva una “passione” per la povertà della gente; tra i suoi intendimenti c’era quello di migliorare il Mondo intorno a sé (richiama alla mente Tiberio Gracco). Il nemico più terribile della vita è la retorica del luogo comune. La barriera: la gente doveva continuare ad essere come era sempre stata! Qui c’è il passaggio da un Potere Patriarcale ad un Potere Democratico. Oreste era preda delle Erinni: fu riscattato da Atena (Minerva), Dea della giustizia, che trasformò le Erinni in Eumenidi, passando dalla guerra alla pace, e costrette a dar vita alla prima forma di democrazia possibile: quella del tribunale (Nuove Democrazie Africane). Le Erinni (le persecutrici dei vizi e dei torti umani il cui compito era quello di punire gli empi, i rei e soprattutto gli assassini dei consanguinei, si avventavano sul colpevole costringendolo alla follia e al suicidio) sono trasformate in Eumenidi (le Erinni interpretate come tutrici benigne dell’ordine in natura). Pasolini vede le Erinni negli alberi! (parla per immagini). Pasolini non è traduttore di parola ma di contesto, è traduttore “per analogia”: traduce infatti “Dio” invece di “Zeus”, “chiesa” in luogo di “tempio”, ecc.

Pier Paolo Pasolini. L’ultimo classicismo (I) Con “Appunti per un’Orestiade Africana” di Pier Paolo Pasolini cambia la Storia del Cinema rispetto ai modelli classici tradizionali: a questo seguirà il “Satyricon” di Federico Fellini, che inventa un nuovo modo di fare Cinema! Si può parlare di Ultimo Classicismo. Pier Paolo Pasolini e Federico Fellini, formatisi con il Neorealismo, vanno a toccare il Mondo Classico. Fin dal 1963 Pasolini voleva girare un film sulle trasformazioni in atto nell’Africa contemporanea e “Appunti per un’Orestiade Africana” è una sorta di taccuino di appunti. Il suo progetto è quello di “fare l’Orestiade di Eschilo nell’Africa di oggi”. E andò in Africa a prendere “appunti visivi”. [È il risultato dei sopralluoghi effettuati da Pasolini a cavallo tra il 1968 e il 1969 in Uganda, Tanzania e Tanganika e da lui stesso filmati, in vista di una trasposizione africana dell’ “Orestiade” di Eschilo (“Agamennone”, “Coefore” ed “Eumenidi”) in cui l’accento sarebbe stato posto sulla 3ª parte per mettere a confronto gli aspetti ibridi delle società africane nel tribolato e spesso sanguinoso passaggio da ordinamento tribale a democrazia “formale”, da tradizioni arcaiche a moderno consumismo. Le parole di Eschilo sono affidate al canto degli afro - americani Archie Savane e Ivonne Murray e al sassofono jazz di Gato Barbieri.] Anni ’60; rapporti tra le nuove Democrazie: Pasolini fa un parallelo tra la società della Tragedia Greca (Orestiade) e quelle società africane che si affacciano alla vita civile.

Pasolini va alla ricerca dei personaggi: intravede in ogni angolo, in ogni volto, in ogni oggetto e in ogni danza i segni tangibili della sua trasposizione poetica: dietro un velo nero vede Clitennestra; il coro lo vede sul lago Vittoria; le radici mostruose di enormi alberi della savana, accompagnate dallo stormire delle fronde sferzate Proposta di Pasolini di dal vento, possono diuna Democrazia Greca ventare le Erinni infuche supera il Mondo riate; la guerra civile Tribale e diventi Cividel Biafra (1.000.000 le: in questo passaggio di cadaveri!) può tra la Tirannia e la Deadombrare la guerra di Pasolini in Africa insieme a Dacia Maraini, mocrazia si va ad inserire Troia contro Atene; Kampala, Alberto Moravia e al produttore Alfredo Bini l’ “Orestiade Africana” di Pacapitale dell’Uganda, diventa solini! Atene; l’Università è il “Tempio di Apollo”; l’atroce fucilazione di un ribelle Questo procedimento è in atto dai tempi dei Greci può richiamare la barbara uccisione di Agamennone; la (Scoperta che fa Eschilo della Democrazia) e Pasolini danza rituale delle donne Wa-gogo del Tanganika è la vuol far vedere che in quella società c’erano germi sitrasformazione delle Erinni in Eumenidi. mili a quei germi in atto nella società africana dei primi anni ’60 (germi di civiltà). Pasolini fa questa serie di Le parole di Eschilo sono invece affidate al canto jazz prove perché considera fondamentale il Mondo Antico: dei neri d’America Archie Savane e Yvonne Murray, vuol portare al meglio queste nascenti società. Fa una che improvvisano una jam-session sulle parole della operazione culturale: interpreta la trilogia eschilea in
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tragedia con il gruppo di Gato Barbieri: la funzione del coro e quella del verso vengono così unificate da un canto libero, irrazionale, ma moderno, a metà strada tra il razionalismo sonoro bianco e l’improvvisazione “blues” degli schiavi neri, un canto angoscioso e liberatorio al tempo stesso: il canto dell’Africa occidentalizzata. Concerto jazz aperto, libero: stanno improvvisando su testi di Eschilo. Curioso abbinamento tra antichi personaggi di Potere e quelli ripresi nel quotidiano: ci fanno rileggere la Tragedia antica! Togliere di dosso all’Occidente questa immagine che l’Africa ha dell’Occidente: che fa coincidere sempre il meglio con il bianco! Democrazia: quando un uomo giudica un altro uomo. Dietro la Tragedia Greca c’è questo: nessuno lo aveva detto! Dietro le belle parole c’è questo! Il flagello che ha distrutto ogni possibilità di ripresa è l’AIDS, che ha messo l’Africa in ginocchio. Queste sequenze vengono poi mostrate nel 1970 ad un gruppo di studenti africani dell’Università di Roma (l’intelligenza è il primo rapporto che deve esserci tra gli esseri umani) e analizzate insieme al regista: gli studenti si trasformano nel tribunale delle Eumenidi ed Oreste, in questo caso, diventa Pasolini stesso. Afferma uno studente intervistato che “L’Africa sta diventando un po’ come l’Europa”; un altro che “Ogni nazione ha una sua identità”: gli studenti rifiutano di accettare un’unitarietà dell’Africa! Ma Pasolini ritiene che quei confini sono stati dati dagli Europei! La voce fuori campo di Pasolini ci dice che la “conclusione è sospesa, sospesa come lo spirito del contadino africano che zappa sotto il sole”, inquadrato nelle immagini finali: nel suo lavoro, nella sua lentezza, nella sua pazienza senza retorica, è forse racchiusa una risposta alle domande poste dal regista, vi è forse in germe l’aspetto di quello che sarà l’Africa libera, ipotesi lontana, inimmaginabile, la cui attuazione è lenta, come lenta è la vita. Le Tragedie Greche non vanno più lette come astrazioni storiche! In Etiopia sono stati ritrovati insediamenti del II millennio a.C.: resti dei sedili di pietra della bulè (Parlamento), da cui nasce la Democrazia Greca! L’Africa già allora aveva elaborato modelli politici di Democrazia come quelli Greci. Poi il ciclo si è interrotto. La Grecia non aveva nulla da insegnare! Pasolini avrebbe trovato una conferma straordinaria della sua idea (intuizione assoluta). Negli anni ’60 l’Africa era diversa dall’Europa e dagli USA, ma ormai verso gli anni Settanta era andata occidentalizzandosi. Quel Mondo non serve agli Africani, serve agli Europei: quanto c’eravamo allontanati da quel Mondo! (tradizione menzognera e bugiarda). Il problema lo affrontano Fellini e Pasolini, con quest’ultimo che va dentro al problema in maniera più diretta! Nella Democrazia Greca sono le nostre radici, le nostre origini prime (“Orestiade”): un potere assoluto. Mito di Edipo: è la rottura con il tabù! Rompe il tabù del Potere Assoluto!

