Anno I, n.

2

dicembre 2008

l‘arcobaleno
D
icembre, tempo di bilanci, di progetti, di calendari. Ancora una volta, come nel Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passaggere di Leopardi, si valuta il passato e ci si interroga sul futuro, mentre il presente continua a scorrere come sabbia tra le dita. La scuola, l’ambito in cui lavoriamo e a cui ci rivolgiamo, in questi mesi è stata ed è tuttora interessata da una pesantissima operazione che ha come unico obiettivo il taglio di risorse finanziarie. Loro (Gelmini, Brunetta, Tremonti) la chiamano razionalizzazione, come se possa esserci qualcosa di razionale nel ridurre drasticamente la quantità di latte nel biberon di un neonato o il fabbisogno di proteine di un adolescente. Per noi, ostinati nel credere che l’istruzione e la ricerca pubblica siano il migliore investimento, anche economico, che una società possa deliberare, tagliare sulla cultura, oltre che miope, è stupido. Ma la stupidità, di questi tempi, è un valore prezioso, perché consente di digerire con facilità qualunque rospo vogliano farci inghiottire, dal terrorismo spicciolo sulla sicurezza alla deriva razzista sugli immigrati. In questo contesto va detto con chiarezza che alcuni programmi molto seguiti (amici, uomini e donne, grande fratello, isola dei famosi, e via dicendo) non sono un casuale risultato di palinsesti per ominidi, ma sono scientificamente architettati per funzionare come autentiche bombe intelligenti: distruggono le capacità critiche lasciando inalterato tutto il resto, specialmente le belle apparenze! Per fortuna, però, se c’è la marea montante della beata ignoranza, c’è anche l’Onda che penetra sempre più in ogni scuola, nelle università, nei centri di ricerca; si infrange contro gli ostacoli dell’indifferenza e arriva a lambire la consapevolezza delle famiglie, le vere destinatarie di un disagio che è destinato ad ingigantirsi drammaticamente con l’acuirsi della crisi economica, nonostante i predicozzi ottimistici di rito. La foto in questa pagina mostra una scolaresca del 1938-39, giusto settanta anni or sono. Facce serene, sorrisi, Le leggi razziali fasciste furono fortemente volute da Mussolini e sostenute da accademici ed intellettuali. A pag. 11 l’elenco delle tappe più significative dell’aberrante legislazione.

Foto di classe, anno scolastico 1938/39
sguardi che, oltre l’obiettivo, guardano con fiducia al futuro. Ma in quel futuro, molto prossimo, vi sono le vergognose leggi razziali. Tra questi ragazzi c’è un ebreo. Tra qualche mese sarà espulso dalla scuola. Con lui, migliaia di altri bambini, di famiglie, dovranno fuggire, cercare scampo al destino del concentramento e dello sterminio. Attorno a loro, intenti alle loro occupazioni quotidiane, gli onesti cittadini, le buone mamme ed i bravi padri di famiglia, stavano zitti. In altre scolaresche, adesso, ci sono altri bambini. Non sono ebrei, sono immigrati. Per loro, nonostante i pareri contrari di gran parte del mondo politico e sociale e delle più importanti società scientifiche di indirizzo linguistico, si apriranno i ghetti delle classi ponte. Mentre i nostri figli, per imparare le lingue straniere, vanno all’estero per le cosiddette full immersion, gli stranieri, per studiare con gli italiani, devono prima imparare l’italiano. Ancora una volta, prima che sia troppo tardi, sarà il caso di ricordare le parole di Martin Luther King:

Labirinti di gusto Calendario Balene Buoni e cattivi Lotta all’AIDS Viaggio in Chiapas Classici/Paradossi Open Office Istruzione Babbo Natale

2 3 5 6 7 8/9 10 12 15 16

Che fine fanno le leggi? 11

“Non ho paura delle parole dei violenti, ma del silenzio degli onesti.”

Calendario 2009
un anno di lotte s t u d e n te s c h e

all’interno il

dicembre 2008

l‘arcobaleno

breve percorso tra le rappresentazioni simboliche del cibo

2

ipercorrere il millenario racconto della storia dell’alimentazione può essere utile anche per analizzare le profonde trasformazioni dell’epoca della globalizzazione, della crisi alimentare mondiale, della “malalimentazione” e della standardizzazione del gusto, per tentare di comprendere i possibili scenari del futuro. La storia che inizia dai luoghi simbolici dell’origine dell’umanità è una storia di abbondanza e di carestie, di digiuni e grandi banchetti, di riti sacri e di feste pagane, di rivoluzioni e di vita quotidiana. È il racconto del rapporto tra gli esseri umani e il proprio nutrimento, un racconto che inizia sempre nel remoto tempo in cui il cielo era vicino alla terra, si poteva sedere alla stessa tavola con gli dèi e tutto era disponibile in abbondanza. L ’“età dell’oro”, che corrisponde in qualche modo alle arcaiche società di raccolta, ricorre nelle leggende di culture ed epoche molto diverse tra loro, dalla Grecia antica, al Medio Oriente, all’America precolombiana; è un’epoca felice, in cui gli uomini non conoscevano la morte, né la malattia o la sofferenza, e nemmeno il lavoro. Con il passaggio dalle civiltà di raccolta all’agricoltura, il cibo si ottiene, invece, attraverso la fatica: “Con dolore trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita; con il sudore del tuo volto mangerai il pane”, dice Dio agli uomini nella Genesi. Orzo e frumento in Medio Oriente, riso in India e nel Sudest asiatico, mais in Sudamerica: la farina diviene il principale mezzo di sostentamento delle società agricole, base di zuppe e polente e soprattutto del pane, l’alimento per eccellenza; all’affermarsi dell’agricoltura si accompagna la nascita degli antichi rituali di celebrazione del raccolto e delle primizie. Il cibo diviene la linea di confine tra uomini e dèi: nettare e ambrosia, alimenti divini, offrono l’immortalità, mentre i “frutti effimeri”, nutrimento degli umani, rendono fragili e vulnerabili. Nella cultura greca, è considerato naturale il desiderio di soddisfare dei bisogni e di godere dei piaceri, mentre è innaturale l’“intemperanza”: “bere e mangiare di tutto fino a esserne ingozzato significa superare in quantità ciò che la natura richiede”, sostiene Aristotele. Il problema etico dei greci è quello del “buon uso dei pia-

R

ceri”, come affermerà nel ‘900 il filosofo Michel Foucault: l’autocontrollo costituisce per i greci una via al “dominio di sé” e alla “pratica della moderazione in tutte le cose”. L ’antropologa Mary Douglas ha analizzato, invece, le regole alimentari della tradizione ebraica, soffermandosi sugli “abomini del Levitico”, ovvero i precetti biblici sui cibi commestibili. Secondo Douglas, il principio fondante delle regole ebraiche sta nella narrazione biblica del disegno generale del mondo: sullo stesso ordine do-

toccare con le mani i cibi freschi messi in vendita nei mercati. “Decifrare il pasto”, per usare un termine di Douglas, è un modo per leggere la struttura sociale e simbolica di una società e i suoi codici culturali; i gusti, le scelte alimentari, rappresentano la riproduzione culturale della differenza sociale: “il principio di divisione in classi logiche, che organizza la percezione del mondo sociale, è a sua volta il prodotto dell’inc o rporazione della divisione in classi sociali”, afferma il sociologo francese Pierre Bourdieu, ideatore, negli anni ’70, di una celebre ricerca tra la popolazione francese, quasi una “psicoanalisi sociale”, dal titolo emblematico: “La di-

veva fondarsi la struttura sociale del popolo ebraico, basandosi sul “paradigma della separazione”. Le scelte alimentari degli ebrei sono state fortemente condizionate dalla dietetica religiosa; dalla norma “non cuocere il capretto nel latte di sua madre” derivava il divieto di ser-

virsi del latte e dei suoi derivati nelle pietanze a base di carne o di mangiare carne e latticini nello stesso pasto, anche se tale rigidità non ha certo impedito che la cucina ebraica si confrontasse con altre tradizioni gastronomiche, costruendo culture alimentari differenti. Ma, in questo confronto con “l’altro”, l’opposizione contaminazione/purificazione poteva capovolgersi: se per l’ebreo è impuro il cibo proibito dalle Sacre scritture, per l’“altro” poteva essere impuro il cibo dell’ebreo. Nell’età medievale, nelle città in cui esiste una comunità ebraica, si istituisce la separazione di mercati e macelli, l’ebreo diviene contaminante, gli si vieta di

stinzione”. Secondo Bourdieu, la paura o la repulsione suscitata dal cibo sconosciuto o mangiato “dall’altro”, minaccia dell’integrità del sé, è stata nei secoli ed è ancora un potente mezzo di “distinzione”: i gusti si affermano ancor più facilmente in forma negativa, attraverso il rifiuto di gusti diversi. Il gusto, risultato dei condizionamenti connessi ad una classe, unisce coloro che sono il prodotto di condizioni di esistenza analoghe, distinguendoli da tutti gli altri; il gusto si struttura sul dis/gusto, sull’intolleranza per i gusti altrui, in una continua tensione tra desiderio di innovazione alimentare e paura dell’alimento sconosciuto. È il “paradosso dell’onnivoro”, originale definizione del sociologo

