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PERIODICO DI CULTURA NEO-ILLUMINISTA

NUMERO 21, MARZO 2014

(ANNO VIiI N.1)

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VALORE E LIMITI SCIENZA

DELLA

VALORI E LIMITI DELLA SCIENZA
Più di una persona storcerà il naso di fronte al titolo di questo numero 21 di Civiltà Laica. Da una parte quelli che diranno “ma come, proprio Civiltà Laica che organizza i Darwin Day e gli appuntamenti con la razionalità ci viene a parlare di limiti della scienza?”. Dall’altra coloro che diranno “ecco i soliti scientisti figli del positivismo illuminista secondo cui con la scienza si può spiegare tutto”. In realtà non c’è niente di strano ne di sconvolgente, la diffusione della scienza e del metodo scientifico è sempre stato uno dei punti di riferimento dell’attività della nostra associazione, tuttavia non siamo fra coloro che non si interrogano mai su quali limiti devono avere il progresso e la tecnologia e come debbano essere questi guidati. Insomma il risultato di queste discussioni e questi ragionamenti lo avete di fronte in queste pagine che come al solito vogliono essere uno stimolo per ulteriori approfondimenti e mai una risposta definitiva. Di certo il laico non può non provare una sincera ammirazione verso chi cerca di scoprire e spiegare le leggi che regolano il nostro universo, dai quark alle galassie con tutto quello che c’è in mezzo, anche quello che non ha una formazione scientifica ma umanistica, del resto “filosofia” significa “amore per la conoscenza” e quindi Scienza e Filosofia sono sorelle come spiega al solito molto bene Marcello Ricci nell’articolo che segue. Ma il laico non può che provare indignazione quando qualcuno lo vuole costringere a legarsi a macchine che disporranno della sua vita contro la sua volontà, e anche in questo caso l’articolo di Giulianelli chiarisce molto di ciò che intendiamo per limiti della scienza. Insomma di carne al fuoco un argomento come questo ne mette tanta, aspettiamo di conoscere i vostri commenti sulla discussione.

PROPRIETARIO ED EDITORE
Associazione Culturale Civiltà Laica, Via Carrara, 2 - 05100 Terni e-mail: redazione@civiltalaica.it

DIRETTORE RESPONSABILE
Sergio Moscatelli

Stampato per l’Ass. Cult. Civiltà Laica dalla Tipografia Visconti - Terni

Autorizzazione del Tribunale di Terni n. 03/07 dell/8 Marzo 2007

SCIENZA O FILOSOFIA? Marcello Ricci
Solita mente alla prima lezione al liceo l’insegnante mette subito in chiaro, per spiegare che cos’è la filosofia, che essa esprime un sapere critico e libero basato sulla ragione e si distingue dalla religione che è fondata sui dogmi e sulla fede. E poi, venendo alla scienza, definisce anch’essa un sapere critico razionale per cui sembrerebbe non esserci alcuna differenza con la filosofia, ma subito dopo precisa che mentre la scienza cerca di spiegare come avvengono i vari fenomeni, la filosofia si pone la domanda più generale del perché esiste il mondo e da quale principio deriva. Allora si comincia a capire che scienza e filosofia sono un po’ parenti che spesso si danno una mano l’un l’altra nel desiderio di capire un po’ meglio come stanno le cose, pur conservando una loro totale autonomia. La scienza rappresenta un tipo di sapere che non è infallibile e definitivamente vero, anzi Karl Popper ha definito la scienza fallibile e falsificabile, con quest’ultimo termine intendeva dire che le verità cientifiche devono essere messe alla prova e superate se emergono nuove scoperte che mettono in crisi il sapere scientifico precedente. Questo fatto non può essere ignorato dalla filosofia anzi molto spesso nel corso della storia la scienza ha prodotto delle scoperte che hanno aiutato la filosofia a riflettere. Si capisce allora che la scienza, che è tale, come sostiene Kant, perché agisce entro i limiti dell’esperienza, e la filosofia sono un po’ sorelle perché hanno entrambe come madre che le ha partorite la ragione. Spesso però nel corso della storia hanno litigato e l’una ha cercato di sottomettere l’altra come nel caso dell’Idealismo spiritualistico della prima metà del 1800, quando la filosofia ha relegato la scienza in un cantucccio perché, a suo dire, la vera scienza era solo scienza dello Spirito o nel caso del Positivismo della seconda metà dell’ 1800, quando la scienza ha ridotto la filosofia al suo servizio. Una cosa del genere era già successa nei secoli del Medio Evo, quando la imperante teologia, la scienza di Dio,