“Edipo re”: tutto accade perché gli Dei lo vogliono! Ma Pasolini aveva già girato il suo “Edipo re”: la sua non era un’inchiesta, come per Sofocle, ma aveva riordinato cronologicamente gli avvenimenti e aveva ambientato la scena iniziale e quella finale del film nell’epoca moderna (il prologo negli anni Venti, l’epilogo nella Bologna moderna), togliendo alla vicenda il suo carattere specificatamente greco, per sottolineare il valore universale del mito di Edipo. Con “Edipo Re” Pasolini ci fa comprendere Edipo in 30 secondi: inizia dal suo paese natale, in Friuli, con il padre che diventa geloso del figlio! Il bambino porterà dentro di sé un odio che sfocerà nel “Mito di Edipo”. Personaggi-attori che li impersonificano: una continuità iconografica tra Antichi e Moderni, in Europa. Qui sono tutti “Neri”: portano in sé quella virulenza, potenza dell’etnia. È più vicino ad Eschilo l’Africa che Pasolini ci mostra di quanto crediamo di esserlo noi! Il Mondo Antico è orrido quanto quello Moderno! Questo ebbe un effetto (impatto) enorme! Pasolini fa venire fuori gli scrigni della tragedia greca: è sociologo, legge Mosse! Ed anticipa con la sua lettura anche la rivoluzione del western del 1970, quando tre grandi film, “Piccolo grande uomo” di Arthur Penn, “Un uomo chiamato cavallo” di Elliot Silverstein e “Soldato blu” di Ralph Nelson, pur non nascondendo le ambizioni di apologia sulla “Guerra del Vietnam”, smitizzano il West e i suoi miti (bianchi), e sfatano quello che era stato il luogo comune degli esiti classici dei film western: o i bianchi uccidono tutti gli Indiani in un’eroica “battaglia”, o gli Indiani uccidono tutti i bianchi in un orrendo “massacro”. Tutto questo con le parole di Pasolini: “Piantiamola di prenderci in giro sul passato!”. Federico Fellini. L’ultimo classicismo (II) Nel film “Fellini-Satyricon” di Federico Fellini vi è un’esatta trascrizione del “Satyricon” di Petronio. Petronio è colui che inventa il Romanzo moderno. [La storia è quella di due giovani romani, Ascilto ed Encolpio, innamorati di Gitone, efebo incostante, che è stato venduto all’attore Vernacchio. Encolpio riesce a riprendersi l’amato e si rifugia con lui in un palazzo abitato da viziosi. Ascilto li raggiunge e Gitone dichiara di preferirlo ad Encolpio, che si dispera e vuole suicidarsi. Intanto, un terremoto distrugge il palazzo. Condotto dal poeta Eumolpo, Encolpio si reca a casa di Trimalcione, liberto arricchito, dove è in corso una festa gaudiosa e volgare, dove gli invitati di Trimalcione sono lì per vedere la tomba che lui si è fatto preparare. Il pranzo è pieno di sorprese: dai cibi alle esibizioni di poeti e danzatrici, mentre l’anfitrione esaltato narra la propria storia, declama poeti, si esibisce con capricci di ogni genere. Encolpio si allontana per le strade di Roma; preso in una retata Encolpio si ritrova sulla nave del bieco Lica di Taranto, “proconsole del vizio”, che batte i mari per procurare turpi divertimenti da offrire all’imperatore. Sulla nave incontra di nuovo Gitone e Ascilto. Gitone è costretto ad accoppiarsi con una bambina. Encolpio sfidato in duello da Lica, e
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cena di Trimalcione ! sconfitto, viene nondimeno da questo fatto suo sposo. Ma Lica viene decapitato dai soldati ribelli che ucciTrimalcione è un liberto (schiavo affrancato): questi dono anche l’Imperatore. Encolpio e Ascilto finiscono sono molti e anche molto potenti, perché i Potenti sono in una villa dove fanno violenza ad una giovane schiaimpegnati a fare guerre, non sanno scrivere, lo fanno va. Placano poi le frenesie di una ninfomane e rapiscoper loro gli schiavi (gli no in un tempio un ermaschiavi spesso erano i frodito dalle capacità precettori dei figli dei divinatorie. Infine Encolpadroni!); i liberti prendopio è costretto a combatno forza nelle case, diventere nel labirinto col falso tano gli amministratori e Minotauro, presenti rendono sempre più poveAscilto ed Eumolpo. È ri i ricchi. Trimalcione è sconfitto e deve provare un arricchito, però ignola sua virilità con Arianrante, che deve ostentare na, ma invano; resta imla sua ricchezza attraverso potente nonostante che l’opulenza (appunto la Eumolpo li faccia curare cena!): il nuovo padrone dalle Fanciulle del Giarha continuamente bisogno dino delle Delizie. Soltandi sentirsi tale! to la maga Enotea lo guaNel banchetto si rutta, si risce. Muore Ascilto ed Federico Fellini vomita, si raccolgono Encolpio, infelice, si imfrattaglie con le mani, tra barca sulla nave di Eugente orrenda, vera parata di mostri, sulla quale incommolpo, che è morto lasciando eredi coloro che mangebe la morte, etère oscene, grassi orripilanti. ranno il suo cadavere. Encolpio rinuncia al macabro banchetto, ma parte ugualmente sulla nave diretta in Lui non sa neppure quanto possiede, tanto è ricco. Africa.] I suoi soldi fanno montagna. In questo film (e quindi nel testo) vediamo uno squarcio di verità sul Mondo Antico, dove vi è un’atmosfera È stato appena liberato e già si tratta da signore. da orgia: nel Film e nel Romanzo! Il film è ambientato È uno che oggi si può stimare padrone di ottocentomiquasi tutto a Roma, mentre il romanzo di Petronio Arla sesterzi. È venuto su dal nulla. Non molto tempo fa bitro le scene si svolgono prevalentemente in alcune portava ancora legna sulle spalle per conto di altri. città della Magna Grecia: è una sorta di “dolce vita” “Ma che cosa è un povero?” chiese Trimalcione. dell’epoca Romana, ricostruita quasi fantarcheologicamente. Lo stesso giorno sono stati messi in cassaforte dieci milioni di sesterzi per i quali non era stato trovato un Secondo quanto affermò lo stesso Fellini, infatti, il investimento. “Fellini-Satyricon” non doveva considerarsi un film storico ma piuttosto un film di fantascienza. Vi è finalSi era cominciato a frustare uno schiavo, il quale avemente “qualche Romano che non sia Scipione l’Africava medicato il braccio del padrone con un panno di no!”: due ragazzi gay, che fanno da leit-motiv alla nuolana bianca invece di usarne uno scarlatto, come riva atmosfera Romana. Da tener presente che nell’antichiedeva la posizione sociale di Trimalcione. (…) Trica Roma le relazioni omosessuali erano assai comuni, malcione decretò che il fanciullo fosse lasciato libero tanto che nel corso dei primi due e più fiorenti secoli affinché non si potesse dire che un grand’uomo come del grande Impero Romano, un solo imperatore lui era stato colpito da uno schiavo. (Claudio) non fu né bisessuale, né omosessuale. La nuova ricchezza è tutta qui! Virgilio aveva inventaQui: due ragazzi che girano il Mondo e mostrano quelto, qui è tutto vero! Il Mondo Antico è questo orrore! lo che sono. Quel Mondo lì è per noi abietto, vi sono categorie etiQUOD POPULUS FACIT che diverse! CANDIDA LINGUA REFERT. Quella di Fellini è una Roma violenta tratta da Petro(Ciò che il popolo fa la mia lingua ingenua riprende.) nio, un mondo di Roma tra Antico e Moderno. Fellini, oltre al Latino e al Greco, introduce lingue e Forse fu proprio Pier Paolo Pasolini a dare a Fellini musiche esotiche! Crea un ideale della distanza: siamo l’idea per il film “Satyricon”. di fronte al passato! Fa un uso attuale del “Satyricon”: Il “Satyricon”, che sembra un’opera leggera, nasconde bassifondi di New York o di Bombay (linguaggio una denuncia forte, che Petronio fa: la decadenza delle extra-comunitario!): vediamo i cambiamenti di Roma Istituzioni Politiche Romane (l’uomo ha perso la sua sotto Augusto! virtus). Qui si vede la nascita di una certa “borghesia”, Quando cambiò il potere Petronio si suicidò, con il ben rappresentata proprio dalla figura di Trimalcione. taglio delle vene e il silentium: una morte epicurea (ce Nei film si erano avute sempre visioni stereotipate, lo dice Tacito). Altra verità del Mondo Antico: non acritiche, per ingannare il presente: chi parla degli solo Scipioni, statue, navi, Cartaginesi, ecc. perché schiavi, che pure hanno lavorato e costruito i templi e l’Impero era abortito appena nato! Petronio lo fa con la
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le piramidi? Proprio come cantava Fabrizio De Andrè in “La domenica delle salme”: “…la piramide di Cheope volle essere costruita in quel giorno di festa masso per masso schiavo per schiavo comunista per comunista…” Lo farà Fellini col suo “Satyricon”: legge quello che c’era nei suoi tempi e che era la sacralità. Mostra l’ “altra Roma”, quella che non era nell’immaginario collettivo! Il vero “Satyricon” di Fellini sarà però “Roma”, film girato un paio di anni dopo, dove dà una lettura di Roma in chiave contemporanea, ma con caratteri che richiamano il passato. Come anche Pasolini, Fellini parte da Rimini anni Trenta (autobiografismo) per poi continuare il racconto a Roma! Una Roma i cui spazi e tempi vengono ricreati secondo la singolare visionarietà del regista. “Roma” si collega facilmente al “Satyricon” (basterebbe la sequenza degli affreschi scoperti negli scavi della metropolitana): si parte dall’attualità, da una Roma immaginata da ragazzo.