francese Claude Fischler, che accompagna, nei secoli, scelte e imposizioni alimentari, costruzione di tabù e divieti, la nascita delle culture gastronomiche e dell’alta cucina e persino il disperato procacciarsi di cibo in affamati tempi di carestia. Fischler considera questo “paradosso”, ovvero la tensione tra il desiderio di varietà alimentare e la paura del cibo sconosciuto, fonte di una continua ansia, sociale e individuale, nel rapporto con il cibo. A simbolo del paradosso dell’onnivoro può assurgere la storia dell’arrivo in Europa della patata, per oltre duecento anni oggetto di paure diffuse. Mentre la crescita esponenziale della popolazione provocava un forte degrado del regime alimentare, il dilemma era evidente: l’apertura ai nuovi cibi o la fame. Finalmente accolta tra i cibi “commestibili”, la patata si diffuse in Europa, seppure con tempi diversi, ma non superò le barriere di classe: oltre che dei maiali, rimase per secoli soltanto il cibo dei poveri. Ancora secondo Fischler, le pratiche sociali di consumo e preparazione degli alimenti nascono proprio per risolvere il paradosso dell’onnivoro, e da tali pratiche sociali, e non dalla necessità fisiologica, dipenderebbero gran parte di quelle che considera le attuali “aberrazioni alimentari”: nell’epoca del controllo capitalistico sull’intero processo vivente naturale mentre assistiamo alla riduzione a merce dell’intera sfera riproduttiva, al commercio dei corpi, contenitori di pezzi di ricambio umani, alla mercificazione del corpo femminile, distributore di ovuli o incubatrice di desideri altrui, alla manipolazione di ogni seme di vita e di saperi millenari ridotti a brevetti industriali - scivoliamo, quasi senza accorgercene, verso una sorta di deprivazione sensoriale, particolarmente evidente nell’impoverimento dei sapori e nella standardizzazione del gusto. A questo punto, bisognerebbe chiedersi: se il logos si è espresso nell’equilibrio del simposio greco e la modernità ha finito per transitare in un fast food, quali scenari ci attendono? Davvero pillole senza sapore saranno in/corporate da cyborg, corpi ripetibili di carne e microchip? Se il “futuro” è già adesso, soccomberemo ai pasti pronti infarciti di grassi idrogenati che riempiono i microonde di chi non può permettersi un fegato di ricambio? Oppure “un altro cibo è possibile”, se ci ricordiamo che “mangiare è un atto agricolo”.

c

a

l

e

n

d

a

r

i

o

2

0

0

9

dicembre 2008

ambiente
l‘arcobaleno

Greenpeace èdei mari delimpegnataEssi ci da sempre nella difesa della salute pianeta.

danno la vita, eppure come ricompensa, noi li soffochiamo, li inquiniamo e ne cambiamo il clima alterandone profondamente i delicati equilibri e compromettendo la vita delle specie vegetali e animali che vi abitano. I mari di tutto il mondo risultano oggi più che mai minacciati da uno sfruttamento sfrenato delle risorse, ben oltre le capacità dell’ecosistema. Moltissime specie di pesci, di coralli, di uccelli marini, di tartarughe e di balene sono, così, a forte rischio di estinzione. Proprio la lotta contro la caccia alle balene è una delle più importanti sfide ambientali affrontate da Greenpeace, che ha reso tale associazione ambientalista (vedi scheda informativa sotto ) famosa in tutto il mondo. ‘Balena’ è un termine generico col quale si indica un cetaceo (cioè un tipo di mammifero adattatosi

in modo totale alla vita acquatica) di grande taglia, come il Capodoglio, la Balenottera, la Megattera, la Balena vera, ecc. La caccia alle balene esiste da secoli. Questi giganti del mare sono stati cacciati per ricavarne consistenti quantità di carne ed altri prodotti. L ’olio proveniente dal grasso, per esempio, è stato lungamente usato nelle lampade

el anti d gig I

m are

per l’illuminazione pubblica; i fanoni (le lamine flessibili presenti nella mascella superiore di alcuni tipi di balena, che fungono da filtro per trattenere il plancton) come stecche per i busti delle signore e gli ombrelli; lo spermaceti (sostanza cerosa presente in alcune cavità della testa) veniva usato nella preparazione di cosmetici, candele e pomate. Dunque, per quanto crudele, la caccia alle balene è stata per molto tempo un’attività di sussistenza, spesso con poche alternative, specie in alcuni paesi del nord Europa. Ma alla fine dell’Ottocento,

sere ricavato con metodi non letali. Ciononostante, sono sempre più le nazioni che all’interno della Commissione Baleniera Internazionale - organismo istituito per tutelare le popolazioni di cetacei - si schierano a favore di una riapertura della caccia alle balene, mascherata da pretestuose finalità scientifiche. Ma come mai una così massiccia adesione allo sterminio dei cetacei? La risposta a questa domanda è semplice e sconcertante allo stesso tempo. L ’agenzia di pesca giapponese (con l’avallo di Islanda e Norvegia) porta avanti, infatti, una politica di acquisto voti di nuove e piccole nazioni, offrendo appetitosi finanziamenti in cambio di un voto allineato. La responsabilità di questo disastro è anche dei troppi Paesi che solo a parole si dicono contro la caccia alle balene, ma nei fatti non hanno mai fatto nulla per arginare la compra-vendita di voti che Giappone, Islanda e Norvegia continuano a portare avanti. Purtroppo l’Italia è uno di questi Paesi. Ma la caccia commerciale non è l’unico pericolo che le balene devono fronteggiare. Altri fattori complicano la precaria sopravvivenza di questi splendidi animali.

con l’avvento di imbarcazioni a motore sempre più potenti, è iniziata una caccia sistematica e industrializzata che ha portato al limite dell’estinzione quasi tutte le popolazioni dei grandi cetacei.

son o

Attualmente i Paesi che maggiormente promuovono la caccia alle balene sono Norvegia, Islanda e Giappone. I giapponesi, ad esempio, hanno cacciato balene per oltre 400 anni. In particolare, dopo la seconda guerra mondiale le balene sembrarono la più facile soluzione alimentare per sopravvivere alla crisi. Oggi questa caccia non avrebbe più alcun motivo di esistere: il Giappone è uscito dalla crisi e le balene rischiano l’estinzione. Ecco perché oggi la caccia alle balene viene giustificata da fantomatiche ‘finalità scientifiche’. Spesso la “ricerca scientifica” viene manipolata a fini politici ed economici, ma il caso giapponese supera ogni limite: in decine di anni di “ricerche” non è stato mai fornito un dato che non potesse es-

di Mario Accolla & Claudio Chibbaro Greenpeace Catania

Cercasi volontari per salvare il mondo Greenpeace è un’associazione non violenta, che utilizza azioni dirette per denunciare in maniera creativa i problemi ambientali e promuovere soluzioni per un futuro verde e di pace. Nato nel 1971 per protestare contro un imminente test nucleare degli Stati Uniti, Greenpeace e’ diventato oggi uno dei più grandi movimenti ambientalisti del mondo con circa tre milioni di sostenitori. Ispirato ai principi della nonviolenza, è indipendente da qualsiasi partito politico, non accetta aiuti economici né da governi né da società private ma si finanzia esclusivamente con il contributo di singoli individui che ne condividono gli ideali e la missione. Greenpeace è formata da una rete di uffici nazionali e regionali interdipendenti che lavorano insieme a Greenpeace International, ad Amsterdam. La sede di Greenpeace Italia si trova a Roma, ma la associazione si localizza in molte città italiane attraverso i Gruppi di Appoggio. Anche a Catania è presente un Gruppo locale (uno dei piu’ grandi del sud Italia!), composto da numerosi volontari, accomunati dall’amore e dal rispetto per la natura, e che dedicano parte del loro tempo libero per lavorare alle varie attività del gruppo. Se vuoi contribuire pure tu a salvaguardare il nostro pianeta, contattaci: www.greenpeace.it/local/catania/contatti.php e-mail: catania@greenpeace.it