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aveva ridotto la filosofia a sua schiava, come si diceva allora. Ma in generale possiamo dire che che a partire dalla nascita della scienza moderna con Galileo la collaborazione tra le due sorelle è stata buona e con vantaggi reciproci. Vorrei portarvi un esempio di scoperta scientifica che ha avuto anche notevoli conseguenze filosofiche. Nel 1543 Copernico proponeva un nuovo paradigma cosmologico, in altre parole più comprensibili, aveva sostenuto che il sole è immobile al centro dell’universo e la terra gli gira intorno insieme agli altri pianeti. Era lo sconvolgimento totale della precedente visione cosmologica geocentrica, che avevano elaborato Aristotele e l’astronomo Tolomeo, che vedeva la terra immobile al centro dell’universo e il sole e gli altri pianeti girare intorno ad essa. Era il rifiuto totale di quella visione del cosmo che la Chiesa aveva fatto propria perchè sostenuta nella Bibbia. L’astronomia con i successivi e decisivi contributi di Galileo e Keplero

diventava scienza. Ma questa rivoluzione nella collocazione spaziale della terra non restava limitata all’ambito scientifico astronomico, essa comportava, come ben capì subito la Chiesa, una nuova visione dell’uomo e del mondo e cioè una nuova filosofia, che possiamo definire laica perchè fondata sulla razionalità critica, che riflette sui risultati delle scoperte scientifiche e li fa propri. La terra divenuta uno dei tanti pianeti, perdeva la sua posizione privilegiata al centro dell’universo e conseguentemente anche l’uomo mutava la sua posizione. In altre parole era avviata la rivoluzione moderna anche in filosofia: l’uomo copernicano si era liberato dell’illusione di essere al centro dell’universo e aveva sostituito ad una visione religiosa una visione scientifica e filosofica laica. Un altro esempio può essere dato dalla nascita del darwinismo. Quando l’evoluzionismo di Darwin è apparso all’orizzonte del panorama scientifico nel 1859

con L’origine delle specie e con L’origine dell’uomo nel 1871, i più attenti tra gli scienziati e i filosofi del tempo cominciarono a capire che ci si trovava di fronte ad un’altra teoria scientifica, che avrebbe rivoluzionato non solo la biologia, ma, come era accaduto al copernicanesimo in l’astronomia, avrebbe avuto conseguenze enormi sulla visione filosofica della natura e soprattutto dell’uomo. Dopo Darwin, così come dopo Copernico, la consapevolezza che l’uomo ha acquisito della sua posizione nel mondo ha posto le basi di una nuova visione filosofica, che costituisce il contributo più cospicuo alla concezione laica dell’uomo contemporaneo, contribuendo a liberarlo dai fantasmi intolleranti delle visioni religiose del mondo. Un ultima avvertenza per chi ama la scienza: stiamo attenti a non trasformarla in una nuova religione. Ce ne sono già troppe. Ma comunque in tal caso ci sarà sempre a vigilare la filosofia come sapere critico e razionale.

SCIENZA E FEDE: COSA CI PUÒ DIRE LA SCIENZA SUGLI Maurizio Magnani DEI?
Quando il fisico Laplace presentò la sua visione cosmologica a Napoleone, l’imperatore gli chiese perchè mancasse in essa Dio, ottenendo in risposta: “questa ipotesi non mi serve”. Anche odierni scienziati scettici sul divino, come T. Pievani (Creazione senza Dio; Einaudi), V. Stenger (La scienza non crede in Dio; Orme), R. Dawkins, ribadiscono il concetto che nell’analisi scientifica del mondo non è necessario ricorrere a Demiurghi Cosmici o Architetti Intelligenti. Eppure, ci sono ottimi scienziati credenti. Spesso, l’obiezione degli uomini di fede è “la scienza non spiega tutto” e “scienza e fede sono compatibili perché concernono domini diversi del reale”. D’altronde, non avere necessità degli dei (al plurale, dato che i monoteisti sono un terzo dei credenti nel mondo) o non crederci non significa che non esistano. Ma è proprio così? Filosofia e sociologia delle religioni distinguono tra sentimento di fede (= fiducia, confidenza) e oggetto di fede. Riguardo il primo, documentato fin nei Neandertaliani, sono stati indagati gli aspetti psicologici, cerebrali, biochimici (neurotrasmettitori, ormoni, ecc.) che lo sottendono ma la conoscenza della psiche umana, con i suoi bisogni, autoinganni e illusioni, nulla dice se gli dei esistano o no, seppur ci fornisca prove sulla nostra smisurata attitudine mitopoietica di generare dei e olimpi. Veniamo allora all’oggetto di fede: anche qui le scienze hanno indagato a fondo (archeologia, storia delle religioni, antropologia, cosmologia, ecc), consegnandoci un quadro univoco. Proviamo a sintetizzarlo. 1) Il cosmo è un immenso oceano gelido (t° media di – 270 °C) disseminato di isole di fuoco (stelle) e mostri astronomici (buchi neri, supernove che esplodono con energie pari a miliardi di miliardi di bombe atomiche), percorso da radiazioni mortali (U.V., X, gamma). La vita è più una scommessa che un dono, e dopo tanta fatica per emergere si estinguerà, bruciata da una stella in esplosione, stritolata da abnormi corpi gravitazionali o congelata in un universo immobile. Il grande cosmologo S. Weinberger ha scritto: “più studio il cosmo, più lo trovo assurdo”. Dove sta in tutto ciò l’armonia? e quali le finalità? 2) L’uomo sarebbe creatura privilegiata degli dei, generata a loro somiglianza. Anche homo erectus? australopiteco? Orrorin Tugenensis? fin dove si estende il privilegio di umanoide, dato che esiste continuità biologica fino ai batteri? Quando fu attribuita l’anima, che avrebbe fatto fare il “salto ontologico” di specie, secondo la Chiesa cattolica? Se Adamo è una favola, non lo è anche il Peccato Originale? a che serve il battesimo, allora? E il sacrificio di Cristo? E Maria non è perciò Immacolata Concezione (= nata senza P. O.). Insomma, basta con la difesa di dogmi e raccontini ridicoli, come quelli del Pentateuco, adottati anche dall’Islam. E basta anche con i miti delle Upanishad e le favole indù. 3) Viviamo su un pianeta geologicamente instabile, con eventi catastrofici frequenti nei quali sono morti e muoiono migliaia di esseri viventi; sembra proprio che la logica del nostro cosmo sia: per nuova vita sono necessarie in precedenza distruzione, sofferenza e morte. Dove sta in ciò il Disegno Intelligente? dove il buon teleologismo? Ho visto madri di ogni credo, affrante dal dolore, pregare i propri dei perché accogliessero nel loro celeste grembo i loro figli uccisi dalla natura: la disperazione alimenta la fede assai più che la felicità 4) Gli dei delle principali religioni euro-asiatiche originano da divinità sumero-mesopotamiche come Dijaus Pitar (da

