Bellezza?

Chi

Ha paura della

Tomaso Kemeny

a cura di

A RCIPELAGO EDIZIONI

Simmetria e bellezza
origine delle forme nella più antica industria litica

Gabriella Brusa-Zappellini

Le evidenze archeologiche della più antica presenza umana nel mondo offrono per millenni le tracce dei siti degli Ominidi. Ma le testimonianze dei primi insediamenti provvisori in cui i nostri antenati hanno soggiornato, trascinato prede e consumato cibo sono incerte. L’ubicazione degli accampamenti africani del Paleolitico inferiore presenta, per lo più, scarsi resti paleo-faunistici, non sempre riferibili in modo inequivocabile a una frequentazione antropica. Le variazioni climatiche, la presenza di iene e avvoltoi, l’esposizione nel tempo al passaggio degli animali, del vento e dell’acqua hanno spesso confuso la disposizione al suolo dei reperti, rendendo del tutto ipotetica la ricostruzione della loro fisionomia originaria. Il rinvenimento di laboratori di taglio della pietra offre però indizi meno fragili. Nella maggior parte dei casi, non siamo più dinanzi a insediamenti ipotetici, ma a “campi base” o ad aree di lavorazione che attestano le prime fasi della lunga storia dell’umanità. Si tratti di giaciture primarie o secondarie, l’industria litica costituisce il segno tangibile dell’emergenza di un individuo nuovo che ha ormai acquisito una struttura anatomica e un’abilità pratica sconosciute al resto dei viventi. Solo la mano dell’uomo, e prima ancora dell’Ominide, guidata da un cervello complesso è infatti in grado di imprimere una fisionomia compiuta ai progetti della mente e realizzare un diversificato repertorio di forme. I campi base di Olduvai in Tanzania (1,8 milioni di anni), di Melka-Konturé in Etiopia (1,7 milioni di anni) e di Koobi Fora in Kenia (1,6 milioni di anni) hanno visto le fasi iniziali di orga-

72

GABRIELLA BRUSA-ZAPPELLINI

nizzazione sociale di un Primate del tutto particolare, con una capacità cranica ancora relativamente poco sviluppata, ma che sapeva già fabbricare un numero rilevante di strumenti di pietra, osso e avorio, funzionali a differenti scopi: separare, triturare, grattare, sterrare, scuoiare. Scorrendo lungo l’interminabile asse del tempo dei primordi, le pietre tagliate si accumulano accanto alle aree di macellazione e alle zone di frantumazione delle ossa. Certo, anche diverse specie animali lasciano nell’ambiente il segno del loro passaggio. Gli alveari, le dighe dei castori, i formicai, i nidi degli uccelli sono un miracolo di perfezione e di bellezza. Ma tutte queste marcature evidenti, a volte superbe, restano al di fuori dell’orizzonte culturale: della straordinaria operosità animale non è possibile fare storia. Ogni anno, a primavera gli uccelli nidificano utilizzando ciò che riescono a trovare intorno. A ben vedere, non c’è un nido identico a un altro, ma la loro architettura si iscrive nei ritmi della ripetitività naturale: varia col variare di ciò che l’ambiente mette a disposizione secondo un identico modulo compositivo, mirato a un unico scopo. Più fantasiosa e creativa è la variopinta scenografia allestita per il corteggiamento dall’uccello giardiniere (Bowerbird) della Nuova Guinea. Nella stagione degli amori, per attirare la femmina, questo volatile dalla livrea piuttosto modesta, costruisce, all’interno della giungla, capanne circolari che possono raggiungere un metro d’altezza, con materiali vegetali sapientemente intrecciati. L’ingresso è circondato da un giardino di muschio fresco, decorato con fiori, frutti, foglie, funghi e ali di farfalla, per lo più di colore rosso, mentre all’interno prevale decisamente il colore azzurro. La bellezza e la ricchezza di questi decori richiedono un lavorio dispendioso e una accurata scelta dei materiali. Pare che le femmine si lascino sedurre soprattutto dagli arredi azzurri e scelgano per l’accoppiamento le capanne più solide, ma anche più attraenti sul piano cromatico. Una volta fecondate, lasciano l’alcova e vanno a nidificare altrove. Per costruire i favi, le api utilizzano la cera, un materiale prodotto dalle loro ghiandole. Si tratta di architetture del tutto autonome e indipendenti dalla casualità dei materiali recuperati nei paraggi. Ma le cellette non conoscono mutazione di stile né si adattano al differenziarsi dei gusti. Domina costante-