Ad esempio, la particolare biologia di questi cetacei che, nonostante l’aspetto simile ai pesci, sono mammiferi, con un tasso riproduttivo particolarmente basso. Inoltre la fisiologia di questi animali li espone in modo particolare ai cambiamenti ambientali frutto delle attività umane, come l’effetto serra, il buco dell’ozono, l’inquinamento chimico, ecc. Non secondariamente va considerata la pesca industriale, che sottrae alle balene preziose risorse alimentari e le espone al rischio delle catture accidentali. Le aspettative troppo ottimistiche sul recupero delle popolazioni di balene si basano sull’assunto che – fatta eccezione per la caccia commerciale – le balene sono al sicuro esattamente come potevano esserlo centinaia di anni fa. Purtroppo questo non sembra essere vero e non si è certi della possibilità di recuperare alcune specie di balene. Anche nei mari italiani (lo sapevate???) vivono diverse specie di cetacei, e dal 1999 è stato istituito nel mar ligure un parco marino (il cosiddetto ‘santuario dei Cetacei’) per tutelare un’area particolarmente ricca di cetacei, perché zona di riproduzione. Nonostante non esiste e non è mai esistita in Italia la caccia alle balene, tuttavia cetacei e tartarughe marine rimangono spesso vittime delle ‘spadare’, che sono delle particolari reti da pesca ormai bandite dall’ONU dal 1992, ma ancora oggi illegalmente utilizzate. La soluzione che Greenpeace propone per la salvaguardia di questi giganti del mare è l’abolizione di qualsiasi tipo di caccia alle balene e la creazione di una rete di parchi oceanici e riserve marine essenziali per il recupero della biodiversità presente nei nostri mari.

lo rico pe in
5

dicembre 2008

società
omo homini lupus, letteralmente l’uomo è un lupo per l’uomo, è un celebre motto che sintetizza il punto di vista che il filosofo britannico Thomas Hobbes esprime sulla natura degli uomini. Nel suo Leviatano, del 1651, sostiene che, poiché l’indole umana è egoistica, ogni individuo esprime la tendenza a prevaricare l’altro, in una condizione generale che può essere definita come la guerra di tutti contro tutti. Gli esseri umani collaborano solo per reciproco timore, non perché spinti da un’inclinazione all’amore o alla solidarietà. Date queste premesse, per superare il brutale e violento stato di natura, Hobbes invoca un’autorità suprema, garante della pace e della sicurezza, condizioni necessarie per lo sviluppo di ogni attività. Ogni individuo deve quindi, attraverso un patto collettivo -un contratto sociale-, rinunciare ai propri diritti naturali devolvendoli a favore di questa autorità, che può essere una singola persona, un re, un ente. Questo punto di vista ha fornito e fornisce un puntello ideologico a chi, nel passato come adesso, ritiene che il destino dell’umanità debba essere quello di rimanere oppressa dal peso di un’autorità che è certamente un male, ma un male “necessario”. Sul piano teorico, filosofi come John Locke e Jean Jacques Rousseau, pur ricorrendo ad un analogo modello di organizzazione sociale di matrice contrattuale, pervengono successivamente a conclusioni completamente diverse affermando, al contrario, la necessità delle libertà contro lo Stato prevaricatore. Ma, rispetto all’elaborazione filosofica, religiosa o politica, cosa è in grado di dire, in proposito, la scienza? In questo ambito occorre essere molto cauti, anche perché non è possibile attribuire

l‘arcobaleno

H

Buoni e Cattivi tra filosofia e storia
alla scienza una patente di assolutezza e Thomas Hobbes di oggettività. In nome della scienza, così (Malmesbury, 5 come nel nome di dio, l’umanità è riuscita aprile 1588 – Harda realizzare impensabili espressioni crimi- wick Hall, 4 dicemnali. Intanto dalla ricerca scientifica con- bre 1679) filosofo tinuano ad arrivare sempre nuovi stimoli britannico, autore alla discussione. Per esempio, sulla rivista del famoso volume Nature, è apparso uno studio secondo il di filosofia politica quale l’essere umano tende emotivamen- intitolato Leviatano (1651). Il Leviatate a favorire l’equità sociale. La ricerca, no è un leggendario diretta da James Fowler dell’Università di mostro biblico, che San Diego - California, ha coinvolto 120 per Hobbes simbovolontari distribuiti in gruppi di quattro leggia il potere assopersone. Ognuno dei partecipanti ha luto dello Stato. ricevuto una somma di denaro a caso. John Locke (WringA ciascuno, poi, è stato chiesto di sce- ton, 29 agosto 1632 gliere se mantenere il proprio capita- – Oates, 28 ottobre le o darne una parte agli altri che ne 1704), filosofo briavevano meno. In circa tre quarti dei tannico, considerato casi i partecipanti all’esperimento padre dell’empirismo moderno. hanno scelto di ridursi il capitale Jean-Jacques Rousper darlo a chi ne aveva meno. Il seau (Ginevra, 28 giugno risultato finale, ripetendo più vol- 1712 – Ermenonville, 2 lugte l’esperimento, è stato quello lio 1778), filosofo svizzero. di un sostanziale livellamento Hobbes, Locke e Rousseau dei capitali fra tutti i parteci- sono considerati filosofi gipanti. Lo studio dimostrereb- usnaturalisti, che affermano l’esistenza di un diritto naturabe così che le azioni umane le, cioè di un insieme di norme sono mosse da fattori emodi comportamento dedotte dalla tivi, legati ad un innato “natura” e conoscibili dall’uomo. senso di equità. Questa James H. Fowler, nato nel 1970, conclusione potrebbe è un “political scientist” specializzato spiegare la costante in reti sociali, cooperazione e partecitendenza all’eguali- pazione politica. Attualmente è profestarismo nella stosore di Scienze Politiche all’Università di ria dell’umaniCalifornia – San Diego. L ’articolo “Egalitarian Motives in Humans,” è apparso in Nature tà. Un’altra del 12 Aprile 2007 ricerca, diPaul J. Zak, nato nel 1962, è uno dei fondatori retta dal della neuroeconomia. E’ professore alla Claremont Graduate University. L ’articolo sull’ossitocina è consultabile alla pagina: http://www.plosone.org/article/info%3A doi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0001128 L’ossitocina è un ormone steroideo prodotto dai nuclei ipotalamici e secreto dalla neuroipofisi. neuUn placebo (futuro del verbo latino placere, letroecoteralmente “io piacerò”) è una sostanza inerte o nomista una qualsiasi altra terapia o provvedimento non farmacologico (un consiglio, un conforto, un Paul Zak atto chirurgico) che, pur privo di efficacia della Clareterapeutica specifica, sia deliberatamont Graduate mente utilizzato per provocare un University (Usa), effetto positivo su di un sintomo apparsa sulla rivista Plos o una malattia. One, mette in evidenza il le-

di Onesto Aquino
game tra l’ossitocina, un ormone, ed il comportamento altruistico. In questo studio i partecipanti sono stati divisi in due gruppi ai quali è stata somministrata ossitocina oppure placebo. Dopo la somministrazione, ai partecipanti è stata data una certa quantità di denaro ed è stato loro chiesto di condividerla con un’altra persona, libera di accettare o meno. I partecipanti al gruppo che avevano ricevuto l’ossitocina hanno offerto l’80 per cento di denaro in più rispetto ai partecipanti appartenenti al gruppo-placebo. Secondo gli autori, questo ormone, che normalmente è prodotto dall’ipofisi, causa una modificazione del cervello a livello chimico che potrebbe avere un importante significato in termini evolutivi: più ci fidiamo l’un l’altro e cooperiamo, maggiori sono i benefici per la popolazione. Mi pare evidente che non sono i risultati delle ricerche, favorevoli o contrarie all’idea di una bontà innata dell’uomo, a poter esprimere giudizi definitivi sulla società attuale e sul suo assetto futuro. Si sa, però, che l’ossitocina, tra le altre funzioni, ha quella di stimolare l’allattamento. Mi piace pensare, allora, che così come la natura ha saputo servirsi di un’astrusa combinazione chimica per realizzare la sopravvivenza del genere umano, gli uomini possano, stimolati dall’empatia reciproca, servirsi di questo prezioso ormone per realizzare rapporti sociali più giusti. Viva l’ossitocina!

