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MARCEL E PAWEL LOZINSKI CECILIA MANGINI ANGELA BARBANENTE MONZA SILICON VALLEY LE ALTRE LINGUE DEL POP PROGETTO

TINALS RITA PAVONE
NEOLIBERISMO

Le continuità e discontinuità con il modello classico
di BENEDETTO VECCHI

●●●Il neoliberismo non è stata una pavloviana reazione padronale alla crisi del capitalismo che nella seconda metà degli anni Settanta raggiunse il suo acme. Le formule messe in atto da Margaret Thatcher e da lì a poco da Ronald Reagan volevano chiudere, ripristinando il potere perduto del capitale, la parentesi dei tanto declamati «trenta anni» di sviluppo economico garantito da un «interventismo» dello Stato, che non solo regolava il conflitto tra capitale e lavoro, ma era un soggetto economico a tutto tondo. Formule, quelle thatcheriana e reaganiana, che conquistarono però un robusto consenso sociale. Il pensiero neoliberista, che occupò allora il centro della scena pubblica senza abbandonarla nei decenni successivi, era tuttavia stato elaborato proprio in quei gloriosi trent’anni dentro alcune università americane e numerosi think thank lautamente finanziati da capitalisti sempre più insofferenti verso quella «rivoluzione mondiale» (il Sessantotto) aveva sottoposto a critica le geografie mondiale e le feroci gerarchie sociali del capitalismo. Il neoliberismo prende così forma e si sviluppa in quel centro di gravità permanente del sistema-mondo capitalista l’asse atlantico tra Europa e Stati Uniti - scosso da una radicale politicizzazione dell’insieme dei rapporti sociali che mette in discussione le fondamenta del cosiddetto compromesso fordista. E fornisce il lessico per un modello di società che ha le caratteristiche di una controrivoluzione tesa a chiudere le porte a qualsiasi rinnovato progetto di superamento del capitalismo. È di questo modello di società che il volume La nuova ragione del mondo di Pierre Dardot e Christian Laval tratta. Un saggio impegnato e impegnativo, perché definisce una realistica e convincente genealogia del neoliberismo, definendone le continuità e le discontinuità con il pensiero liberale «classico».

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IL FURTO LIBERALE

SAGGI DI BENEDETTO VECCHI, MARCO BASCETTA, ANDREA FUMAGALLI, GISO AMENDOLA, ADELINO ZANINI SU «LA NUOVA RAGIONE DEL MONDO» DI PIERRE DARDOT E CHRISTIAN LAVAL, LA PRIGIONE ECONOMICA CONTEMPORANEA

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ALIAS 30 NOVEMBRE 2013

NUOVA RAGIONE DEL MONDO

LA MESSA AL LAVORO DEL PENSIERO CRITICO

«La nuova ragione del mondo» di Pierre Dardot e Christian Laval definisce la genesi ma non le possibili vie di fuga da un progetto di società
di MARCO BASCETTA

●●● I movimenti che si svilupparono intorno al 1968 erano soliti indicare nel «sistema» (riferendosi anche al «socialismo reale») il nemico da abbattere. Intendendo con questo una totalità articolata del dominio in grado di controllare, manipolare o inibire ogni aspetto della vita individuale e collettiva. Il concetto di sistema si accompagnava solitamente a quello di «integrazione», ovverosia l’insieme di strumenti, pratiche e istituzioni in grado di assicurare agli sfruttatori la complicità degli sfruttati e in primo luogo di quella classe operaia che Herbert Marcuse aveva dato per definitivamente «integrata», invitando a volger lo sguardo verso il terzo mondo e gli emarginati. L’espressione «sistema» stava ad indicare come il «tardocapitalismo» fosse diventato molto di più di un «modo di produzione» e degli apparati ideologici e giuridici necessari a farlo funzionare. Si trattava di una intera costellazione di elementi antropologici, psicologici, culturali, capace di corrompere gli animi, così come di penetrare e condizionare ogni singolo ingranaggio della macchina sociale e ogni oscillazione dell’opinione pubblica. I movimenti di protesta davano così la loro versione aspramente critica di quello che era stato il compromesso fordista, puntando essenzialmente su ciò che ne era rimasto fuori. Un modello di società All’epoca, tuttavia, la perfezione disciplinare e onnicomprensiva del «sistema» era stata decisamente esagerata (come dimostra, del resto, l’alto grado di conflittualità che lo attraversava), poiché è solo con il neoliberismo pienamente dispiegato, alla fine del XX secolo e dopo il crollo dell’Unione sovietica, che essa sembra essersi affermata e imposta come una vera e propria Nuova ragione del mondo, al termine di una lunga, contraddittoria, storia delle dottrine e delle politiche liberiste, che Pierre Dardot e Christian Laval ricostruiscono in uno straordinario lavoro che reca appunto questo titolo