Prospettive discorsive

73

mente la medesima struttura esagonale con il fondo a cuspide: una forma perfetta ottenuta con il minor spreco possibile di materiale. L’intelligenza animale tende, dunque, a riproporre nel tempo sempre le medesime tipologie, funzionali a uno scopo. L’intenzionalità umana presenta invece, da subito, una diversa fisionomia: non utilizza solo le forme offerte dalla natura, ma intuisce, all’interno di queste forme, lo sviluppo di nuove potenzialità e di nuove forme. L’uomo, potremmo dire, è un moltiplicatore di forme. Non è però possibile stabilire con certezza il momento in cui dei ciottoli o delle ossa raccolte da terra hanno subito per la prima volta una lavorazione intenzionale. Si tratta dello straordinario momento in cui una scimmia – seppur stravagante e relativamente bipede – ha smesso di essere una scimmia e ha iniziato a divenire qualcosa di strutturalmente diverso. Da un certo punto di vista, l’industria litica offre, lungo la linea del nostro percorso filogenetico, una testimonianza più significativa degli stessi reperti scheletrici. Nello scorrere dei millenni, il cervello degli Ominidi si sviluppa sotto lo stimolo di diverse pressioni selettive e questa evoluzione lascia un segno tangibile nei manufatti di pietra: fra le sequenze degli strumenti litici e lo sviluppo delle aree cerebrali esistono parallelismi evidenti. I primi chopper di Homo habilis sono differenti dai bifacciali di Homo ergaster o dai sottili e agili raschiatoi su scheggia del Neanderthal. Anche l’encefalizzazione di questi individui è diversa. La classificazione dell’evoluzione tipologica dei reperti litici, secondo forme costanti e ricorrenti, costituisce un elemento-guida indispensabile nella individuazione delle culture materiali preistoriche. Questi strumenti hanno, infatti, una lunghissima storia e testimoniano di un’avventura creativa che trae il suo avvio, alcuni milioni di anni fa, quando le zampe anteriori iniziarono a disertare rami e terreno. È però difficile, nelle fasi iniziali, distinguere gli artefatti dagli strumenti di pietra tagliente offerti dalla natura. Una scheggia può derivare dalla volontaria percussione di un nucleo o da una frantumazione fortuita, dovuta a eventi naturali. Può essere l’urto di due ciottoli battuti l’uno contro l’altro dalla forza di un torrente o il distacco – le “schegge termiche” – provocato dal caldo o dal gelo. Le rocce clastiche, sottoposte all’azione della risacca o

74

GABRIELLA BRUSA-ZAPPELLINI

di una cascata, possono liberare frammenti taglienti molto simili a quelli ottenuti intenzionalmente da un bulbo di percussione. È interessante, però, rilevare che, fin dalle prime tappe della ominizzazione, esiste un costante rapporto associativo fra gli utensili e i resti paleo-faunistici: paradigma indiziario forte della presenza di un regime alimentare marcatamente carnivoro, piuttosto inusuale per un Primate. Anche una dieta vegetariana può giustificare l’utilizzo di strumenti adatti a frantumare i semi o a sterrare tuberi e radici, ma è soprattutto un’alimentazione a base di carne – fosse anche praticata da spazzini opportunisti – a esigere che un individuo privo dei canini affilati e degli artigli aguzzi dei carnivori, si doti di strumenti “compensativi” atti a tranciare e spezzare le ossa per estrarre il midollo e le parti molli. Certamente i comportamenti alimentari hanno contribuito a plasmare, in modo notevole, le dinamiche selettive all’interno delle quali è maturata l’intelligenza umana. Le modificazioni climatiche avvenute intorno a 2,3 milioni di anni fa nelle zone orientali dell’Africa, con una diminuzione dell’umidità e un’aumentata aridità, devono aver avuto un peso rilevante nella differenziazione evolutiva dei nostri più antichi predecessori, favorendo l’emergenza sia di “primati bipedi robusti”, dotati di un apparato masticatorio funzionale a una alimentazione di cibi coriacei, sia di “individui gracili”, indubbiamente più plastici e con un regime alimentare più vario e – in buona parte – carnivoro. È in ogni caso, difficile immaginare gli Australopiteci come predatori né, tanto meno, come proto-cacciatori assassini. Probabilmente la loro razione di carne era assicurata dallo sfruttamento delle carogne. Potremmo pensare a un ampliamento alimentare graduale della dieta, dalla raccolta dei vegetali alla “raccolta” degli animali, incrementato nella stagione secca quando il verde scarseggia e la presenza di carcasse è abbondante. Ma per optare decisamente per un’alimentazione carnivora, o si posseggono i canini dei predatori o ci si ingegna con un colpo d’ala capace di far saltare i programmi della natura. Bisogna, in definitiva, darsi da fare. Agli inizi si è probabilmente trattato di raccogliere da terra ciottoli frantumati e taglienti (anche gli scimpanzé – che, per altro, si cibano sporadicamente di carne – usano delle pietre per spezzare le noci,