6

dicembre 2008

salute
l‘arcobaleno
eno persone muoiono oggi di Aids e meno persone sono infette da HIV, ma l’Aids rimane ancora oggi una delle prime dieci cause di morte nel mondo e la principale in Africa. In Italia, nel 2007, come ogni anno, altre 4.000 persone si sono infettate con il virus HIV, mentre sono circa 140.000 le persone che vivono con l’infezione. Nonostante le cure di Aids si muore ancora: 190 persone sono morte nel corso del 2007 per le conseguenze dell’infezione da HIV e quasi la metà (87) sono i deceduti che avevano avuto una diagnosi di Aids nel corso dell’anno. Sale così a 35.358 il triste conteggio dei morti per Aids nel nostro Paese dall’inizio dell’epidemia. Quest’anno si celebra il ventennale del World AIDS Day, ricorrenza nata per sensibilizzare l’opinione pubblica e per ricordare che l’HIV è ancora un problema. L ’Italia , nel 2001, ha firmato, la Dichiarazione del Millennio delle

M

evento abituale. In questi paesi, infatti, a fronte di una altissima prevalenza dell’infezione e dell’altissimo numero di morti per AIDS meno di un decimo delle persone infettate ha accesso alle cure. - venga garantito nel mondo alle persone con l’infezione da HIV il diritto ad una qualità della vita soddisfacente, al lavoro ed alla dignità umana. Periodicamente, ancora oggi, persone sieropositive denunziano atti discriminatori subiti ad opera di persone sconosciute, datori di lavoro, istituzioni, medici, ma anche amici e familiari. si realizzino campagne di prevenzione istituzionali rivolte alla popolazione sessualmente attiva. Pressocchè totale è l’assenza di campagne di informazione e di prevenzione sul nostro territorio.

di Luciano Nigro * Presidente LILA � CT
Nazioni Unite impegnandosi ad arrestare la diffusione del virus HIV ed ad estendere entro il 2010 a tutti i malati l’accesso alle cure ed ai servizi sanitari. Ancora oggi, invece, le migliaia di persone affette dall’infezione HIV/AIDS che vivono in Italia e quelle che si riconoscono parte della società civile di questo Paese denunciano che, a più di 25 anni dall’inizio della pandemia, si sta ancora lottando affinché: - venga garantito nel mondo il diritto alla cura. Non a tutti infatti è garantito l’accesso alle cure; se nei paesi industrializzati ciò è un evento possibile nei paesi in via di sviluppo è un - si agisca concretamente contro le limitazioni al diritto alla libertà di movimento. In 14 paesi viene rifiutato l’ingresso alle persone sieropositive o si richiede di presentare un test anti-HIV negativo anche per soggiorni di breve durata, in 66 paesi vigono normative speciali per l’ingresso (in 30 è previsto l’allontanamento coatto). - si contrasti la criminalizzazione delle persone sieropositive. In molti paesi si stanno introducendo pene severe per le persone sieropositive in caso di trasmissione del o esposizione al virus. - si promuovano leggi giuste ed ef-

ficaci sull’uso delle droghe. Il nostro Paese ha una legge sulle droghe in netto contrasto con la politica di prevenzione europea e questo ha creato solo marginalità, aumento delle carcerazioni e del sommerso, con il solo risultato di esporre migliaia di consumatori al rischio di contagiarsi con i virus dell’HIV, dell’HCV e dell’HBV. A sottolineare il fatto che le politiche di prevenzione oggi in Italia non sono prioritarie nel programma del nostro Governo, nei giorni scorsi è stato presentato in Senato un emendamento che sta facendo tremare sia le associazioni italiane di immigrati che quelle che lavorano con gli immigrati. La norma, proposta dalla Lega e presentata alla Commissione congiunta Affari Costituzionali e Giustizia, punta ad eliminare il principio di “non segnalazione all’autorità” a cui si devono attenere i medici, allorché curano un immigrato irregolare. L emendamen’ to al Disegno di Legge 733 sull’immigrazione prevede cioè la soppressione del comma 5, che sancisce il divieto di segnalazione degli immigrati irregolari presso le strutture sanitarie pubbliche. Secondo le associazioni che lavorano con gli immigrati il provvedimento, se passerà, non solo metterà in discussione il diritto fondamentale alla salute, ledendo l’articolo 32 della Costituzione, ma potrà anche produrre percorsi ed organizzazioni sanitarie parallele al di fuori del sistema di controllo, comportando non solo un aumento di aborti clandestini, gravidanze non tutelate, minori non assistiti, ma anche l’impossibilità di dare informazioni sulle modalità di trasmissione e quindi di prevenire la diffusione delle malattie infettive. Sarebbe urgente invece accelerare lo sviluppo e l’attuazione di metodi di prevenzione globali, mediante l’informazione, l’educazione e la sensibilizzazione e facilitando l’accesso ai preservativi (maschili e femminili), come pure continuare ad investire nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie di prevenzione.
*Professore Associato Malattie Infettive Università di Catania

7

dicembre 2008

v i a g g i
l‘arcobaleno
di Isa Doro

Messico: il paradiso degli italiani in va-

canza. E poi l’America latina: la terra magica degli eroi rivoluzionari, delle foreste incontaminate, delle spiagge tropicali. Non sono andata in Messico per questo. Per me l’America latina è stata una foresta fitta fitta piena di insetti, certo una terra bella, con enormi farfalle azzurre e qualche banana. Davvero scomoda, però, per fare gli eroi. Ancora più scomoda per andare in vacanza. Sono stata in Messico, nella regione del Chiapas, la più povera del paese. E’ una terra di montagna, con altopiani ricoperti di foreste di pini. Tra queste montagne povere del sud-est messicano, sotto la penisola dello Yucatan, vivono numerose comunità rurali di indigeni appartenenti alle etnie Maya. Mettendosi in contatto con alcune ONG1 che lavorano in difesa dei diritti umani, è possibile visitare le comunità ed essere accolti nei villaggi con il ruolo di “Osservatori di Pace”. E quindi lo scorso anno, a maggio, ho contattato il Centro di Diritti Umani “Fray Bartholomè de Las Casas”2, un’organizzazione che ha sede nella cittadina di San Cristobal, in Chiapas, e poi... in cammino!

Prima però, nei villaggi bisogna arrivarci. Ed è così che zaino in spalla, con altri tre volontari, sono partita alla ricerca del “nostro” villaggio indigeno. Prima in autobus e poi con passaggi da carri e camionette che si fermavano lungo le strade sterrate per farci salire su retro. Con indigeni, bambini e polli, abbiamo attraversato la Selva Lacandona. In due giorni di viaggio sul camion si dimentica facilmente l’aereo, il telefonino e la doccia. L ’importante era riuscire a conservare la frutta che portavamo negli zaini e non sciupare la posta che ci eravamo incaricati di consegnare al villaggio. Finalmente ci siamo fermati al bordo di una strada. Su di un albero all’imbocco del sentiero c’era un cartello in legno con scritto: Poblado zapatista “Venteiquatro Diciembre”, Caracol n°1, La realidad. Alcuni uomini e bambini, che erano di guardia seduti su una panca, ci hanno aiutato a scaricare i bagagli, ci hanno sorriso, ci hanno chiesto se stavamo andando proprio da loro. Così abbiamo conosciuto Cesar, un anziano del villaggio, e Renè, Jose Luis e Juan Carlos, tre bimbi sorridenti, alti poco

CHIAPAS
CHIAPAS
più di un metro Attraversata una piccola fonte d’acqua potabile sono apparse poche case, e un gruppo di gente tranquilla ci ha accolto come sorelle e fratelli venuti da un paese lontano, con tanti buenos dias e benvenidas compañeras,. Sistemati con le amache sotto un tetto di lamiera, era già sera, tempo di preparare il fuoco. Gli abitanti del villaggio facevano una breve sosta dopo il lavoro nei campi. Ci hanno salutato sorridenti e sono rientrati velocemente in casa, prima che facesse buio. Noi, i forestieri, ci siamo sistemati nella stanza che serviva anche da scuola, al centro del villaggio. L ’America latina, per noi, è stata così il lavoro quotidiano nella piccola scuola, dove ogni mattina, arrivavano bambini e bambine dai tre ai tredici anni, contente di disegnare e fare esercizi di matematica. In quel periodo, mentre gli adulti costruivano le case e sistemavano i campi, solo noi forestieri potevamo portare avanti la scuola. Con il maestro Jorge, un volontario cileno rimasto nel villaggio per sei mesi, io e Anais abbiamo iniziato a collaborare nella esquelita, e intanto sotto sotto ripassavamo anche noi le tabelline. Il gioco più simpatico era: insurjentes y militares, una specie di guardia e ladri locale; eravamo circondati da bambini non troppo curiosi di noi, ma che arrivavano ogni giorno a scuola mezz’ora prima dell’inizio e che tornavano nel pomeriggio a disegnare ancora