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cui Zeus, Deus Pater, ecc.) la cui etimologia sanscrita rimanda alla luce celeste (Dijaus= luce del cielo): ce lo dice la scienza archeologica, che così ci informa che da 5000 anni preghiamo la luce solare quando preghiamo Dio. 5) Le scienze storiche e sociologiche ci spiegano che le religioni sono sempre state usate dai Poteri per dominare i popoli, che d’altronde ne han sempre necessitato; anche il cristianesimo non si è sottratto a questa logica, ed è grottesco che la Chiesa cattolica vanti di rappresentare Cristo in terra, giacché i vangeli canonici ci narrano di un Gesù che detestava scribi e farisei e odiava liturgie

e riti inutili (i mercanti cacciati dal Tempio non vendevano souvenirs ma animali da sacrificio) e invece guarda un po’.. i vescovi, che erano gli amministratori delle prime comunità cristiane (e presero loro il comando), si paludano, imporporano e incensano peggio dei sacerdoti ebraici di 2000 anni fa. Fermiamoci qui, ma potremmo andare avanti. I dati che le varie scienze offrono alla nostra riflessione ci spingono ad essere scettici, almeno in termini probabilistici, su dei buoni e saggi. Non so se avremo mai definitive certezze; certo è che sta ai difensori degli dei averne.

LA BUONA SCIENZA
“Il progresso è l’esplorazione dei nostri errori”. Così si esprimeva l’epistemologo Jakob Bronowsky nel suo piccolo ma importantissimo saggio ‘Le origini della conoscenza e dell’immaginazione’ (ed. Newton Compton). Il progresso a cui si riferisce J. B. è specificatamente quello scientifico, anche se il concetto è valido in generale. Ho riportato quella citazione perché pensavo che poteva essere l’introduzione migliore per difendere il valore della scienza, dopo che tanti spropositi sono stati e sono detti, e perciò le teste di tante persone sono piene di idee quantomeno approssimative sull’argomento. E non solo. Basti dire che tredici milioni di italiani si affidano a maghi e cartomanti; e quando la messa in guardia contro questi proviene dalla Chiesa, la faccenda assume tinte grottesche. Macchè sana e corretta informazione?! Macchè invito all’uso della razionalità?! Il modo migliore per sfuggire a chi ti vuol imbrogliare è affidarsi ai “cinquantanove granuli della MISERICORDINA” (Papa Francesco Primo, e, credo, anche Ultimo. Ma questo è un altro discorso). Mi sono però rapidamente accorto che quella citazione è altrettanto valida, e forse di più, per affrontare anche il secondo punto della discussione, quello dei ‘limiti della scienza’. Limiti nel senso che verrà specificato. Affermare che la scienza è un ‘valore’ è sin troppo facile, se si considera l’origine antropologica di questo fenomeno. La scienza come oggi la intendiamo (a partire da Galileo e Newton, per intenderci) non è altro che l’ultimo risultato raggiunto dall’animale-uomo nel suo tentativo di costruirsi una ‘visione del mondo’ (‘Weltbild’, in tedesco), la cui costituzione fu (è) assolutamente decisiva per suggerirgli i meccanismi atti a garantire la sua sopravvivenza in un ambiente non sempre favorevole, o addirittura ‘ostile’. Per fargli capire, in sostanza, ‘come stanno le cose’. La sistematica ‘esplorazione degli errori’ richiesta, affinchè scienza ci possa essere, rivela un’altra caratteristica di questa; il suo carattere antidogmatico, e perciò intrinsecamente laico. Esiste però un’altra esigenza primaria della nostra specie, primaria quanto quella di costruirsi una ‘visione del mondo’, ed è quella di dare un senso ad esso, nonché un senso al suo darsi da fare per interpretarlo. Ciò ci porta ad elaborare una ‘concezione del mondo’ (‘Weltanschauung’, idem), che costituisce l’essenza del discorso filosofico. Scienza e filosofia, dunque, ben distinte ma sempre meno separabili, anzi, come ebbi già modo di scrivere, la prima è sempre di più un asse portante della seconda, a dispetto di un’antiquata visione secondo la quale il progredire della scienza ‘svuoterebbe’ il discorso filosofico. È sempre più chiaro che è vero il contrario: “Il secolare rapporto di rivalità tra sc. E fil. può trasformarsi in un più fecondo rapporto di collaborazione, dato che anche i filosofi devono tener conto del Weltbild suggerito dalla scienza, così come gli scienziati non possono né ricercare né vivere senza accettare o elaborare una Weltangshauung” (Francesco Barone ‘Metafisica - il mondo na-