Prospettive discorsive

75

mentre le lontre aprono con i sassi la corazza dei granchi). Poi una scintilla ha illuminato il cervello, attivando l’abilità della mano – quella mano habilis che i Primati non umani non hanno – e un corto circuito ha innescato una dinamica particolare. Un fuori-programma, potremmo pensare. Nascono i primi manufatti. Ed è qui che probabilmente inizia la nostra storia. Una storia dagli esordi molto incerti e dagli esiti imprevedibili. È difficile stabilire se già gli Australopiteci, individui ancora scimmieschi, ma già capaci di camminare a testa alta – seppur in modo “facoltativo” – nelle savane plioceniche dell’Africa orientale e in Sudafrica, modificassero intenzionalmente i loro strumenti. Fra 2 milioni e 1,5 milioni di anni fa, diverse specie di Australopiteci dalle mani libere, prima di estinguersi, convivono con Homo habilis e non è semplice individuare a chi spetti il primato della produzione dei chopper, blocchi ovoidali con uno o più stacchi (Figura 1). Del resto, chiamiamo “scimmia” (pithecus) l’Australopiteco e “uomo” (homo) l’habilis con una certa dose di arbitrarietà. Potremmo probabilmente spostare la “lancetta homo” un po’ più indietro o un poco più avanti nel tempo senza modificare in maniera significativa il quadro generale. E non è il caso di farne una questione terminologica. Alle origini, ci furono diversi modi possibili di essere ominidi, più o meno negli stessi luoghi e negli stessi periodi. Il primo indiFig.1 Tipici utensili olduvaiani, viduo però con una configurazione Early Stone Age, prima fase. scheletrica post-craniale moderna è stato rinvenuto in Kenya, sulla riva occidentale del lago Turkana (ex Lago Rodolfo), in un luogo straordinariamente ricco di depositi fossiliferi. Datato intorno a 1,6 milioni di anni fa, con un cervello ancora piuttosto piccolo (800 cc circa), ma con una corporatura agile e una altezza considerevole rispetto agli altri Ominidi del periodo, il cosiddetto “Turkana boy” (KNM-WT 15.000) si presenta, alla luce delle attuali acquisizioni, come il più accreditato antenato della nostre specie. A lui si attri-

76

GABRIELLA BRUSA-ZAPPELLINI

buisce, intorno a 1,4 milioni di anni fa, la fabbricazione di strumenti di pietra dalle caratteristiche del tutto particolari: i bifacciali acheuleani (Figura 2). Si tratta di manufatti – chiamati anche “asce a mano” o amigdale per il loro profilo a mandorla – dai distacchi

Fig.2 Bifacciale acheuleano medio, selce bruna con patina, Har Karkom HK 199, deserto del Negev meridionale, Israele; disegno di Ida Mailland.

regolari ottenuti con gesti ritmici e cadenzati. Ciò che maggiormente colpisce di queste pietre lavorate (che possono avere una fisionomia triangolare, ovoidale o cordiforme) è il perfetto asse speculare di simmetria che sembra rispondere più a esigenze di ordine formale che a un’effettiva funzionalità pratica. Si è più volte rilevato che questi oggetti da taglio avrebbero potuto assolvere altrettanto bene al loro scopo anche con un andamento meno armonico ed equilibrato. Non possiamo neppure pensare che il loro profilo puro, con la base arrotondata – spesso lasciata grezza – che si assottiglia verso l’apice, corrisponda a rinnovate necessità utilitaristiche. Anche le prime schegge, rozze e rudimentali, potevano funzionare altrettanto bene. Ma allora, a quali nuove esigenze corrisponde la loro bella simmetria? Quale effettiva funzionalità può assolvere? “La perfetta simmetria del bifacciale – scrive Ida Mailland – il fine ritocco, costituiscono il raggiungimento della perfezione tecnologica dello strumento che deve essere ben calibrato nella mano