CHIAPA CHIAPAS

8

dicembre 2008

s o l i d a l i
l‘arcobaleno
fosse davvero duro per i campesinos riuscire a sopravvivere nella loro terra d’origine. L ’esercito, insediato a pochi passi, occupa i più bei campi e la più grande sorgente d’acqua potabile della zona. I militari hanno recintato il loro presidio con filo spinato, e restano tutto il giorno di guardia, armati, a far da guardia a campi incolti. Ai contadini del villaggio restano le aree circostanti, più scomode e più impervie, da coltivare a colpi di machete, con un solo rigagnolo d’acqua marrone a dieci minuti di sentiero dalle case. Fidelino ci faceva da guida: abbiamo visto così le antiche piantagioni di caffè e conosciuto le piante sacre, il corso dei fiumi; abbiamo imparato ad usare il machete ed a bere il pozol, una strana bevanda a base di mais fermentato. Ero nel cuore del Centroamerica, a condividere la vita quotidiana dei campesinos5, a mangiare con loro tortillas y frijoles6 e ad andare con le altre donne e bambine a raccogliere l’acqua alla fonte. Lo scopo della nostra presenza era redigere un documento sulle condizioni di vita e sui problemi a cui andava incontro la comunità che ci ospitava. I primi giorni, fiere della nostra missione, io e Anais chiedevamo discretamente alle nonne di raccontarci la loro storia e ai contadini di mostrarci i campi, annotando tutto su un piccolo quaderno. Il villaggio era nato da poco, a poca distanza da un presidio militare. Le famiglie, provenienti da villaggi vicini, avevano deciso di insediarsi su questo nuovo terreno con l’appoggio della amministrazione autonoma zapatista locale. I Caracoles7 zapatisti sono entità autonome che ufficialmente non esistono, che cercano di organizzarsi con reti di educazione, promozione alla salute, cooperative di produzione agricola biologica, in un contesto molto povero dove il governo statale non ha mai provveduto neppure ai servizi più essenziali. Da alcuni anni nessuno si esprime più su questa realtà autonoma fatta di villaggi poverissimi e sostenuta da molte associazioni internazionali. Semplicemente... , in questa parte di mondo, hanno fatto da soli una rivoluzione! Ora la vivono, anche con l’aiuto, e a volte con gli errori, dei volontari stranieri. La sera, dopo il lavoro, dopo la scuola, dopo aver rifatto tre volte le canalette dell’acqua attorno a casa per evitare che si allagasse troppo spesso, Fidelino si affacciava alla porta, si scusava se non erano arrivate in tempo le tortillas, e tra un sorriso e l’altro ci chiedeva... - “ma da voi in Italia, in España,.. come sta andando la lotta?”- Era, sottinteso, la lotta per un mondo migliore, contro il neoliberismo, l’ingiustizia ed il malgoverno. Io, a quel punto, dicevo parole vaghe, tornavo a spaccare legna per il fuoco, mi nascondevo dietro lo scarso spagnolo... Gli devo ancora una risposta!

abbiamo imparato ad usare il machete ed a bere il pozol

AS

un po’. Ogni tre giorni tutti gli abitanti del villaggio si riunivano sotto un albero. Discutevano dei lavori da fare nei giorni seguenti. Alle riunioni partecipava tutto il villaggio e dalla nostra casetta vedevamo passare le donne, ognuna almeno con un bimbo in spalla, le ragazzine vestite a festa, i ragazzi col pallone e i padri di famiglia che accorrevano all’incontro lasciando per un attimo il prezioso machete3. Lidia, mamma di due bimbi e responsabile del piccolo negozio del villaggio, ci procurava ogni mattina le tortillas. Ce le portava spesso una bimba, oppure una nonna, o un nonno. La sera, invece, era Fidelino, il rappresentante della comunità, che veniva a trovarci e a platicar, ovvero conversare del più e del meno. Ci prendeva un po’ in giro perché mangiavamo dolci e bevevamo molto caffè, ma noi lo rassicuravamo dicendo che era caffè, prodotto da cooperative di contadini del Chiapas. Forse non lo abbiamo davvero convinto, ma alla fine dei quindici giorni ci ha ringraziato per il fatto di rimanere a soffrire in quel pezzo di foresta sperduta, invece di andare peri peri a vedere i monumenti o a intripparsi con il calendario maya. Fidelino ci raccontava di come era sorto il villaggio, della fatica di lavorare la milpa, la piantagione di mais che è il principale sostentamento di tutti i contadini, e anche delle regole che tutti gli abitanti, anche gli ospiti stranieri, devono rispettare. Innanzi tutto non è permesso introdurre nella comunità né alcool né droghe4 di nessun tipo; poi, ci disse, era preferibile avvisare sempre un responsabile della comunità, se ci fossimo spostati anche solo per qualche ora. E allora abbiamo cominciato a capire, sempre tra i sorrisi dei bambini, quanto

1 Organizzazione Non Governativa, O.N.G. è una sigla che viene adottata per tutte le organizzazioni indipendenti, senza scopo di lucro, che promuovono e intraprendono azioni di volontariato, tutela dell’ambiente e dei diritti umani. 2 Il centro si occupa di tutelare i diritti legali delle popolazioni indigene, di supportare le azioni di volontariato, di fare da tramite tra la società civile e i villaggi, e di molte altre attività. Il riferimento internet è: www.frayba.org Il centro è intitolato a Fra Bartholomè de Las Casas, vescovo di San Cristobal che, nel corso del XVI secolo, dedicò la sua vita alla difesa dei diritti degli indios, al tempo impiegati come schiavi dai dominatori spagnoli e considerati meno che umani. 3 Lo strumento più usato in America latina: un lungo coltello affilato utilizzato per tagliare legna, canne e sterpi. 4 Nelle comunità indigene zapatiste è proibito l’ uso di alcool e droga, principalmente per combattere l’ uso dilagante di bevande alcoliche prodotte dalla canna da zucchero, che in tutte le zone povere del Messico creano un alto tasso di alcolismo tra la popolazione indigena, in secondo luogo per non dare adito alle convinzioni del governo messicano che gli indigeni zapatisti siano coinvolti nel narcotraffico. 5 Il termine spagnolo campesino significa contadino. E’ stato spesso usato in maniera spregiativa, a significare persona povera ed ignorante. Nel corso della storia dell’ America latina la parola assume un’accezione positiva, ad indicare chi vive, lavora e lotta per difendere la propria terra e al tempo stesso l’ambiente naturale. 6 E’ il piatto tipico che si trova ovunque in Messico: delle sottili frittate senza uova fatte di sola farina mais (tortillas), accompagnate da immancabili fagioli neri (frijoles). 7 La parola spagnola caracol significa chiocciola, e viene usata in questo caso ad indicare il villaggio che diviene centro culturale e amministrativo di una più vasta comunità.

9

dicembre 2008

l‘arcobaleno

PARADOSSI

l’evidentemente vero a volte nasconde una falsità

L

10

a parola paradosso ha molti significati, generalmente è usata nel senso di descrizione di qualsiasi risultato tanto contrario al senso comune e all’intuizione da suscitare un immediato moto di sorpresa. I paradossi sono una sfida alla ragione, sorprendenti giochi di prestigio che ci spingono immediatamente a domandarci:”dov’è il trucco?” TUTTI I CRETESI SONO MENTITORI, IO SONO CRETESE Si dice che Epimenide abbia affermato: “ Tutti i Cretesi sono mentitori”. Dato che Epimenide era cretese, ha detto la verità? Se i mentitori, per definizione, mentono sempre, la sua affermazione è logicamente contraddittoria perché Epimenide, cretese, sarebbe mentitore e ciò che dice sarebbe falso. L ermazione ’aff non può però neppure essere falsa perché in tal caso i Cretesi sarebbero sinceri e, conseguentemente, ciò che afferma Epimenide sarebbe vero. QUANTE PAROLE CONTIENE QUESTA FRASE? Questa frase contiene sei parole. L erma’aff zione è evidentemente falsa, quindi sarà vera l’affermazione contraria. Questa frase non contiene sei parole. Anche l’affermazione contraria è falsa. Come risolvere questo paradosso? DIALOGO TRA PLATONE E SOCRATE Platone: La prossima affermazione di Socrate sarà falsa.

C L AS ai

reso atto che oggi a scuola non si studiano più come un tempo la Commedia, il Canzoniere, il Decameron, l’Orlando furioso, I promessi sposi, ecc., non sono pochi quelli che affermano che se vogliamo salvare la memoria dei nostri autori classici bisognerà fornire a tutti gli italiani di cultura media una traduzione corrente delle opere letterarie più significative. In verità, alla fine degli anni Novanta l’italianista di vaglia Marco Santagata si era fatto interprete di questa esigenza e aveva tradotto in prosa e in italiano moderno le Canzoni di Giacomo Leopardi. Molti critici però lo avevano accusato per questa sua operazione.Uno studioso, in particolare, rimproverava Santagata per essere scivolato in involontarie soluzioni parodistiche e faceva alcuni esempi. Il verso “Nuda la fronte e nudo il petto mostri”, con il quale Leopardi si rivolgeva all’Italia caduta in basso rispetto alla passata grandezza, nella traduzione di Santagata suonava così: “Ti offri alla vista a petto nudo e a capo scoperto”. Il verso “Ecco, io mi prostro, o benedetti, al suolo” veniva reso così: “Ecco, o fortunati, io mi stendo per terra”, mentre il “Garzon bennato” diventava “O bravo ragazzo”. Come si vede, la questione non è semplice. E’ sufficiente tradurre i nostri grandi classici nell’italiano corrente, per ridurre la distanza linguistica e culturale tra i lettori più o meno sprovveduti e la serie di testi che hanno fatto l’identità italiana ed europea e fare scoccare in maniera automatica la scintilla del piacere

P

SICI p Per

ti a m o dal ar O a r ri
R

estetico? A me non pare, tanto più se si tiene conto che oltre il 60% della popolazione italiana dichiara di non leggere nemmeno un libro all’anno. Dunque neanche un giallo, un libro comico, un fumetto di qualità. Non sorprende perciò se in occasione degli esami di Stato siano pochi gli studenti che scelgono di svolgere la traccia di