Alessandro Petrucci
scosto’ ed. Universale Laterza). I LIMITI. Di particolare interesse è il rapporto tra Weltbild e Weltanshauung che ora dirò. Dalle indicazioni pervenutemi(ci) quello che qui deve intendersi con ‘limiti della scienza’ è la risposta da dare a questioni del tipo: tutto ciò che la scienza ci rivela che ‘possiamo fare’, cose come ad es. la clonazione o la costruzione di ordigni super-potenti, ‘si deve fare?’. Ora, che rispondere a tali domande possa o debba significare imporre o no limiti alla scienza, è semplicemente un modo di dire sbagliato, e questo perché il ‘si può’ e il ‘si deve’ appartengono ad ‘ordini di valore’ diversi. E questo per la sua (della scienza) intrinseca natura. Quando una delle ‘cose’ menzionate sopra (clonazione, bombe) diventa fattibile, il sistema teorico (scientifico) che la presiede si trasforma in un ‘sistema chiuso’, ove è ormai preclusa ogni ‘esplorazione degli errori’. “Ci dobbiamo ricordare che nel momento in cui la scienza diventa un progetto chiuso … essa non è più scienza” (J. Bronowsky, op. cit.). La realizzazione materiale, l’implementazione, è questione tecnica, o ‘tecnologica’, come piace dire a qualcuno. La stessa cosa, e anzi con maggior decisione, va detta per il ‘si deve?’. Qui il problema è di ordine squisitamente ETICO; morale. Con tutti i suoi risvolti, non ultimo quello politico; nei quali la persona dello scienziato è coinvolto in tutta la sua interezza di essere umano, più ancora che come ricercatore. Ma non è alla scienza, che ormai, ricordiamolo, si è autoesclusa proprio per sua intima costituzione (e, direttamente, nemmeno alla stessa.. ‘tecnologia’), che si debbano (possano) porre limiti, bensì ad altre cose come: brama di potere, avidità, cinismo e indifferenza. La questione è: come noi vogliamo CONCEPIRE il mondo. Perciò.. Weltangshauung!

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SCIENZA COME CULTURA

Dagoberto Frattaroli

La scienza è nata quando si è cominciato a indagare la natura in base dell’esperienza dei fatti, abbandonando metodi speculativi che intorno ad una premessa, spesso imprecisa o errata, avevano edificato grandi sistemi di pensiero (religioni, rappresentazioni della natura). Una possibile definizione della scienza potrebbe essere la seguente: la scienza è un metodo organizzato e razionale di acquisire e sistematizzare la conoscenza. Le caratteristiche che ne derivano sono che: • le osservazioni dei fatti sono acquisite attraverso un processo d’ipotesi, valutazione e conferma; • le osservazioni avvengono in via empirica attraverso i sensi e l’esperienza, con esclusione di qualunque altro mezzo non razionale (intuizione, rivelazione, sogno, ecc.); • le ipotesi confermate sono organizzate tra di loro in una rete interconnessa all’interno e al di fuori di ciascuna disciplina. Le leggi definite dalla scienza per i diversi rami del sapere trovano reciproca conferma. Ne discendono i seguenti corollari: • se la scienza è conoscenza e la conoscenza è uno dei modi in cui si esprime la libertà di pensiero, allora essa stessa è un diritto fondamentale dell’uomo; • se il mondo naturale si presenta senza confini, anche alla conoscenza (e alla scienza) non si presentano limiti; • la ricerca scientifica non ha limiti, ma condizioni possono essere poste, secondo l’etica e la politica del tempo: a) alla scelta e all’utilizzo dei metodi usati nel processo di ricerca; b) all’uso delle scoperte scientifiche. La scienza e la tecnologia hanno suscitato molte riflessioni critiche rispetto all’uomo, agli altri animali e all’ambiente. Ad essa sono stati ricondotti molti mali dell’umanità, ma la stessa scienza ha consentito di ridimensionare o superare parte di quei problemi morali che ha contribuito a far emergere. E’ quanto è accaduto con l’inquinamento ambientale, le cui soluzioni sono passate attraverso nuove metodiche scientifiche e più avanzate soluzioni tecniche ed è quello che accadrà nella ricerca medica