Prospettive discorsive

77

di chi lo deve usare; è forse nella scelta del materiale che si può cogliere il senso estetico e l’interesse per il non comune”1. Con l’amigdala siamo probabilmente dinanzi alla prima manifestazione concreta, impressa nella pietra, di un salto cognitivo della mente, all’emergere di una nuova propensione per l’ordine compositivo che caratterizzerà le avventure estetiche della nostra specie nascente per parecchie decine di millenni. In Europa, l’amigdala comparirà soltanto intorno a 600.000 anni fa e sarà destinata a una straordinaria fortuna. Pensiamo al bifacciale smussato nella pietra intorno a una conchiglia fossile, una bella Chlamys (200.000 anni fa circa) e rinvenuto a Swanscombe in Inghilterra (Figura 3). Qui, dinanzi a questo reperto straordinariamente raffinato, tutte le nostre categorie paleoantropologiche, evoluzionistiche e utilitaristiche, sembrano non reggere più. Sono necessari paradigmi nuovi e nuovi modi di leggere le forme. In fondo, tutti gli strumenti litici che precedono l’amigdala (d’ossidiana o di basalto, di quarzite o di diaspro, di selce o di tufo), sia che si usassero i nuclei scheggiati sia che si sfruttassero, come oggi tendiamo a credere, le schegge ricavate dai nuclei, rispondevano a una preoccupazione dominante: tagliare. Con la tecnica acheuleana sembra farsi strada, insieme all’idea dell’efficienza, un’esiFig.3 Bifacciale con genza di diversa natura, quella della creainclusione di fossile, industria acheuleana, zione di forme semplici e regolari. È una Swanscombe, Inghil- preoccupazione destinata a modificare noterra (Oaklet, 1981). tevolmente il rapporto dello sguardo con la realtà percettiva, o meglio, il rapporto delle
1 I. Mailland, Har-Karkom: proto-arte agli albori del Paleolitico superiore, in A.A.V.V., Produrre storia dalla preistoria. Il ruolo dell’arte rupestre, Atti del XXIII Valcamonica Symposium, Centro Camuno di Studi Preistorici, Capo di Ponte 2009; p. 216 .

78

GABRIELLA BRUSA-ZAPPELLINI

forme della percezione con le forme del mondo. Per altro, le tracce d’uso degli strumenti litici evidenziano, in generale, un rapporto fra caratteri morfologici e caratteri funzionali piuttosto scarso. Questo ci porta a pensare a un quid di indipendenza rispetto alla loro funzione utilitaristica: un quid che potremmo forse ricondurre all’interesse per le forme. Ora, è evidente che sarebbe un’assoluta forzatura vedere nei manufatti di Ominidi, dallo scarso volume encefalico, la presenza di una propensione alla bellezza paragonabile al nostro senso estetico. Il passaggio da una necessità “quasi-biologica” a una propensione estetica non è immediato né lineare. L’interesse per le forme non è, del resto, una specificità umana. La focalizzazione dei contorni che delimitano i dati della visione è riconducibile, in generale, allo sviluppo evolutivo degli organi percettivi di molti vertebrati, uno sviluppo funzionale a diversi adattamenti vantaggiosi. Riconoscere il profilo degli oggetti, sviluppare cioè dei recettori che consentano di districarsi nella varietà degli stimoli esterni, è un’abilità votata al successo. La capacità di distinguere un profilo stagliato sul continuum fluttuante e cromatico del campo visivo può avere un valore fondamentale per la sopravvivenza. L’individuazione del bordo di delimitazione delle cose appartiene a quelle strategie di riduzione della complessità messe in campo dalla natura dense di ricadute sulle pressioni selettive. L’intelligenza dello sguardo, cogliendo in una variazione di luminosità, di colore o di tessitura una realtà, animata o no, dotata di una propria autonomia rispetto al contesto, è indubbiamente funzionale alla messa in atto di dinamiche sia offensive che difensive. Sappiamo che alcuni animali reagiscono anche alle forme artefatte con comportamenti di panico o di eccitazione: due grandi cerchi luminosi ravvicinati possono mettere in fuga le abituali prede dei rapaci notturni. È probabile che la reazione di panico, piuttosto generalizzata nella nostra specie, nei confronti dei serpenti sia dovuta, oltre alla indubbia pericolosità velenifera di alcuni rettili, alle difficoltà del nostro sguardo di individuare con chiarezza la loro presenza sullo sfondo del campo visivo, una difficoltà che non abbiamo nei confronti di predatori altrettanto pericolosi, ma non altrettanto “mimetici”. La presenza, all’interno del nostro sistema