(DeriveApprodi, pp. 497, euro 27). Ma cosa è una «ragione del mondo»? Appunto, non semplicemente un «modo di produzione» ( se pure di quest’ultimo Marx non avesse affatto fornito una idea povera ed economicistica come alcuni gli imputano). Né un pensiero egemonico, o un organizzazione tanto efficiente da apparire indiscutibile. Nemmeno una inedita forma di governo sugli uomini o una nuova fede capace di catalizzare aspirazioni e speranze. O forse tutte queste cose messe insieme. Ma soprattutto, per dirla un po’ ruvidamente, è l’affermarsi della ragione dei vincitori in quanto ragione dei vincitori, è il rapporto di forze scaturito dall’esito di un lungo e aspro scontro di classe, esito, per di più, accettato e interiorizzato dagli sconfitti. In nome della concorrenza Differentemente dalla fine degli anni ’60, «sistema» non si accompagna però più a «integrazione», (concetto che, nel volerlo rimuovere, ammetteva comunque implicitamente l’esistenza di un conflitto di classe) , ma a una nuova e del tutto antitetica parola chiave: concorrenza (che il conflitto di classe pretende invece di avere sostituito). Nel «sistema della concorrenza» confluiscono felicemente le due necessità che, fin dalle origini, scontando divergenze e controversie politiche e interpretative, avevano attraversato la storia teorica e pratica del liberalismo: la necessità di stabilire le regole per governare la società e quella di garantire l’azione libera e spontanea degli agenti economici, la necessità dello stato e quella del mercato. La concorrenza, la legge suprema del neoliberismo, del resto, non si limita a una pura e semplice regola di mercato, pretende di incarnare principi etici (la meritocrazia) e criteri di buon governo (la democrazia liberale). È un modello di relazione tra soggetti che nel suo riferirsi all’agone tende costantemente alla personalizzazione, a enfatizzare la forza e la determinazione dell’io imprenditoriale ( che si tratti di un singolo o di una holding) rispetto ai fattori «sistemici» e statuali che ne condizionano l’azione, che quell’io hanno letteralmente fabbricato. Ma la concorrenza, va da sé, non è a somma zero. A ogni vincente corrisponde sempre uno o più perdenti. Al merito corrisponde la colpa, al successo il fallimento. Alle «vittime di se stessi», della propria incapacità di calcolo o della propria inerzia, il regime concorrenziale non può offrire, salvo contraddire la sua ratio, alcun principio di «integrazione», ma solo la possibilità (astratta) di provarci un’altra volta. È una economia e una politica dell’«occasione» che si sostituisce a ogni principio di integrazione o di

In grande, George Segal «Depression Bread Line», 1991. Installazione presso il FDR Memorial, Washington nel 1997. A destra « Walk, Don't Walk», 1976, Whitney Museum of American Art

Esercizi di esodo dal grande sistema

solidarietà. Questa sostituzione non può che porre dei limiti all’esercizio della democrazia, poiché l’applicazione estensiva di procedure decisionali democratiche darebbe voce anche alla vasta schiera dei perdenti, i quali non mancherebbero di mettere in questione le regole della competizione che li ha visti sconfitti. Del resto i teorici neoliberisti più coerenti non hanno mai nascosto che la

NEOLIBERI
libertà di competere sul mercato prevedeva una limitazione delle libertà democratiche. Prevedeva, detto altrimenti, la presenza di uno stato e di una politica che per essere «minimi» su un versante, quello della concorrenza e della «libera impresa», avrebbero dovuto essere «massimi» sull’altro: quello dell’azione di contrasto nei confronti dei fattori politici, sociali, culturali che rifiutano l’inclusione di ogni sfera dell’esistenza e della vita associata nell’arena della competizione mercantile. Al termine della loro ricostruzione storica, Dardot e Laval concludono che, con il neoliberismo della concorrenza universale, è la forma di capitalismo più totalitaria pervasiva e impermeabile che celebra il suo trionfo. Questo trionfo consiste essenzialmente nell’aver conseguito due risultati: nell’avere impresso tanto all’individuo quanto allo stato la logica, la forma e la finalità dell’impresa. L’individuo, costretto a farsi «imprenditore di se stesso» e investitore del proprio «capitale umano» in seguito allo smantellamento, squisitamente politico, di ogni protezione sociale, genera «autonomamente» la propria disciplina, sorveglia che nulla si discosti dal calcolo costi/benefici e dalla coazione al successo. Gli stati, dismesse le vesti di garanti del quadro generale della concorrenza, si precipitano a loro volta nell’agone. Ingaggiando una aspra competizione per garantire, a scapito dei diritti dei cittadini, delle condizioni di lavoro e della redistribuzione dei redditi, le migliori condizioni di agibilità e di profitto agli investimenti e la massima sicurezza alla rendita finanziaria tramite l’inasprimento dell’imposizione fiscale (che, in questo caso, il neoliberismo si guarda bene dal demonizzare). La competizione tra gli stati europei, resa ancora più brutale dallo stretto ring della moneta unica, finisce col far giustizia di ogni finzione cooperativa e di ogni illusione di equilibrio. Illudersi e illudere che le sovranità nazionali possano proteggere i propri cittadini dalla rapacità del capitalismo globale, come pretendono le diverse varianti del populismo, vuol dire consegnarsi ancor più indifesi al comando senza scrupoli di élites nazionali in competizione fra loro per assicurarsi il