dove la polemica sulle cellule staminali embrionali sarà superata con la riprogrammazione delle cellule adulte. Un altro problema etico che vede coinvolta la scienza, stavolta non come causa responsabile, è quello dello sviluppo. Nell’attuale fase storica dell’umanità grandi masse di persone vivono in situazioni di arretratezza e si vedono private dei più elementari diritti. Il modo più rapido per elevare il loro benessere è di realizzare un modello di sviluppo analogo a quello che ha portato in duecento anni il benessere all’occidente industrializzato. Per evitare che si ripresentino i problemi

lose per l’uomo. La conseguenza di questo modo di pensare, condiviso da vaste aree di opinione pubblica e dalla maggioranza dei politici, è che la scienza e gli scienziati sono relegati ai margini delle decisioni politiche. Se miliardi di persone sono usciti dalle terribili condizioni di vita del passato lo si deve solo al progredire della scienza e delle sue applicazioni e si può essere certi che solo grazie ad essa avverrà l’affrancamento di altri miliardi di persone che ancora attendono nei gironi infernali della fame, della paura e della sofferenza. La persistenza di profonde diseguaglianze sul pianeta, nonostante esistano

che lo sviluppo industriale ha recato con sé, si propongono modelli che non prevedono il pieno dispiegamento di tutte le capacità disponibili, ma la scelta di uno sviluppo “sostenibile” fa sorgere altri interrogativi etici a causa del ritardo che, così facendo, si imporrebbe alle popolazioni che attendono di raggiungere un miglioramento delle proprie condizioni di vita. Non pare estranea alle critiche rivolte alla scienza l’incapacità di (o la volontà di non) riconoscerle una piena dignità culturale. Secondo questo modo di vedere, la scienza sarebbe un’attività umana di grado inferiore rispetto alla cultura, che si realizzerebbe solo attraverso l’arte, la letteratura e più in generale attraverso quelle forme di pensiero che vanno sotto il nome di spiritualità. Solo la cultura avrebbe il diritto di essere libera mentre gli scienziati dovrebbero essere sorvegliati e controllati perché le loro scoperte potrebbero essere perico-

a livello planetario i mezzi per migliorare le condizioni alimentari e sanitarie delle popolazioni arretrate, non è certo imputabile alla scienza che insieme alla tecnologia ha fornito le conoscenze e quindi la capacità di fare. Se la scienza ha prodotto i mezzi, è però sempre spettato ai politici deciderne l’utilizzo, così come solo alla politica vanno imputate la situazione di divisione geopolitica e le diseguaglianze che caratterizzano la distribuzione delle risorse. Nonostante l’evidenza, c’è ancora chi vagheggia il ritorno a un Eden pre-industriale da cui l’uomo sarebbe stato cacciato proprio dalla conoscenza, ma si dimentica che le società del passato, apparentemente umane e solidali, erano anche repressive, diseguali, povere, analfabete e violente. Chi coltiva simili nostalgie è evidentemente convinto che in questo nuovo mondo il suo posto sarà tra i privilegiati delle classi dominanti.