Cesari”: tutto si muove per linee parallele, con il solo scopo di esaltare il regime. Non vi è nulla di quotidiano (di “vinti”, per dirlo con le parole di Giovanni Verga). “Elena di Troia” è una commedia, infatti subito si evince la trasformazione di storie mitologiche in storie da romanzi rosa: amori, sentimenti, ecc. Non poteva essere diversamente perché il film esce nella seconda metà degli anni ’50, quando sono in voga le commedie all’americana: le scenografie sono fastose, ma i contenuti reali dei film sono scarni. Tutto cambia con Pasolini, che con la cinepresa in spalla (la famosa Arriflex 16 mm) dà una spinta antropologica al Classicismo: fa un volo spazio-temporale e accosta l’Africa dei primi anni ’60 alla Grecia Classica, quando si gettavano le premesse della Democrazia. Con questi occhi da antropologo, gettati sul quotidiano vivere, ecco che Fellini gira “Satyricon”, tratto da uno dei due unici romanzi della letteratura latina, “Satyricon” appunto di Petronio Arbitro: finalmente, come già detto, i Romani nel loro quotidiano, con poche virtù e molti vizi!

Con il Neorealismo, la tentazione era sempre stata quella di confondere realtà con realismo! Ma “ Appunti per “Roma” passa al vaglio un’Orestiade Africana” la sua immagine: viene di Pier Paolo Pasolini e fuori una specie di ibri“Satyricon” di Federico do, una sorta di Fellini daranno una nuo“Satyricon” nuovo! C’è va visione del passato. continuità tra Antico e Stanley Kubrick è un Moderno! C’è confusioautore che ha attraversane tra passato e presento i più vari generi filmite! ci e si tiene paurosaA Fellini si ispirerà anmente in bilico tra Cineche Stanley Kubrick, ma narrativo tradizionaStanley Kubrick che si dichiarerà allievo le e d’avanguardia, cerdel “Satyricon” di Fellitamente uno dei più crudeli e grandi metteur en scène, ni! insieme con Fellini, e che oltre alla figura dell’autore incarna anche quella del produttore. Infatti in un’intervista Kubrick dichiarò che il primo episodio di “2001: Odissea nello Spazio”, “L’alba del“2001: Odissea nello Spazio” è una favola apocalittica la civiltà”, gli fu ispirato dalla scena della cena a casa sul destino dell’umanità, in cui Kubrick si prefigura un di Trimalcione! futuro dell’Umanità (pretesto). Questo film è forse quello che più di ogni altro ha fatto discutere e meno di Conclusioni ogni altro ha messo d’accordo i critici o i semplici “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick spettatori. Io, però, voglio semplificare al massimo le (primo episodio “L’alba della civiltà”) mie impressioni e dare una mia lettura (opinabile, naturalmente!). Ho analizzato il Classicismo attraverso il Cinema, in 5 film, emblematici della loro epoca, ma ampliando il Kubrick, da genio qual è, prima dei titoli di testa lascia discorso a proposito di Pasolini e di Fellini, richiamanimmaginare il nulla, proprio come nelle “Metamorfosi” do nel contempo altri loro film, e per la conclusione ho di Ovidio: questo quasi ad azzerare la storia, a ritornare analizzato il primo episodio (circa 15 minuti) di “2001: al Big Bang! Odissea nello Spazio” (“L’alba della civiltà”) di StanIl film ha inizio agli albori dell’umanità, all’inizio della ley Kubrick. “Cabiria” è un film acritico, sfarzoso, storia della civiltà umana. C’è una filosofia evoluzionigeniale per il 1914, anno di uscita, in quanto innovatostica, darwiniana, epicurea (richiama Lucrezio): risare per quell’Arte che si apprestava a diventare tale (la lente a milioni di anni fa! “Settima Arte”). Nel primo episodio, “L’alba della civiltà”, c’è un grup“Scipione l’Africano” è un classico film di propaganpo di ominidi. da, uscito in pieno regime fascista, che vuol esaltare la Questi ominidi vengono attaccati da una tribù nemica, Roma di quegli anni paragonandola alla “Roma dei
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che si appropria di quella posizione favorevole. Ciò ma, 1995. accade 4 milioni di anni fa. Rifugiatisi in una caverna, Fernaldo Di Giammatteo “Dizionario del Cinema. al mattino questi ominidi vedono un misterioso paralleCento grandi registi”, Tascabili Economici Newton, lepipedo nero, che è giunto durante la notte nelle viciRoma, 1995. nanze del luogo in cui dormivano (nel racconto da cui Gabriele D’Annunzio “Cabiria. Visione storica del il film trae spunto era una piramide). Dopo il momento terzo secolo a.C.”, Toffaloni, Torino, 1914. di curiosità gli scimmioni decidono di attaccare la tribù nemica: uno degli avversari Pier Paolo Pasolini “Il Vantoreagisce e resta ucciso nella ne di Plauto”, Garzanti, Milalotta. L’ominide ha un’imno, 1994. provvisa illuminazione e caLawrence Stone “La sessualipisce che potrebbe utilizzare tà nella storia”, Laterza, Bari, l’osso come arma per uccide1995. re e procurarsi della carne. L’osso, usato come bastone, è “Dizionario dei Film Italialanciato in aria dalla scimmia, ni” (a cura di Paolo Mereghete volteggia fino a trasformarsi ti), Baldini & Castoldi, Milain astronave. Quell’osso, in no, 1994-95. realtà, è un’arma: il capo delPietro Cavallo, Pasquale Iacla tribù di ominidi l’ha appecio “L’immagine riflessa. Fana usato per uccidere un nere storia con i media”, Liguomico. In questa trasformaziori, Napoli, 1998. ne (tradotta in immagini) KuFrancesco Casetti, Federico di Una scena del film “2001: Odissea nello