SA

letteratura. Tutto ciò ribadisce come questa continua a essere impopolare in Italia. Segnala non solo la marginalizzazione dei programmi di educazione letteraria nei curricula delle superiori, ma anche la difficoltà della scuola a intercettare e dialogare con l’immaginario estetico delle nuove generazioni, che sempre meno si riconoscono nei modelli culturali della letterarietà tradizionale. Emblematica risulta, in questo senso, la lettura precoce dei Promessi sposi nelle classi del biennio, che sfida in maniera impari l’intelligenza e la sensibilità degli adolescenti e li mette in una condizione di inferiorità oggettiva vissuta con disagio. Tutto ciò rende indifferibile la fissazione di un nuovo canone di letture scolastiche significative e di buona leggibilità, che

comprenda molteplici forme di scrittura (la narrativa rosa, il romanzo giallo, umoristico, poliziesco ecc), per allargare il campo della letterarietà e essere più in sintonia con le capacità ricettive degli studenti, le loro esigenze e i loro gusti, anche quando non ci piacciono. La scuola, perciò, farebbe bene a non giudicare con sufficienza i libri che appartengono alla letteratura di intrattenimento e ad assumerla come oggetto di insegnamento, tanto più che essa occupa ormai spazio adeguato nelle monumentali storie letterarie pubblicate negli ultimi decenni del Novecento. Forse bisognerebbe partire da qui, dalla necessità di una scrittura accessibile ma non inerte sul piano sociologico e retorico-linguistico, per stimolare analisi e riflessioni su quanto accade dentro e fuori l’individuo e per educare la competenza di lettura. Strumento indispensabile per affrontare con adeguata consapevolezza opere più ardue e problematiche, che per essere assimilate mentalmente e apprezzate richiedono dispendio di tempo ed energie. Intendo dire i classici italiani, ricchi di fantasia, immagini, sentimenti, riflessioni teoriche e valori che non siamo mai riusciti a divulgare pienamente e a far diventare patrimonio culturale comune e condiviso, strumento per vivere meglio. Forse è un po’ anche per questo che il nostro è un Paese apatico e spesso feroce, assediato com’è da una realtà intessuta di individualismo e di egoismo, di opportunismo e di pigrizia delle istituzioni, di intolleranza e di sopraffazione, imbrigliato da una modernità troppo contraddittoria per essere autentica.

Socrate: Platone ha detto la verità. Chi sta mentendo? IL PARADOSSO DI DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA Nel romanzo di Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, il suo fedele servitore, Sancho Panza, decide la sorte dei visitatori dell’isola con una legge curiosa. Una guardia chiede ai visitatori: Perché sei venuto? Se il visitatore risponde il falso, verrà impiccato. Un giorno un visitatore rispose alla domanda: “ Vengo per essere impiccato”. La guardia si trovò di fronte ad una dilemma: Se non lo avessero impiccato, avrebbe voluto dire che aveva mentito e che doveva essere impiccato. Se lo avessero impiccato, voleva dire che aveva detto la verità e quindi non avrebbe dovuto essere impiccato. Cosa avreste fatto voi? Alla fine il governatore dell’isola decise che qualunque cosa avesse deciso avrebbe infranto la legge, quindi permise al visitatore di andarsene liberamente. L ’EURO MANCANTE Un negoziante di musica mette in vendita 30 vecchi CD con una promozione: 2 al prezzo di un euro ed altri 30, ancora meno richiesti, 3 al prezzo di un euro. A fine giornata tutti i 60 CD sono venduti, con un ricavo complessivo di 25 euro (30 ad un euro ogni 2= €15 e 30 ad un euro ogni 3= €10). Il giorno successivo, pensa di offrirne altri 60 ma, per non fare due gruppi separati, 5 CD (3+2) al prezzo di 2 euro. A fine giornata i 60 CD sono stati tutti venduti, ma, controllato l’incasso scopre che l’incasso non è stato di € 25, ma di € 24 ( 12 gruppi da 5 CD X 2 euro). Dov’è finito l’euro mancante? Lo possiamo ritrovare solo in un’analisi algebrica del diverso valore dei due gruppi di CD. Ci sono quindi situazioni nelle quali ciò che appare evidentemente vero nasconde una falsità, per cui, richiedere a se stessi una verifica di quanto ci viene presentato o proposto, può solo aiutare uno sviluppo indipendente della capacità di lettura del mondo che ci circonda. Di fronte ad una evidente logicità ci rendiamo conto della necessità di andare oltre. Inventare paradossi può essere un utile strumento per verificare i limiti logici delle nostre idee, nella prospettiva di acquisirli come propri, superarli e formulare quindi altri interrogativi ai quali rispondere. Paradosso: affermazione contraria alla comune opinione o alle aspettative. Dal greco Parà (oltre, contro) Doxos ( aspettative, opinioni). Epiménide: leggendario poeta greco di Creta, vissuto nel VI secolo a.C. Socrate (Atene, 469 a.C. – Atene, 399 a.C.) e Platone (Atene, 427 a.C. – Atene, 347 a.C.) sono stati filosofi dell’antica Grecia. Tra i più importanti della tradizione filosofica occidentale. Don Chisciotte della Mancia, celebre romanzo della letteratura spagnola pubblicato in due volumi nel 1610 e nel 1615, scritto da Miguel de Cervantes (1547-1616)

vare

dicembre 2008

l‘arcobaleno

ualche mese fa il Ministro dell’Interno ha prospettato la possibilità di una schedatura generalizzata dei minori rom, mediante le loro impronte digitali, scatenando una serie di polemiche e discussioni che, come spesso avviene, sono durate qualche settimana per poi finire nell’archivio della memoria collettiva e, quel che è peggio, nel senso comune di tanti cittadini. Per capire e riassumere, facciamo un passo indietro. Il 21 maggio 2008 un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lombardia e Lazio, sottolineando l’estrema criticità causata dalla presenza di numerosi cittadini extracomunitari irregolari e nomadi che si sono stabilmente insediati nelle aree urbane causando una situazione di grave allarme sociale, con possibili gravi ripercussioni in termini di ordine pubblico e sicurezza per le popolazioni locali. Quando si dice che la “percezione” del problema genera l’inasprirsi del problema stesso… Sta di fatto che al Decreto sono seguite tre Ordinanze contenenti disposizioni per i Prefetti di Roma, Milano e Napoli, fra le quali (punto c. dell’art. 1): identificazione e censimento delle persone, anche minori di età, e dei nuclei familiari presenti nei luoghi di cui al punto b. attraverso rilievi segnaletici. Questa disposizione è in contrasto con: a)

Q

Che fine fanno le leggi?
di Giuseppe Strazzulla
la norma di legge ancor oggi vigente, ossia il Testo Unico della Legge di Pubblica Sicurezza n 773 del 18 giugno 1931 (era fascista!); b) i principi costituzionali (in particolare, l’art. 3 della Costituzione: […] la pari dignità sociale senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali); c) le dichiarazioni internazionali sui minori, in particolare la Convenzione di New York del 20 novembre 1989, in cui si parla di prevalenza del superiore interesse del fanciullo, ratificata in Italia con la legge n. 176 del 27 maggio 1991. Alla luce di quanto abbiamo osservato, risulta davvero stridente il contrasto interno all’Ordinanza ministeriale tra la tutela dei minori da soggetti o organizzazioni criminali che utilizzano l’incertezza sulla identità o sulla provenienza anagrafica al fine di porre in essere traffici illeciti e gravi forme di sfruttamento e quanto detto poche righe sopra per fingere di rispettare le leggi già ricordate: il rispetto dei diritti fondamentali e della dignità delle persone. A noi sembra piuttosto ambiguo questo atteggiamento con il quale da una parte si rende omaggio a leggi e convenzioni consolidate nella tradizione dei Paesi democratici, dall’altra se ne offre una “traduzione” che prevede il rilevamento di impronte digitali, una forma davvero odiosa di discriminazione e di violenza, se non altro psicologica. Quale miglioramento delle condizioni di vita dei bambini nomadi prevederebbe questo provvedimento, e quale tutela per loro da possibili forme di sfruttamento criminale?