Prospettive discorsive

79

visivo, di apparati fisiologici specializzati nella individuazione dei contorni, cioè di aggregazioni di linee coerenti e specifiche, giustifica ampiamente il nostro interesse ancestrale per le forme. Ma per quali forme, in particolare? Gli studi neurologici sono oggi concordi nell’accantonare definitivamente l’idea della percezione come “recipiente neutrale” destinato a registrare passivamente i dati che provengono dall’esterno. La teoria della Gestalt ha ampiamente sottolineato, già agli inizi del secolo scorso, la componente attiva, “a priori” potremmo dire con Kant, dell’atto visivo. All’interno di questo quadro categoriale, esiste però una preferenza evidente per le forme semplici, regolari e ripetitive, quelle forme che stanno alla base – anche nel momento in cui vengono trasgredite (pensiamo allo smarrimento barocco dei sensi) – della nostra idea di bellezza. “Esiste una preferenza osservabile nel nostro percepire – scrive Ernst Gombrich – per le configurazioni semplici, le linee rette, i cerchi e altri ordini semplici e noi tendiamo a scorgere tali regolarità più che le forme casuali, quando ci scontriamo col caotico mondo esterno”2. Ma quando, lungo la nostra linea filogenetica, è emersa questa esigenza di semplificazione formale, questo “senso dell’ordine” che consideriamo innato? L’amigdala, con la sua specularità simmetrica, che sembra già prefigurare le scelte stilistiche di un futuro pienamente umano, potrebbe costituire un buon indizio e una traccia significativa nella identificazione della nostra emergenza specifica, un’emergenza certamente correlata allo sviluppo encefalico. Ma un milione e mezzo di anni fa siamo ancora in una fase in cui il successo adattivo esercita una indubbia efficacia. Come giustificare allora, su questo piano selettivo, la propensione all’ordine formale? In effetti, più si incrementa la complessità del cervello e più il mondo percepito si complica, spalancando allo sguardo aspetti di realtà e cromatismi precedentemente ignoti: l’atto percettivo trasforma l’oggetto perce2

E. Gombrich, The Sense of Order, Phaidon Press Limited, London 1979; trad. it., Il senso dell’ordine, Leonardo Arte, Milano 2000; p. 16.

80

GABRIELLA BRUSA-ZAPPELLINI

pito facendolo apparire sotto una luce nuova. Ma se un cervello complesso moltiplica incredibilmente il mondo, lo sguardo inevitabilmente si disorienta, rischiando costantemente di disperdere l’esplorazione dell’ambiente in un coacervo indistinto di dimensioni percettive difficilmente governabili. La propensione all’ordine, alla regolarità e alla purezza formali, potrebbe essere una risposta alla progressiva eccedenza degli stimoli visivi messa in campo dallo sviluppo delle aree cerebrali. In questo quadro, la simmetria – potenziata dallo sviluppo delle interconnessioni fra le cellule nervose delle aree visive dell’emisfero destro e sinistro – potrebbe trovare una radice di carattere funzionale. Prima di diventare predatori “per cultura”, gli Ominidi erano prede “per natura”, e gli occhi ipnotici e simmetrici di un felino dovevano esigere un particolare stato di allerta. “Tyger, tyger, burning bright / In the forests of the night, / What immortal hand or eye / Could frame thy fearful symmetry?” (W. Blake). Stato d’allerta e strategia di riduzione della complessità: due buoni motivi, dunque, per selezionare la simmetria. Ma la semplicità armonica degli strumenti acheuleani rispecchia forse, già nelle fasi più remote della nostra filogenesi, l’emergere di una nuova mappa cognitiva non solo in grado di “archiviare” le forme secondo criteri di regolarità, ma di proiettare l’ordine simmetrico nei prodotti della mano plasmando, insieme all’artefatto, anche le forme del gusto, della sensibilità e dell’immaginario. Lungo l’asse del tempo degli esordi, il bifacciale è una costante. Attraversa la storia evolutiva umana fino a giungere a quella grande esplosione figurativa che caratterizza la presenza, a partire dal Paleolitico superiore, della nostra specie in Europa. Intorno a 32.000 anni fa compaiono le prime, splendide immagini naturalistiche delle caverne istoriate. Accanto al nomadismo figurativo degli animali dipinti che mescolano le loro linee di contorno in modo vorticoso e caotico sulle pareti irregolari delle grotte e dei ripari sotto roccia, sono però ancora presenti gli strumenti litici regolari, dalle linee pure e speculari, eredità di quel passato ancestrale che, ancora sospeso fra umanità e animalità, ha scandito i ritmi lenti e millenari dell’emergenza di un prodigio fuori del tempo: la bellezza dell’arte.