spazio” brick riassume tutta la storia Chio “Analisi del film”, Bomumana da “l’alba dell’uomo” piani, Milano, 1998. ad un futuro in cui le astronavi danzano nel cosmo al ritmo delle note del “Bel Danubio Blu” di Strauss: la Pierre Sorlin “La storia nei film. Interpretazioni del storia dell’uomo viene sintetizzata in un gesto di morte, passato”, La Nuova Italia, Firenze, 1984. nella scoperta che un oggetto, in questo caso un osso, Filippo e Fabio Raffaelli “Emilia Romagna e Marche. può trasformarsi in un’arma micidiale. Hollywood di casa nostra” (per conto del Consorzio Quell’osso è il simbolo dell’offesa ed è posto lì ad amfra le Banche Popolari dell’Emilia Romagna Marche), monimento, quasi come il “peccato originale”, a futura Franco Panini Editore, Modena, 1996. memoria. Il passaggio dalla clava della scimmia (la Aa. Vv. “Dizionario della Mitologia. Greca, Etrusca, scoperta di uno strumento di offesa, frutto di un cervelRomana”, M.P. s.r.l., 2001. lo ormai umano) all’astronave in volo verso lo spazio: questa visione pessimistica sarà poi confermata dal Nando Caliendo “Storia del Cinema. Dai fratelli Luprosieguo del film, perché è ancora quello l’uomo mière al Cinema del futuro”, Litorama, Napoli (Quasimodo scriveva “Sei ancora quello della pietra e (volumetto solitamente in regalo con alcune VHS). della fionda, uomo del mio tempo…”), con tutta la sua “Breve storia del Cinema”, supplemento al n° 7 della cattiveria e il suo orrore, come nella scena della cena di collana “Umorismo”, Acqui Terme, 1990. Trimalcione! Eschilo “L’Orestiade” (traduzione di Pier Paolo PasoliPer il resto non si può andare oltre, non si può risolvere ni), collana “Scrittori tradotti da scrittori”, L’Unità/ quello che qualcuno ha definito “il mistero di tutti i Einaudi, Cles, 1996. tempi”, “non si può immaginare l’inimmaginabile”, quel qualcosa di perfetto, come il monolite nero Mario Verdone “Federico Fellini”, L’Unità/Il Castoro, (creatura extra-terrestre?, io lascio il dubbio!), che non Cles, 1995. c’è dato di sapere e che né scienza né fede ci aiuterà a Serafino Murri “Pier Paolo Pasolini”, L’Unità/Il Cascoprire. storo, Cles, 1995. Bibliografia “Cinema. Dal muto ai giorni nostri. Cento anni di Cinema”. Opera in 13 fascicoli allegati al “Corriere della Sera”, 1994. Mario Verdone “Storia del Cinema Italiano”, Tascabili Economici Newton, Roma, 1995. Fernaldo Di Giammatteo “Dizionario del Cinema. Cento grandi attori”, Tascabili Economici Newton, Roma, 1995. Fernaldo Di Giammatteo “Dizionario del Cinema. Cento grandi film”, Tascabili Economici Newton, RoEnrico Grezzi “Stanley Kubrick”, L’Unità/Il Castoro, Cles, 1995. Massimo Cardillo “Tra le quinte del cinematografo. Cinema, cultura e società in Italia 1900-1937”, edizioni Dedalo, 1999. Vito Attolini “Il Cinema”, in “Lo spazio letterario antico”, Roma. “Un secolo al Cinema. 201 film capolavoro secondo la critica” (a cura di Gaetano Sandri), Demetra s.r.l., Colognola ai Colli, 1997. Laura, Luisa e Morando Morandini “il Morandini 2003. Dizionario dei film”, Zanichelli, (CD-Rom allegato a
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“Ciack” n° 12, dicembre 2002). “Cinema. Specchio delle mie brame. I protagonisti raccontano la nostra storia”, rivista “L’Europeo” n° 5 (numero monografico), Dicembre 2002. “Focus Extra”, numero speciale, autunno 2002 (con CD-Rom allegato), n° 11, autunno 2002. “Virtualis”, enciclopedia multimediale in CD-Rom, n° 8, supplemento a “Famiglia Cristiana” n° 5 del 02-02-2003. P. Ortoleva – M. Revelli “Storia dell’Età Contemporanea”, Edizioni scolastiche Bruno Mondatori, Milano, 1993. “Enciclopedia Zanichelli”, opera in 2 CD-Rom, allegata a “Panorama”, 2000. “La decima musa. Il Cinema e le altre arti” (a cura di Leonardo Quaresima e Laura Vichi), atti del VII Convegno Internazionale di Studi sul Cinema (Udine / Gemona del Friuli 21-25 marzo 2000), Tavagnacco (UD), marzo 2001. “Pasolini e l’antico. I doni della ragione” (a cura di Umberto Todini), ESI, Napoli, 1994. F. Cioffi, A. Cristofori, E. Gavazzi “Nuovi percorsi di letteratura. Generi Temi”, Edizioni Scolastiche Bruno Mondatori, Milano, 2002. Umberto Todini “Taccuino latino”, Edizioni Angelo Guerini e Associati s.r.l., Milano, 1992. Enzo Striano “Quante strade”, vol. I, IV ed. rinnovata, Loffredo, Napoli, 1979. D. Cerbo, G. Biscazza, G. Mandurrino “Cultura nel tempo”, Bompiani, Roma, 1989. Petronio “Satiricon”, traduzione di Piero Chiara, Oscar Mondatori, Milano, 2002. Alcuni cataloghi “Lindau”. Fabrizio De Andrè “Parole e canzoni”, libro + VHS, Einaudi, Torino 2000. Filmografia “Cabiria” di Giovanni Pastrone (Pietro Fosco), Italia, 1914 + fascicolo, “I classici del muto”, Eclectica. “Scipione l’Africano” di Carmine Gallone, Italia, 1937, “Il grande Cinema”, Mondatori video. “Elena di Troia” di Robert Wise, USA, 1955, “Gli scudi”, Univideo. “Edipo re” di Pier Paolo Pasolini, Italia, 1967. “Appunti per un’Orestiade Africana” di Pier Paolo Pasolini, Italia, 1969-73. “Fellini-Satyricon” di Federico Fellini, Italia/Francia, 1969 + fascicolo, “Super cinema italia”, Quotidiani locali Gruppo Espresso. “Roma” di Federico Fellini, Italia, 1972 + fascicolo, “Cinecittà”, Video club luce, Video rai. “2001 Odissea nello spazio” (primo episodio “L’alba della civiltà”) di Stanley Kubrick, GB, 1968 + fascicolo, L’Unità multimedia.
POESIA