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Una straordinaria cassetta degli attrezzi per smontare i dispositivi istituzionali del neoliberismo. Dove la retorica dello stato minimo si accompagna alla costruzione di meccanismi antidemocrativi di decisione politica
DARDOT-LAVAL ■ L’economia della natura umana
di svolgere scelte discrezionali (quindi di governance politica sociale) tanto più è subordinata alle dinamiche delle gerarchie di mercato. Tale governance neoliberista, che si attua a livello globale, ha come strumento di ricatto e di consenso il processo di finanziarizzazione. Uno strumento che per essere efficace richiede che gli ambiti decisionali «liberi e democratici» siano il più possibile controllati e contenuti. Occorre quindi uno «Stato minimo» a livello economico in copresenza con uno «Stato massimo» a livello politico-decisionale (soprattutto in tempi di crisi).La razionalità del neoliberalismo è tutta qui: una governance delle soggettività imprenditoriali che sono dentro di noinon dettata da dispositivi esterni o giuridici ma alimentata dagli stessi soggetti. L’illusione di poter scegliere si tramuta così nella supina accettazione della propria miserevole condizione. Strutturalmente instabile La crisi finanziaria mostra l’irrazionalità della presunta razionalità neoliberista. Non solo perché la governance finanziaria risulta strutturalmente instabile o perché l’adozione pervicace e «stupida» delle politiche neoliberiste (privatizzazioni, austerity) peggiora ulteriormente la già critica situazione. Ma soprattutto perché il soggetto imprenditoriale si scopre nudo e impotente, rubato della sua individualità. Vi sarebbero oggi tutte le condizioni per sviluppare una «resistenza alla governamentalità neoliberista», a patto però che non si cada nell’«illusione che il soggetto alternativo possa essere, in un modo o nell’altro, ’già qui’». Tale soggetto, ieri classe oggi divenuto disperso nella precarietà del lavoro vivo, a torto o a ragione considerato dal pensiero marxista e alternativo la leva per trasformare il mondo, deve fare i conti con la soggettività neoliberista. Ed è in questa dimensione che occorre continuare quel «processo di soggettivazione» che pone il conflitto al suo giusto livello.

GERENZA
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Il punto di rottura di una visione del mondo dove il soggetto è nudo
di ANDREA FUMAGALLI

●●●È già di per se stesso indicativo che il ponderoso volume di Pierre Dardot e Christian Laval si intitoli La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista. Il porre l’accento sulla «ragione» e sulla «razionalità» ci mette subito sull’avviso che non stiamo parlando di «ideologia», ma di qualcosa che va molto più in là: stiamo parlando di antropologia e psicologia sociale. Nella scienza economica, l’antropologia gioca un ruolo assai importante sino a definire una vera e propria antropologia economica, quella dell’homo oeconomicus. Tale concezione si basa sul postulato secondo cui la società umana è atomistica, cioè composta da un insieme di individui singoli che operano sulla base di due ipotesi che ne determinano il comportamento (la psicologia, o meglio, la soggettività): una razionalità strumentale che consente, pur in un contesto di informazione imperfetta e incompleta, di potersempre massimizzare una funzione d’utilità individuale e la validità del principio di mutua indifferenza, secondo cui non si considerano gli effetti che le proprie decisioni economiche possono avere sugli altri.

ISMO
sostegno delle oligarchie sovranazionali. Oltre la contingenza Tuttavia, l’argomentazione di Dardot e Laval nel suo apprezzabile antiriduzionismo, nel tentativo di restituire la razionalità totalizzante del sistema in tutte le sue articolazioni, la quale non si potrebbe ricondurre alla semplice necessità di accumulazione del capitale, lascia che il regime perfettamente oppressivo della concorrenza universale si libri per così dire nel vuoto. Certamente, come sostengono i due autori, è l’esito di una storia, di una strategia di dominio forgiata non già da un disegno diabolico, ma nel corpo a corpo con la contingenza. Nondimeno, senza la natura necessariamente espansiva del capitale, senza la potenza di un valore che esiste solo per valorizzarsi, senza l’ineluttabilità di un processo di accumulazione che reagisce con