Prospettive discorsive

81

GABRIELLA BRUSA-ZAPPELLINI (Milano 1948), paletnologa, già Direttore scientifico di Corsi di Istruzione e Formazione Superiore per la valorizzazione dei siti preistorici e dei parchi con arte rupestre finanziati dalla Regione Lombardia e dalla Comunità Europea, ha pubblicato numerosi saggi e una decina di volumi monografici sull’arte delle origini. I più recenti sono: Morfologia dell’immaginario. L’arte delle origini fra linguistica e neuroscienze (Milano 2009); Alba del mito. Preistoria dell’immaginario antico (Milano 2010). Dirige la Collana di Studi Paletnologici “Archeopterix” (Arcipelago Edizioni).

… La bellezza è avventura proprio perché è cercata, è un effetto non di deriva, ma di destino… Esiste una bellezza cercata dai sensi. È la bellezza sensuale. Guai a chi non va oltre, ma guai anche a chi la sottovaluta… Esiste una bellezza cercata dallo spirito. È la bellezza etica… È la libertà che va innanzi tutto data prima che presa. È la generosità verso chi perde. È l’obbedienza a un dovere riconosciuto come giusto, e per fare trionfare la giustizia…Esiste una bellezza cercata dall’energia. È la bellezza insurrezionale. La bellezza, come il mito guida alla ribellione contro poteri illegittimi e offensivi alla dignità umana… È la nostra privata insurrezione contro noi stessi se cediamo al conformismo, alla massificazione, all’appiattimento… Esiste infine una bellezza cercata dall’amore. È la bellezza metafisica. La più alta…
Giuseppe Conte

Testi di Alessandro Agostinelli, Claudia Azzola, Roberto Barbolini, Mario Baudino, Donatella Bisutti, Robert Bly, Luisa Bonesio, Silvana Borutti, Antonino Bove, Gabriella Brusa-Zappellini, Franco Buffoni, Giusi Busceti, Luigi Cannillo, Tiziana Cera Rosco, Gabriella Cinti, Giuseppe Conte, Marina Corona, Giuseppe Curonici, Nicoletta Czikk, Mary de Rachewiltz, Adele Desideri, Donato Di Poce, Alberto Figliolia, Nicola Frangione, Alessandra Frison, Gabriella Galzio, Gyorgy Gömöri, Sebastiano Grasso, Gian Paolo Guerini, Tomaso Kemeny, Carlo Alessandro Landini, Angelo Lumelli, Francesco Macciò, Massimo Maggiari, Beppe Mariano, Amos Mattio, Clirim Muça, Clara Mucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Guido Oldani, Eros Olivotto, Fulvio Papi, Paolo Pietroni, Barbara Pietroni, Quirino Principe, Alberto Princis, Maria Pia Quintavalla, Pietro Rabolli, Silvio Ramat, Erika Reginato, Ottavio Rossani, Tiziano Rossi, Paolo Ruffilli, Franco Sangermano, Lorenzo Scandroglio, Alberto Scarponi, Dieter Schlesak, Arturo Schwarz, Alessandro Serpieri, Jelena Stojsavljević, Adele Succetti, Géza Szöcs, Leonardo Terzo, Silvia Tomasi, Angelo Tonelli, Adam Vaccaro, Vivetta Valacca, Silvia Venuti, Isabella Vincentini, Beniamino Vizzini, Stefano Zecchi, Valentino Zeichen
In copertina: Lotz Kàroly, Fürdő nő (Donna al bagno), 1901; Galleria Nazionale d’Ungheria.

ISBN 978-88-7695-421-4

[IVA ASSOLTA DALL’EDITORE]

20,00

9 788876 954214

Sign up to vote on this title
UsefulNot useful