Artifici alentani e tedeschi
di Antonio Piccolomini
(seconda e ultima parte)

***IDEALE***

All’Europa Sono queste le pianure in cui è germogliata l’Europa. Il freddo non ha reciso fiori, né sogni. Milioni di soli uggiosi su di esse sono sorti e tramontati. Nell’eterno volgersi delle stagioni, le sue foreste buie Hanno ospitato la vita di aquile e lupi, la morte di ogni cosa. Tutto è sempre comparso all’anelito del suo abbraccio. Posso sentire la voce degli abeti parlare attraverso il fiume Dei millenni. Il loro canto Al boscaiolo che da sempre attraversa sentieri, Nei risvegli freddi scruta la terra coperta Da piogge generose. Forse al primo uomo Che qui pose il suo piede per coprirsi del manto d’un orso Donde nacque la sua immensa idea perché Immensa e sconfinata diventasse la sua casa. Parlano a sé stesse, aspettando che questi rami Fragili possano di nuovo frusciare al vento del nord Con rigogliose fronde? Canti d’aquila da rupi lontane, o zanne Di lupo stanno forse tacendo? Vedo crescere e morire un mirto ai due capi del Corpo. Ogni cosa è qui e nulla fuori. Questa valle non è vuota. Tutto è nato in essa e qui miliardi di tombe affollano La voce del vento. Non posso immaginare che il mio Viaggio mi conduca al nulla più di quanto nulla sia Il mio stesso viaggiare.

Tra Weimar e Francoforte sul Meno, luglio 2005

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Zarathustra Fu un dardo levatosi splendente che Attinsi alla coppa della notte, nel cerchio Dell’aurora la mia fronte, pervasa già Dal peso di teorie, come un messianico Annunciarsi rivide i passati e i futuri. Al fondo perso dei ruscelli in valle mi condussi Specchiandomi soltanto, d’alte vette sentivo già Nostalgici morsi nel cuore. Ero sconfitto. Quanto alti e nevosi sorgete, monti che Chiudete l’essere e spirate brina sui nostri Errare. Noi, anime sole che vanamente tentammo Un dì di rompere in breccia l’oblio, di perderci Nel niente, dovremmo prima oltrepassarvi al crine. Gravidi d’incubi, sfilacciati nelle trame del Mondo, Ci riconsegniamo alla Terra. Né il mare o il cielo È per noi un sospirar dell’oltre. Tu, pavido fedele! – Sorse una figura alata E con la spada baluginò lo sconfinato ch’ella Aveva visto. Era solo un altro me stesso, che ardeva Nel fuoco del disio. Spirito maligno e Seducente, pastore dell’anima persa nelle Tetre prigioni. Follia mortale, ma priva di vita, pura Linfa e nettare che m’impediva il passo. L’io di me Trionfante già prima di pugnare. Quanto devoto fui anche ad esso, quanto errai ancora Nell’idolatria, tanto il corpo mio caprino si fece Misero, e la maestà sprezzante della dea si volse In volo verso ghiacci, ove riluceva il sole. Vidi Apollo Incagliarsi nelle trame d’un riflesso, di per sé fallace credenza. Ed era corpo che imparai ad amare non come arcigno Nano, ma come spiro e brezza della stessa piana. Il simbolo si disincarna adesso, in forma e sangue, Memoria della notte ubriaca al sabato degli astri. Anch’io randagio per l’oblio vagai senza capire Ch’era appunto in esso, lo sporgersi oltre cintole Del Tempo, il mare ove Orfeo natante di flutto in Flutto si riconobbe ancora nella spuma. L’orrore del sonno che rimesce. Berlino, luglio 2005

Voluntas “Prima di varcare guarda dietro quanta notte sopra i nostri Passi già scesa e dimmi cosa pensi”. “Come sempre nel buio Noi avvolti ancora andremo a perderci mano nella mano”. “No, del primo mattino serbiamo un bagliore, scintilla nell’occhio, Speranza di luce oltre questa soglia. Ci sembra l’impervia Altitudine ancora più alta a guardare, ma luci non splendono là”. “E allora che guardo? La notte passata e lontana oramai, e noi incamminati All’Aurora, la valle dormente e secca del vento che vedo qui Infante garrire da crepe?”. “ L’eterno tu vedi. Giammai dalla notte Partimmo”. “Allora quel fresco schiarire?” “Voluntas”. Lipsia, luglio 2005.

Ode a Prometeo e Poesia Esisti dall’immemore notte, fuoco che fuggi, Blando strazio sul petto d’un Dio che Paventi i voli dell’Aquila; avvolgeva Allora la terra nel suo manifestarsi Di simboli. Ma adesso che l’anima è divenuta un Moto perenne di squassi, un disgraziato figliare Venti che non tacciono, tu sola puoi giungere a Ancora all’eterno giudizio, dire tutto nel nulla, Mille parole in un verbo: “È”. Da Troia e da Tebe altri fratelli si levano a combattere Per te, tra questi anch’io: siamo maschere, Abbozzi a venire di Spazi e di Tempi, di versi, di Ritmi. In te, noi vediamo la luce, nel tuo indimostrarti A chi ti seduce. In te, la fiamma perenne Che Prometeo rubò, spargersi d’estatiche unioni. Questa tra le strade ed i vichi, i canali ed i porti, Questa sui pendii inariditi e le brulle pianure, questa Nel mirto stecchito o la nebbia o qualunque mio incedere In ombra. Idea immensa che d’oboe gorgheggia