violenza ad ogni blocco e ostacolo, né la legge della concorrenza, né la logica d’impresa, né la sua interiorizzazione potrebbero spiegarsi. E neanche la violenza nuda e cruda che regolarmente deborda dal quadro della razionalità governamentale. Il che non significa affatto sostenere il carattere puramente economico del liberismo a cui magari potrebbe contrapporsi un più umano liberalismo politico, come qualche anima bella continua a sostenere. Man mano che La nuova ragione del mondo si avvia alla sua conclusione cresce la sensazione di trovarsi di fronte a un ordine senza residui e del tutto padrone delle contraddizioni che lo attraversano, laddove governo di sé e governo degli altri si fondano e si fondono l’uno nell’altro in un sistema perfetto di oppressione e di controllo senza scampo.

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Una falsa libertà di scelta Il perseguimento del massimo utile definisce così i confini della libertà umana. Un comportamento che, partendo dal presupposto (non dimostrato) che tutti gli esseri umani godono di pari opportunità (se ciò non avviene, ne sono responsabili le istituzioni collettive) , non persegue la libertà effettiva (quella è già assodata) ma si realizza nella «libertà di scelta» tra fini alternativi. È in questo passaggio - dalla libertà di agire (laissez faire) alla libertà di scelta –che si attua la mutazione dal liberalismo classico al neoliberalismo contemporaneo. Non è un caso che Dardot e Laval, riguardo alla prima fase, parlino di «uomo imprenditoriale» per poi soffermarsi, con riferimento ai nostri giorni, al «governo imprenditoriale». Finché la teoria liberista metteva al centro il tema della libertà economica dell’individuo, oggetto dell’analisi teorica era il rapporto tra individuo e legge, tra individuo e Stato. La libertà del primo si scontrava così con i vincoli sovra-individuali posti dal secondo. Al riguardo il dibattito negli anni ’30 tra von Hayeke, von Mises, da un lato, e Langee Lerner, dall’altro, sulla miglior efficienza allocativa del mercato o della pianificazione, è paradigmatico. È in questo passaggio che il pensiero neoliberista si ridefinisce e diventa egemone a partire dalla crisi del keynesismo negli anni ’70 grazie ai contributi dei principali think-thank (che hanno la loro radice nel Convegno Lippmann

del 1938: London School of Economics e Scuola di Chicago per l’analisi teorica, Trilateral e Forum di Davos per gli aspetti di governance e policy). Tale successo si fonda sulla «fabbrica del soggetto neoliberista». Non più semplice individuo con una sua antropologia naturale (homo oeconomicus) ma «soggetto imprenditoriale» esito di una evoluzione antropologica che porta al «divenir impresa dell’uomo». Il rapporto tra individuo e legge e tra individuo e Stato viene superato nel nome del mercato come organizzazione sovra-individuale al cui interno i desiderata individuali possono realizzarsi a patto di accettare una nuova razionalità soggettiva auto-imprenditoriale. È per questo che sia lo Stato, con tutte le sue varie articolazioni, che la «Legge» non definiscono più i confini del laissez faire, ma ne diventano funzionali e subalterni oltre che amplificatori culturali. Il diritto del lavoro tende a scomparire nell’alveo di un diritto privato che riconosce sempre più il primato dell’individualismo sull’individualità. La politica economica, sia monetaria che fiscale, viene ridotta ai minimi termini e diventa ancillare ai diktat di mercato. La Banca Centrale, ad esempio, tanto più diventa autonoma dalla possibilità

In copertina, George Segal, «Chance Meeting», 1989, bronzo. Collezione privata

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NUOVA RAGIONE DEL MONDO

LA MESSA AL LAVORO DEL PENSIERO CRITICO

Un’analisi del capitalismo che usa la critica marxiana dell’economia politica e la produzione di soggettività in Foucault. Aprendo nuovi percorsi al pensiero critico
di GISO AMENDOLA