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SAPENDO DI NON SAPERE TUTTO PARTIAMO DA QUEL CHE SAPPIAMO Alessandro Chiometti
Non crediamo che Socrate avrebbe mai voluto che il suo motto “so di non sapere” fosse usato per giustificare l’irrazionalità dilagante nel nostro mondo; eppure molto spesso è così, a chi è accusato di scientismo (ovvero credere che la scienza possa curare tutti i mali dell’uomo) spesso viene rinfacciata la massima di Socrate con il conseguente peccato di presunzione. Intanto occorre fare una precisazione, oggi chi è accusato di “scientismo” è spesso soltanto chi ha delle posizioni razionaliste. Detto questo chiariamo una cosa fondamentale: è giusto usare socraticamente il gioco del “so di non sapere” per smascherare chi millanta di avere soluzioni onniscienti a qualsiasi tipo di domanda anche politica ed esistenziale ma è sbagliato farlo per mettere in dubbio leggi e teorie scientifiche accertate. Non crediamo insomma che Socrate avrebbe mai usato il suo “gioco” per mettere in dubbio la validità del teorema di Pitagora. Quindi cerchiamo di capire che noi, nel senso di appartenenti alla razza umana, nell’anno dell’Era Volgare 2014, a 2767 anni dalla Fondazione di Roma e a 200.000 anni (giorno più, giorno meno) dalla comparsa di Homo Sapiens sul pianeta, sappiamo molte cose e molte di queste le sappiamo grazie alla scienza. Sappiamo che la Terra gira intorno al Sole e non viceversa, sappiamo che la vita si è progressivamente evoluta da forme progenitrici comuni grazie a mutazioni casuali e a selezioni naturali feroci, sappiamo che la materia è formata da atomi che a loro volta sono formati da neutroni elettroni e protoni e che a loro volta i protoni e i neutroni sono formati da quark up e quark down. Sappiamo calcolare con precisione il tragitto per mandare una sonda su Plutone, conosciamo gli inganni dello spazio tempo svelati dalla Relatività Einsteiniana, possiamo clonare la vita animale e vegetale, possiamo realizzare bombe così potenti da distruggere il pianeta stesso su cui abitiamo. Eppure il progresso tecnologico che ha sconvolto le nostre vite, che ci consente grazie alle varie app degli smartphone di far sapere in tempo reale al mondo, o quasi, il tragitto che abbiamo fatto nella nostra corsetta serale non ci ha reso più razionali. Anzi. Probabilmente ad una grande percentuale degli users di smartphone se dicessimo che il loro touchscreen funziona grazie alla fantomatica “Forza” invocata dai protagonisti di Guerre Stellari, si scrollerebbero le spalle e direbbero “Vabbè, l’importante è che funziona”. E se da una parte questo è un fenomeno anche comprensibile (non possiamo sapere tutto di tutto), il porre sullo stesso piano leggi e teorie scientifiche con la magia spalanca le porte al ciarlatano e al truffatore di turno. Tanto per citare la storia recente di questo paese, basta che un ciarlatano gridi ai quattro venti di aver trovato una cura miracolosa contro una malattia incurabile, che gridi al (solito) complotto delle case farmaceutiche, che millanti dei risultati ottenuti grazie al mai abbastanza conosciuto effetto placebo et voilà il gioco è fatto. Ecco il nuovo eroe che combatte contro il sistema e che è degno della nostra fiducia e soprattutto dei nostri soldi. Quando poi la verità sarà smascherata con i tempi che occorrono per smascherarla il suddetto sarà a godersi i frutti della truffa alle Maldive o in luoghi simili. Il metodo scientifico che impone di verificare i fenomeni, controllarli, ripeterli, formulare ipotesi che li spieghino e prevedano ciò che succederà a causa di quei fenomeni, verificare le previsioni e se non sono corrette cambiare l’ipotesi fino a quando quell’ipotesi funziona e diventa a tutti gli effetti Teoria Scientifica, è l’unico mezzo che ci può salvaguardare dal ciarlatano e l’impostore di turno. Qualunque sia il fenomeno che sta usando per tentare di ingannarci. Questo ovviamente non vuol dire che la scienza è libera di far tutto, ma deve essere guidata dall’etica umana. Ma attenzione, un’etica laica e non un’etica sacra, perché quella laica è l’unica che può impedire gli abusi dello scientismo rispettando i diritti di tutti. Mentre le etiche sacre, lo sappiamo bene, hanno secondi fini e dogmi irrazionali che non consentono di giudicare serenamente le possibilità i problemi e le possibili soluzioni. Sono effetti di queste etiche sacre leggi abominevoli come la legge 40 sulla Pma o i proibizionismi ottusi di ogni natura e su ogni tematica. Un problema annesso all’uso distorto della scienza ma non imputabile alla scienza stessa è quello di coloro che vogliono trovare ad ogni costo leggi scientifiche laddove non ce ne sono. Non a caso tempo fa un drappello di intellettuali guidati da Rita Levi Montalcini aveva lanciato un appello a non abusare dell’uso della parola “Scienze” affiancata a discipline non scientifiche. Un appello rimasto tristemente inascoltato nel nostro paese. Il risultato è quello di legittimare nuove discipline con l’appellativo di scientifico quando il metodo scientifico è lì inapplicabile. Con la crisi economica degli ultimi anni ad esempio appare oramai evidente a tutti che i santoni e i guru che prevedevano uno sviluppo infinito con il benessere per tutti grazie alla globalizzazione sono stati smentiti dai fatti. Senza addentrarci in analisi impietose di troike che stanno distruggendo gli stati sociali sulla base di “leggi” economiche, possiamo solo suggerire che su questi temi una maggiore prudenza, soprattutto dagli addetti ai lavori, è quanto meno doverosa. In conclusione la scienza ci ha aiutato moltissimo ad uscire dall’ignoranza e dalla superstizione, deve essere guidata dall’etica laica e non legata a dogmi di nessun tipo (meno che mai scientifici, che sono semplicemente degli ossimori), non gli deve essere fatto carico di colpe che non ha e che sono dovute alla sua distorsione o al suo abuso. Infine non deve essere caricata di responsabilità politiche e sociali che non può avere. La scienza è il sapere che ci dà la tecnologia, il quale è uno strumento. L’uso di questo poi sta a noi Homo Sapiens.