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Tra i passi e le chiuse, agli uomini in marcia favella Di meta e destino. Piangano pure nell’Ade le tristi Coscienze, ma non oltre fiumi la vita risponde ai viventi Silenzio. Eppur solo Lui leva il pianto in catene, goccia Al fondo d’un pozzo e sguardo d’un tratto racchiuso nel già Che rende agli uccelli del mare. Se dalla rupe sporgente Potesse librarsi, non una ma mille vampate trarrebbe con sé Dall’Olimpo, fecondo farebbe di nuovo lo stanco terreno Di Pallade. Ecco che tutto ritorna! Tu con le tele che sfrangi alla Luna Sfinisti i tuoi occhi negli aghi, ed io sono prole d’un padre invidioso, Tiresia a ritroso, poiché tele è λανθανϖ ¹ al contrario. Weimar, luglio 2005 In fiumi di luce Attraverso

***POSTLOGO*** Ad Patrem

Le piane della vita L’ultima ora vaneggia Maldestra L’esodo del mio Crepuscolo, lo Smisurato bagliore Sotto Le prime voragini. Corpo senza carne Esacerbato All’agnito figlio Del dolore. Poesia

Al chiaro di luna Scacco e scalpita, Solcano tenebre e luci, cercano te I miei pensieri. Visiti queste nuove notti, spettro di luna Immortale. D’un manto ti copri e percorri le ripe Straziate Ove anch’io passo al mattino ed ungo Corpi fratelli. Al sole riluce il mio pianto, a notte rimani Nascosta E silente trascinati a spargere presagi Epocali. Forse d’altro sembiante vestita saluti L’Aurora Ma solo di frusci e di sibili riveli ai dormienti Misteri. Quanto può una parola Rendermi libero? Non so. Ma la patetica farsa Che chiamano poesia,
¹Dal verbo greco Λανθανειν che, nella sua più generica accezione, assume il significato di “nascondere”.

Immense piane, levrieri tambureggianti, Eserciti forse, in attesa, Baionette in posa, piume bianche di cappelli Come giunchi nell’aria; Ma come, Come dire? Se fosse che un mattino uggioso Si veste a lutto, o che l’afa È incenso in chiese tumefatte, Tutto è inesprimibile A mezzo di pavide sillabe. Spine d’una rosa sfregano Sangue alla gola, gridi d’embolia e l’anima Trasudante s’accompagna a forza di flagelli Sull’onda di dolore della carne.

È l’eterno ripetersi D’un rito ifigenico.
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L’eco
POESIA

O grazie non voleva essere gentile avrebbe preferito essere una stronza e tirare verso il basso quella carne appena cadente sei veramente splendida (ignorava che la sanseverina a 30 anni si vedeva sull’orlo della tomba) muove la mano cercando appigli nel portafoglio le pareti verdi si mangiucchia l’unghia dell’indice grazie grazie ma se mi vedevi … “ecco a voi sono quattroesessanta per favore” entrò il cameriere maglietta mezze maniche un cervo disegnato sopra si ecco tieni vai tieni il resto grazie comunicazione automatica scritte lampeggianti di televideo gesti precotti movimento della mano e sorriso di riverenza arrivederci aspetta che adesso te li ridò ce li ho spicci (placido annuncio di un farsesco tira e molla finanziario) ma figurati-tieni dai tieni guarda che mi offendo non mi fai mai pagare quando esco con te neanche fossi un uomo

di Lorenzo Traversi

Si ergeva dal suo trono instabile Era contenta di uscire Di rilassarsi-di staccare-di sfogarsi Moquette macchie di birra tovaglietta A scacchi rossa verde grigia Righe verticali bianche Angolo semideserto Volevano calma tranquillità gente lontana Senza vociare Senza musica Senza pim pam pim di ordinazioni da sbrigare Lei cosa prende Conghiacciosenzapreferisceliscio Ieristavamoparlando Haisentitocosesuccesso No non volevano sentire Non volevano sentirsi parte Volevano il deserto Si andiamo lì che stiamo più tranquille Non come sul corso Che per parlare bisogna urlare

L’aria era pesante Ti dicevo ieri ho sentito che… “le signore cosa prendono?” Gin tonic senza ghiaccio per favore Per me lo stesso grazie “Allora due tonic con ghiaccio” Si bene grazie due sorsi abbastanza lunghi com’è buono? Si ma lo volevo senza ghiaccio Il gin tonic sapeva di cloro probabilmente era annacquato non c’è niente da fare qui c’è il miglior gin lemon Ero più bella da giovane lo sai Be anche adesso sei meravigliosa Lei non voleva essere meravigliosa voleva Essere bella e basta Ti vedo in forma stai a dieta? Sei gentile cerco di limitarmi menomale allora si vede Sei veramente splendida si lo sanno fare come si deve ieri faceva veramente caldo-ma quella non è carla? Non mi sembra-guarda che è lei Cosa ci fa qui non si era fidanzata di nuovo? Aveva un nuovo amante? Era sola Ciao carla che ci fai qui? sguardi Imbarazzati scambievole disagio
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Crescente. La luce delle lampade Basse era flebile ed illuminava Sommariamente quella scena Scusi? - Si toccava il mento - credo Si sia sbagliata - scusi somigliava ad una Persona - non si preoccupi arrivederci allora

tornò al suo tavolo

allora dai racconta no niente l’ho vista che usciva da un negozio da sola? Stranamente si certo col marito si è comportata male con l’ex marito

Il commiato scollava dalle labbra Sorrisi posticci - te l’avevo detto Che non era lei - a proposito Lo sai che l’ho vista in centro Ti ha salutata? si Era sola? si Certo che (i gin tonic diminuivano prese un fazzoletto di carta si asciugò la fronte dopo aver richiuso il pacchetto con cura l’aria era pesante) la senti questa puzza? Io no scusa ti ho interrotto dicevi si accese una sigaretta lunga e sottile l’accendino era nella sua manica sinistra arrivò quasi trafelato il cameriere con la maglietta del cervo “scusi non si può fumare qui” ma non c’è nessuno “mi spiace ma questa è la sala non fumatori” ma cosa le importa “mi spiace ma” allargò le braccia finisco subito “finisca nell’altra sala la prego” si si va bene ha ragione si alzò la sedia fece rumore - aspetta arrivo subito non ti preoccupare poi ti racconto

certo andarsene così senza dir nulla da un giorno all’altro ma e poi l’altro non era neanche tanto bello decisamente no ma ci vive ancora con quello? Penso di si quando l’ho vista stava parlando al telefono e Si capiva che parlava con un uomo Lo chiamava canarino Canarino? Si proprio che sfrontata Secondo me non si amano neanche Si ma lei cercava solo un pretesto Dici? Per forza voleva solo andarsene.