Un esempio: la schedatura dei minori rom

Continua dalla prima pagina:

Le leggi razziali fasciste: •Manifesto della razza o Manifesto degli Scienziati Razzisti, testo pubblicato il 14 luglio 1938 sul quotidiano Giornale d’Italia •Manifesto della razza o Manifesto degli Scienziati Razzisti, testo pubblicato il 5 agosto 1938 sulla rivista La difesa della razza •R.D.L. 5 settembre 1938, Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista •R.D.L. 7 settembre 1938, Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri •R.D.L. 23 settembre 1938, Istituzione di scuole elementari per fanciulli di razza ebraica •R.D.L. 15 novembre 1938, Integrazione e coordinamento in testo unico delle norme già emanate per la difesa della razza nella Scuola Italiana •R.D.L. 17 novembre 1938, Provvedimenti per la razza

Rom: è il termine con cui viene designata la cultura nazionale degli Zingari, e per estensione di significato la loro lingua (indica la parola uomo). Decreti e ordinanze: Un Decreto è l’atto emanato da un’autorità amministrativa o giudiziale con cui viene esercitato il potere decisionale di tipo esecutivo o giudiziario. Nell’antica Roma, il termine decretum indicava le sentenze emesse dall’imperatore o le ordinanze del pretore. Un’Ordinanza è l’ordine emanato da un’autorità pubblica o una norma con carattere amministrativo o legislativo oppure un provvedimento emesso da un giudice per regolare un procedimento civile o penale. Legge n. 176 del 27 maggio 1991: Ratifica ed esecuzione della Convenzione sui diritti del fanciullo, New York 20 novembre 1989. Art. 1 1. Il Presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare la Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989. Art. 2 1. Piena ed intera esecuzione è data alla Convenzione di cui all’articolo 1 a decorrere dalla data della sua entrata in vigore in conformità a quanto disposto dall’articolo 49 della Convenzione stessa. Art. 3 1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. La presente legge, munita de sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Art. 49 della Convenzione sui diritti del fanciullo, New York 20 novembre 1989 1. La presente Convenzione entrerà in vigore il trentesimo giorno successivo alla data del deposito presso il Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite del ventesimo strumento di ratifica o di adesione. 2. Per ciascuno degli Stati che ratificheranno la presente Convenzione o che vi aderiranno dopo il deposito del ventesimo strumento di ratifica o di adesione la Convenzione entrerà in vigore il trentesimo giorno successivo al deposito da parte di questo Stato del suostrumento di ratifica o di adesione.

italiana •R.D.L. 29 giugno 1939, Disciplina per l’esercizio delle professioni da parte dei cittadini di razza ebraica

11

dicembre 2008

l‘arcobaleno

di Teo Quasinono

Da quando la tecnologia digitale con-

12

supplemento a Sicilia Libertaria n.279 dicembre 2008 - Direttore responsabile Giuseppe Gurrieri. Registrazione Tribunale di Ragusa n. 1 del 1987. Stampato in proprio. Redazione: il “comitato di reLazione” si riunisce periodicamente. Progetto grafico e impaginazione: Marina La Farina. Per contattarci: giornalelarcobaleno@gmail.com

l‘arcobaleno

sente, a costi bassissimi, la duplicazione di programmi e contenuti multimediali, l’industria del “tarocco” non conosce battute d’arresto. Quanti di noi, ammettiamolo, possono affermare di utilizzare esclusivamente software originale? Alla tentazione di avere l’ultima versione del programma o del gioco preferito si resiste difficilmente, ed ecco che ci si rivolge all’amico o al conoscente, ci si avventura a scaricare dalla Rete files, serials e cracks sperando di non incorrere nelle sanzioni della legge o nelle ire risarcitorie dei produttori. Ma questi produttori si arrabbiano poi sul serio? Io ho qualche dubbio. Le grandi case di software come Microsoft, Adobe, Corel, hanno tutto l’interesse a far conoscere ad un vasto pubblico le qualità del loro ultimo prodotto, e l’unico modo per farlo è consentire agli utenti di provarlo. Il software di prova, demo, shareware, free to try, serve proprio a questo. Viene da pensare, però, che la presunta tolleranza delle Case nei confronti dei “pirati” sia perlomeno sospetta. Prendiamo ad esempio Microsoft Office. A casa, a scuola, in ufficio, è talmente usato che è diventato, di fatto, lo standard di riferimento. Ma, per ogni copia legale di Office, quante ve ne sono di irregolari? Sicuramente molte, tante da ipotizzare paurosi crolli di vendite e profitti. Le cose, però, non stanno così. La tua copia taroccata di Office ricorda molto la dose di eroina che lo spacciatore regala alla sua vittima ignara o sprovveduta. Quella dose regalata è, per il pusher, un vero e proprio investimento. Una volta creata la dipendenza, il nuovo tossicodipendente sarà un altro, l’ennesimo, docile e mansueto cliente. Non importa che i ragazzi sfruttino copie pirata: se imparano ad usare Office chiederanno Office; e Office avranno, questa volta a pagamento, quando diventeranno imprenditori, commercialisti, avvocati, medici, professori, ragionieri e così via. Ma se si vuole uscire dalla Microsoft-dipendenza la strada c’è. A metà degli anni ottanta, uno studente

tedesco sedicenne, Marco Borries, si trovò nella Silicon Valley per uno scambio culturale. Fu talmente impressionato da quella realtà tecnologica che cominciò a sviluppare un software per l’ufficio, lo StarOffice, e fondò l’azienda Star Division, con sede ad Amburgo. Nel 1999 l’azienda fu acquistata per 73,5 milioni di dollari da Sun Microsystems. Il progetto OpenOffice.org fu fondato da Sun nel 2000 per continuare lo sviluppo di una suite in grado di funzionare su tutte le piattaforme. Come base fu preso il codice sorgente di StarOffice con l’aggiunta della tecnologia di Sun. Da quel momento si è creata una comunità internazionale che ha sviluppato, integrato e migliorato quel progetto iniziale fino a giungere alla realizzazione della prima vera suite Open Source per l’Ufficio: OpenOffice.org 1.0. Adesso siamo alla versione 3.0. OpenOffice.org è software libero e come tale lo si può usare, copiare, modificare e distribuire liberamente senza aver bisogno di acquistare alcuna licenza. Si parla di software libero, e non di software gratuito, in quanto la libertà è un concetto molto più ampio. In questo caso la gratuità è una conseguenza della libertà. Quan-

do si usa software libero (come lo è OpenOffice.org, Linux, Firefox, Thunderbird, Gimp, MySQL e tantissimi altri), si riceve una serie di diritti che sono: •libertà di usare quel software per qualsiasi scopo (anche a livello commerciale) •libertà di modificare il software sorgente (per adattare il prodotto alle proprie esigenze) •libertà di distribuire il software ovunque •libertà di distribuire le modifiche apportate Occorre fare attenzione che, contrariamente a quanto si tende comunemente a credere, il software è coperto da copyright. E' l'autore del software stesso che, scegliendo una licenza libera, impone che le libertà elencate sopra non possano essere, in nessun caso, alienate. Pertanto, se si ridistribuisce il software, anche chi lo riceve deve ottenere gli stessi diritti. Chi conosce Office non avrà problemi di adattamento: l’interfaccia grafica è molto simile e ben presto si ritroverà a padroneggiare menu, funzioni e scorciatoie già conosciute. Ma Open Office non è meglio di Microsoft Office solo perché appartiene alla filosofia della comunità e della libertà anziché a quella dell’azienda e del profitto. Open Office legge e salva praticamente tutti i formati conosciuti, addirittura esporta direttamente in formato PDF, ed ha migliaia di estensioni, add on, che quotidianamente vengono create e distribuite da migliaia di persone in tutto il mondo. Una sorta di autogestione della produzione del software, che oltre a rompere le catene della Microsoft-dipendenza, esprime l’idea che il sapere, digitale o di ogni altra forma, appartiene a tutti e non può essere fonte di profitto e di potere per pochi. Con l’Open Source questa idea sta diventando realtà.

OpenOffice.org E’ una suite di produttività personale disponibile sulle piattaforme più comuni (Microsoft Windows 98/ME/2000XP/Vista, Linux, Solaris, MacOSX), tradotto in più di 100 lingue e compatibile con i più comuni formati di file. Si compone di: • un elaboratore di testi, Writer • un foglio di calcolo, Calc • uno strumento per le presentazioni, Impress • un database, Base • uno strumento di grafica vettoriale, Draw e, inoltre, di un modulo per le formule matematiche Math ed uno per compilare codice Html, Web Dal primo gennaio 2008 ad oggi sono stati effettuati quasi 5.000.000 di download di Open Office in italiano, circa 15.000 al giorno!