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SCIENZA E AUTODETERMINAZIONE
Eraldo Giulianelli

Su con la vita ! Stiamo tutti attraversando l’era della vittoria della scienza sul terrore della malattia e della morte, nulla ormai ci spaventa, a tutte le antiche angosce esistenziali ora la scienza può porre un argine insuperabile. Non ci credete? Ma come, non siete al corrente dei meravigliosi traguardi che la tecnica medica e farmacologica ha messo oggi a disposizione di noi umani per sopravvivere alle malattie più terrificanti? Il nostro cuore non ce la fa proprio più perché le arterie coronarie sono ostruite dal colesterolo? Ma via, si ricorre all’angioplastica coronarica e si può riprendere a correre e nuotare: oppure è impazzito e non vuol saperne più di sbatacchiare ad ogni momento della giornata? Ebbene si può sostituire: un bel trapianto ed il problema è risolto: ricordo ancora ( non sono giovanissimo, si fa per dire) l’emozione che tutti ci travolse all’annuncio del primo trapianto di cuore ad opera del prof Christian Barnard all’ospedale Groote Schuur di Città del Capo nel dicembre del 1967. Il paziente Louis Washkansky morì dopo solo 18 giorni ma già l’anno successivo il secondo trapiantato sopravvisse per 19 mesi mentre oggi, con l’avvento della ciclosporina e di altri farmaci antirigetto, si può garantire una serena vita per anni ed anni. Il fegato ed i reni cessano di funzionare? Anche qui ci si può salvare grazie ai trapianti e se a non funzionare più è l’apparato respiratorio, niente panico: la ventilazione forzata lo sostituisce pienamente con differenti sistemi, a scelta, grazie a macchine a pressione negativa o positiva. E se a non funzionare più è l’apparato digestivo? Ma qui c’è solo l’imbarazzo della scelta: si passa dal sondino naso-gastrico che porta alimenti direttamente allo stomaco alla nutrizione parenterale con catetere venoso posizionato in una vena periferica o centrale fino al top di gamma e cioè alla PEG (gastrostomia endoscopica percutanea) che consiste in una incisione della parete addominale più posizionamento di un ago cannula che va fino al lume intestinale portando nutrizione calibrata ed individualizzata. Qualcuno osa ancora dubitare del valore della scienza? Però, però… esistono dei limiti al suo impiego? Limiti etici, intendo, valori morali che come persone consapevoli e libere da fantasmi superstiziosi o religiosi possiamo frapporre alla sua invadenza? Siamo liberi di scegliere se usare i progressi scientifici per il nostro benessere o rifiutarli quando invadono e oscurano la nostra libertà e la nostra dignità? “I condannati alla pena di vivere” di Guido Ceronetti è un messaggio che va dritto al cuore del problema gravissimo della

gestione del proprio fine vita: l’autore si indigna, ed io con lui, per il silenzio assordante dei “media” sulla scelta che i familiari di Ariel Sharon hanno operato per lui e su di lui, sul fatto cioè che essi hanno prolungato la sua agonia per otto interminabili anni. Nessuno che si sia indignato per questa mostruosa tortura inflitta ad un essere umano e, per favore, lasciamo da parte il giudizio sull’operato politico di Sharon; qui la vicenda è paradigmatica e riassume ed illumina quanto avviene in tutto il mondo contro la dignità delle persone che non sono più in grado di difendersi dalla “scienza” applicata come metodo di tortura anziché quale rimedio alle sofferenze. Avete capito bene: il tema che voglio sottoporvi è quello decisivo e fondamentale per tutti, cioè il tema di come gestire il proprio fine vita. La domanda che tutti dobbiamo porci e alla quale dobbiamo dare una risposta consapevole ed onesta è: quando la vita viene prolungata in modo artificiale senza che ci sia la speranza di ritorno ad una esistenza autonoma, cosciente e dignitosa, quando il nostro organismo è ridotto alla condizione di un vegetale alimentato artificialmente senza pensiero, senza tatto o udito o vista o coscienza di sé, è o no lecito poter decidere di interrompere tali inutili artifici medici e chiedere di morire con dignità e senza dolore? Io sono dichiaratamente schierato con tutti coloro che vogliono mettere dei limiti invalicabili alla scienza: nessuno, contro la sua volontà, dovrebbe essere costretto a “subire” i progressi scientifici. E qui il dibattito con la morale cattolica diviene inevitabile: i credenti possono attaccarsi alle macchine per prolungare la loro agonia, convinti magari di guadagnare meriti agli occhi di un dio che si compiace delle loro sofferenze e li premia per questo ma non hanno il diritto, insisto, né l’autorità morale di imporre questi loro aberranti convincimenti di matrice religiosa ai non credenti. Viviamo purtroppo in un paese soffocato da una cappa di conformismo religioso umiliante ed oppressivo: il tema della laicità delle istituzioni è costantemente in affanno, oscurato dai pressanti problemi economici ed emarginato da una classe politica imbelle e pavida fino alla nausea. In Francia il governo Hollande ha proposto di legalizzare l’eutanasia, con parere favorevole dell’Ordine dei Medici, autorizzando la sedazione terminale “per dovere di umanità” nei casi di malati terminali in condizioni di sofferenza non alleviabili. In Belgio e in Olanda, dove da più di dieci anni le leggi consentono l’eutanasia per casi terminali di malattie incurabili, l’opinione pubblica per l’80% si dichiara favorevole all’eutanasia anche per i minori ed anche per le persone che, pur non essendo vittime di malattia inguaribili, dimostrano di non poter sopportare una vita diventata per altri versi fonte di sofferenze ineliminabili. La Svizzera, da anni, permette il suicidio assistito a malati terminali mentre alcuni stati americani hanno approvato una legge che legalizza il suicidio assistito per i malati terminali. Noi laici non dobbiamo lasciar cadere nell’oblio e nello sconforto questi temi: se la natura ci ha fatto dono di una mente libera da fantasmi religiosi dobbiamo rivendicare e difendere la nostra dignità di persone e rifiutarci di essere degradati al ruolo di pecore in un gregge.