Tu invece? Ma tutto normale (lei non se ne sarebbe mai andata non era capace di alcun tipo di fuga) tuo marito? Come al solito - prendiamo qualcosa ? No con questo caldo non voglio più niente Attimi di silenzio Lo stato fondamentale interrotto Si era parlato di lei L’omeostasi violata Chiedeva a gran voce Un ritorno all’ordine

anche l’altra sala era vuota ad eccezione della presunta carla dovette aprire una porta pesante che sbatté nel richiudere tirò avidamente aride boccate di nicotina da quella mammella rachitica

Per non farsi male decisero di uscire a fare due passiA prendere un gelato Per rinfrescarsi un po’ Il pub ormai puzzava Delle zeppe del tempo Di cose che erano cadute
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Di cose che erano finite Di cose non fatte Di cose lasciate Di cosa non erano più Di cose non dette Di cose fatte troppo a lungo Di cose rimandate E un odore acre Di polvere di desideri Di stantio di vuoto Di chiuso di rimpianti Ma loro non sentivano nessuna puzza E nessun odore particolare Neanche pensarono continuarono a parlottare Uscendo lamentandosi del caldo Quei due tre gradi sopra La media stagionale che Facevano sembrare la città Un equatore non ricordavano Un caldo così opprimente E prolungato diedero la colpa All’umidità - senza appello Non videro il cadavere dei loro giorni Non videro che per loro nulla era più morto Di ciò che non esisteva ancora Non c’era passato lucente C’era un futuro incolore C’era l’Abitudine
PROSA

Al di là della cornice
di Elisabetta Marino
Mi sono spesso chiesta cosa ci fosse al di là della cornice di Murano, dai fiori azzurro pallido, che custodiva i vent’anni di mia madre sullo sfondo della laguna: isole lontane, calli nascoste, ponti e voli di piccioni, o forse soltanto la gioia malcelata dei turisti affaccendati, carichi di pacchi dai contenuti belli e fragili, le cui vite, per qualche istante, l’avevano sfiorata. Ho provato a immaginare i colori freschi del suo vestito in bianco e nero, a dare un nome alla sfumatura chiara del cappellino che si teneva con la mano, per non abbandonarlo al vento, a seguire i riflessi e i bagliori del sole sul canale grigio. Sotto l’ombra delle falde, ho tentato di capire cosa fosse nei suoi occhi, cosa guardasse con tanta intensità, girata di lato, il mento un poco in alto, il sorriso breve, sereno e consapevole. “Chi ha scattato la foto? Chi era con te? Dove stavi andando?” La risposta è sempre la stessa: “non ricordo. Sono passati tanti anni. Tanti anni sono passati. Non ricordo”. E mi sorride. Avevo preso quella foto piccina dalla grande scatola in cui, sfidando la logica del tempo, comunioni allegre, battesimi vecchi e nuovi, i mughetti di mamma nel giorno del suo matrimonio, si univano a bambine con parrucche incipriate e frangette scure a carnevale, a ricordi di cani fedeli, alle rose rosse della nonna come sfondo di un ritratto fuori fuoco, a primi giorni di scuola, tra lacrime, grembiuli bianchi e perfetti fiocchi blu. Da piccola, quand’ero a casa per la febbre, mi piaceva prenderle a caso, pescare a piene mani da quel mare grande di memorie, provando a mettere insieme i fotogrammi di una storia un po’ inventata, un po’ ricordata, un po’ raccontata. Un giorno, quasi per caso, nei miei anni più maturi, ho capito cosa c’era al di là della cornice, al di là del riquadro fragile e prezioso che ancora protegge quel sorriso breve, che impedisce al cappellino di volare lontano, ma che costringe la mamma a un tempo in cui non c’erano colori, mughetti, ritratti di bimbi o carnevali. Al di là della cornice c’era la vita.

Vieni qua senti c’è l’eco A a a a Ciao ciao ciao ciao ciao

Lorenzo Traversi è nato a Roma il 13 luglio 1984, dove ha frequentato le scuole elementari. Ad Albano laziale, invece, ha frequentato le scuole medie ed il liceo scientifico. Attualmente è iscritto all’Università di Roma “Tor Vergata” e studia per conseguire la laurea in lingue e letterature moderne. La tesi riguarderà l’opera teatrale “remorse” di S. T. Coleridge. Ha iniziato a scrivere all’età di 17 anni, ma questa sul numero 12 di “Nugae”sarebbe la sua prima pubblicazione!
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Non jazzate vicino ai cimiteri*
POESIA

Nessuno prende più la vita sul serio se gli accordi del sax stregano l’incalzante trio. Crollano le solide convenzioni diurne dinanzi ai disordinati assolo della mente libera. Tuttavia non jazzate, figlioli, vi prego, vicino ai cimiteri… Qualcuno potrebbe accorgersi d’essere già morto!

di Michele “Count” Nigro

Dai caldi grumi umani disseminati nei tessuti dormienti di vespai metropolitani non jazzate, figlioli! Glissando sui marciapiedi delle solitudini invernali sento in lontananza le blue notes nella Chicago del Sele. Partiture già vissute tra colloqui sincopati e labbra sensuali nei venerdì ribelli. Musicisti sudano passione per ascoltatori distratti. Una spinta strisciante armati di birra verso la ragazza sola. E scoppiano riff di quartiere contro le improvvisazioni dei demoni senza spartito. Come escrementi di piccione firme e polemiche piovono dal cielo sui garbati slide di chi non sbadiglia ancora. Non ho più paura della notte. Esco! “Comincio a vedere la luce” ¹ Rivaluto la mia città, il mio esistere in essa, con la lente del be-bop e oltrepassando il cemento intravedo anime blues assetate di ragtime e swing.

Battipaglia (Sa) - “Capri Jazz Bar” - 29 dicembre 2006 (foto: Roberto Miglino Gatto)

¹ brano di Duke Ellington intitolato “I’m beginning to see the light” * dedicata agli organizzatori e ai musicisti dei venerdì musicali del “Capri Jazz Bar” di Battipaglia (via Pastore) che ormai da più di due anni, nonostante le immancabili incomprensioni culturali, le polemiche e le denunce di alcuni cittadini infastiditi dal “rumore” proveniente dal locale, continuano ad offrirci imperterriti dell’ottimo jazz. 40

La recensione
NARRATIVA

di Vito Cerullo

“Il colore dei morti”
di Luciano Nanni
La serie di racconti (1999-2004) di Luciano Nanni, Il colore dei morti, Padova 2006, si snoda lungo un’unica trama angosciosa e psicologica con la costante della morte che in uno specifico racconto si svela al suo possibile cromatismo, nel macchiarsi delle tinte invisibili dei defunti pervenendo al concilio definitivo con la terra, ricordando che voragini auspicate o sofferte, fisiche o astratte sono costantemente ricorrenti. D’interessante impulso sembra il punto relativo a un aspetto di “questione di volontà” mediante cui un interlocutore agente in un racconto esercita sul nostro una metamorfosi vitale che da quel momento potrà sembrare emblematicamente condizionante tutto il prosieguo dell’opera. L’originalità dell’autore circa la descrizione del tentativo di comunicazione con l’oltre, rivisita il marchingegno poetico ideato da Montale e l’espediente govoniano sempre in “spirituale zero” confessato in “lettera”. Segni sinistri di diverso genere si riscoprono sul deperimento dell’elemento vegetale senza un’apparente causalità; ricorderemo in argomento il negativo dell’avvolgente muffa e i licheni. Circa l’ipotesi dell’inavverabile giudizio finale formulata in Il dolore metafisico, questa tesi è stata convalidata da diversi poeti (Borgese…) e in riferimento all’ “apocalisse personale” vincolata alla conclusione del percorso terreno, ci piace ricordare lateralmente al dettato del Nanni, uno studio di Aries, Storia della morte in occidente, del senso di un’ultima tentazione prospettata a un essere umano in punto di morte, come provvisorio giudizio personale da cui dipenderà una prima salvezza o dannazione. Meteore di una metafisica luce avversa irretita dal male e l’oscurità invocata più volte, in aggiunta ai fenomeni atmosferici di nuvolosità e differenze di tem-

peratura, si profilano sullo schermo di corpi decomposti e riluttanti (anche cadaverici e femminili per l’eros, se non vivi e inquietanti, smilzi e senza seno in un crescendo che si livella all’osceno) come possibile campo d’indagine della materia, in altro luogo quella materia sgraziata anelata a eternità, quest’ultima, terminale alla materia. Si confondono spesso i confini della razionalità e del sogno nell’ambivalenza degli spazi dalla forma dissociativa alla vigile mediazione del sonno e sulle premesse della costante di base del reale e la variabile dell’effimero versante onirico.