●●●«L’economia è il metodo. L’obiettivo è cambiare le anime»: così Margareth Thatcher, in un’intervista del 1986, sintetizzava la trasformazione dell’economia in una disciplina personale, in una serie di tecniche per addestrare e produrre soggetti conformi alla regola fondamentale imposta dal neoliberalismo, la concorrenza. Considerare il neoliberalismo come una specifica razionalità, seguire le particolari modalità attraverso il quale ha dato forma ai comportamenti, alle condotte di vita, è l’obiettivo dichiarato di La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista di Pierre Dardot e Christian Laval. Il neoliberalismo non va considerato esclusivamente come una ideologia, e neppure come una politica economica, ma come una forma specifica di governamentalità: un modello di governo delle condotte, ispirato appunto alla norma della concorrenza, e, insieme, una modalità di soggettivazione, per la quale il soggetto è chiamato ad interiorizzare la forma stessa dell’impresa. Approfondendo in modo notevole il campo di indagine che Michel Foucault aveva aperto soprattutto con il corso sulla Nascita della biopolitica, una buona parte del libro è dedicata appunto a una genealogia della governamentalità neoliberale. Dall’impostazione foucaultiana, emerge qui un primo chiaro obiettivo polemico: la ricorrente riduzione del neoliberalismo, e della sua specifica e complessa razionalità di governo, a un’idea troppo semplificata di liberismo. Il neoliberalismo non è una «ritrazione dello Stato»: è anche produzione di dispositivi di governo, di specifiche forme di vita, di soggettività. Non solo laissez-faire Lo Stato non è tolto da mezzo, e neppure semplicemente trasformato in strumento degli interessi privati: uno dei principali problemi delle sinistre, di fronte al neoliberalismo, insistono Dardot e Laval, è l’aver scambiato il neoliberalismo per un ritorno in forza dell’ideologia della laissez-faire, restando così completamente sguarnite di fronte al dispiegarsi molteplice e produttivo dei dispositivi di cui si nutre la razionalità neoliberale. Non è solo però il Foucault governamentale ad animare l’analisi di Laval e Dardot: quando la genealogia si fa esplicita critica del presente, i due autori coniugano molto opportunamente l’analisi della governamentalità con le analisi delle tecniche del sé, cui Foucault dedicherà le sue ultime ricerche. Il libro, da genealogia della

Il lento divenire di una efficace controcondotta
governamentalità neoliberale, si trasforma così in una precisa cartografia delle modalità di costruzione del neo-soggetto, del tipo di soggettività richiesta dalla razionalità neoliberale. È un viaggio tra le più sofisticate modalità del biopotere foucualtiano: il neosoggetto si forgia attraverso l’interiorizzazione di un’etica della prestazione che lo spinge a esigere sempre più da se stesso, ben oltre ogni antico ideale della padronanza di sé. Laval e Dardot definiscono questa identificazione del soggetto con una mai conclusa «impresa di sé», come una ultra-soggettivazione: autorappresentarsi come capitale umano significa spostare sempre in avanti la barra della prestazione che ci si autoimpone e del godimento che si ricerca, in un superamento indefinito di se stessi (vera e propria incarnazione neoliberale degli esercizi spirituali: Paolo Napoli chiude la sua bella prefazione a quest’edizione italiana richiamando questa sorprendente attualità di Ignazio di Loyola). Questa ultrasoggettivazione richiama evidentemente una logica non esclusiva della razionalità neoliberale, ma sottesa all’intera storia dell’accumulazione del capitale: e qui, incontrandosi soggettivazione «per eccesso di sé» e plusvalore, il taglio foucaultiano non può che incrociare il discorso marxista. Il difficile incontro Non è un incontro dei più facili: il libro è anche un esplicito tentativo di far funzionare la governamentalità foucaultiana e l’analisi dei processi di soggettivazione come correttivo dell’analisi marxista, della quale Dardot e Laval sottolineano a più riprese quelli che considerano i limiti più evidenti. La pretesa di analizzare tutto l’evolversi del capitalismo alla luce della logica dell’accumulazione rischia di ridurre forzosamente ad unità fasi differenti e dispositivi che emergono invece da incontri e scontri strategici, ai quali non può essere prestata dall’esterno una razionalità compatta, unitaria e lineare. La tentazione «marxista» di ricondurre l’intera analisi alla retrostante «logica del capitale» si muove su un piano sintetico, verso una logica unitaria del funzionamento del sistema piuttosto che verso una «foucaultiana» logica strategica dell’emersione dei singoli dispositivi. Eppure, i due approcci si toccano proprio quando si tratta di leggere il tema della soggettivazione: l’approccio foucaultiano, che mostra come il soggetto si fa impresa, in fondo non fa che descrivere come il comando del capitale oggi è costretto a farsi produzione della stessa soggettività, a calarsi nei ritmi di vita, a distendersi nell’interiorizzazione delle norme della concorrenza e della prestazione. Al di là della critica opportuna alle rigidità dei marxismi tradizionali nel comprendere la razionalità neoliberale, alla loro difficoltà a fare pienamente i conti con la «governamentalizzazione» dello Stato, un incontro tra Marx e