dicembre 2008

l‘arcobaleno

di Katia Arcidiacono

tici di diritto allo studio, vengono sempre in mente i giovani disagiati in età scolare, i diversamente abili e gli extracomunitari. Ma c’è un’altra categoria di persone, purtroppo numerosa, che attende una possibilità di riscatto dalla vita, in termini anche di istruzione, e sono coloro che scontano una pena detentiva nelle Case circondariali e negli Istituti penitenziari. In un periodo così delicato, durante il quale sembra non ci sia posto per riflessioni ed interventi sulle marginalità, concepire e portare a termine progetti a favore dei detenuti-studenti, contribuisce a riscattare l’immagine, a volte ingiustamente vilipesa, del nostro paese. Dal 1998 il carcere “Le Vallette” di Torino ha siglato un protocollo d’intesa con le facoltà di Scienze politiche e Giurisprudenza della città, per permettere ai detenuti più meritevoli e volenterosi di completare gli studi, accedendo anche a titoli universitari. Avendo avuto un riscontro positivo, altri centri penitenziari italiani hanno pensato di adottare tali convenzioni con i Senati Accademici locali e sono stati tenuti a battesimo i “Poli universitari carcerari”, i primi in tutta Europa. La novità degna di rilievo è che non sono gli studenti, magari con speciali permessi, a frequentare gli Atenei, ma sono proprio i docenti universitari, molti dei quali hanno aderito al progetto volontariamente, che tengono in carcere regolari corsi di lezione con i relativi esami e colloqui. Ai nostri giovani, che a volte trascorrono anni ed anni peregrinando tra le facoltà, sfugge, molto spesso, quanto lo studio universitario, e la cultura in generale, contribuiscano a formare il loro pensiero, ad alimentare il senso di responsabilità e a renderli liberi. Sembra un paradosso, ma chi è privato della libertà, quella che non ci accorgiamo di avere fino a quando non viene limitata o soppressa, ap-

Quando si parla di casi problema-

prezza enormemente l’altra libertà, quella del pensiero, che può essere mortificata dall’ignoranza, ma non dalle catene. Sono i ceppi dell’ignoranza quelli più duri da tagliare perché sono quelli meno visibili e, purtroppo più condivisi. I reclusi, privati della libertà personale, costretti a vivere per anni, o per tutta la vita, in una cella di pochi metri quadrati, spesso comprendono meglio degli altri, dei cosiddetti liberi, che l’esercizio della libertà è, soprattutto, conoscenza, comprensione, giudizio. A tal proposito, ho pensato fosse utile coinvolgere i miei studenti in un’esperienza, organizzata dalla Regione con la collaborazione del

lare l’idea che i detenuti sono soggetti di diritti, esseri umani “interi” e che la pena loro inflitta non può avere altro scopo che quello previsto dalla Costituzione, il loro reinserimento sociale. Finalità che può più agevolmente essere raggiunta attraverso un recupero culturale, una formazione scolastica anche universitaria. La situazione carceraria attuale è notoriamente problematica per sovraffollamento, carenze strutturali e povertà progettuale. Ma se le celle dei giovani detenuti cominciassero ad assomigliare ad aule di studio, il reinserimento e l’integrazione sociale potrebbero diventare l’esito

Garante per la tutela dei diritti dei detenuti, dal titolo “Detenuto per un minuto”. Tale esperienza aiuta i giovani a non considerare il concetto di “libertà” in maniera banale e retorica, ma a comprendere, anche solo per un minuto, cosa significhi essere un recluso, essere improvvisamente strappato dai riti quotidiani ed essere catapultato in un mondo dove ci sono le impronte, le foto segnaletiche, le sbarre, i cancelli, i muri invalicabili e le finestre da cui non ci si affaccia. Ma, ancor più, questa iniziativa dovrebbe sensibilizzare l’opinione pubblica e veico-

normale di un percorso rieducativo, e non un fortuito o fortunato caso. Questa sarebbe la vera conquista, secondo me, la vera rivincita dei detenuti agli occhi della società. Il diritto allo studio non si esercita solo nelle istituzioni scolastiche, ma anche in una cella di un carcere italiano, dove possono trovare posto Dante e gli altri classici, i quali, oltre ad essere “scongelati” didatticamente nelle scuole, possono riuscire a scaldare i cuori e le menti di chi, ogni giorno, deve affrontare il gelo, il rancore o l’indifferenza della nostra società.

15

dicembre 2008

Bisogna

ammettere che, a giudicare dalla strada che ha fatto e dal successo che ha avuto, Babbo Natale è tutto tranne che babbo. Muove i suoi primi passi in Turchia, siamo nel IV secolo; è un vescovo e si chiama Nicola. Un tipo sperto: resuscita i bambini che un oste malvagio ha maciullato e messo in salamoia, salva i marinai da una terribile tempesta, difende tre giovani ingiustamente accusati, recupera un carico di frumento per sfamare una città allo stremo, regala a tre fanciulle la dote per evitare che finiscano prostitute. Nel Concilio di Nicea molla uno schiaffo allʼeretico Ario e riesce, persino, ad ottenere una riduzione delle tasse per i suoi concittadini. Per queste e molte altre cose lo fanno santo. Protettore degli scolari, delle ragazze da marito, dei marinai, dei bottai, dei profumieri, dei farmacisti, degli avvocati, dei mercanti di vino, dei viaggiatori, delle vittime degli errori giudiziari, ma soprattutto dei bambini, fa tanti miracoli che le sue reliquie diventano oggetto di conquista. Nel 1087 tre navi sbarcano a Myra, sʼimpadroniscono delle reliquie e le portano a Bari dove, per accoglierle, si costruisce unʼenorme e bellissima Basilica. Qualche anno dopo i Veneziani cercano di fare lo stesso colpo ma, non trovando il grosso del corpo, si limitano a depredare quanto è rimasto: le reliquie delle reliquie. Che sono sufficienti, però, a creare un altro luogo di culto, S. Niccolò al Lido. Da Bari verso lʼOriente e da Venezia verso il Nord, il culto di San Nicola è enorme. Basti pensare che, ancora oggi, è patrono della Russia, della Grecia, di Bari, di Amsterdam e di centinaia, o forse migliaia di altri luoghi. San Nicola diventa estremamente popolare anche per una sua specifica caratteristica: la notte tra il 5 ed il 6 dicembre, scendendo per il camino, arriva nelle case e porta dolciumi e regali ai bambini buoni, mentre cenere e carbone o rami di betulla ai cattivi. Nella figura in alto è riprodotto un quadro dellʼolandese Jan Steen (1625-79). Con molto realismo descrive lʼagitazione famigliare e lʼeuforia gioiosa dei bambini la mattina del 6 dicembre quando, al risveglio, cercano i doni che ha portato loro san Nicola. Sulla destra un uomo indica ai due piccoli il camino (che non si vede) da cui è disceso il santo: uno, stupito, guarda a bocca aperta; lʼaltro quello in braccio, ha in mano un dolce che ne riproduce le sembianze. A sinistra un marmocchio piagnucola perché nella scarpa non ha trovato dolci e regali ma rami di betulla. In primo piano la piccolina, felice, regge un secchiello pieno di regali mentre stringe tra le braccia una statuetta di san Nicola, in olandese Sinterklaas. Diventato Sinterklaas, san Nicola non tarderà a subire unʼaltra mutazione, diventando santa Claus. E con questo nome comincia ad essere molto più conosciuto. A dire il vero, nel personaggio di Santa Claus convergono anche molti culti e molte tradizioni precristiane, come quella del germanico dio Odino, o quella, ancora viva in Russia e nei paesi slavi, di Nonno Gelo, Ded moroz.

storia
di A&S

l‘arcobaleno

La sintesi di tutti questi aspetti avviene, come al solito, negli Stati Uniti. I milioni di emigrati, provenendo dai più disparati luoghi della vecchia Europa, apportano ciascuno la propria cultura, riuscendo a fondere la tradizione anglosassone e quella mediterranea, quella slava e quella scandinava. Gli Usa, però, vi aggiungono qualcosa di proprio. Scompaiono definitivamente i paramenti vescovili e Santa Claus comincia ad essere descritto come un signore attempato e ben piazzato che guida una slitta trainata da ben otto renne. Nei vestiti, che prima erano verdi, blu, bianchi e rossi, prevale adesso il rosso, colore prediletto nelle cartoline di auguri, che cominciano a comparire verso la fine dellʼOttocento. Ciò che però

ha contribuito maggiormente a fissare rigidamente gli attributi di Santa Claus è stata la martellante campagna pubblicitaria della Coca Cola, ideata nel 1931

da Haddon Hubbard Sundblom e mai più cessata fino ai nostri giorni. Sundblom si era ispirato alla descrizione che ne aveva fatto lo scrittore Clement C. Moore nel poema A Visit from St. Nicholas: allegro, paffuto, rubicondo, vestito di rosso bordato di bianco. Lo strettissimo legame tra la campagna pubblicitaria e le sembianze del nostro eroe ha indotto molte persone a sostenere che Babbo Natale è stato inventato dalla Coca Cola. Se, come abbiamo visto, la genesi è ben più complicata, non si può tuttavia negare che, rispetto alla comunicazione di massa, lʼidentificazione è praticamente totale. Qual è la morale di questa favola natalizia? Che chi guarda le cose in maniera curiosa e critica può trovare, sotto la simpatica maschera di Babbo Natale, storie intriganti di marinai senza scrupoli, intrecci di luoghi distanti migliaia di chilometri, folle di persone che, raccontando ciascuno una storia, contribuiscono a scriverne nuove altre, individui geniali che hanno scritto e disegnato cose destinate a durare nel tempo… Gli altri, i menefreghisti ed i superficiali vi troveranno solo una bibita analcolica, gassata, colorata e zuccherata.

Sign up to vote on this title
UsefulNot useful