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TAVOLA ROTONDA
Gli autori degli articoli pubblicati nelle pagine precedenti si sono incontrati il 15 Marzo 2014 per discutere di quanto avevano proposto. Premesso che l’argomento è di quelli che non può essere qui trattato in modo esaustivo ma che questa rivista vuole essere uno stimolo per chi la legge per iniziare un percorso di approfondimento e magari anche per mandarci contributi sulle questioni sollevate, ne deriva che è impossibile avere un’opinione comune su tutti gli aspetti della questione, eccetto che per un punto non si devono dare alla scienza colpe che non ha e che derivano da un suo uso distorto (spesso fatto in malafede). Dagoberto Frattaroli solleva dubbi sul fatto che sia possibile parlare ancora oggi di scientismo o piuttosto non debba essere considerato un relitto culturale utilizzato dai nemici della scienza come accade al laicismo - ovvero con l’aggiunta di un suffisso in funzione spregiativa – nei confronti della laicità. Al riguardo Chiometti e Ricci ritengono che il pericolo di uno scientismo, ovvero dell’abuso della scienza, sia in effetti reale. Magnani ha invece una posizione più sfumata e sostiene che se il pericolo è l’abuso in effetti la scienza non ha colpe. Lo stesso Magnani sottolinea che è bella l’immagine della scienza che aiuta a uscire dalla superstizione, tuttavia non va dimenticato che è difficile far percepire questa cosa alla gente comune, che anzi a volte usa la scienza per giustificare le sue superstizioni. E in alcuni casi è un comportamento molto difficile da controbattere. Sia Frattaroli che Magnani hanno qualche obiezione sulla conclusione dell’articolo di Ricci in cui sembra che la Filosofia sia su un livello superiore della scienza, ma Ricci chiarisce che anche per lui il rapporto fra le due “sapienze” è paritario, e, come tra sorelle, anche la scienza deve vigilare sulla filosofia. Due concetti che tutti vogliono che siano chiari sono: 1) che la “mappa” offerta dalla scienza deve essere “provvisoria” e mai definitiva per la natura stessa della scienza (ricordiamo fra tutti gli esempi che ancora oggi non abbiamo una definizione intrinseca di cosa è la vita), 2) che il maggior rischio di derive e abusi della scienza è oggi quello imposto dal mercato. Sul metodo scientifico Magnani invita a non sottovalutare ciò che Feyerabend aveva detto sulla diversità fra scienza e scienza e sull’importanza che in alcune di queste hanno l’intuizione e l’istinto. Inoltre la teorizzazione del Metodo non è ancora compiuta, perché ad esempio il falsificazionismo di Popper prevede la verifica empirica, ma ci sono questioni scientifiche che non potranno mai averla (es. in cosmologia) e allora? si dovrà rinunciare o è possibile una verifica teorica? Su questo Chiometti ritiene di precisare che di certo l’intuizione (magari anche di una persona che può essere definita per alcuni versi border line) può servire per compiere quel passo in avanti che altrimenti non si potrebbe percorrere, tuttavia per la verifica e la ripetizione di questi progressi il metodo scientifico è indispensabile. A proposito dell’articolo di Giulianelli, i presenti constatano sconfortati come l’Italia sia assente dall’elenco degli Stati la cui storia liberale ha permesso di varare una legislazione di fine vita. In conclusione il gruppo lascia una riflessione aperta. La scienza è di estrema importanza per l’uomo, ma, per molti, non esaurisce l’esperienza umana. La domanda è allora la seguente. Cosa insegna l’esperienza extra-scientifica? O non è invece valida la riflessione di Freud “La scienza non è un’illusione, ma sarebbe un’illusione credere di poter ottenere da altre fonti ciò che essa non può darci.” Su questo probabilmente ogni lettore avrà una risposta diversa, che a noi non dispiacerebbe conoscere.

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