Foucault è reso ora possibile e proficuo proprio dal trasformarsi della produzione in produzione di soggettività, dall’allargarsi contestuale della produzione dalla fabbrica a tutto il sociale: in ultima analisi, dall’impossibilità di distinguere estrazione di valore e dispositivi di biopotere quando la marxiana sussunzione reale si è oramai estesa direttamente alle forme di vita e all’intera cooperazione sociale, ben oltre i ritmi «misurati» dello sfruttamento tradizionale. Se questo è vero, allora anche il problema della rottura della governamentalità, o meglio, dell’elaborazione di una governamentalità altra da quella neoliberale, verso cui muovono infine Dardot e Laval, potrebbe essere nuovamente impostato a partire da questa nuova densità della cooperazione sociale, del marxiano lavoro vivo, su cui si estendono i dispositivi della foucaultiana razionalità neoliberale. Una qualità intensiva Non è possibile immaginare, insistono Laval e Dardot, un «fuori» assoluto rispetto alla governamentalità neoliberale: le resistenze, se nascono, si muovono all’interno di quei dispositivi. Ma, per quanto certo non si dia alcun «esterno» assoluto rispetto alla razionalità neoliberale, va però aggiunto che queste resistenze sono oggi forze che lottano dentro la nuova qualità intensiva che assume la cooperazione sociale. Laval e Dardot, mentre assumono molto opportunamente come elemento portante della loro analisi gli elementi di regolazione giuridico-istituzionali che il capitalismo finanziario mette in campo, riaffermano anche in questo testo il loro scetticismo sulle analisi che valorizzano la trasformazione «cognitiva» di tale capitalismo. Eppure, quasi

oltrepassando le loro stesse perplessità, questo incontro tra Marx e Foucault fa cenno proprio alla trasformazione dei rapporti tra «lavoro vivo» e «lavoro morto», e, quindi, alla nuova densità cognitiva della forza-lavoro. È in fondo questa densità, la sua eccedenza rispetto alla normatività governamentale, che costringe continuamente il neoliberalismo a mettere in campo tutte le sue risorse di adattamento, ma è anche quella che potrebbe trasformare eventuali strategie di resistenza interne alla governamentalità neoliberale nella sua interruzione e nell’elaborazione effettiva di quella «ragione del comune», della quale anche Dardot e Laval intravvedono le tracce nelle nuove pratiche generate dalla cooperazione sociale.

Le pratiche di mutua assistenza, di lavoro cooperativo possono disegnare le linee di un’altra ragione del mondo. La ragione del comune

PIERRE DARDOT CHRISTIAN LAVAL

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VECCHI DA PAGINA 1

La maledizione terrena dell’individuo proprietario
Come sempre accade in questi casi, spesso la continuità offusca i termini della discontinuità e viceversa. Ne esce comunque un affresco degli ultimi quarant’anni di storia del capitale tra i più significativi. È cioè un saggio che costringe a ripensare con radicalità proprio la politica della trasformazione, prendendo congedo da ogni ipotesi di «riforma dall’interno» del capitalismo globale. La costellazione teorica dei due autori è subito dichiarata. Da una parte c’è Marx e la sua analisi del capitalismo in quanto rapporto sociale di produzione; dall’altra c’è il Michel Foucault dei seminari sulla nascita della biopolitica e dell’ermeneutica del soggetto. Il neoliberismo è dunque interpretato come il tentativo di sviluppare da parte del capitale di una vera e propria teoria generale della società. Dardot e Laval sostengono che dall’Europa e dagli Stati Uniti è una ideologia che si è diffusa in tutto il mondo, attraverso un processo di continuo adattamento, fino al paradosso che non sono pochi gli analisti che definiscono la Cina come un paese neoliberista. La nuova ragione del mondo non prefigura cioè un pensiero unico, bensì è una weltanschauung che si nutre per accumulo di differenze: spaziali, di sistema politico, di ruolo dello Stato. Già questo elemento rendono il volume di Dardot e Laval un buon viatico per una storia critica del neoliberismo, allorquando questo modello di società è entrato in una crisi su scala planetaria. La radicalità della sua crisi non coincide, tuttavia, con l’eclissi di quel modello di società. Paradossalmente, il neoliberismo prospera con la crisi, al punto che la finanziarizzazione dell’economia (e la conseguente finanziarizzazione dei diritti sociali) ha subito, dal 2008, un’accelerazione. Inoltre, come dimostra un prezioso saggio di In grande, George Sandro mezzadra sulle nuove Segal «Circus geografie del capitale Acrobats», 1988, (www.euronomade.info) le gesso, filo metallico e differenze tra realtà nazionali corda. Lincoln Sun svolgono un ruolo di Center, Orlando stabilizzazione del sistema. A destra, «The L’uso disincantato che in questo Commuters», 1980, libro di Dardot e Laval fanno di installazione al Port Marx e Foucault è propedeutico a Authority Bus una lettura che non sempre riesce Terminal di New York a intravedere i punti di frizione, di contraddizione, di conflitto dentro e contro il neoliberismo. Possiamo per questo inscrivere il saggio di Dardot e Laval in un filone importante di analisi del capitalismo contemporaneo. Significativo, ad esempio, è l’analisi della figura dell’individuo proprietario che propone. Da questo punto di vista, è un’«astrazione reale», avrebbe detto Marx, che spiega tanto le politiche economiche di dismissione del welfare state, quanto la riduzione della natura umana a un capitale umano che tende a valorizzarsi nelle relazioni sociali in cui è immerso. Uomini e donne diventano così capitale culturale quando entrano nella fabbrica della formazione, stipulando debiti con le università per accedere a un sapere, fattore indispensabile per entrare nel mercato del lavoro, dove l’individuo proprietario indossa le vesti dell’imprenditore di se stesso». Anche gli affetti devono vedere all’opera un singolo dotato di un certo capitale relazionale, che deve essere regolato da un lex mercatoria dove i singoli devono trarre il massimo vantaggio. Sono tutti elementi che le scienze sociali hanno abbondantemente analizzato nel corso degli anni. Merito di studiosi come Dardot e Laval di averne svelato la funziona regolatrice, dove lo Stato non scompare, ma assume funzioni e un ruolo «pastorale», alimentando una crescita del sistema giuridico (ogni aspetto della vita sociale deve essere regolata) e una riduzione della politica a pratica amministrativa. Se un limite il volume di Dardot e Laval manifesta è la sottovalutazione di come la figura dell’individuo proprietario ha svolto un ruolo performativo nel rapporto tra capitale e lavoro vivo. Da questo punti di vista, la precarietà – esistenziale e nel rapporto di lavoro – diviene la condizione indispensabile affinché il neoliberismo posso divenire la «ragione del mondo». In altri termini, l’individuo proprietario è per natura precario. Garantendo così l'esercizio del potere da parte del capitale sulla società.