Luciano Nanni è nato a Monzuno (BO) il 21 Aprile 1939. Dal 1971 risiede a Padova. Laureato c/o l'Università di Bologna, il 20 Novembre 1970, Facoltà di Magistero: Materie Letterarie (Relatori: Luciano Anceschi e Renato Barilli). Assistente ordinario c/o la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Bologna dall'1/11/1973 al 17/12/1982. Incaricato dell'Insegnamento di Estetica c/o la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Bologna. Professore Associato confermato c/o la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Bologna dall'1/08/1980 a tutt'oggi. E' incaricato dell'Insegnamento di Estetica c/o la Scuola di Specializzazione in Arti visive c/o la Facoltà di Lettere e Filosofia (Università di Bologna) dall' anno accademico 1989-90 a tutt'oggi. Nel 1965 ha fondato a Bologna la rivista di letteratura e arte “Il Tarocco”. Ne sono usciti otto numeri dal 1965 al 1968. La rivista “Parol” è stata da lui fondata nel 1985 ed è tuttora da lui diretta. Opere edite: La città profonda (1984); Abaddon (1993); Musica strumentale da camera (1997); Glossario di metrica italiana (2000); Corpus (2002); Ratio (2005). Attivo fin dagli anni ’60 sia in campo poetico che in campo visivo, dal 1982 in poi ha firmato tutte le sue opere non più con il nome di battesimo ma con quello di Nanni Menetti.

“Controedicola”

“Il Re del Mondo” di René Guénon Nel 1924 apparve a Parigi un singolare libro di Ferdinand Ossendowski, dal titolo Bestie, uomini e dèi. Vi si raccontava un avventuroso viaggio nell’Asia centrale, nel corso del quale l’autore affermava di essere venuto in contatto con un centro iniziatico misterioso, situato in un mondo sotterraneo le cui ramificazioni si estendono ovunque: il capo supremo di questo centro era detto Re del Mondo. René Guénon prese spunto da tale pubblicazione per mostrare, in questo breve e splendido libro, come, dietro alle confuse narrazioni di Ossendowski e di altri scrittori, si profilassero dottrine e miti immemoriali, di cui si ritrovavano tracce dal Tibet (con la sua nozione dell’Agarttha, la terra ‘inviolabile’) alla tradizione ebraica (con la figura di Melchisedec e della città di Salem), e così anche nei più antichi testi sanscriti, nel simbolismo del Graal, nelle leggende sull’Atlantide e in tanti altri miti e immagini. A mano a mano che si svelano questi rapporti, siamo còlti come da una vertigine: con pochi e sobri gesti Guénon riesce a mettere in contatto tali e così diverse cose che alla fine ci troviamo dinanzi a una sterminata prospettiva, che traversa tutta la storia fino a oggi, dalle origini inattingibili della Tule iperborea fino all’occultamento del centro iniziatico nella nostra ‘età nera’, il Kali-Yuga. In poche pagine, e tutto per immagini, Guénon disegna dunque la linea della trasmissione della Tradizione primordiale, sicché questo libro potrà valere per molti come introduzione al pensiero di un maestro solitario e indispensabile del nostro tempo. Traduzione di Bianca Candian. Piccola Biblioteca “Adelphi”

“Uova fatali” di Michail Bulgakov Il professor Vladimir Ipat’evic Pérsikov, direttore dell’Istituto Zootecnico di Mosca era un’autorità indiscussa nel campo dei rettili e degli anfibi, uno scienziato di primissimo ordine sopravvissuto alle durezze e alle privazioni degli anni successivi alla rivoluzione russa. Finalmente, nell’estate 1928, riavute le sue stanze di abitazione, lo spazio per i libri, i nuovi microscopi in istituto, poté dedicarsi nuovamente alla ricerca scientifica, sua unica ragione di vita. E fu proprio nel suo laboratorio che Pérsikov scoprì per caso un raggio misterioso in grado di moltiplicare l’attività della sostanza vivente. Una situazione che, per l’intervento di un burocrate zelante porterà a una inarrestabile generazione di mostri. Le uova fatali, vicino per situazione storica e per finezza alla satira utopistica di Majakovskij, anticipa una tematica che diverrà fondamentale nella letteratura fantascientifica. Un libro straordinario e imprevedibilmente inventivo dove si rivela tutto il genio di Bulgakov. Michail Afanas’evič Bulgakov (1891-1940), tra i massimi scrittori russi, si laureò in medicina ma abbandonò questo campo per dedicarsi al giornalismo. Autore di romanzi celebri quali La guardia bianca e Il maestro e Margherita fu continuamente bersagliato dalla critica sovietica: alcune sue opere furono pubblicate oltre vent’anni dopo la sua morte. In copertina: Technical Ecstacy (Black Sabbath), Hipgnosis. Tascabili Bompiani Narrativa

“Viaggio in Basilicata (1847)” di Edward Lear Sulle orme dei grandi viaggiatori stranieri di ’700 e ’800, Edward Lear, famoso nei paesi di lingua inglese come inventore di quelle filastrocche, apparentemente prive di senso, ma ricche di ‘humour’, che vanno sotto il nome di ‘limericks’, intraprende, nell’autunno del 1847, un viaggio in Basilicata, traendone inesauribile materia di esercizio per la sua penna di scrittore e la matita di paesaggista. La cronaca di quel viaggio restituisce tratti inediti o poco noti della regione: i percorsi accidentati, le soste in squallide taverne, i soggiorni in numerosi paesi e loro descrizioni, leggende, feste e tradizioni popolari, gli incontri con personaggi imprevedibili e una folla di gente ora cordiale, ora guardinga o sospetta. Il contatto partecipe, e non solo curioso o esterno, con il mondo lucano ispira al Lear pagine che, al pregio di una scrittura brillante, venata di ‘humour’, assommano il valore di preziosa testimonianza storica. Edward Lear, spinto a viaggiare da ragioni di salute oltre che da un’incontenibile curiosità intellettuale, soggiorna a lungo in Italia (dove muore nel 1888 all’età di settantasei anni), lasciando una ricca produzione di diari e disegni. Edizioni Osanna Venosa

Lapidario

“La biblioteca di un uomo è una specie di harem”
Ralph Waldo Emerson