BASCETTA DA PAGINA 3

Il default del capitale umano e dell’imprenditore di se stesso
GENEALOGIE ■ Oltre il pensiero economico liberale
indispensabili di governamentalità: si tratti di istruzione elementare o di pubblica salubrità. La scienza del legislatore Il paradigma smithiano – scozzese, meglio – non esaurisce certo l’articolazione del «discorso» aurorale dell’economia politica. Dardot e Laval richiamano perciò con molta chiarezza quali siano le diversità che distinguono il primo dalla scuola fisiocratica, per concludere affermando che entrambi «sono comunque animati da un’intenzione politica». La «scienza nuova» di Quesnay e la «scienza del legislatore» di Smith evocherebbero però non solo la differenza che esiste tra «sovrano» e «legislatore», ma anche il ruolo demandato alla conoscenza (dell’«ordine naturale» o del «corso naturale delle cose») nello stabilirsi di tale differenza. Va qui sottolineato, certamente, come la conoscenza sia relativa ai modi di esercizio del governo, nonché all’organizzarsi del «discorso». Quanto a Smith, ad esempio, gli autori osservano come «la scienza del legislatore trov[I] il proprio fondamento nella scienza dell’economia politica, cui deve la comprensione del "corso naturale delle cose"». Dardot e Laval, si è sopra detto, non cercano di individuare, coi più, una semplice continuità tra liberalismo, liberismo e neoliberalismo, bensì di sottolineare la novità peculiare di quest’ultimo, in particolare per quanto concerne i limiti del governo e i caratteri del mercato – ove la non continuità consiste nell’attribuire al neoliberalismo una specifica razionalità fondata sul dispiegarsi della logica del mercato come logica normativa. Ci sarebbe però da chiedersi quali siano i confini a ritroso del liberalismo; perché, accademia a parte, si potrebbe obiettare che c’è un vizio d’origine storiograficamente importante, seppur nobilissimo, nell’interpretazione di uno Smith «liberale».

Prove tecniche di una scienza del legislatore
di ADELINO ZANINI

●●●Nessuna continuità tra liberalismo classico e neoliberalismo: Dardot e Laval l’avevano affermato a più riprese nell’edizione francese de La nuova ragione del mondo. Ritengono necessario ribadirlo ora, nell’introdurre l’edizione italiana, aggiungendo un corollario d’indubbia rilevanza. Non solo il neoliberalismo non è morto, ma è anche uscito rafforzato dalla crisi, che nel frattempo si è decisamente incancrenita. E si tratta di un incancrenirsi in cui gli stati hanno operato attivamente, tramite le ben note politiche di austerità. Questo perché il neoliberalismo non è affatto riducibile a un «fanatico atto di fede nella naturalità del mercato»; «non è semplice distruzione regolativa, istituzionale, giuridica, è almeno altrettanto produzione di un certo tipo di relazioni sociali, di forme di vita, di soggettività». Rispetto a ciò, il libro intende porsi come «un’opera di chiarificazione politica della logica normativa e globale del neo–liberalismo». Chiarificazione per la quale risulta più che pertinente riflettere – come gli autori fanno nei primi due capitoli – sulle tradizioni di pensiero economico di norma considerate essere una sorta di estetica trascendentale del pensiero liberale. L’approccio di Dardot e Laval è dichiaratamente foucaultiano, a partire dalla distinzione tra lin–guaggio dei diritti e linguaggio dell’utilità: tra diritti naturali e interessi. Il liberalismo classico risulterebbe essere perciò caratterizzato dal coesistere di un approccio giuridico e di un radicalismo utilitaristico ante litteram. Una tale bidimensionalità non esclude in effetti la «connessione incessante» tra i due: il riproporsi della differenza tra un linguaggio dei diritti e un linguaggio dell’utilità di cui parla lo stesso Foucault. Ed è da rinvenirsi qui la ragione per la quale l’economia politica non esaurisce il campo discorsivo del liberalismo classico; e tuttavia, il suo porsi come «principio positivo dell’arte di governare» rimodella interamente, sulla base di un’idea di progresso, il rapporto tra individuo, società civile, storia. Il gioco degli interessi A ragione gli autori osservano che ciò che si definisce liberalismo classico è attraversato sin dalle origini da tensioni molteplici: ad esempio, in Adam Smith, tra principio morale (in cui la simpatia non è una virtù, ma un criterio di approvazione) e movente economico dell’interesse. Ma essi non mancano di notare anche come una tale tensione non sia affatto una contraddizione. La Theory of Moral Sentiments (1759) e la Wealth of Nations (1776) «sono due corni di un vasto sistema morale: hanno senz’altro contenuti diversi ma impiegano un metodo affine». Sia che si tratti dell’immedesimazione simpatetica o della circolazione delle ricchezze, il loro fondamento rimane il legame sociale inscritto nel cuore della natura umana. Ed è per questo stesso legame che la tensione tra socialità e interesse è in Smith interamente positiva e propositiva, quantunque costantemente vigilata dalla giustizia: virtù «negativa» il cui compito è quello di sanzionare (e dunque di negare) gli esiti estremi delle passioni asociali, che non coincidono affatto con quelle egoistiche, per le quali una virtù, seppur inferiore, ha luogo.

In breve, il limite del potere sovrano risiede nell’intreccio degli interessi e quindi nella capacità di ognuno di sostenere, con mezzi adeguati, i propri. Si potrebbe ricordare al riguardo quale fosse la critica sferzante mossa da Smith (sulla scia di Hume) alla teoria del contratto, a cui egli contrapponeva, non a caso, una teoria dell’obbedienza forgiata interamente su di una concezione stadiale dello sviluppo delle società umane. Il concetto di società civile – interamente ripensato da Foucault – svolge qui un ruolo chiave nell’intendere il progresso come un ordine al cui interno «il gioco degli interessi è posto come principio di perfezionamento delle società». Il punto è – di nuovo Foucault – che non è più pensabile una soggezione necessaria della società civile a quella politica. Non perché si dia separatezza, bensì in quanto è cambiato il posto del sovrano, che in Smith (ma anche in Steuart) non è affatto inattivo. Se l’economia politica è «scienza del legislatore», quest’ultimo deve provvedere non solo alla difesa e alla giustizia, ma anche agli ordinamenti di polizia e, dunque, ai requisiti

Al quale gli autori contrappongono un generico processo di soggettivazione diverso e antitetico a quello neoliberista che comporti il rifiuto della logica d’impresa e della concorrenza quale modalità di «condotta» verso di sé e verso gli altri, rifacendosi al concetto foucaultiano di «contro-condotta», intesa come resistenza costruttiva alle prescrizioni del potere. Se è pur vero, come sostengono Dardot e Laval, che la crisi finanziaria non ha affatto «cantato il requiem del capitalismo neoliberista» e che non esiste un soggetto bello e pronto in grado di seppellirlo, è anche vero che «contro-condotte» e «invenzioni collettive di nuove forme di esistenza» continuerebbero a poggiare a lungo sul vuoto delle buone intenzioni se la crisi non avesse portato al fallimento folte schiere di «imprenditori di sé stessi» e se i listini del «capitale umano» non avessero subito un vertiginoso crollo. A questo dato di fatto, che non può aver lasciato indenne l’interiorizzazione della ratio neoliberista, si aggiunge quella caratteristica della forza lavoro contemporanea che si è vista restituire (in quanto «impresa») gli strumenti del proprio lavoro allo scopo di esercitare spontaneamente lo sfruttamento di sé, vedendosi precludere, al tempo stesso, la possibilità di affidare a una qualche rappresentanza politica la propria liberazione. Ed è in questi due fenomeni, nella loro ruvida materialità, che la forza di una nuova autonomia comincia concretamente a rivelarsi.

Il volume dei due studiosi francesi può essere letto anche come uno straordinario affresco delle teorie neoliberiste. Con il limite però di offrire una interpretazione acritica del pensiero di Adam Smith